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Q U A D E R N I del Centro Studi Pietro Tresso

Serie: S T U D I E RIC E R C H E, n.12

Ante Ciliga

COME TITO SI IMPADRONÌ'


DEL PARTITO COMUNISTA JUGOSLAVO

CENTRO STUDI (^) PIETRO 1RESSO


CENTRO STUDI PIETRO TRESSO
Archivio del movii&ento trotskysta italiano e internazionale
Il Centro Studi Pietro Tresso è stato fondato r>ell'ottobre 1983 — grazie a l l ’ iniziativa
ed alla collaborazione di a iu ta n ti e compagni di d iversi o r ie n t a t o t i p o lit ic i — allo sco­
po di raccogliere materiali riguardanti i l aoviaento trotskysta ita lia n o e internazionale e
di tramandare alle nuove generazioni l ’ enorme patrimonio p o litic o accumulato da tale movi­
mento nel corso di oltre mezzo secolo di esistenza. Questo lavoro m ilitante di ricerca e di
studio è particolarmente necessario in I t a lia , dove la sto ria del movimento operaio viene da
sempre fa lsificata e censurata tanto dalla socialdemocrazia quanto, soprattutto, dallo sta­
linismo. Il presupposto fondamentale dal quale i promotori del Centro Studi Pietro Tresso
sono partiti è che senza i l ristabilimento della continuità col vecchio movimento rivoluzio­
nario non è pensabile costruire uoa vera organizzazione comunista, né educare degli autenti­
ci quadri marxisti. E' alla soluzione di questo compito v it a le che i l Centro Studi Pietro
Tresso cerca di portare i l suo contributo. Esso non vuole quindi essere un club di lettura
per in tellettuali perditempo, bensì uno strumento di formazione te o rico -p o litica per i « ili-
tanti e per i dirigenti rivoluzionari di oggi e di domani.

Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso


Serie: STUDI E RICERCHE, n. 12 (febbraio 1989)

ANTE CILIGA, Come Tito s i impadronì d el P a rtito Comunista Jugo­


slavo

Stampato in proprio presso i l Centro Studi Pietro Tresso - c/o Paolo Casciola - Via Firen­
ze, 18 - 06034 Foligno PC. Supplemento a “ Stampa A lte rn a tiv a ” . Registrazione del Tribunale
di Roma n. 276/83. Direttore responsabile: Marcello B araghini.
1

INTRODUZIONE
di Paolo Casciola

Tutta la storia dei primi anni del Partito Comunista Jugoslavo (PCJ) è contrasse­
gnata dalla lotta tra la sua ala sinistra e la sua ala destra, e dagli interventi del­
l ’Internazionale Comunista (Comintern) tesi a superare questo stato di frazionismo
cronico. Ma a partire dal 1923, e soprattutto dopo il 1925, l ’intervento del Comintern
nel PCJ si trasformò nel tentativo di imporre, sempre più brutalmente, il diktat sta-
.1iniuno-buchariniano sul partito jugoslavo.
In questo quadro, il III Congresso del PCJ — patrocinato dal Comitato Esecutivo
del Comintern (IKKI) a partire d a l l ’aprile 192 5 — avrebbe dovuto permettere al PCJ di
uscire dall'impasse frazionistico, ulteriormente aggravato dalla repressione statale
anticomunista. La via scelta per combattere il ”frazionismo " ed il ”settarismo” al­
l ’interno del PCJ consistette n e l l ’affidare le redini del partito alla tendenza di
dest n i.
Nell'agosto del 1925 venne formato, d i r e t t a m e n t e a Mosca, un Comitato Esecutivo
provvisorio del PCJ al quale venne affidato il compito di preparare il congresso. E
fu proprio in occasione di questo ITI Congresso, svoltosi a Vienna dal 17 al 22 maggio
1926, che il Comintern burocratizzato affidò la direzione (Ufficio Politico) del PCJ
alla destra capeggiata dal serbo Sima Markovic e rafforzata dalla tendenza di centro
guidata dai sindacalisti Djuro Salaj « Jacob Sorga.
[.a politica del Comintern per la Jugoslavia, elaborata da Bucharin, attribuiva al­
ici. i grande importanza al lavoro ed alle lotte sindacali e trascurava la questione na­
zionale. in tale contesto Markovic, che era portavoce della corrente n a z i o n a l i s t a s e r ­
ba del PCJ, fu l ’uomo giusto al posto giusto. L'orientamento "centralizzatore granser-
b o " da egli inaugurato doveva poi portare, tra l ’inverno del 1927 e la primavera del
1.928, alla sconfitta politica di coloro che, in seno al partito jugoslavo, cercavano
di superare il contrasto serbo-croato e gli altri conflitti n a z i o n a l i in Jugoslavia --
cioè, tri definitiva, dei dirigenti della sinistra del PCJ.
Nel giro di un anno, però, la direzione di destra si era talmente screditata agli
orchi del partito che, n e l l ’autunno del 1927, il plenum del Comitato Centrale decise
di destituìre il segretario politico d e ll’Ufficio Politico, Markovic, e di eleggere una
nuova direzione. La carica di segretario dell’Ut f i d o Politico venne allora affidata a
Djuro Tzvjijc, diligente della ”sinistra storica" del PCJ — cioè della tendenza che,
a partire dal 1921 si era battuta contro l ’ala riformista del PCJ, pur con una visuale
limitata alle questioni jugoslave ed in mancanza di un qualsivoglia coordinamento con
tBWimmv.'*’

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jltti raggruppamenti di sinistra presenti all'interno degli altri partiti comunisti
nazionali a fianco della quale si erano ora schierati i sindacalisti di centro.
L'organizzazione zagabrese del PCJ, roccaforte della sinistra, accettò pienamente
questa svolta, che aveva tuttavia avuto luogo senza un pr evio accordo con Mosca e
che sconfessava apertamente la linea di Bucharin all'epoca in vigore nel Comintern,
Appoggiato da Manuilsky e da Josip Cizinsky (Milan G o r k i c ) , Bucharin annullò quindi le
decisioni del Comitato Centrale del PCJ e revocò d'autorità il nuovo Ufficio Politico
di sinistra.
Milan Gorkic, appartenente al gruppo dei giovani b u c h a r i n i a n i , fu il perno dell'o­
perazione jugoslava orchestrata da Bucharin. Nell'impossibilità di reimporre al PCJ la
direzione di Markovic, si decise di formare un Ufficio Politico composto da comunisti
jugoslavi residenti a Mosca — debitamente "bolscevizzati" — e di inviarli in Jugo­
slavia per prendere la guida del PC J e per estromettere definitivamente la direzione
di "centro-sinistra".
L'operazione consisteva nell'inviare all'interno del paes e alcuni elementi opportu­
namente scelti che convincessero le sezioni locali del P C J a richiedere l'intervento
del Comintern negli affari interni del partito e che m i na ss er o l'autorità dei dirigen­
ti di sinistra aprendo in tal modo la strada all'insediamento "spontaneo e democrati­
co" dell'Ufficio Politico fabbricato ex novo a Mosca.
Tra i primi "agenti jugoslavi" del Comintern a giungere in Jugoslavia c'erano il
capo dell'operazione buchariniana, il segretario del sindacato dei metallurgici Djuro
Djakovic, ed il suo vice Mathias Brezovic, che fu nominato segretario del PCJ per la
Croazia — e che venne in seguito smascherato come una spia della polizia jugoslava.
I contatti tra Djakovic, stabilitosi a Zagabria, e Gorkic-Bucharin a Mosca furono as­
sicurati da Jovan Malesic (Martinovic), a tale scopo inviato a Vienna.
Nell'operazione venne anche utilizzato un giovane militante, Josip Broz — il futu­
ro maresciallo Tito. Di origine cr o a t a , questi era stato sottufficiale dell’esercito
austro-ungarico fino al 1915, allorché fu fatto prig io ni er o dalle truppe zariste.
Egli aderì al bolscevismo soltanto nel 1919-20, e combattè nei ranghi dell'Armata Ros­
sa prima di rientrare in Jugoslavia nel 1925. Reclutato all 'operazione da Djakovic,
Tito diventò uno dei protagonisti principali de ll'operazione stessa, giocando un ruolo
estremamente importante n e l l 'assicurare la realizzazione dei piani di Gorkic e Bucha­
rin -- realizzazione che richiese comunque alcuni mesi prima di essere portata a ter­
mine.
In qualità di segretario organizzativo del Comitato del P C J di Zagabria, Tito con­
dusse una dura lotta politica contro la maggioranza di sinistra di tale comitato, che
rifiutava di piegarsi alle manovre jugoslave di Mosca. Tale lotta culminò all'VIIl
Conferenza dell'organizzazione zagabrese del PCJ, tenutasi nella notte tra il 25 e
il 26 febbraio 1928. In quell'occasione Tito pres en tò una relazione contrapposta a
quella del segretario politico del comitato, Dusan Grkovic, denunciando il frazionismo
che ostacolava il lavoro tra le masse. La demagogia di Tito andò a segno, e la maggio­
ranza dei delegati approvò la sua controrelazione minoritaria ed elesse un nuovo comi­
tato locale ed un nuovo segretario politico: lo stesso Tito. Questo fu, per lui, il
primo successo nella scalata ai vertici del pa rt it o jugoslavo.
Dopo essersi impadronito dell'organizzazione zagabrese del PCJ, Tito procedette
col far accettare al comitato di Zagabria la proposta di richiedere l ’intervento del
Comintern nella vita interna del PCJ. Il comitato inviò allora all'IKKI una lettera
sulla situazione del partito jugoslavo e sulla necessità di combattervi il frazioni­
smo. E nell'aprile del 1928 l'IKKI convocò i dirigenti "moscoviti" del PCJ per una
consultazione, al termine della quale venne approvata una lettera aperta dell'IKKI al
partito jugoslavo. Tale messaggio denunciava il frazionismo e sottolineava la necessi­
tà di dotare il partito di una nuova direzione nazionale che gli consentisse di uscire
dalla crisi. Il Comintern decise dunque di sciogliere la direzione "frazionista" di
centro-sinistra del PCJ e nominò un Ufficio Politico provvisorio composto da tre mem­
bri e posto sotto la direzione di Djakovic. A questa nuova direzione venne affidato il
compito di avviare la discussione sulla lettera aperta in tutte le organizzazioni
locali del partito jugoslavo, di avviare l'epurazione dei "frazionisti" e di preparare
il I V Congresso del PCJ.
E a questo punto si impone una parentesi sulla questione del frazionismo. Il rag­
gruppamento "moscovita" del PCJ si presentò — a partire dell'Vili Conferenza dell'or­
ganizzazione di Zagabria del febbraio 1928 — come una "corrente antifrazionista" in
lotta sia contro la destra che c o n t r o la sinistra. In realtà, però, la frazione Djako-
vic-Tito tese sempre a combattere la sinistra in alleanza con la destra.
A tale proposito va anche sottolineata la specificità della topografia polìtica
del movimento operaio jugoslavo. Secondo la terminologia prevalente in Jugoslavia,
infatti, la "sinistra" non rappresentava l'omologo dell'opposizione di sinistra sovie­
tica. Con quella parola veniva invece indicata la corrente antiri formista formataci
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in seno al PCJ nel 1921, della quale si è già detto. Lo spartiacque politico fondamen­
tale tra sinistra e destra sembra risiedesse in una diversa valutazione della questio­
ne nazionale in Jugoslavia — e, di conseguenza, di un aspetto cruciale della rivolu­
zione jugoslava. La sinistra, in nome dell'internazionalismo proletario, si opponeva
alle tendenze nazionaliste granserbe presenti all'interno del partito e rappresentate
da Sima Markovic, dirigente della destra del PCJ. La frazione "antifrazionista" di
Djakovic, pur provenendo dalla sinistra storica del partito, adottò di fatto lo stesso
orientamento centralizzatore granserbo della destra.
Nello scontro degli anni 1926-28 in seno al partito jugoslavo, la questione nazio­
nale giocò in ogni caso un ru ol o■ di rilievo. La politica cominternista (buchariniana)
per la Jugoslavia attribuiva, come si è accennato in precedenza, grande importanza al­
l'attività ed alla lotta sindacali — ritenute, demagogicamente, una panacea contro il
"frazionismo" di sinistra — e trascurava la questione nazionale, che della lotta
di frazione era una delle cause principali. Questo "operaismo" buchariniano favoriva
naturalmente il centro e la destra del partito, solidamente impiantati nelle organiz­
zazioni sindacali jugoslave.
La sconfitta della direzione di centro-sinistra del PCJ, maturata tra l'inverno
del 1927 e la primavera del 1928 e realizzata grazie all'alleanza tra la destra stori­
ca e la frazione "antifrazionista" creata dal Comintern a Mosca, rappresentò quindi
una vittoria per l'orientamento centralizzatore granserbo.

