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nuova umanità trimestrale di cultura
Fondata da Chiara Lubich nel 1978,
Nuova Umanità è una rivista
multitematica che, alla luce del carisma
dell’unità, dialoga con le prospettive controcorrente
culturali del mondo contemporaneo. Futuro oggi - G. Iorio
Fallimento e generatività – A. Spolti
Millennials e iGen nuova umanità
Promuove un pensiero aperto, sostenuto Focus
dall’impegno scientifico ed esistenziale
Millennials e iGen
di quanti vi scrivono, volto alla ricostruzione Vivere è rischiare – E. Pili
della trama d’unità sulla quale si dispiegano Il desiderio di volare – A. Clemenzia
le vicende umane. Osare l’utopia - D. Penna
Un altro protagonismo – M. Nsavyimana
Esplora il presente per valorizzare quanto scripta manent
contiene di vero, di bene e di bello; interpella Un vincolo sodo di... Gioia – C. Lubich
il passato per leggerne la sapienza; scruta parole chiave
Rischiare/osare – E. Pili
l’avvenire per contribuire a costruirlo secondo
le migliori aspirazioni delle donne e degli uomini punti cardinali
di buona volontà. Il Vangelo secondo Manzoni –
E. Carrai
[Link]/riviste Cammini samaritani – V. Rosito
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento
dei Focolari: gli anni della prova -
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nuova umanità trimestrale di cultura
rivista fondata da Chiara Lubich nel 1978
controcorrente
Futuro oggi. La realtà dei giovani contemporanei - G. Iorio ______ » pp. 5-10
L’articolo affronta il tema dei giovani nella società contemporanea esplicitando le
premesse sociali e culturali necessarie a identificare il loro essere giovani. L’Auto-
re evidenzia il passaggio storico attuale nel quale la giovinezza è spesso diventata
una trappola a causa della difficoltà a entrare nell’età adulta. Allo stesso tempo, i
millennials sono portatori di pratiche di vita fondate sulla condivisione dei beni e
offrono così una speranza per rispondere alla sfida sociale delle diseguaglianze e
della sostenibilità.
Fallimento e generatività - A. Spolti __________________________ » pp. 11-17
Quante volte come educatori abbiamo sperimentato un senso di fallimento nell’ac-
compagnamento di adolescenti e giovani. Pur essendo coscienti dei nostri limiti
questa sensazione la proviamo quando, dopo aver dedicato tempo, energie, idee
per l’accompagnamento, ci sembra che il lavoro svolto sia stato del tutto inutile e
inefficace. Sappiamo bene che non ci sono ricette particolari o formule preconfezio-
nate che ci permettano di agire con incisività e successo sugli adolescenti, e che li
potranno conseguentemente far continuare sicuri sul cammino intrapreso. Ciò che
tento di proporre è di ragionare su un procedimento opposto, cioè guardare a questi
importanti momenti di crisi da un’altra prospettiva: ossia, tentare di trasformare
questo inevitabile senso di fallimento in una nuova forza da cui ripartire.
Focus
Millennials e iGen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials - E. Pili _____________ » pp. 19-33
Il presente saggio si articola in tre parti. La prima tratteggia l’identità e il contesto
dei millennials, provando a dischiudere alcune delle principali sfide che questi ultimi
si trovano ad affrontare. La seconda ripercorre alcuni discorsi del papa ai giovani,
al fine di mettere in luce la centralità della categoria del “rischio”. La terza, infine, si
concentra sulla figura e sulla testimonianza della giovane Chiara Lubich, alla ricerca
di una originalissima identità giovanile, capace di affrontare la contemporaneità con
cuore e occhi nuovi.
sommario
Il desiderio di volare - A. Clemenzia ________________________ » pp. 35-47
Dall’inevitabile prospettiva di chi si trova nella doppia posizione di educando ed
educatore, il presente articolo intende proporre una chiave di lettura della realtà
giovanile, affrontando la tematica del desiderio, e guardandola attraverso l’imma-
gine del volo. La convinzione di fondo è che l’odierna sfida educativa faccia tutt’uno
con la sfida del desiderio. Una generazione chiamata a spiccare il volo – «Chi può
fermare il volo dei gabbiani?» cantava il Gen Rosso – non può ridursi ad essere,
come amava dire Giorgio Gaber, un «gabbiano ipotetico».
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare - D. Penna ____________ » pp. 49-59
Vedere il frutto nel seme, sognare scenari possibili, più fraterni e più umani, lavo-
rando con speranza e fiducia affinché il sogno possa diventare realtà. Questa è la
dinamica giovanile per eccellenza. Tuttavia la società del consumo, che trasforma
il mondo in un divano, sembra minacciare alla radice la capacità di sperare l’utopia.
Come difendersi, in quanto giovani, da tale pericolo? Come custodire quell’intima
generosità che porta a scegliere la relazione e la vita di contro al possesso e all’af-
fermazione di sé? Cosa chiedere, in questo senso, al prossimo sinodo, dedicato ai
giovani? Il saggio tenta di pensare l’identità del giovane e il suo ruolo nella società
attuale, proponendo piste di riflessione sulle domande profonde che la globalizza-
zione e la società del consumo suscitano alla gioventù.
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
- M. Nsavyimana __________________________________________ » pp. 61-70
Muovendo dall’interpretazione che i giovani danno alla parola “protagonismo”,
quand’esso è equivocato e vissuto come impegno nel terrorismo, nelle manifesta-
zioni violente, nella droga e così via, questo articolo cerca di approfondire il signifi-
cato politico e sociale dell’invito di papa Francesco ad essere “giovani del rischio”.
Partiremo dal contesto attuale dei giovani, riflettendo sulla loro modalità di azione
negli ultimi anni, per poi muoverci nella direzione di un altro protagonismo, capace
di mettersi sulla scia delle grandi generazioni passate (come, ad esempio, Gandhi in
India, Martin Luther King negli Usa, Nyerere in Tanzania).
scripta manent
Un vincolo sodo di... Gioia - C. Lubich _______________________ » pp. 71-73
Fosca era una giovane che aveva partecipato a uno degli incontri delle terziarie
francescane tenuti da Chiara Lubich. Chiara quasi non la conosce, eppure con di-
screzione e al tempo stesso con audacia, spinta dal desiderio d’amore che la abita,
presenta l’Ideale della “perfetta letizia” che lei vorrebbe donare a Fosca.
sommario
parole chiave
Rischiare/osare - E. Pili ____________________________________ » pp. 75-76
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni - E. Carrai ______________________ » pp. 77-95
Il ventitreesimo capitolo de I promessi sposi del Manzoni, definito giustamente «il
cuore religioso del romanzo», rivela sorprendenti analogie e rimandi al così detto
capitolo della misericordia del Vangelo di Luca. Se, come afferma Piero Boitani, «la
scrittura è sempre ri-scrittura» e in special modo ri-scrittura della Bibbia, possiamo
cogliere nell’incontro tra l’innominato e il cardinal Borromeo una forma di ri-scrit-
tura del quindicesimo capitolo lucano. Ri-scrittura esplicita e implicita, articolata in
richiami al dettato evangelico e coniugata in una ripresa dei dinamismi esistenziali
narrati dall’Evangelista. L’incontro fra queste due “personalità”, ci rimanda così nei
modi e nei gesti a quegli incontri evangelici di Gesù coi peccatori del suo tempo:
realmente una loro ri-scrittura.
Cammini samaritani. Per un’’ecologica integrale - V. Rosito » pp. 97-106
Il presente articolo intende focalizzarsi sul concetto di prossimità all’interno
dell’orizzonte scientifico e culturale dell’ecologia integrale come particolare de-
terminazione della scienza ecologica e alla luce della recente formulazione datane
nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. L’Autore analizza lo stato della socialità
contemporanea alla luce di tre concetti ermeneutici privilegiati: accelerazione, im-
personalità e invidia. In particolare: l’accelerazione tecnologica, dei mutamenti so-
ciali e dei ritmi di vita (secondo la recente scansione della teoria dell’accelerazione
sociale di Hartmut Rosa); l’impersonalità delle istituzioni di cura e di assistenza nelle
moderne società dei servizi; l’invidia quale patologia dello sguardo e cattiva gestione
della prossimità esistenziale e sociale.
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova.
A proposito di un libro di Lucia Abignente - P. Siniscalco _______» pp. 107-121
L’Autore di questo saggio ci propone, con accuratezza storica e ricchezza di partico-
lari, la sua personale lettura del volume di recente pubblicazione di Lucia Abignente,
“Qui c’è il dito di Dio”. Carlo De Ferrari e Chiara Lubich: il discernimento di un carisma
(Città Nuova, Roma 2017), in cui si ricostruisce il rapporto di intensa spiritualità e
di vivissima sensibilità ecclesiale tra Chiara Lubich e l’arcivescovo di Trento Carlo
de Ferrari, con speciale attenzione al ruolo che questi svolse nel riconoscere “l’agire
di Dio” nella nascente realtà dei Focolari. Vengono particolarmente evidenziati tre
sommario
pregi dell’opera di Lucia Abignente: la conoscenza più autentica della figura di mon-
signor de Ferrari; l’atteggiamento di Chiara Lubich durante i difficili anni di studio
da parte delle autorità della Chiesa; e, infine, i motivi che mossero queste ultime a
condurre esami così accurati sul nascente Movimento, che portarono alla sua prima
approvazione pontificia del 1962.
Storia di Light. 14. Nasce (e cresce) la città di Maria - I. Giordani __» pp. 123-136
Giordani ritorna sul tema della Mariapoli, cui aveva già accennato nella puntata pre-
cedente, per sottolinearne l’importanza nella storia dei Focolari e descriverne la sto-
ria e la vita in modo più approfondito e sistematico. La dipinge in un quadro vivace e
seducente, che ci fa penetrare nella semplicità evangelica della vita dei mariapoliti.
Giovani, religiosi, sacerdoti e famiglie… passeggiate ed escursioni, torrenti e cime
dolomitiche, lezioni e momenti formativi, commedie: tutti ingredienti che compon-
gono armoniosamente la vita di quella originale città di Maria.
in biblioteca
Come non letto di A. Zaccuri - C. Cianfaglioni ______________ » pp. 137-142
L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino - G. Diana _ » pp. 143-147
Trinità ed etica di A. Ferrari - D. Chiapetti _________________ » pp. 148-152
english summary – a cura di D. O’Byrne____________________ » pp. 153-156
murales – G. Berti __________________________________________ » p. 160
controcorrente
Futuro oggi
La realtà dei giovani contemporanei
Gennaro 1. A prima vista il ciclo della vita umana sembra una
questione puramente biologica. Ma la sequenza nascita,
Iorio infanzia, maturità, vecchiaia e morte è anche una que-
stione sociale, perché la lunghezza, gli stadi, i problemi
docente di
sociologia e e le opportunità dipendono dalla società in cui viviamo.
sociologia Nelle nostre società i vecchi sono gli ultraottantenni,
dell’innovazione ma tra i malnutriti ik ugandesi la vecchiaia inizia prima
all’università dei trent’anni, come in Europa fino al Settecento. Ogni
degli studi
società impone la propria concezione del ciclo vitale al
di salerno.
membro della processo fisiologico della crescita e dell’invecchiamen-
international to. Di conseguenza l’arco della vita umana viene suddi-
sociological viso arbitrariamente in stadi a cui corrispondono diritti e
association. obblighi. Infatti, la società contemporanea ha visto ap-
membro
parire due fenomeni radicalmente nuovi: l’adolescenza,
del centro
interdisciplinare che costituisce un intercalarsi tra l’infanzia e l’età adulta;
di studi “scuola e poi quello inedito della quarta età.
abbà” e del gruppo La questione della giovinezza quindi non può essere
internazionale affrontata in termini quantitativi, rispetto alla mera età.
social-one.
Essa va affrontata in una prospettiva di “qualità” dell’es-
sere giovani. Solo qualche anno fa, in Italia, l’Istat defini-
va “giovani” le persone comprese tra i 14 e i 28 anni. Ora
partiamo da 16, qualcuno conta da 18, e arriviamo a 30,
ma molti si spingono sino ai 40. Il dato ci porta a conclu-
dere che ogni società quantificherà l’estensione dell’età
giovanile a seconda del contesto organizzativo della sua
struttura. Vari fattori vi influiranno. Uno riguarda la di-
mensione demografica rispetto all’indicatore della vita
nuova umanità 230 5
controcorrente
Futuro oggi. La realtà dei giovani contemporanei
media. Infatti, una persona medievale che viveva in media quarant’anni, ve-
niva considerata adulta a venticinque anni. Tale età, invece, è appena giova-
ne nelle nostre società occidentali contemporanee. Le società illetterate a
economia agricola considerano un ventenne un uomo adulto e una quattor-
dicenne in età da matrimonio, mentre le nostre società occidentali attuali li
considereranno un giovane il primo, e poco più di una bambina adolescente
la seconda.
La valutazione dell’età dipende anche dai valori di valutazione della gio-
vinezza. In una società patriarcale e gerontocratica il senso dell’età giovanile
è diverso da una società giovanilista come quella capitalista attuale. Nel-
la prima essere giovani è sinonimo di avventatezza e inesperienza; mentre
nella seconda si pensa all’età giovanile come sinonimo di vitalità e di forza
rispetto all’appagamento e alla quiete della maturità.
Ciò che si deve evidenziare è che quando si parla di giovani bisogna com-
prendere le dimensioni antropologica e storica di cui sono portatori e che ne
definiscono il concetto e la loro sfuggente identificazione. Da questo punto
di vista è molto utile introdurre una distinzione operata da Karl Mannheim
per comprendere il concetto di generazione. Secondo questo studioso la
generazione è caratterizzata dall’esposizione a influenze culturali o eventi
storici del medesimo tipo. Quindi, non è solo essere nati in uno stesso arco
di tempo che definisce una generazione, ma l’avere in comune i valori, gli
atteggiamenti e le opinioni riguardanti la società e la politica. Le genera-
zioni giovani così definite si formano quando vi è un evento storico o un
mutamento sociale come una rivoluzione, una crescita o un declino econo-
mico, l’avvento di un ciclo di obbligo scolastico, l’introduzione di una nuova
tecnologia. Tali cambiamenti provocano trasformazioni sull’intera società,
ma marchiano in modo particolare gli orientamenti dei giovani, cioè di quei
soggetti compresi tra i 16 e i 25 anni che sono più sensibili, perché sono in
quella fase in cui si indeboliscono i legami con genitori e adulti significativi e
in cui i giovani si trovano in una condizione di forte ricettività.
2. Fino agli anni Cinquanta la gioventù terminava quando si assumeva-
no i ruoli familiari. Per le donne significava contrarre matrimonio e avere
figli. Per i maschi in particolare erano cinque le soglie da varcare per uscire
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gennaro iorio
dalla condizione giovanile: a) concludere gli studi; b) avere un’occupazione
stabile; c) lasciare la casa dei genitori; d) sposarsi; e) avere figli. Nella socie-
tà contemporanea, invece, questa transizione è diventata più accidentata,
caratterizzata da percorsi differenti e da tempi più lunghi. Questo vuol dire
che le tappe sono conseguite a un’età differente e intrecciate tra loro nella
sequenza. Tale trasformazione è conosciuta come prolungamento della fase
giovanile, che è una tendenza comune a tutti i Paesi occidentali, seppure
con differenti accentuazioni. Anche in Italia si registra un aumento dell’età
in cui si terminano gli studi, si lascia la casa dei genitori, ci si sposa e si han-
no figli, mentre si è abbassata l’età in cui si ha la prima relazione di coppia
e il primo rapporto sessuale. L’effetto di questo nuovo intreccio è che si è
prodotta una nuova età ibrida, quella dei “giovani adulti”, non ancora del
tutto compresa come fase di vita specifica. La sfida in questa nuova età è
trovare un lavoro, un marito o una moglie e avere una carriera. Da quando la
scansione è entrata in crisi, le traiettorie non sono più così scontate: spesso
si ribaltano e si intersecano tra loro. Si è allungata la fase della formazione,
è cresciuta l’età media in cui si consegue il primo impiego, quella del ma-
trimonio e della condizione genitoriale. In Italia, gli occupati under 25 nel
1991 erano il 29,2%, nel 2015 sono diventati il 20%. La disoccupazione e la
precarietà diventano fattori strutturali che fanno da sottofondo alle scelte di
vita personali. Nello stesso periodo il 30% della fascia 25-34 anni viveva in
famiglia, nel 2011 ha superato il 40%, eppure gli under 35 sono sempre più
minoranza in Italia, passando dal 30% a poco più del 20% della popolazio-
ne negli ultimi venti anni. Tale andamento, di “ritardata” uscita dei giovani
dalla casa genitoriale, è significativo in tutto l’Occidente. Negli Stati Uniti e
in Europa si è registrata, dal 1940, una diminuzione dell’età di uscita dalla
casa dei genitori da parte dei giovani nel primo ventennio, mentre quest’età
è tornata a crescere dopo gli anni Sessanta. In Italia l’uscita è passata dai
25,5 anni per gli uomini e i 22,5 per le donne, della coorte nata tra il 1937 e
il 1946, ai 31 e 29,5 anni, rispettivamente per gli uni e per le altre, nel 2007.
E il dato continua a crescere.
L’estensione della fase giovanile è riconducibile alla diffusione e all’allun-
gamento della scolarità di massa e alle trasformazioni strutturali avvenute
nell’economia, resa sempre più flessibile dalle regole del mercato del lavoro.
nuova umanità 230 7
controcorrente
Futuro oggi. La realtà dei giovani contemporanei
Ma molto è dovuto al peso della cultura che chiede ai giovani la valorizza-
zione del sé. L’aumento delle opzioni nelle scelte di vita pone i giovani di oggi
nella condizione di dedicare più tempo ed energie alla ricerca di senso e alla
piena autorealizzazione.
3. Prendendo in considerazione i nati nel nuovo secolo – detti anche mil-
lennials – che sono una vera e propria generazione, vediamo che non sono
solo una coorte perché venuti al mondo in uno stesso arco di tempo, ma
rappresentano culturalmente uno stacco con la generazione precedente. La
generazione che ci è di fronte è la prima nata nell’era digitale. Molta lette-
ratura parla di “generazione Internet”, “net generation”, “web generation” o
“blog generation”. Espressioni per designare non tanto i protagonisti delle
invenzioni tecnologiche legate a Internet, ma i principali fruitori di una tec-
nologia che definisce il contesto della vita delle relazioni, in quanto segna la
vita principalmente dei giovani d’oggi, non solo italiani, ma nel mondo intero.
Il digitale, infatti, trasforma le coorti in generazione nell’accezione indicata
da Mannheim, crea e segna la generazione, nel senso che lo spazio storico
e le influenze culturali danno vita ad una discontinuità. Tale discontinuità è
assimilabile alla gioventù sessantottina, che ha messo in discussione, dal
punto di vista delle pratiche culturali, la generazione degli adulti, ovvero ha
rinnovato il rapporto con se stessi, con gli altri e con la realtà circostante.
Tale evidenza è osservabile anche nella trasmissione del patrimonio cultu-
rale tradizionale dai genitori ai figli, che non è più possibile nelle modalità
consolidate nel mondo del social network.
I millennials studiano seguendo corsi via Skype, socializzano con perso-
ne grazie a Facebook, chiacchierano con i coetanei con Twitter o Instagram,
condividono case e vestiti grazie alla Internet della comunicazione; ma
contemporaneamente condividono cose, auto, biciclette e mezzi collettivi,
grazie alla Internet della logistica. Questi loro comportamenti concreti rap-
presentano una inversione nei trend che ci hanno portato nell’attuale tempo
storico, in cui la questione ambientale e l’esacerbarsi delle diseguaglianze
stanno minando la pace e la sopravvivenza dell’umanità. Queste pratiche
rappresentano una secessione dagli stili di vita fondati sulla fede in una
crescita materiale illimitata, favorendo allo stesso tempo uno sviluppo eco-
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gennaro iorio
nomico sostenibile che fa dell’economia circolare la sua cifra più tipica. La
nuova generazione è portatrice di una cultura collaborativa, inaugurandone
già la sua nascita.
Le reti di collaborazione comunicativa e logistica nei giovani d’oggi stan-
no mettendo in discussione la cultura del “mio” contro il “tuo”, su cui si è
fondato il sistema capitalistico caratterizzato da rapporti di proprietà pri-
vata, scambi di mercato e confini nazionali. Gli scettici verso questo tipo di
affermazione dovrebbero tenere in conto ciò che viene dalle ricerche inter-
nazionali più recenti. Nel 2012 un campione di giovani americani patentati di
18-24 anni ha dichiarato che tra il possesso di un’auto e l’accesso a Internet
sceglierebbe quest’ultimo. Anche in Italia l’Ania, l’Associazione nazionale
delle imprese assicuratrici, segnala come tra il 2005 e il 2016 il tasso di
motorizzazione della fascia più giovane dei conducenti italiani sia sceso dal
53% al 37%. Il dato sorprende perché l’automobile è stata il simbolo del-
la seconda rivoluzione industriale, quella mossa dal petrolio, dal telefono e
dall’auto. Ma l’auto, più di tutti gli altri, è stata il simbolo del sistema capi-
talistico. La sua proprietà è stata sinonimo di autonomia e di libertà. Essa
era la forma più compiuta della libertà negativa, tipica del mercato capitali-
stico, che si esprime nel diritto a escludere gli altri: il mio, il possedimento,
la proprietà si riconoscono perché sono esclusivi ed escludenti. L’auto ha
segnato, quindi, i sogni e le speranze di intere generazioni di giovani fin dagli
inizi del secolo scorso. Anzi, l’auto ha segnato il secolo scorso. Infatti, le no-
stre società industriali sono state indicate anche come società fordiste, dal
nome di Henry Ford, il più grande produttore di auto, che inventò la catena
di montaggio per produrre la Ford T. Quel modello produttivo metalmec-
canico ha dato il segno a un’epoca storica caratterizzata dal compromesso
tra capitale e lavoro e dall’intervento pubblico mediante la creazione dello
Stato sociale.
Oggi tutto questo sembra scricchiolare. E quando ai giovani consumatori
viene chiesto di scegliere il loro marchio preferito, tra i primi dieci brand ci
sono aziende di Internet e nessuna casa automobilistica.
La logica open source è il tratto distintivo della nuova generazione che
vede i rapporti di potere in una prospettiva radicalmente differente rispetto
a nonni e genitori. I ragazzi del nuovo millennio non si dividono tra destra e
nuova umanità 230 9
controcorrente
Futuro oggi. La realtà dei giovani contemporanei
sinistra o capitalismo e socialismo. Il modello che seguono è invece cultu-
ralmente diverso, in cui l’“altro” è considerato come “se stesso”. Quando si
relazionano con le realtà istituzionali, come imprese, governi, partiti, Chiese
o sistema scolastico, guardano se esse sono organizzate in gerarchie, se
sono centralizzate o chiuse, o se, invece, esse sono organizzate in logiche
aperte, distribuite, collaborative, paritarie. Sono queste dimensioni culturali
che hanno spinto i giovani a protestare nelle piazze di tutto il mondo: in Egit-
to a piazza Tahrir nella primavera araba, negli Stati Uniti a Wall Street per
gli Occupiers, al Gezi Park di Istanbul, tra le strade delle favelas di San Paolo,
in Spagna animando gli Indignados. Nella diversità di latitudine, tutti questi
giovani chiedevano inclusione, trasparenza, abolizione dell’autoritarismo e
una cultura condivisiva, fondata sulla messa in comune delle risorse infra-
strutturali. Un’opposizione espressa anche in Italia nelle recenti elezioni po-
litiche in cui più di un giovane su due ha votato il Movimento cinque stelle,
che ha assunto un’organizzazione in sintonia con il loro agire.
Certo, questa generazione, come quella sessantottina, ha registrato
molte sconfitte nel panorama mondiale. Ma proprio come quella genera-
zione del Sessantotto ha poi segnato la società a venire, così i millennials
hanno avviato una critica al mondo degli adulti che marchierà il futuro, come
i segnali del presente annunciano.
Questa generazione, forse anche in maniera non del tutto consapevole,
rappresenta una possibilità nuova, un futuro che si gioca, da un lato, nella
capacità di sopravvivenza della nostra specie e, dall’altro, nel combattere
le crescenti diseguaglianze a livello mondiale e l’individualismo materiali-
sta dilagante. Lo spirito di apertura dei millennials si apre anche alle altre
creature, alla salvaguardia dell’aria e dell’acqua. I giovani con la loro cultura
open source sono profondamente in sintonia con uno stile di vita biosferico,
di cui papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, ha individuato l’urgenza per
il nostro tempo.
In questa fase i segni hanno ancora un carattere di speranza più che di
previsione. Eppure i dati offerti dai giovani segneranno ineluttabilmente il
nostro futuro.
10 nu 230
controcorrente
Fallimento e generatività
«Ma tu dove eri?».
Questa è la domanda che mi sono sentito fare da un
Agostino ragazzo, di ritorno da un mio breve periodo di vacanze
estive.
Spolti Insieme a un gruppo di adolescenti, aveva partecipa-
sociologo, co-
to alla preparazione di un evento che aveva come prota-
responsabile del gonisti diecimila adolescenti.
centro mondiale «Ma tu dove eri?», questa sua domanda racchiudeva
per la formazione tutte le esperienze vissute come adolescente nel perio-
degli adolescenti do appena trascorso.
nel movimento
dei focolari.
Nello svolgere il delicato e affascinante compito di
presidente del “compagni di viaggio” delle nuove generazioni, a volte
movimento noi educatori possiamo arrivare a sperimentare un certo
ragazzi per senso di fallimento.
l’unità. Pur essendo coscienti dei nostri limiti, infatti, que-
sta sensazione la proviamo quando, dopo aver dedicato
tempo, energie, idee per l’accompagnamento di quanti
sono a noi affidati, ci sembra che il lavoro svolto sia stato
del tutto inutile e inefficace.
Quanti ragazzi, con i quali abbiamo condiviso un trat-
to di strada, hanno via via abbandonato il cammino in-
trapreso. Quante volte, guardando a questi risultati per
nulla entusiasmanti, abbiamo pensato di mollare tutto e
la tentazione di rinunciare a questo importante compi-
to educativo si è spesso fatta spazio nella nostra mente
con una certa insistenza e con una certa consistenza.
Sappiamo bene che non ci sono ricette particolari o
formule preconfezionate che ci permettano di agire con
nuova umanità 230 11
controcorrente
Fallimento e generatività
incisività e successo sugli adolescenti, e che li potranno conseguentemente
far continuare sicuri sul cammino intrapreso.
Pertanto, non è possibile affermare con certezza come evitare ostacoli
ed errori nell’educazione, ma forse è possibile ragionare su un procedimen-
to opposto e guardare a questi importanti momenti di crisi da un’altra pro-
spettiva: ossia, tentare di trasformare questo inevitabile senso di fallimento
in una nuova forza da cui ripartire.
Di solito, quando ci accorgiamo che il progetto pensato non si realizza
come noi vorremmo, proviamo un senso di fallimento. Ma se invece ci la-
sciassimo sorprendere di volta in volta da tutto quello che noi non abbiamo
programmato, sperimenteremmo una gioia e una forza nuove e inedite pro-
prio dal e nel nostro “fallimento”.
Nell’educare, infatti, non sappiamo mai fino in fondo qual è la strada che
Dio ha tracciato per ciascuno dei ragazzi che ci sono affidati; per questo, in
quanto educatori, ci viene richiesta un’apertura di cuore e un “sacro timore”
che ci faranno svolgere il nostro compito con umiltà e responsabilità.
È per questo che possiamo continuare a dire con entusiasmo, anche nel
fallimento, che educare è straordinariamente bello!
Ma proviamo a entrare maggiormente nelle dinamiche dell’esperienza
del fallimento educativo. Con papa Francesco, possiamo evidenziare alcu-
ne tentazioni tipiche: arrivare a risultati immediati; non tollerare il senso di
qualche contraddizione; è un compito che non offre le soddisfazioni che
avremmo desiderato; i frutti sono scarsi e pochi i cambiamenti… (cf. Evan-
gelii gaudium).
Come pure possiamo focalizzare la nostra attenzione su tre diversi tipi
di fallimento, legati ad altrettanti distinti momenti del processo educativo.
Possiamo sperimentare un fallimento in fase di programmazione. Esso
può dipendere dai nostri e/o dagli altrui limiti, dalla scarsità di mezzi a di-
sposizione, dall’intreccio di fragilità...
Un fallimento nella fase dell’accompagnamento è, invece, piuttosto le-
gato al fatto che ci illudiamo che l’arte dell’accompagnamento sia qualcosa
di spontaneo, di immediato. Essa richiede, invece, come ogni arte, pratica e
pazienza.
12 nu 230
agostino spolti
Infine, è possibile sperimentare un certo fallimento legato al raggiungi-
mento dei risultati, che non saranno mai quelli che immaginavamo a priori.
Il concetto di fallimento, così variegato e polifonico nella sua significa-
zione, lo si può tradurre anche nel senso più ampio e metaforico di fallire la
via, di smarrire la strada.
Mi sembra questa una bella immagine calzante, che porta con sé un ric-
co e fecondo significato nell’approcciare questa tematica.
Ma quando si parla di via, di strada, a quale via ci stiamo riferendo? E,
soprattutto, qual è la meta a cui pensiamo e come la vogliamo raggiungere?
Ogni progetto educativo è costituito da tre elementi principali. Innanzi-
tutto la meta e il punto di partenza. Questi due elementi devono essere alla
giusta distanza: se sono troppo vicini o troppo lontani è facile che si cada
nella mancanza di motivazione, sia dei ragazzi sia di noi educatori.
Poi tra meta e punto di partenza bisogna tracciare l’itinerario, costituito
da tempi, obiettivi parziali, verifiche… Non da ultimo, una volta tracciato tut-
to questo, occorre pensare alle risorse umane ed economiche da investire
per tale progetto.
Un fattore importante è riconoscere che nella realtà degli adolescenti
vi è una frantumazione, ciascun adolescente cresce tracciando un proprio
percorso personale, per cui una delle sfide di fronte alle quali ci troviamo noi
come educatori è certamente quella di elaborare differenti percorsi educati-
vi e questo richiede tempo, professionalità e cambiamenti di piani.
Come educatori, lungo la strada da noi intrapresa, ci è più facile rima-
nere radicati alle esperienze già collaudate che sperimentare metodi nuovi.
Dovremmo, invece, resettare spesso il navigatore e lasciarci guidare con co-
raggio su nuove vie, scoprendo nuovi modi di educare.
Nella mia personale esperienza, in questi anni gli adolescenti mi hanno
spesso obbligato a cambiare, a cercare nuove strade, a voler comprenderli
meglio, inventando nuove soluzioni. Le sfide che mi sono trovato davanti
sono poi risultate sempre preziose opportunità.
Non ci sono ricette – dicevamo – per come educare, ma non stupiamoci
di questa mancanza perché siamo in buona compagnia: nemmeno Gesù,
infatti, aveva una tale ricetta, altrimenti non sarebbe stato tradito da Giuda,
rinnegato da Pietro, abbandonato dagli altri apostoli, insultato dalla folla che
nuova umanità 230 13
controcorrente
Fallimento e generatività
poco prima lo aveva osannato. Ma lui, nonostante tutto, ha continuato ad
annunciare l’amore di Dio, senza stancarsi.
Pensare che Dio abbia sperimentato il “fallimento” nel suo metodo edu-
cativo può farci scoprire una forza particolare.
Di quale forza parliamo? Di una forza che si raggiunge passando proprio
dal nostro stesso smarrimento, il quale ci fa sentire un po’ simili a Gesù che
sulla croce ha provato il suo più grande fallimento. Chi più di lui si è sentito
fallito di fronte all’apparente disfatta dell’opera che gli era stata affidata?
È dal riconoscimento del fallimento, è puntando lo sguardo su di lui ab-
bandonato che posso cominciare una nuova storia d’amore personale con
Dio che dice anche a me: «Continua ad amare!».
In questo io ci credo, perché tante volte l’ho sperimentato: trovarmi a
terra e sentire in tutto questo un maggior amore personale di Dio. E se que-
sto rapporto rimane, cresce, saremo capaci di trasformare ogni attimo in
un atto educativo, pur non sapendo dove andrà a germogliare questo atto
d’amore.
Ogni fallimento educativo, quindi, ci interpella, ci spinge a interrogarci
sui nostri obiettivi, sulle mete, sui programmi e gli itinerari, rinnovando il
nostro impegno di educatori.
La spiritualità di comunione del Movimento dei Focolari è un valido aiuto
in un processo educativo così inteso: in essa scopriamo la novità che sca-
turisce dal riconoscere la realtà di Gesù, che sulla croce si è sentito abban-
donato da tutti, anche dal Padre. E, di conseguenza, essa ci offre le chiavi
sul come affrontare il dolore senza eluderlo, ma alla luce della risurrezione;
offre altresì un aiuto prezioso sul saper gestire i fallimenti in uno stile comu-
nitario, elaborando insieme i passi concreti da farsi.
Comunicare ai ragazzi questa nostra esperienza, in un rapporto di re-
ciprocità, farà scoprire loro la forza che può scaturire anche dai propri
fallimenti.
Noi, che vogliamo che sia Gesù in mezzo a noi educatori ad agire, fac-
ciamo di tutto affinché tra educatore ed educando sia lui ad operare, sia lui
il vero “compagno di viaggio” di ogni adolescente, lui che, come afferma
Agostino d’Ippona, è il maestro interiore.
14 nu 230
agostino spolti
Sì, è Dio il primo educatore. Non dobbiamo dimenticare che dietro cia-
scuna persona vi è un piano di Dio e che pertanto è proprio lui il primo edu-
catore. Noi dovremmo “solo” aiutare il ragazzo a scoprire e seguire il dise-
gno che Dio ha pensato per lui.
Per fare questo, dobbiamo saper cogliere le necessità di un accompa-
gnamento personale, non di massa, di gruppo, ma a partire dal punto in cui
si trova ogni singolo ragazzo e aiutarlo a capire qual è il passo successivo
che lui deve fare.
Il periodo dell’adolescenza, pur essendo affascinante, sappiamo che
porta in sé alcuni aspetti che rischiano di rendere difficile questa fase.
Qualsiasi aspetto ogni ragazzo viva – timidezza, solitudine, abbandono,
dubbi… – potrà essere il punto di partenza per raggiungere la meta che tutti
noi cerchiamo: la felicità!
Quale l’itinerario da percorrere? Quello di mettersi in donazione, senza
interessi, verso coloro che vivono in situazioni più difficili.
Il donarsi agli altri farà così vincere la timidezza, la solitudine… La gioia
sperimentata sarà frutto della donazione: «Chi mi ama sarà amato dal Padre
mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14, 21).
Siamo coscienti che delusioni nel cammino educativo non mancheranno
mai. Esse vanno messe in conto in un’azione che si sviluppa da una libera
volontà, la nostra, verso un’altra volontà libera, quella dei ragazzi. Non dob-
biamo, però, considerare le delusioni educative come un fatto estraneo al
processo educativo, soprattutto ora che abbiamo scoperto la forza che vi
è nascosta.
Insieme potremo aiutarci a scoprire il concetto stesso di fallimento in
una visione complessiva del cammino educativo.
Certo, questo vuol dire anche cercare di prevederlo, valutarlo con ogget-
tività, pronti a rimediarvi subito con un amore ancora più grande e soprat-
tutto creativo.
Come educatori di giovani generazioni, ci sentiamo interpellati in prima
persona. Da una parte, avvertiamo l’esigenza di una formazione permanen-
te, dall’altra facciamo fatica a mettere in discussione sia noi stessi che il
nostro operare.
«Ma tu dove eri?».
nuova umanità 230 15
controcorrente
Fallimento e generatività
Quella domanda faceva spesso eco nella mia mente. Per quindici anni
ho vissuto il mio periodo di vacanze accompagnando giovani in vari Paesi
nel mondo, dando a tanti la possibilità di darsi e scoprire così il dono che
possono essere per gli altri.
Il senso di fallimento scaturito da quella domanda, l’averla colta come
una possibilità di riscoprire una nuova forza educativa, ha contribuito a far
nascere alcune realtà. Ne elenco solo due.
Cantieri HombreMundo – un periodo estivo di condivisione e impegno
sociale per adolescenti capaci di accogliere nel proprio cuore i tesori che do-
nano gli altri e che riescono a donare i propri tesori e i propri talenti a tutti gli
altri. Questa proposta parte dalla domanda di un adolescente. «Dove eri?»
mi ha chiesto, dopo che nel periodo estivo aveva vissuto esperienze che lo
avevano segnato negativamente.
Ecco quindi investire il mio periodo estivo accompagnando gruppi di ra-
gazzi in luoghi dove poter sperimentare la gioia del donarsi. Dopo quindici
anni, dal gruppetto di 10/15 adolescenti, sono ora migliaia i ragazzi che vi-
vono nel periodo estivo esperienze solidali e di condivisione che li fanno
crescere.
Up2Me Project – una formazione integrale per la crescita armonica della
persona, attraverso la scoperta e l’interiorizzazione del valore dell’affettività
e della sessualità.
Nasce dal confrontarmi con situazioni nelle quali ragazzi e ragazze, pur
avendo intrapreso fin da piccoli un cammino di fede, vivevano l’affettività e
la sessualità in modo non conforme ai propri ideali.
Solo mettendoci a lavorare concretamente insieme, tra le varie agenzie
educative in un “patto educativo” che coinvolga anche le nostre comunità di
riferimento, potremo camminare lungo la via tracciata dal carisma dell’unità
e sarà quindi lui, Gesù in mezzo a noi, ad essere il vero educatore.
Questo può diventare il nostro progetto comunitario, che avrà la propria
realizzazione sulla lunga distanza. Impegnandoci insieme in un tale proget-
to, possono risultarci assai utili alcune delle parole dell’esortazione aposto-
lica Evangelii gaudium di papa Francesco:
16 nu 230
agostino spolti
Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di
una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in
qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, per-
ché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4, 7).
Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sa-
pere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicura-
mente sarà fecondo (cf. Gv 15, 5). Tale fecondità molte volte è invi-
sibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata.
Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pre-
tendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che
non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va
perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non
va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna
generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza.
Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte
ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma
la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppu-
re un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per conta-
re quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è
qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura.
Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedi-
zioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito
Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spen-
diamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appa-
riscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario.
Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in
mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti,
mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i no-
stri sforzi come pare a Lui1.
1
Papa Francesco, Evangelii gaudium, 279.
nuova umanità 230 17
dallo scaffale di città nuova
PALMA DI DIO
di Sergio Nazzaro
Una donna si racconta, tra droga, malavita
organizzata e degrado sociale. Ispirato a una
storia vera.
Paola è malata di epatite, ha l’Aids, ha vissuto dentro alle piaz-
ze dello spaccio di Torino, Scampia e Castel Volturno. Ha ru-
bato e scippato, si è prostituita per i camorristi, ha comprato
e venduto pistole, ha lavorato per la mafia africana. A diciotto
anni accompagnava lo zio a riscuotere tangenti e a comprare
carichi di droga. Ha ucciso, più di una volta. Non sa bene per-
ché, ma tutti la chiamano Palma. E questo è l’inizio della sua
storia. Una via crucis contemporanea, grido di dolore di una
terra martoriata dalla camorra.
isbn Un reportage narrativo incredibile e commovente, che indaga
9788831128803 le contraddizioni e la sofferenza di chi vive la propria esistenza
ultimo tra gli ultimi.
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nu 230
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare
La sfida dei millennials
«Καλὸς ὁ κίνδυνος»1
Emanuele
Pili
chi sono i millennials?
collabora con
il dipartimento Con l’espressione millennials si è soliti indicare quella
di filosofia
dell’università di
generazione di persone nate, all’incirca, tra la metà degli
genova. docente anni Ottanta e i primi anni Duemila2: si intende, insom-
di storia della ma, quel gruppo di giovani che oggi, grosso modo, va dai
filosofia moderna diciotto ai trent’anni. Qual è la loro peculiarità? A ben
presso l’istituto vedere, oltre a vivere la propria giovinezza a cavallo tra
universitario
sophia. docente
due millenni, essi sono la prima generazione ad essere
di filosofia e cresciuta con un computer in casa; la prima ad acquisire
storia nei licei. dimestichezza con Internet fin dalla preadolescenza; la
prima, in fondo, a non aver sperimentato un mondo sen-
za social media. In questo senso, si è anche parlato di
Internet generation (iGen) e di nativi digitali (espressione
più frequentemente riferita ai millennials più giovani),
appunto per esprimere il legame inscindibile tra questa
generazione e la vita, cosiddetta, always online.
Gli studi che si sono occupati di descrivere le attitu-
dini, le competenze e i desideri dei millennials sono mol-
teplici, e altrettanto molteplici sono i dati e le interpreta-
zioni dei risultati ottenuti. Ci si è chiesti quale sia il loro
orientamento politico, economico, lavorativo, religioso,
identitario-culturale e così via; tuttavia, l’impressione
generale è quella di avere tra le mani un’enorme quan-
nuova umanità 230 19
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
tità di dati, rispetto ai quali non è possibile offrire un’unica chiave di lettura
(tanto più, si dovrebbe aggiungere, se si considera l’enorme variazione delle
condizioni politico-economiche e culturali dei luoghi del pianeta nei quali i
giovani maturano). Così, la celebre rivista Time, nel 2013, può dedicare una
copertina ai millennials, con il provocatorio titolo The Me Me Me Generation,
per mettere in luce il narcisismo e la pigrizia di una generazione che non
intende diventare adulta3. Qualche anno dopo (2015), invece, una ricerca
commissionata da Yahoo, intitolata Discovering Millennials, considera come
«verità universali» dei millennials il loro essere «collaboratori di natura», in-
sieme alla continua esigenza dell’«espressione di sé»4.
All’interno di questo contesto, sono assai più interessanti i dati raccolti
dalla Fédération internationale des universités catholiques (Fiuc), la quale,
pur avendo il limite di rivolgersi solo alla popolazione studentesca, riesce
a restituire una buona panoramica sui giovani del mondo intero (senza li-
mitarsi all’Occidente), provando a scendere più in profondità nell’analisi e
coinvolgendo gli studenti più diversi, per convinzioni (com’è noto, le uni-
versità cattoliche sono frequentate solo parzialmente da studenti cattolici)
e per ceto sociale5. Dal quadro d’insieme che ne risulta, pare importante
sottolineare alcuni aspetti.
