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UTOPIE DI STRAPAESE

La città dei numeri uno

Mi hanno ferito nella cosa che ho di più caro, l’immagine.


Silvio Berlusconi
1. Un’utopia in vendita
Milano Due, località Segrate, un giorno di pioggia. Il paesaggio
sembra di polistirolo espanso, con abitanti di polistirolo espanso.
Guardie private al perimetro della finta città. Studi televisivi e cigni
in un laghetto solcato da un ponticello di legno altoatesino. Sui
bidoni e sui cartelli il logo del Biscione è ancora nitido, come nuovo.
Le facciate dei palazzi sono colore rosso “terra di Siena”, abbastanza
conservate, con poche scrostature. Stranite conifere garantiscono
uno sfondo sempreverde al panorama. Il clima è fresco. Durante il
tragitto per arrivare fin qui ho scrutato a lungo il paesaggio della
periferia est milanese. Vi cercavo, senza ritrovarle, le tracce di un
resoconto di viaggio che avevo letto tempo prima. Un testo che
evocava una sorta di percorso iniziatico. L’avvicinamento progressivo
a qualcosa di nuovo e al tempo stesso familiare. «Appena oltre il
Lambro ritrovi la dolce Bassa natìa con un brivido lungo e
impensato. La strada è ampia, a duplice corsia. Patetiche braide – i
cassînn – sopravvivono in un paesaggio che ancora le capisce, cioè le
comprende e le contiene. Tuttavia se ne stanno umili e pudiche in
disparte, e proprio dal loro intonaco dimesso intuisci il miracolo
imminente. Ecco infatti, oltre la curva, un rosseggiare improvviso di
case non altere ma nobili, e così improvvidamente intonate con il
tradizionale mattone lombardo che le prospettive scandinave della
nuova città non ti allarmano per nulla». Sono parole del giornalista e
scrittore Gianni Brera. Stampate in un volume che si intitola Milano
2: una città per vivere1. Pubblicato nel 1976, a quartiere quasi
ultimato e in buona parte già abitato, dalla Edilnord Centri
Residenziali. La Edilnord è la società che fa capo a tale
intraprendente e giovane imprenditore milanese, Silvio Berlusconi,
responsabile dell’operazione. Il terreno, grande circa 700mila metri
quadrati, era stato acquistato nel 1969. In meno di dieci anni e con
ingenti capitali di finanziamento una cittadella di circa diecimila
abitanti sorse dal nulla. Cammino sugli appositi sentieri, delimitati e
separati, paralleli e obliqui senza mai incontrarsi, quello per i pedoni,
quello per le biciclette, quello per le auto. Osservo le scuole, l’asilo, la
chiesa, il lago artificiale, i negozi sotto i portici, lo sporting club, le
piscine, i parcheggi sotterranei, gli alberghi, il centro congressi, i
palazzi degli uffici, gli studi Mediaset. Sulla piazza antistante il

1
Aa. Vv, Milano 2: una città per vivere, 1976
laghetto baby sitter annoiate incrociano frotte di impiegati in pausa
pranzo, tutti a dar da mangiare ai cigni che allungano spasmodico il
collo sulle rive. So di trovarmi in un quartiere simbolo. Un bizzarro
mix tra la città ideale del rinascimento italiano e une versione
sterilizzata e un po’ kitsch del sogno suburbano americano. È facile
qui sentirsi inseguiti dall’ombra del suo creatore, quel Berlusconi che
tra la fine dei Sessanta e l'inizio dei Settanta confidò ai suoi primi
soci di impresa: «Io farò una città dove c’è tutto, dalla clinica dove si
nasce al cimitero»2.

I primi anni Sessanta furono un periodo d’oro per l’edilizia a Milano.


Nel corso di un decennio circa 600.000 persone, l’equivalente della
popolazione di una grande città, si trasferirono nel capoluogo
lombardo e nei suoi dintorni3. Attorno alla periferia della città i
palazzoni residenziali crescevano come funghi. L’Italia della
Ricostruzione aveva lasciato il posto all’Italia dello sviluppo
accelerato. Il volto delle città e del territorio cambiava. Mancava,
tuttavia, un modello regolatore, una prospettiva di lungo respiro: i
pochi piani regolatori realizzati, quello di Milano era del 1953, non
sapevano opporsi alla crescita disordinata. Anzi, le connivenze tra
funzionari pubblici e immobiliaristi contavano più della legge: il
fenomeno della speculazione edilizia dilagava, anche perché la
domanda tirava. L’idea di realizzare una sorta di città satellite
destinata a ceti abbienti non aveva molti precedenti, perlomeno in
Italia. Ciò che si voleva costruire era una gemma urbanistica pensata
per la nuova borghesia delle professioni, tecnocrati e manager che
puntano all’abitazione come «parte del circuito jet – carta di credito
– club d’affari – beni in leasing» 4. Un azzardo imprenditoriale. Una
visione del futuro.

Milano Due era un’utopia in vendita. Rileggo le vecchie inserzioni


pubblicitarie: «la città dei numeri uno», «una città per vivere», «la
città in campagna», «il nuovo volto della città». A distanza di oltre
trent’anni sembrava anticipare molte cose. Lo stesso volume della
Edilnord, chiunque avesse acquistato all’epoca un alloggio ne
riceveva una copia, è un collage significativo. Basterebbe lo slogan di
apertura: «Milano 2: un’esperienza completa e affascinante, una

2
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 9
3
J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 58
4
G. Ruggeri, M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, 1994, p. 46
proposta da meditare, un suggerimento concreto per il futuro della
città». Che a sua volta riprendeva quelli pubblicati nelle inserzioni
sui giornali, come il prestigioso Corriere della sera. Insistenza sulla
novità del progetto, con toni quasi utopici («Milano 2: un nuovo
modo di costruire»; «Una proposta abitativa d’avanguardia»).
Ricorso continuo alla legittimazione fornita dai saperi tecnici
(«Soluzioni urbanistiche veramente inedite»). Abuso della retorica
del fare («Dopo tante parole finalmente un’iniziativa concreta»).
Spudorata capacità di negare ogni evidenza («Un’alternativa
all’espansione edilizia disordinata e parassitaria»). Attenzione alla
sfera di una libertà individuale e quasi ludica («Proposte abitative
per le diverse esigenze», «Il diritto di giocare»). Molto
dell’armamentario comunicativo del futuro “presidente operaio” è già
leggibile in questi frammenti.
Il progetto Milano Due rappresentava, tra la fine dei Sessanta e
l’inizio dei Settanta, nel pieno dell’era della contestazione,
l’affermazione – passo dopo passo – del paradigma dello status
symbol. Non si trattava semplicemente di complessi residenziali,
bensì della manifestazione spaziale di un nuovo stile di vita.
Berlusconi si assicurò che i residenti fossero isolati dagli aspetti
“sgradevoli” della vita cittadina: traffico, criminalità, immigrazione,
operai scioperati, la città stessa. La “nuova Milano” fu creata secondo
una serie di caratteristiche architettoniche innovative. Il quartiere
era separato in modo netto dal resto della città, delimitato da muri,
ponti, strade. Gli edifici erano per la maggiorparte orientati verso
l’interno del complesso e raramente verso il territorio circostante,
circondati da verde e con un laghetto centrale. Un efficiente sistema
di portineria e vigilanza, sia diurna che notturna, completava il
quadro della sicurezza interna. Il caso di Milano Due è
esemplificativo della ridefinizione dei canoni che sono alla base dei
processi di progettazione e costruzione dello spazio urbano, e inoltre
è simbolicamente legato alla profonda trasformazione che
caratterizza la vita culturale italiana dalla fine degli anni Settanta5.
L’eterno profumo di Strapaese si mischia alle luci seducenti della
neotelevisione. La “rivoluzione conservatrice”, ossimoro efficace per
descrivere le trasformazioni politiche che alfine ne matureranno, era
già lì. In tutto ciò, solo agli inizi, l’idea della televisione era
considerata appena un servizio aggiunto, un fringe benefit, qualcosa
di simile al frigobar e allo schermo nelle camere d’albergo, un dippiù

5
E. Bazzaco, N. Origoni, Mia Milano: quale città, in www.eddyburg.it
per incrementare le vendite. «Come gli mettiamo la piscina – è il
ragionamento di Berlusconi – mettiamogli anche la televisione a
circuito chiuso»6.

2. Valige di soldi e città di sogni

L’idea venne a Berlusconi mentre sorvolava con l’elicottero la


periferia e i campi ai confini di Milano. Individuò una vasta area di
proprietà del conte Leonardo Bonzi, nel comune di Segrate, a ridosso
del Parco Lambro, già lottizzata e in procinto di essere ceduta in parti
separate. L’area fu acquistata alla fine del 1968 da una nuova società,
sempre del ramo Edilnord. Il terreno acquistato aveva una forma
grosso modo rettangolare, e si pensò di insediarvi tre nuclei di edifici.
In base alla convenzione stipulata dal conte Bonzi con il Comune di
Segrate, l’impresa realizzatrice dell’insediamento avrebbe dovuto
accollarsi parte degli investimenti relativi alle infrastrutture,
attraverso il versamento di denaro o l’esecuzione di opere. Per
Berlusconi la condizione non fu un problema: lui cominciava a
pensare in grande, costruire un solo palazzo o un gruppo coordinato
di palazzi, come aveva fatto in passato, non gli conveniva più. Dal
Comune riuscì a ottenere anche una variante in base alla quale il 10
per cento della volumetria totale sarebbe stato destinato ad uffici7.
Voleva costruire una piccola nuova città, realizzare uno dei più vasti e
ambiziosi progetti residenziali del dopoguerra.

Lui, prima il “Berlusca”, detto con ironia lombarda, poi il “Dottore”,


poi il “Cavaliere”, e oggi, con deferenza, il “Presidente”, con una
scansione del suo medagliere onomastico sempre maiuscolo e in
traiettoria verticale, ad ogni trasformazione sempre cancellando le
porzioni minacciose del suo passato, già allora – agli inizi – è lo
stereotipo del self-made man, l’uomo che si è fatto da solo. Nato nel
1936 da una famiglia del ceto medio in un quartiere operaio di
Milano, cominciò a lavorare come cantante e cabarettista sulle navi
da crociera. Una volta laureato in giurisprudenza, fece il suo ingresso
nel mondo degli affari durante il boom economico. Dopo un breve
periodo in cui lavorò per altri, decise di provare a mettersi in proprio,
cercò i terreni su cui edificare e preparò un progetto edilizio,

6
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 47
7
Ibidem, pp. 33-34
aiutandosi coi finanziamenti della piccola banca in cui lavorava il
padre8. Nel 1963, dopo questa modesta partenza, Berlusconi fece un
improvviso e inaspettato salto di qualità con un megacomplesso
residenziale per 4000 persone, il corrispettivo di un paese di discrete
dimensioni, in una posizione non molto promettente fuori Milano,
località Brugherio, dominata da stabilimenti industriali e chimici e
isolata dai negozi e dal resto della popolazione. Il fatto che un gruppo
di investitori fosse disposto ad affidare a un ventisettenne alle prime
armi un progetto di quella portata riflette il clima di boom edilizio
che si respirava nella Milano dei primi anni Sessanta e nel contempo
dice molto delle capacità persuasive di Berlusconi9.

Brugherio fu, per molti versi, il suo primo grande affare e definì lo
schema della sua carriera futura. Per il progetto fu assoldato un
gruppo di architetti giovanissimi, alcuni ancora studenti all’ultimo
anno di università, guidati da Guido Possa, e che in buona parte
ritroveremo nei futuri progetti edili berlusconiani10. Già allora l’idea
era quella di «offrire un ambiente e non semplicemente un
appartamento soleggiato»11. Quando il progetto fu avviato, nel 1964,
il mercato aveva iniziato a cambiare direzione e nel 1965, quando i
primi 140 appartamenti furono completati, era in una fase di stallo.
Per cercare di risollevare le vendite fu lanciata una campagna
pubblicitaria, anche con l’apertura di un punto vendita al centro di
Milano. Gli slogan pubblicitari e la persuasione del cliente, come
raccomandava sempre il capo, erano già metà dell’opera. Per
esempio, uno dei claim del progetto era: «Quando a Milano piove, a
Brugherio c’è sempre il sole!». E fa niente se non era esattamente
vero: a Brugherio c’è lo stesso clima di Milano – nebbioso, grigio e
umido – con l’aggiunta dello smog delle fabbriche 12. Dopo il primo
palazzo rimasto invenduto, i soci volevano chiudere. Berlusconi
insiste. Di fronte allo stallo del mercato e alla carenza di acquirenti
privati è capace di inventarsi anche metodi di persuasione meno
ortodossi. Le sue biografie autorizzate sono ricche di aneddoti in
odore di mito. Come quella volta che, per salvarsi dal fallimento di
Brugherio, decise di puntare sul mercato dei fondi professionali.

8
J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 119
9
G. Fiori, Il venditore, 2004, pp. 29-31
10
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 16
11
Ivi
12
A. Stille, Citizen Berlusconi, 2006, pp. 34-35
Così, tra raccomandazioni di vecchi amici e corteggiamenti di
segretarie, si impegnò nel convincere i dirigenti di un importante
fondo pensionistico ad acquistare un blocco di appartamenti,
aiutandosi con un’elaborata messinscena. Per la vista al cantiere di
questi potenziali salvatori dell’affare, egli mise al lavoro tutti i suoi
uomini per ripulire, rassettare e rifinire tutto ciò che potevano, in
modo che quel posto sembrasse il più finito e presentabile possibile.
Per il giorno della visita Berlusconi fece in modo che un nutrito
gruppo di suoi parenti venisse al cantiere, fingendosi clientela
interessata all’acquisto di appartamenti. Il piano sembrava
funzionare quando arrivò «una cugina un po’ scema», secondo le
parole dello stesso Berlusconi, e iniziò a salutare e abbracciare tutti i
parenti. Il volto del dirigente del fondo pensioni si rabbuiò quando
divenne ovvio che era stato raggirato. «Che strano, evidentemente
tutti i vostri clienti non fanno parte di una cerchia molto ampia, visto
che si conoscono tutti». Poi si accese una sigaretta, gettò il pacchetto
nella toilette e disse a Berlusconi: «Caro giovanotto, qui è tutto molto
bello, bucolico ma, vede, ho appena finito le sigarette, quante ore mi
ci vogliono per comprarne un altro pacchetto?»13. La visita, quel
giorno, fu un disastro totale ma Berlusconi si diede da fare per
ribaltare la situazione. Alla fine il fondo di previdenza acquisto un
discreto numero di appartamenti a Brugherio, le banche finanziatrici
concessero nuovi generosi mutui, il mercato immobiliare conobbe
una fase di ripresa. In particolare il costruttore Berlusconi fece tesoro
della lezione del pacchetto di sigarette: era necessario dare appeal
alle zone periferiche, e soprattutto servizi. Così fu anticipata la
realizzazione di alcune strutture utili, come le scuole, il campo giochi,
una manciata di negozi e il mini-market, la cui realizzazione era
prevista soltanto al termine dei lavori. Berlusconi si applicò sulla
commercializzazione dei prodotti, sulla cura dei dettagli, sui rapporti
con i clienti. Non bastava vendere case: bisognava vendere il verde, i
servizi, i negozi, la sicurezza, il divertimento dei bambini, la
signorilità14. «La novità sostanziale stava nel ribaltamento
psicologico imposto da Berlusconi alla mentalità dei suoi clienti. Fino
a quell’epoca, un quartiere periferico sembrava destinato alle fasce
meno abbienti. Lui invece ribattezzò Brugherio con lo slogan: “Un
paradiso per quattromila”. E i proprietari dei suoi mille appartamenti

13
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, pp. 24-25
14
Ibidem, pp. 28-32
finirono per crederci, mentre gli urbanisti scuotevano il capo
increduli»15.

Così il progetto Brugherio fece di Berlusconi un importante


imprenditore immobiliare e gettò le basi per la sua impresa
successiva di maggior respiro, Milano Due. A Segrate, 712.000 metri
quadrati pagati tre miliardi di lire, un progetto residenziale di medio-
alto livello per 10mila persone16. Il volume totale edificato
ammontava a 1.709.000 metri cubi, di cui 1.282.000 per il
residenziale, 142.000 per il direzionale, 285.000 per le attrezzature17.
È interessante notare come colui che più tardi si presenterà come un
“costruttore di città” all’inizio intervenga nell’edilizia non costruendo
assolutamente nulla: compra le aree, ottiene i permessi, fa la
pubblicità e vende, ma il mestiere del muratore lo lascia fare ad altri.
Preferisce delegare questo lavoro ad imprese specializzate. In un
vecchio libro del 1981, gli architetti Alessandro Balducci e Mario
Piazza avevano ricostruito con efficacia gli scenari in cui questa
operazione si collocava: «L’interesse è concentrato tutto sul controllo
e sulla gestione degli investimenti, e i risultati positivi delle due
operazioni (Edilnord e Milano Due) sono riscontrabili proprio sotto
questo punto di vista dal fatto che Berlusconi riesca a realizzare due
interventi partendo da una disponibilità di capitali propri
praticamente nulla. La cura fin nei minimi particolari della
commercializzazione e della pubblicità non è comparabile ad alcun
altro intervento di questo tipo. Tutta l’attività è condizionata al
consolidamento e allo sfruttamento più razionale possibile di
rapporti privilegiati sia con il mondo politico che con il mondo
finanziario»18. Di certo è difficile impelagarsi nella questione dei
finanziamenti che il giovane costruttore andava rastrellando, sul
come li ottenesse, su quali itinerari tortuosi, anche attraverso banche
e società straniere, essi seguissero. La bassa cucina degli affari
immobiliari, d’altronde, era spesso alimentata da scambi di favori,
tangenti, complicità con il potere politico. Prescinderne non doveva
essere facile. Quando il discorso prende questa piega viene in mente
quella scena del Caimano, il film di Nanni Moretti, la valigia che cada
dal soffitto dell’ufficio, miliardi e miliardi di vecchie lire che si

15
Ibidem, pp. 31-32
16
G. Fiori, Il venditore, 2004, p. 36
17
Aa. Vv, Milano 2: una città per vivere, 1976, p. 24
18
A. Balducci, M. Piazza, Dal parco sud al cemento armato, 1981
spandono nell’aria, tutti quei soldi caduti dal cielo, una domanda
ossessiva, «da dove vengono tutti quei soldi?». Ci si ferma lì.

