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Consiglio di Stato

Sezione V
Sentenza 17 marzo 2020, n. 1896
PRESIDENTE: SALTELLI - ESTENSORE: DI MATTEO

FATTO

1. I dottori Aldo C., Francesco Co., Giovanni F., Giuseppe Fi., Andrea P.,
Renato Pe., Raffaele R., Salvatore L. e Salvatore S., magistrati ordinari
in servizio, in qualità di vincitori di concorso, presso l'Ufficio del
Massimario e del Ruolo della Corte di cassazione, con provvedimento
del 3 aprile 2015 del Primo Presidente della Corte di cassazione, ai
sensi dell'art. 74 del d.l. 21 giugno 2013, n. 69, convertito in l. 9
agosto 2013, n. 98, sono stati applicati alle Sezioni civili della Corte
con funzioni di "assistente di studio".
Hanno perciò chiesto con nota del 13 maggio 2015 il riconoscimento
dell'indennità di trasferta prevista dall'art. 3, comma 79, l. 24
dicembre 2003, n. 350 per i magistrati "che esercitano effettive
funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione e la relativa
Procura Generale" nel caso di residenza fuori dal distretto della Corte
d'appello di Roma.
Il Ministero della Giustizia con nota 1° ottobre 2015, n. 464/M ha
respinto la domanda.
2. Gli interessati hanno impugnato innanzi al Tribunale amministrativo
regionale per il Lazio detto diniego, chiedendone l'annullamento e
instando anche per l'accertamento del diritto a percepire quella
indennità di trasferta.
A sostegno della pretesa hanno sostenuto le funzioni - di "assistenti di
studio" - essere del tutto assimilabili alle "funzioni di legittimità" svolte
dai consiglieri di ruolo della Corte di cassazione ai quali l'indennità di
trasferta è riconosciuta; in via subordinata hanno dubitato della
legittimità costituzionale dell'art. 3, comma 79, l. n. 350 del 2013 per
violazione dell'art. 3 Cost. per l'irragionevole disparità di trattamento
economico che essa determinerebbe tra soggetti che si trovano a
svolgere funzioni sostanzialmente uguali (quali i magistrati che
esercitano funzioni di legittimità e assistenti di studio), ledendo così
anche l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura (riconosciuta
anche con riferimento ai meccanismi che consentono di adeguare la
retribuzione alle condizioni lavorative).
3. Hanno resistito al ricorso il Ministero della Giustizia e il CSM che ne
hanno chiesto il rigetto.
4. Nel frattempo con decreto del Primo Presidente della Corte di
cassazione del 24 febbraio 2017, n. 463, gli stessi magistrati sono stati
applicati alle Sezioni civili e penali della Corte ai sensi dell'art. 115 r.d.
30 gennaio 1941, n. 12, Ordinamento giudiziario come riformulato
dall'art. 1, comma 1, del d.l. 31 agosto 2016, n. 168, convertito in l. 25
ottobre 2016, n. 197.
Anche la loro nuova richiesta (in data 28 febbraio 2017) di
riconoscimento dell'indennità di trasferta di cui all'art. 3, comma 79,
della l. n. 350 del 2013 è stata respinta dal Ministero della Giustizia
con nota 14 luglio 2017, n. 14390, con cui è stato ribadito che
quell'indennità è prevista solo a favore dei consiglieri di Cassazione
che esercitano stabilmente le funzioni di legittimità e non già per un
tempo limitato e in forza di provvedimenti di applicazione giustificati
da contingenti esigenze di servizio; ciò senza contare che
mancherebbe la copertura finanziaria necessaria per estendere il
beneficio economico a loro favore.
