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3/11/2019 TropeaMagazine - Il sacerdozio femminile nell'antichità cristiana di Giorgio Otranto

Tropea. Palazzo Toraldo. Una delle tre epigrafi scoperte nel 1857 nella necropoli
paleocristiana rinvenuta nel sottuosolo del Castello. E' dedicata alla memoria di Leta Presbitera.

Trascrizione:
b(onae) m(emoriae) s(acrum) Leta Presbitera
que vixit ann(is) XL m(ensibus) VIII d(iebus) IX
quei bene fecit maritus precessit in pace pridie
idus maias

Il sacerdozio femminile
nell'antichità cristiana
di Giorgio Otranto
professore di storia del cristianesimo antico
presso la facoltà di lettere di Bari
Dopo una analisi puntuale delle fonti letterarie ed epigrafiche antiche, Giorgio Otranto è giunto alla
conclusione che nel corso dei primi secoli alcune donne sono state ordinate sacerdoti ed hanno svolto tutti i
compiti tradizionalmente riservati agli uomini . Anche se si tratta di un fatto minoritario, il fenomeno riveste
egualmente importanza ed è degno di essere portato a conoscenza non solo dei ricercatori e degli specialisti
ma anche del grande pubblico ,soprattutto del pubblico che segue con grande interesse la questione tanto
discussa della ammissione delle donne nell'ordine sacro della Chiesa cattolica. Noi abbiamo chiesto al
professor Otranto di presentare i risultati delle sue ricerche .

Il problema della ammissione delle donne all' Ordine sacro (che la Chiesa anglicana ha risolto positivamente
nel 1992)  è una delle questioni acclesiologiche più discusse in questi ultimi anni. Sono sorti movimenti di
opinione accaniti, esperti di diverse confessioni ed origini culturali hanno levato la loro voce, favorevoli e
contrari al sacerdozio femminile hanno avviato discussioni agitate e negli ultimi anni, il Magistero ecclesiastico
ha ufficialmente rinforzato la posizione della Chiesa contro l'ordinazione delle donne con la dichiarazione della
Congregazione per la dottrina della fede (Inter insigniores, 1977) e due lettere apostoliche (Mulieris
Dignitatem, 1988; Ordinatio sacerdotalis, 1994).

Tra le numerose iniziative dirette ad approfondire il problema donne e ministero sacerdotale, io mi limiterò a
citarne due della fine degli anni ottanta: la consulta teologica inter-ortodossa sul ruolo della donna nella
Chiesa e la questione dell'ordinazione delle donne (Rodi 88) e il convegno “Donne e ministero : un problema
ecumenico” (Palermo, 1988). Le conclusioni della consulta di Rodi hanno confermato la convinzione che il
sacerdozio abbia un « carattere maschile » mentre il convegno di Palermo ha sollevato possibilità e posizioni
assai diverse.

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Come sempre quando si intendono raggiungere soluzioni adeguate a questioni dottrinali e disciplinari, anche qui
si fa appello con intendimenti e risultati differenti al mondo antico.

Così, il Magistero è ritornato sulle motivazioni sulle quali si fonda la sua tradizionale opposizione alla
concessione del sacramento dell'Ordine alle donne: Cristo non ha chiamato nessuna donna a far parte del
collegio dei 12 apostoli e tutta la tradizione della Chiesa è rimasta fedele a questo fatto e l'ha interpretata
come la volontà esplicita del Salvatore di non conferire se non agli uomini il potere sacerdotale di governare,
insegnare e santificare e solo l'uomo per la sua somiglianza naturale al Cristo può esprimere
sacramentalmente il ruolo dei Cristo stesso nell'eucarestia.

D’altra parte, coloro che sono in posizioni opposte si richiamano ugualmente alla cristianità antica
sottolineando nelle loro argomentazioni che la posizione ufficiale della Chiesa deriva da una antropologia che
ha origine diretta nel mondo antico e che è difficilmente accettabile ai nostri giorni. Una antropologia che
denota uno stato manifesto di inferiorità dove la donna è considerata in un contesto greco o romano o peggio
ancora nel contesto palestinese dove nacque il cristianesimo.