* jfr *

Nel periodo successivo alla vittoria dei "mandatari" del Comintern e dell'ala de­
stra sulla sinistra, alcuni fatti imprevisti giunsero a modificare il corso degli
eventi in seno al PCJ: l ’assassinio di Radio, l'estromissione di Bucharin dalla guida
dell'Internazionale ed il putsch monarchico del 6 gennaio 1929.
Il 20 giugno 1928 Punisa R a d e , un deputato montenegrino di idee panserbe finanzia­
to dal primo ministro jugoslavo, sparò nella Skupstina (parlam en to) uccidendo due de­
putati del partito contadino e ferendo a morte Stepan Radio, dirigente del partito
contadino stesso. L'attentato di Belgrado mise a nudo la tensione insopportabile cui
era giunto l'antagonismo tra serbi e croati, e po se in modo bruciante la questione
nazionale. Il Comintern stalinizzato non poteva piò ignorare il problema delle nazio­
nalità jugoslave, ed anzi operò una svolta di centottanta gradi attribuendo ora un
posto di primo piano alla questione nazionale e pa ss an do in secondo piano la questione
della lotta sociale.
Tutto ciò avveniva in un periodo di crescente lotta politica all'interno del paese,
mentre il governo jugoslavo era sulla via della ratifica delle Convenzioni di Nettuno
con l ’Italia mussoliniana. All'avanguardia delle manifestazioni antimperi al iste — e
contro l'egemonia granserba — , oltre al P C J A vi fu la coalizione democratica contadi­
na. La crisi della Jugoslavia centralista granserba si era andata sempre più appro­
fondendo, e l'attentato del 20 giugno fu la scintilla che diede fuoco alle polveri.
Zagabria divenne allora il centro delle agitazioni. Il P C J si dotò di un'organizza­
zione militare, ritenendo evidentemente possibile lo scoppio di una rivoluzione comu­
nista che scaturisse dalla rivolta nazionale croata. Fu soprattutto a partire da que­
sto periodo — e fino al 1936 — che il PCJ fece propria una politica di ostilità nei
confronti del dominio serbo e di forte simpatia, se non addirittura di aperto sostegno
politico, al nazionalismo ed allo sciovinismo dei croati e degli altri popoli non
se rb i.
Il 4 agosto 1928 Tito venne arrestato nell 'ambito di una retata tra le file del
PCJ effettuata dalla polizia grazie alle informazioni della spia Brezovic — uno dei
"mandatari" del Comintern in Jugoslavia, come si ricorderà — e di altri agenti provo­
catori infiltratisi nel partito. Condannato a cinque anni di detenzione, Tito non
potè partecipare al I V Congresso del PCJ, che si tenne a Dresda agli inizi di novembre
del 1928. I lavori del congresso furono indubbiamente influenzati dalla svolta effet­
tuata dal Comintern in occasione del suo VI Congresso Mondiale d e l l 'agosto-settembre
di quell'anno, che si era svolto all'insegna della fine del periodo di stabilizzazione
relativa del capitalismo e dell'inizio del "terzo periodo".
Liquidata ormai la sinistra, il IV Congresso del partito jugoslavo — che contava
allora circa duemila militanti — passò ad attaccare l'ala destra capeggiata da Marko­
vic. In sintonia con la svolta terzoperiodi sta imposta da Stalin, il PC J adottò un
orientamento ultrasinistro-avventurista che contemplava l'esplosione di crisi rivolu­
zionarie a breve scadenza e 1 'identificazione della socialdemocrazia con il fascismo.
A l l ’interno di queste coordinate politiche generali, il PC J formulò la tesi dell'immi­
nenza di una rivoluzione democratico-borghese in Jugoslavia, che si sarebbe ben presto
trasformata in rivoluzione socialista proletaria. Il corollario tattico di questa
prospettiva strategica ravvicinata comprendeva il boicottaggio dei sindacati riformi-
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sti ed una concezione astratta e settaria della politica del fronte unico.
Poco tempo dopo la fine del congresso, prendendo a pretesto la crisi di governo di
fine dicembre 1928, il re Alessandro — in combutta con i dirigenti dei partiti bor­
ghesi jugoslavi — abolì la costituzione del 1921 e sciolse 1 'assemblea nazionale,
instaurando un regime bonapartista in cui tutto il potere veniva accentrato nelle
mani del sovrano (6 gennaio 1929). Il monarca nominò quindi un governo capeggiato
dal generale Petar Zivkovic e formato da politicanti fedeli alla corona, decretò lo
scioglimento del PCJ — già in precedenza sottoposto a interdizione — ed instaurò un
regime di terrore in tutto il paese.
Il PCJ, in pieno corso terzoperiodista, rispose a questi avvenimenti adottando
la parola d'ordine avventurista dell'insurrezione armata in base alla valutazione
secondo cui la crisi in atto era una crisi generale (statale, economica e politica) di
tutto il sistema di dominio della borghesia serba. Ma intanto la repressione statale
si abbatteva sul partito jugoslavo, che venne implacabilmente perseguitato. Djakovic
fu tra le centinaia di dirigenti e militanti comunisti assassinati in quegli anni di
terrore bianco, mentre le prigioni si riempivano.
Immediatamente dopo il putsch del 6 gennaio la direzione del PCJ — la cui eminenza
grigia continuava ad essere Milan Gorkic — fece bancarotta, dimostrando, secondo
Ciliga, di essere composta "da codardi, da incapaci e da traditori". In effetti la po­
litica terzoperiodista seguita da Gorkic e compagnia dopo il putsch di re Alessandro
equivalse a mandare alla morte centinaia di militanti comunisti — in base all'orien­
tamento avventurista dell'insurrezione armata. Tale politica suscitò tra l'altro una
forte opposizione tra i membri del PCJ presenti a Mosca, e soprattutto nel gruppo di
sinistra che contava una cinquantina di aderenti. L ’opposizione ebbe il suo epicentro
nella Scuola del PCJ di Mosca, che sin dall'inizio si era opposta alle manovre di
Gorkic e Bucharin.
Così, nel febbraio del 1929, il Comintern convocò u n ’assemblea generale degli jugo­
slavi di Mosca per appianare i contrasti. Dopo un'animata discussione, l'assemblea
dichiarò insoddìsfacente il rapporto del Comintern e respinse la risoluzione da questo
presentata, approvando invece con 90 voti contro 5 una controrisoluzione che biasimava
la condotta dei dirigenti del PCJ e che costituiva quindi una condanna indiretta della
politica seguita dal Comintern stalinizzato. Alla testa di tale opposizione si era po­
sto il gruppo trotskysta jugoslavo di Mosca, costituitosi nell'autunno-inverno del
1928 in base a dissensi sia a proposito della politica interna dell'Unione Sovietica
(questione agraria, burocratizzazione del partito), sia rispetto a l l ’orientamento per­
seguito dal Comintern a livello mondiale (comitato sindacale anglo-russo, rivoluzione
cinese del 1925-27).

