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CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI

Patrocinio
CITTÀ DI GALATINA
2010
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
Il calendario illustrato 2010 proposto dal Centro sul Tarantismo e Costumi Sa-
lentini, e dedicato alla città di Galatina ed al Salento, giunge quest’anno alla sua 9°
edizione. Il Centro ha voluto, in questi nove anni, offrire un contributo volto a far
conoscere la nostra città valorizzando il suo fervido patrimonio culturale, anche at-
traverso un excursus storico-letterario e folkloristico che rappresenta la nostra storia
e la nostra comune radice. Il calendario propone, come da tradizione, un viaggio nel
passato attraverso la poesia in vernacolo, canti popolari, filastrocche, proverbi,
usanze, credenze, leggende, aneddoti. Senza dimenticare di raccontare i profumi e
i sapori di piatti “poveri” realizzati con i prodotti tipici della nostra terra. L’obiettivo
è quello di restituire valore a tradizioni in grado, ancora oggi, di raccontare quello
che siamo e quello che, per fortuna, non abbiamo mai smesso di essere, generazione
dopo generazione.
Quest’anno abbiamo voluto mettere in risalto la fiorente vita culturale galati-
nese del ‘500, dal genio del letterato poeta e medico Altobello Vernaleone, alla descri-
zione di alcuni famosi dipinti ubicati nella basilica di Santa Caterina d’Alessandria
e nella chiesa dell’Addolorata. Scorrendo i dodici mesi dell’anno 2010, i nostri let-
tori vedranno emergere un piccolo mondo antico, fatto di usanze e tradizioni che ab-
bracciano i temi del ciclo della vita umana, delle feste, delle dimore rurali, della vita
agricola, ma anche della magia, della superstizione e credenze popolari, della reli-
giosità, dell’arte. Sfogliando il calendario si riscoprirà un tempo in cui i futuri sposi
preparavano con cura il loro futuro “nido” arredandolo del necessario, o le nostre
nonne attendevano l’arrivo dello “stagnino” per riparare le loro pentole dalla du-
rata secolare. Ai bambini, al risveglio al mattino, si era soliti far bere “lu sieru caddu”
che operosi massari portavano in città. Le ragazze ricamavano il “fazzoletto bianco”
per donarlo al futuro marito che, con orgoglio, lo sfoggiava nel taschino della giacca.
Il Centro si è sforzato, in questi anni di lavoro appassionato, di far rivivere at-
traverso la lettura del calendario, oltre a notizie storico letterarie, tante piccole note
quotidiane di una volta con l’auspicio che, neppure l’implacabile incedere del tempo,
possa cancellare i valori tramandati dalla cosiddetta “cultura popolare o minore” (o
dell’Italia profonda), una cultura che fa e deve continuare a far parte nel nostro pa-
trimonio e della nostra identità.

Bibliografia
IL DIRETTIVO

ACQUAVIVA COSIMO, Taranto...tarantina, Taranto, S. Mazzolino Editore, 1931


ANTONACI ANTONIO, La Chiesa dell’Addolorata in Galatina, Galatina, Editrice Salentina, 1967
BELLO SALVATORE, Di giorno in giorno, Galatina, Editrice Salentina, 1997
BOZZI ENRICO, Poesie in dialetto leccese ed in pulito, Lecce, Editrice Salentina, 1922
BIANCO LUIGI, Le tradizioni di Aradeo e dei paesi vicini, Aradeo, Arti Grafiche Sudest, 1978
CAGGIA CARLO, Cronache galatinesi anni 20-40, Galatina, Congedo Editore, 1996
CHIRIATTI LUIGI, Morso d’amore, Lecce, Editore Capone, 1995
CONGEDO RAFFAELE, Salento scrigno d’acqua, Manduria (Ta), Lacaita Editore, 1964
COSTANTINI ANTONIO, Guida alle Masserie del Salento, Galatina, Congedo Editore, 2000
D’ACQUARICA FRANCESCO, MELLONE ANTONIO, Noha storia, arte, leggenda, a cura di A.Mellone, Istituto Grafico Silvio Ba-
sile, 2006
DE CARLO COSIMO, Proverbi dialettali del Leccese, Stabilimento Tipografico F. Scorrano S. C. , Lecce anno VI
DE MARTINO ERNESTO, Sud e magia, Milano, Grafica Sipiel, 1998
DE PORTALUCE CINO, A tiempu persu (versi nel dialetto di Galatina), Galatina tipografia Marra e Lanzi, 1927
ELIA LUIGI, Salento Addio (trilogia della vita), Lecce Libreria Pensa Editrice, 1999
GIURGOLA RIZZELLI, ANNA MARIA, Galatina: il folklore e la vita, Galatina Congedo Editore, 1938
Le tradizioni gastronomiche di Galatina, ricette, usanze, personaggi, Centro sul Tarantismo e costumi Salentini, Galatina, 2003
LICEO SCIENTIFICO A. VALLONE - GALATINA, Una stella tra gli ulivi, Galatina, Editrice Salentina, 2005
LO BUE GIORGIO, Lo spettacolo a Galatina, Aradeo, Arti Grafiche Guido, 1994
MANNI PIERO, La cultura gastronomica, Manduria (Ta), Tiemme, 2001
MONTINARI MICHELE, Storia di Galatina a cura di Atonio Antonaci, Galatina, Editrice Salentina, 1972
Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. II, a cura di Ribelli Roberti, Galatina, Pajano Editore, 1957
PRESTA P. TEODORO, Santa Caterina in Galatina, Avegno (Genova), Stringa Editore, 1984
Prontuario salentino dei proverbi, a cura di N. G. De Donno , Galatina, Congedo Editore, 1991
QUARANTA ALFREDO, Marittima un paese del Salento, Galatina, Congedo Editore, 1994
ROHLFS GERHARD, Vocabolario dei dialetti salentin (Terra d’Otranto), Galatina, Congedo Editore, 1976
SADA LUIGI, L’elemento storico-topografico nella genesi delle leggende del Salento, Toritto (Bari), Tipografia di F. Pecoraro, 1949
Salento di sapori, Camera di Commercio di Lecce, Galatina, Editrice Salentina, 2007
SEVERINO DOMENICA, Copertino, Galatina Editrice Salentina, 1989
SPECCHIA DOMENICA, Il Tesoro, Galatina Editrice Salentina, 2001
VACCA NICOLA, Rinascenza Salentina, rivista bimestrale di Arti Lettere Scienze, Lecce F. D. Pinto Editore, 1934
VOCINO MICHELE e NICOLA ZINGARELLI, Apulia Fidelis, Milano, Casa Editrice L. Trevisini,
516 proverbi salent(r)ini, a cura di N. G. De Donno, Galatina, Congedo Editore, 1994

Il 21 maggio 2009 sono iniziati i lavori di restauro della Cappella di San Paolo. Il Centro coglie l’occa-
sione per rinnovare sentiti ringraziamenti al Fondo Ambiente Italiano e alle 1466 persone che nelle
giornate del 28-29-30 giugno 2005 hanno contribuito con la propria firma a segnalare a livello nazio-
nale la Cappella di San Paolo come “luogo del cuore”.

