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La Solennità della SS.

Trinità
E. Bianchi

[Questa è la] domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. In verità la Trinità di Dio è
confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il
bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né
dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque
l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro
Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo. Qualcuno può essere stupito
che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto
solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo.
In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del
Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il
mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo
Spirito santo del Padre e del Figlio. La Triunità di Dio non è una formula cristallizzata e
non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: il Padre, il Figlio e lo Spirito
santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una
comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci
di “dire il mistero, la rivelazione”, del nostro Dio. Ma soffermiamoci sul brano
evangelico.
Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un
“maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con
Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad
accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù
risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga,
sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo.
Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una
meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali
e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha
cercato di crederle e di viverle. Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da
dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”.
Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque
crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e
si spiegano a vicenda. Affinché ogni uomo possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e
mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per ogni uomo, per
tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio si è manifestato in un atto
preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della
nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato
sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento
tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo
unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”.
Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza
pentimento. Dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare
uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così
condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è
accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che
sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto
in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del
dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto
come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e
“molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso,
dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Questo dono folle di Dio al
mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che
l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.
Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque
può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per
sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Certamente troviamo qui
espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se
Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome
dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini
di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti
ad altri tempi o ad altre culture.
Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di
Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero vissuto,
pur con tutti i limiti umani, la vita di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il
suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha
avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione
con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui
vita eterna.
Catechismo della Chiesa Cattolica 253-263

253 La trinità è una. Noi non confessiamo tre dei, ma un Dio solo in tre persone:
"La Trinità consustanziale" Le persone divine non si dividono l'unica divinità, ma
ciascuna di esse è Dio tutto intero: "Il Padre è tutto ciò che è il figlio, il Figlio è
tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, ciò un
unico Dio quanto alla natura".

254 Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. "Dio è unico ma non
solitario". "Padre", "Figlio" e "Spirito Santo" non sono semplicemente nomi che
indicano modalità dell'Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro:
"il figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o
il Figlio". Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: "È il Padre che
genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede". L'Unità divina è
Trina.

255 Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle
Persone divine tra loro, poiché non divide l'unità divina, risiede esclusivamente
nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre... Infatti "tutto è una
cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione".

258 Tutta l'Economia divina è l'opera comune delle tre Persone divine: Infatti la
Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima
operazione. "Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della
creazione, ma un solo principio" Tuttavia, ogni persona divina compie
l'operazione comune secondo la sua personale proprietà.

In sintesi

261 Il Mistero della Santissima Trinità è il Mistero centrale della fede e della
vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre,
Figlio e Spirito Santo.
262 L'Incarnazione del Figlio di Fio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio
è consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio.

263 La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio e
che il Figlio manda "dal Padre", rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio.
"Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato".
ANGELUS
Papa Francesco, domenica 27 maggio 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!


Oggi, domenica dopo Pentecoste, celebriamo la festa della Santissima Trinità. Una
festa per contemplare e lodare il mistero del Dio di Gesù Cristo, che è Uno nella
comunione di tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Per celebrare con
stupore sempre nuovo Dio-Amore, che ci offre gratuitamente la sua vita e ci chiede di
diffonderla nel mondo.
Le Letture bibliche di oggi ci fanno capire come Dio non voglia tanto rivelarci che Lui
esiste, quanto piuttosto che è il “Dio con noi”, vicino a noi, che ci ama, che cammina
con noi, è interessato alla nostra storia personale e si prende cura di ognuno, a partire
dai più piccoli e bisognosi. Egli «è Dio lassù nei cieli» ma anche «quaggiù sulla terra»
(cfr Dt 4,39). Pertanto, noi non crediamo in una entità lontana, no! In un’entità
indifferente, no! Ma, al contrario, nell’Amore che ha creato l’universo e ha generato un
popolo, si è fatto carne, è morto e risorto per noi, e come Spirito Santo tutto trasforma
e porta a pienezza.
San Paolo (cfr Rm 8,14-17), che in prima persona ha sperimentato questa
trasformazione operata da Dio-Amore, ci comunica il suo desiderio di essere chiamato
Padre, anzi “Papà” - Dio è “Papà nostro” -, con la totale confidenza di un bimbo che si
abbandona nelle braccia di chi gli ha dato la vita. Lo Spirito Santo – ricorda ancora
l’Apostolo – agendo in noi fa sì che Gesù Cristo non si riduca a un personaggio del
passato, no, ma che lo sentiamo vicino, nostro contemporaneo, e sperimentiamo la
gioia di essere figli amati da Dio. Infine, nel Vangelo, il Signore risorto promette di
restare con noi per sempre. E proprio grazie a questa sua presenza e alla forza del suo
Spirito possiamo realizzare con serenità la missione che Egli ci affida. Qual è la
missione? Annunciare e testimoniare a tutti il suo Vangelo e così dilatare la comunione
con Lui e la gioia che ne deriva. Dio, camminando con noi, ci riempie di gioia e la gioia
è un po’ il primo linguaggio del cristiano.
Dunque, la festa della Santissima Trinità ci fa contemplare il mistero di Dio che
incessantemente crea, redime e santifica, sempre con amore e per amore, e ad ogni
creatura che lo accoglie dona di riflettere un raggio della sua bellezza, bontà e verità.
Egli da sempre ha scelto di camminare con l’umanità e forma un popolo che sia
benedizione per tutte le nazioni e per ogni persona, nessuna esclusa. Il cristiano non è
una persona isolata, appartiene ad un popolo: questo popolo che forma Dio. Non si
può essere cristiano senza tale appartenenza e comunione. Noi siamo popolo: il popolo
di Dio. La Vergine Maria ci aiuti a compiere con gioia la missione di testimoniare al
mondo, assetato di amore, che il senso della vita è proprio l’amore infinito, l’amore
concreto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
ANGELUS
Papa Benedetto XVI, domenica 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle!


Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste
tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella
del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica
prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di
queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero
mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il
Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in
verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto
l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino
all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.
Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù.
Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità
di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito,
eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto
muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un
solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo
amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è
piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo
possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i
pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle
elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della
Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in
relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore.
Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente
con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è
mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del
“nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su
tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è
fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si
dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene –
viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad
immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in
relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla
biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda
della Trinità, di Dio-Amore.
La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha
accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei
l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e
l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti
Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.
AGOSTINO E IL MISTERO DELLA TRINITA'
Antonella Sanicanti

http://www.cassiciaco.it/navigazione/iconografia/tematiche/trinita/03_trinita.html

C'è un misterioso processo che avviene in Dio. Il Vangelo ci dice che Gesù di Nazareth era il
Figlio di Dio. Ma che cosa significa? Che cosa vuol dire che Cristo e il Padre sono uno solo?
L'interezza del messaggio cristiano sta proprio in questa unità, che si realizza sulla croce,
grazie alla morte di Gesù, in quanto uomo. A questo proposito l'intelletto umano può trovare
solo analogie. E il genio di Agostino ha esposto, in quindici analisi incredibilmente valide, il
suo modo di approssimarsi a questo mistero dell'incarnazione di Dio e dello Spirito Santo. Di
questi 15 libri possiamo qui prenderne in esame solo uno, e anch'esso solo per brevi cenni.
Che cosa c'è di più misterioso dell'incarnazione di Dio?

D'altra parte fuori di te non esisteva nulla, da cui potessi trarre le cose, o Dio, Trinità Una e
Trinità trina. Perciò creasti dal nulla il cielo e la terra ... Tu sei onnipotente e buono, per fare
tutto buono, il cielo grande, come la piccola terra. C'eri tu e null'altro.
AGOSTINO, Confessioni 12, 7, 7

[...] Inoltre, partendo dalla creatura, opera di Dio, ho cercato, per quanto ho potuto, di
condurre coloro che chiedono ragione di tali cose, a contemplare con l'intelligenza, per
quanto era loro possibile, i segreti di Dio per mezzo delle cose create e ho fatto
particolarmente ricorso alla creatura ragionevole e intelligente, che è stata creata ad
immagine di Dio, per far loro vedere, come in uno specchio, per quanto lo possono e, se lo
possono, il Dio Trinità, nella nostra memoria, intelligenza e volontà. Chiunque, con una
intuizione viva, vede che queste tre potenze, in virtù di una intenzione divina, costituiscono la
struttura naturale del suo spirito; percepisce quale cosa grande sia per lo spirito il poter
ricordare, vedere, desiderare la natura eterna ed immutabile, la ricorda con la memoria, la
contempla con l'intelligenza, l'abbraccia con l'amore, certamente vi scopre l'immagine di
quella suprema Trinità. Per ricordare, vedere, amare quella suprema Trinità deve ad essa
riferire tutto ciò che vive perché tale Trinità divenga oggetto del suo ricordo, della sua
contemplazione e della sua compiacenza. Tuttavia ho mostrato, per quanto mi sembrava
necessario, che questa immagine che è opera della stessa Trinità, che è stata deteriorata
dalla sua propria colpa, si deve evitare di compararla alla Trinità come se le fosse in tutto
simile, ma si deve vedere anche una grande dissomiglianza in questa tenue somiglianza.
AGOSTINO, De Trinitate, XV, 39
Lo scopo del De Trinitate è rendere ragione, per quanto è possibile, del fatto che la Trinità è
un solo Dio e che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono di una sola e medesima sostanza. I
libri I-IV intendono innanzitutto mostrare che questo è il contenuto della fede nella Trinità,
sulla base dell'autorità delle Scritture. I libri V-VII quindi formulano il dogma evitando gli
errori opposti del triteismo (secondo cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero tre dèi)
e del modalismo (secondo cui essi sarebbero soltanto manifestazioni estrinseche di un unico
essere divino). Agostino si serve a tal fine della dottrina aristotelica delle categorie. Di Dio
possiamo dire che è sostanza (substantia) o essenza (essentia); anzi, Egli "è" nel senso più
vero del termine, perché è immutabile. Proprio perché immutabile, il Lui non vi sono
accidenti; le sue perfezioni (bontà, giustizia, ecc.) si predicano dunque secondo la sostanza,
cioè si identificano con il suo stesso essere. Non tutto ciò che si predica in Dio, tuttavia, si
predica secondo la sostanza. Alcune cose si predicano in Dio secondo la relazione. È il caso
dei nomi "Padre", "Figlio" e "Spirito Santo", che indicano appunto non la sostanza di Dio, ma
le relazioni che sussistono in Lui. Il Padre è tale non in se stesso, ma in relazione al Figlio, e
viceversa. Anche nomi come "principio" e "Signore" sono predicati di Dio secondo la
relazione: essi fanno riferimento non all'essenza di Dio, ma alle sue relazioni nei confronti
delle creature, o meglio alle relazioni che le creature intrattengono con Lui.
Agostino dice di aver iniziato i libri Sulla Trinità da giovane e di averli pubblicati da vecchio
(Prologo alla Lettera 174). La stesura dell'opera lo impegnò per più di vent'anni, a partire dal
400 circa. Il tema era in effetti uno dei più ardui anche per una mente come la sua. Nel
Medioevo sorse al riguardo la nota leggenda destinata ad avere un'enorme fortuna
iconografica: quella dell'incontro in riva al mare tra Agostino e un bambino che cercava di
trasportare con una conchiglia o altro piccolo recipiente (a seconda delle versioni) l'acqua
marina in una buca scavata nella sabbia, simbolo della vana pretesa di comprendere con
l'intelletto umano il mistero infinito di Dio. La storiella, simpatica e istruttiva, non rende però
giustizia all'instancabile sforzo agostiniano di avvicinarsi e avvicinarci alla luminosa verità del
Dio uno e trino, alla cui visione beatifica l'uomo è chiamato per l'eternità. L'autentica
spiritualità di Agostino, fatta di incessante ricerca sorretta dalla speranza di trovare, si coglie
meglio dalle sue stesse parole:
"Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non
avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo (Mt 28, 19), se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo
battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto:
Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio Unico (Dt 6, 4), se Tu non fossi Trinità in tal modo
da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù
Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha
mandato il Figlio suo (Gal 4, 4; Gv 3, 17), né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui
che il Padre manderà in mio nome (Gv 14, 26) e: Colui che io manderò da presso il Padre (Gv
15, 26). Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per
quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con
l'intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia
unica speranza, esaudiscimi e fa' sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi
sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere
trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti
a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la
mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto, ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso,
aprimi quando busso. Fa' che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me
questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente. So che sta scritto: Quando si
parla molto, non manca il peccato (Pr 10, 19), ma potessi parlare soltanto per predicare la tua
parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi,
pur parlando molto. Perché quell'uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di
peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e
fuori tempo (2 Tm 4, 2). Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua
parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo? Ma non c'erano molte parole,
perché c'era solo il necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro
nell'interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia.
Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non
ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma
molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani (Sal 94
[93], 11). Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di
condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi
prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano
al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.
Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto
potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto (Sir 43, 27).
Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo
senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti (1 Cor 15, 28), e senza fine diremo una
sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te. Signore,
unico Dio, Dio Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di
quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c'è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi.
Amen."

