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Appunti del Corso di iniziazione all’apicoltura

Prof. Pietro Rizzi, docente di Ecologia agraria e Tecniche di allevamento - Istituto Professionale - IIS Stanga di Cremona

Le api e l’apicoltura
L’ape è un insetto che vive nutrendosi di liquidi zuccherini (perciò si dice che è glicifago:
glici = zucchero + fago = che mangia) e di polline (alimento proteico e vitaminico).
Vive in colonie numerose dette “famiglie”. Ogni famiglia è composta da un numero elevato di
individui: da 10.000 a 70.000 operaie e una sola regina. I maschi, detti fuchi, compaiono a
primavera (aprile) e scompaiono alla fine dell’estate (agosto) quando vengono scacciati dall’alveare
perché non servono più.
La famiglia viene detta sciame quando migra per formare una nuova colonia ed il fenomeno
dello spostamento viene chiamato sciamatura. Dalla stessa famiglia, appena uscita dall’inverno, si
possono originare due o più famiglie in modo naturale, grazie alle sciamature che si susseguono.
Nell’apicoltura, l’uomo vuole controllare a proprio vantaggio questo fenomeno, sia per ottenere il
numero di famiglie che vuole allevare, sia per controllarne lo sviluppo e la produttività.
Sui favi naturali non è possibile allevare le api perché non si possono effettuare visite
regolari e nemmeno prelevare miele senza distruggere i favi stessi. Nell’allevamento moderno le api
vengono visitate regolarmente, con un ritmo che varia in base alla stagione: maggiore in primavera
ed estate.
La famiglia
La famiglia delle api è composta da:
 un’ape regina che è l’unica che possiede le ovaie per riprodursi ed è molto più grande
rispetto alle altre femmine, presenta l’addome più lungo e di colore uniforme (marrone);
 le operaie che sono api femmine nelle quali non si sono sviluppate le ovaie a causa del
fatto che dal 4° giorno di vita da larva non sono più state nutrite con la pappa reale;
 i fuchi che sono i maschi che nascono in primavera per fecondare le nuove api regine.

Parlando delle api, non dobbiamo pensare al singolo individuo, ma al loro insieme: si parla,
così, di famiglia nella quale si rileva come ognuno svolge il proprio compito. La famiglia è un
superorganismo che cresce dalla fine dell’inverno (febbraio) e si moltiplica in primavera grazie
alla sciamatura (aprile-maggio), si nutre accumulando riserve per passare la cattiva stagione (tardo
autunno- inverno).

L’ape regina
L’ape regina vive fino a 5 anni, ma per l’apicoltore è “produttiva” fino a due–tre anni,
dopodiché la produzione delle uova tende a diminuire e nella covata opercolata (chiusa) compaiono
sempre di più cellette vuote, cioè cellette dove la regina ha “dimenticato” di deporre l’uovo. Questo
segno di invecchiamento della regina dà all’apicoltore lo spunto per procedere alla sua sostituzione.
Per fare ciò può procedere in due modi:
1 – uccidere la regina vecchia e, dopo un paio di giorni, sostituirla con una nuova, già fecondata,
ponendola nell’alveare ingabbiettata con alcune sue ancelle; può averla acquistata oppure preparata
lui stesso;
2 – uccidere la regina e lasciare che, in presenza di covata giovane (cioè con meno di 3 giorni!)
le operaie allevino una nuova regina; in questo caso si perdono circa 25 giorni di tempo utile per
la deposizione e quindi per la crescita e per il lavoro della famiglia.

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Le api operaie
L’ape operaia vive circa 40 gg se nasce nella bella stagione (primavera-estate): l’attività cui
è dedicata è intensa, specialmente nelle ultime 3 settimane in cui è bottinatrice; se, invece, nasce in
autunno, vive circa 6 mesi: la sua attività è ridotta e si svolge soprattutto all’interno dell’alveare
dove, formando il “glomere” con le altre consorelle, ha lo scopo di riscaldare la regina e permettere
alla famiglia di passare il periodo freddo e arrivare alla nuova stagione vegetativa.
Dalla schiusura dell’uovo ci vogliono 21 giorni affinché l’operaia esca dalla sua celletta,
rompendone l’opercolo con le mandibole. In 8 giorni vi era cresciuta come larva e poi la
metamorfosi nella celletta opercolata in modo speciale dalle operaie nutrici.
Evoluzione nelle sue mansioni.
 Appena nata e durante i primi 5 giorni di vita l’ape fa le pulizie proprio partendo dalla celletta
dalla quale è appena uscita: in questo modo ha la possibilità di vedere come è organizzato il suo
alveare. Si dice che è spazzina.
 Poi diventa nutrice: nella sua testa si sono sviluppate delle ghiandole che producono la pappa
reale, una gelatina bianca e acidula, molto nutriente; con la stessa funzione che ha il latte nei
mammiferi!
 Poi si sviluppano le ghiandole della cera e quindi l’ape costruisce e ripara la casa: è ceraiola.
 Quando non produce più la cera, ha ormai imparato bene come è fatto l’alveare e come
funziona: la sua nuova mansione è quella di guardiana e sul davanti dell’alveare, da dove può
provenire un’eventuale minaccia, scopre così un nuovo mondo: là fuori c’è il grande pascolo!
Impara a volare, fa i primi voli di orientamento e riconosce il sole come riferimento sicuro.
 Passa così a svolgere la sua mansione definitiva e cioè quella di bottinatrice cioè di raccoglitrice
di nettare (o altri liquidi zuccherini), di polline e di propoli, fino ad esaurimento delle proprie
forze.
Quando una famiglia appare debole, cioè scarsa di operaie, si può rinforzare aggiungendo un paio di
telaini con covata pronta a nascere e operaie di casa che accudiscono tali telaini. Si può aggiungere
anche del nutrimento artificiale o un telaino con delle scorte. Alcuni apicoltori professionisti
effettuano questi rinforzi con l’acquisto di “PACCHI d’API”, cioè confezioni di operaie
appositamente commercializzate da qualcuno.