Riassumendo,le stesse posizioni possono assumere sfumature ed articolazioni differenti sulle quali non ci
soffermeremo.Di contro, l'esistenza, a partire dal III secolo e soprattutto in Oriente, di un diaconato
femminile a sostegno delle donne malate e per l'assistenza al battesimo delle donne viene riconosciuta
unanimemente.

L’affermazione secondo la quale la donna non ha mai esercitato nel mondo antico un sacerdozio ministeriale
non è corretta che nelle grandi linee. Essa non rende conto di alcuni episodi, poco numerosi in verità ma non
meno significativi, che hanno caratterizzato la questione del sacerdozio femminile nell'antichità cristiana : vi
sono frammenti storici che la critica ha sistematicamente ignorato o che ha giudicati ininfluenti nel quadro di
una considerazione globale del problema.

Uno degli episodi è tratto la una lettera di papa Gelasio Primo (492-496) inviata nel 494 a tutti i vescovi di
alcune regioni dell'Italia meridionale (Basilicata, Calabria, Sicilia). Egli dichiara di avere appreso con
dispiacere che il disprezzo verso la religione è arrivato a un tal punto che le donne vengono ammesse a sacris
altaribus ministrare e che esse ricoprono delle funzioni riservate ai maschi e che non sono affatto di
competenza del sesso femminile . La cuncta esprime la pienezza delle attribuzioni sacramentali e liturgiche :
siamo quindi in presenza di autentiche donne sacerdote che erano state ordinate e Gelasio si opponeva a
questo facendo più volte appello alla tradizione della Chiesa ed ai canoni di antichi concilii : il XIX concilio di
Nicea (325), il X e XLIV di Laodicea (seconda metà de IV secolo). Quello di Nimes (394 o 396), il XXV di
Orange (441).

In un mio saggio del 1982 , ho dimostrato che in Italia meridionale, le donne avevano ricevuto il sacramento
dell'Ordine da vescovi la cui decisione fu condannata da Gelasio Primo. Così, si impone una importante
considerazione : l'episodio presentato dal papa ed i numerosi concili orientali ed occidentali che vietarono alle
donne di compiere il servizio liturgico e di far parte del clero dimostrano implicitamente che nel mondo antico
alcune donne furono ordinate e che la questione del sacerdozio femminile era già stata sollevata tanto in
Oriente che in Occidente.

Anche al di fuori dei contesti eretici, la cristianità antica sembra avere avere qualche volta elevato delle
donne al rango sacerdotale , in funzione di certe prerogative propriamente ed esclusivamente dell'Ordine
sacro.Nel caso del De Verginitate, un'opera del IV secolo attribuita ad Atanasio si afferma che il <<regno
dei cieli non è nè maschile nè femminile ma tutte le donne che sono gradite al Signore provengono dall'Ordine
degli uomini>> e poco più avanti le vergini sono chiamate a benedire il pane con tre segni della croce, a
compiere le azioni di grazia e a pregare.Questi sono degli atti che si possono apparentemente considerare
come una celebrazione eucaristica se bisogna tener conto che ai tempi di Atanasio , ad Alessandria, la
celebrazione dell'eucarestia si faceva secondo un rituale ben più complesso di quello che evoca il De
verginitate.

L’épigrafia testimonia dei casi di sacerdozio femminile.


A Tropea, un piccolo centro della Calabria meridionale, è stata ritrovata una epigrafe cristiana datata alla
metà del V secolo che attesta di una LETA presbytera. Qualche anno dopo, Gelasio, in una sua lettera ai

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vescovi calabresi avrebbe confermato l'esistenza di un sacerdozio femminile nell'Italia meridionale .Altre
epigrafi del V-VI secolo sembrano attestare la presenza di donne sacerdoti a Salone, in Dalmazia
(presbytera, sacerdota), a Ippona in Africa (prebyterissa), nei pressi di Poitiers rs (presbyteria=prebytera)
a Roma (2 volte presbytera), in Tracia (prebytera in greco).

b(onae) m(emoriae) s(acrum) Leta Presbitera


que vixit ann(is) XL m(ensibus) VIII d(iebus) IX
quei bene fecit maritus precessit in pace pridie
idus maias

Anche se nell'insieme non si tratta che di qualche epigrafe (meno di 10) quando le si confrontano con le
50.000 della cristianità antica che si conoscono , esse dovrebbero far riflettere sul ruolo liturgico e
sacramentale delle donne nel mondo antico. Al contrario la storiografia cattolica che parte dal principio che il
sacerdozio femminile è inammissibile, ha da un lato integrato alcune epigrafi ed eliminato tutte le altre che
fanno riferimento al sacerdozio femminile , dall'altro ha assimilato il termine “prebytera” a donna del
presbitero, accezione certamente diffusa nella Chiesa antica.