Le parole di Sant’Agostino sull’incarnazione di Dio e sulla SS. Trinità


vennero riflettute e concepite, durante un lungo arco della sua vita.
“Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Sant’Agostino e la Trinità
Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28, 19), se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore
Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio.
E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio Unico (Dt 6,
4), se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre
e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo
nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo (Gal 4, 4; Gv 3, 17), né Tu, o Unigenito,
diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome (Gv 14, 26) e: Colui che io
manderò da presso il Padre (Gv 15, 26).”

L’essere Uno e Trino


E queste dichiarazioni esprimono chiaramente l’essere uno e trino del Creatore che, nelle
Sacre Scritture, esplica la sua onnipotente forza. Forza come Padre che dispone. Come Figlio
che si incarna nel grembo della Vergine Maria. Forza come Spirito Santo che prepara le menti
dei Profeti e degli Apostoli. Spirito che rinvigorisce in tutti la fede e battezza.
Poco tempo prima il Concilio di Nicea del 325, il primo della storia della Chiesa, aveva discusso
e condannato la controversia provocata dal monaco e teologo Ario. Ario riteneva la natura di
Cristo inferiore a quella del Padre.
Venne ribadita, pertanto, la consustanzialità, ossia la stessa sostanza, la stessa natura del
Figlio e del Padre. Ecco ancora le parole di Sant’Agostino sull’argomento.
“Inoltre, partendo dalla creatura, opera di Dio, ho cercato, per quanto ho potuto, di condurre
coloro che chiedono ragione di tali cose, a contemplare con l’intelligenza, per quanto era loro
possibile, i segreti di Dio per mezzo delle cose create e ho fatto particolarmente ricorso alla
creatura ragionevole e intelligente, che è stata creata ad immagine di Dio, per far loro vedere,
come in uno specchio, per quanto lo possono e, se lo possono, il Dio Trinità, nella nostra
memoria, intelligenza e volontà.

Chiunque, con una intuizione viva, vede che queste tre potenze, in virtù di una intenzione
divina, costituiscono la struttura naturale del suo spirito. percepisce quale cosa grande sia per
lo spirito il poter ricordare, vedere, desiderare la natura eterna ed immutabile, la ricorda con la
memoria, la contempla con l’intelligenza, l’abbraccia con l’amore, certamente vi scopre
l’immagine di quella suprema Trinità”.
Vangelo di Giovanni, cap.17

Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo
perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita
eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero
Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che
mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso
di te prima che il mondo fosse.

Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me,
ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato
vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e
sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi.
Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. ascolta Io non sono
più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo
nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e
nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la
Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se
stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché
essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu
hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me
stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola:
perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo
una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu
mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché
contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione
del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto
che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché
l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
CATECHESI SU GV 17
Papa Benedetto XVI, domenica 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle,

nella Catechesi di oggi concentriamo la nostra attenzione sulla preghiera che Gesù rivolge al
Padre nell'«Ora» del suo innalzamento e della sua glorificazione (cfr Gv 17,1-26). Come
afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La tradizione cristiana a ragione la definisce la
“preghiera sacerdotale” di Gesù. E' quella del nostro Sommo Sacerdote, è inseparabile dal suo
Sacrificio, dal suo “passaggio” [pasqua] al Padre, dove egli è interamente “consacrato” al
Padre» (n. 2747).

Questa preghiera di Gesù è comprensibile nella sua estrema ricchezza soprattutto se la


collochiamo sullo sfondo della festa giudaica dell’espiazione, lo Yom kippùr. In quel giorno il
Sommo Sacerdote compie l’espiazione prima per sé, poi per la classe sacerdotale e infine per
l’intera comunità del popolo. Lo scopo è quello di ridare al popolo di Israele, dopo le
trasgressioni di un anno, la consapevolezza della riconciliazione con Dio, la consapevolezza di
essere popolo eletto, «popolo santo» in mezzo agli altri popoli. La preghiera di Gesù,
presentata nel capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni, riprende la struttura di questa festa.
Gesù in quella notte si rivolge al Padre nel momento in cui sta offrendo se stesso. Egli,
sacerdote e vittima, prega per sé, per gli apostoli e per tutti coloro che crederanno in Lui, per
la Chiesa di tutti i tempi (cfr Gv 17,20).