I fuchi
I fuchi sono i maschi che compaiono ad aprile, quando inizia il periodo delle sciamature;
scompaiono a fine estate, quando non hanno più ragione di esserci, ma li possiamo trovare fino al
tardo autunno. Lo scopo della loro presenza è quello di fecondare le nuove regine durante il loro
volo nuziale. Dalla schiusura dell’uovo allo sfarfallamento impiegano 24 giorni: il periodo più
lungo, dato che sono 21 per l’operaia e 17 per la regina! Sono più grandi e questo non permette loro
di passare attraverso l’escludi regina che separa il nido dal melario. Hanno grandi antenne ma
soprattutto grandi occhi che quasi si congiungono sopra il capo: servono per seguire meglio le
nuove regine in volo. Nascono da uova non fecondate che la regina depone in cellette più grandi che
le operaie hanno preparato sulla periferia di alcuni favi: nel deporre l’uovo, la regina immette
l’addome nella celletta e, se questa è di dimensioni “grandi”, l’addome non subisce il massaggio
che permette allo spermatozoo di passare dalla spermateca all’uovo e fecondarlo.
La regina si accoppia una sola volta all’inizio della vita. Prima di insediarsi nell’alveare la
regina nuova fa il volo nuziale e l’accoppiamento con i fuchi avviene durante il volo: soltanto i
quattro-dieci fuchi più forti hanno il privilegio di affidare alla regina il loro seme affinché si
manifesti nelle caratteristiche della progenie.
Il fenomeno della colonia orfana si verifica quando un uccello (gruccione) mangia la regina
durante il volo nuziale. Se non si provvede a sostituire la regina perduta, la colonia si esaurirà ed i
favi diventeranno presto sede di saccheggio da parte di operaie di altri alveari.

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La regina non va assolutamente sostituita mentre si effettuano i trattamenti per la varroa con
il timolo perché le api sono già disorientate per il trattamento intensamente profumato.
Nell’eventualità che nasca una generazione tutta di fuchi la vita dell’alveare si interrompe
perché col tempo vengono a mancare le api operaie. Questo può succedere quando la regina viene a
mancare in una fase dove non è più presente covata giovane (larve con meno di 3 giorni) e le larve,
anche se nutrite meglio, non possono più essere regine. Compaiono così le api fucaiole cioè api
operaie appena un po’ più grosse che però depongono uova non fecondate dalle quali possono solo
nascere i fuchi.

L’arnia
L’arnia è la casa preparata dall’uomo per le api. Quando è abitata dalla famiglia, l’insieme
prende il nome di alveare. Un gruppo di alveari prende il nome di apiario.
All’interno dell’arnia troviamo dei telai di legno al centro dei quali l’apicoltore ha posto un
foglio di cera dove sono impresse le celle esagonali con le misure adatte all’ape. Quando arrivano,
le api ceraiole cominciano a costruire le pareti delle cellette: così prende forma il favo! Nei favi del
nido, le cellette che vengono occupate dalla covata diventano scure: la cera viene sporcata dalle
esuvie delle larve. Questo avviene soprattutto al centro del favo, proprio perché al centro viene
organizzata la covata, mentre tutto attorno viene immagazzinato il polline e più esternamente il
miele: si tratta della scorta di cibo che serve per allevare le larve.
Proprio per avere favi non iscuriti dall’uso a covata ed averne un utilizzo dedicato per il
miele, l’alveare è composto da due parti:
 il nido, con telaini più grandi, è il modulo di base dove la famiglia vive ed alleva la
covata;
 il melario, con telaini più piccoli, è il modulo superiore e funge da magazzino per lo
stoccaggio del miele. Qui, le cellette piene vengono chiuse con un opercolo di cera che è
una sostanza grassa e perciò materiale idrorepellente e quindi in grado di proteggere il
miele, contenuto all’interno, dall’umidità.
Tra il nido ed il melario viene interposta una griglia, generalmente di metallo, chiamata
“escludi-regina” in quanto impedisce alla regina (e ai fuchi) di salire nel melario, mantenendo i
favi al solo scopo di stoccaggio del miele.
L’apicoltore estrae il miele esclusivamente rimuovendo i favi dal melario. Quello contenuto
nel nido rimane come scorta per l’alimentazione delle api durante l’inverno. Se tale scorta dovesse
essere insufficiente e l’apicoltore non intervenisse con un’integrazione artificiale (miele o candito),
la famiglia potrebbe morire di fame (molte api vengono trovate morte con la testa dentro la celletta
dove si erano affacciate alla ricerca di cibo.
Il numero massimo dei telaini contenuti nel nido è di 10, mentre nel melario sono 9. I
moduli di melario possono essere sovrapposti per aumentare, mano a mano che le api ne riempiono
i favi, il volume di stoccaggio. Alcune famiglie possono riempire oltre quattro melari. Si sa di un
alveare che in Danimarca ha prodotto 270 kg di miele!
Sulla sommità dell’arnia c’è il coprifavo ovvero un coperchio di legno che presenta un
rialzo periferico tale da ricavare, una volta appoggiato il tetto sull’arnia, una intercapedine nella
quale può essere collocato un nutritore, ovvero un contenitore fatto appositamente per la
somministrazione di sciroppo (per nutrire le api nelle giornate piovose di primavera), oppure può
essere appoggiato un panetto di candito (per nutrire le api in inverno a fronte di scarse scorte
naturali). L’accesso tra nutritore, piuttosto che panetto di candito, ed alveare è permesso da un foro
nella tavola di legno del coprifavo, apertura regolabile con un disco, di plastica o di ferro zincato,
che può essere girato su varie posizioni: chiusura completa, griglia per presa d’aria, griglia per il
passaggio delle operaie, apertura completa per l’accesso al nutrimento.
L’uso del candito, che è a base di zucchero, come alimento di soccorso deve essere limitato
in quanto porta all’invecchiamento precoce delle api; si è visto, infatti, che le api nutrite a zucchero
vivono circa metà tempo rispetto a quelle che si nutrono di miele.
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A volte il coprifavo viene messo rovesciato per lasciare sui telaini del nido una
intercapedine: può essere per mettere una vaschetta con un trattamento incluso in un candito o per
mettere una vaschetta di saccarosio: quest’ultima pratica viene usata da qualcuno per stimolare la
partenza della famiglia a fine inverno quando inizia l’importazione di polline; pare che stimoli
molto l’ovodeposizione della regina. In questo caso, bisogna fare attenzione alle sciamature
precoci!

