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Una

misteriosa epidemia
uccide a milioni gli uomini.
Le città si trasformano in enormi cimiteri.
Uno sparuto drappello di superstiti
lotta per la vita in condizioni spaventose.
Ma è proprio fantascienza o non piuttosto
la logica evoluzione di una qualunque
e possibile guerra batteriologica?
Da questo romanzo il popolare
sceneggiato televisivo.

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All’inizio pensarono che si trattasse della solita epidemia di influenza.
Spiacevole ma usuale. Poi cominciarono a morire. Allora si resero conto
che questa volta era diverso. Non si trattava di influenza, ma di un morbo
completamente sconosciuto, incredibilmente contagioso, diffusosi su tutto
il pianeta con velocità spaventosa. Dal mondo intero giungevano notizie
allucinanti su percentuali di mortalità elevatissime, che andavano via via
crescendo in una escalation terrificante. L’epidemico diviene pandemico e
non esiste alcuna scienza né medicina in grado di arrestare la diffusione
rapidissima del contagio. In poche settimane, il numero dei morti supera
quello dei vivi. In tutto il mondo le città si trasformano in enormi cimiteri
gremiti di morti insepolti. L’umanità è ormai al limite dell’estinzione totale. I
pochi rimasti in vita hanno ereditato un mondo semideserto e silenzioso
che devono ricostruire da zero, imparando di nuovo tecniche scordate
nella notte dei tempi. Il progresso ha saputo mandare l’uomo sulla luna,
ma ora, come individui, i sopravvissuti hanno meno conoscenze pratiche
degli uomini dell’Età del Ferro. Eppure bisogna riuscire a restare in vita,
bisogna evitare a tutti i costi che il genere umano si estingua… Virus in
grado di provocare la morte nelle proporzioni descritte in questo romanzo
esistono attualmente nei laboratori nei quali lavorano gli scienziati
impegnati nella ricerca di nuove armi per la guerra batteriologica.
La cosa più terrificante, quindi, è la consapevolezza che quanto è narrato
ne I sopravvissuti può davvero verificarsi. E presto. Da questo romanzo è
stata tratta la popolarissima serie televisiva omonima realizzata dalla
televisione inglese e trasmessa anche da quella italiana con altissimi indici
di gradimento.

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I SOPRAVVISSUTI

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TERRY NATION

I
SOPRAVVISSUTI

EUROCLUB

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Titolo originale dell’opera:
Survivors
Copyright © Terry Nation
Published simultaneously in Great Britain by
Weidenfeld & Nicolson
11 St John’s Hill London SW11
and Futura Publications
Limited 110 Warner Road London SE5

Proprietà letteraria riservata compreso il diritto


di riproduzione, anche parziale, in qualsiasi forma.
Unica traduzione italiana autorizzata di Mariagrazia Bianchi
dall’originale inglese.

© 1978 per la traduzione italiana


Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Via Monte di Pietà, 24 – 20121 Milano

Edizione Euroclub Italia S.p.A., Milano


su licenza della Sperling & Kupfer Editori S.p.A., Milano
I° edizione: 1978
II° edizione: 1979

Scansioni di aquila della notte

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A Kate

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PANDEMICO: Generale, universale. In particolare dicesi di malattia che si
diffonde in un intero paese, o in un intero continente o in tutto il mondo.
SOPRAVVISSUTO: Rimasto in vita dopo la morte di un altro o di tutti gli altri.
SPERARE: Aspettare un bene con vivo e fiducioso desiderio. Confidare,
lusingare. Non vedere l’ora che qualcosa di auspicabile accada.

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PROLOGO

AL principio il Signore disse: «Il mio nome sarà conosciuto da tutti i popoli
della terra». Entro un’ora rivelò il suo nome a dieci persone.
Nell’ora successiva ciascuna di queste persone ne incontrò altre dieci e
disse loro il nome del Signore.
Dopo quattro ore, ciascuno dei mille e duecento discepoli sussurrò il nome
del Signore ad altri dieci individui.
E così via. Quante ore dovettero trascorrere prima che il nome del Signore
giungesse a tutti i popoli della Terra?

Da Il buon libro dei passatempi per bambini (1850)

(Nel 1850 la popolazione mondiale si aggirava sul miliardo di esseri


umani. La soluzione del problema era una cifra che si trovava tra le sette e le
otto ore. Oggi la soluzione potrebbe situarsi tra le otto e le nove ore).

Il Boeing avanzò lentamente, fino a sfiorare con la parte laterale del muso
la passerella d’imbarco.
Come se stesse dirigendo un pezzo di musica sinfonica, il segnalatore a
terra agitò le braccia verso il basso con gesto drammatico per indicare il punto
di arresto. L’orchestra dei motori tacque. I freni del carrello stridettero. Il
portello si aprì, collegando il grosso velivolo con l’aeroporto.
«Ci sarà una breve attesa prima che i passeggeri possano sbarcare. Ci
scusiamo per questo e vi saremo grati se vorrete rimanere ai vostri posti
ancora per pochi minuti. Grazie.»
Il suono soffocato di uno scatto interruppe la comunicazione e la voce
della hostess venne sostituita da un nastro di sciropposa musica melodica.
Nello scompartimento principale, i passeggeri dei sedili lungo il corridoio
si erano già alzati in piedi, in attesa di portarsi lentamente avanti verso
l’uscita. Adesso sembravano incerti sul da farsi. Alcuni si rimisero a sedere,
scomodamente infagottati negli impermeabili e impacciati dalle borse da

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viaggio, dai pacchetti e dai sacchetti di plastica dei negozi del porto franco
all’aeroscalo Charles de Gaulle.
«Quanto dovremo restare qui?»
La capo hostess sfoderò il proprio sorriso professionale e tranquillizzante.
«Non più di un paio di minuti, signore.» Indicò un sedile vuoto al suo
interlocutore.
L’uomo rimase in piedi. «Che cosa è successo?»
«Uno dei passeggeri di prima classe ha avuto un malore. Il capitano ha
chiesto via radio che venisse inviata un’ambulanza.»
«Sta male?»
La capo hostess si espresse con tono confidenziale, nel quale la gravità si
mescolava a un tono rassicurante. «Ha un po’ di febbre. Vogliamo
semplicemente affidarlo ai medici, poi cominceremo le operazioni di sbarco.
E ora mi scusi.» Si avviò verso la cabina di prima classe.
L’uomo giaceva coricato su tre sedili nella zona di prua dell’aereo. Una
hostess stava inginocchiata accanto a lui. Il violento soffio d’aria fredda del
ventilatore in alto, sopra la sua testa, le aveva scompigliato i capelli,
liberandoli dalla lacca e facendoglieli ricadere sulla fronte in spesse ciocche.
Alzò uno sguardo riconoscente sugli infermieri dell’ambulanza quando se
li vide accanto. Si mise goffamente in piedi, con le gambe irrigidite per averle
tenute ripiegate sotto di sé. Gli infermieri posarono la barella nel corridoio, tra
i sedili. Gettarono da parte la coperta delle aviolinee con la quale era coperto
il passeggero e lo sollevarono per deporlo sulla grossa tela della barella.
L’uomo rabbrividiva violentemente, ma aveva la faccia lucida di sudore.
Respirava a brevi ansiti. Apriva e chiudeva gli occhi, come se si
addormentasse per svegliarsi subito dopo.
La coperta rossa della barella venne ripiegata su di lui, imprigionandogli le
braccia lungo il corpo. Poi i barellieri lo trasportarono con esperta
disinvoltura attraverso lo scomodo percorso verso l’uscita.
«Ci sono i suoi documenti di viaggio? Il passaporto? Gli scontrini dei
bagagli?»
La hostess che si era occupata del passeggero indicò una valigetta sul
sedile dietro di sé.
«Sarà meglio prenderli. E qualcuno dovrebbe venire con noi per sbrigare le
formalità.»
La ragazza lanciò uno sguardo al capitano in piedi sulla porta aperta della
cabina di pilotaggio. Lui annuì. «Vada con loro, Mary.»
Mentre la ragazza prendeva la valigetta, la barella era già stata sistemata su
un carrello e veniva spinta su per la ripida rampa. Si mise a correre per
raggiungerla.

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Portava ancora le scarpe «da volo», con il tacco basso. La camicetta le era
uscita dalla gonna. Cominciò a risistemarla mentre camminava a fianco del
carrello in rapido movimento. Si sentiva accaldata e in disordine. Si scostò i
capelli dagli occhi. Uno degli uomini dell’ambulanza le sorrise.
«Una vita affascinante, quella della hostess, vero?»
Mary non rispose.

I passeggeri del volo 3-0-1 sbarcarono sette minuti dopo. Duecentoundici


persone scesero dall’aereo, salutate con un sorriso dall’equipaggio.
Quarantatré viaggiatori evitarono la dogana e gli uffici dell’immigrazione
e si avviarono verso l’affollata sala d’aspetto in attesa dei voli in coincidenza.
Gli altri passarono attraverso le procedure aeroportuali e poi uscirono nel
viale principale, andando in senso contrario rispetto all’ondata dei viaggiatori
che stavano per partire.
In quel giorno soltanto, più di seimila persone erano transitate attraverso
l’aeroporto di Londra. Le loro destinazioni comprendevano tutte le principali
città del mondo.
L’uomo ammalato si chiamava Robert Jorden Mills. Era giunto in volo da
Mosca a Parigi; aveva trascorso una notte all’Hilton, poi si era imbarcato su
un apparecchio delle Linee Aeree Britanniche per Londra. Si era sentito male
pochi minuti dopo la partenza. Quattro giorni più tardi, moriva nel reparto
isolamento di un ospedale londinese.
Mary Saunders, hostess delle Linee Aeree Britanniche, pernottò in un
albergo di New York. Avrebbe dovuto trovarsi all’aeroporto Kennedy per il
volo del mattino successivo. Si sentì male due ore prima del decollo.

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LIBRO PRIMO

«IL QUARTO CAVALIERE»

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CAPITOLO PRIMO

«È IN giardino. La vado a chiamare.»


La signora Tranter posò con cura il ricevitore in equilibrio sulla pila degli
elenchi telefonici e si affrettò ad attraversare la cucina verso la porta che dava
sulla terrazza.
L’impetuoso vento di ottobre spinse la porta mentre lei l’apriva. La donna
uscì, si fece avanti sul lastricato umido e scrutò attraverso il prato verso la
piscina. Le porte a vetri del solario erano chiuse. La signora Tranter si diresse
verso l’angolo della casa. Una pioggerella sottile come il getto di uno
spruzzaprofumo le appannò gli occhiali. Chiamò in direzione del cancello del
muro di cinta del giardino.
«Signora Grant!»
Aspettò un momento, poi chiamò di nuovo. A voce alta, questa volta.
«Signora Grant! Telefono.»
Non ottenne risposta. Stava per incamminarsi lungo il sentiero quando
Abby apparve al cancello.
«La vogliono al telefono, signora Grant.» La donna imitò il gesto di chi
tiene il ricevitore appoggiato all’orecchio, mentre parlava.
Abby agitò la mano per assicurarle che aveva capito, e la governante si
avviò di nuovo verso la cucina, soddisfatta.
Si mise a correre. Graziosa, nonostante gli stivali infangati alti fino al
ginocchio, indossava un impermeabile di plastica di un rosso vivo,
decisamente troppo corto. Parecchi centimetri della gonna sporgevano
dall’orlo dell’indumento. Aveva i capelli avvolti in un fazzoletto di seta
annodato sulla nuca. Teneva tra le mani uno scolapasta pieno a metà dei
lamponi che nascono in autunno.
La signora Tranter tenne aperta la porta della cucina. Abby le consegnò lo
scolapasta e si fermò per togliersi gli stivali.
«È una comunicazione personale. Credo che sia Peter.»
Abby si diresse verso il telefono, togliendosi l’impermeabile e lasciandolo

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cadere. Liberò i capelli dal fazzoletto e lasciò cadere anche quello sul
pavimento. La donna anziana la seguì, come l’assistente di un prestigiatore,
incaricato di raccogliere i suoi strumenti.
«Pronto. Sì, sono la signora Grant. Sì, resto in linea.»
Abby notò la serie di impronte bagnate sul pavimento della cucina.
«Quei maledetti stivali lasciano entrare l’acqua.» Si chinò per toccarsi i
piedi. «Ho i piedi zuppi.»
Infilò una mano sotto la gonna e ficcò un pollice nell’elastico del collant
facendolo scivolare fin sulle cosce. Sedette sull’orlo di una sedia e si tolse le
calze bagnate.
«Pronto, mamma?»
La comunicazione telefonica rendeva più squillante la voce del ragazzo.
«Pronto, caro. Speravo che fossi tu. Mi dispiace di averci messo tanto a
venire a rispondere. Come stai? Va tutto bene?»
Mentre suo figlio la rassicurava sulla propria salute e le spiegava che stava
telefonando dallo studio del direttore del suo pensionato, Abby fece un cenno
alla signora Tranter e sillabò silenziosamente: «Mi dia un asciugamano».
Poi toccò a lei rispondere alle domande. Si massaggiò i piedi mentre
rispondeva.
«Sì, papà e io stiamo bene. Si trova a Londra, oggi, ma sarà di ritorno
questa sera. Dimmi, che succede da quelle parti?»
Peter la informò sulla sua scuola come se stesse leggendo quelle notizie su
un elenco già preparato. Spiegò che a tutti i ragazzi era stato permesso di
telefonare ai genitori. Abby si domandò se il preside si trovava nello studio
con Peter.
L’aspetto del figlio le si presentò molto nitido alla mente. Era alto per la
sua età, undici anni, ma troppo magro. Aveva i capelli biondi, come quelli
della madre. E come sempre, ogni volta che le capitava di parlare con lui al
telefono, l’immagine che ne aveva cominciò a mettersi a fuoco a partire dai
polsi del ragazzo. Nessuna manica di camicia o di maglione sembrava lunga
abbastanza per coprirgli il braccio fino alla mano senza lasciare sporgere i
polsi ossuti.
Peter terminò con: «… e questo è quasi tutto».
«Sembra molto eccitante. Come essere in stato di assedio. Le lezioni vanno
avanti con regolarità, però, vero?»
«Sì», fece lui. «Sfortunatamente.»
Sua madre rise. «Che disdetta. Sta’ a sentire, caro, telefonaci di nuovo
prima della fine della settimana!» Poi, perché le sue parole apparissero del
tutto casuali, soggiunse: «Non sono affatto preoccupata, ma voglio essere al
corrente di quello che succede. Hanno chiuso la scuola del villaggio per un

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paio di giorni, perciò penso che potrebbero mandare anche voi tutti a casa».
Peter disse di aver sentito voci circa una vacanza straordinaria come
provvedimento di emergenza, ma che il direttore aveva deciso di opporsi.
Terminò promettendo di ritelefonare venerdì.
«Cerca di telefonare la sera, così potrai parlare anche con papà. E non
azzardarti a disobbedire gli ordini e a svignartela in città. Abbi cura di te,
tesoro. Ci risentiamo venerdì. Ciao. Arrivederci.»
Abby rimase in ascolto finché non sentì interrompersi la comunicazione,
poi abbassò il ricevitore rimettendolo sul supporto. Si massaggiò incerta i
capelli bagnati con l’asciugamano.
La signora Tranter rimaneva in attesa di un resoconto. «Sta bene?»
domandò infine.
«Oh, mi scusi.» Abby si riscosse. «Sì, sta bene.» Rabbrividì. «Gradirei un
caffè, signora Tranter. Andrà bene anche quello solubile.»
La donna premette l’interruttore del manico del bollitore.
«A quanto pare hanno fatto in modo che la scuola rimanga isolata.
Nessuno può entrarvi o uscirne. I negozianti lasciano le provviste ai cancelli,
e quando loro se ne sono andati, i ragazzi le vanno a prendere.»
La signora Tranter annuì ripetutamente. «Molto saggio.» Mise alcuni
cucchiaini di caffè in una tazza e rimase con una mano sospesa sopra il
bollitore mentre aspettava di udirlo scattare. «Ci sono segni della cosa,
laggiù?»
«Peter dice che c’è una decina di ragazzi all’infermeria, ma la capo
infermiera ritiene si tratti di qualche disturbo di stomaco. Niente di
preoccupante.»
Di nuovo la governante fece un cenno di assenso. «Molto bene. Dal
momento che la scuola si trova in campagna potrebbero essere tanto fortunati
da evitare il peggio.» Spostò la tazza sotto il beccuccio, e non appena l’acqua
prese a bollire, la versò sul caffè.
Abby lanciò uno sguardo all’orologio alla parete e balzò in piedi. «Sarà
bene che vada subito a fare la doccia e a vestirmi. Devo andare a prendere
David alla stazione. Porterò il caffè di sopra.» Prese la tazza e, reggendola
con attenzione, si avviò verso la porta.
«Vorrei fare una scappata di un giorno a casa, signora Grant.»
Lei si fermò sulla soglia. «C’è qualcosa che non va?» domandò. «Ha avuto
notizie da sua sorella?»
La signora Tranter scosse il capo. «Ho cercato di telefonarle questa
mattina, ma senza ottenere risposta. Ho tentato anche un’ora fa. Si sentiva uno
strano segnale, perciò ho interpellato la centralinista. Mi ha detto che c’è una
grave interruzione nella zona di Clapham. Non si riesce assolutamente ad

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avere la comunicazione.»
«Questo non significa nulla», disse Abby. «Voglio dire, nulla di cui si
debba preoccupare. Hanno detto alla radio che c’è stata qualche interruzione e
che il personale dei telefoni scarseggia.»
La signora Tranter era decisamente preoccupata. «Sì, l’ho sentito. Ma
l’apparecchio squillava, questa mattina, e nessuno rispondeva. Doris non esce
mai la mattina.» L’idea che sua sorella potesse uscire prima di mezzogiorno
era inaccettabile, perciò il fatto che non avesse risposto al telefono era molto
preoccupante.
Abby disse: «Be’, sono sicura che tutto vada per il meglio, ma senza
dubbio deve andare ad accertarsene. Soltanto per mettersi tranquilla».
«Grazie. Naturalmente, se tutto è a posto, potrò essere di ritorno domani
dopopranzo.»
Abby era tentata di cercare di dissuaderla dall’andare. Era un viaggio
complicato. Più di un’ora di treno, poi un lungo tragitto in metropolitana e
due diversi autobus.
Prima che riuscisse a dire qualcosa, la signora Tranter osservò: «Devo
proprio andare».
«Ma certo: deciderà quando tornerà dopo essersi accertata di che cosa è
accaduto. Se le sarà possibile trovare un apparecchio che funzioni, forse
potrebbe telefonarmi. Si prepari, intanto, così le potrò dare un passaggio fino
alla stazione.»
Abby attraversò di corsa l’anticamera verso le scale.

La signora Tranter prese la borsetta dal cassetto del tavolo della cucina e
controllò che il biglietto di ritorno per la stazione di Victoria fosse ancora
valido. Si accertò di avere denaro a sufficienza, poi si diede rapidamente da
fare per mettere ordine in cucina.
Il telefono emise un suono. Non un normale squillo, ma una serie di note
isolate. La signora Tranter sollevò il ricevitore.
«Pronto?» Le rispose un silenzio assoluto. «Pronto?» ripeté, facendo
scattare più volte il supporto del ricevitore. L’apparecchio rimase silenzioso.
La donna posò il microfono e salì nella propria camera.

Abby spostò la trasmissione automatica nella posizione D. 1, tolse il piede


dal freno e premette l’acceleratore. La Jaguar E uscì dal garage. Il rumore dei
pneumatici sulla ghiaia superò quello dell’enorme motore V12.
Ufficialmente, quella era l’automobile di David, ma Abby si divertiva di
più guidando quella macchina che non quand’era al volante della sua
giardinetta Granada.

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Per tre mesi aveva ascoltato il marito mentre considerava l’idea di
acquistare quell’automobile. L’opuscolo che ne illustrava le caratteristiche era
diventato la consueta lettura prima di addormentarsi, la sera. Una volta lui le
stava spiegando i motivi per cui era contrario all’acquisto della macchina.
«È un’auto egoista. Voglio dire, ha soltanto due posti. E un motore del
genere, con il prezzo attuale della benzina. In ogni caso, poi, non riuscirei mai
a sfruttare tutta quella potenza, con un limite di velocità di centoventi
chilometri all’ora. No. È stupido.»
Lei aveva aspettato finché non stava per dormire dopo aver spento la luce,
e aveva detto: «È una macchina meravigliosa. Mi piace. Ce la possiamo
permettere e tu la desideri. Questo è tutto quello che conta». David l’aveva
ordinata il mattino successivo.
Abby si protese e aprì la portiera dalla parte del passeggero. La signora
Tranter si accomodò sul sedile con un movimento goffo. Chiuse la portiera.
Fece scattare la serratura di sicurezza. Sistemò la borsa ventiquatt’ore sulle
ginocchia e ne afferrò saldamente i manici. Sedette rigida, fissando diritto
davanti a sé.
Le due donne viaggiarono in silenzio, mentre Abby guidava con
disinvoltura. La sua lunga pratica della strada da percorrere le consentiva di
mantenere la macchina in perfetto assetto a ogni curva.
Inserì una musicassetta nell’apparecchio stereo. Si trattava dei brani di
Mozart che lei e il marito avevano ascoltato la sera prima durante il ritorno a
casa per la cena.
Ripensò al figlio. Forse sarebbe meglio arrivare fino alla scuola e andarlo a
prendere. Riportarlo a casa finché il peggio di quell’«influenza» non fosse
stato superato. Poi di nuovo si disse che la scuola era stata isolata e che si
poteva benissimo lasciarlo laggiù. Ne avrebbe parlato con David. Non era
necessario prendere una decisione immediata. Avrebbero potuto aspettare fin
quando avessero ricevuto notizie di Peter venerdì.
Spostò la manopola del riscaldamento al massimo e chiuse il finestrino
dalla sua parte. Continuò a sentire freddo. Si era messa una camicetta di
maglina di seta e un paio di pantaloni, e adesso avrebbe voluto aver indossato
qualcosa di più caldo.
Superarono una curva e si immisero in un lungo rettilineo. Una macchina
si stava avvicinando a loro. La signora Tranter accennò con il capo, dicendo:
«Il dottor Stewart», riconoscendo la Silver Cloud.
Abby annuì e azionò il comando degli abbaglianti. I fari della Rolls
ammiccarono in risposta.
Joe Stewart rallentò e fece cenno ad Abby di fermarsi. La signora Grant
frenò con dolcezza. Le macchine si fermarono fianco a fianco. Il vetro della

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Rolls azionato elettricamente sibilò abbassandosi.
«Salve, Abby. Signora Tranter…» Aveva lasciato Glasgow da più di
venticinque anni, ma il suo accento non era cambiato. Aveva i capelli argentei
ondulati e decisamente troppo lunghi. Sembrava non guardare mai attraverso
le mezze lenti degli occhiali che portava appoggiati a metà del naso. David
diceva che Joe non era affatto un dottore, ma un attore che interpretava una
serie di telefilm tratti da A. J. Cronin. Era un uomo gentile e benevolo e Abby
era convinta che avesse scoperto il modo di allontanare la vecchiaia. Aveva
adesso lo stesso aspetto di quando aveva fatto sì che la sua gravidanza
giungesse felicemente a termine undici anni prima.
«Siete a casa, stasera, tu e David?» domandò.
Lei annuì. «Sto appunto andando alla stazione a prenderlo.»
«Posso passare da voi verso le nove? Voglio fare a entrambi una iniezione
di vaccino antinfluenzale.»
Abby parve contenta. «Benissimo. Grazie, Joe. Avevo intenzione di
chiedertelo già da un paio di giorni. Porta anche Gladys con te, berremo
qualcosa insieme.»
Il medico sorrise. «Berrò io anche la sua parte. Non si sente troppo bene, in
questo momento. Comunque, non credo che potrei fermarmi. Le cose si
stanno facendo un tantino movimentate.»
«Ci sono molti casi?» si informò Abby, dopo che Joe la ebbe rassicurata:
Gladys era «soltanto un po’ giù di corda».
«Soltanto una decina di pazienti manifestano i sintomi, ma penso che la
metà di loro stia semplicemente cercando di essere alla moda. In ogni caso, ti
darò tutte le notizie questa sera.»
Le salutò brevemente e ripartì. Abby agitò la mano. «A stasera!»
La signora Tranter si afferrò di nuovo ai manici della borsa.
In maniera inconsueta, il piazzale davanti alla stazione offriva le più ampie
possibilità di parcheggio. Abby sistemò la Jaguar esattamente entro le linee
bianche che delimitavano uno spazio per parcheggiare proprio davanti
all’atrio della biglietteria.
Un facchino in divisa stava spargendo tabacco su una cartina per sigarette,
e sbirciò le due donne che scendevano dalla macchina.
«Se devono prendere il treno per Londra, è già arrivato» disse strascicando
le parole.
La signora Tranter cominciò subito ad agitarsi. Si precipitò nella stazione,
trotterellando goffamente, fermandosi e girandosi a un certo punto per
salutare e per dire che avrebbe telefonato non appena le fosse stato possibile,
poi di nuovo si affrettò per raggiungere la banchina.
Abby udì dalla strada sbattere gli sportelli del vagone. Un fischio e il

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rombo, che andava rapidamente aumentando, del treno in partenza. Guardò
l’orologio da polso.
«Deve essere indietro.»
Il facchino accese la sigaretta. «Questo non è il treno delle cinque e venti.
Doveva passare di qui alle tre e un quarto. Tutti gli orari sono andati a farsi
benedire, oggi. Tutti quanti.»
«Che cosa si sa dei treni in arrivo da Londra?» domandò Abby.
L’uomo si strinse sulle spalle. Sembrava compiacersi di quella
disorganizzazione. «Non è arrivato niente su quella linea da un paio d’ore a
questa parte. Non si sa che cosa stiano combinando alla stazione di Victoria.
Non ci si capisce niente. Per quanto ne sappiamo, metà del personale, non si è
presentato al lavoro. Non si sa nemmeno quali servizi siano stati soppressi. Il
solito pasticcio. Perfino i telefoni non funzionano più. È tutto sottosopra.»
Abby pensò: «Non si è più divertito tanto dall’ultimo sciopero». Lanciò
un’occhiata alla cabina telefonica dall’altra parte del piazzale. «Questo mi
ricorda», disse, «che dovrei segnalare un guasto del mio telefono.» Si avviò
verso la cabina.
«Quello non funziona», le gridò dietro il facchino. «È stato fuori servizio
tutto il giorno!»
Tornò indietro. «Sto aspettando mio marito che deve arrivare con il treno
delle cinque e quarantacinque. Non sa se…»
«Non me lo chieda», la interruppe l’uomo. «Le sue supposizioni valgono
le mie.» Riaccese la sigaretta.
Lei sedette sul sedile anteriore, di fianco al posto di guida della sua
automobile. Poteva andare in automobile a cercare una cabina telefonica
funzionante per mettersi in comunicazione con David, ma sarebbe stato
assurdo. Lui doveva essere già uscito dall’ufficio. Poteva tornarsene a casa e
lasciare che David prendesse un tassì al suo arrivo. Si girò per guardare
attraverso il finestrino posteriore. Il posteggio dei tassì era vuoto. Diede
un’altra occhiata all’orologio e decise di aspettare.
Accese una sigaretta, mise in funzione la radio e si appoggiò all’indietro
sul sedile. Ricominciò a piovigginare e il parabrezza e gli altri finestrini si
appannarono. Ad Abby fece piacere sentirsi così isolata. Il tiepido abitacolo
dell’automobile sembrava più sicuro quando il mondo esterno spariva. Alla
radio, il programma musicale si interruppe e fu sostituito dalla voce di un
annunciatore. Abby aumentò il volume.
«Riprenderemo tra pochi minuti il programma musicale. Ma prima
passiamo alle notizie delle cinque e mezzo. Rapporti inviati dalle
organizzazioni automobilistiche parlano di massicci ingombri che si
starebbero creando nella zona di Londra. La polizia stradale consiglia ai

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guidatori di ritardare il più possibile il proprio rientro a casa per evitare
ulteriori congestioni. Per la massima parte, le difficoltà con il traffico sono
state causate dalle interruzioni nella erogazione della corrente elettrica. Le
notizie dall’interno hanno riportato in prevalenza un accentuato assenteismo
nelle industrie. Numerosi negozi e fabbriche sono stati costretti alla chiusura.
Anche i trasporti pubblici e i servizi sono stati duramente colpiti. Un
portavoce ministeriale afferma che potrebbero trascorrere diversi giorni prima
che il peggio dell’epidemia di ‘influenza’ possa venir superato e le cose
tornino alla normalità.
«E adesso le notizie dall’estero. Dopo ventiquattr’ore dalla sua
interruzione, a New York manca ancora la corrente elettrica. Si calcola che
più della metà delle forze lavorative della città sia stata contagiata dal virus
dell’influenza, e il sindaco ha proclamato lo stato di emergenza. Fonti
autorevoli a Roma e a Parigi comunicano una crescente apprensione delle
autorità sanitarie a proposito del rapido diffondersi del virus. Si sono
verificati alcuni decessi in entrambe le città, ma non si è avuta una diretta
conferma che debbano essere messi in relazione con il contagio.
«Per il momento, questo è tutto. Altre notizie dall’interno e dall’estero
verranno trasmesse con il bollettino delle sei.»
La voce di un vivace presentatore riprese il programma musicale e
annunciò che il prossimo disco era «dedicato a tutta quella brava gente che si
trovava a letto con ‘l’influenza asiatica’ e non si sentiva perciò troppo in
forma». Il disco era intitolato Hong Kong Blues.
Abby spense la radio, si appoggiò all’indietro e chiuse gli occhi. Con un
movimento inconscio, prese a strofinarsi con la punta delle dita proprio sotto
l’ascella.

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CAPITOLO SECONDO

JENNY premette con energia il cucchiaio sulle pastiglie di aspirina in fondo al


bicchiere, riducendole in una polvere sottile. Vi aggiunse whisky e succo di
limone. Sbirciò la ragazza coricata sul divano, dall’altro lato del monolocale.
«Ci vorrà soltanto un momento, cara. La teiera sta per bollire. Mia madre
mi propinava questa roba tutte le volte che mi prendevo un raffreddore o
un’influenza. L’aspirina contribuisce a mantenere bassa la temperatura.»
La teiera elettrica stava cominciando a vibrare rumorosamente. Sollevò il
velo ingiallito della tendina di nailon e scrutò nella via. La finestra del
seminterrato forniva una visuale limitata del vicolo cieco. La ininterrotta fila
di automobili parcheggiate lungo la cordonatura del marciapiede restringeva
ancora di più il panorama. Si scorgevano luci accese alle finestre dei piani
superiori delle case a terrazza poste di fronte. Il loro bagliore metteva in
risalto l’incipiente oscurità del crepuscolo. C’era qualcosa di diverso nella
strada, quella sera. Le occorse qualche momento per individuare di cosa si
trattasse. I lampioni nella via erano spenti.
Mise un cucchiaino nel bicchiere e versò l’acqua bollente. Rimescolò la
pozione vigorosamente e poi si servì di un tovagliolo da tè per portare il
bicchiere all’ammalata.
Patricia teneva gli occhi chiusi. Respirava a brevi ansiti. Aveva il volto e i
capelli madidi di sudore. Aveva abbassato le coperte fino alla vita. Era nuda.
Teneva le braccia incrociate sul petto, e le dita di entrambe le mani si
trovavano sotto le ascelle. Jenny si servì del tovagliolino da tè per asciugare la
fronte di Pat. La ragazza aprì gli occhi.
«Dovresti metterti una camicia da notte.»
Pat fissava davanti a sé come se non avesse udito. Jenny andò ad aprire un
cassetto e frugò tra la biancheria dell’amica. Le camicie da notte erano tutte di
nailon trasparente o di raso lucido, acquistate in un negozio di Shaftesbury
Avenue che Pat chiamava il «fornitore delle puttane». Era ridicolo che in
quelle condizioni potesse indossare quella roba, sembrava addirittura fuori

21
luogo. Jenny tirò fuori le proprie cose e scelse una camicia da notte di cotone.
Accollata e con le maniche lunghe.
Patricia si sollevò un poco e, con l’aiuto di Jenny, cercò di mettersi a
sedere. Come un soldato che si arrenda, sollevò debolmente le braccia sopra il
capo, brancolando con le mani dentro la camicia.
Jenny scorse i gonfiori informi che le si ammassavano sotto le ascelle. La
pelle scura luccicava e sembrava tesa sopra le protuberanze. Sentì lo stomaco
che le si stringeva per la paura e l’impressione e ritirò di colpo la mano per
evitare di toccare quel punto. Pat si accorse di quel movimento brusco. «Cosa
c’è?»
Fece in modo di avere un tono noncurante. «Niente.» Ripiegò in due il
guanciale e vi adagiò Pat, poi sostenendo il capo dell’amica, le avvicinò il
bicchiere alle labbra. «Bevi un po’ di questo.»
Pat rabbrividì per il sapore aspro e voltò la testa dall’altra parte. Jenny
insistette e le portò di nuovo il bicchiere alle labbra. Con riluttanza la ragazza
bevve, inghiottendo con sofferenza. Soltanto quando nel bicchiere rimase
appena una metà del contenuto, Jenny consentì alla ragazza di rimettersi a
giacere. Aveva gli occhi chiusi e stava ricominciando a sudare.
«Come ti senti, adesso?»
«Orribilmente. Mi sento orribilmente.» Jenny si diede da fare mettendo a
posto le lenzuola e rassettando il letto. Posò una mano sulla fronte di Pat.
«Scotti.»
«Mi sento malissimo.»
Jenny si sedette sul bordo del letto. «Bene, se non altro fai la cosa più
saggia rimanendotene a letto. Ti sentirai meglio dopo una buona notte di
sonno. Quello che mi sorprende è che tu l’abbia presa, in realtà. Ti eri fatta
vaccinare, no? Non hanno praticato le iniezioni a tutti nel tuo ufficio?»
Pat annuì. «La scorsa settimana. A quanto pare non ci hanno fatto un gran
bene, vero? Mancavano moltissime ragazze, oggi. Poi, dopo colazione, ho
incominciato anch’io a sentirmi malissimo. Continuavo a sentirmi calda e
fredda e mi girava un po’ la testa. Poi sono stata costretta a tornare a casa.
Non sono riuscita a prendere la metropolitana.»
«Con gli autobus è successa la stessa cosa. Non mi è stato possibile
arrivare più in là di South Ken, poi il traffico era così intasato che sono scesa
e ho continuato a piedi.»
L’ammalata ebbe un brivido improvviso e violento. Il suo corpo cominciò
a tremare. «Ho freddo. Terribilmente freddo. Dammi un’altra coperta, Jen.»
Jenny tolse il piumino dal proprio letto e lo avvolse intorno alla ragazza
che si stava scuotendo in maniera incontrollabile.
«Vado a chiamare il medico.» Pat parve non udirla. «Sarò di ritorno al più

22
presto.» Prese il cappotto da una sedia e si avviò verso la porta d’ingresso.
Salì di corsa i gradini fino al marciapiede. La violenza della pioggia le fece
aderire la gonna contro le gambe. Il vento era gelido. Si gettò avanti a testa
bassa, contro di esso.
Svoltò all’angolo che nascondeva la parte più lunga del vicolo cieco dal
suo sbocco in Fulham Road. Mentre sbucava nell’arteria principale, si accorse
del traffico.
Le macchine rimanevano ferme l’una dietro l’altra in entrambe le
direzioni. Il vento e la pioggia fondevano in un rombo indistinto il rumore dei
motori. I fari formavano un alone luminescente sopra le automobili, mettendo
in evidenza il turbinio di fumi degli scappamenti. In qualche punto, in fondo
alla fila, un clacson cominciò a fra sentire la propria protesta. Ottenne qualche
breve replica, poi tutto tornò silenzioso.
Jenny svoltò a destra in Seymour Walk e si trovò a fronteggiare in pieno la
violenza della pioggia. Camminava in fretta, tenendosi vicina alle vetrine dei
negozi cercando di sfruttare il poco riparo che potevano offrirle. Riusciva a
scorgere le sagome dei guidatori nella corsia lungo il marciapiede, il puntino
rosso delle sigarette accese, le facce bianche dai lineamenti confusi dietro i
finestrini striati di pioggia.
Sull’altro lato della strada, fuori dell’ospedale di St. Stephen, si trovava
una fila di sei autobus vuoti, parcheggiati a metà sul marciapiede, abbandonati
dai passeggeri e dal personale. Una ambulanza si era spinta fuori del viale
della clinica e si trovava adesso imprigionata di traverso tra due file di
automobili.
La ragazza cominciò ad attraversare la strada, sgusciando tra due
macchine. Sentì il soffio caldo del tubo di scappamento contro le gambe. Si
fece strada tra una seconda, una terza e poi una quarta fila di macchine. I
guidatori la guardarono, come paralitici invidiosi della sua capacità di
movimento.
I semafori all’incrocio di Edith Grove non funzionavano; e neppure quelli
al di là di Gunter Grove. Entrambi i crocevia erano intasati dal traffico.
La porta d’ingresso della casa era aperta. Jenny vi entrò. Su un tavolino si
trovava una candela accesa. Una decina o più di persone si allineava contro la
parete dell’ingresso. Al di là di esse, c’era la sala d’aspetto. Era anch’essa
illuminata da candele e sembrava affollata.
Le persone accanto all’ingresso sbirciavano Jenny, che rimaneva incerta
sulla soglia. Nessuno parlò e un attimo dopo tutti avevano perduto ogni
interesse per lei; ricominciarono a fissare con sguardi vacui la parete di fronte.
Il fumo degli scappamenti nella strada piena di traffico lì fuori, avevano
invaso l’atrio e si mescolavano con l’odore degli abiti bagnati e il fumo delle

23
sigarette. Una donna anziana, che occupava l’unica sedia, tossiva a intervalli
regolari, cercando di soffocare il suono nel fazzoletto.
Jenny occupò il proprio posto in fondo alla fila. Di lì a qualche minuto, una
donna che teneva per mano una ragazzina entrò e venne a prendere il suo
posto dietro Jenny.
«C’è?» domandò.
«Non lo so. Sono appena arrivata.»
«Dovrebbe esserci», disse la donna. «L’ambulatorio apre alle sei. Adesso
sono quasi le sei e mezzo.»
Un uomo dall’aspetto gracile, pochi posti più avanti nella coda, parve grato
della possibilità che gli si offriva di interrompere il silenzio.
«Non è ancora arrivato dal suo giro di visite», disse. «La moglie è scesa
circa dieci minuti fa e ci ha detto che non era ancora rientrato.»
Ma la donna con la bambina per mano scrutò nella direzione della sala
d’aspetto gremita.
«Ci vorrà l’intera maledetta notte per visitare tutta quella gente», osservò.
«Facevo più in fretta ad andare all’ambulatorio del St. Stephen. Volevo far
fare la vaccinazione contro l’influenza a lei. Non è andata a scuola il giorno
che l’hanno fatta a tutte le altre.»
La ragazzina sembrava sentirsi colpevole e fissava il pavimento. La donna
sbirciò di nuovo la coda.
«Staremo qui fino a mezzanotte, con tutta questa folla.» Si voltò, e,
trascinando la piccola, uscì di nuovo sotto la pioggia.
Anche Jenny decise che era inutile aspettare. Si diresse alla porta. Alcune
teste si voltarono a guardarla. Jenny sentì la disapprovazione di quella gente
per il suo abbandono. Per giustificarsi borbottò, senza rivolgersi a nessuno in
particolare: «Tornerò più tardi».
Fuori, il furgone bianco della Lavanderia Moderna, che si era trovato
allineato con il portone dell’ingresso, era avanzato di tre o quattro posizioni.
In quel momento, però, la fila di macchine era di nuovo ferma.
Più indietro nella Fulham Road, Jenny si accorse che la corsia più interna
della via si era sgombrata per una lunghezza di circa sei veicoli. Il traffico
stava aspettando di avanzare nello spazio libero e i clacson strombettavano
contro una Triumph Spitfire che bloccava la strada. Nuvole di vapore
turbinavano fuori della griglia del radiatore. Una ragazza di circa vent’anni si
trovava accanto alla portiera aperta dalla parte del posto di guida e cercava di
spingere la macchina. Due uomini scesero dall’auto dietro di lei e corsero ad
aiutarla. La ragazza salì a bordo e guidò il veicolo sul marciapiede mentre i
due uomini lo sospingevano. Nello spazio di un minuto, il tratto di strada
libero si era già riempito e la fila di macchine era di nuovo bloccata.

24
Tre uomini che indossavano impermeabili avanzavano a passo veloce
verso Jenny. Superarono la fumante Spitfire e vennero ben presto illuminati
alle spalle dai suoi fari ancora accesi. Mentre gli uomini si voltavano per
entrare nell’ospedale, Jenny riconobbe Michael Craven. Lo chiamò per nome
e gli corse incontro.
«Salve, Jen.»
I compagni di Michael continuarono il proprio cammino, entrando nel
portico e passando per la porta girevole.
«Che cosa stai facendo qui? Credevo fossi al Brompton Hospital», disse la
ragazza.
L’uomo annuì vagamente, poi rispose: «C’è un gran subbuglio. Chiunque
si occupi di ricerche, tutti i nostri specialisti, esperti, chirurghi, ciascuno di
loro è impegnato nel visitare pazienti. Pensiamo che il ministero stia soltanto
cercando di dare fiducia con una quantità di gente che va in giro con indosso
il camice bianco. Andiamo a metterci al riparo. Posso fermarmi soltanto un
minuto».
Prese Jenny per un braccio e la condusse sotto il portico. Quando vi
giunsero, scosse la pioggia dall’impermeabile e cominciò a sbottonarlo.
Attraverso la lastra di vetro della doppia porta, Jenny vide che il corridoio era
affollato.
«Sono pigiati, qui dentro.»
Michael sbirciò nel corridoio. «È la stessa cosa dappertutto per quanto mi
risulta. Dubito che ci sia ancora un letto vuoto in un qualsiasi ospedale di
Londra. Sono rimasto al St. George fin da questa mattina. Hanno messo i letti
nel corridoio, laggiù. E adesso siamo stati mandati a dare una mano qui.»
Jenny disse: «Non sapevo che la cosa fosse tanto grave». Poi soggiunse in
fretta, quando si rese conto che Michael stava per andarsene: «Senti, Michael,
sono andata dal dottor Marsh ma non l’ho trovato. Pat sta male. È gravemente
ammalata. Ha la febbre e anche quando brucia dice di aver freddo. Si tratta
sicuramente di questa influenza che è in giro, ma l’ha presa in forma grave. E
ci sono quei gonfiori sotto le ascelle…»
«Oh, Cristo!» la interruppe Michael. Sembrava molto preoccupato. Lei
sentì che lo stomaco le si chiudeva per la paura. «I gonfiori? Sono un sintomo
grave?» Si affrettò a soggiunse: «Sta’ a sentire, non potresti venire a darle una
occhiata? Ci deve essere qualcosa che puoi fare per lei».
Michael guardò l’orologio. «Devo prima presentarmi qui e vedere come
stanno le cose. Se riesco ad avere un momento libero nella serata, verrò senza
dubbio.»
Jenny era delusa. Le sembrava di essere venuta meno a Pat, in qualche
modo. Forse non aveva messo abbastanza in evidenza quanto fossero gravi le

25
condizioni della sua compagna di stanza. Se avesse fatto apparire la cosa della
massima urgenza, Michael sarebbe tornato subito sui suoi passi per andare da
lei.
Le mise una mano sulla spalla. Un gesto di saluto. «Te lo prometto. Sarò
da te non appena mi sarà possibile.»
Jenny non si mosse. Michael si avviò verso la porta. La ragazza lo stava
osservando. Lui tese la mano per spingere la porta, poi si fermò e si volse di
nuovo verso di lei.
«Jen, hai avuto anche tu qualche sintomo?»
Jenny scosse il capo, poi disse: «Sto bene».
Michael la fissò per un momento, spinse con impeto il battente, poi,
tenendolo aperto, le fece cenno di entrare, precedendolo. «Vieni con me.
Rimani da queste parti finché non avrò visto come vanno le cose qui e non
avrò trovato il modo di squagliarmela.»
La ragazza entrò nel corridoio affollato e Michael la superò per farle
strada. Soltanto allora Jenny si rese conto che le luci erano accese. Suppose
che l’ospedale si servisse dei generatori di emergenza.
Quella gente che le era sembrata dall’esterno una folla disordinata si rivelò
in effetti una coda di persone ragionevolmente organizzata. Si stendeva lungo
il corridoio su quattro o cinque file e svoltava all’angolo per proseguire in
quello successivo. In fondo, un giovane medico coadiuvato da due infermiere
si trovava accanto a una tavola e praticava iniezioni di vaccino.
«Resta qui un secondo.» Jenny si fermò e Michael entrò nella porta di un
ufficio. Mentre lui entrava, ebbe la rapida visione di una quantità di persone
in camice bianco. Poi la porta si richiuse.
Non le piacevano gli ospedali. Avevano tutti un odore caratteristico. E un
suono altrettanto caratteristico. Un silenzio ovattato che smorzava il rumore
dei passi. Le voci assumevano un tono diverso. Ma si trattava soprattutto delle
persone. I pazienti. Non le piacevano gli ammalati. La malattia era una cosa
avvilente. In qualche modo, per lei, la cattiva salute si identificava con la
sporcizia. O meglio ancora, con la debolezza. Una persona doveva affidarsi
all’aiuto di altri, e questi avrebbero assunto un’espressione particolare.
Quando uno è ammalato, la gente intorno a lui, gli amici, subiscono un
mutamento.
Fino alla sua età attuale, ventiquattro anni, non aveva avuto nessuna grave
malattia. Una o due volte all’anno le capitava di sentirsi male abbastanza da
essere costretta a rimanere a letto. E allora non voleva vedere nessuno. Non
voleva essere confortata. Desiderava soltanto rimanere sola. Aveva letto una
quantità di libri di divulgazione sulla psicologia ed era convinta che tutte le
malattie risiedessero «nella mente». Si sentiva colpevole per la sua incapacità

26
di comprensione nei confronti degli ammalati, ma il senso di colpevolezza
non cambiava le cose: Questa sera, aveva aiutato Pat a indossare la camicia da
notte. Ne aveva toccato il corpo sudato. Aveva scorto i gonfiori sotto le
braccia di lei. Aveva ascoltato il suo respiro affannoso. Tutto ciò le aveva
procurato un senso di ripugnanza. La malattia era una cosa disgustosa.
L’essere costretta ad aspettare nel corridoio dell’ospedale la fece sentire a
disagio. Nello stesso modo, il pensiero di dover tornare nell’appartamento del
seminterrato e di trovarsi sola con Patricia le riusciva tutt’altro che gradito.
Sull’altro lato del corridoio la porta si aperse e Michael ne uscì,
accompagnato da un gruppo di uomini in camice e di capo infermiere. Il
gruppo si suddivise e Michael si avviò allontanandosi lungo il corridoio. Poi,
ricordandosi di Jenny, tornò indietro. Aveva un’aria seria e preoccupata.
«Jen, non so quando troverò il tempo per allontanarmi di qui. Continua ad
arrivare gente. Abbiamo fatto proprio adesso il punto sugli ultimi sviluppi
della situazione e la cosa si presenta più grave di quanto chiunque potesse
credere. A partire da questo momento, non accettiamo più nessun ricovero.»
«Respingete i pazienti?» Jenny si accorse che la propria voce aveva
assunto quel tono particolare, solenne, che gli ospedali richiedono.
«A quanto mi risulta, la cosa è generale. Il personale medico viene colpito
con la stessa frequenza dei pazienti. Dio solo sa quante persone siano state
contagiate e giacciono ammalate nelle proprie case, ma non possono star
peggio di quanto stiano quelli che si trovano qui. Non possiamo far niente per
loro.»
«Ma cosa si può fare per Pat? Non c’è niente che tu possa darmi da
somministrarle?»
«Non c’è nulla da fare.» Michael sbirciò la fila alle sue spalle in attesa del
proprio turno accanto alla tavola. «Stiamo praticando iniezioni di vaccino alla
gente, ma iniettando acqua fresca otterremmo gli stessi risultati. Si tratta
soltanto di un aspetto della finzione messa in piedi per tentare di arginare il
panico.»
«Il panico?» Jenny assimilò la parola. «Ma è soltanto una epidemia di
influenza. Voglio dire, so che potrebbe essere grave. Soprattutto per le
persone anziane. Ma quanto può durare? Quattro o cinque giorni? Una
settimana? Non è una cosa che vada avanti per molto tempo, no? E non si
tratta di qualcosa come il vaiolo o il tifo o come altre malattie di questo
genere. La gente non muore per l’influenza.»
Michael rimase silenzioso per un lungo momento, poi, senza guardare
Jenny, disse: «Non si tratta di influenza. Questa è l’unica cosa della quale
siamo sicuri. Non è influenza. I primi casi hanno cominciato a manifestarsi
circa sei giorni fa. A quanto pare, questo è il periodo di incubazione. Circa sei

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giorni».
«Ma i giornali, la radio? Tutti hanno detto che si trattava di influenza. Il
virus asiatico.»
«So quello che hanno detto. La verità è che il virus non è stato ancora
identificato. Non si riesce ancora nemmeno a vederlo al microscopio.
Sappiamo che è contagioso. E in altissima misura. Deve esserlo, vista la
rapidità con cui si diffonde. Dopo il terzo o il quarto giorno è riconoscibile
senza possibilità di errore. Bubboni. Sono i gonfiori consistenti che si
formano sotto le braccia. Li hai visti su Pat. Si presentano dopo l’insorgere
della febbre. Poi ci sono chiazze che possono manifestarsi in qualsiasi parte
del corpo. Emorragie sottocutanee. Ma adesso credo che chiunque si sia ormai
fatto una idea ben precisa di che cosa si tratti.»
«È una malattia mortale?»
Michael rispose con una tale calma da terrorizzarla molto più che se avesse
urlato la risposta.
«Ho avuto le statistiche di questo ospedale soltanto. Ci sono stati
novantasette decessi, qui, oggi. Potranno raddoppiare o triplicare, prima di
domani mattina.»

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CAPITOLO TERZO

LA portiera della macchina si aprì. Abby si destò di soprassalto. Rimase


confusa per un momento. Stupefatta.
Il marito le sorrise. «Salve.» Poi, con una nota di preoccupazione di fronte
allo stupore di lei, domandò: «Stai bene?»
Lei annuì e trasalì lievemente per una fitta dolorosa al collo. Se io
massaggiò. «Mi sono addormentata. Devo aver tenuto la testa in una
posizione falsa.» Le occorse un momento per riaversi dalla sorpresa di
ritrovarsi sull’automobile. Cominciò a spostare le gambe per portarsi al posto
di guida.
«No, resta pure dove sei. Guiderò io», disse David.
Abby si riaccomodò e il marito girò intorno alla macchina per mettersi al
volante. Il soprabito di cashemire che indossava era bagnato e lucido come
pelle di foca. Trovò uno straccio e si mise a pulire i vetri dalla pioggia.
«Che ore sono?» domandò lei, stiracchiandosi per sciogliersi le membra
irrigidite.
«Circa le otto e mezzo. Ci ho messo un’eternità ad arrivare. E posso
ritenermi già fortunato di esserci riuscito. Non potrai mai credere che cosa sta
succedendo a Londra.»
Il motore si accese immediatamente. Lo lasciò girare per alcuni secondi,
mentre metteva in funzione gli sbrinatori e i tergicristallo. I fari misero in
evidenza gli scrosci di pioggia.
Mentre compivano un’inversione di marcia senza troppe manovre, Abby
vide numerose altre automobili in attesa nel piazzale. Quello che mancava era
il consueto afflusso di viaggiatori che accompagnava l’arrivo di un treno.
«Sei stato l’unico ad arrivare con questo treno?»
«Non sono salito a Victoria. Ho preso un treno locale. Sono riuscito a non
farmelo scappare a Chatham. Te lo assicuro, ho avuto uno di quei viaggi per
cui Marco Polo, in confronto, era un tipo sedentario.»
David accelerò facendo balzare la macchina avanti, nella caverna di luce

29
scavata dai fari.
«Sai a che ora mi sono messo in viaggio per tornare a casa?» domandò.
«Alle due. Ci sono volute cinque ore e mezzo per arrivare fino qui. Avrei
potuto raggiungere New York, nello stesso tempo!»
Mentre lui le raccontava le sue peripezie, Abby si rese conto che il marito
cominciava a inquadrare gli avvenimenti sotto forma di un ottimo racconto
per gli ospiti, dopo cena. Sapeva già che quando si fossero trovati con gli
amici, la prossima volta, avrebbe di nuovo ascoltato la storia in una versione
riveduta e colorita.
«C’erano code che arrivavano fino nella strada, per entrare nella
metropolitana. Poi è circolata la voce che soltanto un terzo dei treni era in
funzione. Qualcuno allora se n’è andato, ma la maggior parte delle persone ha
continuato ad aspettare, in piedi sotto la pioggia. Incredibile! Bene, io mi sono
messo a camminare. Nessun tassì, naturalmente, e in ogni caso il traffico era
bloccato. La maggior parte degli uffici, a quanto pareva, aveva anticipato la
chiusura. Una quantità di negozi non aveva neppure aperto.»
Abby domandò: «E il tuo ufficio? Qualcuno dei tuoi colleghi si è
ammalato?»
«John è venuto lo stesso, ma aveva un aspetto orribile. Arthur Ezard ha
telefonato per dire che Andrea non stava bene e lui rimaneva a casa per
badare a lei. Soltanto due delle dattilografe si sono presentate. Tutti quelli con
cui ho parlato sembrava avessero gli stessi problemi. Non si è potuto
concludere niente. Era tutto…» Cercò la parola. «Era tutto confuso. Niente
panico o roba del genere, soltanto confusione. La gente non sapeva che cosa
fare. La consueta routine era sottosopra. Non soltanto in una zona delimitata,
ma dovunque, nel mondo degli affari. O forse non si trattava tanto di
confusione quanto di sbigottimento. Il meccanismo non funzionava più a
dovere.»
Lei rifletté quanto poco fosse stata scombussolata la sua personale routine
dall’epidemia di influenza. Il fatto che il latte non fosse stato distribuito quella
mattina poteva essere difficilmente definito una crisi. Il telefono che non
funzionava era più che altro una seccatura. Potevano venirsi a creare
complicazioni in città, per qualche tempo, ma lì in campagna non le sarebbe
stato difficile tener testa a quello stato di cose finché tutto non fosse tornato
normale.
Lasciarono la macchina davanti all’ingresso. Mentre David saliva di sopra
per cambiarsi d’abito, Abby disse: «È un po’ troppo tardi per cucinare quello
che avevo stabilito. Sei disposto ad accontentarti di uova e pancetta?»
«Magnifico.»
Abby entrò in cucina e accese il fornello. Provò un brivido e andò a

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controllare il termostato. Era sui ventun gradi. Lo regolò aumentando la
temperatura di alcuni gradi e udì il tonfo sordo della caldaia che si metteva in
funzione.
Stava rompendo le uova nella padella quando David entrò con due
bicchieri pieni a metà di whisky. Vi aggiunse alcuni cubetti di ghiaccio che
prese nel congelatore. «Non fa un po’ troppo caldo, qui dentro?» domandò,
offrendo il bicchiere a Abby.
«Non mi pare.» Bevve il liquore e si mise ad apparecchiare la tavola per
una persona sola.
«Tu non mangi?»
«Non ho molto appetito. Prenderò un pezzetto di formaggio.» Sorvegliò le
uova mentre si schiarivano e si rapprendevano sul fuoco basso.
«Dov’è la tua radio?»
Abby indicò la credenza gallese. Lui andò a prendere il costoso
apparecchio portatile e lo posò sulla tavola. L’accese e si udì subito un sibilo
e qualche scarica.
«Dove si prende il quarto programma?»
«Premi il pulsante centrale.»
David eseguì. Non si udì alcun suono. «Che strano.» Cominciò a spostare
l’ago del quadrante. Mentre si muoveva, l’apparecchio captò il rumore delle
onde portanti e alcuni gracidii. Si sentì il suono in lontananza di un veloce
trasmettitore automatico Morse. Alla fine della scala graduata le sue fatiche
furono compensate da una voce appena udibile che parlava in tedesco. Tentò
su di un’altra banda. Trovò una trasmissione musicale molto debole, poi una
voce maschile che parlava in francese, troppo in fretta, comunque, perché
entrambi potessero capire. David spense la radio.
Abby gli mise davanti il piatto e poi sedette di fronte a lui mentre
mangiava. David raccontò ancora qualcosa del proprio viaggio. La moglie gli
riferì la telefonata di Peter. Adesso aveva caldo. Senza rendersene conto,
aveva posato la mano a coppa sopra il seno e si massaggiava con le dita
delicatamente sotto il braccio.
«Ho incontrato Cameron, oggi», disse David. «Sai che la sua società tratta
una quantità di affari con la Cina. Hanno agenti a Hong Kong. Bene, dice che
il governo cinese ha vietato la diffusione di qualsiasi notizia, ma corre voce
che laggiù i morti siano milioni.»
«Ho sentito le notizie per radio poco fa, ma non hanno detto niente della
Cina. Ci sono stati alcuni morti a Roma. Sembra che la cosa sia molto estesa.
Non c’è stata una brutta epidemia di qualcosa del genere circa all’epoca della
prima guerra mondiale?»
«Anche allora si trattava di influenza. Nel 1918, credo. Devo controllare.

31
Ma mi sembra che le morti abbiano raggiunto una cifra incalcolabile.
Qualcosa come venti milioni. Però non sono del parere che possa più accadere
niente di simile, ormai. Con la medicina moderna, saranno senza dubbio in
grado di limitare i decessi.»
La luce mancò con allarmante subitaneità.
«Maledizione!»
Abby si alzò in piedi. Udì la sedia di David raschiare il pavimento mentre
lui la spingeva indietro. Lo sentì dire: «Non muoverti. Devo avere l’accendino
in qualche posto».
«Ci sono delle candele nei candelieri del salotto», suggerì lei.
La fiammella dell’accendisigari Dunhill d’oro splendette vivida. David ne
aumentò le dimensioni e alla sua luce si avviò verso la porta della cucina. «Mi
domando se la corrente manchi in tutta la zona o soltanto a noi», disse. «Da’
uno sguardo fuori della porta. Vedi un po’ se le luci dagli Edgerton sono
accese.»
Abby brancolò nell’anticamera, avanzando con le braccia tese davanti a sé.
Aprì la porta d’ingresso e si sentì investire da una breve raffica di vento.
Scrutò dall’altro lato della strada, al di là dei rami spogli. Non vide alcun
barlume di luce provenire dalla casa dei vicini.
«Sono al buio anche loro», disse, mentre David usciva dal salotto reggendo
alcune candele accese.
«Mi domando quanto durerà. Anche la caldaia del riscaldamento non
funziona, senza corrente. Bene, non c’è ragione di starcene qui seduti al buio
a gelare. Possiamo andare a letto addirittura.»
Abby trovò altre candele mentre David controllava e chiudeva a chiave le
porte.
Quando furono di sopra, lui fece una rapida doccia e, mentre si asciugava,
Abby entrò per il solito rituale del togliersi il trucco. David rimase a guardarla
mentre si spogliava. Abby lasciò scivolare a terra i pantaloni, il collant e le
mutandine con un solo movimento e li allontanò con un piede in un mucchio
disordinato. Quando cercò di slacciare il reggiseno ruotando le braccia
all’indietro, emise un piccolo gemito di dolore. Abbassò le spalle in avanti e
lasciò cadere anche il reggiseno. Aveva seni piccoli. Il suo corpo era snello e
slanciato, le anche strette. L’unico problema di peso che avesse mai dovuto
affrontare era stata la perdita di alcuni chili. La lieve linea netta di una
cicatrice le scendeva dall’ombelico a ricordo della nascita di Peter con il
taglio cesareo.
Cosparse di lozione un batuffolo di ovatta. «Mi è appena venuto in mente.
Il termoforo non può funzionare senza la corrente. Dovresti prendere un paio
di coperte di lana pesanti nell’armadio sul pianerottolo.»

32
Cinque minuti dopo, erano a letto. Abby rabbrividì al contatto con le
lenzuola fredde e si rannicchiò tutta sotto le coperte. David tentò di leggere,
ma la fioca luce della candela sul tavolino da notte lo costringeva a uno sforzo
eccessivo. Soffiò sulla fiamma.
Nell’oscurità, lei cercò di programmare l’indomani. In mattinata sarebbe
andata al negozio Al Contante e avrebbe fatto provvista di cibi in scatola. Si
sarebbe procurata anche farina e lievito nel caso che il pane non fosse arrivato
di nuovo. Poi si sorprese a domandarsi come avrebbe potuto far cuocere il
pane senza il forno elettrico. La mancanza dell’energia diede inizio a un
concatenarsi di pensieri nella sua mente. Il riscaldamento. Bene, avevano
ancora un caminetto. David avrebbe potuto tagliare qualche ceppo. C’era
anche un fornello a gas liquido che usavano per i picnic, e così, se non altro,
avrebbero potuto avere bevande e minestre calde. Cercò di ricordare come
avevano risolto le cose quando lo sciopero dei minatori aveva dato luogo a
una serie di interruzioni nell’erogazione della corrente.
David si era girato sul fianco, con la schiena verso di lei. Abby rabbrividì e
si fece più vicina a lui per sentire il tepore del suo corpo. Avvertì una fitta al
torace e alle spalle. Cominciò ad abbandonarsi al primo sonno, poi si destò di
nuovo di colpo, pensando. «Il congelatore. Quel dannato coso si sta
scongelando!» Si preoccupò di quella faccenda per pochi momenti, poi il
sonno ebbe nuovamente il sopravvento su di lei. Si poteva rimandare la cosa a
domani. L’indomani tutto avrebbe funzionato.

Era quasi mezzanotte quando Michael passò a prendere Jenny nella sala
d’aspetto dell’ospedale. Aveva il viso pallido e teso mentre l’accompagnava a
uno degli ingressi laterali. In Seymour Walk, le luci baluginanti delle candele
brillavano in qualcuna delle finestre. Scesero rumorosamente i gradini ripidi
del seminterrato, e Jenny aprì la porta d’ingresso. Il monolocale era gelido.
Un gelo umido. Michael aveva una lampada tascabile. Diresse il sottile raggio
di luce verso il letto. Pat giaceva sulla schiena. Aveva la bocca aperta, e il
vomito le tracciava una scia dalla bocca fin sul cuscino. Jenny sentì che le
gambe le tremavano. Michael si affrettò verso il letto, nascondendo
pietosamente la ragazza alla vista di Jenny. Il suo esame fu breve. Liberò il
lenzuolo dal groviglio delle coperte e lo gettò sul viso della ragazza, poi tornò
accanto a Jenny.
«È morta.» Michael le mise le mani sulle spalle. Il corpo di lei incominciò
a scuotersi. Non riusciva a parlare. Lui la allontanò dal letto e la fece sedere
su una sedia.
«Jen, ascolta. Devi andartene di qui. Non soltanto dall’appartamento,
voglio dire. Da Londra.»

33
Udiva le parole, ma per lei non avevano significato. Con maggiore
chiarezza sentì la propria voce dire: «È morta».
Michael continuò: «Prendi soltanto l’indispensabile. Va’ in campagna, se
appena ti è possibile. Non credo che riuscirai a trovare qualche mezzo di
trasporto, perciò dovrai andarci a piedi».
Jenny provò un improvviso senso di colpa. «Non avrei dovuto lasciarla
sola. Deve essere stata così impaurita, qui, tutta sola.»
«Non avresti potuto fare nulla per aiutarla. Adesso, Jenny, cerca di
riprenderti e dammi retta. Devi andartene più presto che puoi. Prendi con te
qualcosa da mangiare, se ne hai, e…»
Prima che potesse finire la frase, Jenny scattò, in preda a un’ira improvvisa
contro di lui. «Per l’amor del cielo, ma non senti proprio niente? Avevi una
relazione con lei. Ci andavi a letto insieme! Adesso è morta! Non riesci
nemmeno a dire che ti dispiace? Non c’è…»
La mano aperta di lui la colpì sulla guancia con forza ben calcolata. La
pungente subitaneità del colpo le fece sgorgare lacrime dagli occhi. Tirò
indietro violentemente il capo per paura di un’altra percossa. Michael
avvicinò il proprio viso al suo. Le stringeva con forza le braccia.
«Jenny, ti ho detto poco fa che non sappiamo che malattia sia questa. In un
certo senso è vero, perché non è stata ancora definitivamente identificata. Ma,
stando ai sintomi, non rimangono molti dubbi circa la sua natura. È qualcosa
di molto simile alla peste bubbonica. Forse una mutazione di quel bacillo. Ma
nelle intenzioni e nei risultati, in tutto e per tutto uguale alla morte nera.»
Si interruppe per un momento, poi con il tono di voce più naturale che gli
riuscì di trovare, disse: «Sono contagiato. Ho preso la malattia».
Nell’oscurità non gli riuscì di vedere il viso di lei, ma percepì il suo
involontario ansito. Non le concesse la possibilità di porre delle domande, ma
si affrettò a continuare.
«Sono riuscito a stabilire che, con ogni probabilità, ho contratto l’infezione
circa tre giorni fa. Questo concede grosso modo altri tre giorni prima di
raggiungere il culmine. Poi, o riuscirò a sopravvivere oppure soccomberò.
Non posso dire quali possibilità mi restino. Non siamo semplicemente stati in
grado di studiare abbastanza il morbo per poter fare previsioni. E sarà meglio
che ti abitui all’idea. Sei stata esposta al contagio. Immagino che lo sia stato
chiunque, a Londra… forse l’intero paese… vi è stato esposto.»
Jenny sentì il proprio stomaco contrarsi in violenti spasimi. Sentì la pelle
che le formicolava. Le parole le si bloccarono nella gola. Desse: «Potrei
essermela presa?»
«Ti ho osservata, stasera. Non hai nessuno dei sintomi, ma questo non è
una garanzia sufficiente.»

