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Proprietà letteraria riservata

Copyright © 1994 Kaos Edizioni


Prima edizione novembre 1994

ISBN 88-7953-038-0

BERLUSCONI

Gli affari del Presidente

“Milano è la città in cui un certo Berlusconi di 34 anni costruisce “Milano 2”, cioè mette su
un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Come è possibile
che un giovanotto di 34 anni come questo Berlusconi abbia un “jet” personale con cui
raggiunge nei Caraibi la sua barca che sarebbe poi una nave oceanografica? Noi saremmo
molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita: ci
racconti come si fa a passare dall'ago al milione o dal milione ai cento miliardi”

GIORGIO BOCCA - Marzo 1976


Introduzione

Nell’autunno del 1993, mentre col collega Mario Guarino lavoravamo alla revisione e
all’aggiornamento del nostro libro Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, il Cavalier
Berlusconi divulgava una delle sue tante amenità attraverso le pagine dì uno dei suoi
compiacenti settimanali: “Fondare un nuovo partito? Ho sempre dichiarato il contrario e
questa è la ventesima volta che lo ripeto. Ma anche stavolta qualcuno farà finta di non aver
sentito” 1 .
Pochi mesi dopo, cioè nel gennaio 1994, mentre ultimavamo la nuova edizione del
nostro libro-inchiesta, previa sceneggiata “amaro calice” lo scaltro Cavaliere “scendeva in
campo” ufficialmente, alla guida del partito-setta FININVEST (detto, con fantasiosità da
spogliatoio calcistico, “Forza Italia”) e alleato coi neofascisti, con l’obiettivo di conquistare
il potere politico alle elezioni del successivo 27-28 marzo.

Rispetto alla travagliata prima edizione (marzo 1987), la nuova edizione di Berlusconi.
Inchiesta sul signor Tv, edita nel febbraio 1994, conteneva nuove e gravi notizie in merito ai
trascorsi berlusconiani e all'oscuro divenire del gruppo FININVEST 2 , e la sua pubblicazione
coincideva 3 con l'inizio di una importante campagna elettorale che vedeva l'imprenditore
craxiano candidato alla presidenza del Consiglio. Mentre il nostro libro-inchiesta si attestava
ai primi posti delle classifiche dei best seller librari, e mentre editori tedeschi, francesi,
spagnoli, scandinavi trattavano i diritti di edizione nei rispettivi
Paesi, aveva luogo una campagna elettorale nel corso della quale la grande stampa nazionale
si occupava diffusamente del “nuovo” candidato no 1 alla guida del Paese. Così, quotidiani e
settimanali informavano i propri lettori-elettori che il Cavaliere ama il risotto, detesta le mani
sudaticce, ha cinque zìe suore e adora la sua mamma, calza scarpe coi rialzo per avere più
statura, e cela le sue rughe in Tv con una calza di nylon posta sull’obiettivo, mentre la sua
fedele segretaria Marinella lo segue sempre dappresso con un beauty-case contenente make
up capace di tamponare le crudezze del vero sulla faccia finta del Magnetico Cavaliere;
oppure, gli si dedicavano intere pagine di forbite “analisi” e dotte dissertazioni sociologiche.
Una sceneggiata pseudo-informativa, rivelatrice dell'imminenza di un nuovo regime nel
nome e nel segno di un premier già affiliato a una setta massonica segreta sciolta a norma di
legge, riconosciuto colpevole di falsa testimonianza da un Tribunale della repubblica, già in

1
Cfr. "Epoca", 19 ottobre 1993. In realtà, la cupola FININVEST era da mesi "segretamente" mobilitata alla preparazione di 'Forza
Italia" e al lancio della candidatura a capo del governo del suo messianico leader, in previsione delle elezioni politiche anticipate
della primavera 1994.
2
Tra l'altro, si indicava nella Banca Rasini (partner di Berlusconi nelle sue prime avventure edilizie degli anni Sessanta-Settanta)
uno dei crocevia della "mafia dei colletti bianchi" radicata a Milano e dedita al riciclaggio dei capitali sporchi. Vi veniva
ricostruita l'ambigua genesi romana del gruppo Fininvest, all'ombra di due fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro controllata
dalla Loggia P2. Venivano rivelati i contatti dei due gemelli Dell’Utri con esponenti di Cosa Nostra, e di Marcello Dell’Utri col
boss Vittorio Mangano. Vi si narravano le scorribande berlusconiane in terra di Sardegna per il tramite del prestanome Romano
Comincioli, tra loschi affaristi, malavitosi e speculazioni edilizie. Veniva riportata la sequela di assegni a vuoto e cambiali
“protestate” a firma di Fedele Confalonieri nel periodo 74-79, e venivano evidenziate sospette “coincidenze” tra la Fininvest e il
corrotto giudice Diego Curtò. Soprattutto, veniva rivelato come le misteriose holding che detengono il capitale Fininvest non
siano 22, bensì almeno 38.
3
Una pura coincidenza, per l'appunto: nell'estate dei 1993, la piccola e coraggiosa Kaos Edizioni ci aveva proposto la riedizione
dei nostro libro-fantasma, aggiornato e ampliato, e a gennaio avevamo ultimato il lavoro.
affari col mandante di un tentato omicidio4 , legatissimo al supercorrotto Bettino Craxi, e
organico alla banda politico-affaristica Dc-Psi; nel nome e nel segno del capo di un gruppo
plurinquisito per corruzione e gravi reati fiscali, dall’oscuro passato azionario e finanziario, e
sul quale gruppo gravano concreti sospetti di collusione con Cosa Nostra.
La sera del 10 febbraio 1994, sono stato invitato alla trasmissione Tv dì Rai 3 “Il Rosso e il
Nero” per parlare del libro. Subito dopo il mio intervento, il soggetto della nostra inchiesta
ha fatto una concitata irruzione via telefono nello studio televisivo. Nel corso del suo
vaniloquio 5 , ha tra l’altro affermato di avere querelato il nostro libro: ciò è falso, poiché si è
limitato a intentare, nel 1987, una semplice azione civile per “risarcimento danni” (!) a
tutt’oggi ancora pendente presso il Tribunale di Roma; poi, nel tentativo di screditarmi
presso i telespettatori, ha sostenuto che sarei già stato “condannato dai Tribunali italiani”:
anche questa essendo una falsità, ho provveduto a citare il Cavaliere in Tribunale.
All’indomani della trasmissione di Rai 3, le reti del tycoon si sono precipitate a lavare
l’onta di lesa maestà. Dal Tg di “Italia 1”, l’avvocato Dotti ha svolto un’estemporanea
arringa in difesa del suo Sommo Cliente, definendo Inchiesta sul signor Tv “libro di ingiurie
e di calunnie e di diffamazioni nei confronti dei dottor Berlusconi”6 . La stessa sera, dal podio
dì casa Berlusconi “Radio Londra”, il maestoso trombone della Fininvest Giuliano Ferrara
(ex megafono della banda craxiana) non ha trovato di meglio che definirmi “diffamatore di
professione” (ne risponderà pure lui in Tribunale).

Che il Padreterno della Fininvest fosse destinato a diventare un “Intoccabile” del Potere,
l’avevamo compreso fin dal 1986, quando al solo annuncio della prossima pubblicazione del
nostro libro inchiesta venimmo fatti oggetto di pressioni, minacce, diffide.
Dapprima, il clan berlusconiano tentò di corromperci offrendoci denaro e altro in cambio dei
diritti del libro (che così non sarebbe mai stato pubblicato). La Fininvest diffidò poi tutta la
stampa italiana dallo scriverne, querelò a raffica interviste e articoli inerenti il libro (ma mai
il libro stesso, che infatti non è mai stato querelato), e mise in atto pressioni di vario tipo
sugli Editori Riuniti (editori della la edizione) affinché non venisse pubblicato. Così, la
nostra Inchiesta sul signor Tv venne edita dagli Editori Riuniti con sei mesi di ritardo sui
tempi previsti; e a dispetto dell’immediato successo, dopo due ristampe nell’arco di due
mesi, la casa editrice del Pci lo eliminò dal catalogo, e il libro risultò irreperibile.
Alcuni anni dopo, la vicenda del nostro libro è riemersa nell'ambito dell’inchiesta
“Mani pulite”. Il 9 settembre 1993, i quotidiani informavano che, in seguito alle
dichiarazioni dell'imprenditore librario Flavio Di Lenardo (secondo il quale vi sarebbe stato
un accordo tra la FININVEST e il Pci, avente tra l’altro per oggetto il nostro libro e un
contratto di Publitalia con l’URSS), “oggi su quel libro il Pm Tiziana Parenti vuole vederci
chiaro... Sta indagando sui presunti finanziamenti illeciti al Pci, ed è su questo che il Pm
vuole sentire come teste il “Signor tv” e Fedele Confalonieri... È probabile che Berlusconi
sarà sentito a metà ottobre” 7 .
4
Cioè il faccendiere sardo Flavio Carboni, condannato in primo grado quale mandante dell'attentato al vicedirettore del Banco
Ambrosiano Roberto Rosone
5
“Questo signore... vedo che sì fa anche la barba, e quindi la mattina si alza, fa la barba, si guarda nello specchio... è bell'e
rovinata la giornata ... ”: è uno degli "argomenti" che l'intrepido Cavaliere ha sviluppato per replicare al mio, intervento televisivo.
6
E perché mai, allora, l'onorevole avvocato Dotti non è stato incaricato dal suo onorevole dottor Berlusconi di sporgere quercia?
7
Cfr. "Corriere della Sera", 9 settembre 1993, sotto il titolo Berlusconi testimone nell'inchiesta sulle mazzette rosse (occhiello:
“"Confalonieri voleva bloccare un libro scomodo, offri denaro a un editore vicino al PCI". La Fininvest: è tutto falso”).
Non è dato sapere se il Pm Parenti abbia poi “sentito” il teste Berlusconi per le “mazzette
rosse” e i maneggi intorno al nostro libro; è invece certo che lo ha “sentito” per potere
diventare, quattro mesi dopo, deputata berlusconiana.

Negli Stati Uniti, sempre decantati (a proposito e a sproposito) quale compiuto esempio di
“democrazia avanzata”, i mass media esercitano il ruolo di “controllori” del potere politico.
Nell'ambito dì questa essenziale funzione, la stampa Usa “viviseziona” il Presidente e i suoi
ministri e collaboratori, sondandone il passato e vigilandone il presente, fin dal momento
della loro candidatura (l’accanimento è tale che sì arriva a frugarne perfino il letto...).
Dopo Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, e dopo l'avvento dei rappresentanti della
FININVEST (con contorno di neofascisti) ai vertici dello Stato, ho ritenuto doveroso, come
giornalista libero, proseguire e approfondire 1Inchiesta sui trascorsi del presidente del
Consiglio Berlusconi, non diversamente da come avrebbe fatto la stampa “anglosassone” nei
leggendari Stati Uniti. Consapevole come sono che né negli Usa, né in alcun'altra
democrazia occidentale, potrebbe mai accadere che un oscuro miliardario arrivi a insediarsi
al vertice del potere politico mediante il monopolistico controllo, diretto e indiretto, dei mass
media.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
Denaro a Lugano, tangenti a Milano

Secondo la menzognera agiografia berlusconiana, la costruzione della “città satellite”


Milano 2, nei primissimi anni Settanta, sarebbe stato il primo “miracolo” compiuto
dal Superimprenditore self made man, il quale, senza disporre di capitali e col solo
ausilio della sua straordinaria genialità, sarebbe riuscito a edificare dal nulla
l’avveniristica cittadella.
La realtà dei fatti è assai diversa: quella di Milano 2 e dintorni è una vicenda
originata da misteriosi capitali provenienti dalla Svizzera, scandita da prestanome e
espedienti, da irregolarità e abusi -una vicenda accompagnata dal forte sentore dì
tangenti e corruttele, e impregnata di collusioni col potere politico.

***

Il 9 luglio 1963, il conte Leonardo Bonzi, proprietario di un'area di 712.000 metri


quadrati a Segrate (zona est dell'hinterland milanese), stipula col Comune una
convenzione edilizia di urbanizzazione: 485.964 mq dell'area vengono destinati a
zona residenziale, 114.200 mq a zona industriale, 105.667 mq riservati a verde;
30.000 mq vengono ceduti dal conte Bonzi al Comune. Successivamente (“Non è
stato possibile rilevare la data”, scriverà in un rapporto la Guardia di Finanza 1 ), il
Comune stipula una seconda convenzione, in base alla quale il conte Bonzi si
impegna a cedere al Comune di Segrate, “senza corrispettivo in denaro”, ulteriori
97.995 mq dell'area. In base alle due convenzioni, dunque, il conte Bonzi cede
gratuitamente al Comune segratese 127.995 mq dell'area da urbanizzare.

Il 18 luglio 1967, il Consiglio comunale approva il Piano regolatore generale del


Comune di Segrate, nell’ambito del quale l’area Bonzi destinata a zona industriale
(114.200 mq) viene modificata da area verde. Ma il 27 giugno 1968, il Consiglio
comunale torna sulle proprie decisioni e delibera che l’area verde ex industriale di
144.200 mq venga destinata anch’essa ad area residenziale. Intanto, l’organismo
consultivo Pim (Piano intercomunale milanese) esprime parere negativo in merito
alla lottizzazione Bonzi, poiché “l’insediamento compromette una zona delicatissima
e di importanza strategica dal punto di vista intercomunale” - l'area, tra l'altro, sorge
infatti a poca distanza dall'aeroporto di Linate.

Il conte Leonardo Bonzi non si occupa di edilizia, né intende occuparsene: stipulando


la convenzione col Comune, mira a “valorizzare” i suoi terreni di Segrate per venderli
poi a un prezzo maggiorato. Dei resto, l'area è disgraziata: confina da un lato col
cimitero di Lambrate, dall'altro con un immondezzaio, e soprattutto è sorvolata dalle

1
Comando compagnia di Monza della Guardia di Finanza, rapporto dell'11-9-1971
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
fragorose rotte degli aerei che decollano dal vicino aeroporto di Linate - nessuno al
mondo costruirebbe abitazioni in un luogo simile.

Il 25 settembre 1968, nello studio di un notaio milanese, viene costituita la società


Edilnord Centri Residenziali sas di Lidia Borsani & C., capitale sociale di 6 milioni
di lire, oggetto dell'attività “operazioni immobiliari”: la Borsani (cugina trentunenne
del trentaduenne Silvio Berlusconi, e sua prestanome) ne è la socia accomandataria,
con firma libera per somme inferiori a un milione - per somme superiori, occorre la
preventiva autorizzazione scritta del socio accomandante. Il socio accomandante, cioè
chi conferisce alla società i capitali, è la finanziaria Aktiengesellschaft fúr
Immobilienlagen Ag con sede a Lugano; gli anonimi capitali della finanziaria
svizzera sono in parte depositati presso la International Bank di Zurigo, e pervengono
alla Edilnord Centri Residenziali attraverso la Banca Rasini 2 .

Il giorno dopo, 26 settembre 1968, la società Edilnord Centri Residenziali sas di Lidia
Borsani & C. acquista dal conte Leonardo Bonzi, pagando la somma di oltre 3
miliardi di lire, l’area di 712.000 metri quadrati situata a Segrate, comprensiva delle
convenzioni edilizie col Comune per la costruzione di 2,5 milioni di metri cubi di
“opere di urbanizzazione primaria e secondaria” 3 .

Coi capitali forniti dalla Aktiengeselìschaft fúr Immobilienlagen Ag 4 , sull'area


segratese (vendutagli dai Bonzi attraverso la cugina Lidia Borsani) il palazzinaro
Berlusconi intende edificare una cittadella sul modello dell'avveniristica edilizia
nordeuropea - una “città satellite” che verrà chiamata “Milano 2” 5 .

La Edilnord di Lidia Borsani & C. comunica al Comune di Segrate di avere acquisito


la proprietà dell'area Bonzi, e inoltra subito la proposta di una nuova soluzione
planivolumetrica dell’area.

2
Il piccolo istituto di credito (un solo sportello a Milano), già con Berlusconi nella precedente operazione immobiliare
di Brugherio, nel 1981 verrà indicato dalla Criminalpol come uno dei crocevia della “Mafia dei colletti bianchi”
radicata a Milano: pericolosi boss mafiosi dediti allo spaccio, all’usura, e al riciclaggio di denaro sporco, risulteranno
correntisti della Rasini. Cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, Kaos Edizioni, Milano 1994,
pagg. 49-51.
3
“La transazione è preceduta da inquietanti retroscena: mentre i Bonzi erano in trattative con vari interlocutori
interessati, le "villette civetta" [che essi avevano costruito sull'area] erano state oggetto di atti vandalici accompagnati
da intimidazioni e minacce, sì che i Bonzi si erano affrettati a concludere l'affare con la Edilnord, lasciando cadere altre
offerte”; G, Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 45.
4
Nel febbraio 1973 nascerà un'altra misteriosa “società svizzera” berlusconiana intestata a prestanome: la Italcantieri
srl, costituita dal praticante notaio Renato Pironi (in rappresentanza della Cofigen Sa di Lugano) e dalla "casalinga"
Elda Brovelli (in rappresentanza della Eti Ag Holding di Chiasso).
5
L’esclusiva cittadella su misura dei ceto medio verrà pubblicizzata con gli slogan “Milano 2: una città firmata”, e “I
bambini di Milano 2 sono più sani, più sicuri, più liberi, più allegri”. Più concretamente, anni dopo il pragmatico
Berlusconi dirà: “Per l'Edilnord ho disegnato perfino le fogne. Pensavo: se ho sbagliato, si sveglieranno tutti nella
merda”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
Il 12 maggio 1969, dopo il parere favorevole della Commissione edilizia, il sindaco
di Segrate - il socialista “autonomista” 6 Renato Turri - approva il nuovo piano di
lottizzazione dell'area ex Bonzi proposto dalla Edilnord; del resto, già dal precedente
30 aprile il sindaco Turri ha cominciato a firmare le prime licenze edilizie alla
Edilnord Centri Residenziali sas. Ma il 16 settembre 1969, la Giunta provinciale
amministrativa respinge la delibera del 12 maggio; il Consiglio comunale segratese,
revocando la delibera del sindaco, ripristina la convenzione originaria, e perdipiù
limitatamente alla sola parte dell'area in origine a destinazione residenziale (cioè
485.964 mq) - per la Edilnord e per i suoi piani speculativi è un grave smacco.

Il 15 aprile 1970, Lidia Borsani cessa nelle sue funzioni di prestanome-


accomandataria della “società svizzera” Edilnord; le subentra sua madre Maria Bossi
vedova Borsani, zia di Berlusconi. Il cambiamento di prestanome sembra
propiziatorio per il costruttore milanese che si muove nell'ombra: cinque giorni dopo,
il Consiglio comunale, modificando la convenzione Bonzi del luglio 1963, delibera
che i 30.000 mq regalati al Comune divengano di proprietà della Edilnord, la quale si
impegna in cambio a costruire nel complesso Milano 2 “opere edilizie scolastiche”.
Intanto, sono in corso serrate e riservate “trattative” per approdare a una nuova
convenzione che consenta alla Edilnord sas di attuare i suoi progetti speculativi.
“Occorre avere contatti con le segreterie provinciali dei partiti, con la Regione... Le
segreterie provinciali dei partiti acquistano una grande importanza nella definizione
di queste decisioni... Il potere decisionale reale è delegato agli organi politici, che
hanno potere superiore agli organi tecnici, dì cui possono anche scavalcare le
indicazioni... Le strutture dei partiti diventano i canali reali di mediazione fra i livelli
decisionali locali e intercomunali” 7 .
Nel gennaio 1971 la Giunta comunale di Segrate (Pci-Psi, sindaco Turri) entra
in crisi, ma la Edilnord sembra aver già trovato la strada maestra da percorrere per
superare le difficoltà che si frappongono ai suoi disegni. Il 26 marzo 1971, il
ministero dei Lavori Pubblici invita il Comune di Segrate a modificare il Piano
regolatore 8 , e il mese successivo un decreto dei ministero vieta di edificare la zona
segratese ex Bonzi già prevista a verde e modificata in abitativa dal Consiglio
comunale il 27 giugno 1968: ma l'invito del ministero cade nel vuoto, e al decreto
ministeriale “tocca una sorte misteriosa: nei registri del Comune non risulta
protocollato e, secondo alcuni consiglieri, “deve essersi smarrito”” 9 .
Nel settembre 1971 si insedia la nuova Giunta comunale segratese, di centro-sinistra

6
La corrente “autonomista” dei Psi milanese è capeggiata da Bettino Craxi, futuro segretario dei Psi e padrino politico
di Berlusconi.
7
Dichiarazione dell'arch. Mario Piazza, cit. in "L'Espresso", 16 settembre 1984.
8
La Direzione generale urbanistica dei Lavori Pubblici scrive tra l'altro: “In merito alla convenzione Conte Bonzi, si
osserva che tale insediamento comprometterebbe le possibilità di ampliamenti a livelli intercomunali del Parco Lambro
verso Vimodrone e Segrate e la possibilità di creare una vasta fascia continua a verde ed attrezzature”.
9
“Il Mondo”, 13 marzo 1975.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
(Dc-Psi, sindaco il democristiano Gianfranco Rosa, vicesindaco e assessore
all’Urbanistica l'ex sindaco Psi Renato Turri), e il 29 marzo 1972 “in una sola seduta
il Consiglio comunale di Segrate approva tutto: la nuova Convenzione [proposta dalla
Edilnord] e le necessarie varianti del Piano regolatore generale e del piano di
fabbricazione. Rimane sempre in sospeso la questione della Giunta provinciale
amministrativa [organo burocratico, NdA], che ha il potere di bloccare tutto e che già
in passato è stata poco favorevole. Niente paura: pochi giorni dopo, esattamente il lo
aprile 1972, la Giunta provinciale amministrativa cessa di avere competenza sulla
materia perché essa viene trasferita alla Commissione regionale di controllo [organo
politico, Nd,4], che in poche settimane approva ogni cosa senza modifiche e senza
inutili discussioni” 10 .
Nella sala del Consiglio comunale di Segrate sì parla di appartamenti in regalo
a socialisti e democristiani, e del regalo di una villa in Svizzera. Secondo Umberto
Dragone (all'epoca capogruppo del Psi nel Consiglio comunale di Milano), la
Edilnord paga alla Dc e al Psi milanesi tangenti tra il 5 e il 10 per cento
sull'ammontare dell'operazione Milano 2. “Vengono concesse alla Edilnord licenze
edilizie in cambio di sostanziose somme di denaro... Qualche appartamento arredato
[di Milano 2] pare sia stato dato gratis ad assessori e tecnici Dc e socialisti. E’ certo
che questo regalo lo ha avuto un tecnico del Psi che vive a Milano 2 con una
fotomodella 11 . “L'Edilnord ha ottenuto la revisione dell’originaria Convenzione
ereditata dal Bonzi, sottoscrivendo il 29 marzo 1972 una vantaggiosissima
Convenzione che legittima ogni sua mira speculativa: si è significativamente appena
iniziata la campagna elettorale per le politiche del maggio, e i gruppi politici dei vari
partiti appetiscono, più del solito, finanziamenti e sovvenzioni... [Nella società
Edilnord] vi sono gli interessi del Monte dei Paschi di Siena, serbatoio e feudo del
potente gruppo democristiano capeggiato da Andreotti, e di finanziamenti svizzeri
della Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in Residenzzentren Ag, leggi Banca
Rasini... Berlusconi capeggia l'Edilnord sas” 12 .
Alcuni consiglieri comunali dell'opposizione, e lo stesso capogruppo Dc Filippo
Accinni, denunciano alla Procura della Repubblica il sindaco Rosa e il vicesindaco
Turri per “l’uso continuato di un Programma di Fabbricazione non conforme a quello
vigente, e di un Piano Regolatore generale non conforme a quello in itinere; rilascio
di licenze edilizie in contrasto col P.d.F. veramente vigente; formazione di delibere
consiliari con allegati e facenti parte integrante i citati strumenti urbanistici irregolari;
occultamento di atti pubblici”. Il capogruppo consiliare democristiano Filippo
Accinni rassegnerà le dimissioni dalla DC “in segno di polemica” per le corruttele 13 .
Scossa dal turbine di polemiche sintetizzate nell’esposto-denuncia dei consiglieri
comunali, la giunta Dc-Psi rassegnerà le dimissioni, e a partire dal maggio 1974
l'amministrazione comunale di Segrate verrà affidata a un commissario prefettizio.
10
“L’Espresso”, 16 settembre 1984,
11
“L’Espresso” , 10 aprile 1977
12
Denuncia presentata dall'avvocato Giuseppe Melzi alla Procura della Repubblica di Milano nel dicembre 1973.
13
Accinni dichiarerà “I profitti ricavati da transazioni come le convenzioni e le licenze edilizie erano una rilevante, se
non la primaria, fonte di finanziamento dei partiti politici. Questa corruzione politica ha permesso alle compagnie
immobiliari di muoversi liberamente”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO

Con la truffaldina delibera della Giunta comunale segratese Dc-Psi del marzo 1972,
grazie alla quale “con un colpo di mano la nuova Giunta [ha portato l'area edificabile
della Edilnord] dagli iniziali 400.000 metri quadrati a 700.000” 14 , la speculazione
edilizia di Milano 2 può dispiegarsi secondo i piani di Berlusconi e dei suoi anonimi
finanziatori. La stessa Giunta esecutiva del Piano intercomunale milanese, che a suo
tempo aveva espresso parere negativo circa la lottizzazione della zona (ritenuta “di
importanza strategica dal punto di vista intercomunale”), l’8 giugno 1972 ratificherà
il fatto compiuto: “Non si può che tener conto dell'esistente, e garantirne il
completamento al miglior livello possibile” 15 .
Forte dei capitali che affluiscono dalla Svizzera, dietro lo schermo societario prima
della cugina e poi della zia-prestanome, protetto dal potere politico milanese (DC e
PSI), il palazzinaro Silvio Berlusconi appalta la costruzione materiale della “cittadella
satellite” ad alcune note imprese edili (le quali spesso subappaltano a loro volta i
lavori a piccole imprese e a cottimisti, ricorrendo anche al “lavoro nero”); colui che
diverrà celebre come “costruttore di città”, in realtà non costruisce nulla: compra aree
con capitali “svizzeri”, ottiene licenze, e dopo averne appaltata la realizzazione si
occupa della commercializzazione degli immobili.
E’ proprio con la vicenda di Milano 2 (che segue il Centro residenziale di
Brugherio 16 e precede Milano 3) che Berlusconi esprime per la prima volta il suo
vero, formidabile talento di “persuasivo interlocutore” del potere politico: non tanto e
non solo di sindaci e assessori locali, ma anche e soprattutto delle segreterie
provinciali dei partiti di governo - essenzialmente DC e PSI e le loro “correnti”
interne che si sostentano di tangenti ricavate principalmente dall’edilizia (licenze e
appalti). E sono ancora i “contatti eccellenti” col potere politico, anche attraverso il
sodalizio con un losco prete spretato, che consentiranno a Berlusconi di risolvere il
grave inconveniente che grava sulla sua ambiziosa speculazione segratese: le rotte
aeree dei velivoli che, decollando dal vicino aeroporto di Linate, transitano con
fragore sul cielo di Milano 2, e rischiano di comprometterne la commercializzazione.

14
“Il Mondo”, 13 marzo 1975
15
All'epoca, direttore dell'ufficio tecnico dei Pini è l'architetto "socialista" Silvano Larini, legatissimo a Bottino Craxi.
Sarà proprio Larini a organizzare il primo incontro fra Berlusconi e Craxi.
Nel 1993, dopo un lungo periodo di latitanza, Larini finirà in carcere nell’ambito dell'inchiesta giudiziaria "Mani
Pulite": confesserà di essere stato per lunghi anni il collettore di tangenti pagate da imprenditori e da lui consegnate
nell'ufficio milanese di Craxi.
16
Il Centro Edilnord di Brugherio era stato edificato da Berlusconi con forniti dalla Finanzierungesellschaft fur
Residenzen Ag di Lugano (legalmente rappresentata dall'avvocato svizzero Renzo Rezzonico).
Cosi come accadrà in occasione della speculazione di "Milano Y, anche l'edificazione dei Centro Edilnord di
Brugherio era stata accompagnata da abusi e polemiche: “[Edoardo Teruzzi, geometra] ha tirato su [a Berlusconi] le 18
torri di Brugherio, occupandosene prima da assessore [democristiano] all'Urbanistica, poi da capocantiere, facendo
filare a tempo di record i duecento muratori che nella fretta anziché fermarsi a costruire fino al quinto piano (come
stabiliva la licenza edilizia) sono saliti fino all'ottavo. Tre piani abusivi per ogni torre? "Abusivi... non esageriamo, è
stato un malinteso che si è risolto subito con una ammenda da 200 milioni e offrendo al Comune la costruzione gratuita
di un asilo" [dichiara Teruzzi, oggi attivista di "Forza Italia"]”; in P. Corrias, M. Gramellini, C. Maltese, 1994. Colpo
grosso, Baldini & Castoldi, Milano 1994, pag. 47.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO

Con l'aiuto di Dio

La convenzione stipulata nel 1963 dal conte Bonzi col Comune di Segrate era
comprensiva di un'area di 46.000 mq che il conte aveva venduto, nel 1966, a un
oscuro Centro assistenza ospedaliera Monte Tabor di don Luigi Maria Verzé; nel
luglio 1967, il compiacente sindaco segratese Turri aveva poi rilasciato a don Verzé
licenza edilizia per la costruzione sull'area di una clinica geriatrica privata (“Ospedale
San Raffaele”). La losca vicenda della clinica segratese e del suo spregiudicato
promotore don Verzé si salda subito con quella di Milano 2 e del suo spregiudicato (e
occulto) promotore Berlusconi, dando luogo a uno scandalo nello scandalo a colpi di
abusi, irregolarità, e soprattutto collusioni politiche.
Don Luigi Verzé (prete “interdetto” dalla Curia milanese il 26 agosto 1964 con “la
proibizione di esercitare il Sacro ministero”17 ) aveva potuto acquistare l'area del
conte Bonzi grazie a un finanziamento statale di 600 milioni ottenuto attraverso i suoi
stretti legami con alcuni leader della Dc romana 18 ; lo scaltro don Verzé intendeva
edificare la sua clinica privata attraverso ulteriori finanziamenti statali che gli
sarebbero pervenuti grazie agli stessi politici 19 . Berlusconi, per ovvie ragioni, vedeva
con estremo favore il sorgere di una clinica ospedaliera nei pressi di Milano 2; ma
soprattutto, all'ombra dell'iniziativa “cattolico-umanitaria” di un don Verzé cosi ben
introdotto nella Dc romana, sarebbe stato più facile per la Edilnord risolvere il grave
problema delle fragorose rotte aeree nel cielo della zona. Dunque, la Edilnord si
assume il compito di "costruire" la clinica del prete spretato (si occupa cioè di
appaltarne la costruzione alle imprese edili che edificheranno Milano 2).
La costruzione della clinica “Ospedale San Raffaele” è oscura fin dall'inizio:
“Non è stato possibile rilevare la data di inizio dei lavori”, scriverà in un rapporto la

17
Definito “prete-manager”, e descritto come “un prete atipico che viaggia su auto di lusso con radiotelefono, che non
veste abitualmente la tonaca e nemmeno clergyman, che si attornia di segretarie tanto efficienti quanto di gradevole
aspetto” ("Panorama", 14 maggio 1989), don Luigi Maria Verzé riuscirà a costruire un vero e proprio impero di cliniche
private proprio a partire dalla vicenda segratese del San Raffaele; ma la sua proverbiale spregiudicatezza lo porterà più
volte nelle aule dei tribunali.
18
I 600 milioni erogati a don Verzé dallo Stato erano parte di uno stanziamento di 2 miliardi e 136 milioni; il resto della
somma che gli era stata destinata dai potenti amici della Dc romana non aveva potuto essergli erogata perché la nuova
legge ospedaliera approvata nel 1968 subordinava i finanziamenti a requisiti che l'iniziativa privata di don Verzé non
possedeva.
I "requisiti" che la progettata clinica democristiana invece aveva, erano espressi in un apposito depliant pubblicitario:
“È innanzitutto l'ospedale per il medico, prima ancora che per l'ammalato... perché il medico possa realizzare se stesso
come maestro e professionista di un'arte sacra... Quanto all'ammalato, il San Raffaele lo accoglie e lo tratta come
un’entità bio-psico-spirituale che, ammalandosi, ha acquisito il diritto di un trattamento privilegiato e individuale... Per
entità bio-psico-spirituale si intende che nel San Raffaele incombe l'obbligo di riconoscere, in ogni momento,
l'ammalato come un tutto organico, composto di fisico, di valore psico-intellettuale e di anima praeternaturale, tutti
invisibilmente impegnati nella nuova situazione patologica... La lotta contro la malattia è un corpo a corpo tra uomo e
UOMO ... ”.
19
La certezza delle ingenti sovvenzioni pubbliche alla sua iniziativa era il necessario presupposto dell'intera operazione
- buona parte delle somme sarebbe poi finita nelle casse della "costruttrice" Edilnord.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
Guardia di Finanza. Ma la cerimonia della “posa della prima pietra” avviene il 24
ottobre 1969 alla presenza del sindaco socialista di Milano Aldo Aniasi - è l’avvio di
una sequela di irregolarità, abusi, colpi di mano e manovre sotterranee, che la coppia
di affaristi Berlusconi-don Verzé attuerà nel segno di “sinergici” interessi speculativi.

Nel 1970, don Verzé muta il suo Centro di assistenza ospedaliera in “Fondazione
religiosa Centro San Romanello del Monte Tabor”, e nel consiglio di
amministrazione della Fondazione trovano posto politici e imprenditori legati alla Dc;
il 15 aprile 1971 il governo del Dc Emilio Colombo riconosce “la personalità
giuridica” della Fondazione, che dunque può essere ammessa a fruire degli
stanziamenti previsti dal Piano regionale ospedaliero. Ma l'assessore alla Sanità della
Regione Lombardia, il De Vittorio Rivolta, poiché il privatistico “ospedale” di don
Verzé è estraneo al piano ospedaliero lombardo, nega alla Fondazione i finanziamenti
del Fondo nazionale ospedaliero. Dopo pressioni, minacce, e tentata corruzione20 ,
l'intraprendente don Verzé e i suoi protettori politici romani trovano il modo di
aggirare l'ostacolo.
Il 25 luglio 1972, con apposito decreto, il ministro della Sanità (il Dc Athos
Valsecchi) e il ministro della Pubblica Istruzione (il Dc Oscar Luigi Scalfaro)
riconoscono alla rudimentale clinica privata di don Verzé l'attestato di “Istituto di
ricovero e cura a carattere scientifico”: ancorché platealmente truffaldino (verrà
definito “un atto di pirateria politica”, dal momento che il sedicente ospedale non è
neppure funzionante), il prestigiosissimo riconoscimento elargito dai due ministri Dc
consente allo spretato affarista democristiano di beneficiare di finanziamenti e
agevolazioni varie, e soprattutto sottrae la sua iniziativa "ospedaliera" alle
competenze della Regione. Nel ricorso subito inoltrato, la Regione Lombardia chiede
infatti l'annullamento del decreto ministeriale perché viziato da “eccesso di potere per
difetto di istruttoria, erronea valutazione della realtà, illogicità, sviamento”, e nega
che la clinica di don Verzé possa essere qualificata "Istituto a carattere scientifico": si
tratta di un espediente “strumentale rispetto al perseguimento di finalità diverse... 1
fini perseguiti [dall'iniziativa di don Verzé] sono completamente diversi da quelli
assunti a base del decreto di riconoscimento” 21 .
20
Le pressioni di don Verzé sull'assessore Rivolta sono di vario tipo. Dapprima burocratiche: “Fin dal 1969 erano stati
iniziati i lavori per la costruzione [della clinica],.. 1 lavori rimasero in seguito sospesi per la interruzione del
finanziamento che lo Stato aveva a suo tempo promesso e poi demandato alle scelte della Regione... La spesa prevista
ammonta a 980 milioni... Se il predetto lotto non verrà ora incluso nell'elenco degli Ospedali lombardi da rifinanziare
con la legge in itinere, il primo lotto, già pronto, del San Raffaele rimarrà una bella costruzione incompleta e sterile ai
fini ospedalieri” (lettera del settembre 1971); poi minacciose: “Poiché so, avendone le prove, che il nostro lavoro è
voluto da Dio, e che Dio non si lascia irridere, la consiglio, di non molestare oltre” (lettera dei novembre 1973). Né
manca la tentata corruzione - la promessa di una tangente del 5 per cento sull'erogazione - che porterà a un'intricata
vicenda giudiziaria in seguito alla quale don Verzé verrà condannato in primo grado appunto per tentata corruzione.
21
Scrive in una lettera all'Unità" l'assessore regionale alla Sanità Rivolta: “Se l'Ospedale San Raffaele ha dovuto
imboccare - purtroppo con successo, finora - la strada del riconoscimento interministeriale di "Istituto scientifico" è solo
perché ha trovato la strada normale (la strada cioè della classificazione e dei riconoscimento come Ente ospedaliero)
ripetutamente sbarrata dalla volontà dell'assessorato alla Sanità di non pregiudicare con decisioni settoriali e con
suggestioni privatistiche la definizione del piano ospedaliero lombardo... [Cosi] i promotori dell'iniziativa hanno
creduto opportuno aggirare l'ostacolo ricorrendo a Roma”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
intanto, dopo che in precedenza la Commissione edilizia segratese aveva respinto JI
progetto per l'edificazione di un secondo lotto ospedaliero perché privo di benestare
del medico provinciale e dei Vigili del Fuoco, nello stesso luglio 1972 la clinica si
vede negata l'agibilità perché “il sistema degli scarichi delle acque non è conforme
alle disposizioni del Consorzio di vigilanza igienica, ed è priva di camera mortuaria”.
Il 14 giugno 1973, il rettore dell’Università Statale di Milano, il democristiano
Giuseppe Schiavinato, sottoscrive una truffaldina convenzione tra la Facoltà di
Medicina e il sedicente “Ospedale San Raffaele” - un nuovo, proditorio atto di
“pirateria politica” tutto interno alla Dc e mosso da interessi economico-clientelari.
“L'obiettivo manifesto del Verzé è di procedere alla costruzione di altri due mostruosi
immobili per una volumetria [equivalente a] più dei doppio di quella prevista dai
piani urbanistici locali... Lo strumentale aggancio all'Università, aggiunto all'abnorme
riconoscimento ministeriale di "Istituto scientifico", potranno ulteriormente sottrarre
la Fondazione e la sua struttura edilizia in territorio milanese ai controlli regionali e a
qualunque altro controllo imposto dalla legge. A questo preciso scopo concordato, il
Rettore Schiavinato [firmando la convenzione ha offerto [a don Verzé], a fondo
perduto, finanziamenti, strumenti, strutture, docenti e personale, prostituendo le
esigenze didattiche degli studenti alla speculazione dei gruppi clericali amici” 22 .
Il 21 settembre 1973, un'ordinanza dei sindaco di Segrate interrompe la costruzione
del secondo lotto della clinica perché platealmente abusivo: “Nell’ordinanza, dopo
aver considerato che la Fondazione dell'ospedale “ha presentato un progetto di
costruzione di ampliamento del secondo lotto dell'ospedale medesimo e che lo stesso
non è risultato, all'esame della Commissione edilizia comunale, meritevole di
approvazione”, si ingiunge la “sospensione immediata dei lavori edili abusivamente
intrapresi”. Circa il motivo per il quale è stata avviata la costruzione del secondo
lotto dell'ospedale senza l'autorizzazione prevista, don Verze’ afferma che “secondo
accordi verbali presi con le autorità di Segrate, e di cui possiamo fornire
testimonianze, ci fu detto di iniziare pure i lavori e che la autorizzazione sarebbe
giunta in un secondo tempo”” 23 . Nell'occasione, l'ineffabile prete “sospeso” dichiara

22
Denuncia alla Procura della Repubblica inoltrata da un gruppo di studenti della Facoltà di Medicina (14 ottobre
1973), In un comunicato-stampa, gli studenti precisavano: “La convenzione dell'Università Statale con il San Raffaele è
praticamente nulla sia in base alla legge ospedaliera che afferma che l'Università può assumere rapporti solo con enti
ospedalieri o comunque con enti pubblici, sia perché anche qualora il San Raffaele si configurasse come ente pubblico
avrebbe trasgredito il Piano regolatore regionale che ne vietava la costruzione stessa; esso è quindi un edificio abusivo.
Inoltre la convenzione è in contrasto con lo schema legislativo di convenzione in quanto lascia all’Università tutti gli
oneri e gli aggravi finanziari e al San Raffaele solo le “ buone intenzioni “ e i benefici economici. Ciò stabilito possia-
mo oltretutto rilevare che il San Raffaele contravviene alle condizioni previste per un ospedale dalla legge del
12-2-1968 mancando dei più elementari servizi: pronto soccorso, camera mortuaria, rete fognaria adeguata, personale
competente”.
23
"Corriere della Sera", 27 settembre 1973. A riprova degli strettissimi legami di don Verzé con i boss della Dc romana,
in data 8 febbraio 1974 il ministro della Sanità Luigi Gui (futuro protagonista dello scandalo Lockheed) scrive al
Comune di Segrate una subdola lettera che, riferendosi all'ordinanza, precisava: “Senza minimamente voler sindacare le
ragioni che sono alla base dell'ordinanza [di sospensione dei lavori di ampliamento del San Raffaele], questo Ministero
- cui, come è noto, è demandata la vigilanza sugli Istituti di cura a carattere scientifico - rappresenta a codesto Comune
il contributo di considerevole rilevanza sociale che, nell'ambito dell'assistenza ospedaliera, la Fondazione Centro San
Rornanello dei Monte Tabor apporta alla comunità, nonché il notevole interesse che l'Istituto riveste per l'impulso
dell'attività scientifica e per lo sviluppo del settore didattico-universitario”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
alla stampa: “Non siamo lo specchietto delle allodole, come qualcuno vuol vederci, di
una grossa società immobiliare [cioè l'Edilnord, N.d.A.]. Siamo solo un ospedale che
vuole portare a termine il suo programma per funzionare sempre meglio”.

Il 14 ottobre 1973, l'avvocato Giuseppe Melzi, a nome di un gruppo di studenti della


Facoltà di Medicina dell'Università di Milano, inoltra alla Procura della Repubblica
una denuncia a carico del Rettore Schiavinato e dei ministri Valsecchi e Scalfaro per i
reati di peculato, abuso d'ufficio, interesse privato in atti d'ufficio, falsità ideologica,
truffa ai danni dello Stato - don Luigi Verzé viene denunciato per truffa ai danni dello
Stato.
Nella denuncia viene ricostruita la vicenda della clinica-ospedale San Raffaele,
associandola a tangenti e benemerenze politiche; vi si parla di “complessi e oscuri
rapporti clientelari personali e politici [del rettore] che, intrecciandosi al sedicente
Ospedale San Raffaele, coinvolgono diverse realtà e interessi di potere e economici...
[La scandalosa convenzione firmata dal rettore] è una chiara copertura di interessi
politico-economici... La storia del San Raffaele si riannoda a quella di una grossa
iniziativa immobiliare a carattere speculativo, nota come "Milano 2" e patrocinata
dalla società Edilnord S.a.s. [dietro cui vi sono capitali svizzeri e interessi bancari
democristiani, e capeggiata da] Berlusconi... Le iniziative e i programmi edificatori di
Milano 2 e del San Raffaele superavano di gran lunga le volumetrie consentite anche
dal Piano regolatore del Comune di Segrate [mal l'Edilnord otteneva una
vantaggiosissima convenzione [coincidente con] la campagna elettorale per le
politiche... Le fortune del San Raffaele coincidono in successione cronologica con
quelle di Milano 2 e con tali scadenze elettorali... [Vi sono prove] della collusione tra
i due gruppi e le due iniziative, o meglio, dell'asservimento del San Raffaele ai
prevalenti scopi speculativi di Milano 2... Milano 2 è indubbiamente interessata al
connubio tra il San Raffaele e l'Università... Schiavinato [ha cosi assunto] l'alto
patrocinio dell'Edilnord, divenendo il padrino della speculazione ospedaliera e
immobiliare più sfacciata d'Italia ... ”. I denuncianti sollecitano “una severa inchiesta
sui vari rapporti e sui vari personaggi ruotanti attorno al San Raffaele, all’Università,
e all'iniziativa Milano 2 [anche considerando] gli indubbi collegamenti speculativi tra
l’Ospedale San Raffaele e l'insediamento edilizio Milano 2, e il coinvolgimento degli
uffici ministeriali prima, e dell'Università poi, aventi come scopo la “valorizzazione”
dell’Ospedale e di Milano 2”.
La denuncia studentesca, presentata dall’avvocato Melzi, non manca di porre in
rilievo la faccenda più sporca tra le molte che stanno accompagnando la nascita di
Milano 2-San Raffaele, e che è alla base del connubio Berlusconi-don Verzé:
“Quando al confine col San Raffaele inizia anche la costruzione degli immobili di
Milano 2, la combine tra le due iniziative si manifesta pubblicamente in una comune,
incalzante iniziativa mirante a ottenere lo spostamento delle rotte aeree, per la
ulteriore “valorizzazione” iniziativa immobiliare”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO

Nell’alto dei Cieli

Nella seconda metà degli anni Sessanta, l'aeroporto milanese di Linate aveva
registrato un forte incremento del traffico aereo: se nel 1961 dall'aerostazione
decollavano 35 aerei al giorno, nel 1967 i decolli erano già 63 (dei quali 33 di jet), e
due anni dopo erano saliti a 75 (con 65 jet) 24 . 1 potenti e fragorosi aviogetti
decollavano lungo l'asse Sud-Nord, e l'incremento dei decolli aveva determinato un
progressivo aumento dell'inquinamento acustico a danno dei circa 10.000 residenti
nella fascia orientale del Comune di Segrate e degli abitanti dei comuni limitrofi.
Il 24 luglio 1969, la Direzione generale dell'Aviazione Civile (Civilavia) aveva
emanato una prima direttiva di regolamentazione dei corridoi di decollo da Linate;
con la sigla “Notam” 25 e il numero d'ordine “AIII/69”, la disposizione stabiliva che
subito dopo il decollo gli aerei procedessero dritti lungo la rotta Sud-Nord, per poi
virare a un'altezza di 3.600-5.000 metri (a seconda del tipo di aeromobile) dal punto
di stacco: in tal modo, i jet evitavano gli abitati di Segrate, San Felice, Vimodrone,
Cologno e Brughiero, e sorvolavano la disabitata zona verde del conte Bonzi posta
oltre il confine orientale del Comune di Segrate.
L'area Bonzi sorvolata dal luglio 1969 è da qualche mese di proprietà della Edilnord
Centri Residenziali che intende costruirvi una cittadella. Secondo la Convenzione di
Chicago sulla Aviazione civile (che tra l'altro definisce le “servitù aeroportuali”), tale
area - posta proprio sull'asse della pista n° 36 di Linate, e a pochi chilometri
dall'aerostazione - dovrebbe essere considerata “inabitabile” e destinata a “zona
verde”; anche per questa ragione, nel 1967 il Piano Intercomunale Milanese si era
chiaramente pronunciato contro la lottizzazione urbanistica dell’area Bonzi 26 .
Ma Berlusconi sembra ritenere la grave questione un problema ininfluente, e alla fine
del 1970 l’edificazione di Milano 2 procede spedita sotto il costante fragore dei jet
che sorvolano l’area ridicolizzando lo slogan commerciale di Milano 2 “un'oasi di
pace ai confini della città”. In realtà, è già operante il sodalizio Edilnord don Verzé,
attraverso il quale, al più presto, si potrà “ripulire” il cielo della zona dal micidiale
inquinamento acustico: in quale Paese al mondo sarebbero ammessi decolli aerei a
ridosso di un ospedale?

24
All'epoca, Linate disponeva di una sola pista, la n° 36, la cui testata Sud era abilitata all'atterraggio strumentale - era
l’unica disponibile per il traffico dei jet.
25
Da "Notice Io Air Men" ("Avviso agli aeronaviganti").
26
In un esposto alla Pretura di Monza, il Comitato antirumore
“L'esistenza delle servitù aeronautiche, rese operanti con ordine del generale comandante della 1 Regione Aerea in data
12 aprile 1962 e ribadite dalla Legge n° 58 del 4-2-1963, dimostra chiaramente che gli aerei hanno a disposizione per il
decollo e l'atterraggio una fascia di territorio di lunghezza complessiva di 20 km giacente sull'asse della pista
dell'aeroporto Milano-Linate”, fascia relativa a tutta l'area Bonzi-Edilnord e oltre.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
Milano 2 conta circa 200 abitanti, quando, il 24 giugno 1971, il duo Berlusconi-don
Verzé inoltra al ministero dei Trasporti una petizione: primi firmatari lo stesso don
Luigi Verzé e Maria Bossi vedova Borsani (zia di Berlusconi e sua prestanome nella
Edilnord), la petizione sollecita “immediati provvedimenti” per salvaguardare la
quiete dei “cittadini” 27 di Milano 2, e dei “degenti” dell'Ospedale San Raffaele “che
inizierà la sua attività nel luglio 1971 e che nel prossimo futuro raggiungerà la
potenzialità di 600 letti”.
Con inopinata e sospetta tempestività, la direzione di Civilavia asseconda le
“futuribili” esigenze del potente binomio Edilnord San Raffaele: il 15 dicembre 1971,
emanai “Notam A267/71” (che entrerà in vigore il successivo 15 gennaio):
“l’Avviso” dispone un dirottamento del corridoio di uscita da Linate, allontanandolo
“di circa 700 metri dal limite orientale della zona interessata (“San Romanello”)” 28 .
Coi nuovo “Notam”, la rotta diretta a Nord evita le zone di proprietà della Edilnord
con le sue poche centinaia di residenti, ma determina un aggravio dell'inquinamento,
acustico ai danni delle decine di migliaia di abitanti dei comuni di Segrate,
Vímodrone, Cologno e Brughiero.
Disposto quale semplice “aggiustamento tecnico”, il repentino dirottamento
conseguito dal duo Berlusconi-don Verzé suscita la protesta dei piloti associati
all’ANPAC (il maggiore sindacato autonomo di categoria) e della direzione
dell’ALITALIA: le nuove procedure di decollo, infatti, comportano una drastica
diminuzione dell'altitudine di virata dal punto di stacco dal suolo, con conseguente
riduzione dei margini di sicurezza. Civilavia deve quindi rivedere le disposizioni, e il
30 marzo 1972, col “Notam A107/72”, recepisce le obiezioni dei piloti e della
compagnia di bandiera nazionale.
Solo un mese dopo, al fine di “stabilizzare” in via definitiva la delicata questione
delle rotte da Linate, Civílavia, con il “Notam A128/72” (in vigore dal 25 maggio),
allontana ulteriormente il corridoio di decollo dall'area Milano 2-Ospedale San
Raffaele stabilendo che gli aerei seguano una rotta di 010° in direzione Est fino
all'attitudine di 2.000 piedi (poco più di 600 metri).
Ma la nuova disposizione “ispirata” da Berlusconi-don Verzé danneggia gravemente
la tranquillità acustica degli abitanti di Segrate, e nel comune, a giugno, si forma il
Comitato antirumore segratese (Cas). Il Cas promuove una petizione popolare,
raccogliendo oltre 3.000 firme in calce a una serie di richieste, prima fra tutte il
ripristino delle rotte in vigore fino al 1971. Il successivo 15 settembre 1972, una
rappresentanza del Consiglio comunale di Segrate si reca a Roma, presso la direzione
di Civilavia, e ottiene una sensibile modifica della quota di virata, ratificata dal nuovo

27
La petizíone-istanza, che ha la tipica impronta berlusconiana, arriva tra l'altro a dare per acquisiti elementi allo stato
inesistenti: “Il quartiere residenziale Milano 2 ospiterà, entro un anno, circa 500 famiglie, con la presenza quindi di
circa 2.000 persone con una notevole percentuale di bambini...” - Berlusconi non si perita di invocare, per salvaguardare
i propri affari speculativi, la Famiglia, e i Fanciulli...
28
In Sentenza dei Pretore di Monza, 30 marzo 1974, che precisa: “t necessario chiarire che il "San Romanello" [ ... ]
non è che l'ospedale "San Raffaele", e che la ,,zona interessata" è quella dove sorsero detto ospedale, prima, e "Milano
2" poi”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
“Notam A282/72” del 26 settembre 1972 29 ; nel cielo di Segrate e dei comuni della
fascia settentrionale torna la quiete, ma la berlusconiana Edilnord prepara la reazione.
Il 13 settembre 1972, gli sparuti abitanti di Milano 2 vengono allertati con un
manifesto-appello da adunata: “A tutti gli abitanti di “Milano 2” - L'Edilnord, nel
reciproco interesse, chiede "una mano" per risolvere alcuni dei problemi che
intralciano “il cammino” di Milano 2. Il problema più attuale è quello del passaggio
degli aerei sopra il nostro quartiere. A Segrate si è da tempo costituito un "Comitato
Antirumore" [ ... ]. Dobbiamo a nostra volta formare un Comitato Antirumore per
sostenere che detti aerei debbano seguire una rotta leggermente spostata (8°) ad Est,
come è avvenuto per un certo periodo [ ... ]”. A ottobre, prende forma il nuovo
strumento di pressione berlusconiano: coi pomposo appellativo di “Comitato
intercomunale antirumore” (CIA), animato e guidato da un ambiguo personaggio
come Marcello Di Tondo 30 il berlusconiano CIA riesce a formare un gruppo di
pressione che vede momentaneamente alleati otto comuni dell'hinterland
settentrionale (Brughiero, Vimodrone, Cernusco sul Naviglio, Cologno Monzese,
Cassina de'Pecchi, Carugate, Bussero e Pessano con Bornago) - una lobby
eterodiretta il cui reale obiettivo è la salvaguardia della multimiliardaria speculazione
edilizia della “svizzera” Edilnord.
A Roma, il berlusconiano CIA ha un esplicito santo in paradiso nella persona del
deputato Dc Egidio Carenini (futuro “fratello” di Berlusconi nella Loggia P2, e
intimo amico del Venerabile maestro Licio Gelli). E a Roma, il 13 marzo 1973, la
direzione di Civilavia convoca un vertice dedicato alla questione delle rotte da
Linate: vi prendono parte l'on. Carenini, esponenti del Cia, i direttori dei quattro
ospedali dei comuni settentrionali, funzionari del ministero della Difesa responsabili
dei controllo aereo, dirigenti dell’Alitalia, e don Luigi Verzé in persona 31 . Secondo
un esponente del Comitato antirumore segratese, nel corso di tale riunione vengono
utilizzate carte topografiche per Segrate e Pioltello risalenti al 1848, per Milano 2
29
Nell'occasione, Civilavia procede ancora per approssimazione, e il nuovo "Notam" dovrà essere ulteriormente
modificato meno di due settimane dopo la sua entrata in vigore: il 22 ottobre 1972verrà emanato il "Notam A314/72",
che sposterà la quota di virata da 2.000 a 3.000 piedi per evitare la possibile rotta di collisione con gli aerei in "rnancato
avvicinamento" all'aeroporto bergamasco di Orio al Serio.
30
il profilo di Marcello Di Tondo verrà cosi ricostruito in un documento prodotto agli atti processuali: “Democristiano,
[-] apparteneva alla corrente di Forze Nuove [il cui leader è il futuro "referente berlusconiano" Carlo Donat-Cattin,
Nd,41 [ ... ]. Prova una forte, e pubblicamente espressa, stima nei confronti di Silvio Berlusconi, del quale ammira il
fiore all'occhiello Milano 2, e in uno dei migliori appartamenti di Milano 2 Di Tondo ha avuto il privilegio di
risiedere[...]. Alla fine degli anni Sessanta, Di Tondo si era stabilito in un appartamento di quattro stanze nel centro
residenziale di Brughiero [realizzato da Berluscon4 Nd,41. Si fece presto conoscere a Brughiero, e venne eletto
consigliere comunale. Nell'estate del 1972 [ ... ], Di Tondo aveva lasciato Brughiero (e da allora il suo appartamento è
rimasto sfitto) e si era trasferito a Milano 2 [ ... ]. Avvalendosi delle conoscenze sviluppate a Brughiero (per anni, tutti
hanno continuato credere che Di Tondo risiedesse a Brughiero; ancora oggi [19741 il suo indirizzo di Milano 2 non
compare sull'elenco telefonico, e lui stesso dà sempre l'indirizzo del suo luogo di lavoro), Di Tondo costituì il Comitato
intercomunale antirumore ... ”. Proprio per queste sue caratteristiche, Di Tondo verrà ribattezzato 'Tassassero al seguito
(di Berlusconi)".
31
Fra le varie stranezze della losca vicenda, vi è il fatto che ai piloti dell’ALITALIA era stata consegnata una mappa
aerea della zona circostante Linate (datata 25-5-1972), con tutta la zona di Milano 2 contrassegnata dal simbolo "H"
(ospedale): l’espediente era teso a indurre i piloti a evitare tutta l'area di proprietà della Edilnord (e non il solo Ospedale
San Raffaele).
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
(edificata solo al 25 per cento) complete come se la cittadella fosse già stata ultimata.
I risultati del vertice romano si concretizzano il successivo 30 agosto, quando
Civilavia emette il “Notam A235/73” (che entra in vigore il 15 settembre, previa
parziale modifica il 7 settembre): la nuova rotta di decollo ha la prioritaria cura di
evitare l'area di Berlusconi-don Verzé, e stabilisce una direttrice lungo la “radiale
244”, che passa dritta sopra il municipio di Segrate aggravando cosi l'inquinamento
acustico anche nel cielo di Pioltello, Limito e San Felice.
Per la berlusconiana Edilnord è una vittoria sul campo, celebrata da un volantino
diffuso dalla cosiddetta “Associazione dei residenti di Milano 2”: “[ ... ] I risultati
della lunga e difficile azione sono facilmente constatabili, e vanno a premiare gli
sforzi di chi ha creduto ed aiutato l'impegno civile dei Comuni e delle Ammini-
strazioni Ospedaliere che si sono battuti per raggiungere gli attuali risultati” 32 . Ma la
vittoria berlusconiana è a scapito anzitutto degli otto comuni settentrionali che pure si
erano “alleati” al Cia: in seguito al “Notam A235/73”, essi accusano la
Edilnord-Milano 2 di strumentalizzazione per interessi di parte. Penalizzati dal nuovo
provvedimento sono anche i piloti aerei, i quali esprimono la loro ostilità alle nuove
direttive di decollo (quelli dell'Alitalia segnalano la pericolosità della virata "a
coltello" necessaria per rispettare la “radiale 244”, mentre quelli dell'Air France e
della Klin affermano trattarsi di una rotta praticabile solo per decolli a vuoto, con
aeromobili di piccola stazza, e in condizioni metereologiche pressoché perfette). La
vicenda assume sempre più i connotati dello scandalo - la stampa locale scrive di
““Dirottamenti” aerei coi sistema della mafia” 33 .
IL 2 agosto 1973, l'avvocato Raffaele Della Valle inoltra alla Pretura di Monza un
esposto con il quale, premesse alcune considerazioni di ordine generale sulla “politica
urbanistica quantomeno imprevidente” che ha consentito insediamenti come quello di
Milano 2 in zone originariamente comprese nel piano di volo “degli aerei in partenza
da Linate”, denuncia “un vero e proprio bombardamento del frastuono dei jet, dalle
primissime ore dei mattino a notte inoltrata, nel territorio del Comune di Brughiero”,
e chiede al Pretore di procedere “giudizialmente a carico dei responsabili per il reato
previsto e punito dall'art. 659 Cp.” 34 .
Nell'ottobre 1973, il Comitato antirumore segratese inoltra un esposto alla
magistratura in merito al dirottamento dei voli in partenza da Linate, e sollecita
un'inchiesta relativa agli “strumenti urbanistici predisposti negli ultimi anni dal
Comune di Segrate, con specifico riferimento all'insediamento chiamato "Milano 2",
e circa le autorizzazioni concesse perfino per la costruzione di un "Istituto di ricovero
e cura" San Raffaele [benché la zona fosse gravata da servitù aeree]”. Una mozione
32
Cit. in "L'Eco del Sud Milano", 2 ottobre 1973.
33
Cfr.”Lambrosiano”,13-20 dicembre 1974, che ricostruisce la cronologia, e denuncia le responsabilità politiche, della
vicenda.
34
L'avvocato Della Valle, nell'occasione, rilascia anche sferzanti dichiarazioni alla stampa: tra l'altro, denuncia A grave
nocumento [ricevuto da un assai rilevante numero di cittadini] ad esclusivo vantaggio di ben noti complessi immobiliari
nel frattempo sorti e non si sa bene quanto legittimamente” (cfr. 'T Giorno", 5 dicembre 1973).
Vent'anni dopo, l'avvocato Della Valle verrà ingaggiato dal partito-Fininvest, alla corte dell'artefice del “ben noto
complesso immobiliare sorto non si sa bene quanto legittimamente”,
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
assembleare firmata dal Comitato segratese (e approvata all'unanimità dalla
cittadinanza), chiede “che il ministro della Pubblica Istruzione e quello della Sanità
revochino congiuntamente la qualifica di “Istituto a carattere scientifico” accordata al
sedicente Ospedale San Raffaele... E’ infatti noto a tutti i Segratesi che il suddetto
Istituto, sorto in aperto contrasto con la programmazione ospedaliera regionale, non
svolge né attività ospedaliera né attività di ricerca scientifica, ma esercita una mera
attività di ricovero di mutuati e solventi [come] una casa di cura privata... Altrettanto
nota a tutti è la funzione di specchietto per le allodole" che tale Istituto ha giocato
nella questione del cambiamento delle rotte degli aerei... L'assemblea dei cittadini di
Segrate invita pressantemente la Procura della Repubblica di Milano a dare corso alle
indagini necessarie per accertare quali reati siano stati commessi in tutti i fatti
connessi con l'insediamento del quartiere "Milano 2" e con i cambiamenti delle rotte.
Questo, al fine di impedire che gli abitanti di Segrate siano vittime di un incredibile
sopruso destinato a far arricchire squallidi personaggi dalla smodata vocazione
speculativa”.
Ma la Edilnord prosegue il suo incessante lavoro manipolatorio. Verso la fine del
1973, viene fatto circolare un,ponderoso “studio scientifico” sul problema delle rotte:
attribuito al prestigioso Politecnico di Milano, “l’inparziale" studio indica nell'ultimo
“Notam” del 1973 la “soluzione ottimale” dell’inquinamento acustico a Segrate -
soluzione che, manco a dirlo, è quella vagheggiata dalla berlusconiana “immobiliare
svizzera” Edilnord. L'inganno durerà solo qualche mese: la presidenza del Politecnico
scoprirà che lo studio era stato commissionato dalla stessa Edilnord, con “incarico
privato”, a un gruppo di docenti dell'Istituto capeggiati dall'ing. Giovanni Da Rios - i
docenti coinvolti nella truffaldina iniziativa si vedranno costretti, per evitare
l'espulsione dall'Istituto, a pubbliche scuse e a eliminare dallo studio pro-Edilnord
ogni riferimento al Politecnico.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO

Il silenzio è d’oro
Le vicende che a partire dal 1968 e fino a metà anni Settanta accompagnano il
sorgere della "città satellite" Milano 2 danno luogo al più grave scandalo urbanistico
che si sia mai verificato nell'hinterland milanese. L'operato di una strana società
edilizia come la Edilnord (anonimi capitali svizzeri, un enorme potere finanziario, e il
vero promotore, tale Silvio Berlusconi nascosto da prestanome) finisce sulle pagine
locali dei quotidiani milanesi insieme alle scorrerie di don Luigi Verzé, approdando
poi nelle aule dei tribunali.

I mille volti della speculazione edilizia: a Segrate, 50. 000 persone ci rimettono la
salute con lo spostamento dei corridoi aerei, titola "il manifesto" nell'agosto 1973:
“La Edilnord è riuscita a mobilitare gli abitanti dei paesi limitrofi a "Milano 2" ed è
andata a Roma alla testa di un finto "Comitato intercomunale antirumore" a contrat-
tare le rotte aeree... Il terreno [dove sorge "Milano 2] è stato acquistato per un tozzo
di pane, e gli appartamenti vengono venduti [dalla Edilnord] a prezzi astronomici ...
”.Per portare avanti la speculazione che si chiama Milano 2", prima rendono sordi i
Segratesi con i jet, ora li vogliono appestare con un immondezzaio: “Ci sono dentro
tutti, la Regione, i democristiani e anche i socialisti... Ma la più sporca di tutte l'ha
fatta il Vaticano che, con l'aiuto economico delle banche svizzere, ha appoggiato
l'operazione "Milano 2" con l'insediamento nella zona dell'Ospedale San Raffaele
[...]. Intorno al villaggio di lusso "Milano 2" si sta "purificando" tutto, per garantire
che nulla turbi il pacifico insediamento dei "cittadini di prima classe". C'è ad esempio
una questione di fognatura: da oltre vent'anni nella zona adiacente quella che avrebbe
ospitato “Milano 2” c'è il deposito di immondizie dell’Amministrazione nettezza
urbana. E’ evidente che questo deposito verrà spostato d'autorità, su questo non ci
sono dubbi. Quel che invece resta da discutere è “dove” lo si deve trasferire, visto che
la zona è ormai tutta abitata ... ” 35 .
Il settimanale “Il Mondo” del 4 ottobre 1973, sotto il titolo Le rotte di cemento,
scrive: “In un Paese come l'Italia, distribuendo qualche bustarella è possibile riuscire
a spostare le rotte aeree [dallo scalo di Linate Appurarlo non è certo facile, perché i
protagonisti di tali vicende amano la discrezione [...]. Un'inchiesta del Pretore di
Monza ha preso le mosse [dai rumori delle rotte] ma si è presto estesa al tema-tabù
delle licenze edilizie e della speculazione sulle aree fabbricabili... Per ora al centro
delle indagini [c’è] “Milano 2”, un complesso residenziale ultramoderno costruito
alla periferia della città dalla società Edilnord, ufficialmente controllata da una
35
Le roventi denunce del “Manifesto” erano firmate da Tiziana Maiolo, la quale in quegli anni indossava il tailleur
comunista allora di gran moda , dopo successive peregrinazioni partitiche segnate da un maniacale furore arrivistico e
da una divorante ambizione, la mania di potere della “pannellata” Maiolo troverà nuovo lenimento, vent’anni dopo,
proprio al servizio dello <speculatore> Berlusconi.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
finanziaria svizzera [...]. Nel dopoguerra, spiegano gli urbanisti, per ottenere
dall'amministrazione comunale le licenze edilizie era necessario ungere le casse dei
partiti... Negli anni Sessanta, per ottenere le licenze i costruttori dovevano versare
una tangente nelle casse dei partiti che controllavano la Giunta […]. Nelle immediate
vicinanze dell'aeroporto di Linate sta nascendo (Milano 2), una piccola città di 9 mila
abitanti che sarà ultimata nel 1975... Dei 2.500 appartamenti previsti, finora ne sono
stati costruiti circa un terzo, e ne sono stati venduti circa 600; l'operazione, quindi, è
in una fase estremamente delicata. Secondo il "Comitato antirumore" di Segrate, la
Edilnord sarebbe riuscita a far deviare le rotte degli aerei che decollano da Linate, per
poter continuare a vendere i propri appartamenti: che sono passati da 130 mila lire al
metro quadrato, a 280 mila lire [...]. Alcuni anni fa, sul territorio di "Milano 2", è
stato costruito un "ospedale" in mezzo ai prati, retto da don Verzé, un curioso prete
spretato... Questo "ospedale", secondo gli abitanti di Segrate, avrebbe permesso
all'Edilnord di ottenere da Roma il recente mutamento delle rotte aeree: infatti, nelle
carte di volo fornite ai piloti dell’ALITALIA, la macchia nera della lottizzazione di
"Milano 2" reca la scritta “Hospital” come se l'intera area fosse zona ospedaliera
anziché un colossale condominio di lusso Ma probabilmente la verità non verrà mai a
galla”
Nel dicembre del 1973, il quotidiano socialista "Avanti!" informa: “II Pretore di
Monza che sta conducendo l'inchiesta [sul dirottamento dei voli aerei da Linate] ha
chiesto alla Procura della Repubblica di Milano di incriminare [per corruzione, abuso
e omissione di atti d'ufficio] il rettore dell'Università Statale Giuseppe Schiavinato,
l'assessore regionale all'Ecologia Filippo Bertani, il sindaco di Segrate Gianfranco
Rosa, e il direttore dell'Ospedale San Raffaele don Luigi Verzé. Nel corso
dell'inchiesta, infatti, il magistrato ha rilevato una serie di irregolarità nella
costruzione della clinica che si trova nel territorio del Comune di Segrate e che è stata
costruita dopo una convenzione tra l'Università di Stato e il Verzé”.
Il “Corriere della Sera” del 18 aprile 1974 scrive: “Un presunto tentativo di
corruzione nei confronti dell'assessore regionale alla Sanità Vittorio Rivolta è oggetto
di un'inchiesta giudiziaria da parte della Procura della Repubblica. La magistratura ha
inviato nei giorni scorsi un avviso di procedimento a don Luigi Maria Verzé, direttore
dell'ospedale San Raffaele di Segrate, per informare il religioso che sul suo conto
sono in corso accertamenti a proposito di illecite attività che sarebbero state svolte in
relazione alle richieste di finanziamenti per il nosocomio. In pratica, la Procura della
Repubblica sta cercando di stabilire se corrisponde al vero che don Verzé, in
occasione di un incontro avuto con Rivolta, abbia sollecitato un contributo di circa
due miliardi di lire da parte della Regione a favore del San Raffaele (promettendo
all'assessore) in cambio il 5 per cento dell'intero importo, vale a dire qualche cosa
come cento milioni”.
In data 25 giugno 1974, il quotidiano “Il Giorno” informa che “il pretore milanese
Francesco Dettori ha inviato un avviso di procedimento a 14 ex consiglieri del
Comune di Segrate (che è attualmente retto da un commissario prefettizio) per il reato
di omissione di atti d'ufficio; la notifica dice testualmente: 'Per aver indebitamente
omesso di adottare le controdeduzioni alle proposte di modifica del Piano regolatore
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
generale del ministero dei Lavori Pubblici entro 90 giorni dalla comunicazione di
dette proposte, pervenuta il 2 febbraio 1971". E una grana grossa [...] che investe tutta
la storia del Piano regolatore di Segrate in barba al quale sono nati e cresciuti i centri
residenziali [...]. Una perizia sulla( convenzione stipulata tra il Comune e l'Edilnord )
concluse che nell'operato dell'ex sindaco Renato Turri potevano ravvisarsi gli estremi
per il reato di abuso di autorità in atti d'ufficio; la Giunta presentò un esposto alla
Procura: è li che dorme ... ”.
Nell'edizione dei 27 giugno 1974, 1l Giorno" scrive: “II commissario prefettizio,
dottor Ajello, si è rifiutato di rilasciare le 3 licenze (le ultime) richieste dall'impresa
costruttrice di Milano 2, perché sono in contrasto con le norme di rispetto cimiteriale.
Il cimitero è quello di Lambrate: per tre lati confina col territorio del Comune di
Milano e per un lato con quello di Segrate. La zona di rispetto è di 200 metri: i
costruttori di Milano 2, che sorge nel lato segratese, avrebbero voluto ridurla a 100
metri, ma ciò non è possibile. La società Edilnord ha criticato il commissario
prefettizio [e poiché il commissario è irremovibile, la Edilnord ha stabilito che] in
mancanza delle licenze, non [consegnerà] in tempo utile gli edifici scolastici.
Risultato: disagio della popolazione di Milano 2, perché si dovrebbe addivenire
all'adozione dei doppi turni, eccetera. A questo punto la vertenza si fa calda: c'è
qualcuno che ha proposto -per constatare la buona fede della società costruttrice - di
eseguire una verifica delle cubature finora realizzate a Milano 2 e che dovrebbero
ammontare - secondo la convenzione - a un milione e 400.000 metri cubi: secondo
quel qualcuno potrebbero saltare fuori differenze sconcertanti, sia per la parte
quantitativa (il numero dei metri cubi oltre la prima soletta) sia per l'aspetto
qualitativo (cioè l'accorgimento tecnico con cui si sarebbe saltato il "fosso" della
delibera comunale)”.
Il settimanale milanese “L 'Ambrosiano”, nel dicembre del 1974, scrive: “La vita del
villaggio residenziale “Milano 2” continua a interessare le cronache giudiziarie. 1
cittadini di Segrate accusano la Edilnord di aver ottenuto, con abusi e irregolarità, il
dirottamento degli aerei in decollo da Linate dal cielo di "Milano 2" a quello di
Segrate. Inoltre, i clienti di "Milano 2" accusano la stessa Edilnord di aver alterato,
con incrementi fino al 61 per cento, i prezzi di acquisto [degli appartamenti, espressi
in franchi svizzeri] a suo tempo stipulati: cosi, mentre il Tribunale non ha ancora
chiuso il capitolo del “dirottamento all'italiana”, ecco aprirsi una nuova vicenda che
difficilmente si concluderà fuori dalle aule giudiziarie. Nello scandalo di “Milano 2”
sono coinvolti i partiti politici che vanno per la maggiore, uomini politici di grosso e
piccolo calibro, e perfino un prete spretato, direttore della clinica San Raffaele che è
lo specchietto per le allodole al servizio della Edilnord”.
Il "Corriere della Sera" del 12 febbraio 1975 scrive: “L'ex sindaco di Segrate, il
democristiano Gianfranco Rosa, il legale rappresentante della Edilnord Giorgio
Dall'Oglio [fratello della prima moglie di Berlusconi, N.d.A.], e il direttore dei lavori
della stessa Edilnord, sono stati indiziati di reato in relazione a una serie di illeciti
edilizi. Il primo dovrà rispondere di abuso continuato in atti d'ufficio, mentre gli altri
due hanno ricevuto mandati di comparizione per “uso di licenza edilizia illegittima”
Il Comune di Segrate aveva stipulato un accordo con l'impresa di costruzioni
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
Edilnord (a capitale svizzero), e per approvare la convenzione vennero modificate
(dalla sola Giunta, senza cioè presentarle al Consiglio) le previsioni del Piano
regolatore generale e del Piano di fabbricazione vigente. (La costruzione di Milano 2)
avrebbe cosi usurpato anche parte del terreno destinato ad ampliare il "polmone
verde" del Parco Lambro [ ... ]. 1 rappresentanti della Edi1nord si sono sempre difesi
affermando di aver avuto regolare licenza edilizia, ma il pretore Francesco Dettori ha
emesso gli avvisi di reato in base all'art. 31 della "Legge ponte", secondo la quale le
imprese edili e i loro direttori dei lavori sono tenuti a conoscere la normativa edilizia
e le disposizioni di legge in materia urbanistica”.
Il “Corriere d'Informazione” del 20 marzo 1975 scrive: “II commissario
prefettizio dottor Ajello, che sostituisce il sindaco di Segrate, ha sospeso la
concessione delle licenze di abitabilità nelle nuove case di Milano 2 Questo significa
che al momento gli abitanti di Milano 2 non hanno la sicurezza di ottenere la
promessa esenzione fiscale venticinquennale sugli immobili, che è subordinata,
appunto, alla classificazione delle case: se venissero giudicate abitazioni di lusso, per
i proprietari si profilerebbe il pagamento di tasse per un ammontare non trascurabile.
Toccati nel lato debole - il portafogli - gli abitanti del quartiere più chiacchierato
Lombardia hanno reagito, gettando cosi benzina sul fuoco polemiche che
coinvolgono interessi politici oltre che economici. Il chiasso che si è creato intorno al
caso di Milano 2 non giova certo alla chiarezza (né favorisce il compito del pretore
Francesco Dettori, incaricato dell'inchiesta). E forse proprio per questo il magistrato
ha sospeso l'esecuzione dell'ordinanza che la scorsa settimana aveva redatto e con la
quale intendeva mettere sotto sigillo le case sorte in luogo delle fabbriche grazie alla
variante (oggetto delle indagini) al programma di fabbricazione”.
Il 20 giugno 1975, il "Corriere della Sera" informa che “la Pretura penale ha deciso di
trasmettere alla Procura della Repubblica tutti gli atti relativi al generale Paolo Moci,
il direttore generale dell'Aviazione civile che è il responsabile delle rotte imposte agli
aerei. Tale decisione è stata presa a conclusione di un processo, avvenuto alla Terza
sezione penale davanti al Pretore Massimo Amodio, nel quale il generale Moci - era
imputato del reato previsto dall'articolo 659 del Codice penale. “Predisponendo
[nuove] rotte e orari di decollo e di atterraggio degli aerei - diceva la denuncia -
aveva organizzato l'esercizio di un mestiere rumoroso, in violazione dei regolamenti
comunali dei comuni di Segrate, San Donato, San Giuliano e Pioltello”. La denuncia
accennava anche a manovre speculative, intese ad aumentare il valore dei terreni sui
quali è sorto il quartiere di “Milano 2” [ ... ]. E’ stata proprio la parte civile, nel corso
della udienza, a adombrare il sospetto di irregolarità che andrebbero oltre le dirette
responsabilità del direttore generale dell'Aviazione civile. La parte civile ha
accennato anche a possibili abusi di ufficio e ha ipotizzato il reato di interessi privati
in atti di ufficio, commesso a favore della società immobiliare che ha costruito
“Milano 2””.
Sul quotidiano “Il Giorno”, l'inviato Giorgio Bocca dedica alle vicende Segratesi un
pungente articolo, pubblicato nell'edizione del 13 giugno 1975 sotto il titolo Milano
Uno Due Tre: “Storie di astuzie, corruzioni, raggiri, guadagni giganteschi. Tutto
risaputo, sperimentato: i comitati locali che nascono battaglieri, decisi a fare i conti in
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
tasca al padrone amministratore e dopo due anni sono già addomesticati. Il filantropo
che costruisce un ospedale come il San Raffaele che, combinazione, servirà
egregiamente alla campagna vendite... I comuni della periferia milanese hanno
impiegato gli ultimi vent'anni a fare piani regolatori, allo scopo unico, si direbbe, di
trattarli e di modificarli: le grandi immobiliari se li comprano e se li manipolano,
fanno eleggere consiglieri i loro uomini e procedono sempre per vie indirette. Sono
disposte a offrire una scuola per avere in cambio una modifica che vale cento scuole.
Mandano avanti i genitori e i bambini del paese da corrompere, li fanno dimostrare in
piazza con i cartelli... Le immobiliari ti fregano, regolarmente; ti fanno pagare ciò che
ti avevano promesso in regalo, calcolano a loro comodo gli aumenti dei costi,
costruiscono dove nel plastico c’erano erbe e acque... “Un nuovo modo di abitare”
come si legge nei depliant, ma il vecchio modo di speculare sui terreni, sulle case,
sulle ambizioni... E poi qui c'è don Luigi Maria Verzé arrivato [ ... ] a fondare
l’ospedale San Raffaele, quello che allontana gli aerei e nel quale si curano non solo i
malanni fisici ma anche le “anime praeternaturali” ... ”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO

Giustizia e misericordia

Nel dispositivo della sentenza relativa al processo che ha visto imputato (e


condannato) il direttore generale dell'Aviazione civile, generale Paolo Moci, per la
modifica delle rotte aeree, il Pretore di Monza Nicola Magrone scrive tra l'altro: “Dal
1969 all'agosto 1973 la “tendenza” costantemente espressa dalle successive
modifiche delle rotte di uscita da Linate è nel senso di un progressivo allontanamento
delle stesse [dal Milano 2 (con l'Ospedale San Raffaele)... Il ruolo oggettivo [di]
Milano 2 (col San Raffaele) nell'intera vicenda dei mutamenti delle rotte emerge con
sorprendente vistosità... Non può ignorarsi la perplessità suscitata in autorevoli
organismi pubblici dall'iniziativa [di insediamento] di Milano 2... Le successive
variazioni apportate alle rotte di uscita da Linate, soprattutto per il dimostrato
costante collegamento con le vicende edilizie attorno all’aeroporto, giustificano da
sole [un rimprovero all'imputato) tanto più doveroso quando si pensi alle
conseguenze disastrose di una scelta apparentemente imparziale tra "opposti diritti",
sostanzialmente espressione vistosa di un inammissibile cedimento del pubblico
amministratore a pressioni settoriali, non controllate, non vagliate, non assoggettate a
doverosa verifica, nemmeno sotto il profilo della verità dei fatti (vedasi Ospedale San
Raffaele)”. E ancora: “La comparsa [nella zona prima sorvolata] di nuovi “centri
residenziali” - uno dei quali [Milano 2] sorprendentemente preceduto da un ospedale
dai connotati molto ambigui - [non costituisce] motivo sufficiente ad invalidare la
“scelta” originaria (da nessuno mai contestata) [delle rotte aeree] ed a far aprire la
serie di "ripensamenti" sempre più univoci in danno della "fascia nord"... L'indagine
ha avuto occasione di soffermarsi su "momenti" particolarmente allarmanti che hanno
indotto questo Pretore a disporre lo stralcio dal presente procedimento di alcuni atti
che consentono ipotesi di ben diversi reati [abuso d'ufficio, omissione atti d'ufficio,
corruzione, a carico del rettore Giuseppe Schiavinato, del sindaco di Segrate
Gianfranco Rosa, dell'assessore regionale all'Ecologia Filippo Bertani, e di don
Luigi Verzè, N.d.A.] [i quali, nell'insieme, formano] il mosaico di una complessa e
non rassicurante vicenda” 36 .
In data 18 giugno 1975, il Pretore di Milano Massimo Amodio, nella sentenza
relativa a un secondo procedimento a carico del generale Paolo Moci per la vicenda
delle rotte aeree, scrive tra l'altro: “Per la questione della fissazione delle rotte
(Notam), la competenza si ritiene essere della Procura della Repubblica in quanto è
chiara la connessione fra tali fatti ed eventuali fenomeni di speculazione e di illeciti
comportamenti da parte di pubblici amministratori (e di altri)... Vi furono gravi
illeciti da parte dei responsabili della cosa pubblica?... Dalle risultanze processuali,

36
Sentenza del Pretore di Monza Nicola Magrone del 30 marzo 1974,
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
allo stesso succedersi dei fatti, sembra che i sospetti [ ... ] abbiano un certo
fondamento... [È opportuna] un’approfondita analisi da parte del competente giudice
in merito ad eventuali fatti di corruzione o di interesse privato in atti d’ufficio...
Perché è certo che [la modifica delle rotte] portò rumorosità su paesi densamente
abitati; ed inoltre perché si sospetta che mutamento delle rotte e conseguente
inquinamento acustico furono conseguenza di illeciti di grandi proporzioni implicanti
responsabilità di pubblici amministratori” 37 .