* * *

In questo periodo il gruppo trotskysta jugoslavo di Mosca, oltre a criticare il


partito russo ed il Comintern, approfondì la discussione sul carattere della rivolu­
zione jugoslava. In passato, negli anni 1924-25, la sinistra storica del PCJ aveva
raccomandato di sfruttare il problema delle nazionalità a vantaggio di una prospettiva
di rivoluzione sociale. Tale orientamento si era però trasformato in un puro e sempli­
ce mettersi al servizio del nazionalismo borghese dei popoli oppressi della Jugosla­
via. Il gruppo trotskysta lottò vigorosamente contro una simile politica di subordina­
zione del proletariato alle borghesie nazionali, conquistando alla sua linea pressoché
tutte le sinistre jugoslave presenti a Mosca '— cioè la stragrande maggioranza dei
comunisti jugoslavi attivi in Unione Sovietica.
Il gruppo trotskysta jugoslavo di Mosca, erede delle tradizioni rivoluzionarie
della sinistra storica del comuniSmo jugoslavo, dovette però portare avanti il suo
lavoro nell 'illegalità imposta dal bonapartismo staliniano. Esso era formato da una
ventina di militanti, e si dotò di un organismo dirigente composto di sei membri:
Stanko Draghic (pseudonimo russo: J.V. Kovalev), responsabile del centro dirigente
trotskysta jugoslavo a Mosca, membro di vecchia data del Comitato Centrale del PCJ ed
ex segretario del comitato locale del PCJ di Zagabria; Mustafa Dedic (pseudonimo rus­
so: Victor Soloviev), vecchio segretario del comitato sindacale dell 'Erzegovina, a Me­
star; Stepan Heberling (pseudonimo russo: V.Suslov), ex membro del comitato locale del
PCJ della Voivodina, a Novi Sad; il già menzionato Ante Ciliga, del quale diremo tra
breve; e due militanti russi, Victor Zankov ed Oreste Glibovskg.
Tale centro era in contatto con l'organizzazione trotskysta sovietica di Mosca.
L'attività del gruppo jugoslavo ruotava attorno all'intervento tra gli operai delle
fabbriche moscovite e tra i comunisti jugoslavi presenti a Mosca. I trotskysti jugo­
slavi che lavoravano in fabbrica erano in contatto con operai favorevoli all'opposi­
zione di sinistra russa, mentre il lavoro tra i militanti del PCJ consisteva, essen­
zialmente, nella denuncia della politica complessiva seguita dal Comintern stalinizza-
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to e della sua a p p l i c a z i o n e in J u go sl av ia — co ll e g a n d o così gli insu cc es si jugoslavi
alla linea a v v e nt ur is ta del Co mi n t e r n stesso.
L' un ic o di ri g e n t e di ques ta op po s i z i o n e di sinistra j u g o s l a v a su cui po ss e d i a m o i n ­
formazioni b i o g r a f i c h e ab b a s t a n z a de tt a g l i a t e è A n t e Ciliga. Egli era n a t o nel 1898 in
Istria da una fa miglia di contadini croati. Nel 1918 aderì al p a r t i t o co munista c r o a ­
to. Tra i fondatori del PCJ, dal 1 9 1 9 al 1921 m i l i t ò nel m o v i m e n t o c o mu ni st a in J u g o ­
slavia, n e ll 'U ng he ri a sovietica, in Cecoslovacchia ed in Italia. E l e t t o segretario
del P C J per la Croazia, a p a r t i r e dal 1922 l a vo rò s p es so a l l ’e s t e r o p e r cont o del
p a r t i t o . Nel 1924 en tr ò n e l l ' a p p a r a t o del Comintern a Vienna e, successivamente, a
Praga. N e l l 'a pr il e del 1925 ve nn e e l e t t o al C o mi ta to Ce n t r a l e ed a l l ' U f f i c i o P o l i ti co
del PCJ. Espulso dal p a e s e nel 1926, fu m e m b r o dell ‘ " u f f i d o e s t e r o " del p a rt it o j u g o ­
slavo, che egli r a p p r e s e n t ò p r e s s o il se gr et ar ia to b a l c a n i c o del Comi nt er n a Mosca,
do ve giunse 'nell 'o t t o b r e del 19 26 d o p o un ulteriore p e r i o d o di a t t i v i t à a Vienna. Per
tre anni diresse la S c uo la del P C J di Mosca e, n e l l ' e s t a t e del 1928, p a r t e c i p ò al VI
Cong re ss o Mo nd ia le del Comintern. D o p o la cr eazione del g r u p p o t r ot sk ys ta jugo sl av o di
Mosca, nel 1930 c o m i n c i ò ad i n s e g n a r e all'Università c o m u n i s t a di Leningrado, dove
il c e nt ro di r i g e n t e del g r u p p o si era trasferito.
Tale trasfe ri me nt o fu d e t e r m i n a t o dalla deci si on e del C o m i n t e r n s t al in ia no di p r o ­
cedere alla l i q u i d a z i o n e del g r up po stesso. Il p r i m o p a s s o in tale d i r e z i o n e era stato
la c o s t it uz io ne di una c o m m i s s i o n e in caricata di g i u d i c a r e il c a s o d e l l ’opposizione
di sinistra jugo sl av a, con l ' o b i e t t i v o di smembrarla. F a l l i t a q u e s t a manovra, v e n ­
n e creata una nu o v a c o m m i s s i o n e (mista), formata da me mb ri del C o m i t a t o Centrale del
P C J e da dirigenti del C o mi nt er n e p r es ie du ta da ll 'e x m e n s c e v i c o N.N.Popov. Tale c o m ­
m i ss io ne terminò i ■ p r op ri lavori d o p o sei mesi e co n v o c ò una r i u n i o n e p e r esporre le
sue conclusioni. L a m o z i o n e di a p p r o v a z i o n e di dette co nc lu si on i venn e accettata dalla
m a g g io ra nz a dei p a r t e c i p a n t i (con 21 voti cont ro 17), m e n t r e la c o n s i s t e n t e minoranza
fe ce allora a p p e l l o al C o m i t a t o C e n t r a l e af fi nc hè tutta la q u e s t i o n e venisse r i e s a ­
minata.
Pochi giorni dopo, una c o m m i s s i o n e di c o nt ro ll o del C o m i n t e r n s t a l i n i z z a t o p r e s i e ­
duta da Soltz si riun ì p e r o r g a n i z z a r e la re pr e s s i o n e c o n t r o gli o p po si to ri j u g o s l a v i .
L' es it o di tale r i u n i o n e fu l ' e s p u l s i o n e di Ciliga e di d u e s t ud en ti jugoslavi dalla
Scuola del P C J p e r un anno, m e n t r e altri venti studenti f u r o n o c o s t r e t t i ad ab ba n d o n a ­
re Mosca per "p er m e t t e r e che si c a l m a s s e la lotta a l l ' i n t e r n o del p a r t i t o j u g o s l a v o " .
Alcune decine di s t u d en ti r i c e v e t t e r o u n a severa ammonizione. A q u es ti provvedimenti
bu ro cr at ic i fe ce da c o n t r a p p e s o il tentativo di c o r r o m p e r e p o l i t i c a m e n t e e m a t e r i a l ­
me n t e i trotskysti j u g o s l a v i a l l o sc o p o di co nq ui st ar li al la d o t t r i n a uf ficiale s t a l i ­
ni an a — il c h e comp or tò , p e r un c e r t o periodo, un a l l e n t a m e n t o de l l a stretta r e pr es­
siva.
Nel frattempo, p o c o d o p o l ' a d o z i o n e di tali p r o v v e d i m e n t i discip li na ri , ebbe luogo
una r i un io ne del g r u p p o tr ot s k y s t a j u g o s l a v o alla q u a l e p a r t e c i p a r o n o circa dieci m i ­
litanti. Questa a s s e m b l e a d e c i s e di contin ua re la lotta a l l ’i n t e r n o del PCJ,' anche
ille ga lm en te se ne ce ss ar io . Gli opposi to ri jugo sl av i c o m i n c i a r o n o d u n q u e a far c i r c o ­
lare dei documenti nei quali veniva cr it i c a t a la p o l i t i c a s e g u i t a dal C o m i ta to C e n t r a ­
le del PCJ. Poi, v e r s o l 'autunno del 1929, il c e n t r o d i r i g e n t e del g r up po venne t r a­
sferito a Leningrado.
Gli av ve ni me nt i p r o d o t t i s i in U n io ne So vietica negli anni 1 9 2 9 - 3 0 p r o v oc ar on o delle
di ff erenziazioni a l l ' i n t e r n o del c e n t r o diri ge nt e t r ot sk ys ta jugoslavo. La maggioranza
(Draghic, tìeberling, C i li ga ed i russi Zankov e Glibovsky) era f a u t r i c e di una lotta
p i ù energica c o n t r o i d i ri ge nt i del PCJ, m e n t r e D e d i c p r o p e n d e v a p e r un or ie nt am en to
più moderato. Ma a n c h e a l l ' i n t e r n o dell a maggioranza, s e c o n d o Ciliga, esis te va no delle
sfumature: G l i b o v s k y era "a de s t r a " e Zankov "a s i n i s t r a " , m e n t r e Draghic, Hebe rl in g e
lo s t es so Ciliga r a p p r e s e n t a v a n o in un cert o qual m o d o il " c e n t r o " , con funzioni di
mediazione.
Ne ll 'a pr il e del 1 9 3 0 le r i sp et ti ve posi zi on i er a n o chiarite. De d i c c e s s ò di c o l l a ­
bo ra re con il g r u p p o e di farvi parte. Il gruppo, da p a r t e sua, no n sc or a g g i a t o da
questa defezione, era q u a n t o mai de ci so a c o nt in ua re la p r o p r i a attività. Così, il 1°
ma gg io 1930, C i li ga partì da L e n i n g r a d o p e r Mosca al lo sc op o di d i s c u t e r e con l ' o r g a ­
n i z z a z i o n e t r ot sk ys ta m o s c o v i t a le d i ve rg en ze an co ra esistenti a l l ' i n t e r n o del c e nt ro
di r i g e n t e jugoslavo. Ma il clima a Mosca non era f a v o r e v o l e alle di sc us si on i teoriche.
L ’op po s i z i o n e di s i n i s t r a bo ls ce v i c o - l e n i n i s t a era infatti im pe g n a t a ad or ga ni zz ar e
una vasta a z i o n e n e l l e fabbriche.

* * *

To rn at o a L e n i n g r a d o verso il 10 maggio, Ci li ga vi ve n n e a r r e s t a t o il 21 de l l o
st es so mese. An ch e De d i c fu arrestato, quel giorno, m e n t r e D r a g h i c ri us cì a darsi alla
latitanza, p e r e s s e r e poi a r r e s t a t o anch'egli ci rc a tre mesi dopo. Heberling, Zankov e
6____________________________________ __________________ _
Gl ibovsky subirono la stessa sorte assieme ad una ventina di altri, ignoti opposi tor. t
di sinistra jugoslavi residenti a Mosca e a L e ni ng ra do. Draghic, Ciliga, Zankoy, Gli-
bovskij e Dedic furono inviati nell 'isolatorio politico di V e r c h n e - U r a l s k , I primi a
giungervi furono i due russi. Soltanto due mesi dopo essi vennero raggiunti da Ciliga
e Dedic, condannati come loro a tre anni di reclusione, me ntre D r a g h i c ar ri vò succes­
sivamente. Iniziava così, anche per i trotskysti jugoslavi, l'epopea dei GuLag.
Essi militarono attivamente nel Collettivo dei Bo ls ce vico-Leninisti di Verchne-
Uralsk. Secondo la testimonianza di Ciliga, i trotskysti di Verchn e- Ur al sk erano al-
1 'epoca divisi in tre tendenze: (a) la tendenza "di d e s t r a " , la p i ù forte, diretta
da E.Solntsev, G.Yakovin e G.Stopalov, basata sul "Programma dei tre", della quale fa­
ceva parte anche F. Dingelstedt; (b) un piccolo raggruppamento intermedio, "di centro",
guidato dal genero di Trotsky, Man Nevelson, e da Aaron P a p e r m e i s t e r , b a sa to sul "Pro­
gramma dei due"; ed infine (c) una frazione "di sinistra" di cui f a c e v a n o pa r t e Pu^as,
Kamenetsky, Kvatciadze e Bielensky, basata sulle "Tesi dei bolscevichi militanti". Le
tendenze di destra e di centro pubblicavano in comune la P r a v d a in p r i g i o n e , mentre la
frazione di sinistra aveva come organo 11 b o l s c e v i c o militante. Tali "giornali", com­
posti ognuno da una serie di quaderni, avevano una periodicità m e n s i l e o bimestrale e
venivano prodotti in tre copie manoscritte, una per ogni ala del 1 'isolatorio.
Nel 1930 la discussione tra i trotskysti di Verchne-Uralsk ru ot av a attorno all'at­
teggiamento da adottare nei confronti della politica "di sinistra" avviata da Stalin
(piano quinquennale, industrializzazione e collettivizzazione de ll a terra fo rz at e). La
tendenza di destra riteneva che il piano quinquennale corrispondesse, ma lg r a d o i meto­
di con cui veniva portato avanti, con i desideri dell'opposizione; perciò, pur criti­
cando tali metodi, essa sosteneva che si dovesse appoggiare la p o l i t i c a economica sta­
liniana ufficiale. Di diverso parere era invece la frazione di s i n i s t r a , della quale
Ciliga entrò a far parte. Essa pensava infatti che la riforma dell 'economia sovietica
dovesse partire dal basso e che occorresse basarsi sulla cl as se o p er ai a nella prospet­
tiva di scindere il partito. Secondo questi bo ls ce vi co -l eni ni st i di s i n i s t r a , sia
il piano che tutta la politica economica staliniana erano un b l u f f e, in campo inter­
nazionale, essi negavano l'esistenza di una crisi economica m o n d i a l e e di una congiun­
tura favorevole alla rivoluzione, attaccando con ci ò r e c i s a m e n t e tutta 1 'impostazione
terzoperiodista del Comintern.
La lotta politica in seno al Collettivo dei Bo ls ce vi co -L eni ni st i di Verchne-Uralsk
andò acutizzandosi. Le tendenze di destra e di centro, ormai p r e s s o c h é unificate, pre­
sentarono alla frazione di sinistra un ultimatum organizzativo: o sc iogliersi e cessa­
re la pubblicazione de 11 b o l s c e v i c o militante, oppure es sere e s p u l s a d a l l ’organizza­
zione.
Alla fine, nell'estate del 1931, si giunse alla sc is si on e ed alla formazione di
due raggruppamenti distinti: il "Collettivo dei Bo l s c e v i c o - L e n i n i s t i " maggioritario
(75-78 membri) ed il "Collettivo dei Bolscevico-Leninisti" di s i n i s t r a (51-52 membri).
Alcuni militanti rimasero al di fuori dei due gruppi, p r e d i c a n d o la ne ce ss it à di una
loro riconciliazione. Il collettivo di sinistra avviò la p u b b l i c a z i o n e di un nuovo
"giornale", Il b o l s c e vico-leninista, alla cui redazione p a r t e c i p a r o n o N.P.Gorlov, V.
Densov, M. Kamenetsky , P.PulSas e Ante Ciliga. In seguito, Ci liga r u p p e con il colletti­
vo di sinistra e prese parte alla creazione della "Federazione dei comunisti di sini­
stra", che comprendeva i seguaci di Myasnìkov, i "decisti" ed alcuni ex trotskysti, la
cui base politica risiedeva nel rifiuto di ri conoscere un c a r a t t e r e op er ai o (benché
deformato) allo stato sovietico, qualificato invece come un " c a p it al is mo di s t a t o ” —
una posizione, questa, condivisa anche dai menscevichi.