Nell’orizzonte di un mondo sempre più veloce, segnato – come afferma
l’Instrumentum laboris del Sinodo 2018 – da una fluidità e da un’incertezza
mai sperimentate in precedenza6, i giovani tendono, prevalentemente, ad
essere meno legati agli ideali tradizionali e a favorire obiettivi di corto respi-
ro. È vero, non sono assenti coloro che si propongono grandi scopi, a partire
da altissime aspirazioni, ma il dato generale si conferma se si considera an-
che la modesta rilevanza attribuita alle grandi questioni politiche e sociali
del proprio Paese. Si è portati, piuttosto, a perseguire prospettive più limi-
tate, preferendo occuparsi delle relazioni più corte e dirette, con familiari e
amici, per identificarsi con esse. Ciò non significa che queste relazioni siano
riconosciute come sicure e indistruttibili; al contrario, la fiducia nel rapporto
con gli altri non gode di un elevato livello di stabilità, specie nei Paesi attra-
versati da tensioni sociali importanti.
Restando nella prospettiva delle relazioni, i legami con la famiglia, e in
particolare con la figura materna, risultano particolarmente significativi, tan-
20 nu 230
emanuele pili
to che – per alcuni argomenti, come ad esempio i temi legati alla visione so-
ciale generale (ma anche altri) – si evidenzia una sostanziale convergenza di
orientamenti, e talora quasi una fusione di mentalità. È molto ridotta, invece,
l’influenza esercitata da professori ed educatori. Tale vicinanza tra i millen-
nials e i loro genitori, più sottilmente, sembra tuttavia tradire una enorme
crisi di rapporto tra generazioni, non presentata – come nel ’68 – plateal-
mente, bensì in forma silenziosa, ambigua e infida, poiché riguarda la confu-
sione e la crisi dei ruoli educativi, dell’identità e delle età della vita; si tratta di
una questione, a ben vedere, che in primis chiama in causa il mondo adulto, o
quella sua non irrilevante parte che ancora insegue il mito dell’eterna adole-
scenza. Tornando ai millennials, invece, è risultato che gli amici sono spesso
ricercati nelle cerchie di persone simili a sé, ossia in quelle che generalmente
cercano un buon posto di lavoro e un’altrettanto buona posizione sociale,
che sanno essere ottimisti e attenti alle novità tecnologiche, che non si inte-
ressano troppo di politica e che non auspicano radicali cambiamenti sociali.
E si deve aggiungere anche che queste relazioni amicali, non di rado, si de-
siderano vissute informalmente, e dunque senza che esse siano implicate
in realtà associative (basti pensare, ad esempio, che una ricerca del Pew
Research Center, nell’anno 2015, ha messo in luce come già la sola etichetta
di millennials non sia apprezzata, per l’appunto, dai millennials7).
Di fronte alle odierne macrosfide dell’umanità, come la globalizzazione,
la fame, la povertà e i sistemi economici, i millennials appaiono, in larga
maggioranza, decisamente moderati e quasi si abbandonano al cosiddet-
to politically correct. Una medesima posizione si riscontra anche quand’essi
esprimono i propri valori morali, che non sono né troppo relativisti, né trop-
po rigidi. Così, fenomeni come il capitalismo e la globalizzazione non sono
né idolatrati, né condannati: semplicemente ci sono, coi loro aspetti positivi
e negativi. Ma una tale moderazione viene meno non appena si domanda
loro un parere sui politici, dai quali i giovani si sentono abissalmente distanti,
tanto da tendere a privilegiare il non-fare, con il rischio di accomodarsi sul
celebre “divano”, di cui ha parlato papa Francesco8, e di non entrare in con-
tatto con la realtà.
I dati sin qui riportati, chiaramente, sono validi solo in una prospetti-
va estremamente generale, poiché de facto si riscontrano anche notevoli
nuova umanità 230 21
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
differenze a seconda delle aree geografiche. In particolare, tra gli elementi
più interessanti, è bene segnalare che in tutta l’Africa (la quale, da sola, è
il continente che ha il maggior numero di giovani del mondo), nel Medio
Oriente, in Asia del Sud e del Sud-Est il livello di individualismo è inferiore
e si riscontra una più pronunciata sensibilità per i valori comunitari e per le
questioni sociali.
Ciò che però caratterizza, sostanzialmente ovunque, la generazione mil-
lennials è l’utilizzo di Internet e dei social media. Questi ultimi stanno modi-
ficando radicalmente non solo le interazioni tra gli esseri umani, ma anche
i desideri e la stessa formazione dell’identità dei singoli. Il documento re-
datto dai giovani che hanno partecipato al recentissimo pre-sinodo mette
in luce la grande opportunità che il web offre per la costruzione del mondo
di domani, ma ha anche avuto l’accortezza di indicare la non neutralità dello
strumento tecnologico9. Così, al di là degli oggettivi miglioramenti che ha
portato e che porterà (dal poter unire persone geograficamente distanti al
rendere la conoscenza a portata di click), la tecnologia tende ad attacca-
re alcune capacità umane, come la memoria, la creatività e la capacità di
concentrazione10. Più specificamente, continua il documento, essa porta a
ostacolare la capacità di introspezione, e quindi – aggiungiamo – la crescita
di una vita interiore ricca e profonda. Inoltre, mediando e filtrando continua-
mente ogni tipo di realtà, il mondo digitale – mentre consente di accedere a
ogni angolo del globo – tende altresì a rendere ciechi di fronte alla fragilità
dell’altro11. Nondimeno, questi millennials affermano che, nella vita online,
«la comunicazione tra i giovani rimane limitata a gruppi tra loro simili», per
cui si avverte la necessità di «spazi e opportunità per sperimentare la diver-
sità»12. Sì, perché un altro fenomeno tipico dei social è quello della cosiddet-
ta echo chamber, ossia della generazione di uno spazio virtuale nel quale si
incontrano persone tra loro simili (per idee, orientamenti di vita, interessi),
che tendono a confrontarsi confermandosi a vicenda nelle rispettive opi-
nioni. Pertanto, uno strumento che potrebbe essere utilizzato per incontra-
re diversità, spesso diventa uno dei luoghi privilegiati non del dialogo con
l’alterità, ma del monologo dell’io. Almeno a causa dei motivi presentati,
dunque, la frequentazione del mondo digitale – nella sua non-neutralità, e
22 nu 230
emanuele pili
perciò con le sue opportunità e i suoi limiti – appare come uno dei tratti pe-
culiari di questa generazione, e a livello globale.
papa francesco: osare l’inquietudine della verità
Il quadro finora delineato ha provato, sinteticamente, a tratteggiare l’at-
tuale contesto dei millennials e a dischiudere alcune delle principali sfide che
essi si trovano ad affrontare. Adesso, invece, vorremmo guardare a due per-
sonalità che, pur provenendo chiaramente dal mondo cattolico, sono state o
sono tuttora capaci di dischiudere orizzonti di senso dalla vocazione univer-
sale, che travalicano ampiamente i confini delle singole tradizioni, culture e
religioni. Si tratta di papa Francesco e di Chiara Lubich, dai quali vorremmo
trarre ispirazione per porre al centro della nostra riflessione la categoria del
“rischio”, da loro messa in opera sia sul piano esistenziale, sia su quello del
pensiero, al fine di scoprire qualcosa in più sull’anima della gioventù.
Nell’ottica della Chiesa “in uscita”, papa Francesco non poteva non dare
un ruolo privilegiato alla figura del giovane. Quest’ultimo, infatti, sarebbe
strutturalmente portato ad aprirsi alle novità, ai cambiamenti e, più in ge-
nerale, a tutto ciò che è altro da sé, mettendosi alla sequela dell’infinito de-
siderio che lo abita. Eppure l’incerto scenario mostrato in precedenza dice
espressamente come – per ragioni molteplici – sia sempre più difficile im-
maginare il futuro nella logica della speranza. Il papa, in questo senso, ha
parlato dei giovani che vanno in pensione a vent’anni13, vuoi perché ogni
giorno il mondo presenta continue novità, e chi ha tutta la vita davanti vor-
rebbe solo un minimo di sicurezza per progettare il domani; vuoi perché si
è in balia di un modo di pensare secondo cui la logica delle cose non può
cambiare, e chi è giovane tende ad adeguarsi all’adagio del pensiero unico.
Tale è la schizofrenia del nostro tempo, che può generare, e genera, insicu-
rezza e paura.
L’approccio del papa, però, è senza sconti. Ai giovani della Giornata mon-
diale della gioventù di Cracovia, nel 2016, egli ha voluto ricordare che «Gesù
è il Signore del rischio»14 e del «sempre “oltre”»15. Chi lo sceglie, pertanto,
deve «avere una buona dose di coraggio»16 e decidersi a vivere per qualcosa
nuova umanità 230 23
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
di grande, seguendo la stessa «“pazzia” del nostro Dio che ci insegna a in-
contrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è
finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo»17.
L’universalità del messaggio di Francesco si coglie non appena si considera
che in esso, al di là del riferimento a Gesù, traspare l’ansia di vedere non solo
il giovane cristiano, ma il giovane tout court vero protagonista della propria
esistenza. Il papa, infatti, specifica: «Il mondo di oggi vi chiede di essere
protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla,
sempre che vogliamo lasciare un’impronta»18. La paura del domani, insom-
ma, non può frenare il rischiare di seguire il proprio desiderio: «La storia
oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a
decidere il nostro futuro»19.
La tendenza della società contemporanea è quella di confondere la pie-
nezza e la realizzazione della vita con la tranquillità e la comodità, così che
chi insegue le prime è portato a ricercare le seconde. L’errore, tuttavia, è
fatale. Chiunque si mette ad ascoltare le profondità della propria anima, in-
fatti, scopre un’esuberante inquietudine assetata di una verità, di una bontà,
di una bellezza e di una giustizia che intorno a sé non si vedono. In altre
parole, chiunque scende autenticamente in se stesso è da subito inquieto
ed esposto fuori di sé. È a questo punto che si gioca la scelta: anestetizzare
l’inquietudine chiudendosi in sé o rischiare l’inquietudine aprendosi ad al-
tro? Il papa non ha dubbi: «nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non
vince»20.
Ma come si passa dall’ascolto di sé all’incontro con l’altro? Il fatto, a ben
vedere, è presto detto. L’inquietudine per il vero, infatti, proietta e spinge
sempre oltre: oltre l’apparenza, oltre la prima versione delle cose, oltre i pre-
giudizi, oltre il “si dice”, oltre il “si è sempre fatto così”, oltre qualsiasi forma
di mediazione del reale. Osare la ricerca del vero coincide con la decisione
di vivere decentrati, eccentrici, per tentare il contatto col reale, che appunto
è l’altro che mi sta di fronte. Per questo, l’inquietudine che si vive in sé com-
porta «correre il rischio – come si dice nella Evangelii gaudium – dell’incontro
con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore
e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo»21.
24 nu 230
emanuele pili
Parlare di verità, tuttavia, nel 2018 potrebbe sembrare totalmente ana-
cronistico e sorpassato. La nostra epoca, in effetti, preferisce usare il termi-
ne post-verità (dall’inglese post-truth), che gli Oxford Dictionaries, peraltro,
hanno già indicato come parola dell’anno 2016, dato che il suo utilizzo è au-
mentato del duemila per cento rispetto al 201522. Frequentemente utilizzato
nel contesto sociopolitico, questo neologismo segnala la scarsa incidenza
dei dati di fatto nella formazione delle idee, dei pensieri, delle prospettive di
senso. Il prefisso “post” vuole proprio indicare l’essere “oltre” il dato reale,
ossia oltre la verità; nel medesimo tempo, però, lo stesso prefisso non apre
a una nuova parola, bensì lascia – e intenzionalmente – indeterminatezza,
poiché di fatto non si può sapere che cosa vi sia oltre la verità. Dunque, si sa
di essere oltre la verità, ma non si conosce l’approdo raggiunto. Il termine,
quindi, nella sua vaghezza, esprime la tendenza a formarsi opinioni a pre-
scindere dai fatti, per basarsi, piuttosto, sulle emozioni, sugli stati d’animo,
sulle credenze e sulle percezioni personali: la ricerca della verità, insomma,
viene messa tra parentesi e non sembra costituire un criterio di riferimento.
Posto questo contesto destabilizzante, come riattivare l’inquietudine per
il vero di cui dicevamo? L’orizzonte della post-verità dischiude una duplice
sfida: da un lato, quella di superare il mito dell’oggettività impersonale e as-
soluta, che nella modernità ha assunto varie forme, e non da ultimo quella di
un certo positivismo scientista; dall’altro, quella di coinvolgere sentimenti e
desideri per bucare la cappa dell’indifferenza al reale. Non si dimentichi, in-
fine, che gli stessi millennials, nel documento pre-sinodale, hanno segnalato
l’esigenza di «spiegazioni razionali e critiche a questioni complesse [poiché]
le risposte semplicistiche non sono sufficienti»23.
Anche a tal proposito, papa Francesco non ha mancato di suggerire una
possibile via d’uscita, quando – ancora vescovo di Buenos Aires – affermava:
«Teniamo presente che la verità non la si trova da sola. Accanto a lei ci sono la
bontà e la bellezza. O, per meglio dire, la verità è buona e bella. […] Insisto sul
fatto che vanno tutte e tre insieme e non è possibile né cercarne né trovarne
una senza le altre»24. Non si deve confondere la ricerca della verità con il
cercare di “sapere delle cose”: sarebbe un movimento estremamente super-
ficiale, che non muove e non com-muove le profondità del pensiero25. Il bello
della post-verità è che manda in crisi proprio questo atteggiamento. Perciò, il
nuova umanità 230 25
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
bisogno di “spiegazioni razionali” manifestato dai millennials domanda, im-
plicitamente, un nuovo tipo di razionalità. Non quella che, semplicemente,
trasmette contenuti e informazioni, bensì quella che sa dare ragione delle
cose, sostenendole con la propria vita, dandone testimonianza incarnata.
Come dice Francesco, è questa la razionalità che «trasforma il maestro in
un’icona vivente della verità che insegna. Qui bellezza e verità coincidono.
Tutto si fa interessante, attraente, e finalmente suonano le campane che
risvegliano la sana “inquietudine” nel cuore dei ragazzi»26.
La verità – aggiungiamo – non si trasmette con indifferenza, perché ciò
che è vero lo si ama (per definizione): come si può conoscere il vero se non
lo si ama? La nuova razionalità che cerchiamo deve essere, quindi, aman-
te e vitale. Ma non si tratta di buonismo: siamo di fronte, piuttosto, a un
semplice dato di realtà. O la ragione sa essere amore, o la verità si riduce a
un’opinione tra le altre. Si riduce, in altri termini, a una post-verità, perché la
verità, in assenza dell’amore, manca di sostanza. E l’amore sostanzia il vero; lo
rende visibile e inattaccabile; lo rende, cioè, veramente vero. Nella medesima
direzione, in occasione del suo discorso presso l’Università Santo Tomas
di Manila, il papa ha affermato che la materia più importante da imparare
all’università dovrebbe essere quella dell’amore, ossia imparare ad amare27.
Dove, occorre ribadirlo, amare significa assumersi un rischio: il rischio del
rifiuto, il rischio di venire usati28, il rischio di sbagliare, il rischio di pensare
criticamente, il rischio di agire politicamente, il rischio di vivere davvero. E
questo significa essere giovani sapienti; laddove, invece, «non abbiamo bi-
sogno – dice Francesco – di giovani-museo»29, ossia di giovani che «hanno
tutto, ma non sanno che farsene»30.
Rimane, tuttavia, un ultimo aspetto. Francesco, infatti, parla anche al
mondo adulto che svolge un ruolo educativo. In occasione del discorso te-
nuto alle scuole gestite dai gesuiti, egli ha avuto modo di descrivere il com-
pito dell’accompagnatore in questi termini:
Nell’educare c’è un equilibrio da tenere, bilanciare bene i passi: un
passo fermo sulla cornice della sicurezza, ma l’altro andando nel-
la zona a rischio. E quando quel rischio diventa sicurezza, l’altro
passo cerca un’altra zona di rischio. Non si può educare soltanto
26 nu 230
emanuele pili
nella zona di sicurezza: no. Questo è impedire che le personalità
crescano. Ma neppure si può educare soltanto nella zona di rischio:
questo è troppo pericoloso. Questo bilanciamento dei passi, ricor-
datelo bene31.
Se, dunque, il giovane non è chiamato a fare troppi calcoli, poiché lui deve
osare per essere se stesso, lo sguardo dell’adulto (il quale, purtroppo, molte
volte è assente o maldestramente presente) deve invece essere attento a
dosare sicurezza e rischio, affinché il giovane, ancora in fase di formazione,
non ecceda nell’una o nell’altra direzione.
chiara lubich: testimonianza del rischio,
generatività dell’evento
Il ricorso alla vicenda di Chiara Lubich (1920-2008), fondatrice del Mo-
vimento dei Focolari, potrebbe essere sviluppato nei modi più diversi. In
queste pagine, vorremmo tornare sulla sua figura a partire non dai dialoghi
tenuti con i giovani, bensì dalle lettere da lei scritte a cavallo tra la prima e
la seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso, quando Chiara ha
tra i ventitré e i ventotto anni32. L’obiettivo è quello di mostrare che cosa ac-
cade quando il desiderio che abita il giovane si libera e si esprime in tutta la
sua rischiosa radicalità. Il genere letterario dell’epistola, inoltre, consente un
accesso privilegiato all’intimità della nostra giovane autrice, la quale adotta
uno stile rapido ed essenziale, che però non rinuncia a espressioni ardite e
incandescenti33. Si tenga conto, infine, che questi scritti, oltre che sullo sfon-
do di una cultura religiosa tradizionale, dovrebbero essere attentamente in-
seriti nel duro contesto dell’Italia che attraversa la Seconda guerra mondiale
e che poi si trova ad affrontare le gravi difficoltà del dopoguerra: fragilità,
precarietà e insicurezza segnano intimamente questo momento storico.
Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44, Chiara – probabilmente appena dopo
la sua consacrazione a Dio, avvenuta il 7 dicembre 1943 – scrive ad alcune
giovani del Terz’ordine francescano cappuccino di Trento con un preciso
intento: «Vorrei [...] dirvi con parole che feriscono il fondo dell’anima ciò
nuova umanità 230 27
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
che passa nel mio cuore»34, ossia: «Anche tu puoi vivere per qualcosa di
grande nella vita. Credi: Dio è in te! [… Donatevi] con tutto lo slancio del vo-
stro cuore, consumando […] tutte le vostre forze […]. Ancora bolle il sangue
fremente di vita in me e in voi! Ancora palpita il cuore e può amare!»35. Di
fondo, si coglie l’idea che quando si è giovani non si può aspettare, occorre
«tuffa[rsi] anima e corpo»36 nella sequela di un ideale alto, che però sgorga
tutto nell’interiorità della persona. Chiara è stata talmente coinvolta e con-
quistata che non può far a meno di traboccare la sua scoperta sugli altri. Ad-
dirittura, in una lettera del marzo ’44, la nostra ventiquattrenne non esita a
scrivere a una ragazza (Fosca Pellegrini) conosciuta da pochissimo, spalan-
candole completamente il proprio cuore: «L’Ideale che noi perseguiamo – le
scrive – dà le vertigini […]. C’è nel nostro cuore una delicata nostalgia d’In-
finito, d’un Ideale in cui il cuore possa dire: “sono pieno”; abbiamo la mente
avida di Verità, di quella Verità che non tramonta perché è Vita!»37. È im-
pressionante pensare come, nonostante la pressoché nulla conoscenza re-
ciproca, Chiara abbia scelto di rischiare di andare incontro all’altra. La scelta,
peraltro, pare rivelarsi indovinata: Fosca, infatti, le risponde. Segue quindi
una nuova lettera di Chiara, la quale persevera – nuovamente – nell’invito a
osare incamminarsi su sentieri di ricerca della pienezza. Le dice che quello
che hanno dentro è un «desiderio infinito, prepotente, continuo di Amare»,
per cui non si può aspettare, difatti «il tempo fugge con una velocità pazza:
la vita si vive una sola volta – o si spende bene o si spende male»; e poco
oltre: «Questi pensieri mi fanno fremere!»38.
Chiara è totalmente estatica, radicalmente fuori-di-sé, gettata tutta in
altro, oltre se stessa, proprio perché è andata al fondo di se stessa. Non è
lei a scegliere il proprio desiderio, ma, al contrario, è lui che ha scelto lei. Ne
dà testimonianza, ad esempio, una lettera scritta a un’amica, nella quale
si dice: «[Dio] mi chiama colla sua “pazzia” d’Amore, per seguirLo “Pazza”
d’Amore»39. Ma è forse più significativa un’epistola inviata alla madre, in
occasione del Natale ’44, in cui le confida: «[L’Ideale che ho sposato] mi ha
trascinata, mamma, e mi ha fatta passare sopra tutto, col cuore schianta-
to»40. La nostra giovane è letteralmente invasa e percorsa da una forza che
la spinge a mettersi in gioco costantemente. Nel dicembre del ’48, la ventot-
tenne rivela a padre Bonaventura da Malé che «alle volte il cuore è talmente
28 nu 230
emanuele pili
gonfio che minaccia di scoppiare!»41, perché l’ideale del mondo unito (cf. Gv
17, 21), frutto dell’amore sgorgato dall’evento della morte/resurrezione di
Gesù, «squarcia il nostro cuore»42; tanto che Chiara scrive già nell’aprile del
’44: «Tutto il resto che accade nella mia vita non mi tocca: uno solo è il mio
desiderio, la mia passione, che l’Amore sia amato»43.
Si noti l’alternarsi, in queste lettere, dell’uso della prima persona sin-
golare (io) e della prima persona plurale (noi). Chiara adopera entrambi, e
sembra scambiarli con disinvoltura. Ciò lascia trasparire la peculiare comu-
nione tra lei e le sue prime compagne. Una profondità di relazione, tra l’altro,
che permetteva anche messaggi di richiamo, come si legge in una lettera
del gennaio ’45: «Guai a me se mi sentissi dire da voi che siete diventate
tiepide»44; e altresì di grande incoraggiamento, come si evince da un’altra
epistola, datata forse 1944: «Rompete ogni diga, ogni ombra, ogni difficoltà,
ogni angusto pensiero e mirate il Cielo»45.
Il desiderio dispiegato è fonte di vita e di libertà. In queste lettere, nei
pochi passi menzionati, Chiara dice di fremere, di essere inquieta, ardente,
di avere un cuore che palpita; un cuore che brama pienezza e che è talmente
gonfio che vorrebbe squarciarsi, esplodere. Un cuore schiantato, trascinato
dalla pazzia dell’amore, che vuole superare ogni muro, ogni ostacolo, ogni
limite, ogni barriera. È un andare oltre che è sempre e nuovamente un espor-
si alle vertigini di una verità ricercata con (in)sana avidità e prepotenza. È o
non è, questo, essere vivi e liberi? È o non è, questo, essere protagonisti del-
la propria esistenza? È o non è, questo, il brivido che un qualsiasi ventenne,
di ieri come di oggi, desidererebbe? È evidente, certe espressioni sono lega-
te a un determinato periodo storico, ma la foga e l’inquietudine, così come
la propensione all’osare qualcosa che vada – per usare un eufemismo – al
di là del proprio “divano”, fanno di quella giovane Chiara uno dei modelli del
mondo contemporaneo. Un modello, a ben vedere, completamente libero,
per natura critico, eversivo e sovversivo, non inscatolato, anestetizzato o
impaurito.
Certo, decidersi per questa vita significa anche esporsi al giudizio altrui.
In una lettera scritta forse nell’autunno del ’44, Chiara confessa alla sorel-
la Liliana di non poter dire tutto: «Perché minacciano di dirmi “esaltata”» 46 .
Sì, quando si sceglie la vita proposta da quello che il papa chiamava «il
nuova umanità 230 29
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
Signore del rischio», frequentemente si viene scambiati per degli esaltati,
dei pazzi. Ma, occorre riconoscerlo, una tale critica, seppur antipatica, può
avere una sua plausibilità: la carica esplosiva di cui il giovane è portatore,
infatti, talvolta si è rivelata mortale, distruttiva. Anche per questo la gio-
ventù non deve essere lasciata sola, ma deve confrontarsi costantemente
con un’alterità di lei più avanti nel cammino della vita. Nel caso di Chiara
Lubich, una di queste figure prende il nome di Igino Giordani (1894-1980),
scrittore, giornalista e confondatore del Movimento dei Focolari: tra i due
nasce un rapporto su cui, in queste righe conclusive, è bene soffermarsi.
Nell’estate del ’49, la ventinovenne Chiara, ormai riconosciuta come
iniziatrice di una esperienza cristiana peculiare, viene raggiunta in Tren-
tino dall’amico ultracinquantenne Igino Giordani (Foco), il quale le svela
e le consegna il suo sogno: farle voto di obbedienza per farsi santi come
san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. La giovane Chiara, di
fronte a questa proposta, non avverte l’esigenza né dell’obbedienza, né
dell’unità a due, perché lei si sentiva chiamata a vivere il «che tutti siano
uno» (Gv 17, 21). I giovani, talvolta, non capiscono i sogni degli adulti, ma
– se sanno rischiare – si lasciano comunque mettere in discussione. Così,
Chiara custodisce il sogno del più anziano Foco e, di concerto, rilancia,
proponendo di fare un patto attraverso il quale avrebbero consegnato en-
trambi i loro desideri nelle mani di Dio, perché fosse il vincolo di una nuova
e più piena unità a decidere del loro futuro. Questo patto, poi, propizierà il
dischiudersi di un’altissima esperienza di unione mistica con Dio. Un’espe-
rienza di luce che andrà ben al di là dei nostri due primi protagonisti, e che
coinvolgerà una moltitudine di anime raccolte in un’unica grande Anima,
di cui Chiara è come l’occhio che vede, scruta e penetra le abissali pro-
fondità di Dio, in cui Gesù introduce per dono47. Da questo patto tra due
generazioni, insomma, ha origine l’evento fondante il Movimento dei Fo-
colari. Dall’incontro e dal patto del giovane con l’adulto, dunque, scaturi-
sce l’evento iniziale di una comunità che, solo così, può dare il suo apporto
innovativo al mondo. Il futuro è nelle mani di chi ha il coraggio di rischiare
la relazione. «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visio-
ni» (At 2, 17): i due scoprono la loro verità nell’altro. Ed è solo nell’evento
30 nu 230
emanuele pili
dell’unità tra i due, nella nuova alleanza, che si aprono orizzonti inediti e
affascianti, cieli e terre nuove (cf. Is 65, 17).
1
Platone, Fedone, 114d (traduzione libera: «Ciò che è bello è rischioso»).
2
L’Enciclopedia Treccani definisce millennial una persona nata tra il 1985 e il
2005 – cf. [Link] –, ma non
tutti gli studiosi sono concordi con questa datazione, che può variare a seconda dei
parametri utilizzati per circoscrivere le caratteristiche della generazione studiata
(cf. [Link]
3
Cf. [Link] ������� Nel me-
desimo tempo, la rivista chiude con un sottotitolo: «Why they’ll save us all»; e cioè:
«Perché salveranno tutti noi». Anche se la proposta, in tal senso, alla fine fa leva
solo sul presunto ottimismo di questa generazione; il che, evidentemente, pare
davvero insufficiente.
4
Cf. [Link]
[Link]. Il documento segnala altresì che i millennials sono la prima generazione
veramente globale, con una passione per il locale (da qui, il termine glocal), che
ha un ruolo attivo nell’acquisto dei prodotti. L’indagine, come mostra quest’ultimo
dato, focalizza il proprio interesse sulle abitudini dei millennials soprattutto rispetto
al loro essere frequentatori del web e consumatori, dicendo poco o nulla della di-
mensione più profonda della persona.
5
Cf. Fédération Internationale des Universités Catholiques, Les cultures des
jeunes dans les universités catholiques. Une étude mondiale, Paris 2014 (disponibile
anche online: [Link] Per interpretare questi dati, nelle righe successive
seguiremo l’autorevole lettura di A.V. Zani, Situazione giovanile nel mondo (https://
[Link]/piste-di-lavoro/).
6
Cf. [Link]
20170113_documento-preparatorio-xv_it.html.
7
Cf. [Link]
millennial-label/.
8
Cf. [Link]
ments/papa-francesco_20160730_polonia-[Link].
9
Cf. [Link]
03/24/0220/[Link].
10
Cf. ibid.
11
Cf. ibid.
12
Ibid.
nuova umanità 230 31
focus. millennials e igen
Vivere è rischiare. La sfida dei millennials
13
Cf. Papa Francensco, Discorso alla Veglia di preghiera con i giovani, XXXI Gior-
nata Mondiale della Gioventù, Cracovia, 30 luglio 2016, [Link]
tent/francesco/it/speeches/2016/july/documents/papa-francesco_20160730_
[Link].
14
Ibid.
15
Ibid.
16
Ibid.
17
Ibid.
18
Ibid.
19
Ibid.
20
Ibid.
21
Papa Francesco, Evangelii gaudium, 88.
22
Cf. [Link]
23
[Link]
03/24/0220/[Link].
24
Papa Francesco, La bellezza educherà il mondo, EMI, Bologna 2014, p. 17.
25
Cf. ibid.
26
Ibid., p. 19.
27
Cf. Papa Francenso Discorso ai giovani nell'Università Santo Tomas, Manila, 18
gennaio 2015, [Link]
documents/papa-francesco_20150118_srilanka-[Link].
28
ibid.
29
Ibid.
30
Ibid.
31
Papa Francesco, Discorso agli studenti dellle scuole gestite dai gesuiti in Italia e
Albania, 7 giugno 2013, [Link]
2013/june/documents/papa-francesco_20130607_scuole-[Link].
32
Faremo riferimento, essenzialmente, a C. Lubich, Lettere dei primi tempi. Alle
origini di una nuova spiritualità (F. Gillet - G. D’Alessandro edd.), Città Nuova, Roma
2010.
33
Cf. F. Gillet - G. D’Alessandro, Introduzione, in ibid., pp. 15-21.
34
C. Lubich, Lettere dei primi tempi, cit., p. 27.
35
Ibid., pp. 27-28.
36
Ibid., p. 53.
37
Ibid., p. 35.
38
Ibid., p. 38.
39
Ibid., p. 65.
40
Ibid., p. 70.
41
Ibid., p. 207.
32 nu 230
emanuele pili
42
Ibid.
43
Ibid., p. 44.
44
Ibid., p. 75.
45
Ibid., p. 40.
46
Ibid., p. 58.
47
Cf. [Link]., Il Patto del ’49 nell’esperienza di Chiara Lubich. Percorsi interdiscipli-
nari, Città Nuova, Roma 2012.
nuova umanità 230 33
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nu 230
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
1. esprimere l’inespresso
Alessandro
Clemenzia Chi può fermare in cielo il volo dei gabbiani? Con
queste parole inizia una canzone degli anni ‘70 del com-
teologo. docente plesso musicale Gen Rosso, intitolata Senza frontiere. È
di ecclesiologia una domanda che è nata dal guardare, in Germania, al-
presso la facoltà cuni gabbiani che volavano da una parte all’altra della
teologica
dell’italia frontiera che divideva l’Est dall’Ovest1. La risposta a tale
centrale e domanda è scontata: nessuno scontro politico, nessuna
l’istituto divisione tra gli uomini può impedire a un gabbiano di
universitario volare. Senza frontiere, dunque, oltre al titolo della can-
sophia. zone, è espressione di una libertà personale che non
vicerettore
del seminario può mai venire meno, anche quando sembra farsi buio
maggiore in ogni angolo della terra. Nessuno può impedire a un
arcivescovile gabbiano di volare dove vuole, o fermare il suo percorso,
fiorentino e perché chi vola non si lascia ingabbiare dalle diverse cir-
segretario costanze di potere: è libero.
del consiglio
presbiterale Eppure esiste qualcosa che può fermare il volo dei
dell’arcidiocesi gabbiani: non tanto una causa esterna, come ad esem-
di firenze. pio l’essere colpito da un colpo d’arma da fuoco o l’in-
cappare in una rete, senza trovare una via di uscita. Si
tratta, invece, di una situazione esistenzialmente peg-
giore, cantata da un altro protagonista della musica ita-
liana: Giorgio Gaber. In un monologo, intitolato Qualcuno
era comunista, egli afferma:
Qualcuno era comunista perché con accan-
to questo slancio ognuno era come più di se
nuova umanità 230 35
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fa-
tica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che
voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita. No, niente
rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza es-
sere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora
ci si sente in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa osse-
quiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e
dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo2 .
Alla domanda del Gen Rosso, Chi può fermare in cielo il volo dei gabbiani?,
grazie alle parole di Gaber, si può trovare una tale risposta: chi può fermare
il volo è il gabbiano stesso, se perde il desiderio di volare.
Perdere il desiderio di volare è un dolore molto più acuto di qualsiasi
motivazione esterna, come la violenza di una bufera o anche la ferita di
un’ala che impedisce fisicamente di spiccare il volo. Perdere questo deside-
rio significa diventare realmente un gabbiano ipotetico, non agli occhi degli
altri, ma per se stessi, poiché si perde il senso di vivere la propria identità
personale.
Ci si potrebbe domandare: cosa rappresenta il volo per un gabbiano?
Scrive a tale proposito Richard Bach:
La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere,
del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla co-
sta a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gab-
biani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece,
non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni al-
tra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo3 .
Non solo, davanti a questo forte desiderio del gabbiano Livingston, suo
padre ha preso una posizione precisa nell’affermare: «Non scordarti, figliolo,
che si vola per mangiare»4. Senza entrare ulteriormente in questo splendido
romanzo, ciò che si può rilevare è che non esiste una risposta univoca al
significato del volo per un gabbiano; esso rappresenta certamente uno stru-
mento necessario per soddisfare alcuni bisogni vitali: come il mangiare e il
poter tornare a casa una volta che ci si è nutriti. Basterebbero questi due bi-
36 nu 230
alessandro clemenzia
sogni a rendere necessario il volo. Eppure, il gabbiano Jonathan Livingston,
oltre ai bisogni, mette in gioco anche il suo desiderio: quello di «librarsi nel
cielo»5.
Evidentissima, in queste pagine, è una distinzione fondamentale tra bi-
sogni e desiderio: dei primi si parla al plurale, mentre del secondo al singo-
lare. La differenza tra i due non si può definire con un giudizio negativo o
positivo: il bisogno di procurarsi il cibo, come quello di avere una casa dove
tornare, è assolutamente positivo per chiunque. Eppure, insieme ai diversi
bisogni che si manifestano quotidianamente, anche la ricerca del soddisfa-
cimento del proprio desiderio si presenta come qualcosa di connaturale alla
creatura. Mentre però la sazietà di un bisogno non riempie totalmente il
cuore di chi cerca, poiché appena viene appagato si percepisce subito la
necessità di rivolgersi a un altro bisogno, la sazietà del desiderio significa
raggiungimento di una pienezza. Il desiderio, tuttavia, non dipende dalla
persona, anzi, determina la persona. Interessanti sono le parole di un noto
psicanalista italiano, Massimo Recalcati, il quale afferma:
Lo possiamo affermare in modo radicale: non sono mai “io” che de-
cido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi
ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi
anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via. L’esperienza del desi-
derio è l’esperienza di una forza in eccesso, di una forza che provie-
ne da me ma che trascende l’Io che io (mi) credo di essere 6 .
Non è dunque la persona a determinare il proprio desiderio, ma il con-
trario: è il desiderio a caratterizzare ciascuno, con tutte le difficoltà che si
possono incontrare per la sua realizzazione. Molto forti sono le parole del
gabbiano Jonathan nel momento in cui, davanti alle prime esperienze falli-
mentari, decide di rinunciare al raggiungimento del proprio desiderio:
Non pensiamoci più, disse a se stesso. È finita, non sono più me
stesso. Devo scordarmi quello che ho imparato. Quello che ero,
adesso sono soltanto un gabbiano come tutti gli altri. Gabbiano sei,
e da gabbiano vola. […] Si sentì meglio, dopo aver preso quella de-
nuova umanità 230 37
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
cisione di comportarsi come un gabbiano qualsiasi. Basta! […] Ah,
era bello smettere di pensare7.
Il gabbiano Jonathan, tuttavia, nonostante il momento di crisi, non si è
arreso, non perché sia rimasto fedele a un obiettivo, ma perché si è lasciato
determinare dal proprio desiderio, al costo di essere espulso dalla comunità
(lo stormo) cui apparteneva. Se da un lato l’esperienza del desiderio è ciò
che “pienizza” l’esistenza di una persona (da quando si alza la mattina fino a
quando si addormenta), dall’altro questo desiderio va a rompere gli schemi
di un’identità rigida e narcisistica. Scrive ancora Recalcati:
L’esperienza del desiderio non si può confinare, restringere, assi-
milare a quella dell’Io-padrone, non è mai esperienza dell’identico,
di ciò che Io penso di essere, non è esperienza autoreferenziale e
narcisistica dell’Io. L’esperienza del desiderio è sempre esperienza
di una alterità e, dunque, porta con sé sempre una quota di perdi-
ta dell’identità, una disidentità, una non coincidenza. […] Questo
significa che il desiderio non è ciò che rafforza l’identità irrigiden-
do i suoi confini, non è il cemento dell’identità, ma è piuttosto ciò
che la scompagina, la destabilizza, è un fattore di perturbazione
dell’identità 8 .
Se questo è vero, come mai oggi ci si trova di fronte a una situazione
giovanile (e non solo!!!) differente, in cui il desiderio sembra non riuscire più
a conferire identità al singolo? Può il desiderio aver cessato di esercitare nel
giovane il suo essere “forza in eccesso”? Si potrebbe indicare questo feno-
meno come la perdita del desiderio di volare: la persona diventa “ipotetica” a
se stessa, sperimentando così una crisi di identità.
Ciò che sta a cuore a ogni educatore, al di là del prendere atto che si ha
a che fare con gabbiani ipotetici, è arrivare a possedere un metodo capace
non tanto di insegnare a volare, quanto di ridestare il desiderio del volo.
Per raggiungere questo obiettivo, appellarsi a delle regole etiche si è mo-
strato, nel tempo, radicalmente inefficace; e allora, recuperando le parole
di Bergoglio:
38 nu 230
alessandro clemenzia
Come insegnare ai nostri alunni a non avere paura di cercare la ve-
rità? […] Come formare uomini e donne liberi sul cammino dell’e-
sistenza? […] Come riuscire a far sì che i nostri ragazzi “inquieti”
nell’indisciplina finiscano per diventare “inquieti” nella ricerca?9.
La perdita, come anche il non riconoscimento, del desiderio di volare è il
sintomo di chi confonde il proprio desiderio (sempre al singolare) con uno
dei tanti bisogni: proprio per questo ci si accontenta di vivere la giornata.
testimoni generativi
Di fronte a questa confusione esistenziale, ci si può domandare: da dove
iniziare questo cammino di risveglio del desiderio altrui?
Per rispondere si potrebbe parafrasare in modo personale il racconto di
Anthony De Mello, intitolato Messaggio per un’aquila che si crede un pollo10,
spostando l’attenzione, per rimanere in tema, dall’immagine delle aquile a
quella dei gabbiani.
Una volta un bambino trovò un uovo di gabbiano, molto simile a quel-
lo di una gallina, seppure di colore più scuro e maculato. Ignaro della sua
provenienza a causa di questa variazione cromatica, lo pose nel nido di una
chioccia che aveva già covato. Destino ha voluto che le uova si aprissero
tutte contemporaneamente, e che il piccolo gabbiano si trovasse confuso
tra tanti pulcini. Crebbero insieme e in simbiosi: il gabbiano credeva di esse-
re anche lui un pollo. E se all’inizio le sue energie erano tutte impiegate per
imitare uno stile di vita che non era il suo, col tempo ci si abituò, tanto che
ogni gesto gli divenne quasi “naturale”.
Ecco a cosa porta la mancanza di consapevolezza: un gabbiano, abituato
a catturare i pesci volando sul mare, si doveva accontentare adesso di rac-
cattare vermi, lombrichi e insetti, razzolando su e giù con un attento scan-
daglio del terreno. Al posto di vivere su ampie superfici e sulle scogliere,
lasciandosi trasportare in volo dal soffio del vento, passava la sua giornata in
un pollaio, svolazzando qua e là con un veloce fremito d’ali all’altezza mas-
sima consentita a una gallina.
nuova umanità 230 39
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
D’un tratto, quando il sole cominciava ormai a tramontare, e il suo cuore
si era accontentato del pensiero “si è sempre fatto così”, alzò lo sguardo
verso il cielo e vide un volatile assai strano che planava, mai visto prima, con
un’eleganza e un piumaggio tali da distinguersi da ogni altra gallina orna-
mentale, e che, al posto di sbattere velocemente le ali per svolazzare a pochi
centimetri da terra, le muoveva appena e con grande signorilità. Il giovane
gabbiano, fortemente incuriosito e destato dal suo sonno esistenziale, do-
mandò chi fosse quell’animale con una corporatura così massiccia e insieme
elegante: si trattava di un gabbiano reale mediterraneo.
I suoi occhi rimasero fissi verso l’alto, quando improvvisamente gli si ac-
costò un vecchio gallo per sussurrargli con tono deciso e sarcastico: «Non
è per te, amico mio; un pollo è fatto per la terra, non per volare nel cielo».
Riabbassando tristemente lo sguardo, il gabbiano tornò alle cose di ogni
giorno, ma con una speranza nuova nel cuore: non accontentandosi più del-
la solita routine, capiva sempre più che era destinato ad “altro”, a qualcosa
cui non era ancora riuscito a dare un nome. A un tratto nel pollaio ci fu un
grande movimento: come ogni giorno prima dell’imbrunire, tutti correvano
verso i beccatoi dove era stato posto del pane secco. Il giovane gabbiano,
tuttavia, non si mise a gareggiare con gli altri, come le altre volte, per saziare
per primo il bisogno del cibo, ma alzò nuovamente lo sguardo verso un pun-
to indefinito nel cielo: il suo cuore ormai era stato afferrato da quella novità
che lo aveva attratto prima del tramonto e tolto dalla monotonia quotidiana.
