Didattica Folin
Didattica Folin
INDICE
Antefatto pag. 3
Introduzione pag. 4
Davanti al pianoforte pag. 6
Tra tastiera e insegnante un alunno/a consapevole pag. 13
Della mano pag. 24
Caduta, articolazione, rotazione….E’tutto chiaro? pag. 37
Lo studio pag. 46
Scale e arpeggi pag. 58
Legato e polifonia pag. 67
Conclusioni pag. 72
Elenco delle opere citate pag. 73
3
ANTEFATTO
INTRODUZIONE
1
Sono i costruttori Broadwood, Stodart e Backers che a Londra, tra il 1772 e il 1776
concepiscono il grand piano …e mettono a punto la English grand action… Non solo, ma
il pianoforte inglese della fine del XVIII secolo ha tre corde per tasto su tutta l’estensione e
…dei distanziatori metallici ad arco fissati da una parte al somiere a dall’altra alla barriera
della traversa. In ROUDIER ALAIN, DI LENNA BRUNO, Rifiorir di antichi suoni. Tre secoli
di pianoforti, Edizioni Osiride, Edizioni del Museo, 2003.
2
L. DEPPE, Armeleiden des Klavierspielers, Deutsche Musiker-Zeitung, 1885.
3
F. A. STEINHAUSEN, Die physiologischen Fehler und die Umgestaltung der
Klaviertechnik, Breitkopf & Haertel, Leipzig,1913.
5
4
[Link], Die natürliche Klaviertechnik, Handbuch der modernen Methodik und
Spielpraxis für Künstler und Lehrer, Konservatorien und Institute, Seminare und Schulen.
C.F. Kahnt, Leipzig, 1921.
5
FRANCO ABBIATI, Storia della Musica, Volume terzo, Il Settecento, Tip. Garzanti,
Milano, 1941.
6
DAVANTI AL PIANOFORTE
6
“Prima di sederti al tuo strumento, àlzati davanti alla musica che pretendi di riferire”
In DEL FABBRO BENIAMINO, Crepuscolo del pianoforte, (Cinquanta avvertimenti ai
giovani pianisti), Edizioni Einaudi, 1951.
7
A. CORTOT, Corso di interpretazione, raccolto e redatto da Jeanne Thieffry, versione
italiana di Alberto Curci, Edizioni Curci, Milano, 1939.
8
A. ANGELERI, pianista e didatta.
7
…piuttosto che nel mezzo perfetto della tastiera, consiglierei l’allievo di tenersi
seduto dalla parte degli acuti tre tasti di più che non verso i bassi.9
…la posizione, invero fuori dal comune, in cui era solito suonare: seduto quasi al
livello del pavimento, con il naso sulla tastiera, una posizione che aveva
scandalizzato quei maestri di pianoforte abituati ad una posizione tipo panca di
chiesa vittoriana.11
9
A. ANGELERI, Il Pianoforte: posizione delle mani, modo di suonare, cenni teorico
pratici di Antonio Angeleri ... , illustrati all'acquaforte da Eleuterio Pagliano, Regio
Stabilimento Ricordi, Milano, 1871.
10
[Link], La tecnica pianistica, [Link]
11
J .COTT, Conversazioni con Glenn Gould, Ubulibri, Milano, 1989.
8
E infatti i più recenti trattati didattica pianistica dimostrano una maggior liberalità
sul tema dello star seduti al pianoforte e, contrariamente ai loro predecessori, i
metodologisti moderni si mostrano più attenti alle caratteristiche individuali
dell’esecutore. Scrive per esempio Gyorgy Sandor (1912-2005)12:
Non esiste un unico modo di sedere. Non esistono due pianisti che siano identici al
pianoforte e più avanti ogni pianista deve sistemare lo sgabello a suo piacimento,
sia per quello che riguarda la sua altezza sia per quello che riguarda la distanza
dal pianoforte.13
12
G. SANDOR, pianista, allievo di [Link] e [Link].
13
G. SANDOR, Come si suona il pianoforte, BUR Rizzoli, Milano, 1984.
14
L. KENTNER, pianista e didatta.
15
L. KENTNER, Il pianoforte. Lo strumento. la tecnica esecutiva, i grandi compositori,
Franco Muzzio Editore, 1990.
9
Ferruccio Busoni ( se seduto troppo alto, ei Glenn Gould ( se troppo basso, perderà
dimenerà le braccia … Kalkbrenner ) molta della sua forza … Kalkbrenner )
16
J. COTT, Conversazioni, [Link].
17
A. M. HABERMANN, Sessione: La produzione Interventi, in Trecento anni li dimostra? Il
pianoforte nella società d’oggi, Atti del convegno di Villa Gallia, Como 5 e 6 giugno 1999,
Ed. Cesarenani, Como, 1999.
10
Ora, anche se ho inserito per primi esempi contrari a questo indirizzo, è bene
precisare che tutta la più importante letteratura di didattica pianistica ha sempre
F. KALKBRENNER, Metodo per Piano forte col sussidio del Guida-mani… seguito da
18
12 Studi, traduzione completa dal francese di F. Antolini, Gio. Ricordi, Milano, 1836.
19
Anche la posizione dell’avambraccio in realtà può essere elemento relativo se disgiunto
dall’osservazione della mano. In molti pianisti infatti a diverse inclinazioni di questo
corrispondono poi identici allineamenti della mano sulla tastiera.
11
cercato di stabilire regole rigide e assai perentorie sul tema della posizione davanti
al pianoforte e certo non solo su questa. Potremmo dire che se dovere di ogni
metodo è dare prescrizioni, tanto più il gusto del rigore ha caratterizzato la filosofia
educativa dei secoli passati. Valga riportarne ancora qualche esempio per cogliere
con quale spirito e quale convinta passione ed attenzione ci si sia nel tempo dedicati
a cercare di comprendere ed afferrare, tale è il compito del teorico e del didatta , il
segreto che conduce più speditamente al risultato:
I gomiti devono risultare un centimetro più alti del livello della tastiera,20
La sedia dev’essere abbastanza alta perché il gomito, una volta posate le mani
sulla tastiera, si trovi un pochino più alto del livello di questa.
Peccato però che un indiscusso maestro della didattica pianistica, Karl Czerny
(1721-1857)24, abbia nelle sue lettere sull’insegnamento del pianoforte affermato
il contrario:
…tanto che i suoi gomiti, liberamente abbandonati, sieno un po’ meno alti della
superficie dei tasti.
20
L. BOTTAZZO, O. RAVANELLO, L’allievo al piano. Metodo teorico-pratico per imparare
a suonare il pianoforte, [Link], [Link], Torino, 1913.
21
A. ANGELERI, Il pianoforte, [Link].
22
A. F. MARMONTEL, pianista e didatta. Tra i suoi allievi ricordiamo Gorge Bizet, Vincente
D’Indy, Louis Diemer, Claude Debussy.
23
[Link]., Conseils d'un professeur sur l'enseignement technique et
l'esthetique du piano par A. Marmontel , Paris, (187.).
[Link], Lettere sull'insegnamento del pianoforte: dal principio sino alla completa
24
Allora decidetevi, più alti o più bassi della tastiera? Nè l’uno nè l’altro ammonisce
[Link] nel suo manoscritto per il mai completato Cenno per il Metodo dei
Metodi25 quando un po’ laconicamente ci invita a tenere:
Ubi maior…
Giunti a questo punto non insisto perché convinto che, con il cambiare dei tempi e
degli atteggiamenti, si sia compreso a quanto poco serva porre rigide imposizioni
laddove è possibile richiamarsi al semplice rispetto della naturalezza e della
ragionevolezza.
E concludo, a conforto di questo importante concetto, con le parole di Henrich
Neuhaus (1988-1964)26:
25
Non si tratta che di una dozzina di fogli, redatti in un francese molto discutibile; fogli di
vario genere e formati che vanno dalla più ordinaria carta da lettere alla carta da musica
rigata all’italiana di cui Chopin si serviva sempre. E’ questa la descrizione che Cortot fa di
questo manoscritto, per altro da lui acquistato, di cui tratta abbondantemente e riporta per
intero nel suo Alcuni aspetti di Chopin, [Link].
26
[Link], pianista e didatta. Tra i suoi allievi si ricordano Sviatoslav Richter, Emil
Gilels e Radu Lupu.
27
[Link], Riflessioni, memorie, diari, Sellerio, Palermo, 2002.
13
Ho sorriso quando un bambino che vedeva per la prima volta un pianoforte dal vero
mi chiese: come si fa a non perdersi in mezzo a tutti quei tasti?
In effetti il bambino che si trova di fronte allo strumento e sa di doversi in qualche
modo cimentare con questo grande mostro ad ottantotto denti 28 è probabile si possa
trovare in un simile stato di timore. Credo che il primo intervento dell’insegnante
debba tener conto di questo. Non inviterei da subito l’alunno ad appoggiare la mano
sui cinque tasti, obbligandolo magari dal primo momento ad articolare, senza prima
aver cercato di promuovere una conoscenza più naturale, spontanea e graduale dello
strumento. E’ importante per esempio che egli sappia che cosa succede quando un
tasto viene premuto (non sarebbe inutile far vedere il martello che si muove per
colpire la corda), per far cogliere l’indissolubile nesso che intercorre tra movimento
del tasto e suono, tra velocità del martello ed intensità.29 Noi, nel momento in cui ci
attiviamo per abbassare il tasto, ed il suono è il prodotto di questo sbilanciamento,
diveniamo un “unicum” con il meccanismo che lo produce, per cui è fondamentale
comprendere dalle prime lezioni che, attraverso le nostre scelte e la nostra volontà,
si è gli unici veri artefici di ciò che sentiamo. Così indica chiaramente Giuseppe
Piccioli (1905-1961):
tanto che si impianti lo scolaro col sistema dell’articolazione, quanto con quello
della rotazione, è assolutamente indispensabile che pure il principiante si abitui a
sentirsi, a percepire cioè, le diverse intensità sonore che le sue dita ricavano dalla
tastiera…30
La ricerca della qualità del suono è un aspetto che spesso viene considerato come
strettamente legato alle caratteristiche e alla personalità dell’interprete, e pertanto
esiste il rischio ch’esso divenga tema non trattato espressamente se non nei
28
[Link] in NINO DE ROSE, Jazz Hot, in Armonia e fraseggio Jazz, [Link],
Milano, 1982.
29
Se ti piace la tecnica, guarda all’interno del tuo strumento, come funziona; imparerai
cose che dieci ore di esercizi forzati non riusciranno a farti dimenticare. In [Link]
FABBRO, Il crepuscolo del pianoforte, [Link].
30
[Link], Didattica pianistica, 4. ed. rifatta ed ampliata, Edizioni Curci, Milano,1947.
14
il lavoro sullo specifico artistico deve cominciare insieme con lo studio iniziale del
pianoforte e con l’assimilazione dei rudimenti musicali. Con ciò voglio dire che se
il bambino sarà in grado di riprodurre la più semplice delle melodie, è
indispensabile che questa prima esecuzione sia espressiva, cioè che il carattere
dell’esecuzione corrisponda esattamente al carattere (contenuto).31
Si può perciò ritenere che l’allievo debba essere con pazienza abituato a curare
questo elemento da subito, dalle prime lezioni, che impari a premere un tasto e nel
contempo si preoccupi di ascoltare in modo cosciente il risultato sonoro ottenuto.
Questo non significa far ripetere pedantemente il passaggio fino a quando il bimbo
non abbia ottenuto il suono perfetto (sic), si rischierebbe soltanto di annoiarlo o
peggio ancora di demotivarlo come facilmente accade quando non si presta la
necessaria attenzione al rispetto e alla valorizzazione di quella potenzialità che Lev
Semenovic Vygotskij (1896-1937)32 chiama zona prossimale di sviluppo33. Essa
definisce quelle funzioni che non sono ancora mature ma che sono nel processo di
maturazione.
Dobbiamo nella pratica sempre chiederci se il bambino è pronto ad apprendere
quello che si desidera che egli apprenda. Concetto perfettamente espresso in altro
modo da L. Kentner:
31
[Link], Riflessioni, [Link].
32
[Link], contemporaneo di Piaget, fondatore della Scuola storico–culturale
della psicologia evolutiva. Fu definito il Mozart della psicologia per il suo genio e la
prematura scomparsa.