3. Reparto vendite

Le politiche urbane e il “fare città” rispecchiavano le consuetudini


nella gestione della res publica italiana, prodiga di connivenze tra
sistema politico e mondo imprenditoriale. La proliferazione di
convenzioni tra amministratori e proprietari di terreni, per esempio,
era in quegli anni un fenomeno generale nell’area milanese. Lo
schema è sempre quello: il proprietario dei terreni fa qualcosa di
pubblica utilità per il Comune e quelli del Comune gli concedono di
costruire. La “compromissione giuridica” di molte parti della
periferia operata tramite il sistema delle convenzioni aveva, di fatto,
preparato per l’immissione sul mercato fondiario, nel corso degli
anni Sessanta, una riserva di terreni sui quali avrebbero preso forma
alcune tra le più importanti speculazioni del decennio successivo19. Il
passo successivo sarà quello di passare da un sistema di regole
definite dalla pianificazione urbanistica a quella che invece si può
definire una vera e propria “urbanistica contrattata”, frutto di
pressioni e mercanteggiamenti di potere20. Al tempo stesso, gli anni
di Milano Due erano anni di ricomposizione degli attori presenti sul
mercato immobiliare dell’area milanese. Un periodo in cui la
molteplicità e la frammentazione di iniziative e imprenditori che
avevano caratterizzato gli anni del boom lasciava il posto a un
mercato più selettivo, caratterizzato soprattutto da poche operazioni
di grande portata, promosse da alcune tra le maggiori società
immobiliari italiane. Una situazione che mutava i rapporti di forza
tra promotori, istituzioni locali, partiti politici. Fu proprio la
lottizzazione di Milano Due promossa dalla Edilnord berlusconiana a
inaugurare, nell’area milanese, un «modello di urbanizzazione a
larga scala» divenuto in seguito comune. Come annotano Piazza e
Balducci: nel negoziato con Berlusconi «il ruolo dell’amministratore
comune è del tutto subordinato all’operatore immobiliare, in pratica
le condizioni che vengono “imposte” all’Edilnord non intaccano mai
le intenzioni e i progetti della società. I patti convenzionali sono tutti
concentrati sulla realizzazione, a carico della Edilnord, di opere di

19
Ibidem
20
E. Bazzaco, N. Origoni, Mia Milano: quale città, in www.eddyburg.it
urbanizzazione primaria e secondaria. Queste opere sono già tutte
previste nei progetti della società perché sono un elemento che
caratterizza il tipo di intervento»21. Alcune peculiarità sembravano
allora distinguere la Edilnord da altri operatori del mercato edilizio:
un’ampia disponibilità di capitale finanziario, una crescente tendenza
verso la diversificazione delle proprie attività e, almeno a Milano
Due, una concentrazione sulle fasi iniziali (organizzazione,
progettazione) e finali (gestione) dell’operazione, delegando a
imprese esterne la fase della costruzione vera e propria22. In fondo,
Berlusconi ci tiene a non essere confuso con un banale palazzinaro.
«Chi è il palazzinaro?» gli chiedono in un’intervista. E lui: «Uno che
improvvisa il cantiere, costruisce uno stabile, ma non pensa
nemmeno al marciapiede, di cui deve incaricarsi il Comune»23.

Gli architetti che progettano Milano Due sono una piccola squadra di
giovani laureati da poco, alcuni già reduci dall’impresa di Brugherio:
Guido Possa, Enrico Hoffer, Giancarlo Ragazzi e un gruppo di esterni
che di volta in volta li affianca. Nella Edilnord, tra una
trasformazione societaria e l’altra, oltre a Silvio Berlusconi ci sono il
fratello Paolo, il suo compagno di liceo Romano Comincioli, il capo
delle relazioni esterne Vittorio Moccagatta, il giornalista Giorgio
Medail, l’eterno braccio destro Fedele Confalonieri. Berlusconi li
imbarca tutti sull’aereo e li porta a vedere le new town del nord
Europa, in Gran Bretagna, in Olanda, in Svezia24. Grazie a interviste
rilasciate dallo stesso Berlusconi, in una vecchia biografia scritta dal
giornalista Giorgio Ferrari, oppure in un lungo colloquio registrato
nel 2000 da Paolo Guzzanti e pubblicato nove anni dopo in un suo
libro, è possibile ricostruire i passi della nascita di questa “nuova
città” direttamente dalla testimonianza del suo creatore. È lui stesso
a spiegare che «preferivo avere a disposizione degli architetti giovani,
con cui stabilire un rapporto di collaborazione fortemente interattivo,
con cui poter progettare e adattare, discutendo i problemi man mano
che affioravano»25.
Uno dei primi problemi da affrontare fu quello della circolazione
stradale. Berlusconi insisteva per avere una città senza auto, o

21
A. Balducci, M. Piazza, Dal parco sud al cemento armato, 1981
22
Ibidem
23
R. Gervaso, La mosca al naso, 1980
24
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 21
25
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 18
almeno una città in cui auto e pedoni non avrebbero mai dovuto
incrociarsi. Per Milano Due il suo team adottò la soluzione di tre
circuiti del tutto indipendenti per vetture, biciclette e pedoni. «Mi
venne l’idea di trattare il traffico automobilistico alla stregua di un
fiume che scorre, cioè abbassato di qualche metro rispetto al livello
delle abitazioni e attraversato da numerosi ponticelli aventi pendenze
minime, in modo da favorire il transito di pedoni e biciclette. In
questo modo diventava possibile accedere a tutti i servizi senza
incontrare neanche un’automobile. Il sogno di chiunque,
insomma»26. Un’altra questione decisiva fu quella dei servizi. Grande
rilievo venne dato alle scuole e ai loro differenti raggi d’affluenza:
brevi per gli asili, uno per ciascuna delle tre unità di Milano Due; più
estesi per le due scuole elementari e per l’unica scuola media.
Numerosi erano i parchi giochi destinati ai ragazzi secondo le diverse
età. Il progetto prevedeva inoltre un edificio religioso, uno Sporting
Club e una piazza centrale che si affacciava su un piccolo lago
artificiale. «Era necessario vivificare il quartiere. Ricordo che per
vendere i negozi decisi di differenziare le locazioni a seconda delle
potenzialità di quel mercato per il singolo negozio, per cui a certi
negozi ho dovuto cedere anche gratuitamente i locali perché era
importante avere certi negozi, anche se non c’era un livello di vendita
da giustificarli. Avrebbe dovuto esserci anche un grande centro
diversificato per le mostre, ma il Comune non me lo lasciò fare»27. Si
decise che le costruzioni fossero di tre tipi: accanto alle costruzioni
basse a schiera, ospitanti al piano terra sotto i “portici” i negozi, ci
sarebbero state palazzine più alte, con la loro forma ad “elle” e a “c”,
poi ci sarebbero state le “torri” con appartamenti più lussuosi, e
infine altri stabili avrebbero ospitato un hotel, un residence, palazzi
di uffici. «Anche il concetto di personalizzazione dell’appartamento –
precisa Berlusconi – venne ampliato: al cliente volevo dare la
possibilità di collocare le pareti divisorie del suo appartamento e di
scegliere i materiali per i rivestimenti interni»28. L’ambiente fu
progettato valorizzando il verde, inteso come tessuto connettivo
dell’intero quartiere e dell’arredo urbano. «Pensando a Milano Due
realizzavo l’idea della “casa di campagna in città”, di una casa che
offriva molte delle comodità proprie di una città, senza doverne
sopportare il caos, lo smog, la penuria di spazio. Ero convinto che

26
Ibidem, pp. 34-35
27
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, p. 96
28
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 35
Milano Due avrebbe attratto abitanti, prima ancora che per
l’accuratezza delle finiture o per le felici soluzioni date agli
appartamenti, per il fatto che soddisfaceva il desiderio di un diverso
stile di vita»29. Milano Due tuttavia non voleva essere una vera e
propria “città-satellite”, ma piuttosto una “città-figlia” della grande
metropoli, capace di svolgere, a differenza dei quartieri costruiti
secondo i criteri dell’edilizia popolare, un ruolo attivo. Sotto il
progetto di Milano Due stava un’ambizione smisurata. Berlusconi
all’epoca disse: «Superato il concetto del quartiere dormitorio (quello
che serve unicamente al pernottamento senza possibilità di
divertimento, di comunicazione, di relazioni sociali) e del quartiere
ghetto (dove esistono attrezzature capaci di favorire la vita
comunitaria embrionale e il divertimento, ma limitatamente alla
piccola comunità residente con tutti gli inconvenienti relativi, e cioè
vita privata sotto controllo, pettegolezzo eccetera), è stato allora
pensato un quartiere “aperto” che, per la sua particolare
conformazione, consenta ai residenti di conservare la privacy nelle
zone residenziali e di instaurare nei luoghi di incontro,
appositamente concepiti, una osmosi vitale e di rinnovamento
continuo con la grande città; un quartiere cioè che, superdotato per
quanto riguarda le attrezzature commerciali, sportive, ricreative e
culturali, funga da polo d’attrazione nei confronti della città stessa,
dando vita a un flusso di scambi sconosciuto ai quartieri fino ad ora
realizzati. Un quartiere pilota che, profittando di questa prerogativa e
di altre particolari caratteristiche ambientali, possa costituire un
teatro ideale per lo sviluppo armonico della vita sociale, familiare,
individuale»30. Un progetto, dunque, che va al di là della pura e
semplice speculazione immobiliare. C’era «la voglia e l’orgoglio di
inventare una nuova formula urbanistica»31. Ma anche quella di
vendere, conquistare clienti. «Devi conoscere ciò che vendi e devi
soprattutto far capire i vantaggi che può dare a chi lo acquista.
Questo valeva soprattutto quando si dovevano vendere le case: io non
dicevo che bella casa, ma illustravo come sarebbe cambiata la vita di
chi ci fosse andato ad abitare»32. Racconterà in seguito Berlusconi:
«Ho cominciato dall’edilizia perché, finita l’università, ho creduto,
guardandomi in giro e con pochi soldi che avevo in tasca guadagnati

29
Ivi
30
Ibidem, p. 36
31
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, p. 98
32
Ibidem, p. 159
quando ero studente, che quello fosse un settore che poteva dare i
profitti più alti: si costruiva a 100 e si vendeva a 200. Sono entrato
nell’edilizia, ma ho cercato di innovare. Le innovazioni sono state
molte, ne cito una per tutte: quando l’edilizia ha cominciato a
perdere i vantaggi dell’avviamento, anziché costruire case sparse
abbiamo costruito dei quartieri. Così, una volta finita la prima parte
del quartiere, c’era la possibilità di vendere anche tutto il resto,
fornendo tra l’altro dei servizi che esulavano dal concetto ristretto di
“casa”. Ed è in questo modo che abbiamo avuto successo»33.

Dopo le precedenti esperienze, Berlusconi si convince che qualsiasi


operazione imprenditoriale funzionava solo se la si sapeva vendere
bene. Così, nell’autunno 1969, dà avvio ai lavori di Milano Due
pensando prima di tutto ad una “vetrina” per il pubblico.
«Cominciammo con la costruzione della portineria centrale, dei
primi edifici in cui predisporre gli appartamenti campione, di un
campo giochi, di un tratto di strada attraversato da un piccolo ponte,
di un bar e di alcuni altri servizi. Ci tenevo così tanto a questa “zona
vetrina” che decisi di non dare il via alla campagna promozionale fino
a che non fosse stata completata»34. Furono comprate delle paginate
pubblicitarie sul Corriere della sera, usando lo strumento, allora
inedito, della “pubblicità redazionale”, foto e articoli sull’idilliaca vita
del quartiere, scritti con grafica e stile del tutto simili ai normali pezzi
del quotidiano. La risposta degli acquirenti fu, da subito, più che
soddisfacente. «I primi anni ero il venditore principe, per cui ero lì
vendevo io, facevo le trattative io. Stavo nel quartiere tutta la
settimana, mi occupavo personalmente di molte cose, poi seguivo
anche la parte progetti, perché c’erano questi giovani miei amici
architetti che erano bravissimi, ma amletici, assediati dai dubbi, e io
dovevo esserci»35. I prezzi, inizialmente convenienti, salirono subito.
I primi appartamenti venduti nel 1971 costavano 125mila lire al
metro quadro, ma solo due anni dopo si viaggiava sopra le 350mila, e
nel 1981, a costruzione ormai ultimata, arriveranno a 1.800.000. E
ancora di più se si comprava sulle “torri giardino”, fortilizi del lusso
con palestra, piscina, sala giochi e terrazze 36. I tempi di consegna
invece erano piuttosto lunghi (due o tre anni), ma proprio questo

33
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, pp. 36-37
34
Ibidem, p. 37
35
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, p. 116
36
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 21
lasso di tempo consentiva a Berlusconi di finanziare le operazioni. I
primi ad acquistare a Milano Due furono dei clienti che avrebbero
voluto metter su casa a Brugherio ma che si erano trovati di fronte al
tutto esaurito. La domanda per la cittadella in costruzione a Segrate
si fece così sostenuta che l’impresa si mise ad adottare il sistema delle
“ricevute provvisorie”, vincolanti solo per il compratore e non per
l’impresa costruttrice, imponendo anche il rogito prima dell’ingresso
nell’appartamento. «Alla media borghesia bisognava dare l’idea di un
salto di qualità, anche se per noi non comportava nessuna spesa in
più. Per questo ho fatto delle case che vendevo molto prima degli
altri e a un prezzo superiore»37. L’anno del boom fu il 1973:
Berlusconi disponeva di 30 accompagnatori e di 13 venditori. Nel
solo mese di maggio il valore degli appartamenti venduti ammontava
a 7 miliardi, di cui 1 miliardo e 700 milioni raccolto in un solo
weekend38. Per quella tipologia immobiliare, d’altronde, si trattava
quasi di un monopolio. Verso la metà degli anni Settanta si impose
però una nuova crisi del mercato. Allora, per vendere case e uffici la
Edilnord decise di ricorrere nuovamente agli investitori istituzionali
(anche di un certo livello, come la Banca d’Italia, la Ras
Assicurazioni, l’Ente Previdenziale Medici) che nei periodi di
recessione erano gli unici a potersi permettere acquisti. Grazie a
queste cessioni arrivarono a Milano Due molte famiglie affittuarie 39.
Nel 1977 il mercato del frazionato riprese vigore. Furono completati il
Centro Direzionale e la piazza che si affaccia sul laghetto artificiale.
Dopo un tentativo di realizzare un piccolo polo fieristico (fu lanciata
la manifestazione “Milano Vende Moda”), la maggiorparte degli spazi
furono acquistati da grandi aziende per i loro uffici, come la Ibm. I
rendiconti di Milano Due parlavano chiaro: quel milione e
quattrocentomila metri cubi di costruzioni su 713mila metri quadrati
di superficie erano diventati un grande business40. Alla fine del 1979,
quando tutto ormai era pressoché costruito, le abitazioni ancora
disponibili raddoppiarono di valore. Un appartamento a Milano Due
era ormai uno status symbol.
Addirittura si parlò di replicare il modello all’estero. A quanto pare,
Berlusconi cominciò a trattare il progetto di una San Paolo Due in
Brasile e perfino quello di una Teheran Due in Iran, su invito della

37
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, pp. 159-160
38
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, pp. 38-41
39
Ibidem, p. 50
40
Ibidem, pp. 50-51
sorella dello Scià di Persia allora ancora al potere41. Non se ne fece
nulla, ma in compenso si tentò di replicare più vicino. Berlusconi ci
provò con Milano Tre, nel comune di Basiglio, ben più lontana dalla
vera Milano, che però non sarà affatto la fotocopia del precedente
successo. Risente di un mercato che ondeggia, della nuova legge
urbanistica Bucalossi che stabiliva un aumento degli oneri relativi
all’edificazione dei suoli, dei frequenti cicli negativi nel business
dell’immobiliare. Risente anche di un Cavaliere edilizio già
crepuscolare, quello che annoiato dai vecchi giocattoli ormai guarda
altrove, alla tv, ultima frontiera del nuovo42. Uno strumento cresciuto
proprio, inaspettatamente, sotto i portici di Milano Due. Scriverà un
biografo francese, Eugène Saccomano: «Fa lesto i suoi conti. Tre soli
piccoli minuti di pubblicità televisiva valgono il prezzo d’un
appartamento in un complesso residenziale che ci sono voluti anni a
costruire e che ha richiesto investimenti molto costosi»43.

4. Garden cities

Gira e rigira, tra una convenzione e un mutuo, spunta sempre la


visione di quello che la città rappresenta e di come potrebbe
diventare in futuro. Quando istruiva i venditori della Edilnord che
dovevano piazzare appartamenti nella “città dei sogni” di Milano
Due, Berlusconi ripeteva ogni volta le tre regole fondamentali per
conquistare il cliente. Primo: regalare un fiore alle signore, poiché
sono sempre le mogli che decidono gli acquisti e mai i mariti.
Secondo: accendere la tv su TeleMilano, emittente di quartiere,
vantarla come un optional esclusivo che non esiste altrove. Terzo:
schiacciare al momento giusto, con sapienza scenica ed opportuno
effetto sorpresa, il pulsante che alza o abbassa le tapparelle
elettriche44. Non che bastino un telecomando e un alzapersiane
elettrico per farci entrare nel regno suburbano di Utopia, tuttavia è
innegabile come dietro la costruzione ex novo di città o pezzi di città,
esulando dai casi di pura speculazione immobiliare, ci sia un
progetto di organizzazione sociale, una visione della convivenza
umana e dell’evoluzione delle sue forme.

41
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 26
42
Ibidem, pp. 30-34
43
E. Saccomano, Berlusconi: le dossier vérité, 1994, p. 63
44
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1990, p. 38
Abbiamo visto come molti autori, teorici ed empirici, si sono
occupati, in ogni epoca, della città e della sua, diciamo così, “visione
morale”. Mentre nel passato gli studiosi non si erano curati
dell’architettura e dell’estetica del progetto urbano, la crescita delle
maggiori città europee e nordamericane nel XIX secolo fece sorgere
le nuove professioni dell’ingegneria civile e della pianificazione
urbana. Si sa che in passato erano stati fatti molti tentativi di creare
la città perfetta, con pochissimi risultati sul piano pratico. Ma
nell’Ottocento il bisogno forzato di imprimere una pianificazione a
un’espansione delle metropoli che pareva non conoscere sosta
impresse un nuovo impeto alla progettazione urbana utopistica. I
manuali di architettura e sociologia urbana spiegano di due tendenze
concorrenti nella visione utopica della nuova città, entrambe però
concordi sul fatto che, per quanto la moderna metropoli industriale
fosse riuscita a incanalare il commercio e ad organizzare il controllo
politico, lo aveva fatto ad un costo in termini morali, spirituali, etici e
ambientali non più sopportabili45. Nella prima corrente di pensiero
viene incluso quel coro di voci appartenenti all’opinione pubblica
colta che vedeva nel modello di città classico e rinascimentale l’apice
della civiltà moderna, preoccupandosi in particolare dell’impatto che
la rivoluzione industriale poteva avere sulle occupazioni tradizionali
e le comunità locali. Sia i commentatori liberali che quelli
conservatori trovavano che vi fosse qualcosa di negativo nella città
industriale e commerciale, ma ciò che univa queste visioni
“tradizionaliste” o, già all’epoca, “nostalgiche” era la ricerca di quella
che Bruno Zevi chiamava la “città a scala umana”. Si andava così a
invocare, e progettare, un revival delle comunità civiche a bassa
densità, sotto le varie definizioni di new town e garden cities46. La
seconda corrente di pensiero è associata invece alla rivoluzione
estetica e artistica del modernismo, con il suo innamoramento per le
linee minimaliste, pulite e astratte, che doveva diventare la firma
collettiva di una nuova generazione di urbanisti ai quali la città
appariva come un luogo dalle infinite possibilità sperimentali47. Le
Corbusier ne fu il simbolo, attraverso il progetto della “città
funzionale” e con il passaggio dalla scala orizzontale a quella
verticale, espresso in modo particolare nelle unité d’habitation,

45
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, pp. 77-78
46
Ibidem, p. 78
47
Ivi
blocchi di torri geometricamente ordinate che sarebbero poi
diventate emblematiche dei programmi di edilizia popolare che
cominciarono a definire il paesaggio urbano delle città grandi e
piccole di tutto il mondo, a partire dagli anni Cinquanta. D’altronde
fu il suo best-seller Verso un’architettura, pubblicato nel 1923 a
contenere la famosa (o famigerata) affermazione secondo la quale,
come un aereo è una macchina fatta per volare, così «una casa è una
macchina fatta per abitare»48.