Mentre tutti i polli erano piombati nel sonno, il gabbiano passò la notte in
bianco: sentiva che era il tempo di decidere se morire da pollo, continuando
a pensare di essere tale, o di seguire il desiderio di volare.
La storia potrebbe finire in un modo o nell’altro a seconda della risposta
che le vogliamo dare; quella di De Mello si conclude in realtà diversamente,
in quanto l’aquila (al posto del gabbiano) visse e morì come un pollo, poiché
pensava di essere tale.
Volendo invece noi far finire la storia positivamente, possiamo chiederci
cosa abbia risvegliato nel giovane gabbiano la ricerca della propria pienezza,
al punto di desiderare di liberarsi dalla sicurezza quotidiana della vita prece-
dente. La risposta è semplice: un altro gabbiano, il quale, nel compiere con
naturalezza il suo tragitto in volo, è divenuto un “testimone”. La sua testimo-
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alessandro clemenzia
nianza è avvenuta senza alcun discorso astratto o spirituale, ma attraverso
la concretezza di una carne, rivestita di piume, che volava nel cielo: è stato
il “semplicemente vivere” a risvegliare il cuore del gabbiano attraverso una
domanda, e cioè attraverso la curiosità.
Qui entra in gioco la figura dell’educatore come testimone.
Un educatore, infatti, non è un insegnante di nozioni o di formule ma-
giche, ma è espressione di una testimonianza incarnata. Scrive Recalcati:
«Come avviene la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra?
Attraverso una testimonianza incarnata di come si può vivere la vita con
desiderio»11. Questo è un elemento decisivo, in quanto indica che la rela-
zione, necessariamente asimmetrica, tra educatore ed educando si gioca
all’interno dell’esperienza. L’educatore non fornisce risposte di contenuto,
atte a riempire e soddisfare i bisogni dell’educando, ma gli offre quell’unica
realtà che aveva già conquistato il proprio cuore, e che dunque non può non
sintonizzarsi con il desiderio dell’altro. Per questo il linguaggio utilizzato in
questa comunicazione tra loro non potrà essere concettuale, ma concreto
e descrittivo. Si tratta, in primo luogo, di ridonare quell’esperienza che ha
ridestato il proprio desiderio, per generarla nel cuore dell’educando; e, in
secondo luogo, di accompagnare quest’ultimo nel rendersi sempre più con-
sapevole di questa sintonia tra ciò che si desidera realmente e l’esperienza
offerta. La relazione vera, dunque, è quella che passa, come per contagio, da
cuore a cuore: cor ad cor loquitur.
Un desiderio assopito, quando torna a risvegliarsi, porta con sé una
grande gioia, come se si uscisse dal tunnel della noia e della rabbia. L’ap-
propriazione del desiderio desta una nuova consapevolezza di sé e di tutta
la realtà circostante, offrendo il coraggio di testimoniare, anche tra le mille
avversità, la propria esperienza di liberazione.
Tutto questo lo insegna ancora la storia del gabbiano Jonathan Livin-
gston, in particolare nel momento in cui, ormai fedele a quanto il suo cuore
desiderava, viene espulso dallo stormo:
Nessun gabbiano, mai, si leva a protestare contro le decisioni del
Consiglio, ma la voce di Jonathan si levò. «Incoscienza? Condotta
irresponsabile? Fratelli miei!» gridò. «Ma chi ha più coscienza d’un
nuova umanità 230 41
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
gabbiano che cerca di dare un significato, uno scopo più alto all’esi-
stenza? Per mill’anni ci siamo arrabattati per un tozzo di pane e una
sardella, ma ora abbiamo una ragione, una vera ragione di vita…
imparare, scoprire cose nuove, essere liberi!»12 .
Un testimone è tale quando accompagna il suo educando anche a sco-
prire il “metodo” con cui è arrivato a risvegliare il proprio desiderio, transu-
stanziando quella noia verso la realtà in un’inquietudine di ricerca. Si tratta
di insegnare il metodo del volo. Jonathan, facendosi coraggio, si avvicinò a
Ciang, il Gabbiano Anziano, per domandare informazioni circa l’esistenza
del paradiso. Non si poteva limitare a una risposta affermativa o negativa,
poiché doveva spiegare il “metodo” di come si arriva in un luogo che non è
un luogo; affermò il vecchio Ciang:
Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità
perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di mi-
glia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perché qual-
siasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti.
Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là13 .
Queste parole dovevano tuttavia essere accompagnate dall’esperienza;
per questo Ciang improvvisamente scompare per riapparire in pochi istan-
ti a distanza di venti metri: una velocità perfetta che destò la curiosità di
Jonathan, e domandò. «Ma come ci riesci?». Si tratta di una domanda sul
metodo. Il vecchio Ciang, riprendendo la parola, rispose:
«Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovun-
que tu desideri» disse l’Anziano. «Io mi sono recato in ogni luogo
possibile e immaginabile, in ogni dove e in ogni quando». Lanciò uno
sguardo al mare, all’orizzonte. «È buffo. Quei gabbiani che non han-
no una meta ideale e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano
da nessuna parte, e vanno piano. Quelli invece che aspirano alla
perfezione, anche senza intraprendere alcun viaggio, arrivano do-
vunque, e in un baleno. Ricordati, Jonathan, il paradiso non si trova
né nello spazio né nel tempo, poiché lo spazio e il tempo sono privi
di senso e di valore»14 .
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alessandro clemenzia
L’apprendimento del metodo attraverso l’esperienza dell’educatore, te-
stimone autentico nel seguire il ritmo e la forza del proprio desiderio, non
si limita a un fattore intellettuale, ma genera nell’educando il desiderio (del
proprio cuore) di volare allo stesso modo. E infatti Jonathan, in risposta a
quelle parole del maestro Ciang, afferma: «Mi potresti insegnare a volare in
quel modo?»15.
Il punto di partenza di un educatore per risvegliare il desiderio altrui è la
realtà dell’educando, non una personale ipotesi di felicità per l’altro. Que-
sto significa, il più delle volte, partire dalla componente più fragile dell’esi-
stenza, che spesso è sotto il segno di una ferita che il tempo non è riuscito
a rimarginare. Partire dalla situazione concreta dell’altro aiuta l’educatore
ad assumere una postura autenticamente umana davanti alla realtà, senza
correre il rischio, che potrebbe essere letale, di saltare alcune tappe nel pro-
cesso educativo, preoccupandosi di un’urgente risoluzione degli obiettivi.
Una delle posizioni più pericolose che una persona possa assumere di
fronte a un’esperienza di dolore, propria o altrui, è quella di una spiritualiz-
zazione della fragilità: è un tentativo nefasto che, se in un primo momento
sembra avere l’efficacia di un “aulin spirituale”, in realtà induce a nasconde-
re la realtà per come essa realmente è. Oltre alla spiritualizzazione della fe-
rita, un’altra tentazione è quella di un intervento immediato nella situazione
con l’intento di sanare tutto e subito. Quando invece si invera una relazione
all’insegna di un cuore che parla a un altro cuore, allora l’educando, pro-
prio partendo dalla propria ferita, può riuscire a scoprire nell’educatore la
capacità di immedesimarsi anche nella realtà più irrisolta e devastata della
propria umanità16, senza lasciarsi determinare dalla paura di farlo entrare lì
dove possono trovarsi anche degli scheletri nascosti.
Mi ha profondamente colpito, a tale proposito, un’esperienza che mi ha
scritto una professoressa liceale, Maria Rita Topini, impegnata da decenni
nella formazione umana e spirituale delle nuove generazioni:
Prendersi troppo sul serio quando si sta accanto ai giovani di un
Movimento della Chiesa Cattolica, con tutte le attese legate alla ra-
dicalità da trasmettere, alla trasmissione di un carisma e a tanto al-
tro, è uno dei maggiori pericoli perché causa pesantezza e infelicità.
nuova umanità 230 43
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
Poi arrivano occasioni d’oro, inaspettate, per rimettere le cose a po-
sto: piccoli eventi liberatori.
Mi meravigliavo quando le giovani tra i 18 e i trent’anni a me affida-
te mi sceglievano come confidente non delle grandi conquiste ma
delle cadute, quelle che volentieri si nascondono per vergogna, per
paura di perdere per sempre la stima di una persona a cui tieni.
La mia meraviglia nascondeva una punta di compiacimento: che si
confidassero proprio con me poteva voler dire che si fidavano, che
sapevano che avrebbero potuto contare su di me sempre e comun-
que. Che cosa desiderare di meglio? Un bel giorno una di loro mi ha
spiegato in modo chiaro e diretto il vero perché, con queste parole
che non ho più scordato: «Ho detto a te quello che ho combinato
perché penso che anche tu avresti potuto farlo...».
Non era esattamente ciò che avevo immaginato o sperato, era di
più: la semplice verità che siamo fratelli e sorelle, tutti possibili e
reali peccatori e tutti santificati dal reciproco amore che letteral-
mente ci tira su da ogni caduta, anche la più disonorevole.
Con quale sguardo, dunque, un educatore deve guardare negli occhi
l’educando per ridestare in lui, dal di dentro della sua fragilità, il desiderio
di volare? Per abbozzare una risposta a questa domanda non si può fare
a meno di guardare a Gesù, il Nazareno. Quando lungo la strada gli si av-
vicinavano ciechi, lebbrosi o indemoniati, egli – prima ancora di operare il
miracolo attraverso il tocco della loro ferita – li guardava con uno sguardo
particolare, con gli occhi del Padre, e in quel modo riusciva a cogliere in
loro quella pienezza verso cui ciascuno era diretto come compimento del
proprio destino. E proprio in questo consisteva il vero miracolo: nel rendere
accessibile a ciascuno, nel presente, un destino che sembrava dissolversi in
un futuro ipotetico. Nell’offerta del destino, il vuoto trovava riempimento e
l’umanità raggiungeva la sua pienezza.
Si tratta di scorgere nell’altro, seppure fragile e ferito, le tracce del suo
compimento, ciò per cui è stato fatto. La scritta che campeggia sul fronte-
spizio della clinica pediatrica del Policlinico Umberto I a Roma è indicativa:
in puero homo. Nel bambino c’è già tutto l’uomo. Luca Socci, un ragazzo lau-
reato in Lettere antiche e ora seminarista per la diocesi di Firenze, nei diversi
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alessandro clemenzia
dialoghi in cui ci siamo raffrontati con passione sul tema dell’educazione,
riaccendendo in me il desiderio di trovare negli altri le tracce del loro desti-
no, mi ha mostrato un’immagine che bene può illustrare quanto affermato.
Si tratta del dipinto di R. Magritte, La chiaroveggenza, 1936 (autoritratto ad
olio su tela).
conclusioni
Questo breve articolo non parte da un approfondimento scientifico e
didattico, in quanto colui che scrive non ha competenza in materia, ma da
uno sguardo sintetico sulla realtà giovanile che ci circonda. In queste pagi-
ne appare una continua oscillazione tra il punto di vista di un educatore e
quello di un educando: sembra, a prima vista, un’incoerenza logica; invece
tale movimento argomentativo ha a che fare con un grande paradosso esi-
stenziale, soprattutto di chi si trova ad essere simultaneamente educatore
ed educando.
L’unico accesso alla realtà, senza dimenticare l’importanza della memo-
ria che proviene dal passato e dell’essere proiettati verso un orizzonte infini-
to, composto anche dal futuro, è il “qui ed ora”; in ogni presente l’educatore
si ritrova ad essere sempre anche educando, poiché l’urgenza educativa non
nasce da un’attenzione verso le nuove generazioni, ma dal prendere sul se-
rio il rischio quotidiano di un assopimento del desiderio del proprio cuore.
Ed è da questo esercizio personale che prende forma un’autentica e rigorosa
sfida educativa.
Ogni persona è stata creata per volare; e in tutti i tempi ci sono stati
offerti dei testimoni che hanno potuto risvegliare i cuori assopiti dalla noia,
e cioè dal disinteresse verso il fascino e le provocazioni della realtà quoti-
diana, per farli tornare ad essere cuori appassionati dell’umano, con tutte le
loro ferite e impotenze. Anche nei nostri giorni, determinati spesso da una
notte collettiva, possiamo incontrare dei testimoni che possono risvegliare,
con la forza di un ideale, il desiderio che alberga nell’interiorità di ogni uomo,
anche di chi sembra disinteressato a tutto ciò che gli passa accanto. Penso
a tante figure, spesso sconosciute ai libri di storia.
nuova umanità 230 45
focus. millennials e igen
Il desiderio di volare
C’è una lettera di Chiara Lubich, senza data, che mi provoca costante-
mente, e mi obbliga a gettare lo sguardo in modo sempre nuovo sulla realtà
quotidiana, senza farmi perdere nei meandri di una spiritualità astratta; così
è scritto: «Io sono un’anima che passa per questo mondo. Ho visto tante
cose belle e buone e son sempre stata attratta solo da quelle. Un giorno
(indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre cose bel-
le e la seguii. Mi accorsi che era la Verità»17. Queste parole manifestano
che siamo davanti a una testimone autentica che, nel cercare di soddisfare
i bisogni del proprio cuore, è stata raggiunta da una luce che ha appagato
la forza del suo desiderio. Nel seguirla ha compreso che era la Verità, stu-
pendosi in tal modo di essere capace di desiderare una realtà così eterna e
infinita. Chiara Lubich, nel comunicare ai suoi primi compagni e compagne
Chi avesse incontrato, ha generato in loro quella stessa luce, ridestando così
anche il loro desiderio, a ciascuno il proprio; e ha insegnato loro il “metodo”
della sequela, e cioè del volare, accompagnando nel proprio volo chiunque
le passasse accanto. Questa luce, che è la Verità, l’ha denominata: Ideale.
Con la sua esperienza, la Lubich ha comunicato che il cuore non cerca un
qualcosa (come il bisogno), ma una Presenza sempre viva, di cui il desiderio
si fa sentire con la voce della nostalgia. «Alle volte – ella ha scritto nel suo
Diario – ci prende una nostalgia di Paradiso»18 (9 aprile 1968). Quel Paradiso
che non indica soltanto l’aldilà, ma comprende anche il presente, la realtà
di ogni giorno e che – come diceva il vecchio Ciang al gabbiano Jonathan –
insegna la “velocità perfetta”.
Facendo nostre le parole sempre attuali di Giosuè Carducci, si può affer-
mare: «“Tu solo” pensando “o ideal, sei vero”»19. E torna allora la domanda
inziale: chi può fermare in cielo il volo dei gabbiani? Non è più il distacco
dalle circostanze negative della realtà quotidiana a farci rispondere “niente
e nessuno”, ma la forza di un ideale che, quando ci ha toccato, non ci lascia
più.
1
La canzone, con precisione, risale al 1975: il Gen Rosso è impegnato per uno
spettacolo ad Hamburg. La visuale del volo dei gabbiani che attraversano il confine
in piena libertà fa riferimento a una gita, avvenuta in quell’occasione, a Travemünde,
un distretto di Lubecca, località balneare sul Mar Baltico.
46 nu 230
alessandro clemenzia
2
Si tratta di un monologo pubblicato nell’album Il teatro canzone, nel 1992.
3
R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, BUR, Milano 19794, p. 14.
4
Ibid., p. 15.
5
Ibid., p. 14.
6
M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2018, p. 28.
7
R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, cit., p. 24.
8
M. Recalcati, Ritratti del desiderio, cit., pp. 28-29.
9
Papa Francesco, La bellezza educherà il mondo, EMI, Bologna 2014, p. 17.
10
A. De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Piemme, Casale
Monferrato 1995.
11
M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Milano 2013, p. 141.
12
R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, cit., p. 35.
13
Ibid., pp. 55.68.
14
Ibid., p. 68.
15
Ibid.
16
Piero Coda sintetizza questa dinamica relazionale dell’immedesimazione at-
traverso un verbo, recuperato dalla Teosofia di Antonio Rosmini: “inaltrarsi” (cf. A.
Rosmini, Teosofia, n. 868), e spiega: «Vestendo col pensiero il mio esser persona
delle determinazioni dell’altro, vivo l’essere persona che io sono con le determina-
zioni dell’altro: così “divento” l’altra persona nello spazio della mia coscienza per-
sonale» (P. Coda, Se l’uno è anche il suo altro, in P. Coda - M. Donà, Pensare la Trinità.
Filosofia europea e orizzonte trinitario, Città Nuova, Roma 2013, pp. 9-96, qui p. 79).
17
C. Lubich, da una lettera degli anni Quaranta, cit. in Id., La dottrina spirituale,
Mondadori, Milano 2001, p. 39.
18
Id., L’unione con Dio, in «Nuova Umanità» 153-154 (2004/3-4), pp. 327-339,
qui p. 338.
19
G. Carducci, Giuseppe Mazzini (11 febbraio 1872).
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focus. millennials e igen
Osare l’utopia
Il mondo può cambiare
Davide
Penna 1. l’identità del giovane
e il suo apporto alla società
professore
di filosofia e Il mondo si può cambiare. Questa certezza deve fon-
storia al liceo dare i sogni, le prospettive, le scelte, il cuore e la mente
“carlo amoretti”
di imperia,
del giovane, la cui radice del termine richiama proprio
dottorando l’esigenza di un cambiamento a misura d’uomo. Iuvenis,
del xxxi ciclo in infatti, in latino condivide la radice iuv- con il verbo ju-
filosofia presso vare, che significa aiutare. Il giovane è colui che aiuta, è
il consorzio fino colui che, forte della sua giovinezza, corre incontro alle
(filosofia del
nord-ovest).
necessità e ai bisogni profondi per combattere l’ingiusti-
presidente zia. Partiamo da questo elemento sull’identità profonda
dell’associazione del giovane per riflettere sulla generazione millennials.
culturale “arena Giovane dice, di per sé, cambiamento, fiducia nel mi-
petri” di genova glioramento, speranza, ascolto del desiderio di fare del
e curatore della
rubrica a misura
proprio meglio perché il mondo sia più giusto, umano,
d’uomo nella fraterno e solidale. Eppure… eppure proprio questa pro-
rivista on-line fonda identità giovanile sembra quella più in crisi; oggi
nipoti di maritain. abbiamo grandi problemi col desiderio profondo, di cui
parleremo più avanti. Il messaggio costante in cui siamo
immersi, quasi la colonna sonora che insistentemente
si nasconde nei programmi tv, nelle pubblicità, nei talk
show e nei reality, è, se analizzato in fondo, il medesimo:
quello che c’è non si può, più di tanto, cambiare perché
è il frutto di processi molto più grandi della singola per-
nuova umanità 230 49
focus. millennials e igen
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare
sona o delle comunità locali. Tale insistenza sulla «presunta impossibilità di
cambiare il mondo»1 provoca da un lato una tragica deresponsabilizzazione
collettiva, dall’altro una disillusione giovanile precoce che riduce lo spazio
e l’orizzonte della speranza e del desiderio. Il che è un vero e proprio tradi-
mento dell’identità giovanile. A cosa rinunciano, infatti, i giovani di se stessi
quando non accolgono quella tensione profonda a partecipare, ascoltare,
lavorare, perché il mondo sia migliore? Alla dimensione propria della giovi-
nezza: vedere il non ancora del già. Il giovane si realizza nello scoprire quello
che non c’è in quello che già c’è e se rinuncia alla sua profezia rinnega se
stesso e tenta di trovarla, magari, in anestetizzanti dell’anima e del cuore,
come i diversi paradisi artificiali che la società di oggi offre, non solo droghe
e alcol, ma anche social network o, addirittura, il terrorismo, come ricorda
papa Francesco: «Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a
pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare
nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è
stare come intontito. È certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre
droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque
più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la liber-
tà. Ci spogliano della libertà»2.
Inoltre è sempre più pressante, benché spesso mascherata, la richiesta,
da parte dei giovani, di riferimenti adulti che sappiano essere effettivamente
tali; che sappiano, cioè, indirizzare i giovani verso mete alte e risvegliare quel
desiderio dell’oltre, del non-ancora, dell’utopia, in cui davvero essi possano
sentirsi se stessi. L’adulto penso sia chiamato, prima di tutto, non tanto a
farsi giovane tra i giovani, ma a richiamare il giovane a se stesso, perché
sa che quest’ultimo ha un carisma particolare da donare alla comunità. Il
compito non è per niente semplice, anche perché spesso i ragazzi mostrano
insofferenza verso l’adulto che indica direzioni, che chiede spiegazioni, che
spinge alla responsabilità, che muove ad uscire da sé. Anche in questo caso
le parole di papa Francesco, rivolte ai giovani a Cracovia nell’ultima Giornata
mondiale della gioventù, mi sembrano cogenti:
Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano
/ młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con
50 nu 230
davide penna
gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari
in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di
essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vo-
gliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia
oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano
altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro
futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole rea-
lizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far
sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni
di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani
per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te.
E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no?3.
Un adulto, che voglia rispondere alla sua chiamata nel rapporto con i
giovani, non può pretendere e indirizzare a niente di meno. Mi sembra che
in gioco ci sia non solo l’identità del giovane ma il futuro della nostra comu-
nità umana. Non è un caso, infatti, che nella società della disillusione e degli
orizzonti piccoli, anche se a portata di click, i giovani abbiano poco spazio
sia in termini occupazionali sia in quelli della partecipazione all’interno della
società civile, sui diversi piani, come quelli della cultura, del lavoro, della
politica. Secondo i dati Istat del novembre 2017, in Italia la disoccupazione
giovanile (dai 15 ai 24 anni) è del 32,7%. Nel 2008, nel periodo pre-crisi,
era al 21,2 %. Nel primo trimestre del 2014, anno in cui si è arrivati al picco
della disoccupazione giovanile, la percentuale è arrivata al 46,24. Pensare,
così, a un giovane di trent’anni con un contratto stabile è quasi folle. Il volto
del giovane, spesso, è selezionato negli spettacoli televisivi, in quelli in cui
ciò che conta è l’apparenza che luccica; ma laddove occorre riflettere sul-
la costruzione di un futuro umano, i giovani sono poco richiesti e ascoltati,
tanto che molti di loro si sono quasi del tutto autoesclusi, per esempio, dalla
partecipazione politica, che non sembra più suscitare l’ardore dei coetanei
negli anni ‘60 e ‘70. Tutto questo non può che farci chiedere: una società
meno giovane nei processi decisionali o di discernimento, cosa perde? Direi,
innanzitutto, la capacità di autotrascendersi, ovvero di andare oltre se stessa,
di chiamare se stessa a essere diversa, anzi, migliore.
nuova umanità 230 51
focus. millennials e igen
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare
2. la scelta decisiva: possesso o relazione?
Qui mi permetto di ricordare le parole del beato Pier Giorgio Fras-
sati, un giovane come voi: «Vivere, non vivacchiare!». Vivere! Voi
sapete che è brutto vedere un giovane “fermo”, che vive, ma vive
come – permettetemi la parola – come un vegetale: fa le cose, ma la
vita non è una vita che si muove, è ferma. Ma sapete che a me danno
tanta tristezza al cuore i giovani che vanno in pensione a 20 anni! Sì,
sono invecchiati presto […] quello che fa che un giovane non vada
in pensione è la voglia di amare, la voglia di dare quello che ha di
più bello l’uomo, e che ha di più bello Dio, perché la definizione che
Giovanni dà di Dio è «Dio è amore». E quando il giovane ama, vive,
cresce, non va in pensione. Cresce, cresce, cresce e dà5.
Vivere e non vivacchiare; una vita dinamica, in movimento per il bene,
e non un’esistenza statica, un cuore in pensione che non spera più. Ecco il
costante richiamo di papa Francesco ai ragazzi e ai giovani di oggi. Eppu-
re, come ricordato, il contesto è tutt’altro che semplice. Cosa può, allora,
renderci capaci di vedere nelle difficoltà una sfida in cui poter accrescere
l’umanità in noi e nella società? Come poter accogliere con gratuità e forza il
tempo che ci è donato per poter apportare il nostro, personalissimo, e quin-
di nostro nella misura in cui è speso per gli altri, contributo al bene comune?
Cosa proibisce ai giovani del 2018 di essere se stessi e quindi, spesso, di
osare l’utopia?
Penso che in questo senso ognuno di noi sia chiamato ad una scelta fon-
damentale che si riflette nelle relazioni con gli altri, nel lavoro, nell’eserci-
zio della propria ragione e della propria volontà: la relazione o il possesso?
In ogni nostra decisione siamo, in fondo in fondo, chiamati a discernere su
questo aut aut ineludibile. Infatti spesso per prendere una buona strada non
occorre tanto e solo il riflettere sul contenuto delle proposte che abbiamo
di fronte, ma sulla forma, ovvero sulla nostra disposizione di fondo verso le
diverse possibilità. Se la forma è caratterizzata dall’apertura alla relazione
significa che il termine fondamentale del mio agire non è una realtà illuso-
ria in cui devo affermare il mio io come centro del mondo; la relazione è lo
spazio del reale e, quindi, di un mondo che mi contraddice, che è di fron-
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davide penna
te a me, mi mette in discussione e mi chiama ad approfondire quel limite
che necessariamente sono. Se, invece, il mio atteggiamento fondamentale
è quello del possesso, il mondo e gli altri si riducono a strumenti per la mia
affermazione; ma dato che sia il mondo sia gli altri non sono, in realtà, tali,
allora rinnego me se stesso, riempiendo la mia vita di tante, troppe attese
che saranno sempre deluse perché mai davvero reali. La relazione, infatti, è
una grande scuola di realtà, ci aiuta a comprendere i nostri limiti e quelli degli
altri, a benedirli e ad approfondirli. L’io si approfondisce in quanto limite sia
quando si accetta come limitato sia, allo stesso tempo, quando è disposto,
nell’accettazione, ad andare sempre più verso l’altro.
L’accettazione è tutt’uno con lo spostamento del confine del limite ed è
un atto carico di coraggio e immerso nella relazione con il tu. Il tu costan-
temente mi chiama a questo approfondimento perché, per sua natura, il tu
è l’orizzonte dell’io, ciò che è oltre il suo contorno e che quindi dice altro
rispetto a sé. Ecco perché il tu ha una carica di profonda liberazione dell’io,
a patto che scelga di essere veramente un tu e non un io ripetuto o un esso
sconosciuto o reificato. Al coraggio della relazione si oppone la paura del
possesso. Quest’ultimo, infatti, vede l’altro con sospetto perché odia il pen-
siero che il sé dell’io possa essere annullato dalla presenza del tu. E la paura
è l’anticamera della trasformazione dell’altro a cosa, a strumento, a funzio-
ne. Una paura che, seguendo le parole di papa Francesco, alla fine porta
a considerare il mondo come un grande divano su cui è lecito solo stare
comodi e dove ogni interruzione di questa comodità è maledetta nel nome
di un’inesistente mondo-salotto che domanda solo di essere guardato. No,
per fortuna, il mondo non è un salotto e la nostra vita non è un divano; è una
chiamata costante ad approfondirci, a volte dolorosamente, nell’altro. Un al-
tro che, prima di tutto, è il reale e che, proprio perché tale, può essere in certi
momenti sperimentato come mistero, altre volte come abissale diversità,
altre volte ancora come un profondo e spiazzante non-senso; ma che, alla
fine, almeno questa è l’esperienza di grandi santi, ci rivela come testimoni di
senso. Se, dunque, la relazione libera perché ci fa vivere il reale, il possesso
rende prigionieri della paura perché ci fa abitare un mondo non reale. E più
abito l’irreale più sarò incapace di affrontare le sfide, sognare l’utopia, fare
mie la speranza e la fiducia, e rapportarmi con l’altro.
nuova umanità 230 53
focus. millennials e igen
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare
3. custodire il desiderio ovvero abitare il limite
Ma come fare della propria vita una scelta costante e fedele della rela-
zione? Come custodire, in quanto giovane, la capacità di sognare un mondo
diverso e il coraggio per renderlo concreto? Mi sembra che la via maestra
sia la custodia del desiderio. Custodire la parte migliore di noi per vivere
in relazione è la missione speciale del giovane. In questo senso è necessa-
rio sottolineare, come fa papa Francesco nel messaggio per la Quaresima
2018, la presenza ingombrante di tanti, troppi messaggi di falsi profeti che
incantano facendo confondere l’emozione col desiderio profondo, oppure
offrendo soluzioni semplici per ferite profonde:
Essi [i falsi profeti] sono come “incantatori di serpenti”, ossia ap-
profittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e
portarle dove vogliono loro. […] Altri falsi profeti sono quei “ciar-
latani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze,
rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti gio-
vani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”,
di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una
vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici
e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi
truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che
è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. È
l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per
cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa
meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della
menzogna» (Gv 8, 44), presenta il male come bene e il falso come
vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è
chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minaccia-
to dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non
fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che
lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene
da Dio e vale veramente per il nostro bene6 .
Ecco allora che per custodire il desiderio, per tenerci stretta, nella sem-
plice quotidianità, quella spinta verso la bellezza e lo stupore per l’altro, oc-
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davide penna
corre preservare il cuore dalla superficialità la quale, a ben riflettere, nasce
dal non saper abitare l’incertezza, la domanda, il dubbio, in altre parole la
nostra radicale limitatezza. Desiderio e limite sono parole che si richiama-
no intrinsecamente a vicenda; se desiderio dice dinamica, spinta verso l’al-
tro, esodo, pasqua (nel senso di passaggio), il limite è il luogo in cui questa
spinta è preservata, custodita e quindi alimentata. Per essere fedele a quel
desiderio dell’altro che Dio incide, come una ferita, nel mio cuore, devo abi-
tuarmi a trovarmi a mio agio nel limite che sono. Attenzione, questo non si-
gnifica acquietarsi nella mediocrità o in un banale irenismo perbenista. Non
significa farsi andare bene tutto, essere comodi, vivere in un mondo-salotto
dove gli altri sono telecomandi a mia disposizione, ché contraddiremmo
quanto detto in precedenza, ovvero il fatto che, radicalmente, il giovane è
affermazione dell’utopia. Accettare il mio limite significa dire di sì, una volta
per tutte, alla gratuità della mia esistenza, ovvero al fatto che il primo dato
essenziale della mia vita è che non mi sono fatto da me, non sono venuto al
mondo per una mia decisione, per un mio progetto; per cui io sono, prima di
tutto, un io-ricevuto.
Riscoprire la gratuità della propria esistenza è scorgere nell’essere-amati
il senso profondo della vita. Il nome ebraico Dawid ha in sé questo significa-
to; dwd, infatti, significa l’amato. Noi tutti, in quanto siamo, siamo gratuita-
mente, siamo ricevuti, siamo amati. Noi tutti siamo Dawid, e i giovani sono i
più vicini a sentire profondamente questa realtà. Ma non si è fedeli a questa
ricchezza se, come detto, non si incarna il desiderio e, quindi, la relazione.
L’esperienza dell’amore dell’altro è il desiderio profondo della nostra vita.
Non sappiamo immediatamente dare un contenuto preciso a questo desi-
derio. Confondiamo, ad esempio, la ricerca della stima dell’altro, e quindi del
nostro apparire, con tale desiderio. Ma l’apparire non può esaurire il desi-
derio d’amore perché il primo implica un merito e, quindi, un dover fare che
si rispecchi nell’idea dell’altro; il secondo (il desiderio d’amore) riposa nel
semplicemente essere di fronte all’altro, nella pura gratuità. L’amore perfet-
to, in poche parole, è quello che si percepisce derivante non da quello che
si fa, ma dal fatto che si è. L’essere amati per il semplice fatto di esistere è,
allo stesso tempo, il dato immediato e la conquista più faticosa. Solo da qui
nascono le opere feconde e generative, quelle che non si affaticano nella
nuova umanità 230 55
focus. millennials e igen
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare
ricerca dell’apparenza e, quindi, del consenso (strumento utile a volte, ma
virus dannosissimo se trasformato in scopo di vita, causa di risentimenti,
vittimismi e di una vita fuori dalla realtà), e che hanno radici tanto profonde
da poterci trasformare in vero dono per chi vive accanto a noi. L’esperienza
della gratuità dell’amore ci fa diventare vero pane per chi è affamato. La
direzione di Dawid, dunque, è e sarà sempre eucarestia (un rendere grazie
dell’amore che si è ricevuto che è, in se stesso, dono). E così, la custodia del
desiderio e l’abitare il limite portano sempre, nelle forme più disparate, a
servire gli altri. Mi piace, in questo senso, citare l’ultimo sermone di Martin
Luther King, il leader dei diritti civili dei neri, della non-violenza, ma anche
un autentico innamorato di Cristo, tenuto il 4 febbraio 1968 in una chiesa
battista ad Atlanta, in cui fu chiamato a commentare il brano evangelico in
cui i fratelli Giacomo e Giovanni chiesero a Gesù di porli al suo fianco nel
regno dei cieli:
Gesù ci diede una nuova norma di grandezza. Se vuoi essere impor-
tante, meraviglioso. Se vuoi essere riconosciuto, meraviglioso. Se
vuoi essere grande, meraviglioso. Ma riconosci che chi vuol essere
il più grande tra voi sia il vostro servo. (Amen) Questa è la nuo-
va definizione di grandezza. E questa mattina, la cosa che mi piace
di questa definizione di grandezza, è che significa che ognuno può
essere grande, (Ognuno) perché ognuno può servire. Non dovete
avere una laurea per servire. Non dovete far andare d’accordo il
soggetto ed il verbo per servire. Non dovete conoscere la Teoria
della Relatività di Einstein per servire. Non dovete conoscere la se-
conda teoria della termodinamica per servire. Avete solo bisogno
di un cuore colmo di grazia, un’anima generata dall’amore. E potete
essere quel servo7.
Servire l’uomo; ecco dove conduce, profondamente, l’utopia.
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davide penna
4. cosa si può chiedere al sinodo?
E allora, per aiutare i giovani ad essere fedeli a tutto questo, cosa chie-
dere al sinodo che si terrà il prossimo autunno? Prima di tutto un ascolto
autentico dello straordinariamente complesso pianeta giovanile. Un ascolto
capace di andare oltre alle prime reazioni, capace di entrare in comunione
profonda con la generazione Millenials. Un ascolto vero che nasce sempre
e solo da una profonda e autentica ricerca. Il giovane viene ascoltato se è
cercato, non per metterlo in vetrina, ma per prenderlo sul serio. Ecco allora
l’altra urgente richiesta al sinodo: prendere sul serio i giovani! Nella realtà
concreta della pastorale, nei progetti educativi, nelle proposte di governance
sui vari livelli (sociale, economico, politico, culturale) occorre dare credito al
giovane, al suo essere un non-ancora e, proprio per questo, al suo vivere l’u-
topia e al suo essere particolarmente sensibile e aperto alla speranza e alla
bellezza. Non abbiamo bisogno di un’altra vetrina in cui sfoggiare giovani
impacchettati, pronti all’uso, e fargli dire quello che gli adulti vorrebbero che
loro dicessero, perché altrimenti il sinodo si ridurrebbe ad una delle tante
manifestazioni mondane in cui i ragazzi oggi sono spremuti e gettati senza
direzione. Prendere sul serio i giovani significa, profondamente, investire sul
loro non-ancora. Che tristezza vedere gli annunci di lavoro in cui si cercano
giovani di vent’anni con esperienze lavorative e titoli di studio. È un indice
chiaro: si vogliono giovani da mettere in vetrina, non si vuole investire su
di loro. Il giovane oggi è spesso portato a non viversi come tale e, quindi, a
non sperare e sognare l’utopia, perché non respira fiducia attorno a sé. Non
possiamo, allora, non chiedere con forza questo al sinodo: prendiamo sul
serio i giovani ovvero diamo loro fiducia. Non chiediamo quello che ancora
non possono essere, aiutiamoli a stare nel loro non-ancora indicandogli le
preziose vie in cui il loro già possa fiorire. Ecco, infine, l’ultima parola che
vorrei dire come richiesta al sinodo: sappia indicare ai giovani. L’adulto è tale
se indica una direzione al giovane. Indicare non significa solo e tanto dire di
fare, tramandare, insegnare. Il gesto dell’indicare si esplicita nel mostrare e,
quindi, nel rinviare all’oltre-sé. L’adulto è se stesso, ovvero indica, se ha sa-
puto accogliere e sa vivere la chiamata di un A/altro. Per indicare veramen-
te, allora, occorre una grande dose di gratuità ed esperienza della relazione.
nuova umanità 230 57
focus. millennials e igen
Osare l’utopia. Il mondo può cambiare
Perché, come ha ricordato papa Francesco alla diocesi di Roma, è nei sogni
degli adulti che fioriscono le visioni dei giovani8. Cose di cui vorremmo, e per
questo preghiamo, fossero impregnati, di nuovo, il sinodo e, soprattutto, la
nostra società.
Ecco, allora: ascoltare, prendere sul serio, nel senso profondo di avere
fiducia e indicare. Tre parole che affidiamo al mondo adulto per risvegliare
e custodire l’utopia che porta il giovane ad essere profeta del non-ancora e
servo nel già. A noi non resta che costruire realtà che possano testimoniare
la bellezza di un desiderio che si custodisce nella relazione dicendo di sì al
proprio limite.
1
Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 16.
2
Cf. Papa Francesco, Discorso alla Veglia di preghiera con i giovani, XXXI Gior-
nata Mondiale della Gioventù, Cracovia 30 luglio 2016, [Link]
tent/francesco/it/speeches/2016/july/documents/papa-francesco_20160730_
[Link].
3
Ibid.
4
Fonti: [Link]
ccupazione-italia-europa-dal-2008-al-2017/; [Link]
tizie/2017-08-31/lavoro-l-istat-luglio-aumentano-occupati-ma-cresce-disoccu-
[Link]?uuid=AEpWLpKC; [Link]
cking/disoccupazione_italia-3358134/news/2018-01-11/.
5
Papa Francesco, Discorso ai ragazzi e ai giovani durante la visita pastorale a To-
rino, 21 giugno 2015, [Link]
june/documents/papa-francesco_20150621_torino-[Link].
6
Id., Messaggio per la Quaresima 2018: «Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà
l’amore di molti» (Mt 24, 12), [Link]
ges/lent/documents/papa-francesco_20171101_messaggio-[Link].
7
M.L. King Jr., L’istinto del protagonista, [Link]
pace/[Link].
8
«Tale era una delle profezie di Gioele per il tempo dello Spirito. Gli anziani
faranno sogni e i giovani avranno visioni. Con questa terza immagine vorrei sotto-
lineare l’importanza che i Padri sinodali hanno dato al valore della testimonianza
come luogo in cui si può trovare il sogno di Dio e la vita degli uomini. In questa pro-
fezia contempliamo una realtà inderogabile: nei sogni dei nostri anziani molte volte
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davide penna
risiede la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni, abbiano nuovamente
un futuro – penso ai giovani di Roma, delle periferie di Roma –, abbiano un domani,
abbiano una speranza. Ma se il 40% dei giovani dai 25 anni in giù non ha lavoro,
quale speranza possono avere? Qui a Roma. Come trovare la strada? Sono due re-
altà – gli anziani e i giovani – che vanno assieme e che hanno bisogno l’una dell’al-
tra e sono collegate». Papa Francesco, Discorso all’apertura del convegno ecclesiale
della Diocesi di Roma, 16 giugno 2016, [Link]
speeches/2016/june/documents/papa-francesco_20160616_convegno-diocesi-
[Link].
nuova umanità 230 59
dallo scaffale di città nuova
VAN THUAN
libero tra le sbarre
di Teresa Gutiérrez de Cabiedes
La storia di un grande testimone della fede.
Si fece un silenzio denso, interrotto solo dal volo di un mo-
scone che solcava lo spazio soffocante dell’ufficio. «Nguyen
Van Thuan ti abbiamo fatto portare qui perché sei colpevole
di causare problemi al Governo del popolo sovrano del Vie-
tnam. Sei accusato di propaganda imperialista e di essere un
infiltrato delle potenze straniere». È il 1975. Con queste parole
François Xavier Nguyen van Thuan, da poche settimane nomi-
nato arcivescovo coadiutore di Saigon (Hochiminhville, Vie-
tnam), viene accusato di tradimento e arrestato. Trascorrerà
in prigione tredici anni, di cui nove in isolamento.
isbn Una vita spesa nell’adesione coerente ed eroica alla propria
97888311153744 vocazione, come dirà di lui papa Giovanni Paolo II. Una storia
pagine che merita di essere raccontata.
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Il 4 maggio scorso, il Santo Padre ha promulgato il
prezzo Decreto che riconosce le virtù eroiche del cardinale
euro 20,00 François-Xavier Nguyen Van Thuan e ne autorizza la
venerabilità.
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nu 230
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo
Uno sguardo dall’Africa
Se analizziamo lucidamente il contesto attuale e le
sue trasformazioni, la domanda che viene a imporsi è
Melchior drammatica: quale protagonismo giovanile può affron-
tare la nuova epoca storica che emerge dai grandi cam-
Nsavyimana biamenti, tutt’oggi in itinere, del terzo millennio? I gio-
docente di vani dovrebbero accontentarsi di risposte provvisorie?
delazioni Dovrebbero lasciare che la vita resti in balia di pulsioni
internazionali istintive, di sensazioni effimere, di entusiasmi passegge-
presso la catholic ri? Dovrebbero rimanere passivi nell’assistere alle mol-
university of
eastern africa
teplici ingiustizie, guerre, marginalizzazioni, violenze e
(cuea). disuguaglianze di cui il mondo è tragicamente popolato?
Il presente articolo vuole riflettere su come i giovani
di oggi possono essere protagonisti della realizzazione
del bene, rispondendo a un’esigenza planetaria che ha
trovato autorevole espressione, tra gli altri, nelle univer-
sali parole di papa Francesco: «Il mondo di oggi vi chiede
di essere protagonisti della storia perché la vita è bella
sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo la-
sciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere
la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere
il nostro futuro»1. Nel procedere coi ragionamenti, per
non parlare dei giovani in astratto e per aiutare i lettori
a contestualizzare la riflessione che qui vorremmo ar-
ticolare, ogni tanto ricorreremo a dei casi concreti, con
una particolare attenzione al continente africano, sia in
virtù delle esperienze e delle competenze di chi scrive,
sia perché esso è il continente con il maggior numero di
giovani del mondo.
nuova umanità 230 61
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
La definizione di gioventù è stata oggetto di notevoli dibattiti, special-
mente dopo l’esplosione dei movimenti giovanili di tutto il mondo (la prima-
vera araba, gli Indignados in Europa, le manifestazioni contro alcuni leader
africani ecc.). Si tratta di un tema ricorrente negli studi antropologici, socio-
logici, demografici, psicologici e storici. Alla questione relativa alla definizio-
ne dell’età nella quale la giovinezza inizia e si conclude, la risposta è molto
ambigua, poiché i suoi confini sono cambiati nel corso della storia, secondo
le società, le rappresentazioni sociali dei giovani e in base alle condizioni
socioeconomiche e demografiche2.
