Sei sulla pagina 1di 2

L'ispirazione alla

realtà

Il giorno della civetta è il romanzo più famoso di Leonardo Sciascia, scrittore


siciliano tra i più importanti della seconda metà del Novecento. Il romanzo racconta la
storia di alcuni omicidi commessi dalla mafia e della lotta del comandante dei
Carabinieri Bellodi per scoprire la verità ed arrestare i colpevoli. Nel 1968 il
regista Damiano Damiani ha tratto un film da questo romanzo.    Per stessa ammissione
di Sciascia, sappiamo che lo spunto per il romanzo Il giorno della civetta venne allo
scrittore da un episodio reale di cronaca: l’omicidio del sindacalista Accursio
Miraglia per mano della mafia, avvenuto a Sciacca nel 1947. L’ispirazione a fatti reali e di
cronaca è un elemento tipico della scrittura di Sciascia. 
Il giorno della civetta esce per la prima volta nel 1960 sulla rivista «Mondo Nuovo»
e l’anno successivo viene pubblicato in volume dalla casa editrice Einaudi.  Molto curioso è
il titolo del romanzo, a causa di quel riferimento alla civetta. Esso è tratto da un passo
dell’Enrico VI di Shakespeare: «come la civetta / quando di giorno compare».
Spiega Sciascia che il riferimento è al fatto che la mafia una volta agiva in segreto,
era un animale notturno come la civetta, mentre oggi ha raggiunto ormai un potere
talmente grande da poter agire alla luce del giorno: da qui il titolo Il giorno della
civetta.  

Il romanzo Il giorno della civetta si apre con un omicidio: mentre sta per salire su
un autobus pieno di persone viene ucciso Salvatore Colasberna, piccolo imprenditore
locale che possiede un’impresa edile. Di fronte al cadavere, le persone sull’autobus
spariscono velocemente, mentre l’autista e il bigliettaio si mostrano reticenti alle
domande dei carabinieri. Il capitano Bellodi, proveniente da Parma, ha l’incarico di
svolgere l’indagine, ma si sconta con l’omertà. Cerca di rompere il silenzio e l’indifferenza
della gente, ma con pochi risultati. Il commissario Bellodi interroga i soci di Colasberna e,
nonostante la reticenza di questi, riesce a capire che l’omicidio è legato al fatto che
Colasberna con la sua impresa edile non si fosse adattato al sistema di potere della
mafia.   Nel frattempo al commissariato si presenta anche una donna, che denuncia la
scomparsa del marito, Paolo Nicolosi, e riferisce a Bellodi il nome del probabile
assassino del marito: Diego Marchica detto Zicchinetta. Nicolosi sarebbe stato ucciso
da Zicchinetta perché aveva visto lo stesso Zicchinetta sparare a Colasberna. Zicchinetta è
già conosciuto dai carabinieri, che lo considerano un sicario, ma che non hanno mai
potuto arrestare per insufficienza di prove. 

Intanto, con uno spostamento della scena a Roma, assistiamo alla conversazione tra
due politici, uno dei quali si lamenta dell’indagine che Bellodi sta portando avanti,
rendendo chiaro che gli omicidi su cui il capitano sta investigando sono di natura
mafiosa e che la politica non ha interesse nel trovare il colpevole e anzi preferirebbe che
il caso venisse insabbiato.   Bellodi nel frattempo interroga anche Calogero Dibella,
soprannominato Parrinieddu, legato alla mafia, al quale riesce a carpire il nome di
un possibile mandante degli omicidi di Nicolosi e Colasberna, che sarebbe un
certo Rosario Pizzucco. Parrinieddu viene però ucciso a sua volta. Bellodi fa allora
arrestare Pizzucco e il boss della mafia Mariano Arena, ma non riesce a mettere insieme
prove sufficienti ad incastrarli ed è costretto a rilasciarli. Nei giorni successivi alcuni
giornali fanno emergere la notizia di legami tra Mariano Arena e vari esponenti
della politica, tra cui un ministro. Bellodi, scoraggiato, prende una licenza di un mese e
torna a Parma, dove poco dopo viene a sapere che tutto il suo lavoro è stato distrutto da
un alibi, sicuramente falso, trovato per Zinnichetta. In questo modo, scagionato l’autore
materiale dei delitti, cadono anche le accuse verso i supposti mandanti, i mafiosi Pizzucco e
Arena. Viene infatti negato il carattere mafioso degli omicidi, dal momento che per
l’assassinio di Nicolosi è accusato l’amante della moglie. 
Nelle ultime pagine del libro il capitano Bellodi, nonostante la delusione, esprime la
volontà di tornare in Sicilia e continuare a combattere contro i mali di quella terra. 

All’apparenza Il giorno della civetta si presenta come unromanzo giallo: ci sono


un omicidio e una sparizione da risolvere e un capitano dei carabinieri che, tra vari
ostacoli, cerca di scoprire la verità e risolvere il caso. Tuttavia Il giorno della
civetta non è solo un romanzo giallo, ma è anche e soprattutto un romanzo di
denuncia. Sciascia attraverso questo romanzo si schiera infatti contro:   il clima
di violenza e intimidazione creato dalla mafia in Sicilia;

• l’omertà dei siciliani, che attraverso il loro silenzio permettono e favoriscono


il potere della mafia;
• i politici che spesso sono complici dellamafia, coprendo i crimini dei mafiosi
per trarne vantaggi personali. Contro il sistema mafioso e l’omertà si schiera
il capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta e simbolo di tutti
quegli uomini (tra cui troviamo forze dell’ordine, magistrati e giornalisti) che nel
corso degli anni combatteranno la mafia, spesso mettendo in gioco e perdendo
le loro stesse vite. 
Il romanzo di Sciascia assume inoltre un’importanza particolare se pensiamo al
periodo in cui è stato scritto. Dobbiamo infatti tener conto del fatto che, se oggi la
mafia è un problema conosciuto e combattuto, non era così all’inizio degli anni
Sessanta, quando anzi nemmeno il governo ammetteva l’esistenza della mafia e
poche o nessuna azione veniva compiuta contro questo fenomeno. Con Il giorno
della  civetta per la prima volta un’opera letteraria affronta questo tema,
denunciando apertamente la mafia e svelando i meccanismi di
questa organizzazione criminale e le complicità che la rendono possibile. Attraverso
questo romanzo per la prima volta tutti gli italiani sono messi davanti
allo strapotere della mafia in Sicilia. Per questo suo carattere di denuncia Il
giorno della civetta può anche essere definito come
un romanzo impegnato.