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Meridiana Libri

2017 Donzelli Editore


Roma, Via Mentana 2b
INTERNET: www.donzelli.it
E-MAIL: editore@donzelli.it

ISBN 978-88-6843-724-4

Finito di stampare il 20 ottobre 2017


I motori della competitività: l’industria
italiana nella crisi

Materiali

Indagini MET 2008-2015

a cura di
Raffaele Brancati e Andrea Maresca

con testi di Emanuele Brancati, Raffaele Brancati, Andrea Maresca e Manuel Romagnoli
Ringraziamenti

Si ringrazia il gruppo di studiosi e amici che, nel tempo, ha discusso con noi
o ha collaborato alle attività che a vario titolo sono confluite nelle riflessioni
presentate in questo volume: Alessandro Arrighetti, Anna Giunta, Dario
Guarascio, Lelio Iapadre, Giuseppina Maiorano, Emanuela Marrocu, Mario
Pianta, Stefano Usai, Fabrizio Traù, Antonello Zanfei.
Il lavoro è debitore, in molte sue parti, di un progetto (in corso di
pubblicazione) realizzato per la Commissione Europea, DG ECFIN, i cui autori
sono citati nella quarta di copertina. Un ringraziamento particolare per i
commenti e le discussioni va alle persone che ci hanno seguito nel corso del
lavoro e, in particolare, a Jean Charles Bricogne, Damiano G. Briguglio, Marie
Donnay, Heiko Hesse, Michiel Humblet, Dimitri Lorenzani, Dino Pinelli, Vito
Reitano.
Siamo inoltre grati all’ISTAT per la collaborazione e in particolare il nostro
ringraziamento va a Roberto Monducci e Stefano Costa.
Le indagini campionarie non sarebbero state possibili senza il contributo
determinante del Comitato Scientifico e di quello Tecnico e, in particolare, di
Giorgio Alleva (fino alla sua nomina a presidente dell’ISTAT), di Giovanni
Barbieri, di Marco Centra, di Piero D. Falorsi e di Alberto Zuliani.
Naturalmente le posizioni espresse nel volume non riflettono
necessariamente le opinioni delle singole persone citate.
Prefazione

Il testo che presentiamo vuole condensare in poche pagine le tesi di fondo, le


elaborazioni, i risultati e i suggerimenti di policy derivanti da un’attività
composita e caratterizzata da diverse finalizzazioni.
Sono presenti riflessioni estratte da lavori di impostazione accademica e
pubblicati su riviste scientifiche internazionali, altre provenienti da un ampio
lavoro per la Commissione Europea (DG ECFIN) e persino da lavori effettuati
per soggetti pubblici e privati che hanno commissionato analisi specifiche,
apparentemente solo descrittive, ma che hanno contribuito alla costruzione di
un’idea complessiva.
L’elaborazione utilizza in misura prevalente il “folle” impegno che MET si è
data da quasi un decennio per realizzare con continuità un’indagine di campo
con in media 24.000 interviste per ogni rilevazione; l’indagine rappresenta un
unicum nel panorama nazionale (ed europeo) con possibilità di analisi molto
estese e in grado di cogliere condizioni e tendenze delle imprese di ogni classe
dimensionale per ciascuna regione italiana.
Si restituiscono così informazioni di dettaglio per quella eterogeneità della
struttura produttiva spesso ricordata dagli osservatori e raramente oggetto di
approfondimenti analitici ad hoc. Tra il 2008 e il 2015 si sono susseguite 5
rilevazioni, mentre è in fase di avviamento, al momento in cui andiamo in
stampa, la sesta edizione per il 2017.
Anche se la forma, grafica e linguistica, utilizzata in questo agile volume è
tradizionale, abbiamo preferito usare il termine “materiali” per segnalare il fatto
che si tratta di un contributo denso di tesi, di dati, di risultati, di elaborazioni e di
riflessioni per la discussione con i quali cerchiamo di portare supporto alle
interpretazioni che offriamo.
Si tratta, come avviene in questi casi, di un lavoro in corso che, senza avere
troppe tesi preconcette, aggiorna le informazioni e le letture partendo dal
desiderio di interpretare una realtà che cambia più velocemente delle idee di chi
la osserva.

Raffaele Brancati
Indice

1 Introduzione ...................................................................................................... 9
2 Le letture della competitività italiana ............................................................. 19
3 I mutamenti dello scenario ............................................................................. 23
4 La proiezione internazionale: i comportamenti delle imprese...................... 29
5 Una sintesi degli approfondimenti econometrici .......................................... 43
6 L’evoluzione dei “motori” della competitività durante la crisi ...................... 49
7 Le politiche: il disegno .....................................................................................59
8 Le politiche: i suggerimenti tratti dall’analisi .................................................65
9 Appendice: le fasi della Politica Industriale italiana ...................................... 75
10 Appendice: l’indagine MET ............................................................................. 81
11 Riferimenti bibliografici ................................................................................. 85
Indice delle figure ................................................................................................ 89
Indice delle tabelle............................................................................................... 90
1 Introduzione

La crescita industriale, la competitività internazionale e le loro determinanti


rappresentano nodi essenziali dello sviluppo italiano: in un lungo periodo di stasi
della domanda interna, gli sbocchi sui mercati esteri sono apparsi, a molti
produttori industriali, l’unica possibilità per crescere.
Si tratta di una percezione che è stata presente e ha orientato i comportamenti
delle imprese (limitatamente ad alcune fasce di aziende) già nella prima fase della
grande crisi internazionale, ma che si è diffusa e ha trovato riscontro anche nei
valori macroeconomici a partire dal 2010/2011.
Le analisi aggregate riescono a registrare i mutamenti delle imprese solo in
ritardo e non sono in grado di cogliere le tante articolazioni che i diversi fenomeni
rilevanti assumono: per cercare di comprendere meglio le dinamiche in corso e i
cambiamenti in atto è indispensabile distinguere il più possibile tra i diversi soggetti
analizzandone strategie e sentieri di sviluppo o di regressione.
La tesi che da tempo il gruppo di ricerca MET1 avanza è che le maggiori
potenzialità di crescita in Italia risiedono nello sviluppo delle imprese “in
movimento”: quelle cioè che non fanno parte delle eccellenze - che si riconoscono
tra i soggetti in grado di portare avanti stabilmente un insieme completo e coerente
di strategie per la crescita -, ma non si annoverano neppure fra quelle
completamente prive di azioni in grado di determinare un dinamismo di lungo
periodo. Va sottolineato che queste ultime, anche prima della recente crisi,
rappresentavano un nucleo estremamente numeroso di soggetti.
Nella nostra accezione, i soggetti intermedi o in movimento sono quelli in grado
di esprimere una capacità progettuale e di realizzazione, ma questa capacità difetta
della complessità necessaria per consolidare le proprie posizioni competitive,
agendo contemporaneamente sui tre fattori determinanti: internazionalizzazione,
innovazione e ricerca.
Si tratta, in sostanza, di aziende che provano a realizzare percorsi di crescita
anche in modo parziale e incompleto, per esempio avviando una presenza sui
mercati internazionali senza aver realizzato un compiuto percorso di
modernizzazione, o proponendo l’introduzione di innovazioni o di ricerca senza
aver ancora raggiunto un riposizionamento complessivo sui mercati di destinazione
finali o intermedi. Alcuni di questi soggetti riescono in una fase successiva a
completare il percorso e a raggiungere livelli adeguati di competitività, altri
regrediscono per molti motivi connessi alle loro fragilità e ai vincoli che incontrano.
Per queste aziende, la categoria dimensionale rappresenta solo uno degli
elementi determinanti, anche se è possibile individuarne una maggiore

1 Rapporto MET 2015, R.Brancati (a cura di).

- pag. 9 -
concentrazione fra le imprese al di sopra dei 10 addetti, laddove appaiono critici gli
aspetti legati alle scelte strategiche e alle potenzialità specifiche dell’impresa2.
C’è un ulteriore aspetto non secondario da sottolineare: questi soggetti “in
movimento” non solo rappresentano una quota maggioritaria del sistema
industriale nazionale con la loro numerosità, sia in termini di imprese che di
occupati, ma costituiscono anche una tipologia di imprese per la quale è ragionevole
attendersi forti potenzialità di miglioramento in termini di produttività,
competitività e crescita (Aghion e Howitt, 2006; Acemoglu, et al., 2006).
***
Ne deriva che gli spostamenti di questi soggetti intermedi verso l’alto,
attraverso il consolidamento della loro strategia di crescita, o verso il basso, con
l’abbandono dei sentieri dinamici, sono in grado di determinare le tendenze
generali dell’industria nazionale. Analogo impatto quantitativo si può avere con
ogni processo di upgrading, anche quando un’impresa statica si avvia lungo
percorsi di crescita.
In un’ottica di policy, quindi, intervenire attraverso politiche di rafforzamento
delle strategie di queste imprese, dinamiche ma fragili, può portare a un
apprezzabile vantaggio per l’intero sistema economico.
***
Se questi sono soggetti importanti, almeno per una parte significativa delle
politiche di supporto alle imprese e in misura particolare per le regioni meridionali,
l’attenzione dei policy maker dovrebbe concentrarsi sulle loro caratteristiche, sulle
problematiche che incontrano, sui vincoli alla realizzazione delle proprie strategie di
sviluppo.
Queste problematiche e vincoli rappresentano la reale “domanda” di intervento
del sistema produttivo. Interventi costruiti sulla domanda, a partire dalle esigenze
delle imprese, con regole di accesso e di selezione disegnate non solo per rispettare
meccanismi amministrativi estranei alle logiche di impresa, ma soprattutto per
favorire – e garantirsi - l’accesso di questi soggetti, rappresenterebbero una novità
significativa rispetto al passato.
Ciò è tanto più vero quando le politiche e gli strumenti sembrano essere stati già
tutti utilizzati e tutti con esperienze deludenti o fallimentari. Non è sempre vero che
le politiche attuate siano state fallimentari, ma la capacità di distinguere e di
analizzare i risultati, soprattutto approfondendo meccanismi e pratiche, non è
prassi diffusa.

2 Insistere su queste differenze concettuali, tra strategie di crescita ed elementi dimensionali,


può apparire un dettaglio in grado di appassionare solo pochi cultori della materia. La differenza,
dal punto di vista della policy, è sostanziale: la sola categoria dimensionale è poco utile per
qualsiasi disegno di intervento a meno di ipotizzare soglie di sbarramento per l’accesso ai benefici
realizzati dall’intervento pubblico, mentre concentrarsi su strategie e attività costituisce il cuore
stesso di un’azione pubblica adeguata.

- pag. 10 -
In realtà, uno dei più grandi limiti registrati nel campo delle politiche per le
imprese risiede proprio nell’incapacità non solo di imparare dai propri errori3, ma
anche di riproporre e adattare interventi di successo già sperimentati magari in
ambiti diversi. Oltretutto è necessario considerare che la bontà di un intervento
pubblico non dipende solo dal suo disegno generale, ma anche –e forse soprattutto -
dalle procedure attuative che ne determinano inevitabilmente successo o fallimento.
La componente amministrativa non è oggetto di approfondimento in questo
lavoro, ma rappresenta il vero “convitato di pietra” di ogni azione di politica
economica in materia.
Lo scopo del lavoro svolto è il tentativo di portare analisi ed evidenze empiriche
per sostenere le opinioni espresse con riferimento al ruolo dell’eterogeneità delle
imprese presenti nel sistema produttivo approfondendone strategie, caratteristiche
ed effetti sulla crescita.
Chiaramente non si ha la pretesa di offrire un quadro al di sopra di ogni
possibile dubbio (viste anche le difficoltà tecniche e pratiche delle dimostrazioni da
sviluppare), ma si vuole almeno sostenere posizioni ragionevoli per le quali le
evidenze empiriche - il più possibile rigorose - non smentiscano le ipotesi di base.
La logica sottostante ai lavori che conduciamo come gruppo di ricerca MET si
basa su pochi passaggi essenziali.
Si parte dal presupposto che i motori della competitività, da tempo
identificati in letteratura e negli indirizzi di policy nella capacità innovativa e di
ricerca e nella valorizzazione dei vantaggi competitivi da parte delle imprese, si
distribuiscono in modo non omogeneo tra i diversi gruppi di imprese.
Queste, spesso per caratteristiche proprie, seguono strategie di crescita molto
diverse tra loro e anche differenti da ciò che la teoria suggerirebbe4.
Ne consegue che l’eterogeneità delle imprese deve essere osservata prima e
inglobata poi nei modelli di analisi per cercare di coglierne gli effetti senza limitarsi
a osservare le differenze tra soggetti di diverse dimensioni.
La nostra tesi è che quella parte delle politiche pubbliche destinata al supporto
della capacità competitiva possa essere più efficace se identifica in modo granulare i
suoi target e gli obiettivi e se disegna i suoi interventi a partire dalla domanda,
ovvero dai bisogni, dalle criticità e dai vincoli che le imprese registrano nella
realizzazione delle loro strategie di crescita.
Come detto, un secondo aspetto essenziale, che in queste note non sarà
affrontato direttamente, riguarda l’attenzione che dovrebbe essere posta ai
meccanismi operativi che disciplinano tutti i passaggi tecnici e amministrativi che

3 Escludendo soluzioni binarie: riproposizioni tal quali o cancellazioni totali.


4 Per esempio, con l’idea di seguire un paradigma di comportamento lineare in cui ci si
impegna prima nella R&S, da questa nascono Innovazioni di prodotto, di processo e organizzative,
cresce la produttività e si diventa quindi competitivi sui mercati internazionali con la presenza di
esportazioni.

- pag. 11 -
regolano gli interventi del sostegno pubblico. Interventi efficaci devono facilitare
l’accesso e basarsi molto sui servizi oltre che su interventi di natura finanziaria.
Le regole amministrative, a legislazione data, rappresentano un vincolo, ma
un’adeguata assistenza diretta e il dialogo con gli operatori interessati - se gestito in
modo appropriato - rappresenta un valore rilevante e può persino ridurre gli abusi
oltre che garantire una corretta gestione delle politiche.
Certamente l’analisi dei dettagli operativi costituisce un passaggio essenziale
della politica di intervento e probabilmente una manutenzione “straordinaria” di
tutti gli interventi in essere a livello di governo centrale o di governi regionali
potrebbe avere risultati sorprendenti, sia in termini di risultati che di consenso da
parte degli operatori.

***
La comprensione dei tanti aspetti che possono essere riferiti al tema della
“competitività dell’industria italiana” non è agevole.
Alla fine di settembre 2017 ha occupato spazio sui quotidiani e sui siti di diversi
paesi il Global Competitiveness Report elaborato per il World Economic Forum da
firme prestigiose. La posizione dell’Italia (come è consuetudine per questa tipologia
di indicatori) era disastrosa e senza particolari miglioramenti negli ultimi anni.
La graduatoria vedeva il nostro paese molto lontano dalle condizioni di
eccellenza: molto lontani da paesi con ottime performance sui mercati come la
Germania, ma anche altrettanto distanti da paesi con andamenti peggiori dei nostri
sui mercati mondiali come il Regno Unito o la Francia e persino il Belgio.
Ciò che colpisce, e che rende non attendibile l’intera graduatoria, tuttavia, è la
straordinaria vicinanza dell’indice sintetico italiano con quello, per esempio, del
Ruanda, il cui indicatore è separato da quello italiano per un solo decimo di punto.
L’analisi più dettagliata degli indicatori per tipologia rende ancor più surreale il
quadro: persino paesi come il Camerun e il Madagascar (e quasi tutti gli altri visto
che l’Italia è intorno al 120imo posto su 138 paesi) si caratterizzerebbero per un
mercato del lavoro e per mercati finanziari (!!!) molto più efficienti di quello
italiano.
Il nodo di un tale palese errore di misurazione5 sembrerebbe risiedere nelle
modalità di costruzione degli indicatori di base, in gran parte ricavati, nel caso
italiano, da un questionario distribuito presso un centinaio di dirigenti nazionali, –
non è chiaro se sulla base di un campionamento o con altri criteri - chiamato a
esprimere giudizi (non comparati) sui vari aspetti del proprio paese.
Il valore di un tale indicatore può essere valutato da ciascuno, ma è evidente la
sua totale mancanza di fondatezza.

5 Per quanto si possa essere critici nei confronti del funzionamento dei mercati italiani, la
stessa definizione di “mercati finanziari” per questi paesi parrebbe azzardata.

- pag. 12 -
Rimangono due aspetti. Il primo riguarda una seria questione sociologica e
tocca le ragioni che portano dirigenti nazionali a esprimere giudizi così negativi
rispetto a quanto fanno i loro omologhi di altri paesi su quasi tutte le nostre
istituzioni sociali, politiche ed economiche.
Il secondo – più rilevante - è che una tale informazione comunque ha portato a
discutere – sia pur fugacemente - di un tema di nessun rilievo sostanziale e
completamente privo di ricadute e di orientamenti per la politica pubblica con ampi
spazi sui media.
Ben più serie sono le indicazioni, sempre di carattere aggregato, che vengono
dalle fonti ufficiali.
Le grandezze che attengono a un fenomeno complesso come quello della
competitività sono molto numerose e riguardano, per esempio, la grande quantità
di dati che rappresentano le posizioni internazionali: flussi finanziari e monetari,
saldi di bilancia commerciale, saldi di bilancia dei pagamenti, dati sui flussi di
esportazioni in valore e in volume, quote sul commercio mondiale, a loro volta
espresse a prezzi correnti, a prezzi costanti e con varie elaborazioni possibili, con
periodizzazioni e confronti tra paesi volta a volta diversi.
In tutti i casi, le varietà di dati offerti e il quadro desumibile può essere talmente
variabile da disorientare chiunque: persino il quadro derivante dagli studi è
particolarmente disomogeneo.
Certamente ci sono stati periodi, come quello che va dalla metà degli anni ’90 al
2010, in cui il quadro era sostanzialmente coerente e negativo per quasi tutti gli
indicatori: era il segnale inequivocabile di una difficoltà particolare del nostro
sistema produttivo pressoché generalizzata a esclusione di poche realtà isolate.
Le spiegazioni di questa tendenza negativa erano sufficientemente chiare e
condivise da molti studiosi: poca presenza sui mercati internazionali, bassa
produttività, poca ricerca, poca innovazione (laddove presente, era di natura
marginale perché non sostenuta da attività di R&S), specializzazioni settoriali
sbagliate, dimensioni di impresa troppo ridotte per consentire di sostenere la
competizione globale, sostegno istituzionale poco efficace e ridottissimo e aspetti di
sistema riferiti alla cattiva qualità dell’istruzione, del sistema giudiziario e di
numerose altre grandezze rilevanti.
Tutto ciò ha spiegato in misura adeguata (anche se il peso dei diversi elementi è
stato assai diverso) la lunga fase di rallentamento della produzione industriale
nazionale e la difficoltà sui mercati internazionali, aggravata da un livello della
domanda interna particolarmente penalizzante.
Gli stessi elementi di debolezza appena ricordati, che non sono mutati in misura
così radicale con l’inizio del secondo decennio del secolo nuovo, non ci forniscono
molti indizi per comprendere i “motori” delle fasi di relativo successo come

- pag. 13 -
sembrano quelle registrate a partire dal 20116. È come se le interpretazioni proposte
fossero asimmetriche: sono in grado di spiegare bene le fasi di difficoltà, ma non
sembrano avere categorie adeguate a comprendere le eventuali evoluzioni positive.
L’interpretazione che noi vogliamo proporre è la seguente: nel sistema
produttivo italiano convivono soggetti caratterizzati da diversi gradi di dinamismo e
di crescita sui mercati; se si amplia o si contrae la fascia delle imprese dinamiche
con spostamenti di dimensioni significative, tale andamento si riflette sul dato
aggregato.
Ciò che va studiato, al di là degli effetti di composizione - pure rilevanti - sono le
determinanti di tali spostamenti per comprendere cosa li guida e cosa li limita. Le
tendenze di questi spostamenti sono anche in grado di anticipare fenomeni e
tendenze generali. Lo studio di queste determinanti rappresenta lo scopo
fondamentale del nostro lavoro.
***
La competitività è un concetto prevalentemente microeconomico.
Può essere legata a reti di impresa, all’appartenenza a catene del valore, alla
presenza in determinati territori con strutture sociali e storiche specifiche, può
dipendere dal sistema di regole in cui si opera e dal funzionamento dei diversi
mercati; può anche dipendere da misure di policy e da molti altri fattori esterni
all’impresa (il cui peso può essere molto rilevante), ma poi rimane la capacità
dell’impresa stessa di vendere beni servizi, di organizzare adeguatamente i fattori
strategici della produzione e di individuare percorsi e modalità di sviluppo.
Per diversi motivi, non ultima la disponibilità di dati con affidabilità e
completezza informativa adeguate, la presenza di studi sulla competitività su basi
microeconomiche non è così diffusa e ancor meno lo è su dati aggiornati e in grado
di cogliere i rapidi processi di trasformazione in corso (Altomonte, et al., 2011).
A partire dal 2010/2011 i segnali di cambiamento si sono fatti sempre più
evidenti almeno con riferimento alla competitività internazionale dell’industria
italiana. Che cosa è cambiato? Quali sono le interpretazioni che possono essere date
a queste trasformazioni?
In parte sono cambiate le dinamiche dei mercati mondiali e le nostre
specializzazioni settoriali geografiche sono risultate meno negative rispetto al
passato. Ma certamente è cambiata l’attitudine e l’orientamento delle imprese (o
meglio, di un numero consistente di esse) rispetto ai principali driver della
competitività.
Tutte le fasce dimensionali, in particolare quelle che vanno dalle dimensioni
piccole fino alle dimensioni medio-grandi, hanno compreso - in quote variabili, ma

6 Una spiegazione che viene riproposta per l’evoluzione positiva recente riguarda il ruolo delle
grandi imprese il cui peso sulle esportazioni totali sembrerebbe crescente (Bugamelli et al, 2017).
Va sottolineato, tuttavia, come il maggiore incremento delle quote non sia legato alle grandi
imprese, bensì a quelle di dimensione intermedia.

