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Prossimo numero 235

Immigrazione e multiculturalismo 234


Per qualcuno la società multiculturale
è una sciagura,
per la nostra rivista
234
nuova umanità trimestrale di cultura
è un passo verso
il mondo unito.

Il Paradiso ’49: protagonisti e interpreti nuova umanità


controcorrente
Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza – L. Bruni

Focus
Il Paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Fra mistica e storia: introduzione - A. Lo Presti
Paradiso ’49. Una narrazione vent’anni dopo - C. Lubich
La pazzia dell’amore - I. Giordani
Luce per un disegno - P. Foresi
La nostra dimora: il Dio trinitario - K. Hemmerle
Esperienza e teologia dell’unità – M. Cerini
Mistica e cultura - G.M. Zanghí
Una nuova luce per la teologia spirituale - J. Castellano Cervera

punti cardinali
Strumenti per vivere il Paradiso
- F. Ciardi
La dichiarazione sulla fraternità
Fondata da Chiara Lubich nel 1978, di Abu Dhabi
- R. Catalano
Nuova Umanità è una rivista multitematica
che, alla luce del carisma dell’unità, alla fonte del
dialoga con le prospettive culturali carisma dell’unità
del mondo contemporaneo. Storia di Light. 18
- I. Giordani
in biblioteca

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234

nuova umanità trimestrale di cultura


rivista fondata da Chiara Lubich nel 1978

controcorrente
Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza - L. Bruni__ » pp. 5-11
L’articolo esamina il rapporto esistente fra le ragioni della meritocrazia, il dato della
diseguaglianza e gli interessi del capitalismo finanziario, in un orizzonte etico nel quale
l’illusione del male e quella del bene subiscono una trasformazione del loro significato
implicito. Le conseguenze delle distorsioni, avvenute a livello sociale ed economico,
dei concetti in atto è il carattere di insoddisfazione verso i ceti dirigenti che colpisce
le masse. È necessario attivare i meccanismi di consapevolezza di tale processo per
riconoscere nella cultura della solidarietà gli antidoti a tale declino morale.

Focus
Il Paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Fra mistica e storia: introduzione - A. Lo Presti_______________» pp. 13-14

Paradiso ’49. Una narrazione vent’anni dopo - C. Lubich ______ » pp. 15-34
Nella settantesima ricorrenza dell’esperienza mistica del Paradiso ‘49 di Chiara
Lubich proponiamo ai lettori un inedito racconto dell’accaduto. In quell’estate del
1949 Dio apre a Chiara – e attraverso di lei al piccolo gruppo nascente – la piena
comprensione del carisma dell’unità e dell’opera che ne sarebbe nata. Il testo che
pubblichiamo è la trascrizione di una conversazione spontanea di Chiara Lubich av-
venuta il primo gennaio 1969 con un gruppo di focolarini a Rocca di Papa.

La pazzia dell’amore - I. Giordani___________________________» pp. 35-45


Se oggi si dispone di un testo conosciuto come Paradiso ‘49, in parte lo si deve alle
lettere che Chiara Lubich spediva a Igino Giordani, nelle quali gli comunicava le
mistiche esperienze. Giordani non è, allora, solo il protagonista del patto di unità
con Chiara, da cui tutta l’esperienza del ‘49 è scaturita, ma anche un testimone
di prim’ordine di quanto avverrà in seguito, anche quando lui si dovrà allontanare
dalle Dolomiti. In questo testo l’Autore si addentra nel mistero di Gesù crocifisso e
abbandonato alla luce di quanto intuito da Chiara in quel particolare periodo di luce.

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sommario

Luce per un disegno - P. Foresi _____________________________» pp. 47-60


L’Autore riferisce l’esperienza della sua vita a partire dall’incontro con una delle pri-
me focolarine, Graziella De Luca, avvenuto a Pistoia nel 1949. Sottolinea, in parti-
colare, il suo ruolo accanto a Chiara Lubich nel Movimento nascente e, più avanti
ancora, nel processo di crescita delle sue principali realizzazioni. Attraverso il per-
corso umano di don Foresi possiamo osservare lo sviluppo del disegno di Dio sulla
sua persona e intravedere il cammino esistenziale di un’opera nata nella Chiesa al
servizio dell’intero popolo di Dio.

La nostra dimora: il Dio trinitario. L’esperienza di Dio di Chiara Lubich


- K. Hemmerle ____________________________________________» pp. 61-72
Klaus Hemmerle, noto filosofo, teologo e vescovo di Aquisgrana (Germania), è sta-
to tra i primi membri della Scuola Abbà. Fu in particolare la presenza di lui quale
successore degli apostoli a incoraggiare Chiara Lubich a fondare questo centro in-
terdisciplinare per lo studio del Paradiso ’49. A pochi giorni dalla morte, Hemmerle
ha affidato a tre redattori della rivista Das Prisma queste riflessioni sull’esperienza di
Dio di Chiara Lubich, così come l’ha potuta cogliere durante le prime Mariapoli sulle
Dolomiti, e l’ha poi riletta alla luce degli scritti del ’49. Riportiamo la trascrizione
tradotta di quella conversazione.

Esperienza e teologia dell’unità - M. Cerini _________________ » pp. 73-87


Il testo viene contestualizzato all’interno dell’esperienza vissuta dall’Autrice nella
Scuola Abbà, da lei percepita come luce trasformante che raggiunge, con il pen-
siero, tutto l’essere. I contenuti esposti si articolano attorno ai termini esperienza,
teologia e spiritualità dell'unità, esplorati nel loro intessersi profondo. Ne discende
una comprensione singolare dell’esperienza come locus theologicus essenziale e del-
la teologia come penetrazione vitale del mistero cristiano, a partire dal suo fonda-
mento e centro: il Dio uni-trino.

Mistica e cultura - G.M. Zanghí ___________________________ » pp. 89-101


Giuseppe Maria Zanghí può essere considerato uno dei collaboratori più stretti di
Chiara Lubich fin quasi dall’inizio del Movimento dei Focolari ed è stato uno dei
primi interpreti dell’esperienza mistica del 1949. Presentiamo qui un’ampia sintesi
del primo capitolo del suo ultimo libro, Leggendo un carisma – quasi un testamento –,
che costituisce una chiave fondamentale di lettura di tale esperienza. A suo avviso,
è necessario provare a capire “chi è Chiara” per poter partecipare pienamente al
suo carisma.

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sommario

Una nuova luce per la teologia spirituale


- J. Castellano Cervera___________________________________ » pp. 103-120
Ricercatore appassionato e cultore della storia della spiritualità, l'Autore ha colto
nell'esperienza di Chiara Lubich una spiritualità «nuova e originale», illustrandola
in numerosi scritti. La sua partecipazione, iniziata nel 1996, alla Scuola Abbà fu
un'esperienza travolgente: «È come vedere le cose dall'alto, da Dio stesso come
Trinità». Gli appunti inediti della lezione qui pubblicata, offerta in Svizzera il 21
agosto 1998, riprendono alcuni temi classici della teologia spirituale, per mostrare
la nuova prospettiva che acquistano nella spiritualità dell'unità.

punti cardinali
Strumenti per vivere il Paradiso - F. Ciardi_________________» pp. 121-134
Dopo aver mostrato la dimensione ecclesiale del Paradiso ’49 e la sua peculiarità
nella storia della spiritualità cristiana, l’articolo si sofferma sugli “strumenti” per
vivere il cammino spirituale caratterizzato dall’unità. Agli strumenti classici se ne
affiancano di nuovi, eppure fortemente evangelici: il patto d’unità, la comunione
d’anima e delle esperienze della Parola di Vita, l’ora della verità, il colloquio perso-
nale. Per ognuno di essi vengono riportati brani inediti del Paradiso ’49, preceduti
da spiegazioni che Chiara stessa ha offerto successivamente.

La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi


- R. Catalano____________________________________________ » pp. 135-144
La dichiarazione congiunta, firmata il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi da papa
Francesco e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, rappresenta un even-
to e propone un testo che resteranno paradigma di riferimento sotto molti punti
di vista. È impossibile non riconoscerne la valenza profondamente innovativa. Si
tratta, infatti, «di qualcosa che va al di là delle aspettative, che suscita doman-
de ed interrogativi, che mette in discussione stereotipi e pregiudizi tanto diffusi
quanto radicati dal punto di vista religioso e ancor di più culturale». Ancora una
volta ci troviamo di fronte a una prima assoluta di papa Bergoglio che, come sot-
tolinea efficacemente il titolo di un fortunato volume in suo onore, ci ha ormai abi-
tuati a conoscerlo come il «papa delle prime volte». Mai prima, infatti, nella storia
della Chiesa era avvenuto che un papa sottoscrivesse un documento comune con
un leader di un’altra religione. L’articolo propone una contestualizzazione della
dichiarazione e una sua prima analisi.

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sommario

alla fonte del carisma dell’unità


Storia di Light. 18. La consacrazione del mondo, sul modello di Maria
- I. Giordani ____________________________________________ » pp. 145-156
Dopo il vivace racconto sulle Mariapoli, Giordani ci fa entrare più profondamente
nella spiritualità dei Focolari, innestandola nella storia della Chiesa e dei carismi
che l’hanno arricchita nei secoli. Mette in evidenza, in particolare, il contributo dei
Focolari al superamento della separazione creatasi tra clero e laici, sottolineando il
ruolo fondamentale di questi ultimi nel portare Cristo nel mondo, nel consacrare il
mondo: le sue parole appassionate ci riportano ai documenti del Concilio Vaticano
II. Conclude con poetiche pennellate su Chiara e sul fascino da lei esercitato su tanti,
anche su lui stesso, distinguendolo sapientemente dal fanatismo.

in biblioteca
Il Paradiso del ’49 letto attraverso la sua cornice storica
- F. Ciardi ______________________________________________ » pp. 157-160

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controcorrente

Meritocrazia
e moralizzazione
della diseguaglianza

Luigino
Bruni Se volessimo scegliere una parola, capace di rac-
cogliere oggi più consensi trasversali alle varie com-
phd in economia, ponenti culturali e politiche del Paese, la candidata più
university
forte sarebbe meritocrazia. Piace a ciò che resta della
of east anglia
(norwich, uk). sinistra, è sempre piaciuta alla destra, piace ai cattolici
professore (perché rimanda a merito, grande parola della Contro-
ordinario riforma), è adorata dai critici delle caste. Un consenso
di economia universale e corale, che, quindi, dovrebbe preoccupar-
politica presso
ci. Come in effetti preoccupa l’economista della Cornell
l’università
lumsa di roma. University, Robert Frank, che ha dedicato il suo ultimo
saggio proprio al mito della meritocrazia1, come preoc-
cupa anche il filosofo Kwame Anthony Appiah e il poli-
tico Matthew Taylor, che sul prestigioso giornale ingle-
se The Guardian hanno detto parole molto dure contro
l’imbroglio della meritocrazia.
Quali sono, allora, i demeriti della meritocrazia? Il
principale demerito, la radice di tutti gli altri, si chiama
diseguaglianza – altra parola molta evocata in molti di-
battiti, raramente però associata alla meritocrazia.
La diseguaglianza è la condizione naturale degli es-
seri umani, e di molti animali, perché i talenti che cia-
scuno riceve arrivando sulla terra sono diversi da quel-
li degli altri. Il grande economista e sociologo italiano
Vilfredo Pareto, alla fine dell’Ottocento, dimostrò che
le diseguaglianze nei redditi rispondono a leggi distri-

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Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza

butive simili in tutte le società perché legate alla diseguaglianza delle


intelligenze, e in quanto naturali dovremmo semplicemente accettarle
come un dato di natura. L’Occidente per secoli ha invece cercato di lotta-
re contro questo dato di natura, provando a scardinare le diseguaglianze
alla base delle strutture sacrali-gerarchiche delle società antiche. La mo-
dernità, al culmine di un lungo e lento processo di maturazione culturale
e religiosa, ha lanciato una lotta campale alla diseguaglianza, che non
venne più considerata un dato immodificabile ma essenzialmente una
costruzione sociale e quindi rettificabile o quantomeno riducibile. Senza
società più ugualitarie (non soltanto più democratiche: non tutte le de-
mocrazie sono ugualitarie) non avremmo incluso nella politica e nell’eco-
nomia centinaia di milioni di poveri e di donne. L’economia civile europea
e il suo welfare state sono stati soprattutto il tentativo immenso di coniu-
gare i valori naturali del mercato e con quelli artificiali dell’uguaglianza. Ed
è stata l’Europa, non gli Usa, il luogo di questa “lotta”. Anche l’Europa ha
prodotto i suoi terribili mostri, ma la sua anima più antica e più profonda
ha consentito alle donne di poter studiare e lavorare, ai bambini di non
lavorare più per andare tutti a scuola, agli anziani di poter smettere di
lavorare e avere una pensione per vivere con dignità l’ultima stagione del-
la vita. Ha voluto investire una grande quota della propria ricchezza per
creare beni comuni e così ridurre le diseguaglianze – la scuola per tutti e
la sanità universale restano i più grandi beni comuni dell’umanesimo eu-
ropeo, la sua più efficace forma di redistribuzione della ricchezza. La se-
conda metà del Novecento è stata per molti Paesi europei un’età dell’oro
di un’economia e di una società dove l’inclusione, l’uguaglianza, i diritti,
la qualità del lavoro, le libertà crescevano, e si riducevano i servi, i poveri,
le caste, i privilegi.
Negli ultimi decenni la diseguaglianza in Europa e in Italia ha ricomin-
ciato a crescere. E questo perché mentre in molti, quasi tutti, godevamo i
frutti dello Stato sociale, non ci siamo accorti che nei retrobottega dell’e-
conomia e della finanza iniziava una contro-rivoluzione anti-egualitaria,
voluta e pianificata dalle grandi imprese multinazionali, dalle scuole inter-
nazionali di business e dalle società di consulenza globali. Fin qui nulla di
profondamente nuovo, perché spiegabile dai corsi e ricorsi delle idee, delle

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reazioni e contro-reazioni. C’è però una novità radicale e assolutamente


sottovalutata: il capitalismo finanziario, per potersi affermare come culto
universale, e poter quindi ottenere tutto dai suoi “fedeli”, ha un bisogno
assoluto di una legittimazione morale, possibilmente religiosa, degli assio-
mi sui quali si fonda, che ha trovato nella meritocrazia. E così ha compiu-
to il miracolo: quella diseguaglianza, che la civiltà europea aveva mitigato
artificialmente con la politica e la società civile perché considerata mo-
ralmente e socialmente non desiderabile, improvvisamente, e senza che
ce ne accorgessimo, è diventata una proprietà morale. È stato sufficiente
cambiarle nome, è bastata un’operazione linguistica e semantica, per tra-
sformare la diseguaglianza da un male in un bene, e il vizio della disegua-
glianza è diventato la virtù della meritocrazia. La meritocrazia, poi, oltre ad
essere un nome più attraente per la vecchia lode della diseguaglianza, è un
meccanismo perfetto che l’amplifica e la esaspera, perché le dà un con-
tenuto di giustizia. Grazie alla meritocrazia le diseguaglianze naturali non
vengono più contrastate ma lodate e premiate. La meritocrazia, infatti, non
è altro che la legittimazione morale della diseguaglianza. Quella del merito
(da merère: mercede, meretrice) sta infatti diventando la nuova ideologia
globale del nostro tempo, ma, presentandosi come tecnica e confondendo
il merito con la competenza e la responsabilità, non rivela facilmente la sua
natura ideologica e religiosa.
Ogni pratica e ogni teoria del potere ha cercato di associare il proprio
potere a una forma di meritorietà, per poterlo conservare. Tutte le oligar-
chie vorrebbero essere anche aristocrazie (cioè il governo dei migliori). La
meritocrazia è l’aristocrazia dei nostri tempi, dove, rispetto a quella feuda-
le, cambiano soltanto il meccanismo di riproduzione delle élite e la giustifi-
cazione e la legittimazione del loro essere migliori. Non più la terra né la di-
nastia ma, semplicemente, il merito. Ogni comunità e ogni società, infatti,
ha la sua teoria del buono e quindi del merito. Questa era un’idea centrale
anche nel libro di Melchiorre Gioja Del merito e delle ricompense. Nel 1818
scriveva: «Le idee che nella mente degli uomini corrispondono alla parola
merito, sono, come tutti sanno, infinitamente diverse: esse cambiano d’og-
getto, di grado, di scopo, di misura non solo tra popoli e popoli, ma anco tra
classi e classi della stessa città»2.

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Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza

Il dibattito attorno al merito è tra i più antichi della nostra civiltà. Lo tro-
viamo, centrale, nel libro di Giobbe, nei profeti, nei Vangeli. E, dalla pro-
spettiva storica, rappresenta un interessante paradosso: il primo spirito del
capitalismo fu generato dalla radicale critica di Lutero alla teologia di merito
(siamo salvi per sola gratia, non per i nostri meriti), ma quella “pietra scar-
tata” oggi è diventata la “testata d’angolo” della nuova religione capitalista,
che sta nascendo dal cuore di Paesi edificati proprio su quell’antica etica
protestante anti-meritocratica. Il dibattito tra Lutero e la Chiesa di Roma fu
anche una ripresa, dopo oltre un millennio, della polemica di Agostino con-
tro Pelagio. La critica anti-pelagiana era essenzialmente un superamento
dell’antichissima idea che affermava che la salvezza dell’anima, la benedi-
zione di Dio, il paradiso, potessero essere guadagnati, acquistati, comprati,
meritati dalle nostre azioni. La teologia del merito aveva avuto nel Medioevo
in Anselmo d’Aosta un importante rappresentante, per il quale l’incarnazio-
ne e la morte in croce del Cristo furono una “restitutio” e un “merito” capaci
di soddisfare (satisfactio) le esigenze della giustizia di Dio e il suo “onore’
macchiato dal peccato umano. Una teologia meritocratica che costringeva
Dio a punire e premiare sulla base di criteri che quei teologi gli attribuivano.
Ma nonostante la chiarezza e la forza del messaggio evangelico, l’an-
tica teologia pelagiana economico-meritocratica non smise di influenza-
re l’Umanesimo cristiano durante tutto il Medioevo, e ben oltre. Le idee
neo-pelagiane continuarono a informare la dottrina e soprattutto la prassi
cristiana, fino a quella vera e propria stagione neo-pagana nel tardo Me-
dioevo, quando, a pagamento, si poteva lucrare qualsiasi merito. Il “mer-
cato delle indulgenze” si comprende solo all’interno di una deformazione
pelagiana del messaggio cristiano. E come sempre accade in materia di
religione, le conseguenze di queste idee teologiche furono (e sono) imme-
diatamente sociali, economiche, politiche. Coloro che venivano considerati
non meritevoli erano (e sono) condannati ed emarginati anche dagli uomi-
ni, e i meritevoli prima di guadagnarsi il paradiso nell’altra vita lo raggiun-
gevano su questa terra, dove ai loro meriti erano associati privilegi, denaro,
potere. Con la meritocrazia tornano in mezzo a noi gli amici di Giobbe, i
falsi profeti, i condannanti del paralitico e del cieco nato, Pelagio e tutti i
suoi discepoli. L’interpretazione del talento come merito individuale è l’asse

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portante della meritocrazia. Perché si dimentica o si tace che nei nostri


successi economici e professionali il caso e la fortuna/sfortuna giocano
un ruolo decisivo. Il mercato non è come lo sport, anche perché non fun-
ziona sulla base del merito – seppure a molti piace pensarlo e scriverlo.
Non si riconosce, poi, che dietro un obiettivo individuale raggiunto ci sono
un’équipe di lavoro, un’impresa, una città, un Paese. Ecco perché un im-
portante effetto collaterale di una cultura che interpreta i talenti ricevuti
come merito e non come doni è una drammatica carestia di gratitudine vera
e sincera. È l’ingratitudine di massa la prima nota dei sistemi meritocratici.
All’ideologia meritocratica non è però sufficiente ridurre il talento a me-
rito. C’è, ancor prima, bisogno della riduzione dei diversi e molti meriti delle
persone e dei lavoratori a quei pochissimi definiti come tali dalle imprese e
dalle organizzazioni. È la proprietà dell’impresa, con il management e i con-
sulenti, che stabilisce che cosa è meritevole e quali meriti premiare. E poi,
operazione decisiva, si attribuisce a questi pochi e semplici “meriti” il po-
tere (krátos). Questi meriti al potere sono quelli più semplici, quantitativi
e misurabili. I meriti più complicati e qualitativi, difficilmente misurabili,
non si vedono, non si premiano, si scoraggiano, si distruggono. Peccato che
tra questi meriti diversi e non-visti ci siano molte di quelle virtù dalle quali
dipendono, nel medio periodo, il benessere e la stessa sopravvivenza delle
imprese e delle comunità umane. I talenti di umiltà, di mitezza, di compas-
sione, di misericordia, autentici capitali antropologici e relazionali diversi,
sono sistematicamente negati, non valorizzati, non di rado ridicolizzati, in-
dividuabili tra i perdenti. Queste virtù diverse vengono incatenate, come
nel mito, dove Kratos riceve l’ordine di incatenare Prometeo, l’amico degli
uomini. Quanto potrà durare una business community con troppi meriti
“facili” e con una distruzione di massa dei più rari meriti “difficili”? E come
potranno vivere le imprese quando si saranno estinte quelle virtù non pre-
miate dalla meritocrazia che tengono in piedi ogni giorno le nostre orga-
nizzazioni? E che cosa succederà quando la carestia di meriti non aziendali
occuperà completamente scuola, associazioni, chiese, famiglie?
Quando, infatti, associamo la stima sociale, le remunerazioni e il potere
ai talenti e quindi ai meriti, non facciamo altro che legittimare, ampliare e
amplificare enormemente le diseguaglianze. Se questa ideologia esce dai

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Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza

mercati ed entra in tutta la vita sociale, persone già diseguali alla nascita,
per talenti naturali e condizioni famigliari e sociali, da adulte lo diventano
molto di più. Così, se sono figlio di genitori colti, ricchi e intelligenti, se nasco
e cresco in un Paese con molti beni pubblici e con un buon sistema sanita-
rio ed educativo, se la mia dotazione iniziale di cromosomi e geni è stata
particolarmente felice, ne segue che frequenterò scuole migliori, maturerò
più meriti scolastici dei miei compagni nati in condizioni naturali e sociali
più sfavorevoli, troverò con ogni probabilità nel mercato del lavoro un’occu-
pazione più remunerata dal sistema meritocratico. E così, quando andrò in
pensione, la distanza dai miei concittadini venuti al mondo con meno talenti
si sarà moltiplicata nel corso della vita di un fattore di 10, 20, 100.
Ecco perché, in conclusione, c’è un nesso molto stringente tra merito-
crazia e diseguaglianza. Le teologie/ideologie meritocratiche, prima di es-
sere una teoria del merito, sono una teoria e una prassi del demerito, delle
colpe, delle espiazioni. Si presentano come umanesimo, personalismo e
liberazione, ma diventano immediatamente un meccanismo di creazione di
colpe e di pene, una produzione di massa di peccati e di peccatori che poi
gestiscono e controllano con un complesso sistema teso a ridurre quelle
pene su questa terra e in cielo. Gli universi meritocratici sono abitati da
pochissimi eletti e da una moltitudine di “dannati” che sperano per tutta la
vita in sconti di pena. Ieri, e oggi, il posto dei predicatori pelagiani lo han-
no preso i nuovi evangelizzatori della meritocrazia nelle imprese e ormai
ovunque, dove nei loro templi stanno ricreando nuovi fiorentissimi “merca-
ti delle indulgenze”, nei quali la moneta per comprare il paradiso, o almeno
il purgatorio, è il sacrificio di interi brani della propria vita. Il controllo delle
anime non avviene più nei confessionali ma tramite il meccanismo dei con-
tratti incentivanti, che accordano perfettamente i premi e le pene ai meriti
e ai demeriti, definiti in modo davvero dettagliato dalla divinità-impresa e
implementati dai suoi sacerdoti. La prima strategia messa in atto dai po-
tenti per ignorare le ragioni del povero è stata, e continua a essere, pensare
e dire che sono colpevoli, attribuirgli la colpa della loro povertà. I poveri,
invece, continuano ad essere vittime dell’ingiustizia di un popolo, non sono
colpevoli. Ma nonostante Giobbe, Isaia, Gesù Cristo, è ancora forte la ten-
denza-tentazione di considerare il povero debitore e quindi colpevole, e noi

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immuni dal dovere di fraternità nei suoi confronti – una cultura che oggi il
capitalismo finanziario di matrice americana sta esasperando. Ormai sta
giungendo anche in Europa, dove l’idea di povertà non era principalmen-
te legata alla colpa ma alla sventura. La solidarietà sociale e politica era
fondata sulla generale non colpa dei poveri. Perché un uomo può essere
povero, sventurato e innocente. E se è innocente, qualcuno deve aiutarlo
a rialzarsi. La constatazione della ricchezza e della povertà degli uomini
e delle donne non ci dice nulla sulla loro virtù/colpa. Girando per il mio
lavoro nelle molte periferie del mondo, l’urlo innocente di Giobbe è sempre
più assordante, e cresce insieme alle non-risposte del nostro capitalismo
meritocratico. Il poco che resta del welfare del modello europeo sarà spaz-
zato via quando ci saremo tutti convinti della colpa delle vittime che conti-
nuiamo a generare.

1
R.H. Frank, Success and Luck. Good Fortune and the Myth of Meritocracy, Prince-
ton University Press, Princeton 2016.
2
M. Gioja, Del merito e delle ricompense, G. Pirotta, Milano 1818, p. 35.

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dallo scaffale di città nuova

Vera sapienza è l’incontro


con l’altro
la regina di Saba e altri scambi
di doni
di Filippo Manini

L’incontro con il diverso genera solo e sempre


conflittualità? È possibile e praticabile la strada
del dialogo?

Oggi che valore ha il dono? È possibile il dialogo tra i popoli


o l’unica via è il conflitto? La Bibbia offre diverse risposte a
queste domande. Un’immagine felice di dialogo e di scambio
di doni è offerta da Salomone e dalla regina di Saba. In questo
isbn racconto e in altri passi dell’Antico e del Nuovo Testamento,
97888311188043 appare come l’incontro coinvolga ogni aspetto dell’esistenza,
compresa la relazione con Dio. Le ombre e i conflitti non eli-
pagine minano la speranza e la fiducia in uno scambio fecondo. Nel
80 primo capitolo è illustrato, con diversi altri passi biblici, l’in-
prezzo contro tra Salomone e la regina di Saba. Nel secondo capito-
lo si trovano tracce ed echi di quest’incontro in passi di tono
euro 14,00 apocalittico e messianico. Infine il terzo capitolo presenta altri
incontri, tra cui quello tra Davide e Gionata e quello tra Elia e
la vedova di Sarepta.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

Fra mistica e storia:


introduzione

Il Focus di questo numero di Nuova Umanità è dedicato


Alberto al Paradiso ’49, un periodo di contemplazione spirituale
che Chiara Lubich, Igino Giordani e alcuni del primo nu-
Lo Presti cleo della comunità dei Focolari vissero settant’anni fa.
politologo. Fu un’esperienza straordinaria, mistica e concreta allo
direttore di stesso tempo, generata dalla profonda unità di anime
nuova umanità protese alla radicale adesione alla Parola di Dio, donate
e del centro igino in una carità senza limiti verso il prossimo, sollecitate da
giordani. insegna
teoria politica un amore profondo per Gesù eucaristia, che portò i pro-
all’istituto tagonisti al vertice dell’esistenza spirituale, in quel pun-
universitario to dove, misticamente, è possibile comprendere qualco-
sophia di loppiano sa della realtà di Dio. Non fu un’esperienza di un solo
(figline - incisa attimo e neanche di un solo giorno. Dal luglio del 1949 al
in val d’arno,
firenze) e settembre del 1951 le visioni e le comprensioni si artico-
dottrina sociale larono e da esse si stagliarono, nitidamente, i lineamenti
della chiesa dell’opera che Chiara Lubich stava iniziando. Si trattò
all’università dunque di un’esperienza fondativa, determinante e cru-
lumsa di roma. ciale, sulla quale, però, cadde prestissimo, negli anni
successivi, una grande riservatezza. Le cause di essa
sono da ricercare in alcune differenti sollecitazioni.
La prima è di natura spirituale, e chiama in causa la
nuova concezione di vita religiosa di Chiara Lubich. Non
era l’ingresso in convento, né la formazione della fami-
glia, né il rimanere nel mondo: la via tracciata da Chiara
è il focolare, una convivenza di vergini e sposati, aperta
alla società e, al tempo stesso, custode e sorgente di uni-
tà, quella che Gesù ha insegnato agli uomini (Gv 17, 21).

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Fra mistica e storia: introduzione

Per realizzare questa esperienza di pienezza si deve vivere radicalmente solo


per Dio, rimuovendo dalla strada che ci conduce a lui ogni altra cosa, per
quanto bella e profonda possa essere. Non bisognava, per esempio, «attac-
carsi alle carte», come spesso lei esortò, ma porsi al cospetto di Dio rico-
noscendo in lui l’unica fonte a cui attingere. Sono tanti gli episodi che, nella
storia del Movimento dei Focolari, si concludono con l’indicazione di sbaraz-
zarsi dei quaderni e delle pagine dove erano annotate esperienze virtuose,
riflessioni profonde, perfino spunti mistici. La stessa sorte toccò al Paradiso
’49, che Chiara Lubich volle dare alle fiamme e che, invece, una provvidenzia-
le coincidenza salvò dalla distruzione.
C’è da ricordare anche che il nascente Movimento dei Focolari, negli
anni Cinquanta e Sessanta, si proponeva con una conformazione che non
s’adattava a nessuno dei canoni della vita religiosa di allora, ancora lonta-
na dalle svolte del Concilio Vaticano II. Per queste ragioni la Chiesa mise
Chiara Lubich e il Movimento sotto osservazione. Il Paradiso ’49, in tal sen-
so, si proponeva in modo ingombrante rispetto alle decisioni che la Chiesa
avrebbe dovuto prendere in merito alla sopravvivenza del Movimento e ciò
costituì una ragione in più per trattarlo con riservatezza quasi assoluta.
Oggi quelle ragioni di riservatezza sono venute meno. Da più di vent’anni
è in corso un’opera di divulgazione dei testi del Paradiso ’49 a cui la rivista
Nuova Umanità sta dando un importante contributo, pubblicando dal 1996
a oggi più di cento articoli di commento e approfondimento su di esso. Un
calcolo approssimativo ci consente di affermare che l’insieme delle citazio-
ni puntuali del testo del Paradiso ’49 ammonta a più della metà dell’intero
e voluminoso corpus scritturistico. Con l’occasione vale la pena ricordare il
numero speciale che già nel 2008 la nostra Rivista dedicò a Chiara Lubich:
quel numero, il 177, si apriva con una narrazione che lei stessa fece, nel 1961
a Oberiberg, in Svizzera, del Paradiso ’49. Anche questo numero apre con un
testo inedito di Chiara Lubich, del 1° gennaio 1969, in cui lei ripercorre quanto
accadde allora. La parola dunque passa ai protagonisti e ai testimoni: Igino
Giordani e Pasquale Foresi, Giuseppe Maria Zanghí, Marisa Cerini, Klaus
Hemmerle, Jesús Castellano Cervera. A tutti loro il compito di accompa-
gnarci in questo viaggio sulle montagne del Primiero, avvenuto settant’anni
fa e che, ancora oggi, può aiutarci a riconoscere nei segni dei tempi le sfide
che ci chiamano a vivere e a morire per l’ut omnes unum sint.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

Paradiso ’49
Una narrazione vent'anni dopo

Chiara introduzione di renata simon*


Lubich
(1920-2008) In tante opere che nascono nella Chiesa, in un certo
fondatrice momento storico Dio si manifesta a chi ha il compito di
del movimento forgiare quell’opera, in forma di ispirazioni o illuminazioni
dei focolari
intellettuali. Esse contengono tutto il patrimonio di idee e
e delle numerose
altre opere che di sviluppi di quell’opera che si verificheranno con gli anni e
alla sua iniziativa nelle vicende successive.
si riconducono Il primo gennaio 1969 Chiara Lubich volle comunicare
(compresa la sua esperienza mistica vissuta nel luglio del 1949 – detta
la rivista
nuova umanità). anche Paradiso ’49 – a un gruppo di focolarini radunati a
è universalmente Rocca di Papa1 (su Nuova Umanità 177 ne è stata pubbli-
riconosciuta cata una versione precedente datata 30 giugno 1961)2 .
come importante Aveva confidato di essersi svegliata quella mattina di
testimone
dell’unità fra capodanno come sotto una “pioggia di illuminazioni” da
i popoli, le culture parte di Dio. Per cui le esperienze vissute nel periodo del
e le religioni. Paradiso ’49 riaffioravano nel suo animo in tutta la loro lu-
minosità e la loro potenza.
*Renata Simon Il presente testo è tratto dalla trascrizione della conver-
Membro del sazione spontanea fatta in quell’occasione. Si tratta perciò
Consiglio generale
del Movimento
di un linguaggio parlato che si desidera mantenere per non
dei Focolari per togliere al lettore la possibilità di cogliere l’immediatezza e
l’aspetto Sapienza anche il pathos del racconto. Dove era necessario, per age-
e studio e del centro
interdisciplinare di volare la comprensione sono stati apposti dei lievi adatta-
studi Scuola Abbà. menti redazionali.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

Prima di tutto vorrei mettere le cose a posto, e cioè: cosa era il ’49? Era
un dono di Dio. Quindi, non era Dio. Quindi, per grande [che] sia stato, dob-
biamo metterlo al posto di un dono di Dio, non di Dio. Quindi, il Dio che noi
abbiamo scelto è qualcosa di più grande di ciò che Dio ci ha dato. Però non
possiamo negare che Dio fa dei doni e non possiamo disprezzare i doni di
Dio, e possiamo anche dare una qualifica, e possiamo anche dare un peso
a certi e a certi altri doni di Dio. […]
E sto vedendo la portata di ciò che è avvenuto, di quel dono di Dio. E
sto vedendo che non è una portata di valore solo per noi focolarini, ma per
il mondo, per la Chiesa. E che lì c’è un patrimonio che solo con i secoli si
capirà. E che forse, se io riuscirò a riscriverlo, è il più grande patrimonio che
l’Opera di Maria lascerà alla Chiesa e al mondo.

la visione del mondo da dio

L’impressione che ne ho avuto stamane è che, veramente, è successo al-


lora quello che è successo subito dopo la conversione di sant’Ignazio. Quin-
di, non per merito suo, così non per merito mio, né per merito di nessuno.
È stata proprio la visione religiosa dell’universo, la visione religiosa del
mondo. Cioè come Dio vede il mondo, come Dio vede le cose, come Dio
vede le creature, come Dio vede il Paradiso.
L’altro giorno vi ho parlato del ’43, cioè di quando è iniziato il Movimento.
Ma a un dato punto questo Movimento doveva anche consolidarsi in
un’Opera. Fino allora era un semplice Movimento e noi non avevamo nes-
suna intenzione – come ho detto altre volte – di fare una Regola, perché non
capivo perché bisognava essere approvati per essere cristiani.
Ma, a un dato momento, Dio voleva che questi cristiani fossero anche
un’Opera particolare nella Chiesa. Anche se noi sentiamo che questo parti-
colare per noi è un po’ come Maria, che è particolare ma è anche quella che è.
E siccome allora non c’era Loppiano3, non c’era la formazione, quello
che ho capito è che il Signore bisognava che ci facesse entrare in noviziato,
noi focolarine. E io avevo allora cinque anni di Ideale4.
Le altre sono venute dopo, quindi avranno avuto due anni, tre anni di Ideale.

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Allora, siccome non c’era Loppiano e non c’era una scuola di formazio-
ne, ci ha pensato il Maestro, Gesù, e ci ha portato in Paradiso. E la Trinità
è stata la nostra scuola, dove noi abbiamo imparato, che cosa? Chi è Dio e
che cosa è l’Opera.
E questa è la cosa chiara che ho capito stamane. Io dicevo: «Ma io ho
visto l’Opera». Alle volte dicevo: «No, ho visto il Paradiso». Stamane ho
capito che ho visto tutti e due.
E quindi, se ho visto il Paradiso, ho visto la visione del mondo da Dio. E
se ho visto l’Opera ho visto anche l’Opera e la funzione che l’Opera ha nella
Chiesa. Questo per chiarire. […]

un dono di dio

E se oggi io posso ripetervi e raccontarvi questo, è come fa una mamma


che, nei giorni di festa, ai figliuoli che si radunano tutti insieme racconta le
cose belle della vita passata, che non tramontano mai, perché ritornano
sempre. Come la mamma, che apre il cassettino con dentro gli ori, e fa
vedere così, poi chiude subito, perché il bambino non prenda su qualcosa,
o non s’incuriosisca troppo.
E così faccio anch’io. Apro un po’ il cassettino, poi chiudo. Perché non è
il momento di far vedere tutto. Perché non è la volontà di Dio, perché Dio
deve farmi rivedere tutto. Perché io sono stordita sotto le prime impressio-
ni, ma poi verranno tutte.
Non so se tutte tutte, ma molte.
Allora: e cosa facciamo?
Ecco, un regalo. Un regalo non è mai Dio. Però è un dono di Dio. E sic-
come veramente domani questa cosa sarà patrimonio di tutto il mondo e
patrimonio della Chiesa è, prima di tutto, patrimonio vostro; quindi è giusto
anche che l’abbiate.
Allora: come è successa questa cosa?
È anche tanto semplice. E poi a me sembra semplicissima. E nello stesso
tempo ho nell’anima una tale gratitudine a Dio per quello che ha fatto su
quest’Opera, che oggi non la posso misurare.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

Dicevo che avevamo fatto, noi pope5, l’esternato. E come l’avevamo fat-
to? Con un impegno come quando Dio ti spinge. E quando lui vuole qual-
che cosa non è che lui ha freni, vero? Perciò ci aveva fatto vivere questi
anni in un’intensità particolare, in un’intensità forse unica. E solo adesso,
con questo manipolo che si mette a vivere il presente, forse, riprendiamo
quella corsa. E lì avevamo imparato tante cose. Già i primi momenti, i primi
mesi avevo capito le idee fondamentali dell’Ideale come spiritualità: Gesù
in mezzo, Gesù abbandonato, la carità, tutto.

un cambio di mentalità

Dove il Signore ci aveva fissate era soprattutto nella Parola di vita, vi-
verla. E lì, ricordo che il vangelo lo sapevamo tutto a memoria, perché non
è come adesso, che si vive ogni mese una Parola, e si vive e non si vive, e
poi si fa anche il resto; allora non si faceva che vivere, perché non c’erano
opere da fare. E perciò la Parola di Dio entrava in noi veramente.
E se adesso l’Ideale è diventato un po’ il modo di pensare di tanti, anche
al di là della sfera del Movimento, è perché allora si è vissuto con tale inten-
sità da cambiare la mentalità di questo primo gruppo di persone. Mentalità
che poi, essendo una luce, cammina da sé ed è evidente per tanti, se la
prendono e la fanno propria.
Ed era una contestazione con tutta la mentalità del mondo. Una con-
testazione divina, perché era una mentalità divina che si immetteva nella
mentalità umana, ma non solo nella mentalità: nella volontà, nel lato affet-
tivo, in tutta la persona umana. Per cui ci rievangelizzavamo.
E lì fra noi pope avevamo fatto – dirette, praticamente, unicamente da
Gesù in mezzo – una esperienza unica, che poi non è più stata fatta nel
Movimento così intensa.
E cioè che: vivi una Parola di vita, una seconda Parola di vita, una terza
Parola di vita, una quarta Parola di vita, noi avevamo capito a un dato punto
che, vivendo qualsiasi Parola di vita, gli effetti pratici esterni erano identici.
Per cui vivere «beati i puri di cuore»6 o i «poveri di spirito»7 o «i mansueti»8
portava ad agire; o «ama il prossimo come te stesso»9 o «non fare agli altri

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quello che non vorresti fosse fatto a te»10 portava praticamente alla stes-
sa conclusione, cioè ad agire nella identica maniera. Perché tutto veniva a
coincidere.
E noi avevamo scoperto che la Parola di Dio era veramente Parola di
Dio, pur essendo espressa in termini umani. Ed essendo Parola di Dio era
carità. E quindi avevamo scoperto sotto la Parola di Dio l’essenza, quello
che c’è sotto, cioè Dio, cioè l’amore.

il fuoco della parola di dio

Per cui era andato tutto semplificandosi. Tanto è vero che gli ultimi
mesi, prima del ’49, quando una di queste Parole di Dio cadeva nella mia
anima andava in fuoco, andava in fiamma, andava in carità. E ormai io le
vivevo con una elasticità che era diventata vorticosa, come un po’ la terra
che girando sembra ferma perché gira troppo.
Per cui come la Parola di Dio entrava, neanche arrivavo in tempo a ra-
gionarci sulla Parola che già diventava carità.
Direte: cos’è questa carità? Voce, è la voce di Dio. Sì, la Parola di Dio mi
aiutava ad ingrandire quella che noi diciamo la voce interiore, che ti guida
e ti porta. E questa voce era diventata come un altoparlante in confronto a
come la sentivamo da piccoline, quando dicevo, così come dice la Scrittura,
di ascoltare “quella voce”. E allora la sentivamo fra mille frastuoni quella
voce. Mentre, invece, a forza di vivere la Parola di Dio, questa Parola di Dio
entrava. E che si era? Parola, voce. Per cui, dentro di me, come cadeva una
Parola, era fiamma. Per cui dentro io sentivo che ero tutta amore.
Avevamo scoperto tante altre cose; per esempio, come ogni Parola di
Dio compiuta è Dio, quindi è la Trinità, c’è sotto la Trinità. Ed era meravi-
glioso, perché vedevamo come in ogni Parola di Dio, che avevamo vissuto,
c’era un aspetto negativo e un aspetto positivo: “i poveri” era l’aspetto ne-
gativo, “possederanno il regno” era l’aspetto positivo; “i puri” è l’aspetto
negativo, “vedranno Dio” è l’aspetto positivo.
Ed era sempre, però, una purezza che era carità e quindi era positivo, e
un regno di Dio che era carità e quindi era positivo.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

E quindi in ogni Parola avevamo scoperto la vita della Santissima Trini-


tà. Per cui l’avevamo penetrata non solo con la contemplazione, ma anche
con questo effetto di vita spirituale, per cui era la voce di Dio dentro che ci
guidava.
Allora eravamo arrivati pressappoco a questo punto. Naturalmente,
con me correvano le prime focolarine e i primi focolarini. E quello che era
esperienza mia era immediatamente esperienza degli altri. Non è che noi
potevamo viverla la Parola: dovevamo. Era quello l’Ideale, era vivere.
Forse in me era accentuata la cosa, perché dovevo essere la guida, ma
tutti avevamo questa esperienza. E dentro, quindi, era tutto amore.
L’impressione dell’anima nostra era veramente quella di salire, salire,
salire, salire come lungo il raggio – noi dicevamo allora – della volontà di
Dio – ma dir così si guasta. È avvicinarsi sempre di più al sole, sempre di
più a Dio.
Questo salire cosa significava? Che quando si sale si lascia dietro di sé
quello che sta sotto, e lo si perde.
Difatti, la nuova vita mia, che io avevo in me, il Dio che viveva in me,
aveva in sé anche il Dio di ieri e dell’altro ieri e dell’anno prima. Per cui
quello che era dietro le mie spalle cadeva nel nulla, perché era tutto in me.
Quindi l’impressione era di una salita – se così potessi dire –, di una salita
per avvicinarmi sempre di più a Dio.

una vacanza in montagna

Era allora il ’49. Io, si vede, mi ero un po’ sforzata, ero un pochino stan-
ca. Allora il medico mi aveva detto di ritirarmi in montagna e di allontanar-
mi dal Movimento. Allora le mie compagne mi hanno detto: ma tu non stai
sola, veniamo anche noi a riposare con te. Allora io ho detto sì, naturalmen-
te, ma non immaginavo cosa sarebbe successo lassù.
Allora, proprio tagliati fuori dal Movimento, siamo saliti in montagna.
Ricordo che – lo dice anche padre Spiazzi11 –, che la Sapienza si serve tante
volte per le anime, specie principianti, come eravamo noi, anche di piccoli
tocchi esterni per far capire.

