4071
1/15 febbraio 2020
Quindicinale
Anno 171
«Che cosa è l’uomo?». Il Documento
della Pontificia Commissione Biblica
Canti, musiche e danze delle
religioni del Mediterraneo
Dio e l’inizio dell’universo
Lo scontro tra Usa e Iran
Il Mezzogiorno fra Italia ed Europa
La ricezione del «Documento sulla
Fratellanza» (4 febbraio 2019)
Una poesia di Giovanni Poggeschi
Donne e uomini nella Chiesa
«A Hidden Life», un film di T. Malick
RIV ISTA INTERNAZIONALE DEI GESUITI
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B E AT U S P OPU LU S , C U I U S D O M I N U S DE U S E I U S
SOMMARIO 4071
1/15 febbraio 2020
Quindicinale
Anno 171
209 «CHE COSA È L’UOMO?»
Il nuovo Documento della Pontificia Commissione Biblica
Pietro Bovati S.I.
221 CANTI, MUSICHE E DANZE NEI TESTI DELLE RELIGIONI
DEL MEDITERRANEO
Pino Di Luccio S.I.
234 L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
Gabriele Gionti S.I.
249 L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO
TRA USA E IRAN
Giovanni Sale S.I.
263 IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
GianPaolo Salvini S.I.
274 «LA NOSTRA PREOCCUPAZIONE PER IL FUTURO»
A un anno dalla firma del Documento sulla Fratellanza
Laurent Basanese S.I.
284 «BAMBINI E BANDIERE»
Giovanni Poggeschi S.I.
286 DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
Federico Lombardi S.I.
295 «A HIDDEN LIFE», UN FILM DI TERRENCE MALICK
Jean-Pierre Sonnet S.I.
301 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
63_20_M_ENI_Corporate_160x235_Luca.indd 1 16/01/20 16:23
SOMMARIO 4071
ARTICOLI
209 «CHE COSA È L’UOMO?»
Il nuovo Documento della Pontificia Commissione Biblica
Pietro Bovati S.I.
Il recente Documento della Pontificia Commissione Biblica sull’antropologia biblica ha il merito
di aver offerto per la prima volta una sintesi dei principali aspetti dell’antropologia, tracciati dal
racconto fondatore di Gen 2–3, e sviluppati sistematicamente dall’insieme della Sacra Scrittura,
dall’Antico al Nuovo Testamento. I singoli temi specifici, in certi casi oggetto di impropria polemi-
ca mediatica, vengono qui inseriti in una ragionata prospettiva globale, in obbedienza alla Parola di
Dio e al suo benefico intento salvifico. Le Facoltà di Teologia e gli Istituti di insegnamento religio-
so sono i primi destinatari di questo Documento; ma ogni maestro di fede nella Chiesa è chiamato
a considerarlo attentamente. L’Autore è biblista e segretario della Pontificia Commissione Biblica.
221 CANTI, MUSICHE E DANZE NEI TESTI DELLE RELIGIONI
DEL MEDITERRANEO
Pino Di Luccio S.I.
La musica, il canto e la danza nella Bibbia spesso esprimono e producono un cambio di situazio-
ne. Nell’articolo vengono presentati alcuni casi in cui tale cambiamento è espresso dalla danza,
e poi altri in cui è prodotto dalla musica e dal canto, come avviene nel Salmo 42. Questa esem-
plificazione permette di cogliere il significato di alcune menzioni della musica, del canto e delle
danze in altri testi tratti dal Nuovo Testamento e dal Corano. Viene esaminato infine che cosa
il suddetto cambiamento implichi per un dialogo costruttivo che ha come scopo la convivenza
di popoli di lingue, religioni e culture diverse nell’area del Mediterraneo. L’Autore è decano di
Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica, sezione San Luigi, di Napoli.
234 L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
Gabriele Gionti S.I.
In questo articolo si analizza lo sviluppo storico della concezione dell’universo dalla visione
«piatta» assiro-babilonese fino alla cosmologia relativistica, ispirata da Einstein. Lemaître for-
mulò la teoria dell’«atomo originario», che diede origine alla teoria del Big Bang, alla quale si
oppose quella dello «stato stazionario» di Fred Hoyle. Ne nacque un’accesa disputa, e nel 1951
Pio XII affermò la compatibilità tra il Big Bang e la creazione. Nell’articolo viene presenta-
ta una teoria per i primi istanti dell’universo e viene mostrato come il concetto cristiano di
creazione sia completamente diverso da quello del Dio-demiurgo degli scienziati. L’Autore è
cosmologo della Specola Vaticana.
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Fratelli e cittadini del “Mare Nostro”
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SOMMARIO 4071
FOCUS
249 L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO
TRA USA E IRAN
Giovanni Sale S.I.
La notte del 3 gennaio 2020, in un blitz, ordinato personalmente da Trump, è stata uccisa una delle
personalità più importanti dell’Iran, Qassem Soleimani, generale dei Guardiani della rivoluzione e
comandante della forza Quds. L’articolo espone le motivazioni politiche e militari di una decisione
così delicata, che ha rischiato di far esplodere la polveriera mediorientale. Sebbene tra le parti in causa
sia in corso un lento processo di de-escalation della crisi, un accordo tra Usa e Iran appare ora molto
lontano. La questione del nucleare e le nuove sanzioni economiche comminate dagli Usa rendono
improbabile ogni tipo di contatto tra i due Paesi. Questa situazione, con il passare del tempo, potreb-
be nuocere agli stessi interessi americani in Medio Oriente.
263 IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
GianPaolo Salvini S.I.
L’articolo presenta la situazione attuale del Mezzogiorno d’Italia in base all’ultimo Rapporto 2019
della Svimez. Esso mostra che il Sud d’Italia si distacca sempre più dal Centro-Nord dal punto
di vista economico, sociale e demografico. Lo stesso Nord ha perso colpi nei confronti dei Paesi
nordeuropei più dinamici. L’attuale situazione politica e la mancanza di una guida decisa che riavvii
l’intero Paese a un progetto nazionale globale e cooperativo rendono incerto il futuro dell’Italia. Al
Sud sono molto diminuiti gli investimenti pubblici che potrebbero avere un effetto propulsivo. Il
grave calo demografico è appena percepito, ma di fatto non affrontato, e potrebbe in futuro mettere
in crisi anche il nostro intero sistema di welfare.
VITA DELLA CHIESA
274 «LA NOSTRA PREOCCUPAZIONE PER IL FUTURO»
A un anno dalla firma del Documento sulla Fratellanza
Laurent Basanese S.I.
Il «Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato da papa
Francesco e dall’imam Ahmad al-Tayyeb, è stato percepito come un evento molto importante nella
storia del dialogo tra popoli e culture. Esso va al di là del recinto delle «religioni abramitiche» e costitui-
sce un notevole contributo al dialogo interreligioso. Nell’articolo viene sottolineato anche il suo influs-
so nel campo pedagogico, perché si attui un sistema educativo che dialoghi con tutti, per la costruzione
della pace mondiale, per il bene di società auspicate sempre più giuste e fraterne e per la custodia del
creato. L’Autore è direttore del Centro studi interreligiosi della Pontificia Università Gregoriana.
SOMMARIO 4071
PARTE AMENA
284 «BAMBINI E BANDIERE»
Giovanni Poggeschi S.I.
Pubblichiamo una poesia di Giovanni Poggeschi (1905-72), gesuita, che è stato tra i fondatori
della rivista d’arte e letteratura L’ Orto. Divenuto sacerdote nel 1944, per un decennio ha pensato
che la sua vocazione fosse incompatibile con l’esercizio dell’arte, che invece poi riprese. Dal 1956
al 1968 ha partecipato alle edizioni della Biennale Nazionale d’Arte Sacra Contemporanea, otte-
nendo riconoscimenti e premi. Il suo soggetto è sempre stato la semplice realtà e la vita dura ma
autentica del popolo di Dio. Poggeschi lo fissa in nature morte, paesaggi, inedite poesie e incisio-
ni che mescolano versi a immagini, proprio come avviene in Bambini e bandiere.
RIVISTA DELLA STAMPA
286 DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
Federico Lombardi S.I.
Presentiamo un libro di Anne-Marie Pelletier sul tema della donna nella Chiesa. L’Autrice ha il
grande merito di aiutare a comprendere molte ragioni plausibili delle posizioni femministe criti-
che verso la Chiesa, assumendo però sempre quella prospettiva positiva che favorisce un cammino
in avanti invece che un blocco sulla difensiva. Molto ricche di spunti sono le pagine che invitano a
leggere le Scritture dal punto di vista delle donne. Quanto al tema del sacerdozio, la Pelletier non
rivendica per le donne il sacerdozio ministeriale, ma ritiene che sia loro compito l’affermazione
«alta e forte» della dignità del sacerdozio comune battesimale, così da essere «come il lievito della
conversione ecclesiologica», che comporta pure la rivisitazione del sacerdozio ministeriale. L’Au-
trice delinea un’ampia serie di modalità tipicamente femminili di vivere la vita cristiana in modo
eminente, esemplificate anche da alcune figure affascinanti di donne contemporanee.
ARTE MUSICA SPETTACOLO
295 «A HIDDEN LIFE», UN FILM DI TERRENCE MALICK
Jean-Pierre Sonnet S.I.
A Hidden Life, il film di Terrence Malick da poco uscito sullo schermo, racconta gli ultimi
anni di vita dell’obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (1907-43) durante l’oc-
cupazione nazista. Ispirato dal personaggio storico, Malick ha creato un film di forte inte-
riorità, dominato da due protagonisti: Franz (August Diehl) e sua moglie Franziska (Valerie
Pachmer). La loro relazione mostra come le scelte più singolari possano essere vissute nel dia-
logo e nell’interazione con la natura nella sua regale bellezza. Malick riesce a rivelare la fecon-
dità di una vita nascosta, proteggendone il mistero. Il suo cinema è, in questo senso, epifanico.
SOMMARIO 4071
301 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Albinati E. 310 - Chryssavgis J. 301 - Cipollone G. 303 - Giubilei M. F. 310 - Lombino V.
306 - Modelli di riforma nella tradizione giudaico-cristiana 306 - Ora (L’) del mondo 304 - Prin-
zivalli E. 307 - Ubbiali S. 304 - Zamperini N. 309
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CHE AIUTANO A CAPIRE IL PRESENTE
11
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L’AVVENIRE O NON CI SARÀ FUTURO»
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«CHE COSA È L’UOMO?»
Il nuovo Documento
della Pontificia Commissione Biblica
Pietro Bovati S.I.
È stato da poco pubblicato, per i tipi della Libreria Editrice Vati-
cana, il Documento della Pontificia Commissione Biblica (DPCB),
che ha per titolo: «Che cosa è l’uomo?» (Sal 8,5). Un itinerario di antro-
pologia biblica. Lo studio è stato sollecitato da papa Francesco, che
209
ha ritenuto necessario apportare chiarezza su questioni di grande
rilevanza per la cultura contemporanea, attingendo luce dalla Bib-
bia. Molti i motivi di interesse e molte le novità di questo Docu-
mento; il presente contributo intende illustrarne le ragioni.
Un primo elemento innovativo appare immediatamente dal
fatto che il volume è «fuori collana», e ciò perché è assai più volu-
minoso dei precedenti pronunciamenti della stessa Commissione.
L’ampiezza della trattazione è giustificata dalla tematica affrontata:
la domanda «che cosa è l’uomo?» non poteva trovare una risposta
rispettosa senza un’approfondita analisi dei testi, delle immagini e
delle storie che costituiscono l’ossatura espressiva dell’intera Bibbia.
La Scrittura si presenta di fatto come un insieme complesso, co-
stituito da letterature di vario genere, redatte e rielaborate in epo-
che diverse, con approcci e linguaggi non immediatamente con-
vergenti. Rendere conto di un tale patrimonio richiede la paziente
disamina di percorsi letterari elaborati. Non risponde tra l’altro a
una corretta ermeneutica (cristiana) il prelevare qualche citazione
dal patrimonio scritturistico, allo scopo di avvalorare un discorso
prefissato, esposto quale frutto veritiero e normativo del procedere
razionale. La Parola di Dio non ci è stata consegnata per conferma-
re quanto la ragione umana ha intuìto e tematizzato: essa è invece
l’inaudita Rivelazione del mistero divino, e si viene meno all’obbe-
© La Civiltà Cattolica 2020 I 209-220 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
ARTICOLI
dienza della fede quando non si riconosce nella Sacra Scrittura la
matrice dell’autentico pensare cristiano.
Il pensare credente
La Bibbia ha una complessità che va adeguatamente assunta
da chi si propone di trasmettere fedelmente ciò che Dio ha voluto
nel creare l’essere umano. Tale complessità, letteraria e storica, non
deve essere «semplificata», magari con il pretesto che la gente non è
(oggi) in grado di seguire argomentazioni e sviluppi articolati. Cer-
to, è necessario rispettare le condizioni culturali delle singole per-
sone a cui ci si rivolge, nella diversità delle situazioni sociali e delle
particolari epoche storiche; l’intento della comunicazione sapien-
210
ziale non è però quello di accettare e consolidare lo statuto attuale
delle coscienze, ma piuttosto quello di far progredire i destinatari
del messaggio, così che il mistero di Dio sia gustato e vissuto con
crescente intelligenza e gioia (cfr Mt 13,52).
NEL DOCUMENTO VIENE OFFERTA UNA SINTESI,
NON ELEMENTARE, DEL PIANO DIVINO SULL’UOMO.
Il Documento della Commissione Biblica, tra l’altro, si indirizza
primariamente a chi, nella Chiesa, desidera approfondire la cono-
scenza del messaggio biblico, avendo la competenza e gli strumen-
ti per coglierne il valore, così da ridisegnare in qualche modo la
trasmissione del sapere teologico. Nelle Facoltà di Teologia, negli
Istituti di ricerca e di insegnamento di materie religiose il DPCB
sull’antropologia biblica dovrebbe diventare una sorta di manuale
di riferimento, non solo per alcuni corsi, ma per l’intero percorso
di formazione. E ciò a motivo del fatto che in tale Documento vie-
ne offerta una sintesi, non elementare, del piano divino sull’uomo,
con un approccio espositivo che, da un lato, esamina accuratamente
quale sia la volontà di Dio inscritta nel racconto dell’origine delle
creature e, dall’altro, considera la storia umana, con i suoi intricati
sviluppi, come il luogo concreto nel quale il disegno di Dio tende
al compimento. Senza presunzione, la Pontificia Commissione Bi-
«CHE COS’È L’UOMO?»
blica invita i docenti e tutti coloro che si presentano come maestri
di fede nelle comunità cristiane a leggere e studiare con cura questo
Documento, accogliendone gli elementi di una più adeguata com-
prensione dei testi biblici, ma anche assimilando il modo di proce-
dere, quale sacra disciplina del pensare credente.
Si sente dire da più parti che il mondo attuale, chiamato «post-
moderno», non è più in grado di sostenere processi conoscitivi ela-
borati; forse ci si può chiedere se ciò non sia il sintomo di una svalu-
tazione della verità in nome di un facile e irresponsabile relativismo.
C’è di fatto chi propone e adotta formule di annuncio somiglianti,
nel migliore dei casi, ad aforismi sapienziali, per lo più tuttavia pa-
ragonabili a slogan pubblicitari, apprezzati per il loro immediato
impatto emotivo. Più le formulazioni sono provocatorie e più ri-
211
sultano incisive. Il processo oneroso del pensare, ragionare, valutare
e discernere viene così drammaticamente sostituito da suggestioni
senza spessore. Il Documento della Commissione Biblica si situa su
un versante diverso: non intende provocare, ma piuttosto aiutare,
pazientemente, a migliorare l’universo conoscitivo dei credenti e
dei ricercatori della verità, ponendo domande e introducendo pi-
ste riflessive che favoriscano il dinamismo intellettuale e amoroso
del pensare, indispensabile per una matura, responsabile ed esigente
coscienza umana.
Abbiamo così enunciato l’approccio globale del DPCB, quale
sfondo su cui inserire la traccia espositiva delle sue pagine. Ne dia-
mo ora una descrizione, sperando che ciò orienti la lettura e lo stu-
dio, e non sostituisca l’impegno personale di assimilazione.
Il racconto fondatore
La prima opzione della Commissione Biblica è stata quella di as-
sumere il racconto fondatore di Gen 2–3 (integrato con Gen 1) qua-
le punto di partenza programmatico dell’intero progetto espositivo;
da una parte, infatti, ci viene qui presentato il progetto del Creatore
riguardante l’essere umano e, dall’altra, vengono programmatica-
mente annunciati gli aspetti essenziali dell’uomo e le sue condi-
zioni di vita nella realtà storica. Tra l’altro, questi capitoli iniziali
della Sacra Scrittura, considerati fondamentali nell’intera tradizio-
ARTICOLI
ne cristiana, sono esaminati e commentati in tutte le trattazioni di
antropologia teologica, e costituiscono pure una parte essenziale
di ogni studio che intenda proporre la visione biblica sull’uomo.
Di conseguenza, invece di assumere a priori uno schema di natura
sistematica, richiesto forse in sede dogmatica, la Commissione Bi-
blica ha preferito seguire le indicazioni stesse della Sacra Scrittura,
adottando quindi un modulo che potremmo definire di teologia
«narrativa». Anche mediante questo accorgimento viene espressa
una concreta obbedienza alla Rivelazione attestata nella Bibbia.
Già in questa iniziale operazione esegetica sono emersi alcuni
significativi contributi del DPCB in ambito antropologico, comin-
ciando dal modo di tradurre il testo della Genesi. Segnaliamo, ad
esempio, che è diventato luogo comune affermare che l’uomo è sta-
212
to creato «a immagine e somiglianza di Dio», mentre il testo biblico
dice propriamente che Dio fece l’essere umano (’ādām) «nella sua
somiglianza secondo la sua immagine» (Gen 1,26); e con tale ter-
minologia l’autore biblico non giustapponeva due concetti distinti,
ma intendeva sottolineare la privilegiata ed esclusiva similitudine
tra la creatura umana e il Creatore, quale fondamento originario
del dialogo tra i due soggetti, preludio dell’alleanza e dell’auspicato
destino di comunione, come nella relazione tra padre e figlio (Gen
5,1) (nn. 46; 49).
Un altro esempio riguarda la traduzione di Gen 3,1. La versione
della Cei rende la prima affermazione del serpente alla donna in
questo modo: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di
alcun albero del giardino?”»; in tal modo il tentatore mentirebbe
palesemente e, insinuando che all’uomo è vietato il nutrirsi, farebbe
apparire il Creatore come un nemico della vita umana. C’è però
un altro modo di tradurre il testo, per cui la domanda del serpente
risulta più sottile: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare
da tutti gli alberi del giardino”?»; in tal modo il serpente non dice
una falsità, «ma fa emergere il fatto che all’uomo è posto un limi-
te, essendogli negato l’accesso alla totalità, perché qualcosa è stato
confiscato da Dio. La tentazione allora verte proprio sul divieto in
quanto tale, e indirettamente prepara la domanda sul “perché” di
tale interdetto» (n. 299).
«CHE COS’È L’UOMO?»
Più importanti risultano poi le interpretazioni dei vari aspetti del
racconto biblico originario. Anche in questo ambito accenniamo
solo ad alcuni punti, per sottolineare qualche contributo innovativo
del Documento. Vi è un’interpretazione «tradizionale» di Gen 2,21-
23 che afferma che la donna è stata creata dopo l’uomo (maschio), a
partire da una sua «costola». Nel DPCB si esamina accuratamente la
terminologia del narratore biblico (come nel n. 156, dove si critica la
traduzione del termine ebraico [ṣēla‘] con «costola»), e si suggerisce
inoltre una lettura alternativa dell’evento: «Fino al v. 20 il narratore
parla di ’ādām prescindendo da qualsiasi connotazione sessuale; la
genericità della presentazione impone di rinunciare a immaginare
la precisa configurazione di tale essere, men che meno ricorrendo
alla forma “mostruosa” dell’androgino. Siamo infatti invitati a sot-
213
toporci con ’ādām a un’esperienza di non-conoscenza, così da sco-
prire, per rivelazione, quale sia il meraviglioso prodigio operato da
Dio (cfr Gen 15,12; Gb 33,15). Nessuno di fatto conosce il mistero
della propria origine. Questa fase di non-visione è simbolicamente
rappresentata dall’atto del Creatore, che “fece scendere un torpore
su ’ādām, che si addormentò” (v. 21): il sonno non ha la funzione
dell’anestesia totale per permettere un’operazione indolore, ma evo-
ca piuttosto il manifestarsi di un evento inimmaginabile, quello per
cui da un solo essere (’ādām) Dio ne forma due, uomo (’îš) e donna
(’iššāh). E questo non solo per indicare la loro radicale somiglianza,
ma per prospettare che la loro differenza sollecita a scoprire il bene
spirituale del (reciproco) riconoscimento, principio di comunione
d’amore e appello a diventare “una sola carne” (v. 24). Non è la so-
litudine del maschio, ma quella dell’essere umano a essere soccorsa,
mediante la creazione di uomo e donna» (n. 153).
L’aspetto problematico insito nel «comandamento» (n. 273), in
particolare nella forma del «divieto», viene accuratamente trattato
nel commento esegetico di Gen 2,16-17, per non favorire l’idea che
Dio si opponga, in modo arbitrario, al desiderio umano; in realtà
il Creatore manifesta la sua liberalità mettendo a disposizione della
creatura «tutti gli alberi del giardino» (Gen 1,11-12; 2,8-9), e tutta-
via «alla totalità dell’offerta è posto un limite: Dio chiede all’uomo
di astenersi dal mangiare il frutto di un solo albero, situato accanto
all’albero della vita (Gen 2,9), ma da esso ben distinto. Il divieto è
ARTICOLI
sempre una limitazione posta alla voglia di avere tutto, a quella bra-
mosia (un tempo chiamata “concupiscenza”) che l’uomo sente come
una innata pulsione di pienezza. L’acconsentire a una tale bramo-
sia equivale a far sparire idealmente la realtà del donatore; elimina
dunque Dio, ma, al tempo stesso, determina pure la fine dell’uomo,
che vive perché è dono di Dio. Solo rispettando il comando, che
costituisce una sorta di barriera al dispiegarsi univoco della volontà
propria, l’uomo riconosce il Creatore, la cui realtà è invisibile, ma la
cui presenza è segnalata in particolare dall’albero proibito. Proibito
non per gelosia, ma per amore, per salvare l’uomo dalla follia di
onnipotenza» (n. 274).
Il fatto che il serpente si sia indirizzato alla donna invece che
all’uomo (come è narrato in Gen 3) viene interpretato spesso come
214
un’astuzia del tentatore che avrebbe scelto di attaccare la persona più
vulnerabile, più facilmente ingannabile. Si può tuttavia ricordare
che la figura femminile è nella Bibbia l’immagine privilegiata della
sapienza (umana); «se si assume questa prospettiva, il confronto di
Gen 3 non avviene tra un essere molto astuto e una sciocca, ma
al contrario tra due manifestazioni di sapienza, e la “tentazione” si
innesta proprio sulla qualità alta dell’essere umano, che nel suo de-
siderio di “conoscere” rischia di peccare di orgoglio, pretendendo di
essere dio, invece di riconoscersi figlio, che riceve tutto dal Creatore
e Padre» (n. 298).
Un ultimo esempio. È abituale sentir dire che Dio interviene nel
sanzionare il peccato dei progenitori con dei castighi (Gen 3,16-19);
la punizione viene infatti considerata un doveroso atto di giustizia,
e ciò risulterebbe un’adeguata lettura del testo biblico. Va però ri-
levato che la prima decisione del Creatore è la maledizione del ser-
pente, associata alla promessa della vittoria che la stirpe della donna
riporterà sulle insidiose minacce del tentatore (Gen 3,14-15). Di più,
le sofferenze che affliggono le potenzialità della donna e dell’uomo
sono da considerare come disposizioni sapienziali, volute da Dio
perché utili all’essere umano, in quanto favoriscono nella creatura
quell’umile disposizione del cuore che è via di vita (n. 320).
«CHE COS’È L’UOMO?»
L’impianto espositivo del DPCB
Nel Documento, il racconto della Genesi riguardante le origini
dell’essere umano viene suddiviso in quattro pericopi, rispettando
la scansione narrativa del testo stesso. Da qui scaturisce la struttu-
ra del DPCB in quattro capitoli, che illustrano concretamente le
componenti essenziali che concorrono alla presentazione dell’essere
umano secondo il disegno divino.
Il primo capitolo presenta l’uomo come creatura di Dio (Gen
2,4-7), fatto di «polvere» e vivente per il «soffio» divino. Così sono
introdotti due motivi tematici: quello della precarietà, finitudine
e mortalità dell’essere umano, e quello della sua potenzialità spiri-
tuale. Viene in tal modo delineata dal testo biblico non soltanto la
«natura» dell’essere umano, ma anche il principio fondatore del suo 215
desiderio di vita.
Il secondo capitolo illustra la collocazione dell’uomo nel giar-
dino (Gen 2,8-20): in altri termini, la sua condizione terrena; ven-
gono qui tematizzati gli aspetti del nutrimento, del lavoro e del
rapporto con gli altri esseri viventi. Non sfuggirà l’intima connes-
sione tra questi elementi che caratterizzano l’agire umano e che
contribuiscono a delineare la responsabilità dell’uomo nell’aderire
al progetto divino.
Il terzo capitolo ha per argomento generale la famiglia umana
(Gen 2,21-25), cioè il rapporto interpersonale fra i soggetti umani,
che ha il suo nucleo fondatore nella relazione sponsale, e si svilup-
pa nella complessa trama dei vincoli familiari e sociali. In questa
importante sezione del Documento vengono trattate questioni che
sono oggetto di dibattito nell’opinione pubblica, come il rapporto
uomo-donna e altri orientamenti sessuali, le forme di matrimonio
e le sue espressioni problematiche, l’appello alla sottomissione ob-
bediente nel contesto familiare e pubblico, la violenza e la guerra
fratricida. Alcuni temi contemporanei (fra cui la cosiddetta «teoria
del gender») esulano totalmente dall’universo culturale della Bibbia;
su altri la Scrittura offre indicazioni generali, che possono e devono
essere sviluppate in ambito teologico e pastorale.
Il quarto capitolo ha per tema la storia dell’uomo (Gen 3,1-24),
il quale, sottoposto al comando divino, disobbedisce scegliendo un
ARTICOLI
cammino di morte; questa vicenda è però coordinata all’intervento
divino, che rende la storia evento di salvezza. L’importanza di que-
sta tematica per l’antropologia biblica non va sottovalutata; infatti,
«la Bibbia racconta la storia dell’uomo con Dio, o meglio di Dio
con l’uomo. Per rendere conto di questa modalità espositiva e per
coglierne il senso, non è adeguato fare una presentazione dell’an-
tropologia biblica secondo uno schema statico, fosse anche quello
fissato dal momento originario; è doveroso invece vedere l’uomo
come protagonista di un processo, nel quale egli è recettore di fa-
vori e soggetto attivo di decisioni che determinano il senso stesso
del suo essere. Non si capisce l’uomo se non nella sua storia globale.
E, al proposito, non va adottato un ingenuo modello evolutivo (che
suppone un incessante progresso), e tanto meno è bene ricorrere
216
a schemi di segno opposto (dall’età dell’oro alla miseria presente);
non è il caso nemmeno di assumere l’idea della ripetizione ciclica
(che attesterebbe il continuo ritorno del medesimo). La Scrittura
parla di una storia dell’alleanza, e in essa non vi è nulla di scontato;
essa è anzi la stupefacente rivelazione dell’inatteso, dell’incredibile,
del meraviglioso e addirittura dell’impossibile (secondo gli uomini)
(Gen 18,14; Ger 32,27; Zc 8,6). Una serie di traversate e di passaggi
fanno intravedere il senso della storia nella costruzione divina di
una nuova alleanza, dove l’agire divino compie il suo capolavoro,
perché l’uomo liberamente acconsente ad essere reso partecipe della
natura divina» (n. 11).
Lo sviluppo delle varie tematiche
Il DPCB recepisce dal racconto fondatore i principali nuclei te-
matici che concorrono a definire cosa sia l’uomo secondo la Scrit-
tura; e sottopone ognuno di questi motivi a una organica trattazio-
ne, ricorrendo in modo ordinato e sistematico alle attestazioni della
Tôrah, dei profeti e delle tradizioni sapienziali di Israele (con una
specifica considerazione del Salterio, quale luogo in cui si esprime
la dimensione orante dell’uomo), fino a giungere al compimento
della Rivelazione nei Vangeli e nelle Lettere degli apostoli. Solo in
questo modo si fa vera opera di Teologia biblica, rispettando i gene-
«CHE COS’È L’UOMO?»
ri letterari della Scrittura e assumendo con rigore la sua espressività
simbolica e narrativa.
Con un tale modo di procedere si fa risaltare la ricchezza della
tradizione biblica e, al tempo stesso, si fa emergere come siano ne-
cessari diversi punti di vista per esprimere la natura poliedrica della
verità. Diamo un esempio per illustrare tale assunto.
Il primo elemento che, secondo il racconto della Genesi, quali-
fica l’essere umano è quello della sua caducità, essendo egli «polvere
del suolo» (Gen 2,7). La rilevanza del motivo è dimostrata dal fatto
che esso è presente nell’intera letteratura biblica; infatti, quasi come
un leitmotiv, viene ripetuta l’affermazione che l’uomo è come l’erba
del campo che presto sfiorisce. Ma i diversi testi biblici accolgo-
no l’esperienza della finitudine con accenti specifici, e questo già
217
all’interno delle letterature sapienziali. Infatti, nel libro di Giobbe la
morte, definita acutamente come «il re dei terrori» (Gb 18,14), susci-
ta la protesta dell’uomo innocente, che si sente ingiustamente col-
pito e non si accontenta delle tradizionali considerazioni di teodicea
formulate dai suoi «amici». Il saggio Qohelet, invece, ripetendo in-
sistentemente: «vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1,2.14 ecc.),
«invita ad accogliere con semplicità e gratitudine le gioie passeggere
di una vita marcata dall’effimero» (n. 26). Il libro della Sapienza, dal
canto suo, proprio evocando la morte violenta del giusto, prospetta
all’uomo un destino di immortalità (Sap 3,4).
Nella preghiera di Israele, attestata nel Salterio, ritroviamo in
parte gli accenti drammatici del lamento di Giobbe, ma anche l’ab-
bandono fiducioso del credente alla benevolenza salvatrice del Si-
gnore (Sal 16,9-11). Un’eco di tale prospettiva risuona nella profe-
zia, che proclama: «Ogni carne è come l’erba, e tutta la sua grazia
è come il fiore del campo […]. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma
la parola di Dio sorge per sempre» (Is 40,6.8). Il Signore Gesù è la
suprema manifestazione di questa amorosa forza di Dio che soccor-
re la fragilità umana, ma va ricordato che «è la “vita eterna” che il
Cristo dona (Mc 10,30; Mt 25,46; Gv 3,15-16.36; 10,28; ecc.), non
solo un passeggero rimedio alle infermità o una dilazione al tragico
epilogo dell’esistenza» (n. 38). Per questo l’apostolo Paolo può per-
sino «vantarsi» delle sue debolezze, perché in esse trionfa la potenza
ARTICOLI
di Dio (2 Cor 12,9-10); la risurrezione della carne diventa così il
mistero di fede e di speranza atteso con perseveranza dai credenti.
Le brevi considerazioni che abbiamo appena fatte hanno solo lo
scopo di far intuire come si procede nei diversi capitoli e parti del
Documento, allo scopo di illustrare i singoli aspetti dell’antropolo-
gia biblica. Non possiamo ovviamente proseguire nella stessa linea;
ciò risulterebbe sommario e persino noioso. D’altronde, ogni rias-
sunto immiserisce il testo originale e, quando si tratta della Sacra
Scrittura, ciò può risultare offensivo. Ma se una sintesi, per quanto
imperfetta, può stimolare a intraprendere una lettura personale della
Bibbia, allora essa ha conseguito il suo principale intento. A questo
proposito, il DPCB riporta con una certa abbondanza citazioni bi-
bliche; la loro forza espressiva costituisce il più persuasivo incentivo
218
per ritornare a gustare direttamente la Parola di Dio.
ENTRARE NELLE PAGINE BIBLICHE È ESPERIENZA
DI FASCINO E ILLUMINAZIONE CRESCENTE.