Oggi più che mai si sente il bisogno di interessarsi della gioventù, perché,
se essa è stata a lungo considerata una categoria emarginata, oggi è posta
sotto osservazione, non solo per via dell’enorme potenziale che porta con
sé, ma anche e per la sua popolosità rispetto alla popolazione mondiale.
Infatti, anche se i Paesi dell’Europa e dell’Asia orientale stanno affrontando
un calo del tasso di natalità e un aumento di quello dell’invecchiamento, le
società del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia meridionale stanno viven-
do boom demografici di proporzioni impressionanti, tanto che – stando al
rapporto della Fnup (Fonds des nations unies pour la population)3 – il pianeta
conta oggi un numero di giovani mai raggiunto nella storia dell’umanità.
Si tratta di una gioventù che si coniuga, ovviamente, al plurale, differen-
ziandosi per i Paesi e per le condizioni sociali di provenienza. Alcuni giovani
stanno sperimentando guerre civili, conflitti, terrorismo, povertà, disoccu-
pazione, frustrazione. Altri vivono una crescita economica, una pace che si
stabilizza, un certo benessere, tali per cui molti degli eventi dolorosi che ac-
cadono nel mondo rappresentano solo delle notizie della stampa, e – forse –
la “sofferenza” più grande che sperimentano è quella di dover affrontare
l’università o di non poter andare in discoteca o al mare per le vacanze.
Curare questa pluralità della gioventù implica qualcosa che vada ben
oltre la comunque non semplice gestione logistica e governativa della sa-
lute, dell’istruzione e dell’occupazione. Si tratta, assai più radicalmente, di
stimolare nei giovani lo spirito di un altro protagonismo, più responsabile,
perché sono le loro aspettative e le loro aspirazioni che formeranno gli ideali
e le norme della società di domani. Come scriveva Sengupta: «Le aspirazioni
sono come l’acqua: hanno bisogno di un posto dove andare o invadono tutto
62 nu 230
melchior nsavyimana
sul loro cammino»4. In altre parole, se nessuno canalizza le forze, i sogni e
le aspettative di questa massa di giovani, le conseguenze e le frustrazioni
saranno drammatiche per l’umanità intera.
Concentrandosi sulla gioventù africana5, si deve tener presente che si
parla del 70% dei circa 1,3 miliardi di persone che contava l’Africa alla fine
del 20156. Questi numeri fanno sì che questo continente sia la regione più
giovane del mondo in termini di popolazione. Purtroppo, però, la maggior
parte di questa gioventù vive in una situazione economica, sociale e cultu-
rale che può essere definita come il simbolo assoluto dell’insicurezza uma-
na. Essa si scontra con mali molteplici: disoccupazione di massa, giovani di
strada, miliziani, una generazione che non ha mai sperimentato la pace nel
proprio Paese (Repubblica democratica del Congo, Somalia ecc.), mancan-
za di scolarizzazione (o, comunque, livelli di istruzione molto bassi). In altri
Paesi la gioventù è frustrata dalla sensazione di essere stata tradita dopo le
promesse delle campagne elettorali: essendo stati “registi” durante le ele-
zioni, i giovani si sentono poi vittime dell’indifferenza intergenerazionale.
Occorre comunque riconoscere che tra i giovani dei Paesi africani c’è un di-
vario importante, che continua ad allargarsi: esso, da un lato, vede i giovani
benestanti – che sono una minoranza – e, dall’altro, giovani non scolarizzati,
della periferia, delle tribù o di gruppi etnici marginalizzati, dei villaggi, della
strada ecc. Quest’ultima è una gioventù che si trova nelle condizioni descrit-
te da papa Francesco: «Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle
nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare,
per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci
possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza»7.
Tali frustrazioni possono spingere i giovani a costruire un’identità e una
forma di critica che sfociano in fenomeni di violenza, a sviluppare un pro-
tagonismo molto lontano da quello invocato da papa Francesco o da alcu-
ni importanti leader del continente africano, come ad esempio Mandela o
Nyerere. Questi giovani sono pronti a spendersi in manifestazioni aggressi-
ve, nelle milizie, nei gruppi armati o nei gruppi terroristici. Tuttavia, non si
tratta di una caratteristica esclusiva dei giovani africani: essa tocca, piutto-
sto, diversi Paesi del mondo. Tale “militarizzazione” giovanile, talvolta sot-
nuova umanità 230 63
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
to una copertura religiosa, sociale o civile, trae origine dalla durezza della
situazione storica e diventa, quindi, più che un mezzo di sussistenza, una
forma distorta di valorizzazione di una gioventù emarginata, la quale peral-
tro sta acquistando una sorta di “identità globale”.
In Europa, in Asia, in America o in Africa, in diversi momenti, una ge-
nerazione di leader è stata in grado di testimoniare quanto i giovani possa-
no cambiare la storia. Se qualcuno ne dubita, basta pensare all’anno 2011,
quando si sono moltiplicate le testimonianze che provano quanto veniamo
argomentando. I giovani, infatti, hanno svolto un ruolo di primo piano nelle
rivoluzioni arabe8. Altri hanno avviato il cosiddetto Movimento del 15 mag-
gio in Spagna9 per denunciare una “democrazia senza scelta”, occupando
piazze pubbliche in Europa e nelle Americhe, contro la collusione tra le élite
economiche e le classi dirigenti. In Messico, i giovani attivisti del movimento
#YoSoy132 hanno contrastato – con la creatività, i social network e la mobi-
litazione dei cittadini – un processo elettorale condizionato dalla collusione
tra i gruppi dei media e il principale candidato alla presidenza. In Cile e in
Canada, gli studenti si sono radunati per denunciare le riforme dell’istru-
zione superiore. In Russia, le rivolte di Pussy Riot “Punk Prayer” sono nate
al fine di denunciare la connivenza tra la Chiesa ortodossa e il regime di
Vladimir Putin. Il coraggio di questi giovani è emerso, in modo particolare,
durante il processo intrapreso contro di loro: è venuta alla luce la deriva
autoritaria di questo regime politico. In Cina, i giovani si sono mobilitati per
denunciare il danno ambientale di grandi progetti statali, altri sono diventati
cyberattivisti10. Nel mondo digitale, inoltre, migliaia di giovani sono diventati
hacker o attivisti della rete anonima, per difendere la libertà di espressione,
denunciare l’abuso di poteri economici e/o la collusione tra alcuni politici e
le reti mafiose.
Purtroppo, oggi il protagonismo giovanile è raramente pacifico; anzi, in
diversi casi, per mancanza di una presenza di ideali veri e radicalmente non
violenti, tale attivismo si trasforma in radicalizzazione ideologica (gruppi ar-
mati, terroristi ecc.). Se prendiamo la primavera araba come esempio, un re-
cente studio ha dimostrato che questa stagione ha causato, in cinque anni,
oltre 1,4 milioni di morti e feriti, a cui vanno aggiunti oltre 14 milioni di rifu-
64 nu 230
melchior nsavyimana
giati. Questa “primavera” è costata ai Paesi arabi più di 833 miliardi di dolla-
ri, di cui 461 sono andati alla ricostruzione di infrastrutture distrutte e di siti
storici devastati. D’altra parte il Medio Oriente e il Nord Africa hanno perso
oltre 103 milioni di turisti, una vera e propria calamità per l’economia. I ma-
nifestanti che hanno paralizzato le città arabe, liquidando i vecchi autocrati
che sedevano al potere da decenni, hanno comunque dato un’immagine di
loro stessi come di giovani pieni di passione e di promesse, ma che – almeno
per una sua parte importante – mancavano di una visione del futuro. I prota-
gonisti sono stati giovani che avevano competenze tecniche (social media,
Internet ecc.), che avevano il desiderio di cambiare i loro governi dittatoriali,
ma che non avevano una visione del percorso da intraprendere dopo che gli
autocrati fossero stati cacciati. Così, il potere è rimasto sempre nelle mani
delle stesse persone, ma sotto un altro ombrello, perché è mancata la capa-
cità politica di attuare questa transizione democratica, a cui avrebbe dovuto
seguire un cambiamento importante.
verso una leadership responsabile
Le potenzialità per realizzare i sogni della gioventù esistono, perché le
generazioni di cui abbiamo parlato, anche se si vedono spesso coinvolte
nella violenza, sono capaci di generosità, solidarietà e dedizione per le cau-
se sposate. Si tratta di un pensiero presente già in un leader degli anni ’60
come Nelson Mandela, il quale ricordava che in ogni cuore c’è misericordia
e generosità:
Ho sempre saputo che nel profondo del cuore dell’uomo c’era mi-
sericordia e generosità. Nessuno nasce odiando un’altra persona a
causa del colore della sua pelle, del suo passato o della sua religio-
ne. Le persone devono imparare ad amare, e se possono imparare
ad odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore nasce
più naturalmente nel cuore dell’uomo, che il suo contrario. Anche
nei momenti peggiori della prigione, quando i miei compagni ed io
eravamo alla fine, ho sempre visto un barlume di umanità in una
delle guardie, forse per un secondo, ma questo è stato sufficiente
nuova umanità 230 65
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
per rassicurarmi e permettermi di continuare. La bontà dell’uomo
è una fiamma che può essere celata ma che non può mai essere
estinta11.
Occorre dunque aiutare i giovani a riorientare il loro protagonismo verso
un obiettivo che costruisca il bene, inteso come fraternità universale, per-
ché una generazione che sarà in grado di dettare le nuove norme politiche
e sociali influenzerà le politiche dei governi, rifiutando o adottando ideolo-
gie estremiste12. Questi giovani potrebbero trasformare intere regioni, ren-
dendole più prospere, più giuste, più sicure, o essere causa di instabilità e
di violenze. Oppure entrambe le cose. La loro frustrazione potrebbe anche
essere fonte di importanti ondate migratorie, mai viste, con problemi di lun-
ghissima durata sia per i Paesi di provenienza, sia per quelli di accoglienza.
Nella consapevolezza del ruolo svolto da questi giovani a livello nazio-
nale e internazionale, sono stati redatti e confermati documenti altamente
strategici che mirano alla promozione degli orientamenti positivi di questa
gioventù. Sono numerose, in effetti, le risoluzioni e le raccomandazioni
con cui si concludono conferenze e seminari internazionali sulla situazione
giovanile.
In questo contesto, la chiamata del papa ha una sua peculiarità. Egli
chiede il coraggio di rischiare per lasciare un’impronta su questa terra, per
costruire un mondo più fraterno:
È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. […]
Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù
non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per se-
guire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a
cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare
su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono
aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che
nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto,
ogni atteggiamento di misericordia13.
Con una strategia diversa da quelle utilizzate dalle istituzioni internazio-
nali, il papa invita ad aiutare i giovani insistendo sulla loro responsabilità.
66 nu 230
melchior nsavyimana
Il suo messaggio, peraltro, si attesta in continuità con gli ultimi pontificati.
La sua chiamata a uno sguardo più attento ricorda quella di Paolo VI alla
conclusione del Concilio Vaticano II. Questi, infatti, consegnò ai giovani del
mondo un messaggio che si apriva con queste parole:
È a voi, giovani e fanciulle del mondo intero, che il Concilio vuole
rivolgere il suo ultimo messaggio. Perché siete voi che raccoglierete
la fiaccola dalle mani dei vostri padri e vivrete nel mondo nel mo-
mento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete
voi che, raccogliendo il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei
vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani:
voi vi salverete o perirete con essa.
E concludeva con un appello: «Costruite nell’entusiasmo un mondo mi-
gliore di quello attuale!»14 .
Il rischio che hanno corso le generazioni passate (ad esempio Gandhi
in India, Martin Luther King in Usa, Nyerere in Tanzania) ha permesso di
arrivare a questa epoca. Se prendiamo l’esempio del continente africano,
troviamo personaggi che hanno testimoniato che cosa significa osare per il
bene comune. Mandela è uno dei tanti leader che hanno avuto il coraggio di
rischiare per il bene del popolo sudafricano. Come egli diceva: «Ciò che con-
ta nella vita non è solo aver vissuto. È la differenza fatta nella vita degli altri
che definisce il significato di ciò che abbiamo condotto»15. In effetti, il desi-
derio di vedere i genitori liberati dal dominio coloniale in Africa ha spinto i
giovani leader del continente a partecipare attivamente alla lotta contro il
colonialismo. Il loro impegno e la loro determinazione hanno comportato, in
alcuni casi, sacrifici enormi (prigione, torture e la stessa morte). Per il bene
delle loro comunità, alcuni leader di questa epoca rimangono e rimarranno
una testimonianza, perenne ed inesauribile, della strada da intraprendere
per divenire protagonisti autentici del bene comune. Avere il coraggio di
difendere il bene della comunità a rischio della vita. Ecco come lo esprime-
va Mandela nel suo discorso del 20 aprile 1964: «Ho apprezzato l’ideale di
una società libera e democratica in cui tutti vivrebbero insieme in armonia
e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e che spero di
realizzare. Ma se necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire»16.
nuova umanità 230 67
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
Il contesto attuale di alcuni Paesi del mondo, ma specialmente dei Paesi
africani, non chiede solo di avere il coraggio, ma soprattutto di acquisire i
fondamenti culturali in grado di differenziare le forme di protagonismo gio-
vanile, andando a individuare e arginare quello radicalizzato nella violenza.
Per i giovani, essere protagonisti significa, ad esempio, accogliere profonda-
mente la verità del discorso di papa Giovanni Paolo II quando, alla Giornata
mondiale della gioventù del 2002, consigliava:
L’attesa, che l’umanità va coltivando tra tante ingiustizie e sofferen-
ze, è quella di una nuova civiltà all’insegna della libertà e della pace.
Ma per una simile impresa si richiede una nuova generazione di co-
struttori che, mossi non dalla paura o dalla violenza ma dall’urgenza
di un autentico amore, sappiano porre pietra su pietra per edificare,
nella città dell’uomo, la città di Dio. Lasciate, cari giovani, che vi
confidi la mia speranza: questi “costruttori” dovete essere voi! Voi siete
gli uomini e le donne di domani; nei vostri cuori e nelle vostre mani è
racchiuso il futuro. A voi Dio affida il compito, difficile ma esaltante,
di collaborare con Lui nell’edificazione della civiltà dell’amore17.
Nella medesima direzione, Mandela deve essere considerato come un
altro fondamentale punto di riferimento, proprio perché credeva nella forza
inesauribile del bene:
Sapevo perfettamente che l’oppressore doveva essere liberato pro-
prio come gli oppressi. Un uomo che priva un altro uomo della sua
libertà è prigioniero del suo odio, è bloccato dietro le sbarre dei suoi
pregiudizi e della sua ristrettezza mentale. […] Quando ho attraver-
sato le porte della prigione, quella era la mia missione: liberare sia
gli oppressi che gli oppressori18.
A nostro avviso, è del tutto evidente che l’edificare una società migliore
dipende dall’interiorizzazione e dalla realizzazione nel quotidiano, a partire
dagli spazi di libertà che ognuno ha, della potente affermazione di Mandela.
È questa la conditio sine qua non di uno sviluppo sociale fatto di libertà, di
uguaglianza e di fraternità: a prescindere dal colore della pelle, a prescinde-
68 nu 230
melchior nsavyimana
re dall’etnia, dalla religione, dalla cultura e dalla posizione sociale. Un pro-
tagonismo non violento dei giovani potrà cambiare la storia dei nostri Paesi,
perché, come abbiamo visto, i giovani sono già protagonisti, anche se non di
rado essi pensano che solo il protagonismo violento (talora abbracciato non
consapevolmente) possa portare i cambiamenti che sognano, dimentican-
do – però – che questa forma di protagonismo produce solo un bene transi-
torio, che non cambia la realtà nel lungo periodo. Lo diceva già Gandhi: «Mi
sono opposto alla violenza perché, quando sembra produrre bene, il bene
che ne deriva è solo transitorio, mentre il danno prodotto è permanente»19.
Non si lotta veramente contro la violenza se non sconfiggendo la logica con
cui è nata, che è appunto altra violenza. La non violenza è dunque l’unica
strada possibile: la divisa che dovrebbe connotare ogni protagonismo della
gioventù di oggi e di domani.
1
Papa Francesco, Discorso alla Veglia di preghiera con i giovani, XXXI Giornata
Mondiale della Gioventù, Cracovia, 30 luglio 2016: [Link]
francesco/it/speeches/2016/july/documents/papa-francesco_20160730_polo-
[Link].
2
Cf. G. Madeleine, L’âge des jeunes: «un fait social instable», in «Lien social et
politique – RIAC», 43 (2000), pp. 23-32.
3
Dernier rapport du Fonds des Nations Unies pour la Population (FNUP):
[Link]
nombreux-que-jamais-dans-un-monde-vieillissant _ 4525396 _ 4355770.
html#9Yv35qbwUm4zbkCS.99.
4
S. Sengupta, The End of Karma: Hope and Fury Among India’s Young, Norton &
Company, New York 2017, p. 96.
5
La carta della gioventù dell’Unione africana (Ua) definisce “gioventù” la fascia
di popolazione africana compresa tra i 15 e i 35 anni.
6
Cf. D.J. Canning - S.R. Jobanputra - A.S. Yazbeck, Africa’s demographic
transition: dividend or disaster?: [Link]
802811468187135148/Africa-s-demographic-transition-dividend-or-disaster.
7
Papa Francesco, Discorso alla Veglia di preghiera con i giovani, cit.
8
Cf. F. Khosrokhavar, The New Arab Revolutions that Shook the World, Paradigm,
Boulder 2012.
nuova umanità 230 69
focus. millennials e igen
Un altro protagonismo. Uno sguardo dall’Africa
9
Cf. C. Feixa - J. Nofre (edd.), #GeneraciónIndignada. Topías y Utopías del 15M,
Milenio, Lleida 2013.
10
Cf. P. Gerbaudo, Tweets and the Streets. Social Media and Contemporary Activism,
Pluto Press, London 2012.
11
N. Mandela, Un long chemin vers la liberté, Médium, Paris 1996, p. 146.
12
In questo contesto va collocata anche la sfida educativa (questione che pos-
siamo solo accennare, anche se rinviamo agli altri saggi del “Focus” per approfon-
dire). La formazione, infatti, andrebbe garantita e accompagnata lungo tutto l’arco
dell’esistenza, con una particolare attenzione alla fase della giovinezza, da persone
sapienti e coraggiose. Andrebbe rivolta, inoltre, alla persona nella sua totalità, e
cioè a tutte quelle dimensioni esistenziali nelle quali essa è chiamata ad agire: in
relazione a sé (in particolare lo studio scolastico e universitario, ma anche la sfera
affettiva), agli altri (i luoghi della famiglia, della società, della politica), al mondo
(soprattutto, la questione ambientale) e alla dimensione trascendente (occorre
educare, cioè, all’ascolto della sete d’infinito che abita il cuore dell’uomo, così come
alla conoscenza delle religioni e del loro patrimonio dottrinale).
13
Papa Francesco, Discorso alla Veglia di preghiera con i giovani, cit.
14
Paolo VI, Messaggio del Santo Padre Paolo VI ai giovani, Chiusura del Conci-
lio Vaticano II, 8 dicembre 1965: [Link]
ches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651208_epilogo-[Link].
15
N. Mandela, Statement of the President of the African National Congress, Nelson
R Mandela, at his inauguration as President of the democratic Republic of South Africa,
10 maggio 1994: [Link]
ItemID=NMS176&txtstr=may%201994.
16
Id., I am prepared to die. Nelson Mandela’s statement from the dock at the opening
of the defence case in the Rivonia Trial, 20 aprile 1964: [Link]
speeches/pub_view.asp?pg=item&ItemID=NMS010&txtstr=april%201964.
17
Giovanni Paolo II, Discorso alla Veglia con i giovani, XVII Giornata Mondiale del-
la Gioventù, Toronto, 27 luglio 2002: [Link]
it/speeches/2002/july/documents/hf_jp-ii_spe_20020727_wyd-vigil-address.
html.
18
N. Mandela, Long Walk to Freedom. The Autobiography of Nelson Mandela,
Little, Brown and Company, New York - Boston - London 1995, cap. 11 (Freedom),
edizione Kindle.
19
M. Gandhi, La jeune Inde, Stock, Paris 1924, p. 231.
70 nu 230
scripta manent
Un vincolo sodo di… Gioia
La lettera che veniamo a proporre per questa sezione,
scritta da una Chiara Lubich ventiquattrenne, è stata inviata
a Fosca Pellegrini, un’altra giovane, di Riva del Garda (Tren-
Chiara to), la quale aveva partecipato a uno degli incontri delle
Lubich terziarie francescane tenuti da Chiara il sabato pomeriggio
presso la Sala cardinale Massaia, situata sopra la Chiesa di
(trento, 22 San Marco, a Trento. Con questo testo, vorremmo mettere in
gennaio 1920 – luce alcuni tratti tipici di una giovane che è stata toccata da
rocca di papa, un ideale per cui valga la pena vivere. Anzitutto, si consideri
14 marzo 2008)
è la fondatrice che i corrispondenti, sostanzialmente, non si conoscono (si
del movimento usa il “lei”). Ciononostante Chiara tende la sua mano come
dei focolari. se stesse parlando ad un’amica: rischia l’incomprensione,
esso ha come rischia la non-risposta. A ben vedere, lei si espone radical-
obiettivo l'unità mente, quasi si spoglia, presentandole – in poche parole,
fra i popoli,
la fraternità piene d’affetto e incandescenti – ciò che più intimamente
universale. la agita, la inquieta. È un gesto di profonda gratuità, perché
una tale trasparenza del cuore non è dovuta quando non ci si
conosce. Eppure i rapporti veri, quelli che cambiano la storia
delle persone, non possono esistere senza un gesto di gra-
tuità. Con le parole e la cultura del suo tempo, Chiara osa la
gratuità, semplicemente. Del resto forse anche oggi, per su-
perare l’impasse delle relazioni ad ogni livello (intergenera-
zionale, sociale, politico), servirebbe un sussulto di gratuità.
Intanto, su questa lettera, rimane da dire un’ultima cosa: alla
fine, Fosca risponde.
nuova umanità 230 71
scripta manent
Un vincolo sodo di… Gioia
lettera dell’8 marzo 1944 a fosca pellegrini1
Trento, 8 marzo 1944
Carissima signorina Fosca,
Forse non immagina neppure chi Le scrive.
Forse si ricorda ancora: A Trento – Via S. Marco – una sala un po’ tene-
brosa – delle ragazze e giovanette allegre e chiassose che Le assicuravan
d’aver trovata «Perfetta Letizia»!
Sono una di quelle: Chiara (Silvia… al secolo) che La ricorda spessissimo
e con affetto; che ha perduto il suo indirizzo e, una volta ritrovato, s’affretta
a scriverLe, perché… un giorno ha sentito di volerLe bene! Era là vicino a quel
fornello, silenziosetta spettatrice di quella gente anziana e giovinetta legata
da un vincolo sodo di fratellanza, d’amore, d’Ideale, di Gioia!
Oh! Signorina Fosca! Se ci fosse stata domenica al nostro raduno! non
sarebbe più scappata!
Quassù la gioventù ancor sensibile agli alti Ideali è generosa e ardente!
L’Ideale che noi perseguiamo dà le vertigini e se non ci buttassimo a ca-
pofitto nelle Infinite Braccia Amorose d’Iddio che amiamo nella gioia più
perfetta, ci sentiremmo barcollare!
C’è nel nostro cuore una delicata nostalgia d’Infinito, d’un Ideale in cui il
cuore possa dire: “sono pieno”; abbiamo la mente avida di Verità, di quella
Verità che non tramonta perché è Vita!
Signorina Fosca, se Lei fosse con noi, vicina a Chiara che già l’ama come
una sorella, troverebbe quassù la Perfetta Felicità.
Ognuna di noi segue la Sua Via! Quella che Iddio ci traccia con meravi-
gliosa Bontà e Sapienza! Ognuna di noi incontra le sue prove, ma sono prove
che, seppure dolorose, sono annegate in un solo atto: Amore!
Quelle, che fra noi più sono… dalla mano di Dio, quelle, il cui cuore più
risponde alla Voce di Dio, in queste meglio l’Ideale (che è pace e gioia) si
realizza!
72 nu 230
chiara lubich
Sono le meraviglie di chi calpesta nella vita le Orme del Serafico Giullare
di Cristo, del Cavaliere di Cristo, del Cantore delle Creature!
Seguendo Lui ogni ostacolo s’appiana, ogni dolore addolcisce l’amaro,
perché Lui ci conduce sulla retta via, sulla luminosa Strada del Vangelo!
Ci è gioia e conforto essere, in mezzo a tante miserie umane, a tante
vane preoccupazioni: «le pazzerelle di Cristo!», giacché Gesù amiamo e per
Lui, con Lui calpestiamo quello che di acre il mondo vorrebbe seminare nel
nostro cuore!
Forse la meraviglierà questa mia letterina!
È l’amore che mi fa parlare.
Penso: perché gioia sì grande quale sta nel mio piccolo cuore meschi-
nello, non può entrare nel cuore della Signorina Fosca, che non per nulla il
Signore mi ha fatto un giorno incontrare? Giacché posso dire: «mai un’anima
mi sfiori invano»!
Ecco perché Le ho scritto.
Forse non le è seccato! No, no! Ho visto nei suoi occhi, nel suo sorriso un
desiderio profondo di bontà, d’amore, di Letizia!
Mi scriva, signorina Fosca, e mi chiami Chiara col mio nome francescano
e… mi dia del tu!
Non posso comprendere due anime giovani che si diano del Lei. A lei
iniziare la prima!
Che il Signore Le doni quanto il suo cuore desidera.
Accetti un bacio da
Chiara che Le
vuol bene
1
Testo tratto da: C. Lubich, Lettere dei primi tempi. Alle origini di una nuova spiri-
tualità, a cura di F. Gillet e G. D’Alessandro, Città Nuova, Roma 2010, pp. 34-36.
nuova umanità 230 73
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la giustizia sociale
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Prefazione di Papa Francesco
«Non dobbiamo smettere di credere che “assieme” si può
cambiare questo mondo malato, e ritrovare la speranza, la
virtù forse più preziosa del nostro tempo, una forma di bene
comune. [...] Spero che questa sintesi del mio pensiero, nel-
la quale ritrovo pienamente quanto da me scritto e detto in
questi anni, possa coscientizzare quanta più gente possibile e
accelerare così il processo di giustizia ed equità nel mondo»,
scrive Papa Francesco nell’ampia prefazione del libro.
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nu 230
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Rischiare/osare
Il “Focus” del presente numero di Nuova Umanità ha
inteso declinare le categorie del rischiare e dell’osare, nel-
le loro molteplici sfaccettature, come quelle parole chia-
Emanuele ve alla luce delle quali interpretare il presente e il futuro
Pili della vocazione della generazione millennials. Il tema del
rischio, negli ultimi anni, è emerso in maniera rinnovata
collabora con sotto l’impulso di papa Francesco, il quale non ha perso
il dipartimento occasione di ricordare che, per affrontare non un’epoca
di filosofia di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca, occorre
dell’università di
una buona dose di coraggio e osare, appunto, soluzioni
genova. docente
di storia della nuove e alternative per il domani. L’argomento, quindi,
filosofia moderna assume una rilevanza tutta particolare per i giovani, ai
presso l’istituto quali – non a caso – sarà dedicato il prossimo sinodo del
universitario 2018, che coinvolgerà l’intero panorama ecclesiale, ma
sophia. docente
andrà anche molto oltre, come dimostra la nutrita pre-
di filosofia e
storia nei licei. senza, al recente pre-sinodo, delle realtà giovanili più di-
verse. Analogamente, il Genfest di Manila, promosso dai
Giovani per un mondo unito, fin nel suo titolo (Beyond all
borders) intende offrire una testimonianza di un mondo
“altro”, capace di superare le proprie barriere, personali
e sociali, per essere sempre più a misura d’uomo.
Il sostantivo rischio e il verbo rischiare sono lemmi la
cui origine è incerta e complessa1. Qualcuno fa derivare
rischio dal latino medievale riscus o risigus, di cui rima-
ne traccia nello spagnolo risco, che significa rischio, ma
anche scoglio, e più precisamente roccia tagliata a picco
(da cui proviene anche il senso di pericolo). D’altra parte,
rischiare viene dal latino resecare, che significa appunto
tagliare, recidere. Anche nel dialetto milanese, il verbo re-
nuova umanità 230 75
parole chiave
Rischiare/osare
segà rinvia ancora sia al rischiare, sia al segare. Chi rischia, stando a questa
etimologia, compie dunque un taglio, recide qualcosa. Qualcun altro, tut-
tavia, intende il latino resecare nel senso di fendere le onde a ritroso, ossia
vogare all’indietro; con tale sfumatura, il taglio di chi rischia risente della
difficoltà di un gesto, che – di per sé – pare andare controcorrente. In un’altra
variante, c’è chi propone una derivazione dall’arabo rizq, che indica tutto ciò
che viene da Dio e che è necessario per vivere; in questo caso, il rischio rinvia
ad una chiamata, cioè a un gesto che viene destato da un Altro, il quale,
proprio nel suo richiamo, consegna ciò senza di cui si è destinati alla morte.
Il campo semantico del rischio, come si vede, è quindi molto ampio e, seb-
bene i diversi significati non siano sovrapponibili, consente di accedere a un
variegato spettro di accezioni.
Appare più solida, invece, l’etimologia del verbo osare2. Esso rimanda,
difatti, al latino audere, che significa appunto osare, ma che tiene altresì l’in-
teressante radice au-/av-. Quest’ultima segnala aspirazione, desiderio, ten-
denza verso qualcosa, da cui poi proviene correre in aiuto e proteggere. Si tenga
conto, infatti, che anche il sanscrito avami rinvia al difendere a al proteggere
(avitar significa protettore), ma anche al bramare e all’ascoltare. All’interno
del lemma osare si agitano, allora, tutta una serie di movimenti che richia-
mano l’uscita e, verrebbe da dire, lo stesso ascolto delle necessità dell’al-
tro, per intraprendere un’azione di aiuto. Chi sa osare, quindi, sa ascoltare,
esponendosi all’altro (lo stesso verbo esporre, peraltro, deriva da ex-ponere,
e cioè porre-fuori), soccorrendolo. Da ultimo, si noti che il termine giovane,
venendo dal latino juvenis, evoca il verbo juvare, ossia aiutare. Come a dire:
colui che osa è giovane per sua stessa definizione.
1
Cf. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, Ariani, Firenze
1926, s.v. rischio.
2
Cf. ibid., s.v. osare.
76 nu 230
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
Il fenomeno della ri-scrittura, per il quale ritroviamo,
a distanza di secoli, immagini, parole, personaggi e luo-
ghi, in un intreccio che in qualche modo costituisce lo
Elia Carrai stesso “mondo letterario”1, ha certamente alla sua ori-
gine un dato che solo in apparenza può risultare banale:
sacerdote
diocesano per
l’uomo è sempre uomo. Così, accanto a un gioco espli-
l’arcidiocesi di cito di richiami, rimandi e ri-scritture vere e proprie, è
firenze, dottore inevitabile che un filo rosso leghi come in unità tutti quei
in filosofia e poemi e quei romanzi nelle cui pagine i diversi autori
specializzando hanno saputo cogliere e imprimere qualcosa dell’uma-
in teologia
fondamentale.
no. Seguire la traccia di queste ri-scritture ci riconsegna
ogni volta l’identità profonda del genio letterario: colui
che è capace di cogliere l’uomo nei suoi dinamismi pro-
fondi; colui che prima di scrivere ha il coraggio di una
immedesimazione radicale e, con questo, di una reale
presa in carico della propria umanità.
La Scrittura, in questo gioco di rimandi, costituisce
certamente l’ordito primordiale dell’impresa lettera-
ria occidentale; assieme all’Iliade e all’Odissea2, essa si
ripresenta sempre nuovamente in altre scritture: «Ri-
Scritture vuol dire riscritture della Scrittura […]» scrive
Boitani, evidenziando così come «la ri-scrittura è per
forza di cose preordinata dalla Scrittura»3. Facendo no-
stra questa prospettiva abbiamo tentato in queste pagi-
ne un parallelo: da un lato la Scrittura, con i Vangeli (in
particolare quello secondo Luca, capitolo quindicesimo),
dall’altro I Promessi Sposi (nello specifico, la vicenda della
conversione dell’innominato).
nuova umanità 230 77
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
1. i livelli della ri-scrittura
Dall’angolo prospettico della ri-scrittura vorremmo così approcciare, nei
limiti di queste pagine, due personaggi manzoniani e il loro incontro: l’inno-
minato e il cardinale Federigo, protagonisti del capitolo XXIII de I Promessi
Sposi4. Laddove si volesse leggere tale incontro nei termini di una pura crea-
zione letteraria del Manzoni, e non dentro la eco del dettato evangelico, si
correrebbe il rischio di ridurlo a un convenire, per quanto efficace nella resa,
tra «due perfette statue», macchinosamente messe in moto e fatte intera-
gire con dialoghi dalla resa variabile5. Il Manzoni, al contrario, pur nella sua
“lotta con la lingua”, nel suo continuo affinare dialoghi ed espressioni, non
riduce mai la storia ad un puro pretesto per esercitare lo stile; in queste pa-
gine, forse più che in altre, le parole sono funzionali a una dinamica, a una
gestualità, a un modo d’essere, che è quello della fede. Per tali ragioni vo-
gliamo approcciare l’episodio in questione ponendo attenzione a tutte quel-
le risonanze bibliche6, in particolare evangeliche, che lo intessono. Quello
che vorremmo mettere in luce è come l’incontro tra queste due figure o,
per dirla col Manzoni, queste “personalità”, ci rimandi nei modi e nei gesti
a quegli incontri evangelici di Gesù coi peccatori del suo tempo7: una loro
ri-scrittura.
Per un simile approccio si deve tener conto di due modalità con cui
dettato manzoniano e Nuovo Testamento possono intrecciarsi, dinamismi
secondo cui si articola più in generale la stessa ri-scrittura8. Da un lato l’e-
splicito recupero di immagini, elementi, parole, gestualità proprie del testo
evangelico, rielaborate e presenti nell’incontro qui in analisi. Un intreccio,
questo, che a sua volta è da comprendersi in modo duplice: simili riferimenti
possono avvenire in modo affatto cosciente ed esplicito; oppure verificarsi
anche implicitamente, attraverso il sentire e la fede dell’autore: vedremo
in proposito le corrispondenze con il capitolo quindicesimo del Vangelo di
Luca.
Il secondo livello è quello in cui lo scrivere dell’autore non recupera sem-
plicemente immagini, forme o espressioni, quanto interi dinamismi esisten-
ziali la cui autenticità sul piano umano rende in qualche modo inevitabile,
78 nu 230
elia carrai
nella resa letteraria, forme di convergenza durature al tempo: si scrive e si
ri-scrive dell’uomo9.
2. il dinamismo della fede
Prima di approcciare più direttamente il testo in esame, occorre spe-
cificare come la narrazione del Manzoni nel capitolo XXIII non si contenti
semplicemente di delineare alcuni generici “movimenti” dell’umano10. Il te-
sto vede infatti crescere come in un climax l’esperienza profonda di con-
versione dell’innominato e, allo stesso tempo, ci mostra la misericordia e il
perdono di Dio incarnati dal cardinale Federigo. Vediamo quindi l’affiorare
della fede nel primo e il conformarsi al cuore amorevole di Dio nel secondo:
dinamismi questi propri del cristianesimo, e che troviamo in primo luogo nei
Vangeli. La ri-scrittura, allora, pur avendo le sue ragioni in ordine allo stile,
sarà anche narrazione, per mezzo del romanzo, di come quella vita di Gesù
fra gli uomini, narrata dai Vangeli, proprio fra gli uomini ha ancora dimora
e – come testimonia l’incontro tra i due protagonisti del capitolo – si svolge
secondo dinamismi suoi propri: tratti inconfondibili che ci permettono quasi
di vedere nel romanzo uno degli incontri raccontati nel Vangelo.
3. riferimenti e rimandi espliciti
Il capitolo XXIII de I Promessi Sposi è ricco di riferimenti espliciti e diretti
alle Sacre Scritture; queste son citate quasi a conferma, ora dal narratore,
ora dagli stessi personaggi, che quanto sta avvenendo nell’incedere della
narrazione è anzitutto opera di grazia, il compiersi di quella salvezza pro-
messa dal cristianesimo11. In modo particolare è con il capitolo quindicesimo
del Vangelo secondo Luca che i rimandi sembrano costituirsi una vera e
propria ri-scrittura evangelica.
Nel capitolo Lucano vediamo Gesù interloquire innanzitutto con “i mor-
moratori” scandalizzati per l’apertura e l'accoglienza che egli riserva ai pec-
catori; è a questi “mormoratori” che egli risponde con la forza viva di tre
nuova umanità 230 79
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
parabole le cui immagini ritroviamo nel testo manzoniano. Il nostro autore
nel descrivere l’incontro tra il cardinale e l’innominato, sembra seguire il
dettato di questo capitolo evangelico: sviluppando, dando forma, carattere
e voce al contenuto delle parabole stesse. L’inevitabile processo interpreta-
tivo in cui ogni parabola coinvolge diviene qui pagina letteraria12. Il contenu-
to di queste viene mostrato al lettore del capitolo XXIII sotto forma, se così
possiamo esprimerci, di una vita stessa. Il Manzoni realizza così, a distanza
di secoli, questo incontro tra il peccatore «toccato da Dio» e l’infaticabile
pastore, tratteggiando quello che appare come il cuore religioso del roman-
zo13. Come le parabole che Gesù usava erano esegesi del suo stesso agire,
della sua vita e della sua presenza tra gli uomini, così le tre parabole lucane
riescono a illuminare il significato profondo della narrazione manzoniana.
Immergendoci nel testo ritroviamo, infatti, tutti gli elementi che scandisco-
no la pagina evangelica: l’accoglienza dei peccatori da parte di Gesù che
scandalizza i ben pensanti, l’immagine dell’autentico pastore, il cercatore
che non si stanca fintanto che non ha trovato la dramma sperduta e infine,
in un crescendo, l’immagine del figliol prodigo che corona il capitolo lucano.
Accostando i testi emerge chiaramente come Luca 15 possa realmente es-
ser scorto nella filigrana di queste pagine del romanzo14.
3.1 Un’accoglienza che è la stessa di Gesù
Si avvicinavano a lui tutti i pub- Lui [l’innominato], voltatosi a uno di quelli, gli
blicani e i peccatori per ascol- domandò dove fosse il cardinale; e che voleva
tarlo. I farisei e gli scribi mor- parlargli. […] il cappellano crocifero, […] in un
moravano dicendo: «Costui ac- canto del salottino, stava appunto dicendo sot-
coglie i peccatori e mangia con to voce a un suo compagno: «colui? quel famo-
loro» (Lc 15, 1-3). so? che a far qui colui? alla larga!» […].
«Lui!» disse il cardinale, con un viso animato,
chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: «ven-
ga! venga subito!» (pp. 414; 425).
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elia carrai
La scena dell’incontro ha il suo incipit agli inizi del capitolo XXII, a questo
segue la digressione intorno alla persona del cardinale Borromeo, e trova il
suo prosieguo narrativo al capitolo XXIII. Il Manzoni mostra senza retorica e
in modo efficacissimo come il farisaismo non fatichi a infiltrarsi nella Chiesa
e, nella fattispecie, tra coloro che dell’amore di Cristo ai peccatori dovreb-
bero essere i primi testimoni. Lo scetticismo dei farisei è, nella pagina del ro-
manzo, il chiacchiericcio dei mormoratori clericali; uno scetticismo seccato,
di chi si sente in difficoltà davanti alla bontà dell’altro (Federigo); le parole
che il cappellano mormora andando ad accogliere, per conto del cardinale,
l’illustre peccatore, non hanno il sapore della battuta quanto di un remoto e
amaro risentimento: «non c’è rimedio: tutti questi santi sono ostinati».
3.2 Il pastore che va a cercare la pecora smarrita e la dramma perduta
Chi di voi, se ha cento pecore e Poi [Federigo], diventato serio e pensieroso,
ne perde una, non lascia le no- riprese: «san Carlo non si sarebbe trovato nel
vantanove nel deserto e va in caso di dibattere se dovesse ricevere un tal
cerca di quella perduta, finché uomo: sarebbe andato a cercarlo. Fatelo entrar
non la trova? (Lc 15, 4). subito: ha già aspettato troppo» (p. 426).
«Certo, m’è un rimprovero» riprese questo [Fe-
derigo], «ch’io mi sia lasciato prevenir da voi;
quando, da tanto tempo, tante volte, avrei do-
vuto venir io da voi» (p. 428).
«Lasciamo le novantanove pecorelle», rispose il
cardinale: «sono in sicuro sul monte: io voglio
ora stare con quella ch’era smarrita» (p. 432).
Oppure, quale donna, se ha [Federigo]: «voi, dico, che avrei dovuto cerca-
dieci monete e ne perde una, re; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per
non accende la lampada e cui ho tanto pregato; voi, de’ miei figli, che pure
spazza la casa e cerca accu- amo tutti e di cuore, quello che avrei più desi-
ratamente finché non la trova? derato d’accogliere e d’abbracciare, se avessi
(Lc 15, 8). creduto di poterlo sperare» (p. 429).
nuova umanità 230 81
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
Il tema della ricerca inesausta di quanto perduto domina questo incontro.