Il 3 marzo 1977, la Seconda sezione penale del Tribunale di Milano riconosce


l’imputato don Luigi Verzé colpevole di “istigazione alla corruzione” “per avere,
quale Presidente dell'Ospedale San Raffaele, con atti idonei diretti in modo non
equivoco, ad indurre il dottor Rivolta, assessore alla Sanità della Regione Lombardia,
a compiere atti contrari ai doveri del proprio ufficio, promesso di corrispondergli il 5
per cento sull'ammontare del residuo contributo pari a L. 1.500.000.000 circa, quale
corrispettivo della erogazione da parte dell'Ente Regione ad esso Verzé del predetto
residuo contributo”.
Nella sentenza è scritto di “sorprendenti circostanze attraverso le quali l'ente di don
Verzé era riuscito a ottenere la qualifica di “Istituto scientifico””, del fatto che
l’imputato era “strettamente legato agli ambienti della Democrazia cristiana, ma egli
aveva dimostrato di esercitare [anche] una notevole influenza sulle pubbliche
autorità”; dopo una minuziosa ricostruzione dell'intricato tentativo di corruzione
dell'imputato nei confronti dell'assessore Rivolta, il Tribunale conclude: “II reato
commesso da don Verzé non poteva essere considerato lieve, se valutato nel quadro
delle circostanze in cui era sorta e si era sviluppata l'iniziativa di costruire l'Ospedale
San Raffaele. Da questo punto di vista, don Verzé doveva essere ritenuto un
imprenditore abile e spregiudicato, inserito in ambienti finanziari e politici privi di
scrupoli sul piano etico e giuridico-penale” 38 .

Ma nessuno degli strascichi giudiziari scaturiti dallo scandalo Milano 2-San Raffaele
(dalle denunce a carico dei ministri Valsecchi e Scalfaro e del rettore Schiavinato, a

37
Nella sentenza, il Pretore di Milano cita la deposizione del teste Guido Provera (“Mi è stato detto che la Regione
Lombardia riceveva molteplici telefonate da Roma perché venisse approvato il "Notam" dei settembre 1973”), e fa
riferimento a un documento “in cui si espone un aumento dei prezzi di vendita praticati dalla EdiInord per
l'insediamento di "Milano 2": tali prezzi da 140 mila lire al mq del '70-71, balzano fino a 290 mila lire al mq nel
settembre 1973, quindi proprio nel momento in cui prendeva efficacia [il nuovo] "Notam"”.
38
Nel maggio 1989, "Panorama" pubblicherà il seguente ritratto dell'esimio don Verzé: “Sei comunicazioni giudiziarie
a medici e responsabili [dell'Ospedale San Raffaele] per omicidio colposo (la morte di un paziente rimasto per 30 ore
senza diagnosi e cure adeguate)... La sentenza del Tribunale di Milano che ha definitivamente annullato le rette di
favore stipulate [dal San Raffaele] con la Regione, condannando l'assessore compiacente... Nel 1976, don Verzé viene
condannato a tre mesi di arresto per i lavori di ampliamento dell'Ospedale avviati senza licenza edilizia... [e proprio] in
materia di abusi edilizi che don Verzé ha avuto più frequentemente a che fare con la legge: da anni, per esempio, si
trascina un contenzioso con gli abitanti di Milano 2 che si considerano "scippati” come spiega Silvio Fontanelli,
consigliere indipendente al Comune di Segrate, di una strada che avrebbe dovuto costeggiare il quartiere e che non verrà
mai realizzata perché su parte di quel terreno sono stati eretti nuovi edifici dell'ospedale. "Costruzioni abusive",
specifica Fontanelli, "che anche dopo l'ultima ordinanza del pretore sono ancora li. Quando si hanno i santi in Paradiso
tutto è possibile"”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
quelle riguardanti i sindaci Rosa e Turri e la stessa Edilnord) approderà a sentenze di
condanna definitive. Tra archiviazioni, stralci, rinvii a giudizio, ricorsi, assoluzioni,
prescrizione di reati, perfino lo spretato don Verzé si vedrà risparmiata (per
intervenuta prescrizione) la condanna subita in primo grado per "tentata corruzione".
Del resto, il regime Dc-Psi è già operante, la prassi delle tangenti è già regola,
l'impunità per le corruttele polifico-affaristiche è già garantita; gli anni di “Mani
pulite” sono ancora molto lontani.
Solo un ventennio dopo, infatti, le inchieste giudiziarie di “Mani pulite”
scoperchieranno “Segratopoli”, rivelando il vermicaio di corruttele, scandali edilizi,
mazzette e appalti truccati, all'ombra del Comune di Segrate. Decine di
amministratori e costruttori finiranno in carcere: tra essi, il corrotto sindaco craxiano
Renato Turri (arrestato sulla scia di una decina di ordini di cattura); verrà arrestato
per corruzione anche il costruttore Antonio D'Adamo (già dipendente e prestanome
della Edilnord negli anni di Milano 2). Berlusconi, da parte sua, sarà assiso alla
presidenza del Consiglio, capo di un governo che emanerà un “condono edilizio” e
che tenterà di varare un decreto “salva-ladri” per sottrarre i corrotti al carcere.

Benché operi nell'ombra, coperto da prestanome e coi capitali di anonime finanziarie


svizzere, sulla figura del palazzinaro Silvio Berlusconi, in seguito alla scandalosa
speculazione multimiliardaria di Milano 2, comincia ad appuntarsi l’attenzione della
stampa.
Tra i primi a occuparsi del misterioso affarista è Giorgio Bocca, che nel marzo
1976 scrive: “Milano è la città in cui un certo Berlusconi di 34 anni costruisce
"Milano 2” cioè mette su un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi glieli ha
dati? Non si sa. Chi gli dà i permessi di costruzione e dirotta gli aerei dal suo
quartiere? Questo lo si sa, anche se si ignora il resto. Come è possibile che un
giovanotto di 34 anni come questo Berlusconi abbia un “jet” personale con cui
raggiunge nei Caraibi la sua barca che sarebbe poi una nave oceanografica? Noi
saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della
sua vita: ci racconti come si fa a passare dall'ago al milione o dal milione ai cento
miliardi” 39 .
“Berlusconi lavora sott'acqua, non appare mai”, scrive il quotidiano “Lotta Continua”
il 25 marzo 1977. “Gli strascichi amministrativi e giudiziari [dello scandalo di Milano
2] si sono risolti senza danno per Berlusconi [...] Quel che sorprende è la capacità di
Berlusconi di costruire una intera città senza praticamente possedere nulla di suo.
avvalendosi di potenti protezioni (e di alcune grosse banche come il Monte dei Paschi
di Siena e la Banca Nazionale del Lavoro) Berlusconi ha venduto le case, e incassato
i soldi, prima ancora di costruirle [...]. Mentre la Edilnord mette in cantiere un nuovo
villaggio residenziale, Milano 3, Berlusconi comincia a viaggiare, e avendo come
39
La Repubblica 11 marzo 1976. Il brano era posto a conclusione di un articolo nel quale Bocca si occupava del
faccendiere Franco Ambrosio: delle sue misteriose quanto ingenti disponibilità finanziarie, e dei suoi traffici con le
banche svizzere; secondo la testimonianza di un banchiere riportata da Bocca nell'articolo, “a Milano [sono molti] i
personaggi simili a Ambrosio... Come possono [questi personaggi fare i miliardi [in una regione in crisi come è la
Lombardia]? Li fanno esportando capitali, trafficando sulla droga, prestando il nome alle speculazioni dei politici ... ”.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
intermediarie banche panamensi e lussemburghesi, combina affari in Medio Oriente e
in Libia”.
Nello stesso marzo 1977 Berlusconi rilascia a Camilla Cederna “la sua prima
intervista”; Cederna descrive l'intervistato cosi: E’ cattolico e praticante, e ha votato
Dc... E’ considerato uno dei maggiori speculatori edilizi del nostro tempo. Si lega
prima con la corrente di Base della Dc (Marcora e Bassetti), poi col Centro, cosi che
il segretario provinciale Roberto Mazzotta è il suo uomo. Altro suo punto di
riferimento è il PSI, cioè Craxi, che vuol dire Tognoli, cioè il Sindaco [di Milano]. È
allergico alle fotografie – “Anche per via dei rapimenti” spiega con un sorriso ironico
solo a metà ( ... ) In settembre comincerà a trasmettere la sua “Telemilano” e pare che
in questo suo progetto sia stato aiutato dall'amico [democristiano] Vittorino
Colombo, ministro delle Poste e della Tv” 40 .

***

Nei primi anni Novanta, a distanza di un ventennio dagli scandali Segratesi che
hanno accompagnato il sorgere di Milano 2, la berlusconiana Edilnord (ormai
intestata al fratello Paolo, mentre Silvio è il nuovo presidente del Consiglio della
“nuova" Repubblica italiana) riguadagna le cronache giudiziarie, nell'ambito dell’ in-
chiesta "Mani pulite", per numerose altre vicende di speculazioni edilizie
accompagnate da corruzioni e collusioni con esponenti politici - speculazioni e
corruzioni risalenti agli anni Ottanta del regime detto "Caf'
(Craxi-Andreotti-Fininvest).
Una di esse in particolare ha avuto per scenario Pioltello, paese dell'hinterland
milanese situato in prossimità di Milano 2 e a suo tempo coinvolto nella vicenda del
“dirottamento” dei voli aerei-.
“Michele Rossetti, già sindaco socialista di Pioltello, in carcere per corruzione [una
tangente di 800 milioni pagata dalla Edilnord per ottenere l`edificabilitá di un
terreno, N.d.A.], ha raccontato che nel febbraio 1988, dopo avere portato a Roma,
nelle casse del PSI nazionale, 200 milioni ricevuti su ordine di Paolo Berlusconi, fece
il viaggio di ritorno a bordo del Gulf Stream privato di Silvio Berlusconi, in
compagnia dell'attuale presidente del Consiglio e di Fedele Gonfalonieri [...]. E, una
volta atterrati, Silvio Berlusconi ordinò che il sindaco di Pioltello venisse
accompagnato da un'auto della Fininvest in municipio, dove era atteso per presiedere
il Consiglio comunale: l'auto era quella di Carlo Bernasconi, amministratore delegato
della Silvio Berlusconi Communications, anche lui a bordo del Gulf Stream. Né con
Berlusconi senior né con Confalonieri il sindaco Rossetti parlò di tangenti. I rapporti
in tema di quattrini ha spiegato di averli sempre tenuti con Sergio Roncucci,
infaticabile elemosiniere della Fininvest. Fu Roncucci a chiedere al Cavaliere di
riportare a Milano l'amico Rossetti dopo la sua "missione" in via del Corso. Messo a
confronto nei giorni scorsi con l'ex sindaco - che da circa un mese è detenuto in
carcere - Roncucci ha confermato. Non si sa, invece, se il factotum della Fininvest

40
“L’Espresso”, 10 aprile 1977.
IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO
abbia confermato il resto del racconto dell'ex sindaco. Rossetti ha sostenuto che i
soldi dell'Edilnord gli vennero versati su indicazione del senatore craxiano Antonio
Natali, e che lo stesso Natali gli ordinò di passare la prima tranche al cassiere
nazionale del partito, Vincenzo Balzamo, e la seconda tranche al segretario regionale
Sergio Moroni” 41
Intanto, a Segrate è scoppiata “Segratopoli”, con raffiche di arresti: “Gli scandali
edilizi e le mazzette transitate sugli appalti e le concessioni edificatorie all'ombra del
palazzo comunale di Segrate continuano a rivelarsi un vero e proprio pozzo di San
Patrizio. E’ un'inchiesta senza fondo [...]. Dopo la decapitazione del potente PSI del
sindaco Renato Turri (fedelissimo di Bettino Craxi), che ha collezionato una decina
di ordini di arresto scontando in carcere più di 180 giorni di detenzione preventiva,
[altri assessori e funzionari del Comune di Segrate sono finiti in carcere] a conferma
che il sistema delle mazzette era diffuso a 360 gradi all'interno del vecchio Consiglio
comunale segratese [...]. E un terremoto giudiziario che negli ultimi dodici mesi
[1993-94, Nd,A] ha portato in carcere ben 32 persone tra politici e imprenditori” 42 .

Vent’anni dopo lo scandalo di Milano 2, riguadagnerà le cronache giornalistiche


anche il vecchio complice segratese di Berlusconi, don Luigi Verzé.
Come registrano i quotidiani del giugno 1994, il maneggione don Verzé ha
incaricato il faccendiere craxiano Sergio Cusani (condannato in primo grado a 8 anni
per la vicenda della rnaxitangente Enimont) di interessarsi all'acquisto di un terreno
in Palestina, sul monte degli Ulivi, per costruirvi una nuova "Clinica di Dio". La
stampa sottolinea con rilievo il "promettente" sodalizio tra il prete-manager
democristiano e l'affarista craxiano, e nell'occasione don Verzé trova modo di
esprimere la sua pubblica stima per il corrotto (e contumace) Bettino Craxi: “Quando
ha governato, ha fatto progredire l'Italia... lo lo stimo. Comunque il cristiano non
deve dimenticare che la misericordia viene prima della giustizia”.
La stampa informa anche che il sottosegretario Ombretta Fumagalli Cartilli, ex
andreottiana e neo-berlusconiana, ha assicurato al misericordioso don Verzé
“sollecitudine in sede di governo” a sostegno delle nuove “iniziative” della
Fondazione religiosa San Romanello del Monte Tabor - tra le virtù dei neo-presidente
del Consiglio Berlusconi, infatti, oltre alla specchiata cristianità e fede nel Signore,
c'è senz'altro anche l'imperitura gratitudine verso i compari.

41
“Il Giorno”, 2 ottobre 1994.
42
La Repubblica", 25 maggio 1994. 11 19 maggio precedente, "La Stampa" ha scritto: “Paolo Berlusconi (fratello del
presidente del Consiglio) ha ammesso di avere ordinato al manager della Edilnord [Roncucci di pagare i vertici del
Comune di Pioltello per ottenere l'edificabilità dell'area "Bica", passata da verde agricolo a terziario. Gli 800 milioni
vennero versati in due tranche. Duecento milioni a testa, nel marzo '88, andarono a Michele Rossetti, allora sindaco
socialista del Comune, e a Antonio Soravia, capo ufficio tecnico dello stesso Comune. La stessa cifra venne versata ad
entrambi anche alla fine dell'89”.
In merito alle corruttele della Edilnord emerse con l'inchiesta "Mani pulite", cfr., cap. I maniscalchi del Cavaliere",
pagg. 217.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Pecunia non olet

La mitomania berlusconiana del prodigioso imprenditore che costruisce un impero


partendo dal nulla, intende forse per “nulla” i capitali miliardari forniti a Berlusconi,
a partire dai primi anni Sessanta, dalle finanziarie elvetiche Finanzierungesellschaft
für Residenzen Ag di Lugano, Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in
Residenzzentren Ag di Lugano, Cofigen Sa di Lugano, Eti Holding Ag di Chiasso.
Un torrente di denaro anonimo domiciliato in Svizzera, convogliato in società
italo-svizzere operanti in Italia e intestate a prestanome: come la Edilnord Centri
Residenziali S.a.s. (intestata prima alla cugina di Berlusconi, Lidia Borsani, quindi a
sua zia Maria Bossi vedova Borsani), e la Italcantieri S.r.l. (costituita a nome del
“praticante notaio” Renato Pironi e “casalinga” Elda Brovelli).
Perché le citate finanziarie svizzere, a partire dal 1963, affidano anonimi
miliardi dell’epoca a un anonimo giovanotto milanese di nome Silvio Berlusconi? E
perché tali capitali vengono convogliati in società italo-svizzere operanti in Italia e
intestate a prestanome? E di quale tipo di capitali si tratta? Per cercare possibili
risposte, occorre prima scoprire l’esatta identità e la reale natura della
Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag, della Aktiengesellschaft für
Immobilienlagen in Residerizzentren Ag, della Cofigen Sa, e della Eti Holding - un
obiettivo arduo, poiché la loro funzione è precisamente e prioritariamente quella di
“schermare” e celare gli interessi che le sottendono e i capitali che le sostanziano:
non a caso, la loro domiciliazione è in terra elvetica.

***

Da molti ritenuta un Paese solido e ordinato, forte della sua storica neutralità bellica e
di un’operosità improntata alla più rigida etica calvinista, la Confederazione elvetica
deve le sue fortune al ruolo di storico “paradiso della finanza” e “cassaforte” di
capitali provenienti da tutto il mondo - capitali in gran parte “sporchi”.
Affidata alla retorica turistica la rinomata produzione di orologi e cioccolata, la
floridissima economia svizzera è originata da un sistema bancario mastodontico, la
cui articolazione è ormai tale da soverchiare le stesse strutture
politico-amministrative del minuscolo Paese alpino (nel 1991, le tre maggiori banche
elvetiche potevano vantare da sole un giro d’affari complessivo di circa 17 volte
superiore al bilancio dell’intera Confederazione). Dunque, la rilevanza strategica
della Svizzera negli scenari finanziari internazionali è di assoluta preminenza, al
punto che “delle 1.000 holding americane che controllano le ditte statunitensi e le
loro
succursali in tutto il mondo, 600 hanno sede in Svizzera” 1

1
Cfr. J. Ziegler, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, Mondadori, Milano 1976, pag. 44. Ziegler è docente di
Sociologia all'Università di Ginevra, deputato, membro della Commissione esteri del Parlamento della Confederazione.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

L’afflusso nel circuito bancario elvetico delle colossali masse finanziarie


“estere” è sempre stato favorito e tutelato da un ferreo segreto bancario (la cui
violazione comporta salatissime ammende e perfino pene detentive in base all’art. 47
della legge federale sul risparmio). “Da secoli ricettatrice di tutto il denaro sospetto
del Pianeta” 2 la Svizzera è da sempre un autentico “paradiso” finanziario: nessuna
legge ha mai limitato l’ingresso, l’uscita, il cambio, A reinvestimento dei capitali, i
quali infatti hanno sempre potuto entrare e uscire dai forzieri delle banche, passare e
ripassare i confini della Confederazione in assoluta libertà, nella massima segretezza,
e nei modi più disparati (attraverso i canali bancari ufficiali, ma anche attraverso gli
“spalloni” e i trafficanti di valuta). Ne consegue - come conferma il sociologo Jean
Ziegler - che la Svizzera è storicamente il principale crocevia mondiale dei capitali
sporchi, una tappa obbligata per i grandi boss del traffico internazionale di armi e di
stupefacenti 3 e per i proventi delle corruttele e delle ruberie politico-affaristiche.
All’insegna del motto “pecunia non olet”, il potentissimo sistema bancario
elvetico è notoriamente assai solerte con i propri “clienti”, e tutela i loro capitali
perfino dalle insidie della Giustizia nazionale e internazionale. Racconta Ziegler, a
titolo di esempio: “Una richiesta italiana di sequestro di conti (presso la Banca
Centrale) era giunta a Zurigo. La giustizia italiana aveva infatti identificato un conto
di 10 milioni di dollari appartenente a una “famiglia” della mafia siciliana che
copriva il bottino di operazioni criminose. Che cosa fa la direzione della banca?
Convoca d’urgenza l’uomo di paglia del clan mafioso a Zurigo, gli comunica il pe-
ricolo che minaccia il conto e gli consiglia di ritirare immediatamente il denaro. Gli
indica anche il nome di una società fiduciaria con sede a Zurigo. L’uomo di paglia
chiude il conto, trasferisce il denaro alla fiduciaria che riapre un conto a proprio nome
presso la Centrale”.
Come l’indispensabile humus di un bosco rigoglioso, attigua al sistema
bancario è radicata in Svizzera una capillare struttura di supporto, formata da società
di intermediazione finanziaria, fiduciarie, studi legali, società parabancarie, ecc.
Chiunque intenda avvalersi di un conto presso una banca svizzera senza rivelare la
propria identità, può farlo tramite un avvocato, il quale provvede in sua vece
vincolato dal segreto professionale a tutelare l’identità del cliente; i più diffidenti
possono interporre un ulteriore schermo tra l’avvocato e la banca, ricorrendo a una
società fiduciaria che a sua volta ricorre allo studio legale. Del resto, come rileva
Ziegler, i confini tra “legalità” e “illegalità” sono di fatto inesistenti: “Ginevra,
Lugano e Zurigo ospitano molte società finanziarie grazie alle quali transitano
regolarmente (per venire poi reinvestite in Italia in modo legale) le enormi somme
estorte illegalmente dalla mafia”4 .
2
J. Ziegler, La Svizzera lava più bianco, Mondadori, Milano 1992, pag. 26,
3
“La maggior parte di questi [boss mafiosi e trafficanti d'armi] vive da molti anni, sotto il vero nome (più raramente
con nome falso), in sontuose ville sulle rive del Lago di Zurigo o di Ginevra. Ottimi clienti delle banche multinazionali
elvetiche, godono della stima generale e, spesso, di efficaci protezioni”; J. Zíegler, La Svizzera lava più bianco, cit.,
pag. 46.
4
Ibidem, pag. 26. Nel Rapporto ZSD/ 191-030- 1/KI, dei 27 aprile 1992, firmato dal capo dell'Ufficio federale
antidroga della Confederazione Jacques Kaeslin, si legge: “[L'impiego di agenti infiltrati] ha permesso di svelare i
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

In Italia, la criminalità organizzata e i suoi sporchi traffici lungo l’asse


Palermo-Milano, e la diffusa criminalità finanziaria di tipo politico-affaristico, hanno
sempre trovato nei forzieri bancari della vicina Svizzera un approdo ideale per
rapidità, segretezza e sicurezza. Mentre i capitali sporchi di Cosa Nostra rappresenta-
no ormai uno dei cardini del sistema bancario elvetico, non vi è scandalo
politico-affaristico italiano, fin dagli anni Sessanta, che non abbia rivelato propaggini
nelle banche svizzere (dal crac del bancarottiere Michele Sindona, alle trame
finanziarie della Loggia P2, ai maneggi del banchiere piduista Roberto Calvi, alle
ruberie dei grandi ladri di Stato, fino alla macrocorruttela oggetto delle inchieste di
“Mani pulite”). L’obiettivo prevalente dell’approdo svizzero è quello del riciclaggio
delle masse di denaro sporco provento di illeciti, la loro discreta tutela, il loro
reinvestimento in normali attività economico-finanziarie, e spesso il loro ritorno
“legale” in Italia.
Secondo Carla Del Ponte, valente procuratore generale della Confederazione
(una delle massime cariche giudiziarie svizzere), ormai le tecniche di riciclaggio
impiegate da Cosa Nostra “sono quelle della cosiddetta seconda e terza fase. Quando,
risolto il problema di trasferire i soldi da un conto all’altro, ci si preoccupa di
immettere questi fondi in un settore economico per farli fruttare. Sono state messe a
punto operazioni molto sofisticate, vere e proprie acrobazie contabili. Per esempio, le
operazioni swap o quelle back to back, cioè fondi già ripuliti su banche straniere. Noi
facciamo il trasferimento tramite bonifico, ma l’operazione figura come un prestito,
un mutuo della banca svizzera. Cosi questi fondi entrano in un meccanismo legale. E
poi c’è la Borsa. in questo caso non c’è nemmeno circolazione di contante. Alla
chiusura delle operazioni, il denaro è riciclato fino a tre, quattro volte. Diventa
impossibile ricostruire i passaggi precedenti. Non c’è più traccia dei fondi, spariscono
letteralmente, nessuno li può bloccare e confiscare e si tratta di masse monetarie
enormi che finiscono nel mercato legale. Comunque la questione è stabilire quando il
denaro è sporco o pulito. Ed è un problema: perché da noi l’evasione fiscale e il
contrabbando non sono reato, e la Svizzera è l’unico Paese in Europa, se non al
mondo, che punisce la violazione del segreto bancario. Manca un’omogeneità
legislativa a livello europeo. E i canali dei fondi sporchi e dei fondi puliti, spesso,
sono gli stessi” 5 .
“Nel riciclaggio del denaro sporco, i “tangentisti” italiani hanno superato tutti
per abilità, perfino il narcotraffico e la mafia”, dichiarerà Jean Ziegler nel 1994,
commentando la difficoltà dei magistrati milanesi di “Mani pulite” alle prese con i
meandri dei “conti cifrati accesi dai ladroni italiani nelle banche elvetiche per
legami esistenti in Svizzera tra gli studi legali di Ginevra e del Canton Ticino e le organizzazioni criminali”. In
sostanza, le autorità investigative svizzere confermano quanto rilevato in sede "sociologica" da Ziegler: “Si trovano a
Ginevra un certo numero di "società finanziarie" che tutti conoscono. Tanto le reti controllate direttamente dalle banche
o dalle società finanziarie, quanto quelle dirette da "portatori" indipendenti, si servono per l'esecuzione dei compiti
relativi di contrabbandieri, malviventi di professione” (J. Ziegler, Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, cit., pag.
72).
5
"Panorama", 4 giugno 1994.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

occultarvi i proventi delle corruttele. “Nessuno è riuscito a sfruttare meglio il segreto


bancario e la connivenza dei banchieri svizzeri con le attività criminali... Chi ha
inventato il reticolo di società, conti e prestanome ha lavorato molto bene, il livello è
assai più sofisticato di quello riscontrato nelle inchieste di mafia. Il trucco sta nel
cambiare più volte possibile identità fisica del denaro. L’INTERPOL stessa ammette
che dopo tre cambiamenti è praticamente impossibile scoprire dove sia finito il
denaro. In una situazione di completa disponibilità del sistema finanziario
internazionale a fare questo “lavoro sporco” non c’è abilità o velocità di un
magistrato che tenga. Il denaro è sempre più svelto... Ma il vero bubbone sta nella
struttura stessa dello Stato svizzero. La maggioranza dei deputati di Berna siede nei
consigli di amministrazione delle banche e delle finanziarie, tutte le leggi sono
sempre a favore del sistema creditizio. E nella mentalità della gente, qui da noi,
bisogna difenderle, sennò i clienti scappano e la montagna di denaro sporco sulla
quale vive la Svizzera potrebbe sparire sotto i piedi”.
Secondo alcune stime recenti, “evasori fiscali, trafficanti di droga, politici
corrotti, faccendieri, trafficanti di armi, e manager infedeli delle aziende, potrebbero
aver depositato nelle banche svizzere oltre 500 miliardi di dollari (pari a 750 mila
miliardi di lire). Ma il magistrato di Milano Pierluigi Dell’Osso, che dall’83 ha
tenacemente indagato sul conto “Protezione” presso la Ubs di Lugano (terminale di
tangenti destinate agli allora leader del PSI Bettino Craxi e Claudio Martelli), ha
individuato dietro le banche elvetiche anche quegli intrecci tra finanza perversa,
criminalità organizzata, corruzione politica e poteri occulti, che ha definito veri
“mostri orribili”” 6 . Dichiara un banchiere ginevrino: “Gli gnomi svizzeri del
riciclaggio offrono un pacchetto che include i servizi di vari professionisti
dell’illegalità. Si parte dai collettori di capitali e da spalloni che li esportano
illegalmente. Si passa dagli avvocati e dagli intermediari sparsi in una miriade di
finanziarie, che operano ai limiti della legalità per rinforzare il segreto sui depositi.
Ma entrano in ballo anche compiacenti certificatori di bilanci, esperti della falsa
fatturazione, le solite società off-shore domiciliate fittiziamente nei paradisi fiscali,
sempre per creare fondi neri ed evadere le tasse”.
Il “paradiso svizzero” è dunque il sintomatico scenario dal quale, nei primi anni
Sessanta, prende le mosse l’avventura imprenditoriale berlusconiana: mediante un
occulto canale finanziario che, approdato a Milano, viene ulteriormente “coperto” da
prestanome.

6
"Corriere della Sera", 31 gennaio 1994
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Capitali al signor Uno per cento

Nel 1963 nasce a Milano la Edilnord S.a.s. di Silvio Berlusconi & C.; nella società,
che ha per obiettivo la realizzazione di un centro residenziale a Brugherio, il
ventisettenne “Signor Nessuno Berlusconi é il “socio d’opera”, cioè si limita ad
apportare il proprio impegno (e per le sue prestazioni, come è scritto nell’atto
costitutivo, verrà compensato con l’1 per cento degli utili), il socio che apporta i
capitali è la finanziaria svizzera Finanzierungesellscbaft für Residenzen Ag,
domiciliata a Lugano.
Il 29 settembre 1968, in vista del progetto “Milano 2”, nasce a Milano una
nuova “Edilnord” italo-svizzera: la Edilnord Centri Residenziali S.a.s. di Lidia
Borsani & C. 7 ; la “socia d’opera” è la Borsani, mentre il socio finanziatore che
apporta i capitali è la Aktiengeseilschaft flir Immobilienlagen in Residenzzentren Ag,
società svizzera costituita a Lugano solo dieci giorni prima, il 19 settembre 1968 8 .
Sia la FinanzierungeselIscbaft ftir Residenzen, sia la AktíengeselIschaft fúr
Immobilienlagen in Residenzzentren, sono legalmente rappresentate dall’avvocato
ticinese Renzo Rezzonico, un avvocato d’affari votato al più ferreo segreto
professionale. Le due finanziarie elvetiche risultano controllate dalla Discount Bank
Overseas Limited, società con sede a Tel Aviv (Israele) e filiali anche a Lugano,
Ginevra e Milano 9 . È dietro lo “schermo fiduciario” della controllante Discount Bank
Overseas che si celano i veri promotori-finanziatori della Finanzierungesellschaft e
della Aktiengesellschaft.
La società Edilnord S.a.s. di Silvio Berlusconi & C., ultimata la realizzazione
del deludente Centro residenziale di Brugherio 10 , verrà posta in liquidazione, con
effetto 1° gennaio 1972, unitamente alla finanziatrice svizzera
Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag. Anni dopo, un costruttore milanese
legato alla prima Edilnord S.a.s., Giovanni Botta, dichiarerà: “Non chiedetemi se
Berlusconi ha guadagnato con il centro di Brugherio. Non fatemi queste domande,

7
Nel sospetto ruolo di accornandatari-prestanorne della società, a Lidia Borsani succederanno la zia di Berlusconi
Maria Bossi vedova Borsani, e il dipendente della società Antonio D'Adarno. Molti anni dopo, nel 1993, ormai
costruttore in proprio, D'Adamo, forgiatosi alla scuola edilizia berlusconiana, verrà arrestato perché accusato di
corruzione, nell'ambito dell'inchiesta "Mani pulite".
8
Nell'atto costitutivo, la finanziaria risulta gravata da "vincolo estero", può cioè operare soltanto fuori dai confini della
Confederazione elvetica.
9
“I soci della Discount Bank sono numerosi, e sparsi in tutto il mondo. Si tratta degli americani Morton P. Hjman e
Raphael Recanati, dei francesi Jean Frangois Charrey e Hemi Klein, dei greci Maurice Nissim e Elía Molho, dei
milanesi Henry Cohen, Aaron Benatoff e Franco Saminí, degli israeliani Oudi Recanati e Joseph Assaraf, dello svizzero
Jean Píerre Cottier” ("Avvenimenti", 9 febbraio 1994); Cottier (responsabile delle filiali svizzere della Discount Bank)
siede anche nel consiglio di amministrazione della Privat Kredit Bank.
10
“L'edificazione del centro residenziale di Brugherio da parte della Edílnord non si rivelerà l'affare sperato: sarà infatti
solo grazie ai massicci acquisti di appartamenti da parte del Fondo previdenza dei dirigenti commerciali che l'iniziativa
non si trasformerà in un fiasco [ ... ]. Il bilancio finale di liquidazione [della Edílnord sas] è risibile: gli utili degli ultimi
anni ammontano complessivamente a poco più di 4 milioni di lire, che uniti al capitale sociale e al fondo
accantonamento imposte portano a 13,2 milioni, depositati presso la Banca Rasini”; G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit.,
pagg. 40 e 48.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

non posso rispondere... Chi ci finanziava? C’erano un pò di finanziamenti della


Banca Rasini, e per il resto non so. Di soldi è meglio non parlare: non sta bene
curiosare su chi c’è dietro le società ... ” 11 .
La Edilnord Centri Residenziali S.a.s. di Lidia Borsani & C. (costituita per
affrontare la realizzazione della "cittadella satellite" Milano 2), il 6 dicembre 1977,
dopo il succedersi dei vari prestanome, avrà come socio accomandatario il
commercialista romano Umberto Previti (padre dell’avvocato Fininvest Cesare
Previti); benché la costruzione di Milano 2 sia ancora in corso, Previti procederà alla
messa in liquidazione della società italo-svizzera a partire dal 1° gennaio 1978, dopo
avere ceduto il costruito e il costruendo della “città satellite” alla società Milano 2
SPA (cioè alla ex Immobiliare San Martino SPA amministrata da Marcello Dell’Utri,
trasformata appunto in Milano 2 S.p.A. nel settembre 1977). Cessa l’attività, e viene
posta in liquidazione, anche la società svizzera che ha finanziato 12 il progetto Milano
2, la Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in Resideuzzentren. Il senso di tutta
l’operazione è evidente: i beni mobili e immobili acquisiti attraverso l’attività della
Edilnord Centri Residenziali sas grazie ai capitali “svizzeri”, vengono convogliati a
Roma nel nascente gruppo Fininvest e divengono di proprietà degli anonimi soci che,
coperti dalle due fiduciarie romane Servizio Italia e Saf-Società azionaria fiduciaria13
stanno infatti dando origine al gruppo Fininvest - si compie cosi la direttrice Lugano
(capitali)-Milano (beni)-Rorna (proprietà). In tutta questa operazione, non si
comprenderebbe il tornaconto dei soci finanziatori “svizzeri” se essi fossero
realmente svizzeri.

***

Il 2 febbraio 1973 nasce a Milano la società svizzera Italcantieri srl; i soci sono due
finanziarie di diritto elvetico - la Cofigen Sa di Lugano, e la ETI Holding Ag di
Chiasso - legalmente rappresentate da due prestanome: il praticante notaio Renato
Pironi 14 , e la “casalinga” Elda Brovelli. “Braccio, esecutivo dei progetti edilizi
berlusconiani, e canale collettore dei misteriosi finanziamenti provenienti dalla
Svizzera” 15 la Italcantieri, società a capitale interamente svizzero, annovera nel suo
consiglio di amministrazione Luigi Foscale, zio di Berlusconi 16 .
11
G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 39.
12
La Aktiengeselischaft ha infatti apportato il capitale sociale iniziale (50 mila franchi svizzeri), e interamente
sottoscritto i successivi aumenti di capitale: 600 milioni di lire nel 1974, e due miliardi nel 1975.
13
Le due fiduciarie appartengono al parabancario della Banca Nazionale del Lavoro, all'epoca controllata dalla Loggia
P2. Tra gli altri, dello schermo della fiduciaria Servizio Italia si avvalgono il bancarottiere mafioso e piduista Michele
Sindona, il faccendiere Flavio Carboni, il bancarottiere piduista Roberto Calvi, e il Venerabile maestro Licio Gelli;
Berlusconi risulta essersi affiliato alla Loggia massonica segreta P2 in quello stesso gennaio 1978.
14
Pironi, oggi titolare di un avviato studio notarile, sostiene di avere prestato il proprio nome nella Italcantieri “per
semplice compiacenza verso il notaio che me lo aveva chiesto”, e di non avere avuto alcuna parte reale o ruolo attivo
nella società.
15
G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 49.
16
Nel luglio 1975, la Italcantieri srl muterà la propria ragione sociale in "società per azioni", eleverà il capitale sociale a
mezzo miliardo di lire, e a Foscale subentrerà Silvio Berlusconi in persona, il quale assumerà la presidenza del consiglio
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Costituita a Lugano il 21 dicembre 1972 (poche settimane prima della


Italcantieri srl), la Cofigen Sa risulta controllata dalla Banca della Svizzera Italiana
(al 50 per cento) e dalla svizzera Privata Kredit Bank (al 48 per cento).
La Banca della Svizzera Italiana è controllata da Tito Tettamanti, finanziere
vicino alla massoneria internazionale, fervente "anticomunista", al centro di mille
legami affaristici e trame finanziarie 17 tra l’altro in rapporti con uno dei legali di
Licio Gelli, l’avvocato Giangiorgio Spiess.
La Privat Kredit Bank risulta controllata all’83 per cento dalla Cofi-Compagnie
de l’Occident pour la Finance et l’Industrie; il controllo della Cofi è suddiviso tra la
Banca della Svizzera Italiana di Tettamanti, la Société de Banque Suisse, e la
milanese Cassa Lombarda. “Ma proprio dalla Cofi discende un’altra sorpresa della
nebulosa Berlusconi. Fino al 1977, infatti, la Cofi si è chiamala Milano Internazionale
Sa, con sede in Lussemburgo. Il 99,9 per cento di questa società era controllata da
una sigla italiana, la Compagnia di Assicurazioni di Milano con sede nel capoluogo
lombardo, in via dell’Auro 7. A colpire l’attenzione è il nome del rappresentante
legale di quest’ultima società: il senatore Giuseppe Pella, scomparso da molti anni.
Pella era stato leader della destra democristiana e aveva ricoperto nei governi centristi
cariche di rilievo: tra le altre il ministero delle Finanze, quello degli Esteri, e per un
breve periodo, fino alle sue dimissioni nel gennaio 1954, addirittura la presidenza del
Consiglio” 18 .

La Eti Holding Ag era stata costituita a Mendrisio nell’aprile 1969 (verrà


liquidata nel 1978), con un capitale di 50 mila franchi svizzeri suddiviso in 50 azioni
da mille franchi. Soci fondatori tre svizzeri: il ragionier Arno Ballinari e l’avvocato
Ercole Doninelli con un’azione ciascuno 19 , e le restanti 48 azioni intestate a Stefania
di amministrazione. (In seguito, il capitale sociale della Italcantieri spa verrà portato a 2 miliardi di lire, e verrà emesso
un prestito obbligazionario per ulteriori 2 miliardi.)
17
“Uomo potentissimo, a capo di una delle più importanti lobbies internazionali facenti capo alla Svizzera, il gruppo
Saurer, Tettamanti è al centro di una vasta rete di rapporti d'affari e d'amicizia nel mondo della finanza europea. Socio
di Vittorio Ghidella (ex numero due della Fiat, indagato a Bari per truffa ai danni della Cassa del Mezzogiorno), grande
amico dell'ex vicepresidente del Banco Ambrosiano Orazio Bagnasco e del faccendiere, luganese Marco Gambazzi
(coinvolto nelle inchieste sul crac Ambrosiano, e più recentemente gestore del "Conto Cassonetto" del giudice Diego
Curtò), legato all'Opus Dei (e al suo boss zurighese Peter Duft, processato a Milano per concorso in ricatto ai danni di
Roberto Calvi), alla Banca Karfinco (il cui presidente, Hubert BascImagel, è stato per anni l'analista economico del
gruppo di Tettamanti), a Florio Fiorini, al deus ex machina degli affari in Medio Oriente Nadhmi S. Auchi (coinvolto
nel giro delle tangenti del gruppo Eni ma anche punto di riferimento al Lussemburgo per l'area di Mauro Gíallombardo
e Jean Faber). Un socio di Tettamanti, John Rossi, fu incaricato da Larini e da Fiorini di opporsi alla rogatoria italiana
sul "Conto Protezione". Alla fiduciaria di Tettamanti, la Fidinam, e alla banca a lui collegata, la Bsi (Banca della
Svizzera Italiana), si rivolse il manager Pino Berfini per smistare la "madre di tutte le tangenti del caso Enimont.
Fidinam e Bsi, inoltre, sono entrate a più riprese nella misteriosa nascita della Merchant Bank di Cragnotti & Partners,
anch'essa coinvolta nell'affare Enimont. Ma le due sigle compaiono anche in altre inchieste giudiziarie: il traffico di
rifiuti, il caso KolIbrunner, e indirettamente il caso Techint” ("Avvenimenti", 9 febbraio 1994).
18
"Avvenimenti", 9 febbraio 1994. La Milano Internazionale Sa (poi Cofi) era nata in Lussemburgo nel 197 l; tra i soci
fondatori Italiani: la Maa Assicurazioni, il Credito Lombardo, e la milanese Agefin; tra i soci stranieri: la Banca della
Svizzera Italiana, la AdIer Bank, la Suisse-Italian Bank Inc. di Nassau (Bahamas).
19
Cioè la quota minima per poter risultare azionisti della società; la presenza di Ballinari è chiaramente di tipo
"professionale".
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Doninelli (moglie di Ercole) in nome e per conto della Aurelius Financing Company
Sa di Chiasso.
“Parte da qui il gioco delle scatole cinesi: la Aurelius, fondata l’11 aprile del
1962, ha un capitale sociale di 50 azioni, come la Eti. E, come nella Eti, Doninelli e
Ballinari detengono una azione a testa. Il pacchetto di maggioranza, 48 azioni su 50, è
in mano allo svizzero Angelo Maternini e all’italiano Dino Marini, che agiscono per
conto della Interchange Bank. E il gioco delle scatole prosegue ... ” 20 .
La Interchange Bank era stata fondata nel luglio 1956, con un capitale sociale
di 400 mila franchi svizzeri. Tra i soci fondatori (svizzeri, italiani e venezuelani), tre
nomi interessanti: il costruttore milanese Botta, lo svizzero Alfredo Noseda
(coinvolto in uno dei primi scandali finanziari elvetici per esportazione di capitali e
frode fiscale), e “L’italiano di Caracas” Angelo Maternini; nel 1957, nella compagine
azionaria della Interchange Bank era entrato un secondo “finanziere di Caracas”
Remo Cademartori, che ne aveva assunto la presidenza dopo aver sottoscritto
l’aumento di capitale sociale a un milione di franchi svizzeri; successivamente, erano
entrati il cittadino svizzero residente a Corno Umberto Naccaroni (1959), il duo
Ercole Doninelli-Arno Ballinari (1961), e infine, nel 1965, due nuovi “venezuelani”
residenti a Caracas: W. Gerry William Rotenburg Schwartz e Abramo Merulan,
“Quando conferisce i capitali che, di passaggio in passaggio, arriveranno alla
Italcantieri di Berlusconi, nel 1973, la Interchange Bank è già in liquidazione. La
procedura, avviata nell’ottobre del 1967, si prolungherà fino al 15 dicembre 1989,
data della definitiva liquidazione della società. A gestire la liquidazione saranno
Pierfrancesco e Pierluigi Campana, Guido Caroni, Enzo Tognola; personaggi,
l’ultimo in particolare, che appartengono all’area politico-finanziaria di Gianfranco
Cotti, potente ex parlamentare della Democrazia Cristiana svizzera e dirigente della
Fimo, la chiacchierata finanziaria di Ercole Doninelli, un altro dei finanziatori
nascosti di Berlusconi” 21
Come la Cofigen Sa ha il suo “uomo forte” nel finanziere Tito Tettamanti, cosi la
ETI Holding Ag è nel nome e nel segno del finanziere, Ercole Doninelli 22 e della sua
Fimo 23 finanziaria svizzera fondata nel 1956 (con la quale ha a che fare lo stesso
Tettamanti).
“La Fimo è clamorosamente finita sotto inchiesta in Italia nel 1989, quando il
ragioniere milanese Giuseppe Lottusi venne colto sul fatto a riciclare, per conto della
società svizzera, i soldi della mafia colombiana 24 . I magistrati italiani sospettano che
20
"Avvemmenti”, 9 febbraio 1994. La brillante inchiesta pubblicata dal battagliero settimanale è firmata da Michele
Gambino Christopher Helti.
21
Ibidem.
22
Facoltoso e spregiudicato avvocato d'affari svizzero, politicamente legato a organizzazioni anticomuniste di estrema
destra, Doninelli è deceduto nel 1988.
23
“Volete far passare i vostri personali “fondi neri" attraverso la frontiera ítalo-Svizzera? Telefonate allo
0041-91-430101 e non resterete delusi. Da quasi quarant'anni, infatti, la Fimo si occupa di far arrivare denaro (o altro)
da un mittente che nessuno deve conoscere, a un destinatario che vuole restare segreto” ("Avvenimenti", 9 febbraio
1994).
24
In un rapporto del novembre 1992 inviato ai vertici della Confederazione elvetica dalla Polizia cantonale ticinese, si
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

tramite i canali del narcotraffico giungessero in Svizzera anche una parte dei ricavi
delle tangenti pagate ai politici italiani. La Fimo è sotto inchiesta anche in Francia,
per riciclaggio di denaro sporco, e in Belgio, per la bancarotta fraudolenta della Pibi
Finance di Jean Verdoot, morto misteriosamente a Ginevra all’inizio del ‘93 dopo un
incontro con i vertici della Fimo (che da parte loro negano l’incontro). Inoltre la Fimo
è sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta in diverse procure del Friuli e del Veneto
per il crac delle società legate alla Sirix Intervitrum e al gruppo Cofibel francese e
Pibi Finance belga. Per lo stesso motivo è stata aperta un’inchiesta anche in Olanda,
dato che alcune società del gruppo si trovano in quella sede. La Fimo è accusata di
aver partecipato al riciclaggio delle tangenti Enimont, delle tangenti ENI, delle
tangenti IRI, è coinvolta collateralmente nelle inchieste sulla Sanità, nel caso
KolIbrunner, nel caso Fidia, nelle tangenti della Carlo Gavazzi [ ... ]. Uno dei
fiduciari dell’area Fimo, Giancarlo Tramezzani, è morto in circostanze misteriose il
17 settembre 1993, a poche ore dall’arrivo in Ticino [del magistrato] Antonio Di
Pietro, che indagava sui risvolti elvetici dell’affare Enimont” 25 .
La Fimo ha sede al n° 89 di via San Gottardo, a Chiasso, presso lo studio legale
Doninelli 26 . Una società collegata alla Fimo, la Fidinam, ha gli uffici al n° 2 di
boulevard Royal al Lussemburgo: nello stesso edificio ha sede una importante società
del gruppo FININVEST, la Silvio Berlusconi Finanziaria 27 .
L’ambigua finanziaria elvetica Fimo estende i suoi tentacoli affaristici anche in
Italia: non solo mediante società collegate 28 , ma anche attraverso una stranissima

legge: “[ ... ] li 15 ottobre 1991 viene arrestato a Milano il quarantanovenne Giuseppe Lottusi” il quale, con un solo
viaggio settimanale in Svizzera e mediante contatti telefonici dall'ufficio della sua società Interpart Finanziaria, nella
milanese Piazza Santa Maria Beltrade, ha riciclato 57 milioni di narcodollari e 15 miliardi di lire per conto del clan
mafioso dei Madonia; prosegue il rapporto: “II denaro, nascosto nei carichi di frutta, risaliva la penisola italiana e
giungeva al mercato ortofrutticolo di Milano; in seguito veniva consegnato a tale signor Rossi che è poi risultato essere
il Lottusi. Questi faceva capo, per le operazioni di riciclaggio, alla piazza finanziaria svizzero-italiana e, in particolare,
alla Fimo di Chiasso”. Per le sue attività di riciclaggio dei proventi dei narcotraffico, nel marzo 1993 Lottusi verrà
condannato dal Tribunale di Palermo a vent'anni di carcere.
25
"Avvenimenti", 9 febbraio 1994. “La versione ufficiale venne rivista almeno quattro volte. Per uccidersi come
pretende il referto ufficiale, Tramezzani avrebbe dovuto possedere la freddezza e la lucidità necessari per spararsi
ripetuti colpi di fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare la mira... Per gli inquirenti svizzeri, dato che è stata
trovata una lettera, il caso è chiaro: suicidio” (Ndem).
26
Fino a qualche anno fa, aveva sede in via San Gottardo 12, stesso recapito dello studio dell'avvocato Elio Fiscalini. 1
due professionisti, soci nella Firno cosi come in numerose altre società, erano anche parenti per via di Laura Fiscalini,
moglie di un Doninelli. 1 rispettivi eredi nascono figli d'arte: associati agli studi paterni, formano la più influente
dinastia di avvocati d'affari della Confederazione.
27
“La Silvio Berlusconi Finanziaria Sa Société Anonyme era stata fondata il 23 dicembre 1987 nello studio del notaio
Mare Eíter con la ragione sociale di Finanziaria d'Investimento International Sa. li capitale sociale iniziale non superava
i 40 mila dollari ed era stato sottoscritto per un dollaro da Giovanni Vittore e per fi resto dalla Fininvest spa. Fin
dall'origine, alla presidenza della società di diritto lussemburghese viene nominato Giancarlo Foscale, cugino di Silvio
Berlusconi, Livio Gironi è l'amministratore delegato. Nell'89 la società cambia nome e acquisisce la ragione sociale
attuale. Il capitale sale gradualmente a cento miliardi di lire. Nell'ultirna assemblea registrata al Tribunale di
Lussemburgo - quella del 30 dicembre '92 - si approva un bilancio del '91 singolarmente ricco (67 miliardi di utile) e
appaiono le firme di Foscale e di due manager finanziari: Ubaldo Livolsi e Alfredo Zuccotti, per il quale i magistrati
milanesi hanno spiccato un ordine di custodia cautelare”; L’Espresso 5 agosto 1994.
28
Nel 1969 Doninelli e il fido Ballinari hanno fondato a Milano la Socirni, Società Costruzioni Industriali Milano;
amministratore, fino al settembre 1993, ne è il presidente della Fimo Elio Fiscalini. La Socimi (costruzione di armi
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

“Fimo italiana”. La Fimo italiana, intestata ad anonimi, opera nel Nord Italia, a
Chiasso, nel Liechtenstein, e i suoi legali rappresentanti e prestanome riconducono
alla Interchange Bank di Chiasso, e a finanziarie del giro Lottusi-Doninelli; vi è
connessa una ragnatela di case d’arte e gallerie che si estende da Milano a Como,
dall’Alto Lario a Lugano e a Londra 29 .
“Chissà se un giorno Antonio Di Pietro riuscirà nell’impresa di leggere l’intera
storia finanziaria di una società svizzera che si chiama Fimo e che nella storia
giudiziaria [italiana] è apparsa due volte: nel 1991, in una storia di riciclaggio di soldi
dei trafficanti di droga italiani; nel 1993, nella ripulitura e spedizione in Italia delle
tangenti pagate a Dc e Psi all’estero. Il magistrato di “Mani pulite” ci sta provando e
negli ultimi mesi ha chiesto più volte di avere accesso ai conti di transito di questa
società. Se riuscirà a leggere tutta la documentazione bancaria della Fimo, potrebbero
arrivare molte sorprese. Non solo si capirebbero meglio i movimenti dedicati al
riciclaggio di narcolire o i trucchi per riportare in Italia i miliardi delle mazzette ai
politici, ma anche per alzare qualche velo sulla storia, mai raccontata per intero, di
come Silvio e Paolo Berlusconi hanno messo insieme la loro fortuna. Storia che
comincia nei lontani anni Settanta, quando i loro interessi erano tutti diretti al
mattone e dell’impero televisivo Fininvest non c’era ancora nulla. 1 due fratelli,
infatti, sono stati a lungo soci del primo presidente della Fimo che nei documenti
della società compare come il primo dei responsabile: Ercole Doninelli da Meride in
Mendrisio. La società dove si trovano insieme i Berlusconi e Doninelli (naturalmente
attraverso il possesso di altre società) è la Italcantieri srl che fino al 1991 resta nel
gruppo Fininvest e poi viene ceduta, assieme a tutte le altre attività edilizie, al fratello
Paolo [ ... ]. Doninelli appare proprio attraverso la Eti Ag costituita il 24 aprile 1969 i
cui soci erano lo stesso Doninelli, sua moglie Stefania e Arno Ballinari. L’intreccio
societario non è finito, perché i Doninelli nella ETI Ag rappresentano anche gli
interessi della Aurelius Financing Company Sa di Chiasso” 30 .
Nel consiglio di amministrazione della Fimo ticinese il 9 febbraio 1993 entra
Valentino Foti, nato a Fürci Siculo (Messina) e residente a Milano. Attraverso la sua
finanziaria Valfin, nel 1989 Foti aveva conteso a Silvio Berlusconi la Villa Belvedere
di Macherio (messa all’asta dalla Provincia di Milano); successivamente, Foti è finito
in carcere, in Belgio, perché coinvolto in uno scandalo finanziario.

***

Ma il 7 ottobre 1968 (cioè pochi giorni dopo la costituzione della Edilnord Centri

pesanti, carrozze ferroviarie, autobus) il 28 maggio 1992 è stata dichiarata insolvente dal Tribunale di Milano e
successivamente posta in amministrazione controllata con decreto del ministero dell'Industria. Sulla società grava il
sospetto di traffico di armi, e i magistrati di "Mani pulite" la accusano di avere pagato 13 miliardi di tangenti al
socialista Sergio Radaelli.
29
Pare che il commercio delle opere d'arte si presti ottimamente al riciclaggio e ad altro: Sergio Vaccari, sospettato di
avere organizzato il "suicidio" del banchiere piduista Roberto Calvi a Londra, era commerciante d'arte...
30
“L’Espresso”, 11 febbraio 1994.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Residenziali sas di Lidia Borsani & C.), a Lugano, la Discount Bank Overseas
Limited aveva dato origine a una società “gemella” della Edilnord, la luganese
Telecineton Sa, col medesimo fiduciario Renzo Rezzonico, e con scopo sociale attivi-
tà nel settore televisivo.
Il 22 ottobre 1979, la Telecineton aveva mutato denominazione sociale,
assumendo quella di Open Sa; il successivo 12 novembre, a Milano, nasceva la
berlusconiana Canale 5 Music srl. Il 6 marzo 1980, la Open Sa mutava nuovamente
nome trasformandosi in Open Service Sa; nel consiglio di amministrazione figurava
Giancarlo Foscale (cugino di Berlusconi). Il 23 ottobre 1986, la luganese Open
Servíce Sa, elevando il capitale sociale a un milione di franchi, diverrà Fininvest
Service Sa, “una società che oggi riveste il ruolo di capofila del gruppo Berlusconi in
Svizzera: il 94 per cento del pacchetto azionario è posseduto dalla Fininvest Servizi
spa di Milano, mentre il restante 6 per cento è dell’antico fondatore, la Discount
Overseas Bank” 31 . In pratica, l’originaria Telecineton approderà, diciotto anni dopo,
nel gruppo Fininvest.
Dunque, entrambi i filoni delle attività berlusconiane - sia quello edilizio, sia
quello televisivo - hanno avuto dirette radici e connessioni in terra elvetica. E in
Svizzera sono celati sia l’identità degli originari promotori, sia la provenienza di
capitali impiegati.

31
"Avvenimenti", 12 ottobre 1994. Paolo Fusi e Michele Gambino firmano l'articolo che rivela la connessione Canale
5-Telecineton.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Milano in Svizzera

Nella notte del 14 febbraio 1983, nel corso di una massiccia operazione delle forze
dell’ordine con epicentro Milano, vengono arrestati decine di “insospettabili”
esponenti della criminalità organizzata.
“Nella notte di San Valentino è scattata la più imponente operazione degli
ultimi anni contro la mafia e la camorra. Nella rete non sono caduti semplici picciotti,
ma per la prima volta i "colletti bianchi", quei personaggi insospettabili con posizioni
di rilievo nell’economia lombarda - come hanno detto i magistrati - smascherati
attraverso le indagini patrimoniali e i controlli bancari della Guardia di Finanza. Il
blitz si è sviluppato contemporaneamente a Milano, a Roma, a Palermo e in altre
città. Le cifre parlano chiaro: 130 fra ordini e mandati di cattura emessi, 200
perquisizioni, decine di denunciati, sequestrati beni immobili, società, azioni, bloccati
assegni e conti correnti per diverse centinaia di miliardi [ ... ]. Solo a Milano i
provvedimenti restrittivi emessi sono 52, dei quali 30 eseguiti, 70 i provvedimenti di
sequestro, 164 le persone denunciate. L’accusa che viene contestata è quella indicata
all’articolo 416 bis del Codice penale. Un comunicato della Procura della Repubblica
di Milano meglio specifica che il reato addebitato è quello di “appartenenza ad
associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di una serie interminabile di
delitti contro la persona, quali omicidi e sequestri, contro il patrimonio, quali
estorsioni e ricettazioni, contro l’amministrazione della giustizia, quali
favoreggiamento, contro la pubblica amministrazione, quali corruzione, di delitti di
detenzione e porto d’armi, di delitti legati alla gestione e al controllo delle bische
clandestine, e di delitti comunque diretti alla acquisizione del controllo e della
gestione di attività economiche e alla realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti”. È
stata individuata una organizzazione che in stretto contatto con i clan della Sicilia
Occidentale, della Campania, degli Stati Uniti e dei Canada aveva il compito di
riciclare i denari provenienti dai traffici di droga e dai rapimenti in attività
apparentemente legali e in particolar modo in società immobiliari, società
commerciali, società finanziarie e società di import-export [ ... ]. Le indagini hanno
poi consentito di delineare la mappa di un numero considerevole di società collegate
a esponenti mafiosi e camorristici. Fra le persone catturate figurano Luigi Monti,
Antonio Virgilio, Romano Conte, Carmelo Gaeta, Antonio Enea, Giovanni Ingrassia,
Claudio Giliberti [ ... ]. Ma accanto troviamo nomi di boss conosciuti. È il caso di
Giuseppe Bono, palermitano, fratello di Alfredo Bono detenuto all’Ucciardone.
Ordine di cattura hanno ricevuto inoltre Gaetano Fidanzati, Alfredo Bono, Vittorio
Mangano, Ugo Martello detto “Tonino”, mafiosi noti e da tempo in carcere [ ... ]. In
moltissime banche di Milano, in due giorni, gli inquirenti hanno sequestrato conti
correnti, libretti di risparmio, titoli di credito, azioni facenti capo a individui e
imprese sospettate di collusioni con la mafia. Il punto di partenza dell’inchiesta risale
a circa due anni fa e al rapporto fatto dalla Criminalpol il 12 aprile 1981. Da allora si
sono sviluppati accertamenti in Italia e all’estero che hanno coinvolto anche l’Fbi e la
Dea. È stato cosi possibile identificare i boss internazionali di Cosa Nostra e i loro
“amici” in Venezuela, in Canada, negli Stati Uniti, in Francia e, per finire, in Italia. e
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

stato possibile risalire ai canali del riciclaggio e del traffico di valuta. È stato
possibile acquisire agli atti la certezza di incontri al vertice fra esponenti della mafia e
della camorra avvenuti a Milano, a Roma, in Svizzera, nel Nord Europa e negli
Usa” 32 .
Nel rapporto Criminalpol dell’aprile 1981 che ha dato origine alla “operazione
San Valentino”, veniva ricostruita la criminosa ragnatela affaristica tessuta dalla
“mafia imprenditoriale” e dalla cosiddetta “mafia dei colletti bianchi” a Milano,
attraverso decine di “società commerciali” dedite al riciclaggio di denaro sporco, e in
rapporti con ambienti bancari e finanziari svizzeri: tra gli altri, con la Banca della
Svizzera Italiana (Mendrisio, Lugano e Zurigo), il Credito Svizzero (Bellinzona,
Chiasso e Zurigo), la Bankverem Schweízerischer (Chiasso), la Banque Société
Alsacienne (Zurigo), la HandIess Bank (Zurigo), la Banca Hutton (Lugano), la Banca
Rolmer (Chiasso), l’Unione Banche Svízzere; tra le società finanziarie: con la
Finagest Sa (Lugano), la Copfinanz (Breganzona), la Traex Co. (Lugano), la Sogenal
(Zurigo).
Alcuni dei boss colpiti da mandato di cattura risultano tra l’altro correntisti
della Banca Rasini 33 piccolo istituto di credito milanese (un solo sportello a Milano)
del quale Luigi Berlusconi (padre di Silvio) era stato per molti anni funzionario, e il
cui titolare, Carlo Rasini, era stato tra i finanziatori delle primissime iniziative
edilizie di Silvio Berlusconi 34 . Presso la stessa Banca Rasini era affluita buona parte
dei capitali “svizzeri” destinati alle attività edilizie berlusconiane.
Ma il rapporto Criminalpol dell’aprile 1981 si occupava a lungo del boss
mafioso Vittorio Mangano, e citava il berlusconiano Marcello Dell’Utri per i suoi
sospetti contatti con lo stesso Mangano, definito nel rapporto “pericolosissimo
pregiudicato, schedato mafioso, coinvolto, interessato o cointeressato in imprese
commerciali e finanziarie con vorticosi volumi di affari su scala nazionale e
intenzionale” 35 .
32
"Corriere della Sera", 16 febbraio 1983.
33
“Sul conto corrente n° 6861 acceso da Antonio Virgilio presso la Banca Rasini, transitano tra il 28 febbraio 1980 e il
31 maggio 1982 operazioni per circa 50 miliardi di lire. Inoltre, nel periodo febbraio 1981-novembre 1982, la Rasini
sconta a Virgilio 135 effetti per oltre un miliardo di lire; parte degli effetti (esattamente 360 milioni) proveniva da una
gioielleria di piazza di Spagna a Roma, "riconosciuta" (secondo la requisitoria del Pubblico ministero nel troncone
romano del procedimento contro la "mafia dei colletti bianchi") "essere strumento di riciclaggio in favore di Giuseppe
Bono". Anche sul conto corrente n° 6410 presso la Banca Rasini transitano notevoli e "ingiustificati" importi: il conto è
intestato a Luigi Monti, socio di Virgilio in tutta una serie di società, ma anche in operazioni che portano alla loro
incriminazione”; cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cít., pag. 50.
“La flagrante connivenza della Rasini con Monti e Virgilio rientra nel novero dei più vasti rapporti che la banca
intrattiene con esponenti della "mafia dei colletti bianchi", e con personaggi a essa mafia attigui, come il costruttore
Silvio Bonetti (condannato per il crac della Concordia a 9 anni di reclusione). Il comune tornaconto è tale che a un certo
punto il malavitoso "giro" manifesta alla Rasini la "disponibilità a trattare l'acquisto del pacchetto azionario di controllo
della banca dal 51 al 73 per cento sulla base di una valutazione dell'intero pacchetto di lire 40 miliardi” (Ibidem, pag. 5
1). L'operazione di compravendita della banca non andrà in porto, ma è un fatto che la Rasini risulterà particolarmente
compiacente con i correntisti mafiosi: il suo direttore generale, Antonio Vecchione, verrà rinviato a giudizio per
“violazione dei doveri inerenti al pubblico esercizio del credito”.
34
La Rasini, nei primi anni Sessanta, aveva garantito a Berlusconi una sostanziosa fideiussione per l'acquisto di un
terreno in via Alciati, a Milano.
35
La vicenda dei rapporti tra Mangano, Dell'Utri e Berlusconi verrà diffusamente trattata nel capitolo "L'amico siciliano
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

In un rapporto della polizia cantonale di Bellinzona datato 13 settembre 1991


(“Aggiornamento operazioni Atlantida e Mato Grosso” 36 firmato dal comandante
della sezione “Informazioni droga” del Canton Ticino Daniele Corazzini e dal
comandante della polizia di Bellinzona Silvano Sulmeni, a pag. 2 è scritto: “Per
quanto riguarda il denaro da ricevere in provenienza dall’Italia (v. nostro rapporto
10-6-91) il medesimo apparterrebbe al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del
codice di chiamata (per il trasferimento del denaro dall’Italia): dovranno unicamente
designare una persona di fiducia di tale gruppo. Il nome di Berlusconi non deve
impressionare più di quel tanto poiché anni fa, segnatamente ai tempi della Pizza
Connection, lo stesso era fortemente indiziato di essere il capolinea dei soldi riciclati.
All’epoca si interessava dell’indagine l’allora giudice Di Maggio, che era stato anche
in Ticino per conferire con l’ex procuratore pubblico on. Dick Marty”.
“A parlare per primi del presunto coinvolgimento di Silvio Berlusconi nell’inchiesta
Mato Grosso”, scrive il settimanale “Avvenimenti”, “furono i giornalisti dei
quotidiano svizzero “L’Altranotizia”, che pubblicarono una serie di servizi tra
novembre e dicembre [1993]. Partendo da quella notizia, abbiamo rintracciato il
rapporto della polizia di Bellinzona: Silvio Berlusconi - o più esattamente “il clan
Berlusconi”, come scrivono le autorità svizzere - sarebbe coinvolto in una grossa
operazione di riciclaggio. Stando al testo del rapporto, il suo nome sarebbe stato fatto,
in passato, nell’ambito delle indagini sulla “Pizza Connection”, una gigantesca
inchiesta sugli affari di grandi boss della mafia turca e siciliana, che intrattenevano
rapporti da un lato con i salotti buoni della finanza svizzera, e dall’altra con il capo
della P2 Licio Gelli” 37 .
Il rapporto della polizia di Bellinzona nasce dalle indagini condotte da un
funzionario “coperto” della polizia ticinese infiltratosi nel giro del narcotraffico
internazionale: “Attraverso uno stratagemma sono entrato in contatto col finanziere
brasiliano Juan Ripoll Mari 38 personaggio che in Brasile gode di poderosi appoggi
politici, specialmente quando era al potere l’ex presidente Collor, destituito perché

degli amici siciliani pagg. 151-213


36
Il rapporto, rivelato dal settimanale "Avvenimenti" (23 marzo 1994), risulta essere stato inviato, come scrivono Paolo
Fusi e Michele Gambino, “al comandante della polizia cantonale Mauro Dell'Ambrogio, al Procuratore pubblico di
Lugano Carla Del Ponte, e a quello di Bellinzona Jacques Ducry”.
37
Ibidem. “Un funzionario della polizia elvetica, che chiameremo convenzionalmente A.B., ha detto a "Avvenimenti":
'Nel 1989 DI Maggio stava lavorando insieme a un colonnello della Guardia di Finanza a una inchiesta sul casinò di
Nizza, ed era inciampato nel nome di Renato Della Valle (socio di Berlusconi in Telepiù). La Guardia di Finanza aveva
intercettato delle telefonate tra Della Valle e un certo Macolin, un torinese, in cui si parlava anche di Berlusconi. Senza
informare la magistratura, un corpo di polizia italiano mise sotto controllo anche i telefoni di Silvio Berlusconi.
Successivamente Di Maggio venne in Svizzera per interrogare un ticinese che già in passato aveva collaborato con le
forze di polizia e che conosceva bene gli ambienti finanziari elvetici e italiani (--). Di Maggio, però, smentisce che siano
state messe a verbale circostanze riguardanti Berlusconi”.
38
“Ripoll Mari è un grande esperto in tecniche di riciclaggio del denaro sporco. A lui, secondo le polizie di mezza
Europa, si rivolgevano tutti coloro (imprenditori, mafiosi, politici e narcotrafficanti) che avevano necessità di far uscire
dai loro Paesi grosse quantità di denaro di provenienza oscura: dall'evasione fiscale, alle tangenti, fino alla vendita di
droga” ("Avvenimenti", 23 marzo 1994).
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

coinvolto in uno scandalo legato a un vasto giro di trafficanti di cocaina e riciclatori...


Juan Ripoll Mari dispone di quattro società-paravento panamensi dislocate a Lugano,
dove tra l’altro è in contatto con un avvocato fiduciario con funzione di
amministratore.. L’intenzione di Ripoll Mari era quella di riciclare 300 milioni di
dollari provenienti dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia, oltre ad altri 100 milioni
del gruppo terroristico Eta... A suo dire, il denaro fermo in Italia e da riciclare
proveniva dall’impero finanziario di Silvio Berlusconi, attualmente alle prese con
grosse difficoltà finanziarie” 39 .

Il 25 settembre, la polizia di Ginevra arresta tale Winnie Kollbrunner, trovata in


possesso di titoli rubati provenienti da una stranissima rapina ai danni di una filiale
romana del Banco di Santo Spirito. La Kollbrunner risulta avere “trattato, per mesi,
operazioni di cambio valuta fra banche per tranches di 50 milioni di dollari la
settimana. Nel passaggio si fingevano perdite sul cambio intorno al 6 per cento, una
parte delle quali (generalmente il 4 per cento) andavano a ingrassare i conti in nero
della Dc e del Psi. La Kollbrunner ha trattato anche affari immobiliari e operazioni di
cambio [tra gli altri] con Paolo Berlusconi” 40 . Ma l’ambigua Kollbrunner arrestata
dalla polizia ginevrina è anche una stretta collaboratrice del ministro di Grazia e
Giustizia Claudio Martelli (a carico del delfino di Craxi, infatti, la magistratura
inoltrerà richiesta di autorizzazione a procedere per ricettazione).
Martelli e Craxi risulteranno essere stati i beneficiari del conto cifrato
“Protezione” 633369, aperto presso l’Unione Banche Svizzere di Lugano dal
faccendiere craxiano Silvano Larini (amico di Silvio Berlusconi, e tramite
dell’incontro Berlusconi-Craxi sul finire degli anni Sessanta); nel conto “Protezione”,
tra il 1980 e 1,81, affluì una prima tangente di 7 milioni di dollari pagata dal
bancarottiere piduista Roberto Calvi con la regia del Venerabile maestro Licio Gelli -
l’operazione venne concepita all’interno della Loggia P2 alla quale Berlusconi era
affiliato, ed era a beneficio del padrino politico della Fininvest (e intimo amico di
Berlusconi)

In seguito al fallimento della sua finanziaria svizzera Sasea Holding Sa (un crac da
4,5 miliardi di franchi svizzeri - circa 5 mila miliardi di lire), nel novembre 1992 il
faccendiere italiano Florio Fiorini finisce nel carcere ginevrino di Champ Dollon per
bancarotta.
Fiorini, nel 1980, era stato il direttore finanziario dell’Eni che, in combutta con
Bettino Craxi e col bancarottiere piduista Roberto Calvi, aveva propiziato
l’operazione piduista “conto Protezione” mediante un finanziamento dell’Eni per 220
miliardi di lire al Banco Ambrosiano. Ma Craxi e la Loggia P2 non sono stati i soli
punti di contatto tra Fiorini e Berlusconi: “Florio Fiorini è sempre andato fiero dei
suoi rapporti di amicizia con Silvio Berlusconi. A partire dal 1989, quando si mise in
39
Dichiarazione rilasciata dal funzionario all'Autore nel luglio 1994, senza tuttavia esibire alcun documento o ulteriori
dettagli probatori.
40
Cfr. F. Forgione, P. Mondani, Oltre la cupola, Rizzoli, Milano 1994, pag. 195.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

testa di fare affari nel settore dei mass media (Odeon Tv, Pathé cinema, Mgm),
Fiorini usò quei rapporti come una specie di biglietto da visita in un mondo che gli
era sconosciuto e che gli è poi risultato fatale. Ai tempi d’oro della sua Sasea, quando
Hollywood sembrava a portata di mano, non si contano le interviste in cui Fiorini
dava per imminente l’intervento al suo fianco dell’amico Berlusconi. Da parte sua la
Fininvest di Berlusconi partecipò, in veste di finanziatore, alla disastrosa scalala alla
Mgni tentata da Fiorini in coppia con Giancarlo Parretti. Un appoggio che è
puntualmente ricordato dall’ex patron di Sasea nelle sue deposizioni ai giudici” 41 . E
mentre “l’amicizia” Fiorini-Berlusconi andava cementandosi, Fiorini era legato
anche al boss mafioso (residente a Lugano) Michele Amandini 42 attraverso la
finanziaria Blax Corporation di Vaduz (nel “paradiso fiscale” del Liechtenstein).
Oggi, dal carcere ginevrino dove è detenuto, Fiorini invia alla magistratura
periodici “memoriali” nei quali ricorre spesso il nome di Silvio Berlusconi.

In un rapporto datato 27 novembre 1992 e inviato ai vertici della polizia cantonale


ticinese, il già citato funzionario svizzero “infiltrato" nel narcotraffico internazionale
scrive: “Agli inizi dei 1991 alcune informazioni confidenziali rivelarono che presso la
Banca Migros di Lugano venivano riciclate forti somme di denaro provenienti
dall’Italia... L’inchiesta produsse un primo significativo effetto il 13 giugno 1991, a
Lugano, quando fürono arrestati tali Edu de Toledo e Donizete Ferreira Pena con
circa un milione di franchi svizzeri in contanti. Unitamente a Gianmario Massa,
cassiere della Banca Migros di Lugano (pure arrestato), i due erano intenti
nell’operazione di parziale pagamento di una partita di 70 chili di cocaina giunta
precedentemente a Rotterdam. La droga, proveniente dal Brasile, era stata ritirata da
emissari della criminalità organizzata italiana”; secondo il funzionario, il riciclatore
Giuseppe Lottusi “faceva capo, per le operazioni di riciclaggio, alla piazza finanziaria
svizzero-italiana e, in particolare, alla Fimo Sa di Chiasso”.

41
“Il Mondo”, 13 giugno 1994. “Il prezzo d'acquisto definitivo di Mgm” ha dichiarato Fioriffi ai magistrati di Ginevra
in un interrogatorio dei 12 ottobre 1993, "fu di 1.312 milioni di dollari". Secondo il racconto dell'imputato 862 milioni
di dollari furono forniti direttamente dal gruppo Crédit Lyonnais. In particolare Mgm aveva raggiunto un accordo per
cedere i diritti di trasmissione dei film della sua biblioteca. Tra gli acquirenti secondo Fiorini c'era anche Fininvest
Spagna. 11 Crédit Lyonnaís di New York, ha fatto mettere a verbale l'ex patron di Sasea, "scontò il contratto d'acquisto
di Fininvest Spagna per 66 milioni di dollari". Per quanto riguarda altri 160 milioni di dollari forniti dal Crédit
Lyonnais, Fiorini precisa che erano in parte garantiti da un "impegno della Fininvest a comprare azioni Mgm per 50
milioni di dollari". Un impegno che deve essere caduto nel vuoto: non risulta che la Fininvest abbia mai comprato una
partecipazione azionaria della casa cinematografica dei leone ruggente. E, infatti, in un successivo interrogatorio lo
stesso Fiorini ha fatto notare che in seguito il Crédit Lyonnais rinunció a far valere le garanzie fornite da Fininvest. In
quelle convulse giornate dell'ottobre del 1990, che videro Parretti e Fiorini conquistare la Mgm, anche la Popolare di
Novara allora guidata da Piero Bongianino fece la sua parte. Dei 112 milioni di dollari che rappresentavano l’impegno
diretto (in seguito destinato ad aumentare notevolmente) di Sasea Holding nell'operazione, circa 50 milioni di dollari
(oltre 70 miliardi di lire) furono forniti dall’istituto piemontese. Un prestito, ha confermato Fiorini ai giudici, che era
garantito dalla stessa Fininvest” “bidem).
Per la vicenda Mgm/Fininvest, cfr. pagg. 244-48.
42
“Nella recente maxi-inchiesta antimafia chiamata Nord-Sud, Amandini [è risultato] affiliato a un'organizzazione
mafiosa che fa capo alle famiglie calabresi ffisediate a Milano: le famiglie Morabíto, Sergi e Papalia. Amandini è
personalmente coinvolto nel traffico d'eroina e in alcuni sequestri di persona”; '11 Mondo", 18 aprile 1994.
Amandim è stato in affari anche col faccendiere sardo Flavio Carboni, a sua volta in affari con Berlusconi.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Di sospetti rapporti tra società berlusconiane e gli ambienti finanziari


italo-svizzeri legati alla “galassia Fimo” di Chiasso scriveranno le cronache
giornalistiche nel marzo 1994, per una oscura vicenda inerente l’acquisto di un
calciatore da parte del Milan-Fininvest. “Tutte le inchieste portano a Chiasso. Al
numero 89 di via San Gottardo, dove ci sono le sedi di una finanziaria e di una banca
che sono al centro di infinite indagini su mafia e tangenti. E dalle
quali si scopre che sono passati anche i soldi per il trasferimento di Gianluigi Lentini,
l’attaccante granata acquistato dal Milan a suon di miliardi. A parlare della vicenda è
stato Mauro Borsano [ex parlamentare Psi, e amico di Bettino Craxi, Nd-4], ex
presidente del Torino, che ne curò la vendita nel marzo 1992. Davanti al Pm.
Gherardo Colombo, l’ex patron granata ha ricostruito la trattativa e
soprattutto i versamenti in nero estero su estero. Secondo Borsano, il primo accordo
prevedeva un prezzo ufficiale di 14 miliardi e mezzo più un anticipo di 4 miliardi in
nero. Per la gestione degli accrediti, Borsano si rivolge alla famiglia Aloisio, che
controlla sia la banca Albis sia la finanziaria Fimo: entrambe di Chiasso, entrambe
protagoniste di una selva di vicende giudiziarie. La più famosa è quella di Giuseppe
Lottusi, il commercialista che attraverso la Banca Albis avrebbe trasmesso tutti i
pagamenti del clan Madonia ai “narcos” colombiani. Per questi fatti, Lottusi è stato
condannato a vent’anni in primo grado dai giudici di Palermo. Non solo. La sede di
via San Gottardo è stata fatta perquisire un anno fa su richiesta di Antonio Di Pietro:
grazie a questa struttura sono state distribuite a Dc e Psi tutte le mazzette del gruppo
Eni. Si tratta di almeno sessanta miliardi. E intorno agli uomini della Fimo e delle
sigle collegate le istruttorie si sono moltiplicate [ ]. Mauro Borsano ha rivelato al Pm
Colombo che anche i soldi per la cessione di Lentini sono transitati attraverso questa
rete. Il finanziere torinese ha spiegato di essersi messo in contatto con Emilio Aloisio,
consigliere della Fimo, e di avere poi preso accordi per il versamento con Adriano
Galliani, amministratore del Milan [ ].
I primi quattro miliardi vengono quindi depositati sulla Banca Albis nella primavera
1992. Da li si provvede a trasferirli alla società Cambio Corso di Torino, sempre di
proprietà degli Aloisio, che consegna il controvalore in titoli di Stato a Borsano. La
scelta di rivolgersi all’istituto ticinese è sorprendente: Lottusi era stato arrestato sei
mesi prima e tutti i giornali avevano dedicato intere pagine ai suoi rapporti con la
Banca Albis per il riciclaggio dei narcocapitali [ ... ]. In tutto per il contratto di
Lentini sulla Banca Albis viene versata una cifra compresa tra i 6 miliardi e mezzo e
gli 8 miliardi e mezzo […]. I soldi del Milan sono arrivati dalla banca Ubs di
Chiasso, però Borsano sospetta che non sia quella la sorgente dei fondi neri Ora i
magistrati del pool “Mani pulite” cercano di capire quale sia la caverna del tesoro
dalla quale attingevano le società del gruppo Fininvest” 43 .

Attualmente il gruppo Fininvest è assai radicato in terra elvetica. “Non si tratta solo
della parte “evidente” del gruppo, vale a dire il “Punto Milan Estero” di via Besso a
43
"Corriere della Sera", 6 marzo 1994.
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

Massagno, frazione di Lugano. Li ci si occupa dei tifosi rossoneri all’estero, e vi ha


sede la Fininvest Services Sa, presieduta dall’ex presidente ticinese del partito
liberal-radicale (maggioranza relativa) Pierfelice Barchi ‘ uno dei più potenti notabili
del cantone (il suo studio legale difende tradizionalmente gli imputati di mafia).
L’impero berlusconiano viene piuttosto gestito dagli uffici della Fiduciaria di
Giorgio e Renato Ferrecchi, situata al 6 di via Bossi, a Lugano, nel cuore della “city”
luganese. Ferrecchi gestisce tutta una serie di società di rilievo come la Brico Sa
Lamone Cadempino, la Edilnord Sa Biasca, il gruppo Precicast di Novazzano (cui è
legata la Privat Kredit Bank attraverso l’azionista Giuseppe Penati, a sua volta legato
alla Fidinam di Tito Tettamanti), le fiduciarie Sogepa e AlIfinanz (che legano
Ferrecchi a un altro fiduciario del gruppo Berlusconi, l’avvocato Renzo Rezzonico),
il gruppo Alitec (gruppo italo-brasiliano legato a Bemardino Bernardini e a Nuova
Rivista Internazionale), lo studio pubblicitario italo-svizzero Publigoods di Paolo
Spalluto, gli uffici svizzeri del commerciante milanesi). In via Bossi 6 hanno sede
anche la Orion Communication Sa e la Dominfid, ovvero le due società che, secondo
la magistratura napoletana, sono servite per riciclare almeno 3 miliardi di lire di fondi
neri creati all’interno del gruppo di Berlusconi con una transazione sopravvalutata
intercorsa tra Publitalia (società del gruppo Fininvest), il Milan, la Sme (holding
statale agroalimentare) e la Sport Events, una società di proprietà dell’ex arbitro
italiano Egidio Ballerini rivenduta nel 1992 alla Orion. La Dominfid appartiene alla
Sirtis Sa di Lugano, che a sua volta appartiene alla Dominion Fiduciaria di Chiasso,
una holding italo svizzera (legata al tivolino Renzo Bitocchi e al romano Michele
Grimaldi) posta in fallimento nel giugno 1993, ovvero nel periodo in cui partiva
l’inchiesta dei magistrati napoletani. Oltre al “gruppo Ferrecchi”, in questo troncone
sono attivi tre fiduciari: Fabrizio Pessina, Edy Albisetti e Ettore Abeltino.
Quest’ultimo, a sua volta, è legato alla Fidinani di Tito Tettamanti attraverso la
Coexsu” 44 . Intanto, le cronache giudiziarie informano che il faccendiere romano
Giancarlo Rossi (arrestato su mandato dei magistrati milanesi nel giugno 1994) è
l’intestatario del conto corrente “coperto” FF 2927 presso la Trade Development
Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila dollari fornitigli
dal piduista Luigi Bisignani e parte della maxitangente pagata dall’Enimont ai partiti
di governo; il faccendiere romano 45 risulta intestatario anche di altri conti “coperti”
presso banche svizzere sui quali sono transitati un migliaio di miliardi, e dispone di
due società off-shore domiciliate a Panama. Mentre la magistratura italiana indaga
per corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai
partiti, e la magistratura di Ginevra apre un’inchiesta per riciclaggio, si apprende che
Rossi è in rapporti col gruppo Fininvest, come dimostrano i suoi contatti telefonici
44
"Avvenimenti", 9 febbraio 1994.
45
“Gestendo i miliardi di tanti potenti, Rossi è diventato il simbolo dei rampantismo finanziario "alla romana", basato
sulla furbizia e sul moltiplicare le conoscenze giuste. Quando il magistrato Di Pietro l'ha fatto arrestare, sono emersi i
suoi rapporti con la Dc andreottiana, con il ministro della Difesa Cesare Previti di Forza Italia, con l'ex ministro Pri
Antonio Maccanico, con l'ex agente segreto del Sisde Michele Finocchi e con tanti altri vip” ("Corriere della Sera", 5
settembre 1994). “Rossi sta emergendo come un crocevia negli intrecci della politica e della finanza di Roma [ …] al
punto di poter essere considerato il cassiere occulto non solo della corrente andreottiana, ma di tutta la Dc”
("L'Espresso", 15 luglio 1994).
SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA

nelle settimane precedenti il suo arresto: “Una chiamata a un numero intestato a


Silvio Berlusconi (via Santa Maria dell’Anima 3 1/A, l’abitazione romana del
presidente del Consiglio). Con uomini legati a Berlusconi e al suo gruppo, Rossi ha
avuto rapporti frequenti: compaiono infatti chiamate a Antonio Tajani (portavoce del
premier), a Fininvest comunicazioni, Publitalia, e alla Diakron, la società che sforna i
sondaggi per Forza Italia [ ]. Rossi chiama per ben cinque volte direttamente il
ministro della Difesa Cesare Previti, col quale si è sempre dichiarato in ottimi
rapporti: Previti viene chiamato sul suo cellulare, nell’abitazione romana e persino a
Porto Santo Stefano, sull’Argentario. Con numeri diversi, Rossi chiama anche 11
volte il ministero della Difesa” 46 .

