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PRIGIONIERI

DI UN UFO

Dopo l’avvistamento casuale di un U.F.O. i due coniugi americani


Barney e Betty Hill scoprono un vuoto di due ore nella loro memoria.
Cosa è successo nelle “due ore mancanti”? Qual è l’origine del blocco
mentale che impedisce loro di ricordare? Con l’aiuto di uno psichiatra i
due coniugi, in stato d’ipnosi, ricostruiscono in tutti i particolari i fatti
svoltisi nelle due ore vuote. Ne risulta un racconto sconvolgente e
affascinante: l’uomo e la donna infatti sarebbero stati avvicinati dagli
occupanti dell’ordigno da loro avvistato; si sarebbe trattato di creature
umanoidi di statura di poco inferiore a quella umana, provvisti di lunghi
occhi orizzontali, muniti di narici e bocca molto piccole e comunicanti
telepaticamente. Essi avrebbero sottoposto la coppia ad una serie di
visite ed esami a bordo del loro apparecchio, evidentemente tesi a
verificare la natura dell’anatomia e della fisiologia umane. Gli
astronauti extraterrestri che avrebbero sequestrato gli Hill stentavano a
capire l’umana suddivisione del tempo e il fenomeno
dell’invecchiamento e sembravano estremamente interessati allo
studio della nostra civiltà. L’incontro si sarebbe concluso con una
induzione di ipnosi atta a cancellare dalla mente dell’uomo e della
donna ogni ricordo delle due ore trascorse sul disco volante. Il caso dei
coniugi Hill fu ampiamente reso noto da tutta la stampa internazionale
ed è ufficialmente registrato, con l’Air Force Project Blue Book, negli
estesi e accuratissimi archivi del Comitato Nazionale di Indagine sui
fenomeni Aerei (NICAP), insieme ad altre testimonianze ben
documentate e analizzate della Organizzazione per le Ricerche sui
Fenomeni Aerei (APRO). Questo libro è la fedele trascrizione del
racconto fatto dai due coniugi.

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NELLA STESSA COLLANA:

VISITATORI DALLO SPAZIO


di Roberto Pinotti
pag. 281, 36 illustrazioni f.t. L. 3.200

IL LIBRO DEI DANNATI


di Charles Fort pag. 295 L. 3.500

GLI URANIDI
(Gli occupanti dei dischi volanti)
di C. e J. Lorenzen pag. 208 L. 2.500

VIAGGIO COSMICO
di M. Signorelli pag. 210 L 3.000

GLI UFO
a cura di di Jay David pag. 364 L. 3.800

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JOHN G. FULLER

PRIGIONIERI
DI UN UFO

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Titolo originale: THE INTERRUPTED JOURNEY

Copyright © 1966 by John G. Fuller


Copyright © 1974 by Armenia Editore
Copyright © v.le Ca’ Granda 2 – 20162 Milano

Traduzione di Liliana Moroni


Copertina di F. Alessandri

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INDICE

Introduzione
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
- ILLUSTRAZIONI E FOTOGRAFIE -
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
Capitolo X
Capitolo XI
Capitolo XII
Capitolo XIII

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INTRODUZIONE

Il 14 dicembre del 1963 il signor Barney Hill si presentò nel mio studio
per un consulto. Era un giorno come un altro. L’appuntamento era stato
preso in precedenza, e il consulto era stato suggerito al signor Hill da un
altro psichiatra.
In quel periodo non sapevo nulla dei suoi problemi, ma quando Hill mi
parlò di sua moglie, che è bianca, mi chiesi per un attimo se il loro
matrimonio misto non fosse in relazione con i disturbi di cui egli soffriva.
Dietro sua richiesta, vidi la coppia insieme e presto mi convinsi che
avevano entrambi bisogno d’aiuto.
Un mese dopo l’“avvistamento” gli Hill erano stati intervistati da
Walter Webb, lettore universitario all’Hayden Planetarium di Boston e
consigliere scientifico del Comitato Nazionale in Indagini sui Fenomeni
Aerei (NICAP). Prendendo come base una copia della relazione di Webb
al NICAP, Hill e sua moglie svelarono la storia che segue in questo libro
di Fuller.
Al momento, nulla faceva pensare che il matrimonio misto o
l’esperienza dell’UFO {1} avessero una relazione più che superficiale con
il problema centrale che gli Hill presentavano: una ansietà paralizzante,
manifestata da lui apertamente, mentre la moglie, più spesso, la
manifestava sotto forma di incubi notturni ricorrenti. A parte il suo
interesse come argomento d’attualità, l’esperienza con l’UFO era
importante perché era per entrambi il punto focale dell’ansietà che aveva
evidentemente ostacolato il trattamento psichiatrico subito per qualche
tempo da Hill. Questo punto era rappresentato da un periodo di tempo
durante un loro viaggio di ritorno a casa dal Canada, nel settembre del
1961. Entrambi erano costantemente ossessionati da una ansietà
tormentosa, incentrata su quel periodo di poche ore, dalla sensazione che

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qualcosa era accaduto, ma che cosa?
Fu delineato un programma di cura per gli Hill, e decidemmo per
prima cosa di cercar di aprire la porta alla stanza nascosta (l’amnesia), e
di usare l’ipnosi per questa parte della cura. Fu fatto un piano per
iniziare la cura dopo le vicine vacanze di Natale, fissando la prima seduta
per il 4 gennaio 1964. Tranne che per la particolarità unica
rappresentata dall’esperienza misteriosa, la cura procedeva con il ritmo
che si poteva prevedere per due pazienti molto ansiosi e pronti a
cooperare, e continuò regolarmente fino a che non fu conclusa nel giugno
del 1964. In tutto questo periodo non vi fu alcun segno del dramma che
stava per rivelarsi, dramma iniziato il 14 dicembre 1963, che si estendeva
nel passato fino a due anni prima e che si sarebbe protratto nel futuro
fino ad ora (esattamente due anni e mezzo dopo) al momento in cui avrei
scritto l’introduzione a questo libro destinato a far rivivere l’intera
situazione: e cioè la scoperta di alcuni avvenimenti dei quali non avevo
avuto nessun accenno durante tutto il periodo di cura. Fu un dramma che
culminò nel libro del signor Fuller e nella mia introduzione, che è
abbastanza particolare, essendo una presentazione di scuse per la mia
presenza sul palcoscenico come attore, sebbene riluttante, della
compagnia.
Il programma di cura vera e propria terminò nel giugno del 1964, e da
allora fino alla fine dell’estate del 1965 gli Hill ed io ci mantenemmo in
contatto attraverso visite e telefonate per seguire i loro progressi. Non
sospettai nulla della tempesta che stava per scoppiare fino alla tarda
estate del 1965, quando ricevetti una telefonata dal cronista di un
giornale, che sembrava essere al corrente della storia degli Hill, della
loro cura e della mia parte in tutto questo, compreso l’uso dell’ipnosi,
questi mi chiese un’intervista, ma io rifiutai, informandolo che non avrei
discusso il caso degli Hill senza la loro autorizzazione scritta. Anche in
tal caso, però, qualsiasi discussione sarebbe dipesa dal mio giudizio sugli
effetti potenziali di una simile iniziativa sulla loro stabilità emotiva. Un
mese o due più tardi mi telefonò il signor Hill, visibilmente preoccupato,
per dirmi che il cronista li aveva avvicinati per un’intervista che essi
avevano rifiutato. Il cronista affermava di avere informazioni sul loro
caso e che le avrebbe pubblicate anche senza aver ottenuto un’intervista
personale, se essi l’avessero rifiutata. Mi sembrava chiaro che non si
doveva fare niente di simile, su queste basi. La questione dell’intervista

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era una decisione che spettava a loro, forse con il consiglio di un legale.
Mentre ero impegnato in alcuni incontri professionali a Washington
durante l’ultima settimana di ottobre del 1365, mi telefonarono dallo
studio che “era scoppiato l’inferno”. C’erano chiamate da parte di Hill e
di molti altri sconosciuti. Tutte sembravano collegate con una serie di
articoli apparsi in un giornale di Boston, scritti dal cronista a cui avevo
rifiutato l’intervista, ed evidentemente anche senza il permesso degli Hill.
I miei colleghi e tutto il personale avevano fatto del loro meglio nel
ricevere le chiamate, aspettando il mio ritorno. Quando tornai, Hill mi
telefonò, molto sconvolto per quella serie di articoli, che tra l’altro non
avevo ancora visto. Era convinto che avessero distorto la verità e li
considerava una violazione dei suoi diritti di privacy. Voleva da me un
consiglio ed io gli suggerii di cercare un aiuto legale. Seppi anche da Hill
che ero stato nominato negli articoli, il che spiegava il gran numero di
telefonate arrivate allo studio. La natura di queste telefonate mi diede
un’idea abbastanza precisa del modo in cui gli articoli erano stati in
genere interpretati dal pubblico. Gli autori delle telefonate potevano
essere classificati in quattro gruppi principali:
1. “I disperati”; queste erano persone chiaramente sofferenti emotivamente o
mentalmente, che vedevano nell’ipnosi, così come era presentata, la magica
soluzione dei loro problemi.
2. “I mistici”: persone interessate nella chiaroveggenza, percezioni extra-sensoriali,
astrologia e altri fenomeni collegati. Molti di loro vedevano in questa esperienza e
nell’ipnosi un sostegno alle loro idee e credenze.
3. “I compagni di viaggio”: questi si ritenevano in contatto con esseri superiori,
conoscevano la risposta ai misteri della vita e vedevano nell’esperienza degli Hill e
nell’ipnosi una conferma al loro credo. Molti di loro parevano spinti dal desiderio
di attirare la mia attenzione presentandosi come miei sostenitori, probabilmente a
loro vantaggio.
4. “I simpatizzanti”: un certo numero di coloro che mi telefonarono espressero la loro
comprensione per la “persecuzione” da parte dell’autore degli articoli, che mi
definiva uno psichiatra di Boston o della Back Bay, o mi chiamava per nome, in
tutti gli articoli tranne uno. L’uso del mio nome era abbastanza scaltro, si riferiva
che avevo rifiutato di violare le relazioni medico-paziente accettando di discutere il
caso; però, abbastanza abilmente, l’impressione generale creata dall’articolista
era che alcune sorprendenti affermazioni che erano state fatte venissero da
rivelazioni ottenute sotto ipnosi, e in un certo senso fossero mie opinioni; da qui le
telefonate che mi erano pervenute e le lettere del pubblico.

Dopo essersi consultato con alcuni amici, Hill decise in base ai loro

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suggerimenti che il modo migliore di affrontare la questione degli articoli
e di ogni ulteriore intromissione in questo campo, fosse quello di
pubblicare la verità. In quel momento il signor Fuller stava compiendo
delle ricerche sul fenomeno degli UFO nella zona del New Hampshire e
lavorava ad un libro su alcuni avvenimenti verificatisi nella zona di
Exeter. Gli Hill discussero la faccenda con me e mi chiesero di mettere a
disposizione di Fuller le mie documentazioni, soprattutto le registrazioni
su nastro delle loro sedute, così da poter presentare una versione
autentica della loro avventura come essi l’avevano realmente vissuta.
L’interesse del pubblico era accresciuto anziché diminuito, e c’era il
rischio che venissero pubblicate altre false storie che avrebbero
aumentato la loro preoccupazione.
A tale scopo terapeutico, tutto quello che era avvenuto durante le
sedute era stato registrato su nastro, parola per parola. Era inevitabile,
io credo, pensare che il signor Fuller avrebbe voluto questo materiale
assolutamente autentico, e la richiesta fattami dagli Hill era
comprensibile.
La documentazione di un medico è di sua proprietà, ma può essere
resa disponibile nell’interesse del paziente; in questo senso è anche di
proprietà del paziente. Alla fine decisi che la questione più importante,
cioè la salute degli Hill, sarebbe stata meglio salvaguardata concedendo
quei nastri a Fuller, se potevo essere sicuro che sarebbero stati usati
onestamente, e non a loro danno. Si dimostrò che il signor Fuller ed io
avevamo la stessa opinione a questo riguardo e avevamo consultato
ciascuno la biografia dell’altro nel “Who’s who in the East” con
reciproca soddisfazione. Ne seguirono degli incontri con Fuller e gli Hill,
e fu deciso che io avrei potuto rivedere tutti i dati medici nel libro per
evitare il più possibile di creare false impressioni e conclusioni. Fu anche
deciso che nessuna informazione di carattere intimo e personale sarebbe
stata rivelata, a meno che non fosse rilevante per la comprensione
dell’esperienza con l’UFO o del periodo di amnesia. Fuller sperava di
poter rendere con naturalezza nel libro le esperienze e le reazioni emotive
che erano espresse così bene nelle registrazioni: era un compito
veramente difficile.
La mia decisione di mettere a disposizione i nastri mi creava però un
problema: la questione del mio anonimato professionale, uno dei canoni
della nostra professione. Per questo, ero già stato vittima degli articoli

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sui giornali, in cui venivo nominato senza il mio consenso. Ma ora non si
trattava più di una questione locale che interessava solo la città di
Boston. Ricevevo telefonate e lettere da altre città, e quando perfino dal
Wisconsin mi giunse una richiesta di informazioni, fu chiaro che non
godevo più dell’anonimato: però la scoperta della mia partecipazione
poteva portare ad identificarmi come l’autore di certe affermazioni e
conclusioni fatte dal cronista sulla vicenda degli Hill, con le quali non
ero assolutamente d’accordo. La mistica dell’ipnosi e la mia posizione
come mistico “Maestro” sulla base della semplice associazione con le
frasi degli articoli, sembrava dare a questi ultimi una qualità di
autenticità che era piuttosto in disaccordo con la realtà dei fatti.
Sebbene io abbia limitato la mia partecipazione a questo libro ad una
semplice supervisione delle affermazioni di carattere medico, sento di
dover chiarire alcune cose sull’ipnosi: spesso infatti, per un concetto
sbagliato che è diffuso tra il pubblico, l’ipnosi è circondata da
un’atmosfera arcana, e chi la pratica è visto nei panni del mago Merlino.
L’ipnosi è un procedimento utile nella psichiatria, per dirigere e
concentrare l’attenzione su un punto particolare, nel corso dell’intera
azione terapeutica. Nei casi come questo degli Hill, può essere la chiave
alla stanza sbarrata, cioè al periodo di amnesia. Sotto ipnosi,
l’esperienza sepolta dall’amnesia può essere riportata alla luce in un
tempo molto più breve che non attraverso un normale processo
psicoterapico. In ogni caso, poco di ciò che si ottiene con l’ipnosi non
può essere ottenuto anche senza. L’alone di mistero creato intorno
all’ipnosi ha contribuito ad alimentare la credenza che essa sia la magica
e principale strada verso la VERITÀ. In un certo senso questo è vero, ma
bisogna comprendere che l’ipnosi è un sentiero verso quella che il
paziente sente e ritiene essere per lui la verità, anche se questa può
accordarsi o non con la definitiva, oggettiva verità. E in genere è proprio
così. Nell’esercitare i miei diritti editoriali sul libro di Fuller, mi sono
limitato il più possibile ai dati medici, cioè alle mie osservazioni e
risultati. Per quanto mi riguardava, ho cercato di evitare supposizioni
vaghe, senza ostacolare la libertà del signor Fuller nei suoi ragionamenti
e nelle sue conclusioni dal momento che i miei dati non erano distorti.
Per me questa storia è la parziale testimonianza di un’esperienza umana
affascinante, vissuta in circostanze straordinarie, legata a quelli che sono
comunemente chiamati “oggetti volanti non-identificati” (UFO).

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La loro esistenza come oggetti concreti mi interessa meno della
esperienza di queste due persone, che mostra l’effetto cumulativo di
avventure e visioni passate sulle loro esperienze e reazioni presenti. Per
Fuller invece la prima questione è indiscutibilmente di maggior interesse,
e questo è comprensibile. Ne segue che i suoi ragionamenti e
supposizioni, basati su valutazioni dei miei dati, sulle affermazioni degli
Hill, sulla sua passata esperienza e sulle sue attuali convinzioni, sono
dovuti interamente a lui. Senza dubbio gli ho provocato notti insonni e
molti momenti di disperazione. Sono sicuro che a volte avrà pensato che
stavo togliendo la vita alla sua creatura; ma egli ha sempre accolto le
mie critiche di buona grazia, cercando di eliminare ciò a cui io obiettavo,
o di colmare eventuali lacune in modo per me accettabile, così che
perfino io, che ho vissuto di persona buona parte della vicenda, trovo
questo libro veramente buono.

Benjamin Simon, medico


14 giugno 1966

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CAPITOLO I

Settembre è il mese peggiore nelle White Mountains: gli alberghi


squallidi, vestigia della tradizione vittoriana, sono sbarrati o stanno per
esserlo; i motel e le piccole costruzioni dove si passa la notte accendono
solo per alcune ore le loro insegne al neon, per indicare posti disponibili,
prima che i loro proprietari chiudano e se ne vadano a letto presto. Non
c’è neve né sciatori sui pendii delle montagne del New Hampshire, e le
piste sembrano grandi ferite scure fra i silenziosi impianti di salita.
L’esodo festivo per il Labor Day ha sgombrato dal traffico quasi tutte le
strade; pochi camion a rimorchio e vagoni-merci stracarichi si muovono
alla spicciolata verso Boston o verso le grandi arterie che portano a New
York.
L’inverno è già arrivato sui pendii gelati e sinistri del monte
Washington, sulla cui cima una stazione meteorologica registra i venti a
più alta velocità che siano mai stati registrati sulla cima di una montagna.
Gli orsi e le volpi rosse vagano liberi: fra poche settimane i cacciatori con
i loro giacconi rossi o arancioni saranno sulle piste, seguendo cervi, galli
cedroni, o qualsiasi altro animale di cui sia permessa la caccia. Gli sciatori
verranno più tardi, pensando alla neve farinosa e al rum caldo, riportando
l’atmosfera allegra di vacanza dell’estate. Le White Mountains torneranno
un’altra volta alla vita.
Fu nel periodo triste di metà settembre, nel 1961, il 19 settembre per
l’esattezza, che Barney Hill e sua moglie Betty iniziarono il loro viaggio
dalla frontiera canadese giù lungo gli Stati Uniti, attraverso le White
Mountains, per tornare a casa, a Portsmouth. Doveva essere un viaggio in
macchina da farsi in una notte, con una certa fretta. La radio della loro
Chevrolet “Bel Air” del 1957 aveva annunciato che un uragano
proveniente dalla costa avrebbe potuto dirigersi verso il New Hampshire,

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e questo fenomeno in anni precedenti aveva provocato lo sradicamento di
alberi e l’abbattimento sulla strada dei fili dell’alta tensione. Gli Hill non
si erano portati dietro denaro sufficiente per le vacanze, e a causa delle
spese extra i loro soldi si erano rapidamente dileguati, mentre si
dirigevano con comodo verso le cascate del Niagara, per poi girare verso
Montreal e tornare in direzione di casa. Avevano passato la dogana
Canada-USA alle nove quella sera, serpeggiando attraverso le altitudini
solitarie del Regno del Nordest del Vermont, una zona dello stato che si
dice abbia minacciato la secessione non solo dal Vermont, ma perfino
degli Stati Uniti. Il traffico non era fitto: apparvero poche altre macchine
lungo la strada, prima che gli Hill si avvicinassero finalmente alle luci di
Colebrook, un’ora e mezzo dopo. Colebrook è un antico centro abitato del
New Hampshire, fondato nel 1770, all’ombra del monte Monadnock,
proprio a cavallo del fiume che viene dal Vermont. Le luci del villaggio
erano poche, sebbene fossero sempre un sollievo dopo le curve senza fine
della stretta strada a due corsie che avevano percorso. Una luce misera
veniva dalle finestre dell’unico ristorante, e pensando che poteva essere la
loro ultima possibilità di riposare e rinfrescarsi per tutto il resto del
viaggio, decisero di tornare indietro e fermarsi lì, anche se l’avevano
ormai passato. Il ristorante era quasi deserto. Alcuni ragazzi stavano
raggruppati in un angolo lontano. Solo una donna, la cameriera, in quel
tranquillo ristorante, parve notare che Barney e Betty erano una copia
“mista”: Barney, discendente particolarmente bello di un fiero e libero
etiope, la cui bisnonna era nata in schiavitù, ma cresciuta in casa del suo
padrone perché sua figlia; e Betty, la cui famiglia aveva acquistato tre
tratti di terra a York, nel Maine, nel 1637, solo per perdere uno dei suoi
membri, ucciso dagli Indiani.
Gli Hill, senza curarsi dell’attenzione che il loro matrimonio “misto”
attirava in pubblico, non ne erano più nemmeno imbarazzati.
Un’attrazione intellettuale e di reciproci interessi, che ancora rimaneva, li
aveva legati fin dall’inizio. Insieme, avevano percorso lo stato del New
Hampshire, tenendo discorsi politici e conferenze a favore della battaglia
per i Diritti Civili. Barney, in precedenza attivista politico ed ora
responsabile per la parte legale della NAACP (Organizzazione Nazionale
per l’Emancipazione della Popolazione di Colore) di Portsmouth, era
membro della Commissione di Tutela Statale, della Commissione per i
Diritti Civili degli Stati Uniti, e del Consiglio d’amministrazione del

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“Programma Povertà” per la contea di Rockingham. Sia lui che sua
moglie sono molto fieri di mostrare l’onorificenza che Barney ha ricevuto
da Sargent Shriver per il lavoro svolto. Betty, assistente sociale per il New
Hampshire, svolge anche un lavoro di segretaria per il NAACP, ed è
inviata alle Nazioni Unite in rappresentanza della Chiesa Unitaria-
Universalista, di cui entrambi fanno parte a Portsmouth.
Ma quello che doveva accader loro quella notte del 19 settembre 1961
non aveva niente a che vedere con il loro riuscito matrimonio, o con il
loro lavoro dedicato al progresso sociale. Né vi era alcun presagio di
quello che sarebbe successo, mentre sedevano al ristorante, davanti al
bancone rivestito a pannelli; Barney mangiava senza tante cerimonie un
hamburger e Betty una fetta di dolce alla cioccolata. Non si fermarono
troppo, giusto il tempo di fumare una sigaretta e bere un caffè, prima di
ripartire verso casa.
La distanza fra Colebrook e Portsmouth è di centosettanta miglia,
lungo una strada piana e facile, in confronto alle profonde gole montane
che deve superare. Più a sud, sotto Plymouth, quasi cinquanta chilometri
di autostrada a quattro corsie permettono di spingere tranquillamente fino
a centodieci all’ora. A Barney piaceva correre, a rischio di superare di un
filo il limite di velocità anche sulle altre strade, fra i novanta e i cento
chilometri all’ora.
L’orologio nel ristorante segnava le dieci e cinque quando lasciarono
Colebrook quella sera. “Dovremmo essere a casa verso le due e mezza
domattina, o al più tardi verso le tre”, disse Barney a sua moglie mentre
salivano in macchina. Betty annuì: aveva fiducia nell’abilità di Barney
come guidatore, anche se a volte lo rimproverava scherzando perché
correva troppo. Era una notte chiara e luminosa e la luna era quasi piena;
le stelle brillavano, come sempre nelle notti serene del New Hampshire,
quando la stellata sembra illuminare i picchi delle montagne con una
strana luce incandescente.
La macchina scivolava veloce nell’aria notturna, la strada si snodava
lungo la piatta valle superiore del fiume Connetticut, nell’antico e boscoso
territorio indiano, così ricco di storia e di leggende. Le trenta miglia fino a
Northumberland, dove i Rangers di Rogers {2} si incontrarono dopo il
saccheggio di St. Francis, furono percorse in un soffio. Betty, turista
appassionata, non si stancava di ammirare la luminosità della luna, che si
rifletteva sulla valle e sulle montagne in lontananza, nel New Hampshire

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ad est e nel Vermont, al di là del fiume, ad ovest. Delsey, il loro piccolo
bassotto attaccabrighe, riposava tranquillo ai piedi di Betty, sotto il sedile
anteriore. La strada passava per Lancaster, un villaggio con un ampio
corso principale fiancheggiato da vecchie case risalenti ancora gli anni
prima della Rivoluzione, mentre il fiume piegava ad ovest ampliando il
territorio del Connetticut e restringendo quello del Vermont. Qui l’ampia
e liscia valle si trasforma in una strettoia più accidentata fra i monti,
dominata dalle cime dentellate del Pilot Range, descritte in modo
affascinante da uno scrittore come “un grande bastione ondulato che crea
fantastici effetti di luce solare ed ombra, e verso il tramonto prende i
colori più tenui dell’ametista”.
Non c’era né luce del sole né ametista in quel momento, solo la luna
luminosa, grande e splendente, ed una strada asfaltata e nera a due corsie,
che pareva completamente deserta. A sinistra della luna e leggermente al
di sotto, si vedeva una stella particolarmente brillante, forse un pianeta,
pensò Betty notandone la luminosità persistente. A sud di Lancaster, ma
non poteva ricordare che ora esatta fosse, Betty fu un po’ stupita notando
che un’altra stella o pianeta che fosse, più grande del primo, era comparso
sopra ad essa: era sicura che non ci fosse, la prima volta che aveva
guardato. Ma il fatto più strano era che il nuovo visitatore celeste
sembrava chiaramente diventare sempre più grande e luminoso. Betty lo
osservò a lungo senza dir nulla a suo marito, impegnato nella guida. Alla
fine, poiché la strana luce persisteva, Betty attirò l’attenzione di Barney,
che rallentò un poco e si sporse dal finestrino di destra per osservarla.
“Quando la guardai per la prima volta”, disse Barney Hill più tardi
“non mi sembrò niente di particolarmente insolito: pensai che eravamo
abbastanza fortunati da poter scorgere un satellite così distintamente:
senza dubbio doveva aver deviato dal suo corso, ed era entrato nell’orbita
della Terra. Era piuttosto lontano, nel senso che sembrava una stella, ma
in movimento”.
Essi proseguirono, dando spesso un’occhiata all’oggetto luminoso, ma
non riuscivano a capire se veramente si muovesse, o se fosse il
movimento dell’auto a dar l’impressione che si spostasse: l’oggetto
scompariva dietro gli alberi, o dietro la cima di una montagna, poi
ricompariva quando l’ostacolo era superato. Delsey, il cane, stava
diventando irrequieto, e Betty osservò che sarebbe stato meglio farlo
uscire un momento e approfittare della fermata per osservare meglio lo

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strano fenomeno. Barney, un appassionato di apparecchi aerei, che spesso
portava i suoi due figli (nati da un precedente matrimonio) ad assistere ai
decolli e agli atterraggi degli acquaplani “Piper Cub” sul lago
Winnipesaukee, era d’accordo sulla sosta, e arrestò l’auto sul ciglio della
strada, dove si godeva di un discreto campo visivo.
Guardando i boschi vicini, Barney, che a volte si preoccupava per
nulla, notò che bisognava far attenzione agli orsi, abbastanza numerosi
nella zona, ma Betty, che si lasciava di rado emozionare si mise a ridere,
mise il collare a Delsey e prese a passeggiare con il cane lungo la strada.
In quel momento si accorse che la stella, o la luce, o qualunque cosa fosse
nel cielo settembrino, si stava muovendo, senza ombra di dubbio; passò il
guinzaglio di Delsey a Barney che l’aveva raggiunta, e tornò in macchina:
tirò fuori un binocolo “7x50”, che si erano portati dietro per ammirare i
paesaggi durante la vacanza, soprattutto per la cascata del Niagara che
Betty non aveva mai visto, e mise a fuoco l’oggetto osservandolo
attentamente. Barney si era convinto che la luce era in movimento, ed era
certo che si trattasse di un satellite disperso.
Ma quello che avrebbero visto di lì a poco doveva cambiare per sempre
la loro vita, e, come qualcuno ha osservato, doveva cambiare l’intero
corso della storia umana.
Quel viaggio di vacanza era stato un’idea di Barney. Da un po’ di
tempo gli era stato assegnato il turno di notte all’ufficio postale di Boston,
dove lavorava come assistente alle spedizioni; gli piaceva il lavoro, ma
non il tempo che impiegava per spostarsi in macchina ogni notte da
Portsmouth a Boston, 100 chilometri solo all’andata: lo stancava
soprattutto il tragitto a tarda notte, quando doveva iniziare a lavorare,
senza un autobus o un treno disponibili a quell’ora. La fatica di quel
viaggio di 200 chilometri ogni giorno era stata la causa del peggioramento
della sua ulcera, per la quale era in cura da un medico.
Cominciò ad accarezzare l’idea di un viaggio la sera del 14 settembre,
mentre si stava recando a lavorare. Fra poco Betty avrebbe avuto una
settimana di vacanza, e veramente ne aveva bisogno, perché il suo lavoro
come assistente sociale per l’infanzia la portava ad occuparsi fino a 120
casi contemporaneamente ed era un incarico estremamente pesante.
Fortunatamente, Barney avrebbe potuto prendere un periodo di vacanza e
riposare un poco, mentre aspettava i risultati degli esami radiografici che
aveva fatto recentemente per la sua ulcera. Più ci pensava, quella notte, e

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più l’idea lo attraeva. Se la figurava, mentre lavorava come al solito,
controllando circa 40 operai che smistavano la posta secondo il codice
delle varie città o delle zone di Boston. Gli impiegati, a turno, mettevano
la posta su un nastro trasportatore, dove altri continuavano il lavoro
passando i sacchi di posta ai montacarichi, perché fossero inoltrati.
Barney, con un Quoziente di Intelligenza di 140, avrebbe potuto dedicarsi
ad un lavoro ben più complesso, ma come tanti impiegati alle poste
trovava che la routine frustrante di quel lavoro fosse compensata dai
vantaggi di un impiego nell’amministrazione pubblica. Inoltre, questo
lavoro regolare lasciava un ampio margine al suo impegno sociale, le cui
soddisfazioni lo ripagavano ampiamente del tempo che vi dedicava.
Schizzò fuori dall’ufficio di Boston alle sette e mezza quella mattina, e
scese in macchina a Portsmouth, contava di fare una sorpresa a Betty; e la
sola idea di partire lo rilassava. Anche se il duro inverno del New
Hampshire sarebbe sopraggiunto fra breve, per ora le strade erano ancora
sgombre e in buone condizioni, senza molto traffico: insomma, l’ideale
per un viaggio di piacere.
Decisero le tappe del loro viaggio quella stessa mattina, bevendo il
caffè, perché Betty aveva subito accettato l’idea. Ma nel loro bilancio, i
soldi del viaggio rappresentavano un problema. Barney soprattutto era
dispiaciuto che i suoi due figli non potessero seguirli, perché col suo
secondo matrimonio avevano raggiunto un’ottima sistemazione; infatti
Betty e i ragazzi si erano spontaneamente affezionati l’uno all’altro (un
fatto che Barney attribuiva bizzarramente alla bravura di Betty in cucina).
La soluzione del problema di un matrimonio misto era stata semplice:
Betty era tanto fiera del suo liberalismo, quanto delle sue origini del New
England. Una volta aveva scritto in un tema: “Nella mia famiglia, sembra
esserci la convinzione che scopo della vita di ognuno è quello di colmare
la distanza fra il passato e il futuro; su questo ponte tutto il passato,
negativo o positivo, scorre verso il futuro ad influenzarlo, ed il futuro del
mondo dipende dalla peculiarità e dalla forza del ponte”.
In tutta la storia della sua famiglia, secondo Betty, molte persone si
erano battute per cause impopolari: il ramo dei Dow, che era Quacchero,
nel 1662 fu attaccato, battuto e cacciato da Salisbury, nel Massachusetts,
privato delle sue proprietà, e le sue case furono bruciate. Poco prima della
Guerra Civile, i Dow erano attivi abolizionisti, contro la schiavitù, ed
erano con John Greenleaf Whittier quando la sua stamperia fu bruciata

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dalla cittadinanza di Amesbury, nello stesso stato.

“Il più grande giorno della mia vita”, confessò Betty una volta, “fu
quando imparai a leggere: i miei giorni di noia erano finiti”. Era una
scolara brillante, nella piccola scuola che frequentava a Kingston nel New
Hampshire: con una sola maestra per sei classi, Betty era libera di
progredire secondo le sue capacità. Si ricorda di aver spiegato ai ragazzi
di quarta le divisioni quando era in terza, e vinceva tutte le gare di
ortografia, di recitazione, e tutti i premi disponibili. Era una bambina
energica, a volte noiosa, sempre alla ricerca di modi di guadagnare un po’
di denaro: raccoglieva primule, fragole di bosco, lamponi e mirtilli per
venderli con ottimi guadagni. Era così appassionata alla lettura che sua
madre le impediva di leggere più di un libro al giorno. Quando Betty
aveva undici anni, nel periodo cruciale della grande Depressione, sua
madre ruppe le tradizioni di famiglia andando a lavorare in fabbrica,
dapprima solo a metà giornata e come provvedimento temporaneo, perché
il padre di Betty si era ammalato, i risparmi si erano dissolti, e l’eredità di
sua madre era stata loro tolta con degli imbrogli. Ma gli organizzatori dei
sindacati si muovevano nelle città industriali del New England, e sua
madre, una signora della rigida “aristocrazia” del New England, fu vinta
alla loro causa. Divenne un’organizzatrice, guidò scioperi, e divenne un
membro del Consiglio Esecutivo del Sindacato; Betty era fiera di sua
madre, quando la vedeva nei picchetti, e preoccupata per i possibili
attacchi di provocatori o per un arresto. In quel periodo a tavola non si
brontolava per il cibo, ma per le continue discussioni fra uno zio che
aiutava ad organizzare il CIO {3} a Lynn, un amico di famiglia che
lavorava nello stesso senso a Lawrence, e la madre di Betty che era
nettamente per l’AF of L. {3} Tutto questo era molto eccitante per la
giovane Betty, insieme con gli scioperi, le elezioni e le celebrazioni. Suo
padre, che lavorava nel calzaturificio di uno zio, rimaneva stoicamente
neutrale.
L’esperienza di Betty con gente di colore era limitata: ce n’era nel New
Hampshire, ma quando lei era ancora piccolina, di fronte a casa sua
viveva una coppia mista, e Betty era stata influenzata dai commenti
malevoli dei suoi compagni di scuola nei confronti della moglie, che era
nera. Più avanti sua madre la colpì molto spiegandole che anche se molte
persone erano ostili alla gente di colore, questo atteggiamento era

19
sbagliato, perché i neri erano persone come tutte le altre: se Betty avesse
sentito qualcuno che parlava male di loro, avrebbe dovuto difenderli senza
esitare.
E lei lo fece. Al secondo anno di università, dove Betty era entrata nel
1937, si iscrisse ad un college una ragazza nera di Wilmington, nel
Delaware, con grande costernazione delle autorità accademiche e degli
studenti. Alla fine degli anni ‘30, l’integrazione era un problema anche
nell’università di stato del nord. Betty trovava Ann sola in un angolo della
sala di ricreazione, ignorata dagli altri studenti: Betty non diceva nulla in
quei momenti, ma ribolliva dentro di sé. Se Ann se ne andava e le altre
ragazze esclamavano malignamente che avrebbe dovuto tornarsene da
dove veniva, allora Betty reagiva con forza: in una di queste occasioni,
mentre Ann stava uscendo dalla sala, Betty le si avvicinò e, di fronte a
tutte le altre, le chiese di andarla a trovare nella sua stanza. Il suo gesto fu
l’inizio dell’accettazione di Ann, ma solo dopo una dura battaglia. A volte
Betty doveva quasi trattenerla di forza dall’abbandonare l’università,
lottando con Ann per impedirle di fare le valigie. Alla fine Ann si diplomò
a pieni voti, andò ad Harvard, ed ora insegna nella facoltà di un college
del Sud.
Sebbene le ragioni del matrimonio di Betty Hill possano ricondursi in
parte all’atteggiamento mostrato in questa situazione, i loro problemi di
coppia mista sono minimi. Barney a volte si mostra preoccupato per
l’ostilità incontrata in luoghi pubblici, alberghi, ristoranti o riunioni. Ma
fra le loro conoscenze sono popolari e accettati quasi esageratamente. Il
loro imbarazzo iniziale si è dissolto rapidamente.
“Questo per me non significa niente di più del fatto che alcuni hanno
gli occhi azzurri ed altri li hanno neri”, disse una volta Barney ad un
amico. “Tutti vogliono vederci, invitarci in giro, tanto che abbiamo
dovuto limitare questa situazione, o saremmo costantemente stati di qua e
di là, senza un attimo di respiro”.
I piani del viaggio che avrebbe dovuto avere un’importanza così
determinante nella loro vita, furono elaborati velocemente con semplicità.
La loro momentanea mancanza di soldi fu in parte compensata dall’idea di
Betty di farsi prestare da amici un piccolo frigorifero portatile, così da
ridurre le spese causate da troppi pasti al ristorante. Barney, lasciando
perdere per una volta la dieta per l’ulcera, bevve un bicchiere di aranciata
e mangiò pancetta e uova sode, mentre segnava su alcune cartine stradali

20
della Gulf il percorso che avrebbero fatto. Avrebbero viaggiato senza
fretta, evitando le strade dirette, passando dalle Cascate del Niagara, poi
da Montreal, per tornare infine a Portsmouth. Mentre Betty andava a
comprare le provviste, Barney fece un pisolino per riposarsi dopo la
nottata passata lavorando.
Finirono di fare i bagagli nel pomeriggio, riempirono il frigo di
provviste e alle otto andarono a dormire, mettendo la sveglia alle quattro
della mattina dopo.
Barney, che si alzava sempre presto, fu in piedi per primo. In un attimo
Betty lo raggiunse col caffè, e cominciarono a caricare le ultime cose in
macchina. Riempiendo il bagagliaio, Barney spostò un sacco di
fertilizzanti da una parte, e sistemò le valigie intorno. Betty aveva
comprato il fertilizzante per i suoi lavori in giardino durante le vacanze, e
non faceva nessuna differenza togliere il sacco o lasciarlo dov’era. In
seguito, avrebbero visto questo semplice prodotto diventare oggetto di
particolari indagini e supposizioni.
Era una mattinata serena e frizzante, tipica del New Hampshire,
quando partirono; segnarono su un foglietto il numero indicato dal
contachilometri, solo per perdere l’annotazione dopo poco tempo, il che
era un’abitudine inveterata di Barney. Presero la statale numero 4, verso
Concord, di ottimo umore. Barney, che guidava, attaccò una rauca
versione di “Oh, what a beautiful morning”, mentre Betty sorrideva,
perché le piaceva sentire Barney cantare. Barney le sorrise in risposta.
Nessun accenno a quello che sarebbe successo: né avrebbe potuto esserci.
Un tale evento non avrebbe potuto essere assolutamente previsto né
sospettato.
L’oggetto che scorsero sulla statale numero 3 quattro notti più tardi, a
sud di Lancaster nel New Hampshire, continuava i suoi imprevedibili
spostamenti mentre gli Hill superavano Whitfield e il villaggio di Twin
Mountain. Si fermarono a tratti, molte volte, e Barney cominciava ad
essere veramente confuso: la sua sola teoria alternativa, escludendo quella
del satellite, era che l’oggetto fosse una stella, cosa che si dimostrò subito
impossibile, perché esso si muoveva cambiando la sua traiettoria in
maniera irregolare. Ad una fermata a nord della Cannon Mountain, Betty
esclamò: “Barney, se pensi che sia un satellite o una stella, sei
assolutamente ridicolo”.
Anche ad occhio nudo Barney poteva rendersi conto che aveva ragione

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lei. Adesso era sicuro che non si trattava di un corpo celeste. “Ci siamo
sbagliati, Betty”, disse, “è un aereo merci, probabilmente diretto in
Canada”. Tornò alla guida, e ripresero il viaggio.
Betty, dal suo posto, continuava a tener d’occhio il corpo misterioso: le
sembrava che diventasse sempre più grande e luminoso, e la incuriosiva
sempre di più. Barney dava un’occhiata ogni tanto dal finestrino, ma era
più preoccupato dalle macchine che spuntavano dietro le curve, che si
erano fatte frequenti. La sua teoria che fosse un aereo di linea diretto in
Canada eliminava per lui la seccatura di dover affrontare un fenomeno
inspiegabile. La strada era completamente deserta: non vedevano
un’automobile o un camion da parecchie miglia, ed erano soli nelle gole
profonde a tarda notte. In genere, la gente che vive nel nord del New
Hampshire preferisce non guidare mai di notte per queste strade, per
antiche abitudini e superstizioni. D’inverno, un corpo privato chiamato i
“Blue Angels” controlla queste strade per aiutare le macchine bloccate dal
ghiaccio o in avaria: è facile morire congelati in queste distese solitarie, e
la polizia statale non può controllare l’intero territorio con sufficiente
regolarità.
Barney cominciava a preoccuparsi, nonostante le sue supposizioni
confortanti, e sperava di incontrare al più presto una pattuglia o almeno
un’altra macchina, per fermarli e scambiare le sue impressioni.
Verso le undici si avvicinarono alla grande sagoma scura della Cannon
Mountain, che appariva lontana ad ovest, sulla loro destra. Barney rallentò
verso un’area di sosta che permetteva un’ampia visuale verso ovest, e
guardò ancora una volta verso la strana luce in movimento. Con suo
grande stupore notò che l’oggetto aveva improvvisamente deviato dalla
sua direzione verso nord, dirigendosi ad ovest e, descrivendo un circolo
completo, puntava verso di loro. Barney frenò di colpo, fermandosi
nell’area di sosta.
“Chiamala come ti pare, Barney”, disse Betty, “ma è ancora lì, ci sta
seguendo, anzi sta venendo proprio verso di noi”.
“Dev’essere un aereo”, insisté Barney. Erano fermi nell’area di sosta, e
guardavano verso la luce che s’ingrandiva a vista d’occhio. “Un aereo di
linea”.
“Con una rotta così assurda?” replicò Betty.
“Beh, allora è un Piper Cub, ecco cos’è; sarà qualche cacciatore
sperduto”.

22
“Non è stagione di caccia”, disse Betty, mentre Barney le toglieva il
binocolo di mano. “E per di più, non fa rumore”.
Nemmeno Barney sentiva un rumore, sebbene sperasse con tutte le sue
forze di udirlo.
“Potrebbe essere un elicottero”, azzardò osservandolo col binocolo.
Era certo che non lo fosse, ma era disperatamente alla ricerca di una
spiegazione razionale. “Il vento potrebbe portare il suono in un’altra
direzione”.
“Non c’è vento, Barney. Non stanotte. E lo sai benissimo”.
Con il binocolo, ora Barney poteva scorgerne la forma, che era quella
di una fusoliera, ma non aveva ali. Pareva anche che ci fossero delle luci
intermittenti alternate, sulla fiancata. Mentre Betty lo osservava al
binocolo, l’oggetto passò di fronte alla luna, delineandosi chiaramente.
Pareva formato da sottili matite luminose, di differenti colori, ruotanti
intorno ad un corpo centrale della forma di un sigaro.
Un attimo prima aveva accelerato di molto la sua velocità, poi rallentò
di nuovo mentre passava davanti alla luna. Le luci erano continue, rosse,
gialle, verdi e blu. Betty si girò verso Barney e gli chiese di guardare a sua
volta.
“Deve essere un aereo”, disse Barney, “forse un aereo militare o un
apparecchio in ricognizione. Forse si è sperduto”. Stava cominciando a
irritarsi con Betty, o comunque a riversare il suo nervosismo su di lei, che
non accettava le sue spiegazioni razionali. Una volta, molti anni prima,
nel 1957, la sorella e la famiglia di Betty avevano sostenuto di aver visto
chiaramente un UFO a Kingston, nel New Hampshire, dove vivevano.
Betty, che aveva fiducia nella sincerità e capacità di osservazione della
sorella, credette alla sua storia; Barney invece si era dimostrato scettico:
queste cose lo lasciavano del tutto indifferente. Anzi da quando aveva
sentito questo racconto si era dimostrato ancor più scettico sulla esistenza
degli UFO. Ora sentiva che, per la prima volta dopo cinque anni, Betty
sarebbe tornata sull’argomento. Ma lei non lo fece.
Accanto a loro, il bassotto guaiva e tremava. Betty passò il binocolo a
Barney, portò Delsey alla macchina, salì e chiuse la porta. Barney rimise a
fuoco l’oggetto, desiderando di nuovo il conforto di potersi confidare con
qualche altro automobilista di passaggio. Desiderava soprattutto sentire un
qualsiasi rumore: il ritmico battito di un aereo ad elica o il sibilo di un
apparecchio a reazione. Ma non c’era alcun rumore. Per la prima volta si

23
sentiva osservato, e quell’oggetto si stava proprio avvicinando, cercava di
raggiungerli. “Se è un apparecchio militare, pensava, non dovrebbe fare
questo”, e si ricordò che un paio di anni prima un aereo a reazione gli era
volato vicinissimo, rompendo il muro del suono e schiantando l’aria con
una esplosione.
Ritornando alla macchina, Barney disse a Betty che pensava che
l’apparecchio li avesse avvistati, e che stesse scherzando con loro. Cercò
di non fare capire a Betty che aveva paura, una cosa che non voleva
ammettere neanche davanti a se stesso.
Continuarono a guidare verso la Cannon Mountain, a non più di dieci
chilometri all’ora, intravedendo di tanto in tanto l’oggetto che si spostava
nel cielo, senza una rotta precisa. Sulla cima del monte, l’unica luce che
avevano visto in un raggio di molti chilometri attorno risplendeva come
un faro, dando l’impressione che segnasse la sommità della funivia chiusa
e silenziosa, o forse il ristorante lassù.
Si fermarono di nuovo, per un momento, ai piedi della montagna,
mentre l’oggetto, improvvisamente virando, spariva dietro la sagoma
scura. Nello stesso momento la luce sulla cima della montagna,
inspiegabilmente, si spense. Betty guardò il suo orologio, domandandosi
se il ristorante avesse chiuso. Non riusciva a vedere bene il quadrante alla
luce del cruscotto, ed in seguito non poté precisare bene l’ora. Se c’era
gente lassù, pensava, avevano un’ottima visuale dell’oggetto. Mentre la
macchina stava sorpassando la sagoma scura della montagna, l’oggetto
riapparve, scivolando silenziosamente in linea parallela con la macchina e
ad ovest di essa, dalla parte del Vermount. Da quella parte era più
boscoso, e più difficile tenere l’oggetto in vista mentre scivolava dietro gli
alberi. Ma era sempre lì. Si muoveva con loro. Vicino alla svolta per The
Fiume (La Gola), un luogo di attrazione per turisti, si fermarono di nuovo,
riuscendo quasi a vederlo con chiarezza, ma ancora una volta gli alberi
impedivano loro la vista. Appena dopo The Fiume passarono un piccolo
motel, il primo segno di vita che vedevano dopo molti chilometri. Il locale
era invitante, ordinato e pulito, ma Barney, che seguiva alternativamente
con gli occhi la strada e l’oggetto volante, quasi non se ne accorse. Betty
notò una insegna luminosa che portava l’approvazione della AAA, {4} e
poi vide che vi era una sola luce accesa, ad una finestra. Un uomo stava
sulla porta di uno degli edifici, e Betty pensò a come sarebbe stato facile
mettere fine a tutta questa situazione subito, semplicemente fermandosi al

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motel. Lo pensò, ma non disse niente a Barney. La sua curiosità nei
riguardi del misterioso oggetto era cresciuta ancora, ed era decisa a
saperne di più. A questo punto, il fatto che Barney volesse negarne
l’esistenza cominciava ad indispettirla. Barney, infatti aveva preso questo
atteggiamento. Egli si preoccupava della possibilità di incontrare una
macchina che sbucasse da una curva stretta, ed allo stesso tempo teneva
un occhio sull’oggetto, che si muoveva sulla strada direttamente avanti a
loro.
Quest’ultimo sembrava ora solo ad un centinaio di metri da terra, ed
era enorme. Prima era sembrato a Betty che rotasse, adesso si era fermato
e l’insieme delle luci si era mutato da varie intermittenti luci multicolorate
ad un’unica e fissa incandescenza bianca. Malgrado le vibrazioni della
macchina, Betty guardò di nuovo attraverso il binocolo.
Trattenne improvvisamente il fiato perché vide chiaramente una doppia
fila di finestrini. Senza l’aiuto del binocolo era sembrata semplicemente
una striscia di luce. Adesso appariva evidente che si trattava di un
apparecchio complicato, di enormi dimensioni, l’entità esatta delle quali
era difficile stabilire a causa dell’impossibilità di calcolare con precisione
la distanza e l’altezza da terra. Poi, lentamente, una luce rossa apparve sul
lato sinistro dell’apparecchio, seguita da un’altra simile sulla destra.
“Barney”, lei disse “non capisco perché stai cercando di non vedere
questa cosa. Ferma la macchina e guarda!”.
“Se ne sarà andata prima che ne abbia il tempo”, rispose Barney. In
verità, non ne era affatto convinto.
“Barney, devi fermarti. Non hai mai visto una cosa simile in vita tua”.
Barney guardò attraverso il parabrezza, e poteva vederlo chiaramente,
adesso: era ad una altezza di non più di una sessantina di metri da terra,
gli pareva, ed in procinto di avvicinarsi. Una curva a destra della strada
spostò l’oggetto sulla destra della macchina, ma la distanza restò uguale.
A destra, non molto a sud di Indian Head, dove un’altra scultura storica e
famosa, una testa di indiano, contempla le montagne e le valli, egli vide
due finte tende indiane poste davanti ad un parco di attrazione turistica
chiamato Natureland, adesso chiuso. Qui, d’estate, affluiscono centinaia
di ragazzini con i loro genitori, ma quella notte era deserto e silenzioso.
Barney fermò la macchina quasi in mezzo alla strada, dimenticando
nella sua eccitazione ogni problema stradale. “Va bene, dammi il
binocolo”, disse. Betty si sentì indispettita dal suo tono. Sembrava che

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volesse assecondarla.
Barney uscì, lasciando il motore acceso, e appoggiò il braccio sulla
portiera della macchina. Nel frattempo l’oggetto si era girato verso di loro
e si librava silenziosamente sopra di loro nell’aria, a non più di un isolato
cittadino di distanza, ad una altezza di non più di due alberi uno sull’altro.
Stava inclinato da una parte ed era visibile in tutta la sua forma per la
prima volta: era quella di una grossa frittella luminescente. Ma le
vibrazioni del motore gli scuotevano il braccio, confondendogli
l’immagine. Si spostò da un lato della macchina per vedere meglio.
“Lo vedi? Lo vedi?” chiese Betty. Per la prima volta il timbro della sua
voce si era alzato per l’emozione. Barney, come ammise francamente in
seguito, era spaventato. Forse, oltre alla vicinanza di questo strano e
silenziosissimo oggetto che sfidava ogni legge aerodinamica, lo
spaventava il fatto che Betty non si emozionava facilmente, di solito.
“È solo qualche specie di aereo”, disse aspramente.
“Va bene”, disse Betty. “È un aereo. Ma hai mai visto un aereo con due
luci rosse? Ho sempre pensato che ne avessero una rossa ed una verde”.
“Beh, non riesco a vederlo bene”, le rispose lui.
“La macchina mi faceva tremare il braccio”. Fece qualche passo più in
là e guardò di nuovo.
Mentre faceva questo, l’enorme oggetto — di una larghezza di
diametro paragonabile alla distanza tra tre pali telefonici lungo la strada,
come Barney lo descrisse più tardi — oscillò silenziosamente,
descrivendo un arco e portandosi direttamente dall’altra parte della strada,
a non più di una trentina di metri da lui. La doppia fila di finestrini si
vedeva ora con chiarezza.
Barney si sentiva ora preso in una morsa di paura, ma per qualche
ragione che non sa tuttora definire, si ritrovò ad attraversare la strada
verso il campo, e ad attraversare poi il campo direttamente verso
l’apparecchio.
Ora l’enorme disco stava inclinato da una parte, nella sua direzione.
Due sporgenze a forma di pinna stavano scivolando sempre più in fuori;
ognuna aveva una luce rossa in cima. I finestrini si curvavano intorno
all’apparecchio, tutt’attorno al perimetro del disco, che emanava così una
brillante luce bianca. Ancora non vi era alcun suono. Scosso, ma sempre
sotto l’irresistibile impulso di avvicinarsi al veicolo, egli proseguì
attraverso il campo, arrivando a circa 20 metri da esso, mentre

26
l’apparecchio stesso si abbassava all’altezza di un solo albero da terra.
Barney non ne valutò la grandezza con precisione, vide solo che superava
le dimensioni di un aereo di linea.
Nella macchina, intanto, Betty dapprima non si rese conto che il marito
si stava allontanando da lei. Pensava che la macchina non era stata
parcheggiata bene, nel bel mezzo della strada, anche se non c’erano curve
vicine. La macchina non era né a destra né a sinistra, era proprio a cavallo
della riga bianca tratteggiata nel centro della strada. Pensò di stare in
guardia, per vedere se si avvicinavano fari di altre macchine davanti o
dietro, per potere almeno spostare subito la macchina se dovesse apparirne
un’altra. Si preoccupò di questo per qualche momento, e poi si rese
improvvisamente conto che Barney era sparito nell’oscurità del campo.
Istintivamente, lo chiamò.
“Barney”, gridò. “Barney, dannato idiota, torna qui”. Se non si fosse
fatto rivedere entro un momento, decise che gli sarebbe andata dietro.
“Barney! Che cos’hai? Non mi senti?”.
Non vi fu risposta e Betty incominciò a scivolare attraverso il sedile
davanti verso la portiera aperta, dalla parte del guidatore.
Fuori, nel campo, vicino ad una bancarella chiusa e ad un unico
rachitico melo, Barney riportò il binocolo agli occhi. Poi restò immobile.
Dietro ai finestrini, chiaramente riconoscibili come tali, egli poteva
vedere le figure di almeno una mezza dozzina di esseri viventi.
Sembravano appoggiati contro i finestrini trasparenti mentre il veicolo si
inclinava nella sua direzione. Stavano in gruppo e guardavano
direttamente verso di lui. Aveva la vaga impressione che portassero
uniformi. Betty, ora circa a una cinquantina di metri di distanza, gli urlava
qualcosa dalla macchina, ma Barney non si ricorda di averla sentita.
Il binocolo sembrava incollato ai suoi occhi. Poi, come in risposta ad
un invisibile, silenzioso segnale, tutti i membri dell’equipaggio si
allontanarono dai finestrini spostandosi verso un grande pannello, circa un
metro al di sotto della linea dei finestrini.
Solo uno rimase lì a guardarlo, evidentemente il “capo”. Col binocolo
Barney poteva scorgere, tra l’equipaggio, il movimento di strane
appendici che eseguivano precisi movimenti su quel che sembrava un
quadro di comando nell’interno del veicolo. Lentamente l’apparecchio si
abbassò ancora, un po’ alla volta. Mentre le ali con le luci rosse si
allargavano ai lati del veicolo, un prolungamento si abbassava dalla parte

27
inferiore, forse una strada, non poteva esserne certo.
Mise più chiaramente a fuoco il binocolo sull’unica figura rimasta ai
finestrini. La sua memoria, a questo punto, lo tradisce. Per una ragione
che non è mai stato in grado di spiegare, egli era certo che stava per essere
catturato. Cercò di togliersi il binocolo, di girarsi, ma non ci riuscì. Con
una nitida messa a fuoco, ricorda di aver visto gli occhi di quel membro
dell’equipaggio che lo stava osservando. Barney non aveva mai visto
occhi simili. Sforzandosi riuscì, con tutte le sue energie, a strapparsi il
binocolo dagli occhi e corse urlando attraverso il campo verso Betty e la
macchina. Buttò il binocolo sul sedile mancando per un pelo Betty che,
sentendolo attraversare la strada di corsa stava uscendo dalla macchina.
Barney era quasi in preda ad una crisi isterica. Ingranò la prima e
schizzò giù per la strada gridando che sicuramente sarebbero stati
catturati. Ordinò a Betty di guardare fuori dal finestrino per individuare la
posizione dell’apparecchio. Lei tirò giù il vetro e guardò fuori. L’oggetto
era sparito. Allungando il collo guardò sopra la macchina. Non vedeva
assolutamente niente. Lo strano veicolo non era in vista. Ma non si
vedevano neanche le stelle, che pochi minuti prima brillavano così
chiaramente nel cielo. Barney continuava ad urlare che era sicuramente
sopra di loro.
Betty guardò di nuovo, ma non scorgeva che il buio più completo.
Guardò dal finestrino posteriore e non vide niente — solo le stelle che si
potevano scorgere da quel punto.
Poi, improvvisamente, si sentì uno strano rumore intermittente, come
un suono elettronico, che sembrava far vibrare la macchina. Aveva un
ritmo irregolare — bip, bip — bip, bip, bip — che sembrava venire dal
dietro della macchina, in direzione del portabagagli.
“Che cos’è quel rumore?” chiese Barney.
“Non lo so”, rispose Betty.
Incominciarono entrambi a sentire una strana sonnolenza che li
avviluppava con una sensazione di formicolio. Da quel Momento una
specie di nebbia offuscò le loro menti.
Un po’ di tempo dopo, non erano sicuri quanto dopo, il rumore
intermittente si ripeté. Erano coscienti solo del fatto che vi erano state due
diverse fasi di suoni intermittenti, separate da un intervallo di tempo del
quale non avevano un’idea, come non avevano idea di ciò che era
accaduto, né del tempo trascorso. Aumentando il volume della seconda

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fase di suoni intermittenti, tornarono lentamente coscienti. Erano ancora
in macchina e la macchina si muoveva, con Barney al volante. Erano muti
e come in trance. Dapprima viaggiarono in silenzio, guardando la strada
per vedere dove si trovavano; da un’insegna capirono di essere nei
dintorni di Ashland, ad una ventina di chilometri a sud di Indian Head,
dove avevano sentito per la prima volta il suono misterioso. Ripensando
poi a quei primi momenti di ritorno in sé, Betty ricorda vagamente di aver
detto: “Adesso ci credi ai dischi volanti?” ed egli ricorda di aver risposto:
“Non essere ridicola! Certo che no!”
Ma nessuno dei due ricorda altri dettagli all’infuori di questi, fino al
momento in cui arrivarono alla nuova strada statale U.S. 93.
Non molto tempo dopo che avevano imboccato l’autostrada, Betty
improvvisamente si riebbe da quello stato di stordimento ed indicò un
cartello stradale su sui era scritto: CONCORD-17 MIGLIA. “Ecco dove
siamo, Barney”, disse Betty. “Ora lo sappiamo”.
Anche Barney ricorda che a quel punto la mente gli si schiarì. Non
ricorda neanche di avere avuto alcuna preoccupazione per quei 20
chilometri fra Indian Head ed Ashland, dei quali pareva non ricordare
nulla.
Continuarono verso Concord, parlando poco. Però decisero che
l’esperienza fatta ad Indian Head era così strana ed incredibile che non ne
avrebbero parlato con nessuno. “In ogni caso, nessuno ci crederebbe”,
disse Barney, “ci credo a malapena io”.
Betty era d’accordo con lui. Vicino a Concord cercarono un posto dove
bere un caffè, ma era tutto chiuso. Ancora storditi e senza avere voglia di
parlare proseguirono, girando a destra sulla statale numero 4, viaggiando
attraverso lo stato verso l’oceano e Portsmouth.
Proprio fuori di Portsmouth, si accorsero che l’alba tingeva il cielo
verso est. Passando per le strade della città ancora addormentata, non si
vedeva un’anima viva. Però gli uccelli stavano già cinguettando, ed era
quasi giorno quando arrivarono a casa. Barney guardò l’orologio, ma si
era fermato, e poco dopo, quando Betty guardò il suo, si accorse che
anche quello era fermo. In casa l’orologio della cucina segnava le cinque
appena passate. Barney disse, “Sembra che siamo arrivati a casa più tardi
di quello che pensavamo”.
Betty portò fuori Delsey per fargli fare un giretto, mentre Barney
scaricava la macchina. Il cinguettio degli uccellini faceva da sfondo ai

29
pensieri di Betty sulla notte trascorsa, che ancora l’ossessionava. Anche
Barney era assorto nei suoi pensieri. Parlavano poco. Per una ragione che
non seppe definire, Betty gli disse di posare i bagagli nell’ingresso
posteriore della casa, invece di farglieli portare in casa direttamente.
Barney lo fece, e poi uscì per scaricare il resto della macchina.
Prendendo in mano il binocolo, notò per la prima volta un particolare
fuori dal normale: la cinghia di pelle che portava attorno al collo quella
notte era stata da poco tagliata di netto.
Da Concord in avanti, mentre viaggiavano in silenzio, sia Betty che
Barney avevano osservato il cielo ad intervalli regolari, chiedendosi se lo
strano oggetto sarebbe riapparso. Anche dopo che furono entrati in casa,
una costruzione rossa su un piccolo pezzo di terra a Portsmouth, si
trovarono ad osservare ogni tanto il cielo attraverso le finestre. Si
sentivano entrambi stranamente silenziosi. Prima di prendere un caffè,
Barney andò in bagno si esaminò l’addome, che gli dava fastidio per una
ragione che non sapeva spiegarsi. Dopo due anni non poteva ancora capire
perché lo avesse fatto. Uscito dal bagno, ripensarono insieme a quello che
era successo, e decisero ancora una volta di non parlarne con nessuno.
Dell’ultima parte del viaggio avevano un ricordo molto vago; non
ricordavano nulla del tratto fra Indian Head ed Ashland, ed avevano
qualche ricordo confuso di essere passati da Plymouth appena dopo che
avevano udito i suoni intermittenti per la seconda volta. Barney era
sbalordito e confuso dall’assenza completa di rumore dell’apparecchio.
Cercava di catalogarlo come un velivolo conosciuto, nonostante la sua
apparenza completamente al di fuori del normale, e la sensazione che
aveva loro dato di appartenere ad un altro mondo.
Ricordavano due serie ben distinte di suoni intermittenti, ma il periodo
di tempo compreso fra i due momenti sfuggiva loro completamente.
Betty, con l’aiuto di una tazza di caffè forte, ricordò vagamente alcuni
particolari di ciò che era successo subito dopo Indian Head. Si ricordava
di aver visto un segnale stradale che divideva le città di Lincoln e di North
Woodstock, ma era un ricordo incompleto che non riusciva a collegare
con il resto. Ricordava di avere passato un negozio nella cittadina di North
Woodstock, ma anche questa era un’impressione staccata dal resto.
Entrambi ricordavano molto vagamente una grossa sagoma a forma di
mezzaluna sotto dei pini, che sembrava toccare la strada, reggendosi su
una punta. Betty, facendo uno sforzo per ricordare, credeva che Barney

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avesse lasciato la Strada 3 con una stretta curva a sinistra, ma non sapeva
in alcun modo individuare dove questo avesse avuto luogo. Quando
avevano visto l’oggetto a forma di luna, Barney ricordava vagamente di
aver detto a Betty: “Oh no! Un’altra volta no!”.
Betty rammenta la sua reazione quando Barney si rifiutò di ammettere
che poteva essersi trattato di un UFO: aveva pensato: “Barney è fatto così.
Se una cosa lo spaventa, o se non gli piace, si convince semplicemente
che non è mai avvenuta”. E Barney questo, fino ad un certo punto, lo
ammette. Entrambi erano d’accordo sul fatto che avevano ripreso piena
conoscenza arrivati al cartello sulla U.S. 93, che segnalava 17 miglia per
Concord. Prima di quello, un altro ricordo ritornava alle loro menti:
un’immagine frammentaria delle strade scure di Plymouth, a circa cinque
chilometri a nord di Ashland, dove si accorsero della seconda serie di
suoni intermittenti.
“Quando arrivammo a casa”, disse Barney più tardi, “e Betty uscì e
portò il cane a fare un giretto, io uscii dalla macchina ed incominciai a
scaricarla. Betty disse che voleva che gettassi via la roba che era rimasta
nel frigorifero e che mettessi il resto delle cose fuori casa. Io non vedevo
il momento di avere finito, misi tutto sulla veranda posteriore per potere
andare in bagno dove, con l’aiuto di uno specchio, mi esaminai in tutto il
corpo. E non so, non sapevo perché in quel momento, ma mi sentivo
sporco. Uno sporco diverso di quello che solitamente si accumula in
viaggio. Mi sentivo un po’ unto. Betty ed io andammo entrambi alla
finestra, e poi andai ad aprire la porta del retro e guardammo in su verso il
cielo. Andai in camera da letto e mi guardai attorno. Non so descriverlo,
ma era come se sentissi una presenza. Non che la presenza fosse lì con
noi, ma qualche cosa di molto strano era accaduto”.
Si buttarono sul letto subito, dopo una breve colazione, ed il loro sonno
fu sereno. Speravano che l’incidente sarebbe presto stato dimenticato,
lasciando fra i loro ricordi solo quanto bastava per avere qualche aneddoto
interessante da raccontare in futuro. Non sapevano che questa avventura
avrebbe influenzato le loro vite profondamente, per molti anni ancora.

31
CAPITOLO II

Erano quasi le tre nel pomeriggio quando si svegliarono. Il loro sonno


era stato pesante e privo di sogni, ed il fatto di trovarsi a casa, lavati e ben
riposati, dava loro un senso di sollievo notevole. Barney, stando supino
con gli occhi aperti, incominciò ancora una volta a ricordare la strana
esperienza della notte prima. Più di tutto lo sconcertava e lo sorprendeva
rammentare che l’apparecchio non aveva emesso alcun suono per tutta la
durata del loro lungo incontro, oltre alla completa assenza di
caratteristiche che potessero riferirsi ad apparecchi conosciuti. Si
rammaricava amaramente di non avere incontrato nessun camion o
poliziotto statale, così da poter scambiare con loro le sue impressioni sul
fenomeno. Aveva ancora la vaga sensazione di sentirsi intorno una
presenza del tutto impalpabile. Aveva il lontano ricordo di avere
incontrato, da qualche parte durante la notte, un blocco stradale, ma
quest’impressione era sfocata ed incerta. Il momento del ritorno delle sue
facoltà di percezione, dopo avere sentito lo strano suono, incominciò,
molto lentamente, ad affiorare alla sua mente. Prima che il suo cervello si
fosse del tutto schiarito ebbe un altro lampo di comprensione — ricordò di
avere lasciato la Statale 3 per immettersi nella 104, e avvicinarsi così alla
superstrada per Concord. Ma l’insegna con scritto — “CONCORD-17
MIGLIA” — restava sia per lui che per Betty come il simbolo del loro
ritorno alla normalità. Quel pomeriggio, mentre stava sdraiato nel suo
letto, pensava che, se lui e Betty avevano parlato così poco nell’ultima
parte del viaggio, questo era dovuto al fatto che erano, o per lo meno lui
era, in leggero stato di shock. Scartò velocemente l’immagine di quelle
figure che aveva visto a bordo del velivolo: a queste non voleva
assolutamente pensare.
Al risveglio di Betty, i pensieri di ciò che le era accaduto la sera prima

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cancellarono ogni altra cosa dalla sua mente. Non riusciva a pensare che a
quel loro viaggio, ed all’esperienza incredibile che avevano avuto.
Per il resto della giornata girò scuotendo la testa per l’incredulità. Una
delle prime cose che fece quel pomeriggio, quando si alzò (non seppe mai
il perché), fu quella di prendere il vestito e le scarpe che aveva indossato
la sera prima e di metterle in fondo al suo armadio. Non li ha mai più
portati.
Barney, quando si alzò, andò dove aveva riposto i suoi abiti del giorno
prima e si stupì di notare che la parte superiore delle sue lucide scarpe
nuove era malamente graffiata. Restò un momento sorpreso nel vedere
quanti ricci di campo erano attaccati ai risvolti dei pantaloni ed alle calze,
poi si ricordò di avere attraversato quel campo solitario a Indian Head.
Barney, che è particolarmente accurato nel vestire, non capiva perché le
scarpe fossero così mal conciate sulla parte superiore. Giunse finalmente
alla conclusione che, nell’attraversare il campo, aveva in qualche modo
raschiato le scarpe su dei sassi, ma non sapeva come, e non ci pensò più.
Più tardi ne scoprì la probabile causa.
L’improvviso ricordo di ciò che era accaduto nel campo vicino a
Indian Head lo spinse ad andare alla porta sul retro e scrutare un’altra
volta il cielo. Gli pareva di essere in attesa di qualche cosa, ma non sapeva
spiegarsi di che. Si sforzava di ricordare che cosa era accaduto dopo che si
era portato il binocolo agli occhi e quando era corso alla macchina; ma
non ci riusciva. Non riusciva a superare quel punto.
Mangiando un boccone dopo il loro risveglio, Barney ne parlò a Betty,
che insisté per sapere perché egli era corso alla macchina in preda ad una
tale eccitazione e perché era così convinto che sarebbero stati catturati.
Sua moglie voleva anche sapere come mai non l’aveva sentita, quando gli
gridava di ritornare alla macchina. Più tardi, in uno dei loro ritorni sul
luogo, scoprirono che alla distanza in cui Barney diceva di essersi
inoltrato nel campo, era molto difficile sentire qualcuno che chiamasse
dalla strada. Oltre a tutto questo, Barney incominciò ad avvertire un
inspiegabile dolore dietro il collo.
La loro decisione di non fare assolutamente conoscere l’esperienza
avuta incominciò a vacillare quel pomeriggio stesso. Barney voleva
assolutamente mantenere il massimo riserbo, ma Betty, sapendo che sua
sorella aveva avuto un’esperienza con un UFO qualche anno prima, era
ansiosa di confidarsi almeno con lei. Barney la assecondò mal volentieri,

33
era fermamente convinto che la cosa migliore sarebbe stata dimenticare
tutto l’accaduto.
Betty andò al telefono e chiamò sua sorella, sentendosi in parte
sollevata mentre raccontava l’accaduto ad una persona comprensiva. Sua
sorella, Janet Miller, abitava a Kingston, un paese vicino, con suo marito
ed i loro figli. Il marito era capo dei Boy-Scout della località, ed un
appassionato di astronomia. Cercando di mantenere la calma, Betty
raccontò i fatti della sera prima: Janet, a causa della sua esperienza
personale, non aveva riserve sulla possibilità di avvistare un UFO; si
emozionò molto e si trovò d’accordo con Betty nel supporre che la
macchina o i loro vestiti fossero stati in qualche modo esposti a radiazioni,
visto che l’oggetto si era librato liberamente sopra di loro. Fino a questo
punto la preoccupazione di Betty circa una qualche contaminazione era
stata istintiva; ora si domandava se questa sua sensazione non avesse una
base di realtà.
Janet rammentò a Betty che un loro vicino a Kingston era un fisico, e
disse che gli avrebbe chiesto come gli Hill avrebbero potuto appurare se
l’oggetto si era veramente avvicinato alla macchina. Dopo pochi minuti
Janet ritelefonò per dire a Betty che, secondo il fisico, qualsiasi normale
bussola avrebbe potuto dimostrare con certezza se la macchina era stata
esposta a radiazioni. Passandola a contatto della superficie della
macchina, un comportamento agitato dell’ago avrebbe mostrato
l’evidenza di radiazioni.
Nel sentire la telefonata, lo scetticismo di Barney aumentò. Mentre lei
correva a cercare la bussola che avevano usato nel viaggio, Barney era
deciso a non cooperare.
“Dov’è?” domandò Betty a Barney, nella sua impazienza di trovarla e
di portarla alla macchina.
“L’ho messa nel cassetto”, rispose lui.
“Quale cassetto?” chiese Betty.
Tutta questa atmosfera non stava certo aiutando Barney a dimenticare
l’accaduto per sempre. “Non lo so. Dovrai cercarla”, egli disse.
Betty era terribilmente irritata. “Grazie”, disse. “Sei di grande aiuto”.
“Ma perché vuoi la bussola?” disse lui. “Non ti serve veramente a
nulla!”
“Questo è quanto dici tu”, rispose Betty. “Tieniti il tuo punto di vista
ma dammi la bussola”.