jfr *

Gli oppositori jugoslavi non vennero liberati allo sc ad er e dei termini della loro
deportazione (22 maggio 1933). Dopo uno sciopero della fame di 23 giorni mirante ad
ottenere il proprio rimpatrio, essi si videro aumentare la p e n a di due anni dalle
autorità "sovietiche" senza che fossero state formulate ul te ri or i a c cu se nei loro
confronti e senza un regolare p r o c e s s o . Ciliga venne de p o r t a t o a J e n i s s e i s k (regione
di Irkutsk, Siberia orientale), passando per Peliabinsk; De d i c n e l l a S i be ri a orienta­
le, villaggio di KolpaZevo (dipartimento di N a r y m ) ; Draghic a Saratov, sul Volga; tìe-
berling fu trasportato di prigione in prigione, fino a g i u n g e r e agli Urali. Draghic
evase nel 1934, ma venne arrestato alla frontiera r u s s o- po la cc a e r i n c h i u s o ne ll e pri­
gioni segrete delle Isole So lo vi et sk y. Allo sc ad er e del n u o v o t e r m i n e di due anni, la
GPU staliniana prolungò di nuovo arbitrariamente la loro d e p o r t a z i o n e di altri tre
anni.
Ciliga, sfruttando il fatto di essere di nazion al it à i t a l i a n a e g r a z i e alle pres­
sioni dei suoi parenti all'estero, riuscì a farsi co mm ut ar e la n u o v a p e n a in espulsio­
ne dal territorio sovietico. Rifugiatosi a Parigi, egli p a r t e c i p ò p e r u n c e r t o p e r i o d o
7
alla vita ed all'attività del movimento trotskysta, con il quale era entrato in con­
tatto a Praga, dopo la sua espulsione dall'URSS, per l'intermediario dei due trotsky-
sti cecoslovacchi Vladislav Burian e Jan Frankel. Ciliga collaborò al Biulleten Oppo-
zitsii, l'organo in lingua russa del movimento trotskysta, ed entrò in corrispondenza
con lo stesso Trotsky.
La sua permanenza nel movimento non fu però di lunga durata. Agli inizi di giugno
del 1936 il periodico menscevico SotsialistiXesky Vestnik pubblicò un articolo di Ci­
liga con il consenso dell’autore. Trotsky giudicò allora Ciliga come "un menscevico
esaltato" (3 giugno 1936) e come un ultrasinistro avvicinatosi all'opportunismo, con
il quale ogni ulteriore collaborazione era impossibile (Biulleten Oppozitsii, n. 51, lu­
glio-agosto 1936). In una lettera al Segretariato Internazionale del 22 giugno 1936,
Trotsky espresse il proprio giudizio su Ciliga nei seguenti termini:
Noi ignoriamo quale sarà l ’evoluzione politica di Ciliga nel periodo a veni­
re. Senza voler affatto sminuire l'importanza del suo lavoro nel campo del-
1 'informazione pura e semplice, dobbiamo tuttavia a v e r e ben chiaro in mente
che, nelle questioni teoriche e politiche, egli ci è già abbastanza estraneo
ed essenzialmente ostile a giudicare da tutto ciò che scrive (...): si deve
obbligatoriamente concludere non solo che Ciliga non è un bolscevico-lenini­
sta (lui stesso, d ’altronde, non si considera tale), ma neppure un marxista.
Fino al 1929 egli è stato un intellettuale stalinista come se ne trovano
parecchi in tutto il mondo: semiliberale nel pensiero, umanitario, ideali­
sta, certamente molto onesto nel suo genere, ma del tutto incapace di capire
il marxismo e le leggi della rivoluzione proletaria. Durante gli zig-zag
staliniani degli anni 1928-29 la sua onestà intellettuale lo ha portato ad
opporsi al corso ufficiale e ad avvicinarsi a noi. Egli ha di colpo scoperto
che i B[olscevico- ] L [ e n i n i s t i ] avevano da lungo tempo previsto quanto stava
accadendo, e che avevano anche preconizzato un sistema di misure politiche.
Ma questa scoperta non è bastata a modificare la sua visione delle cose. An­
che nell 'isolatorio, egli è rimasto quel che era sempre stato: un democrati­
co idealista ed esaltato che, da stalinista, è diventato antistalinista, ma
tuttavia non marxista. Tutt'a un tratto egli si è sentito alla nostra sinistra
perchè negava all'Unione Sovietica qualsiasi significato progressivo ed as­
similava quest'ultima a qualunque altro stato sfruttatore. Ma il suo sini­
strismo non doveva esser messo veramente alla prova che all'estero. Cominciò
a difendere la tesi secondo cui avremmo dovuto difendere anche i menscevichi
perseguitati ed atterriti nel giornale dei menscevichi, dove egli ci illumi­
na, cioè ci critica, ormai sul terreno politico.
Prima che compisse questa virata, io avevo attirato la sua attenzione sul
fatto che la sua collaborazione con i menscevichi avrebbe automaticamente
impedito la sua collaborazione con noi. Egli mi rispose con una -lettera
di carattere teorico, lunga e molto confusa, che consisteva essenzialmente
nel dire: dal momento che voi riconoscete la necessità di una lotta comune
con i socialdemocratici contro i fascisti, perchè non allearvi con i mensce­
vichi russi contro Stalin? Abbiamo qui un esempio classico che mostra come
il formalismo sinistroide conduca alla palude del peggior opportunismo. La
democrazia parlamentare, con i suoi Blum, rappresenta veramente, anche se
soltanto per un breve lasso di tempo, il male minore a paragone del fasci­
smo, e noi siamo pronti, se occorre, a difendere questo male minore in comu­
ne con i socialdemocratici. Ma il menscevismo democratico e piccolo-borghese
non è affatto il male minore rispetto allo stato sovietico stalinizzato, che
noi speriamo ancora di condurre al socialismo attraverso la nostra lotta
spietata contro la burocrazia sovietica.
La seconda grande differenza, che è d'altronde strettamente legata alla
prima, è che in numerosi paesi capitalisti la socialdemocrazia è davvero un
partito di massa, e noi dobbiamo farci i conti come una realtà. Il fronte u-
nico con Dan contro Stalin non fa che rivelare l 'intima inclinazione di Ci­
liga verso il menscevismo (come pure, d'altronde, verso l'anarchismo che,
come si sa, non rappresenta niente altro che un liberalismo spinto all'e­
stremo). In fondo, in realtà, come un gran numero di stalinisti stranieri,
Ciliga non era nient'altro che un menscevico esaltato. L'esaltazione è scom­
parsa, il menscevismo è rimasto.
Noi non pubblicheremo più nel Biulleten [Oppozitsii] russo articoli di
Ciliga, giacché non possiamo fare alla burocrazia staliniana lo splendido
regalo di screditarci da soli avendo dei collaboratori in comune con i men­
scevichi. Naturalmente gli stalinisti cercheranno di approfittare di questo
fatto per sminuire le rivelazioni di Ciliga. Da parte nostra, noi non lo ab-
8
b-lamo ami invocato come un’autorità teorica e politica. Quanto ai fatti eh'-
egli ha reno pubblici, essi conservano comunque il loro valore.
Non ho evidentemente la pretesa di emettere un giudizio definitivo su Ci­
liga e sul suo avvenire. Se egli riuscisse, attraverso la sua nuova espe­
rienza, ad accedere al marxismo o quindi ad avvicinarsi realmente a noi, ce
ne rallegreremmo, beninteso, molto sinceramente. Ognuno di noi farà di tutto
per favorire una tale evoluzione. Ma 1 'inizio della sua conversione dovrebbe
necessariamente consistere per lui, per ragioni di principio, nel rinunciare
a collaborare con i menscevichi. Una collaborazione, questa, che è doppia­
mente criminale in un periodo in cui gli amici francesi dei menscevichi rus­
si sono al potere, confiscano il nostro giornale e perseguitano i nostri
compagni. Ciliga non si rende assolutamente conto che i bolscevico-leninisti
non sono perseguitati soltanto da Stalin, ma anche dai menscevichi di tutto
il mondo, e che lo saranno più che mai in caso di guerra.
La carriera politica successiva di Ciliga dimostrò quanto Trot.sky avesse visto giu­
sto. Dopo essersi avvicinato ai menscevichi passando per 1 'ultrasinistrismo, durante
la seconda guerra mondiale egli rientrò in Croazia, dove venne arrestato e condannato
a morte. Liberato, col laborò con dei gruppi borghesi filo-occidentali, essendo ormai
approdato a posizioni apertamente socialdemocratiche. Dopo la guerra visse a Parigi e
a Noma, dove continuò la sua evoluzione a destra.
Fgli è oggi l ’unico sopravvissuto del piccolo nucleo trotskysta jugoslavo che, ol­
tre mezzo secolo fa, gettò un guanto di sfida al Leviatano burocratico. Quale sorte
toccò a Draghic, a Heberling, a Dedic? Ed ai russsi Zankov e Glibovsky? Non ci è dato
saperlo. Ma non occorre essere dotati di molta fantasia per immaginarlo: essi furono
verosimilmente vittime dell’ondata di terrore staliniano degli anni 1936-38, fucilati
nella tundra siberiana o liquidati con un colpo di rivoltella alla nuca nei sotterra­
nei della GPU. Questo fu il tragico epilogo della prima opposizione di sinistra jugo­
slava storicamente esistita.
(Giugno-luglio 1986) - Febbraio 1989

FONTI PRINCIPALI UTILIZZATE:


— AA.VV., Storia della Lega dei Comunisti della Jugoslavia, Edizioni del Gallo, Mi­
lano 1965.
— J0S1P BROZ (TITO), Lalotta e lo sviluppo del Partito Comunista della Jugoslavia
tra le due guerre. Le lezioni di Kumrovec, Komunist - Ak tuelna Pitanija Socializ­
za, Belgrado 1979.
— ANTE CILIGA, "Lettre du camarade Ciliga" (datata 9 dicembre 1935 ed indirizzata al­
la redazione del fliuìleten Oppozitsii), in: A bas la répression contre-ivvolution-
naire en URSS!, Editions "Quatrième Internationale", Parigi 1936, pp. 6-16.
— ANTE CILIGA, Dieci anni dietro il sipario di ferro. 1 - Al paese della menzogna
e dell'enigma, Casini, Roma 1951.
— ANTE CILIGA, "Come Tito s'impadronì del P.C. Iugoslavo", in: Corrispondenza Socia­
lista, a. Il, n. 7, luglio 1961, pp. 393 399.
— ANTE CILIGA, Il labirinto jugoslavo. Passato e futuro delle nazioni balcaniche,
Jaca Book, Milano 1983.
— EDVARD KARDELJ, Tito « lo rivoluziono socialista jugoslava, Questioni attuali del
socialismo, Belgrado 198?.
— R.W.SET0N-WATSON « R.G.D.l Af F AN, "la .Jugoslavia tra le due guerre", in: STEPHEN
CI1SS01D (a cura di), Storio dello Jugoslavia. Gli slavi del s u d dalle origini ad
oggi, Einaudi, Torino 1969, pp. 191-232.
LEON TROISKY, Oeuvres, voli. 8-10 (gennaio-luglio 1936), fctudes et Documentation
Internationales, Parigi 1980-81.
9