Le incisioni che illustrano il calendario sono tratte da:


D. Aguglia - Desmouceaux, Costumes de Naples, Naples, Chiurazzi s.d (collezione privata).
I disegni delle tarantole sono tratti da incisioni del ‘700 e ‘800.
In copertina: Cappella di San Paolo a Galatina (Collezione privata Roberto Cazzato)
Le foto dei mesi di giugno e luglio sono tratte rispettivamente da F. Panico, Il vestito bianco e A. Co-
stantini, Guida alle masserie del Salento.
La presente pubblicazione è stata realizzata dal Centro sul Tarantismo e Costumi Salentini.
Redazione: Alessandro Mangia, Gaetano Gaballo, Enza Luceri, Luisa Mangia, Ilaria Serafini, Mariateresa
Merico, Marco Sambati, Giampiero Palumbo.
Un particolare ringraziamento a Franco Maglio e al Gruppo Metal.Ma per il sostegno rinnovato in que-
sti anni al nostro Centro.
Si ringraziano Luigi Caiuli, Fernando Villani, Maria Rosaria Romano, Biagina Carignani, Angela Chirenti,
Marco Marinaci, Antonella Rizzo, Tonino Baldari, Pippi Apollonio, Uccio Antonica e Immacolata Ro-
mano, Paolo De Pascalis, Paolo Guido, Natalino De Paolis, Giampiero Donno, Antonio Stanca, Panta-
leo Fiore, Salvatore e Rita Congedo le famiglie Stasi-Capani, Cudazzo, Marra-Tedesco, Baldari, Tundo,
Renna, galatina2000.com, il Corpo di Polizia Municipale di Galatina, il gruppo di musica popolare “Scaz-
zacatarante”.
Collanina del Centro sul Tarantismo e Costumi Salentini “I Calen dar i da Collezion e, n . 9”.
La presente pubblicazione ha fini esclusivamente culturali, mirati a valorizzare e promuovere il patri-
monio della nostra cultura popolare.

Il presente calendario è scaricabile on-line dal sito: www.galatina2000.com


Facebook: gruppo “Centro sul Tarantismo e Costumi Salentini”
© 2009 Centro sul Tarantismo e Costumi Salentini - C.so Porta Luce, 2 - Galatina - Tel. 380.5310814
e-mail: tarantate@supereva.it
Il Centro rimane aperto ai visitatori dal martedì al sabato (ore 10-12 / 17-19) e domenica (ore 10-12).
Stampato in numero 500 copie
Edizione fuori commercio - Riproduzione vietata
Stampa: Editrice Salentina - Galatina (LE)

Se esposto al pubblico regolarizzare effetti imposta Comunale Pubblicità e Diritti Pubbliche affissioni (D.P.R. n. 639 del 26/10/72)
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LA VITA CULTURALE
NEL ‘5OO A GALATINA
L’apertura commerciale ci sembra sia stata lo
stimolo più valido per quella “fiorente vita cul-
Gennaio 2010
V 1
turale” che nel ‘5OO ebbe in Galatina il suo
nucleo salentino più rappresantativo. E non
Maria Ss.ma Madre di Dio
solo nel campo della filosofia e delle scienze,
ma anche, e forse di più, in quello della lette-

S 2
ratura. I citati studi di Aldo Vallone sulla “civiltà

Ss. Basilio e Gregorio


letteraria a Galatina nel Cinquecento” vanno
scoprendo, nel periodo che stiamo analiz-

D 3
zando, “una florida e singolare stagione lettera-
ria come mai era accaduto in altra cittadina di

Ss.mo Nome di Gesù


provincia lontana dal centro-motore di Napoli-
capitale”. I nomi di Leonarda ( la “Saffo di Ga-

L 4
latina”), Altobello, Giovan Paolo, Orazio e
Ottavia Vernaleone sono una rara scoperta che

B. Angela da Foligno
il prof. Vallone ha fatto. E quel che più colpi-
sce non è tanto il fatto di una limpida vena

M 5
poetica che scorre nei “canzonieri” galatinesi
del ‘5OO, quanto quello dell’interesse popo-
B. Diego da Cadice, cappuccino
lare per certe forme di teatro, come la Schiava
(1569) di Ottavia e Orazio Vernaleone, L’adul-

M 6
tera (1595) di Silvio Arcudi, che ebbero per tea-

Epifania
Galatina - Piazza Gioacchino Toma tro le piazze non solo di Galatina, ma anche di
molte cittadine della provincia.
I larghi e le piazze di Galatina Il pullulare dei circoli letterari e delle acca-

G 7
demie (famose furono quelle degli “Irrisoluti

S. Luciano
L’antica piazzola di Galatina era rappresentata dal largo Vignola presso la chiesa delle Anime; attempati” e, per opposto, dei “Giovani riso-
a poca distanza si trovava il Sedile o casa dell’Università. luti”), anche se non sempre giovarono alla ge-

V 8
In seguito alla costruzione delle nuove mura il Sedile o casa comunale dell’Università fu tra- nuità della produzione letteraria e scientifica,
sferita nel palazzo del Circolo cittadino, nel quale erano allogate anche le carceri (negozio Nuzzo). tuttavia stimolarono la cultura nell’ambiente ga-

S. Severino - S. Massimo - S. Erardo


Le principali piazze attuali sono: quella di S. Pietro, sulla quale sorge la Chiesa Matrice; quella latinese: nel senso che molti cittadini, anche tra
di S. Caterina; quella Orsini, sulla quale trovasi l’attuale palazzo di città (già ospedale di S. Cate- le classi non aristocratiche, presero la via degli

S 9 S. Giuliano - S. Vitale
rina); quella di S. Stefano; ed inoltre, il piazzale di S.Domenico o Fontana (piazza o villa Ali- studi universitari nei maggiori centri italiani,
gheri); quello G. Toma; quello prospicente l’edificio scolastico (piazzale F. Cesari); quello del quali Padova, Roma, Napoli e Salerno. La cul-
largo Anime, sistemato a piazzale, dal quale si imbocca la via Soleto-Martano. tura, come il denaro, cominciò a lasciare,
anche se timidamente, le case dei nobili, per

D 10 Battesimo del Signore


M. MONTINARI, Storia di Galatina a cura di Antonio Antonaci.

Il Capodanno Salentino
scendere in mezzo al popolo, nelle classi
medie e artigiane, che avevano il culto del ri-
Altobello Vernaleone sparmio e facevano ogni sacrificio per mandare
i loro figli nei grandi centri di studio”.

L 11 S. Igino
Altobello Vernaleone nacque a Galatina M. MONTINARI, Storia di Galatina,
nel 1496 e morì il 17 febbraio 1555. Il giorno della fine dell’anno nei nostri paesi, a cura di A. Antonaci.