La preghiera che Gesù fa per se stesso è la richiesta della propria glorificazione, del proprio
«innalzamento» nella sua «Ora». In realtà è più di una domanda e della dichiarazione di piena
disponibilità ad entrare, liberamente e generosamente, nel disegno di Dio Padre che si compie
nell’essere consegnato e nella morte e risurrezione. Questa “Ora” è iniziata con il tradimento di
Giuda (cfr Gv 13,31) e culminerà nella salita di Gesù risorto al Padre (Gv 20,17). L’uscita di
Giuda dal cenacolo è commentata da Gesù con queste parole: «Ora il Figlio dell’uomo è stato
glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31). Non a caso, Egli inizia la preghiera
sacerdotale dicendo: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te»
(Gv 17,1). La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è
l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena
condizione filiale: «E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di
te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). Sono questa disponibilità e questa richiesta il primo
atto del sacerdozio nuovo di Gesù che è un donarsi totalmente sulla croce, e proprio sulla
croce - il supremo atto di amore – Egli è glorificato, perché l'amore è la gloria vera, la gloria
divina.

Il secondo momento di questa preghiera è l’intercessione che Gesù fa per i discepoli che sono
stati con Lui. Essi sono coloro dei quali Gesù può dire al Padre: «Ho manifestato il tuo nome
agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la
tua parola» (Gv 17,6). «Manifestare il nome di Dio agli uomini» è la realizzazione di una
presenza nuova del Padre in mezzo al popolo, all’umanità. Questo “manifestare” è non solo
una parola, ma è realtà in Gesù; Dio è con noi, e così il nome - la sua presenza con noi,
l’essere uno di noi - è “realizzato”. Quindi questa manifestazione si realizza nell’incarnazione
del Verbo. In Gesù Dio entra nella carne umana, si fa vicino in modo unico e nuovo. E questa
presenza ha il suo vertice nel sacrificio che Gesù realizza nella sua Pasqua di morte e
risurrezione.

Al centro di questa preghiera di intercessione e di espiazione a favore dei discepoli sta la


richiesta di consacrazione; Gesù dice al Padre: «Essi non sono del mondo, come io non sono
del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo,
anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi
consacrati nella verità» (Gv 17,16-19). Domando: cosa significa «consacrare» in questo caso?
Anzitutto bisogna dire che «Consacrato» o «Santo», è propriamente solo Dio. Consacrare quindi
vuol dire trasferire una realtà – una persona o cosa – nella proprietà di Dio. E in questo sono
presenti due aspetti complementari: da una parte togliere dalle cose comuni, segregare,
“mettere a parte” dall’ambiente della vita personale dell’uomo per essere donati totalmente a
Dio; e dall’altra questa segregazione, questo trasferimento alla sfera di Dio, ha il significato
proprio di «invio», di missione: proprio perché donata a Dio, la realtà, la persona consacrata
esiste «per» gli altri, è donata agli altri. Donare a Dio vuol dire non essere più per se stessi, ma
per tutti. E’ consacrato chi, come Gesù, è segregato dal mondo e messo a parte per Dio in vista
di un compito e proprio per questo è pienamente a disposizione di tutti. Per i discepoli, sarà
continuare la missione di Gesù, essere donato a Dio per essere così in missione per tutti. La
sera di Pasqua, il Risorto, apparendo ai suoi discepoli, dirà loro: «Pace a voi! Come il Padre ha
mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21).

Il terzo atto di questa preghiera sacerdotale distende lo sguardo fino alla fine del tempo. In
essa Gesù si rivolge al Padre per intercedere a favore di tutti coloro che saranno portati alla
fede mediante la missione inaugurata dagli apostoli e continuata nella storia: «Non prego solo
per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola». Gesù prega per
la Chiesa di tutti i tempi, prega anche per noi (Gv 17,20). Il Catechismo della Chiesa Cattolica
commenta: «Gesù ha portato a pieno compimento l'opera del Padre, e la sua preghiera, come il
suo Sacrificio, si estende fino alla consumazione dei tempi. La preghiera dell'Ora riempie gli
ultimi tempi e li porta verso la loro consumazione» (n. 2749).

La richiesta centrale della preghiera sacerdotale di Gesù dedicata ai suoi discepoli di tutti i
tempi è quella della futura unità di quanti crederanno in Lui. Tale unità non è un prodotto
mondano. Essa proviene esclusivamente dall'unità divina e arriva a noi dal Padre mediante il
Figlio e nello Spirito Santo. Gesù invoca un dono che proviene dal Cielo, e che ha il suo effetto
– reale e percepibile – sulla terra. Egli prega «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre,
sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv
17,21). L'unità dei cristiani da una parte è una realtà segreta che sta nel cuore delle persone
credenti. Ma, al tempo stesso, essa deve apparire con tutta la chiarezza nella storia, deve
apparire perché il mondo creda, ha uno scopo molto pratico e concreto deve apparire perchè
tutti siano realmente una sola cosa. L'unità dei futuri discepoli, essendo unità con Gesù - che
il Padre ha mandato nel mondo -, è anche la fonte originaria dell'efficacia della missione
cristiana nel mondo.

«Possiamo dire che nella preghiera sacerdotale di Gesù si compie l'istituzione della Chiesa ...
Proprio qui, nell'atto dell'ultima cena, Gesù crea la Chiesa. Perché, che altro è la Chiesa se non
la comunità dei discepoli che, mediante la fede in Gesù Cristo come inviato del Padre, riceve la
sua unità ed è coinvolta nella missione di Gesù di salvare il mondo conducendolo alla
conoscenza di Dio? Qui troviamo realmente una vera definizione della Chiesa. La Chiesa nasce
dalla preghiera di Gesù. E questa preghiera non è soltanto parola: è l'atto in cui egli «consacra»
se stesso e cioè «si sacrifica» per la vita del mondo (cfr Gesù di Nazaret, II, 117s).