34
Finalmente Barney si arrese e le prese la bussola. Lei uscì e trovò che
stava piovendo. Fece scivolare la bussola sulla superficie bagnata della
macchina: l’ago non sembrava avere delle reazioni particolari, ma,
avvicinandosi al portabagagli della macchina, Betty notò una cosa strana:
sparsi sulla superficie del portabagagli vi erano una dozzina e più di
cerchi, ognuno perfettamente circolare e della grandezza di un dollaro
d’argento. Erano molti lucidi, in confronto al resto della superficie del
portabagagli, come se la verniciatura fosse stata lucidata con uno
stampino tondo. Betty si ricordò che la sera prima avevano sentito degli
strani suoni intermittenti che sembravano provenire proprio dal
portabagagli, e nello stato emotivo in cui si trovava dopo avere parlato
con sua sorella, i segni rotondi trovati proprio in quel punto la
sbalordivano.
Con cura, posò la bussola su uno dei cerchietti. L’ago incominciò
subito ad oscillare. Per poco Betty non fu presa dal panico, ma riprese il
controllo e mise la bussola sul fianco della macchina, dove non vi erano
cerchi lucidi. L’ago reagì normalmente, indicando sempre la stessa
direzione. Rapidamente spostò la bussola di nuovo sul Cerchio, e di
nuovo l’ago impazzì: Betty ritornò di corsa a casa.
“Barney”, disse “devi venire fuori con me a vedere questa cosa! Ci
sono delle chiazze lucide su tutto il portabagagli della macchina e la
bussola impazzisce ogni volta che la avvicino a loro”.
Barney insistette che si stava immaginando tutto, e non voleva uscire
con la pioggia.
Nel frattempo, una coppia che aveva affittato un appartamento al
secondo piano della casa degli Hill si era fermata un momento da loro e,
notando che Betty era in uno stato di grande agitazione, chiesero che cosa
era successo. Betty, sempre alterata, raccontò la storia dell’UFO e disse
che voleva mostrare a Barney delle strane macchie e la reazione che la
bussola aveva se veniva posta su di esse. Allora Barney, di mala voglia,
uscì con loro mentre Betty ritelefonava a sua sorella per raccontarle quel
che aveva scoperto. Janet, nel frattempo, aveva parlato con l’ex capo della
polizia di Newton, nel New Hampshire, che era per caso loro ospite quel
giorno; ed egli suggerì subito che gli Hill notificassero l’incidente alla
base aeronautica di Pease, una sede del comando aereo strategico che
aveva raccolto, negli ultimi mesi, una valanga di rapporti su avvistamenti
di UFO nel New Hampshire.

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Barney ritornò nella sala dopo pochi minuti, proprio mentre Betty
riattaccava dopo la sua seconda telefonata a sua sorella.
“Come ha reagito la bussola con te?” domandò Betty.
“Come una bussola qualunque”, le rispose. “O forse, si sarà agitata un
po’ avvicinandosi alla ruota di scorta nel bagagliaio. Cose così”.
Betty lo guardò con freddezza. “Beh, perché si agitava quando
l’avvicinavi al bagagliaio?”
“Non lo so”, rispose Barney.
“Potrei capire che si agitasse se tu l’avessi avvicinata alla batteria. Ma
alla ruota di scorta? Andiamo, Barney!”.
“Oh, non lo so”, disse Barney, “forse ha qualche cosa a che fare con il
metallo. A me sembrava che si comportasse normalmente”.
“E le chiazze lucide?” chiese Betty. “Le hai viste?”
“Sì” disse Barney.
“Beh, e che dici di quelle, allora?”
“Mah, probabilmente è stato qualche cosa che è caduto sul
portabagagli”.
Betty era convinta che il marito stesse semplicemente cercando di
negare anche a se stesso, l’evidenza dell’intero accaduto, e non capiva il
perché. (In seguito Barney spiegò che l’esperienza era stata un tale incubo
per lui, così incredibile, che nutriva il folle desiderio di dimenticare tutto
l’accaduto: perciò si stava irritando molto con Betty, che insisteva
sull’argomento).
Si rifiutò ancora di cedere, quando lei gli chiese di accompagnarla
fuori per controllare insieme il fenomeno della bussola e le chiazze lucide.
La esortò a dimenticarsene, quando lei insisté che voleva seguire il
consiglio di sua sorella e chiamare la base aerea Pease.
“Va bene”, acconsentì infine. “Ma se ti decidi a chiamare la base,
lasciamene fuori”.
Betty era ossessionata dal pensiero di essere stati esposti a radioattività,
ma allo stesso tempo capiva che questa paura potesse sembrare ridicola
agli ufficiali della base. Comunque, telefonò alla polizia aeronautica della
base e, dopo aver parlato a diverse persone, finalmente trovò un ufficiale
che le chiese di dargli tutti i particolari.
Lei gli diede un resoconto schematico, perché l’ufficiale era scettico e
non molto comunicativo. Per timidezza o per imbarazzo saltò il
particolare della fila di finestrini, pensando che questo avrebbe potuto

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esporla ad ulteriore ridicolo. Raccontò, però, delle alette laterali che
parevano muoversi in fuori dall’apparecchio e delle luci rosse poste su di
esse. L’ufficiale sembrò più interessato a questo particolare e, quando
Betty spiegò che suo marito aveva visto questa parte dell’apparecchio
meglio di lei, l’ufficiale chiese di parlare con lui.
Barney era piuttosto riluttante, ma si era ormai calmato, ed infine andò
al telefono: cooperò di buon grado dando tutti i dettagli che poteva
ricordare, ma evitò di parlare delle figure che aveva visto ai finestrini. Ad
un certo punto l’ufficiale disse a Barney che gli avrebbe passato un altro
interno della base e che la telefonata sarebbe stata registrata. Né Barney
né Betty volevano essere coinvolti in una situazione così bizzarra, ma
mentre a Betty sembrava che l’atteggiamento degli ufficiali fosse di
indifferenza, Barney non era d’accordo. A lui sembrava che fossero
davvero molto interessati, ma che non tradissero mai la loro impazienza, e
che insistessero particolarmente riguardo alle luci sulle alette. Per gli
ufficiali della base, infatti, questo era un aspetto nuovo rispetto ai molti
rapporti sugli UFO che avevano vagliato.
Questa conversazione telefonica ebbe l’effetto di cambiare
leggermente l’atteggiamento di Barney. Dal suo discorso con l’ufficiale,
Barney seppe di altri avvistamenti fatti, alcuni dei quali rassomigliavano
al suo, e non si sentì più così imbarazzato al pensiero di essere considerato
un matto, dichiarando di aver visto ciò che non era in grado di spiegare.
Però entrambi si trattennero dal raccontare delle macchie lucide sul
portabagagli e Barney non disse ancora nulla delle figure che aveva scorto
dietro i finestrini. Egli pensava che questo potesse portarli a diffidare di
lui e della verità delle sue affermazioni, ed aveva già abbastanza dubbi per
conto suo. La sua preoccupazione maggiore era quella di non essere
considerato uno sciocco. Il giorno dopo, alcuni dei suoi dubbi a questo
riguardo furono fugati, quando dalla base aerea Pease gli ritelefonarono
per avere altri ragguagli. Questo gli diede una maggiore fiducia in se
stesso e nella sua esperienza, ma ancora non raccontò loro tutti i dettagli.
A telefonargli il giorno dopo fu il maggiore Paul W. Henderson della
100ma formazione bombardieri alla base aerea di Pease. Questi disse a
Barney che era stato su tutta la notte, lavorando al suo rapporto, e che
aveva bisogno di qualche altro particolare. Disse anche che forse avrebbe
ritelefonato, «ebbene dopo una seconda conversazione gli Hill non
avessero più avuto contatti con lui. Il rapporto ufficiale inviato al Project

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Blue Book (unità delle forze aeronautiche al campo Wright-Patterson
nell’Ohio, che si occupa delle migliaia di avvistamenti UFO di tutto il
paese), dimostrava che gli Hill non si sarebbero dovuti preoccupare di
essere presi in giro, telefonando alla base per riferire la loro esperienza.

RAPPORTO INFORMATIVO N. 100-1-61

La notte del 19-20 settembre tra le 20/001 e le 20/010 il signore e la signora


Hill stavano viaggiando verso sud sulla Strada 3, vicino a Lincoln (N.H.),
quando osservarono, attraverso il parabrezza della loro macchina, uno strano
oggetto nel cielo. Lo notarono per la sua forma e per la diversa intensità della
luce che emanava in confronto alle stelle. Al momento il tempo ed il cielo
erano sereni.

A. Descrizione dell’oggetto

1. Fasce continue di luce: sempre a forma di sigaro malgrado i cambiamenti di


direzione. (Gli Hill non ricordano se dissero che, da vicino, l’oggetto aveva la forma
di un disco).
2. Dimensioni: da principio era circa della misura di una moneta da cinquanta lire
tenuta ad un braccio di distanza. Poi, quando si trovò a circa una cinquantina di
metri sopra la macchina, appariva delle dimensioni di un piatto da tavola tenuto ad
un braccio di distanza.
3. Colore: l’unico colore evidente era quello della fascia di luci, paragonabili
all’intensità ed al colore di un filamento di lampada incandescente (vedere
riferimento alle luci di “estremità d’ala”).
(Barney, che si sentiva mosso a minimizzare tutto, aveva evitato di dare la sua vera
impressione circa la dimensione dell’apparecchio).
4. Numero: uno.
5. Formazione: nessuna.
6. Caratteristiche o particolari: vedere 1 sopra. Durante il periodo di osservazione è
parso che delle ali a forma di V, con delle luci rosse in punta, si scostassero dal
corpo centrale. Dopo poco, le ali sembrarono scostarsi ancora di più.
7. Coda, scia o scarico: nessuno visibile.
8. Rumore: nessuno oltre a ciò che è riportato nella voce D.

B. Descrizione della rotta dell’oggetto

1. Visto per la prima volta attraverso il parabrezza della macchina. Le dimensioni e la


luminosità dell’oggetto in confronto a quelli delle stelle attirò l’attenzione degli
osservatori.
2. Angolo di elevazione immediatamente notato: circa 45 gradi.
3. Angolo di elevazione alla sparizione: non determinato perché è stato impossibile
osservare l’allontanamento dell’oggetto dalla macchina.
4. Traiettoria di volo e manovre: vedere voce D.

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5. Come sparì l’oggetto: vedere voce D.
6. Durata dell’osservazione: circa trenta minuti.

C. Genere di osservazione

1. Da terra: a vista d’occhio.


2. Uso di un binocolo a volte.
3. L’avvistamento è stato fatto dall’interno della macchina, in movimento e ferma; poi
seguito da osservazione da dentro e da fuori l’auto.

D. Posizione e dettagli

(Qui si danno i ragguagli generali sull’avvistamento, incluso lo strano suono


intermittente che gli Hill descrissero all’esaminatore della base aerea come “il
suono di un diapason lasciato cadere”. Nel corso della telefonata molti dettagli
furono omessi, e tra questi le luci multicolorate che aveva visto Betty e,
naturalmente, le figure che Barney aveva visto, ma delle quali non voleva
parlare).
Il rapporto conclude: “durante una successiva conversazione con il signor
Hill, egli disse che non aveva inizialmente avuto l’intenzione di fare sapere di
quest’accaduto, ma dato che lui e sua moglie avevano veramente visto questa
cosa, avevano deciso di farne rapporto. Egli dice che, ripensandoci, tutto
l’accaduto sembra una cosa incredibile e si sente piuttosto sciocco — non
riesce a credere che una cosa simile possa essere o sia realmente accaduta.
D’altra parte, egli dice che entrambi videro effettivamente ciò che
dichiararono, e che questo dà alla cosa un certo grado di credibilità. Le
informazioni qui riportate sono state raccolte per mezzo di una telefonata tra
gli osservatori e l’esaminatore. La credibilità dell’osservatore non può essere
determinata, e, mentre sembra che la sua onestà e buona fede siano validi, ciò
non può essere effettivamente appurato”.

Nello sforzo di trovare un legame tra fatto reale e fantasia, Barney


suggerì a Betty l’idea che ciascuno di loro facesse uno schizzo della
propria impressione dell’oggetto. Betty fu d’accordo. Stando in camere
separate, ognuno abbozzò un disegno; confrontandoli ne furono
impressionati, perché erano quasi identici.
Sebbene la sua lunga conversazione con l’ufficiale della base gli
avesse ridato fiducia, Barney non credeva ancora molto agli UFO e si
preoccupava del fatto di non riuscire ad accordare ciò che aveva veduto
con la sua convinzione che una tale cosa non potesse esistere. Anche
Betty, malgrado la sua convinzione circa l’avvistamento di sua sorella e
l’inspiegabile comportamento dell’oggetto che le era rimasto per tanto

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tempo davanti, era cauta. Barney, parlandone ad un amico, disse che la
sua reazione era quella di una persona che aveva visto una cosa che non
voleva ricordare. In seguito questo fatto gli avrebbe dato fastidi,
peggiorando la sua ulcera che, fino a questo punto, stava migliorando
parecchio.
Là dove Barney si tirava indietro, Betty diventò ansiosa di
schiarimenti. Due giorni più tardi si recò in biblioteca per cercare tutto ciò
che poteva trovare circa gli UFO che, secondo lei, la stampa stava
trattando con superficialità e sufficienza. Come la maggior parte della
gente intelligente, Betty vedeva la cosa da diversi punti di vista. Prima
della sua esperienza straordinaria aveva creduto che esistesse qualche
fondamento per questi fenomeni, ma non sapeva quasi nulla dei dati
conosciuti sull’argomento. Alla biblioteca scoprì che il materiale di fondo
era poco. Però la sua attenzione fu attratta da un libro scritto dal maggiore
Donald Keyhoe, “The Flying Saucer Conspiracy”. {5} Portò il libro a casa
e lo lesse d’un fiato.
Barney, sebbene raddolcito dopo i suoi contatti con la base aerea, si
rifiutò di leggerlo. Egli attribuisce questa sua continua resistenza al
desiderio di evitare il dolore causatogli dallo shock subito. Insiste
nell’affermare che non fu per arbitrarietà o per testardaggine.
Nel suo libro il maggiore Keyhoe sosteneva che le forze aeree stavano
facendo ogni sforzo per screditare tutti gli avvistamenti di UFO, a grave
scapito di un’inchiesta scientifica. Laureato ad Annapolis e maggiore nel
corpo dei Marines, Keyhoe ebbe un ruolo decisivo nella formazione di
un’organizzazione chiamata National Investigations Committee on Aerial
Phenomena (NICAP) {6} a Washington, creata per mettere in
correlazione e per analizzare tutti gli avvistamenti di UFO conosciuti,
nello sforzo di trovare una soluzione all’enigma e per preparare il
pubblico, se necessario, ad accettare l’eventualità che gli UFO siano
apparecchi extra-terrestri di origine sconosciuta. La NICAP, come viene
chiamata l’organizzazione del maggiore Keyhoe, arrivò alla conclusione
che vi sono due possibili spiegazioni per i numerosi rapporti coerenti su
UFO fatti in tutto il mondo ogni anno: 1) allucinazioni collettive ed
apparentemente inspiegabili su scala talmente vasta che rappresentano, in
se stesse, una faccenda che richiede un urgente studio scientifico; 2)
effettiva comparsa nell’atmosfera di oggetti in movimento
apparentemente controllati. I membri della NICAP, molti dei quali sono

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eminenti scienziati, professori, tecnici, piloti ed ex pezzi grossi militari,
sostengono che la seconda ipotesi è la più ragionevole e che essa è basata
su osservazioni empiriche. Nel suo studio accuratamente documentato
“The UFO Evidence”, {7} l’organizzazione analizza 575 rapporti tecnici
ed altri rapporti di fiducia raccolti da 46 Stati degli USA, Puerto Rico,
Messico, Canada ed altri paesi in tutto il mondo. Gli investigatori della
NICAP, che lavorano su base volontaria, hanno l’incarico di documentare
ogni caso dettagliatamente con scrupolosissima cura e di contestare le
attestazioni stravaganti ed irresponsabili fatte da quella frangia di gente
folle che ha così spesso approfittato dell’argomento per farsi pubblicità o
per guadagno.
Tra i membri del consiglio d’amministrazione della NICAP sono il
dott. Charles P. Olivier, professore emerito di astronomia dell’Università
di Pennsylvania e presidente della American Meteor Society {8} J. B.
Hartranft Jr., presidente della Aircraft Owners and Pilot Association {9}
ed ex tenente colonnello nelle forze aeree dell’esercito; Dewey Fournet,
ex maggiore delle forze aeree degli Stati Uniti ed incaricato del progetto
di investigazioni sugli UFO chiamato Project Blue Book; il prof. Charles
A. Maney, capo del dipartimento di fisica del Defiance College nell’Ohio,
ed altri.
Leggendo il libro del maggiore Keyhoe, Betty acquistò fiducia nella
propria esperienza, e decise subito di scrivergli una lettera.

Portsmouth, N.H.
26 settembre, 1961
“Caro maggiore Keyhoe,
questa lettera ha un doppio scopo. Vorremmo sapere se lei ha pubblicato
altri libri sull’argomento degli ‘oggetti volanti non identificati’ dopo ‘The
Flying Saucer Conspiracy’ In caso affermativo, le saremmo grati se ci
mandasse il nome dell’editore perché non ci è stato possibile trovare altro
materiale più aggiornato sull’argomento. A questo scopo includiamo una busta
affrancata ed indirizzata per sua comodità.
Riguardo agli UFO, mio marito ed io abbiamo recentemente avuto
un’esperienza terrificante che sembra essere diversa dalle altre di cui
sappiamo. A circa mezzanotte del 20 settembre (essendo la mezzanotte tra il 19
ed il 20, Betty scelse il 20 nella sua lettera), stavamo attraversando in macchina
una zona di parco nazionale nelle White Mountains. Questa zona è desolata e
non abitata. Da principio notammo nel cielo un oggetto luminoso che
sembrava in rapido movimento. Fermammo la macchina ed uscimmo per

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vedere meglio e più da vicino, con il binocolo. Improvvisamente l’oggetto
cambiò rotta da nord a sudovest e sembrò volare in maniera molto irregolare.
Continuammo a guidare e poi ci fermammo di nuovo per guardarlo ancora,
vedendo che sembrava rotare su se stesso ed essere illuminato da una sola
parte, in modo da fare un effetto di luce balenante.
Fermammo di nuovo la macchina quando vedemmo che l’oggetto sembrava
avvicinarsi. Mentre si librava nell’aria davanti a noi, l’oggetto sembrava avere
la forma di una frittella con una fila di finestrini sul davanti attraverso i quali
potemmo vedere delle luci brillanti, bianco-blu. Improvvisamente apparvero
due luci rosse ai lati. Ormai mio marito era uscito dall’auto, sulla strada, e lo
osservava attentamente. Vide delle ali prolungarsi ai lati, e le luci rosse stavano
sulle estremità di queste ali.
Con l’avvicinarsi dell’oggetto gli riuscì di vederne l’interno, ma non molto
chiaramente. Vide alcune figure che si agitavano come se stessero facendo
qualche preparativo. Una figura ci osservava dal finestrino. Dalla distanza
dalla quale eravamo, le figure apparivano della grandezza di una matita tenuta
ad un braccio di distanza e sembravano vestite con una specie di uniforme nera
e lucida.
A questo punto mio marito fu preso da shock e ritornò alla macchina in
preda ad isterismo, ridendo e ripetendo che stavano per catturarci, e mise
subito in moto la macchina… il motore era rimasto acceso. Quando
ripartimmo, sentimmo diversi suoni ronzanti e intermittenti che sembravano
colpire il retro della macchina. Non scorgemmo l’oggetto allontanarsi, e non lo
vedemmo più, sebbene circa 15 chilometri più a sud fossimo di nuovo
bombardati da quei suoni.
Il giorno dopo facemmo rapporto ad un ufficiale dell’aeronautica, che
sembrava essere molto interessato al particolare delle ali e delle luci rosse. Non
gli parlammo però del fatto che mio marito aveva osservato l’interno, perché ci
sembrava troppo fantastico per essere vero.
Cercammo un indizio qualsiasi, che potesse esserci utile per fare ricordare a
mio marito che cosa aveva visto che lo aveva ridotto a quel punto di isterismo.
Lui non ricorda assolutamente nulla su questo punto. Ogni sforzo che fa per
ricordare lo lascia terrorizzato. L’oggetto volante era grande almeno quanto un
quadrimotore, il volo assolutamente silenzioso e la luce proveniente
dall’interno non si rifletteva per terra. Il rumore intermittente non ha causato
alcun danno apparente alla nostra macchina.
Noi siamo rimasti entrambi molto spaventati dalla nostra esperienza, ma
anche affascinati. Sentiamo il bisogno impellente di ritornare sul luogo
dell’incontro, nella speranza di riavere un contatto con l’oggetto. Ci rendiamo
conto che le probabilità sono minime ma vorremmo, comunque, trovare
ulteriori informazioni circa gli sviluppi degli studi sugli UFO negli ultimi sei
anni. Le saremmo molto grati se lei potesse suggerirci del materiale utile. Il
suo libro ci è stato di grande aiuto, e rassicurante nel farci comprendere che
non siamo stati gli unici ad avere un’esperienza così interessante ed
informativa. Sinceramente,

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firmato Mrs. Betty Hill“.

Man mano che lo studio del materiale della NICAP accresceva la sua
fiducia in se stessa, Betty Hill diventava più propensa a svelare particolari
della sua esperienza. In questa lettera parla per la prima volta delle figure
che Barney aveva descritto dentro l’apparecchio, sebbene lo avesse fatto
con molta riluttanza da parte di Barney. La capacità di Betty di dare libero
sfogo ai suoi pensieri sull’accaduto le era di grande aiuto: Barney si trovò
ad invidiarle questa dote. Egli era conscio del fatto che sopprimere questi
ricordi nella sua mente poteva essergli dannoso.
A circa dieci giorni dall’avvistamento, Betty incominciò ad avere una
serie di sogni molto realistici. I sogni si ripeterono per cinque notti
consecutive e Betty non si ricordava di avere mai avuto sogni così
dettagliati ed intensi. Per quella settimana la perseguitarono anche durante
il giorno e continuarono a tormentarla anche dopo. Ma dopo cinque giorni
i sogni smisero di colpo, per non ritornare mai più. In un certo senso
raggiunsero le proporzioni di incubi: erano così sbalorditivi e di tale
importanza che esitava anche a parlarne a Barney, che era stato al lavoro
nelle cinque notti in questione. Quando finalmente fece cenno, piuttosto
casualmente, al fatto che stava avendo una serie di incubi, Barney fu
comprensivo ma non particolarmente interessato, e lasciò cadere
l’argomento, così Betty non insisté a parlarne più. Qualche settimana
dopo avvenne un altro fatto strano che né Barney né Betty seppero
spiegare. Stavano attraversando la zona vicino a Portsmouth, in macchina,
su una strada piuttosto deserta. Davanti a loro videro una macchina
parcheggiata in modo da bloccare parzialmente la strada. Un gruppo di
persone stava intorno alla macchina e Barney incominciò a rallentare per
evitare un incidente.
Improvvisamente Betty fu presa dal terrore. Non seppe spiegare
perché, neanche a se stessa. “Barney” disse “Barney, ti prego, va avanti!
Per piacere, non rallentare! Va avanti, va avanti!” e si ritrovò ad aprire la
portiera della macchina in un impulso quasi incontrollabile di buttarsi
fuori dalla macchina e correre.
Barney fu esterrefatto e cercò di capire che cosa le capitava, ma Betty
si avvicinava ad uno stato di panico. Senza fare altre domande, Barney
accelerò quanto era possibile con tutta quella gente in mezzo alla strada, e
Betty ritrovò il suo equilibrio. La cosa che più la turbava era che non era

43
affatto nel suo carattere emozionarsi tanto: non aveva mai avuto una
simile sensazione e non ne ha mai avute in seguito. Lo shock
dell’accaduto, così inspiegabile, restò loro per molti giorni dopo, come
anche l’effetto degli incubi che Betty stava ancora avendo.
Comprendendo che Barney stava cercando di scacciare l’incontro con
l’UFO dalla sua mente, Betty evitò di discutere con lui i suoi sogni. Ma
incominciò a parlarne a qualche intima amica, ed una di queste,
un’assistente sociale, le suggerì di mettere il sogno per iscritto. Pensando
che questo potesse esserle di aiuto per la sua fissazione, Betty si sedette
alla macchina da scrivere e fece il resoconto dei sogni.
I suoi sogni erano strani, sia per il soggetto che nei dettagli: Betty
incontrava uno strano blocco stradale, su una solitaria strada del New
Hampshire, ed un gruppo di uomini si avvicinava alla macchina. Gli
uomini erano tutti vestiti uguali. Appena essi raggiungevano la macchina,
lei perdeva conoscenza per riaversi mentre la stavano portando, assieme a
Barney, a bordo di un apparecchio molto strano, dove venivano sottoposti
ad un completo esame medico da esseri intelligenti, come degli umanoidi.
Barney veniva portato giù per un corridoio che curvava attorno al veicolo,
evidentemente per essere anche lui sottoposto allo stesso trattamento di
Betty. Nel sogno venivano rassicurati che non sarebbe stato fatto loro
alcun male, e che sarebbero stati rilasciati senza un ricordo cosciente di
ciò che era accaduto. Il resoconto del sogno scritto da Betty era molto
dettagliato, con una completa descrizione dell’apparecchio, dell’esame a
cui era stata sottoposta e degli esseri umanoidi.
Questo suo scritto avrebbe avuto un ruolo di grande importanza in ciò
che avvenne due anni dopo, un ruolo che Betty non poteva immaginare
ora, nel pieno dello sconvolgimento causatole dal fatto così recentemente
accaduto a Barney ed a lei.

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CAPITOLO III

Il 19 ottobre del 1961, Walter Webb, conferenziere alle dipendenze del


Hayden Planetarium di Boston, nell’aprire la sua posta trovò una lettera
di Richard Hall, l’allora segretario ed adesso assistente-direttore della
NICAP di Washington. Come consulente scientifico per questa
organizzazione, Walter Webb aveva di tanto in tanto il compito di
investigare le segnalazioni più importanti e strane di avvistamenti di UFO
nella zona del New England, facendone in seguito un rapporto dettagliato
da mandare a Washington, qualora il caso lo meritasse. La lettera di Hall
portava una copia della lettera che Betty aveva scritto al maggiore
Keyhoe, ed esprimeva la convinzione che sarebbe valsa la pena di
percorrere i quaranta chilometri da Boston a Portsmouth, per investigare il
caso.
Webb, che poco dopo la sua laurea dall’università, nel 1956, si era
aggregato allo Smithsonian Astrophysical Observatory a Cambridge, si
era interessato agli UFO dal 1951, quando, come accompagnatore in un
accampamento di boy-scout nel Michigan, aveva fatto egli stesso un
avvistamento mentre addestrava i ragazzi nell’uso del telescopio. Sebbene
in seguito il suo lavoro consistesse nel fotografare per mesi e mesi dei
satelliti, contro uno sfondo di stelle, da una montagna vulcanica nelle
Hawaii (lavoro che aveva continuato durante tutto l’anno geofisico
internazionale), non aveva più avvistato alcun UFO. La sua esperienza lo
aveva pienamente convinto dell’esistenza di simili oggetti, ma il suo
profondo interesse non si era risvegliato completamente fino ad
un’importante serie di avvistamenti fatti nel cielo di Washington,
registrati su diversi schermi radar e confermati da osservatori competenti,
sia da terra che in volo.
Molti particolari su questo avvenimento erano stati rapidamente messi

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a tacere dall’aeronautica, così rendendo impossibile un ulteriore studio
approfondito dell’accaduto. L’avvistamento che Webb aveva fatto con i
suoi allievi era di un genere piuttosto comune nei rapporti della “NICAP”:
era una serata limpida di estate e tre membri del gruppo videro un oggetto
di colore rosso-arancio che viaggiava da est verso ovest sui monti a sud
del Big Silver Lake, nel Michigan. Dapprima pensarono che fosse un
aereo qualunque, ma la traiettoria di volo infrangeva tutte le regole
convenzionali di volo aerodinamico. L’oggetto procedeva con uno strano
moto ondulatorio, sui monti in lontananza, eseguendo un percorso a forma
di perfetta onda sinusoidale, un percorso le cui perdite e riprese di quota
disegnavano una netta linea a forma di campana sulle cime dei colli.
La prima reazione di Webb alla lettera di Richard Hall fu di riluttanza:
era chiaro che questa comunicazione parlava del movimento di esseri
viventi a bordo dell’apparecchio, e su questo genere di relazioni Webb era
molto scettico. Vi era stata nel passato un’ondata di comunicazioni di
questo genere da parte di gente molto irresponsabile, nessuno dei quali
aveva potuto presentare alcuna documentazione convincente, e che usava
parlarne molto in giro, in modo molto stravagante. Webb non aveva
alcuna intenzione di immischiarsi con gente del genere.
Arrivò a Portsmouth in macchina il 21 ottobre del 1961 senza aver
mutato atteggiamento. Egli pensava al carattere sensazionale delle loro
asserzioni, alla possibilità che gli Hill fossero in cerca di pubblicità, che
stessero macchinando un inganno o che soffrissero di qualche aberrazione
mentale. D’altra parte pensava che la lettera di Betty Hill era
estremamente coerente, il resoconto semplice ed onesto di una brutta
esperienza accaduta a due persone, così si sarebbe trattenuto dall’emettere
un giudizio fino a dopo il colloquio con loro; colloquio che, egli decise,
sarebbe stato completo e profondo, con particolare cura nel ricercare
incoerenze o contraddizioni nel racconto. Come intervistatore con una
solida base scientifica, era certo di essere in grado di indurre gli Hill a
svelare eventuali falsità nella loro storia, ed in questo caso non avrebbe
esitato a farla a pezzi.
Arrivò a casa degli Hill verso mezzogiorno. Barney si sentì sollevato,
trovandosi di fronte ad un uomo intelligente, interessato a conoscere la
verità e non propenso a ridicolizzare l’esperienza. Barney era arrivato al
punto di odiare il termine “disco volante”, sebbene il termine UFO, usato
da Webb, non lo urtasse. Inoltre, sperava di poter apprendere di più da

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Webb, di poter avere qualche specie di risposta al mistero che ancora lo
rodeva. A Betty, Webb era sembrato estremamente professionale ed
evidentemente abile nell’intervistare la gente.
Il colloquio incominciò poco dopo mezzogiorno e continuò, quasi
ininterrottamente, fino alle otto di quella sera. “Sono rimasto così
impressionato dagli Hill e dalla loro storia”, disse Webb più tardi, “che
saltammo il pranzo ed andammo avanti tutto il pomeriggio fino a sera.
Durante questo periodo li ho sottoposti ad un controinterrogatorio
insieme, separati, ed ancora insieme, ponendo le mie domande
ripetutamente più e più volte. Ho cercato di trarli in contraddizione e non
ci sono riuscito; proprio non ci sono riuscito. Il loro racconto era a prova
di bomba. Mi sembravano una coppia sincera ed onesta, che ritornava in
macchina da una vacanza, la sera tardi e su una strada solitaria quando,
improvvisamente, qualche cosa di completamente sconosciuto e non
definibile era capitato su di loro. Una cosa completamente estranea o
aliena alla loro esistenza”.
Durante il colloquio, gli Hill diedero a Webb i disegni
dell’apparecchio, che avevano fatto separatamente, e che erano così
simili. Quando il colloquio stava per finire, a Barney pareva quasi di
essere tornato a rivivere l’accaduto; si vedeva sulla strada con l’enorme
oggetto davanti. “È stato un interrogatorio lungo”, disse poi Barney nel
descrivere l’intervista con Webb. “Egli cominciò a farci domande ed a
ripassare dettagliatamente tutte le esperienze. Per prima cosa dovemmo
raccontare la storia, poi ritornare indietro sui particolari momenti
dell’esperienza, in modo da tirarne fuori tutti i dettagli. Poi io arrivavo ad
un muro, nel momento in cui giravo il binocolo sul veicolo e vedevo la
figura da vicino. E qui, come per tutte le altre volte che avevo cercato di
ricordarmi tutto, non riuscivo a superare la cortina della mia memoria.
Non riuscivo ad andare oltre, ma avevo una sensazione fredda e
soprannaturale, come vedere l’ultimo spettacolo alla televisione da solo.
{10} Mi vengono i brividi quando vedo lo spettro che cammina per la
vecchia casa ‘visitata’, e così mi venivano continuamente i brividi quando
arrivavo a quel punto del racconto, durante l’intervista con Webb ed
anche le altre volte che ne riparlai. Mi sentivo un formicolio freddo,
rabbrividivo e mi guardavo intorno per la stanza, sebbene mi trovassi al
sicuro nella mia stessa casa”.
Walter Webb aveva portato una cartina, e la usò per tracciare

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accuratamente il viaggio degli Hill con un preciso calcolo delle ore e dei
tempi. Per qualche ragione, sebbene gli Hill spiegassero dettagliatamente
il particolare delle macchie lucide sul portabagagli, si dimenticarono di
mostrarle a Webb, e Webb non si ricordò di chiedere di esaminarle.
Nessuno dei tre sa spiegare questa dimenticanza. Webb disse: “Ho cercato
di ricordare se avessi effettivamente visto quelle chiazze argentee che
dicono di aver trovato sulla macchina subito dopo l’avvistamento, ma non
ci riesco. Sono sicuro di non essere uscito per andare a guardare la
macchina, malgrado mi avessero parlato delle chiazze. Devo ammettere
che si è trattato di trascuratezza da parte mia. Un’indagine poco accurata.
Forse non credevo che ci fosse niente in queste macchie; infatti nella mia
prima relazione sul caso ho dato pochissima importanza alle macchie ed ai
rumori intermittenti. Ne ho parlato nella relazione quasi come se me ne
scusassi, in modo imbarazzante, come dire ‘ve lo riferisco, ma non so
affatto che cos’è’. E non andai oltre. Non ricordo di avere mai
controllato”.
“Se ricordo bene”, continua Barney Hill, “entrammo talmente nei
dettagli, la posizione della luna quando la vedemmo, l’identificazione
delle stelle e le condizioni del tempo, cose di questo genere, che ci scappò
di mente di portare Webb ad esaminare le chiazze”.
Alla fine della seduta, Webb propose agli Hill di tornare a rifare il
viaggio, cercando di precisare i punti esatti nei quali erano successi i vari
eventi: il posto in cui per la prima volta si accorsero dell’oggetto, le
frequenti fermatine tra Lancaster ed Indian Head, ed il punto esatto vicino
a The Fiume ed Indian Head in cui avvenne l’incontro più ravvicinato. Gli
Hill furono d’accordo e, grazie all’abilità di Webb come interlocutore,
Barney perse molta della sua riluttanza a “riaprire” la questione.
Ritornando a Boston, Webb riesaminò il caso mentalmente. Lo
impressionava molto. I suoi dubbi circa un inganno, circa le capacità degli
Hill o circa un’eventuale aberrazione, si erano dissipati. “Avevo già letto
di simili casi”, disse poi Webb, “ma questa fu la prima volta che venivo in
contatto con testimoni, evidentemente attendibili, che asserivano di avere
veduto esseri viventi sugli UFO. Certo dobbiamo essere molto cauti con
casi del genere. Estremamente cauti. Mi impressionò il fatto che gli Hill
cercassero di minimizzare gli aspetti più drammatici del caso. Non stavano
cercando di fare sensazione. Non cercavano notorietà. Volevano che io
tenessi la cosa su un piano molto confidenziale, tra noi e la NICAP. La

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resistenza completa di Barney all’idea degli UFO era molto convincente.
In un certo senso, vi erano qui due diverse personalità: Barney, la persona
più cauta, accurata, scientifica e Betty, la loquace. Ma allo stesso tempo si
poteva dire che nemmeno lei esagerasse”.
Dopo cinque giorni Webb compilò la sua relazione alla NICAP a
Washington, rivedendo l’accaduto in ogni suo minimo dettaglio ed
includendo direzioni di bussola, posizione della luna e dei pianeti, il
tempo, ed una minuziosa descrizione dell’oggetto, includendo i disegni
fatti e datigli dagli Hill.
Nel concludere la sua lunga relazione scrisse: “Dopo avere interrogato
questa gente per oltre sei ore e dopo avere, per tutto questo tempo,
studiato le loro reazioni e la loro personalità, è opinione dell’interrogatore,
che essi dicano la verità e che l’accaduto sia avvenuto esattamente come
essi hanno asserito, eccetto che per qualche piccola incertezza e
particolare tecnico, comprensibile in osservazioni che si basano su giudizi
umani (cioè, tempo e visibilità esatti dell’osservazione, reali dimensioni
dell’apparecchio e degli occupanti, distanza ed altezza dell’oggetto, ecc.).
Sebbene le loro occupazioni non qualifichino i testimoni come osservatori
tecnici specializzati, sono rimasto colpito dalla loro intelligenza,
dall’evidente onestà e dal chiaro desiderio di attenersi al fatti e
minimizzare gli aspetti più sensazionali dell’avvistamento. Il signor Hill
era stato completamente scettico in riguardo agli UFO prima di questa sua
esperienza. Infatti l’accaduto ha talmente scosso la sua ragione e la sua
sensibilità, che la sua mente non è evidentemente riuscita ad accettare
l’esperienza. Nella sua conversazione con me (e con sua moglie, dal
momento dell’avvistamento) egli incontra un blocco mentale quando parla
del ‘capo’ che lo osservava dal finestrino. Il signor Hill pensa di avere
visto qualche cosa che egli non desidera ricordare. Egli afferma di non
essere stato abbastanza vicino per discernere le caratteristiche delle figure,
e dei volti, sebbene in un altro momento parli di uno che si volta a
guardarlo sopra la spalla sorridendo, o parli del viso senza espressione del
‘capo’. È comunque mia impressione che questo vuoto mentale non abbia
una grande importanza” (in seguito questo fu seriamente contestato).
“Credo che l’intera esperienza fosse così improbabile e fantastica da
vivere, che assieme alla vera paura di essere catturato, ed alle varie paure
immaginate, la sua mente rifiutò di accettare ciò che i suoi occhi
vedevano, creando così un blocco a questa parte dell’accaduto.

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“Non occorre dire che né il signor Hill né sua moglie sono ancora
scettici circa gli UFO. Entrambi sono ora molto interessati all’argomento
e desiderano saperne di più e leggere il più possibile in riguardo. Verso la
fine del colloquio mi vennero fatte molte domande circa la possibile
natura e provenienza di questi oggetti…
“Si noterà che non vi sono stati disturbi elettromagnetici, come
inconvenienti al motore o ai fari (dei quali si parla in altre relazioni di
avvistamenti ravvicinati di UFO). Ma i suoni intermittenti, simili a segnali
in codice, provenienti dal retro della macchina (una Cabriolet del 1957)
rappresentano un particolare inspiegabile del caso. I testimoni non
notarono alcuna conseguenza fisiologica, come calore, bruciature, shock o
paralisi. Il cane che era con loro non sembra essersi mai spaventato
durante tutto il periodo dell’osservazione (gli Hill in questa seduta si
erano dimenticati di raccontare a Webb dello strano comportamento di
Delsey in diversi momenti). Non vi erano altri apparecchi nel cielo e, per
la cronaca — non che ci fosse alcun collegamento — l’avvistamento degli
Hill ebbe luogo un giorno prima che le bufere provocate dall’uragano
Esther colpissero il New England.
“Gli Hill abitano a Portsmouth, nel New Hampshire. Barney che ha
trentanove anni, è impiegato in un ufficio postale di Boston,
Massachussetts (South Station) e Betty, che ha quarantun anni, è
assistente sociale per l’infanzia e lavora per l’ufficio di assistenza
pubblica del New Hampshire.
“Negli ultimi anni il New Hampshire è stato teatro di molti
avvistamenti UFO. Per esempio, nel 1960 la NICAP ha registrato sette
avvistamenti, sei dei quali nelle zone delle White Mountains e
specialmente intorno a Plymouth. Di speciale interesse sono stati gli
oggetti rossi a forma di sigaro visti in aprile — due volte da Plymouth (il
15 e il 16) ed una volta da West Thornton (il 28). (Vedere il Bollettino
Speciale della NICAP del maggio 1960, pagina 4). Un altro ‘sigaro’ è
stato visto nella stessa zona, vicino a Rumnev, il 24 agosto (vedere il
modulo di comunicazione della NICAP sul caso).
“Circa otto anni fa, la sorella della signora Hill, Janet, andando in
macchina da Kingston (N.H.) a Havervill (Mass.) sulla Statale 125, vide,
vicino a Plaistow (N.H.), un grosso oggetto luminescente nel cielo ed altri
corpi più piccoli che vi giravano intorno. Corse verso una casa e chiamò
fuori gli abitanti per mostrar loro la strana apparizione. Tutti videro gli

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oggetti più piccoli entrare in quello più grande, che poi ripartì”.

firmato W. N. Webb
10-26-61

Il 2 novembre 1961, Webb scrisse agli Hill per ringraziarli della loro
collaborazione e per dire loro che aveva inoltrata la sua lunga relazione
alla NICAP. Nessuno dei tre poteva allora sapere che ci sarebbe stata
un’altra relazione fatta da Webb, molto più completa, che avrebbe
superato la prima di gran lunga per importanza ed interesse.
Circa un mese dopo che Walter Webb ebbe archiviato la sua relazione,
Robert Hohman, un autore di opere scientifiche e tecniche per una delle
prime industrie elettroniche del mondo, e C.D. Jackson, un ingegnere suo
superiore della stessa società, andarono a Washington per assistere al XII
International Astronautical Congress (XII Congresso Internazionale di
Astronautica), secondo la normale routine del loro lavoro.
Entrambi stavano occupandosi di un importante progetto sul
programma spaziale, e stavano preparando un incartamento riguardante
importanti scienziati sperimentalisti del passato: Nikola Tesla, David
Todd e Marconi, il padre della radio. L’incartamento doveva prendere in
esame i risultati scientifici raggiunti da questi uomini, ed essere una
risposta alla domanda posta dalla “Direzione delle Ricerche e
Progettazione per la Difesa” (Office of the Director of Defence Research
and Engineering): “Quali ricerche si stanno facendo per stare al passo con
il progresso scientifico del passato… per evitare un’inutile ripetizione di
sforzi?”.
Il documento poneva in evidenza, attraverso ragionamenti e deduzioni
scientifiche, il fatto che Tesla, Todd e Marconi avevano studiato alcuni
dati di laboratorio e relativi fenomeni che suggerivano la possibilità che
essi stessero intercettando delle comunicazioni interplanetarie nel periodo
dal 1889 al 1924. Inoltre, esattamente nello stesso periodo, il teorico russo
Konstantin Tsiolkovsky teorizzò un modello di intelligenza indipendente
da influenze terrestri. Il documento esaminava la possibilità che in quel
periodo ci fossero dei segnali radio costanti provenienti da Tau Ceti, un
corpo astrale a distanza di circa 11,8 anni luce.
In qualità di tecnici impiegati in campi scientifici di avanguardia sia
Jackson che Hohman si interessavano ai dati che la NICAP stava

51
ammassando sull’argomento degli UFO, e fecero in modo di avere il
maggiore Keyhoe a colazione durante il periodo del congresso
astronautico. Parlando con il maggiore, Hohman fece cenno al fatto che
non aveva più sentito parlare di molti avvistamenti di UFO negli ultimi
tempi, e si domandava perciò se non fosse in effetti diminuita la frequenza
con la quale si verificava questo fenomeno. Il maggiore Keyhoe, allora,
parlò della lettera che la NICAP aveva ricevuto dagli Hill: si trattava di
uno dei casi più interessanti degli ultimi mesi. Hohman e Jackson furono
immediatamente interessati, ma la storia sembrava loro così incredibile
che l’accettarono con cautela. D’altra parte, la possibilità che vi fosse del
vero nel racconto eccitava la loro curiosità ed il loro desiderio di fare
indagini, in modo aperto e senza pregiudizi.
Discussero l’idea per diverse settimane e poi, finalmente, si misero in
contatto con Walter Webb, che aveva da poco terminato la sua relazione.
Questi mandò loro una copia di questa, che i due studiarono attentamente.
Conoscendo la cura di Webb per la massima precisione e veridicità,
rimasero molto impressionati: la testimonianza di Webb sul carattere e la
serietà degli Hill li spinse ad occuparsene senza indugi. Il 3 novembre del
1961 scrissero agli Hill:

“Gentili Signor e Signora Hill:


Questa lettera ha lo scopo di presentarvi il signor C. D. Jackson e me stesso.
A noi interessa approfondire l’esame sull’avvenimento del 19-20 settembre del
1961… Siamo venuti a conoscenza della vostra esperienza per mezzo del
maggiore Donald Keyhoe, con il quale siamo venuti recentemente in contatto
in occasione del XII Congresso Internazionale di Astronautica svoltosi a
Washington il 4-5 ottobre del 1961; e, più specificamente, per mezzo del
signor Webb, rappresentante della NICAP nella zona di Boston.
Sebbene il nostro interesse principale in materia sia quello di cercare di
stabilire l’origine di questi veicoli, in accordo con la teoria scientifica del
professore Hemann Oberth, studioso tedesco, vi è, naturalmente, anche il
desiderio di dare una spiegazione globale a tutto il fenomeno. La vostra recente
esperienza potrebbe esserci di aiuto a questo riguardo.
Il signor Jackson ed io vorremmo farvi visita, quando e dove può esservi
comodo. Siamo persone serie, facciamo parte di una delle principali società
americane di ingegneria elettronica ed il nostro colloquio sarebbe del tutto
obiettivo. Essendo a conoscenza della maggior parte delle documentazioni
(militari) non ufficialmente classificate su quest’argomento, risalenti fino al
1947, potremmo essere in grado di rispondere a vostre eventuali perplessità,
proseguendo allo stesso tempo con le nostre indagini sull’argomento.
Per vostra conoscenza, noi potremmo visitare Portsmouth, New Hampshire,

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durante la settimana del 13 novembre 1961, preferibilmente il 18 o 19 di quella
settimana.
Sinceramente,

firmato Robert E. Hohman”

Fu possibile a Hohman e Jackson incontrarsi con gli Hill solo una


settimana dopo la data suggerita, e quindi il 25 novembre arrivarono per
ascoltare il resoconto della strana esperienza.
In quel periodo era in visita agli Hill il maggiore James McDonald, un
ufficiale del Servizio Informazioni dell’Aeronautica, che si era
recentemente ritirato dal servizio attivo e che era un caro amico degli Hill.
In seguito, nel 1962, Barney e Betty Hill avrebbero fatto da testimoni al
suo matrimonio con una delle migliori amiche di Betty, che era anche sua
collega nel lavoro di assistente sociale. Inoltre, quando la NICAP fece
ulteriori indagini sul carattere e la fidatezza degli Hill, il maggiore
McDonald li raccomandò senza riserve.
Tutto il gruppo — Betty e Barney Hill, Robert Hohman, C. D. Jackson
ed il maggiore McDonald — discusse a lungo, incominciando la seduta a
mezzogiorno e proseguendo fino a quasi mezzanotte.
Gli Hill rimasero impressionati dall’atteggiamento serio e
professionale di Hohman e Jackson, e Barney ebbe occasione di
manifestare ancora la sua meraviglia, per il fatto che si dedicasse tanta
attenzione ad un argomento sul quale egli nutriva ancora dei vaghi dubbi,
malgrado la sua esperienza traumatica. Hohman e Jackson indagarono su
molti aspetti del caso che rendevano Barney perplesso, ad esempio,
posero una serie di domande circa la presenza di nitrato o prodotti derivati
dal nitrato nella macchina, al momento dell’accaduto. “L’unica cosa che
potevo ricordare, in qualche modo collegata con il nitrato” disse Barney in
seguito, “era la polvere da sparo. Avevo circa una dozzina di cartucce da
fucile nella macchina; il residuo di un viaggio al sud nella fattoria di mio
zio, dove mi ero divertito a sparare a dei barattoli vuoti; ma a parte questo
non riuscivo a ricordare altro. Loro facevano una simile domanda, ci
dissero, perché molti avvistamenti erano avvenuti in zone rurali, dove la
gente era comunemente in contatto con nitrati o concimi chimici. Allora ci
ricordammo: Betty aveva lasciato il fertilizzante naturale nel bagagliaio
della macchina, prima del viaggio, ed io mi ero dimenticato di toglierlo.
Ora, chi potrebbe saperlo? Potrebbe avere un significato, o no. Era

53
interessante che ne parlassero, dal momento che noi ce ne eravamo
completamente dimenticati. E ci posero molte altre domande che mi
fecero pensare, per esempio, se avevamo delle cose nuove in macchina,
un oggetto nuovo qualsiasi, e se questo era sparito. Evidentemente erano
stati segnalati casi di avvistamenti ravvicinati nei quali era sparito qualche
oggetto acquistato da poco. Ci chiesero se era sparito qualche cosa dalla
macchina, ma siccome erano già passati due mesi dal fatto e la macchina
era stata piena di cianfrusaglie, non potevamo ricordarlo.
“Una delle domande che ci fecero fu: Perché facemmo quel viaggio?
Può sembrare una domanda inutile, ma ripensandoci, non era poi tanto
strana. Prima di tutto, non vi erano stati progetti per il viaggio. Io ero stato
a Boston durante la notte, avevo lavorato e stavo ritornando come al solito
a Portsmouth, quel giorno. Mentre ero al lavoro avevo deciso che… beh,
mi sarebbe piaciuto andare alle cascate del Niagara e poi tornare,
passando per Montreal. Betty aveva il week-end libero ed io avevo potuto
ottenere diversi giorni liberi, telefonando in direzione. Così caricammo i
bagagli in macchina quella sera stessa”.
Le dichiarazioni di Betty Hill concordano: “Fu una decisione così
impulsiva che partimmo solo con i soldi che avevamo in tasca. Sabato le
banche erano chiuse, e non riuscimmo neanche a cambiare un assegno.
Credo che tra tutt’e due avessimo meno di 70 dollari. Quindi le domande
che ci stavano facendo erano interessanti, principalmente perché non
avevamo mai pensato alla questione. Stimolarono molto le nostre ipotesi,
dicendoci che vi era una lontana possibilità che ci fosse vita su altri
pianeti come Alfa Centauri o Tau Ceti, il che ci giungeva nuovo. Le loro
domande erano così particolari che io non riuscivo proprio a capire che
rapporto potessero avere con la nostra esperienza. E l’affare dei nitrati era
interessante: a quel tempo avevo in casa ogni genere di piante, per
esempio avevo in salotto un albero di avocado che toccava il soffitto.
Loro andarono in giro a guardare tutte le mie piante e mi chiesero che
genere di fertilizzante usavo e cose del genere.
“Per tutto il tempo che rimasero qui, ricostruirono mentalmente l’intero
viaggio. Uno di loro disse: ‘Come mai ci avete messo tanto ad arrivare a
casa?’ ‘Guardate’, ci dissero ‘avete fatto tanta strada in tante ore, ecco
dove eravate’. Beh, quando dissero così mi è sembrato davvero di
crollare. Mi sono sentita in preda al terrore ed ho anche posato la testa sul
tavolo, presa dalla disperazione. Ho riesaminato tutto il viaggio,

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ricordando o cercando di ricordare quel vago momento in cui mi è
sembrato di vedere la luna rasentare la terra. Hohman e Jackson cercarono
di ricostruire le sequenze di tempo e dissero, ‘Non potete avere visto la
luna rasente alla terra in quel periodo, perché al momento
dell’accaduto…’ e sapevano a che ora la luna era tramontata quella notte.
E siccome era tramontata relativamente presto, il fatto non si collegava
con l’elemento tempo di tutto il resto. Essi suggerirono di controllare per
sapere esattamente in che punto si trovava la luna in quel momento,
perché evidentemente non era stata la luna che avevamo visto, o creduto
di vedere. Poi tutta questa storia del vuoto di tempo. Questo mi turbava
veramente…”.
“Mi avvilì improvvisamente”, aggiunse Barney da parte sua, “pensare
che mi rendevo conto per la prima volta che alla velocità con la quale di
solito viaggio, avremmo dovuto essere arrivati a casa almeno due ore
prima dell’ora nella quale arrivammo. Normalmente per andare da
Colebrook a casa — sappiamo di essere partiti alle 10.05 quella sera —
mi ci vogliono meno di quattro ore, anche tenendo conto delle soste
sull’autostrada e quella notte non ci siamo mai fermati per più di cinque
minuti. Non riuscivo a capire come potessimo essere partiti da Colebrook
alle 10.05, ed arrivati qui all’alba, circa alle 5.00 del mattino. Quasi sette
ore invece di quattro! Anche calcolando che quelle soste fossero molto più
lunghe di quanto in realtà erano, mancavano sempre due ore di viaggio, in
quella notte”.
Per tutto il gruppo di persone che si trovava nel salotto degli Hill quel
giorno, la faccenda del periodo mancante divenne un mistero di
fondamentale importanza. Gli Hill cercavano in tutti i modi di spiegare la
cosa ma non vi riuscivano, come non riuscivano a spiegare le trentacinque
miglia tra Indian Head e Ashland, delle quali non ricordavano quasi nulla.
Ora si sentivano più confusi che mai. Per la prima volta si resero conto
che stavano di fronte ad un fatto di amnesia simultanea, per cui lo stesso
periodo di tempo era stato cancellato dalle menti di entrambi. Un periodo
nettamente delimitato, fra la prima serie di suoni intermittenti, (che
sembrava provenire dal retro della macchina) e la seconda serie di suoni
intermittenti, che avevano udito nei dintorni di Ashland, trentacinque
miglia più a sud. Tutti erano particolarmente perplessi dal fatto che, se era
già abbastanza strano che una persona soffrisse di un periodo di amnesia,
era addirittura stranissimo che due persone intelligenti fossero affette

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dallo stesso fenomeno per lo stesso periodo ed insieme.
Il maggiore James McDonald si sforzava particolarmente di trovare
qualche soluzione al problema, e cercava di sfruttare la sua esperienza
quale ex ufficiale del Servizio Informazioni dell’Aeronautica per trovare
una risposta all’enigma. Nell’aeronautica si parla degli UFO molto di più
di quanto non si desideri far credere, o di quanto non si possa capire dalle
laconiche relazioni ufficiali del Pentagono. Ufficialmente l’aeronautica
proibisce ai suoi uomini di fare dichiarazioni al pubblico; tutte le
informazioni devono essere incanalate, attraverso la “Foreign Technology
Division” (Divisione di Tecnologia Estera), alla base aerea Wright-
Patterson nell’Ohio; a sua volta, per una eventuale pubblicazione, questa
divisione deve rivolgersi direttamente all’ufficio del segretario delle Forze
Aeree al Pentagono. Ma rimane il fatto che molti piloti ed operatori radar
ne parlano, e che quelli che sono venuti in contatto diretto con gli UFO
raccontano di velocità incredibili, svolte ad angolo retto, e manovre
impossibili per qualsiasi velivolo conosciuto dall’aeronautica. Si dice che
sono state impiegate senza risultato anche le armi più sofisticate, per
cercare di fare atterrare questi oggetti.
Il maggiore McDonald non aveva avuto alcuna esperienza diretta con
gli UFO durante la sua carriera, ma aveva un profondo rispetto per la
questione: lo considerava un argomento da trattare a mente aperta,
considerando ogni caso secondo le proprie caratteristiche e tenendo conto
solo di informazioni di prima mano. Egli sapeva che nel caso di molti
avvistamenti si trattava di errori in buona fede, magari vedendo delle
semplici stelle cadenti, o Venere, o un’ombra sul parabrezza, o i fuochi di
Sant’Elmo, e confondendoli con gli UFO. D’altra parte, sapeva anche di
molti casi di gente tecnicamente qualificata e di ineccepibile reputazione
che aveva avuto esperienze personali a distanza ravvicinata con questi
oggetti, e che aveva riscontrato un comportamento inspiegabile con le
teorie aerodinamiche convenzionali. Egli capiva che il fenomeno era del
tutto ammissibile, che le relazioni fatte non erano assolutamente irreali o
assurde, e che la vita extra-terrestre non solo era possibile, ma anche del
tutto probabile. I programmi spaziali sulla terra includevano atterraggi
d’urto su Venere ed un atterraggio “morbido” sulla luna — perché,
dunque, non ammettere le possibilità del processo inverso?
Il maggiore era affascinato dalle indagini che stavano facendo Hohman
e Jackson, impressionato dall’attenzione che dedicavano ai dettagli e dal

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loro modo di impostare domande interessanti e ben ponderate. Ma il punto
più critico restavano quelle due ore, che gli Hill non riuscivano a
ritrovare. Che cosa poteva essere successo in quel tempo? Che cosa era
veramente successo? Quando la discussione si fermò su questo punto
critico, il problema divenne quello di scoprire ciò che era avvenuto
durante il tempo mancante, di trovare un modo di penetrare quella cortina
impenetrabile che aveva cominciato a discendere quando Barney Hill
guardò nel binocolo, e era discesa del tutto quando si udì la prima serie di
suoni intermittenti, nella loro macchina in corsa. Non mancavano solo due
ore, ma anche trentacinque miglia delle quali non si era in grado di
rendere conto.
Fu a questo punto del colloquio confidenziale che il maggiore
McDonald suggerì la possibilità di usare l’ipnosi sotto controllo medico.
Durante la sua carriera nell’aeronautica aveva avuto l’occasione di
acquistare una certa conoscenza di questa terapia, ed era rimasto colpito
dai risultati validi che si potevano ottenere usandola sotto un opportuno
controllo medico. Naturalmente era conscio anche delle conseguenze
pericolose che potevano verificarsi se fosse stata usata da ipnotisti poco
seri o comunque da persone non esperte. Sapeva che l’ipnoterapia e
l’ipnoanalisi erano state usate in casi di amnesia, con dei risultati
impressionanti e drammatici, nella riabilitazione di militari affetti da
nevrosi di guerra (detta anche nevrosi di combattimento). In un certo
senso, egli ragionava, ciò che era accaduto agli Hill aveva loro provocato
un forte trauma, molto simile ad una nevrosi da combattimento, una
condizione che spesso provoca un’amnesia temporanea che molte volte si
riusciva a risolvere con l’ipnosi. Quando il maggiore suggerì l’ipnosi, tutti
furono subito interessati. Hohman e Jackson non avevano più alcuna
riserva circa il carattere e la attendibilità degli Hill, ma si rendevano conto
che questo strano caso necessitava un’ulteriore e più completa
documentazione. Il maggiore, che aveva discusso il caso molte volte con
gli Hill, era convinto della loro sincerità e desideroso di aiutarli a superare
i loro dubbi e le loro paure. In diverse occasioni Barney aveva detto a
McDonald: “Jim, come faccio a sapere che questa cosa è successa? Come
faccio a sapere che non ho immaginato tutto? Sono in una posizione
terribile in cui so che tutto questo è accaduto, ma non riesco a credere che
è accaduto. La cosa mi sta turbando così profondamente, che la mia ulcera
si è riattivata proprio quando sembrava che si stesse risolvendo”.

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Furono d’accordo che l’idea di ipnosi medica fosse una buona
soluzione, ma sorse il problema di trovare l’uomo adatto ad occuparsi del
caso, e che trovasse egli stesso l’ipnosi veramente consigliabile. Era
chiaro che il caso era da affidarsi solo ad uno specialista psichiatra dei più
competenti, ma non riuscirono a stabilire subito chi. Hohman e Jackson ed
il maggiore proposero di fare delle indagini per trovare la persona adatta,
e gli Hill furono d’accordo.
“Io ero completamente d’accordo con l’idea”, disse Barney più tardi,
“perché nel momento stesso in cui si suggerì l’ipnosi mi ricordai dei miei
sogni, e per la prima volta incominciai a domandarmi se erano davvero
sogni o qualche cosa di più. Poi il pensiero dei sogni mi turbò
violentemente. Pensai, se ora mi sottometto all’ipnosi saprò se si trattava
effettivamente di sogni puri e semplici, mio Dio, e se i sogni fossero un
fatto realmente accaduto? Pensai anche alla strana sensazione che avevo
avuto in macchina, quando incontrammo quella specie di blocco sulla
strada. Ero stata veramente presa dal panico in quell’occasione. Quando
suggerirono l’ipnosi pensai anche a questo, e mi domandai tra me, perché
ho reagito in questo modo? Non l’avevo mai fatto prima in vita mia”.
“La mia reazione all’idea dell’ipnosi”, aggiunse Barney, “fu dapprima
di preoccuparmi degli effetti della cosa in sé. Che cosa è? Come sarà
l’esperienza? Che cosa sentirò quando ne subirò l’effetto? Ero vagamente
riluttante, senza volerlo ammettere, all’idea di sottomettermi ad una tal
cosa, a meno che non fosse diretta da una persona nella quale avessi
completa fiducia. Ma la cosa che dissipò le mie riserve era l’idea che tutte
le storie di Betty e dei suoi sogni si sarebbero risolte una volta per tutte, e
per sempre. Pensai che il processo d’ipnosi potesse spiegare anche il
blocco mentale che avevo avuto ad Indian Head e chiarire tutto il tratto
mancante, quelle trentacinque miglia da Indian Head ad Ashland. Così
pensai che avrei potuto averne una spiegazione completa e che,
naturalmente, avrebbe chiarito la faccenda dei sogni di Betty al punto che
avrei potuto definitivamente dirle: ‘Guarda Betty, sono proprio sogni.
Non hanno proprio niente a che fare con l’avvistamento dell’UFO’.
“Vedete, Betty continuava a domandarsi che cosa era avvenuto tra
quelle due serie di suoni, io credevo invece che non ci fosse sfato proprio
niente. Volevo solo riuscire a superare il momento in cui stavo sulla strada
a guardare quelle figure che si muovevano nell’apparecchio, e l’uomo che
continuava a guardarmi con quegli occhi… e che mi dava l’impressione

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— e questa era molto vaga nella mia memoria — di essere una persona
molto competente, che non avrebbe fatto sciocchezze… Una persona
pratica. Erano questi i pensieri che mi passavano per la mente quando lo
avevo visto, ma io volevo arrivare ad approfondire di più le mie
impressioni. Volevo sapere che effetto aveva avuto su di me veramente,
ed era per questo che il suggerimento di Jim McDonald mi attirava”.
Sarebbe passato parecchio tempo prima che gli Hill mettessero
effettivamente in atto questo proponimento. Nel frattempo crebbe in
entrambi il desiderio, anzi un senso di bisogno, di ritornare sul luogo
dell’accaduto, come aveva suggerito Walter Webb, e di rivivere
l’esperienza cercando di riportare alla luce dei particolari scomparsi dai
loro ricordi.

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CAPITOLO IV

Fu solo dopo le vacanze che gli Hill ebbero l’opportunità di ritornare


sulla scena dell’accaduto. L’inevitabile confusione natalizia aveva
temporaneamente allontanato dalle loro menti i dubbi ed i quesiti che li
tormentavano.
Finalmente, nel febbraio del 1962, incominciò una serie di
pellegrinaggi, che sarebbero continuati per molti mesi, in tutte le stagioni.
Dapprima andarono due o tre volte al mese; più tardi saltarono diverse
settimane, ma tornavano sempre a casa con le stesse domande senza
risposta: che cos’era successo durante il periodo che non ricordavano? A
che punto Barney aveva lasciato la strada principale? E che cosa era
avvenuto poi?
I viaggi di ritorno sul luogo furono inutili. Per Barney c’era sempre
quella cortina impenetrabile dopo il momento critico vissuto a Indian
Head. Per Betty invece, il sipario calava sempre dopo la strana serie di
suoni intermittenti che avevano udito mentre Barney, evidentemente
sconvolto, guidava la macchina a tutta velocità in direzione opposta ad
Indian Head. Restava sempre il buio, tra Indian Head ed Ashland.
L’idea dell’ipnosi non fu rimandata oltre: gli Hill, mentre cercavano di
riprendere la loro vita abituale, parlavano di tanto in tanto dell’accaduto
con degli amici intimi. Betty era ancora ossessionata dai sogni che aveva
avuto, e per lei parlarne agli amici era utile. Barney, invece, continuava ad
ignorare l’argomento, eccetto che in occasione dei loro viaggi di ritorno
sul luogo, e supplicava Betty continuamente, perché lei cercasse di
dimenticare quei sogni.
Un giorno di marzo del 1962, Betty fece colazione con Gail Peabody,
una sua amica che lavorava per lo Stato come sorvegliante di detenute in
libertà condizionata, e nella quale Betty aveva piena fiducia. Le parlò

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dell’idea dell’ipnosi, e Gail rispose subito raccomandandole uno
psichiatra di sua conoscenza che era direttore di una clinica privata a
Georgetown nel Massachusetts, solo ad una decina di miglia da
Portsmouth.
Il 12 marzo 1962 Betty scrisse al dottore.

Patrick J. Quirke, M.D.


