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Gli inizi, il palazzinaro da Via Alciati a Brugherio.

Come palazzinaro, Berlusconi cominciò con la costruzione di un condominio in Via Alciati a


Milano. Il successo fu limitato e l'impresa non valse i sacrifici e gli investimenti. In pratica fu un
mezzo fallimento.

Nel 1963 il volo del cosmonauta: dall'affare di limitate dimensioni alla costruzione di un'intera
città, per quattromila abitanti in un'area nel comune di Brugherio, tra l'Adda e il Lambro, alle
porte di Milano.

Problema: ci si deve investire una montagna di soldi che Berlusconi, giovanotto ventisettenne
del "pensare alla grande" ma di portafoglio sgonfio, non ha.

Berlusconi fonda la Edilnord s.a.s.: una società in accomandita semplice.

In una tale società occorrono soci accomandatari, o prestatori d'opera (forniscono tempo e
idee), e soci accomandanti cioè i finanziatori.

L’assetto societario vede Berlusconi nella parte di accomandatario sotto tutela di Carlo Rasini
(non ha la possibilità in pratica di decidere niente), e spetterà a lui l'1% degli utili. Altri
accomandatari sono il costruttore Pietro Canali ed Enrico e Giovanni Botta.

Gli accomandanti sono Carlo Rasini, proprietario della omonima banca privata, con un unico
sportello in cui lavorava Luigi, padre di Berlusconi. Altro interessante accomandante è un
prestanome della alta finanza svizzera: l'avvocato Renzo Rezzonico.

E’ necessario e sarà sorprendente analizzare bene chi sono i finanziatori della Edilnord
berlusconiana.

Che cosa sia la micro-banca Rasini lo facciamo dire a Michele Sindona.

A pag 111 del libro intervista, "Il mistero Sindona" (Sugarco 1896), del giornalista americano
del "New York Time", Nick Tosches, Sindona afferma testualmente che "le banche della mafia"
sono, a volte in Sicilia, il Banco di Sicilia, e a Milano una piccola banca in piazza Mercanti": la
Banca Rasini.

La Criminalpol conosce da tempo i rapporti della Banca Rasini con industriali e albergatori
mafiosi sospettati di riciclare denaro proveniente da traffico illecito di armi, di droga e di
rapimenti di persona oltre che di riciclo di danaro proveniente da bische clandestine.

Numerosi controlli su conti correnti mostrano il transito di danaro sporco a favore di Antonio
Virgilio e Luigi Monti, in stretto rapporto con un mafioso palermitano, Vittorio Mangano,
stalliere di Berlusconi, a lui raccomandato da Marcello Dell'Utri, palermitano, collaboratore di
Berlusconi e, in seguito deputato di Forza Italia. Un figlio di Carlo Rasini, Mario, classe 1951,
sarà direttore generale di Telepiù.

Più interessante è l'altro socio accomandante della Edilnord, la finanziaria di Lugano. E' certo
che la Finanzierungesellschaft fur Residenzen Ag è stata lungamente sospettata dalla
magistratura elvetica di coinvolgimento in riciclaggio di danaro sporco proveniente dal traffico
illegale di armi e droga. In un libro, "La Svizzera lava più bianco" di Jean Ziegler (Mondadori
1989), si dimostra come certa questa ipotesi investigativa che va però, a scontrarsi col muro di
gomma dell'imperscrutabile segreto bancario svizzero.
Ma una domanda sorge spontanea: perché la misteriosa finanziaria svizzera mette nelle mani
di un ventisettenne, sconosciuto e senza precedenti imprenditoriali, una straordinaria somma
di danaro?

La risposta sta nei legami con la "mafia interna", così definita da Berlusconi stesso, che il non
ancora Cavaliere contrae in quegli anni, con ambienti politico-amministrativi romani.

Il cantiere di Brugherio è aperto nel 1964, stagione buia per l'edilizia e tutto lascia capire che
sarà un fallimento totale e Rasini, accomandante capo, come abbiamo visto, è indispettito e
sfiduciato. Berlusconi sta per essere sloggiato dall'affare quando, dopo notti insonni, chiede
due mesi di tempo, che gli vengono concessi. In quei due mesi Berlusconi va e viene lungo la
tratta Milano - Roma. Si rende conto dell'esistenza di una "mafia interna", così la chiama lui, e
non perde un istante per entrare in contatto con essa. Precisamente è interessato a conoscere
quei dirigenti romani che trattano l'acquisto di immobili per enti o associazioni. La sua idea era
quella di vendere i palazzi di Brugherio a qualche ente o associazione.

Come arriverà al capo della "mafia interna"? Naturalmente, romanzando, ce lo dirà lui stesso.

" Mi precipitai a Roma. Da alcuni amici mi feci presentare alla segretaria del Presidente, una
ragazza carina. Non feci molta fatica a far nascere una relazione, un'amicizia "particolare". No,
particolare non va bene, un'amicizia "morale".

Lei si schierò dalla mia parte e tutto quello che doveva fare, in cambio dei miei …favori (?) era
avvisarmi di quando il Presidente sarebbe venuto a Milano. Mi telefonò un giorno all'improvviso
e mi disse: parte domani alle diciassette!"

Annota bucolicamente Berlusconi: "arrivai a Roma, pagai con i miei servigi amorosi la "penale"
all'informatrice che mi dette lo scompartimento del vagone ristorante prenotato dal Presidente.
Mi sedetti davanti a Lui, facemmo un viaggio allegro e misi in atto tutto il mio "charme".
Conclusione: arrivati alla stazione di Milano, eravamo entrambi al bar della stazione mezzi
sbronzi, con lui che mi racconta che la natura delle Circasse è straordinaria. Diventò il mio
miglior supporter, il mio migliore amico e gli riuscii a vendere il condominio della Fontana."

E' irriguardoso ascoltare una storia simile serenamente e semplicemente increduli?

Si dice che Berlusconi si fece introdurre nei circoli mafiosi della Capitale dall'amico Dell'Utri,
che compenserà in seguito abbondantemente e che la mafia aveva anch'essa ingenti quantità
di danaro da riciclare. Cosa di meglio di investire in edilizia, magari dando un impulso
"personale" a tale investimento? Ecco che il giovane Berlusconi, sovvenzionato da finanziarie in
forte odore di mafia, italiana e svizzera, vende a personaggi mafiosi. Si ha un doppio riciclo
di danaro sporco e ci si arricchisce tutti, contemporaneamente. La magistratura
italiana, nonostante le denuncie della Criminalpol non ha investigato (tangentopoli è lontana) e
quella svizzera, con Carla Dal Ponte ci è arrivata molto vicino ma ha dovuto arrendersi al
ferreo segreto bancario svizzero.

Prima si vede, poi sparisce, poi ...ritorna

Con il grande volo da Brugherio a Milano 2, la città satellite di lusso costruita in


comune di Segrate, scopriamo un Berlusconi visibile che si alterna ad un
Berlusconi invisibile. Ma è certa una cosa: i colossali finanziamenti non sono
mai stati "visibili" ed invisibili sono ancora oggi!

Per capire l'evoluzione di Berlusconi occorrerà mantenere saldi i nervi e seguire le tortuose
strade che, come caratteristica comune, hanno la progressiva invisibilità dell'assetto societario
e ci si sente avvolti in una ragnatela di sigle e oscuri prestanome e si inciampa in cataste di
scatole cinesi. Anche solo raccontare con ordine, è un'ardua l'impresa.
Proviamoci.

La Edilnord s.a.s. di Silvio si scioglierà dopo aver curato i residui interessi di Brugherio. Nasce
la "Edilnord centri residenziali" in cui non compare più il nome di Silvio Berlusconi, ma quello
della cugina Lidia Borsani, figlia di una sorella di madre Bossi. E' un primo prestanome. Ci
domandiamo: perché questo nome di copertura? I finanziatori sono da ricercare ancora a
Lugano, in un'altra finanziaria rappresentata sempre dal solito avvocato Rezzonico che ha però
il vincolo di poter operare finanziamenti solo fuori Svizzera, tramite intrecci con una finanziaria
di New York, la Discount Bank Overseas Limited e la sua affiliata lussemburghese. Le date
sono importanti: il 19 settembre 1968 viene fondata la finanziaria svizzera e dieci giorni dopo
la sua emanazione italiana Edilnord. La cugina Borsani esce e il 15 giugno 1970 subentra la di
lei madre, zia di Berlusconi, Maria Bossi vedova Borsani. L'intestazione sarà Edilnord di Maria
Borsani e non Bossi, cognome troppo vicino alla famiglia Berlusconi!

Poco dopo, il 2 febbraio 1973, si costituisce la "Italcantieri srl" con danaro svizzero della
Cofigen s.a. di Lugano e la Eti A.G. Holding di Chiasso rappresentate da due prestanome, un
praticante notaio e una massaia, Elda Bovelli. Terzo prestanome figura uno zio di Berlusconi ,
Luigi Foscale, ultrasettantenne. Ma chi c'è dietro la Cofigen e la Eti?

In Svizzera si appura che la Cofigen fa capo a Tito Tettamanti, vicino all'Opus Dei e alla
Massoneria, coinvolto in uno scandalo immobiliare alla fine degli anni sessanta. La Cofigen è
nata dalla fusione di due banche: la Banca Svizzera Italiana e Privat Credit Bank. Altra
coincidenza di date: Cofigen nasce il 21 Dicembre 1972 e Italcantieri trenta giorni dopo.
Funzionerà come un'appartata stazione di transito di capitali e sarà sciolta alla fine della
costruzione di Milano 2.

La Eti A.G. Holding fa capo ad un finanziere di estrema destra, l'avvocato ticinese Ercole
Doninelli, coinvolto in una infinità di inchieste giudiziarie in più paesi, su operazioni di
riciclaggio a fianco dei narcos colombiani.

Una parentesi che ci servirà in seguito…..

A Roma, in salita San Nicola da Tolentino 1/B si costituisce una società ombra: la Immobiliare
San Martino s.p.a. insieme a cento altre società commerciali che usufruiscono delle stesse
stanze, dello stesso fax e dello stesso indirizzo sociale. Una di queste è "Servizio Italia" del
parabancario BNL, banca diffusamente inquinata dalla P2. Al riparo di questa fiduciaria celano i
loro traffici figure quali Licio Gelli, Michele Sindona, Roberto Calvi, Flavio Carboni e il manager
della Rizzoli, Bruno Tassan Din. Tutti pidduisti.

Il 16 settembre 1974 Servizio Italia e un'altra fiduciaria BNL, la SAF, sottoscrivono il capitale
iniziale dell'Immobiliare San Martino: amministratore unico Marcello Dell'Utri. Nel frattempo
l'Italcantieri cambia denominazione e diventa una s.p.a., escono i prestanome (ricordate zio
Foscale?) e si ha un Presidente: Silvio Berlusconi.

Il 15 settembre 1977 l'immobiliare S.Martino s.p.a muta nome in Milano 2 s.p.a. con
trasferimento della sede in Segrate, Dell'Utri esce e la Edilnord passa i fabbricati intanto
costruiti alla Milano 2 s.p.a.. Il 6 dicembre entra in veste di accomandatario, in Edilnord centri
residenziali, il commercialista professor Umberto Previti, 76 anni, con mandato di liquidarla. In
seguito, l'8 giugno 1978, nel solito ufficio di salita San Nicola le solite fiduciarie pidduiste
costituiscono la Fininvest Roma srl con amministratore unico Previti e nessun impiegato! La
Fininvest cambierà sede, da Roma a Milano, uscirà Previti e siederanno in consiglio di
amministrazione Silvio Berlusconi, Presidente, Paolo Berlusconi e Luigi Foscale, cugino e figlio
del vecchio prestanome.

Con lo spostamento della Fininvest a Milano, Berlusconi si pone definitivamente e chiaramente


in cima alla torre di controllo. Resta la indecifrabilità della provenienza di capitali di tutte le
finanziarie svizzere e italiane come la Finanzierungesselschaft, Aktien, Cofigen, Eti, Servizio
Italia e Società Finanziaria Italiana.

Labirinti impenetrabili. Domande senza risposte

Il labirinto impenetrabile pieno di società che muoiono e lasciano


fantasmi in tutto il mondo . Le domande senza risposta.

Quindi solo nel gennaio del 1979 Berlusconi è chiaramente "visibile". Ma non può
non colpire la singolarità di un imprenditore di cui si perdono le tracce, se ne
riconosce la presenza dai familiari prestanome e poi se ne riperde le tracce per poi
ritrovarlo sulla vetta della Fininvest, società nata da una serie di società costituite, e
poi liquidate, lasciando fantasmi di altre società che resuscitavano, magari in altre
parti geografiche.

Berlusconi scompare nel 1968 inabissandosi sotto una crosta di sigle e prestanome per poi
ricomparire solo nel luglio del 1975, quando assume la presidenza di Italcantieri, poi scompare
nuovamente e lo ritroviamo quattro anni dopo in cima alla Fininvest. Perché una così lunga
dissimulazione? Perché questa necessità di una forte schermatura? Perché il percettore di
cospicui finanziamenti non si rende riconoscibile. Quali certezze aveva di poter continuare a
nascondersi? Carla Dal Ponte, procuratore della repubblica elvetica, ci dice: "questo è l'unico
paese in Europa, se non al mondo, che punisce la violazione del segreto bancario. (L. Milella e
S. Rizza, "Basta segreti" Panorama, 4 giugno 1994)

E Jean Ziegler, sociologo all'università di Ginevra: " La svizzera è un paese da secoli ricettatore
di tutto il denaro sporco del pianeta" (Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto) Mondadori,
1976 ( La Svizzera lava più bianco) Mondatori, 1989.

Negli ambienti dei finanziatori non abitano Dame veneziane, Cappuccetti rossi o Fate turchine.
Berlusconi doveva essere conosciuto di persona e vagliato attentamente e deve aver goduto di
infinita fiducia in quegli ambienti dove il danaro non ha odore e dove conoscerne la
provenienza non è neppure un optional da prendere in considerazione.

Ottiene credito solo chi dà certezze e se l'affare ha dimensioni colossali, è naturale che in
proporzione siano richieste al beneficiario garanzie molteplici e solide: non si danno soldi oltre
una certa soglia a chi non provi di avere rassicuranti coperture. Non bastano le sole capacità
imprenditoriali, nel caso, tutt'altro che dimostrate.

Quali vincoli ha contratto con i suoi benefattori, più o meno occulti? Quali di quei legami sono
rimasti saldi e operanti e quali si sono persi strada facendo? Berlusconi, così taciturno sulle
origini del suo impero, non può lamentarsi perché gli si chiede di chiarirle ed ora, come uomo
politico, pubblico, votato da milioni di cervelli, non ha solo il potere, ma anche il dovere di
rispondere a questi interrogativi.

Nell'anno di nascita della Edilnord, 1968, Berlusconi è sposato con Elvira Dall'Oglio, ha una
figlia e presto, nel 1969 nascerà Pier Silvio. A trentadue anni, tutti i tratti della sua personalità
sono ben percepibili: il talento, il coraggio, la creatività, l'intraprendenza, l'assenza di scrupoli,
il fiuto per l'affare, l'ottimismo, la smania di emergere, l'agire frenetico, l'ostinazione, la
volubilità, l'imprevedibilità, la spregiudicatezza, l'ambiguità, il passo sicuro nel dedalo dei
segreti, il senso del clan, il gusto del comando, l'attitudine ad accentrare, l'attenzione al gesto
accattivante, la voglia di piacere e il narcisismo. Un cocktail esplosivo, che conosciamo così
oggi come lo vediamo e che in assenza di valori veri e di una sottostima degli altri può
provocare danni irreparabili, specie se milioni di "baionette" gli consegnano il mandato di "fare
lui".
L'ingresso nell'editrice del "Giornale Nuovo". Lo schieramento
in politica, con tutti! Contro i comunisti.
(Troviamo assolutamente normale schierarsi contro il PCI. Ma la traiettoria dell'imprenditore si
incrocia troppe volte con quel sottobosco politico-affaristico contiguo ai servizi segreti deviati,
con logge massoniche che tramano golpe istituzionali, con mafiosi di vario calibro, con uomini
potenti spregiudicati che, per soddisfare la loro boria, ci hanno fatto credere di vivere in una
"Italia da bere" che in realtà veniva mangiata a spese del popolo italiano. Come dimostreremo.
Berlusconi è stato il maggior beneficiario di quegli anni. Come dimostreremo. Il suo potere
economico e mediatico illegalmente consegnatoli, è stato il mezzo che l'ha portato, con un
grande imbroglio, alla conquista dell'Italia intera.)

L'antiparlamentarismo è spesso una tendenza degli strati reazionari della popolazione ed è un


modo rozzo di rapportarsi alla politica in modo insofferente alle regole e ai controlli, sviliti, nel
loro vocabolario, in "lacci e laccioli".

Il primo Berlusconi ha un approccio alla politica di questo tipo, ma poi si schiera. Soprattutto
contro. E' il primo vero esempio dello schierarsi non a favore di qualcuno, ma contro qualcuno
ed in particolare contro il PCI. Ed è un anticomunismo non solo viscerale, ma come dice Emilio
Lussu, epilettico.

Nell'Italia di fine anni'70 non ci si schiera contro il comunismo di Ceaucescu o di Breznev, ma


contro il PCI di Berlinguer che è accerchiato da forze dissimili ed interagenti. Il PCI subiva
attacchi concentrici, ostruzionisti e logoranti sia dai gruppi di pressione "atlantici", come la CIA,
sia dal KGB di Breznev e ancora dal Vaticano e dalla Confindustria, dalle correnti democristiane
ostili al compromesso storico al craxismo, dagli infiltrati di sinistra per drenare a destra
(Pannella) alla coalizione di poteri strutturata da Licio Gelli dentro la loggia P2, dai sistemi di
potere democristiano dei sindacati corporativi al terrorismo di destra e di sinistra e di chi lo
usa.

È in questa fase che Berlusconi entra nell'editrice del Giornale Nuovo di Montanelli. Ci racconta
Confalonieri: "l'ingresso nel Giornale, come anche la nascita della televisione, ha un'origine
ideologica. Io me lo ricordo: c'era di fatto il compromesso storico, si diceva che i comunisti
erano ormai al 35%, che erano diventati democratici: lo dicevano tutti, anche personaggi del
calibro di Marcora e di Andreotti. E noi dicevamo a Silvio, perché ti vuoi esporre, il Giornale è
considerato un giornale conservatore, addirittura di destra. E lui rispondeva: io in questo
sistema, in questo paese governato in questo modo, ho fatto fortuna. Per difendere questo
paese sono disposto a dare metà del patrimonio che ho potuto mettere insieme in poco tempo;
entro per un moto ideologico e personalmente sono molto preoccupato di osservare l'avanzata
del PCI." (Giorgo Ferrari, biografo "ufficiale", di Berlusconi, da lui scelto per scrivere il libro " Il
padrone del diavolo. Storia di Silvio Berlusconi" ediz. Camunia 1989).

Chiarito contro chi sta, resta da chiarire con chi sta. Un intervista con Mario Pirani su
Repubblica nel 1977 e una a Roberto Gervaso (Il dito nell'occhio. Rusconi ed. 1977) chiarisce
che sta con la destra democristiana e con tutto il PSI, con il PLI e il PRI, con il PSDI e che gli
piace Covelli del MSI. Poi si dilunga sulle capacità politiche di Usellini (PSI)(?) e di Mazzotta
(DC)(?) oltre che di Mario Segni e di Filippo Maria Pandolfi, della destra tecnocratica
democristiana.

È interessante una risposta che fornisce a Gervaso alla domanda: "andrebbe volentieri a
Montecitorio?" " No perché credo che questo sarebbe incompatibile con la mia attività di
imprenditore".

In definitiva: si schiera con tutti, ma è particolarmente vicino alla destra democristiana ed ha


ottimi rapporti col PSI.
Un passo indietro sarà utile in seguito. Nel 1974, in un locale sotto i portici di Milano 2 nasce
Telemilano, idea di alcuni condomini che vogliono trasmettere, via cavo, le notizie di interesse
dei residenti. Berlusconi commentò: “come gli abbiamo messo la piscina, mettiamogli anche la
TV a circuito chiuso”. Presto, e lo capiremo meglio, convertirà Telemilano via etere e comincerà
a gestirla personalmente. Presto ci sarà la "discesa in loggia".

La "discesa in loggia"
Berlusconi, così vicino alla destra democristiana e al PSI di Craxi, decide di irrobustire le sue
relazioni. Si iscrive alla Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli, tessera 1816. In sede giudiziaria
darà versioni diverse e contrastanti su questa sua affiliazione. Cadrà spesso in contraddizione e
dirà semplicemente molte bugie.

Bugia n°1. Interrogato a Milano il 26 ottobre 1981 dirà di non aver mai effettuato versamenti.
Agli atti risulta un versamento, che, messo alle corde, confesserà in seguito.

Bugia n° 2. Nello stesso interrogatorio dirà che non ha mai avuto rapporti con altri affiliati.
Vedremo come è affollata la cerchia dei pidduisti in stretto rapporto con Berlusconi, anche di
solida amicizia.

A Verona, in un altro interrogatorio, in cui Berlusconi viene chiamato come querelante di alcuni
articoli "diffamatori" pubblicati da Ruggeri e Guarino su "la Notte", "l'Unità", ed "Epoca", che
riprendevano un libro, scritto dai due autori, e NON QUERELATO (Berlusconi ha tentato di non
far uscire il libro ed è anche arrivato a tentare di acquistare tutte le copie possibili) dal titolo
"Berlusconi. Inchiesta sul signor TV", Kaos Edizioni, 1987, il tribunale sente Berlusconi nella
parte di querelante-parte offesa, patrocinato dall'avvocato Contestabile, ora senatore di FI ed
ex sottosegretario alla giustizia di Alfredo Biondi. Depone sotto giuramento e dice una serie di
bugie che fanno scattare la denuncia per falsa testimonianza. Berlusconi da querelante diviene
imputato e verrà per questo condannato nel 1990.

Interessante è il terzo interrogatorio il 3 Novembre 1993 a Roma in cui racconta del perché
della sua iscrizione alla P2 che può essere sintetizzata dall'insistenza di Gelli che "voleva
intorno a se gli uomini migliori" e quella di Roberto Gervaso (iscritto) che, se riusciva a far
affiliare Berlusconi, avrebbe ottenuto uno spazio sul Corriere della Sera. Credibile? Comunque
resta il fatto che, per difendersi, Berlusconi è caduto in troppe contraddizioni che lo hanno
portato ad una condanna. Perché ha corso questo rischio? Cosa doveva assolutamente NON
DIRE?

Entriamo meglio nella conoscenza della P2.

I Magistrati entrano nella Villa di Gelli, ad Arezzo, e negli uffici di Castiglion Fibocchi il 17
marzo 1981 e mettono le mani su una lista di 962 affiliati, una serie di documenti dei servizi
segreti su alcuni dei più ignobili affari della Repubblica e una serie cospicua di fotocopie e
documenti originali che provano esportazioni clandestine di capitali, operazioni finanziarie
illecite e ricatti. (Carlo Rognoni; L'Italia della P2, Mondatori 1981 pag. 8).

Militano nel "partito occulto" tre ministri in carica, due ex-ministri, il segretario del PSDI, il
capo del gabinetto del Presidente del Consiglio, Forlani, l'intero vertice dei servizi segreti, i
vecchi capi del SID e della Guardia di Finanza e il suo attuale comandante, banchieri, editori,
giornalisti, magistrati. Figurano uomini di tutti i partiti eccetto il PCI, il PDUP e il partito
radicale. Emerge chiaramente che gli affiliati, utilizzando anche la loro attività finanziaria,
perseguono obiettivi politici nel campo della battaglia anticomunista. L'Italia è un paese a
democrazia limitata.

Quando Forlani annuncia la pubblicazione delle liste, premuto da Pertini, la parte dei quotidiani
che più teme l'instabilità del quadro politico, si getta nella minimizzazione. Sobrietà, misura, si
apre l'epoca della polifonia garantista e c'è tutto un coro di invito alla prudenza, guardarsi
dall'isteria, in democrazia non si fanno esecuzioni sommarie, si indurrà l'opinione pubblica ad
una sanatoria generalizzata. Canale 5 alla vigilia delle elezioni del 1994 la butta in facezia: "
Ma la P2 è una barzelletta, vogliamo davvero prendere sul serio una comitiva che
comprendeva personaggi come Roberto Gervaso? Ci accorgeremo poi come Roberto Gervaso
sia stato " indennizzato" con l'assunzione della figlia in Mediaset e, lui stesso, ha uno spazio
giornaliero su Retequattro (?). Peste e corna. Due volte al giorno, con replica.

La procura romana definì la P2 "nucleo ad altissimo potenziale criminogeno, versatilmente


impegnato nella consumazione delle più varie attività delittuose". Ma analizzando il disegno
generale dell'organizzazione potremo scoprire che Berlusconi, al di là dal consumare attività
delittuose, si è affiliato non solo per consonanze ideologiche, ma anche perché il suo partner
privato e pubblico più influente, negli anni ottanta, Craxi, condivide, sostiene e, in parte attua
il programma d'azione della P2.

Il "Piano di rinascita democratica", un documento interno alla P2, acquisito agli atti anni
successivamente, non è scritto da Gelli, ma verosimilmente da un uomo politico con una certa
preparazione giuridica, ispirato da Gelli stesso, fa trasparire la necessità di una società chiusa,
tecnocratica, un po’ grigia, dove si lavora molto e si discute poco. (Commissione di inchiesta
parlamentare sulla P2). Vengono fatti i nomi di uomini che possono portare allo scopo: per il
PSI Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI Visentini e Bandiera; per la DC Andreotti e Forlani; per
il PLI Cottone e Quilleri; per la destra Covelli. L'azione del piano prevede di AFFIDARE AI
PRESCELTI GLI STRUMENTI FINANZIARI SUFFICIENTI PER PERMETTERE LORO DI ACQUISIRE
IL CONTROLLO DEI RISPETTIVI PARTITI.

Nel caso che non si riuscisse, il piano prevede la FONDAZIONE DI CLUBS PROMOTORI
COMPOSTI DA UOMINI E DA ESPONENTI DELLA SOCIETA' CIVILE (parole testuali). Tali uomini
devono essere inattaccabili per rigore morale, capacità e onestà e TENDENZIALMENTE
DISPONIBILI PER UNA AZIONE POLITICA PRAGMATICA; CON RINUNCIA ALLE CONSUETE E
FRUSTE CHIAVI IDEOLOGICHE. Coincidenze? Nella lista degli uomini da finanziare c'è tutto il
CAF e Forza Italia nasce sulla FONDAZIONE DI CLUBS PROMOTORI COMPOSTI DA UOMINI E
DA ESPONENTI DELLA SOCIETA' CIVILE TENDENZIALMENTE DISPONIBILI PER UNA AZIONE
POLITICA PRAGMATICA CON RINUNCIA ALLE CONSUETE E FRUSTE CHIAVI IDEOLOGICHE.

Ma anche nel seguito, la P2 sembra prefigurare quello che Berlusconi farà:

- redigere un elenco di 2 o 3 elementi per ciascun quotidiano o periodico;

- ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per


gli esponenti politici definiti;

- in un secondo tempo dovranno essere acquistati alcuni settimanali da


battaglia;

- coordinare tutta la stampa provinciale e locale con apposita agenzia


centralizzata;

- coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa;

- dissolvere la RAI-TV in nome della libertà d'antenna ex art. 21 della


costituzione.

Non vi è dubbio che Berlusconi abbia seguito, passo per passo le "direttive" del documento
della P2. Non vi è dubbio che nei due anni e mezzo di governo Berlusconi sta attuando tutto il
piano della P2. (leggi l'intervista a Gelli)
Con la consueta abitudine all'occulto, Berlusconi non ha un solo motivo per rifiutare l'adesione
ad una associazione politica di segno anticomunista e autoritario, usandola anche
verosimilmente come agenzia d'affari: lo aveva detto ai magistrati durante un interrogatorio. È
un pidduista organico e funzionale alla clandestinità.

Ma dall'iscrizione alla P2, Berlusconi ne trae un utile? Cercheremo di mantenerci nella


descrizione di fatti certi.

Non passano tre mesi dall'iscrizioni alla loggia che nel quotidiano più letto, il Corriere della
Sera, caduto totalmente in mano alla P2 (erano iscritti alla loggia massonica l'editore Angelo
Rizzoli, l'amministratore delegato Bruno Tassan Din, il direttore Franco Di Bella) esordisce un
opinion-maker: Silvio Berlusconi, pidduista anch'egli.

Sono i giorni del sequestro Moro, le piazze d'Italia sono piene di manifestanti con le bandiere
rosse, contro le brigate rosse, insieme alle bandiere scudo-crociata. Siamo in piena emergenza
antiterrorista, ci si affanna a difendere la democrazia, si cercano soluzioni per isolare i
terroristi. Il dibattito è serrato. L'Italia, e la sua democrazia quasi in ginocchio.

Non restano molti spazi per dibattere temi che non riguardano l'offensiva antiterrorista.

Nondimeno, come se fosse un giornalista di fama, in posizione insolita e con accorgimenti


tecnici che gli danno un grande rilievo, trova accoglienza un editoriale dal titolo: "Un piano per
l'industria che darà pochi frutti. Con la legge 675 si rischia il dirigismo" firmato Silvio
Berlusconi. Tra i redattori, ignari della penetrazione della P2, c'è sgomento e ci si chiede come
è possibile che il direttore abbia ingaggiato un costruttore, nemmeno molto conosciuto, in
veste di opinionista. La firma di Berlusconi tornerà con regolarità. Chiariamo, alcuni sono
articoli di scrittura elegante e pensiero limpido, critico verso il governo di unità nazionale e,
talvolta persuasivi. Ma è possibile credere che la P2 comincia a servire a Berlusconi e
Berlusconi serve la P2? All'ombra della P2 saranno più facili i rapporti col sistema creditizio!

I piduisti infiltrati nelle banche e nei ministeri del Tesoro e delle Finanze sono 119. Gelli ha
scritto: "Nella loggia P2 figuravano numerosi uomini politici, alti funzionari dello Stato,
industriali e banchieri. Nel Banco Ambrosiano figurava un nome che fa, oggi, accapponare la
pelle: Roberto Calvi, e le principali banche con i loro massimi dirigenti pidduisti sono: la BNL, il
Monte dei Paschi di Siena, la Banca Toscana, l'Istituto centrale delle casse Rurali e Artigiane,
l'Interbanca e il Banco di Roma.

Nella relazione della commissione parlamentare si legge: "non vanno trascurati gli interventi
che la loggia P2 pone in essere tramite il Banco Ambrosiano ed altre banche ove alcuni
operatori, come Genghini, Fabbri e Berlusconi hanno goduto di appoggi e finanziamenti al di la
di ogni merito creditizio." Berlusconi è indebitato oltre misura con la BNL e con il Monte dei
Paschi. Da rilevare che Gianfranco Graziadei, amministratore delegato di Servizio Italia, BNL,
(come visto, la fiduciaria che nel 1974 ha sottoscritto il capitale dell'Immobiliare San Martino e
l'anno successivo ha costituito la Fininvest) è affiliato alla P2.

Fininvest nasce con i finanziamenti e gli indebitamenti che Berlusconi contrae con la
BNL, tramite la fiduciaria Servizio Italia e il Monte dei Paschi!

Dentro la P2 fino al collo!!

Nel Monte dei Paschi è lo stesso collegio sindacale ad inguaiare il Direttore Generale Cresti
dopo la rivelazione del sodalizio in Loggia tra lui, Cresti e Berlusconi e nell'adunanza
conclusiva, con un Cresti dimissionario, i sindaci attaccano in modo categorico e tagliente: "La
posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e carattere del tutto eccezionali,
che ci permettono di dimostrare l'esistenza di un comportamento preferenziale accentuato".
Dal 1974 al 1981 il sistema creditizio italiano ha messo a disposizione del Cavaliere 198
miliardi di fidi , 150 miliardi di fideiussioni e 90 miliardi di mutui di credito fondiario.

Gli amici della P2 hanno fatto grossi favori a Berlusconi e il suo impero è nato da indebitamenti
possibili solo con un patto solidale con la Loggia Massonica del Grande Oriente d'Italia, la P2.
Così è nata Fininvest.

Agli elettori del Cavaliere che si agitano sbandierando le capacità imprenditoriali di


Berlusconi chiediamo: le avrebbe avute se la sua spregiudicatezza non lo avesse
portato a scendere a patti col diavolo? E se il "diavolo" non avesse messo a sua
disposizione tanto danaro quanto viene stanziato in una legge finanziaria di un
intero paese come la Danimarca, il Belgio o l'Olanda?!!!

Berlusconi "socialista". Flavio Carboni e Olbia.


Ai congressi e ai meeting socialisti si cantava L'Internazionale. Non sappiamo se sottovoce, il
Cavaliere ha mai canticchiato l'inno dei lavoratori, per compiacere, ce lo siamo chiesto e
restiamo in trepidante attesa di qualcuno in grado di darci una risposta.

Ma come è avvenuto l'incontro fatale tra Silvio e Bettino?

Berlusconi, costruttore, è in stretto rapporto con Silvano Larini, architetto socialista con alto
peso specifico nel Piano Intercomunale Milanese (PIM), per la sua caratura politica.

Dal PIM dipende il "via libera" o il freno ad opere e guadagni spudorati. Larini, alto e
massiccio, sempre abbronzato, ha conosciuto tutti i potenti della penisola ed ha trattato con
loro da pari a pari. Eminenza grigia a cavallo tra il Cardinale Mazzarino e il colonnello delle SS,
Dollman, è stato il pony express delle tangenti. A lui Berlusconi deve il primo incontro con
Bettino Craxi. Berlusconi e Craxi sono accomunati da molte caratteristiche come l'attenzione
all'utilità, il calcolo spregiudicato, l'ambiguità del sì che volge al no e del no ammiccante al sì,
l'avversione al partito di Berlinguer, la politica come impegno per l'espansione del potere e il
suo consolidamento e presto li troveremo insieme nell'arrembaggio alla Televisione.

Ci sono prove documentate e accertate che Gelli tentò un avvicinamento a Craxi, tramite
l'affiliato piduista Giovanni Nisticò, portavoce craxiano. All'epoca della vicenda Petronim, 1979,
Nisticò procurò l'incontro tra Gelli e Craxi all' hotel Raphael, incontro del quale Gelli si mostrò
particolarmente soddisfatto. Nisticò, in un interrogatorio di "mani pulite" dichiara di aver
conosciuto Francesco Pazienza, avventuriero legato ai servizi segreti, consulente di Roberto
Calvi. Pazienza riferì a Nisticò di essere in contatto con esponenti socialisti come Fernando
Mach di Palmestein, uno dei cassieri occulti di Craxi. Nisticò conobbe anche il generale
Santovito (piduista), condotto a casa sua da Elia Valori, suo amico (piduista) e venne a
conoscenza, dal segretario di Pazienza, del fatto che se i servizi segreti fossero stati unificati
sotto la direzione di Santovito, ci sarebbe stata un'ingente somma di danaro per il Partito
Socialista.

Suggerì a Pazienza di mettersi in contatto con Mach di Palmestein.

Santovito inoltre parlò con Nisticò dell'importanza degli interessi in Somalia e che Bettino era
molto amico di Siad Barre. Questi interessi erano comuni a Pillitteri, Craxi e Berlusconi che
voleva imporre la propri presenza industriale in Somalia.

Nel sottosuolo del potere craxiano, intrighi, carriere, affari, imbrogli e Berlusconi vi partecipa
alla grande.
Tutto quanto sopra scritto è tratto dagli atti della commissione parlamentare di inchiesta sulla
P2 e dall'interrogatorio di Nisticò nel processo "mani pulite".

Da giovane è stato un portaborse di un deputato democristiano che, al termine del rapporto lo


fece lavorare presso il ministre della P.I. Flavio Carboni, sardo, frequenterà con disinvoltura
monsignori in Vaticano, massoni, industriali dell'edilizia, malavitosi, ufficiali dei servizi segreti,
boss mafiosi, politici, editori e banchieri.

Tra i suoi partner politici di una certa attualità troviamo Giuseppe Pisanu, potente capo della
segreteria di Zaccagnini, che poi, con volo pindarico, passerà nelle file di Forza Italia,
vicepresidente dei deputati berlusconiani.

Tra il 1972 e il 1973 Carboni acquista terreni agricoli di proprietà di Jas Gawronski (futuro
deputato europeo di Forza Italia), a Olbia per una cifra irrisoria, 150 milioni. In quattro giorni il
Sindaco socialista di Olbia converte i terreni da agricoli in edificabili, 45 mila metri quadri: un
guadagno, per Carboni, di miliardi. Passa il tempo, Carboni fa errori su errori, rimane senza
una lira per il fallimento di folli progetti consigliati da Angelo Rojch, consigliere regionale DC,
poi eletto al parlamento e nessuno gli fa più credito fino al 1979 quando conosce Romano
Comìncioli, stretto collaboratore di Berlusconi alla Edinord. Gli parla dei terreni, e Berlusconi gli
fissa un appuntamento per metà marzo 1980, al Grand Hotel di Roma. Contano anche gli
eccellenti rapporti di Carboni con massoneria, DC e comune di Olbia.

Seguiamo la deposizione di Armando Corona, Presidente dell'assemblea regionale sarda. (DC)


resa al magistrato Oliviero Drigani nel dicembre del 1982.

"Conobbi il Carboni nel 1981, presentatomi dall'on. Angelo Rojch (DC) come un operatore
locale, imprenditore che si occupava di costruzioni e insediamenti turistici. Il Carboni mi
presentò Berlusconi che aveva interessi con lui e che era orientato a investire in Sardegna. Nel
colloquio avuto con loro mi chiarirono che i loro progetti erano comuni e che, come soci,
volevano costruire Olbia 2".

Corona fu poi inquisito e condannato per tangenti (500 milioni) avute dal corruttore Carboni,
socio di Berlusconi e, in quel periodo squattrinato.

Ma come avrà fatto Carboni a pagare 500 milioni?

Carboni si da alla vita sfrenata, senza effettivi mezzi economici. Compra una barca di 22 metri,
il Punto Rosso, poi un off-shore e poi, in leasing, un'aereo. Imbarca Pisanu e Berlusconi sul
Punto Rosso. Poi ancora Pisanu e Roberto Calvi , in libertà provvisoria dopo due mesi di
carcere a Lodi. Ma la Banda della Magliana, con cui è fortemente indebitato, non lo molla, lo
tallona e lo inquieta. Malavitosi della banda vengono risarciti con ville e terreni ad Olbia.

Berlusconi, anche lui, non dorme sonni tranquilli. Già pesantemente esposto con le banche
deve far fronte ad inaspettati problemi di liquidità. Ovunque il mercato immobiliare è alla
paralisi.

Nel frattempo Carboni affronterà vari processi per truffe di varia specie. Sarà condannato a
dieci anni, insieme al boss della Magliana Diotallevi perché mandante di un omicidio ai danni di
Roberto Rosone, che non ha finanziato due progetti di Carboni. È coinvolto nella tragica e
misteriosa fine di Roberto Calvi, trovato impiccato alla travatura di un ponte sul Tamigi, a
Londra.

Romano Comìncioli, amico di Berlusconi e, con lui negli affari di Olbia, coordinatore di Forza
Italia, finisce in galera.
Vista la cattiva aria che circola nel mondo del cemento, Berlusconi è tempista. Cambia tavolo
da gioco.

Scrive un biografo francese. " Fa lesto i suoi conti. Tre soli piccoli minuti di pubblicità televisiva
valgono il prezzo di un appartamento in complesso residenziale che ci sono voluti anni a
costruire e che ha richiesto investimenti molto costosi". Eugène Saccomano "Berlusconi: le
dossier vérité" Braudard e Taupin, Parigi 1994.

Troverà, anche in questa sua nuova impresa, chi gli spianerà la strada. Non saranno finanziarie
occulte, come negli inizi della carriera di imprenditore edile, ma politici compiacenti che in
qualche modo conoscono e apprezzano i piani destabilizzanti e antidemocratici della P2.

La mafia ad Arcore:
lo stalliere Vittorio Mangano
In un convegno sulla criminalità in Lombardia, 30 settembre-1 ottobre1983, quindi
antecedente al maxiprocesso di Palermo, si parla di Vittorio Mangano, già conosciuto dalla
polizia per traffico di droga da Palermo a Milano, come il personaggio chiave di un tentato
sequestro di persona che si sta preparando a Milano e sventato a seguito di intercettazioni
telefoniche e di un blitz della squadra mobile fiorentina dopo due rapine organizzate per
finanziare l'acquisto dei locali in cui il sequestrato sarebbe stato detenuto. Mangano, che
sfugge alla cattura è l'anello di congiunzione tra la cosca di Salvatore Inzerillo e la cosca dei
siciliani trapiantati a Milano. E' uno degli inquisiti nell'inchiesta Falcone su "mafia e droga"ed è
legato a pericolosi pregiudicati.

Mangano ha interessi in tutta una serie di società commerciali di import-export come la


Promotion Team due.

Nel 1992 Borsellino racconta di conoscere Mangano per aver contro di lui istruito un
procedimento, prima del maxiprocesso, per estorsioni a cliniche private palermitane. Ai titolari
delle cliniche venivano inviati cartoni con una testa di cane mozzata. Poi se lo ritrova
nuovamente nel maxiprocesso indicato da Buscetta e da Contorno, separatamente, come
uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, capo della cosca di Porta Nuova. In una
intercettazione telefonica viene riconosciuto come l'interlocutore di una telefonata intercorsa
tra Milano e Palermo con Salvatore Inzerillo, in merito ad una partita di eroina. È stato
condannato per traffico di droga. (C. Stajano: "La criminalità organizzata in Lombardia",
Giuffrè 1985).

Dal 1973 è segretario particolare di Berlusconi, Marcello Dell'Utri, compagno d'università del
Cavaliere. E' stato Dell'Utri a raccomandare Mangano a Berlusconi.

Nel luglio del 1974 Vittorio Mangano prende possesso della palazzina della servitù dei marchesi
Casati in Villa S. Martino di Arcore: la villa di Berlusconi. Porta con se la moglie e la figlia.

Racconta Dell'Utri: " Mangano rimase ad Arcore due anni senza problemi poi, la notte di
Sant'Ambrogio del 1975, dopo aver cenato con noi, venne rapito il principe di Santagata, ma
l'auto dei rapitori andò a sbattere per la nebbia e il principe riuscì a fuggire. Fu sospettato
Mangano e poi le indagini proseguirono e Mangano finì in carcere"

Osservazioni: le date non tornano e poi si è potuto accertare che a suggerire a Dell'Utri il nome
di Mangano fu il boss mafioso Gaetano Cinà, del clan di Stefano Boutade, la mafia perdente di
Palermo. (vincerà il clan di Totò Riina).

È Berlusconi stesso che contraddice nelle date il Dell'Utri e fornisce una versione diversa sulla
dinamica dell'incidente del mancato sequestro (è intervenuta una pattuglia dei carabinieri). Ma
la chicca di Berlusconi nell'interrogatorio al giudice Della Lucia è la risposta data sul motivo
della cessazione del rapporto lavorativo del Mangano. Cosa si farebbe se un nostro dipendente
finisce in galera? Lo licenzieremmo! Sentiamo Berlusconi: " non ricordo come il rapporto
lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze dell'ordine o per
allontanamento spontaneo"

Lui non lo ha licenziato! (dall'archivio Berlusconi, Cuccia & Co., a cura di Floriano De angeli,
Groppello Cairoli, Pavia). Ma non è finita qui. La chicca continua nel 1994 nell'intervista di
Berlusconi a Corrado Ruggeri del Corriere della Sera. Il giornalista afferma: "….il giardiniere
mafioso ha lavorato per lei, nella sua villa…" risposta di Berlusconi:" Certo, e noi lo
LICENZIAMMO non appena sapemmo che stava preparando il rapimento di un mio ospite, e
poco dopo sapemmo che stava per essere rapito anche mio figlio Pier Silvio". Con impudicizia,
modifica, per la stampa, per noi, in tempo di elezioni politiche, il "motivo dell'allontanamento"
di Mangano. Si erge a quello che non è stato e dice di aver fatto quello che non ha fatto.

Si sospetta che Mangano invece sia stato a villa Berlusconi come guardaspalle della mafia in
favore di Berlusconi.

C'è un fatto importante da rilevare: tra le tante incriminazioni dello "stalliere" di Arcore,
nessuna risulta collegata al rapimento- avventura del principe ospite di Berlusconi. Una tesi,
sostenuta da Fracassi e Gambino nel libro "Berlusconi. Inchiesta sul signor TV" Kaos edizioni
1994, pare essere la più accreditata: Mangano fu assunto dopo il tentato rapimento, e anzi ne
fu la causa. I fatti ci dicono che dopo questo episodio, Berlusconi fu terrorizzato e credette di
essere lui l'oggetto del sequestro. Infatti dopo pochi giorni va in Svizzera, con la famiglia e
l'amico Comìncioli, e tornò poco dopo senza la famiglia. Qualche settimana dopo fu assunto
Mangano, presentato da Dell'Utri su segnalazione di Gaetano Cinà, e la famiglia di Berlusconi
poté fare ritorno ad Arcore. L'arrivo del boss avrebbe tranquillizzato il Cavaliere. Tutta l'ipotesi
è avvalorata e confermata dal finanziere siciliano Alberto Rapisarda che aveva come
dipendente Alberto Dell'Utri, gemello di Marcello, e che, in seguito, assunse anche Marcello,
che voleva "fare esperienze" professionali diverse. Egli, candidamente, conferma al magistrato
Della Lucia di avere avuto pressioni per l'assunzione dei fratelli Dell'Utri dal pericoloso Boss
mafioso Gaetano Cinà della cosca di Stefano Bontade. In definitiva si completa il quadro. Il
Cavaliere, nominato tale nell'"infornata" dei Caltagirone e dei tanti Cavalieri del lavoro,
palazzinari in odore di mafia, conosce dell'Utri e, dopo il mancato sequestro di persona si
spaventa e, invece di ricorrere alla protezione della polizia, spregiudicatamente ricorre alla
protezione della Mafia e si libererà, parzialmente di questo fardello, solo nel 1994, secondo
l'intervista al Corriere della Sera, perché dopo la "discesa in loggia", la "discesa in mafia"
seguirà la "discesa in politica" e, confidando delle protezioni, DEVE pulire i panni sporchi.
Berlusconi, che nella recente campagna elettorale ha chiesto agli italiani una scelta di campo,
ha spesso, nella sua vita, scelto il campo in cui stare: nella finanza occulta prima, nella loggia
segreta massonica che è anche un centro di poteri occulti poi e, in ultimo, non distante dalla
Mafia. Tutti i protagonisti ed interpreti delle vicende, sono stati da Berlusconi ampiamente
gratificati con la sua "scesa in campo". Ma continuiamo.

Esistono due società INIM, una è la INIM internazionale immobiliare con capitale interamente
di Rapisarda, che ha una consociata, la Bresciano Costruzioni di Mondovì in cui ne diviene
consigliere delegato Marcello Dell'Utri, già prestanome di Berlusconi nell'Immobiliare S.
Martino, quattro anni prima. L'altra ha sede a Palermo e l'amministratore delegato è Alberto
Dell'Utri, mentre il Presidente è Francesco Paolo Alamia, in affari col boss politico-mafioso Vito
Ciancimino. Rapisarda e Alamia controllano anche la RACA, antica società dolciaria di Torino,
sulle cui aree è in progetto la costruzione di palazzi e la Venchi. Tutto un filone di attività della
Criminalpol indaga e conclude: " La INIM e la RACA sono società commerciali gestite dalla
mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco proveniente da illeciti vari."
("Rapporto giudiziario concernente il crimine organizzato in Lombardia in rapporto con quello
calabrese e siciliano" 19 Aprile 1981 foglio 177).
I gruppi gestisti da Rapisarda e Alamia vengono trascinati nel crack dal fallimento della Venchi
e i due finanzieri, insieme ad Alberto Dell'Utri finiscono in carcere per bancarotta fraudolenta.
Marcello scampa per un miracolo alla stessa sorte. Ma torniamo a Mangano.

È assiduo di locali notturni, frequenta ristoranti alla moda mentre fa la spola tra Milano e
Palermo. Gestisce una scuderia di cavalli ad Arcore. Il criminale Stefano Calzetta lo definisce
"un buon nome della mafia" (Tribunale di Palermo. Sentenza contro Abbate Giovanni.) Basti
pensare che bande di estorsori organizzate bloccano la loro azione criminale solo se sentono
che i destinatari delle estorsioni sono protetti da Mangano Vittorio.

Dopo anni dal "licenziamento" da Arcore si dice e si vuole dire che tra Mangano e Dell'Utri
Marcello non ci sono più contatti, ma intercettazioni telefoniche della Criminalpol dimostrano
che il Mangano parla in modo confidenziale con il "caro Marcello" sentendosi rispondere "caro
Vittorio". Continua tra i due palermitani immigrati una forte familiarità.

Avevamo lasciato Dell'Utri dipendente di Rapisarda, ma nel 1980 torna da Berlusconi che lo
riassume subito alla Fininvest, con un importante incarico nella associata pubblicitaria Publitalia
80. (testimonianza di Berlusconi al giudice Della Lucia).

Nel 1993 viene arrestato, il 22 luglio, Salvatore Cancemi, capo del mandamento di Porta
Nuova. Decide di collaborare.

Tra le varie cose che dice: nel 1987 Totò Riina mi parlò di un misterioso "ragioniere", emissario
di Marcello Dell'Utri, che ogni anno portava a Cosa Nostra una valigetta con duecento milioni: il
pizzo per evitare attentati alle antenne Fininvest in Sicilia. Testimonianza attendibile?

Nel 1993 fu pubblicato in Francia un libro, L'Europe des parrains. Il terzo capitolo è intitolato
"Milano, la porta d'Europa". Vi si può leggere: " …gli inquirenti avrebbero dovuto (e non hanno)
rivolgere l'attenzione ai rapporti tra gli industriali milanesi e la criminalità organizzata. Le piste
non mancavano. Perché, ad esempio, non approfondire i legami dell'entourage di Silvio
Berlusconi con Vittorio Mangano, uomo d'onore installato a Milano?….L'inchiesta era partita
bene, bastava lasciare che i poliziotti facessero il loro lavoro. Non se ne fece niente." La
Mondadori, acquistata dalla Fininvest, traduce il libro cancellando questa intera frase!!!

Il libro allora viene ripubblicato, in Francia, in edizione aggiornata e, come una vendetta, fu
aggiunta una postfazione datata aprile 1994, tutta su Berlusconi. Leggiamo. " Prima di morire,
Borsellino mi confidò i suoi sospetti, confermandomi che è stata aperta un'inchiesta sui legami
tra L'entourage di Berlusconi e Vittorio Mangano." In Italia non se ne sa niente. C'è un
inchiesta aperta?

FINALE IN AGRODOLCE:

Nella vigilia elettorale del 1994, in Via Chiaravalle n°7, l'antico castello di Rapisarda e Alamia,
vibrava e schioccava al vento la bandiera di Forza Italia.

"I valori in cui crediamo"


Miriam Bartolini è di venti anni più giovane di Silvio Berlusconi. Attrice nello Stabile di Trieste
ha un avvio di carriera felice, col nome d'arte Veronica Lario.

Nel 1980 la compagnia recita al "Manzoni" di Milano, comprato da Berlusconi per accontentare
un amico che sarà utile, il sindaco Tognoli, socialista. Una scena de "La cena delle beffe"
impone a Veronica di mettere a nudo il seno: turbamento violento e lancinante di Berlusconi,
venuto alla "prima"e quando Veronica torna dietro le quinte trova, ad attenderla, il Cavaliere.
Non vi racconto l'agiografia melensa di Mario Oriani e vi rimando al suo libro: "Berlusconi
story", Trend, Milano 1994.

Veronica e la madre si trasferiscono in gran segreto a Villa Borletti sede della Fininvest.

vi siete abituati a leggere la vita di Berlusconi con inquietanti sottofondi di dissimulazione,


mistero, occulto, bugiarderie, segreti impenetrabili: ora la relazione segreta, che più segreta
non si può.

Villa Borletti appare di una dicotomia difficilmente comprensibile: da una parte i dirigenti
Fininvest, nell'altra, nella clandestinità, Veronica, il grande amore segreto, colpevole, proibito,
adultero, peccaminoso.

Il segreto resiste per tre anni, poi la giovane rimane incinta, ma nulla ancora trapela. La
precauzione non è mai troppa e Veronica viene ricoverata in una clinica defilata. Barbara
Berlusconi nasce il 30 luglio 1984 in un villaggio svizzero. Berlusconi riconosce subito la figlia;
padrino, al battesimo un altro uomo misterioso e di una riservatezza tombale, il Presidente del
Consiglio in carica, Benedetto Craxi detto Bettino. La doppia vita ad Arcore e in via Rovani
continua fino all'8 ottobre 1985 quando si ha la separazione di Silvio da Carla Dall'Oglio;
vent'anni di matrimonio all'epilogo. Veronica gli darà altri due figli, Eleonora e Luigi. Nel
Dicembre del 1990, il matrimonio a Palazzo Marino. Cerimoniere il sindaco socialista Paolo
Pillitteri e testimoni Bettino e Anna Craxi, Fedele Confalonieri e Gianni Letta.

Lo sapevate che quando il Cavaliere ha baciato le mani del Papa o quando ha parlato dei
"valori in cui crediamo", lui, di quei valori, ne ha rispettati pochini? Li conoscete i nomi che i
cattolici danno a coloro che peccano in questo modo? È credibile che lui parli in nome di quei
valori?

Proviamo a ragionare sintetizzando.

Il giovane Berlusconi, ventisettenne, da poco laureato, dopo una parentesi canora nelle
crociere, inizia la sua attività di imprenditore nel modo che abbiamo visto. Man mano che ci
addentriamo nei tortuosi percorsi che ci si snodano davanti, emerge un affresco con tinte
nebulose, incerte; si penetra nella nebbia, nella oscurità, nel mistero, nei segreti. Ci
accorgiamo che, come spettatori di un thriller, non siamo ancora in grado di scoprire il
sottofondo dell'azione, e ci appaiono, uno dopo l'altro solo gli interpreti, senza conoscerne il
reale ruolo. Ci lasciamo prendere dall'intuizione, facciamo scommesse sul ruolo dell'uno o
dell'altro, ci azzuffiamo nelle ipotesi o, al limite si tenta di restare indifferenti, o peggio,
minimizzare e dire che quel film non l'abbiamo visto e il film non esiste. Chi scrive i copioni di
trame complesse, contorte, che cambiano rapidamente lasciando dubbi su dubbi?

È certo che nella vita e negli affari di Berlusconi, nella sua prepotente ascesa verso il successo
e l'arricchimento personale (legittimi, per carità, ma ne riparleremo), incrociano tutti i
personaggi di quegli anni di tensione, di trame golpiste, di generali felloni, di malavitosi, di
massoni potenti , di boss mafiosi, di finanzieri senza scrupoli, di faccendieri spregiudicati e
pregiudicati, di avventurieri, di stragisti, di misteriosi omicidi-suicidi, di politici corrotti, di
servizi segreti deviati, di bombe, di terrorismo nero e rosso. Molti personaggi coinvolti in
scandali più o meno noti, o meglio, percepiti dall'indignazione dell'opinione pubblica, hanno
attraversato la vita del Cavaliere, se non vi hanno preso parte attivamente.

Un modo oscuro gravitava intorno a lui. Tutto l’affair “Telekom-Serbia” è una trasposizione
moderna dell’atmosfera tipica di quegli anni in cui un certo mondo, quel mondo, il solito
mondo, tramava trappole!

E adesso domandiamoci: ma cosa c'entra Berlusconi con uomini come D'Alema o Fini? Come
Casini o Bertinotti? Questi, i politici di razza, quelli che non vanno di moda, quelli che devono
lasciare il passo agli uomini venuti dalle professioni, dalla "società civile". Non sono i quattro
citati, tanto per fare alcuni esempi, uomini mossi da sincera passione politica? Senza interessi,
almeno nel termine più secco della parola.

Uomini che possono essere antipatici o simpatici, uomini che sbagliano, come sbagliano i
politici. Ma almeno non "sono scesi in campo" quando ci si sentiva il terreno scricchiolare sotto
i piedi per l'eliminazione dei referenti politici, come, a nostro avviso, ha fatto Berlusconi.

Questa destra, in proporzioni intollerabili, è intrisa di falso perbenismo e composta da uomini


che di "essere per bene" devono ancora dimostrarlo. Questa destra che si allea con chi difende
i localismi, i particolarismi nel Nord ricco, sostituendo gli "ismi" vecchi dei fascismi e dei
comunismi con quelli nuovi e, a mio avviso, più pericolosi. Il particolare si difende da solo
nell'insieme che lo comprende, se il grado di civiltà e di democrazia lo consente. La democrazia
italiana è matura per un salto di qualità, sia la destra o la sinistra a governarla, ma a patto che
non si stravolgano le regole del vivere in una società solidale. Ma con questa destra, se Fini
inietta una goccia di civiltà con la proposta del voto amministrativo agli emigrati, il barbaro
Bossi e tutti gli adepti al Ku Klux Klan padano minacciano di far cadere il governo!

Comincia qui la storia dello scempio illiberale che ha consegnato il potere mediatico nelle
mani di Berlusconi

Il "Far West" dell'etere, o meglio il "Wild West": il selvaggio West.


Il 28 Luglio del 1976 la Corte Costituzionale pronuncia una rivoluzionaria sentenza che, in
sintesi dice:

1. - Le trasmissioni della Rai, su scala nazionale, con il vincolo di


garantire la completezza e la pluralità dell'informazione hanno piena
legittimità costituzionale.
2. - La facoltà di privati di trasmettere è allargata all'etere, solo in
ambito locale.
3. - La Corte ha costatato che esiste la disponibilità di frequenze
sufficiente a consentire la libertà di iniziativa privata senza pericoli di
monopoli o oligopoli privati.
4. - L'istallazione di impianti di diffusione televisiva devono essere
autorizzati dallo Stato.
5. - Le Camere hanno l'obbligo di vigilare sull'istallazione non
selvaggia degli impianti e decidere l'organo che concede le
autorizzazioni a trasmettere, stabilire il limite della raccolta
pubblicitaria, definire meglio il concetto di "ambito locale".

In definitiva la Consulta apre ai privati "in ambito locale" e delega il parlamento di legiferare in
materia. Velocemente.

Prima di una legge che regolamenti il sistema radiotelevisivo passeranno 14 anni!!

Immediatamente però si assalta l'etere, senza regole, senza sceriffo, che non lo si vuole come
esisteva nel Far West, meglio il Wild West.

I partiti non si interessano minimamente dell'invasione localista. Sono interessati alla RAI
riformata e tutti vogliono metterci le mani e naturalmente i più accaniti sono i socialisti,
mentre i comunisti avanzano richieste di ingresso nelle direzioni. Comincia l'era della
lottizzazione. Prima la radiotelevisione italiana era quasi tutta democristiana, con felici isole
socialiste.
Ma torniamo alla libera competizione nel libero mercato che si è dischiuso con la sentenza della
Consulta.

La gara è a quattro: Rizzoli, Rusconi, Mondadori e Fininvest. I primi tre sono editori da
lungo tempo, hanno sezioni cinematografiche e budget pubblicitari:

vincerà la lotta il quarto, il non editore, Silvio Berlusconi. Perché? Cerchiamo di capirlo.

La Corte Costituzionale impone il vincolo dell'ambito locale? Ma via, le regole ci sono per il
piacere di ingegnarsi ad aggirarle e la gioia di averle eluse, se te lo consentono. A
Berlusconi l' hanno consentito. Realizzerà il network. Vediamo come.

Telemilano 58 è l'emittente privata che trasmette da Milano 2 ed è una delle 434 TV private
nel 1978.

Coordina i programmi l'architetto della Edilnord, Giorgio Medail. Lo stesso che nel 1994 fu
mandato dalla Fininvest a intervistare gli italiani e trovava solo, guarda caso, fans del
Cavaliere.

Un giornalista di Milano, Stefano Lodi, è membro della commissione ministeriale che studia le
ipotesi di regolamentazione delle TV locali. Berlusconi non se lo lascia scappare e lo nomina
direttore di Telemilano 58. Seguirà un altro "ministeriale", Marcello Di Tondo, segretario del
ministro delle poste Vittorino Colombo…

Nel gennaio 1979, Berlusconi costituisce una società che si chiama Reteitalia, otto mesi più
tardi nasce un'altra società, Publitalia. Compra metà di un'altra società, l'Elettronica Industriale
e nel 1980 un gruppo di emittenti del Nord trasmetteranno programmi comuni con il logo
Canale 5. Prepara le trasmissioni illegali su grande scala, quella nazionale, prepara i network
illegali. Gli altri editori esitano per una forma di rispetto della legge: sono editori veri, con un
retroterra di vere linee editoriali, serie, da difendere e da proteggere da eventuali errori legali
che, a sentire la Corte Costituzionale, si rischiano alla grande. Berlusconi è un parvenu, uno
che fa di mestiere il costruttore, uno che se sbaglia in un campo economico che non conosce
non ci "perde la faccia". Si dice alla Mondadori che il fuorilegge Berlusconi è vicino
all'incriminazione e alla galera. Non sarà così. Perché? Andiamo avanti.

Però prima, ad onor di cronaca dobbiamo dire che Berlusconi, nel preparare l'assalto alla
televisione è stato bravissimo. Ha avuto un fiuto eccezionale, in gran parte dovuto alla
necessità di tentare "il tutto per tutto", in parte a causa della fine non gloriosa
dell'intraprendere nelle costruzioni, in parte alla certezza di impunità, ma anche e soprattutto
per la sue idee originali, per la capacità indiscutibile di irreggimentare, per organizzare in modo
perfetto, per il modo di "sentire" l'affare e anche per lo studio particolareggiato, senza nulla
trascurare, dei bisogni del mercato della pubblicità e del modo di soddisfarli. Sempre assistito
da due giovani sociologi, appena laureati a Trento, Paolo Giunchi e Gianni Lo Scalzo.

Ha preparato senza fretta e senza dare nell'occhio la grande sfida cominciando nella
costruzione di quattro solide gambe.

La prima, con Reteitalia costruisce un grande magazzino, una cineteca di migliaia di ore.
Rastrella a destra e sinistra tutto quanto c'è da rastrellare.
La seconda, con Publitalia. La dirige di persona e crea l'"homo berlusconianus" che deve
vendere spazi pubblicitari.

Stretto look aziendale, il Cavaliere pretende: "Niente baffi o barba. Attenti alla forfora. Vietato
fumare. Alito e abiti sempre freschi. Mai appoggiare la borsa sulla scrivania del cliente. Mai
togliersi la giacca davanti a lui. Tenere sempre in macchina una camicia stirata di riserva,
dentifricio, spazzolino, pettine e un flacone di colonia. Ricordare la data del compleanno del
cliente della moglie e dei figli.
Circolano tanti soldi (?)

Berlusconi non lascia, come i suoi concorrenti, separati l'utente della pubblicità dal veicolo
pubblicitario e dice entusiasta: "io non vendo spazi, vendo vendite".

La terza gamba, illegittima, la copertura del territorio, o, come si dice in gergo,


l'illuminazione. Per questo ha comprato metà della Elettronica Industriale, piccola azienda
capace di produrre apparecchi di ricezione e di trasmissione, con i suoi due bravi impiegati:
Adriano Galliani e il cognato Italo Riccio.

Ad un Galliani incredulo, Berlusconi chiede di attivarsi per la copertura dell'intero territorio


nazionale, dalla Sicilia all'Alto Adige e senza che nessuno se ne sia accorto, ha preso forma
l'ossatura del primo network italiano alternativo alla RAI. Network fuorilegge.

La quarta: il palinsesto. Occorre portare il telespettatore a non considerare l'interruzione


pubblicitaria come un'intrusione molesta. La TV commerciale è un business e la pubblicità è la
sua anima. Raggiunge il massimo con Mike Bongiorno che si illumina letteralmente e si
identifica con il prodotto da vendere, rapito quando magnificando la carne Simmenthal, dice
"così buona che possono mangiarla anche i neonati". "Inventerà" una collezione di personaggi
noti al pubblico televisivo che tra una merendina e una linea solare, entrerà nel cuore degli
spettatori e, nel 1994, prima delle elezioni, faranno una pubblicità potente, gratuita,
inconcepibile nel mondo liberale, a Berlusconi finalmente "sceso in campo". Bongiorno, Iva
Zanicchi, Corrado, Raimondo Vianello, Rita Dalla Chiesa ed altri....stravolgendo, primi nel
mondo liberale, le regole dell'informazione politica!

I concorrenti allo sbaraglio: troppo corretti!


Rizzoli, Mondadori e Rusconi fanno una TV a somiglianza dei loro giornali: con la pubblicità in
disparte, che non disturbi l'elegante "impaginazione" dei servizi. Errore, Berlusconi ha in mente
una TV al servizio delle merci. Non esistono i telespettatori, ma i responsabili dell'acquisto,
distinti in fasce diverse, uomini, donne, bambini, casalinghe, impiegati/e ecc.

Un buon palinsesto deve essere fatto a loro misura, capirne i gusti e indovinarne gli orari.

Il primo a uscire allo scoperto e il primo ad esplodere e poi implodere su se stesso è il gruppo
Rizzoli -Corriere della Sera. Ha fatto partire un telegiornale innovativo "Contatto", diretto da
Maurizio Costanzo.
Sarà un fallimento imputabile ad una serie di fattori tra cui la mancanza di antenne proprie,
affidate ai fratelli Marcucci, creatori di una "dorsale Appenninica". Poi, cinque mesi dopo,
escono gli elenchi della P2 e tutto il gruppo Rizzoli ne è coinvolto nei suoi vertici e Costanzo
pure. Il direttore di Prima Rete Indipendente (del gruppo Rizzoli), Mimmo Scarano, prima della
conoscenza degli elenchi della Loggia Massonica, prepara un'inchiesta a puntate sulla P2, dal
titolo "La Loggia di Stato" di notevole intelligenza ed effetto. Bruno Tassan Din la bloccherà,
ma Prima Rete Indipendente andrà in pezzi e così "Contatto".

Rizzoli esce di scena in modo drammatico e si conclude la sua avventura nel mondo dell'etere.

Il concorrente più temibile, in base all'Auditel di allora, era rimasto Rusconi che con Quinta
Rete e Antenna Nord, copriva una larga fetta della popolazione a più alto rendimento
pubblicitario. Per stare dentro i limiti della sentenza della Corte Costituzionale, si è
autoregolato secondo il "modello americano", limitativo nel possesso di emittenti.
Nel 1982 cominciò ad uscire con il marchio Italia 1, con un palinsesto ben calibrato, ma un po’
troppo orientato verso un pubblico femminile.
Mario Formenton, amministratore delegato della Mondadori, e Piero Ottone, responsabile della
Divisione audiovisivi, preferirono fermarsi ancora indietro rispetto a Rusconi, in attesa della
legge di regolamentazione e non si avventurarono a comprare emittenti. Prudentemente
usarono la formula della syndacation, un circuito di stazioni collegate, ma indipendenti l'una
dall'altra, non sotto il controllo del fornitore di programmi. Nasceva Retequattro che
annoverava, nel palinsesto, programmi qualificanti condotti da Enzo Biagi, Enzo Tortora,
Eugenio Scalfari e Piero Ottone. Dibattiti scintillanti e non anonimi come nelle tribune politiche
RAI, come in "Italia parla". Molti i film di una certa consistenza.

Inizialmente si ebbe l'impressione che la partita dell'Auditel e quindi, della conquista degli spazi
televisivi, fosse tra i due editori e infatti le prime due rilevazioni davano la leadership a
Mondadori, seguito da Rusconi. Ma alla terza rilevazione la sorpresa.

Canale 5: 2.583.000 ascoltatori, Retequattro, 1.587.000 e Italia 1, 1.525.000.

Di colpo lo schioccare secco della presenza del Cavaliere che con i suoi dati si
avvicina a RAI 2!!

Governo e parlamento sonnecchiano. Da più parti viene invocata la legge di regolamentazione,


primi fra tutti quelli che, rispettando i limiti della sentenza della Corte Costituzionale, avevano
installato TV locali che però venivano spinte ai margini dai grandi predatori di pubblicità. La
invocava anche Rusconi, un liberale della destra storica, maldisposto verso un mercato caotico
invece che libero, degradato dal selvaggio saccheggio di un bene collettivo qual è l'etere.
Il"Wild West", appunto. La legge è urgente anche per Mondadori.

Berlusconi, invece, continua ad agire nella completa illegalità, strafottendosene delle regole.

Resiste e non chiede la regolamentazione e con lui resistono Craxi e la DC milanese, che
ignorano in maniera spudorata le sentenze della Corte Costituzionale.

Ottone accuserà Berlusconi di aver usato il Partito Socialista per impedire di fare la legge ( P.
Ottone, "L'Italia dei Furbi"). Lo stesso Berlusconi dirà in pubblico il 6 giugno 1989: " Sono anni
che stiamo aspettando una legge che regoli il mondo televisivo. Questa legge, per fortuna,
siamo riusciti ad evitarla.(?)….

Ecco l'affermazione grave di un uomo moderato, liberale.


L'ex governatore della Banca d'Italia Guido Carli, che non è propriamente un comunista
commenta:

"I principali industriali privati hanno distribuito soldi ai partiti, attraverso gli anni,
affinché le leggi che avrebbero limitato la loro libertà d'azione non si facessero. Nelle
grandi democrazie occidentali non sarebbe stato concepibile".

E' questo il Grande Imprenditore? L' uomo che, in nome del liberismo, non vuole lacci e
laccioli? E cioè le regole certe e condivise per chi opera in un mercato libero. Per continuare a
fare quello che in America o in Europa occidentale non avrebbe potuto mai fare? L'Italia che lui
vuole è quella in cui è ancora possibile produrre o clonare 10 100 1000 Berlusconi ? Se è così:
NO GRAZIE!!

Il Monopolista
Le TV locali manifestano, con numerosi esposti, contro il travalicamento della norma della
Corte Costituzionale che prevede, per i privati, l'ambito locale. Loro la rispettano, l 'hanno
rispettata anche i grandi editori.

Perché il solo Berlusconi può trasgredire una sentenza emessa nel 1976 e ribadita il 17 giugno
del 1980 e il 17 luglio del 1981?
Chi gli conferisce la forza e il potere di essere fuorilegge senza che nessuno intervenga?

Finalmente il 27 gennaio del 1982, il ministro delle Poste Remo Gasparri, manda ai network
berlusconiani una diffida in tono ultimativo: "avete realizzato una e propria rete a diffusione
nazionale che vìola palesemente la legge. In considerazione di ciò, diffidasi codesta società dal
proseguire l'attività intrapresa, avvertendo che, in caso contrario, si procederà, entro due
giorni dal ricevimento della presente comunicazione, alla disattivazione e al sequestro degli
impianti". Dopo questa botta di vita e la struttura del ministero torna in coma profondo e non
dà seguito alle minacce e Berlusconi, che non l'aveva neppure presa in considerazione,
continua a fare il killer televisivo, come facevano i bounty killer del Wild West. Lo sceriffo non
fa paura, forse è meglio che non ci siano leggi da far rispettare.

Quando anche la RAI si muove, con un esposto, l'avvocato Bonomo della Fininvest, ha una
trovata geniale, a forma di amo, per chi ha voglia di abboccarci. Differenzia le connessioni
strutturali da quelle funzionali, e, pur non dimostrando un bel niente, apre un dibattito sulla
giurisprudenza con una semplice coglionata che trova molti coglioni pronti a dibatterla. L'Italia,
patria del diritto e del rovescio, come disse Curzio Malaparte, non si smentisce.

In tutti i principali paesi democratici si sono fatte leggi di regolamentazione dell'emittenza


privata estremamente rigide e ad es. In Francia il singolo privato non può avere più del 25% di
un network, più del 15% di due e più del 5% di tre network, negli Usa è vietato il controllo
congiunto di un quotidiano e di una rete televisiva nello stesso ambito locale. I tre grandi
network americani, ABC, NBC, CBS non possono avere più di dodici stazioni proprie e devono
sottostare a norme rigorose a tutela delle stazioni indipendenti loro affiliate.

In Italia esistono leggi limitative per la RAI che non può sfondare un determinato tetto
pubblicitario, per i giornali in cui un singolo soggetto non può avere più del 20% delle copie
vendute in tutta l'Italia. Rizzoli si è dovuto disfare del "Mattino" di Napoli e del "Piccolo" di
Trieste.
Rusconi e Mondadori autolimitano i loro investimenti, immaginando che la legge, atto dovuto
dal parlamento, non si discosterà molto dai vincoli antitrust dei principali paesi liberali
occidentali. Berlusconi no. Lui preme sull'acceleratore arcisicuro; il Wild West è il suo
elemento vitale. Con maree di danaro suo e provenienti da banche di area socialista, droga il
mercato. Fa schizzare i prezzi in alto mandando in fibrillazione le borse di film di Montecarlo,
Cannes e Los Angeles. Strappa alla Rai le star con offerte miliardarie. I costi di gestione si
impennano, si fatica a stargli dietro. Si indebita fino all'osso, ma le banche e la politica visibile
ed occulta lo sollevano e lo spingono: come piuma al vento.

Rusconi dirà in senato: "sono dovuto uscire perché il nostro concorrente fruiva di un flusso di
denaro illimitato e noi non possiamo fare la concorrenza all'illimitato". Italia 1 è in vendita! In
nessuna parte del mondo civile potrebbe accadere, ma la compra Berlusconi, per 32 miliardi!!
Il 26-27 giugno del 1983 si vota, canale 5 e Italia 1 sono vetrine craxiane, aiuole di garofani. A
chi interessava avere un amico dominante in una così importante area, come quella televisiva,
dove si forma e si indirizza il consenso? Rispondiamo a questa domanda e vinceremo la mucca
Carolina!

Intanto la Mondadori tenta di resistere e Retequattro ha un ottimo e ben equilibrato palinsesto,


ma alla fine dovrà cedere perché l'ingenua attesa di una legge da parte di galantuomini liberali,
a disagio nel Wild West, come Formenton, concedono autonomia alle stazioni affiliate, mentre
il boss di Canale 5 e Italia 1 raddoppia la pubblicità e può controllare Retequattro, manovrando
con due palinsesti. Alla fine cede anche a causa di una malattia che lo ucciderà e, dopo una
breve parentesi con il nipote Leonardo Forneron Mondadori, si è costretti a vendere. Chi sarà il
compratore?

Seconda mucca Carolina a chi risponde esattamente alla domanda.


Berlusconi compra Retequattro per 135 miliardi ed ha inizio l'impero mediatico privato più
grande del mondo, anche se tutto il mondo, quello libero almeno, non lo avrebbe mai fatto
nascere. L'Italia, grazie al CAF, alla P2 e a Berlusconi, in quel periodo è il vero, unico,
inimitabile paese delle banane. Quest'uomo guiderà le sorti del nostro paese ed ha incantato
milioni e milioni di cittadini. Ma quanti conoscono veramente quest'uomo? Cerco solo di aiutare
chi non sa.

Via col vento.... del CAF


Craxi, in partenza per Londra, ha chiesto al ministro delle poste, Gava, un provvedimento
urgente antipretori.

La maggioranza è divisa: da una parte la linea Craxi-Berlusconi-Gelli, dall'altra quella De Mita,


favorevole alla regolamentazione. Gava perde tempo e sostiene che è necessario parlarne nel
Consiglio dei Ministri, ma Craxi, il decisionista, da Londra, comunica d'imperio che il Consiglio
dei ministri è anticipato di tre giorni, in seduta straordinaria il 20 Ottobre alle 10.30, appena
tornato da Londra. Primo punto all'ordine del giorno: un decreto "che ripristini il dominio del
buonsenso", l'affare Berlusconi. Nemmeno per l'alluvione in Polesine e per i terremoti del
Belice, in Friuli o in Irpinia era avvenuto che il governo si muovesse con tanta fretta.

In settori della DC si trasecola, il senatore Li pari reagisce all'ipotesi di decreto definendolo


"uno scempio, un assurdo giuridico, un inaccettabile favore reso agli interessi economi di un
singolo". Il PCI mette a punto un opposizione dura.

Il carro armato Craxi non arretra e minaccia: " o decreto o elezioni anticipate". I vertici DC
arretrano, cedono. Personalmente, mentre scrivo, mi indigno e mi spavento. Ma gli italiani,
dov'erano? Ma quali politici hanno ottenuto un così largo consenso nell' italietta del CAF? Ma gli
italiani, pronti a fare le pulci ad ogni pausa del respiro del governo D'Alema, gli italiani, dove
erano nel 1984? Si impegnavano solo a turarsi il naso? Sono preoccupato anche per gli italiani
di oggi. Ma non ci è concesso avere una destra, o meglio un centrodestra almeno senza
Berlusconi? Non ci sono uomini onesti, con un passato un po’ meno equivoco? Ma non è il caso
che qualcuno, di destra, pur restando di destra, si indigni per QUESTA destra, illiberale nella
sua nascita e con un capo già così precocemente compromesso? Ma davvero vi possono essere
dubbi che quello che ho scritto, ricavato da stralci di giornali dell'epoca, sia stato scritto solo
perché faccio parte del mondo dell'odio? Credete davvero che le vicende narrate siano,
possano essere inventate?

Dopo il decreto, Berlusconi cessa la serrata e già domenica 21 ottobre riprende a trasmettere
sul territorio nazionale. Ma la storiella non finisce qui e, senza respiro e pubblicità, ve la
racconteremo tutta.

Il decreto deve essere approvato dai due rami del parlamento entro due mesi. Il 27 novembre
1984 c'è l'importante passaggio alla Camera. La sinistra si mostra intelligente e, rivolta alla
sinistra democristiana, dimostra l'illiceità del decreto e quando si vota: 256 deputati votano
per l'incostituzionalità del decreto e 236, a favore. Craxi è impallinato.

Lunedì 3 Dicembre i pretori di Torino, Roma reiterano il provvedimento per il sequestro delle
apparecchiature utilizzabili per le trasmissioni oltre l'ambito locale.

Berlusconi fa la vittima. Craxi esplode, infuriato.

Dirà Casalbore, pretore di Torino: "Mi impressionò il fatto che dopo che notificai alle tre
emittenti Fininvest di non trasmettere oltre la scadenza, invece dell'imputato, mi rispose, con
un comunicato durissimo, il Presidente del Consiglio".
Bettino Craxi, da animale politico, sapeva che non poteva vincere la partita e tentò, con
successo, di pareggiarla. Venne rapidamente in soccorso di Berlusconi con un nuovo decreto.
Legò le sorti del Cavaliere a quelle della Rai, promettendo alla DC una sostanziosa fetta di Rai3
(l'informazione regionale, con un esercito di giornalisti). Fu coniato il termine decreto
Berlusconi - Agnes, efficiente direttore democristiano della Rai. Fu approvato, non senza
sussulti, alla Camera, l'11 gennaio 1985 e passò all'esame del senato il 31 gennaio.

Quella che state per leggere è una brutta pagina della storia del Senato della Repubblica.

È la pagina del giorno in cui il PCI si concesse alla lottizzazione, era morto Berlinguer. Per
fortuna però, riuscì a non piegarsi ai principi. Craxi, su suggerimento di Agnes, blandì i
deputati comunisti con la promessa della direzione e della gestione di un TG, quello della terza
rete Rai che veniva così lottizzata. Rai 1 alla DC, Rai 2 al PSI e Rai 3, la più debole, quella che
non poteva coprire più del 70% del territorio nazionale, era così suddivisa: il Dipartimento
Scuola ed Educazione al PRI, l'informazione regionale alla DC, un nuovo TG nazionale e le
trasmissioni di intrattenimento al PCI. Il PCI attenua l'opposizione e il decreto passa anche al
senato. È, per il PCI, la fine della discriminazione in Rai, ma l'inizio della presa di coscienza
dell'imbroglio: la terza rete non conta niente. Non verrà mai dotata di un numero sufficiente di
giornalisti e l'investimenti saranno vicino allo 0.

Comincia l'"opera buffa" in Senato, i cui numerosi atti trascuriamo di raccontare in questa
sede. In sintesi emerge con chiarezza che il PCI si veste dei panni del partito più liberale del
parlamento e affronta il blocco di potere "stalinista" governativo. Il PCI ha comunque fatto,
insieme agli indipendenti di sinistra una buona opposizione che ha convinto qualche senatore
della maggioranza. Infatti Craxi sarà costretto a mostrare i muscoli decidendo di chiedere la
fiducia. Per la seconda volta, per salvare l'amico Berlusconi, rischia una crisi politica.

E quello che più interessa, con il senno di poi, è proprio l'impegno di Craxi a salvare l'amico,
fuorilegge, dalla legge. Impegno che sarà ben ricompensato nel futuro prossimo venturo. Fino
alle monetine del San Raphael.

La seduta del senato fa letteralmente tremare le gambe per l'assurde pretese e prese di
posizione di Bettino Craxi, che non rispetta e non fa rispettare da Cossiga, presidente del
Senato, una sola regola delle procedure di approvazione di costituzionalità dei decreti legge. Vi
rimandiamo alla lettura "Senato della Repubblica. IX legislatura, 239° seduta, 4 febbraio
1985". In quella seduta si ha la conversione del decreto nella legge n°10, 1985. La famigerata
legge Berlusconi.

Comunque la nuova legge rimanda anch'essa ad una legge di regolamentazione che non sarà
fatta fino al 1990, a frittata orami apparecchiata. Craxi regala all'amico una proroga
"provvisoria" e "transitoria" fino al 31 Dicembre del 1985 che, ad onta dei vocabolari diverrà
a vigenza illimitata. Infatti il 3 gennaio 1986, scaduta la proroga, con una nota, il
sottosegretario alla presidenza, Giuliano Amato, dice che per "essere ancora efficace, la legge
n° 10 del 1985, non ha bisogno di proroghe legislative".

E allora, dibattiamo e chiediamoci il perché di tante regalie attraverso forzature e


stravolgimenti, ultimatum, minacce di crisi e di elezioni anticipate per questa sponsorizzazione
reciproca di Bettino e Silvio, senza iattanza.

I partiti sono espressione di interessi, sarebbe desiderabile d'interessi generali, ma sappiamo


che non è sempre così. Mai però si è vista una tale saldatura tra un partito politico e un
interesse particolare, una così caparbia, irriducibile, prolungata identificazione di una parte
politica con un singolo imprenditore.

Ci sarà o no un motivo?
Di Craxi e Berlusconi sappiamo del loro rapporto privato, Craxi anche padrino di battesimo
della figlia Barbara, le vacanze insieme a Portofino e Saint Moritz, l'appartamento riservato a
Bettino ad Arcore, la consonanza politica, la comune paranoia anti-PCI.

Craxi scriverà: " Le maggiori forze economiche avevano, e di certo non hanno perso, proprie
strutture e capacità d'influenza sulla Pubblica Amministrazione e sugli Enti Pubblici con un
complesso di relazioni dirette e con un grado di penetrazione notevole diretto a predisporre e
ad indirizzare nelle direzione volute le decisioni pubbliche. Per quanto riguarda i privati, mi
riferisco innanzitutto a grandi gruppi d'importanza nazionale e internazionale che hanno
certamente agevolato o finanziato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della
classe politica. Dalla Fiat alla Olivetti, dalla Montedison alla Fininvest, alla Premafin, al gruppo
Ferruzzi e tanti altri ancora.".

Davvero siamo spettatori che hanno visto un film che non è stato mai girato?

Berlusconi, la Fininvest e la politica.


È un sodalizio che viene da lontano e… porterà lontano.
La pax televisiva di Berlusconi: si fa come dice lui...
e i politici eseguono...come voleva Gelli!
Il gruppo parlamentare di Forza Italia è un'ammucchiata multicolore in cui si sono rimescolati
esponenti di tutte le forze rappresentate in parlamento, dall'estrema destra all'estrema
sinistra. Sarà interessante conoscere la storia della composizione di questa allegra brigata che
ha dello stupefacente, da molti punti di vista.

Cominciamo dall'estrema destra, con una spruzzatina di Partito Radicale.

Ormai da tempo tra Fininvest e MSI esiste una vicendevole comprensione. Il fulcro della
amicizia si chiama Franco Servello, deputato milanese dell' MSI. È lui che in commissione
parlamentare di vigilanza fa arroventati interventi per abbassare il tetto di pubblicità per il
servizio pubblico. Giovedì 31 gennaio 1985 sono i deputati missini che consentono il passaggio
alla Camera del Decreto Berlusconi-bis. Nel lunedì nero del senato, quattro giorni dopo, i
comunisti escono dall'aula per far mancare il numero legale e i missini li seguono. La sinistra
indipendente chiede la verifica quando un colpo di teatro divertente, se non fosse che questi
politici sono rappresentanti del popolo, vede i missini, con passo energico, inquadrati come
falange, col capogruppo Michele Marchio davanti a tutti, rientrare diretti virilmente ai loro
scranni. Ora il numero legale c'è. Il Berlusconi-bis passa. Conclusione: i missini saranno
largamente ricompensati dalle reti Fininvest. La videopresenza dell'onorevole Servello sui
network del Cavaliere, alle politiche del 1987 è di 41 min. contro i 40 di De Mita, segretario
della DC e i 34 di Natta, segretario del PCI. Per il PSI, 198 minuti solo per Craxi. Tra chi, nella
commissione parlamentare di vigilanza fa a gara con Servello per tenere al pavimento i tetti
pubblicitari del servizio pubblico, brilla il deputato radicale Sergio Stanzani Ghedini. Vediamo la
tabella sugli spot elettorali trasmessi dalla Fininvest alle politiche del 1987: (elaborazione su
dati Nielsen)

PSI: 8 miliardi e 470 milioni

DC: 6 miliardi e 360 milioni

PRI:3 miliardi e 119 milioni

Partito Radicale: 3 miliardi e 313 milioni

PSDI: 3 miliardi
MSI: 3 miliardi

PLI: 3 miliardi

PCI: 2 miliardi e 140 milioni.

Un po’ di domande: ci sono stati sconti? A chi? In quale misura? Se non ci sono stati sorprende
la capacità finanziaria del Partito Radicale e dei missini che erano allo 1.7% e 4.8%
rispettivamente. Saranno stati pagati i servigi di Servello e di Stanzani?

I partiti laici minori sono subalterni e collaterali a Craxi e molti di loro troveranno conforto nelle
fila di Forza Italia.

I socialisti sono sempre stati vicini a Berlusconi formando un coro che canta all'unisono lo
spartito del Cavaliere.

Diversamente i DC. Alcuni di essi, solisti con seguito, hanno seguito l'impresa di Berlusconi
traendone qualche vantaggio. I principali sono i tre milanesi: Mazzotta, Vittorino Colombo e
Formigoni. Anche il sardo Pisanu, amico del faccendiere Carboni sarà folgorato sulla Via di
Damasco dall'amico di Carboni, Berlusconi, amico dell'amico.

Porte chiuse, per Berlusconi, da parte di De Mita e del PCI. De Mita, segretario democristiano
ha sempre trattato Berlusconi in modo alquanto irritante per il Cavaliere: dall'alto in basso.
Non se lo dimenticherà mai.

All'estrema sinistra, un milanista ultrà, di Democrazia Proletaria, Guido Pollice, avellinese


pentito e trapiantato a Milano, sale alle vette della beatitudine quando Sua Presidenza (del
Milan) lo invita a volare sul jet per le trasferte europee dei sublimi rossoneri. E tradisce.

Ma gli oscuri sentieri della giungla politica romana vengono dispiegati e spiegati a Berlusconi
da Gianni Letta di cui Sebastiano Messina efficacemente scriverà: "Una foto della Pivetti nuda
s'è trovata, ma una di Letta spettinato, ancora no". Bella istantanea. Direttore intelligente del
Tempo di Roma, riuscì a farne una specie di Repubblica del centrodestra con una qualche
autonomia di giudizio. Ricordo ai lettori che il giornale ora non è altro che un megafono storpio
della destra più retriva e reazionaria. Un brutto giornale che non informa ma catechizza in
modo sguaiato..

Alla Fininvest, Letta porta in dote un modo di agire con disinvoltura nei salotti politici che
contano. Sarà ricompensato.

Il 23 ottobre 1986 è eletto, Presidente della RAI, Enrico Manca, classe 1931, socialista,
indagato per una sua supposta appartenenza alla P2 e difeso dall'avvocato della Fininvest,
Cesare Previti. Proprio Previti procurò la resurrezione politica del suo difeso in un incontro con
Craxi, a casa Previti. In un successivo incontro in un palazzo romano, sempre di Previti, si
discusse di mezzi di informazione ed in particolare di TV. Presenti: Previti, Berlusconi, Craxi e
Manca. Parlarono della "pax televisiva". Il piano della loggia massonica, impossessarsi di tutte
le principali centrali dell'informazione, stava per trovare la sua ultima e definitiva
santificazione: era il febbraio del 1987.

