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TRATTATI POLITICI VITTORIO ALFIERI

1777, ‘Della Tirannide’: si tratta di una riflessione politica in un trattato, un saggio critico in
prosa di filosofia politica sulla tirannide. Siamo nell’epoca dell’assolutismo, aveva conosciuto
direttamente Vittorio Alfieri nel corso dei suoi numerosi viaggi tanti tiranni, tanti sovrani
assoluti, quindi pensava di poterne parlare, e poter ben definire cosa fosse la tirannide e lo fa
in questo testo. Abbiamo un’introduzione, un inno, un saluto proprio in apertura alla divina
libertà, quindi ama quest’ultima in senso politico oltre che individuale, del resto sono gli anni
che precedono la rivoluzione francese, quindi le idee libertarie cominciano a diffondersi in
tutto il continente europeo. Egli definisce la figura del tiranno: è un monarca assoluto che si
pone volontariamente al di sopra della legge, schiacciando gli altri dalla legge da lui stesso
imposta. Quindi colui che al di sopra della legge non la rispetta, ma vuole che gli altri la
rispettino secondo la sua arbitraria volontà può definirsi tiranno. Dice che però il tiranno pur
essendo sovrano assoluto ha sempre bisogno di alleati per esercitare la sua forza, il suo
dominio, la sua tirannia e gli alleati sono sempre 3: la classe nobiliare, aristocratica a cui
attribuisce privilegi, e quindi grazie ai privilegi ottenuti dal sovrano, la nobiltà sarà sempre al
fianco della tirannide, poi la casta militare, certamente ha bisogno di difendersi il tiranno da
possibili attacchi, quindi ha sempre bisogno di armi e naturalmente le armi sono sempre
possedute dalla casta militare, che con il tiranno si allea. Poi abbiamo la casta sacerdotale, che
è alleata con il tiranno nella misura in cui predica sempre l’obbedienza e mai la rivoluzione,
quindi come tale la casta sacerdotale finisce con l’essere asservita alla volontà del tiranno. Vi è
in tutto il trattato un atteggiamento da parte di Alfieri titanico. Il titanismo è un atteggiamento
culturale che sarà tipico del romanticismo, ma che si presenta anche prima storicamente nel
periodo del pre-romanticismo, a cui appartiene anche Alfieri, che è un illuminista ma
contemporaneamente un pre-romantico e neoclassicista. Questa parola deriva dal verbo greco
teno, ovvero tendo a qualcosa, in questo caso tensione verso la grandezza senza limiti, verso
una libertà assoluta, tensione verso l’infinito, verso tutto ciò che è grande e non sopporta
vincoli, ne limiti davanti a se, quindi l’uomo vuole una sconfinata libertà, vuole essere
interiormente libero e sente di possedere un’enorme grandezza d’animo, una straordinaria
magnanimità. Questo è l’atteggiamento di Alfieri, che si ritiene un grande uomo che non
sopporta vincoli e tende all’affermazione di se stesso in un’assoluta libertà, questo
atteggiamento si rivela anche nell’uso di uno stile molto alto, illustre, ricercato. Egli dunque
dice che un uomo infinitamente grande nell’animo, che viva sotto una tirannia, quindi libero,
ha tre possibilità. Alfieri parla anche di se stesso, uomo libero che vive sotto una tirannia. Egli
dice che l’uomo può: o vivere in un’assoluta, sdegnosa solitudine senza compromissioni con il
potere politico, quindi vive ritirato in una vita privata, quella che sarà quasi sempre in parte la
scelta di Alfieri. L’altra possibilità è quella di tentare di uccidere il tiranno, ma naturalmente è
un gesto che pagherà con la vita, perché verrà ucciso da coloro che intorno al tiranno sono, e il
tiranno proteggono. Oppure potrà con un suicidio stoico, alla maniera degli antichi,
eroicamente uscire di vita con un suicidio. Quindi non resta che ucciderti, uccidere il tiranno o
ritirarsi in solitudine. L’ultima parte di questo trattato è dedicata al rapporto tra la letteratura
e il potere politico. Egli dice di essere uomo di penna, uno scrittore, un letterato, un poeta
ebbene lui dice che per lui la penna diventa un surrogato, un sostituto della spada. Se egli
potesse adotterebbe la spada per lottare politicamente contro la tirannia, ma essendo tempi
non rivoluzionari, tempi tristi egli non può fare altro che imbracciare la penna, per attaccare
attraverso questa la tirannia e difendere la libertà.

L’anno successivo nel 1778 comincia la stesura di un altro saggio politico, di un’altra opera di
filosofia politica, dal titolo ‘Del principe e delle lettere’, che verrà però rivisto nel 1786,
quando verrà poi pubblicato successivamente. Questo trattato affronta direttamente la
questione che chiudeva la trattazione ‘della tirannia’, ossia il rapporto tra il principe e l’uomo
di lettere, che rapporto c’è tra la politica, in questo caso la tirannia, e la letteratura. Questa
volta la concezione e il pensiero di Alfieri sono cambiati, se egli diceva che la spada era
superiore alla penna nella conclusione del trattato della tirannide, adesso afferma il contrario.
Riflette Vittorio Alfieri e fa un esempio tratto dalla letteratura, dicendo: prendiamo come
esempio Omero, grande poeta simbolo del mondo greco, e prendiamo un eroe dell’antichità,
della spada, seppure mitologico, Achille. Egli dice che certamente Achille è stato un prode
guerriero, ha usato con maestria, con prudenza, con audacia la spada, tuttavia se Omero non
lo avesse cantato, se non gli avesse dedicato il suo poema, Achille sarebbe morto nella
memoria dei posteri, cioè nessuno si ricorderebbe più di lui, è stato il grande poeta Omero ad
avergli dato l’immortalità. Quindi la poesia è capace di eternare la memoria, è immortale, è
capace di parlare anche agli uomini del futuro, viceversa l’uomo di spada con la sua morte
finirà di esistere, nessuno più si ricorderà di lui. La penna diviene dunque la più potente arma
di combattimento che ha a disposizione l’uomo libero per combattere contro il tiranno.
Naturalmente egli dice che i suoi tempi, essendo tempi di schiavitù, di tirannia, inattivi, non
eroici, faranno si che i contemporanei probabilmente non saranno scossi nella loro coscienza,
dalle parole del poeta, tuttavia quest’ultimo scrive anche per il futuro, per i posteri, non solo
per i contemporanei e forse gli uomini del futuro, vivendo in tempi più eroici, potranno
avvalersi del pensiero eroico di un poeta di tante generazioni precedenti. Del resto dice Alfieri
un’anima grande che canta di grandi eroi, condannando la tirannide e celebrando la libertà,
vuol dire che è scritta da un poeta di grande animo. Quindi un uomo libero celebra gli eroi e
uomini liberi, la libertà, egli stesso non ha che un animo libero. Quindi esaltazione della
poesia, del letterato, della funzione potenzialmente infinita della poesia stessa e della
letteratura.