- pag. 14 -
importanti - che la ricerca, l’innovazione e la penetrazione in nuovi mercati
rappresentano la via principale per la crescita.
Hanno cercato di realizzare queste strategie innovative come meglio potevano,
con le risorse che avevano, scontando una difficoltà particolare legata anche a un
livello della domanda interna molto modesto e sapendo che questa non avrebbe
avuto tassi di crescita rilevanti per un lungo periodo di tempo.
In modo particolare si è modificato l’atteggiamento delle aziende che hanno
cercato di integrare sempre più le attività dinamiche tra loro: internazionalizzazione
con innovazione e, soprattutto, innovazione con ricerca, nel tentativo di superare o
almeno di ridurre quello che in passato è stato uno dei tratti negativamente
distintivi delle imprese italiane.
Una breve panoramica descrittiva può aiutare a presentare le definizioni di
imprese “statiche” (quelle cioè che non realizzano alcuna strategia dinamica
attraverso nuovi investimenti, azioni innovative, spese in Ricerca e Sviluppo, ricerca
di nuovi mercati, ancora una percentuale altissima degli operatori), di imprese “in
movimento” o intermedie (quelle che realizzano almeno una delle azioni descritte) e
di eccellenze (ovvero quelle che presentano strategie complete in tutte le linee di
attività indicate).
Nelle figure che seguono si presentano le evoluzioni delle categorie nel corso
della crisi.

Figura 1.1. Imprese industriali per tipologia di dinamismo, in termini di addetti (totale
Italia = 100).
70

60

50

40

30

20

10

0
2008 2009 2011 2013 2015
Eccellenze 14,3 12,6 13,2 15,7 22,2
In movimento 63,3 47,3 46,8 52,1 52,7
Statici 22,4 40,1 40,0 32,1 25,1

Fonte: Indagini MET, vari anni


Nota: Statici: assenza di investimenti, innovazioni, R&S e esportazioni; “in movimento”: imprese che
hanno realizzato almeno una/al massimo due tra le seguenti attività: R&S, innovazioni, esportazioni;
Eccellenze: le imprese che esportano, innovano e svolgono attività di R&S.

- pag. 15 -
A livello nazionale, i cambiamenti sono evidenti e descrivono adeguatamente le
tendenze registrate: con l’impatto della crisi, la prima reazione delle imprese
industriali è stata quella di contrarre tutte le spese legate alle strategie di crescita
con un arretramento marcato tra il 2008 e il 2009 che si mantiene sostanzialmente
invariato fino al 2011.
Da quell’anno si avvia una generale tendenza alla crescita delle imprese
proattive, sia intermedie che, soprattutto, di quelle che attivano una gamma
completa di azioni per la crescita. Il passaggio tra le tipologie diviene quindi un
elemento coerente con le tendenze generali avutesi.
Una suddivisione per classe dimensionale (Figura 1.2) rende più chiara la
dinamica realizzata. Se appare evidente la forte riduzione delle imprese statiche con
il crescere della dimensione, va sottolineato come i tentativi di reazione (le imprese
intermedie) siano già presenti in oltre il 50% dei soggetti a partire da classi
dimensionali ridottissime (5-9 addetti) con la massima concentrazione nelle fasce
intermedie. Va anche sottolineato come, per le imprese al di sopra dei 50 addetti, i
valori percentuali delle imprese intermedie e con strategie di crescita integrate
siano non lontane da quelle delle grandi imprese.

Figura 1.2. Imprese industriali per tipologia di dinamismo e classe dimensionale, in


termini di numero di imprese, 2015.
80%

70%

60%

50%

40%

30%

20%

10%

0%
1-4 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
Eccellenze 1,5% 4,1% 8,3% 34,5% 44,0%
In movimento 28,9% 50,7% 61,1% 53,5% 47,6%
Statici 69,7% 45,3% 30,7% 12,0% 8,3%

Fonte: Indagini MET, vari anni

- pag. 16 -
Figura 1.3. Imprese industriali per tipologia di dinamismo e ripartizione geografica, in
termini di addetti (totale della Ripartizione = 100)
60

50

40

30

20

10

0
2011 2015 2011 2015 2011 2015 2011 2015
Italia Nord Centro Sud
Eccellenze 13,2 22,2 16,5 28,0 11,8 16,0 5,8 4,2
In movimento 46,8 52,7 47,4 52,1 47,3 53,6 44,5 54,1
Statici 40,0 25,1 36,1 19,8 41,0 30,5 49,7 41,7

Fonte: Indagini MET, vari anni

Un’articolazione territoriale, sia pure molto aggregata come quella che si


presenta nella Figura 1.3, conferma la tendenza segnalata e offre lo spunto per una
interpretazione territoriale, sia pure bisognosa di ulteriori approfondimenti.
Anche nelle regioni meridionali si assiste a una riduzione delle imprese statiche
a partire dal 2011, sia pure con variazioni percentualmente inferiori a quelle del
centro-nord, con una crescita apprezzabile delle imprese intermedie.
Le “eccellenze”, al contrario, subiscono una contrazione probabilmente legata
alla concentrazione in tali regioni di punti di crisi e di difficoltà delle grandi
imprese.
Nei capitoli che seguono i territori sono considerati nelle stime e nelle
quantificazioni anche se la loro presentazione è per forza di cose limitata dalle
caratteristiche della presente pubblicazione.

***
La nostra tesi, con riferimento agli aspetti regionali e a quelli riferibili
specificamente al Mezzogiorno, è che le determinanti e i “motori” siano
sostanzialmente analoghi nei diversi territori; ciò che cambia è la loro diffusione, le
diverse criticità e il sistema di vincoli che devono essere esplicitamente presi in
considerazione, con approfondimenti ad hoc, per costruire politiche pubbliche
adeguate.
Per essere chiari, l’ipotesi è che la ricerca e l’innovazione, insieme a una
maggiore apertura internazionale, costituiscano i motori della crescita in ogni

- pag. 17 -
regione italiana. Ciò che cambia in modo significativo, e le nostre indagini portano
evidenze in questo senso, sono le modalità di svolgimento delle attività dinamiche.
Se consideriamo la ricerca, per esempio, diversi territori sono caratterizzati da un
maggiore o minore ricorso a relazioni strutturate con imprese o con laboratori, da
maggiori o minori relazioni con università e diversità nei canali di finanziamento.
La presenza di vincoli per quanto riguarda le competenze e molti altri aspetti di
rilievo da approfondire.
Le politiche pubbliche a sostegno delle imprese devono avere molte leve, ma
tutte finalizzate a obiettivi ben definiti: la comprensione di dettaglio dei fenomeni è,
quindi, elemento determinante.
***
Le note che seguono approfondiscono (spesso rinviando a lavori tecnici già
pubblicati o in corso di pubblicazione con differenti modalità e sul sito www.met-
economia.it) il tema dell’eterogeneità delle imprese italiane per lo più utilizzando
database originali, provando a portare evidenze empiriche a sostegno delle tesi
esposte.
In modo particolare, si è cercato di sottoporre a stima la diversa capacità di
sostenere la competitività internazionale delle imprese nei casi in cui le strategie
siano parziali o si abbiano passaggi tra i diversi stati (da innovatori senza ricerca e
innovatori con ricerca, ruolo delle grandezze rilevanti per l’ingresso e l’uscita dai
mercati,…) offrendo, e questo rappresenta il contributo più innovativo del lavoro,
un primo supporto alle tesi.

- pag. 18 -
2 Le letture della competitività italiana

Le performance italiane sui mercati internazionali e, più in generale, la


competitività del sistema produttivo nazionale rappresentano un tema ampiamente
dibattuto negli ultimi anni.
Numerosi studiosi hanno enfatizzato il declino della competitività
internazionale dell’Italia che si è tradotto in una progressiva erosione delle quote
dell’export sul commercio mondiale. Secondo questo filone di ricerca, il calo delle
performance sui mercati internazionali è da attribuire al deterioramento degli
indicatori di competitività di costo (costi del lavoro per unità prodotta, tassi di
cambio effettivi reali, etc.) su cui ha influito negativamente la dinamica stagnante
della produttività (Hassan e Ottaviano, 2013).
Tale dinamica è spesso ascritta all’eccessiva presenza di micro e piccolissime
imprese (Barba Navaretti et al., 2011; Bugamelli et al., 2012; Pellegrino e Zingales,
2014) e alla conseguente scarsa propensione a innovare e a investire in R&S (Faini e
Sapir, 2005; Bugamelli et al., 2012). La modesta propensione innovativa è attribuita
anche alla specializzazione settoriale dell’industria italiana, caratterizzata – così
viene sostenuto da anni - da un peso eccessivo di produzioni tradizionali e a bassa
intensità tecnologica (Faini e Sapir, 2005).
È stato, inoltre, evidenziato uno svantaggio relativo delle imprese italiane a
causa del loro posizionamento di natura subordinata nell’ambito delle catene
globali del valore (Accetturo e Giunta, 2016).
E ancora, altri studiosi hanno inoltre segnalato come la frammentazione
dimensionale delle imprese sia stata accompagnata da un insufficiente ricorso a
manager esterni, in special modo nell’ambito delle imprese familiari che
costituiscono una fetta rilevante del tessuto produttivo (Bugamelli et al., 2012;
Pellegrino e Zingales, 2014; Lippi e Schivardi, 2014).
Sempre nell’ambito di questo filone interpretativo “pessimistico”, è stato
evidenziata l’inefficienza complessiva del sistema economico a causa
dell’inadeguato impianto istituzionale e amministrativo (Giordano et al., 2015;
Lanau e Topalova, 2016), delle rigidità dei mercati che portano a una allocazione
distorta delle risorse (Calligaris et al., 2016; Gopinath et al., 2017) e di riforme del
mercato del lavoro distorcenti realizzate in passato (Larch, 2004; Daveri e Parisi,
2015).
In contrapposizione a questa ampia e coerente letteratura, una linea di pensiero
e di analisi alternativa ha posto l’attenzione sulla presenza di segmenti altamente
competitivi all’interno di un sistema produttivo caratterizzato da un’elevata
eterogeneità. È stato segnalato come le performance internazionali italiane siano
state relativamente stabili negli anni più recenti, se comparate con quelle registrate
dai principali competitors europei (Lanza e Quintieri, 2007; CSC, 2010, 2011).
Nell’ambito di questa linea interpretativa, relativamente più ottimistica, è stato
posto l’accento sull’eterogeneità dei profili strategici delle imprese e delle

- pag. 19 -
perfomance (Arrighetti e Traù 2012; Brancati, 2015) e sulla presenza diffusa di
processi di ristrutturazione attraverso i quali le imprese hanno provato a
riposizionarsi verso segmenti produttivi a più alto valore aggiunto, a migliorare la
qualità dei prodotti e, più in generale, ad aumentare i propri sforzi per adattarsi ad
uno scenario competitivo in rapido mutamento (De Nardis e Pensa, 2004; De
Nardis e Traù, 2005; Cipolletta e De Nardis, 2012; Arrighetti e Ninni, 2014).
Queste stesse pressioni competitive hanno rappresentato un’importante sfida
anche per i distretti industriali, storicamente considerati come uno dei motori
principali della crescita per l’industria italiana, e hanno portato a profondi
mutamenti dell’architettura distrettuale e a forti differenziazioni nei percorsi
intrapresi anche in risposta all’emergere delle catene globali del valore (De Marchi
et al., 2013; Brancati et al., 2017).
Più in generale, secondo questo filone, il trend negativo delle performance sui
mercati internazionali va anche reinterpretato alla luce di uno scenario di nuove e
crescenti pressioni competitive collegate all’adozione dell’euro, all’arrivo sulla scena
di nuovi grandi attori, alla rivoluzione dell’ICT.
Le note che seguono vogliono contribuire a questo dibattito adottando un
approccio microeconomico, basato su dati a livello di impresa, che sia in grado
quindi di tener conto dell’elevata eterogeneità delle imprese italiane. Più nel
dettaglio, il lavoro vuole identificare i fattori determinanti della competitività
internazionale per comprendere le prospettive del tessuto produttivo nazionale e
suggerire alcune efficaci raccomandazioni di policy.
Il lavoro sfrutta una notevole quantità di informazioni sul periodo della crisi
attraverso dati aggiornati che derivano da diverse fonti statistiche e che consentono
di approfondire i cambiamenti recenti avvenuti nei comportamenti e nelle
performance delle imprese. I dati di maggiore rilevanza derivano da due dataset.
Il primo, di fonte ISTAT, è un panel costruito ad hoc nell’ambito del ‘‘Rapporto
sulla competitività dei settori’ e incrocia informazioni di carattere strutturale
(addetti, settore di attività, area di localizzazione, appartenenza a gruppi, etc.) con
le principali grandezze economiche di interesse (valore aggiunto, produttività del
lavoro, quota di fatturato esportato, redditività, etc.).
Una seconda fonte di dati, funzionale allo scopo di rilevare la natura
multidimensionale della competitività e di tenere in considerazione il profilo
strategico delle imprese, è rappresentato dai dati dell’indagine campionaria MET
nelle sue diverse edizioni. L’indagine è diretta alle imprese dell’industria in senso
stretto e dei servizi alla produzione e prevede un disegno campionario basato su tre
strati di interesse: classe dimensionale, le venti regioni italiane e 12 settori
economici (cfr. Capitolo 10 “Appendice: l’indagine MET”).
Uno dei tratti caratteristici dell’indagine è rappresentato dall’assenza di soglie
dimensionali: sono infatti intervistate anche le imprese con meno di 10 addetti, che
rappresentano, come noto, una fetta considerevole delle aziende italiane. L’indagine

- pag. 20 -
consta di 5 rilevazioni (2008, 2009, 2011, 2013 e 20157) e copre un periodo che
parte dall’immediato approssimarsi del fallimento di Lehman Brothers fino ai primi
anni di uscita dalla crisi. In totale sono state realizzate fino al 2015 circa 120 mila
interviste alle imprese, per una media di 24 mila interviste per wave. I dati di fonte
campionaria sono stati poi allineati ai dati bilancio (CRIF-Cribis D&B),
naturalmente solo per la componente legata alle società di capitali e alle
cooperative.
Prima di passare al cuore delle analisi proposte, vale la pena di definire meglio
l’oggetto del lavoro e i confini entro i quali opera.
In primo luogo lo studio si basa su analisi a livello di impresa sull’industria in
senso stretto e ai servizi alla produzione. I dati disponibili si riferiscono
esclusivamente al caso italiano, le comparazioni con altri paesi sono realizzate solo
per le statistiche aggregate dello scenario derivato dalle statistiche pubbliche.
Inoltre, le evidenze sono fortemente caratterizzate dal punto di vista temporale
essendo riferite prevalentemente ad uno scenario quasi interamente recessivo
(2008-2015 per l’indagine campionaria, e 2011-2014 per il panel ISTAT). Va ancora
precisato che i fattori istituzionali e di contesto territoriale, che pure possono
influenzare sensibilmente la competitività delle aziende, sono considerati esogeni
nell’ambito degli approfondimenti econometrici realizzati.
La strategia econometrica utilizzata – richiamata in modo sintetico nelle sue
linee metodologiche essenziali e nei risultati nel capitolo dedicato - consente di
identificare gli effetti delle variabili di interesse osservate al netto di tutti i fattori
(non osservati) temporali, settoriali e specifici dell’impresa (ciclo economico,
domanda aggregata, contesto istituzionale e regimi tecnologici), senza tuttavia
consentirne l’identificazione e la quantificazione degli effetti attribuibili a questi
fattori.
Il focus principale del lavoro mira all’identificazione a livello micro dei
principali driver della competitività internazionale, in termini di strategie e
comportamenti adottati dalle singole imprese.

7 Nell’autunno 2017 è in fase di avviamento l’indagine 2017

- pag. 21 -
- pag. 22 -
3 I mutamenti dello scenario

Le modeste performance di crescita dell’Italia non sono un fatto recente,


possono infatti essere fatte risalire già alla metà degli anni ’90, come è ormai
riconosciuto da tutta la letteratura in materia.
La bassa crescita è ricondotta a numerosi fattori.
Una causa rilevante è riferibile alla ridotta apertura alle attività internazionali,
da cui deriva una limitata esposizione agli effetti positivi dell’integrazione globale.
Questa carenza non è solo attribuibile al grado di apertura dell’economia e agli
scambi di import e di export, ma anche a un ridotto coinvolgimento nei processi di
internazionalizzazione delle produzioni.
Il fattore di debolezza più spesso richiamato è rappresentato dalla bassa e
stagnante produttività del lavoro. Nonostante il suo effetto negativo sulle dinamiche
aggregate, l’andamento della produttività non si è tradotto in una significativa
perdita di competitività di prezzo rispetto a quanto avvenuto nei maggiori paesi
dell’Eurozona, in quanto controbilanciato da una sensibile moderazione nella
dinamica dei salari.
La negativa dinamica della produttività aggregata è il risultato di effetti
eterogenei soprattutto se si considerano le performance per classe dimensionale
delle imprese. Nel dettaglio, e con riferimento al settore manifatturiero,
l’andamento generale negativo è prevalentemente determinato dalla produttività
delle classi estreme, micro-imprese con meno di 9 addetti, da un lato, e “grandi”
aziende con oltre 250 addetti, dall’altro. In queste classi l’Italia si colloca sui livelli
più bassi di efficienza produttiva tra i principali paesi europei (Figura 3.1).
Il quadro migliora in maniera considerevole quando ci si sposta verso fasce
dimensionali intermedie, già a partire dai 10 addetti sino ad arrivare al segmento
20-249 addetti per il quale l’Italia si colloca sui livelli più alti di produttività, sia in
termini assoluti sia per le dinamiche recenti. Si tratta di un’evidenza spesso
trascurata e che aiuta anche ad interpretare in maniera più articolata la stessa
composizione dimensionale del nostro tessuto produttivo.
Il carattere di elevata frammentazione e “nanismo” del sistema produttivo
italiano non è attribuibile tanto a una presenza relativa maggiore di micro e
piccolissime imprese, il cui contributo al numero totale di operatori è simile a quello
che si osserva in paesi come la Francia e la Spagna, quanto piuttosto alla relativa
minore presenza di grandi imprese, il cui numero si è, per di più, ulteriormente
ridotto nel corso degli ultimi lustri.
Le grandi imprese italiane, inoltre, fanno anche registrare performance
economiche nettamente inferiori a quelle di pari dimensioni degli altri paesi
europei. Tale aspetto delinea un modello industriale peculiare, dove il ruolo guida
delle grandi imprese è sostituito da una vasta platea di medie imprese
particolarmente dinamiche.

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Figura 3.1. Produttività del lavoro (Valore aggiunto per addetto) nel manifatturiero.
Migliaia di euro.
0-9 10-19
Germania Spagna Francia Italia
45 55

40 50

35 45

30 40

25 35

20 30
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
20-49 50-249
58 75
56
70
54
65
52
50 60

48 55
46
50
44
42 45

40 40
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014
250 e oltre Totale
95 75

90 70

85 65

80 60

75 55

70 50

65 45

60 40
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014

Fonte: EUROSTAT.

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Tabella 3.1. Distribuzione del numero di imprese e del valore aggiunto per classe
dimensionale delle imprese. Manifatturiero, valori percentuali.
Classe dimensionale (numero di addetti)
0-9 10-19 20-49 50-249 250 o più
Numero di imprese
EU a 28 82,9 8,0 5,1 3,4 0,8
Germania 65,1 17,4 7,7 7,8 2,0
Spagna 84,1 7,4 5,5 2,5 0,4
Francia 87,6 5,4 4,1 2,4 0,6
Italia 82,9 9,9 4,8 2,1 0,3
Valore aggiunto (al costo dei fattori)
EU a 28 6,7 5,5 8,8 22,8 56,1
Germania 3,4 4,4 5,2 19,7 67,3
Spagna 9,6 7,0 13,9 26,8 42,7
Francia 8,3 5,0 9,2 20,3 57,3
Italia 11,9 11,5 15,6 27,7 33,3
Fonte: elaborazioni su dati EUROSTAT.

Al di là di ogni possibile considerazione circa ruolo, caratteristiche ed efficienza


delle grandi imprese italiane, assume un rilievo particolare comprendere anche le
cause dell’inefficienza tecnica, assoluta e relativa, delle imprese con meno di 10
addetti; tali aspetti vanno anche confrontati con le determinanti che consentono ad
alcune di esse di superare i limiti presenti.
In comparazione a quanto avviene negli altri paesi, le nostre micro-imprese
mostrano una bassa propensione all’innovazione, uno scarso ricorso al capitale
umano qualificato, insufficienti capacità di management e una scarsissima apertura
internazionale. Sembrerebbe emergere, quindi, una debolezza nelle modalità stesse
di fare impresa anche scontando le difficoltà caratteristiche derivanti dalle ridotte
dimensioni. Al netto del comportamento delle micro-unità, i principali indicatori
della competitività non di prezzo collocano l’Italia sulle medesime posizioni dei
principali paesi europei.
La crisi ha avuto un impatto profondo sull’evoluzione della popolazione delle
imprese. Secondo i dati Infocamere, tra il 2010 e il 2015 il numero delle imprese
iscritte è diminuito del 10,8%. I dati ISTAT segnalano come nel manifatturiero la
popolazione di imprese sia passata, tra il 2011 e il 2014, da 425.121 a 396.422 unità,
senza che questa riduzione abbia mutato significativamente la composizione per
classe dimensionale dell’universo delle stesse.
Dal 2010 si è osservato un mutamento significativo nella proiezione
internazionale. I dati mostrano un trend di crescita continuo sia nel numero di
esportatori, che nelle quote di fatturato destinate all’estero. Con la seconda ondata
della crisi, quella cosiddetta dei “debiti sovrani”, l’Italia ha registrato un trend
divergente e sistematico tra la domanda interna e quella estera. Ciò ha portato un
numero crescente di imprese, in numerosi casi micro e piccolissime, a considerare
le opportunità presenti all’estero.