La stagione televisiva precedente era stata infuocata. La Fininvest ha sconvolto il mercato con
offerte sbalorditive: raddoppiati o triplicati i guadagni per strappare alla Rai le star e rilanci
miliardari nelle principali borse cinematografiche del mondo. Nonostante tutto la Rai è in testa
abbondantemente negli ascolti per una decisamente migliore programmazione e qualità del
prodotto. Sul Corriere della Sera commenta Antonio Padellaro: " Che la pax televisiva sia stata
coniata dai socialisti non sorprende ed è chiaro che il direttore generale, socialista sia stato
mandato a Viale Mazzini per impedire la sconfitta del polo privato". (Padellaro: Agnes-
Berlusconi, guerra e pace, 10 novembre 94)

Craxi punta a ad un dimagramento della Rai a favore dell'amico privato e contro il potere
democristiano. Si infuria quando Raffaella Carrà viene convinta da Zavoli a restare alla Rai,
fino al punto di chiamare Sergio Zavoli a Palazzo Chigi e facendolo incontrare con il
sottosegretario Amato, mortificato in questa controversia ridicola.

Osservazione: il Presidente del Consiglio dello Stato Italiano si occupa di soubrette e della loro
destinazione!

Dirà Manca: " Silvio è un vero imprenditore e con lui c'è una comunanza, diciamo…d'area. Con
Biagio (Agnes) c'è un'amicizia di tipo giovanile e cerco di farlo recedere da atteggiamenti
paleo-monopolisti." (P. Martini: No, non è la BBC, tratto da "molti affari, molta politica",
pag.64).

Quella che leggerete ora è la strabiliante storia del tetto pubblicitario per la Rai per l'esercizio
1988 in cui si evince chiaramente cosa intenda per pax televisiva il sig. Berlusconi.

Prima un ragguaglio dei meccanismi procedurali.

Nel 1975, al fine di tutelare i giornali in grave crisi, il legislatore aveva posto un limite alla
raccolta pubblicitaria per radio e televisione. Competente a fissare l'adeguamento del tetto è la
commissione parlamentare di vigilanza, previa una trattativa tra la Rai e la FIEG (Federazione
Italiana Editori). Alla commissione spetta comunque l'ultima parola, ma, di fatto, sempre la
commissione si è attenuta alle decisione delle parti (se agli editori va bene così, perché
opporsi?). Fino ad allora il parlamento garantiva gli interessi di tutti. Nel 1987 il cambio di linea
dei socialisti. L'accordo tra FIEG e Rai ha concesso alla Rai un aumento della raccolta
pubblicitaria di 182 miliardi in più. Insorge Berlusconi: troppi!

Ma chi è Berlusconi per dire la sua? Quale norma prevede che il Cavaliere abbia un ruolo in
questo accordo?

L'unica differenza, rispetto al 1975, è che i giornali devono subire una accresciuta
concorrenza , dovuta alla presenza di una televisione commerciale aggressiva e che, per
giunta, non è sottoposta a nessun limite, diversamente dalla Rai, di raccolta pubblicitaria!
Inoltre i giornali avranno sofferto della caduta di tutela dovuta all'ingresso di questo nuovo
soggetto, non sottoposto a limiti, che la fa da padrone sulla pubblicità che la Rai non può
assorbire, per legge.

Allora il NIET di Berlusconi, dopo il si della FIEG, è irrituale, nullo, è un'intrusione. Non ha
niente a che fare con lo spirito della legge. Ma in era craxiana, tempi in cui se Berlusconi
starnuta, la truppa socialista si mette a letto con l'influenza, quel no produce l'ostruzionismo
socialista e il rinvio all'infinito, con forzature del regolamento oltre la decenza, di una decisione
dovuta e voluta dagli editori di giornali, oltre che, naturalmente, dalla Rai.

Ecco la Pax televisiva: si fa quello che vuole Berlusconi, l'uomo venuto dal mondo delle
professioni, dalla società civile, l'uomo che parla dello strapotere di alcuni partiti, l'uomo che,
per questo, fonderà un partito, il non politico, l'uomo che il giorno dei referendum non va a
votare ed invita a fare altrettanto, tanto ci penserà lui, l'Unto dal Signore.

E il Signore che unge è Craxi che pretende la riapertura della trattativa e fa saltare anche un
successivo compromesso tra PSI e DC, sgradito al Cavaliere, che abbassa l'aumento della
raccolta pubblicitaria alla Rai. Nuovo NIET. Subito ascoltato. E il Cavaliere ne approfitta subito
politicamente dimostrando di essere un politicante che sa approfittare senza misura e stile
della potenza delle televisioni, esattamente come farà anni dopo, con o senza par condicio.
Indice una conferenza stampa, di quelle che conosciamo. Siede con Letta ad un tavolo dove il
nervosismo è smascherato da uno scalciare di gambe ossessivo, dall'impeto discorsivo, che
conosceremo meglio, e dalla gestualità energica. Se la prende con un deputato della Sinistra
Indipendente e lo show va in onda mercoledì 26 ottobre 1988 su Retequattro, in prima serata.

È uno show che continua ora, da allora.

Il Cavaliere craxiano in Francia, coi socialisti francesi.


Poi il ribaltone. E il contro ribaltone, tutto d'un fiato.
E poi?...prove di liberalismo vero: un fallimento
Due domande: ma il fondatore della Fininvest, sarebbe riuscito ad affermarsi fuori dall'anarchia
televisiva, fuori dal Wild West e cioè in uno di quei regimi propri delle democrazie occidentali?
In un mercato dove una pluralità di editori è obbligata a rispettare le leggi e le regole (lacci e
laccioli?) uguali per tutti, il valore reale di Berlusconi, quale sarebbe stato?

Studiamoci la storia della Tv commerciale La Cinq, in una democrazia progredita: la Francia.

All'inizio del 1985, le TV francesi sono quattro: tre pubbliche, Tfl, Antenne 2 e Fr3, e una paj-tv
privata, Canal Plus, creata dal socialista vicino a Mitterand, Andrè Rousselet.

L'anno prossimo ci saranno le elezioni e, temendo che la destra di Chirac e di Valere Giscard
D'Estaing, possa vincerle, secondo sondaggi, Mitterand gioca d'anticipo e concede
l'autorizzazione a far partire due network privati, La Cinq e La Six, da far controllare a
finanzieri mitterandiani in modo che, se i gollisti prenderanno il potere, non sarà facile vendere
TV pubbliche con il mercato della pubblicità saturato dalle due nuove emittenti commerciali.

La Cinq andrà in mano per il 60% ai mitterandiani con Jéròme Seydoux, presidente di alcune
banche e più che altro della casa cinematografica Gaumont, ricca di un prezioso magazzino.
Berlusconi si propone immediatamente.

In Francia non ha una buona considerazione e i francesi dicono la sua è una " télévision de
paillettes à la sauce spaghetti", "Spaghetti network". Il ministro della cultura ha dato un
giudizio sprezzante: " la televisione di Berlusconi è il cavallo di Troia della subcultura
americana". Ma c'è chi è pronto a sponsorizzarlo nell'impresa francese. È il vicepresidente
dell'internazionale Bettino Craxi, Presidente del Consiglio italiano.

La sera del 13 aprile 1985, il compagno Berlusconi entra all'Eliseo. Non sapendo che effetto
aveva fatto a Mitterand, lui stesso ci racconta, nel suo modo un po’ frivolo, come è riuscito a
conquistarlo: " Ad un certo punto mi venne un colpo di genio. Appena i valletti aprirono la
porta, del ritorno, che dava su un grande salone, ho visto un pianoforte, accelerai il passo, feci
in modo di precedere il Presidente, mi sedetti e cominciai a suonare Au revoir Paris. Avevo
colpito nel segno." Lascio immaginare a voi la scena e la possibilità che si sia verificata nel
modo descritto da Berlusconi. Ritorna qui il copione del fascino che rompe tutti gli indugi, che
facilita e impone di trattare con lui, come fece con il vicepresidente dell'ente a cui vendere gli
appartamenti di Brugherio, l'uomo della "mafia interna" come disse lui.

Si rivedranno ad Arcore a fine giugno e a Roma il 14 Novembre, mediatore Craxi.

Nasce France 5, presidente Jéròme Seydoux e con lui, nel pacchetto di maggioranza, i giornali
di sinistra francesi, "L'Evènement du Jeudi" e "Libération", amministratore delegato e direttore
generale Berlusconi, col 40% di quota azionaria.

La stampa di destra chiama Berlusconi "il Cavaliere Spaghetti" e Berlusconi blandisce il


pubblico francese con le sue storiche frasi da dopocena: " dopo gli spaghetti bevo beaujolais.
Ai telespettatori de la Cinq prometto beaujolais i giorni feriali e un ottimo champagne per il
"week-end". Dell'ottimo vino italiano non parla: è in Francia.

Con l'avvento delle televisioni private, la Francia si dota di regole precise comportamentali nel
rispetto della "vita economica" di tutte le componenti dell'informazione, comprese leggi
antitrust, sconosciute al Berlusconi italiano.

Ma la Francia socialista di Mitterand concede molto, troppo a la Cinq. Berlusconi esulta.


Vedremo in azione i liberali.

La "grandeur" francese impone una percentuale di produzioni originali francesi. Facoltativi i


telegiornali. Le inserzioni pubblicitarie, vietate per la TV pubblica, sono concesse alla Cinq con
un tetto pubblicitario piuttosto alto: 10 minuti l'ora. Un sacco di soldi.

Alle 20.30 del 20 ottobre 1986, il debutto. Ecco il biscione in Francia, galà di star italiane e
francesi, sontuose scenografie, magie di luci, un kolossal.
Ma la Cinq non decolla facilmente perché i programmi Fininvest non incontrano il gusto dei
francesi .
Il 16 marzo le destre vincono le elezioni, Chirac diviene primo ministro e comincia la
coabitazione con Mitterand.

Il nuovo ministro delle Comunicazioni è un liberale che esordisce:" Vogliamo eliminare le


deplorevoli condizioni alle quali i socialisti hanno dato la concessione a la Cinq, rete cui si sono
accordati vantaggi esorbitanti e ingiustificati"

Pochi mesi dopo la legge di riforma è pronta. Si toglie la concessione a Berlusconi e Seydoux
per ritrattarla in termini più "liberali". La Cinq non viene spenta, nel rispetto dei telespettatori.
Si attende il riassetto che arriva nella primavera del 1987. si contendono La Cinq una scalata di
sinistra capeggiata da "Le Mond" e una di destra guidata dall'antisemita, delatore di ebrei e
partigiani e dispotico Robert Hersant, chiamato "Hersant il villano".

Proprietario di una trentina di testate giornalistiche tra cui "Le Figarò", " France Soir" e
"l'Aurore", ha una sua filosofia: "una notizia falsa diffusa dall'impero dei media è dieci volte più
vera, nella testa della gente, di un'informazione vera data da un piccolo giornale di provincia".

Il compagno Berlusconi non esita un istante: sceglie il filonazista Hersant, professandogli


ammirazione.

È il primo ribaltone. Ma Chirac non lo accetta dicendo che nella Cinq non vuole infiltrati. Lo
giudica un commerciante di zuppa italiana e aveva detto che dopo le elezioni lo avrebbe
accompagnato alla frontiera con il foglio di via. Batosta per Sua Emittenza. Ma Hersant lo
vuole, per il suo magazzino, e decisive sono le pressioni di Craxi, pur sempre Presidente del
Consiglio di un grande Paese.

Ma gli ascolti decretano la sconfitta della Cinq e i TG Berlusconiani, riverenti e preteschi, sullo
stampo di quello di Fede e Liguori, vengono definiti "La Pravda" chiracchiana. Le perdite sono
rilevanti e l'ex compagno Berlusconi ci rimette 200 miliardi!

In un mercato di libera concorrenza vera, con altre reti private, come la Six e Canal plus, ha
perso!

Altro guaio, le regole. Come in Italia, Berlusconi non rispetta il tetto pubblicitario e viola la
prescrizione di trasmettere una quota minima di ore autoprodotte. Forse pensa che anche in
Francia ci sia un controllo negligente e remissivo, ma sbaglia il calcolo e, in assenza del
consenso craxiano, viene multato esemplarmente con 15 miliardi. Che pagherà con ritardo,
dopo l'accusa di morosità. Ci racconta il Sole 24 Ore il 14 Aprile 1988 " tempi duri per la Cinq,
l'emittente francese di Silvio Berlusconi e Robert Harsant è trascinata in giudizio per morosità;
la rete televisiva si è vista congelare i conti bancari su decisione dell'autorità giudiziaria
francese" Un complotto? Anche in Francia?

Non è finita.

Maggio 1988 alle elezioni presidenziali vince ancora Mitterand che scioglie il parlamento,
stavolta i socialisti vincono e finisce la coabitazione. Diviene Primo Ministro il "compagno"
Michel Rocard. Ed è a questo punto che Berlusconi, incline ad adeguare spregiudicatamente il
comportamento politico alle convenienze e agli interessi, ripesca l'antica casacca e l'ex
compagno torna ad essere il compagno Berlusconi.

Vuol rovesciare Harsant, senza più protettori nel governo.

Organizza un ribaltone, o meglio un contro ribaltone al ribaltone già consumato. Raccoglie con
un tramestio silenzioso ed oscuro l'appoggio di una compagnia di assicurazione con il 19% del
pacchetto azionario e convince il suo primo socio, Seydoux, che continuava ad avere un 10%.
Rovescia l'uomo cui aveva manifestato tanta ammirazione, Harsant. Farà così anche per la
conquista della Mondadori, con la probabile complicità della magistratura corrotta.

Ma Harsant, scopre il gioco e attacca con una controversia legale ricorrendo al Tribunale
Amministrativo: la spunta e annienta Berlusconi allontanandolo da qualsiasi ruolo operativo.
Torna in Italia con la coda tra le gambe e dirà: " Se in Francia il biscione non ha attecchito, è
perché non ci hanno mai lasciato gestire in pace la televisione"

Non l' hanno lasciato lavorare.

Berlusconi protagonista di una tranche di comunismo reale


Il 9 febbraio 1988, alla tradizionale conferenza stampa della Corte Costituzionale, si dibatte il
tema della disciplina dell'emittenza televisiva privata e il presidente, Francesco Saja, afferma
che se il parlamento non si affretta ad emanare una legge, ci penserà la Consulta, chiamata a
pronunciarsi sulla conversione del Decreto Berlusconi - Agnes, legge n°10, 1985. Monito
bizzarro dal momento che il Pretore di Torino e quello di Genova avevano sollevato dubbi di
costituzionalità fin dal 25 febbraio 1985!

Ma, a parte l'opposizione comunista, nessuno ha fretta. Non la Fininvest, non i socialisti e i DC,
non il ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Oscar Mammì; se la prende calma anche la
Corte.

Tra la Consulta e la Politica intercorrono progetti di modifica, cadenzati da date che non
vengono mai rispettate. Walter Veltroni ironizza, mercoledì 13 aprile in un'audizione in
commissione cultura rivolgendosi a Berlusconi chiamato dalla commissione: " Un complimento
va alla sua capacità di imporre, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi della decisione
politica in un settore così delicato" (Atti Parlamentari. Camera dei deputati. X legislatura.
Commissione VII. 13 aprile 1988). Berlusconi sbalordisce tutti: " E' necessaria una
regolamentazione del settore delle comunicazioni…." Un capovolgimento di linea inaspettato;
perché?

Craxi sta per cedere la poltrona a De Mita, non amico di Berlusconi, ma prima lo ha incatenato
ad un accordo programmatico che prevede, in materia di televisioni, la ratifica dell'esistente
(duopolio Rai Fininvest, tre reti a testa), ma anche lo sbarramento dell'ingresso della FIAT in
tele Montecarlo e anche gli editori forti non possono entrare nelle televisioni se non si
sbarazzano dei giornali. Berlusconi ci rimette "il Giornale" (che resta in famiglia), ma si leva di
torno possibili concorrenti agguerriti ed ottiene la diretta: BRAVO CRAXI!
Nella stesa seduta in commissione cultura, Berlusconi snocciola i risultati di sondaggi che
mostrano che gli italiani non vogliono tornare al monopolio Rai.

Un breve commento.

I sondaggi li aveva commissionati Berlusconi, alla Abacus. La domanda fatta al campione era:
volete che si oscurino le emittenti Fininvest e si torni al monopolio della Rai?

Naturalmente una valanga di no.

Nessun italiano che conta si è messo a spiegare che la scelta non era tra il duopolio o il
monopolio, ma tra la pluralità di televisioni indipendenti l'una dall'altra, con una pluralità di
imprenditori concorrenti tra loro e lo status quo, cioè un imprenditore solo, monopolista delle
televisioni private. Se ci fosse stata una classe politica con le palle, meno compromessa e
meno avvezza ai giochi di potere si sarebbe potuto andare contro l'opinione pubblica, almeno
fino a che non gli si spiegava bene come dovrebbe funzionare "il mercato" in un paese liberale.
Così, noi, con le mamme dei bambini incatenati ai Puffi, o le massaie di Voghera e le giovani
appassionate delle telenovelas o gli anziani in attesa di Mike e di "O.K. il prezzo è giusto" e noi
felici, davanti alla TV, col telecomando, contenti della "pluralità" apparente, abbiamo
assistito, masochisti, all'applicazione di una tranche di comunismo reale nel nostro paese. In
seguito, non avendo capito ancora niente, perché solo il PDS, gli ex-comunisti, lo dicevano, e
venivano tacciati da comunisti, appunto, contro il libero mercato, che avevano cambiato nome
ma non il vizio di essere comunisti, si è santificato il tutto con un referendum popolare.
Abbiamo dato retta a quella teoria di soubrettes, nuovi e vecchi comici più o meno demenziali,
noti simulacri televisivi, politici arruffoni e rampanti che i network berlusconiani
quotidianamente armavano con micidiali slogan. Da questo punto di vista, siamo stati e siamo
un popolo che ci meritiamo questo ed altro.

Nei paesi occidentali a democrazia evoluta, non sarebbe mai potuto succedere.

I fatti narrati si svolsero nel 1988 e Berlusconi era considerato uno di sinistra, un socialista.

Per questo rimandiamo volentieri, se volete, ad un confronto vivace tra Walter Veltroni e Silvio
Berlusconi nella solita audizione della commissione cultura. È un limpido esempio
dell'arroganza con cui il Cavaliere si confronta con chi gli contrappone considerazioni sensate e
pacate, arroganza permessagli dalla connivenza colpevole di Craxi, nell'Italia distratta e
sonnecchiante della vigilia di tangentopoli.

Nessuno che pensi che Berlusconi, spazzati via i referenti politici dalla magistratura, ha sentito
il bisogno di "scendere in campo", forte dell'armata televisiva pronta a suonare la carica solo
se aggrotta le ciglia, per porsi lui in prima persona a difendere i suoi interessi?

Publitalia80: incubatrice di Forza


Italia. L'azienda della fede.
Passa il tempo, De Mita viene disarcionato da Forlani come
segretario della DC e in seguito da Andreotti a Palazzo Chigi. Si
ricostituisce il CAF, più forte di prima. Siamo nel luglio del
1989. Il 25 agosto del 1989, Stella Pende intervista
sull'Europeo Fedele Confalonieri, che non nasconde il trionfo in
Fininvest e lo scampato pericolo di nome De Mita. Afferma che
Forlani è uomo ragionevole e "ha deciso di lasciar vivere
Berlusconi".
( "L'amico Fedele"; L'Europeo n° 33-34, 25 agosto 1989).

Pubblicità di Publitalia80 nell'URSS.

Adesso, in sequenza due chicche del Cavaliere. Prima chicca.

Da un po' di tempo, il Cavaliere si mostra rassicurante con tutti, e parla della par condicio. E'
sbalorditivo sentir dire, in commissione Telecomunicazioni che la par condicio è una norma
sacra che la Fininvest "intende stabilire tra gli accedenti al mezzo televisivo nelle campagne
elettorali" (Atti parlamentari. Senato della Repubblica. X legislatura. Commissione VIII. Seduta
antimeridiana del 22 settembre 1988). Ma è lo stesso Silvio Berlusconi che conosciamo oggi,
quello che si è scagliato contro la par condicio come fosse la legge più illiberale che i comunisti
hanno imposto per imbavagliare l'opposizione?

Così gli amici potranno scoprire cosa pensava Berlusconi della par condicio, quando non era in
politica.

Ci sembra un bel ribaltone, quanto meno di moralità. E una bella chicca.

Ma la chicca vera, la seconda chicca di Berlusconi è in quello che ha detto nella seduta del 13
aprile del 1988, della commissione cultura, agli atti parlamentari della Camera dei deputati.
Pag. 24. Udite udite!

" la televisione non può essere mestiere da politico, il politico tende ad utilizzare il mezzo
televisivo come cassa di risonanza della propria ideologia. Potrebbe essere punitivo, perché,
rivolgendosi soltanto a coloro che concordano con le sue idee, a poco a poco, PERDE TUTTA LA
RESTANTE PARTE DELL'UTENZA"

Lui ha un requisito, un sigillo di garanzia, che non perde occasione di mettere in forzata
evidenza: non è un uomo politico e mai lo diventerà. Anni dopo, una volta consumata la
contraddizione, gli sarà posto il problema simmetrico e cioè se governare possa essere
mestiere da imprenditore televisivo.

Berlusconi ha avuto la capacità, e questo gli va riconosciuto, di creare un corpo speciale di


uomini in blazer, una task-force motivata, euforica, coesa, dilagante, tenuta insieme dallo
spirito di appartenenza, Publitalia 80 che sarà, in seguito, l'intelaiatura organizzativa di Forza
Italia, non a caso definito il partito azienda.

Vuole e crea una collezione di uomini in blazer, a sua immagine, clonati, giovani, ricchi,
ambiziosi e possibilmente belli, alti e laureati. Detta lezioni con un catechismo che via via
amplia e ripete più volte.

Silvio Berlusconi, il Cavaliere, ha imposto le regole di comportamento cui devono attenersi gli
uomini di Publitalia 80 e che riassumiamo. Con una premessa: tutto tratto dal volume di
Moncalvo, "Berlusconi in concert", da Berlusconi stesso ispirato e voluto.

- l'importante, nel mondo del lavoro è essere capaci di adattarsi agli altri, non
sono gli altri che si devono adattare a noi.

- È importantissimo la mattina guardarsi allo specchio e piacersi, piacersi,


piacersi.

- Non fumare non bere, il cibo quanto basta.

- Rifuggire l'aglio, guasta l'alito. I destini Fininvest dipendono anche dall'alito


dei suoi uomini.
- Dobbiamo avere il cuore caldo e il sole in tasca per poterlo offrire, con un
sorriso, a chi ci sta davanti. Insieme a noi deve sempre entrare il sole.

- Abituarsi a pensare alla grande. Mentre gli altri sognano, io cerco di


trasformare i miei sogni in realtà.

- Esprimersi per immagini. Ogni volta che andate dai vostri clienti parlate per
immagini invece che per concetti. La logica convince ma viene presto
dimenticata. L'immagine colpisce e viene ricordata. Ricercate queste immagini,
comunicatevele a vicenda, perfezionatele. Quando una persona dice che il 46%
degli italiani non leggono giornali, fornisce un dato importante ma freddo.
Impressiona di più dire che il 46% degli italiani non vedono mai la pubblicità nei
giornali. Questo è un fatto che si inchioda nella testa del cliente e non esce più.

- La bugia utile. Attribuire una propria idea ad un grande personaggio, anche


se non è vero, vai trovare chi si prende la briga di controllare. Usate anche voi
questo metodo: " L 'ha detto Platone, l' ha detto Abramo Lincoln…chi ve lo
contesterà?". "La gente è di una credulità totale, beve le citazioni in un modo
incredibile".

- La tenacia. Dovete essere dei martelli pneumatici. Non supponete troppo


dell'intelligenza della gente. Siate persuasivi. Ripetete i dati. Spiegateli con
semplicità. Le verità più semplici sono le più difficili da dimenticare.

- Professionali al massimo grado. Dovete conoscere bene il prodotto, il


mercato del cliente, i mezzi alternativi, gli altri veicoli pubblicitari. E alla fine
dovete lavorare, lavorare, lavorare su voi stessi per preparare strategie di
vendita. Fino all'ultimo dovete ripassare ogni cosa. Anche nell'ascensore del
cliente, se lui è al quinto piano e non avete avuto il tempo di ripassare un'ultima
volta tutte le fasi della trattativa, schiacciate il bottone del decimo piano e
studiate, perdete tempo.

- I clienti da non lasciarsi scappare. I clienti stronzi. Essi si alzano la mattina,


si guardano allo specchio e vedono uno stronzo. Giorno dopo giorno, mattina
dopo mattina e non serve a niente cambiare specchio, cambiare casa, cambiare
look, sempre stronzo si vedrà. Si incazzano immediatamente e restano incazzati
tutto il giorno. Vengono sempre trattati da stronzi. Allora trattatelo in maniera
diversa, siate gentile con lui, ve ne sarà grato, sarà disponibile, sarà aperto,
cordiale, insomma…un po' meno stronzo. Con loro avremo rapporti di lavoro
fantastici.

In questo orizzonte, non altri valori che il danaro, il successo, la carriera, il profitto. Il
linguaggio è sempre rigorosamente mercantile anche quando tocca idee alte. Berlusconi pensa
di comprare, per le convention di Publitalia, un Monastero e si esprime così: " Sto cercando
un convento. È in atto una crisi. L'azienda della fede sta attraversando un periodo di crisi, e
quindi c'è la possibilità di trovare molti conventi.

L'azienda della fede?

La scalata alla Mondadori.


Il 1989 è l'anno in cui Bettino Craxi fa una rumorosa crociata per mandare in galera i drogati,
anche coloro che vengono trovati in possesso di una piccola quantità di droghe leggere. C'è un
problema: a Malindi, il 5 gennaio 1989, viene fermato, dalla polizia keniota, un turista italiano
con addosso droga leggera. Quel turista si chiama Claudio Martelli ed è il n° 2 di Craxi.
Polemiche roventi.

La stagione, aperta in modo così inquieta, viene invelenita quando Carlo Caracciolo e Eugenio
Scalfari annunciano la vendita alla Mondadori, di Carlo De Benedetti e Luca Formenton, di
metà "Repubblica" (l'altra metà è già di Mondadori) e del gruppo "'Espresso", proprietario del
settimanale omonimo e di una quindicina di testate locali, leader nella loro area di vendita.

I socialisti vedono nell'operazione un forte e inaspettato incremento dell'azione del fuoco loro
ostile.

Sbalorditivo l'articolo dell'Avanti del giorno successivo, firmato Ugo Intini, craxiano senza
sintomi di rilassamento, nemmeno per un istante. Nella sua invettiva funge da ultimo
avamposto della difesa Fininvest e, superando il problema della concentrazione televisiva, si
scatena contro quella delle testate giornalistiche.

Il 25 ottobre, al congresso della UIL, replica dicendo:" In Italia esiste un gruppo


imprenditoriale partito, il partito di De Benedetti che è il più filocomunista che ci sia in
occidente. Il loro bersaglio è il PSI, ma, in ultima analisi, i bersagli sono le corrette regole del
gioco democratico." È un po' la tiritera che si sente dire anche oggi, quella della
concentrazione di giornali favorevoli al centrosinistra, dimenticando che la concentrazione
televisiva sta a quella giornalistica come una portaerei sta ad un gommone. Basti pensare al
periodo ante "par condicio", la "norma sacra" del Cavaliere, poi abiurata, e agli spot che
entravano nelle case degli italiani, che solo Sua Emittenza poteva pagare con la mano destra e
riscuotere con la mano sinistra. Spot per convincere dell'esistenza dell'Italia dell'odio e quella
dell'amore. La sua per se stesso. In un giorno i "clienti" raggiunti da Retequattro, con il fedele
Fede, sono n volte di quelli raggiunti da tutte le testate giornalistiche messe insieme. Vogliamo
dire che gli spot di Berlusconi hanno raggiunto quasi il 100% del target previsto, ovvero tutti
noi abbiamo ascoltato la sua cantilena almeno venti volte a testa.

Una larga minoranza invece ha potuto vedere le propagande politiche nei giornali. I giornali si
devono comprare e scegliere, la televisione ti entra in casa e non puoi limitare la scelta, perché
ti sintonizzerai sul programma preferito, anche se, ad un certo punto…oplà..ecco la faccia di
Berlusconi incorniciata tra libri e foto di famiglia, tutto rassicurante.

Ma andiamo avanti e vediamo come è ingiustificata la tiritera.

La vita a Segrate, sede della Mondadori, non è tranquilla. Berlusconi ha un suo pacchetto
azionario e si raccomanda a De Benedetti perché lo faccia entrare nella cordata, ma a
Segrate si ride di lui quando, in un intervista a Andrea Monti, Berlusconi spiega che voleva fare
solo "il passeggero seduto dietro". Si ride perché il "back seat driver" è, dicono, quel
rompicoglioni, che continua a dire: Fermo! attento! Guarda! Gira a destra! Gira a sinistra!. Dio
ce ne scampi.

Nella Mondadori, Luca Formenton è inquieto, vuole contare di più e fa l'"errore" di confessarlo
in ambienti vicini ai socialisti. Craxi prende la palla al balzo e pensa che sia venuta l'ora di far
tentare la scalata all'amico fidato, per "togliere dalle palle" il " mascalzone grandissimo,
incommensurabile e recidivo" (Scalfari).

Craxi incoraggia Berlusconi che comincia a corteggiare Luca prospettandogli un ruolo operativo
appagante, di chiara visibilità: ha calcolato che col pacchetto suo e quello di sua madre,
Cristina Mondadori, il sindacato di controllo della casa editrice vale 360 miliardi. Il Cavaliere
rastrella azioni con prestiti fiduciari e poi avvia, in segreto la trattativa. A metà Novembre il
ribaltone è fatto. Luca, figlio di Cristina e Leonardo Forneron, figlio di Mimma Mondadori, si
riuniscono, sotto il nuovo padrone Silvio Berlusconi.
Ne deriverà comunque una situazione schizoide, in cui la maggioranza non è completamente di
Berlusconi, poiché nelle assemblee privilegiate il controllo è ancora di De Benedetti.

Nasce un "trust" di dimensioni gigantesche che vede concentrati nelle mani di un solo uomo il
17% dei quotidiani, il 33% dei periodici, il 40% dell'audience televisiva, il 43% del totale della
raccolta pubblicitaria. Il 22% del fatturato del settore. ORA INTINI TACE!

E l'altra parte del CAF, quella democristiana di Andreotti e Forlani? Ci dice con chi sta
l'andreottiano Paolo Cirino Pomicino in un'intervista all'Unità del 3 dicembre 1989:
" Berlusconi è uno dei grani imprenditori di questo paese. Ha una serie di amici autorevoli,
naturalmente, e tra questi ci sono certamente Craxi, Andreotti e Forlani". In cambio la DC ha
voluto l'oscuramento di "Radio Londra", di Giuliano Ferrara, troppo craxiana, ma il segnale
dato da Cirino Pomicino è inequivoco, convincente ed immediatamente raccolto.

La Fininvest sta con l'intero CAF, non ne privilegerà più una parte soltanto! E ce ne potremo
accorgeremo presto. L'originaria linea del PSI-Fininvest, era stata di ispirare a Mammì
l'"opzione zero" (zero TV a chi fa giornali). Berlusconi ha realizzato l'"opzione tutto". A lui
naturalmente.

Intanto a Piazza Indipendenza, sede di Repubblica non c'è aria di resa. Si riunisce l'assemblea
dei "lupi comunisti" all'indomani dell'intervista a Cirino Pomicino. Scalfari, risoluto e lucido: "
Berlusconi va dicendo di essere l'editore più liberale del mondo. Può sostenere quello che
vuole, ma la sua storia dimostra l'esatto contrario. Non parlo della sua storia passata, della p2
e di tutto il resto. Parlo di come è lui oggi. Se c'è in Italia un imprenditore condizionato, anche
ricattato, è proprio il cavalier Berlusconi. Il suo sistema imprenditoriale, le sue Tv sono alla
mercé dei partiti di governo. E lui ci è venuto addosso per conto dei partiti di governo. Se non
comprendiamo che questo è uno scontro politico, dobbiamo buttare all'aria quindici anni di
giornalismo". E ancora: " il definitivo destino della Mondadori è in mano ai giudici e poi c'è la
proposta della legge Mammì, l'opzione zero, niente quotidiani a chi ha le Tv". Speranza
illusoria e lo vedremo.

L'editoriale del 7 gennaio 1990, di Scalfari, oscuramente premonitore, tuona: " Per
appartenenza alla P2 sono stati licenziati dai loro incarichi alti ufficiali, dirigenti di banche
pubbliche e private, manager pubblici e privati, giornalisti. Oggi un membro di
quell'associazione segreta, sciolta per legge perché ritenuta sovversiva contro lo Stato, siede al
vertice della Mondadori, dopo aver monopolizzato tutte le reti private esistenti nel nostro
paese. Questa faccenda, ne diamo formale assicurazione a Silvio Berlusconi, agli azionisti suoi
alleati, ai suoi padroni e protettori politici, ma soprattutto ai nostri lettori e alla pubblica
opinione, non passerà liscia. Se sta nascendo un regime col volto di Silvio Berlusconi, quel
regime avranno nei prossimi mesi e anni, la nostra più meditata e rigorosa attenzione." Parole
dette quando ancora non si poteva immaginare la furia di tangentopoli e la "discesa in
campo" del Cavaliere. Tanto tuonò allora, che oggi piove.

Repubblica e L'Espresso si staccano e Berlusconi s'insedia alla presidenza del "trust"


Mondadori, il 25 gennaio del 1990.

Come sappiamo il lodo Mondadori è stato oggetto di indagini giudiziarie ed in primo grado
Previti è stato condannato, insieme ai giudici corrotti. (secondo la sentenza).

La legge mostro: la Mammì al senato


(ci penserà Gasparri a concepirne una peggiore)
Per il ministro delle poste Oscar Mammì, esistono le leggi "pensabili", quelli desiderabili e le
leggi "possibili", quelli rapidamente approvabili. Nel caso in questione, la legge sull'emittenza
televisiva è la legge possibile ma anche quella desiderabile: dal solo Berlusconi. È una legge
rispettosa del patrimonio Fininvest, e quindi dell'interesse particolare al posto dell'interesse
generale che sarebbe stato il pluralismo. Ma nell'Italia del CAF, ormai da molto tempo gli
interessi del Cavaliere coincidono con gli interessi del CAF stesso che, in una sorta di delirio di
prepotenza, si identifica nell'interesse del popolo sovrano. In nome del popolo sovrano? Nel
frattempo il debito pubblico raddoppia anno dopo anno!

Per fare una buona legge desiderabile, sarebbe stato necessario aprire un dibattito tra gli
assopiti e un po' narcotizzati cittadini. Si sarebbe dovuto spiegare loro che un paio di
televisioni della Fininvest avrebbero dovuto cambiare assetto proprietario, in nome del
pluralismo del mercato dell'informazione, magari, come è successo in Francia, dolcemente,
senza "spegnere" i segnali. Si sarebbe dovuto spiegare elementari regole delle società
capitaliste, convincerli che discutere di una legge antitrust porta ad un livello di civiltà più
elevato dell' ubriacatura quotidiana con saghe familiari come "Dallas" o "Dinasty". Magari per
una volta i nostri politici avessero corso il rischio di essere impopolari. Avrebbero dovuto
tamponare il crollo della diga visibile nella faccia del Cavaliere e dei suoi eroi televisivi con
semplici locuzioni di buonsenso. Avrebbero dovuto parlare alla gente e spiegare che una
concentrazione mediatica così alta non è tollerabile se non si vive in Tailandia o in Bulgaria.
Avrebbero dovuto spiegare, con la forza della ragione, che, se per caso, un uomo che possiede
il 50% dell'informazione e si arricchisce col 50% della pubblicità, se per caso, decidesse di
scendere in politica, falserebbe una normale competizione elettorale. Se per caso…

Ma si è preferito fare una legge, definita dai banchi della sinistra, "legge Arcimboldo". (nei
dipinti di Arcimboldo si cogli sempre l'immagine di un mostro). Una legge mostro.

"In questa legge, articolo per articolo, dettaglio per dettaglio, troviamo trasposti elementi
naturali: gli interessi della Fininvest" ( Atti parlamentari. Senato della Repubblica. X
legislatura, seduta del 22 marzo 1990).

Il racconto che segue sarà utile per capire un po’ meglio perché Berlusconi, dopo
tangentopoli, abbia sentito la necessità di "scendere in campo" in prima persona. Chi di noi
non trova gli estremi per essere convinto che lo abbia fatto per difendere i suoi interessi dopo
che tangentopoli ha spazzato via l'intero CAF, non ha spirito critico ed è ormai avviluppato da
quello che è il fanatismo cieco e un po’ acefalo che si evidenzia da un po’ di tempo.

Senato della Repubblica: discussione della legge Mammì

Durante le animate discussioni al Senato, pesa la rullante campagna antispot di Veltroni:


" non si spezza una storia, non si interrompe un'emozione", appoggiata da gran parte degli
intellettuali di destra e di sinistra.

L'emendamento di limitare l'inserimento pubblicitario solo tra un tempo e l'altro dei film,
incendia le sedute che si protraggono anche di pomeriggio. Massimo Riva, della sinistra
indipendente, così risponde ad un Mammì che ha replicato alle interpellanze in modo elusivo e
inefficace: " Nella sua replica il signor ministro ha detto che lui continua a non capire perché si
insista in queste proposte contro le interruzioni pubblicitarie. Credo di poterglielo spiegare
molto brevemente. Noi non abbiamo alcun problema a disubbidire agli ordini del cavalier
Berlusconi". Gli interventi dei senatori di sinistra sono efficaci e convincenti tanto che alla
dichiarazione di voto, il capogruppo democristiano al Senato, Nicola Mancino, annuncia libertà
di voto. Gelo tra i socialisti e molti democristiani. L'emendamento passa e Gianni Letta, terreo:
" per noi, i costi di questa norma non sarà inferiore ai 400 miliardi(?). poi biascicò: " è la fine
delle tv commerciali, è la restaurazione del monopolio."

In sintesi: alla Fininvest non va bene il monopolio, ma neanche il pluralismo, vogliono il


duopolio!

Andreatta: " Gli amici di Sua Emittenza volevano stravincere. Non ho mai visto una lobby
sfacciata come quella che sostiene gli interessi del signor Berlusconi in Parlamento".
Nel prosieguo la sinistra richiama ripetutamente al rispetto della direttiva della Corte
Costituzionale a garantire il pluralismo anche scoraggiando " i processi di concentrazione delle
risorse economiche in mano di uno o di pochi". Non può esserci pluralismo delle voci senza
pluralismo delle risorse. Sensato? Crediamo proprio di si.

Sensato e corretto e un po’ disorientante: la sinistra invita il "mondo liberista" ad essere


liberista.

Propongono perciò di ridimensionare le posizioni dominanti sbarrando la raccolta pubblicitaria


con un tetto: come avviene nel mondo liberale!

La parola ad un deputato della sinistra indipendente: " le frequenze sono essenziali per la
comunicazione elettronica, ma le frequenze sono il sistema venoso. Il sistema arterioso è la
pubblicità. Se c'è un infarto nel sistema arterioso, il sistema venoso non riceve vita, è la morte
del corpo. È perfettamente inutile, signor ministro, che lei mi consenta di avere una Rolls-
Royce se poi mi obbliga a tenerla in garage. Non posso condurre né una Rolls-Royce né una
Fiat 126 in un mercato dove l'80% della benzina è intercettato e utilizzato da una persona
sola".

Argomenti e esempi efficaci. Berlusconi se ne ricorderà e avrà paura, al momento opportuno di


"questa sinistra illiberale, centralista, dirigista e statalista". Al momento opportuno scenderà in
campo. Il liberista!

Ultima giornata di discussione; chiede di parlare in dissenso dal suo gruppo, il senatore Elia,
DC, generalmente garbato e limpido, ironico e fine. Riferendosi ai socialisti: " Ma perché il
vostro partito attribuisce al fatturato pubblicitario di un'impresa tanto rilievo da farne la "ratio
legis" di questo provvedimento? Ho compulsato l'intervento del sen. Acquaviva, ma non mi è
riuscito di trovare alcun collegamento tra le ispirazioni di cultura politica delle
socialdemocrazie europee e il favore per il polo privato."

"Certo è che le responsabilità del Partito socialista italiano in questa vitale questione sono
gravi. E gravissime sono quelle del suo leader. Perché, mentre vogliamo entrare in Europa, ci
avviciniamo a una situazione di tipo brasiliano, in cui si verifica il massimo del potere politico
del padrone televisivo" Tra il clamore dei missini, dei socialisti e della destra DC il senatore Elia
conclude: " Noi riformisti cattolici democratici abbiamo raccolto le bandiere del pluralismo che
altri hanno lasciato cadere nella polvere di una strada che, se percorsa fino in fondo, non può
non condurci alla crisi finale della nostra democrazia".

Terribile premonizione?

Il CAF è forte e giovedì 22 marzo 1990, il sì del Senato.

Con regalino finale: avrà la desiderata diretta.

Ora tocca alla Camera.

Difendiamo il fatturato della Fininvest, anche a costo di una


crisi di governo.
La legge Mammì alla Camera.
Nascita del paese delle banane.
Dall'approvazione al senato della legge Mammì, Berlusconi ha avuto tre network, in collisione
con la nutrita serie di sentenze della Consulta, la diretta, ha evitato il tetto pubblicitario, ha
chiesto e gli sono stati concessi due anni per mettersi in regola con le limitate prescrizioni
antitrust. Ma non gli basta. Si tormenta sull'unico punto mancante e vive l'approvazione degli
emendamenti anti-spot come un "complotto contro di lui, bersaglio di un'infame congiura.
Mette il broncio, va in giro facendo piagnistei pubblici, vittimismo, lamentazioni. Dirà il 3 aprile
1990 :" Dopo il voto al senato sulla legge Mammì, il nostro stato d'animo è di indignazione.
Siamo affranti per questa decisione. Si sono create delle lobby che hanno voluto che le cose
andassero diversamente dai nostri progetti. E domenica 22 aprile: " Il cittadino Berlusconi è
indignato perché il suo senso di giustizia è ferito. In tre settori importanti, calcio, televisione ed
editoria, accadono cose ingiuste ai miei danni". Un suo "alleato", Mammì, dirà, senza volerlo
dire: "La lamentela giustificata muove a sdegno l'animo del giusto. Quella ingiustificata è come
il pianto dei bambini, all'inizio intenerisce, poi rompe le scatole". (aforisma di Mammì non
riferito a Berlusconi e detto molto tempo prima). Però è calzante.

In effetti tutto non va a gonfie vele e i problemi, per Berlusconi, sono tanti. Nella vicenda
Mondadori cominciano ad uscire sentenze favorevoli a De Benedetti, Berlusconi perde la
presidenza. La Consulta potrebbe revocare da un momento all'altro e rendere incostituzionale il
decreto Berlusconi-Agnes del 1985, per il ritardo, oltre ogni ragionevole limite di tempo,
dell'approvazione di una legge. La sentenza della Corte pesa come un macigno, ma il
"macigno" traccheggia nel cassetto del Presidente, Francesco Saja. Traccheggio senza stile e
criticato aspramente dai banchi della sinistra indipendente e dal senatore Lipari, della sinistra
democristiana: "dispiace vedere che la Corte lascia le sue sentenze stagionare come i
prosciutti".

Se la sentenza esce, i network chiudono.

La legge Mammì-Craxi-Andreotti-Giacalone (estensore ombra) approda alla camera il 12 luglio


1990.

In Transatlantico voci inquietanti parlano di una maggioranza blindata, di accordi segreti tra
Andreotti e Craxi, candidati alla Presidenza della Repubblica in scadenza per il 1992. Nessun
spazio per le opposizioni e per l'area De Mita-Bodrato. Via la norma anti-spot (sancita da una
direttiva CEE), come vuole Berlusconi. Si prevedono voti di fiducia a raffica.

Walter Veltroni dice:" Il 18 giugno, Berlusconi, uno dei soggetti in gioco in questa legge, nel
corso di un'assemblea di venditori di pubblicità Fininvest, ha detto che vi sarebbe stato il voto
di fiducia sulla legge Mammì (posso mostrare il testo). Era il 18 giugno, nessuno aveva
discusso di questa ipotesi. Eppure Berlusconi l'annunciava come chi sa di poter dettare legge,
come chi sa di poter imporre la sua volontà. Sarebbe paradossale che il Parlamento si trovasse
ad operare in una simile condizione di sovranità limitata. Così dopo il "decreto Berlusconi" ci
troveremo di fronte alla "fiducia Berlusconi". Quella fiducia non sarebbe null'altro che
l'esecuzione di un ordine dato. Ministro Mammì, se il governo imporrà la fiducia sarebbe un
atto di prepotenza e di irresponsabilità".

Parole da condividere in pieno.

Ma l'irresponsabilità dei nostri governanti di allora supera il limite della decenza anche in
questa occasione e si compie un atto che definirlo farsesco, è semplicemente il minimo che si
può fare.

Nottetempo si consuma una burrascosa riunione del gruppo democristiano. Se Andreotti porrà
la fiducia, sarebbe la crisi di governo per il ritiro dei ministri della sinistra. Si arriverà a tanto
per difendere gli spot all'interno dei film, proibiti dalla Comunità europea e già eliminati dal
Senato?

Ma l'Italia non è solo la quinta o sesta potenza industriale, ma anche la prima della repubblica
delle banane.

Andreotti pone la fiducia, cinque ministri si dimettono e, invece della crisi di governo, Andreotti
li sostituisce in quaranta secondi per far sopravvivere gli spot di Berlusconi. Un rimpasto di
governo rapido mentre si approva una legge. Neanche nel paese delle banane, che non sia
l'Italia del 1990, si sarebbe arrivati a tanto!

Ciò che distingue i bananieri dagli imprenditori veri è che i secondi fanno i loro affari
misurandosi col mercato e con le sue regole; i primi utilizzano i padrinaggi politici per piegare il
mercato ai loro interessi. Berlusconi è un bananiere a ventiquattro carati, cioè un uomo d'affari
che fa i suoi affari con la politica. È un lobbista di tali dimensioni da poter disporre, quando
sono in gioco i suoi interessi, addirittura della maggioranza parlamentare.

Bello ed efficace l'intervento di un senatore della sinistra indipendente che, otto giorni dopo, in
Senato concluderà, rivolto ad Andreotti, così: " Non è la prima volta, signor presidente, che il
suo partito si divide. È accaduto tante volte in questa seconda metà del secolo, e certo
peccherei di superficialità se riducessi le contrapposizioni forti, gli assalti vicendevoli, gli assedi
e le imboscate a sola lotta per il potere. Molte volte a spaccarvi sono state sono state le grandi
opzioni, le idealità forti, anche una tensione etica. Ma è così ora? Forse è la prima volta che un
democristiano presidente del Consiglio spacca il suo partito non su una questione decisiva per
la vita del paese, ma per il fatturato di una ditta amica".

Quando questi partiti, che hanno protetto il fatturato di Berlusconi, saranno giustamente
spazzati via da tangentopoli, ci penserà lui stesso a difendere i suoi interessi. Nascerà Forza
Italia. Forza Fininvest.

Ma la legge che torna al Senato è manifestamente anticostituzionale e la sinistra, non arresa al


varo di una legge sicuramente illegittima, rinnova le proposte correttive. Nella memoria dei
senatori di allora restano quattro giornate deprimenti. Contingentati i tempi di intervento e una
pioggia di voti di fiducia fanno si che la legge venga approvata senza che venga consentito
nessun riesame serio.

Ancora un senatore della sinistra indipendente: " Abbiamo letto di un Berlusconi che rassicura i
venditori di pubblicità dicendo loro che la libertà di spot sarà per anni garantita e che sulla
legge sarà posta la fiducia. Abbiamo letto di un Berlusconi che va a palazzo Chigi, incontra il
sottosegretario Cristofori, esamina le proposte di mediazione, le boccia, e queste rientrano.
Così è nata questa legge, con pressioni esterne, patrocini autorevoli, ingiunzioni, minacce, fino
a quella di sciogliere le Camere. Colleghi, Berlusconi ci scioglie! Berlusconi pone la fiducia e
interrompe anticipatamente la legislatura!"

Il 6 agosto 1990, la legge viene approvata definitivamente.

Il paese delle banane concede ad un uomo un monopolio privato in un settore strategico che,
oltre che permettergli un arricchimento incontrollato, gli permette il controllo di una buona
fetta dell'informazione e della pubblicità. Anche politica. E degli spot politici, diretti o mediati
da star televisive, farà illegalmente un grande uso, per difendere il privilegio ottenuto con la
compiacenza di una classe politica colpevole.

Nel mondo intanto si ride del Bel Paese.

I ministeriali di Berlusconi
Il non politico (sic), l'imprenditore di successo (sic), l'uomo del fare (sic), colui che
non perde occasione di tacciare di dirigismo e di centralismo l'opposizione, è l'uomo
che del centralismo e del dirigismo politico degli anni del CAF ha tratto i maggiori
benefici. Non ha dovuto elaborare strategie per "vincere nel mercato libero": gli è
stato regalato, dalla politica, l'intero mercato privato! E lui nei ministeri elargiva
denaro a piene mani.
Torniamo ai 15 giorni prima dell'approvazione della legge Mammì, il 17 luglio 1990.
Conosceremo un rigiro di uomini "ministeriali" corteggiati dalla Fininvest e dalla Fininvest
pagati nell'approssimarsi del voto finale.

In quella data, Remo Toigo, fornitore di attrezzature elettroniche, costituisce a Segrate la


"Federal Trade Misure", denominazione di una s.r.l. con un capitale di soli 20 milioni e senza
personale. Avrà dal ministero delle Poste e Telecomunicazioni un appalto per 28 miliardi e 800
milioni! Soldi dei contribuenti e spesi inutilmente visto che il Ministero è fornito di uomini e
mezzi per la bisogna

L'idea è del ministro delle poste Mammì e di Davide Giacalone, 28 anni, PRI, suo assistente,
"invaghito" di Silvio Berlusconi cui dedicherà pagine apologetiche in un libro del 1992 : " La
guerra delle antenne" Sperling e Kupfer editori. Amore totalmente corrisposto. Dice di lui
Berlusconi: " è uno dei più competenti per quanto riguarda la tecnicalità e la legislazione in
materia di televisioni".

Ed infatti è lui il redattore ombra della legge Mammì.

Il direttore dell'Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, il gaudente Giuseppe Parrella, poi in
carcere con Giacalone, estorce a Toigo il 60% della società e passa una quota di tangenti a
Giacalone. Il rampante e ruspante giovanotto dirà di aver preso i soldi per il partito e per
finanziare la campagna elettorale di Oscar Mammì, contraddetto da La Malfa che ammette una
quota di tangenti per il PRI, ma sostiene che il "grosso" finisce nell'arricchire personalmente il
Giacalone. In quel periodo il Giacalone compra un lussuoso attico a Trinità dei Monti a Roma e
un casale in Toscana, presso Scansano, in Maremma.

Giacalone controlla una società, "Giac & Giac" cui la Fininvest, fa un contratto di consulenza,
grazie alla sua "tecnicalità", per 480 milioni. Il problema è che Giacalone è un "ministeriale"
incaricato di redigere la legge che riguarda la Fininvest. La sede della società è in un ufficio
romano. I proprietari di tale ufficio si chiamano Oscar Mammì, Alessandra Mammì e Lorenzo
Mammì. Indovinate chi sono.

In un libro di Giacalone, fuori commercio, " Della politica e della sua moralità", a pag. 13 si può
leggere: " Se un politico ruba, si accomodi pure in galera: ma non è l'onestà il primo precetto
cui deve attenersi".

Finirà in galera due volte: il 18 maggio 1993, a S. Vittore e il 30 maggio, a Regina Coeli.

Le holding della Fininvest, trasparenza 0, il


quindicennio craxiano, epoca di arricchimenti,
malefatte, volo astronomico del debito pubblico
Come abbiamo visto, nel luglio del 1979 la Fininvest unificata a Roma si trasferisce a Milano,
nell'ex villa Borletti di via Rovani. Umberto Previti lascia. La Fininvest ha finalmente un
presidente: Silvio Berlusconi. Nel consiglio di amministrazione siedono il fratello Paolo e il
cugino Giancarlo Foscale.

Solo il 3.9% del capitale è intestato a Berlusconi, il'97% fa capo alle 22 holding, tutte chiamate
Holding Italia e seguite da un numero da 1 a 22. Ingegnoso il meccanismo del controllo:
Berlusconi è proprietario al 100% delle azioni di tredici holding, dalla 8 alla 20 e il totale in suo
possesso è del 50.3%. Controllo mascherato dalle holding. (Marco Cobianchi, "Berlusconi,
svelato il mistero dell'impero", Avvenire, 7 gennaio 1994.)
Una nota importante. Chi controlla il restante 49.7% della Fininvest? Berlusconi ha sempre
sostenuto e dichiarato al garante per l'editoria di possedere la maggioranza della Fininvest, ma
di non essere in possesso del restante 49.7%. Ciò gli ha consentito in seguito di aggirare la
legge sull'editoria con l'aiuto di Mammì che ha sostenuto che gli azionisti di minoranza, anche
se raggiungono il 49.7% possono restare nascosti.

Ma il rapporto del 1993 di Mediobanca, "R&S", bibbia degli analisti finanziari svela la verità, a
legge fatta e frittata pure: " L'intero capitale della Fininvest fa capo direttamente e
indirettamente a Berlusconi".

Berlusconi ha creato una company in mano a lui solo che può, unico nel mondo occidentale,
non rendere conto a nessuno del suo operato. Lui comanda e gli altri obbediscono. È il padre
padrone. Non capita in eguale misura ad Agnelli, a Pirelli, a De Benedetti.

Questa la prerogativa e questa la cultura che ne scaturisce: il potere è tutto suo. Difficile poi,
quando entrerà in politica, l'adattamento ad una realtà regolata in modo diverso, sarà
frustrante la scoperta della distanza tra il governo dell'azienda e quello del Paese.
L'opposizione pretende di controllare, gli alleati pretendono di partecipare alle decisioni. Sugli
alleati di oggi però rileviamo un problema: si sono totalmente già inchinati alle sue decisioni.

Ma torniamo alla storia e chiediamoci: perché quell'architettura complessa con le 22 holding?

Ce lo spiega, parzialmente, Salvatore Sciascia, dirigente dei servizi fiscali Fininvest:" il


meccanismo permetteva l'emissione di prestiti obbligazionari ad un certo tasso d'interesse.
Essendo titoli al portatore, ciò permetteva di tramutare un reddito soggetto ad IRPEF piena, in
uno che scontava un'aliquota più bassa".

Dunque un aggrovigliato assetto societario per alleggerire, legalmente, il carico fiscale. Tutto
legittimo.

Berlusconi, nel 1989 ha detto ad un Master Fininvest: " Noi siamo molto dialettici con il fisco e
cerchiamo di pagare il meno possibile". Ma c'è dell'altro. Lo sminuzzamento del capitale in 22
holding, consente un calcolo non innocente: si abbassa notevolmente il livello di trasparenza,
che per un imprenditore liberale e liberista dovrebbe essere un valore in se. Sino al 1989,
neppure Mediobanca riusciva a conoscere i bilanci della Fininvest. La Fininvest non tollera
neanche i blandi controlli della Consob e non viene neppure quotata in borsa. Nel 1994, in
occasione del voto di fiducia al governo Berlusconi, Filippo Cavazzuti, ordinario di scienza delle
finanze dice:" Perché nelle grandi democrazie occidentali, le imprese di maggiori dimensioni
sono quotate in Borsa, mentre le sue non lo sono?". La risposta fu che le imprese di Berlusconi
hanno rendimenti bassi! Fu replicato: "Non sarà che lei non vuole sottostare alla legge sulla
trasparenza dei mercati finanziari? Lei sa che, una volta quotato in borsa, gli obblighi di
comunicazione, seppur modesti rispetto a quelli che ci sono in Inghilterra o negli USA, sono
pregnanti. Bisogna far sapere dove sono i pacchetti finanziari dati a riporto, a garanzia dei
debiti. Occorre dire dove sono le azioni depositate in garanzia, dove sono i patti di sindacato.
La democrazia economica transita per il mercato borsistico e si basa sulla trasparenza degli
affari e degli assetti proprietari. Questo, signor presidente, per quanto la riguarda non lo
abbiamo ben chiaro" (Atti parlamentari. Senato. XII legislatura. Seduta del 18 maggio 1994).

Il quindicennio craxiano sarà ricordato per le occasioni di carrierismo e di arricchimento, il


potere per la perpetuazione del potere, la "feudalizzazione" del paese e il dileggio per chi
insiste nella questione morale, lo yuppismo, la smania del successo in un deserto di valori, la
goffaggine consumista, il debito pubblico che si allarga a voragine, la perdita del ruolo della
cultura, la gara delle televisioni pubbliche e private a inseguire l'audience verso il basso,
l'involgarimento del costume, la libertà dal dovere, i rapporti sociali e politici imbarbariti,
l'arroganza verso le istituzioni.
In quegli stessi anni, le società capitalistiche avanzate conoscono un ciclo di slancio impetuoso
dell'economia. Grandi produzioni e grandi consumi di cose utili e superflue. Grandi sprechi. È
un cambio d'epoca.

Nel 1986 Paolo Sylos Labini ci dice:

"Da alcuni anni sono in atto mutamenti di grande portata, originati da grandiose trasformazioni
tecnologiche, tra cui quelle connesse con i multiformi sviluppi dell'elettronica e, in particolare
dell'informatica, l'automazione e la robotizzazione." ("le classi sociali negli anni 80" P.S.Labini,
Laterza, 1986, pag. 26).

L'onda lunga arriva anche in Italia, ma da noi si apre una fase di "rivoluzione senza
rivoluzione". Per dirla con Gramsci una "rivoluzione passiva".

La rivoluzione del nord est, l'intreccio con le TV


commerciali in un periodo di economia drogata
Dietro l'apparente immobilismo dell'involucro politico, avviene, in realtà, una trasformazione
molecolare dei rapporti sociali fondamentali. Chi sono i protagonisti di questa rivoluzione senza
rivoluzione?

Negli anni '60, durante il primo miracolo italiano, c'era stata una crescita del Nordovest, il
triangolo industriale, accompagnato da una crescita di piccole unità satelliti delle grandi
imprese. Ma fuori dal sistema satellitare, cresce un'economia sommersa fatta da lavoro a
domicilio, basse paghe non sindacali, niente contributi fiscali, evasione fiscale che cambiano
faccia a intere regione del Nordest e del centro, con macchie di leopardo anche nel sud. le
nuove imprese non sono in prevalenza fornitrici di grandi imprese, ma hanno una loro
fisionomia specifica, effetto di leggi dinamiche generali.

L'espansione economica non è mai puramente quantitativa, ma anche strutturale. I bisogni si


differenziano e si ha una crescente differenziazione dei beni e, di conseguenza la
moltiplicazione delle specializzazioni industriali. Nascono le mille e mille micro imprese che
renderanno ricco il Nord Est. Tante persone fiduciose "si mettono in proprio", chiedono più
libertà economiche.

Questo nuovo ceto e la TV commerciale sono nati insieme e insieme crescono intrecciandosi.

La Rai, col palinsesto corto, e il tetto pubblicitario, può dare spazio a un centinaio di grandi
imprese. (ricordiamo che la Rai aveva una programmazione pomeridiana e serale, con due sole
reti e col terzo canale sperimentale). Con Berlusconi, in primis, irrompono sul mercato della
pubblicità decine di migliaia di aziende, persino minuscole e nasce con la Fininvest un bel
rapporto rassicurante: non comprano spazi, ma sistemi promozionali mirati. Publitalia entra in
fabbrica, studia il prodotto, ne escogita il lancio, segue e se necessario rimodula e cambia il
messaggio, con ricadute spesso soddisfacenti e fatturati in sensibile ascesa.

E allora il ragionamento è semplice e semplicistico:" tu Rai, azienda di stato, in mano ai partiti,


lottizzata, mi hai tenuto sull'uscio. A darmi visibilità è venuto un imprenditore libero, con i suoi
spot, che significano più vendite, più ricchezza, rafforzamento delle imprese, occupazione”.
Accolgono il Biscione riconoscenti, trovano stucchevoli le dispute sul monopolio
dell'informazione e delle risorse. Publitalia fattura 909 miliardi nel 1984, 1000 miliardi e 408
milioni nel 1985 e duemila miliardi nel 1986.
Nell'intreccio tra Fininvest e la nuova imprenditoria entra la grande distribuzione, con Standa
che si ritaglia una buona fetta del mercato (13%). Per una moltitudine di piccoli produttori
locali è garanzia di smercio nell'intero territorio nazionale: entrano in un circuito con 259 filiali,
200 punti vendita, 17.000dipendenti, 8 milioni di clienti l'anno. Interessi miliardari in cui
Berlusconi comincia a pretendere ringraziamenti particolari.

Un'età dell'oro? Craxi, al governo dal 1983 al 1987, lo lascia credere con un messaggio
costante, continuo, assillante, un messaggio che riempie le televisioni pubbliche e private e la
stampa cortigiana.

La nave va. Il made in Italy mai così in voga. L'Azienda Italia tra le più grandi del mondo. E giù
polemiche contro il rigorismo "catto-comunista", contro il catastrofismo. Allegria! La Milano da
bere e…da mangiare.

Poco importa se il debito pubblico cresce vertiginosamente. Con Craxi presidente è il


momento peggiore. L'Italia si indebita in modo enorme, per farsi bella all'interno, per
l'onda lunga socialista. Per il potere per il potere.

Nel 1960 il debito pubblico è pari al 40% del PIL, nel 1980 rasenta il 55% (15 punti
in vent'anni), nel 1993 vola al 120%. In tredici anni, negli anni di Craxi, del CAF e di
Berlusconi, si ha un esorbitante spesa sociale, ingiustificata. Ma gli italiani non
manifestavano, salvo votare si al referendum contro il punto di contingenza!

Tutti contenti? Ecco, l'Italia del CAF, di Craxi, si ripropone, con le stesse
caratteristiche di edonismo, rampantismo, euforia, aggressività, crollo degli interessi
culturali…con Silvio Berlusconi, erede naturale. Gran conoscitore di quei bei tempi
andati. Anch'egli protagonista della "rivoluzione passiva".

Commenterà Antonio Martino, ex liberale, ministro della difesa, di Forza Italia:

" Mi sembra incontrovertibile che il dissennato dissesto della nostra finanza pubblica
debba essere interamente imputato al periodo 1980-93: in quei tredici anni abbiamo
contratto nuovi debiti per oltre un milione e 650 mila miliardi!"

Chi sta pagando, principalmente, questo debito?

Naturalmente tutte le finanziarie lacrime e sangue hanno inciso in modo più consistente sulle
tasche di coloro che hanno redditi bassi, le classi lavoratrici, le famiglie monoreddito, quelli
che guardavano lo sfarzo di quegli anni e vi si opponevano.

Chi scende adesso in piazza a manifestare? Naturalmente la nuova borghesia agiata, gli
imprenditori, i Liberi Imprenditori Federalisti Europei, il Nord ricco. Coloro che in quegli anni
facevano la rivoluzione passiva con la complicità della classe politica che, nel frattempo ci
mandava in rovina. E vorrebbero la secessione da quell'Italia del Sud, serbatoio di voti
sottoproletari e di disoccupazione, da quel Sud che contesta anch'esso senza una vera analisi
storica e conoscenza della classe politica che ha, intenzionalmente(?), voluto ridurlo nelle
condizioni che conosciamo: la stessa di oggi che ha solo cambiato il nome ma che riassume
tutti i tratti delle caratteristiche del connubio PSI-DC.

E chi guida la contestazione?

Colui che è stato il maggior beneficiario da quella classe politica: Silvio Berlusconi!

Il grande debito:
l'urgenza di scendere in campo...
...per prendersi l'Italia intera
Negli anni del craxismo, anni di gestione dissennata, la filosofia era: crescere comunque,
produrre consumare.

L'euforia consumistica alimenta l'esplosione delle aspettative. Il potere politico, per proprio
tornaconto, le soddisfa. Punta al consenso e il debito pubblico è il prezzo pagato per la
stabilizzazione sociale e politica.

E sul debito pubblico grava il sistema della corruzione, gli appalti gonfiati, in previsione delle
tangenti dovute a una classe dirigente famelica. Tutti i partiti sono coinvolti, ma il sistema di
potere PSI-DC è talmente "blindato" che solo alcuni, fuori dal pentapartito possono partecipare
alla corruzione. Così anche il PCI, partecipa, marginalmente rispetto alla "grande abbuffata", in
special modo la dove la gestione del potere è condivisa col PSI, ma col PSI egemone. Ed è il
caso della Milano degli anni '80, quella Milano che alle recenti elezioni amministrative ha dato
al centro destra, lega compresa, un formidabile e solido consenso. In questa Lombardia, ricca,
si è votato ancora, dieci anni dopo, sull'onda lunga di quel consenso blindato.

Se ci si chiede quindi se la nuova imprenditoria diffusa, affermatasi in quegli anni, ha un


orientamento politico percepibile, si può rispondere che è evidente il segno anti-PCI di allora e
anti-DS di ora.

Si respinge in quanto espressione di statalismo, imposizione di regole avvertite come lacci e


laccioli.

Poi quella "stramberia" di Berlinguer di allora: l'austerità. Ma come, se si reprime il


consumismo, freni la produzione, limiti la crescita delle imprese, sacrifichi l'espansione,
l'occupazione…

Allora si spara contro lo Stato, la partitocrazia, gli uffici pubblici lottizzati, inefficienti e corrotti;
Roma ladrona.

L'aspirazione a un quadro di libertà vuol dire più libertà rispetto al cappio delle infinite pratiche
per qualsiasi iniziativa, basta con l'eccesso di controlli, con le ispezioni tributarie, liberazione
dal potere pezzente di chi porta le proprie frustrazioni dietro una scrivania o uno sportello
pubblico.

Poi lo schieramento dei lavoratori autonomi, dei padroncini, delle partite IVA prende a
bersaglio la grande impresa garantita, assistita. E Mediobanca, di Cuccia, salva dalla rovina i
grandi capitalisti italiani dalla rovina. E allora fuoco contro Mediobanca Nascono due
capitalismi antagonisti.

Si spara con fuoco incrociato contro tutto e tutti.

Unico escluso, anzi beneficiato: Berlusconi. Mediobanca lo tiene a distanza, non piace a Cuccia
come il Cavaliere si è fatto largo, con uno spudorato appoggio politico. La Fininvest svolge
un'attività tutta interna alle frontiere, non si confronta nel mercato globale, non esporta e non
importa, è indifferente ai rapporti di scambio. È una economia chiusa, che non interessa alla
grande finanza.

Attenzione alle date e ai numeri.

Nel 1987 la Fininvest era un'azienda media, a reddito molto alto. Gli utili superiori ai 500
miliardi. Ma Berlusconi, spinto da narcisismo irruente, si lascia andare alla mania di grandezza
e alla voglia di gigantismo.
Nel 1988, l'anno dell'acquisto della Standa, pur crescendo più del doppio il fatturato, da 2600 a
6000 miliardi, gli utili scendo da 500 a 180 miliardi.

Nel 1991 il fatturati supera i 10.000 miliardi, ma l'utile passa a 110 miliardi, solo l'1%!

I dati di fonte "R&S", quindi degli analisti di Mediobanca, ci dicono che nel 1992,
l'uomo del miracolo italiano inverte decisamente i risultati di bilancio: su un fatturato
di 10.469 miliardi, ACCUMULA UN DEBITO DI 4528 miliardi, un'enormità: in cinque
anni da 200 lire di utile per ogni 1000 lire di fatturato, il grande impresario, riesce ad
accumulare un debito di circa 450 per ogni 1000 lire di fatturato! Segnale infausto.

Fallisce l'operazione precipitosa e arruffona di telepiù e nel 1992 il comparto televisivo chiude
in rosso.

Dirà Giuseppe Turani:

" Non si può certo dire che si tratta di una grande performance fra il 1987 e il 1993, Berlusconi
ha moltiplicato per cinque il proprio fatturato, per dodici i debiti e ha ridotto di venti volte gli
utili. Dentro la Fininvest, ex ragazza prodigio della scena imprenditoriale italiana, c'è come una
malattia, una tisi che la consuma giorno dopo giorno" (G. Turani, "Non sono più d'oro le uova
della Fininvest", La Repubblica, 12 febbraio 1995).

L'equilibrio statico è a rischio, l'impero si sta sgretolando e il quadro esterno è ancora più
allarmante.

Un uragano, tangentopoli, spazza via il CAF, gli amici, i complici, i padroni del Parlamento e
delle banche, gli Arcangeli salvatori.

Potrà Berlusconi sopravvivere all'estinzione del ceto dirigente che l' ha "aiutato a superare le
contrarietà" e l' ha abituato ai privilegi, alla subordinazione ai legislatori, alle burocrazie
ministeriali, di banche pronte alle sue esigenze? Può un'azienda che è sempre stata legata al
filo della politica fare a meno di quella politica?

L'unica soluzione è: prendere il posto del CAF, prendersi tutto il Paese. Questo è quello che lui
ha pensato nella primavera del 1993, mentre le banche che leggevano con cura i suoi bilanci
mandavano segnali inquietanti come quello di costringerlo a prendere Franco Tatò come
amministratore delegato perché avevano deciso che di lui non si potevano più fidare, avendo i
suoi debiti superato il livello di guardia. (M. Braun, "L'Italia da Andreotti a Berlusconi",
Feltrinelli, 1995).

Ricorda lo storico tedesco M. Braun

"Soffia nel Paese un vento di sollevazione contro la "nomenklatura" del vecchio regime social
democristiano e Berlusconi, non solo è un potente del vecchio regime, ma è diventato potente
grazie a quel regime"

Ma gli italiani dovranno farsi e rispondersi ad una domanda: ma non sarà che
l'imprenditoria, cresciuta con gli spot Fininvest e le tradizionali clientele dei Grandi
Ladroni ripudiati cerchi rifugio in organizzazioni apparentemente nuove, per
conservare comunque benefici ed impunità, il diritto all'evasione fiscale, all'abuso
edilizio, alla carriera facilitata, il diritto di gestire scuole private con i soldi pubblici,
cliniche private con i soldi pubblici ecc. ecc.?

Entrato in politica per disperazione, Berlusconi non deve travestirsi. L'aspettano così com'è. Di
lui si decanta il meglio e si ama il peggio.
G. Galli, politologo, nel suo "Diario politico" del 1994 cita una riflessione di Giovanni
Cominetti:

" Le televisioni di Berlusconi sono state decisive non tanto per la potente copertura
di propaganda fornita in campagna elettorale ma soprattutto per l'egemonia
culturale che hanno espresso in questi anni. È da più di dieci anni che la "talpa"
Berlusconi scava. In effetti è da più di dieci anni che le reti Fininvest, moderno e
organico intellettuale nazional popolare, costruiscono senso comune e fanno
egemonia."

Lo dimostra l'analisi dell'elettorato di Forza Italia del 1994: è al femminile, con le casalinghe
presenti molto più che negli altri partiti. (A.N. è l'opposto). Molto basso il segmento dei
laureati: il 3.8%.

In assoluto, i forzisti sono quelli che leggono meno quotidiani. Legge un giornale tutti i giorni
solo il 26.9%. Poca stampa e molta televisione, soprattutto Fininvest. Un esempio per tutti:
segue le telenovelas il 20.7% degli elettori italiani, quelli che hanno votato per Forza Italia
balzano al 30.8%! (fonte Eurisko, "l'elettore sconosciuto. Analisi socioculturale e
segmentazione degli orientamenti politici nel 1994" il Mulino, 1995)

Gli elettori di Forza Italia sono i più distanti dalla politica: il 48.6% non si interessa di politica,
non se ne vuole interessare: black-out totale. Sanno solo che Berlusconi è un grande uomo! Lo
dice la TV! Si può raccontare qualsiasi favola, come questa, un po’ lunga che vi ho raccontato,
Berlusconi non è mai stato in politica, è "nuovo" e Forza Italia è "nuova" perché prima non
esisteva. (stessa fonte Eurisko)

Questa quota notevole di elettori sono di idee schematiche ed elementari, esposti alle
suggestioni delle promesse di una tutela economica e di un governo forte. Sostanzialmente in
politica tendono a delegare con una scheda sperando di vedere tutelati loro interessi ed
aspirazioni, così come si gioca al totocalcio o al superenalotto sperando… Neppure nelle fragili
democrazie sudamericane il fenomeno Berlusconi avrebbe avuto la possibilità di diventare il
capo di un'azienda-partito o partito-azienda che produce immagini ed immagini vende.

Nel sistema politico italiano non ci sono state e non ci sono regole contro la concentrazione dei
poteri, che invece, debolmente sono nelle legislazioni dell'Argentina e del Brasile.

Belzebù (o lo Spirito Santo)

Nella cupola dell'impero Fininvest, Marcello Dell'Utri non è, come scrive la stampa, "il numero 3",
né "uno dei dirigenti": è il numero Uno bis. Là dove Berlusconi è il Padreterno, Dell'Utri è lo
Spirito Santo - un potentissimo Belzebù nell'ombra, la cui ombra è speculare alla 1uce"
berlusconiana. Non a caso, Dell'Utri è stato il primo amministratore della prima pietra societaria del
futuro gruppo Fininvest (Immobiliare San Martino, 1974); non a caso, rimarranno sempre nelle sue
mani le chiavi della cassa dell'impero (Publitalia '80, l'aorta finanziaria della Fininvest); e non a
caso, Dell'Utri sarà l'ideatore-regista-organizzatore del partito-setta “Forza Italia”. Nell'artistica
tomba-mausoleo fatta erigere da Berlusconi nei giardini della villa di Arcore, infatti, è stato previsto
anche il sacro loculo che ospiterà le spoglie del Belzebù della Fininvest quando egli passerà a
miglior vita.

Marcello Dell'Utri è stato - insieme all'altra entità della cupola Fininvest, Cesare Previti - uno dei
crocevia nell'oscuro divenire del gruppo politico-affaristico che ha in Berlusconi il rappresentante
ufficiale, ed è soprattutto attraverso l'ambigua figura di Dell'Utri e il suo enigmatico ruolo che
sull'impero Fininvest si staglia l'ombra di Cosa Nostra.

***

Sul conto di Dell'Utri fino ai primi anni Settanta si hanno notizie lapidarie: nato a Palermo l'11
settembre 1941 (come il fratello gemello Alberto), laureato in legge, ha lavorato per un breve
periodo in una banca siciliana. Non è dato sapere quando e perché Dell'Utri abbia lasciato Palermo
per Milano, né quando abbia avuto luogo il suo incontro con Berlusconi e in quali circostanze lo
stesso Berlusconi, a domanda di un magistrato, avrà modo di non rispondere dichiarando reticente:
"Conosco Dell'Utri fin da quando eravamo ragazzi"1.

Stando a una testimonianza priva di riferimenti temporali, Dell'Utri avrebbe svolto un'opera di
mediazione tra Cosa Nostra e Berlusconi avendo la mafia appuntato la sua criminosa attenzione sul
giovane costruttore milanese con minacce estorsive2. Secondo altre voci (allo stato prive di
riscontri), intorno a metà degli anni Sessanta le prime cosche mafiose radicate a Milano e in
Lombardia e attive nel settore edilizioimmobiliare avrebbero progettato un sequestro di persona ai
danni di Berlusconi: la vicenda avrebbe poi avuto una qualche soluzione proprio grazie a Dell'Utri3.

È certo che il 16 settembre 1974, il palermitano Marcello Dell'Utri, già residente a Milano4, si reca
a Roma, al no 1/b di Salita San Nicola da Tolentino (una via attigua alla sede centrale della Banca
Nazionale del Lavoro), e presenzia alla costituzione della società Immobiliare San Martino spa,
della quale viene nominato amministratore unico. 1 promotori della società sono coperti
dall'anonimato e rappresentati da Servizio Italia spa e Società azionaria fiduciaria spa (due
fiduciarie della Bnl Holding)5.

L'enigmatica Immobiliare San Martino (“prima pietra” del futuro gruppo Fininvest, l'identità dei cui
promotori, celati dalle due fiduciarie Bnl, ovviamente Dell'Utri conosce) è una società ulteriormente
strana, poiché rimane del tutto inattiva e “in sonno” fino all'estate del 1977, quando all'improvviso
aumenta il capitale sociale da 1 a 500 milioni, trasferisce la sede sociale da Roma a Milano, e muta
la propria ragione sociale in Milano 2 spa.

Il 13 settembre 1977, Dell'Utri lascia la carica di amministratore unico, e quale amministratore della
Milano 2 spa ex Immobiliare San Martino spa gli subentra il prestanome Giovanni Dal Santo
(commercialista milanese originario di Caltanissetta). Due giorni dopo, il 15 settembre, la Milano 2
spa acquista dalla “società svizzera” Edilnord alcuni terreni di Segrate (Milano) relativi alla
cittadella segratese Milano 2: è l'inizio della progressiva acquisizione della “città satellite” da parte
della Fininvest (costituita anch'essa a Roma, il 21 marzo 1975, da anonimi coperti dalle due
fiduciarie della Bnl6) la quale Fininvest assumerà infatti il controllo della Milano 2 spa e della
Italcantieri, mentre l'imbarazzante Edilnord viene posta in liquidazione a fine '77 dal commercialista
romano Umberto Previti.

La nascita della Immobiliare San Martino, che dà il via all'intricato gioco “incestuoso” di scatole
cinesi originatosi nella romana Salita San Nicola da Tolentino (presso la sede delle due fiduciarie
Bnl), sembra avere lo scopo di portare nel misterioso alveo Fininvest tutto il costruito e il
costruendo della “città satellite” di Segrate, comprese le aree ancora da edificare. In pratica, tutti i
beni e i mezzi acquisiti attraverso le società “svizzere” Edilnord e Italcantieri grazie ai capitali della
Finanzierungesellschaft fúr Residenzen, della Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in
Resindenzzentren, della Cofigen e della Eti Holding, divengono proprietà degli anonimi soci della
Fininvest romana, celati dalle due fiduciarie Bnl. Gli ingenti capitali “svizzeri” trasformati da
Edilnord e Italcantieri in beni immobiliari, divengono dunque proprietà degli occulti soci fondatori
della Fininvest.

In data 2 dicembre 1974, due mesi dopo avere assunto la carica di amministratore della romana
Immobiliare San Martino, Marcello Dell'Utri risulta essere anche l'amministratore unico della
Immobiliare Romano Paltano spa (società proprietaria delle tenute agricole Muggiano e Romano
Paltano situate nel comune di Basiglio, a sud di Milano, sulle quali sorgerà poi la berlusconiana
Milano 3).

Benché fondata a Milano nel 1949, la Immobiliare Romano Paltano spa aveva sede a Ciriè (Torino)
fin dal 1952; è con l'assunzione da parte di Dell'Utri della carica di amministratore che la sede
sociale viene riportata a Milano, presso lo studio del commercialista Walter Donati, in via Sacchi 3
(mentre a Torino, in via Donati 12, rimane attiva ancora per qualche tempo una sede secondaria).
Questo singolare andirivieni di sedi, e la loro stessa ubicazione, richiama assai da vicino prassi
analogamente strane proprie di varie società appartenenti al boss mafioso Vito Ciancimino, le quali
fanno la spola tra Milano, Torino e altre località piemontesi minori ben altro che una semplice
coincidenza, come si vedrà.

A Ciriè, la Immobiliare Paltano risultava essere inattiva; evidenziava nei suoi bilanci 25 milioni in
immobili (terreni e cascine), che dati in affitto le rendevano 5 milioni l'anno. Dopo la nomina di
Dell'Utri, all'inizio del 1975 la sede viene riportata a Milano, e mutato lo scopo sociale: "La società
ha per oggetto l'acquisto, la costruzione, la vendita, l'amministrazione di beni immobili" (il
trasparente riferimento è al nuovo centro residenziale berlusconiano che sorgerà col nome di Milano
3). L'anno successivo, il capitale sociale verrà elevato da 12 a 500 milioni, e il Monte dei Paschi di
Siena (ormai infiltrato dalla Loggia massonica P2) rilascerà una fideiussione di 3 miliardi in favore
del Comune di Basiglio per garantire le opere di urbanizzazione promesse dalla società. Il 25
maggio 1977 si registrerà un nuovo aumento di capitale: un miliardo di lire. L'anno dopo, il 12
maggio 1978, la società muterà nuovamente: si trasformerà in Cantieri riuniti milanesi, con la sede
trasferita in via Rovani 2, quartier generale della Fininvest: a quel punto, di nuovo, Marcello
Dell'Utri uscirà di scena, per comparire subito dopo nell'ambito di alcune società del giro mafioso di
Vito Ciancimino e dei suoi "amici" palermitani.

Perlomeno a partire dal 1974, dunque, Marcello Dell'Utri è certamente e ufficialmente sulla scena
imprenditoriale a fianco di Berlusconi, col quale condivide iniziative e interessi affaristici al punto
da assumere in prima persona le cariche di amministratore unico delle enigmatiche e strategiche
società Immobiliare San Martino e Immobiliare Romano Paltano.

Tuttavia, Berlusconi e lo stesso Dell'Utri nasconderanno accuratamente tali circostanze al Tribunale


di Milano. Nel giugno 1987, nel corso di una reticente deposizione7, Berlusconi dichiarerà infatti
che a metà anni Settanta "Dell'Utri [svolgeva per me] esclusivamente attività di segretariato
personale e di assistente a tutto quello che atteneva [la mia villa] di Arcore" secondo Berlusconi, il
laureato Dell'Utri era insomma una specie di sua personale colftuttofare, anche perché "non mi
risulta che Dell'Utri avesse esperienze e capacità [di amministratore]"; lo stesso Dell'Utri, nel 1982,
aveva avuto modo di rendere un'omissoria deposizione in Tribunale8 dichiarando di essere stato, a
metà anni Settanta, "l'assistente" di Berlusconi. Si tratta di evidenti falsità e reticenze tese a
mantenere nell'ombra la scabrosa figura di Dell'Utri e il fondamentale ruolo da lui avuto nel
divenire del gruppo Fininvest.

Cosa Nostra ad Arcore


Nell'estate del 1974 (poche settimane prima che Dell'Utri divenga amministratore dell'Immobiliare
San Martino, e pochi mesi prima che assuma la carica di amministratore della Immobiliare Romano
Paltano), un pericoloso pregiudicato proveniente da Palermo si insedia nella residenza di
Berlusconi, la villa ex Casati Stampa di Arcore: si tratta del boss Vittorio Mangano, che sei anni
dopo un rapporto della Criminalpol di Milano definirà "pericolosissimo pregiudicato, schedato
mafioso, dalla spiccata personalità criminale"9.

La presenza di Mangano nella berlusconiana villa di Arcore a partire dall'estate 1974, è una vicenda
oscura e nebulosa (sono incerte perfino le date che scandiscono i fatti) con la quale ha stretta
attinenza Marcello Dell'Utri. Il quale Dell'Utri in quel periodo è in "rapporti non solo di dipendenza
ma anche di amicizia con il Berlusconi", essendone "il suo assistente ed abitando addirittura nella
villa [di Arcore] di sua proprietà"10. Dunque, nell'estate del 1974, nella villa di Arcore ex Casati
Stampa risiedono Berlusconi, il suo sodale e presunto “assistente” Dell'Utri, e il boss mafioso
Vittorio Mangano.

Secondo una deposizione di Berlusconi al Tribunale di Milano, il merito della vicenda sarebbe stato
il seguente: "[Avevo] bisogno, ad Arcore, di un fattore, più precisamente di un responsabile della
manutenzione dei terreni e della cura degli animali, cioè cavalli avendo in animo di impostare una
attività di allevamento di cavalli [ ... ]. Avendo bisogno di un responsabile per la cura della suddetta
attività, chiesi a Dell'Utri Marcello di interessarsi anch'egli di trovare una persona adatta, ed egli mi
aveva appunto presentato il Mangano Vittorio come persona a lui conosciuta, più precisamente
conosciuta da un suo amico [di Palermo]. Il Mangano si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore
e cioè nella mia villa, ex villa Casati, e ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto
nella villa, uno dei convitati, il signor Luigi D'Angerio, era stato vittima di un sequestro di persona
casualmente sventato dall'arrivo [dei Carabinieri]. Nell'ambito delle indagini seguite a questo
sequestro emerse che il Mangano Vittorio era un pregiudicato. Non ricordo come il rapporto
lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento da parte delle Forze dell'ordine o per suo
spontaneo allontanamento; ricordo comunque che qualche tempo dopo fu tradotto in carcere. Non
conoscevo il Mangano prima che me lo presentasse il Dell'Utri Marcello. Tengo a precisare che non
è che Dell'Utri mi abbia direttamente proposto il Mangano Vittorio, ma fu una mia scelta su una
rosa di nomi che mi si prospettavano. Non feci preventivamente indagini su Mangano Vittorio, e la
mia scelta cadde su di lui in quanto mi diede l'impressione di una persona a posto e competente"11.

Secondo il settimanale “L'Espresso”, Mangano "venne arrestato il 27 dicembre 1974 e trasferito da


Arcore in un carcere siciliano: ma in cella restò meno di un mese perché il 22 gennaio del 1975
tornò libero. Il suo peregrinare tra denunce, condanne, processi, arresti e scarcerazioni continuò
senza soste [ ... ]. Nella stagione milanese, forse quando ancora lavorava [per Berlusconi] ad Arco
re, accadde qualcosa che solo anni dopo finì in un rapporto della polizia con tanti interrogativi: una
lettera di minacce a Berlusconi, il cui contenuto è sconosciuto e, subito dopo (26 giugno 1975), una
bomba a via Rovani, negli ufficiresidenza di Milano della Fininvest. Si legge in un rapporto della
Direzione centrale della polizia criminale nella parte dedicata ai rapporti tra Mangano, Dell'Utri e
Berlusconi: “All'epoca le indagini non portarono ad alcun esito, anche perché nessuno informò gli
inquirenti che lo stabile era di Berlusconi, ma lo dichiararono di proprietà della Società generale
attrezzature sas”"12.

Secondo il settimanale “Avvenimenti”, "a Milano (dove soggiornava al lussuoso Hotel Duca di
York) Mangano rischiava il foglio di via dalla Questura a causa dei suoi precedenti penali e della
mancanza di un lavoro che ne giustificasse la presenza in Lombardia": dunque, il lavoro ad Arcore,
alle dipendenze di Berlusconi con mansioni di “stalliere”, sarebbe stato il provvidenziale espediente
volto a garantire al boss mafioso la presenza a Milano e la copertura alla sua criminosa attività
infatti, "il licenziamento [di Mangano da parte di Berlusconi] arrivò solo nel 1980, pochi giorni
prima del suo arresto per traffico di stupefacenti e altri reati"13.

"Interrogato dal G.I. di Palermo, in data 10 luglio 1980, il Mangano dichiarava che: in Arcore si
serviva della scuderia “Garcia Pepito” per custodire i cavalli da lui acquistati e che faceva poi
trasportare a Boccadifalco (Palermo), dove li vendeva. [Ma] non sapeva indicare alcun nominativo
di acquirenti, né l'esatto luogo, in Boccadifalco, dove erano custoditi... [Il Mangano dichiarava
inoltre] di essere sorvegliato speciale da tre anni, con divieto di soggiorno a Milano"14.

Secondo il boss Giovanni Ingrassia, "il Mangano si occupava del settore dei cavalli in Milano, dove
ne aveva fatto comprare a Berlusconi e li aveva anche allevati durante la sua residenza ad Arcore...
[E quando Ingrassia aveva manifestato l'intenzione di svolgere un'attività nel settore televisivo] il
Mangano aveva detto di poter spendere una parola in suo favore col Berlusconi"15.

Certo è che il singolare “stalliere” berlusconiano Vittorio Mangano, noto mafioso e


pluripregiudicato, amante dei cavalli ma “commerciante” di “cavalli” intesi nel lessico di Cosa
Nostra come partite di droga, tra il 1975 e il 1980, fra arresti e scarcerazioni, continua a muoversi
lungo la direttrice ArcoreMilanoPalermo; ormai quotato boss di Cosa Nostra dedito alla criminalità
finanziaria sulla piazza milanese, continua anche a mantenere stretti contatti con Marcello Dell'Utri.

Nel rapporto della Criminalpol datato 13 aprile 1981 e dedicato alle propaggini di Cosa Nostra
radicate a Milano e infiltrate nei settori "dell'edilizia, delle società commerciali in genere, quelle
immobiliari e finanziarie in particolare"16, è scritto: "Uno dei personaggichiave che ha consentito
di penetrare nell'ambiente della malavita organizzata [radicatasi a Milano] è indubbiamente
Mangano Vittorio, nato a Palermo il 1881940 [ ... ]. Con costui siamo di fronte a un pericolosissimo
pregiudicato, schedato mafioso, più volte denunziato per gravi reati e soprattutto per estorsioni,
sottoposto alla misura della sorveglianza speciale della Pubblica sicurezza con l'obbligo di
soggiorno a Palermo, arrestato per ultimo in data 6 maggio 1980 dalla Squadra mobile di Palermo e
denunziato unitamente ad altri 54 individui per associazione per delinquere di tipo mafioso
finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti"17.

Sottoposto a intercettazioni telefoniche nel periodo 515 febbraio 1980, il Mangano ("restio a
parlare dal suo telefono di casa [perché] ha sempre la preoccupazione che sia tenuto sotto
controllo", precisa il rapporto) risulta "coinvolto, interessato o cointeressato in imprese commerciali
e finanziarie con vorticosi volumi di affari su scala nazionale e internazionale. Sono le imprese di
cui i mafiosi si servono sia per riciclare il denaro sporco provento delle molteplici attività illecite di
cui quotidianamente si occupano, e sia per dare una facciata ufficiale di legalità e di copertura alle
loro azioni criminali. Spesso [intestatari di tali società] compaiono uomini di paglia o teste di
legno ... ".