La polizia elvetica, da parte sua, segnala ai magistrati milanesi che nell’inverno


1993-94 l’ex segretario del Psi Bettino Craxi si è recato in Svizzera, utilizzando per il
suo viaggio un aereo di proprietà di Silvio Berlusconi. E nell’ottobre 1994, arrestato
dai magistrati di “Mani pulite”, l’imprenditore Giorgio Tradati (amico d’infanzia di
Craxi) dichiara al Tribunale di Milano: “Nel 1981, Craxi mi chiese di fargli da
prestanome per un conto in Svizzera [alla Sbs-Société de Banque Suisse di Chiasso
aprii per lui un conto cifrato]. Poi i conti diventarono due [il secondo, lo aprii
all’American Express di Ginevra]. In totale, sui due conti, affluirono circa 30 miliardi
di lire [di tangenti]” 47 ; nella vicenda dei due conti svizzeri craxiani risulta coinvolta
la contessa Francesca Vacca Agusta, la cui villa di Portofino è assiduamente
frequentata da Silvio Berlusconi. Fin dai primissimi anni Ottanta, ricorrenti sono state
le voci di presunti comuni interessi affaristici tra Berlusconi e Craxi, e insistenti le
vociferazioni secondo le quali Bettino Craxi sarebbe uno dei soci occulti del gruppo
Fininvest.

***

Ma la presenza di Berlusconi in terra elvetica non è legata soltanto a meri interessi


affaristici: in Svizzera (ad Arlesheim), Miriam Bartolini (in arte Veronica Lario),
seconda signora Berlusconi, ha dato alla luce le loro figlie Barbara (luglio 1984) e
Eleonora (maggio 1986); nella svizzera Arlesheim, anche Marcello Dell’Utri, nel
1981 e nel 1985, è divenuto due volte padre.

46
"Panorama", 9 luglio 1994.
47
Secondo i magistrati di "Mani pulite", il padrino politico di Berlusconi ha tessuto negli anni una ragnatela di conti
bancari cifrati, intestati a prestanome, dove confluivano le tangenti riscosse: oltre che in Svizzera (Giorgio Tradati), in
Lussemburgo (Mauro Giallombardo), alla Bahamas (Giancarlo Troielli), a Hong Kong (Troielli e Agostino Ruju).
IL GRANDE IMBROGLIO

Sesso, sangue, soldi

Il secondo “miracolo italiano” del millantato self made man Silvio Berlusconi è una
faccenda le cui radici affondano nella cronaca nera. Per compiersi, la magia
berlusconiana no 2 - un raggiro multimiliardario - si avvale dell’estro compiacente di
un versatile uomo d’affari e dì mondo: l’avvocato della cupola Fininvest Cesare
Previti.
Ma per cogliere appieno questo nuovo “miracolo” nel suo mirabolante
divenire, occorre conoscere nel dettaglio gli antefatti che lo hanno reso possibile.

***

Nella sontuosa residenza romana dei marchesi Casati Stampa (attico e superattico con
giardini pensili, in via Puccini 9), la sera di domenica 30 agosto 1970 vengono
rinvenuti, chiusi dentro un salone, tre cadaveri: quello del marchese Camillo Casati
Stampa di Soncino, quello di sua moglie Anna Fallarino,
studente Massimo Minorenti. Dinamica e movente della tragedia sembrano subito
chiari: il marchese, in preda a un raptus dì gelosia, imbracciato uno dei suoi fucili da
caccia avrebbe sparato più colpi alla marchesa e al di lei amante, quindi avrebbe
rivolto l’arma su di sé e si sarebbe suicidato. L’indomani, lo scandalo "blasonato"
campeggia sulle prime pagine dei quotidiani nazionali.
Il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, nato a Roma nel 1927,
discendente dall’omonima famiglia patrizia lombarda dalla quale aveva ereditato
cospicue proprietà, studi in un collegio svizzero, in prime nozze aveva sposato la
ballerina napoletana Letizia Izzo, e dall’unione era nata la figlia Annamaria.
Conosciuta Anna Fallarino, moglie di un amico, il marchese Camillo aveva ottenuto
dalla Sacra Rota l’annullamento del proprio matrimonio (gennaio 1959), e alla Izzo
aveva riconosciuto, a titolo di “liquidazione”, la somma di un miliardo di lire e la
proprietà della cappella-tomba dei Casati Stampa 1 .
Anna Fallarino, nata a Benevento nel 1929, procace ex modella, era stata
sposata in prime nozze con l’imprenditore romano Giuseppe Drommi, amico
d’infanzia del marchese Camillo; nell’aprile del 1959 aveva anch’essa ottenuto dalla
sempre compiacente Sacra Rota l’annullamento del matrimonio 2 e il 21 giugno 1961
il suo nuovo matrimonio religioso col marchese Camillo (preceduto, l’anno prima, da
una unione civile in Svizzera) l’aveva consacrata legittima marchesa Casati Stampa
di Soncino.
Il venticinquenne romano Massimo Minorenti, figlio di un ex funzionario

1
“Voglio la cappella di famiglia dei Casati: sono nata tra i poveri, e voglio finire sottoterra tra i ricchi”, sembra avesse
dichiarato Letizia Izzo, che morirà per un tumore nel giugno del 1965.
2
Il doppio annullamento da parte della Sacra Rota dei precedenti matrimoni di Camillo Casati Stampa e della Fallarino
darà luogo, dopo la tragica morte dei marchesi, a vivaci polemiche, e perfino a un'interrogazione parlamentare; Quanto
spese Camillo Casati per annullare il suo matrimonio?, titola "La Stampa" dei 15 settembre 1970, in un articolo dove si
adombrano sospetti sul Tribunale ecclesiastico per la celerità con la quale aveva accordato il doppio annullamento.
IL GRANDE IMBROGLIO

statale, studente universitario fuori corso, attivista del Movimento sociale, si


muoveva da aitante playboy-gigolò negli ambienti della Roma-bene. Da alcune
settimane, era l’amante della marchesa Anna Fallarino.
I marchesi Casati Stampa erano tra gli esponenti più in vista dell’aristocrazia
liberale 3 un ambiente che l’eccentrico marchese Camillo arrivava a snobbare. “Nei
periodi in cui soggiornava a Palazzo Soncino, a Milano”, ricorda uno dei suoi ex
dipendenti, “il marchese scendeva in strada portandosi appresso una borsa con dentro
delle uova sode, entrava in un bar di piazza Santa Maria Beltrade, e ci bivaccava tutto
il giorno: li chiacchierava con gli avventori, mentre mangiava le sue uova bevendo
champagne... La sera rientrava a Palazzo, ma non mancava di lasciare nel bar 100
mila lire di mancia” 4 .
Le proprietà lasciate dai defunti marchesi Casati Stampa sono ingenti: i giornali
scrivono di beni mobili e immobili valutabili fra i 300 e i 400 miliardi di lire.
Amministrate a Milano, negli uffici di Palazzo Soncino, dall’anziano ragionier
Lorenzo Saracchi, le proprietà terriere e immobiliari della nobile famiglia sono
concentrate essenzialmente in Lombardia: a Milano, Cinisello Balsamo, Usmate
Velate, Muggiò, Nova Milanese, Trezzano sul Naviglio, Gaggiano, Bareggio; a
Cusago, le vastissime proprietà comprendono un castello visconteo; nella tenuta di
Arcore, estesa per un milione di metri quadrati e "cuore" del patrimonio dei marchesi,
sorge una villa settecentesca di circa 3.500 mq impreziosita da una collezione di
quadri del Quattrocento e del Cinquecento e da una biblioteca ricca di diecimila
volumi (è proprio nella villa di Arcore che la marchesa Anna Fallarino aveva stabilito
la sua residenza ufficiale, ed è nella villa di Arcore che i marchesi risiedevano di
tanto in tanto, quando soggiornavano al Nord).
Oltre a scuderie di cavalli purosangue, aziende agricole, allevamenti, immobili
a Roma e altrove 5 gioielli, quadri antichi (tra gli altri, del Tiepolo e del Tintoretto), il
patrimonio dei Casati Stampa comprende rendite finanziarie, investimenti azionari, e
consistenti partecipazioni nel comparto assicurativo.
Tre settimane dopo la tragedia, il notaio romano Carlo Pantalani rende
pubbliche le volontà testamentarie manoscritte dal marchese Casati Stampa in data 19
luglio 1961: “Nomino mia erede universale mia moglie Anna Fallarino che mi ha
reso tutti gli anni in cui mi è stata vicino, felicissimo, e che ho sposato in chiesa il 21
giugno 1961 A mia figlia Annamaria, di Letizia Izzo, spetterà la legittima, con in più
l’assicurazione di cento milioni stipulata nell’estate del 1961 ed il quadro raffigurante
la Madonna col Bambino attribuita a Lorenzo di Credi”.

3
Alessandro Casati, zio di Camillo, nel 1924 era stato ministro dell'Istruzione nel governo Mussolini, dal quale si era
poi dimesso in posizione critica verso il regime. Nel 1943, aveva rappresentato il Partito liberale nel primo Cln; nel
1944-45, era stato ministro della Guerra nei due governi Bonomi, quindi deputato della Costituente e senatore di diritto
dal 1948 al 1953. Era morto a Arcore nel 1955.
4
Fonte dell'Autore.
5
“Non lontano da Roma, il marchese aveva acquistato di recente dalla Ruspoli "La Luparella", una vasta area adibita a
riserva di cinghiali. che l'intera isola di Zannone, presso Ponza, gli apparteneva: il marchese vi aveva fatto costruire una
villa e un'abitazione per il guardiano”; '11 Giorno", 5 settembre 1970.
IL GRANDE IMBROGLIO

Il dispositivo testamentario induce i parenti diretti della marchesa Anna Fallarino (i


genitori e la sorella) ad avviare un’azione legale: se la loro congiunta la sera del 30
agosto fosse spirata anche un solo secondo dopo il marchese Camillo, l’eredità dei
Casati Stampa sarebbe di loro spettanza - un settimanale scrive infatti “E legata a un
respiro l’eredità del marchese” 6 . I parenti della Fallarino affidano l’azione legale al
trentaseienne avvocato romano di origine calabrese Cesare Previti, buon amico della
sorella della defunta marchesa Anna.
Ma le perizie medico-legali stabiliscono che i colpi esplosi dal marchese la
tragica sera del 30 agosto hanno ucciso Anna Fallarino all’istante; ne consegue che
l’intera eredità dei Casati Stampa spetta di diritto alla figlia di primo letto del
marchese, Annamaria, che tuttavia, essendo minorenne (è nata a Roma il 22 maggio
1951), deve essere affidata dal Tribunale dei minori a un tutore fino al compimento
del ventunesimo anno di età. A quel punto, l’intraprendente avvocato Previti contatta
Annamaria Casati, e benché disponga del mandato per la tutela dei Fallarino, offre al-
la giovanissima ereditiera la propria assistenza sola e sconvolta dalla tragedia,
accetta.
Intanto, Emilia Izzo, zia materna di Annamaria Casati Stampa, residente a
Napoli, e unica parente vivente della ragazza, fin dai primi giorni di settembre ha
inoltrato istanza al Tribunale di Roma chiedendo appunto di essere nominata tutrice
della nipote minorenne.

Il 7 settembre, a una settimana dall’oscura tragedia di via Pucciní, la minorenne


Annamaria Casati Stampa si reca al Palazzo di Giustizia di Roma scortata da due
accompagnatori: l’avvocato Cesare Previti, e il senatore liberale Giorgio Bergamasco
(vecchio amico dei marchesi Casati). Al giudice che deve pronunciarsi circa la sua
tutela, la giovane ereditiera precisa di non voler essere affidata alla zia materna
Emilia Izzo bensì al senatore Bergamasco.
Il Tribunale di Roma demanda per competenza a quello di Milano la decisione
inerente l’affidamento della marchesina. E benché il Codice preveda la nomina del
tutore preferibilmente “tra gli ascendenti o tra gli altri prossimi parenti o affini del
minore”, il 15 settembre il pretore di Milano Antonio De Falco stabilisce che sia il
senatore Bergamasco il tutore dell’ereditiera minorenne, cioè colui che si occuperà
“della sua educazione e dell’amministrazione del suo ingente patrimonio”.
Il 16 settembre, cioè il giorno dopo la sentenza di affidamento, il solerte
avvocato Previti si precipita al Palazzo di Giustizia di Roma con Annamaria Casati
Stampa; dopo un breve colloquio, ottiene dal magistrato “l’autorizzazione a prendere
possesso dell’attico superattico di via Puccini, compreso il saloncino in cui è
avvenuta la tragedia. La giovane tornerà perciò nella casa paterna accompagnata
dall’avvocato Previti e dal tutore, senatore Bergamasco; insieme, procederanno
all’inventario di tutto quanto è contenuto nella casa, una ventina di stanze per oltre
500 metri quadrati, arredata con pezzi di grande valore” 7 .
6
"Panorama", 8 ottobre 1970.
7
"La Stampa 17 settembre 1970.
IL GRANDE IMBROGLIO

A partire dalla metà di settembre del 1970, dunque, l’ingente patrimonio dei Casati
Stampa di Soncino, in seguito alla morte del marchese Camillo e della marchesa
Anna, è giuridicamente amministrato dal senatore Giorgio Bergamasco, che è il
tutore della
minorenne marchesina Annamaria. Nato a Milano nel 1904, di professione avvocato,
Bergamasco era stato eletto senatore per il Partito liberale nel 1958; rieletto nel
1963 e nel 1968, ha fatto parte della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, e in
Parlamento presiede il Gruppo liberale al Senato.
Il ruolo di protutore della giovane ereditiera dei Casati Stampa (cioè il legale
della minore e suo rappresentante nel caso di un conflitto di interessi tra essa e il
tutore) è esercitato dall’avvocato Cesare Previti. Nato a Reggio Calabria nel 1934, a
Roma fin dal 1949, figlio del commercialista missino Umberto Previti, lui stesso di
orientamento fascista 8 , Cesare Previti disattende dunque il mandato dei Fallarino, e
assiste l’ereditiera Annamaria. Da tempo - e non è dato sapere per quali circostanze -
l’avvocato Previti è in rapporti con l’ancora anonimo palazzinaro milanese Silvio
Berlusconi..
L’ereditiera minorenne Annamaria, da parte sua, è duramente provata e
gravemente scossa dalla tragedia familiare, ed è stretta d’assedio dalla stampa e
braccata dal business giornalistico che è sorto intorno allo scandalo dei Casati
Stampa 9 . Cosi, con tutte le incombenze burocratico-fiscali e amministrative legate
all’eredità nelle mani della coppia Previti-Bergamasco, la marchesina lascia subito
l’Italia e si rifugia alle Seychelles (dove acquisterà e gestirà un albergo) 10 . La reale
cura degli affari legati all’eredità Casati Stampa è virtualmente nelle mani del
protutore Previti: l’anziano tutore Bergamasco, infatti, si limita alla gestione
burocratica, ratificando con la sua firma le decisioni assunte dall’avvocato Previti
nella sua veste di avvocato-protutore della marchesina 11 .

A quasi un anno dalla tragedia di via Puccini, il 26 giugno 1971, il senatore


Bergamasco presenta all’Ufficio imposte la “denuncia di successione” comprendente
un inventario analitico (64 pagine dattiloscritte) dei molti beni mobili e immobili
passati in proprietà alla marchesina Annamaria.
8
Molti anni dopo, salito alla ribalta delle cronache politiche quale ministro nel primo governo Berlusconi, l'avvocato
calabro-romano si attribuirà una qualche coloritura liberale: “Da ragazzo ero missino come tutti i borghesi romani...
[Ma] io sono sempre stato un liberale, anche quando ero vicino al Movimento sociale”; "La Stampa", 11 maggio 1994.
L'ineffabile ministro della Difesa dichiarerà alla “ Repubblica" di aver fatto parte, negli anni Sessanta, della Direzione
dei PLI, circostanza subito smentita dal coordinatore nazionale della Federazione dei liberali italiani.
9
Titoli cubitali, tirature dei giornali alle stelle; le redazioni si contendono a colpi di milioni le foto "piccanti" della
marchesa Fallarino offerte da anonimi detective privati, e nel business risultano coinvolti anche giornali tedeschi e
inglesi.
10
Nel 1972, tornata in Italia per un breve periodo, Annamaria conoscerà Pier Donà Dalle Rose (allievo ufficiale a
Caserta), che nel luglio 1973 diverrà suo marito; i coniugi si trasferiranno subito alle Scychelles per sottrarsi al
rinnovato assedio dei fotoreporter e della stampa scandalistica (rimetteranno piede in Italia, per un breve soggiorno,
solo nel 1983, dieci anni dopo). Oggi, i coniugi Donà Dalle Rose, e i loro due figli, vivono a Brasilia.
11
Fonte dell'Autore.
IL GRANDE IMBROGLIO

L’elenco-inventario si apre col palazzo Casati Stampa di via Soncino 2, nel


centro di Milano (un solenne edificio di tre piani, per i pregi storici e architettonici
dichiarato monumento nazionale): il valore d’inventario è indicato in soli 216 milioni
di lire. Segue la descrizione di fabbricati, parchi, aree edificabili, terreni agricoli,
rustici, disseminati in vari comuni dell’hinterland milanese; in totale, il valore
dichiarato dei beni è di 1 miliardo e 782 milioni 12 . Con i crediti, i titoli azionari 13 i
mobili, i gioielli e le disponibilità liquide, il totale patrimoniale è denunciato in 2
miliardi e 403 milioni, a fronte dei quali vengono indicati debiti, imposte e tasse da
pagare per 538 milioni. Forse per la complessità dei patrimonio da censire,
dall’inventario risultano mancanti alcuni piccoli lotti dei terreni di Cusago.
Nella “denuncia” si accenna al contenzioso aperto tra l’Erario e il contribuente
Camillo Casati Stampa, le cui dichiarazioni dei redditi il ministro delle Finanze aveva
avuto modo di definire “palesemente risibili” 14 . Benché lontano dai 300-400 miliardi
di cui favoleggia la stampa 15 il patrimonio dei Casati Stampa è comunque cospicuo e
assai superiore al modestissimo valore indicato nella “denuncia di successione” (2
miliardi e 400 milioni).
Vero è che il senatore liberale Bergamasco è un esperto in materia fiscale e
tributaria: dopo avere fatto parte della Commissione Finanze e Tesoro del Senato
(1958-68), tra il 1972 e il 1976 (VI legislatura) presenterà disegni di legge e
interverrà in aula su temi quali: concessione di amnistia in materia di reati finanziari,
e disposizioni in materia di imposte sui redditi e sulle successioni. Anche il. padre del
protutore, il commercialista Umberto Previti, è un vero “mago” in materia tributaria e
societaria.

Il 26 giugno 1972 si insedia il 2° governo Andreotti (una coalizione di centro-destra


Dc-Partito liberale, noto come governo Andreotti-Malagodi), nell’ambito del quale il
senatore Bergamasco ricopre la carica di ministro per i Rapporti col Parlamento.
L’avvocato Cesare Previti ha modo di conoscere il presidente Andreotti “per una
questione professionale che riguarda il governo” (come dirà lui stesso). Il precedente
12
Cosi suddivisi: Cinisello Balsamo 531 milioni, Arcore 103 milioni, Usmate-Velate 174 milioni, Muggiò 70 milioni,
Nova Milanese 2 inifiom 360 mila lire, Trezzano sul Naviglio 293 milioni, Gaggiano 965 mila lire, Baseggio 334 mila
lire, Cusago 368 milioni, Roma (il palazzo di via Puccini, e altri due immobili) 33 milioni.
13
Nel portafoglio titoli è presente buona parte delle società quotate alla Borsa italiana, con una modesta presenza di
società non quotate: il tutto, porta gli investimenti azionari a 435 milioni (quotazioni dell'epoca), depositati presso varie
banche in amministrazione, libera o a garanzia del conto corrente. 1 titoli più consistenti: 5.123 azioni ordinarie e 3.333
privilegiate della Milano Assicurazioni, per oltre 190 milioni; 124.268 Montedison per 120 milioni; 4.135 SIP per 12
milioni; 2.685 Pirelli per 7 milioni e 700 mila lire.
Inoltre, nell’inventario relativo alla "denuncia di successione" risultano mobili pregiati e gioielli per 135 milioni, e
cavalli per oltre 20 milioni (all'apertura della successione, i cavalli di razza della scuderia di Roma vengono dati per
morti, mentre pare che ignoti li abbiano venduti dopo avergli cambiato nome). Tra le molte cose del patrimonio che
risulteranno misteriosamente scomparse, la collezione di armi antiche della villa di Arcore, e la collezione di uccelli rari
imbalsamati della residenza di Roma.
14
Il 20 settembre 1970, il ministro delle Finanze Luigi Preti, rispondendo in Parlamento a numerose interpellanze,
aveva appunto definito “palesemente risibili” le dichiarazioni dei redditi presentate dal marchese.
15
Cfr. "Panorama", 8 ottobre 1970; anche i più autorevoli quotidiani scrivono di “300-400 miliardi”.
IL GRANDE IMBROGLIO

22 maggio, la marchesina Annamaria ha compiuto i ventun anni ed è divenuta


maggiorenne, emancipandosi dal tutore e acquisendo la piena e diretta disponibilità
del patrimonio ereditato. Ma Annamaria Casati ha deciso di vivere all’estero, e
dunque è nella necessità di delegare la gestione dei suoi interessi e dei suoi beni in
Italia. Cosi, il 27 settembre 1972, in occasione di un suo brevissimo soggiorno a
Milano, sottoscrive nello studio del notaio Michele Zanuso un “mandato generale”
che riaffida tutti i poteri al senatore Bergamasco: nell’atto è precisato che il
senatore-ministro, nominato procuratore generale, rappresenterà la marchesina Casati
Stampa “in tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione relativa a tutti i
beni immobili e mobili da essa posseduti o da possedere in Italia [ ...]. In una parola,
tutto quanto esso procuratore crederà del caso, rimossa ogni limitazione di
mandato” 16 .

Tre mesi dopo la cessazione della sua tutela legale, il ministro Bergamasco
ríacquisisce dunque la piena disponibilità del patrimonio dei Casati Stampa; e non
più implicitamente in quanto tutore della minore, bensì per esplicito mandato
dell’ereditiera
ormai maggiorenne. Annamaria Casati, nel luglio 1973, sposerà Pier Donà Dalle
Rose, e prenderà residenza in Brasile, a Brasilia; la gestione e la cura dei suoi
interessi, in Italia, è affidata a un ministro della Repubblica esperto fiscalista,
affiancato da un “avvocato di fiducia” figlio di un noto commercialista.

16
Il "Mandato generale" prevedeva in modo esplicito la facoltà per il senatore Bergamasco di “acquistare, vendere,
permutare beni mobili e immobili.,. emettere assegni e cambiali... accendere ipoteche... cedere e riscuotere crediti_
rappresentare la mandante presso qualsiasi Commissione o Autorità fiscale... accettare eredità con o senza beneficio
inventario, addivenire a inventari, denuncie di successione, discuterne i valori, concordare o prorogare le relative tasse,
addivenire a dilazioni di pagamento delle stesse prestando all’Amministrazione Finanziaria dello Stato le opportune
garanzie, mediante pegni o ipoteche ... ”.
IL GRANDE IMBROGLIO

Avvoltoi sulla preda

Pressata da tasse arretrate e scadenze di imposte di successione, nell’autunno del


1973 Annamaria Casati incarica l’avvocato Previti di trattare la cessione della sola
villa di Arcore e del relativo parco, con espressa esclusione degli arredi, della
pinacoteca, della biblioteca, e delle circostanti proprietà terriere.
Senza alcun tipo di preventivi contatti o consultazioni, primavera del 1974
l’avvocato Previti telefona alla sua assistita, a Brasilia, e trionfante le annuncia di
avere concluso per lei “un vero affare”: ponendola di fronte al fatto compiuto, Previti
le comunica di avere venduto per la somma di 500 milioni di lire la villa di Arcore al
completo (compresi quadri, biblioteca e arredi), e i circostanti terreni.
Nella concitatezza emotiva di una questione che la ripiomba nel ricordo della
tragedia familiare, Annamaria Casati, dal lontano
Brasile, non ha elementi per comprendere la risibilità della somma di 500 milioni in
rapporto al reale valore, enormemente superiore, delle proprietà di Arcore cedute; e
del resto, il senatore Bergamasco preme perché si reperisca denaro per poter
fronteggiare le varie scadenze fiscali che incombono.

Nella stessa primavera del 1974, l’“acquirente”, cioè il costruttore milanese Silvio
Berlusconi, si insedia nella sontuosa villa di Arcore dei Casati Stampa, prendendo
possesso di tutto quanto vi è contenuto. Ma non paga i 500 milioni annunciati
dall’avvocato
Previti: li pagherà nel tempo, in comode e indefinite rate annue coincidenti per
scadenze ed entità con le scadenze fiscali di Annamaria Casati verso l’Erario.
Berlusconi non si intesta la villa e i circostanti terreni di Arcore dei quali è
entrato in possesso grazie all’avvocato Previti (il rogito verrà stipulato solo sei anni
dopo, nel 1980). Infatti, Previti comunica alla sua assistita che l’acquirente
Berlusconi è in attesa di non meglio precisate pratiche burocratiche edilizie, che non
è opportuno per il momento stipulare l’atto notarile, e che insomma è meglio per tutti
lasciare per ora le cose come stanno. Cosi, di anno in anno, fino al 1980, le proprietà
di Arcore di cui Berlusconi dispone e usufruisce a partire dalla primavera 1974
continueranno a risultare intestate ad Annamaria Casati, e la stessa continuerà, per
ben sette anni, a pagare le relative tasse di proprietà, tasse “risparmiate” dal Magico
Imprenditore Berlusconi grazie all’avvocato Previti. Benché sia arduo conciliare gli
interessi della sua assistita con quelli, avversi, del palazzinaro milanese, e come si
vedrà anche con i propri, Previti riuscirà nella prodezza...
Ma Previti e Berlusconi intendono comunque cautelarsi rispetto a un “affare”
che, in quanto privo di rogito notarile, risulta troppo precario. Cosi l’avvocato
romano, nella stessa primavera 1974, vola a Brasilia dalla sua cliente, e riesce a
ottenere la firma di Annamaria Casati in calce a una delega, congiuntamente intestata
allo stesso Previti e a Berlusconi, che li nomina “amministratori” della tenuta e dei
beni di Arcore.

Nell’estate del 1974, dunque, Berlusconi abita stabilmente la villa di Arcore con
IL GRANDE IMBROGLIO

annesso parco, e benché non abbia ancora pagato la pur modesta somma pattuita con
Previti, ne dispone già come di sua proprietà. Ma nella villa, con Berlusconi, si sono
insediati anche Marcello Dell’Utri 17 , e il pluripregiudicato boss di Cosa Nostra
Vittorio Mangano 18 .
Poco tempo dopo, nel Palazzo Soncino di Milano, dove hanno sede gli uffici che
amministrano il patrimonio Casati Stampa, allo storico e anziano ragionier Lorenzo
Saracchi viene affiancato tale Egidio Lo Baido, originario di Palermo. Lo Baido si
muove negli uffici amministrativi di Palazzo Soncino con molta sicurezza e
disinvoltura, assumendo ben presto un ruolo dirigente. Fatto è che le abitazioni dei
Casati Stampa situate a Cinisello Balsamo (Milano) vengono affidate in locazione a
un gruppo di siculo-calabresi, i quali nel tempo, attraverso pressanti avvertimenti,
intimidazioni e minacce rivolti in puro stile mafioso all’amministrazione dei Casati,
riusciranno infine a divenire “legittimi proprietari” delle abitazioni.
Secondo una testimonianza 19 , all’inizio del luglio 1975 la villa di Arcore è
presidiata da “gorilla” armati di fucili a canne mozze; all’interno, Berlusconi e Previti
sono guardati a vista da altri ceffi siculo-calabresi armati. Il precedente 26 giugno, la
sede delle attività berlusconiane, nella milanese via Rovani, era stata oggetto di un
misterioso attentato dinamitardo.

Nell’inverno 1977-78, l’avvocato Previti vola in Brasile dalla sua assistita, e le


avanza nuove, pressanti richieste inerenti i beni ereditari. Ma Annamaria Casati,
stavolta, è irremovibile: non solo rifiuta di assecondare le pretese del suo “avvocato
di fiducia”, ma gli pone in termini ultimativi la questione del rogito notarile per le
proprietà di Arcore sulle quali essa continua a pagare le tasse benché da ormai quattro
anni tali proprietà siano in realtà di Berlusconi. I fumosi pretesti che ancora una volta
Previti le oppone per rinviare ulteriormente l’atto notarile portano cliente e avvocato
a un contrasto che costituirà la premessa alla revoca del mandato fiduciario.
Ormai, Annamaria Casati comincia a temere che dietro le ambiguità
dell’avvocato Previti 20 vi sia, o vi possa essere, qualcosa che non quadra; né riesce a
spiegarsi per quale ragione l’acquirente Berlusconi continui a eludere il rogito,
rinviando nel tempo il saldo dei 500 milioni pattuiti 21 .
17
Poche settimane dopo, il 16 settembre 1974, a Roma, viene posta la "prima pietra" dell'impero Fininvest, con la
costituzione della Immobiliare San Martino spa e la nomina di Dell'Utri a amministratore unico; i promotori della
società sono celati da due fiduciarie del parabancario della Banca Nazionale del Lavoro, ambito nel quale opera il
commercialista calabro-romano Umberto Previti, padre di Cesare.
18
Il Cfr. il capitolo l 'amico siciliano degli amici siciliani", pagg. 151-213.
19
Fonte dell'Autore.
20
Da tempo la giovane ereditiera lamentava coi famigliari la condotta del suo avvocato di fiducia: Previti le risultava
omissorio e sfuggente, e spesso assumeva decisioni discutibili che poi, a cose fatte, giustificava con verbose vacuità.
Conferma un parente dei Casati: “I rapporti di Annamaria con l'avvocato Previti passarono nel tempo dalla iniziale
fiducia, allo stupore, al disagio, alla preoccupazione, e culminarono nella decisione di revocargli il mandato” (Fonte
dell'Autore).
21
Diluita negli anni, la somma verrà di volta in volta assorbita dalle scadenze fiscali a carico di Annamaria Casati
(scadenze gravate delle stesse proprietà di Arcore ancora intestate alla giovane ereditiera).
IL GRANDE IMBROGLIO

Ciò che l’ereditiera non può sapere, è che il suo legale avvocato Previti siede nel
collegio sindacale (insieme al padre Umberto) della Immobiliare Idra srl costituita il
precedente maggio 1977: e cioè parte della società cui due anni dopo verranno
intestati la villa e i circostanti terreni di Arcore, ed è la società dove approderanno
anche tutti i superstiti beni terrieri di Arcore dei Casati Stampa. Né Annamaria Casati
può sospettare che l’anno dopo sarà vittima di una prima truffaldina transazione i cui
beneficiari risulteranno essere Silvio Berlusconi e i soci occulti delle sue attività.
IL GRANDE IMBROGLIO

Cusago: il gioco delle tre carte

Il 30 luglio 1979, a nove anni dalla morte dei marchesi Casati Stampa, il notaio di
fiducia di Berlusconi, Guido Rodeva, registra l’atto di deposito di una “scrittura
privata di permuta registrata in data odierna, recante scambio di immobili in Cusago e
azioni tra Annamaria Casati Stampa di Soncino e la Immobiliare Coriasco spa con
sede in Milano”.
Nel documento vi è scritto: “Tra i signori: senatore Giorgio Bergamasco
[procuratore generale della signora Annamaria Casati Stampa di Soncino in Donà
Dalle Rose] e il ragionier Giuseppino Scabini impiegato 22 , amministratore unico e
legale rappresentante della Immobiliare Coriasco spa] si stipula quanto segue: la
signora Annamaria Casati Stampa [rappresentata dal senatore Bergamasco trasferisce
a titolo di permuta alla Immobiliare Coriasco spa che, allo stesso titolo, acquista:
appezzamenti di terreni con sovrastanti fabbricati, sia rustici che urbani, compresi nel
comune di Cusago, della superficie catastale complessiva di circa 246.60.63 23 . La
Immobiliare Coriasco spa [rappresentata dal ragionier Scabini] trasferisce a titolo di
permuta alla signora Annamaria Casati Stampa [ ... ] no 800.000 azioni della Cantieri
Riuniti Milanesi spa del valore nominale di L. 1.000 ciascuna. I beni immobili
permutati dalla signora Annamaria Casati Stampa alla Immobiliare Coriasco spa
hanno un complessivo valore di L. 1.700.000.000. Egualmente le no 800.000 azioni
di cui sopra costituenti parte del capitale sociale della Cantieri Riuniti Milanesi spa [
... ] hanno il valore di L. 1.700.000.000, per cui non si fa luogo a conguaglio” 24 .
Sette anni prima, quelle medesime proprietà di Cusago erano state denunciate
all’Erario da Bergamasco e Previti per un valore di 367 milioni; ora, i due
professionisti le cedono a una società “berlusconiana” per l’ipotetico controvalore di
1,7 miliardi sotto forma di “azioni” di un’altra società “berlusconiana”. Promotore e
artefice primo dell’assurda transazione è Cesare Previti, il quale è si l’avvocato di
fiducia della venditrice marchesina Casati Stampa, ma al tempo stesso, e all’insaputa
della sua assistita, ha diretti interessi nel gruppo berlusconiano del quale le società
“acquirenti” sono parte.
La Immobiliare Coriasco e la Cantieri Riuniti Milanesi, infatti, sono società
22
Uno dei tanti prestanome di cui é costellato il nascente impero berlusconiano.
23
Si tratta di oltre 246 ettari, pari a 2.466.000 metri quadri - un'estensione che rappresenta poco meno di un quarto
dell'intero territorio comunale (e Cusago è comune di media estensione). La mastodontica "cessione" é comprensiva
dello stesso abitato di Cusago con il centro storico e piazzette e stradine; il magnifico Castello (riconosciuto fin dal
1912 monumento nazionale, e sottoposto dal 1964 anche a vincolo ambientale); le tenute agricole di Cusago di Sotto,
Corte del Rumi, Podere S. Antonio, Podere Stampa; una sessantina di fabbricati rurali, alcuni dei quali di grandi
dimensioni; e decine di boschi, seminativi, prati, stagni per la pesca, rogge e canali di irrigazione. Considerando la nuda
superficie (quindi escluso il valore degli edifici sia urbani sia colonici), la Immobiliare Coriasco "paga formalmente"
questo ben di Dio di terreni 690 lire al metro quadro - come si vedrà, l'anno dopo finirà per pagarne realmente il 50 per
cento, cioè 345 lire al metro quadro...
24
Nell'atto viene inoltre precisato: “A proposito dei terreni trasferiti in permuta alla Immobiliare Coriasco spa,
quest’ultima dichiara di ben conoscere la destinazione urbanistica e le loro possibilità edificatorie come risulta dal
programma di fabbricazione adottato con delibera del Consiglio Comunale di Cusago del 28 settembre 1963 approvata
dalla G.P.A. il 20 marzo 1964 con provvedimento n. 90929 e dal Ministero dei Lavori pubblici il 21 luglio 1964”.
IL GRANDE IMBROGLIO

appartenenti al nascente gruppo Fininvest, gruppo nel quale hanno ruoli-chiave sia
l’avvocato Cesare Previti, sia suo padre, il commercialista Umberto Previti 25 . La
Immobiliare Coriasco spa è una delle più ambigue società berluscomane: sede a Ciriè
(provincia di Torino), e “gemella” della Immobiliare Romano Paltano spa (anch’essa
con sede a Ciriè, dal 1975 amministrata da Marcello Dell’Utri) dalla quale il 12
maggio 1978 era nata la Cantieri Riuniti Milanesi spa 26 .

La transazione è chiaramente assurda: quale valore reale possono infatti avere


azioni non quotate da nessuna parte, e relative a una società - la Cantieri Riuniti
Milanesi - che è una semplice “scatola vuota” la cui attività si avvale di soli 7
dipendenti? 27 . La stessa somma nominale di L. 1.700.000.000 è di entità risibile, sia
in termini assoluti rispetto al reale valore del patrimonio acquisito, sia dei termini
relativi al valore già “palesemente risibile” indicato nella “denuncia di successione”
del 1971.

Quando il senatore Bergamasco, su disposizione di Annamaria Casati, cercherà di


monetizzare le azioni della Cantieri Riuniti
Milanesi avute “in permuta” i contorni della truffa diverranno ulteriormente palesi.
Non riuscendo ovviamente a trovare sul mercato qualche sprovveduto disposto
ad acquistare “azioni” della società-fantasma, nella primavera del 1980 l’anziano
procuratore è costretto a rivolgersi alla stessa Cantieri Riuniti Milanesi: la società
riacquista
le proprie azioni, nominalmente di L. 1.700.000.000, per lire 850 milioni cioè al 50
per cento in meno del valore dichiarato al momento della loro cessione solo l’anno
prima. Una truffa nella truffa, la cui entità risulta ancora più chiara se si considera che
la vendita di alcuni “scampoli” di terreni agricoli di Cusago sfuggiti alla “permuta”
berlusconiana perché non compresi nella “denuncia di successione” rendono alla
marchesa Annamaria Casati Stampa la somma di circa 6 miliardi (regolarmente
denunciata al Fisco).
A questo punto, Annamaria Casati ha la piena consapevolezza di quanto è
accaduto, e decide finalmente di revocare la procura ai propri fiduciari. Ma prima, è
per lei opportuno ottenere la stipula del rogito della villa e circostanti terreni di
Arcore, beni che risultano ancora intestati a suo nome benché da anni siano di
proprietà berlusconiana.
25
A partire dal 1975, Previti senior e Previti junior forniscono un grande contributo professionale all'edificazione
dell'oscuro Impero berlusconiano: ufficialmente, nel ruolo di amministratori di società e sedendo nei vari consigli di
amministrazione, come si vedrà più avanti.
26
Lo strano divenire di queste strane compagini societarie (che in alcuni tratti richiamano le società del boss mafioso
Vito Ciancimino nel Nord d'Italia), e l'ambigua figura di Marcello Dell'Utri (che nel 1981 la Criminalpol indicherà
partecipe di “società gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti”),
sono dettagliatamente ricostruiti in G. Ruggeri, M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, cít.
27
Scrivono in proposito gli architetti Alessandro Balducci e Mario Piazza nel loro studio Dal Parco sud al cemento
armato (1981): “A riprova del ruolo praticamente formale svolto dalla società, è i1 fatto che alla fine del 1978 la
Cantieri Riuniti Milanesi avesse alle sue dipendenze solo sette fra dirigenti e impiegati”,
IL GRANDE IMBROGLIO

***

Intanto, la vicenda dei terreni di Cusago ex Casati Stampa registra importanti novità.
La Immobiliare Coriasco ne vende alla Cantieri Riuniti Milanesi una parte, destinata
a un nuovo insediamento residenziale per 122.470 metri cubi edificabili. La seconda
società subentra alla prima nel piano di lottizzazione, e il 15 novembre 1989 la
Cantieri Riuniti Milanesi firma col Comune di Cusago la relativa convenzione
urbanistica: essa prevede la costruzione di un complesso di edifici su tre piani in
condomini raggruppati “a schiere” formanti “corti”; nella parte centrale
dell’insediamento, case unifamiliari “a schiera” con giardino, e all’estremità orientale
ville “binate” con ampio giardino privato (è prevista anche la dotazione di una piscina
e di un campo-giochi).
Il piano di lottizzazione viene puntualmente approvato a maggioranza dalla
giunta comunale Dc, col voto contrario dell’opposizione di sinistra, secondo la quale
“l’arnimmstrazione democristiana non governa Cusago, ma spadroneggia in questo
nostro povero paese facendo il bello e il cattivo tempo a proprio piacimento senza
tener conto delle esigenze dei cittadini... Si deve approvare e basta, senza fiatare, che
poi a tutto penserà il nostro caro sindaco, purché non vengano toccati gli interessi
della Coriasco... Il sindaco ragionier Luigi Cairati si arrabbia soprattutto quando si
parla di tutela dell’ambiente e dei beni storici, di sviluppo dei servizi sociali, perché
queste non sono voci economicamente utili per le immobiliari” 28 .
La speculazione berlusconiana a Cusago trasformerà in edificabili buona
parte dei terreni agricoli e delle aree verdi ex Casati Stampa. Dichiara un consigliere
comunale: “In Monzoro, una frazione di Cusago, c’era un’area verde che era parte
dell’acquisto Coriasco. Doveva rimanere verde, ma ci hanno costruito sopra delle
case in cooperativa, come al solito assegnate agli amici”. Ancora oggi sono in corso
iniziative immobiliari di varie società che fanno capo alla Fininvest (col “marchio”
Milano Visconti) sulle aree cusaghesi dell’eredità Casati Stampa acquisite nel 1979
dalla Coriasco a 345 lire al metro quadro; e gli edifici costruiti vengono venduti fra i
3 e i 4 milioni al metro quadro 29 .
A Cusago è convinzione diffusa che il “regista sul campo” della locale speculazione
edilizia sia l’avvocato Cesare Previti (coadiuvato da Enrico Hoffer, architetto
28
Il sindaco di Cusago, oltre all'impegno di amministratore pubblico, svolge attività professionale per la Fininvest, e più
precisamente per la Standa.
29
Un professionista locale, il geometra Antomo Bozzi, il 30 marzo 1994 ha inviato all'Ufficio tecnico del Comune di
Cusago il seguente esposto: “La zona industriale a sud del centro abitato di Cusago è completamente satura di nuovi
edifici industriali, commerciali e terziari, non ancora occupati, ai quali edifici si aggiungono molti altri capannoni ed
edifici che, causa la sfavorevole congiuntura, sono stati immessi sul mercato anche da note ed importanti ditte che
hanno cessato recentemente la propria attività produttiva e commerciale... Risulta pertanto non favorevole alla
collettività cusaghese la ventilata espansione a sud della zona industriale... Sia in Cusago contro (Milano Visconti) che
alla frazione Monzoro il territorio comunale e pure saturo di edifici residenziali, che sono posti in vendita ad alto prezzo
(specificatamente Milano Visconti), il che non consente concrete possibilità ai cittadini di Cusago interessati ad
acquistare o affittare appartamenti di residenza; e pertanto non si ritiene necessario l'ulteriore sviluppo di aree agricole
che sono pure vincolate al Parco sud Milano. Se venisse ampliata la zona residenziale (espansione Milano Visconti),
non si otterrebbe alcun vantaggio per la popolazione locale, in quanto si aggraverebbero le necessità delle strutture
sociali (scuole, servizi, ecc,) alle esigenze di residenze dormitorio….>
IL GRANDE IMBROGLIO

Fininvest beneficiario nel 1991 di una “donazione” berlusconiana di oltre un


miliardo).
Fa tutto l’avvocato Previti , qui comanda lui: senza di lui qui non si muove foglia. In
paese si dice anche che è proprio grazie al Colossale business di Cusago che
l’avvocato Previti ha potuto acquistare l’edificio di via Cicerone 60, a Roma (al
momento dell’Acquisto era una caserma dei Carabinieri , ma l’onnipotente Previti nel
giro di pochi mesi sarebbe riuscito nella miracolistica Impresa di sloggiare la
Benemerita).

Nel 1994, a Cusago, nella piazza Soncino (di fronte al castello visconteo appartenuto
ai Casati Stampa e finito alla Coriasco), viene avviata dalle imprese berlusconiane
una ampia "ristrutturazione" che nei fatti è una nuova edificazione: infatti, i vecchi
fabbricati rustici risultano completamente demoliti (tra questi, vi era l’abitazione del
padre del sindaco, che in cambio si è fatto costruire una comoda palazzina), e dunque
le licenze rilasciate per “ristrutturazione” sarebbero in realtà una commedia.
Il progetto della “ristrutturazione” è firmato dall’architetto Roberto Rizzini, che
è sì il tecnico progettista dell’edilizia Fininvest, ma è anche l’estensore del Piano
regolatore di Cusago, nonché membro della Commissione edilizia.
IL GRANDE IMBROGLIO

Arcore nelle fauci dell’Idra

Il 2 ottobre 1980, a quasi sette anni dall’effettiva cessione dei beni, viene sottoscritto
il rogito per la villa di Arcore e circostanti terreni. Ancora sotto la sapiente regia
dell’avvocato Previti nel versatile ruolo di legale di fiducia della lontana “cedente”
Annamaria Casati Stampa e di sodale affaristico dell’“acquirente”
Berlusconi-Fininvest, viene stipulato l’atto di compravendita repertato al n° 36110
del notaio milanese Guido Rodeva.
“La signora Annamaria Casati Stampa di Soncino in Donà Dalle Rose
[rappresentata dal procuratore senatore Giorgio Bergamasco] vende alla Società
Immobiliare Idra srl (rappresentata dal signor Giovanni Dal Santo 30 , amministratore
unico della società] che acquista” la villa di Arcore e i circostanti possedimenti terrie-
ri (oltre 200 mila mq); “Il prezzo della presente vendita è stato convenuto in
complessive lire 500 milioni che la parte venditrice dichiara di aver prima d’ora
ricevuto dalla parte acquirente alla quale rilascia corrispondente quietanza” - firmato:
Giorgio Bergamasco (procuratore, a nome della “venditrice”) e Giovanni Dal Santo
(amministratore, per conto della “acquirente”).
La valutazione di 500 milioni di lire “già pagate” per la tenuta e la principesca
villa di Arcore (nell’atto notarile disinvoltamente definite “casa di abitazione con
circostanti fabbricati rurali e terreni a varia destinazione”) è un macroscopico
imbroglio, anche sotto l’aspetto del danno all’Erario. Infatti, subito dopo, la Cassa di
Risparmio delle Provincie Lombarde riterrà la villa di Arcore una garanzia congrua
per erogare un finanziamento di 7 miliardi e 300 milioni (fideiussione
dell’Immobiliare Idra in favore della Cantieri Riuniti Milanesi), mentre il Monte dei
Paschi di Siena, con quella stessa garanzia, accorderà un ulteriore finanziamento di
680
milioni alla Immobiliare Idra. Del resto, secondo una conoscente della marchesina
Casati, “la somma di 500 milioni è il valore della sola Via Crucis del Luini, in 14
quadri che pendevano nella quadreria della villa accanto a un Tintoretto e a un
Tiepolo ... ” 31 . Nel bilancio 1980 della Immobiliare Idra si leggerà che la società ha
acquistato “una villa con parco, di notevole valore e prestigio, sita in Arcore, al
prezzo storico di mezzo míliardo”.
La “acquirente” Immobiliare Idra srl era stata costituita a Roma nel maggio
1977, e nel suo collegio sindacale figuravano sia Umberto Previti, sia Cesare Previti;
il 28 giugno 1979, nel collegio sindacale della società era rimasto solo Previti senior -
il dimissionario Previti junior, il mese successivo, sarebbe stato impegnato nella
prima parte del berlusconiano “miracolo italiano” avente per oggetto i cespiti più
ghiotti del patrimonio Casati Stampa situati a Cusago e di proprietà della sua assistita.
L’atto notarile del 2 ottobre 1980, che sancisce ufficialmente l’acquisizione di
30
Commercialista berlusconiano con funzioni di prestanome, e di procacciatore di prestanome; cfr. G. Ruggeri, M.
Guaríno, op. cit,
31
Fonte dell'Autore. A proposito della pinacoteca, secondo L'Espresso" “per anni Annamaria Casati Stampa cercherà di
rientrare in possesso almeno di un ritratto di Anna Fallarino Casati, opera di Pietro Annigoni, ma non vi riuscirà”.
IL GRANDE IMBROGLIO

una parte del patrimonio Casati Stampa di Arcore da parte del gruppo Fininvest (villa
e tenuta delle quali, come si visto, Berlusconi già dispone di fatto e personalmente da
circa sette anni), è stato preceduto di pochi giorni da una provvidenziale
“coincidenza”: il 12 settembre, infatti, il Comune di Arcore aveva deliberato la
destinazione urbanistica di una parte oggetto della compravendita.
Con questa sfacciata “transazione”, il poliedrico avvocato Previti arriva a
eguagliare i più mirabolanti sortilegi di matrice berlusconiana: aliena una parte del
patrimonio della sua assistita Annamaria Casati in favore di una società Fininvest
nella quale è parte suo padre e nella quale è stato parte lui stesso.

Ma il 2 ottobre 1980, il notaio Guido Roveda autentica anche un secondo atto di


compravendita: riguarda tutti i superstiti possedimenti terrieri di Arcore dei Casati
Stampa non compresi nel primo rogito, che vengono ceduti sottoforma di “permuta” a
una società del gruppo Fininvest, la Immobiliare Briantea srl (rappresentata
dall’amministratore unico Giovanni Bottino - un prestanome residente a Milano 2).
Nel documento è scritto infatti che il senatore Bergamasco, nella sua veste di
procuratore generale di Annamaria Casati, cede alla Immobiliare Briantea srl tutti i
residui beni posseduti dai Casati Stampa a Arcore: circa 70 ettari di terreni agricoli,
parte dei quali consistenti in poderi a coltura intensiva e per il resto in appezzamenti
seminativi, prati, boschi e pascoli, comprese le cascine e tutti i fabbricati rurali
sovrastanti 32 . Come già l’anno prima per i beni di Cusago, anche in questo caso la
transazione non avviene per denaro, bensì attraverso un “permuta” truffaldina: in
cambio dei possedimenti terrieri, infatti, la Immobiliare Briantea srl “trasferisce a
titolo di permuta alla signora Annamaria Casati Stampa di Soncino in Donà Dalle
Rose numero 55.000 azioni del valore nominale di lire 1.000 ciascuna, della
Infrastrutture Immobiliari spa, con sede a Milano, via Rovani 2 [ ... ]. I beni permutati
hanno il complessivo valore di lire 250 milioni. Egualmente le 55.000 azioni della
Infrastrutture Immobiliari spa hanno il valore di lire 250 milioni, per cui non si fa
luogo ad alcun conguaglio”.
Poiché il capitale sociale della Infrastrutture Immobiliari spa è di 400 milioni,
l’importo di 250 milioni attribuiti alla transazione equivale al 62,5 per cento del
capitale della società “acquirente”; ma la vittima del raggiro, la “cedente” e ignara
Annamaria Casati, non acquisisce affatto la maggioranza della Infrastrutture Immo-
biliari spa: gli artefici dei raggiro attribuiscono infatti alle 55.000 azioni un valore
equivalente al 13,75 per cento del capitale sociale - in pratica, azioni senza mercato di
una società sconosciuta e inattiva vengono valutate dagli stessi interessati quattro
volte e mezzo il loro valore nominale...
Artefice-regista della sconcertante operazione è come sempre l’avvocato
Previti: grazie a lui, infatti, i superstiti e ingenti beni terrieri di Arcore della sua
assistita vengono in pratica regalati in cambio del simbolico importo di 250 milioni

32
Alcune superfici minori (mappali 116-117-118-120-181 del foglio catastale 14, e mappale 50 del foglio 10) non
hanno, all'epoca, destinazione agricola, ma si è già visto come sia agevole mutarne comunque la destinazione a
lottizzazione edilizia, e infatti, nel 1994, parte di questi terreni diverranno edificabili,
IL GRANDE IMBROGLIO

(cioè 357 lire al metro quadro), somma non già in denaro bensì sottoforma di cartacee
“azioni” della vacua e oscura Infrastrutture Immobiliari spa, azioni del tutto prive di
valore certo e che saranno anzi fonte di grane per la vittima del raggiro; beneficiaria
del “regalo” è una società del gruppo Fininvest, gruppo del quale l’avvocato Previti è
parte.

La società Infrastrutture Immobiliari era stata costituita a Roma il 30 dicembre


1977, e nel 1978 la Fininvest Roma ne aveva assunto il controllo. Nel 1980, poco
prima della “operazione permuta”, a danno di Annamaria Casati, il capitale sociale
era stato portato a 400 milioni, e il solito Luigi Restelli ne era stato nominato
amministratore unico.
La Immobiliare Briantea srl (nata a Milano il 30 settembre come Edizioni
Sociali Villanova srl con 900 mila lire di capitale, aveva assunto la nuova
denominazione nel 1978) è una scatola vuota fino ai primi mesi del 1980, quando
l’amministratore della Infrastrutture Immobiliari, Luigi Restelli, la convoglia nel
gruppo Fininvest: ciò accade il 2 giugno 1980, con l’aumento di capitale a 450
milioni e la nomina del prestanome Giovarmi Bottino ad amministratore unico. Dopo
avere acquisito, col secondo atto notarile del 2 ottobre 1980, gli ultimi beni terrieri
dei Casati Stampa, la Immobiliare Briantea srl si dedicherà al compito di sloggiare
dai terreni di Arcore i contadini che vi sono residenti 33 ; risolto il problema, e
“ripulite” le aree per potervi procedere alle speculazioni edilizie, il 4 luglio 1988 la
Immobiliare Briantea verrà incorporata, dalla Immobiliare Idra srl, approdo finale del
colossale "bottino".

La Immobiliare Idra è uno degli anfratti più oscuri tra le molte oscurità che
caratterizzano il divenire dell’impero Fininvest. La società viene costituita a Roma il
4 maggio 1977 (pochi mesi prima della affiliazione di Berlusconi alla Loggia P2)
dalle due stesse fiduciarie - Servizio Italia spa e Saf spa - della Banca Nazionale dei
Lavoro che originano la Fininvest; la BNL è controllata da banchieri affiliati alla
Loggia P2 34 , e gli stessi piduisti controllano le due fiduciarie dietro le quali si celano
i promotori della Immobiliare Idra. La società nasce con un capitale di un milione
(verrà elevato a 900 l’anno successivo), risulta amministrata dal prestano me
Giovanni Dal Santo, e nel suo collegio sindacale figura, oltre a Cesare Previti, suo

33
Sulle terre di Arcore vivevano da molti anni alcune famiglie di contadini legati ai Casati Stampa da vincoli reciproci;
nel tempo, i diritti e i doveri si erano intrecciati, determinando per i conduttori dei fondi un diritto di prelazione o di
buonuscita. Ma le società berlusconiane che nel 1980 acquisiscono la proprietà delle terre non intendono onorare tali
vincoli: cosi, i contadini sono costretti a ricorrere al tribunale.
Luigi Penati, Gaetano Gariboldi, Luigi e Carlo Teruzzi, citano al Tribunale di Milano l'Immobiliare Idra srl; le parti
raggiungeranno un accordo extragiudiziale.
Più aspro è lo scontro che oppone i contadini di Arcore all'Immobiliare Briantea. occorreranno alcuni anni per comporre
la vertenza. “Nel corso del 1985”, scriverà la società in sede di bilancio annuo, “sono state definite avanti la sezione
Agraria del Tribunale di Monza le più grosse pendenze con i contadini occupanti i terreni di proprietà sociale”; la
Immobiliare Briantea sarà costretta a pagare indennizzi in denaro, e a cedere ai contadini parte dei terreni (133.000 mq,
sui 700.000 acquisiti).
34
Cfr. capitolo "Grande Fratello dei potere occulto pagg. 117-147.
IL GRANDE IMBROGLIO

padre Umberto; Umberto Previti è un commercialista legato al parabancario BNL nel


quale operano le due fiduciarie piduiste. Il 28 giugno 1979 la sede sociale della
Immobiliare Idra viene trasferita a Milano, in via Rovani 2 (sede delle attività
berlusconiane) e lo stesso giorno Cesare Previti lascia il collegio sindacale: nella sua
veste di “fiduciario” degli eredi Casati Stampa, come si è visto, il 2 ottobre dell’anno
dopo propizierà il passaggio dei beni di Arcore di proprietà della sua assistita alla
Immobiliare Idra e alla Immobiliare Briantea.
Tra il 1984 e il 1985, l’Immobiliare Idra acquista una faraonica villa a Punta
Lada, in Sardegna (28 stanze e 12 bagni per 2.500 mq, e 7 ettari di parco), al “prezzo
storico” di 1 miliardo e 500 milioni 35 : venditore è Flavio Carboni, il losco
faccendiere sardo (condannato a quindici anni di carcere per il crac del Banco
Ambrosiano del píduista Roberto Calvi, e a 10 anni e 4 mesi quale mandante del
tentato omicidio di Roberto Rosone, direttore ai tempi in società con Berlusconi 36 .
Il 10 dicembre 1986, la Immobiliare Idra incorpora la Gir-Gestioni immobiliari
romane srl, una società che da un lato riconduce a misteriosi ambienti svizzeri, e
dall’altro a operazioni immobiliari col boss mafioso Pippo Calò. Intatti la Gir è la ex
Pinki srl (orbita Fininvest) costituita a Milano il 23 settembre 1982 dalla cittadina
svizzera Monica Merzaghi e dal prestanome Pasquale Guaglianone; interessata a un
edificio di Portorotondo (in Sardegna) costruito, per conto della Marius srl di Pippo
Calò, dal palazzinaro mafioso Luigi Faldetta, la Gir ha acquistato dal “cassiere della
mafia” un appartamento.
Nel 1993, la Immobiliare Idra viene acquisita personalmente da Silvio
Berlusconi: “Al centro dell’operazione c’è l’Immobiliare Idra, sede a Milano, 10
miliardi di capitale sociale, proprietaria, tra l’altro, della Ala di Arcore. Fino all’anno
scorso questa società faceva capo alla Fininvest. Poi è stata ceduta, come risulta dal
bilancio 1993 della holding del Biscione. In veste di compratore e intervenuto Silvio
Berlusconi in persona [ ... ]. Prezzo pattuito: 10 miliardi. La Fininvest però aveva in
carico la controllata Idra per 16 miliardi, cosi l’operazione si è risolta in una perdita
di 6 miliardi per la holding. Poca cosa rispetto alle perdite registrate dall’Immobiliare
Idra negli ultimi esercizi: 14 miliardi nel 1991 e 20 miliardi nel 1992, secondo gli
ultimi due bilanci disponibili” 37 .
La singolare operazione, cui viene sbrigativamente attribuito lo scopo di
“alleviare” il bilancio Fininvest delle passività della Idra, in realtà sembra costituire
piuttosto una “spartizione di beni” dato il sempre più incerto futuro dell’impero: ma
35
La villa, dotata perfino di bunker antiatomico, sembra sia stata acquistata nell'estate del 1994 da Hassanal Bolkiah
Muizzaddin Waddaulah, sultano del Brunei, al prezzo di 80 miliardi di lire.
36
Ctr. G. Ruggeri, M. Guarino, op, cit., pagg. 137-63.
37
"Il Mondo", 29 agosto 1994. A sua volta, il settimanale “L’Espresso” scrive; “Ha concluso un grande affare, nel
1993, Silvio Berlusconi comprando dalla Fininvest la società Immobiliare Idra, alla quale sono intestate le principesche
residenze di Arcore e di Macherio, la villa Borletti nel cuore di Milano, più uno stabile a Milano 2 e un'altra villa in
provincia di Olbia. Berlusconi ha pagato solo dieci miliardi una società che la Fininvest aveva in bilancio per sedici. E,
a conti fatti, gli immobili di superlusso dei quali si è impossessato gli sono costati circa un milione al metro quadro: una
miseria” (2 settembre 1994).
Nella Immobiliare Idra, dal 14 febbraio 1994, la figlia di Berlusconi, Marina Elvira, è presidente del consiglio di
amministrazione, e il tiglio Pier Silvio è consigliere delegato.
IL GRANDE IMBROGLIO

una spartizione tra Berlusconi e chi?


IL GRANDE IMBROGLIO

Buckingham Palace in Brianza

Informata dell’avvenuto rogito dei 2 ottobre 1980 relativo alla villa di Arcore e
terreni circostanti, ma posta anche di fronte al fatto compiuto del secondo e
sbalorditivo atto notarile di “permuta” di tutte le superstiti proprietà terriere,
Annamaria Casati revoca il mandato all’avvocato Previti, e nomina suo procuratore
generale e suo nuovo legale di fiducia l’avvocato Ferdinando Carabba dello studio
Carnelutti.
Dal lontano Brasile, Annamaria Casati tutto desidera fuorché tornare alla
ribalta delle cronache giornalistiche e nelle aule dei tribunali italiani. Cosi, insiste
presso l’avvocato Carabba perché risolva al più presto il residuo strascico delle
“permute”. “Da atti pubblici risultava che per due transazioni su tre Annamaria era
entrata in possesso di strane azioni di oscure società, e lei temeva di venire coinvolta
in fallimenti, o in dissesti, o anche peggio ... ”, ricorda un amico di famiglia 38 . Le
preoccupazioni della marchesina Casati Stampa per le strane permute con ignote
società vengono espresse a Berlusconi, il quale alzando le spalle risponde: “Non c’è
niente di cui ci si debba preoccupare, e in ogni caso io sono in grado di sistemare
tutto. Tutto ha un prezzo: basta pagare ... ” 39 .

La principesca villa di Arcore appartenuta ai Casati Stampa è ormai da molti


anni il quartiere generale di Berlusconi e la sua personale reggia. L’ha radicalmente
ristrutturata, e le ha attribuito un nuovo nome, “Villa San Martino” (dal monastero
San Martino delle suore benedettine che vi sorgeva fino al Quattrocento, nel
Settecento trasformato in villa dal conte Giorgio Giuliani); ne ha fatta “riconsacrare”
la cappella (dove la domenica vi si celebra una esclusiva santa messa per il Sovrano e
per i suoi Cari), ha provveduto a far benedire le decine di stanze e saloni (per
esorcizzarne le volte dal Maligno portatovi dai peccaminosi marchesi Anna e Camillo
Casati Stampa), e nei sotterranei che furono del convento vi ha fatto ricavare tra
l’altro una sala da concerto (per cantanti, cabarettisti e ballerine).
“Attraversando un labirinto di scantinati, sottosuoli, cunicoli, Berlusconi guida
gli invitati fino al bordo di un’ampia piscina coperta dove un soffio artificiale
increspa l’acqua. Il locale è stato ricavato dalla vecchia casa dei custodi ed è stipato
di congegni elettronici: su una parete c’è un enorme schermo che trasmette i
programmi di Canale 5. Intorno, altri televisori diramano i programmi dei canali
controllati dalla Fininvest in tutt’Europa [ ... ]. Procedendo da uno all’altro di questi
locali, mostra un locale per lo squash, si ferma in una sala piena di attrezzi ginnici,
attraversa una palestra per la boxe, e poi saune, bagnoturco, idromassaggi. Da qui si
può uscire all’aperto, rientrare nella villa passando per il giardino, oppure ci si può
inoltrare all’interno del parco popolato di animali comprati dagli zoo smantellati.
Singolarità del posto e orgoglio del padrone di casa è il mausoleo che ha fatto erigere
38
Fonte dell'Autore.
39
Ibidem.
IL GRANDE IMBROGLIO

su un lato dei parco e dove ha sepolto suo padre disponendo fin d’ora che un giorno
vi riposerà lui stesso accanto ai fidi Gonfalonieri e Dell’Utri [ ... ]. In fondo al parco
c’è la pista di atterraggio dei suoi due elicotteri [ ... ]. Berlusconi va molto fiero dello
studio che gli ha progettato l’amico architetto Claudio Dini, uno degli inquisiti di
Tangentopoli. Questo locale rompe completamente con gli ambienti monastici o
barocchi o settecenteschi della villa [ ... ]. Tutte le serate finiscono nell’ampio locale
che ai tempi dei marchesi Casati era la grande sala da ballo e che ora viene chiamata
la sala della musica, poiché vi troneggia un pianoforte. Non di rado il patron della
Fininvest si lancia in motivetti anni Sessanta o improvvisa un duetto con
Confalonieri, come ai bei tempi quando avevano creato un complesso musicale” 40 .
Piantonata a vista da decine di guardie del corpo che proteggono giorno e notte
questa specie di Buckingham Palace della Brianza, Villa San Martino di Arcore
rappresenta nei fatti il vero, grande “miracolo italiano” di Berlusconi, non a caso
emblema del suo potere: grazie al talento dell’avvocato Previti, il Superimprenditore
nel 1974 è riuscito a impossessarsi di una multimiliardaria reggia, con pinacoteca e
parco e terreni, sborsando a rate nell’arco di anni (e dunque sottraendosi per armi alle
relative tasse di proprietà, né pagando alcun “affitto”) il prezzo equivalente a un
appartamento del centro-cíttà.

Nel 1994, intervistato da Giorgio Bocca 41 l’ineffabile avvocato Previti dichiara: “[Ho
conosciuto] Berlusconi molto tempo fa, negli anni Settanta 42 . Allora curavo gli
interessi della contessa Casati Stampa 43 , ricorda quella poveretta che fu uccisa con il
suo amante dal marito, Camillo Casati Stampa? Rimase una figlia, Annamaria,
giovanissima [ ... ]. La Annamaria non voleva stare in quella villa dalle tragiche
memorie, volle che la vendessi. Provai con dei brianzoli, degli speculatori che prima
o poi l’avrebbero lottizzata. In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di
Silvio e gli dissi: “Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere”. “Si, e quale?”. “Mi
comperi la villa San Martino dei Casati Stampa, ad Arcore”. “Ma avvocato cosa me
ne faccio di una villa, io sto in città, in viale San Gimignano, ho i miei affari in città”.
“Venga a vederla”. Andammo a vederla e alla fine lui mi fece una proposta
tipicamente sua: “Me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per
qualche giorno e la provo”. La provò e non se n’è più andato”.

40
"L'Espresso", 31 ottobre 1993.
41
Cfr. G. Bocca, Il sottosopra, Mondadori, Milano 1994, pagg. 195-96.
42
Previti, invece, conosce Berlusconi fin dalla fine degli anni Sessanta, come lui stesso ha confermato alla "Stampa"
l'11 maggio 1994.
43
Previti, invece, tutelava gli eredi Fallarino nella contesa con Annamaria Casati per l'eredità.
IL GRANDE IMBROGLIO

L’avvocato del Potere

Non è dato sapere né come né quando Berlusconi sia entrato in contatto con loro, ma
è certo che Previti padre e figlio hanno avuto un ruolo-cardine nell’ambiguo divenire
del gruppo Fininvest, e oggi Cesare Previti siede stabilmente al vertice della cupola
berlusconiana.
Umberto Previti (nato nel 1901 a Reggio Calabria, romano ) è l’ultimo degli
amministratori che si sono succeduti alla Edilnord 44 , l’oscura società a capitale
“svizzero” che lo stesso Umberto Previti nel gennaio 1978 ha posto in liquidazione,
previa vendita a Milano 2 spa (nuova intestazione della Immobiliare San Martino,
fondata da anonimi nel 1974 e amministrata da Marcello Dell’Utri) di tutto il
costruito e il costruendo della “città satellite” Milano 2. E’ ancora Umberto Previti
che nella sua veste di amministratore della neocostituita Fininvest Roma il 30 giugno
1978 (5 mesi dopo l’affiliazione di Berlusconi alla Loggia P2) ha proposto di
elevarne il capitale sociale da 20 milioni a 50 miliardi 45 . Del resto, Previti è interno al
parabancario della Banca Nazionale del Lavoro (all’epoca controllata dalla Loggia
P2) - Bnl Holding - le cui fiduciarie Servizio Italia e Sfa sono all’origine del gruppo
Fininvest celando Identità dei veri promotori 46 .
Cesare Previti nel 1975 sedeva nel collegio sindacale della romana Fininvest srl (e nel
1977 in quello della neocostituita Immobiliare Idra srl) - una presenza che sembra
essere a tutela di precisi interessi. Negli anni Ottanta, il suo nome comparirà al
vertice di numerose società del gruppo Fininvest (nel consiglio di amministrazione
della Standa, di Euromercato, di Mediolanum Factor, alla vicepresidenza della
Fininvest Comunicazioni e della Rti), mentre il suo personale potere andrà
consolidandosi di pari passo. Come avvocato civilista, Previti assiste il palazzinaro
andreottiano Gaetano Caltagirone 47 alle prese con un crac multimiliardario, e il

44
Si tratta della società già intestata prima alla cugina e poi alla zia di Berlusconi, e finanziata dalla
Finanzierungesellschaft Fr Residenzen e dalla Aktíengesellschaft Fr Immobilienlagen in Resídenzzentren (entrambe con
sede a Lugano). Umberto Previti ne viene nominato socio accomandatario il 6 dicembre 1977 proprio con il compito di
liquidare la società.
45
“Illustrando gli obiettivi dello sbalorditivo megaaùmento, Prevíti parla degli insediamenti residenziali di Milano 2 e
Milano 3, del centro commerciale all'ingrosso di Lacchiarella, di Tv commerciale, di trasporti aerei, di servizi
finanziari... Viene quindi deliberato l'aumento del capitale sociale a 50 miliardi, ma al momento i due soci [le due
fiduciarie piduiste della piduista Bnl, Nd,41 ne versano solo 18: l'intera somma viene data in finanziamento a "terzi", i
quali "terzi" altri non sono che la Fininvest spa di Milano, e utilizzata per acquisire il controllo di Milano 2 spa, di
Italcantieri, e di altre società”; cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 102.
46
Secondo Nerio Nesi (ex presidente della Bnl), il ricorso allo schermo delle fiduciarie per l’intestazione di azioni
societarie è perché “vi sono soci che non gradiscono apparire”. Della fiduciaria Servizio Italia, in quegli stessi anni, si
avvalgono per coprire i loro traffici anche il Venerabile maestro Licío Gelli, il bancarottiere piduista e mafioso Michele
Sindona, il bancarottiere piduista Roberto Calvi, e il losco faccendiere Flavio Carboni. “t assodato che Servizio Italia,
formalmente Bnl, è pienamente controllata dalla Loggia P2, e che dietro il suo schermo si celano anche società e
interessi di ogni sorta”; cfr., G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg. 106-08.
47
Quale difensore di Caltagirone (dichiarato fallito coi suoi fratelli in seguito al crac del suo spregiudicato impero
edilizio, e coinvolto nello scandalo Italcasse), l'avvocato Previti “strappa alla Corte di Cassazione un verdetto
considerato degno di figurare tra la giurisprudenza del diritto societario, ottenendo la conferma della distinzione, ai fini
giuridici, tra società e persone fisiche” ("il manifesto", 21 aprile 1994).
IL GRANDE IMBROGLIO

craxiano Enrico Manca coinvolto nello scandalo P2 48 ; ricopre per anni l’incarico, si
dice per conto del Psi craxiano, di vicepresidente della Selenia (azienda bellica statale
del gruppo IRI), e allaccia molte relazioni eccellenti 49 . Grazie al suo sodale
Berlusconi, conosce anche Bettino Craxi, del quale diviene anch’egli un assai intimo
amico 50 .

Benché il suo nome non comparisse negli elenchi degli affiliati alla Loggia P2 51
Cesare Previti era in contatto col Venerabile maestro Licio Gelli - un rapporto, quello
tra i due, rimasto sempre supersegreto, e casualmente emerso solo nel 1988: “Ore
13,40 del 23 maggio 1988. Gli uomini della Digos di Arezzo fermano un’auto che sta
entrando a Villa Wanda, residenza di Licio Gelli. È la prassi, dopo che il Venerabile
il 17 febbraio è stato finalmente estradato dalla Svizzera: nessuno può incontrarlo
senza essere identificato. E quel giorno, sul brogliaccio della Digos, compare
l’annotazione “Avvocato Cesare Previdi, Roma. Senza documenti”. Pochi mesi dopo,
esattamente il 10 settembre, la stessa persona viene identificata mentre va di nuovo a
visitare Gelli presso l’hotel Continentale di Arezzo, uno dei luoghi dove il Gran
maestro della P2 teneva i suoi incontri. Ma chi è questo misterioso personaggio? Da
una ricerca presso la Cassazione non risulta a Roma nessun avvocato Cesare Previdi,
ma solo un avvocato Cesare Previti. Proprio lui, l’ex vicepresidente della Fininvest,
da anni tra i più stretti collaboratori di Silvio Berlusconi, l’uomo che favori l’acquisto
della villa di Arcore [ ... ]. Era lui a incontrare Gelli, già condannato per la strage
dell’Italicus e sotto inchiesta in numerose Procure Sul nome non dovrebbero esserci
dubbi, anche perché nel tabulato della Digos gli errori sui nomi sono molto frequenti.
Inoltre, sotto le indicazioni delle due visite, vi è una strana sigla:
48
Benché il suo nome fosse incluso nell’elenco di affiliati alla Loggia P2 sequestrato al Venerabile maestro dai
magistrati milanesi, Manca, assistito dall'avvocato Previti, “fu scagionato dal Tribunale di Perugia dall'accusa di
appartenenza alla Loggia; e, nel 1985, in una causa civile, ottenne la condanna di Ernesto Galli Della Loggia al
risarcimento dei danni (50 milioni). L'anno dopo, la leggenda vuole che sia proprio Previti a suggerire a Berlusconi di
fare a Bettino Craxi il nome di Manca quale presidente della Rai; é storia, invece, l'incontro Berlusconi-Manca-Biagio
Agnes il 4 febbraio 1987 a casa Previti per trattare la pax televisiva fra Rai e Fininvest”; "L'Espresso", 20 maggio 1994.
49
“Gli anni Ottanta sono stati per Prevíti di grande successo, con il seguito di simboli vistosi: ai primi posti nella
graduatoria dei contribuenti romani, una torre spagnola ristrutturata per le vacanze all’Argentario, uno yacht di 29 metri
all’ancora. Sono anche gli anni in cui l'avvocato, il cui cuore ha sempre battuto per. la destra missina, ha cominciato a
sentirsi anche in sintonia coi potente protettore politico di Berlusconi, Beffino Craxi. E tra i suoi migliori amici egli
annovera altri uomini di legge che sono stati aperti estimatori craxiani, come il giudice Renato Squillante”;
"L'Espresso", 22 aprile 1994.
“Previti é un maestro nell'arte di tenere contatti. Amico di Filippo Verde, ex capo di gabinetto di Giuliano Vassalli alla
Giustizia ed ex giudice del Tribunale civile di Roma (bocciò fra l'altro le pretese di Carlo De Benedetti sulla Sme),
nonché di Renato Squillante, capo dei Gip di Roma. [Previti] ha assistito la Fininvest in molte vicende
chiave”;”L’Espresso", 20 maggio 1994.
50
“Di Craxi sono amico, un'amicizia mutuata da Silvio Berlusconi il quale, come me, non l'ha mai rinnegata. Ci
vedevamo a casa di Berlusconi, il presidente [Berlusconi] e io andavamo con la famiglia, Craxi portava anche i nipotini.
Poi a Capodanno. Una volta fu lui a invitarmi a Capiago, vicino a Corno... Ci diamo del tu” ("Panorama", 9 luglio
1994).
51
E’ tuttavia noto come gli elenchi di affiliati alla P2 sequestrati dalla magistratura nella villa aretina di Gelli siano stati
ritenuti dalla Commissione parlamentare di inchiesta parziali e incompleti.
IL GRANDE IMBROGLIO

“0859/K/89/S.D.S./559”. A quanto sembra questo tipo di annotazioni veniva posto


solo per quei visitatori per i quali si riteneva necessario compiere accertamenti che,
come risulterebbe da uno dei numeri, sarebbero datati 1989. Perché furono fatti?” 52 .

Nei primi giorni di maggio del 1994, durante la formazione del governo Fininvest,
solo il veto del Presidente della Repubblica impedisce a Berlusconi di nominare
l’avvocato Cesare Previti ministro dell’Interno, e in subordine ministro di Grazia e
Giustizia (il neo-senatore Previti dovrà “accontentarsi” della poltrona di ministro
della Difesa - dalla quale può comunque controllare il Servizio segreto militare,
l’Arma dei Carabinieri, e le pingui commesse di armamenti) 53 .
Sotto le luci della ribalta del potere, l’avvocato-entità della Fininvest,
neo-ministro nel gabinetto del suo sodale affaristico assiso alla Presidenza del
Consiglio, ha modo di dichiarare: “Si. Ero protutore della marchesa Casati. Lei aveva
deciso di vendere la villa di Arcore a delle persone che a me non piacevano. Cosi ho
detto a Silvio di non farsi scappare questa casa, che era molto bella e stava meglio in
mano sua che in mano altrui” 54 .
Intanto, un’anziana signora romana, Giovanna Ralli, denuncia di essere vittima di una
disinvolta operazione che ha per protagonista Clelia Previti (sorella di Cesare, e figlia
di Umberto) attraverso una strana società previtiana, e per oggetto un immobile della
Ralli situato sulle scogliere dell’Argentario, a Punta Maddalena -una splendida torre
spagnola, per il cui acquisto Clelia Previti ha rilasciato alla Ralli 700 milioni di
cambiali parte delle quali finite in protesto 55 . La Ralli si rivolge al neo-ministro
52
"L'Europeo", 30 luglio 1994. Nel corso di un’intervista a "La Stampa" dell'11 maggio 1994 (cioè precedente la
notizia dei suoi incontri con Gelli rivelati” dall’Europeo" alla domanda se avesse fatto parte della P2,
l'avvocato-ministro Previti aveva dichiarato: “La risposta è no. Io da bambino ho imparato a detestare due parole:
massoneria e mafia... Divento una belva, quando dicono che stavo nella P2”; è dunque probabile che l'avvocato
calabro-romanesco si recasse ad Arezzo da Gelli onde manifestargli personalmente la sua atavica avversione per la
parola "massoneria" e anche quella per la parola "mafia" (termine anch'esso non estraneo al Venerabile maestro)...
53
Secondo il piano "politico" della cupola berlusconiana, la presa dei potere attraverso il partito-setta “Forza Italia”
avrebbe dovuto tradursi nell'insediamento di Berlusconi alla presidenza del Consiglio, di Marcello Dell'Utri al
ministero dell'Interno, e di Cesare Previti al ministero di Grazia e Giustizia.
54
“La Stampa” 11 maggio 1994.
55
Il neo-ministro della Difesa Cesare Previti “ha ricevuto l'accorata lettera di una signora romana, Giovanna Ralli, che
lo prega di intervenire perché Clelia Previti, sorella di Cesare, paghi i 700 milioni stabiliti dal contratto di acquisto di
un'incantevole torre spagnola che troneggia sulle scogliere dell’Argentario(... ). La richiesta di aiuto [della venditrice
Ralli) entra nei particolari: "Purtroppo, a partire dal mese di novembre, le cambiali ipotecarie che [Clelia Previti] ha
firmato all'atto del rogito (in tutto ne restano 36 per un totale di circa 700 milioni) vengono regolarmente protestate e
sono senza esito tutte le azioni intraprese dal mio avvocato"(…). La signora Clelia Previti ha acquistato la torre che
domina Punta della Maddalena [ ... ]. Ma anche Cesare Previti è ospite fisso dell'Argentario: possiede un veliero di 29
metri, il Barbarossa, ormeggiato nel porto turistico di Cala Galera ( ... ). Clelia Previti decise di acquistare la splendida
dimora di Punta della Maddalena nel 1992. Lo fece con due contratti stipulati a luglio e a settembre nello studio del
notaio Franco Ventura Si decise che l’immobile sarebbe stato Intestato a una società di cui la Previti era amministratore
unico, la Baguette srl, con sede in via Marianna Dionigi a Roma. Il prezzo fu fissato in poco più di 900 milioni, parte da
pagare in contanti, parte in cambiali ipotecarie. La signora Ralli chiese ed ottenne che le cambiali emesse dalla
Baguette, società con capitale di 20 milioni di lire, venissero avallate con la firma di Clelia Previti e del marito,
l'avvocato (oggi cancellato dall'albo) Pasquale Michienzi [ ... ]” 1 due ottennero la cortesia che sull'immobile acquistato
la signora Ralli iscrivesse solo un'ipoteca di secondo grado a garanzia del pagamento dei 600 milioni di cambiali.
L'ipoteca di primo grado, Invece, fu iscritta dalla Milano centrale mutui spa, una finanziaria milanese; da questa società
la Baguette di Clelia Previti aveva ottenuto un mutuo di 500 milioni a fronte di una ipoteca di soli 600 milioni. Gli
IL GRANDE IMBROGLIO

Previti, e l’avvocato Romano Vaccarella - per conto del ministro-Fininvest - le


risponde: “Le debbo, purtroppo, comunicare che pur immedesimandosi nel Suo
problema, l’avv. Previti non è in grado di compiere alcun intervento sulla sorella
Clelia [ ... ]. Pur manifestandoLe mio tramite la Sua comprensione, nulla può egli fare
di concreto neanche per approfondire i termini della questione da Lei sottopostagli”.
Le cronache giornalistiche registrano inoltre il coinvolgimento di Giuseppe Previti
(fratello di Cesare e figlio di Umberto) nello scandalo massonico-affaristíco della
Cassa di Risparmio di Firenze: “Oltre 100 miliardi di fidi non iscritti a bilancio e
ormai inesigibili, affidamenti erogati senza garanzie a imprenditori di dubbia solidità
Comune denominatore del comitato d’affari che dettava legge nella Carifi è
l’appartenenza alla Massoneria. [Coinvolto nella vicenda] anche Giuseppe Previti,
fratello maggiore di Cesare, ministro della Difesa” 56 . Giuseppe Previti risulta
indagato dalla Procura della Repubblica di Firenze per associazione a delinquere
finalizzata alla truffa e all’appropriazione indebita.