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«Come faccio a saperlo?» domandò in un sussurro.
«Lo saprai.» Le lasciò andare le braccia e si raddrizzò. «Ci sono persone
che possiedono una immunità naturale. Potresti essere uno di questi fortunati
individui.»
Diresse la luce della torcia verso la porta. «Torno all’ospedale.»
Jenny balzò in piedi. «Vengo con te.»
«Maledizione, perché non vuoi ascoltare quello che ti dico? Vattene da
Londra.»
Jenny adesso aveva paura di restare sola. Sola in quella stanza. La sua
domanda fu come un laccio, capace di trattenere Michael ancora per un
momento.
«Hai detto che sono già stata esposta al contagio. Che differenza può fare
se rimango a Londra?»
Il medico tenne la luce della lampadina in modo che entrambi potessero
vedersi in faccia.
«Se il tasso della mortalità andrà crescendo come promette, non saremo in
grado di seppellire tutti i morti. Ci sarà un’epidemia di colera, di tifo, e Dio
solo sa di che altro. Non è sopravvissuto nessuno, Jen. Tra tutti i pazienti
ricoverati al St. Stephen nessuno è riuscito a superare la crisi peggiore.»
Jenny disse in fretta, con disperazione: «Ma troveranno pure qualcosa, no?
Troveranno un rimedio. Non possono lasciar morire milioni di persone!»
La voce di lui era del tutto inespressiva. Appannata dalla stanchezza e dal
fallimento. «Da quanto ho potuto vedere e sentire, mi sono fatto l’idea che
non sanno nemmeno da che parte cominciare. È successo tutto troppo in
fretta. Anche se riusciranno a trovare subito qualcosa, ritengo che sarebbe
comunque troppo tardi… Quando il numero dei morti supera quello dei vivi,
le città diventano latrine a cielo aperto. Vattene, Jen.»
Si avviò con decisione verso la porta, e lei si rese conto di non avere alcun
mezzo per trattenerlo. Michael si fermò, poi, con quello che sembrava un
compito, ma vago ripensamento, disse: «Mi dispiace per Pat».
Jenny udì i suoi passi sul marciapiede. Poi il suono si affievolì fino a
svanire. Rimase immobile. Era troppo buio per poter vedere dall’altra parte
della stanza, ma anche così tenne lo sguardo lontano dal letto. Ricordò che
dovevano esserci alcune candele nella credenza. Attraversò la camera a
tastoni. Trovò prima i fiammiferi, e, alla loro luce, le candele.
Dopo venti minuti, si era già cambiata d’abito e aveva riempito una piccola
borsa con quanto riteneva fosse essenziale. Quando fu pronta, mise la candela
ancora accesa sul tavolino, e uscì. Non aveva guardato una sola volta nella
direzione del letto.

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Abby si afferrò alla porta della cucina sentendo che le gambe
cominciavano a mancarle. La febbre saliva. Attese che l’ondata passasse. Il
sudore le scendeva a rivoli lungo il corpo. Grandi macchie bagnate le
appiccicavano la camicia da notte alla pelle. Con la bocca spalancata, aspirava
l’aria. Barcollò avanti di nuovo, battendo il fianco contro lo spigolo della
tavola, senza accorgersene. A piedi nudi, percorse i pochi passi che la
dividevano dal lavandino. Nella sua cecità cercò a tastoni un bicchiere sullo
scolapiatti, lo afferrò e lo fece cadere sul pavimento, mandandolo in frantumi.
Aprì il rubinetto; con la mano a coppa, si gettò l’acqua in bocca, bagnandosi
tutto il viso.
La voce di David, dal piano di sopra, chiamava il suo nome. Abby non
sentì nulla.
Mentre il marito riusciva ad accendere la candela e a scendere le scale, lei
cadde in ginocchio, con la testa contro il freddo legno dell’armadietto del
lavandino.
«Abby, che succede? Perché non mi hai svegliato? Che cos’hai?» Sistemò
in fretta la candela sullo scolapiatti, e standole alle spalle, le fece scivolare le
mani sotto le braccia per sollevarla. Lei urlò per il dolore lancinante
procuratole dal contatto. Per metà trasportandola e per metà trascinandola,
David riuscì a farla sedere su una sedia. Lei abbandonò il capo sulla tavola.
La sua voce era soltanto un sussurro. «Oh Dio. Dio. Dio. Mi sento
terribilmente male.»
David non sapeva che fare. Era confuso, quasi in preda al panico. L’unica
cosa che gli venne in mente di fare fu di allungare una mano e toccare la
faccia di lei, rimanendo impressionato nel sentirla tanto calda e bagnata.
«Resta qui un momento. Non ti muovere.»
Abby cominciò a rabbrividire. «Sto per morire.» Tutto il corpo di lei si
stava scuotendo, e lui si rese conto che la moglie piangeva. «Sto morendo.»
«Smettila. Non dire così. Tra poco ti sentirai meglio.»
Abby aveva cominciato a scivolare giù dalla sedia. David la risollevò,
rimettendola in equilibrio. Corse al telefono, sollevò il ricevitore e cominciò a
formare il numero; poi rammentò che non funzionava, e lo lasciò cadere
ondeggiante, appeso al cordone.
Afferrò la moglie prima che cadesse. Aveva perduto conoscenza. La
sollevò goffamente, in malo modo. Se la caricò addosso mettendosi in
ginocchio.
In qualche modo riuscì a trasportarla di sopra e a metterla sul letto. Lei
giacque quasi immobile mentre il marito le rimboccava le coperte.
David ansimò mentre infilava i pantaloni e l’impermeabile sopra il
pigiama. Tornò da Abby, le sistemò più comodamente il capo sul cuscino, poi

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si precipitò fuori della stanza.

Erano appena passate le quattro del mattino. La pioggia aveva smesso di


cadere. Il dottor Stewart chiuse dolcemente la porta del cottage e cominciò a
scendere lungo il viottolo del giardino. La Rolls era parcheggiata davanti al
cancello e lui sedette con piacere al posto di guida. Appoggiò la testa
all’indietro e chiuse gli occhi. Non si era mai sentito così esausto in tutti
quegli anni. Desiderava dormire. In quel momento, proprio lì,
sull’automobile. Spinse il capo in avanti e lo scrollò con energia. Si riscosse e
si protese per aprire il cassetto dei guanti: ne trasse una fiaschetta. Bevve un
sorso di whisky.
I fari di una macchina lampeggiarono nel lunotto, avvicinandosi
rapidamente, e si fermarono proprio dietro la Rolls. Si voltò per cercare di
scorgere qualcosa nel bagliore, ma non riuscì a vedere nulla. Udì la portiera di
un’auto sbattere, e poi, mentre lo sportello di fianco a lui si apriva, il medico
si trovò di fronte David Grant.
«Abby se l’è presa, Joe. Sta molto male.»
Il dottore annuì. «Vengo», disse. «Concedimi soltanto un minuto.»
David salì sulla macchina accanto a lui e chiuse la portiera. «Ho girato
dappertutto per trovarti. Sono andato anche a casa tua. Non mi ha risposto
nessuno.»
Lo scozzese teneva lo sguardo fisso davanti a sé, al di là del parabrezza.
«Gladys è morta ieri nel pomeriggio.»
«Oh, Cristo! Oh… Joe, mi dispiace.»
Il medico gli offrì la fiaschetta. David la prese con riconoscenza.
«Stanno morendo, David, e non c’è niente che io possa fare per dare il mio
aiuto. Posso soltanto andare a vederli.»
«Credevo che saremmo riusciti a evitare il peggio, qui da noi.»
«Ne sono morti diciassette, stanotte. Quattro di loro, una intera famiglia, se
ne sono andati da appena un’ora. Dio solo sa che cosa succederà entro
domattina. Di qui a una settimana…» lasciò a metà la frase.
David lo sollecitò: «Continua. Di qui a una settimana?»
«Dannazione! Sono stanco, e forse sto diventando un tantino fantasioso,
ma da come vanno le cose potremmo arrivare ai dieci milioni di morti.»
I due uomini rimasero silenziosi. Poi David tappò la fiaschetta e la restituì.
«Vuoi venire a dare un’occhiata ad Abby?»
«Prendi la tua macchina. Io ti seguirò.» David saltò giù e Joe accese il
motore.

Jenny attraversò il Battersea Bridge. Il traffico continuava a essere

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bloccato in lunghe code immobili. I motori e i fari adesso erano spenti, un
simbolo della sconfitta. Molte automobili erano state abbandonate, ma in
qualcuna i guidatori stavano ancora aspettando. Fumando. Dormendo.
C’era poca gente per le vie, e quella che Jenny incontrò andava di fretta.
Aveva una meta e uno scopo. Su per la lunga china ripida di Clapham
Common un motociclista la superò correndo sul marciapiede.
Dalla posizione dominante del Common, Jenny si guardò indietro. In
qualche punto a nord del Tamigi si scorgeva il bagliore di un fuoco.
Raggiunse Dulwich e non riuscì a proceder oltre. Parcheggiata accanto ai
cancelli dell’università, trovò una macchina con le portiere aperte. Si
raggomitolò sul sedile posteriore e si addormentò.

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CAPITOLO QUARTO

ABBY rimase in preda alla febbre per tre giorni e tre notti. C’erano stati
momenti di lucidità, durante i quali era stata consapevole soltanto di soffrire.
Quando si destò, il mattino del quarto giorno, non aveva più coscienza del
tempo trascorso. Si sentiva debole, svuotata di ogni energia. Voltò la testa e
scorse accanto a sé il posto libero nel letto. La porta del bagno era aperta.
Cercò di chiamare il marito. La sua voce aveva un suono gracchiante.
Spinse via le coperte e mise le gambe giù dal letto. Tentò di alzarsi. Un
capogiro travolgente la costrinse a rimettersi subito a sedere. Quando le fu
passato, si rimise in piedi, barcollante, appoggiandosi al comodino. Mentre si
spostava, le cadde lo sguardo sulle lenzuola dove aveva giaciuto. Erano
macchiate di urina.
Rimase impressionata scorgendo la propria immagine riflessa dallo
specchio dell’armadio. La saliva si era incrostata in una fragile crosta lungo il
mento e la guancia. Ciocche di capelli vi si erano appiccicate. La camicia da
notte era macchiata. Aveva la faccia scavata e smagrita, gli occhi cerchiati di
scuro.
Entrò nel bagno e si strappò di dosso la camicia; aprì il rubinetto
dell’acqua calda. Aspettò che il getto diventasse della giusta temperatura. Non
accadde nulla. Inzuppò una salvietta e incominciò a ripulirsi.
L’accappatoio di David era appeso dietro la porta. Se lo infilò e cominciò a
scendere le scale traballando. Quando giunse in anticamera ripeté il nome del
marito senza ricevere risposta. Entrò in cucina.
Una pozza d’acqua circondava il congelatore come un fossato. I formaggi
rimasti fuori sulla tavola erano coperti di una grigia lanugine.
Abby si sentì improvvisamente famelica. Si diresse verso il contenitore del
pane. Scorse i frammenti di vetro sparsi sul pavimento e li evitò.
Il pane a cassetta avvolto nella plastica era verde di muffa.
Il mobile bar del salotto conteneva un discreto rifornimento di biscotti e
patatine. Abby si precipitò nella stanza, aggirando il grande divano al centro

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di essa. Frugò sui ripiani della credenza e trovò una scatola di biscotti salati.
Cominciò a ficcarseli in bocca a manciate. Mentre ancora stava mangiando,
sfiorò i fiori appassiti nel vaso sul tavolo lì a fianco. I petali si seccarono.
Volse lo sguardo nella direzione dello specchio ovale posto sopra il
caminetto. In esso si rifletteva la maggior parte della camera. Vi si scorgeva il
divano. E, sopra il divano, il cadavere di suo marito.
Giaceva di fianco, con la faccia verso la spalliera del mobile. Aveva le
gambe avvolte in una coperta da viaggio vivacemente colorata.
Abby lo afferrò per la spalla, girando il corpo inanimato verso di sé. Ruotò
rigidamente e, prima che lei potesse impedirglielo, scivolò su pavimento.
Sentì sotto le dita il gelo del volto di David.
Abby rimase a lungo accanto al morto. Sentiva dolorosamente quella
perdita. Alla sofferenza si accomunavano la paura e la crescente
consapevolezza della sua solitudine. Infine stese la coperta sul volto del
morto, poi andò di sopra e si vestì.

Abby bussò alla porta degli Edgerton. Il campanello non funzionava. Non
ottenendo risposta, girò attorno alla casa per tentare alle altre porte. Erano
tutte chiuse a chiave, e non riuscì a vedere nulla attraverso le finestre.
Con i Crowley fu la stessa cosa. Nella terza casa, trovò la porta della
cucina non chiusa a chiave. Bussò e attese, poi entrò. Nessuno rispose ai suoi
richiami, e non vide nessuno nelle stanze al pianterreno. Mentre stava per
salire le scale, un odore inconfondibile giunse fino a lei, dolciastro e pesante.
In camera da letto, Phyllis Debenham si trovava sul letto raggomitolata in una
posizione esattamente fetale. Christopher Debenham giaceva a faccia in giù
sul pavimento, a metà strada tra il letto e la porta.
Abby si avviò verso il villaggio, poi si rese conto che non avrebbe avuto la
forza di superare quella distanza. Tornò indietro nel viale di casa sua e salì
sulla Jaguar.
Lungo tutta la via principale del villaggio si vedevano auto parcheggiate
qua e là. Un malassortito branco di cani corse fuori da un androne udendo il
suono del motore della Jaguar. Osservarono prudenti la macchina che si
fermava in mezzo alla strada. Abby ne discese e si guardò attorno. I cani
erano gli unici esseri viventi che riusciva a scorgere. Ascoltò il silenzio.
Echeggiava intorno a lei. Si guardò attorno. Le porte erano sprangate, i negozi
chiusi.
Più avanti nella via, una finestra dei piani superiori sbatté, aprendosi. Una
tendina a rete ondeggiò all’esterno come uno spettro in fuga. Abby gridò con
tutte le forze: «Ehi! C’è qualcuno?» La finestra si chiuse adagio, poi si
spalancò di colpo un’altra volta, spinta dal vento.

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Fece scivolare il braccio dentro la macchina e premette il clacson. Lo
squillo prolungato impaurì i cani che si misero a correre e sparirono
nell’androne.
Abby diresse l’automobile fuori del villaggio e svoltò a sinistra in un
vialetto non asfaltato. La Rolls di Joe Stewart si trovava là, di traverso, in uno
strano angolo rispetto all’ingresso al cortile della rimessa della casa.
Cruft, il grosso cane alsaziano degli Stewart, balzò in piedi ringhiando dal
luogo dove giaceva accanto alla portiera del posto di guida dell’automobile,
poi si slanciò latrando verso Abby che stava scendendo dalla macchina. La
donna si affrettò a risalire sbattendo la portiera. Il cane appoggiò le zampe al
finestrino.
Lei fece marcia indietro fino a trovarsi allineata con la Rolls. Il medico si
trovava sul sedile anteriore. Aveva il capo appoggiato contro il finestrino. Fu
lieta che il volto le rimanesse celato.
Sempre balzando contro l’automobile, Cruft la inseguì fin sul viottolo, poi
tornò indietro a far la guardia al suo padrone morto.
Abby fermò la macchina davanti al portico del cimitero, lungo il vialetto
della chiesa. Si era sposata in quella stessa chiesa, e Peter vi era stato
battezzato.
Il suono dei suoi passi sul lastricato suscitava echi sonori mentre avanzava
lentamente. Girò la maniglia di ferro e spinse la porta. Guardò dentro, si voltò
immediatamente, e ripercorse di corsa metà del viale verso il portico. C’era
della gente in chiesa. Con quello sguardo rapido non le fu possibile
riconoscere nessuno o dire quante fossero quelle persone. Si rese soltanto
conto che erano tutte morte.
Il suo sguardo seguì la guglia della chiesa su nel pallido azzurro del cielo
in quel pomeriggio di ottobre. La supplica che era andata prendendo forma
sempre più nettamente fin da quando aveva raggiunto il villaggio le salì
adesso alle labbra in una preghiera piena di terrore.
«Signore Iddio, fa’ che non sia io l’unica rimasta su questa terra!»

L’acqua fredda della doccia lasciò Abby senza fiato e la indusse a ritirarsi.
Rabbrividì violentemente mentre si insaponava i capelli e il corpo. Come un
penitente, sopportò le sferzate dei getti gelidi. Poi con grande piacere si
asciugò e tornò nella camera da letto. Le due valige piene si trovavano sul
letto.
Accese la candela sul tavolino da toletta per vincere le improvvise tenebre
e a quella luce si pettinò i lunghi capelli che le arrivavano appena sotto le
spalle. Cominciò a tagliarli, all’altezza della nuca, sul collo, poi sui lati e sul
davanti. Quando ebbe finito, non erano più lunghi di una decina di centimetri;

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ancora bagnati, le aderivano al cranio. Passò le dita in mezzo, arruffandoli. I
capelli corti facevano apparire il suo viso ancora più sparuto. Abby scrollò le
spalle, poi incominciò a vestirsi. Mentre si infilava i pantaloni, si accorse di
come le stesse larga la cintura e si rese conto di quanti chili doveva aver
perduto. Si infilò un maglione pesante, poi la giacca di camoscio. Quando fu
pronta, si guardò nello specchio. Istintivamente cercò il rossetto. Poi,
ripensandoci, lo rimise via senza servirsene.
I numerosi viaggi che fu costretta a fare per caricare la giardinetta
Granada la lasciarono dolorante ed esausta. Rimase seduta in cucina finché
non si fu ripresa. Aveva portato la maggior parte del cibo in scatola
sull’automobile, ma aveva lasciato indietro per sé due scatolette. Le aprì e
consumò il loro contenuto senza riscaldarlo.
Era ormai notte fonda quando tornò alla macchina. Si accertò di aver
caricato tutto, poi andò nel garage a prendere un paio di bidoni da dieci litri di
benzina.
Li trasportò nel salotto. Il cadavere del marito era accanto alla finestra.
Aveva avuto intenzione di scavargli una sepoltura nel giardino, ma dopo aver
faticato per qualche minuto si era resa conto di non avere la forza di spostarlo,
per non parlare di scavare una fossa…
Non guardò il marito finché non ebbe terminato di cospargere di benzina
tutta la stanza. Poi, in piedi accanto a lui, disse: «Addio, David».
Cosparse con la benzina avanzata il tappeto dell’ingresso, accese un
fiammifero e corse verso la porta. Ancora prima di averla raggiunta, udì
divampare le fiamme.
Svoltò con la Granada lungo il viale e accelerò al massimo per superare la
ripida salita della Ridge Road. Il servosterzo facilitò alla macchina la salita
lungo i tornanti. Dopo circa cinque chilometri, la strada correva in piano sulla
cima del crinale.
Rallentò e si fermò. Scese dall’automobile e scrutò il fondo della vallata.
La pira funebre era l’unica luce in lontananza.
Abby risalì in macchina e non si guardò più indietro mentre si allontanava
dallo spartiacque e ridiscendeva sull’altro lato. Procedette rapidamente. La
scuola di Peter si trovava a novanta chilometri di distanza e voleva
raggiungerla in fretta.
Jenny tossì; dolorosi e prolungati accessi le tormentavano il petto. Questa
era la sua seconda notte in quella baracca. Il fuoco che aveva acceso in mezzo
al pavimento le forniva ben poco calore. Staccò due quadretti dall’ultima
tavoletta di cioccolata rimastale. L’indomani avrebbe dovuto procurasi un
cibo più adatto.
Durante la camminata per allontanarsi da Londra, aveva incontrato soltanto

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una persona. Un uomo. Dormiva sotto un riparo rozzamente ricavato
servendosi di un foglio di plastica. Quando lo aveva chiamato, l’uomo si era
svegliato ed era fuggito lontano da lei.
La cioccolata amara le irritò la gola, e ricominciò a tossire di nuovo.
Quando lo spasmo finì, si sentì la testa rintronata. Nonostante ciò, riuscì a
udire il rumore. Sulle prime la lasciò interdetta, ma poi lo riconobbe. Era il
motore di un automobile.
Corse alla porta della baracca. La strada si stendeva per circa cinquanta
metri dal punto in cui lei si trovava, scendendo in declivio. Lungo di esso, da
destra, giungeva la luce dei fari di una macchina.
Jenny si mise a correre. Gridava, mentre veniva avanti. Agitava le braccia.
La macchina scomparve dietro gli alti argini, ma riusciva ancora a vederne
l’alone di luce. Jenny continuò a correre, a correre disperatamente, cercando
di farsi notare.
Raggiunse il cancello del campo nello stesso istante in cui la Granada vi
passava veloce davanti.
Jenny corse sulla strada, urlando con tutte le sue forze, correndo
all’inseguimento dei fanalini di coda rossi. Poi barcollò e rallentò, mentre
l’auto si allontanava da lei.
Abby non udì e non vide nulla, attenta soltanto alla strada davanti a sé.

I cancelli della scuola erano chiusi, sprangati da una catena di ferro con un
lucchetto al centro. Un pezzo di cartone era stato fissato alle sbarre con del
filo di ferro. Sopra, si trovava appiccicato un foglio dattiloscritto. La carta era
bagnata, molle e gualcita. Le lettere avevano sbavato. Abby lesse:
«Nell’intento di limitare la attuale epidemia di influenza, la scuola rimane
chiusa ai visitatori. Si prega di mettersi in contatto con l’ufficio
amministrativo mediante il telefono».
Il foglio recava la firma del direttore.
Abby scrutò attraverso le sbarre e lungo il viale diritto. La notte era buia e
non riuscì a scorgere nulla dell’edificio scolastico. Tornò presso l’automobile
e spense i fari, poi si avviò in fretta lungo la via verso la porta di legno verde
che, come lei ben sapeva, portava in giardino. Era aperta; entrò, seguì il
vialetto lastricato che circondava l’edificio e conduceva al di là della siepe,
sul viale carrozzabile. Camminava di buon passo. Di tanto in tanto si metteva
a correre. Le gambe le dolevano. I lunghi giorni di febbre avevano esaurito le
sue energie. Quando raggiunse il cortile quadrato interno, respirava a fatica.
Tremava per la stanchezza.
Non veniva luce da nessuna delle costruzioni. L’unico suono era il suo
ansimare. Il dormitorio di Peter si trovava nella Chartwell House, l’edificio

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più distante dal punto in cui era Abby. Si diresse lentamente da quella parte.
Un’improvvisa ansia spazzò via la stanchezza e la indusse a rimettersi a
correre.
La doppia porta a vetri della casa era spalancata, il vento aveva spinto la
pioggia all’interno dell’atrio; lo zerbino di cocco all’ingresso era inzuppato.
Cominciò a salire le scale di pietra, lasciando le sue impronte bagnate che si
andavano attenuando man mano che saliva. I finestroni del primo pianerottolo
erano fissati in modo da rimanere aperti; entrava una lieve brezza fresca.
Anche sul secondo pianerottolo era la stessa cosa. Soltanto quando svoltò nel
corridoio, fuori portata rispetto all’aria corrente, Abby percepì l’odore della
morte. Soffocò un conato di vomito e si affrettò a tornare accanto alla finestra,
affacciandosi per respirare a pieni polmoni l’aria fresca e pulita. Rimase
qualche minuto, poi si volse e si avviò in fretta verso il dormitorio. Le tende
erano chiuse, e non riusciva a vedere nulla. Aveva in tasca i fiammiferi, e alla
luce di uno di essi le fu possibile scorgere il primo letto. Pietosamente,
qualcuno l’aveva preceduta nella stanza. Le coperte erano state tirate sulla
faccia del ragazzo morto. Ai piedi del letto si trovava un armadietto di legno.
Lì sopra, in un piattino, c’era una candela quasi del tutto immersa nella cera
fusa e rappresa. Abby riuscì ad accenderla con un secondo fiammifero. Su un
cartellino nell’apposita scanalatura, si leggeva a chiare lettere un nome:
«William Rogers».
Abby procedette lentamente, avanzando per il lungo corridoio tenendo
bassa la candela per evitare di vedere le forme celate dalla coperte. Guardava
soltanto i cartellini con i nomi.
Non era più entrata nel dormitorio dall’ultimo giorno di visita. Era stato
dopo che Peter aveva ottenuto la promozione a capocamerata e aveva spostato
il proprio letto. Abby raggiunse l’estremità della camerata e si diresse verso i
letti che si allineavano contro la parete di fronte. Continuò a procedere
leggendo i nomi. «John Peyton», «Timothy Brierly», «Philip Hanvell», «Peter
Grant».
Vedere il nome di suo figlio la indusse a pronunciarlo ad alta voce.
«Peter.» Non indugiò. C’era il timore, ma non la riluttanza, non l’esitazione
nell’alzare gli occhi per guardare. Sollevando rapidamente la candela, quasi la
spense, poi, mentre la fiamma si rafforzava e la luce cresceva, si accorse che
il letto era vuoto.
Cominciò a tremare. Per riuscire a calmare il tremito, fu costretta ad
appoggiare con forza le ginocchia contro l’armadietto e ad afferrarsi alla
sponda, ai piedi del letto. Si rese conto di essere in stato di choc. Aveva già
provato qualcosa del genere in precedenza, dopo aver rischiato un incidente
automobilistico. Allora, come adesso, aveva compiuto quanto era richiesto

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dalle circostanze con calma e con oculata presenza di spirito. Non si era
sentita impaurita mentre ricorreva alla propria abilità di guida per evitare una
violenta collisione. Soltanto quando aveva bloccato la macchina e ne era
scesa per correre verso l’altra automobile, il terrore del momento appena
superato si era impossessato di lei. Aveva dovuto sedersi sul bordo del
marciapiede, con le braccia strette intorno alle ginocchia ripiegate, cercando
disperatamente di impedirsi di tremare.
Le occorsero alcuni minuti prima di riuscire ad andarsene dal dormitorio.
Per scendere le scale fu costretta ad appoggiarsi al corrimano di ferro. Mentre
usciva nel cortile interno quadrato, un confuso miscuglio di possibilità
piombò sui suoi pensieri come una trappola. Il sollievo che aveva appena
provato fu rapidamente roso dall’incertezza. Peter si trovava forse in qualcuno
degli altri edifici? In un altro dormitorio? Poteva essere stato trasportato
all’ospedale del luogo. O aveva cercato di tornare a casa?
L’infermeria. Se Peter era stato tra i primi ad accusare i sintomi, lo
avevano certo ricoverato nell’infermeria.
Si diresse verso il vialetto che conduceva sul retro della scuola. Circa a
metà si trovava un minuscolo spiazzo quadrato e lastricato posto di fronte al
laboratorio scientifico. Quando Abby giunse alla sua altezza, si fermò. Si
scorgeva una luce a una delle finestre.
Era il blando baluginio giallo di una candela, ma in quel deserto di tenebre
splendeva come un faro. Abby si mise a correre. La porta esterna sbatté
mentre lei passava precipitosamente. Una sottile striscia di luce verticale
indicava la porta socchiusa del laboratorio. Abby vi entrò.
Era una stanza vasta. Lungo le pareti correva una duplice fila di banchi. Su
di essi, complesse apparecchiature di vetro per esperimenti chimici
riflettevano la luce della candela a un’estremità del locale.
Si udiva un suono, un debole ronzio reso irregolare da un vago
scoppiettare, come se provenisse da un foglio accartocciato.
Abby non vide l’uomo finché non fu in mezzo alla stanza. Stava seduto su
una sedia, e il suo corpo era in parte appoggiato al banco. Teneva la testa
abbandonata sulle braccia ripiegate. Su un tavolo lì accanto si trovava un
guazzabuglio di attrezzature radio, un caotico insieme di amplificatori,
trasmittenti e riceventi. Da un altoparlante proveniva un sommesso rumore di
fondo.
«Mi può aiutare? Sto cercando mio figlio.»
L’uomo non si mosse. Abby si avvicinò ulteriormente. «Sta bene?» Poi,
più ad alta voce: «Sto cercando mio figlio».
Tese una mano, ma la ritrasse prima di averlo toccato. Sapeva che l’uomo
era morto.

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Si voltò verso l’altoparlante quando questo emise una scarica più forte. Lo
fissò, desiderosa di udirne uscire una voce. Della musica. Un qualsiasi suono
che le assicurasse di non essere l’unica al mondo.
Il tocco di una lieve pressione accanto al gomito la fece trasalire di terrore.
Si voltò e si trovò a fissare in faccia l’uomo.
«Mi dispiace. Non volevo spaventarla. Mi dispiace.» Osservò allarmato il
volto spaventato di Abby.
Lei conosceva quel viso. Lo aveva visto durante i giorni di visita. «Mi
scusi», ripeté l’uomo.
Abby cercò disperatamente di ricordare il nome. Rendendosi conto della
sua incertezza, lui disse: «Emerson. Dottor Emerson».
Abby annuì poi ritrovò la voce. «Credevo che fosse…» Lasciò la frase
incompleta e continuò: «Non riesco a trovare nessuno. Sto cercando mio
figlio».
«È la signora Grant, vero?»
Lei annuì.
«Sono sempre stato bravissimo nel ricordare i nomi dei genitori.»
Emerson spinse la sedia verso la donna, facendole cenno di accomodarsi.
Era sulla sessantina, indossava un abito di pesante tweed marrone su uno
spesso maglione dal collo a camicia. Aveva i capelli radi arruffati e il loro
colore scuro contrastava con la grigia stoppia della barba non rasata da diversi
giorni. Si strofinò gli occhi. Non era ancora ben sveglio.
Abby cominciò: «Peter frequenta la terza classe. Nella Chartwell House.
Sono andata nel dormitorio. Non l’ho trovato».
Prima che potesse continuare, Emerson alzò una mano per interromperla.
Frugò nella tasca della giacca e ne tirò fuori un grosso apparecchio acustico.
Gli ci volle un momento per districare il filo dell’auricolare: dopo averlo
sistemato nell’orecchio, lo mise in funzione. Disse in tono di scusa: «Uso
questa miserabile aggeggio da quattro anni e ancora non mi ci sono abituato».
«Sa cosa è accaduto a Peter?» Si accorse di parlare a voce più alta del
consueto.
«Se n’è andato con gli altri. Erano circa sedici ragazzi. Li accompagnava il
signor Fielding. Sì, c’era lui con il gruppo.»
Abby parlò in tono eccitato, appassionato. «Peter era andato? Voglio
andarlo a cercare!»
La mano di Emerson accennò di nuovo un gesto di scusa, poi fece cenno
ad Abby di rimettersi a sedere. Quando vide che la sua interlocutrice
rimaneva in piedi, si alzò anche lui.
«Signora Grant, questo risale a quattro, no, a cinque giorni fa. La scuola è
stata colpita molto duramente. Fielding pensava che avrebbe potuto

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allontanare alcuni dei ragazzi. Quelli che non mostravano ancora i sintomi del
male.»
Abby balzò in piedi. «Allora è vivo. Dov’è? Stava bene. Dove sono
andati?»
Emerson si strinse nelle spalle. «Non lo so. La prego, si sieda, signora
Grant. Rimanere in piedi è un po’ troppo faticoso, per il momento.»
Quando si furono seduti, riprese: «L’intenzione di Fielding era quella di
cercare un luogo in cui potersi isolare. Hanno preso con loro
l’equipaggiamento per il campeggio e dei viveri. Fielding pensava che se
avessero potuto raggiungere la campagna e non avere contatti con nessuno,
sarebbero riusciti a cavarsela. Sembrava una cosa sensata. L’unica cosa da
farsi». Si interruppe un momento per radunare le idee, per trovare il modo di
dire quello che doveva dire. Assunse il tono di prammatica del professore a
colloquio con i genitori.
«Signora Grant, sarebbe un errore da parte mia alimentare speranze
eccessive. Non esiste alcuna certezza che i ragazzi allontanatisi con il gruppo
non fossero già stati contagiati. Ciascuno di loro avrebbe potuto infettarsi un
po’ più tardi di quanto fosse capitato agli altri.»
«Ma esiste sempre una possibilità», replicò Abby.
Emerson impiegò un secondo di troppo per rispondere. In quel secondo,
Abby sentì la speranza affievolirsi insieme all’eccitazione. «Posso soltanto
giudicare le probabilità da quanto ho visto qui. È successo tutto così in fretta.
A un certo momento soltanto un numero limitato di ragazzi era stato colpito,
quarantott’ore dopo sembrava che metà della scuola fosse scomparsa. Taluni
degli alunni più anziani se ne andarono… cercando di tornare a casa. Qualche
altro venne ritirato dai genitori. Ma tutto questo accadde prima che il morbo
raggiungesse il culmine dei decessi. Di tutte le persone che non si sono
allontanate di qui, più di trecento, io sono il solo rimasto.»
In preda a un costernato terrore, Abby domandò: «Non c’è più nessuno?»
Nella voce di Emerson affiorò una nota di sfida mentre ripeteva: «Sono
l’unico rimasto».

Conversarono saltuariamente per il resto della notte. Emerson le disse


come, alla fine, fosse rimasto solo. L’ultimo a morire era stato un ragazzino di
nove anni. Erano andati insieme per i dormitori a coprire i morti. Poi anche al
ragazzo era venuta una febbre terribile che lo aveva ucciso nel giro di mezza
giornata.
Abby fissava la finestra. Il cielo si andava rischiarando. Era riluttante ad
andarsene. Si giustificava convincendosi che la cosa più saggia era aspettare
che facesse giorno.

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D’improvviso, lo scoppiettio proveniente dall’altoparlante si intensificò,
attirando la loro attenzione. Emerson si protese per far scattare un grosso
interruttore. Il rumore di fondo si interruppe.
«Le batterie sono quasi scariche, ormai», disse. «Nessuno trasmette niente,
in ogni caso.» Indicò l’apparecchiatura ad Abby. «Sono stati i ragazzi a
metterla insieme, sa? È ottima. Ce ne servivamo per parlare con gli amatori di
tutto il mondo.»
«Ultimamente?» domandò Abby. «Ha parlato con qualcuno di loro in
questi ultimi tempi? Ha detto che cosa sta succedendo qui?»
«Agli inizi. Per la maggior parte della notte trasmetto segnali. Ma alla fine
non c’è più stato nessuno a rispondere. Riuscivo a dir loro che cosa accadeva
qui e loro facevano altrettanto per quello che avveniva dalle loro parti.
Dappertutto è accaduto come qui. In tutto il mondo.» Pigramente fece girare
l’ago della sintonia del silenzioso apparecchio ricevente. «I ragazzi
ascoltavano le chiamate della polizia, talvolta. E quelle degli aerei. Ci sono
anche lunghezze d’onde ufficiali. Ho ascoltato qualcuno dei rapporti. Avevano
dichiarato lo stato d’emergenza, ma di gran lunga troppo tardi. Non era
rimasto nessuno a farlo applicare. Gli uomini dell’amministrazione sono
morti come tutti gli altri. Sono contento di non essermi trovato in una città. È
stato terribile anche qui, ma in città…» La sua voce si spense.
Rimasero silenziosi per un momento, poi, senza guardarlo, Abby
domandò: «E adesso, che cosa succederà?»
«Ho riflettuto molto su questo. Quelli di noi che se la sono cavata… e, Dio
lo sa, da quanto abbiamo avuto modo di constatare entrambi, non possono
essercene rimasti molti… be’, in un certo senso, siamo fenomeni biologici.
Frutti del caso. Siamo sopravvissuti per una semplice combinazione. Ci hanno
lasciato a far fronte alle conseguenze di questa malattia, e la cosa sarà più
terribile di quanto lei possa credere. Il vero sopravvissuto sarà colui che sarà
in grado di superare quello che accadrà adesso.»
Era sorpresa. Non si era preoccupata di porsi interrogativi che andassero
molto in là nel futuro. «Terribile? Sarà davvero così grave? Devono esserci
milione di tonnellate di cibi conservati, e abiti, combustibile, automobili.
Ogni cosa. Senza dubbio le riserve di ‘tutto’ sono enormi!»
«Sì, sì, sì, sì, sì.» La voce di Emerson assunse il tono professionale
dell’insegnante scolastico. L’impazienza di un professore interrotto a metà
lezione da una domanda che considera sciocca. «Senza dubbio saranno
sufficienti per molti, molti anni. Sebbene, sia detto per inciso, non credo che il
cibo possa riuscire a conservarsi tanto a lungo. Il punto è che mentre noi
viviamo con i resti della civiltà, potremmo semplicemente essere eliminati.
Ed eliminati da una costante diminuzione di rifornimenti. L’unico vero futuro

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consiste nell’imparare daccapo. Imparare i vecchi mestieri e le vecchie
attività. Insegnare ai bambini tutto ciò in modo che essi possano tramandarlo
alle generazioni successive. Imparare, ecco che cosa è essenziale.»
Rivolse intorno a sé un rapido sguardo. I suoi occhi si posarono sulla
candela ancora accesa. Le sue dita si mossero verso di essa. «È capace di fare
quella?» domandò. «Con che cosa è fabbricata? Dove ci si procura la materia
prima?»
La voce di lei rilevò la sua incertezza. «È un prodotto del petrolio, no?
Cera ricavata dalla paraffina? E prima di queste, le candele di sego. Grasso
animale.»
«Ma sarebbe capace di fabbricarne una?» Le sue dita si protendevano
verso di lei adesso. «Una cosa semplice come una candela. Crearla partendo
da zero?»
«Saprei scoprire come riuscirci. Ci sarà pure in qualche libro, in un posto o
nell’altro.»
«Giusto. Dovrà imparare.» C’era una nota di trionfo nel suo mettere in
evidenza la propria convinzione. Continuò, e l’entusiasmo scacciava la
debolezza dalla sua voce. Si avvicinò con un rapido movimento a uno dei
banchi e prese una provetta. «Guardi questa. Abbiamo fabbricato oggetti di
vetro per migliaia di anni. Ma sarebbe capace di crearne uno? Occorre silicio,
potassio, e un’alta temperatura oltre a una grandissima abilità. Vede, la nostra
civiltà beneficia della conoscenza accumulata dal principio dei secoli, eppure
la maggior parte di noi possiede meno capacità pratiche di un uomo dell’età
del ferro.»
Abby si sentì sottoposta a un processo. Sentì di doversi difendere. Negare
la propria ignoranza. Rispose con il tono che di solito riservava alle
discussioni politiche dopo una cena abbondantemente innaffiata di buon vino.
«Ma tutte le informazioni sono a nostra disposizione. Non ci troviamo nelle
condizioni di dover riscoprire tutto.»
Egli la udì appena. «Un falegname. Non taglia gli alberi. Non fucina gli
attrezzi di acciaio di cui si serve. Saprebbe costruirsi una sega? Una pialla? I
chiodi?» Il vecchio si interruppe di colpo. L’eccitazione che sembrava averlo
galvanizzato parve svanire. Si rimise a sedere e le spalle gli si incurvarono.
Quando riprese a parlare, aveva un tono più gentile. Più dolce. «Mi dispiace,
signora Grant. Era una storia vecchia anche prima di adesso. In realtà è
incredibile. Apparteniamo alla generazione che ha mandato l’uomo sulla luna,
e stiamo discutendo sulle difficoltà di fabbricare una candela. Quello che lei
ha definito le riserve di ‘tutto’ ci consentiranno soltanto un breve respiro.
Forse per qualche generazione. E allora tutte le capacità potranno essere
riacquistate. Dovremo riacquistarle imparando.»

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Abby non disse nulla. Di lì a qualche secondo guardò la finestra. Riusciva
a vedere adesso con molta chiarezza l’edificio di fronte, sull’altro lato del
cortile. Era ormai giorno. Era venuto il momento di andare. Si alzò in piedi.
«Devo andare a cercare Peter.»
Emerson annuì. «Spero che le riesca di trovarlo.» Si alzò a sua volta e tese
la mano.
Abby gliela strinse. «Che cosa farà?»
L’uomo alzò le spalle. «Non lo so. Mi fermerò qui ancora per un po’.»
Indicò l’apparecchio acustico. «Ho ancora due batterie per questo aggeggio.
Suppongo di riuscire a trovarne delle altre. Dopo di che sarò quasi
completamente sordo. Non valgo un granché, come sopravvissuto.
Arrivederci, signora Grant.»

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CAPITOLO QUINTO

IL vento soffiava nella direzione opposta rispetto alla marea increspando il


mare con una serie di onde brevi crespate di bianco. Gli uccelli marini si
libravano e scendevano virando lungo le impetuose correnti ascensionali
provenienti dalle scogliere di gesso. Nuvole di pioggia oscuravano la lontana
costa francese.
A circa un chilometro dalla spiaggia l’elicottero incominciò a sollevarsi,
innalzandosi per poter superare la sommità della scogliera. Lo strepito dei
rotori allontanò i gabbiani urlanti e impauriti.
L’apparecchio avanzò rapidamente sulla terra ferma, continuando a
innalzarsi, poi virò sulla sinistra sopra lo scalo ferroviario di Dover e il porto
e in seguito sulla destra, sorvolando la città, seguendone la via principale.
Greg Preston pilotava l’elicottero con la concentrazione che gli derivava
dall’insicurezza. Con quattro ore appena di istruzione alle spalle non riusciva
a trovare nessuno dei comandi con naturalezza e senza sforzo. Il suo corpo era
teso, in lotta con l’imbracatura. Aveva il collo irrigidito e indolenzito, teneva
la testa in avanti come chi stia guidando una macchina nella nebbia.
Indossava una giacca di montone sopra un pesante maglione e pantaloni di
una stoffa spessa, ma nonostante ciò aveva freddo. Quel giorno compiva
trentadue anni.
Si consentì di distogliere gli occhi dagli strumenti per un attimo per dare
un’occhiata alla città.
Lungo le vie si allineavano immobili le macchine. Non c’era alcun segno
di vita umana.
Dover scivolò via sotto di lui mentre seguiva la strada A2, seguendone le
curve a destra e a sinistra mentre si snodava per boscose contrade, evitando di
prendere scorciatoie per paura di perderla di vista.
Soltanto quando vide comparire in lontananza davanti a lui la cattedrale di
Canterbury, si allontanò dalla strada, virando un po’ sulla sinistra, sapendo di
essere ormai in grado di localizzare con facilità l’autostrada per Londra.

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L’elicottero rombò sopra la via principale di Boughton deserta e sul rondò
che indicava il punto di confluenza della Thanet Way.
L’autostrada asfaltata snodava le sue ampie curve in mezzo a frutteti e a
campi di luppolo. Greg scorse del movimento sotto di sé. Mentre si
avvicinava, si consentì un lungo sguardo dimenticando per un momento gli
strumenti, attraverso il finestrino laterale della cabina.
Un centinaio e forse più di pecore vagavano senza meta lungo entrambe le
carreggiate della strada. Pascolando sul ciglio erboso e sullo spartitraffico.
Giunto sul viadotto che superava la vallata, Greg fece sollevare l’elicottero
verso sinistra per superare Detling Hill. Maidstone e l’ampia distesa della
Weald del Kent si stendeva davanti a lui. Gli occorsero alcuni secondi per
rendersi conto di che cosa ci fosse di diverso. Mancava il fumo.
Virò a destra lungo il crinale della collina. Facendo più attenzione ai punti
di riferimento, adesso. Era quasi arrivato.

Abby giaceva rannicchiata sul sedile posteriore della Granada. Dormiva


profondamente. Completamente vestita e con due coperte avvolte strettamente
intorno alla persona.
Il rombo la disturbò. Il potente pulsare cresceva di intensità. Abby aprì gli
occhi. Nell’automobile regnava una luminosità diffusa per i finestrini
completamente appannati. Liberò una mano dalle coperte per ripulire il vetro
e poter vedere all’esterno. Poi a un tratto riconobbe quel suono. Un elicottero.
Allungò le gambe giù dal sedile, impacciata dalle coperte. Spalancò la
portiera. A metà strisciando, e a metà cadendo sull’erba bagnata del ciglio
della strada… L’elicottero era proprio sopra di lei, con i rotori che
smuovevano i rami delle siepi. Scalciò per liberarsi delle coperte e corse verso
il centro della strada agitando entrambe le braccia.
Ma l’apparecchio era già passato. Proseguì lasciando dietro di sé il
caratteristico suono pulsante per diversi secondi dopo essere sparito dietro un
filare d’alberi.
Abby rimase immobile in mezzo alla via finché il cielo non tornò
silenzioso. Poi, quando si rese conto che non era stata né vista né udita e che
l’elicottero non sarebbe tornato indietro, si avviò di nuovo verso la macchina.
Raccolse le coperte e cominciò a ripiegarle.

Greg fece un atterraggio da manuale posandosi sull’erba a ciuffi irregolari


del pascolo. Spense il motore e si abbandonò all’indietro sul sedile, senza
muoversi finché i rotori non furono del tutto immobili. Poi stancamente
slacciò l’imbragatura e scese. Il lungo volo, il rumore e le vibrazioni
dell’apparecchio, la tensione nervosa lo avevano reso instabile sulle gambe.

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L’inconsueto silenzio gli diede un senso di intontimento. Strinse il naso tra
pollice e indice e soffiò con energia. Le orecchie gli si stapparono e poté
sentire di nuovo i suoni attorno a lui con una chiarezza quasi dolorosa.
Guardò verso il cottage. La Toyota era parcheggiata sul viale d’accesso. Si
sentì indispettito. «Che diavolo, non poteva metterla nel garage?» pensò. Era
quasi sempre lo stesso pensiero, ogni volta che tornava a casa.
Poi si avviò deciso giù per la breve rampa di scale, lungo il viale e su, alla
porta d’ingresso. Mentre si frugava in tasca per trovare la chiave, cercò di
scrutare all’interno attraverso il vetro translucido quadrato che ornava la
porta. Riuscì a scorgere la forma dell’anticamera. Le scale. In casa niente si
muoveva.
Trovò la chiave e stava per inserirla nella toppa quando ebbe un’esitazione.
Nei dieci giorni in cui aveva potuto rendersi conto della portata e della gravità
della malattia, il suo unico pensiero era stato quello di trovare il modo di
tornare a casa. Ma aveva paura di quello che vi avrebbe trovato.
Con un gesto deciso, infilò la chiave nella serratura e la fece ruotare.
L’anticamera era fredda e umida. Tutte le stanze del pianterreno erano
chiuse. Greg chiamò, dal fondo delle scale. «Jeannie!» Poi di nuovo rivolto
verso le porte chiuse del pianoterra. «Jeannie!» Nessuno rispose.
Si avviò verso il soggiorno e aprì la porta. Nel caminetto c’erano le ceneri
di un fuoco spento da un pezzo. Davanti, sul tappeto, si trovava il cadavere di
una ragazza. Aveva un cuscino del divano sotto il capo. Una pelliccia le
copriva le gambe. Teneva il braccio sinistro completamente allungato, con le
dita della mano chiuse in un artiglio che la morte non aveva disteso.
Greg pensò: «Grazie a Dio non ha gli occhi aperti». Si avvicinò al
cadavere e vi si inginocchiò accanto. Guardò l’anello di fidanzamento con
uno zaffiro e un diamante e la vera d’oro dalla complicata ornamentazione
che si trovava sotto di esso. Il metallo e le pietre sembravano aver acquistato
un più grande splendore contro la sfumatura grigiastra della carne.
Accanto a Jeannie si trovava una boccetta aperta di aspirina e una caraffa
piena a metà di whisky. Vicino, un bicchiere rovesciato, il cui contenuto si era
versato e, asciugandosi, aveva lasciato una macchia sul tappeto.
Greg capì ciò che era successo. Troppo debole per salire di sopra, e
intirizzita per la febbre, si era messa a giacere lì davanti al fuoco. Whisky e
aspirina erano le uniche medicine che entrambi avessero mai preso. La loro
consueta panacea.
Greg si domandò perché non provasse niente di più. Nessuno choc.
Nessuna sensazione di pena. Forse aveva visto troppi morti negli ultimi
giorni.
Allungò una mano e coprì il volto della donna con la pelliccia. Poi si alzò

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in piedi. La guardò dall’alto e disse forte: «Mi sbagliavo, Jeannie. Credevo
che tu fossi il genere di cagna che sarebbe sopravvissuta soltanto per farmi
dispetto».
Uscì frettolosamente dalla stanza, prese le chiavi della macchina dal
tavolino in anticamera e uscì dalla porta d’ingresso.
Anche con lo starter completamente tirato, ci volle qualche minuto perché
il motore si avviasse. Ma poi si accese e Greg portò la macchina sulla strada e
svoltò a sinistra. Percorse quasi due chilometri prima di domandarsi dove
fosse diretto.

Abby stese il cappotto sull’erba, vi si inginocchiò e si tolse il maglione.


L’improvviso gelo del vento le fece ingobbire le spalle. Poi si chinò in avanti
e, con le mani a coppa, raccolse l’acqua dal ruscello gonfio. Il contatto gelido
sul viso e il collo la lasciò senza respiro. Un rivoletto le scese lungo la spina
dorsale inducendola a raddrizzarsi di colpo per lo choc. Dopo che si fu gettata
l’acqua addosso per la terza volta era tanto intirizzita che la cosa non le parve
più tanto penosa.
Con le guance accese dal freddo, si asciugò con piacere la faccia e si infilò
il maglione. Man mano che si scaldava di nuovo, si sentì ristorata e del tutto
sveglia.
Si avvicinò al fuocherello che aveva acceso per riscaldare la minestra. I lati
del pentolino erano anneriti dalla fuliggine. Sotto il mucchietto dei rametti
umidi c’era qualche brace stenta ma niente fiamme. Abby immerse
cautamente la punta di un dito nella minestra. Era fredda.
A circa un chilometro da lì, lungo lo stesso ruscello, Jenny beveva l’acqua
raccolta con le mani. Quando alzò il capo vide il fumo. Un sottile filo di fumo
bianco che si levava da dietro un boschetto di arbusti spinosi. Provò un
immediato sussulto di eccitazione. C’era qualcun altro. Afferrò la borsa, poi si
guardò a destra e a sinistra lungo il ruscello per trovare un punto di
riferimento in cui attraversarlo. Corse verso il guado e sguazzò incurante
nell’acqua fino alle caviglie lungo i ciottoli del greto. Il terreno saliva in dolce
ondulazione verso il boschetto. Jenny ansimava, quando raggiunse il groviglio
di rovi che circondava i tronchi. Spingendosi nel folto della vegetazione sentì
il panico dilagare in lei mentre perdeva di vista il fumo. Si precipitò
rumorosamente e incespicò attraverso i rami sferzanti, poi di nuovo allo
scoperto dove il terreno scendeva per risalire in una piccola altura. «Proprio
su quella collina», pensò Jenny. Si costrinse a procedere, come un maratoneta
in vista del traguardo. Il fumo le faceva cenno di continuare.
Era proprio davanti a lei, adesso. Una piega del terreno le nascondeva
ancora il fuoco, ma lo aveva ormai raggiunto. Ancora una ventina di metri. E

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poi lo vide.
I fuscelli avevano preso fuoco e stavano ardendo con incerti scoppiettii. Al
di là del suono del suo stesso respiro ansimante, Jenny udì il rombo di un
motore d’automobile che andava attenuandosi mentre si allontanava.
Una completa disperazione scese su di lei come una cappa. Con le gambe
irrigidite percorse gli ultimi metri che la dividevano dal fuoco e vi rimase
accanto senza sentirne il tepore.

Greg premette il pedale del freno e sterzò violentemente a destra. Sentì la


parte posteriore del veicolo ruotare mentre la macchina slittava. I pneumatici
delle ruote posteriori bloccate stridettero come a un gran premio e lasciarono
ottomila chilometri della propria vita scarabocchiati sull’asfalto. Quando
infine l’automobile si fermò aveva compiuto un perfetto testa coda… La
donna che aveva provocato il brusco arresto si era gettata contro la siepe del
bordo della strada. Greg stentava a credere di averla mancata. Sembrava
essersi materializzata dal nulla. Era sbucata sulla strada soltanto pochi metri
davanti a lui.
Balzò dalla macchina, e la sua preoccupazione si tramutò ben presto in ira
quando si accorse che la donna era illesa. Mentre lei gli si avvicinava,
incominciò a sbraitare. «Che cosa diavolo credeva di fare! Non avevo
scelta… Lei stava correndo…» Ma, prima che potesse lanciarsi in una del
tutto giustificata serie di improperi, la donna lo interruppe con la disperazione
e l’ansia che le colorivano la voce.
«Deve aiutarmi. Non posso far niente da sola. Il trattore si è ribaltato. È
rimasto imprigionato sotto. Non riesco a liberarlo… Venga con me, la
prego… È su per questo sentiero.» Indicò l’apertura, invisibile dalla strada,
dalla quale era sbucata.
Prima che Greg potesse porle una sola domanda, la ragazza era corsa al
lato opposto della macchina e si era seduta di fianco al posto di guida. Greg si
rese conto subito di avere ben poche possibilità di scelta. La richiesta di aiuto
di quella donna aveva la drammatica insistenza che deriva da una effettiva
necessità. Ma c’era qualcosa di più nella sua voce. Un tono di comando e la
sicurezza di essere obbedita.
«Faccia presto», disse, mentre lui metteva in moto la macchina. Greg
svoltò in un viottolo fangoso e pieno di buche. C’era un cartello sul quale si
leggeva Cave Threadman. Privato. La macchina sobbalzò mentre le ruote
anteriori affondavano in un profondo cratere. Greg rallentò, procedendo a zig
zag e cercando di evitare le buche peggiori.
La donna disse: «Deve fare in fretta. Ho cercato di muoverlo, ma soffre
terribilmente».

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«Che cosa è successo?»
«Ci siamo limitati a staccare il rimorchio. Lui lo stava facendo girare e il
trattore si è ribaltato. Ribaltato su un fianco.»
«È suo marito?»
«No.»
Mentre teneva d’occhio la strada, Greg fece in modo di dare anche uno
sguardo alla sua compagna. Immaginò che avesse circa ventotto anni. Molto
attraente. Alla seconda occhiata si rese conto di che cosa gli apparisse strano,
in lei. I capelli erano acconciati con cura. Il trucco era applicato con tanta
abilità da essere appena visibile, ma le lunghe ciglia nere erano palesemente
finte. Indossava un cappotto di pelle di foca sopra un completo dai pantaloni
magnificamente tagliati.
«Che diavolo ci fa vestita in quel modo in un posto simile?» pensò Greg,
poi si sentì subito a disagio per il proprio aspetto sciatto e disordinato.
La donna si voltò a un tratto verso di lui. «A proposito. Mi chiamo Sarah
Boyer.»
«Greg Preston.»
Non dissero più nulla finché non incominciò a scendere tra le due pareti
tagliate nel calcare. Poi vennero a trovarsi nella cava, circondati da rocce a
picco.
Rotaie di una ferrovia a scartamento ridotto salivano verso un capannone
di lamiera ondulata. Tramogge e macchinari arrugginiti erano sparsi un po’
dappertutto. In un angolo si trovava una baracca di legno lunga e bassa con un
cartello sulla porta che annunciava Ufficio. Una crosta di polvere di calcare si
stendeva dovunque ricoprendo l’intero paesaggio di un colore biancastro. Una
patina di sudiciume.
Greg vide subito il trattore. Dal colore rosso vivo sembrava una pozza di
sangue sul fondo della cava. Accelerò in quella direzione. Quasi prima che si
fosse fermato, Sarah era saltata giù e si era messa a correre verso l’uomo
imprigionato sotto il veicolo.
Greg si era avviato per seguirla, poi, tornato sui suoi passi, prese il cric dal
portabagagli.
Sarah si inginocchiò accanto all’uomo ferito. Diede un’occhiata a Greg
quando la raggiunse.
«Ha perso i sensi.»
«Sembra di sì.» Greg si coricò su un fianco e mise un braccio sotto il
trattore per capire dove fosse la maggiore pressione. La gamba contorta era
schiacciata per tutta la sua lunghezza. Sotto non c’era spazio. La sua brusca
angolazione contrastava completamente con la linea del corpo. Quando Greg
estrasse la mano, era bagnata di sangue.

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«Gesù Cristo!» disse. Poi si affrettò a trovare un punto rigido del telaio e
inserì sotto di esso il cric dell’automobile, sistemandolo nella giusta
posizione, martellandolo con il pugno. Quando fu solidamente piazzato,
cominciò a girare in fretta la manovella. Ci vollero numerosi giri prima che il
trattore si sollevasse di qualche centimetro.
«Sta sollevandosi», disse Sarah.
Lui annuì. «Lo alzerò ancora un poco… Afferri il suo amico sotto le
ascelle e cerchi di tirarlo indietro.»
La ragazza si mise in posizione dietro la testa dell’uomo e cominciò a
tirare.
«Aspetti! Aspetti un momento! Non è ancora libero.» Greg fece lavorare il
proprio braccio come un pistone. Guadagnò un altro paio di centimetri.
«Provi, adesso.»
Sarah sollevò l’uomo per le spalle e lo fece scivolare all’indietro. Greg si
portò vicino a lei per aiutarla e insieme riuscirono a liberarlo dal trattore.
Nello stesso momento, il cric si piegò e il pesante veicolo piombò al suolo.
La gamba destra dei pantaloni era inzuppata di sangue a metà tra il
ginocchio e l’anca. Dall’angolo con cui i piedi si piegavano verso l’interno,
era evidente che entrambe le gambe erano rotte in più di un punto.
«Sarebbe bene portarlo nella baracca. C’è un letto, là», disse la ragazza.
«Tolga il sedile posteriore della mia macchina. Lo useremo come una
barella.»
Sarah corse alla macchina. Greg fece un tentativo di raddrizzare la gamba
sinistra. La carne intorno alla caviglia si era gonfiata in una tumefazione
livida. Si aspettava che il piede non offrisse resistenza, e invece si oppose ai
suoi delicati sforzi per farlo ruotare, mantenendosi saldamente bloccato nella
posizione innaturale. Greg sentiva la bocca contrarglisi mentre cominciava a
slacciare il pesante scarpone.
La ragazza posò per terra il sedile dell’automobile e insieme sollevarono il
ferito adagiandovelo sopra. L’improvvisata barella era troppo corta e alzarla
mantenendola in equilibrio non fu facile. Greg indietreggiò verso la porta
della baracca procedendo a passi brevi e strascicati. Il viso della ragazza
mostrava lo sforzo. Le sfuggì la presa e il sedile si inclinò lievemente. Greg
diede uno strattone per ristabilire l’equilibrio.
«Attenzione! Lo farà cadere.»
«Mi sto tagliando le dita.»
Aprì la porta con il gomito ed entrò. Insieme, manovrarono per affiancarsi
al letto e riuscirono a trasferirvi l’uomo.
Ansimando, Greg si raddrizzò. L’interno della baracca lo lasciò stupito. A
parte lo spazio occupato dal letto e da una piccola tavola con due sedie, tutto

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il resto del locale era riempito dal pavimento fino al soffitto con un incredibile
assortimento di materiali. Era come il magazzino di un supermercato.
Scatoloni di cibi. Sacchetti di farina. Scatole di cartone, bottiglie, vasi,
contenitori di plastica. C’era un enorme mucchio di abiti. Diversi fucili
sportivi erano stati ammucchiati in un angolo. Lucide scarpe nuove, stivali e
stivaloni di gomma formavano un altro informe mucchio. Prima che Greg
riuscisse a catalogare mentalmente tutta quella roba, la sua attenzione fu
attirata da un roco mugolio. Lanciò uno sguardo all’uomo sul letto. Aveva
ancora gli occhi chiusi, ma muoveva la testa di qua e di là sul cuscino.
«Credo che stia tornando in sé», disse Sarah.
Greg fece un cenno circolare per indicare tutte quelle mercanzie. «Ci sono
delle medicine in mezzo a questa roba? Qualche anestetico?»
La donna scosse il capo.
«Liquori, allora. Brandy? Whisky?»
«Nel rimorchio. Ci saremmo procurati una certa quantità di medicinali con
l’ultimo viaggio.»
«Vada a prendere i liquori. Ne avrà bisogno. Se riprende conoscenza
completamente soffrirà in maniera atroce.»
Sarah si avviò per uscire. Prima che raggiungesse la porta, Greg disse:
«Forbici. Ha delle forbici?»
Sarah prese una delle sedie che si trovavano accanto alla tavola e ci salì per
raggiungere una scatola di cartone in cima alle altre… Ne tolse alcune scatole
prima di trovare quella che cercava, poi la diede a Greg.
Lui l’aprì. Conteneva una dozzina di forbici da cucina. Ciascuna su un
sostegno di plastica rigida. Ne tirò fuori una e si accinse a tagliare i pantaloni
dell’uomo ferito.
«Prenda degli alcolici.»
Sarah si avviò verso il rimorchio. Sollevò il telo di copertura, scoprendo un
carico di scatole e borse. Si arrampicò sul rimorchio per scegliere in mezzo
agli scatoloni. Le occorsero diversi minuti prima di localizzare le bottiglie.
Controllò le etichette, scegliendo qualche brandy non invecchiato e del
whisky di malto. Ne prese due di ciascun tipo, poi, quasi ci avesse ripensato,
aggiunse una bottiglia di Dom Perignon. Mentre saltava giù dal rimorchio,
una delle bottiglie di whisky le sfuggì di sotto il braccio e andò ad infrangersi
al suolo. Noncurante, tornò verso la baracca.
L’uomo sul letto appariva oscenamente comico. La parte superiore del
corpo ancora rivestita con la giacca pesante, il maglione e la camicia. E dalla
cintola in giù, nudo. Sembrava che la frattura alla gamba sinistra si trovasse
sotto il ginocchio. La gamba destra era illividita e gonfia per tutta la sua
lunghezza. Il sangue che scorreva dalla ferita aperta stava inzuppando le

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coperte.
Sarah domandò: «È molto grave?»
«È malconcio. L’osso è uscito dalla pelle. Ha entrambe le caviglie rotte.
Dio solo sa quante altre fratture abbia riportato. È difficile dirlo date le
tumefazioni. Non so cosa diavolo possiamo fare.»
«Mettergli delle stecche o qualcosa del genere», disse vagamente Sarah.
«Non si sistemano le fratture con delle assicelle? Temo di non saperne molto
in fatto di pronto soccorso.»
«Ha bisogno di una dannata visita, più che di un pronto soccorso. Le
fratture devono essere ridotte. È una cosa che va molto al di là delle mie
capacità. Per prima cosa bisognerà fermare l’emorragia. Ci vorrà una pinza
emostatica, suppongo. Avrò bisogno di cotone e bende. Ne ha?»
«Devono essercene, in qualche posto.» Ricominciò a cercare nelle scatole.
Di lì a venti minuti, Greg aveva fatto tutto quello che era in grado di fare.
Con l’aiuto esitante di Sarah, tolse le coperte macchiate dal letto. La donna
andò a prenderne delle altre dal rimorchio e ne strappò l’involucro di plastica
mentre Greg toglieva all’uomo gli abiti che ancora indossava. Quando ebbe
finito, si lasciò cadere su una sedia e prese la bottiglia del brandy.
«Penso di poterne aprire una per me.»
Sarah trovò alcuni bicchieri, e, mentre Greg se ne versava una tripla dose,
lei si diede da fare per stappare il Dom Perignon. Da quando era arrivato
Greg, le sue preoccupazioni per la salute dell’uomo erano andate
affievolendosi, e aveva affidato la responsabilità del ferito al nuovo venuto.
Adesso sembrava quasi disinteressata.
«Come si chiama?» domandò Greg accennando con il capo al letto.
«Vic. Non credo che mi abbia mai detto il suo cognome. L’ho incontrato
circa una settimana fa. Avevamo deciso di restare insieme.»
Greg tracannò il brandy, apprezzandone il piacevole morso. Poi soggiunse:
«Ha perso qualcuno della sua famiglia?»
«Mio padre e mio fratello. Eravamo noi tre soltanto. Io sono stata davvero
male per non più di due giorni. Sono rimasta a letto. Papà aveva mandato via
la domestica, perciò non c’era nessuno a occuparsi di me. Poi, quando mi
sono sentita un po’ meglio e sono riuscita a scendere al piano di sotto, li ho
trovati entrambi. Sa, non avevo mai visto un morto, prima di allora.» Spinse
la bottiglia di champagne verso Greg. «Potrebbe aprirmi questa? È un po’
dura.»
Greg rimosse il tappo e il vino tiepido gli spumeggiò sul polso. Le restituì
la bottiglia. Lei versò un po’ del vino in un bicchiere e lo bevve.
«Non è freddo. Lo champagne è disgustoso se non è freddo.» Vi aggiunse
una dose di brandy, poi lo assaggiò di nuovo. «Così va meglio.» Poi con

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noncuranza, domandò: «E a lei che cosa è successo?»
«Mia moglie è morta.»
«Mi dispiace. Eravate insieme?»
Lui scosse il capo. «Mi trovavo in Olanda. Sono un ingegnere. Stavo
lavorando alla bonifica di Maas.»
«È stato terribile anche laggiù?»
Annuendo, rispose: «Dapprima è stata una cosa lenta. Soltanto poche
persone si ammalavano… tutti credevano che si trattasse di qualche genere di
influenza. Poi è successo tutto di colpo. Cominciarono a morire. Intendo a
centinaia. Sembrava si fossero ammalati tutti. A me non è successo niente.
Stavo bene».
La ragazza guardò verso il letto. «Anche per lui è stato lo stesso. Tutti
quelli che conosceva sono morti e a lui non è successo proprio niente.»
«Dapprima abbiamo cercato di seppellire i morti. Io e un palo di altri che
erano ancora in piedi. Ci servivamo delle grosse scavatrici. Ci limitavamo a
scavare fosse e a cercar di coprire di terra i cadaveri. Ma per la fine della
settimana erano diventati troppi, e io ero il solo rimasto. Non c’era più niente
che potessi fare.»
«Come ha fatto a tornare?»
«C’era una società che gestiva un servizio di elicotteri. Ho visto Rotterdam
in fiamme. Chilometri e chilometri di fuoco. Suppongo sia successo qualcosa
in una delle raffinerie. I serbatoi esplodevano come bombe. Non ho mai visto
niente di simile. Ho seguito la costa fin quasi a Calais. Non ho scorto il
minimo traffico. Non c’era nessuno per le strade. Ho dovuto atterrare a
Ostenda per fare rifornimento di carburante. È stato l’unico posto in cui ho
incontrato qualcuno. Un uomo e due bambini. Ho cercato di parlare con loro,
ma non mi hanno consentito di avvicinarmi. Continuavano a spostarsi.
Immagino che mi credessero un portatore della malattia. Sono stato costretto
ad aspettare un giorno e una notte perché il tempo si calmasse, poi ho
attraversato la Manica.» Si strinse nelle spalle, mentre terminava il proprio
racconto.
Sarah vuotò il bicchiere poi lo riempì di brandy e champagne in parti
uguali. Disse: «Dove stava andando, quando l’ho fermato?»
«In nessun posto. Guidavo soltanto.»
Vi un lungo silenzio interrotto da un acuto lamento di Vic.
Greg si riscosse e balzò in piedi. «Sarà bene fare qualcosa per cercare di
steccargli le gambe, prima che riprenda del tutto conoscenza.»
La ragazza non si mosse. Disse: «Suppongo di sì. Riuscirà probabilmente a
trovare quello che le serve in mezzo a tutta quella roba».