Nel suo rapporto, la Criminalpol registra numerose connessioni tra il Mangano e Arcore nel corso
del 1980: in una conversazione telefonica tra due boss, uno dice all'altro "che attende la chiamata di
Vittorio e che ad una certa ora dovrà accompagnarlo ad Arcore. Il Vittorio è senza alcun dubbio il
Mangano Vittorio, che ad Arcore possiede o sarebbe interessato a una scuderia di cavalli". Secondo
altre intercettazioni telefoniche, ad, Arcore si tiene un summit mafioso alla presenza del Mangano;
ancora: "Giovanni Ingrassia chiama l'utenza 039/617051 e parla con Mangano Vittorio [ ... ].
L'utenza risulta intestata a Legalupi Edilio TrattoriaPensione di Arcore" conclude la Criminalpol:
"Mangano Vittorio, ad Arcore, per conto proprio o per conto terzi, curerebbe un allevamento di
cavalli". Dunque, cinque anni dopo essere stato lo strano "stalliere" dei supposti progetti equestri di
Berlusconi, il Mangano, amico palermitano del palermitano Dell'Utri, ormai potente boss mafioso
dedito al riciclaggio e alla criminalità finanziaria radicata a Milano, eserciterebbe ancora la
professione di “stalliere” ad Arcore.

Nel citato rapporto, è anche riportata una prima conversazione telefonica tra due boss, ancora
risalente al 5 15 febbraio 1980, nel corso della quale viene esplicitamente evocato il nome di
Berlusconi: "Conversazione tra Giliberti Claudio e Ingrassia Giovanni. Giliberti chiede al suo
interlocutore se ha letto l'articolo su Berlusconi. L'Ingrassia risponde negativamente e poi aggiunge:
“Porca puttana, ragazzi... è il massimo, no? Ma di fatti è la nostra prossima pedina... Perché, ti
vergogni a dirlo?”. Giliberti risponde di no". Giliberti e Ingrassia risultano essere alle dipendenze di
Vittorio Mangano: sono infatti gli amministratoriprestanome della sua società Promotion Team 2
srl.

La prova provata dei perduranti rapporti e degli incontri a tutto il 1980 tra Marcello Dell'Utri e lo
“stalliere” esponente di Cosa Nostra, è in una conversazione telefonica riportata a pag. 37 del
rapporto Criminalpol, nel corso della quale viene nuovamente evocato Berlusconi: "Mangano parla
con tale Dell'Utri e, dopo averlo salutato cordialmente, gli chiede se ha telefonato “Tony
Tarantino”. L'interlocutore risponde affermativamente e aggiunge che “Tony Tarantino” ha lasciato
detto che avrebbe chiamato il Mangano in albergo alle ore 16. Il Mangano riferisce allora a
Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il “cavallo” che fa per lui18. Dell'Utri sorride
e risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano non ci crede, [ ... ] e con
tono scherzoso gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. [Dopo aver parlato di Alberto
Dell'Utri, fratello di Marcello, detenuto nel carcere di Torino in seguito al fallimento della Venchi
Unica], Mangano chiede notizie dell'ufficio. Dell'Utri risponde che quello dove era stato anche il
Mangano ha chiuso perché la società è fallita [ ... ]. Mangano chiede quindi se ha sentito “Tonino”.
Dell'Utri risponde negativamente. La conversazione poi si chiude e i due interlocutori fissano un
appuntamento cui parteciperà anche “Tonino”, in albergo da Mangano, e cercheranno di
"sbrogliare" una situazione ... ".

Dunque, a tutto il 1980 Marcello Dell'Utri continua a mantenere stretti rapporti col potente boss di
Cosa Nostra Vittorio Mangano, esponente di primo piano della ragnatela mafiosa di tipo finanziario
che è "il vero cervello e il centro motore del crimine organizzato in Lombardia", della quale sono
parte anche alcune società appartenenti "ai fratelli Fidanzati [Gaetano, Antonio, Giuseppe, Carlo],
pericolosissimi pregiudicati mafiosi palermitani", e le cui propaggini arrivano alle banche
svizzere19. Del resto, secondo un'attendibile testimonianza, Dell'Utri fin dal 1975 è di casa al
ristorante milanese “Il Viceré”, gestito da mafiosi e frequentato da mafiosi: "Dell'Utri frequentava e
aveva stretti contatti con quel giro di siciliani e palermitani"20.

Del boss Vittorio Mangano, amico di Dell'Utri e “stalliere” alla corte di Berlusconi, accertato
“uomo d'onore” dedito alla criminalità finanziaria sulla piazza milanese quale nevralgico crocevia
del traffico di droga e del riciclaggio, ha modo di parlare il magistrato Paolo Borsellino nel corso di
un'intervista risalente al maggio 1992 (due mesi prima di morire per mano di Cosa Nostra)21.

Dichiara Borsellino: "Vittorio Mangano l'ho conosciuto negli anni fra il '75 e l'80. Ricordo di avere
istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private
palermitane e che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste cliniche venivano
inviati dei cartoni con [dentro] una testa di cane mozzata [ ... ]. Attraverso un'ispezione fatta in un
giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo
sepolti i cani con la testa mozzata. Mangano restò coinvolto in questa vicenda perché venne
accertata la sua presenza in quel periodo come ospite di questa famiglia che era stata l'autrice
dell'estorsione [ ... ]. Poi l'ho ritrovato nel maxiprocesso [di Palermo] perché il Mangano fu indicato
sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di
Pippo Calò22 [ ... ]. Si accertò che Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città dove, come
risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che
conducevano alle famiglie palermitane [ ... ]. Il Mangano è stato poi condannato per questo traffico
di droga... in primo grado a una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione (pena confermata dalla Corte
d'Appello) [ ... ]. Mangano era una delle "teste di ponte" dell'organizzazione mafiosa nel Nord
d'Italia... un personaggio che suscitò [negli inquirenti] parecchio interesse anche per questo suo
ruolo un po'diverso da quello attinente alla mafia militare [anche se comunque] non disdegnava il
ruolo militare all'interno dell'organizzazione mafiosa [ ... ]. Marcello Dell'Utri non è stato imputato
nel maxiprocesso [di Palermo], ma so che esistono indagini che lo riguardano, e che riguardano
insieme Mangano [ ... ]".

Nel corso della intervista, il giudice Borsellino ricostruisce così l'infiltrazione mafiosa nel Nord
d'Italia: "All'inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa.
Un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò
addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una
massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco.
Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così
si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi
movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema di effettuare
investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta
tangenziale all'industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità,
quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in
possesso".

Gli intervistatori a quel punto domandano al magistrato antimafia: "Dunque, lei dice che è normale
che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?", e Borsellino risponde: "t normale il fatto che chi [come
Cosa Nostra] è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro
impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l'organizzazione criminale a un certo
punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti
industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non
meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con
questi ambienti industriali [ ... ]. Mangano era una persona che già in epoca oramai diciamo databile
abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche
modo in un'attività commerciale. È chiaro che era una delle poche persone di Cosa Nostra in grado
di gestire questi rapporti [ ... ]. Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni siamo probabilmente alla
fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta appaiono a Milano, e fra questi non
dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono
negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona".

Al rapporto Criminalpol datato 1341981, la magistratura farà seguire una raffica di arresti a Milano
e in altre città (il blitz, effettuato dalle forze dell'ordine il 14 febbraio 1983, verrà ribattezzato
“Operazione San Valentino”). Tra la selva di arrestati appartenenti alla galassia mafiosa dedita alla
criminalità finanzia ria, anche i boss Antonio Virgilio e Luigi Monti, poi rinviati a giudizio come
scritto dalla Criminalpol perché "a capo di un complesso di società immobiliari, perlopiù costituite
in forma di srl, [società da ritenersi probabili] canali di immissione e “riciclaggio” di masse di
denaro di dubbia provenienza"23.

Al momento dell'arresto, Virgilio e Monti (così come altri boss, ad esempio Salvatore Enea)
risultavano avvalersi, per i loro sporchi traffici finanziari, della Banca Rasini (un piccolo istituto di
credito milanese, con un solo sportello)24. Della stessa Banca Rasini, Luigi Berlusconi (padre di
Silvio) era stato un funzionario fino alla fine degli anni Settanta; la Banca Rasini, negli anni
Sessanta, aveva sostenuto le prime speculazioni edilizie di Silvio Berlusconi25; presso la Banca
Rasini erano affluiti parte dei capitali “svizzeri” delle anonime Finanzierungesellschaft fúr
Residenzen (Lugano), Aktiengesellschaft fúr Immobilienlagen in Residenzzentren (Lugano),
Cofigen (Lugano) e Eti Holding (Chiasso), utilizzati da Berlusconi per finanziare l'attività della
Edilnord srl e della Italcantieri srl.

"La flagrante connivenza della Rasini con Monti e Virgilio rientra nel novero dei più vasti rapporti
che la banca intrattiene con esponenti della “mafia dei colletti bianchi” e con personaggi a essa
mafia attigui, come il costruttore Silvio Bonetti. Il comune tornaconto è tale che a un certo punto il
malavitoso “giro” mafioso manifesta alla Rasini la “disponibilità a trattare l'acquisto del pacchetto
azionario di controllo della banca sulla base di una valutazione dell'intero pacchetto di lire 40
miliardi”"26.

Stando alle ammissioni del boss mafioso “pentito” Salvatore Caricemi (già fedelissimo di Totò
Riina)27, la Fininvest, negli anni Ottanta, pagava il “pizzo” a Cosa Nostra 200 milioni l'anno (forse
per proteggere gli impianti televisivi dei networks installati in Sicilia). Secondo Cancemi, il pizzo
della Fininvest perveniva a Cosa Nostra in una valigetta per il tramite di un misterioso “ragioniere"
che fungeva da ufficiale pagatore a nome di Marcello Dell'Utri, e veniva riscosso da Vittorio
Mangano. Nel 1987, il Superboss Totò Riina aveva avocato a sé il rapporto col misterioso emissario
di Dell'Utri: il Mangano sempre secondo Cancemi ne era rimasto molto contrariato, ma infine aveva
dovuto prendere atto dell'esautoramento.

"II nome di Dell'Utri e della Fininvest è stato fatto da Cancemi anche a proposito di altri due
episodi, raccontati con meno particolari. Il primo, a proposito di un interesse della Fininvest nel
campo immobiliare a Palermo, senza però citare uomini o società impegnate. Il secondo, sempre
con [Marcello Dell'Utri] a far da protagonista, a proposito di ospitalità e riunioni offerte da Dell'Utri
in una sua villa in Lombardia. Forse, ha aggiunto Cancemi, a casa Dell'Utri potrebbero essere stati
ospitati anche dei latitanti. E per questo il primo obiettivo [degli inquirenti] è stato quello di
ordinare i riscontri delle cose dette da Cancemi, dunque verificare l'esistenza di una villa e sondare i
mafiosi indicati dal pentito come ospiti di casa Dell'Utri"28.

***

In merito alla misteriosissima vicenda del boss mafioso Vittorio Mangano insediato nella sua villa
di Arcore, Berlusconi nel marzo 1994 troverà modo di fornire una nuova versione in aperto
contrasto con quanto aveva affermato al Tribunale di Milano sette anni prima (quando aveva
dichiarato di "non ricordare" come fosse finito il suo rapporto con lo “stalliere” mafioso insediato
nella sua villa di Arcore): " [Mangano] lo licenziammo non appena scoprimmo che si stava
adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite"29; ma ciò che il disinvolto presidente del
Consiglio in pectore evita comunque e accuratamente di chiarire, è il perdurare perlomeno a tutto il
1980 dei rapporti e degli incontri tra il suo sodale Marcello Dell'Utri e il potente boss mafioso
presuntamente “licenziato” anni prima.

Nello stesso marzo 1994, anche Dell'Utri offre una sua nuova versione30 della scottante vicenda:
"Ho conosciuto Mangano nella Palermo anni Sessanta: ero allenatore della Bacigalupo, squadra di
calcio giovanile. Era una specie di tifoso. Commerciava cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Mi ero
trasferito a Milano (1961), ero diventato assistente di Berlusconi (1973). Mi incaricò di cercare una
persona esperta di conduzione agricola. Così chiamai Mangano. Rimase ad Arcore due anni. E si
comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli. Ma la notte di Sant'Ambrogio
del 1975, dopo aver cenato con noi, il principe di Santagata fu sequestrato vicino ad Arcore. C'era
una nebbia terribile. L'auto dei rapitori andò a sbattere. E il principe riuscì a fuggire. Le indagini
lanciarono sospetti su Mangano, svelarono che non aveva un passato immacolato. Fu allontanato.
Poi finì in carcere. Mi telefonò anni dopo: voleva vendere un cavallo a Berlusconi [ ... ]. Poco dopo
arrivò la polizia. Intercettavano le telefonate, pensavano a linguaggi cifrati: giri di droga".

Nel ventre della “mafia bianca”

Il rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981 appuntava l'attenzione su Marcello Dell'Utri (e sul suo
gemello Alberto) alle pagine 17576, dove rilevava: "Si è accertato che il Dell'Utri con cui il
Mangano Vittorio conversa amichevolmente nel corso della intercettazione è Dell'Utri Marcello,
domiciliato in via Chiaraválle 7, fratello di quel Dell'Utri Alberto nato a Palermo l'11 settembre
1941, domiciliato anche lui a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979 fu
emesso [ ... ] mandato di cattura per concorso in bancarotta fraudolenta. Tale provvedimento di
cattura fu emesso anche nei confronti di Rapisarda Filippo Alberto, nato a Sommatino
(Caltanissetta), nei confronti di Alamia Francesco Paolo, nato a Villabate (Palermo), e nei confronti
di Breffani Giorgio [ ... ]. 1 predetti, legati al noto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo [ ... ]
originario di Corleone, indiziato da tempo di collusione con la mafia, erano e sono tuttora
interessati, insieme al medesimo Vito Ciancimino, alla InimInternazionale Immobiliare spa, con
sede in Palermo in via Rapisardi 9, e a Milano in via Chiaravalle 7".

"La Inim", proseguiva la Criminalpol, "risulta iscritta alla Camera di Commercio [di Milano] in
data 10 luglio 1978 ed ha come oggetto d'esercizio la mediazione e l'intermediazione di immobili.
Soci risultano Caristi Angelo (nato a Messina), Silvestri Felice (nato a Palermo), e il citato Alamia
Francesco. Nel novembre 1978 viene registrato il trasferimento della sede e della direzione generale
sempre in Milano [ ... ]. In via Chiaravalle 7/9 risulta avere sede anche la Raca spa avente per
oggetto d'esercizio l'esecuzione di lavori di costruzioni edili, civili, industriali [e] compravendite di
immobili. Soci risultano, oltre ai citati Caristi Angelo e Rapisarda Filippo Alberto, anche Della
Puppa Gaetano [ ... ]".

"L'aver accertato", concludeva il rapporto della Criminalpol, "attraverso la citata intercettazione


telefonica il "contatto" tra il Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare
pericolosità criminale, e il Dell'Utri Marcello, ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e
la Raca spa, operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch'esse dalla Mafia e di cui la
Mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti".

Ciò di cui la Criminalpol non si avvedeva in merito alla Inimferma restando la peculiarità di
"società commerciale gestita dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare denaro sporco" è che
di società chiamate Inim ve ne erano ben tre, tutte e tre interne allo stesso giro palermitanomilanese
e legate tra loro da un intricato assetto “incestuoso”31.

Ma l'intrico societario dei cianciminiani a Milano non si limitava alle Inim. In via Chiaravalle 7/9
avevano sede molte altre società: ad esempio la Cofire (intestata a quattro commercialisti, 100
milioni di capitale), la Raca (impresa edile, 100 milioni di capita le), la Sofin (finanziaria
immobiliare che nel 1977 aveva deliberato un aumento di capitale da 100 milioni a 20 miliardi), e
una selva di altre società immobiliari tra loro legate da intricatissimi assetti azionari. Si trattava di
un gruppo finanziarioimmobiliare caratterizzato dalla ingente liquidità: benché dalle oscure e
repentine origini e dagli incerti e intricati contorni, il gruppo InimSofin nel biennio '7677 sulla
piazza milanese era ritenuto un colosso immobiliare nazionale secondo solo alla Beni Immobili
Italia di Anna Bonomi. Proprio grazie all'ingente disponibilità di capitali, il gruppo cianciminiano si
era subito specializzato nel rilevare aziende in crisi: come nel caso della gloriosa immobiliare
milanese Facchin & Gianni (per la quale nel 1976 la InimSofin aveva sborsato 6 miliardi in
contanti, impegnandosi a pagarne altri 22, e rilevando così vaste proprietà terriere e immobiliari)32,
dell'impresa edile di Mondovì Bresciano sas33, e della nota azienda dolciaria torinese Venchi
Unica34.

Alla guida del gruppo InimSofin erano stati posti Francesco Paolo Alamia e Filippo Alberto
Rapisarda35, con la regia occulta (ma non troppo) del boss mafioso Vito Ciancimino. "Alamia e
Ciancimino dispongono di centinaia di miliardi [che utilizzano per rilevare attività fallimentari].
Sulla provenienza [degli ingenti capitali] si fanno molte ipotesi. Una di queste ipotesi è che i
miliardi arrivino dall'estero [provenienti] dai boss che fanno traffici internazionali e che hanno
bisogno di riciclare i loro guadagni [ ... ]. I mafiosi pagherebbero il denaro, pulito in Svizzera, al 30
per cento del suo valore"36. Era convinzione diffusa che l'Inim fosse un gruppo originato dal clan
dei siciliani capeggiato da Vito Ciancimino e appoggiato da potenti esponenti politici Dc della
corrente andreottiana: "Non un solo “cervello”, ma più di uno: a Palermo, a Roma, a Milano, e
anche all'estero. Nomi grossi, gente importante", ammetterà, nel 1979, il latitante Filippo Rapisarda.

Nell'intrico mafioso del gruppo InimSofin formato dal clan dei cianciminiani, Marcello Dell'Utri vi
era entrato ufficialmente nel marzo 1978, con la carica di consigliere di amministrazione della Inim
sas. Stabilendo la sua residenza privata nel palazzo di via Chiaravalle dove il gruppo aveva sede,
Dell'Utri aveva poi assunto altre cariche di primo piano nello scabroso arcipelago societario del giro
finanziarioimmobiliare gestito dal duo AlamiaRapisarda: presidente del consiglio di
amministrazione della Cofire, rappresentante legale delle "controllate" Immobilnord spa e
Immobiliare Concordia srl, e consigliere e amministratore delegato della Bresciano spa37; suo
fratello, Alberto Dell'Utri, aveva assunto la carica di amministratore delegato della Venchi Unica
Duemila. Nel 1979, l'improvvisa interruzione dei flussi finanziari aveva determinato il fallimento a
catena di molte società del gruppo, e aveva poi fatto emergere la natura malavitosa del gruppo
InimSofin e la dedizione alla criminalità finanziaria dei suoi gestori. Il fallimento con bancarotta
della Venchi Unica Duemila38, e della Bresciano39, avevano inoltre reso evidente la strumentalità
del loro “salvataggio” da parte del gruppo finanziario mafioso.

Perché il berlusconiano Marcello Dell'Utri (insieme al gemello Alberto) era entrato nel gruppo
finanziarioimmobiliare dei cianciminiani, gruppo "in concorrenza" col gruppo Berlusconi? E
attraverso quali passaggi questa misteriosa operazione era stata possibile? Perché Dell'Utri, nella
primavera del 1978, era al tempo stesso amministratore della berlusconiana Immobiliare Romano
Paltano e contemporaneamente amministratore di una società (la Bresciano) del gruppo InimSofin?
C'erano forse convergenze affaristicofinanziarie tra il gruppo Berlusconi in crisi di liquidità e il
gruppo Ciancimino ricco di ingenti capitali? Vi era un qualche nesso tra “L'operazione
Dell'UtriInim” e la concomitante affiliazione di Berlusconi (gennaio 1978) alla Loggia P2?

Al Tribunale, Dell'Utri fornirà una versione dei fatti elusiva, menzognera e contraddittoria, fin
dall'inizio: "Conobbi il Rapisarda la prima volta all'incirca nel 1975; egli mi propose degli affari che
non andarono in porto, e tutto per il momento finì lì"40. Ben diverso, e ben altrimenti
circostanziato, il racconto del Rapisarda in merito al suo incontro con Marcello Dell'Utri: "Ebbi a
conoscere Dell'Utri Alberto e Caronna Marcello, nel 1976, in quanto vennero da me negli uffici di
via Chiaravalle per propormi la costituzione di una società [ ... ]; i predetti mi erano stati
raccomandati da Cinà Gaetano di Palermo, che io conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si
presentò da me Dell'Utri Marcello accompagnato da Cinà Gaetano, e in quella occasione il Cinà mi
pregò di far lavorare da me i fratelli Dell'Utri Alberto e Marcello. Il Dell'Utri Marcello già lavorava
per il gruppo Berlusconi, senonché il Dell'Utri Marcello e il Cinà mi dissero che il Berlusconi in
quel momento era in cattive acque, non aveva soldi e pagava poco il Dell'Utri [ ... ]. Conoscevo
Cinà Gaetano da anni, fin dagli anni Cinquanta, avendolo conosciuto insieme a Mimmo Teresi e
Stefano Bontate [boss mafiosi, NdA]. Effettivamente ho assunto Marcello Dell'Utri nel mio gruppo
societario perché era "difficilissimo" poter dire no al Cinà Gaetano dal momento che il Cinà
rappresentava il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontate-TeresiMarchese Filippo. Marcello
Dell'Utri poi mi disse che la sua conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta al fatto
che si era dovuto interessare per mediare tra coloro che avevano fatto estorsioni e minacce a
Berlusconi e il Berlusconi stesso. Mi precisò Dell'Utri Marcello che a seguito di tali minacce
estorsive il Berlusconi aveva fatto andare all'estero provvisoriamente la moglie e i figli. Il Dell'Utri
mi disse anche che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei
mafiosi"41.

La versione di Dell'Utri in merito al suo ingresso nel gruppo Inim dei cianciminiani di Palermo sarà
costellata di inverosimiglianze: "[Nel 1977] ebbi nuovamente un contatto col Rapisarda [che] aveva
ormai assunto il concordato Facchin & Gianni, che era la più prestigiosa impresa immobiliare di
Milano. Il Rapisarda [ ... ] mi parlò di sue proprietà in quel di Peschiera Borromeo, mi portò a
visitarle, e poi mi propose di collaborare con lui nella Bresciano (società di costruzione che aveva
da poco rilevato); mi disse che se avessi accettato mi avrebbe dato il 5 per cento delle azioni della
società [ ... ]; disse anche che la Bresciano aveva lavori in Siria [ ... ], io [andai in Siria] e constatai
che in effetti l'impresa Bresciano stava lavorando in Siria. Man mano che il Rapisarda mi faceva le
sue proposte io ne parlavo con il dottor Berluscon4 col quale ero quotidianamente in contatto.
Faccio notare che il Rapisarda mi aveva proposto uno stipendio all'incirca doppio di quello che mi
dava il Berlusconi. Debbo dire che il Berlusconi, persona molto esperta, manifestò subito grande
perplessità [per la proposta di Rapisarda, ma alla fine] mi suggerì lui stesso di provare ad accettare,
promettendomi che, se la cosa non fosse andata bene, mi avrebbe ripreso con sé: cosa che in effetti
è poi avvenuta. Fu così che entrai alle dipendenze del Rapisarda"42. E ancora: "Fu alla fine del
1977 che io entrai alle dipendenze del Rapisarda. Nel 1978 divenni amministratore delegato della
Bresciano. Faccio ancora notare che per consiglio del dottor Berlusconi, a un certo punto, vedendo
che le cose non erano chiare, consigliai al Rapisarda di assumere come consulente tal ing. Garofalo
Giuseppe affinché egli compisse una sorta di “radiografia” dell'impresa [ ... ]. Di fatto, chi
amministrava la Bresciano era il Rapisarda: io ero amministratore solo di nome; egli mi lasciava
autonomia soltanto per le piccole cose di routine [ ... ]. Mi resi conto immediatamente che [alla
Bresciano] non vi erano dirigenti all'altezza della situazione; i lavori erano in corso ma a rilento; la
società aveva continue necessità di sovvenzioni, che provenivano da banche e dallo stesso
Rapisarda, che non so dove attingesse ai fondi [ ... ]. Il Rapisarda avrebbe voluto che io gli
conferissi procura generale anche con riferimento alla Bresciano, ma io non volli dargliela e ciò
incrinò i nostri rapporti [ ... ]. Quando la Bresciano venne dichiarata fallita, nel gennaio 1979 [in
realtà, nel gennaio 1980, NdA], ovviamente cessai dalla mia carica [di amministratore] e ritornai
non subito, peraltro da Berlusconi"43. "Faccio presente che io ero il firmatario quale amministratore
della domanda di amministrazione controllata [per la Bresciano], ma in realtà tutto era già stato
deciso dal Rapisarda [ ... ]. lo al momento non mi rendevo conto, non essendo esperto in materia [ ...
]. Preciso che il Rapisarda era un “incantatore”, nel senso che riusciva a imporre la sua visione a
tutti"44.

L'equivoco intreccio Dell'UtriRapisardaBrescianoBerlusconi assume tratti grotteschi nella versione


che ne darà lo stesso Berlusconi al Tribunale di Milano una mera “questione salariale” e
“carrieristica” riguardante il suo improvvido e maldestro “segretario personale”: "Marcello Dell'Utri
lo conosco fin da quando eravamo ragazzi, e ricordo che dopo che era venuto a lavorare con me mal
sopportava di svolgere esclusivamente attività di segretariato personale e di assistente a tutto quello
che atteneva casa di Arcore, mentre avrebbe desiderato fare una esperienza dirigenziale e comunque
attivarsi avendo una certa sfera di iniziative nel campo tecnicoprofessionale. Fu per questo, come
egli ebbe a dirmi, che quando gli fu offerto dal Rapisarda di andare a lavorare da lui con un ruolo di
dirigente egli accettò di buon grado, e non soltanto perché avrebbe percepito il doppio di ciò che
prendeva lavorando da me. Tuttavia, dopo l'andamento negativo della sua esperienza nel gruppo
societario del Rapisarda fui io stesso a dirgli di ritornare da me. Non so se subito o successivamente
venne determinato il settore in cui egli avrebbe nuovamente operato, sta di fatto che lo ritrovai più
maturo, tant'è che io gli affidai un incarico all'interno di Publitalia '80, che è la concessionaria di
pubblicità del nostro gruppo45. Mi si chiede se Dell'Utri Marcello, prima e dopo l'esperienza
lavorativa presso il gruppo Rapisarda, avesse una esperienza di amministratore nel senso di una
capacità di amministrare autonomamente un'impresa, e rispondo che né prima, né dopo l'esperienza
lavorativa presso il gruppo Rapisarda il Dell'Utri mi risulta avesse una simile esperienza e
capacità46. Non ricordo quanto effettivamente percepisse il Dell'Utri all'epoca in cui smise di
lavorare presso di me, ma mi riservo di consultare la documentazione eventualmente in mio
possesso e comunicarlo [ ... ]. Posso precisare che le entrate del Dell'Utri, a quanto mi consta
provenienti dall'attività lavorativa, erano esclusivamente quelle derivantigli dallo stipendio che gli
davo, e ribadisco comunque che dal Rapisarda avrebbe preso più del doppio di quello che prendeva
da me"47.

Diversamente dalle fuorvianti amenità berlusconiane, l'ingresso di Dell'Utri nel gruppo mafioso
Inim con funzioni dirigenziali è una vicenda oscura e densa di sospetti. Sospetti che si appuntano ad
esempio sulla questione dei terreni di Peschiera Borromeo della Facchin & Gianni acquisiti dal
gruppo Inim e finiti, nel bel mezzo della vicenda Bresciano, alla Cassa di Risparmio di Asti.
Dichiarerà Rapisarda al magistrato: "[Quando il boss Cirtà mi invitò ad assumere i fratelli Dell'Utri]
sapevo che il Berlusconi aveva chiesto di rilevare la Facchin & Gianni [ma occorrevano] 12
miliardi e non se n'era fatto niente perché il Berlusconi offriva soltanto 6/7 miliardi con un acconto
solo di 300 milioni in quanto non aveva mezzi"48; ma di tutto questo, il supposto “ex segretario
personale” di Berlusconi, Dell'Utri, nulla avrebbe saputo: "Io dei terreni di Peschiera Borromeo
della Milano Parco Est sapevo che c'erano [solo perché] mi ci portava H Rapisarda a fare
equitazione"49.

L'attenzione dei magistrati, tuttavia, si focalizza proprio sulla faccenda dei terreni di Peschiera
Borromeo: finiti alla Cassa di Risparmio di Asti a fronte dell'ingentissima esposizione della
Bresciano, Berlusconi aveva allacciato una trattativa con la Cassa per entrarne in possesso. Ma
Dell'Utri dichiara al magistrato di non esserne a conoscenza, anzi nega risolutamente qualunque
trattativa, ammettendo solo un vago “contatto” del seguente tenore: "Il Marrandino [funzionario
della Cassa di Risparmio di Asti, NdA] una volta mi chiese, nel '7879, non ricordo, di interessarmi
presso Berlusconi alla Edilnord se voleva acquistare i terreni di Peschiera Borromeo intestati alle
Milano Parco Est [ ... ], cosa che in effetti feci, ma non parlando direttamente con Berlusconi, in
quanto sapevo che non avrebbe aderito [poiché] la situazione edilizia anche di Milano 3 era in crisi;
parlai invece, della proposta della Cassa di Asti, alla Edilnord, a persona che ora non ricordo, o a
un architetto dell'ufficio progettazione della Edilnord [ ... ]. Non si trattò in realtà di trattative [ma
solo del fatto che il funzionario della Cassa di Asti] mi disse una frase di questo genere: “Veda un
po', lei che conosce Berlusconi, se è interessato all'acquisto di questi terreni che la Banca intende
vendere” [ ... ]. Si trattò solo di una richiesta di presa di contatti con Berlusconi, ma si trattava di
una proposta generica che finì lì, nel senso che io risposi, pressoché subito, che l'acquisto non
interessava l'Edilnord. Ripeto che non si fecero mai trattative in merito all'acquisto dei suddetti
terreni da parte di Berlusconi o di società del suo gruppo. Escludo che vi siano state delle trattative
con la Cassa di Asti in merito all'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo da parte di Berlusconi o
di società facenti parte del suo gruppo [ ... ]. Ribadisco che trattative concrete per l'acquisto dei
terreni suddetti da parte del gruppo Berlusconi non vi sono mai state, e ribadisco che non vi fu mai
interesse da parte della Edilnord o di Silvio Berlusconi o di società del suo gruppo all'acquisto di
detti terreni [ ... ]. Prendo atto che dalla documentazione acquisita agli atti risulta che la Cassa di
Risparmio di Asti faceva presente nel 1978 alla Banca d'Italia che la situazione inerente la Inim
della esposizione Bresciano era in fase di definizione [poiché] l'imprenditore Silvio Berlusconi era
pronto ad acquistare i terreni siti in Peschiera Borromeo delle Milano Parco Est a ben precise
modalità e prezzi, e rispondo che assolutamente non mi risulta questa situazione"50.

La versione resa al Tribunale di Milano da Berlusconi circa le sue trattative con la Cassa di Asti
aventi per oggetto i terreni di Peschiera Borromeo, nell'ambito della vicenda BrescianoInim, è
l'apoteosi della vaghezza, dell'elusività, dell'ambiguità: "Escludo che nel 1975, a quanto mi posso
ricordare, vi sia stato un interessamento e comunque trattativa, anzi trattative mi sento proprio di
escluderle, per l'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo della Facchin & Gianni, anche perché
all'epoca la Edilnord era impegnata nelle attività edilizie di Milano 2 e Milano 3. Fu soltanto
nell'agosto di circa dieci anni fa [circa 1977] che fui contattato personalmente da un funzionario
della Cassa di Risparmio di Asti, che venne ad Arcore proponendomi l'acquisto di proprietà terriere
in Peschiera Borromeo. Ricordo di essermi [poi] recato ad Asti, nella sede della Cassa di Asti,
nell'agosto di una decina di anni fa, [dopodiché] dieciquindici giorni dopo, anzi non posso
precisare dopo quale tempo, risposi definitivamente che non ero interessato all'acquisto dei terreni.
Tengo a precisare che in realtà non ci fu mai un mio interesse reale all'acquisto di quei terreni: mi
sembrava infatti che l'iter di approvazione degli strumenti urbanistici fosse ancora di lunga
durata51, così almeno mi sembra di ricordare; tuttavia ricordo che per motivi diplomatici e cioè per
evitare di deludere funzionari di istituti bancari e chi me li aveva presentati di cui non ricordo il
nome, atteggiai il mio comportamento nel senso di dare l'impressione di un mio possibile
interessamento futuro"52 ; ma i troppo labili e sfuggenti “ricordi” di Berlusconi non persuadono il
magistrato, che, spazientito, verbalizza: "L'Ufficio fa presente [al teste Berlusconi] l'importanza
processuale in ordine alla circostanza delle trattative svoltesi o meno con la Cassa di Asti per
l'acquisto dei terreni siti in Peschiera Borromeo [ ... ] e invita il teste a essere preciso sul punto,
posto che pur non emergendo allo stato degli atti un suo concreto interesse quale parte privata nel
procedimento penale [a carico di RapisardaDell'Utri], tant'è che viene sentito come testimone, la
risposta in ordine alla questione dell'esistenza o meno di trattative circa l'acquisto di terreni di
Peschiera Borromeo appare essenziale nel presente procedimento ed eventuali reticenze o
imprecisioni sul punto da parte del teste potrebbero fare scattare la necessità di indagini anche nella
direzione del gruppo societario facente capo a detto teste, posto che un'operazione di acquisizione
da parte della Cassa di Asti dei terreni è configurato allo stato degli atti come attività di bancarotta
fraudolenta e tale operazione si è svolta in corrispondenza cronologica col distacco di Marcello
Dell'Utri dalla dipendenza del gruppo societario di Berlusconi e ad operazione compiuta il rientro
dello stesso Dell'Utri alle dipendenze del gruppo Berlusconi medesimo[…]. Si invita pertanto il
teste a rispondere con la massima precisione e chiarezza" e il teste Berlusconi dichiara: "Il tempo
passato è notevole [ ... ], non essendo in grado di fornire attualmente risposte precise alle domande
rivoltemi, mi sembra corretto esperire sulle agende che riguardano quel periodo un'indagine rapida [
... ]. A memoria d'uomo, per quello che posso ricordare, la nostra società non mi sembra, al
riguardo, abbia fatto offerte precise di prezzo d'acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo [ ... ].
Escludo che Marcello Dell'Utri si sia interessato presso di me per caldeggiare o per farmi offerte o
in ogni caso per fare da tramite per la vendita dei terreni di Peschiera Borromeo a me o al mio
gruppo [ ... ]. Durante la fuoriuscita del Dell'Utri dal mio gruppo societario, i rapporti tra me e il
Dell'Utri non furono continuativi e posso immaginare per una specie di pudore derivante dal fatto
che io lo avevo sconsigliato di intraprendere quella attività, cioè quella del Rapisarda; il Dell'Utri
non mi tenne al corrente di cose che riguardavano la sua attività lavorativa con il Rapisarda"53.

In data 18 febbraio 1987, Filippo Alberto Rapisarda inoltra una denuncia contro ignoti per minacce
che avrebbe ricevute: "Sospetto che [tali] minacce possano provenire [tra gli altri] dai fratelli Bono,
o da Virgilio Antonio ultima direzione da cui proviene la ,minaccia di cui alla mia denuncia è dal
gruppo Berlusconi per le denunce da me fatte nei confronti di Dell'Utri Marcello e Alberto"54.
Dopo il crac della Bresciano e della Venchi Unica Duemila, infatti, i Dell'Utri e Rapisarda si
palleggiano le responsabilità penali in un ambiguo gioco delle parti.
Il successivo 13 novembre, Rapisarda ha modo di fornire al magistrato la seguente deposizione sul
conto di Marcello Dell'Utri: "Al ristorante “Il Viceré” [di Milano] andavano a mangiare una
quantità di palermitani e siciliani, e tra questi vi era anche Marcello Dell'Utri, e il Dell'Utri era già
frequentatore e amico del Brucia Domenico [e aveva] stretti contatti con quel giro di siciliani, tant'è
vero che veniva spesso nei suoi uffici della Bresciano in via Chiaravalle un suo amico, che il
Dell'Utri ebbe modo di presentarmi, e che poi seppi dai giornali che era Ugo Martello. Ricordo che
quando costui si recava negli uffici di Dell'Utri, si chiudeva negli uffici stessi del Dell'Utri a
confabulare, e mi ricordo che quando il Dell'Utri mi presentò come suo amico quell'uomo che poi
seppi essere il ricercato Ugo Martello, mi disse che si trattava di un suo carissimo amico, che la sua
società era rimasta creditrice della Venchi Unica Duemila, che si trattava di una persona di tutto
rispetto, e che quindi quel debito della Venchi Unica Duemila verso la società del suo amico "o
fallimento o non fallimento, andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri". lo risposi a
Dell'Utri che non era possibile pagare un creditore a preferenza di altri, e gli dissi che se lo voleva
fare, poiché l'amministratore

ra suo fratello Alberto, dicesse a lui di pagare, io non ne volevo sapere. A proposito di quell'uomo
che anni dopo, a seguito del suo arresto, seppi dai giornali essere Ugo Martello, ricordo che dopo la
presentazione fattami dal Dell'Utri, lo vidi frequentare assiduamente gli uffici di Dell'Utri [quando
era] amministratore della Bresciano [ ... ]. Tra i frequentatori abituali del ristorante "Il Viceré" di
Brucia Domenico, vi era una persona da me conosciuta da oltre venticinque anni, di nome Bosco
Emanuele, e costui spesso lo avevo visto insieme a pranzo insieme con Ugo Martello, Mingiardi
Salvatore detto Turi, con Bono Alfredo e con tutta la malavita siciliana che frequentava il ristorante
di Brucia Domenico. Nel ristorante del Brucia ci andavano spesso Marcello Dell'Utri e Ugo
Martello, che erano intimi amici tra loro e amici del Brucia. Il Dell'Utri si vantava anche di essere
amico di Marchese Filippo di Palermo, e offrì a Caristi di dare la copertura dei Marchese per le
filiali di Palermo e di Catania della Inim, nel senso di avere una protezione da parte di quei
personaggi. Seppi poi, quando ero all'estero, che in appartamenti del palazzo di piazza Concordia 1,
in Milano, all'epoca in cui a Milano era rimasto Dell'Utri Marcello a gestire quello che era rimasto
del gruppo Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco e Mongiovi Angelo, e un
ragioniere della famiglia mafiosa di Raffadali"55.

"Quando Dell'Utri Marcello lavorava negli uffici di via Chiaravalle", dirà ancora Rapisarda,
"venivano frequentemente e abitualmente a trovarlo Ugo Martello, Stefano Bontate, Teresi
Domenico e Cinà Gaetano che, praticamente, era di casa nell'ufficio di Marcello Dell'Utri [ ... ].
Negli ultimi mesi del 1978 incontrai in piazza Castello Mimmo Teresi e Stefano Bontate che mi
invitarono a prendere un caffè insieme a loro, e il Teresi nella circostanza mi disse che stava per
diventare socio di Berlusconi Silvio in una società televisiva privata dicendomi che ci volevano 10
miliardi e mi chiese un parere, tra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare. Ritengo che Caristi
Angelo sappia qualcosa in merito alla società tra il Berlusconi Silvio e Mimmo Teresi. Mi risulta
che il Teresi e lo Stefano Bontate operassero insieme nelle imprese immobiliari e negli affari in
genere. Successivamente ricordo che Caristi Angelo, responsabile amministrativo della Inim,
reparto filiali, mi disse che Dell'Utri Marcello gli aveva offerto la protezione di Filippo Marchese al
fine di fargli acquisire immobili sulla piazza di Palermo. lo dissi al Caristi di tenersi però lontano da
quella gente trattandosi di mafiosi molto pericolosi"56. Rapisarda, ai tempi, era proprietario
dell'emittente Milano Telenord, e intratteneva stretti rapporti col boss Vittorio Mangano, a sua volta
interessato all'emittenza televisiva. Rapisarda aveva costituito la Milano Telenord srl il 14 gennaio
1977, e secondo alcune voci avrebbe a lungo cercato di associare Berlusconi al suo progetto
televisivo.

Un rapporto del Nucleo operativo dei Carabinieri di Pistoia datato 25 aprile 1983 accertava che
"Francesco Paolo Alamia faceva parte, con compiti dirigenziali e organizzativi, di un illecito
sodalizio che traeva profitto da attività edilizie ed immobiliari ove confluivano ingenti somme di
dubbia provenienza [ ... ]. Da qui il sospetto che le stesse attività imprenditoriali servissero da
copertura per riciclare il denaro sporco investendolo in attività lecite".

In un'ordinanza di rinvio a giudizio del gennaio 1989, il sostituto procuratore del Tribunale di
Palermo Alberto Di Pisa scriverà: "[Dalle indagini] si rilevava che il direttore generale Rapisarda e
la Inim erano stati in contatto, apparentemente per questioni attinenti alla dichiarata attività
commerciale della Inim, con le famiglie di alcune vittime di sequestri di persona [ ... ]. Le indagini
[condotte dal Nucleo dei Carabinieri di Torino] inducono fondatamente a ritenere che la Inim altro
non fosse che il paravento per riciclare denaro proveniente da attività illecite".

Tra i 101 esponenti della criminalità organizzata "imperante in Milano e Lombardia" elencati dal
rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981, vi era anche il nome di Francesco Turatello, la cui madre
veniva indicata residente in un appartamento di Milano 2 sotto il falso nome di “Giovenco
Luigia”57.

Nel marzo 1985, lo screditato camorrista “pentito” Gianni Melkuso rivolgerà accuse a un
"potentissimo personaggio di Milano... E uno che ha costruito mezza Milano, che nel 197778 era
stramiliardario e legatissimo a Turatello. Era lui a prendere i soldi dei sequestri di Turatello. Per
esempio, Turatello gli dava un miliardo sporco e lui gli passava trecento milioni puliti. E il miliardo
finiva al sicuro nelle banche. Tra l'altro, Turatello ebbe in regalo un appartamento grandissimo... Il
guaio è che è un personaggio intoccabile, amico di potenti politici italiani. Un magistrato mi ha
detto: “Gianni, qui passiamo brutti guai”. E sono sicuro che, quando farò il suo nome, lui mi
attaccherà, perché ha le possibilità di farlo a livello nazionale. Ma quando le cose si mettono male,
conviene dire tutto. D'altra parte, Epaminonda il suo nome l'ha già fatto. E lui deve avere paura più
di Epaminonda che di me, perché Epaminonda è rimasto in libertà fino a poco tempo fa e sa tante
cose che io non so. Sia chiaro che il mio non è un ricatto, io non ho bisogno dei suoi soldi"58.

Uomini d'onore e di rispetto

Il fallimento della Venchi Unica Duemila spa amministrata da Alberto Dell'Utri (dichiarato dal
Tribunale di Torino nel luglio 1978) determina il crollo a catena del gruppo InimSofin, crollo che
culmina col fallimento (gennaio 1980) della Bresciano spa amministrata da Marcello Dell'Utri.
Emerge così una selva di irregolarità, malversazioni e ammanchi che porta ad arresti per bancarotta
fraudolenta (tra gli altri, di Alberto Dell'Utri), mandati di cattura (Rapisarda), e imputazioni per
reati di criminalità finanziaria (tra gli altri, a carico di Marcello Dell'Utri)59.

Risulteranno così evidenti la natura malavitosa del gruppo Inim, la sua connotazione di propaggine
“imprenditoriale” della malavita organizzata, e la sua funzione di struttura dedita al riciclaggio di
capitali sporchi. E risulterà vieppiù evidente come l'acquisizione da parte del gruppo
finanziarioimmobiliare siculomilanese delle società Bresciano e Venchi Unica avesse avuto quale
reale obiettivo l'accesso a ingenti crediti bancari, e come i terreni di Peschiera Borromeo rilevati dal
fallimento Facchin & Gianni avessero avuto grande parte nella losca vicenda. Ma non verrà mai
appurato quale esatto ruolo vi abbiano avuto i "berlusconiani" Marcello e Alberto Dell'Utri, subito
posti al vertice delle due società fallite, né quale disegno fosse sotteso alla loro repentina presenza
nel mafioso gruppo finanziarioimmobiliare dei cianciminiani.

Vero è che l'ingresso dei “berlusconiani” Dell'Utri nel gruppo-cianciminiano è contestuale


all'ingresso di Berlusconi nella Loggia massonica P2, e alle due operazioni seguirà il superamento
della crisi finanziaria delle attività berlusconiane e il tumultuoso sviluppo del gruppo Fininvest (con
il varo delle "operazioni televisive") grazie alla disponibilità di nuovi e ingentissimi capitali. Del
resto, il Venerabile piduista Licio Gelli, oltre a controllare numerose banche e a manovrare cospicui
capitali esteri, avrebbe intrattenuto rapporti finanziari anche con Cosa Nostra: "Marino Mannoia ha
riferito di avere appreso da Stefano Bontate e da altri uomini d'onore della sua famiglia che Calò
Giuseppe, Riina Salvatore, Madonia Francesco e altri dello stesso gruppo (“corleonese”) si
avvalevano di Licio Gelli per i loro investimenti a Roma. Gelli era il “banchiere” di questo gruppo
come Sindona lo era stato per quello di Bontate Francesco e di Inzerillo Salvatore"60.

Tra il settembre 1979 e il febbraio 1980, il latitante Filippo Alberto Rapisarda, rifugiatosi dapprima
in Svizzera e quindi in Venezuela per sfuggire al mandato di cattura, divulga un sibillino
“memoriale” (attraverso una strana agenzia giornalistica, “AnipeAgenzia nazionale informazioni
politiche economiche”)61, nel quale il pluripregiudicato finanziere indiziato di associazione a
delinquere di stampo mafioso si difende dalle imputazioni e lancia avvertimenti.

Il gruppo Inim, scrive Rapisarda, "avrebbe potuto dare lavoro a migliaia di impiegati e operai, ma
gli appetiti e l'invidia di alcuni gruppi finanziari e politici hanno fatto si che succedesse tutto questo,
forse perché non mi sono piegato fino in fondo alle molteplici pressioni ricevute, vedasi il caso
delle licenze edilizie la cui mancata concessione non mi ha permesso di realizzare niente"; il
finanziere latitante dichiara di essere in pericolo di vita e costretto a tacere molte cose, ma precisa di
avere "messo per iscritto" retroscena, colpe e responsabilità di "tutto quanto è successo in questi
anni", e di avere affidato il tutto "nelle mani di un notaio che ha l'ordine di [rendere pubblico lo
scritto] qualora fisicamente mi succedesse qualcosa... Chi deve avere da me quella grossa cifra, se
eliminerà me, eliminerà domani anche voi". Nel merito della vicenda Venchi Unica, Rapisarda
afferma che il gruppo Inirn avrebbe rilevato l'azienda dolciaria torinese su pressione del clan
politico AndreottiScotti, e che il successivo, repentino fallimento sarebbe stato propiziato dal clan
torinese del ministro Carlo Donat Cattin in guerra con Andreotti nell'ambito delle faide interne alla
Dc.

L'agenzia “Anipe” che riporta il “memoriale” di Rapisarda dalla latitanza risulta diretta da tale Tito
Livio Ricci, vero cognome D'Arcangelo, fratello di Michele D'Arcangelo: i due hanno lavorato alle
dipendenze del Rapisarda curando le pubbliche relazioni del gruppo Inim. Secondo Michele
D'Arcangelo, nel 1983 Marcello Dell'Utri lo invitò in una villa in Brianza per metterlo in contatto
con personaggi che avrebbero potuto affidargli le pubbliche relazioni per il Casinò di Campione; ma
a tarda sera, la polizia fece irruzione nella villa e portò tutti al commissariato (l'operazione di polizia
era legata all'inchiesta sulla “mafia dei colletti bianchi”): D'Arcangelo e Dell'Utri vennero
interrogati, e l'indomani tornarono in libertà.

Durante il periodo di latitanza trascorso in Venezuela, a Caracas, Rapisarda incontra molti “uomini
d'onore”: anzitutto Giuseppe Bono, fratello di Alfredo62, quindi il boss Paolo Cuntrera (esponente
dell'omonima famiglia ritenuta uno dei crocevia del traffico internazionale di stupefacenti), e i boss
Romano Conte e Antonio Virgilio (anch'essi, come i fratelli Bono, indicati nel citato rapporto
Criminalpol del 1981 tra i principali esponenti delle cosche della "mafia finanziaria" radicata a
Milano). Da Caracas, il giro mafioso si attiva tra l'altro per tentare di salvare il salvabile dell'ex
gruppo Inim, con particolare interesse per la parte dei terreni di Peschiera Borromeo ex Facchin &
Gianni intestati alla Milano Santa Maria al Bosco spa (altra società del gruppo); ma i maneggi
intorno alle spoglie dell'ex impero finanziarioimmobiliare, con andirivieni di commercialisti e boss
da Milano a Caracas, non sortiscono alcun esito: tutto è ormai nelle mani dei Tribunali di Torino e
Milano.

Dalla latitanza, Rapisarda dichiara all'“Espresso”: "Quello della Inim era un progetto ambizioso
fallito soprattutto per colpa di feroci contrasti tra fazioni politiche. Ciancimino non era il cervello
dell'Inim, era qualcosa di più... Di cervelli non ce n'era uno solo, ma più d'uno: erano a Palermo, a
Roma, a Milano, e anche all'estero. Nomi grossi, gente importante... Il gruppo doveva essere
costituito da molte aziende, l'obiettivo era di dare vita a un gruppo molto forte in alternativa ad altri
gruppi del Sud e del Nord... Chi erano i finanziatori dell'Inim. [non lo posso dire]: io tengo alla mia
vita, quelli là mi troverebbero anche in capo al mondo".

Un nuovo rapporto redatto dalla Criminalpol in data 28 marzo 1985, intitolato “Indagini su
esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso CuntreraCaruana ed a Rapisarda
Filippo Alberto” scriverà: "In relazione ad una serie di reati fallimentari [riguardanti la Venchi
Unica Duemila e la Bresciano spa, NdA] venne colpito da ordine di cattura, assieme al Rapisarda,
anche il suo autista Dell'Utri Alberto. Costui è il fratello gemello di Dell'Utri Marcello, collegato al
boss mafioso Mangano Vittorio e uomo di fiducia di Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto";
attribuendo al Rapisarda un ruolo dirigenziale e di primo piano nell'ambito della criminalità
organizzata nazionale e internazionale e un ruolo cardine nella mafia “imprenditoriale” il nuovo
rapporto Criminalpol imputerà al pluripregiudicato faccendiere siciliano di avere fornito falsi
passaporti ad alcuni responsabili di sequestri di persona a scopo estorsivo, favorendone l'espatrio in
Venezuela dove essi avevano riciclato parte delle somme dei riscatti nell'acquisto di immobili.

Il crac del gruppo Inim. è di ingenti dimensioni. La sola Bresciano risulta debitrice verso la Cassa di
Risparmio di Asti per un'esposizione di 33 miliardi, e nei suoi conti vi è un ulteriore passivo di circa
10 miliardi.

Nell'aggrovigliata contabilità della Venchi Unica Duemila, viene accertato un ammanco di L.


807.050.837. Tra l'altro, assegni di clienti della Venchi Unica Duemila (amministrata da Alberto
Dell'Utri) risultano finiti su un conto personale di Alberto Dell'Utri63, mentre un assegno della
Venchi Unica Duemila risulta incassato da Marcello Dell'Utri. Un assegno di L. 10 milioni, tratto
da uno dei conti bancari della Bresciano, datato 10 luglio 1978, risulta incassato dal boss mafioso
Gaetano Cinà.

Quando il Tribunale revoca il mandato di cattura a carico di Rapisarda, il finanziere torna in Italia e
inoltra al Tribunale di Milano una raffica di esposti e denunce (in particolare contro la Cassa di
Risparmio di Asti), una delle quali a carico dei fratelli Dell'Utri. "[Nella denuncia di Rapisarda, tra
l'altro] è descritto un movimento di denaro di L. 29 milioni tra la Venchi Unica Duemila
(amministrata da Alberto Dell'Utri) e la Bresciano (amministrata da Marcello Dell'Utri) attraverso
cui vennero distratti L. 8 milioni personalmente dall'Alberto Dell'Utri. Dai documenti indicati e
allegati [alla denuncia] emerge in modo evidente che Marcello Dell'Utri si prestò e cooperò
all'occultamento ed alla distrazione della somma, facendo risultare entrati alla Bresciano solamente
21 milioni, avendone però ricevuti 29 [ ... ]"64. I termini della contesa sono evidenti: i due Dell'Utri
affermano che la loro carica societaria di amministratori delle due società fallite era una canca
puramente formale, e che essi erano in sostanza dei prestanomeparavento del Rapisarda65; il
Rapisarda sostiene l'esatto contrario lamentando di essere stato perfino "licenziato" dai due
Dell'Utri, e arriva a denunciare di essere fatto oggetto di anonime "minacce" dietro le quali sospetta
esservi "il gruppo Berlusconi per le denunce da me fatte nei confronti di Dell'Utri Marcello e
Alberto"66. A sua volta, Marcello Dell'Utri denuncia Rapisarda per truffa.

Il conflitto RapisardaDell'Utri nelle aule di Giustizia si protrae non troppo cruento parallelo al
lentissimo e complicatissimo iter dei vari fascicoli giudiziari. "I due fratelli gemelli Alberto e
Marcello Dell'Utri, amministratore delegato il primo della Venchi Unica Duemila spa ed il secondo
della Bresciano spa, agivano in modo del tutto autonomo e indipendente dal Rapisarda: per essere
esatti bisogna dire che erano del tutto incontrollabili e si erano apertamente ribellati, insieme ad
Alamia e Caristi. Il Rapisarda non aveva più, nel 1978, alcun potere di interferire nel loro operato,
tanto che proprio in quel periodo costoro provvidero addirittura ad estromettere [il Rapisarda] dal
gruppo Inim, giungendo persino a "licenziarlo" quale direttore generale, revocandogli tutte le
procure nelle varie società. Essi posero in atto una serie di comportamenti lesivi per le società e
lesivi per il Rapisarda, dei quali, forse, ebbero successivamente a pentirsi [ ... ]"67.

In effetti, il gioco delle parti sembra avere registrato come sostiene Rapisarda un qualche successivo
"pentimento" dei suoi ex soci fratelli Dell'Utri, ristabilendo tra gli antagonisti un saldo rapporto di
rispetto. Il 14 ottobre 1989, infatti, la moglie di Marcello Dell'Utri, Miranda Ratti. ha tenuto a
battesimo Cristina Elisabetta Rapisarda, figlia di Filippo Alberto. Uno dei club milanesi di “Forza
Italia” (il partitosetta creato dai gemelli Dell'Utri) avrà sede nel covo dell'ex gruppo Inim e ex
abitazione dei Dell'Utri, in via Chiaravalle 7/9. Secondo "Il Mondo", invia Chiaravalle 7/9, nel 1993
Rapisarda e i Dell'Utri discutono "dell'opportunità di creare un network televisivo in Argentina"68;
inoltre, il "delinquente abituale" Rapisarda, forte di un certificato penale ormai lungo 12 pagine, nel
199394 è un assiduo frequentatore della "casa romana di Alberto Dell'Utri, in via Guido d'Arezzo,
ai Parioli. Il gemello di Marcello [ ... ] usa presentare ai suoi ospiti il Rapisarda come finanziere e
imprenditore attivo nel campo del trasporto aereo [ ... ]. Il salotto romano di Alberto Dell'Utri,
responsabile di “Forza Italia” per la Capitale, svolge una funzione importante nei rapporti
diplomatici del gruppo Fininvest"69.

Da parte sua, Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1991, ha spostato dalle sue tasche a quelle di
Marcello Dell'Utri la somma di L. 3 miliardi e 441 milioni, sottoforma di magnanime “donazioni”
(in quanto tali sottratte alla tassazione Irpef). E nel settembre 1991, intervistato sul tema “La mafia
a Milano”70 Berlusconi dichiara: "Io il fiato della mafia non lo avverto"; benché la criminalità
organizzata radicata in Lombardia abbia ormai fatto di Milano la vera capitale "imprenditoriale" di
Cosa Nostra71, Berlusconi dichiara: "[Non sono] in grado di sapere se H negoziante [milanese] è
attanagliato dalla mafia [ ... ]. Non credo che il vero problema [di Milano] sia la pressione mafiosa".

Nel marzo 1994, le cronache registrano nuovi sviluppi nell'intrico giudiziario seguito al crac della
Bresciano spa amministrata da Marcello Dell'Utri: "Dopo quasi due anni di udienze, si è concluso
con un'assoluzione generale il processo che ha visto di fronte il finanziere Filippo Alberto
Rapisarda e la Cassa di Risparmio di Asti. Ieri 46 amministratori e dirigenti della banca, avvocati,
commercialisti, imprenditori e funzionari della Banca d'Italia sono stati assolti da reati come falso in
bilancio, estorsione e bancarotta perché i fatti ad essi attribuiti non sussistono. Il Tribunale di
Milano ha anche disposto la restituzione dei beni sequestrati nell'ambito della causa: un milione e
300 mila metri quadrati di terreni nel comune di Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, e 30
miliardi in contanti bloccati all'istituto di credito piemontese. La conseguenza dell'assoluzione dei
dirigenti della banca piemontese e dei loro consulenti è la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti
di Rapisarda e del suo collaboratore più stretto: Marcello Dell'Utri, attualmente al vertice del
gruppo Fininvest e in passato amministratore delegato della società di costruzioni Bresciano spa
prima del fallimento, avvenuto nel gennaio 1980. 1 due sono accusati di un crac per circa una
decina di miliardi dell'epoca. Il collegio della Prima sezione penale del Tribunale di Milano ha
disposto di procedere nei confronti di Rapisarda e Dell'Utri. Lo stesso Pm, al termine della
requisitoria, aveva chiesto l'assoluzione generale del vertice della Cassa di Asti [ ... ]. Tra gli attori
del processo vi è Diego Curtò: nel luglio 1992 Curtò concesse il sequestro di beni della banca
richiesto da Rapisarda"72. Si apprende inoltre che Rapisarda e sua moglie sono indagati dalla
Procura di Brescia per corruzione dei giudici Della Lucia e Curtò.

Intanto Marcello Dell'Utri dichiara: "Rapisarda lo conosco bene. Molti dicevano che fosse un
mafioso, ma io non l'ho mai creduto. Le voci nascevano dal fatto che il suo socio Francesco Alamia
era consigliere comunale della corrente di Ciancimino. Ma io sono certo che lui non ha frequentato
Ciancimino, e neppure l'ha mai visto ... "; quanto alle accuse rivoltegli dal Rapisarda di essere stato
un assiduo frequentatore di boss mafiosi, Dell'Utri dichiara: "Tutte falsità totali... Rapisarda mi ha
confessato di essersi inventato tutto"73.

L'8 aprile 1994, H nome di Marcello Dell'Utri risulta iscritto nel registro degli indagati della
Procura milanese, insieme a quello di Rapisarda e Francesco Paolo Alamia. "Concorso in bancarotta
fraudolenta aggravata, l'ipotesi di reato contro Dell'Utri e gli altri. La vicenda su cui sta indagando il
magistrato Francesco Prete prende il via dal fallimento della Bresciano sas di Mondovi e fa
riferimento alla sentenza con cui il Tribunale, il 17 marzo scorso, ha assolto i vertici della Cassa di
Risparmio di Asti, in un primo tempo indicati come i responsabili del crac. Il vorticoso giro di
miliardi della società inizia nel 1976. La Bresciano sas non riesce a rientrare nel debito di oltre 10
miliardi accumulato nei confronti della Cassa di Risparmio di Asti. Il fallimento è alle porte, ma il
finanziere Rapisarda si offre di salvare la situazione. In cambio, però, vuole nuove aperture di
credito dalla banca. Esautorati i Bresciano, al vertice della società c'è adesso Marcello Dell'Utri. Ma
la situazione, 3 anni dopo, peggiora. Il buco iniziale di 10 miliardi non solo non è ripianato, ma i
debiti, nel'79, ammontano a ben 33 miliardi. Rapisarda fugge all'estero. Latitante in Venezuela,
ospite della famiglia Cuntrera, indicata ai vertici del traffico internazionale di droga, Rapisarda
comincia a preparare il terreno per rientrare in Europa. Quando lo fa ha un solo obiettivo: dare
l'assalto alla Cassa di Risparmio di Asti. Ma dopo la sentenza del 17 marzo la “patata bollente”
torna nelle mani dei manager della Bresciano sas. Prima di tutto Filippo Rapisarda, indicato come
amministratore di fatto, poi Marcello Dell'Utri, amministratore effettivo dell'azienda"74.

Anche la sede del club “Forza Italia” situata nel famigerato palazzo di via Chiaravalle 7/9, a
Milano, trova spazio nelle cronache giornalistiche del marzo 1994: "Quindici giorni fa Rapisarda ha
messo a disposizione di Forza Italia i locali dove proprio Dell'Utri tiene vibranti prolusioni [è in
corso la campagna elettorale, NdA]", scrive La Repubblica”. "Ma i locali di Rapisarda non
appartengono affatto a Rapisarda. Secondo una sentenza della Cassazione di tre anni fa, lo ~tabiIe
di via Chiaravalle deve essere restituito al curatore del fallimento [di una delle società del crac del
gruppo Inim] dal cui patrimonio venne fatto sparire poco prima dei fallimento. Nonostante la
Cassazione, H curatore non èancora riuscito a farsi ridare lo stabile. La sede di via Chiaravalle,
insomma, è stata offerta a Forza Italia da un signore [Rapisarda] che non risulta avere alcun titolo su
di essa"75; e ai cronisti che gliene chiedono conto, Marcello Dell'Utri risponde: "La sede? Che
cazzo ne so! Chiedetelo a Rapisarda".

Mani sporche contro Mani pulite

Tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994, Marcello Dell'Utri esce suo malgrado dal discreto cono
d'ombra rappresentato dalla carica di amministratore delegato di Publitalia (la "cassaforte" della
Fininvest), e la sua figura e il suo ruolo cominciano a rivelare più precisi contorni. Del resto, la
contingenza lo richiede: il crollo del craxismo e del regime DcPsi priva la Fininvest
dell'indispensabile “copertura” politica, protezione ancor più indispensabile in rapporto alla grave
situazione finanziaria del gruppo berlusconiano oppresso da qualche migliaio di miliardi di debiti.

Attivando in forma semiclandestina la capillare struttura di Publitalia (nel cui ambito il gemello
Alberto è direttore della nevralgica sede romana), Marcello Dell'Utri organizza nel volgere di poche
settimane lo pseudopartito “Forza Italia” (cioè lo strumento attraverso il quale, anche grazie ai suoi
networks televisivi, la Fininvest arriverà a conquistare il potere politico nazionale). L'obiettivo
dell'avventura politica è palese e articolato: salvare dal crac il gruppo Fininvest, salvaguardandone
così anche gli innumerevoli segreti finanziarioazionari e gli occulti interessi che vi sono sottesi;
occupare direttamente il vuoto di potere lasciato dal crollo del regime DcPsi (all'ombra del quale e
solo grazie al quale il gruppo Fininvest ha potuto costituirsi e prosperare); stroncare l'inchiesta della
Procura della Repubblica di Milano (“Mani pulite") che ha determinato il crollo del regime
CraxiAndreottiForlani e che ormai rischia di smascherare molte delle corruttive pratiche dello
stesso gruppo Fininvest e i suoi intrichi societari e finanziari nazionali e internazionali76.

Di tutta l'operazione “politica”, che porterà alla formazione del governoFininvest, Berlusconi è il
primattore, ma il regista è Marcello Dell'Utri. Non a caso, Dell'Utri presenzierà (senza averne alcun
titolo ufficiale) perfino alle trattative del presidente incaricato Berlusconi per la formazione del
governo: ad esempio, sarà presente al vertice romano del 4 maggio 1994 (presente anche il gemello
Alberto), e a una riunione dedicata alla lista dei ministri tenutasi ad Arcore il successivo 8
maggio77. Non a caso, secondo attendibili indiscrezioni, Dell'Utri è il primo candidato ministro
degli Interni nel governo Berlusconi.

Intanto, all'interno del gruppo Fininvest, Marcello Dell'Utri ufficialmente semplice manager di una
società controllata può liberamente e pubblicamente attaccare l'amministratore delegato della
holding Fininvest Franco Tatò (imposto dalle banche ai vertici del gruppo nell'estate 1993 col
compito di risanarne la grave situazione finanziaria): "Tatò non ha ancora compreso in pieno lo
sviluppo del gruppo" polemizza Dell'Utri, e aggiunge sprezzante: "Qui per la gestione non basta la
filosofia numeraria [ ... ]. Serve un'anima più larga rispetto a quella di chi [Franco Tatò, NdA] si
fissa sui conti. Serve più umanità, più capacità di vedere le cose in grande ... ", e conclude sibillino:
"Credo che Tatò sappia prontamente assorbire le nostre osservazioni ... "78. Dunque, “il manager"
dice che l'amministratore delegato non ha capito niente, e si augura che sappia prontamente capire...
Può farlo, poiché Dell'Utri non parla da subalterno: la sua, è la voce del padrone.

***

Nel marzo 1994, l'inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si imbatte in un torrente di “fondi neri”
Fininvest, ottenuti mediante fatturazioni fasulle, artifici contabili e strane società. Al centro di tutto,
Publitalia'80 e il suo vate Marcello Dell'Utri, e cinque pittoreschi personaggi (tra essi, il
pornoregista romano Lorenzo Onorati, l'ex maestro di tennis di Berlusconi Romano Luzi, e l'ex
dirigente di Publitalia Valerio Ghirardelli). Una tempestiva 'Tuga di notizie", attraverso il
telegiornale Fininvest “Tg5”, vanifica di fatto le richieste che i magistrati hanno inoltrato al Gip per
l'arresto di Dell'Utri e dei cinque coinvolti nella vicenda.

Nel rapporto della Guardia di Finanza che ha attivato i magistrati è scritto tra l'altro: "Gli elementi
acquisiti inducono a ritenere fittizie le prestazioni di cui alle fatture n. 74 e n. 88 emesse dalla
società Panam srl [di Lorenzo Onorati] nei confronti di Publitalia '80 spa... E' evidente come la
società Panam è stata utilizzata nell'operazione come soggetto di comodo al quale intestare le
fatture. Le indagini svolte nei confronti di tale società hanno messo in luce come la stessa manchi di
concreta organizzazione produttiva, risulti priva di personale dipendente o di collaboratori. Non ha
alcuna sede effettiva, ha radicalmente disatteso gli obblighi fiscali, è stata utilizzata per la
produzione di filmati pornografici e per l'emissione di fatture fittizie nel settore pubblicitario". Nel
giro di pochi giorni, gli inquirenti hanno individuato 'Tondi neri" Fininvest per circa 20 miliardi.

La magistratura milanese indaga sulla "contabilità segreta della Valcat, una piccola società di cui
Valerio Ghirardelli [ex manager di Publitalia, e attuale direttore generale di Telepiù] è titolare. Un
gruppo di esperti è al lavoro per rendere leggibili le memorie dei computer e i dischetti sequestrati
nella sede della Valcat. Una parte del materiale, superprotetto elettronicamente, è stata inviata per la
traduzione negli Stati Uniti, al produttore del computer. Ma già da quello che è stato esaminato dai
tecnici italiani appare chiaro che la Valcat funzionava da “cartiera” per conto della Fininvest.
Produceva cioè “carte”, fatture, per giustificare movimenti di denaro altrimenti non spiegabili e far
quadrare bilanci zoppicanti. Ghirardelli è accusato di falso in bilancio e frode fiscale, in compagnia
di altri gestori di “cartiere” (come Romano Luzi, l'ex maestro di tennis di Silvio Berlusconi, poi
diventato titolare della Conaia srl) e dell'amministratore delegato di Publitalia, Marcello Dell'Utri.
Ora gli esperti incaricati dalla Procura di Milano hanno estratto dai computer della Valcat una
contabilità a dir poco confusa: fatture emesse per cifre diverse da quelle indicate ufficialmente,
oppure intestate a società diverse del gruppo Fininvest (per esempio Rti invece che Publitalia).
Esistono anche fatture doppie (ossia due documenti diversi registrati con lo stesso numero).
Secondo quanto i giudici stanno accertando, la contabilità miliardaria della Valcat e delle altre
“cartiere” Fininvest serviva, fra l'altro, a occultare pagamenti fuori bilancio a Dell'Utri e ad altri
dirigenti di Publitalia, oppure nascondeva regalie, sempre in nero, ai manager di aziende (per
esempio Swatch, Seat, De Cecco) che decidevano grossi investimenti pubblicitari sulle reti
Fininvest"79.

Mentre il candidatopremier Berlusconi attacca con violenza i magistrati di “Mani pulite”80 che
hanno osato avvicinarsi al “nervo scoperto” Dell'Utri, l'amministratore delegato di Publitalia si reca
“spontaneamente” a Palazzo di giustizia, e alle prime contestazioni dichiara: "Non ricordo... Mi
riservo di rispondere dopo essermi documentato ... ". Ma negli atti giudiziari risulterà scritto tra
l'altro: "Generiche e apodittiche negazioni dei fatti [da parte di Dell'Utri] ... Amnesie che trovano
giustificazione solo in un'ottica difensiva ... [Dell'Utri e soci hanno] fraudolentemente esposto nei
bilanci e nelle altre comunicazioni sociali fatti non rispondenti al vero, simulando l'esistenza di
rapporti economici in effetti inesistenti, nonché utilizzando molteplici artifici contabili, al fine di
distrarre rilevanti risorse societarie, con ciò occultando le effettive condizioni economiche delle
rispettive società... Il sistema utilizzato da Publitalia si basa sulla simulazione di costi, attraverso
l'annotazione di fatture per operazioni inesistenti, finalizzata a giustificare uscite finanziarie al fine
di appropriarsene indebitamente".

L'inchiesta dei magistrati porta a galla intrecci rivelatori, come ad esempio quelli che intercorrono
fra Dell'Utri e l'ex “maestro di tennis” berlusconiano Romano Luzi: "A Marcello Dell'Utri, la
Conaia di Luzi ha riservato favori vari, definiti dagli inquirenti “elargizioni”: ha pagato alla
famiglia del ricco e potente manager Fininvest le vacanze natalizie '92 e '93 a Madonna di
Campiglio e gli ha concesso l'uso del motoscafo Biba. Eppure, anche se il natante è di proprietà
della Conaia, è successo che sia stato lo stesso Dell'Utri a liquidare le spese di rimessaggio. Perché?
Risponde Luzi: “Perché io gli ho prestato la barca... Penso che l'intestazione degli estratti conto
relativi al rimessaggio dipenda da un errore del cantiere. La fattura l'ho pagata infatti io”. Luzi ha
anche prestato soldi a Dell'Utri (“Siamo amici da vent'anni”): 60 milioni con un assegno del 16
febbraio '93. Con quale giustificazione? Ecco la sua versione: “Dell'Utri mi ha chiesto un prestito.
Non so se aveva qualcosa in scadenza, un mutuo quasi sicuramente. Mi ha chiesto del denaro per
farvi fronte e io gliel'ho dato. Dell'Utri non mi ha ancora restituito il denaro. Non c'era alcuna data
di scadenza”. E Dell'Utri, interrogato il 9 marzo, ha detto: “È stato un prestito che ho chiesto a Luzi
per pagare un mutuo o parte di esso. t un mutuo per la casa di Milano 2”. Spiegazione poco
convincente. Ma tant'è. Forse che la casa madre, la Fininvest, non è stata a sua volta generosa con la
Conaia di Luzi? Puntuale quindi la domanda dei magistrati a Dell'Utri: “Il Luzi ha un'esposizione
superiore al miliardo presso il Monte dei Paschi di Siena, garantita da una fideiussione Fininvest.
Conosceva questa circostanza?”. Risposta di Dell'Utri: “Sapevo che Luzi aveva chiesto un prestito
alla cassa centrale, alla Fininvest, ma non ne conoscevo l'entità... Non mi sembra una cosa strana.
Essendo il Luzi un intermediario che aveva un flusso continuo, il gruppo ha ritenuto di concedere la
fideiussione”"81.

Il 2 maggio 1994, il Tribunale della Libertà conferma le richieste di arresto avanzate dai magistrati
di “Mani pulite” a carico di Dell'Utri e soci. Nella loro ordinanza, i giudici scrivono: "Si evidenzia
il ruolo decisamente primario, rispetto agli altri indagati, del Dell'Utri. È certamente all'interno di
Publitalia che nasce la necessità di servirsi delle due società affiliate (la Conaia e la Panam) per
movimentazioni economiche non compatibili con regolari prestazioni"; i giudici scrivono anche di
"evidente capacità [della Fininvest] nel controllare le attività investigative e ispettive": il riferimento
è al rapporto dei finanzieri del Secit che ha originato l'inchiesta, copia del quale è stata sequestrata
al responsabile fiscale della Fininvest Salvatore Sciascia che ne è risultato misteriosamente in
possesso. "E da quel documento si arriva ad un'altra vicenda su cui sta indagando la Procura. Di
cosa si tratta? Ludovico Verzellesi (allora direttore generale delle imposte indirette) venne
contattato da Salvatore Sciascia per far ottenere alla Fininvest una aliquota più bassa per gli
abbonamenti per le paytv, cosa che poi avvenne, in cambio di un avanzamento di carriera. Svela il
Tribunale della Libertà: “Lo Sciascia si interessò dell'incarico desiderato da Verzellesi, inviando
anche una lettera al dottor Silvio Berlusconi in data 24 gennaio '92. Proposto come consigliere della
Corte dei conti [dall'allora ministro delle Finanze craxiano Rino Formica, NdA], Verzellesi non
ottenne l'incarico per la caduta del governo Andreotti, a cui subentrò Giuliano Amato”. E intanto si
indaga sulle fatture false. Al centro della vicenda ci sono le società Panam International, Conaia e
Valcat che “emettevano fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti a carico di Publitalia
'80”. A cosa servivano questi fondi neri? Scrivono i giudici: “Al pagamento di compensi occulti e
all'acquisto di beni di lusso non pertinenti all'oggetto sociale dell'impresa”. Tra i “beni di lusso”
individuati dalla procura ci sono una serie di auto sportive (Porsche e Aston Martiri), oggetti
d'antiquariato e preziosi, barche. E pure tre fatture per un ammontare di oltre 34 milioni per “spese
di abbigliamento per acquisti effettuati dal dottor Silvio Berlusconi e dalla signora Berlusconi”"82.

Mentre il presidente del Consiglio incaricato soccorre nuovamente il suo sodale Dell'Utri e il loro
impero dichiarando che "il Tribunale della Libertà ha preso un granchio colossale... Sono sicuro che
la Cassazione metterà le cose a posto", Dell'Utri ricorre appunto in Cassazione dichiarando: "Questa
non è indagine, è inquisizione". L'obiettivo è chiaro: prendere tempo, per poter varare il governo
Berlusconi che provvederà subito a fermare i magistrati di "Mani pulite" prima che si addentrino
nelle "segrete stanze" dei meandri Fininvest. Del resto, il gruppo è nel mirino della magistratura per
numerose altre vicende le inchieste in corso sono innumerevoli e riguardano un po' tutti i settori
delle attività berlusconiane: calcio, Tv, edilizia, finanza, grande distribuzione, con ipotesi di reato
che vanno dalla corruzione al falso in bilancio, dalla frode fiscale al finanziamento illecito dei
partiti.

Nel delicato frangente che vede Marcello Dell'Utri alla ribalta della cronaca giudiziaria, non manca
di attivarsi anche suo fratello Alberto, il quale rivolge minacce telefoniche in puro stile mafioso a
un giornalista della "Stampa", Alberto Statera, reo di aver informato i lettori del quotidiano torinese
circa gli scabrosi trascorsi di Marcello: "Guardi che queste cose non si fanno... Guardi che lei
potrebbe avere anche dei grossi dispiaceri", dice Dell'Utri al giornalista e Statera gli risponde:
"Guardi che se lei continua con questo tono, io sono costretto a chiamare i carabinieri"83.

Il primo tentativo di scardinare il pool dei magistrati milanesi avviene, nel puro stile berlusconiano,
attraverso la lusinga: il presidente del Consiglio incaricato, il 7 maggio 1994, offre al
magistratosimbolo di “Mani pulite” Antonio Di Pietro, una poltrona di ministro nel costituendo
governo84. E poiché il magistrato declina l'invito, il governo Fininvest procederà altrimenti, a
norma di decretolegge.

Il 13 luglio, un decretolegge del governo Berlusconi (detto per l'appunto “Decreto salvaladri”) vieta
l'arresto cautelativo per i reati di corruzione, concussione, peculato e ricettazione, e soprattutto per
quelli di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, frode fiscale, e limita inoltre la libertà di stampa
in merito agli “avvisi di garanzia”. È il primo passo del governoFininvest per stroncare le inchieste
di "Mani pulite" che stringono d'assedio il gruppo Fininvest, e per ledere l'autonomia della
magistratura.
Scriverà il giurista Guido Neppi Modona: "La “Disciplina della custodia cautelare” (art. 2) è la
parte del decreto in cui l'impudenza e la protervia del governo nel privilegiare la nuova categoria
degli imputati eccellenti emergono con maggiore evidenza. La possibilità di ricorrere alla custodia
in carcere è in primo luogo esclusa per tutti i delitti contro la pubblica amministrazione (peculato,
concussione, corruzione, abuso d'ufficio, ecc.), nonché per quelli tipici della criminalità economica
e dei “colletti bianchi” (bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, frode fiscale, ricettazione, truffa in
danno dello Stato, di enti pubblici, o per ottenere contributi, agevolazioni e finanziamenti pubblici).
Questi reati possono evidentemente essere commessi solo da persone inserite nei circuiti del potere
economico e politico: l'ombrello protettivo non copre quindi solo gli attuali imputati di
Tangentopoli, ma tutti coloro che sono stati o saranno in grado di sfruttare la loro posizione e le loro
entrature sociali per trarne illeciti profitti in danno della collettività [ ... ]. Addirittura oltraggiosa è
la macroscopica disparità di trattamento tra un bancarottiere che ha distratto centinaia di miliardi ed
il ladruncolo di strada che si è impossessato di poche migliaia di lire: il primo esente dalla custodia
in carcere anche se ha già in tasca il biglietto aereo per le Baliamas, il secondo destinato a finire in
galera se, come assai probabile, vi è il pericolo concreto che continuerà a scippare"85.

Il proditorio decretoFininvest darà origine a uno scandalo dall'eco internazionale, tale da rischiare la
repentina caduta del neocostituito governo Berlusconi, e verrà subito ritirato. Ma la lotta di Mani
sporche contro Mani pulite prosegue...

Sotto le volte della Cupola

I quotidiani di domenica 20 marzo 1994 informano che in seguito alle confessioni dei mafiosi
pentiti Totò Cancemi e Gioacchino La Barbera, le Procure distrettuali antimafia di Caltanissetta,
Palermo, Catania e Firenze stanno svolgendo indagini sul conto di Silvio Berlusconi e dei fratelli
Marcello e Alberto Dell'Utri.

"L'inchiesta incrociata sui vertici della Fininvest ha il suo epicentro in Sicilia, laddove Totò
Cancemi ha compiuto una lunga carriera criminale da semplice soldato della "famiglia" di Porta
Nuova a rappresentante della Commissione provinciale di Palermo. Il mafioso ha confessato ai
giudici e ai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) i legami che stringono
Marcello Dell'Utri e alcuni esponenti di Cosa Nostra. Un elenco lunghissimo, composto non da
uomini d'onore qualunque ma dai capi, dai sottocapi e dai consiglieri di due delle più importanti
“famiglie” di Palermo: quella di Porta Nuova e quella di Santa Maria dei Gesù. Girolamo “Mimmo”
Teresi è il primo personaggio della lista fatta dal pentito Totò Cancemi. Mimmo Teresi era il più
fidato amico di Stefano Bontate e suo consigliori. Furono uccisi entrambi, nel 1981, a distanza di un
mese. Gli altri due nomi citati da Cancemi sono quelli di Pietro Lo Jacono e di Ignazio Pullarà, una
volta capidecina di Bontate e poi passati nelle fila dei Corleonesi di Riina. Ma Totò Cancemi parla
anche della sua “famiglia” e, soprattutto, del "punto di riferimento" che aveva in Lombardia:
Vittorio Mangano [ ... ]. Mangano è stato stalliere ad Arcore (nella tenuta di Berlusconi) nella
seconda metà degli anni Settanta. [Secondo Cancemi] nella "tenuta" tra Monza e Milano trovarono
rifugio Ciccio Mafara (un boss ucciso nei primi anni Ottanta nella guerra di mafia) e, durante la
latitanza, i fratelli Grado e Contorno, anche loro uomini d'onore di Santa Maria del Gesù. Gli
investigatori hanno ritenuto che si trattasse di Totuccio Contorno. Ma il pentito ha spiegato: “No,
non sono io. Credo che sia Giuseppe Contorno... In quegli anni lui aveva interessi a Milano con i
Pullarà, Ignazio e Giovambattista”. Le rivelazioni di Totò Cancemi non si fermano però alle
amicizie e alle frequentazioni mafiose di Marcello Dell'Utri. Il boss svela i retroscena del grande
affare del centro storico [di Palermo]. Parla degli investimenti che Silvio Berlusconi avrebbe fatto
in attesa del secondo “grande sacco” della città, quello che la mafia stava preparando dai tempi di
Lima e Ciancimino, Calò e Buscetta. Totò Cancemi indica espressamente l'acquisto di immobili da
parte del Cavaliere. E poi fa entrare in scena un misteriosissimo personaggio che avrebbe fatto da
intermediario, a Palermo, nell'affare centro storico”. Il pentito lo chiama “il ragioniere”. Sarebbe
stato “il ragioniere”, in nome e per conto di Berlusconi, a trattare direttamente l'operazione. Sarebbe
stata, dunque, la mafia a favorire l'ingresso in Sicilia del Cavaliere per spartire la "torta" del grande
risanamento di uno dei centri storici più belli d'Europa? Su tutte queste dichiarazioni del pentito di
Porta Nuova sono in corso investigazioni in tutta la Sicilia occidentale. Indaga la Procura antimafia
di Palermo, ma anche quella di Caltanissetta dove Cancemi per la prima volta ha deciso di vuotare il
sacco sulle stragi mafiose dell'estate 1992. Sono investigazioni partite alla fine dello scorso febbraio
e concentrate soprattutto nella città di Palermo. Si cercano anche società in qualche modo legate a
Marcello Dell'Utri e a suo fratello Alberto, società costituite negli ultimi anni a Palermo. Più
complessa e articolata l'inchiesta dei magistrati della Procura antimafia di Catania. Anche lì s'indaga
sullo staff del Cavaliere, seguendo le tracce di un fiume di soldi. L'inchiesta era cominciata
indagando sul "tesoro" di Benedetto “Nitto” Santapaola e dei suoi fedelissimi prestanome. 1 giudici
hanno trovato collegamenti con alcune società di Alberto Dell'Utri, il fratello di Marcello.
Collegamenti che hanno lasciato una traccia: intercettazioni telefoniche. Questa di Catania è una
investigazione difficilissima, gli esperti partono da centinaia di migliaia di dollari, i proventi del
riciclaggio della “Santapaola spa”"86.

"Secondo alcune indiscrezioni, confermate in ambienti giudiziari, la Direzione distrettuale antimafia


di Palermo (Dda) indaga su Dell'Utri in relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro
proveniente dal traffico internazionale di stupefacenti affidato da Cosa Nostra direttamente o
indirettamente all'amministratore delegato di Publitalia [ ... ]. Il quadro che fa Cancemi ritrae un
Marcello Dell'Utri abbastanza in confidenza con alcune '1amiglie" di Cosa Nostra, e precisamente
quelle di Santa Maria del Gesù e quella di Porta Nuova. Il pentito parla di "gite" milanesi (nella
villa di Dell'Utri) di uomini come Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Pietro Lo Jacono, i fratelli
Pullarà e i cugini Grado. L'altro collaboratore, La Barbera, sembra sia stato un po' più generico. Ha
detto di [ ... ] poter affermare che nell'ambito di Cosa Nostra Berlusconi veniva considerato amico
[ ... ]. Pietro Marchese ha raccontato che la mafia, a suo tempo, intervenne per salvare dal sequestro
il figlio di Silvio Berlusconi che fu portato fuori dall'Italia [ ... ]. Cancemi parla dei rapporti tra
Fininvest e Cosa Nostra, ipotizzando una sorta di "patto" insorto dopo che la mafia aveva avviato
una campagna di taglieggiamento nel settore della grande distribuzione in Sicilia. Il boss racconta di
un'estorsione che, nel tempo, sarebbe divenuta un tacito accordo (con pagamento di circa 600
milioni all'anno) per avere una specie di esclusiva. La storia dell'inchiesta sugli attentati alla Standa
di Catania non è nuova e la Procura di Catania avrebbe accertato molte circostanze che
proverebbero l'esistenza di una vera e propria “guerra di mafia” per accaparrarsi la piazza della
grande distribuzione nell'Isola [ ... ]"87.

"I magistrati sembrano intenzionati a ricostruire l'intera carriera dei due Dell'Utri: da quando hanno
lasciato la Sicilia per insediarsi a Milano, fino all'ascesa ai massimi vertici dell'impero del
Cavaliere. Ci sono già testimonianze che inquadrano le pericolose amicizie di Marcello Dell'Utri e
la frenetica attività di Alberto, suo fratello gemello. Di Alberto si sta occupando soprattutto, ma non
solo, la Procura antimafia di Catania. I magistrati vogliono capire le ragioni del vorticoso nascere e
morire di società che ad Alberto Dell'Utri farebbero riferimento. Società che, in alcuni casi, si
intersecherebbero con i canali di riciclaggio predisposti da un prestanome del boss catanese Nitto
Santapaola"88.

Il vertice della Fininvest reagisce alle indiscrezioni pubblicate con risalto dalla stampa: parla di
"una manovra" calunniosa, e cavalcando la campagna elettorale in corso, grida al complotto.
L'aspirante premier Berlusconi dichiara: "Comincio a pensare che in fondo a questa manovra
potrebbe esserci un rischio enorme, quello della perdita della libertà nel nostro Paese". E Dell'Utri,
“motore” del partitosetta “Forza Italia”: "Pazzesco. Tutto assurdo: il mio è come il caso Tortora... t
tutto falso... Ignobili calunnie... Ci avevano avvertito: chi tocca i fili [della politica] muore".
Il 22 marzo 1994, il quotidiano “La Stampa” attribuisce al presidente della Commissione
parlamentare Antimafia Luciano Violante una dichiarazione che indurrà Violante a rassegnare le
dimissioni dalla Commissione in seguito alle violente polemiche suscitate: "La verità è che
Dell'Utri è iscritto sul registro degli indagati della Procura di Catania, non di quella di Caltanissetta.
E non si tratta di pentiti questa volta. C'è un Pm di lì, si chiama Marino, che sta conducendo
un'indagine di mafia su un traffico di armi e di stupefacenti. L'inchiesta non si basa su dichiarazioni
di pentiti ma, a quanto pare, su intercettazioni ambientali". La reazione del partitoFininvest è
furibonda: Berlusconi denuncia un "complotto comunista" capeggiato dal "comunista Violante" con
la complicità di "certa magistratura".

Ma le "indiscrezioni" attribuite a Violante trovano una qualche conferma a Catania: "Centinaia di


migliaia di dollari, un traffico d'armi, aziende alimentate dal denaro dell'eroina e della coca. E poi
una miriade di prestanome, di sigle, di coperture, società che aprono e chiudono, movimenti
finanziari con la Svizzera. Nell'inchiesta giudiziaria sul "tesoro" di Cosa Nostra catanese, c'è una
traccia che porta anche ad Alberto Dell'Utri, il fratello gemello di Marcello, il presidente di
Publitalia. E' un'indagine cominciata con l'“ascolto” di alcuni personaggi e continuata poi con la
decifrazione di carte e documenti. Se alla Procura antimafia di Palermo dentro un'indagine sul
riciclaggio c'è Marcello Dell'Utri, alla Procura antimafia di Catania si indaga su suo fratello
Alberto. L'inchiesta palermitana è nella fase preliminare, un pò più avanti sono le indagini catanesi
del sostituto procuratore della Repubblica Nicolò Marino"89.