222 West Main Street
Georgetown, Mass.

Egregio Dottore:
noi siamo in cerca di uno psichiatra che si serva dell’ipnotismo e vorremmo
sapere se è possibile fissare un appuntamento con lei un sabato mattina. Mio
marito ed io siamo impiegati ma i nostri orari di lavoro sono tali da permetterci
di essere liberi entrambi il sabato mattina. Se, però, questo non è possibile per
lei, siamo disposti a fissare un altro appuntamento a sua convenienza.
Abbiamo una ragione particolare per richiedere questo colloquio con lei.
Per darle una prima idea, le includiamo un comunicato ufficiale della National
Investigations Committee on Aerial Phenomena (NICAP) che descrive un fatto
a noi accaduto il 19-20 settembre del 1961. Siamo anche stati intervistati dai
signori C. D. Jackson e Robert Hohman della (nome della società).
Restano molti punti oscuri nel nostro racconto, ed è stato suggerito che
sarebbe possibile ricorrere all’ipnosi per chiarirli. Noi non abbiamo reso
pubblica la nostra esperienza all’infuori che alla NICAP ed a qualche intimo
amico.
Abbiamo un resoconto completo della relazione fatta dal signor Walter
Webb del Hayden Planetarium, che saremo disposti ad inviarle per sua
informazione. Se lei non ha tempo disponibile o preferisce non riceverci la
preghiamo di farci il nome di qualche altro psichiatra possibilmente disposto
ad occuparsi del caso. Sinceramente,

Eunice e Barney Hill

Il 25 marzo del 1962 alle undici del mattino ebbe luogo il colloquio.
La clinica privata si chiama Baldpate ed era stata nei tempi passati una
locanda dallo stesso nome, che aveva dato lo spunto per la vecchia
commedia “Seven Keys to Baldpate” (Sette chiavi per Baldpate). È situata
in cima ad una montagna con una vasta veduta della campagna del
Massachusetts, ed è stata trasformata in un ritiro per pazienti afflitti da
disturbi psichici che desiderano sottoporsi alle terapie in un ambiente
comodo e casalingo. Gli Hill rimasero impressionati dai bei quadri, dal
caminetto e dall’atmosfera allegra che non era affatto quella che si erano
aspettati.

61
“Non mi sono sentito a disagio in nessun momento”, disse Barney “Il
dottore sedeva davanti a noi alla sua scrivania, mentre noi stavamo seduti
in comode poltrone; mi sentivo sollevato all’idea di poter parlare con
quest’uomo della nostra esperienza, specialmente perché non affrontava il
discorso come se stesse parlando con due persone che soffrivano di
allucinazioni, ma ci ascoltava con attenzione professionale. Egli convenne
che la nostra era stata un’esperienza fuori dell’usuale, ma pensava che era
possibile incominciare pian piano a ricordare alcune delle cose
dimenticate, dato che le avevamo probabilmente soppresse nella nostra
mente come mezzo di autoprotezione. Egli non pensava che fosse una
buona idea, a questo punto, indagare cercando di sondare questo nostro
blocco, almeno non con la forza”. La decisione ultima e reciprocamente
accettata fu quella di rimandare per il momento qualsiasi intervento, ma di
provvedere ad una terapia in seguito, se i problemi avessero dovuto
persistere. Gli Hill si sentirono sollevati vedendo che il dott. Quirke
escludeva la possibilità che si trattasse di allucinazioni simultanee, una
possibilità che li turbava da tempo.

Il lungo viaggio che doveva fare come pendolare da Portsmouth a


Boston, il lavoro notturno, la separazione dai suoi figli che ora abitavano a
Philadelphia con la sua ex moglie, i dubbi sull’avventura ad Indian Head
ed il peggiorarsi della sua ulcera incominciarono a pesare troppo su
Barney. Le sue condizioni furono peggiorate da puntate di alta pressione
del sangue, creando un ciclo vizioso per cui non gli era possibile eliminare
l’ultimo disturbo senza provvedere agli altri problemi e viceversa. A
questo punto apparve un altro strano sintomo, che per il momento non era
più che una noia, ma che contribuiva comunque al problema generale: una
serie di porri incominciò a spuntargli sull’inguine, quasi in perfetto
cerchio geometrico. Erano un problema secondario ma contribuivano non
di meno al suo disagio generale.
Durante l’estate del 1962 le condizioni di Barney, il suo esaurimento e
malessere generale, lo spinsero a consultare uno psichiatra per risolvere il
problema, a parte l’esperienza traumatica che aveva avuto nelle White
Mountains. Egli, infatti, non collegava in nessun modo il suo bisogno di
cure con l’episodio con l’UFO, pensando principalmente che il conflitto
psicologico causato dai rapporti tesi che aveva con i suoi figli, per la
distanza che lo separava da loro e gli impediva di essere un buon padre,

62
fosse alla base dei suoi guai.
Il dottore gli diede delle cure per la pressione alta e per l’ulcera e gli
raccomandò un altro eminente psichiatra più vicino a lui, ad Exeter, nel
New Hampshire: questi era il dott. Duncan Stephens, e nell’estate del
1962 ebbe inizio per Barney una lunga terapia con questo medico.
Dapprima l’episodio di Indian Head venne del tutto tralasciato da
Barney. Non ne parlava nei suoi colloqui con il dott. Stephens perché gli
sembrava non avesse grande importanza nel suo stato di inquietudine, e
che fosse secondario rispetto agli altri problemi; si concentrò invece sulle
sue difficoltà emotive e sociali, con l’aiuto del medico.
Questi spiegò a Barney che vi erano molti lati fuori del normale ed
interessanti nel suo caso, incluse le circostanze del suo matrimonio
“misto” in una cittadina del New England, una condizione sociologica che
non si poteva ignorare. Egli fece notare che sia Barney che Betty si erano
adattati molto bene e che la loro buona volontà, la loro onestà ed il
contributo che apportavano alla vita della comunità erano notevoli.
Barney trovò che il dottore indagava nella sua infanzia ed esplorava le
esperienze della sua fanciullezza nel tentativo di arrivare alle forze
condizionatrici che avevano plasmato il suo carattere in gioventù. Nel
corso della terapia, Barney divenne più conscio dei particolari problemi e
conflitti che erano sorti per lui, causati dal fatto di essere membro di una
razza in minoranza.
La storia della sua famiglia era impressionantemente costellata da
matrimoni interrazziali. La nonna di sua madre era nata in schiavitù, ma il
padre era il padrone della piantagione. Essendo di carnagione chiara,
questa bisnonna era stata allevata in casa del padrone, e curata dalle
sorelle di lui, anche se era legalmente una schiava. Quando si sposò, il
padrone (suo padre) diede a lei ed a suo marito 250 acri di terra da
tramandare ai suoi figli.
La fattoria divenne piuttosto redditizia con il passare degli anni,
andando poi ad uno zio di Barney, che aveva preso cura di Barney e di un
altro fratello e sorella quando la loro madre si era ammalata per diversi
mesi, a Philadelphia. In questo periodo Barney aveva incominciato a
considerare lo zio e la zia come i suoi genitori. Quando sua madre fu
completamente guarita, fu doloroso per lui lasciare lo zio, la zia e la
grande fattoria in Virginia. Il dispiacere era reciproco, dato che gli zii non
potevano avere figli: ed essi si offrirono di allevare Barney e di dargli

63
un’educazione, mandandolo all’università.
Ma lui ritornò dai suoi genitori, a Philadelphia, nel caldo delle strade
asfaltate e strette fra le alte file di case. Suo padre, sebbene povero,
riusciva a provvedere bene alla sua famiglia. Anche lui proveniva da
antenati misti, e sua nonna paterna era stata chiara — figlia di un bianco e
una nera — mentre suo nonno era stato un orgoglioso uomo libero,
lontano in Etiopia.
Negli anni tristi della depressione, la sua famiglia non soffrì mai la
fame sebbene molti dei loro vicini si trovassero in condizioni disperate.

Per un anno intero dell’estate del 1962 all’estate del 1963, Barney
continuò con le sue sedute con il dottor Stephens, sempre senza dare mai
particolari di rilievo all’episodio con l’UFO e considerandolo solo di
sfuggita.
Da principio Barney pensava, ed il dottore sembrava essere d’accordo
con lui, che l’incontro con l’UFO avesse un’importanza secondaria nelle
sue difficoltà psicologiche: lo giudicava un fatto laterale, che aveva un
peso solo in quanto rappresentava una improvvisa scossa emotiva,
avvenuta di recente, piuttosto che la profonda e fondamentale causa dei
suoi disturbi. Inoltre, l’episodio non turbava affatto Betty in quel periodo,
a parte la curiosità che provava per i sogni che aveva fatto in seguito.
Avevano entrambi accolto il suggerimento del dottor Quirke, di rilassarsi
per un po’ e di mettere temporaneamente da parte l’idea dell’ipnosi, per
vedere se nel frattempo la loro memoria si fosse schiarita.
Una sera di settembre del 1963, gli Hill furono invitati dal “gruppo di
discussione” della loro chiesa, per raccontare della loro esperienza con
l’UFO: era la prima volta che ne parlavano ad un gruppo di persone.
Avevano accennato al fatto con il loro pastore, e questi, considerando che
l’ondata di avvistamenti in tutto il New England e nel New Hampshire
aveva stimolato la curiosità delle persone al riguardo, volle che
raccontassero la storia al loro gruppo. Dato appunto il gran numero di
recenti segnalazioni, Betty e Barney pensarono che la gente potesse essere
meno scettica verso il resoconto della loro avventura. L’idea suscitava in
loro sentimenti contrastanti, come al solito, anche se Betty andava sempre
più convincendosi che il fatto andava raccontato. Avevano forse il diritto
di tener segreto quest’accaduto, quando forse poteva rappresentare un
punto-chiave per una risposta a questi fenomeni?

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Alla riunione del gruppo era presente anche il capitano Ben Swett,
della vicina base aerea di Pease, che era ben conosciuto nella zona per i
suoi studi sull’ipnosi, un argomento che, unito al racconto degli Hill,
prometteva di rendere molto interessante la serata.
“Quando il capitano ebbe ascoltato il nostro racconto”, ricorda Barney,
“per quel tanto che si riusciva a dire, tenendo conto del periodo di vuoto
dopo Indian Head, fu molto interessato dal fatto che esistesse questa netta
troncatura, proprio in quel punto, come se fosse stato tagliato con una
accetta. Noi due accennammo al suggerimento di Hohman e Jackson e
McDonald riguardo all’ipnosi, e, in qualità di competente, il capitano la
giudicava una buona idea, specialmente se la cosa fosse stata condotta da
uno psichiatra. Come dilettante, non si sognava neppure di intraprendere
la cosa egli stesso. Anche noi capivamo il pericolo di un’ipnosi fatta senza
la necessaria preparazione professionale. Ma il nostro interesse all’idea,
che si era assopito da tanto tempo, si riaccese subito. Alla sua successiva
seduta con il dottor Stephens, Barney ne parlò: il dottore disse che, anche
se la faccenda dell’UFO fosse stata di relativa importanza, non dovevano
trascurare nessun particolare nella ricerca delle cause dei disturbi di
Barney. Disse anche che per lui era molto improbabile che si trattasse di
allucinazioni simultanee (per non parlare di amnesia simultanea, che era
un fenomeno pressoché impossibile) sebbene esistesse un rarissimo
disturbo psicologico, chiamato “folie à deux”, in cui due persone rivelano
una condizione psicopatica in cui le loro convinzioni e delusioni sono
similari. Le condizioni necessarie per provocare un tale fenomeno
sembravano mancare completamente nel caso degli Hill: a parte questa
sola esperienza traumatica, non vi erano stati altri sintomi particolari
rivelati contemporaneamente da entrambi, nella loro vita giornaliera e nei
loro rapporti, da quando si erano sposati.
A questo punto il dottor Stephens pensò che fosse opportuno sentire
l’opinione del dottor Benjamin Simon, uno psichiatra e neurologo molto
conosciuto di Boston. Il dottor Simon si era laureato alla Stanford
University con il grado di Master, ed aveva preso la laurea in medicina
alla Washington University School of Medicine a St. Louis. Mentre
studiava alla John Hopkins University si interessò all’ipnosi, perché si
prestò come soggetto per alcuni esperimenti fatti dall’Istituto di Psicologia
di questo Ateneo. Nel corso dei suoi studi di psichiatria e neurologia, egli
acquistò una buona competenza nelle tecniche ipnotiche, e nel 1937 e 38,

65
mentre era in Europa con una borsa di studio della Rockefeller
Foundation, ampliò le conoscenze che gli sarebbero state così utili negli
anni a venire.
Nella seconda guerra mondiale trovò che l’ipnosi era un utilissimo
complemento delle cure per disfunzioni psichiche dovute alla guerra; ne
fece uso prima in qualità di consulente psichiatrico per il Dispensario
Generale di New York, e poi la praticò su larga scala, come primario della
clinica neurologica e ufficiale dirigente del Mason General Hospital, che
era il più importante centro psichiatrico dell’esercito durante la seconda
guerra mondiale.
La necessità di prestare le dovute cure a tremila pazienti ogni mese rese
indispensabile l’uso di ogni terapia conosciuta, in particolare di quelle in
gruppo e di quelle a più rapido effetto. L’ipnosi e la sua compagna
terapeutica, la narcosintesi (il cosiddetto “siero della verità”),
rispondevano a questi requisiti e furono perciò regolarmente adottate.
Quando John Huston girò il suo documentario sulle cure psichiatriche,
“Let There Be Ligh” (Sia fatta la luce) al Mason General Hospital, il
colonnello Simon fu suo consulente e si occupò personalmente delle scene
sull’ipnosi e la narcosintesi. Ebbe due importanti riconoscimenti, la
Legion of Merit e l’Army Commendation Medal per il lavoro che aveva
svolto in qualità di primario del reparto neurologico ed ufficiale dirigente.
L’ospedale e tutto il personale ricevettero il “Meritorious Service Unit
Award” (ricompensa che viene data ad unità di servizio meritevoli). Dopo
il suo congedo nel 1946, il dottor Simon continuò ad interessarsi di queste
speciali terapie, sebbene il loro impiego nella vita civile sia molto più
limitato.
Al principio di dicembre del 1963, il dottor Simon ebbe una visita di
Barney Hill nel suo studio di Bay State Road. Dato che il paziente gli era
stato raccomandato dal dottor Stephens, Simon gli aveva fissato un
appuntamento per il 14 dicembre alle otto del mattino. La Bay State Road
a Boston viene talvolta chiamata la “via dei medici”: molte delle case che
sono in quella strada, eleganti ex-residenze dell’elite della città, sono state
trasformate in comodi ed accoglienti studi medici.
Barney e Betty Hill partirono da Portsmouth prima delle sette del
mattino, il 14 dicembre, ed arrivarono davanti allo studio del dottore con
un buon anticipo. Affrontavano questo colloquio con molta curiosità, ed
erano nervosi ed un poco preoccupati, ma si sentivano sollevati al

66
pensiero di essersi finalmente decisi a fare dei passi avanti verso la
soluzione dei loro problemi. La preoccupazione di Betty era dovuta
soprattutto al pensiero dei suoi sogni. Quando Hohman e Jackson le
avevano fatto notare il divario nei tempi di viaggio, la sua preoccupazione
era aumentata, ed il pensiero che potesse trattarsi di più che semplici sogni
la stava angosciando. Sebbene fosse meno emotiva di Barney, e più forte
di carattere, la sua paura che i sogni fossero basati su un’esperienza reale
incominciava a ripercuotersi negativamente sul suo lavoro e sulla sua
serenità. Una volta, non molto tempo dopo la visita di Hohman e Jackson,
si era confidata con una ispettrice del dipartimento di assistenza sociale
dello Stato, con la quale spesso usciva a cena se Barney doveva fare i
turni di notte. “Le ho descritto i miei sogni”, ricorda Betty, “e ne
parlavamo spesso. Andammo avanti così per un paio di mesi, poi una sera
lei mi disse: ‘Come fai a sapere che questi sogni non hanno una base
reale?’ Mi disse che tutti gli indizi e le mie reazioni sembravano mostrare
che avevo veramente vissuto quella esperienza, e che dovevo essere
pronta ad accettare la realtà. Da quel giorno cominciai a considerare
seriamente questo aspetto del problema… La visita del dottor Simon mi
dava un senso di fiducia: pensavo che avrei potuto finalmente risolvere
l’enigma che mi stava rodendo… che avrei finalmente avuto una
conferma, in un senso o nell’altro”.
Betty, che non si era mai sottoposta a simili terapie, fu quasi divertita
da un pensiero paradossale: lei, che aveva dovuto accompagnare, come
assistente sociale, tante persone a cliniche psichiatriche, doveva ora
sottomettersi alle stesse cure! Barney, che era già stato in cura per mesi,
era incuriosito dall’eventuale terapia ipnotica: voleva scoprire se poteva
essere ipnotizzato, e con quali metodi.
In seguito, Barney ricordò le sue impressioni durante la prima visita
con il dottor Simon: “Entrando nello studio dove il dottore tiene i suoi
consulti lo trovai molto imponente: c’era una moquette verde, con gli
accessori dello stesso colore; era comodo e silenzioso. Il dottore mi
affascinò completamente, al punto che lo considerai subito una persona
degna di fiducia. Fu una simpatia istantanea, mi piacque subito… Questo
fatto mi fu di grande aiuto, in seguito, per superare la mia angoscia.
Naturalmente Betty ed io andammo insieme al consulto”.
Anche Betty giudicò lo studio attraente, ed il dottore affascinante:
“Avevo piena fiducia in lui anche prima di incontrarlo; infatti di recente

67
avevo fatto delle ricerche su di lui nel Biographical Directory of the
American Psychiatric Association (Elenco Biografico dell’Associazione
Psichiatrica Americana), alla Child Guidance Clinic. Il pezzo che lo
riguardava mi convinse della sua competenza e serietà; per me questo era
di grande importanza, perché il nostro caso era particolarmente strano”.
Il dottor Simon, che rimase piuttosto sorpreso vedendo che i suoi
pazienti erano una coppia “mista”, incominciò dalla storia generale dei
loro problemi, alla luce dell’episodio di Indian Head, avvenuto due anni
prima. Il dottore sapeva che Barney si era sottoposto ad una cura
psichiatrica, per guarire dalla sua angoscia; inoltre, si accorse che
l’incontro con l’UFO aveva avuto un gran peso nell’impedire che la cura
avesse un buon risultato. Sapeva anche degli incubi di Betty, e divenne
presto chiaro che avevano entrambi bisogno di una seria cura. Sarebbero
perciò partiti dalle loro reazioni di angoscia, provocate dal periodo di
inspiegabile amnesia collegata all’episodio nelle White Mountains.
Gli Hill avevano anche dei problemi pratici, ad esempio la faccenda
del costo di una simile terapia: i loro stipendi permettevano loro di vivere
agiatamente, ma si rendevano conto che mettersi entrambi in cura avrebbe
pesato molto sui loro bilanci. E si trattava anche di una cura lunga; oltre
alla parcella del dottore, c’era anche da calcolare il costo del viaggio
settimanale a Boston, per la seduta. Era un affare serio, ma lo accettarono.
Il fatto dell’UFO era secondario per il dottor Simon, perché la sua
massima preoccupazione era quella di determinare il genere di cura
adatto, e di aiutare i suoi pazienti a superare i loro problemi psichici. Sugli
UFO egli sapeva quel poco che aveva letto sull’argomento, ma in effetti
riteneva che questo aspetto del caso, sia pur secondario, fosse molto
interessante; prevedeva un periodo di cura lungo ed intensivo, che poteva
anche raggiungere limiti eccezionali.
L’obiettivo principale era, naturalmente, quello di far luce sul periodo
di amnesia, e dato che questo disturbo reagisce particolarmente bene
all’ipnosi, il dottore decise di usarlo per iniziare la cura.
L’opinione generale del dottor Simon sugli UFO era neutrale,
moderata da un deciso realismo: li considerava probabili apparecchi
sperimentali, aerei stranieri in ricognizione, non ancora resi noti al
pubblico, o semplicemente apparecchi fuori strada, o stelle… non era
particolarmente interessato al fenomeno, ed era disposto ad accettare il
punto di vista dei rapporti ufficiali al riguardo.

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Non era neanche al corrente delle polemiche che l’argomento
sollevava, anche in ambienti scientifici; sapeva della NICAP, della quale
gli Hill gli portarono la relazione riguardante il loro caso, in modo da dare
al dottore un resoconto più completo della loro esperienza.
Quella mattina del consulto, il dottore valutò i loro casi e delineò un
programma di cure: dato che l’amnesia era il punto focale delle loro
difficoltà, il dottore decise di usare l’ipnosi per penetrarla, e di procedere
poi secondo gli sviluppi della situazione. Decise anche di registrare su
nastro quello che sarebbe avvenuto durante le sedute, per avere una
documentazione esatta da portare poi a conoscenza dei suoi pazienti,
sempre con la dovuta cautela.
Nell’ipnosi, i fatti emersi dal trance possono essere cancellati dalla
memoria cosciente. Viceversa, possono essere ricordati sotto comando del
dottore. Per rivivere meglio l’esperienza, il paziente può ascoltare la
propria voce registrata su nastro, ed analizzare il racconto passo passo con
il dottore.
La realtà o irrealtà dei suoi sogni era, naturalmente, la cosa che
interessava di più Betty. Da quasi due anni la questione la stava
ossessionando; Barney, invece, come tempo addietro le aveva detto,
sperava che una volta per tutte lei avrebbe accettato il fatto che la storia
del rapimento non fosse altro che una serie di sogni. Lo shock di aver
visto l’UFO a bassa quota sulla Statale 3 era stato sufficiente per Barney:
spingere la cosa fino ad un rapimento — solo il pensarlo — era più di
quanto egli potesse sopportare. Per il dottore, lo strano racconto non era
che lo sfondo sul quale avrebbe dovuto lavorare.
Come tutti i profani, Betty e Barney non avevano che una conoscenza
molto limitata dell’ipnosi. Il dottore spiegò loro che si trattava di una
stretta relazione psichica fra il dottore ed il paziente, durante la quale
quest’ultimo veniva indotto ad una condizione simile al sonno; non vi era
alcun pericolo, non dovevano temere nulla.
In una conferenza all’Accademia di Medicina a New York, alcuni anni
fa, chiamata “Ipnosi: fatto e fantasia”, il dottor Simon diede un quadro
completo dell’ipnosi e della sua funzione nei campi della medicina e della
psichiatria, precisando che solo nell’ultimo decennio è stata data
importanza ed attenzione all’impiego di questa terapia a scopo medico.
“Chi può ipnotizzare? Chi può essere ipnotizzato? Chi non può essere
ipnotizzato?” si chiese il dottore nella sua conferenza. “Qualsiasi persona

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adulta, con una sufficiente conoscenza della tecnica, può ipnotizzare.
Qualsiasi adulto e quasi tutti i bambini oltre i sette anni possono essere
ipnotizzati: infatti i bambini possono essere ipnotizzati più facilmente
degli adulti. Le persone che soffrono di gravi disturbi psichici e quelle
mentalmente ritardate sono molto resistenti all’ipnosi: la maggior parte di
queste non può essere ipnotizzata. Il novantacinque per cento delle
persone ipnotizzabili può raggiungere il ‘primo grado’, ma solo il venti
per cento può raggiungere il ‘terzo grado’, o ‘fase sonnambulistica’…
La forza di volontà non ha nulla a che vedere con l’ipnosi, ed è falsa
l’opinione comune che l’ipnotizzabilità sia segno di carattere debole. I
fattori che determinano l’ipnotizzabilità sono invece l’intelligenza, la
buona volontà cosciente ed il grado di resistenza o sottomissione
subcosciente di un soggetto. Quest’ultima qualità non è sempre
determinabile con un esame superficiale… Contrariamente al timore della
gente, il porre fine allo stato di trance ipnotico generalmente non presenta
problemi. Quasi sempre è sufficiente il suggerimento da parte
dell’ipnotizzatore, per avere il risveglio del paziente, così come basta
suggerire il rilassamento e la serenità perché il paziente si calmi. In rari
casi, se il paziente non si sveglia al suggerimento, ed è lasciato tranquillo,
cade in un sonno profondo ma naturale, dal quale si risveglia
normalmente dopo qualche ora…
Talvolta vengono adoperati dei farmaci — come amilato di sodio o
pentotal — per portare il paziente all’ipnosi, in caso di particolare
resistenza. Sotto queste condizioni, il momento del risveglio verrà
ritardato dal farmaco, ma il suggerimento dato sotto ipnosi sarà eseguito
come post-ipnotico. I due farmaci che ho nominato sono di un certo aiuto
nei casi più difficili, ed aiutano il paziente a rilassarsi, aumentando la sua
suggestionabilità. Vi sono generalmente tre gradi di ipnosi: leggera, media
e profonda. Nello stadio leggero è possibile indurre una catalessi delle
palpebre (l’impossibilità di aprire gli occhi di propria volontà) per mezzo
di un suggerimento, e si ottiene anche un certo grado di suggestionabilità.
Si possono fare suggerimenti post-ipnotici, e le possibilità curative sono
molte… Nella fase media è possibile produrre la paralisi del controllo di
alcuni importanti muscoli detta ‘catalessi estesa’. In questo stadio si può
ottenere attraverso la suggestione, l’insensibilità al dolore o analgesia…
Nella terza fase, o fase ‘sonnambulistica’, è possibile richiamare
qualsiasi esperienza nascosta da un’amnesia, ed il paziente, da sveglio,

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non se ne ricorderà se non dietro un preciso richiamo dell’ipnotizzatore”.
(Questo sarebbe stato importante nella cura degli Hill). “È possibile
indurre allucinazioni positive e negative, ed i suggerimenti post-ipnotici
dati in questa fase sono particolarmente efficaci. Si possono ottenere
riflessi automatici del sistema nervoso, come l’arrossire, il restringimento
dei vasi sanguigni sotto l’epidermide, ed il rallentamento delle pulsazioni.
Sebbene i competenti non siano completamente d’accordo, si afferma di
poter provocare delle vere e proprie vesciche, solo con il suggerimento di
un caldo intenso…”
Il dottor Simon terminò la sua conferenza dichiarando la sua
convinzione che l’ipnosi non debba essere impiegata altro che nella
medicina, nella odontoiatria e per ricerche scientifiche. Aggiunse anche:
“L’ipnosi ha avuto in molti periodi un’accoglienza favorevole, ma
spesso è stata poi rinnegata, come accade ad altre delle nostre ‘moderne
tendenze’ in psichiatria. Non vi è dubbio che molti dei sintomi (parlo di
quelli eliminati con la terapia ipnotica) tendono a riapparire o ad essere
sostituiti da altri più gravi, se non si risolvono prima di tutto le cause
profonde del conflitto emotivo (delle quali i sintomi sono solo una
manifestazione). Se il medico che si occupa del caso non è certo di poter
continuare le cure al paziente dopo l’eliminazione dei sintomi, questi
ultimi non devono essere eliminati con l’ipnosi… Molti si domandano se
l’eliminazione con la forza delle resistenze, come avviene con l’ipnosi, sia
positiva come terapia. In moltissimi casi, isterismo, malattie
psicosomatiche ed altre, l’ipnosi può servire ad accorciare la durata della
terapia, facilitando la scoperta dei conflitti subcoscienti, come è stato
ampiamente dimostrato. L’ipnosi ha in sé dei pericoli, ma nello stesso
tempo non è pericolosa: i pericoli essenziali stanno nel suo eventuale
impiego da parte di persone non legate ad alcun codice di etica
professionale, e non adeguatamente preparate”.
Come gli Hill dovevano poi scoprire, erano capitati in mani esperte.
Dato poi che il punto di vista del dottor Hill sugli UFO era quello di una
persona neutrale, se non addirittura in sospetto verso la realtà del
fenomeno, la sua indagine avrebbe messo a dura prova la credibilità della
esperienza di Indian Head. Betty, malgrado il suo crescente interesse per
gli UFO, era pronta ad accettare la verità, qualunque essa fosse. Anche
Barney, che a questo punto non desiderava altro che liberarsi
dall’angoscia e dai dubbi che lo perseguitavano rovinandogli la vita,

71
voleva scoprire la verità.
Nessuno dei tre poteva allora sapere, dopo quella prima seduta, che la
verità sarebbe stata così difficile da appurare, anche con tutta la loro
buona volontà e con le più moderne tecniche scientifiche a loro
disposizione.

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CAPITOLO V

Con il racconto degli Hill e la relazione di Walter Webb a disposizione,


il dottor Simon cominciò ad esaminare il caso, ed i dati insoliti che
l’accompagnavano. A tutte le apparenze, il racconto degli Hill sembrava
valido e serio. Egli notò che l’opinione così dettagliatamente esposta di
Webb, si basava sul colloquio avuto con gli Hill poco dopo l’accaduto, e
che questi si trovavano ancora sotto shock dopo due anni. Anche se
l’attenzione del dottore si appuntava sul problema dell’angoscia che
tormentava gli Hill, egli si rendeva conto che la faccenda dell’UFO
avrebbe potuto dare nuove e particolari dimensioni al caso. Per quanto
riguardava la credibilità del fenomeno stesso, il dottore non se la sentiva,
a quel punto, di dare alcun giudizio.
Dato che l’ipnosi è il mezzo più indicato per una rapida penetrazione
dell’amnesia {11} e poteva essere, secondo le parole dello stesso dottor
Simon, la “chiave alla porta chiusa”, egli contava di usarla come parte del
processo terapeutico. L’avvistamento dell’UFO aveva acquistato
un’enorme importanza per i suoi due pazienti, e la concentrazione così
profonda e stimolata dell’ipnosi poteva veramente far luce sulla loro
esperienza misteriosa.
Alle otto del mattino di sabato 4 gennaio del 1964, gli Hill arrivarono
allo studio del dottore per la loro prima visita regolare dopo il consulto
iniziale. Doveva essere la prima di tre sedute, durante le quali il dottore
avrebbe ripetutamente indotto uno stato di trance, come processo di
condizionamento preventivo.
Durante queste prove gli Hill reagirono molto bene entrambi, ed il
dottore si convinse che sarebbero stati dei buoni soggetti, capaci di
raggiungere la fase necessaria. La ripetizione del processo per tre
settimane, ad ogni seduta, avrebbe rinforzato l’induzione, e stabilito

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alcune parole-chiave post-ipnotiche per sostituire nelle sedute successive
l’intero processo di induzione al trance. In questo modo si poteva poi
provocare lo stato ipnotico rapidamente e con sicurezza. Esplorando
l’amnesia, sia il dottore che i suoi pazienti avrebbero potuto trovarsi in un
vicolo cieco, ed il rafforzamento dell’ipnosi avrebbe reso possibile
mantenere il controllo nel caso di disturbi emotivi che fossero sorti nel
corso dell’esplorazione.
Barney si innervosì, al momento di sottomettersi all’ipnosi per la prima
volta; il dottore lo fece stare in piedi accanto alla sua grande scrivania, gli
disse di mettere le mani lungo i fianchi e gli rimase vicino, davanti alla
scrivania, proprio di fronte ad una comoda poltrona.
“Il dottore incominciò a parlarmi”, ricorda Barney, “e mi diceva che
dovevo rilassarmi… mi fece intrecciare le mani e mi disse di tenerle
strette, strettissime, e che non avrei più potuto aprirle, per quanti sforzi
facessi. Io stavo lì e mi sentivo molto sciocco, e pensavo che se questa era
l’ipnosi, beh, non era proprio niente di speciale. Lo stavo solo
assecondando… non volevo offenderlo… Mi è parso poi che smettesse di
parlare e mi passasse la mano sugli occhi, per chiuderli. Pensavo tra me
che non ero affatto ipnotizzato, e quando lo sentii dire che non avrei più
potuto separare le mani, sapevo che non avevo che da aprire le dita, che
potevo benissimo farlo… ma non volevo farlo. Non mi sembrava neanche
di essermi addormentato, ma poi mi resi conto che mi stavo svegliando,
ed il dottore mi domandava come stavo. Io mi sentivo bene, molto bene,
molto calmo e a mio agio… e non avevo più paura dell’ipnosi”.
Come spesso succede, il paziente crede di assecondare l’ipnotista,
fingendo di voler cooperare, e, senza saperlo, va in trance profonda, senza
conoscenza di ciò che avviene a meno che il dottore non gli dica che può
ricordare. Le due semplici parole-chiave per riprodurre un’induzione
rapida nello stato di trance, vennero ripetute molte volte nelle prime
sedute, insieme a prove per controllare la validità e la profondità del
trance. Le prove più comuni a questo riguardo sono: ordinare al paziente
di irrigidire il braccio, che resta poi così; controllare la sua insensibilità al
dolore, per cui non reagisce allo stimolo dato; oppure, dirgli che il dito
dell’ipnotizzatore è come un ferro rovente, per cui toccandolo il paziente
sentirà dolore, sebbene sia solo frutto di una suggestione; ed altre simili.
Dal tempo di Mesmer, l’ipnosi usata come terapia medica ha avuto
momenti di grande popolarità. Breuer trovò che i suoi pazienti potevano

74
ricordare specifici avvenimenti traumatici attraverso l’ipnosi; Freud
elaborò il metodo psicanalitico in parte perché aveva trovato che non tutti
i pazienti potevano essere ipnotizzati. La posizione attuale dei medici è
stata illustrata dal dottor Lewis R. Wolberg, direttore del Centro di
Perfezionamento Psicoterapico della città di New York e professore di
psichiatria all’università di medicina di New York. Egli ha definito
l’ipnosi come uno stato di sospensione psichica fra lo stato cosciente ed il
sonno. È da usare particolarmente nei casi in cui il paziente si esprime con
difficoltà, o quando una forte resistenza tiene sotto pressione dei ricordi o
delle esperienze molto traumatiche. “Quando un paziente ha represso dei
ricordi sconvolgenti”, egli disse una volta nel corso di un convegno, “può
segregarli ad un punto tale, che le normali tecniche psicoanalitiche sono
insufficienti. Talvolta, con il trance ipnotico, si può spezzare questa
resistenza quanto basta per riportare poi alla luce tutta l’esperienza
traumatizzante”.
Per Betty e Barney questo aspetto del processo ipnotico sarebbe stato
importante. La penetrazione dell’amnesia richiede un passo indietro nel
tempo, nel quale la memoria del paziente diventa netta e precisa: ricordi e
dettagli dimenticati da molto tempo emergono così alla coscienza con
estrema chiarezza. Non è insolito che un soggetto sotto ipnosi possa
ricordare il colore degli occhi ed il nome di tutte le persone presenti al suo
quinto compleanno, anche se il fatto risale a decenni prima… basta che
questo gli venga richiesto, e sarà in grado di dare una risposta esatta. Vi è
anche una tendenza a rivivere e a ricreare il passato, per cui il soggetto
passa attraverso tutte le emozioni suscitate dall’esperienza originaria, con
un processo chiamato “abreazione”. Il medico deve sempre tener presente
che portare alla luce ricordi e sentimenti del sub-cosciente potrebbe essere
insopportabile per il paziente, provocandogli disturbi molto seri. A volte,
se il soggetto si sente minacciato, può uscire dal trance e rifiutarsi di
proseguire, oppure, come vedremo nel caso di Barney, può supplicare il
medico di farlo uscire dal trance, non riuscendovi da solo. Spesso, quando
avviene questa scarica emotiva, o abreazione, il paziente si sente poi
notevolmente sollevato. Durante l’ipnosi è indispensabile il controllo
medico, e lo vedremo in seguito, nelle sedute degli Hill.
Malgrado fosse un po’ in apprensione, Barney era affascinato
dall’ipnosi.
“Dopo la prima prova”, ricorda, “è successa una cosa strana: mentre mi

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preparavo all’induzione all’ipnosi, guardai l’orologio, ed erano circa le
otto e cinque. Il dottore disse la parola-chiave ed io caddi in trance. Mi
sembrò di risvegliarmi immediatamente, ma quando guardai l’orologio,
vidi che erano le nove passate. Devo essere rimasto senza conoscenza per
circa un’ora, eppure mi sembrava che non fosse passato un minuto.
Ricordavo anche che, proprio all’inizio di quel che doveva essere lo stato
ipnotico, il dottore mi toccò la mano con una cosa che sembrava la setola
di una spazzola. Gli chiesi poi di farmi vedere con che cosa mi aveva
provocato quell’effetto, ed il dottore mi fece entrare di nuovo in trance, e
mi disse di aprire gli occhi, ordinandomi di ricordare quel che accadeva:
poi prese uno strumento che pareva un ago, e me lo spinse contro la
mano… non sentii assolutamente dolore, solo una strana sensazione,
come se mi avesse toccato con le setole di una spazzola. Anzi, nonostante
il fatto che egli premesse piuttosto forte, io non sentivo alcun dolore. E ne
fui molto sorpreso, perché guardai la mia pelle e l’ago che l’aveva
penetrata, e non c’era sangue. Così cominciai a capire che potevano
succedermi due cose, durante l’ipnosi: il ricordo della esperienza poteva
essere cancellato dalla mia mente, in modo che al risveglio non mi sarei
reso conto di essere stato ipnotizzato; oppure potevo essere ipnotizzato
con l’istruzione di ricordare, ed in questo caso avrei effettivamente
ricordato tutto quello che era successo durante l’ipnosi”.
Malgrado la reazione eccellente di Barney alla prima induzione in
catalessi ipnotica, il dottor Simon decise di attenersi al suo programma,
facendo ancora due sedute preliminari durante le quali avrebbe rafforzato
il processo ipnotico in Barney e in Betty, in modo che, poi, potessero
entrare rapidamente in una profonda catalessi senza interruzione.
Il dottore trovò che anche Betty Hill era un ottimo soggetto: sarebbe
entrata facilmente in trance profondo e rispondeva completamente e senza
esitazione sia al trance che alla suggestione post-ipnotica.
Con entrambi i soggetti che rispondevano bene all’induzione, il dottore
poteva ora continuare le sedute semplicemente pronunciando le parole-
chiave prestabilite. Tuttavia, per sicurezza, il dottore decise di indurre più
volte i soggetti in catalessi profonda.
Inoltre, durante le tre sedute preliminari, il dottore fece delle prove
sugli Hill, usando varie suggestioni post-ipnotiche: per esempio chiedeva
loro, tre minuti dopo il risveglio, di fumare una sigaretta, ma aggiungeva
che il sapore sarebbe stato insopportabile, ed essi effettivamente la

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spegnevano quasi subito; pochi minuti dopo gliene offriva un’altra,
dicendo che questa sarebbe stata buona, come in effetti era. Poi ordinò
loro (sempre separatamente, perché questo sarebbe stato il metodo
adoperato nelle seguenti sedute) di non ricordare ciò che avevano detto
sotto ipnosi, a meno che non gli fosse stato ordinato. Il dottore era deciso
a ristabilire l’amnesia dopo ogni seduta, almeno fino a quando non avesse
conosciuto l’intera storia e fosse così in grado di valutare il suo effetto
emotivo. Questo ultimo accorgimento fece sì che gli Hill fossero in grado
di comunicare tra loro, senza pericolo di distorsioni che potevano sorgere
dal fatto di discutere i fatti rivelati dall’ipnosi. Più tardi sarebbe stata data
loro la memoria riguardo a ciò che era stato detto durante le sedute: a
questo scopo sarebbero stati usati dei nastri registrati, uniti all’ordine di
ricordare quanto sarebbe stato clinicamente desiderabile.
Il dottore intendeva cominciare con Barney, e farlo retrocedere fino
alla notte del 19 settembre del 1961, facendogli svelare ogni piccolo
dettaglio del viaggio dal Canada a Portsmouth. Dato che i dettagli
sarebbero stati di eccezionale chiarezza, era ragionevole prevedere che
Barney avrebbe superato la breccia dell’amnesia, quindi il rimandarlo
nell’oblio dopo ogni seduta avrebbe permesso a Betty di raccontare la sua
storia nelle sedute successive senza essere influenzata da Barney.
Spesso, infatti, quando un soggetto riprende coscienza dopo una
catalessi profonda, non ricorda ciò che è avvenuto durante la seduta. Può
farlo, però, se l’ipnotizzatore glielo ordina.
Alla fine del periodo di prove, gli Hill erano ansiosi di incominciare le
sedute terapeutiche, sperando di chiarire il mistero di Indian Head una
volta per sempre. Si sentivano entrambi tranquilli e rilassati per tutto quel
che riguardava il processo ipnotico, anzi, erano quasi entusiasti degli
effetti residui dell’ipnosi.
“Lo posso solo descrivere” ricorda Barney, “come l’immergersi in una
vasca di acqua calda e restarvi a bagno, come se ogni nervo del corpo
fosse piacevolmente stimolato. Era uno stato che non ero mai riuscito a
raggiungere prima. Un piacevole e stimolante calore, proprio come dopo
un massaggio”.
Ma entrambi si rendevano conto che la parte più impegnativa e seria
doveva ancora cominciare, che avevano davanti una lunga e laboriosa
ricerca del passato, per cercare di mettere fine alle angosce che avevano
sconvolto la loro vita per tanti mesi. Il 22 febbraio del 1962 arrivarono,

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come sempre, di buon mattino, allo studio del dottor Simon. Betty sapeva
di andare solo per un “richiamo” alla sua induzione, mentre Barney
avrebbe incominciato il lungo viaggio nell’ignoto.
La procedura del dottore era chiara: dopo aver richiamato l’induzione
di Betty per mantenere la facilità alla catalessi, in attesa che toccasse a lei
sottoporsi alla seduta, egli avrebbe riportato Barney alla notte del viaggio,
ed avrebbe riesaminato dettagliatamente tutto il tragitto. Un’amnesia di
origine psicologica consiste in genere nella perdita della memoria
riguardo ad idee o ad esperienze dolorose, per poterle nascondere alla
propria coscienza: attraverso il concentramento dell’attenzione, provocato
dall’ipnosi, avviene spesso l’opposto dell’amnesia, cioè l’ipermnesia, o
memoria superlativa. Il dottore sperava che in questa seduta il paziente
non solo riportasse alla luce il materiale dimenticato, ma rivivesse anche
le stesse emozioni. Risvegliare il ricordo senza le emozioni non sarebbe
stato sufficiente, dal punto di vista terapeutico.
Per le registrazioni, il dottor Simon usò un registratore Revere-M2 con
caricatore automatico a 17/8 IPS. Le bobine non solo erano di lunga
durata, ma si potevano accumulare tutte prima, in modo da ridurre le
interruzioni fra l’una e l’altra al minimo. Se era necessario fare
interruzioni, la procedura era semplice: il dottore dava semplicemente un
colpetto sulla testa di Barney, dicendogli che non avrebbe sentito alcun
rumore per tutto quell’intervallo di tempo, poi gli dava un altro colpetto
per farlo ricominciare. Un soggetto sotto ipnosi ha una tale precisione nel
rievocare e ritenere i ricordi, che riprenderà dal punto esatto in cui si è
interrotto, anche nel bel mezzo di una frase. La rievocazione ed il rivivere
l’esperienza non solo rasentano la precisione di una registrazione, ma
possono essere troncati e ripresi a piacere, solo su ordine
dell’ipnotizzatore. Inoltre il soggetto prenderà alla lettera gli ordini e le
domande dell’ipnotizzatore; ad esempio, alla domanda: “Hai parlato con
quest’uomo?” potrebbe rispondere: “No, non gli ho parlato, gli ho
bisbigliato qualcosa.” Questo per fare un esempio della precisione e dei
dettagli delle risposte.
Barney sedette davanti alla scrivania del dottore, e allungò la mano per
prendere una sigaretta, ma appena il dottore pronunziò la parola-chiave, i
suoi occhi si chiusero e la testa si inclinò; con le mani in grembo,
sembrava un tipo qualunque che si fosse appisolato in una poltrona con il
giornale in mano. Fu indotta la catalessi profonda, e, soddisfatto che

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Barney avesse raggiunto il punto giusto, il dottore iniziò la seduta.
DOTT.: (Completando il “rafforzamento dell’ipnosi”)
Lei è sempre profondamente addormentato. Profondamente
addormentato. Ricorderà tutto, ora, e mi dirà tutto.
BAR.: Sì.
DOTT.: Voglio che mi racconti dettagliatamente tutte le sue esperienze,
tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti, cominciando dal momento in
cui lasciò l’albergo. Era a Montreal?
BAR.: (La sua voce è stranamente piatta, monotona ed afona rispetto al normale.
Risponde alle domande del dottore seccamente, con un curioso tono monotono, e con
estrema precisione)
Non ci siamo fermati a Montreal. Ci siamo fermati in un motel.
DOTT.: Vi siete fermati ad un motel? Come si chiamava?
BAR.: Era in un’altra città.
DOTT.: Sì, ma dove vi siete fermati?
BAR.: Non mi sembra di ricordare…
DOTT.: Era vicino a Montreal?
BAR.: A 180 chilometri da Montreal, all’incirca.
(È interessante notare la precisione dei dettagli, la parola “all’incirca”
riferita ad una cifra così precisa)
DOTT.: C’è qualche ragione per cui non riesce a ricordarne il nome?
(Deve esserci qualche ragione: in una catalessi così profonda, il soggetto di
solito ricorda molti particolari)
BAR.: Arrivammo di notte in questo motel, ma non notai alcuna insegna.
(La ragione come previsto si rivela)
DOTT.: Capisco. Si ricorda che città fosse?
BAR.: Non era una città: si trovava in campagna. Provenivamo dalle
Cascate del Niagara attraverso il Canada.
DOTT.: Continui. Mi racconti del suo arrivo in quel posto.
BAR.: Arrivammo in quella piccola zona e non vedemmo segno di paesi,
e la mia macchina faceva un sacco di baccano. Era la macchina di Betty
quella che stavo guidando, ma ero io che guidavo la macchina.
(La precisione, l’esattezza contorta della frase è tipica dello stato di trance
intenso)
E mi fermai a una stazione di servizio e mi dissero che la macchina
non era stata ingrassata a dovere. Così mi ingrassarono la macchina e

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questo eliminò il rumore della macchina. Poi decidemmo che non
potevamo continuare fino a Montreal e che dovevamo cercare un posto
dove passare la notte. E fu allora che vedemmo quel motel senza badare
all’insegna.
(Di nuovo torna a spiegare come mai non riusciva a ricordare il nome del
motel. È stato istruito di riferire tutti i suoi pensieri oltre alle azioni)
I pensieri che mi attraversavano la mente erano: Mi avrebbero
accettato? Perché avrebbero potuto dire che erano pieni e mi chiedevo se
l’avrebbero fatto, perché io avevo dei pregiudizi…
DOTT.: Lei aveva dei pregiudizi?
BAR.: Perché li avevano loro.
DOTT.: Perché lei è negro?
BAR.: Perché sono negro.
DOTT.: Le è già capitato altre volte, immagino, no?
BAR.: In effetti non mi è mai capitato di sentirmi negare un alloggio.
DOTT.: Intende dire che era preoccupato solo per la possibilità che lo
facessero?
BAR.: Beh, so che a volte succede, e mi preoccupavo, perché ero un poco
stanco… ma mi accettarono subito. Ci costò dodici dollari in due,
trascorrere lì la notte.
DOTT.: E confidò il suo timore a sua moglie? Anche lei era preoccupata?
BAR.: No, lei non ha mai le mie preoccupazioni.
DOTT.: Ma ne parlò a sua moglie o se la tenne per sé?
BAR.: Di solito, gliene parlo…
DOTT.: Lo fece anche quella sera?
BAR.: No… non glielo dico mai, proprio mentre stiamo cercando un
posto…
DOTT.: Ho capito. Va bene, continui.
BAR.: Avevamo il cagnolino con noi, e loro ci dissero che era veramente
un bel bassotto, e che potevamo portarlo in camera con noi.
(Qui sta parlando di Delsey e lo descrive con precisione)
Il mattino dopo uscimmo presto, e vedemmo un ristorante dall’altra
parte della strada, così andammo a fare colazione. Io presi un succo di
pompelmo, prosciutto, uova e caffè… poi, proseguiamo il viaggio, su
un’autostrada… una bellissima strada… in certi tratti è a quattro corsie.
(Anche qui si nota la necessità di dare ogni dettaglio, che sia o meno

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importante)
Sto entrando a Montreal, e non mi va di restarci…
DOTT.: Perché no?
BAR.: È una grande città, c’è molta confusione, e un sacco di camion
sulla strada… c’è un tale traffico! Sta aumentando, ed io non voglio
restare a Montreal, con questo traffico. Non riesco neppure a trovare il
cartello dell’autostrada che dobbiamo prendere… traffico dappertutto. E
decido che sarebbe meglio trovare un motel, se vogliamo fermarci
stanotte. Con mio gran dispiacere, ci dicono che tutti i motel sono molto
lontani, o così mi pare, dalla città. E continuo a guidare, in giro per
Montreal, e mi sorprendo vedendo dei negri… Non sapevo che vi fossero
negri a Montreal. Siamo piuttosto lontani dal centro e tutti gli edifici
hanno all’esterno delle parti in ferro battuto, come delle scalinate. Io mi
accosto ad una stazione di servizio, e chiedo indicazioni sulla strada, ma
non mi capiscono, mi rendo conto che non parlano inglese.
(Barney parla al presente, il che indica che sta rivivendo l’esperienza, non
solo raccontandola)
Così metto due dollari di benzina nella macchina e me ne vado. Trovo
un poliziotto che dirige il traffico…
DOTT.: Perché ha messo solo due dollari di benzina nella macchina?
Perché non ha fatto il pieno?
BAR.: Perché non avevo bisogno di benzina, mi ero fermato solo per
chiedere un’informazione…
DOTT.: In altre parole, si è sentito come in dovere di sdebitarsi, è così?
BAR.: Mi sembrava di dovergli qualcosa… E mi accosto al poliziotto e
gli chiedo come posso trovare la Statale numero 3; questo parla l’inglese,
molto male e con un forte accento, ma mi indica la strada. Ora sto
passando di fronte ad una scuola cattolica, una bellissima scuola… vedo
là un prete… è su una collina, circondata da prati bellissimi… una bella
scuola di Montreal… Ed io sbaglio di nuovo la strada…
(Barney continua, descrivendo dettagliatamente il viaggio attraverso il
Canada e la parte superiore del Vermont)
Una e quattordici! È buio, non è una buona strada, ma non manca
molto al New Hampshire, vedo la segnalazione di Colebrook… meno
male. Mi sento sveglio, il viaggio è quasi finito e sono sulla Strada 3…
vedo un cartello che la indica, con una deviazione a destra ed una a

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sinistra, e mi mette in dubbio, perché io pensavo di andare dritto non di
svoltare a sinistra. Decido di fermarmi e controllare la cartina, poi torno
indietro fino ad un ristorante che ho passato, e lì parcheggio, ed entriamo.
C’è una donna di colore lì, (io penso: “scura secondo il metro dei
bianchi… sarà una negra con la pelle chiara, o un’indiana, o una bianca?”)
e questa donna ci serve, ma non è molto amichevole, noto; ci sono altre
persone, che ci stanno osservando, e sembrano amichevoli e di buon
umore, ma questa donna con la pelle scura non lo è. Mi chiedo ancora:
“Sarà nera? Forse si chiede se io mi sono accorto che è nera, mentre lei
vorrebbe passare per bianca…”. Mangio un hamburger e mi spazientisco
con Betty che deve ancora finire di bere il caffè, perché voglio ripartire…
l’orologio del locale segna le dieci e cinque, come il mio da polso, e
calcolo di essere a Portsmouth per le due.
DOTT.: Ma non ha appena detto che sono l’una e dieci, o l’una e
quindici?
BAR.: No, avevo detto Statale 114.
DOTT.: Ho capito. Va bene, prosegua.
BAR.: Vedo buio, molto buio. Non c’è traffico, e Betty mi chiede di
fermare la macchina, per fare uscire un attimo Delsey, il cane.
DOTT.: Perché l’avete chiamato Delsey?
BAR.: Credo che la gente che l’aveva avuto prima di noi l’avesse
chiamato “Dolce” (dà una forte pronuncia italiana alla parola) Dolce… e
Betty lo chiamò così.
DOTT.: Prosegua… si è fermato per far uscire il cane…
BAR.: I miei pensieri continuano a tornare al Canada… Sono a
Coaticook, in Canada…
DOTT.: Sì…
BAR.: Non posso parcheggiare, vicino al ristorante, così mi fermo lungo
la strada, e ci arriviamo a piedi… e tutti i passanti ci guardano… noi
entriamo in questo ristorante, e tutti gli occhi sono puntati su di noi. Ed io
vedo quello che per me è un tipico “teppista”, capelli lunghi sulla nuca…
e mi metto immediatamente sulla difensiva, contro qualsiasi ostilità. Ma
nessuno mi dice niente… ci servono tranquillamente.
DOTT.: Ma questo ristorante era in Canada?
BAR.: Era a Colebrook, nel New Hampshire.
DOTT.: Ma come mai i suoi pensieri tornano al Canada? Sta avendo altri
ricordi?

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BAR.: Ci sto ripensando appena adesso, perché quando Betty mi ha
chiesto di fermarmi, dopo Colebrook, nel New Hampshire (e siamo in
aperta campagna…) in quel momento io pensavo che dovevo imparare a
controllarmi di più, e a non pensare che tutti mi fossero ostili, o a
sospettare ostilità senza che ve ne sia motivo. Era un simpatico ristorante,
quello… la gente era amichevole… Mi chiedevo perché davo tanta
importanza ad una cosa simile. E perché stavo sulla difensiva… solo
perché quei ragazzi avevano i capelli lunghi…
DOTT.: Solo i suoi pensieri tornano al Canada?
BAR.: Sì; ero già nel New Hampshire, e pensavo queste cose, quando lei
mi chiese di far uscire il cane. Fu lì che ripensai al Canada…
(A questo punto, poco prima dell’avvistamento. Barney rivela ancora una
volta il suo atteggiamento apprensivo, il suo timore di non essere accettato
dagli altri, il suo bisogno di essere rassicurato. Il pensiero di quella cameriera
poco amichevole lo spinse a ricordare altre cose, e Colebrook gli riportò alla
mente Coaticook, forse per associazione dovuta all’assonanza fra le due
parole. Continua a descrivere il viaggio lungo la Statale 3, negli USA. Ora è
vicino a Lancaster, nel New Hampshire, e per la prima volta scorge l’oggetto
nel cielo)
Guardo in su, attraverso il parabrezza, e vedo una stella. “Guarda che
strano,” dissi a Betty, “è senz’altro un satellite”. Poi mi accostai al lato
della strada, e Betty saltò giù, con il binocolo in mano. Ed io presi il
guinzaglio, lo agganciai al collare del cane… e dico, “andiamo, Delsey,
usciamo” e lui salta giù…
(Qui Barney mescola presente e passato, variando secondo l’intensità delle
sue emozioni)
Ed io guardo verso il cielo, poi guardo di nuovo Delsey, e lo porto
dietro la macchina. E dico: “Fai presto, Betty, così mi passi il binocolo”;
poi lei me lo dà, ed io vedo che non è un satellite, ma un aereo. Lo dico a
Betty, mentre le rendo il binocolo, e sono soddisfatto.
DOTT.: Che tipo di aereo era?
BAR.: Guardo… è alla mia destra… e non va nella direzione che mi
aspettavo, non mi passa sulla destra… io credevo che mi passasse sulla
destra, là in distanza, andando a nord — io sto guardando ad ovest, e la
mia destra è a nord — ma non va più a nord…
(Una lieve traccia di sorpresa comincia ad insinuarsi nella sua voce. Dal suo
tono, è chiaro che sta intensamente rivivendo l’esperienza)

83
DOTT.: Va ad elica?
BAR.: È questo che non riesco a spiegarmi! Non lo so… non sento il
rumore del motore, non capisco se va ad elica…
DOTT.: La sua macchina aveva il motore acceso?
BAR.: Sì.
DOTT.: E quel rumore che faceva la macchina, prima di farla ingrassare?
BAR.: Non lo faceva più. Ed io non badavo al rumore del motore. Però
ero preoccupato che si spegnesse, mentre stava lì con tutte le luci accese, a
scaricare la batteria… Ed ero preoccupato, diedi un’occhiata al tubo di
scappamento, e vidi che usciva del fumo.
DOTT.: Dallo scappamento di…
BAR.: Della mia macchina. Così non mi preoccupai troppo. E questa
cosa, che io chiamavo un aereo… non era un aereo. Era… oh, era strano.
Stava venendo verso di noi. Guardai in su e in giù, per la strada. E pensai
che era molto buio. E se uscisse un orso?… cominciavo a preoccuparmi,
così tornai alla macchina e dissi a Betty: “andiamocene, non è che un
aereo… sta venendo da questa parte, ha cambiato rotta… probabilmente è
un Piper Cub”.
DOTT.: Un Piper Cub avrebbe solo uno o due finestrini, vero? Lei ha
visto i finestrini di questo aereo?
BAR.: Questo è quanto dissi allora, quello che vidi, quando tornai alla
macchina: un Piper Cub.
DOTT.: Lei vide un Piper Cub?
BAR.: E guido, mentre Betty continua a guardarlo, e mi fa: “Barney,
quello non è un aereo. Ci sta seguendo”. Ed io mi fermo, e guardo, ed è
ancora là, a distanza. Così cerco un posto dove fermare la macchina, e
vedo una stradina sulla destra, è un buon posto per parcheggiare, se passa
una macchina non mi investirà. Ed esco dalla macchina, pensando che è
molto strano… perché è ancora lì? E Betty disse — almeno, mi pare che
dicesse — …ma io sono seccato con lei, e penso fra me che Betty sta
cercando di farmi credere ad un disco volante!
DOTT.: (Ha bisogno di regolare il registratore, e deve interromperlo)
Va bene, fermiamoci qui, per il momento. Fin che io non le parlo di
nuovo, non sentirà nulla… stia comodo e rilassato, si riposi
semplicemente, fino a che non le parlerò di nuovo.
(Aggiusta l’apparecchio, poi)
Va bene, può continuare.

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BAR.: E mi domando perché non se ne vada. Mi fermo e lo guardo
ancora, è arrivato alla Cannon Mountain. E penso che quando passerò il
“Vecchio della Montagna” {12}… là sarà certo un buon posto per guardare
questa “cosa”! E poi la segnalerò alle autorità!
DOTT.: Crede ancora che sia un Piper Cub?
BAR.: Mi domando che razza di piloti sono questi! Non dovrebbero fare
così, non dovrebbero farlo. Causeranno un incidente, volando in quel
modo. E se si buttano in picchiata proprio su di me?… non dovrebbero
fare così.
DOTT.: Era un aereo con un solo motore?
BAR.: Non lo so.
DOTT.: Non ha visto se aveva l’elica?
BAR.: (Ancora con la voce afona e piatta)
Non ho visto eliche.
DOTT.: C’era abbastanza luce per vedere?
(Per tutto l’interrogatorio il dottore controlla le affermazioni di Barney e
cerca di metterlo in difficoltà)
BAR.: Era solo una piccola luce che si muoveva nel cielo, e non faceva
nessun rumore. E questo è veramente ridicolo, e…
(Parla come se Betty fosse con lui)
“Betty! questo non è un disco volante! Perché fai così? Tu vuoi credere
in questa ‘cosa’ a tutti i costi, ma io non voglio!”
(Qui ritorna al suo tono piatto e monotono)
È ancora lì… Vorrei tanto incontrare un agente stradale o qualcun
altro, perché la faccenda comincia a farsi pericolosa.
DOTT.: Che pericolo c’era?
BAR.: Mi ricordo una volta che feci il bagno a French Creek, con i miei
due ragazzi, e un aereo ci venne proprio sopra la testa e si buttò in
picchiata, dritto verso di noi, e si raddrizzò mezzo metro dalle cime degli
alberi…
(Il movimento dell’oggetto in cielo ricorda a Barney questo episodio, accaduto
molto tempo prima, e che gli aveva causato una forte emozione. È interessante
notare che questa esperienza lontana sia ricordata con la stessa chiarezza
delle altre)
DOTT.: A French Creek?
BAR.: In Pennsylvania, French Creek in Pennsylvania.

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DOTT.: Anche quello era un Piper Cub?
BAR.: No, era un aereo a reazione, un apparecchio militare. E
l’esplosione che fece quando riprese quota, me la sento ancora dentro il
petto… e mi sento scoppiare le orecchie. Ci penso proprio ora, e mi fa
rabbia che questo aereo vada volando in giro in questo modo… era un
rumore pauroso, quel rombo.
(Si riferisce al rombo dell’aereo a reazione, quando ruppe il muro del suono, a
French Creek. Ha paura che il fatto possa ripetersi qui, nelle White
Mountains)
DOTT.: Vuol dire il rombo del jet?
BAR.: Sì.
DOTT.: Adesso sente qualche rumore, proveniente da quel Piper Cub?
(Il soggetto può “sentire” i suoni delle esperienze che sta rivivendo)
BAR.: Non sento nessun suono.
DOTT.: Proprio nessuno?
BAR.: (Con voce quasi lamentosa)
Voglio sentire un jet. Oh! vorrei tanto sentire un jet, veramente.
(Si riferisce al rumore normale del motore, non al rombo di cui parlava prima.
È ansioso di collegare questo oggetto misterioso alla normale realtà)
DOTT.: Perché? Perché vuol sentire un jet?
BAR.: Perché Betty mi sta facendo arrabbiare. Mi sta seccando, continua
a dire: “guardalo! è strano! non è un aereo, guardalo!” ed io continuo a
pensare che invece deve esserlo. E voglio sentire il rumore del motore.
DOTT.: Quanto era distante?
BAR.: Era… oh… non era lontano, era a circa trecento metri.
DOTT.: A trecento metri?
BAR.: Sì, pressapoco.
DOTT.: Se fosse stato un Piper Cub, lei crede che a questa distanza
avrebbe potuto sentirne il rumore?
BAR.: (Che è un esperto conoscitore di aerei)
No, io… io so che non è un Piper Cub.
DOTT.: Come mai conosce così bene questi apparecchi?
BAR.: Credevo che fosse un Piper Cub perché ne avevo visti alcuni
planare sull’acque del lago Winnipesaukee: avevano dei pattini speciali
per atterrare sul ghiaccio, ed io e Betty ci divertivamo a guardarli. Ed
anche quella volta eravamo in una zona montana, così credevo che pure

86
questo fosse un Piper Cub.
DOTT.: Va bene.
BAR.: Ma non lo era, era troppo veloce. Si muoveva troppo velocemente.
Andava su e giù, avanti e indietro, così velocemente…
(C’è ancora sbalordimento nella sua voce. Sembra che stia osservando
l’oggetto compiere queste evoluzioni)
Se ne andava… ritornava…
DOTT.: Andava avanti e indietro, o in tondo?
BAR.: Andava… verso ovest. E poi, senza che lo si vedesse girare,
tornava dritto indietro… Andava come un…
(Cerca un paragone)
… penso ad una racchetta di legno, con un lungo filo che parte dal
centro, e a questo filo sta attaccata una pallina, che schizza in fuori e poi
torna indietro, senza disegnare un cerchio. Ed io credo che solo un aereo a
reazione possa andare ad una simile velocità. E spero di trovare un buon
posto dove fermarmi, per osservarlo bene, qualunque cosa sia. E vedo una
tenda indiana, riconosco il posto e mi sento rassicurato. Però il bosco mi
dà un senso di ostilità…
(Si riferisce alla tenda indiana che d’estate serve da negozio, per vendere ai
turisti gli oggetti-ricordo di Indian Head, ma che in questa stagione è chiusa)
DOTT.: Ma che posto è questo?
BAR.: È Indian Head… c’ero già stato… mi conforta un po’ essere in un
posto conosciuto… Volevo osservare bene questa “cosa”, perché Betty
stava diventando veramente noiosa… mi seccava continuamente,
dicendomi: “Guarda!” ma io non posso guardare, sto guidando!
DOTT.: Credeva che lei facesse sul serio?
BAR.: Certo che diceva sul serio!
DOTT.: Era eccitata?
BAR.: Betty non si eccita facilmente. Non si lascia coinvolgere
emotivamente come faccio io. E così, mi urtò accorgermi che era tanto
eccitata… doveva esserci qualcosa di straordinario per eccitarla così.
DOTT.: Ha detto prima che sua moglie cercava di convincerla che era
davvero un disco volante? Ma avete mai parlato di dischi volanti?
BAR.: No.
(Non è sicuro di aver capito la domanda, e chiede spiegazioni)
Vuol dire mai… o quando?

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DOTT.: Mai.
BAR.: Ah, sì, ne abbiamo parlato. E nessuno di noi due ha espresso un
giudizio definitivo, all’infuori dell’ammettere che potrebbero esistere.
Betty disse che lei ci credeva.
DOTT.: E ci credeva davvero?
BAR.: Io non ci credevo… mi sembrava una cosa senza importanza…
DOTT.: Ma sua moglie ci credeva?
BAR.: Sì.
DOTT.: Ed aveva qualche precisa ragione per crederci?
BAR.: Sua sorella: sto pensando a quando andammo a trovare i suoi
genitori a Kingston, nel New Hampshire. Abitano in una bella zona
tranquilla, ci sono solo tre case… le case delle sorelle di Betty e quella dei
suoi genitori. E di notte si guarda il cielo e si vede un milione di stelle…
com’è bello… una sera, stavamo parlando di satelliti; i russi avevano
appena mandato in orbita lo Sputnik, e suo padre ne stava parlando e
raccontava anche di come si possano vedere dei satelliti, là da loro, in
certe ore. Ed abbiamo parlato del volo spaziale, di vita su altri pianeti. E
poi la sorella di Betty disse che aveva visto un UFO, lungo ed a forma di
sigaro, ed altri oggetti che si avvicinavano e si allontanavano da esso.
(Gli archivi della NICAP contengono dozzine di simili testimonianze)
Io ascoltavo, ma ero del tutto indifferente alla conversazione. E da
quella volta, nel 1957, non ho mai più parlato di dischi volanti. Ma questo
è successo nel 1961.
DOTT.: Beh, adesso siamo nel 1961… e lei sta cercando un posto dove
fermarsi e guardare bene. E Betty la sta continuamente ossessionando…
BAR.: (Chiaramente, tutto di colpo)
Voglio svegliarmi!
(Questo indica che il soggetto potrebbe essere sul punto di avere un ricordo
doloroso, di rammentare qualcosa che non desidera affrontare, neanche in
trance. A questo punto il dottore è attento ad una eventuale reazione emotiva)
DOTT.: (Con fermezza)
Non si sveglierà: è in un sonno profondo. È comodo, rilassato. Non
sarà turbato, vada avanti. Può ricordare tutto, adesso.
BAR.: (Si sta notevolmente eccitando)
È proprio sulla mia destra! Mio Dio! Che cos’è?
(Incomincia a tremargli la voce)

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E cerco di controllarmi, così Betty non si accorgerà che ho paura…
Dio, che paura!
DOTT.: (Con voce calma, fermissima, di fronte alla crescente emozione di Barney)
Tutto va bene. Può continuare, affronti l’esperienza; non starà male,
adesso.
BAR.: (Incomincia a singhiozzare, poi urla)
Devo prendere un’arma!
(Urla ancora, agitandosi sulla sedia, è scosso da singhiozzi irrefrenabili. Il
dottore è costretto a prendere una decisione immediata: imporre un’amnesia e
farlo uscire dalla catalessi, oppure continuare l’esperienza per avere
l’abreazione o scarico di emozioni. Inoltre il periodo di amnesia sembra
essere proprio intorno a questo punto, e non è ancora stato penetrato)
DOTT.: (Con molta fermezza)
Dorma. Può dimenticare, ora. Ha dimenticato.
(Dà a Barney un momento di sollievo)
È calmo adesso, rilassato. Completamente rilassato. Non deve urlare.
(Poi riporta Barney di fronte all’esperienza: la sua violenta reazione si
attenua un poco, ma respira ancora affannosamente)
Ora può ricordare, continui. Deve trovare un’arma?
BAR.: Sì.
DOTT.: Pensava che l’oggetto le avrebbe fatto del male?
BAR.: (Parla con eccitazione)
Sì. Apro il portabagagli, e prendo la chiave inglese, poi rientro in
macchina.
(Di nuovo lo riafferra il panico)
DOTT.: Va bene, ma stia calmo.
BAR.: E me la tengo vicino. E poi esco con il binocolo.
(Ora ha la voce strozzata dal terrore)
Ed è là, lo guardo, lo guardo sempre… è proprio là sul campo… E
penso, penso… non ho paura. Non ho paura.
(Ma la sua voce esprime tutto il suo terrore)
Lotterò, non ho paura! e cammino, cammino ed attraverso la strada.
Eccolo là, lassù… Oooh, mio Dio!
(Urla di nuovo)

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DOTT.: (La sua voce è molto calma e ferma)
È lì. Lei lo vede. Ma non le farà del male.
BAR.: (Molto agitato)
Perché non se ne va? Guardalo.
(Ha un forte sussulto)
C’è un uomo lì! È… è… è… il capitano? Che cos’è? Mi… mi guarda.
DOTT.: Un momento, torniamo un po’ indietro, ora. Ha detto che era lì, a
circa trecento metri?
(Il dottore si riferisce all’ultima volta che Barney accennò alla distanza. Ora
l’oggetto è già appena al di sopra degli alberi, a non più di trenta metri da
Barney che si trovava nel campo, come ricordò poi)
BAR.: Oh, no.
DOTT.: Mille metri?
BAR.: No, non pare così lontano. È molto grande, e non è lontano. Lo
vedo inclinato verso di me!
DOTT.: Ora che cosa sembra?
BAR.: (Con molta esitazione, come se stesse studiando l’oggetto nel cielo; ma molto
più calmo e obiettivo)
Sembra… una… grossa frittella. Con dei finestrini… una fila di
finestrini… e luci. Non luci, una grande luce unica.
DOTT.: File di finestrini? Come un aereo di linea?
BAR.: No, non così. Perché sono curve, intorno al fianco di questa
“frittella”. E dico a me stesso: “Mio Dio, no! Devo scuotermi! Non può…
non può essere vero! Non è qui!
(Fa un profondo sospiro, quasi un lamento)
Oooh, è ancora lì!
(Con tono di rassegnazione)
Ed io guardo — in su ed in giù per la strada… Perché non arriva
nessuno? Non può venire qualcuno a dirmi che qui non c’è nulla? Non
può esserci nulla!
DOTT.: Lei è sempre al sicuro… riesce a vederlo chiaramente?
BAR.: (Completamente rassegnato)
Sì, è lì.
DOTT.: (Si chiede se Barney non stia sognando tutto, e vuol metterlo alla prova)
Non aveva dormito la notte prima?