Il cardinale nella sua ammissione (avrebbe dovuto muoversi di più lui stesso,
cercare di più quella pecora smarrita) si rivela tutto animato da questa ricerca:
da qui l’immediata accoglienza del temibile fuorilegge. Manzoni pone così
sulle labbra di Federigo il rimando esplicito al pastore che lascia il gregge al
sicuro per cercare la pecora smarrita (Lc 15, 4). Si potrebbe contestare che
qui è l’innominato a cercare e non viceversa. Lasciando da parte le fonti, le
quali si dividono su chi abbia compiuto realmente questo primo passo nell’e-
pisodio reale cui attinge il Manzoni15, occorre sottolineare che il cardinale è
già in viaggio, tra i poveri e gli offesi, e le preghiere che rivolge al pentito mo-
strano che nella preghiera e nei pensieri egli aveva il posto proprio di quella
centesima pecora, la smarrita. Il rimprovero che Federigo rivolge a se stesso,
quindi, non è di non aver cercato, ma di non averlo fatto con tutto quello zelo
che nel Vangelo è incarnato dalla donna che cerca «accuratamente» la dram-
ma perduta, qui il senso dell’autoaccusa di «pastore sonnolento».
3.3 L’abbraccio misericordioso del Padre
Il quindicesimo capitolo di Luca, che certamente ha avuto un ruolo chiave
nel meritare a questo Vangelo il titolo di “Vangelo della misericordia”, si chiu-
de con la parabola del padre misericordioso. Anche questa immagine trova
una sua resa nel romanzo del Manzoni: da un lato la gestualità, l’abbraccio,
la paternità del cardinale; dall’altro, l’incontro ha realmente termine con una
citazione dalla parabola stessa, quasi fosse una chiosa a tutto l’episodio.
Quando era ancora lontano, Appena introdotto l’innominato, Federigo gli
suo padre lo vide, ebbe com- andò incontro, con un volto premuroso e sere-
passione, gli corse incontro, no, e con le braccia aperte, come una persona
gli si gettò al collo e lo baciò. desiderata […] (p. 427).
Il figlio gli disse: «Padre, ho
Così dicendo, stese le braccia al collo dell’inno-
pec-cato verso il Cielo e da-
minato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi,
vanti a te; non sono più degno
e resistito un momento, cedette, come vinto da
di essere chiamato tuo figlio»
quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il car-
(Lc 15, 20).
dinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto
tremante e mutato (p. 427).
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elia carrai
Nella resa manzoniana della parabola troviamo anche la figura del fra-
tello maggiore. Colui che è sempre stato a servizio dal padre. L’inaspettata
entrata in scena di don Abbondio, la cui vicinanza a personaggi d’animo così
vasto (nel bene e nel male) lo fa apparire ancora più meschino, sembra ri-
scrivere e adeguare alla scena manzoniana quella figura del figlio maggiore
che pieno di rancore non trova niente di meglio che rifarsela col padre.
Così don Abbondio colmo di “amaritudine” non riesce a gioire, se non
in uno sforzo, se non fingendo di metter da parte le proprie preoccupazioni.
Ciò che affligge il curato è l’esser coinvolto, come l’esser privato di qualcosa
che gli spetta di diritto, ovvero quella tranquillità meschina che ogni giorno
ha perseguito come la cosa più importante16. Possibile basti un sant’uomo
come il cardinale e un grande peccatore per mandare tutto all’aria? Questi i
pensieri che affliggono il curato e che lo riempiono di recriminazioni.
Il figlio maggiore si trovava nei […] venne fuori l’uomo, don Abbondio in perso-
campi. Al ritorno, quando fu na, con un passo forzato, e con un viso tra l’at-
vicino a casa, udì la musica e tonito e il disgustato. […] Don Abbondio fece di
le danze; chiamò uno dei servi tutto per nascondere la noia, che dico? l’affanno
e gli domandò che cosa fosse e l’amaritudine (pp. 434-435).
tutto questo. Quello gli rispo-
se: «Tuo fratello è qui e tuo «È un gran dire che tanto i santi come i birbo-
padre ha fatto ammazzare il ni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e
vitello grasso, perché lo ha ria- non si contentino d’esser sempre in moto loro,
vuto sano e salvo». Egli si indi- ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il
gnò, e non voleva entrare. Suo genere umano; e che i più faccendoni mi devan
padre allora uscì a supplicarlo. proprio venire a cercar me, che non cerco nes-
Ma egli rispose a suo padre: suno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che
«Ecco, io ti servo da tanti anni non chiedo altro che d’esser lasciato vivere! […]
e non ho mai disobbedito a un - Costui [l’innominato] dopo aver messo sotto-
tuo comando, e tu non mi hai sopra il mondo con la scelleratezza, ora lo met-
mai dato un capretto per far te sottosopra con la conversione… se sarà vero.
festa con i miei amici. Ma ora Intanto tocca a me farne l’esperienza!» (p. 443).
che è tornato questo tuo figlio,
il quale ha divorato le tue so-
stanze con le prostitute, per lui
hai ammazzato il vitello gras-
so» (Lc 15, 25-30).
nuova umanità 230 83
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
La presenza del pauroso parroco, così, è in qualche modo la figura
dell’anti-pastore, incapace di scorgere l’opera di Dio nella conversione av-
venuta, nel ritorno di quel figlio perduto, egli si inabissa nell’inquietudine per
se stesso, un inquietudine che blocca, fissa nelle proprie paure, così diversa
dall’inquietudine sollecita e dinamica del cardinale17.
3.4 Perierat, et inventus est
Il ritrovamento, da parte del cardinale, ovvero il ritorno, nella prospetti-
va dell’innominato, è dal primo istante un fermento di bene che investirà i
capitoli successivi. La storia dell’innominato ha così un corso nuovo18; non
solo, questa novità – che poi è la novità del bene – investe la trama manzo-
niana: «un’anima, quando è stata visitata, anche una volta sola, dalla grazia
divina, per quanto possa ricadere nelle primitive abitudini, non sarà più nella
vita come se da quella grazia non fosse mai stata visitata»19. È questa con-
sapevolezza che anima il dialogo tra i due, e in special modo il cardinale, il
quale, come il padre misericordioso della parabola lucana, non perde tempo
e senza indugio trasfigura agli occhi dello stesso figlio quel momento: ciò
che doveva essere un penoso ritorno, un’ammissione sconcertata del pro-
prio male, si rivela misericordioso incontro, immediata occasione di riscatto,
radicale novità di cui ringraziare «Dio grande e buono».
Quando l’ha trovata, pieno di «Dio grande e buono!» esclamò Federigo, al-
gioia se la carica sulle spalle, zando gli occhi e le mani al cielo: «che mai ho
va a casa, chiama gli amici e fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, per-
i vicini, e dice loro: «Rallegra- ché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia,
tevi con me, perché ho trovato perché faceste degno d’assistere a un si giocon-
la mia pecora, quella che si era do prodigio!» (pp. 431-432).
perduta» (Lc 15, 4-6).
84 nu 230
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«Così, io vi dico, vi è gioia da- «Ah, non perdiam tempo!» esclamò Federigo,
vanti agli angeli di Dio per un ansante di pietà e di sollecitudine. «Beato voi!
solo peccatore che si conver- Questo è pegno del perdono di Dio! Far che pos-
te» (Lc 15, 9-10). siate diventare strumento di salvezza a chi vo-
levate esser di rovina. Dio vi benedica! Dio v’ha
Il padre disse ai servi: «Presto, benedetto!» (p. 433).
portate qui il vestito più bello e
fateglielo indossare, mettete-
gli l’anello al dito e i sandali ai
piedi. Prendete il vitello gras-
so, ammazzatelo, mangiamo e
facciamo festa, perché questo
mio figlio era morto ed è tor-
nato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato». E cominciaro-
no a far festa (Lc 15, 22-24).
Infine, la conclusione dell’incontro, come la conclusione del capitolo
quindicesimo di Luca, vede un dialogo tra chi ha usato misericordia e chi
si sente in qualche modo tradito da quel bene. Il parallelismo tra don Ab-
bondio e il figlio maggiore trova esplicita conferma proprio al termine del
dialogo. Con l’attenzione di chi vive una paternità reale il cardinale si rivolge
ad Abbondio con le stesse parole che il padre misericordioso della parabola
lucana riserva al figlio maggiore.
Gli rispose il padre: «Figlio, tu Al cardinale, che s’era mosso per uscire, te-
sei sempre con me e tutto ciò nendo sempre per la mano e conducendo seco
che è mio è tuo; ma bisognava l’innominato, diede di nuovo nell’occhio il pover
far festa e rallegrarsi, perché uomo, che rimaneva indietro, mortificato, mal-
questo tuo fratello era morto contento, facendo il muso senza volerlo. E pen-
ed è tornato in vita, era perdu- sando che forse quel dispiacere gli potesse an-
to ed è stato ritrovato» (Lc 15, che venire dal parergli d’esser trascurato […] si
31-32). fermò un momento, e con un sorriso amorevole
gli disse: «signor curato, voi siete sempre con
me nella casa del nostro buon Padre; ma que-
sto… questo perierat, et inventus est» (p. 437).
nuova umanità 230 85
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
Luca 15 risulta così il sottofondo e, se vogliamo, il modello a partire dal
quale il Manzoni tratteggia l’incontro tra i due personaggi. Non pretendiamo
che ci sia stata una derivazione meccanica dal Vangelo al testo letterario,
tuttavia, essendo presenti riferimenti espliciti al capitolo lucano, ed essendo
quest’ultimo uno dei punti in cui più esplicitamente è delineata la misericordia
di Dio, possiamo affermare che l’autore abbia scritto avendo in qualche modo
come davanti agli occhi le immagini che Gesù suscita innanzi ai suoi ascolta-
tori e ai suoi detrattori. Quello che Manzoni vuole raccontare con il suo XXIII
capitolo, è il cardinale stesso a rivelarlo, rivolgendosi all’innominato: «Dio ha
operato in voi il prodigio della misericordia». Un prodigio per descrivere il qua-
le il Manzoni non ha sorgente migliore a cui attingere che il Vangelo stesso.
4. ulteriori riferimenti alla scrittura
e il dinamismo proprio della fede
Ci siamo soffermati, fin qui, sulle possibili corrispondenze dell’incon-
tro tra innominato e cardinale Borromeo con il capitolo lucano detto “della
misericordia”(Lc 15). I riferimenti evangelici, tuttavia, non si limitano solo
a queste corrispondenze (in qualche modo più evidenti); i riferimenti co-
stellano infatti la descrizione di tutto il dinamismo dell’incontro tra i due,
portandoci così a un ulteriore livello della ri-scrittura stessa, quello che vede
descritto – ri-descritto – un dinamismo umano e nella fattispecie un avveni-
mento esistenziale che è quello della conversione, del pentimento, dell’ac-
coglienza e del perdono: in definitiva l’incontro con Cristo. Guardando al
testo da questa prospettiva si rivela un ulteriore intreccio di corrispondenze
e rimandi tra romanzo e narrazione evangelica; corrispondenze che solo in
modo abbozzato, e senza pretesa esaustiva, proveremo ad evidenziare.
4.1 Corrispondenze “dinamiche” con Luca 19
Per quanto, a prima vista, potrebbe apparire pretestuoso il raffronto tra
l’episodio manzoniano e l’incontro del pubblicano Zaccheo con Gesù, nar-
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elia carrai
rato dal solo Luca, a una lettura comparata risultano evidenti alcuni ele-
menti – per lo meno dinamici e gestuali – comuni alle due narrazioni: Man-
zoni descrive lo stesso dinamismo. In questo caso il riferimento al dettato
evangelico può risultare in gran parte implicito e, tuttavia, è lo stesso tipo di
esperienza che viene descritta. Il Manzoni cerca di restituire nella pagina del
romanzo un dinamismo esistenziale preciso, che nella storia ha avuto un suo
inizio proprio in quegli avvenimenti narrati dai Vangeli. In questo caso, quin-
di, le convergenze sono date innanzitutto dal fatto che la vita che si vuole
delineare in queste pagine de I Promessi Sposi è una vita, una dinamica, che
ha avuto nella missione di Gesù in Galilea il suo preciso inizio.
Vediamo solo alcune corrispondenze:
A. Il cardinale è di passaggio, sta attraversando i paesi della valle, come
Gesù che «Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando» (Lc 19, 1).
B. L’innominato/Zaccheo, è capo di un’intera schiera di persone giudica-
te disoneste e pericolose. Tuttavia, per travaglio interiore e per curiosità egli
esce di casa a vedere quell’uomo, Federigo/Gesù:
un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di
vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché
era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo,
salì su un sicomòro, perché doveva passare di là (Lc 19, 2-4).
[l’innominato] saltò fuori da quel covile di pruni […] che diavolo
hanno costoro? […] Erano uomini donne, fanciulli, a brigate, a cop-
pie, soli […]; e andavano insieme come amici a un viaggio conve-
nuto. […] Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri per vedere un
uomo! […] Oh se le avesse per me le parole che possono consolare!
[…] Perché non vado anch’io? Perché no?… Anderò, anderò […]. Ar-
rivato al paese, trovò una gran folla […] (pp. 409-413).
Come accennato non siamo interessati alle corrispondenze strettamente
letterarie, quanto al ritornare di certi dinamismi e gesti propri di quegli in-
contri evangelici tra Gesù e i peccatori. In un caso come questo, inoltre, può
essere utile sottolineare come realmente la Scrittura sembri fermentare nella
narrazione manzoniana, facendoci sorprendere di alcuni dettagli dell’umano
nuova umanità 230 87
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
e “movimenti di un’anima” su cui i Vangeli non si soffermano20. In questa pro-
spettiva, e meriterebbe un ulteriore approfondimento, la forza della espres-
sione letteraria può far tornare a leggere i Vangeli stessi con consapevolezza
nuova e con una più viva capacità di immedesimazione. L’innominato, come
Zaccheo, lo vuol vedere, abbandona il suo castello luogo di malaffare e si
reca da quell’uomo («Per un uomo!») nella speranza che possa far qualcosa
per chi come lui ha «l’inferno nel cuore» (p. 420).
C. L’incontro tra i due personaggi manzoniani si apre in uno scambio di
sguardi. L’innominato, come Zaccheo, vuole vedere quell’uomo per il qua-
le tanta folla è in agitazione. A questo desiderio risponde così lo sguardo
penetrante del cardinale; uno sguardo tutto volto come quello del Cristo a
cogliere il desiderio di bene, il bisogno profondo dell’altro valorizzandone
ogni elemento di verità. Le parole che Gesù rivolge a Zaccheo sono il segno
di una capacità di leggerne l’animo e le ferite profonde, le non confessate
attese di bene. Questo stesso sguardo «esercitato da lungo tempo a ritrarre
dai sembianti i pensieri» (p. 428), come descrive il Manzoni, caratterizza il
Borromeo:
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo,
scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5).
[L’innominato,] alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva
sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso
e soave […]. Tenne anche lui [il cardinale], qualche momento, fisso
nell’aspetto dell’innominato il suo sguardo parendogli di scoprire
sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita
(p. 428).
La narrazione dei Vangeli rapida e asciutta non si sofferma su quanto
si possano esser detti quel giorno Zaccheo e Gesù. In definitiva, sono i gli
stessi gesti di Cristo a “parlare”: il rivolgersi a un emarginato per le troppe
ingiustizie commesse, visitarne la casa, guardare oltre alle leggi di purità
del caso; Luca con poche parole lascia parlare la vita stessa del Cristo tra
gli ultimi. È questa vita che il Manzoni cerca di descrivere facendone una
narrazione puntuale, quasi volendo esplicitare il non detto, il sottaciuto
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elia carrai
evangelico. Anche se le corrispondenze tra l’incontro lucano e quello man-
zoniano sembrano qui esaurirsi (il cardinale non va a casa dell’innominato),
in realtà l’epilogo dell’incontro con il cardinale e le conseguenze che ne deri-
vano ci testimoniano lo stesso dinamismo, lo stesso frutto di bene. La casa
del pubblicano visitata dalla grazia è il castello dell’innominato, castello che
riveste un ruolo chiave allo stesso modo della casa del pubblicano. Ciò che
permette all’innominato di “ribellarsi”21 al male lo esprime bene il cardinale:
«Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo» (p. 420). Un “fare suo” che è
grazia introdotta dall’incontro con Lucia prima e col cardinale poi. Concre-
tezza umanissima che ricorda l’«oggi devo fermarmi a casa tua» di Gesù a
Zaccheo, e per il quale tutto ciò che prima era stato trascinato nell’oscurità
del male trova ora una luce nuova: «Oggi per questa casa è venuta la sal-
vezza […]. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto» (Lc 19, 8-10).
D. Il Manzoni si sofferma più volte sul «castellaccio» dell’innominato,
segno emblematico di un arroccamento, di una chiusura impenetrabile e
arcigna. Come nota Tentorio «il suo castello […] segno di volontà prepoten-
te, di dominio assoluto di barbarie […], si trasforma in un luogo di santità e
di carità, da nido insanguinato di aquila a nido di pace e di perdono. […] Il
castello diviene la testimonianza delle opere redentrici di misericordia»22.
La salvezza tocca il cuore di uno, per raggiungerne tutta la casa e quanto lo
circonda23:
quante, quante… cose, le quali non potrò se non rimpiangere! Ma
almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non al-
tro, rompere a mezzo […]. «Beato voi! [esclamò Federigo] Questo
è pegno del perdono di Dio! Far che possiate divenire strumento di
salvezza a chi volevate esser di rovina. Dio vi benedica! Dio v’ha
benedetto!» (p. 433).
Così, nel XXX capitolo il castello è descritto nella sua nuova “luce”: luogo
di rifugio e di accoglienza per don Abbondio, Agnese e Perpetua in fuga dai
lanzichenecchi. L’innominato all’udire da Agnese il nome della figlia Lucia
rivela come egli abbia ormai compreso Chi realmente fosse entrato quella
fatidica notte nel castello: «Di Lucia [siete la madre]!» esclamò l’innominato
nuova umanità 230 89
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
«[…] Voi, mi fate del bene, a venir qui… da me… in questa casa. Siate la ben-
venuta. Voi ci portate la benedizione» (p. 572). La presenza della giovane24
ha aperto un varco nell’isolamento dell’innominato, una breccia nell’oscuri-
tà soffocante del castello25.
5. conclusioni e aperture
Nei limiti di queste pagine abbiamo semplicemente abbozzato una lettu-
ra dell’incontro manzoniano alla luce dei Vangeli. Abbiamo potuto osserva-
re, in questo senso, come il Vangelo di Luca sia un riferimento imprescindi-
bile per poter penetrare la trama profonda della narrazione: Lc 15 costituisce
il sottofondo dell’episodio e, come abbiamo mostrato, è possibile cogliere
una profonda corrispondenza dinamica anche con l’episodio di Zaccheo in Lc
19. Manzoni, nel tratteggiare l’incontro tra l’innominato e il Borromeo, non
si accontenta semplicemente di ispirarsi al Vangelo, egli ne segue la trac-
cia, il dettato, facendo come fermentare la Scrittura stessa. Egli conduce il
lettore attraverso quei movimenti del cuore, quei pensieri umanissimi, quel-
le domande interiori, che caratterizzano l’uomo “toccato da Dio” e che nei
Vangeli risultano in gran parte impliciti, sottesi, da cogliere e scoprire: ecco
che in queste pagine il Manzoni esplicita, mostra, offrendo la possibilità di
godere lo spettacolo di un vero incontro cristiano. Se da un lato, infatti, l’e-
pisodio è il culmine di un sommovimento tutto interiore e personale dell’in-
nominato, l’oggettività degli incontri con Lucia e il cardinale costituiscono
due elementi imprescindibili in ordine alla conversione stessa. La grazia
opera coinvolgendo la totalità dell’uomo, ed è sempre evento personale e
comunitario26. Manzoni non dà semplicemente corpo a una narrazione dalle
forti tinte psicologiche, scivolando così in quelli che per alcuni sono eccessi
oratori; egli restituisce con efficacia l’inscindibile intreccio tra una grazia che
tocca l’innominato intimamente e al contempo lo raggiunge, con una forza
crescente, attraverso la concretezza delle relazioni. L’innominato, prenden-
do sul serio la sua inquietudine, si torva coinvolto in un avvenimento di gra-
zia per il quale gli è chiesto solo di non ritrarsi, di non negare quell’essere
intimamente oppresso in cuor suo dalla domanda su Dio. Non solo, la stessa
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presenza dell’innominato è per il cardinale occasione di riguadagnare la ve-
rità e la bellezza del suo essere pastore, occasione di una più piena imme-
desimazione con Cristo: abbracciando la ferita e il pentimento di quella “pe-
cora smarrita” è nel cardinale stesso che si rinnova l’incontro trasformante
con Cristo; comprendiamo allora la sollecitudine commovente di entrambi a
che un simile incontro si possa rinnovare ancora, il bisogno bruciante di tor-
nare a vedersi: «Voi tornerete, n’è vero? […] [chiede Federigo all’innomina-
to] «S’io tornerò?» rispose l’innominato: «quando voi mi rifiutaste, rimarrei
ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di parlarvi! ho bisogno
di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!». Un incontro, quindi, che ricolloca
l’umano – senza sforzi pelagiani – in quell’atteggiamento di bisogno proprio
del bambino nei confronti della madre.
Cogliamo così la bontà dell’analisi di Girardi, il quale, parlando di disloca-
zione del sacro, mostra l’infondatezza di quelle tesi che vedono proprio nella
persona del Cristo il grande assente del romanzo:
I Promessi Sposi non sono senza Cristo. Solo che la funzione fonda-
mentale del Cristo, cioè dell’innocente, del figlio di Dio che il Padre
destina a partire per la salvezza dei peccatori e per ridare un senso
positivo alla storia dell’uomo, è dislocata, trasferita; […] possiamo
dire che la dislocazione del sacro non è che un aspetto, ma forse il
più rilevante, di quel processo tipico del realismo manzoniano […].
Manzoni ha operato e cooperato potentemente, all’interno della
Chiesa, a liberare l’ideale cristiano, cioè Dio, Cristo e i valori sopran-
naturali, dalla prigione istituzionale, per ridarli alla gente comune
e riconsacrare con essi il mondo. Anche la natura, il paesaggio, si
colora di divino, e anche, direi proprio, di cristiano nel romanzo di
Manzoni27.
Proprio questa presenza del divino nell’umano – nell’umanissimo e nel
popolare – permette di riguadagnare le fondamentali verità cristiane a partire
dall’esperienza stessa. Non solo, la dovizia di particolari con cui il Manzoni
descrive l’episodio, la fine attenzione agli stati d’animo costituiscono l’oc-
casione di tornare a leggere le stesse pagine evangeliche con una più viva
capacità di immedesimazione; di comprenderne più vivamente il sottaciuto,
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punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
il sommovimento umano profondo. L’attenzione del Manzoni ai movimenti
interiori del cuore, alla gestualità descritta nel dettaglio, ci apre in qualche
modo l’accesso al non detto dei Vangeli stessi e, allo stesso tempo, al non
detto di ogni esistenza cristiana vissuta nella storia. In questo senso, allora,
I Promessi Sposi non sono una semplice «epopea della Provvidenza», ma un
più profondo invito a riconoscere il Signore tra le pieghe del quotidiano: una
vita nuova, incontrabile, in rapporto alla quale l’esistenza può avere un nuovo
corso e, con questa, l’intera storia. Secondo una tale prospettiva l’incontro
tra l’innominato e Federigo è quasi “una summa” di tutti quegli incontri del
Vangelo, una narrazione che mostra come il dato evangelico non solo sia rea-
le, possibile, ma attraversi la storia toccando, in definitiva, lo stesso lettore.
1
Così Piero Boitani, che ha fatto della ri-scrittura la chiave di volta del suo ap-
proccio alle “lettere”, ha potuto definire la letteratura come «[…] un albero gigante-
sco, le cui radici sono sempre le medesime, e la ri-scrittura è il principio che ne go-
verna la crescita». P. Boitani, Prima lezione sulla letteratura, Laterza, Roma-Bari 2007,
p. XII.
2
Cf. P. Boitani, Ulisse, amico mio d’infanzia, [Link]
cultura /2016 -10 -15/ulisse-amico -mio -d-infanzia-163 124 . shtml?uuid=
ADpdiiWB&refresh_ce=1.
3
P. Boitani, Ri-Scritture, il Mulino, Bologna 1997, pp. 7-8.
4
Le citazioni dal romanzo saranno secondo la versione definitiva del 1840, in-
dicheremo d’ora in poi esclusivamente il numero di pagina tra parentesi al termine
dei brani citati; per il riscontro delle pagine cf. A. Manzoni, I Promessi Sposi, Arnoldo
Mondadori Editori, Milano 2002.
5
Per esempio L. Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Universale Laterza, Bari
1981, p. 139.
6
Cf. M. Sarni, L’enigma dell’altro. La Bibbia nei Promessi Sposi, Edizioni dell’Orso,
Alessandria 2016, p. 3.
7
«Quasi tutti gli scrittori ignorano la dimestichezza del Manzoni con le Scrit-
ture che, dopo la conversione, diedero nuovo peso alle sue intuizioni giovanili e so-
prattutto gli offrirono una vasta gamma di situazioni, metafore, immagini da para-
frasare in mille modi, spesso in chiave ironica». S. Giacomoni, Alessandro Manzoni.
Quattro ritratti stravaganti, Guanda, Parma 2008, p. 16.
92 nu 230
elia carrai
8
Rimandiamo ancora una volta al lavoro di P. Boitani, in particolare alla sua
distinzione tra ri-scrittura diretta e obliqua. Cf. P. Boitani, Ri-Scritture, cit., pp. 7-12.
9
Per una disamina dei motivi universali che contraddistinguono la letteratura
cf. P. Boitani, Prima lezione sulla letteratura, cit.
10
Come è noto il romanzo del Manzoni ruota intorno alla vicenda dei due giovani
filatori Renzo e Lucia, tra il 1628 e il 1630, nella Lombardia dominata dagli spagnoli.
I due, innamorati e pronti alle nozze, trovandosi vittime dei soprusi di don Rodrigo,
signorotto locale, e della paura del loro curato don Abbondio, si vedranno costretti,
davanti al tentativo di rapimento di Lucia, a lasciare il loro paese, separarsi e finire
coinvolti in eventi più grandi di loro. Lucia dovrà fare i conti con l’intervento del più
potente bandito della zona, il famigerato innominato. Se, infatti, il primo tentativo di
don Rodrigo di rapire la fanciulla si era concluso con un nulla di fatto, l’innominato
porterà a segno il rapimento; il capitolo XXIII racconta la vicenda di quest’ultimo il
quale si troverà a compiere, per le inaspettate svolte del destino, gli ultimi passi di
un mutamento di cuore e, infine, di una vera e propria conversione.
11
«La “polifonia inquieta, problematica” della narrazione può essere colta nei
suoi “rintocchi” più profondi solo se ci si immerge nell’intrico scritturale, impegnan-
dosi a perlustrare le molteplici tangenze fra i Promessi Sposi e la Bibbia, ripercorsa e
riecheggiata con la tenerezza dell’amante, la libertà del pensatore e la reverenza del
fedele». M. Sarni, L’enigma dell’altro, cit., p. 3.
12
Il risultato è – come nota Bardazzi – un dilatarsi e un “lievitare” della stessa
narrazione evangelica dando «l’impressione che la Parola sacra fermenti nel testo
per inverarsi ancora una volta nell’hic et nunc di una condizione umana precisa,
raccontata dalla parola narrativa». G. Bardazzi, recensione ad A. Manzoni, Tutte le
poesie, a cura di G. Leonardi e P. Azzolini, Marsilio, Venezia 1987, in «Rivista di lette-
ratura italiana» VI (1998), n. 2, p. 340.
13
«Il centro dell’ispirazione religiosa del romanzo è in questa tragedia dell’inno-
minato, che è pure quella a cui volge nella fantasia del Manzoni tutta un’età iniqua».
A. Momigliano, L’Innominato, Formiggini, Genova 1913, p. 10.
14
La Scrittura era letta dal Manzoni in lingua latina, nella sua biblioteca si tro-
vava la Vulgata sisto-clementina. L’accostamento dei testi, quindi, non cerca la con-
sonanza di identiche parole, anche se, occorre riconoscere, che quella del Manzoni
non è in questo caso una semplice ri-scrittura ma in qualche modo anche una vera
e propria traduzione.
15
Per un rapido raffronto delle fonti manzoniane (la Vita di Federico Borro-
meo scritta dal cardinale del Tirolo, e la Historia del Ripamonti) cf. L. Toschi (ed.),
Quell’Innominato, Sellerio, Palermo 1991, pp. 51-53.
16
«Don Abbondio, invece, indugia indebitamente in un’ignavia egocentrica, in
cui l’altro assume i connotati del mostro da rifuggire o dallo strumento da utilizzare
nuova umanità 230 93
punti cardinali
Il Vangelo secondo Manzoni
per il proprio utilistico tornaconto. Non c’è mai un incontro, un ostacolo che deter-
mini un inciampo palingenetico, infrangendo il suo “delirio di immobilità”». M. Sarni,
L’enigma dell’altro, cit., p. 71.
17
«L’inquietudine affannosa che spesso attanaglia il pavido curato non deve in-
gannare. Essa non è che un turbamento superficiale, infruttuoso, che non lo induce
a progredire; è l’ansia caratteristica dell’egoista che non vede raggiunti i propri me-
schini obiettivi». M. Sarni, L’enigma dell’altro, cit., pp. 65-67.
18
«Come scrive Luperini, nei Promessi Sposi “l’incontro si presenta […] come
esperienza dell’altro […]. L’incontro è […] esplorazione progressiva del diverso, gra-
duale di coscienza di un modo possibile di essere uomini rimasto sino allora ignoto
o solo immaginato”». M. Sarni, L’enigma dell’altro, cit., p. 71.
19
G. Colombo, Scritti sul Manzoni, Jaca Book, Milano 2009, p. 110.
20
Da questo punto di vista, implicitamente, il Manzoni non fa che “compiere” e
“riempire” il dettato evangelico. Mutatis mutandi, quanto Boitani sottolinea parlando
della grande riscrittura di Mann in Giuseppe e i suoi fratelli potrebbe attagliarsi allo
stesso Manzoni in pieno Ottocento: «M non fa che “compiere” e “riempire” […].
Ma, lungi dal “rovinare le sacre verità”, M ne ripropone il mistero umanizzandolo e
discutendolo, fino a creare una metafisica, una mistica e una teologia della narrativa
in pieno novecento. Al centro di queste, come al centro della Bibbia, si trova il pro-
blema del riconoscimento di Dio, che si apre con Abramo e non si chiude più. Dio
non può essere conosciuto, ma soltanto, se mai, ri-conosciuto, e ogni Scrittura non
può quindi che presentarsi come ri-Scrittura». P. Boitani, Ri-Scritture, cit., pp. 7-8.
21
Scrive il Manzoni: «Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non
divien forte se non chi se ne ribella interamente» (A. Manzoni, I Promessi Sposi, cit.,
p. 383).
22
M. Tentorio, Conversione del Manzoni e dell’Innominato e luoghi manzoniani, Ar-
chivio storico dei Padri Somaschi, Genova 1973, p. 52.
23
«[…] scegliere la fede non significa rinunciare al mondo e, tanto meno, ricer-
care una salvezza individuale, che non si dà: è un modo diverso di operare sulla
realtà sociale e quindi morale dell’uomo, indissolubilmente intrecciate». L. Toschi,
La sala rossa. Biografia dei «Promessi sposi», Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 199.
24
Sul valore e sul ruolo di Lucia cf. G. Colombo, Figure letterarie e peripezie della
grazia, Jaca Book, Milano 2016, p. 16.
25
«L’impressione finale della conversione è quella d’un cielo di tenebre che,
dopo un lungo tumulto, s’illumina a poco a poco da tutte le parti. Dall’ultima di-
sperazione è nata, inevitabile, l’unica speranza; dall’oscurità più densa è sorta la
luce. […] Anche il castello si svolge, sereno, da’ suoi foschi vapori: la sua immagine
sinistra dilegua nell’orizzonte cenerognolo, fra il chiarore crescente, dinanzi alla folla
gioconda, che par liberata anch’essa […]». A. Momigliano, L’Innominato, cit., 57.
94 nu 230
elia carrai
26
Per comprendere i rischi di polarizzazione di queste due dimensioni, e sulle
possibili comprensioni di come agisca il dinamismo della grazia, cf. G. Busnelli, Il
Miracolo dei “Promessi sposi”, Stabilimento tipografico Befani, Roma 1915.
27
E.N. Girardi, Letteratura e religione negli ultimi due secoli, Jaca Book, Milano
2008, pp. 56.57.
nuova umanità 230 95
dallo scaffale di città nuova
ALLE MAFIE DICIAMO NOI
di Gianni Bianco / Giuseppe Gatti
Postfazione di don Luigi Ciotti
Le mafie si sconfiggono solo insieme.
Storie di legalità al plurale.
Un libro non può camminare. Ma le idee che veicola, a volte,
sì. Quelle possono pure mettersi in viaggio e farsi strada. Così
La legalità del noi di Bianco e Gatti quattro anni fa raccontava
quanto di buono l’Italia può fare contro le mafie, quando non
si affida agli eroi solitari, ma al gioco di squadra.
Quattro anni dopo, si vedono i passi avanti (piccoli e grandi)
fatti grazie a tanti comuni cittadini incontrati da Nord a Sud
e che, nella condivisione, hanno trovato il coraggio e la forza
isbn per dare risposte nuove all’arroganza dei clan. Una spinta al
9788831175364 cambiamento che parte da studenti e insegnanti, a cui queste
pagine, in particolare, si rivolgono.
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256 di un’antimafia che non delega, ma si impegna in prima perso-
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euro 15,00 processi di riscatto e di emancipazione prima impensabili. La
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di costruire un Paese migliore, senza più mafie. Insieme.
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nu 230
punti cardinali
Cammini samaritani
Per un’ecologica integrale
Vincenzo
Rosito 1. riguardare il mondo
docente Non è più sufficiente “guardare” il mondo, è neces-
di filosofia sario “ri-guardarlo”. La gestualità attenta e gentile del
teoretica presso riguardo non è solo la forma più rappresentativa della
la pontificia
facoltà teologica
riflessività o il modo con cui la ragione conosce i propri
san bonaventura oggetti ritornando su di essi. Riguardare il mondo signi-
– seraphicum fica osservarlo attentamente senza sottomettere la real-
(roma). tà al pensiero identificante, significa avviare processi di
prossimità e di approssimazione tra i soggetti e gli og-
getti di conoscenza, tra le persone, tra l’uomo e il pro-
prio ambiente. Trattare qualcuno o qualcosa con riguar-
do non è la futile stilizzazione di un gesto, è piuttosto il
modo che maggiormente si impone nella configurazione
contemporanea dei movimenti e dei modelli ecologici.
Il riguardo nei confronti della realtà include e per mol-
ti versi supera i paradigmi ecologici fondati sull’idea di
tutela, di preservazione, di custodia, di salvaguardia o di
cura del mondo.
La capacità di guardare attentamente la realtà na-
turale, per avviare concreti e credibili processi di cam-
biamento, viene metodologicamente assunta all’interno
dell’enciclica Laudato si’. Il documento non scaturisce
esclusivamente dalla necessità di comprendere la crisi
ecologica, economica e sociale che stiamo attraversan-
nuova umanità 230 97
punti cardinali
Cammini samaritani. Per un’ecologica integrale
do. Come più di un osservatore ha infatti notato, «guardando l’enciclica nel
suo insieme, ci si accorge che la struttura dei sei capitoli segue uno schema
apparentemente vicino a quelle che già Giovanni XXIII iniziò a introdurre
nell’analisi della realtà sociale, ovvero il triplice passaggio del vedere - giu-
dicare - agire»1.
Affrontare le questioni di carattere ecologico non significa esclusiva-
mente recuperare o fondare un metodo di indagine sociale, ma educare lo
sguardo dell’uomo mentre è all’opera, mentre prende posizione nei riguar-
di degli oggetti che lo incuriosiscono, lo interessano o lo preoccupano. Lo
“sguardo”, quando è rivolto nei confronti del mondo naturale e sociale, non
è un semplice strumento di indagine, ma un luogo di autoconsapevolezza in
cui l’uomo conosce se stesso riguardando la realtà di cui è parte. Ci accor-
giamo di come il nostro sguardo cambi in virtù degli oggetti a cui si rivolge.
Diamo priorità allo spazio quale campo di applicazione della vista, per poi
accorgerci che il superamento dell’attuale crisi ambientale è una questione
di tempo e che un’autentica conversione ecologica deve necessariamente
considerare in maniera critica la dimensione temporale della produzione, del
consumo e del godimento2. Questi tre concetti costituiscono lo sfondo tema-
tico delle analisi condotte nel paragrafo successivo che a sua volta prepara
e introduce la riflessione sull’ecologia integrale proposta nel terzo e ultimo
paragrafo.
2. accelerazione, impersonalità, invidia
I concetti di accelerazione, impersonalità e invidia identificano alcune
questioni particolarmente emergenti nell’interpretazione della socialità
contemporanea. L’accelerazione del ritmo di vita, dei mutamenti sociali o
del progresso tecnologico costituisce un fattore di assoluta rilevanza per
la comprensione del tempo presente. L’attenzione ecologica verso la con-
dizione dell’uomo contemporaneo deve confrontarsi prima di tutto con la
“desincronizzazione” tra i tempi della natura, quelli degli scambi economi-
co-commerciali e quelli dell’azione politica. Il mondo si compone ormai di
piani temporali sfalsati e difficilmente ingranabili. Ciò determina non solo
98 nu 230
vincenzo rosito
una segmentazione degli ambiti vitali, ma soprattutto l’incapacità di inter-
venire collettivamente ed efficacemente su ciascuno di essi, per corregger-
ne la traiettoria. «Sfruttiamo risorse come il petrolio e il suolo a un ritmo
molto superiore a quello della loro rigenerazione, e scarichiamo rifiuti tossici
troppo in fretta perché la natura possa assorbirli. Il riscaldamento stesso del
pianeta non è altro che il risultato di un processo di accelerazione fisica de-
terminato dalla società: sebbene stiamo esaurendo le energie immagazzi-
nate in petrolio e gas, letteralmente acceleriamo le molecole dell’atmosfera
scaldandole, in quanto il calore è causa ed effetto di un rapido movimento
molecolare»3.
Negli ultimi anni il tema dell’accelerazione è stato oggetto di interessanti
ricerche nel campo degli studi filosofici e sociologici. Hartmut Rosa ha re-
centemente contribuito a formulare un vero e proprio paradigma dell’acce-
lerazione sociale (Social Acceleration Theory) mostrando come la percezione
e l’organizzazione del tempo abbiano preoccupanti ricadute nella creazione
degli spazi di interazione, nelle relazioni interpersonali e nei rapporti di po-
tere. L’accelerazione diventa la principale categoria ermeneutico-sociale in
virtù della quale è possibile riconoscere inedite forme di alienazione. Avere
poco tempo a disposizione non è infatti una mera percezione individuale.
L’accelerazione è un fattore reale in quanto scaturisce principalmente dal
progresso tecnologico. Per accelerazione tecnologica deve intendersi infatti
la crescita esponenziale della velocità che accompagna i processi di pro-
duzione o di comunicazione nelle società complesse. A questa deve essere
affiancata l’accelerazione dei mutamenti sociali ovvero l’incremento con cui
cambiano e si susseguono mode, stili di vita e abitudini sociali. Le istituzioni
tradizionalmente affidabili, in quanto persistenti durevolmente al susseguir-
si di più generazioni, diventano sempre più instabili e limitate nel tempo.
L’occupazione è un campo in cui l’accelerazione dei mutamenti sociali è
particolarmente evidente. Tanto le strutture lavorative della prima moder-
nità, quanto le imprese a conduzione familiare sopravvivevano a più di una
generazione. Fino agli anni Settanta del secolo scorso l’occupazione lavora-
tiva abbracciava stabilmente l’intera vita di un uomo segnando continuati-
vamente la sua biografia professionale. Oggi invece l’impiego è pensato per
essere velocemente e più volte cambiato nell’esistenza di ciascuno. Solo alla
nuova umanità 230 99
punti cardinali
Cammini samaritani. Per un’ecologica integrale
luce di questi mutamenti si può parlare di un’accelerazione dei ritmi di vita,
ovvero della più comune percezione di chi vive o sopravvive avendo poco
tempo per fare tutto. L’accelerazione è in questo caso indotta dalla necessi-
tà di fare più cose contemporaneamente (logica del multitasking). Le singole
azioni per unità di tempo si moltiplicano, per questo motivo il tempo viene
drammaticamente a mancare.
L’accelerazione dei tempi di lavoro e della durata di un impiego comporta
la trasformazione radicale della produttività, sempre più intesa come com-
petizione tra soggetti o comunità di individui. Il lavoratore viene valutato e
retribuito in funzione della sola prestazione, rendendo così la sua opera un
prodotto alienante, piuttosto che un luogo di liberazione e di realizzazione.
Mentre il lavoro accelerato si perverte in una sorta di dipendenza dal lavoro
stesso, il tempo libero assume valore solo nella misura in cui viene percepito
come tempo senza lavoro, come tempo vuoto o svuotato. La vita accelerata
non necessita soltanto di ritmi lenti e ben scanditi; abbiamo infatti bisogno
di “politiche del tempo”, così come di azioni pastorali e pratiche ecclesiali
che partano dalla superiorità del tempo sullo spazio4. Ciò significa inaugurare
processi e aprire ambiti di socialità in cui tempi e rapporti diversificati ritor-
nino a integrarsi. Decelerare non significa soltanto ridurre il ritmo o il nume-
ro delle cose che facciamo, ma piegare il tempo della produzione al tempo
della socialità, il tempo della prestazione a quello della presenza conviviale,
il tempo dell’autorappresentazione ecclesiale a quello della comunione-
koinonía.