Entrare nelle pagine bibliche è un’esperienza di fascino e il-
luminazione crescente; ogni sfaccettatura della verità si compo-
ne con le altre, in esigente armonia. Se, ad esempio, si guarda a
come il mondo sapienziale considera il lavoro umano, si è sorpresi
dall’insistenza con cui si raccomanda la laboriosità e si biasima la
pigrizia (n. 123); se invece si interroga la tradizione della Tôrah, il
comandamento centrale appare quello del «sabato», che prescrive
l’astensione periodica dalla fatica delle proprie mani e il godimen-
to dell’opera creativa di Dio (nn. 113-116). In un altro settore, il
modo di concepire la famiglia nei testi dell’Antico Testamento non
coincide con la visione evangelica; ma senza le prospettive antro-
pologiche della prima alleanza, non si può comprendere l’insegna-
mento del Signore che chiama all’amore perfetto.
E solo avendo accolto la problematica che accompagna la storia
dei «fratelli» nei racconti della Genesi, si può comprendere l’impor-
tanza della Legge di Mosè riguardante la fraternità e, ancora di più,
il messaggio di Gesù. Ogni tassello ha dunque la sua importanza,
anche quello che, a prima vista, appare desueto, improprio o inuti-
«CHE COS’È L’UOMO?»
le, perché «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è utile per insegnare,
convincere, correggere ed educare nella giustizia, così che l’uomo
di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Tm
3,16-17).
Precisazioni esegetiche, integrazioni, approfondimenti
Oltre a presentare, con la maggiore fedeltà possibile, il messag-
gio delle pagine bibliche sull’essere umano, la Commissione Bibli-
ca ha ritenuto opportuno inserire (con un carattere tipografico più
piccolo) diversi contributi utili per la comprensione dell’antropo-
logia biblica. La semplice rassegna servirà a mostrare la ricchezza
delle tematiche trattate.
219
È stato necessario, in certi casi, dare qualche precisazione sul
lessico usato dalla Bibbia, riguardante le dimensioni costitutive
dell’essere umano (nn. 19-20), l’espressione «a immagine di Dio»
(n. 46), il sostantivo ’ādām (n. 152), la terminologia dei comanda-
menti (nn. 271-272; 285; 293). E nel DPCB si trovano pure analisi
esegetiche, come quelle sulle leggi che concernono il rapporto con
gli animali (n. 141) o sulle indicazioni pastorali di Paolo in mate-
ria matrimoniale (nn. 179; 204; 206). Segnaliamo, in particolare,
la corretta interpretazione del peccato di Sodoma (nn. 186-188);
infatti, nel racconto biblico la città non viene biasimata perché sog-
getta a disdicevoli brame sessuali, ma è piuttosto condannata per la
sua mancanza di ospitalità nei confronti del forestiero, con ostilità
e violenze meritevoli del massimo castigo.
Diverse integrazioni sono state ritenute utili, per completare il
discorso su argomenti non direttamente evocati dal racconto di ori-
gine. Si troveranno dunque paragrafi di varia natura, come quello
riguardante gli angeli (n. 75), la ricchezza (n. 128), gli animali fe-
roci (n. 146), la legge del levirato (n. 173), le espressioni simboliche
dell’alleanza (n. 197), le genealogie (nn. 209-211), il rito della cir-
concisione (n. 213), le figure di autorità in Israele (n. 221), le nor-
mative bibliche sulla guerra (n. 252), il diavolo (n. 297), il valore del
vestito (n. 323). Rispetto a quanto si può trovare nei Dizionari bi-
blici, il contributo del DPCB è stato quello di inserire tali tematiche
ARTICOLI
nel loro contesto, in modo da farne meglio percepire la pertinenza
e il valore.
Di maggiore interesse per gli studiosi crediamo siano gli svi-
luppi di ordine riflessivo, che preparano o completano l’analisi dei
testi scritturistici. Le considerazioni sulla specificità del nutrimento
«umano» (n. 77) aprono alla trattazione delle pagine bibliche, che in
vari modi sollecitano a porsi la domanda su quale sia l’alimento che
fa vivere l’uomo. I paragrafi su «Somiglianza e differenza» (nn. 154-
155) introducono nozioni decisive per l’antropologia, in relazione
anche con la sessualità. Il rapporto tra l’attività lavorativa dell’uomo
e il suo dovere di custodia del creato (nn. 104-108) fa riflettere sulle
responsabilità dell’operosità umana nel mondo contemporaneo.
Fra i diversi contributi, ci preme soprattutto segnalare le pagine
220
che vertono sul modo con cui la Scrittura presenta l’intervento di
Dio nella storia quando si manifesta il peccato (nn. 325-333): la
modalità del «giudizio», che sfocia nella condanna, non costitui-
sce la forma più veritiera di ristabilimento della giustizia divina;
la Scrittura attesta invece piuttosto che il Signore, quale partner
dell’alleanza, assume la veste dell’accusatore (nella procedura del rîb)
per favorire la conversione del peccatore e su di essa innestare il suo
atto di perdono: «L’evento finale del rîb si realizza dunque come
un rinnovato incontro tra la volontà benefica del Padre e il con-
senso libero del figlio, un incontro di verità che fa risaltare l’amore
del Signore e la sua potenza salvifica. Tutto il messaggio profeti-
co dell’Antico Testamento è promessa di questo evento, e tutto il
Nuovo Testamento è l’attestazione del compimento beatificante di
ciò che era stato annunciato come senso della storia, con una ma-
nifestazione che non si limita al solo Israele, ma si estende a tutte le
genti, radunate sotto il medesimo sigillo della misericordia, in una
nuova e perenne alleanza» (n. 333).
«La Parola di Dio è luce: apre a orizzonti di speranza, perché
rivela Dio che agisce nella storia con la sua infinita potenza di bene.
Quando ammonisce, la Parola opera guarigioni; quando comanda,
trasforma i cuori; quando promette, rallegra. Chiunque accoglie
il Verbo di Dio, viene allora inondato di consolazione» (n. 13). Il
DPCB intende essere un umile servizio a una così straordinaria ef-
fusione di bene.
CANTI, MUSICHE E DANZE
NEI TESTI DELLE RELIGIONI
DEL MEDITERRANEO
Pino Di Luccio S.I.
La musica, il canto e la danza nella Bibbia – che è il testo più
antico delle religioni monoteiste dell’area del Mediterraneo – spesso
sono un forte fattore di cambiamento. In questo articolo approfon-
diremo tale fenomeno da un punto di vista letterario1. Dopo un’in-
221
troduzione, presenteremo alcuni casi in cui il cambiamento viene
espresso dalla danza, e poi altri in cui viene espresso e prodotto dalla
musica e dal canto, come è illustrato nel Salmo 422.
Questa esemplificazione può permettere di cogliere il significato di
alcune menzioni della musica, del canto e della danza in altri testi delle
religioni monoteiste dell’area del Mediterraneo tratti dal Nuovo Testa-
mento e dal Corano. Verificheremo questa ipotesi con qualche esempio,
esaminando se il cambiamento espresso e prodotto dalla musica, dal can-
to e dalla danza possa valere per testi più recenti di religioni monoteiste,
e cosa implichi per un dialogo costruttivo, finalizzato alla convivenza di
popoli di lingue, religioni e culture diverse nell’area del Mediterraneo.
Introduzione: la musica e il canto nella Bibbia
La musica nella Bibbia accompagna le celebrazioni liturgiche e,
come il canto, è una modalità per esprimere la preghiera, soprat-
1. Questo fenomeno è comune a tradizioni popolari più recenti dell’area del
Mediterraneo, per esempio la tarantella. Cfr E. De Martino, La terra del rimorso.
Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, il Saggiatore, 2015.
2. Queste note sono state scritte in margine al Convegno «Chiesa, musica,
interpreti. Un dialogo necessario», promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura,
in collaborazione con il Pontificio Istituto di musica sacra, nell’Aula Vecchia del
Sinodo (Vaticano), 7-9 novembre 2019. Una versione completa di queste note è
pubblicata negli Atti del Convegno.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 221-233 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
ARTICOLI
tutto di lode e di ringraziamento: per esempio, in occasione della
dedicazione delle mura di Gerusalemme e di quella del tempio3, o
in occasione di un ringraziamento privato4.
L’ultimo dei Salmi, dopo un invito alla lode nel tempio e nel
firmamento, e dopo l’esplicitazione delle ragioni della lode per le
opere del Signore e per la sua immensa grandezza, contiene una
lista di strumenti utilizzati, insieme alle danze, per esprimere la lode
e il ringraziamento nel tempio5: «Alleluia. Lodate Dio nel suo san-
tuario, lodatelo nel suo maestoso firmamento. Lodatelo per le sue
imprese, lodatelo per la sua immensa grandezza. Lodatelo con il
suono del corno (shofar), lodatelo con l’arpa (nevel) e la cetra (kin-
nor). Lodatelo con tamburelli (tof) e danze (machol), lodatelo sulle
corde (minnin) e con i flauti (ugav). Lodatelo con cimbali sonori
222
(tziltzeley shama), lodatelo con cimbali squillanti (tziltzeley teruah).
Ogni vivente (kol ha-neshamah) dia lode al Signore (tehallel Ya).
Alleluia» (Sal 150,1-6)6.
La musica nella Bibbia può rilassare la persona e liberarla
dagli spiriti cattivi, producendo una situazione psicologica po-
sitiva, ma può anche irritare, producendo uno stato psicologico
negativo. Quando lo spirito del Signore si ritirò da Saul e que-
sti fu assalito da uno spirito cattivo che lo turbava, i suoi servi
pensarono che la musica potesse essere un mezzo adatto alla
soluzione dei misteriosi problemi della sua salute. Cercarono un
uomo capace di suonare la cetra, e fu proposto Davide, il qua-
le, oltre alle doti musicali, ne aveva molte altre, che raramente
si trovano insieme in una sola persona: era forte e coraggioso,
abile nelle armi, saggio nel parlare, di bell’aspetto, e il Signore
era con lui7.
3. Cfr Ne 12, 27-28; 2 Cr 7,6.
4. Cfr Sal 69,31.35.
5. Più in generale, canti e musica nella Bibbia possono esprimere la gioia e la
distensione, mentre annunciano il cambio di una situazione. Cfr Am 6,5-7.
6. Nella sua lezione magistrale all’inizio del Convegno, il card. Gianfranco
Ravasi ha fatto notare che il termine ebraico neshamah alla fine del Sal 150 può
far riferimento a uno strumento a fiato, o al respiro dell’essere umano, o al respiro
dell’essere umano come uno strumento a fiato.
7. Cfr 1 Sam 16,23; 18,10; 19,9.
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
Le doti musicali di Davide hanno liberato Saul dagli spiriti cat-
tivi, ma quelle militari lo preoccupano: dopo che Davide ebbe uc-
ciso il filisteo, le donne di Israele uscirono «da tutte le città d’Israe
le a cantare e a danzare inconto al re Saul, accompagnandosi con
i tamburelli, con grida di gioia e con sistri. Le donne cantavano
danzando e dicevano: “Ha ucciso Saul i suoi mille e Davide i suoi
diecimila”» (1 Sam 18,6-7).
Saul, che ha sperimentato l’effetto benefico e liberatorio della
musica a opera delle doti musicali di Davide, a causa delle doti mili-
tari dello stesso Davide disprezza – almeno in questa occasione – la
musica e le danze, e ne è irritato8.
La danza nella Bibbia 223
La danza nella Bibbia non indica sempre e necessariamente
un cambiamento. Essa può caratterizzare una situazione speci-
fica. Nel poema del capitolo 3 del Qoelet, la lista dell’alternanza
delle esperienze umane definisce lo scorrere «fugace» (cfr Qo
1,1-2) del tempo (zman) e delle emozioni secondo «momenti»
puntuali: nascere e morire, distruggere e costruire, piange-
re e ridere, fare lutto e danzare, strappare e cucire, tacere e
parlare, amare e odiare (cfr Qo 3,2-8). In questo poema ogni
esperienza – e ogni momento e tempo puntuale (et) in cui essa
accade – è separata da un’altra e ha un significato chiaro e di-
stinto. La danza è separata dal lutto, come la costruzione dalla
distruzione.
Nella Bibbia le danze, come la musica e il canto, sono per lo
più espressioni di gioia: per esempio, in occasione dell’incorona-
zione del re9, e per manifestare l’esultanza per la vittoria10. Tut-
tavia anch’esse, come la musica e il canto, possono esprimere un
cambio di situazione e il passaggio dalla tristezza alla gioia. Dopo
il pericolo costituito dall’inseguimento degli egiziani e dopo il
passaggio miracoloso del Mar Rosso, «Maria, la profetessa, sorella
8. Cfr 1 Sam 18,8.
9. Cfr 2 Cr 23,13.
10. Cfr Sal 144,9.
ARTICOLI
di Aronne, prese in mano un tamburello: dietro a lei uscirono
le donne con i tamburelli e con danze. Maria intonò per loro il
ritornello: “Cantate al Signore, perché ha mirabilmente trionfato:
cavallo e cavaliere ha gettato nel mare!”» (Es 15,20-21).
NELLA BIBBIA LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA
POSSONO ESPRIMERE MA ANCHE PRODURRE IL
CAPOVOLGIMENTO DI UNA SITUAZIONE.
Nella Bibbia la danza può indicare un cambiamento da una situa-
zione penosa e di tristezza a una situazione gioiosa, di libertà, nella
quale si sperimenta la salvezza. Nel tempo della distruzione di Gerusa-
224
lemme, il profeta Geremia rivolge, a nome di Dio, una promessa al po-
polo che patisce la sofferenza a causa dell’infedeltà, dell’idolatria e della
ribellione alla parola del Signore. In base al suo amore eterno, che mo-
tiva la sua presenza fedele, Dio promette: «Ti edificherò di nuovo e tu
sarai riedificata, vergine d’Israele. Di nuovo prenderai i tuoi tamburelli
e avanzerai danzando tra gente in festa. […] “Chi ha disperso Israele lo
raduna e lo custodisce come un pastore il suo gregge”. […] La vergine
allora gioirà danzando e insieme i giovani e i vecchi. “Cambierò il
loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni”» (Ger
31,3-13). In questa profezia, musica e danza esprimono il cambio della
tristezza in gioia per la fine dell’esilio, la fine della dispersione e delle
sofferenze dovute all’oppressione dei nemici.
Musica e canto nel Salmo 42
Nella Bibbia la musica, il canto e la danza, oltre che esprimere
il cambio e il capovolgimento di una situazione, in un certo senso
li possono anche produrre. Per esempio, il suono dello shofar ogni
50 anni, nel giorno dell’espiazione, produce un cambiamento nella
situazione sociale11. Nel Sal 42 il cambiamento è espresso con una
melodia creata dagli artifici della composizione poetica.
11. «Al decimo giorno del settimo mese, farai echeggiare il suono del corno;
nel giorno dell’espiazione farete echeggiare il corno per tutta la terra. […] Sarà per
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
Il Sal 42 apre il secondo libro del salterio (Sal 42–72). È compo-
sto (o eseguito) dai figli di Core – un gruppo di cantori del tempio
– ed è destinato al maestro del coro. È un canto «sapienziale», con il
quale si trasmette un insegnamento.
Dopo il destinatario («al maestro del coro»), il genere («per l’in-
segnamento») e i compositori (o gli esecutori: «i figli di Core»), la
preghiera è introdotta con un’immagine che esprime il desiderio di
Dio: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a
te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò
e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42,2-3).
L’orante-cantore si paragona a una cerva che anela, «desidera
ardentemente» (arag), i corsi d’acqua12 . Così egli desidera Dio (v.
2), è assetato di Dio13, si chiede quando potrà vedere il volto di
225
Dio (v. 3). L’acqua nella Bibbia è una simbologia ricorrente per
indicare la vita, la parola di Dio che dà la vita, e Dio stesso, che è
fonte della vita.
Il verbo arag, utilizzato nel Sal 42 per indicare il desiderio di
Dio e dell’acqua, corrisponde al verso che fanno gli animali per
esprimere la sete; letteralmente significa «gemere», «ansimare»; è
come un lamento, come una sorta di grido stridulo che assomi-
glia a una melodia triste. Il «lamento» in questi versetti fa pro-
babilmente riferimento alla devastazione di Gerusalemme, alla
pena dell’esilio, ai ricordi e al desiderio della casa del Signore nel
tempo dell’esilio.
Dopo l’espressione del desiderio di Dio, che è un desiderio di vita,
come la cerva che anela ai corsi d’acqua, il testo del salmo si divide in
due parti (vv. 4-6; 7-12), che si concludono con lo stesso invito dell’o-
rante alla sua anima che si rattrista e si agita «su» di lui, cioè a se stesso:
«Spera in Dio» (vv. 6.12). Inoltre, in tutte e due le parti l’orante-cantore
«ricorda» (vv. 5.7). Nella prima parte (vv. 4-6) il ricordo è bello e pia-
cevole, sebbene sia motivato inizialmente dalla sofferenza14. Il salmista
voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv
25,9-10).
12. Cfr Gl 1,20.
13. Cfr Sal 63,2; 84,3; 143,6; Is 41,17; cfr anche Ger 2,13; 17,13-14.
14. «Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre:
“Dov’è il tuo Dio?”. Questo io ricordo e l’anima mia si strugge: avanzavo tra la folla,
ARTICOLI
descrive la sua situazione personale con una melodia e come una melo-
dia. Mentre esprime il desiderio di Dio con la «melodia» della cerva as-
setata (vv. 2-3), accompagnata dalle lacrime (v. 4a), sente tutto il giorno
(e anche di notte) una domanda, come un ritornello ritmato, come i
colpi di un tamburo in un’orchestra: «Dov’è il tuo Dio?» (v. 4b)15.
Le cose che il salmista ricorda («Questo io ricordo e l’anima
mia si strugge», v. 5), spinto dal desiderio di Dio e dalla domanda
ritmata («Dov’è il tuo Dio?»), in uno struggimento e uno sfogo – o
come «un’oppressione su se stesso»16, che nella «composizione mu-
sicale» può dare il tempo (piuttosto rapido) della melodia –, sono le
canzoni e le musiche del tempio: quando egli passava tra la folla,
«precedendola»17 fino alla casa di Dio, «fra voci di gioia e di ringra-
ziamento di una moltitudine in festa» (v. 5).
226
La melodia creata dagli espedienti poetici produce il ricordo di
veri e propri canti, quelli del tempio18. Il ricordo della musica e dei
canti del tempio fanno sorgere la domanda: «Perché ti rattristi, ani-
ma mia, perché ti agiti in me?» (v. 6a). Questa domanda è formulata
con l’immagine di un altro «suono»: quello dei flutti dell’abisso (in
ebraico, hmm, tradotto nella Bibbia della Cei con «agitare»), che ha
un’assonanza fonetica, oltre che semantica, con il «suono» del ver-
setto precedente (hamon, v. 5).
Al v. 6 l’orante, con una melodia e come una melodia, chiede
alla sua anima, al più intimo di se stesso, come mai – «com’è che»
– si disperi e gema su di lui. L’invito alla speranza («Spera in Dio:
ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio», v. 6b),
è espresso da un termine, yachal, che nella Bibbia viene usato nel
contesto della devastazione di Gerusalemme e dell’esperienza dell’e-
la precedevo fino alla casa di Dio, fra canti di gioia e di lode di una moltitudine in
festa. Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò
lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio» (Sal 42,4-6).
15. Cfr Sal 79,10; 115,2; Gl 2,17; Mi 7,19; Is 63,11.15.
16. Cfr 1 Sam 1,15; 2 Sam 20,15; Is 37,33; Ger 6,6; Ez 4,2.
17. Cfr Is 38,15.
18. Il testo ebraico parla letteralmente di «voci di gioia (qol rina) e di
ringraziamento di una moltitudine in festa» (v. 5b). La LXX e la Vulgata intendono
l’ebraico hamon (tradotto dalla Cei con «moltitudine») come «suono».
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
silio19: letteralmente, è un’attesa20. In una composizione musicale,
questa attesa corrisponderebbe a una pausa. La speranza e l’attesa – e
la pausa nella composizione musicale di questo «canto» – esprimono
la fede e la fiducia dovute alla consapevolezza e al riconoscimento di
poter ringraziare e lodare il Signore.
Alla fine della prima parte, il salmista si chiede perché sia triste,
se con la melodia che produce il ricordo della musica e del canto nel
tempio può ancora lodare il Signore. Il ricordo della musica e dei can-
ti della casa di Dio produce in lui una riflessione sulla sua tristezza,
espressa con il suono evocato dalla terminologia dei flutti del mare, e
un passaggio alla fiducia, indicato con la «pausa» della speranza, che in
questa parte (vv. 4-6) lo riporta alla presenza del Signore.
La ripresa dell’espressione del v. 6 alla fine del salmo («Spera in Dio,
227
perché ancora lo lodo. Salvezza del mio volto e mio Dio», v. 12b) ne
approfondisce il significato: l’orante sa che può sperare nel Signore,
lodarlo e ringraziarlo nella situazione di difficoltà in cui si trova. Per-
ciò dice all’intimo di se stesso: «Perché ti disperi e gemi su di me?» (v.
12a). La melodia per descrivere la tristezza e l’angoscia è associata, per
mezzo di espedienti poetici, alla musica e ai canti del tempio, e con
la preghiera-canto diventa «luogo» di incontro con Dio, ricordo del
tempio, producendo un cambiamento e una nuova situazione di spe-
ranza e di fiducia per la presenza del Signore, come nel tempio.
Canti, musiche e danze nel Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento, le menzioni della danza, della musica
e del canto si comprendono alla luce del significato che hanno
in alcune tradizioni della Bibbia ebraica. La danza può esprime-
re – e provocare – un cambio di situazione, come nel caso di
quella della figlia di Erodiade nella festa voluta da Erode per i
dignitari del suo regno21. Per Giovanni Battista la danza della fi-
glia di Erodiade significò e provocò un cambiamento tragico e la
conclusione della sua esistenza terrena: annuncio profetico di un
19. Cfr Lam 3,21.24.
20. Cfr Gb 32,11.16.
21. Cfr Mc 6,17-29.
ARTICOLI
altro cambiamento, quello della salvezza dei peccatori mediante
la morte espiatrice di Gesù22 .
Danza, musica e canto nel Nuovo Testamento indicano an-
che una mancata accoglienza della gioia del Regno annunciato
da Gesù, perché non viene compreso il capovolgimento che tali
espressioni artistiche possono significare. In un detto attribuito
alla ipotetica fonte Q (abbreviazione del termine tedesco Quelle
= «fonte»), comune – indipendentemente – al Vangelo di Matteo
e a quello di Luca, Gesù paragona le persone della sua genera-
zione a bambini che siedono in piazza (dove si fa il mercato) e
dicono gli uni agli altri: «“Vi abbiamo suonato il flauto e non
avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e
228
non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio
dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e
un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma la sapienza
è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli» (Q [Lc] 7,32-35;
cfr Mt 11,16-19).
Il detto che si riferisce al Battista e alla sua relazione con Gesù23
si compone: 1) di una parabola (o similitudine: v. 31); 2) della spie-
gazione e applicazione della parabola al Battista e a Gesù; 3) di una
conclusione sapienziale.
1) La parabola fa riferimento ai giochi dei bambini nelle piazze,
nelle strade e in luoghi pubblici. In questi giochi, le bambine suo-
nano il flauto e invitano i bambini a eseguire una danza di nozze,
mentre i bambini, da parte loro, piangono e invitano le bambine a
eseguire un lamento funebre.
2) La parabola viene poi applicata a Gesù e al Battista e ai loro
discepoli. Giovanni Battista nel suo ministero invitava al pentimen-
to e alla vita ascetica; Gesù annunciava la gioia del Regno e invitava
a parteciparvi. Come nella parabola, anche nell’applicazione gli in-
viti rimangono inascoltati. Nell’applicazione della parabola, la vita
austera del Battista corrisponde stranamente al suono del flauto, e
non – come ci si aspetterebbe – al lamento. In questo modo il detto
22. Cfr Is 52,13–53,12; Rm 3,23-26.
23. Cfr Lc 7,22-23.24-28; Mt 11,4-6.7-11.
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
di Q pare evidenziare il comportamento capriccioso dei «bambini»,
che non conoscono – non comprendono o non ricordano – il senso
biblico della musica, del canto e della danza e pretendono dai loro
compagni che al lamento corrisponda il pianto, e al suono del flauto
la danza. La Buona Notizia di Gesù si comprende però come un
capovolgimento di situazioni, secondo un significato della danza,
della musica e del canto che si trova in alcune tradizioni bibliche,
come quelle «sapienziali»24.
3) Il detto di Gesù si comprende in riferimento al significato «sa-
pienziale» della musica, del canto e delle danze nella Bibbia ebraica
(Lc 7,35: «Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi
figli»; Mt 11,19b: «Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le
opere che essa compie»). I sapienti, come l’orante-cantore del Sal 42,
229
conoscono il cambio di situazione espresso e prodotto in alcune tra-
dizioni della Bibbia dalla musica, dal canto e dalla danza, perché lo
sperimentano. I «figli (tekna: «figlioletti», «bambini») della Sapienza»
in Lc 7,35 sono i «servi» e i «timorati» di Dio, coloro che conosco-
no la sofferenza, il «capovolgimento» delle situazioni – come viene
espresso, per esempio, nelle beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23)
– e hanno familiarità con il carattere sapienziale del canto, della
musica e delle danze.
Canti, musiche e danze nel Corano e nella letteratura rabbinica
È opinione diffusa che il Corano proibisca la musica (a parte
i tamburelli) e il canto – o per lo meno una certa musica (profa-
na) e un certo canto (sensuale) –, nonostante si possano trovare
alcune importanti testimonianze dell’interesse per la musica sin
dalle origini dell’islam. La proibizione della musica nel Cora-
no è in genere basata sull’interpretazione di alcuni termini (cfr
24. Nel detto di Q probabilmente solo il primo gruppo di bambini è
«capriccioso»: è quello che chiede al secondo gruppo – che rappresenterebbe il
Battista e Gesù – di comportarsi come tutti, cioè di fare festa quando è tempo di
gioire (non come il Battista che conduceva vita austera anche nei tempi di festa), e
di digiunare quando è tempo di lutto (non come Gesù e i suoi discepoli che non
digiunavano). Cfr O. Linton, «The Parable of the Children’s Game», in New
Testament Studies 22 (1975-76) 159-179.
ARTICOLI
Sura 22,1-3; 25,72). Il termine lahw («divertimento», «distrazio-
ne», «piacere», «diversione»), ad esempio, in Sura 31,6, nella «di-
strazione della mente da pensieri seri» includerebbe la musica:
«Tra gli uomini c’è [qualcuno che] mancante di scienza acquista
discorsi piacevoli [oppure: storie ridicole] per distogliere dal cam-
mino di Allah e per burlarsi di lui. Costoro subiranno un castigo
avvilente» (Sura 31,6)25.
Il testo seguente mostrerebbe che il Corano proibisce la musica,
la danza e movimenti come il battere le mani nelle preghiere e nella
liturgia: «E la loro preghiera [dei miscredenti], presso la Casa, non è
altro che fischio e battito di mani: “Gustate dunque il castigo, a causa
della vostra miscredenza”» (Sura 8,35).
230
I SUFI, PROBABILMENTE SIN DALLE ORIGINI
DELL’ISLAM, PRATICANO LA DANZA COME
ESPRESSIONE DI UNIONE CON DIO.
La proibizione della musica, basata su tali interpretazioni del
Corano, è successiva alla nascita dell’islam. Per questo una vasta
bibliografia si occupa della questione se la musica (al-samā‘, lette-
ralmente: «l’ascolto», «l’audizione») e il canto (ghinā’) siano effettiva-
mente permessi o proibiti dal Corano26.
I sufi, d’altra parte, probabilmente sin dalle origini dell’islam,
praticano la danza come espressione di unione con Dio. Per il poeta
mistico di origine persiana Rūmī (Jalāl ad-Dīn Moḥammad Rūmī,
[1207-73], in Turchia conosciuto come Mevlānā, e in Iran e in Af-
ghanistan come Mowlānā), tutto l’universo si muove in una danza
25. Le traduzioni delle Sure del Corano sono nostre. Nella Sura 22,30 («Il
pellegrinaggio»), il termine zur («falsità», «menzogna») indicherebbe espressioni
musicali: «Ecco [ciò che deve essere osservato] e chiunque prende in alta
considerazione le sacre limitazioni di Allah starà meglio presso il suo Signore. Il
bestiame, a eccezione di quello che vi è stato citato, vi è reso lecito. Astenetevi
dall’immondizia degli idoli e astenetevi dalle parole menzognere».
26. Da questa discussione è escluso il canto, o più esattamente la cantillazione,
del corano (qara’a; qirā’a, da qui il termine «Corano»), e la chiamata (cantilenata) alla
preghiera del mu’adhdhin. Tuttavia, anche in questo caso i pareri degli studiosi non
sono concordi.
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
che è iniziata nel momento in cui il Non-Essere udì la voce di Dio
che diceva: «Non sono io il tuo Signore?» (Sura 7,172). Per Rūmī, il
Non-Essere venne all’esistenza danzando.
Per questo la corrente mistica dei sufi conserva il significato di
alcune tradizioni monoteiste del Mediterraneo, comuni alla Bibbia
e al Nuovo Testamento, per le quali la danza, la musica e il canto
esprimono e producono un cambiamento.
La musica potrebbe forse essere proibita (o limitata) dal Corano
(o da interpretazioni di esso) perché nelle tradizioni del Nuovo Te-
stamento e nel cristianesimo essa ha conservato il significato biblico
di un cambio di situazione, per esprimere il senso dell’incarnazione
e della passione e la «giustificazione» dei peccatori per mezzo della
morte espiatrice di Gesù27?
231
Anche alcuni testi della letteratura rabbinica potrebbero con-
tenere menzioni della musica, dei canti e delle danze in riferimen-
to al significato di queste espressioni artistiche nel Nuovo Testa-
mento e come interpretazione alternativa delle tradizioni bibliche.
Nel Midrash al libro delle Lamentazioni (VI secolo d.C.), il Sal
42 è interpretato in maniera letterale, insistendo sul fatto che la
lamentazione – come per Qo 3 – non si confonde con la danza
e non vuole produrre una situazione contraria: «Queste cose [le
parole del salmo: Per il maestro del coro, insegnamento per i figli
di Core… questo ricordo e la mia anima si strugge] sono dette
per la casa di Israele, perché l’assemblea di Israele aveva detto al
Santo, sia Benedetto: Signore dell’Universo, io ricordo la sicurezza
e la pace in cui mi trovavo, e ora si sono allontanate da me, e io
piango, sospiro e dico: “Chi mi restituirà ai giorni antichi quando
c’era il tempio, e tu scendevi in esso dall’alto dei cieli e mettevi la
tua presenza su di me, e le nazioni mi lodavano, e quando chie-
devo pietà per i miei peccati, tu mi rispondevi, e adesso sono nella
vergogna e nell’umiliazione”. E dice ancora dinanzi a lui: Signo-
27. Cfr Rm 3,24-25. Al Convegno «Chiesa, musica, interpreti. Un dialogo
necessario», p. Jordi-Agustí Piqué, nella sua relazione «“Flatus vocis”: il suono della
voce come musica nella liturgia», ha ricordato il divieto degli strumenti musicali
nella liturgia a causa delle pratiche idolatriche associate al suono degli strumenti
musicali in Dn 3,3-4, prima dell’introduzione dell’organo nelle chiese e nella
liturgia cristiana.
ARTICOLI
re dell’Universo, è oppressa la mia anima quando passo sulla tua
casa, ed essa è distrutta e in essa c’è silenzio [letteralmente: «voce
di silenzio», qol demama], e dico: “Il luogo in cui la discendenza
di Abramo ti offriva sacrifici, e i sacerdoti stavano ritti sul podio,
e i leviti lodavano con le arpe, forse che le volpi ballavano lì?” [Le
bestie del campo non facevano ciò che volevano]» (Midrash Rabba
al libro delle Lamentazioni, Petichta 24)28.