L’Epifan ia e il battesimo
Fu letterato, poeta e medico. mancano quei particolari usi e tradizioni che si

M 12 S. Bernardo da Corleone, cappuccino


Egli fece rappresentare, il 24 giugno 1541 trovano invece in altre aree culturali. Il passag-

di Gesù Bambin o
nella sua città natale, in ottava rima, la “Pre- gio all’anno nuovo è accompagnato dallo sparo
sentazione di San Gio: Battista,... recitata di botti... Alla mezzanotte per antica tradizione il
pubblicamente nel 1541”. sagrestano, suonava la “sperazione” per l’anno

M 13 S. Ilario
Fu protettore di letterati e fino al 1540 sin- vecchio, ed ogni famiglia riunita attorno al gioco La festa che chiude ufficialmente il periodo
daco di Galatina. Ebbe cinque figli: Giovan della tombola festeggiava l’inizio del nuovo di Natale è l’Epifania che significa manifesta-
Paolo, Ottaviano e Leonarda e di essi andava anno. Anche oggi si fanno voti augurali per zione.
molto orgoglioso, come possiamo notare dal quello nuovo, sperando che il vecchio si sia por- Al 6 Gennaio sono legate le tradizioni della

G 14 B. Odorico da Pordenone
seguente sonetto tratto dal suo “canzoniere”: tato nella morte tutti i mali. Anche il primo befana e del battesimo di Gesù Bambino. Il
giorno dell’anno è considerato nel modo di senso della Befana è connesso con l’episodio
S’io vivo altiero e colmo letitia comportarsi della comunità, al pari del giorno di Evangelico dell’arrivo dei Re Magi e la presen-
pei tre bei figli, docti e virtuosi, tazione dei loro doni.

V 15 S. Mauro - S. Efiso - S. Bonito


Natale. Alla generica convinzione di inizio del-
mercè del cielo, el qual con rai gratiosi l’anno ed alla volontà di iniziarlo sotto i migliori In questo giorno, infatti, nel presepe i Magi
viltà del pecto expulse et avaritia. auspici, sia astenendosi dal lavoro, sia andando si spostano ritualmente vicino la culla, e da
in Chiesa, un motivo contingente e socialmente questo trae spunto la tradizione diffusissima

S 16 Santi Berardo e compagni


Altobello ebbe due mogli: la prima fu la fi- valido spinge la gente ad andare a Messa. ovunque del regalo ai bambini.
glia di Francesco de Basili, detto Monaco (da Nelle Messe di Capodanno, infatti, per antica Appendere la calza sotto il camino e la sicu-
lei ebbe tre figli: Rocco, Ottaviano e Giovan tradizione il Celebrante su informazioni del Co- rezza che la Befana la notte verrà per portare
Paolo); la seconda fu Giulia Guidano, figlia mune, riferisce all’Assemblea i movimenti ana- il dono è per i bambini un momento di gioia

D 17 S. Antonio abate
di Mercantonio da cui ebbe una figlia di grafici della popolazione durante l’anno scorso... sincera... Meno conosciuta è invece l’antica
nome Giulia. L’ultima, Leonarda, (la Saffo di Di Capodanno è molto bene guardarsi dal fare usanza di battezzare il Bambino la mattina del-
Galatina), che non figura nella numerazione qualcosa di male o dall’incorrere in qualche ma- l’Epifania. Solo convenzionalmente però l’Epi-
dei fuochi del 1545 di Galatina appare come lanno, ecc.: il proverbio dice: “Cinca face na fania si identifica con il Battesimo di Gesù, che

L 18 S. Prisca - S. Beatrice
figlia nel suo canzoniere. cosa te Caputannu, face ddhra cosa pè tuttu ricorre il 13 Gennaio.
Il figlio Ottaviano (o Ottavio) Vernaleone l’annu”. L. BIANCO, “Le tradizioni popolari
sposò Cornelia Mongiò e fu autore della rap- (“Chi fa una cosa di Capodanno, fa quella di Aradeo e dei paesi vicini”
presentazione sacra “La Schiava” eseguita a cosa per tutto l’anno”).

M 19 S. Mario - S. Pia
Galatina il 28 agosto 1569. L. BIANCO, “Le tradizioni popolari
G. LO BUE, “Lo spettacolo a Galatina” di Aradeo e dei paesi vicini” Nduvinieddhru
Tegnu na caniscia de cerase

M 20 S. Sebastiano
Lu sciacuddhri: a sera esse, a matina trase.
una leggenda popolare (cielo stellato)

Detti popolari G 21 S. Agnese


È una delle più antiche, scaturita dalla fanta-
sia sempre fervida della gente di casa nostra.
Tramandata di generazione in generazione, è

V 22 S. Vincenzo
tuttora nota nei paesi del Salento, anche se il RECITA UN ANTICO PROVERBIO:
protagonista assume, ora il nome di Laùro o
Laurieddhu (Lecce), ora quello di Uru o Scia- “Se rrecorda le vigne Ci nasce sfurtunatu li chiove an culu
cuddhi (a nord di Lecce), ora quello più co- a lla chiazza” puru se ste ssettatu.

S 23 S. Emerenziana
mune di Scazzamurreddu (Basso Salento). Quandu la muscia mmanca,
Lo Sciacuddhri è dunque un folletto che, tra Per indicare che un determi-
nato fatto rimonta ad epoca tutti li surici ballanu.
le altre, ha il potere straordinario di opprimere
con la sua presenza, di procurare incubi not- molto remota. Nu pilu de ciucciu nu mmanca 쐟

D 24 S. Francesco di Sales - S. Babila


turni, turbamenti, affanni. Egli esercita però Si vuole che anticamente, in una certa a ciuvieddhri.
questo strano potere solo quando si accorge di zona della Piazza Fontana, esi-
stessero alcune piantagioni di La maleerba crisce sempre!
essere contrariato dalle persone che vuol tute-

La cucina de na fiata
vite. A caddhrina vecchia

L 25 Conversione di S. Paolo
lare o beneficare. La fantasia popolare lo de-
scrive come uno spiritello innocuo, alto vole u caddhruzzu ggiovine.
appena due spanne, bonario, faceto, burlone,
ma anche dispettoso, presente nelle case e

M 26 Ss. Timoteo e Tito - S. Paola


nelle stalle dei contadini, per i quali prova a

PANZEROTTI DE PATATE CU LLA RICOTTA SALATA


seconda dei casi ed in varie maniere, simpatia
o antipatia.
La tradizione orale ci fa sapere che, se una

M 27 S. Angela Merici
Ingredienti: 500 gr. di patate, 1/2 cucchiaio di ricotta salata, 30 gr. di farina, menta tritata, 2
persona gli è antipatica, questa non ha più uova, pane grattugiato, sale, pepe.
pace, nè di giorno, nè di notte.
Di giorno, in casa, le fa mille dispetti, di Lessare e passare le patate al passaverdure, amalgamarle con i vari ingredienti aggiungendo
notte si siede pesantemente sulla sua pancia, del pane grattugiato q. b. Con le mani inumidite formare dei bastoncini che vanno, ad uno ad