- pag. 25 -
Tale evoluzione è avvenuta con caratteri di forte fragilità e spesso con
l’incapacità di realizzare una presenza continuativa sui mercati internazionali.
Il prolungato declino delle quote italiane di export sul commercio mondiale
sembra essersi interrotto, tanto che a partire dal 2010 le performance delle
esportazioni italiane sono state di poco inferiori rispetto a quelle tedesche e migliori
di molti altri paesi esportatori, come Francia, Inghilterra, Olanda e Belgio. Questo
trend positivo è stato favorevolmente influenzato sia dalla composizione geografica
delle esportazioni italiane, sia dal positivo andamento della domanda di beni per i
settori in cui l’Italia ha una specializzazione produttiva.

Figura 3.2. Esportazioni di merci in valore. Numeri indice, 2010=100.


140

130

120

110

100

90

80
2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
Francia Germania Italia Spagna Belgio Olanda
Fonte: elaborazioni su dati EUROSTAT.

A tale riguardo va sottolineato, differentemente da una diffusa convinzione, che


la specializzazione settoriale dell’export italiano ha subito significative modifiche a
partire dall’inizio del nuovo millennio (Tabella 3.2). In particolare, si è
progressivamente ridotto il vantaggio rivelato dell’industria italiana nei settori
tradizionali a bassa intensità tecnologica, mentre, allo stesso tempo, si è rafforzata
la specializzazione nei comparti a intensità tecnologica medio-alta. Negli ultimi anni
alcuni comparti tecnologicamente avanzati hanno accresciuto sensibilmente il loro
peso, come nel caso della farmaceutica e dell’automotive.
Inoltre, contrariamente alle previsioni di molti osservatori, alcuni comparti
tradizionali e caratteristici delle nostre specializzazioni come l’alimentare e il
tessile-abbigliamento, hanno addirittura incrementato la loro quota sul totale
dell’export nazionale sfruttando una domanda mondiale favorevole.

- pag. 26 -
Tabella 3.2. Distribuzione delle esportazioni in valore per settore del manifatturiero.
Valori percentuali, medie biennali.

1995-1996 2001-2002 2006-2007 2011-2012 2015-2016

CA Industrie alimentari, delle bevande e del


5,3 5,5 5,6 6,9 7,6
tabacco
CB Industrie tessili, dell' abbigliamento, articoli in
17,2 15,9 12,5 11,6 12,3
pelle
CC Industria del legno, della carta e della stampa 2,2 2,4 2,1 2,1 2,1
CD Fabbricazione di coke e prodotti petroliferi
1,3 1,8 3,7 5,1 2,9
raffinati
CE Fabbricazione di prodotti chimici 6,1 6,4 6,5 6,9 7,0
CF Prodotti farmaceutici di base e di preparati
2,1 3,6 3,6 4,4 5,5
farmaceutici
CG Articoli in gomma e materie plastiche 7,7 7,4 6,8 6,2 6,3
CH Metallurgia e fabbricazione di prodotti in
8,9 8,5 12,3 13,5 11,0
metallo
CI Computer, prodotti di elettronica e ottica 5,4 5,4 4,0 3,5 3,3

CJ Fabbricazione di apparecchiature elettriche 6,4 6,4 6,4 5,5 5,5


CK Fabbricazione di macchinari ed
18,8 17,6 19,2 18,9 18,5
apparecchiature n.c.a.
CL Fabbricazione di mezzi di trasporto 10,6 11,4 11,2 9,9 12,0

CM Altre industrie manifatturiere 7,8 7,6 6,2 5,6 6,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT.

La caratterizzazione tecnologica delle produzioni non può portare a giudizi


semplificati, ancor più in uno scenario di rapidi mutamenti. La presenza di processi
di ristrutturazione e di riposizionamento intra-settoriali verso segmenti a più alto
valore aggiunto (in parte almeno responsabili delle discrepanze significative tra i
risultati delle esportazioni misurate in volume rispetto ai dati espressi in valori
correnti) rendono ancor più difficili giudizi di merito ragionevoli. Lo scenario
complessivo della struttura produttiva non è così statico come si è portati a ritenere
da nessun punto di vista: la prolungata fase di crisi ha semmai accelerato tendenze
comunque in atto determinando profonde trasformazioni.

- pag. 27 -
- pag. 28 -
4 La proiezione internazionale: i comportamenti delle imprese

Le dinamiche segnalate nelle pagine precedenti hanno influenzato in maniera


profonda le aspettative delle imprese e il loro approccio strategico. A fronte delle
difficoltà del mercato interno, molti, come detto, hanno iniziato a guardare
all’estero in cerca di nuove opportunità. Altri, al contrario, hanno continuato a
operare sul mercato nazionale, o perché incapaci di vendere all’estero o perché il
rimanere su mercati locali o nazionali ha rappresentato la loro strategia di
sopravvivenza alla crisi, magari connessa a un ridimensionamento di costi e di
fatturato.
Questi diversi percorsi hanno generato risultati divergenti nella popolazione
delle imprese. I dati ISTAT mostrano come tra il 2011 e il 2014, il numero assoluto
degli esportatori sia leggermente aumentato (+1,8% sul totale delle attività
economiche e + 0,04% nel manifatturiero), mentre il numero di aziende con
mercato esclusivamente nazionale si sia ridotto considerevolmente (-4,8% sul
totale, -8,5% nel manifatturiero) o perché passate alla categoria degli esportatori o
perché uscite dal mercato.
Nonostante tutto, le micro-imprese, anche se con un contributo relativo minore
al valore complessivo delle esportazioni nazionali, costituiscono la maggioranza
della popolazione delle aziende esportatrici: il 66% sul totale economia e il 51,5%
degli esportatori del manifatturiero.
La presenza diffusa di micro esportatori non rappresenta un’eccezione in
ambito europeo: anche in Francia e Spagna, infatti, le imprese esportatrici con
meno di 10 addetti rappresentano la maggioranza degli esportatori (Tabella 4.1).
Tuttavia, quelle italiane contribuiscono in maniera inferiore al valore
complessivo delle esportazioni totali nazionali segnalando quindi una specifica
debolezza.
Inoltre, anche se capaci di raggiungere i mercati esteri, le micro-imprese
restano maggiormente dipendenti dal mercato interno (Fig. 4.1). I valori mediani
del margine intensivo di export (ovvero la percentuale di fatturato all’esportazione
sul totale) sono del 9% per le micro-imprese e del 13% per le piccole (10-49 addetti),
mentre le esportazioni rappresentano il 40% del fatturato complessivo delle medie
imprese (50-249) sino ad arrivare al 54% per le grandi.
In sostanza, i micro-esportatori sono prevalentemente esportatori
“marginali”. Non solo, nella gran parte dei casi essi mostrano anche un basso grado
di persistenza, interrompendo le vendite all’estero al momento della successiva
rilevazione statistica.

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Tabella 4.1. Imprese esportatrici e valore delle esportazioni per classe dimensionale delle
imprese, 2014.
Francia Germania
Imprese Esportazioni Esportazioni Imprese Esportazioni Esportazioni
Numero di esportatrici per impresa esportatrici per impresa
addetti Migliaia %
Miliardi % Migliaia di Migliaia % Miliardi % Migliaia di
di euro euro di euro euro
Fino a 9 77,8 65,2 84,7 20,1 1.089 114,4 57,7 33,6 4,3 378
10-49 28,6 23,9 41,6 9,9 1.457 56,6 28,7 60,0 6,8 1.208
50-249 9,6 8,0 62,5 14,8 6.510 21,1 10,5 127,6 13,9 6.719
250 e oltre 3,3 2,8 233,0 55,2 70.376 6,4 3,0 752,2 74,9 124.778
Non specificato 2,1 - 16,2 - 7.667 116,3 - 151,7 - 1.305
Totale 121,4 100 438,1 100 3.608 314,8 100 1125,0 100 3.506
Italia Spagna
Imprese Esportazioni Esportazioni Imprese Esportazioni Esportazioni
esportatrici per impresa esportatrici per impresa
Numero di Migliaia % Miliardi % Migliaia di Migliaia % Miliardi % Migliaia di
addetti di euro euro di euro euro
Fino a 9 127,4 66,1 23,6 6,2 185 108,0 72,4 26,1 11,7 242
10-49 53,2 27,6 69,1 18,2 1.298 30,8 20,6 33,3 14,9 1.081
50-249 10,2 5,3 113,8 30,1 11.158 8,2 5,5 52,4 23,5 6.406
250 e oltre 1,9 1,0 172,1 45,5 92.308 2,2 1,5 111,0 49,8 49.390
Non specificato 27,1 - 20,3 - 748 44,5 - 20,9 - 469
Totale 219,8 100 398,9 100 1.814 193,7 100 243,7 100 1.258
Nota: Le quote per classe dimensionali non considerano i valori “non specificati”.
Fonte: Elaborazioni su dati EUROSTAT.

Figura 4.1. Distribuzione del margine intensive di export (quota del fatturato esportato
sul fatturato totale) per classe dimensionale delle imprese.
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
p10 p25 p50 p75 p90
1-9 0,5 2,0 8,9 32,5 64,4
10-49 0,4 2,1 13,0 43,0 70,4
50-249 2,1 12,9 40,5 66,3 82,2
250 e oltre 6,4 26,5 53,7 72,8 85,1
Fonte: elaborazioni su microdati ISTAT.

- pag. 30 -
Le stime dell’indagine campionaria MET evidenziano (Figura 4.2) come, fatta
100 la popolazione degli esportatori al 2011, nel 2013 circa il 42% delle micro-
imprese aveva interrotto le vendite all’estero. Il tasso di persistenza aumenta
considerevolmente al crescere delle dimensioni aziendali: la quota di esportatori in
entrambi i periodi è del 77% tra le piccole imprese, del 94% tra le medie e del 97%
tra le grandi aziende.

Figura 4.2. Grado di persistenza delle attività di export: status nel 2013 delle imprese che
esportavano nel 2011.
120

100

80

60

40

20

0
1-9 10-49 50-249 250 e oltre
Non più esportatori 41,9 23,1 6,3 2,5
Esportatori persistenti 58,1 76,9 93,7 97,5

Fonte: Indagine MET, panel 2011-2013

La maggiore dimensione media delle imprese esportatrici rispetto a quelle


“domestiche” è un elemento ben noto in letteratura.
La presenza di un numero maggiore di addetti può essere considerato come una
proxy del grado di complessità organizzativa. Sotto questo punto di vista la
maggiore dimensione degli esportatori riflette l’esigenza delle imprese che operano
sui mercati esteri di dotarsi di strutture organizzative più complesse in grado di
dirigere e coordinare un maggiore numero di attività, risorse e competenze (Teece e
Pisano, 1994).
Tale fattore è riscontrabile anche dall’analisi di altre grandezze che sono
rappresentative di strutture organizzative più sofisticate.
In primo luogo, le imprese esportatrici tendono ad essere più mature in termini
di età (Tabella 4.2) : la complessità, infatti, è strettamente collegata alla conoscenza
(tecnologica) che a sua volta è fortemente dipendente dai percorsi intrapresi in
passato.
In secondo luogo, rispetto alle imprese che operano sul mercato interno, quelle
esportatrici fanno parte più spesso di gruppi societari, che rappresentano per
definizione un segnale di strutture organizzative più articolate.

- pag. 31 -
Infine, le aziende che operano con l’estero si caratterizzano per un maggiore
impiego di laureati: la presenza di un personale qualificato è un indicatore delle
capacità tecnologiche e gestionali disponibili all’interno dell’impresa.
La presenza di un capitale umano più qualificato si manifesta in un maggior
costo del lavoro per addetto rispetto a quanto si osserva per le imprese domestiche,
segnalando una maggiore propensione verso le strategie di valorizzazione delle
competenze tecnologiche in contrapposizione a quelle di mera riduzione dei costi
(Dosi et al., 2015).

Tabella 4.2. Confronto tra le caratteristiche delle imprese esportatrici e di quelle che
vendono solo sul mercato interno.

Quota di imprese Costo del lavoro per


Appartenenza a un Quota di addetti laureati
costituite da oltre 10 addetto (mediana –
gruppo (%) (mediana)
anni (%) keuro)

Non
Non Esportatric Non Esportatric Non Esportatric Esportat
esportatri
esportatrici i esportatrici i esportatrici i rici
ci
1-9 58,6 62,0 2,8 8,7 0,0 0,0 21,6 27,9
10-49 65,4 80,3 13,6 27,0 0,0 5,4 29,2 36,4
50-240 66,2 86,3 52,7 70,5 4,2 8,5 34,3 44,4
250 e
75,0 87,2 64,3 95,5 6,5 11,6 38,7 49,9
oltre
Totale 59,1 71,5 3,8 22,2 0,0 0,9 22,9 33,6
Fonte: elaborazioni su microdati ISTAT.

Coerentemente con questa prospettiva, la superiorità tecnologica si traduce in


un vantaggio di produttività. La Figura 4.3 confronta la funzione di densità (con
stimatori Kernel e standardizzando i valori per settore e anno) della produttività del
lavoro tra esportatori e imprese domestiche, sulla base dei dati campionari. Le
principali evidenze segnalate dal grafico sono ben note in letteratura: le
distribuzioni sono fortemente asimmetriche, con code accentuate (Altomonte et al.,
2012), e le imprese internazionalizzate “dominano” quelle domestiche in termini di
produttività. La maggioranza delle imprese si colloca sui livelli al di sotto dei valori
medi, mentre esistono segmenti ristretti di imprese con valori elevatissimi di
produttività, anche nel caso delle aziende che non esportano.

- pag. 32 -
Figura 4..3. Confronto della distribuzione8 della produttività del lavoro tra imprese
esportatrici e imprese con solo mercato interno.

Fonte: Indagine MET (database pooled delle 5 rilevazioni


rilevazioni).

Non solo le imprese esportatrici sono più produttive, ma fanno registrare anche
performance di crescit
crescita
a migliori.
migliori. Il confronto tra i principali percentili delle
distribuzioni del tasso di crescita del valore aggiunto tra il 2011 e il 2014, sul totale
delle imprese attive nel periodo, mostra come le imprese esportatrici abbiano avuto
migliori performance rispetto
spetto alle aziende che operano sul mercato locale.
I valori rilevati indicano una forte polarizzazione dei ri
risultati,
sultati, con drammatiche
contrazioni del livello di attività e con segmenti rilevanti di imprese che sono
cresciute con tassi di variazione molto elevati,
elevati, non solo nel caso degli esportatori,
esportatori,
ma anche in quello delle imprese domestiche.
Può essere utile sottolineare un fenomeno che si riscontra in tutte le variabili
considerate
considerate,, quando si osserva la loro distribuzione.
Come detto, g gli
li esportatori sono sistematicamente migliori degli altri con livelli
più elevati di quasi tutte le grandezze. Solo quando si arriva alla coda della
distribuzione, ovvero si considerano le eccellenze assolute (nel caso considerato gli
ultimi percentili del
della
la distribuzione) le differenze scompaiono e si possono avere

8 Il grafico riporta le funzioni di densità di probabilità (pdf) della produttività del lavoro,
espressa come va valore
lore aggiunto per addetto. Le pdf sono state stimate mediante funzioni Kernel
(Epanechnikov
Epanechnikov). ). I dati sulla produttività sono stati standardizzati per settore e anno (dividendo
ciascuna osservazione per la mediana della corrispondente distribuzione nel settore j al
tempo t. I settori sono dettagliati al 2° digit ATECO 2007 mentre il tempo si riferisce all’anno di
rilevazione delle indagini campionarie.

- pag. 33 -
persino performance migliori per i non esportatori. Ciò rafforza l’opinione espressa
che non sono i casi di eccellenza assoluta quelli che rilevano, ma lo spostamento
verso la crescita o il ripiegamento del corpo principale della struttura produttiva. Le
eccellenze esistono sempre e trovano da sole la loro strada per raggiungere i propri
obiettivi.

Figura 4.4. Performance durante la seconda ondata della crisi: tassi di crescita del
Valore Aggiunto tra il 2011 e il 2014.
100
80
60
40
20
0
-20
-40
-60
-80
-100
p10 p25 p50 p75 p90
Non esportatrici -76,5 -37,7 -7,1 23,7 80,3
Esportatrici -52,9 -20,7 3,0 29,8 76,7

Nota: i dati si riferiscono alla popolazione di imprese attive sia nel 2011 che nel 2014.
Fonte: elaborazioni su microdati ISTAT.

La dimensione delle imprese e la tipologia di mercati serviti non sembrano


essere gli unici fattori in grado di spiegare la presenza di imprese con tassi di
crescita elevati. Una parte significativa è legata al profilo strategico delle imprese e
alla loro capacità di costruire e rafforzare i propri vantaggi competitivi.
La Tabella 4.3 approfondisce questo tema riportando alcune statistiche
rilevanti, sulla base delle indagini campionarie, confrontando le più dinamiche
(oltre il 90° percentile del tasso di crescita del valore aggiunto tra il 2011 e il 2013)
con le imprese “normali” - le rimanenti -. Le prime due colonne si riferiscono a
coloro che sia nella rilevazione del 2011 che in quella del 2013 hanno venduto i
propri prodotti solo sul mercato interno, le ultime due alle aziende che nel
medesimo periodo hanno continuativamente esportato.
In media, le imprese ‘ad alta crescita’ domestiche sono, nell’anno iniziale del
periodo considerato, più spesso micro-imprese, più giovani e leggermente più
innovative. La propensione innovativa è comunque scarsa in entrambi i gruppi delle
imprese domestiche. Il livello di produttività non sembra essere un fattore
discriminante. Vale la pena di evidenziare il fatto che, in molti casi, la forte crescita
delle imprese con mercato interno sia attribuibile ad un basso livello della

- pag. 34 -
grandezza nell’anno iniziale (come segnalato dal forte calo del valore aggiunto nel
periodo precedente a quello considerato).
Questo elemento non è presente nel confronto relativo alle imprese esportatrici.
Ad ogni modo, le grandezze in esame non sembrano essere in grado di spiegare
pienamente le differenze tra imprese domestiche ad alta crescita e non. Una parte
rilevante del fenomeno può essere ricondotto, presumibilmente, alla presenza di
rendite di posizione, la presenza di domanda idiosincratica o l’operare in nicchie di
mercato.
Al contrario, quando si passa al confronto tra le imprese esportatrici, gli
elementi discriminanti delle performance tendono ad emergere in maniera più
evidente, con un ruolo rilevante legato ai comportamenti innovativi.

Tabella 4.3. Caratteristiche delle imprese ad alta crescita, confronto tra imprese
esportatrici e imprese che vendono sul solo mercato interno.
Imprese con mercato
Imprese Esportatrici
domestico
Ad alta
Ad alta crescita Restanti Restanti
crescita

Micro-imprese sul totale 65,0% 47,0% 14,0% 20,0%

Imprese giovani sul totale 5,0% 1,0% 4,0% 3,0%

Imprese che hanno introdotto innovazioni sul totale:

Almeno un tipo (prodotto, processo o organizzative) 15,0% 10,0% 44,0% 33,0%

di prodotto 9,0% 5,0% 38,0% 26,0%

di processo 8,0% 4,0% 26,0% 14,0%

organizzative 7,0% 5,0% 11,0% 13,0%

Imprese con attività di R&S sul totale 3,0% 6,0% 43,0% 33,0%

Produttività del lavoro (mediana) 0,67 0,99 1,06 1,04

Crescita del Valore aggiunto in t-1 (mediana) 2,37 4,25 5,14 2,71

Crescita del Valore aggiunto in t-1 (25° percentile) -30,89 -9,93 -9,67 -8,13
Nota: I dati si riferiscono alle imprese intervistate sia nella rilevazione 2011 che in quella 2013. Le imprese
‘ad alta crescita’ sono quelle che hanno valori uguali o superiori al 90° percentile della distribuzione, del
settore specifico, del tasso di crescita del Valore Aggiunto tra il 2011 e il 2014. Le imprese ‘restanti’ sono
quelle con valori inferiori al 90° percentile. ). I dati sulla produttività sono stati standardizzati per settore e
anno (dividendo ciascuna osservazione per la mediana della corrispondente distribuzione del settore
specifico per ciascun anno.
Fonte: Indagine MET, panel 2011-2013.