La danza delle volpi, menzionata dal Midrash, annuncia forse
la distruzione del tempio e il cambiamento del lamento in gioia in
questo evento drammatico? Per il Midrash, il lamento non lascia
forse posto ad altre interpretazioni e non annuncia cambiamenti di
situazioni? Le volpi sono forse qui un riferimento al significato delle
danze, della musica e dei canti in alcuni testi e pratiche religiose dei
232
cristiani, e al «danno» che producono per il tempio? Questa ipotesi
può avere una certa probabilità, se il Midrash interpreta in questo
senso – come «danno» arrecato al tempio – le volpi di Ct 2,7, e se si
vede nella sete di Gesù sulla croce29, che esprime il desiderio di Dio
e il compimento della parola di Dio30, un riferimento al Sal 4231. La
morte di Gesù, infatti, per alcune tradizioni del Nuovo Testamento
è il compimento delle profezie di un tempio nuovo ed escatologico,
come può indicare lo squarciamento del velo del tempio nei raccon-
ti della passione32.
Conclusione
Il 9 novembre 2019, nell’udienza ai partecipanti al Convegno
«Chiesa, musica, interpreti. Un dialogo necessario», papa Fran-
cesco ha parlato dell’interpretazione del brano musicale come
risultato di un dialogo a tre: l’autore, il brano e l’esecutore. L’in-
terprete musicale, ha detto il Papa, ha molto in comune con lo
28. Traduzione nostra.
29. Cfr Gv 19,28.
30. Cfr Gv 19,30.
31. Cfr Sal 42,2-3.
32. Cfr Mt 27,51; Mc 15,38; Lc 23,45. Si può vedere P. Di Luccio, Il futuro
come mosaico. Saggi sul Tempio di Gerusalemme e sul sacerdozio di Gesù, Trapani, Il
Pozzo di Giacobbe, 2016.
LA MUSICA, IL CANTO E LA DANZA NELLE RELIGIONI DEL MEDITERRANEO
studioso della Bibbia, con il lettore della parola di Dio, con colo-
ro che cercano di interpretare i segni dei tempi, e ancora più in
generale con quanti accolgono e ascoltano l’altro per un dialogo
sincero. Ogni cristiano, infatti, è un interprete della volontà di
Dio nella propria esistenza, e con essa canta con gioia a Dio un
inno di lode e di ringraziamento.
Un aspetto del dialogo necessario tra «Chiesa, musica, inter-
preti» riguarda gli interpreti e le interpretazioni di testi di religioni
monoteiste dell’area del Mediterraneo. Questo dialogo costituisce
una pratica di conoscenza reciproca e di educazione alla convivenza
delle differenze di interpretazioni, lingue, culture e religioni nel
(nuovo) contesto del Mediterraneo, e può essere come una melodia
biblica e contribuire a cambiare un mare che è diventato luogo di
233
conflitto in un luogo di pace, di incontro e di fraternità33. Come
una melodia biblica e sapienziale, questo dialogo – se viene condot-
to con spirito di discernimento – può produrre un cambiamento,
può contribuire a trasformare un luogo di morte in un luogo di
comune «anelito» per la vita.
33. Nel Convegno di Posillipo (Napoli) «La teologia dopo “Veritatis gaudium”
nel contesto del Mediterraneo», il 21 giugno 2019 papa Francesco ha affermato
che gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’ebraismo e
con l’islam, per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità
religiose, e ha invitato a guardare Napoli e il Mediterraneo come un luogo – e
come un laboratorio – per praticare ed elaborare, a partire dalla pratica, una teologia
dell’accoglienza, per edificare una società che apprezzi la diversità e favorisca il
rispetto, la fratellanza e la convivenza (come la musica, che unifica gli opposti e
i diversi). Cfr S. Bongiovanni - S. Tanzarella (eds), Con tutti i naufraghi della
storia. La teologia dopo «Veritatis gaudium» nel contesto del Mediterraneo, Trapani,
Il Pozzo di Giacobbe, 2019, 224; P. Di Luccio - F. Ramírez Fueyo, «Teologia e
rinnovamento degli studi ecclesiastici. Le indicazioni di Francesco nel discorso di
Posillipo», in Civ. Catt. 2019 III 471-481.
ARTICOLI
L’INIZIO DELL’UNIVERSO
E LA QUESTIONE DI DIO
Gabriele Gionti S.I.
La visione dell’universo dall’Antico Testamento a san Tommaso d’Aquino
La visione dell’universo nell’Antico Testamento è notevolmen-
te influenzata dal fatto che il popolo ebraico fu erede della cultu-
234 ra semitica a cui apparteneva. Per questo non possiamo scindere la
visione del cosmo dell’Antico Testamento da quella delle culture
semitiche circostanti.
In tale concezione la terra era piatta. Il cielo, che la sovrastava,
era il luogo «naturale» dove si trovava Dio. Tuttavia esso aveva biso-
gno di fondamenta su cui reggersi, in analogia molto stretta con le
fondamenta delle case degli esseri umani, e su queste fondamenta,
situate ai confini della terra piatta, si elevavano le colonne del cielo.
Sotto queste ultime si trovavano tutte le stelle, il sole, i pianeti e le
nubi che si osservano nel cielo. Sopra il firmamento, e separato da
esso dalle colonne del cielo, si trovava l’acqua. Infatti, ci doveva es-
sere un luogo destinato a contenere le acque che durante la pioggia
si riversavano sulla terra. Al di là poi c’era il cielo dei cieli, e sopra
quest’ultimo si trovava Dio1.
Questa visione non era condivisa dalla cultura greca classica,
nella quale la cosmologia dominante era quella di Aristotele. Il fi-
losofo stagirita, riprendendo anche idee di filosofi naturalisti a lui
precedenti, elaborò la teoria degli elementi naturali. Pensava che
esistessero cinque elementi naturali: terra, acqua, aria, fuoco ed ete-
re (che era un elemento incorruttibile)2.
1. Cfr R. A. Simkins, «Worldview», in D. N. Freedman - A. C. Myers -
A. B. Beck (eds), Eerdmans Dictionary of the Bible, Grand Rapids (Mi), Eerdmans,
2000, 1387-1389.
2. Cfr Aristotele, Il cielo, Milano, Bompiani, 2002.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 234-248 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
I moti, secondo Aristotele, avvengono in modo tale che gli ele-
menti vadano nei loro luoghi naturali: la terra va verso la terra;
l’acqua verso l’acqua, che si trova più in alto della terra; l’aria verso
l’aria, che è più in alto dell’acqua; e il fuoco verso il fuoco, che è più
in alto dell’aria. Ci sono poi i moti «violenti», nei quali gli elementi
possono andare, sotto l’influsso di una forza, verso luoghi non ne-
cessariamente «naturali»: ad esempio, la terra verso l’aria ecc.
Il quinto elemento, l’etere, è un elemento che si trova al di là
della luna, e potrebbe essere chiamato «perfetto», perché non è sog-
getto a generazione e corruzione come gli altri quattro, ma rimane
sempre uguale a se stesso.
La terra è al centro dell’universo, e la luna, suo satellite, gira
intorno ad essa in un’orbita circolare. Gli altri pianeti, compreso
235
il sole, ruotano intorno alla terra in orbite circolari. La terra e gli
altri quattro elementi si trovano sotto il cerchio sublunare, deli-
mitato dall’orbita della luna. Al di sopra c’è il cerchio dell’orbita
di Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno (tutti i pianeti
che si osservavano a occhio nudo). Poi c’è il cerchio delle stelle
fisse, al di là del quale c’è il cerchio del primo motore immobile,
che viene considerato la causa prima di tutti gli altri movimenti,
ma non si muove.
La visione aristotelica dell’universo continuò a essere valida
durante tutto il Medioevo e anche nella cosmologia e teologia di
san Tommaso d’Aquino3. Dante Alighieri ne fu profondamente
influenzato e se ne servì nella Divina Commedia. In questa opera,
infatti, osserviamo che l’Inferno si trova al centro della terra, che
è divisa in due emisferi: quello della terra e quello dell’acqua. Sulla
superficie dell’emisfero della terra sorge la città di Gerusalemme,
mentre diametralmente opposto ad essa, sulla superficie dell’emisfe-
ro dell’acqua, c’è il Purgatorio, e poi il Paradiso terrestre. Di seguito
troviamo i vari cerchi, di cui abbiamo già parlato e che nella Divi-
na Commedia corrispondono ai vari cieli, fino ad arrivare all’ottavo
cielo stellato, al nono cielo cristallino del Primo Mobile, e al cielo
quieto con l’inizio della zona dell’empireo, la rosa dei beati e i nove
cerchi angelici con al centro Dio.
3. Cfr Sum. Theol. I, q. 65; q. 74.
ARTICOLI
Dal sistema aristotelico a quello copernicano
Sebbene questa cosmologia aristotelica fosse ritenuta affidabile,
sorgeva però un problema abbastanza serio, che riguardava il moto
dei pianeti nel cielo. Infatti, osservando i pianeti nei diversi mo-
menti dell’anno, si notava che essi effettuavano, in cielo, un moto
diverso rispetto agli altri corpi celesti.
Il primo a cercare di risolvere tale problema fu il matematico e
astronomo alessandrino Tolomeo, che scrisse l’ Almagesto. Egli rite-
neva che il moto dei pianeti fosse, in realtà, la composizione di due
moti. C’era un cerchio con il centro sul pianeta terra, chiamato «cer-
chio deferente», sul quale ruotava il centro di un secondo cerchio,
chiamato «epiciclo», intorno al quale ruotava il pianeta. La rotazione
236 avveniva nello stesso verso antiorario. La composizione di questi due
moti dava origine al moto retrogrado del pianeta rispetto alla terra.
La figura geometrica di quest’ultimo moto è chiamata «cardioide»4.
In seguito, però, man mano che le osservazioni – che venivano
effettuate ancora a occhio nudo – diventavano sempre più accura-
te, ci si accorse che il modello di Tolomeo non era preciso. Tycho
Brahe, astronomo danese, ne propose una variante, secondo la quale
il sole girava intorno alla terra e gli altri pianeti ruotavano intorno al
sole. Ciò permetteva di spiegare meglio le osservazioni5.
Ma fu Niccolò Copernico, nel suo libro De revolutionibus orbium
coelestium, il primo a proporre nell’Età moderna il sistema eliocentri-
co. Questo sistema fu preso in seria considerazione da Galileo Galilei,
il cui grande merito, in campo astronomico, fu quello di puntare al
cielo il cannocchiale. Ovviamente egli non fu l’inventore di questo
strumento, che era stato scoperto in Olanda, tuttavia lo perfezionò.
Una delle prime cose che Galileo notò fu che sulla superficie
del sole c’erano delle macchie nere, che egli chiamò «macchie so-
lari». La loro posizione a volte cambiava nel corso del tempo, come
pure esse apparivano, sparivano o se ne formavano delle nuove.
Galileo capì che ciò implicava un mutamento della superficie del
4. Cfr «Tolomeo, Claudio», in Treccani Enciclopedia on line ([Link]/
enciclopedia/claudio-tolomeo).
5. Cfr A. Fantoli, Galileo per il copernicanesimo e per la Chiesa, Città del
Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2010, 26-32.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
sole, in contrasto con la visione aristotelica del mondo sopralunare,
costituito dall’etere e immutabile, nel senso che non era soggetto a
generazione e corruzione.
Inoltre, osservando a lungo le macchie solari, Galileo comprese
che il loro movimento sulla superficie solare poteva essere spiegato me-
glio ipotizzando che la terra girasse intorno al sole, e non viceversa. Lo
scienziato studiò anche le fasi del pianeta Venere, che lo confermarono
nell’idea che la teoria dell’etere di Aristotele non poteva essere valida.
Sono rimaste famose le osservazioni di Galileo sul moto dei satel-
liti medicei intorno a Giove. Esse dimostravano che non tutti i corpi
dell’universo dovevano ruotare intorno alla terra. Come prova deci-
siva del moto della terra intorno al sole lo scienziato pisano portò il
fenomeno delle maree, ma, come sappiamo, quella prova era errata.
237
Egli comunque insisteva, e a ragione, nell’affermare che le osservazioni
astronomiche si spiegavano meglio con il sistema eliocentrico.
Com’è noto, Galileo incorse in un processo da parte della Chie-
sa, perché sosteneva il sistema copernicano. Una Commissione isti-
tuita dal tribunale dell’inquisizione giudicò e condannò le tesi del
copernicanesimo nel 1633, e lo scienziato pisano dovette abiurare il
sistema copernicano. La Commissione affermava che Galileo non
forniva la prova definitiva di tale sistema. Questa verrà data molto
tempo dopo, nel 1833, con la misura della parallasse delle stelle vi-
cine da parte dell’astronomo tedesco Bessel. Infatti, se ipotizziamo
che è la terra a girare intorno al sole, allora una stessa stella dovrebbe
essere vista, in due momenti diversi dell’anno, da un osservatore
sulla terra, a un angolo diverso. Questo angolo è tanto più grande
quanto più la stella è vicina alla terra. Ma, poiché le stelle sono mol-
to distanti dalla terra, anche quelle più vicine hanno un angolo di
parallasse molto piccolo e difficile da misurare (questo è il motivo
per cui sono chiamate «stelle fisse», in quanto sembra che stiano
sempre nello stesso posto)6.
Prima ancora della prova sperimentale definitiva della rotazio-
ne della terra intorno al sole, Isaac Newton aveva formulato i tre
princìpi della dinamica della fisica classica e la legge di gravitazione
universale, che gli permisero di comprendere che, per ragioni fisi-
6. Cfr ivi, 107-233.
ARTICOLI
che, era la terra a girare intorno al sole. Inoltre egli riuscì a calcolare
l’orbita della terra intorno al sole e a confermare che era una ellisse,
come Keplero aveva dedotto dalle osservazioni di Brahe.
Newton ebbe anche il merito di essere stato il primo a dimostra-
re che la forza di gravitazione, chiamata «forza centrale», dà origine
a traiettorie che sono sempre, come si dice in linguaggio geome-
trico, delle «coniche», cioè le loro orbite possono essere o ellissi o
parabole o iperboli. I pianeti, ad esempio, descrivono sempre delle
ellissi, come aveva già affermato Keplero7. L’universo newtoniano è
dunque un universo in cui il sole è al centro, i pianeti ruotano in-
torno ad esso su orbite ellittiche, e le stelle sono fisse e raggruppate
in costellazioni.
Successivamente Kant e Laplace elaborarono una teoria sulla
238
nascita e l’evoluzione del sistema solare da una nebulosa originaria.
In questa visione l’universo, anche se si pensava che fosse formato
da stelle, veniva considerato statico: potevano avvenire movimenti
locali delle stelle, ma l’universo nel suo insieme non si espandeva,
rimaneva fermo8.
La nascita della cosmologia moderna può essere fatta risalire
all’astronomo tedesco Olbers, il quale immaginò un universo in-
finito, infinitamente vecchio e con un numero infinito di stelle.
Supponiamo di essere astronomi prima del XX secolo, e poniamoci
la domanda su quante stelle riusciamo a vedere. Se veramente l’u-
niverso è statico e infinitamente vecchio, allora la notte dovrebbe
essere chiara. Olbers fece un semplice calcolo nel quale ipotizzò che
il flusso di luce di una stella a distanza R da un osservatore fosse in-
versamente proporzionale al quadrato della distanza. Considerando
costante la densità delle stelle e calcolando la luminosità totale, si
arriva a una formula in cui la luminosità diverge, e quindi la notte
dovrebbe essere chiara, mentre in realtà è scura.
Olbers propose una soluzione a questo paradosso, nel caso di un
universo statico: affermò che non possiamo vedere le stelle lontane,
perché la loro luce non è ancora giunta a noi. In altre parole, secon-
do lui esisteva un orizzonte oltre il quale non si potevano vedere
7. Cfr D. E. Roller - R. Blum, Fisica, Bologna, Zanichelli, 1984, 277-299.
8. Cfr L. Gratton, Cosmologia, ivi, 1987, 139-143.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
le stelle, mentre la loro luce, all’interno di tale orizzonte, riusciva a
raggiungerci. Mentre la nostra distanza dall’orizzonte aumentava,
il raggio dell’orizzonte cresceva nel tempo9.
La relatività generale e la nascita della cosmologia relativistica
La spiegazione definitiva del paradosso di Olbers verrà data solo
dopo la scoperta della teoria della relatività generale e della cosmo-
logia relativistica. Albert Einstein è a ragione considerato lo scien-
ziato che, più di tutti gli altri, ha dato contributi fondamentali alla
fisica del XX secolo. Egli ha cercato di formulare una teoria della
gravità che fosse una teoria di campo e in cui non fosse presente
un’azione a distanza, come nella teoria di Newton. Per Einstein, un
239
corpo massivo sente «immediatamente» la presenza di un altro cor-
po, e si può dire che questo sistema implica una propagazione con
una velocità infinita delle perturbazioni gravitazionali.
Ovviamente Einstein conosceva bene l’elettromagnetismo di
Maxwell e si chiedeva come si potesse descrivere la gravità non
come un’azione a distanza, ma come un campo le cui perturbazioni
si propagano con la velocità della luce. Per rispondere a questa do-
manda, gli occorsero 10 anni dalla scoperta della relatività speciale,
e infine, nel 1915, giunse alla formulazione della relatività generale.
Questa teoria rappresenta, nella storia della fisica, l’inizio di un con-
nubio tra teorie fisiche e teorie matematiche complesse. Infatti, la
relatività generale non esisterebbe senza la geometria riemanniana,
o meglio senza la geometria lorentziana.
La teoria della relatività generale si basa su due postulati fon-
damentali. Il primo è che la massa gravitazionale di ogni corpo è
uguale alla sua massa inerziale, cioè il valore numerico della massa
per cui due corpi si attraggono è uguale a quello della massa iner-
ziale, che indica come un corpo si oppone al movimento. Il secondo
postulato è il principio di covarianza, secondo il quale le leggi della
fisica sono le stesse, quindi covarianti, in ogni sistema di riferimen-
to. In particolare, in questa teoria vengono inclusi i sistemi di riferi-
9. Cfr S. Weinberg, Gravitation and Cosmology, New York, John Wiley and
Son, 1972, 611-613.
ARTICOLI
mento non-inerziali, cioè quelli che hanno un’accelerazione relativa
l’uno rispetto all’altro.
Nella teoria della relatività speciale si prendono in considera-
zione sistemi di riferimento che hanno solo una velocità relativa
costante l’uno rispetto all’altro. In questo modo lo spazio-tempo
diventa un’entità fisica, che non è più un elemento indifferente ai
fenomeni fisici, ma viene modificato dalla presenza di corpi massivi
o dalla presenza di energia e acquista una curvatura. Così la gravità
non è più una forza a distanza, ma diventa una teoria di campo10.
Ciò significa che, se ho un corpo di massa m1 e perturbo la sua posi-
zione, un altro corpo di massa m2 avvertirà lo spostamento (pertur-
bazione) della posizione di m1 non immediatamente, ma dopo un
tempo uguale a quello che impiega la luce a percorrere la distanza
240
che separa i corpi m1 e m2.
Una conseguenza di tutto ciò è che, se il raggio di luce che è
emesso da una stella lontana per giungere a noi si trova a passare
vicino al sole, viene deviato dalla curvatura generata dalla massa del
sole, cosicché la sua posizione apparente rispetto a un osservatore
sulla terra non coincide con la sua posizione effettiva.
Subito dopo la pubblicazione della teoria della relatività generale,
molti fisici e matematici cercarono di ricavare soluzioni esatte dalle
equazioni a cui essa dava origine. Friedmann, Lemaitre, Robertson
e Walker (FLRW), indipendentemente tra loro, trovarono che, se
si ipotizza che la distribuzione di materia nell’universo è omogenea
e isotropa, su larga scala, le soluzioni delle equazioni della relativi-
tà generale prevedono un universo che è, nella parte spaziale, una
superficie (tridimensionale) di una sfera quadridimensionale, il cui
raggio rappresenta il tempo. Questa sfera si espande, e quindi l’u-
niverso si espande nel tempo. Per dirlo con un’analogia, lo spazio
tridimensionale si comporta come se fosse una superficie sferica bi-
dimensionale sulla quale si trovano tutte le galassie e gli elementi in
genere dell’universo. Come un palloncino da fiera, questa sfera si
espande, per cui la distanza fra le galassie aumenta nel tempo.
Questa soluzione non piaceva a Einstein, che la bollò come
‹‹abominevole». Per questo egli modificò le equazioni della relatività
10. Cfr ivi, 67-70; 91-93.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
generale, introducendo una costante, chiamata «costante cosmo-
logica», che forniva come soluzione un universo statico, che non
si espandeva. Tuttavia, la misura della recessione delle galassie di
Hubble e, prima ancora, lo spostamento verso il rosso (Redshift)
delle righe spettrali delle stelle dimostravano che effettivamente l’u-
niverso si espandeva. Quando si rese conto di ciò, Einstein dichiarò
di aver commesso il più grande errore della sua vita11.
Ma se l’universo si espande, allora, andando indietro nel tempo,
ci deve essere stata un’epoca primordiale in cui esso era molto pic-
colo. Da qui nacque l’idea del sacerdote e cosmologo belga Geor
ges Lemaître, il quale ipotizzò che all’inizio l’universo fosse delle
dimensioni di un atomo (che lui chiamò «atomo originario»), e che
quindi le leggi che governavano tale universo-atomo originario
241
erano quelle della meccanica quantistica.
Lemaître ebbe anche il merito di aver dedotto dal modello co-
smologico FLRW, per via puramente teorica, prima della misura di
Hubble, l’esistenza di una recessione delle galassie. Tuttavia, poiché
non esistevano ancora misure accurate di tale fenomeno, pubblicò il
suo articolo in una rivista in francese poco conosciuta, per cui andò
a Hubble il merito della famosa legge che porta il suo nome12.
Questa visione dell’evoluzione dell’universo destava molti so-
spetti in numerosi scienziati, che notavano una vicinanza stretta
con l’episodio biblico della creazione nel libro della Genesi. Per
prendersi gioco della teoria di Lemaître, Fred Hoyle, astrofisico in-
glese, chiamò questa teoria «Big Bang». Egli elaborò una sua teoria
detta «universo stazionario» (Steady State Universe), in cui l’universo
si espandeva mantenendo una densità di energia-materia costante,
in modo tale che esso fosse privo di inizio e di fine; occorreva però
ipotizzare una produzione continua di materia-energia13.
11. Cfr ivi, 407-458.
12. Cfr D. Lambert, The Atom of the Universe, Kraków, Copernicus Center
Press, 2016, 121-145. Due anni fa l’Unione internazionale di astronomia (Iau) ha
riconosciuto il merito di Lemaître e ha stabilito che la «legge di Hubble» si può
chiamare «legge di Hubble-Lemaître». Cfr E. Gibney, «Belgian priest recognized
in Hubble-law name change», in Nature on line ([Link]/articles/d41586-
018-07234-y), 30 ottobre 2018.
13. Cfr S. Weinberg, Gravitation and Cosmology, cit., 459-464.
ARTICOLI
Questi due modelli di universo rimasero in competizione tra
loro per diversi anni, finché, il 22 novembre 1951, Pio XII – che
certamente è stato uno dei pontefici più attenti alle questioni scien-
tifiche – pronunciò, all’Accademia pontificia delle Scienze, un
discorso, intitolato «Un’Ora»14, nel quale lasciava intendere che il
modello cosmologico del Big Bang confermava il racconto della
creazione del mondo nel libro della Genesi.
In questo discorso, di chiara impostazione neotomista, il Papa
ripropose le vie dell’esistenza di Dio di san Tommaso d’Aquino,
soprattutto la prima e la quinta, basate, rispettivamente, sulla mu-
tabilità e sulla finalità. Seguendo il filone neotomista, portò a soste-
gno della mutabilità i processi di cambiamento che si osservavano
in natura, e a sostegno della finalità portò il secondo principio della
242
termodinamica, secondo il quale nei processi in natura l’entropia di
un sistema fisico chiuso aumenta sempre. Questa impostazione teo-
logica, nella quale teorie scientifiche venivano usate per confermare
posizioni teologiche, fu più tardi ribattezzata «concordismo».
Lemaître si sentì chiamato in causa da questo discorso, perché in
passato era stato già velatamente sospettato di concordismo. Inoltre, si
presentava allora un problema, perché l’anno successivo si sarebbe do-
vuta svolgere a Roma la riunione dell’Unione internazionale di astro-
nomia (Iau), e Pio XII era stato invitato a tenere il discorso inaugurale.
Pertanto Lemaître partì dal Sud Africa, dove si trovava, per recarsi a
Roma, dove, con la mediazione del gesuita p. O’Connell, allora diret-
tore della Specola Vaticana, incontrò Pio XII. Ovviamente non cono-
sciamo il contenuto del colloquio tra il Papa e Lemaître. Fatto sta che
Pio XII il 7 settembre 1952 tenne il discorso inaugurale alla Iau, ma
non fece alcun cenno al concordismo15.
Dal canto suo, Lemaître continuò a mantenere sempre distinti il
piano teologico e quello scientifico, come due piani paralleli che non
si intersecano o, meglio, come due saperi indipendenti.
Nel 1965 due scienziati dei Bell Laboratories, Penzias e Wilson,
grazie a una grande antenna costruita per misure di astrofisica, rile-
14. Cfr Pio XII, Un’ Ora, in [Link]
15. Cfr J. Turek, «Georges Lemaître and the Pontifical Academy of Sciences»,
in Vatican Observatory Publications 13 (1989/2) 167-175.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
varono una radiazione uniforme in tutte le direzioni con una tem-
peratura di circa 3 gradi Kelvin. Questa radiazione, oggi conosciuta
con il nome di «Fondo cosmico di microonde» (Cmb), rappresenta
la prima luce emessa dall’universo 400.000 anni dopo il Big Bang,
e può essere spiegata solo con la teoria del Big Bang, e non con
quella dell’«universo stazionario»16.
LA COMUNITÀ SCIENTIFICA È CONCORDE NEL DIRE
CHE L’UNIVERSO È NATO 13,83 MILIARDI DI ANNI FA
CON UN EVENTO CHE CHIAMIAMO «BIG BANG».
Oggi la comunità scientifica è concorde nell’affermare che l’u-
243
niverso in cui viviamo è nato 13,83 miliardi di anni fa, da una
fase molto calda, con un evento cosmologico che chiamiamo «Big
Bang». Nel momento iniziale, chiamato «singolarità», le equazioni
di Newton non sono più valide. Subito dopo, l’universo ha subìto
una grande espansione, molto maggiore di quella con cui si espande
adesso: un’espansione esponenziale, nota come «inflazione».
Circa 400.000 anni dopo il Big Bang, l’universo ha emesso la sua
prima luce, e poi, a poco a poco, si sono formate tutte le strutture. Nel
1998 lo studio dello spostamento verso il rosso (Redshift) dello spet-
tro della luce proveniente da supernove di tipo IA ha dimostrato che
l’universo non soltanto si espande, ma addirittura accelera. Ora, se la
forza responsabile di tale espansione è la sola gravità, allora l’universo
dovrebbe espandersi decelerando. Se invece accelera, vuol dire che è in
azione una forza opposta alla gravità, una sorta di anti-gravità.
Per spiegare tale accelerazione, si è ripresa la costante cosmo-
logica che Einstein aveva introdotto nelle sue equazioni e si è for-
mulata l’ipotesi dell’esistenza di un’energia non visibile, chiamata
«energia oscura» (Dark Energy). In questo modo si ottiene un siste-
ma che spiega un’espansione accelerata dell’universo17.
La natura della Dark Energy non è ancora chiara, e inoltre essa
non è stata ancora osservata direttamente. Dalle ultime misure
16. Cfr S. Weinberg, Gravitation and Cosmology, cit., 511.
17. Cfr Id., Cosmology, Oxford (UK), Oxford University Press, 2008, 1-100.
ARTICOLI
fornite dal satellite Planck l’«energia oscura» dovrebbe costituire il
68,3% di tutta l’energia-materia dell’universo18. A questo elemento
«esotico» dal punto di vista delle osservazioni si aggiunge anche la
«materia oscura». Infatti, le curve di rotazione delle galassie a spirale
presentano un grafico della velocità radiale in funzione della distan-
za dal centro della galassia che non coincide con il grafico teorico,
il che può essere spiegato con la presenza all’interno della galassia di
una materia non convenzionale, che viene chiamata «materia oscu-
ra» (Dark Matter). Quest’ultima è il 26,8% della materia-energia to-
tale dell’universo, mentre la materia-energia osservata nell’universo
è solo il 4,9%. Si comprende quindi che questo modello dell’univer-
so, chiamato ΛCDM (Λ è la costante cosmologica e fa riferimento
all’energia oscura; CDM sta per Cold Dark Matter, cioè «materia
244
oscura fredda», non di alta energia), presenta molti aspetti che costi-
tuiscono ancora un argomento di ricerca e che non ci permettono
di affermare che è stato raggiunto un modello definitivo19.
La gravità quantistica e alcune questioni tra scienza e fede
Ora vogliamo addentrarci nella «gravità quantistica» del no-
stro universo, quella che Lemaître aveva chiamato «atomo pri-
mitivo», perché ha dato origine a molti dibattiti su questioni di
scienza e fede.
Come viene di solito classificata, la gravità quantistica è una fase del
nostro universo che va dall’istante iniziale di esso al tempo di Planck,
che è di circa 10-43 s. È un intervallo di tempo molto piccolo, in cui
le equazioni di Einstein, di cui abbiamo parlato sopra, perdono di si-
gnificato predittivo. Pertanto abbiamo bisogno di una nuova teoria
che unisca due mondi della fisica che sembrano inconciliabili: la mec-
canica quantistica, che fornisce le leggi fisiche per il comportamento
delle particelle a livello atomico e subatomico, e la relatività generale
di Einstein, che descrive il comportamento dei corpi su scale molto
grandi, al di là delle scale galattiche. Questa teoria, che «dovrebbe»
18. Cfr Planck Collaboration, «Planck 2015 results XIII. Cosmological
Parameters», in 2016a Astronomy & Astrophysics, 594 A13.
19. Cfr Id., «Planck 2015 results XIV. Dark Energy and Modified Gravity»,
ivi, 594 A14.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
– il condizionale qui è d’obbligo, dal momento che non disponiamo
ancora di una teoria definitiva – unire relatività generale e meccanica
quantistica si chiama, appunto, «gravità quantistica».
Uno dei primi approcci a tale teoria è il cosiddetto «approccio
canonico», che fondamentalmente consiste nel tentativo di scrive-
re un’equazione per la funzione d’onda che dovrebbe indicare l’in-
tero universo primordiale. Questa equazione è detta di Wheeler-
DeWitt20 ed è priva della variabile «tempo», per cui si dice che la
funzione d’onda dell’universo primordiale è atemporale. Questo ha
generato molta confusione; tuttavia, si deve notare che un parame-
tro di evoluzione è comunque necessario per descrivere l’evoluzione
dell’universo: per esempio, in alcuni casi, dato che l’universo co-
munque si espande, si usa il volume dell’universo come parametro
245
di evoluzione.
Hartle e Hawking hanno elaborato una soluzione per l’equazio-
ne di Wheeler-DeWitt che va sotto il nome di «proposta Hartle-
Hawking». È una soluzione abbastanza complessa dal punto di vista
matematico, che si propone di eliminare il problema della «singo-
larità» iniziale. Il modello Hartle-Hawking suggerisce una sorta di
transizione di fase, al tempo di Planck, dal regime lorentziano al re-
gime riemanniano. Così, sotto il tempo di Planck, ci sono superfici
compatte che non hanno alcuna singolarità, e quindi nessun punto
privilegiato. Per questo, come ha ripetuto Hawking in conferenze
pubbliche e in diversi suoi scritti, non esiste un inizio e non c’è biso-
gno di un Dio che agisca come «causa prima» che avvii il processo
attraverso il quale l’universo si evolve. Hartle e Hawking sosten-
gono che, sotto il tempo di Planck, il tempo sia immaginario e si
comporti quindi come le altre coordinate spaziali. La transizione di
fase al tempo di Planck fa passare dal tempo immaginario a quello
fisico di vera evoluzione. Tale «fase riemanniana» dell’universo, che
va dall’istante iniziale dell’universo al tempo di Planck, è lo «stato di
vuoto» del modello Hartle-Hawking.
20. Una spiegazione esauriente dell’universo primordiale si può trovare in E.
W. Kolb - M. S. Turner, The Early Universe, New York, Addison - Wesley, 1994,
447-464.