Sicuramente ciò che sembra fare al caso nostro è la prima delle due
correnti di pensiero, quella che poi sfocerà nello sviluppo del City
Beautiful Movement, del New Town Movement, del Garden City
Movement. Il suo massimo ispiratore è Ebenezer Howard, un inglese
emigrato negli Stati Uniti a ventuno anni, dove trovò lavoro come
stenografo a Chicago e si appassionò a talune letture di pensatori
spiritualisti alla Withman o utopisti alla Bellamy, e una volta tornato
in Inghilterra divenuto impiegato del tribunale di Londra. di Londra.
Non doveva essere molto indaffarato sul lavoro se nel 1898 trovò il
tempo per illustrare le sue teorie in Tomorrow, a paceful path to
real reform, opuscolo ripubblicato quattro anni dopo col titolo che lo
rese famoso, L’idea delle città giardino. Questo diventò il manifesto
di un nuovo movimento per la pianificazione, la Garden City
Association, che Howard aveva contribuito a fondare e che avrebbe
esercitato un forte influsso sulla pianificazione urbana
contemporanea in tutti i paesi anglosassoni49. Come ogni utopista
che si rispetti, alla base del suo piano c’era una big idea: salvare la
città dal congestionamento e la campagna dall’abbandono. La tesi di
Howard era piuttosto semplice: egli pensava che, tra il risiedere in
città oppure in campagna, ci fosse una terza alternativa «nella quale
tutti i vantaggi della vita cittadina più esuberante e attiva e tutte le
gioie e le bellezze della campagna si ritrovano in una perfetta
combinazione; e la certezza di poter vivere questa vita costituisce la
calamita che darà i risultati per i quali noi tutti stiamo lottando – lo
spontaneo muoversi della popolazione, dalle nostre affollate città
verso il cuore della nostra buona madre terra, fonte, insieme, di vita,
felicità, ricchezza e potere»50. La città giardino da lui immaginata
avrebbe unito i vantaggi della vita urbana ai piaceri della campagna

48
Ibidem, pp. 88-89
49
Ibidem, pp. 79-85
50
E. Howard, L’idea delle città giardino, 1962, p. 5
(uno slogan destinato, insomma, ad avere successo). In un certo
senso Howard – e non è il solo nella storia – non ha fiducia nelle
grandi città, e pensa che queste debbano essere divise in piccole unità
autosufficienti. Per il compianto Bruno Zevi, «come scrittore e
sognatore di nuove comunità, Howard è l’ultimo della lunga schiera
di utopisti del XIX secolo; come statista e realizzatore, è, più che un
profeta, il primo campione dell’urbanistica moderna»51. Non che lui
fosse il tipo autoritario che desiderava «muovere la gente di qua e di
là, come pedine su una scacchiera», ma era convinto che «le città
giardino fossero semplicemente i veicoli di una ricostruzione
progressista della società capitalistica che l’avrebbe resa simile a
un’associazione cooperativa di comunità affini». L’uso della metafora
della calamita voleva proprio mettere l’accento sulla sua convinzione
che, per riuscire ad affermarsi, la città giardino deve vendersi da sé,
deve essere una comunità di elezione invece che obbligatoria52.
L’essenza della città utopistica di Howard è la comunità autonoma
tipica del villaggio feudale, collegata a un limitato sviluppo
industriale e messa in condizione di utilizzare i moderni mezzi di
trasporto per collegare l’uno con l’altro i centri urbani. Caratteristica
importante del progetto è, infatti, che questi “satelliti” fossero
collegati tramite ferrovie a una città centrale, in un insieme urbano
che Howard designava con il termine di “città sociale”. Al fine di
impedire che le città si fondessero l’una con l’altra, vi sarebbe stata,
tra un insediamento e l’altro, una cintura verde di proprietà comune,
formata da «campi, siepi e terreno boschivo»53.

Nel 1902 Howard mise alla prova le sue idee acquistando terreni a
Letchworth, un paesino a circa 35 miglia a nord di Londra e facendo
costruire un prototipo della città giardino. Poiché spesso l’urbanista
ha sentimenti totalitari, la vita nella città fu regolata
minuziosamente. Tutto era organizzato, non solo venne prescritto il
rapporto tra case e giardini, ma si vietò di aprire negozi in locali di
abitazione, si obbligò a cambiare zona agli artigiani che volevano
diventare piccoli industriali, si limitò il numero di professionisti in
ogni quartiere in modo che ognuno potesse avere abbastanza
clientela54. Nonostante tutto, il modello delle garden cities ebbe una

51
B. Zevi, Storia dell’architettura moderna. Dalle origini al 1950, 1961, p. 70
52
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 81
53
Ibidem, p. 82
54
S. Ballinetti, New town, old dream, in “Europa”, 3 aprile 2009
forte influenza sulle politiche urbane di vari governi, specialmente in
Nord Europa e negli Stati Uniti. Soprattutto nell’Inghilterra del
dopoguerra si svilupparono molte new town, che potremmo definire
figlie delle città giardino. Le new town seguono generalmente uno
schema urbanistico definito: al centro si trova un’area
amministrativa-commerciale, circondata interamente da quartieri
residenziali, separati a loro volta da parchi e piccole aree agricole,
caratterizzati da colorate villette a schiera con il tradizionale
giardino55. Così, da un lato le new town sono diventate dei discreti
quartieri residenziali, con gestione e prezzi da classe medio-alta, per
liberi professionisti o manager che lavorano nella vicina metropoli e
non certo per piccoli operai e agricoltori come immaginava
quell’utopista di Howard. Dall’altro verso invece le new town hanno
costituito la premessa per l’isolamento e il degrado di quartieri
periferici destinati a ceti medio-bassi, poveri o immigrati, come
quelle banlieues parigine agitate, agli inizi degli anni Duemila, dai
fuochi di un’esasperata rivolta.

In Italia si ritrovano vecchi esempi ispirate alle città giardino. È il


caso del quartiere Montesacro a Roma, edificato a partire dagli anni
Venti lungo la via Nomentana per opera del governatorato di Roma e
dell’Istituto case popolari. Quella di creare la garden city più grande
d’Europa era un’ambizione dichiarata, ma l’espansionismo edilizio
dei decenni successivi fagocitò tutta la zona. Altro esempio molto
gettonato, sempre a Roma, è la Garbatella. Realizzazione ispirata alle
garden cities, che la grandeur mussoliniana non riuscì a stravolgere
(ma si limitò ad aumentarne la cubatura). Talmente ben disegnato,
da non aver bisogno nemmeno di un semaforo. E ora, ovviamente,
inglobato dal resto della città. Esistono anche esempi più sfortunati.
Uno è Librino, quartiere periferico di 70 mila abitanti a sud ovest
della città di Catania, pensato intorno alla metà degli anni Sessanta
come città satellite modello. Peccato che il progetto, affidato
all’architetto giapponese Kenzo Tange, non produsse l’effetto
sperato. Il risultato – si legge in un documento della direzione
ambientale del comune – è «un’autostrada con le case attorno, in cui
socializzare era complicato. Un progetto inespresso e incompiuto. Un
quartiere che però non ha abbandonato la sua peculiarità rurale e in
cui ancora oggi è possibile vedere mandrie di pecore che brucano

55
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 83
l’erba»56. Negli anni del boom economico per frenare la crescita
incontrollata delle grandi città (Roma, Napoli, Milano, Torino)
vennero proposti faraonici progetti di new town da realizzare anche
in Italia. Si parlò molto della costruzione di due new town, una a
nord e una a sud di Roma, collegate alla capitale tramite due
superstrade, ma poi il progetto cadde nel vuoto57. Allo stesso modo,
negli anni Ottanta, nacque in ambito politico craxiano il progetto di
“MiTo”, presunta new town da insediare tra Milano e Torino, e lo
stesso allora premier Craxi vagheggiava “Mediterranea”, di qua e di
là del Ponte sullo Stretto, pure quello da realizzare58.

La visione di Howard incontrò un terreno fertile negli Stati Uniti,


dove ci si ispirò molto alla garden city. A partire da Levittown, il
famoso grande sobborgo di Filadelfia fatto di casette con giardino,
laghetti e popolazione benestante e preferibilmente bianca. Lo studio
di Herbert Gans del 1967, che passò lì più di un anno della sua vita,
divenne uno dei classici della sociologia urbana (o forse, più
precisamente, suburbana)59. Erano gli anni Sessanta, culla di grandi
fermenti e contestazioni ma pure quelli in cui nacque il modello
dell’American way of life. Gli Stati Uniti si popolarono di una nuova
borghesia, né urbana né rurale: bravi padri di famiglia che ogni sera
tornano dai grattacieli delle metropoli alle villette prefabbricate,
mogli annoiate e premurose, abili tanto nell’allevare marmocchi
quanto nel miscelare vermut e gin, vicini ficcanaso, bambini che
scorazzano tra il vialetto d’ingresso, l’altalena e il prato tosato di
fresco. In cantina, magari, un rifugio antiatomico chiavi in mano,
conseguenza della propagandata minaccia sovietica, spaventapasseri
provvidenziale per l’ordine costituito. «Una diffusa voglia di
conformismo» per usare le parole di Richard Yates, uno dei migliori
scrittori che affondò la penna e i denti in quella realtà60. Sia Gans che
altri studiosi misero in luce quella che si potrebbe definire col
termine di “mentalità suburbana”, che doveva diventare l’autentica
identità popolare dell’America nel dopoguerra e la cui migliore
esemplificazione si trova in un altro famoso studio sociologico, quello
di William White sulla città di Park Forest, nell’Illinois. Park Forest

56
S. Ballinetti, New town, old dream, in “Europa”, 3 aprile 2009
57
Aa. Vv., New Town, in it.wikipedia.org
58
F. Ceccarelli, Il sistema del mattone, in “La Repubblica”, 9 dicembre 2008
59
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 110
60
R. Yates, Undici solitudini, 2009, p. 10
viene presentata come un’enclave della classe media,
sostanzialmente bianca, progettata per persone con poco più di
trent’anni, dove erano le donne, spesso casalinghe, a mantenere le
relazioni sociali, con un melting pot di religioni che però si arresta di
fronte alla possibile ammissione dei neri, dando adito a sentimenti
che si fondavano «non tanto sull’odio razziale quanto sulle paure di
natura economica e sociale». In questo suo studio degli anni
Cinquanta, intitolato How the New Suburbia Socialises, White
arrivava a una conclusione sul rapporto tra carattere e ambiente per
cui sarebbe il luogo a determinare il carattere di chi ci vive. Scriveva:
«Un tempo la gente odiava ammettere che il proprio comportamento
fosse determinato da qualcosa che non fosse la propria libera
volontà; questo però non vale per quelli che vivono nei sobborghi,
che hanno piena consapevolezza del potere pervasivo esercitato su di
loro dall’ambiente. Questo infatti è uno degli argomenti di cui
preferiscono parlare; e con questa crescente curiosità tutta laica
verso la psicologia, la psichiatria e la sociologia, essi discutono della
loro vita sociale usando una terminologia clinica che ci sorprende.
Ma non la vivono con disagio, perché le cose stanno così, sembra che
dicano, e il trucco non è combatterla ma comprenderla» 61. È questa la
vittoria di una città chiusa, una città che non è una città, e che già
pare anticipare le tendenze future delle gated communities, dei
villaggi monoculturali e semiprivati.

L’idea originariamente utopica si rivolte nel suo contrario, nel fortino


assediato. Così gli Stati Uniti diventano, a partire dagli anni Ottanta,
anche la prima patria della gated communities. Letteralmente:
comunità protette da barriere. “Città private” in cui trovano rifugio (è
proprio il caso di dirlo, e infatti vengono chiamate anche “città
fortezza”) cittadini con ottime possibilità economiche, in fuga dalle
città “centrali” a causa della paura del contatto con i criminali ma
anche con i poveri, immigrati o meno. Un fenomeno destinato a una
continua crescita. In queste aree, di fatto sottratte allo spazio e alla
regolamentazione pubblici, ci sono regolamenti interni
estremamente rigidi che arrivano fino ad imporre la tinteggiatura dei
muri, la manutenzione dei prati o a vietare le corde per il bucato o le
aste per le bandiere. In molte community ogni abitante deve chiedere
l’accordo preventivo degli architetti dell’associazione prima di
ridipingere la nuova casa o di piantare alberi in giardino. In genere si

61
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 111
tratta di comunità formate da cittadini sostanzialmente omogenei
per reddito, etnia, cultura, atteggiamenti e attese nei confronti della
vita. Evidentemente non tutto è così semplice come sui depliant
pubblicitari: ci sono dei nemici interni, come la delinquenza
giovanile, e degli agguerriti oppositori esterni che, quando si
ritengono lesi dalla privatizzazione di un bene pubblico (reti stradali,
parchi o servizi pubblici rimasti compresi nelle enclave) fanno causa
e la vincono62. Tutto richiama alle strategie difensive, dalla
militarizzazione dell’architettura degli edifici all’innalzamento di
barriere verso i settori popolati da differenti strati sociali,
dall’introflessione di spazi commerciali e di svago fino alla
trasformazione di abitazioni private in veri castelli fortificati.

Pensare che George Simmel, appena pochi decenni prima, credeva


che gli abitanti giovani delle campagne si calassero nella folla
inebriante della metropoli, con lo scopo di fuggire dal conformismo e
dalla monotonia di quei luoghi. Difficilmente avrebbe sospettato che,
per molti milioni di americani, europei, occidentali, il confort e il
senso di sicurezza forniti dal conformismo e dalla monotonia delle
piccole città sembrassero offrire una prospettiva assai più attraente
rispetto alla pazza folla della metropoli63.

Nel giugno del 1970 il rampante costruttore Berlusconi si portò tutta


la sua banda di giovani architetti e manager in giro per il Nord
Europa, allo scopo di visitare gli hinterland di Londra, Stoccolma,
Copenaghen, e loro famose new town. Il viaggio, a quanto pare, si
rivelò una delusione: le new town straniere erano destinate a ceti
meno abbienti, erano nettamente separate dalla città, avevano una
densità abitativa troppo bassa, la presenza di servizi e negozi era
scarsa. Diverse da quello che avevano in mente. Il viaggio fruttò solo
qualche soluzione di dettaglio, come la disposizione dei vialetti per la
zona vetrina, che si ispirava ad un’ambientazione osservata a
Cambridge. «Mi resi conto – affermò Berlusconi – che Milano Due
era qualcosa di totalmente nuovo. Il che quasi mi faceva paura» 64. Ma
l’ego del creatore di Milano Due non si imbarazzava certo per
paragoni impegnativi. In una delle sue benevole biografie scopro che

62
A. Gazzola, Intorno alla città. Problemi delle periferie in Europa e in Italia, 2008,
p. 54
63
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 112
64
G. Ferrari, Il padrone del diavolo, 1990, p. 39
l’Utopia di Thomas Moore è un libro che spesso Berlusconi
raccontava di regalare agli amici. Di più: lo fece direttamente
pubblicare in Italia, in cinquecento copie numerate e rilegate in oro
dalla sua prima casa editrice, nel 1978, in occasione del quinto
centenario della nascita dello scrittore. «Ancora universitario, avuto
tra le mani il libro di Thomas Moore, mi sono innamorato di Utopia e
ho incominciato a sognare di costruire un giorno una città perfetta
che si chiamasse così». Non lo diceva per scherzo. E difatti
l’intervistatore gli chiede: c’è riuscito? «Non ci sono evidentemente
riuscito, ma progettando nuove unità urbane, sia in Italia che in altri
Paesi, ho tentato sempre di avvicinarmi il più possibile a un modello
di città, un mio modello, senza colate di cemento, senza condomini
ad alveare, senza automobili, che potesse essere, per i suoi abitanti, il
teatro ideale per una vita più serena»65.

5. Milano Due

L’ingresso, venendo da nord, è una piccola rotonda erbosa un po’


spellacchiata, da cui si protendono tre lampioni curvilinei, di colore
rosso, alti una decina di metri. Al centro delle due corsie di ingresso il
cartello “Milano Due”. Sulla destra l’analogo cartello con la scritta
“Milano” barrata di rosso, su cui la manina di qualche tifoso di calcio
deve aver cancellato la vocale finale, così si legge “Milan”, come la
squadra di proprietà del presidente. In realtà non esisterebbe nessun
confine amministrativo, sia di qua che di là è sempre Comune di
Segrate. La prospettiva è un lungo viale in leggera discesa, tra filari di
abeti e condomini rossastri, con ai lati un doppio sentiero
leggermente rialzato, mattoncini e lastre, pedoni da un lato, biciclette
dall’altro, come accuratamente segnalato da un altro cartello.
All’orizzonte si intravedono dei ponti. È questa la strada centrale,
indicata sulle mappe come “Strada di spina Milano Due”, che io
percorro arrivando in autobus e che molti abitanti del posto
transitano in automobile, ribassata di un paio di metri rispetto al
resto del complesso. La rete dei percorsi pedonali e ciclabili non la
attraversa a livello, ma tramite una serie di ponti. La percorribilità
pedonale del quartiere era uno degli aspetti su cui la campagna
promozionale degli anni Settanta insisteva di più, con implicazioni al
tempo stesso ecologiche e di lifestyle. «La rivincita sulle auto»,

65
S. D’Anna, G. Moncalvo, Berlusconi in concert, 1994, p. 112
«Milano Due: operazione aria pulita». La separazione dei percorsi
pedonali e veicolari era ovviamente presentata come una soluzione
rivoluzionaria, profondamente innovativa. Nessuno ci aveva mai
pensato prima: «Milano Due è il primo esempio di città dotata di un
triplice sistema stradale completamente differenziato»66. Quella della
specializzazione funzionale dello spazio stradale era in realtà da
molto tempo un tema non solo ricorrente, ma persino banale del
dibattito urbanistico. Milano Due ne fa un’operazione sistematica e
vagamente spettacolarizzata, come si conviene alla volgarizzazione di
una soluzione che, ormai slegata da alcuna ricerca disciplinare, serve
soprattutto a costruire un’immagine di qualità, una nuance di
apprezzabile decoro67. Ho l’impressione che questa chiave di lettura
sarà una costante nella mia breve osservazione – diciamo etnografica
– di questa cittadella.