Come segnalato dall’approccio evoluzionista, le innovazioni tecnologiche e


organizzative giocano un ruolo centrale in quanto rappresentano il percorso
attraverso il quale le organizzazioni economiche cercano di ottenere vantaggi

- pag. 35 -
competitivi (Dosi e Nelson, 2010). In tal senso, quindi, rappresentano un fattore
chiave per la competitività internazionale (Dosi et al., 2015) e, allo stesso tempo, un
indicatore della presenza di “capacità dinamiche”, vale a dire abilità organizzative
delle imprese di gestione delle risorse a disposizione per rispondere in maniera più
efficace all’evoluzione dello scenario competitivo (Teece e Pisano, 1994).
Il processo innovativo, proprio come il concetto di competitività, è un fenomeno
complesso e articolato che deve essere studiato da più angolazioni, ognuna della
quali può aggiungere elementi informativi (Smith, 2004; Castellani e Koch, 2015). I
dati ricavabili dalle indagini MET offrono diversi contributi sul tema.
Un primo aspetto di interesse riguarda la diffusione di imprese che hanno
introdotto innovazioni, tecnologiche o organizzative, sulla base dell’intero panel di
imprese intervistate tra il 2008 e il 2015.
Il confronto con le imprese domestiche chiarisce in maniera ancora più marcata
quanto l’innovazione e l’internazionalizzazione siano fattori strettamente
interconnessi (Bernard e Jensen, 2004; Wagner, 2007; Dosi et al. 2015).
La quota di innovatori tra le imprese che esportano è due volte più alta di quella
rilevata tra le aziende che operano sul mercato domestico (39% contro il 19%). Tale
associazione è confermata per tutte le classi dimensionali e appare ancora più
discriminante nel segmento delle imprese meno strutturate.

Figura 4.5. Percentuale di imprese innovatrici per classe dimensionale, confronto tra
imprese esportatrici e aziende che vendono solo sul mercato interno.
80

70

60

50

40

30

20

10

0
1-9 10-49 50-249 250 e oltre Totale
Non esportatrici 17,9 31,8 35,4 43,6 19,5
Esportatrici 32,8 45,4 56,7 68,1 38,9

Fonte: Indagine MET (database pooled delle 5 rilevazioni).

- pag. 36 -
Il rilievo dei percorsi innovativi è rafforzato da un ulteriore evidenza: premesso
che la capacità innovativa tende ad aumentare al crescere della dimensione, per
ognuna delle classi dimensionali considerate la quota di imprese esportatrici che ha
introdotto innovazioni è superiore a quella che si osserva nella classe dimensionale
immediatamente più alta relativa a quelle domestiche. In altre parole, gli
esportatori di piccola dimensione (10-49 addetti) hanno innovato più
frequentemente delle imprese domestiche di media dimensione (50-249).
In sostanza, la dimensione è un fattore rilevante, ma ciò non impedisce
l’attivazione di funzioni orientate alla crescita con investimenti, innovazioni e
persino attività di ricerca nei modi e nelle forme possibili. Anche se le imprese
piccole e piccolissime hanno maggiori difficoltà ad accedere e a governare le risorse
e le capacità necessarie ad innovare, l’innovazione non è loro preclusa e,
paradossalmente, assume un carattere ancora più discriminante per le prospettive
di crescita.

Tabella 4.4. Tipologie di innovazioni introdotte, confronto tra imprese esportatrici e


aziende che vendono solo sul mercato interno. Valori percentuali.

Con innovazioni
Con innovazioni di
Con innovazioni di prodotto organizzative/manageriali/comme
processo
rciali

Non Non Non


Esportatrici Esportatrici Esportatrici
esportatrici esportatrici esportatrici

1-9 11,8 24,6 7,6 15,2 7,4 13,4


10-49 18,6 33,6 16,9 24,5 16,3 22,6
50-249 20 43 18,1 33,1 21,9 31,1
250 e oltre 17,2 55,8 26,1 44,7 30,4 41,5
Totale 12,6 29,2 8,6 19,8 8,4 17,9
Fonte: Indagine MET (database pooled delle 5 rilevazioni).

Per quanto riguarda le tipologie di innovazioni introdotte, il divario più ampio


tra esportatori e imprese domestiche si osserva in corrispondenza delle innovazioni
di prodotto. Tale evidenza può essere ricondotta a molteplici cause, tuttavia è
indubbio che la necessità di sviluppare nuovi prodotti sia fortemente influenzata dai
mutamenti e dalle caratteristiche della domanda (processo “demand pulled”;
Guarascio et al., 2016) che nel caso dei mercati internazionali portano a maggiori
spinte competitive verso il cambiamento (Dosi et al., 1990; Coad, 2009).
L’operare nel tempo su nuovi mercati consente alle imprese esportatrici di
conoscere le esigenze dei consumatori e di entrare in contatto con nuove tecnologie,
incentivando ulteriormente i percorsi innovativi (learning by exporting).

- pag. 37 -
Un’ulteriore prospettiva per analizzare i nessi tra pattern innovativi e
internazionalizzazione si focalizza sui processi adottati dalle imprese per
incrementare le conoscenze tecnologiche e di mercato. Tali processi possono essere
più o meno formalizzati, a seconda o meno che le conoscenze siano acquisite
attraverso attività strutturate di R&S oppure attraverso le attività realizzate in altre
fasi produttive, come nel caso dell’acquisizione di brevetti o dell’apprendimento
realizzato attraverso il “fare” (learning by doing).
Anche se entrambi i percorsi, formali e informali, giocano un ruolo importante
per gli avanzamenti tecnologici, le attività codificate di R&S sono comunemente
considerate più efficaci. Tradizionalmente la mancanza di modelli innovativi basati
sulla R&S è stato considerato uno dei principali fattori di debolezza del tessuto
produttivo italiano, a causa di una maggiore propensione all’utilizzo di innovazioni
incrementali non originate da attività formali di ricerca.
La Figura 4.6 sintetizza la diffusione e l’impegno nel campo della R&S,
confrontando i risultati, ricavati dall’intero panel di aziende intervistate tra il 2008
e il 2015, tra esportatori e aziende impegnate nel solo mercato interno.

Figura 4.6. Imprese che svolgono R&S e spesa per attività di R&S (in percentuale del
fatturato – asse destro), confronto tra imprese esportatrici e domestiche.
80 5,0

70 4,5
4,0
60
3,5
50 3,0
40 2,5

30 2,0
1,5
20
1,0
10 0,5
0 0,0
No No No No No
Export Export Export Export Export
export export export export export
Totale 1-9 10-49 50-249 250 e oltre
Imprese con R&S 4,7 24,2 3,9 16,2 11,1 31,1 17,8 51,8 23,7 69,6
Spesa R&S (% fatturato) 0,4 1,5 0,4 1,2 0,8 1,9 1,0 2,5 1,3 4,5
Fonte: Indagine MET (database pooled delle 5 rilevazioni).

- pag. 38 -
Anche in questo caso emerge la forte associazione tra attività di R&S e
coinvolgimento internazionale. La percentuale di imprese che svolge attività di R&S
è molto più alta tra le imprese esportatrici, 5 volte superiore a quella delle aziende
domestiche (24% vs 5%). La maggiore propensione alla ricerca è confermata dai
confronti realizzati per ognuna delle classi dimensionali considerate, anche se
l’intensità delle differenze tende ad aumentare al crescere del numero di addetti: tra
le imprese non esportatrici gli incentivi a dedicare risorse alla R&S non crescono
altrettanto intensamente al crescere delle dimensioni quanto avviene nel caso delle
aziende che esportano. In altre parole, per un’impresa di grandi dimensioni lo
svolgere attività di R&S è un requisito necessario per essere competitiva sui mercati
esteri. Cosa che non avviene per le grandi imprese domestiche, a causa di una
minore pressione all’upgrading tecnologico.
Come visto nel caso delle innovazioni, l’abbinamento dimensione-
internazionalizzazione non esaurisce l’eterogeneità osservata. Infatti, per ognuna
delle classi dimensionali la quota di esportatori coinvolta in progetti di R&S è
superiore a quella che si riscontra nella classe di addetti immediatamente
successiva delle imprese che operano solo sui mercati nazionali. Per citare un
esempio, le imprese esportatrici di piccola dimensione mostrano una propensione
alla R&S superiore a quella delle medie imprese domestiche (31% vs 18%). Risultati
analoghi a quelli appena presentati emergono quando si considera l’intensità di
investimenti in ricerca e sviluppo (in percentuale del fatturato).
Sino a questo punto la competitività internazionale è stata analizzata
considerando come oggetto di studio le imprese che vendono sui mercati
internazionali.
Naturalmente la competitività esterna e l’internazionalizzazione sono fenomeni
più ampi e complessi. Come evidenziato da diversi filoni di ricerca,
l’internazionalizzazione è il risultato di un processo multiforme dove la conoscenza
tecnologica, le capacità organizzative e l’attitudine all’apprendimento interagiscono
in risposta al contesto estero, producendo differenti performance e percorsi
organizzativi (Castellani e Zanfei, 2006).
La letteratura sul tema, e le evidenze disponibili anche per il caso italiano
(Rapporti sulla competitività dei settori, ISTAT, vari anni), segnala come a forme di
internazionalizzazione più strutturate corrisponda una maggiore complessità delle
imprese coinvolte. Al crescere della complessità delle forme di
internazionalizzazione, dal mero export/import al commercio bidirezionale, sino ad
arrivare al caso delle multinazionali, aumenta sia la dimensione media (numero di
addetti) che il livello di produttività.
La superiorità tecnologica si accompagna a una maggiore domanda di lavoro
qualificato che implica un costo del lavoro per addetto maggiore. Le imprese che
hanno forme di internazionalizzazione più complesse, inoltre, hanno margini
intensivi di export superiori, una maggiore capacità di raggiungere i mercati più
distanti, una maggiore varietà di prodotti venduti e una platea di paesi serviti più

- pag. 39 -
ampia. Al di là di questi aspetti, l’innovazione gioca un ruolo fondamentale per
assicurare i livelli di competitività richiesti sui mercati internazionali. Ciò avviene
sia attraverso l’introduzione di innovazioni che tramite i percorsi di apprendimento
che l’impresa realizza operando in ambienti più competitivi.
La Tabella 4.5 riporta i risultati ricavati dall’indagine campionaria relativi alla
diffusione di innovazione e ricerca a seconda delle differenti modalità di
internazionalizzazione osservate.
La tassonomia proposta, nella quale le diverse modalità considerate non sono
mutualmente esclusive (nel senso che ogni impresa può appartenere a più gruppi),
organizza le forme di internazionalizzazione a seconda della complessità della
presenza estera: esportatori, importatori, two-way trader (export e import),
imprese che appartengono a catene globali del valore (GVC), esportatori globali
(imprese con un fatturato esportato superiore al 50% del fatturato totale e che
vendono in paesi extra-UE), IDE (imprese che hanno realizzato investimenti diretti
esteri) e imprese a controllo estero.

Tabella 4.5. Attività innovative per tipologia di internazionalizzazione.

Collaborazioni
Innovazioni esterne per
Innovazioni Innovazioni Innovazioni Attività di
(almeno un R&S (sul totale
di prodotto di processo organizzative R&S
tipo) imprese con
R&S)

Solo export 42,9 31,8 22,4 18,5 31,0 41,8

Two-way trader 51,6 39,1 28,6 24,5 39,3 48,6

GVC 47,6 35,5 26 22,2 34,5 47,5

Esportatrici globali 49,5 42 26,4 22,2 44,8 45,9

IDE 74,1 66,6 49 40,5 59,9 49,4


Multinazionali a
56,0 42,4 33,5 28,1 54,0 48,2
controllo estero
Nota: La tassonomia si basa sui dati delle indagini MET. Le diverse categorie proposte non sono
mutualmente esclusive. Solo export: le imprese che esportano soltanto (non hanno altre attività di
internazionalizzazione). Two-way trader: le imprese importano ed esportano allo stesso tempo. GVC: le
imprese che appartengono ad una catena globale del valore (per l’identificazione ci si basa sulla tipologia
di prodotti realizzati – semilavorati, beni finali industriali o di consumo, etc. – sulla presenza di
export/import e sulla tipologia di contributo tecnologico nella relazione con le altre imprese). Esportatrici
globali: le imprese che vendono anche oltre l’UE e le cui esportazioni contribuiscono per oltre il 50% del
fatturato complessivo. IDE: imprese con investimenti diretti all’estero. Multinazionali a controllo estero:
imprese che appartengono a gruppi esteri.
Fonte: Indagine MET, panel 2011-2013.

- pag. 40 -
La tabella suggerisce che la propensione all’innovazione aumenti in funzione di
diverse grandezze.
La prima è la distanza: le imprese che vendono su mercati più distanti tendono
ad essere più innovative delle altre imprese esportatrici.
La seconda dimensione rilevante è il numero di attività realizzate all’estero: per
citare un esempio, le imprese che importano ed esportano allo stesso tempo
tendono ad essere più innovative dei meri esportatori/importatori. Si tratta di
un’evidenza importante, che conferma come anche le importazioni possano essere
un canale rilevante di apprendimento e, in ultima istanza, di competitività (Aristei
et al., 2013).
Il terzo elemento si riferisce direttamente alla tipologia di presenza nel paese
estero. Le imprese italiane che hanno internazionalizzato la loro produzione, nel
caso in oggetto attraverso investimenti diretti esteri, sono il gruppo più innovativo
tra quelli considerati.
Infine, un ulteriore questione tocca la tipologia di relazioni stabili nei paesi
esteri. Infatti, le imprese che appartengono a catene del valore globali e le aziende
italiane che appartengono a gruppi esteri innovano più frequentemente dei semplici
esportatori, poiché possono beneficiare di trasferimenti di conoscenza nell’ambito
delle loro relazioni produttive con i clienti o con l’impresa madre.
Risultati analoghi a quelli presentati per l’innovazione emergono anche quando
si considerano le attività realizzate nel campo della ricerca. In sostanza, il messaggio
che si vuole evidenziare è che l’eterogeneità presente nelle forme di
internazionalizzazione non può essere spiegata ricorrendo ad un unico fattore, è
necessario piuttosto ricorrere ad una molteplicità di grandezze. Allo stesso modo, la
competitività internazionale è il frutto di una varietà di fenomeni e fattori che la
determinano. Questo aspetto può essere chiarito ricorrendo ad una semplice
evidenza statistica, come riportato nella Figura 4.7, che raffigura la funzione di
densità (Kernel) della produttività del lavoro, standardizzata per la distribuzione
per anno di rilevazione e settore di attività.
Nel dettaglio sono confrontati tre tipologie di imprese internazionalizzate: le
imprese che esportano soltanto e le imprese che importano ed esportano allo stesso
tempo, a loro volta suddivise in due gruppi a seconda o meno che realizzino attività
di R&S.
Le tre curve hanno la medesima forma, ma la posizione cambia al crescere del
numero di attività internazionali e di R&S realizzate. La distribuzione dei two-way
trader che non svolgono R&S è traslata verso destra (maggiore produttività)
rispetto a quella dei meri esportatori, confermando il fatto che le importazioni
possono aiutare le imprese ad incrementare la propria efficienza. Inoltre, la
distribuzione dei two-way trader con progetti di R&S è ulteriormente traslata verso
destra, segnalando che i percorsi innovativi possono essere discriminanti per i livelli
di produttività. Si tratta di una semplice evidenza esplorativa, che mostra tuttavia
come la competitività internazionale sia un fenomeno complesso.

- pag. 41 -
Figura 4 4.7.. Produ ttività del lavoro9, confronto sulla
Produttività base della forma di
internazionalizzazione e della presenza di attività di R&S.

Fonte: Indagine MET (database pooled delle 5 rilevazioni).

9 Per i dettagli si veda la nota 8, p.33.

- pag. 42 -
5 Una sintesi degli approfondimenti econometrici

Lo studio delle determinanti e del ruolo specifico dell’eterogeneità del sistema


industriale italiano è stato sottoposto a numerosi approfondimenti per cercare di
portare elementi a supporto delle tesi espresse. In questa sede non si riportano nel
dettaglio le metodologie, le caratteristiche delle fonti e i test di robustezza eseguiti,
ma solo la presentazione della logica accompagnata da una descrizione dei metodi e
dei risultati.
La ricca serie di indagini econometriche effettuate10 ha sfruttato i dati
microeconomici a disposizione per investigare le relazioni e i nessi causali
sottostanti ai driver della competitività internazionale.
L’analisi è stata fondata su un approccio di ampio respiro che prendesse in
considerazione diverse dimensioni di competitività internazionale - probabilità di
internazionalizzazione, quote di mercato e performance - e un vasto spettro di
potenziali driver: da componenti strutturali (produttività, dimensione, età, grado di
capitalizzazione, integrazione verticale e costo del lavoro) a questioni finanziarie
(leva finanziaria, crediti commerciali, accesso al credito bancario e profittabilità),
oltre ai comportamenti strategici delle imprese (introduzione di innovazioni,
attività di R&S, capitale umano, investimenti e appartenenza a network di imprese).
L’elemento fondamentale, poi, è stato quello di sottoporre a test, relativamente
ai possibili effetti, le differenze esistenti tra le imprese per alcune grandezze
rilevanti riferite ai driver della competitività. Si è trattato, in sostanza, di provare a
considerare nelle stime gli effetti delle eterogeneità dei comportamenti valutando
separatamente, per esempio, i cambiamenti di stato da semplici innovatori a
innovatori con ricerca o, più in generale, percorsi di upgrading.
A livello empirico sono state impiegate molteplici tecniche econometriche per
risolvere problemi di endogeneità, indotti da meccanismi di autoselezione (delle
imprese più produttive e dinamiche nei mercati internazionali), o da possibili
fenomeni di causalità inversa (reverse causality).
I problemi di circolarità tra variabili sono stati ridotti al minimo attraverso l’uso
di appropriati lag temporali per le variabili indipendenti. Inoltre, le analisi sono
state depurate da fattori invarianti a livello di impresa (osservabili e non).
L’introduzione di effetti fissi (condizionati alla media temporale dei regressori,
qualora la variabile dipendente sia dicotomica, o incondizionati per le rimanti
variabili) è volta a catturare ogni carattere (comportamento e performance)
specifico della singola azienda e che non varia nel tempo, eliminando in tal modo
correlazioni spurie tra variabili. L’introduzione di una serie di effetti temporali ha

10 La presentazione completa delle stime e delle metodologie è presente in “Study on firm-level


drivers of export performance and external competitiveness in Italy” svolto per CE - DG ECFIN in
corso di pubblicazione .

- pag. 43 -
consentito di catturare sia componenti cicliche (effetti comuni a tutte le imprese ma
che variano nel tempo) che shock di domanda specifici per determinati settori e
regioni (effetti temporali e interazioni con indicatori di settore e regione/provincia
di appartenenza). Infine, per eliminare ogni potenziale problema residuo di
autoselezione o di endogeneità, sono state effettuate analisi su sottocampioni di
imprese (non esportatrici nel periodo precedente alla rilevazione) e sono state
impiegate tecniche di matching (Coersened Exact Matching) che consentissero una
selezione di imprese con caratteristiche simili, ma che differissero esclusivamente
per la variabile oggetto di studio (trattamento).
Le analisi sul margine estensivo di export (probabilità di essere esportatori)
sono basate su modelli probabilistici lineari o modelli Probit con effetti random
aumentati con la media temporale di ogni regressore (Mundlak correction).
Le analisi sul margine intensivo (quota di export, performance e crescita della
produttività) si basano invece su modelli lineari panel con effetti fissi temporali e a
livello di impresa. I dettagli metodologici e empirici del lavoro, così come i risultati
delle stime effettuate, saranno disponibili nel documento Study on firm-level
drivers of export performance and external competitiveness in corso di
pubblicazione come European Commission discussion paper e successivamente
disponibili sul sito www.met-economia.it.
I principali risultati dell’analisi possono essere ricondotti alle seguenti aree
tematiche:

Produttività, autoselezione ed eterogeneità:


La letteratura ha ampiamente evidenziato la forte autoselezione delle imprese
più produttive e dinamiche sui mercati internazionali, così come l’elevato
grado di eterogeneità e persistenza di comportamenti e caratteristiche. In linea
con quanto atteso, le evidenze mostrano una correlazione positiva della
probabilità di esportazione con un elevato numero di fattori.
In particolare, con il livello di produttività dell’impresa, con componenti
strutturali e dimensionali, con l’ambiente in cui opera l’azienda (network e
appartenenza a gruppi) e con fattori finanziari che sembrano avere un ruolo
essenziale nel determinare la propensione all’apertura verso l’estero.
Un impatto particolarmente significativo riguarda, tuttavia, componenti
strategiche relative al grado di dinamismo dell’impresa e connesse all’attività
innovativa, di R&S e di investimento. A causa di fenomeni di autoselezione e di
eterogeneità è impossibile, in questo contesto, delineare rapporti di causa-
effetto per via della possibile correlazione spuria tra variabili.
Una volta controllato per la persistenza dei fenomeni di interesse e depurato il
modello da un’eterogeneità persistente nel tempo, il quadro cambia
drasticamente.
Il livello di produttività smette di essere significativo, così come numerose
variabili strutturali inserite nel modello. Parte di questa evidenza è legata

- pag. 44 -
all’elevata persistenza dei fenomeni, rimossa attraverso l’utilizzo di effetti fissi.
La non significatività della variabile di produttività è certamente collegata al
suo lento cambiamento nel tempo e agli espliciti controlli per una serie di
attività (innovazione, R&S, investimenti, etc.) che guidano la sua evoluzione
nel breve periodo.
Questa evidenza, combinata con la significatività dei risultati preliminari,
implicitamente sottolinea il ben noto processo di autoselezione delle imprese
più produttive nei mercati internazionali.
In sostanza, la produttività non ha effetti diretti sul cambiamento di status da
soggetti che operano solo sul mercato interno (domestici) ed esportatori, ma
ha effetti rilevanti per l’upgrading (per esempio attraverso una crescita della
quota di fatturato esportato), o per evitare l’uscita dal mercato internazionale.
Di contro, l’introduzione di innovazioni, lo svolgimento di attività di ricerca e
sviluppo e investimenti di altra natura continuano a mostrare un effetto
fortemente positivo e significativo sulla probabilità di esportare, specialmente
in mercati lontani (extra UE).
Simili risultati vengono riscontrati anche nello studio della probabilità di nuovi
ingressi sul mercato internazionale (sottocampione di imprese non
internazionalizzate nel periodo precedente).
Il ruolo giocato dalle attività innovative è confermato anche per il margine
intensivo di export (quota di export o crescita del valore esportato sul
fatturato). L’introduzione di innovazioni implica una crescita media del valore
esportato di circa l’8.5%.
Inoltre, sebbene il livello di produttività non giocasse un chiaro ruolo per
l’ingresso sui mercati internazionali, emerge invece come una determinante
fondamentale delle performance estere, e segnale della elevata capacità di
competere sui mercati.
I risultati sono consistenti anche con modelli a equazioni simultanee in grado
di tener conto di fattori non osservabili che guidano al contempo la probabilità
di export e di innovazione. L’approccio empirico consente inoltre di
evidenziare i limiti e le determinanti che incidono sulla probabilità di
innovazione. L’attività di ricerca gioca naturalmente un ruolo primario.
È opportuno sottolineare come, non solo la ricerca svolta internamente, ma
anche l’attività di ricerca esterna, tipicamente impiegata da imprese meno
strutturate, accresca la probabilità di innovare.
Il razionamento sul credito bancario è fortemente (e negativamente) collegato
con la capacità innovativa delle imprese ed il suo impatto è significativamente
ridotto da fenomeni di relationship lending (accumulazione di informazioni da
parte della banca attraverso rapporti ripetuti con soggetti relativamente
opachi).
Infine, si segnala un ruolo importante giocato da componenti strutturali (età e
dimensioni) così come dall’ambiente in cui opera l’impresa (appartenenza a

- pag. 45 -
gruppi e network di aziende) attraverso la generazione di spillover ed
esternalità positive.