E' giustamente questo atteggiamento preconcetto che caratterizza il commento che fa un ricercatore
rimarchevole come J. Galot dell' XI canone del Concilio di Laodicea:
« Non bisogna designare delle sacerdotesse nella Chiesa ». Egli scrive: « Il canone XI del concilio di
Laodicea imbarazza i commentatori. L'incertezza risiede sul senso dei termini “presbytides” e “présidents” e
del verbo “designare” o “ordinare”. Se noi dovessimo rifarci al titolo del canone "Non bisogna ordinare
'presbytides' nella Chiesa" dovremmo intendere il termine ‘presbytides’ nel senso di ‘sacerdotesse ’. Ma un
tale significato sembra impensabile per la Chiesa cattolica e si è tentato di identificare queste “presbytides”
sia le con le diaconesse superiori sia con delle semplici diaconesse o con le anziane che avevano l'incarico di
sorvegliare le donne nella Chiesa >>. Alla luce di tutto quello che si è osservato fino ad ora, perchè non dare
al canone 11mo l'interpretazione che sembra la più evidente? Perchè non riconoscere che esso vieta
l'ordinazione presbiterale delle donne ? J. Galot,ammette egli stesso che si tratta della interdizione del
sacerdozio delle donne ,anche se ne circoscrive la portata e non lo rapporta che alla polemica montanista.

Le informazioni sul sacerdozio femminile che noi abbiamo attraverso le epigrafi ed i canoni
conciliari,dovrebbero essere approfondite ulteriormente in un quadro più ampio che includi anche la
documentazione iconografica.

Io penso ad esempio, agli affreschi della fractio panis nella cappella greca del cimitero di Priscilla a Roma
(intorno al III secolo; dove c'è l'immagine di una donna in abiti sacerdotali che porta nella mano sinistra la
croce e nella destra l'incensiere rappresentata nel codice latino 12408 della Biblioteca Nazionale di Parigi
(fine del VIII secolo). L'analisi di parecchi documenti relativi alle testimonianze sulle diaconesse e sulle
badesse della fine del Medioevo potrebbero portare delle nuove conoscenze sul problema del rapporto tra la
donna e la liturgia. Questo rapporto, nell'antichità , fu certamente più ricco e significativo di quanto non sia
oggi .

Anche se i casi di donne con funzioni di presbyterae sono rari, la frequenza con la quale usano toni polemici
sia le deliberazioni dei concili che gli autori cristiani per stroncare la questione dell'ammissione delle donne al
sacerdozio, lascia credere che i casi di donne nelle funzioni di presbytera o di qualche altro tipo di servizio
liturgico siano stati ben più numerosi di quanto non attesti la documentazione letteraria ed epigrafica .

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A dispetto dell'esiguità della documentazione e contrariamente a ciò che sostengono abitualmente coloro che
si oppongono al sacerdozio delle donne, tutto ciò significa che la posizione adottata dalla Chiesa antica - da
tutta la Chiesa e non solo dalla gerarchia - non può essere intesa come una tradizione monolitica ben
definita, vale a dire in tutti i suoi aspetti e sviluppi, ma piuttosto venne accettata da tutti come una realtà
in evoluzione, come una questione scottante da affrontare con cautela , discussa ed talvolta, anche se
raramente , risolta in altra maniera. La tradizione divenne monolitica quando si condannarono tutte le
soluzioni che nel passato si allontanarono da quelle che vennero accettate e difese dalla Chiesa cattolica.
Questo comportamento della Chiesa può aver subito l'influenza di alcuni gruppi che, condannati come eretici a
partire dal II secolo, accettavano di ordinare le donne e di elevarle al rango di vescovo. Ma la presenza di
una prebytera non comportava necessariamente la sua eterodossia nè quella della comunità nella quale essa
viveva ed esercitava il suo ministero.