Gesù prega perché i suoi discepoli siano una cosa sola. In forza di tale unità, ricevuta e
custodita, la Chiesa può camminare «nel mondo» senza essere «del mondo» (cfr Gv 17,16) e
vivere la missione affidatale perché il mondo creda nel Figlio e nel Padre che lo ha mandato.
La Chiesa diventa allora il luogo in cui continua la missione stessa di Cristo: condurre il
«mondo» fuori dall’alienazione dell’uomo da Dio e da se stesso, fuori dal peccato, affinché
ritorni ad essere il mondo di Dio.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo colto qualche elemento della grande ricchezza della preghiera
sacerdotale di Gesù, che vi invito a leggere e a meditare, perché ci guidi nel dialogo con il
Signore, ci insegni a pregare. Anche noi, allora, nella nostra preghiera, chiediamo a Dio che ci
aiuti ad entrare, in modo più pieno, nel progetto che ha su ciascuno di noi; chiediamoGli di
essere «consacrati» a Lui, di appartenerGli sempre di più, per poter amare sempre di più gli
altri, i vicini e i lontani; chiediamoGli di essere sempre capaci di aprire la nostra preghiera alle
dimensioni del mondo, non chiudendola nella richiesta di aiuto per i nostri problemi, ma
ricordando davanti al Signore il nostro prossimo, apprendendo la bellezza di intercedere per gli
altri; chiediamoGli il dono dell’unità visibile tra tutti i credenti in Cristo - lo abbiamo invocato
con forza in questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani - preghiamo per essere
sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt
3,15).
Genesi cap. 18

Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda
nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di
lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra,
dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal
tuo servo. Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero.
Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per
questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa' pure come hai detto».

Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina,
impastala e fanne focacce». All'armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e
buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il
vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto
l'albero, quelli mangiarono.

Poi gli dissero: «Dov'è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te
fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad
ascoltare all'ingresso della tenda, dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni;
era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e
disse: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». Ma il
Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: «Potrò davvero partorire, mentre sono
vecchia»? C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te
tra un anno e Sara avrà un figlio». Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma
egli disse: «Sì, hai proprio riso».

Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall'alto, mentre Abramo li


accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello
che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si
diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi
figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto,
perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «Il grido
di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a
vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».

Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla
presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con
l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non
perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far
morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lontano da te! Forse il
giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò
cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo».
Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e
cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta
la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese
ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per
riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne
troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco
parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per
riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola:
forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua
abitazione.
L’ospitalità di Abramo alle Querce di Mamre

Sr Rossana Leone

Abramo e «la civiltà del convivere»

Dalla tradizione ebraica, islamica e cristiana affiorano, sia pur con sfumature diverse e, per
certi aspetti, nette distinzioni, i tratti suggestivi della parabola esistenziale di un antenato
comune, Abramo, riconosciuto dalle tre grandi religioni monoteiste come padre e modello dei
credenti.

La sua movimentata biografia, talora persino drammatica ed inquietante, spinta com’è fino al
paradosso, è divenuta luminoso paradigma di fede ed invito incessante a rivisitare contiguità e
distanze tra i popoli per coniugare pacificamente «la civiltà del convivere»[1]. La vocazione di
Abramo, tra migrazione fisica e nomadismo dell’anima, suscita infatti, ad ogni latitudine e
tempo, energie sempre nuove protese a riconoscere le connessioni profonde che ci uniscono al
di là dei tanti universi culturali, religiosi e politici che caratterizzano il ventaglio multicolore
delle varie espressioni identitarie dei popoli. Nell’esperienza di Abramo un dettaglio, fra i tanti,
accomuna, provoca e raccoglie: è la legge dell’ospitalità, che infrange i labirinti della diffidenza
e della solitudine lì dove le religioni, percorrendo la via dell’autenticità, educano
all’accoglienza. Annota il card. Martini: «La via della pace sembra passare sempre più per
l’ospitalità… È la sfida a costruire una società senza nemici, senza avversari, una società in cui
le diversità si riconcilino e si integrino»[2]. E chiosa: «L’impegno dell’evangelizzazione o
dell’autoevangelizzazione, così urgente per l’Europa, e quello dell’ospitalità non sono
contraddittori perché Abramo pensava di ricevere un ospite e invece ricevette la visita degli
angeli di Dio!»[3].

Più indietro nel tempo, negli anni Cinquanta, un’analoga riflessione ci perviene dal pensiero
dell’islamologo Louis Massignon, che commentò l’apparizione alle querce di Mamre: «Ebron:
desidero tanto andarci: c’è la tomba di Abramo, il patriarca dei credenti, ebrei, cristiani e
musulmani, che è il primo eroe dell’ospitalità, del diritto d’asilo. Penso che i problemi dell’inizio
dell’umanità sono anche quelli della fine, specialmente quello del carattere sacro del diritto di
asilo e quello del rispetto dello straniero»[4].

Mamre, un “luogo teologico”

Mamre, posta a 3 km a nord di Hebron, appena fuori la strada per Gerusalemme, non è
semplicemente il luogo geografico in cui si sviluppano alcune vicende della vita di Abramo. Il
sito rimanda ad un ‘luogo teologico’ e diventa metafora del grembo fecondo di una partoriente
che si appresta a generare il popolo dell’alleanza. Sullo sfondo di questa località, infatti, si
snodano alcuni interventi decisivi di Jahvé che coinvolgono Abramo nell’economia della
salvezza rendendolo padre di una moltitudine. Qui Dio:

promette solennemente all’anziano patriarca che non il domestico Eliezer sarà suo erede, ma
un figlio nato da lui, da cui scaturirà una discendenza numerosa (Gn 15,4);

conferma la sua promessa con l’alleanza (Gn 15,18);

cambia il nome di Abramo (da Abram ad Abraham, “padre di moltitudine”) e di Sara (da Sarai a
Sara, che significa “principessa”, madre di re, destinataria di una benedizione), in ciò
sottolineando il mutamento del loro destino. Al contempo, ordina la circoncisione ad Abramo e
a tutti i membri maschi della famiglia come segno di alleanza, di generazione in generazione, e
rinnova la promessa fattagli dopo la separazione da Lot: «La terra dove sei forestiero, tutta la
terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il
loro Dio» (Gn 17,1-16);

visita Abramo e Sara, annunziando loro la nascita di Isacco entro l’anno (18,1-14), nonostante
l’età avanzata dei due coniugi e la sterilità della donna;

infine «visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso» (Gn 21,1).