Tipologia di innovazione.
Alla luce del ruolo cruciale giocato da attività di innovazione e ricerca, l’analisi
ha affrontato e evidenziato diverse componenti di eterogeneità nei fenomeni di
interesse. Tra le varie tipologie di innovazione, l’introduzione di nuovi prodotti
sembra dominare strettamente altre forme di innovazione (di processo o
organizzative-gestionali) che risultano ampiamente non significative nello
spiegare sia la probabilità di export che le effettive performance internazionali.
Tuttavia, l’analisi ha mostrato un ruolo indiretto delle innovazioni di processo
e organizzativo-gestionali attraverso una sostanziale crescita della produttività
anche di breve periodo (incrementi superiori al 15%).

Integrazione di attività dinamiche.


Un’ulteriore insieme di analisi ha riguardato lo studio dell’integrazione delle
attività strategiche e dei modelli di innovazione adottati.
In primo luogo, la comparazione dei due modelli di innovazione,
accompagnata da attività di ricerca o meno, mostra una chiara dominanza
dell’integrazione strategica, con effetti fino a tre volte superiori sulla
probabilità di export e le performance effettivamente registrate.
Inoltre, il set di attività dinamiche (innovazione, ricerca e investimenti) sembra
avere effetti cumulati che si rafforzano a vicenda. In aggiunta agli effetti
positivi di ognuna di queste strategie, i percorsi di arricchimento delle gamma
strategica intrapresa (aggiunta di una o più attività) generano sostanziali premi
sulla probabilità di esportazione. Viceversa, l’interruzione e la discontinuità in
una o più attività riduce fortemente la probabilità di export.
Tale risultato è ampiamente confermato da specifici studi sull’uscita dai
mercati internazionali e mostrano come, in un periodo di forte discontinuità
dell’attività internazionale, la probabilità di uscita dai mercati esteri risulti
essere in gran parte legata alla discontinuità di comportamenti innovativi e di
investimento, così come da scarse performance produttive.

Eterogeneità ed effetti disproporzionali.


Una serie di analisi aggiuntive è stata volta a studiare l’eterogeneità negli effetti
dell’attività di ricerca e innovazione sulle performance internazionali. I
risultati mostrano un effetto altamente non lineare di questa tipologia di
attività dinamiche. Sia per quanto riguarda i margini estensivi che quelli
intensivi di export, lo svolgimento dell’attività di ricerca e l’introduzione di
innovazioni premiano largamente imprese originariamente meno strutturate
in termini dimensionali e di produttività. Tale risultato sembra suggerire come
le attività di ricerca e innovazione possano rappresentare strumenti che

- pag. 46 -
consentono alle imprese, specialmente alle nuove entranti, di colmare
eventuali divari strutturali con le imprese già internazionalizzate.

Catene Globali del Valore.


Uno specifico approfondimento sulle catene globali del valore (GVC) è stato
volto ad analizzare il loro impatto sulle attività dinamiche e performance.
L’appartenenza alle GVC è associata in media ad una maggiore capacità
innovativa e maggiori investimenti in R&S. Tuttavia, l’effetto nasconde
un’elevata eterogeneità in cui le modalità specifiche di contribuzione alla
catena del valore hanno un ruolo ancora più prominente. In particolare,
imprese caratterizzate da elevate competenze e che mostrano rapporti stabili
con la catena del valore (relational GVCs) sembrano dominare le altre forme di
appartenenza in termini di capacità innovativa e performance effettive.
Questa tipologia di catene del valore sembra anche aver fronteggiato meglio lo
shock di domanda causato dal crollo del commercio estero del 2008.

- pag. 47 -
- pag. 48 -
6 L’evoluzione dei “motori” della competitività durante la crisi

Le analisi proposte nei capitoli precedenti hanno identificato una serie di fattori
determinanti per la competitività internazionale delle imprese italiane. Questi
fattori sono riferiti sia a caratteristiche strutturali persistenti che ai profili strategici
dell’impresa.
In particolare, le diverse analisi hanno evidenziato il ruolo discriminante che
assumono i percorsi innovativi nel raggiungimento di vantaggi competitivi. Più
precisamente, le analisi econometriche hanno fatto emergere come i pattern
dell’innovazione possano agire sia in maniera diretta che indiretta (ad esempio
attraverso incrementi della produttività) sulla capacità delle imprese di competere
sui mercati internazionali.
L’identificazione dei drivers della competitività ha un valore per sé che,
tuttavia, deve essere integrato dall’osservazione a livello aggregato della diffusione
di questi fattori e dalla loro evoluzione per comprendere lo scenario competitivo
nazionale e delle diverse regioni.
La rilevanza di tali evidenze nell’ottica del policy maker fa riferimento
esplicitamente alla comprensione delle dinamiche spontanee in corso.
I risultati presentati in questo capitolo si basano sulle variazioni osservate
attraverso le rilevazioni campionarie MET, che coprono, come segnalato in
precedenza, l’intero arco della crisi.
Un elemento di interesse è riferito all’evoluzione stessa della propensione
internazionale, misurata in questo caso attraverso la percentuale di imprese che
vendono all’estero e dalla quota media di fatturato esportato. La Figura 6.1 mostra
la percentuale di imprese esportatrici, fatto 100 la popolazione di imprese nazionale
dell’industria in senso stretto.
La crescita delle imprese esportatrici è stata continua, anche se il 2011, con
l’arrivo della seconda ondata della crisi che ha colpito più pesantemente il mercato
interno, ha rappresentato l’avvio di una fase di significativa accelerazione. La quota
di esportatori è infatti passata dal 18,5% del 2008 al 18,6% del 2009, per poi
arrivare al 20,5% del 2015.
L’incremento della proiezione internazionale ha riguardato tutte le classi
dimensionali, anche se con diverse velocità. Nelle micro-imprese la reazione al
crollo della domanda interna è avvenuta con maggiore ritardo rispetto alle aziende
più strutturate; nel 2011, infatti, la percentuale di aziende esportatrici con meno di
9 addetti era addirittura calata, successivamente, tuttavia, è seguito un significativo
aumento portando nel 2015 la percentuale di imprese esportatrici a un livello
superiore a quello pre-crisi.
Al di sopra dei 10 addetti, al contrario, il trend positivo è stato continuo, con
incrementi particolarmente marcati nelle fasce intermedie, rappresentative della
piccola e media impresa.

- pag. 49 -
Figura 6.1. Percentuale di imprese esportatrici per classe dimensionale e anno
dell’indagine campionaria.
90%
80%
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
Totale 1-4 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
2008 18,5% 12,6% 28,6% 35,9% 70,3% 76,6%
2009 21,1% 13,6% 22,7% 37,8% 67,7% 85,1%
2011 18,6% 8,1% 22,8% 45,6% 73,9% 80,1%
2013 20,5% 11,7% 34,0% 46,4% 75,4% 78,4%
2015 20,5% 11,8% 33,9% 47,6% 80,2% 81,7%

Fonte: Indagine MET.

La dinamica negativa della domanda interna ha portato a una forte espansione


della propensione all’export, come conferma il contributo del fatturato esportato sui
ricavi totali.
Anche in questo caso, si conferma una forte accelerazione a partire dal 2011: la
quota di fatturato esportato è passata dal 19,4% del 2008 al 20,1% del 2011, per poi
subire un forte incremento sino ad arrivare al 26,4% del 2015.
Il comportamento nelle diverse classi dimensionali non si discosta da quello
osservato in precedenza; vale la pena di evidenziare, tuttavia, come medie e grandi
imprese abbiano condotte simili, frutto del profilo di eccellenza delle nostre medie
imprese, da un lato, e delle difficoltà che hanno caratterizzato le imprese italiane di
grandi dimensioni durante la crisi, dall’altro.

Figura 6.2. Propensione all’export (fatturato esportato in % del fatturato totale) per
classe dimensionale e anno dell’indagine campionaria.
45
40
35
30
25
20
15
10
5
0
Totale 1-4 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
2008 19,4 3,7 8,3 14,0 27,8 29,9
2011 20,1 2,1 7,4 17,6 29,6 35,6
2015 26,4 3,5 10,9 18,0 41,1 41,9

Fonte: Indagine MET.

- pag. 50 -
All’interno di questo scenario che ha caratterizzato il coinvolgimento
internazionale dei produttori, è utile analizzare l’evoluzione nella crisi delle
determinanti della competitività internazionale.
Il primo elemento informativo si riferisce alla quota di imprese che ha
introdotto almeno un’innovazione (di prodotto, di processo o
organizzative/commerciali) nel triennio precedente all’anno in cui sono state
condotte le indagini (Figura 6.3).
Lo scoppio della crisi ha portato a un drastico calo delle imprese innovatrici, a
causa sia della caduta della domanda che della minore disponibilità di risorse
finanziarie necessarie allo sviluppo e all’introduzione di nuove tecnologie. L’avvento
della seconda ondata della crisi e la percezione della prolungata stagnazione della
domanda interna hanno spinto un crescente numero di imprese verso
comportamenti proattivi per far fronte al ciclo economico. Questi fattori hanno
determinato una ripresa della quota di soggetti innovativi tra il 2011 e il 2013,
proseguita anche nel biennio successivo: nonostante ciò, nel 2015 la percentuale di
coloro che hanno introdotto innovazioni resta ancora al di sotto dei livelli pre-crisi.

Figura 6.3. Percentuale di imprese che hanno introdotto almeno un’innovazione, per
classe dimensionale e anno della rilevazione.
90%
80%
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
Totale 1-4 addetti 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
2008 35,6% 30,0% 40,4% 56,4% 67,3% 82,4%
2009 19,8% 16,7% 20,5% 26,4% 40,6% 54,5%
2011 12,5% 8,2% 12,7% 23,6% 43,6% 59,5%
2013 20,0% 16,0% 27,0% 30,8% 43,0% 50,6%
2015 28,6% 22,9% 35,5% 48,9% 62,8% 70,0%

Fonte: Indagine MET.

Il dettaglio per classe dimensionale mostra come tale evoluzione sia


sostanzialmente riprodotta, con modeste variazioni, in tutte le classi riportate con
differenziazioni nei tempi di ripresa che si sono avuti solo nell’ultimo biennio con
riferimento alle aziende con più di 50 addetti.
In termini assoluti, le attività innovative hanno coinvolto, nel 2015, poco meno
del 30% delle aziende; tale risultato è fortemente influenzato dal comportamento
delle micro-imprese, che incidono in maniera prevalente sulla numerosità

- pag. 51 -
complessiva. Già a partire dai 10 addetti, le imprese innovative rappresentano circa
la metà degli operatori, sino ad arrivare ad oltre il 60% delle imprese con più di 50
addetti.
La dinamica osservata nelle diverse regioni conferma il trend nazionale: in tutte
le regioni si è assistito tra il 2011 e il 2015 ad un forte aumento della quota di
imprese innovatrici.
In questo stesso arco temporale, per oltre il 70% delle regioni, la percentuale di
imprese che ha introdotto innovazioni è più che duplicata, con incrementi
particolarmente accentuati per la Lombardia e la Sardegna, mentre in Veneto,
Umbria e Marche l’incremento è stato molto più contenuto.
La mera diffusione dell’innovazione in termini di numero di imprese non tiene
conto del diverso impatto economico di quelle più grandi, che pur numericamente
ridotte hanno effetti in termini di addetti e di valore aggiunto molto rilevanti.
Una comparazione della propensione innovativa nelle diverse regioni, che tenga
conto di questo aspetto, può essere realizzata ponderando diversamente le
osservazioni sulla base del numero di addetti impiegati, come mostrato nella Figura
6.5.
Fatto 100 il valore nazionale, le regioni che mostrano, al 2015, il maggiore
impegno innovativo sono l’Emilia Romagna e il Friuli Venezia Giulia, seguite da
Lombardia, Veneto e Piemonte. Questo è il gruppo delle regioni che influenza in
maniera prevalente gli output innovativi aggregati a livello nazionali. Si tratta infatti
delle uniche regioni con una presenza innovativa superiore al dato medio italiano.
Le regioni del Centro si collocano su un gradino intermedio con valori che
vanno da un indice pari a circa 85 per la Toscana sino ad arrivare all’Umbria che si
avvicina al dato complessivo.
Le regioni meridionali sono in posizione arretrata con un indice innovativo che
in media è di circa il 25% inferiore alla media Italia, anche se si registra un quadro
piuttosto eterogeneo, con la Sardegna che si avvicina ai valori osservati per le
regioni centrali, la Campania, la Puglia e la Basilicata in posizione intermedia, e,
infine, la Calabria e la Sicilia che presentano la più bassa propensione
all’innovazione.
Va sottolineata, tuttavia, la forte accelerazione che, anche nelle regioni
meridionali, si è registrata nel volgere di 4 anni con un aumento superiore al 100%
nella diffusione di innovazioni (in termini di numero di soggetti).

- pag. 52 -
Figura 6.4. Percentuale di imprese che hanno introdotto almeno un’innovazione,
dettaglio regionale. Indagini 2011 e 2015.
40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%

2015 2011

Fonte: Indagine MET.

Figura 6.5. Propensione innovativa nelle regioni: percentuale di imprese innovative


ponderato per il numero di addetti delle imprese, Italia=100.
120

100

80

60

40

20

Fonte: Indagine MET 2015.

- pag. 53 -
Tornando alle tendenze più generali, alcuni approfondimenti possono essere
rivolti alle tipologie di innovazioni introdotte.
La dinamica osservata in precedenza è confermata, anche se con alcune
differenze, sia per le innovazioni di prodotto che per quelle di processo e
organizzativo-commerciali.
Le innovazioni di prodotto sono quelle che hanno maggiormente risentito degli
effetti della crisi. La quota di imprese che ha introdotto nuovi prodotti è infatti
calata in maniera drammatica, passando dal 25% del 2008 al 12% del 2009. Il calo è
proseguito sino al 2011 (8%), per poi subire una ripresa progressiva sino al 2015,
tuttavia i livelli restano ancora distanti da quelli precedenti al 2008.
Nel caso delle innovazioni di processo e di quelle organizzative il calo seguito
alla crisi è stato relativamente meno intenso e, per le innovazioni di processo, nel
2015 il recupero post-crisi è stato ormai completato.
Si può dire, in sostanza, che in attesa di una piena ripresa della domanda
aggregata, a partire dal 2011 le imprese abbiano realizzato un impegno significativo
alla ricerca di un miglioramento dei livelli di efficienza attraverso nuovi processi
tecnologici e nuove pratiche organizzative.

Figura 6.6. Tipologie di innovazioni introdotte, per anno della rilevazione campionaria.
30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
Di prodotto Di processo Organizzative/commerciali
2008 24,8% 15,1% 14,3%
2009 12,5% 9,8% 12,5%
2011 8,0% 5,6% 5,6%
2013 13,8% 9,1% 7,1%
2015 20,1% 14,8% 11,9%

Fonte: Indagini MET.

L’evoluzione segnalata per le innovazioni introdotte si accompagna a dinamiche


analoghe con riferimento agli input dei percorsi innovativi. La ripresa osservata
negli anni recenti trova infatti un riscontro, semmai ancora più evidente, quando si
considera la diffusione delle attività di R&S.

- pag. 54 -
A seguito della prima fase della lunga crisi, la quota di soggetti impegnati in
investimenti in ricerca e sviluppo è calata dal 9,2% dell’indagine del 2008 al 5,8%
della rilevazione condotta l’anno successivo.
La ripresa dei soggetti attivi nel campo della R&S è iniziata già nel 2011 (6,3%)
per poi subire un progressivo e più significativo incremento, arrivando al 9,9% nel
2013 e al 12,9% nel 2015.
Si tratta di un’evidenza di grande rilievo, che segnala come i livelli pre-crisi
(almeno in termini di imprese coinvolte) siano stati recuperati già tra il 2011 e il
2013 e come il tessuto produttivo abbia acquisito una maggiore consapevolezza del
ruolo della R&S per ottenere vantaggi in uno scenario caratterizzato da crescenti
pressioni competitive.
In questo senso, il sistema produttivo che esce dalla crisi può essere inteso come
maggiormente innovativo rispetto a quello esistente al 2008.
Naturalmente la propensione alle attività di R&S, può essere influenzata dai
processi di selezione intercorsi durante la crisi, nell’ipotesi che i soggetti meno
innovativi siano fuoriusciti dal mercato.
Se si considera l’evoluzione espressa in termini assoluti, si conferma il trend di
crescita segnalato indicando un incremento del numero di imprese che ha investito
in R&S, anche se il superamento del valore pre-crisi risulterebbe essere avvenuto
solo nell’ultima rilevazione.
A ogni modo, la dinamica aggregata risulta prevalentemente influenzata dal
comportamento delle micro-imprese.
Infatti, se si considerano le aziende comprese nell’intervallo 10-249 addetti, la
ripresa delle attività è arrivata già prima dell’avvento della seconda ondata della
crisi. Al di sopra dei 250 addetti, la crescita è stata progressiva, senza una riduzione
della quota di imprese con R&S nella prima fase dello scoppio della crisi finanziaria
(probabile effetto di selezione).
La positiva ripresa delle attività di ricerca è confermata dall’analisi
dell’evoluzione del margine intensivo di spesa in R&S (Figura 6.8): le risorse
dedicate, in percentuale del fatturato, sono in crescita dal 2009, dopo il drammatico
crollo registrato a seguito della prima ondata recessiva.
Tra il 2013 e il 2015 si è registrata un importante accelerazione, grazie
soprattutto ad un incremento delle risorse impiegate nelle fasce dimensionali più
piccole, al contrario, tra le imprese di media e grande l’intensità di spesa è ancora
ampiamente al di sotto dei livelli pre-crisi.

- pag. 55 -
Figura 6.7. Percentuale di imprese che ha svolto attività di R&S, per classe dimensionale
e anno della rilevazione.
80%
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
Totale 1-4 addetti 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
2008 9,2% 5,3% 11,1% 22,5% 45,6% 53,7%
2009 5,8% 2,6% 6,1% 12,7% 31,8% 57,3%
2011 6,3% 2,0% 6,0% 17,5% 40,7% 64,1%
2013 9,9% 5,9% 11,5% 23,3% 44,7% 60,2%
2015 12,9% 9,9% 12,7% 22,4% 52,1% 67,2%

Fonte: Indagine MET.

Figura 6.8. Spesa in R&S, in percentuale del fatturato.


6

0
Totale 1-4 addetti 5-9 10-49 50-249 250 e oltre
2008 ,95 ,66 1,09 1,98 3,19 4,95
2009 ,27 ,17 ,28 ,48 1,12 3,43
2011 ,39 ,19 ,42 ,99 1,59 3,77
2013 ,48 ,37 ,42 ,92 1,87 3,06
2015 1,21 1,11 1,05 1,69 2,14 2,98

Fonte: Indagine MET.

- pag. 56 -
Il trend di crescita delle attività di R&S non solo è confermato in tutte le regioni
italiane, ma ha coinvolto in maniera significativa anche le regioni meridionali,
nonostante un livello ancora al di sotto di quello medio nazionale.
In Lombardia e in Friuli Venezia Giulia si osserva la maggiore diffusione di
imprese con spese in ricerca, riguardando circa il 17% delle aziende attive. Subito al
di sotto si collocano il Veneto, l’Emilia Romagna, il Lazio e l’Umbria. Tra le regioni
meridionali quelle che registrano il più alto impegno sono l’Abruzzo e la Campania,
mentre la Basilicata occupa il gradino più basso.

Figura 6.9. Percentuale di imprese che svolge attività di R&S, dettaglio regionale.
Indagini 2011 e 2015.
20%
18%
16%
14%
12%
10%
8%
6%
4%
2%
0%

2015 2011

Fonte: Indagini MET, 2011 e 2015.