G 28 S. Tommaso D’Aquino
sino a togliere il respiro. Nella stalla dei conta- uno, passati nel pane grattugiato. Friggere i panzerotti in abbondante olio bollente.
dini si diverte a togliere il mangime alle bestie,
ad intrecciare le code e le criniere a muli ed ai Curiosità

V 29 S. Costanzo - S. Aquilino
cavalli. Le nostre nonne usavano frequentemente le patate per realizzare varie pietanze come i pan-
Se una persona gli è invece simpatica, il fol- zerotti ai quali davano oltre la classica forma di bastoncini anche quella di funghetti e taral-
letto si mostra premuroso e spesso l’aiuta a lini. Le patate, infatti, sono alla base di numerosi piatti “poveri” della cucina galatinese, poichè
farle individuare il posto dell’acchiatura, sotter- proprio nelle campagne circostanti, le tipiche “terre rosse”, sono state e sono tuttora coltivate

S 30 S. Giacinta de’ Mariscotti


rata quasi sempre nei campi o riposta tra i muri le note “Seglinde” di Galatina. Si tratta di patate dalla forma ovale allungata con la buccia di
spessi di una casa dai vecchi antenati. colore giallo intenso e pasta gialla. Esse avendo trovato un ambiente a loro partico-
Dal racconto degli anziani sappiamo che lu larmente congeniale, sviluppano ineguagliabili caratteristiche organolettiche.
“Sciacuddhri” ti chiede: “Vuoi denari o cuper- Nel Salento, grande impulso alla sua coltivazione ed al suo uso, venne dato 쐠

D 31 S. Giovanni Bosco - S. Geminiano


chi (cocci)?”, alla risposta “denari” porta “cu- dall’oritano Vincenzo Corrado, che nel suo famoso libro di cucina, il Cuoco Ga-
perchi” e viceversa. lante, include un Trattato sulle patate o pomi di terra, ove egli consiglia l’uso
della fecola di patate per confezionare il pane (mescolandola al 50% con fa-
A. QUARANTA, “Marittima un paese rina di grano) e ne rivela oltre cinquanta modi diversi d’impiego ga-
del Salento”. stronomico.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
Le pietre di costruzione:
il tufo e il carparo
La pietra generalmente adoperata è il tufo
friabile nell’interno; le facciate invece per lo più Febbraio 2010
L 1
sono rivestite di pietra leccese oppure di càr-
paro o di calcare compatto.

S. Leonio
Tanto le strade interne dell’abitato quanto le
piazze non hanno una sistemazione razionale,

M 2
perchè le amministrazioni comunali, per ovvie
ragioni, hanno trascurato di provvedere alla

Presentazione del Signore


compilazione di un piano regolatore, che di-
sciplinasse le costruzioni e la regolarità delle

M 3
strade.
M. MONTINARI, “Storia di Galatina”
S. Biagio
a cura di A. Antonaci.

Le case salentine metà ‘800


“Le case, dice il Vanna, sono quasi tutte a
due piani, poche ad uno solo. Le abitazioni dei G 4 S. Gilberto

V 5
signori per lo più si veggono addobate decen-

S. Agata
temente, e qualcuna anche con buon gusto”.
È questo gusto che noi abbiamo perduto,

S 6
con tipi di costruzioni e con stili che non
hanno nulla a che fare con l’ambiente caratte-

S. Paolo Miki
Galatina - Corso Principe di Piemonte 1940
ristico della nostra Penisola salentina, dove non
si dovrebbero costruire case a più di due piani, 쐡

D 7
Gli edifizi privati a Galatina come appunto scriveva il Vanna nella metà del-
l’Ottocento! La descrizione del Vanna scende

S. Riccardo
Fra le costruzioni private meritano di essere segnalate quella del palazzo ducale, costruito al- nei particolari: “le stanze per lo più sono co-
lorchè Galatina fu dal Re Ferdinando il Cattolico ceduta in feudo alla famiglia Castriota Scander- perte a soffitto, salvo le nuove case, che sono

L 8
berg; il palazzo Calofilippi, attuamente Galluccio, in Piazza S. Pietro, stile barocco; pure di stile a volta. I pavimenti si fanno con particolare mi-
barocco quello Congedo, già Tafuri in Piazza S. Stefano; di stile rinascimento il palazzo Verna- scela di calce, polvere di tufo, e mattoni pesti,
S. Girolamo E.
leone, nel corso Garibaldi, interessante per il portale; il palazzo Vignola, nel largo omonimo, di e sono sì ben lavorati, che dopo qualche anno
stile rococò. Meritano speciale attenzione i cortili con scalinata esterna ad arco sorretto da colonne acquistano una consistenza marmorea. Si sca-

M 9 S. Apollonia
nel corso Garibaldi; il palazzo Greco-Bardoscia nel corso Vittorio Emanuele, di stile rococò; il pa- vano le fondamenta degli edifici alla profon-
lazzo Bardoscia-Lubelli in via P. Siciliani. dità da 6 a 13 palmi”.
Inoltre sparsi qua e là per la città si trovano capitelli, architravi, mensole ecc., che meritano M. MONTINARI, “Storia di Galatina”
di essere segnalati, perchè riprodotti con gusto artistico.

M 10 S. Arnaldo
a cura di A. Antonaci.

GALATINA.
Lu Cuccurucu
M. MONTINARI, “Storia di Galatina a cura di Antonio Antonaci”

IL VEGLIONCINO DEI BAMBINI

G 11 N.S. di Lourdes
Intervista
al Prof. Carlo Minafra Iu ti cantu lu cuccurucù. Nel periodo di Carnevale, a divertirsi non
erano solo gli adulti, alcuni oganizzatori ave-

V 12 S. Eulalia
Dimmi dimmi che cosa vuoi tu?
Io voglio li toi capelli. vano pensato anche ai ragazzi. Per esempio il
Il Prof. Carlo Minafra nell’intervista rac- martedi grasso, il Veglioncino dei Bambini, fu
conta: “I soci Carlo Guido e Attilio Distante I miei capelli che cosa li fai?
Per far il nido ai passerelli organizzato, sempre al Cavallino Bianco, dalle
dopo i grandi guadagni nella produzione di Dame di Carità, il cui presidente era Luisina

S 13 S. Benigno
un ottimo vino decisero di costruire un e per cantare lu cuccurucù.
Vallone Sticchi. Esso nacque nel 1950 con un
grande stabilimento vinicolo. semplice scopo: sia per far divertire bambini e
Occasionalmente il 6 febbraio 1947 orga- Iu ti cantu lu cuccurucù.
Dimmi dimmi che cosa vuoi tu? ragazzi che, pazientemene, erano stati prepa-
nizzarono in questo locale un riuscitissimo

D 14 S. Valentino
Io voglio il tuo nasu. rati dalle solerti suore, sia per aiutare i poveri
veglione e incoraggiati dal successo, insieme ammalati ai quali andava l’introito della mani-
ad altri soci decisero di costruire l’attuale Ca- Il mio nasu che cosa lo fai?
Pe’ far la pippa a san Tommasu festazione.
vallino Bianco con un preventivo di spesa di Si trattava di uno spettacolo, semplice e
lire 110 milioni. e per cantare lu cuccurucù. 쐞

L 15 S. Faustino
spontaneo, ricco di canti, danze e scenette che
Il nome al cinema fu dato dalla moglie di allietavano la serata, alla quale partecipavano
Attilio dopo aver assistito a una commedia. Iu ti cantu lu cuccurucù.
Dimmi dimmi che cosa vuoi tu? centinaia di bambini e ragazzi provenienti da
Il progetto architettonico non fu studiato tutta la provincia.
Io voglio la tua bocca.