Il 12 aprile 1994, l'ex magistrato Tiziana Parenti, detta Titti la Rossa (neoonorevole eletta nelle liste
del partito creato dai Dell'Utri), preda di un estemporaneo sussulto di arguzia dichiara: "“Forza
Italia” è a rischio mafia... La rapidità con cui è cresciuto questo movimento può farci temere un
pericolo concreto di infiltrazioni mafiose... In “Forza Italia” ci sono nomi che suonano come
campanelli d'allarme ... "90. Le risponde uno dei massimi conoscitori di Cosa Nostra, Pino
Arlacchi: "Per cogliere un certo tipo di inquinamento in “Forza Italia” basterebbe guardare
all'entourage di Silvio Berlusconi, agli uomini forti della sua "azienda". I nomi allarmanti che
l'onorevole Parenti non ha pronunciato mi sembrano quelli dei fratelli Dell'Utri... Ho trovato i nomi
dei Dell'Utri in un rapporto di polizia [dove] non si parlava di leasing o Tv. Si parlava di
riciclaggio, riciclaggio di denaro sporco... La polizia stava indagando su un reticolo di “riciclatori”
che operavano a Milano nella seconda metà degli anni Settanta e avevano collegamenti, da una
parte con Vito Ciancimino in Sicilia, dall'altro con i CuntreraCaruana in America Latina... Non è un
mistero che in tanti Paesi del Sud, in zone ad alto tasso di inquinamento mafioso, sono sorti
numerosi club di "Forza Italia” sospetti, e che durante la campagna elettorale esponenti mafiosi
hanno appoggiato in maniera più o meno occulta candidati di “Forza Italia”".

Il 17 aprile 1994, la stampa informa: "È il primo indagato della Seconda Repubblica. Ilario Floresta,
53 anni, imprenditore, eletto alla Camera dei Deputati per il movimento "“Forza Italia”: il suo nome
è iscritto nel registro degli indagati di Catania. Ad avviare l'indagine su Floresta sono stati i
magistrati della Direzione Antimafia di Catania, che nei giorni scorsi hanno arrestato un cugino e
collaboratore dell'esponente di "“Forza Italia” [ ... ] "91.

Nell'ambito dell'inchiesta dei magistrati milanesi di “Mani pulite" per le mazzette pagate dalla
Fininvest ad alcuni ufficiali e sottufficiali della Guardia di Finanza (primaveraestate del 1994),
emerge la testimonianza del maresciallo Giuseppe Capone, il quale ha dichiarato agli inquirenti che
il collega maresciallo Francesco Nanocchio (coinvolto, come Capone, nello scandalo) avrebbe
affermato in due occasioni: "Se Nitto Santapaola e la mafia lo abbandonassero, Silvio Berlusconi
sarebbe spacciato"92.
Intanto, si apprende che la Dia (Direzione investigativa antimafia) ha da tempo avviato "indagini
accurate a Milano, in Sicilia e a Montecarlo su eventuali, presunti rapporti tra uomini del gruppo
Fininvest (primo fra tutti Marcello Dell'Utri) e società o personaggi legati a Cosa Nostra. E alcuni
inquirenti non avrebbero escluso la possibilità che gli ufficiali [della Guardia di Finanza] già
"ammorbiditi" dalla Fininvest durante le verifiche fiscali potessero ricevere richieste e pressioni,
una volta passati alla Dia [come nel caso del colonnelloAngelo Tanca, passato dalla GdFalla Dia,
NdA], anche a proposito di altre, più delicate indagini"93.

Il successo elettorale del partito di Dell'Utri alle elezioni politiche dei marzo 1994 (in Sicilia,
"“Forza Italia” si afferma quale primo partito, col 33 per cento dei voti) e la formazione del governo
Berlusconi, pongono la setta politicoaffaristica Fininvest nelle condizioni di poter correre ai ripari
rispetto a una questione quella dei pentiti di mafia e delle indagini antimafia che potrebbe risultarle
esiziale. Del resto, già prima del voto, quando la stampa aveva informato delle prime ammissioni
del boss Totò Cancemi e delle indagini delle Procure siciliane, Berlusconi aveva dichiarato guerra
ai pentiti di mafia e alla legge che li tutela ("Basta coi pentiti... La legge è da rifare").

Nei primi giorni di aprile 1994, la strategia Fininvest viene espressa, al suo massimo grado di
autorevolezza, dal neosenatore avvocato Cesare Previti, candidato alla poltrona di ministro della
Giustizia. Previti tuona contro "l'uso distorto dei pentiti", e dichiara: "Non mi meraviglierei se in
qualche Procura, da Palermo a Milano, si inducesse qualche mafioso pentito di dubbia affidabilità a
coinvolgere esponenti Fininvest o di Forza Italia..."94; quindi enuncia un progetto di "riforma" che
finirebbe per assoggettare la magistratura al controllo del potere politico. E' l'avvio ufficiale della
campagna berlusconiana volta a delegittimare la legislazione antimafia, a smantellare gli apparati
statali che combattono Cosa Nostra, e a imbrigliare la magistratura.

Mentre la campagna berlusconiana si dispiega, l'esperto antimafia Pino Arlacchi dichiara: "Vedo in
Forza Italia massoni riciclati e strani personaggi del vecchio sistema. Leggo che si vuole buttare
all'aria la legislazione sui pentiti. Raccolgo voci di un azzeramento indiscriminato dei vertici di tutta
la struttura antimafia [ ... ]. Temo che si voglia passare un colpo di spugna su dieci anni di lotta alla
criminalità organizzata... Vedo che è incominciata, da un giorno all'altro, una violentissima
campagna d'opinione contro i pentiti. Inspiegabile, se si pensa ai successi che questa strategia,
ricalcata sull'esempio degli Stati Uniti, ha consentito: sostengo che un pentito di un certo peso può
far risparmiare cinquedieci anni di indagini; aggiungo che senza Tommaso Buscetta staremmo
ancora qui a domandarci che cos'è la mafia e se esiste davvero. E mi chiedo anche: possibile che si
usi una tale potenza di fuoco contro l'anello più debole della catena, contro l'ex criminale che ha
deciso di collaborare con la giustizia?... Tutto questo gran vociare mira in realtà a intimidire e
delegittimare non solo l'ex mafioso, ma soprattutto chi lavora con lui: poliziotti, investigatori,
magistrati... Penso che si tratti di una “manovra di prevenzione”. Ci sono decine di processi aperti,
di dibattimenti avviati che devono concludersi presto con condanne e conferme di accusa
gravissime. E poi ci sono indagini partite in tutt'Italia proprio sulla scorta delle rivelazioni di pentiti
che vanno tutte in una sola direzione: il rapporto tra la mafia e la criminalità del Nord"95.

Poco tempo dopo, Arlacchi avrà modo di ribadire: "Questa campagna di intimidazione ha due
obiettivi precisi: impedire che vengano toccati i meccanismi di riciclaggio del denaro sporco, i
rapporti tra Cosa Nostra e pezzi importanti dell'economia e della finanza nazionale e internazionale;
evitare che si accendano i riflettori sui collegamenti tra mafia e centri di potere occulto come la
massoneria deviata"; ma Arlacchi ribadirà anche: "Dietro questa polemica sui pentiti c'è un aspetto
ancora più grave: si vogliono colpire i singoli magistrati, i singoli investigatori [ ... ]. Si vuole
evitare che si celebrino i processi, che i mafiosi vengano condannati. Attualmente, grazie alle
dichiarazioni dei collaboratori e ai riscontri effettuati da giudici inquirenti e polizia giudiziaria,
abbiamo un tasso di condanne che supera l'80 per cento. C'è un'intera lobby mafiosa ma anche
politicogiudiziaria in allarme. E così si tenta di far celebrare i processi in un clima generale di
discredito (lei pentiti... La strategia vincente da parte dello Stato in questi ultimi due anni aveva tre
punti cardine: la legislazione premiale, la creazione di strutture investigative specializzate,
l'appoggio incondizionato e totale dell'opinione pubblica. Tutti questi punti sono stati colpiti nelle
ultime settimane"96.

Il 25 maggio 1994, a Reggio Calabria, dove si svolge il processo per l'omicidio del giudice Antonio
Scopelliti, l'imputato Totò Riina (il "Boss dei boss" catturato grazie ad alcuni pentiti, dopo 19 anni
di latitanza) rilascia dichiarazioni che suscitano grande clamore: "La legge sui pentiti deve essere
abolita [perché] i pentiti si inventano tutto... lo sono un po' come il "caso Tortora""; e dopo essersi
scagliato contro l'isolamento carcerario cui è sottoposto a norma dell'articolo 41 bis del regolamento
penitenziario per i mafiosi ("Vivo isolato in carcere da sedici mesi... Mi trattano come un cane, ma
nemmeno i cani vivono come vivo io: sono isolato"), il proclama del superboss corleonese diviene
più “politico”: "Sono i comunisti che portano avanti un particolare disegno... Ci sono i Caselli97, i
Violante98, e questo Arlacchi99 che scrive libri... Ecco, secondo me il nuovo governo [Berlusconi]
si deve guardare dagli attacchi dei comunisti"100.

"E la prima volta che un mafioso di alto livello si permette una audacia come questa", commenta
Pino Arlacchi. "Perché lo fa adesso? Si vede che si sente più sicuro... Ora poi è entrato direttamente
in una tematica politica... Sono segnali lanciati alle forze di governo, come per indicare che mafiosi
e governo hanno gli stessi nemici ... ".

Scrive Paolo Franchi sul “Corriere della Sera”: "Primo: abolire la legge sui pentiti. Secondo:
mettere in scacco il complotto “comunista" che la sottende, e che avrebbe per protagonisti Gian
Carlo Caselli, Luciano Violante, Pino Arlacchi, additati pubblicamente come bersagli. Questo è il
messaggio che il governo e decine di milioni di italiani si sono incredibilmente visti recapitare da
un'aula di giustizia, a mezzo Tv, da Totò Riina. Se qualcuno nutriva ancora dei dubbi, adesso può
esserne certo: il sensorio politico di Cosa Nostra è quanto mai vigile. Per anni, in particolare dal
luglio del '92, quando all'indomani delle stragi di Capaci e via D'Amelio fu varato il superdecreto
antimafia, Cosa Nostra ha subito colpi durissimi. Adesso avverte che qualcosa può cambiare a suo
vantaggio, che la macchina da guerra apprestata per combatterla può andare in panne. E si muove di
conseguenza. Da cosa abbia tratto la convinzione che sia giunta l'ora di tornare all'attacco è presto
detto. Sono settimane che la legislazione sui pentiti è oggetto di polemiche politiche assai più che
giuridiche. E in queste polemiche uomini [dei governo Berlusconi] ed esponenti della maggioranza
[cioè di “Forza Italia”, NdA] si sono addentrati in forme per nulla rassicuranti. Ora presentando la
legislazione in questione come un mostro giuridico da abbattere in nome di elementari principi
garantisti, ora asserendo viceversa che si tratta di ritoccarne solo questo o quell'aspetto. Ora dando
ad intendere di considerare i magistrati più impegnati nella lotta alla mafia come degli avversari, ora
cercando invece di assumerli come interlocutori[ ... ]"101.

Nella notte di sabato 2 luglio 1994, una catena di attentati incendiari colpisce le filiali standa
ubicate a Roma , Firenze, Modena, Milano, Brescia, Trento; il precedente 24 maggio, analoghi
attentati avevano raggiunto i supermercati Standa di Aosta e Ivrea. La sequela di attentati, dunque,
colpisce la catena di grandi magazzini della Fininvest da Roma fino a tutto il Nord Italia,
escludendo quelli situati nelle regioni del Sud. La stampa ipotizza una “azione terroristica” di
matrice politica; ma altri avanzano il sospetto di possibili “avvertimenti” e “solleciti” rivolti da
Cosa Nostra al governo Berlusconi.

Quattro anni prima, tra il 19 gennaio e il 16 febbraio 1990, alcuni attentati incendiari avevano
colpito i magazzini Standa di Catania e Paternò (il pentito Claudio Saverio Samperi, ex affiliato al
clan mafioso di Nitto Santapaola, si autoaccuserà per l'attentato del 19 gennaio alla sede centrale
della Standa a Catania). Da allora, le filiali dei grandi magazzini Fininvest situate nelle province
siciliane non avevano più registrato azioni delittuose; il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, nel
marzo 1994, aveva dichiarato: "Anche i bambini sanno che in Sicilia la Standa è cogestita [dalla
Fininvest] a Catania con Santapaola, e a Palermo con Riina".

Ma proprio la “questione Standa”, in Sicilia, è oggetto di rivelazioni dei mafiosi pentiti e di indagini
antimafia. "Un rapporto dei carabinieri di Corleone del dicembre 1990 sul quale Falcone puntava
molto. Intercettazioni telefoniche di personaggi sospettati di essere vicini a Totò Riina. Ma con loro
anche la responsabilità di un'affiliata Standa di Palermo. L'argomento è l'acquisto di supermercati in
fallimento. E, in particolare, scrivono i carabinieri, la vicenda del fallimento della Comega, "voluto
ed in qualche modo pilotato da chi ha interesse a monopolizzare il controllo di affiliati Standa". Ma
si parla anche di un complesso alberghiero in fallimento al quale sarebbe interessato Silvio
Berlusconi. Insomma, proprio i settori dei quali si starebbero occupando alcune Procure siciliane.
Tra i personaggi intercettati Pino Mandalari, sospettato di essere il commercialista di Totò Riina,
condannato per riciclaggio di denaro sporco, massone appartenente alla Loggia di Trapani Iside 2, i
cui responsabili sono stati recentemente condannati per costituzione di società segreta. E' lui al
centro delle operazioni “commerciali” su cui indagavano i carabinieri. Un rapporto delicatissimo in
cui si parla dei rapporti tra mafia e massoneria e degli interessi economici di Cosa Nostra. Eppure
rimasto a lungo nei cassetti della Procura di Palermo malgrado Falcone lo considerasse molto
importante. Ma erano gli ultimi mesi della permanenza nell'Isola e i rapporti col suo "capo" Pietro
Giammanco erano diventati pessimi. E quel rapporto non ebbe seguito. Fino a quando,
recentemente, è stato “riesumato” ed è finito nella megainchiesta su mafia e massoneria in corso a
Palermo. La prima telefonata citata nel rapporto è del 15 ottobre '90. Pino Mandalari telefona
all'avvocato Antonino Messineo102 [ ... ]. Ed ecco la prima citazione importante. Ignazio Momino è
l'avvocato di Totò Riina. E secondo le cronache dei giornali di ieri era presente alla manifestazione
del candidato a Bagheria di Alleanza nazionale Forza Italia, Antonio Battaglia, avvocato di Leoluca
Bagarella, cognato di Riina, latitante e, probabilmente, attualmente alla guida della "cupola". Ma
qual è l'argomento del colloquio tra Mandalari e Messineo? L'acquisto di supermercati. E qui
compare, per la prima volta, la Standa. Ed è proprio Mandalari a dirlo a Messineo. “Io sono
diventato il supervisore... perché abbiamo trattative con la Standa e tanti altri problemi da
sistemare”. La conferma arriva il giorno dopo. Mandalari telefona al numero intestato all'Affiliato
Standa, in via Croce Rossa a Palermo, e parla con una certa Nicoletta Palumbo, responsabile del
supermercato103 [ ... ]. Chi è quel Totò? I carabinieri non lo dicono, ma la citazione dei brano non
sembra casuale. E non è comunque l'unica conversazione tra i due. Il 5 novembre è la Palumbo a
telefonare al Mandalari. Questi, si legge nel documento, “asserisce che il negozio lo potranno
rilevare per quattro soldi da un eventuale fallimento, mentre la Palumbo sostiene che non è proprio
possibile fallire in quanto lo sa tutta Palermo”. Un rapporto stretto quello tra i due. Il precedente 12
ottobre, infatti, con un'altra telefonata la Palumbo viene “inviata a Milano dal Mandalari per
condurre una non meglio precisata trattativa per svariati miliardi di lire”. Ma nelle intercettazioni
telefoniche non si parla solo di supermercati. Il 6 novembre sempre Mandalari telefona a Roma
all'avvocato Antonio Juvara, anche lui massone. L'argomento è l'acquisizione di un albergo in
fallimento a Punta Favaro di Favignana. Si parla del prezzo e a un certo punto Mandalari, si legge
nel rapporto, “raccomanda l'urgenza spiegando che, se si arriva all'asta, si infila Berlusconi". Un
evidente interesse del Cavaliere ad acquistare immobili sotto fallimento in Sicilia [smentito dalla
Fininvest]"104.

Il testo del decreto legge sulla custodia cautelare frettolosamente predisposto (prima varato, e poi
ritirato) dal governo Berlusconi il 14 luglio 1994 col primario scopo di contrastare l'azione dei
magistrati di “Mani pulite”, contiene una norma (art. 9) ritagliata su misura per Cosa Nostra un
quotidiano titola infatti: Nel decreto salvaladri un regalo anche alle cosche105. Nel decreto legge,
dello stesso luglio, che contempla il condono edilizio, l'art. 6 stabilisce la soppressione delle vigenti
norme di legge che prevedono la sospensione e la cancellazione dall'Albo costruttori delle imprese
edili colluse con la mafia; ma l'intero dispositivo come verrà documentato e denunciato dalla Lega
ambiente "è un regalo alla mafia"106. Intanto, alcuni parlamentari di “Forza Italia” si dichiarano
favorevoli all'abolizione dell'articolo 41 bis del regolamento carcerario che prevede l'isolamento dei
boss mafiosi detenuti, dando inizio a una campagna contro il dispositivo antimafia.

Il 5 agosto 1994, la rappresentante di “Forza Italia” Tiziana Parenti (non più turbata dalle possibili
infiltrazioni mafiose nel suo “partito”) assume la presidenza della Commissione parlamentare
Antimafia già presieduta da Luciano Violante. Il 21 agosto, il responsabile dell'amministrazione
penitenziaria, Francesco Di Maggio, viene indotto dal governo a lasciare il suo incarico, forse
perché contrario all'abolizione dell'articolo 41 bis. Il 26 agosto, Gianni De Gennaro, valente capo
della Dia (Dipartimento investigativo antimafia), viene rimosso dall'incarico e “promosso” a capo
della Criminalpol; De Gennaro viene allontanato dalla Dia perché "ha dei nemici in "Forza Italia"
[che lo vogliono lontano dalla Dia] per le indagini sui rapporti tra mafia e politica"107.

"La promozione di De Gennaro alla Criminalpol, in un posto formalmente più elevato, appare come
una retrocessione sostanziale, dal punto di vista dell'operatività anticrimine. La verità è che
gliel'avevano giurata, a De Gennaro [ ... ]. Non è un mistero che De Gennaro sia considerato da
Previti e da Berlusconi, ma più in generale dalla maggioranza di governo, il braccio operativo di
un'antimafia da dimenticare. L'antimafia che ha saputo ottenere successi fino a ieri impensabili
contro Cosa Nostra, anche grazie all'utilizzo dei collaboratori di giustizia e dell'articolo 41 bis del
regolamento penitenziario [ ... ]. Anche Di Maggio, come De Gennaro, come Violante, come
Arlacchi, come Caselli, è stato tra i protagonisti di quella stagione straordinaria della lotta alla
criminalità che, dalla metà del 1991 all'inizio del 1994, ha visto Cosa Nostra finalmente attaccata e
messa alle corde, la Cupola disarticolata, alcuni dei maggiori latitanti, da Totò Riina a Nitto
Santapaola, arrestati e costretti all'isolamento in carcere [ ... ]. Di quella stagione, De Gennaro con
la Dia è stato forse la più lucida delle menti d'intelligence e il più abile dei bracci operativi. Eppure
non piace a molti della nuova maggioranza [ ... ]. Troppo indipendente, De Gennaro, dal nuovo
potere politico. Troppo incontrollabile. E troppo pericoloso: tanto da avere avviato indagini a
Catania, a Milano e a Montecarlo su presunti contatti tra uomini Fininvest e uomini di Cosa
Nostra"108.

Il 30 agosto, si apprende che il ministro Guardasigilli del governo berlusconiano, il superriciclato


onorevole avvocato Alfredo Biondi, ha predisposto, col partecipe assenso di Berlusconi, un nuovo
testo di legge volto a “sfoltire” le carceri; il “Corriere della Sera" scrive che nel testo vi è un
"rischio di benefici anche ai mafiosi".

***

L'estate 1994 è cruciale anche per il redivivo “finanziere” in odore di mafia Filippo Alberto
Rapisarda, il quale accarezza un ambizioso progetto “siciliano”: la costruzione di un aeroporto
nell'isola più esclusiva dell'arcipelago delle Eolie, Panarea. Nell'attesa di attuare il suo progetto, il
pluripregiudicato "delinquente abituale" amico e sodale dei Dell'Utri si è scoperto una vocazione
politica naturalmente, nel partitosetta “Forza Italia”; e ospita nella sua villa di Panarea (planatovi
con un elicottero privato) il vertice Fininvest nella persona del ministro della Difesa Cesare Previti.
Catalogo dei parlamentari
Gli eletti indagati, processati, condannati, arrestati, candeggiati, riciclati, etc. etc.

Personaggi i cui nomi


Personaggi che sono
erano negli elenchi
stati coinvolti in
della loggia segreta
vicende di corruzione
P2
Personaggi che sono Personaggi che sono
stati indagati e sono stati coinvolti in
sotto processo vicende di mafia
Personaggi che Personaggi che sono
hanno già subito una stati arrestati e sono
condanna definitiva stati in carcere

Andreotti, Giulio

Senatore a vita, nominato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Politico
democristiano, sette volte presidente del Consiglio. Ventisette volte messo in stato d'accusa dal
Parlamento, sempre salvato (anche grazie al Partito comunista). Processato a Palermo con l'accusa
di essere stato il massimo referente politico dell'organizzazione mafiosa siciliana Cosa nostra. In
primo grado Ë stato assolto con formula dubitativa (che corrisponde all'insufficienza di prove del
vecchio codice). La sentenza, pur assolvendolo, sottolinea che Andreotti ha più volte mentito al
Tribunale e aveva stretti rapporti politici con i referenti siciliani di Cosa nostra, Salvo Lima e i
cugini Salvo. La sentenza d'appello riforma in parte quella di primo grado, sostenendo che sono
provati i suoi rapporti con gli uomini di Cosa nostra, almeno fino al 1980, anche se per pochi mesi
scatta la prescrizione del reato. Nel novembre 2002 è condannato, in appello, a 24 anni di carcere
come mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, che era a conoscenza di imbarazzanti
segreti di Andreotti: i soldi ottenuti nella vicenda Italcasse, il memoriale di Aldo Moro...

Arnoldi, Gianantonio

Deputato della Repubblica. Eletto nel collegio di Treviglio. è stato assistente dell'allora ministro-
asfaltatore Giovanni Prandini (Dc) per poi assumere l'incarico di segretario di Forza Italia a
Bergamo. Secondo le accuse della procura di quella città, però, avrebbe falsificato le tessere del suo
partito per aumentarne il numero. Arnoldi, inoltre, è accusato di aver falsificato alcune firme per la
presentazione del Ps di Gianni De Michelis, travasandole da quelle raccolte per Forza Italia. Ma i
capi d'accusa più pesanti nei suoi confronti arrivano dalla procura di Milano: falso in bilancio e
bancarotta, nell'ambito di un'inchiesta (tuttora in corso) sul crac Gipielle del 2000, che ha
individuato una serie di società cessate, liquidate, svanite nel nulla o trasferite alla titolarità di
prestanome extracomunitari. Curiosità: Arnoldi ha avuto guai con la giustizia anche in Ghana, dove
durante un viaggio d'affari è stato arrestato con l'accusa di spionaggio, risultata poi infondata.
Battaglia, Antonio

Senatore della Repubblica. Da avvocato ha difeso, tra gli altri, Leoluca Bagarella, capo militare dei
Corleonesi. In politica, è un esponente di An di Temini Imerese (territorio di Caccamo, paese del
“pentito” Nino Giuffrè). Proprio Giuffrè lo cita tra i politici in contatto con Cosa nostra. «Giuffrè?
Aveva una tabaccheria di fronte al mio studio d’avvocato, a Termini», ha risposto Battaglia. Dopo
la lettera di avvertimento inviata nell’estate 2002 dai boss agli avvocati-parlamentari “colpevoli” di
non mantenere le promesse alla mafia, e dopo una nota del Sisde sul tema, a Battaglia è stata
assegnata dalla polizia una tutela.
La Procura di Palermo indaga sul Senatore Battaglia
Il Senatore Battaglia e la fabbrica di voti

Berlusconi, Silvio

Deputato della Repubblica. Eletto a Milano. Fondatore di Forza Italia. Presidente del Consiglio dei
ministri nel 1994 e nel 2001. Il suo nome di compare nelle liste della loggia massonica segreta P2:
fascicolo 625, numero di tessera 1816, data di iniziazione 26 gennaio 1978. In un'audizione alla
commissione parlamentare sulla P2, Berlusconi ammette di essersi iscritto alla P2 all'inizio del 1978
su invito di Gelli. Conferma la sua iscrizione alla loggia al processo P2, nel novembre 1993.
• Nel settembre 1988, invece, in un processo per diffamazione da lui intentato contro alcuni
giornalisti, Berlusconi dichiara al giudice:"Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2,
ricordo che è di poco anteriore allo scandalo". Per questa dichiarazione Berlusconi viene denunciato
per falsa testimonianza. Il processo per falsa testimonianza si conclude nel 1990: Berlusconi viene
dichiarato colpevole, ma il reato è estinto per intervenuta amnistia.
• Berlusconi fu indagato già dal 1983, nell'ambito di un'inchiesta su droga e riciclaggio: la Guardia
di finanza aveva posto sotto controllo i suoi telefoni e scritto nel suo rapporto: «è stato segnalato
che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in
Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e
opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo...». L'indagine non accertò nulla
di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.
• Berlusconi è stato accusato di aver pagato tangenti a ufficiali della Guardia di finanza, per
ammorbidire i controlli fiscali su quattro delle sue società. In primo grado è stato condannato a 2
anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate, senza attenuanti generiche. In appello, la
Corte concede le attenuanti generiche: così scatta la prescrizione per tre tangenti. Per la quarta
(Telepiù), l'assoluzione è concessa con formula dubitativa, secondo il comma 2 art. 530 cpp. La
Cassazione, nell'ottobre 2001, conferma le condanne per i coimputati di Berlusconi Berruti,
Sciascia, Nanocchio e Capone (dunque le tangenti sono state pagate), ma assolve Berlusconi per
non aver commesso il fatto, seppur richiamando l'insufficienza di prove.
• Per 21 miliardi di finanziamenti illeciti a Bettino Craxi, passati attraverso la società estera All
Iberian, in primo grado è condannato a 2 anni e 4 mesi. In appello, a causa dei tempi lunghi del
processo scatta la prescrizione del reato. La Cassazione conferma.
• Berlusconi è rinviato a giudizio per aver falsificato i bilanci Fininvest (processo All Iberian 2). Il
dibattimento, dopo molte lungaggini e schermaglie procedurali, è in corso presso il Tribunale di
Milano. Ma intanto Berlusconi ha cambiato la legge sul falso in bilancio: il processo è sospeso in
attesa che il tribunale di Milano decida se inviare alla Corte costituzionale e all'Alta corte di
giustizia europea eccezioni d'incostituzionalitý e di incompatibilitý con le direttive europee. La
richiesta è della procura di Milano, che chiede di giudicare se le nuove norme sui reali societari
siano costituzionali e compatibili con le direttive dell'Unione europea. Se le eccezioni saranno
respinte, il reato sarý dichiarato prescritto.
• Berlusconi è stato indagato (anche sulla base di una voluminosa consulenza fornita dalla Kpmg)
per la rete di 64 società e conti off shore del gruppo Fininvest (Fininvest Group B) che, secondo
l'accusa, ha finanziato operazioni "riservate" (ha scalato societý quotate in Borsa, come Standa e
Rinascente, senza informare la Consob; ha aggirato le leggi antimonopolio tv in Italia e in Spagna,
acquisendo il controllo di Telepiù e Telecinco; ha pagato tangenti a partiti politici, come la stecca
record di 21 miliardi di lire data a Craxi attraverso la societý All Iberian). La rete occulta della
Finivest-ombra ha spostato, tra il 1989 e il 1996, fondi neri per almeno 2 mila miliardi di lire. Per
questo Berlusconi è stato chiamato a rispondere di falso in bilancio. Ma nel 2002 ha cambiato la
legge sul falso in bilancio, trasformando i suoi reati in semplici illeciti sanabili con una
contravvenzione e soprattutto riducendo i tempi di prescrizione del reato (erano 7 anni, aumentabili
fino a 15; sono diventati 4). CosÏ il giudice per le indagini preliminari nel febbraio 2003 ha chiuso
l'inchiesta: negando l'assoluzione, poichÈ Berlusconi e i suoi coimputati (il fratello Paolo, il cugino
Giancarlo Foscale, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri) non possono dirsi innocenti; ma
decidendo di prosciogliere tutti i 25 imputati, poichÈ il tempo per il processo, secondo la nuova
legge, è scaduto. La procura ricorre in Cassazione, che all'inizio di luglio 2003 applica per la prima
volta il "lodo Maccanico", decidendo la sospensione del processo per Berlusconi.
• Berlusconi è stato rinviato a giudizio per aver deciso il versamento in nero di una decina di
miliardi dalle casse del Milan a quelle del Torino calcio, per l’acquisto del calciatore Gianfranco
Lentini. Il dibattimento di primo grado si è concluso con la dichiarazione che il reato è prescritto,
grazie alla nuova legge di Berlusconi sul falso in bilancio.
• Berlusconi è accusato di comportamenti illeciti nelle operazioni d'acquisto della società Medusa
cinematografica, per non aver messo a bilancio 10 miliardi. In primo grado è stato condannato a 1
anno e 4 mesi per falso in bilancio. In appello, assoluzione con formula dubitativa, confermata in
Cassazione.
• Berlusconi è accusato di appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio per l’acquisto dei
terreni intorno alla sua villa di Macherio. In primo grado è assolto dall'appropriazione indebita e
dalla frode fiscale. Per i due falsi in bilancio contestati scatta la prescrizione. In appello è
confermata l'assoluzione per i due primi reati; è assolto per uno dei due falsi in bilancio, per il
secondo si applica l'amnistia.
• Berlusconi è accusato di aver pagato i giudici di Roma per ottenere una decisione a suo favore nel
Lodo Mondadori, che doveva decidere la proprietà della casa editrice. Il giudice dell'udienza
preliminare Rosario Lupo ha deciso l'archiviazione del caso, con formula dubitativa. La Procura ha
fatto ricorso alla Corte d’appello, che nel giugno 2001 ha deciso: per Berlusconi è ipotizzabile il
reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; concesse le
attenuanti generiche, il reato dunque è prescritto, poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le
attenuanti genriche, scatta dopo 5 anni. Il giudice ha disposto che restino sotto processo i suoi
coimputati Cesare Previti, Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Vittorio Metta.
• Berlusconi è accusato di aver corrotto i giudici durante le operazioni per l'acquisto della Sme.
Rinviato a giudizio insieme a Cesare Previti, Renato Squillante e altri. Il processo di primo grado si
Ë celebrato presso il Tribunale di Milano, dopo che la Cassazione ha respinto la richiesta di spostare
il processo a Brescia o a Perugia, per legittimo sospetto reintrodotto per legge nell'ottobre 2002.
Un'altra legge, il "lodo Maccanico", votata con urgenza nel giugno 2003, impone la sospensione di
tutti i processi a cinque alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio. Ma il Tribunale
ha accettato la richiesta di pubblico ministero e parte civile di chiedere alla Corte costituzionale di
pronunciarsi sulla eventuale incostituzionalitý del "lodo".
• Berlusconi era accusato di aver indotto la Rai, da presidente del Consiglio, a concordare con la
Fininvest i tetti pubblicitari, per ammorbidire la concorrenza. La Procura di Roma, non avendo
raccolto prove a sufficienza per il reato di concussione, ha chiesto l'archiviazione, accolta dal
Giudice dell'udienza preliminare.
• Berlusconi era accusato di aver pagato tangenti a dirigenti e funzionari del ministero delle Finanze
per ridurre l’Iva dal 19 al 4 per cento sulle pay tv e per ottenere rimborsi di favore. La Procura di
Roma ha chiesto l'archiviazione, accolta dal Giudice dell'udienza preliminare.
• Le procure di Caltanissetta e Firenze indagano da molti anni sui «mandanti a volto coperto» delle
stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e del 1993 (a Firenze, Roma e Milano). Le indagini
preliminari sull'eventuale ruolo che Berlusconi e Marcello Dell'Utri possono avere avuto in quelle
vicende sono state formalmente chiuse con archiviazioni nel 1998 (Firenze) e nel 2002
(Caltanissetta). Continuano però indagini per concorso in strage contro ignoti e i decreti
d'archiviazione hanno parole pesanti nei confronti degli ambienti Fininvest.
• La procura di Palermo ha indagato su Berlusconi per mafia: concorso esterno in associazione
mafiosa e riciclaggio di denaro sporco. Nel 1998 l'indagine è stata archiviata per scadenza dei
termini massimi concessi per indagare. Indizi sui rapporti di Berlusconi e Dell'Utri con uomini di
Cosa nostra continuano a essere segnalati in molte sentenze.
• Berlusconi, Dell’Utri e altri manager Fininvest, responsabili in Spagna dell'emittente Telecinco,
sono accusati di frode fiscale per 100 miliardi e violazione della legge antitrust spagnola. Sono ora
in attesa di giudizio su richiesta del giudice istruttore anticorruzione di Madrid, Baltasar Garzon
Real. Il giudice Garzon ha chiesto di processare Berlusconi in Italia o di poterlo processare in
Spagna. Di fatto, il processo è sospeso.

Berruti, Massimo Maria

Deputato della Repubblica. Eletto nel proporzionale, nelle liste di Forza Italia. Da ufficiale della
Guardia di finanza, nel 1979 ebbe la sorte di interrogare un giovane imprenditore emergente di
nome Silvio Berlusconi, a proposito della confusa situazione proprietaria e finanziaria della sua
società Edilnord. Berlusconi rispose che della Edilnord era soltanto un "semplice consulente".
Berruti, nel suo rapporto conclusivo, prese per buona la versione di Berlusconi, permettendo così
l'archiviazione dell'accertamento valutario che ipotizzava la dipendenza della Edilnord da società
estere. Poi si dimise dalla Guardia di finanza e andò a lavorare per Berlusconi. Prima delle
dimissioni, però, fece in tempo a essere arrestato con l'accusa di corruzione nell'ambito
dell'inchiesta per lo scandalo Icomec, una storia di tangenti che scoppiò prima di Mani pulite (al
processo fu assolto). Da consulente Fininvest, invece, è stato di nuovo arrestato, nel 1994, per
favoreggiamento a Berlusconi nell'inchiesta sulle tangenti alla Guardia di finanza. Condannato in
primo grado (10 mesi) e in appello (8 mesi). Come avvocato del gruppo Fininvest, ha trattato, fra
l’altro, l’acquisto del calciatore Gigi Lentini (poi oggetto di un processo in cui Ë imputato). Nel
gennaio 1994 Berlusconi gli ha affidato l’organizzazione della campagna elettorale di Forza Italia a
Sciacca e nella provincia d’Agrigento. Con buoni risultati, tra i quali il coinvolgimento di Salvatore
Bono (cognato del boss dell’Agrigentino Salvatore Di Gangi) e di Salvatore Monteleone, arrestato
nel 1993 per concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso e diventato, appena uscito dal
carcere, referente di Forza Italia a Montevago. Per i suoi servizi, Berruti e stato premiato con un
posto in Parlamento già dal 1996. Con il Berruti avvocato e poi politico, convive il Berruti uomo
d’affari: in Sicilia possedeva una societa, la Xacplast, che un rapporto dei carabinieri indicava come
partecipata da uomini d’onore delle famiglie mafiose di Sciacca. Il collaboratore di giustizia Angelo
Siino ha parlato anche di un incontro tra Berruti e il boss Nino Gioè, proprio nel periodo di
progettazione delle stragi del 1992-93.

Biondi, Alfredo
Deputato della Repubblica. Eletto in Lombardia, per Forza Italia. Avvocato, ex deputato liberale, ex
ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi (quando tentò, invano, di far passare il
famoso "decreto salvaladri"). Nel 1998 ha patteggiato la pena di 2 mesi di arresto e 6 milioni di
multa per frode fiscale: aveva evaso le tasse su parcelle professionali per quasi 1 miliardo.

Bossi, Umberto

Deputato della Lega nord, eletto a Milano. Ministro per le riforme. Ha precedenti penali per
resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, ai quali somma il vilipendio alla bandiera. Ha detto in
pubblici comizi che lui con il tricolore «si pulisce il c...». Dalla procura di Verona è stato indagato
per attentato all'integritý dello Stato, per presunte attivitý eversive delle ´camicie verdiª. Per uscire
da questa situazione, il ministro della Giustizia Castelli e altri esponenti della maggioranza hanno
presentato proposte di leggi su misura per depenalizzare i reati commessi da Bossi e amici. Ma il
leader indiscusso del Carroccio è stato condannato, con sentenza definitiva confermata dalla
Cassazione, anche per tangenti: 8 mesi al processo per la maxitangente Enimont, per un contributo
di 200 milioni regalati da Carlo Sama e incassati dal cassiere Patelli.

Brancher, Aldo

Deputato della Repubblica. Eletto in Veneto. è stato il regista del nuovo accordo tra Silvio
Berlusconi e Umberto Bossi, che ha portato la Casa delle libertà alla vittoria elettorale del 2001. Era
prete paolino e manager pubblicitario di Famiglia cristiana. Don Aldo, giovane e brillante, era il
braccio destro del mitico don Emilio Mammana, che aprì il primo ufficio pubblicità di Famiglia
cristiana a Milano, facendo uscire il settimanale dall'ambiente provinciale di Alba e dalle sacrestie.
Grazie a don Mammana, Famiglia cristiana divenne uno dei settimanali italiani più venduti e più
ricchi di pubblicità. Accanto a don Mammana c'era sempre lui, don Aldo, pretino giovane e
spregiudicato, guardato con un po' d'apprensione dalle segretarie, per via dei suoi modi, non proprio
da prete fedele al voto di castità. I soldi che faceva girare erano tanti e il ragazzo era svelto. Forse
troppo. Tanto che don Zega, allora direttore di Famiglia cristiana, arrivò ai ferri corti con don Aldo.
Sarà per questo, o per una donna che era entrata stabilmente nella sua vita, ma comunque Brancher
lasciò i paolini, cambiò vita, abbandonò il sacerdozio. Ma non la pubblicità: divenne collaboratore
di Fedele Confalonieri e manager di Publitalia, la concessionaria di pubblicità della Fininvest. "Don
Aldo sta facendo carriera", dicevano di lui i suoi vecchi colleghi di Famiglia cristiana. La carriera
sembrò interrompersi nel 1993, quando fu arrestato da Antonio Di Pietro per tangenti (300 milioni
al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, per la pubblicità contro l'Aids assegnata dal
ministero alle reti Fininvest). è subito ribattezzato "il Greganti della Fininvest" perché in cella non
aprì bocca, non raccontò i segreti delle tangenti Fininvest. Condannato (in appello) a 2 anni e 8 mesi
per falso in bilancio e violazione della legge sul finanaziamento ai partiti. Per la sua fedeltà
aziendale fu premiato: divenne responsabile di Forza Italia nel Nord e poi, nel 2001, candidato alla
Camera in Veneto, eletto senza problemi e subito nominato da Berlusconi sottosegretario alle
Riforme e alla devoluzione. Lavora accanto al neo-ministro Umberto Bossi, che ha convinto ad
abbandonare i toni anti-Berlusconi per allearsi nel 2001 con Forza Italia.

Briguglio, Carmelo
Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, nella quota proporzionale, sotto il simbolo di An. è
indagato per il business della formazione professionale: gli inquirenti sospettano che durante il suo
incarico di assessore regionale al Lavoro abbia favorito enti di formazione della sua provincia.

Brusco, Francesco

Deputato della Repubblica. Esponente del Ccd, salernitano, eletto in Campania. Fu arrestato nel
1993, quando era sindaco socialista di Vibonati (Salerno), per irregolaritý nel finanziamento di
progetti per l'occupazione. Prosciolto per questa vicenda, viene rinviato a giudizio per abuso
d'ufficio, a scopo patrimoniale, nella gestione degli appalti per il prolungamento di una tangenziale.

Calderoli, Roberto
Deputato della Repubblica. Esponente della Lega nord, di cui è segretario. Come Bossi, è stato
condannato nel 1998, in primo grado, a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, per
aver partecipato ai disordini davanti alla sede della Lega in via Bellerio; è indagato per scontri con
la polizia a Brescia; e per attentato all'integritý dello Stato nell'inchiesta di Verona sulle ´camicie
verdiª.

Cantoni, Giampiero

Senatore della Repubblica. Eletto per la Casa delle libertà in Lombardia. Banchiere, socialista, fu
presidente della Bnl. è stato inquisito e arrestato per corruzione, bancarotta fraudolenta e altri reati.
Se l'è cavata con alcuni patteggiamenti e un risarcimento di 800 milioni di lire.

Carra, Enzo

Deputato della Repubblica. Eletto nel proporzionale, nella lista della Margherita in Campania. Dopo
essere stato portavoce della Dc durante la segreteria di Arnaldo Forlani, oggi è coordinatore della
Margherita. Pregiudicato: condannato a 1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza: per coprire
l'emersione della maxitangente Enimont. Per quel reato fu arrestato durante Mani pulite e la sua
fotografia in manette divenne un'immagine-simbolo di Tangentopoli.

Cicchitto, Fabrizio
Deputato della Repubblica. Eletto per Forza Italia nel collegio di Corsico (Milano). Il suo nome
compare nelle liste della loggia massonica P2: fascicolo 945, numero di tessera 2232, data di
iniziazione 12 dicembre 1980. All'epoca della scoperta degli elenchi Cicchitto era deputato e
membro della direzione del Psi. è uno dei pochi ad aver ammesso di aver sottoscritto la domanda di
adesione.

Colucci, Francesco

Deputato della Repubblica. Eletto a Milano. è stato condannato a un anno di reclusione per voto di
scambio nel dicembre 1994. Poi è arrivata la condanna in appello, il rinvio in Cassazione e
l’assoluzione nel nuovo appello. Ora l’ex deputato socialista Francesco Colucci, riconvertito a
Forza Italia, è tornato in pista con la Casa delle libertà, che lo ha fatto eleggere in un collegio
sicuro: quello milanese di Baggio, dove, ironia della sorte, si è scontrato con un apripista di Mani
pulite: Pierluigi Mantini, candidato dell’Ulivo, l’avvocato che per primo denunciò un certo Mario
Chiesa, non ancora mariuolo. Nel marzo 1992 a Colucci fu sequestrato un archivio informatico con
migliaia di nomi accanto ai quali erano segnati i favori concessi: dalle assunzioni nel settore
pubblico ai ricoveri in ospedale. Al processo, l’avvocato Domenico Contestabile (oggi senatore di
Forza Italia) lo difese affermando che la raccomandazione non è reato. Alla fine Colucci fu assolto.
Il giudice non ritenne sufficientemente provato il collegamento tra i favori concessi e i voti ottenuti.
Ora si ricomincia.

Comincioli, Romano

Senatore della Repubblica. Eletto nel collegio di Lodi per la Casa delle libertà. Compagno di scuola
e poi manager e prestanome di Berlusconi, era in contatto con Gaspare Gambino, imprenditore
siciliano vicino a Pippo Calò, il cosiddetto cassiere romano di Cosa nostra. Attraverso Comincioli,
la Fininvest realizzò affari con il faccendiere sardo Flavio Carboni. Cambiali con girata di
Comincioli passarono a uomini della Banda della Magliana per poi finire nelle mani di Pippo Calò.
Per i suoi rapporti con Cosa nostra e banda della Magliana è stato imputato a Roma (e poi assolto).
Accusato per bancarotta fraudolenta, è stato latitante per alcune settimane. Poi imputato nel
processo per le false fatture di Publitalia.

Craxi, Vittorio (detto Bobo)

Deputato della Repubblica. In preparazione.

Cusumano, Nuccio
Deputato della Repubblica, Udeur. Fu arrestato nel 1999, quando era sottosegretario al Tesoro
(governo di centrosinistra). » sotto inchiesta per le tangenti all'ospedale Garibaldi di Catania.
Malgrado l'arresto e l'indagine in corso, Ë stato ugualmente candidato dall'Udeur e poi eletto
deputato. Ora Ë in attesa di processo.

D'Alema, Massimo

Deputato della Repubblica. Ex presidente del Consiglio, ex segretario e oggi presidente dei Ds. Fu
indagato a Bari per un finanziamento illecito ricevuto da Francesco Cavallari, il re delle cliniche
pugliesi, legato alla malavita barese, che gli versò almeno una ventina di milioni. D'Alema si salvò
grazie alla prescrizione.

D’Alì, Antonio

Senatore della Repubblica. Eletto a Trapani. Di Forza Italia. Sottosegretario all'Interno nel secondo
governo Berlusconi. Già vicepresidente della commissione Finanze, per un breve periodo è stato il
responsabile economico di Forza Italia. La famiglia D’Alì Stati è una delle più potenti, facoltose e
riverite del Trapanese. Le immense tenute agricole, le saline tra Trapani e Marsala, le molte
proprietà e (fino al 1991) la quota di controllo della Banca Sicula costituivano l’impero governato
con autorità da Antonio D’Alì senior, classe 1919, che fu direttamente amministratore delegato
della banca di famiglia fino al 1983, anno in cui fu coinvolto nello scandalo P2 (il suo nome era
nelle liste di Gelli) e preferì passare la mano al nipote Antonio junior, che poi nel 1994 aderì a
Forza Italia e fu premiato con un bel seggio al Senato. La Banca Sicula era uno dei più importanti
istituti di credito siciliani per numero di sportelli e per mezzi amministrati. All’inizio degli anni
Novanta la banca trapanese, già corteggiata anche dall’Ambroveneto di Giovanni Bazoli, fu
acquistata e incorporata dalla Banca Commerciale Italiana, alla ricerca di un partner per superare la
sua storica debolezza in Sicilia. In seguito all’operazione, Giacomo D’Alì, professore associato di
Fisica, figlio di Antonio senior e cugino di Antonio junior il senatore, è entrato a far parte del
consiglio d’amministrazione della Banca Commerciale. La Banca Sicula, prima di rigenerarsi dietro
le rispettabilissime insegne della Commerciale, era stata oggetto di un allarmato rapporto di un
commissario di polizia, Calogero Germanà, che poi, trasferito a Mazara, aveva subito un attentato
da parte di Leoluca Bagarella in persona e oggi è dirigente della Dia (la superpolizia antimafia) a
Roma. Il rapporto ipotizzava che l’istituto di credito fosse uno strumento di riciclaggio di Cosa
nostra. E sottolineava il fatto che come presidente del collegio dei sindaci della banca fosse stato
chiamato Giuseppe Provenzano (il futuro deputato di Forza Italia e presidente della Regione
Sicilia), già commercialista della famiglia Provenzano (l’altra, quella dell’attuale numero uno di
Cosa nostra). Il rapporto non ebbe però alcun seguito. Prima dell’incorporazione, la Banca Sicula
aveva realizzato un aumento di capitale di 30 miliardi. Niki Vendola, allora vicepresidente della
Commissione parlamentare antimafia, nel 1998, in un rapporto inviato alla Vigilanza della Banca
d'Italia, chiese: da dove erano arrivati quei soldi? Chi aveva finanziato la ricapitalizzazione?
La risposta della famiglia D'Alì: tutto regolare; l’aumento di capitale della Banca Sicula è stato
finanziato da Efibanca, “contro pegno di un rilevante pacchetto azionarioè, senza ingresso di nuovi
soci; il finanziamento è stato poi “integralmente estinto con il ricavato della successiva vendita delle
azioni alla Comit, che provvide a versare direttamente all’Efibanca le somme di competenzaè.
La famiglia D’Alì ha avuto come campieri alcuni membri delle famiglie mafiose dei Messina
Denaro. Francesco Messina Denaro, il vecchio capomafia di Trapani, fu per una vita fattore dei
D’Alì, prima di passare la mano – come boss e come “fattoreè – al figlio Matteo Messina Denaro,
classe 1962, che dopo essere stato uno degli alleati più fedeli di Totò Riina ai tempi dell’attacco
stragista allo Stato è oggi considerato il boss emergente di Cosa nostra, forse il nuovo capo della
mafia siciliana, all’ombra del vecchio Bernardo Provenzano. A riprova dei rapporti tra la famiglia
D’Alì e il boss, l'allora vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Nichi Vendola nel
1998 esibì i documenti che provano il pagamento a Matteo Messina Denaro, ufficialmente
agricoltore, di 4 milioni ricevuti nel 1991 dall’Inps come indennità di disoccupazione. A pagargli i
contributi era Pietro D’Alì, fratello di Antonio il senatore e di un Giacomo D’Alì che, negli anni
Settanta, era stato attivista di un gruppo neofascista siciliano.
Anche il fratello di Matteo Messina Denaro, Salvatore, ha lavorato per i D’Alì: è stato funzionario
della Banca Sicula e poi, nel 1991, è passato alla Commerciale. Peccato che nel 1998 sia stato
arrestato per mafia.
C’è un’altra vicenda in cui le strade dei D’Alì si incrociano con quelle dei boss di Cosa nostra.
Francesco Geraci, notissimo gioielliere di Castelvetrano, gran fornitore di preziosi alla famiglia di
Totò Riina, dopo essere stato arrestato con l’accusa di essere uno dei prestanome di Riina, ha
raccontato: “Nel 1992 Matteo Messina Denaro mi ha chiesto di acquistare dai D’Alì un terreno per
300 milioni da regalare a Riinaè. Si tratta della tenuta di Contrada Zangara, a Castelvetrano. I
firmatari del contratto sono Francesco Geraci il gioielliere e Antonio D’Alì il futuro senatore. “Io
sono intervenuto solo al momento della firmaè, racconta Geraci. “Dopo la stipula andai spesso alla
Banca Sicula e mi feci restituire i 300 milioniè. Quel terreno, poi, nel 1997 è stato confiscato in
quanto considerato parte dei beni di Riina.
I D’Alì hanno sempre ribattuto su tutto. Francesco Messina Denaro, dicono, fu assunto dal nonno di
Antonio junior, l’ingegner Giacomo D’Alì, classe 1888, quando “si era ben lontani dall’evidenziarsi
di fenomeni che rivelassero la instaurazione di un’economia criminaleè. Matteo Messina Denaro era
“alle dipendenze come salariato agricoloè, “fino a quando non si scoprì chi fosseè. Il passaggio
della tenuta di Zangara dai D’Alì a Riina è “una vicenda svoltasi all’insaputa del venditoreè.
Gli impegni di senatore a Roma non lo distolgono dall’attività a Trapani: con Francesco Canino
(Cdu) e Massimo Grillo (Ccd) costituisce il triumvirato informale che decide la politica della città.
Anzi, ne è l’uomo emergente, mentre gli altri due hanno dovuto negli ultimi anni accusare dei colpi.
È questo triumvirato che nel maggio 1998 raggiunge l’accordo per candidare a sindaco di Trapani
Nino Laudicina. Pochi giorni dopo l’elezione, Canino (uno dei politici più bersagliati dalle critiche
di Mauro Rostagno) viene arrestato per concorso nell’associazione mafiosa che avrebbe
monopolizzato gli affari e spartito gli appalti del Comune di Trapani. Poi, nell’ottobre 2000, tocca
all’assessore Vito Conticello, arrestato mentre intasca una tangente. Era entrato in giunta solo otto
mesi prima, spinto da D’Alì, che subito dopo l’arresto lo difende: “Conosco la capacità lavorativa
dell’assessore Conticello e la sua correttezza; mi auguro, pertanto, che il risultato dell’azione
investigativa al più presto riveli una diversa valutazione dei fattiè. Salvatore Cusenza, della
segreteria regionale dei Democratici di sinistra, insieme ai politici dell’opposizione denuncia il
partito degli affari e chiede chiarezza. D’Alì ribatte: “Colgono ogni occasione per criminalizzare gli
avversari, con tentativi di sciacallaggio politico di stampo bolscevicoè. Il 24 aprile di quest’anno è il
turno del sindaco Laudicina, arrestato per corruzione con altre sette persone. Perfino il vescovo di
Trapani grida: “È arrivata l’ora di reagire. No allo strapotere, è ora di svegliarci!è. D’Alì dichiara:
“Nessuno può arrogarsi il diritto di giudizi sommari, né di strumentalizzazioniè.
Da oggi comunque Antonio D'Alì, un tempo oggetto di indagini di polizia, alla polizia darà ordini.

Degennaro, Giuseppe

Senatore della Repubblica, Casa delle libertà. È il patron di imprese come Baricentro e Barialto,
oltre che il capofila della società che gestisce l'interporto di Bari. È stato condannato a 1 anno e 4
mesi per voto di scambio: secondo i giudici avrebbe pagato per ottenere una contropartita di circa 2
mila voti di preferenza. Il partner dello scambio, però, sarebbe stato il pericoloso clan mafioso
locale dei Capriati. Nel 2002, nuova indagine: il suo gruppo avrebbe ottenuto illecitamente prestiti
dalla Banca Meridiana, nonostante 115 miliardi di esposizione debitoria.

Dell’Utri, Marcello

Senatore della Repubblica. Eletto nel 2001 nel collegio più chic di Milano. La legislatura
precedente era deputato. Tra i collaboratori pi˜ vicini a Berlusconi fin dagli anni Settanta, Ë
considerato l'´inventoreª, nel 1993, di Forza Italia. Accusato di bancarotta fraudolenta per il crac
Bresciano (un'azienda del discusso finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda). Arrestato nel
1995 dai magistrati di Torino per le false fatture di Publitalia (la societý che raccoglie pubblicitý per
le tv di Berlusconi). Indagato per i fondi neri di Publitalia anche a Milano (nel 1994 aveva evitato
l'arresto solo grazie alla soffiata del Tg5 di Enrico Mentana, che dando la notizia aveva fatto cadere
le esigenze di custodia cautelare). A Milano Ë imputato pure di estorsione aggravata (per aver
mandato il boss di Cosa nostra Vincenzo Virga a fare il "recupero crediti" nei confronti di Vincenzo
Garraffa, titolare di una squadra di pallacanestro sponsorizzata da Publitalia). A Palermo Ë accusato
di concorso esterno nell'associazione mafiosa Cosa nostra e di calunnia aggravata nei confronti di
alcuni collaboratori di giustizia (Dell'Utri aveva assoldato due falsi pentiti perchÈ raccontassero di
essere stati convinti in carcere ad accusare Dell'Utri di mafia). A Madrid, in Spagna, Ë accusato di
gravi irregolarità nella gestione di Telecinco.
Complessa la sua vicenda processuale, costellata di leggi su misura. A Torino, nel 1998, Ë
condannato in appello a 3 anni e 2 mesi per false fatture e frode fiscale continuata della società
Publitalia. Ma prima che la sentenza diventasse definitiva, il Parlamento (a maggioranza Ulivo)
approvÚ in tutta fretta una legge che permetteva il patteggiamento anche in Cassazione: Dell'Utri la
usÚ, rimediando uno sconto che ridusse la pena a 2 anni e 6 mesi, sotto la soglia dei 3 anni oltre i
quali si deve entrare in carcere. Restava aperto il problema delle pene accessorie: 5 anni
d'interdizione dai pubblici uffici. Perso, in forza di quella pena, il seggio in Parlamento, Dell'Utri
sarebbe finito in cella, perchÈ nel frattempo i giudici di Palermo avevano chiesto il suo arresto per
la vicenda dei falsi pentiti. Dell'Utri chiede allora che gli sia applicato l'indulto del 1989 (anche se
gran parte dei reati contestati sono successivi). La Corte d'appello di Torino respinge la richiesta,
ma poi la Cassazione l'accoglie: cosÏ niente pene accessorie, niente arresto. La pena definitiva
scende ancora, in sede d'esecuzione, a 1 anno e 8 mesi (sotto la soglia dei 2 anni, quindi senza
neppure l'obbligo dell'affidamento ai servizi sociali), perchÈ il governo Amato (centrosinistra)
depenalizza alcuni reati fiscali e finanziari. Da Milano, intanto, arrivano altre piccole pene per false
fatture e falso in bilancio, considerate ´in continuazioneª con la condanna di Torino. La pena
complessiva, dunque, risale oltre i 2 anni. Ci pensa la nuova legge sul falso in bilancio (2001,
governo Berlusconi), che risolve il problema. A Palermo i due processi d'argomento mafioso
(quello per concorso esterno squaderna una imponente mole di prove della vicinanza tra Dell'Utri e
Cosa nostra) arrivano alle fase finali, quando una apposita legge (quella cosiddetta ´d'attuazioneª
dell'articolo 68 della Costituzione, che con il contributo del verde Marco Boato dilata a dismisura i
privilegi e le immunitý dei parlamentari) si rendono inutilizzabili, nei confronti di deputati e
senatori, i tabulati telefonici. Proprio i tabulati erano la prova dei contatti tra Dell'Utri e i falsi
pentiti assoldati per azzerare le accuse di mafia. L'accusa si oppone a gettare alle ortiche quelle
prove, perchÈ raccolte comunque prima del provvidenziale arrivo della legge. Deciderý il tribunale.

Tutto questo non ha impedito a Silvio Berlusconi di candidarlo al Senato, nel collegio più centrale
di Milano. Marcello lo aveva confessato in tv: "Mi candido per legittima difesa". Tra un processo e
l'altro, teggia a uomo di cultura: il 20 giugno 2003, per esempio, ha inaugurato la Biblioteca del
palazzo del Senato, alla presenza del presidente del Senato Marcello Pera e del capo dello Stato
Carlo Azeglio Ciampi.

Del Pennino, Antonio

Senatore della Repubblica. Eletto nel collegio di Milano-Niguarda-Sesto per la Casa delle libertà. è
tra i repubblicani che con Giorgio La Malfa sono passati con Berlusconi. In passato è stato
vicesegretario nazionale del Pri e più volte parlamentare. Una testimone racconta che a fine anni
Settanta Del Pennino era tra i frequentatori delle bische clandestine gestite a Milano da Angelo
Epaminonda. Lì era chiamato "Del Pennazzo". Il 13 maggio 1992, agli albori di Mani pulite,
quando era deputato del Pri e capogruppo repubblicano alla Camera, è stato raggiunto da
un'informazione di garanzia. L' ipotesi di reato: ricettazione, per aver ricevuto denaro provento di
tangenti. Nel 1993 la Camera ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere per violazione
delle norme sul finanziamento pubblico dei partiti: i magistrati di Milano l'avevano richiesta per
contributi in denaro che Del Pennino avrebbe ricevuto da fondi neri costituiti presso l' Associazione
industriale lombarda (Assolombarda). A luglio 1994 Ha patteggiato una pena di 2 mesi e 20 giorni
(convertita nella sanzione di 4 milioni) nel processo per le tangenti Enimont. A ottobre 1994 altro
patteggiamento: di una pena di 1 anno, 8 mesi e 20 giorni per tangenti relative alla Metropolitana
milanese. Il 25 gennaio 2000 la settima sezione penale del tribunale di Milano lo ha prosciolto nel
processo per le tangenti Atm, per le forniture di autobus all azienda dei trasporti milanese (in
precedenza, lo stesso tribunale aveva respinto una sua richiesta di patteggiamento, perché la pena
concordata con il pubblico ministero non era stata ritenuta congrua rispetto alla gravità dei fatti
contestati). Alla fine del 2000 Antonio Del Pennino è rientrato nel Pri, giusto in tempo per
partecipare al "ribaltino" che ha portato il glorioso partito ad allearsi con Berlusconi.

Del Turco, Ottaviano

Senatore della Repubblica. Eletto in Abruzzo, con il recupero proporzionale, nella lista del Girasole.
Del Turco fa parte del partito socialista di Enrico Boselli, alleato con il centrosinistra. è stato
dirigente sindacale, vicesegretario generale della Cgil. Poi, dopo il crollo di Bettino Craxi accusato
di tangenti, nel 1993 è stato eletto segretario del Psi. è stato ministro nel secondo governo Amato. Il
costruttore Vincenzo Lodigiani, arrestato per tangenti nel 1993, ha dichiarato di aver dato soldi
anche a Del Turco, quando era dirigente sindacale.

De Rigo, Walter

Senatore della Repubblica, Casa delle libertà. Importante imprenditore bellunese del settore degli
occhiali, è stato processato per avere nei primi anni Novanta utilizzato in maniera illecita
finanziamenti dell'Unione Europea. Se l'è cavata con una condanna patteggiata.
Drago, Giuseppe

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, a Modica. Notabile ed ex vicepresidente nazionale del
Ccd, 45 anni, ex presidente della Regione siciliana (tra il 1998 e il 1999), nel 2003 è stato
condannato a 3 anni e 3 mesi a Palermo per peculato e abuso d'ufficio: aveva prelevato 230 milioni
di lire dalle casse regionali. La Corte dei conti gli ha poi imposto di restituire le somme, come ha
fatto con il suo predecessore, Giuseppe Provenzano, di Forza Italia, anch’egli inquisito per gli stessi
motivi.

Fiori, Publio

Deputato della Repubblica. Eletto in un collegio di Roma. Il suo nome compare negli elenchi della
loggia massonica segreta P2: fascicolo 646, numero di tessera 1878, data di iniziazione 10 ottobre
1978. Fiori, all'epoca deputato democristiano, ha smentito di essere iscritto. Oggi è membro di An.

Firrarello, Giuseppe

Senatore della Repubblica, Forza Italia. Ex democristiano, andreottiano, è stato accusato di tangenti
per l'appalto dell'ospedale Garibaldi di Catania. Nel 1999 la procura chiese anche di poterlo
arrestare, ma il Senato negò l'autorizzazione a procedere. Erano circolate trascrizioni di
intercettazioni telefoniche che lo accusavano pesantemente, ma ora non ve n'è più traccia: sparite.
In una videocassetta, invece, è ancora possibile vedere e sentire il mafioso Enrico Incognito urlare:
"Firrarello, anche tu mi hai abbandonato". Nel 2001, passato dall'Udeur a Forza Italia, Ë stato
rieletto. Per lui Ë stato chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa,
turbativa d'asta e corruzione.

Floresta, Ilario

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, nel collegio di Giarre. è nato a Desio, in Lombardia,
ma fa l'imprenditore in Sicilia, nel settore della telefonia, ben introdotto nei subappalti della
telefonia di Stato (quando c'era). Nel 1994 "scese in campo" sotto le bandiere di Forza Italia, fu
eletto alla Camera nel collegio di Giarre e divenne sottosegretario al Bilancio nel governo
Berlusconi. Gli investigatori della Dia (la Direzione investigativa antimafia) lo misero sotto
osservazione perché Gioacchino La Barbera, uno dei mafiosi responsabili della strage di Giovanni
Falcone, nei giorni precedenti e seguenti la strage aveva comunicato anche con cellulari intestati a
un’azienda di Floresta. Questioni di lavoro, spiegò La Barbera. Uscito pulito da questa storia
palermitana, Floresta entrò in una vicenda catanese: un collaboratore di giustizia, Giuseppe Scavo,
raccontò di aver visto Floresta negli uffici dell’autoparco di Sebastiano Sciuto, uomo d’onore
calabrese del clan Ercolano, poi arrestato in seguito all’operazione Orsa Maggiore. Le affermazioni
di Scavo sono rimaste però senza conferme e riscontri, così la procura ha chiesto l’archiviazione del
caso

Forte, Michele

Senatore della Repubblica, Ccd. Ex democristiano ed ex sindaco di Formia. Nel 1992 è stato
accusato di aver creato una società sportiva per ottenere finanziamenti che, secondo i magistrati, in
realtà sarebbero stati la contropartita di licenze edilizie concesse illecitamente. Per questo è stato
anche arrestato. Un imprenditore lo ha poi accusato di aver chiesto 300 milioni, riparazioni gratuite
in casa sua e l'assunzione di alcune persone nell'azienda. Per questa vicenda Forte è ancora in attesa
di giudizio.

Frau, Aventino

Senatore della Repubblica. Eletto in Veneto, nel collegio di Verona città. Ex parlamentare
democristiano, oggi fa parte di Forza Italia. Il suo nome compare negli elenchi della loggia
massonica P2: fascicolo 533, numero di tessera 1705, data di iniziazione 1 gennaio 1977. Frau ha
ammesso di aver conosciuto Licio Gelli, ma ha smentito la sua iscrizione alla P2.

Frigerio, Gianstefano

Deputato della Repubblica. Eletto in Puglia. Un nome, una garanzia. Già, ma qual è il nome? Nel
collegio dove Silvio Berlusconi l’ha candidato, in Puglia, è Carlo Frigerio, com'era scritto sui
manifesti. A Milano, dove da decenni fa politica, è Gianstefano. Eppure è sempre lui: come
segretario regionale della Dc in Lombardia (e cassiere occulto del partito) ha incassato decine di
tangenti, è stato arrestato tre volte tra il 1992 e il 1993, è stato coinvolto in molti processi. è
accusato di aver accettato mazzette per le discariche lombarde, per il depuratore di Monza, per gli
appalti alle Ferrovie Nord. Alcune tangenti le ha ammesse, pur minimizzando il proprio ruolo. Ha
confessato, per esempio, di aver ricevuto 150 milioni da Paolo Berlusconi, in cambio dei permessi
alla Fininvest per gestire la discarica di Cerro Maggiore.
Ha accumulato tre condanne definitive: 1,4 anni per finanziamento illecito ai partiti, 1,7 per
finanziamenti illeciti e ricettazione, 3,9 per corruzione e concussione. Ciò nonostante, dopo aver
lasciato la Dc si è inventato una nuova vita come consigliere personale di Silvio Berlusconi e
influente membro di Forza Italia, di cui dirige il centro studi. Mentre i giudici dell’esecuzione
stavano esaminando le sentenze definitive che pesano su di lui per decidere il cumulo della pena da
scontare, Gianstefano scompare e ricompare, in Puglia, Carlo: lì si è conquistato un bel seggio in
Parlamento. Il 31 maggio, primo giorno di riunione della nuova Camera dei deputati, Frigerio, è
stato arrestato. Dovrà scontare una pena di 6 anni e cinque mesi. Affidato poi ai servizi sociali, ha
avuto il permesso dal giudice di sorveglianza di frequentare il Parlamento per qualche giorno al
mese: come pratica di riabilitazione (ma il giudice forse non conosceva il tasso di devianza di
quell'ambiente...).

Gentile, Antonio

Senatore della Repubblica, Forza Italia. Secondo l'ex segretario del Psi Giacomo Mancini, Gentile,
durante la campagna elettorale del 1992 era scortato da "un nutrito stuolo di personaggi molto noti
alla giustizia". Secondo alcuni collaboratori di giustizia gli era stato garantito dalla 'ndrangheta
l'appoggio elettorale. Lo hanno votato ed è così entrato a palazzo Madama.

Gianni, Giuseppe

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, nel collegio di Augusta. Giuseppe, detto Pippo, è
esponente del Cdu. Ha 53 anni, è medico di Solarino ed ex sindaco di Priolo. Deputato regionale dal
1991 al 1996 per la Dc, è poi transitato nell’Udeur di Clemente Mastella ed è stato anche
componente della commissione Sanità. Nel 1998 è stato arrestato e poi condannato a tre anni
(tribunale di Siracusa, primo grado) per una mazzetta di 25 milioni per l’appalto di lavori nella
pineta cittadina. Il leader del Cdu Rocco Buttiglione lo aveva definito «un prezioso capitale per la
sua città, per la regione e per l’intero partito». Dopo la condanna lo ha nominato coordinatore
regionale del Cdu siciliano.

Giudice, Gaspare

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia. Forzista doc. Nel 1998, quando era vicecoordinatore
per la Sicilia di Forza Italia, la procura di Palermo chiese il suo arresto per complicità con la mafia.
Silvio Berlusconi commentò: "Essendo Giudice vicecoordinatore di Forza Italia in Sicilia e avendo
avuto quindi rapporti con l’onorevole Gianfranco Micciché, non si può neppure immaginare alcun
alone di dubbio intorno a lui, perché altrimenti non avrebbe potuto avere quell’incarico". Secondo
l’accusa, Giudice era al diretto servizio della cosca mafiosa di Caccamo, i cui uomini si vantavano
di averlo fatto eleggere e gli telefonavano fin dentro il palazzo di Montecitorio per ricordargli la sua
dipendenza e per ordinargli che cosa doveva fare: "Gasparino, guarda che siamo stati noialtri a
metterti lì", gli ripetevano. Gli elementi raccolti dall’accusa erano tali da far escludere alla giunta
parlamentare per le autorizzazioni a procedere che ci fosse fumus persecutionis nei confronti del
parlamentare. Perfino il "supergarantista" Filippo Mancuso, in giunta, non aveva avuto nulla da
eccepire contro la richiesta dei magistrati. Eppure la Camera dei deputati il 16 luglio 1998 bocciò
(303 voti a 210, con 13 astenuti) la richiesta d’arresto. Non solo, i deputati sottrassero al giudice
elementi di prova: impedirono (287 voti a 239, con 3 astenuti) l’utilizzo processuale dei tabulati
Telecom, quelli da cui erano documentati i rapporti e la dipendenza di Giudice dagli uomini delle
cosche.
Grillo, Luigi

Senatore della Repubblica. Eletto in Liguria, nel collegio di Chiavari. Ex democristiano, nel 1994
sedeva in Parlamento tra i banchi del centrosinistra, ma saltò (nomen omen) nel centrodestra,
permettendo a Silvio Berlusconi di avere la maggioranza per formare il suo primo governo (e
avendo in premio una poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Nel 2001 è stato
rieletto per Forza Italia. Appena messo piede in Senato, il primo giorno d'attività di Palazzo
Madama, ha ricevuto un invito a comparire spedito dalla procura di Milano: per una vicenda che
risale a quando Grillo era sottosegretario di un governo di centrosinistra e permise l'affidamento di
una consulenza miliardaria per uno studio sull'Alta velocità ferroviaria in Liguria. L'ipotesi di reato
su cui la procura di Milano indaga è truffa aggravata. Nel 2003 si distingue in Senato proponendo
un emendamento alla legge Gasparri sulle tv che toglie le telepromozioni dal mazzo
dell'affollamento orario degli spot pubblicitari, regalando cosÏ a Mediaset parecchi miliardi.

Jannuzzi, Lino

Senatore della Repubblica. Giornalista, dopo essersi occupato negli anni Sessanta e Settanta di
golpe e servizi segreti, è passato a occuparsi soprattutto di magistrati. Si è fatto notare insultando,
quando era in vita, Giovanni Falcone, che poi ha glorificato da morto, per contrapporlo ai magistrati
vivi, di Milano e Palermo, sempre da criticare. Nel 1991 infatti, mentre era in discussione la nomina
di Falcone a capo della Procura nazionale antimafia e di Gianni De Gennaro a capo della Dia,
Jannuzzi scrive sul Giornale di Napoli un articolo intitolato "Cosa nostra uno e due" in cui di
Falcone e De Gennaro dice: «è una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura
per il pentitismo ed i maxi-processi, è approdata al più completo fallimento: sono Falcone e De
Gennaro i maggiori responsabili della dèbacle dello Stato di fronte alla mafia... L'affare comincia a
diventare pericoloso per noi tutti... dovremo guardarci da due Cosa nostra, quella che ha la Cupola a
Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma... Sarà prudente tenere a portata di mano il
passaporto» ( 29 ottobre 1991). Dal boss di Cosa nostra Pippo Calò ha ricevuto 5 milioni per
pubblicare un libro che poi non ha mai scritto. è pluriquerelato per una serie infinita di diffamazioni
nei confronti di magistrati e uomini per bene. Ora cominciano ad arrivare le condanne definitive.
Però niente carcere, per il giornalista viveur, che prima scappa a Parigi, poi ottiene una inedita
immunità parlamentare assoluta, garantita dal presidente del Senato Marcello Pera: «Il senatore
Jannuzzi gode dei privilegi e delle immunità discendenti dagli incarichi ricoperti nelle istituzioni
europee. Ne deriva che in tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa e dell'Unione europea il
senatore Jannuzzi gode di un'immunità assoluta dalla giurisdizione».

La Malfa, Giorgio

Deputato della Repubblica. Ex segretario del Pri ai tempi della "prima repubblica", ha portato il suo
partito ad aderire alla Casa delle libertà. Come tanti altri segretari di partito degli anni di
Tangentopoli, è stato condannato a 6 mesi per aver percepito finanziamenti illeciti, provenienti dalla
maxitangente Enimont.

Lo Porto, Guido

Deputato della Repubblica. Eletto a Palermo (quota proporzionale). Oggi è un esponente di An e


parlamentare della Casa delle libertà. Tanti anni fa, il 24 ottobre 1969, quando aveva 32 anni, fu
fermato vicino a Palermo dai carabinieri insieme a quattro camerati (tra cui Pierluigi Concutelli,
capo militare dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo). Nella sua automobile fu trovata una
quantità considerevole di armi da guerra avvolte in carta da giornale. Concutelli fu condannato a 2
anni, Lo Porto a 16 mesi. Lo Porto è stato poi indagato (senza conseguenze penali) per rapporti con
ambienti mafiosi.

Luongo, Antonio

Deputato della Repubblica, Ds. Ex presidente della Regione Basilicata, Ë indagato a Potenza per lo
scandalo delle mazzette Inail, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.
Nel 2002 la Camera ha respinto la richiesta d'arresto.

Lupi, Maurizio

Deputato della Repubblica. Eletto in Lombardia, nel collegio di Merate. Esponente di Comunione e
liberazione, vicino alla Compagnia delle opere. E' stato candidato dopo essere stato coinvolto
nell'inchiesta giudiziaria sulla cascina San Bernardo di Milano. Da assessore al Comune di Milano,
insieme al collega Antonio Verro, aveva fatto approvare una concessione per far diventare la
cascina un centro polivalente con finalità sociali. Poi, con un repentino cambio di marcia, la cascina
era stata trasformata in una struttura sanitaria privata da 20 posti, naturalmente affidata agli amici
della Compagnia delle opere. Subito dopo l'elezione alla Camera, come prevedibile, è arrivata la
richiesta di rinvio a giudizio per truffa e falso. Poi prosciolto.

Maccanico, Antonio
Parlamentare della Repubblica. Eletto nelle file dell'Ulivo, ha perÚ dato il suo nome al
provvedimento che ha salvato Berlusconi dai processi, il ´lodo Maccanicoª, appunto. CioË la legge
che garantisce l'impunitý alle cinque pi˜ alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio
(che era l'unico ad averne impellente bisogno). Prima del lodo salva-Berlusconi, aveva dato il suo
nome anche alla legge salva-Retequattro: varata con l'Ulivo al governo, rimendava alle calende
greche l'esecuzione di una sentenza della Corte costituzionale che imponeva alla rete berlusconiana
di andare sul satellite o chiudere. Nel 2003 Maccanico, non contento delle due prodezze precedenti,
recidivo, avanza una nuova proposta (bipartisan, ovvero cerchiobottista, ovvero un nuovo regalo a
Berlusconi) in materia televisiva: una sorta di disarmo bilanciato Rai-Mediaset. Il nome di
Maccanico, oltre che accanto alle leggi salva-Silvio, compare anche nelle intercettazioni telefoniche
realizzate dal Servizio centrale operativo della polizia nel 1995-96 durante le indagini di Ilda
Boccassini e Gherardo Colombo sulle ´toghe sporcheª. Maccanico, infatti, era in contatto telefonico
con il giudice Renato Squillante, poi arrestato, processato e condannato per corruzione giudiziaria.
In quel periodo (i primi mesi del 1996), Maccanico era impegnato a varare un ´governissimoª che
mettesse insieme (Ë un suo pensiero fisso) destra e sinistra, con Lorenzo Necci superministro.
L'operazione non andÚ in porto, si andÚ alle elezioni e vinse l'Ulivo di Romano Prodi. Necci,
qualche mese dopo, invece di andare al governo finÏ in galera, per un giro di tangenti (si scoprÏ, tra
l'altro, che riceveva 20 milioni al mese dal faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia). Interrogato
dai magistrati di La Spezia, Necci ci tenne a far sapere che, dopo il suo arresto, non era stato
abbandonato, ma aveva anzi goduto di ´una maggiore attenzione dal mondo politicoª. Mentre si
trovava agli arresti domiciliari, aveva ricevuto lettere e telefonate, spiega, ´sintomo di un certo
timore rispetto a quello che io potrei rivelare all'autoritý giudiziariaª... Chi sono i politici che si
fanno vivi con l'arrestato che potrebbe parlare (ma non parlerý)? Necci li elenca: Gianni Letta che
lo invita a cena con Berlusconi, la signora Donatella Dini, Massimo D'Alema e, appunto, Antonio
Maccanico. ´Mi ha inviato una lettera di stimaª, detta a verbale Lorenzo Necci.

Maceratini, Giulio
Parlamentare della Repubblica. Come militante delle organizzazioni neofasciste italiane, negli anni
Sessanta e Settanta ha avuto un ruolo importante nella strategia della tensione. Dirigente dapprima,
a partire dal 1960, di un gruppo neonazista e antisemita chiamato Gioventù mediterranea, in stretta
relazione con il gruppo Avanguardia nazionale giovanile di Delle Chiaie, Maceratini è poi diventato
dirigente di Ordine nuovo, l'organizzazione di Pino Rauti. Quando le due organizzazioni eversive di
Delle Chiaie e Rauti si riuniscono nel Fronte nazionale, in vista del golpe di Junio Valerio Borghese
del 1970, Giulio Maceratini è nominato da Borghese dirigente giovanile del Fronte. Due anni prima,
nel 1968, era tra i giovani che parteciparono a un famoso viaggio "di studio" nella Grecia dei
colonnelli. Maceratini fu poi, secondo una testimonianza al processo di piazza Fontana, uno dei
responsabili dei campi paramilitari neofascisti in Italia. Intervistato da Paolo Biondani sul Corriere
della sera nel dicembre 2002, il neofascista Martino Siciliano ha dichiarato: «Ho sentito con le mie
orecchie Rauti e Maceratini spiegare che dovevamo passare all’eliminazione fisica degli avversari
politici».

Maroni, Roberto

Deputato della Repubblica. Eletto nel collegio di Varese. Leghista, ex ministro dell'Interno nel
primo governo Berlusconi. è coinvolto in tre inchieste giudiziarie. Per gli scontri con la polizia,
inviata a perquisire la sede della Lega a Milano, è stato condannato in primo grado a 8 mesi per
oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Come capo delle "camicie verdi", è indagato dalla
procura di Verona per reati come attentato contro l'integrità dello Stato. Infine, la procura di Roma
lo vuole processare per favoreggiamento di una presunta compravendita di voti. Candidato al
ministero della Giustizia nel governo Berlusconi, ha dovuto farsi da parte, tra le polemiche. Ma è
comunque diventato ministro al Welfare.

Martino, Antonio
Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, al proporzionale, nelle liste di Forza Italia. Il suo nome
compare nelle liste della loggia massonica P2, scoperte nel 1981: aveva presentato la domanda
d'iscrizione, poi non perfezionata. Martino ha sempre negato, ma nei documenti P2 c'è una domanda
d'iscrizione da lui stesso firmata, con data 6 luglio 1980, e la testimonianza del "fratello"
presentatore, il collaboratore di Licio Gelli Giuseppe Donato. è ministro alla Difesa.

Martuscello, Antonio

Deputato della Repubblica, Forza Italia Secondo le indagini dell'ufficiale dei carabinieri Giuseppe
De Donno, che per mesi ha lavorato sotto copertura tra le imprese candidate ad aggiudicarsi gli
appalti dei treni ad alta velocità in Campania, era uno dei collettori delle tangenti da destinare ai
politici.

Mauro, Giovanni

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, a Ragusa. Esponente di Forza Italia. Quando era
presidente della Provincia di Ragusa, nell’agosto 1998, fu arrestato con alcuni suoi collaboratori
con l’accusa di corruzione: avrebbe ricevuto denaro da sei professionisti che volevano ottenere
incarichi per lo studio e lo sviluppo di progetti ambientali (come la bonifica delle discariche e il
piano territoriale provinciale) finanziati dall’Unione europea. Al momento dell’arresto, il
coordinatore regionale di Forza Italia Gianfranco MiccichË denunciò l’inizio di "una campagna
d’agosto" contro il suo partito e lo definì"uno dei più stimati amministratori siciliani". Il capo
d’imputazione era pesante: "associazione per delinquere finalizzata ad atti di corruzione". In attesa
che si concludesse il processo a suo carico, è entrato in Parlamento. Subito dopo, nel giugno 2001, è
stato condannato in primo grado a 1 anno e 2 mesi.

Miccichè, Gianfranco

Viceministro dell'Economia, uomo forte di Forza Italia in Sicilia. Pi˜ volte Ë stato sfiorato da
sospetti di rapporti con uomini di Cosa nostra. Il boss Mario Fecarotta, arrestato perchÈ prestanome
di Riina, lo ha chiamato al telefono 38 volte in due mesi, chiamandolo Gianfrancuccio e
chiedendogli aiuto per un appalto. MiccichË Ë stato anche coinvolto in una brutta storia che ha a
che fare con la cocaina: uno spacciatore siciliano, poi arrestato, lo andava a trovare fin dentro il
ministero.

Mormino, Nino
Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, per Forza Italia, dopo che per volere di Silvio
Berlusconi era stato candidato nel collegio di Cefalù. Avvocato, per molti anni è stato presidente
della Camera penale (l'organismo che riunisce gli avvocati) di Palermo, dopo aver retto la Camera
penale di Termini Imerese. Tra i suoi assistiti vi sono boss di rango di Cosa nostra, come i membri
della famiglia Madonia e Nino Giuffré; e anche il collega avvocato Francesco Musotto, processato
(e poi assolto) con l'accusa di aver ospitato nella sua villa, il capomafia Leoluca Bagarella. Anche
Mormino, insieme ad altri due penalisti, è finito sotto inchiesta per contatti con gli ambienti
mafiosi, sulla scorta delle dichiarazioni di cinque collaboratori di giustizia. Ma nel maggio 1996 la
procura di Palermo ha chiuso l'indagine contro di lui, non avendo trovato elementi sufficienti a
dimostrare che i contatti non fossero di natura esclusivamente professionale. Dopo la lettera di
avvertimento inviata nell’estate 2002 dai boss agli avvocati-parlamentari “colpevoli” di non
mantenere le promesse alla mafia, e dopo una nota del Sisde sul tema, a Mormino è stata assegnata
dalla polizia una tutela, che ha però rifiutato. Il suo ex assistito Giuffrè, dopo il suo "pentimento", lo
cita tra i politici in contatto con Cosa nostra. Per questo la procura palermitana nel 2003 ha riaperto
le indagini: per concorso in associazione mafiosa. Secondo GiuffrË la sua candidatura sarebbe stata
appoggiata da Bernardo Provenzano in cambio di un alleggerimento della pressione giudiziaria
sugli uomini di Cosa nostra.

La Procura di Palermo indaga sul Deputato di Forza Italia Antonio Mormino (detto Nino)

Nespoli, Vincenzo

Deputato della Repubblica, Alleanza nazionale. Ex presidente del consiglio comunale di Afragola,
eletto parlamentare in Campania. è stato rinviato a giudizio per le pressioni che, insieme ad altri,
avrebbe esercitato nei confronti di una società che gestisce un centro commerciale: la loro richiesta
sarebbe stata quella di circa 250 assunzioni, in cambio dei permessi necessari alla società per le sue
attività. Esemplare la sua difesa: "Normale attività politica, tesa a creare posti di lavoro". Nel 1999
fu comunque costretto a dimettersi da presidente del consiglio comunale di Afragola. In tempo per
essere portato dal suo schieramento a Roma, in Parlamento.

Nicolosi, Nicolò

Deputato della Repubblica. Eletto in Sicilia, a Termini Imerese, per la Casa delle libertà. Ha 59 anni
e una lunga esperienza all’Assemblea regionale siciliana. Ex democristiano, lascia alle spalle una
contrastata esperienza di assessore regionale alle Finanze, nella quale tentò di coprire parte del buco
di bilancio con una tassa sul metano Snam che attraversa il territorio siciliano. Fu coinvolto nel
processo per le assunzioni pilotate alla Forestale di Palermo, assieme ad altri 35 imputati. Fu anche
inquisito e arrestato per voto di scambio. Assolto dal tribunale di termini Imerese, gli è stato
riconosciuto un risarcimento di 250 milioni per ingiusta detenzione.

Palma, Nitto
Deputato della Repubblica. Avvocato siciliano, esponente di Forza Italia. Nino Giuffrè, l’ultimo dei
“pentiti”, lo cita tra i politici in contatto con Cosa nostra. Dopo un’intervista di Giuseppe Lumia
critica nei confronti del deputato forzista Nino Mormino, Nitto Palma dichiara: «All’inabissamento
della mafia sarebbe utile succedesse anche l’inabissamento di una certa parte dell’antimafia». Sua è
la proposta di tornare all’immunità parlamentare, abrogata nel 1993

Pisanu, Giuseppe

Deputato della Repubblica. Eletto nel proporzionale, nelle liste di Forza Italia. Ex democristiano, è
stato per anni deputato dc e sottosegretario al Tesoro e alla Difesa nei governi del pentapartito. Nel
secondo governo Berlusconi è finalmente ministro: di un nuovo dicastero che si chiama "Attuazione
del programma di governo": una sorta di musiliana "Azione Parallela".
Nell'estate 1981, Pisanu, sardo e amico di Armando Corona (che poi diventerà Gran Maestro della
massoneria) conosce in Sardegna il banchiere Roberto Calvi (tessera P2 numero 1624). L'uomo che
fa incontrare Calvi e Pisanu è Flavio Carboni, faccendiere sardo che era in contatto con un
imprenditore milanese che voleva fare affari in Sardegna: Silvio Berlusconi (tessera P2 numero
1816). Pisanu è il padrino politico di Carboni, che presenta come un «interlocutore valido per le
forze politiche richiamantesi alla stessa aspirazione, cioè quella cattolica». Dichiara Pisanu al
magistrato titolare dell'indagine su Calvi e il suo Banco Ambrosiano: «Il Carboni si diceva
congiuntamente interessato alle televisioni private in Sardegna: ciò in un'ottica di inserimento nella
regione del circuito televisivo Canale 5, facente capo al signor Silvio Berlusconi di Milano. Il
Carboni mi spiegò che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 alla Sardegna, talché lo
stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete televisiva sarda,
Videolina. Sempre riferendosi all'oggetto delle sue attività, il Carboni mi disse di essere in affari
con il signor Berlusconi non solo con riferimento all'attività televisiva, ma anche con riguardo a un
grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato "Olbia 2". Fin dall'inizio ritenni di seguire gli
sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna e
che peraltro mostrava di avere vari interessi e vari contatti con persone qualificate» (Testimonianza
Pisanu al pm Dell'Osso).
Poi Carboni ebbe vari guai giudiziari. Girò assegni del Banco Ambrosiano agli usurai della Banda
della Magliana. Subì arresti e condanne. Ma almeno fino alla primavera 1982 restò in stretto
contatto con Giuseppe Pisanu che, mentre era sottosegretario al Tesoro, si interessò attivamente
della vicenda Calvi-Ambrosiano. Nei mesi frenetici che precedono la scoperta della bancarotta
dell'Ambrosiano e la fuga all'estero di Calvi, Pisanu incontra Calvi per quattro volte, sempre
accompagnato da Carboni. L'ultimo appuntamento avviene il 22 maggio 1982, quando Pisanu vola
a Milano sull'aereo di Carboni. Poi, il 6 giugno, il sottosegretario risponde in Parlamento ad alcune
interrogazioni sulla situazione della banca di Calvi, dopo che erano ormai filtrate voci sulla
drammatica crisi finanziaria che stava attraversando. Pisanu risponde tranquillizzando: la situazione
è normale; il sottosegretario non accenna minimamente alla gravissima situazione debitoria in cui
versa il Banco Andino, controllato dall'Ambrosiano.
Alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2, dichiarerà Angelo Rizzoli: «A proposito
dell'Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell'onorevole Pisanu in Parlamento
l'aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da
Flavio Carboni». Dopo lo scandalo P2 e il crac Ambrosiano, nel gennaio 1983 Pisanu è indotto a
dimettersi da sottosegretario al Tesoro. «A causa di fatti incontrovertibili», secondo una
dichiarazione del deputato radicale Massimo Teodori al Corriere della sera: «I rapporti strettissimi
e continuativi fra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni; i rapporti di
Pisanu con Calvi e Carboni per la sistemazione del Corriere della sera; i rapporti di Pisanu con
Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministro prendeva importanti decisioni
sull'Ambrosiano» (Corriere della sera, 22 gennaio 1983).
Il 18 luglio 1982 Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte di Londra. Pisanu, dopo le sue
dimissioni, scomparve per molto tempo dalla scena. Ricompare nel 1994, quando torna in
Parlamento e diventa vicecapogruppo dei deputati di Forza Italia: lasciata la Dc, si è schierato con il
partito di Berlusconi, ex socio d'affari del suo protetto Carboni. E Berlusconi, nel 2001, pur di
dargli una poltrona da ministro, inventa il curioso dicastero dell'"Attuazione del programma".
Accanto, alle riunioni di governo, avrà il più feroce dei suoi accusatori, ai tempi della vicenda
Calvi: Mirko Tremaglia.