Tipi di arnia
Esistono vari tipi di arnia:
1. a fondo mobile, per una facile manutenzione;
2. a fondo fisso;
3. col portichetto, per avere un’entrata più riparata. In caso di trasporto, viene chiuso con una
griglia apponibile;
4. senza portichetto, più adatta per il trasporto in quanto occupa minor volume;
5. con fondo “antivarroa”, cioè con un cassettino estraibile dal retro dell’arnia e che permette il
controllo dei residui caduti dai favi attraverso la rete che fa da pavimento. La varroa è un acaro
che si posiziona sotto le ali delle api e ne succhia l’emolinfa cioè il sangue dell’insetto. Per
eliminarla bisogna somministrare sostanze che siano efficaci contro il parassita e lo faccia
cadere sul fondo dell’arnia. Guardando il cassettino dopo un trattamento antivarroa, dunque, ci
si rende conto del grado di infestazione presente nell’alveare.

Il comportamento delle api


Il comportamento delle api è influenzato dai seguenti fattori:
1. la temperatura: vengono disturbate sia dal freddo che dal caldo intenso. In primavera e in
autunno è preferibile visitare le api dalle ore 11.00 alle ore 13.00, mentre in estate dalle ore 8.00
alle ore 10.00.
2. lo stato d’animo dell’apicoltore: se è nervoso le api escono fuori dall’alveare e si agitano; in
questo caso l’apicoltore deve lasciarle stare, non aprire l’arnia e spruzzare un po’ d’acqua;
3. i rumori forti: ne sono disturbate;
4. i fattori genetici: caratteristiche ereditarie sono la docilità e l’aggressività della famiglia;
5. lo stato di salute della famiglia: se il microclima dell’alveare è tale da favorire delle malattie o
c’è un livello di infestazione (varroa, piralide, ecc.) per le operaie incontrollabile, la famiglia
risulta anche irritabile;
6. le condizioni meteorologiche: in caso di pioggia o in periodi di siccità è meglio evitare le visite
all’alveare in quanto le api sono irritate dalla difficoltà di reperire cibo.
Al contrario, le condizioni ideali per visitare gli alveari sono:
1. le giornate calde senza vento o leggermente ventilate;
2. la temperatura ottimale (18° - 20°C);
3. le ore centrali della giornate (11.00–14.00); evitare le visite serali quando manca l’orientamento
del sole;
4. durante i periodi di massimo approvvigionamento di scorte, dato che le bottinatrici sono
impegnate in tale operazione; bisogna, infatti, evitare le visite nei periodi di carestia, visto che
troppe bottinatrici sono inoccupate e perciò facilmente irritabili per la mancanza di fonti di cibo;
5. moderare l’uso dell’affumicatore;
6. evitare i profumi troppo forti;
7. indossare abiti puliti.
Nota: In presenza di famiglie particolarmente aggressive si consiglia di procedere a
cambiare la regina almeno 5 o 6 volte per ottenere il ricambio genetico per l’aggressività. Le api

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africane sono (A.m. scutellata e A.m. adansonii) più aggressive dell’ape mellifera europea (A.m.
mellifera).
La sciamatura
Lo sciame è per definizione “un gruppo di insetti migrante”. Lo sciame di api è formato
da un gruppo di api bottinatrici e dalla regina vecchia.
Per vari motivi, a primavera inoltrata, si arriva alla sciamatura:
1. sovraffollamento;
2. mancanza d’aria;
3. mancanza di spazio per la covata per favi troppo piccoli e stipati di miele;
4. favi troppo vecchi e quindi con cellette troppo strette dall’eccessivo accumulo di esuvie;
5. mancanza di feromoni della regina che sta invecchiando.
Al verificarsi di una o più di queste condizioni, le api si prendono cura di un uovo fecondato
(femmina, dunque!) e alla larva che nasce danno da mangiare sempre e soltanto pappa reale.
L’individuo che si origina sviluppa in modo completo, anche nell’apparato sessuale e in
un ciclo che dura soltanto 17 giorni: diventerà la nuova regina. In genere, questa operazione
viene fatta contemporaneamente in più punti dell’alveare per cui l’apicoltore potrà trovare, in
un’ispezione in periodo di preparazione alla sciamatura, più celle reali.
La sciamatura della vecchia regina, con le bottinatrici cariche di miele per formare una
nuova colonia, avviene prima della nascita della regina nuova. Nata la prima nuova regina,
questa provvede ad eliminare le altre ancora prima che nascano, pungendole all’interno della
loro celletta. Può darsi che due regine nascano e si affrontino, quando si incontrano sul favo,
mentre girano per ispezionare il nido: rimane quella che riesce a uccidere la sorella con più
punture del pungiglione.
Nella stessa stagione si possono avere anche due sciamature: sciame primario (con la regina
vecchia) e sciame secondario (con la prima nuova regina).

