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SIGNORE GES, INSEGNACI A PREGARE!

UNO dei discepoli chiede a Ges che


insegni a pregare (Vangelo). La
colletta prega cos: Rivelaci, o
Padre, il mistero della preghiera
filiale di Cristo. C' una preghiera
che dobbiamo imparare, che ci
consegnata come dono, che ci
trasforma all'interno. Da soli non ne
siamo capaci, Ges ce la insegna:
preghiera fiduciosa e perseverante di
figli di Dio a lui affezionati, che lo
riconoscono e lo invocano Padre,
preghiera per diventare pi figli, che
diviene invocazione allo Spirito
Santo. Sono passi da compiere per
imparare da Ges il senso e
l'orientamento del nostro pregare: la
ricerca di lui piuttosto che delle cose
che ci possono stare a cuore, della
sua volont, del suo amore. Il "Padre
nostro" non pu ridursi ad una
formula, deve diventare spirito e vita.
Alla scuola di Ges scopriamo il mistero della preghiera. Dio ascolta la
supplica di Mos (I Lettura), perch risponde alla sua volont che
perdono e salvezza. La fiducia nel mistero della preghiera ci fa crescere
nell'esperienza del suo amore e ci risuscita per la fede nella potenza
di Dio.

Parola: Gen 18,20-32; Sal 137,1-3.6-8; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

FARSI PROSSIMO DI TUTTI


LA Legge e i comandamenti di Dio
formavano una siepe a protezione
della vita. Non si trattava di una sfida
alla fragilit umana, ma di
suggerimenti per il bene del popolo
di Israele (I Lettura). Ges per
chiarire chi fosse il "prossimo"
secondo la Legge. Le idee, allora
circolanti, definivano prossimo solo
chi apparteneva al popolo di Israele.
Ges offrir l'autentica
interpretazione della norma
attraverso una parabola, giocando
sul fatto che tra giudei e samaritani
c'erano delle discordie.
Egli rivela che il prossimo non ha
appartenenze di popolo o di razza.
Essere prossimi dipende dalla
disposizione del cuore ad avvicinarsi
a chi nel bisogno, quindi anche un
Samaritano o uno straniero degno di essere amato come se stessi
(Vangelo). Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di
lui (II Lettura), e quando Ges venne nel mondo, port a compimento
le antiche leggi. Con il suo sangue sulla croce e il perdono ai
crocifissori, Egli rivela che Dio si fa prossimo a tutti gli uomini.

Dt 30,10-14; Sal 18,8-11; Col 1,15-20; Lc


10,25-37

IL DOVERE DI ANNUNCIARE IL
VANGELO
I settantadue discepoli, che Ges invia
in ogni citt e luogo dove egli stava
per recarsi, richiamano la
missionariet di tutta la Chiesa, non
solo di alcuni suoi membri. L'odierna
liturgia ci invita a prenderne
coscienza. Il profeta Isaia (I Lettura)
rianima la speranza degli Ebrei, tornati
in patria dall'esilio di Babilonia e ora in
pianto per la delusione di vedere la
nazione devastata e Gerusalemme
distrutta: l'amore e l'interessamento di
Dio alla loro sorte non sono venuti
meno. Gerusalemme e tutta la nazione
gioiranno per l'intervento
dell'Onnipotente.
A conclusione della lettera ai Glati (II
Lettura), san Paolo afferma che l'unica
garanzia di salvezza la croce di
Cristo per la quale siamo stati
riconciliati con Dio. Il Vangelo indica gli impegni che il missionario deve
assumersi quando decide di spendersi per l'evangelizzazione:
anzitutto, la preghiera perseverante perch non vengano mai a
mancare buoni operai per la messe, poi l'annuncio sereno e gioioso
della Parola, infine la fiducia nell'iniziativa dello Spirito Santo che opera
efficacemente anche nella povert dei mezzi.

Parola: Is 66,10-14c; Sal 65,1-7.16.20; Gal


6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

RADICALIT NEL SEGUIRE


CRISTO UNA RICHIESTA ANCHE
PER NOI
SEGUIMI. Il comando, rivolto da
Ges a uno dei suoi uditori, oggi lo
fa sentire anche a ciascusno di noi.
Percepiamo l'urgenza della
chiamata, ma le nostre resistenze
sono ancora tante e ben radicate.
Due scene di vocazione occupano la
prima e la terza lettura di questa
domenica.
Il profeta Elia (I Lettura) si sceglie
Eliseo che sar il continuatore della
sua missione. Una chiamata precisa
e inderogabile, evidenziata dal
mantello che Elia getta sulle spalle
del suo discepolo, e che lo spinge ad
abbandonare tutto per rispondervi.
San Paolo (II Lettura) ci dice che il
vero discepolo un uomo libero
dalla schiavit del peccato. Docile
allo Spirito, pu aprirsi all'amore di
Dio e del prossimo. Le tre vocazioni del racconto lucano (Vangelo)
sottolineano una differenza sostanziale con la vocazione di Eliseo. Il
discepolo invitato da Ges, che sta attuando la sua vocazione
messianica salendo a Gerusalemme dove si compir il suo destino
ultimo, a seguirlo sulla via della croce con prontezza impegnando
senza riserve l'intera sua vita.

Parola: 1Re 19,16b.19-21; Sal 15,1-2.5.711; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Il FIGLIO DELL'UOMO DEVE SOFFRIRE MOLTO


LA Liturgia odierna ci esorta a
contemplare la missione salvifica di
Ges con gli occhi di Dio. Altrimenti
sar quasi impossibile seguire il
Maestro che cammina verso
Gerusalemme per un destino di
sofferenza e di morte.
Nel Vangelo Ges sta pregando in
un luogo solitario e i discepoli,
ignari della situazione, stanno con
lui. Ges chiede l'opinione della
gente su di lui, ma soprattutto
vuole esplorare la loro fede.
Risponde Pietro indicando in lui "il
Cristo di Dio". Ma forse la risposta
incompleta, non precisa il vero
volto del Figlio di Dio. Ecco perch
Ges impone il silenzio, e prosegue:
seguirmi significa percorrere con
me la "via dolorosa", quella del
"soffrire molto". Ma ecco che la liturgia ci apre alla speranza. Dopo la
desolazione del peccato, Israele, raggiunto dalla grazia, si convertir e
ritorner a Dio (I Lettura).
Paolo ricorda che nel battesimo siamo stati inseriti in Cristo, siamo
quindi eredi delle promesse divine fatte alla discendenza di Abramo
(II Lettura). necessario per rinnegare se stessi, perdere la vita con
Cristo per riaverla con lui nella sua risurrezione.

Parola: Zc 12,10-11; 13,1; Sal 62,2-6.8-9; Gal 3,26-29; Lc 9,1824