Previti, Cesare

Deputato della Repubblica. Eletto a Roma. Avvocato personale di Silvio Berlusconi, ha ereditato
l’incarico professionale dal padre, che aiutò il giovane Silvio a fondare la Fininvest, in un turbine di
strane società svizzere e di anonime fiduciarie. È dunque uno dei consulenti che conoscono i segreti
delle origini di Berlusconi. Nato a Reggio Calabria, crebbe professionalmente nello studio del
padre, a Roma. Pur non avendo mai rinnegato le sue origini politiche neofasciste, nel 1994
Berlusconi gli chiese di "scendere in campo" con Forza Italia e lui accettò un posto al Senato prima
e un ministero poi. Nel 2003 Ë stato condannato a 11 anni nel processo "toghe sporche" Imi-Sir-
lodo Mondadori, per aver corrotto i giudici di Roma perché emettessero sentenze favorevoli a Silvio
Berlusconi e alla Fininvest. Ora è in attesa della sentenza per il secondo processo "toghe sporche",
quello sulla compravendita della Sme. Cesare Previti ha rischiato (come Amedeo Matacena e
Gianni De Michelis) di non trovare posto nelle liste di Forza Italia. Per lui però Berlusconi alla fine
ha fatto un’eccezione, piazzandolo nel posto sicuro di capolista di Forza Italia nel proporzionale in
Calabria, oltre che nel collegio uninominale di Roma Tomba di Nerone.

Rollandin, Augusto

Senatore della Repubblica. Proviene dalla Valle d’Aosta e dal suo partito più forte, l’Union
valdotaine. è stato presidente della giunta regionale della Valle d’Aosta, ma all’inizio degli anni
Novanta è stato condannato per reati contro la pubblica amministrazione. è anche in attesa di un
altro processo, accusato di essere socio occulto di una società finanziata dalla Regione. In quanto
condannato, per legge non può più ricandidarsi negli enti locali (Comuni, Province, Regioni); allora
si è candidato, con successo, al Senato. Ora, però, è in attesa di una “riabilitazione penale”. Se la
otterrà, potrà ricandidarsi alla presidenza della Regione Valle d'Aosta per il centrosinistra, che
evidentemente non ha trovato niente di meglio che un pregiudicato.

Salini, Rocco

Senatore della Repubblica. Eletto per la Casa delle libertà in Abruzzo, nel collegio di Teramo.
Presidente democristiano della giunta regionale abruzzese nei primi anni Novanta, fu arrestato (con
l'intera giunta) nell'ambito di un'indagine giudiziaria sui finanziamenti europei alla Regione.
L'accusa: aver falsificato la graduatoria per l'assegnazione dei fondi. Patteggiò una condanna a 1
anno e 4 mesi. Poi, nel 1999, fu rieletto consigliere regionale, nelle liste di Forza Italia (fu il
candidato che ottenne il maggior numero di voti nella regione Abruzzo, oltre 12 mila). Divenne
vicepresidente della giunta e assessore alla Sanità. Ma Salini, in quanto condannato, era ineleggibile
al Consiglio regionale e su questo sta infatti decidendo il tribunale amministrativo regionale
dell'Aquila, che potrebbe anche decretare lo scioglimento dell'assemblea, rendendo quindi
necessarie nuove elezioni. Ineleggibile alla Regione, Salini si è presentato al Senato, nel 2001, ed è
stato eletto.

Sanza, Angelo

Deputato della Repubblica, Forza Italia. Indagato a Potenza per lo scandalo delle
mazzette Inail, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Nel
2002 la Camera ha respinto la richiesta d'arresto.
Scajola, Claudio

Deputato della Repubblica. Eletto in Liguria. Classe 1948, di Imperia, democristiano nato in una
famiglia democristiana. Il padre Ferdinando, dirigente Inps, fu segretario della Dc locale e sindaco
d’Imperia fin dal 1952. Due anni dopo dovette dimettersi, perché travolto da uno scandalo: il
cognato aveva ottenuto il posto di primario chirurgico nell’ospedale locale e si malignava che fosse
stato aiutato dal potente sindaco democristiano. Erano altri tempi, bastava niente per costringere alle
dimissioni. Ma la politica restò una malattia di famiglia. Il testimone passò dapprima al figlio
maggiore, Alessandro, che divenne anch’egli sindaco d’Imperia nel 1972, poi ancora nel 1977, e nel
1979 fu eletto in Parlamento. Claudio era il più piccolo dei tre figli del notabile dc. Ma venne anche
il suo momento. Aveva respirato aria democristiana fin dalla culla: sua madrina di battesimo era
stata Maria Romana De Gasperi, figlia del grande capo della Dc. Già negli anni del liceo e poi
dell’università si era impegnato nel movimento giovanile democristiano. Non è un teorico, ma un
amministratore, un organizzatore: diventa presidente dell’ospedale Novaro, poi dell’Unità sanitaria
locale; è anche segretario provinciale della Dc. Nel 1982, a 34 anni, diventa sindaco d’Imperia,
come il padre Ferdinando, come il fratello Alessandro. è una festa, in famiglia. Peccato che un anno
dopo esploda lo scandalo dei casinò. è il primo grande intreccio tra politica e affari in cui compare,
nel nord del Paese, lo zampino della mafia. La storia è complessa e ancora oggi non svelata in tutte
le sue pieghe, ma è semplice nella sua essenza: si era saldato un triangolo, tra imprenditori che
puntavano a gestire le case da gioco, politici che concedevano gli appalti per la gestione, ma
volevano qualcosa in cambio, e mafiosi che attorno ai casinò ronzano da sempre e che hanno ottimi
argomenti, finanziari e non solo, per arrivare al controllo del business. Nella notte di giovedì11
novembre 1983 polizia, carabinieri e guardia di finanza circondano e perquisiscono a tappeto i
casinò di Sanremo, Campione d’Italia, Saint Vincent e Venezia. Gli arrestati sono una quarantina. Il
«blitz di San Martino», come verrà chiamato, convolge imprenditori, politici e boss mafiosi, e
azzera due gruppi dirigenti locali, gli amministratori pubblici del Comune di Sanremo e della Valle
d’Aosta. Che cosa era successo, nei mesi precedenti? In Liguria si erano affrontati due gruppi, che
puntavano a conquistare la gestione del casinò di Sanremo. Da una parte Michele Merlo, titolare
della società Sit, che aveva stretto accordi con i democristiani Osvaldo Vento, sindaco di Sanremo,
e Manfredo Manfredi, parlamentare d’Imperia. Dall’altra il conte Giorgio Borletti, ultimo rampollo
della famiglia che a Milano aveva fondato la Rinascente, che era tornato dal Kenya, aveva fondato
la società Flower’s paradise e per battere Merlo e conquistare il casinò si era rivolto ai socialisti
milanesi Antonio Natali e Cesare Bensi. Per vincere, sia Merlo, sia Borletti avevano messo mano al
portafoglio. Erano state pagate o programmate tangenti per 4 miliardi («parte a Roma»: ma di
questo non si è mai appurato niente). Dietro ciascuna delle due cordate, poi, si muovevano,
nell’ombra, altri personaggi: il finanziatore di Merlo, per esempio, era Ilario Legnaro, uomo legato
ai clan catanesi di Nitto Santapaola e a Gaetano Corallo, che aveva già messo le mani sul casinò di
Campione; quanto a Borletti, si era affidato a Lello Liguori, il re dei night, il padrone del Covo di
Nord-Est di Santa Margherita, che gli aveva presentato alcuni “amiciè come Angiolino Epaminonda
detto il Tebano, Salvatore Enea detto Robertino e Giuseppe Bono. Il primo era il principe della
«mala» a Milano, gli ultimi due erano i boss delle «famiglie» palermitane al Nord. Bella gara: da
una parte la Sit, con democristiani e catanesi, dall’altra la Flower’s paradise, con socialisti e
palermitani. Con queste formazioni, naturali i ricatti, le minacce, il doppio gioco, i tradimenti... Il
sindaco Vento, interrogato dai magistrati dopo l’arresto, spiega: nel partito, il metodo delle tangenti
è stato accettato non soltanto «per motivi economici, ma anche politici», perché «chi non accettava
il piano di corruzione di fatto si isolava», «il dissenso avrebbe significato una vera e propria
emarginazione». In questo clima teso e confuso, si arriva alla gara, il 25 marzo 1983. I commissari
nominati dai partiti aprono le due buste con le offerte di canone al Comune per la gestione del
casinò di Sanremo. La Sit di Merlo offre 21 miliardi, la Flower’s paradise di Borletti 18 miliardi e
900 milioni. Destinata a vincere, a suon di tangenti, era la Sit, ma evidentemente qualcuno
all’ultimo momento aveva fatto il furbo ed era passato dall’altra parte: la commissione aveva
stabilito che l’offerta non poteva superare i 20 miliardi e 980 milioni, così la Sit è sconfitta perché,
in questo gioco miliardario, sfora il tetto per 20 miseri milioni... Scoppia il finimondo. Tra i politici
è tutto un accusarsi a vicenda. Tra le due imprese invece comincia la guerra delle carte bollate, con
ricorsi in Giunta, al Tar, al Coreco, al Tribunale... è in questa baraonda che fa la sua comparsa sulla
scena Claudio Scajola, sindaco di Imperia ed esponente autorevole della Dc provinciale. Il 20
maggio 1983 si reca, con il collega di Sanremo Osvaldo Vento, a un incontro segreto con Borletti, a
Bourg Saint Pierre, in Svizzera. è Vento, che stava trattando con entrambi i contendenti, a chiedere
a Borletti di poterlo incontrare, «in modo riservato», insieme a un altro politico, «in un clima di
sospetto e di timore che potesse essere violata la segretezza», scrive il magistrato. Borletti accetta.
L’incontro avviene in un ristorante. Dopo il blitz di San Martino, il conte racconterà che «i due
politici sostanzialmente gli comunicarono che subito dopo le elezioni avrebbe ottenuto la casa da
gioco», ma «ad alcune condizioni»: la prima, che «la gestione fosse improntata a criteri di
imparzialità nei confronti delle forze politiche e quindi senza etichette socialiste»; la seconda, che
«venisse compiuto un “gesto”che potesse controbilanciare l’offerta fatta dal Merlo a favore degli
sfrattati» (Merlo aveva offerto al Comune di Sanremo centinaia di milioni per dare un’abitazione ad
alcune famiglie restate senza casa); terzo, che venisse pagata una tangente di 50 milioni. Borletti
riferisce subito tutto al suo avvocato Pier Giusto Jaeger e ad altre due persone (Lorenzo Acquarone
e Sergio Carpinelli). Quando i magistrati di Milano cominciano a indagare sui casinò, Borletti
racconta dell’incontro e i tre confermano. Ecco allora che anche Scajola viene arrestato. Nella loro
requisitoria, i pubblici ministeri Corrado Carnevali e Marco Maiga scrivono: «Sono stati raccolti
elementi sufficienti per giustificare e imporre il rinvio a giudizio dei due prevenuti (cioè Vento e
Scajola, ndr). A loro carico vi sono le dichiarazioni precise e dettagliate della parte offesa (Borletti,
ndr), inequivoche nella loro portata accusatoria; le stesse dichiarazioni hanno trovato conferma in
numerose testimonianze (Lorenzo Acquarone, Sergio Carpinelli, Pier Giusto Jaeger)». E ancora:
«Benché l’imputato Scajola abbia recisamente respinto l’addebito, sostenendo che la richiesta
oggetto di contestazione non venne mai avanzata nel corso della conversazione, (...) le sostanziali
ammissioni sul punto del Vento (...) devono debbono ritenersi determinanti in ordine all’effettiva
sussistenza del reato, di cui sono presenti gli elementi costitutivi tutti. La presenza dello Scajola nel
particolare contesto, (...) l’avere il Borletti, nelle confidenze effettuate ai testi di cui sopra si è detto,
riferito l’indebita richiesta a lui avanzata ad entrambi i pubblici amministratori presenti
nell’occorso, devono essere ritenute circostanze sufficienti perché lo stesso Scajola sia chiamato a
rispondere del reato a titolo di concorso morale nel medesimo».
Il giudice istruttore Paolo Arbasino, ricevute le richieste del pubblico ministero, non ritiene invece
che gli elementi a carico di Scajola siano sufficienti per un rinvio a giudizio e il 31 gennaio 1989 lo
proscioglie. Scajola aveva spiegato di essere andato all’incontro con Borletti, ma soltanto per capire
la situazione, che era alquanto confusa. Aveva confermato di aver posto il problema della «gestione
imparziale»(cioè non filo-socialista) del casinò, ma aveva ribadito di non aver chiesto, né sentito
chiedere, alcuna tangente.
Per la cronaca: la guerra per il casinò di Sanremo finisce con un accordo tra le due cordate che
prevede il ritiro di Borletti, in cambio di 1 miliardo e 900 milioni subito, più 4 miliardi in seguito, a
grosse rate mensili. Il processo per lo scandalo dei casinò termina invece con molte condanne
definitive, che confermano nella sostanza l’impianto accusatorio.
E Claudio Scajola? Ritorna subito a fare politica. Torna a sedere sulla poltrona di sindaco nel 1990,
sempre sotto le bandiere della sua Dc. Nel 1995 ci riprova, ma intanto la Dc si è dissolta in cento
rivoli. Mette in piedi una lista fai-da-te, «Amministrare Imperia», che si scontra con una lista
dell’Ulivo e una del Polo. Nella foga della campagna elettorale, degli avversari di Forza Italia e An
dice: «Sono soltanto dei fascisti». Vince il centrosinistra. Ma l’anno dopo, nell’aprile 1996, mostra
di essersi ricreduto: si candida alla Camera per Forza Italia e viene eletto. Amministratore tenace,
organizzatore efficiente, democristiano a 24 carati, si fa subito notare da Silvio Berlusconi, che gli
affida un compito impegnativo: costruire il partito. Nominato coordinatore nazionale di Forza Italia,
lavora sodo. Trasforma il “partito di plastica” in un partito vero. Come premio, Berlusconi gli affida
il più delicato dei ministeri, quello dell’Interno: con Scajola, al Viminale torna un democristiano
doc, uno della tempra dei Taviani, Scelba, Restivo... Scajola, per i suoi trascorsi è, effettivamente,
un esperto del ramo. A Genova, però, non lo dimostra: responsabile dell'ordine pubblico al G8,
sbaglia tutto. Poi lascia senza protezione il consulente ministeriale Marco Biagi. Quando questi
viene ucciso dalle Br, Scajola prima scarica le responsabilità sui prefetti, a cui aveva dato ordini di
ridurre le scorte; poi dichiara che Biagi, colpevole di chiedere insistentemente di essere protetto, era
un "rompicoglioni". Troppo perfino per il panorama politico italiano, anche perché le dichiarazioni
di Scajola vengono riportate da due grandi quotidiani, Corriere della sera e Sole 24 ore. Scajola è
così costretto alle dimissioni da ministro. Sostituito da uno che a sua volta dieci anni prima era stato
costretto a dare le dimissioni da sottosegretario (Pisanu, vedi...). Ma tornerà, vedrete...

Selva, Gustavo

Deputato della Repubblica. Eletto nel collegio di Treviso. Ex democristiano, oggi è esponente di
An. Il suo nome compare negli elenchi della loggia massonica P2: fascicolo 623, numero di tessera
1814, data di iniziazione 26 gennaio 1978. All'epoca, Selva era direttore del Gr2 Rai. Ha smentito
di essere iscritto alla loggia. Sospeso dalla Rai dal Consiglio d'amministrazione, ha presentato
ricorso al pretore del lavoro, che però lo ha respinto.

Sgarbi, Vittorio

Deputato della Repubblica, Forza Italia. Grande difensore di Craxi nel Parlamento del 1992 (allora
vi era entrato come deputato liberale), è un pregiudicato per truffa ai danni dello Stato (assenteista,
ha preso lo stipendio senza andare a insegnare). È stato indagato per aver avuto rapporti con uomini
della 'ndrangheta, quando è stato candidato in Calabria. È un collezionista di querele per
diffamazione: suo pezzo forte è dare dell'assassino ai magistrati di Mani pulite, ma sa variare sul
tema in modo molto creativo. Cacciato dal governo Berlusconi nel 2002 (era sottosegretario si Beni
culturalei) per dissidi con il ministro Urbani.

Sodano, Calogero

Senatore della Repubblica. Eletto ad Agrigento. Membro del Ccd, è stato sindaco di Agrigento. Nel
2003 ha subito una condanna in appello a 1 anno e 6 mesi di reclusione per avere permesso
l’abusivismo edilizio in cambio di vantaggi elettorali. Con Sodano sono stati condannati a un anno
di reclusione anche alcuni suoi ex assessori. Gli imputati, secondo l’accusa, non avrebbero posto in
essere né provvedimenti né iniziative per bloccare l’abusivismo edilizio tra il 1991 e il 1998, non
solo nella Valle dei Templi, ma in tutta la città. Imputato in un altro processo per irregolaritý
urbanistiche in contrada Favara e nella realizzazione di un depuratore, ha cercato, invano, di
bloccare il dibattimento appellandosi alla legge Cirami.

Squeglia, Pietro

Deputato della Repubblica, Ppi. Ex sindaco di Marcianise, in Campania, politicamente molto vicino
a Ciriaco De Mita. è stato arrestato per irregolarità edilizie avenute nel 1986 e processato per altri
abusi, sempre nel settore delle costruzioni. Assolto, è stato candidato dall'Ulivo in Campania.

Sudano, Domenico

Senatore della Repubblica, Ccd. Catanese, ex andreottiano, nel 1995, in qualità di presidente di una
Usl, è stato condannato per un concorso truccato. Ha patteggiato una pena di un anno e mezzo e ha
evitato il carcere, approdando poi in Parlamento.

Tomassini, Antonio

Senatore della Repubblica, Forza Italia. Attuale responsabile della Sanità per Forza Italia. è stato
condannato per falso, con sentenza definitiva, nel 2000, perché quando era medico a Busto Arsizio
aveva contraffatto e poi distrutto un esame clinico di una bambina nata con problemi cerebrali. Una
sentenza successiva ha tuttavia negato la responsabilità del medico e ora il senatore Tomassini
vuole chiedere la revisione del processo.

Urbani, Giuliano
Deputato della Repubblica. Eletto in Lombardia, nel collegio di Vimercate. è un professore,
Giuliano Urbani, docente di Scienza politica all'università Bocconi. Nel 1985 è tra i fondatori del
circolo Società civile di Milano. Nel 1994 la sua critica della vecchia politica si acquieta nel nuovo
partito di Silvio Berlusconi: partecipa addirittura alla formazione di Forza Italia, in cui confluisce la
sua Associazione per il Buon Governo. Berlusconi lo premia con una candidatura in Parlamento, in
cui entra nel 1994. Subito dopo lo chiama a reggere il ministero della Funzione pubblica. Oggi, nel
secondo governo Berlusconi, è ministro dei Beni culturali, un po' infastidito dal protagonismo del
suo sottosegretario Vittorio Sgarbi. Parallelamente alla politica, Urbani ha mantenuto una attività
professionale: è stato a lungo, per esempio, presidente di Domina, una delle società del finanziere
Ernesto Preatoni. Soprannominato "il raider di Garbagnate", Preatoni era stato per anni oggetto di
indagini da parte della magistratura italiana e della Consob, l'autorità di controllo della Borsa. Gli
innumerevoli procedimenti giudiziari aperti sulle sue attività finanziarie non erano mai riusciti ad
approdare a una condanna, ma Preatoni aveva comunque pensato di cambiare aria, trasferendo i
suoi affari prima in Islanda e poi in Estonia, diventata, come tutto l'Est europeo dopo la caduta del
comunismo, un paradiso per le scorribande finanziarie. La sua holding finanziaria e immobiliare era
diventata la Pro Kapital, con sede a Tallin, in Estonia. La società italiana Domina aveva però
continuato a controllare le attività turistiche del gruppo, tra cui un noto villaggio a Sharm el-Sheik.
Centro dell'impero di Preatoni resta la Peak Mount Corporation, con sede nella inespugnabile (ai
giudici) Vaduz. Urbani, stretto collaboratori di Berlusconi, è rimasto presidente della Domina
almeno fino a poco tempo fa. «Conosco Urbani da tempo», ha dichiarato Preatoni al Corriere della
sera il 9 agosto 2001, «ma di recente ha dato le dimissioni dal suo incarico in Domina». Quanto di
recente, onorevole deputato e signor ministro? Ai primi d'agosto era circolata la notizia che la Borsa
estone aveva deciso di sospendere dal listino la Pro Kapital: gli affari di Preatoni sono troppo poco
trasparenti anche per l'Estonia, ma evidentemente non lo erano per il poco avveduto Urbani.

Verdini, Denis

Deputato della Repubblica. Eletto nel proporzionale, a Firenze, nelle liste di Forza Italia. A Firenze
lo chiamano il Berlusconi della Toscana. Presidente della banca Credito cooperativo fiorentino,
dopo un'ispezione della Banca d'Italia nel suo istituto, è stato indagato per falso in bilancio. è
editore del Giornale della Toscana e possiede quote del Foglio di Giuliano Ferrara. Il pubblico
ministero di Firenze ha chiesto per Verdini anche un rinvio a giudizio per violenza sessuale: sarebbe
saltato addosso, nel suo ufficio, a una signora che andava a chiedergli di ottenere un prestito dalla
sua banca.

Verro, Antonio

Deputato della Repubblica. Eletto in Lombardia, nel collegio di Cremona. Esponente di Comunione
e liberazione, vicino alla Compagnia delle opere. E' stato candidato dopo essere stato coinvolto
nell'inchiesta giudiziaria sulla cascina San Bernardo di Milano. Da assessore al Comune di Milano,
insieme al collega Maurizio Lupi, aveva fatto approvare una concessione per far diventare la
cascina un centro polivalente con finalità sociali. Poi, con un repentino cambio di marcia, la cascina
era stata trasformata in una struttura sanitaria privata da 20 posti, naturalmente affidata agli amici
della Compagnia delle opere. Subito dopo l'elezione alla Camera, come prevedibile, è arrivata la
richiesta di rinvio a giudizio per truffa e falso. Poi prosciolto.

Vito, Alfredo
Deputato della Repubblica. Eletto in Campania. Noto ai bei tempi della Prima Repubblica come
"Mister centomila preferenze" della Democrazia cristiana, ora è parlamentare della Casa delle
libertà. Ex impiegato dell’Enel, si buttò in politica, nella Dc, con grande impegno. Si dice che nel
suo ufficio elettorale riuscisse a ricevere più di 200 persone al giorno. Il soprannome se lo guadagnò
con i risultati elettorali conseguiti nel 1985, 1987 e 1992: fu eletto prima al Consiglio regionale
della Campania (con 120 mila voti), poi alla Camera dei deputati (con 160 mila voti) e infine di
nuovo al Parlamento (con 104 mila preferenze). Poi arrivò Mani pulite: fu indagato, arrestato e
processato per tangenti. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli chiese al Parlamento
l’autorizzazione a procedere contro di lui anche per concorso esterno in associazione a delinquere di
tipo mafioso, sospettando suoi rapporti con la Camorra. Alfredo Vito indossò allora il saio del
pentimento: "Torno alla mia famiglia; con la politica ho chiuso". Scrisse: "Lascio il mio vecchio
partito, la Dc, e invito tutti i parlamentari inquisiti a seguire il mio esempio: fatevi da parte, perché
solo così si potrà procedere al rinnovamento dei partiti e della classe politica". Patteggiò una
condanna e restituì più di 4 miliardi di lire. Sono stati impiegati per costruire un parco pubblico alla
periferia di Napoli, ribattezzato dalla fantasia popolare "Parco Mazzetta". Ma non ha mantenuto la
promessa di stare lontano dalla politica: ha riallacciato i contatti di un tempo, ha riaperto un ufficio
a Roma ed è tornato alla carica con la Nuova democrazia cristiana (fondata nel 2000 insieme con
Flaminio Piccoli). Nel 2001 è stato accolto a braccia aperte nella Casa delle libertà, che lo ha
portato in Parlamento.

Vizzini, Carlo

Senatore della Repubblica. Eletto in Sicilia. Palermitano, ex segretario del Psdi, cinque volte
deputato (la prima a soli 28 anni), tre volte ministro, è stato responsabile tra l’altro del dicastero
delle Poste e di quello della Marina. Nel 1993 è rimasto coinvolto nello scandalo Enimont con
l’accusa di aver ricevuto un finanziamento illecito di 300 milioni. Condannato in primo grado, in
appello strappa una prescrizione. Fu assolto dal Tribunale dei ministri anche dall’accusa di aver
ricevuto mazzette mentre era al ministero delle Poste. Giovanni Brusca ha incluso il suo nome nella
lista di politici che la mafia voleva far fuori dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Nel giugno del
1999 Vizzini, amico di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, è entrato nel Consiglio di
presidenza di Forza Italia. Nel 2001 ha vinto il confronto elettorale nel collegio senatoriale di
Palermo centro.

Amministratori pubblici,
consiglieri comunali, provinciali, regionali

Abelli, Giancarlo
Assessore regionale in Lombardia. Politico pavese, passato dalla Dc a Forza Italia, e manager della
sanità lombarda. Ancor prima di Mani pulite, quando era democristiano, Abelli fu arrestato e
processato. Assolto, tornò alla politica. E fu chiamato dal presidente della Regione, Roberto
Formigoni, come consigliere per la sanità. Abelli era contemporaneamente amico e consulente
anche del professor Giuseppe Poggi Longostrevi, organizzatore di una colossale truffa (almeno 60
miliardi sottratti alla Regione Lombardia), che ha coinvolto centinaia di medici i quali stilavano
ricette false o per prestazioni gonfiate o inutili. Formigoni ha tenuto al suo fianco Abelli anche dopo
il suo coinvolgimento nello scandalo delle ricette d'oro di Poggi Longostrevi. Anzi, nel maggio
2000 da consulente lo ha fatto diventare assessore (alle Politiche sociali: la Sanità era già
saldamente nelle mani di Carlo Borsani, An, un altro politico che da anni sta in quel posto,
periodicamente battuto dagli scandali, ma non si accorge di niente). Abelli viene rinviato a giudizio
il 24 maggio 2000, proprio il giorno in cui insieme a tutti gli altri assessori della nuova giunta
formigoniana presta il suo "giuramento alla Lombardia e al suo popolo" (una concessione alla Lega
passata a sostenere l'ex nemico Formigoni). Viene processato per aver fatto false fatture per oltre 70
milioni di lire ricevuti tra il 1996 e il 1997 da Poggi Longostrevi, che, prima di togliersi la vita, li
aveva spiegati così: "Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto".
E poi aveva aggiunto: "Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati
premiati con la nomina ad assessore". La sentenza arriva nel 2003: Abelli è assolto dall'accusa di
frode fiscale, perché la nuova legge fiscale stabilisce che le fatture false siano punite solo nel caso
vi sia «il dolo specifico di far evadere le tasse»: e Abelli alle tasse non pensava neppure, quando
intascava i soldi di Poggi Longostrevi. Le motivazioni della sentenza affermano però che Abelli ha
intascato ´72.800.000 lire per una consulenza non effettivaª. Ha insomma preso quei soldi per
chiudere gli occhi sulla corruzione: ´La consulenza mascherava un versamento in denaro al politico
per guadagnarne i favori», stabilisce la sentenza. Che cita Longostrevi: «Per me pagare Abelli era
come stipulare un'assicurazioneª. Dopo la sentenza, Abelli resta tranquillamente al suo posto.

Formigoni, Roberto

Presidente della Regione Lombardia. È stato coinvolto in alcune complesse vicende politico-
giudiziarie.
Scandalo "ricette d'oro". Non ha visto né sentito nulla dell'estesissimo sistema di corruzione
architettato dal professor Giuseppe Poggi Longostrevi, che negli anni Novanta ha truffato almeno
90 miliardi alla Regione, facendo fare a centinaia di medici ricette false o per prestazioni gonfiate o
inutili. Nella motivazione della sentenza che condanna per corruzione 175 medici che avevano
accettato il "sistema Longostrevi", si afferma che la Regione ha favorito la truffa. I giudici hanno
così dimezzato i risarcimenti alla Regione, per ´concorso di colpaª: per ´l'inidoneitý, per non dire
assenza, dei controlliª. Nessuna responsabilità penale accertata per Formigoni, ma certamente la
responsabilità politica di non aver saputo vigilare su un settore da sempre a rischio di corruzione. E
responsabilità politica di aver voluto ai vertici della sanità regionale – prima come suo consulente,
poi come assessore alle Politiche sociali – Giancarlo Abelli, amico di Longostrevi e sua sponda
politica in Regione.
Discarica di Cerro. Roberto Formigoni ha ricevuto un avviso di garanzia il 14 luglio 2000, per la
gestione della discarica di Cerro Maggiore, per la quale era già stato condannato Gianstefano
Frigerio, che aveva ricevuto una tangente da 150 milioni da Paolo Berlusconi. Nel 1995, quando
scoppiò in Lombardia la cosiddetta "emergenza rifiuti", Formigoni indirizzò a Cerro (che avrebbe
invece dovuto chiudere) tutta la spazzatura regionale e si impegnò a pagare al proprietario, Paolo
Berlusconi, 300 milioni al giorno per altri due anni. Nel 1999 ci fu un accordo per bonificare la
discarica. Il compito spettava ai proprietari, Berlusconi e soci, che in cinque anni d’attività avevano
realizzato, secondo un rapporto della Guardia di finanza, "ricavi effettivi per almeno 240 miliardi".
Invece Formigoni fece pagare la bonifica a un'altra azienda, in cambio del permesso per aprire un
supermercato sull'area della discarica. Nel corso delle indagini è emerso anche un appunto scritto a
mano, il verbale di una riunione tenutasi a Milano 2 alla presenza di Paolo Berlusconi e degli altri
soci della discarica. Il foglietto parla della costituzione, attraverso false fatture, di fondi neri
all’estero per oltre 10 miliardi, preparati per pagare in nero nuove discariche e tangenti ai politici.
Sul foglietto sono indicate anche alcune cifre ("500 milioni", "200 milioni"...) con accanto nomi o
abbreviazioni ("Form", "Pozzi"...). Chi è"Form"?
Lombardia Risorse. Formigoni è indagato davanti al giudice delle indagini preliminari per la
gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi).
Fondazione Bussolera-Branca. Formigoni è stato indagato e poi rinviato a giudizio, su richiesta dei
magistrati Alberto Robledo e Fabio De Pasquale, per abuso patrimoniale d’ufficio nella gestione
della Fondazione Bussolera-Branca, che gestiva un patrimonio di 170 miliardi, poi dirottati dai suoi
amministratori verso impieghi diversi da quelli voluti dal fondatore (la valorizzazione del
patrimonio rurale dell’amato Oltrepò pavese). Da questa vicenda giudiziaria è uscito penalmente
pulito. Restano i fatti: la fondazione è stata strappata ai suoi gestori (il professor Lancellotti),
spolpata e svuotata, con l'assenso della Regione. Formigoni partecipa nell’aprile 1999 a una cruciale
riunione con l’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Fiori, il funzionario Maurizio Sala,
oltre naturalmente al suo braccio destro, Nicola Maria Sanese, potentissimo direttore generale
lombardo. Dopo la riunione, la Regione emette quattro delibere: alla fondazione Bussolera-Branca è
imposto di rinunciare a tutte le cause che aveva avviato per difendersi dagli attacchi; poi di
modificare lo statuto per far entrare nel consiglio d’amministrazione due nuovi consiglieri, Giulio
Boscagli, cognato di Formigoni, e Niccolò Querci, all’epoca segretario particolare di Silvio
Berlusconi e ora deputato di Forza Italia.

Giuliano, Gianni

Presidente della Provincia di Imperia. Coinvolto nella vicenda del casinò di Sanremo.
Vedi Scajola, Claudio.

Musotto, Francesco

Presidente della Provincia di Palermo. Avvocato, ex socialista, passa a Forza Italia. Arrestato per
mafia, perché nella sua casa di campagna viene ospitato un boss mafioso latitante. Assolto. Dopo la
morte di Falcone, l'assessore al Turismo della sua giunta, su sua sollecitazione e col suo consenso,
dichiara: «Stiamo valutando, attraverso lo studio di statistiche, la possibilità di dimostrare che a
causa della strage di Capaci il flusso turistico in provincia di Palermo ha subito un calo e quindi un
danno economico». Fa pubblicare sui giornali siciliani comunicati in occasione delle
commemorazioni della strage di Capaci in cui non compare mai la parola mafia.

Con quale faccia ha l'On. Musotto cercato di prendere per il culo gli elettori italiani emigrati
all'estero ?

Terzi, Giovanni
Consigliere comunale di Milano. In preparazione.

Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega:


il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano
«La Fininvest è nata da Cosa Nostra»
Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord, è il loro "figlio di buona donna"
di Matteo Mauri

BRESCIA - La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l'artiglieria pesante. E se alle
accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio,
adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro. «Tanto per essere chiari, per far capire alla gente»,
replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell'insulto» del segretario leghista.
L'attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso
del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del "mafioso" a
Berlusconi. Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel
Cavaliere «l'uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L'uomo di Cosa
Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di
Forza Italia. L'anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi
l'opinione pubblica.«La Fininvest - ha affermato Bossi - ha qualcosa come trentotto holding, di cui
sedici occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di
Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La
verità è che se cade Berlusconi cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo
faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per
questo lo tengono in piedi». Se l'ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è
andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il
tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della
nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano - ha affermato Bossi
- è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli
interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su,
che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia,
sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».Eppoi ancora,
come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e
imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è
la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche
regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un
palermitano».«L'uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d'intervento, ha indicato spesso il
disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e
coppola.Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte
ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia
non olet". C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci
fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».

Le Holding italiane (da 1 a 22) che detengono il capitale della Fininvest sono state costituite nei
primi anni '80 ed hanno sede legale a Milano, in via Paleocapa 3 (sede storica del Gruppo Fininvest)
fino al 1996, e poi a Segrate (MI), Residenza Parco 802, anche se il capitale della met‡ di esse Ë
formalmente posseduto dalla Servizio Italia Spa, societa' fiduciaria della BNL. Questa
imprecisione ha dato la possibilita' a Berlusconi di smentire Antonio Di Pietro durante la
trasmissione ìIl Raggio Verdeî (trasmessa poco prima delle elezioni del 13 maggio 2001), almeno
sul punto delle societ‡ off-shore.

Le vere societa' off-shore della Fininvest (si potrebbero definire off-shore d.o.c.) - ubicate in Stati
ufficialmente considerati paradisi fiscali dal Ministero delle Finanze con i decreti ministeriali
24.4.1992 e 4.5.1999 (ma sono anche paradisi bancari) - sono le seguenti:

QUOTA GRUPPO
DENOMINAZIONE SEDE
IN %
1991 1992 1993
RETEUROPA N.V. ANTILLE OLANDESI 100 100
ANTILLE OLANDESI
PRISCO INTERNAZIONAL N.V. 63
Curacao
RETEUROPA INTERNATIONAL ANTILLE OLANDESI
100
N.V. Curacao
PENTA ENTERTAINMENT LTD ANTILLE OLANDESI Aruba 50 50 50
BULL LTD. BRITISH VIRGIN ISLANDS 54 54
PRINCIPAL BRITISH VIRGIN ISLANDS
100 100 100
COMMUNICATIONS LTD. Tortola
BRITISH VIRGIN ISLANDS
PRINCIPAL FINANCE LTD 100 100 100
Tortola
SPORT IMAGE BRITISH VIRGIN ISLANDS
100 100 100
INTERNATIONAL LTD. Tortola
EUROLOTERIE GIBRALTAR
GIBILTERRA 100 54 54
LTD
STANDA LTD. HONG KONG 78
EUROPA VERLAG AG LIECHTENSTEIN ñ VADUZ 73
LION COMMUNICATIONS LTD MALTA 100 100 100
NEWS & SPORT TIME LTD MALTA 100 100 100
PENTA INTERNATIONAL LTD MALTA 50 50 50
S.B. COMMUNICATIONS LTD. MALTA 100
SCANMORE LTD MALTA 100 100 100
EUROPA AGENCY LTD MALTA 54 54 54
O.M.C. CORP. LTD PANAMA 100
GRIJALBO DE PUERTO RICO
PUERTO RICO 44
INC.
DINASTER AG SVIZZERA 100
FININVEST SERVICE S.A. SVIZZERA-Massagno 100 100 100
URUGUAY ñ
GRIJALBO EDITOR S.A. 44
MONTEVIDEO

Da un esame globale dei bilanci consolidati della FININVEST per gli anni 1991, 1992 e 1993, si
puÚ osservare che sulle n.108 societ‡ estere complessivamente riportate nel triennio, ben 22,
corrispondente al 20%, avevano sede in Paesi/localit‡ ufficialmente considerati OFF-SHORE dal
Ministero delle Finanze.

QUOTA GRUPPO
DENOMINAZIONE SEDE
IN %
1995 1996 1997 1998 1999
ANTILLE
RETEUROPA N.V. 100 100 100
OLANDESI
PENTA ENTERTAINMENT ANTILLE
50
LTD. IN LIQ. OLANDESI
ISOLE VERGINI
PRINCIPAL FINANCE LTD. 100
BRIT.
BUTTERCHAMP ISOLE VERGINI
100
INVESTMENTS LTD. BRIT.
ISOLE VERGINI
BERING INERNATIONAL 100
BRIT. (Tortola)
SUMMER CAST
MALTA 100
INTERNATIONAL LTD.
NEWS & SPORT TIME LTD. MALTA 100
LION COMMUNICATIONS
MALTA 100
LTD.
EUROPEAN
MALTA 100 100 100 100 100
COMMUNICATIONS LTD.
SVIZZERA
FININVEST SERVICE S.A. 100 100 100 100 100
(Massagno)

Nel quinqennio 1995 - 1999 figurano 10 societa' ufficialmente off-shore (su 39 estere in totale). La
circostanza che dopo il 1995 le societa' sono diminuite notevolmente puÚ significare che non sono
state pi_ consolidate (non Ë detto che siano cessate).

La situazione indicata nei due prospetti Ë tratta dai bilanci consolidati del Gruppo Fininvest (quindi
si tratta di dati incontesabili) e, comunque, Ë assolutamente minimale nel senso che ci sono decine e
decine di altre societa' Fininvest ubicate in Stati e localita' ugualmente off-shore, come evidenziano
i molti studi sull'argomento ma anche come asseriscono le agenzie di intermediazione e le societa'
finanziarie, nazionali e straniere, specializzate nell'apertura di conti bancari e societa' in centri off-
shore (rilevabili anche in INTERNET), tra cui: Lussemburgo, Londra, Irlanda, Delaware,
Austria, Olanda e vari Stati dellíAmerica latina, tra cui Colombia, Venezuela, Cile, Ecuador.
Tenuto conto anche di questi altri Paesi, il numero complessivo delle societa' off-shore consolidate
supera ampiamente, in entrambi i periodi, il 50%, rispetto al totale delle societa' estere:

- n. 60 su 108, pari al 55%, nel 1991 - 92 -93;

- n. 24 su 39, pari al 62%, nel quinquiennio 1995 - 1999 (vedasi allegato).

Da evidenziare che il Lussemburgo, che Ë uno dei maggiori paradisi bancari (e fiscali) del mondo
(vedi allegato) non Ë inserito nel D.M. 24.4.1992, pechË questo decreto (Black list per le societa') si
riferisce soltanto ai Paesi extracomunitari.
A Londra esistono numerose societa' cartiere (che emettono fatture false) ed hanno sede molti studi,
alcuni molto famosi, specializzati nell'apertura di societa' e conti off-shore, in particolare nelle isole
del Canale e nelle colonie britanniche caraibiche.

A queste vanno poi aggiunte le societa' off-shore che rientrano nel comparto riservato, ossia nere o
extrabilancio, il cui numero complessivo non Ë noto ma certamente rilevante; per farsi un'idea basta
vedere gli atti del processo All-Iberian, che si riferisce quasi esclusimente alla Svizzera: ben 45
societa' off-shore ìnereî e 15 conti bancari off-shore ìneriî, gestiti dal Gruppo Fininvest. In altri
termini All Iberian Ë solo un piccola parte (forse anche scarsamente rilevante) del comparto off-
shore riservato del Gruppo Fininvest.

Contrariamente a quello si pensa normalmente le imprese non ricorrono alle societa' off-shore per
evadere o eludere le imposte; per questo basta vendere in nero, gonfiare i costi o manovrare sugli
ammortamenti, come fanno la maggior parte delle societa' nazionali.

Societa' che nascono e spariscono nel giro di un anno, flussi di centinaia di miliardi transitati su
queste societa' ed entrati in Italia, ma anche miliardi usciti dalle societa' nazionali del Gruppo
FININVEST destinati ai vari paradisi fiscali e bancari. Vorticose operazioni finanziarie, bancarie e
commerciali verso Paesi dove (in particolare in alcuni di essi, come le Isole Vergini Britanniche, le
Antille Olandesi, ecc.) da comprare o vendere non c'Ë prorio nulla, se non dei "servizi molto
particolari" per le imprese, ossia le fatture false ed il riciclaggio del denaro sporco.

La questione Ë molto grave perchÈ, appunto, oltre allíaspetto della frode fiscale mediante false
fatturazioni, i centri Off-Shore sono il principale punto di riferimento della criminalita' organizzata
nazionale ed internazionale che se ne serve ampiamente per riciclare il denaro sporco proprio
tramite le societa' off-shore costituite in quelle localita' dalla stessa criminalita' o da soggetti terzi.
In questi Paesi il riciclaggio viene facilitato in misura abnorme da un sistema bancario
impenetrabile che assicura a tutti i capitali depositati (pecunia non olet) la massima copertura dalle
inchieste provenienti da autorita' straniere.

Nei Centri off-shore, quindi, coesistono indisturbati e beati gli imprenditori dediti alla frode fiscale
(e non alla semplice evasione) ed i boss della criminalita' organizzata.

Questa contiguita' nei Paesi off-shore tra imprese, criminalita' organizzata e riciclaggio Ë molto
sospetta ed inaccettabile per qualsiasi imprenditore (in questo caso la vicenda sarebbe soltanto
giudiziaria), ma per un imprenditore che vuole anche diventare Presidente del Consiglio Ë una
questione assolutamente inammissibile e tutta la vicenda assume, nel contempo, aspetti giudiziari,
politici ed istituzionali (come lei ha evidenziato chiaramente nella trasmissine).

Da sottolineare che l'emissione o l'utilizzazione di fatture false per operazioni commerciali in tutto
o in parte inesistenti, fatto che gia' di per sÈ costituisce frode fiscale, integra o Ë collegato nel
contempo altri reati, come il riciclaggio, il falso in bilancio e la creazione di fondi neri. In generale,
con gli acquisti fittizi si creano fondi neri (riutilizzati poi per le piu' svariate attivita' illecite, come
corruzione, scalate occulte a societa' quotate e non, pagamento di compensi in nero, ecc.) mentre
con le vendite fittizie si consente, in modo diretto, l'introduzione di capitali off-shore;

Quindi le domande sono molte:

• cosa hanno fatto queste societa' Off-Shore, ossia quale Ë stata la loro funzione economico -
finanziaria ?
• quanti capitali Off-Shore la Fininvest ha fatto entrare in Italia mediante operazioni
commerciali, bancarie e finanziarie, vere o fittizie (in tutto o in parte) compiute da questa
miriade di societa' estere ?
• di chi erano questi capitali e quale uso ne Ë stato fatto in Italia ?
• per quale motivo Berlusconi ha sempre nascosto accuratamente le origini degli ingenti
capitali (in contanti) utilizzati per la costituzione della FININVEST ed i successivi aumenti
di capitale ? Vedasi al riguardo líarticolo de LíESPRESSO del 3 agosto 2000 (allegato in
sintesi).
• nell'ipotesi - molto pi_ che probabile - che le fatturazioni avvenute tra le societa' nazionali
del Gruppo e quelle off-shore siano false, anche se in parte, quanti fondi neri ha creato il
Gruppo e che uso ne ha fatto? quanti miliardi ha sottratto al fisco? e di quanto sono stati
falsificati i bilanci delle societa' nazionali?
• come mai finora nessuno, anche a livello istituzionale, ha mai chiesto i dovuti chiarimenti a
Berlusconi, che da parte sua si guarda bene dal darli ?
• puÚ un personaggio in questa situazione di assoluta non trasparenza (per usare un
eufemismo) non solo fare il leader politico ma addirittura aspirare a fare il Presidente del
Consiglio senza chiarire pubblicamente, anche nelle opportune sedi penali, le predette
situazioni ?

E' noto che anche altri importanti gruppi industriali intrattengono rapporti con Paesi e societa' off-
shore, anche se nessuno nelle proporzioni straordinarie del Gruppo FININVEST, ma quanto meno i
loro proprietari e amministratori hanno la dignita' ed il pudore di non entrare in politica e non hanno
la pretesa, veramente fantascientifica, di diventare Capo del Governo (parlare di pericolo per la
democrazia non mi sembra affatto eccessivo).

In ogni caso il numero complessivo delle societa' off-shore del Gruppo non sarebbe di per sË un
dato determinante, anche se ovviamente da un'idea dell'enormita' della questione per la Fininvest,
perchÈ

anche con poche societa' off-shore si possono fare danni molto rilevanti (frode fiscale, emissione o
utilizzazione di fatture false, falso in bilancio, riciclaggio di denaro sporco sia in entrata che in
uscita). Ma il problema Ë che se le societa' off-shore sono poche sono pi_ facilmente individuabili,
come anche i relativi flussi di denaro..!!

Peraltro, i rapporti commerciali, bancari e finanziari tra le societa' nazionali e quelle off-shore
potrebbero essere facilmente controllati, controllando non le societa' off-shore (cosa impossibile)
bensÏ le societa' nazionali che intrattengono questi rapporti. Ma su questo aspetto i Ministri
interessati (Finanze, Giustizia e Interni), benchË molte volte hanno sottolineato la necessita' di
adottare misure contro i centri off-shore, sono stati finora latitanti.

Sulle societa' off-shore Giulio Tremonti, Deputato di Forza Italia ed ex Ministro delle Finanze del
Governo BERLUSCONI, nonchË titolare di un avviatissimo studio di consulenza fiscale (quindi un
addetto ai lavori di altissimo livello): îOrmai i paradisi fiscali intesi come centri Off-Shore
interessano solo la malavita ed il riciclaggio di denaro sporco...î (Corriere della Sera del 9
agosto 2000).

Forse Tremonti (che di recente ha dato del GANGSTER a Visco) si Ë dimenticato che il suo capo
politico Ë proprietario di un Gruppo finanziario che, oltre ad essere uno dei maggiori a livello
nazionale, possiede un numero di societa' Off-Shore talmente elevato, che non ha uguali in Italia e
forse nel mondo. Forse qualche gangster bisognerebbe cercarlo proprio dentro Forza Italia.
P.S.: alla prossima occasione perche' non chiede a Berlusconi di spiegare:

• che cosa hanno fatto la PRINCIPAL FINANCE LTD. delle Isole Vegini Britanniche, la
RETEUROPA N.V. delle Antille Olandesi, la EUROPEAN COMMUNICATIONS
LTD. di Malta, la FININVEST SERVICE S.A. di Massagno (Svizzera), ecc.
• per quale motivo nell'ultima settimana della legislatura proprio Forza Italia (guarda caso) ha
fatto saltare la ratifica del trattato italo-svizzero sulla mutua assistenza giudiziaria (anche se
sarebbe interessante capire perchÈ l'Ulivo ha presentato questo importante provvedimento
cosÏ in ritardo);
• e come mai sempre Forza Italia ha votato contro la relazione conclusiva della Commissione
antimafia che poneva un forte accento sulla necessita' di prendere energiche misure di
contrasto alle centrali internazionali del riciclaggio.

L'IMPERO OFF - SHORE DEL SIG. BERLUSCONI

C'è un vecchio proverbio che dice "non e mai troppo tardi...".

E' giunta l'ora, infatti, che gli italiani sappiano che l'impero societario e finanziario del Gruppo
FININVEST, di cui Silvio BERLUSCONI è azionista di maggioranza (l'azionista di minoranza, con circa il
47% del capitale sociale, è OCCULTO, come di seguito spiegato), si basa fin dalle origini (primi anni '80)
su una miriade di società estere OFF-SHORE, di cui numerose risultano iscritte nei bilanci annuali - in
particolare nei bilanci consolidati del Gruppo; altrettante società estere non risultano neppure iscritte in
bilancio (già questo fatto integra il delitto di "falso in bilancio" - "false comunicazioni" ex art.2621 n.1 codice
civile) e fanno parte del c.d. COMPARTO RISERVATO del Gruppo, costituite con il preciso scopo di
compiere operazioni finanziarie, bancarie e commerciali illecite (come ampiamente dimostrato nel processo
"All Iberian"). Peraltro anche le società Off-Shore "consolidate" hanno amplissime possibilità di compiere
operazioni illecite, sia commerciali che bancarie, come si dirà in seguito.

Sono considerati Off - Shore o Paradisi finanziari tutti quei Paesi o località che offrono ai non residenti
(società e persone fisiche) una ipertutela giuridica e/o di fatto sia sotto l'aspetto fiscale (tassazione e obblighi
societari minimi, anonimato, ecc.) sia sotto l'aspetto bancario (anonimato o cifratura dei conti). Tale
impenetrabilità si manifesta, in particolare, nei confronti delle indagini amministrative o penali provenienti da
altri Stati. Spesso i Paradisi finanziari aderiscono anche ai trattati internazionali che riguardano la lotta
all'evasione fiscale, al riciclaggio del denaro sporco o alla criminalità organizzata, ma quasi sempre si tratta
di un'adesione puramente formale (di facciata), perchè concretamente non offrono alcuna collaborazione agli
Stati che richiedono informazioni, adducendo la non conoscenza delle persone o società che stanno dietro
l'intermediario (avvocato, consulente, ecc.) che apre la società o il conto bancario (situazione, questa, che
può anche corrispondere alla realtà, dato che la loro normativa, volutamente lacunosa, consente largamente
il ricorso all'anonimato).

Ma quali sono i Paesi e le località OFF-SHORE ?

Il Ministero delle Finanze ha emanato al riguardo due decreti che individuano gli "Stati e territori a regime
fiscale privilegiato", ossia i PARADISI FISCALI:

- D.M. 24.4.1992, "Black List" per le società, comprendente n.46 Stati, tra i quali Malta, Isole Vergini
Britanniche, Antille Olandesi, Svizzera, Hong Kong, Liechtenstein, Panama, Uruguay e Portorico,
dove, considerando gli anni dal '90 in poi, avevano o hanno tuttora sede numerose società della FININVEST,
come risulta dai relativi bilanci consolidati;

- D.M. 4.5.1999, "Black List" per le persone fisiche, comprendente n.59 Stati, tra cui gli otto Paesi già
indicati dell'elenco del '92 sopra menzionati (escluso Portorico), e Gibilterra.

Esistono poi studi e pubblicazioni, anche recenti, di vari organismi internazionali (tra cui l'OCSE ed il GAFI)
che hanno elencato i principali Paradisi fiscali e bancari (che sono quelli comunemente noti).
Comunque, queste elencazioni ufficiali sono, in realtà, minimali, nel senso che, per evidenti motivi politici e
diplomatici, spesso non sono indicati importanti Stati, che sono anche notissimi Centri Off - Shore (Paradisi
fiscali e bancari).

Per avere un'idea più precisa di quali sono i Paesi Off-shore basta ricercare su INTERNET i siti dalle
agenzie e società di intermediazione finanziaria specializzate nella costituzione di società e depositi bancari
off-shore (es. www.padisifiscali.com - in italiano - ma ce ne sono molti altri in inglese). Queste agenzie
indicano sempre anche altri Stati dove il Gruppo FININVEST ha insediato, ed ha tuttora, importanti società:
Lussemburgo, Delaware (R.T.I. U.S.A. Inc.), Inghilterra - ed in particolare Londra (dove avevano ed
hanno sede numerose società) - Irlanda (Medusa Film International Ltd. e Mediaset Ireland Ltd.).

In Lussemburgo - notissimo ed importante paradiso bancario e fiscale - hanno sede, tra le altre, le società
capogruppo del settore estero: la Trefinance S.A. e la Societé Financiere Int. d'Investissement S.A.,
entrambe con un capitale sociale di 100 Miliardi di lire (fino al 1993/94 c'era la Silvio Berlusconi
Finanziaria S.A., sempre con capitale di 100 Miliardi di lire).

E' noto anche che Londra (ove nel 1993 avevano sede ben 10 società del Gruppo) funge da base di
appoggio, tramite noti studi legali (es. studio Carnelutti-Mills), per l'apertura di società e conti bancari nelle
varie colonie britanniche, molto note sotto l'aspetto della tutela da indagini fiscali e bancarie: Isole del Canale
- Guernsey e Jersey e Sark - Isola di Man e le varie isole delle Piccole Antille Caraibiche: Isole Vergini
Britanniche (B.V.I.), Cayman, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Turks e Caicos -
tutte località considerate PARADISI FISCALI dai citati Decreti Ministeriali ed ove vige un regime
fiscale e bancario uguale o molto simile all'Inghilterra.

Inoltre nella stessa capitale inglese hanno sede numerose società dedite principalmente
all'emissione di fatture false (c.d. società cartiere), come accertato dalla Procura di Milano in altri
procedimenti penali riguardanti la creazione di fondi neri da parte di altri Gruppi industriali italiani.

Il Delaware (U.S.A.), ove ha sede la R.T.I. U.S.A. Inc., consente di costituire una società ed aprire i relativi
conti bancari senza richiedere l'identificazione certa dei soci fondatori e degli amministratori. E gli esempi
potrebbero moltiplicarsi.

Facciamo ora qualche conto prendendo in esame i bilanci consolidati della FININVEST Spa ed in particolare
l'elenco delle società controllate (che è un apposito prospetto della nota integrativa), limitandoci soltanto alle
società estere (e senza considerare quelle controllate non consolidate, che ovviamente non sono iscritte in
bilancio, già emerse nel processo All Iberian):

- Nel 1991 su 90 società estere, n.55 risultano società ubicate in centri Off - Shore (il 61%).

Delle 90 complessive, n.58 società, quasi tutte con sede in Paesi off-shore (Panama, Londra, Antille
Olandesi, Vaduz, British Virgin Island, Lussemburgo, Svizzera, Hong Kong, Olanda, Austria e vari Paesi
dell'America Latina), non figurano più nel 1993 (soltanto 4 di esse sono riportate anche nel 1992). Delle 58
società "scomparse" (verosimilmente tutte società "cartiere") ben 38 operavano nel settore
dell'editoria (nel 1992 non figura alcuna società in questo settore, mentre nel 1993 c'è soltanto una società,
la Encadreus Service Nederland B.V., con sede in Olanda);

Nel settore della distribuzione figura, soltanto nel 1991, la STANDA Ltd. con sede ad Hong Kong, noto
paradiso fiscale anche secondo i Decreti Min. Finanze 24.4.92 e 4.5.99.

- Nel 1992 su 44 società estere, n.32 avevano sede in centri Off-Shore (il 73%);

- Nel 1993 (anno precedente alla "discesa in campo") sono riportate complessivamente n.48 società estere.
Di queste n.13 hanno sede in località ufficialmente (vedi D.M. suddetti) considerati off-shore (6 a Malta, 3
nelle B.V.I., 2 nelle Antille Olandesi, 1 in Svizzera e 1 a Gibilterra) ed altre n.18 hanno sede in Stati e località
considerati paradisi finanziari (fiscali e bancari) dalle società specializzate in intermediazione finanziaria (10
a Londra, 5 in Lussemburgo, 2 in Olanda e 1 nel Delaware). Quindi nel 1993 ben 31 società estere su 48
(il 65%) avevano sede in centri off-shore.

Quasi tutte le società assunte nel bilancio consolidato del 1993 figurano anche nei due anni precedenti.
Da un esame globale dei bilanci consolidati della FININVEST per gli anni 1991, 1992 e 1993, si può
osservare che:

Sulle n.108 società estere complessivamente riportate nel triennio, ben 22, corrispondente al 20%,
avevano sede in Paesi/località ufficialmente considerati OFF-SHORE dal Ministero delle Finanze
(Decreti Min. 24.4.1992 e 4.5.1999) :

• Nr. 6 a MALTA : LION COMMUNICATIONS LTD, NEWS & SPORT TIME LTD, PENTA
INTERNATIONAL LTD, S.B. COMMUNICATIONS LTD., SCANMORE LTD, EUROPA AGENCY LTD.

• Nr. 4 nelle ISOLE VERGINI BRITANNICHE : PRINCIPAL COMMUNICATIONS LTD., SPORT IMAGE
INTERNATIONAL LTD., BULL LTD., PRINCIPAL FINANCE LTD.

• Nr. 4 nelle ANTILLE OLANDESI : PENTA ENTERTAINMENT LTD, RETEUROPA N.V., RETEUROPA
INTERNATIONAL N.V., PRISCO INTERNAZIONAL N.V.

• Nr. 2 in SVIZZERA : DINASTER AG, FININVEST SERVICE S.A.

• Nr. 1 ad HONG KONG: STANDA LTD.

• Nr. 1 a PANAMA : O.M.C. CORP LTD.

• Nr. 1 in URUGUAY : GRIJALBO EDITOR S.A.

• Nr. 1 in LIECHTENSTEIN : EUROPA VERLAG AG

• Nr. 1 a PORTORICO (solo nel D.M. del '92) : GRIJALBO DE PUERTO RICO INC.

• Nr. 1 a GIBILTERRA (solo nel D.M. del '99) : EUROLOTERIE GIBRALTAR LTD.
• ( I primi otto Stati sono indicati in entrambi i Decreti )

Tenendo conto degli altri Paesi indicati come OFF - SHORE dalle Agenzie di intermediazione finanziaria,
nazionali e straniere, (rilevabili tramite INTERNET) - tra cui Londra, Lussemburgo, Olanda, Delaware,
Austria e vari Stati dell'America Latina - il numero complessivo delle società OFF - SHORE assunte
nei bilanci consolidati del Gruppo FININVEST supera ampiamente il 50%, rispetto al totale delle
società estere : 60 / 108, pari al 55%.

A queste devono poi aggiungersi numerose altre società estere del Gruppo - non consolidate in bilancio -,
anch'esse ubicate in centri OFF- SHORE, il cui numero complessivo non è determinato ma certamente
consistente, come ampiamente dimostrato dal processo ALL-IBERIAN (procedimento penale nr.9811/93
della Procura della Repubblica di Milano, P.M. Dott. Francesco Greco), dai cui atti risultano individuate ben
45 società OFF-SHORE "NERE" e 14 conti bancari OFF-SHORE "NERI", gestiti dal Gruppo
FININVEST. Da sottolineare che in quel processo si trattava quasi esclusivamente di società e conti
ubicati in Svizzera. Quindi si può immaginare quante altre società e conti neri/riservati FININVEST
c'erano o esistono tuttora negli altri Paesi Off-Shore.

Sulla provenienza di questi soldi si potrebbero fare molte ipotesi, che sono tutte molto lontane dalla liceità e
dalla fisiologia dell'attività d'impresa (frode fiscale, riciclaggio, fondi neri). E', infatti, assolutamente
inverosimile - ed anche fuori dalla realtà economica e finanziaria - ipotizzare che un Gruppo imprenditoriale
costituisca e gestisca società e conti bancari off - shore per compiere attività classificabili regolari o lecite.

Questi dati danno un quadro preciso e molto significativo delle modalità operative - tutt'altro che trasparenti e
lecite - con le quali si è mossa la FININVEST, in particolare nei primi anni '90, periodo determinante per lo
sviluppo del Gruppo, basti vedere come sono aumentati il capitale sociale, il volume d'affari e gli utili delle
principali società del Gruppo.

Tornando alle singole annualità si rileva che:


- Nel 1996, n. 14 società sulle 25 complessive assunte nel bilancio consolidato (il 56%) avevano sede in
Paesi Off - Shore.

- Nel 1998 sono riportate nel bilancio consolidato del Gruppo FININVEST nr.13 società estere
complessivamente (un numero basso rispetto agli anni precedenti, forse dovuto ad un aumento delle società
extrabilancio, in "nero"). Di esse ben n.9 società hanno sede in Paesi off-shore (il 69% ).

Anche MEDIASET Spa non è da meno: n.5 società OFF-SHORE su un totale di n.8 società estere
consolidate (62%).

I possibili motivi per i quali il Gruppo FININVEST ha costituito questa miriade di società in Paesi e località
denominati OFF - SHORE (che sono - è bene tener presente - PARADISI sia FISCALI che BANCARI) sono
così riassumibili :

- elusione fiscale, ipotesi che, considerata da sola, appare scarsamente credibile alla luce dei
comportamenti costantemente dissimulatori tenuti dalla FININVEST sulla provenienza dei soldi.

- creazione di "fondi neri" mediante fatturazioni per operazioni inesistenti (in tutto o in parte) con
società estere localizzate nei Paesi off - shore. Ciò avviene, in genere, mediante iscrizione di costi
inesistenti (importazioni fittizie di beni o servizi) o gonfiati (soprafatturazioni all'importazione) e conseguente
creazione all'estero di disponibilità finanziarie occulte. Ossia l'importazione viene documentata per
giustificare l'uscita valutaria, ma in realtà non esiste affatto (manca il bene, l'oggetto dell'acquistato) o, se
esiste, è notevolmente soprafatturata; sistema analogo è il pagamento di consulenze fittizie (sistema molto
usato dalla Principal Finance e dalla SIIL, secondo gli atti del processo ALL IBERIAN);

Con le esportazione fittizie o sottofatturate, invece, si può richiedere l'accredito della somma eccedente (che
corrisponde ai beni e servizi venduti "in nero") direttamente sul conto bancario off - shore ovvero far entrare i
capitali Off-Shore nel territorio nazionale;

- frode fiscale e conseguente occultamento di utili (tramite le predette operazioni fittizie);

- riciclaggio di capitali di provenienza "sconosciuta". Basti pensare ai miliardi in contanti versati per la
costituzione della FININVEST ed ai successivi aumenti di capitale (vedasi articolo su L'ESPRESSO del 3
agosto 2000). Sotto questo aspetto tutte le vendite di beni e servizi, anche se reali e documentate in modo
veritiero, verso società Off-Shore (appartenenti o meno al Gruppo FININVEST) sono fortemente sospette
perchè consentono, comunque, l'introduzione sul territorio nazionale di capitali Off-Shore. E' infatti
universalmente noto ed acclarato che la criminalità organizzata nazionale ed internazionale fa un
amplissimo ricorso ai centri off - shore, proprio per riciclare il denaro sporco.

Si consideri, altresì, che il riciclaggio di denaro sporco può avvenire anche tramite transazioni perfettamente
regolari: es. la società nazionale A vende realmente X beni o servizi alla società off-shore B (appartenente o
meno al Gruppo), la quale invece di pagare con soldi suoi, paga con quelli della mafia (nell'ambito di un
Paese Off - Shore una passaggio di soldi di questo tipo - da una società ad un'altra - sarebbe assolutamente
non conoscibile, nè accertabile, anche volendo, dalle locali autorità).

E' evidente che i fondi neri una volta creati vanno opportunamente occultati in depositi bancari
inaccessibili. Infatti le società estere del GRUPPO FININVEST, in particolare quelle extra bilancio, hanno
acceso uno o più depositi bancari "riservati", localizzati nei paradisi fiscali ove ha sede la società, o, meglio,
presso lo studio di consulenza estero che segue le vicende societarie. E' chiaro che tutte le disponibilità delle
società Off Shore sono fuori bilancio e quindi occultate nel bilancio FININVEST (anche questo è un ulteriore
falso in bilancio).

Ma qui si pone un problema di trasparenza che, a dir poco, è enorme per un imprenditore che non solo si
dedica alla politica ma addirittura aspira a diventare Capo del Governo: sui conti bancari off - shore
affluiscono:

- i fondi neri e gli utili occultati dal Gruppo. Fin qui si tratterebbe "soltanto" di evasione e frode fiscale,
che è pur sempre un delitto sia in quanto basato sull'utilizzo di documenti falsi (sotto l'aspetto del contenuto,
ossia della rispondenza alla realtà) e sia per la rilevanza degli importi (si tratta di centinaia di miliardi di lire).
Già questo implica la falsità dei bilanci delle società nazionali del Gruppo che intrattengono rapporti fittizi (in
tutto o in parte) con le società Off-Shore, consolidate o meno, appartenenti o meno al Gruppo FININVEST.
Senza considerare, poi, che questi fondi neri vengono utilizzati per scopi tutt'altro che leciti ( finanziamento
illecito ai partiti - vedasi processo ALL IBERIAN -, corruzione, scalate occulte a società estere e nazionali,
ecc.) ;

- "denaro di provenienza sconosciuta" e, in particolare, quello della criminalità organizzata, che viene
immesso in questo modo nel circuito finanziario internazionale "legale" e che, sempre mediante operazioni
commerciali e finanziarie (fittizie o veritiere che siano), viene reintrodotto in Italia.

In termini più espliciti i depositi bancari off - shore vengono utilizzati dalla criminalità organizzata per il
riciclaggio del denaro sporco (derivante dal traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, gioco
d'azzardo, attività imprenditoriali gestite dalla mafia, ecc.) ed è universalmente noto ed anche dimostrato da
molte indagini giudiziarie (anche internazionali) che i conti bancari Off - Shore vengono utilizzati a fini di
riciclaggio dalla criminalità organizzata.

Gli unici conti off-shore immuni da questa prassi mondiale sarebbero quelli della FININVEST ? Tutti gli indizi
portano, invece, a ritenere il comportamento tenuto dalle società FININVEST sia stato negli anni tutt'altro
che lecito e trasparente. E' infatti molto difficile, se non inverosimile, ipotizzare che la FININVEST abbia
gestito questa miriade di società off - shore soltanto per scopo fiscali elusivi, ossia per pagare meno tasse.

Da dove vengono le decine di miliardi in contanti con cui è stata costituita la FININVEST e poi versati per i
successivi aumenti di capitali (vedere articolo de L'ESPRESSO del 3 agosto) ?

Come mai BERLUSCONI ci tiene così tanto a nascondere la provenienza del denaro che entra nelle casse e
nei conti bancari della FININIVEST attuando ogni volta decine di passaggi bancari, facendo perenne uso di
società "fantasma" o "cicala" - anche nazionali - intestate a prestanomi (ma il problema riguarda allo
stesso modo le altre società del Guppo ai vertici dei vari settori, il cui capitale sociale supera sempre i 50 o i
100 miliardi li lire) ?

Sic stantibus rebus, è possibile anche solo ipotizzare che i rapporti con le società Off-Shore, consolidate o
meno ed anche esterne al Gruppo, siano tutti improntati ad onesti principi di correttezza e regolarità?

Non sarà il caso, invece, di prendere in seria considerazione l'ipotesi che il Sig. BERLUSCONI ha
creato questa miriade di società Off-Shore per FRODARE (e non per eludere) il fisco mediante
centinaia (o migliaia) di operazioni commerciali e finanziarie fittizie (in tutto o in parte), falsificando
quindi tutti i bilanci delle rispettive società nazionali, nonchè per introdurre in Italia centinaia di
miliardi di provenienza Off-Shore ?

Ma fate molta attenzione a cosa dice sulle società Off-Shore il Prof. Giulio TREMONTI, Deputato di FORZA
ITALIA ed ex Ministro delle Finanze del Governo BERLUSCONI, nonchè titolare di un avviatissimo studio di
consulenza fiscale (quindi un addetto ai lavori di altissimo livello): ""Ormai i paradisi fiscali intesi come
centri Off-Shore interessano solo la malavita ed il riciclaggio di denaro sporco..."" (Corriere della Sera
del 9 agosto 2000).

Forse TREMONTI si è dimenticato che il suo capo politico è proprietario di un Gruppo finanziario che, oltre
ad essere uno dei maggiori a livello nazionale, possiede un numero di società Off-Shore talmente elevato,
che non ha uguali in Italia e forse nel mondo.

Sulle origini (molto sospette) della FININVEST (società a scatole cinesi, uso spregiudicato di prestanome) e
sugli aumenti di capitale miliardari in contanti, si rimanda al recente articolo comparso su L'ESPRESSO (del
3 agosto 2000), che riporta una perizia effettuata dai funzionari della Banca d'Italia. Su tale questione Il
Sig. BERLUSCONI si è ben guardato da fornire il minimo chiarimento: la miglior difesa è il silenzio,
soprattutto quando i fatti sono talmente chiari che parlano da soli. E' molto grave, però, che nessun
politico e nessun esponente delle Istituzione abbia sentito il dovere di chiedere a BERLUSCONI,
considerato il suo attuale ruolo politico e che addirittura aspira a diventare Presidente del Consiglio,
di chiarire in modo assolutamente dettagliato e trasparente l'origine di questi soldi.
E' un fatto che il capitale sociale della FININVEST è ripartito tra 22 HOLDINGS (da Italia prima a Italia
veniduesima) e che quasi la metà del capitale sociale della FININVEST è posseduto da una società
finanziaria - la SERVIZIO ITALIA SOCIETÀ FIDUCIARIA E DI SERVIZI S.P.A. - e, pertanto, da un socio
sconosciuto (occulto) che il Sig. BERLUSCONI intende mantenere segreto (ogni commento sulla
trasparenza di tali compartementi e sulla provenienza di questi soldi è chiaramente superfluo).

Ma questa situazione, che definire abnorme è quasi risibile, non può continuare. E' il momento, prima
che sia troppo tardi, che gli italiani sappiano chi è il Sig. BERLUSCONI: certamente il più grande evasore
fiscale che sia mai comparso sul territorio nazionale, ma anche, molto verosimilmente, uno dei maggiori
riciclatori di denaro sporco della criminalità organizzata.

IL CONFLITTO DI INTERESSI

Il noto spot di BERLUSCONI "meno tasse per tutti", che in questi giorni sta comparendo sui manifesti di tutta
Italia, che di per sè potrebbe essere un progetto politico (anche se chiaramente demagogico) detto da lui
diventa immediatamente un conflitto di interessi, dato che possiede circa 400 società e quindi gli fa molto
comodo pagare meno tasse. Lo stesso dicasi per l'abrogazione dell'imposta sulle successioni e donazioni
(dato che sta passando il timone del Gruppo FININVEST ai due figli), e per tutti i settori economici e
finanziari nei quali sono interessate le società del Gruppo FININVEST:

- assicurazioni e intermediazione finanziaria (Mediolanum Spa - C.F. 11667420159),

- cinema e spettacolo (Medusa Film Spa - C.F. 03723360156),

- televisivo (Mediaset Spa - C.F. 09032310154),

- editoria (Arnoldo Mondadori Editore Spa - C.F. 07012130584),

- grande distribuzione (Euridea Spa - C.F. 00739960151, ex Standa),

- sport (Milan A.C. Spa - C.F. 01073200154),

- edilizia (Arcus Immobiliare Spa Già Edilnord Spa C.F.04426190155 - Edilnord 2000 Spa
C.F.12631240152),

- pubblicità (Pagine Italia Spa - C.F. 11006380155, Publitalia '80 Spa - C.F. 04529390157)

Tutte le società capogruppo dei vari settori controllano a loro volta altre società (come si può rilevare dai
rispettivi bilanci consolidati), diverse delle quali hanno sede in centri Off - Shore. Ciò significa che numerose
società off - shore della FININVEST non risultano nei bilanci consolidati di quest'ultima ma soltanto nei
bilanci consolidati delle varie società capo-settore. Ad esempio:

EURIDEA Spa controlla le seguenti società estere (bilancio consolidato al 31.12.98), di cui le prime tre con
sede in Paesi Off-Shore:

Euridea International B.V., società finanziaria con sede ad Amsterdam, Euridea Luxemburg S.A., società
finanziaria con sede in Lussemburgo, Euridea Ltd., società di servizi con sede ad Hong Kong (ex Standa
Ltd.), Euridea USA Inc., società di servizi con sede a San Francisco,

La MEDUSA FILM Spa controlla soltanto una società estera (secondo i dati del bilancio consolidato al
31.12.99): la Medusa Film International Ltd., con sede a Dublino (nota località Off-Shore).

La MEDIOLANUM Spa, secondo i dati del bilancio consolidato al 31.12.99, ha partecipazioni di controllo in
quattro società estere, tutte con sede a Dublino:

. Mediolanum Asset Management Ltd.,

. Mediolanum International Funds Ltd.,


. Vicenza Life Ltd.,

. Vicenza Funds Ltd.,

Inoltre ha una quota di partecipazione (14%) nella Europa Invest S.A. con sede in Lussemburgo.

BERLUSCONI ha detto più volte (da ultimo "la Repubblica" del 20 sett. 2000) che se diventerà Capo del
Governo si asterrà in occasione di decisioni che coinvolgano gli interessi del Gruppo FININVEST. Anche se
così fosse, certamente sembra difficile ipotizzare che i suoi Ministri possano prendere decisioni che
danneggino il loro Capo. Paradossalmente BERLUSCONI dovrebbe astenersi in tutti i settori nei quali ha
dimostrato (a suo dire) una grande competenza (in realtà una grande astuzia), mentre si dovrebbe
pronunciare in tutti gli altri settori della vita sociale, nei quali, invece, ha dimostrato una incompetenza ed un
tasso di demagogia francamente preoccupanti oppure una totale ignoranza o indifferenza (es. clonazione,
biotecnologie, aborto).

In una recente battuta televisiva di grande effetto BERLUSCONI, in polemica con RUTELLI, ha detto che "un
uomo non è soltanto quello che dice ma anche quello che fa e che ha fatto, ossia la sua storia". Una frase
molto seducente che allude alla sua bravura nel creare la FININVEST, un grande Gruppo economico -
finanziario; peccato che questo Grande Gruppo è nato ed è cresciuto grazie ad una miriade di società Off -
Shore e a miliardi di lire di provenienza "sconosciuta" (ma su questo, ovviamente, il Sig. BERLUSCONI si
guarda bene dal dire qualcosa).

Infine, è appena il caso di ricordare che nel codice civile ci sono molte norme riguardanti il conflitto di
interessi che dicono chiaramente (come del resto suggerirebbe anche un po' di buon senso) che un
personaggio nella posizione di BERLUSCONI tutto potrebbe fare meno che il Capo del Governo (ma
neanche il deputato):

- conflitto di interessi tra amministratore e società artt. 2391, 2373 e 2631;

- conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato artt.1394 e 1395.

A tali norme bisogna aggiungere quella sui motivi di ineleggibilità per i titolari di concessioni pubbliche che
(incredibilmente) non è stata mai applicata al Sig. BERLUSCONI.

Inoltre, occorre sottolineare che il conflitto di interessi non è risolvibile con strumenti normativi. Sia il Blind
Trust che la vendita o la donazione delle azioni e del patrimonio (la cui detassazione totale, non a caso, sta
tanto a cuore a BERLUSCONI) ad amici, figli o prestanome sarebbero soluzioni del tutto illusorie (ed anche
ridicole). Le uniche soluzioni realmente efficaci sarebbero la vendita totale a soggetti del tutto estranei a
BERLUSCONI oppure la ineleggibilità assoluta (che già esisterebbe) accompagnata dal divieto di assumere
cariche istituzionali.

LA QUESTIONE ISTITUZIONALE

C'è da chiedersi, poi, come mai il Ministero delle Finanze e la Guardia di Finanza non controllano le società
nazionali (non solo la FININVEST ma anche gli altri grandi Gruppi industriali ) che intrattengono rapporti
commerciali e finanziari con società ubicate nei Paesi Off - Shore, perlomeno quelli considerati tali dallo
stesso Ministero delle Finanze secondo i D.M. 24.4.1992 e 4.5.1999 (la FININVEST possiede/possedeva
società a Malta, Isole Vergini Britanniche, Antille Olandesi, Svizzera, Hong Kong, Gibilterra, Panama,
Uruguay, Liechtenstein e Portorico), tenuto conto della nota pericolosità di tali Stati / località sotto
l'aspetto fiscale e del riciclaggio di denaro sporco.

Infatti, contrariamente a quanto si dice comunemente, non è vero che tali rapporti non possono essere
indagati. E' una questione complessa ma, in sintesi, ecco ciò che le competenti autorità (Min. Fin. e G. di F.)
potrebbero fare:

Occorre tener presente che i Centri Off - Shore non offrono alcuna collaborazione alle indagini di polizia e
della magistratura (proprio per questo vengono scelti dalle società) sia per quanto riguarda l'aspetto fiscale -
commerciale sia, e soprattutto, per l'aspetto bancario. Quindi eventuali rogatorie internazionali verso questi
Paesi sono tempo perso (al massimo si possono ottenere risposte formali o largamente omissive).
Le indagini e gli accertamenti possono, però, essere effettuati utilmente ed in modo compiuto sulle società
nazionali che intrattengono rapporti commerciali (import-export di beni e servizi), valutari e finanziari con le
società off - shore, verificando quindi, con gli opportuni riscontri documentali e bancari, la effettività e la
congruità (sotto l'aspetto del valore e della quantità) di tali rapporti.

Gli unici aspetti che resterebbero sicuramente non indagabili sono i conti bancari delle società off - shore
colà localizzati e le transazioni effettuate da quelle società verso altri Stati. Tutte le altre informazioni
possono essere acquisite presso le società nazionali; ad esempio se si vogliono conoscere i rapporti
intercorsi tra le

società estere off - shore del Gruppo MEDIASET (International Media Services Ltd. di Malta, Mediaset
Investment S.a.r.l. in Lussemburgo, P.D.U. Edizioni Discografiche e Musicali S.a. di Lugano,
Publieurope International Ltd. di Londra e Mediaset Ireland Ltd. Dublino, ossia 5 su 8 estere
complessive nel 1998, pari al 62%) e la capogruppo MEDIASET Spa, che ha sede a Milano, via Paleocapa
n.3 (sede storica del Gruppo FININVEST), basta effettuare le opportune ricerche presso quest'ultima.

Relativamente a MEDIASET, che attualmente ha un capitale di 1.180 miliardi di lire, è da notare l'aumento
del capitale sociale da 30 milioni di lire ad oltre 1.264 miliardi di lire in soli 2 anni (dal marzo 1994 al
marzo 1996).

Nel 1994 il Capitale sociale di MEDIASET era posseduto interamente - al 99% - dalla FININVEST S.P.A.

Per quanto riguarda la FINANZIARIA INVESTIMENTO FININVEST SPA (C.F. 03202170589), la situazione
è la seguente:

Tutte le società del Gruppo, nazionali ed estere, sono controllate, direttamente o indirettamente (tramite altre
società del Gruppo), dalla FININVEST S.p.a., con sede legale a Roma, largo del Nazareno n.8, e sede
amministrativa a Milano, via Paleocapa n.3; il capitale sociale di 400 miliardi di Lire (400 milioni di azioni da
Lire 1.000 cadauna) è posseduto da nr. 22 società Holding S.p.A. denominate "Holding Italiana prima",
seconda, ecc., fino a ventidue. Una 23^ quota di 15.573.333 azioni è posseduta direttamente da Silvio
BERLUSCONI.

La maggioranza assoluta delle azioni della FININVEST - il 53,2% - è intestata direttamente a Silvio
BERLUSCONI.

Le restanti azioni - il 46,8% - sono possedute da una società finanziaria - schermo: la SERVIZIO ITALIA
SOCIETÀ FIDUCIARIA E DI SERVIZI S.P.A., società posseduta congiuntamente dalla B.N.L. S.p.A. (che
detiene il 76% del capitale sociale della S.I.S.F.) e da EFIBANCA S.p.A. (il 24%).

Le quote suddette si riferiscono al 1996, ma sia negli anni precedenti che successivi non risultano variazioni
significative.

Tutte le 22 Holding Spa, costituite nei primi anni '80, hanno sede legale a Milano: in via Paleocapa 3 (sede
storica del Gruppo FININVEST) fino al 1996, e successivamente a Segrate (MI), Residenza Parco 802.

Il CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE delle stesse Holdings è composto da:

- FOSCALE Luigi, nato a Milano il 09/05/1915, amministratore unico e rappresentante legale dal 1980 in poi,
persona di fiducia (prestanome) di Silvio BERLUSCONI;

- BERLUSCONI Marina Elvira e BERLUSCONI Pier Silvio, figli di Silvio BERLUSCONI, con l'incarico di
consiglieri dal 1996 (in qualche caso dal 1993), i quali, in tre holdings, hanno assunto anche la carica di
Presidenti del C. di A..

Tale situazione sta a significare che, nonostante il fatto che il pacchetto azionario di maggioranza di
numerose Holdings sia posseduto dalla FIDUCIARIA SERVIZIO ITALIA Spa, la gestione delle stesse è
sempre stata, in modo esclusivo, nelle mani di Silvio BERLUSCONI. Si tratta, quindi di un classico caso di
intestazione fiduciaria (di comodo), il cui scopo è proprio quello di mantenere segreto il "socio occulto" o
"finanziatore occulto" del Sig. BERLUSCONI.
Ma chi è questo socio occulto della FININVEST, che possiede il 47% circa del capitale, ossia il 47% di
400 miliardi di lire ? E da dove vengono questi 188 miliardi di lire (ai quali bisognerebbe aggiungere
gli altri 212 di BERLUSCONI e delle altre società FININVEST, diverse delle quali hanno un capitale
sociale di circa 100 miliardi di lire) ?

ULTERIORI CONSIDERAZIONI

In conclusione (si fa per dire) occorre ribadire e sottolineare che qui il problema non è soltanto quello della
frode-evasione fiscale e dei bilanci falsi (situazioni già di per sè, comunque, gravissime e di dimensioni
gigantesche) ma che la FININVEST, tramite le numerosissime società estere Off - Shore (consolidate e non)
e la miriade di transazioni commerciali, finanziarie e valutarie (la maggior parte delle quali fittizie) poste in
essere dalle società Off - Shore con le società nazionali del Gruppo, ha fatto entrare nel territorio nazionale
centinaia di miliardi Off - Shore.

Ma di chi sono questi miliardi ?

Quello che è noto ed assolutamente dimostrato è che nei Centri Off - Shore la criminalità organizzata italiana
ed internazionale riversa migliaia di miliardi. Chi ci dice che una parte, anche consistente, di questi miliardi
sporchi non sia entrata in Italia (o anche rientrata) tramite le società Off - Shore del Sig. BERLUSCONI, le
quali potrebbero, molto facilmente, intrattenere rapporti d'affari con altre società Off -Shore?

Come mai il Sig. BERLUSCONI, aspirante Capo del Governo, non si sente in dovere di chiarire la
provenienza dei miliardi in contanti con i quali ha effettuato gli aumenti di capitale della FININVEST - vedi
articolo de L'ESPRESSO del 3 agosto 2000 (ma il problema riguarda tutte le maggiori società del Gruppo) ?

E come mai nessun organo istituzionale mette sul tappeto questa storia, sia per denunciarla pubblicamente
sia per chiarirla una volta per tutte?

E' chiaro che in sede penale queste "ipotesi" vanno dimostrate (frode fiscale riciclaggio e fondi neri),
ed è altrettanto chiaro che tale dimostrazione è quanto mai complicata, se non altro a causa dell'elevato
numero di società da indagare. Considerando solo le consolidate, il Gruppo ha circa 200 società nazionali ed
un centinaio estere, delle quali più della metà Off - Shore, anche se, in effetti, un'eventuale indagine
potrebbe limitarsi alle società nazionali più importanti, atteso che, verosimilmente, sono queste ultime ad
intrattenere i principali rapporti con le società estere.

Ma in questo caso il discorso o, meglio, l'onere della prova si ribalta: è al Sig. BERLUSCONI -
politico, che vuole diventare Presidente del Consiglio, che anzitutto incombe l'onere-dovere di
dimostrare agli italiani la sua pulizia e trasparenza.

Peccato (per lui) che questa dimostrazione non la potrà mai dare proprio perchè i conti bancari Off - Shore
non sono ufficialmente acquisibili, nè ovviamente si potrebbe accettare un'esibizione spontanea di tali conti,
che potrebbero essere facilmente alterati; in ogni caso il riciclaggio di denaro sporco può avvenire anche
tramite transazioni apparentemente regolari (come già esposto in precedenza trattando delle possibili attività
fraudolente).

Quella che finora è stata la forza di BERLUSCONI nei confronti delle varie indagini che lo hanno
coinvolto, ossia la iper-tutela bancaria e fiscale garantitagli dai Paesi Off - Shore, si trasforma ora,
come un boomerang, nell'impossibilità di provare la sua trasparenza.

Spieghi agli italiani il Sig.BERLUSCONI, quali e quanti soldi sono transitati sui conti bancari delle sue
SOCIETA' OFF-SHORE (CONSOLIDATE E NON) e soprattutto la loro provenienza e destinazione. Spieghi
e dimostri (se ne è capace) che le attività commerciali e finanziarie delle sue società OFF-SHORE sono
perfettamente regolari e rientrano nella normale e fisiologica libertà d'impresa (minacciata da quegli incapaci
di comunisti che "mangiano i bambini")

Qui non si tratta di "non poteva non sapere": il Sig. BERLUSCONI ha creato coscientemente e molto
astutamente un impero di società Off - Shore ben sapendo a cosa servono: creazione di fondi neri da
utilizzare per scopi illeciti (pagamento di tangenti, corruzione, scalate societarie occulte, ecc.),
occultamento di utili e riciclaggio di denaro proveniente da delitti.
E' accettabile in un Paese normale che un personaggio come Silvio BERLUSCONI possa aspirare a
diventare Presidente del Consiglio mentre non possiede neppure i requisiti minimi - sotto l'aspetto morale e
della trasparenza (per quello penale sono tuttora in corso vari procedimenti ma molti altri ne dovrebbero
essere aperti) - per continuare a fare il deputato (tanto meno il leader del "Polo")?

La verità è che BERLUSCONI è "sceso in campo" per difendersi dai processi penali con l'immunità
parlamentare ed anche per poter dire che è un "perseguitato politico" da parte di "Toghe rosse" e "comunisti
invidiosi delle sue ricchezze" (cosa che da semplice imprenditore non avrebbe mai potuto dire). Inoltre, la
"discesa in campo" è stata anche molto conveniente per BERLUSCONI, dato che la FININVEST è passata,
dal '94 ad oggi, da una situazione di forte indebitamento (circa 5.000 miliardi) a realizzare dei profitti molto
consistenti.

Vita di Berlusconi - Biografia


by Silvio Pellico Tuesday, Aug. 17, 2004 at 5:05 PM mail:

1936. Nasce a Milano il 29 settembre, primo di tre figli (due maschi e una femmina) di Luigi Berlusconi,
impiegato alla Banca Rasini, e Rosa Bossi, casalinga.

1954. Prende la maturità classica al liceo salesiano Copernico e s'iscrive all'Università Statale, facoltà di
Giurisprudenza. A tempo perso, vende spazzole elettriche porta a porta, fa il fotografo ai matrimoni e ai
funerali, suona il basso e canta nella band dell'amico d'infanzia Fedele Confalonieri (anche sulle navi da
crociera).

1957. Primo impiego saltuario nella Immobiliare costruzioni.

1961. Si laurea in legge con 110 e lode, a Milano: tesi sugli aspetti giuridici del contratto pubblicitario, e
vince una borsa di studio di 2 milioni messa in palio dalla concessionaria Manzoni. Evita, non si sa come,
il servizio militare. E si dà all'edilizia, acquistando un terreno in via Alciati, grazie alla garanzia fornitagli
dal banchiere Carlo Rasini, che gli procura anche un socio, il costruttore Pietro Canali. Nasce la Cantieri
Riuniti Milanesi.

1963. Fonda la Edilnord Sas: soci accomandanti Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico
(per la misteriosa finanziaria luganese Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag). Nel 1964 apre un
cantiere a Brugherio per edificare una città-modello da 4 mila abitanti. Nel 1965 è pronto il primo
condominio, di cui però non riesce a vendere nemmeno un appartamento. Poi, non si sa come, riesce a
venderlo al Fondo di previdenza dei dirigenti commerciali.

1965. Sposa Carla Elvira Dall'Oglio, genovese, che gli darà due figli: Maria Elvira (1966) e Piersilvio
(1969).

1968. Nasce l'Edilnord 2, acquistando terreni nel comune di Segrate, dove sorgerà Milano 2.

1969. Brugherio è completa con 1000 appartamenti venduti.

1973. Fonda la Italcantieri Srl, grazie ad altre due misteriose fiduciarie ticinesi, la Cofigen (legata al
finanziere Tito Tettamanti) e la Eti AG Holding (amministrata dal finanziere Ercole Doninelli). Acquista ad
Arcore, grazie ai buoni uffici dell'amico Cesare Previti, la villa Casati Stampa con tutti i terreni ad Arcore,
a prezzo di superfavore. Previti infatti è pro-tutore dell'unica erede dei Casati Stampa, la contessina
dodicenne Annamaria, e contemporaneamente amico di Silvio e in affari con lui.

1974. Grazie a due fiduciarie della Bnl, la Servizio Italia e la Saf, nasce l'Immobiliare San Martino,
amministrata da un ex compagno di università, Marcello Dell'Utri, palermitano. In un condominio di
Milano 2 nasce una tv via cavo, Telemilano 58, che passerà ben presto all'etere col nome di Canale 5.
Berlusconi si trasferisce con la famiglia a villa Casati, affiancato dal boss mafioso Vittorio Mangano,
assunto in Sicilia da Dell'Utri come "fattore", cioè come amministratore della casa e dei terreni. Mangano
lascerà Arcore soltanto un anno e mezzo - due anni più tardi, in seguito a due arresti e a un'inchiesta a
suo carico per il sequestro di un ospite della villa amico di Berlusconi.

1975. Le due fiduciarie danno vita alla Fininvest. Nascono anche la Edilnord e la Milano 2. Ma Berlusconi
non compare mai: inabissato e schermato da una miriade di prestanomi dal 1968 al 1975, quando
diventa presidente di Italcantieri, e al 1979, quando assumerà la presidenza della Fininvest.
1977. Appena divenuto Cavaliere del Lavoro, acquista una quota dell'editrice de Il Giornale, fondato nel
1974 da Indro Montanelli.