La comunicazione delle api


La comunicazione delle api avviene, come per tutti gli insetti, attraverso l’emissione di
molecole chimiche chiamate feromoni.
Un acido chetododecenoico è il feromone emesso dalla regina e pertanto viene detto
“sostanza reale”; se diminuisce la produzione di sostanza reale da parte della regina, le operaie
sentono il bisogno di allevarne una nuova. La sostanza reale prodotta dalla regina dà l’impronta
di riconoscimento alla famiglia per cui le operaie si riconoscono come sorelle: le operaie di altri
alveari vengono fermate all’entrata dell’alveare dalle guardiane … specie se non cariche di
cibo!
Con la danza circolare e la danza del ventre, le api comunicano le informazioni sulla fonte
di nettare. Il “disegno” che l’ape fa “danzando” sul favo dà le indicazioni per trovare il luogo:
l’inclinazione rispetto alla direzione del sole dà la direzione mentre la forma della danza dà la
distanza; l’intensità delle oscillazioni dell’addome indica l’abbondanza della fonte di nettare; il
tipo di nettare viene fatto direttamente assaggiare alle api sorelle. La danza circolare indica una
fonte a meno di 30 metri dall’alveare; tale danza si apre in un “8” curvo sopra i 30 metri ed
inizia a compattarsi attorno ai 100 metri; diventa a forma di “8” compatto e cioè “danza del
ventre”, per una distanza superiore ai 100 metri. Infine, sarà il numero di giri effettuati in 15
secondi che indicherà la distanza.

La raccolta del nettare e l’impollinazione


Il nettare è un liquido zuccherino secreto dalle piante a livello di nettario, esce dalle
ghiandole nettarifere e si accumula in una conchetta presente alla base interna di un petalo o di
un tepalo; la sua funzione è quella di attirare gli insetti che se ne nutrono. Alcune ghiandole

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nettarifere si trovano anche alla base della lamina fogliare, sul picciolo, di certe piante (es.:
lauroceraso).
La produzione di nettare è maggiore quando il fiore è visitato spesso. Durante la visita viene
marcato dall’operaia con una sostanza repellente grazie alla quale le bottinature vengono
intervallate, dando al fiore il tempo di ricaricarsi di nettare e alle api di non perdere tempo
inutilmente. Questa modalità di procedere nella raccolta del nettare, fa dell’ape un efficiente
impollinatore, molto utile per la produzione di frutti.
I fiori, poi, si distinguono in base all’abbondanza di fioritura, al periodo e alla
concentrazione zuccherina del nettare. Il contenuto è variabile per quantità e per concentrazione
di zuccheri (dal 5% all’80%): nel rododendro il nettare è interamente composto da saccarosio,
mentre nelle leguminose è composto da saccarosio, fruttosio e glucosio. Gli zuccheri del nettare
vengono, poi, elaborati dalle api e la loro concentrazione è diversa anche nel miele.
Per la buona produzione da parte degli alberi da frutto, è necessaria l’impollinazione delle
api, pena un minor raccolto di frutta. Si stima che, in Italia, il reddito prodotto da ogni alveare è
di circa 700 € all’anno, dei quali più di 500 € sono legati al valore della frutta ottenuta
dall’impollinazione. Questo viene messo bene in evidenza nel film “Il mondo in pericolo”, che
sta girando nelle sale di proiezione e candidato all’Oscar per il 2014, quando mostra come in
alcune zone della Cina i frutticoltori siano obbligati ad effettuare l’impollinazione manualmente,
fiore per fiore.

Cause accidentali di morte della famiglia


Le potremmo così elencare:
1. avvelenamento, legato al periodo dei trattamenti fitosanitari;
2. crollo della covata (CCD), interpretabile come un segnale di forte disagio ambientale.
Si sviluppa in tre periodi dell’anno:
a) gennaio – febbraio; b) marzo – aprile; c) metà giugno; d) metà luglio
Nel periodo a) la causa è rappresentata dai neonicotenoidi presenti nel polline; mentre nei
periodi b), c) e d) è rappresentata dagli agrofarmaci (semina del mais, trattamenti sulla vite,
lotta a piralide e diabrotica sul mais).
Gli agrofarmaci sono difficilmente individuabili nell’ambiente, però interferiscono con lo
sviluppo, il comportamento e la vita sociale delle api.
3. Il trattamento delle piante con prodotti tossici. Il segno più evidente di avvelenamento
con prodotti tossici è dato dalla presenza di un grande quantitativo di api morte davanti
all’alveare con la ligula estroflessa. Inoltre, può esserci l’abbandono improvviso
dell’alveare pieno di scorte che non vengono saccheggiate dalle altre api. Da qui la necessità
di istituire una rete fissa di monitoraggio perché la portata delle azioni sia estesa a tutto il
territorio italiano. Bisogna, inoltre, potenziare i corsi per gli apicoltori, incentivare la
selezione genetica ed introdurre la figura di un ispettore sanitario.
Gli agricoltori da parte loro, dovrebbero evitare le monocolture, proteggere le fioriture
spontanee e aggiornarsi continuamente per non diventare vittime degli interessi dell’industria
chimica e del mero interesse commerciale. Le case produttrici di agrofarmaci, da parte loro,
dovrebbero produrre materiale con bassa tossicità e interessarsi del prodotto anche
successivamente alla vendita.