Ai lati della strada di spina, a ogni scalinata che la collega coi percorsi
ciclo-pedonali, accurati cartelli segnalano le residenze e i negozi e le
attività sociali che si trovano nei pressi. Ci sono molte panchine,
qualche cabina telefonica, genere ormai diventato vintage per i
progressi della telefonia mobile, ma qui ancora tenuta in perfetto
stato, e poi delle mappe nello stile delle mappe comunali che nelle
grandi città servono a indirizzare il turista disorientato. Ringhiere,
lampioni, pali, cancelli del quartiere sono tutti di un tipico e
compatto colore rosso, marchio cromatico di identificazione del
quartiere, come una silenziosa linea di demarcazione tra ciò che è
dentro e ciò che è fuori. La fluidificazione e soprattutto
canalizzazione dei percorsi per veicoli motorizzati avviene attraverso
rotonde e strade che innervano il quartiere come vene sottopelle, fino
ai garages posti sotto i palazzi residenziali, sotto i complessi di uffici,
sotto i prati da cui capita, all’improvviso, di vedere aprirsi delle
grandi prese d’aria. Un semiotico si soffermerebbe a riflettere sul
fatto che ogni percorso narrativo viene esplicitato, si tratta di un
ipercodifica, come avrebbe detto Eco trent’anni fa, vale a dire la
predisposizione di sceneggiature e di istruzioni per l’uso, in questo
caso relativamente ai luoghi, come del resto si confà a un posto
creato avendo bene in mente valori sia utopici sia pratici. Più
prosaicamente, mi viene in mente un vecchio monologo comico di

66
Aa. Vv, Milano 2: una città per vivere, 1976, p. 44
67
F. De Pieri, P. Scrivano, Milano 2, abitare nel marchio, in “Il Manifesto”, 14 luglio
2001
Beppe Grillo, prima della sua trasformazione in guru della
contestazione politica. Raccontava di una volta che era stato a Milano
Due: «Tutto ordinato, pulito, perfetto… Entri e c’è un laghetto con un
cartello con su scritto “laghetto”, poi trovi un ponticello e c’è scritto
“ponticello”. Poi dici: “Mica mi stanno prendendo per il culo?”, e c’è
un cartello che dice “Si, ti stiamo prendendo per il culo”»68.

Secondo i promotori dell’operazione Milano Due, a beneficiare della


separazione tra i sistemi di circolazione e di mille altri dettagli
strutturali dovevano essere soprattutto i bambini. «Una città per i
bambini», «A scuola da soli», «Il diritto di giocare». Promesse
mantenute, a quanto pare. In un quartiere chiuso, e senza il pericolo
dell’attraversamento stradale, accadeva spesso che i bambini fossero
autorizzati a uscire di casa da soli. Una delle loro mete doveva essere
sicuramente il parco giochi. Lo visito è scopro che molto è cambiato.
Il fortino degli indiani, si dice, è bruciato. Del ranch dei cowboys, del
laghetto, della pompa di benzina non restano più molte tracce. Ho
negli occhi le fotografie, molto animate, pubblicate sul volume
promozionale della Edilnord del 1976. Ora gli stessi luoghi mi
sembrano irriconoscibili. Il fatto è che Milano Due sta invecchiando.
Nel corso della mia visita incontrerò pochi bambini. Forse, per effetto
del suo stesso successo, il quartiere ha conosciuto poco ricambio di
popolazione. Un destino paradossale per un luogo in cui lo spazio dei
bambini costituiva una sorta di surrogato dello spazio pubblico e in
cui asili, scuole, parchi gioco erano forse i veri servizi offerti ai
residenti69. Sulle giostre oggi non c’è nessuno. In compenso, si
presenta ai miei ricordi la trama agghiacciante di un breve racconto
scritto da J. C. Ballard nel 1988, tradotto in italiano col titolo Un
gioco da bambini. Da parte dello scrittore inglese, una delle critiche
più destabilizzanti ai progetti architettonici che vagheggiavano di
utopie urbane. La storia è quella di un elegante e raffinato complesso
residenziale ad ovest di Londra dove, nonostante i dispositivi di
sicurezza, le telecamere, le mura di cinta, viene commessa una
terribile strage. Tutti gli abitanti adulti del residence vengono uccisi.
Nessuno vuole crederci, ma alla fine si scoprirà che gli assassini sono
i figli dei residenti, i quali «si sentivano imprigionati per sempre in

68
B. Grillo, Tutto il Grillo che conta: dodici anni di monologhi, polemiche, censure,
2006, p. 160
69
F. De Pieri, P. Scrivano, Milano 2, abitare nel marchio, in “Il Manifesto”, 14 luglio
2001
un universo perfetto»70. L’omicidio di quei genitori che avevano
realizzato per loro quella utopia residenziale non rappresentava l’atto
di fondazione di una setta o un gesto rituale, ma la semplice
eliminazione dell’ultimo ostacolo da rimuovere per conquistare la
propria identità.

Ovviamente quella di Ballard è solo un’iperbolica metafora e il mio


un pensiero probabilmente fuori luogo. Nulla di sanguinoso o di
efferato è mai accaduto a Milano Due nei suoi oltre trent’anni di
esistenza. Anzi essa mi appare come un mondo in cui la criminalità è
stata sconfitta, non c’è neanche un angolo dove si spaccia droga, la
disoccupazione è una parola sconosciuta, l’inquinamento atmosferico
non è percepito. Impressione chiaramente superficiale. Eppure è
vero che in tutti questi anni di vita e un paio di generazioni la mappa
di questo luogo non ha lasciato fuori – come quasi sempre capita –
buchi, zone grigie, aree marginali che si siano trasformate in luoghi
anomici, ovvero quei luoghi che fatalmente finiscono per aprire le
porte al terribile antisoggetto di tutte le città e i centri residenziali
contemporanei: il degrado, l’insicurezza, infine la paura. La quale,
respinta fuori dalla porta grazie al meccanismo della costruzione di
un mondo perfetto, può sempre rientrare dalla finestra. Niente di
tutto questo, almeno in maniera eclatante, a Milano Due. I bambini
della cittadella berlusconiana sono cresciuti benissimo, a quanto
pare. Uno di questi è Andrea M., 24 anni, con lui ho appuntamento
sulla scalinata davanti lo Sporting Club, autentica istituzione della
vita sociale di quartiere. Andrea vive a Milano 2 da quando aveva due
anni. «Sono nato a Milano, ma siccome mio padre ha sempre rivolto
moltissime attenzioni nei miei confronti, in primis riguardanti il
benessere, per potermi far crescere in un ambiente con aria salubre,
con tanto verde e con poco traffico e pericoli, ci siamo trasferiti qui».
Ancora adesso vive coi genitori, lavora in un’azienda di componenti
elettronici, con il suo stipendio di mille euro al mese sarebbe difficile
trovarsi un appartamento da solo, men che meno a Milano Due.
«Questo è sempre stato un posto esclusivo e riservato, un residence
d’elite… secondo me qui chiunque si troverebbe immerso in un
paradiso, e come puoi ben immaginare in paradiso solitamente ci si
sta da dio». Da piccolo ci stava benissimo, le scuole, le giostre, i
prati, gli amici, le partite di calcetto. Arrivato all’adolescenza, mi
dice, Milano Due invece comincia a stare stretta. «Quando avevo 14,
70
J. G. Ballard, Un gioco da bambini, 2007, p. 60
15 anni, volevo cominciare a spostarmi altrove, per i giri a Milano o
paesi limitrofi, ma a quell’età o hai un motorino per uscire da solo,
oppure devi chiamare un taxi ma costa troppo, altrimenti gli autobus
sono pochi, e alle 23 e 30 finiscono le corse… uscire fuori la sera
diventava difficile». Il fatto è che avere pochi collegamenti coi mezzi
pubblici faceva parte del gioco, era un prezzo da pagare
all’esclusività. «Milano Due è nato per essere e rimanere un
residence esclusivo, e questo significa per poche persone. Per
esempio, esisteva un progetto per prolungare la linea della
metropolitana dal centro fino a Milano Due, ma sono state fatte
proteste e alla fine non è stato realizzato. C’erano dei progetti per
aprire pub, cinema, locali di tendenza, ma sono stati tutti contestati
in quanto sarebbero stati dei mezzi di attrazione delle masse… e
come sai, spesso e volentieri, purtroppo, le masse di turisti, arrivano,
consumano, sporcano e poi se ne tornano a casa, violando la
tranquillità del posto». Andrea non gira più tanto per Milano Due,
ormai la sua vita sociale si è spostata altrove, a Milano città. Gli
chiedo se frequenta lo Sporting Club, che mi sembra ancora un punto
di ritrovo per la comunità. Dice che è vero, mi ha dato appuntamento
qui anche perché è uno dei posti centrali del quartiere, ma lui ha
smesso di frequentarlo. Una retta di 3.000 euro l’anno gli sembrava
esagerata per una palestra. «Ma anche una retta così esageratamente
alta è fatta apposta, affinché non sia una cosa accessibile a tutti». Gli
chiedo se ci sono stati, a suo avviso, dei cambiamenti nel corso degli
anni rispetto alle abitudini di chi vive nel quartiere e al tipo di gente
che ci abita. Se, insomma, Milano Due può ancora vantarsi di essere
quel paradiso di esclusività. «Purtroppo no. Quando ero piccolo,
Milano Due era un posto d’elite, frequentato ed abitato solo da
signori con la esse maiuscola. Gente benestante, raffinata, dai bei
modi, altamente cordiale. Con il passare degli anni, e con l’aumento
del benessere, a Milano Due è venuto ad abitare anche chi prima non
se lo poteva permettere. E soprattutto sono venute ad abitare
moltissime coppie giovani della nuova generazione. Queste nuovi
abitanti non hanno nulla a che vedere con lo spirito originale di
Milano Due. Spesso si tratta di persone molto arroganti, cafone,
altezzose. I classici “macellai arricchiti”, lontani anni luce dai veri
signori di Milano Due che purtroppo stanno via via scomparendo con
il passare degli anni». Non esiste più la Milano Due di una volta,
insomma. Significativo che a dirmelo sia proprio un ex bambino di
Milano Due, un ragazzo cresciuto qui, fiero di questo quartiere
“esclusivo” e, mi pare di capire, anche di chi l’ha creato. «Guarda che
ancora oggi, quando parlo con qualcuno e dico che abito a Milano
Due, loro si tirano giù il cappello».

L’effetto di chiusura comunque funziona. Una volta entrati a Milano


Due non si percepisce il mondo esterno. Gli alberi, molto cresciuti,
conferiscono buona consistenza al trattamento paesaggistico. Le case
sono orientate verso l’interno del quartiere, e raramente verso
l’esterno, verso Milano o la vicina Segrate. In giro poca gente, tranne
nell’area degli uffici, ma le persone che incrocio sembrano avere
un’aria molto più rilassata, perfino sorridente, rispetto agli abitanti
che incrocio nella vicina e caotica Milano. Le strade sono pulite e
silenziose. E sembra quasi di camminare in un plastico (passatemi
l’affermazione anche se è chiaro che nessuno può mai aver
camminato in un plastico). Non incutono timore nemmeno i
sorveglianti che vigilano, per conto del complesso condominiale o
delle aziende private che hanno sede lì, sulla tranquillità del
quartiere. Praticamente una specie di utopia. Mi viene il sospetto che
anche a questo posto possa applicarsi il concetto di città espresso da
Michel Foucault, la chimera della città perfetta che suddivide gli
spazi, affida ad ognuno il suo compito, e ha utopicamente come fine
quello di analizzare e trovare uno spazio, stabilito e disciplinato, per
la persona71. Non è forse questo un caso di eterotopia pianificata,
un’enclave di eccezione che bilancia la parte dominante della città?
Gli edifici di Milano Due non sono stati costruiti né troppo alti, né
destinati esclusivamente a singole famiglie. Ogni edificio è circondato
da una zona verde, destinata a restare tale per tutto l’anno grazie alla
messa a dimora di incongrui alberi sempreverdi di montagna. Gli
edifici stessi sono costruiti con mattoni di un rassicurante colore
marrone, per differenziarli dall’ultramoderno cemento bianco,
associato al fallimento di altri progetti edilizi nella zona di Milano.
Gli edifici non sono propriamente “belli”. Si possono riconoscere
nelle costruzioni alcuni elementi e soluzioni linguistiche prese a
prestito da alcune ricerche architettoniche di punta di quegli anni,
specialmente da quelle che più si erano poste, in area lombarda, il
problema di elaborare soluzioni per una committenza “borghese”. In
parte l’originalità di Milano Due è stata “inventata” come
componente chiave del mito berlusconiano. Ad esempio, il quartiere
di Milano San Felice, anch’esso nella zona di Segrate, fu costruito ed
occupato prima di Milano Due ed è sicuramente da qui che
71
S. Parker, Teoria ed esperienza urbana, 2006, p. 205
Berlusconi e i suoi collaboratori presero alcune idee. Ma in questo
caso tutto si gioca su un piano diverso, che non è più quello
dell’architettura “alta” o della coerenza linguistica dell’oggetto: si
tratta piuttosto di un’edilizia speculativa che incorpora nel progetto
elementi eterogenei ma riconoscibili, già entrati in qualche modo in
un immaginario condiviso72. «I colori sono quelli della città, di
quando la città non era stata mangiata dal fumo delle macchine e
delle ciminiere» scrive Natalia Aspesi sul volume della Edilnord,
poco dopo aver accostato una «Milano 1 per trovarsi al centro di
tutto» a una «Milano 2 per ritrovare se stessi»73.
Un indizio significativo è che mentre le architetture di Milano Due
non erano “firmate”, ma ufficialmente affidata all’ufficio tecnico
Edilnord, la campagna per la vendita degli alloggi giocava in
compenso con forza sulla corporate identity, sulla partecipazione al
progetto di aziende i cui nomi e i cui marchi fossero riconoscibili,
come garanzia di qualità: Max Meyer e Louis de Poortere, B Ticino e
Saint Gobain.

Le residenze in cui è diviso il quartiere hanno un’onomastica


rassicurante, a metà tra lo zodiacale e il paesaggistico, nomi come
Acquario, Andromeda, Archi, Betulle, Cedri, Fontanile, Orione,
Mestieri, Poggio, Ponti, Sassi, Spiga. In totale fanno 28 residenze,
ciascuna con propria portineria. Mi colpisce la perfetta
manutenzione del luogo, nella tenuta dei giardini, nell’ordine di
caseggiati e viali, negli accessori come cestini e segnaletica griffati col
marchio del Biscione e ancora ben conservati. Una caratteristica del
Berlusconi costruttore era proprio quella di non “uscire” dalla
propria città, ma rimanervi come “gestore dei servizi” (attrezzature
sportive, alberghi, etc.). Un paragone che, facendo le dovute tare,
viene in mente è quello con le utopie urbanistiche di ispirazione
totalitarista: il demiurgo costruttore continua a seguire e accudire gli
abitanti della sua comunità per il resto della loro vita. Mai come in
questo caso ciò è stato raggiunto, si potrebbe pensare: il Cavaliere si
inventa costruttore di città, ma anche fornitore di spettacoli per i suoi
abitanti, editore delle riviste e dei libri che possono leggere,
assicuratore per le loro polizze, impresario per le loro televisioni e i
cinema, proprietario della squadra di calcio vincente per cui fare il

72
F. De Pieri, P. Scrivano, Milano 2, abitare nel marchio, in “Il Manifesto”, 14 luglio
2001
73
Aa. Vv, Milano 2: una città per vivere, 1976, pp. 32-33
tifo, infine leader del partito di maggioranza relativa e comandante in
capo del loro (e di tutti gli altri) governo.

Nel parlare con chi abita a Milano Due colpisce la percezione di un


senso di radicamento, sia pure problematico. La strategia di
“creazione di un luogo” e di organizzazione della domanda che era al
centro della campagna promozionale degli anni Settanta alla fine ha
funzionato. Mi perdo nell’intrico di viali, non distinguo più una
residenza dall’altra, una fontana da un posacenere, una persona da
un’insegna. Mi fermo al Centro Civico, un edificio a un piano dove
sono concentrare alcune funzioni pubbliche comunali: la biblioteca, il
ritrovo degli studenti, alcune associazioni. Tra queste c’è
l’Associazione Residenti. Approfitto dell’ora di apertura al pubblico
per chiedere qualche informazione. Non è difficile avvicinare
Pierpaolo C., perché il locale dell’Associazione è vuoto. Essendo alla
vigilia di un ponte festivo si prevedono poche visite. Lo affianco
mentre spolvera scaffali e recupera vecchi documenti. Mi spiega che
l’Associazione Residenti conta solo qualche centinaio di iscritti,
spesso persone anziane o di mezza età. Organizzano attività ludiche e
ricreative ma fanno anche da tramite per lamentele e problemi
rispetto al Comitato di Circondario o allo stesso Comune. Gli chiedo
di lui. È pensionato, lavorava nel settore del marketing aziendale.
Vive a Milano Due dal 1994. Prima ha vissuto molti anni a Roma, per
lavoro. Qui si trova bene, «non cambierei mai», «è come vivere in
campagna». Il fatto che a Milano Due «c’è un turnover di abitanti
inferiore ad altri quartieri» ne sarebbe la dimostrazione. Ciò che è
cambiato negli anni, mi spiega Pierpaolo, è che «Milano Due non fa
paese», molti negozi chiudono, non sa dire con che criterio un
commerciante assennato potrebbe venire ad aprire un negozio da
queste parti, oggi come oggi. Resiste un nutrito panorama di
associazioni e volontariato. «Ci sono molte associazioni. C’è la
parrocchia che organizza anche incontri e concerti, c’è lo Sporting
Club. C’è la maratona della Stramilano2 a primavera, sull’onda della
Stramilano originale, la festa dell’uva in autunno, i mercatini
dell’usato. C’è un discreto campionato di calcio. Poi ogni estate, una
volta l’anno, organizziamo la musica in piazza, chiamiamo quei
gruppi di un tempo, degli anni Sessanta, che piacciono a noi che
abbiamo quell’età». La sicurezza, un tempo prerogativa degli abitanti
del quartiere, comincia ad essere un problema. Osservando i primi
piani delle case è facile notare grate alle finestre e cassettine di
allarmi di ultima generazione. La presenza di un esiguo numero di
sorveglianti (i “verdoni”, così chiamati per la caratteristica divisa
verde) non è riuscita a tenere lontana la paura degli “zingari” e dei
“ladri” neppure a Segrate. Che tipo di reati si verificano a Milano
Due? «Nella maggiorparte dei casi si tratta di furti di automobili, poi
c’è qualche scippo, qualche furto in appartamento. Da un paio d’anni
però si verificano alcuni atti di delinquenza più grossi, risultano dei
furti in appartamento di notte, mentre i proprietari stessi dormivano
in casa, addirittura qualche rapina a mano armata nei negozi». Il
sindaco di Segrate sostiene che i reati commessi nel quartiere, per
numero e per tipologia, siano inferiori a quelli di altre aree. Secondo
Pierpaolo il sindaco tutto sommato ha ragione. È chiaro che i ladri
siano invogliati a venire a rubare nelle case della zona più
benestante. Aggiungiamoci poi che qui ci si sente come abitanti di un
piccolo centro, quindi il vissuto è maggiore, le voci si spargono,
spesso si ingigantiscono. «Occhio, però. Non pensare che Milano Due
sia un ghetto per ricchi. Guarda che anche qui ci sono degli operai,
degli immigrati, forse anche dei poveri».