5. Tale nuovo diniego è stato impugnato dagli interessati con motivi
aggiunti, con cui è stata sostanzialmente estesa la domanda proposta
con il ricorso originario all'accertamento del loro diritto a percepire
l'indennità di trasferta anche in relazione al periodo di applicazione
alle Sezioni civili e penali della Corte, previo annullamento del
provvedimento di diniego: in sintesi essi hanno ribadito che, con
l'applicazione alle Sezioni civili e penali, ancor più che in precedenza,
l'attività da loro svolta è assimilabile alle ordinarie funzioni di
legittimità, contestando che il diniego al riconoscimento dell'indennità
di trasferta possa fondarsi sulla temporaneità delle funzioni
giurisdizionali da loro esercitate, temporaneità che introdurrebbe un
inammissibile e artificioso criterio di distinzione, costituzionalmente
illegittimo, tra magistrati che svolgono identiche funzioni.
6. L'adito tribunale con la sentenza segnata in epigrafe ha respinto il
ricorso e i motivi aggiunti, ritenendo infondate le censure sollevate.
7. Gli interessati propongono appello, reiterando sostanzialmente i
motivi di censura sollevati in primo grado.
Hanno resistito il Ministero della Giustizia ed il CSM.
8. All'esito della camera di consiglio fissata per la decisione
sull'istanza cautelare di sospensione degli effetti della sentenza
impugnata, con ordinanza 17 maggio 2019, n. 2425, è stato chiesto al
Segretario generale della Corte di cassazione il deposito di
documentazione ritenuta necessaria per la decisione.
L'incombente istruttorio è stato effettivamente adempiuto; anche gli
appellanti hanno prodotto ulteriore documentazione a supporto delle
proprie domande giudiziali.
Gli appellanti hanno ulteriormente illustrato le proprie tesi difensive
con apposita memoria difensiva ex art. 73, comma 1, c.p.a.
9. All'udienza pubblica del 5 dicembre 2019 la causa è stata trattenuta
in decisione.

DIRITTO

10. Il tribunale ha negato che gli appellanti abbiano diritto di percepire


l'indennità di trasferta di cui all'art. 3, comma 79, della l. n. 350 del
2003 sia per l'attività di "assistenti di studio", sia per il periodo di
applicazione alle Sezioni civili e penali della Corte.
10.1. Quanto al primo profilo, ha osservato che l'attività di "assistente
di studio" non è assimilabile alla funzione giurisdizionale espletata dai
magistrati della Corte di cassazione, giusta la chiara indicazione
dell'art. 115, comma 2, dell'Ordinamento giudiziario, secondo cui "I
magistrati con compiti di assistenti di studio possono assistere alle
camere di consiglio della sezione della Corte cui sono destinati, senza
possibilità di prendere parte alle deliberazione o di esprimere il voto
sulla decisione".
Tale norma infatti impedisce agli assistenti di studio anche solo di
intervenire nella discussione in camera di consiglio per evitare
qualsiasi condizionamento dei giudicanti; il che è confermato dalla
delibera del Plenum del CSM 4 dicembre 2013 ove è richiesto loro di
contribuire alla redazione della sentenza attraverso "relazioni
preliminari", contenenti solo la descrizione del fatto e lo svolgimento
del processo, l'illustrazione dei motivi di ricorso, le eventuali questioni
rilevabili d'ufficio e la giurisprudenza pertinente alla decisione, le
relazioni preliminari destinate non al consigliere relatore, ma all'intero
collegio giudicante.
Tale conclusione è ulteriormente confermata dalla scelta legislativa
che solo con la riforma del 2016 ha previsto la possibilità di affidare
loro funzioni giurisdizionali.