Il quadro che emerge dall’analisi dell’evoluzione dei driver della competitività è


caratterizzato, come segnalato dalle evidenze descritte in questo capitolo, da un
significativo processo di ripresa.
Non si tratta soltanto di un effetto di resilienza di un tessuto produttivo proteso
verso il ritorno alla “normalità”, dopo un drammatico ciclo economico.
Emergono segnali di cambiamenti strutturali nell’approccio strategico delle
imprese, sempre più consapevoli della necessità di intraprendere percorsi in grado
di generare vantaggi competitivi e aggiustamenti per adeguarsi ad uno scenario in
rapida trasformazione.
Un riscontro di tali cambiamenti può derivare dall’analisi della diffusione dei
modelli innovativi. Fatto 100 il totale delle imprese che hanno introdotto

- pag. 57 -
innovazioni tecnologiche, la quota di imprese che ha svolto attività di R&S è
raddoppiata tra il 2008 e il 2015, passando dal 20% al 40%. Tale tendenza è
comune a tutte le classi dimensionali: anche le micro e piccolissime imprese,
quindi, stanno cercando di migliorare il proprio profilo innovativo e le loro
conoscenze tecnologiche attraverso attività di ricerca codificata.
In conclusione, si può affermare che la crisi ha agito in diversi modi sui percorsi
innovativi intrapresi dalle aziende.
Per iniziare, l’incertezza generata, i dubbi sulle strategie da intraprendere e la
mancanza di risorse finanziarie disponibili hanno profondamente ridotto la
propensione ad innovare e ad investire in attività di R&S nella fase iniziale della
crisi. Con la recessione si è avuta una ricomposizione delle tipologie di innovazioni
che ha favorito una relativa maggiore diffusione delle innovazioni di processo e
organizzative a segnalare la ricerca di guadagni di efficienza da parte delle imprese.
Il prolungarsi della fase di difficoltà ha successivamente mutato l’atteggiamento
di molte imprese, per le quali è divenuto progressivamente più stringente l’esigenza
di adottare comportamenti innovativi anti-ciclici.
In altre parole, la seconda ondata della crisi, come detto, ha messo in dubbio la
sostenibilità di atteggiamenti di mera attesa e minimizzazione dei costi e dei rischi.
A questo riguardo i dati hanno evidenziato il trend di forte ripresa delle attività
innovative a partire dal 2011 e il cambiamento delle modalità di realizzazione delle
innovazioni. E’ stato infatti descritto in precedenza come il modello innovativo
tradizionale delle piccole imprese italiane, basato su innovazioni incrementali, non
basate su acquisizioni di conoscenza tramite attività di ricerca, sia stato messo in
forte discussione all’interno di uno scenario che vede una progressiva e forte
crescita del modello di innovazione basato sulla R&S.
Il tessuto produttivo italiano che esce dalla crisi è più “innovativo” e
consapevole delle determinanti della competitività di quello presente prima del
2008. I dati microeconomici hanno evidenziato la presenza di profondi mutamenti
nella struttura industriale. Allo stesso modo, tali mutamenti si accompagnano a
tendenze estremamente eterogenee, non rendendo possibile chiarire se la maggiore
diffusione relativa delle imprese innovative sia il frutto dei processi di selezione a
favore delle imprese più efficienti oppure il risultato di una accresciuta
consapevolezza presso tutti gli operatori.
Al di là di quali siano le cause possibili, il cambiamento avvenuto a partire dal
2011 è un dato di fatto con dinamiche interne particolarmente rilevanti e rapide,
oltre che, come si è visto in precedenza, caratterizzate ancora da molte fragilità. Si
tratta di tendenze da sostenere e che possono formare una base per un nuovo
percorso di crescita.

- pag. 58 -
7 Le politiche: il disegno

Le aree di analisi e le politiche di cui ci occupiamo fanno riferimento a ciò che


comunemente si definisce Politica Industriale11.
Negli ultimi decenni la politica industriale italiana ha perseguito una vastissima
gamma di obiettivi, utilizzando un gran numero di strumenti diversi; molti di essi
sono stati sperimentati su larga scala e con una rilevante quantità di risorse
finanziarie (generalmente con opinioni deludenti sui risultati ottenuti).
Si può sostenere che la lunga storia e la diffusa convinzione sull’inefficacia degli
interventi abbiano determinato una disillusione nei confronti delle politiche
pubbliche in materia, disillusione spesso rafforzata da posizioni ideologiche e da
cattiva analisi e informazione (per esempio con quantificazioni errate degli importi
finanziari dedicati al sostegno alle imprese industriali e del loro impatto sul bilancio
pubblico12).
È innegabile, tuttavia, che la sensazione di aver provato già tutti gli strumenti
possibili e di non aver “risolto” i problemi strutturali dell’economia italiana, in
primo luogo di quella meridionale, abbia appesantito per lungo tempo e in misura
rilevante la capacità di programmare azioni adeguate.
D’altro canto, uno dei problemi nazionali nel campo delle politiche economiche
per lo sviluppo risiede proprio nella capacità di apprendere dalle azioni passate.
Le stesse analisi valutative rigorose effettuate in Italia, troppo poche e troppo
concentrate solo su un numero ristretto di misure, hanno offerto un quadro
attendibile sul grado di efficacia netta di questi interventi. Il loro contributo
nell’indagare le ragioni di dettaglio degli eventuali insuccessi, tuttavia, è stato molto
modesto.
Così pure i casi, ancor meno frequenti ma che pure esistono, di politiche di
successo non sono stati oggetto di riconoscimenti analitici13 né studiati nella loro

11 E’ appena il caso di sottolineare come tutto faccia riferimento alla Politica Industriale. Essa è
costituita da una gamma molto ampia di strumenti e di strategie e va dai sistemi di regolazione
generale dei mercati e di alcuni mercati in modo particolare, alla gestione della domanda pubblica,
fino a orientamenti specifici, come nel caso della Green Economy o della scelta di sistemi di
mobilità da privilegiare. In queste pagine si ragiona solo di una linea specifica delle politiche
industriali rappresentata dal sostegno a quelle tendenze delle imprese private considerate
meritevoli di supporto.
12 Dopo aver occupato per anni le prime pagine dei più importanti quotidiani italiani con la

tesi di un’industria privata nazionale sussidiata, la questione è lentamente evaporata fino a far
scrivere all’ex commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli:
“…avrete notato che, a parte qualche finanziamento per le aree disagiate e per interventi di importo
minore, il settore industriale italiano non riceve finanziamenti rilevanti dallo Stato…” (Cottarelli,
2015)
13 Non si considerano tali le cosiddette best practice europee spesso definite su basi troppo

fragili e ben prima che gli effetti potessero essere riconosciuti. Peraltro la presentazione di queste

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capacità di poter essere trasferiti in contesti, per esempio regionali, differenti.
Persino il parlare di casi di successo è stato messo in secondo piano, forse per non
andare contro il senso comune.
La logica sottostante alla presente analisi è che uno sforzo per migliorare
l'efficacia del disegno di politica industriale potrebbe utilmente essere orientato in
due direzioni prevalenti: una specificazione più accurata degli obiettivi e un disegno
tecnico degli strumenti che parta dalla esplicitazione della “domanda” delle imprese
e non dalla riproposizione di regole e meccanismi amministrativi predeterminati o
appropriati solo per il rispetto di regolamenti.
Si tratta, nella sostanza, di un reale rovesciamento di prospettiva che richiede
una condivisione di indirizzi e attività specifiche (non di produzione legislativa, se
non in casi minori, ma di messa a punto regolamentare) e di un ruolo del settore
pubblico molto orientato anche a servizi di accompagnamento.
La “domanda” di policy da parte delle imprese, prioritaria in questo disegno,
può essere approssimata dall’insieme di criticità operative, difficoltà a
intraprendere percorsi di crescita, vincoli allo sviluppo rappresentati dalle quantità
e qualità dei fattori produttivi - in primo luogo costituiti dalle competenze e dal
capitale -, ma anche dalle disponibilità di servizi qualificati e da reti di imprese.
Sono aspetti sui quali appropriate misure sono in grado di avere effetti, come
avviene in diversi paesi leader in questo campo, a partire dalla Germania.
Si tratta di una domanda che, per sua stessa natura, è differenziata a seconda
dei diversi profili e caratteristiche di imprese ed è utile cercare di distinguere tali
problematiche sulla base di analisi descrittive e interpretative approfondite. I test di
sperimentazione diretta degli strumenti, naturalmente, rimangono essenziali14.
Le analisi svolte in queste pagine mirano all'individuazione di obiettivi più
specifici in termini di caratteristiche delle imprese e all'identificazione dei principali
fattori di competitività, nonché di molti problemi e vincoli che i diversi gruppi di
operatori incontrano. L’obiettivo è quello di offrire informazioni per corrette
interazioni tra il disegno delle politiche e l'universo eterogeneo delle imprese.
La politica può essere progettata per incoraggiare strategie dinamiche e
alleviare i vincoli principali che limitano le attività degli attori più interessanti
(individuati a grandi linee nei capitoli precedenti, ma che necessitano di
approfondimenti mirati).
Una volta definiti gli scopi e le caratteristiche delle politiche da conseguire, la
parte gestionale-amministrativa e la sua idoneità a raggiungere gli obiettivi
rappresenta un problema fondamentale troppo spesso trascurato.

pratiche non toccava quasi mai i dettagli operativi da cui trarre eventuali possibilità di
riproposizione.
14 Si tratta di un lavoro impegnativo sul quale i policy maker o le istituzioni di attuazione

dovrebbero impegnarsi in misura consistente: essi offrono un servizio e la conoscenza accurata dei
fruitori dovrebbe essere aspetto essenziale.

- pag. 60 -
Non è compito di questo lavoro l’approfondimento degli aspetti di gestione
amministrativa e di pratiche seguite nelle diverse fasi di disegno procedurale, di
accesso, di selezione e di certificazione: certo, un’operazione di manutenzione
straordinaria degli strumenti in essere per cercare di renderli più amichevoli nei
confronti delle imprese e più orientati al raggiungimento degli obiettivi potrebbe
essere un’attività meritevole di un impegno esplicito con ridotto utilizzo di risorse e
potenzialità rilevanti.
Le regole devono comunque essere rispettate: in attesa di poter cambiare quelle
meno sensate, un serio lavoro di assistenza da parte delle amministrazioni può
essere desiderabile ed efficace.
Prima di affrontare direttamente i suggerimenti di policy derivanti in modo
specifico dalle elaborazioni svolte, riteniamo utile proporre un breve cenno alla
storia della nostra politica industriale nel dopoguerra, che ripercorra le diverse fasi,
i diversi obiettivi e gli strumenti che hanno caratterizzato un lunghissimo periodo.
Lo scopo è quello di mostrare come nei diversi cicli vi sia stato un susseguirsi di
iniziative con una gamma completa di strategie, con oscillazioni periodiche e
ritorni.
Come spesso si afferma: il diavolo sta nei dettagli (o seguendo la versione
crociana originale: il paradiso è nei dettagli).
***
La storia della politica industriale italiana può essere fatta risalire agli anni '50
con l'intervento straordinario per l'Italia meridionale, ma possiamo identificare, a
livello nazionale, due periodi principali caratterizzati da punti di svolta delle
politiche nazionali.
Il primo punto di svolta rilevante delinea l'emergere della politica industriale
nazionale italiana e comincia, seppure con un certo grado di arbitrarietà, alla metà
degli anni '70: negli anni immediatamente successivi alla prima crisi petrolifera,
con una recessione assoluta nel 1975, il primo periodo di vera grande difficoltà
dell'industria italiana del dopoguerra.
Il secondo punto di svolta può essere identificato nell'ultimo decennio del
secolo, e in particolare in un anno fatidico sotto molti profili, il 1992: i Trattati
dell'Unione Europea, la creazione del mercato unico europeo, l’emergere di nuove
forze politiche fortemente radicate nelle regioni più ricche del paese, la crisi
monetaria e la pressione dei vincoli di bilancio che si sono determinati (con molte
altre trasformazioni politiche e sociali di rilievo) hanno portato a una revisione
sostanziale della politica in corso.
A questi due grandi cicli sembrerebbe essersene aggiunto un terzo avviato da
pochi anni e in attesa di un ulteriore consolidamento delle tendenze.
Il cambiamento si può riconoscere negli anni di uscita dalla lunga crisi con le
misure adottate a partire dal 2014. In questo ultimo caso le novità sono molte e
toccano diversi aspetti. Al di là di quelli culturali sul modo in cui vengono percepite
le politiche per le imprese, si è assistito a una progressiva revisione di numerosi

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strumenti, all’accelerazione dell’orientamento “tecnologico” delle misure (Smart
specialization e Industria 4.0) e all’utilizzazione di strumenti convenzionali e “non
convenzionali” come quelli finanziari forniti da Agenzie e Istituti pubblici.
Per offrire una sorta di promemoria di cambiamenti spesso dimenticati si
ripropone, in appendice, una cronologia sommaria delle varie politiche industriali
seguite in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri con i
cambiamenti della struttura, delle caratteristiche, delle strategie e dei principali
strumenti adottati descritti solo nelle loro linee essenziali (cfr. Appendice: le fasi
della politica industriale).
In oltre 60 anni sono stati testati quasi tutti i possibili sistemi di intervento.
Le strategie seguite spaziano dal sostegno generico all'accumulazione del
capitale e al lavoro (sia qualificato che non qualificato), a incentivi specifici di
settori chiave, incluse le sovvenzioni a quelli che si considerano in letteratura come i
driver generali della crescita (R&S, innovazioni o internazionalizzazione), fino alla
decontribuzione del costo del lavoro, alla defiscalizzazione decennale per i nuovi
impianti e giungono a comprendere le politiche per il sostegno al capitale di rischio,
oltre a molto altro ancora.
Ancor più interessante è la scelta degli strumenti tecnici - che per la verità non
sembra sempre consapevole per quanto concerne gli effetti -: si è passati da
strumenti con base generale (ovvero verso tutti coloro che effettuavano determinati
investimenti o svolgevano specifiche attività) a quelli con meccanismi premiali (si
pensi al procedimento di selezione basato su criteri orientati al risparmio di risorse
pubbliche per unità di occupazione e sulla scelta delle imprese apparentemente più
solide dei primi bandi della legge 488/92), da strumenti molto selettivi (interventi
per il capitale di rischio), fino al ritorno a strumenti generalissimi quali quelli che
prevedono un credito di imposta automatico in relazione a spese determinate.
L'elenco degli strumenti utilizzati può essere esteso ulteriormente e oggi è
difficile trovarne di nuovi, almeno nelle loro definizione generale, mai sperimentati
e potenzialmente più efficaci: interventi diretti con le imprese pubbliche, quote di
spesa fissa per regioni o aree da privilegiare, sostegni al capitale di rischio in molte
forme diversificate, concessione di garanzie pubbliche per l'accesso al credito,
prestiti partecipativi, contributi agli investimenti, prestiti agevolati, riduzione dei
costi del lavoro, incentivi all'assunzione, sostegni all’avviamento e incentivi alle
nuove imprese, sovvenzioni ai brevetti, sovvenzioni alle esportazioni, sostegno alla
ricerca e alla innovazione, incentivi alla realizzazione di reti di impresa, voucher
per l’acquisto di servizi e molte altre possibilità.
La cassetta degli attrezzi nominalmente15 usata è impressionante, i risultati non
sono generalmente considerati positivi e lo scenario sembra lasciare poca speranza
per nuove politiche efficaci.

15 E’ bene ricordare che in un elenco sommario come quello esposto si affiancano operazioni
da miliardi di euro ad altre capaci di erogare somme irrisorie. Oltretutto, alcuni degli strumenti

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Ugualmente, intensità degli aiuti e strumentazione tecnica hanno subito
profonde trasformazioni e si sono seguite molte strade diverse.
Le tecnicalità non possono che essere la più evidente e credibile
rappresentazione delle diverse visioni del mercato e del ruolo del settore pubblico e
raffigurano una lunga parabola.
***
Qualunque sia stata la strategia seguita e gli strumenti tecnici utilizzati, la spesa
per gli Aiuti di Stato in Italia, spesa già diminuita notevolmente dagli anni Ottanta
(quasi dimezzata rispetto al PIL all'inizio del nuovo millennio), si è ulteriormente
contratta in termini assoluti e in relazione al PIL anche in rapporto alla maggior
parte dei paesi europei16. Persino durante la Grande Crisi il grado di sovvenzioni
all'industria italiana è diminuito apprezzabilmente. A ribadire una possibile
inversione di tendenza, i flussi di spesa per Aiuti registrano dal 2014 una, sia pur
lieve, crescita.

hanno conosciuto attuazioni molto ritardate e dotazioni trascurabili rispetto agli stessi obiettivi e
alle funzioni proposte.
16 Commissione europea: State Aid Scoreboard, European Commission, DG Comp,

http://ec.europa.eu/eurostat/tgmcomp/table.do?tab=table&init=1&language=en&pcode=compsa
_02&plugin=1

- pag. 63 -
- pag. 64 -
8 Le politiche: i suggerimenti tratti dall’analisi

La ragione che sta alla base dell’analisi sin qui condotta risiede nel tentativo di
offrire informazioni per migliorare l'efficacia del disegno di politica pubblica a
partire dall'individuazione di obiettivi più specifici in termini di caratteristiche delle
imprese da sostenere.
Se le politiche da rinnovare devono partire da un’accurata analisi della
“domanda”, le misure appropriate per ridurre freni e vincoli alla diffusione di
comportamenti dinamici possono essere costruite solo avendo cura di identificare
con ragionevole precisione le imprese target.
Si è detto che un tale obiettivo può essere raggiunto attraverso una specifica
"granularità" delle analisi applicata allo studio delle determinanti principali della
competitività e della loro interazione con la popolazione delle imprese. Le nostre
analisi sottolineano aspetti solo in parte noti.
In modo particolare, ci si concentra sugli elementi comportamentali e strategici
che rimangono rilevanti anche dopo aver considerato le grandezze discriminanti
tipiche come la dimensione di impresa o l’appartenenza settoriale e geografica.
Proprio con riferimento alla grandezza “dimensione”, viene sottolineato come
l’elemento distintivo del sistema nazionale nel campo delle esportazioni non sia
stato tanto la grande diffusione delle imprese di piccola e piccolissima dimensione,
ma piuttosto la loro scarsa capacità innovativa e il loro modesto dinamismo in
relazione a imprese analoghe di altri paesi, che ha contribuito a determinare le
difficoltà sui mercati registratasi in periodi recenti.
Le stesse analisi svolte sembrano confermare l'esistenza di profondi processi di
ristrutturazione in corso e avviatisi durante la crisi con il coinvolgimento di un
numero crescente di società; tutto questo si sta traducendo in un riposizionamento
e in un miglioramento strategico nei diversi segmenti della produzione e del
mercato che si è riflesso nei positivi andamenti dei dati macroeconomici.
Non vogliamo sostenere, evidentemente, che la dimensione di impresa non
abbia rilievo, ma solo che esistono anche altri fattori che spiegano competitivtà e
performance: questi aspetti hanno un peso particolarmente elevato in un orizzonte
temporale di breve-medio periodo e possono avere efficacia anche a “struttura
produttiva data”.
Ancor di più, se si ragiona di politiche, è agendo sui motori dello sviluppo che
possono essere avviati processi che sono in grado - almeno potenzialmente - di
portare, attraverso un miglioramento delle performance, anche a un
consolidamento dimensionale. Va sottolineato, a tale proposito, come non sia
necessario porsi obiettivi irrealistici con una scala caratteristica di altre economie
(500 e più dipendenti), ma le nostre evidenze mostrano che si possono raggiungere
elevati livelli di efficienza, almeno nel caso italiano, già in un intorno dei 50 addetti
o persino a un livello inferiore.

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Il nostro contributo è stato principalmente orientato all'approfondimento del
ruolo dei diversi fattori di competitività delle aziende industriali italiane e ha offerto
un'analisi analitica e disaggregata degli elementi che caratterizzano la loro attività
nel corso della Grande Crisi degli ultimi anni.
In generale, questo sforzo ha confermato il ruolo fondamentale svolto dalle
attività di produzione e diffusione di conoscenze, come la R&S e le innovazioni,
nella loro funzione di “motori” della competitività internazionale.
Si sottolineano, tuttavia, aspetti specifici legati all’eterogeneità delle imprese e
dei loro comportamenti.
In sintesi, quindi, una parte non marginale delle possibilità di successo deriva
dai profili strategici propri delle imprese, dalle loro capacità tecnologiche e dai
comportamenti proattivi, in particolare nelle attività innovative anche a parità di
altri aspetti strutturali.
A questo proposito i dati documentano numerose trasformazioni negli ultimi
anni: in modo particolare vanno segnalati due aspetti fortemente collegati. La
crescita dell’apertura internazionale del sistema produttivo e la diminuzione della
diffusione del modello "tradizionale" italiano caratterizzato da innovazioni
incrementali senza attività di ricerca e sviluppo. Quest’ultimo fenomeno,
interpretato sempre come sintomo di debolezza, esiste ancora, ma si assiste a una
rapida trasformazione verso un modello che integra R&S e innovazione. Così pure i
processi in corso di integrazione e di sviluppo delle diverse strategie dinamiche
sembrano avere effetti significativi.
Inoltre, dopo un crollo iniziale della quota di imprese innovative nel periodo
2008-2009, il sistema industriale italiano ha registrato un graduale recupero nella
diffusione di imprese proattive dopo il 2010-2011. In alcuni di questi casi, come per
esempio nel campo delle attività di ricerca e sviluppo, la quota delle imprese
interessate a strategie dinamiche nel 2015 ha superato significativamente il suo
valore pre-crisi.
Nell'ambito di questo quadro, l'analisi empirica ha adottato adeguate tecniche
econometriche per correggere le stime da effetti collaterali indesiderati e isolare i
fattori di competitività esterna con un particolare focus sui comportamenti delle
imprese che hanno un ruolo strategico per la propria attività.
L'insieme dei risultati è estremamente ampio e si occupa di un numero
significativo di dimensioni che arricchiscono la letteratura esistente e forniscono
suggerimenti di qualche interesse per le politiche future.
Coerentemente con le principali interpretazioni della performance
internazionale italiana i principali risultati e suggerimenti politici possono essere
raggruppati in quattro ambiti principali.