1978-1983. Riceve circa 500 miliardi al valore di oggi, di cui almeno una quindicina in contanti, per
alimentare le 24 (poi salite a 37) Holding Italiana che compongono la Fininvest, di cui si ignora tutt'oggi
la provenienza. Sono gli anni della scalata di Bettino Craxi, segretario del Psi dal 1976, al potere e della
sua ascesa al governo.

1978. Si affilia alla loggia massonica deviata e occulta "Propaganda 2" (P2) del maestro venerabile Licio
Gelli, a cui è stato presentato dal giornalista Roberto Gervaso. Tessera numero 1816. Di lì a poco
comincerà a ricevere crediti oltre ogni normalità dal Monte dei Paschi e dalla Bnl (due banche con alcuni
uomini-chiave affiliati alla P2). E inizierà a collaborare, con commenti di politica economica, al "Corriere
della Sera", controllato dalla P2 tramite Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din. La P2 verrà poi sciolta, in
quanto "eversiva", con un provvedimento del governo Spadolini.

1980. Berlusconi fonda, con Marcello Dell'Utri, Publitalia 80, la concessionaria pubblicitarie per le reti tv.
Conosce l'attrice Veronica Lario, al secolo Miriam Bartolini, che recita in uno spettacolo al teatro Manzoni
di Milano senza veli. Se ne innamora. La nasconde per tre anni in un'ala segreta della sede Fininvest in
Via Rovani a Milano. Poi la donna rimane incinta e nel 1984, sempre nel segreto più assoluto, partorisce
in Svizzera una bambina, Barbara. Berlusconi la riconosce. Padrino di battesimo, Bettino Craxi.

1981. I giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando sui traffici del bancarottiere
mafioso e piduista Michele Sindona, trovano gli elenchi degli affiliati alla loggia P2. Ma Berlusconi non
subisce danni dallo scandalo che travolge il governo, l'esercito, i servizi segreti e il mondo del
giornalismo.

1982. Berlusconi acquista l'emittente televisiva Italia 1 dall'editore Edilio Rusconi.

1984. Berlusconi acquista l'emittente Rete 4 dalla Mondadori: ormai è titolare di tre network televisivi
nazionali, e può entrare in concorrenza diretta con la Rai. Ma tre pretori, di Torino, Pescara e Roma,
sequestrano gli impianti che consentono le trasmissioni illegali di programmi in "interconnessione", cioè in
contemporanea su tutto il territorio nazionale. Craxi vara un decreto urgente (il primo "decreto
Berlusconi") per legalizzare la situazione illegale. Ma il decreto non viene convertito in legge perché
incostituzionale. Craxi ne vara un altro (il secondo "decreto Berlusconi"), minacciando i partiti alleati di
andare alle elezioni anticipate in caso di nuova bocciatura del decreto. E nel febbraio '85 il decreto sarà
approvato, dopo che il governo avrà posto la questione di fiducia.

1985. Berlusconi divorzia da Carla Dell'Oglio e ufficializza il legame con Veronica, che gli darà altri due
figli: Eleonora (1986) e Luigi (1988). Le seconde nozze verranno celebrate, con rito civile, nel 1990,
officiante il sindaco socialista di Milano Paolo Pillitteri, cognato di Craxi. Testimoni degli sposi, Bettino e
Anna Craxi, Confalonieri e Gianni Letta.

1986. Berlusconi acquista il Milan Calcio e ne diviene presidente (nel 1988 vincerà il suo primo scudetto).
Intanto fallisce l'operazione La Cinq in Francia, che chiuderà definitivamente i battenti nel '90. E' Jacques
Chirac a cacciarlo dal suolo francese, definendolo "venditore di minestre".

1988. Il governo De Mita annuncia la legge Mammì sul sistema radiotelevisivo. Che in pratica fotografa il
duopolio Rai-Fininvest, senza imporre al Cavaliere alcun autentico tetto antitrust. Berlusconi acquista la
Standa. La legge verrà approvata nel 1990.

1989-1991. Lunga battaglia fra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della Mondadori, la prima casa
editrice che controlla quotidiani (La Repubblica e 13 giornali locali), settimanali (Panorama, Espresso,
Epoca) e tutto il settore libri. Grazie a una sentenza del giudice Vittorio Metta, che il tribunale di Milano
riterrà poi comprata con tangenti dall'avvocato Previti per conto di Berlusconi, il Cavaliere strappa la
Mondadori al suo concorrente. Una successiva mediazione politica porterà poi alla restituzione a De
Benedetti almeno di Repubblica, Espresso e giornali locali. Tutto il resto rimarrà a Berlusconi.

1990. Il Parlamento vara la legge Mammì, fra le polemiche: Berlusconi può tenersi televisioni (nel
frattempo è entrato anche nel business di Telepiù) e Mondadori, dovendo soltanto "spogliarsi" de Il
Giornale (che viene girato nel '90 al fratello Paolo).

1994. Berlusconi, ormai orfano dei partiti amici, travolti dallo scandalo di Tangentopoli, entra
direttamente in politica, fonda il partito di Forza Italia, vince le elezioni politiche del 27 marzo alla guida
del Polo delle Libertà e diventa presidente del Consiglio. Il 21 novembre viene coinvolto nell'inchiesta
sulle tangenti alla Guardia di Finanza. Il 22 dicembre è costretto a dimettersi, per la mozione di sfiducia
della Lega Nord, che non condivide più la sua politica sociale e preme per la risoluzione del conflitto
d'interessi.

1996. Berlusconi, indagato nel frattempo anche per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscali e
soprattutto corruzione giudiziaria insieme a Previti, si ricandida alle elezioni politiche, ma perde. Vince il
candidato del centrosinistra (Ulivo), Romano Prodi. Trascorrerà 5 anni all'opposizione, alle prese con una
serie di inchieste giudiziarie e di processi, conclusi con diverse condanne in primo grado, poi trasformate
in prescrizioni e (raramente) in assoluzioni in appello e in Cassazione.

2001. Il 15 maggio vince le elezioni alla guida della Casa delle Libertà e torna alla presidenza del
Consiglio.

Berlusconi al potere: { Piovre e biscioni}


by http://www.terrelibere.it Tuesday, Aug. 17, 2004 at 9:51 PM mail:

Demoniocrazia
Berlusconi al potere
Demoniocrazia
Il protagonista: Berlusconi Silvio, palazzinaro milanese e, nell’anno
1994, presidente del governo italiano. L'oggetto: la mafia, la massoneria,
gli affari in Sicilia e Sardegna, le misteriose origini, la costruzione
del partito azienda. Chi si ricorda di Dell’Utri, Pino Mandatari, della P2
e dello stalliere ? 'Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo
?'.'Sono d’accordo con lei, è un segreto'

19-12-2000 - 1857 letture


Antonello Mangano
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{ Piovre e biscioni}
Il protagonista: Berlusconi Silvio, palazzinaro milanese e, nell’anno 1994,
presidente del governo italiano. L'oggetto: la mafia, la massoneria, gli affari
in Sicilia e Sardegna, le misteriose origini, la costruzione del partito
azienda. Chi si ricorda di Dell’Utri, Pino Mandatari, della P2 e dello stalliere
? 'Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?'.'Sono d’accordo con
lei, è un segreto'
Antonello Mangano

mafia, economia, politica

Non è possibile pensare ancora alla mafia con coppola e lupara, da combattere
con l'esercito. Il braccio militare dell'organizzazione serve solo come
'extrema ratio' e viene usato solo quando gli altri interessi sono in grave
pericolo. La stessa connessione con la politica ha il compito di favorire
gli interessi delle cosche. Ma il cuore è l'economia: la mafia è soprattutto
una impresa economica, che agisce prin- cipalmente nel settore finanziario e
nel traffico di stupefacenti e che cerca di intervenire nel settore 'legale'
per ripulire il denaro sporco. In tal modo le attività illegali si intrecciano
con quelle legali, fino a confondersi. E gli uomini delle cosche si nascondono
dietro i pezzi grossi che reggono i fili dell'economia e della politica.
In queste pagine, troveremo più volte il termine 'riciclaggio', su cui si sa
davvero poco: solo un banchiere della mafia si è pentito, le inchieste
sono poche e trovano mille ostacoli (v. a pag. l'inchiesta 'Mato Grosso'),
esistono grandi banche dei paradisi fiscali (Svizzera in testa) legate ai
peggiori clan del narcotraffico colombiano e di Cosa Nostra. La massoneria è
sempre presente, fa da collegamento, intreccia nomi che nessuno si sarebbe
mai sognato di vedere assieme. Banchieri rispettabili, imprenditori di
successo, maghi della finanza vicino a criminali della peggior specie.
Sembra impossibile, ma è la norma: scindere crimine e grande finanza
diventerà sempre più difficile.
Da quando la criminalità organizzata di tutto il mondo ha cominciato a gestire
il traffico di droga e di armi, i gruppi criminali si sono trovati a gestire
migliaia di miliardi, diventando "lobbies" politiche e finanziarie che nessun
potere politico o finanziario ha voluto ignorare.

In molti paesi del mondo (tra cui l'Italia) esiste un magma di interessi
comuni tra gli ambienti criminali, quelli finanziari ed imprenditoriali, la
massoneria, gli ambienti politici conservatori: questi utilizzano come bracci
esecutivi ambienti dell'esercito, i servizi segreti e le bande criminali.
Hanno come obiettivo l'accumulazione di potere e ricchezza, e quindi tendono a
controllare ogni centro decisionale.
E' chiaro che il concetto di mafia deve adeguarsi alla realtà: "oggi in America
la voce mafia è quella dell'establishment bianco, dal gigantesco giro d'affari
che coinvolge le multinazionali e le grandi famiglie bianche. I banchieri
'wasp' sono peggio dei delinquenti" (John Landis). E per quel che riguarda
l'Italia, vedremo che i manager Publitalia sono peggio dei banchieri wasp.

"La mafia pertanto non è una malattia inspiegabile ed inguaribile


cronicizzatasi in un corpo sano, né è la responsabile di tutti i mali in una
società innocente, ma è il prodotto dell'uso strumentale di attività illegali a
fini di accumulazione di ricchezza e di acquisizione di posizioni di potere"
(U. Santino)
Tra organizzazioni criminali e gruppi imprenditoriali multinazionali si possono
trovare differenze nei mezzi, non nei fini, che sono identici: ricchezza e
potere. I mezzi, inoltre, tendono a differenziarsi sempre meno: sia perché la
criminalità tende a riciclare nella legalità i soldi 'sporchi', sia perché le
regole sono spesso fastidiosi impedimenti per le gigantesche macchine del
profitto. In ogni caso, alle favole di Stato e Antistato, di misteri che si
agitano nell'occulto e nelle tenebre e del Grande Vecchio che nessuno conosce
non bisogna più credere. Il mondo che si autodefinisce civile e democratico è
diventato il regno del denaro e del potere, da ottenere con qualunque mezzo.
E' un sistema dai contorni definiti, non c'è niente di occulto.
In Europa, per esempio, si sta formando una pericolosa concentrazione nel
campo dei mass media (Berlusconi, Rupert, Kirch, Beisheim, Ringier), che presto
avrà il compito di spiegare alle masse che il loro ruolo è lavorare e morire,
produrre e consumare, guardare la Tv e non pensare. Già da tempo i becchini
delle ideologie ci raccontato tutti i giorni che è inutile pensare, che
tanto non cambierà mai niente. E non si discute il ruolo guida della
borghesia e dei suoi valori: l'essere umano ridotto a merce, l'alienazione di
ogni rapporto umano. Il mondo è abitato da una minoranza che vive in un falso
benessere e che si rinchiude illusoriamente in una fortezza difesa dagli
eserciti, mentre all'esterno masse sterminate vivono in condizioni drammatiche.
In Italia assistiamo alla formazione di una rigida oligarchia che per- segue
il potere con tutti i mezzi, instaura una ferrea dittatura sugli altri strati
della società e maschera tutto col lavaggio del cervello operato dai mass
media. Può essere il modello del futuro. Chi non lo accetta non può fare che una
scelta: costruire un mondo dove al centro non sia la brama di potere di pochi,
ma i bisogni di tutti gli individui. I bisogni veri, non quelli degli spot.
...........
prima parte
...........

...se mi confidassero che passa dalle sue mani


anche la tratta delle bianche, ci crederei...
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

la mafia politica
.................

Auto incendiate, teste di vitello fatte trovare davanti alle case, spari ed
intimidazioni di tutti i tipi. La mafia torna a fare politica direttamente: si
comincia nel dicembre del '93, con le minacce al sindaco (della Rete) di
Terrasini. Poi l'attentato del 19 febbraio '94, con l'incendio dell'auto
della sindaca di San Giuseppe Iato. Il 3 marzo il sindaco di Corleone trova
una testa di vitello davanti casa. E poi intimidazioni ad Altofonte (5 marzo), a
Piana degli Albanesi (11 maggio) e San Cipirello (18 maggio). Tutti gli
attentati sono contro amministratori o candidati della sinistra.

campagna elettorale a monreale


..............................

A Monreale continua lo stillicidio di attentati: ucciso il cane della


candidata a sindaco della sinistra ("è il primo assassinio di mafia della
seconda repubblica"); altri attentati coinvolgono un esponente di Rifondazione,
un altro del Pds ed un sindacalista Cisl, promotore dell'antiracket. A
Monreale la campagna elettorale per le comunali si svolge così. Sono elezioni
particolarmente importanti, visto che occorre raccogliere l'eredità della Dc,
che qui non era mai andata sotto il 50 %. Il vescovo di Monreale è monsignor
Salvatore Cassisa, luogotenente dei Cavalieri del Santo Sepolcro e amico del
conte Arturo Cassina. La Curia di Monreale è stata perquisita, nel dicembre
del '93, dal Servizio centrale operativo della polizia, che si è soffermata sul
segretario del vescovo, don Mario Campisi, poiché dal suo cellulare qualcuno
parlò con Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, latitante di Cosa
Nostra. Campisi ha ricevuto un avviso di garanzia per associazione mafiosa. E
così, per la prima volta, il nucleo di potere di potere di Monreale è stato
scalfito. Qui siamo nel regno del Corleonesi, di Bernardo Provenzano, di
Giovanni Brusca e di Bagarella.
Da dieci anni, a Monreale, non si verificavano attentati. Il 27 aprile, i colpi
di pistola contro l'auto di Rosalba di Salvo, candidata a sindaco, hanno
rotto il silenzio: "fino a quando non si configura il nuovo potere con
tanto di nome e cognome, si intimidisce la contro- parte". Cioè coloro che,
comunque, non saranno con i poteri mafiosi. Il messaggio è chiaro: i mafiosi
hanno indicato i loro nemici, in modo for- se anche troppo plateale,
probabilmente sintomo di una sicurezza ritro- vata, dopo la fine della Dc. Ed i
motivi per essere sicuri non mancano: il dodici giugno la sinistra di Monreale
ha ottenuto un risultato molto al di sotto di qualsiasi previsione pessimista.

--- il manifesto, 28 mag 94, p.13

ritorno all'antico
..................

Gli attentati nel palermitano hanno ottenuto l'effetto ricattatorio sulle


popolazioni: se volete le sinistre avrete anche le bombe e le minacce
continue. Altrimenti scegliete gli altri. La strategia sembra venire dal
passato: "attentati 'leggeri', che restano solo un giorno sulle pagine dei
giornali ed in televisione" 1, i messaggi arrivano solo ai destinatari locali
e l'opinione pubblica nazionale dimentica in fretta.
Sembra che lo scopo sia condizionare le elezioni amministrative del 12 giugno:
dice Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre: "il 27 marzo in Sicilia ha
vinto il potere di sempre: hanno vinto gli stessi uomini e gli stessi
interessi, poco importa se con i vessilli di Berlusconi o di Fini. Hanno
concentrato la campagna elettorale facendo leva sull'eterna paura e diffidenza
dei siciliani verso lo Stato. E' la Sicilia che ha consegnato il paese alla
destra e a Berlusconi, che è ancora peggio del- la destra. Ed è in Sicilia che
la sinistra è stata debole, ambigua e subalterna a logiche personalistiche".
Una dimostrazione di ciò è stata la risposta delle sinistre isolane alla
campagna di fuoco della mafia: i gruppi all'Ars di Rifondazione e Rete hanno
votato una mozione che sottolineava il significato politico degli attentati,
interpretandoli anche come messaggio al governo per misurarlo
sull'atteggiamento che terrà verso Cosa nostra. Ma il Pds ha evitato
quest'ultimo punto, presentato una mozione più morbida con Psi e parte di Ppi.2

---1: m. gambino, avvenimenti 1 giugno '94, p.16


---2: il manifesto, 21 mag 93, pp.16 sgg.

cosa vostra
...........

Poi arriva Maroni, ministro dell'Interno leghista, nel secondo anniver- sario
della strage di Capaci. Lui è un "autonomista e federalista convinto" e
fa la sua proposta: applicare l'articolo 31 dello statuto siciliano che
affida al presidente della regione siciliana la responsabilità
dell'ordine pubblico. La proposta suscita vaste reazioni negative, ma Maroni
aveva messo le mani avanti: "non sono un esperto di mafia". E si vede. "Questa
proposta è una follia leghista che fa perdere la visione unitaria e di insieme
del problema", protesta Giuseppe Di Lello 1. L'idea della mafia solo siciliana
è stata smentita da decine di inchieste che portano in Svizzera, Colombia, Est
europeo. Eppure Maroni è convinto che la lotta alla mafia "è più efficace se
fatta da Palermo e non da Roma".
Il sistema federalista aiuta la mafia ? Luciano Violante cita un episodio: "Che
cosa accadrebbe se vi fosse una Cassazione a Palermo ? Un pentito ce lo ha
detto: 'Cosa bellissima sarebbe...' Il federalismo in sé non è un problema,
dipende da come lo si attua. C'è una tendenza alla separatezza - il
"sicilianismo" - da sempre vista con favore dalla mafia, perché vi intravede la
possibilità di pesare di più sulle istituzioni locali" 2. Notare che la
dichiarazione di Violante precede di un mese la proposta di Maroni.

---1: il manifesto, 21 maggio '94, p.3


---2: la repubblica, 10 aprile '94, p.5

biondi sbarca a palermo


.......................

Sabato 21 maggio: il governo continua a far sentire la sua presenza in


Sicilia: dopo Maroni è la volta del ministro di Grazia e Giustizia Biondi: al
palazzo di giustizia di Palermo si commemora Giovanni Falcone: Biondi arriva
e abbraccia gli avvocati Vito Ganci, Cristoforo Fileccia e Frino Restivo. Si è
detto: Biondi è andato a salutare gli avvocati dei mafiosi. Lui ha replicato
con eleganza: "la realtà è che noi avvocati siamo meno stronzi di altre
consorterie. Come parte civile ho fatto condannare i loro clienti". Ma non si
tratta solo di avvocati: "Ganci è coinvolto nell'inchiesta chiamata Pizza
Connection, Fileccia è il legale di Totò Riina e Restivo è citato con simpatia
sospetta nei verbali del boss Antonio Calderone" 1. Gente poco
raccomandabile, quindi. E poi Biondi è stato molto meno caloroso nei confronti
di chi la mafia la com- batte: "Caselli è bravo ma unilaterale", "non esistono
vicerè della giustizia" [riferito a Caselli], poi accusa il potere
giudiziario di avere occupato gli spazi riservati al governo ed al Parlamento
ed ancora esprime preoccupazioni su un pentitismo non controllato dalla
legge, poco prima dello show in cui Riina chiede di cambiare la legge sui
pentiti. A questo punto Biondi è costretto ad una delle sue numerose
retromarce, chiarendo che il governo non si muove sulle indicazioni del boss
di Cosa Nostra. 2

---1: giuseppe d'avanzo, repubblica 22 maggio '94.


---2: l'espresso, 2 giugno '94, p.47

lotta dura senza premura


........................

Un ministro dice di non capire niente di mafia e propone di fare la lotta


solo a Palermo. Un altro va ad abbracciare non solo avvocati di mafiosi ma
anche presunti mafiosi. E il governo che provvedimenti prende contro gli
attentatori ? "Le solite" dice Maurizio Gasparri, sotto-segretario di An
all'Interno: "potenziamento della presenza delle forze dell'ordine e
dell'esercito". "E' un rimedio antico quanto il male. E non è mai stato in
grado, da solo, di curarlo", osserva Giuseppe di Lello 1. In effetti non
sembra che i pattugliamenti a tappeto abbiano mai dato grandi risultati: "E'
in atto un controllo capillare della zona che spesso finisce per penalizzare i
cittadini che stanno in doppia fila o che non hanno la marca sulla la
patente", dice Maria Maniscalco, sindaca di S.Giuseppe Iato 2.
L'idea della mafia come corpo militare, da affrontare militarmente, è
totalmente inadeguata: il settore economico-finanziario e quello
politico-istituzionale sono almeno altrettanto importanti, ma il governo sembra
non capirlo. Ed allora: 1. risposta sul piano 'militare': pattugliamenti,
perquisizioni, tra l'altro inutili. 2. Sicilia autonoma, la mafia si combatte a
Palermo. In sintesi, il governo ha dato queste risposte. Nella più cauta delle
ipotesi, l'esecutivo non ha una chiara percezione del fenomeno. O non vuole
averla.
Ancora: l'esercito: ormai da tempo alpini e bersaglieri sono in Sicilia,
nell'ambito dell'operazione "Vespri siciliani". Nonostante la totale
inefficacia dell'operazione, si chiede una più forte presenza del-
l'esercito. Che, invece, non è servito a niente: non ha impedito gli
attentati, non è intervenuto nelle operazioni antimafia, è incapace di azioni
investigative, non ha alcuna conoscenza del settore. Unici effetti, la
militarizzazione del territorio ed il miglioramento, pericolosissimo,
dell'immagine dei militari.
In più un'"utilità" l'esercito può averla in prospettiva: se i siciliani si
stancassero di boss e politici collusi e di oppressioni secolari, i mafiosi
non sarebbero soli nell'opera di repressione.

---1: il manifesto, 18 maggio '94, p.11


---2: avvenimenti, 1 giugno '94, p.18

comuni criminali ?
..................

Dopo la serie degli attentati mafiosi si moltiplicano le ipotesi. Si dice


che la mafia rialza la testa, ma "di fatto non l'ha mai abbassata. Le cosche,
specie in questa zona [in provincia di Palermo] non hanno mai interrotto i loro
traffici illeciti e soprattutto non hanno mai smesso di cercare referenti
politici nelle istituzioni" 1, dice Vittorio Teresi, sostituto procuratore
a Palermo. E non esclude un collegamento tra gli episodi siciliani ed il
cambio al vertice del governo. Giuseppe Di Lello, ex componente del pool
antimafia, osserva che "la mafia ha capito che, in Sicilia, l'antico assetto di
potere si è ricomposto. Ecco perché è tornata a colpire forze tradizionalmente
antagoniste". Eppure Maroni ha spiegato tutto come un fatto di criminalità
comune, a cui rispondere con i carabinieri (e l'esercito). Ma "il problema è
più radicale ed impone un mutamento dei rapporti sociali". 2

---1: avvenimenti, 1 giugno '94, p.17


---2: il manifesto, 18 maggio '94, p.11

attacco ai giudici
..................

"No alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e


pubblico ministero, no al controllo del Pm da parte del potere esecutivo". E'
questo il senso del documento elaborato dall'Associazione na- zionale
magistrati contro le proposte del governo. Il documento è stato firmato da
circa mille magistrati ed è un ostacolo (per ora) insuperabile per il
governo, che aveva aperto il mese di maggio gridando alla politicizzazione del
Csm e di tutta la magistratura. La soluzione, dunque, sarebbe la separazione
delle carriere ed il nuovo ruolo del Pm. Tuttavia, "nella storia dell'Italia
repubblicana, l'indipendenza del Pm rispetto all'esecutivo e la unicità della
magistratura ha rappresentato in concreto una garanzia per l'affermazione
della legalità e la tutela del principio di eguaglianza davanti alla legge".
La possibilità per i magistrati di passare dalle funzioni giudicanti a quelle
requirenti e viceversa, si è di fatto rivelata una occasione di arricchimento
professionale ed ha consentito al Pm italiano di mantenersi radicato nella
cultura della giurisdizione", dice il documento dell'Anm, in risposta
all'ipotesi di separazione delle carriere 1.
Sulla dipendenza del Pm, risponde Elena Paciotti, presidente dell'Anm: "in
base all'esperienza di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, siamo contrari al
controllo politico del Pm. In Francia spesso le indagini sono ostacolate
dall'esecutivo. Le indagini non si riescono a condurre con efficacia proprio
per questo motivo. Negli Usa, quando hanno bisogno di un Pm indipendente lo
devono nominare ad hoc, spesso cercandolo al Congresso tra le fila del partito
di opposizione" 1.
Scenari quasi da incubo, che tra l'altro offrono un immagine dell'"occidente"
che non è quel paradiso di civiltà che si disegna. In effetti il sistema
giudiziario italiano non è certo il peggiore, e quindi "si deve spiegare come
mai proprio adesso, nel momento in cui ha operato bene, si chiede di
arrivare al controllo del Pm da parte dell'esecutivo. Perché non ci si occupa
delle vere carenze della giustizia italiana ?" 1 Una prima, banale risposta
viene dalle numerose inchieste aperte dai confronti della Fininvest e di
alcuni esponenti del governo (v. più avanti). Per loro sarebbe un sogno se
potessero fare quanto accaduto in Francia: "quando un magistrato ha tentato di
indagare sulla corruzione è stato spostato e i giudici che protestavano sono
stati caricati dalla polizia" 2.
Ma le idee di assoggettamento del Pm all'esecutivo, separazione tra le
carriere del Pm e della magistratura giudicante e riforma del Csm sono ben più
antiche: risalgono infatti al "Piano di rinascita democratica" di Licio Gelli,
Gran Maestro della loggia massonica Propaganda Due, alla quale Berlusconi è
iscritto (tessera n. 1816). Il programma piduista si esprime così: "unità del
Pubblico Ministero; riforma del Csm, che deve essere responsabile verso il
Parlamento, responsabilità del Guarda- sigilli verso il Parlamento
sull'operato del Pm". Il guardasigilli è Alfredo Biondi, le cui azioni è bene
seguire con attenzione.
In un paragrafo successivo si vedrà come il programma politico di "Forza Italia"
e del governo sembrano una fotocopia del "Piano" P2.

---1: il manifesto, 5 maggio '94, p.9


---2: giacomo caliendo, sost. proc. gen., il manifesto 5 maggio '94, p.9

attacco ai pentiti
..................
Prima Cesare Previti, avvocato della Fininvest, poi Alfredo Biondi, poi la
maggioranza in coro: la legge sui pentiti va rivista. Occorre abolire la
temporalizzazione delle confessioni, vanno cancellati i colloqui in-
vestigativi che la Dia può effettuare... Senza specificarne i motivi, gli
uomini della maggioranza si producono in una polemica sulla gestione dei
pentiti, che coincide con l'attacco frontale nei confronti della
magistratura, dell'informazione non completamente allineata ed anche con la
campagna di fuoco della mafia della provincia palermitana. Il mese di maggio del
'94 sarà probabilmente ricordato per questa spaventosa serie di coincidenze, a
cui si aggiungono i proclami di Riina contro pentiti e comunisti.
Andiamo con ordine: Cesare Previti, con un'intervista al "Giornale" inizia
la polemica: denuncia la "gestione distorta e strumentale che può essere fatta
dei pentiti", quali obiettivi di una misteriosa "manovra", e ipotizza che "che
qualche pentito di dubbia credibilità possa coinvolgere esponenti del gruppo
Fininvest e di Forza Italia" 1. E' il primo aprile: pochi giorni prima il
pentito Salvatore Cancemi aveva parlato del pizzo pagato dalla Fininvest ad un
membro della mafia palermitana 2.
Biondi, diventato ministro della Giustizia al posto di Previti, che era meno
presentabile, ha comunque preoccupazioni simili: "non ho mai nascosto le
mie preoccupazioni per l'eccesso di politicizzazione dei giudici e che il
fenomeno dei pentiti, utilissimo nella lotta alla mafia, possa però
stravolgere le regole dello stato di diritto" 3.
E’ il turno del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che conferma il
rischio che arrivi qualche pentito 'pilotato' da Cosa Nostra: "sappiamo che
stanno lavorando per mettere a segno un colpo clamoroso in questa direzione"
4. Peccato che il ministro non fornisca ulteriori elementi, che la sua
dichiarazione sia (casualmente ?) sfruttata per operazioni di depistaggio
pro-mafia (vedi più avanti pag. ) e peccato che la sua dichiarazione venga
al termine di una lunga serie di 'emergenze nazionali' segnalate al Paese:
dopo i fischi "sovversivi" di Brescia (rivolti a Scalfaro, in occasione
dell'anniversario di Piazza della Loggia), Maroni paventa il ritorno della
criminalità politica, poi spiega che l'emergenza numero uno è la mafia, poi
racconta che il pericolo che grava sulla Nazione è l'usura ed infine rivela
che Cosa Nostra prepara falsi pentiti, senza dare (come al solito) ulteriori
indicazioni. Va bene che è all'inizio, però si è guadagnato un tasso di
credibilità molto prossimo allo zero.
Un tasso invidiabile, se confrontato con quello di Tiziana Maiolo, presidente
della "commissione giustizia": dalla tribuna del convegno radicale sulle
convenzioni Onu in tema di droga, la Maiolo ha chiesto più rigore per i
pentiti, perché "non si combatte la mafia considerando Totò Riina un
interlocutore politico". Naturalmente, per prima cosa Riina è tutto fuorché un
pentito; in secondo luogo i pentiti non sono interlocutori politici; in
terzo luogo sarà proprio Riina a considerare il governo un interlocutore
politico.
Tiziana Maiolo continua il suo intervento: vanno abbandonate tutte le
emergenze, compresa la "legge antimafia che va rivista perché era buona nelle
intenzioni ma ha distrutto il nuovo codice di procedura penale". Col passare
del tempo, saranno sempre più numerosi gli interventi sulla necessità di
abolizione del carcere duro per i mafiosi, comprese le restrizioni ai
contatti con l'esterno. Il tutto, nell'indifferenza dell'opinione pubblica.
L'ultimo aspetto che la Maiolo considera, è la protezione e sistemazione dei
pentiti: "non possono essere affidati agli stessi organi di polizia giudiziaria
che indagano sulla loro credibilità. Non possono vivere in caserma, devono
andare in carcere, subire un processo, una condanna e poi potranno avere
sconti di pena" 4. Non c'è chi non veda quanto aumenti la sicurezza di un
pentito che dorme in carcere.

---1: il giornale, 1 aprile '94.


---2: l'espresso, 3 giugno '94, p.49
---3: gazzetta del sud, 11 maggio '94, p.21
---4: il manifesto, 28 maggio '94, p.12
la patente
..........

Ovviamente, non basta osservare che la legislazione sui pentiti è lacu- nosa
per favorire la mafia. Occorre quindi vedere come si intente cambiarla:
dall'analisi delle proposte nate negli ambienti governative, emerge un tipo
di atteggiamento molto preoccupante. Il ministro Biondi, nel corso del
dibattito organizzato a Palermo dalla Fondazione Falcone, ha proposto di
attribuire alla Superprocura antimafia il potere di selezionare chi ha
diritto alla "patente" di pentito. In tal modo si assicurerebbe al governo
una prerogativa importante: un pentito accusa la Fininvest ? Non è
attendibile. La decisione ultima spetterebbe al "super" procuratore, che è
nominato dal Csm d'accordo con il governo. "Avrà l'autonomia necessaria ?
Buscetta ha tirato in ballo due presi- denti del Consiglio, tre ministri e
otto deputati. Sarebbe ancora possibile ?" 1.
Raffaele Della Valle, avvocato e capogruppo FI alla Camera, propone "un termine
massimo in cui vuotare il sacco, come si fa in America", per finirla con "lo
scandalo delle rivelazioni a gogò". Luigi Li Gotti, avvocato dei pentiti
Buscetta, Mutolo e Marchese, osserva che negli Usa un il collaboratore può
essere sentito in più di una inchiesta, mentre secondo Della Valle il
giudice non potrebbe più utilizzare il pentito una volta scaduto il 'tempo
massimo'.
Le ultime trovate provengono da Tiziana Parenti, che protesta per "i pentiti
usati a sostegno di teoremi politici", e dal gruppo di lavoro insediato al
Viminale, che propone che i pentiti scontino la pena in carcere ("in reparti
differenziati") e non in caserma.
Insomma, le proposte tendono ad annullare le misure di sicurezza per i
pentiti, far decidere la loro credibilità al governo (che magari è chiamato
direttamente in causa...): una strategia precisa di autodifesa, se si pensa
alle numerose inchieste aperte grazie alla collaborazione dei pentiti, che
coinvolgono anche (e soprattutto) la Fininvest.

---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.50

storie di pentiti
.................

Nel giugno '94, sono 704 i pentiti sotto tutela in Italia. Tra questi,
Buscetta, Calderone, Mannoia e Contorno, hanno permesso la realizzazione del
maxi-processo. Recentemente, Buscetta e Mannoia hanno chiamato in causa
Giulio Andreotti, mentre Contorno ha svelato il ruolo dell'agente del Sisde
Bruno Contrada.
I pentiti della camorra Alfieri, Galasso, Ammaturo e Cuomo hanno
lanciato accuse a Gava, Pomicino, De Lorenzo, Di Donato. Molti pentiti, accanto
alle accuse, si sono spesso addossati decine di omicidi. Cancemi, La Barbera
e Di Matteo (v. anche più avanti) si sono addirittura assunti la
responsabilità della strage di Capaci.
Baldassarre Di Maggio ha collaborato facilitando l'arresto di Totò Riina,
Salvatore Annacondia ha svelato gli scenari del crimine a Bari, accusando il
procuratore capo De Marinis. Saverio Morabito ha messo insieme alcuni pezzi
dei misteri d'Italia: "Seppi", ha dichiarato a verbale, "che un boss della
‘ndrangheta, Antonio Nirta, era stato infiltrato nelle Br dal generale dei
carabinieri Antonio Delfino e aveva partecipato al sequestro Moro". Giuseppe
Pellegriti ipotizzò il coinvolgimento di Salvo Lima nell'omicidio
Mattarella, ma fu rinviato a giudizio da Falcone per calunnia 1.

---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.48

arresto per lo scudiero


.......................
Il 3 maggio '94 è una giornata di fuoco: il tribunale della libertà dà il via
libera per l'arresto di Marcello Dell'Utri, manager Publitalia, da sempre
fedelissimo di Berlusconi e regista dell'operazione "Forza Italia". La
maggioranza si scatena in accuse contro i magistrati "politicizzati" che
vogliono criminalizzare forze che hanno vinto le elezioni. Come al
solito, nessuno parla del merito della vicenda, limitandosi ad accusare i
giudici. Berlusconi non sfugge alla regola: "hanno preso un granchio colossale,
è un fatto che riguarda la Fininvest" e poi "sono certo che la Corte di
Cassazione metterà le cose a posto". La vicenda riguarda false fatture,
l'accusa è di falso in bilancio. Questa è solo una delle innumerevoli
disavventure giudiziarie della Fininvest, e non è la prima per Dell'Utri.
Negli anni '80 le inchieste che lo riguardavano furono due: l'accusa era
quella di associazione mafiosa, i coimputati il fratello Alberto ed il mafioso
Vito Ciancimino.

.............
seconda parte
.............

A questo punto si apre il capitolo dei rapporti tra le componenti che formano
il mondo di Berlusconi ed i poteri occult(at)i, da sempre protagonisti
determinanti della vita politica italiana. Gli attacchi continui, reiterati
e rischiosi condotti nei confronti di pentiti, magistrati e mass media (cioè
coloro che possono potenzialmente svelare il marcio che c'è dietro il
Cavaliere) diventeranno chiarissimi dopo aver visto lo scenario che si nasconde
dietro sorrisi e cieli azzurri.

"una persona integerrima"


.........................

La richiesta di arresto per falso in bilancio, accolta il 3 maggio dal


tribunale della libertà, porta alla ribalta un personaggio che non ama troppo
la notorietà: Marcello Dell'Utri, siciliano, numero uno di Publitalia
'80, ha vissuto la scalata al potere di Berlusconi fin dall'inizio,
quando (nel '77) faceva l'amministratore unico di "Milano 2 spa". Poi la
creazione di Publitalia, polmone finanziario di Berlusconi, fino a "Forza
Italia" ed all'avventura politica. Ma la carriera di Dell'Utri avrebbe
potuto concludersi molto prima, se una delle inchieste giudiziarie che lo hanno
riguardato si fosse conclusa male per lui. Tuttavia, i magistrati sono
ancora in tempo: pochi giorni prima delle elezioni l'Ansa riprese una
dichiarazione emersa dagli ambienti giudiziari di Palermo secondo cui "si
indaga su Dell'Utri in relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro
proveniente dal traffico inter- nazionale di stupefacenti affidato da Cosa
Nostra direttamente o indi- rettamente all'amministratore delegato di
Publitalia" 1.
C'è almeno un'altra inchiesta in corso su Dell'Utri: si svolge a Milano,
l'accusa è di bancarotta fraudolenta e riguarda il fallimento della società
di costruzioni 'Bresciano sas' di Mondovì, di cui Dell'Utri era amministratore
delegato insieme al finanziere siciliano Rapisarda.

Dalle disavventure presenti a quelle del passato: nel 1987 è iniziata


l'inchiesta giudiziaria milanese che ha accostato il nome di Dell'Utri a quello
di personaggi in odore di mafia, come lo stesso Filippo Alberto Rapisarda,
amico di Ciancimino e datore di lavoro di Dell'Utri 15 anni fa, a Milano. Il
16 marzo '94 quell'inchiesta è stata riaperta: riguarda, tra l'altro, il
fallimento della già citata 'Bresciano', "in ordine al delitto di bancarotta
pluriaggravata". Dall'87, Dell'Utri ha continuato ad avere ottimi rapporti con
Rapisarda: il 14 ottobre '89 la moglie di Dell'Utri, Miranda Ratti, ha fatto
da madrina al battesimo della figlia di Rapisarda. Più recentemente, nel
quartier generale di Rapisarda, in via Chiaravalle 7, è nato un club Forza
Italia.

Silvio Berlusconi ha dovuto più volte difendere il suo collaboratore: dopo la


richiesta di arresto lo ha definito "una persona integerrima". In un
interrogatorio del 26 giugno 1987 ha spiegato i rapporti tra Dell'Utri e
Rapisarda: andò a lavorare dal finanziere siciliano perché gli fu offerto di
più, fu una esperienza negativa e "fui io stesso a dirgli di tornare da me":
nessun altro particolare.

Ma sentiamo cosa dice lo stesso Rapisarda a questo proposito: "Dell'Utri Alberto


e Caronna Marcello mi erano stati raccomandati da Gaetano Cinà di Palermo che
conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si presentò da me Dell'Utri Marcello
accompagnato da Cinà Gaetano, ed in quella occasione il Cinà mi pregò di
far lavorare con me i fratelli Dell'Utri.
(...) Conoscevo Cinà da anni, fin dagli anni '50, avendolo conosciuto insieme
a Mimmo Teresi e Stefano Bontade. Effettivamente ho assunto Marcello
Dell'Utri nel mio gruppo societario perché era difficilissimo poter dire di no
al Cinà Gaetano, dal momento che non rappresentava solo se stesso bensì il
gruppo in odore di mafia facente capo a Bontade, Teresi, Marchese Filippo"
2. Quindi l'assunzione di Dell'Utri avvenne grazie alla raccomandazione di un
boss mafioso, espressione di uno dei gruppi più potenti.

Ancora Rapisarda racconta, in un altro interrogatorio (27 novembre 1987) delle


compromettenti amicizie di Dell'Utri: "era frequentatore ed amico del Brucia
Domenico, in quanto ricordo che fu lui ad invitarmi al ristorante del
Brucia nei primi del '75. Del resto il Dell'Utri aveva stretto contatto con
quel giro di siciliani, tant'è vero che veniva spesso nei suoi uffici della
Bresciano in via Chiaravalle un suo amico che io non conoscevo, e poi seppi
dai giornali che era Ugo Martello (...), il ricercato. Mi disse che si
trattava di un suo carissimo amico che aveva gli uffici in via Larga, che la
sua società era rimasta creditrice, che era una persona di tutto rispetto, e
che quindi quel debito verso la società del suo amico, fallimento o non
fallimento, andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri.
Dell'Utri poi si vantava di essere amico di Marchese Filippo di Palermo. Seppi
poi che in appartamenti del palazzo di piazza Concordia n.1 in Milano,
all'epoca in cui era Dell'Utri a gestire quello che era rimasto del gruppo
Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco e Mongiovi Angelo e
un ragioniere di famiglia mafiosa di Raffadali".
Come si spiegano le tante conoscenze tra Dell'Utri e questi personaggi (in
odore) di mafia ? E' sempre Rapisarda che azzarda una risposta: "Dell'Utri
mi disse che la sua conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta
al fatto che si era dovuto interessare per mediare fra coloro che avevano
fatto minacce o estorsioni a Berlusconi e il Ber- lusconi stesso. Il Dell'Utri
mi disse anche che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le
pretese di denaro dei mafiosi". 3

---1: il manifesto, 3 maggio 94, p.4.


---2: Interrogatorio del giudice Giorgio Della Lucia (tribunale di Mila-
no), 5 maggio 1987.
---3: ibidem

finanzieri, mafiosi e dell'utri


...............................

Filippo Alberto Rapisarda, dunque, è passato da amico e datore di lavoro di


Dell'Utri ad accusatore, ed infine ancora amico. Ma vediamo chi è Rapisarda:
agli inizi degli anni '70, dopo lunghi anni di carcere, il finanziere si
trasferisce dalla Sicilia a Milano, con ingenti disponibilità finanziarie
che vengono fatte risalire a don Vito Ciancimino, celebre commercialista e
politico Dc, già sindaco di Palermo e pluricondannato per associazione
mafiosa e reati connessi. 1
Un altro dipendente di Rapisarda è stato Alberto Dell'Utri, fratello di
Marcello. Alberto è stato in carcere per la bancarotta della "Venchi Unica",
una delle tante società che Rapisarda acquistò con i soldi degli amici di
Ciancimino. Per il fallimento di una di queste società Marcello Dell'Utri ha
subito il rinvio a giudizio di cui si è detto prima.
Ancora Dell'Utri: in una delle tante polemiche pre-elettorali, si discute
delle rivelazioni di due pentiti, Cancemi e La Barbera, che ritroveremo più
volte. Più precisamente, si litiga su un fatto marginale, lasciando da
parte i problemi principali. Il fatto meno importante è la rivelazione fatta
da Luciano Violante, in qualità di Presidente della Commissione Antimafia,
delle accuse dei pentiti. Accusato di violazione del segreto istruttorio,
Violante si dimette, le Procure negano l'esistenza di indagini su Berlusconi
smentendo anche l'accusa rivolta a Violante di aver rovinato le indagini:
perché non si possono rovinare indagini che non esistono.
Insomma, una gran confusione che svia l'attenzione pubblica da ciò che
veramente conta: le rivelazioni dei pentiti Cancemi e La Barbera, i quali
accusano i fratelli Dell'Utri, la Fininvest e di conseguenza lo stesso
Berlusconi di avere rapporti con Cosa Nostra. Si parla di indagini presso le
procure di Caltanissetta, Catania, Palermo e Firenze.
In particolare, Cancemi e La Barbera parlano di grandi speculazioni edi- lizie
nel centro di Palermo, programmate da esponenti di Cosa Nostra e della
Fininvest. Facile intuire che l'uomo Fininvest in questione è Marcello
Dell'Utri; le famiglie di Cosa Nostra, invece, sarebbero quelle di Santa Maria
del Gesù e di Porta Nuova. I pentiti aggiungono che, nel- l'ambiente di Cosa
Nostra, Berlusconi è genericamente considerato un amico. L'ultima accusa
riguarda gli accordi per la gestione della Standa in Sicilia e della Grande
Distribuzione in generale. Tutte le accuse acquisiscono credibilità se si
pensa ai "comprovati rapporti di Dell'Utri con esponenti di Cosa Nostra". 2
Infatti, riprendendo l'interrogatorio di Rapisarda del 5 maggio 1987, si legge
che "quando Marcello Dell'Utri lavorava negli uffici di via Chiaravalle
[per Rapisarda, ndr] venivano frequentemente a trovarlo Ugo Martello, Stefano
Bontade, Domenico Teresi e Gaetano Cinà [noti boss mafiosi, ndr]. Negli
ultimi mesi del 1978 incontrai, in Piazza Castello, Mimmo Teresi e Stefano
Bontade, che mi invitarono a bere un caffè insieme a loro. Teresi, nella
circostanza, mi disse che stava per diventare socio d'affari di Silvio
Berlusconi in una società televisiva privata, dicendomi che ci volevano
dieci miliardi, e mi chiese un parere, fra il serio e lo scherzoso, se era
un buon affare. Ritengo che Angelo Caristi sappia qualcosa in merito alla
società tra Silvio Ber- lusconi e Mimmo Teresi. Mi risulta che il Teresi e
lo Stefano Bontade operassero insieme nelle imprese immobiliari e negli affari
in genere. Successivamente ricordo che Caristi mi disse che Marcello Dell'Utri
gli aveva offerto la protezione di Filippo Marchesi al fine di fargli
acquisire immobili sulla piazza di Palermo 3. Io dissi al Caristi di tenersi
molto lontano da quella gente, trattandosi di mafiosi molto pericolosi." 4

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & co.", Biblioteca e Centro Documentazione


'Mafia Connection', pag. 5.
---2: ibidem.
---3: la dichiarazione di Rapisarda resa nel 1987 coincide con le accuse
del '94 di Cancemi e La Barbera, che parlano di speculazioni edi-
lizie a Palermo gestite da Dell'Utri e boss di Cosa Nostra, come
riportato in precedenza.
---4: interrogatorio giudice Giorgio Della Lucia, 5.5.1987, cit.

un mafioso ad arcore
....................

"Si è accertato che il dottor Dell'Utri, con cui Vittorio Mangano


conversa amichevolmente nel corso dell'intercettazione (...) è Marcello
Dell'Utri, domiciliato in via Chiaravalle 7, fratello di quell'Alberto
Dell'Utri nato a Palermo l'11 settembre 1941, domiciliato anche lui a Milano
in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979, fu emesso dal
sost. proc. della Repubblica di Torino dott. Bernardi ordine di cattura per
bancarotta fraudolenta. Tale provvedimento fu emesso anche nei confronti di
Rapisarda Filippo Alberto, nato a Sommantino il 14 novembre 1931, nei
confronti di Alamia Francesco Paolo, nato a Villabate (Pa) il 5 gennaio
1934 e nei confronti di Breffani Giorgio. I predetti, legati al noto Vito
Ciancimino, ex sindaco di Palermo, l'uomo politico più discusso e più
chiacchierato di quella città, originario di Corleone, indiziato da tempo di
collusione con la mafia, erano e sono tuttora interessati, assieme al
medesimo Vito Ciancimino, alla Inim Internazionale Immobiliare Spa, con sede
in via Chiaravalle 7, a Milano. (...) Il suddetto provvedimento di cattura fu
emesso dal magistrato di Torino nel corso della procedura fallimentare della
"Venchi Unica". L'aver accertato quindi attraverso la citata intercettazione
telefonica il contatto' tra il Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare la
pericolosità criminale, e il Dell'Utri Marcello, ne consegue necessariamente
che anche la Inim Spa e la Raca Spa [società per cui Dell'Utri lavora, ndr]
sono società commerciali gestite anch'esse dalla mafia e delle quali la mafia
si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti" 1.
In questo rapporto del 1981, la Criminalpol aggiunge alle vicende che già
conosciamo (i rapporti Dell'Utri-Rapisarda-Ciancimino) una nuova storia:
quella di Vittorio Mangano, noto boss mafioso, portato alla corte di Berlusconi
da Dell'Utri.
"Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore
appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò, capo della famiglia
di Porta Nuova. Agli inizi degli anni '70 Cosa Nostra cominciò a gestire una
massa enorme di capitali per i quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Mangano
era una "testa di ponte" dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia, era una
delle poche persone di Cosa Nostra in grado di gestire questi rapporti", disse
il giudice Paolo Borsellino in una intervista 2.
Lo stesso uomo di cui parla Borsellino andò a lavorare, come stalliere, da
Berlusconi. Siamo nei primi anni '70: Mangano, come tanti mafiosi emergenti,
si trasferisce a Milano: alloggia al prestigioso 'Duca Di York', cena in
ristoranti di lusso, sfoggia belle macchine e frequentazioni di prestigio,
come quelle dei finanzieri Monti e Virgilio. Ogni sera Mangano telefona ai boss
Alfredo Bono e Salvatore Inzerillo: prende ordini e riferisce le novità 3.
E' piuttosto strano che un tipo del genere, a cui i soldi certo non man- cano,
vada a fare lo stalliere. Eppure, il 1 luglio 1974, Mangano viene assunto nella
villa di Arcore, dove prende alloggio. Chi frequentava al- lora casa Berlusconi
ricorda che Mangano era l'unico dipendente a cui il Cavaliere dava del lei.
La presenza di un mafioso (che ha già collezionato circa 16 processi e un paio
di condanne) alle sue dipendenze sarà per Berlusconi motivo di imbarazzo:
sentiamo come si giustifica: "Avevo bisogno di un fattore, chiesi a Marcello
Dell'Utri di interessarsi anch'egli di trovare una persona adatta, ed egli mi
aveva appunto presentato il signor Mangano". Dunque Berlusconi ammette la
conoscenza tra Dell'Utri ed un boss di Cosa Nostra. Poi aggiunge che "dopo un
pranzo nella mia villa, il signor Luigi D'Angerio era rimasto vittima di un
sequestro; nell'ambito delle indagini emerse che il Mangano Vittorio era un
pregiudicato..". Subito dopo Berlusconi cambia versione: "non ricordo come il
rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze
dell'ordine o per suo spontaneo allontanamento" 4. Nel '94, in piena campagna
elettorale, Berlusconi offre una nuova versione: "un giardiniere mafioso ?
Certo, è lo stesso uomo che licenziammo non appena scoprimmo che si stava
adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite"5.
Idem Dell'Utri: "fu immediatamente licenziato" 6.
Sulle motivazioni della presenza di Mangano ad Arcore, c'è una con-
vincente versione: dopo il tentativo di sequestro di D'angerio davanti alla
villa di Arcore, Berlusconi rimase terrorizzato dalla possibilità che la sua
preziosa persona finisse in mano ai rapitori. Quindi andò in Svizzera con la
famiglia ed il fido collaboratore Romano Comincioli. Lasciata la famiglia
oltreconfine, Berlusconi assunse Mangano, grazie alla presentazione di
Dell'Utri, su segnalazione dei boss che abbiamo ripetutamente incontrato:
Gaetano Cinà (collegamento tra mafia e massoneria), Mimmo Teresi, Stefano
Bontade. E così sono tutti contenti: Berlusconi, che può dormire sonni
tranquilli; i boss, che piazzano il loro uomo in una posizione interessante 7.

---1: rapporto 0500/c.a.s. della Criminalpol, 13.4.1981, pp. 175-176.


---2: intervista di Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, 21.5.1992.
---3: Gambino/Fracassi, Berlusconi - biografia non autorizzata, pag.20.
---4: interrogatorio di Berlusconi al giudice Giorgio Della Lucia, 26
giugno 1987.
---5: dichiarazione di Berlusconi al Corriere della sera, 20 marzo '94.
---6: " " di Dell'Utri alla "Stampa" del 21 marzo '94.
---7: Gambino/Fracassi, cit., pagg. 19-21.

i cavalli e il cavaliere
........................

"Caro Marcello, ho un affare molto importante da proporti e ho il ca- vallo


che fa per te".
"Caro Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli e io non ne ho. Sapessi quanti
problemi mi crea mio fratello [Alberto, ndr]"
"I soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio"
"Ti dico che sono nei guai, ho bisogno di soldi per quel pazzo di mio
fratello. E Silvio non 'surra' [non scuce, ndr]"
Questa telefonata tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri è stata
intercettata nel 1980. Il mafioso parla dalla sua lussuosa stanza del- l'hotel
Duca Di York, mentre Dell'Utri conversa dalla sua abitazione di via Chiaravalle
7. I problemi di Alberto Dell'Utri che tanto preoccupano Marcello sono quelli
relativi alla società Inim, di Alamia e Ciancimino, sospettata dalla Criminalpol
di servire per il riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga.
Ma per Alberto i problemi finiscono dopo il periodo di carcere: per lui arriva
l'assunzione in Publitalia. Dopo l'intercettazione, viene avanzata l'ipotesi che
il 'cavallo' della telefonata sia, in realtà, una partita di droga. Paolo
Borsellino, nell'intervista citata, disse che "Mangano risiedeva abitualmente a
Milano, da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche,
costituiva un terminale dei traffici di droga che conduceva alle famiglie
palermitane. Mangano risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa tra
Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio
delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una
partita d'eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa
nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli". Il Mangano è
stato poi condannato per questo traffico di droga" 1.
Quindi, Mangano usava abitualmente dire "cavalli" per droga: tuttavia, quando
la vicenda viene fuori, "il Giornale", diretto dal "grande giornalista
indipendente" Montanelli, assicura che proprio di quadrupedi si trattava, e che
il suo editore con Cosa Nostra non c'entra niente 2.
Ma alcuni esperti sostengono che "al telefono la mafia parla poco, e quando
è costretta a farlo parla un linguaggio cifrato. Quella dei mafiosi, più che
una lingua, risulta un insieme di allusioni e di ammiccamenti. Una volta la
polizia inseguì per mesi un trafficante che pro- metteva l'arrivo di molti
"cavalli". Per un po’ gli investigatori si con- vinsero di avere a che fare con
gente del giro delle scommesse clan- destine. Poi sentirono i "prezzi dei
cavalli" (migliaia di dollari) e cominciarono a sospettare. Alla fine,
ascoltarono il trafficante che invitava gli acquirenti [dei presunti
"cavalli"] in aeroporto: era droga" 3.
In ogni caso, "il legame tra Dell'Utri e Mangano non si può né negare, né
cancellare: quella specifica telefonata del 1980 può trovare una
spiegazione nella riconosciuta abilità di Mangano nel trattare la
compravendita dei cavalli. Ed è una spiegazione che lo stesso Dell'Utri ha
offerto: sì, Mangano gli propose uno splendido cavallo, che si trovava in una
scuderia di Arcore. Ma lui non era interessato all'animale, né riteneva che
potesse esserlo Berlusconi"... 4
---1: l'Espresso, 8.4.94, 81: intervista di Calvi-Moscardo, cit.
---2: il Giornale, 12 ottobre 1984.
---3: La Stampa, 13 gennaio 1994.
---4: Panorama, 22 ottobre 1984.

l'ultima intervista di borsellino


..................................

L'intervista rilasciata (il 21 maggio '92) da Borsellino ai giornalisti Calvi e


Moscardo, fornisce molti altri particolari sui rapporti Mangano- Dell'Utri -
Berlusconi.
Innanzitutto, Borsellino conferma i rapporti tra Mangano e Bontade, uno dei
boss di cui si sospetta la conoscenza con Dell'Utri. Poi ribadisce l'uso di
"cavalli" al posto di droga, che riscontrò nell'intercettazione della telefonata
tra Mangano e uno degli Inzerillo. La tesi fu "asseverata nell'ordinanza
istruttoria e fu accolta in dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato".
Su Dell'Utri, Borsellino afferma che, pur non essendo imputato nel
maxiprocesso, esistono indagini che riguardano il manager Publitalia e che
riguardano insieme Mangano. Borsellino, poi, precisa che l'indagine si svolge a
Palermo (siamo nel '92) e coinvolge sia Alberto che Marcello Dell'Utri. Al
momento non si sa che fine abbia fatto tale indagine.
Per quel che riguarda la famosa conversazione di argomento equino, il giudice
dice che "nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori,
si parla di cavalli che dovevano essere mandati in albergo [Borsellino sorride,
ndr]. Quindi non credo che si potesse trattare di cavalli. Se qualcuno mi deve
recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo, o comunque al maneggio.
Non certamente dentro l'albergo".
Probabilmente, l'albergo in questione è il Plaza, di proprietà di Antonio
Virgilio, che frequentava abitualmente Mangano.
Successivamente, gli intervistatori ricordano a Borsellino le accuse di
Rapisarda, secondo cui Marcello Dell'Utri gli è stato presentato dal boss
Cinà, della famiglia di Bontade.
Il magistrato risponde che si trattava "di famiglie appartenenti a Cosa Nostra,
i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che
questo Rapisarda riferisca una circostanza vera".

Sui rapporti tra mafia e grande industria, Borsellino spiega che, "al-
l'inizio degli anni '70, Cosa Nostra diventò un'impresa anch'essa, cominciò a
gestire una massa enorme di capitali, frutto del monopolio conquistato nel
traffico di stupefacenti. Una massa enorme di capitali, quindi, dei quali
cercò lo sbocco. (...) Così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e
certi finanzieri che si occupano di certi movimenti di capitali. (...)
Naturalmente, [Cosa Nostra] cominciò a se- guire una via parallela e talvolta
tangenziale all'industria operante anche nel Nord o ad inserirsi in modo da
poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far
fruttificare quei capitali di cui si erano trovati in possesso".
L'intervistatore, a questo punto, scende nei particolari, chiedendo se dunque
è normale che la mafia si interessi a Berlusconi. Borsellino ri- sponde che "è
normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli
strumenti per potere impiegare questo denaro. Sia dal punto di vista del
riciclaggio, sia per far fruttare questo denaro. Naturalmente, questa esigenza
per la quale l'organizzazione criminale ad un certo punto si è trovata di
fronte, è stata portata ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e
commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali. Quindi non meraviglia
affatto che Cosa Nostra, ad un certo punto della sua storia, si è trovata in
contatto con questi ambienti industriali".
Il giornalista chiede se uno come Mangano può essere l'elemento di connessione
tra questi due mondi. Borsellino ribadisce che Vittorio Mangano "da due decadi
già operava a Milano, era inserito in qualche modo in una attività commerciale.
E' chiaro che era una delle persone, vorrei dire delle poche persone di Cosa
Nostra, in grado di gestire questi rapporti" 1.

---1: l'Espresso 8.4.94: intervista cit.

piovre e biscioni
.................

L'ennesimo rapporto Criminalpol su Marcello Dell'Utri parla chiaro: "è


collegato al boss mafioso Mangano Vittorio e uomo di fiducia di Berlusconi
Silvio e di Rapisarda Alberto Filippo" 1.
Un altro collegamento tra mafia e Berlusconi è contenuto nel rapporto
Criminalpol che comprende l'intercettazione della telefonata tra Mangano e
Dell'Utri: si tratta di un'altra conversazione, in cui parlano i mafiosi
Giliberti ed Ingrassia:
"Berlusconi... è il massimo, no ? Difatti è la nostra prossima pedina.." 2. Il
rapporto porterà al famoso "blitz di San Valentino", del 14 febbraio 1983,
contro la 'mafia dei colletti bianchi': tra gli arrestati, gli industriali
Luigi Monti e Antonio Virgilio (proprietario dell'hotel Plaza), amici di
Vittorio Mangano, riciclatori di denaro proveniente dal traffico di droga,
dalle bische clandestine e dai sequestri di persona. Una delle condanne riguarda
Ugo Martello, che secondo Rapisarda era amico di Dell'Utri.
Gli industriali imputati risultano essere correntisti della Banca Rasini, in
cui lavorava Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Proprio questo istituto, noto
per essere "la banca di fiducia della mafia finanziaria (o "mafia dei colletti
bianchi"), darà i finanziamenti necessari e sarà al fianco della Edilnord sas,
la prima società di Berlusconi 3.
La Banca Rasini risultò (dai procedimenti giudiziari) uno strumento di
riciclaggio del denaro sporco, usato sia da finanzieri come Monti e
Virgilio che da mafiosi come Giuseppe Bono. La banca ha organizzato con loro
una imponente serie di operazioni illecite, finite con il rinvio a giudizio di
Antonio Vecchione, direttore generale della Banca. In questa, che rimane
una delle più importanti inchieste sulla mafia a Milano, fa la sua comparsa
anche Vittorio Mangano, il mafioso amico di Dell'Utri e "stalliere" di
Berlusconi 4.

---1: Rapporto Criminalpol 28 marzo 1985, intitolato "Indagini su


esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso
Cuntrera-Caruana ed a Rapisarda Filippo Alberto".
---2: Rapporto Criminalpol 13 aprile 1981.
---3: Giovanni Ruggeri - Mario Guarino, Berlusconi: inchiesta sul signor
tv, Kaos edizioni, 1994, pagg. 49 sgg.
---4: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., pag. 2.

un fiume di denaro dalla svizzera


.................................

Non è solo la Banca Rasini, l'istituto di fiducia della mafia milanese, a


finanziare l'esordiente Berlusconi. Tantissimo denaro arriva dalla Svizzera,
senza che ancora si sappia come e perché.
Quel poco che si conosce, riguarda alcuni nomi delle società che vengono create,
cambiate, fuse, affidate a prestanome a ritmo vertiginoso, usando con abilità il
sistema delle scatole cinesi, in modo che non sia possibile risalire alla
proprietà effettiva. Tra queste società vi è la "Finazierungeselleshaft fur
Residenzen Ag" di Lugano, o la "Eti ag holding" o la "Cofigen sa". E'
inutile chiedersi chi ci sia dietro queste sigle. Tuttavia, su questa galassia
inesplorata (composta da capitali svizzeri e Srl lombarde), alcuni funzionari
dell'Antiriciclaggio di Milano ebbero occasione di affermare che
"all'improvviso queste società a responsabilità limitata si svegliano, e
deliberano aumenti sproporzionati di capitali, ad esempio da 20 milioni a due
miliardi. La cosa puzza. Se poi l'aumento viene sottoscritto con denaro
giacente nella Confederazione elvetica, c'è la quasi certezza che si tratta
di soldi della mafia, ricavati soprattutto dal traffico di droga" 1.

Dopo le prime esperienze poco fortunate, Berlusconi rimane nel campo


dell'edilizia col progetto di Milano Due. Il territorio del Comune di Segrate
che ospiterà il megaprogetto appartiene al conte Leonardo Bonzi, il quale tratta
la cessione delle sue terre con varie ditte, tra cui la Edilnord di Berlusconi.
Il conte deciderà di vendere a quest'ultima in seguito ad atti tipici della
sana concorrenza che Berlusconi sbandiera sempre: intimidazioni, minacce ed
atti vandalici 2.

---1: Ruggeri/Guarino, cit., p. 40.


---2: ibidem, p. 45.

il finanziatore massone
.......................

Seguire il vorticoso giro di sigle che forma la galassia di società che hanno
finanziato Berlusconi all'inizio della sua carriera è un'impresa dura, quasi
impossibile. Tuttavia due società meritano un interesse speciale: la prima è
la "Banca Svizzera Italiana", che fa capo a Tito Tettamanti. La seconda è la
"Fimo", fondata da Ercole Doninelli.
Tettamanti è un misterioso personaggio vicino all'Opus Dei, alla
massoneria ed agli ambienti dell'estrema destra. Proprietario del gruppo Saurer,
una delle più importanti lobbies svizzere, Tettamanti è al centro di relazioni
che coinvolgono ex-amministratori Fiat e Banco Ambrosiano, faccendieri come
Fiorini e personaggi come Giallombardo. Il suo socio Giangiorgio Spiess è uno
degli avvocati di Licio Gelli. Un altro, John Rossi, fu incaricato da Larini
e Fiorini di opporsi alla rogatoria sul Conto Protezione di
Gelli-Craxi-Martelli.
La Banca Svizzera Italiana (Bsi) è inoltre coinvolta nella maxi-tangente
Enimont. La sigla compare in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti
tossici, il caso Kollbrunner (traffico di titoli rubati), il caso Techint.
Nel 1994, questo distinto signore ha voluto percorrere una strada
parallela a quella di Berlusconi, decidendo di salvare il Canton Ticino dai
comunisti cattivi. Il suo programma politico prevede la fine di ogni prestazione
dello Stato e la privatizzazione di tutto il privatizzabile.
La Bsi, preoccupata che la sua immagine potesse essere offuscata dalle
inchieste dei giudici, ha intrapreso una seria opera di public relations a
carattere culturale: il fiore all'occhiello è stato la pubblicazione del
volume "Terra d'asilo", in cui si magnifica il ruolo del Ticino nel dare
ospitalità agli imprenditori italiani durante la seconda guerra mondiale. In
Italia, il libro è stato presentato a Palazzo Giustiniani, sede della
massoneria: presente Giovanni Spadolini, che esaltato il ruolo degli
incappucciati nello sviluppo della finanza italiana 1.

---1: Avvenimenti, 9 febbraio '94, pp.12-13.

la finanziaria dei criminali


.............................

Un'altra delle società che hanno concesso generosi (e misteriosi) finan-


ziamenti all'esordiente Berlusconi è la Fi.Mo., una finanziaria svizzera
coinvolta nei casi più gravi di tangenti e riciclaggio. Tra i clienti della
Fimo, oltre all'uomo Fininvest Adriano Galliani, c'è PierFrancesco Pacini
Battaglia, che ha usato la finanziaria per smistare le tangenti Eni e
Montedison.
Da molto tempo, inoltre, la Fimo è il canale preferito dei grandi
narcotrafficanti per riciclare il denaro sporco. Per una di queste storie, è
finito in carcere Giuseppe Lottusi, commercialista milanese, condannato a
vent'anni dal Tribunale di Palermo. Lottusi aveva concordato con Giancarlo
Formichi Moglia, rappresentane dei trafficanti colombiani, una transazione di
600 kg di cocaina tra il Sud America ed il clan mafioso dei Madonia. Per
realizzare l'operazione, Lottusi si era messo in contatto con un funzionario
della Fimo, Enzo Coltamai. Il 16 giugno 1988 ed il 13 febbraio 1990 partono
circa 10 miliardi da Chiasso a Ginevra, che finiscono su un conto bancario.
L'inchiesta della magistratura crede che il denaro sia il frutto della
vendita della droga, grazie ad eloquenti intercettazioni telefoniche tra
Lottusi e Coltamai della Fimo.
Nel novembre del '93 l'inchiesta si conclude con la condanna di Lottusi, mentre
la Fimo si salva: i giudici credono alla sua "buona fede". Ma l'assoluzione non
frena lo scandalo: all'epoca della transazione fatta per i Madonia, il
presidente della Fimo è Gianfranco Cotti, parlamentare democristiano svizzero.
Cotti si dimette subito, ma la procura di Lugano gli toglie ogni
preoccupazione, assolvendolo il giorno prima dell'inizio delle indagini...
Il sostituto di Cotti è Elio Fiscalini, che può vantare discrete referenze:
coinvolto in una storia di tangenti pagate alla Socimi di Milano (di cui è
presidente !), socio in un'altra società coinvolta nella solita vicenda di
mazzette, coinvolto indirettamente nello scandalo Poggiolini e nel traffico di
titoli rubati noto come 'caso Kollbrunner', in cui compaiono anche i piduisti
Gelli ed Eugenio Carbone. Agli atti di questa inchiesta, ci sono due lettere del
'92, in cui Carbone scrive a Berlusconi dicendogli frasi come "ho parlato con
Gelli" e "forse Licio le avrà detto..." 1.

Proprio questa società, quindi, nei primi ani '70, fornì denaro in
abbondanza al Berlusconi imprenditore edile: per la precisione fu una società
del gr

www.terrelibere.it

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Piramide Massonica - tom rider & Illuminati sono solamente una barzelletta
mail:
by squalo Wednesday, Aug. 18, 2004 at 5:54 PM
fratelliditalia@massoneria.P2.com.it

piramide_massonica_-_tom_rider___illuminati_sono_solamente_una_barzelletta.gif, image/gif, 560x338


Il vero Tom Rider all' ammatriciana non è mica roba da scherzo sapevate, no?

Date una occhiata all' occhio della piramide ...


ha ha ha!

Altro che illuminati, i nostri politici, e quando dico i ostri POLITICI dico ed intendo TUTTI I NOSTRI
POLITICI sono dei mafio$i che ci vendono giorno dopo giorno!
Ma voi, questo, mica lo sapevate. Vero?

www.palazzogiuliani.massoneria.com.it

Piovre e biscioni}

Il protagonista: Berlusconi Silvio, palazzinaro milanese e, nell’anno 1994, presidente del


governo italiano. L'oggetto: la mafia, la massoneria, gli affari in Sicilia e Sardegna, le
misteriose origini, la costruzione del partito azienda. Chi si ricorda di Dell’Utri, Pino
Mandatari, della P2 e dello stalliere ? 'Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo
successo ?'.'Sono d’accordo con lei, è un segreto'

Antonello Mangano

mafia, economia, politica

Non è possibile pensare ancora alla mafia con coppola e lupara, da combattere con
l'esercito. Il braccio militare dell'organizzazione serve solo come 'extrema ratio' e viene
usato solo quando gli altri interessi sono in grave pericolo. La stessa connessione con
la politica ha il compito di favorire gli interessi delle cosche. Ma il cuore è l'economia:
la mafia è soprattutto una impresa economica, che agisce prin- cipalmente nel settore
finanziario e nel traffico di stupefacenti e che cerca di intervenire nel settore 'legale' per
ripulire il denaro sporco. In tal modo le attività illegali si intrecciano con quelle legali, fino
a confondersi. E gli uomini delle cosche si nascondono dietro i pezzi grossi che reggono
i fili dell'economia e della politica.

In queste pagine, troveremo più volte il termine 'riciclaggio', su cui si sa davvero poco:
solo un banchiere della mafia si è pentito, le inchieste sono poche e trovano mille
ostacoli (v. a pag. l'inchiesta 'Mato Grosso'), esistono grandi banche dei paradisi fiscali
(Svizzera in testa) legate ai peggiori clan del narcotraffico colombiano e di Cosa Nostra.
La massoneria è sempre presente, fa da collegamento, intreccia nomi che nessuno si
sarebbe mai sognato di vedere assieme. Banchieri rispettabili, imprenditori di
successo, maghi della finanza vicino a criminali della peggior specie. Sembra
impossibile, ma è la norma: scindere crimine e grande finanza diventerà sempre più
difficile.

Da quando la criminalità organizzata di tutto il mondo ha cominciato a gestire il traffico


di droga e di armi, i gruppi criminali si sono trovati a gestire migliaia di miliardi,
diventando "lobbies" politiche e finanziarie che nessun potere politico o finanziario ha
voluto ignorare.

In molti paesi del mondo (tra cui l'Italia) esiste un magma di interessi comuni tra gli
ambienti criminali, quelli finanziari ed imprenditoriali, la massoneria, gli ambienti politici
conservatori: questi utilizzano come bracci esecutivi ambienti dell'esercito, i servizi
segreti e le bande criminali. Hanno come obiettivo l'accumulazione di potere e ricchezza,
e quindi tendono a controllare ogni centro decisionale.

E' chiaro che il concetto di mafia deve adeguarsi alla realtà: "oggi in America la voce
mafia è quella dell'establishment bianco, dal gigantesco giro d'affari che coinvolge le
multinazionali e le grandi famiglie bianche. I banchieri 'wasp' sono peggio dei
delinquenti" (John Landis). E per quel che riguarda l'Italia, vedremo che i manager
Publitalia sono peggio dei banchieri wasp.

"La mafia pertanto non è una malattia inspiegabile ed inguaribile cronicizzatasi in un


corpo sano, né è la responsabile di tutti i mali in una società innocente, ma è il prodotto
dell'uso strumentale di attività illegali a fini di accumulazione di ricchezza e di
acquisizione di posizioni di potere" (U. Santino)
Tra organizzazioni criminali e gruppi imprenditoriali multinazionali si possono trovare
differenze nei mezzi, non nei fini, che sono identici: ricchezza e potere. I mezzi, inoltre,
tendono a differenziarsi sempre meno: sia perché la criminalità tende a riciclare nella
legalità i soldi 'sporchi', sia perché le regole sono spesso fastidiosi impedimenti per le
gigantesche macchine del profitto. In ogni caso, alle favole di Stato e Antistato, di misteri
che si agitano nell'occulto e nelle tenebre e del Grande Vecchio che nessuno conosce
non bisogna più credere. Il mondo che si autodefinisce civile e democratico è diventato il
regno del denaro e del potere, da ottenere con qualunque mezzo. E' un sistema dai
contorni definiti, non c'è niente di occulto.

In Europa, per esempio, si sta formando una pericolosa concentrazione nel campo dei
mass media (Berlusconi, Rupert, Kirch, Beisheim, Ringier), che presto avrà il compito di
spiegare alle masse che il loro ruolo è lavorare e morire, produrre e consumare,
guardare la Tv e non pensare. Già da tempo i becchini delle ideologie ci raccontato tutti
i giorni che è inutile pensare, che tanto non cambierà mai niente. E non si discute il
ruolo guida della borghesia e dei suoi valori: l'essere umano ridotto a merce, l'alienazione
di ogni rapporto umano. Il mondo è abitato da una minoranza che vive in un falso
benessere e che si rinchiude illusoriamente in una fortezza difesa dagli eserciti, mentre
all'esterno masse sterminate vivono in condizioni drammatiche.

In Italia assistiamo alla formazione di una rigida oligarchia che per- segue il potere con
tutti i mezzi, instaura una ferrea dittatura sugli altri strati della società e maschera tutto
col lavaggio del cervello operato dai mass media. Può essere il modello del futuro. Chi
non lo accetta non può fare che una scelta: costruire un mondo dove al centro non sia la
brama di potere di pochi, ma i bisogni di tutti gli individui. I bisogni veri, non quelli degli
spot.

...........

prima parte

...........
...se mi confidassero che passa dalle sue mani

anche la tratta delle bianche, ci crederei...

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

la mafia politica

.................

Auto incendiate, teste di vitello fatte trovare davanti alle case, spari ed intimidazioni di
tutti i tipi. La mafia torna a fare politica direttamente: si comincia nel dicembre del '93,
con le minacce al sindaco (della Rete) di Terrasini. Poi l'attentato del 19 febbraio '94,
con l'incendio dell'auto della sindaca di San Giuseppe Iato. Il 3 marzo il sindaco di
Corleone trova una testa di vitello davanti casa. E poi intimidazioni ad Altofonte (5 marzo),
a Piana degli Albanesi (11 maggio) e San Cipirello (18 maggio). Tutti gli attentati sono
contro amministratori o candidati della sinistra.

campagna elettorale a monreale

..............................

A Monreale continua lo stillicidio di attentati: ucciso il cane della candidata a sindaco


della sinistra ("è il primo assassinio di mafia della seconda repubblica"); altri attentati
coinvolgono un esponente di Rifondazione, un altro del Pds ed un sindacalista Cisl,
promotore dell'antiracket. A Monreale la campagna elettorale per le comunali si svolge
così. Sono elezioni particolarmente importanti, visto che occorre raccogliere l'eredità della
Dc, che qui non era mai andata sotto il 50 %. Il vescovo di Monreale è monsignor
Salvatore Cassisa, luogotenente dei Cavalieri del Santo Sepolcro e amico del conte
Arturo Cassina. La Curia di Monreale è stata perquisita, nel dicembre del '93, dal Servizio
centrale operativo della polizia, che si è soffermata sul segretario del vescovo, don Mario
Campisi, poiché dal suo cellulare qualcuno parlò con Leoluca Bagarella, cognato di
Totò Riina, latitante di Cosa Nostra. Campisi ha ricevuto un avviso di garanzia per
associazione mafiosa. E così, per la prima volta, il nucleo di potere di potere di
Monreale è stato scalfito. Qui siamo nel regno del Corleonesi, di Bernardo
Provenzano, di Giovanni Brusca e di Bagarella.

Da dieci anni, a Monreale, non si verificavano attentati. Il 27 aprile, i colpi di pistola


contro l'auto di Rosalba di Salvo, candidata a sindaco, hanno rotto il silenzio: "fino a
quando non si configura il nuovo potere con tanto di nome e cognome, si intimidisce
la contro- parte". Cioè coloro che, comunque, non saranno con i poteri mafiosi. Il
messaggio è chiaro: i mafiosi hanno indicato i loro nemici, in modo for- se anche troppo
plateale, probabilmente sintomo di una sicurezza ritro- vata, dopo la fine della Dc. Ed i
motivi per essere sicuri non mancano: il dodici giugno la sinistra di Monreale ha ottenuto
un risultato molto al di sotto di qualsiasi previsione pessimista.

--- il manifesto, 28 mag 94, p.13

ritorno all'antico

..................

Gli attentati nel palermitano hanno ottenuto l'effetto ricattatorio sulle popolazioni: se
volete le sinistre avrete anche le bombe e le minacce continue. Altrimenti scegliete gli
altri. La strategia sembra venire dal passato: "attentati 'leggeri', che restano solo un
giorno sulle pagine dei giornali ed in televisione" 1, i messaggi arrivano solo ai destinatari
locali e l'opinione pubblica nazionale dimentica in fretta.

Sembra che lo scopo sia condizionare le elezioni amministrative del 12 giugno: dice
Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre: "il 27 marzo in Sicilia ha vinto il potere di
sempre: hanno vinto gli stessi uomini e gli stessi interessi, poco importa se con i vessilli
di Berlusconi o di Fini. Hanno concentrato la campagna elettorale facendo leva
sull'eterna paura e diffidenza dei siciliani verso lo Stato. E' la Sicilia che ha consegnato
il paese alla destra e a Berlusconi, che è ancora peggio del- la destra. Ed è in Sicilia che
la sinistra è stata debole, ambigua e subalterna a logiche personalistiche". Una
dimostrazione di ciò è stata la risposta delle sinistre isolane alla campagna di fuoco della
mafia: i gruppi all'Ars di Rifondazione e Rete hanno votato una mozione che
sottolineava il significato politico degli attentati, interpretandoli anche come messaggio
al governo per misurarlo sull'atteggiamento che terrà verso Cosa nostra. Ma il Pds
ha evitato quest'ultimo punto, presentato una mozione più morbida con Psi e parte di
Ppi.2

---1: m. gambino, avvenimenti 1 giugno '94, p.16

---2: il manifesto, 21 mag 93, pp.16 sgg.

cosa vostra

...........

Poi arriva Maroni, ministro dell'Interno leghista, nel secondo anniver- sario della strage
di Capaci. Lui è un "autonomista e federalista convinto" e fa la sua proposta:
applicare l'articolo 31 dello statuto siciliano che affida al presidente della regione
siciliana la responsabilità dell'ordine pubblico. La proposta suscita vaste reazioni
negative, ma Maroni aveva messo le mani avanti: "non sono un esperto di mafia". E si
vede. "Questa proposta è una follia leghista che fa perdere la visione unitaria e di
insieme del problema", protesta Giuseppe Di Lello 1. L'idea della mafia solo siciliana è
stata smentita da decine di inchieste che portano in Svizzera, Colombia, Est europeo.
Eppure Maroni è convinto che la lotta alla mafia "è più efficace se fatta da Palermo e non
da Roma".

Il sistema federalista aiuta la mafia ? Luciano Violante cita un episodio: "Che cosa
accadrebbe se vi fosse una Cassazione a Palermo ? Un pentito ce lo ha detto: 'Cosa
bellissima sarebbe...' Il federalismo in sé non è un problema, dipende da come lo si
attua. C'è una tendenza alla separatezza - il "sicilianismo" - da sempre vista con favore
dalla mafia, perché vi intravede la possibilità di pesare di più sulle istituzioni locali" 2.
Notare che la dichiarazione di Violante precede di un mese la proposta di Maroni.

---1: il manifesto, 21 maggio '94, p.3

---2: la repubblica, 10 aprile '94, p.5

biondi sbarca a palermo

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Sabato 21 maggio: il governo continua a far sentire la sua presenza in Sicilia: dopo
Maroni è la volta del ministro di Grazia e Giustizia Biondi: al palazzo di giustizia di
Palermo si commemora Giovanni Falcone: Biondi arriva e abbraccia gli avvocati Vito
Ganci, Cristoforo Fileccia e Frino Restivo. Si è detto: Biondi è andato a salutare gli
avvocati dei mafiosi. Lui ha replicato con eleganza: "la realtà è che noi avvocati siamo
meno stronzi di altre consorterie. Come parte civile ho fatto condannare i loro clienti".
Ma non si tratta solo di avvocati: "Ganci è coinvolto nell'inchiesta chiamata Pizza
Connection, Fileccia è il legale di Totò Riina e Restivo è citato con simpatia sospetta nei
verbali del boss Antonio Calderone" 1. Gente poco raccomandabile, quindi. E poi
Biondi è stato molto meno caloroso nei confronti di chi la mafia la com- batte: "Caselli è
bravo ma unilaterale", "non esistono vicerè della giustizia" [riferito a Caselli], poi
accusa il potere giudiziario di avere occupato gli spazi riservati al governo ed al
Parlamento ed ancora esprime preoccupazioni su un pentitismo non controllato dalla
legge, poco prima dello show in cui Riina chiede di cambiare la legge sui pentiti. A
questo punto Biondi è costretto ad una delle sue numerose retromarce, chiarendo che
il governo non si muove sulle indicazioni del boss di Cosa Nostra. 2

---1: giuseppe d'avanzo, repubblica 22 maggio '94.

---2: l'espresso, 2 giugno '94, p.47


lotta dura senza premura

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Un ministro dice di non capire niente di mafia e propone di fare la lotta solo a
Palermo. Un altro va ad abbracciare non solo avvocati di mafiosi ma anche presunti
mafiosi. E il governo che provvedimenti prende contro gli attentatori ? "Le solite" dice
Maurizio Gasparri, sotto-segretario di An all'Interno: "potenziamento della presenza
delle forze dell'ordine e dell'esercito". "E' un rimedio antico quanto il male. E non è mai
stato in grado, da solo, di curarlo", osserva Giuseppe di Lello 1. In effetti non sembra
che i pattugliamenti a tappeto abbiano mai dato grandi risultati: "E' in atto un controllo
capillare della zona che spesso finisce per penalizzare i cittadini che stanno in doppia fila
o che non hanno la marca sulla la patente", dice Maria Maniscalco, sindaca di
S.Giuseppe Iato 2.

L'idea della mafia come corpo militare, da affrontare militarmente, è totalmente


inadeguata: il settore economico-finanziario e quello politico-istituzionale sono almeno
altrettanto importanti, ma il governo sembra non capirlo. Ed allora: 1. risposta sul piano
'militare': pattugliamenti, perquisizioni, tra l'altro inutili. 2. Sicilia autonoma, la mafia si
combatte a Palermo. In sintesi, il governo ha dato queste risposte. Nella più cauta delle
ipotesi, l'esecutivo non ha una chiara percezione del fenomeno. O non vuole averla.

Ancora: l'esercito: ormai da tempo alpini e bersaglieri sono in Sicilia, nell'ambito


dell'operazione "Vespri siciliani". Nonostante la totale inefficacia dell'operazione, si
chiede una più forte presenza del- l'esercito. Che, invece, non è servito a niente: non
ha impedito gli attentati, non è intervenuto nelle operazioni antimafia, è incapace di
azioni investigative, non ha alcuna conoscenza del settore. Unici effetti, la
militarizzazione del territorio ed il miglioramento, pericolosissimo, dell'immagine dei
militari.

In più un'"utilità" l'esercito può averla in prospettiva: se i siciliani si stancassero di boss e


politici collusi e di oppressioni secolari, i mafiosi non sarebbero soli nell'opera di
repressione.
---1: il manifesto, 18 maggio '94, p.11

---2: avvenimenti, 1 giugno '94, p.18

comuni criminali ?

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Dopo la serie degli attentati mafiosi si moltiplicano le ipotesi. Si dice che la mafia
rialza la testa, ma "di fatto non l'ha mai abbassata. Le cosche, specie in questa zona [in
provincia di Palermo] non hanno mai interrotto i loro traffici illeciti e soprattutto non hanno
mai smesso di cercare referenti politici nelle istituzioni" 1, dice Vittorio Teresi,
sostituto procuratore a Palermo. E non esclude un collegamento tra gli episodi siciliani
ed il cambio al vertice del governo. Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia,
osserva che "la mafia ha capito che, in Sicilia, l'antico assetto di potere si è ricomposto.
Ecco perché è tornata a colpire forze tradizionalmente antagoniste". Eppure Maroni ha
spiegato tutto come un fatto di criminalità comune, a cui rispondere con i carabinieri (e
l'esercito). Ma "il problema è più radicale ed impone un mutamento dei rapporti sociali". 2

---1: avvenimenti, 1 giugno '94, p.17

---2: il manifesto, 18 maggio '94, p.11

attacco ai giudici

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"No alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e pubblico ministero,
no al controllo del Pm da parte del potere esecutivo". E' questo il senso del documento
elaborato dall'Associazione na- zionale magistrati contro le proposte del governo. Il
documento è stato firmato da circa mille magistrati ed è un ostacolo (per ora)
insuperabile per il governo, che aveva aperto il mese di maggio gridando alla
politicizzazione del Csm e di tutta la magistratura. La soluzione, dunque, sarebbe la
separazione delle carriere ed il nuovo ruolo del Pm. Tuttavia, "nella storia dell'Italia
repubblicana, l'indipendenza del Pm rispetto all'esecutivo e la unicità della magistratura
ha rappresentato in concreto una garanzia per l'affermazione della legalità e la tutela
del principio di eguaglianza davanti alla legge".

La possibilità per i magistrati di passare dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e


viceversa, si è di fatto rivelata una occasione di arricchimento professionale ed ha
consentito al Pm italiano di mantenersi radicato nella cultura della giurisdizione", dice
il documento dell'Anm, in risposta all'ipotesi di separazione delle carriere 1.

Sulla dipendenza del Pm, risponde Elena Paciotti, presidente dell'Anm: "in base
all'esperienza di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, siamo contrari al controllo politico
del Pm. In Francia spesso le indagini sono ostacolate dall'esecutivo. Le indagini non si
riescono a condurre con efficacia proprio per questo motivo. Negli Usa, quando hanno
bisogno di un Pm indipendente lo devono nominare ad hoc, spesso cercandolo al
Congresso tra le fila del partito di opposizione" 1.

Scenari quasi da incubo, che tra l'altro offrono un immagine dell'"occidente" che non è
quel paradiso di civiltà che si disegna. In effetti il sistema giudiziario italiano non è certo
il peggiore, e quindi "si deve spiegare come mai proprio adesso, nel momento in cui
ha operato bene, si chiede di arrivare al controllo del Pm da parte dell'esecutivo. Perché
non ci si occupa delle vere carenze della giustizia italiana ?" 1 Una prima, banale
risposta viene dalle numerose inchieste aperte dai confronti della Fininvest e di alcuni
esponenti del governo (v. più avanti). Per loro sarebbe un sogno se potessero fare
quanto accaduto in Francia: "quando un magistrato ha tentato di indagare sulla
corruzione è stato spostato e i giudici che protestavano sono stati caricati dalla polizia"
2.

Ma le idee di assoggettamento del Pm all'esecutivo, separazione tra le carriere del Pm


e della magistratura giudicante e riforma del Csm sono ben più antiche: risalgono infatti
al "Piano di rinascita democratica" di Licio Gelli, Gran Maestro della loggia massonica
Propaganda Due, alla quale Berlusconi è iscritto (tessera n. 1816). Il programma piduista
si esprime così: "unità del Pubblico Ministero; riforma del Csm, che deve essere
responsabile verso il Parlamento, responsabilità del Guarda- sigilli verso il Parlamento
sull'operato del Pm". Il guardasigilli è Alfredo Biondi, le cui azioni è bene seguire con
attenzione.
In un paragrafo successivo si vedrà come il programma politico di "Forza Italia" e del
governo sembrano una fotocopia del "Piano" P2.

---1: il manifesto, 5 maggio '94, p.9

---2: giacomo caliendo, sost. proc. gen., il manifesto 5 maggio '94, p.9

attacco ai pentiti

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Prima Cesare Previti, avvocato della Fininvest, poi Alfredo Biondi, poi la maggioranza in
coro: la legge sui pentiti va rivista. Occorre abolire la temporalizzazione delle confessioni,
vanno cancellati i colloqui in- vestigativi che la Dia può effettuare... Senza specificarne i
motivi, gli uomini della maggioranza si producono in una polemica sulla gestione dei
pentiti, che coincide con l'attacco frontale nei confronti della magistratura,
dell'informazione non completamente allineata ed anche con la campagna di fuoco della
mafia della provincia palermitana. Il mese di maggio del '94 sarà probabilmente ricordato
per questa spaventosa serie di coincidenze, a cui si aggiungono i proclami di Riina
contro pentiti e comunisti.

Andiamo con ordine: Cesare Previti, con un'intervista al "Giornale" inizia la polemica:
denuncia la "gestione distorta e strumentale che può essere fatta dei pentiti", quali
obiettivi di una misteriosa "manovra", e ipotizza che "che qualche pentito di dubbia
credibilità possa coinvolgere esponenti del gruppo Fininvest e di Forza Italia" 1. E' il
primo aprile: pochi giorni prima il pentito Salvatore Cancemi aveva parlato del pizzo
pagato dalla Fininvest ad un membro della mafia palermitana 2.