Il 21 giugno 1994, la magistratura milanese dispone l’arresto del faccendiere romano


Giancarlo Rossi. Rossi è l’intestatario occulto del conto corrente “cifrato” FF 2927,
presso la Trade Development Bank di Ginevra, sul quale sono transitati 2 milioni e
200 mila dollari della maxi tangente Enimont destinati alla Dc 57 . Ma i magistrati

ultimi ostacoli furono superati alla fine di novembre del 1992, quando scadde il termine entro il quale il ministero dei
Beni Culturali poteva esercitare il diritto di prelazione. A questo punto Clelia Previti poté finalmente entrare nel suo
mini castello di Punta della Maddalena. Giovanna Ralli, invece, passò solo pochi mesi di tranquillità. Poi, quando vide
che le prime cambiali [finivano in protesto] decise di capire cosa fosse la Baguette srl e chi fossero realmente i suo
debitori, Clelia Previti e suo marito. Scopri che la società aveva come amministratore unico la Previti dal gennaio 1992,
mentre prima si erano alternati alla guida una certa Patrizia Tordi, Umberto Previti (il padre), Carlo Michienzi ; che la
ragione sociale era "il commercio e lavorazione di minerali metallici e oggetti preziosi, l'acquisto, la vendita, la
permuta, la detenzione di oreficeria e gioielleria, il commercio anche per conto terzi di mobili e soprammobili, le
operazioni finanziarie". A leggere i bilanci non si cavava granché; l'unica proprietà registrata, per un valore di un
milione e 300 mila lire, era un terreno e, comunque, la società risultava protestata da altre persone. La signora Ralli
scopri anche altri curiosi aspetti della vita della coppia Michienzi Previti. Solo poche settimane dopo aver acquistato la
torre i due tornarono dal notaio Ventura e costituirono un fondo patrimoniale, figura giuridica che permette di
raccogliere tutte insieme le proprietà di una famiglia destinandole al sostentamento di essa stessa; nel fondo finirono un
appartamento che si trova nel cuore di Roma, al numero 20 di via della Croce, e due cantine di uno stabile di via
Marianna Dionigi. Nessun creditore può rivalersi contro un fondo, a meno di non riuscire a dimostrare che non serve
affatto allo scopo per il quale é stato creato, ma è solo uno schermo anticreditori [ ... ], Anche a cercare di rivalersi
sull'appartamento di via della Croce, [per la creditrice Ralli c'era poco da ricavare: la Banca Nazionale del Lavoro
vantava una ipoteca di 2 miliardi e 100 milioni a fronte di un prestito di 700 milioni [...]”; "L'Espresso", 13 maggio
1,994.
Il 29 luglio 1994, "L'Espresso" informa che la vicenda si è chiusa con una transazione tra la Ralli e il Michenzi
56
“Il Mondo”, 4 luglio 1994.
57
“Il conto FF 2927 era stato aperto nel 1985 presso la sede di Ginevra della Trade Development Bank. Ufficialmente
intestato all'avvocato Kostenbaum, apparteneva in realtà a Giancarlo Rossi. L'agente di cambio di Roma utilizzava quel
conto quasi sempre come punto di transito delle sue operazioni finanziarie o, come è avvenuto nel caso delle tangenti
fino a qui accertate, lo prestava come parcheggio per operazioni effettuate da suoi amici e conoscenti. La struttura
finanziaria svizzera di Rossi era però assai più articolata. Al conto FF 2927 si era affiancato nel 1992 anche il conto LL
417023, sempre presso la stessa banca di Ginevra. E su quest'ultimo operavano due conti deposito, il Seaford Holding
Incorporated e il Telda Finance Sa, due società di diritto panamense, intestate a Maria Celeste Meschini e Lucio Rossi,
rispettivamente madre e padre dell'agente di cambio. In relazione continua con questa struttura finanziaria, il cui
beneficiario unico era Giancarlo Rossi, c'erano anche tutti i conti personali dei suoi clienti, i quali preferivano che i loro
denari restassero su conti propri e che di volta in volta venissero utilizzati dall'agente di cambio per operazioni e
investimenti” ("L'Espresso", 8 luglio 1994).
IL GRANDE IMBROGLIO

hanno scoperto anche altro sull’oscuro faccendiere: “Sei banche sparse fra New York
e Lugano. Due società off-shore domiciliate a Panama. Altrettanti conti cifrati su cui
è passato un migliaio di miliardi. E tre magistrature che indagano: quella di Ginevra
per riciclaggio, quella di Roma per concorso in corruzione e quella di Milano per
violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Brutta storia quella del signor
Giancarlo Rossi, professione agente di cambio, finito a San Vittore lo scorso 21
giugno. Una storia in cui compaiono vecchie conoscenze di Tangentopoli. Per
esempio il finanziere Sergio Cusani e l’ex responsabile delle relazioni esterne del
gruppo Ferruzzi, Luigi Bisignani [ già affliato alla P2, N.d.A.], finiti nel mirino di
Mani pulite per la tangente Enimont. E anche Francesco Pacini Battaglia, quello della
Karfínco di Ginevra, da cui transitavano le mazzette pagate a Psi e Dc dalle società
dell’ENI. Ma è una storia, quella di Rossi, in cui oltre a quattrini, tangenti e conti
svizzeri forse c’è anche dell’altro. Quando l’agente di cambio è stato arrestato, nella
ventiquattro ore aveva delle carte che Antonio Di Pietro non s’aspettava di trovare [
... ]. Dalla valigetta di Rossi è spuntato uno strano fascicolo d’appunti “riguardanti il
Sismi (il servizio segreto militare) e l’Organizzazione centrale della Difesa”. Cosa se
ne faceva di quei nomi e di quegli organigrammi l’agente di cambio Rossi? “Al
riguardo dichiaro che io ho ottimi rapporti con l’attuale ministro della Difesa Previti”
ha detto a Di Pietro. “Mi sono documentato sull’organigramma della Difesa per
parlarne con Cesare Previti, per scambiare con lui opinioni e dare le mie valutazioni”.
Una spiegazione quantomeno singolare 58 .

“L’arresto dell’agente di cambio romano Giancarlo Rossi [ ... ] sta creando più di un
imbarazzo al governo Berlusconi. t stato lo stesso operatore di Borsa a rivelare i suoi
rapporti con Cesare Previti, ministro della Difesa [ ... ] al sostituto procuratore
Antonio Di Pietro. Previti ha replicato dicendo di avere visto Rossi occasionalmente e
di non aver mai fatto affari con lui. La realtà è un po’ più complicata. Stefano Prevíti,
figlio del ministro, avvocato come il padre, ha lavorato per il recupero crediti della
Fincom, controllata fino al 1989 dalla famiglia Lefebvre d’Ovidio, e dallo stesso
Rossi attraverso una quota minoritaria intestata alla sorella Stefania. C’è di più. In
occasione delle ultime elezioni politiche Rossi ha svolto durante la campagna
elettorale attività a favore di due candidati. Uno è il suo ex socio e agente di cambio
Fabrizio Sacerdoti [già] segretario amministrativo della Dc romana quando Vittorio
Sbardella ne era il leader incontrastato [Sacerdoti è stato eletto deputato nella lista
“Forza Italia”]. L’altro candidato di Rossi era proprio Previti. Lo studio legale
dell’attuale ministro della Difesa era uno dei recapiti ufficiali di Rossi a Roma [ ... ].
Le relazioni Rossi-Previti, per quanto inquadrate in un rapporto fra professionisti, non
sembrano proprio occasionali. E’ stato Rossi per esempio a presentare Previti a
Fabrizio Cerina, titolare dei gruppo bancario-finanziario in liquidazione Attel. E alla
luce di alcune circostanze non sono casuali i rapporti fra società di Rossi e società
appartenenti al gruppo Fininvest. Nel dicembre 1993 la Cofiniab di Rossi ha

58
“Panorama”, 9 luglio 1994.
IL GRANDE IMBROGLIO

comprato appunto per 3,3 miliardi di lire un immobile dalla Edilnord di Paolo
Berlusconi” 59 .
Benché l’ineffabile ministro Previti “smentisca” e minacci querele (“E’ una
montatura polilico-giornalistica!”), già i contatti telefonici di Rossi, nel periodo che
precede il suo arresto, risultano illuminanti: “Previti viene chiamato [da Rossi] cinque
volte: sul suo cellulare, nell’abitazione romana, e persino a Porto Santo Stefano,
sull’Argentario. Con numeri diversi, Rossi chiama anche 11 volte il ministero della
Difesa. Ma ministri e ministeri non finiscono qui. Rossi cerca Alfredo Biondi,
responsabile della Giustizia (sia nella sua città, Genova, sia sul cellulare), Francesco
D’Onofrio (ministro della Pubblica Istruzione), e più volte i ministeri dell’Interno,
della Giustizia, oltre alla Banca d’Italia e al Vaticano. Nell’elenco nelle mani di Di
Pietro compare anche una chiamata a un numero intestato a Silvio Berlusconi, via
Santa Maria dell’Anima 31/A, l’abitazione romana del presidente del Consiglio. Con
uomini legati a Berlusconi e al suo gruppo, Rossi ha avuto rapporti frequenti:
compaiono infatti chiamate a Antonio Tajani, portavoce del premier, a Fininvest
comunicazioni, Publitalia e alla Diakron, la società che sforna i sondaggi per “Forza
Italia”” 60 .
Nel settembre 1994, la cupola berlusconiana decide di dotare il partito-setta “Forza
Italia” di un “segretario politico”. Il candidato naturale alla pseudo-carica al vertice
dello pseudo-partito è il suo creatore Marcello Dell’Utri; ma il personaggio è ormai di
quelli pubblicamente “bruciati” per via delle numerose vicende giudiziarie nelle quali
è coinvolto, e per le sue notorie frequentazioni mafiose. Per cui, il “segretario” del
partito-setta Fininvest non può che essere l’altra entità della Fininvest:
l’avvocato-ministro Previti. Eletto all’alta carica da due soli “voti”: quello di
Berlusconi, e quello di Dell’Utri 61 .
Intanto, il contumace Bettino Craxi (supercorrotto ex segretario del Psi, e ex
padrino politico della setta berlusconiana), dal suo dorato rifugio di Hammameth
conferma al “New York Times” che anche la Fininvest è stata parte attiva della
maxicorruttela politico affaristica della cosiddetta “Tangentopoli” 62 . Previti, che sul
59
“Il Mondo” 11 luglio 1994.
60
"Panorama", 6 agosto 1994. Nell'agenda del faccendiere “ci sono tutti i recapiti telefonici dell'ex squalo
democristiano Vittorio Sbardella, accanto ai numeri -dodici in tutto tra abitazione, ufficio, telefonino, ministero, villa al
mare - dei ministro della Difesa Cesare Previti. Vi si possono trovare i vecchi e nuovi telefoni dell'ex sottosegretario Dc
alle Partecipazioni Statali Paolo Del Mese e qualche pagina più avanti i cinque numeri privati e pubblici del ministro del
Tesoro Lamberto Dini e quelli dei sempreverde Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ma non ci
sono solo politici. Ci sono i numeri dell'ex procuratore capo di Roma Vittorio Mele e quelli, mai cancellati, di alcuni
uomini di finanza caduti in rovina con Tangentopoli: l'ex vicepresidente della Comit Vincenzo Palladino e l'ex
presidente della Consob Bruno Pazzi. E poi nomi di rango di militari e agenti dei servizi segreti: quello del latitante del
Sisde Michele Finocchi e del suo ufficio di copertura intestato all'arabo Bey El Hady Salma, il capo di Stato maggiore
dei Carabinieri e il comandante della Guardia di Finanza, i generali Alessandro Vannucchí e Carlo Berlenghi”
("L'Espresso, 8 luglio 1994).
61
Protesta solo, con debita moderazione, la candida Tiziana Parenti detta Tittí: “II segretario [di "Forza Italia"] non può
essere imposto... Berlusconi non può decidere per tutti nominando Previti, il capo devono eleggerlo
democraticamente gli iscritti... lo non ho capito questa storia di Previti: chi lo ha nominato?” ("La Stampa", 12
settembre 1994).
62
Indro Montanelli ha dichiarato in proposito: “Che Berlusconi sia stato un finanziatore di Craxi lo sanno tutti, [ma] i
IL GRANDE IMBROGLIO

tema la sa lunga e non può certo smentire l’autorevolissimo sodale, ed è anche un


tipo sottile, precisa: “Si, ma quello della Fininvest è stato un coinvolgimento
minimale, non è stato un coinvolgimento strutturale”.
La parlamentare di ‘Forza Italia" Cristina Matranga, da parte sua, trova il modo
di dichiarare: “Dicono che Previti è l’avvocato
degli affari illegali di Berlusconi ? È vero….” 63 .

magistrati non sono riusciti a trovare le impronte digitali, le prove... Evidentemente, Berlusconi è stato furbo”.
63
Cfr. "La Stampa", 29 settembre 1994.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Niente rose alla signora


Intorno alla seconda metà degli anni Settanta, nella Roma dei Palazzi del Potere si
muoveva il giornalista Carmine Pecorelli detto Mino. Avvalendosi di entrature nei
servizi segreti e nel sottobosco politico, Pecorelli confezionava il settimanale
“Op-Osservatore Politico” sul quale pubblicava “notizie riservate”. Benché ritenuto
strumento di ricatto e pressione alimentato dalle fazioni dei servizi cosiddetti
"deviati" e manovrato da settori della classe politica nelle faide di potere, “Op”
pubblicava notizie perlopiù attendibili: scritte con linguaggio sibillino e “cifrato”,
spesso velenosamente allusivo, le pagine del settimanale risultavano puntuali e
circostanziate, e non di rado perfino “preveggenti” 1 . Del resto, Pecorelli non era solo
finanziato e manovrato da settori del potere ufficiale: era anche interno alla Loggia
massonica segreta Propaganda 2 del Venerabile maestro Licio Gelli (data affiliazione
1 gennaio 1977, tessera 1750).
Nel dicembre 1978, Pecorelli si occupava per la prima volta del “fratello”
piduista Silvio Berlusconi (affiliatosi alla Loggia gelliana il precedente 26 gennaio,
tessera 1816); sotto il titolo Silvio Berlusconi morde e fugge, “Op” scriveva:
“Silvio Berlusconi, il noto costruttore milanese, è uscito dalle difficoltà
finanziarie che da tempo lo angustiavano. Per via dell’equo canone, nessuno voleva
più saperne dei suoi appartamenti di lusso. I privati, temendo fisco e Brigate rosse,
evitavano accuratamente di mettersi in mostra in superattici con piscine e tennis; gli
enti pubblici, per via dell’equo canone, non investono più in appartamenti dai quali
non possono ricavare un adeguato reddito. Per fortuna di Berlusconi, é intervenuto
Carmelo Conte, un palermitano dalle mille maniglie, che gli ha fatto vendere
all’Ordine dei medici appartamenti di Milano 2 per complessivi 33 miliardi. Ma
concluso l’affare, Berlusconi si è eclissato col suo Rivera... senza nemmeno inviare
un cesto di rose alla signora Conte, a titolo di ringraziamento” 2 .

Secondo l’informatissimo Pecorelli, dunque, il costruttore della “città satellite”


Milano 2, angustiato dalla crudeltà di un mercato immobiliare che non sembrava
apprezzare il lussuoso prodotto edilizio, e dalla ritrosia degli enti pubblici, aveva
potuto rimediare alle difficoltà solo grazie all’“aiuto” di un palermitano dalle mille
maniglie: un “siciliano”, tale Carmelo Conte, aveva soccorso il costruttore piduista
(finanziato da misteriosi capitali provenienti dalla Svizzera 3 ) mediante un
provvidenziale quanto ingente acquisto di appartamenti da parte dell’Ordine dei
medici.

In effetti, “Op” rilevava quella che è stata una delle reali costanti dell’avventura
1
Esemplare, in questo senso, il ruolo di "Op" nell'ambito della vicenda relativa al sequestro e all'uccisione di Aldo
Moro. Cfr. S, Flanfigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, Milano 1993.
2
“Op”, 12 dicembre 1978. Particolarmente sibillina risulta la frase “senza nemmeno inviare un cesto di rose alla signora
Conte, a titolo di ringraziamento”.
3
Cfr. capitolo, "Segreti italiani in terra elvetica pagg. 49-75.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

edilizia berlusconiana. Contrariamente alla sua menzognera agiografia, le attività del


Berlusconi “costruttore” si sono dimostrate infauste alla prova del mercato, e il
palazzinaro milanese ha potuto evitare il naufragio solo grazie al sistematico e
provvidenziale intervento di enti e istituti previdenziali pubblici e privati.
Nel caso del quartiere residenziale di Brughiero, ad esempio, edificato dalla
berlusconiana Edilnord a metà anni Sessanta, fu solo grazie al massiccio acquisto di
appartamenti da parte dei Fondo previdenza dirigenti commerciali che l’iniziativa
non si trasformò in un fallimento.
Nel più recente caso di Milano 3, saranno le cronache di “Tangentopoli” a
svelare le transazioni berlusconiane con alcuni enti pubblici, e la loro natura. Nel
novembre 1992, si attiva la Procura di Roma: “Anche Paolo Berlusconi, fratello
minore del fondatore di Canale 5, oggi alla guida dell’impero delle costruzioni che fa
capo alla holding Cantieri riuniti milanesi, avrebbe finito per pagare tangenti
miliardarie con l’obiettivo di favorire la vendita di una decina di edifici, destinati ad
abitazioni e acquistati, nel corso degli anni Ottanta, da alcuni enti previdenziali
pubblici nel capoluogo lombardo [ ... ]. Una parte delle operazioni all’esame dei
magistrati ha certamente per teatro Basiglio, il comune della periferia sud di Milano
nel cui territorio sorge la cittadella berlusconiana di Milano 3. È qui che sono
avvenute almeno cinque delle compravendite che ora stanno attirando l’attenzione
degli inquirenti: tre chiamano in causa l’Inadel, l’Istituto nazionale di assistenza dei
dipendenti degli enti locali il cui ex commissario e un tempo deputato socialista,
Nevol Querci, è stato arrestato nei giorni scorsi e scarcerato dopo aver ammesso di
aver richiesto 600 milioni di tangenti per facilitare l’acquisto da parte dell’Istituto di
alcuni immobili romani; due riguardano invece l’Inail, l’Istituto che assicura gli
infortuni sul lavoro. Le prime tre operazioni, avvenute fra il 1986 e il 1988, hanno per
oggetto la vendita di sei edifici con quasi 250 appartamenti e oltre 270 autorimesse,
pari a un importo totale di quasi 67 miliardi. Le due vendite concluse invece con
l’Inail nel 1984 e nel 1987 riguardano altri otto edifici con quasi 300 appartamenti
venduti per oltre 42 miliardi. A tirare le somme, la Cantieri riuniti milanesi incassò in
queste operazioni oltre 109 miliardi (ma, come lasciano intendere gli inquirenti
romani, gli istituti previdenziali su cui si sta indagando sono anche altri)” 4 .
I maneggi berlusconiani con il parastato romano gestito da esponenti del clan
craxiano danno luogo a un’ulteriore inchiesta da parte della Procura di Brescia: “[Il
30 marzo 1994] Paolo Berlusconi è stato interrogato dal sostituto procuratore di
Brescia Guglielmo Ascione e ha scoperto di essere sotto inchiesta per corruzione e
violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Al centro di tutto c’è un
business immobiliare da 20 miliardi, concluso il 17 luglio 1991 dal gruppo Fininvest
con l’Inadel, l’Istituto di assistenza dei dipendenti degli enti locali. Un affare
denunciato [ ... ] alla Procura della Repubblica di Brescia dai consiglieri del Pds di
Desenzano. [A Desenzano] si erge infatti la pietra dello scandalo: un grande centro
commerciale acquistato nel 1989 dalla Standa e dai Cantieri riuniti per circa 11
miliardi. E rivenduto all’ente pubblico, meno di due anni dopo, a quasi il doppio.
4
“Il Mondo”, 23 novembre 1992.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

“Una delle cose che ci aveva maggiormente insospettito era il fatto che la Standa,
dopo la compravendita, fosse rimasta nel centro pagando un canone all’Inadel”,
spiega Adriano Papa, segretario del partito della Quercia di Desenzano e primo
firmatario della denuncia. “Quando a Roma è scoppiato il caso dei palazzi d’oro
acquistati proprio dall’ex parlamentare socialista Nevol Querci, a quell’epoca
commissario straordinario dell’ente assistenziale, abbiamo sottoposto il caso alla
magistratura”. E cosi, tra gli atti in mano ad Ascione, è finito anche un interrogatorio
di Querci davanti a Di Pietro. L’ex socialista, arrestato nell’ottobre del ‘92, il 14
dicembre aveva dichiarato: “L’Inadel ha effettuato una serie di compravendite
immobiliari con un ristretto gruppo d’imprenditori, tra cui Paolo Berlusconi. Tali
imprenditori, circa una ventina, venivano privilegiati nella ricerca del contraente da
cui acquistare l’immobile in cambio di un contributo alla segreteria nazionale [del
Psi]” 5
Nell’aprile 1994, anche la Procura di Milano, dopo averlo arrestato, dispone il
rinvio a giudizio di Paolo Berlusconi per corruzione: secondo l’accusa, “avrebbe
versato tangenti del 5 per cento all’ex funzionario Cariplo Giuseppe Clerici, a sua
volta inquisito, per sbloccare la vendita di tre palazzi di Milano 3 al Fondo pensioni
della banca. Un affare da 22 miliardi, con mazzette per 1.227 milioni, 60 dei quali
pagati in nero attraverso fatture false” 6 .
Del resto, Silvio Berlusconi aveva già manifestato la sua fatale attrazione per le
banche e per i Fondi pensione, e esplicitato la sua cronica insofferenza per la Legge e
i Codici (“Lacci e lacciuoli”), fin dagli anni Settanta, quando aveva bersagliato di
iracondi strali la legge sull’equo canone citando ad esempio un suo business col
Fondo pensioni della Banca d’Italia: “Costruiarno un villaggio per conto del Fondo
pensioni della Banca d’Italia; il Fondo pensioni propone affitti sui cinque milioni
l’anno Arriva l’equo canone: gli affitti, ope legis, sono dimezzati, e i pensionati della
Banca d’Italia devono regalare due milioni e mezzo per ogni alloggio ... ” 7 .

***

Pecorelli era consapevole dei pericoli insiti nella sua “attività giornalistica”: in
una nota di “Op” del settembre 1976, intitolata Avviso a futura memoria, aveva
accennato a minacce ricevute, e aveva indicato nel "Biscione, 8 colui che avrebbe
potuto riservargli violenze di tipo fisico. D’altro canto, dopo le sue polemiche
“dimissioni” dalla Loggia P2 9 , Pecorelli manteneva col Venerabile maestro un
5
“la Voce”, 2 aprile 1994.
6
"Corriere della Sera", 30 aprile 1994. Nel corso dell'interrogatorio del precedente 15 febbraio, Paolo Berlusconi aveva
ammesso i versamenti illeciti, e le false fatturazioni.
7
In G. Bocca, No grazie “, La Repubblica", 17 maggio 1979.
8
Secondo Sergio Flamigni, é uno degli appellativi coi quali Pecorelli si riferiva a Giulio Andreotti; il "Biscione" è
anche il 1ogo" dei gruppo Fininvest.
9
Pecorelli, in data 18 maggio 1977, inviò al Venerabile maestro la seguente lettera “Caro Licio, ho atteso invano una
tua comunicazione riguardo Fratello Gigi. All'atto di sollecitare il Tuo autorevole intervento, ti avevo anche
rappresentato la mia
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

rapporto pericolosamente conflittuale, non peritandosi di attaccare, attraverso le sue


sibilline “note”, lo stesso Gelli e singoli affiliati alla Loggia segreta (come nel caso
del “fratello” Berlusconi, “aiutato” da “un palermitano dalle mille maniglie”).
Mino Pecorelli venne zittito per sempre la sera del 20 marzo 1979, a Roma,
con quattro colpi di pistola sparatigli da un misterioso killer. Nel 1982, il Venerabile
Gelli veniva indiziato quale mandante dell’omicidio. Interrogato dalla Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla P2, il 26 ottobre 1981, il piduista Berlusconi aveva
dichiarato: “Nulla so dei rapporti di Gelli con Carmine Pecorelli”.
Benché il Venerabile maestro sia stato poi prosciolto dall’accusa di essere stato
il mandante dell’omicidio Pecorelli (dicembre 1991), la successiva domanda di
autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Giulio Andreotti per il
medesimo reato conterrà precisi elementi e riscontri sul conflitto Gelli-Pecorelli e sui
legami tra la Loggia P2 e Cosa Nostra: “Nel procedimento contro Licio Gelli e altri
per l’omicidio Pecorelli si raccolsero notevoli elementi di prova circa: a) l’esistenza
di un movente, b) la volontà di Gelli di risolvere la questione costituita dagli attacchi
del giornalista. Un aspetto importante delle indagini, per le quali si chiede
l’autorizzazione a procedere [nei confronti di Giulio Andreotti N.d.A.] , è costituito
dalla verifica della compatibilità di quegli elementi con quanto in seguito emerso. Si
osserva che tale indagine è indispensabile, giacché vi sono elementi [ ...] che indicano
una stretta connessione tra due diversi ordini di moventi. Tra questi, di assoluto
rilievo appaiono gli aspetti concernenti i legami tra Cosa Nostra e la Loggia
massonica P2 10 , ampiamente sottolineati nella relazione sui rapporti tra mafia e
politica presentata il 6 aprile 1993 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul
fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari [ ... ]. In ogni caso,
la conclusione del procedimento a carico di Gelli fu di proscioglimento proprio
perché non fu possibile individuare quel collegamento tra mandanti e possibili
esecutori materiali, che è invece prospettabile nel caso de quo” 11 .
premura data l’imminenza del processo [probabilmente, una delle numerose querele per diffamazione a mezzo stampa,
NdA].Se la risposta non è arrivata vuol dire che nella Famiglia è venuta meno, o forse non c’è mai stata, la solidale
assistenza dei suoi componenti o che, nella migliore delle ipotesi, essa è indirizzata verso un’unica direzione. Esistono,
per caso, Fratelli di seria A e Fratelli di serie B? Oppure “ quello che è in alto non è uguale a quello che è in basso”?
Ho notizia che Fratello Gigi almeno in due occasioni ha evitato guai per merito proprio della Famiglia. Io, invece,
potrei essere punito per avere esercitato un diritto sancito dalla “legge comune”. Nel constatare siffatta disparità. Ti
rassegno la mia decisione di uscire definitivamente dall’organizzazione. Ho fatto una breve ma significativa esperienza
che mi conforta nel credere che non ci sono Templi da edificare alle Virtù, bensì solo all’ingiustizia e all’arroganza. Per
quanto riguarda i nostri personali rapporti mi auguro, se lo desideri, che essi possano rimanere immutati “Cfr. Atti
Commissione parlamentare d’inchiesta P2, Vol. VII, pagg. 413-19).
10
“In Sicilia, tra il 1976 e il 1980, 1 mafiosi fanno a gara per entrare in massoneria. Cosa Nostra offre ai massoni
l'efficacia della propria macchina militare, ma soprattutto una formidabile carta di pressione politica: il denaro. 1
massoni offrono ai bossi i canali legali per riciclare e investire i soldi, i contatti politici giusti per concludere grandi
affari e i magistrati adatti per l’ aggiustamento" dei processi. Le logge, negli anni Ottanta, fioriscono. Solo a Palermo,
dopo la Camea, la Armando Diaz, la Normanni di Sicilia e quella strana congrega che porta il nome di Cavalieri del
Santo Sepolcro si contano più di 170 logge”; F. Forgione, P. Mondani, op. cit., pagg. 210-11.

11
Domanda di autorizzazione a procedere contro d senatore Giulio Andreotti “per omicidio volontario, aggravato dalla
premeditazione, nei confronti di Carmine Pecorelli , in concorso con ignoti e con Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò,
Stefano Bontate , Ignazio Salvo, Antonino Salvo”, Roma 8 giugno 1993, pagg. 82-3.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Le mani sulla Cassa

Alla fine di gennaio 1979, il “fratello” Silvio Berlusconi era stato di nuovo oggetto
delle attenzioni di “Op”. Secondo Pecorelli, in quel periodo il costruttore milanese
stava brigando per insediarsi alla guida della più importante Cassa di risparmio del
mondo, la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde:
“Stupore e incredulità nel inondo bancario per la candidatura del cavaliere del
lavoro Silvio Berlusconi alla presidenza della Cariplo. Viviamo in tempi modesti e
nonostante per le nomine si continui a promettere il primato della competenza, si
finisce sempre per mandare alla Consob un Pazzi qualunque. Ma affidare al primo
che capita anche lo scettro della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, a
Milano sarebbe considerato un affronto. Con tanti imprenditori, con tanti valenti
manager su piazza, ci si chiede perché tanta smania di salire sul gradino più alto in un
imprenditore che al suo attivo vanta una sola opera di spicco, il complesso
immobiliare Milano 2. Dunque Berlusconi è un candidato senza speranza? Non è
detto: controlla il 12,5 per cento delle azioni del “Giornale” di Montanelli e di
recente ha dichiarato di voler accentuare la sua presenza nel settore giornalistico. A
qualcuno potrebbe venire in mente di premiare il suo impegno politico 12 .

Che anche in questo caso le “informazioni” di Pecorelli fossero attendibili, lo


confermerà indirettamente, anni dopo, l’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta:
“Quando ero ministro del Tesoro [nel 1980, NdA], Silvio Berlusconi, più o meno nel
periodo in cui aveva quasi concluso il ciclo edilizio e non aveva ancora iniziato
quello televisivo, una mattina venne da me - in pantaloni grigi e neri e giacca nera,
come i banchieri di Dallas - per autocandidarsi alla presidenza della Cariplo. Quando
gli feci presente che forse c’era qualche incompatibilità per la possibilità della banca
di concedere crediti edilizi, il futuro patron della Fininvest mi precisò prontamente
che avrebbe lasciato tutti i suoi interessi nel settore al fratello Paolo, l’onnipresente
secondo, già allora sempre pronto. A quel punto non potevo fare a meno di osservare
che così si veniva a realizzare un interessante esempio di impresa domestica.
Berlusconi non gradi molto e, per tutta risposta, cominciò a tessermi le lodi di Bettino
Craxi” 13 .

Uno dei capisaldi tattici per l’attuazione del corruttivo “Piano di rinascita” elaborato
dalla P2 tra il 1975 e il 1976 14 prevedeva infatti l’infiltrazione della Loggia nel
sistema bancario; ma a prescindere dai suoi obiettivi politico-strategici, il presente
della Loggia piduista era essenzialmente caratterizzato sul versante affaristico 15 . Nel
12
“Op”, 30 gennaio 1979.
13
Cit. in "La Stampa", 26 marzo 1994.
14
Si trattava di un articolato progetto volto a modificare l'assetto politico nazionale in senso autoritario (Repubblica
presidenziale), mediante la corruzione di partiti e organizzazioni sindacali, attraverso l'infiltrazione e il controllo dei
mass media, e tramite l'istituzione di una catena televisiva privata con il contemporaneo smantellamento della RAI-TV.
15
“I campi di attività [della Loggia di Gelli] erano essenzialmente quattro: tangenti prelevate su affari conclusi da enti e
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

1978, il Venerabile maestro aveva già acquisito alla sua Loggia segreta il controllo
del Banco Ambrosiano (la più importante banca privata italiana), della Banca
Nazionale del Lavoro (la più importante banca di interesse nazionale), e del potente
Monte dei Paschi di Siena 16 . Per il tramite dell’affiliato Silvio Berlusconi (anche in
rapporto al nascente gruppo Fininvest), la Loggia piduista intendeva assumere inoltre
il controllo della Cariplo, la più importante cassa di risparmio del mondo 17 .
Nel suo tentativo di insediarsi al vertice della Cariplo, il rampante Cavaliere
tessera P2 1816, oltre ad avvalersi del suo già stretto sodalizio col segretario del Psi
Bettino Craxi (a sua volta interessato al controllo del sistema bancario), oltre a
cercare benemerenze in casa Dc (presso l’allora ministro del Tesoro Andreatta, ma
soprattutto presso Andreotti e Fanfani), oltre a essersi munito di un proprio
quotidiano ("Il Giornale" di Montanelli), utilizzava i mezzi di comunicazione di cui la
Loggia P2 già disponeva. Come ad esempio il più diffuso e autorevole quotidiano
nazionale, diretto dal piduista Franco Di Bella, gestito dai piduisti Angelo Rizzoli e
Bruno Tassan Din, finanziato dal piduista Roberto Calvi del Banco Ambrosiano.
Nell’edizione di venerdì 4 agosto 1978, il “Corriere della Sera” ospitava un inopinato
articolo firmato "Silvio Berlusconi"18 ; sotto il titolo Chi guida la politica creditizia?
Programmazione e sistemi bancari, “L’aspirante banchiere” dissertava di politica
creditizia sulle ali della sua prosa da ragioniere commercialista, e concludeva
enigmatico: “Ci si domanda attraverso quali canali potranno filtrare le istruzioni
industrie pubbliche, controllo del credito bancario, illecite esportazioni di valuta, collocamento degli adepti al vertice
delle rispettive carriere Il sistema delle tangenti sugli appalti, sui contratti di commesse, sulle licenze e sulle
autorizzazioni, sui mutui accordati da Istituti di credito pubblici, sulle deliberazioni del governo in materia di prezzi,
tariffe e crediti agevolati [ ... 1. 1 prelievi avvengono di fatto alla luce del sole, sulla base di percentuali prestabilire. E
gli esattori li motivano con la finalità di finanziare partiti e correnti di partito”; cfr. E. Scalfari , Da Sindona a Gelli, in
L'Italia della P2, Milano 198 1, pag. 18.
16
Secondo l'ex senatore Sergio Fiamigni, “i trattamenti di favore riservati a Berlusconi dai banchieri piduisti Cresti (dei
Monte dei Paschi di Siena), Ferrari (della Bnl), Calvi (dei Banco Ambrosiano), trovano una logica solo nell'ambito della
fratellanza massonica. Sono proprio i rapporti tra affiliati alla P2 - Berlusconi e Cresti - che determinano quella
situazione che il Collegio dei sindaci del Monte dei Paschi di Siena ha definito l'esistenza di un comportamento
preferenziale accentuato una situazione di estremo favore nei confronti dei Berlusconi"; nella relazione del Collegio
sindacale dei Monte dei Paschi di Siena si parla anche di finanziamenti per Telemilano. Dei resto, Berlusconi ha avuto
rapporti anche con Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, affiliati anch'essi alla P2, e lo stesso Tassan Din ebbe a
dichiarare alla Commissione P2 che Gelli sollecitò questi rapporti al fine di stabilire una collaborazione nel campo della
Tv”.
17
Un esempio dei maneggi gelliani intorno ai vertici delle Casse di risparmio è in questa lettera inviata “AI carissimo
Fratello Licio Gelli” dal massone Augusto De Megni in data 31 luglio 1979: “Caro Licio, la Banca d'Italia di Massa ha
proposto quale Presidente della Cassa di Risparmio di Carrara il Dr. Giorgio Rocca (Commercialista esercente in
Massa), e quale vicepresidente il nostro Fratello Avv. Angelo Ricci, Více-Pretore Onorario dal 1972, attualmente
dimissionario (iscritto al Partito Liberale Italiano) ed esercente la professione di Legale come Civilista a Carrara.
Occorrerebbe ottenere la inversione delle cariche, e cioè l'Avv. Ricci a Presidente e il Dr. Rocca a Vice-Presidente [..J.
Ti ringrazio per quanto potrai fare e Ti abbraccio fraternamente”.
Il Venerabile maestro, il 13 novembre 1979, scrive al De Megni quest'altra lettera: “Caro Augusto, in riferimento alla
tua del 29 ottobre scorso, ti informo che il Comitato del Credito non si è ancora riunito per deliberare le nomine al
vertice degli Istituti bancari: perciò, al momento, non posso dirti niente in merito alla Presidenza della Cassa di
Risparmio di Loreto a cui aspira il
Dott. Fanini. Come saprai, c'è un'infinità di Banche - tra cui ben 95 Casse di Risparmio - con Presidenze vacanti. Non
resta, allo stato attuale delle cose, che aspettare che il Comitato si riunisca”.
18
E’ da notare come l'articolo non fosse preceduto o seguito da alcuna nota redazionale, né pubblicato quale “lettera" o
"intervento", bensì come se il suo autore fosse un giornalista del "Corsera",
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

governative di politica industriale al sistema bancario, rimasto l’unico incontrollato


gestore della politica creditizia. Che il canale sia stato trovato ancora una volta
all’italiana, attraverso il controllo politico delle massime “poltrone”?”.

All’inizio del 1979, dunque, l’ex piduista Mino Pecorelli “disturbava” una sotterranea
manovra di potere rivelando che il palazzinaro Silvio Berlusconi (“il primo che
capita”) era “smanioso” di insediarsi al vertice della Cariplo; e dopo avere
sottolineato l’inadeguatezza del personaggio, l’editore-dírettore di “Op” concludeva,
col suo tipico linguaggio allusivo: “A qualcuno potrebbe venire in mente di premiare
il suo impegno politico”.
Pecorelli era assai bene informato circa i retroscena del correttivo connubio
politica-banche. La CARIPLO era il cardine dell’Iccri (Istituto centrale delle casse di
risparmio italiane, più noto come Italcasse), e a fine gennaio 1978 “Op” si apprestava
a pubblicare clamorose rivelazioni in merito allo scandalo
Sir-Andreotti-Caltagirone-Arcaini-Italcasse : “Op” n° 5 (in uscita il 6 febbraio 1979,
19

poche settimane prima che Pecorelli venisse assassinato) avrebbe dovuto avere in
copertina una foto di Andreotti e il cubitale titolo Gli assegni del Presidente 20 .
Pecorelli era anche a conoscenza di come nella sporca vicenda che si apprestava a
rivelare nei suoi più scabrosi dettagli, fossero direttamente e indirettamente coinvolti
il faccendiere italo-svizzero Fiorenzo Ravello (alias Florence Ley Ravello) e i boss
mafiosi Giuseppe “Pippo” Calò e Domenico Balducci, i quali erano in stretti rapporti
col faccendiere Flavio Carboni, a sua volta in affari con Berlusconi attraverso il
prestanome-Fininvest Romano Comincioli 21 .

19
L'anno prima, nel suo ancora misterioso "memoriale" dalla "prigione" brigatista, Aldo Moro aveva accennato alla
vicenda nell’ambito di un suo veemente attacco a Andreotti: “l’avvilente canale dell'Italcasse, che si ha torto di ritenere
meno importante o più inestricabile di altri, la singolare vicenda dei debitore Caltagirone che tratta sul mandato politico,
la successione dei direttore generale [dell'Italcasse, NdA], lo scandalo delle banche scadute e non rinnovate dopo otto o
nove anni, le ambiguità sul terreno dell'edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture. E lo sconcio
dell'Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità anche di esposizioni indebite….
un intreccio inestricabile ... ”.
20
L'intervento del clan andreottiano indusse Pecorelli a non pubblicare la prevista copertina né il relativo articolo.
Scriverà in proposito la magistratura romana: “[ ... ] Si può allo stato ritenere che nelle settimane antecedenti
all'omicidio [di Pecorelli NdA) un gruppo di persone vicine al Senatore Andreotti (i magistrali Vitalone e Testi, l'on.
Evangelisti) si sia attivato per scongiurare la pubblicazione di un articolo di pesanti accuse contro il primo. Il
pagamento di una somma di denaro, per l'epoca non modesta, ebbe luogo il giorno antecedente all'ornicidio da parte
dell'on. Evangelisti [ ... ]. Vi sono elementi che fanno ritenere che gli assegni indicati da Pecorelli [ ... ] e ai quali faceva
riferimento la copertina soppressa siano stati negoziati personalmente dal Senatore Andreotti[…] Pecorelli era a
conoscenza della ricezione degli assegni da parte del Senatore Andreotti [ ... ] e di questo intendeva scrivere.
Badalamenti confidò a Buscetta che il Senatore Andreotti era molto preoccupato, perché avvertito da Pecorelli
dell'intenzione di rendere pubbliche delle "porcherie" che lo avrebbero danneggiato politicamente. Degli assegni
suddetti, per un importo totale di circa 1.400.000.000 del 1976, 6 (per lire 55.000.000) furono incassati
dall'amministratore di una società nella quale aveva interesse di fatto Domenico Balducci, appartenente alla Banda della
Magliana e legato a Giuseppe Calò. Detta società era interessata nel piano di salvataggio del Gruppo Caltagirone, anche
attraverso Ley Ravello, a sua volta collegato - oltre che a Domenico Balducci -anche a Giuseppe Calò”; cfr. Domanda
di autorizzazione a procedere contro.. Andreotti, cit., pagg. 89-90.
21
“II pieno e diretto coinvolgimento di Romano Comincioli, e dunque di Berlusconi, nelle iniziative di Flavio Carboni,
è tutt'altro che episodico. Insieme, il prestanome di Berlusconi e il faccendiere sardo combinano affari con Ravello, con
Calò, e con altri mafiosi (Sardegna, Siracusa), e anche con un altro protagonista delle cronache giudiziarie, Francesco
Pazienza. Lo spregiudicato faccendiere sardo offre al rappresentante di Berlusconi gioielli ricettati, e il rappresentante di
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Morto ammazzato Pecorelli nel marzo 1979, e soffocato lo scandalo


Andreotti-Italcasse-Caltagirone, della vicenda si torna a parlare nell’estate dell’anno
dopo, quando Berlusconi è alle prese con un ingente affare appunto legato
all’Italcasse e al crac dei palazzinari andreottiani Caltagirone: “I Caltagirone e le loro
società sono stati dichiarati falliti e tutto è in mano alla magistratura, ma le banche
(con in testa l’Italcasse) sperano ancora di concludere un compromesso
extragiudiziale dal quale ricavare qualcosa in più che dal fallimento. Il patrimonio
immobiliare è di circa un milione di metri quadri, anche se molti immobili sono da
ultimare. Chi se lo aggiudica può farci sopra un guadagno di molti miliardi, e
Berlusconi oggi avrebbe particolarmente bisogno di sostanziosi guadagni [ ... ]. Fino
a poco tempo fa, infatti, era convinto di potersi aggiudicare. “L’affare Caltagirone”
senza difficoltà.. Grazie a vari legami, si era assicurato l’appoggio del presidente
dell’Italcasse Remo Cacciafesta, molto vicino (anche se non solo) al presidente del
Senato Animatore Fanfani, che in più circostanze ha dimostrato grande simpatia per
Berlusconi. Cacciafesta è arrivato all’Italcasse dopo una sorta di compromesso tra
Fanfani e Giulio Andreotti, interessato a vedere chiuso l’affare Caltagirone.
Occupandosi di questa vicenda, Berlusconi, dunque, oltre che molti miliardi,
potrebbe conquistare la riconoscenza dei due leader Dc. Ma quando era ormai in
dirittura d’arrivo è arrivata alle banche l’offerta di un temibile concorrente: il gruppo
svizzero Interprogramme, che fra l’altro gestisce il fondo d’investimento
Europrogramme. Per Berlusconi l’Interprogramme è pericolosa soprattutto per un
motivo: è in grado di disporre di decine di miliardi in contanti [ ... ], mentre lui è
comunque obbligato a far ricorso al credito di altre banche per rimborsare quelle
implicate nell’affare Caltagirone. Quando al consiglio Italcasse pochi giorni fa
sembrava che il presidente Cacciafesta potesse avviare a soluzione il problema con
l’offerta di Berlusconi, i consiglieri hanno richiesto invece un ulteriore appro-
fondimento delle offerte, dando mandato al direttore generale dell’Italcasse, Luciano
Maccari, di presentare alla seduta del 30 luglio le varie proposte più dettagliate” 22 .

Benché nel 1978-79 la scalata della triade Gelli-Berlusconi-Craxi al vertice della


Cariplo non raggiunga l’obiettivo, di li a qualche anno - nel 1986 - il presidente del
Consiglio Craxi e il suo sodale politico-affaristico Berlusconi riescono comunque ad
arrivare al vertice della potentissima Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde
attraverso l’insediamento di un presidente di loro stretta fiducia: il vicesegretario
della Dc Roberto Mazzotta.
Il legame di Berlusconi con Mazzotta (esponente della destra democristiana) era di
vecchia data. “In Lombardia e a Milano, un uomo di grande valore come Mazzotta ha
Berlusconi firma assegni destinati a malavitosi, e intrattiene dunque rapporti con la malavita romana. Se la famigerata
Banda della Magliana può 1avare" i proventi della droga, delle rapine e dei sequestri di persona, riciclandoli
nell'acquisto di terreni, società, costruzioni, ciò é anche grazie alle "attività" di Flavio Carboni, alle quali il berlusco-
niano Comincioli fornisce un decisivo contributo. Le cambiali sottoscritte dalla Elbis con la "girata" del prestanome di
Berlusconi, Comincioli, vengono consegnate nelle mani di Diotallevi, il quale provvede a recapitarle a Pippo Calò”;
cfr. G Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 144.
22
“Il Mondo", 1 agosto 1980.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

conquistato la federazione Dc, coagulando la sinistra anticomunista della Base e di


Forze Nuove, della Coldiretti, di Comunione e Liberazione”, annunciava
compiaciuto, nel 1977, l’allora palazzinaro milanese 23 ; e nel 1979, ormai effettivo nei
ranghi della Loggia massonica segreta P2, e legato al neo-segretario Psi Bettino
Craxi, confer mava: “Sono stato vicino a Mazzotta e ai suoi amici e a quanti
cercavano di fare della Dc un partito moderno”. Fatto è che nel 1986 Roberto
Mazzotta lascia la vicesegretaria Dc e si insedia al vertice della Cariplo.
Nel febbraio del 1994, mentre la Cariplo risulta essere la banca più esposta
(insieme alla Comit) verso l’indebitatissima Fininvest avendole accordato ingenti
finanziamenti, il suo presidente Roberto Mazzotta finirà in carcere per corruzione,
ricettazione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Pochi giorni dopo, il
12 febbraio, verrà arrestato anche Paolo Berlusconi per una vicenda di ordinaria
corruzione inerente la stessa Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: “Paolo
Berlusconi [ ... ] è accusato di aver corrisposto all’ex segretario del Fondo pensioni
della Cariplo, Luigi Mosca, somme pari al 4 per cento del valore degli immobili
costruiti a Milano 3 dalla sua Cantieri riuniti milanesi al fine di favorirne la vendita
all’istituto: due volte 300 milioni per i complessi residenziali “Il Giunco 1 e 2” ceduti
il 10 maggio 1983 e il 17 aprile 1984 per 7 miliardi e 300 milioni l’uno, ed altri 310
milioni per “I Faggi” venduti il 21 marzo 1986 per 7 miliardi e 550 milioni [ ... ].
All’epoca dei fatti, la Cantieri riuniti milanesi era interamente controllata dalla
Fininvest di Silvio Berlusconi. I magistrati contestano la corruzione al fratello Paolo
come “responsabile" della società nel cui consiglio d’amministrazione non sedeva, ed
egli del resto ha spiegato ieri che trattava da “operativo” in quanto presidente della
Edilnord, la cui struttura commerciale seguiva le compravendite. Altro nodo sciolto
dai magistrati è quello della veste giuridica dei funzionari Cariplo che si sostiene
corrotti: “Incaricati di pubblico servizio, e comunque pubblici ufficiali”, sul
presupposto che il Fondo pensioni gestisce in maniera esclusiva ed alternativa
all’Inps le prestazioni previdenziali dei dipendenti, tanto da rientrare sotto l’ala del
ministero del Lavoro”. 24
Tra i rinviati a giudizio per gli “affari” detti “tangenti Cariplo”, oltre al
presidente Mazzotta e a Berlusconi (Paolo), vi sarà anche Bettino Craxi.

23
Cfr. M. Pirani, Quel Berlusconi l'è minga un pirla, La Repubblica 15 luglio 1977. Nel corso della stessa intervista,
Pirani gli domanda: “Come pensa di impegnarsi a favore di queste forze?”, e l'intervistato risponde: “Non certo pagando
tangenti ... ”.
24
“Il Giorno", 12 febbraio 1994.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Leoni, Lupi e Cavalieri

Cinque settimane prima di venire ucciso, Pecorelli era tornato a occuparsi della
vicenda Berlusconi-Cariplo-Italcasse; col titolo Berlusconi lupo di mare per la
Cariplo, “Op” del 13 febbraio 1979 scriveva: “Festa grande a Cap d’Antibes il 27
dicembre. Il costruttore milanese, creato cavaliere del lavoro nell’ultima infornata di
Leone Giovanni, ha invitato nel suo yacht il fior fiore della stampa lombarda,
rappresentata da Nutrizio, Di Bella e Montanelli. Tra caviale sorrisi e champagne, si
sarebbe parlato della presidenza della Cariplo e del modo più acconcio per assicurarsi
la successione a Giordano Dell’Amore, il cui prestigio è stato giudicato troppo scosso
dalla vicenda Italcasse”.

Il 2 giugno 1977, in occasione del trentunesimo anniversario della Repubblica, il


Capo dello Stato Giovanni Leone - su proposta del ministro dell’Industria Carlo
Donat Cattin di concerto col ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora - aveva
conferito l’onorificenza di Cavaliere al merito del lavoro ad alcuni “cittadini distintisi
per particolari benemerenze nei vari settori dell’economia nazionale”; tra gli insigniti
dell’alta onorificenza, il palazzinaro andreottiano Gaetano Caltagirone, e il
palazzinaro milanese Silvio Berlusconi.
Un mese più tardi, il neo-Cavalier Berlusconi aveva reso pubblico il suo
sostegno a due correnti della Democrazia cristiana: quella di Base, capeggiata dal
ministro dell’Agricoltura Marcora, e quella di Forze Nuove, guidata dal ministro
dell’Industria Donat Cattin, annunciando che avrebbe messo a loro disposizione i
suoi mass media, “Telemilano” e “Il Giornale nuovo” 25 .

Dichiarerà il piduista Bruno Tassan Din alla Commissione parlamentare


d’inchiesta sulla P2: “Io e Rizzoli incontrammo Gelli nello studio di Donat Cattin,
che era ministro dell’Industria. Ero stato accompagnato da un certo Giasoli [Ilio
Giasoli], uomo di fiducia di Donat Cattin e grande amico di Gelli”.

In una lettera inviata alla stessa Commissione, il generale massone Salvatore


Scibetta (tessera P2 1773) scriverà tra l’altro: “Incrociai Gelli all’Hotel Excelsior
durante un ricevimento offerto dai Cavalieri del Lavoro [ ... ] al quale partecipai in
rappresentanza della Guardia di Finanza”.

I rapporti tra il Venerabile maestro e il Presidente della Repubblica “Leone Giovanni"


erano di vecchia data, come racconterà lo stesso Gelli: “L’avv. Venturi [che nel 1971
era] in società col sen. Giovanni Leone, mi rivolse un invito e una preghiera molto
delicati [ ... ]: ero disposto ad appoggiare, nell’ambito dei numerosi confratelli iscritti
alla Loggia P2 e dei loro amici e parenti, la elezione di Giovanni Leone a Presidente
della Repubblica? L’interessato, a nome del quale l’avv. Venturi stava parlandomi,
avrebbe ricordato in eterno il mio intervento e, da buon napoletano, non avrebbe
25
Cfr. "La Repubblica” 15 luglio 1977.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

trascurato un’occasione per manifestarmi la sua riconoscenza. Risposi che poteva fare
assegnamento su di me e che mi sarei messo subito in azione, iniziando una
penetrante campagna presso quei gruppi di potere che avrebbero potuto orientare
buona parte dell’elettorato a vantaggio di Giovanni Leone. Il giorno prima delle
elezioni, nella mia qualità di segretario organizzativo della Loggia massonica P2,
scrissi al senatore Leone per confermargli che avevo mantenuto pienamente
l’impegno assunto con il collega Venturi [ ... ]. L’avv. Venturi mi espresse più di una
volta i suoi personali ringraziamenti e quelli entusiastici del neo-presidente. In epoca
successiva, il Gran Maestro Lino Salvini e io fummo ricevuti al Quirinale.
L’accoglienza del Presidente Leone fu quanto mai cordiale, anzi calorosa. In quella
occasione gli consegnammo, ritenendolo la sola autorità dello Stato competente a
riceverlo, un progetto di riforma costituzionale che avevo denominato “Schema R”. Il
Presidente ascoltò con interesse la mia esposizione, quindi ci assicurò che avrebbe
preso visione del progetto [ ... ]. Mi espresse il suo compiacimento per lo spirito di
collaborazione che mi animava e mi invitò a tenermi in contatto con il suo segretario
particolare, dott. Nino Valentino, per ogni altra futura eventualità” 26 .
Il Di Bella che, secondo Pecorelli, il 27 dicembre 1978 si trovava ospite dello yacht
del piduista Berlusconi a Cap d’Antibes, era il direttore del “Corriere della Sera”
Franco Di Bella, da poche settimane anche lui effettivo nei ranghi della Loggia P2
(tessera 1877, codice massonico E. 19.78, data affiliazione 10 ottobre 1978).
Deponendo in veste di testimone nell’ambito del processo P2 presso la Corte
d’Assise di Roma, il 3 novembre 1993, Berlusconi sosterrà di essersi affiliato alla
setta gelliana ritenendola una “normale” Loggia massonica, anche perché
“rassicurato” sul conto del Venerabile maestro dall’amico Franco Di Bella, il quale
infatti “conosceva, stimava e apprezzava” Licio Gelli; ma soprattutto, il tycoon della
Fininvest ribadirà la stravagante tesi di essere entrato nella P2 per compiacere il suo
caro amico Roberto Gervaso: “II motivo principale [della mia affiliazione alla P2] è
stato l’insistenza di Roberto Gervaso, che è un mio carissimo amico... Lui aveva
bisogno di scrivere sul “Corriere della Sera”, e voleva rendersi utile [alla Loggia]27 ...
Ci fu anche un altro motivo, diciamo così, pratico: Gervaso mi andava dicendo che
Gelli era molto introdotto presso le autorità politiche argentine, e che in Argentina si
doveva sviluppare una grande serie di lavori pubblici. lo allora ero presidente di un
Consorzio per l’edilizia industrializzata ... ”.
Il controllo da parte della P2 del più diffuso quotidiano italiano -controllo dapprima
finanziario, e quindi editoriale - risaliva al 1977, e aveva visto protagonista della
manovra, insieme al Venerabile Gelli e al banchiere Roberto Calvi, lo stesso
Berlusconi. In un suo libro autobiografico, Di Bella scriverà: “Un giorno [settembre

26
L. Gelli, La Verità, Demetra, Lugano 1989, pagg. 271-74. Le "indiscrezioni" di Pecorelli prendevano costantemente
di mira anche il presidente Leone; all'indomani dell'omicidio Pecorelli, emergerà come da ambienti del Quirinale
fossero stati effettuati tentativi di "comperare" il silenzio di "Op% ma senza successo poiché -secondo la stampa - gli
avversari di Leone "pagavano di più".
27
Gervaso risulta essersi affiliato alla Loggia P2 il 26 gennaio 1978 (tessera 1813), cioè lo stesso giorno che vi si affiliò
Berlusconi. La versione fornita ai giudici dal tycoon della Fininvest è quindi implausibile.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

1977, NdA] venne a trovarmi a Bologna Silvio Berlusconi. Non mi legavano allora a
Berlusconi vincoli di particolare familiarità [ ... ]. Silvio Berlusconi, cointeressato
nell’editoriale del “Giornale nuovo” di Indro Montanelli, mi fece presente che, come
coeditore, avrebbe dovuto sperare in un mio rifiuto [ad accettare la direzione del
“Corriere della Sera”, NdA] perché il suo giornale avrebbe avuto sicuramente
maggiore spazio di diffusione con un “Corriere” tutto a sinistra [quello diretto da
Piero Ottone, NdA]. Ma un “Corriere” che fosse riportato su una via meno radicale
gli premeva più dei suoi personali interessi” 28 .
Il giornalista piduista Roberto Gervaso, da parte sua, scriveva al Venerabile
maestro (padrino del “Corriere della Sera”) una lettera del seguente tenore: “Caro
Licio, [ ... ] al "Corriere" stanno succedendo cose molto gravi. Il Barba [l’editore
piduista Angelo Rizzoli, NdA], a dispetto di tanti discorsi [ ... ], ha imposto a Di Bella
l’assunzione di quelli che sono, forse, i due radical-chc più rappresentativi della
nostra cultura: Enzo Siciliano [ ... ] e Alberto Arbasino [ ... ]. Io, caro Licio, credimi,
a questo punto non capisco più niente. Ho il timore che il Barba ci stia prendendo
tutti per i fondelli. Dice una cosa, e fa l’opposto [ ... ]. Ho chiesto a Di Bella di farmi
collaborare al “Corriere” [ ... ]. t bene che tutti capiscano che blandire i nemici non
serve a niente. Restano nemici. Bisogna premiare gli amici. [ ... ]. Oggi Di Bella
parlerà della mia collaborazione con Tassan Din e il Barba. Vedi di fare, se puoi, una
telefonata a Tassan Din, affinché non mi metta i bastoni tra le ruote [ ... ].
T’abbraccio, tuo Roberto”.

Stando alla nota di “Op”, oltre a Di Bella (direttore del più importante quotidiano
nazionale) e a Nino Nutrizio (direttore del quotidiano lombardo “La Notte”) a Cap
d’Antibes il piduista “aspirante banchiere” Berlusconi, intenzionato a scalare il
vertice della Cariplo, ospitava anche Indro Montanelli, direttore-fondatore del
quotidiano milanese “Il Giornale nuovo”.
Del “Giornale nuovo”, Berlusconi nella primavera del 1977 era divenuto azionista col
12 per cento delle quote, primo passo verso la progressiva acquisizione del controllo
del quotidiano. Un’acquisizione non imprenditoriale, bensì dichiaratamente
politica 29 ; un’acquisizione di potere finanziariamente assai onerosa 30 ma connessa al
“Piano” piduista di progressiva infiltrazione e conquista dei mass media, non a caso
condotta in parallelo anche dal Venerabile maestro in persona: “Montanelli mi
illustrò le difficoltà del suo “Giornale” e mi pregò di fargli avere un finanziamento da
qualche istituto dì credito [ ... ]. Provvidi presentandolo al Banco Ambrosiano che gli
28
F. Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, Milano 1982, pag. 278. In pratica, il piduista Berlusconi si occupava della
direzione del piduista "Corriere della Sera” pur essendo l'editore del concorrente '11 Giornale"...
29
In una lettera al "Corriere della Sera" (10 dicembre 1993), Berlusconi confermerà: “Nella seconda metà degli anni
Settanta, quando il Pci di Berlinguer iniziava la sua lunga marcia nella consociazione politica con la Dc, forte anche
adora di successi elettorali e di una quantità di applausi opportunisti, entrammo nell'editrice del "Giornale" di
Montanelli”.
30
I bilanci del "Giornale nuovo" risulteranno sempre gravemente passivi, con un deficit esponenziale di anno in anno: il
presunto "magico imprenditore" non riuscirà a compiere alcun miracolo...
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

accordò un’apertura di credito. In una successiva occasione, gli ottenni un incontro a


colazione con il presidente, Roberto Calvi” 31 .

Nell’estate dei 1980, la proverbiale riottosità di Montanelli entra in collisione


con gli interessi piduisti rappresentati da Berlusconi (ormai azionista di controllo del
“Giornale” col 37,5 per cento): “Berlusconi ha dovuto far rientrare una lettera di
dimissioni presentata contro di lui da Montanelli: il più famoso giornalista d’Italia ha
protestato contro l’interferenza di Berlusconi in una serie di articoli dedicati al
banchiere [piduista] Roberto Calvi e che il giovane azionista del “Giornale” aveva
cercato di bloccare” 32 .

Montanelli verrà indotto a lasciare la direzione del “Giornale” nel gennaio del
1994, reo di non voler schierare il quotidiano a sostegno della candidatura politica del
suo editore-padrone 33 ; nell’occasione, l’anziano direttore dichiarerà: “C’erano già
stati [negli anni Ottanta, NdA] degli stridori, tra di noi, quando [Silvio Berlusconi]
pretendeva che “Il Giornale” si schierasse con Craxi [ma io] non volevo legare le
sorti del giornale a un partito” 34 .

31
"Panorama", 24 maggio 1992.
32
“Il Mondo” 1 agosto 1980. In un appunto datato 7 luglio 1980 e rinvenuto tra le carte sequestrate al Venerabile
maestro a Castiglion Fibocchi, Gelli registrava il contrasto fra Montanelli e Berlusconi, e annotava: “Stiamo cercando di
rimediare perché la cosa èassai grave in quanto sappiamo che Montanelli è legato all'Avvocato di Torino”.
33
Nel 1992, la proprietà dei "Giornale" è stata intestata da Berlusconi al fratello prestanome Paolo, allo scopo di
aggirare il dispositivo anti-concentrazione della già compiacente legge Manuni.
34
“L’Unità”, 10 gennaio 1994.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Associati a delinquere

Il formidabile imprenditore che secondo la truffaldina mitologia berlusconiana stava


“facendosi da sé” senza “appoggi” né “aiuti”, lo straordinario self made man che
stava edificando dal nulla un impero economico col solo ausilio della sua
fantasmagorica genialità, a metà anni Settanta era in realtà un palazzinaro tanto
ambizioso quanto spregiudicato, oscuramente finanziato, in procinto di scalare la
vetta del potere politico-affaristico; la sua avventura edilizia era giunta infatti al
capolinea, come rilevava Pecorelli. Nella sua scalata, Berlusconi si avvaleva di due
strade parallele e convergenti: quella del potere occulto massonico-affaristico del
Venerabile maestro Licio Gelli, e quella del potere politico-affaristico della destra Dc
e dei Psi di Bettino Craxi.

Licio Gelli diviene Gran maestro della Loggia massonica “coperta” Propaganda 2 il 9
maggio 1975; Bettino Craxi viene eletto alla segreteria del Psi il 15 luglio 1976 35 .
Non a caso, è tra il 1975 e il 1980 che la Loggia gelliana dispiega la sua corruttiva
opera di infiltrazione nei gangli vitali dello Stato e nell’ambito dei mass media; non a
caso, è nella seconda metà degli anni Settanta che Bettino Craxi si consolida al
vertice del Psi come nuovo “uomo forte” dei potere politico nazionale, mentre la
destra democristiana, dopo la morte di Aldo Moro, assume la leadership della Dc. E
non a caso, è tra il 1975 e il 1980 che si pongono le basi del gruppo
politico-affaristico Fininvest, ed è in quello stesso periodo che Berlusconi esce allo
scoperto, affacciandosi alla ribalta dell’imprenditoria nazionale in forza dei suoi
legami di potere.

Benché ufficialmente affiliato alla Loggia massonica segreta in data 26 gennaio 1978
(tessera 1816, codice E 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, versamento per quote ‘78
L. 100.000 con ricevuta no 104 del 5-5-78) 36 , i contatti di Berlusconi col Venerabile
maestro e con gli ambienti piduisti erano antecedenti.
Infatti, il segreto “Piano di rinascita” elaborato dalla P2 tra il 1975 e il 1976
conteneva un preciso riferimento all’attività di Berlusconi, là dove prevedeva la
necessità di introdurre nell’ordinamento una “nuova legislazione urbanistica
favorendo le città satellite” (e il primo e il solo costruttore italiano alle prese con
14città satellite" era per l’appunto Berlusconi con Milano 2). Inoltre, fin dal luglio
35
L'elezione di Craxi (esponente della corrente autonomista) a segretario dei Psi in sostituzione di Francesco De
Martino è resa possibile dal voto della stessa corrente demartiniana guidata dal leader Enrico Manca. Il nome di Manca
risulterà negli elenchi della Loggia P2 (tessera 2148, codice E.15.80); nel "Piano di rinascita" piduista il nome di Craxi
era espressamente indicato quale possibile referente della Loggia gelliana e dei suoi disegni autoritari. Nella primavera
del 1994, Craxi e Gelli verranno rinviati a giudizio e condannati in primo grado per concorso in bancarotta fraudolenta
in relazione al crac del Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi (il quale finanziava il Psi anche attraverso il conto
svizzero "Protezione").
36
Berlusconi verrà riconosciuto colpevole di falsa testimonianza (sentenza della Corte d'Appello di Venezia, maggio
1990) per avere posticipato al 1981 la data della sua affiliazione alla loggia gelliana, data che la Commissione
parlamentare d'inchiesta aveva invece accertato essere quella dei 26 gennaio 1978, come indicato negli elenchi del
Venerabile maestro.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

1977 Berlusconi aveva espresso tesi e concetti politici totalmente coincidenti con i
“presupposti politici” indicati nel segretissimo “Piano” piduista, esplicitando
l’utilizzo dei suoi mass media (“Il Giornale nuovo” e “Telemilano”) in chiave di
strumento politico “anticomunista” esattamente come indicato nel “Piano” della
Loggia segreta 37 .
La stessa genesi del gruppo Fininvest si sviluppa all’ombra della Loggia
massonica segreta. Il 21 marzo 1975 viene costituita a Roma la Fininvest srl (che il
successivo 11 novembre viene trasformata in “spa” e trasferita a Milano): l’identità
dei suoi promotori è occulta perché coperta dallo schermo di due fiduciarie - Servizio
Italia spa e Società azionaria fiduciaria spa 38 - facenti capo alla Banca Nazionale del
Lavoro, istituto di credito infiltrato e controllato dalla Loggia P2. L’8 giugno 1978, le
due fiduciarie Bnl costituiscono la Fininvest Roma srl. Il 26 gennaio 1979, la
Fininvest Roma srl delibera l’incorporazione per fusione della Fininvest spa di
Milano; il successivo 28 giugno, la Fininvest Roma srl assume la nuova
denominazione di Finanziaria di Investimento-Fininvest srl, e trasferisce la propria
sede sociale a Milano.
L’occulto divenire del gruppo Fininvest e le scorribande berlusconiane e
gelliane nei segreti meandri del credito bancario si avvalgono di coperture e
complicità ai massimi livelli. La Loggia P2 non controlla -soltanto il vertice della
Banca Nazionale del Lavoro 39 e le due fiduciarie Bnl che danno origine alla
37
Il “Pìano” prevedeva infatti “l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della stampa locale e della
Tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo dei Paese”, e la
corruzione di giornalisti ai quali “affidare il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici” acquisiti ai disegni
della Loggia. Berlusconi, nel '77, dichiarava la sua intenzione di “mettere a disposizione” degli esponenti della destra
Dc i suoi mass media.
38
“Servizio Italia è presente in tutte le vicende dei bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona. Della Capitalfin di
Nassau (esotico "paradiso fiscale” una delle “casseforti" sindoniane, presidente è Alberto Ferrari, ai tempi anche
presidente della Bnl; segretario è Gianfranco Graziadei, che è anche direttore generale di Servizio Italia - Ferrari e
Graziadeí risulteranno entrambi affiliati alla Loggia segreta P2. Gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din
operano attraverso Servizio Italia. I maneggi piduisti con la casa editrice Rizzoli e il "Corriere della Sera" si avvalgono
di Setvizio Italia. La miliardaria operazione speculativa con la Savoia Assicurazioni da parte della Loggia P2 è curata da
Servizio Italia, così come i traffici di Gelli con 217 mila azioni Italimmobiliare. Il Venerabile maestro della Loggia P2
scrive all'affiliato Tassan Din indirizzando non già al suo domicilio privato o presso la Rizzoli, bensì presso la sede di
Servizio Italia. Nel luglio 1982, pochi giorni prima dei suo arresto in relazione alla morte dei banchiere piduista Roberto
Calvi, il faccendiere Flavio Carboni disporrà l'intestazione fiduciaria delle sue società a Servizio Italia... t dunque
assodato che Servizio Italia, formalmente Bnl, èpienamente controllata dalla Loggia P2, e che dietro il suo schermo si
celano anche società e interessi di ogni sorta.
“Quanto alla Società azionaria fiduciaria, negli anni in cui essa concorre, con Servizio Italia, a creare le fondamenta del
gruppo Fininvest, l'età media dei suoi dirigenti è prossima agli 80 anni [ ... ]. Risulta dunque del tutto implausibile
l’attribuzione a un gruppo di funzionari ottuagenari degli ambiziosi e avveniristici progetti che sottendono la nascita del
gruppo Fininvest: progettazione, costruzione, commercializzazione di "città satellite" e annessi servizi, ma anche
trasporti aerei privati, attività parabancarie, televisione commerciale... t evidente che 1a mente", il "centro propulsore"
dei grandioso programma "a tutto campo" è altrove, e precisamente nella Loggia massonica segreta Propaganda 2 e nel
suo “Piano” per il controllo politico-economico del Paese”; G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg. 107-08.
39
Tra i piduisti insediati ai vertici della Bnl e agli ordini del Venerabile maestro, sei controllavano tutta l'attività
operativa della banca: Mario Diana (responsabile del Servizio titoli e Borsa, tessera P2 1644 col grado di "maestro"),
Bruno Lipari (direttore centrale delle filiali, tessera P2 1919 col grado di "maestro"), Gustavo De Bac (direttore centrale
per gli affari generali, tessera P2 1889 col grado di “apprendista” Gianfranco Graziadei (amministratore delegato, e
direttore generale di Servizio Italia, tessera P2 1912 coi grado di “maestro” Alberto Ferrari (già direttore generale della
Bnl, e infine responsabile del settore estero, tessera P2 1625 col grado di “maestro” e Raffaele Guido (responsabile
relazioni esterne).
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Fininvest: affiliato alla Loggia segreta è anche il ministro andreottiano Gaetano


Stammati (tessera P2 1636), alle Finanze nel V governo Moro (1976) e ministro del
Tesoro nel III governo Andreotti (1976-78); dopo il piduista Stammati, al ministero
del Tesoro (responsabile della politica creditizia, e detentore del capitale Bnl) si
insedierà il democristiano Filippo Maria Pandolfi (1978-80), del quale Berlusconi, fin
dal 1977, era andato tessendo pubblici elogi 40 benché Pandolfi fosse un politico di
assai modesta levatura nell’ambito della stessa Dc. Ma la banda gelliana controllava
soprattutto la Guardia di Finanza: piduisti erano sia il corrotto comandante del Corpo,
generale Raffaele Giudice (tessera P2 1634), sia il capo di Stato maggiore della Gdf
generale Donato Lo Prete (tessera P2 1600).

Nel 1980, il fratello piduista costruttore di “città satellite” (Milano 2) è alle prese con
speculazioni edilizie in Sardegna, dove intende edificare Olbia 2. Suo
rappresentante-prestanome è il funzionario Fininvest Romano Comincioli, il quale è
in società - in nome e per conto di Berlusconi - col faccendiere Flavio Carboni (a sua
volta in traffici col banchiere piduista Roberto Calvi).
È per via della progettata speculazione a Olbia 2 che il nascente gruppo
Fininvest allaccia rapporti col “fratello” Armando Corona, futuro Gran maestro della
massoneria italiana (verrà eletto al vertice del Grande Oriente d’Italia nel marzo
1982). “Conobbi il Carboni nel gennaio 1981”, dichiara il Gran Maestro Corona al
Tribunale di Milano nel 1982; “All’epoca io ero presidente dell’Assemblea regionale
sarda [ ... ]. Il Carboni mi parlò appunto di questa sua attività e mi disse che intendeva
presentarmi il signor Berlusconi Silvio, imprenditore milanese, che aveva interessi
con lui e che era orientato a operare in Sardegna. In effetti successivamente il
Carboni venne con il predetto Berlusconi ed entrambi mi dissero che avevano dei
grossi progetti per la Sardegna. Preciso che dai termini con i quali si esprimevano
traspariva chiaramente una comunanza di interessi, nel senso che apparivano soci nel
progetto del quale parlavano. Dissero in particolare che avrebbero voluto costruire
una seconda Olbia, Olbia 2”.
Secondo Emilio Pellicani (segretario-factotum di Carboni), “il periodo in cui Corona
inizia a prendere dei soldi da Carboni parte dal 1980, quando lui era ancora
presidente della Regione sarda. In quella occasione credo che abbia avuto da parte di
Carboni dei finanziamenti provenienti dal gruppo Berlusconi per l’operazione Olbia 2
[ ... ]. Carboni mi disse di aver già “bonificato” varie persone della Sardegna, tra cui
l’onorevole Corona, per circa 300 milioni, 200 dati all’on. Corona, e altri ad altre
persone... Lo so, perché ci furono addebitati 500 milioni che furono portati da Fedele
Confalonieri tutti in contanti a Cagliari mentre Carboni, Berlusconi e Corona erano a
Cagliari. Confalonieri [portò] 500 milioni in contanti [dentro una] valigetta
ventiquattr’ore”. Secondo il braccio destro di Carboni, altri 150 milioni (prelevati il
14 maggio 1981) sono serviti a corrompere i politici sardi: in questo caso ne avreb-
bero beneficiato la segreteria del presidente della Regione Angelo Roich per
“l’operazione Sardegna-Berlusconi”, e altri “politici sardi sempre in relazione alla
40
Cfr. Quel Berlusconi… “La Repubblica” 15 luglio 1977.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

famosa operazione”; complessivamente, secondo Pellicani, “Carboni aveva stabilito


con Berlusconi 7 miliardi di spese politiche. Era il costo politico dell’operazione
[Olbia 2]” 41 .

La Loggia massonica segreta Propaganda 2 (definita dal Presidente della Repubblica


Pertini “una associazione a delinquere”) viene “scoperta” dalla magistratura di
Milano il 17 marzo 1981. Lo scandalo porterà alla crisi dei governo Forlani 42 e
all’istituzione di una apposita Commissione parlamentare d’inchiesta.
Il 26 ottobre 1981, interrogato dalla Commissione parlamentare nella sua
qualità di affiliato alla Loggia, Berlusconi tra l’altro dichiara: “Mi sono iscritto alla
P2 nei primi mesi del 1978, su invito di Licio Gelli che conoscevo da circa sei mesi e
che avevo visto solo due volte. Ero convinto che la Loggia fosse parte del Grande
Oriente d’Italia. Non ho mai versato contributi [ ... ]. Gelli mi chiari che tramite la
Massoneria, organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro, e
contatti internazionali utili per la mia attività di presidente del Consorzio per
l’edilizia industrializzata. Non vi fu cerimonia di iniziazione; non ho avuto alcun
rapporto con altri affiliati Nulla so dei rapporti di Gelli con
Carmine Pecorelli”.
Ma l’ex senatore Sergio Flamigni, già componente della Commissione
parlamentare d’inchiesta, preciserà: “La deposizione di Berlusconi davanti alla
Commissione fu menzognera e reticente. Berlusconi menti quando affermò di non
avere versato contributi: il 22 marzo 1982 la Guardia di Finanza verificò la piena
corrispondenza tra la quota pagata di L. 100.000, la ricevuta trovata nell’ufficio di
Gelli, e i versamenti sul conto “Primavera” presso la Banca dell’Etruria che Gelli
utilizzava per i pagamenti delle quote degli affiliati. Menti quando negò la cerimonia
di iniziazione: la Commissione acquisì un documento proveniente dall’archivio di
Gelli in Uruguay nel quale, a fianco del nome “Berlusconi Silvio” vi era
l’annotazione “Juramento Firmado”. Berlusconi menti anche e soprattutto quando
affermò di non avere avuto alcun rapporto con altri affiliati: basti considerare tutti i
rapporti avuti con i banchieri piduisti del Monte dei Paschi di Siena e della Bnl, e a
quelli che intrattenne con giornalisti (Gervaso, Di Bella) e editori (Rizzoli e Tassan
Din). Del resto, la stessa storia della P2 dimostra come la falsa testimonianza sia essa
stessa prova di “appartenenza” alla Loggia segreta, proprio perché i “fratelli” piduisti
erano vincolati alla segretezza da un giuramento e da regole che li vincolavano alla
fedeltà alla Loggia”.
Nel corso della deposizione resa alla Commissione parlamentare d’inchiesta, il
piduista Bruno Tassan Din (amministratore delegato del gruppo Rizzoli-Corriere

41
Audizione di Pellicani presso la Commissione parlamentare P2, seduta dei 24 febbraio 1983 (Atti, tomo XXI, pag.
478). Roich smentirà ogni suo collegamento col progetto Olbia 2.
42
Nel gabinetto, gli stessi ministri Adolfo Sarti (Grazia e Giustizia) e Enrico Manca (Commercio Estero) risultavano
coinvolti nello scandalo. Rassegnarono le dimissioni perché affiliati alla P2 il capo di Stato maggiore della Difesa
Giovanni Torrisi, e i capi dei servizi segreti Giuseppe Santovito e Giulio Grassini.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

della Sera) confermerà: “Gelli era molto amico di Berlusconi, e in diverse occasioni
mi disse di fare degli accordi con lui sia nel settore della televisione che dell’editoria.
lo conoscevo Berlusconi direttamente, e questi in verità mi fece riferimento alla
opportunità di un accordo nel quadro anche dei contatti che lui aveva con Gelli”.
Al termine dei suoi lavori, la Commissione parlamentare d’inchiesta stabilirà
che la Loggia P2 “si è posta come motivo di inquinamento della vita nazionale
mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle
istituzioni secondo un progetto che mirava allo snervamento della democrazia... Tale
organizzazione, per le connivenze stabilite in ogni direzione e a ogni livello, e per le
attività poste in essere, ha costituito motivi di pericolo per la compiuta realizzazione
del sistema democratico”. La Loggia P2 verrà dichiarata sciolta a norma di legge.
Il Venerabile maestro Licio Gelli (latitante dal marzo 1981, arrestato in Svizzera nel
settembre 1982, evaso dal carcere ginevrino di Champ Dollon nel settembre 1983,
costituitosi in terra elvetica nel settembre 1987 e subito estradato in Italia) verrà
inquisito dalla magistratura per numerosi e gravissimi reati: omicidio Pecorelli;
concorso in bancarotta per il crac del Banco Ambrosiano, e quale mandante
dell’omicidio Calvi; costituzione di capitali all’estero; cospirazione politica;
cospirazione militare; spionaggio; interesse privato in atti d’ufficio; rivelazione di
segreti di Stato; finanziamento di gruppi armati a scopi eversivi; associazione sov-
versiva con finalità di strage; depistaggio di indagini; calunnia; millantato credito;
associazione a delinquere; truffa aggravata...
Nel dicembre 1988, il piduista Berlusconi - ormai potentissimo tycoon legato a
doppio filo al potentissimo Bettino Craxi - dichiara polemico: “Sono sempre in attesa
di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli”43 .
L’interessata "attesa" del tycoon piduista per le vicende giudiziarie del suo
Venerabile maestro verrà parzialmente appagata poco tempo dopo: nel 1992, Gelli
verrà condannato a 19 anni di carcere per concorso nella bancarotta del Banco
Ambrosiano; nel 1994, verrà condannato a 10 anni nell’ambito del processo per la
strage di Bologna del 2 agosto 1980 (“calunnia aggravata da finalità di terrorismo”);
ancora nel 1994, verrà condannato a 17 anni di reclusione dalla Corte d’Assise di
Roma per vari reati connessi alla vicenda della Loggia P2.