90
BAR.: Mi pizzico il braccio destro… no, il sinistro. Sono sconcertato.
DOTT.: Ha tutto chiaro in mente. Si rilassi.
BAR.: (Con tono fatalistico)
È ancora là…
(Come se gli venisse un’idea)
Se lascio cadere il binocolo, appeso al collo… e ricomincio tutto da
capo? Forse non ci sarà più, quando tornerò a guardare…
(Rassegnato, dopo che sembra aver compiuto questa operazione, come uno
scongiuro di difesa)
Ma c’è ancora!
(Ora con incredulità)
Perché? Che cosa vogliono? Che cosa vogliono. C’è un tipo, sembra
amichevole… e mi guarda, da sopra la spalla destra, sorridendo. Ma…
ma…
DOTT.: Riusciva a vederlo distintamente?
BAR.: Sì.
DOTT.: Che faccia aveva? Che cosa le richiamava?
BAR.: Era rotonda.
(Fa un momento di pausa, poi)
Penso… penso ad un irlandese di pelo rosso. Non so perché…
(Un’altra pausa, poi)
Credo di sapere perché: in genere gli irlandesi sono ostili verso i neri.
E quando vedo un irlandese amichevole, la mia reazione è di pensare: “ora
sarò amichevole anch’io!” E ho l’impressione che questo tipo sia
amichevole.
DOTT.: Ha detto che la guardava da sopra la spalla: allora era girato
dall’altra parte?
BAR.: Sì, verso il muro.
DOTT.: Lo vedeva attraverso il finestrino? Ha detto che c’era una fila di
finestrini…
BAR.: (Cercando di essere estremamente preciso)
C’era una fila di finestrini, un’enorme fila di finestrini; divisi solo da
dei montanti — come delle strutture che evitavano che fosse una finestra
unica. E la faccia maligna del…
(Sta per dire “capo”)

91
Sembra un nazista. È un nazista…?
(È incerto)
DOTT.: È un nazista? Ha un’uniforme?
BAR.: Sì.
DOTT.: Che specie di uniforme?
BAR.: (Un po’ sorpreso)
Aveva una sciarpa nera al collo, gli pendeva sulla spalla sinistra.
(Fa un gesto nel trance)
DOTT.: L’ha indicata come se l’avesse lei…
BAR.: (Quasi tra sé)
Non l’avevo notato prima.
DOTT.: Che aveva una sciarpa nera?
(ancora una domanda penetrante)
Come poteva vedere delle figure così distintamente, a quella distanza?
BAR.: Con il binocolo.
DOTT.: Ah! Avevano delle facce normali? Ha detto che uno sembrava un
irlandese, con i capelli rossi.
BAR.: (Descrivendo la scena lentamente e con precisione)
Aveva gli occhi a mandorla… oh, gli occhi a mandorla.
Ma non come un cinese. Oh… oh.
(Improvvisamente)
Mi sembra di essere una lepre… mi sembra di essere una lepre…
DOTT.: Che cosa intende dire?
BAR.: (Si ricorda una scena della sua gioventù, una scena che gli passò per la mente
là in quel campo di Indian Head, un esempio di reminiscenza che dimostra il continuo
peso di esperienze passate sul presente quando sono in significativo rapporto emotivo
tra di loro)
Stavo cacciando lepri in Virginia, e un bel leprottino si nascose in un
cespuglio: e mia cugina Margie era da un lato del cespuglio, e io dall’altro
con un cappello in mano. Il povero leprotto pensava di essere al sicuro, ed
era buffo vedere che stava semplicemente nascosto dietro il tronco di una
pianta, gli sembrava di essere al sicuro! Ed io gli saltai addosso, e lo
coprii col cappello, lo presi… quel povero leprotto.
(Si ferma un attimo, riflette)

92
Strano che pensi proprio a questo, là nel campo…
(Ripete la frase)
Mi sento come una lepre…
DOTT.: Che cosa stava facendo Betty?
BAR.: Non la sento più.
(In seguito, in uno dei tanti viaggi di ritorno sul luogo, gli Hill controllarono e
trovarono che era molto difficile sentirsi chiamare da qualcuno che fosse in
macchina, alla distanza a cui si trovava Barney)
DOTT.: Ha gridato qualcosa a sua moglie, come ha gridato adesso con
me?
BAR.: Io non ricordo… non so.
(Nonostante egli cerchi di sottrarsi, l’ipnosi lo costringe a ricordare, e
riprende a parlare)
No, non ho gridato.
DOTT.: Se lo ricorderebbe, se lo avesse fatto?
BAR.: (Sembra pensare all’apparecchio, e non a ciò che gli dice il dottore)
Non lo so. So che questo tipo mi sta dicendo qualcosa.
DOTT.: Chi le dice qualcosa? Come? Come fa a parlarle?
BAR.: Lo vedo dalla sua faccia… no, le sue labbra non si muovono.
DOTT.: Continui… le sta dicendo qualcosa…
BAR.: (la sua voce comincia a farsi acuta per l’emozione. È sconvolto)
E mi sta guardando, e mi sta proprio dicendo: “Non avere paura.” Io
non sono una lepre. Sarò… sarò al sicuro. Non mi ha detto che ero come
la lepre…
DOTT.: Che cosa le ha detto?
BAR.: (Come citando quel che gli è stato detto)
Stai lì… e continua a guardare. Continua a guardare. Devi solo
continuare a guardare.
DOTT.: E lo udiva proprio dire così?
BAR.: Oh, mi sono tolto il binocolo dagli occhi, pensando: “Se non faccio
così, chissà quanto starò qui…”
DOTT.: Lo sentiva parlare?
BAR.: Oh, no. Non ha detto niente.
(Con la voce ancor più spaventata)
DOTT.: Ha avuto l’impressione che le parlasse, allora.
BAR.: Ne sono certo.

93
DOTT.: È certo che le abbia detto queste cose?
BAR.: Sì, “Stai lì.” mi ha detto.
(La sua voce si rompe, è in preda ad un estremo terrore)
Mi picchia nella testa!
(Urla di nuovo)
Devo andarmene! Devo andarmene di qui!
DOTT.: (Rapidamente e con fermezza)
Va bene, va bene. Sì calmi…
BAR.: (Ancora senza fiato)
Devo andar via di qui.
DOTT.: Si calmi… Come può essere certo che le avesse detto una cosa
simile?
BAR.: (Ora in tono di meraviglia)
I suoi occhi! I suoi occhi! Non ho mai visto degli occhi simili!
DOTT.: Ha detto che erano amichevoli.
BAR.: Non quelli del capo: ho detto quelli del tipo che mi guardava da
sopra la spalla.
DOTT.: Come sapeva che l’altro era il capo?
BAR.: (Di nuovo con tono piatto, e con cautela)
Perché tutti si muovevano… tutti mi stavano osservando, ma intanto si
muovevano. C’erano delle leve dietro… stavano davanti ad un grande
pannello, come un pannello di comando… E solo il tipo con la giacca nera
e lucida e la sciarpa rimase fermo al finestrino.
DOTT.: Ha detto che aveva gli occhi a mandorla: che cosa le ricorda
questo particolare?
BAR.: Non so. Non ho mai visto occhi a mandorla come quelli.
(Fa un gesto studiato con le mani, nel tentativo di descrivere gli occhi)
Incominciavano rotondi — e poi andavano indietro così — e così — e
poi in su, così. Posso disegnarli?
DOTT.: Li vuole disegnare?
BAR.: Sì.
DOTT.: (Gli porge il necessario)
Le sto dando un blocco ed una matita. Può aprire gli occhi e disegnare
quello che vuole. Vada avanti…
(Sotto ipnosi profonda, il soggetto può aprire gli occhi senza interrompere né

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disturbare la catalessi. Al suo risveglio, non ricorderà nulla, a meno che il
dottore non glielo permetta. Barney Hill non è un artista, e il trance non
migliora certo la sua abilità nel disegno: traccia una forma rozza e
schematica, e porge il foglio al dottore. Poi continua)
Sto guidando…
DOTT.: È di nuovo in macchina, ora?
BAR.: Sì.
DOTT.: Ha posato il binocolo?
BAR.: Sì, l’ho posato.
DOTT.: Bene, ed è entrato in macchina. Parla con Betty?
BAR.: Mi sto controllando. Mi sto dicendo: “Ricordati, sei coraggioso.
Puoi anche guidare.” E dissi a Betty di guardare fuori… perché sentivo
che l’oggetto era ancora intorno a noi. L’ho visto bene, quando sono
entrato in macchina: ha virato, in modo da essere là fuori… io, io lo so
che è là!
(Con convinzione)
Sì, è là fuori, ma non so dove.
(Con grande sorpresa)
Che strano!
DOTT.: Sì. Parli un po’ più forte.
BAR.: (Obbedisce. La perplessità nella sua voce si fa sempre più evidente)
Riconosco la Statale numero 3…
(Un altro crescendo emotivo)
Oh, quegli occhi! Sono nel mio cervello!
(Molto lamentoso)
Per piacere, non potrei svegliarmi?
DOTT.: (Rassicurante)
Dorma ancora un po’. Supereremo questo punto.
(Barney dà altri segni di turbamento)
Va bene, va tutto bene. Supererà tutto benissimo. Si lasci andare ai suoi
sentimenti, mi dica… non la disturberanno, ora.
BAR.: (Ora con voce sognante e meditabonda)
Sono là. Non è strano?… Tutti quei boschi… e quel cane pazzo… se
ne sta sempre in macchina. Non è strano? Resta sempre in macchina.
DOTT.: Non abbaia affatto?

95
BAR.: (Sorpreso per la mancanza di reazioni di Delsey)
Se ne sta semplicemente lì…
DOTT.: E Betty?
BAR.: (Aumenta il tono di perplessità, ma ora la paura è diminuita)
Non lo so.
DOTT.: Non dice nulla?
BAR.: (È molto teso: sta rivivendo la scena e sembra non sentire il dottore)
Io… io… io… io non capisco: vogliono rubarci qualcosa? Io… io…
io… io non capisco.
DOTT.: Che cosa la fa pensare a dei ladri?
BAR.: (Una pausa significativa, poi)
So che cosa ho in mente, ma non voglio dirlo.
DOTT.: Beh, a me lo può dire, adesso.
BAR.: (Completamente sbalordito)
Sono uomini. Tutti con giacche scure. Ed io non ho soldi, non ho nulla.
(Ora con gran perplessità)
Non capisco…
(Ancora sbalordito)
Oh… oh, gli occhi sono ancora lì! gli occhi sono sempre lì e mi dicono
che non devo aver paura.
(Come se guardasse lungo la strada)
C’è un incidente, là? Che cos’è quel rosso? Quel rosso brillante?
DOTT.: Rosso brillante?
BAR.: Sì, rosso ed arancio.
DOTT.: Che cos’è? Dov’è?
BAR.: Proprio là avanti, sulla strada.
DOTT.: Sulla strada?
BAR.: (Di nuovo, più come se rivivesse la scena che se rispondesse al dottore)
E non devo aver paura… Ma non vogliono parlarmi.
DOTT.: Chi non le vuol parlare?
BAR.: Gli uomini.
DOTT.: Sono quelli nel veicolo?
BAR.: No, stanno lì, sulla strada.
DOTT.: Uomini per strada?
BAR.: Sì, e non vogliono parlarmi. Solo gli occhi mi parlano. Io… io…

96
io… non capisco. Oh, gli occhi non hanno un corpo: sono solo occhi.
(Ora parla come se stesse passando ad un’altra fase del trance, quasi
catatonico; come se i suoi occhi fossero fissati, completamente concentrati in
un altro paio di occhi. Poi, improvvisamente, con enorme sollievo)
Ho capito, ho capito…
(Parla tra sé)
Sì, dev’essere così…
(Ride fra sé, calmo, come per rassicurarsi)
Ho capito che cos’è: un gatto selvatico, un gatto selvatico su un albero.
(Con grande sollievo, come se avesse trovato una spiegazione razionale,
cercando la risposta ad un fenomeno inspiegabile e misterioso. Poi, non più
tanto sicuro)
No, no. Ecco che cos’è: è il gatto che sorride di “Alice nel Paese delle
Meraviglie”. Ah, non devo aver paura: pure lui era sparito, erano rimasti
solo gli occhi. Va bene, non ho più paura.
DOTT.: Non ha visto questo…
BAR.: Sì, l’ho visto.
DOTT.: L’ha visto… sta ancora vedendo quest’uomo?
BAR.: (Di nuovo tra sé)
Gli occhi mi dicono: “Non aver paura”.
DOTT.: Parla degli occhi del capo?
BAR.: Non vedo affatto il capo.
DOTT.: Gli altri occhi, allora?
BAR.: (Con sicurezza)
Vedo solo degli occhi.
DOTT.: Solo gli occhi…
BAR.: Non ho nemmeno paura che siano collegati ad un corpo: sono lì.
Vicinissimi ai miei, proprio contro. È strano, non ho paura…
DOTT.: Ora… che è successo del veicolo?
BAR.: Non vedo nessun veicolo.
DOTT.: È andato via?
BAR.: No, è là. Non è andato via. Ma io non lo vedo, io sono
semplicemente là.
(Questo, naturalmente, riesce incomprensibile al dottore, ma egli deve restare
in collegamento con il suo paziente, vivere i suoi pensieri e le sue affermazioni,
e cercare di indurlo ad esprimere ciò che prova e che vede, senza influenzarlo

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troppo e lasciandogli assoluta libertà di espressione)
DOTT.: Dove si trova lei? In macchina?
BAR.: No, sono sospeso in aria… sto galleggiando.
(La sua voce ora è tranquilla, sollevata)
Oh, che buffo galleggiare… proprio galleggiare… Voglio… voglio
tornare alla macchina… sto proprio galleggiando.
DOTT.: Sta veramente galleggiando o è solo un’impressione?
BAR.: È solo un’impressione.
DOTT.: È sempre fuori dalla macchina?
BAR.: No.
DOTT.: È in macchina?
BAR.: No. Non sono in macchina. Non sono vicino alla macchina. Non
sono nel bosco. Non sono neppure sulla strada.
DOTT.: Beh, e quegli uomini, dove sono?
BAR.: Non lo so.
DOTT.: Sulla strada?
BAR.: Non lo so.
(Insiste, con disinvoltura)
Sto proprio galleggiando.
(Ora sembra interrompersi, parla come se si rivolgesse a Betty)
Eh, eh, Betty. È una cosa stranissima, Betty: non ho mai creduto nei
dischi volanti, ma… non so. Molto misterioso… Sì, be’, penso che non
dirò niente di tutto questo a nessuno. È troppo ridicolo, non è vero? Oh
cielo vorrei avere… vorrei essere andato con loro…
DOTT.: Vorrebbe essere andato con loro?
BAR.: Sì. Accidenti che esperienza, andare in qualche lontano pianeta.
(Una pausa mentre riflette, poi)
Forse questo proverà l’esistenza di Dio.
(Un’altra breve pausa)
Non è strano? cercare l’esistenza di Dio su un altro pianeta!
(Ora rivolgendosi a Betty)
Avevi paura? Io no. Non ho avuto paura. Comunque, non ho avuto
affatto paura. È ridicolo, proprio tu e io, e adesso siamo qui a parlarne.
(Ora il suo tono cambia, come se fosse passato parecchio tempo; forse ha

98
tralasciato qualche cosa di molto turbante, potrebbe essere il periodo
dell’amnesia)
Be’, sembra che stiamo arrivando a Portsmouth un po’ più tardi del
previsto…
(La sua voce si spegne. Il dottore attende un momento, e decide che a questo
punto sarebbe opportuno interrompere la seduta e valutarne gli effetti)
DOTT.: Va bene, ci fermeremo qui. Lei sarà calmo e rilassato.
Dimenticherà tutto ciò che è successo in questo periodo trascorso insieme,
finché non le chiederò di ricordarlo; dimenticherà tutto quello di cui
abbiamo parlato finché non le chiederò di ricordarlo ancora.
(La ripetizione è intenzionale, per rafforzare il comando)
Questo non la disturberà, non le darà pensiero, e resterà comodo e
rilassato e non proverà nessun dolore, nessun disturbo, nessuna angoscia.
(Il dottore torna a ripetere le parole-chiave che serviranno per le sedute
seguenti)
Lei ricorderà ciò che io le dirò di ricordare, farà ciò che le dirò di fare.
Dimentichi quel che è avvenuto qua, fino a quando non le chiederò di
ricordare ancora. È comodo e rilassato, ora: nessun male… nessuna
angoscia… Va bene, Barney, può risvegliarsi ora. Sarà tranquillo e
rilassato.
(Barney apre gli occhi, un po’ intontito sul momento, ma riprende presto piena
conoscenza)
BAR.: (Guardando l’orologio)
Santo cielo! le nove e mezzo! Non sono arrivato qui alle otto e dieci?
DOTT.: Sì.
BAR.: E dove sono stato?
DOTT.: Qui con me.
BAR.: Dove sono le mie… Non stavo per prendere una sigaretta?
DOTT.: Sembra di sì: la prenda.
BAR.: Mi pareva di essere entrato nello studio, lei mi ha chiesto di
sedermi qui, e poi ho allungato la mano verso una sigaretta, ma non l’ho
mai presa!
DOTT.: (Studiando le reazioni di Barney per assicurarsi che è completamente fuori
dall’ipnosi)
Come si sente?
BAR.: Mi sento benissimo.

99
DOTT.: Bene. Sa cosa è successo?
BAR.: Lei mi ha ipnotizzato: so perché l’ha fatto ma…
(Fa una pausa)
DOTT.: Va bene. Continueremo la settimana prossima… Ci vediamo fra
una settimana…

La prima indagine nell’ignoto era stata fatta, ma il velo dell’amnesia


era stato appena sollevato. Che cosa sarebbe successo, nessuno dei tre lo
sapeva; a questo punto, solo il dottore era a conoscenza dei primi dati
emersi.
Per tutto il tempo della seduta, Betty era rimasta nella sala d’attesa, con
una certa apprensione: sfogliando i numeri di McCall’a e del New Yorker
(tipiche riviste da sala d’attesa), ma senza riuscire a leggere. La sala
d’attesa era in fondo al corridoio, ad una certa distanza dallo studio del
dottor Simon. Sebbene le stanze fossero isolate acusticamente, Betty
aveva sentito gli urli di Barney nei momenti cruciali. Immaginando che
questo sarebbe potuto accadere, il dottore aveva fissato l’appuntamento
con gli Hill ad un’ora in cui gli altri studi erano liberi da visite, e dato che
non vi erano altri rumori in tutto il palazzo, gli scoppi di emozione di
Barney furono amplificati dal silenzio, e dalla tensione di Betty.
“Mi fece un tale effetto, che rimasi lì a piangere per tutto il tempo”
ricorda Betty. “E mi domandavo in che razza di condizioni sarebbe uscito
Barney dallo studio. Avevo sentito due grida: il secondo meno forte del
primo. Così aspettai… aspettai che uscisse. E quando uscì, sia lui che il
dottore sorridevano, tranquilli, ed io ne fui molto sorpresa. Così pensai
che fosse meglio non dire nulla a Barney, del fatto che avevo pianto e
tutto il resto. Decisi di essere molto discreta, e gli chiesi che cosa era
successo e se era agitato. Lui mi disse di no, che non lo era affatto, disse
che non c’era motivo di agitarsi.
Barney non ricordava nulla di quel che era successo nella seduta,
tranne a tratti qualche impressione vaga. Gli sembrava di essere stato in
trance solo pochi minuti, e solo dall’orologio poteva rendersi conto che
era invece passata più di un’ora e mezza.
Provava un’insaziabile curiosità riguardo a ciò che era successo
durante la seduta, ma naturalmente non aveva modo di saperne niente fino
a quando il dottore non glielo avesse permesso. Per ora non collegava
nulla al periodo di tempo perduto.

100
Ritornando a Portsmouth, si fermarono all’“International Pancake
House”, un vistoso ristorante moderno sulla Statale numero 1, vicino a
Saugus.
Ordinarono una colazione enorme; Barney si sentiva libero da ogni
tensione. Betty insisteva per conoscere le sue impressioni; sebbene fosse
stata in trance anche lei, durante le prime sedute, era ansiosa di sapere
come Barney aveva reagito alla prima seduta vera e propria. Barney le
assicurò che non c’era niente da preoccuparsi, non c’era niente di
sconvolgente… e Betty continuò a nascondergli il fatto che era stata in
lacrime quasi tutto il tempo, mentre lui era nello studio del dottore.
Barney si sentì benissimo fino al loro arrivo a casa; poi cominciò ad
essere oppresso dalla paura di qualcosa di vago ed indefinito, qualche
cosa per cui si sentiva in colpa. Questa sensazione lo spaventava molto,
era veramente oppresso, anche fisicamente. Non collegava direttamente
questa sensazione all’ipnosi; più tardi, lo descrisse come qualcosa che era
seppellito nel suo subcosciente, e cercava di uscire alla luce. Era così
sconvolto, che stava per chiamare il dottore, poi decise di aspettare. Gli
balenò il pensiero di smettere le sedute, o almeno di chiedere al dottore di
fare la prossima seduta con Betty, per lasciarlo un poco tranquillo.
Ma pian piano i suoi timori lo lasciarono, ed ebbero il sopravvento la
sua ansia e l’imperioso bisogno di capire, di penetrare il mistero.

101
CAPITOLO VI

Quando Barney Hill lasciò lo studio quel sabato mattina, dopo la prima
seduta, il dottor Simon prese il microfono del registratore ed iniziò:
“Nelle parti più significative del suo discorso, il paziente ha mostrato
notevoli scarichi emotivi: piangeva, si stringeva il volto e la testa fra le mani, e
si contorceva come in agonia. Quando ha descritto gli occhi per la prima volta,
ha fatto gesti nell’aria, seguendo la forma dell’occhio che alla fine ha
effettivamente tracciato. In realtà ha tracciato una curva che rappresenta il lato
sinistro del volto, con l’occhio sinistro ma senza altri particolari. Quando gli è
stato chiesto di che occhio si trattava, si è mostrato confuso. Poi ha disegnato il
contorno intero della testa, l’altro occhio, il berretto e la visiera; poi, come se ci
avesse ripensato, ha disegnato la sciarpa. La signora Hill, dopo essere stata
ipnotizzata, con un ulteriore ‘rafforzamento’ dell’induzione, in attesa di essere
intervistata a sua volta, rimase nella sala d’aspetto per tutto il tempo”.

Chiaramente, in questo primo tentativo Barney aveva appena valicato


la soglia del mistero che aveva bloccato la sua memoria cosciente in
quella notte. Aveva dato solo una descrizione vaga e sconnessa, simile ad
un sogno, dell’enorme oggetto che gli si era avvicinato, degli occhi delle
misteriose figure a bordo della nave, di una strana sensazione di
galleggiamento che aveva provato, di un incidente in apparenza accaduto
sulla strada, e di figure sulla strada senza alcun evidente motivo logico.
Descrivendo ciò che era accaduto quando era ancora in sé, Barney era
chiaro e senza esitazioni, attento ai più minuti particolari. Ma al momento
in cui rivisse l’esperienza di Indian Head, la descrizione tornò ad essere
vaga e frammentaria. Sembravano esserci due punti di resistenza, uno
riguardante il momento in cui aveva alzato il binocolo verso l’oggetto,
mentre questo si dirigeva verso l’auto; l’altro, invece, in qualche punto
più avanti lungo la strada, riguardo ad un blocco stradale. Qui il resoconto

102
di Barney saltava di colpo ad un commento sul loro arrivo a Portsmouth,
avvenuto più tardi del previsto.
In tutto ciò che aveva rivelato sotto l’ipnosi, Barney aveva dimostrato
la sua profonda avversione all’idea dell’UFO. Come disse più tardi, le
probabilità che l’oggetto fosse il prodotto di un’auto-suggestione
sembravano in realtà molto scarse. La sua resistenza ad ammettere la
realtà di quel fenomeno era radicata, sebbene il suo giudizio fosse
ambivalente in una misura veramente sconcertante.
Il dottor Simon orientava le sue ricerche allo scopo di riportare alla
luce le esperienze del paziente e le sue sensazioni e pensieri, e non per
dimostrare o negare l’esistenza di dischi volanti. La verità in senso
assoluto di tali avvenimenti era meno importante per il dottore della loro
presenza passata o presente nella mente dei suoi due pazienti. Attraverso
l’indagine naturalmente si poteva avvicinarsi alla verità, ma a quel punto
non era ancora possibile trarre nessuna conclusione. Bisognava ottenere
ancora una gran massa di fatti, soprattutto da Betty, che non era ancora
stata esaminata ed ascoltata.
L’incidente non aveva quasi precedenti: il blocco stradale, le figure
ricordate da Barney sulla strada, e le strane reazioni di Barney stesso
nell’ultima parte della seduta dovevano essere esaminate con la massima
attenzione, alla ricerca di ogni possibile distorsione o fantasia.
Le implorazioni di Barney al dottore perché lo svegliasse avvenivano
nei momenti di emozione più violenta, in cui probabilmente ricordava
qualcosa di doloroso. In molti casi si assiste alla resistenza del soggetto
verso il medico, quando quest’ultimo tenta di rimuovere il blocco che ha
provocato l’amnesia. Se il medico aveva deciso di mantenere Barney in
trance, nonostante la sua intensa abreazione, o scoppio emotivo,
evidentemente riteneva che il paziente fosse in grado di sopportarlo senza
danno.

Il 29 febbraio 1964 gli Hill arrivarono puntuali al loro appuntamento:


Betty fu sottoposta al solito trattamento di “rinforzo”, mentre Barney andò
nello studio per la seconda seduta. Prima di mandarlo in trance, il dottor
Simon gli fece alcune domande:
DOTT.: Bene, signor Hill… come siete stato in questi giorni?
BAR.: Bene. Fisicamente, bene… ma ero un po’ sconvolto.
DOTT.: Me ne parli.

103
BAR.: Dunque, la settimana scorsa dopo averla lasciata, ho cominciato ad
avere come delle tracce di ricordo di quello che era avvenuto nello studio,
e questo mi disturbava abbastanza.
DOTT.: E cosa ricordava?
BAR.: Rammentavo la parola “occhi”. E pensavo che questi occhi
volessero dirmi qualcosa. E mi preoccupai perché pensavo che la mia
stabilità mentale fosse in pericolo. Pensai anche di chiamarla, quando
tornai a casa, poi rinunciai, uscii con mia moglie, andai a trovare degli
amici e mi rilassai un poco.
DOTT.: Questo è tutto ciò che ricorda?
BAR.: Soprattutto questo, sì. Ho notato però un altro fatto interessante: ho
cominciato a raccogliere particolari sul mio viaggio, cose a cui non avevo
mai pensato prima. Per esempio, ad una fermata fatta nello stato di New
York per comprare della birra, che Betty ed io ci portammo in un motel.
Ho ripensato a quando ci lasciarono portare lì dentro il cagnolino, io lo
misi in bagno e lo legai con una catena lunga, perché il bagno era
piastrellato, e se avesse fatto guai non avrebbe macchiato il tappeto. E
tutte queste cose sembrano tornarmi alla mente…
DOTT.: Sembra che siano cose di cui non mi aveva parlato, ma certo non
lo ricorderebbe ora. Però io le dissi di ricordare tutto, e questi sembrano
essere particolari che lei aveva omesso.
BAR.: Ah, capisco.
DOTT.: Vede, sotto l’effetto del trance le viene detto di ricordare tutto; e
questi sembrano essere particolari irrilevanti, ma il fatto di non avermeli
comunicati forse le fa sentire un certo senso di colpa, anche se si tratta
chiaramente di sciocchezze. A proposito, avete bevuto molto in viaggio?
BAR.: Quella birra è stata tutto ciò che abbiamo bevuto.
DOTT.: Sei lattine di birra? In due?
BAR.: Sì. Ne bevemmo una a testa domenica sera, poi andammo a letto. E
riportammo indietro le quattro che avevamo avanzato.
DOTT.: Capisco. Non avete bevuto quasi nulla per tutto il viaggio?
BAR.: No.
DOTT.: E questo suo attuale nervosismo è diminuito durante la
settimana?
BAR.: Più o meno sì. Sì, è diminuito. Ma è tornato ad un tratto la notte
scorsa. La settimana scorsa, sabato, quando mi alzai la mattina per venire
qua, sentivo come una specie di nausea, come in previsione di quel che

104
sarebbe successo; e lo stesso ho provato oggi.
DOTT.: Lei è molto preoccupato per questa esperienza. Ma presto tutto
tornerà a posto, e lei si sentirà benissimo. Non deve preoccuparsi per il
suo equilibrio psichico.
(Questa frase rassicurante può avere effetto ipnotico perché alle volte il
contatto ripetuto con il medico può aumentare la suggestionabilità. Questo era
un segnale che il materiale represso andava trattato con cautela, perché
minacciava di venire alla luce violentemente, di colpo, in assenza del medico.
Egli avrebbe perciò agito in modo da trattenere l’amnesia fino a che la
questione non fosse stata sviluppata più estesamente)
Ma mi dica: che ne pensa di questa faccenda dell’“occhio”? A che la fa
pensare? Le richiama qualcosa? Le suggerisce qualche idea?
BAR.: No. Beh, sì. Potrei dire che l’unica cosa a cui è legata è un effetto
come di presentimento. Di tradimento, come di avvertimento forse. È
l’unico effetto che mi fa.
DOTT.: Ha l’impressione che le sia stato fatto un avvertimento?
BAR.: Sì.
DOTT.: Non ha mai pensato o sentito prima una cosa simile?
BAR.: No, mai.
DOTT.: Riguardo all’ipnosi… Pensa che gli occhi c’entrino in qualche
modo?
BAR.: No, non credo.
DOTT.: Bene, lei voleva che mi occupassi un po’ di Betty, e la lasciassi
così in pace per un poco, no?
(Il dottore si riferiva ad un accenno che Barney gli aveva fatto entrando nello
studio)
BAR.: Beh, era quel che pensavo.
DOTT.: Lei si ricorda degli occhi proprio dalla nostra seduta, o dipende
forse da qualcos’altro che le è successo?
BAR.: No, credo dipendano proprio da quello.
DOTT.: Bene, questa fu l’ultima questione a cui arrivammo. Era sabato
scorso, e in effetti ha avuto uno strascico un po’ eccessivo. Farò in modo
da evitarle questa ansietà. Ricominciamo.
(Si prepara a riportare Barney ad un trance profondo)
Ora lei non ricorda da dove siamo partiti: torneremo indietro e forse
potrò riportarle qualcosa alla memoria. Torniamo indietro un poco, prima
del momento in cui gli occhi compaiono nel disegno.

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(Il dottore pronuncia alcune battute, e Barney immediatamente chiude gli
occhi, mentre la testa gli ciondola sul petto)
Lei è in un sonno molto, molto, molto profondo. Completamente
rilassato, ed in un sonno molto molto molto profondo. Lei dorme
profondamente… Non ha alcun timore né ansietà. Ed ora niente di quello
che ricorderà la potrà preoccupare, ma lei ricorderà TUTTO. Ricorderà
tutto, ogni azione ed ogni sensazione. Non la spaventeranno, adesso,
perché sono qui con noi. Non la spaventeranno, ci sono io qui con lei.
(La ripetizione è per rafforzare le istruzioni: può essere più o meno
necessaria)
Il suo sonno è sempre più profondo, lei è completamente rilassato.
Molto, molto profondo… Profondamente addormentato… ora lei
ricorderà tutto quel che è successo nel suo viaggio da Montreal; torni
indietro un poco, a quello che abbiamo già scoperto, prima dell’esperienza
con gli “occhi”. Può cominciare da quando ha visto l’UFO, un poco prima
del punto a cui avevamo smesso. Dovunque lei senta di essere, ricorda
perfettamente qualcosa.
BAR.: (Con voce piatta ed incolore: è in profondo trance)
Mi ricordo di essere nel bosco, dove ho parcheggiato. Ho con me
Delsey, lo faccio passeggiare dietro l’auto. È stata Betty a chiedermi di
farlo uscire. Betty è in piedi, sul lato sinistro della macchina, ed osserva
l’oggetto volante al binocolo. E io guardo su e giù, lungo la strada perché
spero di vedere un’altra macchina. E passo a Betty il guinzaglio, e le
chiedo di darmi il binocolo: vedo solo un aereo in cielo, e le dico che mi
pare proprio un aereo in volo verso Montreal, da dove veniamo. E vorrei
fare in fretta, tornare in macchina ed arrivare a Portsmouth. Betty torna in
macchina, e fa: “Non è strano?” E mentre io guido, dice: “È ancora lì”.
Anch’io penso che è strano, ma che deve essere un Piper Cub. E non fa
nessun rumore. E io vorrei spicciarmi e andarmene, perché è veramente
STRANO, questo strano oggetto che ci vola intorno. E credo veramente
che ci veda. È anche tarda notte, e mi sento allo scoperto.
DOTT.: In che senso?
BAR.: Mi sento allo scoperto, con le luci della mia macchina così visibili,
ed è buio dove mi trovo. E so che questo oggetto sta volteggiando in cielo.
Mi ricorda una mosca che svolazza senza uno scopo, a caso, e sorvola
qualcosa che sta per incontrare. Mi sembra che la “cosa” stia per fare lo
stesso. E Betty mi dice di fermarmi un’altra volta, mi fermo, e le dico:

106
“Betty, che stai cercando di fare? Di farmi vedere qualcosa che non
esiste?” Sono molto seccato con lei, perché io penso che sia un aereo,
qualcosa che possiamo spiegarci razionalmente. E sono convinto, ho
l’impressione che lei cerchi di convincermi che non è così. E questo mi
irrita.
(Parlando normalmente, Barney non inizia le frasi con “e”. Ma qui lo fa in
continuazione, come se parlasse in uno stile biblico)
DOTT.: E lei cos’ha risposto?
BAR.: Mi ha risposto: “Bene, e allora perché fa così? Perché non se ne
va? Che sta facendo?”
DOTT.: Ma questo non deve turbarla: ora lei mi descriverà le sue
sensazioni ma non sarà turbato. Continui.
BAR.: Dissi? “Betty, non può…” stavo pensando, poi non le dissi nulla,
stavo solo pensando fra me che non poteva essere un aereo.
(Da notare l’accuratezza dei particolari e la preoccupazione di riferire la
verità, che mostra sicuramente come non omettesse nulla al dottore)
Mi sconvolsi, perché Betty continuava a ripetermi che non si muoveva
come nessun apparecchio normale: io lo sapevo, ma non volevo
ammetterlo.
DOTT.: Lei aveva la sensazione che si muovesse in modo del tutto
diverso dagli apparecchi soliti?
BAR.: Sì.
DOTT.: In che senso?
BAR.: Beh, volava in modo molto particolare, senza seguire una rotta
diritta. Spesso si alzava di colpo…
(Questa è un’osservazione molto comune riguardo agli UFO)
DOTT.: Si alzava in verticale, cioè.
BAR.: Si alzava proprio in linea retta, poi volava orizzontalmente per un
breve tratto. Poi scendeva a capofitto, ed una volta mentre faceva così,
notai che la fila di luci su di esso sembrava inclinarsi e poi tornare
orizzontale così come pensavo facesse l’intero oggetto, dalla posizione in
cui era la fila di luci.
DOTT.: Come se virasse?
BAR.: Come se virasse. Ma virare non è il termine adatto, per descrivere
quel movimento. Perché se avesse virato, mi sarebbe sembrato un aereo, e
ne sarei stato certo. Proprio si inclinava. Non virava come un aereo in

107
picchiata. Mutava improvvisamente da una retta orizzontale ad una
verticale.
(Altra comune osservazione sugli UFO)
DOTT.: Come descriverebbe la sua forma?
BAR.: Non riesco a delinearla.
DOTT.: Un aereo normale, anche un Piper Cub, ha qualcosa della forma
di un sigaro. Anche un grosso elicottero.
BAR.: Sì, la fila di luci era disposta in quella forma, solo che io vedevo
solo una riga dritta, che si allungava.
(Molti rapporti sugli UFO negli schedari dell’aeronautica e del NICAP
indicano che appaiono in distanza a forma di sigaro, ma quando uno di essi si
avvicina il suo profilo pare più quello laterale di un disco)
DOTT.: Non sospettò che la cosa fosse rotonda, come uno dei cosiddetti
“dischi volanti”?
BAR.: No, non lo vidi così.
DOTT.: Allora, somigliava in certo senso ad un normale aereo?
BAR.: In quel momento, sì.
DOTT.: Vuol dire che poi cambiò forma?
BAR.: Sì. Mentre proseguivo sull’autostrada, avevo la strana sensazione
che ruotasse.
DOTT.: Come una trottola?
BAR.: Sì, come una trottola.
DOTT.: Ora, mentre me ne parlava l’altra volta, mi disse di alcune luci
sull’autostrada. Luci rosse, credo. Non le richiamano nulla? Luci sulla
strada… come se alcuni uomini stessero lavorando lì?
BAR.: Sì, ma questo venne in seguito.
DOTT.: Capisco. Allora continui come preferisce.
BAR.: Così continuavo a guardare, e mi fermavo e ripartivo
continuamente. E Betty insisteva che mi fermassi. E ci fermammo molte
volte.
DOTT.: Sempre fermandovi per osservarlo?
BAR.: Sì. E quando vidi la funivia in alto sulla montagna e mi resi conto
di dove eravamo, capii che avrei finalmente passato “Il vecchio della
Montagna”. E sembrava che l’oggetto avesse accelerato, passando sul lato
destro della formazione rocciosa, mentre io stavo girando sul lato sinistro,
alla base. E quando mi avvicinai al punto in cui si vedeva la figura del
“vecchio”, mi fermai ancora e guardai meglio. E capii che l’oggetto era

108
sempre lì. Si fermava quando ci fermavamo noi, e questo mi pareva molto
strano.
(La sua voce si fa sempre più eccitata, come se vedesse realmente quello che
descrive)
E si muoveva… oh, io non lo vedevo muoversi. Cominciai di nuovo a
guidare, e Betty diceva che si muoveva di nuovo anche la “cosa”, da
dietro le montagne. E ci stavamo avvicinando ad una spianata dove scorsi
due wigwam {13} sulla destra. Capii che ero vicino ad Indian Head. E
scorsi ancora l’oggetto mentre rallentavo, poi ripresi a guidare, guardando
la strada, ma Betty si fece molto eccitata: “Barney”, disse, “devi fermarti.
Guarda cosa fa!”
(Il dottore lo sta incoraggiando a ripetere il racconto, per scoprire eventuali
incoerenze)
E io rallentai la macchina. E guardai dal finestrino. E dalla parte di
Betty l’oggetto pareva stare proprio di fronte al finestrino, solo io dovevo
alzare un po’ lo sguardo per scorgerlo. Probabilmente guidavo a cinque
miglia all’ora, perché dovetti innestare la marcia bassa, perché non si
spegnesse il motore. E dissi: “Oh, è buffo!” Stavo pensando a tutte le
supposizioni che avevo fatto dalla prima volta che l’avevo visto: che fosse
un Piper Cub, un aereo di linea, un apparecchio militare che si divertiva a
seguirci. E mi fermai del tutto, mi chinai sul fondo dell’auto, alla mia
sinistra, raccolsi una chiave inglese e la tenni in mano.
DOTT.: L’aveva già tirata fuori dai bagagliaio?
BAR.: Sì. L’afferrai e me l’infilai nella cintura. E uscii dalla macchina
con il binocolo, appoggiandomi alla portiera, con il braccio destro sul
tetto. E guardo: prima di aver sollevato il binocolo agli occhi, proprio
mentre lo sollevavo, la macchina si mise a vibrare come per il rumore del
motore; feci un balzo. E l’oggetto si spostò, con un arco. “Accidenti”,
pensai, “è un arco perfetto!” Ma continuava ad avanzare,
fronteggiandomi, come se oscillasse ma sempre mantenendo una
posizione frontale.
(Ancora tipica descrizione di UFO a bassa altitudine)
E si muoveva verso la mia sinistra. E continuando a guardare, iniziai a
traversare l’autostrada, scuotendo la testa e ammiccando fra me e me,
come a negare che potesse essere qualcosa che non riuscivo a spiegarmi.
(Questo è il punto in cui la volta precedente era scoppiata la crisi emotiva. Ma

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ora Barney è calmo, e questo è in parte dovuto ai suggerimenti del dottore
quando lo ha indotto in trance)
E speravo che voltando lo sguardo verso l’autostrada e poi tornando a
guardare nella sua direzione, l’oggetto sarebbe scomparso. E continuavo a
camminare attraverso l’autostrada, in direzione anteriore rispetto alla
macchina, e continuavo a guardare con il binocolo, fermandomi ogni volta
a guardare in alto. E sempre più avvicinandomi ad “esso”. E pensavo:
“Interessante, ecco il pilota militare che mi sta guardando!” E lo guardavo
e lui guardava me. E ce n’erano molti altri che mi guardavano, e pensai ad
un enorme dirigibile, e a tutti gli uomini in fila lungo i finestrini di questo
enorme dirigibile, che mi osservavano. Poi quelli si spostarono sul retro, e
io continuai a vedere un unico uomo, e lo guardavo e lo riguardavo.
(C’è un notevole contrasto fra questa descrizione calma e serena e quella della
seduta precedente)
DOTT.: Questo è l’uomo che lei ha chiamato il “capo”?
BAR.: Era vestito in modo differente. Io pensavo alla Marina, vedendo
che gli uomini che si erano spostati sul retro indossavano delle tute blu,
mentre quest’altro aveva una giacca nera, lucida, ed un berretto.
DOTT.: Una volta mi parlò di alcuni teppisti incontrati al ritorno dal
viaggio, anche loro indossavano quei giacconi neri lucidi che portano di
solito?
BAR.: No.
(Il dottore sta cercando di capire se la mente di Barney è stata influenzata da
quell’incontro a Montreal. Forse l’eco di ciò che Barney aveva visto a
Montreal può riflettersi nei disegni fatti? Entrambe le esperienze
rappresentano un pericolo potenziale, di cui la paura è il comune
denominatore)
DOTT.: Non c’è nessuna somiglianza fra loro ed il “capo”?
BAR.: No. Quei canadesi erano vestiti normalmente, solo i capelli erano
tagliati in modo particolare, molto lunghi sul collo. Ed io pensai che
fossero dei teppisti proprio per quel taglio di capelli.
DOTT.: Bene, torni pure al “capo”.
BAR.: Lo guardai ed egli mi guardò. E pensai: “Non mi farà alcun male”.
Però volevo tornare da Betty e raccontarle quel che mi era successo, e
parlare di questa cosa interessante che avevamo visto. E continuavo a
guardarlo e lui guardava me, e poi tornai alla macchina. E Betty era
sdraiata sul sedile davanti, e le dissi: “Betty eri spaventata?” E lei mi

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rispose: “Perché non sei tornato? Ti ho urlato di tornare. Non capivo
perché te ne sei andato, traversando la strada”.
DOTT.: Non l’aveva sentita gridare?
BAR.: No. E pensavo che se ne stesse sdraiata sul sedile, ma lei mi disse
che si stava solo sporgendo per raggiungere meglio la portiera, e aprirla, e
gridarmi di tornare indietro.
(Il fatto che il dottore lo abbia rassicurato all’inizio del trance pare aver
ridotto il terrore del ricordo)
Tornai alla macchina e ripresi a guidare. E guidai qualche chilometro,
poi mi accorsi che non ero sulla Strada numero 3.
(Qui, per la prima volta la porta all’amnesia pare schiudersi: il blocco era
sempre intervenuto ad Indian Head, seguito dalla perdita della conoscenza, al
momento in cui aveva cominciato ad allontanarsi dall’oggetto. Anche Betty
non aveva mai superato quel punto, tranne che ammetteva che il suo sogno
potesse essere realtà)
BAR.: E non mi rendevo conto del perché, visto che era una strada diretta.
D’un tratto, mi fu segnalato di fermarmi. E pensai, mi chiedo se c’è stato
un incidente. In ogni caso, ho qui la chiave inglese… la tengo a portata di
mano…
DOTT.: Scusi se la interrompo: cosa vide sull’autostrada?
BAR.: Vidi un gruppo di uomini, fermi in mezzo alla strada. Ed era tutto
illuminato a giorno, ma non era proprio luce del giorno. Non somigliava
alla normale luce del giorno, ma era molto luminosa.
(Un’altra descrizione tipica di UFO a bassa quota, fatta anche da poliziotti e
tecnici)
E stavano venendo verso di me. Ed io non pensai più ad usare la chiave
inglese. Mi spaventavo se pensavo ad usarla come arma: se l’avessi
lasciata stare, non mi avrebbero fatto alcun male. Così si avvicinarono, e
mi aiutarono.
DOTT.: Chi l’aiutò?
BAR.: Questi uomini.
DOTT.: L’aiutarono ad uscire dall’auto?
BAR.: Mi sentivo molto debole. Molto debole, ma non spaventato. E mi
pare neanche confuso. Non sono meravigliato, non mi chiedo neanche che
mi sta succedendo. E mi aiutano. E mi viene in mente un quadro che vidi
molti anni fa, di un uomo trascinato alla sedia elettrica. Mi ricordo questo,
e penso di essere nella stessa situazione. Ma non lo sono, però penso che

111
sto strascicando i piedi, e mi ricorda il quadro. E non ho paura. Mi sento
come in sogno.
(Questo ancora indica che Barney non ha paura. Più tardi, riascoltando i
nastri, Barney paragonò quelle sensazioni allo stato di ipnosi in cui lo metteva
il dottore. Da quel momento si è sempre chiesto se gli “uomini” non lo
avessero ipnotizzato, e se la sua amnesia non dipendesse da quello)
DOTT.: Si sente addormentato in quel momento?
BAR.: Ho gli occhi chiusi, mi sento come… “dissociato”.
DOTT.: “Dissociato”? Ha detto proprio così?
BAR.: Sì.
DOTT.: (Indagando sulla definizione di Barney)
Cosa vuol dire con questo termine?
BAR.: Sono qui… E non sono qui.
DOTT.: Che ne è di Betty nel frattempo?
BAR.: Non so. Cerco di pensare, dov’è Betty? Non lo so.
DOTT.: Questi uomini fanno parte del suo sogno?
BAR.: (Con fermezza)
Sono qui, sì, insieme a me. So che loro sono qui. Ma è tutto buio. Ho
gli occhi chiusi. Non posso credere a quel che sto pensando.
DOTT.: C’è qualcos’altro che non mi ha detto?
BAR.: Sì.
DOTT.: Me ne parli, adesso.
BAR.: Sto sempre immaginando delle scene, perché ho gli occhi chiusi. E
penso di star salendo lungo un pendio, e inciampo nelle rocce. È buffo.
Pensavo ai piedi che inciampano nei sassi. Salgono a fatica. Ma ho paura
di aprire gli occhi, perché una voce dentro di me mi ordina di tenerli
chiusi, di non aprirli. Ed io non voglio essere operato.
DOTT.: Lei non vuole essere operato… cosa la fa pensare ad
un’operazione?
BAR.: Non lo so.
DOTT.: È mai stato operato?
BAR.: Solo di tonsille.
DOTT.: Si trova in uno stato simile?
BAR.: Penso di sì, ma ho gli occhi chiusi, e posso solo immaginare quello
che ho intorno. E non sento male. E ho una leggera sensazione: sento
freddo all’inguine.
DOTT.: È una sensazione connessa con l’operazione?

112
BAR.: Non mi stanno operando: sono sdraiato su qualcosa e ho
l’impressione di un dottore che mi mette qualcosa nell’orecchio. Quando
ero piccolo… il dottore mi mise qualcosa nell’orecchio, e mi spiegò che si
può esaminare l’orecchio, illuminandolo con questo affare. E sto
pensando a questo… E sento che il dottore non mi fa del male, se sto
molto attento e calmo e coopero con lui, non mi farà alcun male.
(Si interrompe)
DOTT.: Sì, vada avanti.
BAR.: Non posso ricordare altro.
DOTT.: Stava pensando queste cose, lungo la strada?
BAR.: Le pensavo sdraiato su questo tavolo.
DOTT.: Dov’era sdraiato?
BAR.: Penso all’interno di qualche posto. Ma non osavo aprire gli occhi.
Mi avevano ordinato di tenerli chiusi.
DOTT.: Chi glielo aveva ordinato?
BAR.: L’uomo.
DOTT.: Quale uomo?
BAR.: Quello che scorsi col binocolo.
(Parla dando per scontato che il dottore sia a conoscenza di tutto)
DOTT.: Era uno degli uomini sulla strada?
BAR.: No.
DOTT.: Ma che parte hanno questi uomini sulla strada?
BAR.: Mi hanno preso e mi hanno fatto salire sul piano inclinato.
DOTT.: Salire sul piano inclinato?
BAR.: So che stavo salendo su qualcosa, e mi trascinavo. E quest’uomo
mi parlava, ed io avevo già sentito la sua voce, e mi stava guardando
quando ero ancora sulla strada.
DOTT.: Tutto questo è accaduto dopo?
BAR.: È accaduto dopo Indian Head, pensavo di aver guidato dopo Indian
Head, quando mi spersi nel bosco.
DOTT.: Si perse dopo aver passato Indian Head, non è così?
BAR.: Non ero più sulla Strada numero 3, e non capivo perché.
DOTT.: Indian Head fu prima o dopo che lei vide l’oggetto?
BAR.: Non capisco la domanda.
DOTT.: Dunque, fu dopo aver passato Indian Head che lei vide l’oggetto?
BAR.: Fu proprio lì che lo vidi, in cielo. Ed ora è dopo Indian Head. Ho

113
guidato per molti chilometri, penso proprio molti chilometri. E la strada
non è la numero 3. Ma è un luogo molto boscoso. Ma è una strada, anche.
E qui mi fanno dei segnali, per fermarmi.
DOTT.: Quegli uomini le segnalarono di fermarsi?
BAR.: Sì.
DOTT.: E quanti erano?
BAR.: Pensai di aver visto un gruppo di sei persone. Perché tre mi
vennero incontro e tre no.
DOTT.: Com’erano vestiti?
BAR.: In quell’istante mi ordinarono di chiudere gli occhi. E li chiusi.
DOTT.: Ma prima, non riuscì a scorgerli?
BAR.: Erano tutti vestiti di scuro. Ed uguali.
DOTT.: Erano uomini bianchi?
BAR.: Non so il colore. Ma avevano facce simili ad uomini bianchi.
DOTT.: Indossavano qualche uniforme?
BAR.: Pensai ad una giaccia, un giubbotto della Marina, prima di
chiudere gli occhi.
DOTT.: Dissero altro, o solo: “Chiudi gli occhi”? Le dissero che
l’avevano fermata per qualche motivo?
BAR.: Non mi dissero nulla. Non dissero nulla.
DOTT.: C’era qualche apparecchio nelle vicinanze?
BAR.: Non ne vidi.
DOTT.: Non vide nessun veicolo?
BAR.: Mi era stato ordinato di chiudere gli occhi, perché vidi due occhi
che si avvicinavano ai miei.
(Nel frammento della prima seduta, parla di un gatto selvatico o di un gatto
del Cheshire, forse)
Ed ebbi l’impressione che quegli occhi si ficcassero nei miei.
DOTT.: Erano gli stessi occhi del “capo” che vide col binocolo?
BAR.: Sì.
DOTT.: Lei pensa che fosse lo stesso individuo?
BAR.: Non pensavo a nulla. Non pensavo all’uomo nel cielo, nel veicolo
che vidi. Vidi solo quegli occhi e chiusi i miei.
(La sua voce si fa abbastanza spaventata ogni volta che parla degli occhi)
E uscii dalla macchina, mettendo il piede sinistro a terra, mentre due
uomini mi aiutavano. E non camminavo. Mi sentivo come portato di peso.

114
E non andai molto lontano, penso, e subito sentii che stavo salendo, su un
piano inclinato, su una specie di scala. Avevo gli occhi chiusi, ed avevo
paura di aprirli.
(Altra pausa, poi)
Oh, questo non spiega quel che voglio dire.
DOTT.: Bene, provi ancora, allora.
BAR.: Non volevo aprirli. Era comodo tenerli chiusi.
(Barney riflette il suo desiderio di eliminare del tutto l’esperienza vissuta)
DOTT.: Quegli uomini la tenevano?
BAR.: Erano al mio fianco, ed avevo una buffa sensazione perché sapevo
che mi stavano tenendo ma non potevo sentirli.
DOTT.: È questo quel che voleva esprimere l’altra volta parlando di
“fluttuare”?
BAR.: Mi sentivo fluttuante, sospeso. Pensavo di uscire dall’auto, ma non
pensavo che quegli uomini, quando mi fecero uscire… non potevo
sentirli. Ma me ne resi conto solo salendo quella scala: allora mi resi
conto che non riuscivo a sentirli. Le mie braccia erano in posizione come
se mi sostenessero, ma io non stavo camminando. E volevo sbirciare.
Volevo guardare. Voglio guardare.
(Questo chiarisce il suo stato d’animo della prima seduta)
DOTT.: Sì, prosegua. Ora non la può spaventare. A me lo può dire.
BAR.: Aprii gli occhi.
DOTT.: Lei aprì gli occhi. E cosa vide?
BAR.: Vidi la sala operatoria di un ospedale. Era blu chiaro. Color del
cielo. E richiusi gli occhi.
DOTT.: Ricorda la sala operatoria dove le tolsero le tonsille?
BAR.: Ricordo l’ospedale, ero lì perché credevano che avessi
l’appendicite. E rimasi lì per tredici o quattordici giorni… no, tredici
giorni.
(Ancora da notare l’insistenza sulla massima accuratezza, anche su dettagli
irrilevanti)
E avevo l’abitudine di camminare nel corridoio e sbirciare nella sala
operatoria. Pensavo a quella sala, non era quella dove mi tolsero le
tonsille.
DOTT.: Ma la sala dell’ospedale era blu?

115
BAR.: No, era di una luce brillante.
DOTT.: Luce brillante?
BAR.: Sì, come le lampadine elettriche. Ma QUESTA stanza non era così.
Era immacolata. Pensai che tutto era così pulito… e chiusi gli occhi.
DOTT.: Aveva l’impressione di essere operato?
BAR.: No.
DOTT.: Non si sentiva attaccato in alcun senso?
BAR.: No.
DOTT.: Sentiva che sarebbe stato attaccato, in seguito?
BAR.: No.
DOTT.: Ha detto che sentiva l’inguine freddo…
BAR.: Ero sdraiato su un tavolo, e mi pareva che qualcuno mettesse una
tazza sul mio inguine, poi più niente. E pensai: “Che buffo!”
DOTT.: Per favore, parli un po’ più forte.
BAR.: Pensai che era buffo. Se sto veramente calmo e tranquillo, non mi
sarà fatto alcun male.
(Ancora il rituale magico)
E finirà. E starò qui e fingerò di essere dovunque, pensando a Dio e a
Gesù, pensando che non ho paura. E scendo dal tavolo, con un gran
sorriso, mi sento molto sollevato. E cammino, sono guidato. E ho gli
occhi chiusi, e poi li apro ed ecco la macchina. E ha i fari spenti, e anche
il motore è spento. E Delsey è sotto il sedile, mi chino a toccarlo, è tutto
raggomitolato sotto il sedile, mi siedo. E vedo Betty arrivare lungo la
strada, entra in macchina e le sorrido e lei mi sorride. E siamo così
esaltati, veramente felici. E io penso che non è stato tanto male. Che
buffo. Non avevo niente da temere. Guardiamo fuori, c’è la luna così
luminosa, e mi metto a ridere, e dico: “Bene, guarda che se ne va”. E mi
sento felice.
DOTT.: Vuol dire che l’oggetto se n’è andato?
BAR.: Sì.
DOTT.: Se n’era andato?
BAR.: Stava andando via.
DOTT.: Andando. Riusciva ancora a vederlo?
BAR.: Era una grande sfera. E se ne andava. Scomparve. E rimanemmo
nell’oscurità ed io accesi i fari e guardai la strada. E mi accorsi che c’era
una curva. Cominciai a guidare, vedevo una leggera inclinazione, e poi
tornai sulla Strada 3, perché ero su una strada con il fondo in cemento. E

116
pensavo, ragazzi se potessi trovare un ristorante e bere un caffè. E Betty
ed io ci sentivamo allegri, davvero, con un senso di benessere e sollievo.
DOTT.: Sollievo da che cosa?
BAR.: Sono sollevato perché mi sembra di aver vissuto una situazione
straziante, ma non c’era niente di pericoloso o doloroso in essa. E mi
sento molto sollevato.
DOTT.: E l’oggetto volante era sparito.
BAR.: Sì.
DOTT.: E non tornò?
BAR.: Betty sta ridacchiando e mi fa: “Ci credi adesso ai dischi volanti?”
E io rispondo, “Betty, dai, non essere ridicola. Certo che no!” E sentimmo
un suono intermittente, la macchina ronzò, ed io ammutolii.
DOTT.: Sentiste un suono?
BAR.: Un suono intermittente: bip-bip-bip.
DOTT.: La radio era accesa?
BAR.: No. La mia radio era spenta. Era così tardi, che pensavo di non
poter captare nessuna stazione. Così da quando lasciammo il Canada, la
tenni spenta. L’avevo accesa a Quebec, mi sembrava così divertente
sentire la radio canadese, parlavano in francese. Perfino la musica mi
pareva differente. Lasciando Montreal, avevo ormai deciso di tornare a
casa, e la spensi. Non ascolto la radio quando sto guidando.
DOTT.: E adesso, questi rumori. Li sentì ancora. Somigliavano a quei
“bip” che si sentono alla radio, quando si intercettano dei segnali in
codice? O a che cosa?
BAR.: (Rapidamente e seccamente)
Bip-bip-bip. Erano come segnali intermittenti.
DOTT.: E voi che faceste? Che ne pensava lei?
BAR.: Pensavo che era strano, quel bip-bip-bip. Ed ai primi bip, toccai il
volante con la punta delle dita, perché sentii una vibrazione. E mentre
proseguivo, Betty si voltò a guardare indietro, ed io rallentai e mi fermai,
dicendole: “C’è qualcosa che si sta spostando in macchina?”
DOTT.: Betty non disse di sentire i suoni intermittenti?
BAR.: Disse: “Cos’è questo rumore?” E guardammo dietro, e Delsey si
era arrampicato sul sedile, con le orecchie ritte, e ancora quel bip-bip-bip.
E esclamammo: “Oddio, pensi che la cosa sia ancora qui intorno?” Io la
chiamavo “cosa”, Betty invece “disco volante”. E non sapevamo che
rispondere, pensavamo solo che fosse molto strano ed io pensavo che era

117
un rumore particolare; mi chiesi se per caso non lo producevo io, con la
macchina. Così provai ad accelerare e rallentare, fino a frenare di colpo ed
accelerare improvvisamente, ma pareva che non dipendesse da me, quello
strano suono. E continuammo sulla autostrada. E vidi il cartello per la
super strada CONCORD 17 MIGLIA, e mi diressi a Concord ed alla
Strada numero 4.
DOTT.: Ed il suono vi seguiva?
BAR.: No, non sentii più bip-bip.
DOTT.: Dopo aver preso la strada per Concord, è così?
BAR.: No, già un poco prima. Perché la Strada numero 3 era ancora
asfaltata, nel punto in cui udii il suono intermittente. E lo sentii due volte,
quando entrai in macchina e quando vi ritornai e partii sull’autostrada. E
pensai: “E questo cos’è, Betty?” E poi non lo sentimmo più.
(Si riferisce ancora ad Indian Head)
DOTT.: Ma lo sentì anche lei?
BAR.: Anche lei, sì. E lo sentimmo ancora solo una volta, dopo che
eravamo stati nel bosco, e poi tornati sulla Strada 3. E lei mi chiese se
credevo nei dischi volanti. E io non volevo dirle che cosa pensavo
veramente.
DOTT.: Cosa credeva che fosse veramente accaduto?
BAR.: Ero convinto che avevamo visto, ed eravamo stati, parte di
qualcosa che era completamente differente da tutto ciò che conoscevamo.
DOTT.: Si riferisce anche all’esperienza con quegli uomini nella sala
operatoria?
BAR.: Sì.
DOTT.: Temeva di essere stato rapito?
BAR.: Non ho usato quella parola. Posso usarla solo ora, a mente fredda,
ma non ebbi l’impressione di essere stato rapito. Forse perché penso al
rapimento come sempre connesso con la violenza.
DOTT.: E non le fu fatta violenza?
BAR.: No.
DOTT.: Non si seppe spiegare perché le avevano fatto questo?
BAR.: Ero ansioso di arrivare a casa e guardarmi l’inguine.
DOTT.: Voleva guardarsi l’inguine… aveva forse paura che le avessero
fatto del male?
BAR.: Volevo solo guardare. Forse questa era la prova che mi era
successo qualcosa. E mi sentivo insicuro e anche scettico, non ci credevo.

118
Continuavo a pensarci, ed era successo qualcosa. E mi dicevo, quando
arrivo a casa mi guarderò l’inguine, cercherò di capire se qualcosa mi ha
toccato e di vedere se mi ha lasciato un segno: questo ero quello che
pensavo.
(Ma questo pensiero scomparve quando egli tornò pienamente cosciente. In
effetti si esaminò, quando arrivò a casa, ma senza poter ricordare perché lo
facesse)
DOTT.: Bene. Prosegua.
BAR.: Arrivai, ed entrai in casa. Ed ero troppo stanco per scaricare i
bagagli, e Betty uscì dalla macchina, prese Delsey, lo fece passeggiare sul
prato e poi lo portò dentro. E io andai in bagno, mi esaminai ed era tutto a
posto. Entrai in camera da letto e avevo l’impressione che ci fosse
qualcosa intorno a me. Andai alla finestra, guardai il cielo, poi andai sulla
porta del retro, la aprii e guardai ancora il cielo. E pensavo, c’è qualcosa
qui intorno da qualche parte. Poi Betty ed io andammo a riposare,
chiedendoci se non era strano tutto quello che era successo. Ma non
potevo ricordarmi nulla, tranne il momento in cui ero a Indian Head. E me
ne andai a letto. E quando ci svegliammo, decidemmo che non avremmo
parlato con nessuno, ma soltanto tra noi. E io dissi: “Ma Betty, perché non
fai un disegno di ciò che pensi di aver visto? Lo farò anch’io”. Così
facemmo dei disegni, ed erano identici. E Betty telefonò a sua sorella e le
raccontò tutto.
DOTT.: Lei ha parlato di macchie sulla macchina.
BAR.: Betty lasciò il telefono e disse: “Dov’è la bussola, dov’è la
bussola?” E quando Betty fa così con me, divento subito nervoso. E le
dissi: “Non capisco di che cosa stai parlando, Betty”.
E lei, “La bussola! Dov’è la bussola?” “Nel cassetto, al suo posto”, le
risposi. Lei la prese, ma io ero irritato, perché quando si eccita così non
pensa ad aprire il cassetto e a trovarla da sola. Poi Betty uscì di casa ed io
mi affacciai alla finestra della camera da letto, che dava sulla facciata
principale, e pensai che questa faccenda la stava rovinando. Faremmo,
meglio a dimenticarcene al più presto, pensavo. Poi Betty, irrompendo in
casa di furia, gridò: “Barney, vieni qui! Vieni qui, presto!” Ed io uscii,
guardai la bussola che lei metteva sulla macchina, e dissi: “Oh, è ridicolo,
Betty. Dopo tutto, la carrozzeria è metallica, ed ogni metallo potrebbe
attirare l’ago e provocare una reazione simile!” E lei disse: “Guarda cosa
fa! E guarda quelle macchie!” Ed io guardai, e vidi delle grandi macchie

119
lucide sulla carrozzeria, e mi chiesi che cosa poteva averle provocate.
Cominciai a strusciarne via una, e lei gridò: “Non toccare!” ed io: “Come
fai a sapere che è pericoloso?” E vi avvicinai la bussola, e l’ago cominciò
a girare come impazzito, e appena spostavo la bussola in un punto dove
non c’erano macchie, immediatamente si fermava. E non mi spiegavo
perché facesse così, non sapevo nulla sulle bussole. E dissi a Betty: “Non
è assolutamente niente. È una bussola scadente. Non c’è niente di cui
preoccuparsi”.
DOTT.: Come le venne l’idea di usare la bussola?
BAR.: In quel momento non lo sapevo.
DOTT.: Cosa scoprì, poi?
BAR.: Mi disse più tardi che, parlando con sua sorella, questa le aveva
suggerito di usare una bussola per vedere se per caso l’auto era
magnetizzata o qualcosa di simile. Ecco perché lei…
DOTT.: Ha detto che l’ago della bussola impazziva, a contatto con le
macchie?
BAR.: Se la mettevamo su qualunque altra parte della carrozzeria, si
stabilizzava.
DOTT.: Ha parlato di macchie lucide. In che senso? Cambiavano il colore
della carrozzeria, o erano parti non polverose, o che altro?
BAR.: Molto lucide, brillanti.
DOTT.: Come se la macchina fosse stata molto lucidata?
BAR.: Sì, dov’erano le macchie.
DOTT.: Com’erano grandi?
BAR.: Delle dimensioni di un mezzo dollaro d’argento.
DOTT.: Lei cercò di toglierle? O voleva strofinare la macchina, dove
pareva polverosa?
BAR.: Non m’importava niente delle macchie.
DOTT.: Il resto della macchina era polveroso?
BAR.: Sì.
DOTT.: E lei non cercò di pulirla per vedere se le macchie aumentavano?
BAR.: Era piovuto…
(Aveva piovuto il pomeriggio e la sera del giorno dell’arrivo a Portsmouth)
Era piovuto, e dove la pioggia aveva tolto un po’ di polvere, restavano
ancora le macchie, ed io non cercai di spolverare.
DOTT. Quelle macchie potevano essere state fatte da gocce di pioggia?
BAR.: No, erano macchie lucide e perfettamente circolari.