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Ricordo l’impressione che ci ha fatto un cartellone di un film dove c’era


scritto: «In montagna ti rapirò». È però un’impressione come una delle tan-
te, perché Dio si serve di tutto.
E, arrivati in montagna, io avvertivo un secondo fenomeno: quel qual-
che cosa di fuoco che era dentro di me – perché la Parola era diventata
fuoco ed era anche Parola – era anche voce e che, come cadeva, il vangelo
si accendeva. Mi veniva da dire: «Ho come finita una prima fase del vivere
la Parola di Dio, dopo la rivivrò in un’altra maniera, perché qui mi va tutto in
fiamma, qui mi va tutto in fuoco, mi va tutto in Dio». Se all’interno di me – e
anche delle pope, penso – le cose andavano così, all’esterno c’era un’altra
cosa: che il Signore – per una grazia naturalmente particolare sua – mi ave-
va fatto vedere la natura diversa da come la vedo adesso, o come la vedete
voi, o come l’avevo vista prima.

un sole spirituale

Cioè era fortissima – per una grazia evidentemente speciale di Dio – la


visione della presenza di Dio sotto le cose. Per cui, se i pini erano indorati
dal sole, se i ruscelli cadevano anche quelli luccicando di sole ecc., se le
margherite, i fiori, il cielo… c’era sotto tutto quello che io vedevo creato un
sole spirituale – che non è sole –, più forte, che io vedevo.
E voi direte: «Cosa vedevi, Chiara?».
Con l’anima.
«E cosa vedevi?».
Dio che sostiene le cose, Dio che regge le cose.
«Ma come lo vedevi?».
Ecco, io vedevo che Dio, sotto le cose, faceva sì che le cose non fossero
come noi le vediamo, ma erano tutte collegate l’una all’altra, erano tutte
l’una dell’altra collegate dall’amore, erano tutte l’una dell’altra innamorate.
Per cui, se il ruscello cadeva nel mare, era per amore; se un pino era
vicino a un altro, era per amore. Dir “per amore”, non si capisce niente. Io
vedevo l’amore, che è Dio, sotto le cose, che legava tutte le cose. E questo
era un sole abbagliante. Per cui era più forte in me la visione di questa unità

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

che Dio dava o, meglio, Dio che univa tutte le cose nel creato che le cose
stesse. Per cui la distinzione delle cose, che pur vedevo create, era meno
forte dell’unità, della presenza di Dio sotto le cose.
Ero a questo punto della vita spirituale quando, a un dato momento,
viene in montagna Foco12. Fino allora io sentivo l’esigenza di incontrare
qualcuno che..., perché avvertivo che l’Ideale non era una cosa normale.
Mentre le pope che erano con me credevano che fosse normale.

un innesto dolce

Perché il Signore non ha usato delle cose brusche con me. Ha fatto
così: mi ha chiamata e io l’ho seguito. Ma non è che mi ha fatto vedere
delle visioni; non mi ha buttata da cavallo, no, dolcemente si è innestato
sulla mia natura. Tant’è vero che i primi momenti, quando io spiegavo l’I-
deale alle pope, lo spiegavo con termini filosofici, perché avevo quei ter-
mini lì: studiavo filosofia. E quindi io non avevo altri termini, però mi pesa-
vano, mi sembravano antipatici. Perché dicevo: dovrei avere altri termini
per dire queste cose. Ma non ne avevo altri, il mio linguaggio era quello.
Per cui lentamente questa luce, che pur ha avuto tanti episodi nei pri-
mi tempi della vita spirituale, però si è innestata sulla natura e sulla mia
vita, la vita della grazia si è innestata dolcemente, per cui siamo arrivati a
questo punto con dolcezza, senza bruschi passaggi.
Le pope credevano che questa fosse la vita cristiana. Tanto che Gio-
si13 si meravigliava perché non tutti vivevano così. E diceva: «Ma come
mai quelli dell’Azione Cattolica non vivono così?». E anche le altre pope:
loro erano come figliolette che bevevano quel latte. E credevano che tutti
bevessero quel latte. Ma loro non capivano cos’era l’Ideale, mentre io
avvertivo che c’era qualcosa di diverso dal cristianesimo come ordinaria-
mente è vissuto. Sentivo inavvertitamente il bisogno che qualcuno me lo
confermasse.

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una personalità di spicco

Allora io ho conosciuto Foco. Foco, che era tanto più anziano di me. Ha
25 anni più di me, ed era nella Chiesa, ed è nella Chiesa, quella personalità
che è. Lui, che aveva conosciuto la Chiesa, che aveva combattuto per la
Chiesa, che aveva conosciuto i santi, aveva scritto tante biografie di santi
– era un agiografo –, lui è stato quel disegno di Dio che ha avuto la grazia,
come, non di mettersi dietro alle mie spalle, ma di fronte a me a rendermi
conto di ciò che era l’Ideale.
E questo a giustificare quel qualche cosa che io sentivo, e che qualcuno
mi dicesse che è qualcosa di nuovo. Mi ci voleva, però, una persona così.
Foco, tutta la vita – la sua vocazione è splendida –, ha sempre cercato
una vergine che lo guidasse per portarlo a Dio, lui che era innamorato di
santa Caterina – era un caterinato –, lui la cercava e si vede che era chia-
mato a questo. Quando Foco ha incontrato questo spirito, c’è stata subito
una grande comprensione, consonanza. Anche se io di fronte a lui, avendo
ventott’anni, ero come una bambina; e lui era quella personalità che era,
mentre io ero una provinciale, una ragazza.
Però questo non è che mi impressionasse. Mi impressionava la bellezza
dell’anima di Foco, il cristiano, il cristiano aperto, intelligentissimo e dotto,
colto, ma con quella cultura di chi veramente sa farsi poi niente, come è
Foco.
E l’ho incontrato. Lui è rimasto subito preso. È venuto lassù a trovarmi,
a Fiera di Primiero dove ero con le pope in questa baita. Era una vera stalla
allora e non aveva finestre, non aveva niente. Dormivamo in otto in una
stanzetta.
E un giorno è successo un fatto apparentemente molto semplice. Foco
viene e mi dice: «Io...». Si vede che già parlavo, non ricordo, ma che già
parlavo con lui della Parola di Dio e, soprattutto, quello che io spiegavo
era come tutto per me [fosse] andato in fuoco e per me la Parola per ec-
cellenza era «Dio mio, Dio mio perché...», cioè era Gesù abbandonato, il
quale per me era Gesù nella sua massima espressione, nella sua ultima
espressione – ultima nel senso di redentore – e come lì lui s’era veramente
annientato: era niente. […]

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

Allora io dicevo: «Tutte le Parole di Dio, in fondo, sono queste: il niente


e il tutto. Sul niente che siamo noi, c’è il tutto che è Dio».
E allora spiegavo, ricordo, Gesù abbandonato così, come la Parola di
Dio. Perché se Gesù è la Parola, è il Verbo, è la Parola di Dio, Gesù nell’ab-
bandono è la Parola spiegata, la Parola aperta del tutto. Gesù, che ha as-
sunto il nulla e l’ha riempito; la vanità di tutte le cose e le ha riempite, e le
ha divinizzate. Ed è lui: Dio. […]
Allora Gesù abbandonato era tutto: era la Parola.
Io spiegavo anche queste cose a Foco; lui seguiva e capiva. E le spiegavo
alle pope; loro seguivano e capivano.

un patto particolare

Un giorno Foco mi chiama da parte e si sente spinto a dirmi questo: «Sen-


ti, io voglio farmi santo. Quindi io voglio legarmi corto – come dice santa
Caterina – e quindi io vorrei, Chiara, farti voto d’obbedienza. Perché ho l’im-
pressione che Dio t’ha suscitata, e io tutta la vita ho cercato una vergine per
poterla seguire. Quindi mi sembra di averla trovata. Quindi io voglio fare la
tua volontà, avendo l’impressione che questa è la volontà di Dio. E – dice –
così, Chiara, ci faremo santi». E lì mi ha fatto l’esempio di san Francesco di
Sales e di santa Giovanna di Chantal che si sono fatti santi insieme.
Io ho ascoltato e non mi andava. Dentro di me c’era qualcosa che reagi-
va. Due sentimenti. Uno, dicevo: «Ma qui Foco è sotto l’azione della grazia,
bisogna non sprecare questa grazia». Dall’altra dicevo: «No, in due no. Tutti
uno, non due uno. Che tutti siano uno, non due uno. Sì, san Francesco di Sa-
les si sarà fatto santo così, ma questa non è la mia strada: tutti, tutti uno».
Poi io l’obbedienza allora non la capivo. «A me. Perché? Uno con me e con
tutti. Perché l’obbedienza a me?». Non c’era l’Opera allora.
Non l’ho detto questo però a lui, perché mi sembrava di mortificarlo. […]
Allora io ho detto a Foco: «Guarda, può essere che veramente quello che
tu senti sia da Dio. Però no due uno: tutti uno. Però può essere che sia da
Dio, allora non possiamo noi sprecarlo questo. […] Tu sai la mia vita, è esse-
re niente, perché io vivo Gesù abbandonato e quindi io sono se sono il nulla.

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Lui è tutto, io sono il nulla. Quindi, se voglio essere il mio vero essere, devo
essere niente, allora sono. E tu sei niente, perché sei Gesù abbandonato.
Dobbiamo vivere il niente. Se noi siamo il niente, allora siamo noi, perché
ci mettiamo nel nostro vero essere, come diceva santa Caterina: “Io sono
il nulla, tu sei il Tutto”».
E io questo l’avevo imparato seguendo Gesù abbandonato e Foco l’a-
veva capito. «Allora – ho detto – facciamo così: domani andiamo a messa
(andavamo nella chiesa dei Cappuccini), io non so quello che Dio voglia da
te. Non voglio neanche disprezzare questa cosa. Andiamo alla messa e lì,
quando Gesù eucaristia entrerà in me e quando Gesù eucaristia entrerà in
te, entrerà in un calice vuoto perché non c’è niente. Allora – noi nulla – dire-
mo a lui, io dirò: “Gesù, patteggia tu unità con Gesù eucaristia in lui, e tu fa’
venir fuori quella data unità che tu vuoi con quest’anima”».
Allora siamo andati in chiesa, alla messa, e alla comunione Gesù è en-
trato nel nostro cuore. Alla comunione io proprio ho fatto questo patto e
ho detto a Gesù: «Tu, sul nulla di me che sono ti prego di patteggiare unità
con te sul nulla di Foco che è là».

nel seno della trinità

Siamo usciti di chiesa. Foco doveva rientrare dalla sacrestia per fare
una conferenza ai padri cappuccini. Io mi sento spinta a ritornare in chiesa.
Entro in chiesa, vado davanti al tabernacolo. E davanti al tabernacolo sto
per pregare, per pregare Gesù eucaristia, per dire: “Gesù”, ma non posso
dirlo, perché quel Gesù era qui: ero anch’io, ero io. Ero una con lui, ero lui.
Quindi io non potevo chiamare me stessa. E mi sono trovata come una per-
sona in cima a una altissima, altissima, altissima montagna; come fossi su
un pizzo sottile, sottile come un ago. E una. Quindi altissima, ma incapace
di chiamare colui che io ero. L’eucaristia non chiama se stessa. E lì ho senti-
to uscire dalla bocca la parola: “Padre”. E in quel momento mi sono trovata
nel seno della Santissima Trinità.
Allora voi, popi, direte: «Ma, e come è successo? Cosa hai visto?». Ecco,
io sono come entrata in una voragine immensa, come l’universo e più.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

La vedevo non con questi occhi, ma con quelli dell’anima; questi non li ave-
vo quasi, non li avevo. E agli occhi miei appariva tutto oro, tutto fiamma. E
mi sono trovata là. E mi sono accorta che chi mi aveva messo sulla bocca
la parola: “Abbà, Padre” era stato lo Spirito Santo. E che Gesù eucaristia,
vincolo di unità, era stato fra me e Foco veramente vincolo d’unità. E che su
due nulla non era rimasto che lui. E che i nostri due raggi erano arrivati al
punto in cui convergono nel sole. E che ero entrata come in questo infinito
sole. E che fuori di me era rimasto il creato. E che io ero entrata nell’increato:
in Dio, nel seno del Padre. Allora non vedevo ciò che c’era in Paradiso. Non
distinguevo, ma non mi disturbava. Era infinito, ma mi trovavo a casa.
Foco esce dai padri14. «Vieni» gli dico. Giriamo la chiesa, usciamo e
ci sediamo su una panchina. Dico: «Senti cosa m’è successo. Sai dove
siamo?». E spiego. Foco ascolta.
Poi vado a casa. E io amavo le pope. E le pope mi avevano seguita fin là e
io volevo dir tutto alle pope. Allora le ho raccolte e glielo ho detto. Ho detto
ciò che mi stava succedendo e ciò che vedevo. Ho detto: «Sentite, venite
con noi. Domani, da sole, dite a Gesù eucaristia in voi che sul niente di voi
patteggiate unità con Gesù eucaristia in me e in Foco».

un “drappello” nel seno del padre

Le pope il giorno dopo sono andate in chiesa. Erano, mi ricordo, nel pan-
chino dietro di me e hanno fatto questa cosa. Poi sono uscite di chiesa e mi
han detto: «Chiara, cosa vedi?». «Ho visto – ho detto io –, ho visto nel seno
del Padre un piccolo drappello: siamo noi».
Allora le pope erano così prese, perché io comunicavo le cose e, come
le dicevo, le davo. Per cui le pope vedevano con gli occhi miei. E pure loro si
sentivano nel seno del Padre. E si vedevano.
Allora io ho detto: «Qui comincia una cosa nuova, dove andremo a fini-
re? Non lo so. Adesso, domani rifaremo la comunione con Dio, cosa succe-
derà? Non lo so».
Entriamo in chiesa, facciamo la comunione. E poi eravamo abituate a
fare così: vivere quella realtà, per cui, pur facendo i nostri lavoretti, pur

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facendo tutto, le passeggiate ecc., però noi eravamo lì. E la sera, alle sei,
andavamo davanti a una madonnina lì, a Tonadico, per fare la meditazione.
E io dicevo una cosa molto strana alle pope, che non si usa dire. La me-
ditazione si fa in un’altra maniera. Ma io dicevo: «Voi non pensate niente,
niente».
Perché io avevo capito, in Paradiso, che questo drappello, pur vedendo-
lo anche in certo modo fatto di più persone, non lo chiamavo più gruppo,
persone; ma il forno, il caldo della Trinità e lo Spirito di Dio, che era più forte
di ogni nostro spirito, ci aveva fuse in uno e io lo chiamavo: l’“Anima”, con la
A grande. E l’Anima eravamo noi.
Allora io dicevo alle pope: «L’Anima ha un centro». Poi ho saputo – anni
dopo – che anche santa Teresa d’Avila dice che l’anima ha un centro. Solo
che lì è una spiritualità individuale, questa era una spiritualità collettiva. E
lì era evidente che il centro dell’Anima era qui15.
Allora io dicevo alle pope: «Voi venite, e a meditazione state adoran-
do Gesù, ma nell’adorazione voi annientatevi. Niente dovete essere, per
lasciare che lui ci dica cosa ha operato con la nuova comunione che lui ha
fatto».
Allora le pope facevano questo sforzo di non pensare, di non essere.
Quindi era l’adorazione anche massima, vero? E io la stessa cosa, in attesa
che Dio mi facesse capire cosa aveva operato la nuova comunione. Perché
erano due comunioni: una quotidiana con lui, una con le pope, fra noi. Io a
loro davo tutto. E poi andavamo da Gesù a prendere quello che lui ci avreb-
be dato e poi io lo comunicavo alle pope e poi andavamo da lui.

il verbo di dio

Allora, quella sera, andiamo alla meditazione: io mi raccolgo tutta e nel-


la Trinità, dentro.
Ho visto l’altro giorno, alla televisione, la fotografia della terra vista dal-
la luna, dove si vede lo scorcio della luna così, e la terra lontana. E voi direte:
«Ma era una cosa così, Chiara?». Anche. Perché Dio adattava ai miei occhi
queste visioni. Però era infinitamente... Non posso spiegare. Ecco.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

Allora quella sera nella meditazione, vado alla meditazione e sto un at-
timo raccolta con Gesù, senza pensare, e avverto che da tutte... – se così
si potesse dire – dalle infinite pareti del seno del Padre viene pronunciata
un’unica parola: ma in infinite maniere: “Amore”. E si concentra nel seno
del Padre. Ed era il Figlio.
E lì il Signore mi ha fatto capire che il Padre, esprimendo se stesso, che
è carità, che è amore, genera il Figlio, la luce: sé.
E lì ho capito una infinità di cose. Ho capito... – ah! non saprei.
Poi sono uscita con le pope. E le pope m’han detto: «Dove siamo? Che
cosa vediamo?».
Ho detto: «Ho visto il Verbo di Dio».
«Cos’è?».
Ricordo che mi trovavo su, vicino a una chiesetta, a Tonadico, e c’era un
tramonto meraviglioso, e il sole era appena scomparso dietro la montagna
e saettavano dei raggi di luce. «Ecco – ho detto io – così. Il Verbo è lo splen-
dore del Padre – il Padre è il sole –, è lo splendore del Padre».
Ma poi io avevo capito – e lui mi faceva capire – che se la Trinità, il Padre,
nel suo seno genera il Verbo, che è Dio, come – per dirla in termini umani –
con dei raggi convergenti, nella creazione lui, guardando il Figlio, con dei
raggi divergenti, aveva creato. E per lui tutte le cose erano state fatte. E in
tutte le cose era l’orma del Verbo. E di tutte le cose ce n’erano tante che alla
fine del mondo, ritornate nel seno del Padre, sarebbero tornate come tanti
Verbo in un Verbo, nel Verbo.
Nel mondo creato c’erano tante piante, nel Verbo la pianta; tanti fiori,
nel Verbo il fiore; tante montagne, nel Verbo la montagna; tante stelle, nel
Verbo... E che alla fine del mondo questi raggi sarebbero stati ritirati nel
seno del Padre, e avrebbero costituito i cieli nuovi e le terre nuove.
Poi fra noi pope ci dicevamo: «E adesso cosa succederà?».

una porzione di chiesa

Allora, siccome volevamo bocciare l’umano, perché capivamo che la


logica di Dio è un’altra, dicevamo: «Azzardiamo a dire cosa si vedrà, così
dopo sarà tutta un’altra cosa e ci sarà il trionfo di Dio sull’umano».

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Allora io dico: «Logicamente adesso si vedrà lo Spirito Santo, no? È così,


vedrai, vedrai».
Allora tutte comprese, tutte dentro nella Trinità – l’Anima era nella Tri-
nità – andiamo a una nuova Comunione, e le pope sempre – sul nulla di loro,
sul silenzio di loro – vivevano quella nuova realtà che era là.
E nella nuova realtà abbiamo compreso una cosa. La sera, nella me-
ditazione – poi le pope mi aspettavano fuori –, abbiamo compreso che il
Verbo sposava l’Anima, e l’Anima era Chiesa, era un pezzettino di Chiesa.
Io non so.
Poi abbiamo compreso – e l’ho sentito – come il Verbo dicesse all’Anima
– che non era che Gesù in mezzo a noi –: «Tu sei il mio Figlio diletto».
Poi ho capito che lui mi avrebbe detto tutto: che il Verbo mi avrebbe
spiegato tutto. Tutto il creato e tutto l’Increato.

alla fine del mondo

Poi ho capito come sarebbe stato alla fine del mondo il Paradiso e l’Infer-
no. E ho capito che questi raggi, che dal centro del Paradiso nella creazione
divergendosi avevano portato nel creato l’ordine, l’amore, la vita, ritirandosi
dal creato avrebbero lasciato quello che rimaneva senza l’ordine, l’amore, la
vita. Che ciò che rimaneva era l’Inferno. E che in ciò che rimaneva non rima-
neva l’unità. E quindi il fuoco non avrebbe fatto unità con il freddo. E non ci
sarebbe stato il tiepido: «fuoco e stridor di denti».
E ho capito che ciò che sarebbe rimasto fuori della Trinità sarebbe stato
come un cadavere. Con occhi fatti per vedere ma che non avrebbero visto;
con un petto fatto per sollevarsi e respirare ma non si sarebbe sollevato;
con un cuore fatto per amare ma non avrebbe potuto amare.
Ho capito che gli uomini rimasti fuori, fuori del Paradiso, avrebbero cer-
cato di incontrarsi, ma ogni incontro sarebbe stato uno scontro e sempre
si sarebbe andati di disunità in disunità, di disunità in disunità, di disunità
in disunità; e che... o uno avrebbe continuato a correre e l’altro sempre a
star fermo, perché non c’era l’unità, perché l’ordine sarebbe stato ritirato.
Mentre in cielo ho visto tutto l’opposto. Che gli incontri delle anime, che
ogni anima tornata nel cielo per propria volontà sarebbe stata una Parola di

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

Dio che, persa – come avevamo tentato di fare noi –, annullatasi nel Verbo,
sarebbe stata Verbo nel Verbo. E che [se] anch’io non fossi tornata in Pa-
radiso, però lui non avrebbe perso niente di me e nemmeno i beati, perché
mi avrebbero visto nel Verbo di Dio, da cui sono partita, avrebbero visto la
mia idea. E che il Paradiso nulla avrebbe perso per la nostra assenza. E che
anche i futuribili sarebbero stati visti in Dio. In caso ne avrebbero guada-
gnato i beati, perché sarebbero andati al loro posto e avrebbero partecipa-
to, perché liberi e immortali, della gioia di Dio stesso: sarebbero stati Dio
in Dio, Verbo nel Verbo.

incontri sempre nuovi

E lì ho capito che ogni Verbo sarebbe stato Dio. E che l’incontro di due
creature lassù sarebbe stato un cantico dei cantici. E che, ad esempio, se
noi andremo lassù, a un dato punto faremo tutti come un bocciolo di rosa.
A un altro momento – per la distinzione che è insita nella vita trinitaria – ci
saremmo [...] distinti, e che ognuno di noi sarebbe stata una rosa, e che
poi si sarebbe aperta in tanti petali, ma che ognuno era Verbo e quindi si
sarebbe aperta in tanti petali.
Poi, incontri diversi; poi danze; poi musiche; poi Paradiso, beatitudine,
felicità, Dio.
Poi ho capito che Gesù abbandonato aveva fatto proprio il nulla. Si era
fatto peccato, significa niente: il niente. E che aveva incarnato la Parola:
«Tutto è vanità delle vanità»; e un’altra: «Passeranno i cieli e la terra».
Questo vuoto lo aveva incarnato lui facendosi abbandonato, perché
s’era fatto nulla. S’era fatto, quindi, anche quella Parola: «Passeranno i
cieli e la terra», e quella Parola l’aveva divinizzata portandola in cielo.
E che in cielo non sarebbe stato di disgusto pensare all’esistenza dell’In-
ferno. Perché l’Inferno... avendo Gesù nell’abbandono, essendosi fatto
peccato, quindi nulla, quindi Inferno, per coloro che erano in Paradiso
e che guardavano l’Inferno avrebbero visto Gesù abbandonato. E quindi
l’Inferno per il Paradiso sarebbe stato Paradiso. E che il grido di Gesù
abbandonato, che è l’ultimo grido in croce, era come il canto del cigno del

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Figlio di Dio venuto in terra. E che quindi l’Inferno sarebbe stato, per il Pa-
radiso, il super Paradiso, il Paradiso del Paradiso. E non ci sarebbe stata
quindi divisione, disunità, qualcosa di disarmonico nell’altra vita; ma che
tutto era stato reso armonico da Gesù abbandonato.
Poi io spiegavo tutte queste cose alle pope, però ancora non è che ve-
dessi nel cielo se non questa infinita voragine in cui, pur essendo piccoline
noi, l’Anima non si sentiva smarrita. Come tutto fosse pieno, come tutto
fosse a casa, ed era infinito.

un cielo azzurro che contiene il sole

Poi siamo tornate alla comunione, dopo aver spiegato queste cose e aver-
le vissute. E abbiamo detto: «Adesso cosa si vedrà?». Ma, non lo sapevamo.
E torniamo alla comunione. E lì il Signore mi fa capire – questa volta
usando anche dell’immaginazione, ma in un modo più razionale –: Maria.
Non l’avevo mai capita così. Io, Maria non la conoscevo. E me l’ha fatta
vedere quando eravamo nel cuore della Trinità. E m’ha dato questo concet-
to: come il cielo azzurro contiene il sole, così Maria è stata fatta da Dio così
grande da contenere Dio stesso.
Io questa misura di Maria non l’avevo. E rimasi sbalordita. E lo dissi
alle pope. Io di Maria avevo il concetto come... lo avevo da cristiana prima,
come una statuetta, come una madonnina. Ma così grande come io l’ho
vista in Paradiso, io questa idea non l’avevo.
E l’ho spiegata alle pope. E lì è nata la prima conoscenza di Maria. Quasi
mi dicesse: «L’ho fatta grande io. Ho fatto Maria grande, più grande di me
– ma lui l’aveva fatta – perché mi ha contenuto».
E allora vado dalle pope e dico: «Ma come! Siamo nella Trinità, l’Anima
ha sposato il Verbo, il Verbo ha sposato l’Anima, siamo Chiesa. Adesso ci
presenta Maria: perché? Perché non lo Spirito Santo?».
Poi l’ho capito. È venuto il terzo, il quarto, il quinto giorno, non so, e tornia-
mo alla comunione. E alla comunione... Eravamo sempre pronti a qualsiasi
improvvisata, ma come quella io non me l’aspettavo, anche perché non ero
il tipo da cose di questo genere, solo che queste pesavano sul mio fisico

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

tanto che alle volte nel banchetto in cui mi trovavo fra le pope, mi sentivo
scoppiare, non appena l’illuminazione cadeva.

l’atmosfera del cielo

E andiamo davanti alla madonnina. E ad un dato momento ci mettiamo


in adorazione di Gesù nell’eucaristia, nel tabernacolo, e io avverto – e que-
sta è stata la più strana di queste prime –, e io avverto come uscisse dal
tabernacolo un venticello, come uno zeffiro, come uno zeffiro.
Guardo, più tardi ho guardato le finestre, se erano aperte: erano chiuse,
erano vetrate.
Non capisco cosa è, ma capisco che sta uscendo qualcosa e che viene
verso di me. E senza averlo mai, mai, mai pensato, vedo, vedo una colomba
– sarà stata di venti centimetri – uscire dal tabernacolo. E avverto che è lo
Spirito Santo. E che l’anima del tabernacolo, l’aria..., che nel cuore di Gesù
nel tabernacolo era lo Spirito Santo. Ed è uscito. È uscita, è venuta verso di
noi, si è posta sopra il mio capo e quello delle pope e lentamente ha girato,
ha girato alcuni giri lenti, lenti, lenti. Poi s’è fermata come in atteggiamento
di illuminare. Ma non ha illuminato.
E lì, trovandomi nella Trinità, ho capito che lo Spirito Santo, sposo di
Maria Vergine, chiudeva la Trinità. E aveva fatto precedere la sua Sposa,
incastonata nella Trinità. E il Figlio, il Verbo, ci aveva mostrato sua Madre
avendo sposato l’Anima. E che ci stava conducendo in un viaggio di noz-
ze di cui questi sono appena i primi prodromi, per mostrarci tutte le sue
ricchezze. Le ricchezze di ciò che è increato e di ciò che è creato. E lì ho
avvertito che dentro, nel seno del Padre, l’atmosfera del Padre, l’atmosfera
del Paradiso, era Spirito Santo: era lo Spirito Santo.

un ventaglio di visioni

Poi le cose sono andate avanti. E ogni giorno una visione nuova.
Dopo più giorni, più visioni al giorno. E vedevo tutta l’Anima, la piccola
Chiesa come poi Dio l’ha consacrata a Maria, come doveva essere un’altra

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Maria nel mondo, nella Chiesa. Come noi non eravamo nient’altro che de-
stinati ad essere una Maria in piccolo, in un’altra visione che ho visto.
Ho visto l’Opera come sarebbe stata e come adesso già c’è. Io stavo nel
cuore di quest’Opera, nel centro, ed ero come velata.
Poi ho capito – più tardi – che era la presenza di qualcuno che, con me,
aveva per vocazione in quest’Opera – allora lo dicevo – di dare il “la” all’O-
pera. E quel qualcuno che velava – che allora non c’era, io non potevo ca-
pirlo – dev’essere stato un assistente, qualcuno che mi rappresentava la
Chiesa, forse don Foresi che allora non c’era.
E attorno a me, in semicerchio, le pope. E poi i popi grandi. E dietro gli
ordini religiosi e tutta la Chiesa.
Poi, a un dato momento, per esempio, di tutto questo immenso mare,
oceano – macché oceano –, universo, che vi dicevo, che lo vedevo d’oro o
di fiamma, non so, a un dato momento uno scatto, come quando escono
dalla luce i sette colori, e ho visto un paesaggio maestoso; come saranno i
cieli nuovi e le terre nuove. E c’erano alberi e c’erano uccelli e c’erano fiori.
Ciò che prima era tutto uniforme si è tutto colorito, e ho visto il cielo
all’interno, come sarà. E poi tante cose, poi tante cose. Più di centottanta di
queste visioni che il Signore mi ha dato.
E alla fine mi ha fatto capire: «Quello che hai visto non è. Ho adattato
ai tuoi occhi, a tre dimensioni, la visione della Trinità. Perché tu sei una
creatura e non puoi vedere con l’occhio di Dio. Non è così, però lo hai così.
Quello che hai visto è vero. Ma io te l’ho mostrato all’umana, perché tu lo
possa vedere».

l’evoluzione di un’opera

Però ho sentito che tutto quello che avevo visto lo avevo dentro. E anziché
smarrirmi – dopo centottanta e più visioni – mi sono sentita più che mai subli-
mata. Tutto quello che avevo visto s’era come evaporizzato, come sublimato,
come disfatto. E il Signore mi faceva capire: «Sì, perché ho adattato agli occhi
tuoi cose che occhi di questo mondo, e nemmeno dell’anima tua, possono ve-
dere. Ma c’è». Ciò che sentivo, non me l’ha detto, l’ho sentito, che rimaneva

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Paradiso ’49. Una narrazione vent'anni dopo

dentro di me. E ho visto – in queste centottanta visioni – tutta l’evoluzione


dell’Opera, tutta l’evoluzione dell’Opera, tutta l’evoluzione dell’Opera.
E adesso, dopo vent’anni, siamo nel ’69 oggi, nel ’49 allora, ho visto
– adesso posso dirlo – che molte, quasi tutte, di quelle cose – non ve lo im-
maginate – si stanno realizzando. E molte si sono già realizzate. E molte si
realizzeranno. E l’ultima sarà quando si arriverà all’ut omnes16. E questo Pa-
radiso che io ho visto, questo cielo che era in noi, in mezzo a noi, ho capito
che sarà in ciascuno di noi, in tutti coloro che formeranno la Gerusalemme
celeste: l’unità, l’ut omnes.

1
C. Lubich, Discorso ai focolarini, Rocca di Papa, 1 gennaio 1969.
2
Cf. C. Lubich, “Paradiso ’49”, in «Nuova Umanità», 177 (2008/3), pp. 285-296.
3
Cittadella del Movimento dei Focolari presso Firenze con centri di formazione.
4
Si intende: di vita evangelica nella spiritualità del Movimento.
5
“Pope” (parola in dialetto trentino): sinonimo di focolarine.
6
Mt 5, 8.
7
Cf. Mt 5, 3.
8
Cf. Mt 5, 5.
9
Mt 22, 39.
10
Cf. Tb 4, 15; Mt 7, 12; Lc 6, 31.
11
Cf. R. Spiazzi, Lo Spirito Santo e la vita cristiana, Città Nuova, Roma 1964.
12
È Igino Giordani (1894-1980), scrittore e politico; grande esperto della dottri-
na dei Padri e in molteplici campi della storia della Chiesa – da quello agiografico a
quello ecumenico – e profondo conoscitore del pensiero sociale cristiano (N.d.R.)
13
Giosi Guella, del primo gruppo di focolarine.
14
Si intende: dal convento dei padri.
15
Si intende: in Chiara.
16
Cf. Gv 17, 21.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

La pazzia dell’amore

introduzione di alberto lo presti*

Mi riposo al pensiero delle felici ore passate con


Igino le pope; Chiara ha raggiunto vette ed ha avuto
illuminazioni così profonde che la mia commo-
Giordani zione resta vibrante: difficile era seguirla nella
sua ascesa arcangelica. Uno spirito così unito a
(1894-1980) Dio non c’è forse mai stato, dopo la Vergine […],
confondatore io vivo in una sorta di estasi. L’unità ha inserito
del movimento nel mio spirito un amore nuovo per il Padre nei
dei focolari. cieli, col bisogno di una vita unitiva costante,
scrittore,
per cui mi pare di passare sulle vie della terra
giornalista
e parlamentare come sognando. Il corpo è qui, il cuore è altrove.
della repubblica
italiana. Così Igino Giordani scrisse a Elena Alvino – una dei pri-
mi membri della nascente comunità dei Focolari, nota an-
che come frate Jacopa – il 20 luglio 1949, cioè all’indomani
dei primi giorni in cui, sulle montagne del Primiero, era sta-
to artefice, con Chiara Lubich, delle illuminazioni spirituali
che contrassegnarono la vita e la dottrina della nascente
comunità dei Focolari. Se oggi si dispone di un testo cono-
sciuto come Paradiso ’49, in parte lo si deve alle lettere che
Chiara Lubich spediva a Giordani, nelle quali gli comunica-
va le mistiche esperienze.

*Alberto Lo Presti La croce è la pedana di lancio per balzare da terra al


Direttore di Nuova
Umanità e del Centro cielo; e chi non capisce ciò, non capisce il cristianesimo.
Igino Giordani. Accettare la croce è sciogliere l’enigma dell’esistenza e

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La pazzia dell’amore

svolgere dalle sue contraddizioni la trama logica dell’avventura divina, che


è l’avventura della carità. La carità è prigioniera, sotto cumuli di egoismi,
aguzzi come spine. Liberandola, si redime la redenzione, compromessa
dalla nostra vigliaccheria. V’è un punto centrale, dove il processo della sal-
vezza culmina. Se l’amore è frutto del dolore, la più grande opera dell’amo-
re di Gesù è la passione. Passione e morte furono il prezzo della recuperata
unità: esse abbatterono la parete divisoria che separava i figli dal Padre e
demolirono i diaframmi che separavano i fratelli.
Caifa, «essendo sommo sacerdote di quell’anno, profetò che Gesù era
per morire per la sua nazione, ma non soltanto per quella nazione, bensì
anche per portare a unità i figli di Dio che sono dispersi» (Gv 11, 51-52).
E dunque l’unità dei figli di Dio dispersi esigeva il sacrificio del Figlio
dell’uomo. Morto lui, finì la morte dei fratelli, recuperati a lui e attraverso di
lui al Padre. Egli si levò come l’Uomo che ricapitola l’umanità, e come Dio:
e in quanto tale, come pontefice, che si frappone tra divinità e umanità,
offrendo sé, vittima degna – la sola degna – dell’infinita maestà del Padre.
Al sacrificio supremo pervenne attraverso spasimi culminati nell’agonia,
sotto il sole torrido. E l’agonia raggiunse l’acme in quello che parve per un
attimo l’abbandono del Padre, per il cui amore era venuto. La passione,
cioè, culminò in una pausa di desolazione in cui, sospeso, inchiodato sul
palo del ludibrio universale, mentre le tenebre s’addensavano dal cielo e
salivano dalla terra, egli fu trafitto da una piaga che trapassò dal paradiso
all’inferno la sua anima: si sentì abbandonato anche dal Padre. Pietro l’ave-
va rinnegato, Giuda lo aveva tradito, gli apostoli s’erano dispersi, alla Ma-
dre aveva rinunziato, dal popolo era ripagato d’insulti: e si spegneva nell’ar-
sura e nell’onta, tra spasimi, sotto il carico di tutte le colpe degli uomini: le
colpe spazzate da tutti gli angoli della terra, da tutti i secoli della vita; fatto
peccato, egli l’innocenza, «affinché noi diventassimo in lui giustizia di Dio»
(2 Cor 5, 21), e tutto per amore del Padre: ed ecco che, per colmo di sacrifi-
cio, egli, venuto a restituire ai fratelli la paternità di Dio e a ridare al Padre la
gloria dei figli, si sente distaccato da lui. Il peccato, che è divisione, pareva
per un attimo aver distaccato Dio da Dio. E allora, l’Uomo-Dio lanciò quel
grido di lacerazione, che trasverberò l’universo, dentro l’urlo della folla:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Eli Eli lema sabactani?)».

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igino giordani

Non ebbe il coraggio di chiamarlo Padre: dal suo annientamento lo in-


vocò “Dio”; e chiese, egli – la Sapienza –, il “perché”. A tal punto s’era fatto
nulla: antitesi al Tutto.
II Signore così accettò un olocausto di portata infinita: di conseguenze
inimmaginabili, unendo due estremi – nulla e Tutto, inferno e paradiso, luce
e tenebre –, in mezzo a cui oscillò il destino dell’universo.
L’abbandono fu apparente o reale? Comunque, poiché fu patito da Gesù,
fu per lui reale: e può spiegarsi. Essendosi fatto peccato, nessun rapporto
poteva esserci tra la colpa e Dio, e Dio l’aveva resecato da sé. La colpa è il
non essere, e Dio – l’Essere – non poteva contenerla. Gesù doveva portar
con sé, nella morte, quel carico e annullarlo nell’inferno, dov’è il vuoto del
non essere. Redimere i fratelli, sacrificando sé: anche lui per riunire s’an-
nientò. Nel vuoto aperto dalla colpa sgombrata – riaperti i valichi –, l’uma-
nità passò, ritrovando l’accesso al Padre. E allora il Figlio fu davvero porta.
«Non si va al Padre se non per me», aveva detto.
Da quel vuoto totale, da quel nulla infinito, doveva ricostituirsi l’umanità
sino alla pienezza del Cristo, «l’uomo perfetto», alla quale si accede me-
diante la crescita nell’unità della fede e della carità.
Ma un tale sacrificio – il Sacrificio – rivelava come Cristo, al momento
conclusivo, avesse anteposto, in certo senso, i fratelli al Padre: e ciò per
restituirli a lui; per amore del Padre. «Affinché il mondo sappia che io amo
il Padre...», aveva detto all’inizio della passione. In certo senso, aveva pre-
ferito curvarsi sotto le colpe dei fratelli che elevarsi verso la gloria. Ma solo
così aveva potuto soddisfare alla giustizia divina, vulnerata – con una piaga
immensa – dall’abbandono dell’umanità. Solo Dio poteva soddisfare a Dio:
solo un uomo-peccato poteva annullare la sanzione dovuta dagli uomini
peccatori.
È la pazzia dell’amore. Per essa si capisce l’incarnazione col suo epilogo
nell’abbandono. L’incarnazione era stata l’abbassarsi di Dio sino all’uomo,
per ritrar l’uomo sino a Dio; l’abbandono completò l’annientamento, per
annientare nella morte la massa di peccato. Nello iato avvenne la sutura
tra il passato (la perdizione) e l’avvenire (la salvezza). L’umanità passò per
quella piaga.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La pazzia dell’amore

Momento cruciale del dramma, dibattuto all’incrocio di cielo, terra e


inferno, in esso si realizzò l’attesa delle genti, con le profezie dei vati. Sotto
l’obbrobrio degli uomini, sotto la maledizione di Dio, Gesù concluse il ciclo
della collera: e, dalla piaga, aperse il ciclo dell’amore. Di là provennero la
Chiesa e i sacramenti, la santità e la grazia.
Forse fu solo un istante, quello in cui un Dio si sentì senza Dio: ma un
istante di volume infinito, se così può dirsi, perché condensò tutti i dolori
del mondo, tale che tutte le ambasce di prima e di poi fossero al di sotto, e
quindi al riparo, di quell’ambascia. «O voi tutti che passate per la via, atten-
dete e vedete se vi è un dolore come il dolore mio». Non v’è; perché è dolo-
re dei dolori: un orrore, nel quale il re del cielo spezza l’impero dell’omicida,
entrando, sotto il peso della colpa non sua, nell’inferno, per debellare nel
suo seggio la morte.
Gesù crocifisso perciò sta come il momento del sacrificio, che vuol dire
distruzione in onore di Dio; e sta come realtà tragica dell’amore. Allora
egli è il chicco seminato, che morendo fruttifica; è il totalmente impoveri-
to: agnello tra lupi. Però, se il grido d’abbandono fu un grido di dolore per
amore, d’amore-dolore, non per questo fu di disperazione. Difatti l’abban-
dono dal Padre si risolse subito in abbandono al Padre, sì che il dramma
ebbe uno scioglimento familiare: inizio della riconciliazione universale. Il
ladrone era stato ricondotto in casa, a Giovanni era stata data una madre,
alla Madre era stato dato un figlio; ora egli stesso rimetteva la sua anima al
Padre. Per tal modo dalla croce, come aveva promesso, trasse tutti a sé; a
sé e al Padre, unificandoli di nuovo, attraverso l’immolazione propria, a Dio,
avendoli unificati a sé, tutt’uno col Padre.
Sì che, in quell’ora di tenebre, si consumò, agli orli del finito con l’in-
finito, un dramma in cui agivano il Padre e il Figlio, la Madre e gli uomini,
i figli: un dramma di sangue e di desolazione, fatto tutto per gli uomini
– per noi.

Il Padre abbandonò Gesù e Maria per noi.


Gesù accettò l’abbandono del Padre e abbandonò la Madre per noi.
Maria accettò l’abbandono del Padre (dividendo quello del Figlio)
e del Figlio per noi.

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igino giordani

Noi dunque siamo messi in primo piano. È l’amore che fa queste


pazzie 1 .

Gesù abbandonato
abbracciato
serrato a sé
voluto come unico Tutto,
esclusivo,
consumato in uno con noi,
consumati in uno con lui,
fatti dolore come lui, dolore.
Ecco tutto:
ecco come si diventa Dio-l’Amore2 .

Nessuna creatura il Signore amò quanto Maria. Era sua Madre. Per lei
era entrato nell’umanità. E a lei obbedì per trent’anni.
In quell’obbedienza, per trent’anni, anch’egli compì il proprio annien-
tamento quanto a volontà. Però, perché l’amava sopra tutte le creature, la
volle più di tutte esemplata su di sé: perfetta come il Padre. E tale la formò.
Già dodicenne, prese a insegnarle l’atto supremo dell’amore: di staccarsi
da Dio per Iddio: amare Dio fino a separarsi dall’Uomo-Dio.
«Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi delle
cose del Padre mio?» (Lc 2, 49).
Era questo un distinguere la sua vita da quella della famiglia, in terra,
un mostrare che c’è una missione divina oltrepassante le esigenze della
famiglia terrena: ché, se si è figli degli uomini, si è pure, anzi prima di tutto,
figli di Dio. «Chi non lascia padre e madre...».
Egli dava l’esempio.
Entrando nella vita pubblica, poi, i suoi rapporti con Maria acquistano
un timbro di severità, in tratti di continuo distacco, che culmina nello scio-
glier lei dalla maternità verso di lui, per sostituirle un figlio adottivo.
Il suo linguaggio pare staccato, se non duro: in effetti ha il tono della
verità, in cui sta il più grande amore.
«Che c’è in comune fra te e me, o donna?».
Donna, la chiama: non mamma.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La pazzia dell’amore

La Mamma era perfetta, ma pur sempre perfettibile, perché in lei


lo Spirito Santo cresceva.
Gesù non poteva non fare la volontà del Padre. Egli non poteva far la
volontà della Mamma se non fosse stata identica a quella del Padre.
La Vergine quando diceva qualcosa a Gesù lo diceva come lei lo
sentiva, per lo Spirito Santo che era in lei.
Ma Gesù, essendo perfetto e non perfettibile, facendo rinunciare a
lei la sua volontà, allargava la sua capacità d’acquistare nuovo Spi-
rito Santo. E dunque egli la trattava apparentemente con durezza
perché l’amava... Lei, obbediente, si sottometteva alla volontà del
Figlio, che era un dilatare il cuore, un amare di più e con questo suo
amore (fatta Gesù) era la luce di Gesù in modo che lui faceva la
volontà di Maria divenuta sua, cioè del Padre.
Gesù perciò continuamente riportava la Mamma alla grandezza di
Dio Padre.
...Forse ora si comprende il «Che c’è fra te e me, donna?» come
dire: «Ricorda che fra me e te c’è l’infinito... quindi, entra in me e fa’
con me la volontà del Padre»3 .

Narra il vangelo: «Mentre egli stava discorrendo con le turbe, la Madre


e i fratelli di lui se ne stavano fuori, cercando di parlargli».
Non avevano posti di favore. Restavano fuori. «Uno pertanto venne
dentro a dirgli: “Ecco, tua Madre e i tuoi fratelli son fuori e ti cercano”. Ma
egli rispose: “Chi è mia Madre e chi sono i miei fratelli?”. E, stendendo la
mano verso i discepoli, soggiunse: “Ecco mia Madre e i miei fratelli: giacché
chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio che è nei cieli, è mio fratello,
sorella e madre”» (Mt 12, 46-50).
Son parole che suonano quasi un ripudio pubblico di colei da cui aveva
tratto quel sangue, onde sarebbe stata rigenerata l’umanità. Pareva duro: e
invece esaltava nella zona del soprannaturale – nel piano di Dio – la Madre,
la quale era appunto la creatura che più di ogni altra aveva fatto e faceva
la volontà di Dio. Non era entrata nella storia – non aveva iniziato la sto-
ria dell’umanità redenta – con una accettazione totale di quella volontà,
offrendosi: «Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua pa-
rola»? Si era fatta vivente volontà del Padre, assumendo, docile, l’imma-
ne compito di Madre di Dio. Compito che la inseriva nell’economia della

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igino giordani

passione prima e della gloria poi. Ora era nella passione, che significava
per lei soprattutto separazione dal Figlio, per offrirlo al Padre a beneficio
dei fratelli. E cioè quella severità di lui era una divina pedagogia, un santi-
ficarla nella verità, perfezionando sua Madre, la discepola più docile, alla
suprema missione: di Desolata, e cioè di associata alla passione, e, perciò,
alla redenzione.
Quando il vecchio Simeone aveva predetto che Gesù, il bambino tra le
sue braccia, sarebbe stato posto per rovina e segno di contraddizione, ave-
va aggiunto una predizione sul destino di lei, il quale avrebbe integrato l’o-
pera tragica di lui: «Anche a te una spada trapasserà l’anima...» (Lc 2, 35).
Venivano, lei e lui, per la rigenerazione del mondo: e su di loro s’accu-
mulava il presagio di spasimi, prezzo della redenzione. La maternità divina
doveva esser fonte di pena umana.
Quando Gesù aveva abbandonato la casetta di Nazareth per la sua mis-
sione tra gli uomini, lei era restata sola: le era morto lo sposo; e in una
Palestina avversa, in una Nazareth, dove il parentado si era distaccato da
Gesù con scandalo, s’era dovuta trovare nella condizione di miseria, in cui
gemevano le vedove nell’antichità. E quella solitudine, via via che si marcia-
va verso la catastrofe, era cresciuta in desolazione. La beata tra le donne
dové apparire la più sconsolata tra di esse: viveva una vita che era un lento
morir d’angoscia, quasi offerta sacrificale alla giustizia divina, per le colpe
degli uomini, lei senza macchia.
Se, pellegrinando, le riusciva d’avvicinare il Figlio pellegrino, questi le
faceva dare quelle risposte, equivalenti a una lezione, che costava a lui
stesso sangue e lacrime: la lezione di come ci si separa dalla famiglia di
sangue per gittarsi all’avventura divina, conclusa nel sangue. Egli recide-
va, in certo modo – in modo apparente, ma doloroso –, la Madre da sé,
per recuperarla tra le anime che fanno la volontà di Dio, e dunque nella
famiglia divina. La santificava, cioè la sacrificava, nella verità: massima
espressione della carità.
Sul Golgota, infine, se egli si sentì abbandonato dal Padre, ella dovette
sentirsi abbandonata dal Figlio, che, affidandola a Giovanni, le disse: «Don-
na, ecco tuo figlio». Giovanni, dunque, non Gesù, figlio di lei. Non le disse:
«Io non sono più tuo figlio». Le diede un altro in sua vece; e dunque parve

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La pazzia dell’amore

deporre, nel momento culminante, la propria figliolanza, per esser il total-


mente solo.
Maria non si ribellò neanche allora; e mentre la spada le penetrava nel
cuore, ella compresse lo spasimo. «È un fiat diverso dal primo: col primo
rinunciava alla verginità apparentemente, col secondo rinunciava alla ma-
ternità pure apparentemente. Solo così è Madre di tutti. Acquista la mater-
nità divina di infinite anime».
In quel momento si consumò l’atto decisivo della redenzione.
Gesù, sospeso su due pali in croce, nel vuoto, restò in una solitudine
totale, senza Padre e senza Madre: orfano universale, rifiuto dell’universo.
Ma proprio allora l’umanità cessò d’esser orfana: recuperò il Padre; e, con
l’essere tutti figli di Maria, col prendere il posto di Gesù, gli uomini rice-
vettero per madre la Madre di Gesù. Rientrarono, come figli riscattati, in
casa. Nel vuoto del Crocifisso entrò la pienezza dell’amore. Non s’era egli
sostituito all’umanità per operare l’atto di suprema giustizia? Ora l’umanità
si sostituiva a lui, fattosi uomo: fattosi nulla; e nello scambio essa ottenne
la pienezza dei diritti del Figlio di Dio: la libertà.
Anche in quell’affidare in Giovanni l’umanità a Maria, col proprio di-
stacco da lei, Gesù compiva un atto di puro amore. Sentendo urgere l’ab-
bandono del Padre, con l’orrore dell’universo per la massa di peccato, sotto
cui egli s’immolava, non volle che nella propria maledizione fossero me-
scolati i fratelli. Abbandonò sé, per salvare loro. Affidati a Maria, erano in
buone mani: nelle mani dello Spirito Santo, di cui ella era sposa, e quindi al
riparo della Trinità, di cui ella era stanza.
La cosa che più impressiona, in tutta questa trama di rapporti, nei
quali sul sacrificio di lei si tesse il sacrificio di lui, è il silenzio di Maria. Egli
le chiede continue rinunzie, le più crude al cuore di madre: ed ella tace
acconsentendo. Ella è il silenzio, come lui è la parola: ella è il vuoto e quel-
la parola lo colma. Nel seno di lei penetrano sette spade: ma ella non si
sottrae: presta la persona al dolore per partecipare alla redenzione. Egli
sanguina dal corpo, ella sanguina dall’anima. Fin dalla tremenda profezia
di Simeone il suo contributo alla passione del Figlio, dal silenzio, era stato
questo. Su quel silenzio femminile si scandisce nei secoli la virile voce del
Figlio di Maria.