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Di seguito si presentano prima le considerazioni riferite ad alcuni concetti
chiave e, successivamente, alcuni schematiche indicazioni.

Produttività
Si conferma quanto già diffusamente descritto in letteratura e cioè il ruolo
fondamentale svolto dalla produttività per la competitività internazionale, che si
associa stabilmente con una maggiore probabilità di internazionalizzazione: un
incremento di produttività è associato ad una probabilità di esportazione superiore.
Inoltre, la produttività ha un impatto critico sulle performance internazionali
delle imprese (cioè sui margini intensivi – crescita della quota di fatturato
esportato) e – in negativo - sulla decisione di uscire dai mercati esteri (+ 4% di
crescita delle esportazioni e -2% di probabilità di ritornare solo sui mercati interni).
Si tratta di una questione essenziale in quanto l'uscita dai mercati internazionali,
come documentato dalle statistiche descrittive aggregate, è stata estremamente
rilevante (circa il 20% delle imprese internazionalizzate tra il 2011 e il 2014) anche
in periodi caratterizzati da livelli di domanda interna relativamente bassi e da forti
incentivi a collocare all’estero la produzione.
Questo aspetto muta una volta tenuto conto delle caratteristiche persistenti
delle imprese, cioè quelle che non cambiano nel tempo. In questo caso la
produttività perde importanza nello spiegare la modifica dello status delle imprese
che operano solo sui mercati nazionali per portarle a esportare.
Si potrebbe ritenere poco rilevante questo aspetto se si considera che senza
crescita della produttività ci sarà poi, come detto, una maggiore probabilità di uscita
dai mercati. Va considerato, tuttavia, come comunque il nuovo ingresso in mercati
internazionali, anche in assenza di R&S e innovazione, ha un effetto
particolarmente virtuoso sulle prestazioni di vendita - secondo le stime effettuate -,
specie se si prolunga nel tempo e non è episodico. Il circuito virtuoso, anche se parte
dalla semplice vendita all’estero, può mettersi in moto attivando nel tempo anche
breve R&S, innovazioni e crescita della produttività secondo un processo
apparentemente inverso a quello tradizionalmente considerato (dalla ricerca alla
produttività e, infine, alla competitività internazionale).
Alla luce dei nostri risultati, si può sostenere che la produttività rappresenta un
fattore essenziale per il successo e la permanenza sui mercati internazionali, ma
non si ritiene che sia un fattore essenziale delle nuove scelte di
internazionalizzazione (cioè nuovi ingressi). A questo proposito, le misure politiche
dovrebbero tener conto di un effetto così eterogeneo con la capacità di differenziare
gli interventi volti ad aumentare il numero delle imprese internazionalizzate (un
aspetto rilevante per la crescita della competitività attraverso meccanismi di
apprendimento e di esportazione), dalle misure orientate al rafforzamento della
posizione internazionale e alla crescita di soggetti precedentemente
internazionalizzati. Nel primo caso, azioni più specificamente commerciali e di

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servizi per mercati non adeguatamente conosciuti possono essere molto efficaci,
mentre, nel secondo caso, si tratta di realizzare azioni di rafforzamento con
innovazione e ricerca mirate.

Ricerca e innovazione
Oltre alle caratteristiche strutturali di base, si registra un effetto sulla
competitività internazionale particolarmente significativo per gli investimenti in
strategie dinamiche. L'introduzione di innovazioni, il coinvolgimento in progetti di
R&S, nonché l'impegno di nuovi investimenti, hanno un effetto importante sulla
presenza in mercati esteri e sulla crescita delle quote anche di natura diretta, ovvero
dopo aver considerato l’effetto indiretto che passa attraverso una crescita della
competitività: effetti diretti per esempio legati al maggior potere di mercato di
prodotti nuovi o alla maggiore capacità di penetrazione degli stessi.
L'introduzione delle innovazioni è ancora più importante per raggiungere
destinazioni extraeuropee e per incidere sulle strategie di cambiamento delle
imprese: cioè l'ingresso e l'uscita dai mercati internazionali.
Ciò che va sottolineato in modo particolare, tuttavia, è proprio l’effetto
cumulativo delle strategie dinamiche: esiste cioè un “premio” specifico quando le
attività di innovazione si aggiungono a quelle di R&S con un significativo
incremento degli effetti attesi. I coefficienti relativi agli effetti di strategie innovative
associate all'investimento in R&S sono due o tre volte più grandi delle innovazioni
isolate (4,1% contro 1,7% nella probabilità di esportazione e + 11,7% vs + 6,6% nella
crescita delle vendite all'esportazione).
Inoltre, il percorso seguito nelle strategie dinamiche intraprese in passato
(aggiungendo o riducendo le azioni: per esempio integrando progressivamente le
attività dinamiche anziché realizzandole isolatamente) ha ulteriori effetti sulla
competitività internazionale delle imprese (circa il + 5% di probabilità di
esportazione).
Questo aspetto viene visto, quindi, come un supporto diretto alle tesi espresse
secondo le quali il processo di upgrading delle imprese intermedie manifesta
potenzialità ed effetti particolarmente rilevanti e come politiche specifiche possano
avere impatti attesi elevati.
Tra i diversi tipi di innovazioni, i nuovi prodotti dominano le altre forme di
innovazione (di processo o di tipo organizzativo-manageriale), specialmente nel
caso di società che non esportavano in precedenza. Questo perché i nuovi prodotti
sono la forma principale dell'innovazione che non viene prevalentemente
incorporata nel livello di produttività. Come da attese, le stime segnalano che le
innovazioni di processo e organizzative possono avere un ulteriore effetto indiretto
sull'esportazione aumentando la produttività delle imprese.
Le strategie innovative presentano effetti dis-proporzionali per le prestazioni
internazionali delle imprese che erano meno produttive e più piccole: i valori

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registrati segnalano un effetto maggiore sulle esportazioni delle azioni dinamiche
rispetto alle imprese inizialmente più produttive e più grandi.
Questo risultato consente di candidare strategie innovative come potenziali
strumenti per ridurre il divario tra grandi e produttive e l'insieme delle imprese
meno strutturate, che sono obiettivi ideali per le misure politiche.
L'esistenza di progetti di R&S è correlata a consistenti aumenti della probabilità
di introdurre innovazioni. Va sottolineato come questo effetto non sia limitato
all'investimento in R&S effettuato all'interno dell'impresa, ma si estenda anche alle
imprese che realizzano attività di R&S all’esterno, attraverso collaborazioni con
altre imprese o con laboratori e università.
Un altro fattore importante per stimolare la capacità innovativa delle imprese è
legato all'ambiente operativo: le grandezze rilevanti sono diverse e si va
dall'affiliazione ad un gruppo all'instaurazione di stretti rapporti con altre imprese
nazionali (ovvero la presenza di reti di impresa).
Infine, il ruolo dei vincoli finanziari è particolarmente significativo nel
determinare la capacità di innovazione di un'impresa; all’interno di questo aspetto,
pur limitandosi nelle stime econometriche alle relazioni creditizie che
rappresentano il canale più diffuso nell’attuale situazione italiana, la presenza di
stretti legami con la banca principale di riferimento è rilevante per ridurre le
asimmetrie informative che penalizzano le PMI innovative.
In termini di raccomandazioni di policy, si conferma il ruolo fondamentale
svolto dalle spese in R&S e dalle innovazioni (nuovi prodotti che influenzano
direttamente la competitività internazionale e le innovazioni di processo /
organizzazione che operano con una maggiore crescita della produttività).
La nostra analisi pone anche l’accento su alcuni fattori particolarmente
interessanti. Innanzitutto, la presenza di effetti disproporzionali nelle strategie
dinamiche significa che il miglioramento delle strategie innovative per le aziende
più fragili (meno piccole e meno produttive), associato ad un premio per coloro che
propongono strategie integrate (innovazione e R&S) e agli effetti della riduzione
della discontinuità di comportamenti proattivi, identifica un profilo di soggetti ben
identificati (per certi versi riconducibile alle imprese in movimento citate in
apertura) che possono costituire il target di una parte rilevante delle politiche
industriali.
Analogamente, i vincoli finanziari limitano severamente l'attività delle imprese
potenzialmente innovative. Il loro effetto va al di là degli attriti generici nel mercato
del credito ed è particolarmente accentuato quando il riferimento è dato dai
programmi di R&S e di innovazione.
Non tutto deve essere risolto nell’ambito del mercato del credito e il ricorso più
esteso a interventi sull’equity deve essere oggetto di interventi adeguati, ma
l’accesso al credito e la riduzione del rischio per progetti ad alta tecnologia deve
rappresentare un riferimento stabile e specifico delle politiche pubbliche.

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Dimensione d’impresa e appartenenza a gruppi
La visione dominante del sistema produttivo italiano sottolinea l'eccessivo
numero di aziende di micro-dimensioni nella struttura industriale associata a una
ridotta diffusione delle grandi imprese. Le nostre analisi e i confronti disponibili
consentono di trarre un quadro più articolato del sistema industriale.
Le poche analisi econometriche disponibili su basi microeconomiche disponibili
in letteratura non sono adeguatamente capaci di catturare il ruolo delle società di
dimensioni minori: sono, infatti, basate principalmente su indagini che escludono
dal loro perimetro di osservazione le imprese al di sotto dei 10 o dei 20 addetti.
Le statistiche descrittive aggregate sembrano documentare che la principale
debolezza del sistema italiano non deve essere attribuita all'eccessiva diffusione
delle micro-imprese (la cui quota non è molto diversa rispetto a quella di Francia e
Spagna, per esempio), ma piuttosto alla loro performance relativamente
insoddisfacente. L’analisi suggerisce che l'eterogeneità dell'insieme delle strategie
dinamiche ha portato, anche all'interno della stessa classe di dimensioni, a risultati
e livelli di efficienza sostanzialmente diversi. Inoltre, all'interno della classe delle
piccole imprese c'è una differenza significativa tra le aziende sotto e oltre dieci
dipendenti. Per questi ultimi (> 10), le evidenze descrittive ed empiriche
sottolineano le prestazioni più elevate dell'Italia rispetto ad altre economie di
riferimento europee.
Le analisi econometriche confermano sempre il ruolo positivo della dimensione
e dell'affiliazione a gruppi aziendali, ma questo aspetto viene in parte mitigato dalla
presenza di effetti disproporzionali con maggiore efficacia relativa dei cambiamenti
strategici per le imprese dinamiche ma ancora fragili.
Chiaramente, le dimensioni delle imprese non possono essere facilmente
inserite come obiettivi specifici per le politiche, almeno non direttamente. Tuttavia,
dai risultati empirici risulta che misure di policy orientate al rafforzamento di
attività innovative e di creazione di conoscenze, alla riduzione della loro
discontinuità e ai vincoli finanziari specifici per la loro attuazione possano
esplicitamente aiutare le piccole imprese che sono disposte a intraprendere percorsi
dinamici. Peraltro, per questa via, si può giungere a un consolidamento anche
dimensionale delle aziende purché sia chiaro che l’obiettivo – almeno nel caso
italiano – non è realisticamente quello di salti dimensionali particolarmente elevati,
con qualche eccezione sempre possibile, ma piuttosto il raggiungimento di elevati
livelli di efficienze che, per il sistema nazionale, sono raggiungibili a scale
dimensionali ridotte (come detto in precedenza anche in un intorno dei 50 addetti).

Reti di imprese e Global Value Chains


Il ruolo svolto da reti di aziende e distretti industriali è fondamentale nella
letteratura economica e in particolare con riferimento al sistema produttivo
italiano.

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È stato spesso utilizzato nelle interpretazioni, si pensi alla ben nota metafora del
Calabrone ricordata da Becattini, come fattore capace di compensare le inefficienze
derivanti dalle piccole dimensioni aziendali permettendo di raggiungere una scala
più ampia a livello di rete rispetto alla piccola dimensione delle singole unità.
Allo stesso modo, il coinvolgimento delle imprese nelle Catene Globali del
Valore è spesso citato come un fattore determinante per spiegare il successo o la
debolezza sui mercati internazionali, a seconda della loro diffusione e, soprattutto,
dei diversi modi di partecipazione delle imprese coinvolte.
La nostra analisi conferma il ruolo delle reti locali nel determinare la crescita
dell'innovatività, attraverso l'opportunità di scambi di conoscenze, così come
l'effetto dell’appartenenza a GVC17. I risultati mostrano un impatto medio positivo
del coinvolgimento nelle GVC, ma evidenzia, al tempo stesso, la presenza di forti
diversità nel modo in cui i partecipanti alle GVC hanno affrontato la crisi.
Mentre i fornitori di elevata competenza con connessioni internazionali stabili
(cioè "GVC cosiddette relazionali") presentano una propensione significativa ad
impegnarsi in attività innovative e progetti di R&S, altri modi di partecipazione del
GVC non hanno effetti diretti così significativi rispetto alle altre aziende. Questa
eterogeneità di comportamenti si riflette anche nella produttività differenziale e
nella crescita delle vendite.
Nel complesso, mentre il processo di upgrading all’interno delle GVC deve
operare attraverso la stabile attuazione e l’incremento della Ricerca e Sviluppo e
delle attività innovative, il rafforzamento delle reti locali può essere visto come un
elemento positivo per il rafforzamento delle strategie esistenti. Complessivamente,
l'aggiornamento delle strategie dinamiche si presenta come fattore critico anche
all'interno delle reti di impresa variamente intese e del sistema GVC, anche al di là
dei componenti specifici del settore.
***
I principali elementi in termini di suggerimenti di policy che si derivano dal
lavoro, in larga misura riferibili alla utilità di sostenere processi di integrazione e
completamento delle strategie dinamiche e di aiutare le imprese “intermedie” a
svilupparsi, possono essere sintetizzati anche come segue:

 Il sostegno alla ricerca e all'innovazione delle imprese dovrebbe continuare ad


essere uno dei punti principali delle politiche di competitività. Per la scelta
degli strumenti è opportuno considerare esplicitamente le esigenze e i vincoli
delle imprese obiettivo partendo quindi dalla loro “domanda” di intervento (i
problemi appunto). Bisogni e vincoli non sono gli stessi per ogni tipologia di

17 Va ricordato come la disponibilità di domande specifiche all’interno del questionario


consenta una specificazione particolarmente accurata della partecipazione a GVC e non derivata da
proxy indirette.

- pag. 71 -
impresa e per ogni territorio: le politiche devono avere analisi specifiche
dedicate a comprendere le caratteristiche dei bisogni.

 Un punto essenziale del lavoro - e la sua originalità - è rappresentato dalla


ricerca di effetti differenziali dovuti all'integrazione delle tre strategie
dinamiche fondamentali (R&S, innovazione e internazionalizzazione). Esistono
imprese che intraprendono un percorso di modernizzazione, ma ancora non
sono riuscite a completarlo: per mancanza di risorse umane o finanziarie, per
difficoltà di accesso alle informazioni, per vincoli di natura diversa. In queste
imprese l'effetto dell'integrazione delle strategie dinamiche e la loro
stabilizzazione può avere effetti molto significativi. Le misure politiche
possono essere specificamente mirate a questi obiettivi, sia perché sono i
profili di impresa che più hanno necessità di supporto, sia perché cli effetti
attesi in termini di guadagni di efficienza possono essere più elevati.

 Sullo stesso percorso logico, l'eliminazione o la riduzione della discontinuità


nelle attività strategiche (per esempio con riferimento alla presenza
intermittente sui mercati esteri o con attività innovatrici e di R&S
discontinue); in particolare per le piccole imprese, ciò sembra rappresentare
un reale obiettivo della politica per la competitività delle imprese. La
discontinuità può essere direttamente influenzata da misure politiche
appropriate e specifiche poiché dipende strettamente da fragilità, in particolare
finanziarie.

 I vincoli finanziari costituiscono ancora una formidabile limitazione alla


crescita delle imprese più dinamiche e al miglioramento delle loro strategie di
sviluppo; paradossalmente questo limite è più forte per le aziende orientate
all'innovazione e alla ricerca e sviluppo rispetto a quelle statiche a causa del
significativo rischio di mercato e tecnologico delle prime e di un fabbisogno di
finanza più elevato. L'accesso al credito (così come altri strumenti finanziari)
dovrebbe avere, oltre alle linee tradizionali, un orientamento specifico
all'innovazione e alla R&S. Nel caso degli strumenti finanziari, così come nel
campo dei servizi, occorrerebbe disegnare misure di intervento che tengano in
considerazione, oltre alle caratteristiche delle imprese di destinazione, anche
quelle delle istituzioni finanziarie che operano. Le stesse istituzioni finanziarie
hanno meccanismi di funzionamento tali da escludere dagli interventi per il
capitale di rischio una gran parte delle imprese potenzialmente interessate:
tecniche di intervento appropriate possono allentare questi vincoli.

 Il ruolo del capitale umano come vincolo e come driver della competitività
costituisce un nodo essenziale delle politiche pubbliche. È del tutto evidente

- pag. 72 -
che azioni basate sulla conoscenza come quelle focalizzate sulla R&S e sui
processi innovativi non possono ignorare la crescita delle competenze e
facilitare gli sforzi delle imprese nel miglioramento delle risorse umane o di
acquisirne dall’esterno per poter condurre il proprio processo di
modernizzazione.

- pag. 73 -
- pag. 74 -
9 Appendice: le fasi della Politica Industriale italiana

Caratteristica della Politica Strategie esplicite e


Anni
Industriale strumenti utilizzati

L’obiettivo della PI era


prevalentemente quello della
riduzione delle diseconomie
localizzative per le imprese
meridionali. In questa ottica lo
strumento iniziale era basato su
prestiti agevolati e/o contributi agli
interessi. Nel corso dei 25 anni si
sono aggiunti interventi in conto
capitale e in conto impianti,
Principalmente il periodo è caratterizzato
investimenti e programmi delle
da una politica “regionale” orientata alle
partecipazioni statali, costituzione
imprese nel Mezzogiorno. In larga misura i
di società finanziarie specializzate
Dal soggetti beneficiari delle misure standard
per il credito a medio lungo
1951 erano identificati nelle PMI e
termine e anche per interventi
al
nell’Artigianato. Affianco a queste linee di
sull’equity. La strategia generale
intervento erano particolarmente rilevanti
1975 per il Mezzogiorno rimaneva
le azioni delle imprese a Partecipazione
prevalentemente dedicata alle
Statale, oltre agli interventi (ancora
infrastrutture, ma il supporto alle
modesti in questa fase) per le situazioni di
imprese assumeva un ruolo non
crisi.
marginale. Non erano fissati target
specifici per settori predeterminati,
mentre le imprese pubbliche, pur
spaziando in una gamma
vastissima di produzioni, avevano
una specializzazione relativa nelle
industrie di base con lo stabilirsi di
grandi impianti riferiti
esplicitamente alle teorie dei Poli di
Sviluppo.

In questo periodo si ha l’affermazione di Gli obiettivi mutano rispetto alla


una vera e propria politica industriale in fase precedente con l’intenzione di
ottica nazionale (in particolare la creare veri vantaggi comparati
l.675/76). Il modello prescelto, con diverse prevalentemente sul costo dei
norme che si sono susseguite, è stato il fattori della produzione. Per gli
Dal tentativo di affermare una visione interventi nazionali ruolo centrale
1976 strategica e un cambiamento nella del credito agevolato (tanto più
al specializzazione produttiva nazionale: rilevante in periodi storici di tassi
1982 Scelta di settori da privilegiare e dell’interesse elevati). Per le regioni
localizzazioni, spazio al ruolo delle meridionali estensione e
amministrazioni regionali (finalmente intensificazione di molti strumenti:
operative dal 1970) con la sperimentazione sussidi agli investimenti
di strumenti e obiettivi innovativi (per prevalentemente in conto capitale
esempio con l’introduzione di interventi in percentuali elevate rispetto

- pag. 75 -
Caratteristica della Politica Strategie esplicite e
Anni
Industriale strumenti utilizzati

attraverso l’erogazione di servizi, o con all’investimento, contributi diretti


l’introduzione dei distretti produttivi come al lavoro, sgravi contributivi e
ambito di intervento) sono stati alcuni fiscali per nuovi addetti e
aspetti distintivi. Ruolo sempre importante investimenti, attività di formazione
delle PPSS. Lo sforzo finanziario sul in aggiunta agli strumenti
bilancio pubblico rilevante. preesistenti. Rafforzamento delle
azioni delle Partecipazioni Statali
con distorsioni e forzature legate
alla prima - profonda - crisi del
dopoguerra e alle situazione di
difficoltà determinatesi in diverse
realtà produttive. Interventi
sull’equity e partecipazioni spesso
confusi con operazioni di
salvataggio.