120
DOTT.: Bene, e lei che fece? Lasciò le macchie?
BAR.: Sì.
DOTT.: Ma lavò la macchina o la pulì, dopo un po’ di tempo?
BAR.: Quella è la macchina di Betty, e ci pensa lei a farla lavare.
Suppongo che poi l’abbia fatto. Io non ci badai più.
DOTT.: Lei non ne sa nulla… E quelle macchie allora per quanto tempo
restarono?
BAR.: Non lo so. Me le cancellai dalla mente, smisi di pensarci.
DOTT.: Lei non sa quando scomparvero… ma scomparvero?
BAR.: Sì, se ne sono andate.
DOTT.: D’accordo. Lasciamo da parte l’argomento, adesso. Lei non
ricorderà più nulla di quello che abbiamo discusso oggi, a meno che io
non le chieda espressamente di farlo. Non avrà alcun problema, gli
“occhi” non la preoccuperanno: non ci penserà neanche. Tutto è
tranquillo, tutto è rilassante, non c’è ragione di agitarsi, né di
preoccuparsi, è chiaro?
BAR.: Sì.
DOTT.: Lei si sente a suo agio, non è vero?
BAR.: Sì, certo.
DOTT.: E rilassato, e senza preoccupazioni, né adesso né in futuro. Tutto
andrà perfettamente bene, e lei e Betty torneranno qui la settimana
prossima, proprio come hanno fatto oggi. Va tutto bene, adesso?
(il dottore vuole essere certo che Barney non avrà gli stessi problemi della
settimana precedente)
BAR.: Sì, sì.
DOTT.: Lei è a posto. Lei non deve affatto agitarsi. Niente la turberà: è
stata un’esperienza di cui parleremo ancora, la chiariremo tutta. Così
passeranno le sue ansie, le sue paure. Ma lei non ci pensi, non si faccia
turbare: di qualsiasi cosa abbiamo parlato in questa seduta, se ne
dimentichi, non si crei problemi. Si sentirà a suo agio e rilassato, senza
dolori, sofferenze, ansie. Starà benissimo.
BAR.: Sì.
DOTT.: Ora può svegliarsi.
(Barney si sveglia immediatamente, sentendosi fresco e riposato, e non ricorda
assolutamente nulla della seduta)

All’inizio di questa seduta del 29 febbraio, Barney non era certo che il

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medico proseguisse esaminando lui, o se invece si sarebbe occupato di
Betty, come Barney gli aveva chiesto, per potersi riposare dopo la
reazione avuta in seguito alla prima seduta. Infatti, al momento in cui il
dottore lo mise in trance, Barney quasi si aspettava che io facesse solo con
lo scopo di “rinforzare” l’induzione, per sottoporlo poi più avanti al vero e
proprio trattamento. Così, quando guardò l’orologio alla fine della
seconda seduta, fu molto stupito vedendo che erano quasi le dieci, ed
erano passate due ore. Era ancora più stupito, perché, anche se poteva
ammettere di perdere, sotto ipnosi, il senso del tempo per un’ora circa, era
invece sicuro di poter mantenere una certa coscienza del trascorrere del
tempo quando si trattava di periodi più lunghi. Uscendo dal trance, si
sentiva rilassato e tranquillo, e ricordò perfino di aver parlato di ciò che
era successo fino ad Indian Head, nel trance. Vagamente, si era accorto
della voce del dottore, ma non ricordava nulla con chiarezza.
“In realtà”, disse Barney più avanti, “non ricordo assolutamente niente
delle sedute sotto ipnosi. Ma a parte quelle, sviluppai una memoria
impressionante: improvvisamente, saltavo su a dire: “Betty, hai presente il
colore del tappeto in quel motel dove ci fermammo prima di Montreal?
Era blu chiaro.” E cose di questo genere, come il fatto di aver legato il
cane al termosifone, nel gabinetto. Potevo ricordare cose simili, ed anche,
sempre pienamente cosciente, particolari di tutte le indicazioni stradali
che avevamo incontrato. E dopo la seconda seduta mi rammentai che ci
eravamo fermati in quello strano ristorante rustico prima di Montreal, ed il
ricordo era così vivido… era un posto originale, veramente delizioso,
c’era un gran camino che occupava tutta una parete. Mangiammo molto
bene, lì, le cose che uno pensa che mangino proprio i boscaioli: grandi
pezzi di prosciutto, tre o quattro uova, se uno le voleva… il ricordo tornò
così improvviso… In altre parole, ricordavo sempre meglio gli
avvenimenti della parte cosciente del viaggio, anche se il resto mi restava
sconosciuto. Poi, dopo la seconda seduta, cominciai a fare dei sogni,
strani sogni in cui apparivano UFO, per la prima volta in vita mia. E lessi
un libro scritto da un medico che era stato in un campo di concentramento
in Germania, ed era molto angosciato, e cominciai a raffigurarmelo come
il dottor Simon, e questo mi rese il libro quasi insopportabile per
l’angoscia che mi dava; perché in un certo senso il dottore era diventato
un amico intimo, anzi più che un amico intimo: era diventato qualcuno
che amavo, a cui non doveva essere fatto alcun male”.

122
L’UFO come appare a Betty Hill nel primo avvistamento. Disegno di Betty Hill.

L’UFO come appare a Barney Hill, quando scorse le figure a bordo, le ali dell’apparecchio e le
luci rosse. Dagli schizzi di Barney Hill.

123
Schizzo fatto da Barney, dopo che la terapia aveva permesso di liberare il materiale represso:
rappresenta il suo ricordo del luogo dove sarebbe avvenuto il rapimento. I puntini rappresentano
gli “uomini sulla strada”. L’oggetto rotondo che emana luce rappresenta l’UFO così come egli lo
rammentava.

124
Barney Hill, sotto ipnosi, disegnò il volto del ‘capo’ dei presunti rapitori. In seguito, ascoltando la
sua registrazione dell’episodio, andò quasi in trance, e disegnò un altro schizzo, più completo. Gli
occhi erano allungati, egli sostenne, e le labbra parevano non avere muscoli.

125
Sotto ipnosi, Betty Hill descrisse una mappa che “il ‘capo’ le aveva mostrato, a bordo
dell’apparecchio”. Più tardi, la disegnò: le era stato detto, affermò Betty, che le linee continue
segnavano i percorsi regolari, e le linee tratteggiate indicavano varie spedizioni spaziali. L’anno
seguente, quest’altra mappa fu pubblicata sul New York Times. (Notare le didascalie).

Didascalia del N. Y. Times: “Dalle profondità dello spazio”: i Russi ritengono che una emittente-
radio, chiamata CTA-102, (indicata dalla croce), in direzione della costellazione Pegaso, stia
probabilmente inviando dei segnali radio dotati di significato.

126
La signora Hill, colpita dalla somiglianza fra la mappa del Times ed il suo schizzo, ridisegnò la
mappa segnando i nomi corrispondenti.

127
Schizzo di Barney Hill, fatto per questo libro quattro anni dopo l’avventura, nel tentativo di
ricostruire l’aspetto dell’apparecchio. L’ipnosi, usata per penetrare nell’amnesia, parve portare
alla luce molti ricordi più precisi, quando già la terapia era terminata.

128
Il dottor Benjamin Simon

Barney e Betty Hill con il loro bassotto, Delsey, che si trovava con loro durante il viaggio
“interrotto”.

129
130
CAPITOLO VII

Per la prima volta, dopo la seconda seduta, il Dottor Simon poté


esaminare le rivelazioni sotto una luce di realtà: il caso di amnesia si stava
separando in due periodi distinti: il primo incontro, descritto come
avvenuto ad Indian Head, ed il secondo, che in apparenza aveva avuto
luogo in una zona boscosa lungo la Strada numero 3, di cui facevano parte
un blocco stradale ed uno strano racconto sul rapimento a bordo di una
nave spaziale.
Chiaramente, dalle due sedute con Barney, emergeva che egli aveva
sofferto un grave choc emotivo in seguito all’incontro con l’oggetto
misterioso, sia che fosse reale, sia che fosse solo immaginato come reale.
La seconda esperienza, e cioè il rapimento, trovava minori conferme nelle
solite testimonianze sugli UFO, e doveva essere considerata irreale e con
molte più probabilità falsa. Mancavano ancora troppi dati, per far pendere
la bilancia in modo evidente a favore di una tesi simile. A quel punto della
cura, pareva che la prima fase dell’incontro con l’UFO potesse essere
vera, in parte o del tutto. La seconda fase, invece, non aveva validi
precedenti ed appariva irreale, se paragonata al resto.
Prima di proseguire ancora con Barney, il dottor Simon decise di
esaminare Betty e i suoi ricordi. Il dottore lavorava su fatti, dati e
congetture logiche, sempre verificandole, mentre procedeva, con
l’aggiunta di nuovi dati. Un medico deve essere scettico, ma deve avere
delle ipotesi di fondo su cui valutare il materiale portato alla luce. Il
dottore non si interessava all’UFO in sé e per sé, ma lo considerava solo
come parte integrale dell’esperienza degli Hill; le sue supposizioni, al
momento di esaminare Betty, si basavano sulla possibilità che il primo
incontro fosse realmente avvenuto, ma che il secondo fosse molto
improbabile. Recandosi alla sua prima seduta, Betty era molto ansiosa di

131
fare quell’esperienza. Se ne era stata ad aspettare Barney per due lunghe
sedute, un po’ a disagio. Non poteva credere che anche lei si sarebbe
emozionata tanto quanto le pareva che avesse fatto Barney, a giudicare dai
rumori confusi che aveva udito quando lo aspettava durante la prima
seduta, e di cui non aveva assolutamente parlato con lui.
Il procedimento solito fu ribaltato durante la seduta del 7 marzo:
Barney fu sottoposto al “rafforzamento” dell’induzione, e Betty restò
nello studio per iniziare la seduta. Non sapeva se il dottore l’avrebbe
subito mandata in trance o se avrebbe preferito farle un’intervista
mantenendola cosciente.
Betty aveva portato un foglietto su cui aveva annotato le sue
impressioni sul sogno che aveva fatto, molto dettagliatamente. Arrivando
dal medico, chiese a Barney se doveva mostrarlo al dottor Simon, ma
Barney le suggerì di aspettare che fosse il dottore stesso a chiederglielo.
Barney aveva sempre una reazione di disagio e di sconforto nei confronti
del sogno di Betty. Non voleva mai pensarci, non approvava che Betty se
la prendesse tanto a cuore, credeva che non avesse nessun fondamento
reale. Anche se non ne aveva parlato direttamente con Betty, non voleva
che il dottor Simon fosse influenzato da quel sogno. Perciò quella
descrizione così dettagliata del suo sogno rimase nella borsa di Betty, sul
suo taccuino, mentre lei si preparava alla seduta. Si ricorda ancora di aver
udito le parole con cui il dottore la ipnotizzò, in quella sua prima seduta
del 7 marzo.
“Quando le pronunciava.” ricorda Betty, “era sempre per me una
grande sorpresa: come se mi avessero schiaffeggiato. Lui pronuncia le
parole, ed immediatamente, qualunque cosa tu stia facendo, tutto si ferma.
Ad esempio, stavo tirando fuori una sigaretta, e per un attimo fui ancora
cosciente di ciò che stavo cercando di fare, ma non potevo farlo!
Veramente io penso che quando stai entrando nel trance, non lo fai
immediatamente: è come addormentarsi. Come vagare, e scivolarvi
dentro, senza riuscire a fermarsi, anche tentando di resistere”.
Betty udì chiaramente le parole, ma poi, immediatamente pensò di
udire la frase “può svegliarsi, Betty”, pronunciata dal dottore. Fra due
frasi, in realtà, per circa un’ora. Betty rammentò tutta l’esperienza avuta
alla Cannon Mountain.
Ma per alcune settimane non fu messa a conoscenza di quel che aveva
rivelato.

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DOTT.: (Mentre gli occhi di Betty si chiudono e la testa le si piega)
Lei è in un sonno profondo, molto, molto profondo. Completamente
rilassata e in un sonno profondo. Molto tranquilla, rilassata, addormentala.
Dorme, molto molto, molto profondamente.
(Grazie ai ripetuti trattamenti preventivi delle settimane precedenti, è
necessario molto poco per portarla al trance)
Ora torniamo indietro, fino alla sua vacanza nell’estate del 1961,
mentre andava dalle Cascate del Niagara verso Montreal. Ricorderà tutto
quello che ha fatto, tutte le sue esperienze, i suoi ricordi, i suoi sentimenti,
e me li racconterà dettagliatamente. Ora lei si sta dirigendo a Montreal,
dalle Cascate del Niagara. Sta tornando a casa, dopo le vacanze. Ora mi
dica cosa ha vissuto, cosa ha provato. Lei e suo marito.
BET.: (La sua voce è meno monotona di quella, piatta ed incolore, di Barney; ma
anche lei è in trance profondo, com’era lui)
Stavamo guidando, su strade larghe e piene di sole. Vi era poca gente
in giro, ed io guardavo le case, i negozi, le finestre…
(Parla con lunghe pause, come se aspettasse che le scene che descrive le
passino davanti agli occhi, prima di parlarne)
Ci fermammo ad una stazione di servizio per chiedere informazioni,
ma l’addetto parlava francese e non ci capivamo. Così andammo ad un
altro garage, dove ci dissero di tornare indietro fino al centro di Montreal.
Ed io vidi in una vetrina una pelliccia di visone per 895 dollari. Poi
cercammo di trovare un albergo ma c’era Delsey, e non sapevamo se lo
avrebbero accettato. Così pensammo di andare in un motel poco fuori di
Montreal, e passando vidi un’insegna, credo fosse “crocchette di patate” e
la donna che stava in questo piccolo ristorante “drive-in” uscì e cominciò
a parlare in francese. Ed io le dissi che non capisco il francese, lei rispose
che era sicura che io fossi francese, ma non lo sono affatto. Poi scoprii che
non vendeva crocchette di patate, ma patatine fritte. Così mangiammo
quelle patatine, e prendemmo un caffè, e non ricordo se presi anche un
panino o un hamburger, o forse tutti e due…
(Ancora, lo sforzo per ricordare particolari minimi, anche insignificanti: se le
venivano date queste istruzioni, poteva ricordare perfettamente. Però i
particolari che Betty sceglie di riferire sono diversi da quelli che sceglieva
Barney. Continuando con la storia del viaggio nel tratto dal Canada a
Colebrook e poi fino a Lancaster, la sua narrazione segue lo stesso corso di
quella di Barney)

133
Cominciammo a guidare, guardandoci intorno. La luna era luminosa,
non proprio piena ma molto grande e luminosa, e c’era una stella sotto la
luna, sotto la punta più bassa, a sinistra. E poco dopo Lancaster io notai
che c’era un’altra stella più grande sopra la prima, che prima non c’era.
La mostrai a Barney, e cominciammo a guardarla: pareva diventare
sempre più grande e luminosa. E la guardammo per un po’, ed io ne ero
molto incuriosita, e sconcertata. E mentre la guardavo, Delsey iniziò a
farsi irrequieto, a muoversi in continuazione. E quando arrivammo in un
punto dove potei scorgere la stella un’altra volta, mi parve che si fosse
mossa…
(Anche Betty Hill di solito non comincia mai le frasi con “e”, ma come Barney
lo fa spesso quando è in trance)
Ma non ne ero sicura, perciò continuai a guardarla; e veramente pareva
che si spostasse, e Delsey diventava sempre più irrequieto. Così dissi a
Barney che avremmo dovuto far uscire il cane, e approfittarne per
guardare quella stella col binocolo. Proseguendo, arrivammo ad un’area di
parcheggio sull’autostrada, credo fosse stata fatta apposta perché la gente
potesse fermarsi ad ammirare il panorama. E c’erano grandi boschi,
tutt’intorno. E anche due cestini per i rifiuti. E Barney disse che
dovevamo far attenzione agli orsi. Io uscii dalla macchina e misi
vediamo… sì, misi il guinzaglio a Delsey e lo feci passeggiare. E notai
che la stella ormai stava senza dubbio muovendosi, così tornai alla
macchina e presi il binocolo. E Barney prese il cane, mentre io puntavo il
binocolo sull’oggetto. Barney sosteneva che era un satellite, ma non lo
era. Si muoveva velocemente, e passando di fronte alla luna, si profilò
chiaramente: lo vidi passare davanti alla superficie lunare, ed aveva una
strana forma. E brillava, di molti colori differenti.
DOTT.: A che distanza le pareva che fosse?
BET.: In quel momento non era vicino. Ma lo vedevo delineato contro la
luna. E vi erano come dei fasci di luci che gli ruotavano attorno.
DOTT.: Come le luci che si vedono sulle auto della polizia?
BET.: No. Lei sa cosa sia un fascio di luce?
DOTT.: Sì.
BET.: Come se fosse una matita luminosa, che oscilla e vibra… erano
proprio così.
DOTT.: Lei riusciva a scorgere questi raggi?
BET.: Bianchi… e di molti altri colori.

134
DOTT.: Erano colori insoliti, oppure…?
BET.: Sì, erano particolarmente luminosi. Come una luce arancione molto
vivida, quasi un raggio rossastro. E poi un blu, avresti detto che sembrava
il blu della sirena della polizia. Vede, somigliava molto, perché anche la
luce delle auto della polizia gira e manda dei fasci di luce. Anche se
queste parevano fondersi tutte in un raggio, tutte queste luci diverse
parevano essere un solo lampo un balenare intermittente.
DOTT.: C’erano altri colori, oltre al rosso, al verde ed all’arancione?
(Il dottore naturalmente si riferisce alle luci convenzionali usate in questo
paese per regolare il traffico aereo e segnalare gli apparecchi)
BET.: Anche blu e bianco, accecante. Un lampo accecante, non avevo mai
visto niente di simile. E si muoveva velocemente. Non ho mai visto un
satellite, ma ho sempre pensato che un satellite si muovesse come una
meteora, forse non così veloce. Ma questo non si spostava a tale velocità.
Bene, quando lo vidi profilarsi contro la luna ne fui quasi affascinata,
continuavo a guardarlo, ma poi cercai di mostrarlo anche a Barney.
Volevo che lo vedesse prima che si allontanasse dalla luna. Ma lui
cominciò a dire: “Ah, è un satellite, è un satellite”.
DOTT.: Vuol dire un apparecchio come il Telstar o l’Echo?
BET.: Sì. Barney diceva che era proprio un satellite, lui si trovava
dall’altra parte della macchina, e nel momento in cui mi venne vicino
l’oggetto si era spostato dalla luna. Ma Barney lo osservò ugualmente, per
alcuni secondi, poi mi rese il binocolo.
DOTT.: Ha detto che l’oggetto aveva una strana forma?
BET.: Sì.
DOTT.: Come la definirebbe? Rotonda? Somigliante a qualche cosa che
lei conosce? Ad un aereo?
BET.: No, non come un aereo. L’unica cosa che mi ricorda è un sigaro.
DOTT.: Somigliava ad un sigaro?
BET.: Sì. Era lungo, senza ali. E si spostava obliquamente, sa, come un
sigaro, da sinistra a destra. Era come se la luna tenesse in bocca un sigaro,
con tutti quei raggi lampeggianti. Così Barney lo guardò, poi presi io il
binocolo e guardai a mia volta, e lo ripassasi a lui. Poi presi Delsey, lo
misi in macchina, entrai anch’io e chiusi la portiera. Poi anche Barney
entrò in macchina, e disse: “Ci hanno visto, si stanno dirigendo verso di
noi”. Io risi e gli chiesi se aveva visto “Ai confini della realtà” di recente
alla TV. E lui non mi rispose.

135
DOTT.: Perché parlò di “Ai confini della realtà”?
BET.: Perché l’idea era fantastica.
DOTT.: Avevano mai fatto niente di simile in quella trasmissione?
BET.: Non lo so, io non la guardo mai. Ma avevo sentito gente che ne
parlava, ed avevo sempre avuto l’impressione che si trattasse di una cosa
campata per aria. Così quando mio marito disse che ci avevano visto e ci
inseguivano, pensai che stava lavorando troppo con la fantasia.
DOTT.: Aveva il binocolo in quel momento?
BET.: Io lasciai mio marito fermo sul bordo della zona di sosta quando
presi Delsey e tornai all’auto. E mi sedetti ad aspettarlo, in macchina, poi
lui arrivò e disse che la “cosa” aveva virato e stava venendo verso di noi.
DOTT.: E lei non guardò per vedere se era vero?
BET.: Non al momento. Pensai che fosse… boh, non lo so neanche io.
Beh, Barney sosteneva che si stava dirigendo verso di noi, ed io
cominciavo ad incuriosirmi, e pensare: “Chissà che cosa gli dà questa
impressione?” Poi presi il binocolo, ma non riuscivo a localizzare
l’oggetto. Finalmente lo vidi, e chiaramente si stava avvicinando, e
s’ingrandiva sempre più. Ma era ancora molto lontano, ed anche se si
avvicinava, sembrava sempre una stella. Mandava una luce omogenea, e
guardandolo senza binocolo sembrava proprio una stella.
(Descrizione che riecheggia molti rapporti del NICAP e dei documenti delle
forze aeree). Ma quando lo guardavo col binocolo, mi sembrava molto più
grande, naturalmente. E volava in modo molto strano. E questo era quello che
mi incuriosiva e mi eccitava.
DOTT.: Cosa vuol dire “volava in modo molto strano”?
BET.: Beh, ha presente un aereo, che vola in linea retta? Non volava così:
girava, ruotava su se stesso, andava in linea retta per un tratto brevissimo,
poi si sollevava su una punta e saliva.
DOTT.: Dunque, vediamo. Ha detto che aveva la forma di un sigaro.
BET.: Sì.
DOTT.: E si muoveva come un sigaro, o meglio come una freccia?
BET.: Così pareva.
DOTT.: Quando si alzava, come lo faceva?
BET.: Beh, dunque… lei prende un sigaro e lo tiene orizzontale, sul
tavolo; poi lo mette ritto, su una estremità, e lo muove in su ed in giù.
Proprio così. E nel frattempo, l’oggetto dava l’impressione di ruotare
vorticosamente, senza interruzione.

136
(Altre descrizioni di questo tipo indicano che la forma a sigaro, come aveva
detto anche Barney, era quella di un disco visto di profilo)
DOTT.: Si girava sul suo asse verticale?
BET.: Sì. Andava in linea retta, orizzontalmente, e poi improvvisamente
si drizzava e saliva in verticale. Poi si appiattiva di nuovo, orizzontale. Poi
piombava giù; questo era il suo sistema di movimento più evidente. Non
era molto preciso: scattava, poi tornava in rotta, era tutto una cosa di
questo tipo. E più si avvicinava, più pareva che saltasse qua e là per il
cielo. Poi ci seguì per un bel pezzo. E mentre Barney guidava io
osservavo attentamente l’oggetto, con quel suo strano modo di spostarsi.
Pensavo che forse era il movimento della nostra auto a dar quella strana
impressione.
DOTT.: Vuol riferirsi a quell’effetto di saltare qua e là?
BET.: Sì. Pensavo che forse erano le vibrazioni dell’auto a provocarlo.
Quindi stavo per chiedere a Barney di fermare la macchina: infatti Barney
frenò, osservò l’oggetto e poi mi disse che lui non lo vedeva affatto
muoversi a scatti, mentre io lo vedevo perfettamente. E cominciai a
guardare altri oggetti, come le stelle, per vedere se mi davano la stessa
impressione, ma non era così. Cominciai a cercare una spiegazione, a
dirmi: “Se nulla può volare in quel modo, evidentemente è tutta una mia
suggestione”. Ogni altra cosa che guardavo era perfettamente normale,
non saltava, solo quell’oggetto… Noi ripartivamo e ci fermavamo in
continuazione per osservarlo, ed intanto proseguivamo il viaggio. Ora,
quando arrivammo alla Cannon Mountain, cioè dove c’è la funivia…
DOTT.: (Ha bisogno di mettere a posto un momento il registratore)
D’accordo, per adesso ci fermiamo qui. Lei non sentirà più nulla fino a
che io non le parlerò di nuovo. Si metta completamente a suo agio…
(Termina di mettere a posto l’apparecchio)
D’accordo, Betty, continui pure dal punto in cui avevamo interrotto.
(Betty ricomincia esattamente dove si era interrotta)
… arrivammo alla funivia della Cannon Mountain, e c’è una zona
illuminata, sempre, sulla cima… Penso che possono essere le luci di un
ristorante. E mentre la guardavo, improvvisamente si spense.
(Ci sono molte testimonianze su incidenti causati dagli UFO, riguardanti la
luce, l’impianto di accensione delle macchine, i fari, o la radio e la
televisione)

137
Non so se l’oggetto fosse scomparso giù nella valle fra le due
montagne, o se avesse spento le sue luci, comunque mi confusi molto, e
continuai a cercarlo nel cielo. Pensai anche: “Beh, se ne sono andati, non
si interessano più a noi”. Ma dopo poco arrivammo al “Vecchio della
montagna” ed ecco lì l’oggetto, un’altra volta! E pareva che rimbalzasse
sulla cima della montagna, sul crinale. E quando scendeva un poco
sull’altro versante, lo perdevamo di vista. E cominciai a chiedermi perché
mai ci seguissero, e mi chiedevo se erano così incuriositi da noi, come io
ero incuriosita di loro.
DOTT.: Lei parla di “LORO”?
BET.: Voglio dire, insomma, immaginavo che ci fosse qualcuno
nell’apparecchio, per guidarlo, capisce. E così, chiunque fosse, lo definivo
“loro”. Ero molto curiosa, avevo la sensazione che dovesse esserci
qualche essere vivente, che ci vedeva. In un certo senso, tutto era sempre
più misterioso. E non avevo idea di quel che sarebbe successo, ma non
avevo affatto paura. Ero solo curiosa, con l’impressione che stava per
succedere qualcosa di incredibile. Ci fermammo di nuovo, ma in un posto
troppo boscoso, e lo perdemmo di vista. Arrivando a The Fiume, Barney
si infilò in un’area di parcheggio sulla destra, ci fermammo e ci
sforzammo di ritrovare l’oggetto, ma anche lì c’erano troppi alberi. Ma
più avanti ci sarebbero state senz’altro delle zone più aperte e con
migliore visibilità. Passammo The Fiume, trovandoci in un tratto fra The
Fiume ed Indian Head, dove si trovava un motel. C’erano come tante
piccole casette, dall’aria linda e ordinata, l’insegna era spenta ma in fondo
c’era un cottage con la luce accesa. E c’era anche un uomo sulla porta. Lo
vidi, e pensai: “Bene, se solo volessi, potrei uscire subito da questa
situazione, dobbiamo solamente fermarci qui e questa faccenda
dell’oggetto sarà chiusa. Voglio dire, è la nostra scappatoia, se vogliamo”.
Pensavo questo, e non dissi niente a Barney, non dissi niente. Tutto
quel che potevo pensare era: non so dove andremo a finire, ma sono
pronta a tutto.
E Barney era piuttosto seccato con me, di proposito, si comportava
come se io volessi imporgli qualcosa contro la sua volontà. Avevo la netta
impressione che volesse negare l’evidenza di quel che stava accadendo.
Che non volesse ammettere che l’oggetto era sempre lì, anche se si
fermava ad osservarlo. Non aveva la percezione esatta di quello che stava
accadendo. Ora l’oggetto era veramente vicino, ruotava vorticosamente, e

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me ne accorsi vedendo che vi erano delle luci da una parte, e questo
creava un effetto di lampeggi e baleni. Ma di colpo smise, poi schizzò
verso di noi e si mise ad oscillarci davanti. Bene, io lo stavo guardando
proprio in quel momento: ed era davanti al mio finestrino, proprio di
fronte al mio lato del parabrezza. E lo guardai con il binocolo, ed aveva
una doppia fila di finestrini. E pensavo che quella parte avesse le finestre,
mentre il resto, la parte posteriore, doveva essere al buio. E questo
spiegava quel lampeggiare intermittente. E me ne stavo lì, in macchina,
seduta, e stupefatta. Poi, improvvisamente, dal lato sinistro spuntò una
luce rossa, ed un’altra dal lato destro.
DOTT.: Ha detto a destra ed a sinistra?
BET.: L’oggetto mi fronteggiava.
DOTT.: Lo osservava attraverso il parabrezza?
BET.: Sì, guardavo attraverso il vetro, proprio verso di esso.
DOTT.: A che distanza avrebbe detto che fosse?
BET.: Oh, non potevo giudicarlo. Non si vedeva chiaramente, senza il
binocolo. Ad occhio nudo vedevo solo una fila di luci. E vedendo la
seconda luce rossa, gridai a Barney di fermarsi: “Barney, fermati,
guarda!” e lui che diceva: “Ma perché? Non è nulla! Se ne andrà subito!”
Ma io continuavo: “Barney! DEVI fermarti! Ferma la macchina, e guarda!
È stupefacente!” E lui, ah, mi fece davvero un piacere, dicendo: “Va bene!
Dammi ‘sto binocolo!”. E si mise a guardare, ed io dicevo: “Lo vedi? Lo
vedi?” e lui mi rispose: “Ma è solo un aereo, o qualcosa di simile!” “OK,
è un aereo” dicevo io “e hai mai visto un aereo con due luci rosse? Io
pensavo che gli aerei ne avessero una verde ed una rossa!” e lui guardò
ancora, poi mi restituì il binocolo, perché vedessi io. E poi disse che non
riusciva a vedere bene, e aprì la portiera… no, prima abbassò il finestrino
e sporse fuori la testa per cercar di vederlo meglio, da sopra la macchina,
(La voce di Betty si è fatta più animata, ma è ancora su un tono normale di
conversazione).
Ma il motore della macchina era acceso, e lui fa, beh, ed esce: apre la
portiera ed esce, con un piede sulla strada e l’altro ancora in macchina. E
stava appoggiato alla macchina, e guardava, senza aprir bocca. Poi
cominciò ad allontanarsi, ed io pensavo: “Accidenti, non è un bel posto
per fermare la macchina, proprio in mezzo all’autostrada! Non siamo né a
destra né a sinistra, proprio nel bel mezzo! E ci dovrebbe essere traffico…
beh, mentre lui va a vedere io baderò che non arrivino macchine, in tal

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caso dovrei spostare la nostra”. Così guardavo in avanti ed indietro. E mi
pareva di star lì ad aspettare, aspettare, aspettare, e Barney non tornava
mai. E stavo seduta ad aspettare, e a guardarmi intorno: era buio, non
c’erano fanali né altre luci, e notai che Barney era già lontano e si stava
allontanando sempre più.
(Ora, per la prima volta, c’è emozione nella voce di Betty: stranamente,
proprio nello stesso punto del racconto in cui Barney ebbe la crisi di nervi
durante la prima seduta)
Così mi chinai sul sedile anteriore, gridando: “Barney! Torna qui!”.
(La voce le si spezza per l’emozione: comincia a singhiozzare, mentre parla)
“Barney! Maledetto sciocco, torna qui! Torna indietro!”
(Sta rivivendo l’incidente, piuttosto di descriverlo)
Se quello stupido non torna, vado a prenderlo! “Barney, che ti
succede?”
(Il modo con cui si rivolge al marito indica più affetto, che condanna per quel
che sta facendo. Tutti i loro litigi sono in realtà affettuosi e scherzosi)
E sto gridando: “Barney, torna indietro! Barney, Barney! Che ti
succede?”
(Torna a descrivere, ma ancora senza fiato per l’emozione)
Cominciai a scivolare… Stavo per uscire dalla parte in cui la portiera
era rimasta aperta… Scivolai lungo il sedile, perché volevo uscire ed
andare a prenderlo. Proprio in quel momento, egli tornò indietro: correva
come un matto sull’autostrada, verso la macchina. E sentendolo arrivare,
mi rizzai a sedere. E meno male che mi alzai, perché Barney aveva gettato
il binocolo in macchina, e questo piombò sul sedile proprio accanto a me.
Era in una crisi isterica.
(Anche Betty lo è quasi, in questo momento)
Lui… lui… lui… lui… lui era… non so se piangesse o ridesse, ma
balbettava che “essi” stavano per catturarci. Per l’inferno, dovevamo
andarcene, stavano per catturarci. Il motore della macchina era acceso,
così lui mise la prima, e accelerò, e partimmo a gran velocità. Continuava
a dirmi: Stai attenta! Guarda! Puoi vederli! Sono proprio qui sopra,
proprio qui sopra! Sono proprio sopra la macchina…”.
E così, io volevo veramente vederli ancora, nonostante avessi quasi
paura, ma non proprio paura. E viaggiavamo a forte velocità, in quel

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momento. Così abbassai il mio finestrino, e cercai di sporgermi fuori per
vederli, e guardavo, guardavo in giro ma non riuscivo a scorgerli. Non
vedevo neanche la luce, né il cielo, non riuscivo a vedere più niente. E
così dissi a Barney: “Non credo che siano qua fuori, non vedo nulla. È
tutto buio. Non li vedo!” Quindi tirai dentro la testa, e chiusi il finestrino.
E pensai, beh, forse ci stanno dietro, e cominciai a cercare le luci. Guardai
dal finestrino posteriore, e non vidi niente. E poi, improvvisamente,
attaccò quel “bip-bip-bip-bip” e Barney mi chiese: “Che cos’è questo
rumore? Che cos’è? Che cos’è?” ed io risposi che non lo sapevo. Tutto
quel che potevo immaginare, era che fosse una specie di segnale elettrico.
Capisce, bip-bip…
(Ora parla con tono abbastanza normale, analizzando i possibili significati di
quel fenomeno)
E dicevo fra me, maledizione perché non conosco l’alfabeto Morse,
forse questo è l’alfabeto Morse, ed io non lo capisco. Poi pensai che forse
era un segnale elettrico, forse una scossa: e misi la mano sulle parti
metalliche della macchina, e toccai da tutte le parti, ma non sentivo
nessuna scossa, nessuna scossa elettrica, però tutta la macchina vibrava
completamente. Sa, delle vibrazioni quasi impercettibili. E mi pareva
molto strano, buffo. Quel… quel… c’era come… beh, non so. C’era quel
bip-bip, senza nessuna scossa elettrica. Che è successo poi?
(Quella capacità di ricordare dettagli minimi e particolari, Betty l’ha persa
nello stesso punto di Barney. Continua a parlare, ma fa confusione, come se
indagasse, cercasse un ricordo perduto)
Stiamo viaggiando… e io aspetto che Barney mi racconti che cosa ha
visto sull’autostrada…
(Si interrompe: a questo punto brancola inutilmente)
DOTT.: (Dopo aver atteso per un considerevole periodo di tempo)
Per quanto tempo ha detto che suo marito era stato via, quando si era
allontanato sull’autostrada? Per quanto tempo, in realtà?
BET.: Oh, mi sembrò un periodo interminabile.
DOTT.: Ma quanto tempo, più o meno?
BET.: Non lo so. Direi, ma non so bene perché, direi quattro o cinque
minuti.
DOTT.: Quattro o cinque minuti.
BET.: Sì. Non ricordo di aver guardato l’orologio, e in ogni caso ero al

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buio. E sentivo quel suono intermittente.
DOTT.: Non vide più l’oggetto?
BET.: Continuavo a cercarlo, ogni momento guardavo dal finestrino per
scorgerlo, ma… ho un vuoto nella mente.
(Altra pausa: continua a brancolare)
Ma posso quasi ricordare…
DOTT.: Sì, certo che può.
BET.: (Chiaramente sforzandosi di ricordare)
Arrivata a questo punto, non ricordo altro che quel suono.
(Come Barney, allo stesso punto)
DOTT.: Lei può. Va tutto bene ora, lei può superare questo blocco.
(C’è una lunga pausa: si sente solo il respiro affannoso di Betty)
D’accordo. Non deve agitarsi troppo.
BET.: (Altra lunga pausa, poi tira un sospiro, come se avesse preso una decisione
facendosi forza, ed attacca a parlare rapidamente, con il fiato mozzo, come se parlasse
contro la sua stessa volontà)
Stiamo viaggiando… non so assolutamente dove siamo… non so
nemmeno come siamo arrivati qua… ho l’impressione che stia per
succedere qualcosa… non che sia troppo spaventata… solo che ora
sono… non avevo paura…
(Si interrompe, poi scoppia a piangere)
DOTT.: (Dopo una lunga pausa)
Perché piange, se non è spaventata?
BET.: Ora ho paura… ma non l’avevo… io non… io non ero… non avevo
paura… mi spaventai vedendo quegli uomini sulla strada…
DOTT.: Uomini sulla strada?
BET.: (Con un grido d’angoscia)
Non sono mai stata così spaventata in tutta la mia vita.
DOTT.: (Molto tranquillamente)
Mi parli di quegli uomini. Non ha nulla da temere, ora.
BET.: (Sta cercando di dire qualcosa, ma singhiozza troppo, e non riesce a parlare)
DOTT.: Lei è al sicuro, qua. Mi parli di quegli uomini sulla strada.
BET.: (Con voce tremante, respirando affannosamente)
Stiamo guidando… su una strada asfaltata… e d’un tratto… senza
avvertimento, senza alcuna ragione… Barney fece… sempre lui… i freni

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stridettero, si fermò di colpo… e fece una curva secca a sinistra, uscendo
dall’autostrada… e imboccammo quella stradina… Mi domandavo cosa
volesse fare, girando là dentro… Non diceva nulla, neppure io parlavo…
così immaginai che ci fossimo persi… Ma in ogni caso, sbucheremo da
qualche parte…
(Parla ancora con difficoltà)
E proseguiamo… c’era una curva stretta… alberi… c’erano molti
alberi alti, dalla mia parte… non so dalla parte di Barney…
(Ancora, desiderio di massima accuratezza nei particolari)
Ma c’erano questi uomini sull’autostrada… non avevo molta paura,
vedendoli… erano là fermi, e sa, io pensai beh, in fondo non sono
orribili… c’era, insomma no so… ed erano proprio… non ero tanto
spaventata quando li vidi… Erano proprio… non potevo vederli bene…
(Riflette un attimo)
Ma poi pensai: sono forse in una macchina, quegli uomini? una
macchina guasta? Che stanno facendo lì? E Barney naturalmente dovette
fermarsi, si fermò e quegli uomini si avvicinarono alla macchina. Si erano
separati, avanzavano in due gruppi, e quando vidi che facevano così mi
terrorizzai veramente. E il motore della macchina si spense, la macchina si
bloccò. E quelli vennero verso di noi.
(Una breve pausa)
E quando cominciarono a far questo, mi spaventai veramente e il
motore si spense, e la macchina si bloccò. E mentre quelli si facevano più
vicini, Barney cercò di far ripartire la macchina. E lei sa, come fa un
motore quando si guasta, e non si accende? Lui non riusciva ad
accendere… non riusciva a far partire la macchina!
(Scoppia di nuovo in lacrime. Le ultime parole sono soffocate dal pianto)
DOTT.: Cosa faceva?
BET.: Cercava di far partire la macchina, e non riusciva! E gli uomini si
avvicinano! Io pensavo, bene, posso scappare da loro, se apro la portiera,
posso correre nel bosco e nascondermi! Così penso, e sto per aprire la
portiera, e gli uomini sono già qui, me la aprono loro!
(Piange a dirotto)
E mi aprono la portiera… E questo… quest’uomo… due uomini dietro

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di noi… e… e…
(Ancora le parole sono soffocate dal pianto)
DOTT.: Non riesco a sentirla.
BET.: (Tentando di riprendere il controllo)
Due uomini alla portiera… e ce n’è uno… due… tre… uomini… e ce
n’è uno… e altri due dietro di lui… ed uno tende la mano…
(Si ferma di nuovo)
DOTT.: Continui.
BET.: (Dopo aver respirato profondamente)
Io… io non so cosa stia succedendo…
DOTT.: Ora lei è in grado di ricordare tutto. A che somigliano questi
uomini? Riesce a vedere che facce hanno?
BET.: No.
DOTT.: Com’erano vestiti?
BET.: Più o meno simili.
(Ancora singhiozzando, ma un po’ più controllata)
DOTT.: Avevano delle uniformi, o vestiti normali?
BET.: Qualcosa di simile ad un’uniforme.
DOTT.: Un’uniforme… somigliante a qualche uniforme che lei conosce?
BET.: Non saprei.
(Ritorna silenziosa)
DOTT.: (Aspetta per un considerevole lasso di tempo, poi)
D’accordo, la sua memoria è molto buona, lei non deve preoccuparsi.
Ora ricorderà tutto… mi dica che è successo ancora.
(Altra lunga pausa)
Che sta pensando in questo momento?
BET.: Penso che sono addormentata.
DOTT.: Addormentata in macchina?
BET.: (Questo è il punto in cui Barney parlava in modo vago e confuso, quando si
sentiva come “fluttuante”… quando vide gli “occhi”)
Penso che sto dormendo… dormo e devo svegliarmi! Non voglio
dormire… devo svegliarmi, cerco di svegliarmi… cerco… ma ci ricasco
un’altra volta… sto sforzandomi… cerco di svegliarmi…
(Lunga pausa, poi)

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Ce l’ho fatta! Ho aperto gli occhi! E sto camminando nel bosco… apro
in fretta gli occhi, ma li richiudo subito…
(Ricomincia a singhiozzare disperatamente)
Sto camminando, anche se sono addormentata! E c’è un uomo da
questa parte, e un uomo dall’altra parte… e due uomini di fronte a me. Ed
io mi guardo intorno, c’è un sentiero… e ci sono molti alberi…
(Parla ancora, ma le parole sono completamente soffocate dai singhiozzi)
E guardo questi uomini… mi giro… e c’è Barney dietro di me…
(Si ferma ancora)
DOTT.: Barney è dietro di lei?
BET.: C’è prima una coppia di uomini, dietro di me, e poi viene Barney.
Ha a fianco due uomini, uno di qua e l’altro di là. Ho gli occhi aperti…
invece Barney dorme ancora… cammina, e dorme…
(Singhiozza ancora, ma riprende il controllo)
E poi comincio ad ammattire! E mi dico: “Ma chi diavolo sono questi
tipi, che pensano di fare?” E mi giro e faccio: “Barney! Svegliati!
Barney!! Perché non ti svegli?” E lui non si accorge di nulla, continua a
camminare. Vado ancora un poco avanti, poi mi volto di nuovo e lo
chiamo: “Barney, svegliati!” E ancora lui non sente nulla. E allora l’uomo
di fianco a me fa: “Ah, il suo nome è Barney?” Fu qui che lo guardai,
pensando che non erano affari suoi, e non gli risposi. Continuavamo a
camminare, mentre io tentavo di svegliare Barney, dicendo sempre
“Barney, Barney, svegliati!” E quell’uomo mi chiese di nuovo: “Si
chiama Barney?” E siccome non gli rispondevo, mi dice, mi disse: “Non
aver paura. Non hai alcun motivo di aver paura. Non vi faremo alcun
male, vogliamo solo farvi alcuni esami. Quando avremo finito gli esami,
vi riporteremo alla vostra auto. Sarete di nuovo in viaggio verso casa in un
baleno”. Voglio dire, lui cercava di rassicurarmi, ma io non mi fidavo
molto di quel che diceva. E non ero sicura di quel che sarebbe successo…
continuavamo a camminare, e Barney era sempre addormentato.
(Anche se ha ripreso il controllo, i singhiozzi la interrompono ancora)
DOTT.: Vuol dire che suo marito camminava nel sonno?
BET.: Sì, era come sonnambulo.
DOTT.: Quegli uomini parlavano in un buon inglese?
BET.: Parlava uno solo, quello alla mia sinistra, e lui più o meno… aveva

145
un certo accento, un accento straniero… ma aveva un tono molto
professionale, capisce. Intanto proseguivamo, ed arrivammo ad una
radura, e c’era — avrei voluto che fosse più illuminata, così avrei potuto
vederla meglio — c’era una scaletta, che saliva ad una porta. L’“oggetto”
era posato per terra…
(Fa una pausa)
DOTT.: L’oggetto era posato per terra?
BET.: (Molto normalmente, adesso)
Penso che fosse lo stesso che avevamo scorto nel cielo. C’erano alberi,
ed un sentiero che conduceva a questa radura. Ed ora mi portano a bordo
dell’oggetto. Non voglio salire, non voglio… non so che mi succederà se
salgo, e non voglio farlo… Barney non può difendermi, è ancora
addormentato. Ed io non voglio salire a bordo.
DOTT.: Suo marito dorme ancora sodo. Ma che fa? Cammina da solo, o
c’è qualcuno che lo sostiene?
BET.: Sì, ha un uomo da entrambi le parti, lo tengono per le braccia, come
se… lui è come… le ho detto, non sente nulla ed ha gli occhi chiusi. Ma
sta in piedi da solo. È come intontito, e quelli lo dirigono, lo guidano
lungo la strada. E lui è un po’ più alto di quegli uomini.
DOTT.: È più alto di loro?
BET.: Sì, senz’altro. Così, arriviamo all’oggetto, ed io non voglio salire, e
l’uomo che mi sta dietro mi dice che devo salire, è un po’ seccato con me,
dice: “Oh, salga su! Più sta qui a fare storie, e più la cosa diventa lunga. È
molto meglio che salga e la faccia finita, poi potrà tornare alla sua auto.
Non abbiamo neppure molto tempo da perdere.” Così lui ed un altro mi
prendono per le braccia, ed io provo una sensazione di impotenza, non
posso fare altro che seguirli, a questo punto. Salgo la scaletta, entro, e c’è
un corridoio a sinistra. Percorriamo il corridoio, ed arriviamo ad una
stanza. Si fermano e mi fanno entrare nella stanza.
(Ora Betty è molto più calma)
Sono ferma sulla soglia, e mi giro per vedere se portano qui anche
Barney, ma non lo fanno. Lo portano invece più avanti, così io grido:
“Che cosa volete fare con Barney? Portatelo qui, dove sono io”. E l’uomo
mi risponde: “No, nella stanza abbiamo attrezzature sufficienti solo per
una persona alla volta, e se vi mettiamo nella stessa stanza ci impieghiamo
troppo tempo. Non succederà nulla a Barney, lo portano solo nell’altra

146
stanza. E appena avranno finito di esaminarvi, potrete tornare all’auto.
Non dovete aver paura.” Io vidi che portavano Barney nella stanza dopo la
mia, ed entrai. E vennero altri uomini, con quello che parlava inglese:
stanno qui un minuto, io non so affatto chi siano, forse fanno parte
dell’equipaggio. Ma loro restano solo qualche minuto, mentre l’uomo che
parla inglese si ferma e poi entra anche un altro individuo. Non l’ho mai
visto prima, ma ho l’impressione che sia il dottore. Vennero alla porta…
(Come Barney, anche lei tende a mischiare passato e presente)
… ed in un angolo c’è uno sgabello, bianco… è bianco? Non so se sia
bianco o cromato, ma c’è uno sgabello, uno sgabello, e mi ci fanno
sedere. Mi siedo. E loro — io ho un vestito blu addosso, e mi tirano su la
manica del vestito e mi guardano il braccio, in questo punto. Me lo
guardano entrambi, poi lo sollevano e lo osservano in quest’altro punto…
(Indica una parte del braccio)
… e loro… me lo strusciano, con un apparecchio, non so che cosa sia.
Prendono questo apparecchio, e me lo appoggiano, non so che tipo di
apparecchio sia, somiglia ad un microscopio, solo un microscopio con una
grossa lente; e me lo appoggiano… non so… pensavo che volessero
fotografarmi la pelle. E tutti e due guardavano attraverso l’apparecchio.
Qui, e qui, e qui…
(Fa dei gesti)
E poi parlavano fra loro, non so che dicessero, non riuscivo
assolutamente a capirli. Poi presero come una specie di tagliacarte, ma
non proprio, e mi graffiarono la pelle qui…
(Indica ancora sul braccio)
E c’erano come delle piccole… sa, quando la pelle diventa secca e
squamosa, come delle piccole particelle di pelle che si staccano? E loro mi
misero sulla pelle come un foglio di cellophane o di plastica, o qualcosa di
simile, e mi sgraffiarono, e raccolsero sul foglio la pelle che era venuta
via.
(Adesso ha completamente ripreso la calma, parla in tono perfettamente
normale)
E poi lui, l’uomo che parlava inglese, ma in realtà ora entrambi
parlavano inglese, l’uomo che mi aveva portato a bordo di questo strano
apparecchio, prese il pezzo di plastica, lo avvolse e lo mise in un cassetto.

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E poi mi appoggiarono la testa come su una specie di poggia-testa, una
specie di poggia-testa come quelli delle poltrone del dentista, dove si sta
con la testa tenuta ferma, non so, sembrava che avessero spinto qualcosa
sul retro del mio sgabello, e mi trovai con la testa appoggiata lì.
(Il dottore deve di nuovo mettere a posto il registratore, così la interrompe per
un attimo, poi Betty riprende)
Sto seduta sullo sgabello, con la testa su questo sostegno, appoggiata, e
l’uomo che mi esamina ora mi apre gli occhi, e li osserva con una luce, e
poi la bocca, mi guarda la gola ed i denti, poi le orecchie, girandomi la
testa da una parte all’altra. Dopo prende un… mah, come un tampone o
un bastoncino con del cotone, credo, come quelli che usano per i bambini,
e mi pulisce l’orecchio, poi prende il cerume ed il “capo” lo avvolge e lo
mette via, anche questo nel cassetto.
(Si ferma, come per ricordare meglio la scena)
Oh, poi mi tocca i capelli, qui sul collo, mi strappa un ciuffo sottile di
capelli, li mettono via anche quelli, avvolti nella plastica, nel cassetto. Poi
prende qualcosa, forse un paio di forbici, non so esattamente, e lui taglia,
ne tagliano un pezzo, e lui lo dà a quell’altro; poi uno comincia a toccarmi
il collo, e dietro le orecchie, e sotto il mento, e poi di nuovo sul collo, e
intorno alle spalle, e le clavicole…
(Fa una pausa, per raccogliere i ricordi)
E poi mi tolsero le scarpe, mi guardarono i piedi, poi mi esaminarono
anche le mani, da ogni parte, e lui prende… la luce è molto forte, quindi
non posso tenere gli occhi sempre aperti. Sono ancora un po’ spaventata,
anche. Non mi interessa molto guardarli, così cerco di tenere gli occhi
chiusi. Ma non li apro in realtà, ma non tutto il tempo, giusto per avere un
attimo di sollievo. Quando non li guardo, tengo gli occhi chiusi. E ancora,
uno di loro prende qualcosa e me lo passa sotto le unghie, e poi non so,
ma credo che prenda una forbicina da manicure, e mi taglia un pezzetto di
unghia. E poi mi esaminano con attenzione i piedi, non credo che mi
facciano nulla di particolare, solo me li esaminano, fino alle dita dei piedi
e tutto il resto. Alla fine il dottore, l’esaminatore, dice che mi vuole
sottoporre a degli esami, per controllare il mio sistema nervoso.
(Ora parla con fermezza)
Ed io penso, non so come stiano i nostri sistemi nervosi, ma spero che

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non avremo mai il fegato di andare a rapire la gente sull’autostrada, come
ha fatto lui! E, oh, mi dice di spogliarmi, mi dice di togliermi il vestito, e
prima che io abbia quasi il tempo di alzarmi per farlo, l’esaminatore… il
mio vestito ha forse una chiusura lampo sul dietro? Sì, ha una lampo
dietro, e quello la apre, così devo solo scivolar fuori dal vestito, e resto lì,
senza vestito e senza scarpe. E in mezzo alla stanza, vicino a me, al di là
dello sgabello, c’è una specie di tavolo; non è molto alto, direi dell’altezza
di un banco. Così mi stendo sul tavolo, supina, e lui sposta sopra di me
questo… oh, come posso descriverlo? Sono come tanti aghi, un mucchio
di aghi, ognuno con un filo ad una estremità. Qualcosa come lo schermo
di una TV, capisce? quando non c’è nessuna immagine, e si vedono solo
righe… qualcosa di simile. Così mi mettono sul tavolo, portano questi
aghi sopra di me, e non me li infilano dentro, no, ma mi toccano con
questi aghi, senza farmi alcun male…
(A tratti si ferma, come per attendere che si compia veramente quel che sta
raccontando)
Tranne che… in che posto? Insomma, da qualche parte, ho sentito
giusto l’ago che mi toccava, solo questo. Non fa affatto male, ma poi me
lo fa dietro l’orecchio, ed anche all’interno in qualche modo…
(Ed indica varie parti della testa)
… ed anche qui, su vari punti della mia testa. E poi sul collo, ancora, e
qui dentro, in un modo o nell’altro…
(Indicandosi il braccio)
… e poi qui giù… non so, me lo posò sul ginocchio, e così facendo, la
gamba mi scattò. Ed anche sul piede, ed intorno alla caviglia; poi mi
fecero girare e mettere bocconi, e mi passarono gli aghi sulla schiena. Non
capisco cosa stiano facendo, ma mi sembrano così contenti di quel che
fanno… e di nuovo mi mettono sul dorso, e adesso l’esaminatore ha in
mano un lungo ago, ed io lo vedo, ed è l’ago più grosso che io abbia mai
visto; gli chiedo cosa sta per fare con quell’ago…
(Sta tornando ad agitarsi)
Non mi farà male? E quando glielo chiedo, mi risponde che vuole solo
infilarmelo nell’ombelico, ma non mi farà alcun male, è solo un esame
semplicissimo…
(Singhiozza più forte)

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Ed io gli dico di no, che mi farà male, non farlo, non farlo, non farlo. E
sto piangendo, e grido: “Mi fa male, molto male, toglimelo, toglimelo!” E
si avvicina il “capo”, e mi mette la mano sugli occhi, e me la passa avanti
e indietro, e mi dice che andrà tutto bene, che non sentirò nulla.
(Si calma)
Ed il dolore scompare, ma sento ancora come una infiammazione nel
punto in cui mi hanno infilato l’ago. Non capisco perché mi abbiano fatto
una cosa simile, gli avevo detto di non farlo!
(Altra pausa)
DOTT.: Non le fecero nessuna proposta di carattere sessuale?
BET.: No.
DOTT.: Veramente?
BET.: No. Io chiesi al loro capo: “Ma perché, perché mi hanno messo
quell’ago nell’ombelico?” E lui mi rispose che era un test per accertare la
gravidanza. Io dissi: “Non so cosa si aspettino, ma questo non è nessun
test di gravidanza, qui.” E quello non mi disse più niente.
DOTT.: Bene, ci fermiamo qui. Si sentirà sollevata, rilassata e del tutto a
suo agio. Tranquilla, rilassata. Quando la sveglierò, non ricorderà nulla di
quel che è trapelato qui, non ricorderà più nulla di quel che ha rivelato,
fino a che io non le ordinerò di ricordarlo.
(Ripete l’ultima frase, per enfatizzare)
Ma questo non le creerà problemi, non la preoccuperà. Sarà calma,
rilassata, a posto, senza dolore, senza sofferenza fisica, senza ansietà. Lei
non ha paura, non ha ansie… è a suo agio… è rilassata… può svegliarsi,
adesso.
(Betty apre gli occhi, lentamente)
BET.: Sono veramente sveglia?
DOTT.: Lei è del tutto sveglia. Che è successo?
BET.: Svegliata… sveglia… sveglia… ho la mente confusa.
(Ride allegramente)
DOTT.: Tutto bene, ora?
BET.: Sì.
DOTT.: Benissimo. Continueremo la prossima volta; fra una settimana,
alla stessa ora,

150
(Il dottore congeda Betty)
Betty si svegliò dalla sua lunga seduta sentendosi assonnata, come se
fosse stata svegliata dopo una normale notte di sonno. Si trovò a guardarsi
intorno nello studio, un po’ meravigliata, ed aveva la vaga impressione di
essere stata un poco sconvolta.
“In qualche modo, avevo l’impressione di aver pianto”, ricorda. “Come
quelle persone che piangono nel sonno, poi quando si svegliano sono in
qualche modo coscienti di aver pianto, ecco, io avevo la stessa
impressione. E inoltre per due giorni mi rimase la sensazione di non
essermi del tutto svegliata, mi sentivo intontita, come sotto shock, e non
riuscivo a concentrarmi. Sentivo che se solo avessi chiuso gli occhi, sarei
subito cascata addormentata”.
In macchina, Barney cominciò a chiederle quali erano le sue reazioni.
Lei gli spiegò che si sentiva benissimo, ma che non le andava di parlarne.
Passarono la sera del sabato vicino a Boston, con alcuni amici, ma Betty
si sentiva esausta per lo sforzo della mattina, e non fu di gran compagnia.
Comunque, si ristabilì dopo pochi giorni, e, come le aveva suggerito il
medico, fu calma e rilassata.
In quel momento non sapeva ancora, come non lo sapeva Barney, che
il lungo racconto dei suoi ricordi era quasi identico alla testimonianza
scritta che aveva fatto dei suoi sogni.

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CAPITOLO VIII

Dopo la prima, lunga seduta con Betty, il dottor Simon registrò fra i
suoi appunti:
“Questa intervista andò avanti tranquillamente, fino ai momenti di paura
riguardanti la seconda fase dell’avvistamento dell’oggetto, in cui la paziente ha
cominciato a dar segni di notevole agitazione.
Le lacrime le scorrevano sul viso, si contorceva sulla sedia; di nuovo, ha
dato segni di grande agitazione durante l’episodio che sembra aver avuto luogo
a bordo dell’oggetto misterioso: durante quel che sembra chiaramente un
esame medico, la signora Hill piangeva, le colava il naso, e nonostante abbia
preso con prontezza il fazzoletto di carta che le offrivo, giudicai che fosse
meglio interrompere la seduta, anche se lei stava ancora raccontando ciò che
aveva vissuto nella ‘sala operatoria’: infatti era veramente troppo scossa. Ho
dato ad entrambi un appuntamento per la settimana prossima, oggi a otto”.

Gli Hill tornarono, il 14 marzo 1964. Poco prima di ricevere Betty per
la seconda seduta, il dottor Simon registrò sul nastro alcune osservazioni
preliminari:
“Aspetto gli Hill per le otto di stamani, per continuare con l’esame della
signora, dal punto in cui il suo racconto era stato interrotto la settimana scorsa,
cioè dal momento in cui lo ‘strumento’ medico le è stato estratto
dall’ombelico, durante il ‘test di gravidanza’”.

Prima di mettere Betty in trance, il dottore chiacchierò un poco con lei.


BET.: Penso che dovrei dirle che ho avuto due incubi, da quando sono
stata qui la settimana scorsa.
DOTT.: Le sembravano sogni o proprio incubi?
BET.: Direi che erano veri e propri incubi.
DOTT.: E quando ebbe il primo?

152
BET.: Martedì notte.
DOTT.: Il martedì seguente alla mia seduta? E cosa riguardava?
BET.: Non ricordo: posso solo rammentare dell’acqua, un lago, credo, ed
una riva. Ma null’altro.
DOTT.: E non la fa pensare a nulla? A qualche lago in particolare?
BET.: No.
DOTT.: E che ricorda dell’altro sogno, allora?
BET.: L’altro era che… non ricordo dov’ero… c’era una luce, che
rimbalzava qua e là, ed io la vedevo chiaramente: mi rimbalzava accanto,
poi si allontanava. Ed io avevo l’impressione che la luce rappresentasse
un grave pericolo per me, e che stesse per toccarmi, accecandomi di luce,
e non volevo che questo accadesse. E proprio mentre mi si avvicinava, mi
svegliai, cercando di urlare, non so se urlai davvero o no, ma mi svegliai.
DOTT.: Barney lo seppe?
BET.: Beh, mi ero così spaventata che lo svegliai.
DOTT.: Dormite in letti separati?
BET.: No, in un letto matrimoniale.
DOTT.: Lo svegliò deliberatamente?
BET.: Sì.
DOTT.: Allora sembrerebbe che lei non abbia urlato.
BET.: Non credo di averlo fatto.
DOTT.: Non le ricorda niente, ricorda la sua esperienza con l’UFO?
Questo apparecchio che le venne vicino… era qualcosa di simile, o non
c’entrava affatto?
BET.: Questo era come la luce di un lampo, una cosa del genere. E poi
saltava in giro, ed era piccolo.
DOTT.: Era piccolo. Forse come un riflettore, messo da qualche parte?
BET.: Poteva sembrare un riflettore.
DOTT.: Come la luce di una sala operatoria? O qualcosa di simile?
BET.: Più piccola, però.
DOTT.: Niente di simile a quella lucetta che alcuni dottori hanno in
quell’apparecchio con lo specchio che portano sul capo?
BET.: Mi pareva più grande, direi all’incirca venti centimetri di diametro.
DOTT.: D’accordo. A parte questo, è andato tutto bene? Si sentiva
preoccupata o sconvolta per la seduta? O non ricorda nulla di quel che era
successo?
BET.: Qualcosa sì.

153
DOTT.: Cosa le pare di ricordare?
BET.: Ricordo che piangevo, e poi, beh, mi ricordo che stavo seduta in
macchina ed osservavo Barney sull’autostrada. E ricordo di aver visto
degli uomini sulla strada.
DOTT.: Vide degli uomini? Potrebbe immaginarli anche ora?
BET.: Sì.
DOTT.: A chi somigliano?
BET.: È troppo indistinto, il ricordo, per descriverli nei particolari.
DOTT.: Sembrano americani, uomini normali?
BET.: No, in qualche modo sono diversi.
DOTT.: In che senso, diversi?
BET.: Non saprei spiegarlo.
DOTT.: C’era un veicolo, sulla strada, un’auto, una moto?
BET.: No.
DOTT.: Solo degli uomini? Vestiti in modo particolare? Con uniformi, o
per lo meno vestiti in modo simile?
BET.: Penso che fossero vestiti tutti uguali, ma non vedevo bene, non
saprei descrivere i loro abiti.
DOTT.: Sa spiegarsi perché piangeva? Ha detto prima che ricorda di aver
pianto.
BET.: Perché piangevo? Perché ero spaventata!
DOTT.: Che cosa la spaventava?
BET.: Sapevo che stava per accadere qualcosa, pur senza sapere che cosa.
DOTT.: D’accordo. Ora riprendiamo.
(Il dottore pronuncia le solite parole, e gli occhi di Betty si chiudono
immediatamente)
Dorme, dorme, dorme profondamente. Completamente rilassata, dorme
molto, molto profondamente. Sempre più profondamente. È perfettamente
calma e rilassata, non ha paura, non ha ansia, dorme profondamente. Ora
torneremo dove eravamo rimasti la settimana scorsa, proprio in quel punto
esatto. Dove si trova, adesso?
BET.: (In un profondo trance)
Sono sul tavolo, ed il “capo”, essi mi hanno fatto del male, mi hanno
infilato un ago nell’ombelico; e il capo mi ha passato una mano sugli
occhi, e dopo aver fatto così… non ho più sentito alcun dolore…
Scomparso… e mi sentivo rilassata, e gli ero molto grata di avermi tolto
quel dolore.

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DOTT.: A proposito di quell’ago, non aveva nulla attaccato, come un filo,
un tubo?
BET.: Sì.
DOTT.: E che cosa sembrava?
BET.: Era un lungo ago, tipo quelli che si usano per le iniezioni, o forse
per togliere il sangue. Non so.
DOTT.: Era attaccato ad una siringa?
BET.: C’era qualcosa. E non so perché me l’abbiano fatto… Era come un
esame, ma io non volevo farlo. Dissi che mi avrebbe fatto male, ma il
“capo” disse di no. Quando mi passò la mano sugli occhi, allora il dolore
cessò.
DOTT.: Fino a che profondità penetrò l’ago?
BET.: Oh, era un ago bello lungo! Non so, mi pareva — ma non guardai
— mi pareva che fosse lungo circa dieci o dodici centimetri.
DOTT.: Ha detto che aveva qualcosa attaccato: come un filo o come un
tubo?
BET.: Come un tubo. E non me lo lasciarono dentro per molto, giusto per
un secondo.
DOTT.: Che genere di dolore sentì? Come quando ci si infila un ago nel
braccio, per un esame del sangue, o una donazione di sangue?
BET.: No, non era così. Era… tutto ciò che mi viene in mente è un
coltello.
DOTT.: Un coltello.
BET.: Sì, perché era così doloroso. Ed io credo di essermi messa a
gemere, e non riuscivo a star ferma.
DOTT.: C’era una luce, lì?
BET.: La stanza era molto illuminata.
DOTT.: Non c’era nessuna luce tipo un riflettore?
BET.: Sì. C’era una luce dietro la mia spalla sinistra, proprio come un
riflettore.
DOTT.: E che dimensioni aveva?
BET.: Oh, come una lampada da tavolo, non saprei, circa venti centimetri.
DOTT.: D’accordo prosegua.
BET.: Allora, ero grata al “capo” per avermi tolto il dolore, e lui sembrava
molto sorpreso. E poi dissero che l’esame era terminato, e il capo mi aiutò
a mettermi a sedere, mi prese il braccio ed io mi girai sul tavolo.
DOTT.: Ma che tipo di tavolo era? Un tavolo operatorio, un lettino come

155
quelli degli studi medici?
BET.: Un normale lettino per esami medici, ma non proprio identico…
del resto non so se tutti i medici abbiano lo stesso tipo di lettini… questo
era lungo, ma non fuori del normale. Era chiaro, beh, però non sono
certa… bianco o color metallo. Sì, color metallo, ed era duro, non era
affatto morbido, in nessuna parte. Era una cosa di questo genere. E
l’esaminatore mi aiutò, mi aiutò a scendere, io mi girai e lui mi porse le
mie scarpe, le misi e mi alzai in piedi, sul pavimento. E lì c’era il mio
vestito, lo infilai, e stavo per tirare su la cerniera, e lui me la tirò su. E poi
dissi: “Ora posso andare. Posso tornare alla macchina?” E lui rispose:
“Barney non è ancora pronto.” Così cominciai a preoccuparmi, e gli chiesi
perché ci stavano mettendo tutto quel tempo, con Barney. Lui disse che lo
stavano sottoponendo a qualche altro esame, ma che avrebbero finito in
pochi minuti. E, accidenti, c’era un mobiletto, lì, e il dottore,
l’esaminatore, se n’era andato… ero sola con il “capo”.
DOTT.: Ha detto che c’era un dottore, lì con lei?
BET.: Era l’uomo che mi aveva fatto gli esami, che mi aveva visitato. E se
n’era andato, così eravamo rimasti solo il “capo” ed io. Io mi sentivo
piena di gratitudine verso di lui, perché mi aveva fatto passare il dolore, e
non ero più assolutamente spaventata. Così mi misi a parlare con lui, e gli
dissi che era stata per me veramente un’esperienza incredibile. Che
nessuno, nessuno avrebbe mai creduto. Che molta gente non avrebbe
creduto alla loro esistenza, e perciò io volevo delle prove che questo fosse
realmente accaduto. E lui si mise a ridere, e mi chiese che genere di prove
volevo, cosa mi sarebbe piaciuto. Ed io gli risposi che, bene, se lui avesse
potuto darmi qualcosa da portare via con me, allora la gente mi avrebbe
creduto. E lui mi invitò a guardarmi intorno, forse avrei potuto trovare
qualcosa che volevo portar via. Ed io guardai, non che ci fosse lì in giro,
ma sul mobile c’era un libro, un libro molto grosso. Così posai la mano
sul libro, e dissi: “Potrei prendere questo?” E lui mi disse di guardarvi
dentro: aveva delle pagine, delle parti scritte, ma tutto completamente
diverso da qualsiasi cosa avessi mai visto prima. Sembrava… non so, non
era un dizionario… forse un… la scrittura non era orizzontale, andava in
su ed in giù.
DOTT.: Le pareva di conoscere la lingua in cui era scritto? Era forse in
inglese?
BET.: No, non era in inglese.