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La Rolls Royce Comiche era parcheggiata in mezzo alla strada del
villaggio. La capote era abbassata, la portiera dalla parte del guidatore, aperta.
La voce di Frank Sinatra risuonava a tutto volume dall’altoparlante
dell’apparecchio stereofonico a otto piste. La macchina si trovava di fronte a
un negozio che si proclamava R. Moodey e figlio. Confezioni per uomo.
Dentro il negozio, Tom Price si era tolto la giacca e i pantaloni malandati.
Si infilò una frusciante camicia nuova, poi mentre ancora se la stava
abbottonando, si avvicinò alla rastrelliera degli abiti. Scelse un completo di
flanella grigio chiaro, annuendo con approvazione alle sessanta sterline
dichiarate dal cartellino del prezzo. Quando fu infine vestito di tutto punto si
ammirò nello specchio. L’abito non conferiva nulla della propria rispettabilità
all’aspetto dell’uomo.
Tornò alla rastrelliera e prese un’altra mezza dozzina di completi, tutti
della stessa taglia. Con quella roba drappeggiata su un braccio, raccattò anche
le dieci scatole di camicie che aveva già scelto e si avviò verso la macchina.
Price si sentiva compiaciuto. Era un mondo nuovo, un vasto reparto
vendite dove ogni oggetto era gratuito.
Il primo giorno si era sentito nervoso, aveva scelto soltanto piccoli negozi
isolati, trovando il coraggio di entrare soltanto dopo due o tre ore di attente
osservazioni per essere certo che non vi fosse segno di vita. Dapprima aveva
preso soltanto quello che gli serviva. Si impossessava affannosamente di
scatole di cibo e bevande che non consumava fin quando non aveva messo
una distanza di sicurezza tra sé e la bottega. In seguito le sue razzie erano
diventate più audaci. Come un visitatore sfaccendato, cominciò a compiere
accurate selezioni. Talvolta aveva consumato il pasto nel negozio stesso.
Scegliendo il primo piatto e poi aggirandosi per il locale assaggiando questo e
quello prima di decidersi per il secondo. Fece una brutta esperienza quando si
imbatté in un negozio posto in una casa di abitazione. Il puzzo dei cadaveri lo
aveva fatto indietreggiare rapidamente nella strada. Dopo quella volta, aveva
scelto soltanto negozi sicuri. Per due giorni interi era rimasto in una
bottiglieria, barcollando ubriaco per tutto il tempo. Aveva girovagato a lungo
saccheggiando, e non aveva mai pensato di servirsi di un’automobile. Non
aveva nessun posto dove andare e non aveva alcuna fretta. Si aggirava per
strade di campagna, per la massima parte, dormendo nei granai e nelle
baracche. Forse perché ebbe modo di vedere così pochi cadaveri all’aperto o
nei luoghi pubblici, gli occorse qualche tempo prima di rendersi conto della
portata del disastro. Aveva visto morti dentro automobili e in un paio di
occasioni gli capitò di vederne altri sotto alcune tende montate in mezzo ai
campi. Ma in massima parte, le vittime, a quanto pareva, erano morte nelle
proprie case.

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La Rolls si trovava nella vetrina di un garage a Sevenoaks. Si era fermato
per ammirarla attraverso il vetro, poi, quando già se ne stava andando, si era
reso conto che sarebbe diventata sua se soltanto l’avesse presa.
Aveva forzato la porta e si era messo a girare intorno alla macchina,
accarezzando con reverenza la carrozzeria. Si mise al volante, e, mentre
l’automobile gli comunicava la sua stessa importanza, assunse una posizione
più eretta e autorevole. La fiducia si accrebbe in lui, mentre si familiarizzava
con i comandi e le leve.
Dopo aver spalancato le saracinesche, la guidò fuori nel piazzale del
garage. Si vide riflesso nel cristallo della vetrina.
Ridacchiò. Poi, con il forte accento gallese dei suoi antenati, esclamò a
voce alta:
«Dannazione! Guarda un po’! Ecco qua il vecchio Pricey in una
stramaledetta Rolls Royce!»
Guidò per chilometri lungo le strade deserte, divertendosi nella sua nuova
situazione. Fu allora che decise di aver bisogno di abiti nuovi per completare
la propria immagine. Girò nella zona finché non trovò un villaggio nel quale
il fetore della morte era meno intenso.

Traballando lievemente sotto il peso del proprio guardaroba nuovo, Price


tornò verso l’automobile. Sul marciapiede si fermò di botto. Una ragazza si
trovava in piedi immobile accanto alla Rolls.
Una improvvisa ondata di terrore lo invase. Si sentì innervosito e colpevole
per essere stato sorpreso nell’atto di abbandonarsi al saccheggio.
«Che cosa vuole?» domandò in tono tagliente.
Jenny si strinse nelle spalle. «Lei è la prima persona che vedo. Sono
rimasta sola per più di una settimana. Almeno credo che sia passata una
settimana. È stato un periodo interminabile. Non ho più parlato con nessuno.»
Gli sembrò così incerta, così impotente e vulnerabile, che sentì tornargli
tutta la sicurezza di sé. La sua voce assunse un tono meno aggressivo.
«Io ho visto qualcuno. Però non mi sono fatto vedere. Mi sono tenuto alla
larga. Non voglio i loro microbi. Non voglio rischiare di beccarmi niente. Non
mi voglio mettere con nessuno. E adesso, avanti. Sgomberi!»
Price venne avanti e scaricò gli abiti sul sedile posteriore dell’automobile.
Jenny non si mosse.
«Ascolti il mio consiglio, signorina. Si tenga alla larga dalla gente e si
troverà benissimo. Stia per conto suo finché i medici non avranno sistemato le
cose.»
«Non è rimasto più nessun medico! Sono morti con tutti gli altri! Non c’è
più nessuno che possa sistemare le cose!»

62
«Ma questo è successo soltanto qui, vero?» Fece una serie di cenni del
capo che implicavano il possesso di particolari informazioni. «Gli americani
avranno di sicuro qualcosa, non si preoccupi. Come durante la guerra. Ci
mandarono tutti i materiali, allora. Si tratta soltanto di aspettare ancora un po’,
e gli americani sistemeranno ogni cosa», fece il gesto di salire sulla macchina.
Jenny appoggiò una mano all’automobile, come per trattenerla. «Ha detto
di aver visto delle altre persone. Quante?»
L’uomo avviò il motore. «Quattro. Sei. Non lo so. Andiamo, adesso. Si
tolga di lì. Sto per ripartire.»
Jenny sentì la macchina muoversi sotto la mano. Si afferrò al montante
della portiera e cominciò a camminare con essa. «Mi prenda con lei! La
prego, mi porti con lei!» Si accorse di essersi messa a correre di fianco alla
macchina mentre questa accelerava. Gridò: «La prego. Non voglio più
rimanere sola».
Mentre l’andatura si faceva più veloce, fu costretta ad abbandonare la
presa. La spinta la costrinse a fare ancora qualche passo di corsa.
Poi si fermò e rimase a guardare l’automobile finché scomparve, allora si
voltò ed entrò a passi lenti nel negozio di abbigliamento. Per qualche minuto,
aveva sperato di essere uscita dalla noia e dalla disperazione. Non provava più
alcun desiderio. Era soltanto stanca. Disperatamente stanca, e aveva freddo.
Una volta entrata nel negozio, prese cappotti e abiti dalle rastrelliere e li
ammucchiò in un angolo per farsi un giaciglio. Si gettò sulle spalle e sui piedi
altri cappotti. Ma non riuscì ad addormentarsi.

Abby guardò, mentre vi passava davanti con la macchina, il deposito dei


mezzi di trasporto dell’esercito. Una recinzione metallica costeggiava la
strada. Al di là si trovavano, ben allineati, i veicoli. C’erano cannoni sotto i
teli, riflettori montati su automezzi, semicingolati e carri armati. Gli strumenti
della guerra. E per la prima volta si domandò se non fosse la sopravvissuta di
una guerra. Era stata la «morte», così come la pensava lei adesso, la
vincitrice. E il virus che l’aveva portata, ne era stato l’arma?

Sarah tenne le mani sulle orecchie per non sentire le urla di Vic.
Greg sudava, tentando di fissare le assicelle nella giusta posizione. Cercava
di non guardare il volto di Vic, non voleva vedere la sofferenza che era
costretto ad ascoltare. Più dolcemente che gli era possibile riportò il piede
sinistro in avanti rimettendolo nella sua posizione normale. Vic urlò, a
squarciagola.
Sarah si voltò e corse fuori della capanna.
Mentre Greg terminava la fasciatura, le grida si trasformarono in ansimanti

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singhiozzi, mentre l’uomo perdeva e riacquistava alternativamente
conoscenza. Aveva le labbra sanguinanti dove i denti avevano inciso la pelle.
Greg prese un fazzoletto per ripulirgliele.
«Riesce a sentirmi?» domandò.
Gli occhi di quell’uomo ebbero uno spento bagliore, mentre voltava di
poco la testa. Greg parlò lentamente e staccando le parole.
«Questo è tutto quello che potevo fare. E solo Dio sa se sarà sufficiente.»
Il ferito cercò di parlare ma non riuscì a formulare le parole. Greg gli
asciugò di nuovo il volto e domandò: «Vuole bere?»
Ci fu un movimento della testa che Greg interpretò come un cenno di
assenso. Versò un po’ di acqua minerale in un bicchiere e lo portò alle labbra
di Vic. Questi fece un tentativo di inghiottire ma la maggior parte del liquido
gli scorse giù per il mento. La sua voce, quando la ritrovò, era stridente e
forzata.
«Mi fa maledettamente male. Mi fa male. Mi fa un male pazzesco».
Le parole di Greg rispecchiarono la disperazione che sentiva dentro. «Mi
dispiace. Non so che altro potrei fare.»
Un nuovo spasimo di sofferenza parve dilagare in Vic, attutendone la voce
come se lo stesse soffocando.
«Oh, Gesù Cristo fa male. Fa male. Fa male. Fa male.» E le parole si
trasformarono in un rantolo mentre singhiozzava e perdeva i sensi.
Greg uscì.
Sarah si trovava accanto al rimorchio ancora carico. Aveva aperto una
grossa scatola di sigarette. I singoli pacchetti di un contenitore che ne teneva
duecento giacevano sparsi ai suoi piedi. Offrì il pacchetto incominciato a
Greg.
«Vuole una di queste?»
Lui l’accettò e la donna gliela accese con il proprio accendino. La
fiammella era minuscola. «Dovremo aggiungere anche il gas per gli
accendini, nella nostra prossima lista. Me lo rammenti.» E poi: «Comincia a
stare un po’ meglio?» disse.
«Non lo so. Ma se vive, rimarrà storpio. Potrà andare in giro con le
stampelle, o qualcosa del genere. Proprio non lo so. È la ferita, che mi
preoccupa di più. Che potremmo fare se dovesse andare in cancrena?»
Sarah alzò leggermente le spalle per manifestare la propria ignoranza o la
propria indifferenza. Aspirò l’ultima boccata della sigaretta e la lasciò cadere
per terra, poi ne tolse un’altra dal pacchetto. «Sarà sempre così, d’ora in
avanti, no?»
«Che cosa vuol dire?»
Sarah accese la sigaretta. «Gli incidenti. Perfino quelli di minore

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importanza. Un brutto taglio. Una scottatura. Potrebbero diventare qualcosa di
molto grave.»
«Non ci avevo ancora pensato. Suppongo che sia pur rimasto qualcuno.
Voglio dire, qualcuno che possiede conoscenze mediche. Delle infermiere…
qualche medico.»
«Anche se ci fossero i medici, quanto sarebbero in grado di fare? Oh certo,
forse mettere a posto le ossa, ingessare le fratture e cosa del genere. Ma tutto
quello che fanno al giorno d’oggi è fare diagnosi e superspecializzarsi. Per la
massima parte dipendono dalle medicine. E di quelle non ce ne saranno.»
«Penso che lei sia un tantino troppo pessimista. Qualcuno sarà pure in
grado di mettere insieme qualcosa, fra i medici.»
«Ne dubito. Neppure un farmacista sarebbe in grado di fare gran che.
Voglio dire, cominciando da zero. Tutte le loro materie prime arrivano dalle
fabbriche. La fabbricazione dei medicinali è legata a enormi complessi
industriali. Glielo dico io, che Dio ci aiuti, se soltanto ci verrà qualcosa di
semplice come un mal di denti.»
Greg tacque. Non aveva nessuna voglia di pensare al futuro. La maggior
parte della sua vita era stata dominata dal pensiero dell’avvenire. Aveva
sgobbato duramente a scuola per superare gli esami che gli avrebbero
procurato un buon lavoro dal quale sarebbe di nuovo dipeso il suo futuro. Le
polizze dell’assicurazione. Il risparmio. L’ipoteca. Gli acquisti a rate. Sempre
per qualcosa di là da venire. Si era assunto tutte le tradizionali responsabilità
con una riluttanza soltanto un po’ meno prepotente delle pressioni che lo
costringevano al conformismo. Il suo forte impulso a sentirsi gradito lo aveva
indotto a essere cortese e bene educato. Piuttosto di offendere qualcuno,
aveva accettato quello che gli altri ritenevano fosse per lui la cosa migliore.
Ben di rado aveva avuto il coraggio di abbandonarsi alla collera. Come
risultato si era fatto la fama di essere «un bravissimo bambino», poi più tardi,
«un simpatico giovane» e adesso «un uomo solido e degno di fiducia». Il
matrimonio con Jeannie aveva aggiunto un ulteriore peso al suo bagaglio e lei
aveva assecondato le proprie ambizioni attraverso di lui. Quando aveva visto
la moglie morta nella loro casa, aveva sentito quel peso sollevarsi dalle sue
spalle. In quel mondo nuovo era solo. Non aveva la responsabilità di nessuno.
Non doveva fare progetti. Non aveva bisogno di andare in nessun posto o di
fare nulla.
«Credo proprio che dovremo badare a noi stessi. Aver cura della nostra
salute. Le cose potrebbero farsi molto difficili, altrimenti», disse Sarah.
«Saranno senza dubbio difficili, in ogni caso, non crede?»
Parve sorpresa. «Oh, non necessariamente. Diverse, forse. Ma niente
affatto difficili. La vita potrà non essere benevola, ma se non altro sarà

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piacevole. C’è abbondanza di ogni ben di Dio. In una maniera o nell’altra
sono maledettamente decisa a ottenere tutto quello che mi spetta.»
Greg si rese conto che quello sarebbe stato il momento buono per
andarsene. Non c’era più nulla che lui potesse fare per Vic e desiderava
allontanarsi da quella donna presuntuosa e arrogante. Prima che riuscisse a
parlare, Sarah sbirciò il cielo. «Credo che pioverà. Faremmo meglio a mettere
dentro questa roba», disse.
Scelse una scatola di piccole dimensioni dal carico del rimorchio e si avviò
verso la baracca. Di lì a qualche istante Greg sollevò un sacco di farina e la
seguì.
Faceva buio, e la pioggia batteva con violenza sul tetto dell’«ufficio».
Poco prima, Sarah aveva detto che avrebbe preparato il pranzo, mentre Greg
terminava di scaricare il rimorchio. Quel compito lo aveva tenuto occupato
per quasi un’ora. Sarah si era limitata ad aprire una scatola di prosciutto cotto
e un pacchetto di biscotti. Come se ci avesse ripensato, aveva aggiunto
qualche fetta di ananasso da una scatola che ne conteneva tre chili circa.
Adesso, dopo aver vuotato i piatti, si trovavano entrambi seduti a tavola
sorseggiando brandy. Una lampada ad acetilene disegnava intorno a loro un
cerchio di luce. Al di là di esso, la penombra nascondeva discretamente Vic,
che si era assopito.
La loro conversazione era saltuaria. Piena di lunghi silenzi. Sarah
sembrava accettare il fatto che Greg fosse diventato ormai suo ospite fisso.
Continuava a essere del tutto inconsapevole del suo senso di disagio.
Sbadigliò, poi disse: «Dovremo procurarci degli altri letti. Ce ne sono
un’infinità nel magazzino dove abbiamo trovato quello». Agitò la mano nella
direzione in cui giaceva Vic senza neppure guardarlo. «Sono certa che ci
arrangeremo questa notte. Ci sono moltissime coperte e cuscini. Faremo una
lista, in mattinata. Mi piacerebbe avere anche qualche libro. Mi piace leggere,
e a lei? In ogni caso penso che noi tre ci annoieremo molto insieme se non
avremo altri interessi.»
Il suo accenno a loro tre parve offrire a Greg l’opportunità che aveva
atteso.
«Stia a sentire, Sarah. Voi a quanto pare vi siete ben sistemati qui. Ma io
intendo…»
Prima che potesse finire, Sarah lo interruppe. «Non è male, vero? Lo ha
scelto Vic. Ha detto che era un posto isolato e facile da difendere. E c’è una
quantità di spazio per immagazzinare roba nelle altre baracche. Un po’ come
essere accampati, almeno per il momento, ma tra qualche tempo riusciremo a
renderlo molto confortevole.»
Vic emise un sospiro lungo e lamentoso. Si agitò nel letto. Il sospiro

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divenne un gemito. Greg volse lo sguardo verso il punto in cui giaceva
l’uomo e poi verso Sarah. Lei ignorò il suono e si concentrò nel riempire i
bicchieri.
Greg si avvicinò al letto e passò sul volto di Vic un panno umido. Gli
riaggiustò le coperte e aspettò finché non si fu calmato e riassopito.
Sarah accese due sigarette e ne tese una a Greg. «Sa cucinare? Io sono un
disastro come cuoca», disse. «Papà una volta si era offerto di mandarmi a una
scuola di cucina, ma sembrava che il momento buono non venisse mai. Si
trattava di tre pomeriggi alla settimana. Pensa che il trattore si possa
raddrizzare?»
«Credo di sì.»
«Ah, molto bene. Perché Vic diceva che saremmo dovuti uscire tutti i
giorni a procurarci roba. Per tutto l’inverno, se fosse stato necessario. Diceva
che avremmo dovuto prendere tutto quello su cui potevamo mettere le mani.
Voglio dire, quantità di roba. Poi, in seguito, avremmo potuto fare in modo di
trovare qualcuno disposto a lavorare per noi. Per coltivare verdure e cose del
genere, e pagare quella gente con i beni di cui disponevamo.»
«Questa era anche l’intenzione di Vic?» domandò Greg.
«No. Gliel’ho suggerita io. Francamente non credo che ce la passeremo
tanto male. Voglio dire, d’ora in avanti, i soldi non varranno più nulla. I ricchi
saranno quelli che possiedono le merci. Sono sicura che ci sarà una quantità
di persone ben contente di lavorare per avere abiti caldi o armi, o qualsiasi
altra cosa.»
«Oh, faranno la coda», disse Greg con un’ironia che era del tutto sprecata
con Sarah.
«Perciò, vede, in questo modo possiamo aggiustarci benissimo.»
Chiacchierarono ancora un po’, ma Greg non trovò modo di intavolare il
discorso della sua partenza; bevve ancora dell’altro brandy e ascoltò la
pioggia battente. Un po’ brillo, decise che avrebbe fatto meglio a trascorrere lì
la notte. Si alzò in piedi.
«Vorrei andarmene a dormire.»
«Sono stanca anch’io».
Greg si diede da fare per sistemare le coperte piegate e imballate, in modo
che formassero una specie di materasso, poi ne tolse un paio dall’involucro
per mettersele addosso. Rimase in piedi con l’intenzione di aiutare Sarah a
farsi un giaciglio. Era vicina a lui. Nuda. I suoi abiti le giacevano ai piedi,
abbandonati con noncuranza.
Greg distolse lo sguardo in fretta, imbarazzato. Era convinto di averla
sorpresa prima che facesse in tempo a indossare la camicia da notte.
«Non vuoi guardare?» disse la ragazza.

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Si voltò verso di lei. Aveva un seno generoso e le anche strette, ma quella
vista non aveva suscitato in lui alcun desiderio. Si sentiva invece impacciato e
a disagio. Intimidito. Non gli era mai capitato in vita sua, neppure nelle sue
solitarie fantasticherie, di immaginare una scena di quel genere. Se la donna si
fosse avvicinata a lui nell’oscurità, bisognosa del suo calore e della sua forza
sarebbe stata una cosa diversa, ma quel suo offrirsi era troppo sfacciato. Si
sentiva, in realtà, spaventato.
Borbottò poi, giudicandosi stupido mentre parlava: «Ho bevuto troppo.
Non credo che riuscirei a essere molto efficiente».
Sarah non si mostrò dispiaciuta della sua ripulsa. Quasi volesse consolarlo
disse: «Va benissimo. Non preoccuparti. Credevo che potessi averne voglia».
Si voltò, e in qualche posto vicino al letto di Vic trovò una camicia da notte.
Se la infilò e poi si diresse verso il giaciglio improvvisato e si infilò sotto le
coperte. Alzò lo sguardo su Greg.
«Te l’ho detto. Va benissimo. Sarà per un’altra volta, quando vorrai.
Adesso vieni a letto e cerchiamo di dormire.»
Greg si tolse la giacca e le scarpe e scivolò accanto a lei. Si tenne
rigidamente lontano da Sarah, finché non si accorse che si era addormentata.

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CAPITOLO SESTO

ABBY stava ancora viaggiando al volante della sua automobile, dopo che la
notte era scesa da un pezzo, ormai. Era diventata una routine per lei
interrompere le ricerche giornaliere parcheggiando al margine della strada
prima del buio. Ma la pioggia di quel giorno, che aveva continuato a cadere
ininterrottamente fin nel tardo pomeriggio, le aveva impedito di accendere un
fuoco per cucinare. Adesso voleva cercare una fattoria o una baracca in cui
trovare riparo e prepararsi un pasto.
La strada che stava percorrendo era fiancheggiata da alte siepi. Canali di
scolo non ripuliti e fogne intasate avevano provocato l’allagamento del fondo
stradale per lunghi tratti. Abby si sorprese a pensare che qualche settimana di
pioggia avrebbe reso impraticabile molte strade.
Mentre svoltava a una curva, la siepe sulla sua sinistra fu sostituita da un
basso muretto che si stendeva per un lungo tratto.
Abby fermò di colpo la macchina e rimase a guardare. Al di là del prato,
oltre il muretto, c’era una casa. A circa duecento metri dalla strada. Tre delle
finestre al pianterreno erano illuminate dall’inconfondibile bagliore della luce
elettrica.
Le occorse qualche istante per rendersi conto di ciò che vedeva. Quella che
poche settimane prima sarebbe sembrata una casa tanto comune da non
prestarvi la minima attenzione appariva adesso del tutto eccezionale. «Un
generatore», si disse Abby, e poi con maggiore eccitazione: «Se ci sono delle
luci, laggiù c’è della gente».
Si affrettò a portare la macchina al cancello e svoltò nel viale d’accesso.
Mentre ne seguiva la curva, si rese conto che le luci si trovavano sul retro
della casa. La facciata e l’ingresso erano immersi nel buio.
Si fermò su un vasto piazzale asfaltato accanto alla porta d’entrata e spense
i fari e il motore. Scese dalla macchina e rimase a osservare la casa. Non si
udiva alcun suono né si scorgeva alcun segno di vita.
Mentre abituava gli occhi all’oscurità, scrutò nella direzione della veranda.

69
Qualcosa ingombrava il sentiero. Scuro e informe. Non si accorse di quello
che era finché non gli fu vicino. Era il corpo di un uomo. Anche prima di
scorgere la ferita, Abby si rese conto che lo sconosciuto era morto. Aggirò il
cadavere, riuscendo a scorgerne il volto. In mezzo al petto aveva una ferita
delle dimensioni di un palmo. La camicia bianca la metteva in evidenza come
una decorazione al merito. Le tracce di sangue erano state diluite dalla
pioggia.
Sempre fissando l’uomo, Abby fece alcuni passi in direzione della casa.
Soltanto quando raggiunse la veranda vide che la porta d’entrata era
leggermente socchiusa. Si immobilizzò. Ci fu un movimento dietro la porta.
Non un rumore, ma un attenuarsi appena percettibile delle tenebre.
«Salve. C’è nessuno?» gridò.
Non le giunse alcuna risposta. Tentò di nuovo. «C’è nessuno?»
Dopo un altro istante di silenzio, Abby cominciò a tornare sui propri passi.
Il suo unico desiderio era adesso quello di raggiungere la macchina e
allontanarsi di lì. Si sentiva tesa perché era certa di essere osservata.
L’oscurità che la separava dall’automobile sembrava adesso minacciosa. Si
mosse lentamente. Con cautela. Scoccando occhiate a destra e a sinistra, ma
senza scorgere nulla.
Udì lo scalpiccio di un passo sull’asfalto. Abby sentì il terrore correrle su
per la nuca e il cuoio capelluto.
«Chi c’è?»
Rimase immobile. Udì un altro rumore. Le occorse un secondo per
identificarlo. Qualcuno aveva aperto la portiera della macchina.
Chiese: «C’è qualcuno, qui?»
L’improvviso e intenso bagliore dei fari la colpì con violenza. Quasi
accecata, sollevò il braccio per ripararsi gli occhi e fece un passo indietro. Si
rese conto di essere in trappola e indifesa. Imprigionata nel raggio di luce.
Una voce d’uomo le ingiunse: «Resti dov’è».
Abby cercò di vedere qualcosa al di là del fascio luminoso.
La voce domandò: «Che cosa vuole? Perché si trova qui?»
«Ho visto le luci.»
«È sola?»
Abby si accorse di annuire con energia. «Sì. Sono sola. Ho visto le luci e
ho pensato che dovesse esserci qualcuno.» Poi, un po’ incerta: «Sono venuta
soltanto per guardare».
«Non è mica ammalata, vero? Non si è presa l’infezione?»
«No. L’ho avuta. Ho fatto la malattia. Ma adesso non l’ho più.»
Incominciò a seccarsi per tutte quelle domande. Fece un passo avanti e
venne immediatamente fermata dalla voce.

70
«Rimanga dov’è.» Poi, con tono più incuriosito che imperioso, l’uomo
soggiunse: «Benissimo. E adesso mi dica, che cosa vuole?»
Al risentimento di Abby si mescolò l’ira. «Oh, per l’amor del cielo, quante
volte glielo devo dire? Ho scorto le luci. Volevo soltanto mettermi in contatto
con qualcuno, e questo è tutto.»
Intravide un movimento a fianco della macchina. L’uomo si fece avanti ma
rimase al di fuori del fascio di luce. Nel raggio luminoso sporgeva soltanto la
canna di un fucile. La voce disse: «È sicura di essere sola?»
«Stia a sentire. Non ho nessuna intenzione di rimanere qui a rispondere a
delle domande maledettamente cretine. E adesso la prego, se mi lascia salire
sulla mia automobile, me ne andrò.»
La figura si fece avanti. Era un uomo di media statura. Indossava un
impermeabile e un cappello floscio. Abbassò la canna del fucile. Disse: «Mi
scusi. Volevo soltanto esserne sicuro. Dovevo accertarmene. Torni verso la
casa».
Prima che Abby potesse rispondere, l’uomo gridò in direzione del portico:
«Accendi le luci, Dave».
Sopra la porta d’ingresso si accese una lampada.
«Come ho detto, mi deve scusare se sono prudente, non sarò mai
abbastanza cauto. Abbiamo avuto qualche guaio ieri sera.» Accennò con il
pollice al cadavere sul sentiero. Cominciò ad avviarsi verso la porta. Abby
non si mosse. L’uomo la guardò con impazienza.
«Allora? Non viene dentro?»
Lei si decise. «Sì. Dovrò spegnere i fari della macchina. Non voglio
scaricare la batteria.»
L’uomo rimase ad aspettare e poi entrarono in casa insieme.

Consegnò il fucile all’individuo in attesa nell’ingresso e fece una


impacciata presentazione.
«Questo è Dave. Dave Long.»
Lei fece un cenno del capo e disse: «Abby Grant».
Poi l’uomo tese la mano e si presentò a sua volta. «Arthur Wormley.»
Abby pensò di aver già sentito quel nome, ma non riuscì a ricordarsi
quando e dove.
«Venga in cucina», disse Wormley. «Stavamo appunto preparando
qualcosa per la cena quando abbiamo udito la sua macchina. Venga avanti.»
Le fece strada lungo il corridoio. Lei lo seguì. Sfiorò con la mano il
calorifero. Era caldo. Dave diede un’occhiata prudente fuori della porta
d’ingresso. La chiuse e si unì agli altri.
In cucina, le pentole borbottavano sul fornello a gas. Dal forno usciva il

71
profumo inconfondibile della carne arrostita.
«Mi dia il suo cappotto.» Wormley l’aiutò mentre se lo toglieva e Abby si
guardò attorno.
«È meraviglioso. Funziona tutto.»
«Sì. Il fornello funziona con le bombole. Per la luce elettrica c’è un
generatore. Il riscaldamento centrale. C’è perfino l’acqua. Viene pompata da
un pozzo.»
«Lei è molto fortunato.»
C’era la sfumatura di orgoglio del padron di casa nella sua voce quando
ammise: «Sì. Sì, non ci sono molti luoghi altrettanto indipendenti dai
rifornimenti esterni. Beve volentieri qualcosa? Abbiamo un buon
assortimento di liquori».
«Sì, grazie. Ha della vodka?»
Dave aprì una credenza. Abby scorse una scelta di bottiglie mentre lui le
domandava: «Ci vuole qualcosa, insieme?»
«Acqua tonica, prego.»
«Ghiaccio?»
Abby rise. «Grazie. È tutto così… be’, è tutto così strano perché è tutto
così normale.»
Wormley sorrise e annuì. «Normale. È bene che sia così, non è vero?
Voglio dire, questo è quanto siamo riusciti a fare per riottenere la normalità
nel più breve tempo possibile. Riportare le cose alla normalità. Questo è il
nostro compito, senza dubbio.»
Abby non riusciva a localizzare del tutto il suo accento. Doveva essere del
nord, pensò. Forse dello Yorkshire. Ed era una voce abituata a comandare. Il
suo tono faceva pensare che l’uomo stesse facendo delle dichiarazioni, e non
una comune conversazione.
«Vuole fermarsi a mangiare un boccone con noi? Non siamo i cuochi più
esperti del mondo, ma sarà la benvenuta se vorrà dividere quel poco che
abbiamo.»
«Se non sarà un disturbo troppo grande, mi fermo volentieri. Grazie.»
Dave le mise davanti la bibita. Abby pensò che avesse circa venticinque
anni. Aveva i capelli ben ravviati e lunghi e notò che le sue mani erano
callose e macchiate di nero. Lo catalogò subito come un meccanico.
Wormley si tolse il cappello e il cappotto. Indossava un distinto completo
blu, con camicia bianca e una cravatta scura. Quelli che rimanevano dei suoi
capelli erano sistemati a coprire la calvizie. Un piccolo negoziante, un
impiegato. Poteva appartenere a una decina di categorie del genere.
Wormley aprì lo sportello del forno e guardò dentro. «Non dovrebbe
mancare molto ormai.»

72
Dave riempì altri due bicchieri. Ne porse uno a Wormley che lo alzò e
disse: «Alla salute».
Abby sorbì la bibita. Era del tutto certa di aver già visto Wormley. Lui si
accorse dell’insistenza del suo sguardo.
Si affrettò a giustificarsi. «Mi scusi. Ma… non credo di aver mai fatto la
sua conoscenza, ma il suo aspetto mi è vagamente familiare. Sono certa di
averla già vista prima d’ora in qualche posto.»
«È probabile. La mia fotografia è apparsa sui giornali, di tanto in tanto.
Sono stato anche alla televisione, in diverse occasioni.»
Poi Abby ricordò. «Ma certo. Arthur Wormley. Lei è un sindacalista. Il
presidente, vero? Mi spiace, ma non ricordo di quale sindacato.»
Lui si mostrò compiaciuto. Disse con modestia: «Il presidente nazionale,
veramente. Be’, lo ero. In ogni caso, non c’è niente di cui essere il presidente,
adesso. Non per il momento».
Sedettero a tavola mentre Dave si dava da fare con le pentole.
Chiacchierarono. Abby rispose alle domande di lui sulle proprie esperienze.
Wormley la ascoltò compito, annuendo con gravità nei momenti opportuni.
Poi disse a sua volta che sapeva degli avvenimenti delle ultime settimane.
Attraverso i suoi contatti con gli ambienti governativi aveva potuto conoscere
i provvedimenti ufficiali che erano stati presi.
«Naturalmente sapevano che si trattava di una specie di peste, ma, essendo
del tutto impotenti, si sono limitati a considerarla un’influenza. Volevano
evitare il panico. Poi tutto è successo così in fretta. Hanno dichiarato lo stato
di emergenza. E so di qualche dannato stupido di Whitehall che ha ordinato
all’esercito di cercare di impedire alla gente di allontanarsi dalle città. Come
se facendo così si potesse impedire il diffondersi della malattia. Era una cosa
stupida. Ci sono stati dei saccheggi perciò è stata dichiarata la legge marziale,
il che significava che in determinate circostanze i militari o la polizia
potevano aprire il fuoco. Ma per quanto ne so, la gente si è trascinata qua e là
e tanti sono morti.»
«E così», disse Abby, «non c’è più nessuna autorità. Niente.»
«Non credo che la cosa si possa definire così. Non ancora. E comunque
un’autorità verrà ripristinata. La gente si sente smarrita, adesso. Senza una
meta. Ma fra non molto comincerà a riunirsi. Ci vorrà qualcuno che metta
insieme questi piccoli gruppi. Che eserciti su di essi un controllo
centralizzato. Avranno bisogno di un capo. Di essere guidati.»
Abby lo fissò. La sua voce era passata dal tono discorsivo all’oratoria. Non
lasciava alcun dubbio circa il fatto che il comando e la guida ai quali
accennava sarebbero stati forniti da lui stesso. Senza distogliere lo sguardo da
Abby, continuò con foga crescente.

73
«Ci deve essere un’autorità. Qualcuno che organizzi le cose. Che prenda e
conservi tutto quanto è rimasto. Non ci sarà posto per la gente che vaga qua e
là a caso. Dobbiamo unirci. In queste circostanze è necessario che qualcuno si
assuma la responsabilità. Che assuma il potere di guidare gli altri.» Si
interruppe di colpo. Forse intuì il disagio di Abby, o si rese conto di aver
rivelato troppo delle sue intenzioni, e cambiò tono. La sua voce si fece
sommessa. Addirittura dolce. «Non sono mai stato molto praticante e
religioso, ma credo in Dio, e penso che potrebbe avermi risparmiato per
fornire tutto l’aiuto che è in mio potere a quelli che sono rimasti. Voglio dire,
se ho mai posseduto un’abilità, un talento, questo era nella capacità
organizzativa.» Esitò su talune delle parole come se la sua incertezza potesse
attribuir loro una maggiore sincerità.
Abby annuì. Senza compromettersi. Non aveva intenzione di discutere con
quell’uomo, eppure intuiva che lui stava aspettando la sua approvazione.
Diffidava del fervore politico, perché lo sospettava sempre di celare soltanto
ambizioni personali. Non dubitava affatto che Wormley fosse sinceramente
convinto di essere investito di una missione importante. Ma ad allarmarla era
il fatto che la convinzione con cui parlava nascondeva i suoi reali moventi
perfino a lui stesso.
Dave mise fine al discorso annunciando che la carne era pronta. Tolse dal
forno una enorme costata di manzo. Di fronte allo sguardo di Abby, di ovvia
approvazione, Wormley spiegò: «Viene dal congelatore».
Entrambi gli uomini si diedero da fare per servirla. L’offerta di aiuto da
parte di Abby venne rifiutata e lei domandò se ci fosse un posto dove potesse
lavarsi e mettersi un po’ in ordine. Dave l’accompagnò nella toletta in
anticamera.
Durante la sua assenza, Wormley tagliò diverse spesse fette di arrosto.
Dave domandò: «E gli altri?»
«Rimettile nel forno. Tienile in caldo. Potranno averne in seguito.»
Parlarono poco durante il pasto. La conversazione fu del genere compito e
incerto che si svolge di solito tra estranei che cerchino un punto di incontro su
un terreno comune. Abby si accorse che la capacità del suo stomaco era molto
diminuita e smise di mangiare prima di essere riuscita a vuotare il piatto.
Dave versò il brandy e tutti fumarono. Wormley era un ottimo
conversatore e un attento ascoltatore e sembrava davvero interessato mentre
Abby descriveva la sua ricerca di Peter.
«Le auguro di trovarlo», disse. «Avremo bisogno di giovani. In ogni caso,
quando le cose si saranno un po’ sistemate, potrei aiutarla. Vede, come lei,
deve esserci molta gente che è rimasta divisa. Man mano che verrò in contatto
con loro voglio fare un elenco. Una specie di registro. Chi sono. Da dove

74
vengono. Dove vanno. Rendere questa casa una specie di centro informativo.»
«Un’idea meravigliosa», fece Abby. «Qualcosa del genere è davvero
indispensabile.»
«Tutti dobbiamo fare quanto sta in noi», disse Wormley. «Ma a parte
l’andare in cerca di suo figlio, avrà qualche altro programma.»
Abby non aveva progetti. Durante i lunghi giorni di ricerca aveva preso in
considerazione il proprio futuro diverse volte. Le sue idee erano vaghe, i suoi
pensieri confusi, e adesso era difficile esporli in una successione logica.
«Tanto per cominciare, sto cercando un luogo in cui abitare, una fattoria,
penso. No. Non soltanto abitare. Ma stabilirmici, in maniera definitiva.»
«Quanto a fattorie ha di che scegliere», intervenne Dave.
Lei scosse il capo. «No. Non si tratta soltanto di una fattoria. Dovrebbe
essere, be’, vecchia maniera, immagino. Con grandi caminetti. Stufe a legna.
Una sorgente. Vede, penso che dovremo rimetterci molto presto a fare gli
agricoltori. Dovremo usare la maggior parte delle nostre energie per produrre
alimenti. Non potremo perdere tempo cercando di farci la casa su misura.
Voglio dire, tutto questo è grazioso», fece un gesto che indicava la casa in cui
si trovavano, «ma anche se riuscissi a trovarne una come questa, non la
sceglierei. Perché entro un anno o giù di lì, forse anche un po’ di più, sarete
costretti a procurarvi il gasolio per il riscaldamento e la nafta per il
generatore. Generi come questi scarseggeranno, e quando non esisteranno più,
questa casa non sarà affatto funzionale. In ogni modo penso che vivere in un
posto come questo significhi rimanere legati a qualcosa che è già finito.
Rappresenta un sistema di vita che non potrà continuare a esistere e cercare di
conservarlo è un errore.» Poi, rendendosi conto che le sue parole implicavano
una critica, soggiunse: «Mi scusi. Sono sicura che lei abbia i suoi progetti e
che saprà modificarli per renderli adatti alle circostanze».
«No, no», replicò Wormley, «vada avanti. Quello che dice è molto
interessante. Mi è capitato di pensare che con un gruppo di persone
abbastanza nutrito con cui lavorare, si potrebbe mantenere questo luogo
efficiente per molto tempo ancora. Sono rimaste senza dubbio riserve
sufficienti per la durata di tutta la nostra vita.»
«Ma non è proprio questo il punto?» domandò Abby. «La nostra vita non
basta. Dobbiamo cominciare fin da adesso ad assicurare alle prossime
generazioni un qualche futuro. Se andremo avanti continuando a sfruttare
quello che è rimasto, non faremo altro se non scivolare sempre e sempre più
nell’arretratezza. Ma se accettiamo il fatto che adesso come adesso siamo
tornati al Medio Evo, potremo ricominciare daccapo a imparare l’arte della
sopravvivenza mentre andiamo avanti. Oh, mi scusi. So che questo può
sembrare incoerente. Non riesco a spiegarlo con la necessaria chiarezza.»

75
«Non vorrebbe usare niente di quanto è rimasto?»
«No. No, naturalmente me ne servirei. Sarò costretta a servirmene. Ma lo
scopo deve essere sempre quello di diventare autosufficienti.»
«Non si sta certo facilitando le cose, vero?»
«Forse no. Ma in tutti i casi non sarà semplice. L’uomo del quale le ho
parlato. Il professore della scuola di Peter. È stato lui a farmici pensare. Non
c’è niente in questa stanza. Niente. Nessun manufatto che sia creazione di un
unico uomo. Il nostro affidarci alla tecnologia ci ha privati delle capacità più
semplici e più fondamentali. Penso che dovremo guardare avanti a noi,
quando l’ultima scure si spezzerà. Quando l’ultima sega si romperà. Non ho
alcun dubbio che andremo incontro a un rapido regresso. Se cominceremo
subito, fin d’ora, a essere autosufficienti, forse questo regresso potrebbe
essere meno grave da sopportare. Quanto prima cesseremo di dipendere dal
passato, tante maggiori possibilità avremo di creare qualche nuovo genere di
vita.»
Abby si interruppe. Si era accalorata e si sentì a un tratto piuttosto
imbarazzata dal proprio entusiasmo. Bevve un sorso di brandy ed evitò di
guardare i due uomini.
Wormley rifletteva. Poi, dopo un po’, disse: «Lei ha guardato molto più
avanti di quanto non abbia fatto io. E penso che ci sia moltissimo buon senso
in ciò che dice. Ma si rende conto di trovarsi nell’impossibilità di realizzare
quanto ha detto, da sola?»
Abby era adesso più calma. Il fervore si era placato. «Certo. Ma spero che
esistano altre persone a pensarla come me.»
«Sono certo che ci siano. E questa è un’idea di prim’ordine. Una comunità
che lavori per il bene di tutti. Su un piano di uguaglianza. È quello che il
socialismo e i sindacati hanno cercato di ottenere da moltissimo tempo. Senza
andare troppo per il sottile, era questo quello che predicava Gesù Cristo.
Ammiro il suo modo di pensare, signora Grant. E quando lei avrà creato
questo… questo…» annaspò per trovare la parola «… questa sua comune,
bene, qui è dove io potrei essere in grado di aiutarla.»
«In che senso?»
«Be’, assicurandole la possibilità di continuare senza interferenze interne.
Facendo in modo di stabilire qualche specie di legge e di ordine. Dovremo
creare una forma di governo. Ci saranno altri insediamenti oltre il suo, e sarà
necessario uniformarli. E questo richiede dei capi. Più tardi, forse, quando le
cose saranno un tantino più organizzate, potremo indire addirittura delle
elezioni. Una specie di assemblea generale.»
Abby disse con dolcezza: «Pensavo che ci sarebbe voluto molto tempo
prima che fosse necessaria una qualsiasi forma di governo».

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«Non è mai troppo presto. Abbiamo già cominciato su scala ridotta.
Individuando i depositi di alimenti… Dobbiamo essere sicuri che i beni
vengano equamente suddivisi. Non vogliamo che qualcuno si accaparri il
mercato accumulando le merci. Se ci occuperemo della distribuzione da qui in
poi, potremo controllare che nessuno resti sprovvisto. Naturalmente abbiamo
potuto controllare soltanto le immediate vicinanze, finora, ma quando
aumenteremo il nostro numero, quando diventeremo più forti, cominceremo a
espanderci. Ad ampliare il raggio d’azione.»
«Questo è il sistema dei vecchi baroni feudali, vero?» disse Abby in tono
sommesso.
«Può darsi. Può darsi. Ma questo è stato il modo in cui siamo giunti infine
a essere la migliore società del mondo.»
Abby annuì. «Presumo di sì. Il fatto è che non ho mai considerato un
sistema politico come una delle nostre necessità primarie.»
«Ed è qui che sbaglia», disse Dave, intervenendo nella conversazione per
la prima volta. «Si stanno già costituendo piccoli gruppi di individui. Stanno
cercando di prendere il sopravvento.»
Abby scoccò un’occhiata a Dave, ma fu Wormely a continuare il discorso.
«Se ricorda, quando è arrivata le avevo detto che avevamo avuto qualche
contrattempo. Bene, tutto questo è cominciato quando abbiamo preso
possesso di questa casa.»
«Non è la sua?»
Wormley neutralizzò la sua domanda dicendo: «No. Ma avevamo bisogno
di un quartier generale». Continuò con una sfumatura di risentimento nella
voce, che Abby, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto condividere. «Ci
eravamo appena sistemati qui, quando un branco di tizi ci è venuto addosso.
Lo capeggiava un ex appartenente all’esercito. Un maggiore in pensione.
Conosce il tipo. Pur essendo un civile da vent’anni, continua a sentirsi
investito del proprio grado. Bene, affermò di aver costituito una forza di
vigilanza per i cittadini e sosteneva che uno degli appartenenti alla sua banda,
erano circa sei, fosse il proprietario di questa casa. Bene, gli offrii la
possibilità di unirsi a noi. Non avrei potuto essere più onesto. Allora, di punto
in bianco, cominciarono a sparare. Le posso dire che per un momento ci
siamo trovati in difficoltà. Quello che ha visto disteso là nel viale è uno di
quei tizi. In ogni modo gli abbiamo fatto assaggiare un po’ della loro stessa
medicina. Non torneranno tanto in fretta.»
Annuì soddisfatto al ricordo dell’episodio. Si accorse che il bicchiere di
Abby era vuoto. «Prenda ancora qualcosa.»
«No. Grazie.» Spinse indietro la sedia, e da perfetta ospite, cominciò a
ringraziare per l’accoglienza ricevuta.

77
«Lei è stato davvero molto gentile. La cena era deliziosa e la sola
possibilità di poter conversare con qualcuno è…»
Prima che avesse potuto terminare di parlare, Wormley l’interruppe. «Non
deve mica proseguire proprio stasera, vero?» disse. «Le farebbe piacere
fermarsi qui per la notte? Ci sono un’infinità di camere e deve essere stanca,
dopo aver fatto tutta quella strada».
Abby diede un’occhiata all’orologio, un gesto privo di significato. Poi
disse: «Be’, se questo non vuol dire abusare della sua cortesia».
«Ma no. Senza dubbio.»
«C’è una cosa che gradirei molto. Ho notato che avete l’acqua calda. Un
bagno sarebbe proprio il più grande lusso al quale riesca a pensare.»
«Niente di più facile.» Wormley si alzò in piedi e l’accompagnò fino alla
porta. «Abbiamo tutta l’acqua che le serve. Saliamo, le mostrerò dove si trova
il bagno.»

Abby aprì i rubinetti e guardò l’acqua che scendeva fumante.


Nell’armadietto dei medicinali trovò dello shampoo e una saponetta intatta.
Sul calorifero c’erano grandi asciugamani. Si tolse in fretta gli abiti, e
nonostante l’acqua non fosse più alta di pochi centimetri, si immerse nella
vasca. Vi si adagiò completamente, osservando l’acqua salire come una lenta
inondazione. La parte che ancora emergeva delle ginocchia e delle cosce
formava piccole isole, che cambiavano contorno e rimpicciolivano finché non
vennero sommerse del tutto.
Abby non si mosse finché l’acqua fu salita a coprirle il seno, poi stese una
mano e chiuse il rubinetto. Giacque immobile e chiuse gli occhi. Le occorsero
dieci minuti prima di trovare la forza di mettersi a sedere e cominciare a
insaponarsi.
Si servì della doccia per lavarsi i capelli, poi, rimanendo in piedi, si tolse il
sapone di dosso. Uscì dalla vasca e si avvolse in un enorme asciugamano blu.
In una nicchia del muro chiusa da una vetrinetta, c’era una collezione di
flaconi di profumo. Abby li studiò con attenzione e poi scelse uno spruzzatore
di acqua di colonia Givenchy e si irrorò con la sua fresca fragranza il collo, le
spalle e il seno.
Raccolse da terra gli abiti e cominciò a rivestirsi lentamente, poi, davanti
allo specchio, si pettinò i capelli ancora bagnati.
Il vetro della finestra del bagno vibrò con tale fragorosa violenza da
coprire quasi il rumore di un colpo d’arma da fuoco. Si udirono altre tre
assordanti esplosioni provenienti da un punto imprecisato all’esterno della
casa. La subitaneità dell’attacco immobilizzò Abby. Poi, gemendo per lo
spavento, si piegò sulle ginocchia per mettersi al riparo, sotto il davanzale.

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Si udirono altri spari. Più lontani, questa volta. E scoppi di voci, sebbene
Abby non riuscisse a capire che cosa dicessero.
Strisciò fino alla porta e, protendendosi, azionò l’interruttore della luce,
facendo piombare la stanza nelle tenebre. Si udì in lontananza il rumore di
un’automobile.
Si alzò in fretta e aprì la porta. Sul pianerottolo, si tenne accostata alla
parete, ancora in preda al terrore.
Attraverso la porta d’ingresso spalancata, una corrente d’aria gelida le
portò un mormorio di voci. Con cautela si spostò fino ad arrivare in cima alle
scale e guardò giù. Le luci della veranda e dell’atrio le mostrarono nei
particolari il cadavere che giaceva disteso sulla soglia. Il colpo di fucile che
aveva ucciso l’uomo, lo aveva colpito proprio sotto il mento. La ferita
sembrava una cravatta purpurea intorno alla gola.
Nel confuso brusio della conversazione che si stava svolgendo all’esterno
della casa, Abby riconobbe la voce di Wormley. Scese con circospezione le
scale, e aggirando il cadavere, uscì nella veranda.
Wormley e Dave le voltavano le spalle. Con loro si trovava un terzo uomo.
Tutti e tre erano armati di fucili. Comparvero altri due uomini, che si fecero
avanti nell’alone di luce. Accompagnavano un altro individuo, evidentemente
un prigioniero, tenendolo saldamente per le braccia.
Abby rimase silenziosa a osservare, in parte nascosta dal fitto caprifoglio
che ornava la veranda.
Da un altro lato apparvero altre due persone che si unirono al gruppo.
Mentre si avvicinavano Warmley gridò: «Li avete presi tutti?»
«Un paio di loro se la sono filata su una macchina. Gli ho sparato dietro,
ma non potrei giurare di averli beccati.»
«Che peccato», disse Wormley, poi volse lo sguardo sulle facce degli
uomini che si erano radunati intorno a lui in cerchio. Accorgendosi che
mancava qualcuno domandò in tono tagliente: «Dov’è Frank?»
L’uomo che aveva risposto anche prima disse: «È rimasto fregato. L’hanno
colpito quando sono arrivati».
«Bastardi!» esplose Wormley. Fece il gesto degli autostoppisti agitando il
pollice sopra la spalla, in direzione della casa, attirando la loro attenzione sul
cadavere nell’atrio. «Hanno beccato anche Norman.»
Gli uomini scorsero Abby nell’ombra e, perché capissero che non si
nascondeva, lei si fece avanti. «Che cosa sta succedendo?»
Wormley le scoccò una rapida occhiata. «Rientri, signora Grant», disse.
Poi rivolse la propria attenzione al prigioniero. Abby rimase dov’era.
L’uomo catturato era alto e magro. Rimaneva del tutto immobile e tradiva
il proprio nervosismo soltanto passandosi velocemente e a intervalli regolari

79
la lingua sulle labbra. Wormley si portò davanti allo sconosciuto e quando
parlò la sua voce aveva un tono molto formale.
«Ho assunto la responsabilità di far rispettare la legge e l’ordine in questa
zona.»
L’uomo alto di statura domandò: «In base a quale diritto?»
Wormley continuò, e le sue parole vennero pronunciate come se le stesse
leggendo in un discorso già preparato.
«La dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo e
l’introduzione della legge marziale bastavano a garantire tutti i poteri
necessari per proteggere la vita e le proprietà dei cittadini.»
Il prigioniero si esprimeva adesso a voce alta. «Di questo potere sono
investite soltanto le autorità riconosciute. Le forze armate e la polizia.»
Fu come se Wormley non avesse sentito. «Sei colpevole di aver tentato
un’aggressione a mano armata contro pacifici cittadini.»
«Pacifici cittadini! Siete una banda di delinquenti», lo interruppe l’uomo,
mentre Wormley continuava a parlare senza darsene per inteso.
«Hai provocato la morte di due uomini che stavano svolgendo il proprio
dovere nella difesa di questa zona.»
Wormley fece una pausa, poi lentamente fissò il circolo di persone intorno
a lui, guardando direttamente in faccia ciascuno degli uomini. Quindi parlò:
«E adesso ascoltatemi. Avendo assunto la responsabilità di questo territorio è
nostro dovere far rispettare quelle leggi che si rendano necessarie per il
generale benessere della popolazione… Quest’uomo ha commesso un
assassinio. Abbiamo ogni diritto legale di sottoporlo a un giudizio. E non è
soltanto nostro diritto, ma anche un dovere. Vi rendete conto di questo? Ve ne
rendete chiaramente conto?»
Dal gruppo provennero mormorii di assenso. Wormley voleva qualcosa di
più. «Ve ne rendete conto?» domandò di nuovo.
Questa volta la risposta fu un coro di chiari «sì». Soddisfatto, si rivolse di
nuovo al prigioniero.
«Sei colpevole di assassinio. Secondo le norme della legge marziale, devi
essere punito con la morte. Sarai giustiziato. La sentenza verrà eseguita
immediatamente.»
Gli uomini resero più salda la presa sulle braccia del prigioniero mentre
questi cercava di liberarsi.
Abby cominciò a farsi avanti. «No. No. Non può farlo. Non ne ha il
diritto.»
Prima che potesse raggiungere il gruppo, Wormley alzò la canna del fucile
fino all’altezza del petto del prigioniero e a una distanza di soltanto venti
centimetri da esso. Il gesto fu calcolato. Senza nessuna traccia di emozione.

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Premette il grilletto.
L’urto dello sparo scagliò all’indietro l’uomo, liberandolo di colpo dalla
stretta di coloro che lo avevano catturato. Vacillò, barcollando all’indietro per
quattro o cinque metri prima di crollare a terra morto.
Abby ansimava in preda all’orrore. Si coprì il volto con le mani.
Wormley guardò verso di lei. Rimanendo dov’era le disse: «Stava
capeggiando una squadra armata di individui che cercavano di impossessarsi
di questa casa… La sua esecuzione è stata del tutto legale».
«Lo ha assassinato», gridò lei, poi si mise a correre, dirigendosi verso la
macchina.
Dave fece un movimento, come se volesse fermarla, ma Wormley l’afferrò
per un braccio.
Nel tempo che le occorse per scivolare al posto di guida e mettere in moto
il motore, udì Wormley gridarle dietro: «Mi dispiace che debba aver assistito
a questo, signora Grant. Ma non potremo mai stabilire la legge e l’ordine
mentre uomini come quello cercano di impossessarsi del potere».
Le sue ultime parole si perdettero nel rombo del motore imballato. La
macchina balzò avanti, compiendo una stretta curva, costringendo gli uomini
a spostarsi con un salto dalla sua traiettoria. Guidando alla cieca, Abby superò
il bordo del viale e le ruote di sinistra finirono sulla terra soffice di un’aiuola.
Aveva quasi raggiunto il cancello prima che fosse riuscita a riportarle sul
terreno compatto. Poi si trovò sulla strada e si allontanò con tutta la velocità
che le era consentita dalla macchina.
Wormley e gli altri rimasero a guardarla finché scomparve. Disse:
«Stupida cagna». Si guardò intorno. «Ripulite questo posto. Per questa notte
non avremo altri fastidi.» Si diresse verso la casa per rientrarvi.

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CAPITOLO SETTIMO

LA luce sudicia di un’alba piovosa filtrava attraverso la finestra della baracca.


Il suono di un motore d’automobile che non voleva saperne di partire, si
insinuò nel sonno di Sarah. Si svegliò lentamente mentre il suono continuava,
poi, avendolo riconosciuto, si alzò con impeto. Greg se n’era andato. Gettò
indietro le coperte e, a piedi nudi, corse alla porta. Vic era già sveglio. La
chiamò, ma lei lo ignorò e si precipitò fuori della capanna prima ancora che
lui riuscisse a dire qualcos’altro.
Procedendo a fatica sui ciottoli taglienti, si affrettò verso la macchina e si
chinò per parlare attraverso il finestrino aperto, dalla parte del guidatore. Greg
le rivolse soltanto un breve sguardo. Azionò di nuovo lo starter e il motore
diede qualche segno di vita, debolmente adesso, mentre le batterie
accennavano a esaurirsi.
«Dove pensi di andare?» gli domandò Sarah.
«Non lo so. Me ne vado, semplicemente.»
Il notare si accese e girò un po’ in maniera irregolare poi si spense di
nuovo.
«Avanti, parti, maledizione», borbottò azionando di nuovo lo starter.
Sarah sentì il gelo umido mentre la pioggerella sottile intrideva la sua
camicia da notte. Aveva i piedi ghiacciati.
«Hai intenzione di tornare, vero?» Era più un’ingiunzione che una
domanda.
«No.»
«Non puoi andartene così. Che ne sarà di me?»
«Mi dispiace. Non dovrai fare altro che cercar di badare a te stessa.»
Il motore tossì e si avviò. Greg provò a premere l’acceleratore e il suono
divenne più regolare.
La voce di Sarah rasentava l’isterismo.
«Non puoi lasciarmi. Come puoi pretendere che me la cavi da sola?»
Accennò con la testa alla baracca. «Adesso lui è un invalido.»

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Greg innestò la retromarcia e cominciò a indietreggiare per fare manovra.
Sarah si mosse insieme alla macchina. Afferrò la portiera e la spalancò.
«Non puoi andartene!»
Greg le strappò la portiera dalle mani e la sbatté richiudendola, premendo
il pulsante per bloccarla.
Cercò di dare alla propria voce un tono ragionevole. Voleva spiegare.
Voleva che lei lo capisse.
«Non posso, semplicemente, assumermi delle responsabilità. È quello che
ho fatto per tutta la vita. Non lo voglio più fare.»
Innestò la prima, poi come per giustificarsi, per placarla, disse: «Vedrò di
trovare qualche medicinale. Antibiotici, qualcosa che possa aiutare Vic, in tal
caso tornerò a portarteli. Non posso prometterti nulla. Ma anche se mi
rivedrai, non ho nessuna intenzione di fermarmi».
L’automobile si mise in moto. Sarah cominciò a correrle al fianco, con il
volto distorto dall’ira. Urlando, adesso, e afferrandosi alla portiera.
«Non hai il diritto di lasciarmi! Non puoi andartene. Non voglio che tu te
ne vada! Scendi dalla macchina! Mi vuoi dare retta? Scendi da
quell’automobile!»
Con decisione, Greg premette l’acceleratore. L’improvviso balzo in avanti
scagliò lontano Sarah, facendola cadere lunga e distesa a terra, e graffiandole
le ginocchia e i gomiti.
La rabbia fece da anestetico contro il dolore. Urlò qualcosa dietro
l’automobile mentre questa svaniva tra le pareti della trincea in cui era
scavata la strada. Sarah si rimise in piedi. La camicia da notte era infangata e
lacerata. Singhiozzò senza lacrime, mentre si trascinava zoppicante verso la
baracca.
Sbatté la porta con tutta la violenza di cui era capace, poi si lasciò cadere
bocconi sul letto improvvisato. Incominciò a battere i pugni chiusi contro le
coperte.
Vic si fece uscire a fatica le parole dalla gola riarsa.
«Sarah. Non mi daresti qualcosa da bere?»
Lei gli urlò di rimando: «Taci! Taci! sta’ zitto, una volta per tutte!»

Abby frenò con dolcezza e andò a fermarsi a fianco della Rolls. La grossa
automobile bianca era inclinata in un modo incredibile, con le ruote del lato
sinistro immerse nella cunetta a fianco della strada. Aveva la capote abbassata
e le portiere spalancate. La leggera pioggia aveva reso più scura la tappezzeria
di pelle chiara dell’interno fino a farla apparire di un marrone fangoso. Per un
attimo pensò che ci fosse un cadavere rannicchiato sul sedile posteriore, poi si
rese conto che si trattava di un fagotto di abiti. Non c’era traccia del

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guidatore. Abby scrutò oltre la siepe al di là dell’automobile. Il terreno
scendeva dolcemente per circa cinquecento metri, poi saliva di nuovo lungo le
pendici di una collina boscosa. Accanto alla sommità si trovava una chiesa,
mezzo nascosta dagli alberi. Puntò il binocolo. Anche a quella distanza, lo
stato di abbandono era evidente. Si scorgevano fori oscuri nel campanile dove
le pietre erano cadute. La natura aveva avuto ragione di quella zona che molto
tempo prima era stata liberata dalla vegetazione. L’edera aveva coperto le
pareti. Sambuchi e frassini si erano insinuati tra le pietre tombali. Le erbacce
erano cresciute come una marea.
Abby ripulì i vetri su entrambi i lati della macchina. Non si scorgevano
altre costruzioni. Sulla carta rintracciò i simboli che indicavano la chiesa, poi
individuò la strada che l’avrebbe condotta fin là.