M 16 Le Ceneri
nei minimi particolari tanto è vero che solo Indimenticabile fu la diciottesima edizione
dopo averlo inaugurato si accorsero della La mia bocca che cosa la fai?
Pe’ scavazzare la pagnotta (1969) dove si esibirono, dando spettacolo, i
poca profondità del palcoscenico che lo in- bambini dell’Istituto Immacolata con la notosis-
grandirono a spesa della strada. e per cantare lu cuccurucù.
sima canzone: Zum, Zum, Zum. Il programma

M 17 S. Donato M.
L’entrata del cinema era alle spalle di della serata, comprendeva anche numeri di altri
quella attuale. Durante l’estate, le proiezioni Iu ti cantu lu cuccurucù.
Dimmi dimmi che cosa vuoi tu? bambini che ballavano la tarantella siciliana,
del film avvenivano nell’Arena Cavallino alcuni che eseguivano la danza
Bianco adiacente al cinema C.B., dove at- Io voglio le tue ‘ntrame.
spagnola e balletti su musica di

G 18 S. Simeone
tualmente vi è costruito un gran palazzo. Le mie ‘ntrame che cosa le fai?
Pe’ far le corde alle campane Strauss; altri ancora che conclu-
Un’altra curiosità era quella del Ristorante devano con uno spettacolo qua-
adiacente al cinema (attualmente c’è il nego- e per cantare lu cuccurucù.
driglia. La gente ricorda, tale
zio di ricambi Fiat) dove si fermavano artisti

V 19 S. Corrado
veglioncino, come uno spetta-
e cantanti”. colo spontaneo, in cui risaltava
G. LO BUE, “Lo spettacolo a Galatina”. Nduvinieddhru la bravura dei piccoli attori che
avevano suscitato consenso e

S 20 S. Ulrico
Su bbenutu de Napuli applausi della platea, special-
Il Teatro Cavallino Bianco mposta cu tti nducu na mente per gli errori dei piccoli
cosa tosta: ccu lla pozza che li rendevano più simpatici.
Esso fu inaugurato il 6 febbraio ‘47 con una remuddhare la signura Sul giornale galatinese, Il Gala-

D 21 Iª di Quaresima
meravigliosa e indimenticabile serata danzante, ave faticare. tino, (dedicato al grande teologo
ma la grande e vera inaugurazione fu fatta però del Cinquecento Pietro Co-
(baccalà)

Detti popolari
il 3 febbraio ‘49, con la rappresentazione del- lonna), leggiamo che i parteci-
l’opera Rigoletto, alla presenza dell’impresario, panti erano talmente numerosi

L 22 Cattedra di s. Pietro
Antonio De Gioia e del sindaco di Galatina, che nel 1972, la manifestazione
Carmine D’Amico. raggiunse il tutto esaurito. Que-
L’attuale costruzione fu progettata dall’inge- sta edizione, come tante altre, fu presentata da
gnere Armando Stasi, mentre il primo proget- Lino Bello, vincitore della seconda edizione di 쐟

M 23 S. Policarpo
Porta la capu susu la coppula.
tista fu il barese Giuseppe Basile. Ci piscia contruvientu Voci Nuove del 1968.
Anche il Cavallino Bianco, dopo gli anni ‘70, si mmoddhra la camisa. Oggi il Veglioncino dei Bambini continua
subì la crisi del cinema ma continuò a vivere ancora a vivere a differenza dei grandi veglioni
Vutai, vutai, vutai,

M 24 S. Fortunato
grazie alla sua storia che è più legata alle tan- del passato, che sono ormai tramontati, fra fasti
tissime attività spettacolari: le serate danzanti, ma meju de casa mia nu truvai. e luci, lasciando ricordi indimenticabili a quanti
gli indimenticabili veglioni, lo spettacolo del Li- Lu cecatu se porta pè mmanu hanno avuto modo di vivere quelle serate spu-
ving e tanti altri spettacoli e conferenze che e llu curnutu pè mmusu. meggianti e irripetibili.

La cucina de na fiata G 25 S. Costanza


non hanno fatto calare il sipario sull’attuale Pantalone paca pè ttutti. G. LO BUE, “Lo spettacolo a Galatina”
cine-teatro.
Anzi, tutte queste attività sono indice di una
intensa voglia di sopravvivere, avendo già pro-

V 26 S. Nestore
grammato una ricchissima stagione teatrale e

AFRICANI
cinematografica per il 1994.
G. LO BUE, “Lo spettacolo a Galatina”.

S 27 S. Onorina
Ingredienti: 1 kg. di zucchero, 30 tuorli d’uovo.
Lavorare a lungo i tuorli con lo zucchero (la buona riuscita di questo dolce dipende dalla la-
vorazione dell’impasto che deve essere lunga e molto energica) fino ad ottenere un compo-
Il numero TRE sto cremoso e omogeneo.

D 28 IIª di Quaresima
Eccovi alcuni proverbi galatinesi in cui Quando il composto si gonfia (in superfice si formano piccole bolle d’aria), lo si dispone a cuc-
questo numero fa la parte del leone: chiate in apposite formelle di carta (cm 10x4 con un bordo di cm 2). Le formelle vanno messe
in forno caldissimo, ma spento. Quando gli africani sono asciutti, si possono ritirare dal forno.
Poi ssire sbergugnatu de thre manere: de Un tempo questi dolci venivano cotti nel forno a legna. 쐠
mamma, de sureddhre e de mujere.
Thre sù li suttili: li monaci, li prevati e ci Curiosità
nu tene fili. Gli africani chiamati anche dita d’apostolo, per il loro aspetto affusolato, pare che siano nati
nel 1793 a Galatina: “Il calore delle mani che impastano i tuorli d’uovo e lo zucchero deve av-
Monaci, prevati e passari, cazzaloru la volgere l’amalgama come una carezza voluttuosa ad una donna.
capu e lassali. Solo attraverso l’energia scaricata le dita acquisteranno un’anima, trasmetteranno la
Cuardate de sti thre C: crussupinu, cum- passione alla bocca avida di mordere, come fa l’amante prima di cedere alla
pare e cagnatu. marea dei sensi”. Così reciterebbe uno scritto attribuito al pasticcere che nel
XVIII secolo inventò questo dolce. Usato sin dal secolo scorso come alimento
Thre cose te fannu murire: stare ntavula e energetico e che veniva regalato in particolari occasioni, per la nascita di un
nu mangiare, stare a lu jettu e nu dur-
mire, ‘spettare e nu nbenire. figlio, o ai convalescenti e offerto come “cùnsulu” (dono consolatore)
ai congiunti di un defunto.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LA TAVOLA DI SAN GIUSEPPE

Marzo 2010
Galatina: area e confini
Il suo territorio si estende per circa 8193 et- Ogni anno, il 19 marzo, in molti paesi
tari e comprende terreni costituiti verso l’abi- della provincia di Lecce, si rinnova la tradi-
tato da argille sabbiose, da sabbioni calcarei a zione della sagra in onore di San Giuseppe.