Biondi, diventato ministro della Giustizia al posto di Previti, che era meno presentabile,
ha comunque preoccupazioni simili: "non ho mai nascosto le mie preoccupazioni per
l'eccesso di politicizzazione dei giudici e che il fenomeno dei pentiti, utilissimo nella lotta
alla mafia, possa però stravolgere le regole dello stato di diritto" 3.
E’ il turno del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che conferma il rischio che arrivi
qualche pentito 'pilotato' da Cosa Nostra: "sappiamo che stanno lavorando per mettere a
segno un colpo clamoroso in questa direzione" 4. Peccato che il ministro non fornisca
ulteriori elementi, che la sua dichiarazione sia (casualmente ?) sfruttata per operazioni di
depistaggio pro-mafia (vedi più avanti pag. ) e peccato che la sua dichiarazione venga
al termine di una lunga serie di 'emergenze nazionali' segnalate al Paese: dopo i fischi
"sovversivi" di Brescia (rivolti a Scalfaro, in occasione dell'anniversario di Piazza della
Loggia), Maroni paventa il ritorno della criminalità politica, poi spiega che l'emergenza
numero uno è la mafia, poi racconta che il pericolo che grava sulla Nazione è l'usura ed
infine rivela che Cosa Nostra prepara falsi pentiti, senza dare (come al solito) ulteriori
indicazioni. Va bene che è all'inizio, però si è guadagnato un tasso di credibilità molto
prossimo allo zero.

Un tasso invidiabile, se confrontato con quello di Tiziana Maiolo, presidente della


"commissione giustizia": dalla tribuna del convegno radicale sulle convenzioni Onu in
tema di droga, la Maiolo ha chiesto più rigore per i pentiti, perché "non si combatte la
mafia considerando Totò Riina un interlocutore politico". Naturalmente, per prima cosa
Riina è tutto fuorché un pentito; in secondo luogo i pentiti non sono interlocutori politici;
in terzo luogo sarà proprio Riina a considerare il governo un interlocutore politico.

Tiziana Maiolo continua il suo intervento: vanno abbandonate tutte le emergenze,


compresa la "legge antimafia che va rivista perché era buona nelle intenzioni ma ha
distrutto il nuovo codice di procedura penale". Col passare del tempo, saranno sempre
più numerosi gli interventi sulla necessità di abolizione del carcere duro per i mafiosi,
comprese le restrizioni ai contatti con l'esterno. Il tutto, nell'indifferenza dell'opinione
pubblica.

L'ultimo aspetto che la Maiolo considera, è la protezione e sistemazione dei pentiti: "non
possono essere affidati agli stessi organi di polizia giudiziaria che indagano sulla loro
credibilità. Non possono vivere in caserma, devono andare in carcere, subire un
processo, una condanna e poi potranno avere sconti di pena" 4. Non c'è chi non veda
quanto aumenti la sicurezza di un pentito che dorme in carcere.

---1: il giornale, 1 aprile '94.

---2: l'espresso, 3 giugno '94, p.49

---3: gazzetta del sud, 11 maggio '94, p.21


---4: il manifesto, 28 maggio '94, p.12

la patente

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Ovviamente, non basta osservare che la legislazione sui pentiti è lacu- nosa per
favorire la mafia. Occorre quindi vedere come si intente cambiarla: dall'analisi delle
proposte nate negli ambienti governative, emerge un tipo di atteggiamento molto
preoccupante. Il ministro Biondi, nel corso del dibattito organizzato a Palermo dalla
Fondazione Falcone, ha proposto di attribuire alla Superprocura antimafia il potere di
selezionare chi ha diritto alla "patente" di pentito. In tal modo si assicurerebbe al
governo una prerogativa importante: un pentito accusa la Fininvest ? Non è attendibile.
La decisione ultima spetterebbe al "super" procuratore, che è nominato dal Csm
d'accordo con il governo. "Avrà l'autonomia necessaria ? Buscetta ha tirato in ballo
due presi- denti del Consiglio, tre ministri e otto deputati. Sarebbe ancora possibile ?" 1.

Raffaele Della Valle, avvocato e capogruppo FI alla Camera, propone "un termine
massimo in cui vuotare il sacco, come si fa in America", per finirla con "lo scandalo
delle rivelazioni a gogò". Luigi Li Gotti, avvocato dei pentiti Buscetta, Mutolo e Marchese,
osserva che negli Usa un il collaboratore può essere sentito in più di una inchiesta,
mentre secondo Della Valle il giudice non potrebbe più utilizzare il pentito una volta
scaduto il 'tempo massimo'.

Le ultime trovate provengono da Tiziana Parenti, che protesta per "i pentiti usati a
sostegno di teoremi politici", e dal gruppo di lavoro insediato al Viminale, che propone
che i pentiti scontino la pena in carcere ("in reparti differenziati") e non in caserma.

Insomma, le proposte tendono ad annullare le misure di sicurezza per i pentiti, far


decidere la loro credibilità al governo (che magari è chiamato direttamente in causa...):
una strategia precisa di autodifesa, se si pensa alle numerose inchieste aperte grazie
alla collaborazione dei pentiti, che coinvolgono anche (e soprattutto) la Fininvest.
---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.50

storie di pentiti

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Nel giugno '94, sono 704 i pentiti sotto tutela in Italia. Tra questi, Buscetta, Calderone,
Mannoia e Contorno, hanno permesso la realizzazione del maxi-processo.
Recentemente, Buscetta e Mannoia hanno chiamato in causa Giulio Andreotti, mentre
Contorno ha svelato il ruolo dell'agente del Sisde Bruno Contrada.

I pentiti della camorra Alfieri, Galasso, Ammaturo e Cuomo hanno lanciato accuse
a Gava, Pomicino, De Lorenzo, Di Donato. Molti pentiti, accanto alle accuse, si sono
spesso addossati decine di omicidi. Cancemi, La Barbera e Di Matteo (v. anche più
avanti) si sono addirittura assunti la responsabilità della strage di Capaci.

Baldassarre Di Maggio ha collaborato facilitando l'arresto di Totò Riina, Salvatore


Annacondia ha svelato gli scenari del crimine a Bari, accusando il procuratore capo De
Marinis. Saverio Morabito ha messo insieme alcuni pezzi dei misteri d'Italia: "Seppi", ha
dichiarato a verbale, "che un boss della ‘ndrangheta, Antonio Nirta, era stato infiltrato
nelle Br dal generale dei carabinieri Antonio Delfino e aveva partecipato al sequestro
Moro". Giuseppe Pellegriti ipotizzò il coinvolgimento di Salvo Lima nell'omicidio
Mattarella, ma fu rinviato a giudizio da Falcone per calunnia 1.

---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.48

arresto per lo scudiero

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Il 3 maggio '94 è una giornata di fuoco: il tribunale della libertà dà il via libera per
l'arresto di Marcello Dell'Utri, manager Publitalia, da sempre fedelissimo di Berlusconi e
regista dell'operazione "Forza Italia". La maggioranza si scatena in accuse contro i
magistrati "politicizzati" che vogliono criminalizzare forze che hanno vinto le
elezioni. Come al solito, nessuno parla del merito della vicenda, limitandosi ad accusare i
giudici. Berlusconi non sfugge alla regola: "hanno preso un granchio colossale, è un fatto
che riguarda la Fininvest" e poi "sono certo che la Corte di Cassazione metterà le cose
a posto". La vicenda riguarda false fatture, l'accusa è di falso in bilancio. Questa è solo
una delle innumerevoli disavventure giudiziarie della Fininvest, e non è la prima per
Dell'Utri. Negli anni '80 le inchieste che lo riguardavano furono due: l'accusa era quella
di associazione mafiosa, i coimputati il fratello Alberto ed il mafioso Vito Ciancimino.

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seconda parte

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A questo punto si apre il capitolo dei rapporti tra le componenti che formano il mondo
di Berlusconi ed i poteri occult(at)i, da sempre protagonisti determinanti della vita politica
italiana. Gli attacchi continui, reiterati e rischiosi condotti nei confronti di pentiti,
magistrati e mass media (cioè coloro che possono potenzialmente svelare il marcio che
c'è dietro il Cavaliere) diventeranno chiarissimi dopo aver visto lo scenario che si
nasconde dietro sorrisi e cieli azzurri.

"una persona integerrima"

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La richiesta di arresto per falso in bilancio, accolta il 3 maggio dal tribunale della libertà,
porta alla ribalta un personaggio che non ama troppo la notorietà: Marcello Dell'Utri,
siciliano, numero uno di Publitalia '80, ha vissuto la scalata al potere di Berlusconi
fin dall'inizio, quando (nel '77) faceva l'amministratore unico di "Milano 2 spa". Poi la
creazione di Publitalia, polmone finanziario di Berlusconi, fino a "Forza Italia" ed
all'avventura politica. Ma la carriera di Dell'Utri avrebbe potuto concludersi molto prima,
se una delle inchieste giudiziarie che lo hanno riguardato si fosse conclusa male per
lui. Tuttavia, i magistrati sono ancora in tempo: pochi giorni prima delle elezioni l'Ansa
riprese una dichiarazione emersa dagli ambienti giudiziari di Palermo secondo cui "si
indaga su Dell'Utri in relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro proveniente dal
traffico inter- nazionale di stupefacenti affidato da Cosa Nostra direttamente o indi-
rettamente all'amministratore delegato di Publitalia" 1.

C'è almeno un'altra inchiesta in corso su Dell'Utri: si svolge a Milano, l'accusa è di


bancarotta fraudolenta e riguarda il fallimento della società di costruzioni 'Bresciano
sas' di Mondovì, di cui Dell'Utri era amministratore delegato insieme al finanziere siciliano
Rapisarda.

Dalle disavventure presenti a quelle del passato: nel 1987 è iniziata l'inchiesta
giudiziaria milanese che ha accostato il nome di Dell'Utri a quello di personaggi in odore
di mafia, come lo stesso Filippo Alberto Rapisarda, amico di Ciancimino e datore di
lavoro di Dell'Utri 15 anni fa, a Milano. Il 16 marzo '94 quell'inchiesta è stata riaperta:
riguarda, tra l'altro, il fallimento della già citata 'Bresciano', "in ordine al delitto di
bancarotta pluriaggravata". Dall'87, Dell'Utri ha continuato ad avere ottimi rapporti con
Rapisarda: il 14 ottobre '89 la moglie di Dell'Utri, Miranda Ratti, ha fatto da madrina al
battesimo della figlia di Rapisarda. Più recentemente, nel quartier generale di
Rapisarda, in via Chiaravalle 7, è nato un club Forza Italia.

Silvio Berlusconi ha dovuto più volte difendere il suo collaboratore: dopo la richiesta di
arresto lo ha definito "una persona integerrima". In un interrogatorio del 26 giugno
1987 ha spiegato i rapporti tra Dell'Utri e Rapisarda: andò a lavorare dal finanziere
siciliano perché gli fu offerto di più, fu una esperienza negativa e "fui io stesso a dirgli
di tornare da me": nessun altro particolare.
Ma sentiamo cosa dice lo stesso Rapisarda a questo proposito: "Dell'Utri Alberto e
Caronna Marcello mi erano stati raccomandati da Gaetano Cinà di Palermo che
conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si presentò da me Dell'Utri Marcello
accompagnato da Cinà Gaetano, ed in quella occasione il Cinà mi pregò di far
lavorare con me i fratelli Dell'Utri.

(...) Conoscevo Cinà da anni, fin dagli anni '50, avendolo conosciuto insieme a
Mimmo Teresi e Stefano Bontade. Effettivamente ho assunto Marcello Dell'Utri nel mio
gruppo societario perché era difficilissimo poter dire di no al Cinà Gaetano, dal momento
che non rappresentava solo se stesso bensì il gruppo in odore di mafia facente capo a
Bontade, Teresi, Marchese Filippo" 2. Quindi l'assunzione di Dell'Utri avvenne grazie
alla raccomandazione di un boss mafioso, espressione di uno dei gruppi più potenti.

Ancora Rapisarda racconta, in un altro interrogatorio (27 novembre 1987) delle


compromettenti amicizie di Dell'Utri: "era frequentatore ed amico del Brucia Domenico,
in quanto ricordo che fu lui ad invitarmi al ristorante del Brucia nei primi del '75. Del
resto il Dell'Utri aveva stretto contatto con quel giro di siciliani, tant'è vero che veniva
spesso nei suoi uffici della Bresciano in via Chiaravalle un suo amico che io non
conoscevo, e poi seppi dai giornali che era Ugo Martello (...), il ricercato. Mi disse che
si trattava di un suo carissimo amico che aveva gli uffici in via Larga, che la sua società
era rimasta creditrice, che era una persona di tutto rispetto, e che quindi quel debito
verso la società del suo amico, fallimento o non fallimento, andava pagato, se non si
voleva incorrere in dispiaceri.

Dell'Utri poi si vantava di essere amico di Marchese Filippo di Palermo. Seppi poi che in
appartamenti del palazzo di piazza Concordia n.1 in Milano, all'epoca in cui era Dell'Utri
a gestire quello che era rimasto del gruppo Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo,
Emanuele Bosco e Mongiovi Angelo e un ragioniere di famiglia mafiosa di Raffadali".

Come si spiegano le tante conoscenze tra Dell'Utri e questi personaggi (in odore) di
mafia ? E' sempre Rapisarda che azzarda una risposta: "Dell'Utri mi disse che la sua
conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta al fatto che si era dovuto
interessare per mediare fra coloro che avevano fatto minacce o estorsioni a Berlusconi e
il Ber- lusconi stesso. Il Dell'Utri mi disse anche che la sua attività di mediazione era
servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi". 3

---1: il manifesto, 3 maggio 94, p.4.


---2: Interrogatorio del giudice Giorgio Della Lucia (tribunale di Mila-

no), 5 maggio 1987.

---3: ibidem

finanzieri, mafiosi e dell'utri

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Filippo Alberto Rapisarda, dunque, è passato da amico e datore di lavoro di Dell'Utri ad


accusatore, ed infine ancora amico. Ma vediamo chi è Rapisarda: agli inizi degli anni
'70, dopo lunghi anni di carcere, il finanziere si trasferisce dalla Sicilia a Milano, con
ingenti disponibilità finanziarie che vengono fatte risalire a don Vito Ciancimino, celebre
commercialista e politico Dc, già sindaco di Palermo e pluricondannato per
associazione mafiosa e reati connessi. 1

Un altro dipendente di Rapisarda è stato Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello. Alberto è


stato in carcere per la bancarotta della "Venchi Unica", una delle tante società che
Rapisarda acquistò con i soldi degli amici di Ciancimino. Per il fallimento di una di queste
società Marcello Dell'Utri ha subito il rinvio a giudizio di cui si è detto prima.

Ancora Dell'Utri: in una delle tante polemiche pre-elettorali, si discute delle


rivelazioni di due pentiti, Cancemi e La Barbera, che ritroveremo più volte. Più
precisamente, si litiga su un fatto marginale, lasciando da parte i problemi principali. Il
fatto meno importante è la rivelazione fatta da Luciano Violante, in qualità di Presidente
della Commissione Antimafia, delle accuse dei pentiti. Accusato di violazione del segreto
istruttorio, Violante si dimette, le Procure negano l'esistenza di indagini su Berlusconi
smentendo anche l'accusa rivolta a Violante di aver rovinato le indagini: perché non si
possono rovinare indagini che non esistono.

Insomma, una gran confusione che svia l'attenzione pubblica da ciò che veramente
conta: le rivelazioni dei pentiti Cancemi e La Barbera, i quali accusano i fratelli Dell'Utri,
la Fininvest e di conseguenza lo stesso Berlusconi di avere rapporti con Cosa Nostra.
Si parla di indagini presso le procure di Caltanissetta, Catania, Palermo e Firenze.

In particolare, Cancemi e La Barbera parlano di grandi speculazioni edi- lizie nel centro
di Palermo, programmate da esponenti di Cosa Nostra e della Fininvest. Facile intuire
che l'uomo Fininvest in questione è Marcello Dell'Utri; le famiglie di Cosa Nostra,
invece, sarebbero quelle di Santa Maria del Gesù e di Porta Nuova. I pentiti aggiungono
che, nel- l'ambiente di Cosa Nostra, Berlusconi è genericamente considerato un amico.
L'ultima accusa riguarda gli accordi per la gestione della Standa in Sicilia e della Grande
Distribuzione in generale. Tutte le accuse acquisiscono credibilità se si pensa ai
"comprovati rapporti di Dell'Utri con esponenti di Cosa Nostra". 2

Infatti, riprendendo l'interrogatorio di Rapisarda del 5 maggio 1987, si legge che


"quando Marcello Dell'Utri lavorava negli uffici di via Chiaravalle [per Rapisarda, ndr]
venivano frequentemente a trovarlo Ugo Martello, Stefano Bontade, Domenico Teresi e
Gaetano Cinà [noti boss mafiosi, ndr]. Negli ultimi mesi del 1978 incontrai, in Piazza
Castello, Mimmo Teresi e Stefano Bontade, che mi invitarono a bere un caffè insieme
a loro. Teresi, nella circostanza, mi disse che stava per diventare socio d'affari di Silvio
Berlusconi in una società televisiva privata, dicendomi che ci volevano dieci miliardi,
e mi chiese un parere, fra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare. Ritengo che
Angelo Caristi sappia qualcosa in merito alla società tra Silvio Ber- lusconi e Mimmo
Teresi. Mi risulta che il Teresi e lo Stefano Bontade operassero insieme nelle imprese
immobiliari e negli affari in genere. Successivamente ricordo che Caristi mi disse che
Marcello Dell'Utri gli aveva offerto la protezione di Filippo Marchesi al fine di fargli
acquisire immobili sulla piazza di Palermo 3. Io dissi al Caristi di tenersi molto lontano
da quella gente, trattandosi di mafiosi molto pericolosi." 4

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & co.", Biblioteca e Centro Documentazione 'Mafia
Connection', pag. 5.

---2: ibidem.

---3: la dichiarazione di Rapisarda resa nel 1987 coincide con le accuse

del '94 di Cancemi e La Barbera, che parlano di speculazioni edi-

lizie a Palermo gestite da Dell'Utri e boss di Cosa Nostra, come

riportato in precedenza.
---4: interrogatorio giudice Giorgio Della Lucia, 5.5.1987, cit.

un mafioso ad arcore

....................

"Si è accertato che il dottor Dell'Utri, con cui Vittorio Mangano conversa
amichevolmente nel corso dell'intercettazione (...) è Marcello Dell'Utri, domiciliato in via
Chiaravalle 7, fratello di quell'Alberto Dell'Utri nato a Palermo l'11 settembre 1941,
domiciliato anche lui a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979,
fu emesso dal sost. proc. della Repubblica di Torino dott. Bernardi ordine di cattura per
bancarotta fraudolenta. Tale provvedimento fu emesso anche nei confronti di
Rapisarda Filippo Alberto, nato a Sommantino il 14 novembre 1931, nei confronti di
Alamia Francesco Paolo, nato a Villabate (Pa) il 5 gennaio 1934 e nei confronti di
Breffani Giorgio. I predetti, legati al noto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, l'uomo
politico più discusso e più chiacchierato di quella città, originario di Corleone, indiziato da
tempo di collusione con la mafia, erano e sono tuttora interessati, assieme al
medesimo Vito Ciancimino, alla Inim Internazionale Immobiliare Spa, con sede in via
Chiaravalle 7, a Milano. (...) Il suddetto provvedimento di cattura fu emesso dal
magistrato di Torino nel corso della procedura fallimentare della "Venchi Unica".
L'aver accertato quindi attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto' tra il
Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare la pericolosità criminale, e il Dell'Utri Marcello,
ne consegue necessariamente che anche la Inim Spa e la Raca Spa [società per cui
Dell'Utri lavora, ndr] sono società commerciali gestite anch'esse dalla mafia e delle quali
la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti" 1.

In questo rapporto del 1981, la Criminalpol aggiunge alle vicende che già conosciamo
(i rapporti Dell'Utri-Rapisarda-Ciancimino) una nuova storia: quella di Vittorio Mangano,
noto boss mafioso, portato alla corte di Berlusconi da Dell'Utri.

"Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore
appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò, capo della famiglia di Porta
Nuova. Agli inizi degli anni '70 Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di
capitali per i quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Mangano era una "testa di ponte"
dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia, era una delle poche persone di Cosa Nostra
in grado di gestire questi rapporti", disse il giudice Paolo Borsellino in una intervista 2.

Lo stesso uomo di cui parla Borsellino andò a lavorare, come stalliere, da Berlusconi.
Siamo nei primi anni '70: Mangano, come tanti mafiosi emergenti, si trasferisce a
Milano: alloggia al prestigioso 'Duca Di York', cena in ristoranti di lusso, sfoggia belle
macchine e frequentazioni di prestigio, come quelle dei finanzieri Monti e Virgilio. Ogni
sera Mangano telefona ai boss Alfredo Bono e Salvatore Inzerillo: prende ordini e riferisce
le novità 3.

E' piuttosto strano che un tipo del genere, a cui i soldi certo non man- cano, vada a fare
lo stalliere. Eppure, il 1 luglio 1974, Mangano viene assunto nella villa di Arcore, dove
prende alloggio. Chi frequentava al- lora casa Berlusconi ricorda che Mangano era l'unico
dipendente a cui il Cavaliere dava del lei.

La presenza di un mafioso (che ha già collezionato circa 16 processi e un paio di


condanne) alle sue dipendenze sarà per Berlusconi motivo di imbarazzo: sentiamo
come si giustifica: "Avevo bisogno di un fattore, chiesi a Marcello Dell'Utri di interessarsi
anch'egli di trovare una persona adatta, ed egli mi aveva appunto presentato il signor
Mangano". Dunque Berlusconi ammette la conoscenza tra Dell'Utri ed un boss di Cosa
Nostra. Poi aggiunge che "dopo un pranzo nella mia villa, il signor Luigi D'Angerio era
rimasto vittima di un sequestro; nell'ambito delle indagini emerse che il Mangano
Vittorio era un pregiudicato..". Subito dopo Berlusconi cambia versione: "non ricordo
come il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze
dell'ordine o per suo spontaneo allontanamento" 4. Nel '94, in piena campagna
elettorale, Berlusconi offre una nuova versione: "un giardiniere mafioso ? Certo, è lo
stesso uomo che licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per
organizzare il rapimento di un mio ospite"5.

Idem Dell'Utri: "fu immediatamente licenziato" 6.

Sulle motivazioni della presenza di Mangano ad Arcore, c'è una con- vincente
versione: dopo il tentativo di sequestro di D'angerio davanti alla villa di Arcore,
Berlusconi rimase terrorizzato dalla possibilità che la sua preziosa persona finisse in
mano ai rapitori. Quindi andò in Svizzera con la famiglia ed il fido collaboratore
Romano Comincioli. Lasciata la famiglia oltreconfine, Berlusconi assunse Mangano,
grazie alla presentazione di Dell'Utri, su segnalazione dei boss che abbiamo
ripetutamente incontrato: Gaetano Cinà (collegamento tra mafia e massoneria), Mimmo
Teresi, Stefano Bontade. E così sono tutti contenti: Berlusconi, che può dormire sonni
tranquilli; i boss, che piazzano il loro uomo in una posizione interessante 7.

---1: rapporto 0500/c.a.s. della Criminalpol, 13.4.1981, pp. 175-176.

---2: intervista di Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, 21.5.1992.

---3: Gambino/Fracassi, Berlusconi - biografia non autorizzata, pag.20.

---4: interrogatorio di Berlusconi al giudice Giorgio Della Lucia, 26

giugno 1987.

---5: dichiarazione di Berlusconi al Corriere della sera, 20 marzo '94.

---6: " " di Dell'Utri alla "Stampa" del 21 marzo '94.

---7: Gambino/Fracassi, cit., pagg. 19-21.

i cavalli e il cavaliere

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"Caro Marcello, ho un affare molto importante da proporti e ho il ca- vallo che fa per
te".

"Caro Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli e io non ne ho. Sapessi quanti problemi mi
crea mio fratello [Alberto, ndr]"

"I soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio"

"Ti dico che sono nei guai, ho bisogno di soldi per quel pazzo di mio fratello. E Silvio
non 'surra' [non scuce, ndr]"
Questa telefonata tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri è stata intercettata nel
1980. Il mafioso parla dalla sua lussuosa stanza del- l'hotel Duca Di York, mentre
Dell'Utri conversa dalla sua abitazione di via Chiaravalle 7. I problemi di Alberto Dell'Utri
che tanto preoccupano Marcello sono quelli relativi alla società Inim, di Alamia e
Ciancimino, sospettata dalla Criminalpol di servire per il riciclaggio del denaro
proveniente dal traffico di droga. Ma per Alberto i problemi finiscono dopo il periodo di
carcere: per lui arriva l'assunzione in Publitalia. Dopo l'intercettazione, viene avanzata
l'ipotesi che il 'cavallo' della telefonata sia, in realtà, una partita di droga. Paolo
Borsellino, nell'intervista citata, disse che "Mangano risiedeva abitualmente a Milano, da
dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei
traffici di droga che conduceva alle famiglie palermitane. Mangano risulta l'interlocutore di
una telefonata intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con
un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di
una partita d'eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle
intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli". Il Mangano è stato poi
condannato per questo traffico di droga" 1.

Quindi, Mangano usava abitualmente dire "cavalli" per droga: tuttavia, quando la
vicenda viene fuori, "il Giornale", diretto dal "grande giornalista indipendente"
Montanelli, assicura che proprio di quadrupedi si trattava, e che il suo editore con Cosa
Nostra non c'entra niente 2.

Ma alcuni esperti sostengono che "al telefono la mafia parla poco, e quando è
costretta a farlo parla un linguaggio cifrato. Quella dei mafiosi, più che una lingua, risulta
un insieme di allusioni e di ammiccamenti. Una volta la polizia inseguì per mesi un
trafficante che pro- metteva l'arrivo di molti "cavalli". Per un po’ gli investigatori si con-
vinsero di avere a che fare con gente del giro delle scommesse clan- destine. Poi
sentirono i "prezzi dei cavalli" (migliaia di dollari) e cominciarono a sospettare. Alla
fine, ascoltarono il trafficante che invitava gli acquirenti [dei presunti "cavalli"] in
aeroporto: era droga" 3.

In ogni caso, "il legame tra Dell'Utri e Mangano non si può né negare, né cancellare:
quella specifica telefonata del 1980 può trovare una spiegazione nella riconosciuta
abilità di Mangano nel trattare la compravendita dei cavalli. Ed è una spiegazione che
lo stesso Dell'Utri ha offerto: sì, Mangano gli propose uno splendido cavallo, che si
trovava in una scuderia di Arcore. Ma lui non era interessato all'animale, né riteneva che
potesse esserlo Berlusconi"... 4
---1: l'Espresso, 8.4.94, 81: intervista di Calvi-Moscardo, cit.

---2: il Giornale, 12 ottobre 1984.

---3: La Stampa, 13 gennaio 1994.

---4: Panorama, 22 ottobre 1984.

l'ultima intervista di borsellino

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L'intervista rilasciata (il 21 maggio '92) da Borsellino ai giornalisti Calvi e Moscardo,


fornisce molti altri particolari sui rapporti Mangano- Dell'Utri - Berlusconi.

Innanzitutto, Borsellino conferma i rapporti tra Mangano e Bontade, uno dei boss di cui
si sospetta la conoscenza con Dell'Utri. Poi ribadisce l'uso di "cavalli" al posto di droga,
che riscontrò nell'intercettazione della telefonata tra Mangano e uno degli Inzerillo. La
tesi fu "asseverata nell'ordinanza istruttoria e fu accolta in dibattimento, tant'è che
Mangano fu condannato". Su Dell'Utri, Borsellino afferma che, pur non essendo
imputato nel maxiprocesso, esistono indagini che riguardano il manager Publitalia e che
riguardano insieme Mangano. Borsellino, poi, precisa che l'indagine si svolge a Palermo
(siamo nel '92) e coinvolge sia Alberto che Marcello Dell'Utri. Al momento non si sa che
fine abbia fatto tale indagine.

Per quel che riguarda la famosa conversazione di argomento equino, il giudice dice
che "nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli
che dovevano essere mandati in albergo [Borsellino sorride, ndr]. Quindi non credo che
si potesse trattare di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita
all'ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l'albergo".
Probabilmente, l'albergo in questione è il Plaza, di proprietà di Antonio Virgilio, che
frequentava abitualmente Mangano.

Successivamente, gli intervistatori ricordano a Borsellino le accuse di Rapisarda,


secondo cui Marcello Dell'Utri gli è stato presentato dal boss Cinà, della famiglia di
Bontade.

Il magistrato risponde che si trattava "di famiglie appartenenti a Cosa Nostra, i cui
membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda
riferisca una circostanza vera".

Sui rapporti tra mafia e grande industria, Borsellino spiega che, "al- l'inizio degli anni
'70, Cosa Nostra diventò un'impresa anch'essa, cominciò a gestire una massa enorme
di capitali, frutto del monopolio conquistato nel traffico di stupefacenti. Una massa
enorme di capitali, quindi, dei quali cercò lo sbocco. (...) Così si spiega la vicinanza tra
elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupano di certi movimenti di capitali.
(...) Naturalmente, [Cosa Nostra] cominciò a se- guire una via parallela e talvolta
tangenziale all'industria operante anche nel Nord o ad inserirsi in modo da poter
utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare quei capitali
di cui si erano trovati in possesso".

L'intervistatore, a questo punto, scende nei particolari, chiedendo se dunque è normale


che la mafia si interessi a Berlusconi. Borsellino ri- sponde che "è normale il fatto che chi
è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere impiegare questo
denaro. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia per far fruttare questo denaro.
Naturalmente, questa esigenza per la quale l'organizzazione criminale ad un certo punto
si è trovata di fronte, è stata portata ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e
commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali. Quindi non meraviglia affatto che
Cosa Nostra, ad un certo punto della sua storia, si è trovata in contatto con questi
ambienti industriali".

Il giornalista chiede se uno come Mangano può essere l'elemento di connessione tra
questi due mondi. Borsellino ribadisce che Vittorio Mangano "da due decadi già operava a
Milano, era inserito in qualche modo in una attività commerciale. E' chiaro che era una
delle persone, vorrei dire delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire
questi rapporti" 1.
---1: l'Espresso 8.4.94: intervista cit.

piovre e biscioni

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L'ennesimo rapporto Criminalpol su Marcello Dell'Utri parla chiaro: "è collegato al boss
mafioso Mangano Vittorio e uomo di fiducia di Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto
Filippo" 1.

Un altro collegamento tra mafia e Berlusconi è contenuto nel rapporto Criminalpol che
comprende l'intercettazione della telefonata tra Mangano e Dell'Utri: si tratta di un'altra
conversazione, in cui parlano i mafiosi Giliberti ed Ingrassia:

"Berlusconi... è il massimo, no ? Difatti è la nostra prossima pedina.." 2. Il rapporto


porterà al famoso "blitz di San Valentino", del 14 febbraio 1983, contro la 'mafia dei
colletti bianchi': tra gli arrestati, gli industriali Luigi Monti e Antonio Virgilio (proprietario
dell'hotel Plaza), amici di Vittorio Mangano, riciclatori di denaro proveniente dal traffico
di droga, dalle bische clandestine e dai sequestri di persona. Una delle condanne
riguarda Ugo Martello, che secondo Rapisarda era amico di Dell'Utri.

Gli industriali imputati risultano essere correntisti della Banca Rasini, in cui lavorava
Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Proprio questo istituto, noto per essere "la banca di
fiducia della mafia finanziaria (o "mafia dei colletti bianchi"), darà i finanziamenti
necessari e sarà al fianco della Edilnord sas, la prima società di Berlusconi 3.

La Banca Rasini risultò (dai procedimenti giudiziari) uno strumento di riciclaggio del
denaro sporco, usato sia da finanzieri come Monti e Virgilio che da mafiosi come
Giuseppe Bono. La banca ha organizzato con loro una imponente serie di operazioni
illecite, finite con il rinvio a giudizio di Antonio Vecchione, direttore generale della
Banca. In questa, che rimane una delle più importanti inchieste sulla mafia a Milano,
fa la sua comparsa anche Vittorio Mangano, il mafioso amico di Dell'Utri e "stalliere" di
Berlusconi 4.
---1: Rapporto Criminalpol 28 marzo 1985, intitolato "Indagini su

esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso

Cuntrera-Caruana ed a Rapisarda Filippo Alberto".

---2: Rapporto Criminalpol 13 aprile 1981.

---3: Giovanni Ruggeri - Mario Guarino, Berlusconi: inchiesta sul signor

tv, Kaos edizioni, 1994, pagg. 49 sgg.

---4: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., pag. 2.

un fiume di denaro dalla svizzera

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Non è solo la Banca Rasini, l'istituto di fiducia della mafia milanese, a finanziare
l'esordiente Berlusconi. Tantissimo denaro arriva dalla Svizzera, senza che ancora si
sappia come e perché.

Quel poco che si conosce, riguarda alcuni nomi delle società che vengono create,
cambiate, fuse, affidate a prestanome a ritmo vertiginoso, usando con abilità il sistema
delle scatole cinesi, in modo che non sia possibile risalire alla proprietà effettiva. Tra
queste società vi è la "Finazierungeselleshaft fur Residenzen Ag" di Lugano, o la "Eti
ag holding" o la "Cofigen sa". E' inutile chiedersi chi ci sia dietro queste sigle. Tuttavia, su
questa galassia inesplorata (composta da capitali svizzeri e Srl lombarde), alcuni
funzionari dell'Antiriciclaggio di Milano ebbero occasione di affermare che "all'improvviso
queste società a responsabilità limitata si svegliano, e deliberano aumenti
sproporzionati di capitali, ad esempio da 20 milioni a due miliardi. La cosa puzza. Se
poi l'aumento viene sottoscritto con denaro giacente nella Confederazione elvetica, c'è
la quasi certezza che si tratta di soldi della mafia, ricavati soprattutto dal traffico di
droga" 1.

Dopo le prime esperienze poco fortunate, Berlusconi rimane nel campo dell'edilizia
col progetto di Milano Due. Il territorio del Comune di Segrate che ospiterà il
megaprogetto appartiene al conte Leonardo Bonzi, il quale tratta la cessione delle sue
terre con varie ditte, tra cui la Edilnord di Berlusconi. Il conte deciderà di vendere a
quest'ultima in seguito ad atti tipici della sana concorrenza che Berlusconi sbandiera
sempre: intimidazioni, minacce ed atti vandalici 2.

---1: Ruggeri/Guarino, cit., p. 40.

---2: ibidem, p. 45.

il finanziatore massone

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Seguire il vorticoso giro di sigle che forma la galassia di società che hanno finanziato
Berlusconi all'inizio della sua carriera è un'impresa dura, quasi impossibile. Tuttavia
due società meritano un interesse speciale: la prima è la "Banca Svizzera Italiana", che
fa capo a Tito Tettamanti. La seconda è la "Fimo", fondata da Ercole Doninelli.

Tettamanti è un misterioso personaggio vicino all'Opus Dei, alla massoneria ed agli


ambienti dell'estrema destra. Proprietario del gruppo Saurer, una delle più importanti
lobbies svizzere, Tettamanti è al centro di relazioni che coinvolgono ex-amministratori
Fiat e Banco Ambrosiano, faccendieri come Fiorini e personaggi come Giallombardo. Il
suo socio Giangiorgio Spiess è uno degli avvocati di Licio Gelli. Un altro, John Rossi, fu
incaricato da Larini e Fiorini di opporsi alla rogatoria sul Conto Protezione di Gelli-Craxi-
Martelli.
La Banca Svizzera Italiana (Bsi) è inoltre coinvolta nella maxi-tangente Enimont. La sigla
compare in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti tossici, il caso Kollbrunner (traffico
di titoli rubati), il caso Techint.

Nel 1994, questo distinto signore ha voluto percorrere una strada parallela a quella
di Berlusconi, decidendo di salvare il Canton Ticino dai comunisti cattivi. Il suo
programma politico prevede la fine di ogni prestazione dello Stato e la privatizzazione di
tutto il privatizzabile.

La Bsi, preoccupata che la sua immagine potesse essere offuscata dalle inchieste dei
giudici, ha intrapreso una seria opera di public relations a carattere culturale: il fiore
all'occhiello è stato la pubblicazione del volume "Terra d'asilo", in cui si magnifica il ruolo
del Ticino nel dare ospitalità agli imprenditori italiani durante la seconda guerra
mondiale. In Italia, il libro è stato presentato a Palazzo Giustiniani, sede della
massoneria: presente Giovanni Spadolini, che esaltato il ruolo degli incappucciati nello
sviluppo della finanza italiana 1.

---1: Avvenimenti, 9 febbraio '94, pp.12-13.

la finanziaria dei criminali

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Un'altra delle società che hanno concesso generosi (e misteriosi) finan- ziamenti
all'esordiente Berlusconi è la Fi.Mo., una finanziaria svizzera coinvolta nei casi più gravi
di tangenti e riciclaggio. Tra i clienti della Fimo, oltre all'uomo Fininvest Adriano Galliani,
c'è PierFrancesco Pacini Battaglia, che ha usato la finanziaria per smistare le tangenti
Eni e Montedison.

Da molto tempo, inoltre, la Fimo è il canale preferito dei grandi narcotrafficanti per
riciclare il denaro sporco. Per una di queste storie, è finito in carcere Giuseppe Lottusi,
commercialista milanese, condannato a vent'anni dal Tribunale di Palermo. Lottusi
aveva concordato con Giancarlo Formichi Moglia, rappresentane dei trafficanti
colombiani, una transazione di 600 kg di cocaina tra il Sud America ed il clan mafioso
dei Madonia. Per realizzare l'operazione, Lottusi si era messo in contatto con un
funzionario della Fimo, Enzo Coltamai. Il 16 giugno 1988 ed il 13 febbraio 1990 partono
circa 10 miliardi da Chiasso a Ginevra, che finiscono su un conto bancario. L'inchiesta
della magistratura crede che il denaro sia il frutto della vendita della droga, grazie ad
eloquenti intercettazioni telefoniche tra Lottusi e Coltamai della Fimo.

Nel novembre del '93 l'inchiesta si conclude con la condanna di Lottusi, mentre la Fimo
si salva: i giudici credono alla sua "buona fede". Ma l'assoluzione non frena lo scandalo:
all'epoca della transazione fatta per i Madonia, il presidente della Fimo è Gianfranco
Cotti, parlamentare democristiano svizzero. Cotti si dimette subito, ma la procura di
Lugano gli toglie ogni preoccupazione, assolvendolo il giorno prima dell'inizio delle
indagini...

Il sostituto di Cotti è Elio Fiscalini, che può vantare discrete referenze: coinvolto in
una storia di tangenti pagate alla Socimi di Milano (di cui è presidente !), socio in
un'altra società coinvolta nella solita vicenda di mazzette, coinvolto indirettamente nello
scandalo Poggiolini e nel traffico di titoli rubati noto come 'caso Kollbrunner', in cui
compaiono anche i piduisti Gelli ed Eugenio Carbone. Agli atti di questa inchiesta, ci sono
due lettere del '92, in cui Carbone scrive a Berlusconi dicendogli frasi come "ho parlato
con Gelli" e "forse Licio le avrà detto..." 1.

Proprio questa società, quindi, nei primi ani '70, fornì denaro in abbondanza al
Berlusconi imprenditore edile: per la precisione fu una società del gruppo Fimo, la 'Eti
holding' di Chiasso. Ovviamente, la provenienza del denaro e l'esatto assetto
proprietario delle società in questione, rimangono un mistero.

Altre coincidenze: Fimo e Tettamanti (l'altro finanziatore di Berlusconi) confluiscono in


un gruppo misterioso, il Ferdafin, diretto da Fiscalini e dall'ex-presidente della Sasea
(società del Vaticano, poi passata al piduista Florio Fiorini), Gianola. In Lussemburgo,
l'amministratore Ferdafin è Jean Faber, legato ai finanzieri craxiani Cusani e
Giallomabrdo, quelli dello scandalo Enimont. Rimaniamo in Lussemburgo: la sede della
"Silvio Berlusconi Finanziaria" e della "Fidinam" coincidono, trovandosi entrambe al
numero 2 di boulevard Royal. La "Fidinam" è la società del gruppo Tettamanti
attraverso cui passavano le tangenti Enimont distribuite da Cusani.
La Fimo e gli ambienti ad essa collegati non hanno solo il volto della criminalità
economica: hanno anche un volto politico ben preciso. Questi "poteri finanziari occulti
sono gli stessi che in Italia hanno prodotto Gladio e la P2, le stragi neofasciste ed i
tentativi di golpe".

Qualche esempio: Genevieve Aubry, parlamentare liberale bernese e membro del


consiglio di amministrazione della Banca Albis (legata alla Fimo) ha presentato, nel marzo
del '94, un progetto di legge razzista che prevede il contingentamento degli stranieri
presenti in Svizzera.

La Aubry e Cotti (ex presidente della Fimo) fanno parte della Wacl (World Anti
Communist League), una società nata in Sud Corea, coinvolta nel traffico di armi a Iran
ed Irak ed ai Contras del Nicaragua. Tra le altre attività di questa benemerita
associazione, vi è il finanziamento di gruppi di estrema destra e di regimi neofascisti
(anzi, di "resistenza al comunismo"). La Wacl è legata agli ambienti conservatori degli
Usa ed opera in tutto il mondo. Ne fanno parte generali Nato, esponenti dell'economia,
dei mass media, della 'cultura'.

La stessa Fimo è nata nel '56, quando la Svizzera era scossa da profondi fermenti
sociali: convinti di dover dare il loro contributo, la Fimo e la Albis finanziavano gruppi
paramilitari, la cui specialità era il pestaggio dei sovversivi e la denuncia dei
"collaborazionisti dei regimi comunisti", cioè degli esponenti della sinistra elvetica 2.

Insomma, in questi simpatici ambienti Berlusconi si trova come un pesce nell'acqua: i


sui rapporti con la Fimo, infatti, non terminano negli anni '70: una delle numerose
inchieste della magistratura riportano alla ribalta la finanziaria di Chiasso.

La vicenda è quella relativa al trasferimento del calciatore Lentini dal Torino al Milan.
Gianmauro Borsano, socialista craxiano ed ex presidente del Torino, ha rivelato che il
trasferimento è costato 18.5 miliardi ufficiali più 8.5 miliardi in nero. Questo denaro
viene pagato così:

Galliani (amministratore Milan) raccoglie i soldi su un conto Ubs (Unione Banche


Svizzere) 3. Da lì i soldi passano su un conto di tran- sito della Banca Albis, quindi la
Fimo fa arrivare tutto alla "Cambio corso" di Torino, un'altra società del gruppo. A
questo punto Borsano può incassare 4.

Quindi, quella svizzera non è una 'vecchia storia'. I rapporti del Cava- liere con la
finanza occulta e gli ambienti ad essa collegata sono rimasti integri.
---1: M. Gambino, Avvenimenti, 16 marzo 1994, pp. 8-9.

---2: ibidem, pp.10-11.

---3: La banca del Conto Protezione, attraverso cui Larini, Craxi e

Martelli "comunicavano" con Gelli e la P2.

---4: Avvenimenti, 16.3.94, p.8.

nascita e crimini della fimo

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La società cui Berlusconi è tuttora legato, la Fimo, nacque nel 1956 fondata da un
gruppo di italiani di estrema destra, tra cui Ennio Sastra ed Ercole Doninelli. Nel '56 in
Svizzera, gruppi giovanili manifestavano contro il comunismo chiedendo la costituzione di
organismi che control- lassero la fedeltà atlantica dei cittadini, mediante servizi di
spionaggio. Altre attività furono le campagne contro gli imprenditori che in- vestivano
oltrecortina e il finanziamento dei groppuscoli di estrema destra.

La Fimo, come già detto, fa parte integrante di questo scenario. Ma dalla fine degli
anni '80, iniziano i guai giudiziari: si comincia nel 1989, con il processo sul riciclaggio dei
narcodollari, che vede la condanna di Giuseppe Lottusi.

Poi c'è un'inchiesta in Francia, ancora per riciclaggio di denaro sporco. Nel Veneto ed in
Friuli la Fimo è sotto inchiesta ancora per bancarotta fraudolenta: diverse procure
indagano sui crack di società legate alla "Sirix", alla francese "Cofibel" ed ancora alla
"PiBi Fianace" belga. Per lo stesso motivo è stata aperta un'inchiesta anche in Olanda. In
Italia, la Fimo è coinvolta nel riciclaggio delle tangenti Enimont, delle tangenti Eni, delle
tangenti Iri. E' coinvolta anche nello scandalo sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso
Fidia, nelle tangenti della "Carlo Gavazzi".
Un'altra società Fimo legata alle tangenti è la "Socimi" di Milano, in- dagata per le
tangenti al Comune e per traffico d'armi. La Socimi è pre- sieduta dall'ultimo presidente
Fimo, Elio Fiscalini.

Ancora, uno dei fiduciari della Fimo, Antonio Tramezzani, è morto in circostanze
misteriose il 17 settembre '93, a poche ore dall'arrivo in Ticino del giudice Di Pietro, che
indagava sul caso Enimont. La versione del 'suicidio' di Tramezzani venne cambiata
quattro volte: nell'ultima versione, quella ufficiale, Tramezzani si sarebbe sparato ripetuti
colpi di fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare mira... Ma gli inquirenti svizzeri
hanno trovato una lettera ed hanno optato per il suicidio 1.

Altri guai per la Fimo arrivano dopo l'arresto di Didier Pineau- Valenciennes,
catturato a Bruxelles nel quadro di un'inchiesta per rici- claggio di denaro sporco,
bancarotta fraudolenta, truffa e corruzione internazionale. Pineau-Valenciennes è
accusato di aver trafficato denaro sporco, probabilmente di proprietà della mafia, con la
Fimo. Un'altra accusa riguarda la truffa che ha portato alla bancarotta del gruppo bel- ga
"PiBi finance". Questo troncone dell'inchiesta è nato dalla morte dell'ex presidente
della PiBi, Jean Verdoot, deceduto nel marzo '93.

Verdoot, accortosi che quelli della Fimo lo avevano truffato, è andato a Ginevra per
incontrarli. E' morto sulla via del ritorno (la versione ufficiale parla di infarto da stress).
Le indagini successive hanno trovato una fitta ragnatela di società, in cui le tracce di
mafia e camorra sono numerose: il principale funzionario della Comifin (società Fimo)
era Enzo Coltamai, socio di Giuseppe Lottusi, quello che riciclava i soldi (provenienti dal
narcotraffico) dei Madonìa. Il procuratore della Fimo incaricato di rapporti con la Pibi era
Valentino Foti (arrestato anche lui): a Torino, è implicato in una inchiesta sulle
infiltrazioni della camorra in Piemonte 2.

0041-91-43-0101. Se telefonate a questo numero risponde la Fimo. Volete far passare


fondi neri attraverso la frontiera ? Riciclare narcodollari?

Mandare soldi ad un mittente segreto ? Da quarant'anni la Fimo svolge egregiamente


questi (ed altri) servizi. Questa società, tra le altre, ha finanziato il giovane Berlusconi alle
prese con l'avventura di Milano Due. E così comincia ad esser un po’ più chiaro come
ha fatto il figlio di un impiegato di banca e di una casalinga a costruire il suo 'impero'.

---1: Avvenimenti, 9 febbraio 1994, pp. 14-15.


---2: Avvenimenti, 8 giugno 1994, p.16.

la fininvest nel centro di palermo

..................................

Durante la campagna elettorale, le già citate confessioni del pentito Cancemi


rimettono in primo piano i rapporti tra Fininvest e Cosa Nostra. Secondo il pentito,
Berlusconi avrebbe comprato vecchi immobili a tappeto nel centro storico di Palermo
(v. pag. ), l'unico in Italia dove fanno bella mostra di sé le macerie dei bombardamenti
della seconda guerra mondiale. Il risanamento è un affare che vale migliaia di mi- liardi.
Berlusconi avrebbe cercato di entrarvi grazie alla mediazione con la mafia di un
personaggio misterioso, detto "il ragioniere". La zona in questione sarebbe quella
comprendente "tutta la parte vecchia, fino al Politeama". I magistrati, dopo queste
dichiarazioni, hanno incaricato le strutture investigative di "accertare ogni circostanza
utile in ordine all'ipotizzato acquisto di immobili dislocati nella zona di via Maqueda, via
Roma, via Sant'Agostino, acquisto che secondo Salvatore Cancemi sarebbe legato ad
una speculazione edilizia che fa capo al dottor Silvio Berlusconi".

E i fratelli Dell'Utri ? Naturalmente, Cancemi parla anche di loro, tanto a indurre i


magistrati a chiedere una ricostruzione completa delle loro attività. La Procura antimafia
di Catania si starebbe interessando, in particolare, di Alberto Dell'Utri, visto che alcune
sue società si intersecherebbero con i canali di riciclaggio utilizzati dal clan Santapaola 1.

Ma l'accusa più grave riguarda, come è ovvio, Marcello Dell'Utri: secon- do fonti
giudiziarie citate dall'agenzia Ansa, Cosa Nostra "avrebbe affidato all'amministratore
delegato di Publitalia, direttamente o indi- rettamente, i proventi di un traffico
internazionale di stupefacenti" 2.

Il primo effetto delle accuse di Cancemi sono state le indagini, avviate da polizia,
guardia di finanza e carabinieri, su undici persone: Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Ignazio
Pullarà e Pietro Lo Jacono (capi della famiglia di Santa Maria del Gesù), i quattro fratelli
Grado, Mimmo Teresi, Francesco Mafara e Vittorio Mangano 3.
Questi personaggi sono gli stessi che compaiono nelle vicende che ruo- tano attorno
agli uffici di via Chiaravalle, di cui si è detto in precedenza. Questo indirizzo risulta il
punto di riferimento dei mafiosi in trasferta a Milano; lì c'erano la "Inim" di Alamia e
Rapisarda. Di questa società (e della "Raca") la Criminalpol scrisse: "sono società
commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serva per riciclare il denaro sporco
proveniente da illeciti" 4.

I soci della Inim finiranno in carcere per il fallimento della "Venchi unica", società che
era stata di proprietà del mafioso e massone Michele Sindona. Proprio in questa vicenda
viene arrestato Alberto Dell'Utri. Per quel che riguarda il datore di lavoro di Marcello,
cioè Rapisarda, occorre aggiungere (per completarne il ritratto) che all'arrivo a Milano,
proveniente da Sommantino (Caltanissetta), il finanziere aveva già precedenti per porto
abusivo d'arma, oltraggio, reati contro il patrimonio e la libertà sessuale (!), emissione di
assegni a vuoto e truffa. Un provvedimento del giudice di sorveglianza di Palermo,
datato 16 ot- tobre 1965, lo definisce "delinquente abituale". Secondo la Guardia di
Finanza, Rapisarda "è stato inquisito dalla sezione antimafia di Paler- mo, poiché
sospettato di appartenere a cosche mafiose e di avere parte attiva nel riciclaggio di
denaro proveniente dai sequestri di persona"5. Dalle confessioni di Rapisarda (v. pag. )
emerge che lui e Dell'Utri frequentavano i boss mafiosi Cinà, Bontade e Teresi, gli
stessi che secondo Cancemi avrebbero avuto rapporti col gruppo Berlusconi per
'risanare' il centro di Palermo.

Già nel 1984, il quotidiano "L'Ora" accusò Berlusconi di essere in rapporti con la "Inim"
del mafioso Ciancimino. L'accusa derivava dai fatti che conosciamo: la telefonata dei
due mafiosi ("Berlusconi è la nostra prossima pedina"), le relazioni dei fratelli Dell'Utri, i
rapporti della Criminalpol. Ma già allora il Cavaliere smentì indignato 6.

---1: M. Gambino, Avvenimenti, 30 marzo 94, p.12.

---2: Ansa, 20 marzo 1994.

---3: Avvenimenti, 30.3.94, p.13.

---4: Rapporto Criminalpol, 13 aprile 1981, cit.

---5: Avvenimenti, 30.3.94, p. 14.


---6: L'Ora, 10 ottobre 1984.

cancemi accusa la fininvest

...........................

Sabato 26 febbraio 1994. In una caserma dei Ros (raggruppamenti operativi


speciali) Salvatore Cancemi inizia a raccontare una lunga storia. Parla di antenne e di
boss, di personaggi insospettabili e di amministratori un po’ meno insospettabili. Le
sue parole fanno molto rumore proprio in piena campagna elettorale, nelle ultime
settimane di marzo, portando anche alle dimissioni di Violante da presidente della
commissione antimafia (v. pag. ).

La polemica infuria per un poco, poi la Fininvest vince le elezioni e si passa alla carica:
Previti, Biondi e gli altri scatenano la campagna contro i pentiti.

Dal loro punto di vista, fanno bene ad autotutelarsi: le accuse di Can- cemi sono pesanti.
E poi non è un pentito qualunque: dalla metà degli anni '80 ha fatto parte della
Cupola, è stato un fedele alleato di Riina, conosce tutti i segreti di Cosa Nostra. Ad un
certo punto, però, si convince che vogliono ucciderlo: così, il 22 luglio '93 si presenta in
una caserma dei carabinieri.

Poi inizia a collaborare: le sue dichiarazioni sono raccolte da Ilda Bocassini, sost.
proc. di Caltanissetta, che indaga anche sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Cancemi
parla di molti fatti, tra cui la "campagna elettorale" organizzata da Riina a favore dei
socialisti Lombardo e Martelli (che ottenne 117mila preferenze).

Poi le accuse alla Fininvest: le speculazioni nel centro di Palermo (v. paragrafo
precedente), i soliti rapporti di Dell'Utri, il pizzo pagato dalla Fininvest alla mafia.

Secondo Cancemi, 'il ragioniere' era stato incaricato di consegnare ai mafiosi di Totò
Riina 200 milioni, a nome di Marcello Dell'Utri, manager Publitalia. In cambio, la mafia
avrebbe protetto le antenne Fininvest in Sicilia. All'epoca (1987) Cancemi era capo
della famiglia di Porta Nuova, in sostituzione di Pippo Calò, che era invece detenuto.
E uno degli uomini che riscuoteva il pizzo sarebbe stato quel Vittorio Mangano che
abbiamo conosciuto in veste di "stalliere" nella villa di Arcore 1.

Un altro pentito, Gioacchino La Barbera, aggiunge che è stato "contattato da alcuni


uomini della Fininvest, tra la fine del '92 e l'inizio del '93, quando avevano necessità di
installare nella zona di Palermo dei ripetitori tv. Dovevo occuparmi del movimento terra.
Non avevo le macchine adatte. E quel lavoro non lo feci io" 2.

Potrebbe mancare Marcello Dell'Utri ? Impossibile. Infatti Cancemi parla anche di


incontri ed ospitalità offerta dal braccio destro di Berlusconi a mafiosi, nella sua villa in
Lombardia. Cancemi ipotizza anche che a casa di Dell'Utri potrebbero essere stati
ospitati dei latitanti 3.

---1: l'Espresso, 25 marzo 1994, pp.40-42.

---2: Repubblica, 20 marzo 1994, p.5.

---3: l'Espresso, 25 marzo 1994, p.42.

operazione 'mato grosso'

........................

"Per quanto attiene il denaro da riciclare in provenienza dall'Italia, il medesimo


appartiene al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del codice di chiamata (per il
trasferimento di denaro dall'Italia): dovranno unicamente designare una persona di
fiducia di tale gruppo. Il nome di Berlusconi non deve impressionare più di tanto, poiché
anni fa, segnatamente ai tempi della Pizza connection, lo stesso era fortemente in-
diziato di essere il capolinea dei soldi riciclati" 1.
Questo brano, tratto da un rapporto della polizia svizzera, riporta in luce l'ipotesi del
ruolo di Berlusconi nel riciclaggio di denaro sporco, in stretto contatto con la mafia
internazionale. Il rapporto riguarda l'operazione "Mato Grosso", una vicenda che ha i
caratteri del giallo internazionale.

Andiamo con ordine: il 12 giugno 1991 il finanziere ispano-brasiliano Juan Ripoll Mari
chiama, a Chiasso, un suo socio d'affari. Gli propone di trasportare denaro di misteriosa
provenienza attraverso Spagna, Fran- cia e Italia, con destinazione finale: Svizzera. Il
denaro sarebbe infine stato 'ripulito' in una operazione particolare: una città tutta
nuova, chiamata "Nova Atlantida", da costruire (interamente con denaro sporco) a 3000
km a nord di Rio de Janeiro, nel Mato Grosso.

Ripoll Mari parla, pur con discrezione, del suo progetto. Non sa che il suo "socio" è in
realtà Fausto Cattaneo, commissario svizzero, specialista in operazioni 'undercover'
(sotto copertura). In altre parole è un infiltrato, esperto di riciclaggio, con all'attivo la
realizzazione delle più importanti operazioni anti-riciclaggio: dalla "Green Ice" alla
"Octopus" fino alla "Lebanon connection".

Ripoll Mari, invece, si occupa ufficialmente di import-export in Sud America. Ma gli


investigatori di tutto il mondo sanno che non solo è uno dei più importanti narcotrafficanti,
ma è anche uno dei massimi esperti di riciclaggio.

Sembra, tuttavia, che sia arrivato al capolinea: l'operazione di infiltrazione di Cattaneo


(iniziata nel dicembre '90) procede benissimo; Ripoll Mari non sospetta niente e dà il
via all'operazione: incontra il suo socio-infiltrato al numero 45 di Corso San Gottardo (la
stessa strada della Fimo) e definisce i dettagli dell'operazione: tra questi, uno ci
interessa da vicino: in Italia il denaro dovrà essere prelevato dagli uomini del clan
Berlusconi, a Torino 2.

A questo punto qualcosa non funziona nell'operazione: tutto viene bloccato e le


carte che descrivono l'operazione finiscono nell'archivio della Procura di Lugano.

Potrebbe non essere una coincidenza il fatto che la missione sia stata bloccata proprio
mentre l'infiltrato stava per recarsi a Torino, per prelevare il denaro che secondo Ripoll
Mari era degli uomini del "clan Berlusconi". Ma Cattaneo non può verificare: la Procura
di Lugano gli toglie l'inchiesta.

Il 19 maggio 1994, una sentenza del tribunale francese di Gresse svelerà i retroscena di
quell'atto, evidenziando il ruolo di alcuni funzionari di polizia ticinesi, di elementi corrotti
nelle procure di Parigi e di Lugano e negli uffici della Guardia di Finanza di Milano.
Queste complicità hanno impedito la conclusione dell'indagine, sviando l'attenzione su
un trafficante minore, Sergio Bonacina. La sentenza, inoltre, riabilita l'infiltrato svizzero
Cattaneo, che era finito sul banco degli imputati... 3

---1: "Aggiornamento operazioni 'Atlantida' e 'Mato grosso'", rapporto

della polizia cantonale di Bellinzona (Canton Ticino), 13 set-

tembre 1991.

---2: Michele Gambino - Paolo Fusi, Avvenimenti, 23 marzo 94, pp.10 sgg.

---3: ibidem, 8 giugno 1994, pp. 14 sgg.

il 'libero muratore' edifica il suo impero

..........................................

La vicenda di Berlusconi, compresa la sua esperienza di governo non può essere


compresa senza esaminare le vicende relative alla P2. Sulla sua iscrizione alla loggia di
Gelli, Berlusconi fornirà tante versioni dif- ferenti, ricavandone anche una condanna per
falsa testimonianza. Tut- tavia, non è solo una questione di iscrizione: la biografia, già
citata, di Mario Ruggeri e Giovanni Guarino mette in evidenza la funzione che Berlusconi
ha oggettivamente svolto (e sta svolgendo) per la realizzazione degli obiettivi pidusti.

Infatti, il "Piano di rinascita democratica" sosteneva la necessità di una nuova


legislazione urbanistica, favorendo le città satellite". E Berlusconi era specialista del
settore, con "Milano 2" e "3".

Il Piano di Gelli prevedeva di "dissolvere la Rai-tv": e Berlusconi ha dedicato


l'esistenza a questo obiettivo. Seguendo Gelli, che sottolineava il bisogno di
"immediata costituzione della Tv via cavo da im- piantare a catena in modo da
controllare l'opinione pubblica nel vivo del Paese", Berlusconi fondò la sua prima tv,
Telemilano (via cavo), prima di costituire i suoi network (impianto a catena).
programmi fotocopia

...................

Tutto ciò è confermato dai programmi di "Forza Italia" e del governo, che coincidono
quasi del tutto col "Piano" P2. Tanto che Gelli, in una intervista al Tg1, poté affermare
raggiante: "il piano di rinascita è quasi tutto attuato... ho perso il conto degli iscritti alla
P2 che sono ai vertici della nazione". Quasi contemporaneamente, il procuratore di
Napoli Agostino Cordova invitava a rileggere il "Piano", per vedere che si sta attuando.
Confrontando il "Piano" massone ed il programma "Forza Italia", si scopre che ventuno
punti su quarantacinque, Berlusconi li ha copiati da Gelli.

1. Gelli e Berlusconi concordano nell'esigenza di ristrutturare il Governo, badando


"all'organizzazione ministeriale ed alla qualità degli uomini da preporre ai singoli
ministeri". I ministeri economici vanno accorpati.

2. Gelli indicò una nuova forma di aggregazione politica: "primario obiettivo è la


costituzione di un club (di natura rotariana per l'eterogeneità dei componenti) ove
siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle
professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi selezionati
uomini politici, che non superi il numero di 40 unità". Una belle idea, quella di Gelli.
Circa venti anni dopo, Berlusconi la metterà in pratica con i "club Forza Italia".

3. In caso di crisi dei partiti, la P2 sostenne la necessità di costituire due


movimenti: l'uno sulla "sinistra" (tra Psi e Dc), l'altro sulla destra (tra liberali e Msi).
La situazione di oggi, spesso esaltata da Berlusconi, appare simile a quella disegnata
da Gelli.

4. La P2 sostenne che ai "giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di


simpatizzare per gli esponenti politici prescelti". Fede, Liguori e C. svolgono
egregiamente questo compito.
5. Gelli vuole "dissolvere la Rai". Forza Italia desidera "privatizzare i servizi".
Berlusconi preferisce farne il suo megafono.

6. Per quel che riguarda i titoli di studio, i massoni di Gelli vogliono togliere il valore
legale al titolo di studio, per "chiudere il rubinetto del preteso automatismo posto di
lavoro- titolo di studio": avanti solo i più meritevoli. Il programma Forza Italia vuole "abolire
il valore legale del titolo di studio e riformare l'accesso all'impiego pubblico ed alla
professione".

7. La P2 vuole che l'accesso alla carriera nella magistratura venga dopo il


superamento di test psico-attiudinali, che dovrebbero essere ripetuti durante la carriera.
Forza Italia si muove nello stesso ambito:

8. "Recuperare la qualificazione del magistrato. Il sistema italiano prevede che il


magistrato proceda nella carriera senza significative prove di merito. Ciò produce
un'obiettiva dequalificazione. Si tratta di introdurre forme di selezione che non
andrebbero affidate solo alla 'corporazione', ma che impegnino i settori più autorevoli
della cultura (...). Introdurre prove selettive che non consentano al magistrato una
funzione richiedente specifica professionalità ad altra, tramite automatismi".

9. Sulla questione fiscale, la P2 vuole che la pressione fiscale aumenti sui lavoratori
dipendenti, sui redditi professionali e che invece diminuisca sulle imprese "premiando il
reinvestimento del profitto". Berlusconi, ovviamente, è d'accordo e aggiunge: "introdurre
la detas- sazione degli utili reinvestiti per lo sviluppo dell'occupazione".

10. I sindacati sono tra i nemici della P2, che li considera colpevoli di aumentare il costo
del lavoro e di esser diventati interlocutori politici. Forza Italia propone "la riduzione dei
costi del lavoro non salariali, inclusi i contributi sociali".

11. Gelli propugna la riforma del Csm, che deve essere responsabile di fronte al
Parlamento. E' d'accordo Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, poi ministro della Difesa.
Ancora sulla magistratura, la P2 vuole "separare le carriere requirenti e giudicanti".
Forza Italia usa le stesse parole.

Gli altri punti in comune riguardano la finanza locale (12), le amministrazioni locali da
semplificare (13), le nuove leggi elettorali maggioritarie (14), la fine del bicameralismo
(15), la riduzione del nu- mero dei parlamentari (16), l'assistenza agli invalidi (17), la
legislazione delle lobbies sul modello Usa (18), la riforma sanitaria basata sul mercato
(19), l'inemendabilità dei decreti legge (20) ed infine l'abolizione del "semestre bianco"
del presidente della Repubblica (20). Fuori dai programmi, Gelli e Berlusconi concordano
anche sul presidenzialismo. 1

---1: Avvenimenti, 4 maggio '94, pp. 10-12.

valanghe di soldi dai confratelli

.................................

Un altro argomento che fa sospettare i vantaggi derivanti a Berlusconi dalla familiarità


con squadrette e compassi, è il suo rapporto con le banche. E' evidente che le banche
più vicine a Berlusconi sono state la Bnl ed il Monte dei Paschi di Siena, ovvero le
banche controllate dalla P2. La stessa commissione di inchiesta sulla P2 (commissione
Anselmi) ha notato che l'imprenditore Berlusconi trovò presso le banche "appoggi e
finanziamenti al di là di ogni merito creditizio".

Un documento del collegio sindacale del Monte Paschi (ottobre 1981), inviato alla
commissione P2, analizza i rapporti tra Berlusconi (iscritto P2) e l'istituto di Siena,
presieduto da Giovanni Cresti (iscritto P2).

Il documento mostra che fino al '74 il rapporto è equilibrato: 3 miliardi depositati e un fido
di 398 milioni. Ma il 1975 ed il 1978, sotto la gestione di Cresti, la forbice si allarga: nel
1981 Berlusconi ha 8 miliardi di conti correnti, contro 14 miliardi di fidi.

Tanta fiducia non trova spiegazioni, se non nella svalutazione della mo- neta che
potrebbe favorire Berlusconi. Ma il "comportamento preferenziale accentuato" potrebbe
avere origine in una comune appartenenza di loggia.

Anche perché altre sezioni del Monte Paschi concedono generosi mutui (50 miliardi
prima, a cui si aggiungono 41 miliardi), con tassi inferiori e condizioni migliori rispetto
agli altri clienti. Il documento citato, infine, parla di "trattative dirette tra Cresti e
Berlusconi" 1.
Insomma, chi indossa cappuccio e grembiulino può ignorare le "leggi" dell'economia.

---1: Avvenimenti, 9 marzo 1994, pp. 14 sgg.

società fantasma

................

Una vicenda analoga a quella del Monte Paschi è quella della Bnl, alle cui società
(controllate da piduisti) Berlusconi è legato.

La storia comincia il 16 settembre 1976, con la costituzione dell'Im- mobiliare San


Martino spa, di cui Marcello Dell'Utri è amministratore unico. Il capitale iniziale di
questa società berlusconiana viene sot- toscritto da due piduisti, Graziadei e Pollack, a
nome di Servizio Italia e Saf, fiduciarie della Bnl holding. La stessa Fininvest è stata
costituita da queste due società: l'11 novembre 1975 gli uomini della P2 Graziadei e
Pollack sottoscrivono il capitale sociale: duecento milioni, che due mesi dopo
diventeranno due miliardi (!).

Servizio Italia e Saf sono due fiduciarie, e dunque agiscono su mandato di 'terzi' che
non gradiscono apparire e quindi rimangono coperti dal- l'anonimato: dunque si
muovono in nome e per conto di altri. Il 19 giugno 1978 si compie un altro prodigio:
nascono ventidue società, denominate Holding Italiana Prima, Seconda e così via fino
alla Holding Italiana Ventiduesima. Gli intestatari sono un tale Armando Minna,
commercialista, e sua moglie Nicla Crocitto, casalinga: è chiaro che sono due
prestanome. Nel 1982 Luigi Foscale (zio di Berlusconi) viene nominato amministratore
unico delle holding, che costituiscono il cuore, impenetrabile e misterioso, della Fininvest.
Il figlio di Luigi Foscale, Giancarlo, ammetterà che il giochetto delle 22 holding
consente a Berlusconi "un risparmio delle tasse intorno al 30-40 %" 1.

Torniamo a 'Servizio Italia', la fiduciaria della Bnl controllata dalla P2: sembra certo che
circa il 49 % delle azioni Fininvest siano ancora di questa fiduciaria 2.
La storia di Servizio Italia è ancora più interessante: compare in tutte le vicende di
Michele Sindona, bancarottiere mafioso e piduista; gli editori piduisti Angelo Rizzoli e
Bruno Tassan Din operarono attraverso Servizio Italia; attraverso questa fiduciaria la
P2 gestì le speculazioni con la Savoia assicurazioni e la Italimmobiliare.

Inoltre, Gelli scrisse a Tassan Din usando l'indirizzo di Servizio Italia; poi altre storie
coinvolgono Roberto Calvi e Flavio Carboni: in altre parole, Servizio Italia era
pienamente sotto il controllo della P2. Inoltre, l'intera Bnl era pienamente in mano alla P2,
controllandone nove membri del vertice 3.

In conclusione, "risulta evidente come non sia stato Berlusconi a creare la Fininvest, ma
come sia stata la Fininvest delle banche e delle fiduciarie piduiste ad imporre il piduista
Berlusconi alla ribalta dell'imprenditoria nazionale 4.

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 99 sgg.

---2: Avvenire, 7 gennaio 1994.

---3: Ruggeri / Guarino, cit, pp. 106 sgg.

---4: ibidem, p.112.

la festa è finita

.................

Quanto detto in precedenza è confermato di fatti successivi alla scoperta della P2:
nel maggio 1981 vengono ritrovati i nomi degli affi- liati, tra cui i generosi banchieri che
hanno sempre riservato un trattamento speciale (ed ingiustificato) a Berlusconi.

Finita la festa, il gruppo Fininvest si ritrova con i debiti: nell'ottobre del 1981, le
entrate di Canale 5 coprono metà delle spese; nello stesso anno, Berlusconi perde 60
miliardi nelle imprese televisive. A questo punto, è costretto a ricorrere a nuove forme di
finanziamento, visto che le vecchie non sono più - diciamo così - disponibili. Nasce
Programma Italia, che prova a rastrellare denaro fresco proponendo investimenti
nebulosi a risparmiatori ingenui. Poi arriva Rete 10, venduta porta a porta da
"consulenti finanziari". L'operazione suscita ilarità negli ambienti della borsa: gli operatori
parlano della più assurda e sgangherata operazione mai vista. Il brillante uomo di
successo improvvisamente cambia volto: per il suo gruppo i debiti aumentano
vertiginosamente, fino a toccare, nel 1994, un passivo che oscilla tra i quattromila ed i
seimila miliardi 1.

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 120 sgg.

l'iscrizione

............

Loggia 'Propaganda Due', affiliazione del 26 gennaio 1978, n. fascicolo 625, codice
E.19.78., tessera n. 1816, pagamento quota Lit. 100.000. Questi semplici dati
riguardano l'affiliazione alla P2 del fratello Berlusconi. Il quale, però, non ha mai amato
le cose semplici, preoccupandosi di dare mille versioni diverse della sua affiliazione: il 26
ottobre 1981, dopo lo scoppio dello scandalo, Berlusconi dichiara che si iscrisse nel
1978. Più tardi posticiperà la data di iscrizione: il 27 settembre 1988, di fronte al
tribunale di Verona, Berlusconi afferma di essersi iscritto nel 1981, senza alcuna quota di
iscrizione.

Per questa clamorosa menzogna, la Corte d'Appello lo condanna per falsa


testimonianza, per aver "dichiarato il falso su questioni pertinenti alla causa". Una
provvidenziale amnistia (subito accettata) salva il Cavaliere dalla galera 1.

Un'altra smentita arriva per Berlusconi, che affermò di non aver mai pagato contributi
a Gelli: il 22 marzo 1982, la Guardia di Finanza verificò la piena corrispondenza tra le
quote pagate, le ricevute trovate nell'ufficio di Gelli e i versamenti sul conto 'Primavera'
della Banca Popolare dell'Etruria, che era stato destinato dal Maestro venerabile
proprio al pagamento delle quote.

Ennesima bugia del Cavaliere: non vi fu cerimonia di iniziazione: ma la Commissione


d'inchiesta ha acquisito un documento dell'archivio di Gelli in Uruguay, nel quale (accanto
al nome di Berlusconi) compare la dici- tura "juramento firmado" 2.

Il 3 novembre 1993, di fronte alla Corte d'Assise di Roma, Berlusconi fornisce nuovi
particolari: "Gervaso mi parlò di Gelli in termini molto positivi. Incontrai Gelli due volte,
penso all'Excelsior (...). Questa sua associazione appariva come una normalissima
associazione, come fosse un Rotary, un Lions, e non c'erano motivi, per quello che se ne
sapeva, di pensare che la cosa fosse diversa (...). Ho sentito dalla relazione
parlamentare che mi venne anche attribuito un versamento di lire centomila. Per quello
che ricordo, ma sono sicuro di questo, a me non fu chiesto nulla e non feci questo
versamento mai. Gelli voleva riunire intorno a sé le persone migliori dell'Italia per un
club, su cui probabilmente ci sarebbero dovute essere delle riunioni, delle conversazioni,
a cui peraltro non fui mai invitato, e di cui nessuno mi parlò" 3.

Il 26 novembre '93, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti stranieri,
Berlusconi ci regala una nuova versione: "Entrai quando nessuno pensava che fosse una
cosa negativa e pericolosa e il signor Gelli era persona stimata e con ottime
conoscenze 4. Non ho mai pagato la quota. Quando mi arrivò la tessera, lessi il mio
nome con scritto: libero muratore apprendista. A quel tempo ero il primo imprenditore
italiano. Chiamai infuriato la segretaria e le dissi di restituire subito quella tessera. Avrei
potuto accettare solo con il grado di grande maestro" 5.

E' importante, infine, ricordare la definizione della P2 data dalla Pm Elisabetta Cesqui:
"è dimostrato che la loggia P2 era un'associazione segreta che perseguiva fini politici
illeciti e mirava a modificare la struttura dello Stato compiendo reati per sovvertire l'ordine
pubblico".

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 17-18.

---2: S. Flamigni, Avvenimenti, 30 marzo 1994, pp. 14-15.

---3: Ruggeri / Guarino, cit., p. 91.


---4: Assolutamente falso: "tra il '75 ed il '76, uscirono almeno 49 ar-

ticoli sulla stampa a grande diffusione, tutti riguardanti Gelli,

la P2 e le vicende collegate" (Elisabetta Cesqui). Nel '76, Gelli

fu interrogato sull'omicidio del magistrato Occorsio, che indagava

sulla P2. Nello stesso periodo, ebbero diffusione sulla stampa le

vicende che coinvolgevano Gelli e gli estremisti di destra, il

tentato golpe del '70, il riciclaggio di denaro sporco, gli

attentati contro i treni... [Avvenimenti 16.3.94, p.11]

---5: Gazzetta del Sud, 27 novembre '93, p. 21.

berlusconi opinionista sul 'corriere' della p2

..............................................

Quali meriti avrà mai avuto un rampante e mediocre palazzinaro per diventare
opinionista del più prestigioso quotidiano italiano ? La do- manda è lecita, dopo aver
saputo che nel 1978 Berlusconi era un commentatore del Corriere della Sera, i cui
lettori illuminava con opinioni sui temi economici d'attualità: la programmazione
industriale, il sistema creditizio, la difesa del 'libero' mercato.

Senza voler essere maligni, è impossibile non ricordare che Berlusconi si iscrisse alla
P2 il 26 gennaio '78, e che il suo primo articolo sul Corriere lo scrisse due mesi dopo: il
10 aprile. Niente di strano, se il Corriere non fosse totalmente controllato dalla P2: invece,
sono aderenti alla loggia di Gelli il proprietario (Angelo Rizzoli), il direttore generale
(Bruno Tassan Din) il direttore del giornale (Franco Di Bella), l'inviato Roberto Ciuni, il
capo redattore della giudiziaria Giorgio Zicari e due commentatori come Roberto
Gervaso e Maurizio Costanzo 1. Il consiglio d'amministrazione era retto da Umberto
Ortolani, anima finanziaria della loggia, mentre Gelli aveva l'incarico di "rappresentanza
del gruppo presso qualsiasi autorità governativa di Stati esteri" 2.

Insomma, pare che il posto di opinionista Berlusconi lo dovesse più alla comune
appartenenza di loggia che alla preparazione culturale.

Un altro fatto contribuisce a chiarire i rapporti Berlusconi-P2: nel- l'aprile del 1980 la
"Domenica del Corriere", settimanale Rizzoli, inizia un'inchiesta sui 'numeri uno' degli
anni '80. Il primo degli uomini-che-si-sono-fatti-da-sè è Berlusconi: l'articolo è in pieno
stile 'emiliofede': prestigiosissime cariche imprenditoriali, uomo di cultura, capitano
d'industria, protagonista nel mondo dell'informazione: "possiede oltre cento società. Per
chiunque cento motivi di preoccupazione. Per lui un divertimento". Sarà pure una
coincidenza (una delle tante...), ma la "Domenica del Corriere" appartiene alla piduista
Rizzoli, e il direttore Paolo Mosca è affiliato alla loggia di Gelli. Non è dunque difficile
pensare che l'esclusiva tessera P2 prevedesse, tra i suoi vantaggi, anche 'servizi' come
questo. L'intervista, poi, si chiude in maniera molto significativa:

"Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?"

"Sono d'accordo con lei, è un segreto" 3.

---1: Gervaso, Costanzo e Ciuni troveranno posto alla corte di Berlu-

sconi, dopo lo scandalo. Il primo è stato indicato da Berlusconi

come 'causa' della sua iscrizione. Il secondo se la caverà dicendo

di essere stato un cretino. Ma Costanzo organizzò una terza pagina

del Corriere, nell'ottobre '80, che beatificava Licio Gelli; ed

organizzò e diresse "L'Occhio", quotidiano voluto dalla P2, che

finì in un fallimento.[Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", p. 17]

---2: A. M. Mira, Avvenire, 27 gennaio 1994.


---3: Ruggeri / Guarino, cit., p.81. L'intervistatore è Gianfranco Len-

zi, che poi farà carriera a Retequattro.

'io, tu e gelli'

................

Si dirà che quella della P2 è una vecchia storia. Ma ciò è smentito dalle recenti
inchieste che coinvolgono Gelli. Ed è smentito anche da due lettere molto interessanti,
rinvenute durante una perquisizione in via Ripetta 25, nel corso di un'inchiesta del
"caso Kollbrunner": una vicenda di ricettazione di titoli di stato rubati che ha come
protagonista Winni Kollbrunner, segretaria di Claudio Martelli, che rivelerà ai giudici la
'piramide' che ha gestito il traffico: al vertice si trovano un alto prelato (il cardinal
Poletti), Licio Gelli e Giulio Andreotti. La centrale romana del traffico si trova nello
studio di Patrizio Pinto (massone pure lui), sito in via Ripetta 25 1.

Qui, una perquisizione ha portato al ritrovamento delle lettere di cui si diceva: il


mittente è Eugenio Carbone, ex direttore generale del ministero dell'Industria, piduista.
Il destinatario è Silvio Berlusconi, tessera P2 1816. L'Egidio che viene citato è Carenini,
ex sottosegretario Dc al ministero dell'Industria, protettore di Mino Pecorelli e,
naturalmente, iscritto alla P2.

La prima lettera è datata 29 luglio 1992: Carbone chiede aiuto a Berlusconi per sé e
per la sorella: "Non avrei mai immaginato di doverla disturbare per questo, ma è solo a
un vero amico che è possibile farlo, [errori dell'originale, ndr] pensando che egli sia
l'unico che possa fronteggiare la cosa, senza ricorso a banche ma ad altri enti
finanziari". In basso a sinistra, Carbone aggiunge: "inviata a Licio ed Egidio".

Nella seconda lettera, datata 27 settembre 1992, Carbone annota: "postacelere a


Licio Gelli ed Egidio Carenini". Carbone si qualifica come 'Presidente della Camera di
Commercio italo- slovena", quindi dice al "Caro dottor Berlusconi", che "Licio ed Egidio
si erano offerti di farle pervenire una mia 'lettera-proposta' al fine di rendere più
probabile che lei, pur nel suo enorme ed assorbente lavoro, la leggesse. Dopo più di
un mese, hanno ripensato che non avevo bi- sogno di un loro supporto, perché lei si
ricordava certamente di me, per i precedenti rapporti". La lettera prosegue con la
proposta, un po’ con- fusa, di costituzione di un giornale cattolico in Slovenia e Russia,
cosa particolarmente gradita in Vaticano ed al Papa stesso. Dopo aver pro- posto una
bella gita a Portorose (Slovenia), Carbone torna a parlare d'affari, proponendo una
fusione tra un'azienda tessile pugliese ("Lupo moda") e la Standa. La parte più
interessante, però, è quella finale, con la richiesta di aiuto mediante "una operazione
bancaria tramite finanziaria" e la conclusione:

"La mia situazione, Licio forse le ha detto, dipende sempre dalla controversia non
ancora conclusa, dopo 10 anni per la... fratellanza”. Il riferimento è ai problemi che
Carbone ebbe quando si scoprì la sua appartenenza alla P2, con l'allontanamento dal
ministero.

Interrogato sulle lettere, il 4 novembre 92, Carbone ha detto che "Gelli, recentemente,
circa due mesi fa, si rivolse a Berlusconi per sollecitarlo a prendere in esame la mia
richiesta di aiuto alla situazione finanziaria in cui mi sono venuto a trovare" 2.

No, non sono vecchie storie.

---1: Paolo Mondani, Liberazione, 11 febbraio '94, p.3.

---2: Michele Gambino, Avvenimenti, 2 giugno '93, p.11.

gli uomini (piduisti) del presidente

....................................

Un altro elemento sconcertante è costituito dalla folta presenza di uomini P2 accanto a


Berlusconi.
Per esempio, Antonio Martino, ministro degli Esteri: nel corso di una trasmissione Tv,
Martino ha negato di aver chiesto l'iscrizione alla loggia di Gelli.

Tuttavia, non è difficile smentirlo: basta osservare gli atti della Commissione
d'inchiesta: vol. I, tomo 3, pagg. 1079-1094. Qui si trovano una foto di Martino, una
richiesta di iscrizione, un curriculum vitae di tre pagine ed una nota sull'orientamento
politico (Pli). Poi il giuramento, dove si promette di tenere la bocca chiusa, pena "il
disprezzo e l'esecrazione di tutta l'umanità" e le più efficaci "pene che gli Statuti
dell'Ordine minacciano agli spergiuri".

Martino lesse il giuramento, dichiarandosi "disposto ad adeguare le sue azioni future ai


principi dell'organizzazione massonica". La domanda di iscrizione fu 'appoggiata',
secondo consuetudine, da altri tre massoni: Donato (membro Cnr), Pellizzer e Rondanelli
(docenti universitari). Martino, però, non fece in tempo a formalizzare la sua iscrizione:
pre- sentò la sua domanda il 6 luglio 1980, l'iniziazione slittò per un anno, poi l'irruzione di
Castiglion Fibocchi bloccò tutto 1.

Infine, è interessante leggere la giustificazione che Martino dà a questa vicenda


poco edificante: "Io presentai quella domanda su in- sistenza di un amico: non sapevo,
allora, cosa fosse la P2". Tale e qua- le Berlusconi.

Uno dei garanti di Martino di fronte a Gelli, Giuseppe Donato (docente di chimica),
dichiarò al giudice istruttore Gherardo Colombo l'11 maggio 1981: "Martino intendeva
iscriversi alla P2 in relazione ad un discorso (...) circa la creazione di un Centro
antidroga. Pensavamo di ottenere dei locali a Palazzo Giustiniani per la creazione di
questo centro e di poterci mettere in contatto attraverso la P2 con altri studiosi del
campo".

L'idea del Centro antidroga nella sede storica della massoneria è certa- mente originale.
Tuttavia, fa venire in mente le numerose connessioni tra massoneria e sanità: per
esempio, uno dei garanti di Martino è Elio Rondanelli, membro del 'Cuf' (l'organismo che
decide il prezzo dei farmaci), arrestato per il raddoppio dei prezzi in cambio delle
tangenti delle multinazionali. Anche Duilio Poggiolini, il simbolo dello scandalo sanità, era
iscritto alla P2 e fu 'presentato' proprio da Donato.

La massoneria compare anche nella fine del prof. Antonio Vittoria, preside della facoltà
di Farmacia di Napoli e membro del Cuf. Dopo il suo suicidio, fu ritrovata una valigia
che Vittoria aveva smarrito: tra le carte, c'erano anche i grembiulini che gli affiliati del
Grande Oriente d'Italia usano abitualmente. Ancora una firma, ancora una connessione
tra massoneria e sanità 2.

Alla corte di Berlusconi, ci sono molti altri uomini della P2: Antonio D'Alì, Attilio Capra
De Carrè (Forza Italia) e Gustavo Selva (Alleanza Nazionale). Sono massoni anche
Silvio Liotta, Franco Martino e Sergio Berlinguer (ministro degli "italiani all'estero") 3.

La vicenda P2 ha sfiorato anche Alfredo Biondi, discusso ministro della Giustizia: usò a
Roma, in via Spontini, lo studio del prof. Ugo Zilletti, ex vice presidente del Csm,
piduista. Biondi si giustifica dicendo di aver usato lo studio per qualche mese: non è vero:
nel '91, una perquisizione della Guardia di Finanza a carico di Zilletti trova la targa di
Biondi, mentre Zilletti si era trasferito in un altro studio. Sarà forse stata questa
frequentazione a far assumere a Biondi la difesa di Marco Ceruti, piduista. Secondo
Gelli, Ceruti si qualificava come segretario di Zilletti quando questi era vicepresidente del
Csm 4.

---1: Avvenimenti, 2 marzo 1994, pp. 11-12.

---2: cfr. l'Isola

---3: "Archivio Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.13.

---4: l'Espresso, 3 giugno '94, p.48.

tele-p2

.......

A qualcuno, dalle parti di Hollywood, viene una bella idea: fare un film su Licio Gelli,
sceneggiato da un signore che si chiama Pier Carpi. E' per molti l'occasione di
presentare il Maestro Venerabile non come un criminale della peggior specie ma come
un affascinante personaggio dai mille intrighi. Un telegiornale di Berlusconi, Studio
Aperto, presenta la vicenda in questo tono: la musica che accompagna il servizio è
quella che caratterizza la serie dei film di "007", una voce fuori campo cinguetta di
Gelli che diventa una star: stomachevole.

Ancora peggiore è il commento, sempre ad opera dei tg di Berlusconi, della sentenza


dell'aprile '94: Gelli e 17 piduisti, nel procedimento di primo grado, vengono assolti dal
reato di cospirazione politica. Tuttavia, Gelli e Gianadelio Maletti (ex generale Sid),
vengono condannati a 17 e 13 anni di reclusione per altri reati, i quali sono
eufemisticamente definiti "minori".

Ma i tg del Cavaliere massone presentano la sentenza come "un'assoluzione generale


di tutta la P2 e di tutti i piduisti per tutti i reati da

loro commessi lungo l'arco di molti anni" 1.

---1: "Archivio Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.15.

patti a delinquere in sardegna

..............................

Il nostro viaggio prosegue in Sardegna. Qui si incontrano due degli elementi visti fino
ad ora: Berlusconi da un lato, la mafia dall'altro. Il primo personaggio che incontriamo è
Romano Comincioli, dipendente Publitalia. Berlusconi lo nomina al processo di Verona,
il 27 settembre 1988, ammettendo che Comincioli era il legame tra lui e Flavio Carboni,
faccendiere piduista. I tre si occupano di speculazioni edilizie nel nord della Sardegna,
tra Olbia e Porto Rotondo, in territori pressoché incontaminati: acquistano un terreno
agricolo, si attivano per mutarne la destinazione in terreno edificabile; quindi, quando il
prezzo si è decuplicato lo rivendono oppure fondano una società apposita per
sfruttarlo.
In una di queste operazioni, Costa Delle Ginestre, Comincioli (presta- nome di
Berlusconi) si associa con Domenico Balducci, usuraio romano e collaboratore e
prestanome del boss mafioso Pippo Calò.

Balducci è presente in un'altra operazione, detta delle '12 sorelle' e definita "un patto a
delinquere" dal Tribunale di Roma (8 febbraio '86): tre delle 12 società finiscono alla
Fininvest (Poderada, Su Ratale, Su Pinnone spa). Berlusconi e Comincioli sono presenti
in altre 4 società: una finisce appunto a Balducci, mentre altre due finiscono ai
prestanome di Pippo Calò, i siciliani Faldetta e Di Gesù.

La sentenza del tribunale romano svela altri interessanti scenari, come il giro di cambiali
tra la Sofint (società berlusconiana) e le tre spa (Finanziaria regionale veneta, Safiorano
e Stalle Azzurra) attribuite "alla famiglia di Joseph Gangi, imputato di traffico
internazionale di stupefacenti e di appartenenza a Cosa Nostra".

Durante la gestione, da parte di Berlusconi-Comincioli, della Prato Ver- de spa, Flavio


Carboni (altro socio del Cavaliere) entra in rapporti d'affari con esponenti di Cosa
Nostra, tra cui Calò. L'operazione riguarda il risanamento del centro storico di Siracusa,
ma l'affare sfuma per l'opposizione della Regione Sicilia. A questo punto, i mafiosi
(Faldetta, Di Gesù, Sansone, Rotolo e Pippo Calò) pretendono la restituzione dei 450
milioni anticipati, più 250 milioni di interessi. La restituzione avviene attraverso cambiali
emesse dalla Elbis srl (società costituita dal messinese Franciò e da alcuni prestanome
di Berlusconi) in favore di Comincioli e da questi girate. Più tardi, anche Carboni entra
nella Elbis. Intanto le cambiali, vengono portate da Ernesto Diotallevi, capo della
Banda della Magliana, a Pippo Calò 1.