SOPRA: Josip Broz (Tito) in una foto segnaletica scattata nel maggio 1928.
SOTTO: Josip Broz (Tito) ritratto nella prigione di Maribor, nel 1932.
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SOPRA: Ante Ciliga


COME TITO SI IMPADRONÌ'
DEL PARTITO COMUNISTA JUGOSLAVO
di Ante Ciliga

L'articolo che presentiamo in queste pagine venne pubblicato originariamente


in Corrispondenza Socialista, a. II, n. 7, luglio 1961, pp. 393-399, sotto il titolo
"Come Tito s'impadronì del P.C. Jugoslavo". Essó era preceduto dalla nota intro­
duttiva che qui riportiamo integralmente:
"Ante Ciliga, uno dei fondatori del Partito Comunista Jugoslave, fu membro del
Comitato Centrale e del Politburo di questo partito, nonché redattore-capo del
Borba e segretario regionale per la Croazia. Trasferitosi dapprima a Vienna nel
1925 come locale rappresentante del PCJ, si spostò successivamente nell'Unione So­
vietica dove visse dall'ottobre del 1926 al dicembre del 1935. I primi tre anni li
trascorse a Mosca come istruttore alla Scuola di Partito dei comunisti jugoslavi e-
migrati. Nel 1930 insegnò all'Università Comunista di Leningrado. Arrestato dalla
Ghepeu per la sua opposizione alla politica del Governo sovietico, fu deportato in
Siberia in campo di concentramento. Dopo cinque anni, riuscì ad ottenere la com­
mutazione della pena con l'espulsione dal territorio sovietico. Da allora Ante Ci­
liga ha vissuto in Francia e in Italia. Già 'radiato' nel 1929 dal Partito Comu­
nista Jugoslavo e successivamente dimessosi, Ciliga si è schierato su posizioni so­
cialiste e democratiche, senza entrare in nessun gruppo politico."

Alla fine dell'estate del 1935, dopo tre anni passati a Verkhnie-Uralsk nella pri­
gione politica centrale dell'Unione Sovietica e due anni trascorsi in esilio in Sibe­
ria, mentre stavo combattendo la mia disperata battaglia per l'uscita dal territorio
sovietico, ricevetti due cartoline recanti le ultime novità da un vecchio militante
del nostro gruppo d'opposizione jugoslavo di Mosca, Heberling, da poco anch'egli de­
portato in Siberia. Dalle comunicazioni di Heberling risultava che la moglie di Josip
Broz Tito, Pelagea Denissova-Beloussova, aderente al nostro gruppo di opposizione, era
stata dapprima arrestata e successivamente morta in prigionia.
Che cosa significava questa morte in prigionia? Si trattava di morte naturale do­
vuta agli stenti e alla fame, di suicidio, o dell'avvenuta esecuzione di una condanna
a morte? Nelle stesse comunicazioni di Heberling non erano precisati altri particolari
di fondamentale importanza: in quali circostanze Pelagea Denissova-Beloussova era sta­
12
ta smascherata dalla GPU e arrestata? L'interruzione della corrispondenza epistolare
con Heberling non mi mise in grado di sapere come effettivamente si fossero svolte le
cose.
Arrivata a Mosca alla Scuola del Partito Comunista Jugoslavo nella primavera del
1929, Pelagea Denissova-Beloussova aveva ben presto aderito al nostro gruppo di oppo­
sizione: per ragioni particolari e, su nostro consiglio, la sua adesione fu clandesti­
na ed essa dovette sostenere in pubblico le tesi ufficiali di allora condannando le
nostre posizioni per meglio poter essere in grado di svolgere il suo lavoro. Negli
anni 1929 e 1930 essa si mantenne in contatto tramite corrispondenza segreta col no­
stro nuovo Centro di Leningrado. Pelagea Denissova-Beloussova non fu la prima comuni­
sta jugoslava ad essere arrestata in Russia dalla polizia di Stalin. Cinque nostri
compagni del Centro erano già stati scoperti ed arrestati nel maggio del 1930, venendo
subito condannati a tre anni di reclusione. Essa fu però la prima a trovare la morte
nelle prigioni di Stalin.
La moglie di Tito fu arrestata nell'inverno 1934-35 e più esattamente all'inizio
del 1935 (fu, evidentemente, a causa di questa vicinanza di tempo che Heberling non
ritenne necessario precisarlo nell'estate 1935). Fu arrestata proprio nel momento
in cui Tito, scontati cinque anni di carcere in Jugoslavia, si trovava a Mosca in qua­
lità di secondo rappresentante del Partito Comunista Jugoslavo presso il Komintern
(il primo rappresentante era a quell'epoca Vladimiro Ciopich, futuro eroe della
guerra di Spagna, successivamente epurato a Mosca). Pelagea Denissova-Beloussova vive­
va assieme a Tito alla Casa del Komintern (l'ex Hotel Lux) e fu appunto qui che venne
arrestata di notte dalla GPU, alla presenza del marito che non osò muovere un dito in
sua difesa. L'arresto della moglie pose in una situazione difficilissima Tito che
vide proiettato su di sé il sospetto di trotzkismo. Per ben tre anni, grazie a questo
sospetto nutrito nei suoi confronti dalla GPU, Tito visse tra la vita e la morte, e
non vi è quindi da meravigliarsi se lo stesso Tito parlando nell'aprile del 1959 (con
quanto ritardo!!!) su questo aspetto del suo soggiorno a Mosca dal 1935 al 1938, ma
tacendo dell'arresto e della successiva morte della moglie, ha affermato: "...furono
quelli i giorni più penosi della mia vita. Anche durante la guerra tutto era più faci­
le: almeno si sapeva dove si trovava il nemico..." (intervista concessa da Tito al
Kommunist di Belgrado — 16 aprile 1959).
Dopo il 1948 e la rottura del PCJ con il Cominform si parlò spesso sulla stampa
mondiale di questi sospetti di Stalin e della GPU sul trotzkismo di Tito: ma non fu
mai indicato su quali basi si fondassero questi sospetti. Tito, nella sua' intervista,
rivela che Petko Miletich, un comunista montenegrino popolarissimo all'interno del
Partito Comunista Jugoslavo, giunse a Mosca proveniente direttamente dalla Jugoslavia
all'inizio del 1938 per accusarlo — afferma Tito testualmente — di trotzkismo (per
contendergli e strappargli — aggiungiamo noi — la Direzione del PCJ resa vacante
dopo l'epurazione, l'arresto e la scomparsa di Gorkich. Ma su questo argomento ritor­
neremo più avanti): però anche Tito [non] rivela su quali argomenti Petko Miletich
fondasse la sua accusa.
Petko Miletich nel 1929 si trovava a Mosca alla Scuola del Partito Comunista Jugo­
slavo (dove io insegnavo) e condivideva buona parte delle nostre tesi di opposizione;
conosceva quasi tutti i nostri segreti ed era anche al corrente dei rapporti esistenti
tra la moglie di Tito e il responsabile del nostro Centro di opposizione Stanko Dra-
ghich, ex segretario a Zagabria del locale Comitato di partito.
Ma Miletich non voleva accettare le nostre conclusioni e si rifiutava di passare
ad una concreta ed effettiva azione di opposizione: si limitata a sostenere che dove­
vamo conservare le nostre opinioni, non seguire ciecamente in tutto e per tutto i rus­
si, diffidare anzi di loro per certe loro maniere e pretese, ma senza mai far capire
tutto ciò agli stessi sovietici: una tattica, questa, che fu successivamente adottata
con molto successo da Tito allorché, dopo la seconda guerra mondiale, incominciò a
preparare silenziosamente la sua aperta ribellione al Cremlino. Da parte sua, Petko
Miletich (quello stesso Miletich, cioè, che nel 1929 dovendosi votare alla Scuola di
Mosca prò o contro la linea jugoslava in seno al Komintern si era astenuto dal parte­
cipare alla riunione dicendo al suo amico Stanko Draghich: "amici miei, non capisco
che senso ci sia ad andare a finire in Siberia con tutti voi!") finì nel 1938 in Si­
beria nel campo di concentramento di Kolyma. 11 fatto che Tito si sia abbandonato
a queste rivelazioni soltanto tre anni dopo il famoso rapporto segreto di Krusciov al
XX Congresso, quando cioè già tutti i partiti comunisti erano stati messi a conoscenza
degli errori di Stalin, il fatto che Tito sia stato l'ultimo tra i dirigenti del movi­
mento comunista internazionale a condannare le epurazioni di un tempo e a riabilitare
sia pure in parte le vittime delle medesime, dimostra che esiste indubbiamente qualche
rapporto ignoto e misterioso fra le epurazioni avvenute nel PCJ nel 1937-38 e il suc­
cesso della carriera di Tito.
Ancora più strano e misterioso è il silenzio fino ad oggi conservato da Tito sul-
13
l'arresto e sulla morte in prigionia ad opera di Stalin di sua moglie Pelagea Denisso-
va-Beloussova. Nella biografia di Tito redatta da Vladimiro Dedjier si parla della mo­
glie solo in occasione del suo arrivo in Croazia e del suo matrimonio con Tito; nel­
l'edizione jugoslava di questa biografia si aggiunge anche che la prima moglie di Tito
si trovava in Russia mentre il marito si trovava nelle carceri jugoslave di Sremska
Mitrovitza senza però nulla precisare sulla sua sorte ulteriore.
Non volendo evidentemente scoprire il cinico meccanismo del suo primo successo car­
rieristico del 1927-28 e del suo secondo e definitivo successo del 1937-38, Tito è ob­
bligato a lasciar oggi nell'ombra la questione dei veri rapporti tra il partito comu­
nista sovietico e quello jugoslavo, e la questione delle epurazioni avvenute nel par­
tito comunista jugoslavo di cui furono vittime numerosissimi militanti jugoslavi (qua­
ranta nella piccola epurazione che va dal 1929 al 1935 — e tra questi la moglie
di Tito — e gli altri nella grande epurazione del 1937-38).
L'anno 1927 fu in Russia l'anno definitivo nella lotta tra il blocco di centro-de­
stra Stalin-Bukharin e il blocco di sinistra Trotzki-Zinoviev. Battuti ed espulsi dal
partito Trotzki e Zinoviev, i vincitori si suddivisero gli strumenti di potere: a Sta­
lin il partito, a Bukharin il Komintern, e a Rykov la presidenza del Governo. Bukha-
rin, padrone del Komintern, ebbe carta bianca per quanto si riferiva alla politica
del Komintern dato che Stalin in quel momento era troppo occupato per impadronirsi
definitivamente del potere all'interno del paese. In quell'epoca, l'accettazione da
parte dei vari partiti comunisti della linea bukhariniana significava accettazione
della politica e dell'egemonia sovietica.
Nella Jugoslavia, l'anno 1927 passò sotto il segno di una nuova acuta crisi del re­
gime e dello stesso Stato, con la formazione dell'opposizione Radich-Pribicevich (Par­
tito contadino croato e Partito dei serbi della Croazia) contro Belgrado e l'egemonia
serba.
La relativa tranquillità degli anni 1925-26 ebbe così definitivamente termine, e
ciò causò notevoli ripercussioni anche nella vita interna del Partito Comunista (fino
ad allora semilegale): il blocco di centro-destra (Sima Markovich e i sindacalisti
croato-sloveni Salaj e Zorga), investito del potere dal Komintern in occasione del 3°
Congresso del PCJ (estate 1926) si sfasciò rapidamente. Sima Markovich, portavoce del­
la tendenza nazionalista serba, fu destituito dai suoi incarichi: i sindacalisti di
centro si unirono con la sinistra, capeggiata da Djuro Tzvjijch, e nell'autunno del
1927 il Comitato Centrale nominò Tzvjijch segretario politico del Politburo al posto
di Sima Markovich. :
La roccaforte della tendenza antifrazionista ed antiintellettualista, l'organizza­
zione del partito di Zagabria (creato da Stanko Drarghich, in quel momento residente a
Mosca e sostituito da Anton Mavrak), si associò completamente a questa svolta. Tutto
ciò si era verificato senza precedenti consultazioni con Mosca e contro la linea di
Bukharin allora in vigore. Poiché a Mosca si profilava un nuovo conflitto tra Stalin e
lo stesso Bukharin, quest'ultimo si sentì particolarmente impegnato a garantirsi in
seno al Komintern dallo slittamento verso posizioni di sinistra dei diversi partiti
comunisti. Nella persona di Milan Gorkich (il cui vero nome era quello di Josip Cizin-
sky, nato in Bosnia da genitori cechi), secondo segretario dell'Internazionale Giova­
nile Comunista, appartenente al gruppo dei giovani bukhariniani, Bukharin individuò un
prezioso elemento per una nuova operazione jugoslava. La direzione di centro-sinistra
del PCJ doveva essere sciolta: non si sarebbe tuttavia potuto installare di nuovo alla
segreteria Sima Markovich in quanto elemento troppo compromesso. Oltretutto, Markovich
era dotato di eccessivo spirito di indipendenza. Si pensò allora di organizzare un
gruppo russo da inviare in Jugoslavia per impadronirsi del PCJ e rovesciare la dire­
zione di centro-sinistra. 11 gruppo fu formato da vecchi prigionieri di guerra del di­
sciolto esercito austro-ungarico, da emigrati americani di origine jugoslava, e da
giovani jugoslavi dotati di una solida- educazione bolscevica: a questi si aggiunsero
opportunisti e carrieristi di vario tipo.
Gorkich era un gran lavoratore, un uomo molto diligente e scrupoloso, ma non aveva
capacità organizzative e non conosceva gli uomini: questi suoi aspetti negativi lo
compromisero fortemente nel 1928-29 e lo rovinarono definitivamente — come vedremo
più avanti — nel 1937-38.
Malgrado avessero già minuziosamente predisposto questa operazione, Bukharin e Gor­
kich ritennero opportuno e vantaggioso conferire alla loro manovra un aspetto sponta­
neo e democratico. La direzione di centro-sinistra del PCJ non fu sciolta subito
e il gruppo made in URSS non venne inizialmente spedito al gran completo in Jugosla­
via. Si incominciò soltanto con l'inviare in Jugoslavia alcune persone accuratamente
scelte e selezionate, le quali avevano il compito di persuadere certe organizzazioni
locali di partito nel paese — prima fra tutte quella di Zagabria — a chiedere l'in­
tervento e l'aiuto del Komintern nella vita interna del PCJ.
Un operaio metallurgico di origine croata e di grandi qualità morali, Djuro Djako-
14 .............................................................................................................................................. _ .................................. ...... - ....