Cause naturali di morte della famiglia: malattie delle api


Le possiamo così elencare:
1. la peste americana (malattia soggetta a Regolamento di polizia veterinaria), che si sviluppa
da aprile ad agosto e si manifesta con una covata non compatta piena di cellette vuote;
segno sicuro di questa malattia è rappresentato dal filamento lasciato dalla covata sullo
stecchino inserito dall’apicoltore all’interno della singola celletta con larva morta; alcune
cellette opercolate appaiono forate nell’opercolo. La causa è un batterio sporigeno, il
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Bacillus larvae. La diffusione delle spore può avvenire ad opera delle api soprattutto con il
saccheggio di alveari infetti, ma viene anche favorita dall’apicoltore con lo scambio di favi,
la somministrazione di alimento infetto e l’uso di attrezzi contaminati. E’ una malattia
incurabile, l’unico rimedio è quello di bruciare l’alveare per evitare il contagio.
2. La peste europea (malattia soggetta a Regolamento di polizia veterinaria), causata dal
batterio Streptococcus pluton (associato ad altri batteri), si manifesta sempre con una covata
non compatta; generalmente, provoca la morte di larve non ancora opercolate. La diffusione
può avvenire con gli stessi mezzi della peste americana. Può apparire in forma cronica o
acuta; nel primo caso può passare inosservata provocando solo una temporanea moria di un
numero variabile di larve che sono presto asportate dalle celle ed allontanate dall’alveare. La
covata colpita non è più regolare e numerose celle adiacenti contengono disordinatamente
larve di età molto diversa tra loro, mentre altre risultano vuote o utilizzate per depositare
irregolarmente il polline. E’, però, una malattia curabile anche attraverso azioni meccaniche
dell’apicoltore (…). Le larve morte vengono asportate dalle celle dalle operaie ed
allontanate dall’alveare.
3. La covata calcificata, è causata dal fungo Ascosphaera apis. Questi si diffonde
nell’ambiente attraverso la formazione di microscopiche spore e, perciò, i favi colpiti e le
larve malate risultano, insieme al miele, i principali mezzi di contagio. Solitamente le
famiglie non soccombono in seguito all’infestazione, ma il loro indebolimento può
compromettere le produzioni successive. Si manifesta con la comparsa di sassolini sulla
porticina dell’arnia: si tratta delle larve che appaiono indurite, come mummificate ed alcune
assomigliano a piccoli pezzi di gesso, mentre altre, annerite da uno strato di sporangi che
sono i corpi fruttiferi del fungo contenenti le spore.
4. La covata a sacco, per la quale la causa è un virus che, come tale, è capace di riprodursi
solo all’interno di cellule di un organismo ospite. Le possibilità di diffusione sono simili a
quelle della peste americana e della peste europea; quindi, per limitarne lo sviluppo, valgono
le rigorose misure igieniche adottate nei casi delle malattie infettive. Apparentemente è
meno diffusa di altre malattie a carico delle larve. La covata malata muore quando è già
opercolata; solo in seguito le api riaprono le celle asportando facilmente le larve morte. Il
favo di covata assume così, anche in questo caso, un aspetto irregolare.
5. L’acariasi o acariosi delle api (malattia soggetta a Regolamento di polizia veterinaria), è
dovuta ad un acaro che vive dentro i primi spiracoli tracheali dell’ape adulta (si trovano tra
il primo paio di zampe ed il primo paio d’ali: l’Acarapis woodi. Misura 1/10 di millimetro di
lunghezza, vive e si riproduce obbligatoriamente dentro le trachee dell’ape che ha infestato
nell’ape giovane, durante i primi 4 giorni di vita. Vive dell’emolinfa dell’ape e le ferite
causate mandano in necrosi la trachea che annerisce. Quando l’ape muore, gli acarapis ospiti
l’abbandonano per cercare un nuovo ospite cioè un’ape giovane, con le trachee non ancora
protette; lo fanno il più in fretta possibile, per non rischiare di morire in ambiente esterno
che è favorevole al passaggio solo se è caldo e umido (estate).
6. La nosemiasi (malattia soggetta a Regolamento di polizia veterinaria), è causata dal
protozoo Nosema apis che si insedia nell’intestino delle api, mal tenute, a fine inverno e
provoca diarree primaverili e indebolimento della colonia; la mortalità può portare allo
spopolamento dell’alveare in primavera. Si notano macchie di feci liquide dentro e davanti
all’alveare. Le api si infestano con l’alimentazione. La malattia è favorita da inverni freddi e
lunghi, da primavere umide e piovose, da estati umide e fresche: tutte condizioni che
costringono le api all’interno dell’alveare. Accertata la presenza della malattia, si devono
trattare le famiglie più forti mentre si procede alla soppressione di quelle più deboli.
7. L’amebiasi, è una malattia provocata dal protozoo Malpighamoeba mellificae che infesta i
tubi del Malpighi, organo a forma di tanti tubicini che si trova prima dell’intestino medio ed
ha la stessa funzione dei reni nei vertebrati. Tremolio delle ali, incapacità di volare, feci
molli imbrattanti anche i favi oltre che l’ingresso dell’arnia; all’analisi al microscopio si
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possono cercare le cisti durevoli delle amebe. Le famiglie infette vanno trasferite e l’arnia
disinfettata con l’acido acetico glaciale, il solo efficace contro le cisti durevoli.
8. Le tarme della cera (agente di danno), sono insetti lepidotteri (farfalle) le cui larve creano
delle gallerie all’interno del favo rinforzandole con fili di seta. Sono capaci di rovinare
completamente i favi di un alveare rimasto senza famiglia a presidiarlo. Si combattono
sostituendo il favo intaccato o uccidendo le larve nelle gallerie o le crisalidi nei bozzoli
fissati a lato dei telaini.
9. I predatori dell’alveare sono diversi: l’orso è un devastatore; il topo campagnolo e la
farfalla sfinge testa di morto sono dei saccheggiatori; il tasso, la volpe, la puzzola, il
ghiro, la martora, il riccio, il toporagno, gli uccelli insettivori, la lucertola e il ramarro,
il rospo, i ragni e diversi insetti (es.: filanto apivoro, vespe e vespa calabrone, formiche,
coleotteri meloidi e cleridi, mantide religiosa) sono predatori.

I prodotti dell’alveare

La vita dell’alveare non è sempre la stessa: vede cambiare il numero di esemplari presenti a
seconda di ciò che offre l’ambiente esterno. Il periodo dell’attività frenetica, in Pianura Padana, è
quello della fioritura della robinia (acacia); in questo periodo di lavoro intenso, nell’alveare possono
essere presenti oltre 100 mila esemplari; durante l’inverno, invece, il numero delle api scende a
circa 20.000; la famiglia in media è composta da 50.000 esemplari.