43
"Corriere della Sera", 15 dicembre 1988.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Il venerabile Berlusconi

Nell’ambito della inchiesta sulla massoneria “deviata” condotta dalla Procura della
Repubblica di Palmi, il 23 marzo 1994 (a quattro giorni dalle elezioni politiche) il
sostituto procuratore Maria Grazia Omboni dispone l’acquisizione degli elenchi dei
candidati nel partito-setta “Forza Italia”. Alcuni agenti della Digos eseguono l’ordine
del magistrato presso la sede romana del partito-Fininvest, suscitando la furente
reazione del suo messianico leader: “È una provocazione contro la libertà degli
italiani... Queste cose avvengono solo nei Paesi totalitari... La situazione in Italia sta
degenerando e trasformando una democrazia in uno Stato giustizialista e
poliziesco” 44 .
Ventiquattro ore dopo, il Pm Omboni viene convocata al cospetto della prima
commissione del Consiglio superiore della magistratura per "giustificare" il proprio
operato. “Per quattro ore la Omboni ha raccontato dei voti che alcune Logge coperte
della massoneria avrebbero dirottato su candidati di Forza Italia Ha rivelato
l’esistenza di una Loggia coperta che già sta lavorando per garantirsi appalti e
commesse per l’Anno Santo del Duemila. Ha accennato a un contributo di 100
milioni versato da Berlusconi all’ex ministro degli Esteri, il socialista Gianni De
Michelis”, scrive il settimanale “L’Europeo”. “La Omboni sostiene di avere deciso il
blitz a Forza Italia dopo avere ricevuto due rapporti dalla Digos, di Cagliari e di
Roma. E primo, datato 23 marzo, proverebbe gli stretti legami tra massoneria e
partito di Berlusconi. “La Digos di Cagliari”, ha detto la Omboni, "ci ha comunicato
che il potente gruppo massonico, che fa capo all’ex gran maestro del Grande Oriente
d’Italia Armando Corona, appoggia il partito ‘Forza Italia’. Lo provano alcune
intercettazioni telefoniche. In una, un certo Locatelli rassicura cosi Corona: ‘Tutti i
fratelli sono coinvolti, un mucchio di loro amici stanno organizzando club di Forza
Italia’. li rapporto della Digos riferisce poi di una conversazione tra un medico
(rimasto senza nome) e Ketty Corona, figlia dell’ex Gran maestro. Forza Italia, spiega
il medico, incontra qualche difficoltà nella raccolta delle firme per la presentazione
delle liste a Carbonia. ‘Avvisa tuo padre’, dice il misterioso dottore a Ketty, ‘e digli
di chiamare tutti i fratelli della zona, di mobilitarli, di muoverli, altrimenti non ce la
facciamo’”. La Omboni commenta: “Questi sono i dati dai quali già emergevano
buone ragioni per pensare che la massoneria, al di là della sua sbandierata apoliticità,
fosse impegnata nel sostenere alcune forze politiche in maniera del tutto occulta.
Apparentemente i massoni non vogliono occuparsi di politica, né interferire nelle
scelte elettorali dei fratelli. In realtà, e ciò emerge da molti atti processuali, vi sono
inviti a votare questo o quel candidato, non tanto perché appartenente ad un certo
partito bensì perché massone”. E l’ipotesi di lavoro su cui si basa la maxi-indagine
avviata dall’ex procuratore di Palmi Agostino Cordova, che vede indagate oltre 400
persone in tutta Italia, viene sintetizzata dalla Omboni con queste parole: “Secondo la
44
Nel coro delle vibrate proteste del partito-Fininvest per il puntuale operato del Prn Omboni, si distingue l'aspirante
onorevole berlusconata Tiziana Maiolo. Ottenuta l'agognata poltrona con l'elezione alla Camera, la Maiolo conferirà
adeguato spessore alla sua missione politica proclamando: “Bisognerebbe circoscrivere la prostituzione in zone lontane
dal centro cittadino, in aree apposite”.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

nostra ipotesi, la massoneria costituirebbe un partito trasversale che intende mettere


nei vertici di potere i suoi uomini di potere, fratelli e affiliati, palesi e no, per essere
poi in condizione di governare” [ ... ]. In gennaio la Procura di Palmi, sulla scia delle
stesse indagini, ha scoperto l’esistenza di una Loggia segreta, coperta dalle insegne di
una “società di servizi” che sarebbe servita per la trattazione di affari in vista
dell’Anno Santo previsto per il Duemila. “Il gruppo di affari”, ha spiegato la Omboni,
“mirava ad accaparrare commesse e appalti”. In Sardegna, poi, è venuta fuori la storia
del finanziamento di Silvio Berlusconi a Gianni De Michelis. “La Digos di Cagliari”,
ha spiegato la Omboni al Csm, “ha intercettato una conversazione in cui emerge un
incontro interessante. Una delle ex segretarie dell’onorevole De Michelis va a trovare
l’avvocato Frongia, massone, molto legato al Gran maestro Corona, e curatore di
molti dei suoi affari. La donna chiede a Frongia notizie sull’andamento dei club di
Forza Italia a Cagliari. Poi, tra le altre cose, racconta anche che nel giro di De
Michelis c’è inquietudine. Si teme che un’altra segretaria dell’ex ministro riveli ai
giudici che De Michelis avrebbe ricevuto da Berlusconi 100 milioni”. Così la
Omboni ha deciso, nonostante la vicinanza delle elezioni, di spedire la Digos a Forza
Italia. “Ma perché non ha aspettato le elezioni? Perché tanta fretta?”, chiede un
consigliere del Csm. E Omboni ribatte: “Per verificare se era in atto un’interferenza
nella propaganda elettorale, dovevamo capire cosa stava succedendo prima delle
elezioni” [ ... ]” 45 .
Dopo l’audizione, il Csm non adotterà alcun provvedimento disciplinare nei
confronti del Pm Omboni, né esprimerà censure verso il suo operato, la cui puntualità
troverà anzi una indiretta conferma il successivo 11 maggio, con l’arresto di quattro
“fratelli” della massoneria “deviata”: “Sono: il principe Giovanni Alliata di
Montereale, 73 anni, già coinvolto nel golpe Borghese, Sovrano dell’associazione
segreta Obbedienza; il colonnello Benedetto Miseria, Gran Maestro dell’Obbedienza
di Alliata; Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una Loggia coperta e fondatore del
Movimento Salvemini intitolato al grande storico Gaetano di cui è nipote; e Alfredo
Rasoli, segretario del Movimento Salvemini. L’accusa: il principe Alliata aveva
promesso al gruppo Solidarietà, la lista anti-Rutelli del colonnello Pappalardo, e in
particolare ai candidati Salvemini e Rasoli, un finanziamento di 500 milioni e 2500
voti a patto della loro affiliazione alla sua Loggia segreta. Le prove: 45 intercettazioni
telefoniche fatte tra il giugno ‘93 e l’aprile di quest’anno. Scrivono i giudici del pool
di Palmi che ha condotto l’inchiesta: “Ernergono in maniera inequivocabile le finalità
illecite che la Loggia persegue come centro di affari attraverso non ben definibili
collegamenti con il Vaticano, con la famigerata Banda della Magliana, con l’Fbi e i
servizi segreti americani [ ... ]. Risulta che Alfredo Rasoli, vero braccio destro di
Salvemini, si è presentato alle recenti consultazioni politiche in qualità di presidente
di un club di Forza Italia, mentre Antonio Pappalardo, già candidato per la lista
Solidarietà democratica facente capo al Salvemini, parteciperà come testimonial a un
incontro elettorale organizzato dal club di Forza Italia”. I giudici scrivono anche che
“tale Gustavo Selva [il cui nome era negli elenchi di affiliati alla Loggia P2, NdA],

45
“L'Europeo”, 6 aprile 1994.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

già appartenente al Movimento Salvemini, ha avanzato la sua candidatura nelle liste


di Forza Italia su sollecitazione dello stesso Salvemini che a tale scopo aveva
convocato una riunione”” 46 .
A distanza di tredici anni dalla “scoperta” della Loggia segreta del Venerabile Gelli,
il 16 aprile 1994 la seconda sezione della Corte d’Assise di Roma emette la prima
sentenza giudiziaria sul conto di alcuni esponenti della banda massonica P2.
Nell’ambito del procedimento, a Gelli non viene addebitata la principale accusa –
“cospirazione politica mediante associazione” - perché estradato dalla Svizzera con
esclusione di tale imputazione: ma il Venerabile viene comunque condannato a 17
anni di reclusione perché riconosciuto colpevole di millantato credito, di calunnia e
procacciamento di notizie segrete 47 .
Con una sentenza che ribalta le conclusioni cui era pervenuta la Commissione
parlamentare d’inchiesta, e che disattende la stessa requisitoria dei Pm Elisabetta
Cesqui (“La P2 è stata un’associazione delittuosa volta a commettere molteplici atti
di spionaggio, di violazione di segreti rilevanti per la sicurezza nazionale. Un’as-
sociazione tesa a modificare la Costituzione dello Stato con mezzi non consentiti e
diretta a turbare l’esercizio e le prerogative del governo e del Parlamento”), la Corte
d’Assise assolve gli imputati dall’accusa di cospirazione politica.
Mentre il Pm Cesqui annuncia il ricorso in Appello, la sentenza “assolutoria”
desta sensazione nel mondo politico 48 . L’ex magistrato Ferdinando Imposimato
commenta: “Che brutto segnale. La massoneria e la P2 stanno recuperando su tutti i
fronti. Purtroppo anche in magistratura”.
Il più illustre degli affiliati alla Loggia segreta, il presidente del Consiglio
incaricato Berlusconi, dichiara: “Significa che non c’erano gli estremi per una
sentenza diversa... Saranno gli storici a giudicare se quella cosa [la Loggia P2, Nd4]
è stata uno scoop giornalistico prolungato o qualcosa di più sostanzioso”. Commenta
Alessandro Galante Garrone: “ [A Berlusconi] si deve rispondere che, allo stato degli
atti, non abbiamo alcun diritto di affermare o escludere la sussistenza di quegli
“estremi”. E mi pare, inoltre, piuttosto ingenuo rimettersi, come egli fa, agli "storici"
del futuro. Prima degli storici, altri giudici dovranno pronunciarsi in questa causa.
Detto questo, non possiamo tacere una certa inquietudine che questa decisione ha
suscitato in noi. Da anni ormai abbiamo avuto la possibilità di conoscere tutti gli
elementi raccolti da una famosa Commissione parlamentare, e la precisa e
documentata relazione di maggioranza, redatta dalla sua presidente Tina Anselmi,
una delle persone più serie, oneste, coraggiose della nostra vita parlamentare. Siamo
veramente ansiosi di sapere quali documenti e argomenti siano stati portati,
dall’odierna sentenza, per infirmare o distruggere quella relazione” 49 .
46
"L'Espresso", 27 maggio 1994. Di questa specifica vicenda connessa alla sua indagine e ai candidati di “Forza Italia”,
il Pm Omboni aveva esplicitamente parlato nel corso della sua audizione davanti al Csm.
47
Viene condannato anche il generale Gianadelio Maletti, ex ufficiale del Sid, per sottrazione di documenti segreti poi
rinvenuti nell'abitazione del direttore di "Op" Carmine Pecorelli.
48
Esulta il Venerabile maestro: “P la conferma che la storia della Loggia P2 è una delle tante tristi favole all'italiana”.
49
“La Stampa”, 17 aprile 1994.
GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO

Nel governo di destra scaturito dalle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994 e
guidato dal piduista Berlusconi, trova posto, quale ministro dei Trasporti, l’ex
democristiano e neo-neofascista Publio Fiori, il cui nominativo era presente negli
elenchi P2 (tessera 1878, codice E. 19.78, data affiliazione 10 ottobre 1978). Alla
presidenza della Commissione Affari costituzionali della Camera, la maggioranza
governativa (formata dal partito-Fininvest con neofascisti e leghisti) insedia Gustavo
Selva, indicato negli elenchi piduisti con tessera 1814, codice E. 19.78, data di
affiliazione 26 gennaio 1978 (cioè lo stesso giorno nel quale si era affiliato il
“fratello” Berlusconi).
All’importante dicastero degli Esteri, il presidente del Consiglio piduista
nomina l’ex “aspirante piduista” Antonio Martino, a proposito del quale Sergio
Flamigni conferma: “Tra i documenti sequestrati al Venerabile maestro vi era la
domanda di affiliazione alla Loggia segreta firmata da Antonio Martino e inoltrata a
Gelli poco prima che scoppiasse lo scandalo. Le aspirazioni piduiste del
berlusconiano professor Martino forse rientrano nella tradizione della sua famiglia: il
nome di suo padre – l’on. Gaetano Martino - era infatti compreso nell’elenco dei
massoni iscritti alla P2 e restituiti al Grande Oriente nel 1975, elenco consegnato da
Salvini e Gelli ai giudici di Firenze che indagavano sul delitto del magistrato romano
Vittorio Occorsio”.
Nella disputa che si accenderà per la carica di presidente dei deputati di “Forza
Italia”, si fronteggeranno le candidature degli onorevoli Alessandro Meluzzi e
Umberto Cecchi, entrambi affiliati alla massoneria.

Il 17 luglio 1994, il presidente del Consiglio Berlusconi ha un “incontro riservato”


con l’ex presidente Ciriaco De Mita. L’incontro tra i due avviene a Roma, in via
Nicotera 8, presso lo studio del consulente Fininvest avvocato Elio Siggia.
Siggia, già giudice tutelare della Corte d’Appello di Roma, era stato
allontanato dalla magistratura perché effettivo nei ranghi della Loggia P2 (tessera
1888, data affiliazione 10 ottobre 1978). Nel 1993, Siggia era stato eletto segretario
della “Lega meridionale” il nuovo “partito politico” fondato nel 1989 dal Gran
maestro della massoneria di rito scozzese Giorgio Paternò con segretario il Gran
maestro della Loggia Giustizia e Libertà Egidio Lunari. “Nel novembre del 1990, in
un [affollato] albergo romano, la “Lega meridionale” [aveva fatto] la sua prima
uscita. Unica personalità presente: don Vito Ciancimino” 50 .

50
F. Forgione, P. Mondani, op. cit., pag. 131.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Belzebù (o lo Spirito Santo)

Nella cupola dell’impero Fininvest, Marcello Dell’Utri non è, come scrive la stampa,
“il numero 3”, né “uno dei dirigenti”: è il numero Uno bis. Là dove Berlusconi è il
Padreterno, Dell’Utri è lo Spirito Santo - un potentissimo Belzebù nell’ombra, la cui
ombra è speculare alla 1uce" berlusconiana. Non a caso, Dell’Utri è stato il primo
amministratore della prima pietra societaria del futuro gruppo Fininvest (Immobiliare
San Martino, 1974); non a caso, rimarranno sempre nelle sue mani le chiavi della
cassa dell’impero (Publitalia ‘80, l’aorta finanziaria della Fininvest); e non a caso,
Dell’Utri sarà l’ideatore-regista-organizzatore del partito-setta “Forza Italia”.
Nell’artistica tomba-mausoleo fatta erigere da Berlusconi nei giardini della villa di
Arcore, infatti, è stato previsto anche il sacro loculo che ospiterà le spoglie del
Belzebù della Fininvest quando egli passerà a miglior vita.

Marcello Dell’Utri è stato - insieme all’altra entità della cupola Fininvest, Cesare
Previti - uno dei crocevia nell’oscuro divenire del gruppo politico-affaristico che ha
in Berlusconi il rappresentante ufficiale, ed è soprattutto attraverso l’ambigua figura
di Dell’Utri e il suo enigmatico ruolo che sull’impero Fininvest si staglia l’ombra di
Cosa Nostra.

***

Sul conto di Dell’Utri fino ai primi anni Settanta si hanno notizie lapidarie: nato a
Palermo l’11 settembre 1941 (come il fratello gemello Alberto), laureato in legge, ha
lavorato per un breve periodo in una banca siciliana. Non è dato sapere quando e
perché Dell’Utri abbia lasciato Palermo per Milano, né quando abbia avuto luogo il
suo incontro con Berlusconi e in quali circostanze lo stesso Berlusconi, a domanda di
un magistrato, avrà modo di non rispondere dichiarando reticente: “Conosco
Dell’Utri fin da quando eravamo ragazzi” 1 .
Stando a una testimonianza priva di riferimenti temporali, Dell’Utri avrebbe
svolto un’opera di mediazione tra Cosa Nostra e Berlusconi avendo la mafia
appuntato la sua criminosa attenzione sul giovane costruttore milanese con minacce
estorsive 2 . Secondo altre voci (allo stato prive di riscontri), intorno a metà degli anni
Sessanta le prime cosche mafiose radicate a Milano e in Lombardia e attive nel
settore edilizio-immobiliare avrebbero progettato un sequestro di persona ai danni di
Berlusconi: la vicenda avrebbe poi avuto una qualche soluzione proprio grazie a
Dell’Utri 3 .
1
Deposizione resa al G.I. Giorgio Della Lucia in data 26 giugno 1987.
2
Nel corso di una deposizione resa al Tribunale di Milano in data 5 maggio 1978, il finanziere in odore di mafia Filippo
Alberto Rapisarda dichiara: “Marcello Dell'Utri mi disse che [la sua conoscenza di noti boss mafiosi era dovuta al fatto
che aveva funto da mediatore] tra coloro che avevano fatto estorsioni e minacce al Berlusconi e il Berlusconi stesso [..J.
Il Dell'Utri mi disse anche che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi”.
3
Fonte dell'Autore.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

È certo che il 16 settembre 1974, il palermitano Marcello Dell’Utri, già residente a


Milano 4 , si reca a Roma, al no 1/b di Salita San Nicola da Tolentino (una via attigua
alla sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro), e presenzia alla costituzione
della società Immobiliare San Martino spa, della quale viene nominato ammi-
nistratore unico. 1 promotori della società sono coperti dall’anonimato e rappresentati
da Servizio Italia spa e Società azionaria fiduciaria spa (due fiduciarie della Bnl
Holding) 5 .
L’enigmatica Immobiliare San Martino (“prima pietra” del futuro gruppo Fininvest,
l’identità dei cui promotori, celati dalle due fiduciarie Bnl, ovviamente Dell’Utri
conosce) è una società ulteriormente strana, poiché rimane del tutto inattiva e “in
sonno” fino all’estate del 1977, quando all’improvviso aumenta il capitale sociale da
1 a 500 milioni, trasferisce la sede sociale da Roma a Milano, e muta la propria
ragione sociale in Milano 2 spa.
Il 13 settembre 1977, Dell’Utri lascia la carica di amministratore unico, e quale
amministratore della Milano 2 spa ex Immobiliare San Martino spa gli subentra il
prestanome Giovanni Dal Santo (commercialista milanese originario di
Caltanissetta). Due giorni dopo, il 15 settembre, la Milano 2 spa acquista dalla
“società svizzera” Edilnord alcuni terreni di Segrate (Milano) relativi alla cittadella
segratese Milano 2: è l’inizio della progressiva acquisizione della “città satellite” da
parte della Fininvest (costituita anch’essa a Roma, il 21 marzo 1975, da anonimi
coperti dalle due fiduciarie della Bnl 6 ) la quale Fininvest assumerà infatti il controllo
della Milano 2 spa e della Italcantieri, mentre l’imbarazzante Edilnord viene posta in
liquidazione a fine ‘77 dal commercialista romano Umberto Previti.
La nascita della Immobiliare San Martino, che dà il via all’intricato gioco
“incestuoso” di scatole cinesi originatosi nella romana Salita San Nicola da Tolentino
(presso la sede delle due fiduciarie Bnl), sembra avere lo scopo di portare nel
misterioso alveo Fininvest tutto il costruito e il costruendo della “città satellite” di Se-
grate, comprese le aree ancora da edificare. In pratica, tutti i beni e i mezzi acquisiti
attraverso le società “svizzere” Edilnord e Italcantieri grazie ai capitali della
Finanzierungesellschaft fúr Residenzen, della Aktiengesellschaft für Immobilienlagen
in Resindenzzentren, della Cofigen e della Eti Holding, divengono proprietà degli
anonimi soci della Fininvest romana, celati dalle due fiduciarie Bnl. Gli ingenti
capitali “svizzeri” trasformati da Edilnord e Italcantieri in beni immobiliari,
divengono dunque proprietà degli occulti soci fondatori della Fininvest.

In data 2 dicembre 1974, due mesi dopo avere assunto la carica di amministratore
4
Al momento, la sua residenza ufficiale è nella milanese via Arcimboldi 2; ma, come si vedrà più avanti, Dell'Utri di
fatto abita ad Arcore, nella villa dei marchesi Casati Stampa occupata da Berlusconi.
5
Si è già visto come le due fiduciarie, e la stessa Banca Nazionale del Lavoro, risulteranno controllate da affiliati alla
Loggia massonica segreta P2.
6
“Due mesi dopo la sua costituzione presso il solito recapito romano di Salita San Nicola da Tolentino, la Fininvest sri
aumenta il proprio capitale sociale dagli originari 200 milioni a 2 miliardi, dopodiché, l'11 novembre 1975, si trasforma
da “srl” in "spa" e trasferisce la sua sede sociale a Milano”; cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 101.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

della romana Immobiliare San Martino, Marcello Dell’Utri risulta essere anche
l’amministratore unico della Immobiliare Romano Paltano spa (società proprietaria
delle tenute agricole Muggiano e Romano Paltano situate nel comune di Basiglio, a
sud di Milano, sulle quali sorgerà poi la berlusconiana Milano 3).
Benché fondata a Milano nel 1949, la Immobiliare Romano Paltano spa aveva
sede a Ciriè (Torino) fin dal 1952; è con l’assunzione da parte di Dell’Utri della
carica di amministratore che la sede sociale viene riportata a Milano, presso lo studio
del commercialista Walter Donati, in via Sacchi 3 (mentre a Torino, in via Donati 12,
rimane attiva ancora per qualche tempo una sede secondaria). Questo singolare
andirivieni di sedi, e la loro stessa ubicazione, richiama assai da vicino prassi
analogamente strane proprie di varie società appartenenti al boss mafioso Vito
Ciancimino, le quali fanno la spola tra Milano, Torino e altre località piemontesi
minori - ben altro che una semplice coincidenza, come si vedrà.
A Ciriè, la Immobiliare Paltano risultava essere inattiva; evidenziava nei suoi
bilanci 25 milioni in immobili (terreni e cascine), che dati in affitto le rendevano 5
milioni l’anno. Dopo la nomina di Dell’Utri, all’inizio del 1975 la sede viene
riportata a Milano, e mutato lo scopo sociale: “La società ha per oggetto l’acquisto, la
costruzione, la vendita, l’amministrazione di beni immobili” (il trasparente
riferimento è al nuovo centro residenziale berlusconiano che sorgerà col nome di
Milano 3). L’anno successivo, il capitale sociale verrà elevato da 12 a 500 milioni, e
il Monte dei Paschi di Siena (ormai infiltrato dalla Loggia massonica P2) rilascerà
una fideiussione di 3 miliardi in favore del Comune di Basiglio per garantire le opere
di urbanizzazione promesse dalla società. Il 25 maggio 1977 si registrerà un nuovo
aumento di capitale: un miliardo di lire. L’anno dopo, il 12 maggio 1978, la società
muterà nuovamente: si trasformerà in Cantieri riuniti milanesi, con la sede trasferita
in via Rovani 2, quartier generale della Fininvest: a quel punto, di nuovo, Marcello
Dell’Utri uscirà di scena, per comparire subito dopo nell’ambito di alcune società del
giro mafioso di Vito Ciancimino e dei suoi "amici" palermitani.

Perlomeno a partire dal 1974, dunque, Marcello Dell’Utri è certamente e


ufficialmente sulla scena imprenditoriale a fianco di Berlusconi, col quale condivide
iniziative e interessi affaristici al punto da assumere in prima persona le cariche di
amministratore unico delle enigmatiche e strategiche società Immobiliare San
Martino e Immobiliare Romano Paltano.
Tuttavia, Berlusconi - e lo stesso Dell’Utri - nasconderanno accuratamente tali
circostanze al Tribunale di Milano. Nel giugno 1987, nel corso di una reticente
deposizione 7 , Berlusconi dichiarerà infatti che a metà anni Settanta “Dell’Utri
[svolgeva per me] esclusivamente attività di segretariato personale e di assistente a
tutto quello che atteneva [la mia villa] di Arcore” - secondo Berlusconi, il laureato
Dell’Utri era insomma una specie di sua personale colf-tuttofare, anche perché “non
mi risulta che Dell’Utri avesse esperienze e capacità [di amministratore]”; lo stesso
Dell’Utri, nel 1982, aveva avuto modo di rendere un’omissoria deposizione in
7
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 26 giugno 1987.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Tribunale 8 dichiarando di essere stato, a metà anni Settanta, “l’assistente” di


Berlusconi. Si tratta di evidenti falsità e reticenze tese a mantenere nell’ombra la
scabrosa figura di Dell’Utri e il fondamentale ruolo da lui avuto nel divenire del
gruppo Fininvest.

8
Deposizione resa al G.I. Renato Massobrio in data 3 agosto 1982.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Cosa Nostra ad Arcore

Nell’estate del 1974 (poche settimane prima che Dell’Utri divenga amministratore
dell’Immobiliare San Martino, e pochi mesi prima che assuma la carica di
amministratore della Immobiliare Romano Paltano), un pericoloso pregiudicato
proveniente da Palermo si insedia nella residenza di Berlusconi, la villa ex Casati
Stampa di Arcore: si tratta del boss Vittorio Mangano, che sei anni dopo un rapporto
della Criminalpol di Milano definirà “pericolosissimo pregiudicato, schedato
mafioso, dalla spiccata personalità criminale” 9 .
La presenza di Mangano nella berlusconiana villa di Arcore a partire dall’estate
1974, è una vicenda oscura e nebulosa (sono incerte perfino le date che scandiscono i
fatti) con la quale ha stretta attinenza Marcello Dell’Utri. Il quale Dell’Utri in quel
periodo è in “rapporti non solo di dipendenza ma anche di amicizia con il
Berlusconi”, essendone “il suo assistente ed abitando addirittura nella villa [di
Arcore] di sua proprietà” 10 . Dunque, nell’estate del 1974, nella villa di Arcore ex
Casati Stampa risiedono Berlusconi, il suo sodale e presunto “assistente” Dell’Utri, e
il boss mafioso Vittorio Mangano.
Secondo una deposizione di Berlusconi al Tribunale di Milano, il merito della
vicenda sarebbe stato il seguente: “[Avevo] bisogno, ad Arcore, di un fattore, più
precisamente di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli
animali, cioè cavalli avendo in animo di impostare una attività di allevamento di
cavalli [ ... ]. Avendo bisogno di un responsabile per la cura della suddetta attività,
chiesi a Dell’Utri Marcello di interessarsi anch’egli di trovare una persona adatta, ed
egli mi aveva appunto presentato il Mangano Vittorio come persona a lui conosciuta,
più precisamente conosciuta da un suo amico [di Palermo]. Il Mangano si era
sistemato con la sua famiglia ad Arcore e cioè nella mia villa, ex villa Casati, e
ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella villa, uno dei convitati,
il signor Luigi D’Angerio, era stato vittima di un sequestro di persona casualmente
sventato dall’arrivo [dei Carabinieri]. Nell’ambito delle indagini seguite a questo
sequestro emerse che il Mangano Vittorio era un pregiudicato. Non ricordo come il
rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento da parte delle Forze
dell’ordine o per suo spontaneo allontanamento; ricordo comunque che qualche
tempo dopo fu tradotto in carcere. Non conoscevo il Mangano prima che me lo
presentasse il Dell’Utri Marcello. Tengo a precisare che non è che Dell’Utri mi abbia
9
Rapporto "0500/C.A.S./Criminalpol" della Questura di Milano datato 13 aprile 1981, dove tra l'altro è scritto: “Dalle
indagini [ ... ] è emersa una vasta ed agguerrita associazione per delinquere di stampo mafioso che è riuscita negli anni a
conquistarsi una riconosciuta egemonia nell'ambiente criminale. Gli associati, gente senza scrupoli e remore, sempre
pronta e capace, qualora la necessità dei momento lo richieda, alla consumazione dei delitti più efferati, sono riusciti a
penetrare, servendosi spesso di prestanome e teste di legno, nei centri motori dei potere economico e finanziario della
città [ ... ]. I settori che si sono dimostrati maggiormente influenzati dagli interessi mafiosi [a Milano] sono [ ... ]
l'edilizia, le società commerciali in genere, quelle immobiliari e finanziarie in particolare La gamma dei delitti di natura
mafiosa preferibilmente consumati sono [ ... 1 traffico di droga, traffico d'armi, riciclaggio di denaro sporco,
esportazione di valuta [ ... ]”.
10
Deposizione resa da Marcello Dell'Utri al G.I. Massobrio in data 3 agosto 1982.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

direttamente proposto il Mangano Vittorio, ma fu una mia scelta su una rosa di nomi
che mi si prospettavano. Non feci preventivamente indagini su Mangano Vittorio, e la
mia scelta cadde su di lui in quanto mi diede l’impressione di una persona a posto e
competente” 11 .
Secondo il settimanale “L’Espresso”, Mangano “venne arrestato il 27 dicembre
1974 e trasferito da Arcore in un carcere siciliano: ma in cella restò meno di un mese
perché il 22 gennaio del 1975 tornò libero. Il suo peregrinare tra denunce, condanne,
processi, arresti e scarcerazioni continuò senza soste [ ... ]. Nella stagione milanese,
forse quando ancora lavorava [per Berlusconi] ad Arco re, accadde qualcosa che solo
anni dopo finì in un rapporto della polizia con tanti interrogativi: una lettera di
minacce a Berlusconi, il cui contenuto è sconosciuto e, subito dopo (26 giugno 1975),
una bomba a via Rovani, negli uffici-residenza di Milano della Fininvest. Si legge in
un rapporto della Direzione centrale della polizia criminale nella parte dedicata ai
rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi: “All’epoca le indagini non portarono
ad alcun esito, anche perché nessuno informò gli inquirenti che lo stabile era di
Berlusconi, ma lo dichiararono di proprietà della Società generale attrezzature
sas”” 12 .
Secondo il settimanale “Avvenimenti”, “a Milano (dove soggiornava al
lussuoso Hotel Duca di York) Mangano rischiava il foglio di via dalla Questura a
causa dei suoi precedenti penali e della mancanza di un lavoro che ne giustificasse la
presenza in Lombardia”: dunque, il lavoro ad Arcore, alle dipendenze di Berlusconi
con mansioni di “stalliere”, sarebbe stato il provvidenziale espediente volto a
garantire al boss mafioso la presenza a Milano e la copertura alla sua criminosa
attività - infatti, “il licenziamento [di Mangano da parte di Berlusconi] arrivò solo nel
1980, pochi giorni prima del suo arresto per traffico di stupefacenti e altri reati” 13 .
“Interrogato dal G.I. di Palermo, in data 10 luglio 1980, il Mangano dichiarava
che: in Arcore si serviva della scuderia “Garcia Pepito” per custodire i cavalli da lui
acquistati e che faceva poi trasportare a Boccadifalco (Palermo), dove li vendeva.
[Ma] non sapeva indicare alcun nominativo di acquirenti, né l’esatto luogo, in
Boccadifalco, dove erano custoditi... [Il Mangano dichiarava inoltre] di essere
sorvegliato speciale da tre anni, con divieto di soggiorno a Milano” 14 .
Secondo il boss Giovanni Ingrassia, “il Mangano si occupava del settore dei
cavalli in Milano, dove ne aveva fatto comprare a Berlusconi e li aveva anche allevati
durante la sua residenza ad Arcore... [E quando Ingrassia aveva manifestato
l’intenzione di svolgere un’attività nel settore televisivo] il Mangano aveva detto di
11
Deposizione resa da Berlusconi al G.I. Giorgio Della Lucia il 26 giugno 1987. La deposizione berlusconiana è priva
della collocazione temporale dei fatti, coinvolge Dell'Utri ma non troppo, e si conclude con un “non ricordo” che ha del
grottesco: H teste “non ricorda” se un suo collaboratore, residente nella sua villa, sia stato "prelevato" dalle Forze
dell'ordine nella villa stessa, o se l'arresto del Mangano sia avvenuto altrove dopo un suo spontaneo allontanamento.
Sette anni dopo, nel 1994, Berlusconi "ricorderà" di avere "licenziato" il Mangano...
12
"L'Espresso", 8 aprile 1994.
13
"Avvenimenti", 23 marzo 1994.
14
Cit. in sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio del G.I. Felice Isnardi, 25 marzo 1985.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

poter spendere una parola in suo favore col Berlusconi” 15 .


Certo è che il singolare “stalliere” berlusconiano Vittorio Mangano, noto mafioso e
pluripregiudicato, amante dei cavalli ma “commerciante” di “cavalli” intesi nel
lessico di Cosa Nostra come partite di droga, tra il 1975 e il 1980, fra arresti e
scarcerazioni, continua a muoversi lungo la direttrice Arcore-Milano-Palermo; ormai
quotato boss di Cosa Nostra dedito alla criminalità finanziaria sulla piazza milanese,
continua anche a mantenere stretti contatti con Marcello Dell’Utri.
Nel rapporto della Criminalpol datato 13 aprile 1981 e dedicato alle propaggini
di Cosa Nostra radicate a Milano e infiltrate nei settori “dell’edilizia, delle società
commerciali in genere, quelle immobiliari e finanziarie in particolare” 16 , è scritto:
“Uno dei personaggi-chiave che ha consentito di penetrare nell’ambiente della
malavita organizzata [radicatasi a Milano] è indubbiamente Mangano Vittorio, nato a
Palermo il 18-8-1940 [ ... ]. Con costui siamo di fronte a un pericolosissimo
pregiudicato, schedato mafioso, più volte denunziato per gravi reati e soprattutto per
estorsioni, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale della Pubblica sicurezza
con l’obbligo di soggiorno a Palermo, arrestato per ultimo in data 6 maggio 1980
dalla Squadra mobile di Palermo e denunziato unitamente ad altri 54 individui per
associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico internazionale di
sostanze stupefacenti” 17 .
Sottoposto a intercettazioni telefoniche nel periodo 5-15 febbraio 1980, il
Mangano (“restio a parlare dal suo telefono di casa [perché] ha sempre la
preoccupazione che sia tenuto sotto controllo”, precisa il rapporto) risulta “coinvolto,
interessato o cointeressato in imprese commerciali e finanziarie con vorticosi volumi
di affari su scala nazionale e internazionale. Sono le imprese di cui i mafiosi si
servono sia per riciclare il denaro sporco provento delle molteplici attività illecite di
cui quotidianamente si occupano, e sia per dare una facciata ufficiale di legalità e di
copertura alle loro azioni criminali. Spesso [intestatari di tali società] compaiono
uomini di paglia o teste di legno ... ”.
Nel suo rapporto, la Criminalpol registra numerose connessioni tra il Mangano
e Arcore nel corso del 1980: in una conversazione telefonica tra due boss, uno dice
all’altro “che attende la chiamata di Vittorio e che ad una certa ora dovrà
accompagnarlo ad Arcore. Il Vittorio è senza alcun dubbio il Mangano Vittorio, che
ad Arcore possiede o sarebbe interessato a una scuderia di cavalli”. Secondo altre
intercettazioni telefoniche, ad, Arcore si tiene un summit mafioso alla presenza del
15
Deposizione resa al G.I. di Palermo in data 1 giugno 1982; cit. in ibidem.
16
Il rapporto, enumerata una sequela di "società a responsabilità limitata" intestate a prestanome, elenca i principali
boss che sono coinvolti nella ragnatela mafiosa operante a Milano: “Monti Luigi, Virgilio Antonio, Alberti Gerlando,
Turatello Francesco, Epaminonda Angelo, Conte Romano, Enea Salvatore, Bono Giuseppe, Bono Alfredo, D'Agata
Federico, Fidanzati Gaetano, Carollo Gaetano, Buscetta To-aso”, oltre a Mangano Vittorio del quale la Criminalpol
sottolinea ripetutamente, nel corso dei rapporto, la “particolare pericolosità criminale” e il suo preminente ruolo nel
crimine mafioso di tipo finanziario in Lombardia. Costoro, ~rido la Criminalpol, sono “tutti legati da stretti vincoli di
solidarietà, colleganza o dipendenza ai vertici nazionali e internazionali della malavita organizzata”.
17
Tra gli imputati nel primo maxi processo palermitano alla mafia (1988), Mangano verrà condannato a 13 anni e 4
mesi di carcere.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Mangano; ancora: “Giovanni Ingrassia chiama l’utenza 039/617051 e parla con


Mangano Vittorio [ ... ]. L’utenza risulta intestata a Legalupi Edilio Trattoria-Pen-
sione di Arcore” - conclude la Criminalpol: “Mangano Vittorio, ad Arcore, per conto
proprio o per conto terzi, curerebbe un allevamento di cavalli”. Dunque, cinque anni
dopo essere stato lo strano "stalliere" dei supposti progetti equestri di Berlusconi, il
Mangano, amico palermitano del palermitano Dell’Utri, ormai potente boss mafioso
dedito al riciclaggio e alla criminalità finanziaria radicata a Milano, eserciterebbe
ancora la professione di “stalliere” ad Arcore.
Nel citato rapporto, è anche riportata una prima conversazione telefonica tra
due boss, ancora risalente al 5- 15 febbraio 1980, nel corso della quale viene
esplicitamente evocato il nome di Berlusconi: “Conversazione tra Giliberti Claudio e
Ingrassia Giovanni. Giliberti chiede al suo interlocutore se ha letto l’articolo su
Berlusconi. L’Ingrassia risponde negativamente e poi aggiunge: “Porca puttana,
ragazzi... è il massimo, no? Ma di fatti è la nostra prossima pedina... Perché, ti
vergogni a dirlo?”. Giliberti risponde di no”. Giliberti e Ingrassia risultano essere alle
dipendenze di Vittorio Mangano: sono infatti gli amministratori-prestanome della sua
società Promotion Team 2 srl.
La prova provata dei perduranti rapporti e degli incontri a tutto il 1980 tra
Marcello Dell’Utri e lo “stalliere” esponente di Cosa Nostra, è in una conversazione
telefonica riportata a pag. 37 del rapporto Criminalpol, nel corso della quale viene
nuovamente evocato Berlusconi: “Mangano parla con tale Dell’Utri e, dopo averlo
salutato cordialmente, gli chiede se ha telefonato “Tony Tarantino”. L’interlocutore
risponde affermativamente e aggiunge che “Tony Tarantino” ha lasciato detto che
avrebbe chiamato il Mangano in albergo alle ore 16. Il Mangano riferisce allora a
Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il “cavallo” che fa per lui 18 .
Dell’Utri sorride e risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha.
Mangano non ci crede, [ ... ] e con tono scherzoso gli dice di farseli dare dal suo
amico “Silvio”. [Dopo aver parlato di Alberto Dell’Utri, fratello di Marcello,
detenuto nel carcere di Torino in seguito al fallimento della Venchi Unica], Mangano
chiede notizie dell’ufficio. Dell’Utri risponde che quello dove era stato anche il
Mangano ha chiuso perché la società è fallita [ ... ]. Mangano chiede quindi se ha
sentito “Tonino”. Dell’Utri risponde negativamente. La conversazione poi si chiude e
i due interlocutori fissano un appuntamento cui parteciperà anche “Tonino”, in
albergo da Mangano, e cercheranno di "sbrogliare" una situazione ... ”.
Dunque, a tutto il 1980 Marcello Dell’Utri continua a mantenere stretti rapporti
col potente boss di Cosa Nostra Vittorio Mangano, esponente di primo piano della
ragnatela mafiosa di tipo finanziario che è “il vero cervello e il centro motore del
crimine organizzato in Lombardia”, della quale sono parte anche alcune società

18
“Ai magistrati milanesi che indagavano sui grandi traffici della mafia al nord, quel dialogo [sui "cavalli"] apparve
sospetto. Dalla sua stanza all'Hotel Duca di York, a Milano, Mangano aveva telefonato anche a casa di Totuccio
Inzerillo, H capomafia tra i primi a cadere nella guerra tra i clan di Palermo. Da un'altra intercettazione di polizia,
Mangano dice a Inzerillo: "Allora dimmi, per quei cavalli che cosa faccio?”. "Come sono, arabi?”. “Purosangue.
Costano 170 milioni. L'hai capito il discorso?”. Questo gergo, secondo polizia e magistratura, in realtà mascherava un
grosso traffico d'eroina”; cfr. "Panorama", 22 ottobre 1984.
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appartenenti “ai fratelli Fidanzati [Gaetano, Antonio, Giuseppe, Carlo],


pericolosissimi pregiudicati mafiosi palermitani”, e le cui propaggini arrivano alle
banche svizzere 19 . Del resto, secondo un’attendibile testimonianza, Dell’Utri fin dal
1975 è di casa al ristorante milanese “Il Viceré”, gestito da mafiosi e frequentato da
mafiosi: “Dell’Utri frequentava e aveva stretti contatti con quel giro di siciliani e
palermitani” 20 .

Del boss Vittorio Mangano, amico di Dell’Utri e “stalliere” alla corte di


Berlusconi, accertato “uomo d’onore” dedito alla criminalità finanziaria sulla piazza
milanese quale nevralgico crocevia del traffico di droga e del riciclaggio, ha modo di
parlare il magistrato Paolo Borsellino nel corso di un’intervista risalente al maggio
1992 (due mesi prima di morire per mano di Cosa Nostra) 21 .
Dichiara Borsellino: “Vittorio Mangano l’ho conosciuto negli anni fra il ‘75 e l’80.
Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a
carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica
particolare: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con [dentro] una
testa di cane mozzata [ ... ]. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una
salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo
sepolti i cani con la testa mozzata. Mangano restò coinvolto in questa vicenda perché
venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite di questa famiglia che era
stata l’autrice dell’estorsione [ ... ]. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso [di Palermo]
perché il Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore
appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò 22 [ ... ]. Si accertò che
Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città dove, come risultò da numerose
intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che
conducevano alle famiglie palermitane [ ... ]. Il Mangano è stato poi condannato per
questo traffico di droga... in primo grado a una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione
(pena confermata dalla Corte d’Appello) [ ... ]. Mangano era una delle "teste di
ponte" dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia... un personaggio che suscitò
[negli inquirenti] parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’diverso da
quello attinente alla mafia militare [anche se comunque] non disdegnava il ruolo
militare all’interno dell’organizzazione mafiosa [ ... ]. Marcello Dell’Utri non è stato
19
Nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal G.I. Isnardi il 25 marzo 1985, è scritto di accertati contatti
della ragnatela mafiosa “con ambienti bancari e finanziari svizzeri”. Vi si citano tra le altre: la Banca della Svizzera
Italiana (Mendrisio, Lugano, Zurigo); il Credito Svizzero (Bellinzona, Chiasso e Zurigo); la Bankverein
Schweizerischer (Chiasso); la Banque Société Alsacienne (Zurigo); la Handless Bank (Zurigo); la Banca Hutton
(Lugano); la Banca Rolmer (Chiasso); l'Unione Banche Svizzere. Tra le società finanziarie: la Finagest Sa (Lugano), la
Copfinanz Breganzona), la Traex Co. (Lugano), la Sogenal (Zurigo).
20
Deposizione di Filippo Alberto Rapisarda (amico e socio di Marcello Dell'Utri), resa al giudice istruttore Della Lucia
in data 13 novembre 1987.
21
Rilasciata al giornalista francese Fabrizio Calvi e al cineasta Jean Pierre Moscardo il 21 maggio 1992, il testo
dell'intervista a Borsellino verrà pubblicata da 'T'Espresso" (8 aprile 1994).
22
Si noti come il nome dei Superboss Pippo Calò emerga sullo sfondo della società Immobiliare Idra (dal 1994
proprietà personale di Silvio Berlusconi) "acquirente" della villa di Arcore dei Casati Stampa, cfr. pagg. 99-100.
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imputato nel maxiprocesso [di Palermo], ma so che esistono indagini che lo


riguardano, e che riguardano insieme Mangano [ ... ]”.
Nel corso della intervista, il giudice Borsellino ricostruisce così l’infiltrazione
mafiosa nel Nord d’Italia: “All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a
diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento
sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel
traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di
capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò
lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e
allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si
occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a
porsi il problema di effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione,
cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante
anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità
imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in
possesso”.
Gli intervistatori a quel punto domandano al magistrato antimafia: “Dunque, lei
dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?”, e Borsellino risponde:
“t normale il fatto che chi [come Cosa Nostra] è titolare di grosse quantità di denaro
cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del
riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa
esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto
della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli
strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi
capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa
Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali [ ... ]. Mangano era una
persona che già in epoca oramai diciamo databile abbondantemente da due decadi,
era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività
commerciale. È chiaro che era una delle poche persone di Cosa Nostra in grado di
gestire questi rapporti [ ... ]. Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo
probabilmente alla fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta - appaiono
a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di
procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro
di persona”.

Al rapporto Criminalpol datato 13-4-1981, la magistratura farà seguire una raffica di


arresti a Milano e in altre città (il blitz, effettuato dalle forze dell’ordine il 14 febbraio
1983, verrà ribattezzato “Operazione San Valentino”). Tra la selva di arrestati ap-
partenenti alla galassia mafiosa dedita alla criminalità finanzia ria, anche i boss
Antonio Virgilio e Luigi Monti, poi rinviati a giudizio - come scritto dalla
Criminalpol - perché “a capo di un complesso di società immobiliari, perlopiù
costituite in forma di srl, [società da ritenersi probabili] canali di immissione e
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“riciclaggio” di masse di denaro di dubbia provenienza” 23 .


Al momento dell’arresto, Virgilio e Monti (così come altri boss, ad esempio
Salvatore Enea) risultavano avvalersi, per i loro sporchi traffici finanziari, della
Banca Rasini (un piccolo istituto di credito milanese, con un solo sportello) 24 . Della
stessa Banca Rasini, Luigi Berlusconi (padre di Silvio) era stato un funzionario fino
alla fine degli anni Settanta; la Banca Rasini, negli anni Sessanta, aveva sostenuto le
prime speculazioni edilizie di Silvio Berlusconi 25 ; presso la Banca Rasini erano
affluiti parte dei capitali “svizzeri” delle anonime Finanzierungesellschaft fúr Resi-
denzen (Lugano), Aktiengesellschaft fúr Immobilienlagen in Residenzzentren
(Lugano), Cofigen (Lugano) e Eti Holding (Chiasso), utilizzati da Berlusconi per
finanziare l’attività della Edilnord srl e della Italcantieri srl.
“La flagrante connivenza della Rasini con Monti e Virgilio rientra nel novero dei più
vasti rapporti che la banca intrattiene con esponenti della “mafia dei colletti bianchi”
e con personaggi a essa mafia attigui, come il costruttore Silvio Bonetti. Il comune
tornaconto è tale che a un certo punto il malavitoso “giro” mafioso manifesta alla
Rasini la “disponibilità a trattare l’acquisto del pacchetto azionario di controllo della
banca sulla base di una valutazione dell’intero pacchetto di lire 40 miliardi”” 26 .
Stando alle ammissioni del boss mafioso “pentito” Salvatore Caricemi (già
fedelissimo di Totò Riina) 27 , la Fininvest, negli anni Ottanta, pagava il “pizzo” a
Cosa Nostra - 200 milioni l’anno (forse per proteggere gli impianti televisivi dei
networks installati in Sicilia). Secondo Cancemi, il pizzo della Fininvest perveniva a
Cosa Nostra in una valigetta per il tramite di un misterioso “ragioniere" che fungeva
da ufficiale pagatore a nome di Marcello Dell’Utri, e veniva riscosso da Vittorio
Mangano. Nel 1987, il Superboss Totò Riina aveva avocato a sé il rapporto col
misterioso emissario di Dell’Utri: il Mangano - sempre secondo Cancemi -ne era
rimasto molto contrariato, ma infine aveva dovuto prendere atto dell’esautoramento.
“II nome di Dell’Utri e della Fininvest è stato fatto da Cancemi anche a
proposito di altri due episodi, raccontati con meno particolari. Il primo, a proposito di

23
Dal rinvio a giudizio firmato dal G.I. Felice Isnardi.
24
“Sul conto corrente no 6861 acceso da Antonio Virgilio presso la Banca Rasini, transitano fra il 28 febbraio 1980 e il
31 maggio 1982 operazioni per circa 50 miliardi di lire. Inoltre, nel periodo febbraio 198 1-novembre 1982, la Rasini
sconta a Virgilio 135 effetti per oltre un miliardo di lire; parte degli effetti (esattamente 360 milioni) proveniva da una
gioielleria di piazza di Spagna a Roma, "riconosciuta" (secondo la requisitoria del pubblico ministero nel troncone
romano del procedimento contro la "mafia dei colletti bianchi") "essere strumento di riciclaggio in favore di Giuseppe
Bono [noto boss mafioso, NdA] ". Anche sul conto corrente no 64 10 presso la Banca Rasini transitano notevoli e
"ingiustificati" importi: il conto è intestato a Luigi Monti, socio di Virgilio in tutta una serie di società, ma anche in
operazioni che portano alla loro incriminazione”; cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 50.
25
La Rasini, nei primi anni Sessanta, aveva garantito a Berlusconi una sostanziosa fideiussione per l'acquisto di un
terreno in via Alciati, a Milano.
26
Cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pag. 51. L'operazione di compravendita della banca non andrà in porto, ma è un
fatto che la Rasini risulterà essere stata compiacente, rispetto ai correntisti mafiosi: il suo direttore generale, Antonio
Vecchione, verrà rinviato a giudizio per “violazione dei doveri inerenti al pubblico esercizio del credito”.
27
Cancemi, all'epoca, era a capo del mandamento di Porta Nuova (in sostituzione di Pippo Calò, detenuto), e faceva
parte della Cupola palermitana.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

un interesse della Fininvest nel campo immobiliare a Palermo, senza però citare
uomini o società impegnate. Il secondo, sempre con [Marcello Dell’Utri] a far da
protagonista, a proposito di ospitalità e riunioni offerte da Dell’Utri in una sua villa in
Lombardia. Forse, ha aggiunto Cancemi, a casa Dell’Utri potrebbero essere stati
ospitati anche dei latitanti. E per questo il primo obiettivo [degli inquirenti] è stato
quello di ordinare i riscontri delle cose dette da Cancemi, dunque verificare
l’esistenza di una villa e sondare i mafiosi indicati dal pentito come ospiti di casa
Dell’Utri” 28 .

***

In merito alla misteriosissima vicenda del boss mafioso Vittorio Mangano insediato
nella sua villa di Arcore, Berlusconi nel marzo 1994 troverà modo di fornire una
nuova versione in aperto contrasto con quanto aveva affermato al Tribunale di
Milano sette anni prima (quando aveva dichiarato di “non ricordare” come fosse
finito il suo rapporto con lo “stalliere” mafioso insediato nella sua villa di Arcore): “
[Mangano] lo licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per
organizzare il rapimento di un mio ospite” 29 ; ma ciò che il disinvolto presidente del
Consiglio in pectore evita comunque e accuratamente di chiarire, è il perdurare
perlomeno a tutto il 1980 dei rapporti e degli incontri tra il suo sodale Marcello
Dell’Utri e il potente boss mafioso presuntamente “licenziato” anni prima.
Nello stesso marzo 1994, anche Dell’Utri offre una sua nuova versione 30 della
scottante vicenda: “Ho conosciuto Mangano nella Palermo anni Sessanta: ero
allenatore della Bacigalupo, squadra di calcio giovanile. Era una specie di tifoso.
Commerciava cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Mi ero trasferito a Milano (1961), ero
diventato assistente di Berlusconi (1973). Mi incaricò di cercare una persona esperta
di conduzione agricola. Così chiamai Mangano. Rimase ad Arcore due anni. E si
comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli. Ma la notte di
Sant’Ambrogio del 1975, dopo aver cenato con noi, il principe di Santagata fu
sequestrato vicino ad Arcore. C’era una nebbia terribile. L’auto dei rapitori andò a
sbattere. E il principe riuscì a fuggire. Le indagini lanciarono sospetti su Mangano,
svelarono che non aveva un passato immacolato. Fu allontanato. Poi finì in carcere.
Mi telefonò anni dopo: voleva vendere un cavallo a Berlusconi [ ... ]. Poco dopo
arrivò la polizia. Intercettavano le telefonate, pensavano a linguaggi cifrati: giri di
droga”.

28
"L'Espresso", 25 marzo 1994.
29
“Corriere della Sera” 20 marzo 1994. Della nuova versione berlusconiana, è da rilevare il plurale (“lo licenziammo”,
“scoprimmo”), e colpisce la mancanza di qualsiasi riferimento al notorio fatto che il Mangano - a prescindere dal
ventilato “rapimento di un ospite” - fosse un pericoloso esponente di Cosa Nostra, buon amico dei suo cosiddetto
"assistente" Dell'Utri.
30
Intervista al "Corriere della Sera", 21 marzo 1994.
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Nel ventre della “mafia bianca”

Il rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981 appuntava l’attenzione su Marcello


Dell’Utri (e sul suo gemello Alberto) alle pagine 175-76, dove rilevava: “Si è
accertato che il Dell’Utri con cui il Mangano Vittorio conversa amichevolmente nel
corso della intercettazione è Dell’Utri Marcello, domiciliato in via Chiaraválle 7,
fratello di quel Dell’Utri Alberto nato a Palermo l’11 settembre 1941, domiciliato
anche lui a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979 fu
emesso [ ... ] mandato di cattura per concorso in bancarotta fraudolenta. Tale
provvedimento di cattura fu emesso anche nei confronti di Rapisarda Filippo Alberto,
nato a Sommatino (Caltanissetta), nei confronti di Alamia Francesco Paolo, nato a
Villabate (Palermo), e nei confronti di Breffani Giorgio [ ... ]. 1 predetti, legati al noto
Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo [ ... ] originario di Corleone, indiziato da
tempo di collusione con la mafia, erano e sono tuttora interessati, insieme al
medesimo Vito Ciancimino, alla Inim-Internazionale Immobiliare spa, con sede in
Palermo in via Rapisardi 9, e a Milano in via Chiaravalle 7”.
“La Inim”, proseguiva la Criminalpol, “risulta iscritta alla Camera di
Commercio [di Milano] in data 10 luglio 1978 ed ha come oggetto d’esercizio la
mediazione e l’intermediazione di immobili. Soci risultano Caristi Angelo (nato a
Messina), Silvestri Felice (nato a Palermo), e il citato Alamia Francesco. Nel
novembre 1978 viene registrato il trasferimento della sede e della direzione generale
sempre in Milano [ ... ]. In via Chiaravalle 7/9 risulta avere sede anche la Raca spa
avente per oggetto d’esercizio l’esecuzione di lavori di costruzioni edili, civili,
industriali [e] compravendite di immobili. Soci risultano, oltre ai citati Caristi Angelo
e Rapisarda Filippo Alberto, anche Della Puppa Gaetano [ ... ]”.

“L’aver accertato”, concludeva il rapporto della Criminalpol, “attraverso la


citata intercettazione telefonica il "contatto" tra il Mangano Vittorio, di cui è bene
ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e il Dell’Utri Marcello,
ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, operanti in Milano,
sono società commerciali gestite anch’esse dalla Mafia e di cui la Mafia si serve per
riciclare il denaro sporco provento di illeciti”.

Ciò di cui la Criminalpol non si avvedeva in merito alla Inim-ferma restando la


peculiarità di “società commerciale gestita dalla mafia e di cui la mafia si serve per
riciclare denaro sporco” - è che di società chiamate Inim ve ne erano ben tre, tutte e
tre interne allo stesso giro palermitano-milanese e legate tra loro da un intricato
assetto “incestuoso” 31 .

31
La prima Inim-Internazionale Immobiliare spa era stata costituita a Milano il 14 dicembre 1973 come System Press
spa da due prestanome (Silvana Tomba e Carlo Marucchi); il 23 aprile 1974, la società aveva assunto la denominazione
di Inim spa, e l'anno dopo aveva elevato il proprio capitale sociale da 20 milioni a mezzo miliardo, aumento sottoscritto
dalla romana Figeroma-Fiduciaria di gestione spa per conto dei boss mafioso Vito Ciancimino. Amministratore unico
era il messinese Angelo Caristi, direttore generale Filippo Alberto Rapisarda: con l'avvento della Figeroma spa, l'Inim
aveva costituito un consiglio d'amministrazione formato da Caristi, Rapisarda, e dal costruttore siciliano, legato al clan
Ciancimino, Francesco Paolo Alamia.
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Ma l’intrico societario dei cianciminiani a Milano non si limitava alle Inim. In


via Chiaravalle 7/9 avevano sede molte altre società: ad esempio la Cofire (intestata a
quattro commercialisti, 100 milioni di capitale), la Raca (impresa edile, 100 milioni
di capita le), la Sofin (finanziaria immobiliare che nel 1977 aveva deliberato un
aumento di capitale da 100 milioni a 20 miliardi), e una selva di altre società
immobiliari tra loro legate da intricatissimi assetti azionari. Si trattava di un gruppo
finanziario-immobiliare caratterizzato dalla ingente liquidità: benché dalle oscure e
repentine origini e dagli incerti e intricati contorni, il gruppo Inim-Sofin nel biennio
‘76-77 sulla piazza milanese era ritenuto un colosso immobiliare nazionale secondo
solo alla Beni Immobili Italia di Anna Bonomi. Proprio grazie all’ingente
disponibilità di capitali, il gruppo cianciminiano si era subito specializzato nel
rilevare aziende in crisi: come nel caso della gloriosa immobiliare milanese Facchin
& Gianni (per la quale nel 1976 la Inim-Sofin aveva sborsato 6 miliardi in contanti,
impegnandosi a pagarne altri 22, e rilevando così vaste proprietà terriere e
immobiliari) 32 , dell’impresa edile di Mondovì Bresciano sas 33 , e della nota azienda
dolciaria torinese Venchi Unica 34 .
La seconda Inim era una spa costituita a Palermo l'8 novembre 1976,200 milioni di capitale sociale (effettivamente
sottoscritto solo per un milione), presidente Francesco Alamia, consiglieri Angelo Caristi e Felice Silvestri; Alamia e
Caristi erano al tempo stesso presidente e amministratore delegato della Inini "milanese", e presidente e segretario della
filiale palermitana della Inim no 3.
La terza Inim era una "sas" costituita il 26 ottobre 1977 dal Rapisarda, dal catanese Francesco La Rosa, e dalla tedesca
Yvette Grut, capitale sociale 10 milioni (sottoscritti dal socio accomandante Rapisarda). La sede della Inini sas era a
Mondovi (Cuneo). Il successivo 12 giugno 1978, la società aveva deliberato un aumento di capitale a 20 miliardi (di cui
sottoscritti solo 20 milioni), quindi aveva deliberato l'apertura di una "sede secondaria" a Milano (in via Chiaravalle 9),
e l'istituzione di filiali in 70 città italiane.
Lungo la direttrice Palermo-Milano, l'intrico incestuoso delle mafiose Inim aveva H suo nodale epicentro a Milano, al
no 7/9 di via Chiaravalle, dove "coabitavano" l'Inim spa e la "sede secondaria" dell'Inim sas; a Torino, in corso Turati
15, avevano sede le filiali della Inim sas e Inim spa, così come a Palermo (via Mariano Stabile), e via via le altre
“filiali” disseminate per l'Italia (ne verranno attivate solo 47 delle previste 70, e verranno precipitosamente smantellate a
partire dal maggio 1978).
32
Tra il 1975 e il '76, l'Inim aveva rilevato i beni mobili e immobili della Facchin & Gianni, regista dell'operazione il
boss Vito Ciancimino; l'acquisizione era stata indicata a bilancio Inim per 11 miliardi. Tra gli immobili rilevati, lo
splendido palazzo sito in via Chiaravalle 7/9, nel centro di Milano, dove avrà sede il gruppo Inim e dove avranno la loro
residenza privata il Rapisarda e i fratelli Dell'Utri.
La Facchin & Gianni, attraverso le società controllate Milano Parco Est spa Prima, Seconda, Terza e Quarta, deteneva
la proprietà di un'area edificabile, situata a Peschiera Borromeo (attigua a Segrate e a Milano 2) di quasi 2 milioni di
mq. Prima della crisi, su quella vasta area la Facchin & Gianni aveva progettato di edificarvi una "cittadella satellite";
ma il progetto non aveva avuto seguito anche per l'ostilità manifestata dalla berlusconiana Edilnord, impegnata a
edificare Milano 2, nei pressi di Segrate. Si vociferava che la Editriord mirasse a impossessarsi delle aree di Peschiera
Borromeo delle società Parco Est, per procedere poi alla gigantesca speculazione immobiliare progettata dalla Facchin
& Gianni; in effetti, come si vedrà, vi fu un interesse di Berlusconi per quei terreni.

33
La Bresciano era una solida azienda edile (costruzioni stradali) con 400 dipendenti, in crisi di liquidità ed esposta con
la Cassa di Risparmio di Asti per quasi 10 miliardi, ma con all'attivo cospicui crediti verso enti statali, una notevole
capacità
produttiva, e un consistente patrimonio immobiliare. Nel luglio 1977, la Cassa di Asti aveva siglato un accordo col
Rapisarda: il gruppo Inim rilevava la Bresciano, e la Cassa si impegnava a erogare nuovi crediti, a fronte dei quali
Rapisarda garantiva il rilancio dell'azienda di Mondovì.
34
La Venchi Unica, già parte dell'impero societario dei bancarottiere mafioso Michele Sindona, era stata dichiarata
fallita dal Tribunale di Torino. Nel febbraio 1978, una nuova società del gruppo Inim - Venchi Unica Duemila - aveva
rilevato
l'azienda dolciaria dalla curatela, impegnandosi a garantire gli oltre mille posti di lavoro e il rilancio dell'attività.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Alla guida del gruppo Inim-Sofin erano stati posti Francesco Paolo Alamia e Filippo
Alberto Rapisarda 35 , con la regia occulta (ma non troppo) del boss mafioso Vito
Ciancimino. “Alamia e Ciancimino dispongono di centinaia di miliardi [che
utilizzano per rilevare attività fallimentari]. Sulla provenienza [degli ingenti capitali]
si fanno molte ipotesi. Una di queste ipotesi è che i miliardi arrivino dall’estero
[provenienti] dai boss che fanno traffici internazionali e che hanno bisogno di
riciclare i loro guadagni [ ... ]. I mafiosi pagherebbero il denaro, pulito in Svizzera, al
30 per cento del suo valore” 36 . Era convinzione diffusa che l’Inim fosse un gruppo
originato dal clan dei siciliani capeggiato da Vito Ciancimino e appoggiato da potenti
esponenti politici Dc della corrente andreottiana: “Non un solo “cervello”, ma più di
uno: a Palermo, a Roma, a Milano, e anche all’estero. Nomi grossi, gente importan-
te”, ammetterà, nel 1979, il latitante Filippo Rapisarda.
Nell’intrico mafioso del gruppo Inim-Sofin formato dal clan dei cianciminiani,
Marcello Dell’Utri vi era entrato ufficialmente nel marzo 1978, con la carica di
consigliere di amministrazione della Inim sas. Stabilendo la sua residenza privata nel
palazzo di via Chiaravalle dove il gruppo aveva sede, Dell’Utri aveva poi assunto
altre cariche di primo piano nello scabroso arcipelago societario del giro
finanziario-immobiliare gestito dal duo Alamia-Rapisarda: presidente del consiglio di
amministrazione della Cofire, rappresentante legale delle "controllate" Immobilnord
spa e Immobiliare Concordia srl, e consigliere e amministratore delegato della
Bresciano spa 37 ; suo fratello, Alberto Dell’Utri, aveva assunto la carica di
amministratore delegato della Venchi Unica Duemila. Nel 1979, l’improvvisa
interruzione dei flussi finanziari aveva determinato il fallimento a catena di molte
società del gruppo, e aveva poi fatto emergere la natura malavitosa del gruppo
Inim-Sofin e la dedizione alla criminalità finanziaria dei suoi gestori. Il fallimento
con bancarotta della Venchi Unica Duemila 38 , e della Bresciano 39 , avevano inoltre
35
"Nativo di Villabate (Palermo), laureato in ingegneria, democristiano, già consigliere del Comune di Palermo retto
dal sindaco Ciancimino, impegnato in attività edilizie, Francesco Paolo Alamia viene nominato presidente dei gruppo il
18 febbraio 1976, e coi suo avvento H gruppo Inini sborsa “70 miliardi per acquistare società di Milano e Torino e
aumentarne il capitale... Investe circa 120 miliardi per costruire palazzi in ogni parte d'Italia... Eppure, l'ing. Alamia
dichiara di non avere una lira [ ... ]. Ciancimino ha confermato di essere il "cervello" delle operazioni condotte da
Alamia. Dunque, dietro il giovane ingegnere di Villabate c'è Vito Ciancimino e H suo gruppo politico-speculativo”
(“L’Espresso”, 19 marzo 1978).
Filippo Alberto Rapisarda (di Sommatino, Caltanissetta), nel 1975, quando è nel gruppo Inim, ha un certificato penale
lungo una decina di pagine, con una permanenza in carcere di oltre cinque anni: decine di processi (e molte condanne)
per assegni a vuoto, concorso in truffa, bancarotta fraudolenta, atti osceni, sottrazione di minorenne, porto abusivo
d'armi, appropriazione indebita, truffa continuata.
36
“L’Espresso”, 19 marzo 1978.
37
Nella Bresciano, Marcello Dell'Utri dal 2 febbraio 1978 è consigliere, dal successivo 8 marzo amministratore
delegato, e dal 29 maggio anche presidente del consiglio d'amministrazione.
38
Il fallimento della Venchi Unica Duemila porterà a un processo per bancarotta fraudolenta a carico di Alamia,
Rapisarda, Alberto Dell'Utri e Giorgio Breffani. “Secondo gli ultimi conteggi fatti dal curatore, la bancarotta
fraudolenta sarebbe di oltre un miliardo, tutti soldi usciti dalle casse della Venchi Unica prelevati materialmente da
Alberto Dell'Utri, passati nelle mani di Rapisarda, e poi finiti chissà dove” (“La Stampa”, 20 ottobre 1981).
39
Al fallimento della Bresciano (3 gennaio 1980), segue una vicenda giudiziaria intricatissima. 11 conflitto che
nell'ambito della bancarotta oppone Rapisarda e la Cassa di Risparmio di Asti approda al Tribunale di Milano, e viene
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reso evidente la strumentalità del loro “salvataggio” da parte del gruppo finanziario
mafioso.

Perché il berlusconiano Marcello Dell’Utri (insieme al gemello Alberto) era entrato


nel gruppo finanziario-immobiliare dei cianciminiani, gruppo "in concorrenza" col
gruppo Berlusconi? E attraverso quali passaggi questa misteriosa operazione era stata
possibile? Perché Dell’Utri, nella primavera del 1978, era al tempo stesso
amministratore della berlusconiana Immobiliare Romano Paltano e
contemporaneamente amministratore di una società (la Bresciano) del gruppo
Inim-Sofin? C’erano forse convergenze affaristico-finanziarie tra il gruppo
Berlusconi in crisi di liquidità e il gruppo Ciancimino ricco di ingenti capitali? Vi era
un qualche nesso tra “L’operazione Dell’Utri-Inim” e la concomitante affiliazione di
Berlusconi (gennaio 1978) alla Loggia P2?
Al Tribunale, Dell’Utri fornirà una versione dei fatti elusiva, menzognera e
contraddittoria, fin dall’inizio: “Conobbi il Rapisarda la prima volta all’incirca nel
1975; egli mi propose degli affari che non andarono in porto, e tutto per il momento
finì lì” 40 . Ben diverso, e ben altrimenti circostanziato, il racconto del Rapisarda in
merito al suo incontro con Marcello Dell’Utri: “Ebbi a conoscere Dell’Utri Alberto e
Caronna Marcello, nel 1976, in quanto vennero da me negli uffici di via Chiaravalle
per propormi la costituzione di una società [ ... ]; i predetti mi erano stati raccoman-
dati da Cinà Gaetano di Palermo, che io conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese
si presentò da me Dell’Utri Marcello accompagnato da Cinà Gaetano, e in quella
occasione il Cinà mi pregò di far lavorare da me i fratelli Dell’Utri Alberto e
Marcello. Il Dell’Utri Marcello già lavorava per il gruppo Berlusconi, senonché il
Dell’Utri Marcello e il Cinà mi dissero che il Berlusconi in quel momento era in
cattive acque, non aveva soldi e pagava poco il Dell’Utri [ ... ]. Conoscevo Cinà
Gaetano da anni, fin dagli anni Cinquanta, avendolo conosciuto insieme a Mimmo
Teresi e Stefano Bontate [boss mafiosi, NdA]. Effettivamente ho assunto Marcello
Dell’Utri nel mio gruppo societario perché era "difficilissimo" poter dire no al Cinà
Gaetano dal momento che il Cinà rappresentava il gruppo in odore di mafia facente
capo a Bontate-Teresi-Marchese Filippo. Marcello Dell’Utri poi mi disse che la sua
conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta al fatto che si era dovuto
interessare per mediare tra coloro che avevano fatto estorsioni e minacce a Berlusconi
e il Berlusconi stesso. Mi precisò Dell’Utri Marcello che a seguito di tali minacce
estorsive il Berlusconi aveva fatto andare all’estero provvisoriamente la moglie e i
figli. Il Dell’Utri mi disse anche che la sua attività di mediazione era servita a ridurre
le pretese di denaro dei mafiosi” 41 .
affidato al G.I. Giorgio Della Lucia, il quale adotta una serie di inopinati provvedimenti favorevoli al Rapisarda e
avversi alla Cassa di Asti: tra l'altro, il magistrato milanese dispone il sequestro dei terreni di Peschiera Borromeo delle
società Milano Parco Est (terreni ceduti dal Rapisarda alla Cassa di Asti a parziale copertura degli ingenti finanziamenti
avuti attraverso la Bresciano - fino a 34 miliardi) e li affida in custodia giudiziale a parenti e amici dello stesso
Rapisarda. Nella vicenda, è parte anche il corrotto giudice Diego Curtò per una perizia “d’oro” legata al fallimento.
40
Deposizione resa al G.I. Massobrio in data 3 agosto 1982.
41
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 5 maggio 1987.
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La versione di Dell’Utri in merito al suo ingresso nel gruppo Inim dei cianciminiani
di Palermo sarà costellata di inverosimiglianze: “[Nel 1977] ebbi nuovamente un
contatto col Rapisarda [che] aveva ormai assunto il concordato Facchin & Gianni,
che era la più prestigiosa impresa immobiliare di Milano. Il Rapisarda [ ... ] mi parlò
di sue proprietà in quel di Peschiera Borromeo, mi portò a visitarle, e poi mi propose
di collaborare con lui nella Bresciano (società di costruzione che aveva da poco
rilevato); mi disse che se avessi accettato mi avrebbe dato il 5 per cento delle azioni
della società [ ... ]; disse anche che la Bresciano aveva lavori in Siria [ ... ], io [andai
in Siria] e constatai che in effetti l’impresa Bresciano stava lavorando in Siria. Man
mano che il Rapisarda mi faceva le sue proposte io ne parlavo con il dottor
Berluscon4 col quale ero quotidianamente in contatto. Faccio notare che il Rapisarda
mi aveva proposto uno stipendio all’incirca doppio di quello che mi dava il
Berlusconi. Debbo dire che il Berlusconi, persona molto esperta, manifestò subito
grande perplessità [per la proposta di Rapisarda, ma alla fine] mi suggerì lui stesso di
provare ad accettare, promettendomi che, se la cosa non fosse andata bene, mi
avrebbe ripreso con sé: cosa che in effetti è poi avvenuta. Fu così che entrai alle
dipendenze del Rapisarda” 42 . E ancora: “Fu alla fine del 1977 che io entrai alle
dipendenze del Rapisarda. Nel 1978 divenni amministratore delegato della Bresciano.
Faccio ancora notare che per consiglio del dottor Berlusconi, a un certo punto,
vedendo che le cose non erano chiare, consigliai al Rapisarda di assumere come
consulente tal ing. Garofalo Giuseppe affinché egli compisse una sorta di
“radiografia” dell’impresa [ ... ]. Di fatto, chi amministrava la Bresciano era il
Rapisarda: io ero amministratore solo di nome; egli mi lasciava autonomia soltanto
per le piccole cose di routine [ ... ]. Mi resi conto immediatamente che [alla
Bresciano] non vi erano dirigenti all’altezza della situazione; i lavori erano in corso
ma a rilento; la società aveva continue necessità di sovvenzioni, che provenivano da
banche e dallo stesso Rapisarda, che non so dove attingesse ai fondi [ ... ]. Il
Rapisarda avrebbe voluto che io gli conferissi procura generale anche con riferimento
alla Bresciano, ma io non volli dargliela e ciò incrinò i nostri rapporti [ ... ]. Quando
la Bresciano venne dichiarata fallita, nel gennaio 1979 [in realtà, nel gennaio 1980,
NdA], ovviamente cessai dalla mia carica [di amministratore] e ritornai - non subito,
peraltro - da Berlusconi” 43 . “Faccio presente che io ero il firmatario quale
amministratore della domanda di amministrazione controllata [per la Bresciano], ma
in realtà tutto era già stato deciso dal Rapisarda [ ... ]. lo al momento non mi rendevo
conto, non essendo esperto in materia [ ... ]. Preciso che il Rapisarda era un
“incantatore”, nel senso che riusciva a imporre la sua visione a tutti” 44 .
L’equivoco intreccio Dell’Utri-Rapisarda-Bresciano-Berlusconi assume tratti
grotteschi nella versione che ne darà lo stesso Berlusconi al Tribunale di Milano - una
mera “questione salariale” e “carrieristica” riguardante il suo improvvido e maldestro
“segretario personale”: “Marcello Dell’Utri lo conosco fin da quando eravamo
42
Deposizione resa al G.I. Massobrio in data 3 agosto 1982.
43
Ibidem.
44
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 3 giugno 1987.
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ragazzi, e ricordo che dopo che era venuto a lavorare con me mal sopportava di
svolgere esclusivamente attività di segretariato personale e di assistente a tutto quello
che atteneva casa di Arcore, mentre avrebbe desiderato fare una esperienza dirigen-
ziale e comunque attivarsi avendo una certa sfera di iniziative nel campo
tecnico-professionale. Fu per questo, come egli ebbe a dirmi, che quando gli fu
offerto dal Rapisarda di andare a lavorare da lui con un ruolo di dirigente egli accettò
di buon grado, e non soltanto perché avrebbe percepito il doppio di ciò che prendeva
lavorando da me. Tuttavia, dopo l’andamento negativo della sua esperienza nel
gruppo societario del Rapisarda fui io stesso a dirgli di ritornare da me. Non so se
subito o successivamente venne determinato il settore in cui egli avrebbe nuovamente
operato, sta di fatto che lo ritrovai più maturo, tant’è che io gli affidai un incarico
all’interno di Publitalia ‘80, che è la concessionaria di pubblicità del nostro gruppo 45 .
Mi si chiede se Dell’Utri Marcello, prima e dopo l’esperienza lavorativa presso il
gruppo Rapisarda, avesse una esperienza di amministratore nel senso di una capacità
di amministrare autonomamente un’impresa, e rispondo che né prima, né dopo
l’esperienza lavorativa presso il gruppo Rapisarda il Dell’Utri mi risulta avesse una
simile esperienza e capacità 46 . Non ricordo quanto effettivamente percepisse il
Dell’Utri all’epoca in cui smise di lavorare presso di me, ma mi riservo di consultare
la documentazione eventualmente in mio possesso e comunicarlo [ ... ]. Posso
precisare che le entrate del Dell’Utri, a quanto mi consta provenienti dall’attività
lavorativa, erano esclusivamente quelle derivantigli dallo stipendio che gli davo, e
ribadisco comunque che dal Rapisarda avrebbe preso più del doppio di quello che
prendeva da me” 47 .
Diversamente dalle fuorvianti amenità berlusconiane, l’ingresso di Dell’Utri nel
gruppo mafioso Inim con funzioni dirigenziali è una vicenda oscura e densa di
sospetti. Sospetti che si appuntano ad esempio sulla questione dei terreni di Peschiera
Borromeo della Facchin & Gianni acquisiti dal gruppo Inim e finiti, nel bel mezzo
della vicenda Bresciano, alla Cassa di Risparmio di Asti. Dichiarerà Rapisarda al
magistrato: “[Quando il boss Cirtà mi invitò ad assumere i fratelli Dell’Utri] sapevo
che il Berlusconi aveva chiesto di rilevare la Facchin & Gianni [ma occorrevano] 12
miliardi e non se n’era fatto niente perché il Berlusconi offriva soltanto 6/7 miliardi
con un acconto solo di 300 milioni in quanto non aveva mezzi” 48 ; ma di tutto questo,
il supposto “ex segretario personale” di Berlusconi, Dell’Utri, nulla avrebbe saputo:
“Io dei terreni di Peschiera Borromeo della Milano Parco Est sapevo che c’erano

45
Dopo il biennio nel gruppo Inim, Dell'Utri ritorna infatti nel gruppo Fininvest, dapprima in posizione defilata, quindi,
dal 3 ottobre 1983, come consigliere delegato della più importante società Fininvest, Publitalia '80. t evidente il
tentativo di Berlusconi di "minimizzare" il ritorno di Dell'Utri, e di "giustificare" (“lo ritrovai più maturo”) l'importante
ruolo che assume.
46
Berlusconi tace al magistrato che Dell'Utri era già stato amministratore di due società (Immobiliare San Martino e
Immobiliare Romano Paltano), e cerca di accreditare la tesi di un Dell'Utri "incapace" e sprovveduto.
47
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 26 giugno 1987.
48
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 5 maggio 1987
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[solo perché] mi ci portava H Rapisarda a fare equitazione” 49 .


L’attenzione dei magistrati, tuttavia, si focalizza proprio sulla faccenda dei terreni di
Peschiera Borromeo: finiti alla Cassa di Risparmio di Asti a fronte dell’ingentissima
esposizione della Bresciano, Berlusconi aveva allacciato una trattativa con la Cassa
per entrarne in possesso. Ma Dell’Utri dichiara al magistrato di non esserne a
conoscenza, anzi nega risolutamente qualunque trattativa, ammettendo solo un vago
“contatto” del seguente tenore: “Il Marrandino [funzionario della Cassa di Risparmio
di Asti, NdA] una volta mi chiese, nel ‘78-79, non ricordo, di interessarmi presso
Berlusconi alla Edilnord se voleva acquistare i terreni di Peschiera Borromeo intestati
alle Milano Parco Est [ ... ], cosa che in effetti feci, ma non parlando direttamente con
Berlusconi, in quanto sapevo che non avrebbe aderito [poiché] la situazione edilizia
anche di Milano 3 era in crisi; parlai invece, della proposta della Cassa di Asti, alla
Edilnord, a persona che ora non ricordo, o a un architetto dell’ufficio progettazione
della Edilnord [ ... ]. Non si trattò in realtà di trattative [ma solo del fatto che il
funzionario della Cassa di Asti] mi disse una frase di questo genere: “Veda un po’, lei
che conosce Berlusconi, se è interessato all’acquisto di questi terreni che la Banca
intende vendere” [ ... ]. Si trattò solo di una richiesta di presa di contatti con
Berlusconi, ma si trattava di una proposta generica che finì lì, nel senso che io risposi,
pressoché subito, che l’acquisto non interessava l’Edilnord. Ripeto che non si fecero
mai trattative in merito all’acquisto dei suddetti terreni da parte di Berlusconi o di
società del suo gruppo. Escludo che vi siano state delle trattative con la Cassa di Asti
in merito all’acquisto dei terreni di Peschiera Borromeo da parte di Berlusconi o di
società facenti parte del suo gruppo [ ... ]. Ribadisco che trattative concrete per
l’acquisto dei terreni suddetti da parte del gruppo Berlusconi non vi sono mai state, e
ribadisco che non vi fu mai interesse da parte della Edilnord o di Silvio Berlusconi o
di società del suo gruppo all’acquisto di detti terreni [ ... ]. Prendo atto che dalla
documentazione acquisita agli atti risulta che la Cassa di Risparmio di Asti faceva
presente nel 1978 alla Banca d’Italia che la situazione inerente la Inim della
esposizione Bresciano era in fase di definizione [poiché] l’imprenditore Silvio
Berlusconi era pronto ad acquistare i terreni siti in Peschiera Borromeo delle Milano
Parco Est a ben precise modalità e prezzi, e rispondo che assolutamente non mi
risulta questa situazione” 50 .
La versione resa al Tribunale di Milano da Berlusconi circa le sue trattative con la
Cassa di Asti aventi per oggetto i terreni di Peschiera Borromeo, nell’ambito della
vicenda Bresciano-Inim, è l’apoteosi della vaghezza, dell’elusività, dell’ambiguità:
“Escludo che nel 1975, a quanto mi posso ricordare, vi sia stato un interessamento e
comunque trattativa, anzi trattative mi sento proprio di escluderle, per l’acquisto dei
terreni di Peschiera Borromeo della Facchin & Gianni, anche perché all’epoca la
Edilnord era impegnata nelle attività edilizie di Milano 2 e Milano 3. Fu soltanto
49
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 3 giugno 1987. Le parole di Dell'Utri contrastano con quanto lui stesso
aveva dichiarato al G.I. Massobrio in data 3 agosto 1982.
50
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 3 giugno 1987. t assai significativa l'ostinazione di Dell'Utri nel negare le
trattative tra la Cassa di Asti e Berlusconi per i terreni di Peschiera Borromeo: è il tentativo di negare le evidenti
attinenze tra il suo momentaneo e sospetto ingresso nel gruppo Inim, e gli interessi affaristici dei gruppo Berlusconi.
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nell’agosto di circa dieci anni fa [circa 1977] che fui contattato personalmente da un
funzionario della Cassa di Risparmio di Asti, che venne ad Arcore proponendomi
l’acquisto di proprietà terriere in Peschiera Borromeo. Ricordo di essermi [poi] recato
ad Asti, nella sede della Cassa di Asti, nell’agosto di una decina di anni fa,
[dopodiché] dieci-quindici giorni dopo, anzi non posso precisare dopo quale tempo,
risposi definitivamente che non ero interessato all’acquisto dei terreni. Tengo a
precisare che in realtà non ci fu mai un mio interesse reale all’acquisto di quei
terreni: mi sembrava infatti che l’iter di approvazione degli strumenti urbanistici
fosse ancora di lunga durata 51 , così almeno mi sembra di ricordare; tuttavia ricordo
che per motivi diplomatici e cioè per evitare di deludere funzionari di istituti bancari
e chi me li aveva presentati di cui non ricordo il nome, atteggiai il mio
comportamento nel senso di dare l’impressione di un mio possibile interessamento
futuro” 52 ; ma i troppo labili e sfuggenti “ricordi” di Berlusconi non persuadono il
magistrato, che, spazientito, verbalizza: “L’Ufficio fa presente [al teste Berlusconi]
l’importanza processuale in ordine alla circostanza delle trattative svoltesi o meno
con la Cassa di Asti per l’acquisto dei terreni siti in Peschiera Borromeo [ ... ] e invita
il teste a essere preciso sul punto, posto che pur non emergendo allo stato degli atti un
suo concreto interesse quale parte privata nel procedimento penale [a carico di
Rapisarda-Dell’Utri], tant’è che viene sentito come testimone, la risposta in ordine al-
la questione dell’esistenza o meno di trattative circa l’acquisto di terreni di Peschiera
Borromeo appare essenziale nel presente procedimento ed eventuali reticenze o
imprecisioni sul punto da parte del teste potrebbero fare scattare la necessità di
indagini anche nella direzione del gruppo societario facente capo a detto teste, posto
che un’operazione di acquisizione da parte della Cassa di Asti dei terreni è
configurato allo stato degli atti come attività di bancarotta fraudolenta e tale
operazione si è svolta in corrispondenza cronologica col distacco di Marcello
Dell’Utri dalla dipendenza del gruppo societario di Berlusconi e ad operazione
compiuta il rientro dello stesso Dell’Utri alle dipendenze del gruppo Berlusconi
medesimo[…]. Si invita pertanto il teste a rispondere con la massima precisione e
chiarezza” - e il teste Berlusconi dichiara: “Il tempo passato è notevole [ ... ], non
essendo in grado di fornire attualmente risposte precise alle domande rivoltemi, mi
sembra corretto esperire sulle agende che riguardano quel periodo un’indagine rapida
51
L'indice di edificabilità dei terreni di Peschiera Borromeo, in rapporto al Piano regolatore del Comune, era stato
oggetto di strane manovre. Ad esempio, il 12 dicembre 1977 la Cassa di Risparmio di Asti aveva inviato a Rapisarda
una lettera di valutazione subordinata alla postilla “se il Piano Regolatore Comunale preserverà la volumetria
attualmente prevista”; l'indomani, 13 dicembre, il sindaco di Peschiera Borromeo, in una lettera indirizzata al
Rapisarda, confermava la volumetria...