La seconda categoria a cui prestare particolare attenzione è l’imperso-
nalità dei gesti e delle opere. Questo aspetto è strettamente legato all’evo-
luzione storica delle società complesse e alla formalizzazione dei processi
amministrativi che hanno stabilizzato le istituzioni sociali e politiche della
modernità. Già Max Weber aveva ribadito l’importanza della formalizza-
zione delle procedure giuridiche e amministrative nel processo di moder-
nizzazione politica e sociale. L’impersonalità delle azioni sociali rappresenta
oggigiorno una delle ricadute più evidenti del moderno processo di razio-
nalizzazione. Nel momento in cui le società complesse hanno iniziato ad
autocomprendersi essenzialmente come società di servizi, alcuni gesti di
prossimità, quali la cura e l’assistenza socio-sanitaria, sono stati integrati
100 nu 230
vincenzo rosito
nella formalizzazione delle procedure e dei ruoli. Ivan Illich ha interpretato
questi mutamenti alla luce del pervertimento della morale cristiana: sussi-
ste una sorta di secolarizzazione dei principali riferimenti pratici e dottrinali
del cristianesimo che ne muterebbe internamente gli effetti. All’interno dei
moderni contesti sociali la caritas si è secolarizzata facendosi offerta orga-
nizzata di servizi al malato, al povero e all’indigente. Illich chiamava società
samaritane tutti quei corpi collettivi in cui il mercato dei servizi è riuscito
a commercializzare azioni caritatevoli fondate sull’impersonalità del volto
e sulla professionalità dei gesti. Le società samaritane sono organizzazioni
sociali in cui il calore o l’odore di una casa che si apre all’estraneo vengono
sminuiti a beneficio di anonimi e asettici sistemi di accoglienza. Chi arriva
o viene ospitato non riesce più a sentire i profumi di una cucina domestica,
ma solo le essenze degli igienizzanti industriali5. L’assistenzialismo istituzio-
nalizzato anestetizza l’eccesso sproporzionato della cura prestata dal “sa-
maritano” evangelico, crea nuove categorie di bisognosi e di beneficiari, for-
malizza un sistema anonimo del soccorso e dell’accoglienza. Attraversare il
paesaggio della cura e dei bisogni umani può pervertirsi in un’impresa dagli
eccessi disumani. Si moltiplicano, a tal riguardo, gli episodi di evidente ag-
gressività verso gli ospiti di strutture medico-assistenziali. Dovremmo apri-
re urgentemente una discussione pubblica non tanto sui modi di gestione,
quanto sulle strategie di giustificazione dei luoghi di assistenza sanitaria, di
servizio agli anziani, di cura del disagio psicosociale o della stessa formazio-
ne scolastica. Sono tutti ambienti di socializzazione e di intima vicinanza tra
individui in cui, sotto il cappello formale di un sevizio offerto o garantito, si
nasconde una gestione problematica della prossimità. La società dei servi-
zi crea una “sofferenza insofferente”, rende anonima e seriale l’esperienza
identificante del dolore, separa la gestione dei bisogni dal tessuto elemen-
tare della vita ordinaria.
Cosa c’entra l’invidia con l’accelerazione e l’impersonalità? In prima bat-
tuta si potrebbe pensare che l’invidia sia un sentimento riguardante alcuni
atteggiamenti privati, mentre l’accelerazione e l’impersonalità siano im-
portanti categorie interpretative dei sistemi sociali. In una prospettiva più
attenta invece, l’invidia è un imprescindibile riferimento diagnostico della
socialità contemporanea proprio perché fuoriesce dalle pratiche individuali,
nuova umanità 230 101
punti cardinali
Cammini samaritani. Per un’ecologica integrale
deborda sulla scena pubblica diventando un abito collettivo, un’inclinazione
diffusa e condivisa. Tanto nell’invidia, quanto nell’accelerazione e nell’im-
personalità è in gioco la prossimità tra individui all’interno del tempo e dello
spazio sociale. Queste tre categorie rimandano infatti ai processi di distor-
sione della prossimità e della contiguità tra persone che vivono all’interno
delle medesime sfere sociali. L’invidia è un sommovimento delle facoltà
umane capace di pervertire le più elementari relazioni di prossimità. L’in-
vidioso avverte dolore ed è insofferente per l’eccesiva vicinanza con chi ha
raggiunto determinati obiettivi. È la prossimità con uomini che pur avendo
le mie stesse opportunità hanno raggiunto ruoli e risultati che io stesso avrei
potuto conseguire a determinare l’occhio cattivo dell’invidioso. L’in-videre, il
vedere l’altro di traverso, ciò che la tradizione popolare chiamava appunto
malocchio, è in realtà una cattiva gestione della prossimità intersoggettiva.
L’invidioso non ha spalle curve e sguardo afflitto, egli deve dissimulare la
tristezza che interiormente lo divora e che si profila secondo Tommaso d’A-
quino come rancore divorante e silente verso il bene altrui (Invidia est tristitia
de bono alterius). I sentimenti dell’invidioso non affiorano facilmente dal suo
sguardo che continua a mostrarsi in apparenza benevolo e gentile, il suo è
un vedere di sottecchi, per questo il suo atteggiamento è stato spesso as-
sociato all’immagine di un occhio malvagio. L’invidia agisce dilatando ferite
ed esponendo i nervi dell’esistenza individuale e collettiva. Essa è capace
di congelare intere esistenze nel rancore per una promessa di realizzazione
tradita. Umiliare il desiderio umano di prossimità, denigrando il sogno di una
socialità che non conosce invidia, è la colpa ecologica più grave.
3. dalla connessione alla prossimità
L’ecologia nasce come sapere scientifico della relazione: essa rinviene e
studia le connessioni che strutturano internamente i sistemi naturali e so-
ciali. Tuttavia la sensibilità ecologica è un fattore relativamente recente nella
storia umana se si pensa che il termine ecologia viene coniato solo nel 1866
a opera di Ernst Haeckel. Il biologo e naturalista tedesco, combinando le
parole greche oîkos (casa) e lógos (discorso, principio), istituisce un nuovo
102 nu 230
vincenzo rosito
campo di riflessione e di ricerca6. L’ecologia si profila dunque come studio
della struttura relazionale del mondo naturale. Essa guarda principalmente
all’azione del connettere e del collegare mondi diversi e per questo motivo
conserva una certa affinità con la gestualità del re-ligare (legare insieme)
che qualifica la determinazione più elementare del religioso.
L’accezione specifica di ecologia integrale si caratterizza per un obiettivo
ulteriore: riannodare tutte le facoltà dell’uomo contemporaneo con la radi-
ce ecologica e sociale della propria esistenza. L’ecologia integrale contrasta
pertanto la delimitazione delle questioni ecologiche a un ambito specifico o
emergenziale della vita umana. Corriamo tutt’oggi il rischio di interpellare
l’ecologia solo in determinate circostanze, ignorando la sua natura di sapere
scientifico in virtù del quale gli uomini esercitano uno sguardo e un approc-
cio relazionale nei confronti del mondo naturale e sociale. L’ecologia non si
esaurisce tuttavia nelle dottrine scientifiche o nei saperi specializzati capa-
ci di orientare pratiche individuali e politiche globali. Per questo motivo il
terreno pratico e culturale dell’ecologia rappresenta un luogo di conversione
personale e comunitaria. In esso individui e società possono fare continue
esperienze di conversione nella misura in cui imparano ad avvertire i gradi
di interdipendenza eco-sistemica o la comune origine delle emergenze eco-
logiche e sociali. L’ecologia diventa così non un territorio disciplinare presi-
diato da pochi esperti in tutela ambientale. Essa è piuttosto il luogo aperto
e comune di interi popoli, lo scenario caldo e familiare di comunità legate
culturalmente e storicamente a un territorio, a un paesaggio. L’identità di un
popolo infatti si rinnova esercitando la capacità “ecologica” di interpretare
collettivamente le crisi che lo interessano: «Non ci sono due crisi separate,
una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-
ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale
per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso
tempo per prendersi cura della natura»7.
L’ecologia integrale rinviene nella prossimità il suo nucleo essenziale.
Essa non è infatti confinabile esclusivamente nelle competenze dei paradig-
mi scientifici, in quanto prefigura e promuove una più ampia prospettiva an-
tropologica e sociale. Nell’ambito dell’ecologia integrale il movimento pra-
tico più rilevante non è quello del connettere elementi diversi, bensì quello
nuova umanità 230 103
punti cardinali
Cammini samaritani. Per un’ecologica integrale
di allestire contesti di prossimità, avviando processi di approssimazione. Si-
gnifica indugiare sul movimento di discesa e di avvicinamento al povero con-
tenuto nel cammino del samaritano secondo la nota parabola evangelica (Lc
10, 25-37). Il protagonista di quel racconto infatti non cede alla tentazione di
istituire società samaritane fondate sull’impersonalità dei gesti, piuttosto che
sul calore dei volti e delle opere di mutuo soccorso vicinale.
L’ecologia integrale si dispiega necessariamente nell’ambiente dei poveri
quale ambiente visto dai poveri, ovvero nelle emergenze ecologiche e sociali
così come vengono percepite e gestite dalle masse di disagiati e di esclu-
si. In tal senso la conversione di Francesco d’Assisi rappresenta l’immagine
paradigmatica di un mutamento radicale che interessa l’integrità della sua
persona. L’incontro con il lebbroso non è una risposta a nuove prescrizioni
etiche, così come non costituisce la naturale conseguenza dell’abbraccio in-
timo con Cristo, ma è esso stesso luogo di contatto, di rinascita e quindi di
conversione ecologica integrale. L’ambiente marginale e mondano dei leb-
brosi è per Francesco un luogo di povertà ecologica che non semplicemente
sollecita, ma che ospita la conversione del cuore8.
L’ambiente dei poveri non è solo la cornice o tutt’al più lo sfondo dell’ab-
braccio con Cristo e con gli uomini, esso è parte viva e necessaria della con-
versione che a tal ragione può dirsi ecologica. Il movimento compiuto da san
Francesco fuga ogni dubbio: il gesto che trasforma contestualmente l’io e il
mondo è quello che porta ciascuno a lasciarsi toccare dal povero.
Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare peni-
tenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa molto amara
vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con
essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava
amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti
un poco e uscii dal mondo 9.
Francesco non ha un cuore, ma si fa cuore che vive nella vita stessa dei
poveri (et feci misericordiam cum illis). Qui appare il punto di svolta, la soglia
che immette in una prospettiva inaudita. Nulla, nel passo appena citato, par-
la il linguaggio del buonismo, del sentimentalismo o ancor più della forma-
lizzazione dei servizi alla persona. Rifacendosi esplicitamente all’esempio di
104 nu 230
vincenzo rosito
san Francesco, Alex Langer ha proposto alcune modalità pratiche grazie alle
quali ogni autentica esperienza di conversione ecologica può diventare un
movimento di trasformazione culturale.
Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, for-
tius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi
rappresenta la quintessenza della nostra civiltà, dove l’agonismo e
la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di
festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radi-
ca una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al
contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo,
più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benesse-
re, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al ri-
paro dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente
disatteso10.
Lentamente, profondamente e dolcemente sono connotazioni avver-
biali di gesti e movenze che potrebbero assumere un innegabile valore cri-
tico rispetto al dominio alienante dell’accelerazione, dell’impersonalità e
dell’invidia.
1
W. Magnoni, Perché il cuore non si svuoti, in W. Magnoni - P. Malavasi (edd.),
Laudato si’. Niente di questo mondo ci è indifferente. Le sfide dell’enciclica, Centro Am-
brosiano, Milano 2015, p. 21.
2
«La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si uni-
sce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quella che in spagnolo
alcuni chiamano rapidación (rapidizzazione). Benché il cambiamento faccia parte
della dinamica dei sistemi complessi, la velocità che le azioni umane gli impongono
oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica», Papa Francesco,
Laudato si’, 18.
3
H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda
modernità, Einaudi, Torino 2015, p. 79.
4
Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 222-225.
5
«È dunque indiscutibile che la moderna società di servizi sia un tentativo
di stabilire ed espandere l’ospitalità cristiana: ma è anche vero, d’altro canto, che
nuova umanità 230 105
punti cardinali
Cammini samaritani. Per un’ecologica integrale
quell’ospitalità noi l’abbiamo immediatamente pervertita. La libertà personale di
scegliere chi sarà il mio “altro” è stata trasformata nell’uso del potere e del denaro
per fornire un servizio, e questo non solo toglie all’idea del “prossimo” quella liber-
tà che la storia del Samaritano implica, ma crea anche una visione impersonale di
come una buona società dovrebbe funzionare: crea dei (cosiddetti) bisogni, bisogni
di servizi, bisogni che difficilmente potranno mai essere soddisfatti – c’è sufficiente
assistenza sanitaria, sufficiente istruzione? –, e crea perciò un tipo di sofferenza del
tutto sconosciuto al di fuori della cultura occidentale con le sue radici cristiane»,
I. Illich, I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley, Quodlibet, Ma-
cerata 2013, pp. 40-41.
6
Fin dal suo nascere l’ecologia rivendica un proprio statuto scientifico e avanza
una pretesa sistematica d’indagine. Essa si occupa della «totalità delle scienze delle
relazioni dell’organismo con l’ambiente, comprendendo nell’accezione più ampia
tutte le condizioni d’esistenza», P. Acot, Storia dell’ecologia, Lucarini, Roma 1989, p.
42.
7
Papa Francesco, Laudato si’, 139.
8
«[La] conversione ecologica [...] comporta il lasciar emergere tutte le conse-
guenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li [i cristiani] circon-
da», Papa Francesco, Laudato si’, 217.
9
Fonti francescane, 110.
10
A. Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo 2015, p.
210.
106 nu 230
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei
Focolari: gli anni della prova
A proposito di un libro
di Lucia Abignente
Paolo 1.1 Ho tra le mani un libro che ha per titolo “Qui c’è
il dito di Dio” e per sottotitolo Carlo de Ferrari e Chiara
Siniscalco Lubich: il discernimento di un carisma, utile per compren-
già professore dere in prima istanza il contenuto1. Lo ha scritto Lucia
ordinario di Abignente, autrice, tra l’altro, di un cospicuo volume
letteratura sulla spiritualità del Movimento dei Focolari in prospet-
cristiana tiva storica2 e di diversi saggi, attualmente responsabile
antica presso
della sezione Studi e ricerca storica del Centro Chiara
l’università di
roma la sapienza Lubich, che ha la propria sede a Rocca di Papa nei pres-
e l’istituto si di Roma. Un libro che, tra l’altro, presenta una bella
patristico Prefazione, frutto di esperienza spirituale e pastorale, di
augustinianum. monsignor Luigi Bressan, arcivescovo emerito di Trento.
è membro del
consiglio generale
dell’international 1.2 È un volume originale, fin dal genere letterario.
association of Infatti, non si tratta di genere biografico o agiografico e
patristic studies, neppure della pubblicazione di un carteggio tra due per-
del centro chiara sonalità, né di una raccolta di documenti. Esso tratta di
lubich e del
due persone eccezionali, differenti per età, carattere,
gruppo di studi
storici del centro esperienza, posizione ecclesiale, che si incontrano in anni
interdisciplinare difficili per l’Italia, uscita da una guerra che l’ha spieta-
di studi "scuola tamente divisa: l’uno, che per tradizione poteva fregiarsi
abbà". dei titoli di “Principe”, di “Sua Altezza”, legati al Principa-
to vescovile di Trento, antico Stato ecclesiastico esistito
dall’XI secolo fino agli inizi del 1800, l’altra, una maestra,
nuova umanità 230 107
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
venticinquenne, o poco più, che aveva cominciato a costituire una comunità
di giovani donne, il cui disegno era quello di vivere integralmente la lettera e lo
spirito evangelico. L’incontro dunque di un presule chiamato a seguire, come
suo dovere, un’aggregazione laicale nuova e di una giovane ancora sconosciu-
ta, memore tuttavia delle parole evangeliche: «Chi ascolta voi, ascolta me»
(Lc 10, 16), che perciò si presenta al suo vescovo non per freddo dovere, ma
con piena adesione, senza timore, nonostante l’inesperienza dell’età, pronta
ad obbedirgli senza condizioni. Ne nasce un colloquio che comincia forse nel
1946 (giacché non è possibile, stando ai documenti finora ritrovati, conoscere
con precisione la data del primo loro incontro) e che si prolunga fino a pochi
giorni prima della morte del più anziano dei due protagonisti avvenuta nel
dicembre del 1962. È pure la storia di un percorso che si rivela, a tratti, molto
doloroso durato oltre quindici anni, che la nuova aggregazione affronta, fino
al suo riconoscimento da parte della Chiesa, durante i quali de Ferrari, arcive-
scovo di Trento, senza alcuna incertezza, sostiene il nuovo Movimento.
1.3 È questo il cuore del libro nel quale l’Autrice, con sapienza ed equili-
brio, conduce il lettore per mostrare come fin dall’inizio vi sia stata da parte
di de Ferrari conoscenza profonda dell’atteggiamento interiore di Chiara,
che gli consente di avere piena fiducia in lei, confortato dai fatti cui assiste
e, da parte di Chiara, gratitudine immensa nella guida del “suo” vescovo.
È questo percorso che qui seguirò in quanto esso nella sua completezza e
verità, se non sbaglio, è conosciuto da pochi.
1.4 Già nel 1945 un promemoria dei dirigenti dell’Azione cattolica aveva
informato l’arcivescovo su voci non positive che circolavano in diocesi circa
alcune ragazze del Terz’Ordine francescano cappuccino.
1.5 In una lettera del principio d’ottobre del 1947, rivolgendosi a “Sua
Altezza Reverendissima”, Silvia Lubich (come ancora si firmava con il suo
nome di battesimo) così scriveva:
Sono partita da Lei con tanta gioia nel cuore. Per comprendere la
mia gioia, Altezza, basta che pensi a un solo fatto. Ho parlato con
108 nu 230
paolo siniscalco
molte persone e anche molto addentro nelle cose spirituali; ma mai
ho trovato chi comprendesse la nostra Idea nella sua limpidezza.
In Lei abbiamo trovato non solo chi ci comprende, ma anche Chi ci
tiene le redini perché camminiamo nella Via che il Signore ci ha indi-
cato […]. Adesso che siamo agl’inizi, ci tagli, ci corregga, ci percuo-
ta, se necessario, perché il Signore non resti privato di quella gloria
che siamo destinati a darGli. Ci mettiamo nelle Sue mani come ora,
sempre (p. 97).
A sua volta alla fine del 1949, in calce alla storia del Movimento dell’Unità
(come allora si denominava la nuova nascente aggregazione) redatta dal
primo gruppo delle focolarine, l’arcivescovo, autorizzandone la pubblicazio-
ne, dichiarava:
Confermiamo nella sostanza quanto sopra esposto, non senza rile-
vare che il movimento, appena resosi noto all’autorità diocesana,
diede motivo di consolanti constatazioni che possono così riassu-
mersi: molto bene operato tra le giovani specialmente; docilità a
tutta prova ai Superiori Ecclesiastici; nessun inconveniente che si
possa attribuire alle persone tutte fedeli all’ideale: Vangelo vissuto
nella carità per raggiungere l’unità in Cristo (p. 42).
Un atteggiamento e un giudizio che egli conserverà e confermerà in mol-
te altre occasioni.
2.1 Attraverso il libro seguiamo dunque passo a passo il succedersi dei
fatti e delle difficoltà che interessano la vita del primo gruppo delle focolari-
ne, il diffondersi del loro messaggio e del loro esempio nella città di Trento e
poi del Movimento cui danno vita dai suo albori ai primi anni ’60, particolar-
mente nel suo rapporto con le autorità ecclesiastiche che si fa presente con
diversi suoi organi e ripetuti interventi.
2.2 Fin dal 1948 un episodio rischia di riuscire fatale per la nascente ag-
gregazione: una serie di accuse è formulata da «una delle prime apostole
dei Focolari e un poco antagonista della Lubich», come nota de Ferrari, con-
nuova umanità 230 109
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
tro Chiara appunto e padre Casimiro da Perarolo, cappuccino direttore del
Terz’Ordine francescano cappuccino, cui il gruppo apparteneva. De Ferrari
chiama immediatamente le focolarine che rimangono meravigliate per ciò
che di loro era detto e nomina due ispettori diocesani con il compito di svol-
gere un’inchiesta rigorosa. Le risultanze degli esami compiuti sono positive
e l’arcivescovo, questa volta in un discorso pubblico, non esita a dire che la
loro è opera di Dio.
2.3 Ma quel periodo riserva pure altre sorprese positive. Chiara viene
e conoscere altre due opere che perseguono un fine analogo a quello da
lei intravisto, la Crociata di Carità e l’iniziativa, che si poneva in continuità
con la comunità di lavoro Regnum Christi, nata a Lubiana nel 1934 con il
beneplacito di Pio XI, dal prelato Janez Kalán. Ella prende contatto con i loro
ispiratori, rispettivamente il padre Leone Veuthey e il padre Beda Herneg-
ger, che opera a Roma, per cui sembra opportuno aprire un focolare nella
capitale. Si profila anche l’eventualità di una fusione tra le tre iniziative, la
quale non ha però seguito. Mentre l’ipotesi di scendere a Roma rimane ben
viva. Nel settembre del 1948, insieme a tre padri francescani, Chiara fa vi-
sita in parlamento a Igino Giordani: quell’incontro si rivela un evento fuori
dell’ordinario; Giordani, parlamentare, saggista, conoscitore della Patristica,
laico cristiano impegnato, coniugato e padre di quattro figli, in quell’occasio-
ne, umilmente, si mette in ascolto di una giovane ventottenne ed è talmente
coinvolto da diventare “apostolo ardentissimo” del Movimento, tanto da es-
serne dichiarato da Chiara stessa confondatore. Il contatto sempre intenso
e costante mantenuto dalla Lubich con l’arcivescovo di Trento ha così un
altro protagonista.
2.4 Ancora il 1948 vede pure una notevole estensione del Movimento:
accanto alle vocazioni femminili nascono le prime due maschili che stabi-
liscono il proprio focolare a Trento. Lo Statuto approvato, che si ispira alla
costituzione apostolica Provida mater Ecclesia, esige però che la comunità del
focolare sia formata da almeno tre persone. L’arcivescovo mostra di nuovo
la sua benevolente intelligenza. «Andate avanti» – dice ai due che si sono
presentati a lui: «Per intanto il terzo lo faccio io!».
110 nu 230
paolo siniscalco
Il trasferimento a Roma apre poi nuovi orizzonti mettendo in contatto
con ambienti del tutto differenti rispetto a quelli trentini. Molti sacerdoti
e religiosi accolgono il messaggio che, tramite l’attività e le conoscenze di
Igino Giordani, comincia ad essere conosciuto in segreteria di Stato, in uni-
versità pontificie e perfino in parlamento, ove nel gennaio del ’49 Chiara
stessa lo annuncia a un gruppo di parlamentari. Il presidente del consiglio
ne è informato e appare interessato.
2.5 Nell’estate del 1949 Chiara, «per una grazia particolare concessale
da Dio» – come scrive Lucia Abignente –, «sperimenta sulla terra la realtà
stessa del Paradiso». Illuminazioni che le
permettono anche di comprendere profeticamente gli sviluppi che
l’Opera avrebbe avuto in futuro, di intuirne le difficoltà, di vederne
la particolare relazione con Maria, il rapporto con la Chiesa e l’in-
tera realtà umana. È per questo che più tardi, rileggendo il senso di
quegli eventi per la storia dell’Opera di Maria, ella esprimerà più
volte la convinzione che, se nel 1943 era nato un movimento di per-
sone, è stato nel 1949 che si è costituito il primo nucleo dell’Opera
(pp. 145ss.).
2.6 In quel medesimo anno altri eventi incalzano e sono di segno ne-
gativo. Dell’esistenza del nuovo gruppo e del “pericolo” che rappresenta
è informata la Direzione centrale dell’Azione cattolica di Roma, ma nella
lettera si dà pure notizia della posizione dell’arcivescovo e del suo avviso
di non avere trovato motivo di sopprimere il Movimento. Del resto fin dal
1947 questi aveva approvato ad annum lo Statuto dei Focolari della Carità (Gli
apostoli dell’Unità), confermandolo poi nel 1948 ad triennium. Segnalo qui un
particolare curioso che Lucia Abignente mette in luce: non si sa chi abbia
scelto l’appellativo “focolari” – piccole comunità che sono i centri vivi del
Movimento –, anche se si può supporre che sia stato lo stesso de Ferrari a
suggerirlo, in quanto termine identificativo entrato ormai in uso.
2.7 Ma ancora nell’autunno del ’49 una sorpresa è riservata a de Ferrari
e a Chiara stessa: nell’ottobre il Santo Offizio sollecita l’arcivescovo a se-
nuova umanità 230 111
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
parare completamente il Movimento dal Terzo Ordine dei padri cappuccini
di Trento e a porre il primo alle esclusive dipendenze di un sacerdote seco-
lare prudente ed esperto. I due provvedimenti sono prontamente attuati e
l’arciprete decano della cattedrale, monsignor Modesto Revolti, nominato
dall’arcivescovo, redige una relazione, riguardante il periodo novembre 1949
- febbraio 1950, ponendo in evidenza luci e qualche ombra nel comporta-
mento degli appartenenti al Movimento. Nel frattempo l’arcivescovo de Fer-
rari coinvolge nella questione padre Giovanni Battista Tomasi, un suo con-
fratello stimmatino; una scelta che si dimostrerà proficua in quanto Tomasi
saprà accompagnare sapientemente per alcuni anni il cammino spirituale di
Chiara e in pari tempo assisterla circa i passi da fare per giungere a un’ap-
provazione del Movimento dal punto di vista canonico.
Il libro fa conoscere due missive indirizzate da monsignor de Ferrari al
Santo Offizio nelle quali egli dà un parere favorevole sulla positività dell’O-
pera e sui frutti che sta portando e propone di chiamare Chiara per esa-
minarla direttamente, sicuro che ella sarebbe stata umile e obbediente.
Graziella De Luca, una delle compagne di focolare, all’inizio del gennaio del
1951, scrivendo a monsignor de Ferrari, nota che in quel periodo Chiara si
assentava per lunghe ore e ritornava sfinita senza poter dire dove fosse sta-
ta e cosa avesse fatto. E prosegue:
Supponiamo sia stata al Santo Offizio. La sua grande grande sfini-
tezza ci fa pensare che la stiano interrogando su argomenti delicati
[...]. L’altro ieri l’interrogatorio deve essere stato di una durezza in-
solita. Al suo ritorno fra noi, Chiara, vedendoci, scoppiò in lacrime e
in singhiozzi. In tutto il resto della giornata rimase poi come oppres-
sa, rinchiusa in un dolore indicibile ed affranta e sfinita come mai.
Il suo dolore sarà stato accresciuto dall’impossibilità di parlare, lei
che sempre tutto ci comunicava ciò che le era possibile (pp. 175ss.).
Le udienze si protraggono per lungo tempo. Dopo le ultime udienze,
come testimonia questa volta padre Tomasi in una lettera scritta ancora
a monsignor de Ferrari il 23 febbraio 1951, la medesima Chiara esce piena
di pace e anche di allegrezza. Il segreto di tanto mutamento è lei stessa a
rivelarlo in un’ennesima lettera:
112 nu 230
paolo siniscalco
Da Gesù ho ricevuto la grazia per essere pronta a ogni decisione
che la Chiesa darà […]. Sono felice, Altezza, di potere donare tutto
ciò che Lui nel campo soprannaturale ha fatto attraverso di me. E La
assicuro che qualsiasi cosa succeda Lei mi saprà sempre fedele al
mio Gesù abbandonato ed obbedientissima alla Chiesa. Sono arri-
vata a questo punto perché non ho voluto mai da parte mia rompere
l’unità con la Chiesa o meglio con chi me la rappresentava. Se non
avessi fatto così forse l’opera non ci sarebbe. Ma Dio mi diede la
resistenza fino all’inverosimile (p. 176).
2.8 La “passione” tuttavia è tutt’altro che finita. Come già in precedenza,
segni opposti, non facilmente comprensibili, si alternano. Dalla Congrega-
zione dei religiosi è nominato un visitatore ad referendum: è il padre Enrico
Corrà, francescano, consultore del Santo Offizio. È lui che con discrezione,
in forma privata, comunica a de Ferrari le disposizioni ancora più severe pre-
se dal Santo Offizio nel gennaio del 1952 riguardo al Movimento. Esse pre-
vedono che esso non debba essere nelle mani della Lubich, che il visitatore
vigili sull’esecuzione dei provvedimenti, che i vescovi interessati impedisca-
no l’apertura di nuovi focolari e ne riferiscano. Il 9 febbraio 1952 Chiara scri-
ve la lettera di dimissioni in giorni in cui la corrispondenza, tra quanti sono
partecipi di questa vicenda, si fa particolarmente fitta: da Tomasi a Giordani,
da de Ferrari a Chiara stessa, la quale è evidentemente provata nel fisico e
nello spirito, non di meno continua a lavorare, con l’aiuto di padre Tomasi,
alla Regola. Alla direzione dell’Opera il Santo Offizio sceglie di designare
un’altra delle primissime compagne di Chiara, Giosi Guella. L’Opera procede
nel suo sviluppo: chi vi appartiene vive la volontà di Dio, consapevole d’altra
parte che le cose vanno bene, anzi sempre meglio, quanto alla diffusione
dell’“Ideale”. Sono questi i fatti e il carteggio, per lo più inedito che il libro di
Lucia Abignente fa conoscere al lettore con delicatezza di tratti accompa-
gnata da un sicuro fondamento storico.
2.9 Nel 1953 si apre un dialogo con la Segreteria di Stato nella persona di
Giovanni Battista Montini, grazie all’interessamento di Eli Folonari. Chiara è
da lui ricevuta due volte e con lui si intrattiene in lunghi colloqui. Inoltre il vi-
nuova umanità 230 113
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
sitatore apostolico, padre Corrà, conoscendo da vicino i membri e le attività,
comincia a manifestare simpatia per la nuova associazione.
Nell’aprile del 1954 è ordinato sacerdote don Pasquale Foresi, primo sa-
cerdote focolarino. Egli è incardinato nella diocesi di Trento e lasciato da
monsignor de Ferrari a disposizione dei Focolari.
2.10 Negli anni successivi continuano a susseguirsi eventi significativi,
ora di luce, ora di tenebre. Chiara vive un periodo di silenzio e di nascondi-
mento; è sotto cure mediche per riprendersi da un grave “esaurimento da
superlavoro” diagnosticatole.
Cessa il mandato di padre Corrà, ma è aperta una nuova inchiesta affi-
data, come le precedenti, a un francescano, il padre Alfonso Orlini. I primi
provvedimenti interessano don Foresi. Il consiglio datogli concerne l’oppor-
tunità di non continuare gli studi in focolare, ma di trasferirsi presso la fami-
glia o il collegio Capranica di Roma. Non di meno, l’impressione è che padre
Orlini, con il passare dei giorni, apprezzi il Movimento, ami i focolarini e
voglia giungere a fare approvare la loro associazione secondo una sua linea.
Uno dei problemi, non certo il minore, concerne il modo giuridico con cui
sistemare istituzionalmente l’Opera e, in particolare, sul come inserirvi i co-
niugati. Padre Orlini, nel novembre del 1954, presenta al Santo Offizio la sua
relazione, accompagnata da dieci allegati, tra i quali non mancano numero-
se testimonianze e lo Statuto. La soluzione sembra ormai prossima. Ma così
non è. Anzi nel 1955 pare che la “definizione della pratica” sia rimandata
sine die. Padre Orlini però decide di far avere un suo esposto direttamente
a Pio XII, in modo da smuovere gli ostacoli. E vi riesce, con l’aiuto di padre
Agostino Bea che, in quell’occasione, conosce Chiara e rimane colpito per il
«tono e il fascino soprannaturale» che sente in lei.
Un’altra circostanza però sembra rimandare l’esito definitivo della que-
stione ed è l’incontro dell’Opera con il movimento Per un mondo migliore,
ispirato e condotto da Riccardo Lombardi. Avvengono incontri e non si è
lontani dal decidere la fusione tra le due realtà. Una circostanza questa in
cui de Ferrari esprime un parere negativo (che in seguito sembra attenuare).
Inizialmente la sua convinzione pare sia che l’Opera debba continuare la
propria esistenza in modo separato per le sue specifiche caratteristiche. La
114 nu 230
paolo siniscalco
fusione infatti non avviene, forse anche per il parere contrario espresso dal
nuovo visitatore, nominato nel frattempo, il padre gesuita Giacomo Marte-
gani, uomo di grande esperienza e di grande capacità pratica.
2.11 La speranza di uscire da quell’attesa, ormai molto lunga, è riposta in
Pio XII e le notizie confortanti trapelate da una fonte sicura lo confermano.
L’idea del pontefice è che la causa dei Focolari non spetti più al Santo Offizio,
ma torni alla Congregazione dei religiosi. Si sa che nel 1957 Pio XII si era ri-
fiutato di firmare il decreto di scioglimento dell’Opera, giunto fino a lui. Tut-
tavia per l’ennesima volta la speranza di un intervento decisivo viene meno
per l’aggravarsi della sua salute, a cui segue la morte il 9 ottobre del 1958.
2.12 Nei primi giorni del 1959 giunge ai focolarini un’incoraggiante be-
nedizione di Giovanni XXIII, in un tempo che vede ricchi frutti spirituali in
molte comunità diffuse ormai in molte nazioni, fra le quali anche quelle
dell’America Latina.
2.13 Eppure da più parti si profila il tentativo di soffocare il Movimento. In
una nota riservata inviata al presidente della Conferenza episcopale italiana
da parte del cardinal Ottaviani si comunica che i padri del Santo Offizio sono
giunti alla conclusione che il Movimento non deve essere appoggiato dagli
ordinari «perché i princìpi a cui si ispira e la prassi che esso segue non si
possono approvare».
La questione dei focolarini, secondo l’indicazione data da Giovanni XXIII,
passa alla Cei, che nell’assemblea generale del 15 ottobre del 1959 la discu-
te. Molte sono le riserve, pochi i pareri positivi. È istituita una commissione
di cinque vescovi con il compito di condurre una inchiesta. Ne nasce una
lunga relazione che conclude con un’indicazione del tutto negativa, secon-
do cui il Movimento «non può nemmeno essere corretto e riformato, ma
deve essere sciolto in tutte le sue strutture e manifestazioni». Il dibattito
che segue nel novembre del 1960 volge ugualmente verso la necessità dello
scioglimento. Tuttavia Giovanni Battista Montini, con i cardinali Lercaro di
Bologna e Fossati di Torino, ritiene inopportuna l’immediata soppressione
dell’Opera. L’arcivescovo de Ferrari con una straordinaria coerenza e un non
minore coraggio scrive una lettera a Giovanni XXIII dettata dalla sua co-
nuova umanità 230 115
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
scienza e dalla provata conoscenza di quella realtà e di quelle persone che
conosce da sempre.
Dopo l’esito dell’assemblea plenaria del 1960 la questione torna al San-
to Offizio. Il Movimento però non è soppresso ed è difficile indicare con
sicurezza la o le ragioni che hanno impedito che il decreto di scioglimento
vedesse la luce.
Il 12 agosto del 1961 Chiara fa un sogno toccante, premonitore, che le an-
nuncia essere ormai imminente l’alba. Il 23 marzo 1962 la Regola dei foco-
larini è approvata. L’Opera di Maria è riconosciuta come Pia Associazione e
passa dal Santo Offizio alla Congregazione del Concilio, competente per tali
associazioni. Dopo pochi mesi, il 14 dicembre del 1962, giunge il momento
del “passaggio” al cielo di un pontefice, Giovanni XXIII, che, con Pio XII e
con Paolo VI, tanto rilievo ha avuto in momenti decisivi per la vita del Mo-
vimento. La Regola delle focolarine viene approvata nel novembre del 1963.
Alla fine dell’ottobre del 1964 Paolo VI concede una prima udienza a Chiara
Lubich e per l’Opera di Maria comincia una nuova fase della sua storia.
3. Ho ricordato le vicende che hanno coinvolto il Movimento dei Focolari,
a cominciare dal promemoria da parte dei dirigenti dell’Azione cattolica, ri-
salente al febbraio del 1945, in cui si informava l’arcivescovo su voci che cir-
colavano in diocesi concernenti alcune ragazze che «destavano dubbi circa
un loro falso misticismo», fino al parere deciso dell’assemblea plenaria della
Cei del novembre del 1960, in cui si considerava necessario lo scioglimento
dell’associazione. Sono quindici lunghi anni durante i quali si susseguono
inchieste, relazioni, provvedimenti, lettere, pareri, a cui si alternano voci in-
controllate aventi per oggetto i fondamenti dottrinali, le caratteristiche, le
azioni dei focolarini.
Se mi sono indugiato su tale excursus, il motivo risiede nel fatto che esso,
più di altri elementi, aiuta a porre in evidenza tre pregi del volume di Lucia
Abignente che ne costituiscono l’originalità e, più ancora, l’accentuata no-
vità di carattere innanzitutto storico oltre che dottrinale e spirituale: a) la
conoscenza più autentica della figura di monsignor de Ferrari; b) l’atteggia-
116 nu 230
paolo siniscalco
mento di Chiara Lubich rispetto alle autorità della Chiesa; c) infine, i motivi
che muovono queste ultime a condurre accurati esami.
a) Per lungo tempo la figura di de Ferrari era nota solo in ambienti cir-
coscritti e non sempre il giudizio che se ne dava era positivo. Il volume di
cui parlo aiuta a disegnarne una fisionomia più netta e più veritiera rispet-
to a quella sfocata o addirittura sbrigativamente ingiusta che gli era stata
attribuita. Occorre ricordare che nel medesimo ufficio pastorale era stato
preceduto da una figura senza dubbio eminente, quella di Celestino Endrici
che fino alla sua morte, nel 1940, aveva saputo mantenere unito e compatto
il mondo cattolico trentino e a tenere testa alle richieste dei gerarchi fascisti.
Da parte sua Carlo de Ferrari, prima di essere nominato arcivescovo sul-
la cattedra di San Vigilio – nel 1941 – aveva retto, dal 1936, la diocesi di Carpi
ove aveva incontrato e protetto don Zeno Saltini, testimone eccezionale del
servizio caritativo verso i fratelli, e la sua opera Nomadelfia. Ed aveva la-
sciato un buon ricordo in tanti. Ma ancor prima di essere nominato vescovo,
egli aveva svolto a Roma una serie di incarichi che lo avevano fatto ritenere
di “sentimenti patriottici” e vicino ad ambienti fascisti. Una “fama” che non
lo abbandona anche dopo il suo ingresso, il 26 giugno del 1941, solennità
di San Vigilio, nella Chiesa di Trento. Alcune sue espressioni, usate in quel
giorno, generano un’impressione negativa che ha il proprio culmine nell’au-
tunno e nell’inverno del 1941-1942 quando, addirittura all’ingresso della cat-
tedrale, vengono distribuiti volantini che contengono espressioni offensive
nei confronti del nuovo arcivescovo il quale però, contrariamente alle attese
dei fascisti, non ordina alcun cambiamento nell’Azione cattolica diocesana,
lasciando al loro posto figure invise dalla dirigenza politica del tempo e nep-
pure vuole che il settimanale Vita trentina devii dalla linea coraggiosa fino ad
allora tenuta. E con questi, altri fatti dimostrano durante il periodo bellico
il suo carattere retto, coraggioso e accogliente. Con il passare del tempo,
insomma, de Ferrari si fa conoscere e apprezzare dalla comunità diocesana
e dalla comunità civile per quel che è.
Ora il profilo biografico, delineato con schiettezza e con onestà anche sui
punti più delicati nel libro in oggetto, insieme alle molte lettere e ai molti scritti
suoi citati in ordine alla “questione“ dei focolarini, consegna al lettore un volto
nuova umanità 230 117
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
cristiano e umano di de Ferrari molto ricco e preciso: quello di un uomo di gran-
de fede, di intuito profondo e sicuro, di piacevole arguzia, di notevoli capacità
intellettuali, come dimostra la sua scrittura sempre chiara, in grado di espri-
mere nei modi più consoni il suo pensiero, e soprattutto un uomo di cristallina
rettitudine: avendo per conoscenza diretta acquisito una convinzione, egli è
pronto a difenderla nei modi dovuti in ogni circostanza e dinanzi a ogni autorità.
b) Quanto alla figura e alle vicende vissute da Chiara, molti degli episodi
ricordati nel libro da cui ho preso le mosse sono noti, almeno all’interno
dell’Opera di Maria. Eppure se si legge la ricchissima documentazione rac-
colta, consistente in lettere per lo più inedite, e se a questa si aggiungono
le considerazioni fatte dall’Autrice, si desumono nuovi elementi. E se ciò
vale per l’interno del Movimento tanto più vale per ambienti esterni che ben
poco hanno saputo della vicenda qui delineata.
Da parte mia a questo punto mi limiterò a sottolineare un solo aspetto
a cui Chiara si è sempre mantenuta fedele durante i diciassette anni del-
la “sospensione” in cui l’Opera è stata sottoposta: la virtù dell’obbedienza,
che ha distinto in modo decisivo il suo atteggiamento. L’obbedienza che è
sottomissione e fiducia in chi ha responsabilità di condurre: «È come un al-
berello selvatico che va potato, lavorato, raddrizzato […] ed è per questo
che ci affidiamo a Lei da cui tutto aspettiamo in correzioni, ammonimenti,
incitamenti, ecc. Questi attendiamo da Lei». Così in una lettera per il Natale
del 1947 indirizzata a de Ferrari. E a chiusura della medesima: «Nella obbe-
dienza perfetta, pronta a tutto sospendere, se Lei lo vuole» (p. 101). E come
controcanto a questa dichiarazione appassionata di Chiara si possono ricor-
dare, a tredici anni di distanza, le espressioni di de Ferrari che nella lettera
scritta a Giovanni XXIII, quando ormai il Movimento pareva dovere essere
sciolto, notava: «Di tante iniziative sorte nella mia vasta Diocesi, nessuna
mi ha dato tante soddisfazioni e buoni frutti quanto i focolarini. Ho trovato
in essi anime illibate, consacrate a Dio con una dedizione totale, a servizio
della Chiesa, in obbedienza esemplare al Vescovo e al Clero» (p. 295).
Se poi ci si interroga sul carattere dell’obbedienza dalla Lubich continua-
mente esercitata verso le autorità ecclesiastiche, si può dire, secondo la pro-
spettiva propria della spiritualità, che la sua era un’obbedienza caritativa che
118 nu 230
paolo siniscalco
si configurava come un momento di tutta una vita virtuosa, nella quale erano
presenti, accanto allo spirito di carità, la prontezza di adesione, la piena docilità,
la pietà filiale, la sempre rinnovata pazienza, accanto a umile determinazione.
Un’obbedienza, la sua, che è amore sperimentato che chiama alla reciprocità.