L 1
Sud-Est e a Sud, da calcare compatto cretaceo Si tratta di una festa paesana che, secondo
verso Ovest (serra Latronica) e verso il confine gli usi e costumi locali, ha insieme un qual-
S. Albino
col territorio del comune di Corigliano (spec-
chia Murica). cosa di sacro e di profano, di religioso e di
folcloristico. Di origine molto remota, si dice

M 2
I confini di detto territorio non sono deter-
minati da caratteristiche naturali, ma per lo più sia stata introdotta nel Salento da profughi

s. Basileo martire
da strade ordinarie, da fossi di scolo, da muri albanesi rifugiatisi in Puglia, nei secoli scorsi,
a secco di divisione di diverse proprietà. Sono sotto la pressione dei Turchi.

M 3
inoltre ben precisi e non soggetti a contesta- La cosiddetta “tàula de San Ciseppe”, alle-
zioni con i comuni limitrofi. Mancano del tutto stita per la ricorrenza, consiste in una enorme

S. Cunegola
isole amministrative. Esistono invece due isole tavolata con pietanze tipiche molto buone, da
ecclesiastiche (fraz. Noha-Collemeto). consumare, secondo un rito tutto particolare.

G 4
Area del comune in ha. 8’193. In origine, veniva apparecchiata il giorno
Area della provincia ha. 275’939. della vigilia in casa di famiglie particolarmente

S. Casimiro
Percentuale rispetto all’area totale della pro- devote, oppure di facoltosi benestanti, per
vincia: 2,96. un’opera di carità verso i poveri del paese,

V 5
È al terzo posto nell’elenco dei comuni della che erano gli invitati privilegiati.
provincia in ordine decrescente di area. I commensali dovevano essere in grazia

S. Foca
Il comune comprende le due frazioni di di Dio, a tavola impersonavano alcuni santi
Noha e Collemeto, centri entrambi di relativa ed il più anziano, quello che occupava il

S 6
importanza storica locale, ma ben fissati da tra- posto centrale, era San Giuseppe.
dizioni e dalla bontà dei terreni. Il pranzo prevedeva, a seconda dei paesi,
S. Marziano
nove o tredici pietanze diverse, ciascuna con

Lo Stagnino di Porta Nuova


M. MONTINARI, “Storia di Galatina”
un signficato simbolico e rituale particolare.

D 7
a cura di A. Antonaci

“Ti mandu lu Caddara!”


Il piatto fondamentale era la “massa” (nel

IIIª di Quaresima
leccese detta anche “ciceri e tria”), una pie-
tanza a base di taglioline fatte in casa, di se-

L 8
Gli anni ‘30 furono terribili anche per i Galati- mola di grano duro, unite a ceci, cavoli ed
Lo stagnino di Porta Nuova altri ingredienti, preparata e condita ancora
nesi. La miseria era dilagante, la disoccupazione
S. Giovanni di Dio / Festa della donna
nel suo bugicattolo annerito, oggi con una infinità di varianti da paese a
un taciturno come il suo lavoro, alle stelle. Con salari di fame, le tabacchine pren- paese.
devano la tubercolosi nelle fabbriche di tabacco.

M 9 S. Francesca R.
alto, i neri capelli e gli anni, L’usanza tradizionale della sagra permane
e ce n’ha, ben portati, “Per cucinare -ricorda Biagio- la povera gente, tuttora in alcuni centri salentini, ma i “po-
la schiena ricurva sui carboni non potendo comprare la legna, usava le “còpite” veri” non esistono più!
in mano il ferro del mestiere (risulta della monda delle olive che si raccoglie- A Marittima, anche se non vi è più la con-

M 10 S. Emiliano
vano in campagna). Non era spettacolo raro ve- suetudine della “tàula de San Ciseppe”, si
un saldatoio del ‘43,
dere in giro braccianti di poco più di cinquanta usa ugualmente preparare la “massa” per de-
ripara i radiatori alle auto d’epoca, anni letteralmente piegati in due a causa del duro
salda ferri, ottoni e rami, da sempre vozione al Santo, pietanza che viene scam-
lavoro svolto sin dall’infanzia. Non era spettacolo biata tra famiglie di amici.
a quell’angolo presso Porta Nuova:

G 11 S. Costantino
raro nemmeno vedere la domenica questi stessi Qualche anno addietro, alcune persone
san Pietro in piedistallo, contadini sotto i grandi portoni padronali in attesa
“mesciu Piethru” nella “nicchia”, l’iniziativa di organizzare, con il cotributo e
di ricevere l’elemosina. I senza-tetto venivano la collaborazione di tutti, la tradizione sagra
resistono il Pescatore e lo Stagnino ospitati in un grande locale in via Tanza, nei pressi di San Giuseppe celebrata coralmente al-

V 12 S. Massimiliano
alle storiche retate del progresso della stazione ferroviaria, chiamato “cambarone”
ora di “fischiulari”, sarti e maniscalchi, l’aperto e abbondantemente innaffiata dal
(camerone). Le varie famiglie si dividevano lo spa- buon vino offerto dalla gente del luogo. Nei
ora di funai, ciabattini...e santi; zio con lenzuola appese ai fili di ferro. È inutile nostri giorni, per l‘occasione, in ogni casa,
chissà se ha “partita” ed un partito, precisare che non c’erano servizi igienici: provve-

S 13 S. Rodrigo
di solito, oltre alla “massa” ed ai vari con-
forse per lui le “fatture” deva “la caratizza” a svuotare i vasi da notte, come torni, la tavola viene ingentilita, nel finale,
quelle della “macàra” soletana d’altre parte era per gran parte delle case di Gala- dalla presenza delle zeppole, dolce caratte-
e la scheda elettorale un’occasione tina. Il giovedì, poi, giorno di mercato, in Piazza ristico di origine napoletana, che solletica il
San Pietro venivano effettuate delle vendite all’in-

D 14 IVª di Quaresima
per rivedere la scuola, amata palato e raddolcisce i fumi del vino.
ma non quanto il padre e il suo mestiere, canto di beni pignorati a poveracci insolventi. Si San Giuseppe è il protettore dei fale-
stagnino pure lui coi nonni e i bisnonni, trattava -come è facile intuire- di masserizie di gnami, ed un quadretto votivo con la sua im-
e sempre all’angolo sotto Porta Nuova poco va-lore, pignorate dall’Ufficiale Giudiziario magine lo si può trovare facilmente nei

L 15 S. Cesare
in via Turati che meglio chiameremmo del tempo, un tale soprannominato “Caddara!”. “Ti laboratori di falegnameria del paese.
via degli stagnini, gente nostra mandu lu Caddara!”, cioè “Ti faccio pignorare la
casa!”, si diceva scherzosamente per far paura a A. QUARANTA, “Marittima un paese
dei nostri campanili. qualcuno. del Salento”.