52
La elusiva deposizione berlusconiana è smentita anche da un rapporto interno alla Cassa di Risparmio di Asti datato
19 ottobre 1978: “Il dottor Berlusconi ha in questi giorni formulato le seguenti offerte per l'acquisto [dei terreni di
Peschiera Borromeo]: 1) stipula di un contratto condizionato all'approvazione da parte della Regione dei piani
convenzionati con indice volumetrico di almeno 350 milioni di metri cubi; 2) stipula del contratto definitivo, dopo
l'approvazione di cui sopra, alle seguenti condizioni: a) prezzo L. 10 miliardi pagabili con mutui 10-15 anni al tasso del
12 per cento; b) in alternativa, prezzo L. 14 miliardi pagabili con mutui durata anni 20 al tasso dei 7 per cento [ ... I. Si
ritiene inoltre di segnalare che da parte di altre imprese sono pervenute offerte a condizioni di prezzo più vantaggiose di
quelle esposte [ma] la trattativa più reale resta quella col dottor Berlusconi”.
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[ ... ]. A memoria d’uomo, per quello che posso ricordare, la nostra società non mi
sembra, al riguardo, abbia fatto offerte precise di prezzo d’acquisto dei terreni di
Peschiera Borromeo [ ... ]. Escludo che Marcello Dell’Utri si sia interessato presso di
me per caldeggiare o per farmi offerte o in ogni caso per fare da tramite per la vendita
dei terreni di Peschiera Borromeo a me o al mio gruppo [ ... ]. Durante la fuoriuscita
del Dell’Utri dal mio gruppo societario, i rapporti tra me e il Dell’Utri non furono
continuativi e posso immaginare per una specie di pudore derivante dal fatto che io lo
avevo sconsigliato di intraprendere quella attività, cioè quella del Rapisarda; il
Dell’Utri non mi tenne al corrente di cose che riguardavano la sua attività lavorativa
con il Rapisarda” 53 .

In data 18 febbraio 1987, Filippo Alberto Rapisarda inoltra una denuncia contro
ignoti per minacce che avrebbe ricevute: “Sospetto che [tali] minacce possano
provenire [tra gli altri] dai fratelli Bono, o da Virgilio Antonio ultima direzione da cui
proviene la ,minaccia di cui alla mia denuncia è dal gruppo Berlusconi per le denunce
da me fatte nei confronti di Dell’Utri Marcello e Alberto” 54 . Dopo il crac della
Bresciano e della Venchi Unica Duemila, infatti, i Dell’Utri e Rapisarda si
palleggiano le responsabilità penali in un ambiguo gioco delle parti.
Il successivo 13 novembre, Rapisarda ha modo di fornire al magistrato la
seguente deposizione sul conto di Marcello Dell’Utri: “Al ristorante “Il Viceré” [di
Milano] andavano a mangiare una quantità di palermitani e siciliani, e tra questi vi
era anche Marcello Dell’Utri, e il Dell’Utri era già frequentatore e amico del Brucia
Domenico [e aveva] stretti contatti con quel giro di siciliani, tant’è vero che veniva
spesso nei suoi uffici della Bresciano in via Chiaravalle un suo amico, che il Dell’Utri
ebbe modo di presentarmi, e che poi seppi dai giornali che era Ugo Martello. Ricordo
che quando costui si recava negli uffici di Dell’Utri, si chiudeva negli uffici stessi del
Dell’Utri a confabulare, e mi ricordo che quando il Dell’Utri mi presentò come suo
amico quell’uomo che poi seppi essere il ricercato Ugo Martello, mi disse che si
trattava di un suo carissimo amico, che la sua società era rimasta creditrice della
Venchi Unica Duemila, che si trattava di una persona di tutto rispetto, e che quindi
quel debito della Venchi Unica Duemila verso la società del suo amico "o fallimento
o non fallimento, andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri". lo risposi a
Dell’Utri che non era possibile pagare un creditore a preferenza di altri, e gli dissi che
se lo voleva fare, poiché l’amministratore
ra suo fratello Alberto, dicesse a lui di pagare, io non ne volevo sapere. A proposito

53
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 26 giugno 1987. Il successivo 6 luglio, dopo avere "consultato le agende”
Berlusconi scrive una lettera al “Dottor Della Lucia”, e tra i vari “se ben ricordo”, “eventuale interesse”,
“fortunosamente reperito”, argomenta: “Devo far presente che, a nove anni di distanza, non sono in grado di ricordare
se gli appuntamenti e i colloqui telefonici [con i funzionari della Cassa di Risparmio di Asti] annotati nell'agenda si
siano effettivamente tenuti [o se se ne siano tenuti solo alcuni]; né, a fortiori, posso ricordarne il contenuto. Mi sento co-
munque di escludere - in ciò confortato anche dalla circostanza che non risultano agli atti dei mio Gruppo né studi, né
progetti, né rilievi riguardanti il terreno in questione - che sia stata da me avanzata un'offerta di acquisto dell'area di Pe-
schiera Borromeo, vuoi alla Cassa di Risparmio di Asti vuoi ad altri”.
54
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 5 maggio 1987.
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di quell’uomo che anni dopo, a seguito del suo arresto, seppi dai giornali essere Ugo
Martello, ricordo che dopo la presentazione fattami dal Dell’Utri, lo vidi frequentare
assiduamente gli uffici di Dell’Utri [quando era] amministratore della Bresciano [ ...
]. Tra i frequentatori abituali del ristorante "Il Viceré" di Brucia Domenico, vi era una
persona da me conosciuta da oltre venticinque anni, di nome Bosco Emanuele, e
costui spesso lo avevo visto insieme a pranzo insieme con Ugo Martello, Mingiardi
Salvatore detto Turi, con Bono Alfredo e con tutta la malavita siciliana che
frequentava il ristorante di Brucia Domenico. Nel ristorante del Brucia ci andavano
spesso Marcello Dell’Utri e Ugo Martello, che erano intimi amici tra loro e amici del
Brucia. Il Dell’Utri si vantava anche di essere amico di Marchese Filippo di Palermo,
e offrì a Caristi di dare la copertura dei Marchese per le filiali di Palermo e di Catania
della Inim, nel senso di avere una protezione da parte di quei personaggi. Seppi poi,
quando ero all’estero, che in appartamenti del palazzo di piazza Concordia 1, in
Milano, all’epoca in cui a Milano era rimasto Dell’Utri Marcello a gestire quello che
era rimasto del gruppo Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco
e Mongiovi Angelo, e un ragioniere della famiglia mafiosa di Raffadali” 55 .
“Quando Dell’Utri Marcello lavorava negli uffici di via Chiaravalle”, dirà
ancora Rapisarda, “venivano frequentemente e abitualmente a trovarlo Ugo Martello,
Stefano Bontate, Teresi Domenico e Cinà Gaetano che, praticamente, era di casa
nell’ufficio di Marcello Dell’Utri [ ... ]. Negli ultimi mesi del 1978 incontrai in piazza
Castello Mimmo Teresi e Stefano Bontate che mi invitarono a prendere un caffè
insieme a loro, e il Teresi nella circostanza mi disse che stava per diventare socio di
Berlusconi Silvio in una società televisiva privata dicendomi che ci volevano 10
miliardi e mi chiese un parere, tra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare.
Ritengo che Caristi Angelo sappia qualcosa in merito alla società tra il Berlusconi
Silvio e Mimmo Teresi. Mi risulta che il Teresi e lo Stefano Bontate operassero
insieme nelle imprese immobiliari e negli affari in genere. Successivamente ricordo
che Caristi Angelo, responsabile amministrativo della Inim, reparto filiali, mi disse
che Dell’Utri Marcello gli aveva offerto la protezione di Filippo Marchese al fine di
fargli acquisire immobili sulla piazza di Palermo. lo dissi al Caristi di tenersi però
lontano da quella gente trattandosi di mafiosi molto pericolosi” 56 . Rapisarda, ai
tempi, era proprietario dell’emittente Milano Telenord, e intratteneva stretti rapporti
col boss Vittorio Mangano, a sua volta interessato all’emittenza televisiva. Rapisarda
aveva costituito la Milano Telenord srl il 14 gennaio 1977, e secondo alcune voci
avrebbe a lungo cercato di associare Berlusconi al suo progetto televisivo.

Un rapporto del Nucleo operativo dei Carabinieri di Pistoia datato 25 aprile 1983
accertava che “Francesco Paolo Alamia faceva parte, con compiti dirigenziali e
organizzativi, di un illecito sodalizio che traeva profitto da attività edilizie ed
immobiliari ove confluivano ingenti somme di dubbia provenienza [ ... ]. Da qui il so-
spetto che le stesse attività imprenditoriali servissero da copertura per riciclare il
55
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 13 novembre 1987.
56
Deposizione resa al G.I. Della Lucia in data 5 maggio 1987.
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denaro sporco investendolo in attività lecite”.


In un’ordinanza di rinvio a giudizio del gennaio 1989, il sostituto procuratore
del Tribunale di Palermo Alberto Di Pisa scriverà: “[Dalle indagini] si rilevava che il
direttore generale Rapisarda e la Inim erano stati in contatto, apparentemente per
questioni attinenti alla dichiarata attività commerciale della Inim, con le famiglie di
alcune vittime di sequestri di persona [ ... ]. Le indagini [condotte dal Nucleo dei
Carabinieri di Torino] inducono fondatamente a ritenere che la Inim altro non fosse
che il paravento per riciclare denaro proveniente da attività illecite”.

Tra i 101 esponenti della criminalità organizzata “imperante in Milano e Lombardia”


elencati dal rapporto Criminalpol del 13 aprile 1981, vi era anche il nome di
Francesco Turatello, la cui madre veniva indicata residente in un appartamento di
Milano 2 sotto il falso nome di “Giovenco Luigia” 57 .
Nel marzo 1985, lo screditato camorrista “pentito” Gianni Melkuso rivolgerà accuse
a un “potentissimo personaggio di Milano... E uno che ha costruito mezza Milano,
che nel 1977-78 era stramiliardario e legatissimo a Turatello. Era lui a prendere i
soldi dei sequestri di Turatello. Per esempio, Turatello gli dava un miliardo sporco e
lui gli passava trecento milioni puliti. E il miliardo finiva al sicuro nelle banche. Tra
l’altro, Turatello ebbe in regalo un appartamento grandissimo... Il guaio è che è un
personaggio intoccabile, amico di potenti politici italiani. Un magistrato mi ha detto:
“Gianni, qui passiamo brutti guai”. E sono sicuro che, quando farò il suo nome, lui
mi attaccherà, perché ha le possibilità di farlo a livello nazionale. Ma quando le cose
si mettono male, conviene dire tutto. D’altra parte, Epaminonda il suo nome l’ha già
fatto. E lui deve avere paura più di Epaminonda che di me, perché Epaminonda è
rimasto in libertà fino a poco tempo fa e sa tante cose che io non so. Sia chiaro che il
mio non è un ricatto, io non ho bisogno dei suoi soldi” 58 .

57
“112 ottobre 1976, in Milano, nella via Correggio, personale di questo ufficio ha tratto in arresto per detenzione di
armi ed altro tale Vio Walter, nato a Venezia il 17 gennaio 1955. Nella circostanza si accertava che l'appartamento era
stato locato al Vio da Gioveneo Giovanni, il quale risultava locatario di altri due appartamenti, uno in via Saldini 30,
ove abitava, l'altro in "Milano 2" occupato dalla madre di Turatello Francesco a nome Luigia, che si faceva chiamare
Giovenco Luigia”.
58
“La Repubblica” 13 marzo 1985.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Uomini d’onore e di rispetto

Il fallimento della Venchi Unica Duemila spa amministrata da Alberto Dell’Utri


(dichiarato dal Tribunale di Torino nel luglio 1978) determina il crollo a catena del
gruppo Inim-Sofin, crollo che culmina col fallimento (gennaio 1980) della Bresciano
spa amministrata da Marcello Dell’Utri. Emerge così una selva di irregolarità,
malversazioni e ammanchi che porta ad arresti per bancarotta fraudolenta (tra gli altri,
di Alberto Dell’Utri), mandati di cattura (Rapisarda), e imputazioni per reati di
criminalità finanziaria (tra gli altri, a carico di Marcello Dell’Utri) 59 .
Risulteranno così evidenti la natura malavitosa del gruppo Inim, la sua
connotazione di propaggine “imprenditoriale” della malavita organizzata, e la sua
funzione di struttura dedita al riciclaggio di capitali sporchi. E risulterà vieppiù
evidente come l’acquisizione da parte del gruppo finanziario-immobiliare
siculo-milanese delle società Bresciano e Venchi Unica avesse avuto quale reale
obiettivo l’accesso a ingenti crediti bancari, e come i terreni di Peschiera Borromeo
rilevati dal fallimento Facchin & Gianni avessero avuto grande parte nella losca
vicenda. Ma non verrà mai appurato quale esatto ruolo vi abbiano avuto i
"berlusconiani" Marcello e Alberto Dell’Utri, subito posti al vertice delle due società
fallite, né quale disegno fosse sotteso alla loro repentina presenza nel mafioso gruppo
finanziario-immobiliare dei cianciminiani.
Vero è che l’ingresso dei “berlusconiani” Dell’Utri nel gruppo-cianciminiano è
contestuale all’ingresso di Berlusconi nella Loggia massonica P2, e alle due
operazioni seguirà il superamento della crisi finanziaria delle attività berlusconiane e
il tumultuoso sviluppo del gruppo Fininvest (con il varo delle "operazioni televisive")
grazie alla disponibilità di nuovi e ingentissimi capitali. Del resto, il Venerabile
piduista Licio Gelli, oltre a controllare numerose banche e a manovrare cospicui
capitali esteri, avrebbe intrattenuto rapporti finanziari anche con Cosa Nostra:
“Marino Mannoia ha riferito di avere appreso da Stefano Bontate e da altri uomini
d’onore della sua famiglia che Calò Giuseppe, Riina Salvatore, Madonia Francesco e
altri dello stesso gruppo (“corleonese”) si avvalevano di Licio Gelli per i loro
investimenti a Roma. Gelli era il “banchiere” di questo gruppo come Sindona lo era
stato per quello di Bontate Francesco e di Inzerillo Salvatore” 60 .

59
Al crac del gruppo Inim seguirà un'intricata sequela di rinvii a giudizio, denunce, azioni giudiziarie, processi,
sentenze, ricorsi, appelli (molti dei quali ancora pendenti a tutta l'estate 1994), che vedranno coinvolti Rapisarda, i
Dell'Utri, la Cassa di Risparmio di Asti, e alcuni magistrati (come il G.I. dei Tribunale di Milano Giorgio Della Lucia,
sottoposto a procedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura nell'ottobre 1993).
60
Cfr. Richiesta di autorizzazione a procedere per associazione di stampo mafioso a carico di Giulio Andreotti,
avanzata dalla Procura della Repubblica di Palermo in data 27 marzo 1993.
I legami tra Cosa Nostra e Logge massoniche coperte, documentati da numerose inchieste giudiziarie, hanno portato
molti boss mafiosi ad affiliarsi alla massoneria in un criminoso sodalizio, perlopiù di tipo finanziario. Ancora nel 1991,
ad esempio, nelle banche di Arezzo infiltrate dai massoni, il Venerabile maestro Licio Geni ha potuto negoziare assegni
per centinaia di milioni senza che le operazioni, presso la Banca Toscana, venissero segnalate all'autorità di Polizia
come stabilito dalle norme antiriciclaggio, e “pochi giorni dopo il sequestro dei conti di Gelli, sulla credibilità del
sistema bancario aretino è arrivata la seconda mazzata. L'operazione Unigold ha portato in carcere Gustavo Delgado
Upegui, cassiere di Pablo Escobar Gaviria, boss di Medellin ucciso l'anno scorso, e un gruppo di imprenditori orafi
aretini e vicentini che aiutavano i colombiani a ripulire il denaro della droga” ("Il Mondo", 7 febbraio 1994).
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Tra il settembre 1979 e il febbraio 1980, il latitante Filippo Alberto Rapisarda,


rifugiatosi dapprima in Svizzera e quindi in Venezuela per sfuggire al mandato di
cattura, divulga un sibillino “memoriale” (attraverso una strana agenzia giornalistica,
“Anipe-Agenzia nazionale informazioni politiche economiche”) 61 , nel quale il
pluripregiudicato finanziere indiziato di associazione a delinquere di stampo mafioso
si difende dalle imputazioni e lancia avvertimenti.
Il gruppo Inim, scrive Rapisarda, “avrebbe potuto dare lavoro a migliaia di
impiegati e operai, ma gli appetiti e l’invidia di alcuni gruppi finanziari e politici
hanno fatto si che succedesse tutto questo, forse perché non mi sono piegato fino in
fondo alle molteplici pressioni ricevute, vedasi il caso delle licenze edilizie la cui
mancata concessione non mi ha permesso di realizzare niente”; il finanziere latitante
dichiara di essere in pericolo di vita e costretto a tacere molte cose, ma precisa di
avere “messo per iscritto” retroscena, colpe e responsabilità di “tutto quanto è
successo in questi anni”, e di avere affidato il tutto “nelle mani di un notaio che ha
l’ordine di [rendere pubblico lo scritto] qualora fisicamente mi succedesse qualcosa...
Chi deve avere da me quella grossa cifra, se eliminerà me, eliminerà domani anche
voi”. Nel merito della vicenda Venchi Unica, Rapisarda afferma che il gruppo Inirn
avrebbe rilevato l’azienda dolciaria torinese su pressione del clan politico
Andreotti-Scotti, e che il successivo, repentino fallimento sarebbe stato propiziato dal
clan torinese del ministro Carlo Donat Cattin in guerra con Andreotti nell’ambito
delle faide interne alla Dc.
L’agenzia “Anipe” che riporta il “memoriale” di Rapisarda dalla latitanza
risulta diretta da tale Tito Livio Ricci, vero cognome D’Arcangelo, fratello di
Michele D’Arcangelo: i due hanno lavorato alle dipendenze del Rapisarda curando le
pubbliche relazioni del gruppo Inim. Secondo Michele D’Arcangelo, nel 1983
Marcello Dell’Utri lo invitò in una villa in Brianza per metterlo in contatto con
personaggi che avrebbero potuto affidargli le pubbliche relazioni per il Casinò di
Campione; ma a tarda sera, la polizia fece irruzione nella villa e portò tutti al
commissariato (l’operazione di polizia era legata all’inchiesta sulla “mafia dei colletti
bianchi”): D’Arcangelo e Dell’Utri vennero interrogati, e l’indomani tornarono in
libertà.
Durante il periodo di latitanza trascorso in Venezuela, a Caracas, Rapisarda
incontra molti “uomini d’onore”: anzitutto Giuseppe Bono, fratello di Alfredo 62 ,
quindi il boss Paolo Cuntrera (esponente dell’omonima famiglia ritenuta uno dei
crocevia del traffico internazionale di stupefacenti), e i boss Romano Conte e Antonio
Virgilio (anch’essi, come i fratelli Bono, indicati nel citato rapporto Criminalpol del
1981 tra i principali esponenti delle cosche della "mafia finanziaria" radicata a

61
"Anipe" n° 32, 8 settembre 1979; "Anipe" n° 7, 23 febbraio 1980.
62
Il boss Alfredo Bono (esponente della "mafia finanziaria" milanese), presso l'ufficio di via Chiaravalle 7/9, a Milano
(dove aveva sede il gruppo Inim e dove avevano la residenza privata il Rapisarda e i fratelli Dell'Utri), disponeva di un
recapito telefonico "segreto": 6070351, ufficialmente intestato alla società Beni immobili briantei srl amministrata dai
prestanome Yvette Grut, Francesco La Rosa e Filippo Rapisarda.
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Milano). Da Caracas, il giro mafioso si attiva tra l’altro per tentare di salvare il
salvabile dell’ex gruppo Inim, con particolare interesse per la parte dei terreni di
Peschiera Borromeo ex Facchin & Gianni intestati alla Milano Santa Maria al Bosco
spa (altra società del gruppo); ma i maneggi intorno alle spoglie dell’ex impero
finanziario-immobiliare, con andirivieni di commercialisti e boss da Milano a
Caracas, non sortiscono alcun esito: tutto è ormai nelle mani dei Tribunali di Torino e
Milano.
Dalla latitanza, Rapisarda dichiara all’“Espresso”: “Quello della Inim era un
progetto ambizioso fallito soprattutto per colpa di feroci contrasti tra fazioni
politiche. Ciancimino non era il cervello dell’Inim, era qualcosa di più... Di cervelli
non ce n’era uno solo, ma più d’uno: erano a Palermo, a Roma, a Milano, e anche
all’estero. Nomi grossi, gente importante... Il gruppo doveva essere costituito da
molte aziende, l’obiettivo era di dare vita a un gruppo molto forte in alternativa ad
altri gruppi del Sud e del Nord... Chi erano i finanziatori dell’Inim. [non lo posso
dire]: io tengo alla mia vita, quelli là mi troverebbero anche in capo al mondo”.
Un nuovo rapporto redatto dalla Criminalpol in data 28 marzo 1985, intitolato
“Indagini su esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso
Cuntrera-Caruana ed a Rapisarda Filippo Alberto” scriverà: “In relazione ad una serie
di reati fallimentari [riguardanti la Venchi Unica Duemila e la Bresciano spa, NdA]
venne colpito da ordine di cattura, assieme al Rapisarda, anche il suo autista Dell’Utri
Alberto. Costui è il fratello gemello di Dell’Utri Marcello, collegato al boss mafioso
Mangano Vittorio e uomo di fiducia di Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto”;
attribuendo al Rapisarda un ruolo dirigenziale e di primo piano nell’ambito della
criminalità organizzata nazionale e internazionale e un ruolo cardine nella mafia
“imprenditoriale” il nuovo rapporto Criminalpol imputerà al pluripregiudicato
faccendiere siciliano di avere fornito falsi passaporti ad alcuni responsabili di
sequestri di persona a scopo estorsivo, favorendone l’espatrio in Venezuela dove essi
avevano riciclato parte delle somme dei riscatti nell’acquisto di immobili.

Il crac del gruppo Inim. è di ingenti dimensioni. La sola Bresciano risulta debitrice
verso la Cassa di Risparmio di Asti per un’esposizione di 33 miliardi, e nei suoi conti
vi è un ulteriore passivo di circa 10 miliardi.
Nell’aggrovigliata contabilità della Venchi Unica Duemila, viene accertato un
ammanco di L. 807.050.837. Tra l’altro, assegni di clienti della Venchi Unica
Duemila (amministrata da Alberto Dell’Utri) risultano finiti su un conto personale di
Alberto Dell’Utri 63 , mentre un assegno della Venchi Unica Duemila risulta incassato
da Marcello Dell’Utri. Un assegno di L. 10 milioni, tratto da uno dei conti bancari
della Bresciano, datato 10 luglio 1978, risulta incassato dal boss mafioso Gaetano

63
La perizia dei Tribunale appurerà che assegni di clienti della Venchi Unica Duemila per L. 38.778.961 erano finiti sul
conto corrente 35815, presso l'Ibi di Roma, intestato ad Alberto Dell'Utri. Dopo avere ripetutamente negato il fatto,
Dell'Utri dichiarerà al Tribunale: “Ammetto di avere prelevato somme di cui agli assegni e ai documenti bancari
mostratimi e di cui alla elencazione analitica del perito... [Al Tribunale di Torino mentii] in quanto in quel clima di
terrorismo [negavo] qualsiasi accusa mi venisse mossa. Era un clima tale per cui mi sembrava di dover andare incontro
all'ergastolo”.
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Cinà.
Quando il Tribunale revoca il mandato di cattura a carico di Rapisarda, il
finanziere torna in Italia e inoltra al Tribunale di Milano una raffica di esposti e
denunce (in particolare contro la Cassa di Risparmio di Asti), una delle quali a carico
dei fratelli Dell’Utri. “[Nella denuncia di Rapisarda, tra l’altro] è descritto un
movimento di denaro di L. 29 milioni tra la Venchi Unica Duemila (amministrata da
Alberto Dell’Utri) e la Bresciano (amministrata da Marcello Dell’Utri) attraverso cui
vennero distratti L. 8 milioni personalmente dall’Alberto Dell’Utri. Dai documenti
indicati e allegati [alla denuncia] emerge in modo evidente che Marcello Dell’Utri si
prestò e cooperò all’occultamento ed alla distrazione della somma, facendo risultare
entrati alla Bresciano solamente 21 milioni, avendone però ricevuti 29 [ ... ]” 64 . I
termini della contesa sono evidenti: i due Dell’Utri affermano che la loro carica
societaria di amministratori delle due società fallite era una canca puramente formale,
e che essi erano in sostanza dei prestanome-paravento del Rapisarda 65 ; il Rapisarda
sostiene l’esatto contrario lamentando di essere stato perfino "licenziato" dai due
Dell’Utri, e arriva a denunciare di essere fatto oggetto di anonime “minacce” dietro le
quali sospetta esservi “il gruppo Berlusconi per le denunce da me fatte nei confronti
di Dell’Utri Marcello e Alberto” 66 . A sua volta, Marcello Dell’Utri denuncia
Rapisarda per truffa.
Il conflitto Rapisarda-Dell’Utri nelle aule di Giustizia si protrae - non troppo
cruento - parallelo al lentissimo e complicatissimo iter dei vari fascicoli giudiziari. “I
due fratelli gemelli Alberto e Marcello Dell’Utri, amministratore delegato il primo
della Venchi Unica Duemila spa ed il secondo della Bresciano spa, agivano in modo
del tutto autonomo e indipendente dal Rapisarda: per essere esatti bisogna dire che
erano del tutto incontrollabili e si erano apertamente ribellati, insieme ad Alamia e
Caristi. Il Rapisarda non aveva più, nel 1978, alcun potere di interferire nel loro
operato, tanto che proprio in quel periodo costoro provvidero addirittura ad
estromettere [il Rapisarda] dal gruppo Inim, giungendo persino a "licenziarlo" quale
direttore generale, revocandogli tutte le procure nelle varie società. Essi posero in atto
una serie di comportamenti lesivi per le società e lesivi per il Rapisarda, dei quali,
forse, ebbero successivamente a pentirsi [ ... ]” 67 .

In effetti, il gioco delle parti sembra avere registrato - come sostiene Rapisarda - un
qualche successivo "pentimento" dei suoi ex soci fratelli Dell’Utri, ristabilendo tra gli
antagonisti un saldo rapporto di rispetto. Il 14 ottobre 1989, infatti, la moglie di
Marcello Dell’Utri, Miranda Ratti. ha tenuto a battesimo Cristina Elisabetta
64
Memoria difensiva, nell'interesse di Rapisarda, presentata dall'avv. Paola Mora al Tribunale di Milano in data 27
novembre 1992.
65
Cfr. la deposizione di Marcello Dell'Utri al G.I. Massobrio, 3 agosto 1982.
66
Cfr. la deposizione di Rapisarda al G.I. Della Lucia, 5 maggio 1987.
67
Memoria difensiva presentata dall'avv. Paola Mora, legale di Rapisarda, al Tribunale di Milano in data 27 novembre
1992.
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Rapisarda, figlia di Filippo Alberto. Uno dei club milanesi di “Forza Italia” (il
partito-setta creato dai gemelli Dell’Utri) avrà sede nel covo dell’ex gruppo Inim e ex
abitazione dei Dell’Utri, in via Chiaravalle 7/9. Secondo "Il Mondo", invia
Chiaravalle 7/9, nel 1993 Rapisarda e i Dell’Utri discutono “dell’opportunità di crea-
re un network televisivo in Argentina” 68 ; inoltre, il “delinquente abituale” Rapisarda,
forte di un certificato penale ormai lungo 12 pagine, nel 1993-94 è un assiduo
frequentatore della “casa romana di Alberto Dell’Utri, in via Guido d’Arezzo, ai
Parioli. Il gemello di Marcello [ ... ] usa presentare ai suoi ospiti il Rapisarda come
finanziere e imprenditore attivo nel campo del trasporto aereo [ ... ]. Il salotto romano
di Alberto Dell’Utri, responsabile di “Forza Italia” per la Capitale, svolge una
funzione importante nei rapporti diplomatici del gruppo Fininvest” 69 .
Da parte sua, Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1991, ha spostato dalle sue tasche a
quelle di Marcello Dell’Utri la somma di L. 3 miliardi e 441 milioni, sottoforma di
magnanime “donazioni” (in quanto tali sottratte alla tassazione Irpef). E nel settembre
1991, intervistato sul tema “La mafia a Milano” 70 Berlusconi dichiara: “Io il fiato
della mafia non lo avverto”; benché la criminalità organizzata radicata in Lombardia
abbia ormai fatto di Milano la vera capitale "imprenditoriale" di Cosa Nostra 71 ,
Berlusconi dichiara: “[Non sono] in grado di sapere se H negoziante [milanese] è
attanagliato dalla mafia [ ... ]. Non credo che il vero problema [di Milano] sia la
pressione mafiosa”.

Nel marzo 1994, le cronache registrano nuovi sviluppi nell’intrico giudiziario seguito
al crac della Bresciano spa amministrata da Marcello Dell’Utri: “Dopo quasi due anni
di udienze, si è concluso con un’assoluzione generale il processo che ha visto di
fronte il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e la Cassa di Risparmio di Asti. Ieri 46
amministratori e dirigenti della banca, avvocati, commercialisti, imprenditori e
funzionari della Banca d’Italia sono stati assolti da reati come falso in bilancio,
estorsione e bancarotta perché i fatti ad essi attribuiti non sussistono. Il Tribunale di

68
"Il Mondo", 2 aprile 1994.
69
Ibidem.
70
“La Repubblica” 24 settembre 1991.
71
L'avvenuto insediamento di Cosa Nostra a Milano e nell'hinterland alla fine degi anni Ottanta risulta
quotidianamente evidente da innumerevoli episodi di macro e micro delitti legati a estorsioni, racket, spaccio di
stupefacenti, regolamenti di conti, attentati, rapine, omicidi; l'infiltrazione mafiosa arriverà a provocare la caduta della
giunta comunale craxiana in seguito allo scandalo detto Duomo Connection mentre lo stesso ministro dell'Interno
denuncia ufficialmente che la metropoli lombarda è assediata da Cosa Nostra e dalle cosche affaristico-criminali. Il
"Corriere della Sera" del 7 luglio 1990, sotto il titolo Finanzieti alleati della mafia - L'allanne lanciato dal presidente
della Camera di commercio milanese, ha scritto: “La necessita di un controllo sui movimenti di denaro era stata fatta
presente già da qualche anno al mondo politico, con un pressante allarme, dal giudice palermitano Giovanni Falcone, il
quale aveva segnalato come nei "computer delle banche e delle organizzazioni finanziarie [milanesi] viaggiassero
liberamente i narcodollari della mafia'
Gerardo D'Ambrosio, coordinatore del pool antimafia milanese, ammette che "è mancata e sta mancando una grande
mobilitazione delle forze di polizia che dovrebbe essere pari a quella spiegata per combattere e vincere il terrorismo
tenendo anche conto che Milano è vicina alle frontiere e crocevia dei riciclaggio internazionale" Come fermare la lunga
mano della mafia sulla città? La pista degli appalti truccati, tangenti, affari sporchi con enti pubblici, non porta lontano.
..”.
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Milano ha anche disposto la restituzione dei beni sequestrati nell’ambito della causa:
un milione e 300 mila metri quadrati di terreni nel comune di Peschiera Borromeo, in
provincia di Milano, e 30 miliardi in contanti bloccati all’istituto di credito
piemontese. La conseguenza dell’assoluzione dei dirigenti della banca piemontese e
dei loro consulenti è la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Rapisarda e del
suo collaboratore più stretto: Marcello Dell’Utri, attualmente al vertice del gruppo
Fininvest e in passato amministratore delegato della società di costruzioni Bresciano
spa prima del fallimento, avvenuto nel gennaio 1980. 1 due sono accusati di un crac
per circa una decina di miliardi dell’epoca. Il collegio della Prima sezione penale del
Tribunale di Milano ha disposto di procedere nei confronti di Rapisarda e Dell’Utri.
Lo stesso Pm, al termine della requisitoria, aveva chiesto l’assoluzione generale del
vertice della Cassa di Asti [ ... ]. Tra gli attori del processo vi è Diego Curtò: nel
luglio 1992 Curtò concesse il sequestro di beni della banca richiesto da Rapisarda” 72 .
Si apprende inoltre che Rapisarda e sua moglie sono indagati dalla Procura di Brescia
per corruzione dei giudici Della Lucia e Curtò.
Intanto Marcello Dell’Utri dichiara: “Rapisarda lo conosco bene. Molti
dicevano che fosse un mafioso, ma io non l’ho mai creduto. Le voci nascevano dal
fatto che il suo socio Francesco Alamia era consigliere comunale della corrente di
Ciancimino. Ma io sono certo che lui non ha frequentato Ciancimino, e neppure l’ha
mai visto ... ”; quanto alle accuse rivoltegli dal Rapisarda di essere stato un assiduo
frequentatore di boss mafiosi, Dell’Utri dichiara: “Tutte falsità totali... Rapisarda mi
ha confessato di essersi inventato tutto” 73 .
L’8 aprile 1994, H nome di Marcello Dell’Utri risulta iscritto nel registro degli
indagati della Procura milanese, insieme a quello di Rapisarda e Francesco Paolo
Alamia. “Concorso in bancarotta fraudolenta aggravata, l’ipotesi di reato contro
Dell’Utri e gli altri. La vicenda su cui sta indagando il magistrato Francesco Prete
prende il via dal fallimento della Bresciano sas di Mondovi e fa riferimento alla
sentenza con cui il Tribunale, il 17 marzo scorso, ha assolto i vertici della Cassa di
Risparmio di Asti, in un primo tempo indicati come i responsabili del crac. Il
vorticoso giro di miliardi della società inizia nel 1976. La Bresciano sas non riesce a
rientrare nel debito di oltre 10 miliardi accumulato nei confronti della Cassa di
Risparmio di Asti. Il fallimento è alle porte, ma il finanziere Rapisarda si offre di
salvare la situazione. In cambio, però, vuole nuove aperture di credito dalla banca.
Esautorati i Bresciano, al vertice della società c’è adesso Marcello Dell’Utri. Ma la
situazione, 3 anni dopo, peggiora. Il buco iniziale di 10 miliardi non solo non è
ripianato, ma i debiti, nel’79, ammontano a ben 33 miliardi. Rapisarda fugge
all’estero. Latitante in Venezuela, ospite della famiglia Cuntrera, indicata ai vertici
del traffico internazionale di droga, Rapisarda comincia a preparare il terreno per
rientrare in Europa. Quando lo fa ha un solo obiettivo: dare l’assalto alla Cassa di
72
“1a Repubblica", 18 marzo 1994. Lo stesso Dell'Utri nel processo si era costituito parte civile, chiedendo alla Cassa di
Risparmio di Asti un risarcimento danni di 6 miliardi. Il tentativo del duo Rapisarda-Dell'Utri era stato quello di
addossare le responsabilità del crac Bresciano alla Cassa di Asti e ai suoi dirigenti.
73
Intervista al "Corriere della Sera", 21 marzo 1994.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

Risparmio di Asti. Ma dopo la sentenza del 17 marzo la “patata bollente” torna nelle
mani dei manager della Bresciano sas. Prima di tutto Filippo Rapisarda, indicato
come amministratore di fatto, poi Marcello Dell’Utri, amministratore effettivo
dell’azienda” 74 .
Anche la sede del club “Forza Italia” situata nel famigerato palazzo di via
Chiaravalle 7/9, a Milano, trova spazio nelle cronache giornalistiche del marzo 1994:
“Quindici giorni fa Rapisarda ha messo a disposizione di Forza Italia i locali dove
proprio Dell’Utri tiene vibranti prolusioni [è in corso la campagna elettorale, NdA]”,
scrive La Repubblica”. “Ma i locali di Rapisarda non appartengono affatto a
Rapisarda. Secondo una sentenza della Cassazione di tre anni fa, lo ~tabiIe di via
Chiaravalle deve essere restituito al curatore del fallimento [di una delle società del
crac del gruppo Inim] dal cui patrimonio venne fatto sparire poco prima dei
fallimento. Nonostante la Cassazione, H curatore non èancora riuscito a farsi ridare lo
stabile. La sede di via Chiaravalle, insomma, è stata offerta a Forza Italia da un
signore [Rapisarda] che non risulta avere alcun titolo su di essa” 75 ; e ai cronisti che
gliene chiedono conto, Marcello Dell’Utri risponde: “La sede? Che cazzo ne so!
Chiedetelo a Rapisarda”.

74
“La Stampa”, 9 aprile 1994. li successivo 19 aprile, il "Corriere della Sera" informa: “La Procura di Brescia, che è
competente a indagare sui magistrati milanesi, ha spedito un avviso di garanzia a Giorgio Della Lucia, ex giudice
istruttore e oggi consigliere di Corte d'Appello. Tre i reati ipotizzati: abuso d'ufficio, falsificazione di perizia e
corruzione per atti giudiziari. L'inchiesta riguarda la stessa vicenda che ègià costata al magistrato una punizione
disciplinare: l'anomala conduzione delle indagini sulle società Venchi Unica e Bresciano, fallite alla fine degli anni '70,
quando erano controllate dal finanziere Filippo Alberto Rapisarda e dagli attuali dirigenti di Publitalia Alberto e
Marcello Dell'Utri. In concorso con Della Lucia sono inquisiti anche Curtò e Rapisarda: il Pin Ascione indaga su un
sequestro di beni da 100 miliardi concesso dal giudice al finanziere. E su una perizia 'Voro" ordinata da Della Lucia a
Paolo Brecciaroli: 750 milioni per valutare le cause del crac”.
75
“la Repubblica”, 26 marzo 1994.
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Mani sporche contro Mani pulite

Tra la fine del 1993 e i primi mesi del 1994, Marcello Dell’Utri esce suo malgrado
dal discreto cono d’ombra rappresentato dalla carica di amministratore delegato di
Publitalia (la "cassaforte" della Fininvest), e la sua figura e il suo ruolo cominciano a
rivelare più precisi contorni. Del resto, la contingenza lo richiede: il crollo del
craxismo e del regime Dc-Psi priva la Fininvest dell’indispensabile “copertura”
politica, protezione ancor più indispensabile in rapporto alla grave situazione
finanziaria del gruppo berlusconiano oppresso da qualche migliaio di miliardi di
debiti.
Attivando in forma semi-clandestina la capillare struttura di Publitalia (nel cui
ambito il gemello Alberto è direttore della nevralgica sede romana), Marcello
Dell’Utri organizza nel volgere di poche settimane lo pseudo-partito “Forza Italia”
(cioè lo strumento attraverso il quale, anche grazie ai suoi networks televisivi, la
Fininvest arriverà a conquistare il potere politico nazionale). L’obiettivo
dell’avventura politica è palese e articolato: salvare dal crac il gruppo Fininvest,
salvaguardandone così anche gli innumerevoli segreti finanziario-azionari e gli
occulti interessi che vi sono sottesi; occupare direttamente il vuoto di potere lasciato
dal crollo del regime Dc-Psi (all’ombra del quale e solo grazie al quale il gruppo
Fininvest ha potuto costituirsi e prosperare); stroncare l’inchiesta della Procura della
Repubblica di Milano (“Mani pulite") che ha determinato il crollo del regime
Craxi-Andreotti-Forlani e che ormai rischia di smascherare molte delle corruttive
pratiche dello stesso gruppo Fininvest e i suoi intrichi societari e finanziari nazionali
e internazionali 76 .
76
In una sua inchiesta ("La rete estera dei Biscione') pubblicata dal "Corriere della Sera" dei 5 agosto 1994, Ivo Caizzi
scrive: “La Silvio Berlusconi Finanziaria S.A. (Sbf), una holding domiciliata nel paradiso fiscale di Lussemburgo,
spunta a sorpresa come la "cassaforte" all'estero dove la Fininvest custodisce un patrimonio di società finora
sconosciuto alle cronache [ ... ]. Le holding di Lussemburgo consentono anche di tutelare eventuali azionisti anonimi.
[...] Berlusconi fin dall'inizio si è servito di società estere, come le regole del business internazionale gli consentono. Al
pari di tanti suoi colleghi lombardi di quegli anni è partito dalla Svizzera... Ma, alla fine degli anni Ottanta, con
l'affievolirsi del segreto bancario nella Confederazione, ha seguito l'esempio di vari grandi gruppi ed è ricorso alle
holding in Lussemburgo. Nella vicenda Telepiù, la pay tv di cui la Fininvest ha una quota, è apparsa la lussemburghese
Cit, che vari giornali hanno sospettato sia stata creata per celare la proprietà dei 25 per cento di Telepiù (poi ceduta al
finanziere Johann Rupert), che la legge italiana vietava a Berlusconi di possedere. Inoltre la Cit è nata nell'orbita della
Banque Internationale Luxembourg (Bil), dove sono di casa tanti italiani amanti dell'anonimato [ ... I. U Sbf nasce il 23
dicembre '87 come Finanziaria d'Investimento International (capitale 40 mila dollari). Ha sede al 26 boulevard Royal,
dove c'è la Banca di Roma International, diramazione lussemburghese dell'istituto... che è tra i finanziatori dei gruppo
Fininvest [ ... ]. La Finanziaria d'investimento l' l. settembre '89 viene ridenominata Silvio Berlusconi Finanziaria. Il
capitale sale a 50 milioni di dollari e nasce una rete di controllate con sede anche in altri paradisi fiscali. Viene
sottoscritto il 100 per cento della Principal Network, domiciliata a Tortola nelle Isole Vergini Britanniche, e di Rete
Europa International di Londra, più il 33,3 per cento della Tricom di Parigi. Viene acquistata la società panamense Omc
Corporation che, secondo il bilancio Sbf, a Panama non è tenuta a ufficializzare i rendiconti della sua attività [ ... ]. E
entra nell'orbita della Sbf la Rete Europa International N.V., domiciliata nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi, a
Curagao. Già tutte queste società, che sembrano un po' delle “scatole cinesi” rendono arduo seguire nei dettagli -
leggendo il bilancio della Sbf - i movimenti di denaro all'interno delle controllate, o i rapporti con gli eventuali partner
d'affari. Ma l'espansione continua. Nel'90 la Sbf si allarga a Tortola nelle Isole Vergini Britanniche, con la Principal
Television e la Principal Communications. Rileva il 54 per cento della Euroloterie di Lussemburgo, il 20 per cento di
Ediciones Musicales Cinco di Madrid, e il 100 per cento delle londinesi Sport Image International, Libra Commu-
nications, News & Sport Television, Leopard Communications e Rete Italia U.K. La crescita nei centri protetti da un
rigido segreto bancario tocca anche Malta, che negli ultimi anni è stata scoperta dagli italiani come paradiso fiscale.
News & Sport Time, Scarmiore e Lion Communicatíons hanno sede a La Valletta. Nel '91 il capitale della Sbf viene
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Di tutta l’operazione “politica”, che porterà alla formazione del


governo-Fininvest, Berlusconi è il primattore, ma il regista è Marcello Dell’Utri. Non
a caso, Dell’Utri presenzierà (senza averne alcun titolo ufficiale) perfino alle
trattative del presidente incaricato Berlusconi per la formazione del governo: ad
esempio, sarà presente al vertice romano del 4 maggio 1994 (presente anche il
gemello Alberto), e a una riunione dedicata alla lista dei ministri tenutasi ad Arcore il
successivo 8 maggio 77 . Non a caso, secondo attendibili indiscrezioni, Dell’Utri è il
primo candidato ministro degli Interni nel governo Berlusconi.
Intanto, all’interno del gruppo Fininvest, Marcello Dell’Utri - ufficialmente
semplice manager di una società controllata - può liberamente e pubblicamente
attaccare l’amministratore delegato della holding Fininvest Franco Tatò (imposto
dalle banche ai vertici del gruppo nell’estate 1993 col compito di risanarne la grave
situazione finanziaria): “Tatò non ha ancora compreso in pieno lo sviluppo del
gruppo” polemizza Dell’Utri, e aggiunge sprezzante: “Qui per la gestione non basta
la filosofia numeraria [ ... ]. Serve un’anima più larga rispetto a quella di chi [Franco
Tatò, NdA] si fissa sui conti. Serve più umanità, più capacità di vedere le cose in
grande ... ”, e conclude sibillino: “Credo che Tatò sappia prontamente assorbire le
nostre osservazioni ... ” 78 . Dunque, “il manager" dice che l’amministratore delegato
non ha capito niente, e si augura che sappia prontamente capire... Può farlo, poiché
Dell’Utri non parla da subalterno: la sua, è la voce del padrone.

***

Nel marzo 1994, l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si imbatte in un torrente di


“fondi neri” Fininvest, ottenuti mediante fatturazioni fasulle, artifici contabili e strane
società. Al centro di tutto, Publitalia’80 e il suo vate Marcello Dell’Utri, e cinque
pittoreschi personaggi (tra essi, il pornoregista romano Lorenzo Onorati, l’ex maestro
di tennis di Berlusconi Romano Luzi, e l’ex dirigente di Publitalia Valerio
Ghirardelli). Una tempestiva ‘Tuga di notizie", attraverso il telegiornale Fininvest
elevato a 100 miliardi di lire e tanti soldi scorrono nei vari pianeti di questa galassia. Emerge una notevole attività
finanziaria infragruppo per la gestione delle varie partecipazioni azionarie. I finanziamenti alle società controllate
toccano 3 10 miliardi di lire Berlusconi potenzia ulteriormente la presenza lussemburghese fondando la Rete Invest
Holding S.A., che ha un capitale di 25 milioni di marchi (circa 25 miliardi di lire) ed è amministrata dal dirigente
Fininvest Alfredo Messina. Poi muove una parte rilevante dei flussi finanziari dal Granducato alle Isole Vergini
Britanniche: ampliando 9 ruolo della Principal Finance di Tortola, che rileva la Principal Communications e la Sport
Image International, diventando un po' una sub-holdíng. Principal Finance aumenta il capitale a 10 milioni di dollari e
sforna profitti per 136 miliardi di lire, che sono anticipati agli azionisti, evidentemente~ bisognosi di liquidità urgente.
Gli atti societari consultabili non consentono di sapere se la Fininvest negli ultimi tempi abbia modificato la struttura
della SbL Perché, nella stanza al pian terreno dei Palace de Justice dei Granducato, dove sono custoditi gli atti delle
società lussemburghesi, il fascicolo numero B 27172, relativo alla Silvio Berlusconi Finanziaria, fino ai giorni scorsi
non conteneva ancora i bilanci degli ultimi due esercizi 1992 e 1993”.
77
Cfr. "La Stampa", 9 maggio 1994.
78
Cfr. intervista al "Corriere della Sera" del 15 aprile 1994, pubblicata col significativo titolo Dell'Utri a Tatò: Non hai
capito. Ora adeguati". Il successivo 6 maggio, lo stesso "Corriere della Sera" scriverà di possibili dimissioni minacciate
da Tatò, fatto oggetto “di veleni, messaggi trasversali, manovre sotterranee” provenienti dall'interno del gruppo.
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“Tg5”, vanifica di fatto le richieste che i magistrati hanno inoltrato al Gip per
l’arresto di Dell’Utri e dei cinque coinvolti nella vicenda.
Nel rapporto della Guardia di Finanza che ha attivato i magistrati è scritto tra
l’altro: “Gli elementi acquisiti inducono a ritenere fittizie le prestazioni di cui alle
fatture n. 74 e n. 88 emesse dalla società Panam srl [di Lorenzo Onorati] nei confronti
di Publitalia ‘80 spa... E’ evidente come la società Panam è stata utilizzata
nell’operazione come soggetto di comodo al quale intestare le fatture. Le indagini
svolte nei confronti di tale società hanno messo in luce come la stessa manchi di
concreta organizzazione produttiva, risulti priva di personale dipendente o di
collaboratori. Non ha alcuna sede effettiva, ha radicalmente disatteso gli obblighi
fiscali, è stata utilizzata per la produzione di filmati pornografici e per l’emissione di
fatture fittizie nel settore pubblicitario”. Nel giro di pochi giorni, gli inquirenti hanno
individuato ‘Tondi neri" Fininvest per circa 20 miliardi.
La magistratura milanese indaga sulla “contabilità segreta della Valcat, una
piccola società di cui Valerio Ghirardelli [ex manager di Publitalia, e attuale direttore
generale di Telepiù] è titolare. Un gruppo di esperti è al lavoro per rendere leggibili le
memorie dei computer e i dischetti sequestrati nella sede della Valcat. Una parte del
materiale, superprotetto elettronicamente, è stata inviata per la traduzione negli Stati
Uniti, al produttore del computer. Ma già da quello che è stato esaminato dai tecnici
italiani appare chiaro che la Valcat funzionava da “cartiera” per conto della Fininvest.
Produceva cioè “carte”, fatture, per giustificare movimenti di denaro altrimenti non
spiegabili e far quadrare bilanci zoppicanti. Ghirardelli è accusato di falso in bilancio
e frode fiscale, in compagnia di altri gestori di “cartiere” (come Romano Luzi, l’ex
maestro di tennis di Silvio Berlusconi, poi diventato titolare della Conaia srl) e
dell’amministratore delegato di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Ora gli esperti
incaricati dalla Procura di Milano hanno estratto dai computer della Valcat una
contabilità a dir poco confusa: fatture emesse per cifre diverse da quelle indicate
ufficialmente, oppure intestate a società diverse del gruppo Fininvest (per esempio
Rti invece che Publitalia). Esistono anche fatture doppie (ossia due documenti diversi
registrati con lo stesso numero). Secondo quanto i giudici stanno accertando, la
contabilità miliardaria della Valcat e delle altre “cartiere” Fininvest serviva, fra
l’altro, a occultare pagamenti fuori bilancio a Dell’Utri e ad altri dirigenti di
Publitalia, oppure nascondeva regalie, sempre in nero, ai manager di aziende (per
esempio Swatch, Seat, De Cecco) che decidevano grossi investimenti pubblicitari
sulle reti Fininvest” 79 .

Mentre il candidato-premier Berlusconi attacca con violenza i magistrati di “Mani


pulite” 80 che hanno osato avvicinarsi al “nervo scoperto” Dell’Utri, l’amministratore

79
“L’Europeo”, 31 agosto 1994.
80
I furibondi strali berlusconiani si rivolgono in particolare verso il Pm Gherardo Colombo, definito “un comunista”.
L'avversione di Berlusconi per il valente magistrato è del tutto comprensibile: fu per iniziativa di Colombo (e di altri
magistrati milanesi) che nel 1981 venne scoperchiata la Loggia P2, la banda gelliana alla quale Berlusconi era
segretamente affiliato.
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delegato di Publitalia si reca “spontaneamente” a Palazzo di giustizia, e alle prime


contestazioni dichiara: “Non ricordo... Mi riservo di rispondere dopo essermi
documentato ... ”. Ma negli atti giudiziari risulterà scritto tra l’altro: “Generiche e
apodittiche negazioni dei fatti [da parte di Dell’Utri] ... Amnesie che trovano
giustificazione solo in un’ottica difensiva ... [Dell’Utri e soci hanno]
fraudolentemente esposto nei bilanci e nelle altre comunicazioni sociali fatti non
rispondenti al vero, simulando l’esistenza di rapporti economici in effetti inesistenti,
nonché utilizzando molteplici artifici contabili, al fine di distrarre rilevanti risorse
societarie, con ciò occultando le effettive condizioni economiche delle rispettive
società... Il sistema utilizzato da Publitalia si basa sulla simulazione di costi,
attraverso l’annotazione di fatture per operazioni inesistenti, finalizzata a giustificare
uscite finanziarie al fine di appropriarsene indebitamente”.
L’inchiesta dei magistrati porta a galla intrecci rivelatori, come ad esempio quelli
che intercorrono fra Dell’Utri e l’ex “maestro di tennis” berlusconiano Romano Luzi:
“A Marcello Dell’Utri, la Conaia di Luzi ha riservato favori vari, definiti dagli
inquirenti “elargizioni”: ha pagato alla famiglia del ricco e potente manager Fininvest
le vacanze natalizie ‘92 e ‘93 a Madonna di Campiglio e gli ha concesso l’uso del
motoscafo Biba. Eppure, anche se il natante è di proprietà della Conaia, è successo
che sia stato lo stesso Dell’Utri a liquidare le spese di rimessaggio. Perché? Risponde
Luzi: “Perché io gli ho prestato la barca... Penso che l’intestazione degli estratti conto
relativi al rimessaggio dipenda da un errore del cantiere. La fattura l’ho pagata infatti
io”. Luzi ha anche prestato soldi a Dell’Utri (“Siamo amici da vent’anni”): 60 milioni
con un assegno del 16 febbraio ‘93. Con quale giustificazione? Ecco la sua versione:
“Dell’Utri mi ha chiesto un prestito. Non so se aveva qualcosa in scadenza, un mutuo
quasi sicuramente. Mi ha chiesto del denaro per farvi fronte e io gliel’ho dato.
Dell’Utri non mi ha ancora restituito il denaro. Non c’era alcuna data di scadenza”. E
Dell’Utri, interrogato il 9 marzo, ha detto: “È stato un prestito che ho chiesto a Luzi
per pagare un mutuo o parte di esso. t un mutuo per la casa di Milano 2”. Spiegazione
poco convincente. Ma tant’è. Forse che la casa madre, la Fininvest, non è stata a sua
volta generosa con la Conaia di Luzi? Puntuale quindi la domanda dei magistrati a
Dell’Utri: “Il Luzi ha un’esposizione superiore al miliardo presso il Monte dei Paschi
di Siena, garantita da una fideiussione Fininvest. Conosceva questa circostanza?”.
Risposta di Dell’Utri: “Sapevo che Luzi aveva chiesto un prestito alla cassa centrale,
alla Fininvest, ma non ne conoscevo l’entità... Non mi sembra una cosa strana.
Essendo il Luzi un intermediario che aveva un flusso continuo, il gruppo ha ritenuto
di concedere la fideiussione”” 81 .

Il 2 maggio 1994, il Tribunale della Libertà conferma le richieste di arresto avanzate


dai magistrati di “Mani pulite” a carico di Dell’Utri e soci. Nella loro ordinanza, i
giudici scrivono: “Si evidenzia il ruolo decisamente primario, rispetto agli altri
indagati, del Dell’Utri. È certamente all’interno di Publitalia che nasce la necessità di
servirsi delle due società affiliate (la Conaia e la Panam) per movimentazioni
81
“L’Espresso”, 15 aprile 1994.
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economiche non compatibili con regolari prestazioni”; i giudici scrivono anche di


“evidente capacità [della Fininvest] nel controllare le attività investigative e
ispettive”: il riferimento è al rapporto dei finanzieri del Secit che ha originato
l’inchiesta, copia del quale è stata sequestrata al responsabile fiscale della Fininvest
Salvatore Sciascia che ne è risultato misteriosamente in possesso. “E da quel
documento si arriva ad un’altra vicenda su cui sta indagando la Procura. Di cosa si
tratta? Ludovico Verzellesi (allora direttore generale delle imposte indirette) venne
contattato da Salvatore Sciascia per far ottenere alla Fininvest una aliquota più bassa
per gli abbonamenti per le pay-tv, cosa che poi avvenne, in cambio di un
avanzamento di carriera. Svela il Tribunale della Libertà: “Lo Sciascia si interessò
dell’incarico desiderato da Verzellesi, inviando anche una lettera al dottor Silvio
Berlusconi in data 24 gennaio ‘92. Proposto come consigliere della Corte dei conti
[dall’allora ministro delle Finanze craxiano Rino Formica, NdA], Verzellesi non
ottenne l’incarico per la caduta del governo Andreotti, a cui subentrò Giuliano
Amato”. E intanto si indaga sulle fatture false. Al centro della vicenda ci sono le
società Panam International, Conaia e Valcat che “emettevano fatture per operazioni
in tutto o in parte inesistenti a carico di Publitalia ‘80”. A cosa servivano questi fondi
neri? Scrivono i giudici: “Al pagamento di compensi occulti e all’acquisto di beni di
lusso non pertinenti all’oggetto sociale dell’impresa”. Tra i “beni di lusso” individuati
dalla procura ci sono una serie di auto sportive (Porsche e Aston Martiri), oggetti
d’antiquariato e preziosi, barche. E pure tre fatture per un ammontare di oltre 34
milioni per “spese di abbigliamento per acquisti effettuati dal dottor Silvio Berlusconi
e dalla signora Berlusconi”” 82 .
Mentre il presidente del Consiglio incaricato soccorre nuovamente il suo sodale
Dell’Utri e il loro impero dichiarando che “il Tribunale della Libertà ha preso un
granchio colossale... Sono sicuro che la Cassazione metterà le cose a posto”,
Dell’Utri ricorre appunto in Cassazione dichiarando: “Questa non è indagine, è
inquisizione”. L’obiettivo è chiaro: prendere tempo, per poter varare il governo
Berlusconi che provvederà subito a fermare i magistrati di "Mani pulite" prima che si
addentrino nelle "segrete stanze" dei meandri Fininvest. Del resto, il gruppo è nel
mirino della magistratura per numerose altre vicende - le inchieste in corso sono
innumerevoli e riguardano un po’ tutti i settori delle attività berlusconiane: calcio, Tv,
edilizia, finanza, grande distribuzione, con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione
al falso in bilancio, dalla frode fiscale al finanziamento illecito dei partiti.
Nel delicato frangente che vede Marcello Dell’Utri alla ribalta della cronaca
giudiziaria, non manca di attivarsi anche suo fratello Alberto, il quale rivolge
minacce telefoniche in puro stile mafioso a un giornalista della "Stampa", Alberto
Statera, reo di aver informato i lettori del quotidiano torinese circa gli scabrosi tra-
scorsi di Marcello: “Guardi che queste cose non si fanno... Guardi che lei potrebbe
avere anche dei grossi dispiaceri”, dice Dell’Utri al giornalista - e Statera gli

82
“La Stampa”, 3 maggio 1994.
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risponde: “Guardi che se lei continua con questo tono, io sono costretto a chiamare i
carabinieri” 83 .
Il primo tentativo di scardinare il pool dei magistrati milanesi avviene, nel puro stile
berlusconiano, attraverso la lusinga: il presidente del Consiglio incaricato, il 7
maggio 1994, offre al magistrato-simbolo di “Mani pulite” Antonio Di Pietro, una
poltrona di ministro nel costituendo governo 84 . E poiché il magistrato declina
l’invito, il governo Fininvest procederà altrimenti, a norma di decreto-legge.
Il 13 luglio, un decreto-legge del governo Berlusconi (detto per l’appunto
“Decreto salva-ladri”) vieta l’arresto cautelativo per i reati di corruzione,
concussione, peculato e ricettazione, e soprattutto per quelli di bancarotta fraudolenta,
falso in bilancio, frode fiscale, e limita inoltre la libertà di stampa in merito agli
“avvisi di garanzia”. È il primo passo del governo-Fininvest per stroncare le inchieste
di "Mani pulite" che stringono d’assedio il gruppo Fininvest, e per ledere l’autonomia
della magistratura.
Scriverà il giurista Guido Neppi Modona: “La “Disciplina della custodia cautelare”
(art. 2) è la parte del decreto in cui l’impudenza e la protervia del governo nel
privilegiare la nuova categoria degli imputati eccellenti emergono con maggiore
evidenza. La possibilità di ricorrere alla custodia in carcere è in primo luogo esclusa
per tutti i delitti contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione,
corruzione, abuso d’ufficio, ecc.), nonché per quelli tipici della criminalità economica
e dei “colletti bianchi” (bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, frode fiscale,
ricettazione, truffa in danno dello Stato, di enti pubblici, o per ottenere contributi,
agevolazioni e finanziamenti pubblici). Questi reati possono evidentemente essere
commessi solo da persone inserite nei circuiti del potere economico e politico:
l’ombrello protettivo non copre quindi solo gli attuali imputati di Tangentopoli, ma
tutti coloro che sono stati o saranno in grado di sfruttare la loro posizione e le loro
entrature sociali per trarne illeciti profitti in danno della collettività [ ... ]. Addirittura
oltraggiosa è la macroscopica disparità di trattamento tra un bancarottiere che ha
distratto centinaia di miliardi ed il ladruncolo di strada che si è impossessato di poche
migliaia di lire: il primo esente dalla custodia in carcere anche se ha già in tasca il
biglietto aereo per le Baliamas, il secondo destinato a finire in galera se, come assai
probabile, vi è il pericolo concreto che continuerà a scippare” 85 .
Il proditorio decreto-Fininvest darà origine a uno scandalo dall’eco

83
Episodio riferito da “Prima comunicazione”, maggio 1994.
84
La pelosa manovra verrà così commentata dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky: “Ma i giudici non possono stare
sullo stesso piano dei politici e stabilire con loro patti, da potenza a potenza. Questi sarebbero patti di collusione o di
compromissione. t quel che stava per accadere con l'offerta da parte dei presidente dei Consiglio incaricato al magistrato
Di Pietro. Se fosse stata accolta, in primo luogo, si sarebbero portati in dote al nuovo governo H credito e i meriti
acquisiti per mezzo di un'azione giudiziaria, strumentalizzandoli fuori della magistratura. Il governo avrebbe
indebitamente acquisito un plusvalore capace di alterare a suo favore l'equilibrio con la magistratura stessa. In secondo
luogo si sarebbe posto un precedente nel senso dell'omologazione dei magistrati più in vista all'indirizzo governativo,
nella speranza di un incarico ministeriale: una violazione dell'indipendenza non con minacce, ma con lusinghe” (“La
Stampa” 10 maggio 1994).
85
“1a Repubblica", 16 luglio 1994.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

internazionale, tale da rischiare la repentina caduta del neocostituito governo


Berlusconi, e verrà subito ritirato. Ma la lotta di Mani sporche contro Mani pulite
prosegue...
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Sotto le volte della Cupola

I quotidiani di domenica 20 marzo 1994 informano che in seguito alle confessioni dei
mafiosi pentiti Totò Cancemi e Gioacchino La Barbera, le Procure distrettuali
antimafia di Caltanissetta, Palermo, Catania e Firenze stanno svolgendo indagini sul
conto di Silvio Berlusconi e dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri.
“L’inchiesta incrociata sui vertici della Fininvest ha il suo epicentro in Sicilia,
laddove Totò Cancemi ha compiuto una lunga carriera criminale da semplice soldato
della "famiglia" di Porta Nuova a rappresentante della Commissione provinciale di
Palermo. Il mafioso ha confessato ai giudici e ai carabinieri del Raggruppamento
operativo speciale (Ros) i legami che stringono Marcello Dell’Utri e alcuni esponenti
di Cosa Nostra. Un elenco lunghissimo, composto non da uomini d’onore qualunque
ma dai capi, dai sottocapi e dai consiglieri di due delle più importanti “famiglie” di
Palermo: quella di Porta Nuova e quella di Santa Maria dei Gesù. Girolamo
“Mimmo” Teresi è il primo personaggio della lista fatta dal pentito Totò Cancemi.
Mimmo Teresi era il più fidato amico di Stefano Bontate e suo consigliori. Furono
uccisi entrambi, nel 1981, a distanza di un mese. Gli altri due nomi citati da Cancemi
sono quelli di Pietro Lo Jacono e di Ignazio Pullarà, una volta capidecina di Bontate e
poi passati nelle fila dei Corleonesi di Riina. Ma Totò Cancemi parla anche della sua
“famiglia” e, soprattutto, del "punto di riferimento" che aveva in Lombardia: Vittorio
Mangano [ ... ]. Mangano è stato stalliere ad Arcore (nella tenuta di Berlusconi) nella
seconda metà degli anni Settanta. [Secondo Cancemi] nella "tenuta" tra Monza e
Milano trovarono rifugio Ciccio Mafara (un boss ucciso nei primi anni Ottanta nella
guerra di mafia) e, durante la latitanza, i fratelli Grado e Contorno, anche loro uomini
d’onore di Santa Maria del Gesù. Gli investigatori hanno ritenuto che si trattasse di
Totuccio Contorno. Ma il pentito ha spiegato: “No, non sono io. Credo che sia
Giuseppe Contorno... In quegli anni lui aveva interessi a Milano con i Pullarà,
Ignazio e Giovambattista”. Le rivelazioni di Totò Cancemi non si fermano però alle
amicizie e alle frequentazioni mafiose di Marcello Dell’Utri. Il boss svela i retroscena
del grande affare del centro storico [di Palermo]. Parla degli investimenti che Silvio
Berlusconi avrebbe fatto in attesa del secondo “grande sacco” della città, quello che
la mafia stava preparando dai tempi di Lima e Ciancimino, Calò e Buscetta. Totò
Cancemi indica espressamente l’acquisto di immobili da parte del Cavaliere. E poi fa
entrare in scena un misteriosissimo personaggio che avrebbe fatto da intermediario, a
Palermo, nell’affare centro storico”. Il pentito lo chiama “il ragioniere”. Sarebbe stato
“il ragioniere”, in nome e per conto di Berlusconi, a trattare direttamente
l’operazione. Sarebbe stata, dunque, la mafia a favorire l’ingresso in Sicilia del
Cavaliere per spartire la "torta" del grande risanamento di uno dei centri storici più
belli d’Europa? Su tutte queste dichiarazioni del pentito di Porta Nuova sono in corso
investigazioni in tutta la Sicilia occidentale. Indaga la Procura antimafia di Palermo,
ma anche quella di Caltanissetta dove Cancemi - per la prima volta - ha deciso di
vuotare il sacco sulle stragi mafiose dell’estate 1992. Sono investigazioni partite alla
fine dello scorso febbraio e concentrate soprattutto nella città di Palermo. Si cercano
anche società in qualche modo legate a Marcello Dell’Utri e a suo fratello Alberto,
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società costituite negli ultimi anni a Palermo. Più complessa e articolata l’inchiesta
dei magistrati della Procura antimafia di Catania. Anche lì s’indaga sullo staff del
Cavaliere, seguendo le tracce di un fiume di soldi. L’inchiesta era cominciata
indagando sul "tesoro" di Benedetto “Nitto” Santapaola e dei suoi fedelissimi
prestanome. 1 giudici hanno trovato collegamenti con alcune società di Alberto
Dell’Utri, il fratello di Marcello. Collegamenti che hanno lasciato una traccia:
intercettazioni telefoniche. Questa di Catania è una investigazione difficilissima, gli
esperti partono da centinaia di migliaia di dollari, i proventi del riciclaggio della
“Santapaola spa”” 86 .
“Secondo alcune indiscrezioni, confermate in ambienti giudiziari, la Direzione
distrettuale antimafia di Palermo (Dda) indaga su Dell’Utri in relazione ad una
vicenda di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico internazionale di stupefacenti
affidato da Cosa Nostra direttamente o indirettamente all’amministratore delegato di
Publitalia [ ... ]. Il quadro che fa Cancemi ritrae un Marcello Dell’Utri abbastanza in
confidenza con alcune ‘1amiglie" di Cosa Nostra, e precisamente quelle di Santa
Maria del Gesù e quella di Porta Nuova. Il pentito parla di "gite" milanesi (nella villa
di Dell’Utri) di uomini come Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Pietro Lo Jacono, i
fratelli Pullarà e i cugini Grado. L’altro collaboratore, La Barbera, sembra sia stato un
po’ più generico. Ha detto di [ ... ] poter affermare che nell’ambito di Cosa Nostra
Berlusconi veniva considerato amico [ ... ]. Pietro Marchese ha raccontato che la
mafia, a suo tempo, intervenne per salvare dal sequestro il figlio di Silvio Berlusconi
che fu portato fuori dall’Italia [ ... ]. Cancemi parla dei rapporti tra Fininvest e Cosa
Nostra, ipotizzando una sorta di "patto" insorto dopo che la mafia aveva avviato una
campagna di taglieggiamento nel settore della grande distribuzione in Sicilia. Il boss
racconta di un’estorsione che, nel tempo, sarebbe divenuta un tacito accordo (con
pagamento di circa 600 milioni all’anno) per avere una specie di esclusiva. La storia
dell’inchiesta sugli attentati alla Standa di Catania non è nuova e la Procura di
Catania avrebbe accertato molte circostanze che proverebbero l’esistenza di una vera
e propria “guerra di mafia” per accaparrarsi la piazza della grande distribuzione
nell’Isola [ ... ]” 87 .
“I magistrati sembrano intenzionati a ricostruire l’intera carriera dei due
Dell’Utri: da quando hanno lasciato la Sicilia per insediarsi a Milano, fino all’ascesa
ai massimi vertici dell’impero del Cavaliere. Ci sono già testimonianze che
inquadrano le pericolose amicizie di Marcello Dell’Utri e la frenetica attività di
Alberto, suo fratello gemello. Di Alberto si sta occupando soprattutto, ma non solo, la
Procura antimafia di Catania. I magistrati vogliono capire le ragioni del vorticoso
nascere e morire di società che ad Alberto Dell’Utri farebbero riferimento. Società
che, in alcuni casi, si intersecherebbero con i canali di riciclaggio predisposti da un

86
“La Repubblica”, 20 marzo 1994. Il boss pentito Gioacchino La Barbera, da parte sua, ha tra l'altro dichiarato agli
inquirenti: “Sono stato contattato da alcuni uomini della Fininvest, tra la fine del '92 e l'inizio del '93, quando avevano
necessità di installare nella zona di Palermo dei ripetitori Tv. Dovevo occuparmi del movimento terra. Non avevo le
macchine adatte. E quel lavoro non lo feci io”.
87
“La Stampa”, 20 marzo 1994.
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prestanome del boss catanese Nitto Santapaola” 88 .


Il vertice della Fininvest reagisce alle indiscrezioni pubblicate con risalto dalla
stampa: parla di “una manovra” calunniosa, e cavalcando la campagna elettorale in
corso, grida al complotto. L’aspirante premier Berlusconi dichiara: “Comincio a
pensare che in fondo a questa manovra potrebbe esserci un rischio enorme, quello
della perdita della libertà nel nostro Paese”. E Dell’Utri, “motore” del partito-setta
“Forza Italia”: “Pazzesco. Tutto assurdo: il mio è come il caso Tortora... t tutto
falso... Ignobili calunnie... Ci avevano avvertito: chi tocca i fili [della politica]
muore”.
Il 22 marzo 1994, il quotidiano “La Stampa” attribuisce al presidente della
Commissione parlamentare Antimafia Luciano Violante una dichiarazione che
indurrà Violante a rassegnare le dimissioni dalla Commissione in seguito alle violente
polemiche suscitate: “La verità è che Dell’Utri è iscritto sul registro degli indagati
della Procura di Catania, non di quella di Caltanissetta. E non si tratta di pentiti
questa volta. C’è un Pm di lì, si chiama Marino, che sta conducendo un’indagine di
mafia su un traffico di armi e di stupefacenti. L’inchiesta non si basa su dichiarazioni
di pentiti ma, a quanto pare, su intercettazioni ambientali”. La reazione del
partito-Fininvest è furibonda: Berlusconi denuncia un “complotto comunista”
capeggiato dal “comunista Violante” con la complicità di “certa magistratura”.
Ma le "indiscrezioni" attribuite a Violante trovano una qualche conferma a
Catania: “Centinaia di migliaia di dollari, un traffico d’armi, aziende alimentate dal
denaro dell’eroina e della coca. E poi una miriade di prestanome, di sigle, di
coperture, società che aprono e chiudono, movimenti finanziari con la Svizzera.
Nell’inchiesta giudiziaria sul "tesoro" di Cosa Nostra catanese, c’è una traccia che
porta anche ad Alberto Dell’Utri, il fratello gemello di Marcello, il presidente di
Publitalia. E’ un’indagine cominciata con l’“ascolto” di alcuni personaggi e
continuata poi con la decifrazione di carte e documenti. Se alla Procura antimafia di
Palermo dentro un’indagine sul riciclaggio c’è Marcello Dell’Utri, alla Procura
antimafia di Catania si indaga su suo fratello Alberto. L’inchiesta palermitana è nella
fase preliminare, un pò più avanti sono le indagini catanesi del sostituto procuratore
della Repubblica Nicolò Marino” 89 .

Il 12 aprile 1994, l’ex magistrato Tiziana Parenti, detta Titti la Rossa (neo-onorevole
eletta nelle liste del partito creato dai Dell’Utri), preda di un estemporaneo sussulto di
arguzia dichiara: ““Forza Italia” è a rischio mafia... La rapidità con cui è cresciuto
questo movimento può farci temere un pericolo concreto di infiltrazioni mafiose... In
“Forza Italia” ci sono nomi che suonano come campanelli d’allarme ... ” 90 . Le

88
“la Repubblica”, 21 marzo 1994.
89
“1a Repubblica” 23 marzo 1994.
90
"La Stampa", 13 aprile 1994. Nel corso della campagna elettorale, il leader della Rete e sindaco di Palermo Leoluca
Orlando aveva dichiarato: “I mafiosi stanno aprendo e sponsorizzando, in Sicilia, club ““Forza Italia””. La candidata di
““Forza Italia” Tiziana Parenti era stata fotografata in compagnia del figlio del boss Antonio Fameli (agente
immobiliare condannato per un omicidio mafioso).
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

risponde uno dei massimi conoscitori di Cosa Nostra, Pino Arlacchi: “Per cogliere un
certo tipo di inquinamento in “Forza Italia” basterebbe guardare all’entourage di
Silvio Berlusconi, agli uomini forti della sua "azienda". I nomi allarmanti che
l’onorevole Parenti non ha pronunciato mi sembrano quelli dei fratelli Dell’Utri... Ho
trovato i nomi dei Dell’Utri in un rapporto di polizia [dove] non si parlava di leasing
o Tv. Si parlava di riciclaggio, riciclaggio di denaro sporco... La polizia stava
indagando su un reticolo di “riciclatori” che operavano a Milano nella seconda metà
degli anni Settanta e avevano collegamenti, da una parte con Vito Ciancimino in
Sicilia, dall’altro con i Cuntrera-Caruana in America Latina... Non è un mistero che
in tanti Paesi del Sud, in zone ad alto tasso di inquinamento mafioso, sono sorti
numerosi club di “Forza Italia” sospetti, e che durante la campagna elettorale
esponenti mafiosi hanno appoggiato in maniera più o meno occulta candidati di
“Forza Italia””.
Il 17 aprile 1994, la stampa informa: “È il primo indagato della Seconda
Repubblica. Ilario Floresta, 53 anni, imprenditore, eletto alla Camera dei Deputati per
il movimento ““Forza Italia”: il suo nome è iscritto nel registro degli indagati di
Catania. Ad avviare l’indagine su Floresta sono stati i magistrati della Direzione
Antimafia di Catania, che nei giorni scorsi hanno arrestato un cugino e collaboratore
dell’esponente di ““Forza Italia” [ ... ] ” 91 .
Nell’ambito dell’inchiesta dei magistrati milanesi di “Mani pulite" per le mazzette
pagate dalla Fininvest ad alcuni ufficiali e sottufficiali della Guardia di Finanza
(primavera-estate del 1994), emerge la testimonianza del maresciallo Giuseppe
Capone, il quale ha dichiarato agli inquirenti che il collega maresciallo Francesco
Nanocchio (coinvolto, come Capone, nello scandalo) avrebbe affermato in due
occasioni: “Se Nitto Santapaola e la mafia lo abbandonassero, Silvio Berlusconi
sarebbe spacciato” 92 .

Intanto, si apprende che la Dia (Direzione investigativa antimafia) ha da tempo


avviato “indagini accurate a Milano, in Sicilia e a Montecarlo su eventuali, presunti
rapporti tra uomini del gruppo Fininvest (primo fra tutti Marcello Dell’Utri) e società
o personaggi legati a Cosa Nostra. E alcuni inquirenti non avrebbero escluso la
possibilità che gli ufficiali [della Guardia di Finanza] già "ammorbiditi" dalla
Fininvest durante le verifiche fiscali potessero ricevere richieste e pressioni, una volta
passati alla Dia [come nel caso del colonnelloAngelo Tanca, passato dalla GdFalla
Dia, NdA], anche a proposito di altre, più delicate indagini” 93 .

Il successo elettorale del partito di Dell’Utri alle elezioni politiche dei marzo 1994 (in
Sicilia, ““Forza Italia” si afferma quale primo partito, col 33 per cento dei voti) e la
formazione del governo Berlusconi, pongono la setta politico-affaristica Fininvest
91
"Corriere della Sera", 17 aprile 1994.
92
"Panorama", 6 agosto 1994.
93
“L’Europeo”, 31 agosto 1994.
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nelle condizioni di poter correre ai ripari rispetto a una questione - quella dei pentiti
di mafia e delle indagini antimafia - che potrebbe risultarle esiziale. Del resto, già
prima del voto, quando la stampa aveva informato delle prime ammissioni del boss
Totò Cancemi e delle indagini delle Procure siciliane, Berlusconi aveva dichiarato
guerra ai pentiti di mafia e alla legge che li tutela (“Basta coi pentiti... La legge è da
rifare”).
Nei primi giorni di aprile 1994, la strategia Fininvest viene espressa, al suo
massimo grado di autorevolezza, dal neo-senatore avvocato Cesare Previti, candidato
alla poltrona di ministro della Giustizia. Previti tuona contro “l’uso distorto dei
pentiti”, e dichiara: “Non mi meraviglierei se in qualche Procura, da Palermo a
Milano, si inducesse qualche mafioso pentito di dubbia affidabilità a coinvolgere
esponenti Fininvest o di Forza Italia...” 94 ; quindi enuncia un progetto di "riforma" che
finirebbe per assoggettare la magistratura al controllo del potere politico. E’ l’avvio
ufficiale della campagna berlusconiana volta a delegittimare la legislazione antimafia,
a smantellare gli apparati statali che combattono Cosa Nostra, e a imbrigliare la
magistratura.
Mentre la campagna berlusconiana si dispiega, l’esperto antimafia Pino
Arlacchi dichiara: “Vedo in Forza Italia massoni riciclati e strani personaggi del
vecchio sistema. Leggo che si vuole buttare all’aria la legislazione sui pentiti.
Raccolgo voci di un azzeramento indiscriminato dei vertici di tutta la struttura
antimafia [ ... ]. Temo che si voglia passare un colpo di spugna su dieci anni di lotta
alla criminalità organizzata... Vedo che è incominciata, da un giorno all’altro, una
violentissima campagna d’opinione contro i pentiti. Inspiegabile, se si pensa ai
successi che questa strategia, ricalcata sull’esempio degli Stati Uniti, ha consentito:
sostengo che un pentito di un certo peso può far risparmiare cinque-dieci anni di
indagini; aggiungo che senza Tommaso Buscetta staremmo ancora qui a domandarci
che cos’è la mafia e se esiste davvero. E mi chiedo anche: possibile che si usi una tale
potenza di fuoco contro l’anello più debole della catena, contro l’ex criminale che ha
deciso di collaborare con la giustizia?... Tutto questo gran vociare mira in realtà a
intimidire e delegittimare non solo l’ex mafioso, ma soprattutto chi lavora con lui:
poliziotti, investigatori, magistrati... Penso che si tratti di una “manovra di
prevenzione”. Ci sono decine di processi aperti, di dibattimenti avviati che devono
concludersi presto con condanne e conferme di accusa gravissime. E poi ci sono
indagini partite in tutt’Italia proprio sulla scorta delle rivelazioni di pentiti che vanno
tutte in una sola direzione: il rapporto tra la mafia e la criminalità del Nord” 95 .
Poco tempo dopo, Arlacchi avrà modo di ribadire: “Questa campagna di
intimidazione ha due obiettivi precisi: impedire che vengano toccati i meccanismi di
94
L'onorevole Tiziana Parenti (prossima presidente della Commissione Antimafia) conferma solerte: “Non possiamo
lasciare l'amministrazione della giustizia nelle mani dei pentiti”.
Anche il ministro della Giustizia uscente, Giovanni Conso, dichiara che “la legge sui pentiti deve essere rivista”, e
anche questo è comprensibile: il ministro Conso è il responsabile del primo "Decreto salva-ladri" (governo Amato), e
secondo Marceno Dell'Utri e Filippo Rapisarda, Conso, nel 1976-78, era un assiduo frequentatore della sede del gruppo
Inim, in via Chiaravalle 7/9.
95
Intervista a "L'Espresso", 22 aprile 1994.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

riciclaggio del denaro sporco, i rapporti tra Cosa Nostra e pezzi importanti
dell’economia e della finanza nazionale e internazionale; evitare che si accendano i
riflettori sui collegamenti tra mafia e centri di potere occulto come la massoneria
deviata”; ma Arlacchi ribadirà anche: “Dietro questa polemica sui pentiti c’è un
aspetto ancora più grave: si vogliono colpire i singoli magistrati, i singoli
investigatori [ ... ]. Si vuole evitare che si celebrino i processi, che i mafiosi vengano
condannati. Attualmente, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori e ai riscontri
effettuati da giudici inquirenti e polizia giudiziaria, abbiamo un tasso di condanne che
supera l’80 per cento. C’è un’intera lobby mafiosa ma anche politico-giudiziaria in
allarme. E così si tenta di far celebrare i processi in un clima generale di discredito
(lei pentiti... La strategia vincente da parte dello Stato in questi ultimi due anni aveva
tre punti cardine: la legislazione premiale, la creazione di strutture investigative
specializzate, l’appoggio incondizionato e totale dell’opinione pubblica. Tutti questi
punti sono stati colpiti nelle ultime settimane” 96 .

Il 25 maggio 1994, a Reggio Calabria, dove si svolge il processo per l’omicidio del
giudice Antonio Scopelliti, l’imputato Totò Riina (il "Boss dei boss" catturato grazie
ad alcuni pentiti, dopo 19 anni di latitanza) rilascia dichiarazioni che suscitano grande
clamore: “La legge sui pentiti deve essere abolita [perché] i pentiti si inventano
tutto... lo sono un po’ come il "caso Tortora"”; e dopo essersi scagliato contro
l’isolamento carcerario cui è sottoposto a norma dell’articolo 41 bis del regolamento
penitenziario per i mafiosi (“Vivo isolato in carcere da sedici mesi... Mi trattano
come un cane, ma nemmeno i cani vivono come vivo io: sono isolato”), il proclama
del superboss corleonese diviene più “politico”: “Sono i comunisti che portano avanti
un particolare disegno... Ci sono i Caselli 97 , i Violante 98 , e questo Arlacchi 99 che
scrive libri... Ecco, secondo me il nuovo governo [Berlusconi] si deve guardare dagli
attacchi dei comunisti” 100 .