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igino giordani

Morto lui, resta lei a patire: inizia lei la Chiesa, il cui compito è di com-
pletare la sofferenza del Cristo per l’incorporazione di tutti i redenti in lui.
Per tal modo, in quanto lo consentiva la sua natura, Maria desolata ri-
peté nella passione Gesù crocifisso: fu copia di lui, con una intonazione
tutta materna. Silenzio, servizio, sacrificio: questa la sua vita e questo il
suo messaggio. La pedagogia di Maria. E la cosa meritava il sacrificio, trat-
tandosi di ridare un Padre ai figli orfani e, per comporli in famiglia perfetta,
donare ad essi una Madre.
Fatti in Giovanni figli di Maria, gli uomini erano fatti Gesù: e come tali
erano senz’altro, se pur potenzialmente, salvati: di nuovo appartenevano a
Dio. Era Maria a restituirglieli, per l’opera di Gesù, dopo il lungo esilio.
La pluralità degli uomini unificati in Gesù, fatti Cristo mistico, costitui-
sce la Chiesa, che perciò nacque come creatura di Maria: fu figlia di Maria,
la quale quindi è madre della Chiesa. Madre del capo, che è Cristo, e madre
delle membra, che sono gli uomini fatti Cristo. In questa veste appare ve-
ramente la Corredentrice.
Per capire questo meccanismo della giustizia, nel fatto della passione,
si considerino alcune coppie di contrasti fra i più comuni nella dialettica co-
smica. Per esempio: freddo-caldo; vuoto-pieno; guerra-pace; dolore-gioia;
odio-amore; male-bene; morte-vita; tenebre-luce.
E si pensi al loro rapporto connesso con l’esistenza stessa del peccato.
La redenzione fa del primo elemento – negativo – la pedana di lancio verso
la vita, elemento positivo. «Chi perde la sua vita (morte) la ritroverà (vita).
Se il grano non muore (morte) non fruttifica (vita)...».
«Beati i perseguitati (morte) per amore della giustizia, perché di questi
è il regno dei cieli (vita)».
«Beati quando v’oltraggeranno...». L’oltraggio libera la beatitudine, la
notte prelude al giorno, la nube sprigiona la folgore...
«Prendete su di voi il mio giogo... e troverete riposo...» (la fatica chiama
il sonno).
Il paradosso apparente del vangelo denuncia una soluzione vitale.
«Nel mondo avrete afflizione; pur abbiate fiducia: io ho vinto il mondo».
«La pietra che i costruttori rifiutarono, quella fu messa a capo d’angolo».
«Chi s’umilierà, sarà esaltato...».

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La pazzia dell’amore

«I primi saranno gli ultimi, gli ultimi i primi». Ora Gesù si umiliò per
essere con noi glorificato: s’annientò per ricreare la pienezza della nostra
vita: si annullò in una tomba di pietra per farci risorgere nel nimbo dello
spirito; si fece ultimo, per rilevarsi primo dei fratelli.
«E chi avrà lasciato la casa o i fratelli o le sorelle o il padre o la madre o
la moglie o i figli o i campi per amor mio, riceverà il centuplo e possederà la
vita eterna» (Mt 19, 29).
«Beati quando vi separeranno e vi oltraggeranno e, mentendo, diranno
ogni mala parola contro di voi, per causa mia: rallegratevi ed esultate, per-
ché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5, 11-12).
Sempre questo rapporto dialettico tra la distruzione e la ricostruzione,
tra il vuoto e il pieno, tra il dolore e l’amore; sempre questa risoluzione che
è di carità e di giustizia – la giustizia della carità – da cui si capisce il valore
della vita, in quanto prova, e insieme la bellezza di quella che è la più gran-
de rivelazione concessa alle anime coedificate con Cristo, pietra d’angolo:
il rapporto vitale – ed essenziale – tra Gesù condannato e Gesù glorificato.
Gesù, dalla croce – il suo trono, il suo destino –, seguita a fare all’anima
questo discorso che un grande mistico medievale interpretò.

Ascolta: mentre io ero sulla croce totalmente sprovvisto d’aiuto e


abbandonato, con le mie ferite che sgorgavano sangue, con i miei
occhi pieni di lacrime, e le braccia tese e le vene di tutte le mie
membra tirate, in angoscia mortale, io levai una voce lamentevole
e pietosamente mi rivolsi al Padre mio dicendo: «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?». E tuttavia la mia volontà era unita
alla sua volontà in armonia eterna.
Vedi, quando tutto il mio sangue fu versato e tutte le mie forze
esaurite allora mi trovai in una angoscia mortale, amaramente
sconvolto: e tuttavia avevo una sete ancora più tormentosa della
salvezza di tutti gli uomini. In tale terribile sete, fiele e aceto furono
offerti alla mia bocca arsa, e quando ebbi compiuto così la salvezza
di tutti gli uomini, dissi: «Consummatum est». Così fui obbediente
al mio Padre in modo perfetto fino alla morte; raccomandai il mio
spirito nelle sue mani e dissi: «In manus tuas...» Allora la mia nobile
anima si separò dal mio dìvin corpo restando però l’uno e l’altra
inseparati dalla divinità; poi una lancia acuta fu immersa nel mio

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igino giordani

costato destro, e ne scaturì un getto di sangue prezioso e con esso


una fonte d’acqua viva.
Vedi, mio figlio, per quale lamentevole angoscia io vi ho conquista-
ti, te e gli eletti. Col vivo sacrificio del mio sangue innocente io ho
riscattato voi dalla morte eterna.
Tu devi mettere la mia croce desolata davanti agli occhi e lasciare
che il mio martirio amaro ti penetri nel cuore e vi conformi tutte le
sue sofferenze. Quando io ti lascio nel dolore, senza consolazione,
duramente, mancar di tutto e inaridire senza alcuna dolcezza, così
come il mio Padre celeste lasciò me, tu non devi andare in cerca
di alcuna consolazione estranea, il tuo grido di desolazione deve
salire verso il Padre celeste con rinunzia a te stesso, abbandonato
alla sua volontà paterna.
Vedi, più dall’esterno la tua sofferenza è amara e più all’interno tu
sei abbandonato, più sei simile a me e caro al Padre celeste, dac-
ché, quaggiù le anime più pie sono le più intimamente provate, e se il
tuo cuore ha una sete avida di cercar soddisfazione e piacere in cosa
che ti sarebbe assai gradita, tu devi astenertene per amore: allora,
con me, la tua bocca stravolta è abbeverata d’amarezza, tu devi aver
sete della salvezza di tutti gli uomini, tu devi dirigere le tue buone
opere verso una vita perfetta e compierle sino alla fine. Tu devi ave-
re una volontà sottomessa, in obbedienza pronta, ai tuoi superiori;
tu devi avere un’anima che si abbandoni intera nelle mani del Padre
celeste, e uno spirito il quale si ritiri dal tempo nell’eternità, come
nell’ora della morte. Allora, ecco, la tua croce diviene conforme alla
mia atroce croce e si completa in essa nobilmente. Tu devi chiuderti
amorosamente nel mio costato aperto, nel mio cuore ferito d’amore
e cercarvi abitazione e dimora: per tal modo io voglio purificarti con
l’acqua viva e ornarti di rosa col mio sangue color delle rose; io voglio
legarmi a te e farti eternamente uno con me4 .

1
Da uno scritto inedito di Chiara Lubich.
2
C. Lubich, L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 83.
3
Da uno scritto inedito di Chiara Lubich.
4
Enrico Suso, L’Eterna Sapienza, XVIII (scritta verso il 1323).

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dallo scaffale di città nuova

Vivere la crisi
come opportunità
letture bibliche per comprendere
il presente
di Francesco Bianchini

Cosa significa “crisi” per la Bibbia?


Attraverso numerosi episodi biblici che parlano
di crisi quale insegnamento vuole offrirci?

Da alcuni anni una delle parole più in uso nella nostra società
è quella di crisi. Viviamo infatti un momento nel quale siamo
avvolti da una crisi generalizzata e permanente, così da po-
ter quasi identificare la nostra epoca come il tempo della cri-
isbn si. Anche la testimonianza biblica ci presenta ripetutamente
97888311188067 delle crisi: crisi della persona, delle relazioni, della fede, della
comunità, del mondo e della storia. In generale, per la Bibbia
pagine la crisi è, seppure con tutta la sua pesantezza, una possibilità.
128 In tale esperienza è Dio stesso che agisce, mettendo al muro
prezzo l’uomo che non intende né cambiare né crescere. La forza del-
la parola divina invece lo pone a nudo e, ormai spogliato delle
euro 16,00 sue false sicurezze, egli è svelato con verità a se stesso. Ma, se
le cose stanno come la Scrittura ce le presenta, non possiamo
che attendere le nostre crisi con fiducia e speranza perché in
ultima analisi, se accolte e rielaborate in profondità, recano a
noi, già nello spazio dell’esistenza terrena, il dono di una nuo-
va vita avvolta di bellezza che noi nemmeno siamo capaci di
immaginare.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

Luce per un disegno 

introduzione di francisco canzani*

Pasquale Pasquale Foresi aveva solo venti anni quando incontrò


Foresi Chiara Lubich. Era il dicembre del 1949, a Trento. Dal quel
primo incontro, Chiara si rese consapevole dell’anima di Pa-
(1929-2015) squale particolarmente preparata a ricevere il suo Carisma.
teologo.
confondatore Un’anima come, forse, non ne aveva trovate altre. Pur nella
del movimento sua giovane età, Foresi dimostrava un’apertura all’esperien-
dei focolari. za che lo Spirito Santo aveva fatto fare a Chiara nell’estate
assistente del ’49 – il periodo del cosiddetto Paradiso ’49 – che faceva
ecclesiastico del già intravedere una chiamata di Dio del tutto particolare.
movimento dei
focolari per diversi Già nel 1950 la Lubich dà a Pasquale un nuovo nome
anni. insieme a che lo elegga simbolicamente al compito di responsabilità
chiara lubich che lei stessa aveva nella nuova opera che stava, tra gemiti,
e a monsignor nascendo: Chiaretto. Pasquale Foresi - Chiaretto condivi-
klaus hemmerle derà veramente, su proposta della Lubich, la responsabilità
istituisce, nel
1990, il centro del Movimento dei Focolari, dando un insostituibile contri-
interdisciplinare buto alle realizzazioni concrete che man mano il Movimen-
di studi scuola to andava intraprendendo: l’editrice Città Nuova, i centri
abbà. autore di Mariapoli, la cittadella di Loppiano e le cittadelle che ne
oltre 40 volumi. seguiranno distribuite nei cinque continenti, i primi centri
di studio. Infatti, Chiaretto aiuterà Chiara a “tradurre” in
*Francisco Canzani termini universali, filosofici e teologici, il carisma che lei
Membro del
Consiglio generale aveva ricevuto. A lui si deve l’avvio – sempre insieme alla
del Movimento dei fondatrice – di tutte le strutture e di tutti i centri culturali
Focolari per l’aspetto del Movimento dei Focolari, incominciando con il Centro
Sapienza e studio e del
centro interdisciplinare studi Mystici Corporis, nel 1965, fino alla Scuola Abbà, nel
di studi Scuola Abbà 1991, e all’Istituto Universitario Sophia, nel 2008.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Luce per un disegno

Si può dire, senza paura di sbagliare, che don Foresi – il primo focolarino
sacerdote, ordinato nel 1954 – ha speso tutta la sua vita per il Movimento dei
Focolari. Aveva con Chiara un legame spirituale e pratico, radicale e fecondo,
che ha dato frutti fondamentali nello sviluppo del Movimento dei Focolari nei
suoi primi 65 anni di storia.
Pubblichiamo di seguito un suo testo autobiografico1 . Si tratta, in realtà, di
una raccolta di risposte a domande che hanno permesso a Chiaretto di raccon-
tare momenti rilevanti della sua vita accanto a Chiara Lubich e di approfondire il
lavoro di Dio nella sua persona e anche nel Movimento dei Focolari.

Avevo lasciato da poco il seminario ed abitavo a casa con la mia famiglia,


avendo preso le distanze, per i motivi che vi dirò dopo, dalla Chiesa cattolica
[era il dicembre del ’49, n.d.r.]. Mio padre era deputato al Parlamento italiano
e conosceva Igino Giordani, il quale gli parlò di Chiara e del Movimento che
stava nascendo e gli procurò un contatto con lei. Restò così ben impressio-
nato da questo incontro, che invitò Chiara a venire nella mia città, Pistoia,
per parlare all’élite cattolica. Era tutto predisposto affinché questa signorina
fosse ospitata a casa nostra. Invece Chiara si fece sostituire da Graziella2, per
cui io e mia sorella Piera andammo ad aspettarla alla stazione. Ma non arrivò
nessuno. Ritornammo a casa un po’ sorpresi e meravigliati.
Il giorno seguente mio padre era tornato a Roma per i suoi impegni par-
lamentari, mia madre era andata a Livorno, mia sorella stava studiando da
qualche amica, per cui ero rimasto solo a casa con una zia anziana. Mentre
studiavo suona il campanello. Mia zia va ad aprire ed era Graziella. Sento
che le dice: «Ma come, è venuta oggi? Lei è in ritardo, non c’è più nessuno
qui». Allora, siccome il vangelo l’apprezzavo molto, ricordandomi dell’ospi-
talità che raccomanda di praticare, mi alzai subito ed andai incontro a Gra-
ziella: «Stia tranquilla, signorina, che organizzeremo comunque un raduno,
faremo qualcosa. Lei è ospite nostra...».
Quindi le ho proposto di andare insieme dall’assistente degli universi-
tari cattolici per vedere di organizzare questo incontro. Mentre attraver-
savamo un mercato, ricordo che pensavo: «Beh, io ormai ho chiuso con le

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esperienze cattoliche, quindi un’associazione cattolica per me non dice più


niente. Però a questa signorina piacerà parlare del suo Movimento». Per
cui, per gentilezza verso di lei, le domandai che cosa facessero. Mi avevano
detto che erano persone molto buone, quindi mi aspettavo che parlasse
degli orfani, degli handicappati… Invece lei mi rispose con tutta semplicità:
«Noi viviamo la vita della Santissima Trinità».
Io rimasi sbalordito. Per un istante mi guardai intorno per assicurarmi
che nessuno ci sentisse. «Altrimenti qui ci prendono per matti», pensai.
Ma vedevo che Graziella non sembrava per niente fuori di testa: era una
persona molto tranquilla, molto seria. Le feci perciò altre domande e vidi
che lei parlava del vangelo con quella semplicità che io avevo trovato nel
vangelo stesso. Una semplicità che contrastava con certi ambienti eccle-
siastici di allora che mi avevano appunto fatto entrare in crisi con la Chiesa
e lasciare la strada del sacerdozio.
Però dicevo fra me e me: «Questi ancora non sono arrivati allo scontro
con la Chiesa. Se vanno avanti vivendo così, le cose non andranno troppo
bene per loro. Per conto mio non voglio proprio fare una simile esperienza
amara con questo Movimento».
Ma intanto continuavo a farle tante domande, e lei mi dava delle rispo-
ste veramente evangeliche, profonde, piene di sapienza.
Più tardi organizzammo la riunione con i rappresentanti degli ambienti
cattolici. Saranno state una decina di persone. Graziella raccontò la storia
del Movimento che era appena nato, con una semplicità che m’incanta-
va. Vedevo invece che quelle persone non la capivano: le domandavano
com’era l’organizzazione, se c’erano dei voti, ed altre cose simili, ma non
coglievano che era una polla evangelica sgorgata nella Chiesa e che stava
al suo inizio. Rimasi molto colpito e ricordo che presi una posizione di di-
fesa della Graziella, dicendo: «Voi cercate un’organizzazione, mentre qui
c’è una vita. È una cosa molto più seria e più profonda, più importante di
qualsiasi organizzazione».
Il giorno dopo lei è venuta a pranzo a casa e c’erano altri invitati, sempre
dei conoscenti cattolici della città. Io stavo per dire alla Graziella: «Quan-
do sarete sconfessati dalla Chiesa, io entrerò nel vostro Movimento». Però
prima di dirle una cosa così impegnativa ho voluto vedere che rapporto

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avevano con l’Eucaristia. Per me era un punto centrale e decisivo. Alla mia
domanda rispose: «Noi facciamo la comunione tutti i giorni e, se fosse pos-
sibile, la faremmo anche due volte al giorno». Per me è stato il colpo di
grazia. Ho visto che, così come parlava in modo evangelico delle cose del
vangelo, parlava evangelicamente delle cose della Chiesa. E mi sono reso
conto che il Movimento era innestato fortissimamente nella Chiesa e che,
se essa non era bella, non era solo colpa degli ecclesiastici ma era colpa
mia, perché mi ero ritirato dal vivere il vangelo e, quindi, dovevo convertir-
mi e reinserirmi pienamente nella Chiesa.

l’esperienza di luce del ’49

Ne ho sentito parlare per la prima volta il 31 dicembre dello stesso 1949.


La venuta di Graziella a Pistoia, di cui vi ho raccontato, era avvenuta i primi
di dicembre di quell’anno. Già nel conoscerla avevo scoperto in lei “Gra-
ziella-Gesù”, quindi era Gesù, ma era anche Graziella. Al punto tale che
pensai: «Veramente i più grandi artisti sono i santi, perché sono trasparenti
nel modo di parlare, nel modo di fare». Però non conoscevo ancora Chiara.
Ricordo che dissi a Graziella che volevo diventare focolarino. Forse non
c’era ancora nemmeno questa parola, ma gli dissi che volevo essere come
Marco e Aldo, i due primi focolarini, e che quindi mi mandassero a lavorare
in una fabbrica, perché volevo vivere la vita del focolare.
Dopo che ebbi chiesto questo, fui invitato a un incontro con Chiara.
Pensai che mi avessero invitato perché avevo detto così, invece seppi dopo
che era stato del tutto occasionale, che non c’era rapporto fra le due cose.
Eravamo alla casetta Foco, a Trento. C’era Chiara, alcune focolarine,
alcuni dei primi focolarini e un sacerdote. Vedendo e ascoltando Chiara
sentivo che anche lei era Gesù, come l’avevo avvertito in Graziella, però in
un certo senso ancora di più. Lei era così trasparente che era come sentire
proprio Gesù che parlava.
Ricordo che questo sacerdote faceva riferimento all’importanza della di-
rezione spirituale secondo i canoni della Chiesa cattolica, e Chiara faceva dei
commenti. Ma mentre il sacerdote si esprimeva come uno che ha letto dei

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libri, pur molto santi e molto buoni, Chiara lo faceva come una che conosce
per esperienza la teologia spirituale; era così bello, così ricco ciò che diceva
che io rimasi del tutto incantato. Allora compresi perché tanti e tante vole-
vano conoscerla; mentre prima non riuscivo a capire tutto quell’entusiasmo.
Però non parlò ancora del periodo che aveva appena vissuto quell’an-
no. Il 31 dicembre fummo invitati a cena una ventina di persone. Mi ricor-
do che non c’erano neanche le posate per tutti, per cui qualcuno aveva il
cucchiaino, qualcuno la forchetta, qualcuno il cucchiaio. Io ero timidissi-
mo e stavo lì, zitto.
Rimasi sbalordito quando Chiara cominciò a parlarci di come le cose sa-
ranno in cielo nel Verbo. Io venivo dagli studi della filosofia, e avvertivo che
in ciò che lei ci raccontava c’erano delle risposte profonde e originali ai più
grandi interrogativi che l’umanità si è posta attraverso la sua storia; per cui
intuii che nella sua esperienza e nella luce che derivava da essa c’era una
grazia enorme che avrebbe rivoluzionato non solo la teologia, ma anche la
filosofia e il pensiero dell’umanità.
Mi sentivo talmente trasformato da questa luce e immerso in essa, che
ingenuamente mi dicevo: «Oltre questo c’è solo la visione beatifica». Per-
ché veramente, dopo aver sentito parlare di quell’esperienza, pensavo che
non c’era niente di più alto che la visione diretta di Dio.
Mentre ero lì, preso e ammirato, a un certo punto Chiara mi disse:
«Di’ tu due parole». Dato che lei me lo chiedeva dovevo risponderle, ma
quando cominciai a farlo sentii che quelle venti persone erano un cuor solo
e un’anima sola: mi ascoltavano in un modo tale, mi facevano una tale uni-
tà, erano così una sola cosa con me, che io ebbi la sensazione che par-
lando esprimevo il Gesù in mezzo che c’era fra noi, il Gesù che eravamo.
Fu un’impressione così forte del corpo mistico, attuato da quel piccolo
gruppo di persone, che dissi solo due o tre frasi però rimasi travolto da
questa esperienza spirituale.
Alla sera andando a letto, mentre pregavo mi dissi: «Adesso capisco le
parole di san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”». Prima,
una certa unità con Dio, almeno in certi momenti in cui mi comportavo bene,
l’avvertivo. Però mai avevo fatto un incontro così forte con la presenza di Dio
come in quell’esperienza della vita a corpo mistico vissuta in focolare.

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Ancora il giorno dopo e nei giorni seguenti ero così preso da questa
esperienza che quasi non volevo parlare con gli altri, tanto li sentivo già
uniti profondamente con me. Questo è stato il mio primo contatto con
quell’esperienza spirituale e mistica che Chiara aveva vissuto pochi mesi
prima, nell’estate ’49.

un tempo di studio da parte della chiesa

È stato così, che, essendo il Movimento da tempo sotto studio da parte


dell’allora Sant’Uffizio, dove si erano accumulate una quantità di accuse e
calunnie, era stata nominata una commissione ad alto livello, di soli cardi-
nali, che dovevano dare un giudizio definitivo.
I cardinali avevano votato lo scioglimento del Movimento, però ci vole-
va il benestare del papa. Siccome tutte le cose che decidevano i cardinali, il
papa le aveva sempre firmate, loro non aspettarono che fosse convalidata
la loro decisione e dissero a me, che ero un po’ come l’assistente del Movi-
mento, di andare via da Roma e trasferirmi a Trento, diocesi nella quale ero
stato ordinato e alla quale appartenevo.
Nello stesso tempo comunicarono all’arcivescovo di Trento, Carlo de
Ferrari, che il sabato successivo sarebbe stato dichiarato lo scioglimento
del Movimento.
Cosa successe però? Al papa furono presentate carte da firmare in
mezzo alle quali ce n’era una titolata «Scioglimento del Movimento dei Fo-
colari».
Solo che quando stava per firmare (questo fatto lo raccontò il papa
stesso a padre Rotondi, un gesuita che ci era vicino), se ne accorse e disse:
«Ma questa è una cosa grossa!». E la mise da parte.
Allora i cardinali (o piuttosto gli impiegati che lavoravano con loro),
mandarono un telegramma a Trento, dicendo che era stato sospeso lo
scioglimento. A me, però, non revocarono niente, per cui sono rimasto a
Trento per un po’ di tempo. Dopodiché Chiara mi chiamò a Roma, dicendo
che aveva parlato con padre Lombardi, un altro carismatico di quel tempo
che ci voleva bene, il quale era disposto ad ospitarmi.

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Che cosa è stato per me? Due lettere personali di quel momento lo de-
scrivono bene. Per la prima volta le rendo pubbliche, per richiesta di Chiara
stessa, nella speranza che siano utili.

7 febbraio 1957
Carissima Chiara,

sono in viaggio sul treno tra Roma e Firenze. Non ti nascondo che la
croce c’è e la sento. Forse mai m’era accaduto come ora di vivere sul
vuoto. Non so, quando arriverò a Trento, cosa mi attenderà: il foco-
lare? una parrocchietta alpina? un sobborgo comunista? Per me è lo
stesso: insieme con la croce sempre più mi si manifesta all’anima che
Gesù vuol fare una grande rivoluzione con questo Ideale e che nien-
te lo potrà fermare. La scoperta che il Signore ti ha fatto fare: Gesù
abbandonato, Gesù in mezzo, è troppo grande perché una modesta
decisione possa intaccarla. Non so dove andrò a finire a Trento. Sen-
to però nell’animo che se avrò qualche incarico nella Chiesa è perché
ormai l’Ideale è maturo per essere dato direttamente nella Chiesa
senza più restrizioni. Purché l’unità sia mantenuta con la fonte.
È questo che vuole Gesù?
Io comunque cercherò d’essere lasciato libero per i focolari più che
mi sarà possibile. La presenza di Enzo è di grande conforto e mi fa
sempre sperare in meglio.
Tanti saluti a tutti, a tutti.
Alle focolarine dell’Opera per prime. Alla Silvana, a Oreste, a
Spartaco, ad Aldo ed a tutti quelli di Città Nuova che con me hanno
partecipato alla nascita del giornale. E poi – non un poi che dice di
meno, anzi di più – a Foco, a p. Maria, che li ho ormai in cuore come
realtà della mia stessa anima; a Nazareno, a Novo, a don Botek,
a d. Giobbe e alla Lega tutta. Ai focolarini e focolarine di Roma, uno
ad uno, un saluto da fratello.
A te poi, Chiara, che sei la madre di tutti noi dico solo questo: cer-
cherò di seguire sempre e dovunque le tue orme. Essere anch’io un
po’ Gesù abbandonato vivo. Forse solo ora comincio a comprende-
re i tuoi dolori. Con te e come te li abbraccio e mi metto ad amare
perché la Chiesa tutta sia clarificata.
Tuo in Gesù.

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10 febbraio 1957
Carissimi focolarini,

sono giunto a Trento senza sapermi bene orientare: era stata così
improvvisa la mia partenza! Con l’anima un po’ “pestata” ma con
una grande gioia in cuore, quella di soffrire per l’Ideale, e con la
certezza che Gesù abbandonato è un fantasma che passerà.
È la certezza che viene quando di colpo è tolto ogni appoggio; quan-
do per un istante ti sembra di stare sul vuoto, ti sembra che l’abbatti-
mento e lo sconforto certamente ti assaliranno e anche tu ti arrende-
rai come tanti alla routine odierna e ti lascerai portare dal mondo e
dalle circostanze senza più mettervi il timbro del divino, dell’Ideale.
Quello che potrai fare è evitare il male, non costruire il bene! Quanti
hanno iniziato! Quanti si sono fermati senza più fiducia.
Ma sono frazioni di secondo, perché proprio in quei momenti,
quando tutto è buio, la luce si mostra più luminosa e si rivede il
nostro Ideale più certo, sicuro, travolgente.
Dio ha gettato questo suo seme sulla terra e Lui sa custodirlo, farlo
marcire, morire perché nasca la spiga. Lui ci ha chiamato da tante
città, da nazioni diverse, Lui che ha messo nel cuore l’ansia del suo
Regno, Lui che ci rende pronti a morire pur di testimoniarlo. Le cir-
costanze esterne, i comandi, le proibizioni sono la strada che Egli
indica per fare più presto, per andare dritti alla meta.
Nel secolo XIII in un Concilio, per impedire la nascita di nuovi Or-
dini religiosi fu stabilito che non bastasse più l’approvazione dei
vescovi, ma che occorreva quella della Santa Sede. Fu questa proi-
bizione che permise agli ordini Mendicanti di affermarsi subito in
tutta la Chiesa, perché ottenuta l’approvazione romana fu più fa-
cile essere accolti nelle singole diocesi. Pure per noi sarà così: le
proibizioni aiuteranno l’Ideale a maturare, a diffondersi, a portare
dovunque la vita.
Questa sera a Trento faremo un pellegrinaggio alla Madonna
delle Laste per chiedere l’aiuto della Madonna per la sua Opera.
Anche voi tutti pregate e fate pregare tanto perché si accelerino
i tempi e possiamo diffondere l’amore di Dio e per la sua Chiesa
in tutto il mondo.
Unito a tutti in Gesù abbandonato.

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Quelle due lettere vi danno già un’idea di come si cercava di vivere. Ma


posso aggiungervi che, se da una parte certamente abbiamo molto soffer-
to, allo stesso tempo io ero immerso talmente nella certezza di vedere l’a-
zione di Dio nell’Opera, che la sospensione praticamente non l’ho sentita.

portare insieme a chiara lubich l’opera nascente

La prima volta in cui Chiara mi ha parlato di portare insieme il peso


dell’Opera è stato a Ostia, nel gennaio 1950. Ricordo ancora che lei stava
pulendo una stanza, c’era la porta aperta, e mentre passavo nel corridoio
mi ferma per dirmi: «Vuoi condividere con me il peso per portare avanti il
Movimento?». Sono rimasto da una parte contento, dall’altra esterrefatto
e titubante, come potete immaginare.
Una cosa analoga è avvenuta due o tre anni dopo a Fai, in montagna,
quando nacque la sezione maschile distinta da quella femminile, perché
fino allora tutto faceva capo a Chiara. In quell’occasione Chiara mi incaricò
di occuparmi della parte maschile. Io sentii la gioia di questo incarico, ma
anche la responsabilità, perché fino a quel momento erano le focolarine
che nelle varie città aiutavano i focolarini a nascere e a crescere. Però si
incominciò, e poi piano piano si è sviluppata tutta la sezione che, come
Chiara ha detto in seguito, ha un suo timbro caratteristico.

un “disegno” di dio

Voi conoscete bene l’episodio del “patto” fra Chiara ed Igino Giordani3,
da cui è scattato quel periodo straordinario del ’49 che abbiamo menzio-
nato prima. Ad un certo momento, nei primi mesi del ’50, Chiara propose
anche a me di fare quel patto: che Gesù eucaristia sul nulla di ognuno di noi
facesse unità con Gesù sul nulla dell’altro.
Vi deluderò forse un po’, perché devo confidarvi che io m’aspettavo che
venisse fuori una nuova esperienza come quella che Chiara aveva fatto
dopo il patto con Giordani. Invece lei esce dopo la messa, un po’ assorta,

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e mi dice: «Sai, è successo questo: ho visto me che vengo con il Paradiso


dentro il cuore e tu che vieni con i problemi della terra dentro il cuore, e da
questo incontro nascerà l’incarnazione del Movimento sulla terra».
Io in un primo momento rimasi male. Dopo ho capito quanto era impor-
tante quella risposta che Gesù aveva messo in cuore a Chiara sull’incarna-
zione, perché il Paradiso dev’essere vissuto – per quanto ciò è possibile –
nelle realtà concrete di tutti i giorni.
Mi domandate poi come ho cercato di vivere questo compito. Un primo
contributo ho dovuto darlo nei riguardi della nascita dei focolari. Quando
sono entrato nel Movimento alla fine del ’49 esistevano tre-quattro focolari
femminili a Trento e uno a Roma, mentre di focolari maschili ce n’era solo
uno a Trento. Come già ho accennato, allora tutti facevano capo a Chiara,
ma un paio d’anni dopo lei m’incaricò di seguire il ramo nascente dei foco-
larini. Per un breve periodo in cui Chiara non stava bene e doveva riposare,
mi chiese addirittura di seguire non soltanto i focolarini ma anche lo svilup-
po dei focolari femminili.
Penso che un momento importante del contributo che il Signore ha
voluto che io dessi all’Opera, mentre era ancora sotto studio, è avvenu-
to quando, attraverso il già menzionato padre Rotondi, un gesuita molto
conosciuto allora e consigliere di Pio XII, potei manifestare al papa il mio
pensiero. Il Sant’Uffizio per due volte aveva deciso di scioglierci e il papa
non aveva accettato. Io dissi a padre Rotondi che era improbabile che il
Sant’Uffizio cambiasse idea, e suggerii che il papa nominasse una sua
persona di fiducia perché riferisse a lui personalmente sulla vita del Mo-
vimento e sulla sua eventuale approvazione. Il papa accettò questo sug-
gerimento e nominò padre Giacomo Martegani suo delegato presso la
nostra Opera. È stata questa decisione del papa, che poi fu mantenuta da
Giovanni XXIII, a darci la possibilità di essere approvati, con il contributo
dell’allora cardinal Montini.
In questa stessa approvazione Dio ha voluto usarmi in qualche modo.
In precedenza avevamo fatto diversi Statuti dove chiedevamo di essere
approvati con vari nomi, ma non furono mai accettati. Fu quando io dissi
in Vaticano che Chiara voleva che fossimo chiamati Opera di Maria che

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chi allora ci rappresentava la Santa Sede ebbe un sussulto di gioia e disse:


«Sì, voi siete l’Opera di Maria!». E con questo nome siamo stati approvati.
Un contributo molto concreto è stato quando, nel ’56, si sentiva tanto
la necessità che nascesse un nostro organo di collegamento fra le perso-
ne del Movimento. Lo stesso Igino Giordani, che tra l’altro era giornali-
sta, avvertiva particolarmente l’esigenza che il Movimento avesse un suo
giornale, per affrontare anche con lo spirito del nostro Ideale i problemi
del mondo. Per cui nella Mariapoli di Fiera di Primiero facemmo un gior-
naletto in novanta copie per distribuirlo fra i presenti. L’abbiamo chiama-
to Città Nuova, trascrivendo sotto la frase dell’Apocalisse: «Ecco, io faccio
nuove tutte le cose».
Rimasero tutti molto contenti, tanto che ne facemmo poi un secondo.
Tornando a Roma si disse: «Ma perché non continuare a tenere collegate le
persone?». Allora non avevamo degli schedari, ma gli elenchi delle persone
del Movimento, che erano soprattutto in Italia. Così abbiamo potuto man-
dare questo giornaletto ciclostilato prima a 1.500 persone, poi a 2.000, poi
a 3.000… A quel punto ci accorgemmo che con 3.000 copie lo si poteva già
stampare, e così ho seguito la nascita di questo giornale e poi dell’Editrice.
Sia il giornale che l’editrice ora sono, come sapete, a dimensione mondiale.
Ho dato un apporto anche per l’inizio dello studio della teologia, dello
sviluppo della teologia nel Movimento. Oltre gli interventi orali che do-
vevo fare costantemente, ho scritto diversi piccoli studi che sono stati
pubblicati. Poi sono venute altre persone molto più brave che hanno por-
tato avanti tutto finché è nata la Scuola Abbà, della quale parleremo in un
altro momento.
Un’altra cosa che si sentiva molto era la nascita di un centro per in-
contri. Eravamo alla Villa Maria Assunta a Grottaferrata, una villetta dei
parenti di Pio XII che ce l’avevano data in affitto, e lì si era già costruito un
piccolo capannone per cento persone che era continuamente pieno. Per
cui, appunto perché Chiara mi aveva affidato la parte pratica, le proposi di
fare un Centro Mariapoli dove si potessero tenere i raduni. Uno dei primi
focolarini, Enzo Fondi, aveva ereditato un appezzamento di terra a Rocca
di Papa. Eravamo talmente convinti che sarebbe sorto un centro su questa

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terra che portavamo le persone a visitare il prato dicendo: «Qui sorgerà il


Centro Mariapoli», anche se non avevamo un soldo. A un certo momento
facendo il bilancio mensile abbiamo visto che avanzava qualcosa, e allora
dissi a Chiara che si sarebbe potuta incominciare la costruzione: «Seguia-
mo la provvidenza e costruiamo man mano che ci arrivano i soldi, un’ala
alla volta», ci dicemmo. Così abbiamo incominciato. Quando già avevamo
costruito due delle tre ali che costituivano il progetto, non arrivavano più
soldi, per cui pensavamo di dover sospendere la costruzione. Allora gli im-
presari, i quali avevano visto che non avevamo mai soldi, ma al momento
giusto arrivavano sempre per pagare, ci dissero: «Guardate, vi troviamo
noi i soldi e voi pagate quando potete». Infatti ci trovarono loro una banca
che ci fece il prestito, ed entro uno o due anni siamo riusciti a restituirlo
completamente. Adesso come sapete i Centri Mariapoli sono una sessan-
tina sparsi per i cinque continenti.
L’altro contributo che ho potuto dare è stato per la nascita della cit-
tadella di Loppiano. Avevamo sempre più persone che volevano donarsi
totalmente a Dio nell’Opera, però bisognava formarle. Arrivavano ormai
tanti che volevano diventare focolarine e focolarini, non soltanto da alcune
nazioni europee, ma anche da terre lontane, dal Brasile, dall’Argentina, e
noi non avevamo nessun centro di formazione. In quel momento, da un fo-
colarino morto molto giovane, Eletto Folonari, abbiamo ereditato una terra
in Toscana, la fattoria Loppiano. Siccome ci servivano soldi per la costru-
zione del Centro Mariapoli, mi fu chiesto di venderla. Allora dissi: «Beh, se
la si deve vendere, andiamo a vederla questa terra».
Ricordo che andai a Incisa Valdarno – allora non c’era ancora l’autostra-
da, per cui ci volevano 5-6 ore per andare ed altrettante per tornare –, ma
quando vidi i due appezzamenti abbastanza vicini in cui era divisa la terra,
pensai subito che era il posto ideale per far nascere un centro di formazio-
ne, per la parte maschile e la parte femminile. Trasferimmo allora lì questi
giovani che sentivano la vocazione ad essere focolarini e incominciò così
quella che si sarebbe poi sviluppata come una cittadella.
In realtà quando si è cominciato io non l’avevo pensata così. Per cui
quello che Chiara aveva visto tanti anni prima, di costruire una città
dove si vedesse incarnato cosa sarebbe la società se fosse tutta infor-

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mata dall’unità che Cristo ha chiesto al Padre, l’ho concretizzato a Lop-


piano quasi senza saperlo. Adesso sono circa novecento le persone che
abitano lì, dove tutti vivono con quell’amore che proviene dal vangelo e
dove esistono ormai, oltre alle due scuole di formazione delle focolari-
ne e dei focolarini, anche residenze e scuole di vita secondo il carisma
dell’unità per famiglie, gen, sacerdoti, religiosi, religiose, nonché centri
artistici, una cooperativa agricola4 , piccole industrie 5 , in futuro è previ-
sta la nascita di una nostra università 6 , ed è visitata da molte migliaia di
persone ogni anno7.
Ormai, anche se più piccole, sono diventate una ventina le cittadelle
in tutto il mondo, e Chiara sentiva che dovrà nascerne una in ogni nostra
zona, però Loppiano è stata l’inizio di tutte queste realtà che costituiscono
una testimonianza.
Come vedete, in tutte queste opere ed iniziative, io ho dato soltanto la
spinta iniziale in unità con Chiara. Queste cose sono poi cresciute in modo
tale che è evidente la mano di Dio; non avrei potuto, io, dare un tale svilup-
po. Anzi, ad un certo punto ho avuto l’impressione d’averci messo tanto di
mio, di sbagliato, ed era una prova tale da soffocare quasi le grazie che pur
sentivo. Comunque ciò che è sicuro è che il mio contributo è stato minimo,
è stata la vitalità di tutto il Movimento e Dio stesso che hanno sviluppato
quest’Opera. E oggi continuo ad assistere all’incarnazione del carisma a
tutti i livelli con profonda gioia.

1
Pubblicato in: P. Foresi, Colloqui. Domande e risposte sulla spiritualità dell’unità,
Città Nuova, Roma 2009, pp. 13-27.
2
Si tratta di Graziella De Luca, una delle prime compagne che seguirono Chiara
Lubich; può vedersi una narrazione delle sue esperienze all’inizio di quella “divina
avventura”, in G. De Luca, Vorrei volare, Città Nuova, Roma 1999.
3
Sull’importanza di quel “patto”, rinnovato sempre all’inizio di ogni sessione di
lavori del centro studi dell’Opera di Maria (la Scuola Abbà), e sulla sua rilevanza per
la teologia, cf. il numero monografico che raccoglie gli Atti del seminario su Teologia
e carisma dell’unità (in particolare, gli articoli di Blaumeiser, Porrino, Benats, Tobler),
in «Nuova Umanità», 132 (2000/6).

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Luce per un disegno

4
Si tratta della Cooperativa agricola Loppiano Prima. Chiara Lubich, lanciando
in Brasile nel 1991 l’iniziativa dell’Economia di Comunione nel mondo, l’ha chiamata
“un prodromo” di quell’economia. E Igino Giordani, in una lettera, aveva scritto loro:
«Grazie, cari volontari. Voi testimoniate e gridate il vangelo semplicemente col lavo-
ro e la comunione dei beni […] e siete le primizie di una società da molti concepibile
solo a parole eppure da tutti sognata».
5
Nel 2006 è nato, collegato con la cittadella di Loppiano, un polo industriale,
espressione anch’esso dell’Economia di Comunione. Per ulteriori dati e informazioni,
cf. www.edicspa.com.
6
In effetti nel 2008 si è concretizzato, nel contesto della cittadella di Loppiano,
l’Istituto Universitario Sophia le cui caratteristiche e novità d’impostazione, a livello
metodologico e di contenuti, sono descritte nel sito www.iu-sophia.org.
7
Per altre notizie sulle caratteristiche di questa cittadella, cf. M. Zanzucchi,
Una giornata a Loppiano, Città Nuova, Roma 2004.

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La nostra dimora:
il Dio trinitario
L’esperienza di Dio di Chiara Lubich

Klaus
Hemmerle introduzione di hubertus blaumeiser*

(1929-1994) «Chiara Lubich ci ha presi in una scuola di vita; questa


filosofo, teologo. scuola di vita però è nello stesso tempo anche una scuola
vescovo per la teologia». Così si esprime – a pochi giorni dalla sua
di aquisgrana.
morte – il teologo e vescovo Klaus Hemmerle (1929-1994),
responsabile
dei vescovi amici nelle ultime righe della testimonianza che qui riportiamo e
del movimento che ha un legame particolare con il Paradiso ’49.
dei focolari. Hemmerle è stato vescovo della diocesi di Aquisgrana,
tra i primi membri nel Nord della Germania, dal 1975 fino al 1994. Ma già dalla
del centro
metà degli anni ’60, durante il movimentato periodo subito
interdisciplinare
di studi scuola successivo al Concilio Vaticano II, era esponente di primo
abbà. piano della Chiesa nel suo Paese. Come direttore spirituale
del Comitato centrale dei cattolici tedeschi ha avuto un ruolo
fondamentale non solo per i Katholikentage – le grandi con-
vention del mondo cattolico che si tengono ogni due anni in
Germania – ma è stato anche figura di riferimento nel Sinodo
delle diocesi tedesche svoltosi a Würzburg tra il 1972 e il 1975.
Tra le doti che lo contraddistinguevano emergono una spicca-
*Hubertus Blaumeiser ta sensibilità umana e spirituale e una sorprendente capacità
Membro del Centro di leggere i segni dei tempi. Come filosofo della religione e te-
interdisciplinare di ologo sapeva interpretare con particolare lucidità l’orizzonte
studi Scuola Abbà.
Direttore della culturale della modernità e della post-modernità e tracciare
rivista Ekklesía. piste che hanno tuttora forte attualità e carica profetica1 .