M 16 S. Eriberto V.
S. BELLO, “Di giorno in giorno” C. CAGGIA, “Cronache Galatinesi”, Anni 20-40

“La Madonna di Costantinopoli e i balli tradizionali”

M 17 S. Patrizio
La danza ha origini remote. In tutte le epoche storiche e presso tutti i popoli della terra è stata pra-
ticata, collettivamente o individualmente, con finalità diverse, che vanno dal sacro al rituale, al ma-
gico e al profano. Nel tempo, ha via via registrato consistenti variazioni (tecniche, coreografiche ed

G 18 S. Cirillo di Ger.
estetico-espressive) di pari passo con la evoluzione del costume e col progresso acquisito dai vari ceti
sociali. Danze folcloriche, di ispirazione colta o popolare, si sono avute nel passato in tutti i paesi del
bacino Mediterraneo.
Nel Medioevo, la danza fu sempre osteggiata dalla Chiesa che la considerava come veicolo di im- Le pietanze

V 19 S. Giuseppe
mortalità e di dissolutezza. Dalle corti signorili ben presto fu trasferita come puro divertimento, in
uoghi pubblici, dove fu praticata da tutte le classi sociali. Divenne così ballo popolare, che, come trat-
sulla tavola
tenimento sociale, fu esercitato e si affermò nel Rinascimento in tutta Europa e quindi in Italia; a poco di San Giuseppe
a poco, si diffuse poi nei piccoli paesi per solennizzare alcune ricorrenze di rilievo: onomastici, com-

S 20 S. Claudia
pleanni, sposalizi, feste natalizie (famosi i quattro salti in famiglia), Carnevale. Il ballo solitamente era Sui tavoli, accanto alla
accompagnato da musica strumentale e spesso anche da canti che scandivano il ritmo, conferendo “massa” si disponevano
maggiore espressività ad ogni movimento collettivo o individuale. I balli popolari tradizionali costi- generalmente (esistono però
tuiscono oggi un patrimonio di cultura folclorica che merita di essere conosciuta e valorizzato.

D 21 Vª di Quaresima
sfumature diverse da zona a zona)
In terra salentina, i più antichi balli popolari sono: la tarantella e la pizzica-pizzica, e poi il valzer, le seguenti pietanze: bucatini al miele,
la quadriglia, la marzurka e la pòlka. Il valzer, nato nell’ultima metà del Settecento (Parigi- Vienna), “pampasciuni” preparati in diverse maniere,
la mazurka (in Polonia), la quadriglia (in Francia), la polka (in Boemia) sono tutti balli di origine non “ronchettu in umitu” e poi una serie di frit-
mediterranea, che assursero a grande popolarità nei vari paesi europei nel secolo XIX, ed ancora oggi

L 22 S. Benvenuto
ture, dal pesce al baccalà, al cavolfiore.
sono molto diffusi e praticati nei nostri paesi. La tarantella è una danza dal movimento vivacissimo, Ed infine “pittule”, vari tipi di frutta fresca
di origine napoletana, praticata fin dal XIV secolo. I danzatori, uomini e donne, si accompagnano col e secca, e vino buono. Completamente as-
tamburello a sonagli per scandire ritmicamente i loro movimenti, e nelle varie figurazioni riprodu- sente la carne. A tavola, inoltre, facevano bel-

M 23 S. Turibio
cono le movenze parossistiche dei tarantolati. la mostra gigantesche corone di pane, con-
La pizzica-pizzica, anch’essa una danza antica, dal movimento assai vivace, viene ballata in coppia fezionate appositamente per l’occasione dai
al suono della musica. Un tempo non molto lontano a Marittima, la pizzica-pizzica, per una vecchia forni locali.
usanza, si ballava, in piazza, a conclusione della festa della Madonna di Castantinopoli (primo mar- A. QUARANTA, “Marittima 쐟

M 24 S. Fortunato
tedì di marzo), con l’accompagnamento della banda, che, per l’occasione, apportava una variante al

La cucina de na fiata
un Paese del Salento”
programma prestabilito, cedendo alle continue pressioni dei ballerini del luogo (assidui frequentatori
delle putèche).
A. QUARANTA,

G 25 Annunciazione M.V.
“Marittima un Paese del Salento”.

Nduvinieddhru CICORE CRESTE CU LLE PURPETTINE

V 26 S. Eginardo
Tegnu na staddhra Ingredienti: 1 kg. di cicorine selvatiche, 100 gr. di formaggio pecorino grattugiato, “spun-
china de cavaddhri vianchi zali”, sedano, olio.
a mmienzu unu russu Ingredienti per le polpettine: 300 gr. di carne di vitello macinato, 1 uovo, 50 gr. di formaggio pe-

S 27 S. Augusta
ca tira caggi a tutti quanti. corino grattugiato, 50 gr. di pane grattugiato, prezzemolo tritato.
Ingredienti per il brodo vegetale: 1 patata, 1 cipolla, 1 carota, sedano, prezzemolo, qualche fo-
(la lingua e i denti) glia di bietola, olio, sale.