33
[Link], Pensiero e linguaggio , a cura di Angiola Massucco Costa - Firenze –
1966.
34
[Link], Il pianoforte, [Link].
15
La nostra premura dovrà semplicemente attivarsi perché egli ponga per davvero
l’ascolto tra le cose alle quali prestare la giusta importanza. Interessante quanto
scritto da Tobias Matthay (1858-1945)35 sul tema dell’ascolto, sull’importanza che
l’alunno lavori sempre con coscienza non solo dell’azione promossa , ma anche del
risultato ottenuto:
ascoltare se stesso con senso critico è il fattore più importante di tutto lo studio
della musica.
35
T. MATTHAY, fondatore di una importante scuola pianistica nel 1900, fu maestro di Myra
Hess e Clifford Curzon.
36
T. MATTHAY, L’arte del tocco nel suonare il pianoforte. Traduzione dall’inglese di Maria
Bonetti, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1911.
37
T. MATTHAY, L’arte del tocco , [Link].
38
[Link], [Link], Metodo rapido di perfezionamento pianistico, Casa Musicale
Giuliana,Trieste, 1933.
16
Pietro Boccaccini39, che dedica al rapporto tra tocco e suono un intero capitolo del
suo bel volume, scrive:
Il tatto è assai mirabile cosa, della quale più che da ogni altra e fino dalle prime
lezioni, l’insegnante non dovrà mai lasciarsi distogliere… Può dirsi che senza esso
mancherebbe la ragione dell’arte.40
E’ uno sforzo che premia e se all’inizio costerà una qualche fatica in più al nostro
allievo certo gli permetterà ben presto di provare quell’ impagabile godimento
estetico che, come afferma Marmontel, solo l’udire attentamente analizzando le
proprie sensazioni può consentire.
Ritornando alle attività prime da proporre all’allievo che inizia, si può consigliare,
qualsiasi siano le scelte poi fatte, di cominciare con esercizi che permettano di
prendere contatto con il carattere particolare del pianoforte, che è quello di essere
strumento a corde percosse, sensibile al peso, al contatto fisico del dito con il tasto.
Per Neuhaus
perfino su una nota sola si può studiare tutta la grandissima varietà dinamica del
pianoforte.
Egli propone di invitare il bambino ad ottenere suono da un solo tasto in tanti modi
diversi: con diverse dita, col pedale e senza il pedale… come una nota molto lunga
e tenerla fino alla scomparsa del suono, poi come una nota sempre più breve… E’
importante, dice, destare nel giovanissimo allievo l’amore per l’esperienza, la
ricerca , la conoscenza, indirizzandolo sulla strada della tecnica artistica.
Pietro Montani (1895-1967), autore di un godibilissimo libretto sul pianoforte ricco
di consigli e sagge osservazioni, sottolinea l’importanza, per garantire il corretto
approccio allo strumento, di anticipare con opportune osservazioni ed esercizi il
vero e proprio inizio della lezione al pianoforte:
La primissima cosa da farsi, avviando allo studio del pianoforte una giovane
recluta, dopo averne stabilite le qualità musicale native, mediante indagine di
39
[Link] fu allievo di Beniamino Cesi ed insegnante di pianoforte a Roma.
40
[Link], L’arte di suonare il pianoforte, Casa editrice Musica, Roma, 1913.
17
…da questo fenomeno psicofisico può dipendere il fallimento di una carriera che a
tutta prima poteva sembrare prevedibile e splendidamente preventivabile.
E’ ancora qualcosa che ha a che fare con la necessità di creare un rapporto, naturale,
fisico e mentale con l’essenza del suonare: vivere lo strumento e il suo suono.
C’è un altro autore, Ermenegildo Paccagnella (1880-1975), musicologo e
pedagogista musicale, che imposta, sull’onda dei già noti insegnamenti della
tecnica del getto brachiale del Deppe e dello Steihausen un metodo basato su
centinaia di esercizi di ginnastica predispositiva da effettuare prima di cominciare lo
studio vero e proprio sullo strumento. Si pensi che giunge a formularne 105 di sola
percussione al tavolo, da effettuare quotidianamente in tutte le sue variabili.42 Il
metodo comunque non si limita a questo e sono parecchi i volumi (fascicoli)
dedicati, tra l’altro, al pedale, al tocco, al repertorio che permettono di riconoscere
al suo lavoro organicità e completezza. Oggi suscita perplessità, ma a quel tempo
il suo metodo ottenne il plauso di valentissimi maestri tra i quali ricordo il Casella,
il Malipiero, il Pratella … e il riconoscimento dell’[Link] Ministero Italiano.43
Anche nel caso di esercizi che prevedono di attivare l’articolazione delle dita, può
essere utile suggerire, per esempio, di ottenere questo con un movimento simile a
quello del camminare con scarico del peso e riposo dopo ogni “passo” e comunque
sempre esigendo una riflessione attenta sul rapporto tra il gesto fisico promosso e
41
P. MONTANI, Viaggio intorno al pianoforte, Piccola Biblioteca Ricordi, 1959.
42
E. PACCAGNELLA, Studio ginnastico per l’azione del percuotere al pianoforte”, Arti
grafiche, Monza, 1925.
43
UMBER, Analisi del Metodo per Pianoforte di Ermenegildo Paccagnella, Nuova didattica
e pedagogia musicale, Milano,1927.
18
qualità e durata del suono. Edna-Mae Burnham44, nella raccolta A dozen a day, ad
ogni immagine pianistica suggerisce di associare un’azione come passeggiare,
saltare, rimbalzare, rotolare. E’ la coscienza del gesto, la comprensione, la
naturalezza che possono dare ai giovani pianisti la tranquillità necessaria per evitare
insicurezze e rigidità. Gyorgy Kurtag (1926)45, dal canto suo, invita i suoi piccoli
allievi a prendere le misure con la tastiera nella sua completa estensione con
esercizi di glissando e di cluster, eseguiti anche con palmi ed avambracci. Su
queste tecniche si muovono i suoi primi studietti contenuti in Giochi.46 Lo stesso
Montani considera fruttuosissimi tutti gli esercizi, che lui chiama circolari, estesi a
tutta quanta la tastiera, sia sui tasti bianchi (dapprima) e sia sui tasti (poi)
neri….Bel suono, completo. Bene articolate le dita.
Ecco, anche prendere familiarità con tutta la tastiera fin dall’inizio è secondo me
abitudine corretta. Si possono far ripetere piccole successioni melodiche o eseguire
esercizi in caduta su posizioni diverse in tutta l’estensione. E’ interessante osservare
come Bruno Mugellini (1817-1912) nel suo metodo sulla tecnica pianistica,
convinto quale si dichiara dei principi della nuova tecnica naturale (Deppe e
Breithaupt), proponga come primo esercizio del suo testo l’esecuzione di due
bicordi (terza e sesta) secondo la tecnica della caduta libera.47 Conferma in un suo
intervento la didatta S.Limongelli48: bisogna abituarlo prestissimo agli spostamenti
(deve saper suonare, ad esempio, tutti i do e tutti i re con tutte le dita che possiede)
e, partendo dalla sua percezione della frontalità, fargli esercitare le scale prima di
tutto per moto contrario, non per moto parallelo, magari spostandogli ogni tanto il
centro di partenza un’ottava o due sopra o sotto il do centrale.
44
E. M. BURNHAM, A Dozen a Day, Ed. Willis Music Company, Cincinnati, Ohio, 1952,
(corso in 5 vol.).
45
G. KURTAG, “Játékok”, Editio Musica Budapest, (7 vol.).
46
(Giochi) di György Kurtág, nonostante l’immediata relazione che si potrebbe
istintivamente ricercare in Mikrokosmos di Bartók, non è un metodo per lo studio del
pianoforte concepito peri giovani allievi, bensì un’opera, secondo le parole del compositore
contemporaneo ungherese, “suggerita dal bambino che si dimentica di se stesso mentre
suona; quel bambino per il quale lo strumento è ancora un gioco.” Si tratta infatti di
un’opera che prende le mosse dall’osservazione delle esperienze infantili intorno alla
musica e che cerca di esorcizzare tali esperienze attraverso il recupero della memoria dei
traumi di chi si accosta alla musica ancora in giovane età. La memorizzazione delle scale, il
conteggio dei ritmi, l’approccio ritardato con il suono... Tutti questi momenti vengono
superati dall’uso quasi liberatorio della tastiera (ad esempio attraverso l’utilizzo dei cluster),
al fine di coinvolgere immediatamente l’esperienza sonora. Viene così a crearsi un mosaico
musicale costituito da decine di tessere eterogenee accostate una all’altra quasi senza
soluzione di continuità, un cospicuo numero di brevi composizioni. In MICHELE CORALLI,
recensione di "Játékok" , ECM, New Series 1619453511-2,1997.
47
[Link], Metodo sulla tecnica pianistica , Carisch & Janichen Editori, s.d.
48
[Link], La didattica per principianti e dilettanti, dagli Atti del Convegno sul
pianoforte: Trecento anni. Li dimostra?, Como, 1999.
19
Ho fin qui svolto alcune riflessioni su aspetti che interessano il modo in cui un
bambino può essere coinvolto ed educato nel suo primo accostarsi allo studio del
pianoforte e volutamente ho escluso indicazioni specifiche sui metodi, aspetti
tecnici ed indirizzi metodologici.
E’ utile però soffermarsi un momento sulle vicende che hanno interessato
l’evoluzione degli atteggiamenti metodologici sottostanti le scelte compositive dei
primi pianisti – didatti.
Può essere importante per comprendere non solo come si sia nel tempo assistito ad
un continuo progresso nella ricerca del modo più adatto per ben raggiungere e
superare l’aspetto tecnico dell’esecuzione, ma anche come la scelta e la scrittura del
repertorio deputato abbiano, ugualmente e per lo stesso fine, vissuto le proprie
particolari vicissitudini.
Semplificando e tralasciando le innumerevoli schiere di maestri che dal XVI secolo
hanno arricchito e valorizzato la letteratura per tastiera, possiamo affermare, senza
eccessiva cautela, che il più ricco patrimonio dell’arte clavicembalistica è
riconoscibile nell’opera di due grandissimi: Johann Sebastian Bach e Domenico
Scarlatti.
In questi due autori era, ed è ancor oggi, possibile ritrovare, nella sua prima forma,
l’essenza della futura arte pianistica e non a caso allo studio delle loro composizioni
si riconosce tuttora una funzione fondamentale per una formazione completa dei
giovani allievi.49
L’arte del legato, del cantabile e dell’intreccio aveva raggiunto in Bach mete
insuperate. La vivacità, l’audacia tecnica fatta di accordi, ottave e salti, l’uso dello
staccato e del polso, le intuizioni dinamiche, il sentimento lirico e l’immaginazione
lanciata alla scoperta dello strumento donano a Scarlatti il merito di aver percepito e
predetto il nuovo.50
49
FELIX LE COUPPEY (1811-1887) inserisce tra i brani tres difficile, consigliati nel suo De
l’einseignement du piano, Parigi 1865, oltre ad opere scelte di Beethoven, Cramer, Field e
Chopin, l’ 0Euvres choisies di Domenico Scarlatti precisando: Il carattere e la difficoltà di
questi pezzi danno un’idea della prodigiosa abilità di esecuzione che doveva avere questo
celebre maestro.
50
…egli intuisce ed attua una tecnica pianistica vera e propria… Una sicura visione di
quello che dovrà diventare la tecnica della tastiera pianistica… Chi direbbe che passi del
genere appartengono ad un clavicembalista?… Ecco degli urti che fanno pensare ad
arditezza di tempi futuri. In A. DELLA CORTE, G. PANNAIN, Storia della musica II, Unione
Tipografica Editrice Torinese, 1952.
20
pubblicare i suoi Studi, nel 1817 è Clementi a stampare il primo volume del
Gradus, seguiranno le opere di Czerny, Moscheles, Kalkbrenner e via via a seguire
tutti i molti altri.