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La nostra dimora: il Dio trinitario

Ben prima di questi incarichi, nel 1957, il giovane sacerdote, allora direttore
dell’Accademia cattolica di Friburgo, viene in contatto con il carisma di Chiara
Lubich. Nell’estate del 1958 si reca sulle Dolomiti dove fa l’esperienza di quella
città temporanea informata dal vangelo che sono le convivenze estive del Mo-
vimento dei Focolari. Quel soggiorno in Mariapoli2 gli cambia non solo la vita
e il cuore ma anche la mente. Da quel momento il carisma dell’unità impregna
profondamente il suo pensiero e i suoi numerosi scritti e interventi che uniscono
all’acume intellettuale e alla vastità delle vedute la forte valenza esistenziale.
Ricordiamo come culmine del suo periodo di docenza accademica, dapprima a
Bochum e poi a Friburgo, lo scritto programmatico Thesen zu einer trinitari-
schen Ontologie (Johannes Verlag, Einsiedeln 1976)3 .
Come vescovo, che ha animato durante quasi venti anni gli incontri dei
Vescovi amici del Movimento dei Focolari, e come teologo, Klaus Hemmerle
è stato in contatto sempre più stretto con Chiara Lubich. Avendo saputo degli
appunti che la fondatrice dei Focolari aveva scritto in quel periodo di partico-
lare luce che era stato per lei il 1949-1950, egli si era convinto che in quelle
pagine non solo fosse racchiuso un apporto decisivo per ripensare a fondo la
filosofia e la teologia alle soglie del terzo millennio, ma che vi si trovassero
anche categorie di pensiero e chiavi di lettura che potevano contribuire a un
grande rinnovamento della cultura e della società. Dall’altra parte, la presen-
za di un vescovo, ovvero di un successore degli apostoli, e di un illuminato
teologo come lui fu determinante perché Chiara nel 1990-1991 desse vita a
un centro di studi, chiamato poi Scuola Abbà, di cui il vescovo Hemmerle fu
una delle prime pietre4 . Compito di questo gruppo di studio sarebbe stato ap-
profondire quegli scritti, da un lato per verificarne la piena consonanza con la
tradizione biblica ed ecclesiale e dall’altro per enuclearne i contenuti innovati-
vi che potevano offrire stimoli rilevanti per la vita della Chiesa e della società,
nonché per la cultura.
Per Hemmerle il contatto con gli scritti del Paradiso ’49 e il lavoro con la
Scuola Abbà sono stati l’occasione per rileggere in una luce nuova la propria
vita e la propria teologia e rivisitare, quindi, anche il vissuto e il pensiero del
nostro tempo. Un’impresa che egli ha potuto appena iniziare e che, guardata
con l’occhio umano, si è interrotta in modo prematuro per la sua morte, all’età di
appena 64 anni, il 23 gennaio 1994.

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klaus hemmerle

Ciò nonostante, abbiamo importanti testimonianze di questa fase del suo


pensiero 5 . Tra queste occupa un posto singolare il testo che qui riportiamo6 ,
nato dall’incontro che egli ha avuto, ad appena sette giorni dalla morte, con
tre redattori della rivista tedesca Das Prisma. Nella conversazione con loro,
registrata e poi trascritta, Hemmerle parla dell’esperienza di Dio di Chiara
Lubich così come l’ha conosciuta attraverso la frequentazione dei testi del Pa-
radiso ’49 e come egli stesso l’ha colta vitalmente durante la sua partecipa-
zione, nel 1958, alla Mariapoli sulle Dolomiti. Dalla prima vacanza vissuta nel
1949 da Chiara Lubich e un piccolo gruppo di sue compagne e suoi compagni
nella Valle di Fiera di Primiero si erano sviluppate, infatti, quelle convivenze
estive di centinaia e migliaia di persone che, se da un lato erano come un boz-
zetto del popolo di Dio e di una società rinnovata dal vangelo, dall’altro erano
una forte esperienza di Dio vissuta comunitariamente, in unità, che aveva le
sue radici nel Paradiso ’49.

Tutto il valore e la novità del Movimento dei Focolari consistono a mio


avviso nella specifica esperienza con Dio. Essa è legata alla persona di
Chiara Lubich ed è tuttavia fin dall’inizio un’esperienza collettiva. Invece di
iniziare questo tema assumendo il ruolo d’osservatore o riferendomi agli
scritti di Chiara Lubich, preferisco partire dal mio incontro personale con il
Movimento dei Focolari.
Nell’estate del ’58 – ero allora sacerdote da sei anni – partii da Friburgo
per recarmi alla Mariapoli di Fiera di Primiero, nei pressi di Trento: un in-
contro estivo a cui erano giunte persone da tutto il mondo per conoscere il
Movimento dei Focolari. In quel breve periodo si voleva prender parte alla
vita del Movimento.
Era il mio primo incontro con la Mariapoli.
Tutti cercavano in modo diretto e nuovo di porre il messaggio biblico
dell’amore a fondamento di un cristianesimo vissuto alla lettera. Anch’io
posi la mia attenzione su questo punto centrale. Tuttavia, pur non preve-
dendolo, si schiuse davanti a me, contemporaneamente, un’altra dimen-
sione. Ma era poi veramente diversa? Erano la vicinanza e la presenza di

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La nostra dimora: il Dio trinitario

Dio in una misura che mai avevo sperimentato prima, nonostante i miei
intensi studi teologici.
In quell’anno si era tenuto a Bruxelles l’Expo, l’esposizione mondiale.
I focolarini affermarono nel loro modo semplice e schietto: «Una cosa
hanno dimenticato a Bruxelles. Dio non è stato “esposto”. Ma ora noi
lo facciamo. In Mariapoli esponiamo Dio e si chiamerà “l’Expo di Dio”,
l’esposizione di Dio». Per far questo non hanno avuto bisogno di piani a
lungo termine o di mezzi sofisticati. Semplicemente si proposero di ren-
der visibile Dio con la loro vita. E questo non si poteva certo program-
mare. Ma siccome da anni essi avevano sperimentato la presenza di Dio
nel loro “essere insieme”, potevano rischiare di invitare e chiamare tanti
altri a fare questa esperienza. Devo dire che questo proposito si è attuato
– non solo per me, ma per molti altri. Per la prima volta lì ho veramente
sperimentato Dio.

il regno di dio è dio stesso

Già durante i miei studi di teologia avevo ricevuto un primo impulso in


questa direzione. Uno dei miei professori ci aveva spiegato ciò che Gesù
intendeva realmente quando annunciava il regno di Dio. In quell’occasione
mi si chiarì una cosa: il regno di Dio non è un regno che si può delimitare in
uno spazio fisico, e neppure un sistema di verità e comandamenti, il regno
di Dio è Dio stesso. Dio non è più un orizzonte lontano o principio superio-
re: in Gesù egli è balzato nel mezzo di questo mondo. Per me fu chiaro che
Dio voleva diventare il centro anche della mia vita, affinché anch’io potessi
guardare a tutte le cose ed agire sempre partendo, muovendomi da lui.
Questo pensiero non mi ha più lasciato. Ma cosa fare? Non potevo trovare
spazio per questo, nella mia vita quotidiana. Mi mancava il ponte tra ciò a
cui profondamente anelavo e ciò che in vari modi mi teneva occupato.
In Mariapoli questo vuoto si colmò di colpo. Dio era lì, semplicemente.
Penetrava i nostri rapporti reciproci. E venni così irresistibilmente trascina-
to in questa nuova vita. Ricordo di non aver potuto dormire per una notte al

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pensiero della vicinanza immediata di Dio. Pensai che nemmeno i discepo-


li, nell’incontro con Gesù, avevano potuto sperimentare più intensamente
la vicinanza di Dio.

capisaldi della spiritualità del movimento

Questa nuova esperienza di Dio in Mariapoli è tipica del Movimento


dei Focolari. Essa è fin dall’inizio un’esperienza comunitaria. Anche se da
sola Chiara Lubich ne fece l’esperienza originaria, ella sentì di doverla co-
municare subito alle sue prime compagne: Dio ti ama, Dio è tutto, Dio solo
importa! Leggendo il vangelo alla luce di questa esperienza di Dio, si sono
così fissati nel 1943-1944, nel giro di pochi mesi, i cardini fondamentali
della spiritualità del Movimento.
Già nella Mariapoli del ’58 iniziai a capire: non potrò avere accesso a
questa spiritualità se non mi faccio raccontare le sue origini, la sua storia,
per poter entrare così nella vita di questa comunità. In essa si schiude, an-
che davanti a me, l’esperienza di Dio di Chiara Lubich.
Si può avere l’impressione che io abbia parlato finora, invece del tema
che devo trattare, solo di me stesso. Ma ciò inganna, perché tutto ciò che
io ho raccontato di me rispecchia l’esperienza di Dio di Chiara Lubich. Essa
non è tuttavia “invenzione” di una persona, ma un’esperienza fondamen-
talmente comunitaria, donata direttamente da Dio. Essa si è ancorata in
Chiara Lubich e da qui si è estesa poi a cerchi concentrici fino ad arrivare,
come oggi sappiamo, a tutti i Paesi della terra.

una nuova esperienza di dio

Se mi chiedo in che cosa consiste la novità del Movimento dei Focolari e


della sua spiritualità, allora non voglio parlare in prima linea – e questo può
sembrare un paradosso – di contenuti. Prima di tutto vorrei invece tentare
di definire l’atmosfera che si sperimenta venendone a contatto.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
La nostra dimora: il Dio trinitario

A Fiera di Primiero, un paesino delle Dolomiti, erano giunti, su invito


dei focolarini, persone da tutto il mondo. All’arrivo fui accolto subito con
un amore cordiale che, nel primo momento, mi irritò. «Sarà una sorta di
setta?» mi chiesi. «Si tenta di dare una formazione moralistica?».

era affascinante parlare dell’amore

Ebbi bisogno solo di un paio d’ore per constatare che non era niente
di tutto questo. Anzi ben presto ebbi la fortissima impressione – come se
tutto mi dicesse, in quella grande vallata, in quello splendido paesaggio,
sotto quel cielo aperto –: Dio è amore. Non era solo mia questa impres-
sione, ma tutti parlavano dell’amore. Ed era affascinante parlare dell’a-
more, non era per niente sentimentalismo. In questo entusiasmo non si
perdeva di vista però la concretezza della vita. L’amore non era solo un
comando, anzi era in primo luogo dono: Dio è amore, Dio ti ama immen-
samente. In questo dono, Dio stesso era completamente diverso da come
io l’avevo concepito prima.
Fino ad allora avevo pensato a Dio come il vertice della creazione, punto
di fuga di tutte le linee, come quel concetto non più concepibile in quan-
to tale, perché di fronte a questo mistero, noi uomini, ammutoliamo. Lì, a
Fiera, questo mistero restava, eppure era anche più di questo. Dio che è
Padre, era realtà empirica. Probabilmente, fino a quel momento, non avevo
ancora pregato, in vita mia, il Padre Nostro a quel modo, ancora non avevo
compreso il significato di quel nome: «Abbà, Padre». D’un tratto il mondo
mi si rivelò come il luogo infinito, eppur conosciuto e sicuro, nel quale Dio
ci è Padre e dove noi possiamo affidarci a lui, mettere tutto nelle sue mani,
seguirlo incondizionatamente.
Era questa per me un’altissima sfida, ma ancor più un’affascinante
scoperta.
Dio Padre era come il cosmo immenso – no, non il cosmo, ma come
colui che lo contiene e da qui parte e riecheggia continuamente la parola
«Dio è amore», che si concentra all’infinito nell’unico nome: Gesù. Questa
fu la mia seconda scoperta in Mariapoli.

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in gesù cristo, dio manifesta se stesso

Ricordo che in Mariapoli non si parlava solo di Dio amore, ma allo stes-
so modo anche di Gesù. Non pochi dicevano infastiditi: «Gesù, Gesù – tra
un po’ non posso più sentirlo. Il prossimo è Gesù, il papa è Gesù, il delin-
quente è Gesù e non so ancora quanti altri. Lasciate Gesù essere Gesù, e
lasciateci vivere senza questi concetti religiosi portati al massimo».
Per quanto comprensibile possa sembrare questa scusa, dovetti, dopo
un’attenta analisi, metterla subito in disparte. Gesù di Nazareth è vera-
mente venuto per farsi uno con tutta la realtà di questo mondo – con il
bambino, col delinquente, col filosofo. Per questo lui parla con fragili parole
umane; ma in esse, e ancor più nella sua persona, Dio manifesta se stesso.
Egli condivide la nostra vita, le nostre sofferenze a tal punto che lui stesso
vive e soffre in ogni uomo, a tal punto che tutto il nostro agire e perdere può
divenire occasione per incontrarlo, per vivere con lui. Così questo sconfi-
nato orizzonte del Dio ineffabile, che è amore, è in Gesù, contemporanea-
mente, un cammino di vita e un punto centrale dal quale si schiude, davanti
a noi, la rivelazione.

in gesù si rivela il padre

Anche colui che è il Padre si rivela nel Gesù che si è fatto uno con tutto e
tutti. Scoprii Gesù come colui che dice in ogni istante e da ogni punto della
terra il suo: «Abbà, Padre» e come colui che è sempre e dovunque il volto
del Padre a me rivolto. Questo era, per la prima volta, un incontro con Gesù
che mi svelava chi è lui realmente: non è il grande iniziatore di una religione
nel lontano passato, non è una delle tante manifestazioni di un’idea eterna;
egli è questo unico Gesù di Nazareth, che ha predicato in Galilea, è morto
sul Calvario e che oggi, risorto, vuole incontrarci direttamente, così come
incontrò i primi testimoni della sua resurrezione.
La terza cosa che sperimentai a Fiera era l’atmosfera della Mariapoli.
Non consisteva nel sorridere un pochino di più o nell’essere gentili gli uni
con gli altri. No, essendo amati e donando amore, si veniva presi dentro in

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La nostra dimora: il Dio trinitario

questo nuovo stile di vita. Mi ricordavo, come ho già detto, dell’annuncio


che Gesù ha portato nel mondo: il regno di Dio. Capii chiaramente: il mon-
do non può più andare avanti così. O il regno di Dio rinnova ogni cosa, o il
mondo crolla. E il mondo si rinnoverà perché lo Spirito di Dio cambia dal
di dentro tutti i rapporti e con essi ogni realtà. Ancor più: compresi che il
Padre, l’amore, e Gesù, il Figlio, si incontrano in uno Spirito che io vorrei
definire come l’atmosfera dell’unità divina. In ciò Dio apre uno spazio nel
quale anch’io posso entrare, per sperimentare il Dio vivente. Io sono il figlio
amato e baciato dal Padre; sono il figlio introdotto nel Padre. E il Padre stes-
so ha aperto il suo seno infinito, perché io possa vivere in lui. Così ho già fin
d’ora, nella mia vita, la mia dimora nel Dio trinitario.
Fui stupefatto quando più tardi constatai che questa nuova immagine di
Dio, la mia personale esperienza in Mariapoli e nel Movimento dei Focolari,
corrispondeva esattamente a ciò che Chiara Lubich ha svelato, in modo
sobrio e comprensibile, in molti scritti e discorsi.

la vita cambia

Che cosa ha provocato questa esperienza di Dio in me? Cosa è cam-


biato nella mia vita? Ho imparato un altro modo di dire “io”. Penso che dal
modo in cui dico “io” si vede che cosa, in fondo, dà l’impronta alla mia vita
intera: lo dico in modo incerto, cosciente del mio proprio valore, pieno di
me o egocentrico?
Chiara Lubich aveva sperimentato qualcosa che le faceva dire: «Dio mi
ama immensamente». In questa frase si parla anche dell’“io”, però la frase
non comincia con l’“io”. Non dice neanche: «Io sono quella che è amata
da Dio», ma: «Dio mi ama immensamente». È come una corrente che mi
travolge e solamente in questa l’io mi perviene. Dall’inizio io sono colui che
con gratitudine riceve, sono colui che ascolta la chiamata che ha ricevu-
to. Dio mi ama immensamente. È così anche con i bambini. La loro prima
parola non è io, ma mamma e papà. Solo più tardi, attraverso l’amore dei
genitori imparano a dire “io”.

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sono chiamato, ho responsabilità

Mi si è chiarito subito che quell’amore personale di Dio impegna anche


il mio io. Sono chiamato, ho responsabilità. Tutto è posto sulla punta del
mio io. Sono chiamato a fare la volontà di Dio. Dio mi ama immensamen-
te – io sono pronto, io ci sono, io dico di sì. Dire di sì a questa chiamata,
quell’“eccomi”, è stato il passo decisivo e del tutto personale di Chiara Lu-
bich, ma è divenuto immediatamente un inevitabile invito per tanti a fare
lo stesso passo. Così al primo, «Dio mi ama», si aggiunge come secondo:
«Io sono pronto, eccomi».
Se voglio fare la sua volontà, non occorrono grandi elucubrazioni per
arrivare al terzo passo: il prossimo. Lui mi viene incontro con la stessa for-
za esigente di Dio che mi chiama. Perciò è impossibile vivere come se lui
non ci fosse. È stato creato da Dio, in lui Dio stesso mi viene incontro. Così
all’improvviso scopro nell’altro dei tratti miei – lui è come sono io – e addi-
rittura i tratti di Dio, i tratti di Gesù. Visto da questa angolazione il coman-
damento fondamentale «Ama il tuo prossimo come te stesso» è più di una
pretesa morale. È una conseguenza immediata del guardare l’altro: «Dio
ama anche te immensamente». Allora non si tratta di un semplice: faccio a
te come tu fai a me. È un passo decisivo in avanti: «Tu sei come Gesù, tu sei
Gesù, perché lui ti ha accolto». Per tante persone, dai primi tempi del Movi-
mento dei Focolari, sono stati decisivi proprio questi incontri ed esperienze
che facevano dire: «Ho scoperto Gesù nel fratello e nella sorella. Io vivo per
te affinché tu possa vivere. Tu sei Gesù».
C’è un altro passo ancora. Insieme siamo in questo spazio aperto che
Dio ci dona come nostra casa. Se viviamo così, amandoci reciprocamen-
te come lui ci ha amati, se questa reciprocità nasce da quest’amore, se ci
perdoniamo l’un l’altro, se sappiamo di dover essere uniti fra di noi, allora
scopriamo di essere accolti in questo spazio divino dell’unità e di essere
avvolti da lui. Percorrendo questa strada arrivo di nuovo lì dove sono giunto
con le mie riflessioni sulla Mariapoli del 1958: si tratta di un’unica dimora
nella quale viviamo insieme e che ha come centro il Risorto stesso. È la
volontà dichiarata, il testamento esplicito di Gesù che «tutti siano uno […]

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affinché il mondo creda» (Gv 17, 21). Ed è la sua promessa: «Dove due o tre
sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

il crocifisso come l’icona di dio

Dopo quello che ho detto finora, uno potrebbe sollevare un’obiezione:


nell’esperienza di Dio come la fa Chiara è tutto facile, senza crisi e senza
problemi? Senza voler togliere qualcosa dal fascino della loro scoperta,
devo parlare adesso di una realtà che in un certo qual modo per Chiara è
l’altra faccia dell’amore senza fondo e senza limite di Dio: Gesù che nell’ab-
bandono del Padre muore in croce. Qui si trova la chiave che porta al centro
della sua spiritualità. Anzi, bisogna dire che la storia del Movimento dei
Focolari non è nient’altro che la storia di una sempre rinnovata scoperta e
di una penetrazione sempre più profonda di questo mistero, che si addensa
nel concetto di “Gesù abbandonato”.
Già nelle prime settimane della nuova vita Gesù abbandonato si rivelò
a Chiara e alle sue prime compagne come mistero inspiegabile da cui tutto
dipende. La certezza che «Dio mi ama immensamente» le spingeva alla
domanda: dove si è rivelato questo amore nel modo più radicale? La rispo-
sta giunse quasi per un caso. Un sacerdote che portava la comunione ad
una focolarina ammalata chiese loro: «Dove ha sofferto di più Gesù?». La
loro risposta: «Forse sul Monte degli Ulivi, quando non poteva e non voleva
più, ma ciò nonostante doveva dire il suo sì». Il sacerdote però replicò de-
cisamente: «No, fu quando sperimentò l’abbandono dal Padre e gridò: “Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)». Lì capirono: qui e
in nessun altro momento Gesù ci ha amato di più.

il dio del tutto nuovo

Come teologo uno potrebbe chiedere: «È questo veramente il culmine


della passione di Gesù?». Ho riflettuto spesso su questa domanda con il risul-
tato di rispondervi con un sì appassionato. Voglio solo accennare al perché.

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È questa la novità per eccellenza dell’esperienza di Dio di Chiara: in Gesù


Dio è andato proprio lì dove Dio non c’è più; in Gesù Dio fa sua l’assenza
di Dio fra gli uomini; il suo amore va fino al punto che – per parlare con
san Paolo – si fa “maledizione” e “peccato” per noi (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21). È
infatti impensabile una pazzia d’amore più grande di quella di condividere
e sperimentare la lontananza di Dio per amore di coloro che gli sono lon-
tani – fosse anche per colpa loro. Questo supera di gran lunga una teologia
che tratta solo di verità e di comandi, anche se non voglio togliere niente
a questa. Qui però c’è qualcosa di diverso: è il Dio del tutto nuovo. Di con-
seguenza dopo questa scoperta, per Chiara e i suoi non c’è niente di più
importante della continua ricerca di questo volto pieno di dolore.
Ogni dolore in noi e fuori di noi, ogni buio di Dio in noi e fuori di noi, ogni
incomprensione di Dio, ogni sentirsi estraneo nei confronti di questo Dio è
perciò un incontro con colui che, nel suo abbandono, ci ha accolti completa-
mente. Se aderiamo a questo con tutta la nostra vita, allora facciamo l’espe-
rienza di Dio più alta ed abissale. Non può essercene una superiore. Questa
non è una riflessione. Questo lo sperimento soltanto se mi lascio trascinare
continuamente in questa realtà. Così scopro il Deus semper maior, il Dio che è
sempre più grande. Soltanto se sperimento e riconosco Gesù nel suo abban-
dono di Dio, anch’io posso abbandonarmi radicalmente a questo Dio e divi-
dere il suo affetto per gli uomini e per il mondo. Se ripeto in questo abisso di
abbandono di Dio l’“Abbà, Padre”, allora sono giunto alla realtà ultima. Se mi
metto in questa assenza di Dio, se la sopporto senza nessuna protezione, se
mi abbandono completamente a Dio, allora il regno di Dio c’è. Saremo quelli
che contemporaneamente sono immersi nell’abisso di Dio e degli uomini e
nella beatitudine di Dio e degli uomini, quelli che con Gesù possono dire ad
ogni uomo: «Sto dalla tua parte e porto il tuo peso».
Questa scoperta di Chiara Lubich la vedo come un dono non solo per
tutti coloro che vogliono vivere da cristiani, ma anche per la teologia. L’u-
nità di tutti i fedeli, come viene espressa nei discorsi d’addio giovannei, e
che in certo qual modo è il riassunto di tutto ciò che Dio vuole da noi, non
ha raggiunto – per quanto io ne sappia – da nessuna parte una radicalità
e una profondità come in Chiara. Ma quest’unità contiene in sé sia la vita
della Trinità, sia l’abbandono di Dio sofferto da Gesù. Con ciò si è spalan-

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La nostra dimora: il Dio trinitario

cato un orizzonte che non conoscevamo neanche nella teologia, sebbene


certamente ci fossero anche prima teologi che hanno riflettuto su l’uno o
l’altro aspetto.
È questa la cosa interessante: Chiara Lubich ci ha presi in una scuola di
vita; questa scuola di vita però è nello stesso tempo anche una scuola per la
teologia. Il risultato non è un miglioramento della teologia, ma una teologia
vissuta che viene dall’origine della rivelazione.

1
Cf. l’importante raccolta a cura di Valentina Gaudiano: K. Hemmerle, Un pen-
sare ri-conoscente. Scritti sulla relazione tra filosofia e teologia, testo tedesco a fron-
te, Città Nuova, Roma 2018; cf. anche K. Hemmerle, Profilo della Chiesa di domani.
Prospettive fondamentali per l'autocomprensione della Chiesa nel contesto odierno, in
«Ekklesía», 1 (2018/1) n. 1, pp. 18-24.
2
Questo il nome delle convivenze estive di cui qui si parla.
3
Il testo ha avuto due successive edizioni in italiano: Tesi di ontologia trinitaria.
Per un rinnovamento della filosofia cristiana (trad. it. di O.M. Nobile Ventura), Città
Nuova, Roma 1986, e Tesi di ontologia trinitaria. Per un rinnovamento del pensiero cri-
stiano (trad. it. di T. Franzosi), Città Nuova, Roma 1996.
4
Cf. intervista a C. Lubich, in W. Hagemann, Klaus Hemmerle. Innamorato della
Parola di Dio, Città Nuova, Roma 2013, pp. 375-376.
5
Cf. in particolare il saggio L’Uno distinguente. Annotazioni sulla comprensione
cristiana dell’unità, in K. Hemmerle, Un pensare ri-conoscente, cit., pp. 490-528; e la
pubblicazione postuma di una serie di conversazioni tenute nell’autunno 1991 a Sankt
Georgen in Austria: Partire dall’unità. La Trinità come stile di vita e forma di pensiero, a
cura di P. Blättler (trad. it. e prefazione di V. De Marco), Città Nuova, Roma 1998.
6
Pubblicato in traduzione italiana su «Nuova Umanità», 97 (1995/1), pp. 11-20.

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Esperienza e teologia
dell’unità

Marisa
introduzione di anna pelli*
Cerini
(1924-1998) «Tutte le volte che Chiara, dal 1949 in poi, ci ha
teologa. membro aperto qualche squarcio del Paradiso, era, per me, come
del centro entrare in un’altra dimensione, quella vera, in cui avrei
interdisciplinare di voluto rimanere sempre. E quell’innesto di divino, di luce
studi scuola abbà.
docente di teologia e di vita soprannaturale, mi metteva in moto le migliori
ed ecumenismo energie dell’essere».
presso l’istituto Inizia così il racconto di Marisa Cerini sull’esperienza
superiore di scienze da lei vissuta nella Scuola Abbà, che di seguito riportia-
religiose e sociali mo. Un racconto in cui non teme di mettere a nudo quella
mystici corporis di
loppiano (figline metánoia radicale che il contatto con il divino provoca,
- incisa in val investendo di luce trasformante non solo il pensiero ma
d’arno, firenze). tutto l’essere, al punto da raggiungere – come lei stessa
membro del attesta – «un nuovo modo di comprendere: non con la
consiglio generale mente soltanto, ma con tutto l’essere».
dell’opera di maria
per l’aspetto Non è azzardato pensare che Marisa sia stata condot-
sapienza e studio. ta a questa esperienza così totalizzante dai lunghi anni di
esercizio intellettuale a servizio del carisma deposto dallo
*Anna Pelli Spirito Santo in Chiara Lubich e dal quale si era lasciata
Già membro del centro forgiare con quella docilità che è apertura e mitezza, ac-
interdisciplinare di
studi Scuola Abbà
coglienza e dono di sé.
e docente presso Pertanto, al fine di introdurci nel testo di Marisa qui
l’Istituto Universitario di seguito proposto, giova richiamare alcuni punti salienti
Sophia di Loppiano
(Figline - Incisa in
della sua biografia intellettuale che presenta, al contem-
Val d’Arno, Firenze). po, i tratti di una biografia dello spirito1 .

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Esperienza e teologia dell’unità

Fin dagli anni ’70, Marisa, letterata e teologa, collabora, con un gruppo di
studiosi, a lavori di ricerca richiesti da Chiara, desiderosa di trovare una confer-
ma dottrinale a quanto il carisma le andava svelando: squarci di verità, con il
sapore del nuovo non ancora del tutto sondato.
Il campo che Marisa esplora è soprattutto quello dei Padri della Chiesa
d’Oriente, nel cui pensiero rintraccia consonanze e affinità con i punti-cardi-
ne della spiritualità germinata dal carisma, mentre, al tempo stesso, riconosce
in essa un progresso nella comprensione della verità. «Quindi, continuità della
ricca dottrina di Chiara con tutta la tradizione e la vita della Chiesa, e novità se-
condo il carisma dell’unità da lei ricevuto per la Chiesa e per l’umanità di oggi»2 .
«Di questa dottrina – attesta altrove in maniera inequivocabile – io, noi,
semplicemente beneficiamo. Ad essa, al massimo, aggiungiamo la verifica e la
gioia della nostra esperienza»3 .
Seguono anni fecondi in cui Marisa produce studi pregevoli sul mistero di
Dio nelle Chiese d’Oriente, sull’antropologia, sull’escatologia.
Di rilievo anche la sua partecipazione a convegni sulla mistica, sulla cristo-
logia patristica e sulla questione dell’ateismo contemporaneo4 , che le consen-
tono di entrare in contatto con personalità eminenti, come il teologo Hans Urs
von Balthasar, che incontra a Roma in occasione di un simposio sulla mistica di
Adrienne von Speyr. Instaura con lui un dialogo breve, ma di estremo interesse,
sul profilo mariano della Chiesa, dal quale attinge significative conferme alla
prospettiva mariologica di Chiara.
Nel dicembre del 1990 inizia a prendere forma la Scuola Abbà. Marisa è fra
i primi teologi che, personalmente chiamati da Chiara, la costituiscono con lei
nel suo nucleo fondante.
Marisa vi entra innestandosi in quel patto, conosciuto come «il taglio delle
proprie radici culturali», che ne costituisce la condizione di accesso e il cui si-
gnificato è così da lei spiegato: si tratta di «posporre, tutti e ciascuno, anche la
propria formazione culturale, ricevuta in differenti “scuole”, per saper accoglie-
re totalmente l’uno il pensiero dell’altro, per amore, per comprendere ognuno
totalmente l’altro. Solo così ci può essere quell’unità che ci fa essere Gesù anche
in questo campo e che permette di esprimere la teologia di Gesù, la filosofia di
Gesù, la sociologia, l’economia di Gesù: di Gesù in mezzo a noi»5 .

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Si comprende allora perché Marisa ha potuto affermare che, ad un certo


punto, la Scuola Abbà le è parsa «non solo una Scuola di luce tersissima, ma an-
che una Scuola di santità: una santità che coincideva con quella luce, con quella
verità, e la verità è l’unità, e l’unità è la vita del Paradiso, la vita che Gesù Abban-
donato ha immesso nell’umanità»6 .
Sono tratti che rivelano una partecipazione singolare a quel cenacolo di luce
e di vita, nella quale ci è dato riconoscere – e pensiamo di non essere lontani dal
vero – connotati mistici.
Avverte – sono parole sue – di partecipare a quella «pura rivelazione», a
quel «culmine di esperienza immediata di Dio» vissuta da Chiara nel ’49, dove si
congiungono Cielo e terra, storia e metastoria per la presenza dell’éschaton po-
tentemente sperimentato. Vede «cose e parole di Dio come dilatate». Assapora,
essendo lì «dove tutto già è», «l’integrità stessa del Paradiso»7.
Forse è da rintracciare qui anche la ragione più intima della nitidezza incon-
taminata del suo pensiero e della sua scrittura, tanto da poter attribuire al suo
linguaggio ciò che lei riconosceva come proprio del linguaggio del Paradiso: il
suo essere “plasmato dal contenuto”. Un linguaggio, dunque, “sostanziale”, che,
pur veicolando un contenuto alto e talvolta ineffabile, assume una forma chiara,
accessibile; si fa trascrizione di un’armonia interiore.
Allo studio degli scritti del ’49 Marisa dedica gli ultimi anni della sua vita,
lasciando – come dirà Chiara – un “lavoro preziosissimo”, che si snoda lungo
due direttrici.
Innanzitutto la compilazione e la redazione di quegli scritti, cui appone, ce-
sellandole, note prodotte da Chiara e dagli altri componenti della Scuola Abbà,
atte a corredarli, illustrarli, dischiuderli.
Lo fa con rigore metodologico e scavo dottrinale, percorso dalla sana inquie-
tudine di non averlo mai compiutamente sondato, come quella di chi tende alla
misura alta della Sapienza.
Con lo stesso impegno, mai privo dello stupore che sgorga dall’animo di chi
contempla, si dedica inoltre alla enucleazione della dottrina mariologica con-
tenuta in quegli scritti. Ne sono un frutto eloquente i due articoli pubblicati in
questa Rivista8 .

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Esperienza e teologia dell’unità

Marisa è nel pieno di questa inesausta donazione di forze, di cuore e di men-


te quando giunge per lei l’ora di entrare definitivamente in quel Paradiso che era
stato «il suo sogno, il suo profondo studio, la sua visione, la sua passione».
Traggo l’espressione dal messaggio che Chiara indirizza a tutto il Movimen-
to per annunciare la partenza di Marisa per il Cielo, avvenuta il 17 novembre
1998. La consegna così all’Opera come «indiscussa protettrice della Scuola
Abbà, ma anche di ogni sua scuola».
Intanto, nell’ottobre del 1991, Marisa aveva dato alle stampe il suo studio su
Dio Amore volto ad approfondire questa fondamentale verità della fede cristia-
na, riletta alla luce dell’esperienza e del pensiero di Chiara9.
Il volume, tradotto in varie lingue, recensito in importanti riviste italiane ed
estere, suscita un’eco positiva anche nell’ambito accademico francese.
Da qui l’invito rivoltole dall’Institut Catholique con sede a Parigi, ove si reca nel
marzo del 1994, redigendo, per l’occasione, il testo che qui riportiamo. Sebbene det-
tato da tale circostanza, il contesto da cui nasce è comunque quello della Scuola
Abbà. Marisa vi accenna con discrezione, ma, di fatto, è la realtà lì vissuta, con i gua-
dagni teoretici conseguiti, che vi si coglie in controluce, come la trama che lo innerva.
Si tratta di un testo breve, ma ricco di contenuti che si condensano nei tre
termini che ne compongono il titolo: spiritualità dell’unità, esperienza, teo-
logia; un testo denso di suggestioni che l’Autrice dispiega e approfondisce nel
dialogo seguito all’esposizione, qui riportato parzialmente.
Vi emerge il ruolo dottrinale che Hans Urs von Balthasar attribuiva ai grandi
carismi, «in cui intelligenza, amore e imitazione sono inseparabili», al punto da
far riconoscere «che lo Spirito spiegatore è a un tempo divina sapienza e divino
amore, e in nessun caso pura teoria, ma sempre anche prassi vivente»10 .
Marisa ne dà prova già nell’iniziale illustrazione della genesi, dei contenuti,
della connotazione specifica della spiritualità dell’unità; una illustrazione che,
abbandonando la veste di una esposizione oggettiva, assume il carattere di una
narrazione autobiografica, di cui è segno il ricorrente passaggio del soggetto
dalla terza alla prima persona plurale.
Vengono quindi messi a fuoco gli altri due termini: esperienza e teologia; un
binomio che Marisa esplora nel reciproco rimando tra i due termini, nel loro in-
tessersi profondo, tanto da mostrare che, più che di binomio, di endiadi si tratta:
humus fecondo che dona robustezza alla vita, e al pensiero visione e profezia.

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Esperienza, dunque, come locus theologicus essenziale; teologia come pe-


netrazione vitale del mistero cristiano, a partire dal suo fondamento e centro: il
mistero di Dio uni-trino.
Ed è proprio a tale mistero, colto nella luce di Gesù abbandonato, che Marisa
dedica la parte conclusiva del testo offerto qui ai lettori: un saggio magistrale,
ove mistica e teologia si compenetrano, illuminandosi e vivificandosi a vicenda.
Tornano alla mente le parole del teologo ortodosso Evdokimov, nelle quali
ci è dato ravvisare il senso profondo, la sostanza viva dell’apporto dottrinale di
Marisa: «La teologia è mistica e la vita mistica è teologica, anzi è il culmine della
teologia, teologia per eccellenza, contemplazione della Trinità»11 .

Signore, signori, professori, studenti, carissimi amici,


l’argomento, che mi è stato chiesto di trattare, esigerebbe tanto tempo.
Ho pensato perciò di presentare alcuni punti, che mi sembrano fondamen-
tali per inquadrare questo discorso, e di approfondirne poi qualche aspetto,
rispondendo ad alcune domande che mi sono state poste in precedenza.
Come è noto, ogni spiritualità è un modo di vivere il vangelo, è “il vange-
lo”, lo abbraccia tutto, ma da una angolazione.
Anche la spiritualità che si è definita dell’unità è tutto il vangelo, ma vi-
sto dall’unità che Gesù ha chiesto al Padre per noi nella preghiera riportata
nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni.
Espongo anzitutto qualcosa sull’esperienza di questa spiritualità propria
del Movimento dei Focolari.
Come riporto nel mio studio su Dio Amore nell’esperienza e nel pensiero
di Chiara Lubich12, punto di partenza di questa spiritualità è stato quando a
Chiara – dopo la decisione presa da lei e dalle sue compagne di avere Dio
come ideale, come il perché della propria vita – egli si è manifestato per ciò
che veramente è: amore.
È stata una folgorazione che ha dato una comprensione mai avuta fino
ad allora di questa verità. E tutta la propria vita – tutta la storia – ha acqui-
stato un significato nuovissimo: Dio è Padre. Noi tutti siamo figli. Quanto
accade è voluto o permesso dal suo amore.

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Esperienza e teologia dell’unità

La risposta immediata è stata una fede incrollabile in questo amore.


E la fede è, oltre che accoglienza e professione della verità che si rive-
la, altresì assenso libero e totale della mente e adesione di tutto il proprio
essere ad essa.
Perciò tale risposta si è concretizzata subito nel riamare Dio con tutto
il cuore, tutta la mente, tutte le forze, facendo tutta la sua volontà, spe-
cialmente quella che più ci sembrava gli stesse a cuore: amare tutti, amare
ogni prossimo, fino al nemico, amarci l’un l’altro come Gesù, il Figlio di Dio
incarnato, ci ha amato; quindi essere altri lui, altri Cristo nel Cristo, per tut-
ti, essere piccoli Dio-amore, in Dio Amore. Ché, se il suo essere è amore,
anche l’essere dell’uomo è amore. Se non è così, come dice Gregorio di Nis-
sa, un grande Padre della Chiesa, si sfigura l’immagine di Dio nell’uomo13.
Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa divenire Dio: è l’assioma di un
altro grande Padre, Atanasio, che è echeggiato poi nella Chiesa14.
L’amore reciproco vissuto sulla misura di quello di Gesù, l’essere costante-
mente pronti per amore a dare la vita l’uno per l’altro, ha portato nella vita di
Chiara e del Movimento dei Focolari nascente grandi effetti, tra i quali: un’e-
sperienza formidabile, quella della presenza di Cristo che egli ha promesso
nel vangelo a coloro che sono uniti nel suo nome (cf. Mt 18, 20), e i frutti di
questa presenza: la pace, la gioia, la luce. Era lui, inoltre, che testimoniava al
mondo se stesso e toccava i cuori. Da qui le conversioni, la comunione dei
beni, sull’esempio dei primi cristiani, le vocazioni di ogni genere, grazie su
grazie. Lo aveva detto: «Che siano uno, perché il mondo creda» (cf. Gv 17, 21).
Non era facile amare, amarci “come lui”. Ma il Signore ha fatto anche
scoprire il segreto, la chiave per vivere così. Sulla croce aveva provato come
uomo l’abbandono del Padre, a causa di quella lontananza dell’uomo da
Dio, provocata dal peccato, che egli aveva assunto su di sé per colmarla,
per risanare ogni divisione degli uomini da Dio e fra loro.
Chiara e le sue compagne hanno voluto amare Gesù così, nel suo ab-
bandono. Questa unione con lui ha dato loro la forza, la grazia per man-
tenere l’unione con Dio e la comunione fra loro, per ricomporla, se venuta
meno, e approfondirla.
Ma perché la spiritualità del Movimento si definisce “dell’unità”?

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Nei rifugi, durante la guerra, ancora giovanissime, Chiara e le sue com-


pagne hanno aperto e letto il vangelo là dove Gesù prega così il Padre:
«Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano an-
ch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).
Testo non facile. Ma ebbero l’intuizione d’essere chiamate a vivere per
quella pagina.
Tutto il vangelo ci aveva attratto. Mentre si cercava di vivere tutte le
sue parole, una dopo l’altra, il Signore ha sottolineato quelle che sarebbero
divenute i punti fondamentali di una nuova spiritualità nella Chiesa, una
spiritualità specificatamente comunitaria, cioè:
- la fede in Dio amore;
- la volontà di Dio;
- l’amore verso ogni prossimo;
- il comandamento nuovo;
- Gesù in mezzo a noi, uniti in lui;
- il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato;
- la Parola vissuta;
- l’unità;
- l’eucaristia, “vincolo di unità”;
- l’unità profonda con chi rappresenta Dio nella Chiesa, la gerarchia;
- Maria, tutta Parola di Dio, madre dell’unità;
- lo Spirito Santo, il Dio dell’unità.
L’unità è il nostro scopo; è lo scopo della vita, morte e risurrezione di
Gesù; è lo scopo della vita e missione della Chiesa. Per noi è anche inizio,
punto di partenza, e mezzo, stile di vita, perché tutto ciò che si fa sia fe-
condo per il regno di Dio e il bene degli uomini. Infatti, se operiamo uniti
in Gesù, nel suo amore, allora è lui che vive fra noi e in noi: è lui che opera
mediante noi.
In questi cinquant’anni di vita del Movimento, questa unità (e il modo
che lo Spirito Santo ci ha suggerito nell’attuarla tra tutti, giovani e adulti,
sposati e non, religiosi, sacerdoti ecc., in tutti gli ambienti del nostro vivere
e operare nella Chiesa e nel mondo) si è verificata per quella che è: il dono
di Dio agli uomini di tutti i secoli, la risposta alla domanda di unità che si
eleva in modo particolare dal mondo di oggi.

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Esperienza e teologia dell’unità

È impossibile dire le mille e mille esperienze. Qui basti richiamare come


quella unità, che noi pensavamo di vivere solo all’interno della nostra
Chiesa, si è dimostrata fecondissima nel dialogo ecumenico, nel dialogo
interreligioso, nel dialogo con coloro che non credono ma vogliono vivere
l’amore, il rispetto per l’uomo e costruire un mondo di giustizia e di pace.
E ora qualcosa sull’aspetto teologico della spiritualità dell’unità.
L’unità è anzitutto una vita, ma una vita che contiene una profonda dot-
trina, una molteplice dottrina, a partire ovviamente da quella teologica. È
quanto stiamo evidenziando ed elaborando in tutto ciò che Dio ha donato
a Chiara Lubich.
Avvertiamo che questo lavoro, iniziato soprattutto nell’ambito della
teologia – e poi estesosi anche in altri ambiti –, darà il suo giusto frutto se
sarà sempre immerso e condotto in un’autentica vita di unità.
Come ho scritto nel libro sopra citato15, gli elementi essenziali e gli svi-
luppi ulteriori della ricca dottrina di Chiara sull’unità e Trinità di Dio si sono
stagliati all’interno di una altrettanto ricca dottrina sull’unità fra gli uomini,
che è emersa per un carisma – il carisma, appunto, dell’unità –, e di una
intensa vita di unità fra Chiara e le sue compagne: una unità tutta fondata
sul Cristo, sulla sua Parola vissuta, e plasmata sulla vita della Trinità, che
vivificava e svelava sempre di più quella già partecipataci nel battesimo e
alimentata dalla grazia.
È quanto ha anche evidenziato il teologo Mühlen, scrivendo: nella no-
stra epoca «l’accesso al mistero della santissima Trinità non è più uno
sforzo puramente speculativo, ma è il tentativo concreto di adeguarsi pie-
namente, nella fede, alla misteriosa realtà che ha luogo tra noi e in noi», e
aggiunge che, ovviamente, «ciò che si compie tra noi e in noi è più di quello
che possiamo sperimentare»16.
Così noi. Prima di elaborare la dottrina contenuta in questa luce, dob-
biamo essere discepoli fedeli, che la mettono in pratica e sono da essa
evangelizzati, dobbiamo divenire «segni visibili di questa unità»17.
Vale perciò per tutte le nostre scuole, in tutta la nostra attività di ri-
flessione filosofica, teologica, ecumenica, sociologica ecc., quella che per
il Movimento è la premessa fondamentale: «la mutua e continua carità,
che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività»18.

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Se Gesù è fra noi, egli che è la verità incarnata, ne è anche il più legittimo
e il più grande maestro, l’unico maestro della sua verità. Con lui fra noi
possiamo dire ciò che ha scritto Paolo: «Noi abbiamo la mente – la noûs – di
Cristo» (1 Cor 2, 16).
E Cristo è luce per ogni uomo.
Se non è così, se non c’è l’amore reciproco tra noi e la sua presenza fra
noi, è notte.
E per averlo fra noi è facile – anche i bambini sanno farlo –: basta amare
sempre per primi, come lui: essere sempre dono di sé.
La luce del Cristo fra noi ci ha richiamato l’episodio di Emmaus (cf. Lc
24, 13-35).
Ha aperto la nostra mente. Ci ha illuminato le immense ricchezze del
patrimonio di verità riposto nelle miniere della Chiesa. Il pensiero dei Padri,
le testimonianze dei santi, dei mistici, l’insegnamento dei concili, l’appro-
fondimento dei teologi di tutti i tempi ci sono divenuti fonti vive e familiari
di altrettanta luce.
È lui che ci ha fatto anche intravvedere i nuovi immensi orizzonti che il
carisma elargito dallo Spirito a Chiara Lubich apre e aprirà sul piano della
dottrina, oltreché della vita della Chiesa e per l’umanità.
Infatti ogni grande figura della Chiesa ha portato non solo una nuova
spiritualità, ma anche una nuova teologia.
È lo Spirito che suscita queste figure per guidare la Chiesa verso la pie-
nezza della verità e, allo stesso tempo, secondo le necessità e la maturità
dei tempi.
Così il Movimento, che porta una spiritualità dell’unità, non può non
portare una teologia dell’unità.
Quale sarà allora il ruolo di questa teologia e della sua scuola?
Forse può essere anche quello di offrire alle varie teologie e alle loro
scuole teologiche il suo contributo perché arrivino all’unità, dato che tutte
sono fatte per attuare l’unità, in cui è la sintesi di tutti i desideri di Gesù, di
tutti i suoi precetti, come affermava Paolo VI19.
Inoltre, poiché l’unità vissuta fa sì che Gesù sia in mezzo a noi, essendo
egli la verità, la sua presenza aiuterà a tenere aperta la dottrina dell’unità
sulle verità della fede che sono state più sottolineate nelle altre Chiese cri-

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Esperienza e teologia dell’unità

stiane, sulle parziali verità – “i semi del Verbo” – presenti nelle altre religio-
ni e anche su quelle verità evidenziate da menti grandi e pure di persone
che si ritengono non credenti.
Cioè Gesù in mezzo ci aiuterà – lui che è verità – a considerare e a met-
tere in luce tutto ciò che di vero e di bello esiste perché, se è vero, è da Dio.
Per questo il carisma dell’unità – una unità aperta, universale – permet-
terà di fare sempre di più per il dialogo universale e fruttuoso con tutti gli
uomini.
C’è un altro aspetto.
In questo dialogo universale, mentre emerge la verità che è stata colta
da tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le fedi, emerge anche il “nuovo”
che c’è in questa spiritualità dell’unità e nella sua dottrina. Intendo dire la
visione dell’essere come amore, per cui Dio, che è amore, è uno e trino e
partecipa questa sua realtà unitrinitaria a tutto il creato; emerge cioè quella
ontologia trinitaria che è specifica di un pensiero che scaturisce dall’unità.
Filosofi e teologi – Maritain, Przywara, Rahner, Kasper – hanno a loro
tempo auspicato e atteso questa ontologia, questa rifondazione della com-
prensione dell’essere: l’essere di Dio e l’essere dell’intera realtà creata.
Queste sono alcune prospettive che noi speriamo di non deludere, ma
di offrire, facendo tutta la nostra parte, perché tutto ciò possa guidare gli
uomini a Dio, che è carità – è amore – ed è verità.

in dialogo

Mi sembra che il carisma dell’unità introduca un nuovo rapporto tra espe-


rienza e riflessione teologica, tra spiritualità e teologia. È così?