Jenny aveva dormito male. I muscoli del diaframma le dolevano per i


prolungati accessi di tosse spasmodica. Aveva il respiro breve e affannoso. Il
catarro in fondo alla gola, risonando come una zampogna, aggiungeva una
nota sibilante ogni volta che respirava in profondità.
Si mise a sedere penosamente, sforzandosi di udire. Il rumore che l’aveva
messa in allarme sembrava quello di un bicchiere infranto. Il suo respiro
sibilante aveva distorto quel suono. Le gambe le tremavano, quando si mise in
piedi. Si sentiva instabile. Si appoggiò al banco e si trascinò fino alla porta del
negozio. Sull’altro lato della strada vide una macchina sportiva, parcheggiata
davanti alla farmacia. Non c’era, prima.
Jenny raggiunse la macchina nello stesso istante in cui Greg usciva dalla
porta sfondata del negozio. Trasportava uno scatolone colmo di medicinali.
«Mi aiuti», disse Jenny.

Vic osservò Sarah mentre si vestiva. Non gli aveva rivolto la parola né lo
aveva degnato di uno sguardo da quando Greg se ne era andato. Trascorse
alcuni minuti acconciandosi i capelli e rifacendosi il trucco. Poi ficcò alcuni
pacchetti di sigarette in una borsa con la tracolla e si infilò la pelliccia di
visone.
«Dove stai andando?» La voce dell’uomo era allarmata.
Lei evitò puntigliosamente di guardarlo, attraverso la stanza e uscì.
«Sarah, per l’amor del cielo, non te ne andare. Non puoi lasciarmi qui solo.
Resta con me.»
Si girò sul letto finché riuscì ad appoggiarsi con le mani per terra, poi,
appoggiandosi, trascinò le gambe giù dal letto. Strisciando sulle mani e sui
gomiti raggiunse la porta ancora spalancata. Sarah stava già salendo il ripido
pendio fino alla strada tagliata tra le pareti di calcare.

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Vic avanzò per quasi una ventina di metri sul fondo della cava, gridando,
gemendo, implorando e infine urlando con voce acuta. E quando infine si
accorse che lei se n’era andata si mise a piangere. L’insostenibile dolore tornò
a serpeggiargli nelle gambe spezzate. La sofferenza lo rese consapevole di
essere ancora vivo. Ricominciò a trascinarsi verso la baracca.
Sarah arrivò sulla strada principale mentre Greg rallentava per seguire la
curva. Con lui c’era Jenny, seduta al suo fianco.
«Mi sono procurato qualche medicinale. Non so che roba sia. Mi sono
limitato a prendere quello che ho trovato. Deve esserci qualcosa in mezzo a
questa roba per calmare il dolore. Sali. Ti porterò indietro.»
«Non ce n’è bisogno. È morto», fu la risposta di Sarah.

Si aggirarono senza una meta per il resto di quel giorno. Parlarono poco.
Greg contribuì alla conversazione unicamente con alcune variazioni su un
solo argomento. Avrebbero potuto rimanere con lui finché non avessero
trovato qualche altro sopravvissuto. Ma non videro nessuno. Jenny bevve una
bottiglietta di sciroppo per la tosse trovata in mezzo alle altre medicine, Sarah
fumò in continuazione. Al tramonto la macchina rimase senza benzina,
nonostante l’indicatore segnasse ancora un quarto di serbatoio.
«Bene. Che facciamo?» Greg si indispettì, non ricevendo risposta da
nessuna delle due donne. Era costretto a prendere una decisione. Ad
assumersi una responsabilità.
«Abbiamo superato un cottage lungo la strada. Potremmo ripararci là per la
notte.» Aspettò il suggerimento di una diversa soluzione. Le sue passeggere,
invece, scesero dalla macchina e attesero docili che lui le guidasse.
Ripercorsero la strada da cui erano venuti, poi, con soddisfazione, si
affrettarono a mettersi al riparo della veranda del cottage, mentre Greg
prendeva a spallate la porta d’ingresso, chiusa a chiave. La porta cedette al
terzo assalto e Greg barcollò avanti nella minuscola anticamera. Il puzzo della
putrefazione dei cadaveri fu un ostacolo anche più forte della porta stessa.
Greg ebbe conati di vomito e indietreggiò alla cieca e con impeto verso
l’esterno. Le donne si erano allontanate dalla porta, con le mani premute sul
naso e sulla bocca. Greg si accorse che i suoi abiti si erano impregnati di
quell’odore di morte e fu lieto di trovarsi sotto la pioggia che glielo avrebbe
lavato via.
Fu Jenny a suggerire il fienile. Era pieno a metà di balle di fieno. In un
angolo c’era della legna secca accatastata. Sarah restò a guardare mentre
Jenny e Greg accendevano il fuoco e disfavano alcune balle di fieno per farne
dei giacigli asciutti.
Molto tempo dopo la mezzanotte, Jenny si destò rabbrividendo dal freddo.

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Brillavano ancora delle braci tra le ceneri del fuoco, e si alzò silenziosamente
per prendere dell’altra legna. Attraverso la porta socchiusa scorse il riflettore.
Un potente fascio di luce splendeva diritto entro le tenebre. Un segnale. Il suo
unico scopo era quello di attirare l’attenzione. Di essere scorto.
Svegliò Greg e scosse Sarah per una spalla. Con un brontolio petulante, la
donna si scrollò di dosso la mano e si girò su un fianco, rifiutandosi di
svegliarsi.
Greg si alzò in piedi. «Che c’è?» Jenny lo condusse verso la porta. Non era
necessario dire nulla. L’uomo fissò la luce in silenzio.
Lei disse in tono sommesso: «Andiamo a vedere da dove viene?»
Greg cercò di calcolare la loro distanza dalla sorgente di luce. «Non è
facile dire quanto sia lontana.»
«Io ci vado.» Jenny disse quelle parole con una decisione che lasciò stupito
il suo compagno.
«Adesso?»
Lei annuì. «È un segnale. Deve esserci della gente là, e quella gente vuole
che gli altri lo vedano.»
Lui continuò a guardare. «È piuttosto distante. E sta ancora piovendo.»
«Io vado in ogni caso.»
«Allora ci andiamo tutti.» Tornò indietro da Sarah e la toccò sulla spalla.
«Noi ce ne andiamo, Sarah. Avanti, svegliati.»
La donna respinse la mano di lui con malagrazia, e si contorse per farsi più
in là.
«Ho detto che ce ne andiamo.»
Sarah non diede segno di averlo udito.
Lui si rialzò. Disse a voce alta: «Se troveremo qualcuno, torneremo a
prenderti in mattinata».
Cercarono di seguire la strada più dritta, attraversando campi e boscaglie e
deviarono soltanto davanti agli argini più profondi. La pioggia smise di
cadere con l’alba. La luce crescente fece impallidire il raggio del riflettore
finché infine svanì, diventando invisibile. Nel frattempo erano giunti tanto
vicini da poter udire il ronzio di un generatore provenire da oltre la sommità
della collina più vicina.
Jenny si spinse attraverso la macchia nel piazzale della chiesa invaso dalle
erbacce. Un riflettore dell’esercito montato su un autocarro si trovava sul
sentiero fangoso che conduceva alla chiesa, con la grande lente puntata verso
il cielo. Una donna si stava arrampicando nella cabina dell’autocarro e un
attimo dopo il generatore smise di funzionare. Mentre ne discendeva, la
sconosciuta scorse Jenny. Ebbe una breve esitazione poi si diresse verso di
lei. Greg aspettava alcuni metri più indietro.

86
«Abbiamo visto la luce», disse Jenny.
«Speravo che qualcuno la vedesse. Voi siete i primi.»
«Ci sarà qualcun altro?»
Abby si strinse nelle spalle.

87
LIBRO SECONDO

IL SILENZIO

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CAPITOLO PRIMO

L’INIZIO dell’inverno fu rigido. Alla fine di ottobre la pioggia cessò e ci


furono alcuni giorni in cui il cielo si mostrò di un pallido azzurro. Il sole fu
generoso con il proprio tepore e non spirava un alito di vento a disperdere la
foschia che si alzava al mattino e alla sera. Si parlò di una «estate di S.
Martino».
Poi cominciò il vento, che soffiava direttamente da nord. Simile a una lama
affilata, staccò le ultime foglie dagli alberi, inaridì e rese compatto il terreno e
fece congelare il bordo di tutti gli specchi d’acqua. La prima neve cadde
durante la notte, fermandosi subito sul terreno gelato. Si ammucchiò contro i
muri e le siepi, formando cumuli, soffocando e infine sopraffacendo ogni cosa
tranne gli ostacoli più imponenti. I silenziosi fili del telefono si incurvarono
sotto il suo peso. Ruppe i rami degli alberi. Non protetti dall’antigelo, i
radiatori delle automobili si spaccarono nella morsa delle temperature
inferiori allo zero. Innumerevoli uccelli e animali di piccola taglia morirono e
fornirono cibo ai divoratori di carogne.
Ci furono brevi periodi di disgelo che finivano al cader della notte, quando
la superficie della neve si congelava nuovamente e formava una ruvida crosta
di ghiaccio. Gli spostamenti da un luogo all’altro divennero quasi impossibili.
La gente restava accanto al fuoco, bruciando tutto il legname che riusciva a
trovare. Quando non c’era più legna da ardere, si bruciavano i mobili e
addirittura le parti in legno degli edifici nei quali la gente aveva trovato
riparo.
Quando le modeste provviste di cibo saccheggiate qua e là, terminavano,
era necessario uscire nella neve per rifornirsi nelle case abbandonate e nei
negozi. I tragitti erano per lo più brevi, limitati alla distanza che si sarebbe
potuto percorrere a piedi nelle poche ore di luce della giornata. E limitati
inoltre, dalla capacità di trasportare a braccia le merci. Le strade erano
impraticabili per i veicoli. Il freddo intenso rallentò la decomposizione dei
cadaveri, rendendo se non altro sopportabile l’immediato contatto con i morti.

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Molti dei principi così a lungo rispettati e molti ideali persero ogni valore
nel gelo di quel lungo inverno. Caddero tutte le illusioni e la verità nuda e
cruda divenne evidente. Per sopravvivere erano necessarie due sole cose: un
rifugio riscaldato e dei viveri. Soddisfare queste due necessità divenne l’unica
preoccupazione dei sopravvissuti. Per il cibo si trovarono a competere con gli
animali, branchi di cani, topi, e con i propri simili. Tutti quelli che avevano
cercato di isolarsi ebbero le difficoltà più gravi. Nelle zone remote e
difficilmente accessibili, le provviste si esaurirono in fretta. Quando non
rimase più nulla, taluni vinsero il disgusto di mangiare la carne umana e
continuarono a vivere.
Le città erano, al contempo, una serie di camere mortuarie per il gran
numero di morti e riserve preziose di cibo e di indumenti. Le loro ricchezze
erano state protette dal contagio e dal fetore della corruzione. Il lungo gelo
ostacolò la putrefazione e rese possibile l’accesso alle aree urbane.
Quelli che tornarono ad abitarvi vissero bene durante l’inverno. Ci fu un
periodo di abbondanza. In gruppi o come semplici individui, la gente
proclamava la propria supremazia su interi quartieri di case e di negozi. Gli
ultimi arrivati di rado contestavano quel diritto. Si limitavano semplicemente
a occupare le zone ancora libere. C’erano riserve sufficienti per tutti.
A Natale, circa un migliaio e più di persone viveva a Londra. Si erano
riparate nei quartieri commerciali o nelle vicinanze dei centri di acquisto,
facendo man bassa dei cibi in scatola o sotto vetro. C’era carenza unicamente
di carne fresca e di verdura, alcuni supplivano a quella mancanza integrando
con oculatezza la propria dieta con pillole di vitamine. L’acqua potabile
costituiva un problema costante. Lavare gli abiti divenne una fatica inutile. La
gente si limitava a scartare gli abiti sporchi e a sostituirli con indumenti
nuovi.
Si viveva nell’abbondanza e nel tepore, ma anche nella paura. Ogni giorno
la gente scrutava il cielo, paventando il ritorno del sole e il conseguente
disgelo, che l’avrebbe costretta ad andarsene di nuovo. Ma per tutto gennaio e
febbraio, il gelo continuò e l’atmosfera si mantenne respirabile.
Il gruppo di venti individui che aveva stabilito diritti territoriali su
Piccadilly e sulla zona circostante, fece alcuni preparativi per l’evacuazione.
Servendosi di un bulldozer che si trovava in un cantiere di costruzioni,
liberarono dalla neve tratti di strada. Rimisero in funzione e rifornirono di
carburante decine di furgoni. Li caricarono al massimo di viveri, indumenti e
attrezzi, per trovarsi pronti quando fosse venuto il momento di allontanarsi
dalla città.
La cosa si verificò ai primi di marzo. Era cominciato il vento che aveva
portato piogge insistenti da ovest. La morsa del ghiaccio si allentò ben presto

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e la neve gelata si trasformò in fretta in un pantano. Le fogne, bloccate fin
dall’inizio dell’inverno, cominciarono a trattenere le acque. Le zone basse si
allagarono rapidamente. Seminterrati e cantine furono i primi a essere
sommersi. Pesanti falde di neve ammucchiatesi sui tetti presero a sciogliersi e
trascinarono con sé le tegole. Ampi squarci nella pavimentazione stradale e
nelle costruzioni in muratura cominciarono a manifestarsi, evidentemente
provocati dall’espansione del ghiaccio. Condutture e serbatoi dove l’acqua
ancora stagnava erano stati spaccati dal gelo.
E con il rialzo della temperatura, il fetore dei morti in decomposizione si
fece risentire insieme a quello delle macerie delle città fatiscenti.
I sopravvissuti che avevano superato l’inverno, si allontanarono dalle zone
urbane, abbandonandole alle mosche e ai topi.
Il convoglio di furgoni si mise in cammino partendo da Piccadilly verso
Hyde Park Corner, con il bulldozer che si apriva una via in mezzo alle auto
abbandonate. Ci vollero due giorni prima che riuscissero a raggiungere
Vauxhall Bridge Road. Da quel punto, l’ingorgo che si stendeva da Victoria
Station era così esteso da impedire alla colonna di proseguire. La gente
abbandonò i veicoli, e proseguì a piedi, portando con sé quello che riusciva a
trasportare. Le case vennero di nuovo chiuse e abbandonate.

La chiesa si dimostrò del tutto inadatta. Abby ne fu certa subito dopo la


prima abbondante nevicata. Non esisteva un sistema economico per
riscaldarla. Nonostante gli enormi fuochi, il gelo impregnava i muri. Si
trovava a una distanza eccessiva da ogni altra costruzione in cui si potessero
conservare riserve di viveri. Quando il torrente gelò, rimasero senz’acqua. Le
qualità che l’avevano fatta apparire tanto attraente, il suo isolamento, le
possibilità di difesa, non parvero più tanto importanti. Abby progettava di
andarsene appena il tempo accennasse a migliorare, e aveva segnato diversi
punti sulla carta geografica che le erano parsi degni di essere presi in
considerazione ed esplorati.
Erano in otto, adesso. Come Greg e Jenny, altri sopravvissuti avevano
visto la luce del riflettore e avevano cercato riparo nella chiesa. Formavano
una comunità male equilibrata. Cinque donne e tre uomini. Dato l’accrescersi
del numero dei suoi componenti, il gruppo diede ben presto fondo alle
modeste riserve di cibo e, anche con il tempo peggiore, erano costretti ad
andare a caccia e a procurarsi ogni giorno da mangiare. Le donne
trascorrevano la maggior parte del tempo a raccogliere legna da ardere, ma,
nonostante i loro sforzi, la riserva di combustibile di rado era sufficiente per
più di alcuni giorni. Gli uomini andavano a caccia e cercavano nei campi
coperti di neve dove si potevano ancora trovare radici coltivate e non raccolte.

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Abby impose il più stretto razionamento, il che permetteva loro di mangiare
ogni giorno, ma di rimanere sempre affamati. Soltanto una volta, in
quell’inverno, riuscirono a saziarsi del tutto, quando Greg trovò le carogne di
quattro pecore, rimaste congelate in una bufera di neve.
Ai primi dell’anno nuovo, Abby si rese conto che gli sforzi per la ricerca
del cibo e della legna richiedevano più energie di quante riuscissero a
procurarne i frutti delle loro fatiche. Stavano morendo di fame.
Verso la fine di gennaio, Greg prese con sé le ultime sei cartucce del fucile
e uscì da solo. Nel pomeriggio ricominciò a nevicare, a fiocchi lievi dapprima
che divennero più grossi e fitti al calare della notte. Le ore passavano e Greg
ancora non tornava. Preoccupata dal fatto che avesse potuto perdere la strada
nella bufera, Abby insistette perché venisse acceso un fuoco all’esterno.
Raccogliendo con una pala le braci del fuoco acceso dentro la chiesa
riuscirono a fare un falò. Lo alimentarono con quanto rimaneva della loro
scorta di legna e lo mantennero vivo per alcune ore.
I due uomini rimasti si misero alla ricerca di Greg fin dalle prime luci. La
neve fresca aveva cancellato ogni traccia e la fatica fisica di camminare in
mezzo alla fitta nevicata li rese esausti, per cui rinunciarono ben presto alle
ricerche.
Durante la seconda notte il gruppo si divise. Abby e Jenny erano convinte
che gli fosse capitato qualche incidente, mentre gli altri pensavano che se ne
fosse andato. Fin dal primo giorno del suo arrivo alla chiesa, Greg aveva
mantenuto la propria posizione di membro temporaneo del gruppo, senza mai
unirsi ai progetti a lungo termine che venivano discussi e senza mai
compromettersi su una sua eventuale futura partecipazione. Non era una gran
consolazione pensare che ci sarebbe stata una bocca in meno da sfamare.
Greg era stato un deciso e tenace procacciatore di provviste. Il fatto che se ne
fosse andato sembrava aver tolto ai due uomini rimasti ogni volontà di andare
a procurarsi i viveri. Tornavano a mani vuote dopo soltanto poche ore di
ricerche. Abby fece tutto quello che poteva per suscitare di nuovo in tutti
l’entusiasmo, ma rimaneva impotente davanti al senso di sconfitta che si era
impadronito di loro. Impose il più severo razionamento, riducendo la
distribuzione del cibo a un unico e scarso pasto al giorno per tutti quanti. Il
mattino del quinto giorno dopo che Greg era scomparso, Jenny svegliò Abby
con la notizia che i due uomini e una delle donne se n’erano andati. Avevano
preso con sé tutto quanto rimaneva delle riserve di cibo.
Abby rimase seduta rannicchiata accanto al fuoco, resa impotente dalla sua
stessa disperazione. Laura, una ragazza di poco più vecchia di Jenny, l’ultima
arrivata alla chiesa, fece un tentativo di confortarla, ma ottenne come risposta
soltanto un pesante silenzio. Era caduta nel più cupo sconforto e nessuno dei

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suoi compagni avrebbe potuto scuoterla.
Di lì a qualche ora, Jenny fece un tentativo. «Vieni ad aiutarci a
raccogliere un po’ di legna per il fuoco, Abby?» Poi, dopo che non ebbe
ricevuto alcuna risposta soggiunse: «Che cosa possiamo fare?»
Senza guardarla, Abby disse: «Morirete, se resterete qui. Sarà meglio che
cerchiate un luogo in cui andare. Un posto dove ci siano dei viveri».
La ragazza annuì. «Metterò insieme le nostre cose. Non riusciremo a
portare via tutto. C’è qualcosa in particolare che vuoi portare con te?»
«Io non vengo.»
«Ma non puoi rimanere qui da sola.»
La voce di Abby esplose con una violenza che spaventò Jenny. «Per
l’amore di Cristo, andatevene e lasciatemi in pace! Sono stufa marcia di
dovermi preoccupare di tutti voi! Andatevene una buona volta e lasciatemi
tranquilla!»
Le due ragazze confabularono a voce bassa tra di loro e quando ebbero
finito, Ruth riempì una borsa con i suoi abiti di ricambio. Non appena fu
pronta per andarsene domandò a Jenny: «Sei sicura di non voler venire?» Lei
scosse il capo. «Arrivederci, allora.» Gridò poi rivolgendosi ad Abby:
«Arrivederci», e uscì nella gelida calma del pomeriggio.
Jenny alimentò il fuoco con la legna rimasta e sedette di fronte ad Abby.
Nessuna delle due parlò. Il silenzio che le univa fu un balsamo per i timori di
Jenny. Aveva stabilito di rimanere, e bastava quell’unica azione decisiva a
liberarla dalla preoccupazione per il futuro. Era sicura che presto o tardi Abby
avrebbe deciso il da farsi per entrambe. Finché non lo avesse fatto, Jenny era
soddisfatta di restare e aspettare.
La porta della chiesa venne spalancata fragorosamente facendo balzare in
piedi allarmate le due donne. Ruth si precipitò dentro, eccitata al punto da non
riuscire a parlare normalmente. «C’è un segnale. Fuori. Un segnale.»
Indietreggiò verso la porta, continuando a far loro cenno di seguirla. «Del
fumo. Una grossa fumata di segnalazione.»
Si arrampicarono per alcuni metri dietro Ruth, correndo verso la cima della
collina. La raggiunsero affiancandosi a lei quando si fermò indicando quanto
aveva visto.
La colonna di fumo era molto distante, ma nitida e diritta come una matita
nera conficcata nel paesaggio nevoso. Mentre guardavano, la fumata parve
inclinarsi di lato per qualche secondo, catturata da qualche lieve brezza, poi
lentamente si riportò sulla verticale.
«Laggiù. Laggiù, la vedete?» domandò Ruth. «È un segnale. Non lo
vedete?»
Jenny si sentì contagiare dall’entusiasmo di Ruth. «Potrebbe essere un

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segnale. Come il tuo riflettore, Abby. Vogliono che la gente lo veda.»
Abby cercava di controllarsi. Si espresse con parole scelte accuratamente.
«Potrebbe esserlo. Ma potrebbe anche essere soltanto un falò. Non dobbiamo
necessariamente dedurne che sia stato acceso per attrarre l’attenzione.»
«Anche così, ci deve essere della gente laggiù, che non ha nessuna
intenzione di rimanere nascosta.» Ruth si voltò per guardarle in viso, e disse
in tono combattivo: «In ogni caso io vado là. Venite anche voi?»
Abby restò a osservare ancora per un istante poi annuì. «Prendiamo le
nostre cose.»
La camminata nella neve fu lunga ed estenuante. La luce incominciò ad
attenuarsi e si alzò il vento, disperdendo il fumo e infine cancellandolo del
tutto. Era quasi buio quando si trovarono ad affrontare una collina boscosa e
videro il fuoco che aveva prodotto il fumo. Impiegarono un’altra ora per
raggiungerlo.
Si avvicinarono cautamente, senza distogliere gli occhi dal cuore ancora
fiammeggiante del falò acceso. Il vento fece turbinare una nuvola di fumo che
le avvolse per un momento, facendole tossire in preda ai conati di vomito per
il puzzo di carne bruciata. Quando il fumo si dissipò di nuovo, scorsero il
corpo sulle fiamme, con un braccio annerito grottescamente disteso verso
l’alto e con la mano aperta.
Si allontanarono in fretta dirigendosi verso il gruppo di case qualche
centinaio di metri più in là, poi si fermarono, allarmate dall’improvviso
rombo di un trattore che si avviava. Videro i fari e ne rimasero abbagliate
mentre il veicolo si dirigeva dalla loro parte. Il trattore si fermò e Greg balzò
a terra dal posto di guida. Aveva il volto coperto di cenere. Ogni suo
movimento dimostrava quanto era sfinito. «Ho eliminato i cadaveri. Ce n’era
una quantità. Potrà diventare un posto magnifico per noi. Ci sono viveri in
abbondanza. Un negozio intero. Ma volevo sbarazzarmi dei morti prima di
venire a prendervi.» Parlava a voce così bassa che stentavano a udirlo per il
rombo del trattore. «Ho portato fuori tutti i cadaveri, ormai, ma dobbiamo
continuare a tenere acceso il falò. Soltanto così potremo dire che questo posto
è davvero abitabile. Ed è una buona sistemazione per noi.»

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CAPITOLO SECONDO

L’INVERNO volgeva lentamente al termine. Nei punti non esposti la neve si


mantenne fino ai primi di aprile. Negli ultimi tempi, ci si riferiva agli
avvenimenti servendosi di nomi e non di date. La gente chiamava quel
periodo «l’inverno della morte».
Il villaggio che Greg aveva ripulito dai morti era costituito da undici case.
Era il centro di una zona agricola abbastanza estesa. Il negozio del villaggio
che aveva servito la comunità era ben fornito di cibi in scatola e liofilizzati.
Le case erano scarsamente modernizzate e quella che il gruppo scelse come
abitazione disponeva di caminetti e di stufe a combustibile solido. L’acqua
del pozzo poteva essere pompata fino a una cisterna sul tetto, e quando il
freddo ebbe termine, poterono usare gli impianti idraulici. La maggior parte
delle case disponeva di riserve di carbone e di legna da ardere, perciò
finalmente, con la possibilità di avere calore e buon cibo, furono in grado di
prendere in considerazione un futuro più lontano del giorno dopo.
Abby diede inizio a quella che chiamava la sua «lista della spesa per
sopravvivere». In un quaderno, prese nota delle cose che sembravano
indispensabili. Gli altri diedero i loro suggerimenti personali e in capo a una
settimana il quaderno fu completato. Dalla disparità delle richieste risultò
evidente che nessuno di loro aveva un’idea veramente chiara su quale sarebbe
stato il loro futuro.
Mentre erano riuniti, una sera dopo cena, Abby annunciò, piuttosto
formalmente, che avrebbero dovuto cominciare a fare qualche progetto. Gli
altri la guardarono in attesa.
Lei cominciò non troppo sicura di sé, rivolgendosi soprattutto a Greg. «Se
abbiamo intenzione di rimanere insieme e di costituire un gruppo, allora
dovremo decidere quali sono i nostri scopi.»
Greg parve a disagio, perché si sentiva costretto a prendere un impegno
preciso. Si strinse nelle spalle. «Non ho nessun progetto particolare. Non sono
ancora ben certo di quello che intendo fare. Ecco. Considerami del gruppo,

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per il momento almeno.»
«Penso che dovremmo restare uniti», disse Jenny.
Ruth annuì. Un po’ meno convinta.
«Benissimo allora», continuò Abby. «Mi sembra che ci restino ben poche
scelte. Potremo lavorare come dannati tutto l’anno per procurarci e trasportare
qui tutto quello su cui riusciremo a mettere le mani. Tutto quello che è scritto
in questa lista», agitò il quaderno, «e un’altra quantità di roba ancora. Devono
esserci milioni e milioni di tonnellate di cibi conservati e inscatolati. Abiti.
Oh, di tutto. Non è necessario farne un elenco. Tutto si può trovare, tranne
viveri freschi.»
Greg la interruppe. «C’è di tutto, ma non sono così sicuro che possa essere
disponibile. Non per il momento, almeno. I magazzini più importanti sono in
quelle che erano le zone più popolate. I miasmi e il pericolo delle malattie ci
costringono a starcene lontani e continueranno a farlo ancora per lungo
tempo.»
«Sono d’accordo. Ma questo dipende da quanta necessità abbiamo di
quelle cose. Presto o tardi qualcuno comincerà a saccheggiare le città. Ma in
realtà non è questo il punto. Dobbiamo decidere se la nostra intenzione sia
semplicemente quella di andare avanti sfruttando ciò che è rimasto oppure di
cercare di creare un modo di vivere totalmente diverso.»
Nessuno parlò per un momento; poi Ruth domandò: «Che genere di modo
di vivere?»
Abby aveva già pronta la risposta. «Basato sull’agricoltura o almeno, sulla
coltivazione degli ortaggi. Dobbiamo diventare una società di contadini che
produce in pratica tutto quello di cui ha bisogno. Per il cibo, le cose stanno
così. Dobbiamo produrre tutta la carne e le verdure indispensabili. Se
riusciremo a farlo, se soltanto potessimo riuscirci, questo darebbe alla
prossima generazione il tempo sufficiente per imparare le altre
specializzazioni. Potranno imparare dai libri come fare ogni cosa. Tutte le
cose che nel frattempo si saranno esaurite.» Abby si era infervorata e i suoi
ascoltatori annuirono con convinzione. «Noi, e non intendo soltanto noi
quattro, ma tutti i sopravvissuti di questo paese potremmo arrivare alla fine
della nostra vita continuando semplicemente a saccheggiare, ma che ne sarà
della prossima generazione e di quella successiva?»
Come un apostolo, Jenny afferrò subito lo spirito delle sue parole. «È un
inizio, vero? Voglio dire, non è che dobbiamo inventare o fabbricare gli
attrezzi che usiamo. Per il momento, finché durerà la benzina, potremo
servirci addirittura dei trattori per fare la parte più pesante del lavoro.»
«Aspetta», interloquì Greg. Tutti si voltarono a guardarlo. «Andremo in
giro a raccogliere tutto quello che ci serve. Benzina, attrezzi, sementi, e via di

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questo passo. È così?»
Abby annuì. «Le prenderemo scegliendole con cura, sì, questa in linea di
massima è la mia intenzione.»
Greg riprese a parlare: «E coltiveremo cereali e alleveremo bestiame.
Giusto?»
«Giusto», confermò Abby.
«Allora non sarà possibile.» Greg si appoggiò all’indietro sulla sedia con la
sicurezza di chi, in un dibattito, dispone di un argomento che gli assicura un
irrefutabile vantaggio.
«Perché?»
«Perché siamo troppo pochi. Anche se lavorassimo come cani per tutto
l’anno senza soste, riusciremmo soltanto a mettere insieme di che
sopravvivere a stento. Sta’ a sentire, in questo paese possiamo contare su
appena poco più di sei mesi durante i quali il terreno è coltivabile. Nel
frattempo dovremo far crescere il necessario per tirare avanti giorno per
giorno, e l’indispensabile da mettere da parte per superare un inverno lungo
altri sei mesi. Procurarci il cibo per l’inverno per noi tutti. Raccogliere la
legna. Un’impresa del tutto irrealizzabile.»
«Allora dovremo trovare qualcun altro che si unisca a noi.» Fu Ruth a
parlare. Abby la guardò sorpresa. Fra tutti, Ruth era apparsa la meno
interessata ai progetti per il futuro. La ragazza continuò: «Credo che abbiate
entrambi ragione. Abby ha ragione sulla necessità di coltivare la terra. Greg
ha ragione quando dice che siamo troppo pochi. La risposta è ovvia».
Erano rimasti insieme così a lungo, per tanto tempo non avevano visto
altra gente che l’idea di allargare il loro gruppo ebbe l’effetto di un piccolo
choc.
Jenny si mostrò prudente: «Dovremo stare molto attenti con le persone che
si uniranno a noi».
«Naturalmente», disse Abby. «Metteremo bene in chiaro quali siano i
nostri scopi. Se le persone che verranno non mostreranno di condividere
queste idee, allora non le accoglieremo.»
Cominciarono a studiare il progetto. Di quante persone avrebbero avuto
bisogno? Quanti individui avrebbero potuto ospitare? Come dovevano essere
divise le forze di lavoro? Quanti i contadini e quanti gli addetti alle ricerche?
Mentre ne discutevano, la loro eccitazione crebbe. Condividevano un
entusiasmo che non avevano più provato ormai da mesi. Stavano per dare
inizio a un progetto a lunga scadenza. Si stavano avviando verso una meta
precisa.

Una quindicina di giorni dopo, capitò lì Tom Price. Indossava indumenti

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sudici. Aveva i capelli unti e lunghi fino alle spalle. Il volto e le mani erano
coperti di squame di pelle secca. Accettò di buon grado la loro offerta di un
pasto e, mentre glielo preparavano, aderì con riluttanza all’invito di Greg di
andare a fare il bagno. Ruth trovò degli abiti puliti in una delle case
abbandonate. Bruciarono quelli indossati da Tom infestati dai parassiti,
nonostante le sue insistenze che «avrebbero potuto essere usati ancora per
degli anni».
Ansiosi di avere qualche notizia dal mondo esterno, rimasero tutti con lui
mentre mangiava. Price parlò tra un boccone e l’altro, sottolineando le parole
e gesticolando con la forchetta. Aveva trascorso l’inverno con Arthur
Wormley e il suo gruppo. Abby era incantata e interessata nel sentire che il
gruppo aveva raggiunto un numero di oltre trenta componenti. Stando alle
affermazioni di Price, Wormley si era autonominato «facente funzioni di
presidente» e aveva chiamato la propria organizzazione «Forze Unite
Nazionali». Prima delle grandi nevicate, gli uomini avevano lavorato su un
raggio sempre più ampio facendo incetta di viveri e materiali indispensabili
che venivano immagazzinati alla loro base. Alle nuove reclute che non
intendevano arruolarsi con l’esercito venivano offerti appezzamenti di
terreno. I loro raccolti sarebbero passati in proprietà all’esercito. In cambio
questi agricoltori avrebbero goduto dell’appoggio e della protezione
dell’«esercito» di Wormley. Price sembrava impressionato e un po’ intimorito
da ciò che aveva visto. «Sono disciplinati, vedete. E organizzati. Non
tollerano assurdità. Il signor Wormley, io lo chiamavo Arthur, mi disse:
‘Tom’, disse, ‘questa gente deve avere dei capi. Per il loro stesso bene, hanno
bisogno di qualcuno che gli dica cosa devono fare. Non c’è posto per gli
individualismi’. Questo è quello che mi disse. In ogni caso, gli esposi
qualcuna delle mie idee e subito dopo lui mi offrì una posizione importante
nella direzione. Voleva che facessi l’ufficiale. Di alto grado. Con una quantità
di gente che lavorava ai miei ordini.»
Greg lo interruppe prima che Price potesse continuare con le sue fantasie.
«Si direbbe un’ottima sistemazione», osservò. «Perché non è rimasto laggiù?»
Senza esitazioni Price cambiò atteggiamento. Era un uomo per il quale le
bugie sembravano più facili della verità. La sua voce assunse un tono solenne.
«Be’, vede, abbiamo avuto delle divergenze. Una questione di principio.
Pensi, in seguito venne a scusarsi con me. Si trovò d’accordo con tutto quello
che avevo detto. Fece di tutto, mi supplicò perché rimanessi, ma io dissi ‘no’.
Dissi: ‘Ci sono moltissimi poveri diavoli che vagano per le campagne e che
potrebbero farcela con un po’ di aiuto. E questo è tutto quanto voglio dalla
vita. La possibilità di aiutare i miei simili’.»
Price sorrise ai suoi ascoltatori, cercando di apparire modesto. «Voglio

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dire, questa è la ragione per la quale siamo qui tutti, non è vero? Aiutarci l’un
l’altro.»
Quando ebbe finito di mangiare, si accomodò in una poltrona accanto al
fuoco. Gli altri si dedicarono ai propri compiti.
Più tardi, nel pomeriggio, Ruth entrò nella stanza reggendo a fatica una
pesante bracciata di legna. Price la guardò con un’espressione molto
comprensiva. «Non dovrebbe trasportare un peso simile in una sola volta»,
disse senza muoversi. «Finirà per affaticarsi troppo.»
Ruth suggerì con dolcezza che forse avrebbe potuto darle una mano.
Lui fece una piccola smorfia e si afferrò una coscia. La sua voce ebbe un
lieve trasalimento. «Mi piacerebbe da matti, vede, ma questa vecchia gamba
si sta facendo un po’ sentire. Una ferita di guerra. Di tanto in tanto mi dà delle
fitte terribili. Forse domani andrà meglio. Allora sì che vedrà qualcuno
lavorare. Tutto procederà a meraviglia. Quando comincio, non mi fermo più.»
A cena, quando si fu accertato che non rimaneva più assolutamente nulla
da mangiare, tornò alla propria poltrona. Ben presto si addormentò, russando
lievemente e dovettero svegliarlo al momento di andare a letto.
Jenny aiutò Abby a lavare i piatti. «Bene, ci siamo procurati la prima
recluta. Che ne pensi di lui?»
Abby sorrise: «Se ce ne capiterà ancora qualcuna come questa, che Dio ci
aiuti».

Lo sciogliersi della neve e le prime piogge primaverili appesantirono il


terreno, e fu impossibile lavorarlo. Il primo tentativo di dissodare un tratto di
campagna per coltivare le patate si risolse in un fallimento quando il trattore
si impantanò profondamente.
Greg scoprì una Range Rover non danneggiata dal gelo. In un distributore
a pochi chilometri di distanza dalle case c’era una buona riserva di benzina. Il
faticoso lavoro di pompare il carburante finì quando poterono sfruttare la
corrente fornita da un generatore Honda portatile.
Price parve felice di rimanere in casa mentre gli altri andavano in giro per
procurarsi i materiali compresi nella «lista della spesa per sopravvivere» di
Abby.
In un centro di giardinaggio trovarono le sementi per l’orto. Abby
sottolineò il fatto che avrebbero dovuto mettere da parte una certa quantità di
tutto ciò che avrebbero coltivato per avere le sementi da usare nell’anno
seguente. Ruth osservò che molti pacchetti di semi recavano l’avvertenza che
la varietà era un ibrido e che perciò i semi ricavati da quelle piante non
avrebbero germinato. Quel pensiero lasciò tutti molto colpiti. Molte piante
erano destinate a sparire o a regredire prima degli uomini.

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In un mese avevano battuto una zona del raggio di circa otto chilometri.
Sulle prime avevano evitato i luoghi dove il tanfo della decomposizione era
più forte, ma in seguito usarono delle maschere impregnate di disinfettante, e
con questo accorgimento riuscirono a penetrare nei negozi dei villaggi. Di
tanto in tanto trovavano le tracce dei saccheggi avvenuti dopo la pestilenza.
Porte e finestre sfondate. Scatole di viveri conservati e bottiglie ormai vuote
erano sparpagliate sul pavimento dei negozi. Ma non incontrarono mai
nessuno.
Viaggiarono in macchina su strade sconnesse e piene di buche provocate
dal gelo, rese scivolose dallo strato di foglie marce cadute in autunno. Nei
campi in cui gli steli verdi e sottili dell’erba nuova cominciavano a spuntare,
si scorgevano carogne di gatti e di pecore. L’inverno aveva distrutto il
bestiame così come la malattia aveva decimato gli uomini.
Un pomeriggio si fermarono in quella che una volta era stata una fattoria
ben tenuta. File su file di bassi edifici di mattoni avevano ospitato allevamenti
di maiali e di polli. Greg scrutò all’interno attraverso una finestra. Centinaia
di animali giacevano morti nei porcili, nelle stie. Le carcasse dei polli si
ammucchiavano in cataste quasi ordinate.
Mentre si allontanavano nessuno parlò, finché Greg disse: «Mi domando
chi abbia pagato di più, in fatto di morti. Gli animali o noi?»
Il paesaggio che li circondava era silenzioso quanto deserto. Era un
silenzio che talvolta incuteva loro un timore reverenziale. Altre volte li
terrorizzava. Li circondava, tangibile e intenso. Le loro voci sembravano
attenuate dal suo incombere. Assorbiva ogni suono, soffocando rapidamente
tutti i rumori che venivano a contrastare la sua immobilità. Il silenzio era un
requiem senza fine.

Avevano esteso le proprie esplorazioni, e si allontanavano in macchina


dalla loro base fino a un raggio di trenta chilometri. Greg guidava veloce e
sicuro, ignorando i segnali stradali e senza mai fermarsi né rallentare agli
incroci. Quando la berlina sbucò davanti a lui da una strada celata da alti
argini, Greg rimase così sbigottito da avere una reazione rallentata, e premette
il freno un attimo troppo tardi. La grossa Range Rover urtò l’angolo
posteriore dell’automobile che venne spinta sul ciglio erboso. Greg si fermò e
balzò fuori, istantaneamente trasformato di nuovo nel guidatore cittadino del
tempo ormai passato.
«Perché diavolo non guarda dove va? Se non sa guidare non vada in giro
sulle maledettissime strade!» gridò rabbiosamente facendosi avanti verso la
berlina. Immediatamente però si rese conto di quanto dovesse sembrare
ridicolo. Sorrise. «Mi scusi. È stato un riflesso condizionato.» Poi in tono più

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sollecito: «Qualcuno si è fatto male?» Era arrivato a un passo o due di
distanza dalla macchina quando si fermò di colpo. Una grossa pistola Colt
calibro quarantacinque spuntava dal finestrino dell’automobile. L’estremità
della canna gli parve una caverna scura: oscillava lievemente puntata verso il
suo viso.
L’uomo che impugnava la pistola disse: «Stia indietro». Istintivamente
Greg portò le mani all’altezza delle spalle e fece un passo allontanandosi dalla
macchina. Nel frattempo le donne erano scese dalla Range Rover e
rimanevano raggruppate accanto alla portiera.
La voce domandò: «Siete armati?»
«No.»
«Avete avuto la malattia?»
Greg cercò di dare alla propria voce un tono autoritario.
«Alcuni di noi. Tutti ne sono venuti in contatto, comunque.»
Ci fu un silenzio. Poi l’uomo con la pistola aprì cautamente la portiera e
fece per scendere. Continuava a tenere l’arma puntata. C’era un altro uomo
sul sedile anteriore, e su quello posteriore, c’erano una donna e una bambina.
Pur essendo spaventato, Greg provò una sensazione di sollievo rendendosi
conto che anche gli sconosciuti apparivano tesi e impauriti.
La canna della pistola si abbassò verso il terreno. L’uomo che l’impugnava
disse: «Non andiamo in cerca di guai». Era sulla quarantina. Alto e con le
spalle curve. Portava occhiali ai quali mancava una lente.
«Neppure noi siamo in cerca di guai.» Poi con un forzato tono discorsivo,
Greg continuò: «Da dove venite?»
L’uomo indicò visivamente una direzione: «Abbiamo una piccola fattoria.
Da quella parte. È un bel posto. Ci sono moltissime serre. Abbiamo
cominciato a piantare qualcosa». Si interruppe ancora, osservando
attentamente Greg, poi: «Pensavo che avremmo potuto mandarla avanti, ma
abbiamo bisogno di altre braccia», disse.
Abby si avvicinò di un passo. La pistola si alzò di nuovo cautamente. «Mi
chiamo Abby Grant», disse lei tendendo la mano. Il gesto confuse l’uomo,
che con un movimento goffo passò l’arma nella mano sinistra, si asciugò il
palmo contro i pantaloni e ricambiò la stretta. «E io William Faber… Bill.»
Ruth e Jenny si fecero avanti e Abby procedette alle presentazioni. Bill
Faber fece cenno agli altri sull’automobile, e quelli parvero contenti di
scenderne e di unirsi al gruppo.
Philip Patterson aveva diciotto anni. Aveva la barba e i capelli gli
ricadevano fin sulle spalle. Sorrise avidamente e con nervosismo mentre
stringeva la mano a tutti.
La donna si chiamava Elaine Corman. Si tenne un po’ indietro e sulle sue.

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Abby notò sorpresa che era truccata e aveva i capelli acconciati in riccioli
innaturalmente rigidi. Pensò che fosse sulla cinquantina.
La bambina spaventata che si stringeva a Elaine aveva sei anni. Si
chiamava Claire. Faber l’aveva trovata rintanata in un bar. Era sopravvissuta
da sola per tre settimane, nutrendosi di patatine, biscotti e limonate. Faber
aveva fatto una fatica enorme a convincerla ad abbandonare il bar; la bambina
infatti insisteva nel dire che i suoi genitori sarebbero venuti ben presto a
riprenderla.

Jenny tolse il fornello Primus dalla Range Rover e lo sistemò in mezzo alla
strada. Faber portò una scatola di latte condensato e un vasetto di caffè
istantaneo.
Condividere cibi e bevande contribuì a mettere fine alle riserve che i
membri di entrambi i gruppi ancora nutrivano gli uni verso gli altri.
Cominciarono a parlare liberamente, confrontando le esperienze,
scambiandosi notizie.
Faber li invitò ad andare con lui alla loro fattoria. «Soltanto per dare
un’occhiata. Per sentire che cosa ne pensate.»
Abby fece lo stesso invito. Greg sistemò le cose facendo osservare che si
trovavano molto più vicini al villaggio che non alla fattoria di Faber.
Sulla via del ritorno, Jenny e Greg salirono sulla berlina. Faber, Elaine e
Claire viaggiarono sulla Range Rover.
Price si fece loro incontro per accoglierli. Aveva gli occhi gonfi, come se
si svegliasse allora da un sonno profondo. Si scusò per il fatto che il fuoco si
era spento, dichiarando di essere rimasto fuori a lavorare tutto il giorno.
Jenny e Ruth si diedero da fare per preparare qualcosa di speciale per il
pranzo, aprendo scatole di minestra, di carne conservata e di pesche
sciroppate. Prepararono grandi pentole di purea liofilizzata, e arricchirono la
tavola con sottaceti e salse.
Mentre venivano fatti quei preparativi, Abby e Greg condussero gli ospiti a
visitare il villaggio. Sottolinearono con insistenza le ampie possibilità di
sistemazione offerte dalle altre case. Faber ammise che la sua fattoria era
costituita da un unico edificio con tre sole camere da letto. Spiegò che
intendeva rimorchiare laggiù diversi grossi caravan per ospitare le persone
che si sarebbero unite a loro. Greg si sorprese a parlare come un entusiasta
agente immobiliare, elencando i vantaggi del villaggio.
Abby aspettò finché il pranzo non ebbe termine. Greg offrì liquori agli
ospiti, e tutti si accomodarono intorno al fuoco riacceso. Abby trovò difficile
parlare senza avere un tono formale.
«Credo di parlare a nome di tutti. So che è così. Saremmo molto lieti se vi

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voleste unire a noi, qui, nel nostro villaggio.»
«Giusto», disse Greg, «con i due gruppi uniti riusciremmo a rendere
efficiente questo posto.»
Ruth e Jenny annuirono. Price si schiarì la voce. Assunse un’aria seria e
cominciò in tono ampolloso: «La disciplina è quello che dobbiamo ottenere,
capisce? Dobbiamo abituarci a prendere ordini…»
Abby lo interruppe prima che potesse continuare. «Dobbiamo lavorare
insieme. Non dobbiamo dividerci in due gruppi. Ne basta uno. Da quanto
avete detto posso arguire che i nostri scopi sono gli stessi. Ma siamo ben lieti
di accettare qualunque nuova idea. Di una cosa sono sicura: avremo
possibilità di gran lunga migliori se formeremo una unità singola.»
Parlò Faber: «Stavamo per fare la stessa offerta a voi. La nostra fattoria è
in un’ottima posizione e presenta una quantità di risorse potenziali. Penso che
possa essere difesa meglio di questo posto. Ma è limitata come spazio. Il
terreno è più collinoso e presenta maggiori difficoltà per la coltivazione. Per
me andrebbe benissimo. Penso che siate avvantaggiati rispetto a noi. Per
quanto mi riguarda, sono perfettamente d’accordo di unirmi a voi».
In capace di trattenersi, Jenny disse: «Magnifico!»
Faber alzò una mano. «Un momento. Voglio sentire che cosa ne pensano
anche Phil ed Elaine.» Li guardò.
«Non mi importa di trasferirmi. Però vorrei tornare alla fattoria a prendere
tutti i miei attrezzi», disse Philip.
Faber lo rassicurò. «Ma certo.» Poi, rivolgendosi ad Abby: «Disponiamo
di grandi quantità di viveri che potremmo portare con noi. E anche qualcosa
di meglio. Abbiamo tre maiali. Un verro e due scrofe. E sei galline. Ma
nessun gallo, purtroppo».
Greg esclamò, pieno di entusiasmo: «Mio Dio, del bestiame potrebbe
valere il suo peso in oro. Se riuscissimo a fare figliare una delle scrofe, allora
sì che avremmo qualcosa con cui commerciare».
Ruth guardò Elaine. «Non ha ancora detto se anche lei è d’accordo o no.»
Senza sorridere, la donna si strinse nelle spalle con indifferenza. «Mi piace
disporre della mia libertà, starmene sola, se mi fa piacere. Partecipo a tutte le
iniziative altrui, ma mi piace conservare la mia privacy. Alla fattoria avevo
una stanza per mio conto.»
«Potrà averla anche qui», si affrettò a rassicurarla Jenny. «So cosa vuol
dire con questo. È bello potersene stare soli di tanto in tanto.»
Elaine annuì con gravità. «Sono convinta che la gente non dovrebbe
sempre vivere tutta ammucchiata insieme. Una certa privacy è indispensabile
per tutti.»
L’intero gruppo rimase a un tratto silenzioso. Abby aspettò un momento,

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poi domandò: «Avete deciso allora? Siete d’accordo?»
Faber disse: «Se ci darete una mano, domani potremmo trasferire qui la
maggior parte della nostra roba».

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CAPITOLO TERZO

SI era già avanti nell’anno quando il terreno fu asciutto abbastanza per essere
dissodato e coltivato. Piantarono varie tonnellate di patate in quello che era
stato un prato accanto alle case. Lavorarono per intere giornate piantando i
tuberi a mano. In un altro campo, dopo aver preparato accuratamente il
terreno seminarono cavoli, cavolini di Bruxelles, piselli e fagioli.
L’orto annesso alle case che era servito ai precedenti proprietari per
coltivarvi le verdure, venne facilmente rimesso in ordine e usato come vivaio
per la coltivazione delle insalate.
I nuovi venuti si integrarono in fretta nel gruppo. Ci furono litigi di scarsa
importanza, occasionali discussioni, ma in generale le divergenze vennero
risolte con facilità. L’unica manifestazione di violenza ebbe breve durata e
venne ben presto dimenticata. Tom Price si era messo a lavorare insieme a
Philip Patterson. Qualsiasi cosa facesse Phil, si poteva star certi che Price non
avrebbe mancato di trovarsi al suo fianco pronto a dare consigli e a criticare.
Dopo diverse settimane, Price aveva ridotto il ragazzo al ruolo di un inesperto
apprendista assumendosi le funzioni di principale. La faccenda ebbe termine
quando Abby incaricò Price di tagliare la legna. Price trasformò la richiesta in
un ordine e lo passò a Phil. Poi sedette su un muretto osservando il giovane
lavorare sodo con la sega. «Dovresti muoverla un po’ più in fretta, ragazzo.
Stasera saremo ancora qui, se andrai avanti di questo passo. Mettici un po’ di
energia. Quella sega è un buon attrezzo. Io ne avrei già tagliata il doppio, se
fossi al tuo posto, e in metà tempo. Si tratta di pratica, vedi. Devi prendere il
ritmo. Avanti e indietro. Avanti e indietro.» Price accese una sigaretta.
Respirò rumorosamente. Tossì, poi riprese a dare il tempo, accelerando il
ritmo. «Avanti e indietro. Avanti e indietro.»
Phil smise il suo lavoro. Strappò la sega dal ceppo, e la lasciò cadere a
terra, poi, con decisione, si diresse verso Price e lo colpì in piena faccia con il
pugno chiuso. Price cadde all’indietro dal muretto e giacque a terra, con il
sangue che gli colava dal naso. Per un momento rimase intontito e scosso. Si

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passò la mano sulla bocca e vide il sangue. Balzò in piedi e indietreggiò,
agitando i pugni come un pugile che si prepari al combattimento. «Bastardo!»
disse. «Piccolo finocchio scansafatiche. Adesso ti becchi una battuta con i
fiocchi!» Phil fece un passo avanti e lo colpì di nuovo nello stesso punto,
appiattendogli ancora di più il naso. Price parve sorpreso e sbigottito. La sua
voce suonò addolorata. «Ma perché mi fai questo? Sono stato come un padre
con te, maledizione! È così che mi sei riconoscente?» Phil si fece di nuovo
avanti verso di lui. Price indietreggiò frettolosamente, poi si voltò e si
precipitò verso casa. Quando fu al sicuro e fuori di portata si voltò e gridò:
«Maledetto bruto!» Phil tornò al proprio lavoro e si rimise a segare la legna.

Faber e il suo gruppo, ben presto si adeguarono alla consuetudine di


rivolgersi ad Abby per ottenere ordini e istruzioni. Non ci furono discussioni e
neppure obiezioni al fatto che fosse lei a prendere le decisioni. Nessuno pose
in dubbio la sua autorità e nessuno prese anche soltanto in considerazione la
possibilità di sfidarla. E Abby non si rese affatto conto di essere il loro capo.
Al di là della sua stessa volontà, la linea del comando si era stabilita
automaticamente senza alcuna difficoltà. Greg e Faber ne condividevano le
responsabilità e nessuno dei due prendeva decisioni senza informarne l’altro.
Philip era un lavoratore volonteroso, prendeva gli ordini spontaneamente, e la
sua fiducia era aumentata dopo la vittoria su Price.
Ma fra le donne correvano rapporti tutt’altro che cordiali. Ruth si irritava
facilmente per gli atteggiamenti di Elaine Corman. Elaine dava un’importanza
esagerata al suo aspetto. Aveva i capelli sempre perfettamente in ordine, il
viso accuratamente truccato. Che lavorasse in cucina o nei campi, il suo
aspetto era sempre impeccabile. Svolgeva con cura i suoi compiti e faceva
ogni cosa con lenta e meticolosa pignoleria. Ruth, al contrario, era molto
veloce nei lavori. Elaine lavava ogni padella e ogni piatto man mano che
venivano usati. Ruth li ammucchiava per occuparsene poi in un’unica ripresa
alla fine della giornata. Ruth sbucciava le patate mentre Elaine le sottoponeva
a un trattamento chirurgico. Lo scontro fra loro avvenne un giorno che Ruth
stava aspettando con impazienza di poter usare il rubinetto e si accorse che
Elaine stava lavando con cura le latte ormai vuote dei cibi in scatola prima di
gettarle nel bidone dei rifiuti. Jenny udì le loro voci mentre litigavano e fece
in tempo ad arrivare in cucina per vedere Ruth uscire dalla porta posteriore
sbattendola dietro di sé. Elaine rimase a fissare il punto in cui l’altra era
scomparsa, con il volto lievemente arrossato. «Quella ragazza è una sciattona,
ecco cos’è. La mia casa è sempre stata una perfezione in fatto di pulizia. Mio
marito non si stancava mai di compiacersi per come la tenevo. Era
immacolata. Non ci sarebbe stata l’epidemia che abbiamo avuto se tutti

106
avessero tenuto le proprie case linde e pulite com’era la mia.»
In seguito Ruth si scusò. E dopo quella volta sistemarono le cose in
maniera da alternarsi in cucina senza essere costrette a trovarcisi insieme.
Claire non riuscì mai a dire con precisione se aveva sei o sette anni. Era in
grado di leggere perfettamente e riusciva a eseguire piccole somme. Le donne
trovarono il tempo, tutti i giorni, di impartirle lezioni di varie materie e la
piccola mostrò una spiccata inclinazione per il disegno. Era una bambina
allegra e comunicativa e sembrò adattarsi alla sua nuova situazione meglio di
tutti gli altri. Ma talvolta, durante la notte, si svegliava urlando.
Alla fine, tutte le sementi di cui disponevano furono seminate. Quel lavoro
li aveva tenuti impegnati a tal punto da non lasciare il tempo di compiere
delle spedizioni per procacciarsi rifornimenti. La nota della spesa di Abby era
cresciuta di diverse pagine.
Philip e Bill Faber partirono infine per il primo viaggio. Quando furono di
ritorno era già buio, e la parte posteriore della Range Rover era stipata di
rotoli di fil di ferro e attrezzi agricoli. Decisero di non scaricare fino al
mattino seguente e rientrarono subito per mettersi a tavola. Faber era molto
soddisfatto dei risultati di quella giornata. Avevano trovato quello che
cercavano senza difficoltà, ma, cosa molto più importante, si erano imbattuti
in altre due persone.
«Hanno un cottage circa cinquanta chilometri a ovest rispetto a noi»,
spiegò. «Abbiamo visto del fumo, e abbiamo voluto andare a vedere.
All’inizio sono stati molto prudenti. Da una finestra al primo piano tenevano
puntato su di noi un fucile. In ogni modo, abbiamo parlato un po’ e di lì a non
molto ci hanno aperto la porta e ci hanno fatto entrare. Sembrano due persone
a posto. Uno di loro si chiama Christopher. Malcolm Christopher.»
Phil continuò il racconto. «Hanno un terreno coltivato abbastanza esteso,
laggiù. Penso che riesca a produrre raccolti sufficienti per entrambi. In ogni
modo, gli abbiamo parlato di questo posto. Lo abbiamo invitato a venire a
vedere, se voleva. Ci è parso interessato.»
Fu di nuovo la volta di Faber. «Dev’essere un uomo in gamba. Era un
coltivatore di rose, prima della ‘morte’. E perciò è molto pratico di orticultura.
Ce ne siamo accorti vedendo i suoi campi. Sono una meraviglia.»
«Pensate che possa venire a far parte del nostro gruppo?» domandò Jenny.
Faber si strinse nelle spalle. «Potrebbe. Mi è sembrato molto cauto. Gli
abbiamo detto che non si sarebbe impegnato affatto anche se fosse venuto a
farci visita.»
«Avete detto che erano in due. C’era una donna?» Fu Abby a fare la
domanda.
«No. C’era un ragazzo. Di circa dieci o undici anni. Alto press’a poco così.

107
Un bel bambino. Christopher lo aveva trovato in un campeggio. Pare che
facesse parte di una scolaresca. L’unico che sia sopravvissuto, a quanto gli
risulta.»
Abby sentì lo stomaco stringersi in uno spasmo. Parlò con precipitazione.
«Come si chiama?»
Faber si accigliò, poi scosse il capo. «Maledizione, non riesco a
ricordarmene. Non sono nemmeno sicuro che abbia detto il suo nome.»
Phil alzò gli occhi dal piatto. «Peter», disse. Poi: «C’è nessuno che voglia
queste patate?»
«Peter come?» la voce di Abby era colma di ansia.
Phil rovesciò gli avanzi di patate nel piatto. Parlò senza dar peso a quello
che diceva, con indifferenza. «Non lo so. Ha detto soltanto Peter.»

Abby partì all’alba al volante della Range Rover. Jenny sedeva accanto a
lei con la carta sulla quale Faber aveva segnato la posizione del cottage di
Christopher.
Non parlarono quasi nell’ora o poco più che impiegarono per percorrere i
cinquanta chilometri. Quando furono quasi arrivate, Jenny controllò di nuovo
la carta geografica. «Dovremo prendere a sinistra al prossimo incrocio. Poi ci
resterà da fare soltanto un altro paio di chilometri.»
Abby annuì e scrutò la strada per non lasciarsi sfuggire l’incrocio. Le
strade secondarie si erano ristrette per la vegetazione sui bordi. Era difficile
vedere gli incroci fino al momento in cui ci si arrivava.
Mentre svoltavano, Jenny si affrettò a osservare: «Abby. Lo sai, vero, che
tutte le probabilità ci sono contro? Voglio dire, non aspettarti… quello che ti
sto raccomandando è di non rimanere troppo delusa».
«So quello che mi vuoi dire, Jen. E so anche che hai ragione. La mia è
stata soltanto una sensazione. Non posso definirla altro che in questo modo.»

Il cottage si trovava sulla destra della strada. Era costruito in mattoni e


legno verniciato di bianco, e aveva un tetto molto spiovente e ripido. Il fumo
che saliva dal camino si mescolava con la lieve nebbia del primo mattino.
Abby frenò e spense il motore. Lei e Jenny fecero per scendere dalla
macchina, ma la voce di un uomo gridò, rivolta a loro: «Restate dove siete».
Stava sul cancello, nascosto in parte dal pilastro di muratura. Reggeva un
fucile calibro dodici puntato su di loro: «Avete fatto la malattia?»
Abby rispose: «Siamo guarite entrambe». Poi spiegò frettolosamente:
«Due dei componenti del nostro gruppo sono stati qui dà lei ieri. E ci hanno
parlato di voi».
Christopher uscì da dietro il suo riparo e si portò in mezzo alla strada,

108
abbassando il fucile. Continuava a essere prudente.
«Che cosa posso fare per voi?»
«Con lei c’è un ragazzo che si chiama Peter. È anche il nome di mio figlio.
Ha undici anni e mezzo.»
L’uomo annuì, «Pete potrebbe avere giusto quell’età.»
«Qual è il suo cognome?»
L’uomo parve imbarazzato. Poi sorrise con un solo angolo della bocca e
scosse il capo. «Potrà sembrare buffo. Ma non lo so. L’ho sempre chiamato
soltanto Peter.» Si voltò e indicò dall’altro lato del prato dietro il cottage,
verso un lontano filare di alberi. «È laggiù, è andato a prendere la legna.
Vuole vederlo?»
«Sì. La prego.»
L’uomo appoggiò il fucile contro il muretto, mise le mani a coppa intorno
alla bocca e gridò: «Peter!» La voce di lui echeggiò chiara nel silenzio.
Tutti e tre rimasero a fissare gli alberi lontani. Dopo un momento
Christopher chiamò di nuovo.
Abby guardava da quella parte senza batter ciglio. Ci fu un movimento sul
limitare della macchia e una figuretta si delineò allo scoperto.
Abby cominciò a correre. Attraverso il cancello, il giardino e sul prato.
Sapeva adesso con assoluta certezza che si trattava di suo figlio. Gli occhi le
si riempirono di lacrime. Mentre correva, pronunciò dolcemente il suo nome
più e più volte. Tese le braccia verso il ragazzo. Si trovava adesso a pochi
metri da lui. Poi si fermò. Anche il ragazzo si fermò, fissandola. Con
compitezza, ma sbigottito. Sorrise. «Chi è lei?» domandò.
La teiera cominciò a bollire, Christopher la tolse dal gancio del caminetto e
la portò sulla tavola. Riempì tre tazze poi esitò prima di riempire la quarta. «È
sicura che la sua amica non voglia unirsi a noi?» domandò a Jenny. La
ragazza si voltò dalla finestra. «Penso che sia meglio lasciarla sola, almeno
per il momento.» Lanciò un’altra occhiata alla finestra. Abby si appoggiava
alla parte anteriore della Range Rover, immobile, tranne il nervoso
movimento della mano con la quale reggeva la sigaretta che stava fumando.
«Perché non si siede?» Jenny accettò la sedia che Christopher le offriva.
L’uomo le mise davanti una fumante tazza di caffè. «Mi dispiace, ma non
abbiamo zucchero. E abbiamo finito il latte condensato ormai da qualche
settimana.»
«Abbiamo catturato qualche ape. Verso la fine dell’anno potremo avere il
miele al posto dello zucchero», disse Peter.
«Sta prendendo male la cosa, vero?» Da dove sedeva, Christopher riusciva
a scorgere Abby attraverso la finestra.
«Ho cercato di prepararla contro una delusione. Il guaio era che sembrava

109
così sicura», rispose Jenny.
Sorseggiarono il caffè. «La gente che abbiamo incontrato, non molta, in
effetti, lo ammetto, ma tutti quelli che abbiamo incontrato, nessuno di loro
aveva parenti», disse Cristopher, «e per quanto ne so, nessuno conosceva gli
altri prima della ‘morte’. Vede, se suo figlio aveva undici anni e se avesse
superato la malattia, allora presumo che potesse avere qualche possibilità. Dio
solo sa, però, quante potessero essere le probabilità contrarie. Milioni e
milioni contro una, credo.»
«Abby non intende, semplicemente, accettare una cosa simile. Ero
convinta che si fosse rassegnata fino a qualche tempo fa. Non aveva più
accennato a Peter per tutto l’inverno. Ma oggi mi sono resa conto che non se
lo è mai tolto dalla mente. Tutto quello che fa, tutto il lavoro nella nostra
comunità, lo ha fatto soltanto perché voleva avere un posto per lui quando lo
avesse ritrovato.»
«Bene, suppongo che lavorare per quello scopo sia una specie di futuro.»
Guardò Peter. «Non sono affatto sicuro che non mi sarei ucciso se non fosse
stato per lui. Quando ci incontrammo, sembrava avesse bisogno di me.
Adesso abbiamo bisogno entrambi l’uno dell’altro.» Scompigliò i capelli già
spettinati del ragazzino. Peter scrollò il capo e disse con imbarazzato
compiacimento: «Smettila!»
Rimasero silenziosi per un momento. Christopher fissava la propria tazza.
Poi disse in tono sommesso: «Sa cosa pensavo l’altro giorno? Ci sarà un
enorme, spaventoso vuoto nelle generazioni. Voglio dire, anche quei bambini
che sono riusciti a cavarsela con il contagio, non possono essere
sopravvissuti. E infatti, quanto potrebbero resistere da soli, ragazzini di
cinque o sei anni?»
Jenny si strinse nelle spalle. «Poveri piccoli. Non riesco nemmeno a
pensarci.»
Peter interloquì con vivacità. «Ci sono alcuni ragazzi della mia età qua
attorno, però. Ragazzi e ragazze. Ne abbiamo visto qualcuno a Waterhouse.»
«Waterhouse?»
«È una località nel Sussex. Una di quelle meravigliose antiche proprietà.
Una casa patrizia in stile, sa. Siamo capitati là per caso. Avevano organizzato
una comunità discretamente numerosa. Qualcosa come trenta individui.
Contando i ragazzi, naturalmente.»
«È interessante», osservò Jenny.
«Se la stanno cavando bene. Fanno un po’ di agricoltura, ma vivono
soprattutto con quello che riescono a trovare nei centri abitati, saccheggiando.
Ci dissero che potevamo restare là se avessimo voluto, ma la cosa non mi
attirava molto. Un tantino troppo militaresca e disciplinata per i miei gusti.