10.2. Secondo il Tribunale, neppure l'esercizio di funzioni giurisdizionali
in qualità di magistrati applicati alle Sezioni civili e penali della Corte è
utile al riconoscimento dell'indennità di trasferta di cui si discute, in
quanto l'art. 3, comma 79, della l. n. 350 del 2003 sottintende un
concetto di "funzioni di legittimità" formale e sostanziale,
caratterizzato non solo dallo ius dicere (ossia dalla partecipazione ai
collegi giudicanti con il compito di contribuire alla decisione della
controversia e redigere i provvedimenti, criterio sostanziale), ma
anche dal fatto che esse siano svolte dai soli magistrati già
formalmente nominati consiglieri di Cassazione (conformemente
all'art. 10, comma 6, d.lgs. n. 160 del 2006 per il quale "Le funzioni
giudicanti di legittimità sono quelle di consigliere presso la Corte di
cassazione; le funzioni requirenti di legittimità sono quelle di sostituto
procuratore generale presso la Corte di cassazione", criterio formale).
10.3. Ad avviso del tribunale non sono fondati infine i dubbi di
illegittimità costituzionale prospettati dagli interessati, in quanto la
scelta legislativa - di riconoscere l'indennità di trasferta ai soli
magistrati esercitanti funzioni di legittimità - è giustificata dalla
volontà di valorizzare lo status di quei magistrati che, avendo già
superato diverse valutazioni di professionalità, sono stati riconosciuti
idonei e capaci ad esercitare le funzioni giurisdizionali più delicate e
complesse considerata la funzione nomofilattica svolta dalla Corte di
cassazione; tale status non è rinvenibile nei magistrati applicati alle
Sezioni, per i quali quell'applicazione, limitata temporalmente (non più
di tre anni) e funzionalmente (essendo esclusa l'applicazione alla
Procura generale) è da considerare una "sorta di tirocinio", utile ad
acquisire la professionalità, ma non a conseguire la nomina, tant'è che
i medesimi magistrati non sono esonerati dalla partecipazione al
concorso diretto alla nomina a consigliere di Cassazione o sostituto
procuratore della Corte di cassazione.
10.4. L'appello è articolato in quattro motivi, rubricati rispettivamente
"Error in iudicando. Violazione dell'art. 3, comma 79, della legge
350/2003" (primo motivo); "Error in iudicando. Violazione dei principi
di uguaglianza ex art. 3 della Cost., del principio di proporzionalità
della retribuzione ex art. 36 della Cost., dei principi di autonomia ed
indipendenza della magistratura ex artt. 101, comma 2, e 104, comma
1, Cost., funzionali al giusto processo di cui all'art. 24, 101 e 111 della
Cost." (secondo motivo); "Error in iudicando. Violazione dell'art. 3,
comma 79, della legge n. 350/2003 e s.m.i. e dell'art. 1, comma 1, del
d.l. n. 168 del 31 agosto 2016" (terzo motivo); "Error in iudicando.
Violazione dei principi di uguaglianza ex art. 3 della Cost., del principio
di proporzionalità della retribuzione ex art. 36 della Cost., dei principi
di autonomia ed indipendenza della magistratura ex artt. 101, comma
2, e 104, comma 1, Cost., funzionali al giusto processo di cui all'art.
24, 101 e 111 della Cost." (quarto motivo).
In sintesi gli appellanti ribadiscono l'illegittimità degli impugnati
dinieghi e chiedono di accertare che le funzioni svolte, dapprima come
"assistenti di studio" e successivamente come "magistrati applicati
alle Sezioni civili e penali della Corte di cassazione", coincidono con le
"effettive funzioni di legittimità" svolte presso la Corte di cassazione,
ai fini della corresponsione dell'indennità di cui all'art. 3, comma 79,
della l. n. 305 del 2003; in caso di deliberazione negativa, chiedono
che sia rimessa al giudice delle leggi lo scrutinio di legittimità
costituzionale della citata disposizione che ai fini del riconoscimento
del beneficio economico di cui si tratta opera una irragionevole
distinzione fra magistrati a seconda che facciano parte stabilmente o
meno dell'organico della Corte di cassazione.