L’albero e la tenda

Il Signore appare ad Abramo «alle Querce di Mamre» (v. 1). La quercia, nella Bibbia, è uno
degli alberi che indica la sacralità del luogo e rimanda ad eventi particolarmente significativi
per il popolo d’Israele. Basti pensare a Giacobbe che proprio sotto una quercia presso Sichem
sotterrò tutti gli dèi stranieri che possedeva la sua famiglia e quanti erano con lui: un gesto
rituale di purificazione e di deciso rifiuto dell’idolatria (Gn 35,2-4). Ancora: Dèbora, la nutrice di
Rebecca, viene sepolta ai piedi di una quercia, che «perciò si chiamò Quercia del Pianto» (Gn
35,8). Nelle immediate vicinanze di quest’albero dalla chioma folta e rigogliosa spesso
venivano piantate le tende per ripararsi dalla calura. Sembra che il vissuto più intimo dell’uomo
debba essere custodito all’ombra di una quercia: l’intrecciarsi degli affetti, tra fatiche e gioie, il
desiderio di Dio, l’ansia d’essere fedele alla sua legge. Non stupisce dunque che Dio appaia ad
Abramo presso le querce di Mamre.

Egli – annota l’autore sacro – «sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno».
Un’informazione scarna, senza fronzoli, che tuttavia lascia intuire lo stato d’animo e la
condizione fisica dei due anziani sposi: la calura di mezzogiorno rende fiacchi, l’età è un
aggravio alla fatica. Abramo siede sulla soglia della tenda per riposare. Dal giorno in cui aveva
lasciato la comunità sedentaria di Ur in Caldea egli era divenuto un «abitatore della tenda»,
credendo per fede che Dio gli avrebbe concesso una terra ed una discendenza in attesa della
«città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,10). La
mobilità precaria della tenda, che fa di Abramo uno straniero e pellegrino sulla terra sempre in
partenza verso l’ignoto, è dunque il segno visibile della sua totale consegna, in fiducia,
all’inedito di Dio, ma anche il segno della temporaneità della vita stessa, che per noi si
dispiega ogni giorno tra il già e il non ancora, visitati e confermati da Colui che «si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Tradotto meglio, ad attendarsi, ad accamparsi tra
noi. Vicino ad Abramo, nella tenda, Sara, segnata dal tempo e dalla tristezza: «era infatti
cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne» (18,11). Una speranza delusa?
Un’attesa infranta? Per la donna forse, ma non per il «vecchio» credente. All’ombra delle
Querce, pur avvizzito nel corpo, Abramo mantiene giovane il cuore. E quando il cuore è caldo,
gli occhi non cedono al sonno. Una speranza sostiene la veglia: è la promessa di Dio, che muta
l’attesa in vigilanza e la vigilanza in preghiera.

I tre viandanti

«Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui» (v. 2). Chi sono questi
«tre uomini»? C’è una connessione tra questi personaggi enigmatici e JHWH? Seguiamo, nel
testo, lo sviluppo enigmatico dell’evento: l’incipit, al v.1, è lapidario: «il Signore apparve a lui».
Tuttavia il testo s’affretta a puntualizzare che Abramo «vide tre uomini» (v. 2). Ne vede tre, ma
si rivolge loro al singolare chiamandoli «Mio signore» (v.3). Ai vv. 4-5 però torna il plurale:
«lavatevi, …accomodatevi…, ristoratevi…». E poi ancora il singolare (vv. 10 e 13). Seguendo
infine lo scorrere della vicenda fino alla distruzione di Sodoma, si coglie che il misterioso trio
dei viandanti potrebbe essere in realtà JHWH accompagnato da due angeli (cfr. vv. 18,22 e
19,1). Come interpretare queste alternanze? Non dimentichiamo che «nelle pagine della
Genesi che raccontano di Abramo (Gn 12-25) sono confluite tradizioni antichissime […] frutto
di una lunga recitazione orale prima e di molteplici riletture e riedizioni poi»[5] fino alla stesura
finale che pare risalga all’epoca dell’esilio babilonese (VI sec. a.C.). Si tratterebbe dunque di
più stesure fuse insieme che ben giustificano i repentini passaggi dal plurale al singolare. Al di
là delle possibili ipotesi riguardo la preistoria del testo biblico, una lettura in chiave
cristologica, frutto dell’esegesi patristica, ha visto in questo brano un preannuncio della Trinità,
come attesta anche la splendida icona di A. Rublëv.
Scrive S. Ilario nel De Trinitate: «Tre uomini appaiono ad Abramo. Egli, gettato lo sguardo sui
tre, ne adora uno e lo riconosce Signore» (IV,25). Così anche S. Ambrogio nel De Spiritu
Sancto: «Abramo vide la Trinità sotto figura…accorgendosi di tre persone e adorandone una
sola. Vede tre, ma venera l’unità» (II,4; PL 16,1342). Certamente la pericope in sé non rimanda
direttamente al mistero trinitario, la cui rivelazione è propria del Nuovo Testamento, tuttavia
scandisce l’incontro dei tre viandanti con l’anziano patriarca come una teofania di Dio. E come
tale interpretiamola nei gesti che seguono.
L’accoglienza ospitale