Attone, vescovo di Vercelli che visse tra il IX ed il X secolo, autore di molte opere e grande conoscitore
delle antiche disposizioni conciliari e della organizzazione ecclesiastica, della vita sacramentale e della lingua
liturgica lo attesta in modo esplicito.

Un sacerdote che si chiamava Ambrogio gli chiese quale fosse il senso da dare ai termini presbytera e
diacona degli antichi canoni. La sua risposta non lascia posto ad alcun dubbio. Egli cominciò a spiegare come
nella Chiesa antica « la messe era abbondante ma gli operai pochi » (Mt. 9,37; Lc. 10,2), anche le donne
ricevevano i ministeri ad adjumentum virorum come prova la lettera ai Romani 16,1 (<<Vi raccomando Febe
nostra sorella diaconessa nella Chiesa di Cencrea>>). Secondo Attone fu l'11mo canone del concilio di
Laodicea (seconda metà del IV secolo) che vietò l'ordinazione presbiterale delle donne.

Il vescovo di Vercelli scrive esplicitamente che nelle comunità cristiane antiche non solamente gli uomini ma
anche le donne venivano ordinate (ordinabantur) e che esse erano a capo di alcune comunità (praeerant
ecclesiis), si chiamavano presbyterae ed avevano il dovere di pregare, guidare, insegnare (Hae quae
presbyterae dicebantur praecandi jubendi vel edocendi [...] officium sumpserant). Questi tre termini
pronunciati nella ordinazione ricevuta dalle donne riassumono il ruolo del sacramento dell'Ordine.

Grande conoscitore della canonicità e delle istituzioni ecclesiastiche, Attone precisa che il termine
presbyterae poteva designare nella Chiesa antica anche la donna del presbyter. Ma dei due significati, egli
dichiara di preferire il primo.

Una dimostrazione ulteriore dell'uso ingannevole dei testi relativi al sacerdozio femminile è dato dal Lexicon
imperfectum, un noto dizionario medioevale, che attribuì ad Attone, il vescovo di Vercelli, il secondo
significato dato alla parola presbytera.

La testimonianza di Attone riveste una certa importanza in relazione alla questione del sacerdozio delle donne
nell'antichità. Ora, egli è stato volontariamente ignorato oppure male interpretato perchè non andava
evidentemente nel senso della unanime tradizione ; questa accezione dovrebbe quanto meno seminare qualche
dubbio che permetta di arrivare ad un certezza motivata qualunque essa sia. Io ho l'impressione, invece, che
nel corso dei secoli si è messa in opera, in parte accidentalmente ed in parte per ragioni di prudenza o di
conformismo, una selezione decisa o una interpretazione preconcetta delle testimonianze già poco numerose su
ciò che concerne l'esercizio del ministero sacerdotale delle donne. Alla luce della posizione chiara di Attone,è
necessario provare a recuperare anche queste testimonianze, che a prima vista ci appaiono come briciole o
frammenti di storia, per ricostruire un quadro il più largo possibile .Cosicchè apparirà la tradizione della
Chiesa, soprattutto nei primi secoli, che non ha sempre condannato all'unanimità il sacerdozio femminile, come
si pretende abitualmente. Mi sembra di poterlo affermare, in quanto storico del cristianesimo antico senza
partito preso, per l'ammissione delle donne al sacerdozio. Io penso anche che allo stato attuale è tempo di
discutere la questione ed approfondirla per assicurare alle donne un ruolo ed una presenza che, al di là quelli
che potranno essere i risultati e le conclusioni finali, corrispondano alla reale volontà di Cristo. Anche per la
Chiesa antica si impose a mio avviso quello che l'esortazione apostolica Christifidelis laici definì come «una
attenzione più penetrante ed attenta ai fondamenti antropologici della condizione dell'uomo e della donna».

Sulla base di questa esortazione , è necessario che le ragioni di tutti siano adeguatamente ascoltate e
valutate, certamente alla luce della dottrina della Chiesa ed in un concilio che riconsideri in un contesto
unitario gli aspetti biblici, teologici , sacramentali, antropologici e storici di tutta la questione.Solo così si
potrà evitare che delle rivendicazioni affrettate ed intemperanti finiscano per intralciare e ritardare i

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cambiamenti che sono nondimeno necessari nella Chiesa di Dio.

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