156
DOTT.: Sembrava… che lingua conosce che sia scritta in quel modo?
BET.: Non lo so, però potrei riconoscerla anche se non riesco a leggerla:
giapponese.
DOTT.: Giapponese. Sembrava giapponese, quella scrittura?
BET.: No.
DOTT.: Era scritto a mano, o stampato?
BET.: Era diverso, non so perché… voglio dire, non saprei spiegarlo.
Anche se mi è parso scritto in giapponese, aveva delle linee rette, erano…
alcune erano sottili, altre medie, altre molto grosse; c’erano dei punti,
delle linee dritte e delle linee curve, ed il capo rideva, e mi chiese se
pensavo di riuscire a leggerlo. Ed anch’io, ridendo, gli risposi di no. Ma
gli dissi che non mi serviva per leggerlo: doveva essere la testimonianza
di quello che mi era successo. Quel libro sarebbe stata la mia prova. E lui
mi disse che potevo prenderlo, se lo volevo. Ed io lo presi, ed ero felice.
Voglio dire, era più di quanto mi sarei mai aspettata. E me ne sto lì,
dicendogli che non avevo mai visto un libro simile, ed ero molto contenta
che me lo avesse dato. E che forse, in qualche modo, col tempo, avrei
scoperto come leggerlo. E allora gli chiesi, gli domandai da dove veniva,
perché — gli dissi — sapevo che non erano esseri terrestri, e volevo
sapere la loro provenienza. E lui mi chiese se conoscevo qualcosa
dell’universo. Ed io gli dissi di no, che non sapevo praticamente nulla, che
quando andavo a scuola mi avevano insegnato che il sole era al centro del
sistema solare, e che esistevano nove pianeti. E poi naturalmente avevo
fatto dei progressi; e gli dissi che una volta avevo visto, avevo incontrato
Harlow Shapley, {14} che aveva anche scritto un libro. Ed avevo visto
delle foto che lui aveva fatto, di milioni e milioni di stelle nell’universo.
Ma questo era tutto quel che sapevo. Così lui mi disse che voleva che io
ne sapessi un po’ di più a questo proposito, ed io ero d’accordo, mi
sarebbe piaciuto molto. Così attraversò la stanza, andò al tavolo e fece
qualcosa, aprì qualcosa, non era un cassetto, toccò qualcosa e ottenne
un’apertura, nel metallo della parete; tirò fuori una mappa e mi chiese se
avevo mai visto una mappa simile. Ed io attraversai la stanza e mi
appoggiai al tavolo, per guardarla. Ed era una mappa, una mappa oblunga,
non quadrata, più larga che lunga. E c’erano tanti punti su di essa, sparsi
dappertutto. Alcuni erano piccoli, come punte di spillo; altri erano grandi
come una monetina. E c’erano delle righe, alcune sui punti, altre erano
linee curve che univano i vari punti. E c’era un gran cerchio, da cui si

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irradiavano un sacco di linee, molte andavano ad un altro cerchio lì
vicino, un po’ più piccolo; ed erano linee molto grosse. Gli chiesi che
significato avevano, ed egli mi spiegò che le linee più grosse erano vie
commerciali. E poi le altre, le altre linee ininterrotte erano luoghi in cui si
recavano occasionalmente, mentre le linee tratteggiate indicavano delle
spedizioni…
Così gli chiesi dov’era il luogo dal quale provenivano, e lui disse:
“Dove siete voi, qui sulla mappa?” Io guardai, e ridendo dissi: “Non lo
so!” e allora lui mi rispose: “Se non sai dove siete, non ha alcun senso che
io ti dica da dove veniamo”. E mise via la mappa, dopo averla arrotolata
la mise via nell’apertura del muro, e richiuse. Mi sentivo molto stupida,
perché non avevo saputo trovare la Terra sulla mappa. Gli chiesi di
riaprire la mappa e di mostrarmi dove si trovava la Terra, ma egli rise di
nuovo. Ed io pensai che almeno avevo il libro, quel grosso libro. Tornai al
mobile, tirai giù il libro e ripresi ad esaminarlo e a sfogliarlo. Poi, d’un
tratto, si sente un gran rumore nella sala, entrano alcuni uomini seguiti
dall’esaminatore, e sono tutti molto eccitati: perciò chiedo al “capo” che
cosa è capitato. Forse è successo qualcosa a Barney? Sì, ha qualcosa a che
fare con mio marito. L’esaminatore mi apre la bocca e comincia a
controllarmi i denti, cerca di strapparmeli, di tirarli… ed io gli chiedo che
cosa vogliono farmi.
DOTT.: Che cosa le stanno facendo ai denti?
BET.: Cercano di strapparmeli, me li tirano. Sono molto eccitati.
(Ride)
Il medico disse che non riusciva a spiegarsi perché i denti di Barney
erano venuti via, ed i miei no! io ridevo molto, e dissi che Barney aveva la
dentiera ed io no, per questo i suoi denti erano venuti via! E allora mi
chiesero: “Che cos’è una dentiera?” Ed io spiegai che quando le persone
invecchiano, perdono i denti; quindi vanno da un dentista, si fanno
estrarre i denti e mettono una dentiera. Oppure altri… Barney, ad
esempio, dovette mettere la dentiera perché aveva avuto una lesione alla
bocca, ed aveva dovuto togliersi tutti i denti. Ed il capo mi chiese: “Bene,
ma questo accade a molta gente?” Si comportava come, mah, come se non
mi credesse. Comunque io dissi: “Sì, succede quasi a tutti quando
diventano vecchi.” e lui: “Bene, vecchi… cosa significa vecchi?” ed io
dissi: “Di età avanzata” e lui chiese ancora cosa significava “età
avanzata”, allora cercai di spiegargli: “Beh, dipende, ma quando una

158
persona invecchia subisce dei cambiamenti, soprattutto nel fisico. È come
se cominciasse a rovinarsi, con l’età.” Ma lui mi chiese ancora: “Cosa
intendi con età? Che cos’è l’età?” ed io dissi: “Il periodo di vita… il
periodo di tempo che una persona può vivere.” E quando mi chiese quanto
poteva essere lungo, gli risposi: “Beh, in genere si ritiene che duri al
massimo un centinaio d’anni, ma le persone possono morire prima (e
questo capita alla maggior parte) per malattie, incidenti e cose simili.
Penso che l’età media sia, non so, intorno ai 65 o 70 anni.” E lui: “65 o 70
che cosa? Non capisco cosa intendi dire.” “Anni” risposi, ma quando mi
chiese cosa fosse un “anno” dissi che non sapevo esattamente come
spiegarglielo… aveva a che fare con molti giorni, con un certo numero
preciso di giorni, che a loro volta erano composti di un certo numero di
ore, e le ore avevano un certo numero di minuti, ed i minuti un certo
numero di secondi. E pensavo che all’inizio il tempo avesse… che
dipendesse dalla velocità di rotazione della Terra, dalla posizione dei
pianeti, dalle stagioni e così via. E gli mostrai sul mio orologio che il
tempo impiegato per la rotazione completa delle lancette dal dodici al
dodici poteva indicare il passare del tempo, dalla mezzanotte a
mezzogiorno e di nuovo a mezzanotte. Io cercavo di spiegarmi, ma non
mi capiva assolutamente. Ed io non riuscivo, non so.
DOTT.: Ma capiva l’inglese?
BET.: Sì. Poi mi chiese che cosa mangiavamo, ed io gli dissi che
mangiavamo carne, patate, verdura, latte. E lui mi chiese: “Cos’è la
verdura?” Gli dissi che era un termine molto generico, che comprendeva
una grande varietà di cibi che mangiavamo, che non potevo spiegargli in
particolare perché ne esistevano troppe varietà. Allora mi chiese quali tipi
io preferivo, ed io gli dissi che ne mangiavo molti, ma che il mio preferito
era il melone. E lui: “Allora parlami del melone.” ed io gli spiegai che in
genere è giallo, ma lui subito mi interruppe: “Che cosa è ‘giallo’?” ed io
gli dissi: “Beh, ora glielo mostro.” E cominciai a guardarmi in giro, ma
non riuscivo a trovare niente di giallo… neppure io indossavo niente di
giallo, così gli dissi che non potevo mostrargli che color fosse, ma era un
colore luminoso, simile… che noi consideravamo ‘giallo’ la luce del sole;
e poi, che non aveva senso parlare di verdure, se non potevo spiegar loro
che cosa fossero. E… oh, dissi anche: “Non riesco… non so come fare.
Non so dirvi dove si trovi la Terra su quella mappa, non lo so. Tutte
queste domande che mi fate… io mi sento una persona molto limitata,

159
quando parlo con voi. Ma in questo paese ci sono molte persone che non
sono come me, e sarebbero felici di parlare con voi, e di rispondere in
modo esauriente a tutte le vostre domande.” Forse, se avessero potuto
tornare dopo un po’ di tempo, avrebbero avuto una risposta a tutte le loro
domande. Però io non avrei saputo dove ritrovarli. Ma lui si mise a ridere,
e mi disse: “Non preoccuparti: se decideremo di tornare qui, riusciremo in
ogni caso a ritrovarti… Noi riusciamo sempre a trovare le persone che
vogliamo.” Ed io gli chiesi: “Beh, che cosa vuol dire con questo?” E lui si
mise a ridere, senza dire altro. Finalmente, ecco Barney, lo stanno
portando fuori. Sento gli uomini fuori nel corridoio, e faccio: “Sta
arrivando Barney.” “Sì,” dice lui, “ora potete tornare alla macchina”. Ed
io prendo il libro, ecco Barney, ed ha ancora gli occhi chiusi!
(Ride ancora)
Si è perso delle cose tremende! Mi chiedo se lo costringono a tenere gli
occhi chiusi… e così è arrivato il momento di tornare all’auto, e il capo
dice: “Venite, vi accompagno fino alla macchina”. Ed io rispondo:
“D’accordo, ma mi piacerebbe davvero sapere se tornerete.” e lui mi fa:
“Bene, staremo a vedere…”
(Betty fa una pausa, poi)
Siamo fuori nel corridoio. Barney è dietro di me, con gli occhi sempre
chiusi e due uomini ai lati. Ed io sto per scendere la scaletta, quando
alcuni degli uomini… non il capo, altri uomini si mettono a parlare fra
loro: non riesco a capire che cosa dicono, ma mi accorgo che sono molto
agitati. E allora il capo mi si avvicina, e mi toglie di mano il libro… ed io,
accidenti, divento veramente furiosa!
(Parla concitamente, quasi piangendo)
E dico: “Mi avevate promesso che potevo tenere il libro!” E lui mi
dice: “Lo so, ma gli altri non sono d’accordo.” “Ma come, questa è la mia
prova!” E lui continua: “Questo è il punto: non vogliono che ricordiate
nulla di quanto è successo, vogliono che tutto sia cancellato dalla vostra
memoria”.
(Ora parla come se si rivolgesse al capo)
“Non me ne scorderò mai! Potete riprendervi il libro, ma io non mi
scorderò mai, mai, mai di nulla… Ricorderò tutto, fosse anche l’ultima
cosa che faccio!” E lui si mette a ridere, dicendo: “Può darsi che tu

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ricordi, non lo so. Ma spero che non sia così, perché non ti farebbe alcun
bene: Barney non ricorderà nulla. Ed anche se riuscisse a ricordare,
sarebbero cose del tutto diverse dai tuoi ricordi, e non fareste altro che
confondervi sempre più a vicenda, senza saper più che cosa fare. Anche se
riuscirai a ricordare, sarebbe certo meglio se tu avessi dimenticato subito
tutto”.
(Ancora sull’orlo del pianto)
Ed io dissi: “Ma perché? State cercando di minacciarmi? Non
riuscirete a spaventarmi, perché io voglio ricordare ogni cosa, e in qualche
modo ci riuscirò”. Allora mi disse: “D’accordo, ora torniamo all’auto”.
Sto lì, in piedi di fianco alla scaletta, e mi sto un poco calmando. Mentre
stavo parlando, avevano condotto avanti Barney. Però insistetti: “Vorrei
davvero avere una prova che tutto ciò è accaduto veramente, perché è la
cosa più incredibile che sia mai successa!”. Stavamo camminando, ed il
sentiero mi sembrò molto più breve di quanto non mi era parso
all’andata… allora mi era sembrato spaventosamente lungo. Ed il capo mi
disse: “Vi lasceremo qua. Perché non restate di fianco alla macchina, per
vederci partire?”. Ed io gli risposi: “D’accordo. Lo faccio volentieri, se
non è pericoloso”. Lui mi assicurò che eravamo abbastanza lontano
dall’oggetto per essere al sicuro, ed aggiunse che gli dispiaceva che
all’inizio io fossi così tremendamente spaventata. Ed io dissi: “Beh, era
un’esperienza sconosciuta, di cui non avevo la minima idea. Ma certo
adesso non ho più un briciolo di paura”. Aggiunsi che era stata
un’esperienza sorprendente, che forse, non so, forse l’avrei dimenticata…
ma speravo che in qualche modo ci saremmo rivisti. Forse sarebbero
tornati, ed avrebbero trovato gente in grado di rispondere alle loro
domande. Ed egli disse che, chissà, forse avrebbero provato ancora. Poi si
voltarono tutti e si allontanarono. Ed io arrivo alla macchina, e ci trovo
Barney, apro la portiera e gli dico: “Esci, vediamoli partire!” Barney è
ancora confuso, ma ha gli occhi aperti e si comporta in modo più normale.
Delsey è seduto sul mio sedile, lo tocco e mi accorgo che sta tremando
tutto. Lo prendo in collo e lo accarezzo, “Buono, buono Delsey, non c’è
niente da aver paura.” gli dico. Sto appoggiata al paraurti, e Barney esce e
mi viene vicino, e li guardiamo partire… Delsey non vuole guardare, e sta
ancora tremando. Ed ecco che comincia ad illuminarsi, si fa sempre più
luminoso…
DOTT.: Che cosa si fa luminoso?

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BET.: L’oggetto.
DOTT.: Lo stesso oggetto che avevate scorto in cielo?
BET.: Sì. Solo che adesso è una grande palla, arancione, e diventa quasi
incandescente, rotolando proprio come una palla.
(Più tardi Betty e Barney attribuiranno questa immagine nei loro ricordi alla
luna, che vedevano come se si fosse posata sulla terra)
Ora scende, come in picchiata, e poi zoom! prende ad allontanarsi
sempre più velocemente, sempre più lontano… Ed io dico, beh, Barney,
ecco che se ne vanno, e a noi non è successo proprio nulla di male.
Andiamo in macchina e torniamo subito a Portsmouth!”. Barney entra al
suo posto di guida, io dall’altra parte, e metto Delsey di dietro, sul fondo
della macchina, e l’accarezzo — buono, buono, Delsey —. E Barney
mette in moto, e partiamo. Ed io sono così allegra, e gli dico: “Bene,
Barney, ora prova ancora a dirmi che non credi ai dischi volanti!”. Ma lui
mi risponde: “Ah, non essere ridicola!” ed io credo che stia scherzando.
Ma tutt’ad un tratto, ecco quel bip-bip-bip-bip sul baule della macchina.
DOTT.: Non è la seconda volta che sentite il bip-bip?
BET.: Sì. Ed io dico: “Beh, penso che questo sia il loro saluto d’addio: se
ne sono andati, dovunque siano diretti. Non so, è tutto così fantastico ed
incredibile, forse faremmo meglio a dimenticare tutto”.
DOTT.: Ma poi, di che cosa parlaste fra voi due?
BET.: Beh, Barney mi disse di non essere ridicola, ed io non capivo se
stava scherzando o no, così non gli risposi. Poi mi fa: “Guarda se sono
ancora qui in giro…” ed io capisco che ha piena coscienza di quel che ci è
accaduto. Come può guardar fuori e cercar di vedere qualcosa, se poi deve
negarne l’esistenza? Comunque guardo fuori, ed ogni poco, sulla via del
ritorno, dò un’occhiata in giro. E continuo a chiedermi se sono veramente
andati via, fino a che punto si sono allontanati… perché ho la sensazione
che siano ancora molto vicini… continuo a cercarli e guardo anche col
binocolo.
(Una lunga pausa poi)
Fuori di Concord, a nord di Concord, non ci siamo proprio fermati,
però rallentammo molto, mentre io guardavo in giro col binocolo, ma non
li scorgevo più. Però continuai a cercarli per tutto il percorso, fino a casa.
Ad un certo punto dissi: “Non ci crediamo, nessuno ci crederebbe, ad una
cosa simile. Per la miseria, dimentichiamoci tutto! È troppo fantastica…

162
le persone penseranno che siamo impazziti. Voglio dire — mettersi a
parlare di dischi volanti… capisci… roba da matti…”. Ma la nostra
avventura era stata qualcosa di più di un semplice avvistamento di un
oggetto nel cielo. Credo che avrei voluto poter dimenticare tutto. E potevo
farlo. Che altro mi restava di fare? Ma mi chiedevo se sarebbero mai
tornati. Me ne vado in giro, cercandoli, guardo fuori dalla finestra di
cucina…
(Betty ripete dettagliatamente il loro arrivo a casa, quando, scaricata la
macchina e fatto un bagno, se ne andarono a letto distrutti dalla stanchezza.
Poi:)
DOTT.: Ora lei ricorda tutto: parlava a volte con Barney della vostra
avventura? Dell’esperienza a bordo del veicolo misterioso?
BET.: No.
DOTT.: Ed egli non le parlò mai del periodo trascorso sul veicolo?
BET.: Non ricordo che abbia mai accennato al fatto di essere stato a bordo
dell’oggetto.
DOTT.: Bene, prosegua.
BET.: A ripensarci ora, mi sembra molto strano che non ne abbiamo mai
parlato.
(Alcuni mesi più tardi, quando la terapia era ormai finita, gli Hill riassunsero
le loro impressioni sull’argomento, paragonando le loro confessioni sotto
ipnosi, che non erano riusciti a ricordare fino a quando il dottore non lo rese
possibile, ordinando loro di farlo)
Perché sarebbe logico averne parlato… io stessa non mi capisco.
Dicemmo che, beh, era stata un’esperienza straordinaria, ma tutto qui.
DOTT.: Ha detto di aver vissuto due avventure: una quando vide
l’oggetto, e scorse delle persone a bordo; l’altra al momento in cui fu
portata a bordo del veicolo. E sono due esperienze differenti.
BET.: Sì, ma per me la prima aveva avuto così poca importanza.
Effettivamente, tutto ciò che vidi fu un oggetto volante nell’aria e poi di
fronte alla macchina, e lei sa, non gli diedi più che qualche occhiata. In
confronto la seconda esperienza fu enormemente più importante.
DOTT.: Perché volevate mantenerle segrete?
BET.: Perché volevo assecondare il “capo”, che mi aveva consigliato di
dimenticare.
DOTT.: Voleva assecondare il “capo”?
BET.: Lui mi aveva detto di dimenticare tutto. Avevano deciso così.

163
DOTT.: E perché voleva tanto seguire il volere del “capo”?
BET.: Non lo so.
DOTT.: Allora potrebbe chiedersi anche perché Barney non voleva
parlarne. Pensa che volesse seguire anche lui il volere del “capo”?
BET.: Può darsi. Perché sono quasi certa che — beh, aveva gli occhi
chiusi, ma io sono convinta che si rendeva conto di quel che stava
accadendo.
DOTT.: Che cosa gli avevano fatto?
BET.: Qualcosa che lo costringeva a tenere gli occhi chiusi.
Così dovevano aiutarlo, ad uscire dall’oggetto. E prima che partissimo,
lo guidavano ancora un poco, ma credo che ormai fosse in grado di
camminare da solo.
(Fa un’altra pausa)
DOTT.: Sì, vada avanti.
BET.: Può darsi che avesse anche paura di ricordare. C’era qualcosa di
strano nel modo in cui ci dissero che sarebbe stato meglio dimenticare…
come un tono di minaccia… E poi penso che anch’io, in fondo, volevo
dimenticare. Non so… stavo per dire che volevo dimenticare anch’io, ma
questo suona come una razionalizzazione, perché io non so se volevo
realmente dimenticare. Semplicemente, non potevo ricordare: potevo
rammentare delle parti della vicenda, ma non altre… ad esempio, la parte
trascorsa fra le due serie di suoni intermittenti.
(Ancora, dopo la terapia, quando le loro mentì furono messe in grado di
rivedere tutti i dati emersi dalle sedute, parlando con lo scrittore gli Hill
conclusero che la prima serie di suoni doveva averli messi come in uno stato
di trance, che più tardi fu aumentato dall’incontro con il blocco stradale. La
seconda serie di suoni sembrò farli tornare coscienti, sebbene poi rimanessero
inebetiti per la maggior parte del viaggio verso casa)
BET.: È molto difficile capire cosa sia successo. Sembra che riguardi la
parte fra Indian Head ed il punto in cui fummo fermati sull’autostrada… è
la parte che io sentivo che doveva essere dimenticata.
DOTT.: Perché doveva essere dimenticata?
BET.: Non so. Ma ci fu quel suono intermittente all’inizio, e poi non
ricordai più nulla. Rammento vagamente che Barney uscì dalla strada
principale, fino a che non incontrammo quegli uomini, lì fermi sulla
strada…
DOTT.: Come riuscì a vederli? Avevano delle luci?

164
BET.: Riuscivo a distinguere i contorni delle figure… ha presente, quando
uno guida… di notte, e c’è un gruppo di persone o qualcosa sulla strada,
che viene illuminato dai fari dell’auto. Non riuscimmo a passare… ma da
quel momento non ricordo più nulla. Non so fino a dove arrivammo, non
so altro. Deve essere successo qualcosa, fra quei due suoni… anche se
siamo rimasti solamente a guardare il paesaggio…
DOTT.: (Seguendo la logica del sogno)
Vi fermaste forse a dormire?
BET.: A dormire? No, non credo. Voglio dire, credo che lo saprei, se lo
avessimo fatto. Non ho nessuna conoscenza di quel che è successo dal
momento in cui vedemmo gli uomini sulla strada. Poi successero tutte
quelle cose… e di nuovo gli uomini, e poi udimmo ancora quel suono
intermittente. So bene che volevo dimenticare tutto.
DOTT.: Quando Barney portò Delsey fuori dalla macchina prima che
succedesse tutto questo, lei era preoccupata?
BET.: No, non ero preoccupata… badavo solo che non arrivassero altre
macchine lungo la strada.
DOTT.: Forse lei è andata a dormire in macchina, mentre Barney era fuori
col cane?
BET.: No.
DOTT.: E che successe quando Barney si allontanò e lei rimase in
macchina?
BET.: Oh, questo accadde quando l’oggetto ci sovrastava, e poi Barney si
allontanò dalla macchina per cercare di avvicinarlo…
DOTT.: Per caso lei si addormentò mentre suo marito era là fuori?
BET.: No.
DOTT.: Bene, poi la mattina dopo lei avrebbe voluto avere un contatore
Geiger. Che era successo?
(Betty ripete dettagliatamente la lunga storia delle macchie lucide sulla
macchina, della telefonata alla base militare di Pease, dell’ago della bussola
che impazziva se posto sulle macchie, della telefonata alla sorella. Ricorda che
quando pulì la macchina, tempo dopo, le macchie non scomparvero ma
divennero più brillanti. Racconta anche di aver scritto alla NICAP a
Washington, e del suo desiderio di documentarsi il più possibile sugli UFO.
Quando la storia si è conclusa, il dottore chiude la seduta con Betty, e fa
entrare Barney per confrontare le sue esperienze con le rivelazioni di Betty)
DOTT.: (Dopo aver messo Barney in trance; Betty naturalmente aveva terminato a
questo punto)

165
Ora, Barney, voglio riesaminare con lei alcuni punti della sua
avventura, quando lei è stato portato a bordo dell’oggetto misterioso. Ora
lei tornerà indietro, calmo e rilassato, ma tornerà indietro, fino al
momento in cui era sulla strada… mi parli di quegli uomini.
BAR.: (Con il suo solito tono monotono. È importante tener presente che né Betty né
Barney erano a conoscenza delle rispettive storie)
Noi stiamo percorrendo questa strada, e quelli mi fanno segno…
DOTT.: Le fanno segno?
BAR.: Sì. Tenevano le mani in basso, non alzate, ma con un movimento
che indicava di fermarmi.
(Più tardi lo descriverà come un movimento laterale, oscillante)
DOTT.: C’era un veicolo, lì vicino?
BAR.: No, nessuno.
DOTT.: E che luci c’erano? Dei fari?
BAR.: Solo una luce arancione.
DOTT.: Una luce arancione.
BAR.: Ed io la vedevo bene… E feci per… fermai la macchina, e feci per
scendere. E subito due uomini mi si misero ai lati, e mi aiutarono ad
uscire… ed io mi sentivo molto rilassato, anche se ero molto spaventato.
DOTT.: Fecero capire chi erano, in qualche modo?
BAR.: No, non dissero una parola.
DOTT.: Le indicarono che cosa volevano?
BAR.: Non dissero nulla. Ed io mi accorsi che stavo camminando sulla
strada, e mi stavo allontanando dalla macchina. E poi vidi la scaletta, dove
salii. E chiusi gli occhi.
DOTT.: Dove portava questa scaletta?
BAR.: Ad una porta, una porta veramente buffa, di forma strana. Come se
fosse l’entrata ad un apparecchio fuori del normale. Ed io entrai, e sentii
una voce, proprio come quella che avevo udito prima, sull’autostrada ad
Indian Head, che mi diceva che non mi sarebbe stato fatto alcun male. Ed
io tenevo gli occhi chiusi.
DOTT.: Ma sentiva veramente la voce, in quel momento?
BAR.: Era questo che non riuscivo a capire.
DOTT.: Lei pensa che il “capo” si rivolgesse a lei?
BAR.: Sì.
DOTT.: Ed era la stessa voce che aveva sentito prima?
BAR.: Sì.

166
DOTT.: Ma pensava di averla sentita, o la udiva davvero?
BAR.: Era proprio questo che non capivo.
DOTT.: Pensa forse che gliela trasmettessero in qualche modo, o cose
simili?
BAR.: Sì. Percorsi un corridoio, per alcuni passi, poi entrai attraverso
un’altra porta.
DOTT.: La stavano conducendo?
BAR.: Mi sostenevano da entrambi i lati. Ed io entrai, e mi parve di
inciampare contro uno zoccolo proprio alla base della porta.
DOTT.: Betty era da quelle parti?
BAR.: No, Betty non era con me. Ed io vidi il tavolo, e capii che dovevo
salirci sopra. Mi trasportarono… fino a lì.
DOTT.: A che cosa somigliava, quel tavolo? Ad un tavolo operatorio? Ad
un lettino per esami medici?
BAR.: Sembrava un tavolo operatorio.
DOTT.: Un tavolo operatorio… Ma che differenza c’è fra un tavolo
operatorio, ed un lettino per visite mediche?
BAR.: Mah, forse era un lettino, non lo so… So che ci stavo
completamente sdraiato, ed era molto semplice nella sua struttura, niente
di complicato, ed io ci stavo disteso… i piedi mi sporgevano fuori… e mi
accorsi che mi toglievano le scarpe. E sentivo un mormorio, sembrava che
lo facessero loro; ed io avevo una gran paura di aprire gli occhi. Mi
avevano detto di tener gli occhi chiusi, e tutto sarebbe finito in un attimo.
E sentivo anche che mi stavano esaminando, mi toccavano con le mani…
Mi guardarono la schiena, sentivo che mi toccavano la pelle, proprio
lungo la schiena, come se mi stessero contando le vertebre. E sentii
qualcosa che mi toccava proprio alla base della spina dorsale, come un
dito che spingesse, un solo dito.
DOTT.: Non le parlavano assolutamente?
BAR.: Riuscivo solo a sentire quel suono basso, come un mormorio…
(Lo ripete, suona come un ‘MMM-MMMM-MM-MMMM’)
E poi mi girarono, e di nuovo mi esaminarono. Mi aprirono la bocca, e
sentii due dita che me la racchiudevano. Poi sentii qualcosa, come se altri
uomini fossero entrati nella stanza, e si affaccendassero intorno al tavolo,
alla mia sinistra. E qualcosa, come un bastoncino, mi grattò piano sul
braccio sinistro. E poi questi uomini se ne andarono, e mi lasciarono con
tre di loro, almeno così mi pareva: i due che mi avevano portato dentro, ed

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un altro. C’era senz’altro più di una persona nella stanza, ma uno solo mi
stava esaminando e mi muoveva. Poi mi rimise le scarpe, ed io mi rialzai.
E mi sentivo molto bene, perché era tutto finito. E di nuovo, mi
condussero alla porta, dove inciampai ancora in quell’affare in fondo,
pareva essere un’alta soglia. La superai e mi riportarono verso la scaletta,
e scesi e riaprii gli occhi, e cominciai a camminare. Vidi la macchina, con
i fari spenti: stavo lì, seduto per strada, al buio… e non riuscivo a capire.
Io non avevo certo spento i fari. Aprii la portiera, tastando per trovare
Delsey, ed entrai. E mi sedetti sulla chiave inglese, la spostai mettendola
sul fondo della macchina. E vidi arrivare Betty, che aprì l’altra portiera.
DOTT.: Era sola?
BAR.: Sì, era sola… e stava ridacchiando. Pensai che avesse fatto una
sosta nel bosco. Ed entrò, dicendo: Bene, nessuno ci crederebbe!”. O per
lo meno, mi parve che lo dicesse, perché io risposi: “No, nessuno. È
talmente ridicolo… non ci crederebbe nessuno”. E pensavo a quel che era
successo, ed ora ci ritrovavamo lì, seduti in macchina, a guardare la
strada, e vedevo una luce che si faceva sempre più vivida… ed
esclamammo: “Oh, Dio, non un’altra volta!”. E quella scomparve. Allora
accesi i fari, misi in moto la macchina e partimmo in silenzio. E mi parve
di guidare per una ventina di miglia, fino a che non arrivammo alla Strada
numero 3.
DOTT.: Cosa disse a Betty?
BAR.: Fu lei a dirmi: “Allora ci credi ai dischi volanti?” ed io le risposi:
“Oh, Betty, non essere ridicola!”.
DOTT.: Le parlò della sua avventura nell’apparecchio?
BAR.: Me ne ero dimenticato.
(Sia Betty che Barney continuarono a ribadire che il toro ricordo di ciò che
avevano vissuto si era dileguato appena appena avevano lasciato
l’apparecchio… fino a che l’ipnosi non l’aveva riportato alla luce)
DOTT.: Se ne era dimenticato?
BAR.: Sì.
DOTT.: E sua moglie, non le parlò di quel che era successo a lei?
BAR.: No, non me ne parlò.
DOTT.: Allora nessuno di voi raccontò cosa gli era capitato a bordo
dell’apparecchio?
BAR.: No.
DOTT.: (Sa perfettamente che gli Hill hanno già dichiarato, in stato cosciente, di non

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ricordare nulla, ma continua a tentare attraverso l’ipnosi)
Perché no?
BAR.: Perché non me ne ricordavo!
DOTT.: Capisco. Questo ricordo era stato cancellato? Ma lei pensa che
sua moglie avesse visto l’apparecchio?
BAR.: Non sapevo.
DOTT.: E non lo sa neppure adesso?
BAR.: No.
DOTT.: D’accordo, allora… ci fermiamo qua.

Il dottor Simon svegliò Barney dal suo trance, e per quel giorno la
seduta finì. Da questa, era emerso che i ricordi di Betty sotto ipnosi erano
identici ai suoi sogni. In quel momento il dottor Simon non sapeva che
Barney, siccome era imbarazzato dai sogni di Betty e li considerava senza
fondamento, aveva persuaso la moglie a non parlare con il dottore di
questi sogni, fino a che il dottore stesso non glielo avesse chiesto. Betty
era stata d’accordo con lui, e non l’aveva fatto per non influenzare in
modo scorretto il dottore. Egli avrebbe esplorato in seguito quei sogni,
insieme ad altri aspetti di quel caso sconcertante, che dovevano essere
riesaminati man mano che la terapia procedeva.
Prima questione, la natura della loro esperienza: era reale, e quanto
c’era di vero e quanto di immaginario? Barney poteva aver sofferto
disturbi nervosi dopo un viaggio via da casa, a causa della sua sensibilità
ad eventuali problemi razziali. Certe sue paure avrebbero potuto essere
esagerate, in queste condizioni, rendendolo troppo sensibile, con i nervi a
fior di pelle.
Le domande erano ovvie: come potevano due persone descrivere un
simile avvenimento nei minimi particolari, ed in in modo così simile fra
loro, sia coscientemente che sotto ipnosi? Come potevano raccontare
particolari tanto simili di un rapimento subito da parte di esseri umanoidi,
cosa che sfidava ogni documentazione storica, quando nessuno dei due
era a conoscenza di ciò che l’altro aveva visto o aveva rivelato al dottore
sotto ipnosi? Era successo questo o non era successo?
Se una persona è convinta che l’ipnosi sia assoluta, nel senso che una
persona sottoposta a questo trattamento non può rivelare altro che la
verità, questa persona può senz’altro credere alla storia degli Hill,
pensando che avevano subito questa ipnosi completa.

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Ma l’evidenza scientifica mostra come per il soggetto ipnotizzato la
verità sia determinata dalle sue convinzioni personali. Di conseguenza, la
verità dell’esperienza degli Hill dipendeva dalla forza della loro certezza
nell’accaduto. Dove la possibilità di mentire è limitata, c’è però una certa
probabilità di ottenere rivelazioni puramente fantastiche, ma credute,
assolutamente vere dal soggetto: questa probabilità, però, diminuisce
ancora, di fronte a due persone che confessano due storie quasi identiche.
Che risposta si deve allora dare?
A questo punto si potevano sostenere due punti di vista opposti: o gli
Hill mentivano, o la loro esperienza era realmente avvenuta… una bugia
assoluta da una parte, la verità dall’altra. Ma esisteva un’ipotesi
intermedia: che si trattasse di allucinazione. Una persona può avere delle
allucinazioni, in un momento di grande paura. Analizzandole, le varie
possibilità a questo stadio potevano essere considerate le seguenti:

1. L’avvenimento era una menzogna completa


Il dottor Simon non accettava questa possibilità; era convinto che gli
Hill fossero sinceri e degni di fiducia, e che dicessero quel che ritenevano
vero, sia in stato cosciente che in trance.

2. L’avvenimento era stato un’allucinazione per entrambi.


Anche questo era improbabile per il dottore. Non erano emersi indizi di
un simile fenomeno, mai in nessuna seduta.

3. L’avvenimento era un sogno o un’illusione


Si sarebbe dovuto analizzare nei dettagli se un’esperienza reale fosse
alla base di illusioni o fantasie, che poi sarebbero state rivissute in sogno.

4. L’avvenimento era una realtà; il rapimento era effettivamente


avvenuto.
Questo tipo di esperienza non era mai stato documentato in maniera
attendibile e con prove convincenti. Il dottore la reputava troppo
improbabile, anche perché molto materiale ottenuto era simile ad
esperienze vissute in sogno.

L’effettivo avvistamento di UFO, alla luce delle testimonianze di


scienziati, tecnici, membri dell’esercito, piloti di aerei e tecnici dei radar
in tutto il mondo, rimaneva una chiara possibilità, anche se improbabile.

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In più, la buona fede degli Hill sembrava accertata, e le loro testimonianze
erano state corroborate una con l’altra, sia consciamente che sotto ipnosi.
Escludendo in sostanza sia la menzogna sia le allucinazioni, il dottore
cominciò ad esaminare la possibilità di un processo di elaborazione
illusoria, basandosi soprattutto sull’analisi dei sogni connessi alla vicenda.
Betty aveva effettivamente avuto dei sogni, anche molto complicati.
Sogni che aveva dettagliatamente ripetuto sotto ipnosi. Nelle sedute con
Barney, il dottore aveva cercato di scoprire se anche lui si fosse
addormentato durante il viaggio ed avesse sognato il rapimento: ma
Barney era convinto di non aver mai dormito durante il viaggio, ed il
dottore era propenso a credergli.
Dopo la prima seduta con Barney, il dottor Simon cominciò a credere
che le illusioni e le fantasticherie fossero dovute a Barney, e che Betty le
avesse assorbite da lui. Ma poi, nelle sedute successive, Betty confermò
con un grado di approssimazione notevole il racconto di Barney. Questo
avrebbe potuto risultare da un accordo cosciente, ma qui si trattava di due
persone che non erano affatto consce di quel che dicevano, che
raccontavano cose identiche (che oltre a tutto non conobbero che molto
tempo dopo, quando furono messe in grado di farlo). Se la storia non
poteva essere accettata come vera, occorreva allora una spiegazione
razionale che reggesse: il dottore doveva evitare attentamente ogni
incongruenza ed assurdità, se voleva trovare una spiegazione accettabile.
Dopo il secondo trance di Betty, sembrò che la prima ipotesi del
dottore potesse essere capovolta: se l’intera avventura non era vera, un
fantasioso sogno di Betty poteva essere stato assorbito da Barney, che
sembrava, fra i due, il più suggestionabile. Il dottor Simon notò che tutto
ciò che era capitato a Barney durante il rapimento era contenuto nel
racconto di Betty, ma che al contrario, quasi nulla di ciò che era capitato a
Betty compariva nel racconto di suo marito. I suoi racconti sul cammino
attraverso il bosco erano molto più vaghi di quelli di Betty, che aveva
anche fornito dettagli molto più precisi sull’esame subito a bordo
dell’apparecchio.
Se questa ipotesi era vera, allora bisognava esaminare con cura come
Barney potesse aver assorbito il sogno di Betty.
Al momento della seduta successiva, del 24 marzo del 1964, il dottor
Simon decise di lavorare sulla base di questa sua ipotesi, cioè che Barney
fosse stato influenzato dai sogni di sua moglie, e che i sogni di Betty si

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fossero sviluppati fino a diventare per lei esperienze realmente vissute.
Questa possibilità gli era stata suggerita da un amico. Come aveva fatto
con Betty la volta prima il dottore conversò un po’ con Barney prima di
metterlo in trance. All’inizio, Barney disse al dottore che per la prima
volta in vita sua aveva sognato gli UFO, per tre notti, durante la settimana
precedente, domenica, martedì e mercoledì. Era stato un sogno ricorrente:
Barney era in piedi, per terra, e guardava un UFO nel cielo, mentre Betty
urlava. Continuarono a chiacchierare, mentre Barney ricordava come
aveva per caso rivelato la storia dell’UFO al dottor Stephens, che a sua
volta aveva consigliato agli Hill una visita con il dottor Simon.
DOTT.: (Barney è ancora in sé, non in trance)
Anche… anche Betty è stata turbata da sogni e incubi.
BAR.: Sì, anche lei.
DOTT.: È vero?
BAR.: Sì, sì… è vero…
DOTT.: (Ha intenzione di insistere sulla questione dei sogni, sia a livello cosciente che
in trance)
E ne parlò a lei, nelle vostre normali conversazioni?
BAR.: Sì.
DOTT.: Si è mai accorto degli incubi di sua moglie?
BAR.: No, mai.
DOTT.: Dormiva sempre, forse?
BAR.: Sì.
DOTT.: Dunque dormite in un letto matrimoniale?
BAR.: Sì.
DOTT.: Betty parla mai in sogno?
BAR.: No, non l’ha mai fatto.
DOTT.: Per quel che ne sa lei, almeno.
BAR.: Sono sicuro che non lo fa.
DOTT.: Non lo fa…
BAR.: Non l’ho mai sentita, anche quando a volte io sono sveglio e lei
dorme.
DOTT.: Non l’ha mai sentita parlare in sogno.
BAR.: No.
DOTT.: Ora… quando le descrisse questi sogni, in che modo lo fece? Di
che cosa le parlò?
BAR.: Mi ha detto spesso che si chiedeva se ci fosse una qualche

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relazione fra i suoi sogni ed il periodo “di vuoto” trascorso nelle White
Mountains.
DOTT.: Il periodo di amnesia… fu messo in luce dal signor Hohman?
BAR.: Il signor Hohman pensò che fosse interessante il fatto che noi non
riuscissimo a ricordare nulla della parte del viaggio che si era svolta fra
Ashland ed Indian Head, che distano fra loro circa trentacinque miglia. E
io proprio non mi ricordavo nulla, anche se posso supporre che stavo
guidando la macchina.
DOTT.: Non si accorse che il viaggio era stato eccessivamente lungo?
BAR.: No.
DOTT.: Si rese conto del fatto solo quando venne messo in luce dal signor
Hohman?
BAR.: Sì. Lui fu colpito dal nostro racconto, in cui dicevamo di aver udito
quel suono intermittente ad Indian Head, e poi continuavamo dicendo: “E
poi, quando arrivammo ad Ashland, udimmo ancora quel suono”. Infatti
ci chiese: “Bene, ma che successe nel frattempo, durante quelle
trentacinque miglia?”. Ed a me pareva di non poter rammentare nulla…
poi capii che avevo guidato per tutto quel tratto senza rendermi conto
della strada che facevo, né del fatto di proseguire sulla Strada 3.
DOTT.: Non sorpassò nessuna macchina? Non incontrò nessuno?
BAR.: No.
DOTT.: Ed era particolarmente impressionato da questo lasso di tempo?
BAR.: No, affatto.
DOTT.: E neanche Betty… d’accordo.
(Il dottore si accinge a mettere Barney in trance, secondo il solito
procedimento)
Ed ora lei è in grado di ricordare completamente tutto ciò di cui
abbiamo parlato in questo studio. Tutto, e tutte le sue sensazioni. Ma
senza venirne scosso… Lei ricorderà tutte le sue sensazioni e le sue
esperienze. Voglio che lei torni indietro e mi parli di quel che ha vissuto
quando fu bloccato sulla strada da alcuni uomini vestiti di scuro… ora mi
dica: da chi è venuto a conoscenza di questa storia. Lei l’ha realmente
vissuta, non è vero?
BAR.: (In pieno trance)
Ero stato ipnotizzato.
DOTT.: Ipnotizzato, e da chi?
BAR.: Dal dottor Simon.

173
(Barney dissocia il dottor Simon di adesso dal dottor Simon delle sedute
passate, come se fossero due diverse persone)
DOTT.: Sì, è vero.
(Ora il dottore comincia a saggiare quanto profonda sia stata l’influenza di
Betty sul marito. Deve però fare attenzione a non influenzare indebitamente il
soggetto, a causa della notevole suggestione ipnotica creata)
Ma qualcuno le riferì altre cose sull’accaduto. Chi è stato?
BAR.: Betty.
DOTT.: E che cosa le disse?
BAR.: Mi disse che aveva sognato di essere portata a bordo di un UFO, e
che anch’io ero nel sogno, ed ero portato a bordo dell’UFO con lei.
DOTT.: In che modo gliene parlò?
BAR.: In genere, quando avevamo visite di conoscenti; ed io le dicevo di
non allarmarsi, che era solo un sogno. Mi raccontava un sacco di
particolari su questo sogno, ad esempio che era stata sull’UFO ed aveva
parlato con gli esseri che vi erano a bordo. E che le avevano detto che
avrebbe dimenticato tutto, ma lei aveva risposto loro che non avrebbe mai
scordato nulla… ed io le ripetevo che erano sogni, e non credevo una
parola, ma lei rispondeva di no, diceva che sentiva che ci doveva essere
un legame fra i sogni e la nostra avventura. Perché non aveva mai sognato
prima d’ora dei dischi volanti… e poi mi raccontava anche che le avevano
infilato qualcosa nell’ombelico, in realtà non l’aveva detto proprio a me,
ma io l’avevo sentita mentre lo raccontava a Walter Webb, parlando con
lui dell’avvistamento dell’UFO. Così sentivo parlare di questi suoi sogni,
anche se lei non me ne parlò mai direttamente.
(Barney ha corretto ora la sua precedente affermazione, secondo cui Betty gli
aveva parlato direttamente dei suoi sogni)
DOTT.: Ma non le disse mai niente a proposito?
BAR.: Solo che “essi” erano entrati nella stanza con i miei denti in mano,
molto meravigliati che i miei denti fossero venuti via, ed i suoi no.
DOTT.: Ed a proposito delle cose che lei, Barney, mi raccontò di aver
vissuto quando la esaminavano… Betty non le parlò mai di questo?
(Ancora l’ipotesi che i ricordi di Barney fossero solo cose che Betty gli aveva
trasmesso)
BAR.: No, non me ne parlò mai. Io stavo sdraiato sul tavolo, mentre loro
mi esaminavano…

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DOTT.: Questo fa parte del sogno di Betty?
BAR.: (Con sicurezza)
Le sto dicendo cose che sono veramente accadute! Al momento che
Betty mi parlò dei suoi sogni, mi sentii molto confuso, perché non avevo
capito che tutto ciò era realmente successo… ma ora ho scoperto che è
vero.
DOTT.: (Indagando più a fondo, con più rischio)
Ma tutto questo, che la portarono a bordo, e tutto quel che segue… fu
Betty che le disse tutto, non è vero?
BAR.: No. Betty non me ne parlò mai. Mi raccontò solo la storia dei
denti.
DOTT.: Solo la storia dei denti… Ma come scoprì che era successo
veramente?
BAR.: Sono stato ipnotizzato dal dottor Simon, che mi ha fatto tornare
indietro nei miei ricordi fino al 19 settembre 1961, quando lasciai
Montreal; ed io raccontai quel che mi era successo, rispondendo a tutte le
sue domande… parlai con persone che non avevo mai visto prima, sapevo
di aver visto un UFO, ed arrivato ad Indian Head mi avevano fatto uscire
dalla macchina e camminare verso l’UFO, ed io non potevo credere ai
miei occhi! E nonostante questo, non era un’apparizione.
(Barney ricomincia a sconvolgersi)
Mi sentivo obbligato ad avvicinarmi… e pregavo Dio di farmi…
(Scoppia in singhiozzi)
DOTT.: Non deve spaventarsi, adesso: non se la prenda, si calmi…
BAR.: (un poco più calmo)
Ed io pregavo di riuscire a fuggire e tornare alla macchina, e ci riuscii,
ma gli occhi mi seguirono fino a lì… Ed ero molto, molto sconvolto…
(Il dottore gli lascia ripetere la parte del racconto riguardante Indian Head, e
Barney non rivela alcun particolare assurdo o inconsistente: la storia è
identica a come l’ha sempre raccontata. Poi Barney prosegue, entrando nel
periodo colpito dall’amnesia)
E guidavo, guidavo sempre, e ad un tratto feci una curva, non riuscirò
mai a sapere perché… e, beh, feci questa curva… a sinistra, e mi accorsi
che eravamo arrivati in uno strano posto, dove non ero mai stato prima.
Mi sentivo molto a disagio, sapevo che in qualche modo gli “occhi” mi
avevano seguito, e mi dicevano di restare calmo, che non mi sarebbe stato

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fatto alcun male, che dovevo solo rilassarmi… e vidi quegli uomini
dirigersi verso di me.
DOTT.: A proposito di quegli uomini: è sicuro che fossero veramente lì?
BAR.: (Con sicurezza)
Erano lì. Ma io non me ne ero mai reso conto, mai prima d’ora, perché
ero stato ipnotizzato dal dottor Simon, che mi aveva detto di narrare
questo fatto, ed io glielo avevo raccontato.
DOTT.: (Seccamente)
Se l’è sognato?
BAR.: No, non lo sognai.
DOTT.: Vuol dire che gli uomini la fermarono veramente?
BAR.: Sì.
DOTT.: D’accordo, allora continui.
BAR.: Feci per uscire dalla macchina, e mi sentii sostenuto da due
uomini, ed avevo gli occhi chiusi…
DOTT.: (È chiaro che Barney sta per ripetere pari pari la storia che ha già
raccontato)
Un momento: per caso Betty non le disse queste cose, mentre lei era
addormentato?
(A volte è possibile suggestionare ipnoticamente una persona, quando si trova
in certi stadi particolari del normale sonno)
BAR.: No, Betty non me ne parlò mai.
DOTT.: Non sognò queste cose, e poi gliene parlò nel sonno?
BAR.: Non me ne hai mai parlato, non l’ho mai sentite dire queste cose.
Betty mi parlò di una nostra avventura a bordo di un UFO, non di come
facemmo ad arrivarvi.
DOTT.: Sì, ma non le raccontò che vi avevano condotto lì?
BAR.: Sì, è vero.
DOTT.: Allora, sua moglie le raccontò tutto quello che era successo a
bordo, ed anche come eravate stati bloccati da quegli uomini?
BAR.: No, non mi disse come eravamo stati fermati: non aveva sognato
questo particolare…
(Barney sta riferendo dati corretti)
Questo episodio lo conobbi solo quando fui ipnotizzato…
DOTT.: Solo quando fu ipnotizzato?
BAR.: Sì: me lo vidi davanti.

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DOTT.: E come lo considera? Come considera questo avvenimento?
Pensa che sia veramente accaduto?
BAR.: Sì, è successo. Non so cosa dire… non voglio ricordarlo… penso
proprio che non volevo ricordarlo.
DOTT.: Chi le disse che non l’avrebbe ricordato?
BAR.: Me lo sentivo ripetere nella mente, che avrei dimenticato tutto: era
impresso nella mia mente.
DOTT.: Impresso nella sua mente? E chi glielo aveva imposto?
BAR.: Penso sia stato quell’uomo, quello che mi osservava mentre lo
guardavo anch’io, credo fosse lui… Mi aveva detto di restare calmo, di
non spaventarmi; mi aveva detto che non mi avrebbero fatto del male, che
mi avrebbero lasciato libero di andar per la mia strada… che avrei
dimenticato tutto, e per sempre.
DOTT.: Come giudica il fatto che lei non sapeva nulla di ciò che era
accaduto a Betty, ma tuttavia sua moglie sapeva quel che lei, Barney,
aveva vissuto?
BAR.: Io non ero nella sua stessa stanza. Non so dove lei fosse. Io… mi
sentivo rilassato, in certo senso. Sentivo che presto tutto sarebbe finito,
che non avremmo subito alcun male.
DOTT.: Prima ha detto di non sapere cosa era successo; ma Betty, ha
aggiunto, le raccontò molti particolari riguardo ai suoi sogni.
BAR.: Mi parlò di lei: io non ho mai saputo cosa le fosse successo, là
sull’autostrada, ma non credevo a quei sogni.
DOTT.: Se non crede ai sogni di sua moglie, perché crede ai suoi?
BAR.: Io non ho mai sognato gli UFO, fino a domenica scorsa… li ho
sognati domenica, e martedì, e mercoledì… ma è stata la prima volta in
vita mia.
DOTT.: Tempo fa lei mi disse di sentirsi “dissociato” quando vide l’UFO.
Che cosa intendeva dire?
BAR.: Sentivo addosso una sensazione sconosciuta e mi sentivo
dissociato, come se il mio corpo si muovesse, ma separato, staccato dalla
mia mente… e non mi ero mai sentito così in tutta la mia vita. Mi sentivo
dissociato. Non mi ero mai sentito così, fino a che non venni nel suo
studio. E lei fece venire nello studio un cagnolino, io ero ipnotizzato e
pareva che quel cagnolino fosse lì, nella stanza…
(Si riferisce al test a cui lo sottopose il dottore)
DOTT.: Allora quella fu un’allucinazione?

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BAR.: Sì, era un’allucinazione.
DOTT.: E allora, come la mettiamo con la storia del rapimento? Fu
un’allucinazione anche quella?
BAR.: (Imperturbabile)
Vorrei davvero che fosse stata un’allucinazione!
DOTT.: (Insistendo)
E perché non potrebbe esserlo?
BAR.: Non lo so.
DOTT.: Che ne pensa del suggerimento di Webb, sul fatto che qualcosa di
particolare doveva essere accaduto in quel momento?
BAR.: Webb non mi suggerì nulla di simile.
(Ancora, Barney è strettamente fedele ai fatti, sotto ipnosi: infatti era stato
Hohman a formulare quell’ipotesi)
DOTT.: Beh, mise in luce il fatto che c’era un periodo di tempo in cui non
ricordavate nulla di ciò che avevate fatto.
BAR.: Di quel periodo di tempo fra Indian Head ed Ashland, l’unica cosa
che potevo ricordare era di essere uscito dalla macchina, sull’autostrada,
ad Indian Head… ricordavo solo di essere tornato correndo alla macchina,
e di essere fuggito a tutta velocità, ma proprio non ricordavo che avevo
fatto fra Indian Head ed Ashland. Ma fu Hohman a rammentarmi che non
riuscivo a render conto di un tratto di viaggio.
DOTT.: Si sentiva “dissociato” riguardo a questa parte della sua
esperienza?
BAR.: Non mi sentivo dissociato, semplicemente non ci pensai…
immaginavo solo di aver guidato, logicamente, e questo era tutto.
DOTT.: E lei è sicuro che questo sia veramente accaduto?
BAR.: Sicurissimo.
DOTT.: Questi uomini le parlarono?
BAR.: Solo quello che io ritenevo essere il capo.
DOTT.: Quello che lei aveva giudicato il capo della nave spaziale?
BAR.: Sì.
DOTT.: Che lingua parlava?
BAR.: Non si esprimeva attraverso delle parole: mi diceva quello che
dovevo fare attraverso i suoi pensieri, rendendoli comprensibili ai miei.
Eppure potevo sentirlo… non capivo come riuscivo a comprenderlo. E mi
diceva che non mi sarebbe stato fatto alcun male.
DOTT.: Era come una specie di telepatia?

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BAR.: Non sono esperto di questi termini…
DOTT.: La telepatia è la facoltà di conoscere i pensieri di un altro, o di far
conoscere i propri ad un’altra persona.
BAR.: Io ero in grado di capire i suoi pensieri: mi arrivavano come mi
arrivano i suoi adesso, voglio dire mentre lei mi sta parlando: io so che lei
è lì, anche se ho gli occhi chiusi; e lei mi fa delle domande: io so che lei è
lì, anche se non so esattamente dove. In questo modo, lui mi diceva che
non mi avrebbero fatto del male, che sarei stato libero di andarmene, dopo
essere stato in quella stanza. Eppure non lo vedevo, né udivo i suoi
pensieri, mentre mi diceva che non avrei ricordato nulla, perché non mi
avevano fatto del male, e volevo dimenticare… lui mi aiutava a
dimenticare, convincendomi che ero io stesso a volerlo. Ed io non ricordai
più nulla.
DOTT.: Mi disse prima che ad un certo punto Betty aveva cercato di
ipnotizzarla.
BAR.: Quando ci eravamo fermati sull’autostrada nelle White Mountains,
la prima volta che ci fermammo per vedere meglio quella luce che si
spostava nel cielo e veniva verso di noi, la vedevo chiaramente… E dissi:
“È un areo”. E Betty mi rispose: “Ma guarda come vola…”
(Barney continua il lungo e dettagliato racconto della loro prima fermata sulla
Strada numero 3, in cui Betty cercava di convincerlo che si trattava di un
oggetto insolito, e non di un aereo e Barney era perplesso, perché non udiva
nessun rumore, ma vuole mettere bene in luce con il dottore che non si era
lasciato influenzare dalla moglie. I suoi ricordi sono identici a quelli esposti
nella sua prima seduta, le sue affermazioni sono sempre coerenti con le
precedenti. Quando ripete che avrebbe voluto incontrare altre macchine, o
una pattuglia di servizio sulla strada, il dottore lo interrompe con una
domanda)
DOTT.: Voleva vedere qualcuno sulla strada?
BAR.: Sì, ma non quegli uomini.
DOTT.: Quando si accorse che non le avevano fatto male, si sentì meglio?
BAR.: Mi sentivo… strano. E non riuscivo a ricordare, però sapevo che
era successo qualcosa. E mi confondeva il fatto di non essere più sulla
Strada 3. Stavo tornando indietro, per raggiungerla di nuovo, e non
riuscivo a capire perché l’avevo lasciata… e dopo poco, udimmo quel bip-
bip-bip, e da quel momento mi calmai.
DOTT.: Ma Betty non la ipnotizzò?
BAR.: No, non mi ipnotizzò. Io volevo convincermi che lei aveva torto

179
riguardo all’oggetto, per sentirmi più tranquillo, perché continuavo a
vedere quell’oggetto nel cielo…
(Ripete ancora i particolari della sua fermata ad Indian Head, spiegando che
egli credeva che l’oggetto fosse un elicottero, poiché stava così sospeso in aria
senza spostarsi; tuttavia, il fatto che non facesse alcun rumore metteva in crisi
la sua ipotesi. Barney arriva poi a descrivere il momento in cui tornò correndo
alla macchina)
Ed io tornai indietro, correndo, verso la macchina. Ma sapevo che là
non c’era nulla…
DOTT.: Lei sapeva che non c’era nulla?
BAR.: Sapevo che non poteva essere vero… sentivo una cosa come quegli
occhi nella mia testa…
DOTT.: Nella testa?
BAR.: Sì, nella testa, quegli occhi.
DOTT.: Tutto questo si trovava nella sua testa, allora?
BAR.: No.
DOTT.: Perché no?
BAR.: Ricordo tutto, proprio come ricordo tutto quello che era successo
fino ad Indian Head: ricordo tutto quel che ho fatto. Dopo, arrivai in
macchina fino a North Woodstock, e poi svoltai a sinistra. E Betty mi
guardava un po’ perplessa, ma non mi chiese spiegazioni per quel che
stavo facendo; ed io potevo benissimo immaginare cosa stava pensando, e
le dissi: “So perfettamente quello che faccio: so che siamo sulla strada
giusta”.
DOTT.: Che cosa immaginava che Betty stesse pensando?
Ha detto che riusciva ad intuirlo…
(Ancora il dottore investiga la possibilità che Betty abbia trasferito su Barney
le sue convinzioni)
BAR.: Immaginavo che lei credesse che ero uscito dall’autostrada, e
che…
DOTT.: Lei intuisce spesso i pensieri di sua moglie?
BAR.: Sì, a volte ci succede; a volte facciamo come delle prove, per
vedere se riusciamo a comunicarci i nostri pensieri… non è che ci riesca
molto facilmente…
DOTT.: Avete veramente provato a farlo? A trasmettervi dei pensieri? Vi
esercitate a farlo?
BAR.: Beh, quando io stavo a Philadelphia, lei diceva sempre che avrebbe

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voluto che io la chiamassi, e mi diceva che molte volte se ne stava distesa
in camera sua e pensava: “Telefonami, Barney”, ed io la chiamavo
veramente. Non che io lo facessi perché pensavo che lei me lo avesse
chiesto: naturalmente avevo già stabilito di telefonarle. Ma lei diceva:
“Devi avermi letto nel pensiero, perché me ne stavo qui, proprio
desiderando che tu mi telefonassi”.
DOTT.: Potrebbe darsi che sua moglie le avesse inculcato nella mente
tutte queste idee sugli UFO? Mi ha detto prima che Betty voleva
ipnotizzarla…
BAR.: Sono certo che Betty non mi ha ipnotizzato: ero io che volevo
convincermi di essere stato plagiato da lei, perché volevo convincermi a
tutti i costi che quell’oggetto non era lì. Per questo dissi: “Ma che stai
facendo, Betty? Stai cercando di ipnotizzarmi?” E siccome io insistevo a
dire che era un aereo, volevo che anche lei mi dicesse: “Sì, è un aereo”.
Poi ripartimmo. Ma quello continuava a seguirci, e questo non mi piaceva
affatto. Sapevo che era molto strano che un aereo seguisse una macchina
lungo l’autostrada, come quell’affare stava facendo. E speravo che
scomparisse, non volevo che fosse lì, eppure continuavo a vederlo,
sull’autostrada, dietro di noi…
(Barney racconta un’altra volta dettagliatamente quello che era successo ad
Indian Head, e mettendo in luce che, nonostante lui si rifiutasse di ammettere
l’esistenza, l’oggetto era effettivamente là, e pareva proprio che volesse
catturarli)
DOTT.: E lei come faceva a sapere che voleva catturarvi?
BAR.: Vedevo che ci veniva sempre più vicino, e anch’io lo avvicinavo
sempre di più. E vidi come una — non proprio una scaletta — ma un
oggetto che usciva dal basso. Riuscivo a scorgerlo con il binocolo…
Pensai ad una scala, ma non capivo cosa fosse realmente, vedevo solo
qualcosa che usciva dal basso dell’apparecchio. E le ali che uscivano non
erano come quelle di un aereo normale, ma come quelle di un aereo
militare, “a delta”, e scivolavano in fuori.
DOTT.: Vuol dire che le ali scivolavano fuori dalla fusoliera?
BAR.: Non aveva la sagoma di una fusoliera. E mentre le ali uscivano,
quelle luci rosse cominciarono a spostarsi, e mi accorsi che erano come un
proseguimento delle ali. E riuscii a staccarmi da quella vista, e a correre
via, verso la macchina.
DOTT.: Ma che forma aveva? Se non sembrava una fusoliera, che forma

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aveva?
BAR.: Aveva più o meno la forma di una frittella, ovale.
DOTT.: Betty lo descrisse come un sigaro…
BAR.: Quando si librava in aria, aveva l’aspetto di un sigaro, ed io pensai
che fosse un aereo di linea, perché era molto lungo, ma era ancora molto
lontano. E solo quando venne vicino, quella che io credevo una linea di
luci diritta, su un aereo, si rivelò invece una serie curva di luci.
DOTT.: D’accordo. Ci fermiamo qui, a meno che lei non voglia
aggiungere qualcos’altro, e lei non deve farsi alcun problema.
(Per la prima volta il dottore permette a Barney di ricordare alcune cose che
ha rivelato sotto ipnosi, è un passo avanti nella terapia)
Ed ora, lei ricorderà queste esperienze, fino al punto in cui non
costituiranno per lei un problema. Mi capisce? Dopo che l’avrò svegliato,
lei potrà ricordare tutto quello che non le causerà disturbo. Ricorderà che
quegli esseri non volevano farle del male, che ora tutto è passato, e piano
piano, continuando nelle nostre sedute, lei sarà in grado di ricordare
tutto…
(È importante che le istruzioni siano molte chiare, a causa della tendenza del
soggetto a prendere ogni affermazione alla lettera)
Ma non le provocheranno incubi, non le daranno problemi, e lei ne
saprà sempre di più, continuando con i nostri colloqui. È chiaro?
BAR.: Sì.
DOTT.: Non avrà nessuna paura, nessun timore; si sentirà a suo agio e
rilassato. E noi continueremo a parlare di queste cose, come abbiamo fatto
fino ad ora. E lo stesso sarà per Betty. Barney, lei ricorderà queste cose
solo fino al punto in cui non la sconvolgeranno o la ossessioneranno. Ci
rivedremo fra una settimana, d’accordo?
BAR.: Sì.
DOTT.: Bene, ora può svegliarsi.
(Barney si sveglia, a questo ordine)
DOTT.: Come si sente?
BAR.: Mi sento bene.
(Una pausa, poi)
Oh, sono un po’ confuso… mi ricordo di essere stato ipnotizzato… di
solito, quando vengo qui, so che sarò ipnotizzato, ma non me ne ricordo
mai, quando mi risveglio… e guardo l’orologio, e mi accorgo che sono

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passate due ore, mentre io ho l’impressione che siano trascorsi al massimo
dieci minuti. E… e… oh… ora ricordo delle cose… delle cose sulla
seduta di oggi, ma le altre volte non riuscivo a ricordare nulla.
DOTT.: Che cosa ricorda oggi?
BAR.: Di aver visto un UFO, e di averne parlato, e… Mah, ci sono delle
cose che mi confondono, non riesco a spiegarmele… non sono mai
riuscito a spiegarmele. Di solito parlavo dell’avvistamento dell’UFO con
Walter Webb, quando veniva a trovarci, delle mie impressioni e di quelle
di Betty: e sempre, parlandone, arrivavo al punto in cui gli uomini a bordo
si giravano verso il pannello, e non riuscivo più ad andare avanti. Ora
invece posso proprio rammentare l’aspetto di quel tipo che mi stava
osservando: non aveva un aspetto spaventoso, nel senso che non era
orribile, non era disumano né grottesco. Era più… quello che spaventava
era la sua assoluta precisione, e decisione, come negli ordini militari…
dava l’idea di essere uno che sapeva cosa fare, che era in grado di fare ciò
che voleva, e ben determinato a farlo. E quando dicevo che voleva
catturarmi, mah… mi veniva sempre in mente questo fatto — ma non
riuscivo a spiegarmi perché avevo provato questa impressione.
DOTT.: Bene. Perché avrebbe dovuto catturarlo?
BAR.: Non lo so… perché doveva farlo?
DOTT.: Allora, perché lei pensava una cosa simile?
BAR.: Beh, dunque… Ero stato costretto ad uscire dalla macchina, e non
capirò mai che cosa mi spinse ad arrivare fino all’oggetto, quando con
tutte le mie forze non avrei voluto farlo. E… è molto strano. Quasi
incredibile.
DOTT.: Beh, d’ora in avanti si troverà di fronte a cose abbastanza strane,
che emergeranno da queste sedute, perché diventerà sempre più cosciente
di quello che mi rivelerà sotto ipnosi. Ma non la deve preoccupare,
questo, perché sarà un processo graduale e non la coglierà di sorpresa.
BAR.: Sì… ah, lei sa che Betty ed io tornammo spesso nelle White
Mountains, dopo quell’avventura… questo nel 1962, e a volte anche nel
1963… e giravamo lungo tutte le strade secondarie che incontravamo.
Non riuscimmo mai a spiegarci perché ci eravamo ritrovati fuori
dell’autostrada, né a capire perché io pensavo quella notte, di trovarmi
sulla Strada numero 3, anche se non ne ero sicuro. Ma ora so
perfettamente che uscii dall’autostrada.
DOTT.: Lei ricorda anche di aver parlato di queste cose con Betty, non è

183
vero? Anche dei suoi sogni?
BAR.: Sì, sì, Betty ne parlava spesso.
DOTT.: Lei forse è a conoscenza di altre cose, più di quanto non ricordi?
BAR.: Beh, no. L’unica cosa che lei mi raccontò a proposito dei suoi
sogni, in cui anch’io avevo parte, fu il particolare dei miei denti che erano
venuti via… ed io le dissi: “Bene, ed io che stavo facendo?” e lei mi
rispose che non stavo facendo proprio nulla, perché oltre a tutto lei non
poteva saperlo.
DOTT.: Non vi fermaste mai a riposare per tutto il viaggio, non è vero?
(Sta esaminando la possibilità di un sogno fatto lungo la strada, in un
momento in cui Barney si fosse addormentato)
BAR.: Sì. Ci fermammo… dunque, mi pare… direi circa a venti miglia da
Montreal.
DOTT.: Sì, ma io mi stavo riferendo a dopo l’avvistamento.
BAR.: No, non ci fermammo mai.
DOTT.: Non vi fermaste per uno spuntino, per mangiare, niente del
genere?
BAR.: No, fu un viaggio senza soste fino a casa. Ed io mi sentivo di buon
umore, proprio su di giri. Mi ero ben riposato la notte prima, avevamo
trascorso una giornata splendida, e mi sentivo in grado di guidare dalle
White Mountains fino a Portsmouth… non ero affatto stanco. Ma c’è
qualcosa che non torna… perché, vagamente, io ricordavo una luce rossa
sull’autostrada, ed avevo l’impressione che qualcuno mi avesse segnalato
di fermarmi… una cosa del genere…
DOTT.: Vuol dire come se le facessero dei segnali con una lanterna?
BAR.: No, no. Beh, forse, sì; se quello avesse avuto una lanterna in
mano…
DOTT.: Beh, questo potrebbe spiegare la luce rossa, no?
BAR.: No, la luce non proveniva da un oggetto che l’uomo teneva in
mano.
DOTT.: Capisco. Proveniva da qualche altra parte?
BAR.: Era una luce molto diffusa… io pensai che, Dio mio, non poteva
essere la luce del giorno…
DOTT.: C’era la luna piena o quasi, quella notte, vero?
BAR.: Oh, pensai anche che fosse la luna. Ma l’oggetto era proprio lì
sulla strada… non riuscivo a capire. Considerai quella possibilità, ci
pensai, e dissi: “Però, come può la luna essere in quel punto,

184
sull’autostrada?”.
E non fui più in grado di ritrovare nessun posto, da quelle parti, che
fosse simile al posto che vagamente ricordavo… Quella “cosa” era lì
ferma, era… e ricordavo anche quell’uomo, che mi segnalava di
fermarmi. Un ricordo vago… ma ora è più preciso.
DOTT.: D’accordo, continueremo sabato prossimo. Ora vorrei parlare un
poco con Betty.
BAR.: D’accordo.

La parte di seduta riservata a Barney era finita. Per la prima volta, i


ricordi sepolti nella sua memoria erano in parte tornati alla luce. Anche a
Betty sarebbe stato permesso di ricordare alcune cose, che non la
turbassero, durante quella seduta.
Ma ancora le domande rimanevano senza risposta e la soluzione finale
all’enigma pareva molto lontana.

185
CAPITOLO IX

La seduta del 21 continuò, dopo il colloquio con Barney, e Betty fu


introdotta nello studio; entrò in trance senza nessuna difficoltà, come al
solito. E come al solito le vennero date istruzioni perché ricordasse non
solo i dettagli di ciò che era successo, ma anche i suoi sentimenti ed i
pensieri che avevano accompagnato l’accaduto.
DOTT.: (Betty è in pieno trance)
Ora, voglio farle alcune domande sulle sue esperienze a proposito della
presunta avventura a bordo del disco volante. Mentre osservavate
l’oggetto, Barney scorse degli uomini al suo interno, per mezzo del
binocolo. Lei scorse qualcuno?
BET.: Si riferisce a quando egli uscì e si diresse verso l’oggetto?
(Sta parlando degli avvenimenti ad Indian Head)
DOTT.: Sì. Lei non vide nessuno nell’oggetto?
BET.: No, mai.
DOTT.: Barney le descrisse questi uomini, vero?
BET.: Sì.
DOTT.: Come glieli descrisse?
BET.: Disse che indossavano delle uniformi, almeno, lui pensava che
fossero uniformi. E aggiunse che il loro capo aveva guardato in giù, verso
di lui, e lo aveva spaventato. E che c’era un altro uomo, e pareva che
stessero spostando delle levette, alle spalle del capo.
DOTT.: Queste cose, non gliele disse più tardi? Era proprio in quel
momento?
BET.: No, non in quel momento.
DOTT.: Fu qualche tempo dopo il vostro arrivo a casa?
BET.: Sì, dopo il nostro ritorno.

186
DOTT.: Allora, sul momento non le disse nulla?
BET.: No, niente.
DOTT.: Bene, prosegua.
BET.: Disse che loro… avevo l’impressione di aver visto qualcuno, che ci
fosse qualcuno, e che Barney lo avesse visto, anche se non me lo diceva.
Infatti continuava a dire: “QUELLI stanno per catturarci!”.
DOTT.: Capisco.
BET.: Non disse QUELLO…
DOTT.: Era piuttosto spaventato, allora…
BET.: Sì.
DOTT.: E lei, era spaventata?
BET.: No, non credo. Non in quel momento… ero più che altro
incuriosita ed interessata… ed avevo la sensazione di essere come indifesa
e che dovesse succedere qualcosa, che sfuggiva completamente al mio
controllo… ma non avevo paura. Non vedevo l’ora che succedesse.
DOTT.: Non vedeva l’ora che succedesse qualcosa?
BET.: Sì.
DOTT.: Ma cosa si aspettava che accadesse?
BET.: Non ne avevo la minima idea.
DOTT.: Una nuova esperienza!
BET.: Ah-hah.
DOTT.: Ora, quando lei in teoria si trovò a bordo, e come ha detto, le
infilarono un ago nell’ombelico…
BET.: Sì.
DOTT.: Le uscì del sangue?
BET.: Io non me ne accorsi.
DOTT.: Quando arrivò a casa, non trovò nessuna traccia di questo,
esaminandosi?
BET.: Non ricordo di aver guardato.
DOTT.: Non ricorda di aver guardato? Non vi pensò?
BET.: No.
DOTT.: Così non lo sapeva… ed ora, non c’è alcun segno, suppongo…
BET.: Non credo.
DOTT.: Quando il capo le parlò, lei ha detto che le parlava in inglese, ma
sembrava essere straniero.
BET.: Sì.
DOTT.: E non conosceva molte cose, vero?