ARTICOLI
Hawking sostiene che lo stato di vuoto sia il nihil della dottrina
della creatio ex nihilo, e che il tempo immaginario sotto il tempo
di Planck spiegherebbe l’assenza di tempo «richiesta» dalla creatio ex
nihilo. Come ha fatto notare il gesuita William Stoeger21, qui vengo-
no fatte forzature eccessive da Hawking. Il nihil di cui si parla nella
succitata dottrina significa che non esiste veramente nulla, nemmeno
le leggi fisiche, mentre in realtà in questo vuoto quantistico esistono
sia una energia sia leggi fisiche che regolano i fenomeni. Inoltre, af-
fermare che il tempo non esiste nella regione sub-planckiana, perché
il tempo è immaginario, è parimenti eccessivo.
IL PROBLEMA È CHE IL BIG BANG E LA «SINGOLARITÀ»
246
RIMANDANO A UN EVENTO ORIGINARIO DI CUI NON
SI CONOSCE LA CAUSA.
Il problema è che il Big Bang e la «singolarità» rimandano a un
evento originario di cui non si conosce la causa, e gli scienziati te-
mono che questa causa debba essere un Dio che come un demiurgo
dà origine all’universo e poi scompare, come in una sorta di deismo.
Per questo Hawking ha sentito la necessità di sviluppare un model-
lo di gravità quantistica che è completamente autonomo e non ha
bisogno di ricorrere a una causa originaria: cioè, secondo lui, si può
fare a meno di Dio.
Tuttavia qui ci sono due punti da chiarire. Il primo è che il mo-
dello Hartle-Hawking non è la soluzione fondamentale alla gravità
quantistica, ma una possibile soluzione, di cui non si sa nemmeno
se si sia verificata in natura22. Il secondo è che pensare che si debba
ricorrere a un Dio-demiurgo per spiegare una causa prima che non
si sa chiarire altrimenti è un errore filosofico. Cartesio ne fece uno
analogo quando ricorse all’esistenza di un Dio buono per essere si-
curo che nessuno l’avesse ingannato nel momento in cui costruiva
21. Cfr W. R. Stoeger, «La Cosmologia del Big Bang è in conflitto con la
creazione divina?», in G. Consolmagno (ed.), L’infinitamente grande. L’astronomia e
il Vaticano, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2009, 174-181.
22. Cfr ivi.
L’INIZIO DELL’UNIVERSO E LA QUESTIONE DI DIO
il suo sistema filosofico. Questo Dio a cui si ricorre quando non si
sa spiegare qualcosa è chiamato «Dio-tappabuchi» (God of the gaps).
Ma questo non è un modo corretto di ragionare in teologia.
Infatti, se un giorno si scoprisse che esiste una fase dell’universo
prima del Big Bang – e già esistono teorie di pre-Big Bang –, al-
lora questo Dio-demiurgo non sarebbe più utile, perché la scienza
avrebbe spiegato che c’è qualcosa prima del Big Bang, e quindi Dio
non esisterebbe.
Tuttavia il problema dell’inizio dell’universo continua a esse-
re presente nella mente di molti scienziati, perché è considerato
come una «causa prima» che ha bisogno di un ricorso a un Dio-
demiurgo, soprattutto perché questo inizio viene confuso con il
termine «creazione».
247
Il concetto cristiano di creazione è, invece, completamente di-
verso da quello del Dio-demiurgo degli scienziati. Dio crea innan-
zitutto a partire da uno stato dove prima non c’era veramente nulla
(creatio ex nihilo): né un’energia iniziale né le leggi fisiche. Anzi, egli
crea sia l’energia sia le leggi fisiche dal nulla e le mantiene nell’esi-
stenza, sostiene la sua stessa creazione (creatio continua). La creazione
è poi una «relazione», come diceva san Tommaso d’Aquino – crea-
tio est relatio23 –, tra il Padre e il Figlio, che è il «Logos» attraverso
il quale il Padre crea il mondo e grazie al quale la creazione ha
una struttura «logica». Questa relazione tra il Padre e il Figlio è
una relazione di Amore, cioè lo Spirito Santo, la terza Persona della
Trinità. Abbiamo così la creatio ex amore24, per cui nella creazione
ritroviamo le tracce dell’Amore di Dio. Quindi, la creazione ha una
struttura sostanzialmente trinitaria25.
Conclusione
Abbiamo brevemente ripercorso lo sviluppo della cosmologia
dall’Antico Testamento fino ai giorni nostri. È interessante notare
come siamo passati, a poco a poco, da una visione in cui Dio era
23. Cfr Sum. Theol. I, q. 45, a. 3.
24. Cfr S. J. Youngs, «Creatio Ex Amore Dei: Creation out of Nothing and
God’s Relational Nature», in The Asbury Journal 69 (2014/2) 165-186.
25. Cfr P. Gamberini, Un Dio relazione, Roma, Città Nuova, 2007, 148-163.
ARTICOLI
parte del sistema cosmologico a una visione in cui, con la scienza
moderna del modello induttivo sperimentale di Galileo, Dio non è
più parte del modello cosmologico.
Oggi abbiamo un modello cosmologico che funziona abba-
stanza bene per quanto riguarda l’accordo con i dati osservativi;
tuttavia, come abbiamo visto, è necessario ricorrere a «elementi» ad
hoc, come la materia oscura e l’energia oscura, per spiegare alcuni
fenomeni sconosciuti. In questo senso si potrebbe pensare, con tutte
le riserve e le cautele del caso, che ci potrebbe essere un’analogia
tra la teoria degli epicicli del sistema geocentrico di Tolomeo, in-
ventata per spiegare il moto dei pianeti, e le ipotesi della materia ed
energia oscura, introdotte per adattare il modello cosmologico a
fenomeni altrimenti inspiegabili. In altre parole, si deve affermare
248
che, nonostante tutti i progressi che sono stati fatti nella scienza, e
in particolare nella cosmologia attuale, certamente va sfatato il mito
di una scienza «precisissima», senza alcuna ombra. La verità invece
è che anche i modelli scientifici di cui siamo oggi in possesso e di
cui ci serviamo per descrivere la natura hanno dei limiti, e quindi
non possiedono affatto quel carattere di infallibilità che un nuovo
«scientismo» dogmatico vorrebbe attribuire ad essi.
Fin dall’antichità è esistito uno stretto connubio tra cosmologia
e religione. Nelle antiche culture, a partire dall’armonia e dall’or-
dine esistente nell’universo visibile – che allora era semplicemente
il cielo stellato –, si è sempre cercato di ipotizzare l’esistenza di un
Dio «architetto». Ricordiamo le cosiddette «prove cosmologiche»,
garanti di tale armonia. Tuttavia i contrasti antichi – ad esempio,
il «caso Galileo» e la successiva frattura tra scienza e teologia – ci
inducono a pensare che, seguendo Lemaître, il giusto approccio sia
quello della separazione fra il piano teologico e quello scientifico.
Ciò però non impedisce a qualcuno di vedere nell’armonia e nell’or-
dine dell’universo una bellezza che rispecchia l’impronta del Crea-
tore e l’Amore con cui Egli ha creato e intessuto l’universo. Tuttavia
questa non è una prova dell’esistenza di Dio, ma piuttosto una con-
statazione a posteriori, valida soltanto per chi è credente.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI
E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
Giovanni Sale S.I.
La grande paura
Il 3 gennaio 2020, all’1,20 di notte, ora locale, tre missili sgan-
ciati da un drone statunitense (MQ-9 Reaper) hanno colpito, con
precisione «chirurgica», due automobili che si muovevano dall’ae- 249
roporto di Baghdad verso il centro della città, uccidendo sul colpo
tutti i viaggiatori. Nella prima auto c’era una delle personalità più
importanti e carismatiche dell’Iran, Qassem Soleimani, generale dei
Guardiani della rivoluzione e comandante della forza Quds (Ge-
rusalemme), l’unità responsabile delle operazioni speciali all’estero
volute dalla Guida Suprema. Questi era il vero obiettivo del blitz,
voluto e ordinato direttamente dal presidente Donald Trump. In-
sieme a Soleimani sono state colpite altre cinque persone, tra cui
Abu Mahdi Muhandis, vicecomandante della milizia irachena Ka-
ta’ib Hezbollah, che pochi giorni prima aveva organizzato l’assalto
all’ambasciata americana a Baghdad1. Dopo questo blitz fulmineo
e micidiale, per giorni si è vissuta la «grande paura» – come è stato
scritto in alcuni giornali – di un nuovo conflitto in Medio Oriente,
più grave e pericoloso di quello siriano, non ancora concluso.
Cinque giorni dopo l’uccisione del generale iraniano, nella not-
te tra il 7 e l’8 gennaio, l’Iran, come risposta «proporzionata» al blitz
statunitense, ha lanciato 22 missili di nuova generazione contro due
basi irachene ad al-Asad (la postazione militare più grande del Pae
1. G. Packer, «Et maintenant? Le pire est à venir», in Courier international, 9
gennaio 2020, 14. Il giorno dopo la Guida Suprema nominava il nuovo successore
del generale ucciso nella persona del suo vice, Ismail Ghani, dando così al mondo
un segnale di forza e di continuità con l’azione di Soleimani. Cfr G. Olimpio, «Il
successore», in Corriere della Sera, 5 gennaio 2020.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 249-262 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
FOCUS
se) e a Erbil (capitale del Kurdistan), che ospitano soldati statuni-
tensi. Nella base di Erbil erano presenti anche 400 soldati italiani,
che durante l’operazione hanno trovato riparo nei bunker. Nel raid,
secondo le fonti americane, non sono stati colpiti soldati statunitensi
e neppure soldati di altre nazionalità2.
Dopo questo fatto è iniziata, da ambedue le parti in lotta, la cosid-
detta de-escalation della crisi, richiesta e auspicata da quasi tutte le can-
cellerie del mondo. Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha te-
nuto a precisare che l’attacco, condotto e terminato nella notte, era «una
misura proporzionata di legittima difesa nel rispetto dell’articolo 51 della
Carta delle Nazioni Unite», e ha affermato che il suo Paese «non vuole
la guerra con gli Usa», ma soltanto «difendersi da ogni aggressione»3.
Trump, pur utilizzando un tono bellicoso e trionfalistico («L’Iran
250
sta indietreggiando, una cosa buona per tutti»), ha finito per offrire
un apparente ramo d’olivo alla controparte: «Dobbiamo raggiunge-
re – ha detto in una conferenza stampa – un accordo che permetta
agli iraniani di crescere e progredire. Siamo pronti alla pace, con
chiunque la cerchi»4. A queste parole, però, sono seguite minacce di
nuove sanzioni economiche, che nei giorni successivi sono state di
fatto puntualmente annunciate, al fine di costringere l’Iran a «diven-
tare uno Stato come gli altri», cioè rispettoso della legalità interna-
zionale. Di fatto, esse hanno lo scopo di piegare il governo di Tehe-
ran, costringendolo a rinegoziare un nuovo accordo sul nucleare
secondo le esigenze di Washington.
Dopo questi fatti, la crisi Usa-Iran è entrata in una fase nuova.
La situazione continua ancora a essere molto delicata, ma il peggio,
cioè il pericolo di una nuova guerra in Medio Oriente, sembra essere
stato scongiurato.
Rimane da verificare se da parte iraniana le azioni contro gli Stati
Uniti siano davvero sospese a tempo indeterminato, comprese possi-
2. La propaganda iraniana ha parlato di 80 morti – tra cui molti statunitensi
– durante il raid. La notizia, divulgata dai media iraniani, aveva finalità di propa-
ganda interna ed era falsa. Una decina di militari sono invece stati curati per sintomi
causati dai bombardamenti.
3. A. Lombardi, «Trump offre la pace all’Iran dopo i missili sulle basi Usa»,
in la Repubblica, 9 gennaio 2020. Cfr A. Samrani, «La risposta dell’Iran è soprat-
tutto simbolica», in Internazionale, 10 gennaio 2020, 16.
4. Ivi.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
bili offensive cibernetiche o assalti da parte delle tante milizie sostenu-
te dall’Iran nella regione, che potrebbero prendere di mira alleati degli
Usa, come l’Arabia Saudita o Israele. Infatti, non va dimenticato che
sia la Guida Suprema Ali Khamenei, sia il presidente Hassan Rouhani
hanno più volte dichiarato che l’obiettivo principale dell’Iran è quello
di «cacciare» gli americani dal Medio Oriente, e in particolare dall’I-
raq. Per Teheran, questo è un «obiettivo strategico», che potrà essere
raggiunto anche nel lungo periodo.
Detto questo, ci sembra opportuno vedere più da vicino le mo-
tivazioni di carattere politico e militare che hanno spinto gli statu-
nitensi al blitz che il 3 gennaio ha fatto tremare il mondo. È stato
un atto improvvisato, estemporaneo, o «un guizzo emozionale»5 del
presidente Trump? Oppure è stato il frutto di una crisi già in atto da
251
tempo tra Washington e Teheran? Come si vedrà, non è facile ri-
spondere in modo univoco alle domande che nelle ultime settimane
molti analisti si sono posti.
Soleimani: lo stratega della politica estera iraniana in Medio Oriente
Ma chi era Qassem Soleimani? Secondo il politologo Pierre Ha-
ski, il generale era una sorta di Che Guevara iraniano, una figura
mitica della rivoluzione islamica, divenuta, a partire dagli anni No-
vanta, «l’incarnazione del fervore e del messianismo della rivolu-
zione, anche oltre le frontiere dell’Iran»6. Di fatto, ai suoi funerali
hanno partecipato milioni di iraniani, e nella calca sono rimaste
uccise più di 50 persone.
Soleimani era nato nel 1957 nella provincia di Karmand. Fi-
glio di contadini, a 14 anni lasciò la famiglia per lavorare come
muratore. Nel 1978 si unì ai rivoluzionari (islamici) komeinisti
e negli anni della guerra tra Iran e Iraq (1980-88) fece parte
della schiera dei giovani soldati che, senza alcuna paura e spes-
so all’arma bianca, attaccavano l’equipaggiato esercito iracheno,
5. D. Fabbri, «Gli Usa si sono presi un rischio enorme, ora sperano nella
razionalità iraniana» ([Link]/perché-usa-hanno-ucciso-soleimani-
reazione-iran/116042).
6. P. Haski, «L’Iraq in crisi dopo l’assassinio di Soleimani» ([Link].
it/opinione/pierre/hashi/2020/01/06/ iraq-crisi-soleimani-iran-trump).
FOCUS
sfidando la morte e aspirando al martirio. Successivamente entrò
nelle unità dei Pasdaran e fece parte dell’unità di forza Quds di-
venendone il capo.
Soleimani è stato l’architetto di importanti azioni militari di intel-
ligence dell’Iran negli ultimi tre decenni. Si è adoperato in tutti i modi
– sia dal punto di vista militare sia da quello politico – per accrescere
l’influenza di Teheran nel Medio Oriente (a detrimento delle potenze
regionali sunnite, come ad esempio l’Arabia Saudita), soprattutto nei
Paesi dove c’erano consistenti comunità sciite, cioè il Libano, la Siria,
l’Iraq, lo Yemen, Bahrain e altri ancora. Inoltre, è stato l’ideatore della
cosiddetta «mezzaluna sciita», cioè del progetto della creazione di una
zona di influenza iraniana che avrebbe dovuto estendersi dal Mediter-
raneo fino ai confini dell’Afghanistan. Soleimani era percepito come il
252
secondo uomo più influente dell’Iran, dopo la Guida Suprema, che lo
stimava molto e lo avrebbe voluto come nuovo capo di Stato.
SOLEIMANI È STATO L’ARCHITETTO DI IMPORTANTI
AZIONI MILITARI DELL’«INTELLIGENCE» DELL’IRAN
NEGLI ULTIMI TRE DECENNI.
Negli anni Novanta, Soleimani operò con le sue milizie nel Liba-
no del Sud contro gli israeliani e contribuì attivamente alla creazione
del partito-milizia hezbollah, da lui sostenuto economicamente anche
negli anni successivi. Dopo le «Primavere arabe» (2011), con la guerra
in Siria (dove il suo intervento contribuì a puntellare il potere di Assad)
e con la minaccia dell’Isis in Iraq, egli divenne un leader regionale, che
combatteva per difendere gli interessi dell’Iran7.
A partire dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, iniziò a
combattere contro quello che la retorica delle autorità iraniane defini-
sce il «grande Satana», che aveva occupato un Paese islamico a mag-
gioranza sciita. Secondo il suo progetto tattico, bisognava in tutti i
modi indebolirlo, anche con attacchi terroristici, al fine di indurlo a
ritirarsi. In effetti, sia Obama sia Trump – più per motivi economici
7. Cfr V. Nigro, «Soleimani il falco. L’uomo nell’ombra che faceva la storia»,
in la Repubblica, 4 gennaio 2020.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
o di propaganda elettorale che per timore delle minacce iraniane –
decisero di «riportare a casa» i soldati statunitensi presenti nei diversi
teatri di guerra mediorientali. Sta di fatto, però, che negli ultimi anni
il numero di militari statunitensi dislocati in tali regioni è aumentato8.
Va anche ricordato che Soleimani, soprattutto nel primo periodo,
aveva sfruttato la presenza statunitense nel territorio per rafforzare il
potere degli sciiti e perché non venisse insediato a Baghdad un go-
verno sunnita, che potesse risultare una minaccia per l’Iran. Successi-
vamente, a partire dal 2014, le sue milizie combatterono, insieme con
gli statunitensi, i terroristi e i miliziani dell’Isis. In ogni caso, egli fece
di tutto perché l’Iraq diventasse un Stato-vassallo di Teheran. Per anni
condusse contro gli americani, con bombe, attentati, cecchini, una
«guerriglia», che causò centinaia di morti tra i marines9. Insomma, in
253
Siria, come pure in Iraq e nello Yemen, il «generale persiano» è stato il
rappresentante assoluto dell’Iran, le cui decisioni insindacabili di solito
venivano avallate direttamente dalla Guida Suprema.
Quanto detto spiega le parole pronunciate da Trump, subito
dopo il blitz del 3 gennaio, dal resort di Mar-a-Lago in Florida,
dove da giorni si trovava in vacanza e da cui era partito l’ordine del
blitz: «L’attacco è arrivato su mio ordine; Soleimani era la mente dei
recenti attacchi contro obiettivi in Iraq e dell’assalto all’ambascia-
ta Usa di Baghdad e stava pianificando attacchi imminenti contro
diplomatici e militari statunitensi»10, sebbene questo attacco – ha
precisato il Presidente – non avesse come obiettivo principale quello
di rovesciare il regime iraniano, come in realtà alcuni super-falchi
dell’amministrazione avrebbero desiderato. Nei giorni successivi,
Trump ha affermato che il generale iraniano era un terrorista –
l’anno precedente il Pentagono aveva iscritto la sua milizia nella
8. Cfr D. Fabbri, «L’America tra impero e libero arbitrio», in Limes, n. 12,
2019, 37.
9. Cfr ivi.
10. G. Paris, «Trump se justifie sans dissiper les doutes», in Le Monde, 6 gen-
naio 2020. A proposito del blitz, Trump ha detto: «Soleimani stava cercando di far
esplodere la nostra ambasciata a Baghdad. Le sue milizie avrebbero potuto prendere
ostaggi e uccidere molte persone […]. Abbiamo evitato che Baghdad diventasse
un’altra Bengasi» (G. Sarcina, «Volevano attaccarci a Baghdad, ma Trump all’Onu
tende la mano», in Corriere della Sera, 6 gennaio 2020). Le informazioni su immi-
nenti attacchi furono poi smentite dal Pentagono.
FOCUS
«lista nera» delle organizzazioni terroriste –, che aveva ucciso centi-
naia di soldati americani e di altri Paesi amici.
La dirigenza iraniana ha risposto tempestivamente al micidiale
blitz statunitense e alle provocatorie parole di Trump, sia minac-
ciando una «violenta vendetta» (Khamenei), sia appellandosi, come
ha fatto il ministro degli Esteri Zarif, alla legalità internazionale per
poter agire «proporzionalmente» all’attacco subìto, definito come
«un atto di terrorismo internazionale», promettendo una risposta da
condurre «in qualunque momento e con qualunque mezzo»11.
Va anche ricordato che il generale iraniano in passato era stato più
volte «risparmiato» sia da Obama sia da Trump stesso, al fine di non
aumentare ulteriormente lo scontro tra i due Paesi e scongiurare il pe-
ricolo di estendere la guerra a tutto il Medio Oriente, ma anche perché
254
le milizie da lui comandate erano considerate molto efficaci nella lotta
contro l’Isis. Più volte egli era stato preso di mira dai servizi segreti israe-
liani, arabi e occidentali, e ogni volta pare che sia stato salvato dall’inter-
vento dell’intelligence degli Stati Uniti. Negli ultimi tempi, però, Trump
e i falchi dell’amministrazione statunitense consideravano la questione
in modo diverso, e l’eliminazione di Soleimani, a rischio di far saltare
la polveriera mediorientale, era ritenuta un’«opzione» da non escludere.
Presto se ne sarebbe presentata l’occasione.
Washington e Teheran
Il blitz statunitense che ha ucciso Soleimani ha colto di sorpresa
il mondo in un periodo di grandi tensioni in tutto il Medio Orien-
te. L’attentato era stato preparato in grande segretezza da Trump e
dai vertici militari dell’amministrazione. Il Presidente ha ordinato
l’operazione senza consultare il Congresso (o i presidenti delle due
Camere) e neppure gli alleati della Nato. Mentre i repubblicani,
seppure con accenti diversi, hanno sostenuto il blitz missilistico,
considerandolo una «necessaria azione difensiva», i democratici lo
11. A. Kaval, «Après l’assassinat de Soleimani, l’Iran crie vengeance», in Le
Monde, 6 gennaio 2020. Secondo alcune fonti, nel giorno stesso del blitz Stati Uniti
e Iran si sarebbero scambiati messaggi attraverso l’incaricato d’affari svizzero, che
rappresenta gli interessi americani a Teheran. Il contenuto è tuttora riservato. Cfr
R. Barlaam, «Attacco Usa, ucciso Soleimani. Trump: “Voleva colpirci”», in Il Sole
24 Ore, 4 gennaio 2020.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
hanno condannato con forza: «Trump – ha detto Joe Biden – ha
appena lanciato un candelotto di dinamite in una polveriera», quella
mediorientale. Secondo alcuni analisti, il Presidente avrebbe agito
in modo illegale, oltrepassando i limiti indicati dalla legge per le
decisioni che mettono in pericolo la sicurezza del Paese.
Si deve notare che, a differenza delle guerre condotte dagli Usa
dopo l’11 settembre 2001 – cioè quelle in Afghanistan e in Iraq, che
ebbero sostanzialmente il sostegno della popolazione statunitense
–, il blitz del 3 gennaio ha diviso il Paese sulla base delle diverse
appartenenze politiche: meno della metà degli statunitensi hanno
approvato la decisione del Presidente, e in molte città ci sono state
manifestazioni di dissenso.
Varie cancellerie hanno condannato l’attentato. Il ministro degli
255
Esteri russo Lavrov, rivolgendosi al segretario di Stato statuniten-
se, Mike Pompeo (uno dei maggiori sostenitori dell’operazione), ha
dichiarato che il blitz contro Soleimani «viola gravemente il diritto
internazionale» e potrebbe avere serie conseguenze per la pace e la
stabilità della regione. Pechino, tramite il suo ministro degli Esteri,
ha invitato gli Usa a non «abusare della forza militare». Anche la Tur-
chia, che è membro della Nato, è intervenuta invitando le parti alla
moderazione.
L’Unione Europea ha mantenuto, invece, una posizione piuttosto
ambigua. In un primo momento era stato redatto un testo nel quale
si condannava l’azione americana e si denunciava il fatto che gli alleati
non erano stati preventivamente avvisati del blitz. Ad esso si sono oppo-
sti, per motivi diversi – di carattere politico ed economico –, la Francia,
la Germania e l’Inghilterra (cioè i firmatari dell’accordo nucleare con
l’Iran). Alla fine l’Alto rappresentante Josep Borrel ha elaborato un testo
nel quale si chiedeva «a tutti gli attori coinvolti e ai partner che possano
avere un’influenza» di mostrarsi moderati e responsabili, per non com-
promettere del tutto la stabilità dell’Iraq e la pace12. Questa posizione è
stata fortemente criticata dagli Usa, che avrebbero desiderato da parte
dell’Ue un sostegno più attivo alla propria azione. «Gli europei – ha
detto Pompeo in un’intervista alla Tv Fox News – non sono stati di
12. Cfr A. D’argenio, «L’Ue si perde nei veti incrociati e alla fine resta senza
voce», in la Repubblica, 5 gennaio 2020.
FOCUS
aiuto come speravo potessero essere. Essi devono capire che ciò che gli
americani hanno fatto ha salvato delle vite anche in Europa»13.
Papa Francesco è intervenuto in diverse occasioni, invitando le
parti a dialogare e invocando per tutti la pace. Lo ha fatto dopo l’An-
gelus di domenica 5 gennaio e ha ripreso il tema nel discorso indi-
rizzato al Corpo diplomatico, nel quale ha detto: «Rinnovo dunque
il mio appello perché tutte le parti interessate evitino un innalza-
mento dello scontro e mantengano “accesa la fiamma del dialogo e
dell’autocontrollo” nel pieno rispetto della legalità internazionale»14.
Per quanto riguarda il fronte iracheno e sciita, le cose sono più
complicate di quanto sembri. Infatti, non tutti in Iraq hanno pianto
per il «martirio» del generale iraniano: non certamente i sunniti e i
curdi, ma neppure gli sciiti, soprattutto giovani, borghesi e intellettuali
256
della capitale, che negli ultimi tempi si erano radunati in piazza Tahrir
per protestare contro la corruzione e contro la pressante ingerenza
degli iraniani nel loro Paese. Molti sciiti – forse un migliaio – erano
stati uccisi da cecchini non identificati, ma probabilmente iraniani,
appartenenti a milizie organizzate da Soleimani. Addirittura, quando
si è saputo della morte del generale, alcuni giovani che si trovavano
nella piazza hanno festeggiato l’evento. «Sono stati lui e le milizie – ha
detto un attivista – a dividere noi iracheni tra sciiti e sunniti»15.
Anche il clero sciita dell’Iraq in queste settimane si è mostrato
abbastanza moderato nelle sue dichiarazioni. Il grande ayatollah Alì
al Sistani ha condannato sia l’uccisione del generale Soleimani sia il
lancio dei missili iraniani, in quanto «violano la sovranità nazionale
dell’Iraq»16. Ha richiamato tutte le parti alla moderazione e al dialogo.
Il primo ministro iracheno, il dimissionario Adel Abdul Madhi,
che in questo momento ha tutto l’interesse ad appoggiare gli iraniani
– anche se deve la sua carriera politica agli Usa, che lo fecero ritor-
nare dall’esilio nel 2003 –, il 5 gennaio ha fatto votare in Parlamento
13. F. Rampini, «Usa, l’ultima crisi è con l’Europa: “Che delusione”», ivi. L’u-
nico Paese che ha sostenuto apertamente il blitz statunitense è stato Israele.
14. «Francesco a sostegno del dialogo e del rispetto della legalità internaziona-
le», in Oss. Rom., 10 gennaio 2020.
15. L. Cremonesi, «Baghdad si divide: folla al funerale, giovani in festa», in
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020.
16. F. Biloslavo, «L’Iran vuole cacciare gli Usa dall’Iraq» ([Link]/
news/esteri/iran-usa-iraq-guerra-attentati-bombe-missili).
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
una risoluzione che chiedeva l’allontanamento dei militari statuni-
tensi (e alleati) dall’Iraq17. La risoluzione proposta da Madhi è passata
con il voto dei soli parlamentari sciiti; quelli sunniti e curdi non han-
no partecipato alla votazione: un’assenza, questa, che dice molto sulle
fratture della società irachena e del suo rapporto con l’Iran18.
Ricordiamo che la scelta dell’Iran di non rispettare più i limiti
previsti dall’accordo sul nucleare è conseguenza della decisione sta-
tunitense di uscire dall’accordo, rilanciando sanzioni economiche.
L’uranio, arricchito fino a pochi giorni fa al 4,5%, d’ora in poi po-
trà esserlo fino al 20% e oltre. Tale richiesta era stata già avanzata
da tempo dai conservatori di Teheran. Un’eventuale uscita ufficiale
dell’Iran dall’accordo e la possibilità che il Paese abbia tra qualche
anno la bomba atomica provocherebbero un’incontrollata, quanto
257
pericolosa, corsa al nucleare in tutto il Medio Oriente: molti Pae-
si sunniti, tra cui l’Arabia Saudita, l’Egitto e altri, vorrebbero avere
anch’essi l’atomica per difendersi dalla minaccia sciita. Inoltre, un
programma nucleare iraniano fuori controllo, andrebbe a incidere
sulla sicurezza di Israele, che «con un solo colpo atomico nella parte
geograficamente più stretta del Paese potrebbe essere messa fuori
causa, pur disponendo egli stesso [...] di armamenti nucleari»19.
Le ragioni del blitz statunitense
Fino al blitz del 3 gennaio, Stati Uniti e Iran, nello scontro già
in atto da anni, si erano attenuti alle regole dei conflitti di bassa
17. Va detto però che Trump certamente non vorrà passare alla storia come il
Presidente che «ha perso l’Iraq» a beneficio del suo nemico giurato, l’Iran; questo,
oltretutto, lo danneggerebbe nella campagna elettorale di quest’anno. Cfr P. Haski,
«L’Iraq in crisi dopo l’assassinio di Soleimani» ([Link]/opinione/
pierre/hashi/2020/01/06/ iraq-crisi-soleimani-iran-trump).
18. Va ricordato che i soldati statunitensi sono giunti in Iraq su invito del go-
verno iracheno per combattere l’Isis, non l’Iran. Per cui «lanciare un’operazione mi-
litare sul territorio di un altro Paese senza il permesso del governo locale è un atto di
aggressione» ( J. Keating, «Il potere senza limiti del Presidente», in Internazionale,
10 gennaio 2020, 19). Anche se non bisogna dimenticare che i soldati Usa – e non
solo –, soprattutto negli ultimi tempi, hanno subìto atti di aggressione da parte delle
milizie filo-iraniane.
19. F. Venturini, «La “mano libera” nucleare. I rischi della risposta iraniana»,
in Corriere della Sera, 7 gennaio 2020, 34.
FOCUS
intensità, cioè a «parole grosse e azioni di guerriglia al di sotto
di un’implicita linea rossa»20. Nell’ultima parte dell’anno appena
trascorso, il confronto tra i due nemici era diventato più aspro e
pericoloso. Nel mese di giugno 2019 milizie filo-iraniane ave-
vano danneggiato, con l’uso di esplosivi, alcune petroliere che si
trovavano nello Stretto di Hormuz (Golfo Persico), mettendo a
rischio il passaggio degli idrocarburi in quella importante regione
e «sfidando il ruolo degli Usa come garanti della libera di naviga-
zione in quella parte del mondo»21.
Nello stesso mese, probabilmente le stesse unità avevano abbat-
tuto un drone statunitense, al fine di mostrare al potente nemico la
vulnerabilità della sua tecnologia militare. Inoltre, il 14 settembre
miliziani yemeniti (filo-iraniani) avevano bombardato con droni
258
gli impianti petroliferi dell’Aranco (i più grandi del mondo), in Ara-
bia Saudita, dimezzando per settimane la produzione petrolifera na-
zionale e arrecando una perdita enorme alle casse dello Stato, cosa
che non era mai avvenuta prima. Queste sfide, pilotate da Teheran,
erano provocazioni attuate nei confronti degli Usa e dei suoi alleati
nella regione.
I politologi, a tale riguardo, hanno parlato di una sorta di «guer-
ra fredda» in corso da diversi anni tra Washington e Teheran. Essa si
fondava su due presupposti di fondo22: gli Stati Uniti non avrebbero
mai fatto un’altra guerra in Medio Oriente e si sarebbero ritirati
dalla regione al più presto; gli iraniani, indeboliti economicamen-
te da 40 anni di sanzioni, non avrebbero in alcun modo iniziato
un conflitto convenzionale. Questo schema, però, è stato in parte
smentito dagli eventi successivi. Di recente, Teheran, forse inco-
raggiata dal fatto che gli statunitensi non erano intervenuti nelle
vicende sopra ricordate, ha alzato imprudentemente il tiro. E così è
iniziata una nuova fase della crisi.