Scorrendo alcuni dati pubblicati nel dicembre 2008 in un’inchiesta


del settimanale L’Espresso, si scopre che su 6.204 residenti di Milano
Due, si contano 350 dirigenti, 184 imprenditori, 150 ingegneri,
altrettanti medici, 700 ricchi pensionati e un solo eroico muratore. Si
scopre anche che molti starebbero vendendo le loro case per
trasferirsi in zone dove si possono avere gli stessi servizi ma a costi
più contenuti. “Fuga da Milano Due” si intitolava il pezzo, e in effetti
era piuttosto pessimista. A quanto era scritto, le agenzie immobiliari
devono fare i salti mortali per riuscire a piazzare su un mercato
fermo da anni edifici che dopo tre decenni hanno bisogno di
ristrutturazioni e che comunque costano, solo di spese condominiali,
più di 3.000 euro l’anno. Dal 1991 ad oggi, infatti, la popolazione di
Milano Due è calata di 1.048 unità e il fenomeno è in continua
progressione. È pure vero che la popolazione media invecchia e molti
figli lasciano le case dei genitori per andare a vivere altrove. In
difficoltà sono proprio le coppie di giovani, che non possono
permettersi case come quelle dove sono cresciuti e abbandonano il
villaggio dove sono nati. Resistono gli affitti a medio termine,
soprattutto a dirigenti di aziende estere che pagano 750 euro al mese
per un bilocale. «Ma anche gli stranieri sono in calo – si lamentava,
intervistata, la titolare di un’agenzia immobiliare – perché per un
trilocale ormai vecchiotto devono pagare 1700 euro al mese più le
spese. E anche loro hanno capito che è più conveniente spostarsi in
altre zone». L’Espresso puntava il dito anche sull’allarme sicurezza.
Dalla vicina stazione dei carabinieri contano 30 furti in
appartamento all’anno, altrettanti colpi tentati, qualche rapina, 20
scippi e numerosi furti d’auto. Addirittura, massima sirena d’allarme,
le signore si sarebbero organizzate per accompagnare a turno i figli a
scuola, «perché a mandarli soli non si sa mai»74.

Mentre sto per congedarmi dall’Associazione Residenti arriva


Roberto C., signore anziano ma dall’aria battagliera che, per prima
cosa, si tiene a sincerarsi che non sia un giornalista. Non faccio
nemmeno in tempo a citarglielo che mi dice che è ancora infuriato
per quell’articolo dell’Espresso di un anno fa, «Milano Due non è
l’inferno descritto in quel pezzo, chiaramente scritto per ragioni di
attacco politico». Dice che non è per la crisi economica che non c’è
ricambio nel quartiere, è che quelli che vivono qui spesso stanno
bene e non se ne vogliono andare, ma da un paio d’anni stanno
rientrando famiglie giovani e con figli che comprano appartamenti.
Appurate le mie intenzioni di ricerca e non bellicose comincia a
parlare con me. Roberto C. non è un semplice residente, ma un
autentico veterano di Milano Due. Abita qui dal 1972, agente di
commercio in pensione, fa parte anche lui dell’Associazione
Residenti, inoltre è vice presidente del Comitato di Comprensorio. Mi
illustra le funzioni di questo Comitato, che a quanto pare svolge le
funzioni di una specie di proconsolato della cittadella rispetto
all’autorità comunale di Segrate. Mi spiega che esiste un
Amministratore di Comprensorio, una specie di mini-sindaco,
coadiuvato da un comitato di nove persone. Ogni anno si svolge
un’assemblea generale per il rinnovo delle cariche. Inoltre, all’interno
del quartiere, ogni residenza ha il suo custode, più le guardie interne
(12 dipendono dal Comprensorio, altre sono delle aziende private).
«Una specie di autogestione, insomma». I rapporti con il Comune
sono ottimi, «l’attuale sindaco di Segrate, eletto con Forza Italia, è
pure un residente storico di Milano Due». Mi rivela che,
indicativamente, il budget del Comprensorio è così ripartito: 40% per
il verde, 40% per la vigilanza, 20% per le spese generali. Un budget
cospicuo, faccio notare, con quello che costano le spese condominiali.
Risponde che non devo dare retta a tutti quelli che si lamentano delle
spese condominiali troppo alte, a conti fatti si paga il giusto rispetto
ai servizi offerti. Mi pare di intravedere gli eterni scenari da baruffe

74
G. D’Imporzano, 2009 Fuga da Milano Due, in “L’Espresso”, 5 dicembre 2009
condominiali e lotte all’ultimo sangue sui decimi catastali, terreno da
sempre minato. Una volta fu lo stesso Berlusconi a ricordare di
quando nella sua Milano Due fu il legislatore delle spese
condominiali, «quindi un’esperienza in cui mi sono formato proprio
in trincea, sentendo da vicino la signora Maria o il commendatore
Giuseppe che protestavano. Quando uno ha fatto la Bicamerale
sembra ridicolo, però erano problemi»75. Secondo Roberto, il vero
problema di Milano Due oggi sono il traffico e i parcheggi. Ma come,
non era la città senza auto? Il fatto, mi spiega, è che il numero dei
possessori di auto è aumentato. E c’è chi teme anche l’avvio di nuovi
progetti edificatori nei terreni circostanti rimasti vuoti. Allo stesso
tempo bisogna fare i conti con presenze ingombranti, come quella del
mega-ospedale San Raffaele, la casa di cura dove un prete
attivissimo, don Verzè, dice che l'immortalità terrena non sarà
peccato76, nel frattempo macinando sempre nuovi lotti di terreno, e
che pure fu provvidenziale per ottenere, negli anni Settanta e con
buoni agganci politici lo spostamento delle rotte dei fastidiosi aerei in
decollo da Linate77.

La storia di Roberto è la storia di una di quelle circa duemila famiglie


(poche provenienti da Milano, molte da fuori) che nel corso degli
anni Settanta hanno decretato il successo di una delle operazioni
immobiliari più spettacolari dell’hinterland milanese. È la storia della
scelta di andare a vivere in un luogo capace di offrire servizi e qualità
dell’abitare che non sembrava possibile trovare altrove, a Milano e
dintorni. «Nel ‘72 mi sono fidato, quando sono venuto a vedere era
tutto desolato, c’era solo una residenza e un plastico di come sarebbe
dovuto essere tutto. Era una scommessa venire a vivere qui. Ma
dovevo sbrigarmi, le case andavano via velocemente, c’erano liste di
attesa lunghissime. Alla fine ha deciso mia moglie, sì in effetti aveva
ragione Berlusconi con la sua teoria di marketing. A quei tempi c’era
ancora lui in persona che girava per il quartiere, salutava i clienti,
dava ordini. Ho potuto personalizzarmi l’appartamento, scegliere
arredi e disposizione come dicevo io, questa era una cosa che mi
piaceva molto. E, alla fine, devo dire che Milano Due è venuta sù
proprio come stava in quel plastico». Vorrei dirgli che anche a me

75
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, pp. 117-118
76
S. Rossini, Sono il bisturi di Dio. Intervista a don Luigi Verzé, in “L’Espresso”, 30
aprile 2004
77
A. Stille, Citizen Berlusconi, 2006, pp. 40-41
sembrava poco fa di camminare in un plastico, ma invece gli chiedo
se anche lui ha notato dei cambiamenti negli abitanti e nella
comunità di Milano Due, col passare degli anni. Mi dice che quando
arrivò qui con la famiglia erano contenti, perché dava l’impressione
di un paese. Anche negli aspetti potenzialmente negativi: un posto
dove ci si conosce tutti, e tutti credono di sapere tutto di tutti, con gli
immancabili pettegolezzi. Ricorda le prime riunioni di comprensorio
fatte al bar sotto i portici, oppure allo Sporting Club. Anche lui è
preso dalla nostalgia del “pioniere”, dal non riconoscere più quelli
che sono arrivati dopo e abbandonano i “valori fondanti” della
comunità. Anche lui soffre della nostalgia per “la Milano Due di una
volta”, in questo singolarmente accomunato al ragazzo poco più che
ventenne incontrato prima. «Molti altri, specialmente i nuovi arrivati
o quelli più giovani, non fanno vita di quartiere, non sentono la
comunità. Usano il quartiere come un dormitorio. Questa per me è
una cosa preoccupante: quando non ci saranno più questi comitati di
residenti, questi vecchi dirigenti, che fine farà Milano Due? Non c’è
una seconda leva. Molti si lamentano della troppa calma, ma io dico
che anche in città la sera è lo stesso mortorio». Come per tutti i
residenti di vecchia data, anche nella libreria di Roberto campeggia
una copia del volume della Edilnord, Milano 2: una città per vivere.
All’interno ci sono molte fotografie, di qualità diseguale (tra i
fotografi compare anche Paolo Berlusconi). Testi che saccheggiano il
gergo delle relazioni tecniche degli architetti e degli urbanisti.
Occasionalmente, brevi inserti letterari firmati tra gli altri da Gianni
Brera, Natalia Aspesi, Enzo Siciliano, Isa Vercelloni. Evidenzio
l’ironia del destino di molte firme “di sinistra”, sicuramente avverse
al sistema berlusconiano nei decenni successivi, che si sono ritrovate
a tessere l’elogio dell’idea berlusconiana di Suburbia degli anni
Settanta. Non potevano certo immaginare, mi dice, eppure quello che
lui ha fatto era già allora sotto gli occhi di tutti. In bene, si intende. È
irritato da quelli sono accecati dal pregiudizio politico, da quelli che
quando sentono “vivo a Milano Due” subito ti guardano male perché
odiano Berlusconi, come quelli che quando gli dici “sono di Latina”
subito fanno la faccia brutta e pensano a Mussolini.

Una cosa è chiara: Milano Due non era solo un progetto residenziale,
era una dichiarazione culturale. L’ha ben descritta il giornalista
Alexander Stille: «In un’epoca in cui gli squatter occupavano le case
come gesto di affermazione politica e in cui vi era una forte pressione
sociale perché le persone si dissociassero da tutto ciò che era
borghese, Milano Due era un’oasi di lusso e abbondanza
all’americana, un mondo separato rispetto al centro di Milano, dove i
cortei degli studenti di destra e di sinistra si scontravano e si
lanciavano bottiglie molotov per le strade. Milano Due era un luogo
dove un uomo poteva portare un rolex e una donna indossare una
pelliccia senza timore né vergogna. Naturalmente il denaro più
stagionato di Milano viveva ancora nella riservata eleganza dei
palazzi del centro attorno a via Manzoni o nelle vecchie ville fuori
città, ma Milano Due offriva una vita di consumismo esibizionista a
una nuova classe di manager in ascesa, dirigenti di medio e alto
livello, mediatori finanziari e pubblicitari. Nella cultura sinistrorsa
dell’epoca, Milano Due rappresentava una sorta di contro-
controcultura che anticipava la versione italiana del fenomeno
“yuppie” degli anni Ottanta»78.

6. La tv e il Biscione che ti aspetta

Sotto i portici molte vetrine sono vuote da anni, colpa dell’apertura di


alcuni supermercati, colpa dei prezzi più competitivi della vicina
Milano, colpa della crisi e dei portafogli più leggeri, i generi che
resistono maggiormente, a una veloce osservazione, sono
parrucchieri e centri benessere e sportelli bancari. I rari negozi
superstiti, a quanto pare, sono stati ribattezzati Cartier dalle “sciure”
che preferiscono la vicina Esselunga per riempire i carrelli di offerte e
fare la raccolta punti79. Proprio qui, in una di queste vetrine, vide la
luce Telemilano, piccola televisione locale divenuta mano a mano
nazionale. Negli anni Settanta uno dei servizi inclusi nell’acquisto di
una casa a Milano Due era il collegamento a una televisione privata
via cavo. Da principio, si trattò di una decisione di ordine estetico: si
voleva evitare il “pugno nell’occhio” causato dalla vista della selva di
antenne individuali sui tetti dei palazzi. Viene in mente la singolare
concordanza con Pasolini, che pure riservava sprezzanti ironie alla
visione delle antenne sulle case degli italiani. Al tempo della
costruzione del quartiere la televisione privata in Italia non esisteva
ancora, ma non molto tempo dopo questa emittente locale avrebbe
costituito la rampa di lancio per l’ingresso esplosivo di Berlusconi nel
mercato televisivo. All’inizio furono appena 2600 i televisori
78
A. Stille, Citizen Berlusconi, 2006, p. 39
79
G. D’Imporzano, 2009 Fuga da Milano Due, in “L’Espresso”, 5 dicembre 2009
collegati, quelli delle famiglie di Milano Due. Il canale trasmetteva
informazioni sulla vita del quartiere, vecchi documentari, programmi
realizzati per gli studenti delle scuole, rubriche di salute realizzate col
vicino ospedale San Raffaele, trasmissioni indirizzate
prevalentemente a un pubblico casalingo e femminile. Per Berlusconi
offrire un canale tv ai suoi inquilini costituiva un valore aggiunto, un
piacevole optional. Bisognava assecondare e investire sul sentimento
del “vivere bene”, ormai diventato valore di vita a tutti gli effetti. Già
da questo è possibile rintracciare le linee di fondo che guideranno la
sua politica nel futuro. La tv è uno degli attrezzi del vivere bene,
merce tra le merci, oggetto estraneo a qualsiasi processo educativo o
divulgativo80. Racconterà Berlusconi che all’inizio il progetto era
ancora più particolare: «A Milano Due è cominciata la televisione
interna, per mettere in grado le mamme di potere seguire i propri
ragazzi in tutte le situazioni. Da casa, con una televisione a circuito
chiuso, nata appunto con l’intento di fare vedere la piscina, la
palestra, il campo giochi, la scuola, era un servizio in più per una
città modello, avanzata. Milano Due, per intenderci, ha anche il
riscaldamento centralizzato, un’unica centrale garantisce il caldo a
tutto il quartiere».81 Una tv, insomma, più per guardarsi che per
guardare, nel vero senso del termine. Una vita televisiva che tende a
farsi vita quotidiana. E poi anche viceversa, ma qui il discorso si
farebbe più complicato. «Ricordo che la prima annunciatrice era la
mia vicina di casa» mi aveva raccontato Roberto, abitanti del
quartiere fin dai primi tempi. Mi era sembrata, involontariamente,
una metafora perfetta. I programmi televisivi visti come dei
contenitori, e a essere contenuti siamo proprio noi, le nostre vite
materiali e immateriali, le nostre pulsioni e i nostri desideri, consci e
inconsci.

TeleMilano ebbe una partenza in sordina. Berlusconi all’inizio ne


diventa socio di minoranza, per una decina di milioni di lire prende il
25%. Poi rileva tutto a una lira, debiti compresi 82. L’impulso alla
crescita fu dato da un’inaspettata decisione della Corte Costituzionale
nel 1976: la televisione privata era legale, purché rimanesse
nell’ambito locale. In assenza di una legislazione adeguata in

80
V. Susca, Berlusconi il barbaro ovvero il primo tra gli ultimi, in A. Abruzzese, V.
Susca, Tutto è Berlusconi, 2004, p. 59
81
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, pp. 93-94
82
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 38
proposito, fiorirono emittenti in tutta Italia e Berlusconi iniziò a
costruire il suo impero mediatico. La sua strategia, come ha
osservato Giuseppe Fiori nella biografia Il venditore, prevedeva
quattro fasi tattiche connesse l’una all’altra. Prima fase: la pubblicità.
Berlusconi creò speciali squadre di venditori. La sua televisione
riuniva il mezzo, il messaggio e la centralità della vendita. Come ebbe
a dire, «io non vendo spazi, vendo vendite». I profitti dell’azienda
pubblicitaria di Berlusconi, Publitalia, aumentarono di 73 volte tra il
1980 e il 1984. La tv di Berlusconi «capovolse il nostro modo di
guardare la tv. Invece di interpretarla come una serie di programmi
con interruzioni pubblicitarie, Berlusconi considerava la televisione
“libera” e “privata” come un vasto territorio per la pubblicità, uno
straordinario veicolo di comunicazione commerciale»83. Seconda
fase: i programmi, soprattutto giochi a quiz, telenovelas, telefilm
americani e film, che spesso venivano cambiati secondo il volere
degli sponsor. Lo spettacolo aveva la funzione di attrarre
consumatori. Terza fase: le star, che cominciarono a comparire
personalmente negli annunci pubblicitari. Quarta fase: la sede a
Milano (il logo dell’azienda berlusconiana, il famoso Biscione, era un
simbolo di Milano e della casa automobilistica Alfa Romeo), con la
rapida estensione della copertura a tutto il Paese. TeleMilano iniziò a
trasmettere via etere, fuori dalla cittadella originaria di Milano Due,
nel 1978, in seguito all’installazione di un’antenna sul grattacielo
Pirelli84. Nel 1980 prese il nome di Canale 5, primo tassello
dell’impero Fininvest, poi Mediaset, scalando ascolti e fatturati,
modificando il costume degli italiani, le loro abitudini e i loro
consumi, il linguaggio e i loro sogni. Il negozietto sotto i portici di
Milano Due era stato abbandonato da tempo. Berlusconi e il suo
centro operativo milanese furono in grado di battere qualsiasi forma
di concorrenza, per mezzo di una controversa legislazione e di
importanti appoggi politici, come quello del Partito Socialista di
Craxi allora al governo.

La logica vincente, immaginata e realizzata dal momento in cui


Berlusconi si tramuta in costruttore non più di case e città ma di
spettacoli e immaginari, sembra seguire quella logica che Walter
Benjamin indicava come tipica dell’industria culturale. Il passaggio
di ciò che era quantità in qualità. Lo sfruttamento accanito della

83
F. Colombo, Le tra stagioni, in “Problemi dell’informazione” n. 4, 1990, p. 590
84
G. Fiori, Il venditore, 2004, pp. 91-95
voglia del popolo che ora si fa chiamare pubblico di intrattenersi,
divertirsi, comprare. È il primo – decisivo – avvicinamento tra
Berlusconi e l’immaginario collettivo italiano. Il feedback è palpabile,
le sue tv sono amate e seguite. Non sono mosse da istinti pedagogici,
non educano per forza gli spettatori, non ne censurano i desideri più
profondi, non promuovono ideologie di Stato ma di mercato.
Assecondano l’edonismo emergente della società italiana e il
desiderio di spettacolo85. Berlusconi alimenta quindi il proprio
successo economico insinuandosi nei luoghi, costruendoli e
promuovendoli, lì dove la vita sociale si dispiega e prende una forma.
La città di cemento prima, quella elettronica poi. Come ha scritto
Alberto Abruzzese: «Ha edificato il suo impero, speculando
alacremente e abilmente sul mattone e sull’immagine cinetelevisiva.
Sul più tradizionale strumento di costruzione del territorio fisico e
sul più avanzato strumento di comunicazione immateriale di cui si
serve la civiltà di massa. Due modi selvaggi di arricchire. Ma anche
due forme dell’abitare. Dalla centralità della casa alla centralità della
tv: è la storia della Prima Repubblica»86. È la costruzione di un
popolo. Ciò, nonostante risulti chiaro che «l’impero di Sua Emittenza
è fuorilegge», basato sull’aggiramento e la violazione delle regole87.
Allo stesso tempo egli abbatte il tempo delle morigeratezze statali in
favore di un edonismo privato e individualista. Ancora Abruzzese:
«Le emittenti private, con vecchi film o rozze sceneggiate in studio,
oroscopi o persino dibattiti politici, invadono la notte. Il tempo Rai è
vinto. La città di Stato non regge la domanda di evasione. Il cittadino
(anche se nella dimensione di avanguardia di massa) viene
sequestrato al rapporto equilibrato tra tempo di lavoro e tempo
libero. Gli spazi e gli orari tradizionali non bastano più»88.