187
BET.: Ed aveva uno strano accento.
DOTT.: E aveva un accento strano… un accento che le era familiare?
Francese? Tedesco? Giapponese? Qualche altro?
BET.: No, non so che accento fosse. Uno degli uomini parlava molto
peggio del capo.
DOTT.: Chiese i loro nomi, a queste persone?
BET.: No.
DOTT.: Perché no?
BET.: Non ci pensai; né loro chiesero il mio… Ma io continuavo a
chiamare Barney, così conobbero il suo.
DOTT.: E lei e Barney non parlarono di questa esperienza, dopo?
BET.: Subito dopo?
DOTT.: Beh, in qualsiasi momento. Mi pare che lei mi avesse detto che
non ne parlaste, sulla via del ritorno…
BET.: No, non ne parlammo.
DOTT.: Ma lei ne parlò a suo marito in seguito, vero?
BET.: Beh, quando feci quei sogni, gli dissi che avevo avuto degli incubi,
non proprio incubi, ma strani sogni; però non gli dissi l’argomento dei
sogni, in quel momento. Poi, quando vennero da noi Hohman e Jackson, e
noi cercammo di ricordare… credo fosse il signor Hohman a chiederci
perché ci avevamo impiegato tanto, a tornare a casa. Ed a quel punto io
dissi che mi ricordavo la luna che si era posata sul terreno.
DOTT.: Si tratta di quel grosso oggetto, o di quella luce?
BET.: Già… era proprio come una grossa luna, ed era per terra… La
vedevo quasi dritta davanti a noi, fra gli alberi…
DOTT.: Suppongo che Barney l’abbia sentita descrivere queste cose…
BET.: Beh, quando ci chiesero: “Che cosa vi prese tanto tempo?” io
risposi: “Non lo so”. Ma poi mi venne in mente la luna sul terreno, e ne
parlai. E Barney disse: “Sì, certo, la vidi anch’io”. Poi pensammo che
avremmo dovuto indagare per scoprire a che ora la luna era tramontata
quella notte, e vedere se poteva essere la luna, o qualcos’altro. E mentre
stavamo parlando di questo, mi sentivo un po’ sconvolta (non so se gli
altri se ne accorsero) perché pensai ai miei sogni: mi venne in mente che
forse esisteva una base reale agli incubi che avevo avuto… e forse questa
era stata anche la causa del nostro ritardo.
DOTT.: Ma i suoi sogni…
BET.: Sì?

188
DOTT.: Riguardavano secondo lei l’esperienza che pensava di aver
vissuto? Aveva sognato di essere a bordo di quel veicolo?
BET.: I sogni avevano un soggetto simile, ma non identico. C’erano
alcune differenze.
(Betty continua raccontando di come la sua ispettrice, a cui aveva narrato i
sogni, avesse suggerito l’ipotesi che avessero una causa reale)
DOTT.: (Riferendosi all’ispettrice di Betty)
Fu lei a dirle che tutto ciò poteva essere veramente accaduto?
BET.: Sì, mi disse: “Deve esserti successo veramente, perché se non ti
fosse successo, non ti saresti comportata in questo modo; non ti saresti
così preoccupata, avresti detto che era solo un sogno, un sogno come un
altro, e te ne saresti dimenticata”. Così io cominciai a pensare che
qualcosa fosse davvero successo, anche se non ne ero sicura. C’era
qualcosa di più di quel che io potevo veramente, assolutamente e in piena
buona fede affermare di ricordare.
DOTT.: Dunque, la sua ispettrice fu l’unica a cui raccontò i suoi sogni?
BET.: No, ne parlai anche con mia sorella Janet.
DOTT.: Ed ai suoi inquilini del piano di sopra?
BET.: No.
DOTT.: Ne parlò con qualcuno, quando anche Barney era presente?
BET.: Penso che mi abbia sentito, mentre ne parlavo.
DOTT.: Così egli era a conoscenza delle sue esperienze, vero?
BET.: In parte, sì.
DOTT.: Ma tutte le cose che lei credeva fossero successe, non le aveva
per caso sognate? Non poteva aver sognato tutto?
BET.: No.
DOTT.: Come fa ad esserne tanto sicura?
BET.: A causa delle discrepanze.
DOTT.: Allora mi racconti delle discrepanze che rendono così evidente
l’impossibilità che sia stato tutto un sogno. Ora… noi sappiamo che la sua
ispettrice le disse che doveva essere stata un’esperienza reale, ma fino a
quel momento lei, Betty, non l’aveva ritenuto possibile. Invece, quando si
sentì dire così, si mise a crederci… Quali sono dunque le discrepanze? Lei
non poteva conoscere le discrepanze, se non ricordava l’esperienza che
aveva vissuto, come mi ha detto.
BET.: Sapevo cosa avevo sognato, ed era diverso… era diverso.
DOTT.: Che cosa lo rendeva diverso?

189
BET.: Molti elementi. E…
DOTT.: Supponga che quei “molti elementi” siano la parte dei sogni che
lei non ricorda più… Uno non riesce a ricordare sempre quello che sogna.
Non potrebbe essere possibile?
BET.: Non lo so.
DOTT.: In altre parole, il sogno che lei ricorda non contiene tutti quegli
elementi che lei mi ha raccontato, è così?
BET.: Sì, è vero.
DOTT.: Ma se lei fosse in grado di raccontarmi tutto il suo sogno,
comprese le parti che potrebbe non riuscire più a ricordare, questo sogno
si accorderebbe con la sua esperienza?
BET.: No, perché alcune cose erano diverse.
DOTT.: Alcune cose erano diverse…
BET.: Sì.
DOTT.: Bene, e non potrebbe darsi che le differenze si fossero create al
momento di ricordare il sogno? Cioè che lei ricordasse alcuni particolari
in modo diverso, solo perché aveva paura di ricordare tutto,
completamente?
BET.: Vuol dire che durante i miei sogni io avevo paura di poter ricordare
tutto?
DOTT.: No. Ricordando i sogni, a volte se ne dimenticano
inconsciamente alcune parti che potrebbero far soffrire, è il meccanismo
della “repressione”. Immagino che lei lo sappia, visto che è un’assistente
sociale.
BET.: Ah-hah.
DOTT.: Ed anche, vi sono partì di un sogno che possono venire ricordate
in modo distorto per la stessa ragione. Può essere il suo caso?
BET.: Beh, io avevo sognato di salire dei gradini. E qui, nell’avventura,
non salivo gradini, ma una scaletta.
DOTT.: Le pare una differenza molto importante?
BET.: Non lo so.
DOTT.: Il modo in cui sali?
BET.: Ma la mappa… potevo quasi… qui…
(Quando dice “qui” si riferisce ai suoi ricordi sotto ipnosi)
Qui, potrei quasi disegnarla. Se mi mettessi a farlo, riuscirei a
disegnare quella mappa.
DOTT.: Vuol provare a disegnare la mappa?

190
BET.: Non disegno molto bene, non so mettere in prospettiva…
DOTT.: Beh, se ricorderà qualcosa di tutto questo, dopo che se ne sarà
andata, perché non si mette a disegnarla? Ma lo faccia solo se si sentirà
tranquilla, se non le desterà preoccupazione… Se farà questi disegni, me li
porti la prossima volta, d’accordo?
BET.: Proverò.
DOTT.: Ma non si senta costretta a farlo.
(A volte un suggerimento dato sotto ipnosi può essere causa di grande
preoccupazione per il paziente; il dottore sta cercando di evitare che questo
succeda anche a Betty, lasciandola completamente libera di decidere se
disegnare o no la mappa)
BET.: D’accordo.
DOTT.: Vediamo… altre discrepanze… lei mi ha parlato di una rampa,
poi di scale…
BET.: Ci sono tanti più particolari, qui…
(“Qui” è sempre riferito all’evocazione sotto ipnosi dell’avventura)
DOTT.: Vuol dire che ci sono molti particolari, in ciò che mi ha
raccontato, che non c’erano invece nei suoi sogni?
BET.: Sì.
DOTT.: Potrebbe darsi che tutte le cose che lei ricorda adesso, con
particolari molto più precisi che quelli dei sogni, siano semplicemente
parti dei sogni stessi, che lei ha scordato. Non potrebbe essere così?
BET.: No, non credo.
(Come Barney, anche lei è irremovibile)
DOTT.: Di nuovo, perché no?
BET.: Perché… so bene che si può sognare e poi scordare i sogni, ma…
DOTT.: Come spiega, ad esempio, che questi uomini di cui mi ha parlato
sapessero la nostra lingua, però non conoscessero un sacco di termini,
come “dentiera” oppure “invecchiare” e cose del genere? E la sua
sensazione che provenissero da un altro mondo… così mi pare che abbia
detto, no?
BET.: Ummm… sì.
DOTT.: E allora come facevano a sapere certe cose? Come è possibile?
Non ha mai cercato di darsi una spiegazione di tutto ciò?
BET.: Di come facevano a parlare inglese?
DOTT.: Esatto. Come facevano, a comunicare così con lei, ma ad essere

191
di un altro mondo?
BET.: Forse ci hanno studiato per molto tempo…
DOTT.: Questo significa che avrebbero dovuto venire fra noi molte volte
per conoscerci, eccetera eccetera, non è così?
BET.: Ummm, sì, e forse hanno captato alcune nostre stazioni radio…
DOTT.: Trattandosi di un sogno, tutto potrebbe essere spiegato… le cose
non richiedono spiegazioni razionali, se accadono in sogno. Le pare forse
che avrebbero potuto comunicare con lei in qualche altro modo che non a
parole? Forse trasmettendole i loro pensieri?
BET.: Non so nulla di queste cose.
DOTT.: Lei crede nella trasmissione del pensiero?
BET.: Sì, entro certi limiti.
DOTT.: Le è mai riuscito di trasmettere i suoi pensieri a qualcuno, o di
ricevere i pensieri di qualcuno?
BET.: Barney ed io diciamo sempre le stesse cose nello stesso momento, e
ci accadono altri fenomeni di questo tipo.
DOTT.: Bene, ma comunicate in qualche altro modo? Ad esempio, lei
potrebbe aver trasmesso tutti i suoi sogni a Barney, con la telepatia?
BET.: (Ridendo)
No, non ci credo fino a questo punto! Mi viene in mente che quando
andavo a scuola, stavo seduta al primo banco ad ascoltare le lezioni, e a
volte, siccome mi annoiavo, mi mettevo a guardare il professore e
pensavo: “Grattati la faccia, ora grattati la gamba!” E poi aspettavo, per
vedere se lo faceva veramente… capisce, giochetti di questo genere…
DOTT.: Allora voleva sperimentare la forza del pensiero?
BET.: Sì.
DOTT.: Ma lei non comunicava in questo modo con gli “stranieri”?
BET.: (Fa un lunga pausa, come se stesse meditando)
Non so se li ho veramente sentiti parlare in inglese.
(Forse sta cercando di assecondare il dottore? Questo è un caso tipico del
paziente sotto ipnosi)
DOTT.: Come? Non li sentì parlare inglese?
BET.: Non lo so.
DOTT.: E come pensa di averli sentiti, allora?
BET.: Mi ero convinta di averli sentiti parlare inglese, con uno strano
accento; ma non sono più sicura…
DOTT.: Ma si esprimevano in qualche lingua, e comunicavano con lei

192
tramite telepatia?
BET.: Io capivo quel che dicevano.
DOTT.: Li capiva…
BET.: E loro capivano me…
DOTT.: (Betty comincia ad emozionarsi troppo)
D’accordo, non si preoccupi. Va tutto bene.
(Betty si calma)
Bene, lei crede che potesse essere una forma di telepatia?
BET.: (Pensosamente)
Potrebbe darsi… in ogni caso, sapevo quel che pensavano.
DOTT.: Capiva quel che pensavano… Quel “capo” le piaceva abbastanza,
vero?
BET.: Dapprima mi spaventava.
DOTT.: Ma dopo?
BET.: Io… capisce… cominciai ad aver la sensazione che non mi
avrebbero fatto alcun male.
DOTT.: Così tutto si risolve, non le viene fatto del male.
BET.: Sì.
DOTT.: Perfetto. Da questo momento, non sarà più necessario che lei
dimentichi quel che succederà qui; ma ricorderà solo le vicende che non la
sconvolgeranno, che non le creeranno preoccupazioni. Ha capito?
BET.: Sì.
DOTT.: E nulla la disturberà. Più andremo avanti, e meno problemi avrà:
potrà ricordare tutto quel che vuole, senza ansie e paure… ne parlerà
sempre più tranquillamente, e pian piano la cosa si farà sempre più chiara.
E lei ne parlerà sempre più diffusamente. È chiaro?
BET.: Sì.
DOTT.: Non avrà paure, né ansie. Si sentirà calma e rilassata, e noi
continueremo a ricordare queste cose e a discuterle insieme; non avrà
paure o ansie, e ci rivedremo fra una settimana. Bene. Si svegli, Betty, ora
può svegliarsi.
(Betty si sveglia dal trance)
Come si sente?
BET.: Benissimo.
DOTT.: Ricorda qualcosa di quel che è successo?
BET.: Sì.

193
(Il dottore le assicura che si sentirà bene, e decidono insieme l’appuntamento
per la settimana seguente)
Dopo aver lasciato gli Hill, il dottore dettò questo breve riassunto:
“Pare ci siano segni evidenti che una buona parte dell’esperienza è stata
assorbita, da parte di Barney, da sua moglie, nonostante egli insista a dire di
aver veramente vissuto tutto quel che racconta. E ci sono chiari indizi che
Betty abbia considerato i suoi sogni come realtà solo dopo che questo le è stato
suggerito dalla sua ispettrice. Le implicazioni di tutto ciò sono evidenti, ed è
stato deciso di continuare le interviste ad un livello più cosciente. Pare che
entrambi abbiano ricordato molto di più, dopo quest’ultima seduta”.

194
CAPITOLO X

Arrivati al sabato seguente, il 28 marzo, il ricordo di ciò che era


avvenuto nelle precedenti sedute era molto più evidente, sia per Betty che
per Barney. Il dottor Simon indagò sulla questione, all’inizio della seduta,
e parlò con Betty, prima di mandarla in trance.
DOTT.: Ricorda molti particolari della sua esperienza, adesso?
BET.: Sì, credo di sì. Ho avuto anche qualche incubo…
DOTT.: Davvero?
BET.: Sì, e Barney ne ha avuti per tutta la settimana. Ha una sensazione,
ne parlavamo proprio l’altra notte cercando di spiegarcela, ha la
sensazione che “loro” stiano per tornare…
(Il dottore riesamina con cura i sogni di Betty, comparandoli con quello che
lei dichiara essere veramente accaduto, e che ha rivelato sotto ipnosi. La
seduta continua, ed ora Betty è in trance)
DOTT.: In certo senso, nonostante la sua ansia, lei spera che questi
uomini possano tornare e farle vivere qualche avventura, non è vero?
BET.: Francamente, non mi stupirebbe rivederli.
DOTT.: Le piacerebbe rivederli?
BET.: Non proprio adesso…
DOTT.: Non proprio adesso… e quando?
BET.: Quando riuscissi a superare la paura… penso che morirei per lo
spavento, se li rivedessi ora.
DOTT.: D’accordo, ora non si preoccupi. Come la settimana scorsa, lei
sarà in grado di ricordare sempre più chiaramente, senza paura e terrori,
perché ricorderà solo quello che potrà sopportare ed accettare. Sarà
tranquilla e rilassata, senza ansie, e la sua memoria si farà sempre più
lucida. Calma, rilassata, senza dolore e ansie. Si svegli, adesso. Come si
sente?

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BET.: Bene, tutto a posto.
DOTT.: Bene, ora visiterò Barney e poi vi vorrei vedere insieme.
BET.: D’accordo.
DOTT.: Ricorda che cosa è successo?
BET.: Credo di sì, se ci penso un po’.
DOTT.: Non se la sente di pensarci, adesso?
BET.: (Ridendo)
Potrei pensarci, credo, ma fra cinque minuti!

Ora che il dottore permetteva agli Hill di riportare alla coscienza le


rivelazioni fatte sotto ipnosi, entrambi cominciavano a vedere la loro
strana esperienza come una realtà ben definita, a dispetto della precedente,
ostinata resistenza di Barney verso l’ipotesi dell’UFO e verso i sogni di
Betty.
Per il dottore, molto restava inspiegabile, anche se gli Hill non si erano
mai fatti cogliere in contraddizione, sia sotto ipnosi che nei loro normali
colloqui. Ora, lavorando con loro senza ricorrere all’ipnosi, tranne che in
momenti particolari in cui lo riteneva necessario, il dottore sperava di
eliminare la loro ansietà, che rimaneva lo scopo principale della sua
terapia, nonostante che il mistero che circondava ancora la storia del
rapimento dovesse essere chiarito.
Dopo questa seduta, Betty consegnò al dottore il suo vecchio resoconto
scritto dei sogni che aveva fatto. Era molto significativo che questi sogni
risultassero identici a quelli che aveva adesso raccontato al dottore, ed
anche identici ai suoi racconti sotto ipnosi, che riguardavano il periodo di
amnesia.
La discussione con Barney, quella mattina del 28 marzo, rifletteva
quello che egli aveva provato per tutta la settimana, da quando il dottor
Simon gli aveva dato istruzioni precise perché ricordasse una parte delle
sue confessioni ipnotiche.

DOTT.: Bene, Barney, com’è andata?


BAR.: Non male, dottore. Mah, è stato molto interessante… avrei tante di
quelle cose da raccontarle su questi giorni, ero veramente stupito, e la
settimana scorsa in particolare… è strano, perché so bene che cosa vorrei
dirle, e sono pronto a discuterne con lei, ma quando arrivo qui non riesco
più a trovare le parole per spiegarmi… Voglio dire, non riesco a
crederci… Beh, sono sbalordito, se questo può spiegarle come sto.

196
DOTT,: Sbalordito da che cosa?
BAR.: Da quello che rammentavo della nostra scorsa seduta.
DOTT.: Ah-hah.
BAR.: Questa faccenda dell’avvistamento dell’UFO, dell’oggetto, del
contatto con questi esseri, insomma questa vicenda incredibile… è come
se avesse sforzato la mia immaginazione al limite. Sabato scorso Betty ed
io restammo così colpiti dalla seduta con lei, che facemmo un salto fino
ad Indian Head, dove girellammo un poco, e poi tornammo lentamente
indietro… ed io dissi: “Farò solo quello che il mio istinto mi detta di
fare”… Così arrivammo a sud di North Woodstock, dove
improvvisamente, come se t’avessi già fatto un’altra volta, girai
bruscamente a sinistra sulla Strada 175.
DOTT.: North Woodstock, ha detto?
BAR.: Sì, girai sulla Strada 175, lasciando la Strada 3. Bene, era giorno,
quindi alla luce del sole tutto aveva un aspetto diverso dalla notte, ma tutti
e due ci trovammo ad esclamare: “Accidenti, sembra proprio come se
fossimo già stati qua!”. Per quel che ne sapevamo, non eravamo mai
andati in quella zona del New Hampshire; c’era una curva brusca a destra,
che dopo un ampio giro ci avrebbe portato ad una città chiamata
Waterville. Successe che, dopo aver proseguito un po’, forse cinque
chilometri, improvvisamente arrivammo ad una barricata, una di quelle
barriere che indicano slavine nella zona… facendo marcia indietro,
vedemmo un abitante del posto, e gli chiedemmo come potevamo passare
oltre. E lui ci rispose che non sarebbe stato possibile passare di lì fino al
mese prossimo, perché la zona era bloccata dalla neve; per raggiungere
Waterville avremmo potuto passare da un’altra parte, c’è una strada non
interrotta che gira intorno a questa zona. Però io avevo intenzione di
tornare e percorrere proprio quella strada, quando la neve si fosse sciolta e
fosse così possibile passare. Bene, avevo in mente più o meno queste
cose, l’altro giorno. Pensavo anche ad una frase di Betty: “Tu non accetti,
non puoi accettare, o forse non te la senti di accettare una cosa simile”. La
mia risposta era che non si trattava di accettare o meno, la realtà è che io
sono talmente confuso, che mi è quasi impossibile accettare una simile
realtà, Le dissi che volevo chiedere a lei, dottore, quali sono gli elementi,
le possibilità per cui una persona arriva ad avere delle allucinazioni?
Vorrei una risposta a tutto questo. Ci sono delle questioni particolari, che
riguardano Betty e me, di cui non avevamo mai parlato prima di venire

197
qua ad essere ipnotizzati da lei.
DOTT.: E quali, per, esempio?
BAR.: Una è che la porta di quell’apparecchio in cui entrammo aveva una
soglia, beh non è la parola adatta, ma pareva che ci fosse come un
ostacolo, contro cui io inciampai, sia entrando che uscendo. E mi figurai
un tipo di porta come quelle delle imbarcazioni, delle navi, quelle porte
che hanno gli stipiti e la soglia molto sporgenti.
DOTT.: Lei ha fatto il servizio militare?
BAR.: In fanteria, non in marina.
DOTT.: Nella seconda guerra mondiale?
BAR.: Sì. E anche Betty si accorse di quella soglia… e c’è anche un’altra
cosa. Un’altra cosa che ci rende perplessi, e che a me ha dato molto
fastidio tra l’altro: io ho avuto molte volte la tentazione di chiamarla,
dottore, ma la solita riluttanza che ho a decidere ed affrontare le cose mi
ha sempre trattenuto dal disturbarla, se appena potevo evitarlo, perché so
quanto lei sia occupato. Ma Betty ha detto che ora, in qualche modo, lei è
certa di non aver comunicato con questi esseri (se c’erano realmente
questi esseri) attraverso le parole… Ed io ho sempre avuto l’impressione
che ci fosse qualcosa di strano, che non avessero la bocca… E non ho
dubbi sul fatto di essere uscito dalla macchina e di aver camminato verso
un enorme oggetto sospeso nel cielo… Ho sempre saputo che questo era
veramente successo. Ma i dubbi mi venivano quando affermavo che mi
avevano parlato, o per lo meno che avevano comunicato con me, e questo
mi aveva davvero terrorizzato, ed ero fuggito, dopo averli visti attraverso
il binocolo. E la domanda che potrebbe farmi uno che sente una cosa
simile, è: “A che cosa somigliavano quegli esseri”?
DOTT.: Si porta sempre dietro il binocolo, quando viaggia?
BAR.: È sempre in macchina, ce lo portiamo sempre dietro perché ci
piace fare dei viaggetti nei week-end.
DOTT.: È abbastanza strano, di solito la gente si porta dietro la macchina
fotografica.
BAR.: Beh, abbiamo anche una macchina fotografica; ma in quel periodo
non l’avevamo ancora.
DOTT.: D’accordo, prosegua.
BAR.: Quindi, ho sempre avuto la certezza di aver visto qualcosa… delle
figure che guardavano in giù, verso di me, con un sorriso… con quello
che di solito si definisce un sorriso… ma noi di regola lo notiamo

198
vedendo la bocca sorridente di una persona, mentre quello era più un
ammiccare, un’espressione sorridente degli occhi… e non riesco a
ricordare che avessero la bocca…
DOTT.: Ah-hah.
BAR.: Non ricordo nessuna bocca. Ed ho un vago ricordo di questi esseri
che parlavano, che mi confonde molto, perché era come un mormorio, ma
solo quando parlavano tra loro e non quando si rivolgevano a me. Era un
mormorio, “mmmm”, più vago di un “mummm mumm”… E questo mi
confonde, e per di più la settimana scorsa Betty è venuta fuori a dire che
era sicura di non aver parlato con loro. C’è un’altra cosa che voglio dirle,
prima di dimenticarmene… Betty mi ha ricordato che nel periodo in cui
tutto questo accadde, io lavoravo di notte, e non dormivamo insieme; solo
ai week-end, dormivo con lei, perché di solito lavoravo di notte e dormivo
di giorno. E quando mi raccontò i suoi sogni, io l’ascoltai solo per
gentilezza. In realtà, lei li raccontava agli altri, più che a me. Ed io non
dicevo mai la mia opinione, ma ero convinto che si trattasse solo di sogni,
e basta. Perché se sogno, i sogni per me non hanno altro significato che
quello di associazioni mentali provocate da avvenimenti passati o presenti
della mia vita, ed è questa associazione che stimola la mente a sognare,
durante il sogno. E così giudicavo i sogni di Betty: io non ero fisicamente
presente nei suoi sogni, ero solo una parte dei suoi sogni, derivati dalla
sua capacità di immaginare certe cose. Così non diedi mai molta
importanza a questi sogni, anche perché non avevo mai sognato un UFO,
come invece mi è successo ultimamente. E ora volevo chiederle: è
possibile sognare un UFO senza aver… insomma, per spiegarmi, io ho
fatto molto spesso dei sogni che riguardavano mie esperienze passate,
anche se non le ricordavo più da sveglio… Ma sapevo sempre che c’era
un certo filo logico, ad esempio se sognavo di trovarmi a Philadelphia, mi
svegliavo e me ne dimenticavo; però in certo senso, sapevo che il sogno si
era svolto a Philadelphia, ne ero conscio in qualche modo. Ma mai prima
d’ora avevo sognato un UFO.
DOTT.: “Ora” vuol dire la settimana scorsa?
BAR.: Due sabati fa, cioè quindici giorni fa.
DOTT.: Lo ha sognato ancora prima della scorsa seduta?
BAR.: Sì.
DOTT.: Ma non me ne ha parlato.
BAR.: Sono certo che le dissi di aver sognato un UFO.

199
DOTT.: Sì, ah, sì. Mi disse di aver sognato un UFO, ma non mi diede
alcun particolare.
BAR.: Non c’era nessun particolare…
DOTT.: In altre parole, lei vuol dire che ha sognato un UFO, ma non
ricordava nulla del sogno, è così?
BAR.: Vuol dire allora?
DOTT.: Voglio dire al momento in cui me ne accennò. Prima mi ha
chiesto se si può sognare “inconsciamente”?
BAR.: Voglio dire: potrei aver sognato degli UFO dopo il 1961, e solo
adesso, grazie all’ipnosi, questi sogni mi vengono rivelati?
DOTT.: Mi scusi, ma di che cosa parla? Cosa pensa che sia successo?
BAR.: Vuol ripetere la domanda?
DOTT.: Lei ha detto che adesso il suo sogno si è rivelato. A che parte del
sogno si riferisce?
BAR.: Beh, l’unica parte sensata dei sogni che ho fatto ultimamente
riguarda la struttura di questo “oggetto” ed il fatto che ci ero entrato. Era
un sogno confuso, ma l’impressione che avevo della struttura
dell’apparecchio si accordava perfettamente con l’idea che ho, anche
consciamente, di un simile veicolo. E la notte scorsa ho sognato di nuovo
di essere a bordo di un UFO. La causa potrebbe essere che Betty si era
messa a fare un disegno, lei lo chiamava il disegno in prospettiva di una
mappa, io lo definirei una mappa tracciata secondo precise misure. In ogni
caso, stava cercando di fare questo disegno, e questo fatto avrebbe potuto
essere lo stimolo al mio sogno. Ma io sognai di trovarmi a bordo
dell’UFO, e facevo domande alle persone che vi si trovavamo, chiedendo
loro da dove venivano: e loro mi rispondevano che provenivano da un
pianeta…
(Barney continua con la descrizione del sogno che riflette la sua
preoccupazione crescente che sia realmente accaduto qualcosa di strano e
soprannaturale in quel periodo di tempo che non ricordava più: ad esempio,
aver parlato con degli umanoidi, e cose del genere. Quando ha finito,
interviene il dottore)
DOTT.: Dunque, lei e Betty hanno parlato di quel che è successo, di quel
che ricordavate?
BAR.: Sì.
DOTT.: Quindi, sua moglie le ha raccontato della sua esperienza a bordo
dell’oggetto.
BAR.: Sì.

200
DOTT.: E lei ha detto a sua moglie di essere stato a bordo, di essere stato
esaminato, e tutto il resto?
BAR: Sì, ne parlavamo ieri a colazione. E, accidenti, mi vengono i
brividi, ancora adesso.
DOTT.: Così si tratta di qualcosa che lei non vuole ricordare troppo bene,
neppure adesso.
BAR.: Beh, ricordo bene di che cosa stavamo parlando. Io le dicevo che
me lo vedevo chiaramente di fronte. E per di più, che avevo sempre
saputo, anche prima di sottopormi all’ipnosi, che in qualche modo
eravamo stati bloccati da qualcuno… ma non riuscivo a dare un senso
logico a tutta la faccenda, così me l’ero del tutto cancellata dalla mente.
DOTT.: Qualcuno poteva averle fatto segno di fermarsi? Qualcuno,
chiunque fosse, l’aveva fatto?
BAR.: Sono quasi certo che me ne sarei ricordato.
DOTT.: Beh, ma lei era piuttosto spaventato, in quel momento…
BAR.: Mi sarei ricordato di qualcuno che cercava di fermarmi; soprattutto
se si fosse trattato di un gruppo di uomini.
DOTT.: Bene, ed ora, a proposito di questa esperienza in generale, che ne
pensa? Ha ancora molti dubbi, a quanto vedo. Mi chiedo se può essersi
trattato di un sogno?
BAR.: Sì, una cosa di questo genere.
DOTT.: Lei che ne pensa, potrebbe esserlo?
BAR.: Beh, ecco, in verità, cercando di non sentirmi ridicolo, direi che lo
sento come qualcosa che è realmente accaduto. Ma… io… io ho nascosto
la testa sotto la sabbia, perché non volevo essere giudicato ridicolo.
DOTT.: Parrebbe che lei e Betty abbiano avute due esperienze molto
simili, ma in qualche modo diverse. Mi pare che Betty sia a conoscenza di
tutto quello che è capitato a lei, Barney, mentre lei stesso non sa affatto
quello che è successo a sua moglie.
BAR.: Beh, Betty non può saperlo: tutto ciò che sa di me, è che sono
entrato in una stanza, e poi ne sono uscito. E che “loro” ne sono usciti
correndo, ad un certo punto.
DOTT.: Questo l’ha saputo ascoltando il racconto dei sogni di Betty?
BAR.: Sì, ho ascoltato i suoi sogni.
DOTT.: E nei sogni c’era tutto quel che le era successo, non è vero?
BAR.: Quel che mi era successo?
DOTT.: Sì, quello che lei diceva che le era successo a bordo dell’oggetto.

201
BAR.: Direi che c’era una notevole corrispondenza.
DOTT.: Lei è al corrente di tutti i particolari?
BAR.: Sì, sì. La differenza è che, nonostante io abbia sentito Betty parlare
dei suoi sogni, io non le ho mai detto la mia impressione, vera o falsa che
sia, di essere stato fermato sull’autostrada. Sapevo anche di aver visto
quell’enorme oggetto, lo sapevo bene, ma non gli davo un gran peso.
DOTT.: Bene, lei era abbastanza sicuro di aver visto qualcosa. Ma aveva
dei forti dubbi riguardo a tutto il resto… se si trattasse di sogno o realtà, o
che altro.
BAR.: Sì, ma derivava dalle mie scarse conoscenze sugli effetti
dell’ipnosi.
DOTT.: Non pensi all’ipnosi ora. Prima ha espresso dei dubbi sul fatto
che tutto quanto potesse essere stato causato da un’allucinazione, da un
sogno… e voleva sapere la mia opinione?
BAR.: Sì, l’opinione di uno specialista, quale e lei.
DOTT.: Allora, come si spiega che lei e Betty abbiano vissuto la stessa
esperienza? Può darmi qualche spiegazione plausibile di questo fatto?
BAR.: Ah, queste sono proprio le domande che le faccio io! Potrebbe
forse avermi influenzato, Betty?
DOTT.: Beh, lei ha sempre avuto paura di essere influenzato da sua
moglie, non è vero?
BAR.: Questo è un punto interessante, perché in realtà io sapevo che lei
non mi stava affatto influenzando.
DOTT.: Ma lei ha accusato Betty di tentare di ipnotizzarla, per farle
credere quel che lei non voleva… Preferirei non emettere un giudizio, per
adesso. Vorrei esaminare meglio il materiale che ho a disposizione.
BAR.: Sì. Ma io vorrei aggiungere questo: quando ero là fuori che
osservavo l’oggetto, sapevo perfettamente che Betty non mi stava
influenzando. Pensavo solo che non volevo parlarne con nessuno… Mi
dicevo: “D’accordo, abbiamo visto quest’affare, ora torniamo in macchina
e pensiamo al nostro viaggio…”. E mi irritò sentirla dire: “Guardalo, è
proprio là sopra!”. E se appena rallentavo per dargli un’occhiata, ecco che
lo vedevo là… e questo mi dava un tremendo fastidio. Così le dissi: “Cosa
stai cercando di fare? Di farmi vedere qualcosa che non c’è?”, pur
sapendo benissimo che l’oggetto era lì ed io non volevo ammetterlo. E
credo che questa sia una delle ragioni per cui mi sono confuso.
DOTT.: Ora, Betty ha avuto un incubo o due, prima dell’ultima seduta: mi

202
ha detto che l’ha svegliata e ne ha parlato con lei, Barney. Se ne ricorda?
BAR.: Sì, mi ha svegliato.
DOTT.: Mi disse che forse aveva urlato… Ma se l’avesse fatto, lei,
Barney avrebbe sentito… invece sua moglie ha detto di averla svegliata,
per raccontarle l’incubo.
BAR.: Io non la sentii urlare. Mi disse poi di aver fatto quel sogno…
DOTT.: Le spiegò di che si trattava?
BAR.: È proprio quel che sto sforzandomi di ricordare. Se mi raccontò o
no il sogno. Ah, aveva qualcosa a che vedere con l’essere su
quell’apparecchio, e cose del genere. Aveva scoperto di non aver parlato
con quella gente.
DOTT.: Ma era un sogno, quello che le raccontò?
BAR.: Lei mi disse che era un sogno.
DOTT.: Ma a me non disse che era un sogno, mi disse che in realtà
c’erano due sogni: uno era come un raggio di luna su un lago, o forse uno
specchio d’acqua.
BAR.: Sì, me ne ha parlato.
DOTT.: E poi quell’oggetto giallo, questa grande luce che decollava, e
che avete visto entrambi.
BAR.: Ah, quella, sì. Se questo è un sogno di Betty, è solo un suo
ingrandimento di una esperienza realmente vissuta da me. Lasciando stare
l’acqua, sto parlando di quell’enorme oggetto fermo là, che poi si mosse e
se ne andò, molto velocemente. Anche di questo ero perfettamente a
conoscenza, prima dell’ipnosi… ma volevo scordare quasi tutto, con tutte
le mie forze.
DOTT.: Perché era così ansioso di dimenticare questa esperienza? Si è
preoccupato molto, questa settimana, vero?
BAR.: Beh, non so se sia giusto dire che questa è la tipica, per lo meno
una delle tipiche dimostrazioni del fatto che amo le cose reali e
comprensibili. Non so se questa possa essere la risposta alla mia ansia di
dimenticare tutto.
DOTT.: Ha paura di qualcosa?
BAR.: Se ho paura?
DOTT.: Sì.
BAR.: Sì, questa è un’altra cosa per cui le sono grato, perché l’ha portata
alla luce: avevo sempre avuto paura, dopo l’avvistamento, che un grande
disastro… come posso spiegarlo…? Poteva venirne del male a Betty ed a

203
me, se insistevamo su questa faccenda…
DOTT.: Capisco.
BAR.: Perfino se cercavamo di chiarirla. Lei ha visto, io sono sempre
stato il più riluttante dei due, ad indagare la faccenda.
DOTT.: Ma che male, e proveniente da dove?
BAR.: Da parte di una persona… Come potrei dire, da parte di uno che lo
avrebbe saputo subito, se io mi fossi spinto troppo avanti con le mie
rivelazioni.
DOTT.: Vuol dire che custodiva il segreto di qualcuno, ed aveva paura di
tradirlo? O crede invece che le fosse stato detto…
BAR.: Di dimenticare.
DOTT.: Le era stato detto che doveva dimenticare quegli uomini?
BAR.: Sì.
DOTT.: Almeno, questo era quello che lei immaginava, che fosse poi vero
o meno.
BAR.: Sì.
DOTT.: E fa parte di un sogno.
BAR.: So che non era un sogno.
DOTT.: Il fatto che le fosse stato detto di dimenticare quegli uomini?
BAR.: Sì… Che era una cosa che non serviva a nulla, che dovevo
scordarla, devi scordarla, altrimenti ti procurerà solo del male, se non la
scordi…
DOTT.: Sostiene che le dissero una cosa simile?
BAR.: Sì. Come a conclusione di un fatto… ora che è finito, scordatene…
DOTT.: In altre parole, è una sensazione a proposito dell’accaduto.
BAR.: Sì.
DOTT.: Il fatto che lei non dovesse parlarne.
BAR.: Sì.
DOTT.: Era pericoloso parlarne.
BAR.: Sì.
DOTT.: Ma quale pericolo? Ne aveva un’idea?
BAR.: Beh, non mi andava di trovarmi di notte sulle montagne, solo con
Betty. E di notte, non necessariamente in montagna, ma in qualsiasi posto
isolato. Quando camminavo verso quell’apparecchio, ero come in una
condizione di trance, come in ipnosi, ero trascinato verso di esso… prima
di riuscire a liberarmene, ed a fuggire verso la macchina. E di notte, nei
posti isolati, avvertivo la stessa sensazione, come quella notte famosa in

204
cui una forza sconosciuta mi costringeva ad avvicinarmi sempre di più
all’oggetto, mentre io avrei voluto fuggire.
DOTT.: Era come affascinato, nonostante la paura?
BAR.: Beh, c’era qualcosa di affascinante, là… ero stupefatto.
DOTT.: Tutte queste erano sue impressioni, vero?
BAR.: Che cosa? Il fatto di essere sull’autostrada?
DOTT.: No, quella forza sconosciuta, e così via.
BAR.: Sì, sì, era molto, molto…
DOTT.: Era una sensazione che lei avvertiva dentro di sé, non è vero?
Come se fosse prodotto da qualcosa che era più forte di lei.
BAR.: Sì, da qualcosa che era più forte di me, estraneo a me, non lo
creavo io.
DOTT.: Capisco… Questa forza potente.

Continuando la discussione, Barney parlò al dottore delle verruche che


erano cresciute, in circolo perfetto, intorno al suo inguine; questo era
successo circa quattro mesi dopo l’incidente ad Indian Head, e nel corso
della terapia il disturbo si era aggravato. Ricordandosi di quello che aveva
rivelato sotto ipnosi, Barney si rese conto che, durante l’esame a bordo
dell’apparecchio, uno strumento circolare gli era stato applicato nello
stesso esatto punto in cui ora erano spuntate le verruche. Si chiese allora
se fossero state causate proprio dallo strumento che “essi” avevano usato.
Ma Barney era abbastanza intelligente da capire che esisteva anche
un’altra possibilità: le verruche potevano essere un disturbo psico-
somatico provocato dalle sensazioni provate sotto ipnosi.
Tuttavia, pensava Barney, erano apparse per la prima volta nel 1962,
quando non era ancora a conoscenza della sua avventura a bordo
dell’apparecchio; ed ora, nel 1964, durante le sedute, erano tornate ad
infiammarsi. Né il dottore Simon, né il dermatologo che Barney aveva
consultato, sembrarono preoccuparsi delle verruche, che furono
facilmente eliminate con l’elettrolisi. Ma Barney era assillato dall’idea
che questo disturbo potesse essere ancora una prova della realtà di
quell’incredibile avventura.

DOTT.: Bene; ha altre perplessità?


BAR.: Beh, in certo senso non ho avuto risposta…
DOTT.: Cioè?
BAR.: Mi riferisco a quando parlavo dell’ipnosi e dei suoi effetti, e della

205
possibilità che fosse tutto un sogno… però io so bene che non è un sogno,
lo so perfettamente. Credo di aver agito così solo perché volevo essere
rassicurato.
DOTT.: Rassicurato a proposito di che?
BAR.: Uh, so bene che è vero… ne parlai ad alcune persone, non molte…
ed ho sempre una sensazione spiacevole: so che la persona che mi ascolta
non sa quello che io so, tutte le cose che mi sono successe là
sull’autostrada mentre camminavo verso l’oggetto… l’apparecchio
sospeso in aria. E so anche che poco dopo mi è successo qualcosa di
veramente strano… e tuttavia, quando ne parlo con la gente, mi sento
come se dovessi essere rassicurato proprio da loro sulla realtà di questa
cosa incredibile.
DOTT.: Quando ebbe per la prima volta l’impressione che le era accaduto
qualcos’altro, dopo l’avvistamento dell’oggetto?
BAR.: Ah, stranamente, lo stesso giorno che arrivai a casa: avevo un
presentimento… e dissi a Betty: “Dimentichiamoci questa cosa…
Dimentichiamo quello che abbiamo visto nel tratto fra Lancaster ed Indian
Head, perché non potrà portarci niente di buono”.
DOTT.: Sì, ma quando ebbe la sensazione che fosse successo
qualcos’altro, a parte il presentimento?
BAR.: L’avevo… era come se facesse parte di quel che sapevo.
DOTT.: Non fu per caso quando il signor Hohman indagò su quel che era
successo?
BAR.: Forse fu così per Betty, quando cominciò a pensare al sogno e ne
parlò con Hohman. Ma per me era un’altra cosa… cominciò quando ne
parlai con Walter Webb: ero arrivato a dirgli di quando ero
sull’autostrada, e guardavo l’oggetto col binocolo, e loro guardavano
me… e d’un tratto ebbi l’impressione lampante che qualcosa fosse
successo… qualcosa che non riesco a ricordare neppure adesso; così mi
arrestai, come di fronte ad un ostacolo insormontabile.
DOTT.: Questo le accadde parlando con Webb?
BAR.: Sì, parlando con Webb: scoprii che c’era qualcosa di strano in tutta
la faccenda. Infatti, riuscivo ad arrivare fino a quel punto, ricordavo di
essere tornato correndo alla macchina, ma non riuscivo assolutamente più
ad andare avanti, sentivo un’enorme pressione, la tentazione di dire:
“Lasciamo perdere tutto, Betty”… “Ora che ha fatto il suo rapporto,
signor Webb, lasciamo perdere questa storia…”. Le cose stavano così; ed

206
a volte ci ripensavo fra me, al fatto che Betty era con me in macchina, che
eravamo insieme e lei mi chiedeva: “Che hai visto? Insomma, che hai
visto?”. Ed io le rispondevo soltanto che stavano per catturarci…
DOTT.: Temeva che la volessero rapire?
BAR.: Sì: lo sapevo.
DOTT.: Lo sapeva… che intende dire? Sapeva che volevano rapirla?
BAR.: Sì, se questo può spiegare la sensazione che avevo, che stesse per
succedere qualcosa. Sapevo che se fossi rimasto là sull’autostrada…
DOTT.: Capisco, se fosse rimasto là, l’avrebbero catturato?
BAR.: Sì. E potevo ricordare solo fino a quel momento, poi non riuscivo
ad andare oltre. Betty ed io non ne parlammo, ed era così incredibile, una
cosa simile… era successa una cosa simile, e noi ne parlavamo…
DOTT.: Ma Betty ne parlò molte volte con altre persone: telefonò a sua
sorella, ed anche…
BAR.: Beh, mi riferivo a quella notte: dal momento in cui tornai alla
macchina, non ne parlammo più. Lei mi disse solo: “Beh, che hai visto?”
ed io non le risposi, o per lo meno le dissi soltanto: “Stanno per
catturarci”. Quindi non le risposi, e non aggiunsi altro. E di quel che
accadde poi, riesco solo a ricordare quell’oggetto fermo in mezzo alla
strada, ed il mio primo pensiero fu: “Oh, mio Dio, non un’altra volta!” e
Betty sosteneva che era la luna, ed io annuii: “Certo, è la luna…”. Ma
entrambi pensammo che era molto strano che la luna se ne andasse via in
quel modo… E poi non dicemmo più una parola, fino al nostro arrivo a
Portsmouth.
DOTT.: Non c’era niente di particolare là intorno, tipo valli o dossi, sui
quali la luna potesse dar l’impressione di appoggiarsi? A volte si ha
questa impressione…
BAR.: Certo, io cercavo di convincermi che fosse così. Ma la luna non si
muove, in quei casi… e la cosa più sorprendente era che si spostasse,
mentre noi eravamo fermi.
DOTT.: Eravate fermi?
BAR.: Sì.
DOTT.: Che cosa vi aveva fermato?
BAR.: Beh, niente: semplicemente, non stavo guidando, in quel momento.
Più tardi, ci ripensai, e conclusi che probabilmente mi ero fermato per
decidere da che parte svoltare… era una spiegazione accettabile. E quando
ripartii, Betty mi disse: “Bene, ed ora ci credi ai dischi volanti?”. Ed io le

207
risposi di non essere ridicola.
DOTT.: Ma qual è la domanda a cui non avrei risposto, secondo lei?
BAR.: Beh, la differenza fra sogno ed ipnosi… ho avuto delle
allucinazioni, oppure ho considerato come realtà quello che invece è solo
un sogno? Tuttavia… qualunque cosa lei mi risponda, io so, sono
convinto che è tutto vero, vero. E per questa ragione, mi sembra tutto
ridicolo, anche farle queste domande.
DOTT.: Come le ho detto anche prima, non voglio darle adesso una
risposta precisa. Tutto quel che lei ha detto può essere vero, mettiamola
così… tutto può succedere.
BAR.: Sì.
DOTT.: Ma posso assicurarle che non ha niente da temere, che va tutto
bene. Però vorrei riservarmi di risponderle in modo più esauriente fra
qualche tempo.
BAR.: Sì.
DOTT.: Una volta che l’esperienza sia stata portata ancor più alla luce.
BAR.: Sì.
DOTT.: Ed ora continuerò il mio lavoro con entrambi, senza ricorrere
troppo all’ipnosi, perché ormai ricordate molti particolari senza bisogno di
essere mandati in trance. Vi ricorreremo solo quando sarà opportuno.
BAR.: La sola spiegazione per i dettagli ed i problemi che ancora
vengono fuori, è pensare che per ben tre anni Betty ed io siamo stati
sconcertati dall’incongruenza di quell’avventura ad Indian Head, ed anche
dal fatto di non aver scambiato una parola fra noi, in quel famoso tratto fra
Indian Head ed Ashland. Ed io penso che questi due luoghi siano gli unici
punti della vicenda che ricordiamo chiaramente. Perché ci siamo rotti la
testa per tante di quelle volte, su questo problema, cercando di ricordare
quel che avevamo fatto, e non abbiamo mai concluso nulla…
DOTT.: Beh, speriamo di scoprire sempre più particolari su quel che è
successo, man mano che ricominciate a ricordare meglio; infatti non serve
assolutamente più continuare a ripetere un fatto sotto ipnosi, dal momento
che questo è reso cosciente. Riporteremo tutto alla coscienza, fino al
punto in cui potrete sopportarlo senza avere alcun disturbo, e qualcosa
salterà fuori.

Continuando la seduta, accennarono al fatto che proprio Webb,


Hohman e Jackson avevano suggerito agli Hill di ricorrere all’ipnosi per

208
trovare una soluzione dei problemi sollevati dall’accaduto. Poi, il dottor
Simon mise in chiaro che la cura sarebbe proseguita sempre di più a
livello cosciente, anche se di tanto in tanto sarebbe ricorso all’ipnosi.
Allo scopo di “rinforzare” l’induzione, mandò ancora una volta in
trance gli Hill, sottolineando che avrebbero ricordato ancora i vari aspetti
della loro esperienza che non li avessero turbati.
Aggiunse anche che, se gli Hill erano d’accordo, egli contava di far
loro ascoltare i nastri registrati delle sedute, fra breve tempo, così che
potessero avere una chiara visione d’insieme dell’intera esperienza, a
livello pienamente cosciente. Per Barney e Betty, la possibilità di
ascoltare quei nastri rappresentava un punto cruciale dell’intera terapia:
reagirono alla proposta con un misto di curiosità intensa e di apprensione.

209
CAPITOLO XI

Il 5 aprile, giorno della seduta successiva, gli Hill lasciarono


Portsmouth prima del solito: c’era infatti la possibilità che quella mattina
il dottore permettesse loro di ascoltare una parte delle registrazioni, il cui
contenuto era, naturalmente, un assoluto mistero per entrambi.
Di solito, la mattina della seduta, gli Hill partivano da casa alle sette
meno un quarto: quella mattina partirono che erano appena le sei e un
quarto. Arrivando a Boston con molto anticipo, si fermarono a fare una
piccola colazione in un bar vicino a Bay State Road, e passarono il tempo
a parlare delle loro reazioni all’ascolto dei nastri, se il dottore avesse loro
permesso di udirli. Barney continuava a ripetere a Betty: “Sei curiosa? Io
moltissimo!”. Mentre Betty cercava di calmarlo dicendogli che forse il
dottore non sarebbe stato d’accordo sul fatto di riascoltare le registrazioni,
e che non era quindi il caso di anticipare gli eventi.
Parlando, due anni dopo, del periodo della terapia, Barney afferma di
non ricordare esattamente che cosa provava quella mattina. Ma ricorda
vagamente che a quel punto i frammenti di ricordi che cominciavano a
farsi strada nella sua mente andavano convincendolo — nonostante la sua
resistenza — che avevano vissuto un’esperienza assolutamente fuori del
normale, là sulle White Mountains. E che c’era perfino la possibilità che i
sogni di Betty fossero ben altro che semplici sogni. La cosa che più aveva
in mente, dal momento in cui si rese conto di quel che succedeva nelle
sedute con il dottore, era l’immagine nitida degli uomini fermi sulla
strada. Arrivò anche a pensare che non fosse solo una sua fantasia, che
forse poteva considerarla realtà… “Quando ripenso a questo stadio della
cura,” egli ha detto “mi accorgo che, nonostante tutto il mio iniziale
scetticismo verso l’idea dell’UFO, ero ormai arrivato a pensare che la
‘cosa’ che mi era sembrata la luna non lo fosse affatto, ma fosse invece

210
quello stesso oggetto visto ad Indian Head”.
Ma a quel punto, ricorda ancora, non era emerso nulla di chiaro: erano
venuti alla luce solo sprazzi e frammenti confusi, vaghe reminiscenze.
Betty rammenta che anche lei era molto curiosa di vedere ciò che
sarebbe saltato fuori dall’ascolto dei nastri, ma le pare di essere stata
meno impaziente di suo marito. Ricorda che lei fece tranquillamente
colazione, mentre Barney non mangiò un boccone.

Mentre gli Hill lasciavano il bar per salire dal dottore, questo stava
dettando la sua solita, breve prefazione alla seduta che sarebbe seguita:
“Aspetto gli Hill, per le otto, per continuare. Nella scorsa seduta, e non sotto
ipnosi, la signora Hill mi ha detto di aver camminato nel bosco, e di aver
dormito. Non ho indagato più a fondo, ma lo farò questa volta”.

Il dottore non era ancora sicuro di iniziare l’ascolto delle registrazioni,


e pensava di deciderlo nel corso della seduta. Il materiale era pericoloso
dal punto di vista emotivo per i suoi pazienti, ed andava reso noto a
piccole dosi, sotto la sua attenta osservazione.
Dapprima il dottore parlò con Betty:
DOTT.: Dunque Betty, vi siete sentiti tutti e due bene, in questi giorni?
BET.: Sì.
DOTT.: Vorrei chiederle una cosa: quando parlammo la volta scorsa, e lei
non era sotto ipnosi, le chiesi che cosa ricordava in generale
dell’esperienza, e lei mi disse che ricordava di aver visto l’oggetto che
scendeva. E proprio prima di udire quel suono intermittente, Barney le
chiese di dare un’occhiata fuori; lei guardò, e disse pressappoco così: “Lo
guardai, e cominciai a pensare che non c’era più perché mi aspettavo di
vedere una luce, ma non la vedevo”. E poi continuò, dicendo che ne
vedeva il fondo, proprio sopra la macchina, ma non vedeva né la solita
luce brillante, né le stelle, e sapeva che quell’enorme oggetto scuro si
muoveva proprio sopra la vostra macchina.
BET.: Sì, è così.
DOTT.: Ed io le chiesi se per caso se ne stava andando, e lei mi rispose
che restava proprio sulla macchina.
BET.: Sì.
DOTT.: Poi le feci delle domande su quel periodo di tempo di cui non
rammentava più nulla; era il periodo a cui si riferiva Hohman? Ricorda?…

211
Le chiesi che era successo, e lei mi disse qualcosa a proposito di una
svolta in una stradina laterale… e di uomini sulla strada… se ne ricorda?
BET.: Sì.
DOTT.: E poi disse che rammentava di essersi addormentata. E di aver
camminato nel bosco, e di essere salita a bordo di una nave spaziale. Che
mi sa dire di questo sonno? Non me ne aveva mai parlato prima.
BET.: Beh, mi sembra di ricordare che quando gli uomini che stavano
sulla strada si avvicinarono alla macchina, io mi addormentai.
DOTT.: Quando si avvicinarono alla macchina, lei si addormentò?
BET.: Sì.
DOTT.: E poi?
BET.: E poi non so più che cosa accadde. Ma mi pare che continuai a
dormire, però facevo degli sforzi per svegliarmi.
DOTT.: Ho capito. Ora… è possibile che lei si sia veramente
addormentata, mentre Barney era là sulla strada?
BET.: No. No, non credo proprio.
DOTT.: Bene, ma per quale ragione si era addormentata, allora?
BET.: Beh, ripensandoci, direi che quegli uomini forse avevano fatto in
modo che non potessi rendermi conto di quel che stava succedendo.
DOTT.: Ma non mi aveva mai parlato di essersi addormentata, neppure
sotto ipnosi. Non crede che sia possibile che lei si fosse addormentata in
macchina, per la stanchezza?
BET.: No, non mi addormentai in macchina, assolutamente.
DOTT.: Allora aveva la sensazione di essere addormentata, più che la
certezza, non è vero?
BET.: Sì.
DOTT.: La sensazione di aver dormito?
BET.: Sì.
DOTT.: Ma come può essere? Vuol dire che quegli uomini l’avevano
addormentata, e l’avevano sottoposta a tutti quegli esami?
BET.: Potrebbe darsi… perché quando li vidi che si avvicinavano alla
macchina, provai l’impulso di gettarmi fuori e correre a nascondermi nel
bosco, per sfuggire loro.
DOTT.: Ma non lo fece.
BET.: No.
DOTT.: E pensa che tutto quel che è successo dopo, è accaduto mentre lei
era addormentata?

212
BET.: Sì.
DOTT.: È così?
(Betty annuisce)
E ora, non ricorda altro? Niente di cui vorrebbe parlarmi, prima che
passiamo ad una discussione più generale, con Barney?
BET.: C’è una cosa che non so spiegarmi…
DOTT.: Che cosa?
BET.: È successo quando era già tutto finito, ed eravamo sulla via del
ritorno. Suppongo che non abbia nulla a che vedere con tutto il resto,
comunque si tratta di questo: stavamo tornando a casa, e cercavamo un
posto che fosse aperto, per vedere qualcuno e bere un caffè. E arrivammo
ad un ristoro; c’era una luce accesa nell’interno, e pensammo che fosse
aperto, ma quando ci avvicinammo, ci accorgemmo che era chiuso. Ed ho
sempre pensato che se fossimo riusciti a trovare quel posto, in seguito,
quando ritornammo da quelle parti, avremmo forse avuto una spiegazione
di tutta la faccenda.
DOTT.: Sì…
BET.: Ma non siamo più riusciti a ritrovarlo.
DOTT.: Così ci sarebbe la possibilità di trovarlo?
BET.: Sì. Io continuo a cercarlo!
(Ride)
DOTT.: D’accordo. Vorrei parlare un momento solo con Barney, poi
penso che parlerò con voi due, insieme, di tutta la faccenda e di quello che
potremmo fare a questo punto.
BET.: D’accordo.
(Il dottore lascia Betty, e fa entrare Barney nello studio)
DOTT.: (A Barney)
C’è qualcosa in particolare di cui vorrebbe parlare?
BAR.: (Porgendo al dottore uno schizzo della zona dove era avvenuto il rapimento,
così come la ricordava:)
Questo è un disegno che ho fatto. Non so se abbia molto senso, ma la
strada sembrava proprio così. La freccia indica quell’angolo, e là in alto è
la direzione in cui quell’oggetto che ho definito “luna” è volato via.
DOTT.: Quando ha fatto questo disegno?
BAR.: Quando tornai a casa la settimana scorsa, sabato.
DOTT.: Benissimo, lo terrò. Ed ora: parlando con Betty la settimana

213
scorsa, mi disse che ricordava quegli uomini sulla strada, poi che aveva
camminato nel bosco, che era salita su una nave spaziale… Ed anche che
aveva dormito. E lei, non ricorda di essersi mai addormentato?
BAR.: Addormentato? no, non ho dormito. Ma vuol dire ipnotizzato, o
che cosa?
DOTT.: Addormentato, non importa come.
BAR.: Beh, prima della terapia con l’ipnosi non ricordavo assolutamente
nulla di quel periodo misterioso.
DOTT.: No, mi riferisco a quel che le successe là; non ha mai avuto
l’impressione di essersi addormentato, o di essere stato addormentato, o
qualcosa di simile?
BAR.: No, non ricordo una cosa simile.
DOTT.: Era solo sbigottito, mi pare d’aver capito… Bene, ed ora vediamo
di parlare un poco tutti insieme e di vedere come possiamo procedere.
BAR.: Benissimo.
(Chiamano anche Betty nello studio)
DOTT.: (Rivolgendosi ad entrambi)
Penso che siamo andati abbastanza a fondo, a questo punto: anche se ci
sono molti punti ancora da chiarire, e molti dettagli da esaminare, ci
vorrebbe un esame troppo approfondito per rivederli tutti. Ma possiamo
fare molto, se andiamo avanti secondo un certo schema che ho in mente:
voglio riesaminare tutto a grandi linee, e naturalmente voglio evitarvi
qualsiasi disturbo nervoso. Però mi piacerebbe portare alla luce tutta
quanta la vostra esperienza, e parlarne molto liberamente… Ci sono ora
due questioni: voglio dire, entrambi avete una esperienza in comune ed
un’altra vissuta separatamente da ciascuno di voi due… io potrei
esaminarvi prima uno per volta e poi insieme, oppure potrei parlarne con
entrambi. Voi che ne dite?
BAR.: Io dico che potremmo procedere insieme, non ti pare. Betty?
(Betty è d’accordo)
DOTT.: Così potrete scambiarvi le vostre impressioni, e vedere la cosa da
diversi punti di vista… Bene. Seconda questione: posso parlarvi io delle
vostre confessioni, oppure, correndo un certo rischio per la vostra
tranquillità emotiva, possiamo riascoltare insieme i nastri.
BAR.: Sì.
BET.: Riascoltare i nastri?

214
DOTT.: Sì.
BET.: (Con enfasi)
Riascoltiamoli!
DOTT.: C’è parecchia materiale, occorreranno alcune sedute. Ma penso
che sia la cosa migliore, che non discutiamo più della realtà o meno della
vostra esperienza fino a che non avrete ascoltato tutto il materiale che ho
raccolto, e di cui siete al corrente solo a livello inconscio. Quindi, volete
far così?
BAR.: Penso che vada senz’altro bene.
DOTT.: Ed in ogni caso, ne discuteremo ancora. Siete d’accordo che
ascoltiamo i nastri insieme?
(Betty e Barney annuiscono)
D’accordo. Allora faremo così. E se la cosa si fa insostenibile, se non
riuscite a sopportarla, ditemelo, ditemelo subito, ed io vi aiuterò.
BAR.: Bene.
DOTT.: È meglio che ascoltiamo per un po’ diciamo dieci o quindici
minuti, e poi ci fermiamo per discuterne. Ma se volete dire qualcosa, in
qualunque momento, ditelo, e ci fermeremo. Vi soddisfa, far così?
(Barney e Betty sono d’accordo)

Il dottor Simon accende il registratore, ed inizia l’ascolto della prima


seduta, in cui Barney ricordava il viaggio da Montreal fino al New
Hampshire.
Appena iniziarono l’ascolto, successe una cosa strana: nelle sue prove
per “rafforzare” l’induzione all’ipnosi il dottor Hill, aveva preso le flebite
precauzioni, affinché nessun altro potesse mandare in trance i suoi due
pazienti, tranne che lui, usando appunto le parole-chiave. All’inizio del
nastro, la prima cosa che udirono fu proprio il procedimento usato dal
dottore per indurre Barney al trance, durante la loro prima seduta; ed ora,
dando un’occhiata a Betty, suo marito rimase allibito, vedendo che stava
lentamente scivolando dalla sedia: infatti Betty aveva ascoltato questa
prima parte del nastro, al contrario di Barney che stava finendo il suo
discorso con il dottore. Betty ricorda che stava per perdere conoscenza,
ma che si rendeva conto di quel che le stava accadendo: cercò di attirare
l’attenzione di Barney e del dottore, e voleva battere il piede per terra, ma
non riusciva a muoverlo. Dopo averla svegliata, il dottore fece in modo
che nessuno dei due dovesse più cadere in trance, e continuarono

215
l’ascolto.
“Quando udii per la prima volta la mia voce, com’era nel periodo
dell’ipnosi.” disse in seguito Barney, “feci un balzo sulla sedia, da tanto
mi sembrava incredibile: riconoscevo la mia voce, ma non potevo credere
di essere veramente io a fare simili affermazioni. Era come se avessi
parlato in sogno. Non potevo veramente crederci… non mi interessò gran
che la prima parte della registrazione, sul viaggio dal Canada fino al nord
del New Hampshire, anche perché ricordavo chiaramente gran parte degli
avvenimenti. Ma quando arrivammo verso il punto di Indian Head, non
sapevo più quel che sarebbe successo. Avevo un terribile mal di stomaco,
avevo lo stomaco contratto ed i muscoli tirati; non sapevo che cosa
aspettarmi, e sedevo sull’orlo della sedia, agitandomi in continuazione.
Era interessante notare che il tono della mia voce era completamente
diverso dal solito, così come il modo che avevo di strascicare le parole”.
Betty ebbe la stessa reazione: “Pensai che parlava come se fosse
addormentato. Poi cominciai ad aver paura, a desiderare di andar via e di
non ascoltare più nulla: infatti stavamo per arrivare al punto in cui, stando
fuori nella sala d’aspetto, avevo sentito le urla di Barney… mi ero
ricordata di quel momento, ed ora, aspettandolo, mi chiedevo quali
reazioni avrei avuto”.
Lentamente, la registrazione si avvicinava al punto riguardante Indian
Head. “Sapevo che stavamo arrivando al momento in cui avevo perso la
memoria,” ricordava ancora Barney, qualche tempo dopo. “Ma ero
rassicurato dalla presenza del dottore, nel quale avevo completa fiducia;
sapevo che se le cose fossero precipitate, mi avrebbe tirato fuori dai
pasticci. Poi, ad un certo punto, mi colpì molto la reazione che avevo
avuto guardando l’oggetto col binocolo… e quella storia degli occhi, gli
occhi che sembravano venire verso di me. Sentivo la mia voce dire che
quegli occhi mi bruciavano nella testa, come un marchio indelebile. E lì,
nello studio del dottore, cominciai a vedere i frammenti del racconto che
andavano legandosi; cominciavo a ricordare: di colpo, le tessere del
mosaico che avevo perdute tornavano di fronte ai miei occhi… me ne
accorgevo proprio ascoltando la registrazione. Capii improvvisamente
come avevo rotto la cinghia del binocolo; e ricordai che dopo quella notte,
per alcuni giorni, avevo sentito un forte dolore alla nuca… di colpo,
ricordai lo strappo violento che avevo dato alla cinghia del binocolo, che
avevo intorno al collo, per strapparmelo… Tutto questo stava tornando

216
alla luce, non solo nei nastri che ascoltavo, ma nella mia coscienza. Non
mi sentivo molto sconvolto, perché il dottore, con un suggerimento
datomi sotto ipnosi, mi aveva messo in grado di sopportare la cosa con
una calma relativa. Ma notai che il dottore ci osservava molto
attentamente, mentre procedevamo nell’ascolto. Chiaramente, si
accorgeva del nostro stato di tensione, e spesso fermava l’apparecchio per
discutere con noi qualche minuto…
“Ogni tanto, guardavo Betty, e lei mi dava un’occhiata rassicurante; è
un modo di guardarmi che ha spesso, come se mi dicesse: “Ti amo,
Barney”. E questo mi era di grande aiuto.
“Forse la parola migliore per descrivere lo stato in cui ero è ‘intontito’:
i particolari delle mie azioni tornavano alla luce, ma io non avevo nessuna
reazione, in quel momento, e continuavo a pensare che, se la cosa si fosse
fatta insostenibile, il dottore mi avrebbe aiutato e mi avrebbe tenuto sotto
controllo.
“E man mano che entravamo nelle parti che non ero mai riuscito a
ricordare, avevo l’impressione di togliermi di dosso un peso enorme.
Sentivo che non sarei più stato tormentato dall’ansia di sapere che cosa
fosse accaduto.
“Avevo soprattutto l’impressione di rivivere l’esperienza. Era una
mattina serena e luminosa, quella in cui ascoltammo i nastri per la prima
volta: lo studio era pieno di sole, ma mentre ascoltavo il mio racconto, era
come se un drappo funereo scendesse nella stanza, finché mi sentii là,
sulle montagne, nel buio della notte; riuscivo veramente a vedere quel che
avevo descritto come il ‘Gatto che sorride’ del Paese delle Meraviglie…
questi occhi che si ingrandivano, fissi su di me, o meglio che entravano a
far parte di me. Riuscii a girare lo sguardo, mentre ascoltavo nello studio
del dottore: sbattei le palpebre, come per scacciare quella visione. Ora,
ascoltando i nastri, ero certo di quello che non avevo mai capito prima: di
colpo, guarda un po’ che assurdo, fui in grado di ricordare tutto quel che
era successo dopo Indian Head. Sono tante e tali le emozioni e le reazioni
che si possono provare in un solo secondo, che in quei momenti provavo
l’intera gamma dei sentimenti umani; e penso che sia stato proprio questo
a mettermi in grado di sostenere tutto l’ascolto dei nastri. Non vedevo
l’ora di parlarne con Betty, volevo parlarle di tutte le mie sensazioni, dei
miei pensieri… volevo dirle che tutto questo era troppo, troppo da
assimilare in una volta sola: dovevo studiarlo, ripensarci, meditarci sopra.