vich, fu spedito da Mosca (dove frequentava i corsi del Komintern) a Zagabria rei*a
veste di capo dell ’operazione: ufficialmente, egli figurava soltanto come segretario
del Sindacato dei Metallurgici. Il suo vice fu un ex prigioniero di guerra dell'Eser­
cito austro-ungarico in Russia, Mathias 8rezovich, nominato segretario del Partito per
la Croazia (successivamente questo Brezovich risultò essere una spia della polizia
jugoslava). A Vienna fu spedito un ex maestro elementare montenegrino che stava termi­
nando il corso dell’Accademia politico-militare Tolma£ev a Leningrado: Jovan Malesich,
detto Martinovich. Malesich, a Vienna, doveva fungere da agente di collegamento tra
Gorkich rimasto a Mosca e Djakovich operante a Zagabria. Un altro militante impegnato
in questa operazione era Josip Broz (oggi Tito), che era rientrato in Jugoslavia
dalla Russia già da due anni (dall'estate del 1925 e non dal 1920 come egli afferma
inesattamente), ultimo di un gruppo di stranieri appartenenti all'Armata Rossa durante
il periodo della guerra civile, smobilitati tra gli anni 1923 e 1925. Josip Broz, sco­
perto, utilizzato e valorizzato sul posto da Djuro Djakovich, si rivelò ben presto
un acquisto di prim'ordine e di eccezionali capacità. Mentre la maggioranza del Comi­
tato di partito di Zagabria si rifiutava decisamente di accettare i suggerimenti del
Komintern, Josip Broz, membro di questo Comitato, sostenuto soltanto da una ristretta
minoranza, riuscì egualmente a farli accettare nel corso di una Conferenza apposita­
mente convocata nel febbraio del 1928 a Zagabria.
La proposta di Josip Broz di richiedere l'intervento del Komintern nella vita in­
terna del PCJ venne in tal modo fatta propria dall'organizzazione di partito di Zaga­
bria e lo stesso Josip Broz divenne il nuovo segretario di questa organizzazione.
Accogliendo questa spontanea richiesta dei comunisti jugoslavi, il Komintern nel
maggio del 1928 indirizzò una Lettera aperta al PCJ, sciolse ufficialmente la Dire­
zione di centro-sinistra del partito, e nominò una Direzione provvisoria con Djuro
Djakovich alla sua testa, incaricato di preparare un Congresso.
Tito definisce ancor oggi questa messinscena come una iniziativa autenticamente
spontanea della base del partito: possiamo invece ben affermare che si trattò di
una manovra accuratamente predisposta e teleguidata da Mosca.
Due fatti imprevedibili cambiarono però radicalmente l'andamento delle cose: l'at­
tentato contro Radich nel giugno del 1928 e l'abolizione della Costituzione e delle
libertà politiche da parte di Re Alessandro nel gennaio del 1929. L'attentato nell'au­
la del Parlamento a Belgrado dimostrò inequivocabilmente a quale punto fosse arrivato
nel paese il conflitto tra serbi e croati. Mosca e il suo gruppo non potevano pertanto
più ignorare o comunque prescindere dall'esistenza di questo conflitto. Al vertice
del Komintern si provvide rapidamente al cambiamento di linea: invece di lotta sociale
si parlò soprattutto di conflitto delle nazionalità. Si organizzò un Comitato Militare
di partito e Josip Broz venne messo alla sua testa.
11 Comitato provvide a raccogliere armi in grandi quantitativi, lavorando assieme
ai profughi ungheresi della Repubblica sovietica di Bela Kun e all'organizzazione gio­
vanile del partito di Radich. Si faceva sicuro assegnamento sulla possibilità di vit­
toria di una rivoluzione comunista scaturita dalla rivolta nazionale croata contro
l'egemonia della Jugoslavia gran-serba.
La polizia, attraverso le informazioni di Mathias Brezovich e di numerosi altri
provocatori infiltratisi nel partito, era perfettamente al corrente di tutti questi
preparativi di una imboscata appositamente predisposta (1 agosto 1928). 11 Tribunale
inflisse cinque anni di carcere a colui che sarebbe successivamente diventato il Capo
dello Stato jugoslavo.
11 6 gennaio 1929 Re Alessandro proclamò la sua dittatura personale, basandosi sul­
l'esercito, diretto da ufficiali serbi, e sulla polizia. Al Partito Comunista fu of­
ferto un compromesso tipo ultimatum: se vi limitate alla questione sociale astenendo­
vi dall'immischiarvi nel conflitto nazionale serbo-croato e serbo-macedone, sarete
lasciati in pace e potrete continuare a svolgere la vostra attività; diversamente
verrete annientati. Evidentemente, il PCJ non poteva assolutamente accettare questo
compromesso: in seguito al suo rifiuto, venne pertanto sottoposto ad una implacabile
campagna persecutoria. Djuro Djakovich fu immediatamente assassinato; decine prima e
centinaia poi di altri dirigenti comunisti vennero uccisi o gettati nelle carceri
jugoslave. ’Per Josip Broz risultò una fortuna l'essere stato arrestato e condannato
prima del 6 gennaio 1929: detenuto nel carcere di Lepoglava, usufruiva di un tratta­
mento relativamente privilegiato; come elettricista della prigione aveva diritto alla
libera uscita in città e come charmeur des femmes si godeva la bella vita nella bor­
gata. Tutto ciò non gli impedì, tuttavia, allorché Moscia Pijade e Rodoljub Ciolako-
vich organizzarono nella prigione una scuola di partito, di essere uno degli allievi
più studiosi e diligenti.
Josip Broz si alzava ogni giorno alle quattro del mattino e nella sua cella impara­
va pazientemente la lezione assegnatagli dagli istruttori.
11 gruppo di Gorkich, dopo il sei gennaio, fece bancarotta dimostrando di essere
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formato da codardi, da incapaci e da traditori. La Scuola del Partito Comunista Jugo­
slavo a Mosca, che fin dall'inizio si era dichiarata contraria all 'operazione 8ukha~
rin-Gorkich, fu presa dalla febbre di rivolta: un piccolo gruppo di compagni jugosla­
vi, che era già da tempo in contatto con l'opposizione trotzkista russa di Mosca,
si adoperò attivamente affinchè la febbre di rivolta si trasformasse in rivolta aperta
e definitiva. 11 rapporto presentato dal delegato del Komintern fu respinto dall’as­
semblea generale della Scuola con novanta voti contrari e solo cinque favorevoli.
Poiché in quel periodo si stava già sviluppando la lotta tra Stalin e Bukharin, la
nostra opposizione a Gorkich (e quindi a Bukharin) sarebbe stata certamente tollerata:
ma essendosi a questa opposizione mischiata una componente trotzkista, e quindi anti­
staliniana oltre che antibukhariniana, tre studenti del corso furono radiati per un
anno dal partito ed altri venti dovettero abbandonare la Scuola e la stessa città di
Mosca.
Alla Quarta Conferenza del PCJ (Lubiana, dicembre 1934), nella risoluzione Insegna­
menti del 1929-31 la rivolta dei compagni della Scuola di Partito a Mosca fu spiegata
e condannata in questi termini:
...nella direzione, accanto ai migliori operai come Djuro Djakovich, fu e-
letta una serie di compagni poco o nient'affatto legati col partito, che
non sono cresciuti nel partito, ma che sono stati educati al di fuori della
vita di partito. 11 Comitato Centrale non si è preoccupato di assicurare le
condizioni per una unione organica tra gli attivisti che si formavano nelle
Scuole di Partito a Mosca e gli attivisti che si formavano nel lavoro prati­
co di ogni giorno in Jugoslavia; Tutto questo portò all'allontanamento dalla
Direzione dei migliori elementi del partito sia nell'emigrazione che nel
paese, alla caduta di una serie di compagni devoti al partito nell'emigra­
zione in gravi errori politici, all'avere essi abboccato all'amo dei trot­
zkisti Ciliga e Draghich... (Archivio Storico del PCJ - voi. 11, pag. 235-
236, Belgrado, 1950).
Dopo che Josip Broz fu condannato a Zagabria ed inviato alle carceri di Lepoglava,
sua moglie, col figlioletto Zarko, abbandonò Zagabria rifugiandosi a Mosca. Arrivò al­
la Scuola di Partito prima del nostro allontanamento, ma dopo la famosa assemblea ge­
nerale, nel bel mezzo dell'inchiesta promossa dal Comitato Centrale russo contro di
noi. Che cosa la spinse ad associarsi a noi, contro la politica del Partito russo e
contro la politica del Komintern in Jugoslavia, che era la stessa politica accettata e
fatta propria da suo marito?
Nella primavera del 1929 era già evidente e palese l'insuccesso clamoroso della po­
litica del Komintern e di Gorkich in Jugoslavia. Essa accettò pienamente la nostra te­
si stando alla quale il PCJ era stato ingannato dal Komintern.
A quell'epoca, inoltre, prima ancora della stessa Direzione del PCJ, avevamo sco­
perto l'attività provocatrice e spionistica di Mathias Brezovich, emissario nurrtero uno
di Gorkich in Jugoslavia: a questa sconcertante constatazione era definitivamente per­
venuto Stanko Draghich esaminando con la moglie di Josip Broz tutti i particolari re­
lativi all'arresto dello stesso Broz e di molti altri militanti comunisti. La realtà
sociale e politica esistente nel nostro partito e fuori di esso, realtà che Pelagea
Denissova-Beloussova ebbe modo di toccare con mano al suo ritorno in Russia, la con­
vinse definitivamente ad accettare le nostre critiche e la nostra linea di opposizio­
ne. Due settimane dopo il suo arrivo, essa si recò ad Omsk a trovare suo padre, un
vecchio operaio bolscevico di Pietroburgo esiliato in Siberia dallo zarismo. Non è e-
scluso, anzi, è molto probabile, che sia stato proprio questo militante della vecchia
guardia a spingerla sulle nostre posizioni. Oltre tutto è da tener presente che suo
padre non era stato soltanto il capogruppo delle officine ferroviarie di Omsk dove Jo­
sip Broz aveva lavorato come prigioniero di guerra, ma era stato colui il quale aveva
guadagnato alla causa del comuniSmo Josip Broz che fino ad allora (non soltanto nel
periodo della guerra, quindi, ma fino all'inverno 1919-20) era rimasto fedelissimo
all'Austria, al suo Imperatore, al suo grado di feldwebel (sergente).
In che misura Pelagea Denissova-Beloussova informò delle proprie nuove posizioni
politiche suo marito allorché dopo cinque lunghi anni si rividero e si riunirono nuo­
vamente?
La sua prima ascesa nella gerarchia del partito Josip Broz la realizzò nel 1927-28
sulla piattaforma politica di Bukharin, allora tollerata da Stalin.
Nel 1934-35 Bukharin venne a trovarsi in lotta accanita e disperata con Stalin. Le
posizioni conservatrici di Josip Broz prima della sua adesione al comuniSmo avrebbero
potuto costituire un motivo ulteriore di riserva e di perplessità nei confronti del­
l'uragano scatenato da Stalin. Una dichiarazione di Broz sulle impressioni negative
riportate in occasione di un suo viaggio negli Urali nel 1935 potrebbe equivalere ad
una allusione alle informazioni ricevute in questo viaggio dal suo vecchio suocero e
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maestro, il padre di Pelagea Denissova-Beloussova, o addirittura ad un melanconico
pensiero dedicato alla scomparsa nelle epurazioni staliniane di questo vecchio e fede­
le bolscevico...
Ma nel 1935 la causa di Bukharin era già una causa palesemente perduta. Josip Broz
non era uomo dalle cause perse: ambizioso, carrierista, amante della vita bella e
brillante prima di tutto, senza scrupoli, dotato di una forte volontà, Broz era poco
adatto per accettare le nuove posizioni politiche della moglie, posizioni politiche di
un gruppo ormai già praticamente sconfitto. Autentico personaggio termidoriano, per Jo­
sip Broz era logico e naturale essere terrorista in periodo di terrorismo, opportuni­
sta in periodo di opportunismo, e magari monarchico in periodo di restaurazione. Fu
così che egli non solo si guardò bene dal condividere le posizioni della moglie, ma
riuscì anche a non ricevere alcun danno dall'arresto della stessa.
Josip Broz venne cooptato nell’agosto del 1934 nel Politburo del Partito, allora
formato da Gorkich, Horvatin, Ciopich, Parovich, Muk ed Oscar (un operaio sloveno di
cui non si è saputo più nulla). Dopodiché Broz ripartì per la Jugoslavia per convocare
le Conferenze locali e provinciali delle organizzazioni di partito in Croazia e in
Slovenia. All'assassinio di Re Alessandro a Marsiglia (9 ottobre 1934), Broz ritorna
a Vienna da dove prepara la Conferenza Nazionale del PCJ tenutasi nel dicembre succes­
sivo a Lubiana. Nel luglio del 1935, al VII Congresso del Komintern, i delegati jugo­
slavi proposero Josip Broz come rappresentante del PCJ in seno all'Esecutivo del Ko­
mintern. Manuilsky respinse però la proposta affermando che solo Gorkich godeva la
piena fiducia del partito russo e del Komintern: d'altra parte, però, il nome di Gor­
kich non aveva riscosso l'unanimità dei consensi tra i delegati jugoslavi. Fu così che
il PCJ non ebbe un suo rappresentante in seno all’Esecutivo dell'Internazionale Comu­
nista, ma soltanto un membro-supplente che fu comunque Gorkich, il candidato di Ma­
nuilsky. In questa circostanza, Josip Broz si affrettò a spiegare ai sovietici che
lui era del tutto all'oscuro dell'intenzione dei delegati jugoslavi di proporre il suo
nome al posto di quello di Gorkich.
* * *