20. U. Tramballi, «È stata accesa la miccia della polveriera mediorientale», in
Il Sole 24 Ore, 4 gennaio 2020.
21. F. Rampini, «Perché Trump lo ha fatto», in la Repubblica, 4 gennaio 2020.
Nello Stretto di Hormuz transita circa il 30% del greggio estratto a livello mondia-
le, che rifornisce in particolare la Cina, l’India, il Giappone e diversi Paesi dell’Ue.
22. Cfr U. Tramballi, «È stata accesa la miccia della polveriera mediorientale», cit.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
Per comprendere le ragioni che hanno spinto Trump ad auto-
rizzare l’uccisione del generale Soleimani e ad accettare il rischio
di intraprendere una rovinosa guerra in Medio Oriente – non vo-
luta da nessuno, e tanto meno dal Presidente stesso – è opportuno
esaminare i fatti accaduti negli ultimi giorni del 2019 e che hanno
avuto come ideatori e artefici sia il generale Soleimani sia il suo col-
laboratore iracheno Abu Mahdi al-Muhandis23.
Il 27 dicembre, in una base militare irachena a Kirkuk, nel nord
del Paese, viene ucciso da razzi lanciati da una delle milizie filo-
iraniane un contractor civile statunitense, mentre alcuni soldati Usa
e iracheni rimangono feriti. Secondo Washington, gli autori del
micidiale attacco sono miliziani filo-iraniani di Kata’ib Hezbollah.
Il giorno successivo l’esercito statunitense bombarda le postazioni
259
militari di questa milizia in Iraq e in Siria, uccidendo 25 com-
battenti e ferendone 55. Il 31 dicembre migliaia di sostenitori dei
gruppi paramilitari filo-iraniani irrompono nel compound dell’am-
basciata statunitense a Baghdad. Alcuni, utilizzando una testa di
ariete, cercano di sfondare le porte e penetrare nell’edificio. Le im-
magini di questo assalto fanno il giro del mondo. Tre giorni dopo,
il 3 gennaio, all’aeroporto di Baghdad, gli Stati Uniti uccidono con
missili lanciati da un drone il generale Soleimani e il militante ira-
cheno Abu Mahdi al-Muhandis, artefice dell’attacco all’ambasciata
statunitense.
Secondo alcuni analisti, è stato l’assalto all’ambasciata statu-
nitense a Baghdad a determinare la decisione di Trump di eli-
minare Soleimani24. Sul Presidente hanno agito potentemente
i fantasmi del passato. Da un lato, la scena dei 52 diplomatici
americani presi in ostaggio da un gruppo di studenti rivoluzio-
nari nel 1979: una vicenda che impegnò a lungo la diplomazia
statunitense – dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981 – e che
di fatto decretò la fine della presidenza del democratico Jimmy
Carter. Dall’altro, l’assalto all’ambasciata americana di Bengasi
nel settembre del 2002, quando un gruppo di guerriglieri jihadi-
23. Cfr A. Shatz, «Dichiarazione di guerra», in Internazionale, 10 gennaio
2020, 14.
24. Cfr G. Paris, «Téhéran, une vieille obsession de Donald Trump», in Le
Monde, 9 gennaio 2020.
FOCUS
sti, legati ad al-Qaeda, uccise l’ambasciatore statunitense in Libia
Chris Stevens, insieme a Sean Smith, agente dei servizi segreti, e
a due marines che si trovavano sul posto. Il senatore repubblicano
Lindsey Graham, che si era incontrato con Trump subito dopo il
blitz, ha raccontato che il Presidente «non avrebbe voluto gestire
un’altra Bengasi»25. Entrambi gli episodi sono ritenuti da molti
americani – soprattutto dai repubblicani – umilianti per l’orgo-
glio «imperiale» della nazione e meritevoli di essere vendicati.
Questo spiega in parte l’elemento «emozionale» che ha spinto
Trump ad agire con forte determinazione26.
Inoltre, vanno considerate altre due questioni di carattere poli-
tico. Innanzitutto, la pressione esercitata in quei giorni dall’ala dura
del Pentagono (cioè il partito pro-Israele), «la stessa che ha spinto
260
[Trump] a decisioni controverse, come lo spostamento dell’ambasciata
a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità di Israele sul Golan
dopo 52 anni di occupazione, l’iscrizione delle Guardie della rivolu-
zione tra le organizzazioni terroristiche»27. L’altra questione riguarda
l’inchiesta sull’impeachment approvata dal Congresso e ora presentata
in Senato (che in questo caso funge da Corte giudiziale)28. I Presidenti
che prima di Trump sono stati sottoposti a tale procedimento – cioè
Bill Clinton e Richard Nixon –, intrapresero decisioni audaci in poli-
tica estera – il primo avviò la campagna in Kossovo, il secondo iniziò
l’avvicinamento alla Cina –, al fine di sviare l’attenzione dell’opinio-
ne pubblica. È possibile che Trump voglia fare altrettanto. In ogni
caso, il procedimento di impeachment andrà avanti, ed è difficile che
il Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza, lo approvi. Lo
scontro, tuttora in corso, tra Usa e Iran avrà però una ricaduta molto
forte sulla campagna elettorale statunitense, che sta per iniziare.
25. R. Barlaam, «Falchi, Borsa e impeachment: così Trump ha deciso il raid»,
in Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2020.
26. Cfr G. Riotta, «L’Iran aveva superato il limite. Ma Trump non vuole la
guerra», in La Stampa, 4 gennaio 2020.
27. Ivi. Cfr G. Paris, «A Washington les faucons applaudissent», in Le Monde,
4 gennaio 2020.
28. D. Marck, «Trump prêt à tout pour faire oublier l’impeachment», in
Courrier international, 9 gennaio 2020, 16.
L’UCCISIONE DEL GENERALE SOLEIMANI E LO SCONTRO TRA USA E IRAN
A Teheran la piazza ha riguadagnato la scena
La «vendetta» minacciata da Teheran è arrivata cinque giorni
dopo il blitz statunitense ed è stata piuttosto misurata, nonostante i
potenti missili balistici utilizzati nell’operazione. L’ ayatollah Khamenei
l’ha definita, per fini propagandistici, «uno schiaffo agli Stati Uniti».
Non sono stati colpiti, come molti analisti prevedevano, né lo Stretto
di Hormuz, né Israele, né altri Paesi alleati, ma soltanto postazioni mi-
litari dove erano presenti soldati statunitensi. La Guida Suprema aveva
voluto che l’operazione venisse svolta da militari iraniani e che avesse
come obiettivo soldati statunitensi presenti in territorio iracheno.
Il raid è stato realizzato alla stessa ora in cui era iniziato il blitz
del 3 gennaio. L’attacco è stato spettacolare, ma sostanzialmente
simbolico. Esso, infatti, non ha colto di sorpresa i militari ameri- 261
cani, i cui generali erano stati avvisati qualche ora prima dell’inizio
del raid dagli iracheni, informati a loro volta dai comandi irania-
ni, i quali avevano indicato esattamente il luogo e l’ora dell’attacco.
Insomma, da entrambe le parti è emersa la preoccupazione di non
aggravare troppo la situazione, di non percorrere una strada che
avrebbe in breve tempo portato alla guerra, che né gli iraniani né
gli statunitensi, per motivi diversi, sembravano volere.
Dopo il raid, il capo della diplomazia iraniana Zarif ha af-
fermato che il suo Paese aveva «condotto» e «terminato» nella
notte rappresaglie «proporzionate», attuate nel rispetto del diritto
internazionale.
Ma il raid, purtroppo, ha provocato un grave «effetto collaterale».
Subito dopo le operazioni, due missili iraniani hanno abbattuto un
Boeing 737-800 della Ukraine International Airlines, diretto a Kiev,
con 176 passeggeri a bordo. Tutti i passeggeri, molti dei quali erano
canadesi e iraniani, sono morti sul colpo. Dopo giorni di reticenze
e «bugie», il governo di Teheran – pare su richiesta della Guida Su-
prema – l’11 gennaio ha deciso di comunicare al mondo, attraverso
la Tv di Stato, la verità sull’incidente, affermando che il Boeing era
stato colpito da due missili iraniani: si è trattato di un «imperdo-
nabile errore umano – ha dichiarato il generale della forza aerea
delle Guardie della rivoluzione – causato dalla tensione determinata
FOCUS
dall’escalation della crisi in atto»29. Sembra che l’aereo abbattuto sia
stato scambiato dall’operatore per un missile cruise americano.
La sera stessa della dichiarazione molti giovani (e meno giovani)
sono ritornati in piazza Tahrir, come prima del blitz statunitense, sia
per commemorare i morti nell’incidente aereo, sia per manifestare
contro le autorità. E ciò sebbene nei giorni precedenti la morte del
generale-martire avesse compattato la popolazione e svuotato le piaz-
ze dove i giovani da settimane protestavano a rischio della loro vita30.
I manifestanti rappresentano quella fetta di popolazione progres-
sista e laica che «non ha partecipato ai funerali di Soleimani e che ora
accusa non soltanto la forza militare, economica e politica che sono i
Pasdaran, ma l’intero sistema»31, considerato corrotto e settario. Essi
chiedono, inoltre, la fine delle costose campagne all’estero e delle in-
262
gerenze, tra l’altro, in Iraq32.
Sebbene tra le parti in causa sia in corso un lento processo di de-esca-
lation della crisi che poche settimane fa aveva portato il Medio Oriente
sull’orlo della guerra, un accordo tra Usa e Iran appare per il momento
molto lontano. La questione del nucleare e le nuove sanzioni economi-
che – sproporzionate ed eccessive – comminate dagli Usa rendono per
il momento difficile ogni tipo di contatto tra i due Paesi.
Ma con il passare del tempo le sanzioni potrebbero nuocere agli
stessi interessi americani, spingendo l’Iran ad arricchire ulteriormente
l’uranio al fine di costruirsi la bomba atomica, ma anche a incremen-
tare i numerosi conflitti già in corso in Medio Oriente, costringendo
così gli Stati Uniti a potenziare militarmente la propria presenza in
quelle regioni, dalle quali, come ripete ossessivamente la propaganda
elettorale di Trump, vorrebbero invece ritirarsi.
29. H. Sallon, «L’Iran reconnaît son erreur dans le crash», in Le Monde, 13
gennaio 2020.
30. Cfr F. Mannocchi, «L’inverno degli ayatollah», in L’ Espresso, 3 gennaio
2020, 19. Cfr anche G. Sale, «L’“autunno caldo” in Libano e in Iraq», in Civ. Catt.
2020 I 71.
31. V. Mazza, «Teheran ammette: l’aereo, un errore. Rabbia studenti: “Morte
ai bugiardi», in Corriere della Sera, 12 gennaio 2020, 2.
32. Cfr P. Del Re, «La rabbia dei ragazzi di Teheran: “Basta menzogne, via il
regime”», in la Repubblica, 13 gennaio 2020, 13; L. Cremonesi, «Bella ciao a Bagh-
dad», in Corriere della Sera, 13 gennaio 2020, 13; G. Golshiri - A. Kaval, «Iran:
après le crash, la contestation reprend», in Le Monde, 14 gennaio 2020.
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO
ITALIANO ED EUROPEO
GianPaolo Salvini S.I.
Per comprendere meglio la situazione attuale di una parte es-
senziale del nostro Paese, il Mezzogiorno, presentiamo il Rappor-
to Svimez 2019. L’ economia e la società del Mezzogiorno, pubblica-
to recentemente1.
263
Per cogliere le attuali caratteristiche socio-economiche del
Mezzogiorno, occorre collocarlo nel quadro europeo. In Europa
i processi di agglomerazione tendono a prevalere su quelli della
diffusione delle opportunità di crescita economica e di svilup-
po sociale. I nuovi Stati membri dell’Est, ad esempio, sembra
che riescano più facilmente ad agganciarsi alle economie degli
Stati forti. Le periferie europee del Sud Europa invece hanno
maggiori difficoltà a integrarsi con le vere locomotive dell’Euro-
pa centro–settentrionale. Con l’allargamento a Est dell’Unione
Europea sono state offerte crescenti opportunità ai nuovi Stati
membri, più capaci di coglierle, mentre contemporaneamente si
indeboliva man mano la scelta geopolitica mediterranea dell’U-
nione.
Sono così emersi più chiaramente i limiti dei pilastri sui quali
si reggeva il modello europeo delle origini: la competitività delle
aree in ritardo è stata affidata più alle svalutazioni interne che alle
necessarie riforme strutturali. È mancato il coordinamento tra la
politica fiscale e quella monetaria. Successivamente si è anche intro-
1. Svimez (ed.), Rapporto Svimez 2019. L’ economia e la società del Mezzo-
giorno, Bologna, il Mulino, 2019. Il ponderoso volume (640 pagine), pubblicato il
4 novembre 2019, è stato accompagnato da molte dense note di sintesi a cui erano
allegati numerosi quadri statistici e illustrativi. Di questo materiale, oltre che del
volume, ci siamo largamente serviti per la stesura dell’articolo. La pagine indicate
nel testo dell’articolo si riferiscono al volume.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 263-273 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
FOCUS
dotta la moneta unica (un grande traguardo, che ha posto fine alle
possibili svalutazioni interne), ma purtroppo senza unione fiscale,
tanto che, ad esempio, i nuovi Stati membri praticano di fatto un
vero e proprio gioco al ribasso fiscale, a danno di molti dei vecchi
Stati dell’Ue. La politica monetaria, come desiderato soprattutto dai
tedeschi, ha avuto come obiettivo esclusivo quello di garantire la
stabilità dei prezzi.
La recente crisi economica, la più grave dal tempo della grande
depressione economica degli anni Trenta del secolo scorso, è stata
affrontata senza strumenti adeguati che impedissero l’accrescersi
delle disuguaglianze tra le diverse regioni europee. Così è au-
mentata la divaricazione tra gli Stati più forti, i nuovi Stati mem-
bri dell’Est e le aree deboli dell’Europa mediterranea. Nei confini
264
allargati di questa Europa sempre più disuguale e complessa si è
creato un «doppio divario», sia fra tutta l’Italia e il resto dell’Eu-
ropa (aggravato dalle carenze delle politiche pubbliche italiane),
sia tra il Nord e il Sud del nostro Paese, le cui disparità non sono
certo diminuite.
Il sistema Paese Italia nel suo insieme non è in grado di tenere
il passo con le regioni europee più dinamiche. Tra il 2006 e il 2017
tutte le regioni italiane hanno registrato un calo del Pil per abitan-
te. Secondo il Rapporto, il nostro Nord non è più tra le locomotive
trainanti dell’Europa, ma rappresenta di fatto la periferia degli Stati
europei che marciano a ritmi più sostenuti.
La tesi di fondo indicata dal Rapporto per quanto riguarda
il cammino futuro positivo ci sembra quella di porre al centro
delle politiche italiane le numerose complementarità che legano
il sistema produttivo e sociale del Sud e del Nord dell’Italia, già
connessi tra loro da una fitta rete di rapporti commerciali, pro-
duttivi e finanziari, che si sono logorati negli ultimi anni. I risul-
tati economici e il progresso sociale di ciascuna parte dipende dal
destino dell’altra.
«L’obiettivo della chiusura del divario Nord-Sud non può es-
sere disgiunto da un disegno nazionale di rilancio della crescita.
Occorre iniziare da un obiettivo prioritario: riattivare gli investi-
menti pubblici nel Mezzogiorno, prioritariamente nei settori del-
le infrastrutture sociali, ambientali e, in generale, per migliorare
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
l’accesso ai diritti di cittadinanza. L’unica via “possibile” per il
recupero del ritardo accumulato dall’Italia in Europa è tenere in-
sieme le due parti del Paese in una strategia comune, archiviando
la stagione delle soluzioni “per parti” per il Nord produttivo e il
Sud assistito» (p. 9). Esistono infatti aree di disagio sociale anche
al Nord, così come, d’altra parte, esiste un sistema produttivo ca-
pace di reagire pure al Sud.
Anche tenendo conto degli aiuti dell’Unione europea, gli stan-
ziamenti strutturali europei non possono mai sostituirsi alla spesa
pubblica dello Stato membro.
La questione demografica
265
Come è noto, l’Italia è uno dei Paesi con più vecchi nel mon-
do . La crisi demografica è un fenomeno inedito nel nostro Paese e
2
colpisce in modo particolare il Mezzogiorno, accusato per decenni
di essere troppo prolifico. Per questo ce ne occupiamo con maggio-
re ampiezza, in quanto le soluzioni andranno inventate nel futuro,
dato che l’esperienza passata a cui ispirarsi non esiste.
Si calcola che nei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni
di residenti e soprattutto gran parte delle sue forze generatrici e
produttive. Il Nord invece dovrebbe contenere le perdite a 1,5
milioni di residenti. Dall’inizio di questo secolo il Mezzogiorno
è aumentato solo di 81.000 abitanti, mentre il Centro-Nord è
aumentato di circa 3.300.000 abitanti. Le migrazioni interne ed
estere giocano un ruolo fondamentale nella crescita del divario
tra Nord e Sud. Il calo del Mezzogiorno riguarda in particolare
i comuni montani e collinari della dorsale appenninica e insula-
re, e non viene compensato dai modesti incrementi registrati nei
comuni medi e grandi.
Dal 2013 l’Italia segna ogni anno un nuovo minimo storico del-
le nascite. Continua ad aumentare l’età in cui le donne fanno i figli,
salita da 31 anni e mezzo a 31,9 nel 2018, con livelli simili sia al
2. Il presente articolo si riferisce soprattutto al Mezzogiorno italiano, ripren-
dendo però alcuni aspetti già trattati a livello nazionale in un precedente articolo,
che illustrava in particolare il Rapporto Censis: F. Occhetta, «Il volto nascosto del
Paese Italia», in Civ. Catt. 2020 I 146-154.
FOCUS
Nord sia al Sud. Il fenomeno è dovuto alla mancanza di fiducia ver-
so le strutture socioeconomiche, all’insicurezza per il futuro. La po-
polazione italiana ha smesso di crescere dal 2015, specialmente nel
Mezzogiorno. Nel Centro-Nord essa è numericamente sostenuta
solo dal contributo degli immigrati, che hanno sinora compensato
il saldo naturale sempre più negativo. Ma il contributo garantito
dalle donne straniere ora si è ridotto e non basta più a compensare
la bassa propensione delle italiane a fare figli.
Le migrazioni dal Sud e dall’estero hanno garantito alle regioni
settentrionali una solida struttura demografica. Questa, a sua volta,
ha mantenuto un robusto sviluppo economico, che si spera possa
durare anche per qualche decennio ancora. Nel Mezzogiorno, in-
vece, politiche e misure di intervento del tutto inadeguate alla di-
266
mensione demografica ed economica dell’area hanno lasciato a tanti
giovani l’unica alternativa di emigrare verso il Nord o verso l’estero.
La popolazione attiva del Mezzogiorno si ridurrà progressivamen-
te per tutto il periodo di previsione, mentre nel Centro-Nord l’a-
zione rigeneratrice delle immigrazioni consentirà di compensare
parzialmente la riduzione delle popolazione attiva nei prossimi due
decenni. Il Mezzogiorno è destinato a un lento e pesante declino
demografico, che potrà essere arrestato solo con misure forti di po-
litica economica e sociale.
Ma il problema riguarda tutta l’Italia. In tutti gli scenari previ-
sti dal Rapporto, il Pil italiano dovrebbe diminuire nei prossimi 47
anni, a livello nazionale, da un minimo del 13% a un massimo del
44,8%. Ciò comporterebbe ovviamente una riduzione delle risorse
indispensabili per finanziare una spesa pubblica in aumento per il
maggior numero di pensioni e per l’assistenza sociale e sanitaria.
La nostra è una società che invecchia rapidamente e nella quale
la vita degli anziani tende ad allungarsi, conservando però soddi-
sfacenti livelli di capacità lavorativa. Un allungamento della vita
lavorativa appare quindi indispensabile anche per mantenere l’e-
quilibrio del sistema previdenziale. «Una necessità questa che ap-
pare ai nostri giorni, visto l’orientamento generale ad un anticipo,
del tutto immotivato, del ritiro dalla vita attiva, poco più che una
provocazione» (p. 21).
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
Il contrasto alla riduzione della popolazione attiva può venire
soltanto da politiche che aumentino la partecipazione al mercato
del lavoro, accompagnate da misure di sostegno alla domanda
di lavoro espressa dal mondo produttivo. L’aumento del tasso di
occupazione è l’unica misura in grado di ridurre significativa-
mente gli effetti negativi sull’economia del Sud della dinamica
demografica prevista.
L’effetto dirompente dovrebbe riguardare in particolare la
componente femminile, «vero e proprio serbatoio di forza lavo-
ro». L’attuale livello del lavoro femminile nel Mezzogiorno (32%
circa) andrebbe elevato verso il livello europeo, che è del 60%,
cioè quasi il doppio. Dal 1977 il tasso è aumentato solo di 6 punti
percentuali. Tutte le regioni italiane – quelle del Sud in modo
267
particolare – si collocano in posizione di svantaggio rispetto a
quelle europee.
Se confrontiamo le regioni italiane con il resto delle regioni
europee, soltanto la provincia di Bolzano si colloca nella prima
metà della classifica, con un tasso di occupazione femminile del
68% circa. Seguono Valle d’Aosta, Emilia Romagna e la provincia
di Trento, con tassi di occupazione femminile intorno al 62/63%
(che è pari alla media europea dei 28 Paesi membri). Le regioni
del Mezzogiorno, molto distanziate da quelle del Centro-Nord,
si collocano tutte nelle ultime posizioni, con Basilicata, Puglia,
Calabria, Campania nelle ultime sei. Solo l’isola di Mayotte, dei
domini d’oltremare francesi, si colloca al di sotto di esse. Sui dati
relativamente bassi di occupazione delle donne italiane inci-
de anche il sensibile ritardo nel grado di istruzione rispetto alla
maggior parte dei Paesi Ue, così come esiste un sensibile ritardo
nel grado di istruzione delle donne del Sud rispetto a quella del
Centro-Nord.
Naturalmente andrebbero messe in campo misure dirette a
conciliare le esigenze familiari con la crescita della partecipazio-
ne al mondo del lavoro. Si avrebbero due effetti importanti: la
crescita del Pil e, con l’aumento del reddito, anche la ripresa della
natalità. «Nei Paesi più sviluppati la natalità più elevata si riscontra
là dove i tassi di attività femminile sono più alti» (p. 22).
FOCUS
La nuova migrazione meridionale
Dall’inizio del secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milio-
ni e 15.000 residenti: la metà sono giovani in età compresa tra
i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureato. Il 16% si è trasferito
all’estero. Oltre 850.000 di loro non torneranno più nel Mezzo-
giorno. In presenza di un tendenziale rallentamento della ripre-
sa economica, si sono cancellati dalle regioni meridionali oltre
132.000 residenti, un quarto dei quali ha scelto come residenza
un Paese estero.
LA CONSISTENTE PERDITA DI GIOVANI LAUREATI
INTERESSA TUTTE LE REGIONI DEL MEZZOGIORNO.
268
La società meridionale non si dimostra in grado di trattenere
la sua componente più giovane, sia quella che ha un elevato grado
di istruzione, sia quella che ha la formazione diretta verso le arti e
i mestieri. La consistente perdita dei giovani laureati interessa tutte
le regioni del Mezzogiorno, in modo particolare la Basilicata e l’A-
bruzzo. Aumenta anche la componente femminile delle emigrazio-
ni, ormai quasi pari a quella maschile.
Esiste però anche un pendolarismo di lungo periodo al di fuori
della propria regione. Esso, nel 2018, ha interessato circa 236.000
persone (pari al 10,3% del complesso dei pendolari, a fronte del
6,1% del Centro-Nord). Di questi, circa 57.000 si muovono verso
altre regioni dello stesso Mezzogiorno, mentre 179.000 si dirigono
verso le regioni del Centro-Nord o verso l’estero.
Il federalismo possibile
Il Rapporto dedica ampio spazio al dibattito sul federalismo,
prendendo lo spunto anche dalle recenti proposte di regionalismo
differenziato fatte da tre delle regioni più evolute d’Italia, cioè Ve-
neto, Lombardia ed Emilia Romagna. Esse sono state bocciate non
dalle critiche «emotive» di un fronte meridionalista, nemico dell’ef-
ficienza e del cambiamento, come qualcuno ha detto, ma da organi
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
nazionali, come il dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi
della Presidenza del Consiglio dei ministri e dall’Ufficio parlamen-
tare di Bilancio, che hanno messo in evidenza l’evidente conflitto
fra le richieste delle tre Regioni suddette e il rispetto dei princìpi di
uguaglianza, perequazione e solidarietà nazionale sanciti dall’attua-
le Titolo V della Costituzione. Se si vuole infatti discutere sul regio-
nalismo differenziato per ripensare il riassetto delle competenze tra
centro e periferia della Pubblica Amministrazione, questo va fatto
in base all’interesse nazionale e non a quello particolare delle singo-
le regioni. Le tre bozze presentate invece non contenevano alcun
riferimento all’interesse nazionale, ma le condizioni particolari di
autonomia richieste corrispondevano a specificità proprie delle tre
regioni richiedenti e immediatamente funzionali alla loro crescita
269
e sviluppo. Era di fatto un tentativo di trattenere maggiori risorse
sui territori per innalzare il livello dei servizi nelle regioni capaci di
produrre già un gettito maggiore, legittimando per legge il divario
che già esiste.
Il Rapporto invece evidenzia la necessità di costruire un fronte
unitario intorno a un’adesione convinta ai princìpi del federalismo
cooperativo nell’interesse del Paese, rendendo operativi i vincoli
previsti dalla Costituzione per rendere sostenibili le richieste di au-
tonomia. D’altra parte, si riconosce alle iniziative di Veneto, Lom-
bardia ed Emilia Romagna il merito di aver creato le premesse per
una più ampia riflessione sul regionalismo e sul superamento dell’at-
tuale assetto istituzionale delle competenze tra Stato e Regioni. Ma
occorre ripartire da un approccio corporativo all’attuazione della
riforma costituzionale del Titolo V.
L’economia del Mezzogiorno e del Centro-Nord
Come nei due anni precedenti, anche nel 2018 la crescita del
prodotto nel Mezzogiorno è risultata inferiore a quella del resto del
Paese. Il dato più preoccupante è il ristagno dei consumi nel Sud
(-2%, contro lo +0,7 nel resto del Paese). Mentre il Centro-Nord
ha ormai recuperato e superato i livelli pre-crisi, nel Mezzogiorno
i consumi sono ancora al di sotto del livello del 2008 di 9 punti
percentuali. A calare sono soprattutto i consumi delle famiglie, a
FOCUS
partire da quelli alimentari. Questo rispecchia la caduta dei redditi
e dell’occupazione nel Sud rispetto al resto del Paese.
A mancare è stato soprattutto l’apporto del settore pubblico.
La spesa per i consumi delle Amministrazioni Pubbliche nel Sud
ha segnato nel 2018 un ulteriore -0,6%: un calo che nel decennio
2008-18 risulta pari al -8,6%, mentre nel Centro-Nord la spesa è
cresciuta dell’1,4%. Questa è una delle cause principali che spiega
l’aumento del divario tra le due parti d’Italia. Gli investimenti infatti
risultano la componente più dinamica della domanda interna del
Mezzogiorno.
Anche al Sud sono cresciuti gli investimenti nel settore delle
costruzioni, mentre hanno avuto un forte rallentamento gli inve-
stimenti in macchinari e attrezzature, che sono proprio quelli che
270
indicano la volontà (in questo caso la non volontà) di investire del-
le imprese. Questi investimenti sono ancora al di sotto dei livelli
del 2008 del 26,7%, contro il +4,9% del Centro-Nord. Secondo la
Svimez, nel 2018 sono stati investiti nel Mezzogiorno 102 euro pro
capite, rispetto ai 278 nel Centro-Nord (nel 1970 essi erano rispet-
tivamente 677 e 452).
Quanto al mercato del lavoro, si riallarga il gap occupazionale
tra Sud e Centro-Nord. Per raggiungere il tasso di occupazione
del Centro-Nord sarebbe necessario creare circa 3 milioni di posti
di lavoro al Sud. Anche nei primi due trimestri del 2019 la crescita
dell’occupazione ha riguardato soltanto il Centro-Nord: +137.000,
a cui si contrappone un calo nel Mezzogiorno di -27.000. Gli inat-
tivi in età 15-64 anni calano solo al Nord (-66.000 unità), mentre
al Sud aumentano di circa 33.000 unità. Al Sud nel 2019 il tasso di
occupazione dei giovani tra 15-34 anni era intorno al 29%, un dato
senza paragoni in Europa.
Tra il 2008 e il 2018 è aumentata l’occupazione femminile
(+498.000 unità, pari al +5,4%). Questa moderata crescita tuttavia
è avvenuta in un contesto in cui la partecipazione al mercato del
lavoro (in particolare delle giovani donne) è bassissima. Il lavoro
femminile è sempre caratterizzato dalla bassa valorizzazione del-
le competenze, dalla segregazione occupazionale e dalla maggiore
presenza, non volontaria, nel lavoro non standard. La situazione è
grave per le giovani generazioni: le occupate tra i 15 e i 34 anni si
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
riducono di oltre 769.000 unità, come pure diminuiscono quelle
delle età centrali. Aumentano invece le occupate con 50 anni e oltre
(+1.445.000 unità). Questo fenomeno, del resto, si verifica anche tra
i maschi, così come, per ambedue i generi, cala il lavoro a tempo
pieno, mentre aumenta quello part time, del tutto involontario e non
motivato da esigenze di conciliazione tra lavoro e vita privata, ma
dalla mancanza di opportunità di lavoro a tempo pieno.
Occorre aggiungere che l’Italia è uno dei pochi Paesi che, so-
prattutto nel periodi di crisi, ha ridotto il peso del lavoro qualifica-
to a favore di un incremento del lavoro meno qualificato, special-
mente nel campo dei servizi alle persone (le badanti e i badanti) e
domestici. Il fenomeno ha colpito maschi e femmine, ma in par-
ticolare le donne, e soprattutto quelle meridionali. Inutile dire che
271
così si è innescato un circolo vizioso per cui la conciliazione tra
lavoro e vita privata è più complicata e il reddito medio delle fami-
glie non è adeguato per rivolgersi ai servizi privati per l’infanzia,
soprattutto al Sud.
IL RAPPORTO TENDE A SFATARE IL LUOGO COMUNE
DI UN SUD INONDATO DI RISORSE PUBBLICHE
PERDUTE IN SPRECHI E INEFFICIENZE.
Nel Mezzogiorno soltanto un terzo dei comuni offre asili nido,
che coprono solo il 5,4% dei bambini con meno dei 3 anni, mentre
al Nord si arriva al 17%. Le regioni con tassi di occupazione fem-
minile più vicini alla media europea sono quelle con la migliore
copertura dei servizi per la prima infanzia, i migliori livelli di istru-
zione femminile e le strutture produttive più elevate (provincia di
Trento, Emilia Romagna, Toscana).
Al Sud servizi più scarsi a cittadini e imprese
Volendo concludere con qualche altro cenno questa sintetica pa-
noramica del Mezzogiorno confrontato con il resto d’Italia e d’Eu-
ropa, il Rapporto tende a sfatare il luogo comune di un Sud inon-
dato di risorse pubbliche perdute in sprechi e inefficienze. La spesa
FOCUS
pubblica pro capite delle Amministrazioni Pubbliche nel 2017 è stata
pari a 11.309 euro nel Mezzogiorno e a 14.000 nel Centro-Nord.
Un divario che è andato aumentando negli anni Duemila, in par-
ticolare per la spesa relativa alla formazione, alla ricerca e sviluppo
e alla cultura.
La spesa sanitaria pro capite nel 2016 è stata di circa 1.800 euro in
Italia e di 2.800 nella media nell’Unione Europea (si arriva a 3.000
euro in Francia e Danimarca e a 3.800 in Germania). Il divario
è consistente anche all’interno del nostro Paese: circa 1.600 euro
nel Mezzogiorno e 2.000 euro nel Centro-Nord. Le scarse risorse
amplificano le difficoltà di accesso ai servizi per soddisfare i bisogni
essenziali: l’istruzione, la salute e l’assistenza. Le difficoltà aumenta-
no nelle regioni del Sud per le famiglie con tre o più minori, o con
272
stranieri.