Direi che, fin dall’apparire di questo carisma, si constata, grazie ad esso,


la presenza e il reciproco arricchimento tra esperienza di vita e conoscenza
intellettuale, così come penso deve essere avvenuto anche all’apparire di
altri grandi carismi nella Chiesa. È sotto l’impulso di illuminazioni originarie
e talora folgoranti – come lo è stata, per Chiara, quella su Dio amore – che
nasce una vita nuova ed essa dà al pensiero nuove possibilità di penetrare

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nel mistero di Dio; il pensiero, così più impregnato della sua sapienza, illu-
mina e corrobora, a sua volta, la vita, la volontà, tutto l’essere, immergen-
dola sempre più nel mistero divino; dalla vita sempre più intensa scaturisce
sempre più abbondante luce; e così via.
È questo, del resto, il valore teologico dell’esperienza cristiana. Essa, se
è autentica – se avviene cioè nell’ambito della fede, quindi della Chiesa –,
è, come insegna il Vaticano II20 e affermano molti teologi contemporanei,
fonte di conoscenza teologica21. Una tale esperienza, infatti, fa percepire la
realtà divina – Dio, il Cristo, lo Spirito Santo, la Chiesa – come realtà concre-
ta, fa entrare in rapporto con essa e trarne gli atteggiamenti conseguenti
sul piano concreto della vita.
Questo profondo intessersi di dimensione esistenziale, di esperienza
di vita, e di dimensione conoscitiva è – così a me sembra – un contributo
specifico che il carisma dell’unità offre: un contributo tale da aprire alla
teologia e al vivere cristiano orizzonti luminosi e nuovi, finora solo parzial-
mente esplorati.

In un mondo in cui, anche nella scienza teologica, ci sono tante specializ-


zazioni, quale significato può avere una teologia dell’unità? Si può ritenere che
essa permette una riconciliazione tra campi diversi del pensiero?

Una teologia dell’unità ha come oggetto la realtà dell’unità compresa


alla luce di Dio. Prima di tutto occorre perciò approfondire l’unità in Dio, nel
Dio cristiano, che nel suo essere è uno e trino; quindi l’unità nella creazio-
ne, che riflette l’essere del suo creatore e, di fatto, ha in sé la dimensione
dell’unità nella distinzione e varietà delle creature. Questo vale soprattutto
per l’umanità, che è stata creata a immagine di Dio. Una teologia dell’unità
considera poi l’unità nella Chiesa, la cui prima nota caratteristica è appunto
l’unità; così pure la possibile unità fra le Chiese, fra le religioni, fra le cultu-
re, fra i popoli.
Ritengo infatti che alla radice di ogni problema, che si presenta nel
mondo, vi sia una difficoltà fondamentale: quella di comporre il rappor-
to nell’unità e nella distinzione fra coloro che costituiscono ogni piccola o
grande comunità.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Esperienza e teologia dell’unità

Guardando ora alle varie e numerose specializzazioni teologiche, pen-


so che una teologia dell’unità possa contribuire a che tali specializzazioni,
anziché isolarsi ciascuna nel proprio ambito, vivano in rapporto fra loro,
cosicché, pur continuando ciascuna il suo specifico cammino, abbiano
sempre l’unità fra loro: una unità che non sarà mai uniformità, anzi sarà di
reciproco arricchimento e occasione di crescita per ciascuna.
Una teologia dell’unità, quindi, può dare e dà un valido contributo a ri-
solvere i problemi derivanti da un non corretto pluralismo teologico.
Ovviamente una teologia dell’unità e l’unità fra le varie discipli-
ne e specializzazioni teologiche esigono anzitutto una vita di uni-
tà fra i teologi, quella vita di unità cui sono chiamati tutti i cristiani.
E l’unità in Cristo si attua nell’amore reciproco vissuto con la misura di lui
– «come io ho amato voi» (cf. Gv 15, 12-13) –, pronti cioè a dare la vita l’u-
no per l’altro. E ciò, nell’ambito del lavoro teologico, significa anche saper
spostare i propri punti di vista, le proprie radici culturali per un completo
ascolto reciproco. Allora Gesù sarà presente fra i teologi e di conseguenza
fra le loro specializzazioni.
So che è l’ambito più difficile. E potrebbe sembrare utopico, anche a
me, se non lo avessi sperimentato in alcune occasioni, come, ad esempio,
nell’esperienza tipica fatta nell’istituto Mystici Corporis di Loppiano, dove
per tredici anni ho insegnato due discipline: Teologia dogmatica ed Ecume-
nismo, e nell’esperienza ancor più impegnativa fatta nell’équipe incaricata
dell’approfondimento della dottrina contenuta nelle più elevate pagine di
Chiara.
Ho sperimentato che, morendo a noi stessi, nel dono reciproco dell’uno
all’altro, Gesù è presente in mezzo a noi: è veramente lui l’esegeta, il teo-
logo, l’unico maestro che ci fa penetrare in quella verità che è lui stesso.
Analogamente una vita e una teologia dell’unità possono anche contri-
buire a un rapporto costruttivo fra le varie posizioni di pensiero, fra i vari
campi del sapere.

La sofferenza, e in modo particolare quella dell’innocente, è uno scandalo per


l’uomo moderno. La risposta data da credenti che vi vedono una dimensione espia-
trice e redentrice non è accolta e spesso è vista come un dolorismo rassegnato.

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Nel suo libro apre vasti orizzonti. Al riguardo, lei riporta, in modo conciso e pre-
ciso, l’esperienza di Chiara Lubich vissuta nella dinamica dell’amore trinitario e
della croce, sottolineando un suo incontro con Dio amore nella sofferenza e, ad-
dirittura, il suo diventare Dio, l’amore, per partecipazione. Potrebbe sviluppare
di più questo punto?

La questione che la domanda solleva è forse quella che, nelle forme più
diverse, da sempre ha attraversato la condizione umana. Ed è questione
che, in modo tacito o sofferto, continua ad inquietare l’uomo del nostro
tempo.
Ci sembra che ci sia nel mistero di Dio amore un aspetto – vissuto dal
Dio fatto uomo – che la teologia da qualche decennio ha iniziato a esplorare
e al quale è particolarmente sensibile l’uomo contemporaneo, anche ateo.
Mi riferisco a quel vertice di rivelazione di Dio come amore che il Figlio di
Dio incarnato ha raggiunto in un inaudito culmine di dolore: il suo abban-
dono sulla croce, quando grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbando-
nato?» (Mc 15, 34).
È questo paradosso dell’amore che Chiara ha tanto penetrato, pene-
trando quel misterioso dolore di Gesù.
Ma perché Gesù ha sofferto l’abbandono? Perché, volendo colmare la
distanza infinita scavata dal peccato fra l’uomo e Dio, l’ha presa su di sé,
l’ha assunta come condizione sua propria. Si è quindi annientato, fino a
sentire di perdere il Padre e, insieme, il rapporto che a lui lo legava, lo Spi-
rito Santo. In questo suo farsi per noi peccato, dolore, in questo suo farsi
nulla, che è il suo supremo atto di amore, non solo ha riempito la distanza
fra noi e il Padre, ma lui stesso è diventato tutto amore, è diventato l’amore
anche nella sua umanità, quindi fonte dello Spirito d’amore per noi. Ma per-
ché Gesù ha potuto amarci di un tale amore infinito? Perché questo amore
assoluto, infinito, egli lo vive in quanto Figlio all’interno della Trinità.
È lì che il Figlio si dà tutto al Padre, il quale per primo gli dona se stesso,
e in ciò si direbbe che si svuota. Ora, il grido di abbandono sulla terra può
essere compreso come la traduzione nella condizione umana, quindi nel
dolore, di quello svuotamento, che è la misura dell’amore assoluto che il
Figlio ha all’interno della Trinità. Nella Trinità, però, non c’è dolore, perché

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Esperienza e teologia dell’unità

lo svuotarsi, l’annullarsi, che è implicito nell’amare totalmente, è subito


riempito dall’amore – per dirlo nei termini di un linguaggio analogico –,
è quindi pienezza, gioia perfetta.
Dunque, poiché il Figlio vive così all’interno della Trinità, egli ha potuto
amarci così sulla terra, con la stessa misura d’amore che è nella vita trinita-
ria. È in tal modo che il vertice del dolore si trasforma in rivelazione somma
dell’amore, di chi è Dio, l’amore.
Tanto profonde intuizioni di Chiara, che solo recentemente hanno tro-
vato un’eco nelle voci più alte della teologia contemporanea, e perfino in
documenti della Commissione teologica internazionale22, illuminano di una
luce nuova l’umana esperienza del dolore. È infatti guardando a Gesù ab-
bandonato che diveniamo capaci di valorizzare il nostro dolore personale,
di accettarlo, di viverlo, di unirlo al suo, sì da diventare con lui, venuto come
redentore del mondo, corredentori.
Ma vi è di più: è nell’amore a Gesù abbandonato che ci è data la via
per trovare Dio, l’amore, per unirci con lui, fino a diventare lui. Infatti, poi-
ché Gesù, il Figlio di Dio incarnato, si è annullato per amore ed è divenuto
– anche nella sua umanità – tutto amore, se noi, come lui, annulliamo noi
stessi per amore, allora egli può parteciparci la sua stessa vita, che è la vita
divina, che è l’amore, può darci di diventare Dio, l’amore.
Questo il significato profondissimo di una pagina di Chiara, su cui pog-
gia tutta la sua vita e con cui desidero concludere: «Gesù Abbandonato
abbracciato [...], voluto come unico tutto [...], consumato in uno con noi,
consumati in uno con Lui, fatti dolore con Lui Dolore: ecco tutto. Ecco come
si diventa Dio, l’Amore»23.

1
Per il profilo completo della sua figura di donna e focolarina, rimando al volu-
me di M.C. Atzori, Nel raggio dell’amore. La vita di Marisa Cerini, Città Nuova, Roma
2008, e all’articolo di A. Sgariglia, L’appassionava la Sapienza, in «Città Nuova», 21
(2008), pp. 41-43.
2
In M.C. Atzori, Nel raggio dell’amore, cit., pp. 166-167.
3
In ibid., p. 162.

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marisa cerini

4
È possibile reperire una bibliografia completa di Marisa a chiusura del suo
articolo su Aspetti della mariologia nella luce dell’insegnamento di Chiara Lubich, in
«Nuova Umanità», 121 (1999/1), pp. 27-28.
5
In M.C. Atzori, Nel raggio dell’amore, cit., p. 194.
6
In ibid., p. 200.
7
In ibid., pp. 197-198.
8
M. Cerini, La realtà di Maria in Chiara Lubich. Prime fondamentali intuizioni e nuo-
ve prospettive per la mariologia, in «Nuova Umanità», 110 (1997/2), pp. 231-242; Id.,
Aspetti della mariologia nella luce dell’insegnamento di Chiara Lubich, cit., pp. 19-28.
9
Id., Dio Amore nell’esperienza e nel pensiero di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma
1991.
10
H.U. von Balthasar, Teologica, III, Jaca Book, Milano 1992, p. 22.
11
P.N. Evdokimov, L’amore folle di Dio, Edizioni Paoline, Roma 1981, p. 43.
12
M. Cerini, Dio Amore nell’esperienza e nel pensiero di Chiara Lubich, cit.
13
Gregorio di Nissa, De hom. op. 5: PG 44, 137: «Dio è inoltre amore e fonte di
amore […]. Il creatore ha impresso in noi anche questo carattere. “Da questo tutti
sapranno se siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).
Dunque, se questo non c’è, tutta l’immagine viene sfigurata».
14
Atanasio, Ad Adelph. 4: PG 26, 1077: «[Dio] è divenuto uomo per deificare noi
in Lui».
15
Cf. M. Cerini, Dio Amore nell’esperienza e nel pensiero di Chiara Lubich, cit., pp.
56-58.
16
H. Mühlen, Una mystica persona, Città Nuova, Roma 1968, pp. 480-481.
17
Cf. Gaudium et spes, 21.
18
Statuti generali dell’Opera di Maria. Premessa.
19
Cf. Paolo VI, La via maestra verso l’ecumenismo, in Insegnamenti di Paolo VI, XI,
1974, p. 56; Id., Omelia, alla chiusura dell’ottavario di preghiere per l’unione dei cri-
stiani, Roma, 25 gennaio 1973, in ibid., p. 84.
20
Cf. Dei Verbum, 8.
21
Cf. Commissione teologica internazionale, L’interpretazione dei dogmi, C III 2:
EV 11, 2791-2792. Fra i teologi contemporanei basti ricordare M. Schneider e M.D.
Chenu. Dal canto suo, Anselmo d’Aosta aveva già affermato: «Chi non crede non
comprende, perché chi non crede non sperimenta e chi non sperimenta non cono-
sce» (De incarnatione Verbi, 1).
22
Cf. Commissione teologica internazionale, Teologia - Cristologia - Antropologia,
I C 3: EV 8, 427.
23
C. Lubich, L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 83.

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dallo scaffale di città nuova

Sposi amanti
otto percorsi per ri-innamorarsi
di Carlo Rocchetta

Per riscoprire la bellezza e la ricchezza


della vita matrimoniale.

La frase di molti sposi in crisi è sempre la stessa: «Ti voglio


bene, ma non ti amo!». È sotto gli occhi di tutti come un sem-
pre maggior numero di coppie giunga a esiti di questo ge-
nere. La sfida che il volume affronta consiste nel mostrare
come sia possibile ri-innamorarsi, come ciò non sia l’illusio-
ne di un sognatore romantico o di gente sprovveduta, ma una
via offerta a tutti; basta solo che ci si renda disponibili e si
metta in atto il cammino richiesto. Gli otto percorsi proposti
si pongono in questo preciso orizzonte: sono vie di rinascita
isbn e di riscoperta del mistero delle nozze. I coniugi non si “spo-
97888311125772 sano” solo una volta, ma a ogni stagione della loro vita. La
pagine grazia stessa del sacramento vive negli sposi perché essi sia-
220 no in grado di ri-innamorarsi tutti i giorni della loro vita. Una
sfida, questa, che sono chiamati ad affrontare fin dal gior-
prezzo no in cui, mano nella mano, sono usciti dalla chiesa e hanno
euro 17,00 inaugurato il loro itinerario nuziale.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

Mistica e cultura

introduzione di antonio coccoluto*


Giuseppe
Maria Giuseppe Maria Zanghí può essere considerato, a buon
diritto, uno dei collaboratori più stretti di Chiara Lubich poi-
Zanghí ché per decenni, fin quasi dall’inizio del Movimento dei Fo-
(1929-2015) colari, l’ha affiancata in molti campi di azione – assumendo
filosofo. è stato vari incarichi di grande responsabilità –, ma soprattutto
il primo direttore perché ha dedicato quasi tutta la sua vita e messo tutto il
della rivista suo impegno e i suoi innumerevoli talenti intellettuali – in-
nuova umanità e, sieme a Pasquale Foresi e altri protagonisti della prima ora
insieme a chiara
lubich, tra i del Movimento – al servizio di quel particolare e delicatissi-
membri fondatori mo compito che era l’enucleazione e il primo sviluppo della
del centro dimensione sapienziale e culturale del carisma da Dio dato
interdisciplinare a Chiara e al Movimento dei Focolari, con tutte le sue impli-
di studi cazioni e le sue molteplici espressioni.
scuola abbà.
responsabile per Quel carisma che lo aveva folgorato da giovane – all’i-
diversi anni della nizio degli anni ’50 – e che lui, fin da allora, aveva colto non
sezione giovanile solo e non tanto nella sua veste spirituale e religiosa, quan-
del movimento to soprattutto nelle potenzialità enormi e dagli orizzonti
dei focolari, impensati che la luce mistica che esso conteneva e irradia-
dell’aspetto
culturale e va avrebbe potuto esprimere in campo intellettuale, storico
del dialogo e culturale1 .
interreligioso. Ciò è avvenuto soprattutto nell’ambito della formazio-
ne dei membri del Movimento, a cominciare dagli anni ’60
*Antonio Coccoluto come responsabile della prima scuola di formazione dei
Collaboratore focolarini, e poi negli anni ’70, in cui è stato il responsabi-
del Centro Studi
del Movimento le mondiale del Movimento gen (seconda generazione dei
dei Focolari. Focolari). Poi, per circa trent’anni, nella fondazione e nella

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

direzione di questa Rivista e infine nell’essere stato a strettissimo contatto con


Chiara nella conduzione della Scuola Abbà2 , fin dal suo inizio nei primi anni ’90.
La sua articolata esperienza giovanile di ricerca, che lo aveva portato ad ab-
bandonare il cristianesimo e ad addentrarsi nel mondo misterioso del pensiero
esoterico e fascinoso delle religioni orientali, e la sua personalità così poliedrica
e ricca gli hanno permesso per tutta la vita di restare fedele in maniera originale
– non senza, ovviamente, grandi battaglie intellettuali e lotte interiori – a quel
carisma che lo aveva conquistato da giovane, e in questo – come autorevolmen-
te sottolineato nella messa del suo funerale da Piero Coda – egli «è stato l’eco
fedele, libera e creativa – per tutti noi –, in cui il carisma di Chiara s’è rivelato
principio d’un pensare nuovo: il “pensiero di Cristo” di cui scrive l’apostolo Paolo
(cf. 1 Cor 2, 16), “nuovo” perché tutto transustanziato nella logica dell’amore».
Egli è stato anche uno dei protagonisti principali con Chiara di tutto il lavoro
di studio sui testi dell’esperienza mistica del 1949, ancor prima della nascita
della Scuola Abbà3 , anche perché è stato uno dei pochi che ha avuto accesso a
quegli scritti in tempi in cui erano rigorosamente inaccessibili, per ovvi motivi di
prudenza. In modo sapiente e strategico se ne è servito magistralmente – duran-
te il periodo di responsabilità del Movimento gen – soprattutto con noi giovani
degli anni ’70, forgiandoci in una esperienza esistenziale e intellettuale che resta
– per tutti, nonostante le differenti successive scelte personali – incancellabile.
Ma soprattutto è stato uno dei primi interpreti di quella esperienza perché
tutto quanto ha fatto, detto e scritto aveva come riferimento di fondo quella
realtà che lui stesso lentamente andava elaborando anche intellettualmente,
come emerge dal suo ultimo lavoro4 che può essere riconosciuto, a ragione, un
primo tentativo di interpretazione globale dell’esperienza mistica di Chiara del ’49,
sebbene lui stesso dica ai lettori: «Le mie riflessioni non sono uno studio sul ’49,
ma riflessioni su suggestioni culturali che Chiara, mi sembra, vada aprendo»5 .
Tale lavoro può essere davvero ritenuto con certezza il suo testamento: quel-
lo della sua vita, caratterizzata dalla libera, fedele e creativa sequela di Gesù
nella scia di Chiara e, al suo interno, quello della sua appassionata, instancabile,
originale e mai esaurita ricerca della verità.
Il testo nasce dalla sua «lunga esperienza accanto a Chiara nell’Opera
di Maria e nella Scuola Abbà: quella Scuola che Chiara ha voluto come luo-
go interdisciplinare per fare emergere le novità culturali del suo carisma»6 .

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Pertanto, nonostante egli abbia scritto e soprattutto conversato molto sull’espe-


rienza del ’49, ci sembra che il suo miglior contributo a questo numero monogra-
fico sia proprio un’ampia sintesi del primo capitolo7 di tale lavoro.
Infatti tale capitolo costituisce una chiave fondamentale di lettura di tutto il
carisma donato a Chiara perché – come egli stesso aveva sottolineato con forza
nel suo intervento all’ultima Assemblea del Movimento dei Focolari8 in modo
molto più semplice e colloquiale – esso è tutto dedicato a una questione di fon-
damentale importanza: provare a capire “chi è Chiara” per poter partecipare
pienamente al carisma.
Solo così è possibile procedere, in seguito, nei capitoli successivi ad affronta-
re le altre questioni per lui fondamentali, tutte indirizzate a evidenziare la porta-
ta reale, storica e culturale, non solo spirituale e mistica, dell’esperienza del ’49.
Da queste pagine emerge, con forza, con lucidità e con intensità, l’appassionata
ricerca e riflessione di tutta la sua vita: il tentativo arduo ma affascinante di
mediare culturalmente il carisma di Chiara Lubich.

Il riferimento costante, di ogni pagina, di ogni rigo – esplicito o implicito –,


è al carisma di Chiara [Lubich] incarnato nell’Opera di Maria. E, in modo del
tutto particolare, all’esperienza mistica del 1949 (che noi, nel Movimento
dei Focolari, chiamiamo Paradiso del ’49). Esperienza conservata in quegli
scritti nei quali, sotto la forza della luce divina, Chiara andava annotando
quanto era chiamata a vivere in quell’estate voluta da Dio – spesso come
lettere a Igino Giordani (Foco, nell’Opera) dalla comunione con il quale era
nato tutto. […]
Che cosa fare? Che cosa dobbiamo fare insieme, ma quell’insieme che
noi chiamiamo l’Anima?
Aprirci a una lettura del Paradiso del ’49, radice e vertice di una mi-
stica intensamente originale; aprirci ad una comprensione più profonda
dell’Opera di Maria, perché – ci ripeteva sovente Chiara nelle nostre se-
dute di Scuola Abbà – «se nel Paradiso del ’49 ho visto, con gli occhi del
cuore e della mente, come è possibile a creatura, Dio Trinità, ho visto
anche e sempre l’Opera di Maria».

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

Per questo non ho timore di affermare: il Paradiso del ’49 è il volto “divi-
no” dell’Opera di Maria; l’Opera di Maria è, dovrebbe essere, il volto “uma-
no”, incarnato, del Paradiso del ’49.
Per realizzare questo progetto […] ho pensato di affrontare alcuni punti
nevralgici del Paradiso del ’49; quei punti di luce che Dio andava accenden-
do per aprire una comprensione più profonda del cammino dell’umanità e
del creato, usciti dal grembo del Padre come pensieri divini e chiamati a ri-
tornarvi portando la realtà di se stessi creature. Un cammino dove negativo
e positivo si intrecciano, inseparabili per la realtà creaturale e insieme divina
del cammino. […]
Il Paradiso del ’49 è una “tappa di luce” – se così posso dire – nella com-
prensione della rivelazione del Dio incarnato. È vero: ogni tappa è unica
e totale, e viene quindi né superata né tanto meno cancellata dalla suc-
cessiva; ma, come Chiara ci diceva, contiene in sé il tutto già dato e detto
mentre apre ad un futuro che ha già la consistenza del presente. Lo Spirito
Santo, qui, è l’attore principale. Così, nella vita di Dio – lo vedremo in un al-
tro momento – il ritmo trinitario è insieme la dinamica senza inizio e senza
fine del darsi dei Tre, dove tutto è sempre e di nuovo dato: ed è amore che
semplicemente e divinamente è.
L’incarnazione vissuta e “misticamente” continuata in noi è la chiave
per introdurci nel cuore del mistero divino, e insieme e inseparabilmente
nel cuore del mistero del reale. E dire “incarnazione” è dire “Parola”. È il
Verbo, la Parola-Logos di Dio che si incarna. E ci rivela che ogni parola, se
è amore – e tale dovrebbe essere –, nasce in noi dal­l’intimo e nell’intimo di
qualunque realtà in comunione con noi, per rivelarne il significato più pro-
fondo, quello per cui una realtà in radice è ciò che essa è: il pensato di Dio.
Senza incarnazione del pensiero umano (e anche l’arte è pensiero), nel-
la sequela dell’incarnazione del Verbo che è vocazione e icona del muoversi
“naturale” del pensiero, non c’è l’emersione della luce che è la presenza di
Dio nelle realtà create. Esse resterebbero inerti, opache, non condotte alla
chiarità del significato.
Senza incarnazione del Verbo non ci sarebbe l’evidenza dell’amore di Dio
che sgorga dal cuore dell’uomo-Dio come le acque dalla rupe nel deserto
per raggiungere l’uomo (e il cosmo) e condurlo alla pienezza del suo essere.

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giuseppe maria zanghí

Senza incarnazione del pensiero, non c’è l’emergere della luce amorosa
di Dio che è il segreto primo di ogni realtà.
Senza l’incarnazione del Verbo, non c’è il superamento dell’abisso che
separa ontologicamente creatore e creatura. Dio resterebbe “perso” per
noi nella sua solitudine impenetrabile.
Senza l’incarnazione del pensiero, non c’è superamento dell’abisso che
separa realtà da realtà: ognuna resta chiusa nella sua solitudine9.
Ora, se incarnazione del pensiero significa l’entrata dello spirito del­
l’uomo nell’essere profondo delle realtà attraverso il divenire spesso con-
traddittorio di esse, incarnazione del Verbo significa l’entrata di Dio nella
carne e nella storia dell’uomo: dell’uomo con i suoi peccati, le sue miserie,
i suoi limiti, le sue negazioni, i suoi sogni incompiuti.
Ma come è vero che senza il ritorno del pensiero alla sua radice spiri-
tuale, conducendovi le cose raggiunte nel loro essere oltre il loro continuo
mutare, non c’è accesso delle realtà materiali nel regno dello spirito, nel
quale sono tutte dischiuse e significanti; così non ci sarebbe incarnazione
del Verbo autentica se essa non aprisse orizzonti nuovi, non donasse occhi
nuovi, non creasse cuori e menti nuovi di una novità assoluta: in una parola,
se non ci fosse ritorno del Verbo nel seno del Padre, sua radice, e condu-
zione in lui della creatura che il Verbo non solo ha fatto sua ma si è fatto.
Fin dagli inizi il cammino cristiano ha conosciuto questa verità. E ha sof-
ferto per mettere insieme due realtà che sembrano incompatibili. È stata,
questa, la sofferenza che ha sempre accompagnato, ed accompagna, la ri-
flessione cristiana sull’incarnazione, nel gioco difficile della ragione e della
sapienza, della metafisica e della storia.
Si potrebbe vedere l’incarnazione come uno sfiorare dall’esterno le cose
del mondo, per mostrare la loro “idealità” che vive di vita propria nella dimen-
sione increata: le realtà “materiali” sono solo cose del mondo, e dunque con-
dannate a restare irredimibilmente se stesse, e finire con la fine del mondo.
Si potrebbe vedere l’incarnazione come una tale penetrazione di Dio nei
limiti, nelle pieghe dell’uomo, una tale immedesimazione nelle sue tenebre,
da non avere possibile uscita. Dio si cancella nel suo farsi uomo. Rimane
l’uomo con i suoi grovigli di contraddizioni.
Nell’un caso e nell’altro, l’uomo resta desolatamente uomo.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

L’orizzonte dell’umanità è “finito”. La creatura umana, e tutto dell’uomo,


rimangono come non detti. […]
Se noi seguiamo la storia del pensiero cristiano, non faremo fatica a co-
gliere in essa l’alternarsi o lo scontrarsi delle due visioni schematicamente
accennate.
Nella mia opinione, ciò è accaduto e accade perché non si è data, non si
dà, sufficiente attenzione al dinamismo e al vero volto della realtà che acco-
glie l’incarnazione nel suo rapporto con Dio.
La grande riflessione cristiana su Maria ha sempre avuto questo senso,
ma troppo sovente mal capito o non capito. È Maria che nell’invito di Dio
offre al Verbo, che si incarna “ora”, la sua umanità storica, la sua umani-
tà di “ora”. E l’umanità di Maria è vera umanità, dunque capace di vibrare
con tutte le realtà create. Ma – questo è il mistero di Maria – sempre nella
libertà dell’amore, tesa al continuo superamento di sé, a lasciarsi fare più
grande di sé (la rivelazione ci mostra tutto ciò nella discrezione tipica di
Maria). […]
Il pensiero “filosofico”, di cui io mi faccio spesso compagno nelle mie
riflessioni, dovrebbe costantemente lasciare entrare nel suo cuore, cono-
scendo le vie dell’amore, una luce che non viene da se stesso ma che è
dono che lo conduce a compimento. Deve lasciarsi purificare da tutti gli
errori e le miserie che lo incrostano; deve lasciarsi dilatare oltre se stesso
superando i limiti che gli appartengono e, di più, quelli che spesso dà a se
stesso. Solo così potrà trovare il senso pieno e vero di se stesso. Deve cu-
stodirsi in quel non-essere che è la sua radice, e lasciarsi chiamare a fiorire
dal Verbo, nello Spirito, nell’Essere del Padre. Queste sono l’immacolatiz-
zazione e la cristificazione del pensare.
Come Maria era tutta figlia di Gerusalemme, il pensiero mariano deve
essere tutto umano: ma di quell’umano “immacolato” che è Maria. Cioè,
tutto natura creata, ma secondo l’intenzione di Dio.
La teologia, a sua volta, come Chiara ripeteva sempre nella Scuola Abbà,
è la cristificazione per opera del Verbo del pensiero umano che si offre in Ma-
ria come “filosofia immacolata”: la teologia è il pensiero introdotto nel cuore
della rivelazione, nella Trinità, conducendo la “filosofia” in un’area di senso
tutta diversa dalla sua abituale, ma custodendola nell’essere pensiero che

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cerca. La teologia – ricordo il mio non capire all’inizio l’intuizione di Chiara... –


prende le sue carni dalla “filosofia”, meglio: dalle “filosofie”, che offrono alla
teologia la possibilità di un aprirsi plurale, quasi un arcobaleno, e dirsi “uma-
namente”, trovando (nella Parola di Dio che la teologia deve sempre lasciare
trasparire) il respiro di terre nuove, di cieli nuovi: dando speranza al suo, al
loro, cammino. Senza deporre il bastone del pellegrino, le “filosofie” possono
trovare quell’orientamento nei “sentieri tra i boschi” senza del quale si per-
derebbero. Ma sempre fedeli al cammino che le caratterizza.
Se ciò non viene compiuto, filosofia e teologia si trovano chiuse – e alte-
rate – nelle loro specificità; e l’unità dei saperi si allontana all’infinito.
Se la sapienza creata (la teologia), sulla scia della Sapienza increata, non
sa aprirsi, facendosi nulla, ai labirinti della ragione, ai suoi timori, ai suoi con-
tinui ripiegamenti e cambiamenti, alle sue negazioni, alle sue paure: rimane
sterile e disincarnata. Dall’altra parte, la “filosofia”, amore della sapienza,
che, sulla scia della ragione immacolata (Maria), non sappia sostenere la di-
latazione che Dio in essa opera nella rivelazione mediata dalla teologia – non
sappia farsi salvare dagli smarrimenti in sentieri senza uscita, perché resa
cieca dalla sua chiusura, non sappia dire di sì anche quando non vede, non
sappia essere attenta alle piccole umili cose del quotidiano –, in una parola,
non sappia essere quel non-essere che originariamente essa è: questa ragio-
ne è tormento a se stessa, e fallimento nella meta non raggiunta.
Proprio qui, a mio parere, è il segreto della crisi della cultura europea, e
occidentale in senso lato, cui il carisma di Chiara è chiamato a rispondere
per la sua parte e nel suo modo. […]
Ma purtroppo il radicamento cristiano ancora oggi fatica a cogliere gli
inviti dello Spirito di Dio, perché non sempre sa leggere, senza timori né
pregiudizi, nel cuore degli eventi “umani”. Ha difficoltà a capire che la rive-
lazione già per sempre data è sempre ancora tutta da capire nello Spirito,
lo Spirito che conduce alla piena verità. La Parola di Dio va vissuta e rivissu-
ta, perché sia sempre più compresa e incarnata nelle nostre storie. E nella
storia si possano aprire quegli spazi culturali che Dio va cercando perché
Cielo e terra siano uno.
È come se il corpo della Chiesa fatichi a star dietro ai richiami e alle indica-
zioni dello Spirito nei grandi carismi e, insieme, nei segni dei tempi della storia.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

È come se mancasse ancora qualcosa di essenziale alla comprensione del


mistero della croce, ove gli opposti si unificano. […]
E così giungiamo a Chiara.
Chiara si è trovata a crescere in un momento terribile della storia mon-
diale. Le pazzie nazista e fascista avevano rivisitato miti pagani (e in questo
si rivelavano discepoli del tardo umanesimo), ma spogliati di ogni vibra-
zione spirituale, di ogni riflessione capace di entrare nel cuore dell’attesa
del Cristo che i miti autentici custodivano. Erano, adesso, miti nei quali il
nichilismo cercava solennità e giustificazione per se stesso.
Fiumi di sangue, di crudeltà orribili per la loro “scientificità”, hanno co-
perto e sfigurato la grande e innegabile eredità umanistica dell’Europa, ma
portandone alla luce le vene negative che la percorrevano.
Il leninismo e lo stalinismo, in nome del grande ideale della giustizia
sottolineato dalla rivolta spesso efficace del socialismo che ha contribuito
a smascherare le ingiustizie profonde che abitavano il cuore della vecchia
Europa, le hanno condotte di fatto alla massima ingiustizia: quella contro
la verità dell’uomo. Per un’idea paurosamente riduttiva dell’uomo si sono
sacrificati milioni di uomini.
L’ultima guerra ha distrutto questi rami del grande albero della cultura
europea. Ma – e oggi sempre più ce ne accorgiamo – ha lasciato in piedi il
tronco da cui quei rami erano nati, nella dimenticanza, spesso nella nega-
zione, delle radici autentiche, umaniste e giudaico-cristiane.
È il tronco della razionalità assoluta, con il suo frutto maturo: la cultura
tecnologica. Il reale è tutto coperto da una intelligenza calcolante. Parole di
verità e di poesia sono bandite come inutili escrescenze.
Dopo il momento dell’ebbrezza postbellica per la quale un mondo nuo-
vo pareva possibile, il negativo è venuto, sta venendo del tutto alla luce.
Il nichilismo nella sua crudezza si è rivelato il terribile parassita dell’in-
telligenza europea. E da fatto di élite, nella mediazione del capitalismo è
diventato fatto di massa: il consumismo.
E dalla vecchia Europa il nichilismo è esportato in tutto il mondo. Da qui
le guerre di civiltà. Civiltà che vogliono difendere i valori che sono la loro
linfa contro la nientificazione occidentale, ma in modi che rivelano l’infe-
zione occidentale che già le ha raggiunte.

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Un testimone di grande intelligenza così scriveva:

Posto che, in genere, a questa epoca sia ancora riservata una svol-
ta, questa potrà aver luogo solo se il mondo si capovolge da capo
a fondo, cioè si capovolge a partire dall’abisso. Nell’epoca della
notte del mondo l’abisso deve essere riconosciuto e subìto sino in
fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi siano coloro che
arrivano all’abisso10 .

Come Gesù abbandonato.


Come la sua discepola per eccellenza, Chiara.
E di fatto in questa situazione Chiara presenta alla cultura europea una
figura fino ad allora quasi inedita: Gesù abbandonato. Una vera novità. «Ho
atteso duemila anni per rivelarmi a te abbandonato», dirà Gesù a Chiara,
avvertendoci subito che la comprensione di lui non va cercata nel passato
ma nell’angoscia del presente. Chiara ci ripeteva sovente: «Gesù Abbando-
nato è il Dio dell’uomo contemporaneo».
Ecco una nota tipica del carisma di Chiara: la contemporaneità parte-
cipativa del carisma che in lei andava crescendo, con la deriva del mondo
europeo. E da qui la lucidità dell’analisi dell’oggi, sino a parlare di notte
oscura epocale.
Ma insieme, inscindibilmente, proprio per Gesù abbandonato Dio
tutto aperto nel suo amore, una lettura del buio come gestazione di un
grande positivo. E ritrovamento delle forti, anche se nascoste, radici della
Tradizione.
Nell’oggi di Chiara, non temo di dirlo, quei richiami cercati nella storia e
non accaduti, ai quali abbiamo accennato, si muovono ora verso l’incontro.
E chiedono una soluzione che oso dire “definitiva”.
Il dialogo fa parte essenziale del carisma di Chiara. E per un motivo fon-
damentale: per la rivelazione di Dio che è amore oltre ogni nostra capacità
di immaginare e, insieme, per la rivelazione di questo amore nella crocefis-
sione della Parola, nell’abbandono. Due volti della stessa realtà.
«Signore dammi tutti i soli… Ho sentito nel mio cuore la passione che
invade il tuo per tutto l’abbandono in cui nuota il mondo intero»11.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

Per tutto questo in Chiara si apre una sintesi che è novità di vita e di
pensiero. E noi dobbiamo avere il coraggio di capire e di affermare.
La mia riflessione, a questo punto, è debitrice di spunti datimi da un
testo, per me di estremo interesse, dell’allora giovane teologo Joseph Rat-
zinger: San Bonaventura. La teologia della storia12. […] Nella introduzione alla
citata versione italiana del suo lavoro, J. Ratzinger scrive:

Il problema se sia possibile per un cristiano una sorta di compi-


mento all’interno delle vicende di questo mondo, se sia possibile
cioè una specie di utopia cristiana, una sintesi di utopia e di escato-
logia, può forse essere considerato la chiave teologica del dibattito
sulla teologia della liberazione. Non è un caso che a ciò si connetta
ancora una disputa su quale speciale significato contraddistin-
gue gli ordini religiosi (e in particolare quelli mendicanti) come
esponenti della componente pneumatica dell’esistenza cristiana,
nell’approssimarsi di una tale nuova era storica13 .

E più oltre aggiunge: «Una pace sabbatica ancora di là da venire (in que-
sto mondo)»14.
Allora, scriveva san Bonaventura nelle sue Collationes in Hexaëmeron:
«Si realizzerà la profezia di Ezechiele: dal Cielo scenderà la città (santa),
non ancora “quella che è lassù” (Gal 4, 26), ma quella che è giù, vale a dire
la Chiesa militante. Ma essa sarà identica alla Chiesa trionfante, per quan-
to ciò è possibile in una esistenza pellegrina... E allora sarà la pace»15. […]
Bonaventura parla di un “ultimo ordine”16 che fiorirà in quel tempo.
E quest’ultimo ordine sarà contemplativo, nel senso che in esso si
aprirà «un nuovo modo di vedere la Scrittura destinata a realizzarsi com-
pletamente e veramente solo ora, così da poter parlare di una “rivela-
zione” nuova, generale, consistente in una nuova intelligenza del­l’antica
Scrittura»17. Sarà un popolo nuovo, una «comunità di una rivelazione
ultima, più profonda»18 . In esso «si realizzerà pienamente ciò che nella
comunità primitiva si era dato per breve tempo e solo come anticipazio-
ne»19. Per Bonaventura – e non solo per lui – l’apostolo Giovanni («e se vo-
glio che egli resti finché io verrò...» Gv 21, 22) rappresenta «quella forma

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giuseppe maria zanghí

di esistenza definitiva destinata, dopo la soppressione di tutto ciò che è


provvisorio, a perdurare sino al ritorno del Signore»20.
[…] Il grande teologo che fu san Bonaventura, pensando a quel tem-
po nuovo, dirà che esso vedrà «il superamento del pensiero discorsivo»
tipico dell’esegesi del suo tempo, «a favore di una semplice comprensio-
ne interiore secondo la Parola del Signore: “Io ti benedico, Padre, ecc.”»21.
Un superamento del carattere discorsivo scolastico del pensiero, per una
semplice «familiarità intima con il mistero della Parola di Dio»22.
Agostino aveva chiuso il suo capolavoro De Civitate Dei con la parola “pace”.

Ma – conclude J. Ratzinger – questa pace è divenuta in Bonaven-


tura più vicina alla terra. Non è quella pace nell’eternità di Dio che
mai più avrà fine e che seguirà la rovina di questo mondo; è una
pace che Dio istituirà su questa terra, spettatrice di così tanto san-
gue e lacrime, come se volesse ancora mostrare per lo meno nel
momento della fine come avrebbe potuto e dovuto essere in realtà
secondo i suoi disegni. Spira dunque già il soffio di un tempo nuovo
in cui il desiderio dello splendore dell’altro mondo è plasmato da
un profondo amore per questa terra sulla quale noi viviamo23 .

Dirà Chiara, come in un canto dilatato: «Dunque: amore le piante, amo-


re gli animali, amore le stelle, le pietre, i sassi, i fiori, il cibo, il tavolo, il letto,
il vestito, ecc. ... e tutti figli miei...: tutto va trattato con l’amore del Padre
verso il Figlio! Che cuore largo e che sorriso di Dio sulle cose attraverso i
nostri occhi!»24. […]
Mi sembra sia ormai chiaro che, senza aver colto il radicamento profon-
do e coraggioso di Chiara nei tempi della Chiesa, non possiamo capire sino
in fondo chi è Chiara.
Mi sembra sia ormai chiaro che senza la comprensione dei tempi che
viviamo e del loro cammino, non possiamo comprendere sino in fondo chi
è Chiara.
Che cosa è stata la sua, ancora tutta da comprendere, notte oscura di
Dio, che non è (Chiara continuava a ripeterlo) la notte oscura di Giovanni
della Croce?

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Mistica e cultura

Solo una coscienza attenta e profonda della notte del mondo può aiu-
tarci a capire. Perché, ne sono sicuro, è questa notte epocale che Dio ha
chiamato Chiara a fare sua, vivendola in croce, nell’abbandono del suo
Sposo. «Io do compimento a ciò che dei patimenti di Cristo manca alla mia
carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24).
E ancora.
Perché Silvia25 diventa Chiara? Chiara d’Assisi: la più fedele interprete
del carisma del santo; Chiara dell’Opera di Maria, nella quale, seguendo
io la lettura di Bonaventura e di J. Ratzinger, Francesco raggiungerebbe la
pienezza del suo carisma... Di fatto, in Gesù abbandonato si apre il senso
profondo e divino dell’altissima povertà del santo; e in Gesù in mezzo a noi
si rivela in pienezza la comunità cristiana che è il corpo del Risorto, e che
egli sognava.
Nel radicamento in Gesù abbandonato fino al martirio del suo spirito,
Chiara è stata sempre cosciente che con il suo carisma aveva inizio un’ef-
fusione tutta particolare dello Spirito Santo: un’era dello Spirito, ma nella
quale (e qui si vede l’equilibrio teologico di Chiara) è sempre e soltanto
Cristo che conduce a compimento la sua missione.
Solo così possiamo capire come in Chiara coesistessero aperture misti-
che altissime e insieme un senso del reale e dell’agire su di esso inseparabi-
li dall’impeto mistico: un reale da trasformare, ora, in un futuro che comin-
cia già qui, così da fare dell’esistenza l’epifania dell’essere amore che è Dio.
Senza l’unità delle due realtà perdiamo Chiara.

1
Un testo particolarmente rivelativo di tutto il suo percorso esistenziale e in-
tellettuale è: La terza navigazione. Preghiera di un filosofo, in «Nuova Umanità», 157
(2005/1), pp. 43-56.
2
La Scuola Abbà è un centro studi dedicato all’approfondimento dei testi mistici
di Chiara Lubich per l’elaborazione della “dottrina” che emerge dal carisma dell’unità.
3
Nel 1967 nasce il centro studi che, a partire dal 1974, incomincia ad approfon-
dire l’esperienza del Paradiso del ’49.

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giuseppe maria zanghí

4
G.M. Zanghí, Leggendo un carisma. Chiara Lubich e la cultura, Città Nuova,
Roma 2015. Fu proprio in occasione di una conversazione (giugno 2009) con gli
studenti del primo anno dell’Istituto Universitario Sophia, appena inaugurato, che
egli comprese la necessità che tutti i membri del Movimento dei Focolari – a partire
dal nuovo Centro dell’Opera, dalle focolarine e dai focolarini – fossero messi piena-
mente al corrente di tale esperienza.
5
Ibid., p. 13.
6
Ibid.
7
Ibid., pp. 15-33.
8
Cf. G.M. Zanghí all’Assemblea generale dell’Opera di Maria: Leggendo un ca-
risma, Castel Gandolfo, 5 settembre 2014.
9
In una parola: l’incarnazione del pensiero umano ha la sua inarrivabile icona e
la sua possibilità d’essere e la sua capacità di muoversi e significare nell’incarnazio-
ne del Verbo.
10
M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1982, pp. 247-248.
11
C. Lubich, Paradiso ’49, testo inedito.
12
J. Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Nardini, Firenze 1991.
L’edizione tedesca è del 1959.
13
Ibid., p. 8.
14
Ibid., p. 59.
15
Ibid., pp. 59-60.
16
Scrive E. Gilson: «E quando egli [Bonaventura] ammette che si debba formare
un ordine nuovo, non intende con ciò un ordine religioso nel senso di una corpora-
zione organizzata, bensì un ordine spirituale di anime perfette provenienti dai diver-
si ordini» (in J. Ratzinger, San Bonaventura, cit., p. 103, n. 83).
17
J. Ratzinger, San Bonaventura, p. 98.
18
Ibid., p. 101.
19
Ibid.
20
Ibid., p. 102.
21
Ibid., p. 148.
22
Ibid., p. 150.
23
Ibid., p. 302.
24
Chiara Lubich, Paradiso ’49, testo inedito.
25
Era il nome di battesimo di Chiara.