«Torna a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta»: è


pubblicizzata così la trasformazione di TeleMilano in Canale 5. È
molto più di uno slogan di successo, è lo zeitgeist, lo spirito del
tempo di un’Italia stanca, spaventata dalla vita pubblica e politica,
attratta dal privato, dal ritorno in famiglia, dall’individualismo. I
valori della neotelevisione – privata e soprattutto berlusconiana,

85
V. Susca, Berlusconi il barbaro ovvero il primo tra gli ultimi, in A. Abruzzese, V.
Susca, Tutto è Berlusconi, 2004, pp. 61-62
86
A. Abruzzese, Elogio del tempo nuovo. Perché Berlusconi ha vinto, 1994, p. 50
87
G. Fiori, Il venditore, 2004, p. 105
88
A. Abruzzese, L’intelligenza del mondo, 2001, p. 121
metropolitana e certamente suburbana – erano espressione e
contribuirono a creare gli anni edonisti del secondo boom degli anni
Ottanta. Si tratta del periodo storico in cui l’ascesa dell’economia
dell’immagine coincide con una profonda ristrutturazione del
sistema produttivo. Aumenta la quota economica di terziario e
servizi, vanno in crisi le grandi produzioni industriali, si moltiplicano
le piccole imprese. L’abbandono della politica, il declino dai valori
collettivi, il cosiddetto riflusso nel privato non erano altro che un
riflesso. «I varietà, i telequiz, gli innumerevoli spot pubblicitari, le
fasce orarie sponsorizzate e i telefilm importati sostituivano i vecchi
punti di riferimento in declino: la chiesa, i partiti di sinistra, il
movimento sindacale, i valori di parsimonia e sacrificio»89. Per altri
versi, Carlo Freccero ha osservato: la tv commerciale veniva a dare
un’identità alle periferie, che non trovavano risposta nelle grandi
narrazioni politiche di allora. E ha aggiunto: in una Italia dominata
dall’informazione e dalla politica il pubblico voleva divertirsi. Essere
inizialmente privi di telegiornali era un elemento di forza, non di
debolezza, di quelle televisioni90. Molti dei neoabitanti di Milano Due
furono i protagonisti del boom finanza / pubblicità / moda degli anni
Ottanta, quando Milano si scrollò di dosso la sua fosca immagine di
città industriale. La cittadella di Segrate diventerà sede di molte
aziende del gruppo economico berlusconiano, come Publitalia, e
residenza di molti suoi dipendenti, comprese alcune star delle sue
televisioni. Nel piccolo centro di produzione tv, proprio davanti al
laghetto dei cigni, vengono ancora registrate due trasmissioni
emblematiche del gruppo: il Tg4 di Emilio Fede e il varietà satirico
Striscia la notizia di Antonio Ricci. Passeggiando per il quartiere
inciampo in due ragazzini che tornano da scuola. Indicano col dito lo
studio a vetrata all'angolo della strada e sorridono. Dentro c’è Emilio
Fede e una segretaria che gli spalma del cerone sulla faccia.

In quei luccicanti anni Ottanta Marco B. è un ragazzino adolescente


che staziona davanti gli studi di Canale 5, a Milano Due: ogni giorno
vede entrare e uscire personaggi televisivi ed inizia a fermarli per
conoscerli, affascinato da quel mondo. Oggi è un professionista
34enne, a Milano Due ci lavora con la sua agenzia di management
artistico e organizzazione eventi e ci è anche venuto a vivere,

89
S. Gundle, S. Parker, The New Italian Republic, 1996, cit. in J. Foot, Milano dopo il
miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 122
90
G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, 2009, p. 134
comprandosi un appartamento con la sua fidanzata. Lo incontro nel
suo ufficio, open space da creativo ma non troppo disordinato,
televisore acceso su un programma pomeridiano di Canale 5 dove
l’onorevole Alessandra Mussolini sbatte per terra un giornale e
strepita che lei coi video hard non c’entra niente. Chiedo a Marco da
dove viene questa attrazione per Milano Due. «Da ragazzino vivevo a
Milano città eppure già mi piaceva frequentare questo posto. All’età
di tredici/quattordici anni avevo una comitiva di amici e il nostro
punto di ritrovo era proprio il laghetto dei cigni». Conta molto, mi
sembra, la prospettiva del sogno: il sogno degli anni Ottanta, il sogno
della tv e della carriera, il sogno di un eden sereno e benestante.
«Milano Due è stata davvero di moda per qualche anno, ora si è
normalizzata, in un certo senso già appartiene al passato. Sebbene un
passato ottimamente mantenuto. L’allure borghese, la classe della
Milano da bere degli anni Ottanta, la tv e la pubblicità rampante,
quello era il mondo di riferimento di Milano Due, quel mondo che io
guardavo con desiderio già da ragazzino». Marco dice di aver scelto
di venire a vivere qui perché puoi avere tutto a portata di mano,
perché c’è silenzio e tranquillità, perché se dovesse avere un figlio c’è
un ambiente sicuro in cui farlo crescere. Le stesse caratteristiche per
cui molte persone, soprattutto giovani, odiano Milano Due. C’è
troppa calma, dicono. Io ho vissuto abbastanza nel caos del centro
città, dice Marco, per apprezzare il contrario. Nonostante ciò lui non
sta tutto il tempo dentro Milano Due. «Vado a Milano almeno due
volte al giorno, per appuntamenti e pranzi di lavoro ma anche perché
mi impongo di non farmi rinchiudere qui, di non assuefarmi. È facile
fossilizzarsi qui. Specialmente per chi, come me, ha la casa e il lavoro
a pochi metri di distanza». Mi ripete più volte questo concetto: «Per
me Milano Due è una specie di Truman Show. Vivi una realtà che
non si realizza altrove, è come stare in una bolla». Il problema è che
Milano Due sta invecchiando, aggiunge. A quanto pare c’è una
chiusura, un tappo generazionale anche qui. I prezzi troppo alti delle
case impediscono ai figli della prima generazione, o a quelli che
potrebbero esserlo, di riuscire a venire a vivere in questo quartiere.
Come se non bastassero i prezzi del mercato immobiliare, solo adesso
in leggero calo per la congiuntura economica, ci sono spese
condominiali altissime. Mi rivela che con la sua fidanzata deve
pagare circa 400 euro al mese per un appartamento di 100 metri
quadri. Gli appartamenti poi sono tutti di taglio grande, pensati per
le famiglie di un tempo, con due o tre figli. Poco adatti per un giovane
single o una coppia.
Insomma, è chiaro: «I giovani oggi non hanno accesso a Milano Due.
Loro, i vecchi residenti, lo hanno bloccato». Marco racconta di essere
l’unico giovane nella residenza dove abita. Si lamenta che è difficile
farsi amici in questo quartiere, creare relazioni di vicinato, quando
lui esce di casa la mattina spesso i vicini di palazzo nemmeno lo
salutano. Resiste un certo congenito snobismo, l’idea di appartenere
a una classe superiore, anche solo per il fatto di vivere qui.
«Comunque da Milano Due sono usciti tanti ragazzi, nati e cresciuti
qui, che ora sono in molti punti chiave della classe dirigente
milanese. Io la chiamo la P2 di M2, passami il gioco di parole. In
fondo quella di Milano Due è anche una lobby. Pensa che al piano di
sopra c’era l’appartamento di Dell’Utri. La prima moglie di Paolo
Berlusconi vive ancora qui. Lo stesso presidente, Silvio, possiede una
torre di appartamenti qui, se li tiene per le diverse esigenze. Le veline
di Striscia, nel loro contratto, hanno un appartamento garantito a
Milano Due. Fede lavora qui e vive nella residenza a nord, vicino al
San Raffaele. Ogni tanto capitava di vedere Vianello giocare sul
campetto di calcio, in fondo la famosissima Casa Vianello del telefilm
esiste nella realtà ed è domiciliata qui a Milano Due». È il mondo del
sogno berlusconiano, pazientemente coltivato, butto lì. Si, mi
risponde, ma fondamentalmente è un mondo invecchiato. «Quella
che si trovava negli anni 80 era davvero una Milano rampante,
“Milano da bere” come diceva la pubblicità, e qui si respirava davvero
l’aria di un Truman Show di bella gente. La cosa è scemata. Oggi è un
po’… bho, forse come Lugano». Come dimostrazione dei meccanismi
sociali di Milano Due, si mette a spiegarmi come funziona lo Sporting
Club, quello dove ci sono palestre, piscina, campi da calcio e da
tennis, sauna, sala per giocare a burraco, insomma il vero fulcro del
bon vivre del quartiere. Ovviamente, all’insegna della vera
esclusività. Non basta iscriversi (pagando un abbonamento di circa
1.500 euro l’anno) ma occorre acquistare una quota, come una
società per azioni, e le quote sono limitate e costano 5.000 euro
cadauna. Nel tempo, dice, si è creato un commercio sottobanco di
quote, a prezzi stratosferici, in un sistema un po’ opaco che a me
ricorda quello delle licenze dei tassisti.

Marco mi racconta inoltre delle famiglie che vengono la domenica a


stendere la tovaglia del picnic nel prato di fronte a casa sua, come se
fosse un parco. Una scena che per un attimo mi evoca la ricerca della
felicità, i consumatori che premono sulle mura del quartiere felice,
che cercano l’invasione (ma il quartiere felice, sia chiaro, non
concede permessi di soggiorno a nessuno, come lo Sporting Club).
Milano Due, in fondo, attrae perché è glamour. Il glamour, per dirla
con John Berger, non può esistere senza l’invidia sociale come
emozione comune e diffusa. Lo scrittore inglese ha attirato
l’attenzione su alcuni elementi che servono a farci capire la
sottigliezza di questo album di paesaggi in apparenza così scontato,
così fuori dal tempo, eppure di successo. La società industriale
moderna si è avviata verso la democrazia, scrive, per poi fermarsi a
metà strada. Il glamour – ovvero lo stile, la classe – scaturisce da
questo: «la ricerca della felicità individuale è stata riconosciuta un
diritto universale», tuttavia la nostra situazione è tale che gli
individui si sentono impotenti91. In compenso, tutto ciò che ci
circonda è improntato alla pubblicità. E la pubblicità è il processo di
produzione del glamour. Spiega Berger: «La pubblicità parla di
relazioni sociali, non di oggetti. La sua non è una promessa di
piacere, ma di felicità. Felicità misurata dall’esterno, col metro di
giudizio degli altri. La felicità di essere invidiati è glamour. Essere
invidiati è una forma solitaria di rassicurazione»92. Ma è un sistema
così ben costruito, difficile da decifrare. «La pubblicità è, per sua
natura, nostalgica. Deve vendere il passato al futuro. Da sé non è in
grado di soddisfare gli standard che essa stessa pone. E di
conseguenza tutti i suoi riferimenti alla qualità sono vincolati alla
retrospettiva e al tradizionale. La pubblicità deve volgere a proprio
vantaggio l’educazione dello spettatore-compratore medio.
Riferimenti imprecisi o insignificanti non importa: non devono
essere comprensibili, ma semplicemente rinviare a lezioni culturali
imparate a metà»93. Rileggo le parole chiave: glamour, nostalgia,
pubblicità. Colgo una provvisoria illuminazione: Milano Due come il
Mulino Bianco di quel famoso spot degli anni Ottanta/Novanta con
la famiglia di campagna che fa colazione felice. Idea patinata,
posticcia e però indubbiamente efficace di un “ritorno alla natura”, di
un felice rinchiudersi nei confini del proprio orto, della propria
comunità. Forse Milano Due potrebbe collocarsi in una visione “di
destra”, della media borghesia rampante e poco desiderosa di
contaminazioni, in cerca di una “casa di campagna in città” e dunque
addomesticata, con tutti i confort. E invece il Mulino Bianco in una

91
J. Berger, Questione di sguardi, 2007, pp. 133-150
92
Ibidem, p. 134
93
Ibidem, pp. 141-142
visione “di sinistra”, di quella media borghesia pseudo-colta, disillusa
dalla politica e in cerca di un’isola di introiezione per dimenticare,
magari un casale in campagna o un agriturismo. Diceva ancora
Berger, chiudendo il cerchio, che «la pubblicità trasforma il consumo
in un surrogato di democrazia»94. Mi viene in mente che nel 1993,
alla vigilia dell’entrata in politica di Berlusconi, in allegato al
settimanale satirico Cuore, uscì una musicassetta intitolata Forza
Italia, nella quale, oltre alle canzoni Voglia di Biscione e Ritmo
politico, era presente un pezzo intitolato La vendetta del Mulino
Bianco. Ne riporto una strofa, a mio avviso particolarmente
significativa: «Il mio mulino non è proprio un mulino / sono due
camere al Tiburtino / e al mattino io mi sveglio affranto / altro che
biscotti mi ci vuole un trapianto / apro la finestra, senti che casino /
sirene, grida e squilli di telefonino / le nove del mattino, sono così
stanco / e questo non succede nel Mulino Bianco».

7. L’architetto di fiducia

L’architetto che ha progettato Milano Due vive e lavora ancora lì. Lo


studio Ragazzi and Partners lo trovo sotto i portici della residenza
Archi. Giancarlo Ragazzi, insieme col collega Enrico Hoffer, è il
principale progettista del centro residenziale di Segrate e di tutte le
altre imprese residenziali berlusconiane. È anche quello che per i
mondiali di calcio del ’90 realizzò l’ampliamento dello stadio
milanese di San Siro. L’ho contattato via email e lui si è detto subito
disponibile per un’intervista. Devono essere ancora molti gli studenti
che fanno ricerche o tesi su Milano Due, gli spiego che però io non
provengo da una cattedra di architettura. «Lei quanti anni ha,
ventisei? Vede, io quando ho progettato questa città di diecimila
abitanti aveva appena trent’anni, così come i miei colleghi, così come
lo stesso imprenditore Berlusconi. E abbiamo rischiato molto». Gli
chiedo com’è nata l’idea di Milano Due, negli anni Sessanta. «Noi
partivamo dall’idea secondo cui l’urbanistica del futuro sarebbe stata
un’urbanistica che prevede sul territorio delle città policentriche.
Quello che noi ci siamo detti all’epoca è che a Milano il concetto di
città policentrica era già in nuce, cioè già esisteva, non era da
inventare. Perché il territorio milanese era già molto armato, dal
punto di vista delle infrastrutture, e anche presidiato da una serie di

94
Ibidem, p. 151
poli urbani stratificati nel tempo, già dotati di una loro identità, di un
loro senso di appartenenza. E se io ho una comunità che non ha
senso di appartenenza quella non è una comunità, è un qualche cosa
di fluttuante, in cerca di un’identità». Il punto nodale lo mette subito
in chiaro: in quell’epoca abitare in centro era da privilegiati e
borghesi, abitare in periferia era da classe operaia o da straccioni.
C’era grande fame di abitazioni e di speranze, ma non c’erano vie di
mezzo, almeno nell’immaginario popolare. «Noi abbiamo detto: ma
se rompiamo col cliché di sviluppo, di saturazione degli isolati, nella
griglia urbana tradizionale… evidentemente si poteva fare qualche
cosa che non si poteva realizzare all’interno della città storica, ormai
saturata nelle sue parti, e questo discorso ha portato all’invenzione di
un’alternativa alla griglia urbana fatta di isole». Si mette a disegnare
su un foglio. Mi spiega il reticolato urbano, il modello tradizionale di
strade e isolati, la soluzione del modello a penisola, con i percorsi
pedonali separati, la strada di spina centrale, i ponti di
sovrapposizione, il modello insomma tanto vantato da Milano Due.
Ma da dove arrivava l’ispirazione, c’erano dei modelli architettonici
cui rifarsi? A leggere il libro promozionale della Edilnord si legge di
un pantheon di riferimenti piuttosto eclettico. Si parla dei
Neighbourdhood Unity nelle new town inglesi, delle Superquadra di
Brasilia, delle unità di vicinato francesi e dei Grand Ensembles, e
perfino dei Superblocchi sovietici. Pare di leggere il primo manifesto
dei valori di Forza Italia, che prendeva riferimenti politici a destra e a
manca, da Einaudi a don Sturzo, da Cattaneo a Gioberti, da Craxi a
Reagan. «Innanzitutto sfatiamo questo mito delle new town. Cioè noi
le new town le abbiamo studiate, abbiamo capito che cosa era stata la
loro idea, da Ebenezer Howard a tutti gli altri, siamo andati a
vederle, ma abbiamo pensato che era una battaglia persa in partenza.
Nel senso che queste città non avevano un’anima, un’identità forte, e
quindi avrebbero fatalmente fatto perno di nuovo per le possibilità di
lavoro su Londra, sulla downtown, vanificando praticamente il
discorso di decentramento. Non era quello che faceva per noi. È
maturato così nella nostra testa il concetto che la città madre è
fondamentale. In questo telaio di città policentrica, abbiamo detto,
c’è spazio anche per dei poli minori, che possono fare da filtro per
quelle esigenze che normalmente gravitavano come risposta sul
centro della città madre, provocando naturalmente tutte le
conseguenze non volute di intasamento, di sovraffollamento durante
il periodo diurno, e scarsa risposta in termini di servizi… Perché
questo succedeva: periferie parassitarie che intasavano città senza
più spazi liberi. Tant’è che poi succedeva che la gente non trovava
posto nelle scuole, negli asili nido, nei servizi…». Chiedo se già
all’epoca non ci fosse un fenomeno di fuga dalla città da parte delle
classi borghesi medio-alte, a cui il loro progetto si rivolgeva.
«Assolutamente no. All’epoca venire ad abitare in periferia voleva
dire una caduta di status symbol, non era assolutamente ricercata.
Infatti noi abbiamo rischiato molto con questa proposta di Milano
Due, perché nessuno era intenzionato ad abitare fuori».