110
Troppo autoritarismo. Quando gli dicemmo che non ci saremmo fermati, ci
invitarono ad allontanarci dalla zona. E mandarono una jeep a seguirci per
essere sicuri che ce ne andassimo.»
Jenny rifletté per un momento, poi prese una decisione e tirò fuori di tasca
la carta geografica. «Ha detto che c’erano dei ragazzi, laggiù?»
«Sì.»
«Bene, non si sa mai. Può indicarmi dove si trova questa Waterhouse? È
sempre utile sapere dove si sono stabilite altre comunità.»
Christopher spiegò la carta e la stese sulla tavola. Con l’aiuto di Peter
tracciò una strada attraverso di essa e poi batté il dito su un punto. «Si trova
qui. Proprio da queste parti.»
Peter trovò una matita e segnarono la posizione con una grossa croce.

Terminarono il caffè e si avviarono alla porta. Stringendo la mano ai due,


Jenny disse: «Spero che verrete a trovarci».
«I campi ci tengono molto occupati», osservò Christopher. «Forse un po’
più in là. Sappiamo dove vi siete stabiliti.»

Abby rimase silenziosa sulla via del ritorno. Fumò in continuazione


accendendo una sigaretta dopo l’altra.
Jenny resistette alla tentazione di parlarle dei ragazzi di Waterhouse. Da
una parte si rendeva conto che ciò avrebbe dato ad Abby un altro motivo per
sperare. Ma se, come era quasi sicura, l’indicazione fosse risultata una volta
di più infondata, sarebbe piombata di nuovo nella più nera disperazione.
Quando furono a casa, Abby si chiuse subito in camera sua. Jenny mostrò
la carta geografica a Greg e gli riferì quanto aveva saputo da Christopher.
Greg era fermamente convinto che non si dovesse dire niente ad Abby.
«In questo modo vorrebbe soltanto rimettersi in viaggio», disse. «Sta’ a
sentire. Sai bene quanto me che ci sono novantanove probabilità virgola nove
che Peter sia morto. Se riuscisse a essere obiettiva, con ogni probabilità lo
ammetterebbe anche lei. Appena le dirai una cosa simile la vedrai schizzare
via come un fulmine. Non troverà Peter, ma quelli potranno parlarle di un
altro posto dove ci sono dei ragazzi. Potrebbe mettersi a vagabondare e non
tornare più per mesi interi. Non possiamo lasciarla andare da sola, e questo
significherebbe che le forze di lavoro, qui, verrebbero ridotte in misura
significativa. Non credo che nessuno di noi, me incluso, potrebbe assumersi
l’impegno di mandare avanti questo posto per molto. In ogni caso Abby è
insostituibile. Che se ne renda conto o no, è lei a tenere insieme questo
gruppo di persone.»
Jenny fu d’accordo con Greg. Senza riserve. Ma con il passare della

111
giornata, parve meno sicura.
Abby scese per essere presente al pasto della sera. Prese parte alla
conversazione quando qualcuno si rivolgeva direttamente a lei, mantenendosi
circospetta e riservata. Dopo la cena, durante la quale non aveva toccato cibo,
ritornò in camera sua. Jenny rimase a lungo accanto al fuoco dopo che gli altri
se n’erano andati a letto. Teneva la carta geografica ripiegata sulle ginocchia
per mettere in evidenza il punto in cui Waterhouse era stata segnata con una
croce.

La porta della camera di Jenny si spalancò con terrificante violenza.


Spaventatissima, la ragazza balzò a sedere sul letto, e le lenzuola le
scivolarono via dal petto nudo. Greg avanzò a grandi passi verso di lei e la
fissò. La voce di lui era sconvolta dall’ira.
«Glielo hai detto, vero?! Eccome se glielo hai detto, maledizione!»
Jenny era ancora sbigottita per lo spavento e per essere stata svegliata
all’improvviso. «Che cosa c’è? Che cos’è questa storia?»
Fece per scendere dal letto e soltanto quando fu in piedi si rese conto della
propria nudità. Si insinuò di nuovo tra le lenzuola, coprendosi fino al mento.
Dalla finestra penetrava una luce molto tenue, che lasciava vagamente
presagire l’alba.
«Tu, stupida cagna. Glielo hai detto.»
Jenny capì infine. Annuì. «Ci ho riflettuto moltissimo. Quando sono
passata davanti alla sua stanza, ieri sera, l’ho sentita piangere. Dovevo
dirglielo, Greg. Non avevo il diritto di non farglielo sapere.»
«Se tu ti preoccupassi minimamente di lei non le avresti detto nulla. E
comunque se n’è andata. Ho sentito la Rover non più di dieci minuti fa. Non
ce l’ho fatta a uscire in tempo per bloccarla.»
«In ogni caso non ci saresti riuscito. Prendiamo l’altra macchina e la
inseguiamo?»
Greg sembrò calmarsi a poco a poco. Sospirò e fece un gesto rassegnato
con le mani. «Non la raggiungeremmo mai, in ogni modo. Comunque penso
che sia perfettamente in grado di badare a se stessa.»
Si voltò e si avviò verso la porta. Non si voltò a guardarla mentre Jenny
diceva: «Mi dispiace, Greg. Dovevo farlo perché lo credevo giusto».

Abby lasciò il posto di guida e si avviò verso il tronco che ostruiva la


strada. Stava pensando di fissare un cavo all’albero e tentare così di spostarlo
con la Range Rover. Non era ben certa che il cavo avrebbe resistito o che la
macchina avesse un motore abbastanza potente da riuscire a spostare
l’ostacolo.

112
Fece retromarcia con la Rover finché si trovò all’altezza di un cancello
caduto dal quale si entrava nel campo. Poi avanzando attraverso di esso,
procedette sul prato dall’erba già alta. Guidava con cautela, guardandosi
intorno per scorgere un passaggio che le avrebbe consentito di riportarsi sulla
strada al di là dell’albero abbattuto.
La Rover nella sua lenta marcia andò a sbattere contro qualcosa e si fermò.
Un nugolo di mosche blu si levarono sciamando davanti al parabrezza. Abby
riaccese il motore e fece marcia indietro. La carcassa di una vacca
semidecomposta giaceva nascosta a metà dall’erba rigogliosa.
L’aggirò, avanzando prudentemente. Non esisteva nessun passaggio, ma le
ruote spinsero la macchina facendole superare lo sbarramento dei paletti di
legno della recinzione di filo spinato. Una volta di nuovo sulla strada, Abby
accelerò l’andatura per riguadagnare il tempo perduto.

113
CAPITOLO QUARTO

GARLAND si gettò nel folto di un grosso cespuglio di felci. Ansimava per la


lunga corsa. Lentamente e con un consapevole sforzo della volontà, riuscì a
controllare la propria respirazione, traendo lunghi e intervallati respiri.
Quando fu più calmo, si voltò e scostò le felci per scrutare nella direzione
dalla quale era venuto. Cinquecento metri più indietro, sulla sommità di una
piccola altura c’era un uomo. Un altro individuo comparve spuntando
dall’altro versante della collina e si fermò sulla cima. Poi un altro e un altro
ancora. Ci furono infine otto figure che si stagliavano contro il sole del
pomeriggio. Rimasero là in fila, separate tra loro da una distanza di circa
cinque metri.
Garland si appiattì sul terreno, mentre gli giungeva un riflesso di luce
rimandatogli dal binocolo col quale uno degli uomini stava guardando per
controllare la zona. L’individuo con il binocolo fece un gesto con la mano e la
fila cominciò ad avanzare lentamente scendendo dalla collina.
Continuando a tenersi basso, Garland voltò il capo per osservare il terreno
dietro di sé. La linea più diretta verso il limitare del bosco offriva scarso
riparo, si sarebbe trovato del tutto allo scoperto rispetto agli inseguitori.
Calcolò che sarebbe stato fuori tiro per un fucile da caccia, ma avrebbe
costituito un facile bersaglio per un fucile di calibro superiore. L’alternativa
era quella di percorrere un tratto al coperto e, scegliendo la via più lunga,
disporre di buone possibilità di raggiungere gli alberi senza essere scorto.
Cautamente si sollevò assumendo la posizione accovacciata di un atleta
sulla linea di partenza in una gara di corsa, rimase così un attimo, poi balzò in
avanti sul terreno scoperto. Udì in distanza le grida di allarme che si levavano
dal gruppo, poi il suono attutito dello sparo di un fucile da caccia mentre
qualcuno sprecava una cartuccia. Con le gambe pesanti, cominciò a procedere
a zig zag. Ci fu il secco e inconfondibile rumore di un fucile di grosso calibro
che veniva scaricato. Adesso i suoi inseguitori stavano correndo, convergendo
verso di lui. Mancavano ancora una trentina di metri prima che potesse

114
raggiungere gli alberi. Il fucile pesante sparò di nuovo, e l’uomo immaginò di
udire il miagolio del proiettile accanto a sé. L’eccitazione lo pervase. Non era
paura. Soltanto quella specie di ebbrezza che provava sempre quando si
esponeva al pericolo. Deviò ancora una volta bruscamente e si trovò
circondato dagli alberi.
Rallentò, avanzando a passi più lenti, continuando a zigzagare tra gli
alberi, cambiando spesso direzione. Saltò giù da un ripido argine e si trovò a
sguazzare in un ruscello poco profondo. Poi si fermò e rimase in ascolto. I
suoni prodotti dagli inseguitori giungevano da molto lontano dietro di lui,
soffocati e indistinti. Si udivano numerosi colpi d’arma da fuoco.
«Sono nervosi», pensò. «Sparano alle ombre.» Immerse una mano nel
ruscello e si gettò un po’ d’acqua sul viso, poi riprese pigramente il cammino.
Giunto in una radura si trovò di fronte a un individuo sbucato da dietro un
albero. Imbracciava un fucile puntato direttamente contro di lui. Disse:
«Fermo. Resta dove sei».
Garland non si mosse. Il suo antagonista non doveva avere più di sedici
anni e sembrava terrorizzato. «Da dove diavolo arrivi?» chiese Garland.
Il ragazzo si limitò a dire: «Pensa a rimanere dove sei». Aveva la voce
sottile e nasale, gli occhi orlati di rosso e piangenti. Gli colava il naso.
Garland fece un passo avanti e sorrise. «Raffreddore da fieno?»
Il ragazzo indietreggiò continuando a tenerlo sotto tiro. Urlò, con tutta la
voce che gli riuscì di trovare. «Venite qui», fece, «l’ho catturato. Da questa
parte.» Poi, di nuovo, rivolgendosi a Garland: «Tu non ti muovere».
«Perché sei tanto nervoso? Hai il fucile. Non ho nessuna intenzione di fare
nulla con quell’aggeggio puntato addosso.»
«Sarà meglio che tu non ne abbia.» Poi chiamò ancora. «Venite da questa
parte.»
Una voce appena udibile rispose: «Ma dove?» Il ragazzo sbirciò nella
direzione dalla quale era giunto il suono, e Garland gli balzò addosso. La sua
mano si strinse sulle canne del fucile, dirigendole verso il basso. Nello stesso
istante il ragazzo premette il grilletto. La raffica di pallini aprì uno squarcio
nei pantaloni di Garland, ferendolo di striscio nella parte superiore della
coscia. Strappò l’arma dalle mani del ragazzo, senza accorgersi di essere stato
colpito. Una volta impossessatosi del fucile, gli vibrò con il calcio un colpo
violento allo stomaco. Il giovane si piegò in due con un sonoro ansito e cadde
a terra.
Soltanto quando cominciò a correre Garland sentì il dolore irradiarsi dalla
gamba. Se la afferrò con la mano contratta e si accorse dello scorrere caldo
del sangue.
Udì un crepitio di rami spezzati nel sottobosco, e deviò allontanandosi

115
dalla fonte del suono. Due degli inseguitori apparvero quasi direttamente
davanti a lui e si misero a gridare mentre Garland cambiava direzione. Gli
erano ormai molto vicini, e le loro voci risuonavano forti e violente.
Zoppicando per la ferita che già cominciava a irrigidirgli la gamba,
Garland si diresse verso il limitare del bosco. Quando già gli alberi stavano
diradandosi udì una voce eccitata gridare: «Sta per arrivare allo scoperto.
Ormai è nostro».
Il pendio sovrastante i prati aperti accelerò la sua andatura ma un rapido
sguardo alle proprie spalle gli mostrò che almeno quattro degli inseguitori
stavano venendo velocemente avanti. Garland sbirciò la barriera della siepe
davanti a sé. Deviò sulla destra, dirigendosi verso il punto in cui sembrava
meno fitta.
Abby aveva udito gli spari, ma non era riuscita a vedere nulla per l’alta
vegetazione che costeggiava la strada. Garland cadde fuori della siepe quasi
davanti a lei, atterrando sulle ginocchia. Se non avesse frenato con prontezza,
non sarebbe riuscita a evitarlo. Si fermò a un metro soltanto dall’uomo a terra.
Questi balzò in piedi, spalancò in fretta lo sportello del passeggero e si issò
sul sedile.
«Parta. Per l’amor di Dio, parta e più in fretta che può.» Nella voce di lui
la nota di urgenza e di comando era così imperiosa che Abby, senza far
domande, inserì la marcia e partì a tutta velocità. Prima di riuscire a passare in
terza, Abby scorse nello specchietto retrovisore due uomini sbucare a fatica
dalla siepe e farsi avanti in mezzo alla strada. Senza esitazioni alzarono i
fucili e fecero fuoco sulla Rover. Abby premette fino in fondo l’acceleratore.
Nello stesso momento un altro individuo si fece sulla strada, barcollando, a
una ventina di metri da loro. Ritrovò il proprio equilibrio e puntò il fucile.
«Gli vada addosso», ordinò Garland. Abby deviò in direzione dell’uomo
armato. Il coraggio gli venne meno prima che avesse avuto il tempo di
premere il grilletto, e si gettò contro l’argine mentre Abby gli passava
rombando accanto, mancandolo di pochi centimetri.
I due che erano rimasti indietro spararono di nuovo e la Range Rover
sbandò mentre il pneumatico della ruota posteriore si afflosciava. Il volante
sobbalzò e tentò di sfuggire alla presa di Abby. Garland allungò una mano per
aiutarla a controllarlo. Disse: «Continui ad andare avanti. Ormai siamo al
sicuro».
Percorsero altri cinque chilometri, circa, con il rumoroso pneumatico
ormai piatto, poi Garland indicò uno spiazzo a lato della strada. «Si fermi
laggiù.» Mentre la macchina rallentava si voltò e le disse sorridendo:
«Grazie».
Abby alzò le mani dal volante. Tremavano. Adesso che la tensione si era

116
allentata, sentì il terrore dilagarle dentro. Si abbandonò all’indietro e chiuse
gli occhi.
Garland tirò fuori di tasca un pacchetto di sigarette. Ne offrì una ad Abby.
«Fuma?» Lei aprì gli occhi e annuì. Tese la mano per prenderne una, ma
tremava tanto che non le fu possibile afferrarla.
«Ci penserò io.» Garland si mise tra le labbra due sigarette e le accese. Ne
porse una ad Abby, che ne aspirò il fumo con gratitudine.
Si voltò per guardare per la prima volta il proprio passeggero. Pensò che
fosse sulla trentina. Aveva una faccia simpatica, con i lineamenti netti e
un’espressione aperta. I capelli erano biondi, tagliati corti in maniera
irregolare, ma quello che colpì Abby più di tutto fu l’incredibile buon umore
che irradiava il suo sorriso.
«Che cos’è tutta questa storia?» domandò Abby.
«Questa è la prima volta che hanno organizzato una vera caccia all’uomo
per cercare di catturarmi. Lo hanno fatto in modo molto efficiente. Mi stavano
inseguendo fin dall’alba. Se non fosse arrivata lei mi avrebbero preso.»
«Avevano intenzione di ucciderla?»
«Lo avrebbero fatto, se non fossero riusciti ad acciuffarmi.»
«Ma perché?»
«Credo che lei potrebbe definire la cosa come una divergenza di idee.
Ecco. Per quella gente siamo in guerra.»
Abby pensò che avesse usato quella parola come una scherzosa
similitudine, ma uno sguardo alla sua espressione la convinse del contrario.
Garland continuò: «Storicamente, un fatto del genere è sempre stato
definito così. Due o più gruppi con idee differenti che ricorrono alla forza
delle armi. Non è questo, la guerra?»
«In quanti eravate? Voglio dire, a quanto pare i suoi avversari erano
numerosi. Quanti sono i suoi alleati?»
«Oh, sono solo.»
«Non c’è nessun altro con lei?»
Garland scosse il capo. Aspirò un’ultima profonda boccata di fumo dalla
sigaretta e ne schiacciò il mozzicone nel portacenere. Mentre apriva la
portiera, disse: «Cambierò la ruota e la lascerò proseguire. Non è consigliabile
rimanere da queste parti. Dov’è la ruota di scorta?»
«Lì dietro, in qualche posto.»
Quando scese dalla macchina, Abby scorse la macchia scura del sangue sui
suoi pantaloni. Accorgendosi del suo sguardo, Garland coprì con la mano la
ferita e staccò con delicatezza la stoffa lacerata dalla carne scorticata.
«Dovrò vedere di farci una fasciatura. Non credo che sia molto profonda
questa ferita, ma fa un male del diavolo.» Si spostò verso la parte posteriore

117
della Rover.
Abby scese e diede un’occhiata al pneumatico sgonfio. Il copertone era
spaccato, il battistrada pendeva a brandelli. Garland le si fece vicino. «A
quanto pare non c’è nessuna ruota di scorta.» Poi indicò il cerchione: «E non
credo che riuscirà ad andare molto lontano con quello. Dovrò trovarle un’altra
automobile. Ce ne sono moltissime, qua attorno. Nel frattempo credo che
dovremo toglierci di qui. Senza dubbio verranno a cercarci. Saremo
abbastanza sicuri a casa mia».
L’incertezza si dipinse sul viso di Abby. «Non so. Dovevo continuare il
mio viaggio.»
«In questo caso, per prima cosa cercheremo di trovare una macchina. A
proposito, dove era diretta?»
«In un posto che si chiama Waterhouse.»
Garland trasalì a quel nome. «Lo conoscete?» chiese Abby.
Lui annuì. «Sì. Lo conosco.» La donna si rese conto che nella sua voce si
era insinuata una certa prudenza. Un tono circospetto. «Che cosa stava
cercando laggiù?»
«Mio figlio. Ho sentito dire che ci sono alcuni ragazzi là, circa della sua
età. Ha undici anni e mezzo.»
Garland riassunse i suoi modi disinvolti. «Forse potrei aiutarla.» Lanciò
uno sguardo nella direzione da cui erano venuti. «Credo proprio che
dovremmo andarcene. Quei tizi che ci siamo lasciati indietro hanno una gran
smania di prendermi. E avendo visto che mi ha aiutato non saranno molto ben
disposti verso di lei.» La prese per un gomito come per guidarla lungo il
sentiero.
Abby non accennò a muoversi. «Non so. Non sono ben sicura. Non
intendo affatto essere coinvolta nella sua guerra.»
«Temo che ormai lo sia già. Almeno finché non l’avrò portata fuori di
questa zona. E adesso, andiamo.»
L’afferrò più saldamente per il braccio e, sebbene ancora riluttante, Abby
gli permise di guidarla verso gli alberi. Mentre procedevano a piedi, lui disse:
«A proposito, il mio nome è Jimmy Garland».
«Abby Grant.»
«Posso chiamarla semplicemente Abby?»
Lei annuì. I suoi modi spontanei e disinibiti la fecero sentire più fiduciosa.
Lui continuò: «So che questo può essere una seccatura per lei. Ma deve
ammetterlo, non è eccitante?»
Abby lo fissò. Poi scosse il capo con aria stupita e cominciò a ridere.
«Tutta questa faccenda la ha davvero divertito, non lo neghi.»
Le rispose con la massima serietà: «Sì», disse. «È vero, ogni minuto è stato

118
divertente.»

Ci volle un’altra mezz’ora prima che gli inseguitori raggiungessero la


Range Rover. Si trascinavano a gruppetti di due o tre. Una compagnia di
individui stanchi e scombinati. Charles Knox saggiò con la punta dello stivale
il copertone rovinato poi scrutò in direzione del bosco. Era un omone con una
gran barba. Il suo fisico e il tono rude della voce lo facevano apparire un tipo
deciso e cocciuto.
Trevor Bates sembrava in tutto e per tutto l’impiegato che era sempre
stato. Accuratamente vestito con un completo di media pesantezza di tweed.
L’unico di tutto il gruppo che portasse colletto e cravatta. Stava a fianco di
Knox e seguì il suo sguardo. «Non lo troveremo mai là dentro. A quanto pare
conosce questi boschi come le sue tasche», disse.
Knox borbottò in maniera incomprensibile. Poi disse: «Lo troveremo. Lo
incalzeremo. Continueremo a tenerlo in movimento». Guardò gli uomini
intorno a sé. Avevano cominciato a sedersi sull’erba e ad accendere le
sigarette. Mostravano scarso entusiasmo al pensiero di continuare
l’inseguimento. «Andremo avanti per un’altra ora», disse Knox. «Poi
manderemo indietro una metà degli uomini a riposarsi e a rifocillarsi. Poi
prenderanno il nostro posto mentre noi faremo la stessa cosa. Non dobbiamo
lasciar perdere questa storia proprio adesso. Anche se ci vorranno delle
giornate intere. Dobbiamo continuare a farlo correre.» Si rivolse agli uomini.
«Su, andiamo. Sbrighiamoci. Non abbiamo ancora finito», gridò.
Borbottando sommessamente gli altri si rimisero in piedi e si trascinarono
dietro Knox e Bates verso gli alberi.

Garland costrinse Abby a fermarsi. «Aspetti un momento, c’è qualcosa che


le voglio mostrare. Prima devo soltanto controllare che non ci sia nessuno in
giro.»
Abby lo osservò mentre si allontanava, impressionata dalla sua capacità di
muoversi silenziosamente e del tutto a suo agio in mezzo all’intricato
sottobosco e agli alberi fitti. Notò anche che la gamba ferita si trascinava del
tutto rigida.
Lo perse di vista per un momento e provò un istantaneo senso di panico.
Rimase del tutto immobile, guardandosi intorno e ascoltando, in attesa di
vederlo ricomparire. Trascorse un minuto. Il bosco, che le era sembrato così
piacevole in sua compagnia, appariva adesso buio e spaventoso. Stava per
mettersi a gridare quando lui riapparve e le fece cenno.
L’aiutò ad aprirsi una strada in una macchia di arbusti e su per una
recinzione di ferro che segnava il limitare del bosco. Le indicò qualcosa

119
davanti a loro. In una valle più in basso, vide un bellissimo castello
elisabettiano. Alte siepi di tasso delimitavano cortili e viali. Su un lato della
casa si levavano stalle e altri edifici. Nei prati incolti, ondeggiavano erbe
lussureggianti. Sul viale di fronte al castello erano parcheggiati numerosi
automezzi. Automobili e jeep.
Garland disse: «Questa è Waterhouse». Nella sua voce si insinuò una nota
di divertimento mentre continuava come se stesse citando da una guida
turistica. «Antica dimora e residenza di campagna della famiglia Waterhouse.
Adesso proprietà del quarantesimo conte, James, lord Woodhouse… o, meno
formalmente, io stesso.»
Abby lo guardò. «Questa è la sua casa? E lei ha davvero un titolo?»
«Sì. Tutto quanto senza senso, naturalmente. Ero il quarto figlio, e non
avrei mai avuto il diritto di ereditarlo. Poi ci fu la pestilenza. Adesso sono
l’ultimo discendente. Andiamo.» Continuò a guidarla in mezzo agli alberi.
Abby disse: «Non siamo diretti laggiù?»
«No. No, veramente vivo in condizioni un tantino più modeste. La mia
guerra è proprio questa. I gentiluomini con cui sono alle prese mi hanno
portato via Waterhouse. Io sto contestando il loro diritto a stabilirvisi.»
Percorsero per qualche tempo il sentiero tortuoso dove la vegetazione era
lussureggiante. Garland scostò alcuni rami per consentire ad Abby di passare
e le indicò il punto del terreno su cui avrebbe messo i piedi.
«Stia attenta qui. C’è un filo di ferro teso in questo punto. Serve da
allarme.»
Abby lo oltrepassò con cautela e insieme proseguirono attraverso la
vegetazione che nascondeva un varco dentro un enorme ammasso di rovi.
Dietro di essi c’era la minuscola apertura di una caverna. Abby seguì Garland
all’interno. Si trovò immersa nella più completa oscurità, ascoltando suoni
che non riusciva a identificare. Il rumore di qualcosa di metallico strofinato
contro un altro oggetto metallico. Un tintinnio di vetri. Un sibilo. Poi udì lo
sfregare di un fiammifero e scorse il baluginare di una luce. Garland reggeva
una piccola lampada a butano. Brillò dapprima di luce gialla che divenne poi
di un bianco abbagliante. Il raschio metallico si fece udire di nuovo mentre
l’uomo rimetteva nella giusta posizione il tubo di vetro.
Abby si guardò attorno. Le pareti della caverna erano di roccia asciutta.
Aveva una forma vagamente rettangolare e il soffitto, per quasi tutta la sua
estensione, si manteneva a una altezza sufficiente per consentire loro di
restare in piedi. Scendeva bruscamente nel punto più interno della caverna, e
quella zona rimaneva troppo buia perché Abby potesse vedere fin dove
arrivava. Contro una delle pareti c’era un lettino da campo, e, vicino, un
tavolo con una provvista di cibi in scatola. Un fornello da campeggio. In un

120
angolo alcuni fucili. Archi da caccia con faretre piene di frecce. Canne da
pesca. Trappole per conigli e reti.
«Da quanto tempo ha vissuto qui dentro?»
«Circa sei settimane. I miei fratelli e io venivamo in questo rifugio quando
eravamo ragazzi. Era il nostro nascondiglio. Credo che nemmeno i nostri
genitori abbiano mai saputo dove si trovasse.»
Garland si lasciò cadere sull’orlo del lettino da campo. Teneva la gamba
ferita rigidamente distesa.
Abby gli si fece vicina e si inginocchiò. «Mi lasci un po’ vedere.» Scostò
la stoffa dei pantaloni dalla ferita.
Garland disse: «Ci devono essere delle bende in quella scatola. Ne prendo
una». Fece per alzarsi. Abby lo fermò: «Vado a prenderla io».
Trovò quello che cercava. Gli chiese dell’acqua pulita e una pentola. Lui
gliele indicò. Abby accese il fornello e mise l’acqua a bollire, poi tornò da
Garland.
«Si tolga i pantaloni.»
Per la prima volta da quando lo aveva incontrato, Garland si mostrò a
disagio. Abby rise. «Se ha di questi pudori potrebbe morire dissanguato.
Avanti, si sbrighi.»
Lui si slacciò la cintura poi si appoggiò sulle mani mentre Abby gli sfilava
i pantaloni, facendoli scendere fin sotto la ferita.
Prese la lampada e la mise sul pavimento accanto a loro. Vedere la ferita
allo scoperto la fece trasalire. I pallini avevano scavato profondamente nella
carne. Il sangue si era in gran parte coagulato e una vasta ecchimosi anneriva
la pelle.
Quando l’acqua si fu scaldata, Abby lavò e asciugò la ferita. Trovò un
tubetto di antisettico insieme alle bende e cosparse la polvere sulla carne
lacerata, poi, con delicatezza, bendò la gamba.
«Come si sente?»
«Fa male. Ma andrà meglio se continuerò a muovermi senza darle la
possibilità di irrigidirsi.» Attraversò la caverna e prese un paio di pantaloni
puliti da un mucchio di abiti ben ripiegati.
«È molto pallido. Perché non si corica per un momento?» osservò Abby.
«Sto bene. È soltanto la reazione. L’adrenalina si è un po’ esaurita, tutto
qui.»
Con fermezza, Abby lo prese per un braccio e lo ricondusse al lettino.
«Stia qui seduto. E adesso se mi dice dove posso trovare quello che mi serve,
preparerò qualcosa da mangiare.»
«Senta, mi dispiace di averla trascinata in questa faccenda. Le prometto di
trovarle un mezzo e di lasciarla libera il più presto possibile.»

121
«Non me ne andrò finché non avrò avuto saputo se Peter si trova in quella
casa. Ha un apriscatole?»
Lui fece il gesto di alzarsi.
«Mi dica soltanto dov’è. Non sopporta che qualcuno faccia qualcosa per
lei, vero?»
Garland sorrise e si rimise a sedere. «Il fatto è che non sono molto abituato
a queste cose.» Chiacchierarono mentre Abby si dava da fare, si sentirono
entrambi sempre più a proprio agio. La conversazione divenne casuale e
disinvolta. Abby si rese conto di essersi una volta di più assunta la
responsabilità di badare a qualcuno. Ma questa volta era diverso. La cosa le
piaceva.

«Signor Knox. Venga qui. Ho trovato qualcosa.» Era il ragazzo che aveva
sparato a Garland, a parlare. Knox si aprì una strada in mezzo agli alberi per
raggiungerlo. Bates lo seguiva. Il ragazzo reggeva il corpo inerte di un
coniglio morto, e stava allentando il filo di ferro che gli stringeva la gola.
Alzò lo sguardo quando i due uomini gli furono vicini. «Il coniglio è ancora
caldo. Questo vuol dire che la trappola deve essere stata tesa di recente.» Il
ragazzo con il raffreddore da fieno si asciugò il naso colante sulla manica,
alzando gli occhi in attesa di approvazione o di una parola di lode.
«Che diavolo c’entra tutto questo?» esclamò Bates stizzosamente.
Knox si mostrò più riflessivo. «Qualcuno dei nostri è arrivato fino qui a
mettere le trappole?»
«No», fece il ragazzo con disinvoltura. «Ho teso trappole per due
settimane. Non siamo mai arrivati fin qui. Per questo ho pensato che fosse
importante.»
«È stata un’idea intelligente da parte tua», disse Knox. Gli fece il
complimento come avrebbe potuto fare una carezza a un cane. Il ragazzo ne
fu compiaciuto.
Bates continuava a non capire. Knox gli spiegò la cosa.
«Se non si tratta di una delle nostre trappole, allora deve essere una di
quelle di Garland. Ed è logico supporre che tenda le trappole negli immediati
dintorni del luogo in cui si nasconde.»
«Pensa che siamo vicini a lui, signor Knox?»
«È probabile. Non ha dato segno di sé, né lo abbiamo udito da almeno un
paio d’ore. Si è rintanato in qualche posto. Potrebbe essere da queste parti.»
Knox osservò il cielo in alto, tra i rami degli alberi. «Presto farà buio.»
«Ci ritiriamo? E ricominciamo domani mattina?» domandò Bates.
«No. Continuiamo. Tu, ragazzo. Torna indietro alla casa. Procurati
lanterne e lampade a pila. Se si nasconde qui, lo scoveremo. Se sta scappando

122
continueremo a tenerlo in movimento. Dobbiamo pungolarlo. Senza
interruzione. Per indebolirlo.»

Garland versò una generosa dose di brandy nei bicchierini che servivano
da tappo alla fiaschetta. Abby mise i piatti ormai vuoti sul tavolo e tornò a
sedersi al suo fianco. Prese il liquore e lo assaggiò.
«È ottimo.»
«È del ventisette. Un’annata unica. Me lo sono procurato dalla cantina di
Waterhouse durante una delle mie incursioni.»
Abby bevve un altro sorso del liquore assaporandolo. «Per vivere in una
caverna, sembra che lei se la cavi ottimamente.»
«Non c’è male. Ma in ogni caso, avevo una gran pratica. Forse ho passato
più notti dormendo in maniera disagevole che non in un vero e proprio letto.»
«Non capisco.»
Garland tolse due sigarette dal pacchetto e, dopo averle accese, ne passò
una ad Abby.
«Partecipavo a delle spedizioni», disse aspirando profondamente. «Ho
cominciato all’università. Ogni volta che qualche pazzo progettava un viaggio
in nome della scienza io ero il primo a chiedere di andare. Sono stato nel
Sahara e nel Congo prima di avere vent’anni. Poi, come tutti i quartogeniti e i
cattivi studenti, mi arruolai nell’esercito. E questo fu una cosa stupenda.
C’erano sempre piccole guerre in atto, e negli intervalli organizzavamo
escursioni di poca importanza.»
Abby ascoltava affascinata. Garland parlava di sé con una lieve ironia,
minimizzando la parte avuta in quelle spedizioni.
«Ho trascorso qualche tempo in Amazzonia, un paese meraviglioso tranne
che per le grosse zanzare, per cui non riuscii a dormire per un mese intero. Ho
fatto un viaggio al Polo che ho trovato gelido. Ho disceso i fiumi dello Zaire,
che erano molto umidi.» Si espresse con l’accento di un pessimo
commentatore americano di documentari cinematografici di viaggio.
«Dovunque l’uomo bianco non aveva ancora posto piede, là ero io». Poi, più
seriamente: «Ma io e tutta la gente come me avremmo dovuto poter andare
fuori del mondo, nello spazio».
«Che cosa intende dire?»
«Be’, ci siamo arrampicati su per qualche vetta inviolata. Abbiamo
raggiunto la cima soltanto per trovarvi una telecamera. Ci siamo aperti la
strada nelle giungle più tenebrose e abbiamo incontrato una compagnia di
cinematografari che facevano delle riprese. Non è rimasto abbastanza spazio
vuoto nel mondo.»
«Lei doveva nascere duecento anni fa.»

123
Garland si voltò a guardarla, con un’espressione molto seria. «Oh no. No, è
questo il momento di essere vivi. Questa è davvero l’epoca migliore di tutte.»
La sorpresa era evidente sul viso e nella voce di Abby.
«Adesso? Con quello che è successo?»
Lui annuì. Senza più scherzare disse: «Sono fatto per un’epoca come
questa. Posso mettere in pratica tutto quello che ho imparato. Tutto quello per
il quale sono stato addestrato. Non avrei potuto sognare un mondo migliore in
cui vivere. Questo è il mio tempo».
Abby si accorse di essersi lievemente irrigidita. Garland l’aveva
scombussolata. Lui colse la disapprovazione nella voce della sua compagna.
«Milioni e milioni di esseri umani sono morti. Questo non significa nulla
per lei?»
Le rispose con calma. Senza guardarla. «Se devo essere del tutto sincero,
no. Posso sentirmi toccato da questa tragedia su un piano più individuale, ma
non in senso generale. Il limite del dolore e della sofferenza è stabilito da
quanto una persona può sopportare. La sofferenza non viene esaltata perché è
inflitta a centinaia di milioni di individui. E così è anche per il dolore. Uno
non può mettersi in lutto per il mondo intero.»
Si voltò a guardarla. Lei rimaneva silenziosa.
«Mi dispiace. L’ho offesa.»
«No», disse Abby, troppo in fretta. Poi, soggiunse in tono più riflessivo:
«Sì. Sì, credo che lei lo abbia fatto. Credo di aver considerato quanto è
avvenuto in maniera del tutto convenzionale. Non sono stata capace di porla
in una prospettiva come la sua.»
«La mia potrebbe essere anche sbagliata. Ma è un modo per non impazzire.
Per essere del tutto sincero, il mondo che ha visto la fine non era un mondo
che amavo. Mi ci sentivo un pesce fuor d’acqua. E adesso non lo sono più.
Come le ho detto, questo è il mio tempo.»
«E cosa vorrebbe farne del suo tempo?» Abby sottolineò le due ultime
parole.
Garland rispose senza esitare. «Riprendermi la mia casa. Insegnare agli
altri a vivere nel nuovo ambiente che li circonda. Essere il loro capo.»
«Non può semplicemente unirsi a loro? Deve per forza comandarli?»
«Questo è quello per cui sono stato addestrato.»
Diede un’occhiata all’orologio. Poi, con un gemito, si alzò in piedi. Fletté
il ginocchio, con una lieve smorfia per il dolore dei muscoli irrigiditi. «Sarà
buio, ormai. Mi potrò impadronire di quella macchina. In mattinata la porterò
vicina alla casa quanto basta perché possa dare un’occhiata ai ragazzi. Ce ne
sono quattro che hanno circa l’età di suo figlio.»
Prese un fucile e si avviò zoppicando verso l’ingresso della caverna. «Sarò

124
di ritorno di qui a un paio d’ore. Si riposi un po’, nel frattempo.»
Abby eliminò gli avanzi del pasto, poi si coricò sul lettino da campo.
Ripensò a Garland, e stava ancora riflettendo su di lui quando si addormentò.

Una mano l’afferrò per la spalla, scuotendola dolcemente. Si destò adagio,


desiderosa di continuare a dormire. Aprì gli occhi. Charles Knox la fissava
dall’alto.

L’ampio atrio di Waterhouse era rivestito di pannelli di quercia. Sbiaditi


arazzi pendevano da sostegni di ottone. C’erano ritratti di antenati e scudi che
portavano lo stemma di famiglia. C’erano due armature e una collezione di
armi antiche appese alla parete dietro di esse. Abby rimase ai piedi dello
scalone ricurvo e suggestivo, senza sentirsene impressionata.
Knox aveva lasciato quattro dei suoi uomini ad aspettare nella caverna il
ritorno di Garland. Aveva «invitato» Abby a seguire lui e gli altri a
Waterhouse, ma lei non aveva dubbi sul fatto che, se si fosse rifiutata, lui
l’avrebbe costretta a seguirlo. Durante il tragitto avevano parlato molto poco.
Abby aveva risposto ad alcune domande di Knox, dicendogli soltanto i motivi
per cui si trovava in quella zona. Il vedere che i suoi uomini si comportavano
in maniera gentile e rispettosa non fece diminuire i suoi timori.
Knox apparve in cima allo scalone. «Vuol venire di sopra, signora Grant?»
Rimase in attesa sullo spazioso pianerottolo finché lei non lo ebbe
raggiunto, poi, facendole strada lungo un ampio corridoio, andò a fermarsi
davanti alla porta di una camera da letto. Prese una candela su un tavolino e
gliela porse. La sua voce era poco più di un sussurro quando disse: «I ragazzi
condividono questa stanza. Dia un’occhiata, ma cerchi di non svegliarli».
Aprì adagio la porta e Abby entrò nella camera.
Knox si allontanò di qualche passo e si appoggiò alla parete. Era stanco.
Chiuse gli occhi, poi, pochi secondi dopo, li riaprì con riluttanza al rumore
della porta che si richiudeva con dolcezza. Non fu necessario porre domande.
«Mi dispiace, signora Grant.» Le concesse qualche istante, poi soggiunse:
«Dobbiamo parlare di alcune cose. Potremo farlo meglio nello studio».
Abby lo seguì al piano inferiore e lungo l’ampio corridoio. Nello studio,
Knox alzò la fiamma di una lampada a petrolio e indicò una poltrona. Quando
la sua ospite si fu accomodata, avvicinò una sedia dallo schienale diritto e
sedette di fronte a lei.
«Sono una prigioniera, qui?»
Knox scosse il capo.
«Allora preferirei andarmene.»
Knox chinò il capo, stropicciandosi leggermente gli occhi con il pollice e

125
l’indice. «L’ho condotta qui perché pensavo che fosse in grado di aiutarci.»
Con ostinazione, Abby insistette: «Voglio andarmene».
«Mi ascolti un momento. La prego. Quel giovane, Garland, si vuole far
uccidere.»
La sua voce aveva il tono disperato e stanco di chi abbia ripetuto la stessa
spiegazione una decina di volte senza riuscire a farsi comprendere. «No. No.
No. Che cosa crede che siamo, noi, qui? Una specie di banda di malviventi?»
Abby disse, sulla difensiva: «Gli avete sparato. È ferito».
«La mia gente sta tentando di catturarlo. Hanno i fucili e sono eccitati.
Ucciderlo è l’ultima cosa che io desideri. Ma non posso, semplicemente,
permettergli di continuare a terrorizzarci.»
Abby sorrise con scherno. «Un uomo solo? Terrorizzarvi?»
«Sì.» La sua voce si animò e divenne lievemente irata. «Si sta
comportando come un personaggio uscito da un racconto per ragazzi. Da un
romanzo di avventure. Ha incendiato un granaio. Ruba le nostre automobili.
Ha saccheggiato le nostre scorte di viveri tre o quattro volte. Questa notte,
subito prima che ci mettessimo a inseguirlo, aveva preso una macchina nel
cortile davanti. E questo nonostante il fatto che avessi lasciato un uomo di
guardia. Glielo dico io, vuole spaventarci perché ce ne andiamo.»
Quanto stava dicendo era così evidentemente sincero, così apertamente
onesto, che Abby sentì vacillare la propria lealtà nei confronti di Garland. Si
era messa sulla difensiva quando disse: «Pretende soltanto la restituzione di
questa casa. E niente altro».
Knox si protese in avanti sulla sedia. Parlò con più veemenza di prima.
«No, non è soltanto questo, signora Grant. Ci sono circa trenta persone qui,
adesso. L’inizio di una buona comunità. Vogliamo rendere questo posto
autosufficiente. Abbiamo preteso questa sistemazione perché era essenziale
per la sopravvivenza di un numero considerevole di individui. Chiunque fosse
venuto qui, sarebbe stato accolto a braccia aperte, se avesse voluto unirsi a
noi. Ma non possiamo consentire a un altro uomo di mettere in pericolo il
nostro futuro.»
Abby sapeva adesso esattamente quello che Knox intendeva. Le sue
parole, le sue idee erano cose che lei, Greg, Jenny, Ruth, tutti loro avevano
detto e pensato più d’una volta. Non poté fare a meno di immedesimarsi nella
situazione di Knox. Di vedere Waterhouse come il suo stesso villaggio.
Avrebbero consentito che un Garland li terrorizzasse? Con minor
convinzione, Abby domandò: «Perché non gli avete permesso di unirsi a voi?
Lasciate che diventi il vostro capo, se è questo che vuole. O non volete
consentirglielo?»
«Conosce le sue condizioni?» Lei scosse il capo, Knox continuò: «Se ne

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devono andare tutti da questa casa. Possono andare a vivere nelle fattorie e
nei cottage. Devono pagare l’affitto in viveri e servizi. Sono tenuti a una
obbedienza assoluta al proprietario di questa casa e alle sue leggi. Vuole
questa gente come suoi sudditi. Con il diritto di amministrarne la vita e la
morte».
Knox cercò di controllarsi, conscio che la sua voce stava salendo per l’ira.
Per calmarsi, si frugò in tasca e trovò il pacchetto delle sigarette. Ne prese una
e l’accese prima di ricordarsi di offrirne una ad Abby. Lei scosse il capo.
«Ha detto che potrei esservi di aiuto. Ma come?»
Knox aspirò profondamente il fumo della sigaretta, prima di rispondere.
«Dovrebbe parlargli. Tutto qui. È evidente che si fida di lei. Soltanto cercare
di parlargli. Cercare di farlo ragionare. Dirgli che chiediamo una tregua, se
vorrà discutere la cosa con noi. Non vogliamo una guerra.»
Abby rifletté per un momento poi annuì. «Va bene. Farò un tentativo. Ma
come potrò mettermi di nuovo in contatto con lui?»
Knox si alzò in piedi. «Non si preoccupi di questo. Conosco il carattere di
Garland abbastanza bene, ormai. Se crede che la stiamo trattenendo contro la
sua volontà, si metterà in contatto con noi.»

Abby dormì profondamente. Senza sognare. Un sole splendente inondava


già la sua camera quando fu risvegliata dal suono di voci irate e dal trambusto
giù nell’atrio. Si rivestì in fretta e si precipitò sul pianerottolo. Dall’alto delle
scale scorse diversi uomini armati che circondavano Knox. Sembrava
sbalordito. Ancora intontito dal sonno, mentre si abbottonava la camicia
cercava di dare un senso a quanto gli uomini, parlando tutti insieme, stavano
dicendo. Riuscì infine a farli tacere, alzando la voce. «Va bene. Va bene.
Bates. Organizza una ricerca. Prima di tutto nella casa. Poi in tutte quelle
vicine.»
Bates intervenne con voce alterata dall’agitazione. «Lo abbiamo già fatto.»
«Allora fatelo una seconda volta. E con maggiore cura. Mettete il resto
degli uomini a circondare la casa. E finché non sappiamo che cosa sta
accadendo, donne e bambini devono restare dentro.»
Gli uomini corsero via. Knox si passò le mani sul volto, poi guardò verso
l’alto mentre Abby scendeva le scale e domandava: «Che sta succedendo?»
«Il suo amico si è dato da fare. Una delle ragazze è sparita. Elizabeth. È
uscita di buon’ora per raccogliere le uova e non è più stata vista da quel
momento. Pensiamo che Garland l’abbia rapita. Si renderà conto con chi
abbiamo a che fare, adesso. È un pazzo.»

Garland mise a fuoco il mirino. L’immagine divenne nitida. A cinquecento

127
metri di distanza, l’uomo rappresentava un facile bersaglio. Era in piedi
accanto a una berlina nel piazzale antistante la casa. L’incrocio sul mirino era
centrato sul suo petto. Garland spostò la mira di una piccola frazione, poi
mantenendo immobile l’arma, premette il grilletto.
Il finestrino della macchina volò in pezzi, aggiungendo il suono dei vetri
infranti a quello dello sparo. L’uomo parve diventare di sale. Lo spavento lo
pietrificò per alcuni secondi, poi si lasciò cadere a terra, agitandosi
disordinatamente e strisciando per mettersi al riparo dietro l’automobile. Gli
altri uomini disposti intorno al piazzale erano stati più veloci nel trovare una
posizione sicura e adesso stavano nervosamente scrutando il fianco della
collina per localizzare il punto dal quale era partito il colpo.
Nascosto dall’alta ginestra, Garland si spostò in una corsa veloce, piegato
su se stesso, cambiando posizione. Mirando con cura, sparò altre tre volte in
rapida successione colpi che scheggiarono l’intonaco della parete sopra la
testa di due uomini che avevano trovato rifugio dietro la balaustrata del
terrazzo. Udì le grida di allarme distanti e confuse mentre si spostava di
nuovo per sparare in un altro punto.

Inginocchiato sul pavimento, Knox sollevò la testa di alcuni centimetri per


guardare attraverso la finestra, poi tornò a chinarsi quando si udirono
numerosi altri spari. Subito dopo, risollevò il capo e ricominciò a scrutare la
collina.
Rimanendo sulle mani e sulle ginocchia, Bates si trascinò per terra
facendoglisi vicino. Come se Garland avesse potuto sentirlo, parlò in un
sussurro. «Riesce a vederlo?»
Knox non gli rispose. Abby osservava entrambi gli uomini dall’angolo
delle scale dove le era stato ordinato di rimanere per la sua sicurezza. Knox
continuò a guardare fuori ancora un po’ poi con grande decisione si alzò in
piedi e si avviò verso la porta di ingresso. «Andrò fuori di qui.»
Bates lo afferrò per un braccio. «Lei è pazzo. La beccherà in men che non
si dica!»
Knox si scrollò la mano di dosso. «Se stesse sparando per uccidere a
quest’ora avrebbe già colpito qualcuno.» Si avviò verso la porta. Si fermò un
momento, poi facendosi coraggio la spalancò e uscì all’esterno.
Pensando che non sapesse il pericolo che stava correndo, qualcuno gli
gridò: «Si metta giù!» Knox ignorò l’avvertimento e si fece avanti adagio
attraverso la terrazza e giù per i gradini. La sua tensione si manifestava
nell’atteggiamento rigido con cui si faceva avanti. Attraversò il piazzale
coperto di erba incolta, poi scese nel fossato di cinta, dove si fermò.
Sorvegliava attentamente la collina. Niente si muoveva. Mettendosi le mani a

128
coppia davanti alla bocca, gridò: «Garland». Lasciò che l’eco della propria
voce si smorzasse prima di gridare di nuovo. «Garland. Mi sente?»
«Sono qui.»
Knox si voltò sulla sua destra. Garland si trovava accanto a un grosso
cedro azzurro non più lontano di venti metri. Reggeva con disinvoltura il
fucile nella piega del braccio.
Disse: «La ragazza sta bene. La lascerò libera appena la signora Grant
potrà andarsene».
Knox fece per parlare, poi si fermò con un consapevole sforzo per non
balbettare. Ricominciò daccapo. «La signora Grant è libera di andarsene
quando vuole. Stia a sentire. Discutiamo la cosa.»
«Voglio vederla.»
Knox si trovò di nuovo a farfugliare. «Non si può continuare in questo
modo.»
«Le dica di venire fuori.» Il tono sommesso non attenuò affatto la nota di
comando della sua voce.
Knox si voltò e camminò in fretta verso il limitare del piazzale. Chiamò
con voce tagliente: «Signora Grant».
Abby comparve sulla porta d’entrata e lui le fece cenno di venire avanti.
Mentre si avvicinava, Knox le disse in un sussurro affannoso: «Può andare da
lui, se vuole. Ma, per l’amor del cielo, cerchi di convincerlo ad avere un
colloquio con noi. Non gli verrà fatto alcun male; gliene do la mia parola».
Si avviarono insieme verso l’albero dietro cui si riparava Garland. Vi
rimase accanto osservandoli mentre si avvicinavano. Un movimento
dell’arma li indusse entrambi a fermarsi.
«Soltanto lei, Abby», disse Garland.
Lei fece a Knox un breve cenno di assenso, poi si portò al fianco di
Garland. Lui le sorrise. «Mi dispiace di averci messo tanto.» Accennò con il
capo ad alcune macchie di vegetazione su un lato. «Tagli da quella parte. Non
appena sarà fuori vista si metta a correre. Io la seguirò immediatamente.»
Garland rimase a guardarla mentre spariva dietro uno schermo di
rododendri. Poi sbirciò Knox. «Libererò la ragazza appena ci troveremo al
sicuro lontano di qui.» Poi si voltò e seguì Abby.
Il loro allontanarsi fu come un segnale. Gli uomini si precipitarono dalla
casa per affollarsi intorno a Knox. Alcuni di loro azzardarono il gesto di
inseguire Garland. Knox li fermò dicendo: «Lasciateli andare. Limitatevi a
lasciarli andare». Bates osservò: «Che ne è stato di Betty? La libererà?»
Knox annuì. «Mi ha dato la sua parola. È l’unica cosa sulla quale ci
possiamo basare.»

129
L’automobile era nascosta in un profondo avvallamento a una ventina di
metri da un sentiero di terra battuta. Garland tolse le fronde che gli erano
servite per mimetizzarla. Aprì la portiera dalla parte del guidatore e fece
cenno ad Abby di salire. «Ecco qui. Il serbatoio è pieno quasi a metà. Basterà
per portarla a una buona distanza da questo posto.»
Abby non si mosse. «Ha una sigaretta?»
Garland ripeté il suo giochetto di accenderne due, e poi di offrirgliene una.
Mentre la prendeva Abby osservò: «Knox mi ha detto che lei ha incendiato un
granaio».
Lui annuì. «Mmmm. Però è successo mesi fa.»
«Ma lei lo ha fatto?»
Garland si mise a sedere sull’erba. Era evidente da come mise la gamba
che la ferita gli procurava ancora dei fastidi. Abby sedette accanto a lui.
«E stato prima che arrivasse la maggior parte di quelli che ci abitano
adesso. In molti cottage c’erano ancora dei cadaveri. Li rimossi. Il granaio è
stato la loro pira funebre.»
«Knox non mi ha detto questo.»
Garland si strinse nelle spalle. «Non me lo sarei aspettato. A quanto pare il
merito, o la colpa, di qualsiasi cosa vada male da queste parti, ricade su di
me.»
«Hanno soltanto detto che lei vorrebbe comandare su tutto qui. Essere una
specie di barone feudale.»
Lui si voltò a guardarla. Era molto serio, adesso. «Le dirò ciò che voglio.
Voglio vedere Waterhouse funzionare di nuovo come una proprietà
autosufficiente. Vedere i campi lavorati. La gente vivere nelle case. Potrebbe
diventare una società che provvede per i bisogni dei suoi membri più forti e
per quelli dei più deboli. Potrebbe rappresentare un sistema di vita più vero di
qualunque altro sperimentato prima della peste. Ho l’impressione che quelli
che si sono salvati dalla pestilenza stiano disperatamente cercando di ricreare
il mondo che è morto. Stanno soltanto cercando di rappezzare quanto è andato
distrutto. Be’, non funzionerà. Bisogna adottare una diversa filosofia. Un
sistema nuovo… o piuttosto, un vecchio modo di pensare.»
«E il vecchio modo di pensare colloca lei come signore del castello?»
Abby pensò di aver dato alla propria voce il giusto tono di scherno, ma
Garland non ci fece caso, o lo ignorò di proposito. Continuò con una così
evidente sincerità da costringerla a rendersi conto che la sua domanda era
stata priva di significato.
«Francamente penso di essere meglio addestrato e qualificato per
amministrare la proprietà di chiunque di loro. Saranno necessarie disciplina e
regolamentazioni. Una specie di arbitro per dirimere le inevitabili

130
controversie. Certo, questo può suonare paternalistico, ma sarà sempre una
cosa fatta per il bene di tutti. Contribuirò a questa società come qualunque
altro dei suoi membri. Potranno far valere la loro volontà in qualsiasi
iniziativa. Mi dia un anno di tempo e le prometto che farò funzionare questo
posto a vantaggio di tutti quelli che vi abiteranno.»
Il suo entusiasmo era così grande da sfiorare l’ingenuità.
Ma non si poteva dubitare delle sue buone intenzioni. Abby ne era
profondamente convinta.
Disse: «Allora quella gente non l’ha capita. La prego, deve parlare con
loro. Credono che lei voglia semplicemente esautorarli. Dominarli. Diventare
una specie di re».
Garland scosse il capo. «Questo non è vero.»
Abby tese una mano e gli sfiorò il braccio. «Allora gli dica qual è il suo
progetto. Glielo dica esattamente con le parole con cui lo ha detto a me. Si
faccia capire da loro. Senta, Knox giura che non le verrà fatto alcun male. Mi
ha dato la sua parola. Prendiamo la macchina e andiamo subito da loro.»
Lui non alzò lo sguardo e continuò a fissare il terreno. Abby disse: «La
prego». L’uomo si voltò e le sorrise. «Lei è proprio una Organizzazione delle
Nazioni Unite concentrata in una sola donna, vero? Andiamo allora.
Facciamola finita.» Mentre stavano per alzarsi, soggiunse: «Prima di tutto
farò meglio ad andare a liberare la ragazza».
Abby era ansiosa di non dargli il tempo di cambiare idea. Si affrettò a dire:
«Questo può aspettare. Voglio, dire, la ragazza sta bene, vero?»
Lui annuì. «Sta benissimo. L’ho chiusa nel padiglione della ‘Follia’.»
«In tal caso Knox può mandare qualcuno a tirarla fuori. È molto
importante», e si avviò verso la macchina.

Bates si rivolse all’uomo che aveva vicino e disse: «Chiama Knox».


Riportò la propria attenzione sull’automobile che si stava avvicinando
tenendola sotto il tiro del proprio fucile. Quando si fermò, uscì allo scoperto
mantenendo l’arma puntata. Abby scese dal posto di guida. Lanciò
un’occhiata a Bates. Con voce dolce disse: «Va tutto bene. Siamo venuti a
parlare». Garland si fece avanti per venirle vicino. Rimasero lì imbarazzati,
aspettando che Bates dicesse qualcosa. Vedendo che continuava a rimanere
impassibile, Abby prese l’iniziativa. «Dov’è Knox?»
«In casa. Siete armati?» Abby scosse il capo e guardò Garland. «Venite.»
Entrambi si avviarono verso l’entrata. Bates li seguì.
Mentre salivano i gradini, la porta si aprì. Knox li fissò. Poi,
indietreggiando verso l’atrio disse: «Entrate».
Garland si fece da parte per lasciar passare Abby. La seguì avanzando di

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pochi passi, finché non si trovarono di fronte a Knox. I due uomini si
sbirciarono a vicenda. Garland tese la mano.
Un uomo che era rimasto nascosto fino a quel momento dietro il battente
della porta d’ingresso spalancata, si fece avanti. Abby riuscì a scorgerlo con
la coda dell’occhio per la frazione di un secondo mentre quello prendeva lo
slancio. Impugnava una pistola tenendola alta sopra la spalla. Abby cominciò
a gridare un avvertimento ma era ormai troppo tardi. Garland fece per
voltarsi, e il movimento deviò il colpo su un lato della nuca. La botta gli fece
piegare le ginocchia, e Knox ne approfittò per sferrargli un violento calcio al
petto con il piede calzato dagli stivali. L’uomo con la pistola sollevò l’arma
per colpire un’altra volta, ma, prima che ci riuscisse, Abby si gettò contro di
lui afferrandolo al polso. Mentre cercava di strappargli la pistola, Bates la
raggiunse alle spalle e la spinse lontano. Garland ruotò su se stesso e barcollò
addosso agli altri. Prima che riuscisse a rialzarsi del tutto, Knox lo colpì con
un altro calcio che gli fece scricchiolare la mascella. La testa gli si rovesciò
all’indietro, e Garland cadde su un lato.
Abby lottò violentemente per liberarsi dalla presa di Bates, scalciando e
divincolandosi. Adesso erano entrati nell’atrio molti uomini e altre mani
l’afferrarono per immobilizzarla. Infine, ansimando impotente, smise di
lottare.
Knox ordinò a due dei suoi di legare i polsi di Garland. Bates abbassò lo
sguardo sull’uomo quasi privo di conoscenza e sogghignò. «Abbiamo preso
questo bastardo, finalmente!»
Abby rivolse un’occhiata truce a Knox. La voce le tremò per l’ira. «Mi
aveva dato la sua parola!»
Knox la sbirciò. Il suo tono fu quasi indifferente. «Doveva essere
fermato.»
«Ma me lo aveva promesso.»
Knox fece un rapido passo che lo portò proprio di fronte ad Abby. Per un
momento lei pensò che stesse per colpirla. Invece, quasi le sputò in faccia le
parole. «Al diavolo le promesse. Non ci sarà più posto per cose di questo
genere d’ora in poi. Un uomo e la sua parola. I contratti. I trattati. Non
servono. Uno dice e fa quello che gli fa comodo. Non esiste nessuna regola
per la sopravvivenza!»
Nello stesso tono alterato Abby gli urlò la sua risposta: «Voleva
collaborare. Per questo siamo venuti qui. Voleva collaborare!»
«Stava cercando di distruggerci!»
«Non è vero.»
Knox si allontanò di qualche passo e si voltò per osservare mentre due
uomini sollevavano Garland per le ascelle e lo mettevano a sedere su una

132
sedia. Incapace di reggersi seduto, cominciò a inclinarsi in avanti. Uno degli
uomini che si occupavano di lui lo afferrò per i capelli e lo rimise diritto.
L’altro gli sfilò la cintura dei pantaloni, gliela passò come un cappio intorno
al collo e ne fissò l’estremità libera allo schienale della sedia.
Knox disse: «Accertatevi soltanto che non soffochi». Si rivolse di nuovo
ad Abby. «Se ne vada fuori di qui, signora Grant. Questi sono affari nostri, e
vogliamo condurli come più ci accomoda.» Fece cenno al ragazzo che aveva
colpito Garland durante la caccia attraverso i boschi. «Ken, riportala dove
abbiamo trovato la sua automobile.»
Il ragazzo osservò: «Ha una gomma a terra».
«Questo è affar suo.»
Il ragazzo si avvicinò ad Abby e l’afferrò per un braccio. Lo spirito
bellicoso l’aveva abbandonata e si lasciò sospingere verso la porta. Si fermò e
si voltò per guardare Garland. C’era del sangue su un lato del suo volto e la
testa gli penzolava da una parte. Aveva il respiro raschiante per la stretta della
cintura. «Che cosa farete di lui?»
Knox ripeté: «Le ho detto di andarsene».
Lei allora si voltò e corse via da quella casa, impotente e terrorizzata.
Cominciò a singhiozzare, con il capo chino e il viso nascosto tra le mani. Non
oppose resistenza quando il ragazzo le si mise al fianco e la guidò verso una
Land Rover. Le tenne aperto lo sportello e aspettò che si accomodasse.
Quando vide che non accennava a salire insistette gentilmente, quasi
sollevando il suo corpo inerte e sistemandola sul sedile dove giacque
abbandonata su un fianco, quasi seduta sul pavimento dell’automobile. Ken le
sollevò i piedi allontanandoli dalla portiera e la chiuse senza sbatterla.
Il ragazzo era imbarazzato dal pianto irrefrenabile di Abby. E anche
impaurito. Non si era mai trovato di fronte a una commozione tanto violenta.
Guidò, standosene seduto ben discosto da lei, timoroso di parlare e di
trasformare la sua pena in collera che avrebbe potuto sceglierlo come
bersaglio. Cercò di non guardarla. Mantenne le distanze in tutti i sensi.
Avevano percorso diversi chilometri prima che Abby riuscisse a calmarsi.
Si mise a sedere diritta e trasse alcuni respiri volutamente profondi. Teneva le
mani serrate con forza in grembo. Guardava fissamente fuori del finestrino
laterale, tenendo il viso voltato con ostinazione dall’altra parte rispetto al
guidatore. Non scambiarono nemmeno una parola per tutta la durata del
tragitto.
Il ragazzo fermò la macchina accanto alla Range Rover di Abby,
mantenendo il motore acceso. Lei scese in fretta, sempre senza guardare il suo
compagno. Sbatté con forza la portiera e quasi immediatamente la macchina
ripartì. Avanzò per circa venti metri, si fermò e poi con un lieve stridere dei

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pneumatici, fece retromarcia e svoltò per ripartire nella direzione dalla quale
erano arrivati. Ken si fermò accanto ad Abby, balzò a terra e si diresse
rapidamente verso la parte posteriore dell’automobile. Tirò fuori del
bagagliaio la ruota di scorta, lasciandola rimbalzare sul terreno. Poi come un
fanciullo con il cerchio, la spinse verso di lei. La ruota si coricò sul fianco ai
piedi di Abby. Il ragazzo aveva un’aria furtiva e innervosita, mentre risaliva
in macchina. «Dovrà sostituirla da sola. Knox mi starà aspettando.» Fece
ripartire l’automobile prima ancora di aver chiuso la portiera.
Il rumore della macchina che si allontanava era già svanito da un pezzo
prima che Abby si riscuotesse e cominciasse a frugare tra gli attrezzi per
trovare il cric e la chiave inglese.
Bates disegnò un arco per aria prima che il suo pugno chiuso colpisse
Garland proprio sotto l’orecchio. La testa del giovane si spostò con violenza
sulla spalla poi tornò a ciondolare in avanti. Era quasi privo di conoscenza,
ma non abbastanza per non sentire il dolore. Con gli occhi chiusi restò in
attesa del pugno successivo: la testa gli doleva terribilmente e aveva le
orecchie rintronate. La cintura di pelle gli premeva la trachea, e cercò di
appoggiarsi all’indietro per ridurre la pressione. Sulle prime i pugni avevano
avuto la dolorosa durezza della sofferenza inattesa. Adesso, quando lo
colpivano, quella durezza era smussata dall’intontimento in cui si trovava
avviluppato. Irrazionalmente, si disse: «Non sono molto abili». Ma quel
pensiero non gli procurò alcun sollievo. Durante la carriera militare aveva
seguito per due volte corsi di tecnica degli interrogatori. Se fossero stati più
abili avrebbero cercato di colpirlo soprattutto nella parte centrale del corpo. I
testicoli e i reni sono punti in cui il dolore insorge in fretta e dura a lungo. La
testa resiste a una gran quantità di percosse. In un certo senso si sentì grato
che i suoi aguzzini impiegassero sistemi così grossolani.
«Dove l’hai nascosta? Dove l’hai portata?» La voce di Knox gli giungeva
molto da lontano. Garland cercò di parlare, ma l’unico suono che gli uscì fu
un gorgoglio strozzato. Prima che riuscisse a tradurre il suono in parole, Knox
lo colpì in pieno sulla mascella. La forza del pugno fece oscillare all’indietro
la sedia. Rimase in equilibrio per un momento, poi si rovesciò a terra
lentamente. La spalliera di legno si fracassò nell’urto con il pavimento.
Garland non si mosse. Bates gli diede un colpetto con il piede. Sbirciò Knox.
«L’amico ha perso i sensi.» Knox parve irritato. «Ce lo dirà. Per Dio, se ce lo
dirà. Lo faccia rinvenire.»