Ma lo studio per chi era pensato? O meglio, per quale tipologia di allievo era stato
scritto? Di massima l’esecuzione richiede una preparazione già di buon livello. Ad
esclusione delle opere di Czerny, così numerose e variegate da convincerci
perlomeno dell’intelligente volontà di dare ai propri lavori un’impronta formativa e
completa per l’educazione dei giovani pianisti, e in parte, e per ragioni diverse, di
quelle di Cramer e Clementi, gli studi divengono sempre più lo strumento per
realizzare un’opera a se stante, di chiaro valore estetico, di grande difficoltà
esecutiva, caratterizzato, valore aggiunto, dalla volontà di affrontare uno o più,
costanti e peculiari, temi tecnici.
Risultano a questo proposito chiarificatrici le parole di Pietro Boccaccini54 che,
trattando dell’ opera di Cramer, affronta il tema in senso più lato:
54
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare, [Link].
55
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare, [Link].
22
Si sta però affermando, in ambito didattico, una nuova idea di metodo. Sono alcuni
autori, vissuti per lo più nella seconda metà dell’ottocento, a concepire qualcosa di
diverso.
La nuova idea è quella di formulare, dopo una sorta di invasione, spesso
metodologicamente empirica, di studi, esercizi e quant’altro, offerti quali contributi
individuali dai numerosi virtuosi dell’epoca, una proposta congrua, completa e
ragionata per la formazione dei giovani pianisti. E’ frutto tutto questo di un
moderno, per allora, pensiero educativo che pone le proprie basi su due principi
fondamentali: porre l’allievo al centro dell’azione didattica e riformulare l’idea
stessa, ponendone i principi, dell’ educazione strumentale.
Sono metodi che partono dalle formule basilari dello studio pianistico, spesso
preceduti da brevi lezioni di teoria musicale, e che di norma si concludono su
esercizi o piccoli brani che oggi potremmo ricondurre ad un livello di 3° - 5° anno.
Alcuni si spingono oltre e preparano l’allievo anche per affrontare difficoltà
superiori, costruendo proposte in più volumi per accompagnare lo studente in tutto
il suo percorso.
Ricordo alcuni tra i più noti, pubblicati anche nell’edizione italiana:
F. Kalkbrenner, Metodo per Pianoforte col sussidio del guidamani;
J. N. Hummel, Metodo compiuto teorico-pratico per il pianoforte;
J. Czerny, Il maestro di pianoforte;
H. Herz, Gran metodo per pianoforte;
F. Beyer, Scuola preparatoria allo studio del pianoforte;
B. Cesi, Metodo per lo studio del pianoforte in 12 voumi;
F. Rossomandi, Guida per lo studio del pianoforte in 8 volumi;
S. Lebert, L. Stark, Gran metodo teorico-pratico per lo studio del pianofoforte;
B. Mugellini, Metodo di esercizi tecnici in 8 volumi.
Oggi queste proposte, ormai superate, sono in qualche modo rinverdite da analoghi
più freschi metodi, quali il Bastien, il Dozen a day, il Thompson, o il Faber che si
basano sempre su una offerta progressiva e tendenzialmente completa. Hanno un
qualche successo, e non c’è giovane insegnante che prima o poi non li abbia
sperimentati. Sono accattivanti per i giovani studenti e diverte la metodologia che,
almeno all’inizio, sta a metà strada tra il gioco e lo studio. Non hanno tuttavia
superato i limiti, che ne decretarono il tramonto, dei loro storici antenati, limiti
23
dettati dall’esigenza moderna che muove l’insegnante capace, illuminato dalle sue
convinzioni e dalla chiarezza dei percorsi possibili, a non poter essere vincolato
nella libertà delle sue scelte.
Non si dovrebbe, credo, seguire in modo pedissequo, pagina dopo pagina, nessuna
di queste proposte, ma alternare, via via cercando tra offerte e autori diversi, le
scelte in modo più suggestivo e stimolante, in modo da rendere, pericolo sempre in
agguato, meno tedioso e prevedibile lo studio dei piccoli allievi. Può essere utile in
questo senso scegliere brani od esercizi di autori o metodi diversi nel momento in
cui si vuole trattare un preciso tema tecnico: il legato, l’accordo, lo staccato ecc…
Si sarà notato infatti come spesso all’interno di un metodo perduri una concezione
costante per esempio nella scelta dell’estensione della tastiera da utilizzare, o delle
dita da usare, o della mano da privilegiare o dello stile armonico da favorire. Cose
queste che possono in qualche modo limitare e rendere meno aperto e positivamente
disinvolto l’approccio del nostro allievo verso lo strumento.
.
DELLA MANO
Tra le tante questioni relative al suonare, quella della posizione della mano sulla
tastiera sembra la meno aperta a discussioni o pareri contrastanti.
Tutti sembrano concordare sulla necessità di chiedere che essa abbia una postura
quanto più naturale possibile, simile a quella che, per esempio, assume quando il
braccio è lasciato libero e abbandonato lungo il tronco.
Pur tuttavia qualche riflessione si può ugualmente fare, pensando che le risposte
che noi diamo ai vari temi tecnici relativi al suonare sono comunque il risultato di
atteggiamenti sperimentati e consolidatisi nel tempo, il cui valore è sempre
inevitabilmente contingente all’epoca, allo strumento e allo stile e in questi trovano
ragione e giustificazione. Le tastiere dei clavicordi del ‘500, i cui tasti bianchi
uscivano rispetto ai neri di soli 3 cm., obbligavano i volonterosi musicisti ad
eseguire in punta di dita e, secondo quando ci racconta Curt Sachs56, ancora nel
‘600 i tastieristi utilizzavano preferibilmente 3° e 4° dito nei passi ascendenti e 2° e
3° in quelli discendenti, dimenticando il più spesso pollice e mignolo57.
Troviamo del resto conferma di questo nelle indicazioni che Lorenzo Penna (1613-
1693) offre nel suo famoso trattato58, dedicato all’accompagnamento del canto, per
ben superare l’esecuzione delle scale:
Ascendendo con la mano destra si comincia col terzo dito, seguitando col quarto,
per ricominciare e proseguire col terzo e quarto, mentre discendendo, dopo il terzo
si adopera il secondo e così di seguito con la mano sinistra, con ordine inverso, nel
salire terzo e secondo e nel discendere terzo e quarto.
Ancora nel XVIII secolo l’uso dei pollici risultava assai raro:
56
C. SACHS, Storia degli strumenti musicali, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1980.
57
E che ne fai del Pollice? Non puoi tenerlo in aria; appoggialo quindi sul legno della
tastiera, dove perlomeno è sicuro, non pende inoperoso, e serve a sostenere la mano. In
B. DEL FABBRO, Il crepuscolo, [Link].
L. PENNA, Li Primi albori musicali per li principianti della musica figurata distinti in tre
58
libri dal primo spuntano li principi del canto figurato, dal secondo spiccano le regole del
contrapunto, dal terzo appariscono li fondamenti per suonate l'organo et clavicembalo
sopra la parte, Giacomo Monti, Bologna, 1672. In P. BOCACCINI, L’arte di suonare, [Link].
25
Negli esempi utilizzati nel suo libro F.Couperin60 (1668-1753), che pure ha il
merito di aver emancipato il ruolo delle due dita fino allora neglette, possiamo
osservare come mignolo e pollice vengano ancora usate con una parsimonia oggi a
noi, apparentemente, incomprensibile:
59
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare il pianoforte, [Link].
60
F. COUPERIN, L’art de toucher les clavecin, Paris, 1717.
61
L. FINIZIO,Quello che ogni pianista deve sapere. Nozioni di storia estetica e didattica
pianistica, Edizioni Curci, Milano, 1950.
26
Ancora ai tempi di Kalkbrenner pollice e mignolo erano di fatto inibiti dall’uso dei
tasti neri. Dobbiamo aspettare Liszt e i suoi contemporanei perché ogni limitazione
venga abolita.
Esempio musicale trascritto dal quale si evince come ai tempi di Domenico Scarlatti “il pollice non
si passava che scendendo colla mano destra e salendo con la sinistra” . Esempi tratto dal volume di
Alfredo Casella (1939)
Così era, ahi loro…, nell’XVII e XVIII secolo, ma non dimentichiamo che ancora
nell’Ottocento la questione di adattare mano e dita alla miglior funzionalità tecnica
sulla tastiera obbligava centinaia di allievi a pedantissime lezioni bisettimanali sul
62
Chiroplasto di Johann Berhard Logier (1777-1846), elogiato e fabbricato per
altro dallo stesso Muzio Clementi63, o consigliava l’irrinunciabile sussidio del
64
Guida-mani di Kalkbrenner che assettava il portamento delle mani in modo da
renderlo il più possibile aggraziato65. Anche Henry Herz (1803-1888), autore di un
famoso metodo, aveva inventato un suo apparecchio, il Dactylion, a proposito del
quale, forte del riconoscimento ottenuto dall’Istituto Reale di Francia, affermava:
62
apparecchio per esercitarsi alla tastiera con mani e dita in corretta posizione. In
[Link], Storia del pianoforte, Il Saggiatore, 1982.
63
M. Clementi fu, oltre che pianista, compositore e didatta tra i più lungimiranti, anche
produttore di ottimi pianoforti.
64
Brevettato nel 1814.
65
F. KALKBRENNER, Metodo per Piano, [Link].
27
L’esperienza attesta che un’ora di esercizio al giorno con questo strumento, basta
per accelerare il progresso degli allievi ed alimentare il talento degli artisti.66 In
Italia, ancora negli anni venti di questo secolo, venivano brevettati i Ditali
prensili67, sorta di aggeggi da inserire nelle dita per incrementarne l’impegno
muscolare. L’insospettato inventore si chiamava Attilio Brugnoli (1880-1937).
Il Guidamani di [Link]
66
H. HERZ, Metodo per pianoforte op.100, Ricordi, s.d.
67
Ricordiamo anche che Brugnoli inventò dei particolari strumenti per lo sviluppo e
l’allenamento dei muscoli del braccio e delle dita, come l’Anarsinegotago,
l’Anasinergometro, il Miargopoiete e i più famosi Ditali Prensili. In MICHELE MANZOTTI,
Attilio Brugnoli e la sua mano, Edizioni Polistampa, Firenze, 2002.
28
pianistica del tempo, possiamo ben renderci conto di come essi potessero temere e
percepire, dopo secoli di uso moderato e composto della mano, il pericolo di una
naturale inadeguatezza.
Alfred Cortot (1877-1962) che forse ancora risente delle vicende passate, lui,
allievo di Emile Decombes, a sua volta allievo di F. Chopin, nel suo Principi
razionali della tecnica pianistica,68 dedica un intero capitolo all’esigenza di
estendere la mano, arrivando a formulare esercizi appositi per le diverse tipologie di
dita:
[Link], esercizio per dita corte [Link], esercizio per dita lunghe
Nell’introduzione premette:
Lo sviluppo dello “scarto” fra le differenti dita di una stessa mano, è diventato un
problema della tecnica della tastiera solo verso la fine del XVIII secolo, in
occasione della comparsa del pianoforte allorquando le risorse del nuovo
strumento incitarono alla ricerca di un linguaggio armonico più nutrito e di una
virtuosità più audace di quella del clavicembalo. L’adozione di una scrittura più
largamente spaziata, alla quale si addicono le possibilità di risonanza del
pianoforte, porta, come conseguenza tecnica naturale, la distensione delle dita il
cui ruolo non è più limitato alla realizzazione di cadenze tradizionali. L’uso degli
accordi di 10° e di 9° diventa corrente. Anche le inflessioni melodiche comportano
frequentemente salti di intervalli la cui ampiezza si è accresciuta fino ai nostri
giorni, tanto che si può ammettere, attualmente, l’obbligo per ogni pianista di
disporre, fra due dita vicine, di un angolo di scostamento che ecceda le disposizioni
fisiche normali.
68
A. CORTOT, Principi razionali della tecnica pianistica, Edizione italiana a cura di
[Link], Edizioni Suvini Zerbini, Milano, 1949.
29
69
si tratta della Prellmechanik a spinta (meccanica viennese) applicatata ai pianoforti
Stein, Walter, Streicher e Walcher e della Stossmechanik a contraccolpo (meccanica
inglese) Broadwood, Stodart, Beckers etc..
70
G. N. HUMMEL, Metodo compiuto teorico-pratico per il pianoforte dai primi elementi fino
al più alto grado di perfezione, tradotto dal tedesco sull'edizione originale da G. Radicchi,
Giovanni Ricordi, Milano, [184.]