Purtroppo l’analisi rivela che, dove la richiesta di servizi è
maggiore, la risposta è minore. La qualità e la quantità dei servizi
sociali e sanitari nel Sud risultano ancora decisamente inferiori a
quelli del resto del Paese. Si spiega così il tasso elevato di emigra-
zione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord per i casi di
ricovero per interventi chirurgici gravi. Nel Mezzogiorno circa
un caso su dieci dei residenti ricoverati per queste patologie si
sposta verso altre regioni. Nel Centro-Nord si spostano per cu-
rarsi in altre regioni, tra il 5 e il 6%. Il tasso di emigrazione si ri-
duce in Basilicata e Sicilia, rimane stabile in Campania e aumenta
in tutte le altre regioni meridionali. Il basso tasso di gradimento
dei servizi sanitari nel Sud dipende da fattori ambientali, struttu-
rali e organizzativi, ma anche da una minore dotazione di posti
negli istituti di cura.
Considerazioni analoghe si potrebbero fare per il settore edu-
cativo e scolastico. Del resto, in Europa, e non solo, l’Italia è agli
ultimi posti sia come spesa per studente sia come spesa in istruzione
in rapporto al Pil.
Qualche osservazione conclusiva
Non abbiamo inteso certamente dare una panoramica esaustiva
della situazione del Mezzogiorno italiano, di cui abbiamo descritto
IL MEZZOGIORNO NEL QUADRO ITALIANO ED EUROPEO
soltanto alcuni elementi e dati, senza addentrarci, ad esempio, nelle
trasformazioni del sistema produttivo meridionale dopo la crisi, alle
quali il Rapporto riserva oltre 120 pagine; e nelle insufficienti misu-
re adottate sinora dal precedente governo per rilanciare l’economia
del Mezzogiorno, come il reddito di cittadinanza.
Abbiamo inteso soprattutto fotografare la situazione e il divario
crescente tra Mezzogiorno e Centro-Nord del Paese, così come tra
l’Italia e il resto dell’Europa. La politica nazionale non sembra av-
viarsi verso quel cambio di direzione di cui il Sud d’Italia avrebbe
urgente bisogno, anche per rimettere in modo l’economia nazio-
nale. In questo, purtroppo, la situazione italiana non ha conosciu-
to molte variazioni, anche se alcune felici isole di sviluppo si sono
create anche al Sud. Noi abbiamo sottolineato specialmente ciò che
273
deve suscitare allarme e attenzione: non si vedono segni di consi-
stente ripresa degli investimenti pubblici al Sud.
Una delle cause che provocò la crisi del precedente governo fu
la bocciatura dei lavori alla Tav in Val di Susa. Anche con il nuovo
esecutivo non si vedono al momento segni di ripresa degli investi-
menti pubblici importanti né al Nord né tantomeno al Sud, dove
essi potrebbero costituire un forte elemento propulsivo. Speriamo
che in futuro il governo trovi la necessaria compattezza al proprio
interno per rimettere in moto un’economia stagnante e dare coe-
sione propulsiva all’intero Paese, in particolare al Mezzogiorno, le
cui potenzialità sono state sinora quasi sempre disattese.
VITA DELLA CHIESA
«LA NOSTRA PREOCCUPAZIONE
PER IL FUTURO»
A un anno dalla firma del Documento sulla Fratellanza
Laurent Basanese S.I.
«Dialogo non è una formula magica», dichiarava papa Francesco
alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San
Luigi, il 21 giugno 20191. In realtà, esige sforzi, incontri, «pazienza
geologica» – secondo le parole del grande islamologo domenicano
274
Georges Anawati –, e soprattutto atti concreti.
Mentre il «Documento sulla Fratellanza umana per la pace
mondiale e la convivenza comune» del 4 febbraio 2019, firmato da
papa Francesco e dal Grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb,
è entrato nella sua delicata fase di ricezione, conviene ricordare due
elementi importanti.
Innanzitutto, il testo è un’esortazione da mettere in pratica,
soprattutto da parte delle persone o degli organismi che possono
agire sulla società, cioè «autorità, leader influenti, gli uomini di re-
ligione di tutto il mondo, le organizzazioni regionali e internazio-
nali competenti, le organizzazioni della società civile, le istituzioni
religiose e i leader del pensiero». Visibilmente ciò che auspicano
papa Francesco e il Grande imam Ahmad al-Tayyeb è che il «Do-
cumento sulla Fratellanza umana» non rimanga lettera morta, ma
venga recepito in leggi e riforme reali della mentalità e della società.
In secondo luogo, non si tratta di un’ennesima «dichiarazione
islamo-cristiana»: le parole «islam», «cristianesimo», «dialogo isla-
mo-cristiano» d’altronde non compaiono in questo Documento.
Ma esso è indirizzato a tutti, ben oltre le appartenenze religiose: «Ci
rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli
1. P. Di Luccio - F. Ramírez Fueyo, «Teologia o rinnovamento degli studi
ecclesiastici. Le indicazioni di Francesco nel discorso di Posillipo», in Civ. Catt. 2019
III 471-481.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 274-283 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
A UN ANNO DALLA FIRMA DEL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA
artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni par-
te del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia,
del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza
comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di
salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque».
Alcuni frutti notevoli
Se il «Documento sulla Fratellanza» ha l’ambizione di avere
una portata universale che trascende le divisioni comunitariste, è
comunque radicato in un’ampia riflessione anteriore, al contempo
musulmana e cristiana, sul futuro dell’umanità.
In seguito agli attacchi terroristici, rivendicati nel nome dell’i-
275
slam, che hanno segnato l’inizio del XXI secolo, passando per le
rivoluzioni arabe del 2011 e l’apparizione dell’Isis sulla scena inter-
nazionale nel 2013, si sono in effetti moltiplicate assemblee di lea-
der musulmani, talvolta con cristiani, ebrei e rappresentanti di altre
confessioni, in tutto il mondo, nel tentativo di dare una risposta a
queste crisi sanguinose. Molto prima di poter percepire dei frutti
concreti del Documento sulla Fratellanza, erano stati programmati
altri incontri di alto livello, come la visita di papa Francesco in Ma-
rocco il 30 marzo 2019, dove il re Mohammed VI in persona ha
invitato a un «superamento» del classico dialogo interreligioso e a
promuovere l’educazione per far fronte alla violenza e ai radicalismi.
Punteggiando il suo testo di versetti coranici, un passaggio
del suo discorso di benvenuto merita di essere letto attentamente:
«Il dialogo tra le religioni abramitiche è manifestamente insuf-
ficiente nella realtà di oggi». Nel momento in cui i paradigmi
si trasformano, dovunque e soprattutto, anche il dialogo inter-
religioso deve cambiare. Il dialogo incentrato sulla «tolleranza»
durerà a lungo, senza però raggiungere la sua finalità. Le tre
religioni abramitiche non esistono per tollerarsi a vicenda, per
rassegnazione fatalista o accettazione altera. Esistono per aprirsi
l’una verso l’altra e per conoscersi, in un concorso valoroso a farsi
reciprocamente del bene.
VITA DELLA CHIESA
Ha detto Mohammed VI: «I radicalismi, siano essi religiosi o
meno, sono basati sulla non conoscenza dell’altro, sull’ignoranza
dell’altro, sull’ignoranza in generale. La “co-conoscenza” è una ne-
gazione di tutte le forme di radicalismo. Ed è questa co-conoscenza
che ci permetterà di affrontare le sfide del nostro presente tormen-
tato». Per far fronte ai radicalismi, ha proseguito, «la risposta non
è né militare né di budget; ha un solo nome: educazione. Il mio
appello per l’educazione è una requisitoria contro l’ignoranza: sono
le concezioni binarie e la non conoscenza che minacciano le nostre
civiltà. Mai la religione».
Il Documento sulla Fratellanza costituisce, tuttavia, una pietra
miliare notevole anche nelle relazioni interreligiose. In un certo
senso, invita a rinnovare in modo concreto il discorso e lo stile de-
276
gli incontri interreligiosi, passando non solo dalle parole alle azioni,
ma anche dal «politicamente corretto» al sano confronto e alla vera
cooperazione, per ripensare tutti insieme la «fratellanza» – vale a
dire il futuro dell’umanità – «credenti e non credenti, e tutte le per-
sone di buona volontà», come dice il testo.
Prova della serietà dell’intenzione, il 25 febbraio, venti giorni
dopo il viaggio del Papa negli Emirati Arabi Uniti, una delegazione
del Paese del Golfo guidata dallo sceicco Abdallah Ben Zayed Al
Nahyan, ministro degli Esteri, ha riferito al Papa in Vaticano delle
prime decisioni frutto della Dichiarazione congiunta. Tra queste
decisioni, si può ricordare la Fondazione internazionale per la coe
sistenza, la Zayed International Fund for Co-existence, incaricata di
finanziare programmi educativi che promuovono il pluralismo e
la fratellanza. O ancora la costruzione, sulla Saadiyat Island di Abu
Dhabi, della Casa della Famiglia di Abramo, una moschea, una
chiesa, una sinagoga e un centro di formazione per commemorare
la storica visita di papa Francesco e del Grande imam Ahmad al-
Tayyeb, a cui verrà aggiunto un tempio indù, su un terreno di oltre
100.000 metri quadrati lungo la strada tra Abu Dhabi e Dubai.
In questo stesso nuovo spirito di dialogo concreto e fraterno alla
ricerca della pace e della concordia, è stato istituito qualche mese
dopo, il 19 agosto, un «Comitato Superiore della Fraternità uma-
na», un gruppo di leader religiosi, studiosi dell’educazione e leader
culturali di tutto il mondo, incaricato di sostenere e promuovere le
A UN ANNO DALLA FIRMA DEL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA
riforme ispirate dal Documento sulla Fratellanza, anche presso le
autorità nazionali e internazionali. Questo Comitato si è riunito
una prima volta a Roma l’11 settembre, data altamente simbolica,
e una seconda volta a New York qualche giorno dopo, il 20 set-
tembre, in occasione dell’apertura della 74a Assemblea plenaria delle
Nazioni Unite. Il 5 dicembre scorso, sempre a New York, i membri
del Comitato hanno incontrato il Segretario generale delle Nazioni
Unite, António Guterres, e gli hanno consegnato un messaggio di
papa Francesco e del Grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb,
nel quale si propone che il 4 febbraio sia dichiarato «Giornata Mon-
diale della Fratellanza Umana», e si chiede all’Onu di partecipa-
re, assieme alla Santa Sede e ad al-Azhar, all’organizzazione, in un
prossimo futuro, di un Summit mondiale sulla Fratellanza umana.
277
Malgrado le critiche inevitabili, da alcuni ambienti sia cattolici
sia musulmani, che rimpiangono l’ambiguità di alcuni termini o
sottolineano il rischio di sentimentalismo e irenismo, il «Documen-
to sulla Fratellanza» viene generalmente percepito come un evento
molto importante nella storia del dialogo tra popoli e culture, come
lo è stato anche l’incontro interreligioso di Assisi del 1986. D’altra
parte, va notato che la sua firma, esattamente 800 anni dopo l’in-
contro – in piena crociata, nel 1219 – di san Francesco con il sulta-
no al-Malik al-Kāmil a Damietta, è molto significativa.
Il Documento viene anche ripreso, commentato, integrato, in un
modo o nell’altro, come un notevole contributo al dialogo interreli-
gioso, persino come una pietra fondante per il futuro dell’umanità.
Così la dichiarazione intitolata «Una fratellanza per la conoscenza
e la cooperazione», firmata da 22 leader e intellettuali musulmani
il 9 luglio, considera il testo «un evento senza precedenti, a livello
istituzionale, nella storia delle relazioni tra cristiani e musulmani».
Allo stesso modo, nella conferenza Human Fraternity: A Jewish
Reflection for a Common Existence, l’8 novembre, presso la Pontifi-
cia Università Gregoriana, Ronald S. Lauder, presidente del Con-
gresso ebreo mondiale, ha dichiarato: «A nome della comunità
ebrea mondiale, posso dirvi che la Dichiarazione di Abu Dhabi è
un documento internazionale determinante che noi, ebrei, rispet-
tiamo profondamente. Condividiamo i suoi valori fondamentali
e approviamo i suoi princìpi fondamentali». Il Corpo diplomatico
VITA DELLA CHIESA
accreditato presso la Santa Sede ha organizzato anche importanti
incontri a Roma per sensibilizzare il suo personale e la sua rete,
come l’ambasciata del Giappone e quella della Repubblica Argen-
tina, alla presenza di leader religiosi, cristiani, ebrei, musulmani,
indù, buddisti, sikh.
Si potrebbe anche affermare che lo «spirito» del Documento
al tempo stesso provoca e invita a essere più prudenti nell’uso del
vocabolario quando si parla dell’«altro», del «diversamente religio-
so» e della sua strumentalizzazione da parte della politica. Senza
menzionare esplicitamente il Documento sulla Fratellanza, la «Di-
chiarazione della Mecca», firmata il 31 maggio 2019, alla fine della
sessione ordinaria dell’Organizzazione della cooperazione islamica,
prende di nuovo le distanze dalle politiche che usano la religione
278
per fomentare conflitti; riafferma il necessario rispetto delle diffe-
renze culturali e religiose e indica anche il dialogo interreligioso tra
gli strumenti utili a contrastare discorsi violenti.
IL DOCUMENTO NON È DESTINATO A RIMANERE NEL
RECINTO DELLE «RELIGIONI ABRAMITICHE».
Qualche mese dopo, il 17 settembre, Muhammad Issa, segreta-
rio generale della Lega musulmana mondiale, ha ugualmente rico-
nosciuto, in occasione di una Conferenza internazionale sulla pace
a Parigi, che «l’islam politico rappresenta una minaccia e una (fonte
di) divisione nella società». Infine, durante l’XI Colloquio in Iran
tra il Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso e l’Islamic
Culture and Relations Organization (ICRO), l’11 e 12 novembre a
Teheran, sul tema «Musulmani e cristiani insieme a servizio dell’u-
manità», molti esponenti sciiti hanno espresso il desiderio di dare
il proprio contributo alla riflessione aperta dal «Documento sulla
Fratellanza».
Oltre il recinto delle «religioni abramitiche»
La prova, tuttavia, che il Documento non è destinato a rimanere
nel recinto delle «religioni abramitiche» è che lo stesso papa France-
A UN ANNO DALLA FIRMA DEL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA
sco ne ha promosso le intuizioni portandolo in Asia. Durante il suo
viaggio in Thailandia il 21 novembre, ne ha offerto persino una co-
pia al Patriarca supremo dei buddisti, Somdet Phra Ariyavongsaga-
tanana IX. Durante il suo discorso, ha insistito sull’importanza della
fratellanza umana per la pace e la convivenza, facendo riferimento
alla sua prima Esortazione apostolica Evangelii gaudium, mostrando
così la continuità del suo pensiero: «Quando abbiamo l’opportuni-
tà di riconoscerci e di apprezzarci, anche nelle nostre differenze,
offriamo al mondo una parola di speranza capace di incoraggiare
e sostenere quanti si trovano sempre maggiormente danneggiati
dalla divisione. Possibilità come queste ci ricordano quanto sia im-
portante che le religioni si manifestino sempre più quali fari di spe-
ranza, in quanto promotrici e garanti di fraternità».
279
Lo stesso messaggio è stato proferito dal Papa l’indomani – di
fronte al mondo accademico, nella Chulalongkorn University di
Bangkok, e alla presenza di 18 leader religiosi del Paese, rappresen-
tanti delle religioni tradizionali thailandesi, del buddismo, dell’i-
slam, del brama-induismo e sikhismo, e delle diverse confessioni
cristiane – con molte allusioni al «Documento sulla Fratellanza»:
«Sono finiti i tempi in cui la logica dell’insularità poteva predo-
minare come concezione del tempo e dello spazio e imporsi come
strumento valido per la risoluzione dei conflitti. Oggi è tempo di
immaginare, con coraggio, la logica dell’incontro e del dialogo vi-
cendevole come via, la collaborazione comune come condotta e la
conoscenza reciproca come metodo e criterio; e, in questa maniera,
offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti, contri-
buire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato. Credo
che in questo campo le religioni, così come le università, senza bi-
sogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri
doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire; tutto ciò
che facciamo in questo senso è un passo significativo per garantire
alle generazioni più giovani il loro diritto al futuro, e sarà anche un
servizio alla giustizia e alla pace».
Lo stesso è accaduto pochi giorni dopo, il 25 novembre, in
Giappone, durante l’incontro con le autorità e il Corpo diplomatico
a Tokyo. Lì il Papa ha ribadito che «la nostra comune preoccupazio-
ne per il futuro della famiglia umana ci spinge ad assumere la cultu-
VITA DELLA CHIESA
ra del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta;
la conoscenza reciproca come metodo e criterio», citando di nuovo
e direttamente il Documento sulla Fratellanza.
Ripensare fondamentalmente l’educazione
Se esiste un campo in cui è possibile agire concretamente per
cambiare le mentalità, immaginare insieme un nuovo futuro e la-
vorare per costruire un mondo vivibile per tutti in pace e nel ri-
spetto delle differenze culturali, questo è l’educazione. Perché, se
la fratellanza nella diversità è il cuore del messaggio portato dal
Documento, la formazione e l’educazione delle giovani generazioni
sono il respiro e i polmoni che infine consentiranno di vivere insie-
280
me e di respirare pienamente sulla Terra.
Il Re del Marocco ne è convinto: «Poiché Dio è amore», le reli-
gioni e le culture sono chiamate a interagire e ad aprirsi l’una all’al-
tra. Ed è estremamente significativo che la Zayed International Fund
for Co-existence degli Emirati Arabi Uniti sia stata creata proprio
per finanziare programmi di formazione che promuovano il plu-
ralismo e la fratellanza; che il Comitato Superiore della Fraterni-
tà umana comprenda esperti di istruzione, professori e diplomatici
preoccupati per la pace, le culture e la collaborazione tra i popoli; e
che papa Francesco sottolinei a Bangkok il ruolo primordiale delle
università, che possono offrire al mondo «un nuovo paradigma per
la risoluzione dei conflitti».
LA RIFORMA DEI SISTEMI EDUCATIVI A LIVELLO
MONDIALE È E SARÀ IL PRINCIPALE FRUTTO DEL
«DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA».
In questo sforzo «di immaginare con coraggio la logica dell’in-
contro e del dialogo vicendevole» a livello universitario, si può anche
citare la creazione, a Roma, poche settimane dopo la pubblicazione
del Documento, il 27 marzo, di un Gruppo di ricerca congiunto
tra il Centro studi interreligiosi della Pontificia Università Grego-
riana e il Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica sul tema: «Il
A UN ANNO DALLA FIRMA DEL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA
Documento sulla Fratellanza umana: riflessioni e sviluppi teologici,
filosofici e sociali».
Si può dire che la riforma dei sistemi educativi a livello mondiale
è e sarà il principale frutto del «Documento sulla Fratellanza» nei
prossimi anni. Il legame tra fraternità ed educazione è stato stabilito
dallo stesso Pontefice in occasione del suo discorso a Napoli, già
menzionato, il 21 giugno: «Come custodirci a vicenda nell’unica
famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pa-
cifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle
nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi
perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla
nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché
muri di separazione? [...] Sogno Facoltà teologiche dove si viva la
281
convivialità delle differenze, dove si pratichi una teologia del dialo-
go e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del
sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove
la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma
avvincente processo di inculturazione».
In un certo senso, una formazione rinnovata, integrale e inclu-
siva sarà la risposta che la Chiesa cattolica darà per attuare il Docu-
mento: un sistema educativo che dialoghi con tutti, per la costru-
zione della pace mondiale e per il bene di società auspicate sempre
più giuste e fraterne, «e anche per la custodia del creato». Molto di
più: una formazione in cui il dialogo – una volta aggiornato – sarà
assunto come metodo e criterio inevitabile di apprendimento, in cui
il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam e le altre religioni cercheranno
la conoscenza reciproca e la coesistenza pacifica, in un mondo che
sarà domani ancora più multiculturale e multireligioso.
Innanzitutto, è necessaria una prima tappa per raggiungere
questo obiettivo ambizioso: superare una mentalità aggressiva, di-
fensiva, identitaria e di conquista, e acquisire uno spirito benevolo,
propositivo, aperto e coraggioso. L’apologetica dei manuali e il pro-
selitismo come metodo per andare incontro all’«altro» non hanno
più senso in un mondo che è cambiato considerevolmente ed è di-
ventato simile a un piccolo villaggio interconnesso e in perpetua
effervescenza.
VITA DELLA CHIESA
Per quanto riguarda il cristianesimo e l’insegnamento come vie-
ne praticato nelle scuole e nelle Università occidentali, resta ancora
molto da fare per mettere in rete le conoscenze e lavorare insieme
in modo interdisciplinare, lontano dalle logiche autoreferenziali e
competitive. Affinché la teologia e il pensiero non sprofondino nel-
la decadenza, rifugiarsi nel passato e nel suo mondo non è certo la
giusta direzione: questo atteggiamento porterà a evitare il presente
e a non vivere le sfide di oggi e di domani.
Per quanto riguarda la riforma dei programmi di studio nell’i-
slam, il problema dei libri di testo è stato reso pubblico molto prima
dell’emergere dell’Isis e rimane cruciale. Alcuni testi, in particolare
quelli riguardanti la giurisprudenza, contengono sempre caricature
delle altre religioni e istigazioni alla violenza o persino all’odio verso
282
l’altro «diverso». Invitano gli adolescenti alla jihad e gli forniscono,
anch’essi, una visione unidimensionale della realtà, una distorsione
della storia, ma anche stereotipi sulle donne.
Vari Paesi a maggioranza musulmana hanno cercato, in questi
ultimi anni, di modificare seriamente i loro programmi scolastici
introducendo il pensiero critico e lo spirito di ricerca, il pluralismo
e la tolleranza. Ma molti di questi cambiamenti hanno provocato
una forte opposizione da parte dei conservatori e dei partiti islamici,
molti dei quali percepiscono questi cambiamenti come una forma
di sottomissione alle esigenze dell’Occidente e una violazione dell’i-
dentità musulmana.
Di conseguenza, con alcune eccezioni, i tentativi di riforma
scolastica nei Paesi a maggioranza musulmana sono stati titubanti e
superficiali. Finora le scuole non sono riuscite a formare le giovani
generazioni al riparo dall’estremismo e dall’ostracismo. Il card. Louis
Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, ha riconosciuto che
il «Documento sulla Fratellanza» è «un punto di riferimento essen-
ziale», e ha ribadito recentemente l’importanza di riformare l’istru-
zione scolastica in Iraq, e più in generale in Medio Oriente, affinché
i libri scolastici siano privi di «ogni forma di odio», insieme all’invito
a «sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti umani e sui princìpi di
cittadinanza e di uguaglianza».
La risposta della Chiesa al Documento sulla Fratellanza sarà es-
senzialmente pedagogica e interdisciplinare: costruire una nuova
A UN ANNO DALLA FIRMA DEL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA
alleanza tra scuola, famiglia e le migliori energie delle società, sia
religiose sia civili, per mettere al centro lo sviluppo integrale della
persona e la custodia del creato. Questo è infatti l’obiettivo del gran-
de evento mondiale che si terrà in Vaticano il 14 maggio 2020 e che
avrà per tema «Ricostruire il Patto Educativo Globale». L’iniziativa è
stata promossa da papa Francesco e lanciata in un Messaggio, pub-
blicato il 12 settembre 2019, che a sua volta richiama il «Documento
sulla Fratellanza». Essa vuole affermare pure che l’educazione non è
limitata alle aule scolastiche e universitarie. L’educazione, o meglio
la formazione, è una dimensione trasversale che tocca tutti gli am-
biti della vita e tutte le dimensioni: l’arte, lo sport, la letteratura, l’e-
conomia, la politica. Durante questa Giornata, che sarà soprattutto
l’inizio di un processo, i rappresentanti delle principali religioni, gli
283
esponenti degli organismi internazionali, del mondo accademico,
economico, politico e culturale sottoscriveranno un’alleanza per un
«Patto Educativo Globale» rinnovato, per consegnare alle giovani
generazioni una Casa comune fraterna.
Una riflessione necessaria sulla diversità in un mondo plurale
Se le religioni possono contribuire a un Patto educativo globale
e alla formazione di una generazione che sia veramente aperta, ma-
tura e dialogante, la questione ben messa a fuoco nel «Documento
sulla fratellanza umana» è in effetti più ampia di una semplice rifor-
ma dei programmi scolastici: è culturale e interculturale.
Il rifiuto della fraternità, l’incitamento all’odio e alla violenza
proliferano non solo nelle scuole e nei corsi di religione, ma anche
in famiglia, nei raduni politici o al cinema, al lavoro, al mercato o
in strada. E questo dal Medio Oriente a Roma e dall’Asia a New
York. Da qui la necessità di ripensare l’alterità, «il diverso da sé», e
di riapprendere o inventare come vivere insieme, in modo diverso.
Per passare dall’odio alla semplice tolleranza e giungere a un
sincero vivere-insieme, le semplici leggi, le riforme unilaterali e le
misure coercitive sono insufficienti. È necessario accompagnare
questi cambiamenti creando un clima, una cultura dell’incontro
che favorisce l’accettazione reciproca e promuove società pacifiche
e inclusive.
PARTE AMENA
Giovanni
POGGESCHI
284 BAMBINI E BANDIERE
Animaletti
Farfalle e insetti
Bambini e bandiere
Passeri in terra
Barche nel mare
Gabbiani nel cielo.
Se a ogni passo
in te inciampiamo,
perché, Signore,
non ti adoriamo?
Atti 17,28
Giovanni Poggeschi (1905-72), gesuita, è stato tra i fondatori della rivista
d’arte e letteratura L’ Orto. Divenuto sacerdote nel 1944, per un decennio
ha pensato che la sua vocazione fosse incompatibile con l’esercizio dell’arte,
che invece poi riprese. Il suo soggetto è sempre stato la semplice realtà,
nella quale riconosce il mistero di Dio.
RIVISTA DELLA STAMPA
DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
Federico Lombardi S.I.
Dobbiamo essere grati ad Anne- Paolo II ha moltiplicato le attenzioni
Marie Pelletier per il suo libro recen- verso le donne nel corso del suo lun-
te L’ Église, des femmes avec des hom- go pontificato (si pensi, ad esempio,
mes, che raccoglie e sviluppa diverse alla lettera apostolica Mulieris digni-
286 linee di riflessione sulla relazione fra tatem, del 1988, o alla Lettera alle
donne e uomini nella Chiesa da lei donne, del 1995).
già avviate in scritti precedenti1. Senza negare tutto ciò, l’Autrice
Non dovrebbe essere necessario osserva giustamente che altro sono le
sottolineare che il tema è di impor- dichiarazioni, altro la loro recezione
tanza e attualità cruciale. Del resto, nella vita della Chiesa, e che spesso
sono decenni che i papi ne parlano, e le bellissime e numerose parole di
Giovanni XXIII aveva giustamente «omaggio» alle donne da parte dei
individuato la nuova consapevolezza papi hanno suscitato in donne impe-
della dignità e della responsabilità gnate nei movimenti di promozione
della donna fra i principali «segni dei ed emancipazione il sospetto di con-
tempi» nella sua famosa enciclica Pa- fermare di fatto visioni stereotipate
cem in terris (1963). Non sono man- della donna, invece di metterne in
cati interventi e documenti molto questione le possibili ambiguità2.
importanti. Soprattutto Giovanni Occorre perciò continuare ad avvi-
1. A.-M. Pelletier, L’ Église, des femmes avec des hommes, Paris, Cerf, 2019. Anne-
Marie Pelletier ha insegnato in diverse università Linguistica e Letteratura comparata,
ha conseguito il dottorato in Scienze delle religioni con una tesi sul Cantico dei Cantici,
pubblicata dal Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha insegnato Scrittura ed Ermeneutica
alla Facoltà del Collège des Bernardins di Parigi. Ha pubblicato diversi articoli e libri sulla
tematica della donna nella Chiesa, fra cui Le christianisme et les femmes (2001) e Le signe
de la femme (2008). Nel 2014 è stata la prima donna insignita del Premio Ratzinger. Nel
2017 è stata invitata a redigere i testi delle meditazioni della Via Crucis presieduta dal Papa
il Venerdì Santo, al Colosseo.
2. È ben noto, ad esempio, l’esame critico compiuto da Lucetta Scaraffia della cate-
goria del «genio femminile», usata da Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem.
© La Civiltà Cattolica 2020 I 286-294 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
cinarsi senza paura e diffidenza alle L’Autrice chiosa con parole molto
donne nel loro faticoso cammino forti: «Censura continuata della pa-
storico verso il riconoscimento pieno rola femminile e del suo sapere in-
della loro uguale dignità e dei loro timo sulla carne e sulla vita, neces-
diritti. sariamente al cuore del soggetto.
La Pelletier – e solo una donna Censura ugualmente della storia
poteva farlo in modo credibile! – ci portata da generazioni di donne,
aiuta così a capire le ragioni plausi- ossessionate da gravidanze inces-
bili sottostanti a una critica «fem- santi vissute come un destino, e da
minista», talvolta venata di una cer- parti pericolosi associati a sofferen-
ta aggressività, e quindi causa a sua ze teologizzate in modo perverso3.
volta di reazioni difensive nell’am- Censura dunque del loro dolore e
bito ecclesiale. Nel ripercorrere la del loro desiderio» (p. 20).
287
vicenda dei rapporti fra la Chiesa e La Pelletier è del tutto consa-
le donne nei decenni trascorsi, nel pevole della gravità dei problemi
contesto delle grandi trasformazio- affrontati dall’enciclica, come dei
ni sociali e antropologiche contem- rischi di disumanizzazione insi-
poranee, l’Autrice mette in risalto ti nella separazione crescente fra
la distanza e le incomprensioni che la sessualità e la procreazione, e fa
si sono venute a creare e che quindi notare che essi vanno oggi ricon-
dobbiamo cercare di superare. testualizzati, ma ciò «implicherà di
Sono in particolare due i nuclei ascoltare infine le donne su questo
tematici su cui ella si sofferma: la soggetto, almeno a parità degli uo-
contraccezione e il sacerdozio mi- mini» (p. 39), in una prospettiva di
nisteriale. Sulla prima, la Pelletier discernimento e di responsabilità.
non può non osservare «la strana Nel 1968, infatti, l’incontro fra le
situazione» per cui la riflessione che donne e la Chiesa «è stato manca-
sboccherà nell’Humanae vitae «è to», e il discorso magisteriale – sulla
stata condotta senza impegnare l’e- vita delle coppie, sulla contracce-
sperienza e la parola personale delle zione, sulla visione pluralistica della
donne (a parte alcune inserite con sessualità – è stato da molte don-
parsimonia “in coppia” in una del- ne recepito come troppo insisten-
le commissioni riunite dal Papa)». te e perfino «indiscreto». In questa
3. L’Autrice allude evidentemente al «partorirai con dolore» di Gen 3,16 e alle sue
interpretazioni oggi inaccettabili.