96
Intervista al “Corriere della Sera” il giugno 1994. Perfino il settimanale filogovernativo "Panorama" arriva a scrivere:
“Si può continuare ad attaccare, senza dati di fatto ma solo sulla base di pregiudizi, magistrati come quelli della
direzione antimafia che al 31 marzo scorso avevano istruito ben 153 procedimenti penali con oltre 2.127 imputati? Si
può continuamente parlare di revisione della legge sui pentiti senza specificare né come né perché deve essere fatta e
soprattutto senza chiedere lumi proprio a coloro che da anni la applicano con successo? [ ... I. Tutto questo non può che
allarmare chi crede davvero nella guerra senza quartiere alla Piovra” (28 maggio 1994).
97
Gian Carlo Caselli, Procuratore della Repubblica di Palermo.
98
Luciano Violante, parlamentare Pds e ex presidente della Commissione Antimafia.
99
Pino Arlacchi, sociologo' studioso del fenomeno Cosa Nostra, neo-deputato del Pds, e "padre" della Dia (Direzione
investigativa antimafia).
100
Si noti come le parole di Riina coincidano con le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi nel precedente marzo
(inattendibilità dei pentiti di mafia, e sconfessione della legge che li tutela; il "complotto comunista" guidato dal
"comunista" Violante per le indagini antimafia sul conto del vertice Fininvest); anche Marcello Dell'Utri, come Riina, si
è dichiarato vittima di un nuovo "caso Tortora" per le indagini antimafia che lo riguardano. Si vedrà poi come anche la
questione dell'abolizione dell'articolo 41 bis chiesta da Riina verrà sollevata dall'interno dei partito-Fininvest "Forza
Italia".
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

“E la prima volta che un mafioso di alto livello si permette una audacia come
questa”, commenta Pino Arlacchi. “Perché lo fa adesso? Si vede che si sente più
sicuro... Ora poi è entrato direttamente in una tematica politica... Sono segnali lanciati
alle forze di governo, come per indicare che mafiosi e governo hanno gli stessi
nemici ... ”.
Scrive Paolo Franchi sul “Corriere della Sera”: “Primo: abolire la legge sui pentiti.
Secondo: mettere in scacco il complotto “comunista" che la sottende, e che avrebbe
per protagonisti Gian Carlo Caselli, Luciano Violante, Pino Arlacchi, additati
pubblicamente come bersagli. Questo è il messaggio che il governo e decine di
milioni di italiani si sono incredibilmente visti recapitare da un’aula di giustizia, a
mezzo Tv, da Totò Riina. Se qualcuno nutriva ancora dei dubbi, adesso può esserne
certo: il sensorio politico di Cosa Nostra è quanto mai vigile. Per anni, in particolare
dal luglio del ‘92, quando all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio fu
varato il superdecreto antimafia, Cosa Nostra ha subito colpi durissimi. Adesso
avverte che qualcosa può cambiare a suo vantaggio, che la macchina da guerra
apprestata per combatterla può andare in panne. E si muove di conseguenza. Da cosa
abbia tratto la convinzione che sia giunta l’ora di tornare all’attacco è presto detto.
Sono settimane che la legislazione sui pentiti è oggetto di polemiche politiche assai
più che giuridiche. E in queste polemiche uomini [dei governo Berlusconi] ed
esponenti della maggioranza [cioè di “Forza Italia”, NdA] si sono addentrati in
forme per nulla rassicuranti. Ora presentando la legislazione in questione come un
mostro giuridico da abbattere in nome di elementari principi garantisti, ora asserendo
viceversa che si tratta di ritoccarne solo questo o quell’aspetto. Ora dando ad
intendere di considerare i magistrati più impegnati nella lotta alla mafia come degli
avversari, ora cercando invece di assumerli come interlocutori[ ... ]” 101 .

Nella notte di sabato 2 luglio 1994, una catena di attentati incendiari colpisce le filiali
standa ubicate a Roma , Firenze, Modena, Milano, Brescia, Trento; il precedente 24
maggio, analoghi attentati avevano raggiunto i supermercati Standa di Aosta e Ivrea.
La sequela di attentati, dunque, colpisce la catena di grandi magazzini della Fininvest
da Roma fino a tutto il Nord Italia, escludendo quelli situati nelle regioni del Sud. La
stampa ipotizza una “azione terroristica” di matrice politica; ma altri avanzano il
sospetto di possibili “avvertimenti” e “solleciti” rivolti da Cosa Nostra al governo
Berlusconi.
Quattro anni prima, tra il 19 gennaio e il 16 febbraio 1990, alcuni attentati
incendiari avevano colpito i magazzini Standa di Catania e Paternò (il pentito Claudio
Saverio Samperi, ex affiliato al clan mafioso di Nitto Santapaola, si autoaccuserà per
l’attentato del 19 gennaio alla sede centrale della Standa a Catania). Da allora, le
filiali dei grandi magazzini Fininvest situate nelle province siciliane non avevano più
registrato azioni delittuose; il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, nel marzo 1994,
aveva dichiarato: “Anche i bambini sanno che in Sicilia la Standa è cogestita [dalla
Fininvest] a Catania con Santapaola, e a Palermo con Riina”.
101
“Corriere della Sera”, 26 maggio 1994.
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Ma proprio la “questione Standa”, in Sicilia, è oggetto di rivelazioni dei mafiosi


pentiti e di indagini antimafia. “Un rapporto dei carabinieri di Corleone del dicembre
1990 sul quale Falcone puntava molto. Intercettazioni telefoniche di personaggi
sospettati di essere vicini a Totò Riina. Ma con loro anche la responsabilità di
un’affiliata Standa di Palermo. L’argomento è l’acquisto di supermercati in
fallimento. E, in particolare, scrivono i carabinieri, la vicenda del fallimento della
Comega, "voluto ed in qualche modo pilotato da chi ha interesse a monopolizzare il
controllo di affiliati Standa". Ma si parla anche di un complesso alberghiero in falli-
mento al quale sarebbe interessato Silvio Berlusconi. Insomma, proprio i settori dei
quali si starebbero occupando alcune Procure siciliane. Tra i personaggi intercettati
Pino Mandalari, sospettato di essere il commercialista di Totò Riina, condannato per
riciclaggio di denaro sporco, massone appartenente alla Loggia di Trapani Iside 2, i
cui responsabili sono stati recentemente condannati per costituzione di società
segreta. E’ lui al centro delle operazioni “commerciali” su cui indagavano i
carabinieri. Un rapporto delicatissimo in cui si parla dei rapporti tra mafia e
massoneria e degli interessi economici di Cosa Nostra. Eppure rimasto a lungo nei
cassetti della Procura di Palermo malgrado Falcone lo considerasse molto importante.
Ma erano gli ultimi mesi della permanenza nell’Isola e i rapporti col suo "capo"
Pietro Giammanco erano diventati pessimi. E quel rapporto non ebbe seguito. Fino a
quando, recentemente, è stato “riesumato” ed è finito nella megainchiesta su mafia e
massoneria in corso a Palermo. La prima telefonata citata nel rapporto è del 15
ottobre ‘90. Pino Mandalari telefona all’avvocato Antonino Messineo 102 [ ... ]. Ed
ecco la prima citazione importante. Ignazio Momino è l’avvocato di Totò Riina. E -
secondo le cronache dei giornali di ieri - era presente alla manifestazione del
candidato a Bagheria di Alleanza nazionale Forza Italia, Antonio Battaglia, avvocato
di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, latitante e, probabilmente, attualmente alla
guida della "cupola". Ma qual è l’argomento del colloquio tra Mandalari e Messineo?
L’acquisto di supermercati. E qui compare, per la prima volta, la Standa. Ed è proprio
Mandalari a dirlo a Messineo. “Io sono diventato il supervisore... perché abbiamo
trattative con la Standa e tanti altri problemi da sistemare”. La conferma arriva il
giorno dopo. Mandalari telefona al numero intestato all’Affiliato Standa, in via Croce
Rossa a Palermo, e parla con una certa Nicoletta Palumbo, responsabile del
supermercato 103 [ ... ]. Chi è quel Totò? I carabinieri non lo dicono, ma la citazione
dei brano non sembra casuale. E non è comunque l’unica conversazione tra i due. Il 5
novembre è la Palumbo a telefonare al Mandalari. Questi, si legge nel documento,

102
Testo dell'intercettazione telefonica - Pino: “So che tu sei impegnato in una questione che riguarda "amici miei"”.
Messineo: “'Na questione pesante ... ”. Pino. “Eh, pesante... ma hai avuto incarico dal Tribunale?”. Messineo: “No...
ancora no, io c'ho per ora invece un incarico di parte... che... sono lì per non accettare eventualmente, perché ... ”. Pino:
“Ninì ... ”. Messineo: “Ignazio Mornino vuole... fare... farmi nominare come perito giudiziario”.
103
Testo dell'intercettazione telefonica - Pino: “Domani mattina ci vediamo qua, Nicoletta”. Nicoletta: “Domani
mattina?”. Pino: “Domani verso mezzogiorno”. Nicoletta: “Verso mezzogiorno? Eh, va bene! Sarò da lei. Anche perché
... ”. Pino: “Sì”. Nicoletta: “Una... una cosa strettamente... quella persona con la quale ci siamo incontrati ... ”. Pino:
“Sì, Totò (detto in tono sommesso)”. Nicoletta: “Quando eravamo da lei con Nicola”. Pino: “Sì”. Nicoletta: “Eh... ha
già detto che praticamente siamo lì lì per fallire”.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

“asserisce che il negozio lo potranno rilevare per quattro soldi da un eventuale


fallimento, mentre la Palumbo sostiene che non è proprio possibile fallire in quanto lo
sa tutta Palermo”. Un rapporto stretto quello tra i due. Il precedente 12 ottobre,
infatti, con un’altra telefonata la Palumbo viene “inviata a Milano dal Mandalari per
condurre una non meglio precisata trattativa per svariati miliardi di lire”. Ma nelle
intercettazioni telefoniche non si parla solo di supermercati. Il 6 novembre sempre
Mandalari telefona a Roma all’avvocato Antonio Juvara, anche lui massone.
L’argomento è l’acquisizione di un albergo in fallimento a Punta Favaro di
Favignana. Si parla del prezzo e a un certo punto Mandalari, si legge nel rapporto,
“raccomanda l’urgenza spiegando che, se si arriva all’asta, si infila Berlusconi". Un
evidente interesse del Cavaliere ad acquistare immobili sotto fallimento in Sicilia
[smentito dalla Fininvest]” 104 .

Il testo del decreto legge sulla custodia cautelare frettolosamente predisposto (prima
varato, e poi ritirato) dal governo Berlusconi il 14 luglio 1994 col primario scopo di
contrastare l’azione dei magistrati di “Mani pulite”, contiene una norma (art. 9)
ritagliata su misura per Cosa Nostra - un quotidiano titola infatti: Nel decreto
salva-ladri un regalo anche alle cosche 105 . Nel decreto legge, dello stesso luglio, che
contempla il condono edilizio, l’art. 6 stabilisce la soppressione delle vigenti norme
di legge che prevedono la sospensione e la cancellazione dall’Albo costruttori delle
imprese edili colluse con la mafia; ma l’intero dispositivo - come verrà documentato
e denunciato dalla Lega ambiente - “è un regalo alla mafia” 106 . Intanto, alcuni
parlamentari di “Forza Italia” si dichiarano favorevoli all’abolizione dell’articolo 41
bis del regolamento carcerario che prevede l’isolamento dei boss mafiosi detenuti,
dando inizio a una campagna contro il dispositivo antimafia.
Il 5 agosto 1994, la rappresentante di “Forza Italia” Tiziana Parenti (non più
turbata dalle possibili infiltrazioni mafiose nel suo “partito”) assume la presidenza
della Commissione parlamentare Antimafia già presieduta da Luciano Violante. Il 21
agosto, il responsabile dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Di Maggio,
viene indotto dal governo a lasciare il suo incarico, forse perché contrario
104
"Avvenire", 23 marzo 1994.
105
“1a Repubblica”, 16 luglio 1994. Scrive H quotidiano: “Mentre i giornalisti dovranno tacere, all'indagato è invece
ora assicurato il diritto, ove ne faccia richiesta, di essere avvisato entro tre mesi dall'inizio dell'inchiesta che il pubblico
ministero sta svolgendo indagini nei suoi confronti e per quali reati. Soprattutto nei confronti della criminalità
organizzata, uno dei punti forza del Codice era la possibilità di svolgere indagini in segreto, per evitare che gli indagati
potessero inquinare le prove, intimidire o far scomparire i testimoni. Sotto questo punto di vista, gli effetti della nuova
disciplina saranno devastanti: decorsi tre mesi dall'inizio delle indagini, l'indagato potrà sempre sapere, non importa se
sono in corso delicatissime intercettazioni telefoniche o ambientali, ovvero il pubblico ministero sta per disporre una
perquisizione domiciliare o l'esame di un testimone d'accusa di importanza fondamentale [ ... ]. Neppure i più pericolosi
boss mafiosi o i politici più corrotti avrebbero mai osato sperare che sarebbe stato lo stesso governo a dare loro via
libera per inquinare o eliminare le prove d'accusa”.
106
Secondo Enrico Fontana (autore dei libro bianco La mafia del cemento), “oltre il 75 per cento di tutte le case abusive
costruite nell'ultimo decennio, si è concentrato al Sud. E proprio nelle regioni meridionali l'abusivismo edilizio è stato e
continua a essere uno dei mezzi preferiti dalla criminalità organizzata per riciclare il denaro guadagnato con la droga e
con i sequestri. Tanto più che con il condono tutto il patrimonio abusivo entra a pieno titolo nel mercato legale, e il suo
valore è destinato a raddoppiare”; cfr. "La Stampa", 23 settembre 1994.
L’AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI

all’abolizione dell’articolo 41 bis. Il 26 agosto, Gianni De Gennaro, valente capo


della Dia (Dipartimento investigativo antimafia), viene rimosso dall’incarico e
“promosso” a capo della Criminalpol; De Gennaro viene allontanato dalla Dia perché
“ha dei nemici in "Forza Italia" [che lo vogliono lontano dalla Dia] per le indagini sui
rapporti tra mafia e politica” 107 .
“La promozione di De Gennaro alla Criminalpol, in un posto formalmente più
elevato, appare come una retrocessione sostanziale, dal punto di vista dell’operatività
anticrimine. La verità è che gliel’avevano giurata, a De Gennaro [ ... ]. Non è un
mistero che De Gennaro sia considerato da Previti e da Berlusconi, ma più in
generale dalla maggioranza di governo, il braccio operativo di un’antimafia da
dimenticare. L’antimafia che ha saputo ottenere successi fino a ieri impensabili
contro Cosa Nostra, anche grazie all’utilizzo dei collaboratori di giustizia e
dell’articolo 41 bis del regolamento penitenziario [ ... ]. Anche Di Maggio, come De
Gennaro, come Violante, come Arlacchi, come Caselli, è stato tra i protagonisti di
quella stagione straordinaria della lotta alla criminalità che, dalla metà del 1991
all’inizio del 1994, ha visto Cosa Nostra finalmente attaccata e messa alle corde, la
Cupola disarticolata, alcuni dei maggiori latitanti, da Totò Riina a Nitto Santapaola,
arrestati e costretti all’isolamento in carcere [ ... ]. Di quella stagione, De Gennaro
con la Dia è stato forse la più lucida delle menti d’intelligence e il più abile dei bracci
operativi. Eppure non piace a molti della nuova maggioranza [ ... ]. Troppo
indipendente, De Gennaro, dal nuovo potere politico. Troppo incontrollabile. E
troppo pericoloso: tanto da avere avviato indagini a Catania, a Milano e a Montecarlo
su presunti contatti tra uomini Fininvest e uomini di Cosa Nostra” 108 .
Il 30 agosto, si apprende che il ministro Guardasigilli del governo
berlusconiano, il super-riciclato onorevole avvocato Alfredo Biondi, ha predisposto,
col partecipe assenso di Berlusconi, un nuovo testo di legge volto a “sfoltire” le
carceri; il “Corriere della Sera" scrive che nel testo vi è un “rischio di benefici anche
ai mafiosi”.
***

L’estate 1994 è cruciale anche per il redivivo “finanziere” in odore di mafia Filippo
Alberto Rapisarda, il quale accarezza un ambizioso progetto “siciliano”: la
costruzione di un aeroporto nell’isola più esclusiva dell’arcipelago delle Eolie,
Panarea. Nell’attesa di attuare il suo progetto, il pluripregiudicato “delinquente
abituale” amico e sodale dei Dell’Utri si è scoperto una vocazione politica
-naturalmente, nel partito-setta “Forza Italia”; e ospita nella sua villa di Panarea
(planatovi con un elicottero privato) il vertice Fininvest nella persona del ministro
della Difesa Cesare Previti.

107
“Panorama” 9 settembre 1994.
108
“L’Europeo", 7 settembre 1994. Conferma Pino Arlacchi: “La Dia è stata ridimensionata: Gianni De Gennaro è stato
tolto da un'operatività diretta, immediata e molto incisiva contro la mafia e contro la grande criminalità. Va in un posto
formalmente più elevato ma che è un sostanziale suo ridimensionamento come investigatore di punta” ("Corriere della
Sera", 27 agosto 1994).
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Prestanome di famiglia

Paolo Berlusconi ha accompagnato e accompagna la rutilante avventura del grande


fratello Silvio nel ruolo di suo prestanome parafulmine; la carriera del minore Paolo
all'ombra del maggiore Silvio è una sostanziale collezione di cariche formali
all'interno del gruppo Fininvest (tra le altre, presidente della Mediolanum Assi-
curazioni e vicepresidente della Standa) e attiguamente a esso (le attività
immobiliari). Al piccolo Paolo, per gli amici Berluschino, sono attribuiti il motto
esistenziale “Quando sono solo, Berlusconi sono io”, e il tratto autobiografico “Se
devo decidere qualcosa, mi fermo a chiedermi cosa farebbe Silvio al posto mio”; ma
tra Paolo e Silvio, oltre agli affari familiari, c'è la comune passione per il Milan calcio
e per il gentil sesso.
Nel 1992, allo scopo di aggirare il dispositivo della Legge Mammì che vieta di
detenere la proprietà di networks televisivi e di giornali quotidiani, il fratello
maggiore Silvio infila la maggioranza azionaria del "Giornale" di Montanelli nella
tasca del fratello minore Paolo (con un guizzo di preveggente accortezza, sposta nelle
mani del fratello-ombra anche tutte le attività immobiliari). Ma l'estemporaneo
neo-editore Paolo si rivela subito piuttosto maldestro: “Ancora non è diventato il
padrone del "Giornale" (Silvio se lo tiene stretto fino agli ultimi giorni consentitigli
dalla legge) e già Paolo calpesta una chiazza di guano: nella primavera del '92 si
palesa in redazione, in via Gaetano Negri 4, sotto braccio all'allora potente ras
socialista [craxiano] Ugo Finetti (poi finito a San Vittore per tangenti), che si lamenta
per l’ostilità di un paio di cronisti nei confronti del Psi. Montanelli fa sapere che
avrebbe “cacciato a calci nel sedere” i politici intenzionati a fare pressioni sui. suoi
giornalisti utilizzando i rapporti con la proprietà. Nel luglio del ‘92 Paolo
s'impossessa infine del "Giornale". Subito dopo il primo incontro con il comitato di
redazione, i giornalisti entrano in sciopero per otto giorni filati, un record assoluto
nella storia della testata. Un successone, insomma. Poi le acque si chetano, ma
Berluschino si fa vedere al "Giornale" il meno possibile. Ai giornalisti non garbano
troppo i suoi modi guasconi, i suoi commenti salaci sulle giornaliste e sulle
impiegate” 1 .
Nel 1993, il piccolo Berlusconi si ritrova tra le mani anche la proprietà del
quotidiano milanese “La Notte”. “Un affare? No, “La Notte” perde 2 miliardi l'anno.
Ma ai Berlusconi serve, soprattutto a Silvio, che vuole un quotidiano locale su Milano
per mantenere buoni rapporti col sindaco leghista Marco Formentini e perché lo
strumento può rivelarsi utile ai candidati di Forza Italia alle prossime elezioni” 2 . Il
piccolo Berlusconi a tutta prima conferma il direttore de “La Notte” Giuseppe
Botteri, ereditato dalla vecchia proprietà del quotidiano; ma “qualcuno in famiglia
non è d’accordo, perché nel giro di qualche settimana Botteri deve lasciare il posto a
un giornalista proveniente dal gruppo Fininvest, Massimo Donelli, già condirettore di
“Epoca”” 3 - solidarietà massonica: Massimo Donelli era “fratello” del piduista Silvio
1
"L'Europeo", 26 gennaio 1994
2
Ibidem
3
Ibidem
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Berlusconi nella Loggia gelliana (tessera P2 2.207, codice massonico E. 19.80).


Anche la clamorosa vicenda che nel gennaio 1994 porta all'allontanamento di
Indro Montanelli dalla direzione del “Giornale” vede il Paolo fungere da goffa
comparsa, mentre il vero padrone del quotidiano, Silvio, ne è il plateale protagonista.
Nella bagarre scatenata contro Montanelli (reo di non voler allineare “Il Giornale” a
sostegno del partito-Fininvest e del suo messianico leader aspirante alla poltrona di
Primo ministro della Repubblica), il piccolo Paolo si segnala solo per il racconto di
una elegante barzelletta allusiva: “AI mio paese c'è un signore molto vecchio che
cade dal decimo piano e non si fa niente. Poi finisce sotto una macchina e non si fa
niente. Poi cade in un tombino e non si fa niente. Alla fine abbiamo dovuto
abbatterlo” 4 .
Ma Paolo Berlusconi intestatario di imprese edili già di proprietà del fratello Silvio, il
Paolo Berluschino che insieme al fratello Silvio coltivava “stretti rapporti col potere
politico dei Craxi, degli Andreotti e dei Forlani” 5 , a partire dal 1992 riesce finalmente
a diventare primattore: alla ribalta della cronaca giudiziaria, quale espiatorio
mattatore della Tangentopoli berlusconiana.
Il fratello minore di Silvio Berlusconi, nel novembre 1992, risulta indagato
dalla Procura di Roma per il reato di corruzione in relazione alla vendita di immobili
berlusconiani - mediante tangente miliardaria - agli enti previdenziali Inadel e Inail
(“ma, come lasciano intendere gli inquirenti romani, gli istituti previdenziali su cui si
sta indagando sono anche altri” 6 ).
Nella primavera dei 1994, Paolo Berlusconi è rinviato a giudizio per violazione
della legge sul finanziamento ai partiti. “Nell'ultima campagna elettorale del 1992 io
ho avuto effettivamente modo di versare la somma di L. 150 milioni [al segretario
della Dc lombarda Gianstefano Frigerio] per il tramite di un dirigente della Fininvest,
Sergio Roncucci”, ha ammesso al magistrato inquirente il fratello del grande self
made man Silvio. “[L'ho fatto] perché [Frigerio] me li ha chiesti, e perché sono un
simpatizzante della Dc”. In realtà, il “contributo” clandestino era legato a una vicenda
di discariche lombarde: “Per autorizzare la maxi-discarica di Cerro Maggiore,
secondo il Pm, la Dc lombarda potrebbe aver ottenuto [da Paolo Berlusconi] non solo
i 150 milioni usciti nel '92 dalle casse “della Fininvest”, come si legge nella citazione
a giudizio, ma anche "bustarelle" via etere: spot elettorali [sulle reti Fininvest]” 7 .
Nel febbraio 1994, il fratello-prestanome di Silvio, tratto in arresto e rinviato a
giudizio per corruzione, ammette di avere pagato tangenti miliardarie (con contorno
di false fatture) destinate ai vertici della Cassa di Risparmio delle Provincie
Lombarde e a esponenti politici, nell'ambito della vendita di immobili berlusconiani
al Fondo pensioni della banca; tra i beneficiari, il presidente democristiano della
4
La "barzelletta", riportata da “L’Europeo” (26 gennaio 1994), allude all'età dell'ultraottantenne Montanelli. Di Paolo
Berlusconi, Montanelli dirà che “non esiste”, e che “da solo non decide neppure quando starnutire”.
5
Cfr. “L’Europeo”, 26 gennaio 1994.
6
““Il Mondo”, 30 novembre 1992.
7
“Corriere della Sera”, 31 maggio 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Cariplo Roberto Mazzotta, e Bettino Craxi (entrambi amici e sodali di vecchia data
del fratello Silvio). “Il fratello minore Paolo Berlusconi ammette di avere attinto, per
pagare le tangenti, nel pozzo dei fondi neri dell'Edilnord, società edile che fino al
1992 faceva parte a pieno titolo della Fininvest controllata da Silvio Berlusconi che
fu poi passata, per ragioni di opportunità, sotto il controllo di Paolo” 8 .
Il 6 marzo 1994, l'attività intestata al fratello di Silvio riguadagna le cronache
giudiziarie, ancora una volta per tangenti e corruzione: “Manette per Sergio
Roncucci, ex dirigente della Fininvest e capo delle relazioni esterne della Edilnord di
Paolo Berlusconi. Il manager è stato arrestato l'altra sera attorno alle 22 dalla Guardia
di Finanza, che l'ha portato nel carcere di Monza su ordine del pool di magistrati che
da quattro anni indagano sull'edilizia nera di Milano e provincia. Il reato ipotizzato è
la corruzione. Roncucci, secondo l'accusa, avrebbe versato tangenti per circa un
miliardo, concordate tra l'88 e il '90, per sbloccare un piano di lottizzazione
presentato dalla società Europea Golf del gruppo Edilnord. Obiettivo: convincere gli
amministratori e i tecnici comunali di Pieve Emanuele (un centro al confine con
Basiglio, dove ha sede “Milano 3”) a dare via libera al progetto di ristrutturazione del
castello medievale di Tolcinasco, con cascinali e impianti sportivi tra cui un green
con 36 buche” 9 ; all’arresto di Roncucci, il fratello di Silvio Berlusconi ammette
subito il versamento delle tangenti 10 .
Alla fine di marzo 1994, la Procura di Brescia inquisisce il fratello di Silvio
Berlusconi per corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai
partiti, in relazione a un sospetto business immobiliare, avvenuto a Desenzano del
Garda nel 1991, tra la berlusconiana Cantieri riuniti milanesi (gruppo Fininvest) e
l’Inadel (Istituto assistenza dipendenti enti locali) guidato dal craxiano Nevol
Querci 11 .

8
“L’Unità”, 30 aprile 1994.
9
“Corriere della Sera”, 6 marzo 1994.
10
“Il gruppo Fininvest è totalmente estraneo al sistema delle tangenti”, aveva pubblicamente dichiarato il fratello Silvio
nel dicembre 1993; dopo l'arresto e le ammissioni dei Paolo, il Silvio dichiarerà: “Fu costretto [Paolo, a pagare tangenti]
da una situazione di necessità. Era impossibile sottrarsi a questa richiesta, avrebbe danneggiato irreparabilmente
l'azienda”.
11
“Paolo Berlusconi [è] indagato dal magistrato di Brescia insieme all'ex parlamentare Psi Nevol Querci. Precise le
ipotesi di reato contestate ai due: corruzione e finanziamento illecito dei partiti. [ ... ] Tangenti dietro la compravendita
di un centro commerciale Standa di Desenzano, in provincia di Brescia? Certo, ai giudici non è sfuggita la differenza -
qualcosa come nove miliardi - tra l'acquisto e la successiva vendita del centro commerciale. Riassumendo: l'acquisto
dell'immobile da parte della Cantieri riuniti milanesi di Berlusconi junior dalla società costruttrice (la Garfin spa)
avviene nel marzo'89 per 11 miliardi tondi. Due anni dopo, nel luglio del '91, lo stesso immobile della Standa viene
ceduto dall'ancora società del gruppo Fininvest per 20 miliardi all'Inadel, l'Istituto di assistenza ai dipendenti degli enti
locali, che a quel tempo era guidato dal parlamentare socialista Nevol Querci. Cosa nascondono quei 9 miliardi di
differenza: qualche tangente a Dc e Psi? Mario Casaccia, uno degli ispettori del Secit, 007 del fisco, stende un rapporto
e conclude che l'aumento non sarebbe giustificato dal valore dell'immobile. Quanto basta [al magistrato] per vederci
chiaro. Tanto più che almeno in un paio di occasioni l'ex commissario dell'Inadel, Querci, arrestato nell'ottobre del 1992
a Roma, ha raccontato ai giudici romani ma anche milanesi che nel periodo in cui lui fu alla guida dell'Istituto, tra il
1988 e il 199 1, furono effettuati investimenti immobiliari per quasi 4.000 miliardi e che gli imprenditori che vendettero
gli immobili all'Inadel versarono contributi a Dc e Psi”; “La Stampa”, 2 aprile 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Nel maggio 1994, la Procura di Milano muove una nuova accusa di corruzione
aggravata a carico di Paolo Berlusconi per una tangente di 800 milioni pagata agli
amministratori del Comune di Pioltello (nei pressi di Milano) nel 1988, e grazie alla
quale la Edilnord aveva ottenuto l’edificabilità di alcuni terreni agricoli di sua
proprietà 12 . Il fratello minore di Silvio ammette i fatti addebitatigli dai magistrati. La
vicenda - esemplare per scenari e metodi - vede naturalmente coinvolto anche il Psi e
il suo segretario Bettino Craxi 13 .
Nel luglio 1994, il fratello del presidente del Consiglio viene arrestato 14 con l'accusa
di avere ripetutamente corrotto la Guardia di Finanza: centinaia di milioni di mazzette
per eludere e addomesticare i controlli dei finanzieri presso tre società del gruppo
Fininvest (Mondadori, Videotime e Mediolanum).
Paolo Berlusconi non - può non ammettere le bustarelle (già confessate dai
militari corrotti), ma ai magistrati parla di presunte “imposizioni” dei finanzieri, e si
dichiara vittima di “altrui pretese concussive”. Le ulteriori ammissioni di Paolo ai
magistrati sono un capolavoro di inverosimiglianza degno della migliore verve del
fratello Silvio (i magistrati le definiranno “molto poco convincenti”), ma offrono
comunque un sintomatico scorcio degli imbrogli che hanno accompagnato il divenire
del gruppo Fininvest negli anni Ottanta: “La Edilnord”, dichiara infatti Paolo
Berlusconi, “si è occupata di vendere immobili nei primi anni Ottanta anche a privati
con i quali si raggiungeva un accordo: nel prezzo veniva indicato un corrispettivo
12
“La vicenda riguarda l'area Bica, un terreno vincolato a verde agricolo sul quale, nel 1980, la Montedison voleva
trasferire i suoi impianti chimici. La popolazione si ribellò. E nel 1981 il terreno passò nelle mani della Fininvest, che
presentò uno studio di fattibilità per portarvi una parte degli studi televisivi di Canale 5 e di Retequattro. Il Comune
accolse il progetto e scattò la variante al Piano regolatore da verde agricolo a terziario. A quel punto, afferma Roncucci,
il sindaco Michele Rossetti (Psi) e il capo dell'ufficio tecnico Antonio Soravia chiedono un miliardo per non ostacolare
l'iter della pratica [ ... ]. A fine 1987 il Comune approva il piano, a marzo 1988 Roncucci, su indicazione di Berlusconi
jr, consegna 200 milioni a testa al sindaco Rossetti e al funzionario: al primo per strada, al secondo nel quartier generale
del Biscione in via Paleocapa. Ma interviene la Regione e blocca tutto con un vincolo paesistico. là il Comune a
presentare ricorso, su pressioni di Roncucci, e a vincerlo. A Rossetti e Soravia arrivano altri 200 milioni a testa. 1 soldi,
spiega il factotum del Biscione, me li dava un dirigente Edflnord, Angelo Pellegrini, che li prelevava dalle risorse
extra-contabili del gruppo”; 9a Repubblica", 19 maggio 1994.
13
“"Ho ricevuto i 200 milioni - racconta Rossetti - nella sede della Fininvest in via Paleocapa a Milano. Entrando,
Roncucci mi ha presentato Fedele Confalonieri e Aldo Brancher. Poi, nel suo ufficio, mi ha dato la busta. La tangente
era stata concordata a mia insaputa da Antonio Natali. Fu lui a dirmi di portarla a Brescia da Balzamo, che poi invece
mi convocò a Roma. In febbraio o marzo dell'88 sono partito da Linate con i soldi, che ho consegnato a Balzamo in via
del Corso. Alle 20.30 avevo consiglio comunale a Pioltello, ma Roncucci mi aveva già offerto il passaggio in aereo".
L'ex sindaco propone anche "un riscontro": "Mi ha portato a Ciampino nel pomeriggio un giornalista della Rai, Paolo o
Carlo Musumeci. Sull'aereo, un Gulfstream mi pare, c'erano Fedele Confalonieri, il manager Bernasconi e Silvio
Berlusconi. All'arrivo, il Cavaliere ha chiesto a Bernasconi di accompagnarmi in auto a Pioltello. In seguito Natali,
complimentandosi, mi ha promesso di portare Craxi e le TV Fininvest a Pioltello per la mia campagna elettorale. li
comizio c'è stato: era il 6 o 7 maggio". Tre settimane dopo il Psi conquista Pioltello con il 34,7 per cento. Roncucci nel
confronto ha confermato anche "regalie" minori: inviti al Teatro Manzoni con Paolo Berlusconi e consorte, biglietti per
San Siro, magliette del Milan e un forno a microonde per tutti i consiglieri "tranne uno dell'opposizione"”; "Corriere
della Sera", 25 maggio 1994.
14
L'arresto di Paolo Berlusconi è preceduto dal mandato di cattura (27 luglio) e da alcuni giorni di latitanza.
La sera dei precedente 24 luglio, nella villa di Arcore, aveva avuto luogo il noto "vertice" tra il capo del governo Silvio
Berlusconi, i ministri-Fininvest Cesare Previti e Gianni Letta, il presidente della Fininvest Fedele Confalonieri, Paolo
Berlusconi e il suo avvocato Oreste Dominioni, e l'avvocato Guido Viola (difensore del direttore finanziario della
Fininvest Salvatore Sciascia, le cui confessioni porteranno appunto all’incriminazione di Berlusconi junior); secondo il
magistrato Antonio Di Pietro, la "riunione" era stata un tentativo di inquinare le prove concordando una versione da
riferire all'autorità giudiziaria.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

inferiore a quello reale in modo da risparmiare sulle tasse. In questo modo abbiamo
avuto la possibilità di creare un fondo extra contabile di alcuni miliardi, circa tre, che
abbiamo potuto utilizzare per pagare anche quelle dazioni di denaro che non
potevano essere iscritte in bilancio... La parte in nero da parte degli acquirenti veniva
consegnata esclusivamente in contanti [e] veniva depositata presso la cassaforte
dell'ufficio della Edilnord 15 ... All'interno del gruppo Fininvest io, oltre che essere
direttore generale e consigliere delegato, avevo anche cariche in diverse società
operative. In pratica, sopra di me nella scala delle decisioni vi era solo Silvio
Berlusconi mentre i top manager avevano ampia autonomia e riferivano
contestualmente sia a me che a Silvio Berlusconi. Naturalmente con Silvio
Berlusconi trattavano più propriamente le questioni strategiche del gruppo, mentre
per tutto ciò che riguardava i problemi di gestione che essi potevano avere,
rapportavano a me... Solo io potevo gestire questi fondi neri, e nessun dirigente delle
varie società ne era a conoscenza... Ero io che autonomamente ho deciso di costituire
questo fondo nero”. E a precisa domanda del magistrato, Paolo Berlusconi risponde:
“Non posso escludere che siano state pagate [dal gruppo Fininvest] altre tangenti
[alla Guardia di Finanza] per altre verifiche”.
A sua volta, il capo del gruppo Fininvest e presidente del Consiglio in carica,
soccorre il fratello Paolo e sé medesimo mediante un'intervista pubblicata dal
prestigioso quotidiano inglese “Herald Tribune”: bontà sua, ammette le bustarelle
Fininvest pagate ai finanzieri per addomesticare i controlli fiscali, ma a suo dire si
sarebbe trattato di somme “estorte” al fratello Paolo dai voraci finanzieri, e comunque
di somme “ridicolmente piccole” 16 , e in ogni caso lui, Silvio, non ne ha mai saputo
assolutamente nulla - le bustarelle da centinaia di milioni sarebbero state pagate ai
finanzieri talmente in segreto da essere versate a sua insaputa, e senza che lui ne fosse
nemmeno informato né prima né dopo 17 .

Paolo Berlusconi è uno degli eccellenti parafulmine del grande Berlusconi, ed


esprime mirabilmente una delle ferree regole della setta-Fininvest: “Pur di salvare
Silvio Berlusconi, tutti i gregari sono tenuti al sacrificio di sé; e dunque, se proprio
non possono negare la mazzetta, devono caricare su di sé l'intero peso della
responsabilità dei misfatto [ ... ]. Ogni volta che salta fuori una tangente Fininvest,
Silvio Berlusconi si affretta a precisare che non ne sapeva niente [ ... ]. Emblema di
questa strana vocazione aziendale al martirio in nome del capo, nonché figura
sommamente patetica dell'universo berlusconiano, è il giovane Paolo [che] viene
mandato allo sbaraglio. Nonostante che le società coinvolte nei giri di mazzette
15
Come ricostruzione dei fatti suona alquanto inverosimile: non solo quanto a miliardi in contanti collocati per anni in
un ufficio, ma anche alla loro entità (“circa 3 miliardi”) non a caso equivalente all'ammontare delle bustarelle per le
quali Paolo Berlusconi risulta al momento indagato o rinviato a giudizio.
16
Per il presidente del Consiglio, dunque, il reato di corruzione (o anche solo di concussione) mediante mazzette da
centinaia di milioni pagate alla Guardia di Finanza per garantirsi l'impunità e l'illegalità, è risibile poiché la Fininvest
“ha 50 miliardi di entrate al giorno e paga 1 miliardo di tasse ogni 24 ore”...
17
"Herald Tribune", 12 agosto 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

fossero tutte, all'epoca dei fatti, di proprietà di Silvio” 18 .


Ma è notorio il culto di Silvio Berlusconi per la Famiglia, tanto quanto sono
risapute la sua munificenza e la sua prodigalità. Così, il Superimprenditore di Arcore
non ha mai mancato di manifestare il suo familistico affetto e la sua affaristica
gratitudine allo stoico fratello Paolo: nel 1989, ad esempio, il grande Silvio ha
elargito al piccolo Paolo, sotto forma di “donazione”, la somma di L. 9 miliardi e 800
milioni, mentre nel 1990 la "donazione" è stata di soli 6 miliardi 19 .

18
“L’Espresso”, 25 marzo 1994.
19
La notizia delle donazioni berlusconiane è riportata da “Il Mondo” (21 febbraio 1994), che commenta: “I più famosi
fiscalisti sono concordi: la donazione presenta indubbi vantaggi fiscali. Soprattutto se si tratta di titoli di Stato. Ma
attenzione, avvertono: la donazione è evasione quando c'è un rapporto di lavoro”.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Scandali nell'etere

Il 29 settembre 1994, il sostituto procuratore di Torino Enrica Gambetta dispone


l'arresto per abuso d'ufficio di Giuseppe Mazzocchi, funzionario del ministero delle
Poste; all'arresto dei Mazzocchi segue, a Milano, l'irruzione di tre magistrati e
diciotto uomini della Polizia giudiziaria in tre sedi della fininvestiana Rti (Canale 5,
Italia 1, Rete 4).
Mazzocchi (uno dei cinque ispettori dell'etere in Piemonte: coi suoi colleghi
del Cctt-Circolo costruzioni telegrafiche e telefoniche, organo regionale del ministero
delle Poste e Telecomunicazioni, ha il compito di vigilare che le emittenti pubbliche e
private non violino la legge Mammì) è accusato di avere illecitamente informato i
tecnici della Fininvest di un imminente controllo che il Cctt si apprestava a effettuare
sulle frequenze di Italia 1; “soffiata” o meno, Mazzocchi ha poi partecipato alla
“Ruota della Fortuna” (la trasmissione a premi di Canale 5 con Mike Bongiorno)
vincendo 30 milioni, e i magistrati sospettano possa trattarsi di una "bustarella"
truccata da vincita al telequiz.

L'intervento della magistratura nell'accidentato terreno delle frequenze radiotelevisive


era cominciato nel maggio 1993, con l'arresto per corruzione del direttore generale
dei telefoni di Stato Giuseppe Parrella, il quale aveva ammesso di avere consegnato a
Davide Giacalone (segretario del ministro delle Poste repubblicano Oscar Mammì)
10 miliardi di finanziamenti occulti destinati al Pri e provenienti da tangenti pagate
dalla Federal Trade Misure, minuscola società privata con sede a Milano 2, alla quale
il ministero delle Poste aveva appaltato per 30 miliardi l'elaborazione del Piano
frequenze connesso alla legge Mammì.
Parrella, oltre a Giacalone, aveva coinvolto anche Adriano Galliani
(l'amministratore delegato della Rti), Gianni Letta (allora vicepresidente della
Fininvest), e un ingegnere della Fininvest rimasto anonimo (il quale prendeva parte
alle riunioni sulle frequenze che si svolgevano al ministero delle Poste). Come aveva
sintetizzato un quotidiano, la legge sull'emittenza “Giacalone l'aveva preparata e
scritta, Mammì l'aveva firmata, la Fininvest ne era stata la beneficiata” 20 ; Giacalone
ne aveva anche guadagnato un contratto di consulenza con la Fininvest per 460
milioni.
Il sostituto procuratore della Repubblica Maria Cordova, cui era affidata
l'inchiesta romana, il 4 novembre 1993 aveva chiesto l'arresto di Galliani e Letta
(richiesta non convalidata dal Gip) per concorso in corruzione; il Tribunale della
Libertà (cui Cordova si era appellata) il 9 dicembre successivo aveva sentenziato
arresti domiciliari per Giacalone e per Letta (ma per il vicepresidente Fininvest col
divieto di comunicare con l'esterno). Il provvedimento, non esecutivo per il ricorso in
Cassazione di Letta, verrà poi cassato dalla Suprema corte.
Le varie inchieste di “Mani pulite” stanno lentamente scoperchiando i
corruttivi intrecci che sono sorti intorno alle vicende dell'etere e del sistema
20
“La Repubblica”, 27 maggio 1993.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

radiotelevisivo nazionale. Quella delle frequenze è da anni una battaglia campale, una
lotta silenziosa che travalica la stessa questione strettamente televisiva, data l'enormi-
tà e la molteplicità degli interessi in gioco - una contesa nell'ambito della quale la
Fininvest ha mosso e muove i suoi egemonici tentacoli senza esclusione di colpi.

A Chiampore, su una collina che sovrasta Muggia (in provincia di Trieste), la


Elettronica Industriale, nel 1991, ha cominciato a costruire una gigantesca antenna
per consentire ai tre networks Fininvest di raggiungere parte dell'Europa centrale e
orientale battendo la Rai. Dichiara il consigliere comunale Renzo Nicolini: “Io,
questo megaimpianto ce l'ho proprio sulla testa, come centinaia di altri abitanti di
Chiampore. Le vicende relative alla sua costruzione sono doppiamente sospette sia a
livello locale, sia a livello nazionale”.
Le emittenti berlusconiane disponevano già di una postazione Tv a Chiampore,
ma nel luglio 1990 la Fininvest ha deciso di costruirne una seconda più potente, in
grado di raggiungere bacini di utenza ben più vasti, oltre il vicino confine con la
Slovenia. Il Comune di Muggia, il 17 settembre 1991, rilascia la relativa concessione
edilizia, ma da più parti si grida allo scandalo, e la nuova postazione sorge tra
violente polemiche. L'amministrazione locale è accusata di favoritismo, poiché si è
affrettata a concedere alla Fininvest il benestare senza attendere - come vuole la legge
-“ il Piano di assegnazione delle frequenze 21 . La nuova antenna, inoltre, è destinata
ad aumentare il già alto inquinamento elettromagnetico sull'abitato di Chiampore; fin
dal 1985, il dipartimento di Elettronica dell'Università di Trieste aveva segnalato al
Comune di Muggia che a Chiampore era già stato raggiunto un tasso di 30-35 V/rn
contro i 20 V/m tollerati.
Nel febbraio 1992, la popolazione locale, allarmata, si costituisce in "Comitato
dei cittadini contro le antenne di Chiampore". Infatti, nella zona accadono fenomeni
"inspiegabili": oggetti di plastica che prendono fuoco, pecore che partoriscono agnelli
morti; tra la popolazione si accusano emicranie, pressione alta e disturbi intestinali.
“Abbiamo interpellato medici e specialisti di varie discipline”, dice il presidente del
Comitato dei cittadini Marco Marinaz. Tra gli altri, il dottor Nerio Nesladek, il quale
ha firmato un ampio studio sugli aspetti medico-scientifici dell'esposizione a campi e-
lettromagnetici: “Nell'area dei ripetitori radio-tv a grande potenza di uscita come a
Chiampore vi è una forte concentrazione di energia che, pur non essendo mai
ionizzante, può comunque arrecare seri disturbi fisiologici se presa per lunghi periodi.
Se vi capita di sentire la radio dentro il telefono, questo non è altro che l'azione
induttiva delle onde elettromagnetiche sui cavi telefonici... Ancora più semplice è la
spiegazione di possibili disfunzioni neurovegetative. Quando un'onda molto potente
attraversa il nostro corpo, può facilmente indurre delle microcorrenti che per il
cervello rappresentano dei messaggi. Questi stimoli imposti dall'esterno, e perciò
innaturali, non possono che arrecare gravi danni a tutto il nostro sistema nervoso”.
21
In particolare, al centro delle polemiche è Willer Bordon, per molti anni sindaco di Muggia e poi portavoce nazionale
di Alleanza democratica. Bordon è accusato di avere sistematicamente approvato tutte le procedure per il rilascio delle
concessioni, e di avere ingannato i concittadini tacendo i veri scopi della Fininvest, a lui ben noti in quanto componente
della Commissione parlamentare per le telecomunicazioni.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Secondo il professor Giuseppe Sgorbati, del Laboratorio di misure nucleari presso la


facoltà di Fisica dell'Università di Milano e membro della commissione incaricata di
redigere una proposta di legge sui rischi delle radiofrequenze e delle microonde,
“quantità elevate di radiazioni non ionizzanti sono nocive. Surriscaldano i tessuti. Il
cristallino dell'occhio, i testicoli, le ovaie, e il cervello sono gli organi più sensibili al
colpo di calore. Cosa succede? L'occhio può ammalarsi di cataratta. Il riscaldamento
delle ghiandole sessuali può essere causa di sterilità e, nella donna, provocare disturbi
del ciclo mestruale. Sono stati segnalati anche danni al feto, con aborti e
malformazioni. Poi ci sono gli effetti sul sistema nervoso. Le frequenze-radio
provocano insonnia, irritabilità, perdita dell'appetito, malessere generale. Questi
effetti sono certi. Su altri c'è discussione”.
Osserva Renzo Nicolini: “Alla fine, perfino lo stesso Comune di Muggiasi è
pentito di avere consentito l'ingombrante presenza della nuova antenna Fininvest:
infatti, il 27 aprile 1993 ha scritto al ministero delle Poste che la localizzazione
dell'antenna "all'interno del centro abitato di Chiampore rappresenta sicuramente una
scelta inopportuna sia dal punto di vista ambientale che di salute pubblica". Ma ormai
la frittata è fatta... Fin qui, la parte 1ocale" della storia. Di ben altra natura e gravità
appare invece la parte relativa ai permessi ministeriali accordati alla Fininvest. Quello
che ne viene fuori è assolutamente sconcertante. Costruendo l'antenna a Chiampore
prima ancora che fosse varato il Piano frequenze nazionali, la Fininvest dava per
scontato che le relative autorizzazioni le sarebbero comunque state concesse. Del
resto, eravamo nella “prima Repubblica”, comandava Craxi, e Berlusconi era il
portavoce ufficiale del “Caf”... Adesso, nella cosiddetta “seconda Repubblica”
comanda direttamente Berlusconi, ed è anche peggio, a giudicare dagli ulteriori
sviluppi di questa brutta storia”.
La partita che la Fininvest gioca nell'etere ha assunto ormai aspetti grotteschi.
Dopo avere addomesticato una legge, quella detta Mammì, e un Piano frequenze, a
proprio uso e consumo e secondo i propri interessi (è su questo che indagano le
Procure di Roma e di Milano), la Fininvest si è impegnata nel tentativo di scardinare
la Mammì là dove le norme di legge risultano non conformi ai suoi piani egemonici.
E’ il caso di Chiampore.
Infatti, il Cctt di Trieste (con l'inizio del 1994 il controllo delle telecomunicazioni è
passato dal ministero delle Poste ai Circoli costruzioni regionali) ha ripetutamente
ricordato alla Fininvest che sul nuovo traliccio di Chiampore non avrebbero potuto
“in nessun caso essere consentite l'installazione delle antenne né tanto meno la
trasmissione dei programmi... senza l'autorizzazione di questo Circolo costruzioni. Si
specifica inoltre che il punto di irradiazione previsto dal piano di assegnazione delle
frequenze coincide con le coordinate geografiche della (vecchia) postazione
attualmente utilizzata dalla Fininvest”; in parole povere, poiché il Piano frequenze ha
assegnato alla Fininvest il punto sul quale sorge la vecchia antenna, la società non
può trasferire gli impianti sul nuovo traliccio e tanto meno trasmettere senza
l'autorizzazione del Cctt che per legge è costretto a negargliela.
Antonio Farinelli, funzionario della direzione compartimentale Poste e
Telecomunicazioni di Trieste, ed ex segretario del sindacato di categoria, precisa: “Il
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

tentativo della Fininvest di spostare i ripetitori dalla vecchia antenna alla nuova è
palesemente fuori legge. Il secondo comma dell'articolo uno della legge 422 del 27
ottobre 1993 recita: “L’atto di concessione consente esclusivamente l'esercizio degli
impianti e dei connessi collegamenti censiti in base alla Mammì”. Il censimento in
questione ha individuato la vecchia antenna Fininvest. Poi è entrata in vigore un'altra
legge specifica, e anche in base a questa il punto di irradiazione delle reti Fininvest
coincide con la vecchia antenna. Di fronte a questi dati inequivocabili, se le emittenti
Rti-Fininvest dovessero trasmettere dalla nuova antenna, l’Escopost compartimentale
sarebbe obbligata a disattivarla, come è già accaduto di recente all'antenna di
un'emittente privata sul monte Lussari (Tarvisio), oscurata d'autorità: il titolare aveva
commesso un abuso spostandola di alcuni metri perché nel vecchio sito era disturbata
dai canali Fininvest e Rai. Un fatto analogo è accaduto anche a Piancavallo, nei pressi
di Aviano in Friuli: Carabinieri e agenti Escopost sono intervenuti mettendo i sigilli a
una stazione privata. Quando accadono simili abusi, si alterano tutti gli equilibri a
livello regionale e perfino nazionale. Il groviglio di interessi, per cifre miliardarie, è
incredibile. Nell'estate del 1994, la Procura torinese ha disposto l'arresto di un
ispettore del Cctt, Biagio Del Monaco, per piccoli "favori" di questo genere a
emittenti radiofoniche locali; anzi, proprio da questo episodio trae origine il ciclone
che si è abbattuto sul Circolo costruzioni del Piemonte con l'incarcerazione di
Giuseppe Mazzocchi. Posso dire che il sostituto Enrica Gambetta di Torino si avvale
nelle indagini della collaborazione del nostro Ezio Babuder, capo ispettore della
direzione compartimentale di Trieste... IL certo: se la Fininvest manderà in onda i
programmi dalla nuova antenna di Chiampore, verrà oscurata”.
Ma le certezze di Farinelli “in nome della Legge” non considerano che la
Fininvest sa porsi al disopra della Legge, ovvero è in grado di mutarne i dispositivi a
proprio piacimento - come e più di sempre oggi che Berlusconi è alla guida del
governo. Così, a metà settembre 1994, l'ing. R. Gigantino, capo della IV divisione del
ministero delle Poste, dispone che “le emittenti che hanno concessioni regionali [e
cioè soltanto Fininvest e Rai NdA] possono effettuare eventuali spostamenti di
antenna che ritenessero necessari purché non creino disturbi alle altre emittenti” - la
disposizione non è neppure firmata dal ministro, ma da un qualunque e zelante
dirigente centrale del ministero...

Esemplare delle scorribande Fininvest nell'etere pubblico, e degli stessi metodi


berlusconiani, è anche la grave e intricata vicenda di Telepiù.
Nell'autunno del 1990, subito dopo il travagliato varo della legge Mammì e
mentre erano ancora in corso i complessi adempimenti per la sua attuazione, con un
proditorio colpo di mano la Fininvest occupava l'etere con tre nuovi networks
(Telepiù 1-2-3), riuscendo poi a ottenere, grazie a Craxi e al sodale ministro Mammì,
le relative concessioni governative 22 . Ma poiché le pur blandissime norme antitrust
previste dalla legge Mammì non le consentivano di detenere la proprietà di ben sei
22
Le tre Telepiù non disponevano dei requisiti di legge, e benché le reti cui accordare le concessioni statali fossero state
stabilite in 9, nel 1992, con un colpo di mano ministeriale, sono state elevate a 12 proprio per includervi le tre Telepiù.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

networks sui dodici previsti, la Fininvest manteneva di Telepiù il solo dieci per cento
(quota massima prevista dalla legge) e intestava formalmente le rimanenti azioni a un
gruppo di “amici” 23 .
Nell’ottobre 1994, mentre secondo insistenti voci i magistrati di “Mani pulite”
avrebbero ormai acquisito le prove del truffaldino raggiro della Fininvest in
violazione della Mammì, Berlusconi (divenuto presidente dei Consiglio proprio
grazie alla sua proditoria occupazione dell'etere) dichiara: “Non capisco quale fatto
possa trovarsi che sia condannabile da un punto di vista morale e penale... Quella
legge Mammì ci ha fatto una violenza imponendoci di vendere il 90 per cento delle
quote di Telepiù. [Ecco perché] mi sono rivolto ad amici cui ho chiesto la cortesia di
sottoscrivere [le restanti azioni], amici cui abbiamo dovuto frettolosamente
intestarle... Non riesco a capire perché dei giudici possano impegnarsi in questa
direzione, e mi sono venuti dei dubbi molto gravi, sui quali lavorerò nei prossimi
giorni”. Ma intanto, sottobanco, il disinvolto “signor Tv” ha già provveduto a
modificare la legge a suo uso e consumo 24 .
I magistrati di “Mani pulite” sono arrivati a indagare sulla vicenda di Telepiù
in seguito alle inchieste per la corruzione all'interno della Guardia di Finanza
milanese; secondo un sottufficiale della GdF, reo confesso, vi sarebbe stato un

23
“La storia ufficiale recita che Telepiù viene costituita a Milano come società a responsabilità limitata il 20 ottobre '90
e acquista dalla Fininvest le società che in precedenza avevano occupato nell'etere le frequenze ancora libere. Il capitale
iniziale di 10 miliardi viene suddiviso tra la società Rti dei gruppo Fininvest e altri nove soci, tutti amici di Berlusconi: i
produttori cinematografici Mario e Vittorio Cecchi Gori, gli editori Leonardo Mondadori, Luca e Pietro Formenton, e
Pietro Boroli, il re delle acque minerali Bruno Mentasti, il petroliere Massimo Moratti, l'immobiliarista Renato Della
Valle, il finanziere Mario Rasini, e Luigi Koelliker”; "L'Espresso", 7 ottobre 1994.
24
“E’ una storia molto indicativa della disinvoltura con cui il presidente dei Consiglio tratta in prima persona le
questioni in cui ha un diretto interesse. Tutto comincia, il 23 febbraio 1994, quando l'allora presidente dei Consiglio
Carlo Azeglio Ciampi, accogliendo una sollecitazione del Garante per l'editoria, stila un decreto che precisa alcuni
obblighi dei gestori di imprese editoriali e di radio e tele diffusione, abrogando alcune norme, ritenute troppo
macchinose o superflue. Il decreto decade perché il Parlamento, sciolto per le elezioni, non ha il tempo per convertirlo
in legge. Ciampi lo reitera il 28 aprile, ma anche stavolta H decreto non viene convertito. Intanto Berlusconi diviene
capo del governo e il 10 luglio, di concerto con il ministro delle Poste e vicepresidente dei Consiglio Giuseppe
Tatarella, ripropone il decreto per una terza volta. Vengono le vacanze e, ancora una volta, il decreto decade. Ma
inopinatamente, subito dopo lo ritirano e lo trasferiscono alla Camera dei deputati il 6 settembre 1994. Il fatto è che il
testo del decreto non è più uguale al precedente. Ne differisce in un punto decisivo: là dove Berlusconi brillantemente
cancella le conseguenze di ogni irregolarità che possa aver commesso a proposito di false dichiarazioni sulla proprietà
delle sue reti, sui suoi eventuali soci e sui bilanci delle sue aziende televisive. La chiave dell'inghippo è in quattro righe
aggiunte all'articolo 6, quello in cui Ciampi elencava le norme da abrogare a proposito di bilanci. Nel testo Ciampi
l'articolo aveva due commi. Nell'ultimo testo Berlusconi-Tatarella ne ha un terzo che recita: "Per il mancato o irregolare
adempimento, nel periodo anteriore alla data di entrata in vigore del presente decreto, degli obblighi previsti dalle
disposizioni abrogate non si fa luogo all'applicazione delle relative sanzioni". Ora, se si pone mente al fatto che il
Garante dell'editoria, di fronte a dichiarazioni false in materia di bilanci, di composizione societaria e quant'altro può
comminare sanzioni anche gravi, fino a revocare o sospendere le concessioni alle aziende o ai singoli operatori scoperti
a dichiarare il falso, ecco che questa forma di amnistia sui generis decretata da Berlusconi può avere un'incidenza forte
sulle indagini giudiziarie o amministrative in materia. E non occorre una particolare malizia per ricordare che su
Berlusconi pende sempre la spada di Damocle degli accertamenti su Telepiù, dove da anni egli è sospettato di aver
posseduto sottobanco - in aperta violazione della legge Mammì -una quota superiore al 10 per cento consentitogli.
Sempre nell'articolo 6, il nuovo decreto Berlusconi reca un'altra aggiunta rispetto al testo di Ciampi: abroga l'articolo
30, comma 6 della Mammì, quello che regolava le sanzioni a carico dei trasgressori della legge. Anche qui, niente male:
non si era ancora visto un presidente dei Consiglio che emana con la propria firma decreti miranti non solo a
disciplinare il settore dove egli stesso opera da imprenditore, ma addirittura a escludere ogni punizione per gli illeciti
del passato”; "L'Espresso", 7 ottobre 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

episodio di corruzione da parte della Fininvest 25 per “addomesticare” le verifiche sul


reale assetto azionario di Telepiù disposte dal sostituto procuratore Maria Cordova e
dal garante per l'editoria Giuseppe Santaniello.

25
Per la vicenda, cfr. pagg. 233-236.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Guardie e ladri

Preda di uno dei suoi periodici raptus di munifica prodigalità, nel maggio del 1989
Silvio Berlusconi regala, sotto forma di “donazione””, la somma di mezzo miliardo:
non all’Opera Pia Bartocci, bensì a un ancora anonimo manager della Fininvest (già
regolarmente, e si presume lautamente, stipendiato) di nome Salvatore Sciascia. Il
fortunato beneficiario si impegnerà subito a fondo per corrispondere alla generosa
regalia padronale, come le cronache di “Mani pulite” provvederanno a dimostrare.

Inseguito da un mandato di cattura per corruzione spiccato dai magistrati milanesi, il


25 luglio 1994 (dopo alcuni giorni di latitanza) Salvatore Sciascia si costituisce. Nella
sua veste di responsabile dei servizi tributari della Fininvest, Sciascia è accusato di
avere corrotto alcuni sottufficiali della Guardia di Finanza per "addomesticare" i
controlli fiscali presso tre società del gruppo berlusconiano (Mondadori, Mediolanum
e Videotime).
“Il primo caso risale al 1991, quando Sciascia ha pagato cento milioni,
consegnati dal suo dipendente Gianmarco Rizzi (un ex sottufficiale della Guardia di
Finanza) al maresciallo Marco Spazzoli. Il secondo caso riguarda la [Mondadori]:
130 milioni elargiti a fine ‘91 al colonnello Angelo Tanca, che era già stato arrestato
il 4 luglio per 400 milioni di mazzette raccolte da lui presso varie imprese. Il terzo
caso riguarda Videotime e si riferisce a fatti del 1989. Allora era presidente e
amministratore delegato della società Paolo Berlusconi 26 . Ed è proprio in questa sua
funzione che, nell'ordine di custodia di Sciascia, il fratello di Silvio Berlusconi viene
indicato come concorrente nel reato di corruzione. Epoca della vicenda, il 1989,
durante un'ispezione fiscale alla Videotime [ ... ]. Tre sono gli uomini della pattuglia
della Guardia di Finanza: il maresciallo Giuseppe Licheri (capo) e altri due suoi
collaboratori: i marescialli Gaetano De Gennaro e Giuseppe Sicuro [ ... ]. Che cosa
succederà in seguito lo dice il Gip Padalino con queste parole: "Al termine della
verifica, fu lo stesso Sciascia a consegnare direttamente al maresciallo Licheri un
pacco contenente l'importo di lire 50 milioni in contanti, facendo presente che si
trattava di un segno di riconoscimento per la professionalità dimostrata nel corso
delle operazioni di verifica". Finisce qui la storia di ordinaria corruzione? No, il
dottor Sciascia vuol essere sicuro di lasciare un altro segno tangibile del Biscione
nelle tasche dei tre marescialli: “Trascorsi alcuni mesi”, si legge ancora nell'ordine di
custodia, “Sciascia contattava nuovamente Licheri chiedendogli un incontro e
dandogli appuntamento in un ristorante di Milano”. Tutti insieme, Sciascia, Licheri,
De Gennaro e Sicuro si danno dunque appuntamento [e] alla fine del pranzo, la scena
cambia: Sciascia si appartava con il Licheri consegnandogli nuovamente un pacco
che, anche questa volta, conteneva 50 milioni di lire in contanti, specificando peraltro
26
Dichiara Sciascia ai magistrati: “Tutte le volte che avevo bisogno di pagare tangenti ci pensava Paolo Berlusconi a
formare la provvista in nero. Io dovevo soltanto fargli sapere quale era la cifra che mi serviva per le mie necessità. La
sera prima, lui provvedeva a preparare due buste sigillate con l'occorrente e le metteva nella cassaforte della Istifi, che
ha sede in via Paleocapa a Milano e che funge da banca interna del gruppo. Quando io arrivavo in ufficio il mattino
dopo, aprivo la cassaforte e ritiravo le buste. Poi consegnavo i soldi agli uomini della Finanza”.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

che si trattava del saldo dell'importo in precedenza consegnato” 27 .

Sciascia, che ammette i fatti addebitatigli per le mazzette Fininvest ai finanzieri


rei-confessi, risulta coinvolto anche in un'ulteriore verifica della Finanza con annessa
corruttela - una verifica particolarmente scabrosa e rispetto alla quale il manager
berlusconiano nega con tenacia ogni addebito. “Pronto a ricordare ogni dettaglio dei
regali alla Guardia di Finanza per Mediolanum, Videotime e Mondadori, Salvatore
Sciascia nulla [dice di sapere] di Telepiù, la pay-tv entrata nel mirino degli inquirenti,
di cui la Fininvest detiene il 10 per cento (primo azionista è oggi il magnate della
televisione tedesca Leo Kirch con più del 30 per cento, secondo è il sudafricano
Johann Rupert, e terzo l'immobiliarista Renato Della Valle, amico di Silvio
Berlusconi). 0 meglio, rifiuta l'accusa mossagli dal maresciallo Francesco Nanocchio
(il primo arrestato che ha dato il via all'inchiesta sul marcio nelle Fiamme Gialle) di
aver regalato 25 milioni a lui e al maresciallo Giuseppe Capone, anch'egli arrestato:
un contributo per chiudere un occhio e non essere troppo cunosì sugli assetti azionari
della società [di Renato Della Valle] oggetto di una richiesta di indagini da parte del
sostituto procuratore di Roma, Maria Cordova, e dal garante per l'editoria, Giuseppe
Santaniello” 28 .
Secondo il maresciallo Nanocchio, nel corso della verifica fiscale da lui
effettuata insieme al collega maresciallo Capone alla fine del dicembre 1993 presso la
società Fintele di Renato Della Valle, i finanzieri avevano scoperto che gli ingenti
capitali utilizzati per l'acquisto delle quote di Telepiù avevano una strana
provenienza: “Nel controllare Della Valle ho rovistato tra le carte dell'ufficio e ho
trovato documentazione secondo la quale il denaro utilizzato dallo stesso per
acquistare le quote di Telepiù proveniva da una banca straniera. Preciso che
l'operazione di acquisto delle quote è stata effettuata a nome di una società del gruppo
Della Valle di cui Della Valle aveva N per cento. La provvista per acquistare le quote
era stata creata tramite un finanziamento soci che proveniva, per quel che riguarda
Della Valle, da Montecarlo, e per quanto riguarda gli altri soci da un versamento in
conto capitale, materialmente erogato dalla banca straniera, con ipoteca a favore della
banca straniera medesima sulle quote di Telepiù. La scoperta ha disturbato Della
Valle [che si è lamentato del fatto che io avessi trovato e riportato agli atti la
documentazione]. Capone ha litigato con me e io mi sono allontanato dalle indagini.
Alla fine delle indagini Capone mi ha portato i 25 milioni, che ho pensato gli avesse
consegnato Salvatore Sciascia della Fininvest perché già precedentemente Sciascia
aveva detto a Capone che alla fine ci avrebbe fatto un regalo. Sciascia seguiva le
indagini di Telepiù perché all'inizio noi siamo andati alla Fininvest, in quanto
proprietario, originario di Telepiù era il gruppo Fininvest, che ha poi mantenuto una
partecipazione limitata al solo 10 per cento. Sciascia ha comunicato a Capone che ci
avrebbe fatto “un regalo” quando ancora io lavoravo con Capone e stavamo
controllando Telepiù”.
27
“L’Espresso”, 5 agosto 1994.
28
Ibidem
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Sciascia nega tutto, e si capisce: se emergesse la prova di quanto da tempo si


sospetta, e cioè che la Fininvest, attraverso prestanome, detiene il controllo di
Telepiù, a norma della legge Mammì i tre networks berlusconiani (Canale 5, Italia 1 e
Rete 4) si vedrebbero revocate le concessioni statali e verrebbero oscurati 29 .
In verità, il fido Sciascia si era già attivato, in passato, per favorire l'operazione
Telepiù, e l'aveva fatto alla sua spregiudicata maniera, spronato dalle regalie
padronali e confortato dalla fattiva complicità del solito ministro delle Finanze
craxiano: “Comincia nel 1991 la lunga lotta di Salvatore Sciascia per ottenere, da una
parte, l'applicazione di un’aliquota Iva del 4 per cento sugli abbonamenti a Telepiù e,
dall'altra, la promozione di Ludovico Verzellesi, il direttore generale per le imposte
indirette e le tasse che aspirava a una poltrona di consigliere della Corte dei Conti
grazie a una raccomandazione di Silvio Berlusconi. L'avventura, stando al rapporto
della Guardia di Finanza, parte con un no di Verzellesi che esprime “ovvie”
perplessità sulla possibilità di applicare un'aliquota così bassa. Sciascia scrive allora
al suo superconsulente Viganò 30 “rammaricandosi dei parere negativo espresso
dall'organo centrale finanziario soprattutto perché non preannunciato da... un avviso
telefonico”. I rapporti di Sciascia con gli uffici finanziari dello Stato sono infatti
solitamente ottimi. Tanto che spesso i dirigenti pubblici concordano con lui in
anteprima le risposte da dare alle istanze del gruppo Fininvest. E infatti anche
Verzellesi su Telepiù finisce per cambiare idea. Il 30 dicembre '91 comunica di essere
riuscito a far firmare dal ministro delle Finanze Rino Formica una circolare con cui
l'aliquota Iva del 4 per cento viene approvata. Ventiquattro giorni dopo, Sciascia
29
“Il sospetto che Berlusconi controlli sottobanco altre quote di Telepiù oltre il 10 per cento ufficiale è sempre esistito,
fin da quando fra gli azionisti comparve una schiera di amici suoi non particolarmente danarosi. Coi tempo, particolari
dubbi si appuntarono sull'immobiliarista Renato Della Valle, legatissimo al Cavaliere: nel mondo degli affari, costui
risultava sempre meno liquido, eppure la sua quota in Telepiù arrivava addirittura oltre il 25 per cento, e gli costava un
sacco di soldi visto che H pessimo andamento economico della pay-tv costringeva i soci a continui interventi per
ripianare le perdite. Nel frattempo Telepiù era gestita da uomini Fininvest in perfetto accordo con la Fininvest Ma a far
diventare la situazione molto più pesante, e ad attivare le indagini per le quali il garante dell'editoria Giuseppe
Santaniello si è rivolto alla Guardia di Finanza, è stata la scoperta, fatta dall Espresso" all'inizio dei 1994, del giallo
"Cit". Fin dall'inizio dell'avventura di Telepiù il 25 per cento delle azioni è intestato a questa Compagnie Internationale
de Télécommunications, creata ad hoc nell'ambito della Banque Internationale à Luxembourg. Ebbene, le ricerche dell
... Espresso" hanno reso evidente che questa Cit altro non era se non uno scherzo fabbricato per nascondere qualcuno
che non poteva mostrare la sua vera faccia. La Cit era stata costituita al solo scopo di acquisire il 20 per cento di
Telepiù. Non aveva nessun'altra attività. Era stata quotata alla Borsa del Lussemburgo, ma in due anni non era mai stato
scambiato un solo titolo. Gli azionisti non erano nominati, ma 'T'Espresso" ha accertato che si trattava di alcune decine
di dipendenti della banca-madre, la Bil (lo stesso istituto di cui si servivano galantuomini come Sergio Cusani e Mauro
Giallombardo). La Cit aveva come amministratori esclusivamente dei funzionari della medesima Bil. Questa
combriccola senza volto continuava imperterrita a pagare, dal lontano granducato, la sua parte delle perdite di Telepiù.
Neanche un bambino poteva credere che in Lussemburgo esistessero cittadini in carne e ossa disposti a svenarsi per una
periclitante pay-tv italiana, senza che nell'arco di due anni almeno uno decidesse di cedere una sola azione in Borsa! La
Cit era solo un prestanome allestito con una certa raffinatezza. Ben lo capiva anche Johann Rupert, il magnate
sudafricano che voleva entrare in Telepiù proprio comprando la Cit che ne possedeva il 25 per cento: ci ha pensato a
lungo in primavera, poi ha soprasseduto per paura di infilarsi in grane giudiziarie; ha concluso l'affare solo dopo che
Berlusconi è diventato presidente del Consiglio. Se fosse confermato che la Fininvest ha corrotto i finanzieri che
indagavano sull'assetto proprietario di Telepiù, ciò fornirebbe la prova che dietro la Cit o dietro Della Valle c'era
proprio Berlusconi. Per questo la presunta mazzetta sganciata al maresciallo Nanocchio verrà negata dalla Fininvest ora
e sempre nei secoli dei secoli”; "L’Espresso", 5 agosto 1994.
30
Si tratta di Enzo Viganò, ex funzionario dei ministero delle Finanze, dal 1988 "consulente" della Fininvest, arrestato
il 30 marzo 1994 per tentata truffa.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

chiede a Berlusconi di interessarsi per la promozione di Verzellesi. In giugno


Formica propone Verzellesi come consigliere della Corte dei conti” 31 .
La magistrale pertinenza della regalia berlusconiana al fedele adepto Salvatore
Sciascia viene celebrata quando tra le carte sequestrate nell'abitazione privata del
manager Fininvest i magistrati trovano copia dei verbali “supersegreti” stilati dalla
Guardia di Finanza sul conto di alcune delle società berlusconiane.
Ma il "direttore dei servizi tributari" Fininvest Salvatore Sciascia è ben più di un
semplice "manager" votato al sacrificio. Oltre a ricoprire cariche di vertice in 15
società del gruppo berlusconiano 32 , risulta essere l'amministratore delegato di tre
nevralgiche società dell'oscura galassia Fininvest: Videt, Nodit e Sodif. “[Tre società
un pò speciali]: nei portafogli di Videt, Nodit e Sodif è custodita una quota di
minoranza della Fininvest. Esattamente il 5,7 per cento. Sodif e Videt controllano
infatti la Holding Italiana Sesta [ ... ] titolare del 3,8 per cento della capogruppo.
Mentre Nodit e Videt detengono il 50 per cento della Holding Italiana Settima, che ha
in mano un altro 3,8 per cento della Fininvest”33 . Interpellato dal settimanale “Il
Mondo” nel gennaio 1994 in merito alle tre società delle quali riveste la carica di
amministratore delegato, Sciascia dichiara: “Non sono in grado di dare chiarimenti
perché non mi occupo di queste società. Non ne so proprio nulla”.
Il presidente di Videt, Nodit e Sodif risulta essere Livio Gironi; come Sciascia,
anche Gironi, nel 1989, ha ricevuto dall'equanime Berlusconi una “donazione”
presidenziale di mezzo miliardo.

31
“la Voce” 15 maggio 1994. Le "entrature" e i metodi di Sciascia risultano vieppiù adeguati alle regalie padronali con
l'emergere del suo operato: “t uno spaccato sulle attività della Fininvest, ricostruito dalle Fiamme Gialle attraverso i
documenti sequestrati nell'ufficio di Salvatore Sciascia, responsabile dei servizi fiscali del gruppo [ ... ]. La vicenda più
importante è quella della fusione tra Ame e Amef e dei costi fiscali dell'operazione. Una nota di Sciascia a Giancarlo
Foscale, all'epoca amministratore delegato del gruppo, parla dello studio sull'argomento dei superispettori del Secit. E
recita: "Per scongiurare una eventuale approvazione da parte del ministro, occorre un intervento deciso". Cinque giorni
dopo, un promemoria viene consegnato da Sciascia all'onorevole Psi [craxiano] Franco Piro, della Commissione
Finanze. Interviene anche lo studio Tremonti, che prepara alcuni emendamenti sottoposti a Piro. "Il 13 settembre '91
Sciascia ha trasmesso via fax a Gianni Letta una comunicazione "riservata" con la quale confermava l'opportunità "che
vengano riproposti al Senato gli emendamenti... Le unisco il testo degli emendamenti concordato con il prof.
Tremonti---. Per i rimborsi Iva della società Sodif [del gruppo Fininvest] vengono mossi funzionari di tutti i livelli.
Infatti la richiesta era stata bloccata a Roma perché risultava un debito della società di oltre nove miliardi. Dopo una
raffica di contatti, tutto si sblocca ... ”; “Corriere della Sera” 15 maggio 1994. Secondo i magistrati milanesi, alcuni
manager del gruppo Fininvest sono riusciti a “penetrare in modo fortemente illecito” nel cuore dell'amministrazione
finanziaria dello Stato.
32
Tra l'altro: presidente della Gestioni Radio Televisive, consigliere della Mondadori, procuratore della Edilnord
Progetti, consigliere della Standa, della Mediolanum Factor, della Mondadori Leasing, e della Istifi.
33
“Il Mondo”, 1 agosto 1994. Per la misteriosissima faccenda delle 38 "Holding Italiana" che detengono e occultano la
proprietà del gruppo Fininvest, cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Chiasso-Torino-Mì1ano-Agrigento

Adriano Galliani è uno degli storici colonnelli dello stato maggiore berlusconiano. Da
sempre responsabile del versante “tecnico” dei networks Fininvest, dei quali è stato
“l’architetto”, il ruolo di Galliani è quello di abile e potente yesman fiduciario di
Berlusconi, al quale è legato a doppio filo.
Già inquisito dalla magistratura romana per lo scandalo del “piano frequenze”
connesso alla Legge Mammì e a un passo dal finire in carcere per concussione 34 ,
nella sua veste di amministratore delegato del Milan Calcio Galliani risulta coinvolto
da protagonista nello scandalo relativo al passaggio del calciatore Gianluigi Lentini
dal Torino al Milan-Fininvest (primavera 1992): si parla di miliardi “in nero" e
“sporchi” provenienti dalla Svizzera, di falso in bilancio e evasione fiscale; l'inchiesta
nasce dalle deposizioni dell’ex parlamentare craxiano Mauro Borsano (all'epoca dei
fatti presidente del Torino Calcio, beneficiario del denaro sporco, a sua volta
inquisito dalla magistratura), e si incrocia con vicende di narcodollari e riciclaggio in
terra elvetica.
“Il 23 febbraio [1994], davanti al magistrato milanese, è comparso Mauro
Borsano, l’ex presidente del Torino. Dettagliato, e con alcuni retroscena inquietanti, il
suo racconto. Borsano dice di aver trattato l'affare solo con Galliani in persona. Il
primo accordo prevedeva il pagamento di 14 miliardi e 500 milioni di cui 4 miliardi
anticipati in “nero”, senza regolare registrazione contabile. Le trattative vanno per le
lunghe, sorgono problemi. Borsano chiede un aumento. L’accordo è per 18 miliardi e
mezzo più un “nero” tra i 6 miliardi e 500 milioni e gli 8 miliardi e mezzo. Borsano
chiede, e ottiene, che il pagamento avvenga estero su estero. Ed è a questo punto che
salta fuori la Albis di Chiasso, banca d'affari legata alla finanziaria Fimo, già al
centro di altri scandali. Uno degli uomini della Fimo è Giuseppe Lottusi, mente
finanziaria del clan dei Madonia, l'uomo che teneva i contatti con il cartello della
droga di Medellin. Lottusi, condannato a 20 anni di carcere per riciclaggio a Palermo,
è detenuto a Pianosa, l'isola dei boss. I soldi, provenienti dalla Unione Banche
Svizzere di Lugano, arrivano alla Albis, li vengono trasformati in Cct e poi
monetizzati dallo studio Cambio Corso di Torino, controllato da Emilio Aloisio, il
proprietario della banca Albis” 35 .
Interrogato dai magistrati nel merito delle ammissioni del Borsano, Galliani si
è avvalso della facoltà di non rispondere - ma non ha certo mancato di precisare a
verbale: “La trattativa col Torino per Lentini è stata condotta tutta da me, solo da
me... Mi sono occupato solo io della vicenda ... ” - una tesi smentita dallo stesso
calciatore oggetto della vicenda 36 . Da parte sua, il Berlusconi Silvio presidente del
Milan-Fininvest, notoriamente a conoscenza perfino delle pratiche sessuali dei

34
Cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg. 243-46.
35
"La Stampa", 6 marzo 1994.
36
Gianluigi Lentini, interrogato dai magistrati, dichiara tra l'altro: “Berlusconi voleva sapere perché non volessi andare
al Milan: io gli spiegai il mio punto di vista, e lui mi disse che esisteva un accordo ... ”.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

calciatori rossoneri, a tutta prima ha dichiarato: “Cado dalle nuvole... Nego


qualunque coinvolgimento in questa storia”; e successivamente, ripresosi dalla caduta
dalle nuvole, alla notizia che l'inchiesta giudiziaria prosegue il suo corso ha
proclamato indignato: “Ho la netta sensazione di vivere in uno Stato di polizia... Mi
sento oggetto di una caccia alle streghe”.