Visti i tre uomini, Abramo corre loro incontro. Uno stile inusuale per un orientale. Correre,
anche se è questione di fretta o sollecitudine, è sempre sconveniente. Significa umiliarsi,
perdere la propria dignità. Solo un evento straordinario può giustificare la rottura di certi
schemi comportamentali. È come se Abramo avesse intuito in cuore, senza averne tuttavia
chiara consapevolezza, che i tre uomini che si stavano dirigendo verso la sua tenda erano ben
più che pellegrini da accogliere. E sebbene il testo non ci consenta di fare ulteriori
supposizioni, riteniamo almeno di poter dire che l’anziano patriarca, pur nella fatica degli anni,
abbia ancora manifestato un’agile giovinezza dello spirito: prima la veglia, ora la corsa.
Seguiamolo ancora. Senza indugio, egli si prostra dinanzi ai tre uomini. Badate bene: non
compie un atto di adorazione, ma un gesto simbolico di saluto ed accoglienza, un omaggio
cordiale dettato dal complesso delle usanze orientali per le quali l’ospitalità, considerata tra le
massime virtù, era rigidamente codificata attraverso norme che tutti dovevano osservare
scrupolosamente: il saluto, la lavanda dei piedi, il ricevimento, la protezione dell’ospite e
l’accompagnamento nel congedo (cfr. ad esempio Gb 31,31-32; 2Re 4,8-10). Lo scarto tra
l’osservanza della norma e la magnanimità di Abramo sta in ciò che avviene immediatamente
dopo. Innanzitutto l’invito pressante a fermarsi, quasi una preghiera, con una nota traboccante
di grato desiderio: «non passare oltre» (v. 3). Tanto più che il sostare presso la sua tenda – e lo
palesa tra le righe dell’offerta – gli è causa d’intima consolazione. Ecco l’esuberante finezza
dell’ospitalità che trasuda di gioia, e mentre offre lascia intendere semplicemente d’aver
ricevuto, nel servire, un bene più grande. L’invito allora si fa subito servizio, agio e ristoro per
l’ospite. Anche l’anticipare verbalmente ciò che sta per offrire è segno evidente di squisita
ospitalità: «Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi» (v. 5). Il sollievo dei viandanti
gli sta a cuore. E più a cuore il desiderio di praticare con zelo l’ospitalità, secondo lo stile della
sua gente. Abramo sa – è inscritto nel dna del suo clan – che i tre non sono lì per caso e che
nessuno passa accanto all’altro senza che questo incontro non si trasformi in reciprocità di
bene. Egli è consapevole che quegli uomini gli son venuti incontro per ristorarsi alle acque
limpide della sua gratuità: «è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo» (v. 5). E ne
gioisce, con gratitudine.

Qui, all’ombra generosa delle querce di Mamre, l’ospitalità è ben più che l’adempimento di una
legge. Sotto la tenda dell’uomo credente diventa un’occasione singolare per fare esperienza di
Dio, accogliendo lui stesso nei «fratelli più piccoli». Gesù lo dirà a chiare lettere attraverso il
dialogo «con i benedetti» del giudizio finale: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti
abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto
straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto
malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,
37-40).
«Fa’ pure come hai detto» – rispondono i tre ospiti (v. 5). Anche l’umile disposizione a ricevere
è un’arte dello spirito che completa il dono dell’ospitalità. Così, in comunione, ognuno diventa
compagno della forza altrui e cresce in nuova comprensione e nuova sapienza, come ribadisce
la saggezza dei chassidim: «Qualche volta il cantore non riesce a raggiungere i toni alti. Allora,
si deve far aiutare da un altro cantore, che gli dà il tono. Così anche il primo riesce ad alzare il
tono. Ecco il risultato della comunione tra due spiriti; ognuno è compagno della forza altrui.
Qualche volta un uomo non capisce il trattato del Talmud, che sta per studiare; ma appena ne
discute con un suo compagno, tutto gli diventa chiaro. L’unione fa nascere nuova
comprensione e nuova sapienza».[6]

[1] Cfr. A. RICCARDI, Convivere, Bari 2006, pp.126-157.

[2] C. M. MARTINI, Sogno un’Europa dello Spirito, Casale Monferrato (AL) 1999, pp. 48 e
192.

[3] Ibidem, p. 48.

[4] Cfr. L. MASSIGNON, “L’Occident devant l’Orient: primauté d’une solution culturelle”, in
Politique étrangère, giugno 1952, pp.13-28.

[5] R. FABRIS e COLL., Introduzione generale alla Bibbia, vol.1, Torino 1994, p. 432.

[6] D. LIFSCHITZ, La saggezza dei chassidim, Casale Monferrato (AL), 1997, p.46
Non c’è un solo frammento isolato in tutta la natura, ogni frammento fa parte di un’unità
armoniosa e completa.
(John Muir)

La ragione per cui il mondo manca di unità e giace a pezzi e a mucchi è che l’uomo manca di unità con se
stesso.
(Ralph Wald Emerson)

I profumi e i colori e i suoni si rispondono come echi lunghi che di lontano si confondono in unità profonda e
tenebrosa.
(Charles Baudelaire)

I momenti più belli della vita sono quelli che, uniti insieme, formano un percorso.
(Clex71, Twitter)

Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso;


Ogni uomo è un pezzo del continente,
parte della terra intera.
(John Donne)

Così potente è la luce dell’unità che può illuminare tutta la terra.


(Bahaullah)

Non nei numeri ma nell’unità sta la nostra grande forza.


(Thomas Paine)

È necessario unirsi, non per stare uniti, ma per fare qualcosa insieme.
(Goethe)

Di due esseri ne avevano fatto uno solo. Potevano scontrarsi, a tratti odiarsi, ma erano uno, come due fiumi
che hanno mescolato il loro corso.
(Irène Némirovsky)

Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddharta il riconoscimento, la consapevolezza di ciò che


realmente sia saggezza, qual fosse la meta del suo lungo cercare.
Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque
istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla
(Hermann Hesse, Siddartha)
Nessuna forza potrà mai tenere uniti due pensieri che non si appartengono.
(CannovaV, Twitter)

Tutti i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte le canzoni che hai amato sono state
ascoltate da altre persone. E la ragazza che tu trovi carina è carina anche per altre persone. E ti rendi conto
che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti sentiresti alla grande, perché quella che stai
descrivendo è l’unità.
(Stephen Chbosky)