O forse l’idea dello status symbol suburbano già c’era, bastava solo
sapere annusare l’aria, saperla cogliere. «In questo Berlusconi è stato
bravissimo. Lui era un giovane imprenditore con una certa
propensione al rischio, cercava qualcosa di diverso, qualcosa che
potesse rappresentare la sua consacrazione. Io lo conobbi proprio
quando lui vendette uno dei suoi primi appartamenti a mio fratello, e
io gli raccontai un po’ di mie idee sulla città… Ecco, si decise di
puntare tutto su segmenti di mercato che mai avrebbero pensato di
abitare fuori città, con delle proposte concentrate su alcuni elementi
chiave: il recupero di spazi ampi, il verde, la sicurezza… il tutto
presentato come una grande, grandissima conquista».
Sull’architettura di Milano Due i commenti dell’epoca non furono
molto generosi. Spulciando vecchie pubblicazioni d’architettura ho
ritrovato opinioni, come quella di Vercelloni, che tracciano un elogio
del quartiere, definendolo come un progetto innovativo e osservando
finanche influenze di Le Corbusier95, oppure mi sono imbattuto in
vari commenti sprezzanti o critiche affilate, come quella di Squarcina
che parla di un quartiere concepito secondo la filosofia
dell’autosegregazione96. Persino un biografo ufficiale di Berlusconi, in
un libro del 1994 per il resto assai benevolo, non si trattiene da
qualche commento dispregiativo e scrive che «di mattina per i vialetti
deserti di Milano Due ci si sente soli, e vien da rimpiangere le voci e i
rumori della metropoli»97. Ricorda Ragazzi: «Lei si immagina nel
1968, nel 1970, cosa era considerato criminale all’epoca. Era
criminale essere un’impresa privata, era criminale lavorare con le
banche, era criminale anche avere un supermercato con gli espropri
proletari che facevano. Ricordo che anche la facoltà di Architettura

95
V. Vercelloni, La storia del paesaggio urbano di Milano, 1988, p. 143
96
A. Schiavi, E. Squarcina, M. Malvasi, Trasformazioni territoriali in contesto
metropolitano. I casi di Settimo Milanese e di Segrate, 1999, p. 192
97
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 22
era allo sbando: i professori non riuscivano a tenere le proprie
lezioni. Alcuni architetti erano arrivati sulla soglia di abbandonare la
professione, perché in una società come la nostra si sentivano al
servizio del capitale, strumentalizzati. Quanto a noi, gli attacchi a
livello locale erano amplificati dai media che ci avevo messo al centro
dell’attenzione. Su Milano Due furono scritte numerose tesi, perlopiù
fortemente critiche. Per non parlare di certi professionisti che
tentavano di cercare eventuali scheletri nell’armadio per affondare la
barca. Svariate commissioni d’inchiesta furono nominate dalle
segreterie dei partiti. Insomma gli attacchi erano così numerosi che
la mattina aprivamo i giornali per vedere cosa si diceva su di noi quel
giorno». Ma col passare del tempo anche questo fu un test per
stabilire che Milano Due non era un quartiere qualsiasi, ma una vera
e propria comunità. «Anche oggi si verificano attacchi della stampa
per motivi pressoché politici. Ebbene, guardi i vari giornali di
quartiere, veda come di fronte a certi attacchi scatta per primi dagli
stessi abitanti la reazione di difesa. Questo vuole dire che qui c’è un
senso di appartenenza consolidato. In molti altri quartieri la gente
rimarrebbe apatica, non gliene fregherebbe niente di una critica sul
giornale».

Berlusconi, mi dice, era fissato con le rifiniture. «Non ho più lavorato


con un committente. Era fissato per il verde, per il tipo di alberi da
impiantare, per le rifiniture nelle case, per il mantenimento della
qualità del tempo. Tutto doveva essere preciso, a posto. Appena un
condominio era terminato, si procedeva a recintarlo con eleganti
palizzate in legno che lo separavano dalle parti ancora in costruzione.
Se nel corso del tempo Milano Due non è stata abbandonata dall’alta
borghesia lo si deve anche al fatto che Berlusconi non ha
abbandonato Milano Due. Ad esempio con la costante opera di
manutenzione che prima era assicurata dalla Edilnord. Operazione
dai costi contenuti ma molto efficace sul piano dell’immagine. Qui se
un rubinetto perdeva, otto anni dopo, era ancora compito nostro
aggiustarlo». C’era dialettica tra committente e architetti? «C’era un
confronto continuo e lui comunque sapeva darci fiducia. Ricordo, per
esempio, la fatica che facemmo per convincere Berlusconi ad
abbandonare le tinte pastello usate nelle precedenti realizzazioni e ad
optare per il rosso mattone e il marrone». Gli chiedo se l’auspicio di
chi ha progettato Milano Due fosse quello di una gated community
all’italiana, una cittadella in teoria autosufficiente, con le scuole, i
servizi, i negozi, insomma un posto da cui un suo abitante potrebbe
non uscire mai. «Ma noi non volevamo questo. Noi volevamo che ci
fosse un rapporto con la città madre, e sarebbe stato anche assurdo
pensare il contrario vista la vicinanza e il potere di attrazione di una
città come Milano Qui noi abbiamo innestato anche un centro
direzionale, un albergo, un centro televisivo, uno spazio congressi,
apposta per favorire uno scambio con l’esterno. Per questo non ci
piacevano le new town inglesi, con le loro cinture verdi di
isolamento».

A distanza di quarant’anni dalla posa della prima pietra, se c’è


qualcosa che a Milano Due funziona è la manutenzione. Ma si sa che
in economia non esistono pasti gratis, e se c’è una cosa di cui quasi
tutti i condomini si lamentano sono le spese troppo alte. Mi viene da
dire a Ragazzi che è facile realizzare l’utopia di Milano Due
perfettamente manutenuta per chi se la può permettere, sarebbe più
difficile forse una Milano Due per ceti medio-bassi, una Milano Due
di case popolari. «Questi sono temi sostanziali. I redattori di una
rivista di architettura svedese un paio di anni fa vennero a
intervistarmi perché volevano sapere come era stata organizzata la
manutenzione di Milano Due. Facevano il confronto con altre new
town come quelle che hanno loro, che sono molto degradate, e
volevano capire cosa c’era di diverso nel nostro discorso. Ed è molto
semplice. Noi partiamo da una situazione che è sotto gli occhi di
tutti: l’ente pubblico non ha mai disponibilità economica per
garantire un livello manutentivo delle parti pubbliche nel territorio.
Per cui noi abbiamo dato il minimo di legge di attrezzature pubbliche
da manutenere, e ci siamo invece accollati privatamente, attraverso il
comprensorio pagato dai condomini, la manutenzione di aree che
sono a destinazione pubblica, come parchi gioco, parcheggi, strade
da asfaltare. Apparentemente qualcuno dice che c’è una valanga di
spese condominiali. Ma non è del tutto vero, se spalmiamo il carico
sui grandi numeri del quartiere e facciamo un raffronto coi servizi
offerti. Qui abbiamo pensato pure a una vigilanza sempre attiva, che
se uno rimane bloccato in ascensore il sabato sera, quando non c’è
nessuno, viene ad aprire». Mi rimane il dubbio su dove vadano tutti
gli abitanti di Milano Due il sabato sera, ma insisto sull’altro punto.
Una Milano Due per i poveri, detto brutalmente, non sarebbe
possibile? «Allora, lei deve sapere che Milano Due ha pressoché un
terzo degli abitanti che sono cosiddetti “poveri”. Al tempo della
costruzione del quartiere fu fatta una promozione di lancio, cosicché
le parti centrali furono vendute a prezzi d’occasione, quasi da case
popolari, e vennero via subito. Il mio appartamento, quarant’anni fa,
costava 30 milioni, e certo adesso si è rivalutato molto. La famiglia di
nostri dirimpettai invece erano operai, lavoravano qui alla Rizzoli, e
sono ancora lì adesso, non hanno abbandonato. Quando poi i figli
crescono è la città madre che diventa il punto di riferimento, ovvio.
Ma senza i contenuti non si può fare qualcosa di attrattivo. Le faccio
un esempio. Quando, tre o quattro anni fa, realizzai un progetto per
un eventuale piano casa di Milano, il primo criterio fu: guai a creare
dei ghetti. Chi può arrivare al massimo a permettersi una casa con un
investimento di 300mila euro deve essere inserito, come nella città
storica, nello stesso edificio, nello stesso contesto. Bisogna mischiare
le varie famiglie, eliminare le ghettizzazioni di ali o quartieri tutti di
case popolari o convenzionate, trovare degli innesti mirati. A un certo
punto, all’epoca, quando eravamo pieni di velleità giovanili,
protestammo per questa cosa. Dicevamo: come mai nella legge 167
per le case popolari c’è la proibizione assoluta per i privati di
realizzare qualsiasi iniziativa? Così si creano ghetti, di poveri o di
ricchi che siano. Ma è vero adesso abbiamo una problematica che
allora non avevano ancora per la testa, cioè quella dell’integrazione
multietnica, e qui la situazione si fa più difficile».

Ragazzi mi fa l’esempio della chiesa del quartiere. «Noi realizzammo


una chiesa pluriconfessionale, ma non è mica partita. Perché ognuno
difende il suo orto, gli islamici la loro moschea, che sta qui vicino a
Segrate e ogni tanto finisce sui giornali, i cattolici la loro chiesa. Si, ci
sono rapporti di collaborazione però noi pensavamo fosse possibile
qualcosa di più. Se lei va nella chiesa di Milano Due vedrà che ci sono
pareti per creare spazi modulabili di preghiera, pluriconfessionali,
d’altronde allora eravamo anche in una situazione di post-concilio
ecumenico che favoriva questo tipo di interpretazione. Però adesso
qualcosa è cambiato, sono un po’ tutti quanti sulla difensiva. Per
esempio prima non appariva il simbolo della croce fuori dalla chiesa,
non a casa la chiesa era dedicata a Dio Padre, non c’erano santi,
proprio per cercare di fare un unico luogo di partecipazione religiosa,
mentre il sacerdote attuale ha insistito per metterla a tutti i costi, e
ben visibile». La croce fuori la chiesa, oltre che simbolo di una
riscossa identitarista, sembra suggerire anche altro: la comunità, una
volta ambientata, imprime il suo segno sul luogo, lo adatta alle sue
esigenze, anche al di là delle intenzioni. «Sicuramente si è creata una
comunità, che ha anche imparato ad autogestirsi, per esempio con il
Comitato di Comprensorio eccetera. Se lei pensa ad alcuni dettagli
che allora erano novità, come la stazione tv via cavo, oppure il
teleriscaldamento centralizzato. Qui vede il concetto di
identificazione del prodotto, cosa su cui noi puntavamo. Guardi
questa mappa dall’alto della nostra zona… qui vede la città che si
sfalda, perde la sua maglia di isolati man mano che va verso l’esterno.
Noi volevamo qualcosa di fortemente identificativo. Il contrario di
certa architettura ideologica dell’epoca. Noi abbiamo fatto l’anti-
Corviale. Cioè la suddivisione in nuclei da 100 famiglie, a loro volta
suddivisi in 3 o 4 edifici che formavano un’identità ambientale di
appartenenza, anche rispetto alle aree circostanti. L’importante è che
ci sia l’identificazione». L’architetto mi racconta che la prima
percezione dell’esistenza di un “mondo esterno” a Milano Due la
hanno gli studenti delle scuole medie del quartiere, comunali e non
private, con l’arrivo di una popolazione studentesca più diversificata.
«Non è un ghetto per ricchi, come molti dicono». La composizione
sociale inevitabilmente è cambiata, molti negozi hanno chiuso, le
giovani famiglie con figli sono diventate coppie di anziani, ma a suo
avviso la situazione demografica si sta riequilibrando. È vero che i
prezzi sono ancora alti, poco accessibili, «evidentemente è ancora un
posto molto ambito». Nella sua attività di politico ha citato più volte
l’esempio di Milano Due: non dimenticatevi che sono stato capace di
costruire dal nulla una città di diecimila abitanti che ancora funziona,
gli abbiamo sentito dire più volte. Nel 2002 fu lo stesso Berlusconi,
da capo di governo, a chiamare l’architetto Ragazzi («il suo architetto
di fiducia» scrissero i giornali) per progettare una piccola cittadella
da costruire a San Giuliano di Puglia, paese distrutto da un
terremoto98. I giornali dell’epoca parlarono di una “San Giuliano
Due”, allo stesso modo in cui etichettarono come “L’Aquila Due” i
progetti di ricostruzione a base di new town lanciati sempre dal
premier Berlusconi dopo il terremoto abruzzese del 2009 99. Si arrivò
perfino a vagheggiare di un piano edilizio a base di una specie di
Milano Due in ogni capoluogo di provincia100. «Eh no, qui non sono
d’accordo» ribatte Ragazzi. «Ci vuole una collocazione nel territorio,
un’interpretazione del contesto. Bisogna sapere come collocarsi in
base alle caratteristiche geografiche e sociali di un sito. Milano Due è

98
R. Bagnoli, L’architetto amico che progettò Milano 2: il premier mi ha chiamato, ci
sto lavorando, in “Corriere della sera”, 4 novembre 2002
99
Aa. Vv., Berlusconi: “Tre mie case per gli sfollati”, in www.corriere.it
100
G. Rondinelli, Riparte il piano case. “Faremo le new town”, in “Il Tempo”, 24
gennaio 2009
molto milanese. Non si può prenderla e portarla così com’è a
L’Aquila o altrove».

Se negli anni Ottanta Milano Due rappresentava l’immagine di una


Milano rampante, del sogno berlusconiano ricco e televisivo, che
immagine ha la Milano Due di oggi? «Un modo di abitare tranquillo,
normale e al tempo stesso eccezionale. Il palcoscenico non è garanzia
di un’opera di qualità, bisogna che la costruiscano gli attori. Però il
palcoscenico conta e qui l’abbiamo realizzato bene. Abbiamo centrato
il prodotto». Come vede Milano Due tra altri trent’anni? «Dipende da
vari fattori. In primis dalla mobilità del lavoro, dall’instabilità che
porta un sistema di mercato del lavoro che si gioca su un territorio
più ampio. Inoltre c’è il problema della sicurezza, che oggi è
percepito con molta più apprensione. Poi sarà molto importante
l’evoluzione del concetto di famiglia. Però bisogna dire che i nostri
appartamenti qui sono modulari, flessibili, possono essere ridisegnati
e nuovamente suddivisi». Dovesse progettarla oggi come la
disegnerebbe? «Sarebbe diverso, anche nel tipo di utenza.
Bisognerebbe capire che cosa sono in grado di dare gli attuali
insediamenti, quelli che portano nella downtown di Milano una
massa enorme di potenziali utenti. Se questa massa enorme non
trova soddisfazione, ritornerebbe d’attualità quello che abbiamo
proposto quarant’anni fa, un modello opposto a quello
superconcentrato…». Mentre ci salutiamo l’architetto Ragazzi insiste
per mostrarmi una cartina del mondo del National Geographic, su
cui con dei grafici a barre altissime è spiegato l’aumento della
popolazione mondiale nelle grandi città, specialmente in Asia, da qui
al 2050. Questa è la mia ossessione mi dice, come se tutto quello di
cui finora avevamo parlato non contasse più, è un fenomeno
inarrestabile, lei ci deve meditare, anche io su questo ci sto sbattendo
la testa.

8. Spot elettorali

Per pranzo vado nel sushi bar appena inaugurato, con visione del
laghetto dei cigni dalla vetrata. Marco, il giovane agente di
comunicazione, mi aveva accennato ai “cinesi di Milano Due”, un
vero business-case di successo: gestiscono ristoranti, comprano case
e locali nel quartiere, fanno ottimi affari. Ora è tutto un via-vai di
signore che si congratulano e personale Publitalia in pausa pranzo. Al
centro della piazza una specie di obelisco, opera dello scultore Filippo
Panseca, celebra il primo decennale della città, con una frase scolpita
alla base: «A perenne ricordo della costruzione di Milano Due, Silvio
Berlusconi pose». Provo a immaginarmi, su quella stessa piazzetta, in
una sera umida dell’estate del 1979, Mike Bongiorno e il Cavalier
Berlusconi, in piedi su una cassetta di legno, che arringano una folla
di pubblicitari e amministratori delegati101. Bongiorno, ingaggiato
con un contratto d’oro, fu la prima star televisiva a lasciare la
televisione di Stato. Colui che aveva lanciato il successo della tv in
Italia, “unificando il Paese più di Garibaldi” disse qualcuno, svolse
ancora un ruolo fondamentale nel passaggio al nuovo sistema,
aderendo entusiasticamente al primato della pubblicità. Anche lui
rimase stregato da Milano Due, come racconterà nella sua biografia.
Lo vide quando era ancora in costruzione e subito nella sua rubrica
sulla Domenica del Corriere scrisse di questo «modernissimo
quartiere» con «architetti lungimiranti» e con la sua «piccola tv via
cavo al servizio della comunità di cittadini»102.

Nei sotterranei poco illuminati del Jolly Hotel c’è ancora, con un
enorme tavolo a ferro di cavallo, la sala Botticelli, dove si tennero le
prime riunioni in gran riserbo sulla nascita di Forza Italia, reclutatori
e agenti Publitalia ogni settimana a rapporto da Marcello Dell’Utri103.
Qui dentro, all’inizio degli anni Novanta, si è studiato e perfezionato
il modo di estrarre da quei sogni degli italiani finora plasmati dalla tv
un elettorato. Da quell’elettorato un partito. Da quel partito un
potere. Da quel potere la sua sopravvivenza. Da quella sopravvivenza
il suo trionfo. Dopo la Città dei Numeri Uno, dopo la Televisione che
vende consumi, ecco che nasce Forza Italia, poi infine Popolo delle
Libertà. Berlusconi entrò ufficialmente in politica agli inizi del 1994,
coi vecchi partiti della Prima Repubblica spazzati via dagli scandali
della corruzione, coi suoi interessi da difendere. “Scese in campo”
con un filmato trasmesso da varie reti televisive in cui prometteva
“un nuovo miracolo italiano”, guidò il suo partito con uno stile
manageriale e manipolò il suo messaggio per adattare e modificare
l’opinione pubblica104. Come hanno scritto Alberto De Bernardi e

101
M. Bongiorno, La versione di Mike, 2007, p. 271
102
Ibidem, p. 258
103
P. Madron, Le gesta del Cavaliere, 1994, p. 213
104
J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 122
Luigi Ganapini, il successo di Berlusconi come uomo politico era
anche il riflesso di una serie di cambiamenti epocali nella società
italiana e di norme culturali «in virtù delle quali il manager-
imprenditore si presenta come modello idealizzato di guida e la
società civile è concepita come un insieme di soggetti atomizzati, non
più divisi da discriminanti di classe e portatori di interessi e valori
conflittuali, ma omogeneizzati dal consumo»105. Nella scalata al
potere politico Berlusconi fece un uso specifico della sua immagine
legata a Milano, e naturalmente anche dei suoi vanti da costruttore di
città ideali. Negli opuscoli elettorali sulla vita del Cavaliere – dallo
stile rigorosamente agiografico, sorprendentemente simili a quelli di
vent’anni addietro delle Edilnord che pubblicizzavano gli
appartamenti di Milano Due – si legge di «un nuovo modo di
concepire la città, il sogno di Berlusconi urbanista». Accanto a una
luminosa foto aerea del quartiere Milano Tre si trova una didascalia
alquanto evocativa: «Qui un tempo c’era una palude». Nel maggio
2009, in una prefazione a una riedizione di questi opuscoli allegati a
Libero, il giornalista Vittorio Feltri, all’epoca direttore di quel
quotidiano, se ne esce con una formula perfetta, che potrebbe essere
ironica se non fosse che è serissima: «Dopo Milano Due, ora la
grande scommessa si chiama Italia Due»106.