Sono innumerevoli le attestazioni della fondatrice del Movimento che provano
la sua docilità spirituale. Ne ho scelta una che riguarda un momento particolar-
mente doloroso da lei vissuto nel febbraio del 1952, dopo che la suprema sacra
Congregazione del Santo Offizio aveva disposto che il Movimento non fosse
più nelle sue mani. Ella, in un momento in cui si era aggiunta una grande debi-
litazione fisica, scrive all’arcivescovo di Trento: «Sono tanto contenta di tutto,
Altezza, contenta di camminare sempre all’ombra della croce. Non per nulla
ho scelto come mio Ideale Gesù Abbandonato. Lei sa che può far di me ciò che
vuole sempre: mia unica gioia è essere tutta e sempre nella Sua Volontà, che
per me è quella di Dio. Mi benedica. Con filiale affetto» (p. 193).
c) Ancora meno conosciuti, nella loro sequenza e nel loro insieme, sono
le osservazioni e i provvedimenti presi dalle differenti componenti dell’auto-
rità ecclesiastica, prima di riconoscere canonicamente il Movimento. Il volu-
me ne dà una visione limpida e ponderata sulla base di una documentazione
in gran parte nuova.
Come ho fatto cenno, nel giugno del 1948 de Ferrari, avendo saputo di
accuse riferite a Chiara, apre un’inchiesta in diocesi e nomina due eccle-
siastici con il compito di appurare la verità con ampia facoltà di interrogare
sotto giuramento. Le accuse denunciavano la mancanza di un fine chiaro e
determinato del Movimento, dispotismo spirituale, rilevavano “presunzio-
ne” nella Lubich, abusi circa la confessione e indelicatezze amministrative.
La relazione finale confutava le accuse, le poneva a livello di incerti pettego-
lezzi. Toccava anche un punto specifico su cui si erano levate parecchie cri-
tiche, cioè le relazioni negative tra il Movimento e l’Azione cattolica, e anche
su di ciò osservava che la Chiesa lascia ampia libertà di scelta nell’aderire ad
associazioni: il punto era che il primo aveva cominciato a sottrarre elementi
preziosi al secondo. Voci queste che non rimangono nell’ambito trentino ma
ben presto sono segnalate a Roma, donde nasce il pensiero di un possibile
scioglimento dell’ancora nascente istituzione.
nuova umanità 230 119
alla fonte del carisma dell’unità
Per la storia del Movimento dei Focolari: gli anni della prova
Nel 1949 giungono all’orecchio di de Ferrari gravi accuse, non specifica-
te nella sua corrispondenza, ma che probabilmente riguardano il rapporto
di Chiara con Giordani e, nell’ambito del Movimento, contatti tra focolari
maschili e femminili.
Già nel 1950 l’attenzione della Suprema Corte si concentra sulla perso-
na, sul ruolo di Chiara e su un possibile provvedimento contro di lei. Pun-
tuale infatti giunge nel 1951 il provvedimento, di cui si è detto, relativo alle
dimissioni da dirigente del Movimento dei Focolari, date da Chiara il 9 feb-
braio 1952, per rimanere, come lei stessa scrive, “semplice Focolarina”.
Nel 1957 viene nominato un nuovo visitatore dal Santo Offizio, padre
Martegani. Questi si mette al lavoro e stende una relazione che invierà poi,
nell’aprile del 1958, al presidente del Santo Offizio, cardinal Giuseppe Piz-
zardo, compiendo un accurato e lucido esame della figura di Chiara, delle
opere in via di realizzazione, di tutte le realtà che concernono l’Opera, com-
presi i princìpi dottrinali sui quali si fonda. Egli conclude che, «pur consta-
tando una certa immaturità e una non ancora sufficiente solidità» sia dottri-
nale sia organizzativa del Movimento «tutto il complesso degli addebiti non
gli sembra giustifichi provvedimenti soppressivi dell’istituzione» (p. 282).
Ma già nell’autunno dello stesso anno, durante l’assemblea plenaria
della Cei, si era richiamata l’attenzione su alcuni pericoli che avrebbe pre-
sentato il Movimento, tra i quali il pensare possibile una complementarietà
tra i laici e la gerarchia della Chiesa, come se la gerarchia potesse vedersi
superata da un’altra gerarchia spirituale, carismatica. Inoltre «le riserve dei
vescovi si erano concentrate su due aspetti: il contatto di sacerdoti e religio-
si con il Movimento e la presenza e le origini femminili di esso» (p. 288). Di
qui la conclusione circa l’opportunità di chiedere alle congregazioni compe-
tenti, in particolare al Santo Offizio, di provvedere3. Si sa come le cose nel
giro di poco tempo si siano sviluppate diversamente.
4. Prima di concludere, ritengo sia opportuno parlare di un ultimo aspet-
to: ossia dell’apparato di fonti che, come si è detto, ha permesso a Lucia Abi-
gnente di raggiungere obiettivi storici di rilievo, in relazione ai temi trattati.
120 nu 230
paolo siniscalco
L’Autrice ha avuto la possibilità di valersi di due strumenti eccezionali: il
primo consiste nella documentazione volutamente conservata dall’arcive-
scovo de Ferrari nel suo studio privato, comprendente numerose lettere di
Chiara a lui e di lui a Chiara, e inoltre di Igino Giordani, di Pasquale Foresi,
dei primi focolarini e delle prime focolarine, insieme a scambi epistolari con
i dicasteri della Santa Sede – documentazione che, alla morte dell’arcivesco-
vo nel 1962, fu consegnata a Chiara e da lei custodita con cura nella casa di
Rocca di Papa e ora confluita nell’Archivio Chiara Lubich, elemento centra-
le dell’Archivio generale del Movimento dei Focolari. Il secondo strumento
è rappresentato appunto dal ricchissimo Archivio Chiara Lubich. Inoltre, e
questo va a suo merito, l’Autrice ha condotto ricerche personali in archivi
appartenenti a organismi ecclesiastici venuti in qualche modo in contatto
con l’Opera di Maria: dall’archivio della Conferenza episcopale italiana a
quello della di diocesi di Trento, dall’archivio di La Civiltà Cattolica a quello
della Provincia Tridentina di Santa Croce dei frati minori cappuccini, per ci-
tarne alcuni. Né sono mancate ulteriori informazioni ricevute da altre fonti
– penso a notizie desunte dalle autobiografie composte dai primi focolarini
e focolarine e in buona parte già pubblicate – che sono risultate utili per
comporre, anche nei particolari, il quadro messo a disposizione del lettore.
Un quadro, come si è sottolineato in precedenza, che è tanto più prezioso
perché inedito. Ed anche in questo sta l’interesse del volume.
1
L. Abignente, “Qui c’è il dito di Dio”. Carlo de Ferrari e Chiara Lubich: il discerni-
mento di un carisma, Città Nuova, Roma 2017.
2
Id., Memoria e presente. La spiritualità del Movimento dei Focolari in prospettiva
storica, Città Nuova, Roma 2010.
3
È significativo rilevare ciò che Chiara, nel suo fitto carteggio con l’arcivescovo
de Ferrari, era andata scrivendo e ciò che gli stessi visitatori apostolici che si erano
alternati con il compito di sorvegliare, di condurre inchieste o di accompagnare il
Movimento correggendone i difetti hanno scritto o detto, dopo aver conosciuto i
membri e le opere. E il libro fornisce in proposito un’ampia e ben fondata documen-
tazione.
nuova umanità 230 121
dallo scaffale di città nuova
VIVIAMO INSIEME IL VANGELO
itinerario per l’iniziazione alla fede cristiana
di A.A.V.V.
I testi della terza annualità dell’itinerario catecumenale
per i ragazzi che si preparano a ricevere i sacramenti.
Schede anno 3
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lettura e commento del Vangelo; attività-gioco; parole da proporre e vivere
insieme; esperienze di vita raccontate. Ciascuna scheda può essere staccata
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cevere i sacramenti. Un percorso di iniziazione alla fede cristiana da vivere in
famiglia che si affianca e completa il lavoro nella classe di catechismo.
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nu 230
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
Nasce (e cresce) la città di Maria
la mariapoli
Igino
Parliamo un po’ più diffusamente della Mariapoli di-
Giordani venuta una delle manifestazioni più caratteristiche del
Movimento.
(1894-1980)
confondatore Costruttori della città, agli ordini di Maria sono stati
del movimento focolarini e focolarine. Gli uni e le altre sono lavorato-
dei focolari. ri a cui il lavoro è un obbligo come la preghiera: è una
scrittore, preghiera in fabbrica e a scuola, all’ufficio e ai campi, a
giornalista e
contatto coi fratelli e con la natura. Fa parte della rego-
parlamentare
della repubblica la: ora et labora. Ma comando divino per loro è altresì il
italiana. riposo. E ogni anno il riposo estivo se lo son preso sulle
Alpi, prima in un villaggio, poi in due, poi in parecchi; da
una parte le donne, dall’altra gli uomini, unificati in un
nome che indica non tanto una località terrena quanto
una convivenza divina: Mariapoli. Una Nazareth fatta
tutta casa di Maria, nella quale Maria è tutto. E cioè son
tutto Maria.
Come dice la fondatrice: «L’Antico e Nuovo Testa-
mento formano un solo albero. La fioritura avviene nella
pienezza dei tempi. E l’unico fiore è Maria. Il frutto che
ne segue è Gesù»1.
E qui si è piantato l’albero che frutta Gesù.
Il nome – e l’idea – di Mariapoli quindi è chiaro; ed
è chiaro altresì che per essere la città della Madre essa
nuova umanità 230 123
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
ha carattere di universalità; e difatti vi abitano concittadini dei santi di ogni
razza e condizione e si conoscono accenti di ogni lingua e regione.
La città sorse, umile fiore tra le valli, nel 1949, da umili origini, secondo lo
stile di Maria, anche se paia esistita da sempre e i cittadini ne parlino tutto
l’anno come di un sogno portato dal cielo.
Nacque non in una grotta, ma in un fienile, dentro la baita detta Paradiso,
affossata tra le dimore dimesse, mezze di legno e mezze di calcina, di To-
nadico. Il quale è un villaggio impiantato come un trespolo, su un torrente,
una valle e uno strapiombo, nella conca aperta delle Dolomiti, ai piedi di san
Martino di Castrozza2.
Sul principio bastò quella baita, dove dimoravano le focolarine.
Poi negli anni successivi quando vennero anche i ragazzi occorse cercare
altre dimore. E avvenne così. D’estate i contadini quasi tutti affittavano le
loro case ai villeggianti e si ritiravano nelle baite, tra i pini e le capre; con gli
anni presero ad affittarle in prevalenza a questi giovani, dai quali il paese fu
primamente rinominato Chiaropoli. Lo chiamarono così in onore di santa
Chiara, la verginità impiantata in mezzo all’abitato, che passava il tempo ad
amare Dio e quando occorreva ricacciava dagli spalti i saracini.
Erano giovani sani, allegri che facevano grandi cantate alla luna, ma sta-
vano i giovani a sé e le giovanette per loro conto e si incontravano mattina
e sera nella chiesetta del paese, dove pregavano in un silenzio perfetto,
come affondassero nel mistero o cantavano con un’armonia che manda-
va in visibilio quei montanari. E cantavano soprattutto inni alla Vergine; e
quelle ragazze apparivano sì pure e unite e sorridenti e servizievoli, da far
ricordare le compagne di santa Chiara. E questi giovani erano così corretti
e semplici e forti anche fuori di chiesa, da dare un’impressione di forza e
purezza mariale.
Perciò i giornalisti non si accorsero della cosa. Ogni anno la popolazio-
ne, alla quale col tempo venivano mescolandosi mamme e papà e persone
anziane che, però, messe fra i giovani, ringiovanivano dal capo alle piante3,
cresceva; e pure tutto si svolgeva in ordine e se un giovane dava un comando
ai compagni, quelli lieti obbedivano, e se una ragazza faceva un cenno alle
coetanee, queste d’istinto capivano e operavano: e quindi non c’erano vocii,
non attriti, non disordini. Si parlava, si rideva, si facevano gite, si cantava alle
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igino giordani
icone dentro la foresta o sopra le rogge4 e si cantava nelle scalate e si can-
tava in chiesa e in casa, ma su un fondo di silenzio interiore e di meditazione
ininterrotta. Quei canti erano l’espressione della pace: la voce del silenzio.
Era una popolazione che dall’innocenza traeva gioia e con la gioia nutriva
l’innocenza.
Sì che avendone sentito parlare, per caso, da un amico che vi era restato
ospite, ci venne la seconda estate un ateo dichiarato e convinto: così con-
vinto che bestemmiava a più non posso per convincersi sempre di più. Or
ecco che, dopo qualche giorno, non imprecò più, non criticò più e si mise a
guardare con un occhio nuovo la gente che incontrava, come se l’amasse
e poi entrò in chiesa per ascoltare i canti fino a che si mescolò a tutti per
cantare anche lui. E fu beato: tanto che tornò ai sacramenti come rifacesse
la prima comunione.
Di questi casi ne capitarono d’anno in anno sempre di più.
Nel 1956 la città prese ufficialmente il nome di Mariapoli: e così fu iscrit-
ta nei bollettini a stampa e ciclostile emessi dal Centro organizzativo, costi-
tuito da un giovane e un tavolino, quando l’uno o l’altro non venivano adibiti
ad altri usi.
Mariapoli: essa ormai era divenuta una convivenza estesa a Fiera di
Primiero, a Transacqua, a Siror… 5, in una conca verde, invasa di luce. L’illu-
minava ormai, senza ombre, in ogni recesso, la Sapienza; e la riscaldava a
fiotti crescenti l’Amore. In quella luce non si tolleravano né appannature né
appannaggi: tutto si voleva puro come il cielo terso, sì che la pupilla di Maria
su ogni punto potesse posarsi in letizia come sguardo sereno di madre nella
casa linda tra i figli. Tutto si voleva messo in comune, sì che ogni cosa fosse
a disposizione di tutti e tutti a servizio di ciascuno, suscitando, con una do-
nazione continua di sé, la convivenza in cui stava al centro Maria, e, come al
cenacolo, era un cuor solo e un’anima sola e non c’era nessuno che avesse
bisogno.
All’inizio nel 1949, era stata di sei, sette ragazze; erano 150 nel 1954; era-
no 400 nel 1955. Nell’estate del 1956 si noverarono circa 3.000 mariapoliti,
ovvero cittadini della Mariapoli; cresciuti in famiglia varia, come chiesa pic-
cola, ma completa con bambini, vecchi, uomini e donne, vergini e sposati,
preti e religiosi, pezzi grossi e umili lavoratori, tutti accomunati dal calore
nuova umanità 230 125
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
dell’unica casa materna. C’era stata una interruzione nel nome: e cioè nel
1954 le sofferenze patite dai focolarini erano la più eloquente espressione
del loro amoroso meditare sulle sofferenze patite da Gesù in croce: e allora
la città era stata denominata Gesù Abbandonato. Difatti una convivenza
cristiana non è completa se non include anche un Calvario e se non si sta,
Dio volendo, in croce per amore e con amore.
L’idea del Calvario era suggerita anche dalle anfrattuosità montane della
nuova città: ché quell’anno (1954), per amore di nuovo, per non legare il
cuore ai luoghi, si era cercato un altro soggiorno: i giovani dei Focolari ave-
vano invaso il villaggio di Pozza di Fassa e si erano dilatati come un torrente
gioioso che straripa verso Pera, Campostica, sin verso Canazei6. Le giova-
nette e le donne avevano impiantato il quartier generale e quello particolare
a Vigo di Fassa dove si erano diramate verso il senso opposto.
Anche là si incontravano gli uni e le altre ogni mattina a una chiesa a
mezza strada: San Giovanni, bello anche lui, con il suo campanile a cuspide
aguzza e all’interno con la sua volta gotica e spiovente su sei colonne e le pa-
reti affrescate con scritte tedesche. Le donne si mettevano nei primi banchi,
gli uomini sui banchi ultimi e nel coro molti stavano in piedi, perché ormai la
chiesa non li conteneva più.
Durante il giorno veniva dalle boscaglie l’eco di canti nei quali ricorreva
tra gli altri questo refrain:
La tromba squilla nella città:
a Vigo si va e a Pozza;
felici in cordata in montagna si va
per fare quell’unità.
Talora nel pomeriggio si vedevano a un teatrino parrocchiale, presso San
Giovanni dove composti, le donne a destra gli uomini a sinistra, assisteva-
no a spettacoli in cui si recitava a soggetto: un ingegnere del gas faceva
da regista, un medico faceva da atleta, un impiegato del demanio dirigeva
un manicomio…, e venivano fuori arguzie limpide, trovate spassose, giuo-
chi di prestigio, canti comici: il tutto per sfogare una letizia contenuta che
era come l’iridescenza umana della letizia divina della chiesa. Anche se si
126 nu 230
igino giordani
avvertiva che non erano agglomerati, incassati, si vedeva che erano uniti,
vivevano gli uni con gli altri, gli uni degli altri, gli uni per gli altri, come diceva
san Gregorio il Grande della Convivenza nel Corpo Mistico, dove si è tutti
uno: precisamente vivevano a Corpo mistico, Chiesa viva, che si esprime-
va, tanto in cappella quanto al teatro, tanto in istrada quanto in casa: tutti
uno. Si vedeva che quella notazione «un cuor solo e un’anima sola» non si
riferiva solo alla Chiesa di Gerusalemme: si riferiva alla Chiesa di sempre. Li
collegava l’amore di Dio: e per le occorrenze temporali, li collegava anche un
telefono da campo installato ad allacciare le baite.
Per quei villaggi dove sciamava anche gente ricca e lussuosa per diver-
tirsi, queste creature quasi scomparivano: non si vedevano girovagare. Era
gente che non perdeva tempo ad ammazzare, come si dice, il tempo. Am-
mazzavano, come dicevano, l’uomo vecchio. Distribuiti in gruppi, in mezzo
a cui non mancava mai il sacerdote, che poteva essere un monaco, un frate,
un missionario, attendevano ai loro doveri, che erano per i più attività forma-
tive: ascoltavano e parlavano. Nel pomeriggio facevano gite, ma con ordine,
e distinti gli uomini dalle donne. C’era unità e perciò non c’era mescolanza.
Le lezioni o conversazioni o incontri erano fatti secondo un ordine sca-
lare, per cui si parlava in un modo a quelli che da anni vivevano nell’Ideale e
in un altro a quelli che l’avevano conosciuto passando per caso a Vigo uno
o più giorni innanzi.
C’erano molti sacerdoti e religiosi, degli ordini più antichi e degli istituti
più nuovi: dai benedettini ai missionari di Parma, dai cistercensi ai france-
scani, dai gesuiti ai domenicani.
Di tanto in tanto compariva qualche coppia di suore e arrivavano notizie
dei monasteri di clausura e di scuole private, dove si viveva la stessa vita; ed
erano notizie di casa, alle quali partecipavano tutti con esplosioni di gioia o
con espressioni di rammarico.
Si vedeva che non lo spazio contava, non le recinzioni o le divisioni: lo
spirito – che era lo spirito di Dio – fondeva di là dalle strutture, dalle regole e
dalle usanze: la Chiesa universale viveva in quelle anime superando i confini.
Difatti, dalla copiosa corrispondenza che, per impulso di unità era diretta
quasi totalmente a chi dirigeva la famiglia, venivano fuori messaggi dall’Au-
stralia e dall’Inghilterra, da Gerusalemme e da Buenos Aires. Un farsi tutto
nuova umanità 230 127
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
a tutti, perché tutti si facessero il Tutto, perdendosi nell’Uno; e l’esistenza si
levava a un livello sovrumano, dove si contemplava con Maria lo splendore
della SS. Trinità.
La valle, le baite, la chiesa erano scorciatoie al Paradiso. Così ognuno
che veniva, dopo qualche ora o qualche giorno, andandosene, diceva inevi-
tabilmente questo: che aveva gustato il Paradiso. Di fatto dove è Dio ivi è il
Paradiso. E si capiva che la vita è un’avventura molto più bella e ricca di quel
che comunemente appare: comunemente essa è angusta e uniforme perché
separata dall’infinito, e destituita della bellezza e forza e sapienza divina, e
quindi priva delle risorse di vita che sono date dalla grazia. È una vita spesso
in disgrazia; spesso confinata ai problemi di cucina.
E qui invece era la Madre della grazia che vegliava su ciascuno e dava un
colorito verginale, mariale, come di stella mattutina sull’Alpe verde, all’am-
biente e alle anime, scoprendo gli innumeri aspetti della vita, svolta da terra
a cielo.
Una vita comunitaria: un Dio e i fratelli mediante la comunione, non solo
dei beni temporali, ma anche e innanzi tutto dei beni spirituali. Una fusione
di anime ottenuta con la soppressione dell’io di ciascuno, sì che emergesse
il Padre di tutti: Dio, sostituendo la vita di Lui, la volontà i disegni, l’amore di
Lui alla volontà di ciascuno. Non c’era nessuno che avesse di bisogno: per-
ché il bisogno di uno era incontrato dall’amore di tutti.
In epoca di comunismo si viveva la comunione: si realizzava la comunità
ecclesiale. Non per nulla fioriva all’altare, dal sacrificio della santa Messa,
dalla comunione eucaristica quotidiana e si nutriva della preghiera liturgica,
vivendosi ogni istante con la Chiesa: vivendo la Chiesa.
Il loro era un allenamento di rocciatori, per scalare le vette. Volevano
salire a Dio: un ideale di perfezione e cioè di altezza divina li aveva adunati
e si attuava col metodo della cordata. Legati gli uni agli altri, tiravano su
tutti, non lasciando indietro nessuno; ci si santificava solidamente: come
era spiegata ai bambini – [bambini] che potevano essere anche professo-
ri arrivati di fresco – si impiegava il metodo della chioccia, la quale, se un
pulcino cade dal ciglio della strada, scende a riprenderlo traendosi dietro
tutta la covata: ricerca e ritrovamento sono così operazioni e gioie della co-
munità tutta quanta. Per tal modo si vede come l’esistenza immessa in Dio
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igino giordani
si riempia di bellezze inenarrabili, se pur, nella sensibilità acquisita, si apra-
no talora voragini di buio. Ma esse servono a dare maggior risalto a quegli
splendori. Con Dio, la vita è un viaggio in un paese di meraviglie sempre più
stupefacenti: una penetrazione nell’Eterno, quasi una violazione, per impeto
d’amore, dell’infinito da parte del finito.
A conferma della promessa di Gesù, secondo cui il frutto dell’unità è
la perfetta letizia, in questa Mariapoli dove si era tutti uno, e si riviveva la
realtà mistica della prima Chiesa, regnava la letizia, che era come il calore
del sole splendente nelle anime. Al punto che, quando si trattava di parti-
re, ciascuno escogitava le risorse più ingegnose per restare; e avveniva che
qualcuno lasciasse scadere il biglietto ferroviario e qualche altro, tornato in
città, col pretesto che laggiù faceva caldo, se ne tornasse lassù. La verità è
che l’anima è fatta per Iddio; e dove trova Iddio, l’anima sta in Paradiso.
Però dopo due anni – e cioè nel 1956 – si era dovuti tornare – con gioia
dei più anziani che erano un po’ homesick7 di Tonadico, e cioè nostalgici per
Betlemme – si era tornati nella conca di Primiero, che aspettava piena del
canto del torrente Cismon, tra i suoi ponti all’ombra dei suoi campanili.
E la convivenza vi risultò ancor meglio organizzata, ora che la popolazio-
ne era cresciuta.
La mattina tutta la popolazione si ritrovava in chiesa e durante la Messa
cantava. Erano canti soprattutto in onore di Maria, ed erano così belli, con
voci così pure, in una fusione sì armoniosa di tonalità luminose e di tonalità
oscure e gravi che quanti capitando in chiesa li ascoltavano, difficilmente
trattenevano le lacrime. C’erano tra le giovinette anche delle bambine e dei
bambini; c’era qualche mamma con la creatura al collo; c’erano anche vec-
chi e anziani; visi di studenti e di professionisti; visi di operai e di massaie;
ma tutti con occhi così sereni e limpidi rivolti all’altare, in un incanto, che a
chi veniva di fuori dava l’impressione d’una vita soprannaturale, che si espri-
messe in canti e in preghiere. Tutti rispondevano al sacerdote, tutti parteci-
pavano al santo Sacrificio che era perciò il sacrificio di tutti, in cui si offriva,
sacerdote e vittima, il Corpo mistico.
Poi, usciti di chiesa, se ne andavano chi salendo a Tonadico, chi discen-
dendo verso Primiero; e c’era la gioia nel volto e tutti si salutavano con l’e-
spressione di un amore familiare; ma di una familiarità non del sangue.
nuova umanità 230 129
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
Erano figli di Dio che si ricambiavano la felicità della comune genealogia.
Impressionanti le testimonianze che arrivavano a centinaia da più paesi,
circa il bene ricevuto in Mariapoli.
Non pochi sacerdoti dicono quel che l’oblato di Maria immacolata padre
Marcello Fidelibus scrive: «Incalcolabili le grazie ricevute in questi giorni di
paradiso, volati in un soffio… Vedo chiarissimamente l’enorme rivoluzione
che l’Opera è chiamata a compiere nel mondo»; e confessa quanto tutti i
religiosi confessano: che nello spirito della Mariapoli ha compreso meglio la
spiritualità del proprio istituto e la bellezza della propria Regola.
Laici di ogni stato, dicono, in mille forme, d’aver ritrovato la pace, la spe-
ranza, la fiducia, Dio: d’aver ritrovato le ragioni del vivere; e di amare di più
la famiglia e il lavoro.
Un esempio dei mutamenti prodotti ci viene riferito da Bolzano. Tede-
schi e italiani dell’Alto Adige saliti in pullman quassù, mentre erano ostili nel
venire, son tornati fraternamente uniti e solidali e han celebrato insieme la
festa della Madonna di Fatima.
Qualcuno ha chiamato Mariapoli la piccola Europa: abbozzo di unità di
razze e popoli più grande, per questa riconciliazione e comprensione gene-
rate in spiriti lontani e ostili (per esempio tra tedeschi e francesi).
Alcuni massoni son tornati alla fede, alcuni divorziati (all’estero) han ri-
fatto pace coi coniugi; numerosi peccatori son tornati ai sacramenti dopo
quindici, trenta e più anni di astensione; alcuni sacerdoti son tornati all’ob-
bedienza ai vescovi; dei religiosi hanno fatto unità coi superiori (un superio-
re dei Serviti, esaminato il frutto ottenuto in uno dei suoi, ha esortato tutti
a venire in Mariapoli; il direttore spirituale di un seminario vorrebbe me-
nare tutti i seminaristi in Mariapoli perché apprendano l’obbedienza); dei
missionari, inviati in plaghe desolate (del Siam per esempio), scrivono che,
dopo aver appreso la spiritualità della Mariapoli, sono da per tutto contenti.
Un superiore ha narrato in pubblico che nel collegio del suo ordine solo il
20-25% degli studenti arrivava al sacerdozio, mentre in un collegio in cui è
penetrato questo spirito il 99% degli studenti è arrivato al sacerdozio (uno
su cento è stato escluso per ragioni di salute).
Molti tra i tedeschi che si avvicendavano con turni ordinati, per due, cin-
que, dieci giorni, sembrano subire una specie di bagno salutare che elimina
130 nu 230
igino giordani
incrostazioni di protestantesimo (i più vengono da zone protestantizzate)8
e scoprono in modo nuovo la Madonna, aumentando l’amore per il papa.
Soprattutto seminaristi e giovani sacerdoti colpiti riportano un proposito
nuovo di vivere in unità tra loro: e questo dà gioia ai loro vescovi (Osnabruck,
Freiburg, Colonia ecc.). Le vocazioni si rinsaldano e in alcuni giovani sono
sbocciate a questo clima.
Le conversioni dal protestantesimo tra i tedeschi spuntano prima come
desiderio dell’unità, poi come accettazione del dogma.
Il giorno 22 agosto tutta la Mariapoli si è consacrata al Cuore Imma-
colato di Maria. La formula di consacrazione è stata letta in chiesa in nove
lingue, rappresentanti i mariapoliti venuti dai cinque continenti: dal cinese
all’italiano…
Riassumendo, i frutti spirituali più comuni appaiono questi.
1. Una concezione dell’unità quale è affermata e voluta dal papa.
2. Un senso comunitario e solidale della convivenza tra classi e nazioni.
3. Fioritura di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in vari ordini; so-
prattutto tra ragazzi e ragazze.
4. Scoperta di un ideale eroico di vita (donazione totale di sé a Dio) che
attrae i giovani.
5. Conversioni di peccatori, comunisti, acattolici e atei; dalle quali appare
come la presentazione della religione sotto forma di vita vissuta risulti di
una situazione quasi invincibile.
6. Riconciliazioni tra avversari che in Sicilia minacciavano di uccidersi spe-
cialmente tra coniugi separati o in procinto di separarsi
7. Una maggiore intelligenza9 e unità tra membri di diversi ordini religiosi
maschili e femminili, principio di una collaborazione più efficace.
8. Un ravvedimento della coscienza cattolica del proprio stato per cui il be-
nedettino si sente più benedettino, il giovane dell’Azione Cattolica ama
più l’Azione Cattolica; il padre e la madre di famiglia intendono in modo
nuovo il sacramento del matrimonio, le vergini apprezzano maggior-
mente il privilegio della loro vocazione.
9. Comprensione – per alcuni rivelazione – della gerarchia, del papato e
della Chiesa, con una estimazione nuova dell’autorità ecclesiastica.
10. La scoperta della Chiesa come madre che non invecchia.
nuova umanità 230 131
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
11. La scoperta – per molti – di Maria, madre di anime e regina di popoli, e
la scoperta di Gesù Cristo crocifisso abbandonato sulla croce: e come
conseguenza l’accettazione delle prove per amore di Dio e la prontezza
a vedere nel fratello l’immagine di Gesù.
12. Uno zelo d’apostolato il quale da parte dei laici (tra cui gli uomini non
sono per numero meno delle donne) diviene apostolato d’ambiente (fab-
briche, campagne, scuole, uffici…) contributo a quella consecratio mundi
affidata dal papa Pio XII al laicato.
Queste idee ed esperienze manifestai in una lettera al Santo Padre Gio-
vanni XXIII.
esercitazioni in campo
Dovendo farsi acies ordinata – esercito schierato in campo, sotto il ves-
sillo dell’Immacolata – la popolazione della Mariapoli non sta in ozio: è da
mane a sera alle esercitazioni. Le quali, dopo che si è spazzata la stanza,
rifatto il letto e lavate le stoviglie, consistono in una serie di esercizi spi-
rituali di inconsueto genere: santa Messa in una severa cattedrale gotica
germanica, con vetri istoriati all’abside e un pulpito dominante al centro: poi
ascoltazione di lezioni, di canti, di commedie, di conferenze distribuite tra
mattino e pomeriggio, in modo da non stancare, ma anche da non lasciare
inoperosi gli esercitanti.
Perciò si tengono raduni ora generali, in cui tutta la Mariapoli fa assem-
blea, ora particolari, in cui si suddividono secondo le esigenze formative e
informative i nuovi arrivati (nuovissimi), membri di date zone, di diversi pae-
si o di particolari categorie sociali.
Ispirazione e scopi della Mariapoli sono esposti, con entusiasmo, chia-
rezza e convinzione da Fede (al secolo: Giorgio Marchetti, ma chi se lo ri-
corda come si chiamava al secolo, dove era medico di grande reputazione?).
Egli traduce il pensiero di chi quest’opera ha preparata, e giorno per giorno
alimentata.
Nella Mariapoli – dice in sostanza – parlando di Maria Madre e Regina
del mondo, si realizza l’unità mediante l’eliminazione del proprio io, a cui
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igino giordani
subentra per tutti l’unico Dio. Si può fare di tutta la terra una Mariapoli se,
come gli individui, anche i popoli riusciranno a immolare il proprio io sull’ara
dell’amor di Dio.
Ha detto:
Se un giorno gli uomini, ma non come singoli, bensì come popoli, se
un giorno i popoli sapranno immolare loro stessi, il loro regno, l’idea
che essi hanno della loro patria, come incenso al Signore, re di un
regno che non è di questo mondo, capitano degli eserciti, guida del-
la storia, e questo lo faranno per quell’amore reciproco fra gli Stati
che Dio domanda, come domanda l’amore reciproco tra i fratelli,
quel giorno sarà l’inizio di una nuova era, perché quel giorno, così
come è viva la presenza di Gesù fra due che si amano in Cristo, sarà
vivo e presente Gesù tra i popoli, messo finalmente al suo vero po-
sto di unico re, non solo dei cuori, ma delle nazioni: sarà il Cristo re.
I popoli cristiani o i rappresentanti di essi, dovrebbero saper immo-
lare il loro io collettivo. Questo è il prezzo. Del resto non di meno
si chiede a ciascuno di noi per la consumazione dei nostri animi in
unità.
Forse sono questi i tempi – e qui le forze delle tenebre, a conferma
del Vangelo, lo stanno a dimostrare – in cui ogni popolo deve oltre-
passare il proprio confine e guardare al di là: è arrivato il momento
in cui la patria altrui va amata come la propria, in cui il nostro oc-
chio ha da acquistare una nuova purezza. Non basta il distacco da
noi stessi per essere cristiani. Oggi i tempi domandano al seguace
di Cristo qualcosa di più: una coscienza sociale del cristianesimo
il quale edifichi non solo la propria terra secondo la legge di Cri-
sto, ma aiuti l’edificazione di quelle altrui col gesto universale della
Chiesa, coll’occhio soprannaturale donatoci da Dio Padre che dal
cielo vede le cose in modo tanto diverso da noi.
Occorre vivere il Corpo mistico di Cristo in modo così eccellente da
poter tradurlo, per così dire, in Corpo mistico sociale.
La storia non è fatta che di guerre e noi, bambinelli, dai banchi del-
la scuola, abbiamo quasi imparato che le guerre sono buone, sono
sante, quasi la salvaguardia della propria patria. Può essere così e
alcune volte è stato così.
nuova umanità 230 133
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
Ma se noi sentiamo riecheggiare nel nostro animo gli appelli dei
papi, come del Santo Padre Pio XII, sentiamo quanto essi paven-
tassero per l’umanità la guerra e come essi scendessero, chiamati
o no, fra i governanti a cercare le ire e gli interessi e ad allontanare
la terribile sciagura della guerra con la quale tutto si perde, mentre
con la pace tutto è guadagnato.
E questo perché la storia è una sequela di lotte fratricide tra i popoli
fratelli cui è stato dato dall’unico Padrone del mondo un pezzo di
terra per coltivarla e viverci.
Non possono essere benedetti questi scontri di fratelli da quel Dio
che incarnandosi ha detto: «A chi ti percuote la destra mostra la
sinistra…»; da quel Dio che ha ben altri mezzi per vendicare i diritti
dei singoli figli suoi e dei suoi popoli.
Egli benedice la pace perché la pace ha impersonato.
Ed Egli può governare sulla terra solo nella pace.
Noi che vediamo come il Signore si stia conquistando ad uno ad
uno i cuori dei suoi figli e di tutte le nazioni, di tutte le lingue, tra-
mutandoli in figli dell’amore, della gioia, della pace, dell’arditezza,
della forza, noi speriamo che il Signore abbia pietà di questo mon-
do diviso e sbandato, di questi popoli rinchiusi nel proprio guscio a
contemplare la propria bellezza per loro unica – limitata e insod-
disfacente –, a tenersi coi denti stretti i propri tesori, anche quei
beni che potrebbero servire ad altri popoli dove si muore di fame, e
faccia crollare le barriere e correre con flusso ininterrotto la carità
fra terra e terra, torrente di beni spirituali e materiali. Speriamo che
il Signore componga un ordine nuovo nel mondo, Egli il solo capace
di fare dell’umanità una famiglia e di mantenere la distinzione tra i
popoli perché nello splendore di ciascuno, messo a servizio dell’al-
tro, riluca l’unica luce di vita che abbellendo la patria terrena fa di
essa un’anticamera della patria eterna.
Noi vorremmo che il Signore con un manipolo di uomini preparati
ed adatti, di ciascuna nazione dove la Chiesa ha piantato la ban-
diera della sua Croce, uscisse da più popoli e patteggiasse anche a
nome dei fratelli una pace duratura, un’alleanza per la quale tutto
si subordina…
Vorremmo che noi cittadini di varie nazionalità lasciassimo il Signo-
re compiere i suoi piani in una conquista pacifica delle nostre terre,
134 nu 230
igino giordani
non quella conquista della pseudo-pace dei cimiteri di cui oggi si
sente parlare, per la quale l’uomo è sacrificato e ridotto in schiavi-
tù e così alcune patrie; ma di quella pace che possiedono soltanto
coloro che sanno autoimmolarsi per la gloria di Dio, per il bene di
tutti, per la vera prosperità della propria patria, per la conseguente
santificazione propria personale.
Forse quanto si va dicendo può sembrare un sogno.
Ma, a parte il fatto che, se il rapporto fra i cristiani è il mutuo amore,
il rapporto fra i popoli cristiani non può non essere il mutuo amore,
per quella logica del vangelo che non cambia, c’è un vincolo che già
unisce i popoli fortissimamente ed è un vincolo che voce di popolo,
di ogni popolo, ha già proclamato, quella voce di popolo che è così
spesso voce di Dio… Questo vincolo sotterraneo e nascosto e cu-
stodito nel cuore di ogni nazione è Maria!
Chi riuscirà a distogliere i brasiliani dall’idea che Maria è la Regina
della terra?
Chi potrà negare ai portoghesi che Maria è la Nostra Signora di Fa-
tima?
Chi non riconoscerà ai francesi la Bella piccola Signora di Lourdes?
E ai polacchi la Madonna di Cze˛stochowa?
E agli inglesi l’essere – la loro terra – feudo di Maria?
E chi potrà negare che Maria è la Castellana d’Italia, oggi, proprio
oggi, che come Regina sembra visitare per la nostra penisola i suoi
sudditi, spargendo grazie e quasi disponendoli alla lotta, alla sua
lotta che è battaglia di amore, onde far degna la nostra penisola
della prossima consacrazione al Cuore Immacolato di Maria?
Quante volte i popoli nella storia si sono rifugiati vicino a quelle
roccaforti mariane, basiliche o santuari, quasi per farsi protegge-
re sotto il manto della Madre quando popoli fratelli combattevano
contro di loro!
Tutti i popoli cristiani l’hanno già proclamata regina loro, di loro e
dei loro figli.
Ma una cosa manca e questa non la può fare Maria, dobbiamo aiu-
tarla noi: manca la nostra collaborazione perché i popoli come tanti
fratelli uniti vadano da lei a riconoscerla insieme Regina e Madre.
Noi possiamo incoronarla tale se con la nostra conversione, con le
nostre preghiere, con la nostra azione togliamo il velo che ancora
nuova umanità 230 135
alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 14
copre la sua corona, la corona pur donatale dal papa quando tempo
addietro – dalla cattedra infallibile – la proclamò Regina del mondo
e dell’universo.
Quel pezzo di mondo che sta nelle nostre mani dobbiamo deporlo
ai suoi piedi.
Quando all’orizzonte della storia apparve Maria, quando si menzio-
nò di lei – e fu nel Paradiso terrestre – Dio volle la si presentasse
come vittoriosa di una lotta, della grande lotta, varia in ogni secolo,
ma pur sempre diretta contro un unico vero nemico, nemico di Dio
e dell’uomo: il principe delle tenebre.
Maria apparve la vittoriosa e vittoria suppone duello, guerra.
Ella in realtà da quando i secoli la ebbero in grembo e su su fino a
noi, ella ha condotto le più grandi battaglie della Chiesa.
E così, come sempre, anche oggi ha da condurre una lotta e la
vincerà. Lo ha annunciato: «Finalmente il Mio Cuore Immacolato
trionferà».
1
Giordani riporta la frase con le sue parole. Cf. C. Lubich, Maria, fiore dell’uma-
nità, in Id., La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, p. 186.
2
Nella provincia di Trento.
3
Giordani intende: “da capo a piedi”.
4
Ruscelli, torrenti.
5
Sono i nomi delle altre frazioni di Fiera di Primiero, oltre a Tonadico.
6
Sono tutte località della Val di Fassa, in Trentino.
7
Nostalgici.
8
Qui e nelle righe seguenti, Giordani usa un linguaggio conforme all’epoca,
precedente al cammino ecumenico fatto nella Chiesa cattolica.
9
Nel senso di comprensione.
136 nu 230
in biblioteca
Come non letto
A. Zaccuri, Come non letto. Dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare
il mondo, Ponte alle Grazie, Milano 2017
«Portava sempre seco i suoi libri, ed eziandio quando dormiva se gli fa-
ceva porre con la sua spada sotto i guanciali»1. A consegnarci questa simpa-
tica immagine, questo delizioso quadretto che sfida insuperato i bibliofili (e i
bibliomani!) di ogni tempo, è l’Historiæ Alexandri Magni dello storico romano
Quinto Curzio Rufo. E nelle Vite parallele di Plutarco leggiamo che il giovane
sovrano macedone, il quale aveva avuto per precettore niente meno che
Aristotele, si distingueva tra gli allievi dello Stagirita per essere particolar-
mente incline, quasi per natura, allo studio e alla lettura. Tanto che si narra
che anche durante le sue note campagne militari in Asia si facesse inviare le
opere dei principali tragediografi e dei poeti greci. In quella cassetta di libri,
dalla quale non si staccava mai, tanto da essere per l’appunto usata gelosa-
mente addirittura per cuscino, sappiamo con certezza esserci una preziosa
edizione di Omero, annotata da Aristotele, ma anche gli appunti di quelle
dottrine esoteriche apprese dal suo stesso maestro.
Decisamente più sobrio – almeno apparentemente – risulta essere l’ap-
parato bibliografico al seguito del pellegrino russo: «Il mio patrimonio è:
sulle spalle una bisaccia col pane secco, sotto la camicia una Bibbia. Tutto
qui»2. Ossia: un’intera biblioteca al seguito di ben settantatré libri, quanti se
ne contano, cioè, raccolti in tutta la biblia. Tutto qui!
Di un altro grande pellegrino della cristianità, colui che – per dirla con le
parole di Igino Giordani – «prese i monaci e li tolse dalle celle, li sciolse dalle
più rigorose clausure per metterli a circolare fuori dei chiostri nel mondo.