Intensificazione ulteriore e revisione delle In questo periodo si registra una


politiche meridionalistiche con impegni massiccia estensione delle misure
nominali di risorse di estremo rilievo. In (le stesse avviate nella fase
questa fase avviene l’ultimo ridisegno precedente) con un livello
globale dell’intervento meridionalista elevatissimo di sovvenzione
(1986). A livello nazionale l’intervento nominale. Nonostante ciò, il
pubblico viene focalizzato su interventi maggior rilievo finanziario per il
legati ai casi di crisi, ma si rafforzano le bilancio pubblico deriva dagli
misure di sostegno alle esportazioni. Le sgravi contributivi e dalle esenzioni
partecipazioni statali (la sola IRI aveva fiscali per gli investitori. Si
raggiunto nel 1980 oltre 556.000 abbandonano indirizzi espliciti in
Dal dipendenti) dopo aver toccato il loro punto termini di settori da sostenere e si
1983 di massimo dimensionale avviano una fase privilegia la diffusione di un
al
di rapido ridimensionamento e si dà inizio supporto generalizzato agli
alla privatizzazione di società che nel investimenti.
1991
periodo successivo vedrà la sua massima
accelerazione: le logiche seguite non
sembrano essere state funzionali a un
disegno di politica industriale, ma
piuttosto il piano di rientro dei debiti delle
PPSS concordato nel cosiddetto accordo
Andreatta-Van Miert. Si accrescono gli
interventi delle Regioni. Nel 1990 viene
approvata la legge 287/1990 contenente le
norme per la tutela della concorrenza e del
mercato con l’istituzione dell’Autority
competente.

- pag. 76 -
Caratteristica della Politica Strategie esplicite e
Anni
Industriale strumenti utilizzati

Nel 1992 si ha una vera e propria


Per ragioni politiche (crescente successo
rivoluzione nel campo della
elettorale della Lega Nord), per ragioni
gestione della politica industriale. I
finanziarie nazionali (crisi sui mercati
sussidi al lavoro e quelli fiscali
monetari e provvedimenti severi di finanza
vengono aboliti (sono incompatibili
pubblica) e, infine, per una più stringente
con le regole comunitarie divenute
regolazione da parte delle istituzioni
sempre più stringenti) e nuove
europee (il 1992 è l’anno di avvio del
forme di allocazione e di selezione
Mercato Unico, della firma dei Trattati di
dei progetti passano attraverso
Maastricht e di rafforzamento dei Fondi
meccanismi di asta miranti a
Strutturali) viene abbandonato l’intervento
selezionare le imprese più solide
Straordinario nel Mezzogiorno e il
soprattutto dal punto di vista
Parlamento Italiano approva la legge
finanziario. Nei criteri di selezione
488/1992.
non sono inseriti obiettivi specifici
Questa legge oltre ad abolire, come detto,
di natura funzionale, né
l’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno
orientamenti a favore della ricerca
introduce un regime generale di aiuto alle
e sviluppo: i criteri adottati
imprese basato su criteri radicalmente
Dal tendono a privilegiare le imprese
diversi dal passato.
1992 con struttura finanziaria ed
Si introducono meccanismi di asta per
al
economica più solida.
selezionare i beneficiari: si intende
Parallelamente il grado di
2001 giungere a una selezione per scegliere le
incentivazione e di sussidio si
imprese “migliori” e più solide. In parallelo
riduce in modo significativo
si introducono diverse misure per lo
rispetto passato.
Sviluppo Locale (Patti territoriali e non
Verso la fine del millennio si
solo). Il processo di attuazione è
assiste in parallelo alla diffusione
particolarmente lungo, sia per la
gli strumenti sostanzialmente
definizione completa degli aspetti
diversi. Si tratta di strumenti
procedurali che per l’adeguamento alle
automatici che hanno come base di
regole della UE. Si registra l’introduzione
calcolo cui applicare l’aliquota di
di ulteriori strumenti come le garanzie per
agevolazione diversi ordini spesa
l’accesso al credito. Verso la fine del
(investimenti, occupazione, spese
periodo si assiste a un cambiamento di
per la ricerca e sviluppo), mentre
rotta con l’introduzione di strumenti
l’erogazione del contributo avviene
automatici pressoché privi di controlli ex
sotto la forma di sconto sui flussi di
ante.
cassa fiscali e contributivi. Solo
Oltre a ciò si assiste a una moltiplicazione
pochi settori sono esclusi
delle aree di intervento per assecondare
esplicitamente dall’ambito di
domande frazionate e crescenti.
applicazione degli Aiuti di Stato.

La crisi fiscale e le difficoltà del bilancio Gli obiettivi della politica


Dal pubblico sembrano dominare il dibattito industriale sono stati
2002 sulla politica industriale del periodo. Si progressivamente più selettivi per
al
diffonde un’opinione largamente contraria la pressione dei vincoli finanziari e
ad ogni forma di sostegno alle imprese, si per quelli derivanti dai regolamenti
2009
sottolineano i fallimenti delle politiche comunitari.
industriali del passato, mentre il dibattito L’innovazione e la R&S divengono

- pag. 77 -
Caratteristica della Politica Strategie esplicite e
Anni
Industriale strumenti utilizzati

viene distorto dalla diffusione di numeri gli obiettivi fondamentali delle


errati sull’entità del sostegno pubblico alle politiche nel tentativo di accelerare
imprese industriali private. la crescita industriale in tutte le
L’avversione verso gli interventi in conto regioni italiane. Vengono
capitale (gli unici realmente efficaci nella privilegiati gli strumenti con leva
riduzione del rischio per le imprese e maggiore in particolare nel campo
diffusi in tutti i paesi), definiti a fondo degli strumenti finanziari: in
perduto con un’esplicita accezione particolare i finanziamenti
negativa, giunge a definire l’obbligo – mai agevolati, i prestiti basati su fondi
fino in fondo realizzato – di intervenire rotativi e interventi sulle garanzie
finanziariamente solo con prestiti a tasso fidejussorie basate su risorse
agevolato. pubbliche (anche se ancora con
Le modifiche del periodo toccano alcuni tecnicalità tali da non essere
aspetti tecnici il cui denominatore comune realmente efficaci per ridurre le
è rappresentato dal tentativo di difficoltà di accesso al credito). Nel
massimizzare la leva delle risorse volgere di pochi anni l’Italia vede
pubbliche utilizzate in questo campo della ridursi drasticamente l’ammontare
politica. di risorse destinato alla politica
industriale. L’Italia diviene uno dei
paesi europei con il più basso livello
di spese per aiuti di Stato sul Pil.

Il periodo della grande crisi internazionale Utilizzazione di strumenti


vede una relativa stasi degli interventi nel prevalentemente attraverso un
caso italiano. Le risorse sono ancora revival di vecchie tecnicalità
declinanti e gli interventi sono in larga accanto a strumenti finanziari
misura focalizzati sul tentativo di tradizionali. Sia pure con intensità
tamponare le molte aree di crisi aziendali di aiuto molto modesta rispetto al
che si determinano. L’elemento passato, si hanno le iniziative sul
fondamentale e distintivo del caso italiano rafforzamento dell’equity e attività
nel panorama internazionale durante la indirette di sostegno al credito
Grande Crisi è la sostanziale condivisione attraverso forme di garanzia più
Dal da parte della gran parte delle forze efficaci del passato (con il
2010 politiche e di alcuni autorevoli cambiamento di pochi dettagli
al opinionisti/studiosi dell’idea della totale tecnici determinanti quali
2014 inutilità della politica industriale e l’introduzione della prima
dell’opportunità di destinare le risorse a escussione) e attraverso attività di
essa dedicate (calcolate in misura errata funding.
con riferimento all’industria privata) a una Il contesto in cui operano gli istituti
riduzione generalizzata delle imposte. Una di credito e i loro vincoli
tale impostazione registra grande patrimoniali rendono
consenso, non può essere realizzata per particolarmente desiderabili questi
mancanza di equilibrio tra la posta fiscale e interventi che, tuttavia,
quella degli aiuti di stato, ma impedisce mantengono un orientamento
una sostanziale revisione degli strumenti e generalista e non contengono premi
una loro modernizzazione. per attività di R&S.

- pag. 78 -
Caratteristica della Politica Strategie esplicite e
Anni
Industriale strumenti utilizzati

Solo a partire dal 2014 si registra una Reintroduzione di uno specifico


inversione di tendenza nelle strategie di orientamento
politica economica con un recupero nella settoriale/tecnologico (Smart
spesa per gli strumenti della politica Specialisation, Key Enabling
industriale orientati in modo deciso sulle Technologies, Digital
Dal attività a maggior contenuto tecnologico. Technologies) sia utilizzando
2014 Si realizzano nuovi strumenti con un strumenti automatici che selettivi.
rinnovato fermento. La strategia sembra
indirizzarsi verso la scelta di aree
tecnologiche e settori da privilegiare. Per la
prima volta dopo anni i flussi di spesa per
Aiuti registrano una, sia pur lieve, crescita.

- pag. 79 -
- pag. 80 -
10 Appendice: l’indagine MET

L’indagine MET si è affermata come un’analisi unica per la sua estensione, per
la sua rappresentatività (territoriale, settoriale e dimensionale) e per il rigore con
cui viene condotta (cfr. note metodologiche pubblicate sul sito www.met-
economia.it).
L’obiettivo è stato quello di fornire un quadro ampio e con sufficiente dettaglio
territoriale, dimensionale e settoriale di alcuni aspetti significativi della vita delle
imprese: si tratta di una delle più vaste indagini sulle imprese, anche in ambito
europeo, con circa 120 mila interviste realizzate alle imprese tra il 2008 e il 2015
(una media di 24 mila imprese intervistate per ciascuna rilevazione – 2008, 2009,
2011, 2013 e 2015).

Tabella 10.1. Numerosità delle indagini MET e composizione percentuale per classe
dimensionale delle imprese.
2008 2009 2011 2013 2015

Interviste 24.896 22.340 25.090 25.000 23.070

Una numerosità così elevata si giustifica con la necessità di avere analisi


rappresentative della struttura italiana, ma anche capaci di leggere e analizzare
fenomeni relativamente rari e fondamentali quali quelli legati al segmento più
dinamico e innovativo del nostro sistema produttivo(si pensi alla ricerca e
all’internazionalizzazione).
L’analisi è concentrata sulle caratteristiche strutturali delle imprese, sugli
aspetti di competitività, sulle reti locali, sulle criticità emerse e sui fabbisogni
esterni (anche di policy) che gli operatori manifestano.
Il questionario prevede domande in larga misura identiche nel corso degli anni
e questo consente per tutti gli aspetti rilevanti un adeguato confronto
intertemporale sfruttando l’ampia componente panel disponibile (imprese
intervistate anche nelle precedenti rilevazioni).
Un campione così numeroso, associato a dati di fonti diverse –come i dati di
bilancio delle società di capitali, per esempio- consente analisi accurate anche per
valutare le condizioni di diversi gruppi e tipologie di imprese.
Prima di passare a una breve descrizione dei principali aspetti metodologici del
campionamento18, vale la pena di evidenziare alcuni tratti caratteristici
dell’Indagine MET in comparazione con le principali indagini campionarie
realizzate sul sistema produttivo nazionale. L’unicità e il rilievo dell’indagine
proposta sono evidenti dalla tabella comparativa presentata di seguito.

18 Per una trattazione più completa si rimanda a Brancati et al. (2015).

- pag. 81 -
Tabella 10.2. Confronto tra le principali indagini campionarie sulle imprese italiane
Indagine MET Community Innovation Invind EFIGE
Survey (ISTAT) (Banca d’Italia) (Consorzio
Europeo)

5 rilevazioni dal 2008


al 2015 (in fase di 8 rilevazioni dal 1996 al 7 rilevazioni dal 1 rilevazione nel
Rilevazioni
avvio la sesta per il 2014 2009 al 2016 2010
2017)
Tra 4.419 (nel
2009) e circa
Numerosità del In media 24.000 Tra 21.854 (nel 2004) e
5.000 nelle 3.021
campione imprese per rilevazione 15.512 (2000)
rilevazioni più
recenti
Tutte le classi (incluse Da 20 addetti in Da 10 addetti in
Classi dimensionali Da 10 addetti in su
1-9 addetti) su su

Industria in senso Industria in


Industria in senso stretto
stretto e servizi alla senso stretto e Industria in
Settori e servizi (esclusi servizi
produzione (53 settori servizi (esclusi senso stretto
finanziari)
ATECO a 2 digit) servizi finanziari)

Tutte le classi Classe


dimensionali, tutti i dimensionale
settori (12 aggregazioni (due macro
Classe dimensionale, 3 classi
settoriali) e tutte le classi), 5 macro
regione e settore (non dimensionali e
regioni italiane. aree geografiche
Rappresentatività rappresentativa per 11 settori. Non
Rappresentativa anche e 8 aggregazioni
l’incrocio classe rappresentativa
per classe settoriali. Non
dimensionale*regione) per regione
dimensionale*ATECO rappresentativa
e classe per l’incrocio tra
dimensionale*regione gli strati

La popolazione di interesse cui si riferisce l’indagine MET è costituita dalle


imprese appartenenti ai settori dell’industria in senso stretto e dei servizi alla
produzione per tutte le classi dimensionali.
L’indagine è basata su un disegno di campionamento a uno stadio stratificato
con selezione casuale delle unità negli strati senza reimmissione. Gli strati sono
definiti dalla concatenazione delle seguenti grandezze: territorio regionale (20
regioni), dimensione delle imprese (4 classi dimensionali, definite in funzione del
numero di addetti, incluse le imprese con meno di 10 addetti), con un’accuratezza
predeterminata a livello settoriale.
L’universo considerato è composto da imprese che operano in 38 settori
(definiti al terzo digit del Codice Ateco 2007). Per migliorare l’efficienza delle stime,
i settori sono stati accorpati in 12 macro-settori di modo da limitare la numerosità
delle celle campione.
Con riferimento ai territori sono stati considerati le 20 ripartizioni regionali
italiane.

- pag. 82 -
Per l’identificazione della dimensione delle imprese si è fatto riferimento alla
segmentazione di queste ultime in classi, dove ciascuna classe è definita in funzione
del numero degli addetti delle imprese stesse. In base a tale segmentazione le
imprese dell’universo di interesse si ripartiscono in quattro classi: micro-imprese
(imprese con un numero di addetti compreso tra 1 e 9), piccole imprese (imprese
con un numero di addetti compreso tra 10 e 49), medie imprese (imprese con un
numero di addetti compreso tra 50 e 249), grandi imprese (imprese con un numero
di addetti uguale o superiore a 250)19.
Il disegno del campione ha previsto venti ripartizioni per quanto concerne lo
strato del territorio e quattro ripartizioni per quanto concerne lo strato della classe
dimensionale delle imprese, 80 celle in totale (20 territori * 4 classi dimensionali).
La strategia adottata del campionamento stratificato porta a notevoli guadagni
nell’efficienza delle stime senza di fatto abbandonare l’idea del campionamento
casuale semplice, che nel campionamento stratificato vale all’interno degli strati.
La numerosità complessiva del campione è pari in media a 24.000 osservazioni
(interviste a buon fine per ciascuna rilevazione). Tale numerosità è stata
determinata sulla base della dimensione dell’universo e dall’assunzione di un errore
campionario stabilito a priori ed inferiore allo 0,6% nell’ipotesi di massima
variabilità del fenomeno osservato.
Sono stati infine considerate particolari sottopopolazioni di interesse, per le
quali l’allocazione garantisce un livello predeterminato di accuratezza delle stime:
tra queste il settore manifatturiero, alcune regioni sovra-campionate e il gruppo di
imprese che presentano maggiore probabilità di registrare presenza di attività di
ricerca e innovazione20 (lo scopo, in questo caso, è di ottenere stime più precise per
fenomeni che sono rari se rapportati all’intero universo, ma che rappresentano
un’area di studio di particolare rilievo).
Il criterio di allocazione seguito è definito in modo non proporzionale,
controllando tuttavia la misura dello scostamento dal campione proporzionale al
fine di non aumentare in misura eccessiva l’effetto del disegno. Il disegno prevede
quindi la pianificazione ex ante dei domini di studio e la predeterminazione
dell’attendibilità delle stime.
Le indagini contengono una componente longitudinale, relativa a un
sottocampione di imprese intervistate in più rilevazioni.

19 Classificazione Eurostat.
20 Tali imprese sono definite in base ai risultati della rilevazione immediatamente precedente,
identificando gli strati del campione con più alta incidenza di imprese innovative. Pianificando
opportunamente la numerosità campionaria in tali strati (definiti sempre dalla distribuzione
congiunta della regione, del settore di attività economia e dalla classe dimensionale) è stato
possibile controllare ex-ante il livello di accuratezza delle stime riferite alla sottopopolazione di
imprese innovative.

- pag. 83 -
Sotto il profilo metodologico la raccolta dei dati si è configurata come
un’indagine quantitativa realizzata con tecnica mista: interviste via web ricorrendo
al Sistema Cawi (Computer assisted web interview) e interviste telefoniche
effettuate con il Sistema Cati (Computer assisted telephone interview). Nel corso
degli anni alle interviste via web è stato dato un peso progressivo sino ad arrivare a
costituire la stragrande maggioranza delle interviste realizzate nell’ultima
rilevazione.
Ulteriori dettagli sulla metodologia di indagine sono disponibili sul sito
www.met-economia.it.

- pag. 84 -
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- pag. 88 -
Indice delle figure

figura 1.1. Imprese industriali per tipologia di dinamismo, in termini di addetti (totale italia
= 100). ............................................................................................................................ 15
figura 1.2. Imprese industriali per tipologia di dinamismo e classe dimensionale, in termini
di numero di imprese, 2015. .......................................................................................... 16
figura 1.3. Imprese industriali per tipologia di dinamismo e ripartizione geografica, in
termini di addetti (totale della ripartizione = 100) ....................................................... 17
figura 3.1. Produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto) nel manifatturiero. Migliaia
di euro. .......................................................................................................................... 24
figura 3.2. Esportazioni di merci in valore. Numeri indice, 2010=100. .............................. 26
figura 4.1. Distribuzione del margine intensive di export (quota del fatturato esportato sul
fatturato totale) per classe dimensionale delle imprese. ............................................. 30
figura 4.2. Grado di persistenza delle attività di export: status nel 2013 delle imprese che
esportavano nel 2011...................................................................................................... 31
figura 4.3. Confronto della distribuzione della produttività del lavoro tra imprese
esportatrici e imprese con solo mercato interno. ......................................................... 33
figura 4.4. Performance durante la seconda ondata della crisi: tassi di crescita del valore
aggiunto tra il 2011 e il 2014. ........................................................................................ 34
figura 4.5. Percentuale di imprese innovatrici per classe dimensionale, confronto tra
imprese esportatrici e aziende che vendono solo sul mercato interno. ....................... 36
figura 4.6. Imprese che svolgono r&s e spesa per attività di r&s (in percentuale del fatturato
– asse destro), confronto tra imprese esportatrici e domestiche. ................................ 38
figura 4.7. Produttività del lavoro, confronto sulla base della forma di
internazionalizzazione e della presenza di attività di r&s. ........................................... 42
figura 6.1. Percentuale di imprese esportatrici per classe dimensionale e anno dell’indagine
campionaria. ................................................................................................................. 50
figura 6.2. Propensione all’export (fatturato esportato in % del fatturato totale) per classe
dimensionale e anno dell’indagine campionaria. ......................................................... 50
figura 6.3. Percentuale di imprese che hanno introdotto almeno un’innovazione, per classe
dimensionale e anno della rilevazione. .......................................................................... 51
figura 6.4. Percentuale di imprese che hanno introdotto almeno un’innovazione, dettaglio
regionale. Indagini 2011 e 2015. ....................................................................................53
figura 6.5. Propensione innovativa nelle regioni: percentuale di imprese innovative
ponderato per il numero di addetti delle imprese, italia=100. .....................................53
figura 6.6. Tipologie di innovazioni introdotte, per anno della rilevazione campionaria. ...54
figura 6.7. Percentuale di imprese che ha svolto attività di r&s, per classe dimensionale e
anno della rilevazione. ...................................................................................................56
figura 6.8. Spesa in r&s, in percentuale del fatturato............................................................56
figura 6.9. Percentuale di imprese che svolge attività di r&s, dettaglio regionale. Indagini
2011 e 2015. .................................................................................................................... 57

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Indice delle tabelle

tabella 3.1. Distribuzione del numero di imprese e del valore aggiunto per classe
dimensionale delle imprese. Manifatturiero, valori percentuali. .................................25
tabella 3.2. Distribuzione delle esportazioni in valore per settore del manifatturiero. Valori
percentuali, medie biennali. .......................................................................................... 27
tabella 4.1. Imprese esportatrici e valore delle esportazioni per classe dimensionale delle
imprese, 2014. ............................................................................................................... 30
tabella 4.2. Confronto tra le caratteristiche delle imprese esportatrici e di quelle che
vendono solo sul mercato interno. ............................................................................... 32
tabella 4.3. Caratteristiche delle imprese ad alta crescita, confronto tra imprese esportatrici
e imprese che vendono sul solo mercato interno. .........................................................35
tabella 4.4. Tipologie di innovazioni introdotte, confronto tra imprese esportatrici e
aziende che vendono solo sul mercato interno. Valori percentuali. ............................. 37
tabella 4.5. Attività innovative per tipologia di internazionalizzazione. .............................. 40
tabella 10.1. Numerosità delle indagini met e composizione percentuale per classe
dimensionale delle imprese. .......................................................................................... 81
tabella 10.2. Confronto tra le principali indagini campionarie sulle imprese italiane ........ 82

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2017 Donzelli Editore
Roma, Via Mentana 2b
INTERNET: www.donzelli.it
E-MAIL: editore@donzelli.it

ISBN 978-88-6843-724-4

Finito di stampare il 20 ottobre 2017

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