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dallo scaffale di città nuova

Verso un’estate di luce


la cornice storica dell’esperienza
mistica di Chiara Lubich nel 1949
a cura di Silvio Cataldi e Paolo Siniscalco

Alle origini della nascita dei Focolari.


Luoghi e persone del contesto storico e politico
italiano del dopoguerra.

Il libro offre un’accurata introduzione, dal punto di vista sto-


rico, all’esperienza vissuta a Tonadico (Trento) da Chiara Lu-
bich nell’estate 1949 e da lei condivisa con Igino Giordani e il
primo grup­po di focolarine e focolarini. Con una convincente
e appassionata sequenza di contributi, un gruppo di storici
collegati alla Scuola Abbà ne delinea il contesto. Sulla base di
isbn fonti edite e inedite, gli anni del dopoguerra vengono descritti
9788831115905 sia tracciando linee portanti della storia d’Italia e della Chiesa,
pagine sia dando spazio a figure fem­minili della prima metà del Nove-
cento e alla personalità poliedrica di Igino Giordani.
256 Lo studio si concentra infine sulla realtà ecclesiale del Tren-
prezzo tino, sulle origini del Movimento dei Focolari ( 1943-49), sui
euro 17,00 luoghi che ospitarono l’evento e i testimoni che ne furono
partecipi.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti

Una nuova luce


per la teologia spirituale

Jesús
introduzione di fabio ciardi*
Castellano
Cervera Ricercatore appassionato e cultore della storia della
spiritualità occidentale e orientale, padre Jesús Castellano
(1941-2006)
carmelitano. Cervera, ocd, si è mostrato aperto alla novità dello Spirito,
professore che ha visto presente soprattutto nei nuovi movimenti ec-
nella pontificia clesiali che hanno caratterizzato il XX secolo e che intuiva
facoltà teologica come Carismi per il terzo millennio1 . In rapporto spesso
teresianum; ha profondo con molti dei fondatori, con i quali ha collaborato
insegnato teologia
sacramentaria, con generosità, si è sentito personalmente attratto dal Mo-
liturgia, vimento dei Focolari e dalla sua fondatrice, fin da quando
ecumenismo, aveva partecipato alla Mariapoli di Rodez, in Francia, nel
teologia spirituale. 1969. «Da quando ho conosciuto l’Ideale – raccontava ad
consultore in un congresso di aggiornamento teologico tenutosi a Ca-
differenti dicasteri
della santa sede, stel Gandolfo il 15 aprile 1997 – ho sempre provato nel più
a cominciare intimo che le realtà che Chiara ci trasmetteva, con la sua
dalla dottrina parola e i suoi scritti, venivano dalla Sapienza; erano sem-
della fede; pre per me realtà di vita, profondamente vere e belle; mi
collaboratore penetravano soavemente nell’anima, come se la mia mente
dell’ufficio delle
celebrazioni ed il mio cuore fossero stati fatti per questo Ideale divino. E
liturgiche del papa. ho creduto sempre a Chiara, al suo carisma di unità, nella
Chiesa e per l’umanità, anche se non ho potuto sempre sta-
*Fabio Ciardi re vicino a lei, come e quanto avrei voluto».
Responsabile In Chiara Lubich aveva visto convergere «la solidità di
del centro
interdisciplinare di
una dottrina pienamente cattolica che riassume le istanze
studi Scuola Abbà. più vive della spiritualità di tutti i tempi, ma con il tono mo-

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

derno e attualissimo di una apertura a tutto l’umano»2 . Si era trovato davanti a


una spiritualità «nuova e originale»3 .
Chiara lo chiamò presto a collaborare a varie iniziative culturali del Movi-
mento, tra cui l’Università popolare mariana, la redazione delle riviste Nuova
Umanità e Unità e Carismi. Nel 1984 gli chiese di scrivere un’introduzione al
suo libro L’unità e Gesù Abbandonato. Ne nacquero diciassette pagine densis-
sime. Castellano riconosce negli scritti di Chiara una sorta di “teologia narrati-
va” che manifesta «una sapienza, un carisma dello Spirito Santo», che sta alla
base di una scoperta “nuova”, “alta”, “inedita” nella Chiesa4 . Trova, soprattutto
nell’inscindibile reciprocità dell’unità e di Gesù abbandonato, «una assoluta no-
vità nella spiritualità cristiana», «una rivelazione, un carisma, un dono per la
Chiesa del nostro tempo»5 . I due grandi misteri dell’unità e di Gesù abbandonato
possono illuminare le altre spiritualità e «sono capaci di ricollocarle nell’armonia
del disegno di Dio. Sono princìpi universali che possono essere vissuti da tutti, in
tutte le vocazioni»6 .
Nell’unità, come proposta dal nuovo carisma, coglie una “novità”, «che innal-
za la spiritualità comunitaria ed ecclesiale ad essere una spiritualità trinitaria».
Grazie a questa esperienza carismatica «suona nella Chiesa l’ora dell’unità, di una
spiritualità comunitaria ed ecclesiale “a Corpo mistico”»7. Altrettanto “nuova” gli
appare la realtà di Gesù abbandonato, «un aspetto che, intravisto per secoli nella
Chiesa, non aveva avuto fino a questo momento un tale rilievo spirituale»8 .
L’occasione per una ulteriore sintesi della spiritualità di Chiara gli venne offerta
dalla presentazione di un’antologia di scritti della Fondatrice, che ne compendia il
pensiero: La dottrina spirituale. Sotto il titolo Una spiritualità che unisce il ver-
tice del divino e dell’umano, Castellano riafferma la convinzione che in Chiara
«converge la solidità di una dottrina pienamente cattolica che riassume le istanze
più vive della spiritualità di tutti i tempi, ma con il tono moderno e attualissimo di
un’apertura a tutto l’umano, al cosmo, alla storia, come in un nuovo e rinnovato
progetto di dottrina e di spiritualità, aperto a tutti, qual è il disegno di salvezza di
Dio in Cristo, nuovamente dispiegato nel mondo di oggi»9.
In altre occasioni aveva espresso la convinzione di trovarsi davanti «ad uno
dei grandi movimenti ecclesiali che, con la forza carismatica in essi infusa dal-
lo Spirito, caratterizzano la nostra epoca e sono portatori di una nuova sintesi
spirituale evangelica, di dottrina teologica, di esperienza spirituale comunitaria,

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jesús castellano cervera

di apostolato a tutto campo, senza frontiere, caratterizzato dall’ampiezza della


penetrazione nel mondo e di missione aperta ai grandi dialoghi della Chiesa».
Vi vedeva sottesa «una grande dottrina teologica di fondo, una sapienza dello
Spirito per il nostro tempo e per l’avvenire, [...] una specie di vertice del vangelo,
se la parola alla quale si ispira è una parola che è al vertice: l’unità». In definitiva
nell’Opera di Maria, a cui Chiara aveva dato vita, riconosceva che «è all’opera
nella Chiesa un grande carisma, adatto ai nostri tempi, teso profeticamente al
compimento del vangelo dell’unità di tutti in Cristo. Ormai non solo la spirituali-
tà di un Movimento, ma il dono di un carisma offerto a tutta la Chiesa, un dono
provvidenziale con il quale lo Spirito Santo vuole inondare la sua Chiesa, per la
sua missione universale di unità di tutto il genere umano»10 .
Nel 1996 Chiara lo cooptò nella Scuola Abbà. Furono dieci anni di appro-
fondimento e di intensa esperienza, come raccontava lui stesso. Le pagine lette
insieme sull’esperienza di luce vissuta nel 1949

facevano riecheggiare la sinfonia della fede e della vita, ma con una


profondità tutta nuova, con una novità che era frutto della chiave di
comprensione che è propria della Scuola Abbà: l’unità e Gesù abban-
donato. Un principio affascinante. [...] È come vedere le cose dall’alto,
da Dio stesso come Trinità, fonte, meta, ma anche sigillo, orma di tut-
to. Tutto porta l’impronta della Trinità: la creazione, la storia, il pas-
sato, il presente, il futuro, la Chiesa, l’umanità intera, l’escatologia: il
cielo, l’inferno. [...] Capivo allora, e qualche volta l’ho espresso esplici-
tamente, quando Chiara mi chiedeva cosa ne pensavo, che quanto più
la nostra mente si innalza e vede le cose in Dio e da Dio, in Dio Trinità,
tanto meglio vede le realtà, le cose singole, ma anche l’insieme, quasi
abbracciando tutto, l’altezza, la lunghezza, la larghezza, la profon-
dità. Tutto in Dio, tutto da Dio, tutto porta e porterà l’impronta della
Trinità. Non è questa una nuova e affascinante teologia? 11

A due anni dal suo ingresso nella Scuola Abbà gli fu chiesto di condividere
alcuni spunti riguardando la disciplina di cui era specialista, la teologia spiri-
tuale, suscitati in lui dalla lettura del Paradiso ’49. Ne nacque la “lezione” che
viene qui pubblicata, letta in occasione dell’incontro dei “membri della Scuola
Abbà allargata”, che si tenne a Saint-Maurice, in Svizzera, il 21 agosto 1998.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

Pur trattandosi di semplici appunti che intendono offrire aperture su ricerche e


studi ulteriori, vi si coglie la visione ampia e sintetica del grande maestro.
Otto anni più tardi, comunicando la notizia dell’improvvisa partenza di pa-
dre Jesús, Chiara gli testimoniava tutta la sua stima e riconoscenza:

Vero figlio di S. Teresa e di S. Giovanni della Croce, P. Castellano aveva


raggiunto, anche per l’incontro con l’Ideale, un’apertura veramente
sorprendente: apertura alla società, alle sfide della modernità, al dia-
logo a più ampio raggio. La sua grande conoscenza della storia della
mistica gli ha fatto cogliere la grandezza e la novità del carisma dell’u-
nità. Perfetto carmelitano, era innamorato dell’Ideale che viveva con
una purezza e semplicità da bambino evangelico. [...] Ringraziamo
Dio di avercelo fatto conoscere e chiediamogli di intercedere per noi12 .

Il rapporto fra la teologia spirituale ed il Paradiso del ’49 può essere af-
frontato da diversi punti di vista13. La mia scelta iniziale, che vuole cogliere
tale rapporto nella pura luce dell’esperienza di Chiara, è quella di afferrare,
dal di dentro stesso del Paradiso del ’49, l’iniziale confronto con quello che
oggi chiamiamo teologia spirituale, le sue parole chiave, le sue tematiche
fondamentali.
La teologia spirituale è la scienza teologica che studia l’esperienza viva
del vangelo nella Chiesa, alla luce delle fonti della rivelazione e della vita
degli uomini e delle donne suscitati dallo Spirito Santo come maestri di sa-
pienza e di santità. E ciò nel dinamismo della storia della salvezza e della
crescita della comprensione del vangelo, sotto la guida dello stesso Spirito
Santo, che agisce nella Chiesa mediante i carismi di verità e di vita.
È proprio della teologia spirituale lo studio dell’esperienza cristiana
qualificata, della santità cristiana, partendo dalla rivelazione, dal magi-
stero della Chiesa e dalla sua vita concreta, nel tempo e nello spazio, con
una particolare attenzione alle esperienze qualificate dei santi; esperien-
ze che man mano sono entrate ed entreranno a rendere dinamica la vi-
sione della teologia spirituale fino allo svelamento di tutta la verità e di
tutto il disegno di Dio.

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Questa scienza teologica che studia l’essere e il dover essere della vita
cristiana, il suo inizio ed il suo sviluppo personale, comunitario ed ecclesiale
nel disegno di Dio, è oggi al vertice di molti interessi nell’ambito della teolo-
gia e della spiritualità contemporanee, prima e dopo il Concilio Vaticano II.
Tuttavia non ha ancora potuto assimilare quella esperienza qualifica-
ta dello Spirito Santo per la Chiesa del nostro tempo che è il Paradiso del
’49, nella quale vi è in germe un’autentica rivoluzione della spiritualità del
presente e del futuro e per la sua presentazione sistematica nella teologia
spirituale, come si potrà cogliere subito sulla scia stessa dell’esperienza e
delle intuizioni di Chiara.
È in questo contesto che si colloca questo tentativo, del tutto iniziale ed
introduttorio, che ha lo scopo di cogliere alcuni aspetti fondamentali del
rapporto del Paradiso del ’49 con la teologia spirituale attuale.
Per poter procedere in maniera ordinata occorre offrire un primo sag-
gio sul tema che mi è stato assegnato, con un triplice approccio di carattere
linguistico, strutturale e tematico, sempre a partire dall’interno stesso del
testo del Paradiso del ’49.
Prima di tutto cercherò di cogliere nei testi stessi del Paradiso il signi-
ficato di alcune parole chiave della teologia spirituale. Poi si tratterà di
evidenziare come e dove si collochi il primo confronto, quasi spontaneo,
fra l’esperienza del Paradiso e le tematiche della teologia spirituale, come
poteva apparire a Chiara nel tentativo di fare un primo riscontro fra la sua
esperienza del Paradiso, ancora in atto, e la scienza teologico-spirituale di
allora. Finalmente, e in maniera ancora del tutto introduttoria, passerò in
rassegna alcune questioni e prese di posizione di Chiara che evidenziano il
raffronto fra la sua esperienza spirituale luminosa compiuta nell’estate del
’49 e certe tematiche chiave della teologia spirituale di ieri e di oggi.

alcune parole chiave della teologia spirituale

Lo studio del linguaggio delle esperienze spirituali, come sono sgorga-


te e trasmesse, si rivela di una importanza decisiva per essere fedeli alla
realtà che lo Spirito Santo ha voluto manifestare nella Chiesa. È il caso degli

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

scritti di Chiara nella sapienza e nella spontaneità del testo del Paradiso
del ’49. Con un semplice accostamento a parole e termini che hanno un
rapporto essenziale con la teologia spirituale possiamo entrare subito nel
vivo del nostro tema.

Teologia spirituale, ascetica e mistica

Il termine teologia spirituale non ricorre nel Paradiso del ’49. Esso è pe-
raltro abbastanza recente nell’ambito delle scienze teologiche per designa-
re lo studio specifico della spiritualità come disciplina teologica.
Anche il termine teologia appare rare volte nel Paradiso, se si esclude
quanto si riferisce alla vocazione teologica del Movimento ed in essa del
Chiaretto14.
Vi è però un testo in cui ricorre la parola teologia collegata con la tema-
tica dell’odierna teologia spirituale; è un brano che offre subito una chiave
di comprensione della novità attinta nel Paradiso e destinata a rinnovare
diversi aspetti della scienza teologica: «Il nostro Ideale non solo risolve i
problemi umani ma porta una nuova teologia, o, meglio, dà sviluppo ulte-
riore, perfeziona, completa la teologia e con essa l’ascetica, la mistica»15.
Appare qui, assieme all’intuizione che l’Ideale è portatore di una nuova teo-
logia, il legame con quello studio teologico della vita spirituale che allora si
designava piuttosto con la terminologia di teologia ascetica e mistica.
Ed è un testo chiave che apre, come vedremo, il discorso sulle novità
che porta il Paradiso per la teologia anche nella sua dimensione specifica
di studio teologico e sapienziale della vita spirituale.
Il termine spirituale ricorre scarsamente nel Paradiso, mentre abbonda
ed è significativo il riferimento allo Spirito Santo che è il soggetto di ogni
realtà che possiamo chiamare spirituale, l’ispiratore della sapienza spiri-
tuale, l’artefice delle spiritualità nella Chiesa.
Anche il termine ascesi, ascetica, è quasi sconosciuto. Quelle rare volte
che appare è sempre unito alla parola mistica.
La nostra ricerca quindi si deve orientare verso altre parole chiave come
vita spirituale, spiritualità, perfezione, santità, mistica.

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jesús castellano cervera

Vita spirituale, spiritualità

Una volta sola ricorre il termine “vita spirituale” mentre anche una sola
volta troviamo un’altra espressione molto bella: “la vita dello Spirito”. Più
spesso invece troviamo la parola spiritualità.
Innanzitutto vediamo il senso della parola spiritualità. Essa appare con
una certa frequenza nel Paradiso (tredici volte) ma con un senso molto
preciso. La maggior parte delle volte si riferisce alle spiritualità storiche
della Chiesa. E tale linguaggio, eccetto nella prima occorrenza del Paradi-
so, proprio nell’introduzione, con un cenno “ai capisaldi della spiritualità”
del Movimento, ricorre solo a partire da un certo momento o periodo del
Paradiso; è un momento posteriore alle prime esperienze di luce, quando,
a distanza di qualche mese dall’ingresso nel Paradiso, sorge chiaramente il
desiderio di un confronto fra le spiritualità e la spiritualità del Movimento,
come è sgorgata dal viaggio nel Paradiso e dalla contemplazione di quelle
che saranno chiamate “le realtà”. Appare quindi con precisione che la no-
vità dell’esperienza spirituale del Paradiso cerca un confronto con la spiri-
tualità e le spiritualità.
Chiara cerca quindi di confrontarsi con le spiritualità esistenti nella
Chiesa, specialmente negli ordini religiosi. Queste spiritualità sono sempre
esperienze storiche che Chiara fa risalire al mistero e ai misteri di Cristo, a
parole vive del vangelo, all’azione dello Spirito Santo.
Esse sono «una luce della Luce che è Gesù». Non ha dubbi però nel
rammaricarsi che esse non sono sempre la vera spiritualità, e che, anzi,
alcune spiritualità si sono allontanate progressivamente dalla loro ispira-
zione originaria, dalla regola del fondatore, dalla primitiva, pura e iniziale
ispirazione evangelica.
In questo contesto troviamo un’affermazione di grande coraggio: la spi-
ritualità che punta dritta su Gesù abbandonato è la spiritualità: «Chi punta
l’occhio del cuore su di Lui trova non una spiritualità ma la spiritualità (che
è l’Unità); non trova un Ordine ma l’Ordine; non regole ma la Regola, cioè
il vangelo puro».
La spiritualità quindi nel disegno di Dio intravisto da Chiara si riveste di
queste tre parole chiave del Paradiso: unità, Gesù abbandonato, vangelo puro.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

Di qui sgorga anche la consapevolezza della missione di quella che è


la spiritualità dell’Ideale: unificare, anche con uno sguardo retrospettivo,
le diverse spiritualità nello Spirito Santo che è uno ed è l’autore delle varie
espressioni di vita evangelica: «Ora l’Ideale nostro è Spirito Santo ed Egli
unifica tutte le spiritualità portandole al loro primo principio che era santo».
Abbiamo quindi nelle diverse accezioni della parola spiritualità, come
appare nel Paradiso, una chiave per capire il senso e lo sviluppo delle spi-
ritualità storiche e una misura dall’alto per capire la profondità di quanto
chiamiamo spiritualità ed i relativi studio e visione teologica della vita spi-
rituale che chiamiamo teologia spirituale.

Perfezione

Un’altra parola chiave che ci permette di addentrarci nelle profonde con-


vinzioni che sorgano dall’esperienza del Paradiso è perfezione. Si è parlato
anche della teologia spirituale come teologia della perfezione cristiana.
Il termine ha connotazioni specificamente cristiane nel nostro discor-
so quando viene riferita alla perfezione del Padre celeste, vissuta da Ma-
ria, alla carità in quanto perfezione della legge, al distacco da Dio stesso,
nell’ottica della spiritualità di Gesù abbandonato.
Ma il discorso diventa interessante quando il termine perfezione vie-
ne riferito al concetto e alle esigenze della perfezione individuale, anche
nella sua misura più alta, come l’unione con Cristo e l’inabitazione trinita-
ria, secondo una certa misura della teologia spirituale tradizionale; Chiara
la confronta con una misura nuova che è al vertice: la perfezione come la
spiritualità dell’unità, l’amore degli altri, la carità in Dio, perché Dio è pre-
sente negli altri: «Questa è la perfezione: Dio in Dio (ché è Unità e Trinità)».
Si tratta di una convinzione forte espressa in altri momenti successivi del
Paradiso dove si paragona la concezione della perfezione individuale, del-
la propria perfezione personale, benché espressa e cantata dai santi, con
quella perfezione, insieme umana e divina, equilibrata e piena di normalità,
che sgorga da quella che Chiara chiama “la nostra mistica”.

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Mistica, vita mistica

Ed ecco un’altra parola chiave che ci introduce dal di dentro nel rappor-
to fra il Paradiso e la teologia spirituale: la mistica, la vita mistica.
Il termine mistico è frequente nel Paradiso del ’49, ma è quasi sempre
riferito al corpo mistico di Cristo o ad altri significati del termine corpo mi-
stico, nelle varianti che si trovano in questo scritto di Chiara.
La parola mistica invece ha dei riflessi e significati molto interessanti.
Essa ha un primo senso, come abbiamo visto in un testo citato anteriormen-
te, che in qualche modo coincide con quello di teologia spirituale in quanto
scienza teologica che studia la realtà ascetica e mistica della vita cristiana.
Il termine mistica non ha nel Paradiso connotazioni specifiche di espe-
rienze fenomeniche se non quando si parla in genere di certe esperienze
dei mistici.
Per Chiara la mistica, la vita mistica, è la vita stessa evangelica, con-
notata dalla vita di unità. Si tratta di quella singolare esperienza dell’unità
soprannaturale (mistica) eppure nuova e semplice alla quale Dio stesso
aveva preparato Chiara e le sue compagne e che è stata portata ad una
altissima percezione e novità nell’estate del ’49.
Proprio in questa luce la vita di unità nella quale Chiara e le sue compa-
gne vivono appare talmente soprannaturale e naturale, evangelica e nuova,
che non dubita di proporre un confronto fra il modo di concepire la mistica
individuale, come era studiata ed insegnata tradizionalmente, e la via che
Dio le ha rivelato e fatto sperimentare in una dimensione di unità.
Una convinzione emerge allora con chiarezza: vi è una mistica che Chia-
ra chiama “la nostra mistica”, la “mistica nostra”, una “mistica nuova”, anzi
“la mistica”. In questo modo evidenzia la novità dell’esperienza vissuta a
partire dall’estate del ’49. Questa mistica è la via dell’unità che è anche una
via di esperienza, ma senza fenomeni straordinari: «Nella via dell’unità “si
sente”, nel senso che si avverte, se l’unità c’è o non c’è. Infatti la via dell’uni-
tà è anche mistica». Un’espressione felice che mette in luce che la teologia
spirituale è teologia dell’esperienza cristiana e che l’esperienza cristiana,
anche senza i fenomeni straordinari di carattere individuale, è mistica nel

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

senso più puro della parola in quanto è la vita di Dio, la vita in Dio, la vita in
Cristo e nello Spirito Santo. È mistica soprannaturale nella più sconvolgen-
te naturalità, è comunitaria, ecclesiale, evangelica.
Chiara infatti designa questa “mistica nostra” con una serie di caratteri-
stiche di novità e di sconvolgente normalità divina ed umana: è

mistica proprio di Gesù e di Maria: la mistica del Testamento nuo-


vo, del comandamento nuovo, la mistica della Chiesa, con la quale
la Chiesa è veramente Chiesa, perché Unità, Corpo Mistico, Amore,
perché in essa circola lo Spirito Santo che la fa Sposa di Cristo. […]

È mistica di Gesù, di Gesù completo e non di un altro Gesù; sì, di un altro


Gesù, ma che sia Gesù completo: l’Uomo, non un uomo. E Gesù è “dove due o
più”. Quindi la mistica di coloro che si amano a vicenda come egli ci ha amato;
di un’unità di anime che rispecchia, stando in terra, la Trinità di lassù: stando in
terra, perché quaggiù va testimoniato l’uomo Dio e quaggiù è la Chiesa.

Si tratta di una mistica divina e umana dell’unità, che ha queste conno-


tazioni:

Quindi la nostra mistica suppone almeno due anime fatte Dio, fra le
quali circoli veramente lo Spirito Santo intero, fatto Persona, cioè un
terzo, Dio, che li consuma in uno, in un solo Dio: «Come io e te», dice
Gesù al Padre. Allora e solo allora i due sono Gesù. Ecco la mistica
nostra. Mistica che è equilibrio, luce e chiarezza, normalità, l’uomo
alla perfezione, Dio umanato, senza quei languori e straordinari fe-
nomeni pur divini che contrassegnano i santi mistici, perché qui tut-
to è in circolazione e tutto è bello e semplice come la corsa degli astri
in cielo, ordinato come la natura, sano perché è Dio; con anime che
vanno quindi in tutti i sensi verso il bene, il buono, la salute, anche
fisica, perché questo è il Vangelo. Basta vedere Gesù. Ed è perché,
circolando Dio, tutto circola, tutto si dona e si ha ciò che si perde.

È una mistica inesauribile che si lancia verso l’infinito e non si ferma,


come il susseguirsi dei cieli di cui si era fatta l’esperienza nell’estate,

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quando per visione intellettuale si era entrati in Cielo, destinata quindi


a quella esperienza del Paradiso che sarà una infinita continuità ed una
discontinuità con quanto si è potuto vivere già in questa terra.
Non ci sfuggono la bellezza di questi testi e la novità che essi rappresenta-
no per la Chiesa e per il mondo, in una presentazione nuova e rinnovata della
mistica, aperta al dialogo con la mistica cristiana di tutti i tempi e con la mistica
delle altre religioni. La potenza di queste pagine è straordinaria, tutta ancora
da scoprire, tutta da integrare per sviluppare, perfezionare, completare ciò
che classicamente si chiama la teologia ascetica o mistica oppure la mistica.

Santità, santificazione

Completiamo l’indagine su alcuni termini della teologia spirituale, chia-


mata anche teologia della santità cristiana, con alcuni riferimenti alla ter-
minologia e al significato di parole come santificare, santificazione, santità;
parole che andrebbero comprese pienamente con il riferimento a Gesù,
allo Spirito Santo, alla Vergine Maria, alla Chiesa, ai santi e alle sante, ai
quali fa riferimento Chiara nel Paradiso del ’49.
Un’idea originale e nuova è la proposta della santità con la sua dimen-
sione comunitaria: santi insieme, santificarci insieme; e questa è già una
grande novità.
Scrive Chiara: «Noi mettiamo come punto di partenza l’amar Dio con
tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze e quindi il prossimo come sé stes-
si, perciò incominciamo la nostra santificazione santificandoci con gli al-
tri, in comunione col fratello, e non supponiamo nemmeno la possibilità di
santificarci individualmente (perché è assurdo). Perciò l’unità è alla base e
con essa la perfetta carità e perciò l’esser perfetti come il Padre».
«Gesù è fra noi e con Lui lo Spirito Santo che ci riempie dei suoi sette
doni, nello stesso tempo che noi, facendo la volontà di Dio, sviluppiamo
tutte le virtù. Avviene un contemporaneo lavoro da parte di Dio e da parte
nostra nell’operare in noi la santificazione».
Basterebbero questi due brani per pensare alla rivoluzione che suppone
una teologia della santità concepita in questi termini.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

Ciò suppone, come insegna la migliore teologia spirituale rinnovata che


parte dalla carità, che si tratti sempre della perfezione dell’amore di Dio
e del prossimo. Ma con quale connotazione? Pur ammettendo che la mo-
derna teologia spirituale ha rimesso a fuoco il primato della carità, non si
arriva ancora a proporre con audacia, come Chiara faceva già nel ’49, questi
princìpi, a partire dall’esigenza di essere perfetti insieme, in unità, come il
Padre celeste: «Ma ciò è possibile solo se ci mettiamo a farci santi ponendo-
ci nell’ordinaria condizione indispensabile per divenirlo, cioè se a base della
nostra santità (ante omnia, anche prima della santità) poniamo la mutua ca-
rità. Gesù fra noi come premessa o principio, come mezzo per santificarci e
come fine». Si tratta di una santità di Gesù fra noi che esige la misura della
santità stessa di Gesù abbandonato: «A noi non basta la santità dell’indivi-
duo, ma la santificazione di Gesù fra noi, di Gesù-noi. Per innestarci dunque
l’uno nell’altro, come le Persone della Trinità, dobbiamo perdere anche Dio
nel fratello. Proprio come Gesù Abbandonato che perdette Dio nel fratello».
È l’esigenza di quello che Chiara chiama la notte oscura di Dio.
È una santità che abbraccia tutto il creato. Qui Chiara si distanzia dalla
teoria di alcuni autori come J.J. Olier, il quale vedeva la propria perfezione
battesimale in una totale adesione a Dio separato da tutte le sue creature.
Ella invece vede la perfezione in Gesù abbandonato il quale, proprio nel suo
abbandono, rimane unito a tutte le creature, a tutto il creato.
È la santità dell’attimo presente, della concentrazione nella vita di uni-
tà. È la santità che si vive con e negli altri, penetrando nel cielo degli altri
«tutto comunicando, anche la sua santità per amore». È la santità trinitaria,
del Padre e del Figlio, una santità mariana dell’essere e del non essere per
amore, della morte per la vita, iscritta perfino nella legge della natura:
E ciò è rispecchiato nella natura dove alla morte del seme coincide
la vita. Dunque morte e vita coincidono. E qui è lo svelame d’ogni
mistero: la grandezza di Maria; la via della santità perché, ove si
spegne l’anima (con ogni lume d’intelletto, ogni atto di volontà,
ogni ricchezza di ricordo) – si badi a questa bella sintesi della ne-
gazione delle tre potenze: intelletto, volontà, memoria!) –, ivi è Dio
con la Sapienza; ed è la legge universale perché legge trinitaria.
È il vangelo.

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dall’esperienza spirituale al confronto


con la teologia spirituale tradizionale

Una pur breve rassegna delle parole chiave della spiritualità ci ha fatto
subito intravedere come nel Paradiso del ’49 si prospetti una novità per
la teologia spirituale. Di questo Chiara ha una piena consapevolezza; anzi
è costretta a evidenziare con coraggio e audacia le novità che porta nel-
la Chiesa e che provengono dall’illuminazione iniziale del Paradiso e dalle
esperienze successive, come ad esempio la contemplazione delle realtà
divine e umane che formano il viaggio nel Paradiso.
Una lettura progressiva del testo di Chiara evidenzia che questo con-
fronto non è l’atto primo della lunga illuminazione dell’estate del 1949. È
una specie di atto secondo, o terzo, che avviene quando, lasciata la luce del
Tabor dell’estate, si scende dall’alto e, pur continuando a godere della luce
e della comprensione di tante “realtà” divine e umane, insegnate dall’Abbà,
nella scuola del Padre, arriva per forza il momento del confronto con le
convinzioni più abituali in materia di spiritualità. Avviene subito un con-
fronto con la teologia ascetica e mistica, insegnata da alcuni autori, con le
spiritualità classiche della Chiesa. Emerge subito la convinzione che Chiara
ha di essere portatrice di una divina novità non soltanto nel campo della
teologia, ma anche dell’ascetica e della mistica.
Infatti, i testi sopra riportati riguardanti alcuni concetti chiave della teolo-
gia spirituale si situano piuttosto nell’autunno del 1949, quando volendo fare
un certo discernimento, i libri degli uomini, e perfino le esperienze dei santi,
sono rimasti al di qua e al di sotto delle esperienze vissute in precedenza
nella luce dell’unità e di Gesù abbandonato, nella pura luce del vangelo, dopo
aver contemplato e sperimentato quelle che saranno chiamate “le realtà”.
Il viaggio nel Paradiso rende ora più opache le luci, pur belle e stimolanti, di
una certa teologia e di una spiritualità che si apre sugli orizzonti di una con-
templazione delle realtà di Dio; occorre allora proporre, pur a grandi linee,
una nuova spiritualità e una nuova teologia ascetica e mistica che deve esse-
re illuminata dalla contemplazione e dall’esperienza del Paradiso.
Questo contrasto di novità con alcune visioni tradizionali trapela in testi
come questo: «Noi siamo la Luce bianca perché siamo uniti e qui si capisce

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

perché non troviamo la nostra Luce in altre spiritualità. Lo Spirito Santo lo


ha solo Gesù e noi siamo Lui se siamo almeno due uniti». Tutto procede
dalla novità con la quale appare la spiritualità dell’unità, di Gesù in mezzo,
della santità vissuta insieme in reciprocità.
Presto inizia il confronto e si afferma la consapevolezza che l’Ideale,
con tutta l’esperienza del Paradiso, porta con sé quella luce per una nuova
teologia e per una nuova ascetica e mistica, perché l’Ideale è compimento
dell’evangelo, della legge.
Sorgono allora alcune pagine di confronto fra la spiritualità individuale
e quella comunitaria, collettiva, dell’unità.
Alcuni confronti con autori spirituali rivelano subito il doveroso supe-
ramento di certe prospettive della spiritualità individuale. Chiara cita ad
esempio J.J. Olier di cui non può condividere la prospettiva di una spiritua-
lità individuale e staccata dalla creazione.
Troviamo anche la delusione provocata dal confronto del suo vissuto con
un testo classico di quei tempi, il Compendio di teologia ascetica e mistica di A.
Tanquerey, una delle poche sintesi autorevoli di teologia spirituale di allora:

Leggendo il Tanquerey, osservo che vi è un miscuglio di molte cose,


fra le quali molte ottime. Ma è miscuglio e non unità: ché il Tanque-
rey è un uomo che scrive e non Dio, ed un uomo che non è cristia-
no all’unità. Ora il cristiano che non è dell’unità è un Cristo diviso.
Infatti non v’è in lui perfetta unità fra l’uomo e la grazia. Chi vive
l’unità ha questa unità ed è altro Cristo dove l’umano è divino ed
il divino è umano. Il Tanquerey riflette sé nel suo libro. E mescola
virtù e doni, ad esempio. Li mescola, non li fonde mentre vanno uniti
seppure distinti, ma come erano in Gesù che era UNO. Ora questa
unità vuole Gesù fra noi e la dobbiamo attuare nell’attimo presente.

È lo sfogo di chi ha imparato le cose alla scuola di Dio, le ha viste nell’u-


nità, nella luce del proprio carisma, e vede ancora proposte in ragionamen-
ti teologici cose ottime ma senza il respiro di Dio, il respiro dell’unità.
Quasi in continuità il confronto si sviluppa in una visione straordinaria
e luminosa dei carismi storici dei santi, delle vie della spiritualità nella sto-
ria, quasi in una contemplazione, che continua ad essere suggestiva della

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Chiesa con le sue spiritualità: «Gesù è il Verbo di Dio incarnato. La Chiesa


è il Vangelo incarnato... Noi vediamo la Chiesa come un Cristo spiegato
attraverso i secoli». Magnifica visione della storia della spiritualità nella
Chiesa, ricondotta al vangelo!
E con questa visione appare il compito specifico e nuovo dell’Ideale:
«L’Ideale nostro illumina, clarifica le diverse spiritualità facendole tutte
una, tutte Spirito Santo, tutte espressioni di Gesù vero ed autentico». «Ora
l’Ideale nostro è Spirito Santo ed Egli unifica tutte le spiritualità portandole
al loro primo principio che era santo».
Troviamo quindi in queste pagine delle intuizioni inedite per una mi-
gliore comprensione della storia della spiritualità e delle spiritualità sto-
riche e carismatiche. Un contributo a quella parte della teologia spirituale
che è la storia dei carismi spirituali. In questo modo nelle ultime pagine del
Paradiso si sviluppano alcune lezioni essenziali per un rinnovamento nelle
prospettive e nell’impostazione nuova della teologia spirituale.

alcune tematiche di novità per la teologia spirituale

In questa ultima parte del Paradiso è dove troviamo alcune tematiche


squisitamente nuove e rivoluzionarie per la teologia spirituale, come sgor-
gano dal confronto e dal contrasto fra la scuola di Dio e quella degli uomini,
fra il carisma di Gesù e i carismi dei santi, fra una spiritualità individuale e
una spiritualità dell’unità.
Possiamo ora solo segnalare alcune tematiche senza possibilità di
svilupparle:
- il confronto fra la spiritualità individuale e quella collettiva;
- il valore nuovo della preghiera fatta insieme nell’unità;
- il segreto della spiritualità: vivere insieme la parola;
- l’esperienza della notte oscura di Dio, come ulteriore esperienza della
notte oscura di san Giovanni della Croce, nella luce di Gesù abbandonato
e dell’unità;
- l’intuizione del castello esteriore «in cui Dio è fra noi» come impo-
stazione nuova, comunitaria, dell’unità della vita spirituale vissuta insieme
nella reciprocità e nel dinamismo della crescita.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

Una lezione fondamentale di Chiara contenuta nel Paradiso, e che fa


riferimento diretto a un tema nodale della teologia spirituale, è quella che
si riferisce alle tre vie classiche della vita spirituale – purgativa, illuminativa
e unitiva – superate e contenute nella via dell’unità come ingresso nella via
unitiva e sintesi di tutte le altre vie.
Si tratta di una lezione sintetica, di un breve capitolo di teologia spiri-
tuale rinnovata alla luce dell’unità; un’intuizione di grande importanza per
cogliere il senso e la novità della via stessa di Gesù e di Maria. Ci contentia-
mo solo di ricordarla in questo momento. Essa è stata anche oggetto di un
bel commento da parte di G. Rossé nella rivista Nuova Umanità16.
Si possono anche aggiungere altre pagine come quella sulla mistica co-
munitaria di cui sopra abbiamo riportato alcuni brani.
E a queste pagine occorrerebbe ancora aggiungere altre del Paradiso
del ’49 che presentano concretamente la spiritualità dell’unità non solo
come scienza ma anche come pedagogia, come via concreta e incarnata
per vivere l’unità, l’amore del prossimo, la parola, il distacco per amore...
Anche questi aspetti sono caratteristici di una teologia spirituale che
non è soltanto illuminata dai princìpi teologici più alti, o illustrata dalle
esperienze più sublimi dello Spirito, ma che è concreta pedagogia di incar-
nazione, di dinamismo e di crescita.
E come non ricordare, fra l’altro, quanto in ogni aspetto di questa teolo-
gia emerga la figura di Maria come la realizzazione e il modello più perfetto
della nuova spiritualità dell’unità?

conclusione

La teologia spirituale contemporanea non ha potuto ancora giovarsi della


sapienza e dell’esperienza del Paradiso del ’49, come ha potuto usufruire di
altre esperienze dei santi, insieme alle fonti della rivelazione, del magistero
e della vita della Chiesa nella elaborazione delle sue tematiche e delle grandi
lezioni e prospettive sulla vita spirituale secondo la visione stessa di Dio.
Molte esperienze qualificate della vita dei santi e i relativi libri che le nar-
rano, corredati anche dalla dottrina e dalla pedagogia spirituale concreta,

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sono entrati ormai a far parte della vita della Chiesa e hanno influenzato la
vita spirituale e la teologia spirituale della Chiesa.
Il Paradiso del ’49, con le sue contemplazioni e le sue illuminazioni sul-
le “realtà” divine, umane, cosmiche, terrestri ed escatologiche, con le sue
prospettive dottrinali e pedagogiche di novità, attende di essere conosciu-
to e integrato nella spiritualità della Chiesa, nella teologia spirituale e nella
storia della spiritualità.
Solo attraverso la luce filtrata di certe pagine degli scritti di Chiara e in
consonanza con lo sviluppo della teologia e della spiritualità della Chiesa
del nostro secolo, alcune prospettive del Paradiso del ’49 iniziano ad essere
oggi presenti nella teologia spirituale. Grazie alla sensibilità di alcuni auto-
ri, agli studi sul carisma di Chiara e sull’influsso sapienziale di tale carisma
nella teologia e nella spiritualità contemporanee, come nella tesi dottorale
di Michel Vandeleene17, si aprono le nuove prospettive di una spiritualità
già in atto nella vita del Movimento. Manca ancora la riflessione sistema-
tica sull’originalità e sul contributo specifico per la teologia spirituale che
sgorgano dall’Ideale di Chiara, e per un decisivo suo influsso globale sulla
teologia spirituale come viene proposta ed insegnata oggi nella Chiesa.
Sono convinto che il Paradiso del ’49 sia un libro chiave del presente
e del futuro della teologia e della spiritualità della Chiesa, un dono dello
Spirito Santo per l’oggi e per il domani, nel dinamismo con cui il Paraclito
conduce la Chiesa alla conoscenza tutta intera della verità per la piena re-
alizzazione del suo disegno di salvezza.
Il Paradiso del ’49 con l’esperienza carismatica iniziale, tutta nuova di
una mistica dell’unità, con le progressive illuminazioni, con gli approfondi-
menti divini sulle “realtà”, è già e sarà in avvenire un testo spirituale fonda-
mentale della storia della spiritualità.
Abbiamo fatto solo una breve introduzione al tema, lasciando intrave-
dere alcune prospettive di novità. Ma queste risultano talmente attuali,
profetiche, luminose da poter affermare che sono una riserva di luce e di
sapienza per oggi e per il futuro. E che ognuno di noi, nell’unità, deve sen-
tirsi grato e responsabile di un dono che è chiamato a fruttificare all’infinito
nella spiritualità e nella mistica nostra che è la mistica dell’unità, un tema
quasi inedito e perciò profetico nel campo della teologia spirituale.

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focus. il paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Una nuova luce per la teologia spirituale

1
J. Castellano Cervera, Carismi per il terzo millennio, Edizioni OCD, Roma 2001.
Nato a Villar del Arzobispo (Valencia) il 30 luglio 1941, Jesús Castellano Cervera ad
appena undici anni entrò nel Collegio Teresiano dei Carmelitani a Castellón de la
Plana. Nel 1960 giunse a Roma per studiare teologia. Ordinato sacerdote il 25 aprile
1965, continuò gli studi, divenendo professore nella Facoltà teologica del Teresia-
num, dove ha insegnato Teologia sacramentaria, Liturgia, Ecumenismo, Teologia
spirituale, fino a divenire preside della stessa Facoltà. È stato consultore in differenti
dicasteri della Santa Sede, a cominciare da quello della Dottrina della fede, e colla-
boratore dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del papa. Morì a Roma il 15 giugno
2006, giorno del Corpus Domini.
2
J. Castellano Cervera, Una spiritualità che unisce il vertice del divino e dell’umano,
in C Lubich, La dottrina spirituale, Città Nuova, Roma 20092, p. 17. La prima edizione,
per i tipi di Mondadori, è del 2001.
3
Ibid., p. 20. Su Castellano e il suo rapporto con la spiritualità dell’unità ho
già avuto modo di scrivere: cf. F. Ciardi, Vivere insieme l’avventura della santità.
La “simpatia” di Jesús Castellano per i movimenti ecclesiali e per l’Opera di Maria, in
«Teresianum», 58 (2007), pp. 241-269. Ho inoltre curato un’antologia di suoi testi:
J. Castellano Cervera, Il castello esteriore. Il “nuovo” nella spiritualità di Chiara Lubich
(F. Ciardi ed.), Città Nuova, Roma 2011.
4
Introduzione, in C. Lubich, L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 12.
5
Ibid., p. 9.
6
Ibid., pp. 9-10.
7
Ibid., p. 13.
8
Ibid., p. 15.
9
J. Castellano Cervera, Una spiritualità che unisce il vertice del divino e dell’umano,
cit., p. 18.
10
Id., Presentazione, in M. Vandeleene, Io, il fratello, Dio nel pensiero di Chiara Lu-
bich, Città Nuova, Roma 1999, pp. 5, 7-8.
11
J. Castellano Cervera, Io e la Scuola Abbà, Congresso di Aggiornamento Teo-
logico, Castel Gandolfo, 15 aprile 1997 (trascrizione da registrazione).
12
In «Mariapoli», 23 (2006), maggio-giugno, pp. 40-41.
13
Saint-Maurice (Svizzera), 21 agosto 1998. Scritto inedito. Archivio generale
dei Carmelitani Scalzi, Roma, Fondo Castellano, Dossier 39/4.
14
Pasquale Foresi.
15
C. Lubich, Paradiso ’49, testo inedito. Se non altrimenti indicato, i testi di Chia-
ra Lubich riportati sono tratti dalla stessa fonte.
16
G. Rossé, Santità e santificazione negli scritti di Chiara Lubich alla luce di S. Paolo,
in «Nuova Umanità», 111-112 (1997/3-4), pp. 377-386.
17
M. Vandeleene, Io, il fratello, Dio nel pensiero di Chiara Lubich, cit. [n.d.r.].