Il miele.
E’ il prodotto principale e in Italia ve ne sono circa 50 tipi. La diversità dipende dalle
fioriture e dalle capacità dell’apicoltore di produrre il miele “in purezza” (cioè di un solo tipo di
fiore) asportando il melario quando è terminata la fioritura e mettendone uno vuoto quando ne inizia
una nuova. Quando il miele è il prodotto di raccolta su fioriture miste, prende il nome di “miele
millefiori”.
La smielatura è l’operazione di estrazione del miele dai favi e si fa con un apparecchio
chiamato “smelatore”: si tratta di un contenitore di acciaio inox con un dispositivo centrale sul
quale si incastra un numero predefinito di telaini; azionato a mano o con motorino elettrico, gira
assialmente facendo fuoriuscire il miele dalle cellette per forza centrifuga. Il miele, man mano che
viene estratto, viene versato in un contenitore d’acciaio, apponendovi prima un filtro che trattiene le
eventuali impurità o detriti di cera; viene quindi lasciato a decantare per circa una settimana per
eliminare le bollicine d’aria che si erano formate nel miele durante la centrifugazione dei favi:
queste salgono in superficie e formano una densa schiumetta. A questo punto è pronto per essere
posto nei vasetti e non è soggetto ad altre operazioni.
Il miele si forma nel momento in cui l’ape bottinatrice rientra nell’alveare dopo aver raccolto
il nettare. La raccolta del nettare le è possibile grazie alla ligula che costituisce la parte inferiore
dell’apparato boccale degli “apoidei” (api, bombi, xilocope, ecc.) che funziona un po’ come una
proboscide. Il nettare raccolto è posto nella borsa melaria che contiene degli enzimi. Giunta
all’alveare lo passa alle altre api che a loro volta lo ripongono nelle loro borse melarie: quindi il
miele è il risultato del nettare e degli enzimi delle borse melarie di tutte le api. Ad ogni passaggio si
arricchisce di enzimi e si disidrata. Nel momento in cui viene immagazzinato nelle celle le api ne
valutano l’umidità che deve essere sotto il 18-20 %; se è superiore viene fatta evaporare sbattendo
le ali e creando un vortice d’aria. Quando le cellette sono piene di miele col giusto grado di umidità,
vengono chiuse con opercoli di cera in modo da conservare il miele a lungo.
Il miele viene prodotto a partire dal nettare oppure dalla melata. Il nettare è una sostanza
secreta da speciali ghiandole (nettari) contenute nei fiori e, per alcune specie, alla base delle foglie.
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E’ secreto da tutte le piante, anche se solo i nettari florali (propri delle piante che producono fiori)
hanno sviluppato la funzione di attirare al fiore gli insetti. Le piante si distinguono per la diversa
quantità di nettare prodotto e il momento in cui secernono nettare. È importante per l’apicoltore
conoscere quali sono le potenzialità nettarifere della zona in cui opera identificando le varie
fioriture e la loro disponibilità. Qualora fosse nelle sue facoltà, l’apicoltore può arricchire
l’ambiente con nuove fonti nettarifere o (pollinifere) immettendo nell’ambiente erbe e piante che vi
si adattino e rendano maggiormente costante la disponibilità di cibo per le sue api.
La melata è il liquido zuccherino prodotto dalle colonie di insetti fitomizi cioè succhiatori di
linfa, come afidi, psille e metcalfa. Questi insetti, dotati di un appartato boccale pungente–
succhiante, assorbono la linfa composta da: zuccheri e sostanze azotate, ed eliminano i liquidi in
eccesso come melata che si ritrova su foglie, calici, steli, sotto forma di goccioline appiccicose. Il
miele di melata ha un minore contenuto di glucosio rispetto al miele di nettare; il suo pH è tendente
all’acido per la maggiore presenza di acidi liberi e totali; vi è inoltre una maggiore presenza di
elementi minerali come ferro, manganese, rame, ecc.. Dalla melata le api producono un miele scuro
che è molto ricco di sali minerali; è liquido, ma molto denso; nel sapore ricorda un po’ lo sciroppo
d’acero e, del resto, la materia prima di partenza è la stessa: la linfa elaborata.
Il miele di melata nella nostra pianura corrisponde al miele prodotto nel mese di agosto
quando le colonie di rincoti fitomizi sono già sufficientemente sviluppate e scarseggiano le fioriture.
Si presenta pertanto più denso e caramelloso, sicuramente con meno acqua e più nutriente.
Nell’invernamento della famiglia, l’apicoltore deve fare attenzione che nei favi centrali abbia a
disposizione miele da nettare in quanto il solo miele di melata porterebbe le api ad avere la
necessità di uscire più spesso per il volo di purificazione dato che l’ampolla si riempie prima.
Per quanto riguarda il modo di procedere nella raccolta da parte delle api, normalmente più
un fiore viene visitato, più nettare produce; il fiore visitato viene marcato dall’ape con una sostanza
repellente in modo che passi un certo lasso di tempo tra una bottinatura e l’altra . La produzione
giornaliera di nettare varia a seconda della specie in quantità ed in contenuto zuccherino.
Per es.:
 MELO 3 – 7 mg fiore/giorno con 24 – 55 % di zucchero
 PERO 0,8 – 2 mg fiore/giorno con 2 – 37 % di zucchero
 CILIEGIO 1 – 13 mg fiore/giorno con 15 – 60 % di zucchero
 ALBICOCCO 5 mg fiore/giorno con 5 – 25 % di zucchero
 SUSINO 0,96 – 1,74 mg fiore/giorno con 10 – 40 % di zucchero
 FRAGOLA 0,6 – 0,8 mg fiore/giorno con 26 – 30 % di zucchero
 MELONE 1,3 – 1,6 mg fiore/giorno con 20 – 40 % di zucchero
Il potenziale mellifero è la quantità di miele prodotta per ettaro di piante coltivate. Si
distingue in sei classi: alla prima appartengono il pero e il mandorlo, mentre alla sesta appartengono
la salvia, la robinia e il tiglio.
L’ammontare del miele ottenibile da una pianta dipende principalmente da:
 tenore zuccherino del nettare;
 quantità di fiori sbocciati e disponibili in una data area;
 numero dei giorni durante i quali i fiori secernono nettare.
Il nettare contiene soprattutto saccarosio che viene trasformato dall’invertasi (cioè l’enzima della
borsa melaria) in fruttosio e glucosio.