11. Al riguardo la Sezione osserva quanto segue.
11.1. L'art. 79, comma 3, l. 24 dicembre 2003, n. 350, prevede,
nell'attuale formulazione risultante dalla modifica apportata dalla l. 28
dicembre 2015, n. 208, che "Ai magistrati che esercitano effettive
funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione e la relativa
Procura generale, nonché a quelli in servizio presso la Direzione
nazionale antimafia e antiterrorismo, a quelli in servizio presso le
sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato e presso le sezioni
giurisdizionali della Corte dei conti centrale e la relativa Procura
generale compete l'indennità di trasferta per venti giorni al mese,
escluso il periodo feriale, ove residenti fuori dal distretto della corte
d'appello di Roma".
Ai fini del riconoscimento del diritto a percepire l'indennità di trasferta
sono pertanto richieste due condizioni, vale a dire: a) l'esercizio
"effettivo delle funzioni di legittimità" presso la Corte di cassazione e
la relativa Procura generale; b) la residenza fuori del distretto della
Corte d'appello di Roma.
11.2. Mentre il requisito sub [b]) non pone particolari problemi
interpretativi, risolvendosi in un fatto, oggettivamente rilevabile,
quanto per definire il requisito sub a) (cioè l'esercizio effettivo di
funzioni di legittimità presso la Cassazione e la relativa Procura
generale) occorre riferirsi alle previsioni dell'art. 65, comma 1, del r.d.
30 gennaio 1941, n. 12, e dell'art. 10, comma 6, del d.lgs. 5 aprile
2006, n. 160.
Il primo stabilisce che "La Corte Suprema di Cassazione, quale organo
supremo della giustizia, assicura l'esatta osservanza e l'uniforme
interpretazione della legge, l'unità del diritto oggettivo, il rispetto dei
limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di
attribuzione ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge";
il secondo dichiara che "Le funzioni giudicanti di legittimità sono quelle
di consigliere presso la Corte di cassazione; le funzioni requirenti di
legittimità sono quelle di sostituto procuratore generale presso la
Corte di cassazione").
Dal coacervo di tali disposizioni si ricava che le "funzioni di legittimità"
sono quelle svolte dai magistrati presso la Corte di cassazione, che si
compendiano nella specifica attività rivolta a garantire "l'esatta
osservanza e l'uniforme interpretazione della legge, l'unità del diritto
oggettivo, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni", a regolare "i
conflitti di competenza e di attribuzione" e ad adempiere tutti gli altri
compiti attribuiti dalla legge all'ufficio giudiziario della Corte di
cassazione.
L'effettività di tali funzioni ne implica il concreto svolgimento e che
non ricorra una causa di temporanea sospensione dal loro esercizio
(C.d.S., sez. IV, 7 dicembre 2006, n. 7210).
11.3. Così ricostruito il quadro sistematico-normativo di riferimento
agli appellanti non spetta l'indennità di trasferta per l'attività svolta di
"assistenti di studio", in quanto non rientrante nell'esercizio delle
funzioni di legittimità, né assimilabile a queste.
11.3.1. Come correttamente rilevato dal tribunale, l'attività svolta dai
magistrati in servizio presso l'Ufficio del Massimario e del Ruolo della
Corte di cassazione come "assistenti di studio", come emerge dalla
previsione dall'art. 115, comma 2, dell'Ordinamento giudiziario, si
sostanzia nella possibilità di "... assistere alle camere di consiglio della
sezione della Corte cui sono destinati, senza possibilità di prendere
parte alla deliberazione o di esprimere il voto sulla decisione" ed
ancora, come previsto dalla delibera del CSM 4 dicembre 2013
("Criteri per la destinazione dei magistrati addetti all'ufficio del
massimario e del ruolo alle Sezione della Corte di cassazione con
compiti di assistente di studio, in attuazione di quanto previsto
dall'art. 74 del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69 (convertito nella
legge 9 agosto 2013, n. 98)", di "redigere, sulla base delle istruzioni
del presidente e del consigliere relatore, relazioni preliminari
contenenti una sintesi dei motivi di ricorso e dei precedenti
giurisprudenziali rilevanti, nonché l'indicazione di eventuali questioni
rilevabili d'ufficio e, ove occorra, elementi essenziali sullo svolgimento
del processo".