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punti cardinali

Strumenti per vivere


il Paradiso

Una particolare caratteristica dell’esperienza del


Fabio Paradiso ’49 è la dimensione ecclesiale, comunitaria,
che parecchi anni più tardi Chiara Lubich chiamerà “col-
Ciardi lettiva”. La dimensione ecclesiale costituisce la cifra di
responsabile autenticità di ogni mistica cristiana, vissuta nella con-
del centro sapevolezza di essere parte della Chiesa e insieme sua
interdisciplinare espressione. Nel Paradiso ’49, tale dimensione acquista
di studi scuola una particolare modalità: il soggetto dell’esperienza è
abbà. membro
del comitato insieme personale e comunitario. Personale perché è
direttivo per Chiara che ha coscienza di essere stata introdotta nel
la pubblicazione seno del Padre e che “vede”. Comunitario perché ella si
delle opere percepisce nel seno del Padre in unità prima con Igino
di chiara lubich. Giordani, poi con l’intero “gruppo d’anime” fatte Chie-
sa. A volte parla di questo nuovo soggetto come di un
“drappello”, per indicare la pluralità delle persone che
lo compongono, distintamente, che vede muoversi in-
sieme nel Paradiso, attorno a lei, partecipe della me-
desima contemplazione. Altre volte, in maniera sempre
più abituale, lo indica come l’Anima, con la “A” maiu-
scola, per mettere in rilievo l’unità del gruppo.
Se lungo la storia si sono sperimentate grazie misti-
che individuali, ora viene dato di sperimentare una mi-
stica comunitaria, da un gruppo di persone che, fuse in
unità dal patto dell’amore reciproco in Gesù Eucaristia,
vivono la realtà della Chiesa al punto di diventare un
cuore solo e un’anima sola (cf. At 4, 32): l’Anima, «fatta
Chiesa per poterLo [il Verbo] amare»1. A questo sogget-
to collettivo è dato di compiere la medesima esperienza,

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punti cardinali
Strumenti per vivere il Paradiso

di percorrere il medesimo itinerario, di ricevere le medesime ispirazioni e


la medesima comprensione delle realtà divine.
L’Anima di cui parla Chiara non è la singola anima che ha il respiro ec-
clesiale, come lo era, ad esempio l’“anima ecclesiastica” di Origene, ma un
insieme di anime fatte autenticamente Chiesa. È il frutto pieno dell’evento
pasquale dove Cristo costituisce il suo corpo, la Chiesa, come altro sé, per
unirsi ad essa in un rapporto di autentico e reciproco amore. Misticamente
identificata con Cristo, essa si vede conferire da lui una personalità pro-
pria, distinta da lui, tale che le permette di stargli dinanzi e di rispondere al
suo amore. «In quanto Corpo di Cristo la Chiesa è misticamente il Cristo; in
quanto Sposa di Cristo, la Chiesa è misticamente un altro Cristo»2. Cristo la
crea soggetto capace di amare e di unirsi a lui.
In questo processo comunitario, la vita d’unità tra le persone che co-
stituiscono l’Anima acquista una forte rilevanza. È nella reciprocità dell’a-
more fraterno, quale sintesi dell’insegnamento evangelico e frutto della
grazia sacramentale, che la comunità attua la sua identità profonda di per-
sona-Chiesa e quindi di soggetto che può stare con Cristo in un rapporto
di unità e di distinzione. È quasi un riferimento alla vita della Trinità che più
è una e più è trina, «per cui più si va avanti più si è uno e più si è distinti. E
se l’essere distinti ci dà una libertà maggiore, l’essere uno ci dà un amore
più grande». La distinzione procede dall’unità e come espressione di essa
e, nello stesso tempo, la arricchisce con il proprio insostituibile contributo.
Una dimensione non esclude l’altra, sono piuttosto tra loro intrinsecamen-
te legate, come afferma Chiara riferendosi all’unione sponsale tra il Verbo
e l’Anima: soltanto le anime che sono uno tra di loro, in quanto Chiesa,
«possono dire, sia in unità con le altre, sia individualmente (perché hanno il
valore del tutto cioè di Gesù fra loro), di essere spose di Cristo». Il passag-
gio dalla dimensione ecclesiale a quella individuale e viceversa è dunque
legittimo perché, come scrive Pierre Adnés, «ciò che è vero della collettivi-
tà, lo è anche, per inclusione, di ogni individuo»3.
La tradizione della Chiesa lo ha ben presente. San Bernardo, ad esem-
pio, afferma: «La divinità dello Sposo, per la sua natura semplicissima, può
guardare molte anime come fossero una sola, e una sola come fossero mol-
te»4. Potremmo ancora ricordare il Liber qui dicitur: Dominus vobiscum di san

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Pier Damiani: «Ogni persona è Cristo in pienezza […]. La Chiesa può signi-
ficarsi tutta in una persona sola e, in conseguenza, dovendo dirsi vergine,
la Chiesa è in tutti e tutta in ciascuna: semplice nei molti per l’unità della
fede e complessa in ognuno per il vincolo della carità e i carismi diversi;
poiché tutti dall’uno»5.
In uno scritto del 1968, Chiara spiega così la dinamica comunionale
dell’esperienza e della vita di quel «periodo di grazie particolari» che fu il
1949: «Avevamo l’impressione che il Signore aprisse agli occhi dell’anima
il Regno di Dio che era fra noi: la Trinità che abita in una cellula del Corpo
mistico: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, per-
ché siano una cosa sola, come noi”». Fu quello, conclude, «il piccolo Tabor
dell’anima nostra»6. L’aprirsi degli “occhi dell’anima” sul regno di Dio, che
è tra noi, introduce alla percezione cosciente, sperimentale, del grande mi-
stero cristiano: Gesù che vive nella sua comunità, che porta in essa con sé il
Padre e lo Spirito, e la guida al Padre, nello Spirito, fino a consumare nell’u-
nità trinitaria l’intera umanità e il cosmo. È chiara, in questo testo, anche
la consapevolezza della novità comunitaria dell’esperienza di questo pe-
riodo, definita come «la Trinità che abita in una cellula del Corpo mistico».
Ogni esperienza mistica cristiana è per sua natura esperienza trinita-
ria ed è sempre colta all’interno del mistero della Chiesa, ma qui l’espe-
rienza dell’inabitazione trinitaria non avviene soltanto nell’intimo della
singola anima, ma tra più persone unite in “cellula” di Corpo mistico, in
Chiesa. Poco più tardi, nel Concilio Vaticano II, la Chiesa prenderà pie-
namente coscienza del suo essere icona della Trinità, «popolo adunato
nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Cf. Lumen gentium,
2-4; Ad gentes, 2-4).
Quindi ogni persona, se nell’Anima, partecipa della realtà dell’Ani-
ma-Chiesa e può vivere nella relazione piena con Cristo, che soltanto la
Chiesa possiede. Come direbbe Congar, «tutte [le persone cristiane] sono
spose, ma esse sono viste e volute tali da Dio in quanto membra della Spo-
sa che è la Chiesa»7. Ciascuna persona è l’Anima, a immagine e in quan-
to partecipazione della vita trinitaria, dove Dio è uno e ciascuno dei tre è
quell’uno, è Dio. Tutto il Paradiso è pervaso da questa visione comunionale,
trinitaria della persona umana.

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Strumenti per vivere il Paradiso

Chiara è pienamente consapevole della novità di questa sua espe-


rienza. Per questo il 29 settembre 1950, riflettendo su quanto avvenne in
quell’estate del 1949, scrive un testo nel quale parla di “nostra mistica”, di
“mistica nuova”, o più semplicemente di “mistica” in senso assoluto.
La nostra mistica è mistica di Gesù e di Maria: la mistica del Te-
stamento nuovo, del comandamento nuovo, la mistica della Chiesa,
con la quale la Chiesa è veramente Chiesa, perché Unità, Corpo Mi-
stico, Amore, perché in essa circola lo Spirito Santo che la fa Sposa
di Cristo. È mistica di Gesù, di Gesù completo […]. E Gesù è “dove
due o più”. Quindi la mistica di coloro che si amano a vicenda come
Egli ci ha amato; di un’unità di anime che rispecchia, stando in ter-
ra, la Trinità di Lassù: stando in terra, perché quaggiù va testimo-
niato l’Uomo Dio e quaggiù è la Chiesa.
Quindi la nostra mistica suppone almeno due anime fatte Dio, fra
le quali circoli veramente lo Spirito Santo intero, fatto Persona,
cioè un terzo, Dio, che li consuma in uno, in un solo Dio: “Come io
e te”, dice Gesù al Padre. Allora e solo allora i due sono Gesù. Ecco
la mistica nostra.

Che la vita mistica sia vita in Cristo è un dato tradizionale («Non sono
più io che vivo, è Cristo che vive in me»: Gal 2, 20). La novità della spiri-
tualità dell’unità sta nell’avere intuito che si è “veramente” Gesù, “Gesù
completo”, quando si è il suo Corpo, la Chiesa, quando cioè si è nell’unità:
Gesù è nel “dove due o più”, è Gesù fra noi.
Nella spiritualità dell’unità il soggetto dell’esperienza torna ad essere la
Chiesa (l’Anima), come nell’esperienza di Pentecoste, come in quella dei due
di Emmaus: «Non sentivamo [plurale] come un fuoco nel cuore, quando egli
lungo la via [Gesù in mezzo] ci parlava e ci spiegava la Scrittura?» (Lc 24, 32),
come in quella della comunità giovannea: «Quello che abbiamo udito, quello
che abbiamo veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le
nostre mani hanno toccato...» (tutti verbi al plurale) (1 Gv 1, 1-3).
L’esperienza spirituale è frutto dello Spirito che “circola” tra quanti vivo-
no l’amore reciproco e li «consuma in uno, in un solo Dio». Anche in questo
l’ideale dell’unità è un ritorno alle origini della spiritualità cristiana: Pente-
coste fu un’esperienza dello Spirito fatta in comune.

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gli “strumenti” per vivere una spiritualità

Come mantenere quest’unità? Come rimanere nell’Anima una? Come


progredire in essa lungo il cammino della vita?
Nel suo libro Una via nuova. La spiritualità dell’unità, Chiara ricorda che
ogni spiritualità ha individuato e proposto gli strumenti più adatti per rag-
giungere il proprio progetto. Esemplificando, cita, tra gli altri, la solitudine
e la fuga dalle creature, il silenzio, la clausura, le penitenze, l’obbedienza
a un superiore, i voti di castità e di povertà, la preghiera e la meditazione
prolungate nella propria stanza. Anche dalla sua esperienza sono emersi
dei percorsi concreti a sostegno del suo progetto d’unità. Se Teresa d’A-
vila – ed è un riferimento particolarmente caro e molto presente in Chia-
ra – ha insegnato come penetrare nel “castello interiore”, individuando gli
strumenti più adatti a quel cammino di interiorità, «è venuto il momento,
almeno questa è la nostra vocazione, di scoprire, illuminare, edificare, oltre
il castello “interiore”, anche il castello “esteriore”. Noi vediamo tutto il Mo-
vimento come un castello esteriore, dove Cristo è presente e illumina ogni
parte di esso, dal centro alla periferia»8. Ecco dunque gli “strumenti della
spiritualità collettiva”9.
Per tutti i cristiani “strumenti” per eccellenza, se così possiamo chiamarli,
sono la Parola di Dio, nella quale siamo stati scelti (cf. 1 Cor 15, 1-4) – è la Pa-
rola che fa la Chiesa – e l’Eucaristia, che di molti fa un corpo solo (cf. 1 Cor 10,
17) – è l’Eucaristia che fa la Chiesa. Gesù, dopo aver enunciato il comanda-
mento dell’amore reciproco, aveva offerto numerosi “strumenti” per la sua
attuazione, a cominciare dall’invito al perdono reciproco (cf. Mt 18, 21-22), a
un amore, come dirà Paolo, che «tutto copre, tutto crede, tutto spera» (1 Cor
13, 7). «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4, 26) è un imperativo che
tutta la comunità deve far proprio, così come volere il bene dell’altro, essere
misericordiosi, portare l’altro nel proprio cammino (sop-portare) (cf. Ef 4,
32; Col 3, 12-13), cercare il bene tra tutti (cf. 1 Tes 5, 15).
Dovremmo ricordare ulteriori esortazioni di Paolo volte a un cammino
comune che esige la piena comunione non solo dei beni materiali, ma an-
che di quelli spirituali: «Tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda,
abbiate gli stessi sentimenti» (2 Cor 13, 11); «ammaestratevi e ammonitevi

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Strumenti per vivere il Paradiso

con ogni sapienza» (Col 3, 16). La Lettera agli Ebrei non è meno esplicita:
«Cerchiamo di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone [...]
esortandoci a vicenda» (Eb 10, 24-25).
La tradizione cristiana ha presto individuato momenti e luoghi per aiu-
tarsi nel comune cammino di fede. I monaci, per fermarsi solo a loro, usa-
vano radunarsi insieme per intrattenersi a parlare delle Scritture e per co-
municarsi le proprie esperienze spirituali; si correggevano e si esortavano
e si consigliavano a vicenda. Le Istituzioni e le Conferenze di Cassiano, così
come le conversazioni (Asketikon) di Basilio con i suoi fratelli e sorelle, sono
esempi tipici di come si aiutava un’intera comunità nel cammino spirituale.
La collatio, ossia la riunione di tutta la comunità, costituiva un momento
privilegiato per il cammino spirituale comune: si leggeva la regola, la si
commentava, ci si confrontava con essa per vedere se si era fedeli, quali
fossero le eventuali mancanze, come rimediare...
Chiara si pone in continuità con l’insegnamento biblico e, forse senza
saperlo (ma lo sapeva lo Spirito Santo che la guidava nella novità del cari-
sma), in continuità con la tradizione cristiana.
Pur in questa continuità con il passato, dalla sua esperienza ella scopre
ed elabora in maniera sistematica tutta una serie di “strumenti” che vuole a
diretto servizio della sua spiritualità comunitaria. Valorizza quelli che, con
linguaggio improprio, chiama “strumenti della spiritualità individuale”, come
l’interiorità, la preghiera, il silenzio, la meditazione, la mortificazione, l’ascol-
to della voce della coscienza, il discernimento della volontà di Dio…, e nello
stesso tempo propone nuovi strumenti per una spiritualità collettiva.
Ne richiamo alcuni presenti nell’esperienza e negli scritti del Paradiso
’49: il patto d’unità, la comunione d’anima e delle esperienze della Parola
di Vita, l’ora della verità, il colloquio personale. L’analisi di ognuno di questi
strumenti darebbe origine a un vero trattato di spiritualità. Qui mi limito
a riportare, per ognuno di essi, un brano del Paradiso ’49, senza partico-
lari commenti, per mostrare come siano profondamente radicati in quella
esperienza. Ad ogni brano farò precedere una breve spiegazione di quello
“strumento” che Chiara offrì ai membri del Movimento in una serie di “Col-
legamenti CH”, conversazioni telefoniche con le quali li aiutava nel “santo
viaggio”, tipico cammino d’unità.

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il patto d’unità

Alle origini del Movimento Chiara era solita stipulare diversi tipi di patti
con le sue prime compagne e i suoi primi compagni. I più noti sono quello
dell’amore reciproco e quello di misericordia. Riguardo al patto dell’amore
reciproco, che risale alla festa di Cristo Re del 1944, ricorda che le prime
focolarine «si dissero: “Io sono pronta a morire per te; io per te”, e cioè
tutte per ognuna, gettando così le fondamenta della nostra Opera». Quindi
prosegue rivolgendo a tutti il medesimo invito:

È sacra questa dichiarazione d’amore reciproco, questo patto che


vi domando; è solenne, anche se fatto nella semplicità; e non è pri-
vo di difficoltà. Con alcuni, infatti, sarà facile pronunciarlo; con altri
occorrerà, alle volte, vincere il rispetto umano; con altri occorrerà
preparare il terreno. È un atto non privo di sacrificio perché occor-
rerà, alle volte, vincere il rispetto umano, altre, superare l’indolen-
za o il tran tran spirituale in cui siamo magari caduti10 .

Vi è poi il patto d’unità, stipulato per la prima volta con Igino Giordani il
16 luglio 1949, che diede inizio all’esperienza del Paradiso. Nel suo scritto
Paradiso ’49 Chiara lo narra più volte. Due di quelle narrazioni sono state
pubblicate nel libro Il Patto del ’49 nell’esperienza di Chiara Lubich. Percorsi
interdisciplinari11.
Possiamo individuare questo patto anche in una lettera del 24 luglio
1949, indirizzata a Igino Giordani e che fa parte dello scritto Paradiso ’49:

Tu sarai la mia eco. Ed io sarò la tua.


O meglio il tutto viceversa: ché tu mi dirai: “Amore” e troverai me,
fatta Amore. Ed io ripeterò: “Amore” e ritroverò te.
Entrati nel Regno dei Cieli, in Seno al Padre, siamo eternamente
nella Radice che è il Padre, per cui la vita è eterna e la linfa che
scorre in questa radice è amore.
Da quando sono entrata nel Padre, vedo il Vangelo e la Sacra Scrit-
tura tutti nuovi: tutte le parole, man mano che le leggo, s’illumina-
no. Abbiamo veramente la pienezza dello Spirito Santo.

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Strumenti per vivere il Paradiso

Il primo passaggio di questa narrazione mi sembra ridica, in maniera


nuova, il patto come reciprocità d’amore perfetta, ove ognuno dei due
– Chiara e Giordani, Giordani e Chiara – fa l’altro amore, e viceversa.
È così profonda questa relazione d’amore che vi si può scorgere un’ana-
logia con il patto sponsale. Chiara stessa ne prende consapevolezza e,
quello stesso 24 luglio, afferma che «le nostre anime si sono, per Gesù fra
loro, sposate fra loro e sono Chiesa»12.
Il secondo passaggio dice l’effetto del patto: l’entrata nel seno del Pa-
dre, la radice. Commentando il patto del 16 luglio, Chiara annota: «Ed ora
non posso, non possiamo più tornare indietro, non possiamo più uscire dal
seno del Padre. Questa è per noi la volontà di Dio. E poiché in Paradiso non
si resta se non si è Gesù, occorre vivere la Parola e, ricevendo l’Eucaristia,
fare il patto, essere il patto vivo».
Il terzo passaggio spiega ciò che avviene una volta entrati nel seno del
Padre: infinite illuminazioni e una visione nuova, a partire appunto dal seno
del Padre. Per vedere-capire occorre essere nel seno del Padre e per essere
nel seno del Padre occorre il patto d’unità.
Quando facciamo tra noi questo patto (con tutti gli aspetti che esso esi-
ge: il nulla di noi, l’essere pronto a dare la vita per l’altro, la presenza attiva
dell’Eucaristia…), non so se siamo sempre consapevoli che si tratta di “un
dire amore” l’uno all’altro (quel dire che è dare), fino a renderci reciproca-
mente amore e così sigillare un’unità tale da potersi paragonare al rapporto
sponsale. Eppure è essenziale per entrare nel seno del Padre e per vedere
tutto nuovo e per avere la pienezza dello Spirito Santo.
Non è un caso che, abitualmente, quando Chiara racconta la sua espe-
rienza del 1949 inizi dal patto e dall’entrata nel seno del Padre. Nel patto
d’unità e nell’entrata nel seno del Padre è in qualche modo racchiuso tutto
il suo Paradiso. Una volta entrati nel seno del Padre tutto è in certo modo
già compiuto, si è nella realtà sperimentata nel Paradiso ’49, se ne è piena-
mente partecipi. Tutto il resto è conseguenza.
Quanti sono chiamati a partecipare a questa realtà dell’Anima sono in-
vitati a rinnovare ogni giorno quel patto, con l’intensità degli inizi. In esso
vi è tutto l’ideale dell’unità, con l’ascetica e la mistica: «Nel fare il Patto è
la nostra ascetica; ma, spostando tutto, come il Patto richiede, abbiamo

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veramente Gesù in mezzo, quindi siamo nella vita mistica. […] Per i laici,
che sono in mezzo al mondo, è importantissimo vivere non solo l’aspet-
to ascetico ma anche quello mistico perché fa emergere tutta la bellezza
dell’unione con Dio».
Il frutto, scrive Chiara commentando il patto del 16 luglio, è «la realtà
nuova che nasce con il patto, fatto tra me e Foco e le focolarine che erano
con me. E nasce per la grazia dell’unità, frutto dell’Eucaristia. Per questo
ogni giorno, alla Comunione, io ripeto quel patto e lo affido a Gesù perché
ancora oggi sia Lui a realizzare fra noi la realtà di essere l’Anima, di vive-
re nell’Anima senza uscirne mai. Certo è che, se anche adesso potessimo
vederci con l’occhio del Cielo, essendo in questa realtà dell’Anima, noi ve-
dremmo un unico Cristo ed anche ciascuno di noi Cristo».

la comunione d’anima e delle esperienze della parola di vita

Altri strumenti per vivere la spiritualità dell’unità sono la comunione


d’anima e la condivisione delle esperienze della Parola di Vita. Così le spie-
ga nelle conversazioni telefoniche del 22 settembre e 27 ottobre 1994:

Se si è pronti a dare la vita per i fratelli, come con la grazia di Dio


vogliamo, si deve essere disposti almeno ad aprir loro il proprio
cuore. La “comunione d’anima” va fatta fra noi per rendere comu-
ni i beni spirituali che possediamo, e concorrere così alla santità
altrui come alla nostra. […] Si mette in comune tutto quello che è
bello ed utile ai fini della santità […]. Noi siamo chiamati a portare
a beneficio anche degli altri quello che il Signore ci ha fatto com-
prendere nella meditazione e quello che è stato il frutto di essa.
E questo si fa nella “comunione d’anima”.

Riguardo alla comunione delle esperienze della Parola di vita: «È impor-


tantissimo quindi vivere la Parola. Ma ciò non basta. Noi siamo chiamati a
mettere in comune le nostre esperienze su di essa»13.
Nel Paradiso ’49 Chiara comunica le sue esperienze alle sue compagne,
«che ne avevano diritto essendo la mia stessa Anima». Ella stessa spiega:

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Strumenti per vivere il Paradiso

Le mie compagne ne avevano diritto. Infatti io sentivo che non po-


tevo fare un passo se non comunicavo tutto e che queste esperien-
ze, queste grazie, erano per loro, erano per l’Anima, non per me.
Solo comunicandole potevo, il giorno dopo, andare alla Comunio-
ne e domandare a Gesù qualche altra cosa. È meravigliosa la vita
dell’Ideale […]: anche le cose straordinarie diventano normali.

La caratteristica e la novità di questo tipo di comunione appare con evi-


denza il 6 novembre 1949, in uno testo poi intitolato “Guardare tutti i fiori”:

Il vertice della vita spirituale, prima di adesso, era la mistica unio-


ne dell’anima con la Trinità in sé per mezzo di Gesù. Incorporati
in Lui, per Lui eravamo un tutt’uno con la Trinità. E la perfezione
consisteva in questo intimo perenne colloquio dell’anima con Dio.
E, per arrivare a ciò, l’amore del silenzio, del raccoglimento, della
solitudine e, naturalmente, la fuga dalle creature per ritirarsi nella
cella interiore. […]
Le anime d’una volta cercavano Dio in loro. Esse stanno come in un
grande giardino fiorito e guardano ed ammirano un solo fiore. Lo
guardano con amore e nei particolari e nell’insieme, ma non osser-
vano gli altri. […]
Dunque la mia cella, come direbbero le anime intime a Dio e noi
[diremmo] il mio Cielo, è in me e come in me nell’anima dei fratelli.
E come Lo amo in me, raccogliendomi in esso – quando sono sola –,
Lo amo nel fratello quando egli è presso di me.
Allora non amerò il silenzio ma la parola (espressa o tacita), la co-
municazione cioè del Dio in me col Dio nel fratello. E se i due Cieli
si incontrano ivi è un’unica Trinità ove i due stanno come Padre e
Figlio e tra essi è lo Spirito Santo14 .

Precedentemente Chiara aveva scritto: «Due cose vanno tenute segre-


te e sono l’amore e il dolore: perché l’amore è l’amore col quale Egli mi ama
o Si ama in me ed il dolore è l’amore col quale io Lo amo. La Luce va data ed
è pur questo: amore».
Riguardo alla comunione delle esperienze suscitate dal vivere la Parola
di Vita, Chiara richiama più volte l’atteggiamento di Maria che custodisce

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tutto nel segreto e insieme proclama il Magnificat. Significativo un testo su


Maria e la Parola e il commento in rapporto agli “strumenti della spiritua-
lità collettiva”:

Sempre in lei [Maria] era la Parola. Così deve esser dell’Anima no-
stra: vivere sempre con la Parola: tutta concentrata e solo concen-
trata sulla Parola. E nel segreto: ché tutto dipende dal mio amore:
«pro eis sanctifico me ipsum» [Gv 17, 19]. Infatti l’ebbrezza è viver
soli con lui nel segreto.

Così commenta:

Vivendone gli “strumenti” (cioè la comunione d’anima ecc.), po-


trebbe sembrare che noi dobbiamo santificare gli altri. Invece:
«sanctifico me ipsum pro eis» = «santifico me stesso per gli altri»
(Gv 17, 19). Ognuno di noi, quindi, essendo l’Anima, deve vivere tut-
to concentrato sulla Parola, e nel segreto, in solitudine con lui: deve
santificare se stesso per gli altri. Poi si deve mettere in comunione
la luce che scaturisce e dal dolore e dall’amore. Infatti il dolore e
l’amore vanno taciuti; la luce va data. E questo è importante per
fare bene la comunione d’anima e la comunione delle esperienze
sulla Parola di vita.

l’ora della verità

Un ulteriore strumento è l’ora della verità. Non è da confondere con la


semplice “correzione fraterna” praticata nel monachesimo e in ulteriori for-
me di vita comune. Nella spiritualità dell’unità essa prevede anche il mettere
in luce il positivo dell’altro, fino a scoprire insieme, con sempre maggiore
chiarezza, il disegno che Dio ha su ciascuno. Chiara la spiega nel Collega-
mento del 24 novembre 1994: «Per la carità, che pure noi nutriamo per i no-
stri simili e per il desiderio di contribuire a santificare con noi anche loro,
ci impegniamo ad offrire ad essi, con amore, quanto possiamo osservare in
loro di negativo e positivo. È una pratica esigente, ma serve molto al Santo

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Strumenti per vivere il Paradiso

Viaggio. […] Alla fine – questa la nostra continua constatazione – tutti sono
invasi da una grande gioia e non si sa perché. È, forse, l’esperienza della li-
bertà cristiana; l’attuazione della Parola: “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 23)»15.
Anche l’impiego di questo strumento è testimoniato nel Paradiso ’49. Il
27 marzo 1950 a Ostia, sul litorale romano, Chiara si trovò con alcuni dei
suoi compagni per vivere con essi quel particolare momento di comunione:

Fatta l’ora della verità fra noi, potremmo concludere dicendo: Gesù
fra noi è: zelante come Graziella, prudente come Giosi, luminoso
come Pasquale, amante come Foco; misurato come Marina, af-
fettuoso come Lia, soprannaturale come Antonio, semplice come
Marino, vellutato come Giulio, caldo come Giorgio, bambino come
Liliana, forte come Gisella, ecc.

Più tardi Chiara annota:

In quell’epoca facevamo molto spesso, e come cosa sacra, l’ora


della verità. E poiché la verità, qualunque fosse, o positiva o nega-
tiva, veniva detta e accolta veramente, il risultato era che, siccome
chi ascolta la Parola è già mondato (cf. Gv 15, 3), i focolarini e le fo-
colarine erano subito mondati, per cui io vedevo chiaramente il di-
segno di Dio su di loro. Da qui la parola “disegni” riferito alle prime
focolarine e ai primi focolarini, primi fra tutti Foco [Igino Giordani]
e don Foresi: vere colonne scelte da Dio per edificare l’Opera.

il colloquio

Infine il colloquio, di cui Chiara scrive nel Collegamento del 22 dicem-


bre 1994: «È bene controllare, di tempo in tempo, l’andamento della nostra
anima con chi conosce più di noi la vita dello spirito. Ed è per questo che
si consiglia il colloquio con un fratello o con una sorella più avanti di noi
per esperienza o più adatto, per quella grazia particolare che ha nei nostri
riguardi. Ed è per questo che pure noi saremo alle volte chiamati a fare dei
colloqui con qualcuno che conosce meno di noi la strada della perfezione.

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Anche Gesù faceva colloqui con singole persone. Il Vangelo ne riporta al-
cuni. E sono stati importanti come i suoi discorsi alle folle. […] È proprio da
Lui che occorre imparare a fare i colloqui»16.
Anche questo strumento era già presente nel 1949.

Quello che ricordo proprio – scrive Chiara in proposito – è un albe-


ro, perché noi andavamo in montagna, intorno a Trento c’è tanta
possibilità [Madonna della Luce, Primiero], e io mi sedevo lì, sedu-
ta con la schiena... e davanti c’erano le pope che facevano i colloqui
privati. La cosa che più ricordo erano i colloqui privati con le pope.
E ricordo la Giosi [Guella] quella volta che è venuta e che mi ha rac-
contato la storia di santa Chiara, che ha detto sì a Dio e che anche
lei voleva [dire il proprio sì a Dio]...17.

Non mancano pagine di quel periodo nelle quali Chiara comunica


l’esperienza di accoglienza e di ascolto dell’altro, come quando, l’8 settem-
bre 1949, scrive che occorre “trasferirsi” nel prossimo che momento per
momento ci è vicino, così da «vivere la sua vita in tutta la sua pienezza».
Contrappone quindi due modalità di mettersi davanti all’altro:

Ora si può entrare nell’altro in vari modi: spingendovisi come uno


grande volesse entrare per una porta piccola [...] e fa così colui che
non ascolta fino in fondo il fratello (che non muore tutto nel fratello
che è il Paradiso dell’io, il Regno dell’io) e vuol dare risposte raccolte
via via nella propria testa che possono essere ispirate ma non sono
quel soffio di Spirito Santo che darà la vita al fratello.
Vi è chi (amante appassionato di Gesù Abbandonato) più volentieri
muore che vive ed ascolta il fratello fino in fondo non preoccupando-
si della risposta, che gli sarà data alla fine dallo Spirito Santo il quale
sintetizza in brevi parole od in una tutta la medicina per quell’anima.

Vi è qui una fine psicologia e un’arte di amare che pongono il colloquio


e l’accompagnamento spirituale in una dimensione di profondo rispetto
dell’altro, lasciando il dovuto spazio a un ascolto autentico e all’azione del-
lo Spirito Santo.

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Strumenti per vivere il Paradiso

Come premesso, ho offerto soltanto alcuni dei molti testi per compren-
dere il dinamismo richiesto dalla spiritualità dell’unità. Come è facile intuire
questi “strumenti” sono inanellati l’uno nell’altro e in ognuno di essi si posso-
no trovare elementi presenti negli altri. Essi fanno parte di un unico proget-
to di comunione e sono ineludibili per il raggiungimento dell’unità così come
Chiara l’ha carismaticamente compresa e offerta alla sua Opera e alla Chiesa.

1
C. Lubich, Paradiso ’49, testo inedito. Se non altrimenti indicato, i testi di Chia-
ra Lubich riportati sono tratti dalla stessa fonte.
2
C. Journet, L’Église du Verbe Incarné, Desclée de Brouwer, Paris 1962, pp. 132-
133; traduzione a cura dell'Autore.
3
“Mariage spirituel”, Dictionnaire de Spiritualité, X, c. 390; traduzione a cura
dell'Autore.
4
Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici (D. Turco ed.), Vivere
In, Roma 1982, p. 640.
5
Citato in H. De Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Edizioni Paoline, Milano
1955, p. 253.
6
C. Lubich, Scritti spirituali /3, Città Nuova, Roma 1979, p. 44.
7
Y. Congar, La personne “Église”, in «Revue Thomiste», 4 (1971), p. 639; tradu-
zione a cura dell'Autore.
8
C. Lubich, Una via nuova. La spiritualità dell’unità, Città Nuova, Roma 2002,
pp. 28-29.
9
Cf. ibid., pp. 21-29.
10
Ibid., p. 23.
11
Cf. AA.VV., Il Patto del’49 nell’esperienza di Chiara Lubich. Percorsi interdiscipli-
nari, Città Nuova, Roma 2012, pp. 11-23.
12
Chiara ricorda così quello sposarsi tra anime: «L’esperienza di questa “spon-
salità” fra le nostre anime, segno della grandissima unità che c’era fra noi, focolarine
e focolarini, è stata molto forte. Tanto è vero che quel giorno in cui abbiamo capito
questa realtà, siamo andati a comperare una torta, una torta bianca, e l’abbiamo
festeggiata tutti insieme».
13
C. Lubich, Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001, p. 29; cf. anche pp. 25-26.
14
Il commento a questo testo ha dato origine a un libro della Scuola Abbà: AA.VV.,
Guardare tutti i fiori. Da una pagina del ’49 di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 2014.
15
Ibid., pp. 31-32.
16
Ibid., pp. 34-35.
17
C. Lubich, Discorso all’Assemblea generale, Castel Gandolfo, 24 settembre
2002.

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La dichiarazione sulla
fraternità di Abu Dhabi

Roberto introduzione
Catalano La firma del breve documento sulla fraternità è avve-
condirettore nuta nel contesto della Conferenza interreligiosa per la
del centro Pace tenutasi presso il Founder’s Memorial di Abu Dhabi
per il dialogo durante la visita di papa Francesco negli Emirati Arabi.
interreligioso
del movimento Essa è stata preceduta dai discorsi centrali del grande
dei focolari. imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, e di papa France-
professore presso sco in un ambiente caratterizzato da una forte gestualità
la pontificia fraterna – abbracci, colloqui personali e cammini mano
università nella mano dei due leader religiosi. La rilevanza della fir-
urbaniana (roma),
presso l’istituto ma sta nel fatto che si tratta «di un testo condiviso, cioè
universitario di una medesima parola che i due leader sentono di ri-
sophia volgere insieme ai loro fedeli e al mondo intero per dare
(figline – incisa una risposta ad alcuni interrogativi di fondo»1. Inoltre, «a
in val d’arno, essere interpellati non sono solo addetti ai lavori e lea-
firenze) e presso
l’accademia der religiosi, ma tutti i credenti e gli abitanti del mondo»2.
di scienze umane Ovviamente tutto questo è parte di un contesto e di un
e sociali di roma. percorso che devono essere compresi e valorizzati.

una contestualizzazione
variegata e complessa

Un primo elemento importante è la collocazione


dell’ambiente in cui è avvenuta la firma. Gli Emirati Arabi
Uniti (Eau) costituiscono l’ultima propaggine della peni-

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La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi

sola arabica e hanno un significato importante sullo scacchiere dell’econo-


mia e della geopolitica mondiale grazie al possesso del petrolio, che ha per-
messo, nei decenni recenti, un progresso da capogiro. Questo anche grazie a
una manodopera proveniente da Paesi come le Filippine, l’India, il Pakistan, il
Bangladesh e non manca una forte presenza di lavoratori originari di Libano,
Siria, Egitto, Giordania. In tempi brevissimi gli Emirati si sono trasformati da
un mondo nomade e beduino in una società immagine della globalizzazione
più sfrenata con criticità rilevanti per quanto riguarda la questione dei diritti
umani. Al contempo, la regione è il cuore della storia e sede privilegiata della
presenza dell’islam, che anche qui si presenta in forma tutt’altro che omo-
genea. Ulteriore elemento che non deve essere trascurato è lo svilupparsi
nella regione di una “nuova” presenza cristiana portata da un milione circa di
lavoratori di diversi Paesi dell’Asia e del Medio Oriente3.
Un secondo elemento significativo è la scelta di Bergoglio di compiere
questo viaggio in occasione della ricorrenza degli ottocento anni dell’incon-
tro tra Francesco d’Assisi ed il sultano Malik al-Kamil, avvenuto a Damietta
a pochi chilometri di distanza dal Cairo. Un evento, definito come «uno dei
più straordinari gesti di pace nella storia del dialogo tra Islam e Cristianesimo
[e che] è ancora oggi così significativo e attuale per le sue conseguenze nel
dialogo interreligioso e per la pace mondiale»4. Papa Francesco stesso ha
ricordato che questa coincidenza storica è segno del suo desiderio di essere
«fratello che cerca la pace con i fratelli» per «essere strumenti di pace»5. In
effetti, i rapporti fra cristiani e musulmani nel corso dei secoli sono stati as-
sai problematici. Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato «tutti a dimenticare
il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a di-
fendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori
morali, la pace e la libertà» (Nostra aetate, 3). Questo invito è stato ripreso
più volte dai pontefici recenti. In particolare, Giovanni Paolo II in Marocco,
nel 1985, ne parlò a migliaia di giovani musulmani.
Nel lungo cammino dei complessi rapporti fra mondo cristiano e islam,
un nodo che non può essere ignorato è quanto avvenuto a Ratisbona nel
2006. Una dotta citazione di Benedetto XVI causò un doloroso e comples-
so contenzioso con il mondo musulmano6 e aprì una stagione piuttosto
burrascosa, all’interno della quale, per esempio, l’università di al-Azhar

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interruppe i contatti con il Vaticano. Tuttavia, dalla criticità di quei mesi


nacque un interessante e promettente fenomeno propiziato dalla lettera
indirizzata a Benedetto XVI e ad altri leader cristiani da parte di 138 emi-
nenti personalità islamiche, che proponevano di individuare un «terreno
comune» per il dialogo e la collaborazione tra cristiani e musulmani. Il testo
dei “saggi musulmani” partiva da elementi condivisi, in particolare l’amore
per l’unico Dio e per il prossimo7.
Nel corso degli anni successivi, con grande pazienza diplomatica, si
sono riannodati i rapporti8. Tale opera e l’apprezzamento da parte di Bergo-
glio nei confronti dei musulmani sono culminati, nel maggio del 2016, nella
visita del grande imam al-Tayyeb9 in Vaticano10. Significativo, al termine
dell’incontro, il commento a caldo del grande imam: «Riprendiamo il cam-
mino di dialogo e auspichiamo che sia migliore di quanto era prima. Sono
felice di essere il primo sheikh di al-Azhar che visita il Vaticano e partecipa
con il papa a una seduta di discussione e di intesa»11. Nel 2017 l’imam ha
accolto papa Francesco al Cairo, invitandolo ad un’importante Conferenza
internazionale per la pace, durante la quale entrambi sono intervenuti. In
quell’occasione il papa ha affermato con forza che «solo la pace è santa e
nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profane-
rebbe il suo Nome». È successivamente avvenuto l’incontro nello studio
privato dell’Aula Paolo VI, il 7 novembre 2017. Nel corso del tempo si è
profilata l’intenzione di redigere un documento comune sulla fratellanza12.

un’analisi del documento

Il testo del documento si presenta agile e sintetico e consta di una Pre-


fazione e del Documento vero e proprio. La Prefazione, fin dalla prima parola
specifica la natura religiosa della carta. Il punto di partenza, infatti, è “la
fede”, parola chiave che unisce cristiani e musulmani, sebbene le rispetti-
ve religioni abbiano caratteristiche ben delineate e distinte. La fratellanza
umana è proponibile, comprensibile e attuabile solo alla luce della «fede
in Dio che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani. [Il] cre-
dente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando

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La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi

il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più


bisognose e povere»13. Non sono, tuttavia, esclusi coloro che non hanno
un riferimento religioso. L’invito «a unirsi e a lavorare insieme», infatti, è
rivolto non solo a «tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio [ma
anche a coloro che nutrono] la fede nella fratellanza umana»14. Fa segui-
to una sintesi del processo che ha portato alla redazione del documento.
Esso è stato caratterizzato da un’atmosfera di fratellanza ed amicizia che
ha ispirato gli incontri durante i quali è nata l’idea della carta e, via via,
la si è concepita e redatta. Come nota un commento della Civiltà Cattoli-
ca, il testo «supera la logica stessa del “dialogo”»15. Non si limita, infatti,
a discutere temi importanti che toccano entrambi gli interlocutori. Tutto
questo non è più sufficiente. In un certo senso, Bergoglio e al-Tayyeb si
rendono protagonisti di quel cammino lungo che è la vita e che non si può
percorrere da soli16. «Bisogna camminare insieme alla presenza di Dio: è
quello che chiese Dio ad Abramo. Siamo fratelli, riconosciamoci come fra-
telli e camminiamo insieme»17. Per la sensibilità cattolica, inoltre, risultano
particolarmente significative le parole che seguono: «Abbiamo condiviso
le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo»18, che non
possono non ricordare l’apertura della costituzione Gaudium et spes19 e che
radicano, quindi, il testo nel patrimonio conciliare.
Il testo del Documento si apre con una significativa serie di invocazioni,
sia del nome di Dio che degli uomini e, in particolare, dei poveri e dei sof-
ferenti, per arrivare alla fratellanza umana che «abbraccia tutti gli uomini,
li unisce e li rende uguali»20. Da subito, la cifra della fratellanza, sebbene
fondata sulla fede, diventa non solo religiosa ma anche sociopolitica. Tutti
gli uomini e le donne, infatti, non sono solo figli e figlie di Dio, ma anche es-
seri umani, cittadini del mondo e uguali. È a questo punto che i due leader
si rivolgono a «tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo
della terra»21 e offrono un richiamo specifico ai fedeli delle rispettive re-
ligioni perché adottino «la cultura del dialogo come via; la collaborazione
comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e crite-
rio»22. Papa Francesco e l’imam al-Tayyeb sembrano invitare coloro che
seguono le loro fedi a vivere la stessa esperienza fatta nel corso di questi
anni, quando si sono incontrati, conosciuti e hanno deciso di collaborare.

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Esercitano, quindi, la loro responsabilità di leader religiosi proponendo una


narrazione condivisa della realtà attuale e della fraternità come risposta
alle problematiche che la caratterizzano23. Inoltre, aprono una chiara pro-
spettiva di pace e sul ruolo che le religioni hanno per contribuire ad essa.
A questa parte introduttiva, la carta fa seguire un’attenta analisi del-
lo stato attuale del mondo, sottolineando la crisi che lo caratterizza, so-
prattutto per «una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai
valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie
materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e ma-
teriali al posto dei princìpi supremi e trascendenti»24. Dopo aver messo in
evidenza che, a fronte degli innegabili e inimmaginabili progressi storici,
si è verificato un progressivo deterioramento dell’etica, accompagnato da
un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità, contri-
buendo a mali sociali come la frustrazione, la solitudine e la disperazione,
si sottolinea il ruolo dell’estremismo religioso e nazionale che, con l’intolle-
ranza, hanno prodotto, sia in Occidente che in Oriente, «ciò che potrebbe
essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»25. Allo
stesso tempo, il pontefice e lo sheikh rivolgono una pressante richiesta, a
coloro che ne sono consapevoli, di camminare insieme verso la pace. Ma
questo sarà possibile solo in quanto gli uomini e le donne del nostro tempo
sapranno camminare nella pratica della propria fede26. In tal senso è fon-
damentale apprezzare l’importanza del “risveglio del senso religioso”, che
la carta incoraggia a rianimare in modo particolare nei cuori delle giovani
generazioni attraverso i processi educativi. Fondamentale, dunque, il ruolo
delle religioni, che viene affrontato e descritto in una seconda parte del
Documento e che condanna quanto parla di morte, come pure i tentativi di
strumentalizzazione delle diverse fedi, oggi considerate da molti come vie
«per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco». È
necessario «smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omici-
dio, di esilio, di terrorismo e di oppressione»27.
Nella terza sezione della carta si passa a dodici inviti e moniti, espressi
sotto forma di attestazioni, che, innanzitutto, considerano le religioni un
aiuto alla pace e alla fratellanza universale, una garanzia della libertà come
diritto di ogni persona umana e della giustizia come via da percorrere.

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La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi

Si incoraggiano, dunque, il dialogo e la «diffusione della cultura della tolle-


ranza dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani»28.
Per questo il dialogo è definito «luogo di incontro» «nell’enorme spazio dei
valori spirituali, umani, e sociali comuni»29. Arriva, inoltre, la condanna pe-
rentoria del terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni, in quanto
minaccia alla sicurezza delle persone sia in Oriente sia in Occidente. I due
leader religiosi non temono di additare gli atti perpetrati dai terroristi come
da ascrivere «alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle
politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza»30.
L’affermazione risulta particolarmente coraggiosa se si considera che il
documento è stato steso di comune accordo fra cristiani e musulmani. Il
testo, inoltre, propone una valenza politica di rilievo che emerge chiara-
mente nella definizione del “concetto di cittadinanza”. Esso invita, infatti,
sulla base dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, a impegnarsi alla co-
struzione di una “piena cittadinanza”, rinunciando a una terminologia di-
scriminante, come tradisce l’inflazionato termine “minoranze”. La carta,
infine, non trascura moniti a favore dei diritti della donna e della tutela dei
minori, come pure della protezione degli anziani.
La conclusione esprime un annuncio, un impegno e una promessa: la
presentazione della carta a uomini e istituzioni religiose, civili e politiche
per una sua adeguata diffusione e perché, soprattutto a livello scolastico
ed educativo, possa diventare argomento di studio e fonte di ispirazione. È
una Dichiarazione che invita alla riconciliazione e alla fratellanza, fa appello
ad ogni coscienza, manifesta una testimonianza della grandezza della fede
in Dio e vuole restare come «simbolo dell’abbraccio fra Oriente ed Occi-
dente, fra Nord e Sud»31.

conclusione

Come fa notare il teologo cattolico Coda, il documento non è «un atto


diplomatico congiunturale, ma una dichiarazione di significato strategi-
co»32. Papa Francesco stesso, nella tradizionale conferenza stampa nel
viaggio di ritorno e nell’udienza del mercoledì successivo, ha sottolineato

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come il documento offra una forte e chiara testimonianza della possibilità


di incontro fra musulmani e cristiani, anche in un contesto storico come
quello attuale in cui le religioni – e l’islam in particolare – sono considerate
spesso come fonti di conflitto.
Ma non deve sfuggire che il documento, che pure ha suscitato non poche
reazioni contrastanti sia in ambito cattolico che musulmano, ha anche un
solido fondamento teologico. Ancora Coda chiarisce che, «se – per cristia-
ni e musulmani – Dio è il Creatore di tutto e di tutti, noi siamo membri di
un’unica famiglia e come tali dobbiamo riconoscerci. È questo il criterio fon-
damentale che la fede ci offre per gestire la convivenza umana, per interpretare
le diversità che sussistono tra noi, per disinnescare i conflitti»33. A questo si
aggiunge un’altrettanto evidente fedeltà al Concilio Vaticano II, in particolare
a documenti come Nostra aetate, Dignitatis humanae e Gaudium et spes, che
già Benedetto XVI aveva definito un trittico di cui si è compresa l’importanza
solo con il passare degli anni34. Si comprende, quindi, l’invito di papa Fran-
cesco a leggere e conoscere il documento, «per andare avanti nel dialogo
sulla fratellanza umana»35. L’atto di Abu Dhabi si presenta, quindi, come un
passo significativo nella progressiva realizzazione della profezia espressa
in Ecclesiam suam da parte di Paolo VI. In essa Montini aveva infatti scritto
che la missione della Chiesa oggi prende il nome di dialogo. «Aprirsi all’altro,
scoprire i valori di cui vive, camminare insieme e cooperare per la giustizia
e per la pace significa testimoniare la pienezza di verità e di vita che, come
cristiani, contempliamo e riceviamo da Gesù»36, commenta Coda. Ma a que-
sta coscienza della propria identità cristiana dobbiamo oggi unire quello che
Francesco definisce il “coraggio dell’alterità”. In questo senso rispondiamo
tutti, credenti e non credenti, sia alla sfida posta dal paventato scontro di ci-
viltà, sia ai processi di secolarizzazione, camminando insieme verso la verità.