Abby fece forza con tutto il proprio peso sulla chiave inglese. Ansimando
per la fatica, sentì il dado della ruota spostarsi di poco. Allentò la presa per un
momento, poi ricominciò a esercitare la pressione. Continuò senza

134
interrompersi finché il dado incominciò a girare, poi a un tratto divenne
sciolto e la chiave ruotò agevolmente, svitando il dado dal bullone. Quando lo
ebbe liberato del tutto, Abby lo estrasse dolcemente e lo mise accanto agli
altri che aveva già rimosso. Aveva cominciato a togliere il cerchione quando
udì il motore di una macchina. Alzò lo sguardo, subito allarmata. Una
minuscola berlina bianca svoltò alla curva. Viaggiava a velocità elevata e non
ebbe il tempo di obbedire all’istinto di correre a mettersi al riparo. La mano le
scivolò sulla chiave inglese per afferrarla come un’arma. La berlina le venne
direttamente vicina e si fermò prima che Abby facesse in tempo a riconoscere
Greg e Jenny. Jenny fu la prima a scendere e a correre ad abbracciarla. Greg
rimase un po’ indietro, ascoltando le due donne scambiare domande e
risposte. Quando poté parlare, cominciò dicendo: «Eravamo molto
preoccupati e allora…» Ma prima che potesse terminare Abby lo interruppe in
tono così pressante che fu indotto a tacere.
«C’è un uomo laggiù. E lo uccideranno, ne sono sicura, e per colpa mia.
Dobbiamo fare qualcosa. Lo dobbiamo aiutare.»

«E va bene. Adesso basta», disse Garland. La sua voce era poco più di un
gracidìo. Il davanti dei suoi abiti era bagnato, i capelli gocciolavano ancora
per l’acqua che gli avevano gettato addosso. Lo avevano percosso per due
volte fino a fargli perdere i sensi e per due volte lo avevano fatto rinvenire. Se
lo avessero picchiato ancora, sapeva che non avrebbe più avuto la forza di
mettere in pratica la sua unica possibilità. «Adesso basta», ripeté.
Bates sorrise a Knox che annuì soddisfatto. Quest’ultimo disse: «Ha tirato
avanti anche troppo. Benissimo. Allora, dov’è?»
Le parole che uscirono dalle labbra gonfie di Garland erano indistinte.
Confuse. Knox si protese facendoglisi più vicino per sentire meglio. «Che
cosa stai dicendo? Cosa?» domandò.
«Se ve lo dirò, che cosa mi succederà?» ripeté Garland.
La risposta di Knox giunse senza intoppi come se si fosse preparato e
l’avesse presa in considerazione ormai da un pezzo. «Ci sarà una macchina
per accompagnarti fuori di questa zona. In un posto qualsiasi di tua scelta il
più lontano possibile di qui. Se ritornerai indietro, ti uccideremo.»
Garland sentì la menzogna nella sua voce. Sapeva che l’unica ragione per
cui non lo avevano ancora ucciso era per il fatto che rivolevano la ragazza.
Aspettò un momento, fingendo di riflettere, poi annuì. «Va bene.»
«Dove l’hai portata?»
Per Garland era quello il momento buono. Se avesse fallito adesso sapeva
che non avrebbe avuto altre possibilità. Non gli fu difficile lasciare che la
delusione della sconfitta trasparisse nella sua voce. Il suo fu un tono di totale

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rassegnazione. «Vi condurrò da lei.»
Fu Bates a ribattere immediatamente: «Dicci soltanto dove si trova.
Andremo noi a prenderla».
Garland non fece trapelare neppure il sospetto che volesse mettersi a
discutere. «Anche se ve lo dicessi, non potreste mai trovare quel luogo.» Poi,
per mettersi completamente al sicuro: «Per l’amor del cielo, lasciate che
venga anch’io. Non potrei più sopportare niente del genere».
Trascorse un’eternità prima che Knox prendesse una decisione. «Va bene.
Slegalo e mettilo in piedi.»
Garland sentì un brivido d’eccitazione. Avevano abboccato. Adesso aveva
se non altro un’ultima possibilità. Una volta che fossero usciti dalla casa, gli
rimaneva una possibilità.

Garland si mosse lentamente. Traballando. Fingendo che camminare gli


costasse uno sforzo considerevole. Aveva inciampato di proposito, una volta,
ed era rimasto per terra bocconi finché Bates non lo aveva rimesso in piedi.
Non tutta la sofferenza era simulata. La ferita gli aveva irrigidito la gamba, e
le percosse ricevute gli causavano ancora ondate di capogiro. Si rese conto
che non avrebbe avuto la forza di mettersi a correre, in quelle condizioni. La
sola speranza che gli rimaneva era quella di impadronirsi di un fucile. Fino a
quel momento, comunque, e avevano già percorso metà del tragitto, i suoi
aguzzini non gli avevano ancora offerto nessuna opportunità di azione. Si
tenevano alcuni passi dietro di lui, seguendolo, con i fucili puntati.
Molti uomini di Waterhouse avrebbero voluto far loro da scorta, ma Knox
aveva rifiutato. Garland si rese conto che l’uomo voleva che il minor numero
possibile di testimoni assistesse alla sua uccisione. Nessuna coscienza sarebbe
stata tormentata dal rimorso per la sua morte se tutti fossero stati convinti che
lui aveva perduto la vita in un tentativo di fuga.
Garland svoltò dalla strada di terra battuta dentro il bosco. In quel punto
c’era stato un sentiero, una volta, ma il fatto di non essere più stato percorso e
la rigogliosa crescita del sottobosco lo aveva reso quasi invisibile. «Quanto ci
vuole ancora?» Il tono di Knox era insospettito.
«Non molto, ormai.» Garland si convinse che non avrebbero preso alcuna
iniziativa finché erano sicuri che la ragazza fosse salva. Se gli restava qualche
possibilità di salvezza doveva afferrarla quando avessero raggiunto la
«Follia». Se uno di loro fosse andato ad aprire la porta: se l’altro avesse avuto
un attimo di disattenzione. Le alternative dell’azione assorbirono i pensieri di
Garland.
Si fermò nel punto in cui gli alberi delimitavano un’ampia radura coperta
da erbe fitte e alte. Al centro di essa sorgeva la «Follia». Un edificio simile a

136
una pagoda, eretto circa un secolo prima.
«È là dentro.» Garland sentì la tensione crescere in lui mentre parlava.
Qualsiasi cosa stesse per accadere, non avrebbe tardato molto, ormai.
«Sarà meglio che ci sia», disse Bates. «Sarà proprio meglio che ci sia.
Continua a camminare.»
Garland provò un momentaneo sollievo. Non avrebbero fatto nulla finché
non avessero constatato che la ragazza stava bene.
Gli uomini con i fucili si fecero avanti, con maggiore disinvoltura, adesso,
tralasciando alcune precauzioni. Garland rallentò premeditatamente il passo,
facendo in modo che i due gli si affiancassero, mentre la loro attenzione
veniva assorbita dalla solida porta della pagoda.
Bates sopravanzò di poco gli altri. Garland sbirciò Knox. Si trovava circa
quattro metri più a destra rispetto a lui, e teneva il fucile puntato verso terra.
«Non ancora», pensò Garland. «Non è ancora il momento.» Ogni passo lo
portava un po’ più vicino a Knox, diminuendo la distanza tra loro. Knox non
se ne accorse.
Quando fu più vicino alla porta Bates si fermò e gridò forte: «Elizabeth?»
Un volo di colombi selvatici si levò dalla cima degli alberi con un battito d’ali
allarmato. Chiamò di nuovo ma non ottenne risposta. Si voltò per rivolgere
uno sguardo accusatore a Garland. «Se non è qui… può darsi che tu stia
cercando di combinare qualche scherzo.» Sentendo in sé un’ondata di
apprensione, Garland disse in fretta: «È qui. Non può essersene andata».
Knox era di nuovo circospetto, adesso. Tenendo d’occhio Garland, disse a
Bates: «Va’ a dare un’occhiata».
L’uomo avanzò verso la porta. Parve rimanere in ascolto un momento, poi
con cautela la spinse con una mano. La porta si aprì cigolando. Bates disse:
«Non è stata chiusa a chiave».
Garland era interdetto. Aveva introdotto un robusto pezzo di legno entro le
maniglie a occhiello della porta. Non sarebbe stato possibile rimuoverle
dall’interno della pagoda. Fece per portarsi avanti come per controllare di
persona la porta, ma fu fermato da un secco ordine di Knox.
Rimasero a guardare Bates mentre superava la soglia buia e scompariva
alla vista. Tutto rimase silenzioso. Poi con un fracasso e una subitaneità che
spaventarono entrambi, Bates uscì, scaraventato fuori della porta e cadde a
gambe all’aria in mezzo alle ortiche. Prima che riuscisse a rimettersi in pedi,
un uomo apparve sulla soglia. Aveva tra le mani il fucile di Bates e
immediatamente lo puntò contro Knox.
Greg disse: «Getta via il fucile», e poiché questi esitava, fece cenno a
Garland: «Se lo faccia dare».
Knox sembrava troppo sbigottito per offrire una qualsiasi resistenza.

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Rimase a guardare inebetito Greg. Poi disse: «Chi diavolo è lei?»
Greg non gli rispose. Guardò invece alle proprie spalle, esclamando:
«Tutto a posto. Puoi venir fuori, adesso».
La sagoma ingobbita e spaventata di una ragazza uscì dalle tenebre. «Stai
bene, Elizabeth?» chiese Knox. La giovane annuì. Greg la lasciò passare e
disse gentilmente: «Va’ e resta con i tuoi amici». Elizabeth si precipitò verso
Knox. Non appena lo ebbe raggiunto, l’attenzione di tutti loro venne attirata
dal suono di un motore di automobile che veniva avviato. Voltandosi in
direzione del suono videro la Range Rover sbucare in mezzo agli alberi sulla
sinistra della radura. Mentre veniva avanti traballando sul terreno ineguale
Greg fece un cenno a Garland e i due uomini le corsero incontro.
Abby era al volante e aveva accanto Jenny. La macchina non era ancora
del tutto ferma quando Greg si issò sulla piattaforma posteriore, poi aiutò
Garland a salire accanto a sé. Abby compì una stretta curva e si diresse
nuovamente verso gli alberi, facendo sobbalzare con violenza la Rover mentre
acquistava velocità.
Strofinandosi le mani arrossate dalle ortiche, Bates si avviò verso Knox.
La sua voce assunse un tono lamentoso di scusa. «Era nascosto dietro la porta.
Non potevo fare nient’altro. Mi è balzato addosso.» Knox rimase silenzioso.
Bates se la prese con Elizabeth, deciso a volersi scaricare di ogni colpa.
«Avresti potuto mettermi in guardia. Lo sapevi che si trovava là dietro.
Avresti potuto gridare o qualcosa del genere quando sono entrato.» Elizabeth
teneva gli occhi bassi. «Ero spaventata.» Con voce sempre più aggressiva,
Bates si appellò a Knox. «Se avesse detto qualcosa, avrei potuto trovarmi
pronto per affrontarlo. Avrebbe dovuto…» Knox lo interruppe con un gesto,
mentre si voltava e incominciava ad avviarsi di buon passo lungo la strada che
avevano già percorso. Procedeva con una andatura rigida, ancora pieno di
rabbia. Elizabeth e Bates lo seguirono, mantenendosi a qualche passo dietro di
lui.

«Abby si è ricordata di aver sentito dire che la ragazza era rinchiusa alla
‘Follia’», disse Greg. «Abbiamo trovato la località sulla carta e siamo venuti
qui. Pensavo che saremmo riusciti a servirci della ragazza per trattare la sua
liberazione, poi Jenny vi ha visti arrivare e così abbiamo dovuto improvvisare
qualcosa in fretta.»
Garland annuì. «Ve ne sono grato. Avevo una vaga intenzione di tentare di
impossessarmi di uno dei loro fucili, ma stavano entrambi molto attenti. Non
credo che sarei riuscito a cavarmela in quel modo.»
Abby fermò la Rover pochi metri dietro la berlina bianca. Tutti e quattro
scesero e rimasero raggruppati tra le due macchine. A un tratto parve che non

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ci fosse più nulla da dire. Prima che qualcuno potesse sentirsi a disagio in
quel silenzio, Jenny disse: «Non credo che sia una buona idea rimanere qui
attorno. Io andrò sulla Ford con Greg. Voi ci seguirete?»
Abby annuì, lieta di trovarsi ormai fuori pericolo. «Sono sicura che sia la
cosa migliore. Andiamocene subito.»
Greg e Jenny si avviarono alla macchina. Greg gridò quando già si era
messo al volante: «Avete benzina a sufficienza?»
Abby si protese all’interno della Rover e girò la chiave dell’accensione.
L’indicatore della benzina segnò più di un quarto di serbatoio. «Dovremo
rifornirci prima di arrivare a casa, ma per il momento ne abbiamo.»
Greg fece un cenno con il pollice alzato e accese il motore. Le ruote
posteriori slittarono un po’ sull’erba bagnata, poi il motore salì di giri e la
macchina raggiunse la strada. Greg cambiò rapidamente le marce e,
acquistando velocità, svoltò in fretta alla curva e sparì.
Abby si voltò verso Garland. «Vuol guidare?» Nel silenzio che precedette
la sua risposta, in quel breve lasso di tempo, Abby ne divenne consapevole.
Garland non sarebbe venuto via con lei.
Parlarono senza rispettare le precedenze. Lei disse: «Ma non può restare
qui!» proprio mentre Garland aveva incominciato a dire: «Non posso
andarmene».
«Non posso venire via. Non ho ancora sistemato nulla», continuò lui.
«Ma la uccideranno. Adesso lo sa. Non ci saranno più trattative di alcun
genere. Faranno di tutto per ucciderla.»
Garland tese entrambe le mani e le appoggiò sulle spalle di Abby. Lei
avrebbe voluto parlare. Mettersi a piangere. Desiderava qualsiasi cosa potesse
rappresentare tra loro un legame che li tenesse uniti. Un sentimento che lo
avesse spinto ad andare con lei. Ma non trovò le parole. E le lacrime non
vennero. Soltanto l’assoluta certezza che la sua intuizione era stata giusta.
Garland sarebbe rimasto.
«La responsabilità di Waterhouse dipende ancora da me. È sempre stato
così», disse lui.
Le parole di Abby suonarono indifferenti. Perfettamente adatte alla
circostanza. Compite. «La vedrò ancora?»
«Sì.» La baciò sulla fronte. Le teneva ancora le mani sulle spalle, ma
adesso le stringeva con forza. Lei rimase piuttosto rigida. Senza reagire alla
sua stretta. Poi, a un tratto, le labbra e le mani l’abbandonarono, lui prese a
camminare verso gli alberi.
Puntigliosamente, senza voltarsi a guardarlo, Abby salì sulla macchina e si
diresse verso la strada. Le lacrime giunsero soltanto di lì a diverse ore, quando
fu sola e nel suo letto.

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CAPITOLO QUINTO

LE erbacce imposero una interruzione nelle spedizioni per procurarsi le scorte.


I rifornimenti cessarono quando ancora centinaia di voci della lista della spesa
per sopravvivere erano rimaste inevase.
La velocità con cui le erbe crescevano li lasciò strabiliati. Cominciarono
come una appena visibile nebbiolina verde che ombreggiava le ordinate
coltivazioni. In meno di una settimana i pascoli che erano stati arati e coltivati
con tanta fatica stavano germogliando di erbacce in rapida crescita. Bisognava
guardare molto da vicino per distinguere le pianticelle delle colture che
avevano seminato.
Bill Faber montò le lame rotanti sul trattore con l’intenzione di spazzar via
le male erbe prima che prendessero troppo piede. Soltanto allora però, si
resero conto che, con la preoccupazione di utilizzare al massimo il terreno, le
file di semi erano state piantate troppo vicine le une alle altre, e non c’era
spazio perché il trattore potesse lavorarvi in mezzo.
Il giorno dopo, le donne cominciarono a estirpare le erbacce servendosi di
zappe e di palette. Quella sera il terreno liberato era molto scarso in confronto
al lavoro compiuto, così faticoso da spezzare la schiena. Ogni altro progetto
venne accantonato e tutto il gruppo andò nei campi. Ci vollero tre settimane,
cominciando a lavorare all’alba per smettere soltanto quando faceva troppo
buio per distinguere le erbacce dalle piante coltivate. Con il trascorrere dei
giorni, tutti soffrirono di dolori ai muscoli paralizzati dalla fatica. Le
conversazioni furono molto ridotte durante i pasti serali, e quando non c’era
più nulla da mangiare, ognuno se ne andava rapidamente e con sollievo a
letto.
Quel lavoro, infine, parve terminato. Le distinte e fitte file delle
coltivazioni erano così nette e definite da somigliare alle righe di un
quaderno. Abby stabilì dei turni di lavoro per garantire che due componenti
del gruppo si trovassero ogni giorno al lavoro nei campi per zappare il
terreno. I prati non curati intorno alle coltivazioni erano rigogliosi di erbacce

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e di cardi selvatici. I rovi delle siepi divisorie facevano serpeggiare le loro
propaggini facendo nascere nuovi cespugli. Nei frutteti, i polloni
prorompevano dalle radici degli alberi, sottraendo forza ai rami. Semi di
frassino e di sambuco germogliavano e mettevano radici indisturbati. Nei
pascoli una volta accuratamente rasati prosperavano adesso nutrite colonie di
ortiche e cardi. Nei canali di drenaggio, ripuliti con tanta sollecitudine per
secoli, si ammucchiavano adesso detriti ed erbe acquatiche, che li intasavano
e li ostruivano.
Un ricco concime costituito dalle foglie imputridite dell’autunno
precedente, ricopriva le strade. Offrì nutrimento a foreste di piante che misero
radici nelle crepe del manto stradale, allargandole, rendendole più profonde,
sbriciolando l’asfalto.
Elaine Corman notò per prima un altro fenomeno. Si trovava impegnata
con Jenny in quello che avevano finito con il chiamare la «corvée delle
erbacce». Munita di guanti di gomma e inginocchiata su un sacco ripiegato,
Elaine stava diligentemente estirpando le nuove erbe parassite che stavano
prendendo piede tra i filari di piselli. Si accorse che per un certo tratto la
tenera cima dei germogli delle piante rampicanti era stata recisa. Chiamò
Jenny perché vedesse anche lei quello che era accaduto. Esaminarono insieme
anche gli altri filari. Una buona parte delle piante aveva sofferto lo stesso
danno.
«Conigli», disse Elaine decisa. «Ecco chi è stato a fare tutto questo. I
conigli. Riescono a essere dei veri flagelli.»
Jenny tornò a casa per dare la notizia e tutti uscirono a dare un’occhiata.
«Io penso che potrebbero essere anche i topi», disse Philip come se stesse
cercando di prendere in esame tutte le possibilità.
Tom Price scosse il capo. «No. Sono di sicuro i conigli. I topi avrebbero
preso i semi, ma non fanno guai quando la pianta è germogliata.»
«Maledette bestie!» borbottò Greg, esaminando le siepi che circondavano
il campo. «Dio solo sa se non hanno vegetazione sufficiente per trovare
nutrimento senza prendersela con la nostra roba.»
Bill Faber trovò il rimedio, ed essi trascorsero i giorni seguenti
confezionando cupole di fitta rete metallica da pollai. I piselli furono così
salvati da ulteriori attacchi.
Un piccolo orto dietro una delle case era stato riservato per seminarvi le
piantine da trapianto. Il defunto proprietario di quel terreno doveva essere
stato un fanatico in fatto di orti, a quanto pareva. Il terreno era grasso e
facilmente lavorabile. Nessuna erbaccia perenne era riuscita a crescere in
quell’orto. I semi dei cavoli, dei cavolfiori, delle cipolle, dei cavolini di
Bruxelles e dell’insalata verde germinarono in fretta. Dopo molte

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consultazioni dei manuali di giardinaggio che si erano procurati in gran copia,
Philip ritenne che le piantine sarebbero state pronte per il trapianto entro la
settimana successiva. Vennero lavorati altri campi e preparati altri ripari di
rete metallica, ma prima che le piante potessero essere messe a dimora i
conigli penetrarono nell’orto e distrussero centinaia di germogli.
Organizzarono allora una battuta di caccia, con l’intento di decimare le
colonie di conigli prima che le nuove generazioni potessero continuare a
riprodursi. In due giorni di caccia avevano sparato un centinaio di cartucce e
ucciso quattordici conigli. Greg pose termine alle ostilità, quando si rese
conto dello spreco di munizioni rispetto al risultato effettivo. Quella settimana
mangiarono carne di coniglio finché riuscirono a escogitare modi diversi per
cucinarla, e finché non si sentirono nauseati dal sapore di quel cibo.
Fu in questa occasione che Tom Price rivelò un insospettato talento.
Trascorse alcune ore nella casa che avevano adattato a officina, rifiutandosi di
dire a chiunque che cosa stesse facendo. Quella sera uscì al calar delle
tenebre. Gli altri erano già andati a letto prima del suo ritorno e non si erano
ancora alzati quando il mattino dopo egli uscì di casa alle prime luci. Stavano
tutti facendo colazione quando Price rientrò con otto conigli, sventrati e
appesi a un lungo bastone. Dalla sua cintura pendeva una dozzina delle sue
trappole di fil di ferro fabbricate in casa. Sebbene nessuno si sentisse
entusiasta di continuare con la dieta a base di carne di coniglio, Price fu
debitamente lodato ed elogiato. Accettò le loro congratulazioni con
inconsueta modestia. Quando infine le felicitazioni ebbero termine e la
conversazione riprese con altri argomenti, la sua modestia di breve durata
svanì, e si lanciò nel racconto del suo passato, quando era capoguardiacaccia
presso lord Glamorgan, incaricato della sorveglianza di diverse migliaia di
acri e con più di venti altri guardiani ai suoi ordini. «Ben poche sono le cose
della natura, che non conosco», dichiarò ai suoi ascoltatori costretti a starlo a
sentire. «È per il fatto di vivere in contatto in campagna, vedete. Di vedere la
vita degli animali e degli uccelli. Di sapere quello che pensano. Non mancava
mai la selvaggina quando sua signoria organizzava una grande battuta di
caccia. Fagiani, pernici, galli cedroni. Abbattevano centinaia di volatili in una
sola giornata. Io comandavo i battitori, sapete.»
«Non sapevo che ci fossero molti galli cedroni nel Galles», disse Philip,
con malizia.
Price continuò indisturbato. «Hai ragione. Erano quasi estinti finché non
ho cominciato a ripopolare la zona.»
Nei mesi che seguirono, li intrattenne e li annoiò con la sua immaginaria
carriera, cambiando di continuo nomi e fatti. Divenne sempre più difficile per
lui trovare un ascoltatore, ma neppure questo riusciva a farlo star zitto.

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Continuò in ogni caso a ottenere buoni risultati con le sue trappole, e la carne
che non veniva utilizzata subito veniva conservata sotto sale.
Gli animali domestici, i cani e i gatti che erano sopravvissuti ed erano
diventati semiselvatici, ebbero cucciolate numerose, quella primavera. Anche
le volpi aumentarono di numero e i piccoli sopravvissero grazie
all’abbondanza di carne fresca che i genitori erano in grado di procacciarsi.
Anche gli uccelli, sebbene terribilmente decimati dal rigido inverno,
sembrava avessero proliferato abbondantemente. Si vedevano grandi voli di
colombi e di tortore. Passeggiare nei boschi all’ora in cui quegli uccelli vanno
a dormire significava disturbarli e farli alzare in volo con battiti d’ali simili ad
applausi fragorosi. Il verso delle tortore dal collare, simile al miagolio di un
gatto e il richiamo gutturale dei colombi selvatici dominavano sui canti degli
uccelli che riempivano dei loro suoni le giornate.
Il lavoro pressante e duro della coltivazione dei campi concedeva ben poco
respiro. I giorni scivolavano via insensibilmente finché non giunse luglio. Dal
momento delle semine c’erano state soltanto due spedizioni per procacciarsi
materiali fuori del villaggio, effettuate in entrambe le occasioni da Greg e
Philip. Avevano una incalzante necessità di mezzi per conservare le crescenti
riserve di viveri, come giare di terracotta, sale, nitrato di potassio, colla di
pesce, vasi di ceramica e barili. Avevano discusso la possibilità di far
funzionare dei surgelatori servendosi della corrente fornita dai generatori
mobili, ma alla fine decisero di rinunciare per il notevole spreco di
carburante, per il pericolo di non trovarne più, per un conseguente
deterioramento dei cibi.
I due viaggi presentarono più difficoltà di quelli della primavera
precedente. Gli alberi caduti sulle strade erano molti di più e si incontravano
sempre più spesso ampi tratti allagati nei terreni situati più in basso. Le
autostrade si erano mantenute discretamente sgombre, ma già mostravano i
segni dell’abbandono: frane nei punti in cui la strada correva in mezzo ad alti
argini e ortiche che crescevano sull’asfalto. Trovare i materiali di cui avevano
bisogno richiedeva più tempo di quanto avessero immaginato. Molti edifici
mostravano tracce di precedenti saccheggi, e nessun luogo sembrava esente
dal puzzo stantio dell’umidità e della putrefazione. Il sole di luglio non
bastava per allontanare il freddo dalle case e dai negozi abbandonati. Macchie
nere di muffa serpeggiavano lungo le pareti di gesso. Una vegetazione di
funghi era cresciuta sulle tappezzerie che si staccavano dai muri.
Portando una maschera imbevuta di disinfettante, Greg frugò una casa e vi
trovò un tappeto umido reso verdastro dall’erba che vi era cresciuta. Il
diffondersi della carie del legno dovuta sia all’umidità che alla siccità
sembrava accelerato.

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Dopo molte ricerche, trovarono il sale e lo zucchero di cui avevano
bisogno. I contenitori si erano solidificati in blocchi che sembravano di
cemento e così c’era anche il salnitro. In un magazzino dietro un negozio di
ferramenta trovarono una riserva di vasi per conservare i cibi. Le scatole di
cartone che li contenevano erano impregnate d’acqua e si lacerarono nelle
loro mani quando fecero per sollevarle.
Nel loro secondo viaggio, la «lista della spesa» era più specializzata e la
ricerca fu più complicata. Nel tardo pomeriggio non avevano ancora trovato
tutto quello che volevano. Philip suggerì di utilizzare le ultime ore di luce per
avventurarsi nei territori che non avevano ancora percorso e, se fosse stato
necessario, di rimanere fuori per la notte e di continuare le ricerche il giorno
dopo. Sulla carta geografica, Greg segnò un esteso percorso che seguiva una
linea curva e che li avrebbe riportati infine nel punto più estremo del loro
stesso insediamento.
La strada li condusse attraverso villaggi silenziosi, lungo strade principali
fiancheggiate di macchine arrugginite e dalle ruote sgonfie. In quasi tutti i
luoghi un tempo abitati si vedevano edifici distrutti o danneggiati dalle
fiamme al tempo della «morte». Tetti sfondati e travi carbonizzate si
vedevano dovunque e i muri erano bruciacchiati e coperti di fuliggine.
Giardini, un tempo accuratamente coltivati, si stendevano adesso lungo le vie
infestati da una vegetazione che arrivava quasi a nascondere le finestre del
pianterreno. In mezzo al groviglio, i cespugli di rose si erano aperti a forza
una via verso l’alto ed erano fioriti, decisi a lottare per sopravvivere.
Passarono accanto a una linea elettrificata che correva sopra un alto argine.
Un treno di sette vagoni per pendolari rimaneva in attesa in mezzo al nulla. A
quanto ricordava Greg, la prima stazione distava una trentina di chilometri. Si
domandò per quanto tempo i passeggeri avessero aspettato prima di rendersi
conto che il loro viaggio era finito. Fu come se Philip gli avesse letto nel
pensiero. Disse: «Mi trovavo su un treno, una volta, quando la corrente venne
a mancare. Rimanemmo là seduti per ore, aspettando che riparassero il
guasto. A nessuno di noi passò nemmeno per la mente di scendere e mettersi a
camminare. Ciascuno si aspettava, immagino, che da un momento all’altro
tutto si sarebbe sistemato».
Greg annuì. «E in qualche modo è sempre stato così. Per una vasca otturata
o per una zuffa tra razzisti. C’era sempre qualcuno che sistemava le cose.»
Rallentò mentre la strada scendeva rapidamente per passare sotto un ponte
della ferrovia e poi risaliva di nuovo dall’altra parte. L’avvallamento era
pieno d’acqua immobile e schiumosa. Al centro della pozza e subito al di
sotto della superficie, intravidero la sagoma confusa del tetto di una
automobile.

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«Non possiamo passare da questa parte, non c’è dubbio.» Greg fece
l’inversione di marcia e si avviò lungo la strada da cui erano arrivati. «Sono
ben contento di non essere capitato in quel sottopassaggio con il buio.»
La deviazione li portò ad attraversare una zona industriale poco estesa alla
periferia di una città. C’erano isolati di edifici bassi e moderni costruiti in
mattoni che ospitavano piccole officine meccaniche, magazzini di materiali
da costruzione, depositi per la vendita all’ingrosso e così via.
«Varrebbe la pena di dare un’occhiata.» Philip indicò un cartello che
indirizzava il traffico verso la «Drogheria Rayburn, Cash and Carry (Vendite
soltanto all’ingrosso)». Greg annuì, e svoltò per imboccare lo scivolo di
cemento che conduceva a una vasta area di parcheggio asfaltata. Il luogo
aveva l’aspetto di un’area di smistamento abbandonata. Decine di carrelli
metallici si trovavano sparsi nel parcheggio. Vicino all’ingresso si
ammucchiava uno strato di cartoni stracciati, vetri rotti e borse di plastica
sfondate. Latte di cibi in scatola, ammaccate, ma ancora intatte erano state
gettate un po’ dappertutto. Sale, farina e polvere di latte erano stati lavati via
dalla pioggia dalle confezioni sfondate e chiazzavano il nero dell’asfalto.
«Che spreco.» Greg raccattò una delle scatole ammaccate. L’etichetta si
staccò mentre la teneva tra le mani. Greg le diede un’occhiata. «Pomidoro
pelati italiani.» Sopra c’era l’illustrazione, di un rosso innaturale, del frutto
polposo. «Di solito preferivo questi.» Lisciò il foglietto sul palmo della mano
e rimase a guardarlo meditabondo. «Quanto tempo ci vorrà prima che
qualcuno abbia prodotti in sovrappiù, sufficienti per essere inscatolati e
spediti a migliaia di chilometri di distanza?»
Philip si strinse nelle spalle. «Certo non sarà mentre noi siamo ancora
vivi.» Greg appallottolò l’etichetta e la gettò via. Si avviarono e svoltarono
all’angolo. Due grandi porte scorrevoli erano socchiuse davanti a loro.
Scarabocchiata su una di esse con la vernice nera in lettere sgocciolate stava
la scritta: «Vietato l’ingresso. Questo magazzino di viveri appartiene alle
Forze Unite Nazionali». Sull’altra porta si vedeva scritto: «I saccheggiatori
saranno fucilati».
«Le Forze Unite Nazionali. Non erano questi i tizi con cui ha avuto a che
fare Price?» domandò Philip.
«Credo di sì.» Greg cercò di ricordare. «Li capeggiava un tale a nome
Hornley… No. Wormley. Arthur Wormley. Anche Abby ci si era imbattuta
una volta.»
Greg si avviò verso la porta. Philip esitò. «Senti. Credi che dovremmo
entrare?»
«E perché no? Non hanno nessun diritto di andare in giro pretendendo di
avere l’accesso esclusivo in un posto qualsiasi. Tutto quello che è rimasto, è

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di proprietà comune.»
Greg si insinuò nello stretto passaggio tra le due porte e si fece avanti nel
buio dell’interno. Philip esitò per un momento poi fece per seguirlo. Appena
raggiunse l’apertura Greg ne uscì barcollante, spingendolo di lato. Era scosso
da violenti conati di vomito, e si strofinava il viso con entrambe le mani come
chi fosse andato a sbattere contro un velo di ragnatele.
«Che diavolo ti è successo?»
Greg non poté rispondere finché non si fu liberato la bocca dalla bile. La
sputò e ansimò per riprendere fiato.
Philip scrutò cautamente al di là della porta. Ci volle un istante prima che
gli occhi gli si abituassero all’oscurità. Poi lo vide. Il cadavere di un
impiccato. La corda che gli stringeva il collo era legata a un’altra trave. Il
corpo ondeggiava lievemente e ruotava adagio su se stesso, messo in
movimento da Greg quando l’aveva urtato. Non appena si girò con la faccia
verso di lui, Philip sentì lo stomaco rivoltarglisi per la nausea e il disgusto. Il
volto dell’uomo era sfigurato dalla decomposizione. C’era un pezzo di
cartone rozzamente lacerato e appuntato sul petto dell’impiccato. Proclamava
a caratteri di scatola «Saccheggiatore».
Philip disse: «Andiamocene di qui». Greg annuì. Rabbrividì e si strofinò di
nuovo la faccia. «Gli sono andato contro in pieno.»
Si allontanarono in fretta, e, una volta a bordo della macchina, rimasero
silenziosi finché non ebbero percorso alcuni chilometri. Poi Philip disse:
«Cristo. Che razza di gente sono? Ammazzano un uomo e lo lasciano
penzolare laggiù».
«È uno spettacolo maledettamente più efficace di qualsiasi cartello con
scritto: ‘Vietato l’ingresso’. Eppure continuo a pensare che non abbiano
nessun diritto di riservare quelle scorte esclusivamente per sé.»
«Sono d’accordo. Ma se questo è il loro modo di trattare gli affari, chi si
mette a discutere con certa gente? Io no, tanto per cominciare.»
«Potrebbe venire il momento in cui non ti rimarrebbe altra scelta. Tranne
quella di discutere con loro, voglio dire», osservò Greg.
Philip lo guardò. «Di che cosa stai parlando?»
Greg non rispose per un momento. Non era del tutto certo di quello che
intendeva. Preferiva prima riflettere. Avevano già considerato la possibilità di
doversi difendere contro eventuali aggressioni da parte di bande di
malviventi. Tutte le strategie che avevano immaginato presupponevano che
attacchi di quel genere avrebbero avuto il carattere di veloci incursioni.
Operazioni che si sarebbero risolte in un arraffa-e-scappa per impadronirsi di
viveri e materiali. La prospettiva di essere sottoposti a lunghe pressioni o
assegnati a un’area politica e militare, non era stata prevista.

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Greg parlò lentamente, cercando di chiarire il proprio pensiero con le
parole. «Che cosa faremmo se queste Forze Unite Nazionali avessero
tracciato un ampio circolo intorno alla propria base, una specie di confine
arbitrario, e poi proclamassero che tutto quanto viene a trovarsi all’interno di
quel circolo cade sotto la loro giurisdizione? Che cosa succederebbe se il
nostro insediamento rientrasse nei limiti di quel confine?»
Nella risposta di Philip si fece sentire un’ira improvvisa. Indignazione, e la
sensazione di veder violati i propri diritti. «Be’, non possono fare una cosa
simile. L’abbiamo messo insieme noi, quel posto. Nessuno può arrivare lì e
dirci quello che dobbiamo fare. Quel luogo ci appartiene!»
«Giusto. Giusto. Sono d’accordo», disse Greg cercando di calmarlo. «Ma
nella situazione attuale, dove comincia e dove finisce qualsiasi genere di
possesso? Sta’ a sentire, soltanto per farti un esempio. Il grande frutteto.
Dov’è? A circa quattro chilometri dalle nostre case. Non abbiamo fatto niente
laggiù. Ma si trova vicino a dove viviamo. C’è una quantità di frutta in quel
frutteto e se qualcuno arriva e se la prende, che cosa faremo noi? Ci
limiteremo a starcene seduti in un angolo a lasciare che gli altri se ne
impadroniscano?»
«No! Certamente no.» Philip non aveva dubbi. «Siamo il gruppo più vicino
al frutteto. Ci appartiene. Non possiamo permettere che la gente ci entri e si
serva liberamente.» Poi, moderandosi un po’, e dimostrandosi più generoso,
continuò: «Se ci saremo riforniti a sufficienza, se avremo raccolto tutto quello
di cui avremo bisogno, allora, bene, potremo dar via una parte del raccolto.
Ma non possono venire e prendersi semplicemente quel che gli serve».
«Ho letto un libro. Molto tempo fa», disse Greg. «Era intitolato La genesi
africana, credo. In ogni modo aveva per argomento i diritti territoriali. Per
quanto posso ricordare, affermava che tutte le creature delimitano i propri
territori segnando il confine dell’area in cui vivono. Poi, quando un altro
animale tenta di oltrepassare tale confine, scoppiano le ostilità. A quanto pare
anche noi prima o poi saremo costretti a fare la stessa cosa.»
«Mi batterò e come, maledizione! Voglio dire, non si tratta del fatto che
qualcuno potrebbe rimanere a corto di spazio. Lo sa Dio che se si dividesse il
paese tra quelli che sono rimasti, ciascuno avrebbe migliaia di acri tutti per
sé.»
«Ma non si tratta soltanto di estensione di territorio, comunque. Si tratta
anche delle risorse di cui dispone. Tutto si muove molto più velocemente di
quanto io, chiunque di noi, possa mai aver pensato. I manufatti potranno
durare ancora a lungo, credo, ma i viveri stanno già diventando difficili da
reperire. Il carburante ben presto diventerà un problema. E gli abiti? Una
quantità di tessuti si sta già avariando e deteriorando. Di qui a un paio d’anni

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scommetto che ci troveremo in difficoltà anche soltanto per andare in giro a
prendere quello che ci serve.»
«E così, che cosa dovremmo fare?» domandò Philip. «Limitarci a lasciare
che la gente venga a comandarci? Lasciare che si serva come vuole delle
nostre scorte?»
Greg si strinse nelle spalle. «Non lo so. So soltanto che potrebbero esserci
delle buone ragioni per unirci. Forse uno di questi giorni potremmo trovarci a
corto di qualcosa e aver bisogno dell’aiuto degli altri.»
«In questo caso, potremmo commerciare. Offrire patate in cambio di
granturco. Frutta in cambio di carburante. Ma non stiamo consumandoci il
sedere a forza di lavorare soltanto per buttare tutto in qualche grosso
pentolone comune così che qualsiasi lazzarone finocchio che ne abbia voglia
possa venire a rifornirsi a suo piacimento.»
Greg si mise a ridere.
Philip parve irritato. «Cosa c’è di tanto comico?»
«No, non c’è niente di comico. Il fatto è che, a quanto pare, anche dopo
tutto quello che ci è successo, ci troviamo politicamente proprio allo stesso
punto in cui eravamo quando tutto questo ha avuto inizio. Gli abbienti e i non
abbienti. E niente è stato ancora definito.»
«Per me è tutto definito. Sono disposto a dividere quello che ho con le
persone che lavorano insieme a me, e questo è tutto. E tu da che parte stai?»
Scuotendo il capo, Greg disse: «Non lo so. Per tutta la vita sono stato così
occupato a osservare il punto di vista degli altri da non riuscire mai ad avere
una mia opinione. Devi sapere una cosa. Non sono mai andato a votare perché
tutti parlavano dimostrando il più maledetto buon senso. Quando un gruppo di
individui ‘favorevoli’ ci chiedeva di alzarci in piedi per essere contati, mi
alzavo in piedi. E quando quelli del gruppo ‘contrario’ chiedevano la stessa
cosa, mi alzavo di nuovo».
Dopo, viaggiarono in silenzio, mentre Greg intuiva la disapprovazione di
Philip. Il tragitto si svolse senza sorprese. All’avvicinarsi del tramonto, si
fermarono nel piazzale di un garage sperando di potersi rifornire di
carburante. L’involucro esterno delle pompe era stato sollevato e le leve per il
funzionamento manuale si trovavano ancora inserite. I tubi di gomma
giacevano per terra. Si resero ben presto conto che i serbatoi del distributore
erano vuoti, e rifecero il pieno della Rover servendosi dei bidoni che avevano
portato con sé.
«Di qui a mezz’ora farà buio», disse Greg. «Cominciamo a guardarci
attorno per trovare un luogo sicuro dove passare la notte.»
Segnali stradali, mezzo nascosti nelle siepi rigogliose, annunciavano
l’avvicinarsi di una ripida collina e di una serie di tornanti. Per economizzare

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il carburante era diventata una abitudine spegnere il motore in cima alle
discese e lasciare che la macchina procedesse in folle. Percorsero
silenziosamente la strada in pendenza e tortuosa occupando lo spazio di
entrambe le corsie per affrontare le curve strette. Cominciarono a rallentare
quando la strada divenne pianeggiante. Greg fece per accendere di nuovo il
motore e imboccarono l’ultima svolta cieca.
Greg premette di colpo il freno. Philip venne scagliato in avanti e batté con
violenza il capo contro il parabrezza. La parte posteriore della macchina slittò
di lato ed essa si bloccò con un sussulto.
Allineati su entrambi i lati della strada c’erano numerosi ed enormi
furgoni. C’erano anche due autobotti e una jeep. Al centro della strada era
stata sistemata una tavola imbandita intorno alla quale spiccava una serie di
coloratissime sedie pieghevoli. Al di là fiammeggiava un gran fuoco sotto il
quale l’asfalto scorreva via sciogliendosi.
L’avvicinarsi silenzioso della Range Rover aveva colto quella gente del
tutto di sorpresa. Quelli che sedevano intorno alla tavolata balzarono in piedi.
Il gruppo intorno al fuoco corse verso i furgoni. Ma la confusione fu breve.
Prima che Philip si fosse ripreso dal suo stato di confusione, Tre o quattro
uomini armati vennero verso di loro.
Greg saltò giù in fretta, ancora abbastanza scosso da essere più arrabbiato
che spaventato.
«È una posizione maledettamente stupida per parcheggiare. C’è mancato
poco che vi investissi tutti in pieno!»
Molti uomini adesso si stavano avvicinando a sostegno dei loro capi. Al di
là di essi Greg riuscì a scorgere un gruppo di donne assiepate dietro uno dei
grossi furgoni. Philip scese dalla macchina con un’aria spaventata e stranita,
mentre un bernoccolo di un rosso acceso gli si stava già gonfiando al centro
della fronte. Sentendosi incerto sulle gambe il ragazzo si afferrò allo sportello
aperto.
Un uomo anziano si fece strada attraverso la fila che stava di fronte a Greg.
Sbirciò Philip con una certa preoccupazione.
«Si sente bene?»
Philip annuì e, con una voce da far compassione disse: «Ho battuto la
testa».
L’uomo si rivolse a Greg.
«Siete armati?»
«Abbiamo le armi nel bagaglio della Rover.»
«Siete ammalati?»
Greg scosse il capo. «Stiamo bene.» Poi, sbollita l’ira, riprese un po’
incerto: «È una posizione maledettamente stupida per parcheggiare».

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«Sì, ha ragione. Mi scusi», disse il vecchio. «Quando ci si abitua a non
incontrare nessuno e nessuna macchina, non ci si pensa, a queste cose. Senta,
stiamo per metterci a tavola. Sarà il benvenuto se vorrà unirsi a noi. Ma se
non vuole accettare, sgombreremo la strada e potrete proseguire.» Guardò
ancora Philip. «Dovremmo avere qualcosa per calmare il dolore di quella
contusione.»
Ci fu un attimo di esitazione, poi Greg decise: «Grazie. In ogni caso,
stavamo proprio per fermarci e trovare un posto in cui trascorrere la notte».
La tensione si attenuò subito e i fucili vennero abbassati.
L’uomo si presentò mentre si avviavano verso la tavola e le sedie.
«Frank Berry.» Tese la mano. Indicò e fece il nome di qualcuno dei
presenti, poi invitò con un gesto Greg e Philip a sedersi a tavola.
«Abitate qui oppure siete in viaggio?» chiese.
Greg espose le ragioni per cui si erano messi in cammino poi domandò: «E
cosa mi dite di voi?»
«Stiamo facendo degli ‘espropri’.» Indicò i furgoni. «Sa, prendiamo un po’
di questo, un po’ di quello. Intanto ci guardiamo attorno. Scopriamo dove si
sono stabilite le comunità e facciamo loro sapere che siamo in affari.»
Philip non nascose la sorpresa mentre domandava:
«In affari?»
Berry annuì. «Sì. Facciamo un po’ di commercio. Non abbiamo molte
richieste, per il momento, comunque. C’è ancora troppa roba abbandonata in
giro. Lasci passare un altro anno o poco più, però, e la carenza di quasi tutti i
generi comincerà a farsi sentire. Sarà allora che cominceremo a lavorare su
vasta scala.»
Le donne che si erano occupate della cucina, cominciarono a servire in
tavola piatti di stufato caldo. Vennero portate bottiglie di vino. Mentre
mangiavano, Berry fece loro sapere che lui e la sua gente avevano stabilito la
propria base subito a sud di Birmingham. Il gruppo era composto da oltre
settanta adulti. Un quarto di essi lavorava nei campi, mentre gli altri erano
divisi in squadre e percorrevano il paese, facendo «espropri», come lui li
chiamava.
«Prima della ‘morte’ mi occupavo di vendite per corrispondenza», disse
Berry. «Avevo qualcosa come cinquemila voci, nel mio catalogo. Così,
quando le cose hanno cominciato ad aggiustarsi un po’ ho pensato che
sarebbe stato meglio che mi occupassi di quello che sapevo già fare. Non
posso permettermi nessuna fatica fisica nei campi.» Si batté il petto. «Ho il
cuore un po’ malandato. E perciò ho cominciato a raccogliere roba. Ma
facendo attenzione, in ogni caso. Prendendo e scegliendo. Quello di cui la
gente avrà davvero bisogno. A cominciare dai carburanti. Ce ne siamo

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procurate trentadue autobotti a pieno carico. Varranno un bel gruzzolo, di qui
a non molto.» Allontanò il piatto vuoto e si appoggiò all’indietro sulla sedia.
Era molto fiducioso, un uomo soddisfatto. La sua smania di raccontare la
propria storia faceva pensare che fosse ormai a corto di ascoltatori. Provava
piacere vantandosi un po’.
Philip domandò: «Che cosa ricava dagli scambi? Voglio dire, se lei si è
preso tutto, con che cosa potrà pagarla la gente?»
Berry divenne espansivo. «Con qualsiasi cosa. Accetteremo di tutto,
almeno finché penserò di poter trovare una richiesta per quella roba in
qualche altro posto. E se non avranno beni da barattare, allora accetterò anche
l’oro.»
Philip e Greg pronunciarono quella parola a voce alta e all’unisono:
«L’oro?»
Greg soggiunse: «Che utile può ricavarne?»
«Assolutamente nessuno. Non adesso. Si tratta di un investimento per il
futuro. Fra quindici o vent’anni. Quando il sistema dei baratti comincerà a
cadere in disuso e avremo bisogno di qualche simbolo della ricchezza. Sarà
allora che ricomincerà ad avere valore. L’oro ha avuto i suoi alti e bassi nel
passato, ma si è sempre dimostrato una buona soluzione, in definitiva.»
«Ma ce ne devono essere in giro migliaia di tonnellate», disse Philip. «Se
dovesse essere diviso tra la popolazione rimasta, ne toccherebbe un camion a
testa. Non ha più nessun valore.»
Berry sorrise a Philip. «Lei ne ha?»
«No.»
«E lei?» domandò a Greg.
«No.»
«Esatto. Lasci che le dia un consiglio. Se ne procuri un po’. Lo metta nella
sua lista ogni volta che andrà in giro a saccheggiare, e poi se lo tenga per sé.
Non tiene molto posto e non gli si deve dar da mangiare. Le dirò qualcosa di
interessante. La gente che è sopravvissuta, i ricchi, intendo, hanno
abbandonato il danaro contante, i dipinti, i libri rari, ma sono certo che se
avevano dell’oro, lo hanno nascosto in qualche posto al sicuro in modo da
poter sempre tornare a riprenderselo. L’oro è così. Non ci si può separare
dall’oro.»
Quando la cena finì, Berry mostrò loro l’interno dei furgoni. Contenevano
una quantità incredibile di oggetti. Li accompagnò in quel giro ostentando
l’aria orgogliosa del proprietario.
«Ha un bel po’ di strada da fare per raggiungere la sua base», disse Greg.
«C’è una così grave carenza di queste cose da averla costretta a venire fin qui
per trovarle?»

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«No. No. La ragione principale è quella di dare un’occhiata intorno.
Osservare quello che succede. Vedere la gente di queste parti e farle sapere
dove siamo. Il mio progetto è quello di tornare al sud di qui a un paio d’anni
circa. Richiamare l’attenzione di tutti. Controllare di che cosa hanno
bisogno.»
«Potrà avere qualche guaio, da queste parti», disse Philip. «C’è un gruppo
di persone che si è battezzato Forze Unite Nazionali. Hanno dichiarato di
avere tutti i diritti sulla maggior parte delle scorte che si trovano in questa
zona.»
«Ecco una cosa interessante a sapersi. Grazie per l’avvertimento.» Berry
parve interessato, ma non preoccupato. «Ci siamo già trovati alle prese con
situazioni del genere. Se ci dicono di girare al largo, ci limitiamo ad
andarcene. Non andiamo in cerca di risse.»
Più tardi sedettero attorno al fuoco e vuotarono una bottiglia di whisky
facendosela passare. Chiacchierano in continuazione e la serata trascorse in
fretta. Sembrava che le donne volessero restare raggruppate, ma quando Berry
annunciò che era il momento di ritirarsi, ognuna si accompagnò con un uomo.
Una graziosa ragazza di circa sedici anni aspettò finché Berry non augurò la
buonanotte a Greg e a Philip, poi si avviò con lui verso uno dei furgoni.
Quel mattino Greg venne destato dal suono dei motori che venivano
avviati. Cominciò a divincolarsi per uscire dal sacco a pelo, irrigidito per
essersi coricato sul sedile anteriore della Rover. La portiera accanto a lui si
aprì, e Berry guardò all’interno.
«Buongiorno. Ci rimetteremo in cammino tra pochi minuti. Volevo
soltanto avvertirla.»
Tese a Greg una decina di foglietti. Ciascuno riportava una cartina e le
stesse indicazioni, stampate in uno stile approssimativo, con un inchiostro
violaceo e confuso da copia carbone.
«Questo le servirà per riuscire a trovarmi se avrà bisogno di qualcosa. E le
altre copie potrà distribuirle se le capiterà di incontrare qualcuno.»
Greg si trascinò fuori della macchina. Il whisky della sera prima gli aveva
lasciato un doloroso cerchio alla testa.
Con tutta l’aria di un uomo d’affari, Berry stava spiegando e stendendo
una cartina sul cofano della Rover.
«Se vuole segnare il punto del vostro insediamento su questa, potremo
passare senz’altro da voi, nel viaggio di ritorno al sud.»
Greg cercò di mettere a fuoco lo sguardo sulla cartina. Gli occorse un
momento prima di riuscirci e di localizzare il posto. Esitò prima di indicarlo,
domandandosi se fosse saggio rivelare la loro posizione. Prese poi una
decisione e segnò il punto.

152
«Ci troviamo qui.» Non c’era ragione di farne un segreto, concluse.
Berry disegnò un circoletto sulla carta con un pennarello. «Bene. Bene.
Ottima cosa.» Strinse la mano a Greg con cordialità. «Buona fortuna. Se tutto
va come spero, ci rivedremo il prossimo anno. E ricordi quello che le ho
detto. Si procuri un po’ d’oro.» Fece un cenno di saluto con il capo e se ne
andò, mentre ancora ripiegava la carta.
Philip scese dalla parte posteriore della Rover e rimase a guardare accanto
a Greg la carovana che si avviava. I fumi dei tubi di scappamento dei furgoni
annebbiarono l’aria limpida e luminosa.
Quando furono spariti, Greg disse: «Possiamo benissimo rimetterci in
cammino anche noi».
Si fermarono alcune volte sulla via del ritorno e giunsero al villaggio nel
tardo pomeriggio. Philip suonò a lungo il clacson, ma nessuno uscì a salutarli.
Scaricarono alcune scatole e le portarono nel soggiorno. Il fuoco era
spento. La tavola era apparecchiata, e i piatti pieni a metà di cibo freddo e del
condimento rappreso. Greg provò una sensazione di paura. «Dove diavolo
sono andati tutti quanti?»
Philip chiamò a voce alta. Non ottenne risposta. I due uomini uscirono sul
retro della casa e scrutarono i campi. Non riuscirono a scorgere nessuno.
«Bene, non possono essere andati tanto lontano», disse Greg incerto.
«Prenderemo la Rover e li andremo a cercare.»
Uscirono dal cancello sulla strada. Elaine Corman stava venendo verso di
loro. Non era truccata e aveva i capelli spettinati. Aveva pianto.
«Che cosa è successo?»
«La piccola se n’è andata. Claire. Non riusciamo a trovarla in nessun
posto.»

153
CAPITOLO SESTO

DOPO tre giorni di ricerche a casaccio, Bill Faber li organizzò in gruppi e


stabilì un sistema di indagine più metodico. Elaine rimaneva a casa e si
preoccupava di rifocillare qualunque gruppo ritornasse per riposarsi. In capo a
una settimana Abby decise di rinunciare alla ricerca. Soltanto Elaine se ne
lamentò. Gli altri si erano già convinti da qualche giorno che non sarebbero
mai riusciti a trovare Claire.
La bambina, tranquilla e riservata, non aveva mai stabilito alcun forte
legame affettivo con nessuno di loro. Era rimasta troppo chiusa e triste.
Nessuno degli appartenenti al gruppo aveva trascorso molto tempo con lei, e
lei era parsa tetramente contenta di passare le giornate in un suo mondo
privato. Ciò nonostante, la sua sparizione colpì tutti. In diversa misura, si
sentivano colpevoli ma ben poco afflitti. Greg provava lo stesso senso di
colpa che aveva provato, ricordava, da bambino, quando aveva lasciato che il
suo gattino soffrisse per la sua trascuratezza. Elaine, adeguandosi in tutto alle
convenzioni comuni, ostentò l’espressione tutta particolare che la tragedia
richiedeva. Ma forse lei più degli altri aveva sentito quella perdita. La loro
perdita. Se n’era andato, infatti, uno degli appartenenti al gruppo, alla
famiglia. Era il mistero della sua sparizione ad angosciarli più di ogni altra
cosa. La ragazzina era sparita in silenzio. Senza lasciare nessuna traccia.
Come se fosse stata rapita, sottratta da qualche forza soprannaturale. Questo li
spaventava, e nella loro paura si strinsero di più gli uni agli altri.

Raccolsero la prima parte delle patate, a metà settembre. Greg affondò


profondamente la forca nel terreno, poi fece leva all’indietro. La zolla umida
non oppose resistenza e la radice della pianta ne uscì spandendo terra intorno
a sé. C’erano cinque o sei patate di discrete dimensioni e numerosi altri
piccoli tuberi. Quelli grossi erano tutti butterati da buchi e incavi dall’aspetto
melmoso. C’erano anche piccole e lucenti lumache intente a banchettare con
la loro polpa.
Sradicarono numerose piante, tutte attaccate nell’identico modo dai

154
parassiti. Provarono in un altro punto del campo, ma in pratica tutte le radici
ospitavano la loro famiglia di lumache.
Abby consultò i manuali di orticultura. La spiegazione più plausibile che le
riuscì di trovare fu che avevano seminato le patate in un terreno a pascolo che
era stato lavorato per la prima volta.
Salvarono il salvabile. Misero da parte le patate non danneggiate per
servirsene come seme. Le altre vennero mondate e messe in salamoia.
Continuarono finché non ebbero esaurito tutti i contenitori stagni.
Impiegarono due settimane per fare quel lavoro, e quando ebbero terminato
rimasero con circa un quintale di patate da semina e una modesta quantità di
quelle da consumare. Il raccolto era stato inferiore al quantitativo seminato.
In ottobre, Malcolm Christopher e Peter arrivarono al villaggio.
Christopher spiegò che riteneva il loro continuo isolamento dannoso per il
ragazzo, e, poiché l’inverno non avrebbe tardato a sopraggiungere, avevano
deciso di «guardarsi attorno» per trovare un gruppo al quale unirsi. Si
trattennero due giorni, prima di decidere, poi Christopher chiese il permesso
di traslocare lì definitivamente. La riunione per discutere quella richiesta fu
una formalità subito risolta. Il giorno dopo, gli uomini uscirono con il trattore
e un carro aperto per trasportare gli averi dei nuovi venuti. Nell’orto ben
tenuto accanto alla casa si trovava una rigogliosa coltivazione di patate. Faber
era disposto a rimanere e a raccoglierle, ma Christopher disse che avrebbe
preferito aspettare qualche giorno di tempo asciutto prima di procedere.
Caricarono i cibi conservati e gli abiti, le sementi accuratamente messe da
parte, gli attrezzi, i fucili, le munizioni, le lampade e il petrolio e infine le due
arnie delle api e la relativa attrezzatura. Quando ebbero terminato,
Christopher chiuse la porta e mise la chiave sotto un vaso di fiori, sulla
veranda. «L’abbiamo trovata qui, quando ci siamo impossessati del cottage»,
disse. Raggiunsero il villaggio prima che facesse buio. I materiali vennero
scaricati e posti nel magazzino comune. Appartenevano al gruppo, adesso,
come i loro precedenti proprietari.
L’esperienza di Christopher come coltivatore di rose lo qualificò
immediatamente per assumere la direzione della piccola fattoria. Cominciò a
ispezionare il terreno, prendendo appunti su un foglio. Annotò quello che
sarebbe servito. Progettò nuove sistemazioni per le coltivazioni dell’anno
seguente. Osservandolo, Abby provò lo stesso senso di sollievo che si prova
quando, avendo un malato in casa, si vede arrivare il medico: l’ammalato non
guarisce immediatamente, ma se non altro viene messo in buone mani.
Il tempo, alla fine del mese, si mantenne asciutto e quando Christopher
ritenne che fosse arrivato il momento giusto tornarono al cottage per il
raccolto delle patate.

155
La porta d’ingresso era ancora chiusa, ma la finestra accanto era sfondata.
All’interno le stanze erano state messe sottosopra in una ricerca che appariva
inutilmente distruttiva. Anche l’orto era stato devastato, e il campo delle
patate scavato e accuratamente saccheggiato. Riuscirono a stabilire dalle
impronte lasciate nella terra che il lavoro era stato compiuto da un numeroso
gruppo di persone.
«Ladri bastardi!» imprecò Faber. «Bastardi!» Esaminò la terra smossa di
recente. Greg si strinse nelle spalle. «Non saprei. Anche noi forse avremmo
fatto la stessa cosa, no? Un cottage abbandonato e un orto pieno di patate.
Dovevamo raccoglierle prima.»
Christopher si inginocchiò e scavò con le dita nella terra soffice,
dissotterrando un grosso tubero. «Non hanno fatto un gran bel lavoro, un
lavoro accurato. Proviamo a rimuovere ancora il terreno. Vediamo che cosa
hanno lasciato.»
Quando ebbero finito avevano raccolto un sacco e mezzo di patate. Mentre
si allontanavano Christopher parve meditabondo.
«Mi domando che cosa avrebbero fatto se io e Peter ci fossimo trovati
ancora qui.»
«Probabilmente avrebbero continuato per la propria strada.»
«Non credo. Erano in sette. O forse anche di più. Rammenti, non avevamo
lasciato attrezzi da giardino, nel cottage, perciò con ogni probabilità li
avevano con sé. Questo mi fa pensare che fossero in giro alla ricerca di
viveri.»
«Continuo a credere che anche noi avremmo fatto lo stesso.»
«E avreste fatto lo stesso scempio all’interno del cottage? Non avevano il
diritto di fare una cosa simile. No. Penso che avrebbero preso quello che gli
serviva anche se noi fossimo stati qui. Senza dubbio avrei cercato di fermarli
e Dio solo sa allora che cosa sarebbe potuto succedere.»

Non riparlarono della cosa finché non ebbero terminato di cenare, quella
sera. Abby disse: «Già da qualche tempo sto pensando che dovremmo fare
qualcosa per organizzare un sistema di difesa. Come minimo dovremmo
trasformare uno degli edifici in magazzino generale. Chiuderne le finestre con
assi, rinforzare le porte. E munirle di solide serrature».
«Questa sembra una proposta sensata», disse Philip. «E potremmo
organizzare turni di lavoro, in modo che rimanga sempre qualcuno in casa.
Per la maggior parte del tempo siamo fuori nei campi. Chiunque potrebbe
entrare qui, ripulirci e andarsene prima che uno di noi nemmeno se ne
accorga. Dovremmo installare una campana o qualcosa del genere. Un
segnale di allarme.»

156
Il giorno dopo, cominciarono ad allestire qualche difesa. Lo scopo non era
quello di creare una fortificazione, ma semplicemente di riuscire a mettersi
nelle condizioni di scoraggiare i saccheggiatori. Fucili e munizioni vennero
nascosti fuori delle case. Se la campana di allarme avesse suonato, gli uomini
avrebbero potuto prenderli e appostarsi nelle previste posizioni.
Tom Price si dimostrò entusiasta come uno scolaretto per quei preparativi.
Aveva già da un pezzo messo da parte le sue fantasie di saggio e vecchio
gentiluomo di campagna e guardacaccia, mentre la sua indole sciatta e
indolente aveva ripreso il sopravvento su di lui. Il dinamismo militaresco
della nuova iniziativa lo indusse a raddrizzare le spalle e a rendere più
incisivo il suo modo di esprimere. Divenne un suo vezzo rivolgersi a tutti con
l’appellativo di «capitano», e sottolineare la fine di ogni conversazione con un
casuale saluto militare. Si abbandonò ai ricordi delle passate campagne cui
aveva partecipato, del suo eroismo, e delle medaglie che ne facevano
testimonianza. Continuava a suggerire nuove misure difensive che andavano
dai campi minati all’impiego dei carri armati. Stabilì le posizioni in cui si
dovevano situare le mitragliatrici e i cannoni. Una delle sue idee, comunque,
anche se modificata, venne adottata. A duecento metri di distanza dalle case, a
ciascun lato del villaggio, vennero scavate trincee nella strada. Larghe e
profonde un metro. Misero cartelli di segnalazioni dei fossi e avvertirono con
essi i viaggiatori che dovevano «Suonare il clacson per avere accesso».
Accanto a ciascuna delle trincee, nascoste dal ciglio della strada, vennero
sistemate delle tavole robuste che dovevano servire da ponti per accedere al
villaggio. Dopo le prime abbondanti piogge le buche si riempirono d’acqua e
divennero note come «i fossi». Era tranquillizzante poter pensare che nessun
malintenzionato avrebbe potuto arrivare con una macchina e coglierli di
sorpresa.
L’ultimo lavoro importante che portarono a termine prima che giungesse
l’inverno fu la costruzione di una grande serra. Malcolm Christopher trovò
quella che desiderava in un centro agricolo. Venne smontata con cura e
ricostruita nei pressi delle case. Servendosi di una stufa a legna, Greg mise
insieme un sistema di riscaldamento. Il suo completamento prometteva
raccolti precoci e più abbondanti.