71
Lo Streicher aveva sposato Nannette Stein, figlia di Andreas, riconosciuto precursore
della scuola viennese.
72
Anche nei pianoforti Stein-Streicher verrà adottato nel 1805.
73
JOAHAN FERDINAND RITTER VON SCHONFEL, Jahrbuch der Tonkust von Wien und
Prag, Wien 1796. In MARCO DI PASQUALE, Cent’anni di pianoforte alla Corte di Toscana,
dall’invenzione di Bartolomeo Cristofori alla caduta del regno d’Etruria, Livorno, Sillabe,
1999.
30
Ma, abbiamo detto, oggi non sembrano esserci modi diversi d’intendere la corretta
posizione delle dita sulla tastiera e probabilmente non ve n’erano di significative
neppure in tempi meno recenti. Tuttavia negli esempi sotto riportati sarà facile
cogliere come i diversi autori abbiano sempre trattato il tema della posizione della
mano con particolare riguardo ed attenzione.
In particolare sono spesso il tono, le sfumature e i piccoli consigli a richiamare alla
mente la cura con cui l’insegnante modella la mano del giovane allievo:
Trovare la posizione della mano mettendo le dita sui tasti mi, fa diesis, sol diesis, la
diesis, si. Le dita lunghe occuperanno i tasti alti e le dita corte i tasti bassi per
rendere le leve relativamente uguali, ciò che darà alla mano una curva più comoda,
più semplice, aderente alla sua conformazione. La mano morbida, l’avambraccio,
il braccio imiteranno la mano adeguatamente…arrotondandola con una curva che
dà una morbidezza necessaria che non potrebbe avere con le dita stese.
F. Chopin74
Debbonsi attaccar le note con la polpa dei diti; la mano tenersi alla più natural
posizione. F. Kalkbrenner76
Siccome i diti sono di diseguale lunghezza, così bisogna piegare il 2°, 3°, e 4° dito,
in modo che formino possibilmente una linea sola col pollice e 5° dito, e che ogni
dito corrisponda al proprio tasto. Joseph Czerny (1785-1842)77
La mano ben distesa e volta un poco dal lato del pollice; le dita, meno il pollice,
curve da toccare il tasto con la punta della falangetta ed in modo da non far sentire
l’unghia. Beniamino Cesi78
74
A. CORTOT, Alcuni aspetti di Chopin, [Link].
75
H. HERZ, Metodo per pianoforte, [Link].
76
F. KALKBRENNER, Metodo per piano, [Link].
77
J. CZERNY, Il maestro di pianoforte, [Link] & C. s.d.
78
B. CESI “Metodo per lo studio del pianoforte” Fasc. 1, [Link], Milano, 1950.
31
Perché la mano possa prendere sulla tastiera una posizione giusta, la punta di
ciaschedun dito deve appoggiare sul tasto con tutta la forza, senza che l’unghia
arrivi a toccare l’avorio. A.Angeleri80
Le dita possono agire in due modi ben distinti: in posizione curva o in posizione
allungata o piatta. T.Matthay81
79
P. MONTANI, Viaggio intorno, [Link].
80
A. ANGELERI, Il pianoforte, posizioni delle mani, [Link]. E’ interessante, e non poco
curioso, sentire come l’autore si sofferma sul tema dell’unghia: “Incomincierò dunque con il
raccomandare all’allievo una speciale operazione, quella cioè di distaccare ogni mattina
mediante una punta d’avorio, la corona dell’unghia, dalla carne , e questo riesce
facilissimo, specialmente se si avrà cura di bagnare un momento prima l’estremità dei diti
nell’acqua tiepida, onde mollificare, la parte. Così si arriverà ad isolare l’unghia in modo da
poter essere tagliata molto al disotto dell’usato, senza che ne derivi alcuna irritazione
all’epidermide…”.
81
T. MATTHAY L’arte del tocco, [Link].
82
K. [Link], Metodo rapido, op. cit.
83
G. PICCIOLI, Didattica pianistica, [Link].
32
tal modo regge l’intero peso dell’arto deve disporsi ricurvo e rigido, in modo da
saper resistere all’effetto della pesantezza. Bruno Mugellini (1871-1912)84
Pertanto noi dobbiamo modificare la posizione del polso in modo che l’ultima
falange delle dita sia in grado di muoversi lungo una direttrice perpendicolare al
tasto. G.Sandor85
84
B. MUGELLINI, Lezioni teorico-pratiche sui nuovi Sistemi fondamentali nella tecnica del
pianista, Carisch & Janichen, Milano, 1916.
85
G. SANDOR Come si suona, [Link].
86
L. KENTNER, Il pianoforte, [Link]
33
Precisiamo che quando il Matthay parla di dita curve (punta di dito) e allungate o
piatte (aggancio) si riferisce a due posizioni speciali attraverso le quali è possibile
ottenere rispettivamente un suono aspro e brillante e dolce, nutrito e cantabile.
In realtà, lo si evince dalle spiegazioni e dalle fotografie inserite nel metodo, si
tratta di due posizioni che possiamo considerare come ulteriore sviluppo di quella
corretta iniziale che si colloca esattamente tra queste due.
Per ultimo, aggiungiamo noi, è bene non scordare che, per rendere completo il
discorso sulla corretta postura, è doveroso far conoscere all’alunno, dalle prime
lezioni o perlomeno dai primi esercizi che dovessero richiederlo, la differenza tra
posizione interna ed esterna. Per evitare inutili movimenti di scivolamento durante
l’esecuzione è infatti necessario sapere che qualora si debbano eseguire passi in
articolazione, ma ancor più accordi o successioni di accordi che prevedano
l’utilizzo anche dei tasti neri, come quasi sempre accade, è corretto porre la mano
più verso l’interno della tastiera.87 Se non si pone coscientemente attenzione a
questo piccolo aspetto tecnico può accadere che anche semplici passaggi, specie se
in velocità, si complichino inaspettatamente solo perché costringono a una serie di
azioni superflue.88
87
Consiglio di leggere le pagine dedicate alla diteggiatura del libro di [Link], o almeno
pagina 148 che tratta proprio di questo aspetto.
88
Sulla necessità di adattare la mano alle diverse esigenze esecutive si sofferma
intelligentemente [Link] ([Link].) quando ci avverte come ogni forma di meccanismo
abbia una particolare posizione della mano e che (il mantenimento del) la rigorosa
posizione dell’impianto ... varrebbe solamente a tener l’esecutore in ceppi e pastoie.
34
Hans von Bulow (1830-1894), nella sua prefazione ai 50 studi di Jean Baptiste
Cramer (1771-1858), si interessa a questo tema e scrive:
Al giorno d’oggi noi consideriamo come una difficoltà reale l’ineguaglianza della
tastiera; ineguaglianza causata dalla posizione locale dei tasti neri e dei tasti
bianchi. Nostra cura principale fu perciò quella di rendere la mano affatto
indipendente a questo riguardo e di metterla in istato, mediante una ginnastica ben
intesa, di muoversi facilmente, liberamente, sicuramente tanto sui tasti superiori
quanto sugl’inferiori in modo da non essere impacciata davanti a nessuna delle
possibili combinazioni fra i tasti lunghi e corti.89
Per l’allievo un utile inizio può essere quello di considerare valide come posizioni
di partenza sia quella sulle note DO RE MI FA SOL (posizione esterna) che quella
sulle note MI FA# SOL# LA# SI# (posizione interna). E’ nota la funzione
propedeutica attribuita da Chopin a queste 5 note. Esse permettono infatti la
posizione più naturale sia alle dita lunghe, che posano sui tasti neri, che a quelle più
corte sui tasti bianchi.
Quando Nehuaus ancora saggiamente fa notare che: con il trascorrere del tempo, e
non proprio subito, sono giunto alla conclusione che proprio da queste cinque note
bisogna cominciare tutta la metodologia e l’euristica del pianoforte, non si può
non notare che, al di là del fatto che si approvi l’utilità di considerare tale posizione
come la migliore per iniziare, questa riflessione ci insegna l’enorme rispetto che
89
J. B. CRAMER, 50 Studi di G. B. Cramer progressivamente ordinati e riveduti con nuove
diteggiature e con l'aggiunta di note critico-istruttive di Hans de Bulow , G. Ricordi & C.,
Milano, [189.]
35
90
Nehuaus ricorda anche la naturalità delle scale di Reb magg. per la mano sinistra e di Si
magg. per la mano destra. La sua è’ una posizione critica sull’eccesso di letteratura
didattica nell’amata tonalità di do maggiore e verso questo amore sfrenato per l’avorio e il
disgusto per l’ebano. [Link] nel foglio 8° del suo manoscritto per il Cenno per il metodo
dei metodi dice: è inutile insegnarli le scale cominciando da quella di do che è la più facile a
leggere e la più difficile per la mano non avendo nessun punto d’appoggio.
In A. CORTOT, Alcuni aspetti, [Link].
91
A. SCHMITT, Le cinque note di Aloys Smith per pianoforte applicate e per moto contrario
al Tocco di Giuseppe Frugatta, [Link] & C., Milano, 1919.
92
G. PICCIOLI, Didattica, [Link].
93
G. PICCIOLI ,Caleidoscopio, Edizioni Suvini Zerbini, (3 fascicoli), 1954.
36
…la bella esecuzione dipende più dall’agilità e dalla grande scioltezza delle dita
che dalla forza.
94
A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica, [Link].
38
Clementi credeva che l’immobilità della mano fosse la causa della propria
eccellenza tecnica. Czerny, Dussek, Moscheles, Cramer, Field e tanti altri artisti
derivati da lui, esagerarono tale suo concetto e lo deformarono in parte.
Ora dire se davvero questi pianisti, e con loro anche gli esecutori dell’ottocento95,
traducessero sempre in opere i loro insegnamenti è cosa difficile da credere, semmai
al contrario essi credevano di ridurre in regola ciò che sembrava così
semplicemente risolto nella naturalezza del loro modo di suonare. E comunque
l’eccellenza delle loro personalità trascendeva i limiti posti dalla rigidità di qualsiasi
certezza teorica.
E’ tuttavia possibile affermare che ciò che ha caratterizzato la ricerca di risposte
tecniche, l’affermazione di convincimenti teorici o la certezza di aver trovato
soluzioni definitive rispetto alla comune esigenza dell’insegnare-imparare a suonare
il pianoforte è stata fino al primo Novecento frutto di quello che si può chiamare un
positivo empirismo.
Non significa questo sottovalutare o ridimensionare la portata e l’importanza di
quanto tramandato con la loro opera da pianisti e didatti del XVIII e XIX secolo,
ciò sarebbe semplicemente ridicolo e basterebbe da solo uno studio di Chopin per
confutare questa convinzione. Si vuole soltanto far rilevare come la moderna
didattica del pianoforte ponga oggi le sue basi su convinzioni e metodologie
concettualmente diverse da quelle.96
Chiariscono in modo evidente questa apparente incongruenza le intelligenti parole
di Kurt Shubert97:
Evidentemente, i virtuosi della seconda metà del XIX secolo si sono serviti di
tutt’altra tecnica da quella che i teorici della stessa epoca hanno insegnato.
95
per apprendere quest’arte conviene imparare a rendere nulla l’azione delle braccia sulla
tastiera”, In [Link], [Link] (biografia aneddotica), Modes e Mendel, Roma, 1887.
96
Non a caso Chopin, nel 10° foglio dei suoi scritti teorici appunta: “Si deve utilizzare tanto
la conformazione delle dita quanto il resto della mano. Ed anche il polso e il braccio. Non
bisogna suonare tutto di polso come vorrebbe Kalkbrenner.” da A. CORTOT, Alcuni aspetti,
[Link].
97
[Link], Die Technik des Klavierspiels aus dem Geiste des musikalischen
Kunstwerkes, Goeschen, Berlin-Leipzig,1931. Cit. in [Link] Techniques pianistiques.
L’evolution de la technologie pianistique. Editions musicales Alphonse Leduc, Paris, 1968.
98
T. FIELDEN, The History of Evolution of Pianoforte technique, Proceedings of the Royal
Musical Association, 1933.