Ma ritorniamo ora all'intervista concessa da Tito al Kommunist di Belgrado nell'a­


prile del 1959, intervista nella quale si accenna alle epurazioni di cui fu vittima
negli anni della grande purga staliniana il gruppo degli emigrati comunisti jugosla­
vi a Mosca.
Malgrado Alexander Rankovich nella sua relazione organizzativa al V° Congresso del
PCJ, tenutosi a Belgrado nel luglio 1948 dopo la scomunica del Cominform, avesse pub­
blicamente avallato in blocco le epurazioni avvenute in seno al gruppo dirigente jugo­
slavo per volere di Stalin, nelle sue dichiarazioni Tito riabilita alcuni dei comuni­
sti jugoslavi liquidati a Mosca in quegli anni. Cionondimeno, l ’intervista è pur sem­
pre lacunosa e non in scarsa misura. Cercheremo noi, in questa sede, di supplire a ta­
li lacune, non certo involontarie e casuali, incominciando con il soffermarci sulla
fine di Milan Gorkich.
La caduta in disgrazia del segretario del CC del PCJ avvenne nell'estate del
1937 e fu appunto da quel momento che la leadership del comuniSmo jugoslavo passò nel­
le mani di Tito. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la liquidazione di
Gorkich si ebbe per motivi di ordine pratico, e non per ragioni idèologico-politiche.
Gorkich era infatti per Mosca un uomo di tutta fiducia, noto per la sua cieca e fana­
tica obbedienza ai padroni del Cremlino, quali che essi fossero. Gorkich aveva orga­
nizzato per conto del Komintern la partenza da Marsiglia di un bastimento che si sa­
rebbe dovuto recare alle Bocche di Cattaro per imbarcare e successivamente trasferire
in Ispagna, dove infuriava la guerra civile, un migliaio di comunisti jugoslavi desti­
nati alle Brigate Internazionali. Senonchè l'uomo di fiducia di Gorkich — Muk, membro
del Politburo jugoslavo — venne arrestato dalla polizia di Belgrado e, sottoposto a
torture, rivelò tutti i particolari dell'operazione. Il bastimento fu sorpreso nel mo­
mento in cui salpava dalle Bocche di Cattaro: furono catturati tutti i volontari che
vi si trovavano a bordo, e tutta l'impresa, che era costata a Mosca più di settecento-
mila franchi, andò in fallimento. La responsabilità dell'accaduto venne addossata a
Gorkich che fu immediatamente richiamato a Mosca, arrestato, ed accusato — ingiusta­
mente — di spionaggio. In prigione, a Mosca, si trovava già la sua ex moglie, impie­
gata dell'apparato tecnico del Komintern e successivamente direttrice del Parco di
Cultura di M o s c a B e t t y Gian, una ebrea russa di Kiev, maritatasi dopo il divorzio con
Gorkich con un cittadino inglese ed accusata pertanto di essere una spia al servizio
degli inglesi.
Gorkich, dopo il divorzio con la prima moglie, si era nuovamente sposato a Parigi
con una ebrea polacca, funzionarla della NKVD: fu proprio costei a persuadere il mari­
to a ritornare a Mosca ottemperando all'invito rivoltogli dai sovietici.
Questa donna riapparve a Parigi dopo la seconda guerra mondiale come impiegata del-
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l'Ambasciata sovietica e, verosimilmente, sempre come funzionarla della NKVD. Liquida­
to Gorkich, Tito non subentrò immediatamente al suo posto. Per alcuni mesi si svolse
una spietata lotta tra lui e Petko Miletich ai fini della successione. Tito, appena
avuta notizia del richiamo a Mosca di Gorkich ed intuendo di che si trattasse, si pre­
cipitò a Parigi dove ricevette dal Segretariato Balcanico del Komintern l'autorizza­
zione a trattare gli affari di ordinaria amministrazione del PCJ fino a che il Komin­
tern stesso non avesse preso una decisione definitiva al riguardo. Nello stesso perio­
do, Petko Miletich, scontata la condanna in Jugoslavia, raggiunse Mosca attraverso la
Bulgaria e Costantinopoli: Tito, nella sua intervista al Kommunist del 1959, afferma
che l'espatrio di Miletich fu predisposto ed organizzato da "alcuni bulgari della
Sezione Quadri del Komintern". In quell'epoca, infatti, i bulgari appoggiavano la si­
nistra del PCJ e quindi Petko Miletich che di questa sinistra era il leader indiscus­
so: si erano pertanto affrettati a far giungere a Mosca Miletich affinchè egli fosse
in grado di raccogliere la successione di Gorkich.
In seno all'influentissimo gruppo dei bulgari allora residente a Mosca, Tito aveva
soltanto due amici: Dimitrov e Karaivanov. Quest'ultimo, che a quell'epoca lavorava
alla Sezione Quadri del Segretariato balcanico del Komintern, dopo il 1945 si stabilì
a Belgrado, ospite del Governo jugoslavo, dove rimase fino alla morte (1960). In un
suo articolo apparso il 16 maggio 1952 sulla rivista di Belgrado Politica Internaziona­
le (articolo pubblicato in occasione del 60° compleanno di Tito), Karaivanov fornisce
importantissime delucidazioni in merito alla lotta apertasi tra Tito e Miletich per la
successione alla Segreteria del PCJ:
...Damjanov, un bulgaro che era allora a capo della Sezione Quadri del Ko­
mintern, e la bulgara Stella Blagoeva, responsabile della Sezione Quadri
del Segretariato balcanico del Komintern, hanno organizzato il viaggio di
Petko Miletich da Costantinopoli a Mosca al preciso scopo di ottenere, suo
tramite, del materiale di accusa contro Tito. Miletich a quell'epoca propa­
lava di continuo menzogne e calunnie nei confronti di Tito sostenendo addi­
rittura che lo stesso non risultava essere regolarmente iscritto al PCJ...
Dall'articolo di Karaivanov abbiamo quindi la conferma che non solo i bulgari della
Sezione Quadri del Komintern appoggiavano Petko Miletich, ma che addirittura cercavano
di servirsi di lui per liquidare Tito.
Ma evidentemente, la protezione dei bulgari non fu sufficiente a Miletich. Per ri­
spondere alle accuse di quest'ultimo, Tito raggiunse ben presto Mosca. In contrasto
con quanto affermato precedentemente da Karaivanov, Tito, nella sua intervista al
Kommunist del 1959, cerca di minimizzare l'importanza dell'appoggio di cui godeva a
Mosca da parte dei bulgari il suo rivale Miletich, e spiega anzi che lo stesso Mile­
tich era stato smascherato come spia e traditore dalla NKVD prima ancora di arrivare
a Mosca proveniente da Costantinopoli. Secondo Tito, infatti, le cose si sarebbero
svolte in questi termini:
__ appena giunsi a Mosca, un russo che stava a capo della Sezione Quadri del
Komintern mi avvisò che Miletich stava spargendo calunnie nei miei confronti
accusandomi, tra l'altro, di trotzkismo. 11 russo mi precisò sorridendo che
io non dovevo avere alcuna paura, in quanto essi sapevano benissimo quale
fosse la verità. 11 giorno successivo, appresi dallo stesso russo che Mile­
tich era stato arrestato: la NKVD era al corrente della capitolazione di Mi­
letich nei confronti della polizia jugoslava avvenuta subito dopo il suo
arresto da parte della stessa polizia jugoslava...
La versione fornita da Karaivanov a proposito dell'arresto di Miletich ad opera
della NKVD è invece ben differente. Secondo Karaivanov, Damjanov e la Blagoeva, una
volta ottenuto da Miletich il materiale d'accusa contro Tito, decisero di inviarlo in
Crimea, in segno di ringraziamento, per un lungo periodo di riposo, dopo il quale
avrebbero provveduto ad investirlo di importantissime responsabilità. Nella nottata,
invece, proprio alla vigilia della partenza per la Crimea, Petko Miletich venne arre­
stato dalla NKVD e deportato in Siberia, al famoso campo di lavoro forzato di Kolyma.
Da allora, non si è saputo più nulla di lui, così come non si è saputo più nulla di
Milan Gorkich.
Tra quanto affermato nel 1952 da Karaivanov e nel 1959 da Tito, esiste un altro
elemento di discordanza. Karaivanov racconta che a capo della Sezione Quadri del Ko­
mintern stava allora il bulgaro Damjanov: Tito invece afferma che a capo di questa
Sezione stava un russo, senza peraltro fornirne il nome.
Ci sembra inutile precisare, a questo punto, che le accuse in base alle quali Petko
Miletich venne arrestato dalla NKVD (accuse ribadite ed avallate da Tito nella sua
intervista al Kommunist del 1959) sono ridicole ed infondate. Miletich, rientrato in
Jugoslavia nel 1930 dopo il suo soggiorno a Mosca, si comportò così eroicamente — sia
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nel condurre l'attività clandestina del partito, sia nel tener testa agli interrogato-
ri della polizia una volta arrestato — da diventare addirittura un personaggio leg­
gendario. Quando cadde nelle mani della polizia di Belgrado, era tanta la sua popola­