Nonostante qualche modesto successo con alcune coltivazioni di radici e di


verdure invernali, i mesi freddi intaccarono gravemente le provviste di viveri.
Dieci bocche da sfamare con l’appetito stimolato dal lavoro all’aria aperta,
facevano rapidamente diminuire le scorte. Si cominciarono a sentire delle
carenze. La farina accuratamente immagazzinata aveva preso un sapore di
muffa e aggiungeva un sapore di stantio al pane sottile che cucinavano. Il

157
caffè istantaneo era diventato un lusso al quale ben di rado indulgevano.
Prepararono il tè una sola volta al giorno. I cibi che avevano conservato erano
la principale risorsa per la maggior parte dei pasti che venivano completati
con le verdure disponibili e con carne di coniglio. I cibi in scatola venivano
conservati con cura per qualsiasi «evenienza», come diceva Abby.
La scorta di acetilene diminuì in fretta man mano che le giornate si
accorciavano e bisognava accendere le lampade in anticipo. La cera disciolta
delle candele venne rimodellata intorno a lucignoli improvvisati, ma anche
questa economia contribuì ben poco a preservare le riserve in continua
diminuzione. Per conservare quanto ne rimaneva si decise di spegnere la luce
alle otto.
Verso la fine di novembre, l’inverno li strinse come in una morsa.
Potevano fare ben poco nei campi e il lavoro giornaliero si limitava alla
raccolta della legna e alla caccia. Abby ricordò quanto le aveva insegnato
l’inverno precedente. La fatica spesa nel procurarsi cibo e combustibili era
stata superiore all’energia fornita dal loro lavoro. Aveva calcolato che
sarebbero arrivati appena fino alla primavera con le scorte. Poi, quando
avessero potuto contare sui nuovi raccolti, non avrebbero più sofferto la fame.
Quando pensava all’inverno successivo e a quello che sarebbe venuto ancora
dopo, vedeva le loro difficoltà accrescersi, e non, come pensavano gli altri,
diventare meno gravi. Gli insostituibili manufatti andavano esaurendosi. Se le
loro future spedizioni per fare rifornimento avessero avuto successo, sarebbe
stato possibile reintegrare qualche riserva, ma ormai si andava delineando un
limite prevedibile. L’abbondanza di merci del vecchio mondo andava
esaurendosi.
Il tempo pessimo li costrinse a restare in casa molto a lungo e quello stretto
contatto provocò degli attriti. I litigi erano più stizzosi che violenti. Si
covavano i risentimenti invece di lasciarli esplodere. Consapevole dei pericoli
di quella tensione, Abby decise di aprire un’altra stanza. Questo raddoppiò il
consumo per l’illuminazione e il riscaldamento, ma le parti in urto avevano la
possibilità di restare divise.
Poco prima di Natale, Jenny e Ruth ebbero un violento diverbio nel quale
entrambe si accusavano di cercare di schivare la propria parte di lavoro. Finì
dapprima con pianti dirotti e poi con il rifiuto dell’una e dell’altra, chiuse in
un ostinato silenzio, di appianare il litigio. Ruth cercò di trovare alleati per la
propria causa, mentre Jenny se ne andò in camera sua. Molto più tardi, quella
notte, quando tutti dormivano, Jenny andò nella stanza di Greg e si infilò nei
letto accanto a lui.
Non si toccarono né parlarono per alcuni minuti, poi Greg domandò: «Ne
sei sicura?»

158
«Tu mi vuoi?»
«Sì.»
Fecero l’amore con una disperazione così grande da lasciare ambedue
insoddisfatti, ma non importava. Per tutta la notte si strinsero l’uno all’altra
come se non potessero più farne a meno.
Quando cominciò ad albeggiare, Jenny domandò: «Posso rimanere?
Voglio dire, stare con te per sempre?»
Sentì il capo di lui annuire. Con la bocca premuta contro la sua spalla,
disse: «Lo voglio. Ormai sei mia moglie».

Lo dissero per prima ad Abby. Il piacere e l’approvazione di lei trovarono


eco in quelli degli altri quando venne loro annunciata la novità. Ruth si
affrettò a manifestare il suo compiacimento e appianò i dissapori che le
avevano divise con un bacio e un abbraccio.
Avevano stabilito una data nel loro incerto calendario in cui avrebbero
celebrato il Natale. Sfruttarono quel giorno per festeggiare anche l’«unione»
di Greg e Jenny. Unione fu la parola scelta da Jenny, alla quale «matrimonio»
sembrava inappropriato. Quel giorno si comportarono come una vera
famiglia. Dimenticarono le loro divergenze. Non lavorarono. Abby tirò fuori
della dispensa i pochi cibi «speciali» che erano stati messi da parte.
Mangiarono, bevvero, fumarono, scherzarono, risero e chiacchierarono. Tutto
in maniera eccessiva. Quando venne il momento di andare a dormire, Greg e
Jenny vennero accompagnati nella loro camera da letto, con lancio di
coriandoli e di oscenità.
La festa finì tardi, e Abby rimase sola accanto al fuoco. Si sentiva
colpevole delle prodigalità di quel giorno, ma la consolava il pensiero che
quella era una terapia di cui tutti avevano bisogno. «Le feste nelle ricorrenze
pagane probabilmente venivano fatte per gli stessi motivi», si disse, e decise
che ci sarebbe stato un maggior numero di giorni «speciali», in futuro.
Terminò il proprio whisky e salì di sopra. Non riusciva a dormire e stava
coricata sul dorso, con le gambe ripiegate. Si domandò vagamente se Greg e
Jenny stessero facendo l’amore. Poi ricordò gli uomini che l’avevano amata,
soprattutto David. Si riscosse dal suo dormiveglia nella consapevolezza
scandalizzata che si stava masturbando. Si abbassò in fretta la camicia e si
girò su un fianco. Era passato tanto di quel tempo da quando il desiderio si era
fatto sentire in lei che il suo ridestarsi la allarmò. Adesso soffriva per la
solitudine. Cercò di immaginare il marito accanto a sé, ma l’unico volto che
riuscì a scorgere nel buio fu quello di Jimmy Garland.

L’incursione avvenne in febbraio, dopo una settimana di gelo ininterrotto.

159
In casa c’erano soltanto Elaine Corman e Peter. Due jeep interruppero a tutta
velocità. I fossi, colmi d’acqua completamente gelata, non avevano costituito
alcun ostacolo. I quattro uomini che occupavano la prima jeep si affollarono
nella casa. Indossavano cappotti di pelle di pecora con fasce rosse sulle
maniche. Portavano fucili a tracolla e stringevano in pugno le pistole, quando
entrarono. Elaine era tanto spaventata che le gambe le tremavano e non
riuscivano a reggerla. Si lasciò cadere goffamente all’indietro su una sedia.
Peter cercò di precipitarsi verso la porta, ma fu afferrato per il colletto e
risospinto nella stanza. I due uomini e la donna dell’altra jeep avevano fatto il
giro dell’edificio, per controllare se c’era qualcun altro. La donna riferì di non
essere riuscita a vedere nessuno.
Un ometto magro che sembrava quasi sepolto nel pesante cappotto, doveva
essere il loro capo. «Quante persone vivono qui?» domandò a Elaine.
«Dieci», tentò di rispondere lei, ma soltanto al secondo tentativo riuscì a
farsi uscire la voce. «Dieci.»
«Nessuno di voi, e neppure questo insediamento, è stato registrato presso
le Forze Unite Nazionali?»
«Io non ne so niente di queste cose», disse Elaine con un sorriso quasi di
scusa. «E Abby a occuparsi di tutto quanto.»
«Questo villaggio e i terreni intorno passano sotto la nostra protezione.»
Dal modo in cui pronunciò quelle parole fu evidente che le aveva imparate a
memoria. Frasi calcolate per dare un aspetto di legalità e di autorità alle sue
azioni.
«Per ordine del comitato eletto, tutti i cittadini in questa parte di territorio
contribuiranno con beni o con viveri a favore del centro di assistenza della
comunità. La quota del contributo verrà fissata sulla base di un tanto pro
capite. Questo è stato stabilito al…»
La donna tagliò corto, interrompendo: «Oh, per l’amor del cielo, Charlie.
Non hai bisogno di continuare con questa solfa». Si rivolse a Elaine. «Dove
sono i vostri magazzini?»
Peter interloquì: «Non glielo dire».
Senza esitare, Elaine rispose: «Nella casa accanto. Ma è tutto chiuso a
chiave. Le chiavi le ha Abby. Non tarderà molto, se non vi fa nulla aspettare».
Sorrise di nuovo, senza convinzione e domandò se avrebbero gradito una
tazza di tè.
La donna e uno degli uomini si trattennero in casa. Gli altri tornarono in
strada. Di lì a un minuto nella stanza echeggiò una serie di colpi mentre gli
assalitori si davano da fare con la porta del magazzino.
La donna cavò di tasca un taccuino e una penna e cominciò a
scarabocchiare. Quando ebbe finito, strappò la pagina e la tese a Elaine.

160
«Questa è la ricevuta per quello che prendiamo. Soltanto per rendere
ufficiale la cosa.»
Sull’appunto si leggeva: «Ricevuto il versamento delle merci. F.U.N.
Imposta per la difesa».
Fuori, gli uomini fecero leva sulla serratura che cedette, e si
ammucchiarono all’interno. Scelsero in fretta quello che volevano e
formarono una catena per passarsi gli oggetti e farli arrivare alle jeep.
«Voglio i nomi di tutti quelli che vivono qui. Per i nostri registri.» Tenne
pronta la penna.
«Il mio nome è Elaine Muriel Corman.» La donna cominciò a scrivere. La
mano di lei affascinava Elaine. Aveva la pelle morbida, le unghie molto
curate e dipinte con uno smalto rosso scuro. «Ha cura di sé», pensò Elaine. La
giacca di lucido pelo di visone sopra i vivaci pantaloni da sci confermò la sua
opinione. L’altra continuò a prendere nota dei nomi.
«C’è Ruth. Non conosco il suo cognome. Poi c’è Greg Preston.»
La donna alzò lo sguardo con un’espressione sorpresa. «Greg?» disse. «È
qui?»
Una voce dall’esterno gridò: «Andiamo. Siamo pronti per ripartire».
«Terminerò l’elenco un’altra volta.» Si avviò verso la porta. Sorrise. «Dica
a Greg il mio amore. Gli dica che Sarah è venuta qui. Sarah Boyer.» Poi
scomparve.
Peter corse fuori e cominciò a suonare la campana dell’allarme; le sue note
si mescolarono con il rombo dei motori mentre le jeep sfrecciavano fuori del
villaggio.

161
CAPITOLO SETTIMO

I VENTI dal nord tennero in scacco la primavera. Venne in ritardo, e con le


scorte fortemente ridotte dall’incursione, gli ultimi mesi dell’inverno furono
duri e tutti soffrirono la fame. Le spedizioni per procurare il necessario
fruttarono qualcosa, non appena il terreno cominciò a sgombrarsi dalla neve.
Udire il nome di Sarah, fece ricordare a Greg la cava e le scorte di Vic
Thatcher. Le strade si erano ridotte in condizioni ancora peggiori e per la
maggior parte erano coperte da uno spesso strato di foglie imputridite. Non fu
facile localizzare la cava, e quando infine la trovarono, ebbero la delusione di
trovare le baracche ormai vuote. Mentre se ne andavano, Bill Faber indicò
qualcosa a circa cinquanta metri di distanza dalla baracca principale. Greg
non ebbe bisogno di andare vicino al mucchio di stracci e carne in
decomposizione per rendersi conto che si trattava di Vic.

Le coltivazioni primaverili diedero buoni risultati, sebbene il


funzionamento del trattore incidesse pesantemente nelle loro riserve di
carburante, ormai in via di esaurimento. Le piantine trapiantate dalla serra
fornirono raccolti precoci.
Il verro e le due scrofe che aveva portato Bill Faber figliarono due volte.
Dei quattordici maialetti che nacquero, ne sopravvissero otto.
Con l’aiuto di Philip, Greg fabbricò un generatore azionato da un mulino a
vento, che fornì loro una buona illuminazione, anche se non costante, per le
due stanze al pianterreno.
La campana dell’allarme rimase silenziosa fino al mese di agosto. Quando
suonò, tutti afferrarono i fucili e corsero al villaggio, a tutta velocità dai campi
dove lavoravano per trovarsi di fronte due ragazzi sui diciotto anni a
cavalcioni delle loro biciclette, dall’altra parte di uno dei fossi, ora asciutti.
I ragazzi tennero le mani alzate finché Greg non si fu accertato che erano
disarmati. La tensione cadde, e vennero invitati a entrare. Si presentarono
come Donald e Hugh e dissero di provenire da un insediamento di
venticinque persone che vivevano a una cinquantina di chilometri più a ovest.

162
Volevano fare degli scambi. Hugh tirò fuori una sudicia cartolina postale sulla
quale erano elencate le merci di cui disponevano per barattare.
Abby, Greg e Christopher passarono nell’altra stanza, per esaminare
l’elenco. Gli altri si affollarono intorno ai due ragazzi, ansiosi di avere
qualche notizia del mondo esterno.
«Come avete trascorso l’inverno?» domandò Ruth.
«Non troppo bene.» Fu Donald a rispondere. «Siamo rimasti quasi sempre
a corto di viveri. Un paio dei nostri compagni sono morti. Polmonite, pensa il
nostro capo. Tenga presente che erano vecchi. Avevano tutti e due più di
cinquant’anni.»
Hugh intervenne. «Non avete visto nessuno di quelli delle Forze Unite
Nazionali?»
Philip annuì e raccontò la storia dell’incursione.
Hugh si mostrò comprensivo. «Anche a noi è successo lo stesso», disse.
«Ci hanno portato via una quantità di roba. Il capo era fuori di sé dalla rabbia.
Eravamo tutti pronti a partire per andare a riprenderci le nostre cose.
Avevamo radunato tutti i fucili e le munizioni che avevamo, e ci siamo messi
in marcia come una dannata forza di spedizione. Eravamo tutti terribilmente
smaniosi di andare a combattere. Ci vollero tre giorni di marcia per arrivare
nei paraggi del loro insediamento e ci eravamo già calmati un po’. E fu
davvero un bene, perché se li avessimo assaliti, quelli ci avrebbero conciato
per le feste. In ogni modo io, Don e il capo andammo a dare un’occhiata, una
volta sceso il buio. Cristo Santo, avreste dovuto vedere che cosa avevano
radunato laggiù!»
«Un carro armato!» esclamò Donald. «Ma ci credereste? Un carro armato.
E si erano circondati di filo spinato e di sentinelle. Per non parlare dei mezzi
meccanici! Montagne di roba. Di tutti i generi. C’era anche una lunga fila di
autobotti per il carburante. Se erano tutte piene, possono andare avanti per
degli anni, con quelle scorte. E una quantità di veicoli di tutti i generi…»
«Sono in molti?» domandò Bill.
Hugh si strinse nelle spalle. «Non potrei dirlo con esattezza. Un bel po’,
comunque. C’erano molti carrozzoni e qualche casa prefabbricata. Potrebbero
essere più di un centinaio. Abbastanza per farci scappare a gambe levate. Non
aveva senso mettersi a lottare contro gente del genere, e così abbiamo fatto
dietro-front e siamo tornati a casa.»
«Se cercheranno di ripulirci di nuovo, non se la caveranno più tanto a buon
mercato», asserì Donald in tono di sfida. «Saremo pronti ad accoglierli, la
prossima volta.»
«E lo stesso faremo noi», disse Philip. «Non ci lasceremo di nuovo
cogliere di sorpresa.»

163
Abby tornò in quel momento. «Avete dei polli», disse in tono indifferente.
«Potrebbero farci comodo un gallo e alcune galline. Non c’è altro, nella
vostra lista di cui abbiamo urgente bisogno. Quello che ci farebbe davvero
comodo, sarebbe qualche pecora.»
I ragazzi si scambiarono uno sguardo. Assumendo il tono dell’astuto
commerciante, Hugh disse: «Abbiamo in effetti due pecore. Ciascuna ha
avuto due agnelli, questa primavera. Badi, vogliamo una quantità di roba, in
cambio di un agnello».
«Che peccato, Come state a maiali? Ne avete qualcuno?»
«No.»
«Noi sì», disse Abby. «Appena svezzati. Bada, vogliamo una quantità di
roba in cambio di uno di loro.» E sorrise.
Hugh ricambiò il sorriso. «Penso che potremo concludere l’affare», disse.

La bambina di Jenny nacque in autunno. Il figlio di Ruth vide la luce nella


primavera successiva. Ruth non si era preoccupata di fare alcun annuncio
formale in merito a una «unione», ma intrattenne invece una felice e
disinvolta relazione tanto con Bill Faber quanto con Malcolm Christopher. I
due uomini non si mostrarono divisi da gelosie o litigi nella loro sistemazione,
ed entrambi furono contenti della paternità.

Nel quarto anno, i baratti erano diventati un regolare avvenimento di ogni


estate e di ogni autunno. Nel raggio di una corsa in bicicletta o di una lunga
camminata a piedi, si trovavano adesso tre comunità. La più numerosa non
contava più di una trentina di adulti. Il mercato semestrale divenne
un’occasione per feste e celebrazioni. Quando si incontravano, dopo aver
concluso le trattative, i membri di ciascun gruppo mangiavano, bevevano e
chiacchieravano insieme. Capitava spesso di discutere sulla riunione di due o
più comunità, in modo da creare unità più forti e di maggiori dimensioni. Ma
la cosa, sebbene accettata da tutti, non fu mai messa in pratica. La ragione
stava nel fatto che nessuno sembrava disposto a lasciare le proprie case:
ognuno sembrava perfettamente ambientato nel luogo che si era scelto.
Elaine Corman morì agli inizi del quinto anno, di quello che tutti ritennero
fosse un cancro. Soffrì molto e, nonostante tutto il suo coraggio, non le fu
possibile sopportare in silenzio. Abby rimase al suo capezzale senza
interruzione per due giorni e due notti. La donna aveva urlato per i dolori al
punto che nessuno riusciva più a tollerarlo. Quando sprofondò nel coma,
Abby le premette il cuscino sulla bocca rantolante, pensando quanto sarebbe
stato meglio aver trovato prima il coraggio di fare una cosa del genere. Scese
al piano inferiore e disse ai suoi compagni che Elaine era morta nel sonno. Poi

164
prese con sé alcuni viveri e uscì di casa. Non ritornò che dopo sei giorni. E
quando tornò, non disse a nessuno dov’era andata.

Alcune strade erano ormai scomparse e molte altre erano pressoché


impraticabili. Ortiche, arbusti e rovi coprivano ogni cosa. Rimanevano libere
soltanto le piccole sacche di campi coltivati intorno alle comunità. Come isole
in un mare ribollente di vegetazione. I sopravvissuti si trovarono rinchiusi in
un mondo che finiva ai confini delle loro proprietà. Mangiavano e lavoravano.
E lavoravano per mangiare. La necessità di non interrompere quel ciclo non
permetteva altre alternative. Erano sopravvissuti cinque anni e si erano
procurati da soli i mezzi per sopravvivere. La vita non concedeva proroghe.
Ogni giorno era occupato soltanto dalla preoccupazione per il tempo, i
raccolti, la salute degli animali domestici. Il più lontano futuro era
rappresentato dall’inverno o dalla primavera successiva. Non facevano
progetti che andassero oltre i sei mesi a venire. Al di fuori delle loro
occupazioni rurali, non c’era quasi spazio per altre attività. Sfruttavano ancora
le scorte di scarpe e indumenti. Continuavano ancora ad adattare gli oggetti
del passato ai loro attuali bisogni.

165
LIBRO TERZO

«ESODO»

166
CAPITOLO PRIMO

ABBY preparò la cosa con grande accuratezza. Trascorreva molto tempo sola,
la sera, facendo ricerche e progetti. Quando fu pronta, dopo aver tirato le
conclusioni, aspettò finché non pensò che fosse arrivato il momento adatto.
Scelse la sera di un giorno particolarmente faticoso. Un albero, abbattuto
dalle tempeste di ottobre, era caduto sul tetto del granaio. Il taglio dei rami li
aveva tenuti impegnati per quasi tutto il giorno, e si fece buio prima che
riuscissero a chiudere lo squarcio nelle travi del tetto e nelle tegole. Il cielo
che si andava annuvolando e minacciava la pioggia li costrinse a trasportare il
grano in un altro edificio. Quando ebbero terminato era tardi, e rientrarono
esausti all’ora di cena. Mangiarono in silenzio, troppo stanchi per aver voglia
di parlare.
Tom Price terminò per primo. Si alzò da tavola e cominciò a ciabattare per
la stanza. Abby lo interruppe.
«Tom. Dovresti prendere la bottiglia di whisky nella credenza grande.»
Andò verso di lui e gli diede le chiavi. Gli altri la fissarono. Una bottiglia di
whisky era un avvenimento.
«Qualcosa bolle in pentola?» domandò Greg.
Abby annuì e, rivolgendosi a Ruth e Jenny disse: «Quando avrete messo a
letto i bambini, volete tornare giù un momento?» Le ragazze erano
incuriosite.
«Vuoi che restiamo qui tutti, Abby?» si informò Bill Faber.
«Se non ti dispiace. Penso che sia una cosa importante.» Per evitare
ulteriori domande, andò nell’altra stanza. Vi rimase finché Philip non sbirciò
dalla porta, e piuttosto innervosito disse: «Ci siamo tutti, Abby».
Lei lo seguì nel soggiorno. Il fuoco stava bruciando allegramente e il
generatore, alimentato dal vento forte, forniva una luce vivida. Tom le porse
un bicchiere pieno a metà di whisky, poi si appoggiò all’indietro sulla sedia
fissandola insieme agli altri.
Abby si sentì un po’ a disagio, adesso, e si rammaricò di non aver

167
preparato una relazione più precisa, invece di affidarsi a una serie di appunti
ricordati mentalmente per grandi linee. Le facce che la stavano guardando
erano serie e attente. Voleva distendere i propri nervi e quelli dei suoi
ascoltatori. Sorrise e levò il bicchiere. «Salute.»
Gli altri parteciparono al brindisi e bevvero il liquore.
«Mi dispiace. Questa riunione sembra un po’ un’assemblea di azionisti.
Non avrei voluto essere formale fino a questo punto. Bene. In ogni caso,
dovrò decidermi a parlare.» I suoi sforzi per dare scarso rilievo alla cosa
fallirono miseramente. Tutti si aspettavano qualcosa di importante.
«E va bene, allora. Non ho alcuna intenzione di sottovalutare quanto
abbiamo fatto finora. Nessuno di noi ha bisogno che gli si ricordi come sia
stato duro arrivarci. Quando abbiamo cominciato avevamo un unico scopo,
quello di rimanere. Di fare ciò che è stato fatto per procurarci cibo, calore e
rifugio. Ebbene, abbiamo ottenuto queste tre cose. Proprio adesso, in questo
momento, la nostra situazione è tale da permetterci di affrontare l’inverno con
scorte sufficienti per arrivare fino alla primavera. Questo, supponendo che
tutto continui a funzionare e che non ci capiti qualche disastro. Non sto
cercando di proposito di vedere il lato peggiore delle cose, ma il rischio
rimane sempre. Potrebbe essere il fuoco. Un’inondazione. I saccheggiatori.
Qualsiasi cosa. E, se uno qualunque di questi eventi dovesse verificarsi, non
potremmo aspettarci molto aiuto dalle altre comunità. Se dovessero dividere
le loro riserve con noi correrebbero anche loro dei rischi. Ma, come ho detto,
questo significa guardare le cose dal lato peggiore. Con un po’ di fortuna
potremo cavarcela. A marzo dovremo ricominciare ad arrancare in questi
campi per prepararci ad affrontare il prossimo inverno. Quando non siamo
impegnati a far crescere le piante, siamo occupati a raccoglierle, o a
conservare roba. Non c’è scampo. Quello che abbiamo avuto finora è, se
saremo fortunati, quanto potremo avere per tutto il resto della nostra vita.»
Si interruppe per bere un sorso di liquore. Era rimasta in piedi con le spalle
rivolte al fuoco e soltanto adesso si accorse del suo calore sulle gambe troppo
intenso per essere piacevole. Si spostò di lato e sedette sul bracciolo di una
poltrona.
Bill Faber aveva tutta l’aria di voler intervenire nel suo discorso. Abby si
rivolse a lui: «Bill, so che vuoi dire qualcosa, ma se non ti dispiace, vorrei
prima concludere. Voglio finire mentre ho ancora tutto ben chiaro in mente».
«Scusami, non avevo intenzione di interromperti. Continua.»
«Grazie. Cercherò di venire al nocciolo della questione. Quanto sto
cercando di dire è che stiamo facendo ben pochi progressi. All’infuori del
cibo che ci procuriamo coltivando i campi, non abbiamo creato nulla. Siamo
ancora come naufraghi che si servono dei relitti sopravvissuti al naufragio.

168
Gli attrezzi che usiamo. Gli abiti che indossiamo. Tutto. Perfino le bottiglie e
i barili e i vasi nei quali conserviamo i cibi. Non abbiamo fatto nulla.»
Greg non si seppe trattenere. Precipitosamente, mettendosi sulla difensiva,
disse: «Non ne abbiamo avuto bisogno!»
Abby ribatté altrettanto in fretta: «E grazie a Dio! Perché, a parte il fatto
che non ne avremmo avuto la capacità, non ce ne sarebbe nemmeno stato il
tempo. E non ci sarà mai». Dovette interrompersi per un momento per
impedirsi di deviare dall’argomento principale per rispondere all’interruzione
di Greg.
Ricominciò: «A me sembra che la nostra lotta più faticosa sia quella contro
il maltempo. Il nostro ciclo di vita è completamente subordinato al lavoro che
siamo costretti a fare per poter affrontare l’inverno. Non vedo nessun modo
per uscire da questa situazione. Anche se ingrandissimo la nostra comunità o
ci unissimo a un’altra, non cambierebbe molto. E man mano che
invecchieremo, il lavoro diventerà sempre più duro. Pochissimi ragazzi al di
sotto dei sette, otto anni sono sopravvissuti alla ‘morte’. E questo ha creato
uno spaventoso vuoto tra le generazioni. Non ci saranno giovani per poterci
sostituire. Ci vorranno ancora quindici o sedici anni, prima che la generazione
nata dopo la ‘morte’ sia abbastanza cresciuta per affrontare un qualsiasi
intenso sforzo fisico».
Si interruppe, poi si lanciò nella sola parte del suo discorso che avesse
effettivamente già provato: «Non credo che basti semplicemente limitarsi a
vivere finché non arriva il momento di morire. Dobbiamo dare un’impronta al
nostro modo di vivere. Per noi stessi e per le nuove generazioni. Non credo
che ci riusciremo se continueremo in questa maniera e se rimarremo qui. So
che quanto sto per suggerirvi vi sembrerà impossibile. Ma ci ho pensato
moltissimo. E si può fare. Voglio andare in Europa e arrivare fino al
Mediterraneo. Forse in Italia».
Abby contò i secondi di silenzio. Arrivò fino a sei prima che Malcolm
Christopher dicesse: «Gesù Cristo!»
Il silenzio era rotto, e Abby si aspettava che si sarebbero messi a parlare
tutti in una volta. Invece rimasero molto tranquilli. Fece una risatina nervosa.
«Questo è proprio il momento in cui io dovrei dire: ‘Nessuna domanda?’»
Ancora nessuno parlò. «Bene, per l’amor del cielo, qualcuno dica qualcosa!»
Bill Faber si alzò in piedi. «Domanda. Credi che potrò avere un altro
goccio di whisky?»
La tensione si attenuò e i commenti cominciarono. Tom Price riempì i
bicchieri mentre Abby ascoltava una serie di osservazioni stupite dal suo
uditorio. Fu compiaciuta e sollevata che nessuno avesse condannato a priori la
sua idea giudicandola stupida o irrealizzabile. Non c’era stata ancora nessuna

169
approvazione, ma Abby se lo era aspettato.
Quando si rimisero a sedere, Greg disse: «Sarebbe un viaggio
interminabile. Ci vorrà un’infinità di tempo. Un viaggio davvero senza fine».
«Se riuscissimo ad arrivare laggiù, che cosa faremmo?» Fu Ruth questa
volta a parlare.
«Cominceremmo a trovarci un posto e a occuparcene. Oppure, se saremo
fortunati, ci uniremo con un gruppo già stabilizzato. Sta’ a sentire, non mi
aspetto di trovare una terra coperta di latte e miele. Dovremmo ancora
continuare a lavorare, e a lavorare duramente, ma non avremo a che fare con
sei mesi di inverno tutti gli anni.»
Malcolm Christopher disse: «Il Mediterraneo è il punto di partenza di tutto,
credo. L’Egitto aveva una agricoltura organizzata secondo un sistema
discretamente intensivo. E poi la Grecia e Roma. Pensiamo a queste civiltà
soltanto per la loro cultura. L’architettura, la letteratura, i sistemi politici e le
dottrine filosofiche. Ma tutte queste cose sono venute dopo. Le coltivazioni su
vasta scala, la produzione dei viveri, sono state il vero inizio. Quando un
popolo ha la pancia piena trova il tempo per costruire un Partenone o un
Colosseo. A fornirci una misura reale delle priorità umane è il fatto che,
quando gli uomini scoprirono come lavorare i metalli, la seconda cosa che
fecero fu quella di fabbricare attrezzi per lavorare la terra».
Philip pose l’inevitabile domanda: «E quale fu la prima?»
«Le armi per andare a caccia e per combattere. Sentite, vi chiedo scusa.
Non intendevo fare una lezione di storia, ma una ricostruzione della logica di
Abby. Sono convinto che avremo una vita più facile soltanto se riusciremo a
vivere in un clima migliore. Ma l’idea di un viaggio di questo genere mi
terrorizza.»
Abby si affrettò a dire: «Senti, non sto chiedendo a nessuno di prendere
una decisione in questo momento. Sono d’accordo con te che si tratta di un
gravissimo passo da compiere. Potrebbe addirittura rivelarsi impossibile.
Vorrei solamente che ne parlassimo, e che ci pensassimo. Non è qualcosa che
si possa fare in maniera precipitosa».
«Quando vorresti partire?» domandò Greg in tono sommesso.
Abby si strinse nelle spalle, e rispose con una noncuranza poco
convincente: «Non so. Non ho ancora pensato bene al momento più adatto».
«Oh, andiamo Abby!» Greg le sorrise. «Ormai ti conosco bene. Non saresti
venuta fuori con un’idea simile se prima non avessi sviscerato completamente
l’argomento per tuo conto. Quando dovremmo partire?»
«In primavera.»

Avrebbero fatto quel viaggio. Abby ne fu certa pochi giorni dopo. Nessuno

170
si compromise con quell’idea, ma nessuno la respinse. In loro c’era un nuovo
senso di eccitazione. Ai pasti, le conversazioni divennero animate e chiassose.
La sera si trattenevano più a lungo intorno al fuoco, e preferivano rimanere a
chiacchierare invece di andarsene subito a letto. Il grande atlante era
continuamente richiesto per calcolare strade e distanze. Le opinioni
cambiavano spesso e capricciosamente. Ma con lentezza, le idee pratiche
cominciarono a venire a galla. Quando qualcuno faceva presente un grave
problema, gli altri cercavano il modo di risolverlo.
Abby lasciò assimilare la sua idea prima di procedere alla fase successiva
del suo progetto. «Soltanto come una specie di esercitazione e, naturalmente,
la cosa non ci impegna affatto, perché non suddividiamo l’organizzazione del
viaggio in sezioni? Per esempio, ognuno potrebbe compilare un elenco di
quello che sarà indispensabile portare con noi, e poi confrontare i vari elenchi.
Poi potremo studiare un modo per affrontare il viaggio. Per esempio, come
attraversare il canale della Manica. Ho qualche esperienza in fatto di barche,
ma non sono affatto un provetto marinaio. Se studieremo i particolari del
progetto e lo organizzeremo come una operazione militare, se non altro ne
potremo avere una visione d’insieme e renderci conto se la cosa è
realizzabile.»
Passarono alla seconda fase con entusiasmo. Gli elenchi vennero stesi,
discussi e compilati una seconda volta. Furono presi in esame i modi di
compiere il viaggio sulla terraferma e per mare. L’eccitazione assorbiva tanto
l’attenzione di tutti e occupava così completamente il loro tempo libero, da
rendere benvenute le giornate in cui il tempo impediva il lavoro all’aperto.
Una sera, sul tardi, Abby era sola accanto al fuoco morente. Greg, che era
andato a dormire già da un’ora, tornò nella stanza.
«Possiamo parlare un momento?»
Abby annuì.
«Io e Jenny abbiamo deciso. Vogliamo partire. Penso che siamo entrambi
così legati a quell’idea che anche se tutti gli altri volessero trattenersi qui, noi
ce ne andremmo comunque.»
Abby sorrise. Chiuse gli occhi e trasse un lungo respiro di sollievo.
«Grazie, Greg. Desideravo molto sentirti dire una cosa del genere. Ho
bisogno di qualcuno che si impegni. E sono lieta che siate tu e Jenny.»
«A dire la verità, è stata Jenny a decidere. Tu mi conosci. Non sono
davvero un tipo risoluto. Ma, visto che noi tre abbiamo cominciato insieme,
sembra logico che continuiamo nello stesso modo.»
«Sarà così, infatti. Continueremo.» Se si fosse abbandonata all’impulso di
quel momento, si sarebbe messa a piangere. Disse invece: «Se mettessimo la
cosa ai voti, quali risultati pensi che si otterrebbero?»

171
Greg rifletté un momento. Disse lentamente: «Penso che Malcolm sarebbe
con noi. Non sono sicuro di come la pensi Bill Faber. Si è ambientato bene ed
è legato a questo posto. Ma ritengo che il voto di entrambi dipenda da Ruth.
Se lei decide di andarsene, anche loro la seguiranno».
«Domanda a Jenny se sarebbe disposta a parlarne con Ruth. Vedi se può
cercare di sapere qualcosa.»
«Volentieri. Quanto agli altri, be’, non saprei. Price è facilmente
interpretabile. Philip, invece, è un’incognita. Ogni volta che può va a trovare
quella ragazza a Little Barton. Se riuscirà a convincere la sua amichetta ad
accompagnarlo sono certo che sarà favorevole al nostro progetto senza
nessuna riserva.»
Continuarono a parlare del progetto finché la stanza non divenne gelata.
Abby rabbrividì e si alzò in piedi. «Penso che una di queste sere metteremo la
proposta ai voti.»
Greg esitò. Quando si decise a parlare parve a disagio.
«C’è un’altra cosa che voglio dirti. Me lo ha suggerito Jenny. E non vorrei
che tu pensassi a una nostra intrusione, ma… Bene, sta’ a sentire, ti farebbe
piacere che andassi a vedere di rintracciare Jimmy Garland? Per dirgli che
abbiamo intenzione di andarcene?»
Abby si voltò e fissò i resti del fuoco. Rabbrividì ancora.
Pensando di averla offesa, Greg disse precipitosamente: «Scusami. Non
avevo intenzione di immischiarmi in cose che non mi riguardano. Stavo
soltanto pensando… be’, che potessi tenerci a farglielo sapere».
«Apprezzo la tua premura. Ma non è più il caso. Ricordi quando sono stata
via, dopo la morte di Elaine? Ero andata laggiù.»
«Lo hai visto?»
Abby scosse il capo. «Mi hanno mostrato dove lo avevano sepolto. Mi
hanno accompagnato a vedere la tomba. Non volevo, ma mi ci hanno
costretto. A quanto pare, Knox voleva prendersi la soddisfazione di
mostrarmela perché vedessi con i miei occhi. Una specie di vendetta,
immagino.»
«Oh, Dio, Abby, mi dispiace», disse Greg, profondamente addolorato.
«Adesso va tutto bene. Non so perché non ne abbia mai parlato prima
d’ora.» Aveva ripreso un tono discorsivo, senza lasciare che la commozione
trapelasse dalle sue parole. «Non erano riusciti a catturarlo, però. Dopo che
noi ce ne fummo andati, continuò a infastidire i suoi persecutori per una
settimana o dieci giorni. Poi smise. Non lo videro più né seppero più nulla di
lui. Lo trovarono per puro caso. A quanto pareva non era morto da molto
tempo. La ferita alla gamba era andata in cancrena.»
Rimasero entrambi silenziosi. Poi, mentre si avviava verso la porta, disse:

172
«Sono stanca. Sarà meglio che me ne vada a dormire».

173
CAPITOLO SECONDO

RUTH era indecisa. La sua indecisione portò a rabbiose discussioni e a


delusioni amare. Fino a quel momento, il progetto era rimasto su un piano
teorico; tutte le congetture e le discussioni avevano il solo scopo di stabilire se
la cosa era fattibile. Quando Abby tentò di affrontare il progetto sotto un
aspetto concreto ci fu una defezione generale. Si sentì impotente davanti allo
sbollire degli entusiasmi. Lei, Jenny e Greg rimasero tenacemente convinti,
ma, nonostante i loro sforzi per rianimare la discussione, gli altri si
rifugiarono nella routine della loro vita abituale. L’eccitazione era svanita e, a
quanto pareva, non c’era modo di risvegliarla. Fu Ruth, infine, a sistemare la
cosa annunciando di essere incinta da tre mesi. Adesso non avrebbero potuto
far altro che rimanere. Cominciarono a occuparsi dei progetti per le prossime
semine. Il futuro si era di nuovo ristretto. La primavera rappresentava il suo
limite.

Il colpo d’arma da fuoco giunse da lontano, portato dal gelido vento del
nord. Greg e Philip, intenti a tagliare la legna, smisero rimanendo in ascolto e
in osservazione. Si udirono numerosi altri spari.
«Questi non sono fucili da caccia. Sono colpi di mitra.»
Philip annuì, poi domandò: «Quanto pensi che siano distanti?»
«Non è facile dirlo.»
Rimasero silenziosi alcuni minuti, sforzandosi di ascoltare, ma non
sentirono altri spari e si rimisero al lavoro.

Bill Faber si svegliò immediatamente. Rimase a letto, aspettando che il


suono si ripetesse. Poi lo udì, con estrema chiarezza. Era il cigolio del
cancello. Rapido, silenzioso, balzò giù dal letto e attraversò la stanza in
direzione della finestra. Nel buio della notte non gli fu possibile scorgere
nulla. Si udì uno scalpiccio, e poi l’inequivocabile suono di una voce
soffocata, poco più di un sussurro.
Si spostò rapidamente, uscì dalla stanza e attraversò il corridoio. Scosse

174
Greg per la spalla, svegliandolo da un sonno profondo.
«Greg, c’è qualcuno qui fuori. Vado a svegliare anche gli altri.»
Se ne andò prima che Greg riuscisse a fare domande.
Quando Greg scese al piano inferiore, Philip e Malcolm stavano caricando
i fucili. Bill era accanto alla porta posteriore e gli fece cenno di tacere.
Ascoltò con concentrazione per un momento, poi con voce bassa e pressante
disse: «Sono da questa parte della casa».
Greg prese il fucile che Philip gli porgeva e andò alla finestra. «Non riesco
a vedere un accidente.»
Ci fu un improvviso e allarmato schiamazzare proveniente dal pollaio.
Bill Faber spalancò la porta posteriore e corse fuori per un breve tratto.
Sparò un colpo in aria. Veloce come una eco gli giunse la risposta di un altro
sparo. Vide il lampo della canna del fucile e udì il vetro della finestra della
cucina alle sue spalle cadere in frantumi. Altri due colpi esplosero sulla sua
destra, fece ruotare il fucile e scaricò la seconda canna in quella direzione. Poi
Greg e Philip gli furono accanto.
Si udì qualcuno che si muoveva rapidamente in fondo all’orto. Philip fece
fuoco in quella direzione. Il fuoco in risposta provenne dalla sinistra, questa
volta. Colpi rapidi, esplosi da un’arma automatica, miagolarono e
rimbalzarono sulla parete sopra le loro teste.
«Torniamo dentro!» gridò Greg. I tre schizzarono verso la porta. Philip la
chiuse sbattendola. Le donne erano ammucchiate ai piedi delle scale. Tom
Price stava cercando di accendere una candela nel soggiorno.
«Spegnila immediatamente, razza di stupido!» gli urlò Bill.
Dalla porta principale, Malcolm sbraitò: «Da questa parte. Sono nella
strada!» Philip si precipitò da lui.
Greg cominciò a urlare ordini. «Tom, va’ di sopra. Mettiti a una delle
finestre sul retro e comincia a sparare. Non importa anche se non riesci a
vedere niente. Continua lo stesso a sparare. Bill, fa’ la stessa cosa sul davanti
della casa. Abby e gli altri comincino a passarci le munizioni. Tenetevi bassi e
lontano dalle finestre.»
Continuarono con il fuoco di sbarramento per almeno cinque minuti,
sparando con la velocità che la ricarica del fucile permetteva loro. Con il
frastuono degli spari riusciva impossibile dire se i loro colpi ottenessero
risposta.
«Va bene, basta per il momento», fece Greg e poiché la sparatoria non
accennava a smettere, soggiunse: «Fate passare parola perché interrompano il
fuoco».
Aspettarono a lungo, nell’oscurità, ascoltando in attesa di udire qualche
suono rivelatore. Di lì a un’ora Greg ordinò di alternarsi nel rimanere di

175
sentinella e di andare a turno a vestirsi.
Quando l’oscurità cominciò a diminuire e il cielo a rischiararsi, Greg
socchiuse la porta sul retro. Si rivolse a Bill. «Vado fino al muro in fondo
all’orto. Resta qui e coprimi le spalle.» Uscì allo scoperto.
Muovendosi velocemente, si avviò lungo il sentiero. Ci fu un fruscio
furtivo in mezzo ai cespugli davanti a lui. Sollevò il fucile in posizione di
sparo, poi lo abbassò, mentre un pollo veniva avanti con un’andatura
sussiegosa.
Anche con quella luce incerta, Greg riuscì a scorgere la porta del pollaio
spalancata. Si diresse da quella parte e scrutò all’interno. Le galline si
trovavano ammassate tutte insieme nell’angolo più distante. Per terra c’erano
alcune uova rotte.
Il cancello del recinto dei maiali era aperto, e il porcile era vuoto.
Greg si fece avanti, poi tornò verso la casa. Fece cenno agli altri di
raggiungerlo.
«Se ne sono andati. Sarà meglio controllare i danni.»

Quando fu giorno pieno, poterono accertare il peggio. La serra aveva


subito il danno maggiore, e più della metà dei vetri erano stati infranti dai
colpi d’arma da fuoco. La cosa più irritante fu doversi rendere conto che
molto probabilmente erano stati i loro stessi spari a provocare il danno.
Tutti i porci meno uno vennero ritrovati, intenti a grufolare in mezzo ai
topinambur, e quando tutte le galline furono radunate, ne mancavano sei. La
porte del magazzino era stata evidentemente forzata, ma la serratura aveva
resistito.
Trovarono scatole di cartucce vuote sparse nell’orto e nella strada. Quelle e
i mattoni scheggiati delle case testimoniavano l’intensità nella sparatoria.
Quanto all’identità degli aggressori, non poterono scoprire nulla.
«Si trattava soltanto di una banda di passaggio, credo», disse Abby. «Ne
hanno approfittato per fare un po’ di rifornimento.»
Greg ne era meno sicuro. «Sembravano troppo bene armati. Non erano
fucili da caccia quelli che avevano. Eppure non credo che torneranno tanto
presto. Adesso sanno che non siamo tipi da lasciarci spaventare.»
Trascorsero la mattinata sostituendo i vetri infranti, prendendoli dalle altre
case, e ovviarono alla mancanza di mastice servendosi di listelli di legno per
fissarli.
Alle undici del mattino, furono spaventati da un prolungato suono di
clacson. Una colonna di quattro automobili si era fermata a uno dei fossi. La
decina di uomini che occupavano gli automezzi indossavano giacche
mimetiche dell’esercito ed erano armati di fucili mitragliatori. Alcuni

176
portavano nastri di munizioni a tracolla. Gli uomini erano sudici e non
sbarbati, e indossavano uniformi trasandate e sporche.
Molti di loro avevano già attraversato il fosso e stavano venendo avanti
verso le case, quando Greg, Bill e Malcolm li raggiunsero.
«Chi siete e che cosa volete?» domandò Greg.
Un uomo alto e sparuto si fece avanti. Aveva un aspetto stanco. La grigia
stoppia sul mento metteva ancor più in evidenza i cerchi scuri sotto gli occhi.
Quando parlò la sua voce aveva un fare autoritario e un tono che lasciava
chiaramente capire che non avrebbe sopportato scherzi.
«Mi chiamo Scott. E comando questo reparto. I miei uomini hanno
bisogno di cibo e della possibilità di ripulirsi. Non dateci guai e ce ne
andremo entro un’ora.»
Scott si fece avanti. Greg sollevò di poco il fucile e disse in fretta: «Un
momento, aspetti soltanto un momento».
Per quanto quegli uomini potessero essere stanchi, erano pur sempre
abbastanza svegli per rispondere prontamente alla implicita resistenza. Le
armi vennero subito puntate contro i tre uomini allineati sulla strada.
Scott agitò la mano in un gesto che invitava alla calma. La voce di lui
echeggiò stancamente. «Non siate Stupidi. Stiamo facendo tutto il possibile
per proteggere la gente come voi. Dateci invece un po’ di cibo caldo e ce ne
andremo al più presto per la nostra strada.»
Fece un cenno ai propri uomini, e quelli oltrepassarono Greg e gli altri,
lasciandoli a far la figura degli sciocchi e degli incapaci.

Le donne prepararono cibi e bevande calde, mentre il reparto armato si


alternava nell’andare a lavarsi e sbarbarsi, o semplicemente si riposava
accanto al fuoco.
Scott sedette su un sedia accanto al tavolo. Si strofinò gli occhi e spalancò
la bocca in uno sbadiglio. «Gesù, come sono stanco.»
Abby rimase in piedi davanti a lui. «Che cosa sta succedendo, con
precisione?»
Lui sbadigliò di nuovo. «Ci sono alcuni gruppi delle Forze Unite Nazionali
nella zona. Stiamo cercando di disperderli prima che si ricostituiscano.»
Sorpresa, Abby disse: «Credevo che voi apparteneste alle Forze Unite
Nazionali!»
L’uomo scosse il capo. «No. In mancanza di un nome migliore, ci siamo
definiti Fronte di Liberazione. Ma non apparteniamo a nessuna formazione
militare o politica permanente. Proveniamo da diverse comunità. Da tutto il
territorio a nord e a ovest rispetto a questo villaggio. Le Forze Unite ci hanno
dato tanti di quei fastidi che alla fine abbiamo dovuto metterci insieme per

177
respingere le loro aggressioni.»
Greg si unì alla conversazione. «Siamo stati attaccati la scorsa notte.»
Scott annuì. «Abbiamo udito gli spari. Vi hanno portato via niente?»
«Qualcosa. Poteva andare peggio.»
Jenny portò un piatto e lo mise davanti a Scott, che cominciò a mangiare
senza entusiasmo. «Avete avuto molte seccature da parte delle F.U.N.?»
domandò, con la bocca piena.
«Non troppe», disse Abby. «Sono venuti qui una volta sola.»
«Siete stati fortunati. Hanno concentrato le azioni dalla nostra parte del
paese, negli ultimi anni. Glielo posso assicurare, ce la siamo vista brutta
diverse volte. Prima ti parlano della loro stronza politica e poi ti rubano metà
del raccolto. È per questo che ci siamo decisi a combatterli.»
«Avete intenzione di attaccare il loro insediamento? Il loro quartier
generale?» domandò Greg.
«Cristo, no! Ci massacrerebbero. Avete visto dove vivono? Hanno perfino
un carro armato!»
«Così ci hanno detto.»
Scott si ficcò dell’altro cibo in bocca. Quando ebbe inghiottito, continuò:
«No. Ci siamo limitati a spaventare qualcuna delle loro pattuglie. Allora
hanno mandato una squadra molto più numerosa. Erano in una cinquantina.
Non si aspettavano nessun genere di attacco organizzato, e li facemmo
davvero a pezzi. Poi abbiamo messo i nostri reparti più forti tra loro e il loro
quartier generale in modo da tagliarli fuori. Adesso sono sparsi un po’
dovunque da queste parti e stanno tentando di rientrare alla base. Ne faremo
fuori ancora qualcuno, prima di tornare a casa».
Scott terminò il pasto e si mise a radunare i suoi uomini. Ringraziò i propri
ospiti per l’accoglienza e si apprestò ad andarsene. Greg e Abby lo
accompagnarono fin sulla strada.
«Ritiene che le F.U.N. siano fuori combattimento dopo questo episodio?»
«No. È impossibile, sono troppo forti. Ma passerà un po’ di tempo prima
che tornino nella nostra zona. Immagino che cominceranno a operare in
qualche altro territorio. Forse in questa direzione. Accettate un consiglio.
Cercare di organizzarvi. Potreste essere in guerra, di qui a non molto.»

Tre settimane dopo, Philip andò in bicicletta a Little Barton. In passato


rimaneva fuori due o tre notti, perciò furono sorpresi quando lo videro tornare
la sera dopo. Sembrava eccitato e spaventato mentre raccontava le novità.
«Hanno ricevuto una visita delle Forze Unite Nazionali. Lo stesso
Wormley, a quanto pare. Ha fatto un lungo discorso. Non sanno che cosa
faranno. Io gli ho detto che devono battersi. Che ci dobbiamo unire tutti

178
insieme.» Philip si esprimeva confusamente, nella sua ansia di spiegare.
Malcolm disse: «Parla più adagio. Phil. Che cosa ha detto Wormley?»
Philip fece uno sforzo per calmarsi. «Be’, qualcosa circa una minaccia alla
libertà di tutti e che il Fronte di Liberazione stava progettando di conquistare
tutta questa zona.»
«Queste sono panzane», intervenne Bill Faber.
«Sto soltanto riferendo quello che ho saputo», fece Philip sulle sue. «In
ogni modo, il fatto è che stanno prendendo i nomi di tutti gli uomini del
circondario. Chiunque abbia superato i quattordici anni. In primavera
verranno arruolati tutti in una formazione per attaccare il Fronte di
Liberazione.»
Ci fu un generale scambio di commenti confusi. Al di sopra di tutti si fece
udire la voce di Greg: «Come potrà riuscire quel Wormley a fare una cosa del
genere?! Voglio dire, come farà a costringere gli uomini ad andare a
combattere? Non è possibile!»
Philip attrasse di nuovo la loro attenzione. «Wormley ha affermato che il
governo provvisorio ha organizzato la coscrizione obbligatoria. Gli uomini
dovranno presentarsi per il servizio militare quando verranno chiamati,
altrimenti li registreranno come disertori. Qualsiasi comunità che ospiti o dia
rifugio ai disertori si vedrà confiscare tutte le scorte.» Philip si espresse con
cura, cercando di citare esattamente quello che gli era stato riferito del
discorso di Wormley. «Ha detto che ogni comunità che non collabori
pienamente sarà considerata ostile e dovrà sopportare le conseguenze.
Qualcosa del genere, insomma.»

Anche quella notte rimasero alzati fino a tardi. Di tutte le diverse proposte
che discussero per evitare qualsiasi impegno con le F.U.N., nessuna si
dimostrò soddisfacente. Dopo molte chiacchiere animate, due sole possibilità
parvero offrirsi. Combattere contro o con la F.U.N. Quando l’eccitazione fu al
massimo, a un tratto Ruth scoppiò in lacrime. I suoi singhiozzi fecero tacere
gli altri. Abby le andò vicina.
«Che succede, Ruth?»
Parlando a scatti, mentre tirava su con il naso, Ruth rispose: «Non voglio
rimanere qui. Avremmo dovuto fare come dicevi tu, ed essercene andati. Non
ci voglio più stare qui». Scoppiò in singhiozzi ancora più forti. Jenny le andò
vicina per consolarla.
Abby si accorse che Greg la stava guardando. Lei gli rivolse un lievissimo
cenno di assenso.

179
CAPITOLO TERZO

UCCISERO due maiali e ne salarono la carne. Gli altri, con il resto del bestiame,
vennero barattati con carburante e cibo in scatola. Gli attrezzi e il vestiario in
sovrappiù non erano richiesti e ricavarono ben poco in cambio.
Per la fine di febbraio avevano messo insieme la maggior parte degli
oggetti elencati nella lista. Greg aveva controllato e ricontrollato la Rover, e la
macchina funzionava alla perfezione. Sostituì i copertoni del rimorchio sul
quale sarebbero stati caricati i loro beni e il carburante.
Potevano disporre di poco meno di centrotrentacinque litri di benzina e
c’erano state lunghe discussioni su come avrebbero dovuto utilizzarli. Sulle
prime si era pensato di usare un numero di veicoli sufficiente a caricare le
persone e le masserizie, ma questo voleva dire consumare il carburante
decisamente troppo in fretta.
Abby insisteva che avrebbero dovuto averne a sufficienza per portare
un’imbarcazione al di là della Manica e molto meglio sarebbe stato averne a
sufficienza per servirsene come moneta di scambio una volta arrivati in
Francia.
Un’altra alternativa era quella di viaggiare come profughi, spingendo
carretti a mano e carrozzine, ma questo avrebbe reso il viaggio troppo lento e
lungo, soprattutto con una donna incinta e due bambini piccoli.
Decisero infine che la Range Rover avrebbe trainato il rimorchio e caricato
tutto quanto era possibile. Gli altri l’avrebbero seguita in bicicletta. In questo
modo, il carburante sarebbe stato economizzato al massimo e il carico più
pesante trasportato con minore fatica.
Avevano previsto che sarebbe stato necessario un mese per i preparativi,
ma si trovavano pronti già quindici giorni prima della data della partenza.
Occuparono uno o due giorni con lavori marginali, poi Abby disse:
«Ormai siamo pronti. Che cosa aspettiamo? Partiremo domani mattina».
L’improvviso anticipo nel programma li mise in agitazione. Il
trasferimento diventava una realtà.

180
Nonostante la preoccupazione per il cambiamento dei piani, soltanto Philip
aveva una valida ragione per voler ritardare la partenza. «Ho promesso a
Mary che sarei andato a trovarla. Voglio dire, le avevo assicurato che la data
sarebbe stata quella che avevamo stabilito prima, e lei mi aveva detto che
avrebbe preso una decisione. Devo andare da lei.»
«Benissimo», disse Abby. «Prendi una delle carte. Greg ti mostrerà dove ci
fermeremo per le prime notti. Ci potrai facilmente raggiungere.»
Philip parve rasserenato. «Andrò subito, allora», disse. «Se è d’accordo,
può venire con noi?»
Senza interpellare gli altri, Abby rispose: «Certo, naturalmente. Dille che
desideriamo che venga con noi».
«Ma è un’altra bocca da sfamare, no?» osservò di cattivo umore Tom
Price, ma nessuno gli badò.
Durante il loro ultimo pasto nella casa, rimasero tutti molto silenziosi. La
stanza sembrava già disabitata. Fredda ed estranea. Abby fece un tentativo di
allegria. «Dovremmo aprire una bottiglia di qualcosa. Fare un brindisi di
addio.»
«Sono tutte imballate sul rimorchio», disse Greg.
«Si potrebbe prenderne una senza troppe difficoltà?»
«Credo di sì», fece lui senza entusiasmo.
Malcolm disse: «Non contate su di me. Andrò a letto presto, in ogni caso».
«E anch’io», asserì Bill.
Nessun altro sembrava gradire la cosa in modo particolare per diverse
ragioni. Abby si strinse nelle spalle e levò la tazza contenente acqua calda e
miele. «Al futuro.»

Lavarono i piatti, e Abby gradì quell’attività e l’acciottolio delle stoviglie


animava l’atmosfera cupa. Non appena la tavola fu sparecchiata, si riunirono
a disagio intorno al fuoco. Nessuno sedette comodamente al proprio posto.
Rimasero tutti appollaiati sulle sedie come visitatori in una casa di estranei.
Malcolm andò alla finestra e guardò il cielo. «Ha l’aria di voler piovere.»
Nessuno discusse la sua previsione. Tornò accanto al fuoco e tamburellò
con le dita sulla mensola del caminetto.
Ci furono alcuni tentativi di avviare la conversazione ma nessuno andò
oltre qualche cortese scambio di frasi, e tutti accolsero con sollievo
l’iniziativa di Ruth di andarsene a dormire: «Bene, io vado. Domani sarà una
giornata pesante. Buonanotte».
Di lì a una ventina di minuti, erano rimasti soltanto Abby e Greg.
«Non traboccano certo di entusiasmo, vero?» domandò Abby.
«Non proprio. Ma so quello che provano. È diventata una cosa reale,

181
ormai. Sta davvero per accadere. Credo che siano spaventati. Lo sono
anch’io.»
«È un po’ tardi per ripensarci, ma credo che stiamo facendo la cosa
giusta.»
Greg sorrise. «Certo, è così. E tu lo sai. Ma penso che lo sappiano anche
gli altri. Però siamo diventati così abitudinari che ogni cambiamento nella
routine ci sconvolge. Ci siamo creati tutti il nostro nido, qui. Comunque possa
essere scomodo o per quanto possa peggiorare in seguito, se non altro è un
posto che conosciamo. Tirarcene fuori non è facile.»
«Credo proprio di sì.» Rimase silenziosa per un momento, poi, senza
nessun motivo plausibile che giustificasse quel pensiero disse: «Mi domando
che cosa sia successo alla piccola Claire».
Greg alzò le spalle ed eluse la domanda. Poi disse in fretta: «Senti, vuoi
che prenda una bottiglia dal rimorchio? Non sarà una fatica».
Abby si alzò in piedi. «No, grazie. Penso di aver perso ogni desiderio di
festeggiare. Andiamo. Sarà bene che ci sbrighiamo anche noi. Ma credo che
nessuno dormirà molto questa notte.»
«Darò soltanto un’altra occhiata in giro», disse Greg. Mentre Abby si
spostava per passargli accanto, le afferrò con dolcezza il braccio. Lei alzò il
viso per guardarlo e lui le posò un bacio leggero sulle labbra.
«In caso non ce ne fosse la possibilità domani mattina. Grazie, Abby.
Buona fortuna.»
Abby lo abbracciò e lo tenne stretto a sé, con forza. Rimase così quasi per
un minuto, senza muoversi né parlare. Poi si staccò da lui, lentamente, si voltò
e uscì dalla stanza.

Bill Faber girò la chiave dell’accensione e il motore della Range Rover si


accese immediatamente. Guardò Ruth e Jenny che sedevano accanto a lui.
«Tutti pronti?»
Le due donne annuirono. Si voltò verso i bimbetti sul sedile posteriore.
«Benissimo. Sedetevi, bambini.»
Si avviò lentamente, trascinando il peso del rimorchio. Mise in funzione il
tergicristallo per liberare il vetro dalla pioggia sottile. «Partenza!» Poi gridò ai
ciclisti attraverso il finestrino aperto: «Ci rivediamo fra quindici chilometri!»
Peter avviò con impeto la bicicletta e cominciò a pedalare di buona lena,
correndo a fianco della Range Rover. Tom Price ondeggiò violentemente
quando montò in sella e per poco non andò a sbattere contro Malcolm. Dietro
di lui veniva Greg e infine Abby.
Una volta ritrovato l’equilibrio e dopo aver preso velocità, Abby guardò i
ciclisti che procedevano sparsi sulla strada davanti a lei. Si mise a ridere. Era

182
cominciata un’avventura, un viaggio di scoperta, e avevano un aspetto
ridicolo.
Tom Price era avvolto in un enorme foglio di plastica trasparente che
ondeggiava e svolazzava. Malcolm Christopher indossava una giacca a vento
rosso vivo. Era pesantemente imbottita e raddoppiava le dimensioni del suo
torace facendo apparire le gambe infilate nei grossi stivaloni di gomma,
troppo sottili per quel corpo.
Greg aveva aperto un sacco di plastica per farne un mantello con cui
riparare la giacca di montone. Il sacco recava una scritta rossa a lettere
cubitali che proclamava: Concime per vasi.
Abby si affiancò a Greg, ed entrambi si voltarono per guardare un’ultima
volta la casa. Mentre pedalavano davanti all’ultimo edificio, lei lanciò
un’occhiata al campo in cui spiccava un ampio tratto circolare di terreno
compatto e spoglio. Era lo spiazzo in cui Greg aveva cremato i morti del
villaggio. In quel punto non era cresciuto nulla.
Gli alti argini della strada nascosero il villaggio appena imboccarono la
lieve discesa. La vegetazione, cresciuta senza alcun controllo, aveva ristretto
la strada, tanto da permettere soltanto a non più di due persone di procedere
affiancate. Anche al centro della strada, non potevano essere al sicuro dalle
frustate di un ramo o di una fronda.
Si inerpicarono a fatica su per la collina, non così ripida da costringerli a
scendere dalla bicicletta, ma sufficiente per affaticare le gambe di tutti.
Furono lieti di raggiungerne la cima. Peter li stava aspettando sulla sommità.
Di lì, cominciarono a scendere a ruota libera giù per la sospirata discesa.
Abby e Greg si fermarono di nuovo a guardarsi indietro. Attraverso un
varco tra gli alberi, scorsero il gruppo di case, a malapena visibile nella
foschia del mattino.
«È fatta, ormai», disse Abby.
«Sì. Ormai è fatta.» Greg si mostrava decisamente allegro. «Ti sei
ricordata di mettere un biglietto per il lattaio e di dire al giornalaio di smettere
di portarti i giornali?» Appoggiò la mano sulla vita di Abby e le diede una
spinta per farla ripartire.
«Andiamo, abbiamo una lunga strada da percorrere.»
Impiegarono poco più di un’ora per raggiungere il punto distante quindici
chilometri dove la Rover li stava aspettando. Bill Faber si offrì di sostituire
qualcuno sulla bicicletta, affidando ad altri la guida della macchina, ma alla
fine decisero che si sarebbero dati il cambio alla tappa successiva.
Avrebbero voluto riposarsi per un quarto d’ora, ma rimanendo fermi sotto
la pioggia si sentivano infreddoliti. La Rover ripartì, e gli altri ripresero a
pedalare.

183
Il programma era di non separarsi mai per un tratto superiore ai quindici
chilometri circa. Uno degli uomini sarebbe sempre stato alla guida. I due
bambini e Ruth, per le sue condizioni, sarebbero rimasti sempre a bordo della
macchina. Jenny e Abby si sarebbero alternate sulla bicicletta. I passeggeri
della Rover si sarebbero preoccupati anche di accendere i fuochi, di preparare
i pasti e di trovare un ricovero mentre aspettavano di essere raggiunti dai
ciclisti.
La seconda tappa del viaggio fu più difficile. Le strade correvano sulle
colline e dovettero scendere spesso dalle biciclette per proseguire a piedi. La
pioggerella costante e il fango vischioso che copriva le strade rendevano la
marcia faticosa e nessuno aveva molta voglia di discorrere.
Tom Price era stato avvertito più di una volta che il foglio di plastica in cui
si era avvolto, gli pendeva addosso e minacciava di impigliarsi nella ruota
posteriore, ma lui non aveva ancora voluto toglierselo. «È un vecchio
stratagemma in uso nell’esercito», spiegò. «Ripara dalla pioggia e tiene caldo.
Non sento alcun freddo infatti. Sto sudando, con questo addosso.
Letteralmente sudando.»
L’inevitabile accadde su una ripida discesa. La plastica si insinuò tra i
raggi della ruota posteriore e vi rimase solidamente imprigionata. Il risultato
fu spettacolare. L’uomo e la bicicletta erano tutt’uno, avvolti insieme dal
foglio di plastica. Precipitarono su un fianco e slittarono lungo la strada.
Dapprima Tom rotolò sopra, poi sotto, poi di nuovo sopra la bicicletta. Greg
scartò bruscamente per evitare di essere investito. Andò a sbattere contro
l’argine, si fermò di colpo e volò sopra il manubrio. Malcolm, che veniva
dietro, fermò la bicicletta, e si allontanò lasciandola cadere.
Barcollò attraverso la strada, incapace di trattenersi, piegato in due in un
isterico attacco di risa. Le sue risate convulse, che gli toglievano il respiro,
trascinarono anche Abby e Peter. Abby ridacchiava ancora mentre aiutava
Greg a rimettersi in piedi. Tentò di dire: «Ti sei fatto male?» ma le parole si
persero nel gorgogliare della sua ilarità.
«Non c’è niente di così maledettamente buffo. Mi sarei potuto rompere il
collo.» Era incolume e per nulla divertito.
Price dovette essere sfasciato dalla plastica che lo avvolgeva come una
mummia. Era ammaccato e scorticato, ma non aveva ossa rotte. Quando si
rimisero in cammino, continuava a trasalire penosamente mentre pedalava
senza smettere un momento di lamentarsi.

Al termine della giornata avevano coperto più di cinquanta chilometri.


Trascorsero una notte gelida sistemati scomodamente nell’officina di una
stazione di servizio.