Altre operazioni di Flavio Carboni coinvolgono Francesco Pazienza, agente segreto


e faccendiere. Si intrecciano, quindi, in questi affari mafia e criminalità romana, finanza e
servizi segreti, affaristi e neo- fascismo.

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp.137 sgg.


olbia due

.........

Carboni, Comincioli e Berlusconi si incontrano ancora nel marzo '80, in un albergo


romano. Qui nasce "Olbia 2": 3000 posti barca, 2 milioni e mezzo di metri cubi di
cemento, 4000 villette...

Un'operazione megalomane, con effetti ambientali disastrosi, in una zona della


Sardegna incontaminata. Per realizzarla, Berlusconi userà tutti i mezzi disponibili,
compresi i suoi legami con la massoneria: il suo principale interlocutore in questa
vicenda è infatti Armando Corona, all'epoca Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia
e presidente della regione Sardegna, amico di Cossiga, che lo accolse centinaia di volte
al Quirinale, durante la sua presidenza.

Per lanciare 'Olbia 2', i nostri eroi iniziano ad "oliare" i principali politici sardi, offrendo
200 milioni a Corona. Emilio Pellicani, boss della Magliana e collaboratore di Carboni,
aggiunge che Fedele Confalonieri portò a Corona altri 500 milioni 1.

Ma, nel 1984, un'azione della magistratura contribuisce a bloccare l'operazione: il


sostituto procuratore Pietro Grillo accusa Carboni ed altri 4 imputati di truffa, interesse
privato in atti d'ufficio e falso ideologico 2. Della vicenda si occupano anche i quotidiani
nazionali, ed uno di essi commenta: "E' un blitz contro le speculazioni edilizie che ha
radici lontane, nelle inchieste sulla Loggia P2, e che interessa la Sofint, finanziaria di
Carboni coinvolta in affari di riciclaggio di denaro sporco e in traffici di eroina, legata al
clan mafioso Inzerillo- Spatola di Palermo 3.

Olbia 2 (ribattezzata "Costa Turchese") ritorna nel 1990. Berlusconi, se vuole realizzare
il progetto, deve accontentarsi di dimensioni più ri- dotte. Flavio Carboni, anche lui
ricomparso, si lamenta di essere stato "scaricato di brutto" dal Cavaliere e osserva che
"Olbia 2" non è più un buon affare 4.

---1: Interrogatorio della Commissione P2, 24 febbraio 1983.


---2: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 154 sgg.

---3: Repubblica, 14 aprile 1984.

---4: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 159-161.

costa turchese - parte seconda

..............................

Nel 1994 Berlusconi torna alla carica: da quindici anni il sogno di cementificare
mezza costa settentrionale sarda non lo abbandona. Con tale nobile intento, sente la
meta vicina quando fonda il suo movimento politico e candida un suo legale alla
presidenza della Sardegna.

La precedente avventura era finita quando Regione sarda e comune di Olbia diedero
parere negativo a causa di una evidente insostenibilità ambientale. Berlusconi
presentò ricorso al Tar, affidando l'incarico ad Ovidio Marras, che nel '94 rischia di
diventare presidente della regione sarda: insomma, parte e controparte potrebbero unirsi
e darla vinta al Cavaliere cementificatore. Come compagno d'avventura, Berlusconi
sceglie di nuovo quel Romano Comincioli di cui si è detto in precedenza: Comincioli
ricopre l'incarico di responsabile politico di "Forza Italia" in

Sardegna 1.

Il nuovo clima che si respira nell'isola miete le prime vittime: uno dei sostenitori di
Berlusconi, Niki Grauso, possiede radio, tv e giornali dell'isola. Il più importante è
l'"Unione Sarda" che si allinea con la destra. Ma il cambiamento non è indolore: un
giornalista, Giancarlo Ghirra, denuncia: "l'Unione Sarda ha adottato una linea
reazionaria per delegittimare il ruolo dei sindacati dei lavoratori e rilegittimare il
fascismo". Tuttavia, molti giornalisti in disaccordo con l'editore devono lasciare il
giornale.
Tanta fatica, alla fine, non viene premiata. Marras non ce la fa (FI perde
clamorosamente) e Berlusconi deve per ora rinunciare al suo sogno, inseguito da tanti
anni: sventrare la costa, scavare canali ed infine gettare un milione di metri cubi di
cemento in una natura incontaminata.

---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, pp.16-18.

storia di massoni e rapimenti

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L'ultima storia sarda che riguarda Berlusconi è sicuramente la più in- credibile. La
vicenda si svolge nella prima metà del '92 ed è notissima: si tratta del rapimento di Farouk
Kassam, un bambino di otto anni tenuto in ostaggio e liberato dopo 177 giorni. La storia
sembra non nascondere misteri: in realtà, è piena di interrogativi.

Per cominciare, Farouk è nipote dell'amministratore dell'Agha Kahn, padrone della


Costa Smeralda e della compagnia aerea Meridiana e socio con Agnelli nella
cementificazione ulteriore delle coste dell'isola, in concorrenza proprio con Berlusconi.
Altri parenti di Farouk possiedono fabbriche di materiale aeronautico e società in Costa
D'Avorio e nei paradisi fiscali di tutto il mondo.

L'atto del rapimento è già misterioso: il sistema d'allarme sofisticatissimo suona in


ritardo, le misure di sorveglianza (di solito rigorosissime) sono disattivate; i posti di
blocco quasi inesistenti. Il padre prima nega di chiamarsi Kassam davanti ai rapitori,
preferendo che prendano il figlio. Poi litiga con gli inquirenti contraddicendosi in
continuazione.

I dissidi continuano tra gli investigatori di Cagliari e gli inquirenti locali, perfetti
conoscitori della zona, che si dicono esautorati. Le indagini si svolgono spesso in
maniera grottesca, con le perlustrazioni dei carabinieri che invitano la stampa e si fanno
fotografare.
Le battute si svolgono in Barbagia, a partire da gennaio. Solo che lì, con neve e gelo è
impossibile tenere un bambino, a meno che non si abbia un apparato logistico (movimenti
per trasportare medicinali e mezzi di riscaldamento) che sarebbe notato anche da un
semplice elicottero.

Ma già la "soluzione" è pronta: 4000 militari della Brigata Sassari, per militarizzare l'isola
"contro i rapitori" (il ministro della Difesa è Salvo Andò).

Intanto le indagini non portano a niente, mentre sullo sfondo appare la figura dell'Aga
Khan. Kassam dichiara di non essere suo amico, ma c'è chi ricorda la comune
appartenenza dei due alla confessione ismailita, che lega i propri membri con legami
simili a quelli massonici. Su questo punto, rimane il mistero.

Intanto, dopo mesi di perlustrazioni, si comincia a sospettare che Farouk sia rinchiuso in
un luogo diverso dalla Barbagia, o vicino al posto del rapimento, oppure in Corsica. Sei
mesi di freddo in montagna non potrebbero essere sopportati da un bambino di otto
anni. Intanto, l'arcivescovo di Cagliari, Ottorino Alberti, afferma che i sequestratori sono
guidati da una mente lucidissima e 'industriale'. Non è, insomma, un rapimento fatto da
pastori.

Battista Isoni, politico sardo, ipotizza che la mafia si sia inserita a mediare - con il
messaggio del 2 marzo - ma la trattativa è stata interrotta dalle indiscrezioni di un
settimanale di Berlusconi.

Questo stesso messaggio - giunto ai Kassam - conteneva parole significative: "I


muratori si devono affrettare". Il riferimento alla massoneria è trasparente.

La liberazione del bambino, avvenuta, l'11 luglio è un ulteriore mistero: chi parla di
conflitto a fuoco, chi della mediazione del bandito Mesina, chi di un riscatto miliardario,
chi dice che non è stato pagato niente.

Si sa poco per tracciare uno scenario definito: l'unica cosa certa è che la vicenda è
tutt'altro che chiara e presenta tuttavia alcuni elementi importanti: il ruolo della
massoneria, chiamata in causa dai rapitori; la presenza della mafia, partita da tempo alla
conquista dell'isola con apertura di sportelli bancari, finanziarie, diffusione della droga
(specie d Olbia). Infine la posta in gioco nella lotta tra potentati: settanta milioni di metri
cubi con cui soffocare la Sardegna: in lizza ci sono Agnelli e l'Aga Khan da un lato,
Berlusconi dall’altro. Un precedente, tuttavia, esiste: qualche anno fa in Costa del Sol
(Spagna) si era creato uno scenario simile: autorità e polizia impegnate sui sequestri di
persona, mentre la mafia si espandeva: insediamenti turistici, ville, alberghi... 1
---1: Avvenimenti, 22 giugno 1992, pp. 94-96.

l'urna e la loggia

..................

Vigilia delle elezioni (marzo '94): Maria Grazia Omboni, pm della pro- cura di Palmi,
ordina una perquisizione della Digos nella sede di Forza Italia. Ovviamente, si grida
subito alla persecuzione politica. Ma ancora una volta non si parla della sostanza della
vicenda: è una storia inquietante di massoneria e poteri "occulti", che avrebbero fornito
il loro appoggio al movimento di Berlusconi. L'11 maggio '94 la vicenda si arricchisce di
nuovi sviluppi, con l'arresto di quattro importanti personaggi: l'accusa riguarda
l'appoggio illegale dato al colonnello Antonio Pappalardo, durante le amministrative di
Roma, ed il successivo sostegno fornito a "Forza Italia".

I quattro arrestati sono Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una log- gia coperta e
fondatore del movimento Salvemini; Alfredo Rasoli, segretario del movimento; Giovanni
Alliata di Montereale, sovrano dell'associazione segreta "Obbedienza" e protagonista di
buona parte dei misteri d'Italia; infine, Benedetto Miseria, Gran Maestro
dell'Obbedienza di Alliata.

I quattro sono accusati di "associazione segreta per interferire nelle funzioni di organi
costituzionali e nelle consultazioni popolari". In particolare, il principe Alliata avrebbe
promesso alla lista di Pappalardo (ed in particolare ai candidati Salvemini e Rasoli) un
finanziamento di 500 milioni e 2500 voti in cambio della loro afflizione alla sua loggia
segreta. Lo provano 43 intercettazioni telefoniche fatte tra il giugno '93 e l'aprile '94.

I giudici di Palmi aggiungono che "emergono in maniera inequivocabile le finalità illecite


che la Loggia persegue attraverso non ben definibili collegamenti con il Vaticano, con la
famigerata "Banda della Magliana”, con l'Fbi e i servizi segreti americani. (...) Risulta che
Alfredo Rasoli, braccio destro di Salvemini, si è presentato alle recenti consultazioni
politiche in qualità di presidente di un club Forza Italia, mentre Antonio Pappalardo, già
candidato della lista facente capo al Salvemini, parteciperà come testimonial ad un
incontro elettorale organizzato dal club di Forza Italia".

Infine i giudici annotano che "tale Gustavo Selva (ex direttore filo-Dc del Gr2, oggi
deputato di An, ndr) già appartenente al Movimento Salvemini ed alla P2, ha avanzato la
sua candidatura (...) su sollecitazione dello stesso Salvemini che a tale scopo aveva
convocato una riunione" 1.

---1: l'Espresso, 27 maggio 94, p.68

il principe nero

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In questi ambienti colorati di nero e caratterizzati da grande - diciamo così -


riservatezza, si materializza l'avventura "Forza Italia".

Tuttavia, l'inchiesta avviata a Palmi ha anche un altro valore, perché connette i misteri
attuali con mezzo secolo di stragi, logge, tentati golpe, assassinii impuniti.

L'anello di congiunzione è il principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale, uno


degli arrestati dell'11 maggio. Sette giorno dopo Alliata morirà a Roma, mentre era
agli arresti domiciliari.

Alliata era Gran sovrano di Rito scozzese della massoneria italiana, deputato all'Ars
ed alla Camera per il Partito nazionale monarchico e poi per il Partito monarchico
popolare, con cui condusse la battaglia contro la nazionalizzazione dell'energia elettrica
ed a favore del la- tifondo.

Tra i titoli di cui si decorava c'era quello di "principe del Sacro Romano Impero" e
dell'"Ordine di Cristo"; ricevette anche croci di guerra e medaglie varie per il ferimento
subito durante lo sbarco degli anglo-americani, nel '43.
Dopo lo sbarco si legò agli statunitensi, entrando in rapporti organici con Felix Morlion,
che organizzava attività anticomuniste dietro la facciata dell'università cattolica 'Pro
Deo'. La struttura paravento di Alliata era l'"Accademia del Mediterraneo Americano". In
quei mesi i futuri protagonisti della strategia della tensione si mettevano in evidenza:
oltre ad Alliata (legato all'ammiraglio Ellery Stone), costruivano forti legami coi
servizi Usa Licio Gelli, Edgardo Sogno, Federico Umberto D'Amato...1

Sono infinite anche le vicende giudiziarie del "principe": la prima risale agli anni '50,
quando Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, dal carcere di Viterbo
accusò Alliata di essere il mandante (insieme a Mario Scelba) della strage di
Portella della Ginestra (1 maggio 1947).

Anni dopo sarà coinvolto nell'inchiesta sul tentato golpe "Rosa dei Venti", anche a
causa delle assidue frequentazioni con l'agente Cia Ronald Stark. Per sottrarsi ai primi
provvedimenti giudiziari, Alliata fuggì in Romania, ospite di Ceausescu (anche lui Gran
Sovrano di rito scozzese): a conferma che la cortina di ferro non era così impenetrabile
2.

Infine, Alliata muore nel maggio '94: agli arresti domiciliari, come si è detto. L'occasione
è ghiotta: e il tele-squadrista di Berlusconi, Vittorio Sgarbi, non se la lascia sfuggire:
denuncia infatti per omicidio (!) la pm di Palmi Maria Grazia Omboni, per "responsabilità
morali e incompetenza professionale" 3.

---1: Antonio e Gianni Cipriani, Sovranità limitata, Ed. Associate, pp. 18-30.

---2: Gazzetta del Sud, 21 giugno 94, p.8.

---3: ibidem, 23 giugno 94, p.22.

"tutti i fratelli sono coinvolti"

.................................
La già citata inchiesta della pm di Palmi, Maria Grazia Omboni, arriva in Sardegna,
dove gli intrecci tra Berlusconi e massoneria sono fittissimi. Infatti, le perquisizioni nelle
sedi "Forza Italia" sono nate da alcune intercettazioni telefoniche effettuate dalla
Digos di Cagliari. L'intercettato, quell'Armando Corona (Gran maestro della massoneria)
che abbiamo già incontrato, ha detto frasi come "tutti i fratelli sono coinvolti, un mucchio
di loro amici stanno organizzando club Forza Italia" 1.

In pratica, le logge massoniche sarde (e non solo) iniziano ad organizzare un mercato


dei voti, scambiandoli con favori. Dopo il rapporto Digos, la Omboni non può che
avviare l'azione penale e richiedere gli elenchi dei club Forza Italia. Poi lo scandalo e le
grida di persecuzione, che portano la Omboni a doversi giustificare davanti dal Csm 2.
Berlusconi (e i sui amici), invece, non devono scusarsi di niente.

Il 31 marzo '94, infine, il quotidiano "L'Unione Sarda" pubblica un articolo sulle indagini
avviate a Palmi, dal titolo "I massoni votano Silvio, inquietante legame elettorale
Berlusconi - Armando Corona". Im- mediatamente l'editore del quotidiano, Nicola
Grauso, costringe alle di- missioni il direttore (Clavuot), i due vice (Sini e Madeddu) e
licenzia il capo redattore Giorgio Pisano 3.

Subito dopo Grauso convoca una conferenza stampa, dichiarandosi "di fede marxista".
Certamente avrebbe fatto meglio a ricordare i suoi rapporti d'affari con Berlusconi.

---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, p.18

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.13.

---3: ibidem, p.17.

appelli elettorali

..................
24 febbraio 1994, tribunale di Palmi: il boss mafioso Giuseppe Piromalli, da dietro le
sbarre, lancia un appello: "voteremo Berlusconi". Il messaggio è ripreso dai mass media
ed ha un significato inequivocabile. Ancora più grave è il comportamento del diretto
interessato: durante un confronto pre-elettorale organizzato dal Giornale Radio Rai e
trasmesso da RadioUno, Achille Occhetto chiede a Berlusconi di rifiutare pubblicamente
l'offerta del boss. Ma il Cavaliere 'svicola' e non risponde direttamente 1.

La scena si ripeterà altre volte e mai Berlusconi rifiuterà i voti della mafia: e
probabilmente non è un caso se Forza Italia e alleati otterranno, il 27 marzo '94, grandi
affermazioni nelle zone ad alta densità mafiosa 2.

Un appello simile a quello di Piromalli viene rivolto dal boss Riina il 25 maggio 1994: a
Reggio Calabria, durante una udienza del processo per l'assassinio del giudice
Scopelliti, tiene un "comizio" dalla gabbia degli imputati, ripetendo in pratica le parole
che Berlusconi ed alleati andavano ripetendo: minaccia pentiti, giudici ed esponenti
della sinistra, indicando nei comunisti il nemico comune.

Sì, sono proprio i comunisti il vero flagello d'Italia. La mafia, invece, è una associazione
benemerita. Non lo pensa solo Riina: il 24 maggio '94, il giorno precedente lo 'show' del
boss di Corleone, Francesco Cossiga (secondo cui Gladio e P2 erano composte da
patrioti), nel corso di un dibattito organizzato dal Circolo della Stampa di Milano,
riconosce i meriti della mafia nella lotta al comunismo: "meglio la mafia che i gulag".

In certi ambienti, queste sono opinioni diffuse: già vent'anni fa Dino Canzonieri,
deputato Dc all'Ars, dichiarò che "Liggio è una patriota ingiustamente perseguitato dai
comunisti" 3.

---1: RadioUno, 19 marzo 1994.

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.8.

---3: ibidem, p.11.


alleanze inconfessabili

.......................

"La mafia sostiene Berlusconi": prima delle elezioni del 27 marzo '94 sono in molti a
fare questa asserzione. Comincia il leghista Bossi, al- leato di Fi: secondo il capo della
Lega, in Sicilia e nel meridione i voti controllati dalla mafia, dopo la fine di Dc e Psi,
sono stati dirottati a Forza Italia" e An a partire dalle politiche di marzo. Intanto sono
sempre di più coloro che sostengono che Berlusconi dovrebbe rifiutare le pubbliche
offerte di voti fatte da alcuni boss: purtroppo, costoro resteranno delusi. Secondo
plausibili statistiche ed analisi, gli affiliati alle cosche sono in Sicilia almeno 50.000, e
controllano un numero di voti 10 volte superiore. In ogni caso, Fi ed An fanno il pieno di
voti nell'isola: in particolare, "Forza Italia" ottiene, in Sicilia, 900.000 voti, pari al 33 % 1.

Le accuse a "Forza Italia" sono riprese da Nicola Mancino, in qualità di ministro


dell'Interno: ad una settimana dal voto, afferma che "la mafia tende verso Forza Italia".
Ribadisce Folena (Pds): "A Palermo girano vo- ci che con il Cavaliere i detenuti usciranno
dall'Ucciardone".

Gli accusati affermano che non è vero niente: Tajani dice che Berlusconi non è in
rapporti con la mafia, infatti "ha chiesto una linea dura nei confronti della criminalità
organizzata" 2. Ma si è mai sentito chiedere da qualcuno, mafioso o non mafioso, una
linea morbida contro la criminalità ? Ancora più comiche sono alcune prese di
posizione degli ambienti di destra: valga per tutte l'affermazione secondo cui "Riina e
compari non hanno nulla di buono da aspettarsi da destra: i mafiosi non amano il
mercato" ! 3

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.9

---2: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21

---3: ibidem, p. 2
la foto con il boss

...................

Lei è stata la prima: Tiziana Parenti ha suscitato un putiferio espri- mendo


preoccupazioni in merito alle infiltrazioni mafiose nel suo movimento, cioè "Forza Italia".
L'occasione per tale dichiarazione è il raduno di Fi, tenutosi a Fiuggi nell'aprile '94. Il
capo assoluto, il coordinatore e i soldati semplici ribadiscono che tali affermazioni sono
prive di fondamento. Eppure qualche elemento per giudicare lo abbiamo: Arlacchi, per
esempio, ricorda l'ampia rete di relazioni mafiose tessute dai fratelli Dell'Utri, da
sempre strettissimi collaboratori di Berlusconi e registi occulti dell'operazione "Forza
Italia" 1.

In ogni caso è bene prestare attenzione alle dichiarazioni della Parenti, perché potrebbe
parlare per esperienza diretta: infatti...

il 23 febbraio 1994, in un edificio milanese, sede della società "Immobiliare 90" si


svolge una festa elettorale, organizzata dai padroni di casa Vittorio Bianchini ed Antonio
Fameli: ospite d'onore è Tiziana Parenti.

Bianchini è stato definito, in atti processuali, prestanome dell'altro protagonista della


festicciola, Fameli. Quest’ultimo è un boss della ‘ndrangheta, originario di San
Ferdinando di Rosarno (Rc), trasferito a Savona negli anni '70, creando da nulla un
impero fatto di alberghi e società finanziarie. La Corte d'Assise di Palmi lo ha
condannato all'ergastolo per omicidio, nell'ambito del processo alla criminalità calabrese.
E' stato salvato una prima volta dalla Cassazione del celebre Corrado Carnevale.
Successivamente è stato nuovamente condannato, ed il 26 febbraio il tribunale dispone il
suo arresto. Ma tre giorni prima è ancora a piede libero, e potrebbe quindi festeggiare
anche lui.

La sua presenza non è certa, mentre c'erano sicuramente il suo presta- nome,
Bianchini, ed il figlio Serafino. In quei giorni di frenetica campagna elettorale, "Immobiliare
90" era diventata sede di un club "Forza Italia", e si era pensato bene di invitare la
candidata da sostenere, per l'appunto Tiziana Parenti.
La festicciola procede bene, tra pizzette e strette di mano: una bella foto con tutti i
protagonisti serve ad immortalare l'evento.

Venti giorni dopo quello scatto, il 15 marzo, la procura di Savona ordina una
perquisizione nella sede di "Immobiliare '90", nell'ambito delle indagini su Fameli per
una estorsione di 50 miliardi.

La polizia giudiziaria mette i sigilli ad ogni armadio o cassetto negli uffici della società:
su un tavolo è rimasta la famosa foto: c'è una scrivania bardata con lo striscione di
"Forza Italia" e ci sono tre volti sorridenti: la Parenti, Bianchini e Fameli: la
candidata, il prestanome ed il boss.

Quando 'il manifesto' pubblica la notizia, appare evidente che la candidata (ed ex
magistarata) è stata sorpresa nella frequentazione della criminalità organizzata. Tiziana
Maiolo la difende: in campagna elettorale si incontra tanta gente, mica uno può chiedere
la fedina penale a tutti...

Ma non è così semplice: i Fameli svolgono le loro attività criminali a Savona dagli anni
'70, mentre Tiziana Parenti iniziava la sua carriera di pm: è del tutto impossibile, quindi,
che non si sia resa conto di chi si trovava accanto. In più, la festa è stata organizzata dal
maresciallo dei carabinieri Piccolo, noto a Savona per essere grande amico della
criminalità cittadina (Fameli compresi, naturalmente) 2.

Inoltre, la Parenti risiede a Milano in un appartamento preso in affitto dal solito


Bianchini, titolare di "Immobiliare '90" e prestanome del boss Fameli 3.

Infine, qualche settimana dopo la sua elezione, Tiziana Parenti è stata nominata
Presidente della Commissione Antimafia...

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.9

---2: Avvenimenti, 29 giugno 1994, p.15

---3: La Voce della Campania, marzo 1994.


intermezzo comico

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"C'è bisogno di un demonio, hanno scelto Berlusconi perché è il più fragile di tutti",
osserva Pannella per difendere il Cavaliere dalle accuse sulla mafia.

Come tutti i signori di tipo feudale, Berlusconi può usufruire di un buffone di corte, che
interpreta egregiamente il suo ruolo, dichiarando che "a Milano volevano eliminare
Berlusconi" 1.

Tutto sommato, fin qui niente di strano. Ma queste ed altre dichiarazioni provocano
infortuni ancora più comici: per esempio, la "Gazzetta del Sud" (che, dati i suoi
collegamenti, può essere considerato un "termometro" di certi ambienti di destra) ha
titolato in prima pagina: "Fallito un attentato davanti alla Fininvest". Leggendo l'articolo si
scopre che l'intera zona è stata passata a setaccio, mentre polizia e carabinieri si
schieravano. Il motivo ? Una borsa depositata davanti alla sede della Fininvest,
contenente "cinque bombolette a gas, polvere da sparo, petardi e una caffettiera di
alluminio" ! 2

---1: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21

---2: ibidem, 27 maggio 1994, p.1

il cavaliere e il ragioniere

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Ricordate il "ragioniere" che, secondo il pentito Cancemi, fece da tra- mite tra le cosche
palermitane e gli uomini Fininvest ? Secondo le procure di Palermo e di Catania,
quest'uomo potrebbe essere Giuseppe Mandalari: condannato per riciclaggio di denaro
sporco, masso-mafioso della loggia "Iside 2" di Trapani, affiliato al clan dei Corleonesi.

Anche Giovanni Falcone aveva indagato su Mandalari: nel '90, un rapporto dei
Carabinieri di Corleone, lo aveva portato allo scontro col procuratore di Palermo
Giammanco, amico degli andreottiani dell'isola. Prima di trasferirsi a Roma, Falcone
aveva detto al capitano dei Carabinieri Iannone, che indagava su Mandalari: "stia
attento, chi tocca quei fili muore".

Le indagini su Mandalari sono ad una svolta quando viene compilato il rapporto


22.giugno.1992 dai carabinieri di Palermo, secondo cui "un gruppo mafioso sta da
tempo cercando di 'ripulire' i propri capitali in- vestendoli nella gestione diretta dei
supermercati alimentari. La mente organizzativa di questo gruppo sarebbe il noto
pregiudicato mafioso Giuseppe Mandalari, il quale già da tempo aveva parte attiva nella
'sca- lata' ai gruppi Standa ed affiliati Standa".

In particolare, il gruppo di Mandalari avrebbe individuato una società di affiliati Standa,


la Comega, in cattive acque finanziarie e "si sarebbe adoperato con falsi bilanci ad
aggravarne la situazione sino ad acquistarla poi con il minimo della spesa possibile".
Una testimone con- ferma il fatto (interrogatorio del giugno '92) ed aggiunge "il falso
bilancio u compilato nello studio di Mandalari Giuseppe", che ufficialmente fa il
commercialista. I fratelli Palumbo, titolari della Comega, sostengono di essere stati
stritolati, da un lato, dai responsabili della Standa siciliana, e dall'altro, dal gruppo di
Mandalari.

Infatti, i guai per la Comega iniziano nel 1989, quando chiede l'affiliazione alla Standa,
mentre questa viene acquistata dalla Fininvest. Ma poco più tardi, un misterioso gruppo
di Catania si propone come pos- sibile distributore per le merci Standa in Sicilia. Ma ai
Palumbo la faccenda, essendo poco chiara, non piace e rinunciano all'affare. E
cominciano i problemi: nel giugno '90, la Standa chiede alla Comega il pagamento
immediato di tutte le merci consegnate, secondo una procedura del tutto insolita. A
questo punto la Comega è sull'orlo del fallimento e qualcuno le consiglia di rivolgersi al
ragioniere Mandalari 1.

Intanto, all'inizio del '91, la Comega sta per essere rilevata dalla 'Vip', una società
composta da personaggi vicini a Mandalari, tra cui Paolo Ignizio, pregiudicato per reati
di mafia.

Nel frattempo, a Catania è iniziata la serie degli attentati incendiari contro i magazzini
Standa. Torniamo a Palermo: la trattativa si svolge tra i Palumbo e i dirigenti Standa,
sotto la supervisione di Mandalari. Ma in pratica la società passa sotto il controllo della
Vip, col risultato che finiscono per mancare 770 milioni. I Palumbo (solo loro, tra tutti gli
amministratori) finiscono sotto accusa per bancarotta fraudolenta, nonostante cerchino di
spiegare che da tempo non controllano più la Comega. Nel frattempo, la Vip inizia un
frenetico valzer di società affiliate Standa che aprono, chiudono, o cambiano indirizzo
e denominazione.

Nel corso delle trattative, i Palumbo ebbero la piacevole possibilità di conoscere


Mandalari, che spesso si vantava delle sue amicizie a palazzo di Giustizia e
dell'appartenenza ad ordini come quello del Santo Sepolcro, che vede tra i suoi
aderenti Bruno Contrada e piduisti vari.

I carabinieri, intanto, tengono sotto osservazione Mandalari (intercettandone


interessanti conversazioni) e la vicenda Standa in genere. In un rapporto, scrivono che a
Corleone "esiste un'affiliata Standa per la cui apertura, osteggiata dall' Associazione
commercianti, è stata risolutivo l'intervento di Francesco Grizzafi, nipote del latitante
Riina Salvatore".

Dopo le note vicissitudini, una dei Palumbo, Nicoletta, decide di chiedere diretto di
Berlusconi. Ma pare che Lui abbia risposto che non voleva sottostare a niente, tanto che
gli hanno bruciato le filiali". Tale versione è di Guido Possa, dirigente Fininvest.
Comunque sia, una cosa è certa: "Berlusconi è a conoscenza dei motivi che hanno
determinato i noti incendi delle filiali di Catania" 2.

L'ultima dichiarazione di Palumbo riguarda la sua richiesta di aiuto rivolta al servizio di


sicurezza interna della Standa. Ma un alto dirigente della sicurezza rispose: "mi dispiace
signor Palumbo, non possiamo aiutarla: in questa storia ci sono troppe 'emme':
mammasantissima, massoneria, Mandalari..." 3

Nell'estate del '94, gli attentati si ripetono nel Nord Italia: all'inizio si segue la pista
del terrorismo di sinistra, poi si passa ad indagare sulla mafia. A Firenze, in particolare, le
bombe usate (di tipo 'ananas') portano gli investigatori ad ipotizzare la pista mafiosa,
poiché tali armi ricorrono in traffici e depositi gestiti dai clan mafiosi, tra cui i Madonia. Le
bombe a mano 'ananas' furono ritrovate anche nell'autoparco milanese di via Salomone,
identificato come base operativa di Cosa Nostra dalla magistratura fiorentina.

Alcuni pentiti di mafia hanno inoltre rivelato che tali armi sono usate dalla mafia per
intimidire esercizi commerciali. Un altro pentito aveva rivelato qualche anno fa una
strategia di alcuni gruppi mafiosi: realiz- zare attentati attribuendone la paternità a gruppi
di sinistra 4.
---1: Memoriale consegnato alla Procura di Palermo.

---2: Rapporto dei Carabinieri (inviato a Falcone), 7.12.1991.

---3: Avvenimenti, 27 aprile 1994, p.10

---4: Gazzetta del Sud, 20 agosto 1994, p.25

berlusconidi in sicilia

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Nel tessere la propria rete in Sicilia, il partito Fininvest si rivolge ai potentati locali con
cui trova naturali affinità. Ben presto sono superate le difficoltà siciliane dell'affare
Standa: Berlusconi va dai giudici catanesi e nega le dichiarazioni dei pentiti, secondo
cui gli attentati alle filiali sono cessati in virtù di un accordo con le cosche, mediato
(manco a dirlo) da Dell'Utri.

Superate queste difficoltà, si saldano le alleanze: come in Sardegna (e un po’ in tutta


Italia) sono piccoli e medi editori (di televisione e stampa) locali ad appoggiare i
candidati del biscione.

A Palermo c'è Trm, televisione di Vincenzo e Filippo Rappa, coinvolti in una inchiesta
per vendita illegale di un terreno al Comune. Poi c'è il Giornale di Sicilia, con annessa
televisione (Tgs) 1.

A Catania, Berlusconi ritrova un suo vecchio amico: il cavalier Mario Rendo, con cui
nel 1981 tentò di conquistare il Corriere della Sera. Rendo è stato più volte inquisito
(anche per associazione a delinquere) e sospettato di contiguità con la mafia 2. Le sue
televisioni sono in stretti rapporti d'affari con la Fininvest.
Ancora a Catania, c'è un altro supporter di Berlusconi: Mario Ciancio, che possiede il
quotidiano La Sicilia, varie emittenti televisive locali e consistenti partecipazioni azionarie
negli altri due quotidiani regionali: Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud.

---1: Avvenimenti, 22 febbraio 1994, p.8

---2: Narcomafie, luglio-agosto 1993, p.11

la sicilia e la mafia

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Per capire che tipo di giornale è "La Sicilia" basterà citare un episodio: una
giornalista del quotidiano catanese scrive un articolo sui controlli effettuati dal Nucleo
Operativo Ecologico dei Carabinieri all'interno della ditta Avimec. Però commette un
errore imperdonabile: definisce 'boss mafioso' Giuseppe Ercolano, cognato di Nitto
Santapaola.

L'errore consiste nel fatto che Ercolano è davvero un mafioso: quindi occorre
rimediare: il boss chiede al direttore Mario Ciancio che insegni le regole del buon
giornalismo. Ciancio, in presenza dell'Ercolano, rimprovera alla sua giornalista il tono
"non imparziale" dell'articolo e la invita a non attribuire più l'appellativo di "boss mafioso"
all'Ercolano ed alla sua famiglia anche se tali affermazioni provenissero dalla Polizia e
dai Carabinieri 1.

Questo è solo un episodio: infatti 'La Sicilia' ha negato per anni l'esistenza della
mafia a Catania ed è stata capace di pubblicare in prima pagina le lettere di Nitto
Santapaola, latitante da tre anni per il delitto Dalla Chiesa, in cui il boss si presentava
come un perseguitato dalla sfortuna. E nel settembre '92 il quotidiano di Ciancio era
stato l'unico quotidiano ad omettere il nome di Santapaola dalla lista degli indiziati per il
delitto Dalla Chiesa 2.
Qualcosa di simile è avvenuto dopo l'assassinio di Giuseppe Fava, quando 'La Sicilia' ha
pubblicato una serie di articoli con cui depistava le indagini nelle più svariate direzioni,
fino a pubblicare foto e gene- ralità di un 'testimone' che voleva fornire elementi
all'indagine. Il primo di questi articoli fu firmato da Tony Zermo, che ipotizzava non
meglio specificate analogie con l'omicidio Pecorelli 3.

Quindi, il depistaggio e la contiguità con la mafia non sono novità per il quotidiano di
Catania: per chi avesse ancora dubbi, basterà citare l'ultimo episodio della serie:
giovedì 2 giugno 'La Sicilia' informa che il pentito Maurizio Avola si è accusato di aver
ucciso Giuseppe Fava e di aver fatto parte del commando che uccise Dalla Chiesa. La
prima notizia è vera, la seconda è falsa. Ma per i giornalisti della Sicilia non importa: si
può arrivare alla conclusione: poiché Avola (all'epoca del delitto Dalla Chiesa) non era
uomo d'onore, mente e quindi potrebbe uno dei falsi pentiti infiltrati da Cosa Nostra di
cui aveva parlato il ministro Maroni: in ogni caso non è credibile 4.

Però il sostituto procuratore catanese Amedeo Bartone ribadisce che Avola non si è
mai accusato dell'omicidio Dalla Chiesa, quindi tutta l'impalcatura è stata costruita dalla
'Sicilia' al fine di screditarlo.

L'articolo è firmato da un corrispondente da Messina, mentre l’”esperto” di mafia della


Sicilia, quel Tony Zermo che abbiamo appena incontrato, firma lo stesso giorno un
articolo pubblicato dal "Giorno" di Milano: il pezzo è praticamente identico a quello
pubblicato dal quotidiano catanese.

Il giorno successivo (venerdì 3 giugno) La Sicilia insiste nella sua tesi, nonostante le
autorevoli smentite dei magistrati catanesi. Intanto la Gazzetta del Sud si scatena:
Avola è un sedicente pentito, ha di- chiarato di aver ucciso Dalla Chiesa ed è un
"pentito-killer inventato da Cosa Nostra" 5.

Sempre il 3 giugno, "Il Tempo", pubblica un articolo dal titolo: "un pentito-killer
fabbricato da Cosa Nostra". In esso si parla di un falso pentito incaricato di uccidere il
capo della Dia, che poi si pente vera- mente raccontando tutto. Il pezzo ovviamente
prosegue manifestando dubbi sulla credibilità dei pentiti ed elencando false accuse di
pentiti nei confronti di onesti cittadini, accennando al caso catanese del pentito Avola e
concludendo che è tempo di "ritoccare" la legge sui pentiti 6.

---1: Rapporto dei Carabinieri, febbraio 1994.


---2: Avvenimenti, 27 gennaio 1993, p.14

---3: ibidem, 5 gennaio 1994, p.17

---4: La Sicilia, 2 giugno 1994.

---5: Gazzetta del Sud, 3 giugno 1994.

---6: Il Tempo, 3 giugno 1994.

i cavalieri e il cavaliere

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Tutte queste chiacchiere dovrebbero essere messe a tacere dalla dichiarazione della
Dda catanese, secondo cui queste voci "vengono irresponsabilmente diffuse nel quadro
di una studiata strategia diretta a delegittimare il pentitismo, tentativo ormai troppo
evidente di ambienti interessati, volto a gettare ombre su soggetti che, pur da diversa
posi- zione, contribuiscono a combattere il fenomeno mafioso in tutte le sue
articolazioni".

Il senso della dichiarazione è palese: resta da spiegare perché questi quotidiani (a


partire dalla "Sicilia") hanno messo in moto il meccanismo: la risposta è facile, se si
considera che il pentito Avola ha chiamato in causa il cavaliere Gaetano Graci come
mandante dell'omicidio Fava. Graci, che abitualmente si recava a caccia con Santapaola,
è stato arrestato l'11 luglio 1994 con l'accusa di concorso in associazione mafiosa.
Sarebbe necessario un lungo discorso per ricostruire i rapporti di potere a Catania, tra il
potere politico di Drago e Andò, il braccio militare di Santapaola, il potere economico
dei "cavalieri dell'apocalisse mafiosa" (oltre Graci, Costanzo, Rendo e Finocchiaro) e il
'quarto potere' di Ciancio. Le inchieste della magistratura stanno scoperchiando (con
grave ritardo) i loro legami, che nessuno può più minimizzare: a questo punto occorre
sottolineare che Berlusconi, per la sua scalata elettorale in Sicilia, si appoggia proprio a
questo ambiente, come dimostrano almeno due fatti: lo spudorato sostegno offerto dai
media di Rendo e Ciancio a Forza Italia ed il posto di sottosegretario offerto ad Italo
Floresta, già indagato per voto di scambio con il clan Santapaola (un'accusa identica a
quella rivolta ad Andò).

'i pentiti non sono eroi'

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E così torniamo al punto di partenza: le polemiche sui pentiti. Ormai è chiaro che le
rivelazioni dei collaboratori di giustizia possono svelare alleanze inconfessabili. E così gli
attacchi finalizzati a scongiurare questa eventualità si susseguono ogni qual volta si
sfiora l'accertamento della verità: per esempio, nel mese di giugno del '94, succedono
cose molto strane e (nello stesso tempo) molto interessanti.

Cominciamo dal prendere in considerazione un editoriale che esprime bene un certo


clima: si intitola 'i pentiti non sono eroi' e rivela che i collaboratori di giustizia non sono
altro che ex mafiosi, che è facile pentirsi (facile ?) e che è, infine, tutto ridicolo. E poi "chi
sono, da dove vengono, chi li paga ?". Segue la brillante teoria secondo cui uno Stato
deve impedire ai mafiosi di operare, e non deve ascoltare mafiosi pentiti. Conclusione
elegiaca: "le nebbie affollano lo sguardo" 1.

Specie quello di chi non vuole vedere.

Questo "editoriale" voleva essere un commento di due fatti di cronaca di grande rilievo:
la fuga di Santino Di Matteo, pentito e protagonista della strage di Capaci ed il suicidio
del padre di un altro pentito, Girolamo La Barbera.

Di Matteo è il pentito che ha rivelato i nomi delle persone che parteciparono con lui alla
uccisione di Falcone. La sua fuga è stata quasi certamente determinata dalla sparizione
del figlio di dieci anni: qual- cuno ipotizza che sia stato sequestrato dalla mafia. La
vicenda si risolverà in breve tempo e nessuno se ne occuperà più.
La Barbera, invece, ha parlato con gli inquirenti dei corleonesi e dei loro rapporti con
altre cosche ed ha chiamato in causa anche la Fininvest. Il mistero che lo riguarda è la
morte del padre, trovato appeso senza vita alle travi di una stalla.

E' l'epilogo di un mese e più di attacchi ai pentiti, con l'aggiunta delle esternazioni
'anti-comuniste' di Riina.

---1: Pierfranco Bruni, Gazzetta del Sud, 21 giugno 1994, p.2

ancora piovre e biscioni

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Durante l'estate del '94, la Fininvest è impegnata sia a delegittimare i pentiti che a
difendersi dalla accuse di rapporti con la mafia che provengono anche da oltreoceano.
All'inizio di agosto, il Wall Street Journal pubblica un servizio di prima pagina sui
rapporti tra Berlusconi, Giancarlo Parretti e Florio Fiorini (ex-vicepresidente Eni,
piduista, attualmente in carcere per bancarotta fraudolenta). Parretti è il finanziere del Psi
di Craxi, finito in carcere per evasione fiscale da 270 miliardi, con una carriera
caratterizzata dai fallimenti delle sue imprese e da un forte odore di mafia che lo
accompagna.

La notizia è questa: la Sec, l'Ente federale americano che controlla le società quotate in
borsa, sta indagando su Berlusconi. Secondo la Sec, Berlusconi intervenne per
proteggere Fiorini e Parretti dalla curiosità del governo francese, che voleva conoscere
meglio la natura dei capitali che i tre stavano per investire in Francia. In quel periodo
(giugno 1990), Parretti stava tentando di scalare la Metro Goldwin Mayer: secondo fonti
americane, dietro questa operazione ci sarebbe il tentativo della mafia italo-americana di
mettere piede a Los Angeles 1.
Secondo "Business Week", un settimanale economico statunitense, la Interpart (una
finanziaria lussemburgese di Parretti) "era notoriamente una società che operava per
conto della mafia".

Parretti e Fiorini tentano di sbarcare anche in Francia, ma il primo ministro francese


Berégovoy blocca i finanziamenti concessi dal Credit Lyonnais, vista la scarsa
affidabilità dei due. A questo punto interviene Berlusconi, offrendo 100 milioni di dollari
per l'acquisto dei diritti spagnoli ed italiani dei film Mgm.

Quando si arriva ad ottobre (1990), la scena si ripete: Parretti e Fiorini anno finito i
soldi, mentre la Mgm chiede altri 50 milioni di dollari per chiudere l'affare. Interviene
ancora il buon Berlusconi, impegnandosi presso il Credit Lyonnais a versare la somma.
Ma il 23 novembre, la Fininvest si ritira senza versare una lira. E parte l'indagine della
Sec.

Dopo la rivelazione del quotidiano Usa, Parretti va due volte a far visita a Berlusconi,
nel palazzo romano di via dell'Anima. Per Berlusconi, nessun problema ad incontrare
quello che viene considerato comunemente un riciclatore di denaro sporco, indagato
anche dal Narcotic bureau di Los Angeles 2.

---1: Wall Street Journal, 2 agosto 1994.

---2: Avvenimenti, 31 agosto 1994, p. 8

piovre e biscioni in sicilia

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Il presidente della provincia di Palermo si chiama Francesco Musotto: dal Psi è


passato a "Forza Italia". La Provincia regionale del capoluogo siciliano non si è ancora
costituita parte civile al processo sulla strage di Capaci che si aprirà a febbraio a
Caltanissetta. Il 16 ottobre 1994, Musotto ha annunciato che l'amministrazione pubblica
che presiede si costituirà parte civile solo se sarà dimostrato che la strage mafiosa ha
provocato un minore afflusso di turisti in provincia. Una commissione di saggi avrebbe
deciso presto.

Non stupisce, quindi, che Musotto sia anche avvocato di molti mafiosi. E che proprio nel
processo di Capaci è già impegnato: difende Salvatore Sbeglia, l'uomo che secondo
l'accusa avrebbe fornito il congegno elet- tronico servito a far saltare in aria Falcone, la
moglie ed i tre agenti della scorta. Musotto difende anche i due mafiosi (Farinella e
Ganci) accusati di essere i mandanti dell'omicidio Lima 1.

In Sicilia sono molti i club "Forza Italia" sospettati di contiguità con la mafia: per
esempio, il club di Altofonte è stato promosso da Mario Gioè, fratello del boss. Il club
"San Paolo" di Palermo è stato chiuso da Berlusconi in persona. Infatti, sono arrivate
fino ad Arcore le accuse rivolte ai suoi appartenenti, provenienti da ambienti vicini a
Cosa Nostra. Tuttavia, sembra che nonostante la chiusura il lavoro con gagliardetti e
spille sia continuato ugualmente 2.

---1: Avvenimenti, 26 ottobre 1994, p. 12

---2: il manifesto, 3 marzo 1994, p. 5

il governo del 1994

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Dalle pagine precedenti emerge una raffigurazione dell'ambiente che ha generato


Berlusconi: come è ovvio, quando ha la possibilità di formare un governo a sua
immagine e somiglianza, il Cavaliere non perde l'occasione per confermare fiducia alle
organizzazioni che ne hanno permesso l'ascesa.
Nel governo Berlusconi ci sono uomini dal passato imbarazzante, come il leghista
Rocchetta (sottosegretario agli esteri), che nel 1968 fece parte di un 'gruppo di studio'
invitato in Grecia dal regime dei colonnelli. I compagni di gita di Rocchetta erano
Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, terroristi di destra accusati della strage di Piazza
Fontana.

Il sottosegretario agli esteri Lo Porto (An) aveva passatempi analoghi: nel 1969 fu
fermato dai carabinieri nei pressi di Palermo: insieme ad altri camerati, guidava una
macchina il cui bagagliaio era pieno di armi da guerra.

Il sottosegretario più importante è comunque Gianni Letta, che sta sotto il presidente del
Consiglio, come d'abitudine. Certo che rischia di sfigurare rispetto ad altri, visto che è
solo in attesa di giudizio per concussione, nell'ambito dell'inchiesta sull'assegnazione
delle frequenze tv all'epoca del ministro Mammì: secondo i magistrati, è stata una auto-
assegnazione Fininvest.

Nel ministero di "grazia e giustizia", troviamo il leghista Borghezio, che nel '93 è stato
condannato a 750mila lire di multa dopo aver picchiato un bambino marocchino (gli
extracomunitari sono troppi, ama ripetere). Il nostro sottosegretario commemora
puntualmente, ogni anno, le glorie di Salò. Nel 1979, però, passò un guaio che potrebbe
avere ancora qualche strascico: fu arrestato insieme ad altre 12 persone, tra cui
Giovanni Iaria (Psi), sospettato di attività mafiose. Per vizio di forma, la Cassazione
annullò la sentenza di condanna per Borghezio, ma il processo dovrebbe essere rifatto
presso la Corte d'appello di Torino.

Ma veniamo a personaggi ben più interessanti, come Antonio Martino, messinese,


ministro degli Esteri ed estremista del liberismo. Per una questione di tempo, non può
fregiarsi a pieno titolo dell'aggettivo piduista, come si è detto in precedenza. In
compenso, è membro (ed è stato presidente) della "Mont Pèlerin Society", una società
che odia ogni forma di sindacato e Stato sociale, al punto da criticare persino il trattato di
Maastricht, che non è esattamente un classico del socialismo.

Questo prestigioso club fu fondato nel 1947 da due economisti di estrema destra:
l'austriaco Friederick Hayek ed il tedesco Walter Euchen, che fino al 1942 ricopriva il
ruolo di consigliere economico di Adolf Hitler.

Alle dipendenze di Martino, c'è il sottosegretario Livio Caputo, secondo cui è tempo di
rivedere il trattato di Osimo, e quindi di estendere le frontiere italiane nella ex-Jugoslavia
1.
Passiamo ora al ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi: sfiorato dalla vicenda P2
(v. pag. ), Biondi fa il garantista a convenienza ed in maniera molto originale:
attaccando magistrati e pentiti ed incon- trando avvocati-mafiosi. Come già accennato, il
21 maggio '94 Biondi si reca al Palazzo di giustizia di Palermo: dopo il suo arrivo,
abbraccia l'avvocato Vito Ganci, coinvolto nell'inchiesta "Pizza Connection", inquisito da
Giovanni Falcone, curatore dei beni di Joseph Ganci (uomo d'onore di San Giuseppe
Jato). Dopo, il "Guardasigilli" va a salutare affettuosamente Cristoforo Fileccia, avvocato
di Totò Riina. Secondo il pentito Gaspare Mutolo, Fileccia ebbe un ruolo di rilievo negli
incontri tra Bruno Contrada ed il mafioso Saro Riccobono. La giornata finisce con un bel
pranzo organizzato dagli avvocati in onore di Biondi, il quale, prima, non aveva mancato
di ribadire che la legge sui pentiti va "aggiustata" 2. E gli avvocati brindano alla salute
di Biondi. E, presumibilmente, non sono i soli.

Il ministro della Difesa è Cesare Previti, avvocato della Fininvest. Nel giugno del '94
viene messo in forte imbarazzo dall'interrogatorio subito da Giancarlo Rossi, agente di
cambio e suo vecchio amico. Rossi era stato ritrovato con gli organigrammi del Sismi e
dell'organizzazione cen- trale della Difesa. Facile a questo punto pensare all'amico
Previti: ma l'avvocato di Rossi sostiene che il suo assistito si era documentato
autonomamente perché, conoscendo Previti, "voleva essere informato su argomenti
che potevano essere oggetto di conversazione". Rossi è anche titolare del conto
corrente svizzero FF2927 dove confluivano le tangenti Enimont. Collabora anche col
giornalista piduista Bisignani 3.

E chiudiamo in bellezza con la mafia: Berlusconi ha pensato bene di af- fidare uno dei
posti di sottosegretario agli Esteri all'avvocato Vincenzo Trantino (Msi-An), che ha
condotto una brillante carriera in Sicilia, difendendo, tra gli altri, i massimi esponenti della
mafia: Nitto Santapaola e Michele Greco.

Il sottosegretario al Bilancio è Italo Floresta, primo deputato della repubblica del


Biscione ad essere indagato per mafia. L'inchiesta che lo riguarda, però, inizia prima delle
elezioni. Floresta, imprenditore nel campo delle telecomunicazioni, è stato eletto con
"Forza Italia" nel collegio di Giarre, lo stesso di Salvo Andò, che fu inquisito perché
sospettato di aver scambiato voti e favori con il clan di Nitto Santapaola. Sarà una
coincidenza, ma a Floresta è stata rivolta la stessa accusa: scambio di voti col clan
Santapaola. L'accusa proviene da un pen- tito, ma ci sono altre conferme, come le
intercettazioni telefoniche fatte sul telefono del comitato elettorale di Floresta. Nel
frattempo, un cugino del sottosegretario al bilancio è finito in carcere. In precedenza
aveva fatto da galoppino elettorale all'illustre parente 4.

---1: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.8

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.11

---3: il manifesto, 28 giugno 1994, p.13

---4: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.11

...........

conclusioni

...........

Berlusconi non ha problemi a mentire: tanto che, come detto in precedenza, è stato
condannato per falsa testimonianza dal Tribunale di Verona e non ha conosciuto il
carcere solo grazie ad una amnistia. Ma la lezione non gli è bastata, visto che in seguito
ha continuato a mentire: basti pensare alle promesse in campagna elettorale, oppure
alle dichiarazioni rilasciate alla fine del '93, secondo cui l'ipotesi del suo ingresso in
politica era una campagna "condotta dall'Espresso e Re- pubblica tutta tesa a ridurre
la mia immagine presso il sistema credi- tizio" 1. E gli esempi come questo sono infiniti.

La credibilità non è il suo forte, quindi: al contrario, chi ha curiosato tra i mille misteri del
Cavaliere ha visto confermare le accuse più incredibili. Uno dei libri che racconta in
maniera sistematica l'avventura berlusconiana ("Inchiesta sul sig. Tv"), ha ricevuto una
patente di credibilità proprio dall'accusato, che ha fatto di tutto perché il libro non
uscisse, poi ha querelato gli autori Ruggeri e Guarino, che non solo sono stati assolti,
ma hanno a loro volta denunciato Berlusconi, che infine fu condannato per falsa
testimonianza, come più volte ribadito.

In più, la magistratura ha aperto sulla Fininvest un gran numero d'inchieste:

fondi neri EdilNord, tangenti a Dc, Pci e Psi, tangenti Cariplo, tangenti "case
d'oro" a Roma, tangenti discariche, tangenti Inadel-Standa, tangenti di Pieve
Emanuale, tangenti Pioltello (accuse riguardanti Paolo Berlusconi),

fallimento Venchi Unica, bancarotta Bresciana costruzioni, indagine procura di


Brescia, Caltanissetta e Palermo, rapporti Criminalpol sulla mafia a Milano, falsi in
bilancio Publitalia (indagini che ri- guardano Marcello Dell'Utri)

tangenti per le frequenze Tv (riguardante Gianni Letta), falsi in bilancio per


l'acquisto del calciatore Lentini, fatture false alla Mondadori, violazione del segreto
istruttorio (Mentana del Tg5), sponsorizzazione del Milan da parte della Sme/Motta,
tangenti sugli spot anti-Aids, tangenti "rosse", tangenti del supermercato Le Gru,
violazione della legge sulla stampa, indagini sui dirigenti Forza Italia, indagine sulla
Guardia di Finanza, inchiesta su Telepiù.

Nonostante l'elenco sia incompleto, emerge un quadro tale da smentire qualsiasi


ipotesi di complotto. E se tale complotto esistesse, coinvolgerebbe decine di procure
italiane ed estere a partire dagli anni '70. E se ci fosse il complotto dei comunisti, si
dovrebbe dedurre che anche le redazioni del "Wall Strett Journal" e di "Der Spiegel"
sono un covo di rossi. Infatti, questi giornali sono tra quelli che hanno ipotizzato
connessioni tra mafia e Berlusconi. Per quello che riguarda il quotidiano di New York, si
è già detto in precedenza.

"Der spiegel" si occupa del movimento "Forza Italia" alla vigilia delle elezioni politiche di
marzo, titolando "Abbraccio pericoloso - rimane il sospetto che 'Forza Italia' sia in
connessione con la mafia". Scrive il più importante settimanale tedesco: "Sono sorti
sospetti nel Sud, su come 'Forza Italia' si sia inserita nelle strutture locali dove il
contatto con la mafia è inevitabile (...) A Messina, il giornalista Ramires ha scoperto uno
stretto collegamento tra 'Forza Italia' e locali logge massoniche, sempre presenti punti di
incontro dei comitati d'affari connessi alla politica ed alla mafia". L'articolo si chiude con
la descrizione del club 'Forza Italia' di Altofonte, legato ad un boss mafioso 2.
---1: Repubblica, 27 ottobre 1993, p.11

---2: Der Spiegel, 11 / 1994, pp.155-156

in difesa del

povero boss

"Io mi sono fatto un'idea precisa. La strategia della mafia è molto complessa in
questa fase. Non vogliono creare il caso, hanno bisogno di sparire dalle prime pagine
dei giornali. Il momento politico che sta attraversando questo Paese è molto confuso
anche per loro. Ciò che interessa la criminalità organizzata adesso sono due cose
precise: che si screditino i pentiti e che venga rivisto il regime carcerario, le restrizioni
applicate per i detenuti di associazioni mafiosa, l'articolo 41 bis", dice Salvatore Boemi,
procuratore aggiunto a Reggio Calabria, che sta conducendo indagini sulla 'ndrangheta
1.

Non si può fare a meno di notare che proprio su questi due punti si sono concentrate le
attenzioni di Forza Italia. Dopo la vittoria elettorale, Tiziana Parenti (pres. Commissione
antimafia) e Tiziana Maiolo (pres. Commissione giustizia) hanno iniziato una campagna
contro l'art. 41 bis ed in particolare contro l'isolamento per i boss mafiosi. Il pretesto era
la disumanità delle carceri: argomento ottimo, solo che chi vuole un carcere meno
disumano non si limita a prendere come esempio il povero boss che non può avere
contatti con l'esterno. Discutibili anche altre prese di posizione, come quelle che
chiedevano la chiusura dei carceri di Pianosa e dell'Asinara, dove i boss si trovano in
isolamento. La motivazione stavolta era quella ambientalista: trasformiamo le isole in
parchi. E' davvero strana la ritrovata sensibilità verde della maggioranza, il cui governo
ha varato il condono edilizio e le depenalizzazione dell'inquinamento delle acque, col
ministro dell'ambiente che dice che si può cacciare pure nei parchi.
In effetti, si ha proprio la sensazione che le esponenti della maggioranza stiano
saldando il conto per l'appoggio ricevuto da "Forza Italia" durante le elezioni.

Tale sensazione è rafforzata dalla campagna che accomuna mafia e Forza Italia:
quella contro i pentiti. Rileggete le pagine precedenti e guardate quante persone tremano
per le dichiarazioni dei pentiti che, opportunamente vagliate dagli inquirenti, hanno
generato procedimenti giudiziari che possono colpire santuari finora ritenuti intoccabili
(massoneria, mafia, potere politico, economico, dell'informazione).

E' ovvio che qualcuno si sta già muovendo per bloccare tutto: la sottosegretaria agli
Interni Marianna Li Calzi (Forza Italia) ha annunciato la rimozione di Pierluigi Vigna e
Piero Grasso dalla commissione centrale per la tutela dei pentiti, a cui spetta il compito
di valutare i collaboratori e le modalità della protezione loro concessa. Vigna e Grasso
sono tra i giudici più esperti nella lotta alla mafia, ma la Li Calzi sostiene che non vanno
bene e che devono essere sostituiti da uomini della magistratura giudicante. Il
candidato più titolato per la successione è Francesco Plotino, presidente della V
sezione del Tribunale di Roma, mai impegnato in indagini sulla criminalità organizzata.
Tuttavia si occupò di massoneria: infatti, il 26 marzo 1985 assolse sette importanti
esponenti della P2, accusati di reati contro la pubblica amministrazione ed attentato alla
Costituzione. Inoltre, Plotino fu a lungo un assiduo collaboratore del "Tempo" diretto da
Gianni Letta, che era la voce della Dc andreottiana 2.

Un altro atto del governo che certo non è dispiaciuto a Cosa Nostra è il decreto n. 449
del 15 luglio 1994 che modifica la Legge Merloni per la trasparenza negli appalti di opere
pubbliche: in tal modo sono eliminati i controlli antimafia sugli appalti pubblici. E' appena
il caso di ricordare che l'edilizia è da tempo un campo privilegiato dell'attività
economica delle cosche, oltre che dei famosi cavalieri del lavoro di Catania, i cui legami
con la mafia sono ampiamente dimostrati da decine di atti giudiziari, tra cui la requisitoria
del maxi-processo alle cosche.

Alcune gravi dichiarazioni di Berlusconi aumentano ancora i sospetti: durante il suo


viaggio a Mosca, il 15 ottobre 1994, ha dichiarato: "In Italia, la realtà della mafia è niente
rispetto alla realtà operosa della brava gente. La mafia sarà un decimillesimo, anzi un
milionesimo sui 57 milioni di italiani. E allora noi vogliamo che un centinaio di persone
diano l'immagine negativa in tutto il mondo ?" 3. Sembra di essere ritornati agli anni '50,
quando i democristiani si sbracciavano dicendo che "la mafia non esiste, è una
invenzione dei comunisti".
---1: Avvenimenti, 12 ottobre 1994, p.6

---2: ibidem, 21 settembre 1994, p.20

---3: ibidem, 26 ottobre 1994, p.12

la mafia dentro

il palazzo

Cosa succederebbe se un bel giorno qualcuno dicesse al popolo italiano che il loro
presidente del Consiglio è un mafioso, il ministro dell'Interno è un camorrista, mentre la
corte di Cassazione è al servizio delle cosche e serve ad annullare le sentenze di
condanna dei boss ?

Sappiamo già la risposta, perché questo è più o meno quello che è già successo
quando i giudici di Palermo hanno accusato Andreotti di associazione mafiosa,
documentando ampiamente le sue relazioni con le cosche, che avvenivano tramite il
fidato Salvo Lima. E' successo anche che i giudici di Napoli accusassero Antonio Gava
(già ministro del- l'Interno) di associazione camorristica, accusa analoga a quella rivolta a
Vincenzo Scotti, che ha ricoperto la stessa carica.

Leggendo le pagine dei giudici, si scoprono episodi molto significativi: per esempio, il
figlio del boss Ferrara Rosanova ha raccontato della latitanza del padre, quando (1979-
1980) Gava era ministro dei rapporti col Parlamento e aveva un ufficio al terzo piano di
palazzo Chigi. Il boss latitante entrava nel palazzo sede del Governo esibendo un
tesserino privo di fotografia, che gli dava accesso, oltre che a palazzo Chigi, anche a
Montecitorio e alla sede della Dc 1.
E tutti ricordano il giudice 'ammazza-sentenze', quel Corrado Carnevale che dava tanta
fiducia ai boss: "Tutti gli uomini d'onore erano fiduciosi e tranquilli, poiché si sapeva
che il processo sarebbe stato trattato alla fine dalla I sezione penale della Cassazione
e, quindi, dal presidente Carnevale" 2.

Anche il grande amico di Berlusconi, Bettino Craxi coltivava amicizie compromettenti:


il pentito Sanfilippo lo accusa di essere amico del boss milanese Francis Turatello,
mentre un altro pentito, Angelo Epaminonda, ha raccontato di Craxi mediatore tra gruppi
mafiosi lanciati alla conquista del casinò di Sanremo: coinvolti il clan palermitano dei
Bono e quello catanese di Santapaola: nomi che abbiamo incontrato più volte 3.

La notizia, o quanto meno la possibilità, che le organizzazioni cri- minali abbiano


governato direttamente o indirettamente il Paese non ha sconvolto gli italiani. I giornali
se la sono cavata con poco: Andreotti è Belzebù. E' il vecchio regime, ormai è finita.
Andiamo avanti.

In realtà, un sistema non può certo reggersi sulla cattiveria individuale di pochi
individui, che nascondono a tutti i propri segreti. C'è bisogno di vaste complicità, di chi fa
finta di non sentire, di chi "ormai non si scandalizza più di niente".

E poi, quando cambiano i protagonisti all'interno del Palazzo, il sub- strato criminale
non sta a guardare: con il potere politico può avere un rapporto di scontro o di
connessione. E ci vuole un gran coraggio per sostenere che il regime Berlusconi abbia
scelto la via dello scontro con i vari poteri occultati: massoneria, mafia, criminalità
finanziaria.

Resta aperta solo l'altra possibilità.

---1: Interrogatorio 20.5.93, Avvenimenti 5 ottobre 1994, p.16

---2: Dichiarazione di Gaspare Mutolo ai giudici di Palermo, luglio '92

---3: Michele Gambino, Craxi - biografia non autorizzata, 1992.


Sentenza DELLUTRI condannato a 9 anni per aver fondato FI con Cosa nostra- Cap 7 -Rapisarda e
Dellutri
CAPITOLO 7°
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA

Trattando ancora del periodo che ha preceduto gli anni 80, è necessario
richiamare brevemente le risultanze acquisite nel corso della istruzione
dibattimentale relative ai rapporti intrattenuti dallimputato DellUtri
Marcello con Filippo Alberto Rapisarda
Si è già avuto modo di constatare, richiamando le dichiarazioni del teste
Cartotto Ezio, che, nel periodo successivo allallontanamento di Mangano da
Arcore, anche DellUtri aveva interrotto il suo rapporto di collaborazione
con Silvio **********.
Al riguardo, Cartotto ha ricordato:

...Diciamo che nello stesso periodo in cui ho conosciuto ********** ho


conosciuto anche, sfuggevolmente per la verità, il dottor DellUtri perché
era lì, collaborava col dottor ********** ed i nostri incontri erano
abbastanza occasionali e non erano assolutamente approfonditi. Io ho visto
che aveva un ottimo rapporto con il dottor **********, poi a un certo punto
col passare del tempo ho visto che invece il dottore DellUtri si era
allontanato dal dottor **********, non lho rivisto più lì.

Il dottor ********** ha avuto, come tutte le persone che lavoravano nel


settore immobiliare, dei grossi problemi finanziari a metà degli anni 70,
perché ci fu una crisi dovuta allascesa fortissima del costo del denaro,
chi aveva costruito immobili doveva piazzarli e aveva dei grossi problemi.
Quindi il dottor ********** aveva certamente difficoltà finanziarie, lo
sapevo, ne parlò più volte e anche in relazione a qualche conoscenza nel
mondo bancario che io avevo e poteva essergli almeno utile per fini di
credito o cose del genere, anche se non è il mio mestiere. Il dottor
DellUtri, vioceversa, parlandomi della sua
dellliniziativa
imprenditoriale che lui seguiva in quel momento, nelle circostanze in cui
lho visto, sembrava prima che tutto andasse nel modo migliore, che tutto
andasse direi trionfalmente, poi dopo ebbi conoscenza che invece le cose non
andavano per niente bene , lui mi disse che andavano malissimo, che cera un
fallimento, una crisi, un qualcosa che stava verificandosi nelle società con
le quali lui lavorava in via Chiaravalle.
PM:
Sa qual è la realtà imprenditoriale a cui lei faceva prima riferimento?
CARTOTTO :
Sì, era il gruppo del
che faceva capo al Rapisarda, il gruppo INIM, Venchi
Unica, questo gruppo qui.
Costituisce, infatti, una circostanza non contestata che, alla fine del
1977, Marcello DellUtri lasciò lincarico di segretario personale di Silvio
********** ed iniziò a collaborare con limprenditore Filippo Alberto
Rapisarda, in quegli anni assurto al vertice del terzo gruppo immobiliare
italiano, cui facevano capo diverse società, aventi sede per lo più in corso
Concordia n.1 e in via Chiaravalle n.9 a Milano, tra loro diversamente
collegate.
Tra le principali si annoveravano la BRESCIANO s.p.a., impresa di
costruzioni con sede in via Chiaravalle (di cui Marcello DellUtri fu
nominato presidente e consigliere delegato), la COFIRE, Compagnia Fiduciaria
di Consulenze e Revisione s.p.a., con sede in via Chiaravalle (di cui
Marcello DellUtri è stato consigliere), la INIM s.p.a Internazionale
Immobiliare, con sede in Corso Turati a Torino e sede secondaria a Milano in
via Chiaravalle n.9, società costituta dopo lassunzione del concordato
fallimentare della Facchin e Gianni, di cui Rapisarda era socio al 60%
insieme ad Alamia Francesco Paolo e a Caristi Angelo, e tra i cui
consiglieri vi erano entrambi i fratelli Alberto e Marcello DellUtri.
Rapisarda Filippo Alberto, personaggio certamente complesso, i cui rapporti
con diversi soggetti vicini alla criminalità organizzata - più volte emersi
anche nel corso del presente dibattimento - non appaiono sufficientemente
chiariti, è stato lungamente sentito dal Tribunale nel corso delle udienze
del 22 settembre, del 2 ottobre, del 14 e del 15 dicembre 1998, lanciandosi
in tutta una serie di pesanti dichiarazioni accusatorie nei confronti di
Marcello DellUtri.
Malgrado gli innegabili e stretti rapporti di collaborazione intrattenuti
dal Rapisarda con limputato, continuati, con alterne vicende, fino agli
anni 90, rapporti che avrebbero potuto farlo ritenere una importante fonte
di conoscenze in merito ai fatti per cui è processo ( come si avrà modo di
apprezzare anche nel prosieguo), già in altra parte della sentenza il
Tribunale ha ritenuto di esprimere un giudizio di sostanziale
inattendibilità intrinseca dello stesso Rapisarda.
Pertanto, le sue dichiarazioni, rese nel presente dibattimento, sono state
prese in considerazione solo quando le stesse hanno trovato autonoma
conferma e riscontro in altre fonti di prova .

LA COLLABORAZIONE RAPISARDA-DELLUTRI

Per quanto riguarda linizio della collaborazione dellimputato Marcello


DellUtri con il Rapisarda, possono essere richiamate le dichiarazioni rese
dal predetto nellambito del procedimento penale instaurato a seguito al
fallimento della società Bresciano.
Filippo Alberto Rapisarda, sentito il 5 maggio 1987 dal dr. ******o Dalla
Lucia, giudice istruttore di Milano, sui possibili autori delle minacce
ricevute nei giorni precedenti, indicava in primo luogo i fratelli Bono e
Virgilio Antonio (personaggi più volte citati e tra i protagonisti di quel
particolare connubio tra criminalità organizzata ed economia che si era
venuto a realizzare a Milano negli anni 70), e il gruppo **********, a
cagione, in questo caso, delle accuse da lui in precedenza mosse nei
confronti dei fratelli Marcello e Alberto DellUtri.
In questo ambito riferiva le circostanze in cui aveva conosciuto Marcello
DellUtri e come gli fosse stata richiesta la sua assunzione da parte del
Cinà Gaetano, da lui conosciuto a Palermo insieme a Mimmo Teresi e a Stefano
Bontate e al quale non si era sentito di negare il favore richiestogli.
Rapisarda :

..Alberto ( DellUtri ) e Marcello Caronna nel 1976


vennero da me negli
uffici di via Chiaravalle per propormi la costituzione di una società di
condizionamento daria. Ricordo che non avevo tempo per riceverli e pregai
larchitetto Lucio Barbieri di riceverli ed ascoltare cosa volevano.
I predetti DellUtri Alberto e Caronna Marcello mi erano stati raccomandati
da Gaetano Cinà di Palermo, che io conoscevo da tanti anni. Dopo qualche
mese di presentò da me DellUtri Marcello, accompagnato da Cinà Gaetano, ed
in quella occasione il Cinà mi pregò di far lavorare da me i fratelli
DellUtri, Alberto e Marcello.
E vero che il DellUtri Marcello già lavorava per il gruppo ********** ,
senonché il DellUtri Marcello ed il Cinà mi dissero che il ********** in
quel momento era in cattive acque , non aveva soldi e pagava poco il
DellUtri. Conoscevo Cinà da anni, fin dagli anni Cinquanta, avendolo
conosciuto insieme a Mimmo Teresi e Stefano Bontate.
Effettivamente ho assunto Marcello DellUtri nel mio gruppo societario
perché era difficilissimo poter dire di no a Cinà Gaetano dal momento che il
Cinà non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia
facente capo a Bontate e Teresi Marchese Filippo.
Analoghe dichiarazioni sono state ribadite anche in dibattimento dal
Rapisarda il quale, il 22 settembre 1998, ha dichiarato di avere assunto i
fratelli Alberto e Marcello DellUtri a seguito delle pressioni di Cinà
Gaetano , di cui ben conosceva le frequentazioni con ambienti mafiosi .
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, lei quandè che ha conosciuto Marcello DellUtri?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
A DellUtri? Io lavevo conosciuto prima a DellUtri, lavevo conosciuto
qualche anno prima perchè nel periodo in cui stavo per arrivare alla
FACCHINI e GIANNI, mi aveva portato da lui la signora Delitala, la cognata
di quel famoso giurista Delitala.... perchè anche lei si interessava di
intermediazioni immobiliari e aveva qualcosa che voleva vendere alla
EDILNORD e per questo andai con lei allEDILNORD a Milano.
PUBBLICO MINISTERO :
E perchè non se ne interessò lei stesso in quel caso di acquistare....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Perchè erano delle operazioni fuori delle.... e poi in quel minuto io stavo
seguendo quellaffare della FACCHINI e GIANNI, che per me era molto più
importante.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi lha conosciuto.... questo in che data lo collochiamo questo primo
incontro con la signora DellItala?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E guardi.... che le devo dire... sarà stato tra il 75 e il 76, no..non...
non avevo ancora la FACCHINI e GIANNI, quindi era prima.
PUBBLICO MINISTERO :
Dove siete andati a trovare DellUtri o è venuto lui a trovarvi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, io sono andato... sono andato io a trovarlo la prima volta allEDILNORD.
PUBBLICO MINISTERO :
Cioè esattamente dove, dovè la sede?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Vicino a Piazza Castello, non mi ricordo più come si chiama la strada... Tra
via Lanza e Piazza Castello, dove cera EDILNORD.
PUBBLICO MINISTERO :
Foro Buonaparte, è possibile?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, Foro Buonaparte, si. Credo che le case fossero della CARIPLO, non mi
ricordo più.
PUBBLICO MINISTERO :
....Successivamente quando vi siete rincontrati con Marcello DellUtri?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma poi, in quel periodo, ci siamo rincontrati parecchio, altre due volte,
tre volte. Poi un giorno venne da me Tanino Cinà con Alberto DellUtri e
Marcello Caronna, mi dissero che non avevano lavoro, che dovevano fare
qualche cosa, volevano fare una società di impianti di aria condizionata e
niente... si parlò così... Dopo qualche giorno venne con Marcello DellUtri.
PUBBLICO MINISTERO :
Venne, chi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Cinà.
PUBBLICO MINISTERO :
Cinà. E allora...
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Portò Marcello DellUtri e mi disse che lui doveva lavorare perchè da
********** in questo momento va tutto male, non prendono soldi e **********
sta per... non ha possibilità. Questa era... e per questo passò subito da
me.
PUBBLICO MINISTERO :
E allora, chi è Cinà Gaetano, prima di proseguire?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Cinà Gaetano io lho conosciuto a Palermo negli anni in cui....
omissis
Lo avevo conosciuto, se non ricordo male, con Mimmo Teresi e lavevo
conosciuto sempre per questioni di lavoro, di cose... così, mi era stato
presentato, sa a Palermo.....
omissis
PUBBLICO MINISTERO :
Chi è Mimmo Teresi, comè che lei ha conosciuto Mimmo Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Mimmo Teresi faceva il costruttore, era molto... per quello che mi risulta,
poi sa... io a Palermo, le ripeto, andavo e venivo... so che faceva... lui
mi diceva che faceva il costruttore, io non sono stato mai nei suoi
cantieri, non ho mai visto una cosa, non ho mai visto niente.
PUBBLICO MINISTERO :
Non sa neanche dove costruiva, in particolare?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, non lo sapevo, lui mi aveva detto che faceva il costruttore ed io non mi
sono mai interessato perchè era un ambiente in cui io non ci volevo entrare
e non volevo sapere completamente niente; cioè quando io in un ambiente non
ci voglio entrare non andavo neanche a vedere le cose.
PUBBLICO MINISTERO :
Signor Rapisarda, lei ha conosciuto Stefano Bontade?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Certo che lho conosciuto.
PUBBLICO MINISTERO :
Quando lha conosciuto e perchè lo ha conosciuto?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
In quegli anni stessi, in quegli anni.
PUBBLICO MINISTERO :
Può specificare a questo punto in quali anni? Perchè se ho capito bene è
dopo che lei va via da Palermo, perchè dice che andava avanti e indietro.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, si, in questo...
PUBBLICO MINISTERO :
Ma quando però?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma le voglio dire.... eravamo giovanissimi perchè.... credo che la cosa che
ci ha fatto incontrare è stato conoscere.... mentre Teresi me lo hanno
presentato, il... lo Stefano Bontade lho conosciuto perchè mi ricordo che
facevamo la corte tutti e due ad una ragazza; per questo fatto, non lho
conosciuto per cose di affari, poi da lì è nato questo incontro, questa
amicizia.... questa conoscenza.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, che lei ricordi il Bontade conosceva Cinà Gaetano?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Certo che lo conosceva.
PUBBLICO MINISTERO :
Può specificare perchè «certo»?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Perchè poi, in susseguo, io lo incontrai quando sono venuto a Palermo
parecchie volte, poi loro sono venuti a trovarmi a Milano e sono venuti
assieme, quindi evidentemente si conoscevano.
PUBBLICO MINISTERO :
Ho capito.
PRESIDENTE :
Se vogliamo precisare lepoca di questi incontri, i primi incontri?
PUBBLICO MINISTERO :
Si, lepoca signor Rapisarda.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma gli incontri.... guardi, Presidente, mi viene molto difficile,
sicuramente negli anni che li ho conosciuti saranno gli anni 60, che poi li
ho rivisti saranno gli anni del 75/76/77, cioè quando già ero a Milano.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, io ricordo, adesso devo trovarle, delle sue dichiarazioni,
eventualmente la difesa mi darà su la voce, in cui lei dichiarava di avere
conosciuto il Cinà insieme a Mimmo Teresi alla fine degli 50, credo.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E appunto...
PUBBLICO MINISTERO :
Insieme a Mimmo Teresi e a Bontade Stefano.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, no, no... li ho conosciuti.... forse li ho conosciuti insieme. Mimmo
Teresi e Cinà sicuramente insieme, Bontade non mi ricordo se lho conosciuto
subito dopo o insieme, cioè sono passati trenta anni.
PUBBLICO MINISTERO :
Bene, allora abbiamo specificato chi è Cinà Gaetano, a questo punto io
volevo sapere se Cinà Gaetano, che lei sappia.... lei sa chi erano.... lei
ha detto che Mimmo Teresi era un costruttore, sa anche che Mimmo Teresi
aveva rapporti con lassociazione mafiosa, anzi era un associato mafioso
egli stesso?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Guardi, queste cose a Palermo, io penso che si sentano nellaria, io sapevo
che quellambiente era un ambiente, diciamo, «mafioso» e non ho voluto mai
averci a che fare.
PUBBLICO MINISTERO :
E Stefano Bontade sapeva che....

FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :


Si, certo, Stefano Bontade era di dominio pubblico, infatti parecchie volte
lui mi disse se volevo fare delle cose e.... e gli ho detto mai.
PUBBLICO MINISTERO :
Allora, a questo punto, mi dovrebbe specificare questo: siccome anche lei ha
incontrato queste persone, Cinà Gaetano, come lei, non faceva parte di
questambiente o Cinà Gaetano faceva parte dellambiente di cui facevano
parte Stefano Bontade e Mimmo Teresi?
FILIPPO.ALBERTO.RAPISARDA: Per me facevano parte tutti, perchè erano tutti
tra di loro.
PUBBLICO MINISTERO :
Dico... lei lo basa su che cosa? Deve essere più specifico, così è generico.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma io non è che posso... io so che loro erano sempre assieme, li ho visti
assieme, sono venuti a trovarmi assieme, che le posso dire poi, i rapporti
loro quali erano non lo so.

PUBBLICO MINISTERO :
Senta, quando Cinà viene prima con Alberto DellUtri e successivamente con
Marcello dellUtri, come ha dichiarato poco fa, che cosa le dice e in che
termini soprattutto?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Mi ha detto che questi ragazzi dovevano lavorare perchè non... erano
disoccupati.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi la invitò ad assumerli?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si. Anzi la prima volta non ci parlai io, la prima volta io siccome avevo da
fare incaricai un architetto mio... dirgli: «Guardi, li riceva lei....» e
compagnia bella. Poi fu la seconda volta che sono stato costretto a
parlargli io, a riceverlo e lui mi ha detto che questi ragazzi dovevano
lavorare e non si discuteva e io ho detto: va bene se....
PRESIDENTE :
Lui, chi? E questi ragazzi, chi?
PUBBLICO MINISTERO :
Sta parlando di Cinà Gaetano e....

FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :


Sto parlando di Alberto DellUtri, Marcello DellUtri e Caronna.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi io volevo sapere da lei se lei aveva percepito e per quale motivo,
eventualmente, come minacciosa questa richiesta da parte di Cinà Gaetano.
omissis
Cioè, questa richiesta che le fece Cinà Gaetano, lei si sentì obbligato ad
assumerli oppure li ha assunti in piena....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Non me la sono sentita di dirgli di no.
PUBBLICO MINISTERO :
E perchè?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E perchè avevo del timore.
PUBBLICO MINISTERO :
Perchè?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E cosa vuole, un ambiente di quel genere lì, lei gli dice no e diventa
unoffesa, io memore.... ricordo di Palermo che appena uno diceva no a uno
di questi diventava unoffesa.

PUBBLICO MINISTERO :
Quindi perchè lei attribuiva a Cinà le influenze di Bontade e Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si.
A) Omissis
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Guardi, allora le dico che Stefano... Tanino Cinà fa parte della «famiglia»
di Stefano Bontade, perciò è inutile che....
DIFESA :
Oh.... e questo volevo...
PRESIDENTE :
Per favore, avvocato, non commentiamo a voce alta.
PUBBLICO MINISTERO :
Che cosa intende per «famiglia» di Stefano Bontade, se può essere più
specifico.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Le «famiglie» sono le «famiglie» mafiose.
PUBBLICO MINISTERO :
E lei sa di quale «famiglia» faceva parte Stefano Bontade?

FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :


Ma tra loro penso che erano parenti, perchè parlavano in un modo... erano
veramente parenti oltre la «famiglia».
PUBBLICO MINISTERO :
Chi era parente?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Non lo so, dicono che Tanino Cinà era parente di Stefano Bontade, poi non lo
so se è vero.
PUBBLICO MINISTERO :
Lei sa se era parente di Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, io guardi... io le posso dire solo questo, erano tutti una cosa... tutti
appartenenti a una cosa, quando venivano a Milano erano sempre insieme e
quindi non...
PUBBLICO MINISTERO :
Questo incontro in cui, diciamo... le viene suggerito una proposta che lei
non poteva rifiutare di assumere Marcello DellUtri e Alberto DellUtri,
quando avviene? Lo può specificamente collocare temporalmente?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Era nel 1977.
PUBBLICO MINISTERO :
Nel 1977. Inizio, fine del 77?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma credo... tra maggio e settembre.... aprile... marzo... da quelle parti
lì.
PUBBLICO MINISTERO :
Primavera, estate?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, primavera.... credo
PUBBLICO MINISTERO :
Primavera del 1977. E subito cè questo trasferimento di Marcello DellUtri
dalla EDILNORD alla sua....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, qualche mese dopo, perchè io poi... dopo qualche mese io poi rilevo la
BRESCIANO e la BRESCIANO è del 77, del luglio 77. Quindi deve essere
primavera, perchè lui ne diventa poi lamministratore e direttore generale,
per cui basta vedere la data di carica e si vede subito il periodo, era lì
da un mese.... due mesi.
Una prima parziale conferma a quanto dichiarato dal Rapisarda proviene
proprio dalle dichiarazioni dello stesso imputato Marcello DellUtri.
Questi, sentito dal dott. Dalla Lucia il 20 maggio 1987, aveva confermato di
avere iniziato a lavorare nel gruppo Rapisarda nel mese di ottobre del 1977,
malgrado non avesse avuto in precedenza alcuna esperienza nel settore in cui
lavorava la società Bresciano, essendosi fino ad allora dedicato
esclusivamente alla attività di segretario personale di **********, attività
che lo aveva assorbito completamente.
A.D.R.:
Mi si domanda di precisare quando cominciai a lavorare nel gruppo societario
RAPISARDA, cioè negli uffici di via Chiaravalle e chi erano i collaboratori
più stretti del RAPISARDA che io ebbi a trovare andando in via Chiaravalle.
E rispondo che lultimo stipendio che presi dalla EDIL NORD fu nellottobre
1977 e come stipendio prendevo circa 900 mila lire al mese più labitazione
da **********; mentre in ottobre cominciai a lavorare negli uffici di via
Chiaravalle con il RAPISARDA.
E negli uffici di via Chiaravalle trovai persone che già lavoravano come
assidui collaboratori del RAPISARDA, in particolare anzi prevalentemente,
CARISTI Angelo, che fungeva da responsabile dellINIM ed aveva rapporti
molto stretti con il RAPISARDA; tra laltro notai che vi erano anche Gaetano
DELLA PUPPA, che fungeva da contabile e ragioniere, e inoltre vi era GRUT
Yvette, segretaria del RAPISARDA, vi erano poi i coniugi BRESCIANO, che
abitavano in via Chiaravalle e tornavano a casa loro a Mondovì a fine
settimana e ciò perchè la BRESCIANO aveva trasferito la sua sede
amministrativa a Milano negli stessi uffici di via Chiaravalle, che mi
davano la sensazione di una comune.
A.D.R.:
Mi si domanda cosa determinò il mio abbandono dellEDIL NORD per entrare a
lavorare nel gruppo RAPISARDA e rispondo che oltre al fatto economico, in
quanto praticamente ho raddoppiato il mio compenso lavorativo, ci fu anche
il fatto di una maggiore libertà personale in quanto, mentre da **********
ero impegnato 24 ore su 24 senza avere praticamente spazio per la mia vita
privata, dal RAPISARDA ritenevo di avere maggiore autonomia, maggiore spazio
nella mia vita privata, e anche nellattività lavorativa, intesa come
possibilità di carriera manageriale.
Infatti, mentre da ********** mi dedicavo alle sue attività personali, a mò
di segretario particolare concretantesi nel curare la gestione della
giornata lavorativa di **********, nel senso di prendergli gli appuntamenti
ricordarglieli senza peraltro avere alcun potere decisionale nè alcuna
direzione o cura del settore immobiliare o edilizio in genere.
Quindi la mia attività era quella di assistere ********** nella sua sfera
privata e di rapporti con terzi.
Preciso che il ********** lo conoscevo dallUniversità e cominciai a
lavorare con lui sin dal 1973-1974, ma sempre svolgendo unattività tipo
segretario particolare di **********, inteso come suo uomo di fiducia che
curava tutte le cose che ********** non aveva tempo di fare da sè, ma sempre
nei settori di assistenza alle incombenze di carattere personale e privato,
mai con una attività dirigenziale o di qualsiasi livello nel campo edilizio.
A.D.R.:
Non svolsi mai lattività di acquisto o vendita o comunque di attività
professionale nel settore edilizio e immobiliare nè per la costruzione di
MILANO 2, nè per altre attività della EDIL NORD o del gruppo **********.
Lunica attività, pur sempre rientrante però nella sfera degli interessi
privati di **********, ma che riguardava la cura di un cantiere nel senso di
prendere i contatti con le maestranze fu in occasione della ristrutturazione
della villa di Arcore di **********.
Anche prima di lavorare per ********** io non avevo mai avuto esperienza nel
campo immobiliare ed edilizio in genere, infatti lavoravo alla Cassa di
Risparmio per le province siciliane a Palermo.
Fu così che, quando il RAPISARDA mi chiese di andare a lavorare con lui, mi
sembrò una ottima occasione per svolgere una vera attività manageriale con
un maggiore spazio di iniziativa di quanto non avessi avuto da **********.
Ripeto che, mentre il lavoro presso ********** era diventato pressocchè
totalmente assorbente e insoddisfacente per me dal punto di vista
professionale, dal RAPISARDA mi si prospettava per bocca dello stesso
RAPISARDA, la possibilità di cimentarmi in una attività nuova di carattere
edilizio ed immobiliare, anzi di carattere di edilizia pubblica, in quanto
appunto la BRESCIANO faceva appalti pubblici nel settore strade e ponti.
Ricordo che di questa mia intenzione di passare alle dipendenze del
Rapisarda ne parlai a **********, il quale mi manifestò mota perplessità
sullemie capacità manageriali.
In realtà la società BRESCIANO era già segnata, nel senso che era
destinata a fallire, ed anzi lo era già da prima in pratica, e me ne accorsi
già circa dopo due mesi che vi lavoravo.
A.D.R.:
Mi si domanda se, anche prima di entrare a lavorare negli uffici di via
Chiaravalle io frequentassi il RAPISARDA, nel senso di andarlo a trovare o
uscire con lui e rispondo che, riallacciandomi a quanto detto nella mia
deposizione, avevo rivisto il RAPISARDA dopo un lungo periodo che lavevo
perso di vista, forse prima dellestate del 1977, mi sembra nel suo ufficio
in Milano via Chiaravalle, allorchè il CARONNA mi aveva appunto messo in
contatto con il RAPISARDA, come ho già spiegato nella mia precedente
deposizione; e poi mi sembra unaltra volta a pranzo fuori, sempre prima
dellestate 77; ma soltanto nel settembre 1977 ci incontrammo io e il
RAPISARDA, e ricordo che mi decantò lacquisto che aveva fatto della
BRESCIANO s.a.s.
Mi disse che aveva bisogno di uomini per creare uno staff dirigenziale
allaltezza dellimpresa che stava intraprendendo.
Ricordo che il RAPISARDA era praticamente infatuato dellacquisto della
BRESCIANO, tantè che mi disse che gliela avevano rappresentata come una
società di grande potenziale tecnico-imprenditoriale, nel senso che aveva
notevoli possibilità di acquisire i contratti di appalto pubblici.
Mi parlò anche del cantiere siriano ed era convinto che si trattasse di un
ottimo affare.
Solo due o tre mesi dopo, verso gennaio 1978, RAPISARDA si rese conto della
BRESCIANO non poteva lavorare, perchè mancavano i finanziamenti.
La società non lavorava perchè mancavano i soldi e il RAPISARDA non aveva
più la voglia e la possibilità di mettere dentro denaro nella BRESCIANO,
essendo impegnato su molti fronti.
Il RAPISARDA mi disse che cerano dei debiti sopravvenienti che la banca non
aveva dichiarato al momento della cessione dellazienda.