I principali componenti su 100 grammi di miele sono:


 ACQUA 18 - 20 g
 ZUCCHERI 80,3 g
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 PROTEINE 0,6 g
 FERRO 0,5 mg
 CALCIO 0,5 mg
 FOSFORO 6 mg
 VITAMINA B2 0,04 mg
 VITAMINA PP 0,3 mg
 VITAMINA C 1 mg

Gli zuccheri influenzano lo stato fisico, la viscosità, il valore energetico e il potere


dolcificante del miele. Il contenuto medio di glucosio è di circa il 30%, mentre quello di fruttosio è
di circa il 40%.
I mieli che contengono tanto fruttosio (miele di acacia) sono liquidi, mentre il glucosio è
responsabile della solidità.
Le api raccolgono sempre il nettare a più alta concentrazione di saccarosio perché è quello
più dolce.
Il miele è un prodotto che si conserva molto a lungo se non ha assorbito acqua: teme
l’eccesso di umidità in quanto vi si potrebbero insediare fermentazioni da lieviti. Non va conservato
in frigorifero in quanto, tutte le volte che vi riponiamo il vasetto di miele già aperto, l’aria calda che
vi è entrata contiene umidità che farà condensa e tali goccioline verranno assorbite dal miele stesso.
Il miele è un conservante e un antibatterico naturale e la luce non ne modifica né il gusto né
le proprietà nutritive, gli fa solo cambiare colore nella zona colpisce il vasetto, dando l’effetto
fiamma, con cristalli di colore più chiaro.

La propoli
Un altro prodotto dell’alveare è la propoli. È una resina prodotta dalle api trasformando
quella raccolta sui tronchi e sulle gemme degli alberi. È un disinfettante naturale che le api
utilizzano per chiudere le fessure e regolare l’apertura dell’alveare: il significato etimologico della
parola di origine greca è “pro = davanti” e “polis = città”. Nell’arnia moderna la usano anche per
fissare i telaini al punto di appoggio e per isolare, a volte mista a cera, i corpi estranei fastidiosi
come, per esempio, i cartoncini impregnati di timolo per il trattamento estivo contro la varroa.
Quando un predatore viene ucciso dentro l’alveare e le api non riescono ad espellerlo, viene
ricoperto di propoli, risultandone mummificato e perciò non infestando di cattivi odori l’alveare.
L’uomo la utilizza soprattutto come soluzione al 33 % con alcol a 95°.
La usavano gli egiziani per l’imbalsamazione. I greci la usavano come disinfettante e
cicatrizzante. Ha proprietà antibatteriche, cicatrizzanti e immunostimolanti.
La sua composizione è la seguente:
 RESINE e BALSAMI 50 – 55 %
 CERA 30 %
 OLI ESSENZIALI e SOSTANZE VOLATILI 10 – 15 %
 POLLINE 5%
 ALTRE SOSTANZE ORGANICHE e MINERALI 5%
La ricerca farmacologica la utilizza in sciroppi, colluttori e caramelle, come disinfettante
del cavo orale e della gola, oltre che in soluzione alcolica al 33%.

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La pappa reale
E’ detta anche gelatina reale ed è prodotta dalle ghiandole della testa (ghiandola
ipofaringea) delle api operaie di età fra i 5 e i 14 giorni e cioè quando queste assumono il ruolo
di nutrici. È come se fosse il latte delle api! All’interno dell’alveare viene data alle larve nei primi 3
giorni di vita, mentre è l’unico alimento dell’ape regina, che viene nutrita dalle ancelle, per tutta la
sua vita che può durare fino a 5 anni.
La cella destinata ad accogliere una regina (cella reale) è più grande delle altre per
permetterle di svilupparsi completamente ma anche per potervi accumulare una consistente quantità
di pappa reale come scorta di cibo per la giovane larva. Il prelievo da parte dell’apicoltore avviene
tramite una pompetta aspiratrice che convoglia la gelatina bianca in un vasetto scuro. Le quantità
raccolte sono minime ed è per questo che costa cara, oltre che per le sue proprietà stimolanti. Per
chi intende produrre pappa reale basta pensare che 10 alveari (e altri 10 di supporto) producono
circa un kg di pappa reale e nemmeno un grammo di miele.
Oltre il 48 % del residuo secco della pappa reale è costituito da proteine ed aminoacidi
essenziali, sia combinati che allo stato libero, ciò che le conferisce l’elevato valore nutritivo.
Restano 39 % di zuccheri, 11 % di grassi. Contiene anche molte vitamine, in particolare quelle del
gruppo B. Vi sono ben rappresentati i sali minerali quali calcio, rame, ferro, silicio, zinco,
magnesio, manganese ed altri ancora. È inoltre presente un “fattore antibatterico e antibiotico” che,
unito alle proprietà rivitalizzanti e rinforzanti dell’organismo, fa della pappa reale un “cibo-
farmaco” (prof. Yves Donadieu – Facoltà di Medicina di Parigi).
E’ un prodotto facilmente deperibile e per questo va conservata sempre in luogo fresco
(frigorifero) e non va capovolta. E’ un ottimo stimolante delle difese immunitarie ed è consigliabile
utilizzarla nei cambi di stagioni.