Essi dunque non compongono il collegio chiamato a decidere la
controversia e non possono partecipare in alcun modo alla formazione
della volontà della decisione, limitandosi piuttosto a svolgere
un'attività (sia pur di particolare rilevanza) preparatoria e preliminare
alla decisione giudiziale in senso stretto ed alla quale non prendono
parte: essi pertanto non svolgono alcuna attività di jus dicere.
L'attività di "assistenza di studio" così descritta costituisce piena
attuazione dei compiti propri dei magistrati addetti all'Ufficio del
massimario e del ruolo della Corte di cassazione che, come avviene
mediante la redazione delle "massime", sono d'ausilio e supporto
all'esercizio della funzione giurisdizionale: non vale a farla qualificare
diversamente o addirittura a mutarne la natura giuridica il mero fatto
che essa sia svolta direttamente presso - e a servizio di - una specifica
sezione giudicante della Corte di cassazione.
11.3.2. Non conduce a conclusioni diverse la circostanza evidenziata
dagli appellanti di non essersi limitati, nel periodo di svolgimento
dell'attività di "assistenti di studio", a redigere le relazioni preliminari
con il contenuto indicato dalla delibera del CSM, ma di aver anche
predisposto veri e propri "schemi di sentenze", che, deliberati ed
approvati dal collegio giudicante, sono divenuti, poi, il testo ufficiale e
definitivo della sentenza (circostanza ulteriormente comprovata dal
fatto, attestato da apposita produzione documentale, che tali sentenze
siano state accompagnate dalla dicitura "redatta con la collaborazione
dell'assistente di studio", che darebbe conto dell'effettivo svolgimento
della funzione propria del magistrato giudicante e quindi di quella di
legittimità).
Sul punto è sufficiente osservare che lo "schema di sentenza" è solo
una modalità, alternativa alla "relazione preliminare", che dà conto
dell'attività di studio e approfondimento della causa.
Il fatto che il contenuto della bozza sia più o meno integralmente
trasfuso nel testo della sentenza non qualifica il redattore come un
decisore: il trasferimento del contenuto della bozza nella sentenza non
è l'effetto di una mera attività formale e materiale, ma implica un
momento volitivo - la decisione - alla quale il redattore della bozza è
assolutamente estraneo non solo in punto di fatto, ma anche dal
punto di vista giuridico perché egli non fa (e non può far) parte del
collegio giudicante.
Insomma è solo l'approvazione del collegio che trasforma lo "schema
di sentenza" in "sentenza", ovvero l'attività preparatoria in attività
decisoria; per di più quell'approvazione è l'in sé della funzione di ius
dicere e ad essa non è immediatamente riferibile l'attività preliminare
e preparatoria dell'assistente di studio.
11.3.3. Le considerazioni svolte sulla non assimilabilità dell'attività
svolta dagli assistenti di studio alla funzione giurisdizionale di
legittimità esclude in radice ogni dubbio sulla legittimità costituzionale
dell'art. 79, comma 3, della l. n. 305 del 2003: la diversità delle
funzioni svolte dai magistrati che esercitano funzioni di legittimità
presso la Corte di cassazione rispetto a quelle svolte dagli assistenti di
studio rende non irragionevole il riconoscimento solo ai primi
dell'indennità di trasferta prevista.
11.3.4. I primi due motivi di gravame devono essere pertanto respinti.
12. Le stesse ragioni che conducono a negare agli appellanti la
spettanza dell'indennità di trasferta di cui al più volte citato art. 3,
comma 79, della l. n. 350 del 2003 per l'attività svolta quali assistenti
di studio impongono tuttavia di riconoscerne il diritto per il periodo di
applicazione alle Sezioni civili e penali della Corte di cassazione, in
relazione al quale non può postularsi il non esercizio delle "funzioni di
legittimità".