39
La novità introdotta dal Deppe e posta alla base delle proprie ricerche anche da altri
teorici tra i quali lo Steinhausen, il Breithaupt e il Matthay (1858-1945), sta
nell’attenzione posta all’aspetto fisiologico del suonare, all’osservazione e
comprensione dei meccanismi fisici del movimento, del peso e delle forze espresse
e sviluppate nell’atto del suonare e, conseguentemente, al positivo utilizzo di
queste per ridurre al minimo la tensione, lo sforzo muscolare e l’irrigidimento.
A questo proposito [Link], colui che ha più ammirato, tra gli italiani, gli
insegnamenti del Deppe e del Breithaupt, nel suo Metodo sulla tecnica pianistica
dice :
Il concetto fondamentale della nuova tecnica è questo: il peso del braccio deve
avere una influenza quasi costante nella produzione del suono, e perciò è
necessario di sviluppare negli allievi, prima di tutto il senso del peso di gravità del
braccio.
Nel suo metodo il peso e la caduta sono alla base anche dell’esercitazione
dell’allievo sulle cinque note; di articolazione non parla mai e ne nega l’uso anche
nell’esecuzione dei trilli.
All’epoca odierna è molto dibattuta la questione sui così detti nuovi sistemi
nell’insegnamento della tecnica pianistica. Tali sistemi sono basati sulla
gravitazione del braccio, invece che sull’articolazione delle dita, e danno molta
importanza a regolarne il peso nelle così dette libere cadute, nonché all’esercizio
della rotazione dell’avambraccio nei movimenti di supinazione (in modo che il
dorso della mano volga verso la terra) e di pronazione ( in modo che la palma della
mano volga verso la terra). Si cerca soprattutto di raggiungere il maggior possibile
rilassamento muscolare, al fine di ottenere col minimo sforzo il massimo
rendimento.
40
Viene sostituita all’idea che accentrava sull‘articolazione e sul lavoro delle dita il
maggior impegno e sforzo del pianista, quella che riconosce nella caduta ,
nell’appoggio, nella scioltezza e plasticità l’elemento portante. Può definirsi come
filosofia dell’approccio anatomico-fisiologico.
Due immagini da The act of touch di [Link] e dall’ Arte di suonare il pianoforte di
[Link]. Vi appare chiaro il nuovo orientamento.
Ma nulla è definitivo.
Anche questa impostazione che cancellava tout court, o pretendeva di farlo, tutte le
convinzioni precedenti è stata messa parzialmente in discussione dagli autori più
recenti, tra essi in particolare il Leimer:
perfezionamento delle dita, il suo è un errore altrettanto grave quanto quello che si
commetteva prima…99
e l’italiano Brugnoli:
Questi autori hanno avuto l’accortezza e l’intelligenza di trovare, pur nelle loro
diversità, il buono e il valido di entrambi gli atteggiamenti didattici.
Potremmo sintetizzare tutto ciò dicendo che quanto straordinariamente intuito dalla
scuola tecnica novecentesca che fa della naturalità, della scioltezza e del peso
controllato la sua forza e la sua innovazione si completa nella rivalutazione, meglio
ancora nella razionalizzazione dell’insegnamento del credo classico e romantico
dell’importanza dell’articolazione e mobilità indipendente delle dita.
Diciamolo meglio, ancora con le parole del Brugnoli:
Per suonare bene, dita, mano, braccio, busto, ogni elemento del nostro corpo, può e
deve partecipare all’azione a tempo opportuno e per quel tanto che può dare.
Articolazione
Per articolazione dobbiamo intendere principalmente il movimento indipendente
delle dita riconducibile alle due principali azioni dell’estensione, (il dito si distende
99
[Link], [Link], Metodo rapido,op. cit.
100
A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica, [Link].
42
e si alza) e della flessione (il dito si muove per compiere il suo atto prensile
dell’abbassamento del tasto).
Poiché solitamente questo avviene in successione rapida impegnando le diverse dita
in azioni contemporanee, ma opposte, di flessione ed estensione, si comprende
quanto sia importante che la dissociazione tra di esse sia completa.
Quando un alunno inizia con i primi esercizi di articolazione è consigliabile far
ampliare il gesto del dito in modo che egli divenga conscio, anche visivamente, di
come avviene il movimento. Così anche eventuali errori appariranno più chiari e
riconoscibili.
Mano, polso e avambraccio devono rimanere fermi, ma non è l’immobilità, peraltro
solo ideale, dei clavicembalisti e dei primi forte-pianisti, bensì un atteggiamento di
rilassato, ma vigile distacco che sempre deve facilitare e sorreggere il movimento
delle dita. Non dimentichiamo che sono i muscoli antagonisti dell’avambraccio ad
attivare i movimenti verticali delle dita e quindi l’interdipendenza di ogni parte ,di
per sé già garantita dalla fisiologia, non deve essere ostacolata.101
A proposito di articolazione, anche se il Matthay102 non utilizza espressamente
questo termine, è interessante riportare quanto egli rileva sulle tre combinazioni
muscolari per ottenere suono dal tasto:
I. dita sole, mano e braccia passive (è il tocco rapido e brillante, in punta di dita);
II. dita e mano attive, braccio sostenuto dai propri muscoli (è il suono più pastoso,
cavato, ricco, le dita sono più agganciate alla tastiera);
III. braccio rilasciato con peso che cade su ciascuna nota attraverso mano e dita (è
il suono più robusto, intenso e muscolare, adatto a passaggi articolati che richiedono
sonorità vigorosa, le dita ricevono e sostengono tutto il peso).
Nel libro dedicato ad Ignaz Paderewski, Piero Rattalino103, parlando del modo di
suonare del grande pianista, tocca questo argomento e ancora parla di tre diversi tipi
di tocco:
101
A questo proposito [Link] nel suo Come si suona il pianoforte illustra in tre disegni il
corretto allineamento orizzontale che l’avambraccio deve tenere con le diverse dita
impegnate: L’allineamento e l’aggiustamento devono essere continui e esatti; ogni eccesso
riporterebbe le dita al di fuori della linea ideale!
102
T. Matthay abbracciò gli insegnamenti del Breithaupt e diede in seguito importanti
contributi approfondendo il concetto, in particolare, di rotazione e di tocco.
103
P. RATTALINO, Ignaz Jan Paderewski, Il patriota, Zecchini Editore, Varese, 2006.
43
Caduta
Per caduta104 invece intendiamo la tecnica che nel pianoforte tese a sostituire alla
primaria fonte di energia fino a quel momento utilizzata, quella muscolare, un’altra
fonte, la forza di gravità, esplicabile nei due termini di rilassamento e peso 105 e che
permetteva di ottenere, per dirla col Mugellini, … risultati tecnici con minor fatica e
con maggiore efficacia.
Il movimento della caduta libera si esplicita in tre fasi successive:
I. il sollevamento (avviene attraverso l’impegno muscolare);
II. la caduta ( interessa contemporaneamente spalla, braccio, mano e dita, non vi
sono altre forze attive se non quella della gravità e nessun impegno muscolare deve
interferire per accelerare o decelerare il movimento);
III. il contatto (nel momento dell’impatto tutte le articolazioni devono
momentaneamente armarsi per trasmettere l’energia direttamente al tasto, dopo di
che, abbandonata ogni rigidità morbidamente attutiscono il contraccolpo con
leggero movimento ondulatorio, specie del polso).
E’ applicabile in tutte quelle azioni del suonare che permettono, per loro
caratteristica fisiologica, il movimento verticale in abbandono del polso,
dell’avambraccio e della parte superiore del braccio. Anche il dito è ovviamente
capace di movimento verticale, ma considerata la limitata energia che la sua caduta
può sviluppare, è evidente che esso dovrà sempre ricorrere all’uso della forza
muscolare. Pure per polso e avambraccio si ricorre più frequentemente all’utilizzo
del contributo muscolare come per esempio nella tecniche chiamate di lancio o di
peso pressione.
104
Il termine è usato per la prima volta dal Deppe : The Deppe Finger Exercices for
Rapidly Developing an Artistic Touch in Piano Forte Playing. Carefully arranged, classified
and explained by Amy Fay. Chicago, 1890. In Historia de la tecnica pianistica di Luca
Cantore.
105
peso, cioè del mezzo con cui possiamo influire meccanicamente sulla tastiera senza
alcun bisogno d’impiegare l’energia muscolare. A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica,
[Link].
44
Sulla caduta è bene che gli alunni siano abituati ad esercitarsi e a riflettere
attraverso esercizi specifici. Si vedano a questo proposito quelli assai interessanti
proposti da B. Mugellini nel suo Metodo sulla tecnica pianistica.
Rotazione
Per rotazione deve intendersi il movimento che avviene rispetto all’asse dell’arto
impegnato. E’ necessario non confondere questa tecnica con quella basata sugli
spostamenti laterali che sono tutt’altra cosa. Se proviamo ad applicare sulla tastiera
il movimento di rotazione alla mano soltanto, vediamo che ciò è impossibile senza
coinvolgimento di rotazione dell’avambraccio, se cerchiamo sonorità ancora più
poderose è necessario far intervenire anche il braccio nella sua interezza.
Deduciamo da ciò che i movimenti di rotazione come è facile constatare, possono
aver origine soltanto dal gomito e dalla spalla.106
E’ una tecnica che trova facile e frequente applicazione nei passaggi di ottave
spezzate, tremoli, trilli, etc…
Ai tempi di Breithaupt e dei suoi seguaci però si pretese di applicare questa tecnica
con eccessivo rigore. Se lo stesso Breithaupt affermava: il trillo quale assoluta
negazione dell’articolazione non è che un movimento delle dita in riposo quindi
ottenuto con rotazione a dita bloccate, il Mugellini similmente notava: nella
esecuzione dei trilli,… la fonte è sempre nel roteare dell’avambraccio e non nella
articolazione delle dita.107 Sono d’accordo col Leimer e dico che queste opinioni
non appaiono valide e creano false idee.
La giusta misura e la definizione dell’ambito di applicazione della rotazione ci
vengono offerti da una frase di E.Tetzel108 che saggiamente afferma:
Noi vediamo dunque che la rotazione è indispensabile quando l’apertura tra le dita
è ampia, mentre, diminuendo la distanza tra le dita, la rotazione è tanto superflua e
inadeguata quanto più acconcia e necessaria diventa l’articolazione.
106
[Link], Metodo rapido, [Link].
107
proprio contro questo proliferare di interpretazioni estreme delle nuove teorie troviamo
scritto in una nota al lavoro di [Link], La rotazione dell’avambraccio al pianoforte, Ed.
Marcello Capra, Roma, 1920 : Maestri più recenti ( preoccupati solo di dimostrazioni oculari
visibili), sono andati all’estremo opposto e stanno rovinando la teoria, asserendo
storditamente che il movimento rotatorio ( “Rollung”) deve soppiantare ogni azione delle
dita! – propagando così una delle peggiori stoltezze, fra le tante, sorte nel campo della
tecnica pianistica.
108
EUGEN TETZEL, Das Problem der modernen Klaviertechnik, Leipzig, 1909.
45
LO STUDIO
Così l’appeal sia del repertorio classico che della funzione del pianoforte nella
casa e nella famiglia va dileguandosi, salvo effimeri soprassalti dovuti a fenomeni
di imitazione.
Ma è questo un tema che più appartiene alla sociologia che alle sincere
preoccupazioni dell’insegnante di strumento e quindi lascio volentieri la questione
all’analisi degli esperti.
Se pensiamo, invece, a quegli alunni che dimostrano forti motivazioni e desiderio
di impegnarsi seriamente non possiamo non rilevare come, spesso, esigenze legate
alle scelte della famiglia o della scuola, o semplicemente alla ormai affermata
consuetudine di occupare il proprio tempo libero in mille attività diverse rendano di
fatto difficoltoso, anche a loro, un sereno e fruttuoso impegno nello studio dello
strumento.
Non ultimo il problema della doppia scolarità che costringe a sacrificare studio e
lezioni alle pressanti richieste di scuole medie e licei.
47
Quanto siamo lontani dai tempi in cui, nei primi anni dell’800, il Regio
Conservatorio di Milano costruiva un Convitto, con annessa sala da Concerto, per
ospitare gli allievi ed agevolarne lo studio e la concentrazione
Noi però operiamo in questa società e con essa dobbiamo fare i conti: siamo perciò
chiamati ad operare scelte, cercare sintesi, modulare proposte per permettere
comunque il raggiungimento dei migliori risultati.