Immagina un mondo senza possessi


mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
(John Lennon)

L’amore è quella cosa che tu sei da una parte e lei dall’altra eppure vi sovrapponete così perfettamente che
siete uno e non due. Uno come i piedi, gli occhi, le mani, come i tempi del battito e le forme del respiro. E chi
guarda da una parte e poi dall’altra, cercando il due e non l’uno, resta stupito, perché anche lontani il vostro
spazio e la vostra anima non si possono dividere con niente.
(Fabrizio Caramagna)

Lui è più me stessa di quanto non lo sia io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono
la medesima cosa.
(Emily Brontë)

Tutti per uno e uno per tutti, uniti noi resistiamo divisi noi cadiamo.
(Alexandre Dumas)

Il modo in cui lo spirito è unito al corpo non può essere compreso dall’uomo, e tuttavia in
questa unione consiste l’uomo.
(Sant’Agostino)

L’evoluzione è la legge della vita. Il numero è la legge dell’universo. L’unità è la legge di Dio.
(Pitagora)
Il destino dell’uomo è quello di essere unito, non diviso. Se si continua a dividersi finisce come un gruppo di
scimmie che si tirano le noccioline a vicenda dagli alberi.
(TH White)

Razza contro razza, religione contro religione, pregiudizi contro pregiudizi. Dividere e conquistare! Non
dobbiamo permettere che questo accada.
(Eleanor Roosevelt)

Vis unita fortior. – La forza unita è più forte.


(Detto latino)

Dove c’è unità c’è sempre la vittoria.


(Publilio Siro)

Sono un forte individualista per abitudine personale, eredità, e convinzione; ma è una mera questione di buon
senso riconoscere che lo Stato, la comunità e i cittadini che agiscono insieme, possono fare una serie di cose
meglio di quanto le farebbero se agissero individualmente.
(Theodore Roosevelt)

Che cosa è una goccia di pioggia, rispetto alla tempesta? Che cosa è un pensiero, rispetto alla mente? La
nostra unità è piena di tante meraviglie che il tuo piccolo individualismo non può nemmeno concepire.
(Ken Levine)

Tutte le cose esistenti sono in realtà una sola. Consideriamo preziose quelle che sono belle e rare, e orribili e
sgradevoli quelle che sono brutte. Le orribili e sgradevoli possono essere trasformate in cose rare e preziose,
e le rare e preziose in cose orribili e sgradevoli. Quindi si dice che un’energia vitale pervade il mondo. Di
conseguenza, il saggio apprezza l’unità.
(Chuang Tzu)

Le varie religioni sono come le foglie di un albero. Non ce ne sono due uguali, ma non c’è alcun antagonismo
tra esse o tra i rami su cui crescono. Proprio nello stesso modo, c’è una sottesa unità nella varietà che
vediamo nella creazione di Dio.
(Mahatma Gandhi)

È l’armonia delle diverse parti, la loro simmetria, il loro felice equilibrio: in una parola, è tutto quello che
introduce un ordine, quello che dà unità, che ci permette di vedere chiaramente e comprendere in un sol
colpo l’insieme e i dettagli.
(Henri Poincaré)
L’acqua del fiume che io tocco chissà dove nel mondo qualcun altro l’ha già toccata. La stella che io vedo
chissà dove nel mondo qualcuno la sta guardando. Il vento che io sento chissà dove nel mondo qualcuno lo
sentirà. Quante sono le persone a cui sono unito senza saperlo?
(Fabrizio Caramagna)

Il sentimento dell’unità e il potere di realizzarlo nell’opera fanno il grande scrittore e il grande artista.
(Eugène Delacroix)

L’essenza del bello è l’unità nella varietà.


(Felix Mendelssohn)

Il talento percepisce le differenze; il genio, l’unità.


(William Butler Yeats)

“Elle est retrouvée. Quoi ? – L’Eternité. C’est la mer allée. Avec le soleil” – “È stata ritrovata! ‘Cosa?
L`Eternità. È il mare unito al sole”
(Arthur Rimbaud)

C’è la festa del papà, c’è la festa della mamma, manca purtroppo la festa dell’unità della famiglia.
(Fragmentarius)

Una famiglia unita è sempre più numerosa di una famiglia divisa.


(Proverbio cinese)

Famiglia: un’unità sociale dove il padre è preoccupato per lo spazio del parcheggio, i bambini per lo spazio
esterno e la madre per lo spazio dell’armadio.
(Evan Esar)

Non siamo ancora riusciti a cogliere il fatto che l’umanità sta diventando una singola unità, e che per una
unità combattere contro se stessa è un suicidio.
(Havelock Ellis)

Per mio marito, essere una coppia unita significa che io faccio i piatti e lui fa il tifo per me.
(Lafranci82, Twitter)

– Domani festeggiamo 10 anni di matrimonio.


– Cosa vi tiene ancora uniti dopo così tanto tempo?
– Il mutuo.
(Vladinho77, Twitter)
Il modo in cui una squadra gioca nel suo complesso determina il successo. Si può avere il più grande gruppo
di stelle individuali nel mondo, ma se non giocano in modo unito, il club non varrà un centesimo.
(Babe Ruth)

Io non scorgo l’Italia che nella riunione delle sue sparse membra, e Roma è per me il vero simbolo dell’unità
italiana.
(Giuseppe Garibaldi)

L’Europa può avere un’identità solo in quanto e unita; e può essere qualcosa di unito solo in quanto ha
un’identità.
(Emanuele Severino)

Nel luogo in cui c’è invidia e disaccordo, là c’è deficienza; mentre nel luogo in cui c’è unità, là c’è perfezione.
(Valentino, Vangelo della Verità)

L’unità può essere manifestata solo dal binario. L’unità in sé e l’idea di unità sono già due.
(Buddha)

Le forze che stanno guidando l’umanità verso l’unità e la pace sono profonde e potente. Sono materiali e
naturali, oltre che morali e intellettuali.
(Arthur Henderson)