***

Alle trattative per il passaggio del calciatore Lentini al Milan, ha preso parte attiva,
per conto della Fininvest, anche un avvocato il cui nome figura nel collegio sindacale
della società Milan Calcio: si tratta di Massimo Maria Berruti, un personaggio la cui
biografia e il cui operato risultano illuminanti.
Nato in provincia di Potenza nel 1947, già ufficiale della Guardia di Finanza,
Massimo Berruti a metà degli anni Ottanta era finito in carcere a Milano in seguito al
suo coinvolgimento per concussione nello scandalo Icomec-Metropolitana
milanese 37 . Lasciata la Guardia di Finanza, Berruti si era dato all'avvocatura, e aveva
aperto uno studio a Milano, nella centralissima Galleria del Corso 2, attiguo allo
studio di commercialista tenuto da suo fratello Diego Maria Berruti.
Fatto è che i due Berruti - l'avvocato Massimo Maria, e il commercialista
Diego Maria - risultano essere soci di esponenti di .Cosa Nostra in alcune società da
tempo nel mirino dell’Antimafia. Nella società Xacplast srl (produzione e lavorazione
di materie plastiche) di Ribera (Agrigento), Massimo Berruti è socio al 40 per cento,
mentre il 50 per cento è intestato a Laura Marino, cognata del boss Salvatore Di
Ganci il quale è legato ai corleonesi di Totò Riina 38 ; il restante 10 per cento della
società è intestato al “gorilla” Accursio Di Mino. Secondo alcuni rapporti del Gruppo
Carabinieri di Agrigento, l'avvocato Massimo Berruti farebbe parte di una società
intestata a parenti del capomafia di Sciacca o a suoi affiliati. Quando la Xacplast srl si
trasforma in Miratur srl con scopo sociale “agenzia di viaggi”, il profilo mafioso della
società si precisa ulteriormente: il 95 per cento della società è intestato a Vincenza
Bono, moglie del Di Ganci, e il 5 per cento al guardaspalle Vincenzo Leggio.
Ma Massimo e Diego Berruti sono tra i soci fondatori di una seconda società -
la Co.fi.l. spa - che nelle sue propaggini siciliane riconduce da un lato ancora al boss

37
“Secondo la pubblica accusa, abusando della sua qualità di pubblico ufficiale (ossia di tenente della Finanza di stanza
a Milano), dopo aver scoperto che l'Icomec aveva emesso fatture fasulle avrebbe minacciato Roberto Bisconcini,
presidente della società, di denunciarlo se non gli versava una mazzetta di 150 milioni. Quando fu arrestato, Berruti
aveva già iniziato la carriera di avvocato. In primo grado il Tribunale condannò Berruti. Era il 22 dicembre '89. Ma in
appello l'avvocato venne assolto. Nuovo colpo di scena in Cassazione: la Corte ha annullato la sentenza rinviando gli
atti per i soli effetti civili alla Corte d'Appello di Milano dove il processo deve ancora essere celebrato”; "L'Espresso",
15 aprile 1994.
38
Un rapporto del Gruppo Carabinieri di Agrigento datato 8 gennaio 1990 (seguito da altri dossier più recenti),
segnalava: “A capo dell'organizzazione criminale filo-corleonese c'è Salvatore Filippo Giacomo Di Gangi, elemento
molto pericoloso, già diffidato, sottoposto dal 2 febbraio 1990 alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale,
tratto in arresto per associazione mafiosa il 28 ottobre 1993 insieme col suo guardaspalle Accursio Di Mino e Vincenzo
Leggio. Le attività illecite della cosca Di Gangi si sviluppano attraverso società controllate direttamente dal medesimo
ed intestate a parenti o affiliati dell'organizzazione mafiosa”.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Salvatore Di Ganci, e dall'altro alla cosca Infranco legata a Giuseppe Madonia (il
numero 2 di Cosa Nostra arrestato nel 1992 per omicidio, traffico di stupefacenti, e
riciclaggio di denaro sporco). Responsabile della filiale della Co.fi.l. a Sciacca è il
commercialista Giovanni Lupo; secondo i Carabinieri di Agrigento, Lupo ha legami
di parentela coi boss Di Ganci, e insieme al ragionier Eugenio Trafficante (che opera
nel suo stesso studio) “risulta vicino ad ambienti mafiosi già nel 1981 in quanto
entrambi sindaci in una società di Leonardo Infranco, noto capocosca della zona,
condannato nel 1985 dalla Corte d’Assise di Palermo per associazione a delinquere”.
La storia della Co.fi.l. spa ha un antefatto. Il 10 febbraio 1983, a Milano, era
stata costituita la Fincreber srl - dal cognome dei fondatori: il commercialista Aurelio
Cresta (ex tenente colonnello della Guardia di Finanza), e i due fratelli Berruti; la
finanziaria disponeva di un capitale sociale di 21 milioni sottoscritto in parti uguali
dai tre soci; l’8 giugno successivo, Cresta e i Berruti avevano sottoscritto
paritariamente l’aumento di capitale a 210 milioni, e l'operazione aveva coinciso con
la trasformazione della società in Co.fi.l. (Compagnia finanziaria e di leasing) spa. Il
30 aprile 1984, Aurelio Cresta lascia il consiglio di amministrazione della finanziaria,
e i due fratelli Berruti adeguano lo statuto a due soli soci, e concorrono a un nuovo
aumento di capitale a 300 milioni: per 88 milioni Massimo, per 3 milioni Diego. Tra
l'83 e l'84, la Co.fi.l. apre quattro sedi secondarie: a Pavia, a Brugherio 39 , a
Benevento e a Sciacca - il fatto è perlomeno singolare, poiché il volume d'affari della
finanziaria risulta nei primi anni alquanto modesto (nell'ordine di alcune centinaia di
milioni, costituiti essenzialmente da beni in leasing), con bilanci deficitari.
La svolta, per la Co.fi.l., si registra nel 1989, ed è nel segno della Fininvest
(invero, già nel 1984 la strana finanziaria berrutiana aveva evidenziato a bilancio
crediti a breve verso la Videotime spa del gruppo Fininvest). Il 30 maggio 1989,
infatti, viene insediato un nuovo consiglio d'amministrazione della Co.fi.l.: nuovo
consigliere delegato, con tutti i poteri di firma libera, è Vito Saponaro (consigliere di
amministrazione di Publitalia-Fininvest, al fianco di Marcello Dell’Utri); nel collegio
sindacale si insediano ben tre commercialisti del giro Fininvest: Luigi Palleroni,
Salvatore Sciascia, Gianfranco Polerani. Ma il 30 maggio 1989, la Co.fi.l. ha anche
un nuovo azionista, detentore dell'intero capitale sociale della finanziaria: la Summit
finanziaria spa. Fondata solo un anno prima, la Summit risulta parcheggiata presso lo
studio del commercialista berlusconiano Sergio Brambilla Pisoni, che ne è anche
l'amministratore unico.
Benché nell'orbita del colosso Fininvest, i bilanci della Co.fi.l. spa continuano
a registrare consistenti deficit di bilancio: l'esercizio 1989 si chiude con perdite per L.
525 milioni. E nonostante il nuovo consiglio d'amministrazione deliberi nello stesso
1989 la chiusura delle strane "sedi secondarie" della finanziaria, le sedi di Benevento
(il cui procuratore è Giuliana Giuliano) e di Sciacca (gestita dal citato Giovanni
Lupo) rimangono attive.
La Co.fi.l., ormai parte dell'impero Fininvest, nel maggio 1993 verrà assorbita
39
A Brugherio il giovane Palazzinaro Berlusconi nel 1963 aveva attuato la sua prima speculazione edilizia grazie ai
capitali fornitigli dalla finanziaria svizzera Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

per incorporazione dalla Mondadori leasing spa. Anche i valorosi fratelli Berruti
verranno inglobati nell'impero berlusconiano: l'avvocato Massimo Maria nello staff
dei legali Fininvest; il commercialista Diego Maria nei collegi sindacali della Isim
(Italiana sviluppo e investimenti mobiliari), della Grt (Gestioni radio televisive,
guidata da Adriano Galliani), della Silvio Berlusconi Editore spa, e della Sodif spa
(detentrice di quote delle misteriose holding-casseforti dell'impero berlusconiano).

Nell'ambito dell'inchiesta che a Milano vede coinvolti alcuni ufficiali e sottufficiali


della Guardia di Finanza, rei confessi di avere intascato mazzette pagate da aziende
(tra le altre, da alcune società del gruppo Fininvest) sottoposte a verifiche fiscali, l'l 1
agosto 1994 Massimo Berruti finisce in carcere con l'accusa di favoreggiamento. Uno
dei finanzieri corrotti dalla Fininvest (130 milioni pagati tra il '91 e il '92 per
addomesticare una verifica alla Mondadori), il tenente colonnello Angelo Tanca (da
poco responsabile della Dia-Direzione Antimafia di Milano), ha rivelato ai magistrati
di avere ricevuto da Berruti, per il tramite del maresciallo Alberto Corrado (ex
finanziere, poi collaboratore della Fininvest), pressioni per tacere ai magistrati la
mazzetta intascata durante la "verifica" alla Mondadori.
L’ex maresciallo Alberto Corrado conferma le ammissioni del colonnello
Tanca, e dichiara ai magistrati: “Due giorni prima del mio incontro con il Tanca,
avevo visto l’avv. Berruti [il quale] mi disse: “Sei in grado di parlare con Tanca per
dirgli, nel caso venisse coinvolto nell'inchiesta, di tacere assolutamente su un
accertamento fatto alla Mondadori?”. Alla mia risposta affermativa, il Berruti
aggiunse: “Riferiscigli anche che [se tacerà] otterrà un adeguato riconoscimento da
parte della Mondadori”. Uno o due giorni dopo telefonai al col. Tanca dicendogli che
volevo vederlo; lui rispose che non vi erano problemi e di andarlo a trovare negli
uffici della Dia [ ... ]. Gli dissi che venivo per conto di Berruti, il quale non voleva
farsi vedere negli uffici della Dia o comunque della Guardia di Finanza [ ... ]. Subito
dopo l'incontro telefonai al Berruti sul cellulare ma mi rispose l'autista dicendomi che
Berruti era impegnato in un comizio (mi sembra che fosse l'ultimo giorno della
campagna elettorale per le elezioni europee). Qualche giorno dopo il Berruti mi
richiamò e io, nel riferirgli dell'esito dell'incontro, ebbi anche a dirgli che Tanca mi
aveva assicurato di non aver ricevuto alcuna informazione di garanzia [verrà
arrestato un mese dopo, NdA] [ ... ]. Il Berruti giustificò la richiesta [di tacere ai
magistrati la bustarella Mondador4 NdA] dicendomi che se fosse emerso un
coinvolgimento della Mondadori nell'inchiesta sulla Guardia di Finanza ciò avrebbe
sicuramente danneggiato la politica di Berlusconi. D'altra parte io sapevo che il
Berruti era un legale di Berlusconi”.
Pochi giorni dopo il suo arresto per favoreggiamento, Massimo Berruti viene
raggiunto da un secondo ordine di custodia cautelare, per "concorso in concussione":
secondo i magistrati, avrebbe aiutato un sottufficiale della Finanza a intascare una
mazzetta di 350 milioni pagata da un imprenditore (Aurelio Farina) per eludere un
controllo fiscale. Della vicenda è parte la commercialista Maria Luisa Paxi 40 , alla
40
“La donna, socia in affari di Diego Maria Berruti (fratello di Massimo Berruti), ha [dichiarato ai magistrati che nel
1985 ricevette la prima telefonata di Massimo Berruti, il quale] le racconta che Aurelio Farina si trova nei guai con le
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

quale il corrotto giudice Diego Curtò 41 nel 1989 aveva posto sotto sequestro due
appartamenti.

Biscioni ruggenti

Fiamme gialle, ma che tutto può essere messo a posto. Basta sborsare 350 milioni. C'è di più, con un artificio
burocratico l'imprenditore sarebbe entrato in possesso di una sorta di ricevuta, tale da giustificare il buco in bilancio.
L'imprenditore paga. Solo qualche mese dopo, quando arriva una seconda telefonata alla commercialista, si scopre che
la vicenda è infinita. L’avv. Berruti segnala un altro imprenditore nei guai, e chiede lo stesso trattamento (350 milioni)
per l'aiuto. La donna si rivolge allora ad Aurelio Farina e insieme prospettano l'ipotesi di far partire una denuncia.
Blocca tutto Diego Maria Berruti: che prima offre 100 milioni per farli tacere e poi intercede col fratello per far
ritornare all'imprenditore 350 milioni. “La Stampa”, 23 agosto 1994.
41
Per le numerose connessioni tra la Fininvest e il corrotto giudice Curtò, cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg.
221-22.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Il “Wall Street Journal” del 2 agosto 1994 informa che la Securities and Exchange
Commission (l'ente federale americano che controlla le società quotate in Borsa) ha
in corso un'inchiesta sull'affaire Metro Goldwin Mayer e sull'ambiguo ruolo che vi ha
avuto la Fininvest.
“La vicenda che ha portato il presidente del Consiglio italiano e la sua holding
Fininvest nel mirino della Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob
americana, è la scalata alla Mgm/United Artists da parte di due italiani, Giancarlo
Parretti e Florio Fiorini. Una vera e propria soap opera finanziaria, cominciata nel
1990 e finita dopo pochi mesi con la cacciata di Parretti dalla poltrona di boss della
casa di produzione cinematografica, poltrona costata oltre un miliardo di dollari alla
banca francese Crédit Lyonnais e agli altri finanziatori dell'operazione. Berlusconi,
racconta il “Wall Street Journal”, intervenne per aiutare gli scalatori in un momento
cruciale, con un prestito di 100 milioni di dollari e un “impegno irrevocabile” a
versare altri 50 milioni di dollari in cambio di una partecipazione dell'8,33 per cento
nella Mgm/Ua. Il problema, e la causa dell'inchiesta aperta dalla Sec, è che nella
documentazione presentata all'ente di sorveglianza borsistica americana i 100 milioni
di dollari non figuravano come prestito, ma come pagamento per l'acquisto da parte
di una società del gruppo Fininvest dei diritti sulle edizioni in lingua italiana e
spagnola di film MgIn/Ua. I documenti presentati da Parretti, compresi quelli della
affiliata Fininvest, avrebbero quindi nascosto alla Sec l’esistenza di un accordo
privato fra Berlusconi e Parretti, poi venuto alla luce, che garantiva al primo la
restituzione dei 100 milioni di dollari, con gli interessi, qualora avesse rinunciato ai
diritti sui film. Ed è proprio quello che Berlusconi ha fatto, subito dopo il fallimento
della scalata di Parretti e Fiorini, ottenendo dalla Mgm/Ua il rimborso, a rate, della
somma prestata. Per far luce su questo episodio, riferisce il quotidiano americano, e
chiarire se siano stati commessi illeciti, la Sec ha convocato a Washington, nel 1992,
Carlo Bernasconi, responsabile delle attività Fininvest nel campo dello spettacolo. E
la promessa di acquistare una partecipazione nell'Mgm/Ua per 50 milioni di dollari?
Chiamata a rispettare l’impegno irrevocabile” dal Crédit Lyormais, la Fininvest,
secondo il quotidiano finanziario, aveva preso tempo. Successivi solleciti non
avevano avuto alcun esito, e alla fine il Crédit Lyormais aveva chiesto un incontro
con i responsabili della Fininvest per risolvere la questione. In un meeting
organizzato nel gennaio 1991, riferisce il “Wall Street Journal”, Berlusconi aveva
fatto rilevare che la data del 23 novembre 1990 menzionata nella lettera era passata e
che, dato che la Mgni/Ua non aveva sollecitato il pagamento in tempo utile, la
Fininvest non era più obbligata a rispettare l’impegno irrevocabile”. Nel corso
dell'incontro, ha detto al “Wall Street Journal” un legale che era presente, “Silvio
Berlusconi aveva spiegato di avere fatto un favore al suo amico Parretti”. Il
quotidiano americano sostiene che, oltre al prestito di 100 milioni di dollari e alla
promessa di altri 50 milioni, Berlusconi aveva aiutato il “suo amico” Parretti e Fiorini
presentandoli a diverse banche americane, francesi e olandesi che avrebbero potuto
concedere crediti per la scalata alla Mgm/Ua. Le referenze di Berlusconi, in
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

particolare, avrebbero convinto il Crédit Lyonnais a finanziare i due scalatori” 42 .


Mentre la Fininvest “smentisce” le notizie riportate dall'autorevolissimo
quotidiano americano, uno dei protagonisti della vicenda, il faccendiere Giancarlo
Parretti, conferma “punto per punto” le parole del “Wall Street Journal”, e
ricostruisce le varie tappe della scalata "italiana" alla gloriosa Mgm: “Berlusconi da
tempo segue il nostro tentativo di rilevare la grande major americana. A lui interessa
il catalogo dei film per poterli trasmettere con le sue reti televisive: ci offre allora di
comprare per 208 milioni di dollari i diritti di trasmissione in Italia e in Spagna di
mille film di proprietà della Mgm. La proposta ci piace e la Fininvest versa
puntualmente la somma. Ma - e di questo io non sono al corrente - contempora-
neamente Fiorini firma una lettera che consente a Berlusconi di recedere quando
vuole dall'accordo e di recuperare i 208 milioni di dollari più gli interessi maturati nel
frattempo [ ... ]. Questa lettera andava resa nota subito. La Mgm è una public
company, una società quotata, e pertanto secondo la legge americana non devono
esistere accordi segreti che privilegino azionisti importanti e altri gruppi a scapito
degli azionisti di minoranza. Quando Berlusconi, forte della lettera, compra solo una
parte dei diritti e bussa a quattrini, la Mgm, che nel frattempo ha già investito la
somma, si trova in difficoltà. Di qui il calo del titolo in Borsa e i danni per i piccoli
azionisti. Ecco perché la Sec indaga... A ottobre [1990] sono io a bussare alle porte
del Cavaliere. Mi mancano 50 milioni di dollari per arrivare al miliardo e 350 milioni
chiesti da Kerkorian [Kirk Kerkorian, patron della Mgm, NdA]. Berlusconi si mostra
disponibile e si impegna ad acquistare il 21 novembre l'8,33 per cento della Mgm,
appunto per 50 milioni di dollari. E qui c'è sotto un fatto abbastanza insolito. La
Fininvest ottiene dal Crédit Lyonnais Nederland un prestito di 50 milioni di dollari
per perfezionare la manovra. Scopro poi che il 21 novembre il Lyonnais, che oltre a
finanziare agisce anche da banca intermediaria, concede una proroga fino alla fine del
mese. Berlusconi ha quindi tempo fino al 30 per pagare e ritirare le azioni. Ma il 23 si
ritira accampando questa scusa: “Poiché il giorno 21, data originaria per la scadenza
dell'accordo, non mi sono state consegnate le azioni Mgm, non mi ritengo più
vincolato. Pertanto non le compro”. Ma il Lyonnais nel frattempo ha già dichiarato
alla Sec che la Fininvest è subentrata come azionista. Una dichiarazione falsa, nella
sostanza, quella della banca, che autorizza la Sec a intervenire”” 43 .
Il duo Parretti-Fiorini aveva concluso un primo affare con la Fininvest nel
1988, cedendole per 70 miliardi le sale cinematografiche della Cannon Italia. Del
resto, in precedenza tra Parretti-Fiorini e Berlusconi vi erano già state altre sintonie:
tutti e tre gli affaristi erano legatissimi a Bettino Craxi; nel 198 1, l'allora direttore
finanziario dell’Eni, Florio Fiorini, era stato tra i protagonisti, insieme al piduista
craxiano Leonardo Di Donna e al banchiere piduista Roberto Calvi, delle ruberie
craxiane approdate sul conto svizzero “Protezione” - un'operazione concepita
all'interno della Loggia P2 alla quale Berlusconi era affiliato.

42
“1a Voce”, 3 agosto 1994.
43
“la Repubblica”, 3 agosto 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

“L'interlocutore di Berlusconi nell'operazione Mgm/Ua, secondo la


ricostruzione del "Wall Street Journal", era stato Giancarlo Parretti, mentre Florio
Fiorini, l'ex dirigente dell’Eni, considerato la mente finanziaria dell'accoppiata
responsabile della scalata alla casa di produzione hollywoodiana, era rimasto defilato.
Il quotidiano americano, però, mette in luce i collegamenti tra la Fininvest e Fiorini
emersi dalle carte del fallimento della Sasea Holding Sa, la finanziaria di Fiorini, che
ora sono all'esame dei giudici svizzeri. il primo collegamento riguarda la Scotti
Finanziaria, una società che aveva in portafoglio importanti beni immobili. Dopo
averne acquisito il controllo, scrive il quotidiano americano, Fiorini aveva liquidato il
patrimonio immobiliare, acquistando con il ricavato partecipazioni in imprese
industriali, dal “Wall Street Journal” definite “praticamente senza valore” prelevate
dal portafoglio titoli della Sasea. “In questo modo” ha detto al giornale un avvocato
che si è occupato del caso, "in due anni sono scomparsi 500 miliardi di lire". Alcuni
immobili della Scotti erano stati venduti, nel 1989, alla Fininvest, che li aveva pagati
52 miliardi. Un'altra operazione che ha avuto per protagonisti Berlusconi e la Sasea,
ricostruita dal “Wall Street Journal”, risale al 1990 ed è collegata alla scalata alla
Mgm/Ua. Documenti in possesso degli investigatori svizzeri indicano che Berlusconi
aveva garantito alla Banca Popolare di Novara un prestito di 50 milioni di dollari alla
Mgm, che a sua volta aveva prestato la somma alla Sasea. La holding di Fiorini,
quindi, aveva girato i 50 milioni di dollari al Crédit Lyonnais, come pagamento
parziale degli 1,3 miliardi di dollari che Parretti si era impegnato a pagare per il 100
per cento delle azioni Mgm/Ua. In sostanza, oltre ai 100 milioni di dollari del prestito
alla Mgm/Ua contestato dalla Sec e ai 50 milioni di dollari promessi dalla Fininvest
per l’8,33 per cento della casa cinematografica, Berlusconi era impegnato nella
scalata con altri 50 milioni di dollari di garanzie prestate a Fiorini” 44 .
Nell'intrico Fiorini-Berlusconi-Crédit Lyormais è stato parte attiva anche il
manager Fininvest Livio Gironi, il quale Gironi, nel maggio 1989, ha ricevuto da
Berlusconi una personale “donazione” di mezzo miliardo.

Ma i sodali craxiani di Berlusconi, Parretti & Fiorini, nello stesso periodo 1989-90
intrattenevano rapporti, oltre che con la Fininvest, anche con Cosa Nostra, nella
persona del boss mafioso Michele Amandini: “Chiacchierati lo sono da tempo. Ma
ora, per la prima volta, emergono collegamenti precisi e documentati tra la coppia
Florio Fiorini-Giancarlo Parretti e la criminalità organizzata [ ... ]. Tra il novembre
1989 e il settembre 1990 alla Halldomus e alla Finlocat [losche società finanziarie
dichiarate fallite, NdA] si avvicinarono strani personaggi per tentare impossibili
salvataggi. Il più attivo fu Michele Amandini, domicilio a Lugano, rappresentante
della Blax Corporation di Vaduz, in Liechtenstein. Oggi i giudici sanno che la Blax è
una scatola finanziaria fondata nell'ottobre 1989 con un capitale sociale di soli 50
mila franchi svizzeri (all'epoca poco più di 45 milioni di lire italiane). Ma soprattutto
sanno che Amandini è un boss di rango. Nella recente maxi-inchiesta antimafia
44
“1a Voce”, 3 agosto 1994. Fiorini, in un libello scritto in carcere, rievocherà un suo incontro con Berlusconi, nella
villa di Arcore, insieme a Parretti - cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg. 207-09.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

chiamata Nord-Sud hanno scoperto che è affiliato a un'organizzazione mafiosa che fa


capo alle famiglie calabresi impiantate a Milano, le famiglie Morabito, Sergi, Papalia.
E che è personalmente coinvolto nel traffico d'eroina e in alcuni sequestri di persona
(Cattaneo, Jacorossi, Rancilio). Amandini, come rappresentante della Blax, si installò
negli uffici della Halldomus già sull'orlo della bancarotta e la rilevò, impegnandosi a
ricapitalizzare la società [ ... ]. Ma chi c'era dietro la Blax Corporation? La coppia
Fiorini-Parretti [ ... ]. Un altro personaggio che in quell'estate del 1990 entrò nella
partita è Vittore Pascucci, avvocato e faccendiere [ ... ]. Ma Pascucci, scoprirono poi i
magistrati, è anche l'avvocato che i pentiti della "Duomo connection" indicano come
un tramite tra le cosche e i giudici, un intermediario che trattava con le toghe
compiacenti per cercare di "aggiustare i processi". La vicenda giunse al culmine con
la fine dell'estate, quando la proprietà Halldomus, dietro cui si muoveva la compagnia
Fiorini-Parretti-Amandini, decise di portare i libri in Tribunale. La loro strategia,
molto probabilmente, era quella di abbandonare la Halldomus, carica di debiti,
tenendosi invece, per spolparle fino all'osso, le altre società del gruppo, tra cui
Finlocat, Finlocat Factoring, Finlocat Sud e alcune immobiliari, perlopiù debitrici
della Halldomus, che faceva da banca del sistema. A giudizio dei magistrati milanesi,
un fallimento giudiziario non suscitava allora eccessiva preoccupazione nei nuovi
padroni della Halldomus, anche perché nel Palazzo di giustizia di Milano correvano i
tempi d'oro di Diego Curtò, il presidente del Tribunale che nel settembre 1993
sarebbe stato arrestato per corruzione nell'ambito del caso Enimont” 45 .
Intanto, mentre il plurinquisito Parretti (arrestato nel 1991 per evasione fiscale)
si dichiara entusiasta del governo Berlusconi, dal carcere ginevrino di Champ Dollon
dove è detenuto per la bancarotta della sua finanziaria svizzera Sasea (ottobre 1992)
Florio Fiorini invia alla magistratura milanese periodici “memoriali” nei quali ricorre
spesso il nome di Silvio Berlusconi.

45
“Il Mondo”, 18 aprile 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Vassalli, valvassori, valvassini

Il 4 marzo 1994, la Procura di Milano dispone l’arresto, per corruzione, di Sergio


Roncucci, già dirigente Fininvest e al momento “capo delle relazioni esterne” della
berlusconiana Edilnord. Roncucci ammette di aver versato tangenti per circa un
miliardo, tra il 1988 e il 1990, a funzionari e amministratori comunali, per sbloccare
un piano di lottizzazione della Edilnord presso il Comune di Pieve Emanuele 46 .
Roncucci, vero esperto di “relazioni esterne” di tipo corruttivo per conto del gruppo
Berlusconi, risulta già tra gli imputati, insieme a Paolo Berlusconi, nel processo per le
discariche lombarde accusato di aver versato 150 milioni “neri” alla Dc lombarda.
Durante la detenzione, l'indefesso Roncucci ammetterà di avere corrotto con
mazzette (800 milioni) il sindaco craxiano di Pioltello, Michele Rossetti, e altri
amministratori dei comune, nel 1988, in cambio di licenze edilizie a favore della
Edilnord. Ma il nome di Roncucci “era spuntato anche nell'inchiesta sulla "Duomo
connection". Nell'ottobre'90 l'assessore [craxiano] Attilio Schemmari era finito nei
guai per un'intercettazione nella quale si parlava di una tangente per “il Ronchetto”:
secondo la Procura, era un’area da lottizzare; secondo l'indagato, poteva essere
“anche un cognome”. E si pensò all'uomo della Edilnord” 47 .

Indagando sui bilanci e sulle fatture di Publitalia-Fininvest, nel marzo 1994 i


magistrati della Procura milanese chiedono l'arresto, tra gli altri, di Romano Luzi. Fx
maestro di tennis di Berlusconi e al momento venditore di pubblicità per il gruppo
Fininvest, Luzi è titolare di una strana società con sede a Monza, la Conaia srl, i cui
bilanci sono palesemente fasulli.
In un rapporto della Guardia di Finanza ai magistrati, è riportato un elenco di
fatture pagate dalla Conaia per capi di abbigliamento consegnati a Silvio Berlusconi
& Signora nella villa di Arcore (35 milioni); ma sul conto della società dell'ex
maestro di tennis c'è ben altro: “Acquisto di barche a vela dal valore miliardario e
auto superlusso (Porsche, Rolls Royce, Bentley, Jaguar, Aston Martin) che non si
giustificano se si guarda all'oggetto sociale della Conaia (pubblicità), nonché fatture
emesse dalla Conaia a carico di Publitalia-Fininvest per operazioni inesistenti, con
due scopi: creare spese fittizie per la Publitalia stessa e per i suoi bilanci, creare
risorse o fondi neri” 48 .
Interrogato dai magistrati, a Luzi viene chiesto: “In ordine alle provvigioni e
altro ricevute da Publitalia tra il 1990 e il 1994, ammontanti a L. 9.256.275.000, può
indicare dove si trovano i contratti citati nelle rispettive fatture, contratti che la
Guardia di Finanza dice di non aver trovato nella sede della Conaia?”, e l'ex termista
berlusconiano risponde: “Non so dove si trovano i contratti citati nelle fatture.
Potrebbe darsi che si trovino in Publitalia ovvero che non siano stati stipulati in
46
Il precedente gennaio, erano finiti in carcere il sindaco craxiano di Pieve Emanuele Antonio Maresca, e l'architetto
Epifanio Li Calzi (progettista del Piano regolatore di Pieve, e ex assessore Pci all'edilizia dei Comune di Milano).
47
"Corriere della Sera", 6 marzo 1994.
48
“L’Espresso”, 15 aprile 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

quanto c'era con Publitalia un rapporto fiduciario. Prendo atto della singolarità delle
mie affermazioni, ma ribadisco che il rapporto con Publitalia non aveva bisogno di
assumere un carattere formale”.
I magistrati sospettano che “la Conaia di Luzi, anche se non controllata da
Publitalia, ne sia in realtà un'emanazione di fatto, buona per tutti gli usi, per
accontentare inserzionisti di rispetto della Fininvest (ad esempio, assegni per 70
milioni sono finiti a Franco Bosisio, rappresentante legale della società che vende gli
orologi Swatch) o per pagare le ferie e prestar soldi a Marcello Dell'Utri. Si prenda il
caso delle sponsorizzazioni di regate veliche: nel mirino è finita la Bepi, una barca a
vela di 16 metri di Luzi, che doveva sponsorizzare il marchio Publitalia per 850
milioni, tra il 1989 e il 1990 [ ... ]. Nel luglio 1991 la Bepi viene venduta a Stefano
Cagliari, figlio dell'ex presidente [craxiano] dell’Eni morto suicida a San Vittore. Una
cessione molto dubbia, data la differenza del prezzo pagato a Luzi (200 milioni) e il
valore risultante dalla polizza assicurativa stipulata per la Bepi (750 milioni). Infatti,
secondo la Finanza, “L’operazione potrebbe integrare un partico lare meccanismo
idoneo a far pervenire al Cagliari Stefano utilità, per motivi allo stato non noti, ma
che potrebbero ricollegarsi, per ovvie ragioni, a rapporti tra Publitalia e società
dell’Eni”. Utilità, si aggiunge, valutabili intorno al miliardo di lire” 49 .
I traffici di Romano Luzi non cessano di sorprendere: la sua Conaia ha pagato alla
famiglia di Marcello Dell’Utri le vacanze natalizie a Madonna di Campiglio
(1992-93); lo stesso Dell’Utri, il 16 febbraio 1993, ha incassato un assegno del Luzi
di 60 milioni
(“Dell’Utri mi ha chiesto un prestito ”, dichiara Luzi ai magistra-ti sfidando il
ridicolo). Ma l’ex maestro di tennis berlusconiano risulta anche debitore verso il
Monte dei Paschi di Siena per oltre un miliardo: prestito garantito da una fideiussione
della Fininvest.
Le indagini dei magistrati milanesi intorno ai maneggi e alle truffe contabili di
Publitalia-Fininvest portano alla ribalta della cronaca giudiziaria perfino un
pornoregista, Lorenzo Onorati (in pornoarte, Lawrence Weber). “Tra i tanti
documenti raccolti dai Superispettori [del Fisco] c’è una lettera autografa di Dell’Utri
che incarica Onorati di trovare nuovi clienti in cambio del 10 per cento del fatturato
annuo procacciato. E due fatture della società di Onorati, la Panam International
cinematografica [a carico di Publitalia] - causale: “acquisizione ‘Clienti Nuovi’ per
investimenti sui networks Publitalia” - per complessivi 448 milioni più Iva, pari
addirittura al 66 per cento dell’investimento procurato dall’in termediario: una
sponsorizzazione di 680 milioni della pasta De Cecco alla trasmissione “Buon
Compleanno”, in onda su Canale 5 dall’ottobre ‘90 al gennaio ‘91, per celebrare il
decennale della Tv di Berlusconi. Ma non solo. Il Secit ha anche scoperto e segnalato
ai magistrati il ritorno nelle casse del gruppo Fininvest di qua si la metà dei soldi
pagati da Publitalia a Onorati. Dei 448 milioni accreditati al pornoattore dalla Istifi
spa, la tesoreria del gruppo Fininvest, ben 206 milioni sono poi finiti alla
Mediolanum Vita, la società d’assicurazione del Biscione. A pagamento di premi per
49
Ibidem
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

le polizze vita di quattro discendenti della numerosa dinastia De Cecco - Giuseppe


Aristide, Filippo Antonio, Maria, Giuseppe” 50 .
Nel governo che si insedia nel giugno 1994, il presidente del Consiglio Berlusconi
nomina sottosegretario alla presidenza del Consiglio il vicepresidente della Fininvest
Gianni Letta, determinando così una epocale innovazione: per la prima volta nella
storia repubblicana, a Palazzo Chigi si installa un vice-ministro mentre è sotto
inchiesta per corruzione e concussione e per il quale la magistratura romana ha
chiesto l'arresto.
L’untuoso Letta, già ciambellano di Andreotti, risulta infatti coinvolto nello
scandalo del “Piano frequenze” relativo alla Legge Mammì - ma è poi stato
generosamente compensato: con una "donazione" berlusconiana di lire 3 miliardi.

Il 27 maggio 1994, l'amministratore delegato di Mondadori Pubblicità (gruppo


Fininvest) Umberto Cairo viene interrogato dai magistrati milanesi di “Mani pulite”:
è indagato per falso in bilancio e frode fiscale.
“L'istruttoria non riguarda [direttamente] i conti del gruppo [Fininvest] ma una
piccola società monzese, la Publivis 85 sas, che si occupa di produzioni pubblicitarie.
La maggioranza delle quote della Publivis appartiene a Cairo e a un suo familiare.
Secondo i magistrati questa piccola società avrebbe emesso fatture false in favore di
Publitalia, il colosso pubblicitario Fininvest amministrato da Marcello Dell'Utri.
Dagli accertamenti della Guardia di Finanza è stata individuata documentazione,
ritenuta fittizia, per un importo vicino ai quattro miliardi [ ... ]. Lo schema dei
rapporti tra la Publivis e Publitalia sarebbe simile a quello già individuato dalle
Fiamme Gialle per altre società "sponda". Secondo la Procura, il gruppo Fininvest si
servirebbe di piccole sigle, amministrate da dipendenti della Fininvest, senza attività
reale. Lo scopo di questi "satelliti" sarebbe quello di fornire fatture e certificazioni
per scaricare miliardi dai bilanci della holding Fininvest. Soldi impiegati poi per
pagamenti in nero ai manager che affidano contratti a Publitalia, per l'acquisto di beni
di lusso, e per fondi paralleli agli stessi dirigenti Fininvest” 51 .

Nell'ambito dell'inchiesta milanese sulla corruzione all'interno della Guardia di


Finanza, l’11 luglio 1994 finisce in carcere l’avvocato d'affari craxiano Calogero
Cari. Già tra gli imputati per la colossale corruttela partitica della maxitangente
Enimont, Cari viene arrestato perché accusato di avere corrotto con una bustarella da
50 milioni il maresciallo della Finanza Livio Ballerini (reo confesso) durante un
controllo fiscale presso il suo studio milanese.

La mazzetta della corruttela sarebbe stata versata da Calì anche per conto di
Renato Della Valle (amico e socio di Silvio Berlusconi) per “coprire” un affare
sospetto: “Si tratta della vendita di un immobile da parte della Banca Nazionale del
Lavoro al prezzo di 160 miliardi. Il complesso era poi passato a un mediatore, la
50
“L’espresso”, 25 marzo 1994.
51
"Corriere della Sera", 28 maggio 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Finprogetti di Carlo Patrucco, che l'aveva ceduto a Della Valle con un guadagno
enorme. Nel novembre del 1990 le Fiamme Gialle si interessano alle fatture emesse
per questa operazione, alcune delle quali intestate a Calì” 52 .
L'avvocato Calì, già effettivo nei ranghi del clan affaristico di Bettino Craxi, era
stato il legale della Fininvest nel corso dell'assalto berlusconiano alla Mondadori
(1989-90).

L' 11 luglio 1994, nel carcere napoletano dove è detenuto, vengono notificati all'ex
ministro della Sanità Francesco De Lorenzo 17 nuovi capi d'imputazione; riguardano
anche una tangente di 300 milioni versatagli dal consulente Fininvest Aldo Brancher
in relazione alla campagna pubblicitaria televisiva anti-aids effettuata dal ministero.
Giovanni Marone, ex segretario “pentito” del supercorrotto ministro De
Lorenzo, ha dichiarato ai magistrati: “Vi era un buon rapporto di conoscenza tra i
vertici Fininvest e De Lorenzo. Aldo Brancher e Valeria Licastro, entrambi della
Fininvest, nell’approssimarsi delle decisioni relative alle ripartizioni del “piano
mezzi” mi ricordavano di tenere presente la Fininvest al fine di riservargli una
maggiore fetta di pubblicità. A tangibile dimostrazione dei risultati ottenuti, la
Fininvest versò in due occasioni 150 milioni in contanti. Fu Brancher in persona a
consegnarmi quei soldi nell'ufficio della mia società: la Marone assicurazioni.
Brancher mi disse che si trattava di un riconoscimento a De Lorenzo per l’attenzione
dimostrata. Posso inoltre dire che la Fininvest omaggiava il Pii degli spot pubblicitari
realizzati in occasione delle varie campagne elettorali [ ... ]. I pagamenti avvennero in
concomitanza con l’approvazione e l’attuazione del “piano mezzi” della campagna
ministeriale anti-aids di cui ha beneficiato la Fininvest con i cui vertici, in particolare
con Silvio e Paolo Berlusconi e con Fedele Confalonieri, il ministro De Lorenzo era
in ottimi rapporti. [Infatti] il problema degli organi di comunicazione pubblici e
privati e quindi anche della Fininvest era di avere una presenza significativa nel
“piano mezzi”, ovvero nella ripartizione delle risorse finanziarie che il ministro aveva
globalmente stanziato per la campagna pubblicitaria. Le risorse erano nell’ordine dei
30-40 miliardi all'anno”. Il consulente-Fininvest Aldo Brancher (arrestato nel giugno
1993) ha ammesso il pagamento di 300 milioni, ma ha negato che si trattasse di una
tangente.
Come e più di De Lorenzo, il mattatore del colossale scandalo detto
“Malasanità” è stato individuato nel direttore del ministero Duilio Poggiolini, già
“fratello” di Silvio Berlusconi nella Loggia P2 alla quale entrambi erano affiliati.

li 14 luglio 1994, presso la Procura della Repubblica di Torino, viene interrogato


Giampaolo Prandelli, direttore generale di Publitalia-Fininvest; il manager
berlusconiano è indagato dalla magistratura torinese per una vicenda di false fatture
emesse a carico di Publitalia dalla Mgp e dalla Gpa, due società pubblicitarie che
fanno capo a Vittorio Missoni (figlio del noto stilista Ottavio) e al latitante Giovanni
Arnaboldi (ex pilota di off-shore, colpito da ordine di arresto per aver occultato i
52
“Corriere della Sera”, 12 luglio 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

documenti contabili della Mgp).


“L'indagine torinese su Publitalia ha molti punti in comune con quella milanese
di “Mani pulite”: il più evidente è che entrambe sono partite dai conti di società di
pubblicità accusate di “sovrafatturare” i compensi ricevuti dall'azienda Fininvest. A
Torino i Pin Cristina Bianconi e Luigi Marini hanno raccolto il lavoro della Guardia
di Finanza che ha rovistato nelle carte di Mgp e Gpa, le due società che procuravano
gli sponsor ai team di off-shore. Ma non solo: con Publitalia, Arnaboldi e il socio
Missoni avevano rapporti d'affari che andavano al di là dell'ambiente della moto-
nautica. In tre anni - dal 1991 al '93, ma per il figlio dello stilista le responsabilità di
amministratore sono più limitate nel tempo - le loro Mgp e Gpa hanno fatturato 12
miliardi all'azienda Fininvest; senza questa indagine, i miliardi sarebbero saliti a otto
nel solo'94. Fiamme Gialle e magistrati sospettano che proprio le fatture fossero
funzionali alla creazione di fondi neri in casa Publitalia. Così come il pool milanese
di "Mani pulite" ha individuato nella Conaia dell'ex maestro di tennis Romano Luzi
(altra piccola società per la “promozione pubblicitaria”) un analogo referente, per le
fatture false, dell'azienda Fininvest [ ... ]. A Torino l'inchiesta naviga ancora nel
riserbo quasi assoluto della magistratura. Il quasi sta per le ammissioni strappate
dall’evidenza dei fatti, come la presenza degli indagati negli uffici dei Pm. Ieri quella
di Prandelli, nei giorni scorsi di Missoni junior e di un terzo personaggio, che doveva
essere sentito come testimone e che si è presentato invece con il suo avvocato: “Ciò
che devo dire può essere penalmente rilevante per me”, ha esordito Mariano Giglio,
direttore commerciale della Zambeletti e candidato di “Forza Italia” alle regionali in
Sardegna. A Giglio erano finiti assegni di Arnaboldi per Prandelli. “Denaro in nero
corrispostomi per le intermediazioni con Publitalia: procuravo clienti". Denaro poi
investito in immobili e finanziarie” 53 .

Celebre e magnificato anche per la sua prodigalità, Silvio Berlusconi è infatti solito
dispensare “donazioni” a parenti, “amici” e servitori vari (principesche elargizioni
prosaicamente escluse dalla tassazione Irpef); tra i fortunati beneficiari - come risulta
dall'Anagrafe tributaria - non solo la sua mamma, le sue mogli, i suoi figli e suo
fratello, non solo i vari Dell'Utri, Confalonieri, Letta, Sciascia e compagnia, ma anche
persone ignote alle cronache: “Un bel pacco di milioni, tra il 1989 e il'92, sono stati
donati dal Cavaliere a persone che certo gli hanno reso preziosi servigi: 293 milioni a
Candia Camaggi, 300 a Mariella Bocciardo, 500 ad Antonia Rosa Costanzo, e 730
milioni a Emanuele Mussida” 54 .

53
“La Stampa”, 15 luglio 1994.
54
“L’Espresso”, 2 settembre 1994.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Calze, false fatture, truffe e elicotteri

L’ 11 luglio 1989, la società di pulizie Milan Nova srl (costituita nel 1977, sede a
Milano) viene posta in liquidazione volontaria. In data 19 ottobre 1990 la
liquidazione viene revocata, e la riesumata società muta denominazione, oggetto
sociale, amministratore e sede: diviene European Group Service srl, sede in località
Valle Ambrosia di Rozzano (Milano), via Monviso 90, con amministratore unico
dapprima tale Adele Messina, e dal 28 giugno 1991 tale Adriano Pradal (l’inizio
ufficiale dell'attività è del 22 novembre successivo); l’oggetto sociale della ex
impresa di pulizie è di quelli all'apparenza stravaganti: “La produzione di calze, di
cinture in pelle ed altri materiali; l’attività nel settore della pubblicità, dell'incremento
e della promozione delle vendite e delle produttività, dell'addestramento
professionale e delle pubbliche relazioni; l'attività grafica applicata allo studio di
confezioni, imballaggi e materiale pubblicitario in genere per i punti vendita. Può
inoltre svolgere attività di organizzazione di campagne e di corsi istruttivi per
l'incremento e la promozione delle vendite e della produttività, la produzione di
opuscoli sulle tecniche di vendita, di audiovisivi didattici e informativi; l'acquisto e la
gestione in proprio dei necessari mezzi di comunicazione; l'organizzazione di viaggi,
convegni, riunioni e congressi anche a scopo di incentivazione didattica ... ”.
Adriano Pradal, il nuovo amministratore della neonata European ex Milan
Nova, è titolare di un piccolo laboratorio di calze ("Prema"), a conduzione familiare e
con due operai, situato nel medesimo edificio di via Monviso 90, ma con ingresso
nella parallela via Monte Rosa 115. L'attività della "Prema" viene dunque inglobata
nella European Group Service, della quale - oltre che amministratore-prestanome - il
Pradal risulta essere intestatario del 10 per cento delle quote sociali, mentre le restanti
quote sono intestate per il 45 per cento a tale Piero Accardi (nativo di Marsala), e per
il restante 45 per cento a Adele Messina (nativa di Marsala). Accardi e Messina sono
i prestanome dei due effettivi gestori della European Group Service: Guglielmo
Parrinello (detto “Uccio”), e Guglielmo Tobia 55 (pure lui detto “Uccio”), cugini per
via materna, entrambi nativi di Marsala, entrambi pluriprotestati per assegni a vuoto e
cambiali non onorate (la prestanome Adele Messina è nipote del Parrinello).
Il bizzarro scopo sociale della magniloquente European Group Service -
produzione di calze e cinture, e le più disparate attività nel settore della pubblicità -
risulta comprensibile alla luce di due fatti: la neo-costituita società diviene subito
fornitrice della Standa (la catena di grandi magazzini della Fininvest ha la sua
direzione generale a circa 300 metri dalla sede della European Group Service), dalla
quale riceve commesse di calze e cinture; Guglielmo Parrinello è da tempo e a vario
titolo legato allo storico prestanome di Berlusconi, Romano Comincioli, il quale
Comincioli è un dirigente di Publitalia'80, la concessionaria di pubblicità Fininvest
presso la cui sede, a Milano 2, il Parrinello è infatti di casa e dove prende parte a
55
Il Tobia, accanito giocatore d'azzardo, è titolare della società La Cintura srl, a Opera (produzione di cinture, con due
operai, e una lunga sequela di protesti cambiari, alcuni dei quali a firma del Parrinello); la European Group Service
ingio ba dunque anche l'attività della Cintura srl e i suoi due operai, e ne acquisisce i macchinari (che infatti vengono
traslocati da Opera a Valle Ambrosia di Rozzano); nel giugno 1993, La Cintura srl verrà dichiarata fallita da Tribunale.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

frequenti e non meglio precisate “riunioni” 56 .

Il rapporto European-Fininvest è così congegnato: la Standa sottoscrive “impegni


d'ordine” (quantitativamente molto superiori a quello che sarà poi l'ordine effettivo)
di calze e cinture; la European, nella persona del Parrinello, ottiene subito dalla
Mediolanum (Fininvest), con operazione di factoring, l’anticipo della somma
equivalente all'impegno d’ordine, al tasso del 17 per cento57 - l'operazione è
“garantita” da fideiussioni personali, per l'importo di svariate centinaia di milioni, dei
pluriprotestati e “nullatenenti” Parrinello58 e Pradal, con la regia di Comincioli.
Gli ordini della Standa rappresentano la totalità del fatturato della European, e
attraverso la Mediolanum ne finanziano l'attività - è cioè la Fininvest che determina
l'attività della European, commissionando calze e cinture (Standa) e anticipandone il
fatturato (Mediolanum); ma a partire dal settembre del 1992, quando i quattro operai
della ex “Prema” e “La Cintura” sono costretti a dimettersi perché da mesi senza
stipendio, gli impegni d'ordine della Standa servono anche quale “garanzia” per
ottenere stock di calze e cinture da fornitori esterni e “contoterzisti”, forniture che la
European consegna poi al grande magazzino Fininvest 59 .
Il Parrinello alterna la sua “clandestina” presenza negli uffici della European
Group Service (dove è sempre presente il prestanome-amministratore Adriano
Pradal) con incontri e riunioni nella sede di Publitalia ‘80, a Milano 2. Del resto, il
suo legame con Comincioli non è solo di tipo affaristico: d'estate, il Parrinello, con
moglie e figli, viene ospitato dallo storico prestanome berlusconiano in terra di
Sardegna, a poca distanza da Cala Ginepro, unitamente alla famiglia Messina.

La European Group Service opera con un conto corrente acceso presso la sola
agenzia milanese di cui dispone la Banca Sella (piccolo istituto di credito con sede a
Biella). Un funzionario dell'agenzia è in stretti rapporti col Parrinello, e la banca
riserva infatti alla European un trattamento di favore. Anche l'altro socio occulto della
European, Guglielmo Tobia - grazie al Parrinello – è in rapporti con la compiacente
agenzia milanese della Banca Sella. Fatto è che nel giro di poco tempo, l'esposizione
della European con la banca biellese diviene così cospicua da risultare insostenibile, e
per porvi rimedio i pluriprotestati e “nullatenenti” Parrinello e Tobia (unitamente alle
rispettive consorti, anch'esse pluriprotestate) sottoscrivono pile di cambiali.

56
Il Parrinello è assiduo frequentatore anche dello Stadio Meazza in occasione degli incontri calcistici dei Milan, per i
quali dispone di biglietti-omaggio in tribuna; è inoltre in stretti rapporti col dirigente Fininvest Vincenzo Calò (il vice di
Comincioli nella fininvestiana Promo Service srl).
57
In pratica, la Mediolanum (gruppo Fininvest) guadagna interessi attivi su presunte forniture e futuri pagamenti Standa
(gruppo Fininvest), a carico della truffaldina European Group Service, società patrocinata dal dirigente di Publitalia '80
(gruppo Fininvest) Comincioli.
58
Nel solo luglio 1991, il Parrinello risulta avere emesso 14 assegni scoperti per l'importo complessivo di circa 200
milioni.
59
Superfluo precisare che la European risulta poi costantemente inadempiente rispetto al pagamento dei suoi fornitori,
arrivando a rimediare alcune istanze di fallimento.
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Nella primavera del 1992, la European accende un conto corrente presso l'agenzia
milanese di via Previati del Banco di Desio e della Brianza. Anche qui, un
compiacente funzionario riserva al Parrinello un trattamento fuori dalla legge,
pagando assegni scoperti o trattenendoli in attesa della relativa copertura. Nel succes-
sivo autunno, la direzione del Banco dispone la chiusura del conto intestato alla
European, e il funzionario-complice viene licenziato - il Parrinello gli prometterà,
quale “risarcimento”, un nuovo posto di lavoro alla Fininvest...
Ma intorno alla European gravitano anche usurai e malavitosi di origine
siciliana. Frequenti e minacciose sono le telefonate di tale “Salvatore” (intestatario di
cambiali European “protestate”) e di tale “Donato” i quali lasciano ultimativi
messaggi di “sollecito” destinati al Parrinello. Finché, ai primi di ottobre 1993, gli
uffici della società vengono fatti oggetto di un notturno attentato, incendiario
dall'evidente scopo intimidatorio; a quel punto, il Parrinello evita la permanenza nella
propria abitazione milanese di pi a De Angeli, e si rifugia per un certo periodo
nell'abitazione di un faccendiere tedesco, tale Hermann Gartz, a Opera (Milano).

La truffaldina ragion d'essere della European Group Service srl, società nata
all'ombra della Fininvest, si manifesta ancor prima del suo ufficiale inizio di attività
(22 novembre 1991): nell'ottobre 1991, e il successivo lo novembre, su personale
disposizione telefonica di Romano Comincioli, la European emette due prime false
fatture, rispettivamente per Lit. 220 milioni e per Lit. 160 milioni, a carico della Paka
Publicitas (società con la quale la European non intrattiene alcun rapporto
commerciale).
La Paka Publicitas srl è una società dell'orbita Fininvest: come per diverse altre
società berlusconiane, infatti, l'atto costitutivo, datato 16 aprile 1987, è del notaio
Franco Zito, e la sua sede sociale è nella milanese via Crispi 5/A, recapito presso il
quale sono ubicate altre società della Fininvest. Soci ne sono la "casalinga" Silvana
Mondin, e il "militare" Vittorio Comincioli (figlio di Romano Comincioli), entrambi
residenti a Milano 2, i quali sono gli intestatari dell'intero capitale della Paka, il cui
scopo sociale abbraccia un vasto spettro di attività “terziarie” (dalle pubbliche
relazioni al marketing, dal merchandising alle ricerche di mercato,
dall'intermediazione mobiliare e immobiliare a quella finanziaria ... ). Inizialmente il
presidente del consiglio di amministrazione della società comincioliana è il ragionier
Angelo Brambilla Pisoni (la cui residenza risulta essere anch’essa in via Crispi 5/A);
ma in data 6 novembre 1990, il consiglio si dimette, e gli subentra, quale
amministratore unico, tale Giancamillo Cucca (nativo di Frignano, provincia di
Caserta, e residente a Segrate, nei pressi di Milano 2) - un probabile prestanome sul
genere di quelli che hanno caratterizzato, negli anni, tutto il divenire del gruppo Fi-
ninvest.
La Paka Publicitas opera con un conto corrente acceso presso la Banca Rasini,
il piccolo istituto di credito socio di Berlusconi nei primi anni Sessanta e inquisito
dalla magistratura, nei primi anni Ottanta, perché coinvolto nel giro milanese della
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

“mafia dei colletti bianchi” 60 .

La vicenda della European assume nuovi contorni con la comparsa di un faccendiere


di origine tedesca, Hermann Bernhard Gartz, il quale, a partire dai primi mesi del
1993, comincia a frequentarne assiduamente la sede di Valle Ambrosia di Rozzano;
ma il tedesco comincia a frequentare anche l'ufficio di Comincioli, a Milano 2, presso
la sede di Publitalia ‘80.
Non è dato sapere molto sul conto del Gartz: un oscuro passato in Germania
(dove è nato, a Alfeld, nel 1943), la dedizione all'affarismo e ai più oscuri traffici, e la
propensione agli assegni a vuoto. Fatto è che il tedesco, per ottenere il permesso di
soggiorno, risulta inizialmente domiciliato a Pieve Emanuele, presso l'abitazione di
Adriano Pradal; quindi assume la residenza nel comune milanese di Opera (dove ha
“acquistato”, a colpi di assegni a Vuoto 61 , l’appartamento che ospiterà anche il
Parrinello minacciato), accende un conto corrente presso l’agenzia milanese della
Banca Sella, e tra un incontro e l'altro presso la sede di Publitalia 180 allaccia una
relazione sentimentale con una segretaria di Comincioli 62 . Nel frattempo,
l’amministratore-prestanome della European, Adriano Pradal, viene condotto a
Francoforte, dove vengono costituite due nuove società - la European Group Service
Gmbh, e la Telekommunication Gmbh - delle quali il Pradal risulta essere
l'amministratore-prestanome, mentre il Gartz dispone dei poteri di firma.
Nell’autunno del 1993, il ruolo dei losco faccendiere tedesco diviene più
esplicito. Dopo vari fax intercorsi fra la European e la fabbrica polacca Pzl Swidnik
inerenti una partita di elicotteri, nel gennaio 1994, presso la sede di Publitalia ‘80,
alla presenza di Comincioli, del Gartz, del Parrinello, di alcuni emissari polacchi e
tedeschi, e di un militare chiamato dagli astanti “Comandante Pozzi”, viene stipulato
un singolare “contratto” (poi sottoposto alla firma di Marcello Dell’Utri) cosi
concepito: il dottor Eiferdinger, in nome e per conto della Falcon Elicopter (Landshut
Monaco-Berlino), cede il mandato di vendita per l’Italia alla European Group Service
srl per svariate centinaia di milioni 63 ; Publitalia'80 acquista no 20 elicotteri al prezzo
complessivo di Lit. 60 miliardi, somma intesa sottoforma di non meglio precisati
“spazi pubblicitari” sulle reti televisive Fininvest. Nell’ambito di tale operazione,
Publitalia ‘80 riserva alla ditta di calze e cinture European Group Service srl, quale
compenso per la “intermediazione” (!), una somma pagata “in natura”, cioè attraverso
la cessione di spazi pubblicitari che la European realizzerà cedendoli a propria volta a
vari committenti 64 .
60
Cfr. G. Ruggeri, M. Guarino, op. cit., pagg. 49-51.
61
Nel solo agosto 1993, il Gartz ha emesso assegni a vuoto per oltre 100 milioni di lire.
62
Alla malcapitata, il Gartz riserverà una truffa di 15 milioni di lire, mediante il cambio di assegni in marchi a firma
Gartz, tratti su una banca tedesca, che risulteranno scoperti.
63
A quanto è dato sapere la somma viene regolarmente versata, ma certo non dalla indebitatissima e pluriprotestata
European, che non dispone neppure dei denaro necessario per corrispondere gli stipendi arretrati e l'indennità di fine
rapporto ai quattro operai dell'ex "Prerna" e "La Cintura" (i quali infatti ricorreranno al Tribunale).
64
Pare che le somme equivalenti a tali spazi pubblicitari, una volta realizzate, siano intese di pertinenza della
I MANISCALCHI DEL CAVALIERE

Intanto, l’attivismo del Gartz diviene frenetico: avvalendosi degli uffici e del recapito
della European, l'oscuro faccendiere allaccia rapporti con i più disparati istituti
bancari - in Kuwait, Belgio, Lussemburgo, e naturalmente in Svizzera (si reca più
volte, accompagnato dal Parrinello, in una banca di Ginevra); attraverso un amico
londinese, dispone poi l'apertura di due società e di due conti bancari in Irlanda, dove
i polacchi della Pzl Swidnik dovrebbero accreditare la provvigione spettante alla
European per la vendita degli elicotteri alla Fininvest. E mentre dalla Germania gli
pervengono solleciti di pagamento, minacce, e preannunci di nuovi guai giudiziari per
reati valutari, Gartz tratta partite di dinari libici fatti transitare in una banca del
Kuwait, e partite di oro a Malta; dispone inoltre la vendita di sue azioni, collocate
presso una banca belga, a un siciliano che compare al suo fianco e col quale
intrattiene “rapporti d’affari”...

La European Group Service, frattanto, è arrivata ad assommare protesti


cambiari per un importo complessivo vicino al miliardo di lire. Nell’estate del 1994,
la strana società viene dichiarata fallita dal Tribunale di Milano.

Mediolanum, la quale è creditrice della European per svariate centinaia di milioni in conseguenza delle anticipazioni
accordate a fronte di “Impegni d'ordine” della Standa di molto superiori a quelli che erano poi gli ordini effettivi.
INDICE GENERALE

Introduzione

l. IL PRIMO MIRACOLO ITALIANO


Denaro a Lugano, tangenti a Milano
Con l'aiuto di Dio
Nell'alto dei Cieli
Il silenzio è d'oro
Giustizia e misericordia

2. SEGRETI ITALIANI IN TERRA ELVETICA


Pecunia non olet
Capitali al signor Uno per cento
Milano in Svizzera

3. IL GRANDE IMBROGLIO
Sesso, sangue, soldi
Avvoltoi sulla preda
Cusago: il gioco delle tre carte
Arcore: nelle fauci dell'Idra
Buckinghanì Palace in Brianza
L'avvocato del Potere

4. GRANDE FRATELLO DEL POTERE OCCULTO


Niente rose alla signora
Le mani sulla Cassa
Leoni, Lupi e Cavalieri
"Associati a delinquere"
Il venerabile Berlusconi

5. L'AMICO SICILIANO DEGLI AMICI SICILIANI


Belzebù (o lo Spirito Santo)
Cosa Nostra ad Arcore
Nel ventre della "rnafia bianca"
Uomini d'onore e di rispetto
Mani sporche contro Mani pulite
Sotto le volte della Cupola

6. 1 MANISCALCHI DEL CAVALIERE


Prestanome di famiglia
Scandali nell'etere
Guardie e ladri
Chiasso-Torino-Milano-Agrigento
Biscioni ruggenti
Vassalli, valvassori, valvassini
Calze, false fatture, truffe e elicotteri

Indice dei nomi


INDICE DEI NOMI

Abeltino Ettore 74 75, 197,250


Accardi, Piero 256 Baschragel, Hubert 58
Accinni, Filippo 17-18 Bassetti Piero 43
Agnelli Gianni 134 Battaglia, Antonio 210
Agnes, Biagio 106 Benatoff, Aaron 56
Ajello, dottor 18, 35-37 Bergamasco, Giorgio 82-87, 91-93, 96-97
Alamia, Francesco Paolo 167,168, 170-71, Berienghi Carlo 113
180,187,189 Berfinguer, Enrico 133
Alberto Gerlando 159 Bertini, Pino 58
Albisetti Edy 74 Berlusconi, Barbara 75
Alliata di Montereale, Giovanni 144 Berlusconi, Eleonora 75
Aloisio, Emilio 72, 239 Berlusconi, Luigi 67, 164
Amandini, Michele 71, 71, 247-48 Berlusconi, Maria Elvira 101
Amato, Giuliano 197, 205 Berlusconi, Paolo 43-44, 62, 69, 112,
Ambrosio, Franco 42 118-20, 124, 129, 134, 217-24, 232-33,
Amodio, Massimo 37, 40, 40 249,253
Andreatta, Beniamino 123 Berlusconi, Pier Silvio 101
Andreotti, Giulio 17, 43, 85, 121-22, Bernardini, Bernardino 73
125-28, 138, 183, 184, 191, 197, 219, 252 Bernasconi, Carlo 44, 222, 245
Angelin~ Carlo 73 Bertani, Filippo 35, 40
Aniasi, Aldo 21 Berruti, Diego Maria 239-43
Annigoni, Pietro 97 Berruti, Massimo Maria 239-43
Anselmi, Tina 146 Bianconi, Cristina 254
Arbasino, Alberto 133 Biondi, Alfredo 112, 213
Ascaini, Giuseppe 126 Bisconcini, Roberto 240
Arlacchi, Pino 204, 206-08, 212, 212 Bisignani, Luigi 74, 111
Arnaboldi, Giovanni 254, 255 Bitocchi, Renzo 73
Ascione, Guglichno 119-20,190 Bocca, Giorgio 5, 38, 42, 42, 104
Assaraf, Joseph 56 Bocciardo, Mariella 255
Auch~ Nadhmi S. 58 Bolkiah, Muizzaddin W. Hassanal 100
Bonetti, Silvio 67, 164
Babuder, Ezio 229 Bongianino, Piero 71
Badalamenti, Gaetano 122, 127 Bongiorno, Mike 225
Bagarella, Leoluca 210 Bono, Alfredo 66, 159, 178, 179, 184, 184
Bagnasco, Orazio 58 Bono, Giuseppe 66-67, 159, 164, 178, 184
Balducci, Alessandro 93 Bono, Vincenza 240
Balducci, Domenico 93, 127, 127 Bonomi, Anna 169
Ballerini, Egidio 73 Bonomi, Ivanoe 80
Ballerini, Livio 252 Bontate, Francesco 183
Ballinari Arno 59-60, 62, 63 Bontate, Stefano 122, 172, 180, 183, 200,
Balzamo, Vincenzo 44, 221 202
Barchi Pierfelice 73 Bonzi, Leonardo 13-16, 20, 26, 27, 27
Bartolini, Miriam (aUs Lario, Veronica) Bordon, Willer 227
Borghese, Junio Valerio 144 Capone, Giuseppe 204, 234
Boroli, Pietro 230 Carabba, Ferdinando 102
Borsani, Lidia 14-16, 18, 49, 55-56, 63 Carboni, Flavio 8, 57, 72, 100, 127, 127,
Borsano, Mauro 72, 238 137, 138-39
Borsellino, Paolo 162-63 Carenini, Egidio 29
Bosco, Emanuele 179-80 Caristi, Angelo 167,168, 179-80, 187
Bosisio, Franco 250 Carollo, Gaetano 159
Bossi vedova Borsani, Maria 16, 18, 27, Caroni, Guido 60
49, 55 Caronna, Marcello 172
Botta, Giovanni 56 Caruana, famiglia 185, 204
Botteri, Giuseppe 218 Casaccia, Mario 221
Bottino, Giovanni 97, 99 Casati Stampa di Soncino, Annamaria
Bozzi, Antonio 94 79-104, 108, 152, 162
Brambilla, Marinella 8 Casati Stampa di Soncino, Camillo 79-86,
Brambilla Pisoni, Angelo 259 91, 94, 95, 97, 103-04, 152, 162
Brambilla Pisoni, Sergio 242 Casati Stampa di Soncino, Alessandro 80
Brancher, Aldo 221, 253-54 Caselli, Gian Carlo 207-08, 212
Brecciaroli, Paolo 190 Cecchi, Umberto 146
Breffani, Giorgio 167, 171 Cecchi Gori, Mario 230
Brovelli, Elda 15, 49, 57 Cecchi Gori, Vittorio 230
Brucia, Domenico 179 Cederna, Camilla 43
Buscetta, Tommaso 127, 159, 162, 206 Cerina, Fabrizio 112
Cesqui, Elisabetta 145
Cacciafesta, Remo 128 Charrey, Jean Francois 56
Cademartori, Remo 59 Ciampi, Carlo Azeglio 231
Cagliari, Gabriele 250 Ciancimino, Vito 92, 147, 154, 167, 168,
Cagliari, Stefano 250-51 169, 170, 170, 182, 185, 189, 201, 204
Cairati, Luigi 94, 94 Cinà, Gaetano 172, 175, 180, 186
Cairo, Umberto 252 Cierici, Giuseppe 120
Caizzi, Ivo 191 Cohen, Henry 56
Cari, Calogero 252-53 Collor de Mello, Fernando 69
Calò, Giuseppe ("Pippo") 100, 122, 127, Colombo, Emilio 21
127, 162,162, 183, 201 Colombo, Gherardo 72,195
Calò, Vincenzo 257 Colombo, Vittorino 43
Caltagirone, fratelli 106, 127 Comincioli, Romano 8,127,127,138,
Caltagirone, Gaetano 106, 106, 126-27, 257-62
130 Cominciol~ Vittorio 259
Calvi, Fabrizio 162 Confalonieri, Fedele 8, 10, 10, 43, 44, 103,
Calvi, Roberto 52, 57, 62, 70, 100, 106, 139, 221-22, 253, 255
124,125, 132, 134, 135, 137, 138-41, 246 Conso, Giovanni 205
Camaggi, Candia 255 Conte, Carmelo 118
Campana, Pierfrancesco 60 Conte, Romano 66, 159, 184
Campana, Pierluigi 60 Contorno, fratelli 200
Cancemi, Salvatore ("Totò") 165, 165, Contorno, Giuseppe 162, 201
200-02,205 Contorno, Salvatore ("Totuccio") 200-01
Corazzini, Daniele 68 179, 180, 182, 186, 189, 190
Cordova, Agostino 143 Dell'Ambrogio, Mauro 68
Cordova, Maria 226, 231, 234 Dell'Amore, Giordano 130
Corona, Armando 138-39, 143 Della Puppa, Gaetano 167
Corona, Ketty 143 Della Valle, Raffaele 31, 31
Corrado, Alberto 242 Della Valle, Renato 68, 230, 234-35, 253
Costanzo, Antonia Rosa 255 Dell'Osso, Pierluigi 53
Cotti, Gianfranco 60 Dell'Utri, Alberto 8, 151, 161, 167, 170-72,
Cottier, Jean Pierre 56 178-79, 182, 185-93, 197, 200-04, 213
Cragnotti, Sergio 58 Dell'Utr~ Marcello 8,56,67,75,88,88,92,92,
Craxi, Bettino 8, 15, 18, 43-45, 53, 69-70, 103, 105, 108, 113, 151-213, 241,250-52,
72, 75, 75, 106, 107, 113, 113, 124, 125, 255,261
128, 129, 134, 135, 135, 141, 191, 219, Del Mese, Paolo 112
221, 222, 228, 230, 246, 253 Dei Monaco, Biagio 229
Cresta, Aurelio 241 De Lorenzo, Francesco 253-54
Cresti, Giovanni 124 Dei Ponte, Carla 52, 68
Cuoca, Giancamillo 259 De Martino, Francesco 135
Cuntrera, famiglia 185, 190, 204 De Megni, Augusto 125
Cuntrera, Paolo 184 De Michelis, Gianni 142-43
Curtò, Diego 8, 171, 189, 190, 243, 243, De Mita, Ciriaco 146
248 de Toledo, Edu. 71
Cusani, Sergio 45, 111, 235 Dettori, Francesco 35, 37
Diana, Mario 137
D'Adamo, Antonio 42,55 Di Befia, Franco 125, 130, 132-33, 140
D'Agata, Federico 159 Di Donna, Leonardo 246
Dall'Oglio, Carla Elvira 36 Di Ganci, Salvatore 240-41
Dall'Oglio, Giorgio 36 Di Gangi, Filippo Giacomo 240
Dal Santo, Giovanni 96, 96, 100, 153 Di Lenardo, Flavio 10
D'Ambrosio, Gerardo 188 Di Maggio, Francesco 68, 68, 212
D'Angerio, Luigi 157 Di Mino, Accursio 240
D'Arcangelo, Michele 194 Din~ Claudio 103
D'Arcangelo, Tito Livio 184 Dini, Larnberto 112
Da Rios, Giovanni 32 Diotallevi, Ernesto 127
De Bac, Gustavo 137 Di Pietro, Antonio 61, 62, 72, 74, 111, 112,
De Benedetti, Carlo 107 120, 198, 198, 222
De Cecco, Filippo Antonio 251 Di Pisa, Alberto 180
De Cecco, Giuseppe 251 Di Tondo, Marcello 29, 29
De Cecco, Giuseppe Aristide 251 Dominioni, Oreste M
De Cecco, Maria 251 Donà Dalle Rose, Pier 84, 86
De Falco, Antonio 82 Donat-Cattin, Carlo 29, 130, 131, 184
De Gennaro, Gaetano 233 Donati, Walter 154
De Gennaro, Gianni 212, 212 Donelli, Massimo 218
Delgado Upegui, Gustavo 183 Doninelli, Ercole 59-62
Della Lucia, Giorgio 152, 154, 157, 162, Doninelli, Stefania 59-60, 63
171, 172, 173, 174, 175, 175, 176, 178, D'Onofrio, Francesco 112
Dotti, Vittorio 9, 9 Forlani, Arnaldo 139, 191, 219
Dragone, Umberto 17 Formentini, Marco 218
Drommi, Giuseppe 80 Formenton, Luca 230
Ducry, Jacques 68 Formenton, Pietro 230
Duft, Peter 58 Formica, Rino 197, 236
Foscale, Giancarlo 62, 63, 236
Eiferdinger, dottor 261 Foscale, Luigi 57,58
El Hady Salma, Bey 113 Foti Valentino 63
Enea, Antonio 66, 164 Franchi, Paolo 208
Enea, Salvatore 159 Frigerio, Gianstefano 219
Epaminonda, Angelo 159, 181 Frongia, avvocato 143
Escobar Gaviria, Pablo 183 Fumagalli Carulli, Ombretta 45
Evangelisti, Franco 126 Fusi, Paolo 64, 68

Faber, Jean 58 Gaeta, Carmelo 66


Falcone, Giovanni 188, 209 Galante Garrone, Alessandro 145
Faldetta, Luigi 100 Galliani, Adriano 72, 225-26, 238-39, 242
Fallarino Casati Stampa di Soncino, Anna Galli Della Loggia, Ernesto 106
79-86, 91, 94, 95, 97, 97, 103-04, 152, Gambazzi, Marco 58
162 Gambetta, Enrica 225, 229
Fameli, Antonio 204 Gambino, Michele 59, 64, 68
Fanfani, Amintore 125, 128 Gariboldi, Gaetano 99
Fanini, dottor 125 Garofalo, Giuseppe 173
Farina, Aurelio 243, 243 Gartz, Hermann Bernhard 259-62
Farinelli, Antonio 229 Gavazzi, Carlo 61
Ferrara, Giuliano 9 Gel1i Licio 57,58,68,70,106, 107,108,117
Ferrari, Alberto 124, 137 47 passim, 183, 183, 195
Ferrecchi, Giorgio 73-74 Gervaso, Roberto 132-33, 140
Ferrecchi, Renato 73-74 Ghidella, Vittorio 58
Ferreira Pena, Donizete 71 Ghirardelli, Valerio 194
Fidanzati, Antonio 161 Giacalone, Davide 225-26
Fidanzati, Carlo 161 Giallombardo, Mauro 75, 235
Fidanzati, fratelli 161 Giammanco, Pietro 209
Fidanzati, Gaetano 66, 159, 161 Giasoli, Ilio 131
Fidanzati, Giuseppe 161 Gigantino, R. 229
Finetti, Ugo 217 Giglio, Mariano 255
Finocchi, Michele 74,113 Giliberti, Claudio 66, 160
Fiori, Publio 146 Giovenco, Giovanni 181
Fiorini, Florio 70-71, 244-48 Giovenco, Luigia 181, 181
Fiscalini, Elio 61, 62 Gironi, Livio 62, 237, 247
Fiscalini, Laura 61 Giudice, Raffaele 138
Flamigni, Sergio 121, 124, 139, 146 Giuliano, Giuliana 242
Floresta, Ilario 204 Giulini, Giorgio 103
Fontana, Enrico 211 Grado, fratelli 200, 202
Fontanelli, Silvio 41 Grassini, Giulio 139
Graziadei, Gianfranco 137 Lipari, Bruno 137
Grimaldi, Michele 73 Livolsi, Ubaldo 62
Grut, Yvette 168, 184 Lo Baido, Egidio 88
Guaglianone, Pasquale 100 "Locatelli" 143
Guarino, Mario 7 Lo Jacono, Pietro 200, 202
Gui, Luigi 24 Lo Prete, Donato 138
Guido, Raffaele 137 Lottusi, Giuseppe 60-62, 71, 72, 238
Lunari, Egidio 147
Hefti, Christopher 59 Lupo, Giovanni 241-42
Hjman, Morton P. 56 Luzi, Romano 194-96, 250-51, 254
Hoffer, Enrico 95
Maccanico, Antonio 74
Imposimato, Ferdinando 145 Maccari, Luciano 128
Infranco, famiglia 240 "Macolin" 68
Infranco, Leonardo 241 Madonia,famiglia 60,72, 239
Ingrassia, Giovanni 66, 158, 160 Madonia, Francesco 183
Inzerillo, Salvatore ("Totuccio") 161, 183 Madonia, Giuseppe 240
Isnardi, Felice 158, 161, 164 Mafara, "Ciccio" 200
Izzo, Emilia 82 Magrone, Nicola 39, 40
Izzo, Letizia 79-80, 81 Maiolo, Tiziana 34, 142
Malagodi, Giovanni 85
Juvara, Antonio 210 Maletti, Gianadelio 145
Mammì, Oscar 217, 225-26, 228-30, 235,
Kaeslin, Jacques 51 238
Kerkorian, Kirk 246 Manca, Enrico 106, 106, 135, 139
Kirch, Leo 233 Mandalari, Pino 209-11
1Cein, Henri 56 Mangano, Vittorio 8, 66-67, 88, 156-68,
Koelliker, Luigi 230 180, 185, 200
Kollbrunner, Winnie 61, 69 Mannoia, Marino 183
Marchese, Filippo 172, 179-80
La Barbera, Gioacchino 200-02 Marchese, Pietro 202
Larini, Silvano 18, 70 Marcora, Giovanni 43, 130
La Rosa, Francesco 168,184 Maresca, Antonio 249
Lefebvre d'Ovidio, famiglia 111 Marinaz, Marco 227
Legalupi, Edilio 160 Marin~ Dino 59
Leggio, Vincenzo 240, 240 Marini, Luigi 254
Lentini, Gianluigi 72, 238-39 Marino, Laura 240
Leone, Giovanni 130-32 Marino, Nicolò 203
Letta, Gianni 112, 222, 225-26, 236, Marone, Giovanni 253
251-52, 255 Maroni, Roberto 112
Li Calzi, Epifanio 249 Marrandino, dottor 175
Licastro, Valeria 253 Martelli, Claudio 53, 69
Licheri, Giuseppe 233 Martello, Ugo 66, 179-80
Liggio, Luciano 163 Martino, Antonio 146
Lima, Salvo 201 Martino, Gaetano 146
Marty, Dick 68 Naccaroni, Umberto 59
Marucchi, Carlo 168 Nanocchio, Francesco 204, 235
Massa, Gianmario 71 Natali, Antonio 44, 221-22
Massobrio, Renato 155, 156, 171, 173, 186 Neppi Modona, Guido 198
Maternini, Angelo 59 Nesi, Nerio 106
Matranga, Cristina 113 Nesladek, Nerio 227
Mazzocchi, Giuseppe 225, 229 Nicolini, Renzo 226-28
Mazzotta, Roberto 43, 128-29, 219 Nissim, Maurice 56
Mele, Vittorio 113 Noseda, Alfredo 59
Melluso, Gianni 181 Nutrizio, Nino 130, 133
Meluzzi, Alessandro 146
Melzi, Giuseppe 17, 24, 25 Occorsio, Vittorio 146
Mentasti, Bruno 230 Omboni, Maria Grazia 142-44
Merulan, Abramo 60 Onorati, Lorenzo 194, 251
Merzaghi, Monica 100 Orlando, Leoluca 204, 209
Meschini, Maria Celeste 110 Ottone, Piero 132
Messina, Adele 256-58
Messina, Alfredo 192 Pacini Battaglia, Francesco 111
Messineo, Antonino 210, 210 Padalino, Andrea 233
Michienzi, Carlo 110 Palladino, Vincenzo 113
Michienzi, Pasquale 109-10 Palleroni, Luigi 241
Mingiardi, Salvatore ('7uri") 179 Palumbo, Nicoletta 210, 210
Minorenti, Massimo 79-80 Pandolfi, Filippo Maria 138
Miseria, Benedetto 144 Pantalani, Carlo 81
Missoni, Ottavio 254 Papa, Adriano 119
Missoni, Vittorio 254 Papalia, famiglia 72, 248
Moci, Paolo 37-39, 40 Pappalardo, Antonio 144
Molho, Efia 56 Parenti, Tiziana 10, 113, 203-04, 205, 212
Mondadori, Leonardo 230 Parrefia, Giuseppe 225
Mondin, Silvana 259 Parretti, Giancarlo 70-71, 244-48
Mongiovi, Angelo 179 Parrinello, Guglielino ("Uccio") 257-62
Montanelli, Indro 113, 123, 125, 130, Pascucci, Vittore 248
132-34, 218,218 Patemò, Giorgio 147
Monti, Luigi 66-67, 159, 164, 164 Patrucco, Carmine 253
Mora, Paola 186, 187 Paxi, Maria Luisa 243
Morabito, famiglia 72, 248 Pazienza, Francesco 127
Moratti, Massimo 230 Pazzi, Bruno 113, 123
Momino, Ignazio 210 Pecorelli, Carmine ("Mino") 117-47passim
Moro, Aldo 117, 136, 138 Pella, Giuseppe 59
Moroni, Sergio 44 Pellegrini, Angelo 221
Mosca, Luigi 129 Pellicani, Emilio 138-39
Moscardo, Jean Pierre 162 Penati, Giuseppe 73
Mussida, Emanuele 255 Penati, Luigi 99
"Musumeci, Paolo" 222 Pertini, Sandro 139
Pessina, Fabrizio 74
Piazza, Mario 16, 93 Rivera, Gianni 118
Pirani, Mario 128 Rivolta, Vittorio 21-22, 35, 40-41
Piro, Franco 236 Rizg Gianmarco 232
Pironi, Renato 15, 49, 57, 57 Rizzin~ Roberto 95
Poggiolini, Duilio 254 Rizzoli, Angelo 125, 125, 131, 133, 137,
Polerani, Gianfranco 241 140
“Pozzi, comandante” 261 Rocca, Giorgio 125
Pradal, Adriano 256-60 Roich, Angelo 139,139
Prandelli, Giampaolo 254-55 Roncucci, Sergio 44, 44, 219-21, 249
Prete, Francesco 189 Rosa, Gianfranco 16-18, 36, 40, 41
Preti, Luigi 85, 85 Rosone, Roberto 8, 100
Previti, Cesare 56, 74, 74, 79, 82-89,92-95, Rossetti, Michele 43-44, 221-22, 249
97-113, 151, 205, 212-13, 222 Rossi, Giancarlo 74, 74, 110-13
Previti, Cielia 108-10 Rossi, John 58
Previti, Giuseppe 109-10 Ross~ Lucio 110
Previti, Stefano 111 Rossi, Stefania 111
Previti, Umberto 56, 83, 85-89, 92, 97, Rotenburg Schwartz, Gerry William 60
100, 105-10,153 Roveda, Guido 91, 96, 97
Provera, Guido 40 Ruju, Agostino 75
Pullarà, Giovambattista 201-02 Rupert, Johann 192, 233, 235
Pullarà, Ignazio 200-02 Ruspoli, famiglia 81
Rutelli, Francesco 144
Querci, Nevol 119-20, 220-21
Sacerdoti, Fabrizio 112
Radaelli, Sergio 62 Salvernini, Cosmo Salhistio 144
Ralli, Giovanna 108-10 Salvemini, Gaetano 144
Rapisarda, Cristina Elisabetta 187 Salvinì, Lino 131, 146
Rapisarda, Filippo Alberto 152, 161, Salvo, Antonino 122
167-90, 205,213 Salvo, Ignazio 122
Rasini, Carlo 67 Samperi, Claudio Saverio 209
Rasini, Mario 230 Santaniello, Giuseppe 231, 231, 234, 235
Rasoli, Alfredo 144 Santapaola, Benedetto ("Nitto") 201-02,
Ratti, Miranda 187 204, 209,212
Ravello, Fiorenzo (alias Florence Ley Santin~ Franco 56
Ravello) 127,127 Santovito, Giuseppe 139
Recanati, Oudi 56 Saponaro, Vito 241
Recanati, Raphael 56 Saracchi, Lorenzo 81, 88
Resteffi, Luigi 99 Sarti, Adolfo 139
Rezzonico, Renzo 19, 55, 63, 73 Sbardella, Vittorio 112, 112
Ricci, Angelo 125 Scabini, Giuseppino 91-92
Ricci, Tito Livio (vedi D'Arcangelo, Tito Scalfaro, Oscar Luigi 22, 24, 41, 108
Livio) Schemmari, Attilio 249
Riina, Salvatore ("Totò") 165, 183, 200, Schiavinato, Giuseppe 23-25, 35, 40, 41
207-12,240 Sciascia, Salvatore 196, 222, 232-37, 241,
Ripoll Mari, Juan 69, 69 255
Scibetta, Salvatore 131 Turatello, Francesco 159, 181, 181
Scopelliti, Antonio 207 Turri, Renato 15- 17, 20, 35, 41, 42, 44
Scotti, Vincenzo 184
Selva, Gustavo 144, 146 Vacca Agusta, Francesca 75
Sergi, famiglia 72, 248 Vaccarella, Romano 109
Sgorbati, Giuseppe 227 Vaccari, Sergio 62
Siciliano, Enzo 133 Valentino, Nino 131
Sicuro, Giuseppe 233 Valsecchi, Athos 22, 24, 41
Siggia, Elio 146-47 Vannucchi, Alessandro 113
Silvestri, Felice 167, 168 Vassalli, Giuliano 107
Sindona, Michele 52, 57, 136, 169, 183 Vecchione, Antonio 67, 165
Soravia, Antonio 44, 221 Ventura, Franco 109-10
Spalluto, Paolo 73 Venturi, avvocato 131
Spazzol~ Marco 232 Verde, Filippo 107
Spiess, Giangiorgio 58 Verdoot, Jean 61
Squillante, Renato 107 Verzé, don Luigi Maria 19-25, 27, 28, 30,
Stammati, Gaetano 138 33-38, 40-41, 45
Statera, Alberto 197 Verzellesi, Ludovico 197-98, 235-36
Sulmoni, Silvano 68 Viganò, Enzo 236, 236
Vio, Walter 181
Tajani, Antonio 74, 112 Viola, Guido 222
Tanca, Angelo 205, 232, 242-43 Violante, Luciano 203, 207-08, 212
"Tarantino, Tony" 160 Virgilio, Antonio 66-67, 159, 164, 164,
Tassan Din, Bruno 125, 125, 131, 133, 178, 184
137,140 Vischia, Aldo 73
Tatarella, Giuseppe 231 Vitalone, Claudio 126
Tatò, Franco 193, 193 Vittore, Giovanni 61
Teresi, "Mimmo" 172, 180, 200, 202
Teruzzi, Carlo 99 Zagrebeisky, Gustavo 198
Teruzzi, Edoardo 19 Zanuso, Michele 86
Teruzzi, Luigi 99 Ziegler, Jean 50-53
Testi, Carlo Adriano 126 Zito, Franco 259
Tettamanti, Tito 58, 60, 73-74 Zuccotti, Alfredo 62
Tobia, Guglielmo ("Uccio") 257-62
Tognola, Enzo 60
Tognoli, Carlo 43
Tomba, Silvana 168
Tordi, Patrizia 110
Torrisi, Giovanni 139
Tortora, Enzo 203, 207-08
Tradati, Giorgio 75, 75
Trafficante, Eugenio 241
Tramezzani, Giancarlo 61, 61
Tremonti, Giulio 236
Troielli, Gianfranco 75