La via più diretta è quella di far in modo che l’alunno sappia come studiare, meglio
ancora che egli comprenda il valore del saper studiare.
Dice Leimer109 nel suo metodo:
Uno dei compiti più importanti maestro – e forse il più importante di tutti – è quello
di insegnare all’allievo il giusto modo di studiare.
Ben pochi sono coloro che ottengono da’ loro studi tutto quel frutto che lusigavansi
conseguire, perché generalmente studiano male. Avvi taluno il quale , sebbene
dotato di molte naturali disposizioni; finisce col non aver che un’ordinaria abilità,
e smentisce ogni speranza che promettea la sua giovinezza, non per altro che per
non aver avuto una sicura guida onde diriger bene i suoi studi.
Il pianista deve lavorare per raggiungere il risultato migliore, senza rinviarlo a più
tardi…La maestria di un artista nell’apprendimento di un’opera …è caratterizzata
dalla sua continuità e dalla sua capacità di non perdere tempo a vuoto.
109
K. LEIMER, W. GIESEKING, Metodo rapido,[Link].
110
F. KALKBRENNER, Metodo per Piano forte [Link].
111
H. NEUHAUS, L' arte del pianoforte, [Link].
48
Ed ora alcune riflessioni: l’alunno che si trova di fronte ad una nuova partitura è
bene che prima di sedersi al pianoforte cominci ad osservarla e conoscerla a
tavolino, senza voler subito appoggiare le dita sulla tastiera.
Lo aveva già capito C. P. E. Bach che nelle sue nozioni preliminari non dimentica
di avvertire che:
Se qualcuno, avendo molta facilità, desidera leggerli a prima vista, gli consiglio
vivamente di esaminarli prima con la dovuta attenzione nei minimi particolari.112
112
C. P. E. BACH, Saggio di metodo, [Link].
113
C.B. BOISSIER, Liszt maestro di piano, Sellerio 1997, Palermo (Liszt pédagogue.
Lecons de piano données par Liszt à Mademoiselle Valérie Boissier à Paris en 1832)
49
per molte volte, può servire a poco se non si sia ben compresa l’origine della
difficoltà.
Una volta seduti al pianoforte, è necessario graduare il proprio impegno in fasi
successive che permettano di affrontare le difficoltà gradualmente, dalla cosa più
semplice alla cosa più complessa, rispettando i tempi fisiologici necessari ad un
corretto e solido apprendimento, il solo che può garantire l’ottenimento di un buon
risultato. Non commetta l’alunno l’errore di voler da subito ed affrettatamente
eseguire perché il più delle volte questa fretta conduce all’approssimazione e alla
superficialità.114
Un buon modo di cominciare può consistere nel ricercare la struttura verticale del
brano, non intesa nel significato armonico, ma nel senso strettamente strumentale,
cioè pianistico, della posizione delle mani e della dita.
Tradurre cioè la successione melodica in raggruppamenti accordali o clusters da
eseguire simultaneamente con azione prensile e in aggancio.
L’utilità di questa pratica è riconoscibile perché:
I. la complessità della partitura viene ridotta poiché anche passi molto lunghi
possono essere ricondotti e semplificati in accordi/clusters e quindi in poche
posizioni di base che mano e dita devono assumere;115
II. sarà più facile e naturale trovare una diteggiatura comoda e adatta alla mano,
cosa questa, non solo da non sottovalutare, ma da porre tra le più importanti nelle
fasi iniziali dello studio di un pezzo;
III. aiuta la memoria razionale e muscolare perché la àncora a strutture precise e
logiche.
L’alunno presti sempre la massima attenzione a tutte le variabili del suonare,
rifletta sulle giuste tecniche di tocco da privilegiare per i diversi passaggi, ascolti la
qualità del suono ottenuto e, cosa fondamentale, lavori nella costante ricerca di una
generale sensazione di tranquillità psico-emotiva e di un vigile e attivo
rilassamento muscolare. E per dirla con il solito Brugnoli, dovremmo cercare di :
114
Abbiate pazienza con voi stessa, ripete ogni momento. Mettete tranquillamente il piede
su ogni gradino per raggiungere con sicurezza ciò che sta in alto; siate paziente, anche la
natura lavora lentamente, imitatela. I vostri sforzi portati avanti con pazienza saranno
coronati dal successo, mentre se volete acquisire tutto troppo in fretta finirete con il perdere
tempo senza approdare a nulla, In C. BUTINI BOISSIER, Liszt maestro di piano, [Link].
115
…ho suonato con entusiasmo lavori di Listz: è notevole come si può ridurre la tecnica
dei suoi passaggi a pochissime e semplici formule. F. Busoni, Berlino, 16 luglio 1913.
50
abituare l’allievo fin dai primi tempi a ragionare su ciò che fa, a ricercare il bel
suono e la perfetta sicurezza: faciliteremo enormemente il suo compito.
Molto importante in questo senso è il contributo che può offrire una corretta
respirazione, alla quale l’alunno può essere abituato dalle prime lezioni per il
significato di equilibrio e naturalezza che essa ha in contrapposizione a tutte le
tensioni che inevitabilmente tendono ad affacciarsi.
Apro una parentesi per dire che nei i testi da me consultati di respirazione si parla
pochissimo. Solo in due ho trovato riferimenti espliciti al tema. Pietro Boccaccini
affronta il tema da un punto di vista puramente scientifico:
Sulle giuste tecniche di respirazione esistono metodi e discipline varie, nella pratica
applicazione allo strumento è molto interessante quanto scritto dal Gino
Brunello117:
il docente inviterà allora l’allievo, dopo che questi si è seduto allo strumento, a fare
un respiro calmo e profondo a bocca chiusa, inspirando ed espirando lentamente.
Ciò calmerà il pupillo ed eliminerà quell’inconscio timore dell’impegno che
l’attende. Il cervello si ossigena e gli funzionerà più liberamente. Dopo l’analisi e
la preparazione della o delle mani e la conseguente percussione lo si inviterà a
116
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare il Pianoforte, [Link].
117
Allievo di Carlo Zecchi.
51
Lo studio sia sempre mirato. Si cerchi di far lavorare l’alunno sulle specifiche
carenze che il suo modo di suonare presenta. Lo scopo della lezione non deve essere
quello di ascoltare buona musica, ma di far crescere l’alunno perché sempre più sia
in grado di maturare nel tempo la propria autonomia, coscienza e maturità di
strumentista. Si colgano i suoi lati deboli e, discorrendone assieme, si cerchino
brani od esercizi che impegnino nella direzione del deficit.
Così se l’allievo è deficiente per ciò che riguarda il tocco “ cantabile ” bisogna
dargli un notturno più o meno facile”, e più avanti L’unica risorsa era di far
studiare all’allievo migliaia di esercizi, nella speranza ch’egli tosto o tardi
inceppasse nel modo corretto di suonare…Tali spreco dev’ essere oggi sostituito da
un numero relativamente piccolo di Esercizi e di Studi scelti con discernimento…
T. Matthay119
Lo studio sia mirato anche al fatto musicale: si deve sempre ricercare nell’alunno la
coscienza musicale di ciò che egli sta facendo e nessuna nota dovrebbe essere
suonata senza essa trovi la sua corretta collocazione all’interno della frase musicale.
Ciò vale anche per gli allievi più piccoli, anche se la loro età e il loro modo d’essere
li porta ad interessarsi di più al come fare che al perché, dovremo sempre integrare
le spiegazioni con esempi o similitudini che aiutino a comprendere il linguaggio che
sottende le nostre e le loro scelte:
Dobbiamo discernere ciò che la musica fa, dov’è il momento culminante, la crisi,
per così dire d’ogni sezione del pezzo, d’ogni idea, d’ogni frase…Per questa
ragione è grave errore permettere anche ad un bimbo di suonar note senza
intenzione musicale. T. Matthay 120
118
G. BRUNELLO, Proposte didattiche, Scuola di pianoforte, Conservatorio di Musica
Benedetto Marcello, Venezia, s.d.
119
T. MATTHAY, L’arte del tocco, [Link].
120
T. MATTHAY, L’arte del tocco, [Link].
52
Non soltanto quando il pezzo deve essere ancora studiato, ma anche quando già lo
si conosce e si vogliono fissare sempre con maggior sicurezza posizioni e
passaggi122. Non si ripeterà mai abbastanza all’allievo l’importanza di questa prassi
che si rivela la più indicata per mantenere costante la concentrazione e la
riflessione su quanto si sta facendo. Tutto così è tenuto sotto controllo ed è assai più
difficile sopraggiungano errori o cattive abitudini nell’esecuzione, quali, per
esempio, l’aggiunta di movimenti non necessari. E’ bene suonare passi brevi ed
evitare di procedere dopo aver commesso imprecisioni o aver suonato una nota
errata.
Quanto tempo da dedicare allo studio giornalmente?
La giusta risposta probabilmente non esiste, anche se l’alunno ideale dovrebbe
comportarsi come Muzio Clementi, il quale dedicava al pianoforte rigorosamente
otto ore al giorno. Quel che non si sa è che, per la disciplina che si era imposto,
quando un qualche motivo sottraeva del tempo all’impegno quotidiano, egli si
premurava di annotarlo su un taccuino per recuperare il non fatto nei giorni
successivi.
In realtà troppo dipende dall’alunno e dalla sua personalità, dalla sua età, da ciò che
egli desidera per se stesso e, abbassando il tiro, dalla tolleranza dei condomini.
Tuttavia anche su questo alcune considerazioni si possono fare. Da quanto fin qui
affermato appare chiaro che più del tempo dedicato al pianoforte, sia importante la
qualità e la concentrazione posta nello studio. Pare ormai assodato che la buona
manualità meno dipende dall’esercizio fisico ripetuto, quanto dall’assimilazione e
121
A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica, [Link].
122
Non ho imparato che due toccate con Pollini… e quando qualche suo scolaro di poca
pazienza, dopo essersi tenuto fra le mani un pezzo qualunque per una quindicina di giorni,
parlava di passare ad altro, senza essere giunto a quel grado di esecuzione perfetta che il
severo maestro esigeva: ricordatevi che Pollini in sei mesi non mi ha fatto studiare che una
sola toccata. In VIRGILIO COLOMBO, Antonio Angeleri e la sua scuola, Stab. [Link],
Milano, 1880.
53
La più grande tecnica ha la sua sede nel cervello, essa si compone di geometria,
valutazione delle distanze e ordine sapiente. 123
Lo conferma G. Sandor:
…non deve essere un’attività meccanica e automatica, e deve svolgersi invece sotto
il vigile e cosciente controllo del cervello.124
Lo ribadisce L. Kentener:
Senza aggiungere nulla, mi pare utile riportare ancora alcune affermazioni di chi a
lungo ha sperimentato e con dedizione si è dedicato alla comprensione delle
problematiche legate al modo di stare davanti al pianoforte:
Quando avete studiato gli esercizi giornalieri e vi sentite stanchi, non continuate a
suonare. Val meglio riposare, che lavorare senza piacere e senza freschezza di
mente. R. Schumann
123
F. BUSONI, Scritti e pensieri sulla musica, a cura di Luigi Dallapiccola e Guido [Link],
con un’introduzione di Massimo Bontempelli, Ricordi, Milano, 1954.
…raccomandazioni di Chopin circa la limitazione della durata degli studi giornalieri stabiliti
ad un massimo di tre ore, allo scopo di evitare l’automatismo dei riflessi meccanici che
potrebbero alterare la freschezza del discorso musicale… il numero è lo stesso per i due
virtuosi geniali (Chopin e Liszt) ma quest’ultimo al contrario credeva dovessero essere
dedicate ogni giorno al solo studio delle difficoltà pianistiche senza preoccupazioni di
ordine musicale, In A. CORTOT, Alcuni aspetti, [Link]
124
[Link], L’arte di suonare, [Link].
125
L. KENTNER, Il pianoforte, op., cit.
126
F. KALKBRENNER, Metodo per Piano forte, [Link].
54
Devo fare uno sforzo su me stesso per studiare pianoforte, eppure non si può farne
a meno! E’ come una bestia a cui ricrescono le teste, per quante se ne taglino.