Erano legati al luogo, e li fece pellegrini»3, cioè Domenico di Guzmán, di lui
si dice invece che «portava sempre con sé il Vangelo di Matteo e le lettere
di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle
quasi a memoria»4.
nuova umanità 230 137
in biblioteca
E gli esempi potrebbero continuare. Ma non solo i grandi personaggi,
i grandi uomini di lettere o di pensiero: ciascuno di noi è affezionato a una
manciata di opere di riferimento, a una lista minima, a un catalogo essenzia-
le delle “grandi opere” che l’ha formato – intellettualmente ed affettivamen-
te – e di cui non potrebbe assolutamente fare a meno. È quella che il teologo
benedettino tedesco Elmar Salmann, con un’immagine alquanto plastica ed
eloquente, ha definito la nostra “farmacia spirituale”: quella decina di libri
irrinunciabili, compagni di una vita, da tenere sul comodino e da prendere
e riprendere in mano lungo tutto l’arco di una vita, e soprattutto nei suoi
tornanti più impervi ed esposti.
Ricordo con simpatia – ma anche con tanta gratitudine – il ritornello che
durante il mio primo anno di studi filosofici puntualmente, ad ogni lezione,
ripeteva il docente di filosofia medievale della Pontificia Università Grego-
riana: «Non potete morire senza aver letto questo…»: e giù ogni volta una
pila di libri, che ad ogni lezione si allungava vertiginosamente e con essa
– inevitabilmente – la vita necessaria a poterli/doverli leggere.
A ciascuno il suo catalogo, quindi, la sua personalissima farmacia spi-
rituale di opere irrinunciabili. Che spesso (ma non sempre) coincidono, in
parte o totalmente, con quelle liste di opere indiscutibilmente universali che
la critica letteraria definisce “canone”: veri e propri capolavori che hanno
formato secoli di immaginario collettivo, i cosiddetti classici, forse più odiati
che amati per i pregiudizi che ne accompagnano il primo approccio obbliga-
torio ai tempi della scuola, ma nel cui tessuto narrativo è possibile rintrac-
ciare i grandi snodi della narrazione della vita, anche della nostra. Che non a
caso continuiamo imperterriti a leggerli, e a leggerci in essi.
A tentare un catalogo di queste opere irrinunciabili – impresa titanica e
fiore all’occhiello di ogni critico letterario – sono stati in tanti, con risultati
più o meno discutibili: un’impresa da vertigine, la «vertigine della lista», per
dirla con Umberto Eco5, che ha mostrato come la stessa storia della lette-
ratura, lungo tutti i tempi, non abbia disdegnato il ricorso all’elenco, anzi ne
risulti infinitamente ricca: a partire dall’enorme catalogo delle navi dei guer-
rieri Achei dell’Iliade, passando per Esiodo ed Ezechiele, Joyce e Gadda. E
non solo la letteratura, ma anche l’arte e la musica: «Madamina, il catalogo
138 nu 230
Come non letto
è questo», canta Leporello rivolgendosi a Donna Elvira nella celebre aria del
primo atto del Don Giovanni di Mozart.
La lista: un’operazione, quindi, che, prima ancora che extra o metalette-
raria, è addirittura intratestuale e rintracciabile anche in molti di quei grandi
classici canonizzati dalla critica letteraria.
Tornando ad essi, molto discusso e controverso è senza dubbio il co-
siddetto «canone occidentale» proposto da Harold Bloom6: nell’intento di
rintracciare quali siano i testi e gli scrittori divenuti patrimonio comune della
civiltà occidentale, Bloom individua ben ventisei autori – da Dante a Shake-
speare, da Molière a Goethe, da Cervantes a Tolstoj – che «non si possono
non conoscere», e li raccoglie in un ampio volume diventato a sua volta, se
non un classico, certamente un punto di riferimento imprescindibile per gli
studi letterari.
Già prima di Bloom, negli anni Quaranta del secolo scorso, fece scuola
l’ancora oggi insuperato Mimesis di Erich Auerbach7: una «straordinaria ri-
capitolazione della letteratura occidentale che va da Omero a Joyce, dalla
Bibbia a Virginia Woolf passando per Dante, Rabelais, Stendhal»8.
E proprio da questo capolavoro di Auerbach prende esplicitamente le
mosse il mini-canone che ci propone Alessandro Zaccuri col suo Come non
letto. Prima ancora che un libro – dal titolo bizzarro e significativo, come
vedremo a breve – Come non letto è un’esperienza che tenta di rafforzare
quell’alleanza – sicuramente non inedita, ma mai così scontata – tra lette-
ratura e solidarietà. Invitato a collaborare a un’iniziativa benefica per racco-
gliere beni di prima necessità (non soldi!) in un Centro Caritas della periferia
di Milano, l’Autore – che oltre ad essere giornalista culturale di Avvenire e
critico letterario ha anche al suo attivo alcuni romanzi – ha pensato bene di
mettere a disposizione ciò di cui è maggiormente capace: non la solita ven-
dita di torte, quindi, o la pesca di beneficenza, ma serate culturali, durante le
quali presentare al pubblico la lettura di un classico, di quelli per l’appunto
“canonizzati”. E così, serata dopo serata, a parlare di libri, ne è nato un altro
che ha l’intento di «parlare di libri famosi e famosissimi come se fossero
ancora da leggere»9. Da qui il titolo di questo progetto solidale prima, e del
libro poi: come non letto «è la dicitura che si adopera per contrassegnare
i messaggi di posta elettronica che si intendono approfondire con calma
nuova umanità 230 139
in biblioteca
più avanti e che, di conseguenza, restano desolatamente inevasi»10. Qual-
cosa di simile succede spesso coi grandi romanzi: «Non è mai il momento
buono, manca il tempo, l’interesse, l’occasione» e si rimandano di estate
in estate, rimanendo per lo più “come non letti”. Anche perché – prosegue
Zaccuri – «sono libri talmente famosi da alimentare il pregiudizio di essere,
in un modo o nell’altro, già conosciuti»11, e troppo spesso si preferiscono le
parodie, le trasposizioni cinematografiche o gli schemi riassuntivi alla fatica
di affrontare personalmente la lettura di qualche migliaio di pagine!
Eppure, nonostante tutto, questi classici resistono: «Maltrattateli finché
volete, ma i capolavori hanno sempre qualcosa – quella cosa – da dire»12. E
di cose da dire Zaccuri ne individua almeno dieci, una per ciascun classico
del suo canone: dieci parole chiave, dieci concetti che la letteratura è ca-
pace di risemantizzare, di riportare alla fonte primigenia del suo significato
più vero e fecondo. E così abbiamo il sogno per Don Chisciotte, il mondo in
Robinson Crusoe, la città di Oliver Twist, l’Italia de I Promessi Sposi, la vendetta
de Il conte di Montecristo, il mistero di Moby Dick, la giustizia de I miserabili, la
storia in Guerra e pace, la santità de L’idiota e il male in Dracula. Dieci chiavi di
accesso ad altrettanti capolavori della letteratura mondiale. Dieci più uno,
come recita il sottotitolo del libro: dieci classici più uno che possono ancora
cambiare il mondo. In questo caso l’undicesimo libro proposto non è propria-
mente un classico, avendo appena una quarantina d’anni: La vita istruzioni
per l’uso, pubblicato in Francia nel 1978 da George Perec. Non un classico,
dunque, ma con la sua rappresentazione del destino – «una delle migliori
che conosca»13, confida Zaccuri – è stato il mezzo con cui il nostro Autore
s’è riconciliato col genere romanzo, non più relegato così esclusivamente
nel passato.
Tzvetan Todorov, filosofo e saggista bulgaro, da sempre attento alla pa-
rabola del linguaggio, soprattutto a come esso viene veicolato dalla lettera-
tura, è morto nel febbraio 2017, pochi mesi prima l’uscita di Come non letto.
Mi sarebbe piaciuto conoscere il suo parere su questo libro di Alessandro
Zaccuri, lui che lamentava – già nel 2008, col suo celebre La letteratura in
pericolo – che oggi, nei nostri studi soprattutto in ambito accademico, si è
più propensi a rivolgersi alla letteratura critica che non alle opere originali, a
quei capolavori che pertanto risultano essere “in pericolo”: i libri sarebbero
140 nu 230
Come non letto
così soffocati dai “libri sui libri”. E denunciava: «Siamo di fronte a un abuso
di potere. […] Dimostriamo una certa mancanza di umiltà quando insegnia-
mo le nostre teorie riguardo alle opere, piuttosto che le opere stesse. Noi
– esperti, critici letterari, professori – la maggior parte delle volte non sia-
mo altro che nani sulle spalle dei giganti»14. Per Todorov «è la letteratura in
quanto tale che viene destinata a tutti, non gli studi letterari; perciò bisogna
insegnare l’una piuttosto che gli altri»15. E per mostrare ciò, con un’immagi-
ne che risultasse anche visivamente evidente, il filosofo faceva un calzante
paragone con il mondo dell’edilizia: «Comunque sia, in nessun caso lo stu-
dio di questi mezzi deve sostituirsi a quello del significato, che è il fine. Per
costruire un edificio sono necessarie le impalcature, che non dovrebbero
però finire per prenderne il posto: terminato l’edificio, esse sono destinate
a scomparire»16.
Non c’è che dire: anche il libro di Zaccuri è un libro sui libri. E il rischio che
leggerlo rubi tempo e spazio alla lettura diretta dei classici che esso stesso
presenta non è così inverosimile, col paradosso di andare ad alimentare le
con-cause che fanno di un capolavoro un eterno “come non letto”. Ma c’è
un di più dietro queste pagine, che l’Autore ci svela definitivamente in sede
di conclusione: «La letteratura è una comunità che si costruisce lentamente,
nei secoli, con una tenacia che ogni lettore rafforza». Essa «non è il mondo,
ma un modo di guardare al mondo»17. E ancora: «La letteratura non si oc-
cupa d’altro, scrivere – e leggere – un romanzo non è altro che decifrare la
mappa che l’invisibile disegna attorno a noi»18.
La tenacia con cui Zaccuri ci presenta le coordinate della sua personalis-
sima mappa interiore, l’umiltà e la competenza con cui ci offre il suo sguardo
(esperto, perché esperito!) sul mondo (letterario, e non solo) sono tutt’altro
che un pericolo per la letteratura: anzi, vanno a consolidare, allargare e in-
centivare quella comunità secolare che essa è chiamata ad essere per conti-
nuare, se non a cambiare il mondo, almeno a saperlo leggere sensatamente.
Il che sarebbe già un grande cambiamento.
Claudio Cianfaglioni
nuova umanità 230 141
in biblioteca
1
Quinto Curzio Rufo, Delle imprese di Alessandro Magno, trad. it. di P. Manzi,
Antonelli, Venezia 1840, libro I, IV, p. 58.
2
A. Pentkovskij (ed.), Racconti di un pellegrino russo, Città Nuova, Roma 1997,
p. 91.
3
I. Giordani, Le feste, Società Editrice Internazionale, Torino 1954, p. 199.
4
Acta canonizationis Sancti Dominici, in Monumenta Ordinis Prædicatorum Histo-
ria, Roma 1935, pp. 30ss., 146-147.
5
U. Eco, Vertigine della lista, Bompiani, Milano 2009.
6
H. Bloom, Il canone occidentale. I libri e le scuole delle età, Bompiani, Milano
1996.
7
E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, Torino
1956.
8
A. Zaccuri, Come non letto. Dieci classici (più uno) che possono ancora cambiare
il mondo, Ponte alle Grazie, Milano 2017, p. 10.
9
Ibid., p. 9.
10
Ibid., p. 10.
11
Ibid., p. 11.
12
Ibid.
13
Ibid., p. 189.
14
T. Todorov, La letteratura in pericolo, Garzanti, Milano 2008, p. 23.
15
Ibid., p. 32.
16
Ibid., p. 24.
17
A. Zaccuri, Come non letto, cit., p. 190.
18
Ibid., p. 189.
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L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino
L’antropologia personalistica
di Nunzio Galantino
P. Groccia, L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino, Cantagalli, Siena
2017
Luigi Pirandello, profondo e inquieto investigatore dell’uomo contempo-
raneo, così scrive ne Il fu Mattia Pascal:
A me sembra però, signor Meis, che in certe età della storia, come
in certe stagioni della vita individuale, si potrebbe determinare il
predominio d’un dato colore, eh? In ogni età, infatti, si suole stabili-
re tra gli uomini un certo accordo di sentimenti che dà lume e colore
a quei lanternoni che sono i termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza,
Onore, e che so io... […] Il lume d’una idea comune è alimentato dal
sentimento collettivo; se questo sentimento però si scinde, rimane
sì in piedi la lanterna del termine astratto, ma la fiamma dell’idea
vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozza, come suole avvenire in
tutti i periodi che son detti di transizione. Non sono poi rare nella
storia certe fiere ventate che spengono d’un tratto tutti quei lan-
ternoni. Che piacere! Nell’improvviso bujo, allora è indescrivibile lo
scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna
indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s’aggrega-
no per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d’ac-
cordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia ango-
sciosa […]. Mi pare, signor Meis, che noi ci troviamo adesso in uno
di questi momenti. Gran bujo e gran confusione! Tutti i lanternoni,
spenti. A chi dobbiamo rivolgerci? Indietro, forse? Alle lucernette
superstiti, a quelle che i grandi morti lasciarono accese su le loro
tombe?1.
Secondo il grande scrittore siciliano, l’età contemporanea sarebbe ca-
ratterizzata dall’assenza di saldi punti di riferimento, che possano orientare
nuova umanità 230 143
in biblioteca
la vita dei singoli e dei popoli. Non solo, tale epoca sarebbe segnata anche
dalla mancanza di autorevoli e condivise chiavi di lettura, che possano in-
terpretare e dare senso alla realtà. Le scienze o la filosofia, la politica o la
religione, per Pirandello, sono lanterne ormai spente, che non illuminano più
il faticoso e a volte oscuro cammino dell’uomo.
In questo imprescindibile contesto storico e culturale si colloca la rifles-
sione filosofica e teologica di Nunzio Galantino, la cui antropologia personali-
stica è stata studiata da Pietro Groccia nel suo ultimo libro appena pubblicato.
La prima peculiarità che risalta agli occhi del lettore intento a sfogliare le
prime pagine del libro, infatti, è la grande attenzione data dall’Autore all’e-
same della cultura occidentale contemporanea, detta anche postmoderna.
Groccia attribuisce a Galantino il merito di aver avviato una significativa in-
dagine sulla persona umana non a priori, dall’esterno o in modo astratto,
ma situando l’uomo e la riflessione su di esso all’interno della realtà stori-
ca, culturale e sociale in cui egli vive. Non a caso, dunque, viene concesso
ampio spazio alla trattazione di categorie quali: la frammentazione delle
esperienze e delle conoscenze; la crisi dell’essere e della verità; l’insorgen-
za del “pensiero debole”, «a favore di un’ermeneutica del relativo»2; i vari
riduzionismi antropologici di natura scientifica, tecnica e tecnologica; la sfi-
ducia nella possibilità di cercare e trovare un senso ultimo all’esistenza e al
destino dell’uomo. Per di più, tali aspetti vengono posti in ideale e coerente
contiguità con il primigenio concetto della “morte di Dio”, di chiara matrice
nietzschiana. Di fatto, la perdita del riferimento alla Trascendenza, come
principio e fine, verità e senso, fondamento e orientamento della persona e
della vita, avrebbe portato, secondo la lettura dei testi di Galantino operata
da Groccia, alla “morte dell’uomo”, fino a poter «asserire che il proliferare di
questo vuoto esistenziale sta bruciando intere generazioni»3.
L’analisi, tuttavia, non è contraddistinta da sole tinte fosche, ma anche
da spiragli di luce. Afferma Groccia, a tal riguardo: «Se l’attuale morfolo-
gia culturale ha operato una crisi nell’architettura dell’umano, non di meno
essa consente una ri-trascrizione dell’identità antropologica mediante una
progettualità politica ed educativa che, forse mai come in questo trapas-
so di millennio, avrebbe urgente bisogno di una ermeneutica della persona
come incarnazione della speranza e dell’amore tra gli uomini e come fine
144 nu 230
L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino
dell’educazione alla speranza stessa»4. Al di là delle differenti opinioni che
il lettore potrebbe formulare circa presupposti, metodo ed esiti della ricer-
ca sulla complessa cultura contemporanea, non si può negare che il primo
pregio del libro sia l’aver illustrato una delle maggiori fatiche di Galantino,
quella, cioè, di aver costretto «la sua filosofia-teologica in un continuo corpo
a corpo con la cultura contemporanea nelle sue forme più significative»5.
Di certo, l’Autore è stato alquanto audace nello scegliere di studiare la
filosofia di un intellettuale ancora pienamente impegnato nell’attività di ri-
cerca e di pubblicazione. Ciononostante, Groccia non ha avuto l’intenzione
di cristallizzare il pensiero di Galantino all’interno della sua sintesi ermeneu-
tica. Egli ha voluto evidenziare, piuttosto, il fil rouge che finora ha legato la
variegata produzione letteraria dell’antropologo, ovvero la nozione di “iden-
tità personale”6.
A nostro parere, un secondo pregio, che è possibile rinvenire dalla let-
tura del testo, consiste nel tentativo di non ridurre il libro a una circoscritta
esposizione del pensiero di Galantino, quanto, invece, nell’ambizione di vo-
lersi far accompagnare dalle opere dell’antropologo pugliese nei meandri
della sua «riflessione “antropologica-personalistica-fenomenologica”»7, de-
bitrice di tanti e significativi apporti filosofici e teologici del pensiero del No-
vecento. La lettura delle opere di Galantino, invero, ha permesso a Groccia
di incontrare e comunicare ai lettori alcuni rilevanti elementi del pensiero
di Bonhoeffer, Buber, Mounier, Lévinas, Maritain, Guardini e Rosmini. Per
questo motivo, nella prefazione al libro, Francesco Savino può affermare:
«Galantino è “una” delle voci del libro. La principale, certo, ma Groccia non
dialoga solo con lui, bensì, tramite Galantino, dialoga con una gran parte
del panorama filosofico-teologico contemporaneo (italiano, ma non solo)»8.
Arriviamo, così, a un terzo possibile motivo di originalità presente nel
testo. La bibliografia utilizzata e consultata dall’Autore proviene, in preva-
lenza, dall’area filosofica e teologica italiana. Il libro, perciò, potrebbe essere
un valido punto di partenza per avviare un proficuo dialogo tra il pensiero
laico e quello cristiano, oltre che tra la filosofia e la teologia, in ambito emi-
nentemente italiano. In modo ancor più specifico, Groccia colloca la rifles-
sione filosofica di Galantino all’interno della più ampia agorà culturale del
Meridione d’Italia. Per un lettore italiano, settentrionale o meridionale che
nuova umanità 230 145
in biblioteca
sia, può essere perciò piuttosto stimolante leggere le interessanti pagine
relative alla matrice meridionale dell’antropologia di Galantino ed esprime-
re le proprie opinioni, magari confrontandole con le differenti esperienze
personali di italiani cultori di filosofia e di teologia.
In quarto luogo – quasi a mo’ di inclusione – dobbiamo rilevare l’atten-
zione data da Groccia a un particolare aspetto della vita e della riflessione di
Galantino: l’educazione. Sia come docente, sia come presbitero e vescovo,
egli si è impegnato nella formazione delle persone, specialmente in ambito
ecclesiale. Come sappiamo, l’educazione, prima che teoria, è esperienza.
Chi si impegna in prima persona nel capo educativo sa che per educare
le persone in un certo modo bisogna avere una determinata visione della
persona umana, ma sa anche che l’uomo, ogni uomo, vive in un determinato
contesto storico e culturale, non è avulso dalla realtà. Per l’Autore, Galan-
tino, con il suo personalismo pedagogico cristiano, offrirebbe alla società
e alla Chiesa italiana un modello antropologico e pedagogico che sia tanto
capace di raccontare la verità dell’uomo quanto adatto all’educazione nel
complesso mondo contemporaneo. A tal riguardo, perciò, Gennaro Cicche-
se, nella sua postfazione al libro, asserisce che il compito dell’educazione,
così come è indicato da Galantino e sottolineato da Groccia, è quello di «svi-
luppare in tutte le sue potenzialità quell’essere in relazione che ci costituisce
per trasformarlo sempre in atto come essere di relazione»9.
Non v’è dubbio che si possano cogliere ulteriori pregi e motivi di origi-
nalità nell’opera, così come forse non mancheranno divergenti repliche alle
sollecitazioni cagionate dal libro, ma questo è compito del lettore avvedu-
to, il quale, di sicuro, non disdegnerà di relazionarsi con un testo che vuole
«tentare un approccio, seppur incompleto, perché altri, poi, possano, con
successive investigazioni, riprendere la ricerca»10.
Giorgio Diana
L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Newton Compton editori, Roma 2011, p. 144.
1
P. Groccia, L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino, Cantagalli, Siena
2
2017, p. 47.
3
Ibid., p. 85.
146 nu 230
L’antropologia personalistica di Nunzio Galantino
4
Ibid., p. 89.
5
Ibid., p. 86.
6
Cf. ibid., p. 29.
7
Ibid., p. 94.
8
Ibid., p. 11.
9
Ibid., pp. 305-306.
10
Ibid., p. 297.
nuova umanità 230 147
in biblioteca
Trinità ed etica. Nuove prospettive nella
spiritualità dell’unità di Chiara Lubich
A. Ferrari, Trinità ed etica. Nuove prospettive nella spiritualità dell’unità di Chiara
Lubich, Città Nuova, Roma 2016
Lo studio di Amedeo Ferrari1 si propone di mostrare come il carisma
dell’unità – manifestatosi con l’esperienza di Chiara Lubich (1920-2008) e
concretizzatosi nella realtà ecclesiale del Movimento dei Focolari – offra, nel
suo concreto farsi, elementi capaci di dare forma a un’etica, un’etica fondata
così sul carisma.
Con ciò l’Autore offre già un primo fondamentale aspetto di carattere
epistemologico: il “luogo” primo nel quale cercare il fondamento di questa
etica è l’esperienza, non la generica esperienza ma appunto l’esperienza ca-
rismatica, quella cioè innervata dallo Spirito Santo e manifestativa della sua
azione.
Da ciò l’Autore ricava un secondo aspetto, più di carattere metodologico,
quello cioè della scelta di procedere nella presentazione e nello sviluppo
delle riflessioni mediante una “teologia narrativa” che racconti, ripercorren-
dola non solo contenutisticamente ma vitalmente dal di dentro del carisma
dell’unità, l’esperienza raccontata dalla Lubich.
Il terzo aspetto che caratterizza il presente studio è propriamente teo-
logico. L’esperienza spirituale della Lubich è fortemente caratterizzata in
senso trinitario. Si ha in questo una considerevole attestazione della crescita
della comprensione trinitaria del mistero di Dio e della sua azione nel fedele,
maturata nella teologia lungo il corso del secolo XX, come l’Autore mostra
passando in rassegna le riflessioni di teologi della Riforma, quali K. Barth, J.
Moltmann, E. Jüngel, di teologi cattolici, come K. Rahner, H.U. von Balthasar,
G. Greshake, e di teologi orientali, come S. Bulgakov, V. Lossky, J. Corbon.
Frutto di tale crescita è stata per altro l’elaborazione di linee fondamentali di
una vera e propria ontologia trinitaria.
148 nu 230
Trinità ed etica
L’esperienza trinitaria si colloca al cuore del carisma dell’unità di Chiara.
Se nel primo millennio – osserva schematicamente Ferrari – la spiritualità si
è concentrata per lo più sull’amore a Dio e nel secondo millennio sull’amore
al fratello, il terzo millennio sembra fare «della reciprocità dell’amore il luogo
dove si possa sperimentare la presenza e l’unione con Dio» (p. 170): ora, una
tale esplicitazione in senso trinitario della reciprocità dell’amore è il tratto
peculiare dell’esperienza di Chiara. È questa la comprensione che è resa a
lei disponibile nell’esperienza mistica del ‘49 condivisa con Igino Giordani,
esperienza i cui tratti caratterizzanti – Eucaristia come sacramento d’unità
e il non-essere e l’in-essere dell’amore reciproco – hanno reso manifesta
proprio la vita trinitaria e con ciò i tratti e al contempo la strada di un’etica
trinitaria.
L’unità fondata – giungiamo così all’aspetto morale del discorso – sull’a-
more tra le persone divine e nei confronti delle persone umane è così princi-
pio, sviluppo e fine della vita cristiana: «la rivelazione di Dio-Amore, il Padre,
il Verbo e lo Spirito Santo. Sono queste realtà che costituiranno il riferimento
basilare per un fondamento trinitario dell’etica» (p. 113).
Tale realtà trinitaria che si riversa sulla terra cambia la visione del mon-
do e fornisce un nuovo paradigma antropologico e quindi etico. Ogni êthos,
come insieme di usanze di un gruppo sociale riferite a una gerarchia di valo-
ri, norme, comportamenti ecc., è informato, per il cristiano, dall’êthos dell’u-
nità che ha come suo proprium i tratti e i dinamismi propri della vita trinitaria,
che realmente ed efficacemente si danno nell’uomo e nelle sue relazioni in-
terpersonali: l’amore reciproco; l’amore sofferto quando non è reciproco ma
che “è” nel suo non essere in virtù di Gesù abbandonato, rivelando così il non
essere d’amore come l’altra faccia dell’amore e quindi dell’essere; l’amare
tutti, per primi e nel concreto; il farsi uno con l’altro che si attua in forza del fare
il vuoto in sé per accogliere il fratello e così vivere l’altro, il sentire in sé i sen-
timenti di chiunque si incontri; il vivere fuori di sé vivendo così sé. Tutti questi
“movimenti” affondano nella kenosi del Figlio, epifania della kenosi d’amore
intratrinitaria, e mostrano l’attuazione sul piano antropologico della realtà
divina, la possibilità di unione con Dio mediante l’unità col fratello – non in
senso strumentale ma trinitario – tanto da riceversi da Dio “trinitizzati” con
l’altro. “Non è” (mi privo) ed “è” (ho amore): quella tratteggiata dalla Lubich
nuova umanità 230 149
in biblioteca
è quindi una «morale pasquale» (p. 209) che spinge a morire per amore
dell’altro e così a riceversi dal Padre nella radicale trasformazione che esi-
bisce la fattezza più intima del nostro essere quale essere-corpo-di-Cristo:
«nella carità non si perfeziona il proprio “io”, ma lo si perde per amore e lo si
riceve perfezionato da Dio» (p. 214).
Ciò che viene prospettato da Ferrari non sono ricette tecniche ma uno
stile nuovo di rapporti (cf. p. 149) che già si muove su questa terra in tanti
uomini e donne che vivono il carisma dell’unità, così come in tanti cristiani
e uomini di buona volontà, e che non cessa di sprigionare la sua indiscussa
forza attrattiva e coinvolgente. In un’etica così fondata nelle relazioni trini-
tarie, che come “a cascata” vengono a operare e cooperare con gli uomini,
l’amore sta al centro di tutto il discorso: non a caso grande rilievo viene dato
dalla Lubich al comandamento nuovo di Gesù. Il «da questo tutti sapranno
che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35) con-
nette formalmente l’amore a Dio all’amore al prossimo, e le parole prece-
denti «che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13, 34) mostrano
come ciò sia possibile sulla base della considerazione del “come” trinitario
mostrato nella storia da Gesù, massimamente nell’evento pasquale, e sve-
lato nel suo significato di “reciprocità”. Ecco come l’interazione della dimen-
sione verticale e di quella orizzontale dell’esistenza cristiana (cf. p. 197) altro
non è che il disvelamento e l’estensione sul piano creato della dinamica aga-
pica trinitaria, dinamica interpersonale e perciò comunionale-comunitaria.
L’esplicitazione del senso trinitario dell’interrelazione tra dimensione
verticale e dimensione orizzontale dell’esistenza, così come del darsi di Dio,
coinvolge anche la relazione tra dimensione interiore e dimensione este-
riore umana: la “trinitizzazione” della coscienza e delle relazioni. La prima
rispecchia già in sé – come già Agostino aveva iniziato a comprendere – ciò
che è più proprio della Trinità: la comunione, la dialogicità, la relazionalità, la
responsabilità. In tal senso il richiamo al valore dell’amore reciproco esclu-
de di chiamare l’altro a ricevere ciò che si ha da dare – inteso, questo dare,
come qualcosa di concluso in se stesso – per offrire, invece, all’altro la chia-
mata a ciò che più intimamente lo costituisce, la reciprocità, e ciò mediante
il dare concreto di ciò che è proprio. È in tal modo che si dà forma a quella
chiamata all’amore, alla scoperta della dignità di sé e alla responsabilità che,
150 nu 230
Trinità ed etica
se accolta, apre al mutuo in-essere della vita trinitaria (cf. p. 175). Quella
che viene tratteggiata è una spiritualità collettiva di una soggettività collettiva,
l’“Anima-Chiesa”, da cui scaturisce un’etica collettiva in quanto il tutto è fon-
dato su un Dio “collettivo”, cioè uno e trino.
L’etica trinitaria risulta così centrata sull’amore e ciò è già un guadagno
della teologia, «il cammino per fondare l’etica sull’amore – scrive infatti
l’Autore – è stato piuttosto complesso e ancora è in evoluzione nell’ambito
della ricerca» (p. 193). Già Tommaso d’Aquino aveva compreso che ogni
virtù morale è tale per la partecipazione della carità la quale rappresenta
il principio unificatore dell’opzione fondamentale e delle scelte particolari
(cf. p. 282) in quanto fornisce le motivazioni per la messa in essere delle
azioni e costituisce di queste ultime il principio interno. Ma qui l’amore – è
questo un contributo prezioso offerto dal carisma dell’unità – è esplicitato
nel suo modo d’essere così come risulta svelato e partecipato trinitariamen-
te nell’esperienza carismatica ecclesiale; è ciò su cui si struttura il discorso
etico. Inoltre, la considerazione dell’essere e del non essere dell’amore quali
facce dell’essere, che realizzano l’unità tra le persone divine così come tra
le persone umane coinvolte nella vita divina, conduce a fare un secondo
rilievo sul contributo della prospettiva etica aperta da Chiara: «Partendo da
Dio – scrive l’Autore – viene […] superata la categoria che distingue l’essere
dall’agire. Infatti Dio è carità come dedizione, l’essere di Dio è il suo agire,
cioè “il suo darsi”» (p. 200). È così esplicitata trinitariamente la compren-
sione, da un lato, della coincidenza, chiara da tempo, di essere e agire in Dio,
dall’altro, della strada per una realizzazione sempre più piena dell’accordo
dei due termini nell’uomo.
Ciò che viene a prospettarsi a partire dall’esperienza di Dio Trinità è una
morale di risposta e di libertà in cui la formazione della coscienza avviene sia
mediante un’“istruzione” di valori, ma soprattutto introducendo la persona
in un’“esperienza” corrispondente ad essi (liturgia, koinonía, martyría, dia-
konía) che inneschi un’“educazione”, sia nel senso che “porti fuori” (ex-duce-
re) ciò che già in germe c’è – l’immagine trinitaria –, sia che “nutra” (edere),
faccia entrare – la vita trinitaria – (cf. p. 273). Tale immagine, realizzandosi
perfettamente nella reciprocità dell’amore fa sì che la realizzazione e la pro-
mozione di quest’ultima nella spiritualità, nella teologia, nella cultura, nella
nuova umanità 230 151
in biblioteca
società rappresenti la sfida del terzo millennio (cf. p. 249): nell’interazione
pericoretica – divina e divino-umana – della dimensione intrasoggettiva e
intersoggettiva dell’amore reciproco il Padre genera Gesù in mezzo, grembo
e albore della nuova creazione.
Dario Chiapetti
1
Francescano conventuale della Provincia di Sant’Antonio di Padova. Laureato
in Psicologia e dottore in Teologia morale. Insegna Etica speciale alla scuola di for-
mazione dell’Istituto “Mystici Corporis” nella cittadella di Montet del Movimento
dei Focolari e tiene corsi di formazione in antropologia familiare alla scuola interna-
zionale “Loreto” nella cittadella di Loppiano.
152 nu 230
english summary
controcorrente site direction. We should look at these
important moments of crisis in such a
The Future Today. The Reality of way that the inevitable sense of failure
Contemporary Youth is transformed into new strength from
G. Iorio which to re-launch efforts.
p. 5
This article deals with the theme of youth
in contemporary society. It spells out the Focus
social and cultural factors necessary to millennials and igen
identify their status as youth. The Author
Living is Ristring. The Challenge of
gives emphasis to the historical situation
in which youth becomes a trap difficult to Millennials
escape from in order to become an adult. E. Pili
At the same time the millennial genera- p. 19
tion is known for practices founded on
the sharing of goods and therefore they The current essay is structured in three
offer a hope in response to the social parts. The first deals with the identity and
challenge of inequality and sustainability. context of the so-called millennials, and
attempts to identify some of the principal
challenges that faced by this generation.
The second part looks at some talks of
Failure and Generativity the pope to young people, and attempts
A. Spolti to illuminate the central category of “risk”.
Finally, the third part concentrates on the
p. 11
figure and testimony of the young Chiara
As educators we can often experience Lubich, looking for a model of youth, ca-
a feeling of failure in our work of ac- pable of facing the contemporary world
companying adolescents and young with a renewed heart and new eyes.
people. We are aware of our own limits,
and often experience the sensation that
the time, energy and thought that we The Desire of Fly
have dedicated in our work with them
A. Clemenzia
remains completely useless and fruit-
less. We are well aware that there are p. 35
no particular “recipes” or readymade From the inevitable perspective of
formulae that will allow us to act with whoever finds themselves both educa-
incisiveness and success with young tor and educatee, the current article
people, or will guarantee that they will intends to propose an interpretation of
be able to continue securely on the path the youth reality, taking up the theme
we have introduced them to. What I of desire and looking at it through the
propose is that we reason in the oppo- image of flight. The basic conviction is
nuova umanità 230 153
english summary
that the current educative challenge is interpretations that lead to terrorism,
bound up with the challenge of desire. violent action, drug use and so on, this
This generation is called fly. article aims at deepening the political
and social meaning of Pope Francis’ in-
vitation to be “young people willing to
Risking Utopia. The World Can risk”. Starting with the current context
Change in which young people live, and reflecting
on their mode of action in recent years,
D. Penna
the Author moves to consider other
p. 49 kinds of action, in the footsteps of great
To see the fruit in the seed, to dream of figures of previous generations (such
possible more fraternal and human sce- as, for example, Gandhi in India, Martin
narios, to work with hope and trust so Luther King in the United States, Nyere-
that this dream might become reality. re in Tanzania).
This is the dynamic that young people
live. Unfortunately, the consumerist so- scripta manent
ciety transforms the world into an arm-
chair and seems to threaten our ability
A Joyful Bond
to hope for utopia. How can young peo- C. Lubich
ple defend themselves from this danger? p. 71
How can they preserve that generosity
that leads them to choose relation and Fosca was a young person who had par-
life rather than possession and self-affir- ticipated in one of the meetings of the
mation? What should we hope for from Third Order Franciscans that Chiara Lu-
the upcoming synod dedicated to young bich organized. Chiara didn’t really know
people? This article attempts to reflect her, and yet was able to present in a dis-
on the identity of young people and their creet and yet daring way to communi-
role in society, and proposes a reflection cate to her the ideal of “perfect joy”.
on the deep questions that globalization
and consumer society provoke in the parole chiave
youth. Risk/Dare
E. Pili
Another Kind of Protagonism. An p. 75
African View
M. Nsavyimana
p. 61
Beginning with the interpretation that
young people give of the word “pro-
tagonism”, when the latter is given
154 nu 230
english summary
punti cardinali concepts: acceleration, impersonality, and
envy. In particular: technological accel-
The Gospel according to Manzoni eration, social transformation, accel-
E. Carrai eration of the pace of life (according to
p. 77 the recent work on the theory of social
acceleration of Hartmut Rosa); the im-
Chapter XXIII of Manzoni’s I Promessi personality of healthcare institutions
Sposi is justifiably defined the “religious in modern service society; envy as an
heart of the novel”. It reveals surprising incapacity to see others correctly and
analogies and references to the so-called incapacity to handle relationships of
chapter on mercy in the Gospel of Luke. If, proximity.
as Piero Boitani affirms, “writing is always
rewriting” and especially rewriting of the
Bible, we can perceive in the meeting of alla fonte del carisma dell’unità
cardinal Borromeo and the unnamed
Towards a History of the
character a form of rewriting of the 15th
chapter of Luke. This rewriting is both Focolare Movement: Years of
explicit and implicit and is articulated in Trial. Regarding a book by Lucia
allusions, but also in reworkings of the Abignente
existential dynamisms that the evange-
list recounts. The meeting between these P. Siniscalco
two personalities reminds us in many p. 107
ways of the meetings between Jesus and The Author of this essay proposes to
the sinners of his time. the reader his personal reading of the
recently published book by Lucia Abi-
gnente, “Qui c’è il dito di Dio”. Carlo De
Samaritan Paths. Towards an Ferrari e Chiara Lubich: il discernimen-
Integral Ecology to di un carisma (Rome: Città Nuova,
V. Rosito 2017), in which the relationship of in-
tense spirituality and acute ecclesial
p. 97 sensibility between Chiara Lubich and
The current article focuses on the the archbishop of Trent Carlo de Fer-
concept of proximity within the scien- rari is reconstructed. Special attention
tific and cultural horizon of an integral is given to the role that the latter play-
ecology, understood as a particular ap- ed in the recognition of “God’s action”
proach to ecological science and in the in the newly born Focolare Movement.
light of the recent formulation given to Among the qualities of Lucia Abignen-
the same in the encyclical of Pope Fran- te’s work, �����������������������������
three are particularly empha-
cis Laudato si’. The Author analyzes the sized: the authentic portrait of the figure
state of contemporary society in the of monsignor De Ferrari; Chiara Lubich’s
light of three important hermeneutical attitude during the difficult years during
nuova umanità 230 155
english summary
which the movement was under the
study of the Church authorities; and the
motives which moved those same au-
thorities to conduct such careful study
of the new Movement, studies which
resulted in the first pontifical approval
of the Movement in 1962.
Story of Light. 14. The City of Mary
is born and starts growing
I. Giordani
p. 123
Giordani returns to the theme of the
Mariapolis, already dealt with in the
previous instalment, so as to emphasi-
ze its importance in the history of the
Focolare, and describe the history and
life of these in a deeper and more sy-
stematic manner. He paints them in vi-
vid and attractive colours, and helps us
understand the evangelical simplicity of
the life of the mariapolites. Youth, reli-
gious, priests and families... excursions
and walks, rivers and mountain peaks,
lessons and moments of formation,
comedies: the harmony of all of these
ingredients makes up the life of that uni-
que city of Mary.
in biblioteca
p. 137
murales
G. Berti
p. 160
156 nu 230
CRISTIANI RAGIONEVOLI
oltre i luoghi comuni della scienza
e dell’esistenza
di Leonardo Becchetti / Alessandro Giuliani
Un economista e un biologo dialogano sulla loro
esperienza di fede.
Partendo dalla ragionevolezza della fede cristiana e dalla con-
siderazione di come la ricerca, scientifica e sociale, abbia la
necessità di allargare i confini della ragione e di non cadere nel
ridicolo (dove chiuda la porta al mistero e alla bellezza della
vita), il dialogo offre al lettore interessanti informazioni sulla
regolazione della sintesi proteica e sull’economia di mercato.
L’esperienza di fede scaturita da tali considerazioni reclama
isbn poi un coinvolgimento più personale degli Autori, da cui emer-
9788831175340 gono le relative (non lievi) differenze culturali e politiche, ma
anche l’irriducibilità dell’esperienza di Dio.
pagine
136
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nuova umanità 230
dallo scaffale di città nuova
DISARMO
di Maurizio Simoncelli / Gianadrea Gaiani
Vincenzo Camporini / Carlo Cefaloni
Un’analisi lucida e documentata sulla corsa agli
armamenti.
A cento anni dalla frattura epocale della Grande Guerra (1914-
1918), primo eccidio industriale di massa, l’umanità assiste ad
una crescita costante delle spese in armamenti. L’instabilità
mondiale, dalla scarsità delle risorse al fenomeno delle migra-
zioni, sposta le frontiere oltre i confini tradizionali degli stati
alimentando la “terza guerra mondiale a pezzi” evocata da
papa Francesco. Chi ricerca ancora la pace secondo giustizia
non può ignorare il decisivo ruolo esercitato dalle industrie
delle armi. Dal monito del presidente statunitense Eisenhower
nel 1961 all’export italiano dei nostri giorni.
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9788831109567
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nu 230
dallo scaffale di città nuova
RESTARE UMANI
sette sfide per non rimanere
schiacciati dalla tecnologia
di Marco Scicchitano / Giuliano Guzzo
I progressi costanti della scienza e della tecnica
spostano sempre più in là i confini del possibile.
Gli autori affrontano uno dei temi centrali della nostra epoca
chiedendosi, a fronte dell’avanzare della tecnica e dei muta-
menti sociali connessi, cosa vogliamo che resti dell’umano.
Attraverso l’analisi di questioni come la differenza tra maschi-
le e femminile, la sessualità, l’aborto e la selezione genetica, il
consumismo, Guzzo e Scicchitano cercano di individuare quei
momenti del nascere, del vivere e del morire che, oggi, rischia-
isbn no di trascinare l’essere umano verso ciò che umano non è.
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di Giovanni Berti
160 nu 230
gli abbonamenti di città nuova
direttore
Alberto Lo Presti
comitato scientifico
Lucia Abignente
direttore
responsabile Abbonati a Nuova Umanità
Vera Araújo Aurora Nicosia L’abbonamento annuale costa 32 euro;
responsabile Joan Patricia Back se sei già abbonato a un’altra rivista del Gruppo, scende a 30 euro.
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Rivista Nuova Umanità Umanità-596992113781931/
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nuova umanità trimestrale di cultura
Fondata da Chiara Lubich nel 1978,
Nuova Umanità è una rivista
multitematica che, alla luce del carisma
dell’unità, dialoga con le prospettive controcorrente
culturali del mondo contemporaneo. Futuro oggi - G. Iorio
Fallimento e generatività – A. Spolti
Millennials e iGen nuova umanità
Promuove un pensiero aperto, sostenuto Focus
dall’impegno scientifico ed esistenziale
Millennials e iGen
di quanti vi scrivono, volto alla ricostruzione Vivere è rischiare – E. Pili
della trama d’unità sulla quale si dispiegano Il desiderio di volare – A. Clemenzia
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alla fonte del carisma dell’unità
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dei Focolari: gli anni della prova -
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