RIVISTA DELLA STAMPA
prospettiva, l’approccio attuale del alla lettura o rilettura della Scrittura
papa Francesco appare innovatore. dal punto di vista delle donne. Per-
L’altro grande tema su cui l’Au- ché è dalla parola di Dio che biso-
trice mette a fuoco la situazione pro- gna sempre ripartire per trovare la
blematica delle donne nella Chie- strada giusta. «Il superamento di un
sa cattolica è quello del sacerdozio punto di vista esclusivamente ma-
ministeriale riservato agli uomini. schile, l’accoglienza di letture con-
Bisogna osservare subito che la Pel- dotte attraverso il prisma di sensibi-
letier non ha nessuna intenzione di lità, di impegni, di preoccupazioni
schierarsi per la rivendicazione del femminili, è di natura tale da far
sacerdozio alle donne. Il suo discor- sorgere nella lettura contempora-
so si concentra infatti sul significato nea nuovi rilievi, un’abbondanza
del sacerdozio battesimale vissuto di dettagli ignorati, che fanno cre-
288
«al femminile». Ciò che ella rileva è scere il senso della lettura biblica e
piuttosto che la serie dei documen- manifestano, a vantaggio di tutti,
ti magisteriali sull’argomento, nella la sua intelligenza antropologica e
loro perentorietà ed evidente preoc spirituale» (p. 57). Tutti coloro che
cupazione di evitare ogni sorta di si sono esercitati a far proprie tali
incertezze e discussioni, ha suscita- prospettive – uomini e donne, sia
to in molte donne – anche cattoli- nell’ambito degli studi biblici sia in
che e anche lontane da ogni forma quello più orientato alla pastorale –
rivendicativa polemica – un disagio non possono non condividere con
e il senso crescente «di un divorzio entusiasmo queste parole.
insormontabile fra loro e l’istituzio- La Pelletier rilegge molto sin-
ne ecclesiale» (p. 43), percepita come teticamente i testi dei primi capito-
chiusa in una sorta di autodifesa li della Genesi su uomo e donna in
dell’autorità maschile. chiave relazionale, ripercorre la lun-
ga storia dei conflitti e dell’ostilità fra
Leggere e rileggere le Scritture i sessi nella Bibbia, mette in evidenza
l’ordine patriarcale e la condizione
Delineato con coraggio lo status di inferiorità della donna che lo ca-
quaestionis con queste due consta- ratterizza e di cui bisogna avvertire
tazioni di fatto, molto forti ma dif- la profonda inadeguatezza. Ma poi
ficilmente contestabili, la Pelletier mette anche in luce la presenza e la
passa al discorso «costruttivo», de- splendida ricchezza di figure fem-
dicando opportunamente una bel- minili nel corso dell’Antico Testa-
lissima e ampia parte del suo lavoro mento: le eroine di Israele e il loro
DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
posto nella storia della salvezza, le no al suo seguito attraverso la Galilea,
profetesse, i tratti femminili con cui evidentemente slegate dalle apparte-
è descritta la Sapienza di Dio o con nenze familiari e coniugali inerenti
cui sono rivelate la tenerezza, la fe- alla loro condizione femminile. Le
deltà e la misericordia di Dio… fino domande si moltiplicano: come esse,
al dialogo affascinante e misterioso all’interno di un gruppo di uomini,
di alleanza del Cantico dei Cantici, hanno assunto questo gesto trasgres-
in cui domina la voce femminile. sivo, e come sono state percepite?
Non si tratta di negare che i riferi- Quale reputazione poteva avere una
menti maschili nella Scrittura siano donna come Giovanna, che aveva
più abbondanti di quelli femmini- lasciato suo marito e la corte di Ero-
li, «checché ne dicano certe letture de Antipa per accompagnare Gesù?
femministe», ma «il punto decisivo Quale era la natura del servizio che
289
è che occorre intessere gli uni e gli queste discepole inattese portavano
altri riferimenti per avvicinarsi un a Gesù? Esso andava al di là di una
poco alla conoscenza di Dio, di cui dimensione semplicemente materiale
la tradizione ebraica ricorda l’inco- e finanziaria? E ancora, che cosa pen-
noscibilità, rifiutando l’uso disinvol- sare dell’insistenza del testo nel de-
to del suo Nome» (p. 95). scrivere diverse di loro come persone
Anche il Nuovo Testamento – in che erano state malate o possedute?
particolare i Vangeli –, riletto con Fatto sta che, a differenza degli uo-
vera attenzione agli «episodi femmi- mini intorno a Gesù, esse non sono
nili», diventa una miniera di sorprese, state l’oggetto di un appello: si sono
a cominciare dagli interrogativi po- presentate, e Gesù ha accettato la loro
sti dalla presenza delle donne galilee presenza assidua. L’ha ratificata, fino
nella compagnia itinerante di Gesù a riservare ad esse il primo annun-
(cfr Lc 8,2-3). È giusto che vi ci sof- cio della risurrezione» (p. 100). Li-
fermiamo, meravigliandoci di quan- bertà e audacia di questa compagnia
to poco in passato vi avessimo fatto femminile del Signore, in cui Maria
attenzione: «Al di là di una tradizio- Maddalena svolge un chiaro ruolo
ne di sante donne che hanno seguìto di leader umana e spirituale, così ef-
Gesù fino alla croce, il testo impone ficacemente messo in risalto da papa
la realtà molto più sconvolgente di Francesco: l’«apostola degli apostoli»!
un gruppo di donne che seguono un Ma le figure femminili che si in-
rabbi, dunque un uomo, in questo contrano nei Vangeli sono molte ed
caso Gesù, nel suo ministero pubbli- entrano nella vicenda di Gesù con
co. Donne itineranti, che cammina- un peso più grande di quanto spesso
RIVISTA DELLA STAMPA
non abbiamo pensato. Basti ricorda- con fiducia, ma consapevoli della sua
re la donna cananea (cfr Mt 15,21- complessità. Colpisce, ad esempio,
28), pagana e madre addolorata per che nella enumerazione delle ap-
la sorte della figlia, che nella sua parizioni del Risorto fatta da Paolo
umiltà tocca Gesù al cuore e lo indu- nel capitolo 15 della Prima lettera ai
ce ad allargare ai pagani l’orizzonte Corinzi siano totalmente ignorate
della sua missione. Non si può mi- quelle alle donne, ben diversamen-
nimizzare il fatto che il testo evan- te dalla tradizione giovannea, per
gelico dice chiaramente che è stata la quale la prima apparizione del
la donna a «far cambiare» l’atteggia- Risorto è a Maria Maddalena. Ma
mento di Gesù4. La Pelletier riporta anche il discorso paolino culmina
il delicato commento a questo epi- in un superamento definitivo del-
sodio da parte di un’esegeta donna, l’«inimicizia fra l’uomo e la donna»:
290
Dolores Aleixandre, che immagina «Uomini e donne sono toccati da
le riflessioni della figlia della cana- una ricreazione che permette loro
nea sul mistero della sua guarigione di esistere in un faccia a faccia libero
e sull’audacia di sua madre di fronte dalle sfigurazioni del peccato». È ciò
a Gesù: «Ella gli ha lanciato la sfida che si manifesta nella famosa e quasi
di passare la frontiera che gli restava sconvolgente formula della lettera ai
ancora da superare e lo ha chiama- Galati: «Ormai, nel Cristo, non c’è
to dall’altra parte, dove noi eravamo più uomo né donna» (Gal 3,28) (cfr
ancora come un gregge perduto in pp. 106 s).
mezzo alla boscaglia. Egli ha dovuto
sentire nella sua voce un’eco di quel- Le donne «lievito di una conversione
la di suo Padre e si è deciso a passare ecclesiologica»
tale frontiera» (p. 220).
Certo, anche il Nuovo Testa- Il discorso della Pelletier passa
mento sente il suo contesto culturale poi ad affrontare la questione attuale
e pone una serie di sfide per la lettu- della donna nella Chiesa. L’Autrice
ra delle donne o attenta alle donne: è ben determinata a non limitarsi
bisogna quindi saperlo avvicinare alla preoccupazione di ritoccare gli
4. Ci sia permesso di osservare di passaggio che in questo episodio l’argomenta-
zione della donna sulle «briciole che cadono dalla tavola» è così delicatamente attenta al
quotidiano, così tipicamente femminile, da far ritenere che non possa essere l’invenzione
di un uomo, seppure evangelista.
DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
organigrammi dell’istituzione, con- realtà ecclesiale il sacerdozio batte-
centrandosi – come fanno i più – su simale, comune a tutti i fedeli, al cui
una problematica di distribuzione di interno e al cui servizio esiste il pre-
ruoli e di «potere». Per quanto an- sbiterato come sacramento espressi-
che questa non si debba negare, per vo ed efficace della presenza di Cri-
la Pelletier è più importante cercare sto, tramite l’annuncio della Parola,
di scendere in profondità, al livel- l’Eucaristia e la Riconciliazione. In
lo delle realtà teologiche su cui si questa prospettiva, ogni forma di
fonda la Chiesa, al punto centrale esercizio del sacerdozio ministeriale
della vocazione cristiana. L’Autrice come potere e non come servizio,
si concentra perciò sull’articolazio- ogni tentazione di vivere il presbi-
ne del sacerdozio battesimale e del terato come appartenenza a una ca-
ministero sacerdotale, guardando sta privilegiata va definitivamente
291
in faccia, senza timore, il fatto che e decisamente superate. Qui si in-
– essendo quest’ultimo loro negato tende l’insistente e forte richiamo
– le donne, a differenza degli uomi- di papa Francesco contro il «cleri-
ni, devono vivere la loro vocazione calismo» e a favore del cammino
cristiana in un rapporto «asimme- corresponsabile del popolo di Dio,
trico» rispetto alla gerarchia sacer- animato dall’unzione dello Spirito.
dotale della Chiesa. Questa condi- A questo punto non si può non
zione ha assunto e assume spesso evocare anche la situazione di crisi e
una connotazione di inferiorità e di prova in cui il sacerdozio ministe-
di umiliazione e rischia di «rendere riale è stato condotto oggi dalla vi-
fragile la loro identità». Proprio per cenda degli scandali di abusi sessuali e
questo diventa urgente approfondi- che rende particolarmente urgente la
re ciò che significa – al di là di tutte sua radicale purificazione da ogni for-
le differenze di potere, stato di vita o ma di esercizio indebito di potere («di
funzione – il fatto di appartenere al abuso di potere, di coscienza e sessua-
Cristo, l’essere chiamate, con il bat- le», come usa dire papa Francesco).
tesimo, a dare corpo e presenza alle Naturalmente il sacerdozio co-
realtà del Regno (cfr p. 121). mune riguarda allo stesso modo uo-
È stato il Concilio Vaticano II mini e donne. Ma la tesi dell’Autrice
– dopo una lunga storia nella qua- è che le donne, proprio perché il sa-
le il sacerdozio ministeriale aveva cerdozio ministeriale è loro negato,
concentrato in sé sapere e autorità «sono disponibili per portare alta
in una Chiesa fortemente gerar- e forte l’affermazione della dignità
chizzata – a riportare al centro della insuperabile del sacerdozio battesi-
RIVISTA DELLA STAMPA
male» (p. 158), «sono come il lievi- menti a condizioni di vita e di attivi-
to della conversione ecclesiologica», tà delle donne (mogli, madri, nonne,
che comporta la rivisitazione del educatrici, infermiere…). Anche nel
sacerdozio ministeriale. La Pelletier crescere del numero di canonizza-
parla in tale contesto di un «segno zioni di donne nel XX secolo – per
della donna» in seno al Corpo eccle- quanto sempre con grande mag-
siale e di una «gerarchia inversa» dei gioranza di consacrate – l’Autrice
due sacerdozi: «Se il sacerdozio mi- riconosce «l’attenzione portata a una
nisteriale ha una funzione di decen- santità femminile la cui grandezza
tramento [verso Cristo e il suo dono sta nel santificare l’ordinario, cioè la
di grazia] essenziale alla vita della carne del reale» (p. 169).
Chiesa, nello stesso mistero della Parlando delle donne nella
Chiesa le donne senza tale sacerdo- Chiesa, la Pelletier saluta eviden-
292
zio hanno una funzione non meno temente con favore il fatto che a
essenziale: funzione questa volta di diverse di esse vengano affidati
centraggio/ricentraggio che ricorda compiti di maggiore responsabili-
a tutti (chierici compresi) il centro di tà nella Curia romana o nell’isti-
gravità di ogni vita evangelica, al di tuzione ecclesiale. Tuttavia non si
là dei ruoli, delle distinzioni e del- tratta tanto di limitarsi a una ri-
le gerarchie che strutturano al pre- distribuzione di poteri quanto di
sente l’istituzione ecclesiale» (p. 161). «innervare il corpo ecclesiale di
A questo punto è l’Autrice stessa a femminilità battesimale» (p. 174),
osservare che tale valore di «segno» ritrovando la Chiesa come vita,
della donna – su cui ella tanto insiste comunità e comunione.
– scomparirebbe se venisse soddi- Decisivi sono, in questa prospet-
sfatta la rivendicazione del sacerdo- tiva, anche la «diaconia», il servizio
zio ministeriale delle donne. della carità e quello della Parola.
Anche il discorso conciliare sul- Quanto al primo, pensando all’e-
la «vocazione universale alla santità» sperienza già fatta da molte donne
nella Chiesa, in evidente continuità nell’assistenza negli ospedali o nelle
con quello sul sacerdozio battesimale prigioni, o in altre situazioni di sof-
comune, riceve una luce molto forte ferenza, o in comunità religiose o
dalla vita delle donne. Non è un caso ecclesiali, è giusto menzionare non
che le pagine molto belle dell’esor- solo il loro straordinario servizio per
tazione apostolica di papa Francesco le sofferenze del corpo, ma anche
Gaudete et exsultate sulla santità nella quello insostituibile dell’ascolto, della
vita ordinaria facciano molti riferi- consolazione, dell’accompagnamen-
DONNE E UOMINI NELLA CHIESA
to spirituale, che diventa parte inte- pensosamente sorpresi del fatto che
grante di un cammino di incontro la teologia mariana sia stata per se-
con Dio, anche se non giunge all’at- coli sviluppata essenzialmente da
to propriamente sacramentale. Os- uomini6? Certo gli uomini possono
serviamo di passaggio che chi si oc- dire cose giustissime e profonde su
cupa di ascolto e accompagnamento Maria, ma non possono farlo anche
di vittime di abusi sa molto bene che le donne? E se non abbiamo il con-
in tale campo il ruolo delle donne è tributo delle donne, non c’è la pro-
non solo prezioso, ma assolutamente babilità che manchi una ricchezza e
necessario e imprescindibile5, e che una profondità in più7?
anche in questo contesto il valore di Il volume della Pelletier si con-
un contributo femminile alla forma- clude con un «piccolo inventario» del
zione sacerdotale si impone con sem- «segno della donna»: una serie di fi-
293
pre maggiore evidenza. gure del nostro tempo che ci aiutano
Quanto alla diaconia della Parola a comprendere che ci sono modali-
e, più ampiamente, all’intelligenza tà di attraversare le esperienze della
della fede e alla sua espressione, per vita e della fede caratteristiche delle
fortuna l’orizzonte si sta allargan- donne, ma di cui tutti sentiamo il
do. Chi oggi potrebbe veramente valore e la preziosità. Sarà il modo in
pensare che «un discorso maschile cui l’armena Zabel Essayan assume e
sarebbe capace di prendere in cari- condivide le lacrime di tutte le ma-
co, da solo, il tutto dell’esperienza dri che piangono i loro figli perduti,
cristiana e dei misteri della fede» (p. rifiutando di sfuggire la profondi-
182)? Come non restare in fondo tà del mistero e dello scandalo del
5. Una donna abusata da un uomo, o tanto peggio da un sacerdote, proverà evi-
dentemente una resistenza perlopiù insuperabile ad aprirsi con un uomo e iniziare così un
cammino di risanamento.
6. L’Autrice osserva che un testo bello e importante come l’enciclica Redemptoris
Mater, del 1987, riporta da cima a fondo, in modo praticamente esclusivo, riferimenti ad
autori maschili.
7. È per fortuna ormai esperienza comune che nelle letture comunitarie della Scrit-
tura il contributo delle donne costituisce un arricchimento straordinario e necessario. Chi,
se non le donne, può commentare con vera partecipazione e comprensione esistenziale
episodi evangelici che vedono le donne protagoniste nella loro femminilità spirituale o
fisica, come le unzioni di Gesù o la guarigione dal flusso di sangue (Lc 8,43-48)? O portare
alla luce figure femminili spesso rimaste nell’ombra, ma in realtà più rilevanti nel racconto
biblico di quanto non si pensi? Ad esempio, Nuccia Resegotti Palmas ha scritto un libro
interessante e ben documentato, Le ragioni di Sara, sulle vicende delle origini di Israele
vissute dalla prospettiva della moglie di Abramo (cfr Oss. Rom., 10 luglio 2017).
RIVISTA DELLA STAMPA
male nel mondo. O il modo in cui In conclusione, osserviamo che
Etty Hillesum si avvicina alla morte nel corso delle sue pagine – gra-
in un mondo dominato dalle tene- zie alla sua ampia cultura stori-
bre sempre più fitte dell’oppressione ca, ecclesiale, biblica e teologica,
nazista, riaffermando la sua fede in e alla sua sincera attenzione alla
Dio con una profondità unitiva su- condizione femminile – la Pelle-
blime e sconcertante: «Una cosa mi tier riesce a far capire agli uomini
appare sempre più chiara: non sei tu suoi lettori, in particolare a quelli
che puoi aiutarci, ma noi che ti pos- convolti nelle realtà ecclesiali, una
siamo aiutare». O il modo femmini- grandissima serie di questioni, in-
le di vivere con pazienza il tempo, terrogativi, e anche disagi, che ri-
sperimentando in sé il mistero del- guardano le donne nella Chiesa e
la maternità, con le sue dimensioni di cui essi spesso non si rendono
294
di attesa e di fedeltà, tanto prezio- conto a sufficienza. Questo è mol-
se quanto oggi dimenticate per la to importante. Sarebbe tragico per
fretta, l’attivismo e l’accelerazione la Chiesa se i problemi non fosse-
di ogni aspetto della vita. O l’inse- ro avvertiti nella loro profondità
gnamento «della radicalità della vita e urgenza. Ma la Pelletier riesce a
nell’amore», che è così caratteristico farlo senza andare mai nella dire-
di santa Teresa e delle altre donne zione della contrapposizione, della
proclamate «dottori della Chiesa». divisione fra donne e uomini. Il suo
Non può infine mancare una discorso evita una visione semplifi-
profonda riflessione su Maria, cata della «complementarità» di uo-
presa di mira da tante battaglie mini e donne, e tuttavia riesce a far
femministe come strumento per comprendere che nell’esperienza
conservare una condizione della del cammino verso Dio e la sua co-
donna passiva ed estraniata dal noscenza, come pure nella testimo-
cammino della storia. Ben altra è nianza della vita cristiana in tutta
la Maria di cui ci parlano i Van- la sua meravigliosa ricchezza, non
geli, la vergine che custodisce nel si può assolutamente fare a meno
cuore il mistero di cui è testimo- del contributo femminile. Per rico-
ne, la vergine che nel Magnificat noscerlo e viverlo nella concretezza
legge la storia alla luce di Dio, la della vita ecclesiale nei suoi diversi
vergine che resiste nella speranza aspetti, c’è molta strada da fare. La
fino al Calvario, donna solidale Pelletier ci aiuta tutti – donne e uo-
con le donne di ogni luogo e di mini – a camminare insieme nella
ogni tempo. direzione giusta.
«A HIDDEN LIFE», UN FILM
DI TERRENCE MALICK
Jean-Pierre Sonnet S.I.
Il 6 febbraio esce sul grande Una vita nascosta
schermo A Hidden Life, l’ultimo
film di Terrence Malick. È stato Questo uomo è Franz Jägerstät-
presentato nel mese di maggio ter (1907-43), obiettore di coscien-
2019 al festival di Cannes, dove za austriaco, giustiziato dai nazisti 295
ha ottenuto il premio della giuria all’età di 36 anni. Al momento del
ecumenica e il premio François- plebiscito del 10 aprile 1938, fu il
Chalais. Il lungometraggio rivela solo a votare contro l’ Anschluss nel
il potere che il cinema ha di di- suo paese di St. Radegund, in Alta
ventare epifania, di essere luce Austria, al confine con la Germa-
riguardo alla luce. Se l’opera rap- nia. Giovane contadino, non face-
presenta un ritorno del regista va parte di nessuna organizzazione
verso una narrazione più struttu- politica; era fondamentalmente il
rata (dopo il periodo sperimenta- marito di Franziska Schwaninger
le degli anni 2011-17), prolunga (1913-2013), donna dalla fede pro-
anche, e in modo radicale, l’arte fonda, che lo aveva spinto a leggere
che sottende tutti i film di Malick: la Bibbia e la vita dei santi.
da Badlands (1973) a Song to Song Durante la coscrizione obbliga-
(2017), passando per capolavori toria del 1940, Jägerstätter si rifiutò
come The Thin Red Line (1998) e di giurare fedeltà al Führer. L’esen-
The Tree of Life (2011), palma d’o- zione per gli agricoltori, tuttavia,
ro al festival di Cannes nel 2011. A fece sì che egli potesse tornare a
Hidden Life è senza dubbio il film casa. La scelta dell’obiezione di co-
più spirituale di Malick: «Un film scienza divenne allora ancora più
in cui si entra – ha scritto Owen profonda in lui dopo quella prima
Gleiberman – come fosse una cat- esperienza militare, e anche in ri-
tedrale dei sensi» e in cui si ode la sposta alla crescente persecuzione
preghiera di un uomo. della Chiesa e alla campagna di
© La Civiltà Cattolica 2020 I 295-300 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
ARTE MUSICA SPETTACOLO
sterminio di adulti con disabilità fi- Benedetto XVI, e il 26 ottobre
siche e mentali da parte del regime dello stesso anno, giorno della festa
nazista. L’incontro con il vescovo nazionale austriaca, è stato beatifi-
di Linz si rivelò inconcludente, e cato nella cattedrale di Linz.
l’incapacità dell’uomo di Chiesa di
affrontare le questioni radicali lo «Una forma di narrazione che non
lasciò deluso. può che essere filmata»
Jägerstätter fu infine chiamato
al servizio militare attivo nel feb- Ispirato da una simile figura,
braio 1943. Aveva allora tre figlie, Terrence Malick ha creato un film
la più grande di sei anni. Dichiarò di potente interiorità, dominato da
subito la sua obiezione di coscien- due protagonisti: Franz e sua mo-
za. Detenuto prima a Linz e poi glie Franziska o Fani (impersonati
296
a Berlino-Tegel, fu giudicato dal- sullo schermo da August Diehl e
la corte marziale il 6 luglio 1943. Valerie Pachmer, ambedue di pre-
Condannato a morte per intralcio senza irradiante). Storiografica – il
allo sforzo militare, fu ghigliotti- film si apre con il filmato di una pa-
nato il 9 agosto 1943 nel carcere di rata di Hitler ed è scandito da date
Brandeburgo, lo stesso in cui circa visualizzate sullo schermo –, l’opera
10.000 disabili mentali e altri mala- è narrativa dall’inizio alla fine, e di
ti erano stati gassati nel quadro del conseguenza sfrutta le risorse del
programma di eutanasia «Aktion racconto.
T4». Al cappellano della prigione Ogni giorno il passaggio del
che, dopo avergli impartito gli ul- postino sulla sua bicicletta fa rina-
timi sacramenti, gli chiese se aves- scere un’inquietudine: porta for-
se ancora bisogno di aiuto, rispose: se la lettera di mobilitazione per il
«Ho tutto, ho le Sacre Scritture, giovane contadino? Le sagome dei
non ho bisogno di nient’altro». paesani che si avvicinano si uniran-
Si dovette aspettare una venti- no al coro di quanti danno lezioni
na d’anni dopo la guerra perché il al «traditore» del paese? La costru-
nome di Franz Jägerstätter riaffio- zione relativamente lineare del film
rasse nella memoria pubblica, gra- tuttavia non ostacola la maniera di
zie agli scritti del sociologo Gor- Malick, del quale il regista britan-
don Zahn e del monaco trappista nico Christopher Nolan ha detto
Thomas Merton, entrambi pacifi- che è capace, come pochi altri, di
sti. Nel giugno 2007 Jägerstätter è una «forma di narrazione che non
stato riconosciuto martire da papa può che essere filmata».
«A HIDDEN LIFE», UN FILM DI TERRENCE MALICK
La vera forza di Malick, scrive nella coscienza del protagonista.
Juliette Goudot, «è di avere inven- Quest’ultima si proietta allora su
tato una nuova grammatica di ci- quella dello spettatore, che benefi-
nema che si basa sull’utilizzo incro- cia del concerto di tutte le voci.
ciato e innovativo della Steadycam Il protagonista del film è para-
(consentendo quei famosi travellings dossalmente un uomo il più del-
ad altezza d’uomo) e della voce fuo- le volte silenzioso, soprattutto nei
ri campo». giorni della detenzione e del pro-
In A Hidden Life, grazie al me- cesso. Come il Servo sofferente del
todo di riprese della Steadycam, le libro di Isaia, scrive Joel Mayward,
immagini abbracciano continua- «Franz non parla; come un agnello
mente i personaggi, facendo per- è condotto al macello, muto come
cepire l’intensità fisica del dramma, una pecora di fronte ai suoi tosatori
297
nella persona dell’uomo presto de- (cfr Is 53,7)». Quando la sua voce
stinato ai colpi e alla morte, della interiore si fa udire, s’identifica con
coppia dagli slanci amorosi e delle quella dei Salmi, in particolare del
tre figlie prese e riprese tra le brac- Salmo 23 («Il Signore è il mio pa-
cia dai genitori. store»), sullo sfondo delle vocifera-
Per quanto riguarda le voci zioni dei soldati nazisti. Qui, come
fuori campo, esse scivolano sul in altri suoi film, Malick è il regi-
mondo e sull’azione filmata, rive- sta che riabilita l’ultimo dei diritti
landone la pulsione più profonda. umani: quello alla preghiera.
Che si tratti di monologhi interiori, I travellings ad altezza d’uomo
di echi di parole pronunciate o di e le voci fuori campo sono però
lettere lette, esse rendono possibile accompagnati, in un respiro tipi-
ciò che Michel Chion ha chiama- co malickiano, da inquadrature
to «una narrazione decentrata». Le mobili sul mondo naturale, quello
voci fuori campo non avevano mai degli alpeggi e delle montagne. La
avuto una tale incidenza nell’opera natura in Malick è sempre l’altro
di Malick per la semplice ragione protagonista, tanto presente quan-
che A Hidden Life è interamente to tutti i personaggi messi insieme.
il film su un dramma di coscien- Scrive Peter Debruge: «Non c’è un
za, ed esse ci conducono diritto al campo di battaglia in questo film di
santuario della coscienza di Franz. guerra: ci sono solo campi di gra-
Si fanno sentire persino i monolo- no» e distese di fieno pazientemen-
ghi interiori dei personaggi terzi, te falciato. Come nell’altro film di
che immaginiamo risuonino anche guerra The Thin Red Line, ambien-
ARTE MUSICA SPETTACOLO
tato sull’isola di Guadalcanal, agli definito dalle sue azioni, ma dalle
antipodi dell’Austria, l’erba alta e lesue scelte e, più specificatamente, da
altre graminacee che ondeggiano ciò che non fa». Distinguendosi da
sotto il vento sono una carezza che quanti lo circondano, egli sceglie di
placa la storia crudele degli uomini. non aderire al culto della «forza che
Se la natura può riflettere i tem-va». E lo fa anche se il suo parroco lo
porali e i giorni oscuri della storia, mette davanti ai rischi che corrono
può anche, con il ritorno della pri- lui e la sua famiglia, e il suo vescovo
mavera, sostenere la speranza, come gli ricorda che egli ha, come ogni
scrive Fani a suo marito che si trova persona, un dovere verso la patria.
in carcere. La visione di Malick si Franz gli risponde: «Se Dio ci ha
ricollega qui alla risposta divina a dato il libero arbitrio, noi siamo re-
Giobbe (cfr Gb 38–41), nella quale sponsabili di cosa facciamo e di cosa
298
il mondo naturale testimonia di un non facciamo». La libertà del giova-
disegno trascendente che abbraccia ne è il prezzo di una lotta onerosa,
tutti i nostri drammi. ma questa è sempre «già lì». All’av-
In A Hidden Life, come in tutti vocato che gli suggerisce di abiura-
i film di Malick, la canzone della re – «Se firmi, ti lasceranno libero»
natura è supportata dal canto po- –, risponde: «Ma io sono libero».
tente della musica: la colonna so- «Pensi di poter cambiare con la
nora originale di James Newton tua condotta l’esito della guerra?»,
Howard, che si alterna a musiche di gli chiede il giudice della corte
Bach, Beethoven, Händel, Dvorak, marziale (Bruno Ganz, nella sua
Gorecki, Schnittke, Pärt, Kilar, ultima apparizione sullo schermo)
Jovanovič et Parsons. Tra il respiro pochi minuti prima della sentenza
del vento sull’erba alta o sugli alberi,
finale. Il silenzio dell’accusato lo
le onde leggere e il flusso musicale, spinge a chiedere, come un novello
si sviluppano sinestesie che si esten- Pilato: «Mi giudichi?». «No – ri-
dono ben oltre la sequenza che le sponde Franz –, ma sento di non
genera: A Hidden Life è un film che poter fare ciò che considero pro-
parla nella durata del tempo. fondamente cattivo e ingiusto».
Paradossalmente, la libertà vis-
«Io sono libero» suta dal giovane nel segreto della
sua persona è anche, dall’inizio alla
Il dramma del protagonista del fine, vissuta in dialogo. A Hidden
film di Malick, scrive Peter Debru- Life è la storia di Fani così com’è
ge, ha la particolarità di «non essere la storia di Franz. Il rapporto della
«A HIDDEN LIFE», UN FILM DI TERRENCE MALICK
coppia prosegue fino alla fine, at- cose nascoste: i giudizi senza appel-
traverso lettere inframezzate. Fani lo nello spazio chiuso dei confronti,
è, secondo la formula biblica, «un gli schiaffi nell’oscurità delle celle,
aiuto che gli [all’uomo] sta di fron-la speranza che rinasce nel segreto
te» (Gen 2,18), in un realismo re- di un’anima. È questo a rendere il
sponsabile e in una fiducia sempre titolo del film – Una vita nascosta –
rinnovata. «Io ti amo, qualsiasi cosaancora più pertinente.
tu decida, qualsiasi cosa accada, io Il titolo riecheggia le parole
sono con te», gli sussurra, quando di George Eliot nel suo romanzo
riesce a fargli visita in carcere. Middlemarch (1871): «Il bene cre-
L’intensità del film sta allora scente del mondo è parzialmente
nell’alternanza che mostra tra la dipendente da atti ignorati dalla
vita di Fani, sempre più difficile storia; e se le cose non vanno così
299
per l’ostilità del paese, e la vita di
male per te e per me come avrebbe
Franz, in balia delle sevizie dei suoi
potuto essere, lo si deve in parte al
guardiani. La loro distanza è per- numero di persone che vissero fe-
corsa dalle lettere che si scambia- delmente una vita nascosta, e ripo-
no, enunciate da voci fuori campo, sano in tombe dimenticate».
prendendosi gioco dell’alternanza La bellezza del film di Malick è
delle scene. Essi tengono uno per quella di rivelare tale vita nascosta,
l’altro, l’uno grazie all’altro, osando
pur proteggendone il mistero. In
gesti di solidarietà per altri ancora,
ciò il film è epifanico, ed è questo
bisognosi di aiuto immediato. Nel- indubbiamente l’acme dell’opera in
la fattoria, l’asino è lì, nella sua mi-
quanto opera cinematografica. Il
tezza obbediente, come una figura cinema è un’arte di luce, e il film di
cristica dell’uomo imprigionato. Malick sottolinea questa origine e
questa vocazione.
Il cinema come epifania A un certo punto del racconto
un paesano amico, pittore di affre-
Il film è scandito da una frase schi sacri, condivide la sua appren-
pronunciata dal vescovo, dall’avvo- sione con Franz: «Quest’anno è la
cato e dal giudice militare: «Cre- fine del mondo? È la morte della
di di cambiare il corso delle cose? luce?». Paradossalmente, più la storia
Di quanto accade qui non si saprà raccontata sprofonda nelle tenebre,
nulla fuori». Il film di Malick è la più filtra un’altra luce, che raggiun-
smentita di tale convinzione, nel ge Franz nel più buio dei suoi gior-
suo modo di rendere manifeste le ni. «Una luce nuova si diffonde»,
ARTE MUSICA SPETTACOLO
egli dice, mentre subisce umiliazio- l’immagine proiettata. Malick dà
ne su umiliazione e riceve colpo su alla vocazione epifanica del cinema
colpo. La sua voce, che scivola sul- una traduzione tutta personale.
le immagini della sua derelizione, Lo schermo è, in ogni punto, il
sposa allora quella del salmista che luogo di un attraversamento e di una
si rivolge a Dio: «Tu sei la mia luce. diffrazione della luce, che è un’attrice
Davanti a te le tenebre non sono te- a sé stante: filmata e proiettata, rac-
nebre. Fai brillare la luce che non fi- colta sulle cime e nel più profondo
nisce» (Sal 27,1; 139,12; 18,28). Tut- delle tenebre, essa si diffrange sullo
ta la luce raccolta dalla creazione nei schermo e attraversa tutti gli schermi
paesaggi di montagna si concentra della percezione. Il cinema in ciò si
e si rifrange allora nell’esperienza rivela di indole teofanica; emula in
più interiore. Il cinema riceve così tanti modi la parola creatrice: «Sia
300
una qualità nuova, che esaudisce la la luce!». L’ultima volta che si ode la
sua qualità epifanica innata, quella voce di Franz, in una lettera rivolta
di essere arte della luce. In questo si alle figlie, lo si sente dire, mentre la
avvicina all’arte dell’icona, anch’essa luce si diffonde: «Quando leggerete
destinata a una forma di trasparen- questa lettera, vostro padre sarà mor-
za. Nel suo film su Rublëv, Andrei to. Pregherò per voi dall’altra parte».