184
Il mattino dopo non pioveva, ma faceva freddo per il vento tagliente da est.
Abby viaggiò sulla Range Rover con Malcolm al volante.
La Rover si fermò sulla cima di una collina. I campi della vallata sotto di
loro erano allagati fin dove poteva giungere lo sguardo. «Che cosa volete
fare?» domandò Malcolm. «È probabile che l’acqua sia già arrivata a
sommergere la strada.»
Abby consultò la carta. «Dovremmo tornare indietro di un bel pezzo. E poi
fare una lunga deviazione.» Rifletté per un momento. Poi continuò:
«Facciamo un tentativo. Non sarà poi così profonda quell’acqua».
Discesero a motore spento lungo la collina, procedendo a passo d’uomo,
ed entrarono frusciando nella zona allagata. Abby si spenzolava dal finestrino,
tenendo d’occhio il livello dell’acqua rispetto alle ruote. Il rimorchio con il
suo interasse più basso era la preoccupazione maggiore. L’acqua che
penetrava attraverso il fondo del rimorchio avrebbe potuto danneggiare
seriamente le loro provviste.
Per più di un chilometro e mezzo il livello non superò l’orlo dei copertoni,
poi incominciò a salire. Malcolm si fermò, saltò giù e cominciò ad avanzare a
guado. Procedette per una decina di metri e l’acqua cominciò a insinuarsi
oltre l’orlo dei suoi stivali di gomma. Mentre continuava ad andare avanti, gli
salì fino alle ginocchia. Tornò indietro sguazzando.
«Se andremo avanti da questa parte il rimorchio sarà inondato», disse
sedendosi sul predellino e svuotando gli stivali.
«Riusciranno a farcela con le biciclette?»
«Credo di sì. Ma si bagneranno fino alle ossa.»
Abby rifletté. Tornare indietro significava sprecare un’infinità di tempo e
di carburante. «Che ne diresti di scaricare il rimorchio un po’ alla volta? Di
trasferire le provviste sul sedile posteriore dalla Rover?»
«In questo modo potremmo farcela. Ci vorranno sei o sette viaggi, credo.»
Il versante della collina dall’altra parte dell’avvallamento sembrava vicino.
Abby prese una decisione.
«Mettiamoci al lavoro.»

Soffrirono terribilmente il freddo lavorando nell’acqua. Perfino lo sforzo


fisico di trasportare gli scatoloni non contribuì molto a riscaldarli. Avevano
appena terminato di caricare le merci in tutto lo spazio disponibile nella parte
posteriore della Rover quando sopraggiunsero i ciclisti.
Abby spiegò la situazione, e Greg prese l’iniziativa: «Non c’è bisogno che
ci bagnamo tutti. Lasciate le biciclette. Possono essere portate dall’altra parte
sul rimorchio vuoto. Jenny, Pricey, potreste salire sul cofano. Peter, tu sali sul
tetto della Rover. E tienti forte. Bill e io ci fermeremo qui a caricare. Cercate

185
di trovare un posto per accamparci e accendete un bel fuoco».
Le persone nominate si arrampicarono sulla Rover. Rabbrividendo, Abby
si pigiò sul sedile anteriore accanto a Ruth e ai bambini. Malcolm si avviò,
procedendo adagio e con cautela. Anche con il carico accresciuto, la Rover
avanzò alta sul livello dell’acqua.
Facendosi guidare dalle siepi fitte ai margini della strada, si mantennero al
centro, guardando con attenzione per scorgere qualche segno rivelatore di un
possibile ostacolo sommerso.
Dal suo punto di osservazione privilegiato sul tetto della macchina, Peter
poteva vedere al di là delle siepi il punto in cui la strada sarebbe emersa
dall’acqua sul fianco della collina.
«Ancora circa quattrocento metri», gridò eccitato. «Subito dopo la
prossima curva.»
«Maledizione!» Malcolm bloccò la Rover. L’enorme tronco di un olmo
giaceva di traverso sulla strada, sbarrando il cammino. Si stendeva da una
parte all’altra dello stretto passaggio, come un ponte. Le radici in un campo,
la chioma in quello opposto.
«Non potremmo tagliarlo?» domandò Abby a Tom Price che era saltato
giù dal cofano e si stava avviando verso l’albero.
«Neppure in un milione di anni! Ci vuole una sega elettrica per riuscire a
fare qualcosa di buono con quello.»
Lei si rivolse a Malcolm. «Se ci apriamo una strada attraverso la siepe, non
potremmo aggirarlo?»
Malcolm scosse il capo con fermezza. «Non possiamo azzardarci. Se ci
impantaniamo, non ci sarebbe più niente da fare. No. Non possiamo far altro
che tornare indietro.»
Fecero lentamente l’inversione di marcia, ritornando sui propri passi finché
non raggiunsero di nuovo Greg e Bill. Il rimorchio venne riattaccato, e dopo
alcune manovre difficoltose, ripercorsero tutti la via già fatta.
Quando furono su terreno un po’ più elevato, accesero un fuoco e fecero
asciugare gli indumenti bagnati. Per ricaricare il rimorchio avevano impiegato
l’intera mattinata.
Nel primo pomeriggio, erano pronti a rimettersi in cammino. Poi,
allarmata, Ruth disse: «Che ne sarà di Philip? Ormai deve essere a buon punto
sulla via per raggiungerci. Se facciamo un’altra strada, non ci troverà mai».
Non rimase altro da fare che aspettarlo. Tornarono fin sulla cima della
collina e si accamparono in una delle case coloniche lungo la strada.
Quella giornata era stata interamente perduta. Peggio ancora. Il nuovo
itinerario aveva aggiunto diversi chilometri al loro viaggio. Avevano davanti
a sé ancora più cammino da compiere di quanto ne avessero quando erano

186
partiti. Philip giunse quando era già buio. Era solo.

187
CAPITOLO QUARTO

IL giorno dopo il tempo migliorò ancora. Faceva sempre freddo, ma il cielo


era limpido. La nuova strada si dimostrò più facile per i ciclisti che fecero
buoni progressi. Attraversarono un certo numero di villaggi e di cittadine. Le
automobili abbandonate, i negozi vuoti e le case disabitate avevano un fascino
morboso. Per alcuni di loro, quella era la prima volta da almeno due anni che
si trovavano fuori della loro zona e rimanevano sbalorditi di fronte a quel
rapido deterioramento. Ma sebbene fossero affascinati da quelle rovine,
invariabilmente si allontanavano in fretta. In loro rimaneva ancora il timore
della pestilenza che poteva essere in agguato nei centri che erano stati
intensamente abitati. Gli spettri dei morti insepolti continuavano a
perseguitarli.
Al termine della terza ora di viaggio, la Rover si fermò in un tratto di
strada circondato da fitti boschi. Alla guida si trovava Tom Price. La sua
compagna era Jenny.
Price dichiarò che mentre aspettavano, avrebbe preso il fucile e sarebbe
andato a vedere di procurarsi un coniglio. I bambini vollero accompagnarlo.
Ruth e Jenny decisero di fare una tranquilla passeggiata lungo la strada. Si
fermarono a guardare un piccolo cottage, ormai quasi sepolto dalla
vegetazione del suo stesso giardino. Una parte delle tegole era scivolata via,
scoprendo l’intelaiatura del tetto. I vetri di alcune finestre erano stati infranti.
La porta d’ingresso era aperta, e il giardino aveva cominciato a farsi avanti
nella buia anticamera.
«Doveva essere un bel posticino», disse Jenny. Ruth ne convenne.
Oltrepassarono la casa e poi si voltarono per tornare verso la Rover. A un
tratto Jenny afferrò con forza il braccio di Ruth.
«Che cosa c’è?»
Jenny guardava fissamente il cottage. Disse in tono molto calmo:
«Qualcuno ci sta osservando da una delle finestre al piano superiore».
Ruth scrutò in quella direzione. «Non riesco a vedere nessuno.»

188
«C’era qualcuno, ti dico.» Jenny si mise a camminare più in fretta, poi si
fermò e indicò di fianco alla casa. «Guarda.»
Due biciclette stavano appoggiate contro l’angolo, sul retro del cottage. Un
sentiero, appena aperto in mezzo alla vegetazione secca e fragile, partiva dalla
strada.
«Devono essere rimasti qui per tutto questo tempo.»
Un irragionevole terrore si impadronì di entrambe. Con voce bassa e tesa,
Ruth disse: «Torniamo indietro».
Le due donne si avviarono adagio, quasi furtivamente, lasciandosi indietro
la casa, entrambe con gli occhi fissi alle buie finestre del primo piano.
Quando giunsero all’altezza del cancello, cominciarono a camminare più in
fretta.
«Salve.»
La voce le fece trasalire allarmate. Proveniva dall’altro lato della siepe
davanti a loro. Si fermarono di colpo. Le foglie secche cadute da un faggio
scricchiolarono e un giovane di circa sedici anni si aprì la strada in mezzo alla
siepe e venne a trovarsi davanti a loro.
Indossava una giacca di pelle bordata di pelliccia e pesanti stivali al
ginocchio, da motociclista. I capelli gli scendevano sulle spalle, e una
morbida barba bionda gli incorniciava il volto. Sorrise alle due donne, con
un’espressione fiduciosa, perfino arrogante.
«Abitate da queste parti, vero?»
Ruth rispose: «No. No, siamo di passaggio. La nostra macchina è proprio
qui sulla strada». E indicò la Rover.
Jenny soggiunse in fretta: «Siamo un gruppo di undici persone in tutto».
«Oh, già.» Il giovane guardò alle spalle delle due donne, in direzione del
cancello. Chiamò: «Rich!»
Dal cancello uscì un ragazzo e si fece avanti con noncuranza per unirsi a
loro. Annuì.
«Siete in viaggio?»
Fu il primo dei ragazzi a rispondere. «Hanno una macchina proprio qui
sulla strada, dicono.»
Rich parve vagamente stupito. «Una macchina. Sono fortunate ad avere del
carburante. Potremmo fare quattro passi insieme, no?»
I ragazzi si affiancarono a Ruth e Jenny, mettendole in mezzo a loro.
«I nostri amici saranno qui da un momento all’altro», disse Jenny. Poi,
come per mettere in evidenza il fatto che potevano disporre di un sostanzioso
aiuto, ripeté: «Siamo in tutto in undici».
Cominciarono a camminare lentamente.
«Il mio compagno si chiama Clive. Io Richard. Rich.»

189
«Io sono Jenny. Lei, Ruth.»
«Andate molto lontano?» domandò Clive.
«Stiamo cercando di raggiungere la costa. In qualche punto, vicino a
Dover.» Jenny si sforzava di mantenere la conversazione su un tono disteso e
indifferente.
«È lungo arrivare fino a Dover», disse Clive. «Vi ci vorrà una bella
quantità di carburante.»
Procedettero in silenzio finché non giunsero in vista della Rover. Rich
annuì con approvazione.
«Range Rover. Belle macchine. Ma dove sono tutti i vostri compagni di cui
ci avete parlato?»
Ruth disse: «Sono dietro di noi, stanno arrivando. Viaggiano in bicicletta.
Potrebbero essere qui da un momento all’altro. Tom è proprio qui da queste
parti». Indicò il bosco. «È andato a caccia», soggiunse intenzionalmente.
«Oh, certo», fece Clive. Si fece avanti ancora di qualche passo e si fermò
accanto al rimorchio. Fece scorrere la mano sul telone, tastando le casse e le
scatole.
«Vi state portando dietro una quantità di roba.»
«Be’, ci stiamo spostando in una nuova residenza, vedi» disse Jenny
innervosita. Poi, cercando di distogliere l’attenzione dei due dal rimorchio,
soggiunse: «Abitate da queste parti?»
«No. No. Non viviamo in nessun posto», rispose Rich. «Siamo noi e altri
due. Siamo sempre in giro.»
«E come fate? Voglio dire, deve essere ben difficile trovare cibo e tutto il
resto se vi spostate continuamente.»
Rich si strinse nelle spalle. «Ce la caviamo benissimo. Siamo un po’ a
corto di risorse, di tanto in tanto. Come adesso. È un brutto periodo dell’anno,
questo. Non sono rimasti molti viveri, qui attorno.»
Clive diede uno strattone al nodo della corda che assicurava il telone.
Jenny sentì il terrore insinuarsi in lei. «Che cosa stai facendo?»
«Sto soltanto dando un’occhiata, no?» Sollevò il telo. Poi osservò:
«Perbacco. Sei arrossita, eh?»
Rich scrutò all’interno attraverso il finestrino dalla parte del posto di guida.
«Pessima abitudine, quella. Lasciare le chiavi nel cruscotto. Una abitudine
davvero pessima.»
Clive batté con le dita contro il fianco di uno dei bidoni da venti litri circa
di benzina. Il recipiente emise un suono sordo, soffocato. «Carburante, vero?
Sono tutti pieni? E in queste scatole ci sono i viveri?»
«Lascia stare quella roba», disse Ruth.
Rich si portò in mezzo alla strada e scrutò nella direzione da cui era giunta

190
la Rover.
Jenny chiamò con tutta la voce che aveva: «Tom! Tom!»
Ci fu un battito d’ali mentre uno stormo di piccioni si levava dagli alberi,
ma non giunse alcuna risposta.
Rich si avvicinò a Jenny. Le sorrise. «Ti facciamo paura, vero? Non è il
caso, tesoro. Stiamo soltanto cercando di essere amici. Non incontriamo
spesso qualcuno. Soprattutto donne.» Le mise una mano sul braccio. Jenny se
la scrollò di dosso bruscamente.
«Non fare così, adesso», disse lui. La prese di nuovo per il braccio,
afferrandoglielo e trattenendolo con forza, questa volta. Non sorrideva più.
Guardò Clive e accennò a Ruth con il capo. «Ti piace, amico?»
«Lasciateci in pace», disse Ruth.
Clive rimase dov’era. Aveva un’aria lievemente incerta e imbarazzata.
Rich rise. «È timido. Sapete una cosa? Ha sedici anni e non ha mai avuto
nemmeno un assaggio. È ancora vergine.»
«Sta’ zitto!» disse Clive imbronciato.
«Fatti sotto, amico. Oggi è la tua festa. Un paio di appetitosi bocconcini e
un rimorchio pieno di ogni ben di Dio. Cristo onnipotente, che cosa vuoi di
più?»

«Resta dove sei», disse Tom Price. «Non fare il minimo dannato
movimento o ti farò saltare con una fucilata le maledettissime palle!» Sbucò
da dietro un albero, con il fucile puntato appoggiato alla spalla.
Jenny si liberò con uno strattone dalla presa di Rich e corse accanto a
Ruth.
I due giovani rimasero immobili, pietrificati. Scarmigliato e con gli occhi
spiritati, Tom Price era una spaventosa apparizione, dietro le canne di un
fucile carico.
Si avvicinò. «E adesso, voi due, fuori delle scatole», disse. «Se soltanto vi
voltate a guardarvi indietro, vi faccio partire la testa. Avanti, via! E di corsa!»
I due obbedirono, allontanandosi rapidamente verso il cottage. Quando
accennarono a rallentare, Tom gridò: «Ho detto di corsa, voi due».
I ragazzi sparirono dietro la curva. Tom annuì soddisfatto. «Non
torneranno indietro.»
Nonostante quell’assicurazione, Ruth e Jenny rimasero tese e guardinghe
finché non arrivò l’intera comitiva in bicicletta.
Greg e gli altri andarono fino al cottage, ma i ragazzi e le biciclette erano
spariti.

A metà mattinata del giorno successivo raggiunsero l’autostrada, e

191
procedere in bicicletta divenne più facile. Greg ricordò quella arteria, che
aveva sorvolata con l’elicottero. Il cambiamento sembrava incredibile. Per la
maggior parte l’asfalto era screpolato e pieno di buche. La siepe spartitraffico
era cresciuta fino a formare un’alta parete verde. Il paesaggio ai lati della
strada era una giungla di arbusti e di cespugli. In uno dei punti più rovinati, il
terrapieno di sostegno era stato spazzato via dall’acqua e l’asfalto era
scivolato nel campo sottostante.
Quando si fermarono per la notte, riuscirono a scorgere la cattedrale di
Canterbury delinearsi in lontananza. Quando si fece più buio, le luci in un
gruppo di case distanti qualche chilometro sulla loro sinistra divennero
visibili. Forse si trattava di una comunità come quella che avevano appena
abbandonato. Nessuno aveva intenzione di andare ad accertarsene.

Le ruote della Range Rover lasciavano una traccia profonda e


inconfondibile nello strato di foglie umide e putride che copriva la strada. I
quattro giovani non ebbero alcuna difficoltà a seguirle. Dopo che Clive e Rich
ebbero raggiunto i propri amici, avevano pedalato tutti duramente per portarsi
a distanza ravvicinata dal gruppo in movimento. Nella loro ansia di non
perdere il contatto, a un certo punto erano arrivati a non distare più di qualche
centinaio di metri da loro. Dopo quella volta avevano fatto attenzione a
mantenere le distanze. Si sistemavano per la notte in modo tale da non
perdere di vista i fuochi dell’accampamento.

Vennero rallentati dall’ultima barriera delle colline costiere. Greg, che si


trovava al volante per il suo turno di guida, suggerì un’ispezione del territorio
che si stendeva sulla riva del mare. Sarebbero scesi con la macchina per dare
un’occhiata attorno e poi sarebbero risaliti per fare rapporto. Abby era
riluttante a interrompere la routine dei quindici chilometri, ma infine si
dichiarò d’accordo.
I ciclisti guardarono con invidia la disinvoltura con cui la Rover si
inerpicava velocemente su per i ripidi pendii. Spingendo le biciclette, la
seguirono.
Nel tardo pomeriggio, Peter gridò eccitato, indicando davanti a sé:
«Eccolo, guardate. Il mare. Il mare!»
Si affollarono intorno a lui e condivisero il suo entusiasmo, guardando
attraverso il varco tra due alture la linea diritta di acqua grigia che formava
l’orizzonte. Da quel punto, il mare sembrava discretamente calmo.
Malcolm mise a fuoco il binocolo. Distinse i bianchi riccioli di spuma. Il
binocolo passò dall’uno all’altro.
«Nelle giornate limpide si dovrebbe riuscire a vedere la Francia, di qui»,

192
disse Abby.
«Quanto dista?» domandò Tom.
«Non più di trentacinque chilometri circa», gli disse Peter. «C’era gente
che riusciva a compiere la traversata a nuoto, se ricordi.»
Quando si rimisero in cammino, lo fecero con entusiasmo e vigore
rinnovati. Erano più allegri di quanto Abby riuscisse a ricordare.

Avevano appena cominciato a scendere il lungo pendio quando apparve la


Rover, che avanzava verso di loro. Erano tutti impazienti di conoscere le
novità di Greg.
«C’è della gente laggiù», disse. «Una trentina di persone. Forse anche di
più. Vivono nella zona dei moli. E devono avere delle imbarcazioni.»
«Li hai visti? Voglio dire, hai parlato con loro?» domandò Malcolm.
Ruth e Bill, che avevano accompagnato Greg, annuirono.
Greg disse: «Aspettate un momento. Vi racconteremo come sono andate le
cose. Quando abbiamo visto il fumo, non ci è sembrata una buona idea
avventurarci tranquillamente laggiù con tutto ciò che abbiamo, così abbiamo
staccato il rimorchio, e lo abbiamo nascosto».
«Avete lasciato in giro il rimorchio?» fece Abby con aria accusatrice.
Guardò subito dietro la Rover. Il rimorchio c’era.
«Lo abbiamo nascosto», precisò Ruth. «Poi lo abbiamo ripreso sulla via
del ritorno. È tutto in ordine. Nessuno lo ha toccato.»
Greg continuò: «In ogni caso, siamo entrati direttamente nella città, siamo
arrivati quasi fino al mare, poi siamo stati fermati da due tizi con il fucile.
Non erano particolarmente ostili, volevano soltanto sapere chi eravamo e che
cosa volevamo. Poi dissero che dovevamo pagare un pedaggio».
«Un pedaggio?» domandarono varie voci in coro. Poi: «Quanto?»
«Che cosa volevano?»
Greg scosse il capo e fece un gesto per ottenere il silenzio. «Non
gliel’abbiamo chiesto. Gli abbiamo detto che volevamo passare in Francia, e
loro ci hanno assicurato che ci avrebbero potuto aiutare. Dietro un compenso,
naturalmente. A quanto pare hanno già portato di là dell’altra gente.»
«Hanno già portato di là altra gente?!» Abby sembrava strabiliata. Non le
era mai venuto in mente che altri avessero potuto fare quel viaggio prima di
loro. «Molta?» domandò. «Se ne sono andati in molti?»
Fu Bill a rispondere: «Non lo hanno detto. Ma non sembravano stupiti
all’idea. Si sono limitati ad accettarla».
«E io ero convinta che fossimo dei pioneri», fece Abby. Provò un senso di
delusione per il fatto che non erano i primi.
Philip disse: «Che cosa hanno chiesto per portarci dall’altra parte?»

193
«Viveri e benzina», rispose Ruth. «Non vogliono altro. Viveri e benzina.
Questo è quello che hanno detto.»
«Ma non so se ci si possa fidare», continuò Greg. «Non gli ho fatto sapere
quello che abbiamo, ma ho detto loro che mi interessava e che ci saremmo
incontrati il giorno dopo. Volevano venire quassù insieme a noi. Questo è
stato quello che mi ha insospettito. Che cosa potrebbe impedirgli di prendersi
ogni cosa?»

Greg ripeté il proprio resoconto, fermandosi e rispondendo paziente alle


domande man mano che gli venivano poste. Quando ebbe terminato, Abby
disse: «Ruth, che cosa ne pensi?»
«Be’, sulle prime mi era parso che fossimo cascati bene. Ma
ripensandoci… ecco, non sono più così sicura che ci si possa fidare.»
«Bill?»
«Penso la stessa cosa. Non ci sono basi concrete. Potrà sembrarvi
spregevole quello che dico, ma penso che ci esporremmo a dei rischi,
fidandoci della loro onestà.»
«Allora penso che non ci convenga trattare con loro. E, proprio perché
potrebbero decidere di venire a cercarci questa notte, sarà bene che ci
togliamo dalla strada principale. Taglieremo sulla destra e ci porteremo sulla
costa un po’ più a sud.»
Radunarono le loro cose e ripartirono, restando insieme. La Range Rover
procedeva a velocità limitata, allo stesso passo dei ciclisti.

Dalla cima della collina, i quattro giovani li osservarono, mentre stavano


svoltando per una strada secondaria. Dennis, il più alto dei quattro ed
evidentemente il capo, si avviò e prese la bicicletta «Dobbiamo andare avanti,
a quanto pare.» Si aggiustò la cinghia del fucile sulla spalla e spingendo la
bicicletta, balzò in sella. Gli altri tre lo seguirono.

194
CAPITOLO QUINTO

NON c’erano imbarcazioni di piccole dimensioni lungo la costa. Trovarono


una quantità di relitti. Si vedevano scafi sfondati dovunque. Tutte le spiagge
erano abbondantemente cosparse da tavole e attrezzature, frantumate e
fracassate dagli anni e dalle tempeste. Si vedevano alcune imbarcazioni
incagliate sugli scogli o sulle spiagge e, molto al largo, le sovrastrutture di
qualche grosso piroscafo spuntavano dal mare mosso, ma non si riusciva a
trovare l’imbarcazione delle dimensioni adatte per il loro scopo, o una
qualsiasi barca in grado di tenere il mare.
Abby era depressa. «Forse sarebbe stato meglio che andassimo a Medway.
Ci sono sempre state molte barche, laggiù.»
«Ce n’è sempre stata una gran quantità anche qui», disse Greg. «Non
preoccuparti, troveremo qualcosa.»
Durante il secondo giorno di ricerca, il tempo si mise al bello e l’aria
divenne limpida. Un vento tagliente increspava la superficie del mare, e al di
là si poteva scorgere la Francia come una confusa linea di dune sabbiose
dietro le quali si levavano basse colline.
«Possiamo sempre tornare indietro e trattare con quella gente di Dover»,
suggerì Malcolm.
«Potremmo anche fare così», convenne Greg. «Ma tentiamo ancora per
uno o due giorni. Con le attuali condizioni del mare, non mi azzarderei
comunque ad affrontare la traversata su una piccola imbarcazione.»
Si divisero in gruppi e continuarono la ricerca. Spostandosi con la Range
Rover, Malcolm e Tom percorsero un buon tratto di costa. A un certo punto si
entusiasmarono quando trovarono un cantiere in cui videro, issata su uno
scivolo, una imbarcazione di legno di notevoli dimensioni posata su
un’invasatura. Quando la esaminarono, scoprirono ampie spaccature nel
fasciame, di gran lunga troppo gravi perché potessero ripararle. L’unica barca
completa che riuscirono a vedere quel giorno fu un rimorchiatore sepolto
nella sabbia fino all’altezza del ponte.

195
Si avviarono per tornare mentre cominciava a scendere l’oscurità. Malcolm
si portò verso l’interno, sperando di trovare una scorciatoia e, dopo alcuni
chilometri, si ritrovarono in un labirinto di strade che si dipanava in quello
che una volta era stato un moderno quartiere residenziale. Le case di mattoni
rossi, piuttosto fuori mano, non sembravano troppo deteriorate. Qua e là
mancavano alcune tegole, e su uno degli edifici erano caduti in gran numero i
comignoli. Lungo le vie e i viali di accesso, si allineavano file di automobili
arrugginite e lo stato di abbandono era evidente nelle aiuole dei giardini. Ma
nella mezza luce non riusciva difficile immaginare che le case del quartiere
residenziale erano vuote, e semplicemente in attesa di acquirenti.
«Fermati! Dannazione, dammi retta. Fermati!» urlò Tom Price.
Allarmato, Malcolm frenò. «Che succede?»
«Torna indietro. Torna indietro. Torna indietro.» Tom si stava spenzolando
fuori del finestrino, allungando il collo per vedere dietro di sé.
Malcolm fece retromarcia per una ventina di metri. Tom gridò: «Eccola.
L’abbiamo trovata. Maledizione, è proprio quella che ci vuole!»
Mentre ancora si stavano muovendo, aprì la portiera e balzò a terra.
Malcolm bloccò i freni e saltò giù per seguirlo.
Nel viale d’accesso di una casa c’era una barca. Era parcheggiata con cura
sul carrello, coperta da un telo di plastica, ben fissato.
I due uomini fissarono la barca. «Ci avresti mai creduto?» sussurrò Price.
«Non dovevamo andare a cercare le barche in mare. Dovevamo guardare nei
quartieri residenziali.»
«Una volta erano i simboli della condizione sociale dei loro proprietari.
Diamogli un’occhiata.»
Il telo di plastica era diventato fragile e si lacerò quando i due uomini
fecero per tagliare le corde che lo trattenevano. Malcolm passò la mano sulla
chiglia.
«Fibra di vetro.» Poi con un tono sorpreso nella voce: «Sembra in ottimo
stato».
Girarono intorno alla barca. Price ne lesse il nome scritto sulla poppa:
Susan.
Era lunga circa sette metri. Aveva la prua pontata, poi una piccola parte
cabinata che copriva una porzione del pozzetto; questo arrivava quasi fino alla
poppa.
Con crescente eccitazione, Malcolm ripeté: «Sembra in ottimo stato».
Salì su una ruota del carrello e scrutò l’interno dell’imbarcazione. Sul
pagliolato di legno si trovava un grosso motore fuoribordo Mercury.
«È quello che cercavamo, Tom. Ci siamo.»
La rimorchiarono lentamente sui pneumatici del tutto sgonfi. Gli altri,

196
preoccupati per il ritardato rientro della Rover, sciamarono attorno alla barca.
Sembravano bambini con un giocattolo. Malcolm e Tom ricevettero strette di
mano dagli uomini e baci dalle donne.
Il Mercury venne issato fuori bordo con cura e Greg lo esaminò
sommariamente. Tutti rimasero in ansiosa attesa del suo responso. «Sembra in
perfette condizioni. Si direbbe nuovo di zecca.»
Quella sera fecero festa, senza che fossero necessari incitamenti da parte di
Abby. C’era un’atmosfera da «vigilia delle vacanze». Ridevano tutti e
chiacchieravano. Durante tutto il tempo in cui erano rimasti insieme, Abby
non riusciva a ricordare una serata più piacevole.
Avevano stabilito il proprio quartier generale nella minuscola saletta da
pranzo di quello che doveva essere stato un caffè sulla spiaggia. Le candele di
cera vergine illuminavano la stanza con un chiarore baluginante che li faceva
sentire nello stesso tempo al sicuro e in un ambiente intimo. Udivano
l’acciottolio delle pietre smosse dalle onde sulla riva del mare e il vento che si
ingolfava nelle vie deserte. Ma si trovavano al riparo, al caldo e lontani dai
pericoli, ed erano insieme.
Il whisky fece sentire Abby lievemente ubriaca. Volle fare una passeggiata
all’aperto. Il vento l’investì e la costrinse a piegarsi mentre si incamminava
verso il molo. Sentì gli spruzzi inumidirle il volto e, quando si passò la lingua
sulle labbra, sentì il sapore del sale.
La strada era coperta di ciottoli, gettati sopra il molo dalle tempeste. Abby
camminò facendo scricchiolare la ghiaia, respirando profondamente l’aria
fredda e pulita.
Alle proprie spalle udì la porta del caffè aprirsi e poi chiudersi sbattuta con
violenza e rumorosamente da una raffica di vento. Bill Faber apparve
nell’oscurità dietro di lei. Rimasero vicini a osservare la linea appena visibile
della schiuma che segnava il bordo del mare. Erano rimasti in silenzio a
lungo, quando Bill disse: «Fa freddo. Faresti meglio a rientrare, adesso».
Soltanto in quel momento si rese conto del perché l’avesse seguita lì fuori.
Stava vegliando su di lei. Era venuto a cercarla. L’essersi resa conto di questo
suscitò in lei un’improvvisa ondata di sentimenti. Durante tutti quegli anni di
preoccupazioni e di progetti, mentre si occupava di loro, non si era mai
accorta che anche gli altri avevano ricambiato il suo interessamento. Era
rimasta isolata, in mezzo a loro. L’esserle stata riconosciuta la sua posizione
di comando aveva fatto sì che restasse sola. Il fatto che Bill fosse uscito per
assicurarsi che non le accadesse nulla rappresentava il gesto di un padre, di un
marito, di un amico. Ne aveva sempre sentito il bisogno. Adesso si accorgeva
di desiderarlo, ed era una piacevole sensazione. Prese Bill sottobraccio e si
tenne stretta a lui mentre rientravano.

197
Il mattino seguente si svegliarono e si accorsero che il vento aveva
raggiunto la forza di un uragano. Le grandi ondate correvano diagonalmente
rispetto alla riva e coprivano quasi tutta la spiaggia. Prolungati turbini di
pioggia violenta li costrinsero a rimanere al riparo. In un tentativo di tenerli
occupati, Abby organizzò gruppi di ricerca per procurarsi corde, giubbotti
salvagente e una bussola. Greg cominciò a smontare il motore, pulendone i
pezzi e lubrificandoli. Un piccolo gruppo di spettatori aveva formato un
semicerchio alle sue spalle e rimaneva a osservare il suo lavoro. Questo lo
fece sentire dapprima a disagio e poi irritato. Infine si voltò e proruppe: «Ma
non avete niente altro di meglio da fare?»
Se ne andarono tutti ciabattando e Abby si rese conto con un senso di
fastidio che in effetti non avevano niente di meglio da fare.
Nel tardo pomeriggio, Greg riempì di carburante il serbatoio. Tirò la corda
dell’avviamento e il motore si mise immediatamente in moto. L’elica girò
veloce e i suoi contorni svanirono in un turbine. Vorticosi fumi di scarico
fecero tossire i presenti che si congratularono con entusiasmo con Greg. Ne fu
compiaciuto, ma prudentemente disse: «Vedremo come si comporta in mare».
Ci vollero altri due giorni prima che potessero fare l’esperimento. Il vento
era caduto e il mare si era calmato fino a essere soltanto un poco mosso. Era
ancora troppo agitato per poter tentare una traversata, ma poterono varare la
barca per una corsa di prova.
A un paio di chilometri di distanza c’era uno scivolo di cemento grazie al
quale avrebbero potuto far scendere in mare lo scafo. La ghiaia vi si era
ammucchiata contro e ne aveva coperto la maggior parte. Gli uomini si
misero al lavoro di buon’ora, armati di pale, per aprire una via
all’imbarcazione.
Ci vollero quattro ore di duro lavoro. Avanzavano lentamente, e la marea
saliva facendosi loro incontro. Infine furono pronti.
Greg fece procedere la Rover a marcia indietro spingendo il carrello sulla
rampa. Malcolm e Bill si tenevano ai lati della barca reggendo le corde legate
alla prua. Tom e Philip rimasero sul bordo dell’acqua con improvvisati mezzi
marinari. Le donne camminarono lungo lo scivolo, mantenendosi al passo con
la Rover. Peter si sistemò nel pozzetto dell’imbarcazione, sentendosi molto
importante.
Arrivò un’ondata che sommerse le ruote del carrello. Mentre l’acqua si
ritirava, le ruote cigolarono, continuando a girare per inseguirla. Greg scese
ancora lentamente lungo la rampa finché i pneumatici della Rover non si
immersero in mare. Poi si fermò e gridò: «Va bene, Abby, vieni a bordo.»
Lei si arrampicò sulla barca, goffamente e in maniera poco dignitosa. Peter
l’aiutò a issarsi accanto a lui. Non appena Abby fu a bordo, Greg ricominciò a

198
indietreggiare e lei sentì che la poppa dell’imbarcazione si stava sollevando
come se fosse stata presa da un’onda alta. Un altro metro di retromarcia e lo
scafo si sollevò dal carrello.
«Basta! Spingila al largo», urlò Philip. Lui e Tom fecero forza con le gaffe.
La poppa cominciò a ruotare portando la barca parallela alla riva e Philip si
spinse in avanti nell’acqua per far forza con tutto il suo peso contro lo scafo.
Abby corse a poppa e si tenne pronta ad abbassare il piede dell’elica
nell’acqua. L’ondata sotto di loro cominciò a decrescere e lei sentì la chiglia
raschiare contro la ghiaia.
Peter stava pagaiando furiosamente quando giunse l’ondata successiva.
Tom era nell’acqua, adesso, con Philip, ed entrambi spingevano al largo lo
scafo.
Abby abbassò il piede del motore e tirò la corda dell’avviamento. La corda
si riavvolse, il motore scoppiettò ma niente di più. Diede uno strappo più
energico, questa volta. L’improvviso rombo la spaventò e lei regolò il motore
diminuendo l’afflusso del carburante. Si sentì un gorgoglìo e l’elica fece presa
nell’acqua.
Peter si arrampicò verso prua per ricuperare le due corde. Abby fece
ruotare il motore, e innestando la marcia avanti, aumentò la velocità. La prua
si sollevò e l’imbarcazione cominciò ad avanzare seguendo una curva
aggraziata.
Il gruppo sulla spiaggia proruppe in un applauso scatenato. Greg si portò
accanto a Jenny. A voce bassa e preoccupata disse: «Non sembra molto
piccola, adesso che è nell’acqua? Somiglia più a un giocattolo che a una vera
barca».
Quando lo scafo era sul carrello, parcheggiato nella stretta via laterale, era
apparso molto grosso e imponente, ma adesso, con la maggior parte della sua
massa immersa nell’acqua, aveva tutta l’aria di essere spaventosamente
minuscolo e vulnerabile.
Abby aumentò il gas. La barca procedette più veloce, sollevando la prua
sopra le onde, poi ricadendo rumorosamente nell’avvallamento successivo,
battendo sull’acqua. L’andatura sobbalzante era scomoda e scrollava i
passeggeri.
Fece eseguire alla barca un ampio arco e si avviò di nuovo in direzione
della costa. Quando prese l’onda al traverso, rollò e divenne difficile
controllarla. Una delle ondate si ruppe soprabordo e li inzuppò entrambi.
Spazzò da una parte all’altra il ponte e lambì loro i piedi.
Abby puntò la prua verso la rampa. Peter gettò le corde a Malcolm e Bill, e
con uno sforzo ben coordinato, la Susan venne tirata in secca.
Abby rientrò insieme a Greg con la Rover. «Ebbene, che cosa ne pensi?» le

199
domandò lui.
«Va bene», rispose Abby, con cautela. «È molto veloce e risponde bene.
Credo che sia quel che ci vuole.»
«Ce la farà a fare la traversata?»
Abby esitò, poi eluse la domanda. «È un motoscafo. Una barca da estuario
e da fiume. Tiene bene il mare.»
Greg aspettò che continuasse e, quando lei non lo fece, disse, desideroso di
ottenere una risposta precisa: «Può farcela?»
«Sì. Con il mare calmo, riuscirà a portarci laggiù.»
«Allora stiamo per partire?»
«Sì. Dobbiamo soltanto essere maledettamente ben sicuri di scegliere la
giornata buona.» Poi riferì a Greg le altre brutte notizie.

Comunicò la cosa anche agli altri, più tardi, nella serata. «Dovremo fare
due viaggi. La barca non riuscirebbe a portare dall’altra parte noi e le
provviste.» Cercò di far apparire il cambiamento nel progetto, casuale e di
scarsa importanza. «Pensavo che sarebbe bene trasferire tutti dall’altra parte,
per prima cosa. Si potrebbe portare con noi il materiale per il campeggio e
una parte del cibo. E poi io ritornerò indietro a prendere i rifornimenti. Oh, e
soltanto per non avere sorprese, penso sia una buona idea lasciare qui un paio
di uomini a tenere d’occhio il rimorchio. Potresti rimanere tu, Tom. E tu,
Philip. Vi dispiace?»
Philip si strinse nelle spalle. «Per me va benissimo.» Lo disse in un tono
che faceva supporre una completa indifferenza per l’una o l’altra soluzione.
Da quando aveva raggiunto il gruppo, dopo che non era riuscito a convincere
Mary ad accompagnarlo, era diventato riservato e rimaneva a lungo
silenzioso.
Tom si mostrò incerto. «Che bisogno c’è che qualcuno rimanga qui?
Voglio dire, non c’è nessuno che stia cercando di impadronirsi della nostra
roba. Non abbiamo mica incontrato nessuno, no?»
«È vero», disse Malcolm. «Ma sappiamo che c’è della gente più a nord,
sulla costa. Sarebbe stupido correre rischi, arrivati a questo punto.»
Tom derise le loro paure: «Ma quali rischi? Se nascondiamo il rimorchio in
un garage, chi volete che riesca a trovarlo?»
«C’è un’altra ragione per cui preferisco che qualcuno rimanga qui», disse
Abby. «Non sono la più grande navigatrice del mondo e, non conoscendo i
venti né le correnti, potrebbe essere difficile ritrovare questo punto della
costa. Vorrei qualcuno che accendesse un grosso falò in modo da guidarmi
direttamente qui.»
Greg si accorse che Tom continuava a essere dubbioso. Senza cercare di

200
convincerlo con qualche astuzia, disse serio: «Si tratta di una responsabilità
terribile, Abby. Penso che farei bene a restare io».
Bastò questo. Tom guardò accigliato Greg. «Posso occuparmene io. Credi
che non sarei capace di far bene un lavoretto come questo? Ti accenderò un
fuoco che riusciresti a vedere di qui a ottanta chilometri. E lascia che
qualcuno osi mettere una mano sulla nostra roba. Dovrà prima passare sul mio
cadavere!»
«Grazie Tom», disse Abby, con tutta sincerità. Guardò i volti che la
circondavano. «Bene, credo che questo sia quasi tutto. Nessuno ha altre
domande?»
«Quando partiremo?» chiese Ruth.
«Appena il tempo si metterà al bello.»
Ci vollero tre giorni prima che il tempo migliorasse. Occuparono queste
giornate raccogliendo pezzi di legno lungo la spiaggia e fecero un mucchio
gigantesco vicino allo scivolo del varo.
Philip e Malcolm andarono alla chiesa che sorgeva su un’altura dietro la
città. Si inerpicarono su per la scala di ferro a pioli all’interno dell’antica torre
in pietra. Dalla sommità, potevano avere una vista illimitata sul mare.
«Se il tempo fosse più limpido, si potrebbe vedere l’altra sponda, di qui»,
disse Malcolm. «Se tu o Tom vi metteste qua in cima in osservazione,
riuscireste a scorgere Abby quando tornerà indietro e sapere quando vi
converrebbe accendere il falò.» Philip non rispose. Malcolm si voltò a
guardarlo. Stava fissando inespressivo il mare.
«Hai sentito quello che ho detto?»
«Sì. È una buona idea», rispose Philip senza entusiasmo. Poi soggiunse:
«Non so se verrò con voi».
L’immediata reazione di Malcolm fu quella di tentare di convincerlo a
rimanere con loro. Si trattenne in tempo prima di cominciare a parlare e disse
invece: «Vuoi tornare a Little Barton, vero? Preferisci restare con Mary?»
Il giovane annuì. «Sì. Senti, non me ne andrò finché Abby non sarà tornata
indietro. Rimarrò qui per aiutare a caricare la roba.»
«Cerca di darle una mano, se te la senti. E poi sarai libero di fare quello
che credi, naturalmente. La decisione dipende tutta da te. Sentiremo la tua
mancanza. Noi tutti. Ma devi fare quello che preferisci.»
«Non sono ben certo di quello che voglio», disse lui con aria triste.
«È una decisione che non mi piacerebbe prendere. Avrai dei rimpianti
qualunque cosa tu scelga.»
Nessuno dei due parlò più, e dopo qualche istante di silenzio ridiscesero la
scala e ripresero la via verso la spiaggia.
Durante il tragitto, Philip disse: «Preferirei che non dicessi niente agli altri.

201
Comincerebbero a darmi consigli. Voglio pensarci da solo».

Abby si svegliò nel momento stesso in cui Greg le toccò la spalla. La


stanza era immersa nell’oscurità, «Cosa c’è?»
«Sono uscito per guardare il mare. Credo che dovresti alzarti e venire a
vedere.»
Abby scivolò silenziosamente fuori del sacco a pelo, facendo attenzione a
non svegliare gli altri. Si infilò gli stivali e si mise in piedi. «Che ore sono?»
sussurrò.
«Quasi le cinque», disse Greg, aiutandola a indossare il cappotto. Si
avviarono alla porta e uscirono all’aperto. Abby rabbrividì nel freddo
improvviso. Il cielo era sereno e le stelle splendevano. I colmi dei tetti erano
bianchi per la brina che luccicava alla luce di una mezza luna. Si avviarono
rapidi verso il molo.
Il mare era appena smosso da qualche lieve increspatura. Ai bordi, le onde
erano così minuscole che quasi non facevano alcun rumore, rompendosi. Al
largo, era dolcemente ondulato.
«Credo che potresti vederlo più piatto di così soltanto se fosse gelato»,
disse Greg.
Lei esitò un attimo ancora e poi disse: «Mettiamo in mare la barca».

L’imbarcazione venne caricata con l’attrezzatura per il campeggio, viveri e


una parte del carburante. La sveglia mattutina e il pensiero dell’imminente
partenza creò una certa tensione tra loro, erano tutti di malumore e irritabili.
Quando la barca fu infine in acqua, si era fatto chiaro.
Con il suo carico di sette adulti e due bambini, la Susan galleggiava bassa
sul mare. Si trovava a una cinquantina di metri dalla spiaggia, parallela alla
riva e il mare sciabordava dolcemente contro la chiglia. Era l’unico suono
udibile.
Philip e Tom stavano a guardarli dallo scivolo. «Perché diavolo non si
decide a mettere in moto?» borbottò Tom. Era già passata mezz’ora dal
momento del varo, e Abby ancora non dava segno di volersi avviare.
Sedeva a poppa della barca, fissando il cielo a ovest, dove la notte ancora
indugiava. C’erano nubi alte e lievi che sembravano immobili. Si voltò per
guardare dietro di sé. Il sole stava sorgendo e colorava di una sfumatura rossa
il cielo. Fuori, al largo, l’orizzonte si dissolveva in una lieve bruma.
La brezza si levò nella baia, increspò la superficie del mare e poi cadde. La
bambina di Jenny incominciò a parlare ma fu rapidamente tacitata dalla
madre. Nel silenzio riuscivano a udire chiaramente Tom che soffiava con
energia sulle proprie dita gelate. Di nuovo Abby esaminò l’orizzonte da est a

202
ovest. Si stava facendo man mano più chiaro. Non era cambiato niente altro.
«Mettete in moto. Partiamo.»
L’ordine improvviso li spaventò tutti. Malcolm si alzò a mezzo e gridò a
Philip sulla spiaggia: «Ci rivedremo sull’altra sponda», ma le sue parole si
perdettero nel rombo del motore che si avviava. Ci fu un ribollire dell’acqua
sotto la poppa, e la barca si avviò verso la riva. Abby fece ruotare con
decisione il motore e la Susan sbandò violentemente. Malcolm perse
l’equilibrio e ricadde seduto. Poi la barca si rimise in assetto e la prua si volse
verso il mare aperto, fendendo le acque con una scia netta mentre prendeva
velocità.
Tom e Philip agitarono la mano, rispondendo ai saluti frenetici dalla barca.
Grida li raggiunsero, mentre le parole rimanevano indistinguibili per il rombo
del motore e la distanza che andava rapidamente aumentando.
I due uomini rimasero sulla rampa a guardare la barca finché non fu quasi
scomparsa.
Philip disse: «Andiamo in cima al campanile. Così non li perderemo di
vista».
Quando raggiunsero il punto di osservazione, però, il piccolo scafo si era
ormai perduto nella bruma.

Abby guardava la costa dietro di sé, cercando di fissare nella memoria il


suo aspetto per quando avesse dovuto farvi ritorno. Gli altri guardavano nella
stessa direzione per ragioni del tutto diverse. Continuarono a guardare da
quella parte finché la terraferma non fu quasi scomparsa, poi si voltarono e
scrutarono davanti a sé con riluttanza.
Avanzando in mare aperto cominciarono a sentirne il movimento. La barca
rollava in maniera per nulla confortevole e le onde presero a rompersi contro
la prua, mandando alti spruzzi.
L’orizzonte si era chiuso in un circolo attorno a loro. Mentre Greg ne
scrutava i confini nebbiosi, rimase sbalordito accorgendosi della rapidità con
cui aveva perduto il senso dell’orientamento. Il suo unico punto di riferimento
era la loro scia. Non pareva ci fosse neppure alcun mezzo per stabilire a quale
velocità procedessero. La perdita di queste cognizioni lo fece sentire a
disagio.
Una nuvola di spruzzi investì i passeggeri. I bambini gridarono e risero
deliziati. «Ci bagneremo tutti, qui», disse Ruth con rammarico.
Abby consultò la bussola e spostò la barra del motore, dirigendo la prua
più perpendicolarmente al moto ondoso. Il rollio si attenuò. «C’è un nome per
i due movimenti di una imbarcazione», osservò Abby. «Si chiamano rollio e
beccheggio, ma non riesco mai a ricordare quale sia il rollio e quale il

203
beccheggio.»
«Non mi piacciono né l’uno né l’altro», rispose Greg.
Lei gli sorrise. «La gente prima faceva queste cose per diporto.» Greg
scosse il capo. «Non è roba che faccia per me.» Poi, cercando di apparire
indifferente domandò: «Come andiamo?»
«Bene, direi. Ho deviato lievemente, soltanto per rendere meno disagevole
il viaggio. Se ci manterremo su una rotta diritta dovremmo approdare a ovest
di Calais e a est di Cape Gris Nez. Non posso essere più precisa di così,
perché non posso calcolare la deriva.»
Gli altri si erano messi a chiacchierare sottovoce adesso, e di tanto in tanto
uno di loro si alzava in piedi e scrutava a prua nella caligine sperando di
scorgere la terraferma. Abby intuiva la crescente eccitazione. Alzò lo sguardo.
Il cielo sereno e il rombo regolare del motore la rassicurarono.
«Non credo che ci saranno difficoltà. Ce la faremo benissimo», affermò,
poi si accorse che stava sfidando il destino, e avrebbe voluto non aver detto
nulla.

Il sole aveva eliminato la brina dai tetti e adesso scintillava sulla distesa
delle acque. Il mare era leggermente più mosso, con il cambiamento della
marea, e al largo, il lieve vento da est sollevava qualche ricciolo di spuma
bianca.
Tom Price si era sistemato in una posizione riparata accanto allo scivolo.
Osservava Philip che veniva verso di lui, trascinando un lungo palo di legno.
Il ragazzo raggiunse la catasta di legna, sollevò il palo e ve lo lasciò cadere.
Quando precipitò, trascinò con sé qualcuno dei legni più piccoli.
«Fa’ attenzione. Fa’ attenzione! Farai cadere tutto il dannato mucchio»,
gridò Tom.
Philip lo guardò con aria truce. «Hai paura di farti male se sollevi il sedere
e vai a cercare qualche pezzo di legno.»
Tom parve indignato: «Devo fare tutto io? Sono in osservazione. Devo
tener d’occhio la barca. Posso fare solo una cosa alla volta!»
Il ragazzo si voltò e guardò il mare. La nebbia vicino alla riva si era alzata,
ma l’orizzonte rimaneva indistinto. «Dovrebbero essere quasi arrivati, ormai»,
disse. «Pensi che tornerà indietro subito e verrà qui direttamente?»
«Oh, sì», rispose Price fiducioso. «Niente potrebbe fermarla con un tempo
come questo. Te lo dico io, saremo laggiù con loro prima che faccia buio.»
L’espressione preoccupata riaffiorò sul volto di Philip. Gli rimaneva poco
tempo, e ancora non aveva preso una decisione. Si trascinò di nuovo lungo la
spiaggia e raccolse qualche altro pezzo di legno. Quando fu di ritorno, Price
balzò in piedi.

204
«Senti, perché non andiamo a prendere il rimorchio e lo portiamo qui sullo
scivolo?»
«Non c’è nessuna premura, no?» disse Philip. Voleva starsene da solo, e
non essere costretto ad ascoltare le chiacchiere di Tom.
«Non voglio lasciare tutto da fare all’ultimo momento. Andiamo.
Possiamo farlo adesso.»
Tom cominciò a risalire la rampa verso la Rover. Philip lo seguì riluttante.
Mentre salivano e si accomodavano sul sedile anteriore, disse: «Quando
saremo tornati, io andrò sul campanile. Tu rimarrai accanto al fuoco. Va
bene?»
«Per me va benissimo», dichiarò Tom. Poi, colpito da un’idea folgorante,
continuò: «Ti dirò una cosa. Prendi un fucile con te. Appena vedrai la barca
spara un colpo. Quando sentirò il segnale, accenderò subito il falò. Che te ne
pare?»
Di malavoglia, Philip ammise che era una buona idea. Si avviarono per
tornare al caffè.

L’approdo venne a trovarsi sulla loro dritta, invece che direttamente


davanti a loro, come si era aspettata Abby. Peter scorse per primo la
terraferma. «Terra. Terra laggiù, sulla destra.»
Tutti si voltarono nella direzione indicata dal suo dito. Abby virò portando
la barca da quella parte. «Dovrebbe essere il Capo», disse. «La deriva ci ha
spinti più a sud di quanto credessi.»
«Me ne infischio, purché si tratti della Francia», dichiarò Greg. Era
allegro, adesso, la vista della terraferma gli dava di nuovo il senso delle
dimensioni che aveva perduto.
La luminosità della giornata contribuiva ben poco a rischiarare la grigia
malinconia della costa. Abby osservò la riva con il binocolo orientandolo
verso quello che sembrava un tratto in dolce pendio di sabbia e ghiaia.
Diresse la prua da quella parte.
«Questo è un buon approdo al quale tornare, per Abby», sottolineò Greg.
A circa un chilometro di lì, lungo la costa si scorgeva l’enorme massa di una
superpetroliera che si protendeva dalla riva come un molo, con la poppa
completamente incagliata nella sabbia.
Dieci minuti dopo, e ancora alla distanza di una ventina di metri dal
terreno asciutto, la Susan si arenò.
«Mi dispiace. Ma dovrete sbarcare qui e farvi l’ultimo tratto a piedi», disse
Abby.
Bill e Malcolm balzarono fuoribordo, rimanendo senza fiato per l’acqua
gelida. «C’è da restare congelati», urlò Bill.

205
«Prendete prima il materiale da campeggio», gridò Greg. «Fate in modo
che non si bagni, se ci riuscite.»
Passarono l’equipaggiamento agli altri che lo avrebbero portato a guado
sulla terraferma, e quelli lo equilibrarono sulla testa e sulle spalle avviandosi
verso la spiaggia.
Abby spense il motore e guardò il cielo. Si scorgevano nuvole lontane,
verso est. Il mare continuava a mantenersi calmo.
«Ti spiacerebbe riempire il serbatoio del carburante per me, Greg?»
«Hai intenzione di tornare indietro subito?»
Abby annuì con energia. «Devo approfittarne, fin tanto che il tempo
continua così. Sai benissimo come faccia in fretta a cambiare. Se si alza il
vento potrei rimanere bloccata qui per giorni e giorni.»
Greg svitò il tappo del recipiente e cominciò a versare con cura il
carburante.
Malcolm e Bill portarono a terra il loro primo carico, e poi tornarono
indietro per prendere il resto.
«Accendi un falò per me, Greg. Non è ancora mezzogiorno. Dovrei essere
qui molto prima che faccia buio, ma in ogni caso, tienilo acceso per tutta la
notte.»
«Sarai di ritorno secoli prima che faccia buio.»
Abby annuì. «Sì, certo.»
Bill e Malcolm presero sulle spalle i due bambini. Jenny si portò a poppa e
baciò Abby sulla guancia. «Ci rivedremo presto. Ma non tornare qui se il
tempo non sarà perfetto.»
Abby la rassicurò. La giovane donna si lasciò scivolare lentamente
nell’acqua. «Oh, Dio. È gelata.» Poi si avviò verso la spiaggia.
Quando Jenny si trovò fuori portata per poterlo udire, Greg disse: «Tornerò
indietro con te, Abby. Se ti fa piacere».
«Grazie, ma non ne vedo il motivo. È stato molto più facile di quanto
avessi mai pensato. Andrà tutto benissimo.»
«Se ne sei sicura…»
«Lo sono.»

Ruth cominciò a ridacchiare quando Bill le disse di salire sulle sue spalle.
Greg l’aiutò a scendere, e Malcolm diede un aiuto perché non perdesse
l’equilibrio. Dopo che Bill ebbe fatto soltanto tre passi barcollando e
borbottando, Ruth stava ridendo senza riuscire più a trattenersi.
Greg scese in acqua e Peter gli passò le ultime cose per il campeggio, poi
lo seguì. Quando tutto fu portato a terra, i tre uomini tornarono a guado per
liberare la chiglia della barca dalla sabbia. Mentre loro facevano forza sulla

206
prua, Abby accese il motore. La Susan si disincagliò e cominciò a procedere a
marcia indietro.
La barca virò, mandando l’onda che aveva sollevato, a infrangersi contro i
tre uomini. Essi rimasero dov’erano, agitando le braccia in segno di saluto e
gridando. Il gruppo sulla spiaggia si unì a loro nei saluti.
Abby si voltò a guardarli, rispondendo ai loro cenni di commiato, poi si
concentrò sulla rotta. Quando si voltò di nuovo erano tutti all’asciutto sulla
spiaggia.

Tom Price si stiracchiò e sbadigliò. Con il finestrino chiuso si stava caldi


nell’abitacolo della Rover. La risacca sulla rampa dietro di lui era un suono
molto distensivo. Sbadigliò di nuovo, poi i suoi occhi si posarono sul
retrovisore. La marea stava salendo. Si sporse e guardò in basso. L’acqua
aveva quasi raggiunto l’estremità del rimorchio. Sospirò e si spostò
faticosamente sul sedile al posto di guida. «Glielo avevo detto che non
avrebbe dovuto metterlo così in basso», borbottò. Avviò il motore e spostò la
Rover su per lo scivolo di cinque o sei metri. Quando si protese per spegnere
il motore, notò l’ago indicatore del livello della benzina. Segnava un quarto di
serbatoio. «Non possiamo sprecarne», disse a voce alta. Ansimando per lo
sforzo, scese e si procurò gli attrezzi e i contenitori necessari per svuotare il
serbatoio.

Attraverso la finestra della cella campanaria, Philip guardò il sole. Se


Abby fosse stata sulla via del ritorno, avrebbe dovuto vederla, di lì a non
molto. Scrutò ancora il mare con il binocolo. La foschia, baluginante adesso
nella luce del pomeriggio, continuava a offuscare la sponda opposta.
Sull’acqua niente si muoveva. Si voltò e sedette per terra con le spalle contro
il muro. Stringendosi il capo fra le mani lasciò che i suoi pensieri tornassero a
Little Barton. Cercò di immaginare il proprio futuro laggiù, insieme a Mary,
poi spostò l’immagine su un futuro in una terra più calda e più promettente.
Non c’era verso di far pendere la bilancia in un senso o nell’altro. Si alzò di
nuovo in piedi e guardò fuori della finestra. Scorse subito la barca. Un
puntolino bianco; ancora molto al largo e lontano, di gran lunga troppo
lontano e spostato sulla destra. Si servì del binocolo per avere la conferma di
quanto aveva visto a occhio nudo. Anche così, non riuscì a scorgere nessun
altro particolare, tranne il fatto che si trattava proprio della loro barca. La rotta
che seguiva l’avrebbe portata ad approdare a chilometri di distanza da lì.
Prese il fucile e lo puntò fuori della finestra.

Price issò il bidone della benzina sul rimorchio e cominciò a rimettere a

207
posto gli attrezzi. Il fragore dello sparo lo fece sobbalzare. Poi girò su se
stesso e fissò il mare. Dalla posizione in cui si trovava non riusciva a scorgere
l’imbarcazione. Si avviò in fretta per andare ad accendere il falò.

Non appena Abby vide i particolari che non le erano familiari della costa
davanti a sé, si rese conto che la deriva l’aveva spostata sulla sinistra. Virò
sulla destra, bordeggiando. Si trovava ancora a circa due chilometri di
distanza, quando scorse il fumo. Localizzò il rosso bagliore della sua fonte
servendosi del binocolo. Si sentì enormemente soddisfatta mentre si dirigeva
da quella parte.
Clive fu il primo a vedere il fumo. Lui e i suoi compagni erano accampati
sulla collina dietro la città. Avevano perso di vista la Rover e il suo rimorchio
carico di tesori quando si erano allontanati da Dover. Da quel momento
avevano percorso una ottantina di chilometri di costa alla sua ricerca. Ormai
sfiduciati, erano sulla via del ritorno.
«Rich. Che cosa pensi che sia quello?»
Il suo amico venne a mettersi al suo fianco. Dennis e l’altro ragazzo si
unirono a lui. Rimasero un momento a guardare poi Clive domandò di nuovo.
«Che cosa dite che sia?»
«Non lo so», disse Dennis. «Varrebbe la pena di andare a dare un’occhiata,
direi.»
Salirono sulle biciclette e cominciarono a discendere la collina.

Il falò stava bruciando furiosamente quando Philip arrivò di corsa e senza


fiato vicino a Tom.
«Sei riuscito a vederla?» ansimò. Tom sorrise e indicò un punto sul mare.
La piccola imbarcazione stava virando verso di loro, sollevando un’alta
ondata. Sorridendo, entrambi la osservarono mentre si avvicinava. Poi Philip
disse: «Avanti. Togliamo il telo al rimorchio».
Mentre slegavano le corde, una raffica incerta di vento portò una folata di
fumo che li avvolse. Sentirono il calore prodotto dal falò. Tom gli scoccò
un’occhiata piena di orgoglio. «Non è niente male, il nostro piccolo falò»,
disse al di sopra del crepitare del fuoco.
«Ho fatto un lavoro a regola d’arte», disse Philip. Sbirciò verso il mare,
un’altra volta. Riusciva a sentire il rombo del motore ormai. Era esultante.
«Un’altra mezz’ora e saremo anche noi in viaggio.» Soltanto quando
pronunciò queste parole si accorse di avere preso la propria decisione.

I ragazzi scrutarono attentamente da dietro il molo. «È quella maledetta


Rover. Sono loro», disse Dennis. Aveva la voce tesa per l’eccitazione.

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«Riesco a vedere soltanto due di quegli individui. Dove sono gli altri?»
domandò Clive in un sussurro. Poi, facendosi schermo con la mano contro il
sole negli occhi, continuò: «Forse sono sulla barca che sta arrivando. Non
riesco a vedere bene».
«Allora dobbiamo agire prima che arrivino. Prendi il fucile», disse Dennis.
Impartì gli ordini in fretta e con efficienza. «Rich, tu mettiti al volante. Io e
Clive li terremo a bada finché non sarai sulla strada.» Si voltò verso il quarto
ragazzo. «Tu coprici le spalle da qui per tutto il tempo necessario. Poi carica
le biciclette sopra la Rover e saremo pronti per andarcene. Avete capito tutti?»
Gli altri annuirono. «Bene. Allora andiamo e diamoci da fare.»

Abby si trovava ancora a un chilometro di distanza, circa. Vide i giovani


prima di Tom e Philip. Per un momento non riuscì a capire chi fossero o che
cosa stessero facendo, ma per istinto intuì il pericolo. Poi si accorse che erano
armati di fucile. Incominciò a fare cenni e a gridare. Tom e Philip risposero
nello stesso modo. Non udirono gli assalitori finché i ragazzi non si trovarono
direttamente alle loro spalle.
«Non muovetevi!» urlò Dennis. La sua voce era incontrollata per
l’eccitazione e la paura.
Tom si fece piccolo, indietreggiando di fronte ai fucili. Riconobbe Clive,
dal loro primo incontro. Philip si sentì venir meno per il terrore.
Rich era già balzato sulla Rover e stava accendendo il motore. Quando
questo si mise in moto, inserì la marcia e fece girare a vuoto le ruote per aver
premuto troppo l’acceleratore. Mandò una raffica di ciottoli a investire i
quattro che stavano dietro di lui. Sollevò un po’ il piede e i pneumatici fecero
presa. La Rover e il rimorchio balzarono avanti su per lo scivolo e svoltarono
sul lungomare.
Tenendo i fucili puntati, Dennis e Clive indietreggiarono, poi si voltarono
e cominciarono a correre verso la strada.
Abby riusciva a vedere tutta la scena, adesso, più chiaramente di tutti.
Diede tutto gas e spinse la barca direttamente sulla spiaggia.
Dennis e Clive erano sulla sommità dello scivolo e corsero per caricare le
biciclette sulla Rover. I quattro ragazzi divennero chiaramente visibili, con i
fucili puntati verso Tom e Philip.
Philip scorse in quel momento il fucile che aveva usato per segnalare, che
ancora giaceva sulla ghiaia di fianco alla rampa. Sapeva che se avesse fatto un
movimento per impossessarsene sarebbe stato un facile bersaglio per il
ragazzo che ancora stava coprendo le spalle dei compagni.

Il motore della Rover tossì e si spense. Dalla spiaggia, i ragazzi udirono il

209
grido di allarme. «Questa dannata carretta non ha più carburante.»
La barca urtò la spiaggia e avanzò ancora per un tratto su di essa. Abby si
gettò fuori su un lato e cadde nell’acqua in ginocchio. Cercò di rialzarsi,
scivolò di nuovo annaspando per portarsi avanti.
Il suo arrivo attrasse l’attenzione del ragazzo distogliendola da Philip.
Questi si gettò avanti e afferrò il fucile. Lo aveva portato alla spalla quando il
giovane fece fuoco. Il colpo raggiunse Philip al petto e lo fece cadere
all’indietro, quasi a scontrarsi con Abby mentre risaliva la spiaggia. Era già
morto quando cadde. Lei vide il sangue zampillare dallo squarcio scuro.
Consapevole soltanto della rabbia e della paura cui era in preda, Abby
raccattò il fucile accanto al cadavere e si gettò avanti. Cominciò a correre su
per lo scivolo con l’arma puntata. Si fermò per prendere la mira e guardò il
ragazzo. Vide la sua faccia, lo riconobbe. Peter fece fuoco mentre lei
cominciava a pronunciare il nome di suo figlio. Era già morta prima di finire
di dirlo.

Tom rimase rannicchiato di fianco alla rampa ancora a lungo dopo che i
ragazzi avevano rifornito la Rover e l’eco del motore si era spento da un
pezzo. Quando scese l’oscurità, si rialzò e andò a esaminare la barca. Poi si
voltò e si avviò in direzione di Dover.
Il tempo rimase bello per una settimana. Per tutto questo periodo
continuarono a tenere il fuoco acceso sulla spiaggia. Nonostante la loro fame
disperata, attesero fino alla prima tempesta, ed ebbero così la certezza che
Abby non sarebbe mai arrivata. Poi si incamminarono verso l’interno. Mentre
si trascinavano fuori della spiaggia, Jenny camminava a fianco di Greg.
«Che cosa ne sarà di noi?»
Lui scosse il capo. «Non lo so, Jen.» Poi soggiunse: «Ma sopravviveremo.
Sopravviveremo».

FINE

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INDICE

Prologo

Libro primo
«Il quarto cavaliere»
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo

Libro secondo
Il silenzio
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo

Libro terzo
Esodo
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto

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FINITO DI STAMPARE
NEL MESE DI GENNAIO 1979 PRESSO
L’ISTITUTO ITALIANO D’ARTI GRAFICHE – BERGAMO
PRINTED IN ITALY

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