Mi sono segnato una definizione di Milano Due opera di Michele


Serra: «Lustra e asettica, funzionale e smemorata, comoda e post-
italiana»107. Che comunque l’operazione Milano Due, intesa non
soltanto come speculazione immobiliare ma come “creazione di un
luogo”, sia riuscita appare evidente. Oggi il quartiere è anche dotato
dei suoi strumenti di comunicazione: da un lato c’è Milano 2 Notizie,
il mensile dell’Associazione Residenti, pieno di informazioni e
lamentele sulla vita concreta delle residenze; dall’altro lato è molto
frequentato, in particolare da giovani, il gruppo web di Facebook su
Milano Due, invece pieno di nostalgici amarcord di quando i bambini
andavano da soli a scuola, le mamme facevano la spesa sotto casa,
ovunque c’erano biciclette a disposizione dei residenti, nel bar dei
Portici era facile incontrare personaggi famosi ecc. In molti si sono in
qualche modo riconosciuti nel quartiere, forse soprattutto grazie al
potente collante costituito da una quasi totale assenza di

105
A. De Bernardi, E. Ganapini, Storia d’Italia 1860-1995, 1996, p 511
106
Aa. VV. Berlusconi tale e quale, 2009
107
M. Serra, L’Amaca, in “La Repubblica”, 5 novembre 2002
differenziazione sociale. Il sindaco di Segrate, Alessandro
Alessandrini, giunta di centrodestra, è anche un residente della
prima ora e, intervistato sul blog della parrocchia, dice di vedere il
futuro, oltre che il presente, di Milano Due assolutamente roseo: «Il
quartiere in questi anni si è saputo preservare in maniera
straordinaria. Il suo bello, però, è che non si è mai chiuso a riccio, ma
è sempre stato aperto alle novità anche grazie alla sua vicinanza a
Milano. Rispetto ai tempi d’oro del fortino qualche cambiamento in
peggio c’è stato. Il traffico, per esempio, è aumentato. Ma sono
aumentati anche i servizi. Soprattutto quelli pubblici. Parlo del
Centro civico e degli spazi ricavati per le associazioni. Oggi, poi,
stiamo assistendo a un ripopolamento che ha portato a un aumento
del numero dei bambini piccoli. In tanti fuggono da Milano e
approdano qui. Come biasimarli! Sapete qual è la caratteristica doc di
Milano due? Che ha mantenuto le fattezze di un paese. Le persone si
conoscono tra di loro, si salutano sulle scale e si incontrano fuori.
Non solo i ragazzi formano compagnie, anche gli adulti e gli anziani,
aiutandosi a vicenda»108. Altrettanto positivo (come potrebbe essere
altrimenti?) è il bilancio del creatore del quartiere, Silvio Berlusconi:
«Credo che Milano Due sia venuta fuori praticamente senza difetti.
Tutta la gente che ha preso appartamenti lì è stata felicissima di
viverli, pochissimi hanno lasciato, pochissimi appartamenti sono in
vendita, il prezzo è sempre stato tale da aver fatto fare un
grandissimo affare a chi ha optato per l’acquisto, i figli sono venuti su
molto bene e si sono allontanati da Milano Due soltanto quando sono
arrivati a un livello di scuola che lì non era presente» 109. Emblematico
un suo discorso del 1989 ai giovani appena usciti da un master nelle
sue aziende, con modalità comunicative che abbiamo imparato a
conoscere: «Quando sono giù di morale, mi metto le mani in tasca e
la mattina vado a passeggiare a Milano 2. Ricordo quante persone
avevo contro: li avevo contro tutti, ma proprio tutti. C’era la
macchina politica e burocratica perfetta per impedire, per proibire,
per ritardare, per ostacolare. C’erano i Pretori comunisti, la
Prefettura, i sindacalisti, i Verdi di allora, la signora Bonomi
Bolchini, i giornali della Rizzoli, quelli degli aerei con le loro rotte di
decollo e di atterraggio e il frastuono dei motori. Nonostante tutto
questo, nonostante l’efficienza di questa macchina che avevo contro,
sono riuscito a costruire una città di diecimila abitanti. È stato

108
A. Ferrari, Milano Due, che futuro?, in www.parrocchiadiopadre.it
109
P. Guzzanti, Guzzanti vs Berlusconi, 2009, p. 89
difficile, ma senza abnegazione non si può fare nulla. Bisogna
mettercela proprio tutta»110.

Non tutti gli abitanti di Milano Due si sono in seguito riconosciuti


nelle scelte politiche di Berlusconi, né si sono tutti sentiti “milanesi
alla seconda”. Ma il ricordo che conservano di Milano Due rimane
spesso positivo: positivo come può essere il vivere in una società
apparentemente priva di contrasti e differenze. Certo, non è un
american-style garden suburb, come ha scritto The Economist. Non
è neppure uno spazio rigidamente chiuso e protetto, una gated
community all’italiana, come tante se ne stanno diffondendo pure nel
nostro Paese in questo inizio di millennio. Come hanno scritto De
Pieri e Scrivano in un’inchiesta sul Manifesto, ciò che differenzia
Milano Due, che rende questo luogo a suo modo paradigmatico, è il
salto di scala dell’intera operazione, non soltanto quella edilizia e
immobiliare. Milano Due è il simbolo di una strategia di
comunicazione in cui le scelte architettoniche e progettuali risultano
soltanto la parte di un tutto e i cui tempi sono enormemente
dilatati111. Lasciandomi alle spalle Milano Due mi ripeto che è
importante capire attraverso quali strade il potere, politico ed
economico, tenta di costruire oggi le sue forme di legittimazione, di
appiattire e sopire i possibili contrasti sociali e ideologici.

9. Lo Strapaese al governo

Se la metropoli è stata il medium principale, nonché la metafora più


efficace dell’esperienza moderna, e se la televisione ne ha rilanciato
la potenza comunicativa nella fase tardo-moderna, allora la new town
berlusconiana dove si colloca? Sicuramente sulla stessa linea
dell’urbanistica anti-urbana all’italiana, lungo lo stesso sentiero su
cui abbiamo trovato i borghi littori del Duce e le lucciole scomparse
di Pasolini, il canto della via Gluck di Celentano e l’ideologia
pubblicitaria del Mulino Bianco. A ogni tappa, però sempre alzando
la posta. Fino ad arrivare lì dove i processi di smaterializzazione e
mediatizzazione del territorio a opera dello sviluppo tecnologico si
sono spinti a lacerare ogni trama della modernità. Là dove a “fare
110
S. D’Anna, G. Moncalvo, Berlusconi in concert, 1994, p. 316
111
F. De Pieri, P. Scrivano, Milano 2, abitare nel marchio, in “Il Manifesto”, 14 luglio
2001
società” non è più né il cittadino né il telespettatore ma il
consumatore individuale. Come abbiamo visto, Berlusconi col suo
sogno di Suburbia coglie i passaggi dell’immaginario collettivo
italiano, insinuandosi nei luoghi, nei territori. Il passaggio dalla
centralità della casa alla centralità della tv, dalla città di mattoni alla
città elettronica (sebbene ancora pre-internet). Poi il passaggio dalla
città di Stato alla città privata, dalla città sociale alla città individuale.
La tv aveva iniziato già da anni a splendere nei reticoli abitativi delle
città, dei paesi e delle prime periferie urbane d’Italia, l’altro
passaggio decisivo, quello dalla socializzazione della piazza alla
socializzazione offerta dalla tv era già avvenuto. Sebbene a costo di
uno scontro tra interessi corporativi, capitali culturali ma anche
generazioni. Come scrive Vincenzo Susca «le culture della piazza –
che sono anche quelle del libro e dei conflitti fisici, dell’autorità e del
popolo, della religione e dell’arte – non hanno mai cessato di
resistere alle culture dei media»112. Le mura delle città e delle case si
fanno limiti valicabili attraverso i viaggi concessi dalle nuove dimore
mediatiche. In fondo, le origini della televisione, prima dei colori,
prima del bianco e nero, erano già inscritte nella storia della
metropoli ottocentesca, dei suoi linguaggi, del suo “vissuto”. Basta
citare Simmel: «La base psicologica su cui si erge il tipo delle
individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che
è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni
esteriori e interiori»113. Difatti, nella seconda metà del Novecento, lo
schermo televisivo si salda direttamente all’immaginario collettivo
nel momento in cui si apre allo «spettacolo del consumo»114. Come
avevano fatto le Grandi Esposizioni Universali nell’Ottocento, la
televisione mette in vetrina costumi, merci e sogni collettivi, consente
all’uomo qualunque di sapere tutto di tutti, di vivere «oltre il senso
del luogo»115. Così, nell’eterno Strapaese italiano, si può
ragionevolmente arrivare ad affermare che «la vera esperienza
metropolitana, in Italia, l’immaginario collettivo la consuma e
produce attraverso la televisione»116. In tutto ciò serviva qualcuno che
112
V. Susca, Berlusconi il barbaro ovvero il primo tra gli ultimi, in A. Abruzzese, V.
Susca, Tutto è Berlusconi, 2004, p. 33
113
G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, 2001, p. 36
114
M. Morcellini, Lo spettacolo del consumo. Televisione e cultura di massa nella
legittimazione sociale, 1986
115
J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul
comportamento sociale, 1995
116
A. Abruzzese, L’intelligenza del mondo, 2001, p. 226
facesse saltare le vecchie serrature. Per questo Berlusconi, emerso tra
strati sociali resi già omogenei dalla sensibilità televisiva, è apparso –
già parecchio tempo prima della sua formale entrata in politica – un
“liberatore” per alcuni e un “invasore” per altri. Anche perché «ha
fatto da catalizzatore di una socializzazione incompiuta, di un
processo di modernizzazione che in Italia non ha reso possibile il
trapasso da una società pre-televisiva a una società televisiva»117.

Cosa c’è quindi di urbano nella televisione e nella cultura di massa


che presumibilmente ha veicolato? La questione è complicata.
Naturalmente la cultura di massa è sempre stata in un certo senso
moderna, e le città italiane hanno man mano costituito dei centri
naturali di industrializzazione, consumo e modernità. Tuttavia il
mosaico urbano e il mutevole panorama cittadino non si riflettevano
nelle prime emissioni televisive, nel castigato bianco e nero della
prima Rai di Stato, che invece si limitava a programmi educativi,
rappresentazioni teatrali, telequiz girati negli studi o in provincia.
Quella provincia che – territorialmente, e non solo – costituiva (e
costituisce) buona parte del Paese. L’elemento “urbano” che stiamo
cercando era un’entità molto più effimera, più ideologica che
concreta, più mitica che reale. I “tipici valori urbani” menzionati da
John Foot rispecchiavano il cambiamento di ideali introdotto dal
boom economico del secondo dopoguerra, ma in modo appena
percettibile. Legando lo sviluppo dei media a quello della formazione
delle “comunità immaginate” nazionali. Più tardi la tv privata, la tv di
Berlusconi, è stata “americana” in un modo molto più evidente di
prima. In un crogiolo di eccessi urbani, glamour e consumismo, fece
della “modernità” una virtù118. Una modernità, però, sempre ancora a
valori e decori tradizionali, a rassicuranti ancoraggi paesani, come
l’ossimoro delle “case di campagna in città” di Milano Due ci insegna.
Una convivenza tutta italiana di ipermodernità e nostalgia.

Così non si può sottovalutare Milano Due, ennesima incarnazione,


perfino gradevole e riuscita, dello Strapaese italiano, pure nella sua
versione americaneggiante. Forse, come ha scritto recentemente
L’Unità, «bisognerebbe scomodare il Gran Lombardo, la Brianza
trascolorata del Maradogal – provincia sudamericana creata, tra
barocco e grottesco, dalla penna dell’ingegner Carlo Emilio Gadda –

117
Ibidem, p. 34
118
J. Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, 2001, p. 126
per comprendere il successo di Milano Due. Sopra le villette,
l’aspirazione alla tranquillità, sotto “l’orrido garbuglio”, i pasticci, la
solitudine dell’hidalgo-ingegnere Putibutirro»119. Assistiamo, per
dirla con Silverstone, alla «suburbanizzazione della sfera pubblica»,
una dimensione che mette in gioco molto ambiti: la sfera politica, la
sfera collettiva, i mezzi di comunicazione, lo stile di vita. L’ambiente
del suburbio «mette in luce la qualità peculiare della cultura
moderna negando la tradizionale differenza tra natura e cultura,
fondendole». E la televisione, sempre lei, si adatta perfettamente alla
realtà suburbana. Fino alla politica: «la politica nei sobborghi, e dei
sobborghi, è ancora prevalentemente una politica casalinga di
interessi privati, conformismo ed esclusione condotta all’interno di
strutture politiche che sono, in genere, scarsamente riconosciute e
tantomeno contestate»120. Non a caso il successo edilizio di Milano
Due non è centrato tanto sullo scenario metropolitano bensì su
quello suburbano. Ha ragione il sociologo Aldo Bonomi quando dice
che l’anima di Berlusconi, ora che è diventato leader dello
schieramento politico di centrodestra e capo del governo, va ricercata
in quella “città infinita” del Settentrione, rappresentata dal territorio
lombardo e oltre, dove il modello è il capannone, la casa con giardino
e garage e l’immancabile nanetto di Biancaneve. «Basta aver
percorso l’autostrada Torino-Trieste per capire i punti di riferimento
dei nuovi soggetti. Il paesaggio è dato dai capannoni attorniati da
villette con i nanetti nel giardino e la Bmw nel garage sotto casa.
Questo è il modello. Il vero simbolo del berlusconismo non è la
televisione, ma è il capannone e la villetta con i nanetti nel giardino.
Ecco l’anima profonda del berlusconismo»121. Come sosteneva
Tommaso Labranca in un suo volumetto di qualche anno fa
sull’estetica del pecoreccio italiano, «non possiamo non dirci
brianzoli»122, perché la Brianza è prima di tutto un luogo dell’anima,
ebbene, forse parte di questa «comunità immaginaria brianzola» si è
formata grazie (anche) a Berlusconi e al suo “corpo elettronico”,
tradizionale e moderno al tempo stesso123.

119
J. Bufalini, Decoro borghese ossessione milanese, in “L’Unità”, 17 settembre 2009
120
R. Silverstone, Televisione e vita quotidiana, 2000, pp. 90-134
121
A. Bonomi, Il chiunque e la moltitudine, in A. Abruzzese, V. Susca, Tutto è
Berlusconi, 2004, p. 247
122
T. Labranca, Estasi del pecoreccio, 1995
123
F. Boni, Il superleader. Fenomenologia mediatica di Silvio Berlusconi, 2008, pp.
43-45
«Agli architetti italiani dell’epoca non piaceva – ha spiegato,
intervistato dall’Unità, Fulvio Irace, storico dell’architettura al
Politecnico di Milano – quell’idea neoconservatrice di anti-città. I
laghetti, la chiesa, il centro sportivo, la selezione forte dei gruppi
sociali e non la condivisione che si crea in un quartiere urbano». È
l’ideale del sobborgo americano dove il capofamiglia la sera si rifugia
e, chiudendo la porta, si lascia alle spalle lo stress, il traffico, ma
anche la vitalità, i rumori, le attività del mondo urbano. E trova la
moglie ad aspettarlo, con i bambini stanchi ma felici. L’idea di
Milano Due e Milano Tre è esattamente la stessa, secondo Irace,
«solo che Berlusconi la interpreta a un livello più popolare, ma
progettata da buoni architetti»124. Un’incarnazione, tra tante, del
sogno borghese. Ma pure un’espressione azzeccata della mutazione
dei tempi, della capacità di sentire l’aria che tira. Quando alcuni
ricercatori dell’università di Los Angeles iniziarono nell’anno 1968 ad
intervistare le matricole, gli studenti indicarono l’«acquisire una
filosofia di vita» come la priorità numero uno della propria
istruzione, mentre «ottenere un buon posto di lavoro e fare soldi» si
trova sul fondo della classifica. Nei venticinque anni seguenti quei
valori furono letteralmente invertiti: «fare soldi» schizzò in vetta e
«acquisire una filosofia di vita» sprofondò negli abissi della
classifica. Inoltre i ricercatori furono sorpresi dalla scoperta di una
forte correlazione tra la quantità di televisione che gli studenti
guardavano e l’espressione di priorità materialistiche125.

Un errore da evitare nell’avvicinarsi a Milano Due è quello di


considerare Silvio Berlusconi e il quartiere da lui costruito come due
sinonimi. Una trappola in cui cade sia la letteratura di segno
beatificante, come certi opuscoli elettorali o biografie accomodanti,
sia la letteratura di segno decisamente opposto, che riduce il tutto a
una «scandalosa speculazione finanziaria» di un «palazzinaro
coperto da prestanome e coi capitali di anonime finanziarie
svizzere»126. La questione è più banale e più complicata al tempo
stesso.

124
J. Bufalini, Decoro borghese ossessione milanese, in “L’Unità”, 17 settembre 2009
125
A. Stille, Citizen Berlusconi, 2006, p. 406
126
G. Ruggeri, M. Guarino, Berlusconi. Inchiesta sul signor Tv, 1994
Certamente c’è qualcosa che richiama l’ideologia politica del
berlusconismo, ma anche del leghismo degli ultimi anni.
Innanzitutto il non vergognarsi più del proprio decoro borghese, il
non dissimulare più quel sentimento di diffidenza che fa alzare gli
steccati. Riemerge così la dicotomia tra fuori e dentro, tra amici e
nemici. Come nel discorso politico: da una parte si propone
l’immagine di una società omogenea, coesa, sostanzialmente
pacificata, dove non esistono conflitti né di classe né di interessi, con
una sfera pubblico-sociale anestetizzata; dall’altro lato si propaganda
una visione della politica come combattimento contro estranei o
nemici, come energia che emana da un popolo in rapporto diretto col
suo leader, senza intrusioni di poteri terzi127. Ma non basta.
Certamente c’è il collegamento complesso con la retorica anti-urbana
e le creazioni di città e borghi nel ventennio fascista, in un contesto
del tutto diverso ma con la simile ambizione di voler assecondare la
propaganda e plasmare nuovi soggetti sociali attraverso la creazione
di un territorio. Volendo azzardare un parallelo: lì uno Stato che si fa
Impresa, qui un’Impresa che si fa Stato. Forse riassumibile
nell’opinione che «a differenza di Mussolini, Berlusconi non ha mai
preteso di trasformare gli italiani, lui ha aderito agli italiani, e
aderendo a noi ci ha cambiati più di quanto abbia potuto
l’indottrinamento del regime»128. Ma ancora non basta. Certamente
c’è il cerchio del pensiero antiurbano che sempre avvolge l’Italia,
l’idea di base di un ritorno alla cultura campagnola e contadina, il
rilancio del genius loci, insomma lo Strapaese riveduto e corretto
che, paradossalmente, unisce l’estetica berlusconiana di Milano Due
con la retorica di regime dei borghi dell’Agro Pontino, con il padano
premoderno Celentano cresciuto nella via Gluck, con l’abuso del
ruralismo populista e decadente di Pasolini. È tanto, ma non
abbastanza. Perché alla fine anche Milano Due è un pezzo di città,
che riflette solo in parte le logiche di chi l’ha promossa e finisce per
portare le tracce di una stratificazione complessa di culture,
aspirazioni, vissuti.

127
C. Galli, Volontà di potenza, in “La Repubblica”, 17 ottobre 2009
128
A. Cazzullo, L’Italia de noantri, 2009, p. 124