F. Busoni 127
Non è utile studiare troppo a lungo senza interrompersi e non bisogna ripetere
troppe volte di seguito lo stesso passo. In effetti, un lavoro senza riposo rende
torbido il senso critico. M. [Link] Unschuld (1871-1912)129
Se, seguendo l’uso comune, si ripete venti, trenta volte il brano in cui si è prodotto
l’errore, senza essersi resi conto di ciò che è essenziale, può darsi che si arrivi pure
ad acquistare una certa sicurezza, ma questa però non sarà mai assoluta…
A. Brugnoli130
Quando studiamo dobbiamo sapere quel che stiamo facendo e perché lo facciamo;
altrimenti perdiamo il nostro tempo… Ma per la grande maggioranza dovrebbe pur
essere consolante sapere che il tempo da dedicare allo studio può essere
drasticamente ridotto da una cosciente applicazione di certi giusti principi, e che lo
studiare in questo modo fornisce oltretutto i migliori risultati. G. Sandor132
Saper studiare è cosa rara e difficile. Chi sapesse veramente studiare sonate e pezzi
vivisezionandoli, potrebbe benissimo fare a meno di tanti esercizi puri e di tanti
studi cui è temerario far eccessivo credito. P. Montani133
127
F. BUSONI, Scritti e pensieri, [Link].
128
H. HERZ, Metodo per pianoforte,[Link]. Lo stesso prosegue poi dando indicazioni più
dettagliate: Un’ora: Esercizi, Scale e passi diversi contenuti nel presente metodo; Due ore:
Perfezionamento dell’esecuzione del pezzo scelto come studio; Un’ora per riandare i pezzi
appresi, ed imparare i nuovi.
M. M. UNSCHULD, Die Hand des Pianisten, Leipzig, 1901.
129
130
A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica,[Link].
131
L. KENTNER, Il pianoforte, [Link].
132
G. SANDOR, Come si suona, [Link].
133
P. MONTANI, Viaggio intorno, [Link].
55
Con un’ora e mezzo o due ore di studio giornaliero del tocco, si può acquistare il
meccanismo pianistico sino ad eseguire correttamente i lavori più complicati.
M. Jaell134
Quanto alle ore di studio, diremo che, anche adottata la scuola tradizionale, non si
oltrepasseranno mai, come giustamente prescrive il Cesi, le cinque ore al giorno,
sempre divise in tre e più riprese. P. Boccaccini135
Io li accerto che uno studio regolare e coscienzioso di tre sole ore per giorno è più
che sufficiente. G. N. Hummel136
L’attenzione ininterrotta genera stanchezza già dopo venti o trenta minuti… perciò
io vieto da principio ai miei alunni di suonare ininterrottamente per più
tempo…sarebbe più dannoso che utile…Basterà suonare così cinque o sei mezze
ore al giorno, e ciò sarà sufficiente anche per i concertisti. K. Leimer
Non potrò rinunciare alla mia ferma convinzione che uno studente debba passare
ogni giorno un minimo di sei ore a tu per tu con il proprio strumento: all’incirca
quattro ore per il repertorio e la tecnica, due ore per prendere confidenza, anche
questo è un lavoro, con la musica in genere. H. Nehuaus 137
Mentre Richter, come ben noto, lavora fino a dieci ore al giorno (durante le
tournèe dei concerti), ma gli capita anche di non toccare la tastiera per tre mesi.
Oh, se potessi costringermi a suonare regolarmente per 2-3 ore! – sospirava egli
a volte.138
134
M. JAELL, La musique et la psychophisiologie, Parigi, 1896.
135
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare,[Link].
136
G. N. HUMMEL, Metodo compiuto teorico-pratico, [Link].
137
H. NEUHAUS, L' arte del pianoforte, [Link].
138
H. NEUHAUS, Riflessioni, [Link].
56
Data l’eccezionalità dei protagonisti non possiamo considerare questi scritti come
esempi da seguire, però una riflessione è concessa. L’esigenza di rendere in formule
scritte, questo richiedono i trattati, ciò che, come il rapporto con lo strumento, è per
sua natura così intimamente legato alla singolarità della persona, alla sua indole e
alle sue specificità, rischia di divenire arida letteratura se non letto sempre con
intelligenza e saggezza.
Ma stiamo tranquilli, queste sono doti che difficilmente mancano ai musicisti.
139
J. COTT, Conversazioni, [Link].
57
SCALE E ARPEGGI
La nostra fortuna consiste proprio nel possedere cinque dita diverse… Un pianista
esperto apprezza soprattutto che ognuna delle sue dita possieda una determinata
individualità.
Anche Chopin nel 10° foglio del suo metodo sullo stesso argomento suggerisce:
Tanti suoni diversi quante dita. Tutto sta nel saper diteggiare bene e ancora: Dato
che ogni dito è conformato in modo diverso, è meglio non cercare di distruggere il
fascino speciale di diteggiatura di ogni dito, ma al contrario di svilupparlo.
Nella scala come nell’arpeggio risulta centrale il ruolo del pollice, che solitamente
sostiene la funzione più critica ai fini di una lineare esecuzione.
59
Nel considerare tale affermazione si veda come la somiglianza tecnica tra le scala e
arpeggio è posta da alcuni autori:
Le scale sono trattate allo stesso modo degli arpeggi: sono in effetti la stessa cosa,
con alcune note rispettivamente tolte o inserite. L. Kentener
Gli arpeggi vanno eseguiti in modo analogo alle scale. Anche qui i passaggi del
pollice vengono effettuati con movimento rotatorio. K. Leimer
Dal punto di vista della tecnica pianistica possiamo mettere assieme scale e
arpeggi, dal momento che gli arpeggi sono essenzialmente delle scale amplificate,
ingigantite. L’unica differenza è che negli arpeggi gli intervalli tra le note sono
maggiori che nelle scale . G. Sandor
di esercitarsi sulle scale con varie specie di tocco… e di colorito, anche in modo
diverso fra le due mani e, per allievi molto avanzati, con ritmo di terzine e
quartine140.
140
[Link], Lezioni teorico-pratiche, [Link].
60
[Link] analogamente:
… intorno al trentesimo anno di età, volse la sua vasta intelligenza anche a questa
parte, e compreso che era sommamente necessario l’uso del pollice, trovò modo di
troncare la tradizionale pastoia.142
Mio padre mi raccontava di aver ascoltato in gioventù musicisti che non usavano il
pollice se non quando era necessario in grandi estensioni. Vissuto in un periodo in
cui stava avvenendo un graduale ma profondo cambiamento nel gusto musicale,
egli elaborò un sistema di diteggiatura molto più completo che estende la funzione
141
P. MONTANI, Viaggio, [Link].
142
P. BOCCACCINI, L’arte di suonare, [Link].
61
del pollice, usandolo, come indispensabile, secondo natura , nelle tonalità più
difficili; così questo dito, trascurato fino a ieri diventava il più importante. 143
Tornando alle nostre scale e agli arpeggi, devo dire che di passaggio del pollice tutti
si sono doverosamente occupati, complessivamente giungendo ad uguali soluzioni o
suggerendo risposte sovrapponibili.
Il complessivamente sta ad indicare che si riscontrano pareri diversi rispetto alla
generalizzata convinzione che il passaggio del pollice sotto il palmo, o delle dita
sopra di esso, debba esserci e che debba essere accompagnato con una naturale
rotazione del polso e dell’avambraccio.
Questa non valutazione del movimento rotatorio del braccio, per esempio, è
presente in quei testi anteriori all’opera del Breithaupt, quando ancora il massimo
impegno del suonare era affidato al lavoro delle dita.
Nel Gran metodo teorico-pratico per lo studio del pianoforte146 di [Link] e
[Link] si legge:
143
C. P. E. BACH, Saggio di metodo, [Link]
144
H. DE CABESON, Obras de musica para tecla, arpa y vihuela ecc.,Madrid, 1578.
145
nota di [Link] in C.P.E. BACH, Saggio di metodo, [Link].
146
S. LEBERT, L. STARK, Gran metodo, J. G. Gotta Successori, Stoccarda, 1890.
62
Muovere il braccio quindi solo se non se può fare a meno, ma siamo nel 1890 e pur
se non crediamo che gli interpreti di allora si muovessero meno e in modo diverso
da quelli di oggi, dobbiamo rilevare che il credo rispetto a ciò che tecnicamente era
giusto fare era impostato su principi diversi. Quindici anni dopo sarà dato alle
stampe il libro di Breithaupt : Fondamenti di una tecnica naturale del pianoforte.
Da quel momento in avanti non si parlerà più di passaggio del pollice senza
considerare naturalmente connessa a questo tema tecnico la rotazione
dell’avambraccio, che si rivelerà tanto più necessaria quanto più le note da suonare
saranno lontane fra loro.
Ma non è l’unica eccezione. C’è anche chi, in tempi recenti, ha negato la validità
stessa dell’articolazione del pollice sotto il palmo della mano.
Scrive perentoriamente G. Sandor 147 :
… dobbiamo evitare a tutti i costi di porre il pollice sotto il palmo della mano.
Disgraziatamente il più diffuso metodo di insegnamento delle scale prevede proprio
che il pollice se ne stia sotto il palmo della mano, ma contro questo metodo
dobbiamo protestare vigorosamente.
In realtà questa affermazione non è così balzana come può sembrare, poiché come
si premura subito dopo di spiegare l’autore:
Il pollice è il nostro dito più forte e meglio equipaggiato… Ma una volta che viene
trovarsi sotto il palmo della mano, gli viene a mancare il meccanismo per spingere
verso il basso la seconda falange” e diviene quindi “totalmente limitato e
inefficiente.148
Del resto cose non del tutto diverse troviamo nel metodo di Leimer-Gieseking
proprio nel capitolo dedicato alle scale:
147
[Link], Come si suona, [Link].
148
Non si può non rilevare a questo proposito la differenza sostanziale nel movimento che
viene richiesto al pollice nel caso si tratti di scala o arpeggio per moto ascendente o
discendente e specularmene per la mano destra o sinistra. Se infatti al pollice è richiesto
nel moto ascendente per mano destra e discendente per la mano sinistra di percuotere il
tasto nel momento in cui si trova sotto il palmo, non la stessa cosa avviene nel moto
discendente dovendo in questo caso il pollice suonare liberamente e svolgere invece la
funzione di perno attorno al quale avviene la rotazione. Del resto nei vari trattati questa
evidente diversità è costantemente e rigorosamente precisata.
63
I due autori trovano ad ogni buon conto strade diverse per sopperire al problema,
comunque intelligentemente rivelato, di un pollice meno dinamico e degli aspetti
anche negativi che a questo movimento sono connessi.
Nel Leimer-Gieseching lapalissianamente ci suggerisce di far suonare il pollice un
po’ più forte, mantenendo comunque l’articolazione sotto il palmo. G. Sandor, più
originalmente invita, nel momento in cui il pollice si accinge a posizionarsi sopra il
tasto ad anticipare l’evento con un leggero movimento in fuori del braccio (e del
gomito), un leggero sollevamento del pollice lungo il fianco della mano, un leggero
abbassamento del polso come preparazione all’abbassamento del tasto.
Si tratta come evidente di anticipare leggermente l’usuale rotazione del braccio,
perché essa avvenga prima di infilare il pollice in quel piccolo disagiato tunnel tra
tasto e mano.
Ed è esattamente quanto nel suo metodo B. Mugellini150, e in modo se possibile
ancora più chiaro, ci dice nella parte dedicata alle scale :
Egli sostiene infatti che negli esercizi preparatori alla scala l’allievo non dovrà mai
essere istruito a passare il pollice sotto il palmo, in quanto un piccolo movimento
articolare avverrà durante l’esecuzione in modo spontaneo e solo in questo caso
risulterà utile. E ancora, quasi a non voler ritornare sul tema, afferma in modo
inequivocabile che della così detta voltata del pollice se ne parlerà soltanto
trattando della storia del Pianoforte.