12.1. Depone innanzitutto in tal senso la specifica previsione del terzo
comma dell'art. 115 dell'Ordinamento giudiziario (inserito dall'art. 1,
comma 1, del d.l. 31 agosto 2016, n. 168, convertito in l. 25 ottobre
2016, n. 197) secondo cui "Il primo presidente della Corte di
cassazione, al fine di assicurare la celere definizione dei procedimenti
pendenti, tenuto conto delle esigenze dell'ufficio del massimario e del
ruolo e secondo i criteri previsti dalle tabelle di organizzazione, può
applicare temporaneamente, per un periodo non superiore a tre anni e
non rinnovabile, i magistrati addetti all'ufficio del massimario e del
ruolo con anzianità di servizio nel predetto ufficio non inferiore a due
anni, che abbiano conseguito almeno la terza valutazione di
professionalità, alle sezioni della Corte per lo svolgimento delle
funzioni giurisdizionali di legittimità".
Oltre ad essere precisa ed inequivocabile la cesura con il contenuto
del secondo comma 2 del medesimo art. 115, dove per l'attività degli
"assistenti di studio" è espressamente esclusa la partecipazione alla
deliberazione del collegio e l'espressione del voto in camera di
consiglio, è espressamente stabilito che i magistrati applicati sono
chiamati a svolgere "funzioni giurisdizionali di legittimità".
Peraltro lo svolgimento di queste ultime costituisce la
stessa ratio della norma finalizzata "... alla celere definizione dei
procedimenti pendenti", assicurando al supremo ufficio giudiziario una
dotazione organica aggiuntiva nel rispetto della necessaria
competenza e professionalità dei magistrati così applicati (possono
infatti essere applicati i magistrati addetti all'Ufficio del massimario e
del ruolo che abbiano almeno due anni di anzianità di servizio in
quell'ufficio e abbiano conseguito almeno la terza valutazione di
professionalità).
Dalla documentazione versata in atti è emerso che gli appellanti,
applicati alle Sezioni civili e penali per provvedimento del Primo
Presidente della Corte di cassazione (decreto 14/2017), sono stati
effettivamente inseriti quali componenti pleno iure nei collegi
d'udienza dai Presidenti delle sezioni, così che essi sono stati
considerati a tutti gli effetti componenti del collegio sin dalla fase di
predisposizione dei collegi decidenti, hanno partecipato all'udienza ed
alla camera di consiglio ed hanno redatto le sentenze.
12.2. Non può pertanto essere condivisa la diversa ricostruzione
operata dal tribunale, secondo cui il periodo di applicazione dei
magistrati presso le Sezioni civili e penali sarebbe una "sorta di
tirocinio" finalizzato ad acquisire la professionalità del consigliere di
cassazione, da conseguire poi in ogni caso solo con la partecipazione
al relativo concorso.
Come accennato in precedenza, lo scopo della previsione di cui al
terzo comma dell'art. 115 dell'Ordinamento giudiziario, come
modificato dall'art. 1, comma 2, del d.l. 31 agosto 2016, n. 168,
convertito in l. 25 ottobre 2016, n. 197, non è quello di creare un
percorso speciale e privilegiato per la formazione di magistrati che
dovranno poi svolgere funzioni di legittimità presso la Corte di
cassazione, quanto quello di incrementare il numero dei magistrati
delle Sezioni civili e penali della Corte per una "celere definizioni dei
procedimenti pendenti": si tratta pertanto di una misura organizzativa
la cui effettività e ragionevolezza impone che i magistrati applicati
svolgano effettivamente le funzioni di legittimità.