rità che il Komintern si sentì in dovere di dare il via sulla stampa comunista di tut­
to il mondo ad un'intensa campagna tesa ad ottenerne la liberazione. Spedito nelle
carceri di Sremska Mitrovitza a scontare la pena, Petko Miletich divenne ben presto
il capo indiscusso del gruppo dei comunisti ivi detenuti, gruppo che pure annoverava
militanti di notevole prestigio quali Moscia Pijade ed Alexander Rankovich. All'inizio
della guerra di Spagna, il battaglione jugoslavo venne battezzato col nome di Petko
Mi letich.
Spedito a Kolyma Petko Miletich nel febbraio del 1938, Tito venne nominato segreta­
rio generale del PCJ. Stalin e Manuilsky erano dell'opinione di sciogliere il PCJ,
analogamente a quanto accaduto per il partito comunista polacco, ma Dimitrov riuscì a
convincerli di tentare un esperimento con Tito. Non appena assunta la segreteria del
partito, Tito si premurò — come prima cosa — di bolscevizzare il PCJ (leggi: stali-
nizzare) tramite l'epurazione di tutti gli elementi non sufficientemente legati a Mo­
sca. Partito per Parigi, incominciò col liquidare il gruppo d'opposizione Kusovaz-
Marich, gruppo troppo legato a Petko Miletich (Marich fu perseguitato anche dopo il
1945 in Jugoslavia); raggiunta successivamente la Jugoslavia, Tito per tutto il 1938
predispose fin nei più minuti particolari la grande opera epurativa. Nel gennaio del
1939 fece approvare dal nuovo Politburo jugoslavo (nominato da lui stesso in base
ai pieni poteri conferitigli da Mosca) i provvedimenti epurativi da lui predisposti;
partito quindi per Mosca ed ottenuta la ratifica definitiva da parte del Komintern,
Tito rese di pubblico dominio i risultati della campagna epurativa da lui organizzata
facendoli apparire nel maggio del 1939 sull'organo ufficiale del PCJ Proleter.
Ed ecco, qui di seguito, ciò che venne pubblicato dal Proleter (questi dati, come
abbiamo precisato più sopra, sono stati utilizzati da Rankovich nella sua relazione
al V Congresso):
__ in seguito all'attività distruttiva ed antipartito, alla formazione di
gruppi, ai tentativi di rinnovare lotte frazionistiche nel PCJ, ai tentativi
di portare la confusione nelle file del Partito all'estero e nel paese, ai
tentativi di diffondere false voci all'estero, in seguito ai loro rapporti
con elementi trotzkisti e con altri elementi sospetti, vengono espulsi dal
PCJ Ivo Marich, Maria Marich, Labud Kussovaz, e sua moglie... Come elemento
estraneo ed antipartito viene espulso dal PCJ Bobo (Bozich). Per aver forma­
to gruppi illegali nel partito e per attività antipartito, per essere stato
in stretto contatto con elementi trotzkisti e per aver comunicato ad essi
segreti di partito è espulso dal PCJ l.B. (Ivo Baljkas — Jacques); per in­
disciplina, formazione di gruppi illegali e rifiuto di sottomettersi alle
decisioni del partito, è espulso dal PCJ V.J. (Vicko Jelaska — Starj); come
elemento sospetto ed estraneo, è espulso M.C. (Mladen Ciopich)...
Come elementi che hanno apportato al nostro partito e alla classe operaia
danni enormi per lunghi anni con le loro lotte di frazione e con i loro col-
legamenti col nemico di classe, come elementi che hanno ingannato il Komin­
tern, come elementi che con il loro sabotaggio hanno impedito lo sviluppo
del partito e quindi hanno privato il movimento della classe operaia jugo­
slava di una propria guida più efficiente, vengono espulsi dalle fila del
PCJ Milan Gorkich (Josip Cizinsky), Fleischer (Ivo Grzetich), Sima Marko-
vich, Sima Miljus, Anton Mavrak, Djuro Tzvjijch (Kresich), Stephan Tzvjijch
(Andrej), Kamilo Hrovatin (Petrovsky), Vladimir Ciopich (Senjko), Jovan Ma-
lissich (Martinovich), Kosta Novakovich (Oragacevaz), Akif Seremet (Berger),
Jovanka Hrovatin (Graberitza), Zora Miljus, Grgur Vujovich, M.Jankovich
(Orenovskj), Willim Horvaj (Schwartzmann), Gojko Samardzich (Schwartz), Rada
Vujovich (Licht)...
Per i suoi tentativi di creare frazioni nel Partito, per indisciplina e
rifiuto di sottomissione alle decisioni del partito, per insincerità di
fronte al Comitato Centrale, per aver portato confusione nelle fila del
partito, per aver tenuto un contegno da traditore davanti al nemico di clas­
se — fatti, questi, con i quali è stato tratto in errore non solo il PCJ ma
tutta la classe operaia — viene espulso dal Partito Petko Miletich. Per
frazionismo, indisciplina ed attività antipartito, vengono espulsi dal PCJ
Vojnilovich e Korskj.
In questo elenco manca — innanzitutto — il nostro gruppo d ’opposizione del 1928-
29, e cioè una ventina dì persone delle quali penso di essere l'unico sopravvissuto.
Mancano poi dei casi individuali di notevole importanza, come quello di Filippovich-
Boskovich, rappresentante ufficiale del PCJ prima a Mosca e successivamente a Vienna e
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Berlino, o come quello di Voja Vujovich, già segretario dell'Internazionale Giovanile
Comunista all'epoca di Zinoviev: entrambi sono stati espulsi dal PCJ e quindi scompar­
si per sempre dalla circolazione in circostanze ancor oggi non precisate.
Chi erano le trenta persone epurate da Tito non appena questi assunse la segreteria
del PCJ, persone i cui nomi apparvero sul Proleter nel maggio del 1939? Si trattava di
ex segretari del partito, di membri del Politburo, di membri del Comitato Centrale: in
una parola, si trattava all'incirca di tutto il gruppo dirigente di vertice del parti­
to. Tra costoro figuravano ben cinque ex segretari del PCJ: Sima Markovich, Djuro
Tzvjijch, Jovan Malissich, Anton Mavrak, Milan Gorkich. L'unico ex segretario del par­
tito che riuscì a sottrarsi all'espulsione e quindi alla liquidazione fisica, fu Trisa
Kazlerovich, ritiratosi a vita privata nell'estate del 1926.
Di queste trenta persone, sedici sono state sicuramente assassinate in Russia dalla
polizia segreta di Stalin. Per quanto concerne la fine di Sima Markovich, leader della
destra del PCJ, notizie non confermate sostengono che egli morì di morte naturale in
una piccola città di provincia della Russia europea dove era stato inviato in esilio e
dove gli era stata concessa la possibilità di insegnare in una scuola media. La sua
vedova, dopo il 1945, lasciò l'Unione Sovietica per fare ritorno in Jugoslavia otte­
nendo nuovamente la tessera del partito. Nel 1948, al momento della rottura tra il
Cominform e il PCJ, essa si schierò risolutamente sulle posizioni filosovietiche: per
questo suo atteggiamento, fu arrestata dalla polizia di Tito e deportata alle Isole
Goli e Sveti Grgur dove era stato allestito un campo di concentramento per i cominfor-
misti jugoslavi.
Delle trenta persone espulse dal Partito di cui si fa cenno nel comunicato apparso
sul Proleter, undici appartenevano al gruppo della sinistra storica, altre quattordici
al gruppo di centro-sinistra che fu alleato della sinistra storica dal 1923 al 1937,
una al centro-destra e una alla destra storica: delle rimanenti tre è difficile preci­
sare l'esatta collocazione di gruppo all'interno del PCJ. Risulta ad ogni modo in tut­
ta evidenza che Tito e i sovietici infierirono particolarmente e pressoché esclusiva-
mente contro i gruppi di sinistra, lasciando quasi indisturbati quelli di destra: si
tenga inoltre presente che il leader della destra Sima Markovich venne sì, colpito
dall'epurazione, ma senza essere liquidato fisicamente come accadde invece ai militan­
ti della sinistra; a questo aggiungasi che sua moglie non venne colpita da provvedi­
menti disciplinari a differenza delle mogli degli esponenti di sinistra che vennero e-
spulse assieme ai loro mariti.
Nel documento del Proleter e in altri documenti ufficiali di partito del periodo
1937-41 si fa spesso riferimento ai trotzkisti jugoslavi. In realtà, all'infuori del
nostro gruppo d'opposizione della Scuola di Partito* a Mosca (1928-29) che soltanto va­
gamente poteva essere tacciato di trotzkismo, nel PCJ non ci sono mai stati elementi
trotzkisti attivi né — tantomeno — dei gruppi trotzkisti organizzati: il famoso Dar-
sula, per esempio, che viene spesso indicato nei documenti ufficiali del partito come
trotzkista, era un giovane dalmata appartenente alla sinistra storica che aveva fre­
quentato la Scuola di Partito a Mosca. In affetti, avvenne che tutti coloro che in no­
me dell'internazionalismo proletario si opponevano alle infiltrazioni nazionaliste
gran-serbe in seno al partito furono inesattamente definiti trotzkisti ed espulsi co­
me tali.