149
Tra gli ignoranti lamentati da Gieseking, non v’è certamente il nostro Alfredo Casella,
il quale semmai va più a fondo nella questione poiché parecchi anni prima di questo autore
ci fa comprendere come l’aumento della sonorità nella pressione del pollice non debba
essere effettuata con movimento inopportuno della mano in sostituzione dell’articolazione
del solo dito: Nell’esercitare l’eguaglianza delle dita, bisogna accordare molta attenzione al
fatto che il pollice risulta normalmente più debole di tre altre dita (se ogni suo passaggio è
segnalato nelle esecuzioni dei pianisti maldestri con quello sf(orzato) caratteristico…
questo avviene perché la mano salta ad ognuno di quei passaggi (del pollice) e quindi
quello sf(orzato) è imputabile non all’azione del pollice, ma a quella del peso della mano
che è cosa ben diversa).
150
B. MUGELLINI, Lezioni teorico-pratiche, op. cit.
64
Ad ogni buon conto non scordiamo che il testo del Mugellini è solo di qualche anno
successivo all’opera di Breithaupt (autore che lui cita infatti moltissimo) ed è
comprensibile che le novità straordinarie da questo introdotte nella didattica del
pianoforte possano ancora entusiasmarlo e permearne il lavoro.
Accanto ai due modi estremi di considerare le cose, tra chi vuole affidare tutta la
responsabilità nell’esecuzione di scale e arpeggi alla buona volontà del pollice, e chi
invece ne nega in assoluto l’impiego rimandando il tutto alla rotazione
dell’avambraccio, troviamo una serie di valutazioni che fanno propendere per un
giusto equilibrio, ancora una volta, tra i due litiganti 151:
Nelle scale, come in ogni altro tipo di circostanza, è importante che le dita si
trovino in anticipo sui tasti che devono azionare, in modo particolare il pollice. Per
garantire una perfetta uguaglianza, infatti, è necessario che al passaggio del
pollice non si avverta alcun cambiamento di sonorità, nessun accento, cosa assai
frequente per chi non prepara il pollice con adeguato anticipo. M. Marini152
Ottenere che nel passaggio del pollice un lieve movimento di rotazione faccia
risultare maggiore eguaglianza di percussione e agilità. F. Rossomandi 154
Io sto dalla parte del buon senso e pronuncio ad alta voce il motto in medium stat
virtus, sottolineando con rispettosa meraviglia come ancora, a distanza di più di
151
Interessante la posizione di Ettore Pozzoli che, nella sua prefazione dei suoi Trenta
studietti elementari, avverte: A completamento delle spiegazioni date, aggiungerò che non
ho voluto introdurre nessun passaggio del pollice ravvisando in questo una difficoltà da
affronatre più tardi, quando la mano abbia acquistato un maggior grado di sicurezza. E.
POZZOLI, Trenta studietti elementari per pianoforte, [Link] & C., Milano, 1918.
152
Dal sito [Link]
153
A. CASELLA, Il pianoforte, [Link].
154
F. ROSSOMANDI, Guida per lo studio tecnico del pianoforte, Simboli Ed., Napoli, 1939.
65
duecento anni dal trattato sulla tastiera di C. Ph. E. Bach155 che aveva studiato a
fondo il tema del passaggio del pollice, perduri sulla questione ancora una, seppur
bonaria, disputa.
Passaggio del pollice di lato ([Link]) Passaggio del pollice di fronte ([Link])
155
[Link], Saggio di metodo, [Link].
66
LEGATO E POLIFONIA
Tra tutti gli aspetti della tecnica pianistica, il legato è senza dubbio quello più
complesso da trattare. Al di là della semplice definizione che possiamo riassumere
nella capacità di produrre suoni senza generare fra essi sospensioni della percezione
acustica, appare invece difficile riassumere in chiari detti tecnici la sua essenza
così straordinariamente coniugata al significato più profondo ed intimo del pensiero
musicale.
Nell’organo, e semplifichiamo, si riduce probabilmente a fatto squisitamente
strumentale nel senso che il problema costitutivo è quello di diteggiare
correttamente, sostituire al momento giusto un dito con un altro e comunque far in
modo che la struttura polifonica risultante sia la rappresentazione sonora esatta di
quanto compare in partitura. Le frasi e le linee melodiche risulteranno giustamente
riconosciute e rispettate nella loro corretta e massima rappresentabilità.
Nel pianoforte la cosa è più complessa, perché accanto alla necessità di collegare
con effettiva precisione i suoni fra loro, si dovrà determinare con assoluto rigore il
peso del dito sul tasto per ottenere un coerente sviluppo dinamico della frase. E se
questo può apparire abbastanza agevole nella conduzione di lineari frasi monodiche
diverrà assai complesso nel momento in cui la struttura, divenuta polifonica, esige
di distinguere e privilegiare autonomi percorsi melodici sovrapposti.156
E come sempre nel nostro strumento l’immensa potenzialità espressiva richiede, ahi
noi, una proporzionata richiesta di perizia tecnica che possa esaltarla.
Che il problema del legato sia tema tecnico complesso risulta allorché, nei vari testi
che dedicano spazio all’argomento, si riconoscono frequentemente risposte che
colgono o sottolineano questo o quell’aspetto del problema senza che vi sia
omogeneità non tanto nel delineare il risultato ottenibile, quanto nell’indicare la
specificità del modo in cui raggiungerlo. L’impressione è che ci si freni di fronte
alla consapevolezza dello iato che divide la semplicità della definizione dalla
grandezza delle sue implicazioni espressive.
156
è il prodotto d’un perfezionamento funzionale superlativo, quindi in generale, non è
sperabile di ottenerla subito da qualunque allievo. A. BRUGNOLI, Dinamica pianistica, op.
cit.
68
Tralasciamo per il momento queste ultime per cercare di definire gli aspetti
principali della tecnica del legato.
Anche qui come tutte le specificità tecniche è necessario rilevare il diverso
approccio degli autori sul tema del peso e della mano e ancora sembra essere
spartiacque tra le differenti concezioni il testo del Breithaupt.
Nel 1889 Bernard Junod157 scrive:
Il legato si ottiene soltanto col suonare di mano; questa deve mantenersi il più
possibile ferma e tranquilla.
Sembra ricordare il modo di suonare dei clavicembalisti quando tutto era affidato
all’agilità e alla scioltezza e di peso e caduta ancora non si era parlato. Anche A.
Marmontel consiglia:
Quello che importa per ottenere il legato è di evitare qualunque oscillazione della
mano e del polso
non possiamo non sottolineare come si continui a prescrivere una vigile immobilità
della mano.
Più chiaramente appare questa impostazione nel testo del Boccaccini il quale, pur in
un’epoca in cui già le nuove teorie si stavano diffondendo, conferma in modo
rigoroso la totale prevalenza del ruolo della mano, e della sola mano,
nell’esecuzione dei passi legati:
157
B. JUNOD, Dell’insegnamento del piano e dello studio musicale, Edizioni Tedeschi,
Verona, 1889.
69
Si ispira agli insegnamenti di [Link] del quale fu uno tra i più importanti allievi. E’
da notare come egli sia comunque sensibile alla nuova scuola che pone molta
attenzione all’aspetto fisiologico del movimento. Il suo testo è infatti correlato da
grandi tavole che sembrano estratte da un manuale di anatomia.
Per rendere più evidente il contrasto leggiamo subito la reazione polemica del
Breithaupt, verso chi la pensava in questo modo:
L’idea che si possa acquistare il legato con le sole dita è un errore enorme. Questa
idea è stata la rovina di molte mani. Il legato dipende dal cervello, dalla
padronanza controllata del movimento…
e prosegue:
Come sappiamo le novità introdotte da questo autore, pur tra alterni giudizi159,
hanno avuto un’ importanza straordinaria sulle successive vicende della tecnica
pianistica e credo che nessuno neghi oggi, almeno nelle implicazioni e riflessioni
teoriche, l’importanza da queste avute.
E’ possibile riconoscerle, ovunque, nei testi degli anni successivi, anche per quanto
riguarda il legato:
158
R. M. BREITHAUPT, Die naturliche, [Link].
159
Naturalmente sia Breithaupt, sia Steinhausen e altri autori contemporanei dei lavori
dedicati al pianismo… strada facendo esprimono molti pensieri, osservazioni e
considerazioni interessanti, ma gli indirizzi principali dei loro pensieri sono erronei: suonare
il pianoforte è l’arte , il pianista è l’artista, e non il corpo che trasforma in energia cinetica
in quella da suono. [Link], Riflessioni, [Link].
I principali studiosi che trattarono la tecnica pianistica sotto l’aspetto scientifico, ossia
psicofisico, e che cedettero in buona fede di poter identificare e catalogare il tocco in
rapporto al gesto ( un po’ come il chirurgo che pretendesse d’incontrare l’anima umana
sotto il bisturi) sono il Deppe, Il Breithaupt, lo Steinhausen, il Matthay, e ( in angolo visuale
un po’ diverso) il Mugellini. In [Link], Viaggio intorno, [Link].
160
A. CASELLA, Il pianoforte, [Link].
70
Per ottenere l’effetto del Legato, bisogna imparare a comunicare bene da un tasto
all’altro la suddetta seconda161 forma di Riposo. Questo trasferimento di peso da
dito a dito è come quello che avviene dell’atto del camminare. Si deve far passare il
peso al nuovo dito non cercando di far movimenti od usar energia con questo dito,
ma calcolando esattamente l’istante in cui l’ultimo che ha suonato, deve cessare di
sostenere il Peso. T. Matthay
Non è assolutamente possibile effettuare un vero legato con le sole dita! Ci si può
aggrappare strenuamente ai tasti, sforzarsi di non lasciare una nota se prima non
si è suonata l’altra, con le sole dita il legato sarà sempre imperfetto…Un vero
legato, una vera successione di note, può essere ottenuto soltanto con un
movimento unificatore del braccio (cioè del braccio e dell’avambraccio).
G. Sandor
Suonando con pressione si potrà ottenere questo legato nel modo più perfetto e
facile. K. Leimer
Questi autori in realtà parlano anche di un secondo tipo di legato, che assomiglia
alla tecnica affermata dagli autori che precedono il Deppe e il Breithaupt, si tratta
del legato ottenuto in passi eseguiti in velocità:
Ma si può ricorrere anche al tocco spiccato. L’affermazione ben si spiega col fatto
che nel legato ottenuto mediante pressione, specialmente nei passi veloci,
bisognerà ricorrere, quasi senza eccezioni, ad una sostanziale attività dei muscoli
della mano, attività che consente di raggiungere l’uguaglianza assolutamente
necessaria, adeguando e alleggerendo la dinamica.
Di fatto si tratta della tecnica del legato che sfrutta appieno la tecnica
dell’articolazione.
161
la differenza fra lo staccato e il Legato naturale (o qualunque specie di Tenuto), dipende
esclusivamente dalla differenza di Peso impiegato nel Riposo: per il primo si permette alle
dita di rimbalzare coi tasti: per il secondo si obbligano a tenere i tasti abbassati. In T.
MATTHAY, The act of Touch, op. cit.
71
Noi reputiamo il suonar legato una delle principali qualità di una buona esecuzione
e non ci peritiamo ad affermare che gli studi ben diretti debbono riposare su questo
principio fondamentale; tanto più che gli studi trascendentali hanno più
particolarmente per obiettivo l’espressione e il lato ideale dell’esecuzione.
A. Marmontel162
La base dello studio del pianoforte si fonda sullo stile polifonico…Lo stesso stile
omofono si è formato dalla polifonia. Dunque soltanto colui che avrà basato i suoi
studi sulla polifonia, sarà capace di eseguire le grandi Sonate specialmente quelle
di Beethoven… Colle differenti maniere di toccare il tasto, di produrre vari gradi
forza, il pianista è capace di fare spiccare contemporaneamente più melodie dando
nell’insieme a ciascuna il suo giusto valore… il pianista, se vuole eseguire con
chiarezza una frase polifona, deve conoscere il contesto, ogni ritorno dei motivi, i
loro rivolti, le loro modificazioni; egli deve distinguere l’essenziale
dall’accidentale, l’importante dal secondario. B. Mugellini163
162
[Link], Conseils d'un professeur, [Link].
163
[Link], [Link], Gran metodo teorico-pratico per lo studio del pianoforte dal primo
grado elementare sino al [Link] edizione per cura di Bruno Mugellini.
Traduzione italiana di Maria Beisler. Parte I, [Link], Milano.
72
CONCLUSIONI
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