Né a smentire tali conclusioni può opporsi la temporaneità
dell'applicazione, che non può essere superiore a tre anni e non è
rinnovabile: infatti proprio la temporaneità dell'applicazione non incide
né sull'effettività delle funzioni svolte, né sulla natura delle stesse
(funzioni di legittimità); per altro essa esclude che la misura
organizzativa de qua sia volta a formare una speciale distinta
categoria di magistrati destinati ad esercitare in futuro stabilmente le
funzioni giurisdizionali di legittimità, avendo essa al contrario lo scopo
di fronteggiare adeguatamente l'ingente carico dei processi pendenti.
12.3. Neppure è condivisibile la tesi secondo cui l'impossibilità di
riconoscere la spettanza dell'indennità di trasferta anche ai magistrati
applicati alle Sezioni civili e penali della Corte deriverebbe dal vincolo
imposto dall'art. 81, comma 3, Cost., laddove prevede che "Ogni legge
che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte",
e di conseguenza dalla mancata previsione ed autorizzazione alla
relativa (attualmente consentita solo per i magistrati inseriti
stabilmente nell'organico della Corte di cassazione).
È sufficiente osservare che l'esistenza di un diritto non può essere
condizionato all'esistenza della copertura economica della spesa che
esso comporta, né la copertura di spesa prevista può essere concepita
come limite al riconoscimento del diritto, dovendo al riguardo
aggiungersi che lo stesso legislatore ha previsto all'art. 17 (Copertura
finanziaria delle leggi), comma 13, della l. 31 dicembre 2009, n. 196
(Legge di contabilità e finanza pubblica) che: "Il Ministro dell'economia
e delle finanze, allorché riscontri che l'attuazione di leggi rechi
pregiudizio al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica,
assume tempestivamente le conseguenti iniziative legislative al fine di
assicurare il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione. La medesima
procedura è applicata in caso di sentenze definitive di organi
giurisdizionali e della Corte costituzionale recanti interpretazioni della
normativa vigente suscettibili di determinare maggiori oneri, fermo
restando quanto disposto in materia di personale dall'articolo 61 del
decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165".
12.4. Il terzo motivo di appello deve essere pertanto accolto, con
assorbimento del quarto. Per l'effetto agli appellanti deve essere
riconosciuto agli appellanti il diritto alla corresponsione dell'indennità
di trasferta ex art. 3, comma 79, della l. 24 dicembre 2003, n. 350, per
il periodo di applicazione alle sezioni civili e penali presso la Corte di
cassazione in misura proporzionale alla loro effettiva partecipazione ai
collegi giudicanti; il Ministero della giustizia deve essere condannato
alla pagamento delle relative somme, con interessi legali decorrenti
dalle date di maturazione del credito, mentre non spetta la
rivalutazione monetaria, stante la natura indennitaria e non retributiva
dell'indennità in questione.
13. In conclusione, l'appello va accolto nei limiti indicati in motivazione
e, per gli effetti, in parziale riforma della sentenza di primo grado
devono essere accolti i motivi aggiunti proposti, con condanna del
Ministero della giustizia al pagamento delle somme spettanti come
indicato in motivazione.
14. Le spese di lite di entrambi i gradi di giudizio, in ragione della
parziale fondatezza della pretesa, possono essere compensate per la
metà e per il resto sono poste a carico del Ministero della Giustizia e
sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta),
definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto,
lo accoglie nei limiti di cui in motivazione e, per l'effetto, in parziale
riforma della sentenza impugnata accoglie i motivi aggiunti proposti in
primo grado, riconoscendo il diritto dei ricorrenti a percepire
l'indennità di trasferta di cui all'art. 3, comma 79, l. 24 dicembre 2003,
n. 350 nei termini di cui in motivazione; condanna il Ministero della
Giustizia al pagamento delle somme spettanti, secondo quanto
indicato in motivazione.
Compensa per metà le spese del doppio grado del giudizio, e per
l'altra metà, le pone a carico del Ministero della Giustizia, liquidandole
in complessive euro 4.000,00 (quattromila), oltre spese ed accessori di
legge.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità
amministrativa.