1
G. Costa, Le religioni ed il coraggio dell’alterità: la Dichiarazione congiunta di Abu
Dhabi, in «Aggiornamenti sociali», 70 (3/2019), p. 183.
2
Ibid., p. 182.
3
La mattina dopo la firma della carta papa Francesco ha celebrato la messa
per quasi centomila persone, circa il 10% della presenza cattolica negli Emirati.

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La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi

Bergoglio ha definito questa presenza «un coro che comprende una varietà di na-
zioni, lingue e riti; una diversità che lo Spirito Santo ama e vuole sempre più armoniz-
zare, per farne una sinfonia». Papa Francesco, Omelia durante la messa celebrata allo
Zayed Sports City, Abu Dhabi, 5 febbraio 2019, reperibile su: http://w2.vatican.va/
content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190205_
omelia-emiratiarabi.html.
4
San Francesco e l’Islam, l’incontro con il Sultano d’Egitto, reperibile su: http://
www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/cultura/san-francesco-e-il-sulta-
no--2149#.XIUzlyJKjZ5.
5
Papa Francesco, Discorso all’incontro interreligioso, Abu Dhabi, 4 febbraio
2019, reperibile su: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/
february/documents/papa-francesco_20190204_emiratiarabi-incontrointerreli-
gioso.html.
6
Molti, proprio all’interno del mondo musulmano, avvertirono la frase citata
da Ratzinger come un’offesa nei confronti del Corano. In effetti, un intervento del
cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato, riportato dalla rivista 30 Giorni, cercò
di chiarire come la frase non avesse alcun tono polemico. Si riferiva alla questione
del rapporto fra fede e ragione e tra religione e violenza.
7
Cf. Una Parola comune fra voi e noi. Lettera Aperta e Appello delle Guide Religiose
Musulmane, Amman, 13 ottobre 2007, reperibile su: https://www.acommonword.
com/wp-content/uploads/2018/05/ACW-Italian-Translation.pdf (traduzione uf-
ficiale ed autorizzata in lingua italiana a cura della CO.RE.IS. - Comunità Religiosa
Islamica – Italiana).
8
Tale politica si ispirava, senza dubbio, all’atteggiamento di fondo di papa
Francesco che già nella Evangelii gaudium del 2013, dopo aver definito il dialogo in-
terreligioso come un «dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose»
(EG, 250), aveva affermato la rilevanza del rapporto fra cristiani e musulmani, sot-
tolineando i non pochi punti di contatto fra le due tradizioni religiose (cf. EG, 252).
9
Nominato alla testa di al-Azhar nel 2010 dal presidente Mubarak, che si era
avvalso del controllo politico sulla carica stabilito da Nasser, il grande imam al-
Tayyeb ha lavorato per liberare la nomina del suo successore dall’influenza dello
Stato e rafforzare l’autorità internazionale dell’istituzione. Negli ultimi anni al-Azhar
ha ritrovato la preminenza nel mondo sunnita che, dopo l’abolizione del califfato nel
1924 da parte di Atatürk, non ha più un centro o una figura di riferimento, mentre
pullulano gli autoproclamatisi leader religiosi, come il califfo al-Baghdadi e altri. Al-
Tayyeb gode d’autorità tra i musulmani, come capo della più prestigiosa università
islamica, mentre conduce una cauta linea riformista. Sul versante esterno, guida il
dialogo con l’Occidente e il cristianesimo (cf. A. Riccardi, Francesco e l’incontro con
l’imam oppositore del terrorismo, reperibile su: http://www.sanfrancescopatronodita-

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lia.it/notizie/religione/francesco-e-l%E2%80%99incontro-con-l%E2%80%99i-
mam-oppositore-del-terrorismo-44835#.XIViTCJKjZ4).
10
Il primo incontro, molto cordiale, si era incentrato sull’impegno comune per la
pace nel mondo e il rifiuto della violenza e del terrorismo, oltre che sulla situazione dei
cristiani nel contesto dei conflitti e delle tensioni nel Medio Oriente e la loro protezione.
Cf. Bollettino Sala Stampa del Vaticano, 23 maggio 2016, reperibile su: https://press.
vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/05/23/0369/00861.
html; Papa Francesco riceve il Grand Imam di al-Azhar, in «Vatican News», reperi-
bile su: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2018-10/papa-francesco-i-
mam-al-azhar-udienza-privata.html.
11
Radiogiornale, Radio Vaticana, 24 maggio 2016, reperibile su: http://www.
radiovaticana.va/proxy/radiogiornale/ore14/2016/maggio/16_05_24.htm.
12
Il processo di redazione della carta è stato descritto dallo stesso pontefice nel
corso della conferenza stampa a bordo del volo che lo riportava a Roma, al termine
della visita. «Il documento è stato preparato con tanta riflessione e anche pregando.
Sia il grande Imam con la sua équipe, sia io con la mia, abbiamo pregato tanto per
riuscire a fare questo documento. […] Questo documento nasce dalla fede in Dio
che è Padre di tutti e Padre della pace. Condanna ogni distruzione, ogni terrorismo,
dal primo terrorismo della storia che è quello di Caino. È un documento che si è
sviluppato in quasi un anno, con andata e ritorno, preghiere… è rimasto a maturare,
un po’ confidenziale, per non partorire il bambino prima del tempo». Conferenza
Stampa del Santo Padre nel viaggio Abu Dhabi-Roma, 5 febbraio 2019, reperibile
su: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/va-
ticanevents/it/2019/2/5/voloritorno-emiratiarabi.html.
13
Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu
Dhabi, 4 febbraio 2019, reperibile su: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/even-
ts/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2019/2/4/fratellanza-umana.html.
14
Ibid.
15
Cf. A. Spadaro, Il viaggio apostolico di papa Francesco ad Abu Dhabi, in «La Civil-
tà Cattolica», n. 4049, 170 (2 /16 marzo 2019), pp. 467-477, qui p. 473.
16
Cf. Ibid.
17
Cf. Papa Francesco, Parole ai leader religiosi, Seul (Corea), 18 agosto 2014.
18
Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, cit.
19
Cf. Gaudium et spes, 1.
20
Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, cit.
21
Ibid.
22
Ibid.
23
Cf. G. Costa, Le religioni ed il coraggio dell’alterità: la Dichiarazione congiunta di
Abu Dhabi, cit., p. 185.

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La dichiarazione sulla fraternità di Abu Dhabi

24
Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, cit.
25
Ibid.
26
Cf. G. Costa, Le religioni ed il coraggio dell’alterità: la Dichiarazione congiunta di
Abu Dhabi, cit., p. 184.
27
Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, cit.
28
Ibid.
29
Ibid.
30
Ibid.
31
Ibid.
32
M.C. Biagioni, Documento sulla fratellanza. Mons. Coda (teologo): «Peso spi-
rituale e politico che in prospettiva può rivestire», in «SIR» (Servizio Informazione
Religiosa), reperibile su: https://agensir.it/chiesa/2019/02/08/documento-sul-
la-fratellanza-mons-coda-teologo-peso-spirituale-e-politico-che-in-prospetti-
va-puo-rivestire.
33
Ibid.
34
Cf. Benedetto XVI, Discorso ai parroci della diocesi di Roma, Città del Vaticano,
14 febbraio 2013, reperibile su: http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/spe-
eches/2013/february/documents/hf_ben-xvi_spe_20130214_clero-roma.html.
35
Papa Francesco, Udienza generale, Città del Vaticano, 6 febbraio 2019, re-
peribile su: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/docu-
ments/papa-francesco_20190206_udienza-generale.html.
36
M.C. Biagioni, Documento sulla fratellanza. Mons. Coda (teologo): «Peso spiritua-
le e politico che in prospettiva può rivestire», cit.

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alla fonte del carisma dell’unità

Storia di Light. 18
La consacrazione del mondo,
sul modello di Maria

Igino CONSECRATIO MUNDI


Giordani
La spiritualità dei primi secoli del cristianesimo volle
(1894-1980) tradurre in termini del giorno, adattandole alle esperienze
confondatore dell’epoca, le verità eterne: usare delle nuove conquiste
del movimento
per conquistare l’unione con Dio. E dopo di allora lo sforzo
dei focolari.
scrittore, è continuato coi santi, i quali sempre di più han dato risal-
giornalista e to al fattore sociale – al fattore umano – per raggiungere
parlamentare l’unione con Dio: avviare la storia verso l’eternità.
della repubblica Tutto il magistero di Pio XII consistette in questa di-
italiana.
namica per avviare l’episodio dell’esistenza di ciascuno
verso il disegno dell’Eterno Unificatore.
E con ciò vogliamo essere i viatori che, dandoci la
mano, cerchiamo di trarre verso Dio un’umanità sospin-
ta verso il Nulla.
I bisogni della Chiesa, in queste ultime generazio-
ni si sono manifestati sopra tutto nell’ordine sociale e
nell’ordine liturgico; i due settori sui quali, in maniera
più diretta, sono stati affrontati gli avversari di Cristo.
I Papi han richiesto a ragione un urgente interven-
to di tutti i battezzati sul terreno della lotta di classe,
per ricomporre l’unità della famiglia umana nella ca-
rità e nella giustizia invitando a portare la sapienza
dell’Evangelo e i doni della grazia anche nell’economia

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e nella politica; e sul terreno dell’azione liturgica per sanare la separazione


operatasi tra clero e laicato e per ritrovare nell’Eucarestia – nella comu-
nione – il principio della comunità, sì da fare del popolo cristiano la Chiesa
stessa che agisce sul piano umano.
Degli ultimi Papi, azione sociale e azione liturgica sono state più stretta-
mente collegate. Pio XII ha fuso in sé Leone XIII e Pio X.
E l’apostolato dei focolarini e di quanti vivono attorno ad essi associa in
unità le due operazioni in cui si traduce la doppia operazione dell’Uomo-Dio.
Il focolarino coltivando la purezza di Maria, quasi per lei immacolatiz-
zando il pensiero e il cuore, facendosi misticamente Maria, vuol essere
strumento di lei: sua rappresentanza per compierne la missione di dare
Gesù ai fratelli e unificarli attorno alla croce.
La moltitudine che d’intorno si accomuna in questo ideale incarna la
figura di san Giuseppe, nella difesa di Maria col Bambino dinanzi al mondo.
E la grandezza di san Giuseppe sta in quello scomparire dietro la Madre di
Dio e il Figlio di Dio, in servizio totale.
In queste prime fasi, il Movimento richiama l’immagine dell’Epifania.
Epifania: apparizione di Gesù, ma su le mani di Maria, sul seno verginale.
Oggi rivediamo la Chiesa – Gesù Mistico – quasi nella sua infanzia:
ché riprende [vigore] nelle terre comuniste, nelle zone del materialismo
tecnologico, oltre che nelle missioni, riprende [vigore] in quest’epoca
mariana, come offerta al mondo da Maria, rappresentata dall’umiltà e
dalla purezza, soprattutto dalla femminilità verginale, che capovolge Eva,
la femminilità depravata.
L’Opera di Maria è una famiglia che, unificata a farsi Maria, vuol essere
Maria che presenta Gesù al mondo. Fa l’apostolato di Maria.
Disse Pio XII, Papa di Fatima: Maria ispira

le forme tanto diverse dell’apostolato dei laici… Alle anime bramo-


se di vivere più apertamente e più interamente la dottrina di Gesù,
a quelle che ardono dal desiderio di farla conoscere agli altri, e in
particolare ai loro compagni di lavoro, a chi vuole ripristinare l’ordi-
ne della giustizia e della carità negli istituti sociali e portare nell’or-
dine temporale della società un riverbero dell’armonia perfetta

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che unisce i figli di Dio, Maria che ottiene la grazia dell’apostolato:


Ella pone sulle loro labbra le parole che convincono senza urtare.
(5 settembre, radiomessaggio al Congresso mariano del Belgio, con-
cluso con la consacrazione).

Nella sua lettera a Traiano il proconsole della Bitinia Plinio riferisce che
i cristiani erano incolpati di “adunarsi” e di «cantare un inno a Cristo come
a Dio». E questo in tempo di persecuzione. E noi crediamo nel valore capi-
tale di quell’adunarsi per motivi liturgici e pedagogici e per farsi “uno”: su
quell’unità poi il canto zampilla come una lode a Cristo.
Nei secoli posteriori fin oggi – come soprattutto i Papi da Gregorio Ma-
gno a Pio X misero in risalto – la musica e il canto formarono parte inte-
grante della educazione cristiana e della preghiera. «Anche i fanciulli e le
fanciulle – disse Pio XII (Musicae sacrae disciplina) – imparando nella tenera
età questi canti sacri, sono molto aiutati a gustare e a ricordare le verità
della nostra fede…».

ascesi dell’unità

Religiosi di diversi ordini, partecipando della spiritualità che accomu-


na anime di ogni provenienza e direzione nel nostro Movimento, confes-
sano concordemente di aver, nella sua convivenza, capito meglio o ad-
dirittura di aver capito per la prima volta o di aver ritrovato dopo uno
smarrimento la loro regola particolare, lo spirito del loro fondatore e la
propria vocazione. L’Ordine di Maria non vive per sé. Ed è vero. La spiri-
tualità dell’Ordine di Maria è l’anima di Maria in mezzo a noi: è Maria che
vive in noi: e la funzione di Maria, come al Cenacolo è di fare “un cuor solo
e un’anima sola”: cioè di raccogliere in unità, facendo di tutti un unico
Cristo. Sì che la nostra spiritualità pare sintetizzare tutta la spiritualità:
esserne in certo modo l’unità.
E le raccoglie e le ritrova, come norma-genesi, nel Vangelo, come vita
nel cuore immacolato di Maria, da cui venne l’Evangelizzatore.

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Difatti, come ci ha insegnato la nostra animatrice, le famiglie religiose


sbocciano, ciascuna da un detto del Vangelo: ciascuna è una parola di Gesù
dispiegata nel tempo.
Questo dicendo, noi non asseriamo – per carità – alcuna preminenza; se
mai confessiamo il nostro debito verso tutti i fondatori di ordini religiosi e
tutte le spiritualità che sono state vie diverse per risalire all’unica stazione
di partenza: il Vangelo.
E poiché abbiamo menzionato Pio XII di santa memoria, il quale destinò
a noi la sua ultima benedizione – o una delle ultime – e sotto il quale noi
movemmo i primi passi, ricordiamo di lui l’invito ai laici di farsi promotori
della consecratio mundi: e cioè di riportare Cristo e di dare un’anima sopran-
naturale alle strutture sociali, economiche, politiche del mondo.
L’Opera di Maria muove con tutte le sue risorse a questa “consacra-
zione”. Consacrandosi al Cuore Immacolato di Maria, secondo il pensiero
di Pio XII, ha inteso offrirsi anche all’Opera di riforma morale e spirituale
della società.
Facendo perno sulla carità, vita di Dio in noi, ha cercato di ravvivare
la convivenza suscitata e vivificata dell’unico sangue di Cristo nella qua-
le tra preti e laici, tra consacrati e coniugati, cadono le pareti di nebbie,
scoprendo che si tratta di un’unica famiglia, di una sola comunità, dell’e-
sclusivo Corpo di Cristo Mistico. Le mansioni sono diverse, come diverse
le vocazioni: ma questa diversità non logora, anzi protegge l’eguaglianza
fondamentale, poiché tutti si è figli di un unico Padre, al Quale o in veste di
dirigente o col grado di uscieri o massaie, siamo tutti in egual modo cari,
tanto che per ciascuno ha pagato un pari riscatto di valore infinito: il San-
gue del Figlio Unigenito.
E comprendiamo sant’Agostino quando spiega come in inferno ci pos-
sono cascare a capofitto tanto preti quanto laici, sia le persone con sette
sacramenti sia le persone senza alcun sacramento: mentre non possono
cascarci le anime che vivono la carità. Dunque quello che conta è l’amore.
Così quelle cortine fumogene che nei secoli noi abbiamo elevato o la-
sciato elevare, tra noi e i sacerdoti, tra i coniugati e i vergini – e le abbia-
mo elevate per dispensarci dell’integrità della fede e, relegandoci a ranghi
inferiori, alleggerire il carico dei nostri doveri, contentandoci dei residui

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offertici attraverso le grate dei monasteri e gli usci delle chiese –, quel-
le cortine fumogene via via dileguano subissate dalla verità, sotto il vento
della carità; e allora si riscopre, nell’eguaglianza, la solidarietà; e si verifica
come la varietà delle mansioni sia ordinata al bene comune, che qui è il
bene eterno. Siamo stati invitati da Gesù a farci perfetti come il Padre suo
tutti, non una minoranza né una casta: e ci si fa perfetti sia su una cattedra
sia in una miniera…
Disse Pio XII:

Se poi si considera che tutti i cristiani sono parte di un misterio-


so edificio, la cui pietra angolare è Cristo; che sono innestati nello
stesso tronco vivente, il salvatore divino; che sono membra di un
unico corpo sotto uno stesso capo, Dio incarnato; allora si com-
prende come non importa quale tipo di pietra, di tralcio, di membra
essi siano, ma invece è soltanto che ognuno sappia stare al suo po-
sto, adempiendo perfettamente la sua funzione. Perché ogni opera
sarà così esecuzione di un ordine di Gesù, compimento di un desi-
derio di Lui e da Lui prenderà consistenza, efficacia e valore.

La Chiesa ha patito per secoli, anche, dalla divisione operata fra clero
e laicato, tra consacrati e non consacrati. È stato come separare la testa
dal cuore, il braccio dal busto: si è vivisezionato il Corpo di Cristo a frutto
dell’Anticristo.
Ora anche nell’Opera di Maria si torna a mettere in comune (e la vita
della Chiesa è comunione) ognuno degli ideali e dei valori della santità;
sì che la santità non stia solo in cella o in cappella a pregare, ma anche
nell’officina e ai campi e negli uffici a lavorare: un lavorare che è un prega-
re, dopo che si è ridiscoperto che tutte le operazioni per ventiquattro ore
della giornata, se svolte come trama del volere del Padre, sono atti di pre-
ghiera: modi di collaborazione col Signore. Oggi i vergini, i casti, gli avidi di
eroismo, i fari di carità, possono essere tanto nei conventi, sotto un’unifor-
me, quanto per strada e magari anche al caffè e persino – che è tutto dire –
al Parlamento, al partito, al sindacato; anime limpide che si fanno tramiti di
grazie dal Cielo alla terra, dal divino all’umano, nei settori più disparati e…
disperati. Si fanno “braccia di Cristo”, come diceva sant’Ambrogio.

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Nell’Opera di Maria anche i laici sono nel mondo senza essere del mon-
do, e i consacrati sono fuori del mondo senza abbandonare i fratelli nel
mondo. Si demoliscono le barriere; si fa tutta una casa, e il mondo diviene
la stanza del Corpo Mistico. Per tal modo trasferiscono il problema di Dio
dai libri all’azione, dalle accademie alle piazze, dalle scuole alle fabbriche,
rimettono Cristo in mezzo a loro; e realizzano una pienezza di vita. Anche
essi infatti professano i voti, anche essi si immettono per l’ascesa alla ca-
stità: anche essi affrontano le rinunzie contemplando il Crocifisso, pren-
dendo per modello Maria, facendosi concittadini dei santi nell’esercizio
stesso della cittadinanza dei Paesi di qui e di là della cortina. Attendono
così alla consacrazione del mondo, consacrandosi.
Tutti possono essere consacrati.
Tutti dobbiamo essere consacrati.
In diverso grado, [con] diverse mansioni e diversa responsabilità, en-
tro l’ordine gerarchico, che è riflesso dell’Ordine eterno, tutti partecipano
al sacerdozio regale: e per esso il nostro vivere può farsi, deve farsi, una
continua offerta sull’altare del sacrificio quotidiano, nelle nostre particolari
condizioni.
Vivendo l’ideale evangelico di purezza, tutti partecipano alla castità
della Chiesa formando, coi religiosi, le suore una comunità di anime che
sovrannaturalizza l’amore, portando in Dio anche gli affetti umani e ordi-
nando alla sua gloria anche le azioni ordinarie. Le famiglie alimentano e
proteggono verginità e sacerdozio: preti e suore sono gloria e guida delle
famiglie.
In questo spirito attingiamo ispirazioni e norme dai santi più moderni:
una Cabrini, un don Bosco, un Curato d’Ars, e dalle anime più generose:
un don Orione, un don Fusco, una Elisabetta della Santissima Trinità, una
suor Lucia Liberatore, una Olga della Madre di Dio, un padre Massimiliano
Kolbe, autore di una città di Maria, e meditiamo le pastorali dei vescovi e
leggiamo le gesta dei missionari.
Don Calabria (1873-1954) conobbe e amò il Movimento. La sua asce-
tica “Buséta e tanéta” 1, il suo abbandono assoluto alla volontà di Dio, l’esi-
gere dai suoi di essere – come diceva – “uno straccio” nelle mani dei supe-
riori, il ricercare la mortificazione nell’espletamento dei doveri quotidiani,

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nel proprio stato, qualunque sia, sono fattori che si ingranano nell’Ideale
nostro. La sua preghiera: «Christo confixus sum cruci… Accetto questa mia
crocifissione con Cristo…», le sue sofferenze nascoste si armonizzano con
la realtà di Gesù Abbandonato folgorante nella notte oscura delle anime.
Egli incoraggiò l’ignara Lubich e le disse tante belle e grandi verità.

conclusione

A tante altre regole di famiglie religiose, sino alle più recenti, certi punti
della nostra condotta s’avvicinano; segno che si è tutti rami grandi e minu-
scoli dell’unico albero, vivificati dall’unica linfa.
Se comprendiamo con particolare amore quel nome di Servi di Maria
che si danno alcuni religiosi, comprendiamo con particolare adesione le
rivelazioni di Lourdes e di Fatima: mentre troviamo una fonte continua di
ispirazione e istruzione nelle parole del Papa di Maria, Pio XII, sopra tut-
to nella sua Mystici Corporis, alla cui sorgiva siamo sorti noi, nel suo pro-
gramma di recupero dei dispersi mediante l’amore, di consecratio mundi
mediante i laici, di fermentazione cristiana della società mediante le anime
dei consacrati, sacerdoti e suore.
Contemplando l’ascetica dell’Ordine di Maria contro lo sfondo millena-
rio della spiritualità cristiana, essa pare antica e nuova; e cioè essa, si vede,
ha preso motivi eterni e li ha applicati ai tempi, con vivacità e originalità. I
motivi principali sono due:
1) comunitario in funzione dell’unità: ed è la risposta dello spirito di Dio
allo spirito di Satana incarnatosi nel comunismo, patologia della comunio-
ne, unità esterna tenuta dalla polizia;
2) ascetico, di crocifissione con Cristo, educandosi all’abbandono as-
soluto con Lui e come Lui; e anche questa è la risposta del Dio incarnato
alla desolazione universale apportata dal materialismo di varia specie che
lascia l’uomo disperato tra la folla, con cui non si unisce.
Anche chi vive questo Ideale perviene alla desolazione, all’abbandono
da Dio e dagli uomini; sino a gridare con Cristo: «Dio mio, Dio mio perché
mi hai abbandonato?» ma c’è una differenza capitale tra la desolazione sua

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e quella del mondo: che egli in quell’abbandono si è abituato a tramutare il


dolore in amore, e la croce è la sua suprema gioia.
Un giorno monsignor Montini ebbe a chiedermi: «Sorgono vocazioni al
sacerdozio tra i vostri giovani?».
«Tutti i focolarini non sposati, da qualunque condizione provengano,
appena assaporano il nostro Ideale, sentono la vocazione sacerdotale».
«Questo è un segno – mi disse ammirato – che si tratta di un’Opera di Dio».

lo sviluppo

Da Trento avvenne presto un trapianto a Roma, poi a Milano, e via via


in tante città d’Italia e dell’estero. Focolari maschili e femminili prosperano
presto in Italia, Austria, Germania, Belgio, Lussemburgo, Francia, Brasile…
dilatandosi come un incendio.
Le vocazioni furono e sono tante, da ogni condizione sociale. I giovani,
entrati in focolare, rinunziano al matrimonio e molti pur se laureati e impie-
gati o lavoratori manuali, sentono la vocazione sacerdotale.
Giovani, qualche anziano, medici, avvocati, maestri, funzionari, operai,
i quali non avevano mai pensato di farsi sacerdoti, a decine si misero a stu-
diare la teologia nelle università pontificie e nei collegi ecclesiastici, ten-
dendo all’altare. Il primo di loro a dire la Messa fu Pasquale Foresi divenuto
poi assistente generale.
Le focolarine fan voto di verginità e pur proseguendo le più a lavorare
nei vari posti, fanno della vita un apostolato, bonificando con l’esempio e
dove occorra con la parola e l’opera, gli ambienti di lavoro e tanti settori a
cui il Signore e i Superiori le destinano.
Quelli e queste nel 1955 erano complessivamente circa cinquecento.
Altro segno che si trattasse di un’opera di Dio fu questo: che i focolari
ebbero la loro parte di incomprensioni e di prove. Ma la Chiesa esaminò e
benevolmente li guidò e guida. A loro vennero spiritualmente raccoglien-
dosi sacerdoti e religiosi a centinaia: così come vari ordini sociali, vivevano
questo spirito persone di ogni cultura ed età, desiderose di usufruire e di
dare i doni di quella fede, speranza e carità.

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Tutti i componenti del Movimento si tenevano e si tengono collegati con


un’assidua azione di aggiornamento e cioè di informazione che è un ausilio
alla comunione degli spiriti e, per quanto possibile, alla libera comunione
dei beni, per la quale – come han detto più vescovi e sacerdoti – rivive un
po’ la Chiesa primitiva, attorno a Maria. Uno strumento che agevola la cir-
colazione delle idee con la comunione è il giornale: un umile foglio, Città
Nuova che in poco tempo è arrivato a sessantacinquemila copie e a sette
edizioni in varie lingue.
La carità prende anche le forme dell’autorità e dell’obbedienza, l’una e
l’altra quanto mai diritte e forti, essendo nutrite dell’ideale dell’unità, per
cui chi comanda si fa uno con chi ubbidisce, e reciprocamente: tutti e due
in sostanza si fanno uno con la volontà di Dio.
Altro segno della ispirazione santa del Movimento è che al pari di tan-
te iniziative, belle nella Chiesa, esso si è svolto, nel nascondimento, senza
mezzi e protezioni umane, come da sé. Le prime giovinette che si raccolse-
ro per amar Dio, non pensavano davvero che ne sarebbe derivato quel che
ne è derivato. Segno anche questo della giovinezza della Chiesa.
Ne è venuta fuori spontaneamente una confluenza di anime, decise a ri-
dare un’anima alla società, al lavoro, all’economia, alla politica, alla scienza
e all’arte, mediante la forza sostanzialmente cattolica della comunione; e
così componendosi come una rettifica – e un’antitesi netta – al comunismo,
ché sua anima è la carità, sua gloria è Dio, suo modello è Maria.
La quale come vergine e madre e vedova si offre come il simbolo e insie-
me ianua coeli: maestra della quotidiana incarnazione del divino nell’operato
umano. Per mezzo di creature a Lei consacrate, Ella aduna un altro dei suoi
drappelli di acies ordinata nello schieramento contro Satana. La famiglia di
Nazareth, che coltiva Gesù, è il prototipo dei Focolari. I quali così risultano
sostanzialmente nati nel clima dell’epoca mariana. Chi avvicina le diverse
persone che vivono l’Ideale dei Focolari è sorpreso dalla carità e semplicità
e – grazie a Dio – della purezza del loro tratto.
Si può dire perciò che questa comunione è una risposta attuale della
socialità cristiana, densa di soprannaturale, alla sociologia materialisti-
ca e tecnologica, che struttura un ordine senz’anima incatenato con la
polizia.

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La socialità della carità porta a questo: che il servizio del fratello è fatto
da tutti anche se in persona di uno solo; dove non può arrivare la vergine
consacrata, arriva un professionista, un lavoratore; dove non è ammesso
il prete, si sostituisce il laico. Ma è un laico che porta i doni, i lumi del prete;
è un lavoratore che distribuisce per istrada la sapienza accumulata dietro
la grata. È sempre Cristo che attraverso diverse braccia agisce, e trasmette
alla società la sua vita. È Cristo che torna a circolare per le strade, mesco-
landosi con le turbe.
Con gli altri Movimenti che attendono alla consecratio mundi, facendo
della città dell’uomo un’immagine e somiglianza della città di Dio, i Focolari
mostrano che la Chiesa è più viva che mai, e dispone di ricchezza e bellezze
che l’uomo estraneo neppure sogna.

popi di maria

Anche l’ultima Mariapoli era germogliata dalla fantasia accesa di Spiri-


to Santo di Chiara. Al suo ardore giovani trentini, medici (quanti medici tra i
focolarini!), ingegneri, sacerdoti, ragazzi, operai, avevano lavorato con tra-
sporto, sacrificandosi, rinunziando al cibo certi giorni e al letto certe notti,
ma perché travolti dall’esempio di lei, che non poteva più passare tra le
turbe dei figli suoi perché l’assalivano per vederla, toccarla… Ed ella aveva
timore ed orrore del fanatismo in sé e delle conseguenze per lei stessa. Un
giorno ebbe a confessarmi: «Mi sono accorta di esercitare una grande at-
trazione sulle anime. Me ne voglio servire come di una calamita per attirare
tutti a Gesù».
E stringeva a caso le dita della mano, per significare quell’attrazione di
tutti all’uno.
Essa era fatta di una bellezza spirituale, che dava un suggestivo fascino
anche al fisico. Anime torbide e tormentate o avvilite o pervertite, avvici-
nandosi a lei, si rasserenavano: capivano Maria. Capivano la verginità e la
purezza, la sapienza e la carità: il fascino di Dio. La voce aveva un timbro
che fondeva l’oro e l’argento: limpida, armoniosa, era lo strumento di una
parola facile ed elegante a un tempo, ma di una eleganza semplice, come di

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fonte sorgiva: e scintillosa e spruzzava scintille di luce, con bagliori di cielo,


rapida e vivida. E dopo anni e anni si trovava sempre che, pur avendo avuto
esperienze dolorose, era sempre infante, della infanzia evangelica, proprio
di una figlia che non ha mai lasciato la convivenza dell’Eterno Padre. Era il
linguaggio di una creatura che convive con Dio: di una giovane sposa di Cri-
sto, così innamorata dello Sposo, che non vede altri e non parla d’altro. È un
linguaggio corretto, lineare, profondo nella semplicità. Scrissi questi pensieri
il giorno di Sant’Agnese (21.1.1959). E Chiara fa ripensare a quella giovane
vergine martire tutta offerta in olocausto a Dio; il suo martirio è la testimo-
nianza dell’amore in una società che non sa più spiritualmente amare.
Un tempo, a volte, sorprendendomi preso da quella virtù, mi domandavo
se non fossi vittima di fanatismo o sentimentalismo: e qualcuno così sussur-
rava. Ma poi, e presto, vidi che chiunque avvicinava quella creatura era preso
dallo stesso senso di venerazione e timore: timore di Dio. Più tardi ancora ho
scoperto che anche per santa Caterina de’ Ricci ancor giovane già si parlava
di una grande santa e se ne scriveva. Chi più ne scrisse fu un domenicano,
teologo, inquisitore: passato attraverso una fase di dubbi e ricerche.
Il 1959-63 fu il periodo di più ardente espressione del Movimento anche
perché, in quel periodo, sotto Giovanni XXIII, esso fu più benevolmente
esaminato dalla Congregazione del Santo Offizio e poi affidato, per l’ap-
provazione, a quella del Concilio. Il programma del pontificato veniva ad
incontrare, con dimensione universale e autorità infallibile, il programma
dei Focolari: carità, pace, umiltà, servizio.
Ovviamente era lo Spirito Santo che suscitava quest’anima nuova nella
cristianità per dare a una società, logora dalla guerra, metallizzata dalla
tecnica e dall’ideale del profitto, nel materialismo ideologico e tecnologico
dei due blocchi (Usa e Urss), un’anima nuova: l’anima dell’amore.
Mi è stato inviato un testo medioevale (dell’anno 1060), in cui un mo-
naco criptense celebra il suo superiore morto, con biografia e inni. Le sue
espressioni sono auliche e commosse: evidentemente egli era rimasto col-
pito dalla personalità del superiore, canonizzato dalla Chiesa poi.
Perché sorprendersi se anche noi, nel nostro cuore e nei nostri collo-
qui, non finiamo di celebrare chi ci guida, chi ha fondato la nostra comuni-
tà e innalziamo inni senza fine anche se senza metri ufficiali ringraziando

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alla fonte del carisma dell’unità
Storia di Light. 18

Dio di averci dato per Madre, Maestra e Guida, Fonte quotidiana di sa-
pienza questa creatura eccezionale per virtù e dottrina e soprattutto per
una carità che oltrepassa gli abiti degli uomini e le recensioni delle genti?
È tuttora, grazie a Dio, una giovinetta semplice, lieta, limpida tutta unità e
pace, anche se l’amor di Dio e dell’Opera talora la fa piangere in un modo
che ci strazia; è così semplice e innocente e giovanile; eppure uomini e don-
ne di ogni Paese la chiamano Mamma.
Non l’hanno mai vista; forse mai la vedranno; così come a noi stessi,
che negli anni scorsi la incontravamo quasi ogni giorno, oggi di rado è dato
incontrarla e più di rado parlarle, ma la sua personalità investe, dal nascon-
dimento, ogni anima con un valore verginale, vivificante; le sue parole pur
se riferite da terzi e sbiadite dalle lontananze ci riportano l’eco dei suoi
colloqui con Dio.
Copia della ianua coeli Ella ci mette in comunione col Cielo, sua vera
stanza; ché lei non vive lei, e Maria ha in braccio Gesù che ama dentro
l’umanità travolta sotto il peso dell’ignoranza.
Il Signore l’ha messa tra noi, su noi, per verginizzare le nostre anime,
per verginizzare la società. È una polla di acqua viva che purifica e vivifica;
e non cessa mai di donare i suoi tesori. Anzi quanto più dona tanto più ha;
sì che è inesauribile, come inesauribile è il suo amore.
E il suo amore per le creature umane non è che amor di Dio: in Lei i due
amori sono un’unica realtà. Difatti il suo primo ideale è l’Unità: il far di tutti
l’Unico Cristo.
O Maria, come ringraziarti d’averci dato Chiara?
Ad Ala di Stura, nell’agosto 1965 ella ebbe a dirmi: «Perché tutti mi
ringraziano? Ora basta».
«Bene – feci io – da ora andremo da Gesù e gli diremo: “Come ringra-
ziarti di averci dato Chiara?”».

1
In dialetto veronese letteralmente significa “stare nelle tane e nei buchi”,
quindi in altre parole: umiltà e nascondimento, non esibirsi, non fare chiasso.

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in biblioteca

Il Paradiso del ’49 letto attraverso


la sua cornice storica
S. Cataldi - P. Siniscalco (edd.), Verso un’estate di luce. La cornice storica
dell’esperienza mistica di Chiara Lubich nel 1949, Città Nuova, Roma 2019

Un pool di storici di valore per contestualizzare un preciso fatto storico. Gli


Autori vanno da un esperto di fama mondiale come il professore emerito Pao-
lo Siniscalco, a un giovane ricercatore come Giovanni Delama. In tutto tredici
docenti, tra i quali spiccano nomi come Silvio Cataldi, Maria Intrieri e Martin
Roch. Il fatto storico di riferimento sembrerebbe non degno di nota eppure,
per certi aspetti, è uno degli eventi più rilevati del Novecento. Un evento dello
Spirito, destinato a segnare i secoli, come l’esperienza di Manresa con Ignazio
di Loyola o l’esperienza della torre di Lutero, fatti che accadono nel segreto
dell’interiorità e che tuttavia incidono nei solchi della storia. È il vissuto di un
pugno di ragazze che, in un paesino sperduto delle Dolomiti, durante una va-
canza estiva nel 1949, dice di essere stato coinvolto in una esperienza del divi-
no. Realtà imponderabile eppure ne nasce l’Opera di Maria, uno dei maggiori
movimenti ecclesiali che si esprimerà nei più diversi ambiti sociali ed ecclesiali,
dall’ecumenismo alla politica, dall’economia all’editoria, radicandosi capillar-
mente in molteplici culture in ogni continente.
I contenuti mistici e dottrinali di quei mesi dell’estate, noti come Paradi-
so ’49, sono già stati ampiamente analizzati, anche se, nonostante numero-
si libri e saggi, l’indagine di quell’esperienza di luce è appena agli inizi. Fe-
condi si sono rivelati anche gli studi di linguistica e letteratura sul testo che
trasmette l’esperienza. Mancava invece un’adeguata contestualizzazione
storica del fatto, che trova adesso un primo valido contributo nell’opera
Verso un’estate di luce. La cornice storica dell’esperienza mistica di Chiara Lubich
nel 1949, curato da Silvio Cataldi e Paolo Siniscalco e con la Prefazione di
Maria Intrieri e Martin Roch, accolto nella collana Studi della Scuola Abbà
dell’editrice Città Nuova.
La teologia della storia, per capire i carismi come risposta ai segni dei
tempi, richiede una previa indagine adeguata che ne colga le coordinate e

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sappia collocarli nella complessità del tempo. Questa legge metodologica


non riguarda soltanto fatti lontani da noi, ma anche quelli più ravvicinati nei
quali possiamo essere coinvolti personalmente. Fin dagli inizi Chiara Lubich
narrava la sua esperienza come una “piccola storia”, con parole divenute
presto parte integrante del patrimonio carismatico: «Erano tempi di guerra e
tutto crollava…». L’orizzonte della Seconda guerra mondiale era imprescin-
dibile per la comprensione dell’azione dello Spirito.
Il libro che presentiamo ha messo a frutto quella lezione iniziale, offren-
dole un orizzonte più vasto. Inizia con il collocare l’esperienza mistica del
1949 nel percorso ecclesiale, politico e sociale della prima metà del No-
vecento e negli anni immediatamente a ridosso all’evento in esame, con i
saggi di Paolo Siniscalco e Marco Luppi. Evidenti i segni di rinnovamento e
l’ansia di una Chiesa che cerca di emanciparsi da esperienze di connivenza
con il potere. Chiara interpreta, anche senza esserne pienamente cosciente,
la tensione verso una rinascita spirituale che trova un culmine nell’enciclica
Mystici Corporis Christi di Pio XII, di cui annuncia un commento. Non lo ha mai
scritto, di fatto la sua Opera ne è il commento più alto e concreto.
Un ulteriore notevole contributo in questa prima parte del libro riguar-
dante il contesto storico-religioso è quello che affianca la Lubich ad altre
grandi donne del primo Novecento. Il contributo di Lida Ciccarelli e Marina
Motta porta alla ribalta una costellazione di donne: Luigia Tincani, Maria
Valeria Pignetti, Antonietta Giacomelli, Adelaide Coari, Elisa Salerno, Ele-
na Da Persico, Armida Barelli… Il saggio su Igino Giordani a firma di Silvio
Cataldi, Angela Maria Manenti ed Elena Merli introduce ulteriori donne,
quali Maria Antonietta Prevedello e Oliva Bonaldo. Ne risulta, tra l’altro,
un inedito profilo dello stesso Igino Giordani e del percorso che lo porterà
a Chiara Lubich. Chiara non è dunque isolata nel progetto di rinnovamento
ecclesiale, ma si trova a fianco di una schiera di figure femminili, e questo
fa apparire ancora più significativa la sua opera.
Nella seconda parte del libro l’orizzonte dell’indagine si restringe a li-
vello locale, Trento, luogo di origine del Movimento, e Tonadico, luogo
dell’esperienza mistica del 1949.
Il primo dei saggi, a firma di Giovanni Delama, permette di collocare la
nascita del Movimento dei Focolari nel vivacissimo movimento laicale cri-

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Il Paradiso del ’49 letto attraverso la sua cornice storica

stiano del Trentino, caratterizzato dall’Azione cattolica, i Terz’Ordini france-


scani, la Società di San Vincenzo de Paoli, la Fuci… Degno di nota mi sembra
l’aver contestualizzato l’originaria ansia sociale di Chiara e del suo primo
gruppo in un ambito più ampio. È parte integrante del racconto delle origi-
ni del Movimento la volontà di «risolvere il problema sociale di Trento», al
punto di coinvolgere fino a 500 persone in una concreta azione a favore dei
poveri, con raccolta e distribuzione di beni di prima necessità e altre modali-
tà di assistenza. Grazie alla ricognizione attenta delle opere sociali di ispira-
zione cristiana nella diocesi di Trento in quel periodo, il libro offre una visio-
ne, per tanti inaspettata, di una grande ricchezza di iniziative che potrebbe
relativizzare di molto e mettere in ombra l’umile opera dei Focolari. È invece
un’opportunità unica per cogliere la peculiarità dell’azione di Chiara e del suo
gruppo, che la differenzia rispetto ad altre ottime esperienze e che segna già
un percorso che caratterizzerà il futuro del Movimento:

Ci sembra di poter dire che Chiara, forte di una solida formazione


ricevuta nelle strutture giovanili cattoliche presenti in diocesi alla
sua epoca, sia riuscita a trovare ciò che mancava, o forse non era
sufficientemente promosso in quel percorso formativo: l’impegno
a vivere il Vangelo nella fraternità, come risposta a Dio Amore.
Così la carità al povero, praticata con costanza e impegno da varie
realtà cittadine, in Chiara diventa condivisione; la generosità nel
dare a chi chiede, diventa disponibilità a dare tutto, nella fiducia
della Provvidenza (pp. 159-160).

La stessa originalità, rispetto ad altri percorsi di formazione cristiana,


appare dal saggio di Lucia Abignente e Cristina Soraci sul fondamento
evangelico delle origini del Movimento, fino a fare della comunità di Trento
«un riverbero delle prime Comunità Cristiane». Proprio perché nuova, l’e-
sperienza non è esente da diffidenze e aperte opposizioni che porteranno
a risvolti positivi: il progressivo distacco dall’Azione cattolica e soprattutto
dal Terz’Ordine francescano, per un’autonoma identità che arricchirà la
Chiesa di un nuovo carisma e di una nuova opera. Viene soprattutto in rilie-
vo la modalità originale della Parola di Vita e l’intensità con cui era vissuta,
preparando così il terreno per l’esperienza di luce dell’estate 1949.

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L’ultimo capitolo, L’estate del ’49 a Tonadico. Luoghi e testimoni, di Elena


Del Nero, offre un altro tipo di contestualizzazione storica. Esso scongiura
il pericolo, sempre latente, di considerare l’esperienza carismatica, anche
quella della Lubich, sopra le righe, uno spiccare il volo per il cielo senza
più i piedi per terra. Il contributo colloca la sublime esperienza dell’estate
del 1949 in una impressionante normalità di vita, ricostruita grazie alle nu-
merose testimonianze dei protagonisti, per la maggior parte inedite, che
trasmettono, pur nel realismo e nella normalità del quotidiano, il gusto
dell’incanto, la freschezza di autentici “fioretti”.
Una volta sbrigate le faccende di casa – racconta Vittoria Salizzoni
– passavamo fuori il resto della giornata, salivamo per i boschi e
per i prati, in lunghe gite in montagna. Andavamo insieme e, lungo
il cammino, conversavamo. […] Se sostavamo per un pic-nic, o se ci
accomodavamo all’ombra di un albero o su di un prato, lei comin-
ciava a parlare e noi le stavamo sedute tutt’attorno. Ci riposavamo
e costruivamo l’unità tra noi, cioè ci amavamo in modo “sopran-
naturale”. Eravamo sempre in Dio, con semplicità. Si cominciava
dal naturale, perché siamo su questa terra. Ma il soprannaturale
da solo non esisteva perché tutto era naturale e tutto era sopran-
naturale. Natura e sopranatura erano un tutt’uno per noi (p. 208).

Scorrono i nomi cari ai membri del Focolare: Lia Brunet, Valeria Ron-
chetti, Bruna Tomasi, Natalia Dallapiccola, Doriana Zamboni, Oreste Bas-
so, Piero Pasolini, Marco Tecilla, Aldo Stedile, Luigina Nicolodi, Ginetta
Calliari, Silvana Veronesi… Assieme alle persone le descrizioni dei luoghi
che hanno visto quell’esperienza e l’hanno resa possibile anche grazie alla
loro bellezza: le Pale di San Martino, il Lagorai, le Vette Feltrine, come pure
la piccola baita di Tonadico, le chiese delle contrade, l’edicola immersa tra
verdissimi boschi dedicata alla Madonna della Luce…
Un libro con lo spessore di una storia ricostruita da autori competenti
e documentati che consente alla grande esperienza fondante del Paradiso
’49 di non rimanere avulsa dal cammino della società e della Chiesa del
Novecento, ma di farsene interprete d’eccellenza. Un libro che introduce
all’esperienza stessa e la rende più comprensibile.
Fabio Ciardi

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Prossimo numero 235
Immigrazione e multiculturalismo 234
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Il Paradiso ’49: protagonisti e interpreti nuova umanità


controcorrente
Meritocrazia e moralizzazione della diseguaglianza – L. Bruni

Focus
Il Paradiso ’49: protagonisti e interpreti
Fra mistica e storia: introduzione - A. Lo Presti
Paradiso ’49. Una narrazione vent’anni dopo - C. Lubich
La pazzia dell’amore - I. Giordani
Luce per un disegno - P. Foresi
La nostra dimora: il Dio trinitario - K. Hemmerle
Esperienza e teologia dell’unità – M. Cerini
Mistica e cultura - G.M. Zanghí
Una nuova luce per la teologia spirituale - J. Castellano Cervera

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