Il polline
Altro non è che la “polverina” dei fiori ed è costituito da:
 H2O 16 %
 PROTEINE 30 % (soprattutto ALBUMINA)
 AMINOACIDI LIBERI 22 % (soprattutto AA ESSENZIALI)
 ZUCCHERI SEMPLICI 37 %
 ALTRE SOSTANZE 5 % (grassi, pigmenti, enzimi, acidi organici, vitamine, ecc.)
Poiché contiene acqua deve essere conservato in frigorifero e dura circa un mese; è nocivo
se ingerito fermentato. Per conservarlo a lungo bisogna eliminarne l’acqua tramite l’evaporazione.
E’ un ottimo integratore alimentare soprattutto per coloro che seguono una dieta vegetariana.
La raccolta del polline da parte dell’apicoltore avviene con un “inganno” cioè l’uso di una
trappola: le api, oltre al nettare, raccolgono anche, per ogni volo, due palline di polline che stivano
negli avvallamenti delle due zampe posteriori detti “cestelle”. All’ingresso dell’alveare viene posta
una trappola formata da una mascherina con fori d’entrata a stella; l’operaia entrandovi perde i due
grumi di polline dalle cestelle; questi cadono su una retina sotto la quale è posto un cassettino per la
raccolta delle palline di polline. La raccolta nel cassettino, col passare delle ore, diminuisce poiché
le api imparano ad entrare nell’alveare facendo manovre per non perdere il polline raccolto. In ogni
caso, non bisogna prolungare il prelievo oltre i quattro o cinque giorni perché si tratta di un
alimento fondamentale per allevare la covata.

La cera
È l’elemento principale per la costruzione dei favi; viene prodotta dalle api, tra il 10° ed il
18° giorno dopo lo sfarfallamento, quando si sviluppano le ghiandole “ceripare”, dalle quali esce in
forma di scagliette (3°, 4°, 5° e 6° sterniti): le api le prendono con le mandibole a forma di spatola e
le modellano nelle strutture dell’alveare. L’apicoltore estrae la cera utilizzando i favi vecchi mano a

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mano che vengono rinnovati. La cera più pregiata è quella di disopercolatura dei favi da melario,
ottenuta in fase di smielatura: il suo colore è giallo pallido, molto chiara. La cera viene sciolta e, se
da favo da nido, filtrandola (di solito con i collant di nylon) per togliere le esuvie e tutte le altre
impurità.
Le api usano la cera per chiudere con gli opercoli le cellette ormai piene di miele maturo e
questo contribuisce a salvaguardare il “flavor” cioè il gusto del miele stesso e a proteggerlo
dall’umidità dato che la cera è idrorepellente.
La sua composizione è la seguente:
 ESTERI di ACIDI CEROSI 70 %
 ESTERI STEROLICI 1%
 ACIDI GRASSI LIBERI 14 %
 ALCOLI LIBERI 1–2%
 IDROCARBURI 12,5 – 16 %
 H2O 1–2%
 ALTRE SOSTANZE (propoli, pigmenti, ecc.) 1–5%
 Fonde a 62° - 65° C e solidifica a 60° C.
Appena secreta dalle ghiandole di colore bianco ma poi assume colorazioni variabili dal
giallo al rossiccio o al bruno a seconda dei pigmenti portati dal polline e dalla propoli che le api vi
hanno mescolato; profuma di miele, polline e propoli ed è untuosa al tatto.

Il veleno
Si trova nel pungiglione posto all’estremità dell’addome. Il suo impiego terapeutico viene
fatto “utilizzando” direttamente le api facendole pungere nella cute del punto desiderato. Per
ottenerlo, dunque, vengono sacrificate le api in quanto, queste, dopo l’estrazione del pungiglione
muoiono. Viene utilizzato per curare i reumatismi in quanto produce l’effetto del cortisone. Va però
fatto attenzione ai soggetti allergici nei quali può provocare shock anafilattico.
La persona che si è allergizzata può desensibilizzarsi facendo un lungo trattamento di
vaccinazione (5 anni).

Il miele in cucina
Dolci
In ogni regione ci sono dolci tipici con il miele come ingrediente fondamentale.

Idromele
È il fermentato di acqua e miele. Si può preparare in casa propria aggiungendo i lieviti ad
una soluzione fatta con circa una parte di miele e tre di acqua. Dopo due giorni di fermentazione in
ambiente riscaldato (sui 20°C) il fermentato fresco deve essere imbottigliato e messo in ambiente
fresco per continuare la sua fermentazione lenta per circa una settimana; se il tappo è di plastica ed
è avvitato, la bottiglia che entra in pressione va fatta un po’ sfiatare. Il risultato sarà quello di uno
spumantino dolce e frizzante, con circa 3° volumetrici di alcool. Ottimo come aperitivo: allegro,
fresco e piacevole, lo rendono particolarmente simpatico ai giovani

Miele e frutta secca


Una vera leccornia, specialmente se consumato in autunno o in inverno, è il miele con le
nocciole tostate. Il vasetto vuoto viene prima riempito di nocciole tostate e poi colmato di miele
d’acacia o di melata, dato che restano liquidi. Il gusto è piacevole al punto di indurre chi lo assaggia
a desiderare sempre un successivo assaggio e … il barattolo si svuota in fretta! Volendo si possono
usare anche noci, mandorle e anacardi ma il massimo restano le nocciole tostate.

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Anche la pasta delle stesse nocciole preventivamente macinate può essere mescolata al miele
per ricavarne una crema spalmabile; si tratta di una delle combinazioni più “pericolose” dato che
chi apre il vasetto, cucchiaino dopo cucchiaino, continua a rinviarne la chiusura.
La combinazione di miele e nocciole rende l’alimento ricco di energia e magnesio,
facendone un ottimo integratore, anche per gli sportivi.

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