Tarkovskij ha già esplorato l’ana- Da quale parte dello schermo? Dalla
logia (e la differenza) tra l’icona e luce che si diffonde sullo schermo?
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
JOHN CHRYSSAVGIS
A POSTOLO E PROFETA. VITA E OPERE
DI BARTOLOMEO I, PATRIARCA
ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI
Bologna, EDB, 2018, 244, € 20,00.
301
Questa biografia di Bartolomeo I, scritta da John Chryssavgis, arcidiacono
del patriarcato ecumenico, con la prefazione di papa Francesco, si presenta come
una lettura ecumenica di largo respiro, nello spirito della vera fraternità apostolica.
Il patriarca Bartolomeo I, nato Dimitrios Anchontonis nel 1940, frequentò
il liceo a Istanbul, poi studiò teologia ad Halki (isola del Mar Egeo). Dal 1963 al
1968 perfezionò gli studi a Roma, presso il Pontificio Istituto Orientale; quindi
in Svizzera, all’Istituto Ecumenico di Bossey; e infine all’Università di Monaco
di Baviera. Così ha potuto fare un percorso accademico di grande spessore.
Questo cammino lo si poteva intuire sin dall’età di 17 anni, quando,
nell’ultimo anno di liceo, in un tema dal titolo «Quale avvenire contemplo
per me stesso?», egli scriveva: «Nasciamo tutti con un destino interiore […].
M’immagino un futuro pieno di lotte e missioni. […] Prevedo le parole “lot-
ta” e “sacrificio” nella mia vita. […] Ecco ciò che vedo nel mio futuro: il mio
destino, che è servire il mio dolce Gesù e la Chiesa come suo corpo» (pp. 20 s).
Nella sua visione ecclesiale, Bartolomeo I mette in evidenza l’importanza
della comunità, che vive la comunione ed è opera della grazia; egli affermava
nel 1997, alla Georgetown University di Washington: «Essere cristiani non
è una catalogazione come membri di un gruppo, ma la vera rinascita nel
mondo della grazia» (p. 22). Il Patriarca aveva compreso che essere veramente
cristiani è qualcosa che non dipende da un assenso mentale o da un atteggia-
mento emotivo, ma dalla grazia.
Nella prefazione al volume, papa Francesco riafferma il profondo e antico
legame tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, vedendolo esemplificato
nei fondatori delle due Chiese, gli apostoli Pietro e Andrea. Il Papa insiste sul tema
© La Civiltà Cattolica 2020 I 301-311 | 4071 (1/15 febbraio 2020)
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
della speranza, la virtù che di per sé ha la capacità di riunire i fratelli, a partire dagli
apostoli Pietro e Andrea fino alle attuali Chiese di Roma e Costantinopoli.
Il volume è arricchito da alcune riflessioni di Joseph R. Biden jr., Bene-
detto XVI, David Rosen, Rowan Williams, Al Gore, Jane Goodall e George
Stephanopoulos, che testimoniano la loro amicizia con il Patriarca.
Nella figura di Bartolomeo l’A. ha voluto far risaltare il carattere umano
che sta alla base dei discorsi e degli eventi ecumenici. Alla narrazione biogra-
fica si unisce il ricordo di eventi storici, in particolare quelli che riguardano
le dichiarazioni religiose. Ad esempio, al Congresso dei capi delle religioni
mondiali nel 2006, in Kazakistan, Bartolomeo dichiarò che «il patriarcato
ecumenico partecipa con fervore al dialogo e alle consultazioni interconfes-
sionali che mirano a promuovere l’armonia, la solidarietà e la comprensione».
Questo intervento riflette un sentire comune nel mondo attuale, secondo il
quale ogni essere umano – cristiano o non cristiano – è chiamato a costruire,
sulla base dell’umanità condivisa, ponti piuttosto che muri.
302
L’A. menziona poi la dichiarazione comune firmata da Francesco e Bar-
tolomeo al Fanar nel 2014: «Come leader cristiani, esortiamo tutti i leader
religiosi a proseguire e a rafforzare il dialogo interreligioso e a compiere ogni
sforzo per costruire una cultura di pace e di solidarietà fra le persone e fra i
popoli» (p. 48).
L’atteggiamento di autentico dialogo vissuto da Bartolomeo si pone in
continuità con quell’espressione coniata nel preambolo dello storico incontro
tra il patriarca Atenagoras e papa Paolo VI, cioè «il dialogo d’amore» (p. 66),
che prende forma nel «primato di servizio» (p. 141). Pertanto, il primato tra
pari non è altro che il primato nel servizio dell’altro. Quando manca la carità,
il dialogo è solo una comunicazione arida del proprio io e delle proprie mo-
tivazioni, mentre l’amore rende fertili le relazioni interumane e permette la
realizzazione della volontà di Gesù «che tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).
Bartolomeo, che ha ricevuto il titolo di «patriarca verde» (p. 163), viene
citato da Francesco nell’enciclica Laudato si’ (al n. 9). Il pensiero del Patriarca
sull’ecologia si chiarisce in queste sue parole al Convegno tenutosi l’8 novem-
bre 1997 a Santa Barbara, in California: «Un crimine contro la natura è pec-
cato. Gli esseri umani che provocano l’estinzione di una specie e distruggono
la biodiversità della creazione divina; gli esseri umani che degradano l’inte-
grità della terra provocando cambiamenti climatici, privando la terra delle sue
foreste naturali e distruggendone le paludi; gli esseri umani che nuocciono ai
loro simili facendoli ammalare o contaminando le acque, i terreni, l’aria e la
vita della terra con sostanze velenose […] commettono peccato» (pp. 164 s).
George Marius Nicoara
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
GIULIO CIPOLLONE
W HEN A POPE AND A SULTAN SPOKE
THE SAME LANGUAGE OF WAR
Cairo – Bruxelles, Mahjar, 2019, 656, € 114,00.
In questo volume (con il sottotitolo: «Tolerance and the Humanitarian
Way at the Time of Jihad and the Crusades: a new Outlook on “the Other”»)
Giulio Cipollone, già professore di Storia medievale alla Pontificia Università
Gregoriana, illustra innanzitutto il metodo seguito per l’indagine storica: per
una storiografia realmente nuova ed efficace, occorre rileggere insieme la
storia per riscriverla insieme; da qui la necessità di coinvolgere anche le fonti
«dell’altra parte», cioè i musulmani.
Nella prefazione, il card. Ravasi afferma che «attraverso una ricca e mul-
tiforme base documentaria, Cipollone mette in scena le due visuali stori-
co-religiose: la complessa cristianità medievale, da una parte, e la variegata
303
comunità musulmana, dall’altra. Si crea così una duplice e complementare
prospettiva di lettura che, libera da stereotipi o da tentazioni apologetiche,
delinea un affresco che non ignora anche le scene minori» (p. 9).
L’opera si sviluppa in due parti: lo studio e l’edizione delle fonti. Nel pri-
mo capitolo si esaminano il processo che, partendo dalle «parole di Dio», pro-
duce i «fatti di Dio», e quello di «imbruttimento dell’altro», per cui si passa
dall’immagine (mirror image) all’identificazione del nemico.
I capitoli successivi sviluppano il tema della «guerra in nome di Dio»:
crociate e jihad che hanno causato migliaia di vittime e prigionieri come
bottino di guerra. L’A. si sofferma su Gerusalemme, città santa per cristiani e
musulmani, che è stata il più alto motivo di contesa.
Si fa notare anche una sorprendente rassomiglianza di linguaggio nelle
lettere del sultano Saladino e in quelle di papa Innocenzo III, nel chiamare i
rispettivi fedeli alla guerra con motivazioni convincenti: Deus vult e fi sabīl
Allāh. Questa rassomiglianza si ritrova anche nel trattamento dei nemici fini-
ti nelle mani dei cristiani o dei musulmani vincitori.
Una particolare attenzione è riservata a quanti, in tempo di propaganda bel-
lica, all’energico grido Deus vult contrapponevano quello di Deus non vult. Alla
guerra che coinvolgeva le nazioni della cristianità e della umma si opponeva l’al-
ternativa umanitaria di liberare i prigionieri di guerre intraprese «in nome di Dio».
Il sesto e ultimo capitolo tratta dell’approvazione, da parte di papa In-
nocenzo III, del progetto di «alcuni uomini redentori» che danno origine a
una sorta di «Croce rossa internazionale». A Parigi un magister provincialis,
originario della Provenza, per ispirazione divina, lancia il progetto di liberare
i prigionieri (sia cristiani, sia musulmani) di guerre sante. Per l’intervento di
Innocenzo III, tale progetto viene esteso all’intera cristianità. La redenzione e
la liberazione dei prigionieri di estenuanti guerre sante diventano la missione
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
in nome del Papa, come testimonia la regola di vita dei trinitari redentori,
redatta con il concorso del Papa e da lui approvata il 17 dicembre 1198.
Una peculiarità del progetto di questi cristiani redentori è la devozione
alla Trinità. Essi si chiamano «trinitari redentori», e sono disarmati rispetto ai
crociati trinitari armati (muṯalliṯūn, come i musulmani chiamavano i cristiani).
Altri riferimenti identitari di questi cristiani sono l’asino come cavalcatura, e la
triplice ripartizione dei beni: una parte per l’opera della redenzione; un’altra per
i poveri da accogliere nelle singole domus Trinitatis; e una terza per il sostenta-
mento dei religiosi. Insomma, una povertà per la carità.
In questo capitolo l’A. illustra una lettera di papa Innocenzo III, Inter opera
misericordiae, che è rimasta un unicum almeno nei primi 13 secoli della vita
della Chiesa. In essa infatti il Papa, con una mossa di diplomazia internazionale,
scrive a Abū ‘Abd Allāh Muḥammad al-Nāṣir, amīr al mu’minīn, capo degli
almohadi, presentando l’attività umanitaria dei trinitari come di comune utilità
per i cristiani e per i musulmani (8 marzo 1199).
304
L’opera di Cipollone ha il grande merito di offrire l’edizione sinottica di
lettere di sultani e papi, e in particolare la traduzione in inglese di 46 lettere
di Saladino Ṣalāh al-Dīn Yūsuf e di papa Innocenzo III.
Il volume che narra, con sistematico rimando alle fonti, pagine di vio-
lenza e di guerre, crociate e jihad, vuol essere un invito alla speranza, grazie
agli esempi di personaggi religiosi che sono stati costruttori di pace. Presenta
cristiani e musulmani che hanno seguito la via del servizio umanitario come
alternativa al ricorso alle armi e alla violenza, che veniva sostenuto in molti
modi dai centri di potere religioso.
Giovanni Sale
L’ ORA DEL MONDO. CONFRONTO
CON LA VISIONE TEOLOGICA DI
HANS URS VON BALTHASAR
a cura SERGIO UBBIALI
Milano, Glossa, 2019, 244, € 16,00.
Un gruppo di 13 studiosi analizza alcuni scritti di Hans Urs von Balthasar
(1905-1988) a un trentennio dalla morte del teologo cattolico, il quale sottoli-
neò l’importanza primaria dell’evento storico che ha per incisivo protagonista
Cristo: di tale sequenza drammatica la croce rappresenta il momento sintetico
e il criterio di comprensione delle parole e dei gesti di Gesù attestati dalla
narrazione neo-testamentaria. Ebbene, la riflessione sulla persuasività della
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
fede cristiana in un Dio incarnato consente di spiegare la portata universale
della passione per la verità inscritta in ogni creatura umana, senza cadere in
un razionalismo o naturalismo metafisico, da un lato, oppure in una deriva
mistico-soggettivistica, dall’altro.
La centralità della rivelazione e dell’incontro personale con il Tu assoluto
non genera infatti la costituzione di un habitat religioso isolato, escludente,
esoterico. È giunta l’ora del mondo – scrive von Balthasar –, l’ora in cui l’a-
more per i fratelli unirà i cristiani e i non cristiani.
Lo scritto di von Balthasar, fatto oggetto di un Seminario promosso dal-
la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, è La domanda di Dio dell’uomo
contemporaneo, un volume del 1956. Ad esso viene spesso accostato un lavoro
«gemello» del 1963: Solo l’amore è credibile. La comparazione tra i due saggi
mostra una certa discontinuità: viene abbandonata una modalità trascendentale
e antropocentrica di fare teologia e assunta pienamente una linea estetica e
cristocentrica. Resta tuttavia vitale il modello dell’incontro con l’altra persona
305
quale fondamento per ogni teoria della conoscenza. Si tratta di un atteggia-
mento pratico di premura e servizio, con cui il singolo si impegna a rispondere
a una voce che lo conosce, lo pensa (cogitor ergo sum è il ribaltamento del motto
cartesiano) e lo chiama in modo libero, imprevisto, unilaterale. Un amore ci
viene donato, e questa esperienza ci afferra e persuade come una riuscita frui-
zione estetica, in cui tutti i nostri sensi, affetti e volizioni sono coinvolti.
L’immagine forse più emblematica è rappresentata dalla relazione del
bambino con la madre, la cui positiva e incondizionata accoglienza accom-
pagna il destarsi della coscienza del neonato (cfr i contributi di Bergamaschi,
Cavallo e Marzo). Saltano quindi le banali separazioni tra naturale e sopran-
naturale: la libertà finita è di per sé orientata a un termine che strutturalmente
la supera. Né von Balthasar teme di riferire il carattere dialogico della persona
umana e il suo anelito trascendente all’eterno dialogo trinitario della vita di-
vina immanente.
La specifica bellezza dell’Uno (la «gloria») si manifesta perennemente
nel contesto di forme mondane e situazioni esistenziali storicamente de-
terminate. Cristo è misura di ogni singolarità, anche per quanto concerne
il male attraversato nella sua discesa agli inferi: laddove i morti hanno per-
duto tratti personali, vitalità comunicativa, prossimità con Dio, proprio lì
dove il tempo è amputato del proprio futuro, s’inabissa il Dio incarnato,
il quale risponde così – in un coinvolgimento che mette in vibrazione
l’intera vita trinitaria – all’inspiegabile dramma dell’uomo ingiustamente
aggredito dal male (Peruzzotti).
Il Dio di Gesù Cristo non è il sovrano che sigilla dai cieli il feroce destino
dei mortali, ma colui che incarna una solidarietà scandalosa con quanti sono
relegati fra le ombre. Con uno scarto irriverente nei confronti delle immu-
tabili leggi del cosmo antico, il Figlio di Dio viene strappato dal sepolcro per
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
istituire nuovi cieli e una nuova terra. Questo atto salvifico «raggiunge ogni
presente, rendendolo tempo della decisione» (Noberasco, p. 68). Decidendo
di sé, nell’abbandono di fede, il credente introduce il mondo in Dio e agisce
in forma «escatologica», perché partecipa dell’eterno abbassarsi del Figlio,
che assume tra gli uomini la condizione di servo, in una kenosi che il Padre
gradisce e perennemente riabilita ed esalta, cosicchè ogni ginocchio, anche
sotto terra, si pieghi a onorare la vittoria sulle tenebre.
Fra i molti temi toccati dal volume vi sono le prospettive teologiche di von
Balthasar sulle nozioni di progresso (cfr contributo di Ranieri), di scrittura tea-
trale (Cambria), di mistica e santità (Galli), del «sacramento del fratello» (Petro-
sino), di fenomenologia (Anelli) e di percezione credente della forma (Ubbiali).
Paolo Cattorini
306
M ODELLI DI RIFORMA NELLA
TRADIZIONE GIUDAICO-CRISTIANA.
MAESTRI E TESTI
a cura di VINCENZO LOMBINO
Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 2019, 206, € 16,00.
La Facoltà Teologica di Sicilia aveva organizzato nel dicembre del 2017
un Convegno sul tema «La riforma nella tradizione giudaico-cristiana», di
cui vengono pubblicati gli Atti. La complessità degli argomenti e dei correla-
tivi contributi ci suggerisce di fare una sintesi intorno a tre tematiche.
La prima risponde alla domanda sul rapporto fra novità cristiana e tradi-
zione giudaica. Una valida indicazione è offerta da Luciana Pepi, che studia
l’interpretazione della Torah nella riflessione di Ja’aqov Anatoli all’inizio del
XIII secolo. Questo filosofo fu attento anche alla cultura cristiana del tempo.
La sua visione è sintetizzata dal titolo del contributo: «Dio misericordioso,
giusto, amorevole». Si rimane sorpresi dalla sostanziale identità tra la riflessio-
ne dei moralisti cristiani di oggi e la visione giudaica del filosofo ebreo.
Viene esaminata poi la posizione del «cristiano» Marcione. Egli rigetta
in blocco l’Antico Testamento, il cui Dio sarebbe radicalmente opposto a
quello evangelico. Sorprende l’ascolto e l’attenzione di settori della Chiesa
primitiva che seguono Marcione nel suo netto rifiuto dell’Antico Testamento.
Il fenomeno è oggetto di indagine soprattutto da parte di Vincenzo Lom-
bino. Complessa è l’attuale discussione riguardante il «testo» evangelico che
Marcione aveva in mano e la relativa interpretazione di alcuni brani. Tra gli
oppositori di Marcione viene dato risalto a Tertulliano.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Un secondo ambito di ricerca affronta la riflessione teologica di sant’A-
gostino, la cui evoluzione è connessa strettamente con le vicende ecclesiali e
politiche del tempo. La chiave interpretativa data da Vittorino Grossi invita la
Chiesa di oggi a prestare attenzione allo sviluppo delle culture. Il pensiero di
Agostino favorisce anche la riflessione sulla vita religiosa, perché la nascita dei
religiosi agostiniani fu una risposta originale, che oggi sfida il rinnovamento
della vita consacrata.
Interessante è il contributo di Roberto Alciati, che analizza il modello di
riforma incarnato da Basilio e da Cassiano: essi si ispiravano agli antichi mo-
naci del deserto, in particolare a quelli egiziani, ponendo però l’accento sulle
esigenze radicali del Vangelo.
La terza tematica riguarda la riforma protestante, più esattamente la rifor-
ma di Lutero. Il contributo di Filippo Cucinotta si concentra sui tentativi di
dialogo tra riforma luterana e Chiese ortodosse orientali. In quei tempi furono
prese in considerazione le relative differenze, ma il dialogo non ebbe risultati
307
importanti. Lo scritto di Cucinotta è sostanzialmente rivolto al passato e non
si estende alla fase «ecumenica» che si è fatta strada con il Vaticano II; ignora
quindi il dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa luterana.
Facciamo infine notare come le ricerche sulle Chiese antiche offrano uno
stimolo per la comprensione del Vaticano II, il grande evento di riforma nel-
la Chiesa cattolica. Accenniamo solo all’ambito della vita religiosa: dopo il
Concilio, essa è chiamata a insistere maggiormente sullo stretto legame tra la
«regola» del fondatore e il Vangelo, sull’esempio di Basilio e di Cassiano, che
reinterpretarono l’esperienza dei monaci del deserto alla luce del Vangelo.
Francesco Cultrera
EMANUELA PRINZIVALLI
I L CRISTIANESIMO ANTICO
FRA TRADIZIONI E TRADUZIONI
Roma, Città Nuova, 2019, 278, € 30,00.
L’A., professoressa di Storia del cristianesimo e delle chiese presso l’Uni-
versità «La Sapienza» di Roma, si avvale di un’efficace parechesi («tradizioni-
traduzioni») per il titolo di una sua raccolta di studi sul cristianesimo, rivisti e
talora ampliati, che si estendono dal 2004 al 2016.
In effetti, quello di «tradizione», nel senso della trasmissione del messaggio
evangelico in varie forme e modalità, è un concetto molto importante nella sto-
ria del cristianesimo. D’altra parte, rilevante è anche il problema della «traduzio-
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
ne», a cominciare da quella della Bibbia ebraica nel greco dei LXX, per passare
poi alle traduzioni latine – e non solo – della Bibbia (si pensi alla fondamentale
Vulgata di san Girolamo) e alle traduzioni latine di testi cristiani greci, con rife-
rimento, ad esempio, a varie opere origeniane, di cui si occupa in particolare l’A.
Il libro si divide in due parti. Nella prima, relativa alle tradizioni, si af-
frontano alcune problematiche concernenti la Chiesa di Roma dalle origini
fino a Gregorio Magno e oltre, mentre la seconda parte, centrata sulle tradu-
zioni, si occupa specificamente della questione della traduzione di testi orige-
niani da parte di Rufino e Girolamo.
Diversi sono gli argomenti analizzati nella prima parte del libro: dal pri-
mato della Chiesa di Roma, unitamente al rapporto tra i cristiani di Roma
e il giudaismo («I primi tre secoli della chiesa di Roma: analisi di due fattori
identitari»), al Simbolo apostolico («Il contesto dell’enunciato: “Fu concepito
di Spirito santo. Nacque da Maria vergine” nel Simbolo Apostolico»), alla crisi
ariana («L’arianesimo: la prima divisione dei romani e la prima assimilazio-
308
ne dei popoli migranti»), alla predicazione di Gregorio Magno («Gregorio
Magno e la comunicazione omiletica»), alle varie circostanze che causarono
l’interruzione del ministero del vescovo di Roma («Pontificati interrotti nella
storia della Chiesa: il primo millennio»).
Nella seconda parte del volume si affronta il problema della traduzione a par-
tire dall’importante scoperta, nel Cod. Mon. Gr. 314, di 29 omelie origeniane sui
Salmi nell’originale greco, il che consente un raffronto con la traduzione latina di
Rufino, in particolare delle omelie origeniane sul Sal 36 («Il Cod. Mon. Gr. 314,
il traduttore ritrovato e l’imitatore»). Il discorso si estende poi al metodo utilizzato
da Rufino e Girolamo nelle loro traduzioni origeniane («Origene predicatore e i
suoi traduttori latini: la “ratio interpretandi” di Girolamo e Rufino»), per conclu-
dersi con un caso particolare («Origene e lo strano caso dell’omelia 39 su Luca»).
Con grande acribia la Prinzivalli presenta, su colonne affiancate, il testo gre-
co del Cod. Mon. 314 e la traduzione rufiniana, anche con la relativa traduzione
italiana. Questo confronto è esteso anche al commento di sant’Ambrogio al Sal
36, in cui si può riconoscere l’ispirazione origeniana di cui è tributario il vescovo
di Milano.
Analogamente, sempre su colonne affiancate, la Prinzivalli presenta
esempi del modo in cui Girolamo e Rufino hanno tradotto e a volte rielabo-
rato testi origeniani, anche in seguito alla controversia che ha opposto i due
autori latini in relazione al grande Alessandrino. L’A. prende in considerazio-
ne anche il contesto più ampio dei problemi concernenti il modo di tradurre
da una lingua a un’altra con cui si è confrontata l’antichità.
Sergio Zincone
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
NICOLA ZAMPERINI
M ANUALE DI DISOBBEDIENZA DIGITALE
Roma, Castelvecchi, 2018,
240, € 17,50.
Del dibattito sul futuro del rapporto tra l’uomo e le macchine traspaiono
echi quando si parla delle automobili che si guideranno da sole, o di software
medici che diagnosticheranno le malattie. E il discorso sull’intelligenza arti-
ficiale procede a fasi alterne da poco dopo la metà del secolo scorso.
L’A., giornalista e professore di Digital Literacy, descrive il complesso di que-
sti fenomeni, ma si discosta da una visione meccanicistica: mette invece in primo
piano l’aspetto antropologico. Le dimensioni focalizzate sono due: da una parte,
la genialità, la scienza, gli studi, le applicazioni e, soprattutto, le persone e le cor-
porazioni che se ne avvantaggiano, creando imperi tecnologici che sono sostan-
zialmente meccanismi finanziari finalizzati al guadagno; dall’altra parte, noi, i
309
miliardi di persone che abitano la Terra e che ci siamo consegnati a questo gioco.
Lo stile del volume è quello del pamphlet, in polemica con i luoghi comu-
ni. L’A. fa il computo di quanto stiamo guadagnando e perdendo nell’evolu-
zione che ci ha portati alla globalizzazione non soltanto delle merci, ma anche
dei dati e dei rapporti personali. Oggi la rete si è trasformata in una campana
di vetro virtuale dove qualsiasi gesto, atto, discorso o preferenza di ciascuno
di noi viene individuato, catalogato, rivenduto e utilizzato a fini di controllo
commerciale o di altro genere.
Non è solo che qualcuno ci stia rubando le informazioni su noi stessi, dice
l’A.: siamo proprio noi a concederle al modico prezzo dei gesti quotidiani che,
distrattamente, compiamo sui terminali elettronici tenuti sempre accesi. E non
ci ricordiamo che basta che funzionino perché qualcun altro ci guadagni. Que-
sto succede quando ci spostiamo da un luogo all’altro, clicchiamo su un link,
scambiamo messaggi, acquistiamo oggetti. E se facciamo ricerche in rete su una
malattia, se clicchiamo su una certa notizia nel giornale online, se registriamo un
film, una fiction, un concerto, tutto ciò non verrà più dimenticato: andrà a com-
porre un profilo sul quale operano potentissimi algoritmi probabilistici, e al quale
molti professionisti hanno dedicato e dedicano ore di meticoloso lavoro, per poi
avviare scambi commerciali e processi di persuasione personali e collettivi. Il
gigantismo di queste multinazionali del digitale è così pronunciato che l’A.
si domanda se non si tratti, ormai, di vere e proprie «meta-nazioni digitali».
Su tale visione, preoccupata ed esasperata, si può più o meno concordare
nel dettaglio; quello che non si può fare è schivarla per ignoranza o per indo-
lenza: come minimo, questa lettura induce a scuotersi e verificare se sia vero
che abbiamo aperto le porte di vari ambienti di casa nostra a sconosciuti che
obbediscono soltanto ai loro interessi.
E dopo la prima sezione, in cui si parla dei vari modi nei quali si concreta
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
la rivoluzione dello «spazio digitale», la seconda è strettamente antropologi-
ca. Sotto il titolo-ombrello «Ciò che stiamo perdendo» vengono annoverati,
come altrettanti capitoli, argomenti come «la nascita», «l’amore», «l’amicizia»,
«gli addii», «il diario», «la memoria», «lo sguardo», «la distrazione», «la morte».
La proposta dell’A. è di tradurre la «disobbedienza digitale» in azioni
concrete. Egli scrive: «Un telefono, un GPS, un oscilloscopio, un cardio-
frequenzimetro, un contenitore delle nostre canzoni preferite, dei nostri
film preferiti, dei nostri appuntamenti quotidiani non sono per nulla presi
singolarmente»; ma proviamo «a osservare da lontano: uniamo i puntini,
sommiamo le funzioni, aggiungiamo un elemento alla volta. Se guardia-
mo il disegno dalla giusta distanza, ci rendiamo conto di quanto cediamo,
di quanto regaliamo, di quanto perdiamo». E dunque occorrono azioni
concrete e positive.
In chiusura c’è l’«ennalogo», il vademecum del disertore digitale: 100
310
punti da mettere in pratica e, possibilmente, da diffondere e ampliare.
Giuseppe Romano
EDOARDO ALBINATI
C UORI FANATICI. AMORE E RAGIONE
Milano, Rizzoli, 2019,
396, € 20,00.
Dopo aver apprezzato il lucido e straziante Vita e morte di un ingegnere
(2012), il monumentale La scuola cattolica (2016), romanzo nel quale Edoardo
Albinati sembra aver fatto i conti in maniera definitiva con la propria identità,
e il sensuale, doloroso racconto dal titolo Un adulterio (2017), avevamo trova-
to assai stimolanti anche le pagine di Cronistoria di un pensiero infame (2018),
il pamphlet in cui egli ha polemizzato, utilizzando toni aspri e sarcastici, con
il ministro dell’Interno dell’epoca, affrontando nel contempo alcuni temi di
grande rilevanza: dall’uso e abuso della verità al ruolo dei cosiddetti «intellet-
tuali». Ora l’A. torna alla narrativa con questo nuovo testo, che si caratterizza
anzitutto per la coralità, la giovane età di quasi tutti i personaggi e la loro
smania di essere se stessi, di capire, di desiderare senza tener conto di limiti
di sorta: figure che, preda in gran parte di una furiosa, fervida passionalità, ci
fanno rivivere un periodo della nostra storia recente e, grazie alla forza delle
loro parole, restano impresse nella nostra memoria.
Occorre poi notare che Albinati colloca le tante vicende narrate all’inizio
degli anni Ottanta: un periodo che il romanziere racconta senza nostalgie né
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
rimpianti, ma con un marcato distacco e guardando nel contempo ai com-
portamenti individuali con meticolosa attenzione. Intorno all’amicizia tra
due ventenni – Nico e Nanni – prendono vita le storie di un gran numero di
personaggi: bambine riottose, studenti svogliati, nonne autoritarie, babysitter
austere, supplenti dalle trecce bionde, maghi astiosi, studentesse prosperose,
intellettuali infidi, diplomatici altezzosamente glaciali, terroristi irresoluti.
Dobbiamo osservare come Albinati si dimostri capace di delineare il
carattere di questi personaggi attraverso le loro parole: l’opera, sotto questo
aspetto, è un vero e proprio «romanzo di conversazione», nell’ambito del qua-
le assume di conseguenza enorme importanza il discorso diretto, che qui –
dalla chiacchierata al litigio, dal dialogo al soliloquio – viene utilizzato dall’A.
con grande maestria. Le parole con cui i vari personaggi si esprimono danno
l’impressione di essere ben calibrate in rapporto alla situazione raccontata, in
grado di conferire energia alla lingua e all’esperienza quotidiana, senza cade-
re mai in eccessi o sciatterie. 311
Abbiamo già accennato agli anni nei quali vivono e si muovono i tanti
protagonisti del romanzo. L’A. descrive così la mentalità del periodo: «Era
un’epoca radicale e fanatica durante la quale nessuno si accontentava di quello
che era, nessuno era soddisfatto del modo in cui lo facevano. Bisognava affer-
rare la pienezza» (p. 81). E, dopo appena qualche riga, aggiunge: «I gradi, le
tappe, le misure erano considerate con giusto disprezzo. Nel termine “rivo-
luzione” nessuno scorgeva un significato eccessivo, un obiettivo esagerato: si
era coscienti di esigere una cosa ovvia».
A proposito degli aspetti stilistici, va sottolineata la qualità della prosa di
Albinati, che appare sempre molto controllata, contrassegnata dalla notevole
incisività e scorrevolezza, dall’apprezzabile varietà dei registri espressivi e dal-
la pregevole ricchezza del lessico. Nel complesso, una scrittura che, forse, non
è mai stata così felice.
E sembra interessante sottolineare come, nell’economia del romanzo, un
ruolo di indubbio rilievo venga svolto dalla cosiddetta «città meridionale», alla
quale sono dedicati il bellissimo preludio e qualche altro paragrafo sapien-
temente inserito nell’ambito del testo. Si tratta di una presenza costante che
ne fa, se non la protagonista, uno dei principali personaggi della narrazione.
Roma acquisisce così un ruolo centrale, e riesce a esercitare un intenso fasci-
no, come raramente le è capitato nelle pagine di un autore dei nostri giorni.
Una peculiarità, questa, che contribuisce a fare di Cuori fanatici un’opera pie-
namente riuscita e meritevole di grande attenzione.
Enrico Paventi
BEATUS POPULUS, CUIUS DOMINUS DEUS EIUS
RIV ISTA INTERNAZIONALE DEI GESUITI
LINGUA ITALIANA
La Civiltà Cattolica | Roma (Italia) | [Link]
LINGUA INGLESE
Union of Catholic Asian News | Bangkok (Thailandia) | [Link]
LINGUA SPAGNOLA
Herder Editorial | Barcelona (Spagna) | [Link]
LINGUA FRANCESE
Parole et Silence | Paris (Francia)
LINGUA COREANA
Provincia Coreana dei Gesuiti | Seul (Corea del Sud) | [Link]
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