217
Ci sarebbe voluto del tempo, per accettarlo… per accettare il fatto che ero
proprio io a parlare lì in quel nastro… Continuavo a ripetermi: ‘Ma sono
proprio io, è la mia voce, quella che sto ascoltando?’ e poi la parola
incredibile cominciò a ronzarmi nella mente: era veramente incredibile,
impossibile da credere, che quella voce fosse proprio la mia.
“In realtà, c’era un secondo fine, nel mio desiderio di parlare subito
con Betty: era come se, trovandomi con lei in macchina, io potessi
sfuggire all’ascolto di quei nastri, liberarmi di loro, tornare pienamente
cosciente e dimenticare quel che avevo ascoltato.
“Quando sentii la mia voce dire che mi sentivo ‘galleggiare’, mi
accorsi che quella notte non stavo affatto ‘galleggiando’, ma che ero
portato quasi di peso verso la nave spaziale. Mi sentivo infatti sospeso, ma
non sentivo le braccia che mi afferravano e mi tenevano sospeso: però,
stranamente, avvertivo la pressione della loro stretta. Quando ne parlo,
rabbrividisco ancora oggi, ripensando a quei piccoli esseri che mi
tenevano stretto e mi trascinavano via con loro.
“E poi ripensai alle scarpe… alle sgraffiature che avevano sulla parte
superiore, che avevo notato il giorno dopo l’avvenimento. Come spiegarle
altrimenti? E mi resi conto che gli uomini mi avevano fatto scordare tutto
quanto, che mi avevano ordinato di dimenticare tutto; e per questo, me ne
rendo conto, mi fu così facile non riportare alla luce la realtà dei fatti per
tanto tempo Sapevo, sentivo, ero certo che quello che stavo ascoltando dai
nastri era veramente accaduto, che non era né un sogno né un’invenzione.
Non avevo quasi più dubbi. Pareva certo che ‘quell’uomo’ poteva
comunicare con me, che l’aveva fatto. Sapevo anche che io non avevo
molta voglia di comunicare con lui… lo ascoltavo, mentre mi assicurava
che non mi avrebbe fatto alcun male, ma non ci credevo. Presi anche una
penna, e feci uno schizzo secondo il ricordo che avevo del suo aspetto;
confrontandolo con lo schizzo che avevo fatto sotto ipnosi, e che non
avevo mai visto prima, mi accorsi che erano praticamente identici.
“Ed anche se non avessimo più sentito altri nastri, sarei stato in grado
di ricordare tutto, ormai… cominciavo a far congetture sul contenuto del
secondo nastro, avevo già in mente che cosa fosse: non avrei saputo
spiegare come era possibile, ma sapevo già di che cosa avrebbe trattato la
registrazione della seconda seduta”.
Betty, ricordando le sue reazioni all’ascolto della prima registrazione,
disse poi: “Quando arrivammo al punto in cui Barney si trovava da solo

218
sull’autostrada, ero molto in pena per lui… mi sentivo come distrutta:
perché ci eravamo spinti fino a quel punto? A che cosa era servito? A che
era servito, che avevamo ottenuto? Volevo quasi dimenticare tutto,
l’ipnosi e tutto il resto… forse sarebbe stato meglio lasciare le cose come
stavano, forse era meglio limitarsi alle congetture… E di colpo, mi resi
conto che avevo continuato a seguire le esperienze di Barney, attraverso la
sua confessione registrata, e mi resi conto che egli aveva vissuto una sua
avventura particolare, da solo… ed ascoltando la sua voce, stavo
rivivendo anch’io l’accaduto: era come se mi trovassi di nuovo là,
sull’autostrada”.

Con frequenti interruzioni, il primo nastro fu ascoltato: Betty e Barney


erano come storditi.
Scendendo in ascensore, per la prima volta si trovarono pienamente
coscienti di una buona parte di ciò che era accaduto quella notte famosa.
La prima cosa che Betty riuscì ad articolare, si riferiva al dottor Simon:
“Spero davvero che il dottore non sia un extraterrestre!” disse ridendo.
E Barney le rispose sullo stesso tono: “Non essere ridicola!”. Tornando
verso il New Hampshire, Barney si sorprese a massaggiarsi la mano, dove
nel lontano 1961 aveva sentito la sensazione di bruciore che lo strappo
della cinghia di pelle gli aveva provocato, e che egli non era riuscito a
spiegarsi.
Più tardi riassunse così le impressioni in generale dopo l’ascolto dei
primi nastri: “Mi sentivo oppresso e sollevato allo stesso tempo: avevo
riportato alla luce e recuperato delle parti della mia vita che erano ormai
scomparse… alcune parti della mia vita erano state di nuovo riunite fra
loro”.

219
CAPITOLO XII

Riassumendo quello che era avvenuto durante il primo ascolto dei


nastri, il dottor Simon, dettò alcune osservazioni:
“Ho riascoltato insieme agli Hill la prima parte dell’intervista con Barney,
fino al punto dell’avvistamento e della sua crisi isterica: ho notato che egli era
molto scosso, ma ha sopportato la cosa piuttosto bene. Ad un certo punto, ha
preso un foglietto ed ha cominciato a disegnare qualcosa: ha fatto uno schizzo
di una testa, con occhi a mandorla, sbarrati; finito il disegno, mi è sembrato più
tranquillo, ma ancora pareva che volesse essere rassicurato sulla natura
puramente fantastica di quel che aveva disegnato. Entrambi gli Hill intendono
continuare questo esperimento, così abbiamo fissato un altro appuntamento fra
una settimana per continuare l’ascolto dei nastri. È stato interessante notare che
quando abbiamo ascoltato le ‘parole-chiave’ che avevo usato per mandare
Barney in trance, la signora Hill sia caduta in trance: allora ho ipnotizzato
entrambi, facendo in modo che non cadessero più in trance ascoltando le
parole-chiave registrate, ma soltanto ascoltandole pronunciate direttamente da
me”.

Per tutta la settimana, Barney cercò di convincersi che tutto quel che
aveva ascoltato dai nastri fosse pura fantasia, ma ormai gli tornavano in
mente talmente tanti particolari dell’intera avventura, che egli cominciò
seriamente a dubitare di questa sua teoria. Sia lui che Betty oscillavano
continuamente, a volte pensando che fosse tutto un sogno, e a volte
convincendosi di aver realmente vissuto quella esperienza.
Con l’ascolto dei nastri, emersero alla loro coscienza molti particolari
che non avevano rivelato nemmeno sotto ipnosi: si tratta del resto di un
processo tipico nella psicoterapia, sia che venga usata o non usata l’ipnosi.
Più tardi, a casa sua, Barney si ricordò di come aveva aperto per un attimo
gli occhi, salendo a bordo dell’apparecchio: “Mi ricordo di aver passato la
porta, dove ho sgraffiato le scarpe contro la soglia”, raccontò in seguito,

220
“e vidi chiaramente quei tre uomini fermi sulla porta della stanza dove mi
portarono per esaminarmi: li vidi proprio mentre stavo entrando nella
stanza. E vidi anche che il corridoio faceva una curva. E fui sconvolto dal
fatto che stavano parlando fra loro, che io li capivo e loro capivano me, e
continuavo ad assicurarmi che non mi sarebbe successo niente di male, né
a me né a Betty.
“All’interno, dappertutto, c’era una luce bluastra voglio dire, come una
luce al neon, che non faceva ombre. Gli uomini avevano un aspetto
strano, con la fronte molto ampia ed il viso che si faceva più stretto verso
il mento. E gli occhi erano in posizione quasi laterale, e questo mi fa
pensare che potessero vedere molto meglio di noi quello che hanno ai lati:
questo mi stupì molto. Ed un altro particolare che mi è tornato in mente
dopo aver ascoltato i nastri, riguarda la bocca: prima non riuscivo a
ricordare come avessero la bocca, non l’avevo neppure disegnata… ora la
ricordavo come una linea dritta, orizzontale, con due lineette verticali alle
estremità: era come se avessero le labbra, ma senza i muscoli che abbiamo
noi; e muovevano pochissimo le labbra, giusto per produrre quel
mormorio…
“Avevano la pelle grigiastra, come metallica, da quel che riuscii a
vedere; non notai capelli, o qualcosa di simile; ed al posto del naso
avevano solo due fessure, come le nostre narici.
“Una volta, con Betty, ero andato ad una conferenza del dottor
Carleton S. Coon, del Dipartimento di Antropologia ad Harvard, ed egli
aveva mostrato alcune diapositive di una popolazione che viveva vicino
allo Stretto di Magellano. Ed entrambi fummo molto colpiti vedendo
questi individui, questi Indiani che vivono in zone molto fredde, in alta
montagna, dove c’è una scarsa percentuale di ossigeno nell’aria… fummo
colpiti dalla grande somiglianza fra loro e gli ‘uomini’ che sto cercando di
descrivere. Quel professore ci spiegò tutti i notevoli cambiamenti
fisiologici che questi Indiani avevano subito nel corso di molte
generazioni, per adattarsi a quel clima. Avevano gli occhi tipici degli
orientali, ma le orbite sembravano molto più grandi, perché la natura li
aveva forniti di uno strato di grasso intorno agli occhi, ed anche intorno
alla bocca. Così sembrava che non avessero apertura per la bocca, e che
non avessero praticamente neanche il naso… Insomma, erano molto simili
agli individui della nave spaziale.
“Quando entrai nel corridoio, mi sorprese il fatto che il ‘capo’ non mi

221
seguisse nella stanza, ma i suoi occhi mi seguivano ancora: era come se io
avvertissi costantemente la sua presenza, anche se non lo vedevo con me:
dovunque egli fosse, riusciva a comunicare con me, a tranquillizzarmi se
ero spaventato o se avevo bisogno di calmarmi. So che questo sembra
assurdo, ma non riesco a spiegarlo in un altro modo. Con me, nella stanza,
c’era un’altra persona oltre ai tre uomini che stavano sulla porta, e questa
persona era quella che mi sottopose agli esami.
“Vidi la stanza solo di sfuggita, dalla porta: era molto spoglia, riuscii a
vedere solo un tavolo; i muri erano spogli, lisci, dipinti del solito colore
blu-biancastro, fluorescente. Non c’erano quadri né decorazioni. La stanza
era ovale, più o meno, e non vidi nessuna finestra. Il soffitto ed il
pavimento ed i muri sembravano fatti tutti dello stesso materiale, ma non
riuscii a capire di quale materiale si trattasse; non capivo nemmeno da
dove provenisse la luce.
“A proposito del tavolo, dove poi mi fecero sdraiare, mi colpì il fatto
che fosse molto corto, rispetto alle cose di questo tipo che usiamo noi:
infatti le mie gambe penzolavano giù, e questo particolare mi colpì.
“Ero stato scortato, o meglio trascinato di peso, sia quando mi avevano
portato alla nave sia quando tornammo alla macchina. Mi accorsi di essere
in un interno per una lieve differenza di temperatura che avvertii passando
la soglia. Non notai nessun particolare odore, e riuscivo a respirare, senza
difficoltà: non mancava assolutamente l’aria. Quando mi portarono fuori,
ancora sostenendomi, sentii addosso l’aria fredda della notte e di nuovo
quella differenza di temperatura fra l’interno e l’esterno. Inciampai di
nuovo nella soglia, e mi portarono giù per la scaletta; poi mi accorsi di
camminare sul terreno, e sentivo ancora quelle presenze intorno a me. Ma
quando aprii gli occhi, mi accorsi di essere solo. ‘Che strano!’ pensai. E di
colpo, dimenticai tutto quello che mi era successo, dimenticai
completamente tutto. Pensai di aver fatto una passeggiata nel bosco per
interrompere un po’ il viaggio, e mi ritrovai seduto sulla strada, così andai
verso la macchina; mi stupii vedendo che il motore era spento ed anche i
fari — di solito non spengo la macchina, quando scendo per un attimo a
riposarmi. Mi sedetti sul sedile davanti, sulla chiave inglese, e pensai:
‘Strano… che ci fa qui?’. La presi e la misi giù fra la portiera ed il sedile.
“Poi sentii Delsey che uggiolava, e pensai: ‘Oh, Delsey, che fai sotto il
sedile? Pensavo che Betty ti avesse portato a fare un giretto…’. Ero
annebbiato, con la mente confusa. Ma portai fuori Delsey, dopo aver

222
acceso il motore ed i fari. Poi vidi Betty che usciva dal bosco, e mi dissi:
‘Ecco che cosa sto facendo: sto aspettando Betty’.
“Mia moglie apparve da una curva più avanti, come se venisse dal
bosco sull’altro lato della strada. Mi sembrava evidente che mi ero
fermato perché lei mi aveva chiesto di farlo; e lei disse come per caso:
‘Esci, vieni a vederli partire’.
“Ed io pensai: ‘È ridicolo: a veder partire che cosa?‘. Ma uscii, giusto
per assecondarla. Ed improvvisamente vidi la luna, pensai subito che
fosse la luna, ma tutti e due ci meravigliammo di vederla muovere: ero
sicuro che fosse la luna che stava tramontando, ma non aveva un aspetto
normale. Poi, tornò il vuoto totale, la mente di nuovo confusa ed
annebbiata, fino al momento in cui vidi quel cartello: ‘CONCORD – 17
miglia’. Ricordo vagamente di essermi chiesto come quell’enorme disco,
che prima era di un arancio brillante, potesse diventare di colpo argenteo”.
Durante quella settimana, anche Betty pensò spesso alle reazioni che
l’ascolto dei nastri le aveva provocato. “Mi pareva di rivivere di nuovo
tutto,” ricorda. “Quando Barney era là sull’autostrada, proprio prima di
quei suoni intermittenti, mi ricordavo di essermi buttata sul sedile, verso
la sua portiera aperta, e di avergli gridato di tornare indietro… E molti
altri dettagli mi tornavano in mente, sempre più chiaramente”.
Procedendo nell’ascolto dei nastri durante le sedute successive, i
ricordi di Betty e Barney si facevano sempre più precisi e
particolareggiati, e molti dettagli prima confusi trovavano adesso il loro
posto nel mosaico dell’intera vicenda. Si abituarono a sentire le loro voci
come risultavano dalle registrazioni sotto ipnosi, ma non riuscivano
ancora a convincersi di essere stati loro a raccontare una storia simile.
Betty si accorse che, al momento in cui gli uomini che li avevano
bloccati sulla strada si erano avvicinati alla macchina, ella era caduta in
trance esattamente come le era successo durante la terapia con il dottor
Simon. Aveva la sensazione che lei e Barney fossero stati ipnotizzati da
quei suoni intermittenti, e che il trance ipnotico fosse diventato più
profondo nel momento in cui ella aveva aperto la portiera per scappare e
nascondersi nel bosco: proprio allora, un uomo le aveva aperto la portiera,
aveva steso la mano, e lei si era sentita scivolare nell’incoscienza, proprio
come le era successo poi nelle sedute in cui il dottore la ipnotizzava. Notò
anche che sia lei che Barney avevano delle difficoltà a ricordare gli stessi
particolari, ad esempio ad Indian Head o poco dopo il blocco stradale.

223
Barney aveva avuto la sensazione di galleggiare, mentre lei ricordava un
lungo periodo di nebulosità dopo le due serie di suoni intermittenti, poi la
sensazione di cadere in trance, in uno stato di trance da cui era riuscita ad
uscire con uno sforzo di volontà.
“Ascoltando il mio racconto sui nastri, mi resi conto della lotta che
avevo combattuto per uscire dal trance in cui quegli uomini dovevano
avermi mandato… mi ricordai di aver scosso la testa, di sentirmi come se
stessi cercando di arrampicarmi fuori da un pozzo, per tornare alla
superficie. Era veramente una lotta; ricordo che mi ripetevo: ‘Devo
svegliarmi, devo svegliarmi’ ed ogni volta che lo ripetevo, mi sforzavo di
tornare un poco più cosciente.
“Quando mi fecero uscire dalla macchina, resistevo passivamente; poi,
salendo la scaletta, penso di aver strisciato i piedi. E dopo, ricordo di aver
sentito quella voce — o pensiero, qualunque cosa fosse — che mi diceva
che non mi sarebbe successo nulla. Vidi l’esterno dell’apparecchio,
mentre mi trasportavano verso di esso, ed ebbi l’impressione che esso
stesse in una fossa nel terreno: c’era come un canale al di sotto
dell’apparecchio, ma non capii se vi fosse o meno un sostegno. In ogni
caso, c’era come un bordo tutt’intorno all’apparecchio; e non so perché,
ma avevo l’impressione che quel bordo fosse mobile, che si potesse forse
mettere a girare intorno al corpo dell’apparecchio… come un enorme
giroscopio. Non ne sono certa, però, perché era solo un’impressione.
“Bene, salendo la scaletta arrivammo a questo bordo, e credo di aver
fatto alcuni passi sul bordo, prima di arrivare alla porta. Entrando, mi
parve di essere in un lungo corridoio che girava tutto intorno
l’apparecchio, all’interno. Non capii dove incominciasse o dove finisse; le
porte delle stanze si aprivano tutte sul lato interno. Cercai le finestre, ma
non ne vidi. Ebbi l’impressione che il velivolo fosse tutto metallico, e
c’era una luce proveniente dalla porta, una luce fluorescente tipo quelle
che ci sono di notte sui portoni delle nostre case.
“Poi, fecero per portarmi nella stanza, ma io resistevo: dissi che volevo
Barney con me, perché avevo visto che lo stavano portando via. Ma quelli
non si fermarono, e fu allora che mi dissero di non preoccuparmi, che
Barney stava benissimo.
“Ebbi l’impressione che il ‘capo’ e l’esaminatore fossero diversi dai
membri dell’equipaggio; ma non ne sono certa, perché avevo molta paura
di guardarli. Mi pareva che quei due fossero più alti, ma forse ero io che

224
volevo vederli più alti. Ero terrorizzata dagli uomini dell’equipaggio, e
credevo che il ‘capo’ e quell’altro volessero allontanarmi da Barney,
separarmi da lui: li vedevo andare avanti ed indietro, lungo il corridoio,
dalla mia stanza a quella di Barney.
“In un certo senso, sembravano dei mongoloidi, e li paragonai ad un
bambino mongoloide, un caso a cui avevo lavorato — con quel viso
rotondo, la fronte ampia, e le fattezze grossolane. Mi pareva che avessero
la pelle blu-grigiasta, ma forse in realtà era più chiara. Gli occhi erano
mobili con le pupille… in qualche modo, avevo la sensazione che
somigliassero agli occhi dei gatti. E non ricordavo che avessero bottoni o
chiusure-lampo, ma in realtà non volevo ricordare più nulla.
“La stanza era triangolare, con il vertice tagliato via: anche Barney
ebbe questa impressione. Il tavolo era quasi nel mezzo, un poco spostato
verso il vertice, ma lontano dalla parete in modo che si potesse
camminarvi intorno. In più, c’era uno sgabello ed altri accessori, su tutto il
muro. Quando mi esaminarono il braccio, presero quello strumento dal
muro, e poi lo rimisero come dentro, nel muro. Sulla parete d’entrata,
c’erano come degli armadietti a muro. Ripensandoci, tutto pareva fatto di
plastica o di metallo, ma il colore era bianco dappertutto. La superficie del
tavolo era dura, liscia e fredda.
“Parlando fra loro, emettevano dei suoni che non avevano per me alcun
significato. Avevo l’impressione che il ‘capo’ fosse diverso dagli altri, ma
può darsi che io distorca la realtà. I loro corpi parevano un poco
sproporzionati, con una profonda cavità toracica, come un largo torace.
Ora, mi ricordo di aver detto che mi parlarono in inglese, con un accento
straniero: il dottor Simon ed io abbiamo esaminato a lungo questo
particolare, e siamo arrivati alla conclusione che non parlavano inglese,
ma che tuttavia io riuscivo a capirli come se parlassero inglese. Che fosse
inglese o no, che mi parlassero o comunicassero con me in un altro modo,
capivo chiaramente che cosa volevano: questo solo quando si rivolgevano
a me, perché, come ho già detto, quando parlavano fra loro non capivo
assolutamente niente”.
Gli Hill non riuscivano a mettersi d’accordo su questo punto; Barney
ricorda: “Fu come essere ipnotizzato dal dottor Simon. Sapevo che il
‘capo’ era lì, ma avvertivo che la sua voce e la sua presenza erano del
tutto separate. Non sentivo effettivamente nessuna voce, ma avvertivo
nella mia mente quel che stava dicendomi. Non era come se lui fosse li

225
nella stanza a parlare con me, ed io lo vedessi: era più come se le sue
parole fossero con me, fossero una parte di me, non provenissero
veramente da lui”.
Betty pensava che le avessero parlato, perché riteneva di aver parlato
lei stessa con loro. Entrambi avvertivano delle incongruenze nel loro
racconto, che emergevano sempre quando lo riesaminavano con il dottore.
Fra queste, c’era la sensazione di Betty che quegli umanoidi non avessero
il senso del tempo, il concetto del tempo. Barney mise in luce che gli
pareva un paradosso che il ‘capo’ dicesse: “Aspetta un momento” e poi
chiedesse a Betty che cosa fosse il “tempo”. Anche Betty era d’accordo
con suo marito nel giudicare assurdo questo fatto.
“Quando uscimmo dalla stanza, ed io avevo in mano il libro” ricorda
Betty, “sono certa che il capo mi disse di aspettare un attimo. Sono certa
anche di aver discusso con lui su che cosa fosse la vecchiaia, quanti
fossero cento anni, e cose del genere; ma trovavo molto difficile
spiegargli queste cose. Mi pare di aver cominciato questa discussione
quando mi chiesero spiegazioni sui denti falsi di Barney: non riuscivano a
capire come mai i denti di Barney potevano essere tolti ed i miei no. Così
spiegai che spesso la gente si mette la dentiera quando invecchia. Ed egli
mi chiese cosa significasse ‘invecchiare’, ed io dissi ‘diventare vecchi’.
Poi parlammo anche di dieta, mi chiese che cosa mangiamo, ma era
impossibile comunicare e spiegargli che cosa intendevo per carne, patate,
verdura e così via. E quando gli parlai del melone, dissi che era giallo e lui
mi chiese: ‘Che significa ‘giallo’?’”.
Barney crede che Betty sbagli, sia a proposito del concetto del tempo
che riguardo alla comunicazione verbale.
“Non sono affatto convinto che Betty abbia parlato con questi esseri,”
afferma. “Ha comunicato con loro, ma non a parole. Sono scettico su
molte delle affermazioni di Betty. C’è una contraddizione sulla questione
del tempo, anche se lei è sicura che essi non capivano il tempo come lo
intendiamo noi. Ho notato delle altre incongruenze, come distorsioni che
Betty ha creato nella sua mente. Lei sostiene che il ‘capo’ e l’esaminatore
erano diversi dagli altri uomini, ma io sono certo che erano
fondamentalmente simili”.
Betty replica così: “All’inizio, quando fui portata a bordo dell’oggetto,
capii che mi dicevano di collaborare con loro in modo da non perdere
troppo tempo, e che dopo ci avrebbero riaccompagnati alla macchina e ci

226
avrebbero lasciati liberi di andarcene. Ma non sono certa che abbiano
usato la parola ‘tempo’ “.
Incongruenze e paradossi simili a questo vennero via via esaminati
durante l’ascolto dei nastri, nel corso di molte settimane. Le strane ed
insolite caratteristiche di questo caso restavano un mistero ed una sfida
alla comprensione.
Le sedute divennero soprattutto una lunga e dettagliata revisione di
tutto il materiale, con le informazioni contenute nei nastri che stimolavano
altri ricordi e commenti da parte di Barney e Betty. Altri aspetti più o
meno secondari rispetto all’obiettivo principale della terapia furono
portati alla luce ed esaminati. L’ulcera di Barney si infiammò al primo
ascolto delle registrazioni, ma gradatamente migliorò di nuovo. Con
Walter Webb, gli Hill tracciarono il percorso completo del viaggio,
tenendo conto di nuovi particolari, e si convinsero di aver trovato il luogo
preciso in cui era avvenuto il blocco stradale, in una strada secondaria due
o tre miglia ad est della Strada 3. Erano entrambi sopraffatti dall’enorme
massa di particolari che emergeva dalle registrazioni, e che erano per la
maggior parte completamente sconosciuti per loro, a livello conscio. “Non
mi sarei mai immaginato che una tale quantità di dettagli venisse fuori da
quei nastri: non mi ero reso conto di quante cose avevo voluto scacciare
dalla mia mente. Era una cosa veramente incredibile” commentò poi
Barney.
Barney tentava ancora di negare che tutto quel che raccontavano i
nastri fosse davvero accaduto. “Ero pronto a smettere la ricerca nei ricordi
anche subito,” confessò una volta al dottore, quando già avevano ascoltato
una buona parte dei nastri. “Betty mi chiese perché, ed io pensai che fosse
perché non riuscivo a spiegarmi quello che era emerso dai nostri racconti
sotto ipnosi, ed odiavo l’impressione che avevo di sentirmi un pazzo. Ho
notato anche che la settimana scorsa, ascoltando la confessione di Betty,
cercavo di tenere gli occhi chiusi: stava veramente diventando una
ossessione. Infatti mi alzai, ad un certo punto, ed andai alla finestra”.
Il 30 maggio, ben due mesi dopo che l’ascolto dei nastri era
cominciato, Barney si sentì finalmente liberato da quella tensione. “Non
mi sento più agitato come le altre volte, — disse al dottore — e non ho
più avuto bisogno di prendere medicine per l’ulcera”.
Il 6 giugno il dottore ricorse ancora all’ipnosi con Betty:

227
DOTT.: (Completando il processo di induzione)
…lei è profondamente addormentata… Voglio che lei torni al
momento in cui mi ha detto di essersi addormentata: ripensi a quel
momento…
(Si riferisce al punto del blocco stradale)
Era addormentata?
BET.: No.
DOTT.: Perché pensava di essersi addormentata?
BET.: (Rispondendo ancora alla precedente domanda)
Ero stata addormentata.
DOTT.: Era stata addormentata?
BET.: Quando ero in macchina. Quegli uomini mi avevano addormentata.
DOTT.: Quegli uomini l’avevano addormentata?
BET.: In un certo senso.
DOTT.: Come si erano avvicinati alla macchina?
BET.: Io avevo aperto la porta, stavo per uscire e fuggire.
DOTT.: Perché?
BET.: Perché ero spaventata.
DOTT.: Dov’era Barney?
BET.: In macchina.
DOTT.: Eravate entrambi in macchina?
BET.: Sì.
DOTT.: E gli uomini da dove venivano?
BET.: Dalla strada.
DOTT.: Avevano delle luci, delle pile con loro?
BET.: No.
DOTT.: E come riusciva a vederli?
BET.: Per via dei fari della macchina.
DOTT.: Ed uno di loro le disse che l’avrebbe addormentata?
BET.: Non disse nulla.
DOTT.: Allora, come faceva lei a sapere che volevano addormentarla?
BET.: Non lo sapevo.
DOTT.: E perché ha detto che pensava di aver dormito?
BET.: Perché mi svegliai.
DOTT.: E dove si svegliò?
BET.: Mentre stavo camminando.
DOTT.: Crede che siano stati loro ad addormentarla?

228
BET.: Sì.
DOTT.: In che modo?
BET.: Fecero qualcosa, ma non riesco a ricordare cosa. L’uomo tese la
mano… io ero seduta in macchina, stavo girandomi verso la portiera
aperta, e stavo per scappare, quando l’uomo aprì ancor di più la portiera.
C’erano tre uomini, e quello più vicino a me, vicino alla maniglia della
portiera, tese la mano, proprio mentre io stavo per fuggire. E poi, non
seppi più nulla di quel che stava succedendo.
(In seguito, paragonò la sua sensazione a quella che provava cadendo in
trance sotto ordine del dottore)
DOTT.: Fino a quando?
BET.: Fino a quando mi trovai a camminare. Riuscii a svegliarmi.
DOTT.: Ora, lei mi ha detto che le esaminarono la pelle: usarono uno
strumento simile ad un microscopio?
BET.: Sì.
DOTT.: Come spiega che volessero esaminarle la pelle? Erano incuriositi
dal suo colore?
(È chiara l’implicazione razziale)
BET.: Non credo: credo che fossero interessati alla struttura della mia
pelle.
DOTT.: In che senso?
BET.: Beh, cominciarono ad esaminarla, ed io lo capii dal modo in cui la
guardavano: voglio dire, la guardò l’esaminatore, poi il “capo”, e
guardarono ognuno per due o tre volte.
DOTT.: Come spiega questo interesse insolito per la sua pelle? Si è mai
chiesta perché?
BET.: No.
DOTT.: Può darsi che dipendesse dal fatto che lei e Barney hanno la pelle
di colore diverso?
BET.: Non lo so, ma credo che fosse perché la loro pelle era diversa dalla
mia.
DOTT.: Diversa in che senso?
BET.: Nel colore.
DOTT.: Qual era il colore della loro pelle? Ed erano diversi anche gli
uomini che la esaminavano?
BET.: Il “capo” e l’esaminatore erano meno diversi da noi.

229
DOTT.: E cioè?
BET.: Sembravano più alti degli altri.
DOTT.: Tutto qua?
BET.: Avevano anche la pelle di un altro colore.
DOTT.: E qual era la differenza di colore? Che colore avevano gli uomini
dell’equipaggio?
BET.: Mah…
DOTT.: Perché le è così difficile spiegarmi questa differenza?
BET.: Perché continuo a pensare che i membri dell’equipaggio fossero
orientali, asiatici. Solo che… erano molto bassi.
DOTT.: Ed il capo non era così basso?
BET.: No, il capo e l’esaminatore erano più alti, circa come me.
DOTT.: Vuol dire che gli altri erano più bassi di lei?
BET.: Erano più bassi.
DOTT.: Quanto più bassi?
BET.: Direi non più di un metro e cinquanta. Mentre il capo mi pareva
alto come me.
DOTT.: Aveva paura di questa gente?
BET.: Non avevo paura del “capo”. Prima mi aveva spaventato, ma poi
non più.
(Il dottore allora pone a Betty delle domande in generale, sulla sua infanzia, la
sua famiglia, e le sue esperienze di matrimonio “misto”. Sotto ipnosi, ella
rivela una capacità di adattamento superiore alla media, rispetto ai problemi
del matrimonio misto e del fatto di non poter avere figli, a causa di un
intervento chirurgico. Poi il dottore passa ad esaminare le reazioni di Betty
alla notte dell’avventura)
DOTT.: Lei di solito non manifesta le sue paure così apertamente, non è
vero? Durante l’esperienza con l’oggetto volante, dapprima non era
spaventata, e solo in seguito si è resa conto di quanta paura aveva avuto?
BET.: Beh, io credo di essere una di quelle persone che nei casi di
emergenza tiene duro fino a quando è possibile, mentre gli altri crollano:
poi, quando tutto è passato, ho come una sorta di reazione ritardata; sono
fatta così. Perciò, quando vidi quell’oggetto in cielo, non credo di essermi
troppo spaventata.
DOTT.: Quando ha avuto quei sogni, come mai ha sognato tutte le stesse
esperienze?
BET.: Rivissi tutto quanto in sogno: ricordavo perfettamente quel che era
successo.

230
In questa ultima seduta in cui venne usata l’ipnosi, sembrò essere
riassunto tutto il dilemma che si era trascinato per tutti i sei mesi della
terapia. Si trattava di sogno o realtà? Dove si nascondeva la verità? Chi
poteva scoprirla? Come potevano essere eliminate tutte le incongruenze, a
parte la risposta finale che si doveva dare all’intera faccenda?
In un certo senso, vi erano tre fondamentali punti di vista: il dottore
riteneva che, vista l’evidenza dei fatti e tenuto conto delle attuali
conoscenze dei processi mentali, si poteva accettare il fatto che gli Hill
avessero avuto una straordinaria esperienza con un fenomeno aereo, un
avvistamento che aveva provocato ad entrambi una profonda scossa
emotiva. Benché qualsiasi cosa sia concepibile, egli era però convinto
dell’improbabilità di un rapimento. Betty riteneva che l’ipnosi avesse
dimostrato lo stretto legame esistente fra i suoi sogni e la sua reale
esperienza nel senso che i primi erano un riflesso ed un ricordo della
seconda. Barney oscillava fra queste due posizioni, benché la sua
conclusione fosse che egli non poteva distinguere la cosiddetta “realtà”
dagli avvenimenti che erano emersi sotto ipnosi: in altre parole, una volta
eliminata l’amnesia, non riusciva a far differenze fra ciò che ricordava a
livello cosciente e ciò che aveva ricordato tramite l’ipnosi; l’intero
viaggio era per lui un tutto completo ed ininterrotto, comprendente anche
l’episodio del rapimento.
Nelle ultime tre sedute, compresa l’ultima del 27 giugno, questi tre
punti di vista furono spesso discussi. Un buon segno fu che Betty e
Barney erano molto meno ansiosi e nervosi, dopo l’ascolto di tutti i nastri.
“Quando arrivammo all’ultimo nastro,” ricordò poi Barney, “provai un
intenso sollievo, un senso di liberazione. Betty ed io diventammo più
affabili del solito, e la mia pressione e la mia ulcera ebbero un notevole
miglioramento”.
Betty era d’accordo con lui: anche se il mistero non era stato chiarito,
divenne meno ansiosa, perché sentiva di aver fatto ogni possibile sforzo
per indagare nella vicenda. I suoi sogni si fecero più tranquilli.
Arrivati a giugno, tutti riconobbero che non c’era altro da fare; non si
potevano dare conclusioni finali, né riguardo alla terapia, né riguardo
all’incidente che aveva avuto una parte così importante in tutto il corso
della cura. Sia gli Hill che il dottore ammisero, anche se a malincuore, che
sarebbe stato impossibile continuare la terapia ad un livello più profondo,
e per tutto il periodo che sarebbe stato necessario. Era arrivata l’estate, e

231
gli spostamenti settimanali sarebbero stati sempre più difficoltosi:
avrebbero fatto una sosta, almeno per un poco. Era già notevole il fatto
che gli Hill si sentissero in condizioni molto migliori, e più tranquilli,
anche se molto era rimasto irrisolto.
Come scienziato, il dottore formulava diverse ipotesi, che verificava e
sviluppava e rifiutava secondo i dati che otteneva o secondo le sue
conoscenze. A quel punto, la terapia poteva essere interrotta senza alcun
pericolo, perché la situazione era in una fase di stallo. Evitando di
accettare l’intera esperienza come realtà — cosa che non poteva
assolutamente fare, viste le troppe incongruenze e contraddizioni — il
dottore riteneva che l’alternativa migliore rimanesse quella del sogno.
“Qualunque altra cosa parrebbe oltrepassare di troppo i limiti della
credibilità — disse più tardi il dottore. Ma non sono affatto convinto. Ero
arrivato ad una certa conclusione, se così si può chiamare… ma non fu
mai una vera conclusione”.
“Da un punto di vista terapeutico, eravamo arrivati ad un punto dove
era possibile fermarsi, grazie anche al notevole miglioramento delle
condizioni degli Hill. Giudicavo possibile lasciare la cosa in sospeso,
senza risposta; sapevo che saremmo rimasti in contatto, e che forse il
tempo avrebbe portato ad una spiegazione più completa”.

Dopo sei mesi, le sedute erano terminate.


Gli Hill erano ancora confusi, ma sollevati; tornarono a Portsmouth
quel giorno con quel senso di vuoto che sempre si prova al termine di un
lungo e difficile lavoro: sentivano che sarebbero loro mancati il dottore, le
sedute, e la ricerca di una risposta al mistero che restava insoluto.
Alcune settimane più tardi, il dottor Simon trovò fra la sua posta una
lettera da parte della mutua che assisteva gli Hill per le spese della terapia.
Dietro richiesta degli Hill, egli aveva compilato un breve riassunto della
cura, indicando che i suoi due pazienti avevano sofferto seri disturbi
nervosi dopo un’avventura con un UFO. Logicamente, il direttore medico
dell’ente-mutua scrisse al dottor Simon, dicendo che gli era difficile
accettare una richiesta basata sulla diagnosi di: “esperienza con un UFO”.
Questa fu, in parte, la risposta del dottor Simon:
“Non posso certo discutere della sua prevenzione ad accettare una diagnosi
come ‘disturbi emotivi creati dall’incontro con un Oggetto Volante Non-
Identificato’ per giustificare il ricorso dei signori Hill a questa mia terapia.

232
Questa non vuole essere una diagnosi, ma un semplice chiarimento della
situazione nella quale si trovavano queste due persone, quando ricorsero a me
per una cura. Aspetto perciò che lei mi mandi i moduli appositi su cui scrivere
la mia diagnosi. Di solito li ho sempre avuti, in casi simili, ma il signor Hill mi
ha detto che dovevo semplicemente scrivere al vostro ufficio, senza darmi altri
chiarimenti su quel che avrei dovuto inviarvi.
“I signori Hill vennero da me in dicembre, nel 1963. Da un precedente
trattamento psichiatrico del signor Hill, era emerso che i suoi disturbi
derivavano soprattutto da un’avventura che egli e la moglie avevano avuto nel
settembre del 1961, quando avevano avvistato un UFO, una notte, tornando da
una vacanza.
“Fu un trauma per entrambi, che provocò loro considerevoli disturbi. Il
signor Hill soffri di insonnia, nervosismo ed ansie continue, mentre sua moglie
ebbe anche incubi ricorrenti. Più recentemente, il signor Hill ha sofferto di
ulcera gastrica. Dopo un poco che seguiva la sua cura, divenne chiaro per Hill
che i suoi disturbi erano provocati soprattutto dall’incontro con l’UFO: infatti
questa storia emerse proprio durante la cura.
“Inoltre, venne alla luce che entrambi gli Hill soffrivano di un’amnesia
riguardante una parte della loro esperienza di quella notte del settembre ‘61.
Infine, ricorsero insieme a me. Ovviamente, usai con entrambi l’ipnosi: la
terapia consisteva nell’indurli in un profondo stato di trance; questo provocava
in entrambi una violenta abreazione, con un notevole scarico emotivo: perciò,
il controllo doveva essere costante e molto accurato da parte mia. Usai un
registratore per registrare tutto il materiale che emergeva dall’inconscio dei
miei pazienti, in modo da utilizzarlo poi alla fine per una revisione ed una
integrazione. Durante il trattamento, il signor Hill soffri di un peggioramento
della sua ulcera, che poi migliorò di nuovo procedendo nella cura. Anche il
loro nervosismo diminuì…
“Una volta chiusa la terapia, entrambi potevano dirsi ristabiliti…
“Spero che queste informazioni le siano sufficienti, ma sarò lieto di fornirle
ulteriori notizie, se lei lo riterrà necessario”.

La questione fu risolta in breve tempo, e probabilmente fu la prima


volta in cui un UFO entrava in una faccenda riguardante la mutua.
Il dottore ritenne di poter tranquillamente interrompere la terapia a quel
punto, senza alcun danno, anche se molte domande restavano senza
risposta. La liberazione dai disturbi ansiosi era già un notevole risultato, e
c’era il rischio che continuare le sedute portasse altri disturbi agli Hill, in
quella situazione particolare. Però il dottore incoraggiò gli Hill a
mantenersi in contatto con lui, mentre continuavano ad indagare
sull’esperienza per conto loro, anche dopo che la cura vera e propria era
terminata.
Il trattamento era partito dalla scoperta e dal tentativo di forzare

233
un’amnesia, cosa che aveva presentato, già di per sé, parecchi problemi.
“Cominciai ad usare l’ipnosi per aver da ognuno dei due un resoconto
personale della vicenda,” disse dopo due anni il dottore a chi scrive questo
libro. “Sembrava che l’amnesia contenesse un’incredibile esperienza
vissuta da tutti e due gli Hill. Inoltre, queste due persone avevano vissuto
alcune situazioni identiche, e le loro amnesie coprivano la stessa porzione
di esperienze per tutti e due. Procedendo nelle indagini, incontravamo più
problemi che risposte alle nostre domande. All’inizio, ero convinto che
Barney fosse più suggestionabile di Betty, e che tutta la storia fosse frutto
suo. La vicenda appariva assurda alla luce delle attuali conoscenze
scientifiche, ma d’altra parte, più andavo avanti e più mi convincevo che
gli Hill non mentivano. Dopo aver ascoltato la versione di Betty e aver
notato che i suoi sogni erano quasi identici a ciò che confessava sotto
ipnosi, pensai che la mia ipotesi di partenza fosse sbagliata: infatti tutto
quel che aveva raccontato Barney era contenuto nel racconto di sua
moglie, mentre ben poco di quel che avevo udito dalla signora mi era stato
detto, anche da Barney. Allora ipotizzai che Barney avesse assorbito la
storia dei sogni di Betty, e su questa base feci numerose indagini.
“Alla fine, arrivai a concludere che la spiegazione più logica dei sogni
della signora Hill, benché risultanti da un effettivo incontro con un UFO,
consistesse nel vederli come frutto di fantasticherie.
“Ma la cosa nel suo complesso non poteva certo essere chiusa in
questo modo. Si poteva però lasciar da parte la questione per un po’ di
tempo con assoluta tranquillità, aspettando eventuali miglioramenti; in
ogni caso, saremmo rimasti in contatto, nella speranza che il tempo
avrebbe contribuito alla soluzione dell’enigma”.

In un breve incontro nella primavera del 1966, il dottore ebbe


l’opportunità di verificare quale fosse ancora l’influenza dell’avventura ad
Indian Head dopo cinque anni, e dopo due anni dal termine delle sedute
terapeutiche. Barney entrò in trance senza difficoltà, come al solito.
Rispose ad alcune domande in generale fattegli dal dottore con precisione
ed obiettività. Poi il dottore esaminò più accuratamente i sentimenti del
suo paziente.
DOTT.: Che cosa pensa adesso della sua esperienza? Pensa di essere stato
rapito o no?
BAR.: (Con voce piatta ed incolore, come al solito)

234
Ho l’impressione di essere stato rapito.
DOTT.: A parte la sua impressione, è stato davvero rapito?
BAR.: Si… ma non riesco ancora a crederci.
DOTT.: Ma è sicuro di quel che afferma?
BAR.: Dico “ho l’impressione” perché mi aiuta ad accettare meglio una
cosa che non vorrei ammettere.
DOTT.: Che cos’è che l’aiuta?
BAR.: Il fatto di dire “Ho l’impressione che mi abbiano rapito”.
DOTT.: Vuol dire che sarebbe peggio per lei dire: “Sono stato
sicuramente rapito”?
BAR.: Non è peggio.
DOTT.: Si sente allora più tranquillo?
BAR.: Sì, mi aiuta a sentirmi più tranquillo.
DOTT.: Che cos’è che la spaventa?
BAR.: Il fatto che sia una storia così misteriosa: se un altro mi raccontasse
di aver vissuto una simile avventura, non gli crederei. Ed odio che mi si
accusi di mentire, quando io sono certo di dire la verità; oppure che non
mi si creda, quando io sono sicuro di aver fatto una certa cosa.
DOTT.: Bene… supponiamo che lei abbia assimilato i sogni di Betty.
BAR.: Mi piacerebbe che fosse così.
DOTT.: Le piacerebbe… ma potrebbe essere vero?
BAR.: No.
DOTT.: Perché no?
BAR.: Perché…
(Di colpo diventa teso e nervoso, quasi come nella prima seduta, al momento
in cui ricordava di essere attirato verso l’oggetto misterioso, nel campo ad
Indian Head)
Non… non sopportavo le loro mani su di me!
(Comincia a respirare affannosamente)
DOTT.: D’accordo. Si calmi, non deve spaventarsi così.
BAR.: (Cominciando a singhiozzare violentemente)
Non sopporto le loro mani su di me! Non sopporto che mi tocchino!
DOTT.: Calma, si calmi… nessuno la sta toccando, assolutamente
nessuno. Lasciamo perdere, e cerchi di rilassarsi.
(Il dottore comincia a farlo uscire dal trance, rassicurandolo. I singhiozzi di
Barney si calmano. La seduta retrospettiva, fatta due anni dopo la fine della
cura, termina così).

235
CAPITOLO XIII

Finita la terapia, Barney e Betty Hill ripresero la loro vita giornaliera,


relegando il ricordo di Indian Head in fondo alla loro memoria e
concentrandosi sulla vita della loro comunità, partecipando alle attività
della loro chiesa, la “Chiesa Universalista Unitaria” e riprendendo il loro
lavoro per i diritti civili. Il programma di Betty Hill, che lavorava come
assistente sociale per lo stato del New Hampshire, la teneva molto
occupata ma le dava anche delle soddisfazioni. Il lavoro di Barney
nell’ufficio postale divenne più facile e più efficiente, ora che era stato
trasferito a Portsmouth e che non lavorava più di notte. Il lavoro che
svolgeva presso il consiglio di amministrazione della “Commissione degli
Stati Uniti per i Diritti Civili”, la NICAP e il “Programma anti povertà” lo
tenevano molto occupato anche nelle sue ore libere. L’immenso senso di
sollievo e di alleggerimento che gli diedero le sedute con il dottore lo
aiutò anche a lavorare meglio.
Naturalmente, sia l’esperienza con l’UFO che la terapia alla quale si
erano sottoposti, sebbene fossero state relegate in fondo alla memoria, non
erano state affatto dimenticate. Gli Hill parlavano di queste cose con i loro
amici intimi ed in famiglia, cercando sempre di sapere i nuovi dati ed i
recenti sviluppi in questo campo così ambiguo; nuovi dati che
permettessero loro di sentirsi considerare meno stravaganti.
Mantennero una saltuaria corrispondenza con Hohman e Jackson, ed a
volte andavano a far visita a Walter Webb all’Hayden Planetarium a
Boston, oppure egli andava a trovare loro.
Evitarono accuratamente ogni genere di pubblicità circa la loro
avventura, limitandosi a parlarne solo in compagnia di amici intimi e
gente di fiducia. Si sentirono sollevati nel constatare che ora potevano
parlarne senza rimanere sconvolti e che, anzi, ne provavano sollievo.

236
Si dimenticarono quasi che nel settembre del 1962 erano stati invitati a
raccontare la loro esperienza ad un gruppo di studio sugli UFO a Quincy,
nel Massachusetts, alcuni mesi prima di incominciare la terapia con il
dottor Simon. Non sapevano che in quell’incontro era stato registrato su
nastro il loro discorso, che descriveva dettagliatamente l’accaduto ed i
sogni di Betty, fatti in seguito all’avvistamento. Erano ignari del fatto che
questa discussione fornì poi le informazioni di base ad un giornalista che
fece pubblicare una serie di articoli, riguardanti una parte del racconto, su
un giornale di Boston uscito nell’autunno del 1965. Né gli Hill né il dottor
Simon avevano mai fornito dati diretti per questi articoli.
Gli Hill si sentirono avviliti e depressi a causa di questi articoli. Essi
rifiutarono la richiesta di un colloquio fatta loro da parte del giornalista, e
furono molto chiari sul fatto che non desideravano rendere pubblica
questa loro esperienza. Il dottor Simon naturalmente si era rifiutato di
fornire al giornalista informazioni in merito.
La reazione di Barney Hill, nel leggere questi articoli, fu di pensare che
se avesse letto di un fatto simile capitato ad un altro, si sarebbe rifiutato
categoricamente di crederci. Sia lui che Betty pensavano che un racconto
frammentario come questo non avrebbe fatto altro che metterli in una
posizione ridicola. La storia era troppo complicata per essere narrata
superficialmente, vi erano troppi particolari, troppi fattori implicati, che
dovevano essere tutti considerati. Gli Hill ricorsero al consiglio di un
legale, ma scoprirono che, poiché l’articolo non era considerato
diffamante e veniva trattato come una qualunque notizia, non potevano
fare niente.
Quando la Chiesa Universalista Unitaria di Dover li invitò a fare un
intervento ad una loro riunione domenicale, poco dopo la pubblicazione
degli articoli nel giornale, gli Hill decisero di cogliere l’occasione per
cercare di correggere il tono sensazionale che il giornalista aveva dato alla
notizia, e per convincere il pubblico che gli articoli presentavano un
aspetto particolare e niente affatto preciso dell’accaduto. Gli Hill non
intendevano affatto discutere l’ipnosi o la terapia alla quale si erano
sottoposti. Prima della riunione erano stati ospiti a pranzo dall’ammiraglio
Herbert Knowles, ufficiale a riposo della marina degli Stati Uniti, uno
degli ex militari più importanti che stavano tentando di penetrare il
mistero degli UFO, viste le notizie confuse che si stavano ricevendo dal
Pentagono. Con l’ammiraglio Knowles gli Hill persero un poco del

237
nervosismo che li aveva presi al pensiero di prendere parte a quella
riunione.
Un punto interessante della riunione a Dover era che l’altro “ospite”
della serata era un ufficiale dell’Ufficio Informazioni Pubbliche della
Base Aerea di Pease. Sebbene il suo discorso non affrontasse direttamente
la loro situazione, la sua attitudine non era affatto di condanna né verso il
racconto degli Hill né nei riguardi della massa di segnalazioni di UFO che
erano arrivate al Comando fino a tutto il 1965 da quella precisa zona. La
riunione fu tenuta l’8 novembre di quell’anno, e centinaia di persone
dovettero essere mandate via per mancanza di posti, malgrado il tempo
freddo e piovoso.
La partecipazione all’incontro e la reazione del pubblico furono tali da
dimostrare agli Hill l’estremo interesse della gente verso gli UFO. Il
fenomeno, viste le sempre più attendibili segnalazioni di UFO in tutto il
mondo, fu anche ritenuto tale da meritare un’eventuale importanza storica.
Il profondo effetto che esso aveva avuto sulle loro stesse vite era stato
notevole e duraturo. Sebbene il loro continuo riflettere sull’accaduto li
avesse portati a pensare che il rapimento era veramente avvenuto, gli Hill
si rendevano conto che il fatto era non facilmente accettabile per gli altri:
del resto, era stato difficile anche per loro accettare i loro stessi racconti
svelati dal registratore.
La conclusione finale degli Hill, dopo una profonda meditazione, fu di
decidere che si scrivesse un libro sulla faccenda, dando un resoconto
dettagliatissimo di tutta la storia e lasciando ai lettori la valutazione circa
l’importanza dei fatti svelati.
Nel riassumere il suo pensiero sulla faccenda, Barney Hill afferma:
“Filosoficamente, mi ha dato una veduta più ampia dell’universo. Dopo
l’accaduto, Betty ed io andammo molte volte a visitare l’Hayden
Planetarium, e ad ascoltare conferenze. Più apprendevamo, più l’universo
ci affascinava. Comprammo libri sulle stelle e sui pianeti, ed allargammo
notevolmente il nostro orizzonte a questo riguardo: io divenni di vedute
più larghe, accettai la possibilità di vita su altri pianeti o sistemi solari con
eventuali pianeti.
“Cercai di ripensare alla nostra esperienza, prendendo in
considerazione la possibilità che l’apparecchio da noi incontrato non fosse
di provenienza extraterrestre. Dovetti giungere alla conclusione che questa
teoria era valida come qualsiasi altra. Ad un certo punto, pensai alla

238
possibilità che l’oggetto fosse frutto di una tecnica molto avanzata di
qualche potenza straniera, ma questa teoria non mi convinse molto. Non
posso credere che altri esseri umani possano essere tanto interessati a
Betty ed a me, da farci il genere di esami al quale eravamo stati sottoposti:
potevano usare la loro gente a questo scopo…
“Sebbene a Betty ed a me non vada affatto di essere considerati degli
eccentrici, non siamo poi tanto preoccupati delle opinioni della gente su di
noi. Se fossimo persone molto mondane, le nostre vite sarebbero state
molto più alterate di quanto non lo sono state in effetti. Potremmo cercare
di convincere la gente dicendo: ‘Guardate, credetemi, è successo davvero
così’. Ma non mi interessa troppo cercare di convincere la gente per forza.
Se si tratta di parlare con qualcuno che si dimostra interessato, sono
contento di farlo, anche se non è d’accordo con me. Mi rendo conto che,
fino a quando non si avranno ulteriori prove, questo caso sarà
controverso, ed accetto questo fatto. Sono convinto ora — contrariamente
alle mie convinzioni di prima — che abbiamo avuto un’esperienza quasi
incredibile. Posso solo dire che ho la precisa sensazione che questa
esperienza sia stata da noi vissuta, voi fatevi pure la vostra opinione. Se
volete crederci, fatelo… e se non volete, anche questo va bene. Ma
considerate il fatto che io vi ho pensato a lungo, malgrado la mia stessa
resistenza all’idea, e che sono arrivato alla conclusione che vi sono molte
prove a favore della realtà della nostra avventura. Sarei molto più
contento, se potessi essere assolutamente certo che non è vero niente, ma
non posso asserire una cosa simile, sebbene ammetta che mi piacerebbe
farlo. Dico semplicemente che non si può escludere che questa cosa sia
avvenuta, così come l’ho sentita raccontare dalla mia stessa voce, nelle
registrazioni.
“Il periodo prima dell’amnesia è del tutto reale, sia per Betty che per
me. Ma prima dell’amnesia, sono sicuro di avere visto degli esseri a bordo
dell’apparecchio… Betty non li aveva ancora visti; io avevo sentito una
strana forma di comunicazione, allora, che lei non sentiva. Per questa
ragione mi è difficile accettare la teoria che vede la mia esperienza come
un semplice trasferimento su di me dei sogni che ha avuto Betty: benché
la difficoltà di tutta questa faccenda sia che qualsiasi spiegazione è
difficile da accettare.
“Quando Betty raccontava i suoi sogni a Walter Webb o agli amici, a
me non andava affatto che li raccontasse, perché mi sembravano così

239
assurdi. Adesso — dopo avere ascoltato le mie stesse registrazioni, ho
cambiato idea: quando sentii la mia voce che raccontava ciò che era
avvenuto, mi pareva che non vi fosse differenza tra ciò che stavo dicendo
e ciò che effettivamente poteva essere avvenuto. A torto o a ragione, mi
sembrava che tutto il racconto fosse legato e coerente in sé — sia
l’amnesia che prima dell’amnesia.
“Di una cosa sono sicuro, e cioè che non ho più quella paura,
quell’apprensione che avevo avuto dopo l’esperienza a Indian Head. Era
una cosa vaga, quella paura, che non avevo mai avuto prima in vita mia. E
sono contento che le cure me ne abbiano liberato completamente, adesso.
“Credo che questo possa riassumere le mie idee circa la faccenda. Sono
solo le mie idee e tutti sono padroni di non essere d’accordo con me. La
cosa più importante che posso dire è che non ci sono arrivato con facilità,
ma solo a costo di molta, dolorosa auto-analisi”.
Betty Hill, nel riassumere il suo punto di vista dice: “Credo che per me
la cosa più importante sia l’averne ricavato una veduta molto più ampia
del mondo. Dove tende il futuro dell’uomo?… per guardare avanti, al
futuro, si deve conoscere il passato. Sono ora molto interessata a tutto ciò
che riguarda le teorie o le idee sul passato dell’uomo. Pensavamo che la
venuta dell’uomo sulla terra fosse relativamente recente, ma adesso
scopriamo che è sulla terra da molto di più, forse milioni di anni più di
quanto si pensava. Continuo a domandarmi come mai improvvisamente
viviamo un tanto rapido progresso: negli ultimi quaranta anni abbiamo
superato più ostacoli di quanto non abbiamo fatto in tutta la storia
precedente. Sembriamo essere sulla soglia di una nuova scienza, e forse
andremo avanti ancora più velocemente, se l’uomo non si autodistruggerà
prima.
“Sono stata allevata secondo ciò che immagino si chiami ‘metodo
scientifico’: credere solo a ciò che si può toccare con mano, e classificare.
Non credo ai racconti di fantasmi. Prima di questa esperienza, pensavo
che tutti coloro che credevano a cose che io non capivo, tutti coloro che
erano di tendenze estreme, fossero degli sciocchi. Adesso sono più
tollerante verso le nuove idee, anche se non posso accettarle.
“Quando il dottor Simon mi suggerì per primo che forse era possibile
che avessi convertito i miei sogni sul periodo di amnesia in una falsa
realtà, io pensai: ‘Perfetto! Va bene…’. Ero più che soddisfatta di
accettarlo. Anzi, Volevo crederlo, perché tutta questa esperienza non era

240
facile da digerire. Voglio dire che è un’enorme tensione per una persona.
E così, dopo la seduta nella quale si parlò della teoria dei sogni, tornai a
casa dicendo, ‘È meraviglioso’. Lo potevo paragonare al fatto di aver
avuto una brutta esperienza, come un incidente di auto: se poi qualcuno
dice: ‘Dimenticalo, è solo un sogno…’ uno si sente talmente sollevato…
Si può anche negare che tutta la faccenda sia avvenuta: io passai un
periodo del genere, ed ogni volta che ci pensavo dicevo: ‘È solo un sogno,
dimenticalo’. Potevo liberarmi di tutta la storia. Questa era la conclusione.
“E così ogni sera quando andavo a letto mi dicevo: ‘È solo un sogno’.
Ed ho potuto farlo per circa due settimane, credo, dopo che era terminata
la terapia. Poi, improvvisamente, una mattina mi svegliai pensando, ‘Chi
sto cercando di prendere in giro?’. Zoom! tutto ritornò come prima. E da
allora non sono più stata capace di convincere me stessa che si trattava di
un sogno”.
Entrambi gli Hill si rendono conto che gli altri interpretano il contenuto
dei sogni in modi diversi. “Questo è logico” dice Barney Hill, “ed io
inoltre non sono affatto esperto. Nel mio caso, i sogni non incominciarono
che molto dopo l’inizio della terapia. I miei ricordi dell’accaduto non si
riferiscono a sogni o simboli onirici: ho la forte sensazione che ciò che ho
ricordato sotto ipnosi abbia la netta possibilità di essere veramente
accaduto. Questo è molto di più di quanto io abbia potuto ammettere per
anni: mi piace pensare che sono un realista, ma non lo sarei se giudicassi
ciò che era accaduto durante il periodo dell’amnesia come nient’altro che
sogni o simboli subcoscienti”. Per mezzo dei suoi studi di sociologia e
psicologia, Betty Hill è ben conscia del fatto che i sogni si possono
interpretare in vari modi, e anche che gli stessi teorici non sono d’accordo
fra loro. “Ciò che mi interessa è che i fatti avvenuti nei sogni e quelli
svelati sotto ipnosi sono quasi identici. Non credo che in questo caso
l’interpretazione del simbolismo dei sogni possa determinare se la nostra
esperienza fosse reale o meno, e questa è la cosa più importante per noi,
ora che le nostre angosce sono state fugate”.
Anche se l’esperienza degli Hill ad Indian Head fosse stata un fatto
isolato, avrebbe comunque meritato un approfondimento ed uno studio
scientifico, anche solo per cercare una spiegazione. Ma non è affatto un
caso isolato: vi è stato un enorme aumento di segnalazioni e di
avvistamenti di UFO, molti dei quali parlano di apparecchi di struttura
simile a quello visto dagli Hill, dalla primavera del 1965, con una

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notevole quantità di relazioni fatte da polizia, forze armate ed osservatori
tecnici e scientifici. Dal principio del 1966 in poi, il punto di vista degli
scienziati è mutato dallo scetticismo ad un’indagine accurata: non è più di
moda lo scetticismo. Alcuni scienziati hanno avanzato la teoria che se il
fenomeno è puramente psicologico, allora è ancora più sbalorditivo di
un’effettiva indicazione di visite extraterrestri.

Vista alla luce del sempre crescente numero di segnalazioni di UFO


che si è avuto ultimamente, l’esperienza degli Hill rivela la necessità di
ulteriori ed approfonditi studi sull’argomento, per tentare di risolvere il
mistero.
Il caso presenta una quantità di incognite senza risposta, per gli
sviluppi sia a livello conscio che a livello inconscio che ha avuto. La
storia degli Hill è stata resa di dominio pubblico nonostante la loro
estrema riluttanza, ben cinque anni dopo l’accaduto, e solo in seguito ad
indiscrezioni apparse su un giornale locale. Gli Hill non cercavano
assolutamente pubblicità, e riuscirono a tener nascosta la loro avventura
per molti anni, prima che venisse a conoscenza del pubblico, loro
malgrado. Le loro opinioni sull’esperienza sono frutto di un lungo periodo
di analisi e di esami, fatti sia attraverso la terapia che al di fuori di essa:
hanno sempre mantenuto un approccio obbiettivo e razionale alla
questione.
La cosa più misteriosa resta il fatto che qualsiasi supposizione basata
sul materiale rivelato dagli Hill resta tuttora difficile da concepire o da
comprendere. Ad esempio, la storia del rapimento da parte di umanoidi
dotati di intelligenza e provenienti da altri pianeti, è sempre stato uno
degli argomenti preferiti dai romanzi di fantascienza: ma inventare una
frottola fantascientifica, di questa portata richiederebbe un’abilità non
comune, ed una perfetta collaborazione fra i due Hill. Per loro, accettare
che il rapimento sia realmente avvenuto è molto difficile, come sarebbe
per qualsiasi persona. In effetti, la loro posizione può essere chiarita da
queste affermazioni: “Noi non ci aspettavamo l’avvistamento, né
cercammo di provocarlo; Barney cercò ripetutamente di negare l’esistenza
dell’UFO. Fino al momento in cui ascoltammo le nostre voci registrate,
non avevamo mai saputo nulla di quel che ci era successo in quelle due
ore, in quelle trentacinque miglia su cui era caduta l’amnesia.
Incontrammo delle enormi difficoltà, quando si trattò di accettare per vero

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quello che emergeva dalle registrazioni. Sappiamo solo che quando le
tessere del mosaico tornarono a ricomporsi, crebbe in noi la sensazione
che queste esperienze dovevano essere vere… vere come qualsiasi altra
esperienza che riuscivamo a ricordare”.
È anche difficile accettare la teoria che i ricordi di Barney derivino tutti
dai sogni della moglie, che egli avrebbe assorbito e fatto suoi: se i sogni di
Betty rappresentano la sola fonte di informazioni su questi umanoidi,
come spiegare allora il fatto che Barney, pienamente cosciente, avesse
scorto alcune persone a bordo dell’apparecchio, ancora prima di udire i
suoni intermittenti? E che dire delle altre parti del racconto di Barney sul
rapimento, parti che non compaiono affatto nei ricordi di Betty? E come
potevano gli Hill aver inventato insieme quella enorme quantità di
particolari, riuscendo poi a non cadere mai in contraddizione?
Dalle lunghe ed approfondite indagini sul caso emergono però dei
punti inconfutabili:

1. È certamente avvenuto un avvistamento di qualche genere.


Le principali alternative a questa ipotesi si sono infatti rivelate assurde
ed insostenibili:
a) Inventare tutte queste storie, così particolareggiate da parte di
entrambi, un mese dopo l’avvistamento e poi di nuovo due anni più tardi,
avrebbe richiesto un’incredibile precisione nella concezione, nelle facoltà
di ricordare e di prevedere gli sviluppi del caso che erano del tutto
imprevedibili. Il giudizio di molte persone e perfino di alcuni psichiatri
sugli Hill, li presentava invece come due persone oneste e degne di
fiducia.
b) Non fu mai provato che gli Hill avessero sofferto di allucinazioni
psicotiche nella loro vita. Ogni altra ipotesi, compresa quella del sogno,
che escluda queste due, è basata sull’avvistamento di un UFO o di
qualche altro fenomeno del genere.

2. L’oggetto avvistato parrebbe essere un apparecchio.


L’oggetto visto dagli Hill ha molte delle caratteristiche rilevate in altri
“oggetti volanti non-identificati” in seguito ad altri avvistamenti fatti in
precedenza e comunicati alle autorità.

3. L’avvistamento ha provocato una forte reazione emotiva.


Molta parte di questa reazione venne repressa o soppressa a livello

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cosciente, emergendo solo in forma di ansia, incubi, e disturbi fisici —
fino al momento in cui non venne alla luce durante la terapia: per cui,
alcune emozioni provate dagli Hill furono rivelate solo dall’ipnosi.

4. L’ansia e l’apprensione che Barney Hill provava, dipendenti dalla


sua sensibilità eccessiva ai problemi razziali, servirono ad
intensificare la sua reazione emotiva all’avvistamento.
Per tutto il viaggio da Montreal fino al punto dell’avvistamento,
Barney aveva sempre avuto timore di incontrare ostilità da parte della
gente per via del suo colore, anche se questi timori si erano rivelati
ingiustificati. Questi sentimenti opprimenti potevano averlo reso
particolarmente sensibile e “reattivo” a qualsiasi strana esperienza allora
vissuta.

5. Gli Hill non avevano alcun motivo di inventare una storia simile.
Per cinque anni avevano limitato il racconto della loro avventura ad
un gruppo ristretto di amici.
Gli Hill avevano confidato la cosa solo a pochi intimi, ed a scienziati e
ricercatori che avevano mostrato interesse. Si sottoposero alle cure solo
per guarire dai loro disturbi psicologici, e decisero di pubblicare la loro
storia solo dopo che era stata fatta conoscere al pubblico senza il loro
permesso, cinque anni dopo l’avvenimento.

6. Il caso fu analizzato da diversi tecnici e scienziati che sostennero la


possibilità che l’esperienza fosse reale.
Dagli studi di Hohman, Jackson e Webb emerse che il caso degli Hill
poteva essere considerato un valido esempio, meritevole di un’indagine
approfondita: la loro opinione era basata sull’esperienza acquistata
analizzando molti altri casi del genere.

7. Ci sono numerosi indizi fisici diretti che sosterrebbero la realtà


dell’esperienza.
Non si è trovata alcuna spiegazione per le macchie brillanti sul
portabagagli dell’auto, che facevano impazzire l’ago della bussola; né si è
spiegato perché gli orologi degli Hill si siano fermati dopo l’avventura. Lo
strappo della cinghia del binocolo di Barney, ed il dolore alla nuca, erano
una prova della sua grande agitazione al momento dell’avvistamento.

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8. Ipnotizzati da uno psichiatra qualificato, entrambi gli Hill
raccontarono storie quasi identiche su quel che era avvenuto durante
il periodo colpito dall’amnesia.
Un disturbo psichico identico per due persone (folie à deux) è da
escludersi per mancanza di altri sintomi tipici di questo rarissimo
fenomeno; né vi sono altri sintomi di disturbi psichici negli Hill. È da
escludere anche senz’altro che i due si siano accordati per inventare le
stesse storie. Rimarrebbero così due possibilità:
1) Che si tratti di un’esperienza assolutamente vera e reale.
2) Che si tratti di un’esperienza accompagnata da turbamenti tanto
gravi, da produrre percezioni ed interpretazioni puramente illusorie.
Sarebbe il caso dell’ipotesi del sogno.

Non c’è una risposta finale: da una domanda iniziale, ne sono scaturite
molte altre… ma accettando anche per un momento che il fatto sia
veramente accaduto, è facile vedere tutte le enormi implicazioni che una
cosa simile avrebbe nei confronti della storia mondiale.
Sarebbe necessario riesaminare la religione, la politica, la scienza e
perfino la letteratura. Le relazioni internazionali verrebbero
completamente modificate. Si richiederebbe un urgente ed esteso studio
del fenomeno, con un taglio scientifico, a livello nazionale e mondiale.
In effetti, alle Nazioni Unite si è già presa in considerazione l’ipotesi di
uno studio ad alto livello scientifico del problema.
Barney e Betty Hill non si sarebbero mai aspettati di vivere una simile
avventura, quando lasciarono il piccolo ristorante di Colebrook quella sera
alle dieci e cinque del 19 settembre 1961. Non hanno intrapreso crociate
per convincere gli increduli e gli scettici di quel che hanno visto, anche se
sperano che in futuro intervengano nuovi fattori a chiarire ogni dubbio
sulla realtà della loro esperienza. Per ora, si accontentano che i fatti
emersi dalla loro vicenda parlino da soli.
Ma come ha detto Tennyson: “Forse i sogni più incredibili non sono
altro che il necessario preludio alla verità”.

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Finito di stampare nel Giugno 1974
dall’OTV Stocchiero – Vicenza per
conto di Armenia Editore – Milano

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NOTE

{1} UFO: Unknown Flying Object, cioè “oggetto volante non identificato”.

{2} Rangers di Rogers: Banda di 600 militari inglesi, sotto il comando del mag.
Robert Rogers, che venne usata per ricognizioni e incursioni durante la guerra
contro Francesi ed Indiani, nel 1756-63.

{3} “CIO” (Congress of Industrial Organization) e “AF of L.” (American Federatimi


of Labor), sono i due maggiori sindacati americani, o meglio federazioni di
sindacati minori, ora riuniti in un unico organismo, l’AFL-CIO, dal 1955.

{4} Si tratta dell’“American Automobile Association” che si occupa anche di fornire


adeguati servizi personali agli automobilisti.

{5} “La congiura dei dischi volanti”.

{6} Comitato Nazionale per le Investigazioni sui Fenomeni Aerei.

{7} “Le prove sugli UFO”.

{8} Società Americana per i Meteoriti.

{9} Associazione di Proprietari e Piloti di Mezzi Aerei.

{10} Gli ultimi spettacoli televisivi negli Stati Uniti vanno in onda verso le tre del
mattino, ed in genere sono proiezioni di vecchi film dell’orrore.

{11} Durante la seconda guerra, l’ipnosi e la narcosintesi furono usate su larga scala, e
spesso intercambiabilmente, nella cura di disturbi psichici acuti. L’ipnosi
otteneva migliori risultati nei casi con un ‘punto di partenza’, come ad esempio
un’amnesia; la narcosintesi veniva più spesso usata per liberare il paziente dallo
stato di angoscia legato a gravi conflitti mentali inconsci, dove non vi era un
punto focale così ben delineato. Questa seconda terapia si effettuava per mezzo di
una lenta iniezione del farmaco, generalmente amilato di sodio o pentotal, i
cosiddetti ‘sieri della verità’, in realtà non sono sieri, e non producono

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necessariamente la verità, bensì aiutano, come aiuta l’ipnosi, a liberare i conflitti
repressi o soppressi.

{12} La formazione rocciosa che è diventata il simbolo del New Hampshire.

{13} wigwam = capanne indiane.

{14} Noto astronomo americano contemporaneo.

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