Detti popolari
Impastare la carne tritata con i vari ingredienti; formare delle polpettine e cuocerle per dieci mi-

D 28 Le Palme
nuti nel brodo vegetale bollente. Pulire le cicorine, lavarle e sbollentarle in acqua salata. Siste-
marle in un “tianu” sul cui fondo si sono sistemati gli “spunzali”, e il sedano tritato; aggiungere
le polpettine con un po’ di brodo vegetale, spolverare il tutto con del formaggio, condire con olio
Quandu trovi fessi, fresco e infornarle a 180°.
Curiosità - Le foje mbisch e

L 29 S. Secondo
inchine nu saccu.
Nu mantu d’oru ogni Le nostre nonne chiamavano le “cicorine creste” raccolte nella campagna salentina “foje mbische”
vergogna ncuccia. perchè erano formate da un’ampia varietà di verdure selvatiche. Un tempo tutti si recavano a

M 30 S. Guido
Li sordi suntu comu raccoglierle ed erano capaci di riconoscere i vari tipi di foje mbische (almeno una decina). Le
li paducchi: fattu nostre nonne cuocevano le cicorine servendosi della pentola media che avevano vicino
al camino, la “caddara”, insieme a quella più grande “lu caddarottu” e a quella più pic-
lu nidu nu sse cola “lu caddaruttieddhru”. Queste pentole duravano tutta la vita di una buona
ne vannu cchiui. 쐠

M 31 S. Beniamino
massaia e quando era necessario venivano riparate dallo stagnino. Il mestiere
Ci cotula lu culu, dello stagnino è ormai del tutto scomparso, ma a Galatina ancora resiste poi-
ceddhru chiama. chè “mesciu Piethru” (Pietro Giaccari) lo esercita ancora nella sua bottega in
via Turati, vicino alla Porta Nuova. Ce lo descrive nella bella poesia a lui
Bacia ddhra manu ca dedicata Don Salvatore Bello: “Lo stagnino di Porta Nuova”.
nu poti mozzacare.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
Aprile 2010
Galatina, la tela della Crocifissione
nella Chiesa dell’Addolorata
La tela della crocifissione, in preziosa cornice, è anch’essa negli schemi più diffusi delle pre-

G 1
ferenze stilistiche della fine del Seicento; specialmente la zona sinistra risponde a tutta una tec-
nica particolare, con la luce diffusa dalla persona del Cristo pendente dalla Croce e illuminante

S. Ugo
cavallo e cavaliere (il Longino nell’atto di vibrare il colpo al costato del Crocifisso), in un impeto
di linee e un giuoco di chiaroscuri che dà movimento a tutto l’assieme e che contrasta con la sta-

V 2
ticità della zona destra. Alle spalle del Crocifisso, la cupola del tempio di Gerusalemme si mostra

S. Francesco di P.
di luce riflessa e dà un senso di tragicità allo spettacolo cosmico dell’ora sesta di quella fatidica
giornata di Parascere. Tutti gli angeli che circondano dallo esterno il riquadro in cui è incorni-
ciata la tela della Crocifissione danno un tono di distrazione, che in realtà non si addice all’am-

S 3
biente.

S. Evagrio
MONS. A. ANTONACI, “La Chiesa dell’Addolorata in Galatina”

Lli ggermogli ti lu sipurcru


USANZE PASQUALI
Fino a poco tempo fa per Pasqua si usava
preparare i piatti fin dalla prima settimana di D 4 Pasqua

L 5
Quaresima.
Quaranta ggiurni prima
Dell’Angelo
Residuo di antichissima e profana usanza,
ti la sciuitìa santa consiste nel deporre i semi più vari in vasi e
la nonna e lla zzìa

M 6
in piatti: messi al buio matureranno e cresce-
priparanu li megghiu ranno fino al Mercoledì Santo per essere

S. Diogene
piattini, ciotule portati nelle chiese e adornare l’altare dove
Gruppo familiare galatinese 1932 e cestini, sarà riposto il Ss.mo Sacramento dell’Eucari- 쐡

M 7
ca li simenti stia nel giorno di Giovedì Santo, in Coena
Sabato Santo s’ìanu mmintire Domini.

S. Giovanni Battista de La Salle


e ccu fantasia Tra luci e fiori, essi significavano l’offerta
La mattinata di questo ultimo giorno è intera- s’ìanu mmiscare. dei frutti della natura a Gesù, primavera della

G 8
mente legata al lavoro di disfare il Sepolcro, di Sotta llu liettu vita, mentre tutto si ridestava dal torpore del-
l’inverno e i nuovi fermenti arricchivano le
S. Alberto
conservare nelle nicche le statue, e di prepara- o intra llu stanzinu,
re il panno e la cerimonia della Resurrezione. Si allo scuru, zolle: offerta simbolica a Cristo, che sarebbe
stato chiuso nel buio del sepolcro e che poi

V 9 S. Maria Cleofe
guasta il Sepolcro e con i suoi fiori si orna l’Al- lu piattu
tare Maggiore. Tutti quelli poi che hanno porta- sarebbe risorto nella luce abbacinante di una
issìa cchiù ffinu. vittoria redentrice.
to il vaso di grano germogliato, vengono a ripren- NNa fiata allu ggiurnu
derselo ed è interessante conoscere la fine che Oggi i “piatti” resistono ancora in qualche
s’ìanu dd’acquare posto, ma per lo più sono sostituiti dai fiori.

S 10 S. Ezechiele
esso fa. Lo si brucia a casa, o lo si seppellisce in
pi ffarli bbene

“LU TERREMOTU”
campagna a tutela Divina per i raccolti, anche per-
chè non è bene che quel grano che ha presen- ggermogliare.
ziato al sepolcro, possa essere profanato. Quannu rrìàa

D 11 S. Stanislao
LUIGI BIANCO, “Le tradizioni popolari la santa mercutìa,
di Aradeo e dei paesi vicini” ogne ggermogliare Antichissima usanza praticata in
alla luce issìa. Chiesa dai fedeli il giorno del
Eranu tanti Venerdì Santo, quando duran-

L 12 S. Zenone
Noha: il Calvario sciardinieddri,
erba e ffiore,
te la lettura del Passio, veni-
va rievocato il momento
Merita pure di essere ricordato in queste pa- ca si offriano estremo della morte di no-
gine il Calvario. La costruzione, tutta in pie- a nostro Signore. stro Signore Gesù Cristo.

M 13 S. Martino I, papa
tra leccese, si trova vicino alla Cappella del- I bambini in particolare,
la Madonna di Costantinopoli. Sul pinnaco- Alla chiesa chiassoni per natura, provavano
lo del tempietto-porticato domina una croce li purtanu gran gusto a riprodurre, in quel pre-
in ferro battuto. Sul timpano del calvario è li caruseddre, ciso istante, il terremoto descrit-

M 14 S. Lamberto
scolpito a rilievo sulla pietra un triangolo al ca facìanu to dal Vangelo, facendo un
cui centro c’è un occhio: l’occhio di Dio. Sul- li offerte gran fracasso con le trenule ed
le pareti del Calvario sono pitturate in “affre- cchiù bbeddre. i tric-trac e addirittura percuo-
sco” alcune scene della passione di Gesù: nel Cussì ddri chiante tendo gli scanni della Chiesa 쐞

G 15 S. Annibale
“quadro” al centro è ritratto Cristo in croce ai tinnireddre creanu con qualche pietra preventiva-
cui piedi stanno Sua Madre e San Giovanni; nnu spiandore mente nascosta nelle tasche! Il
nell’icona a sinistra, Cristo in ginocchio nel- nturnu allu sipurcru terremoto si ripeteva nelle case il gior-
l’orto degli ulivi recita il suo “Fiat volumptas

V 16 S. Bernardetta
ti lu Retentore. no del Sabato Santo, al momento festoso del
tua”; nel dipinto a destra è raffigurato “Gloria”, quando, le campane della Chiesa dif-
l‘incontro di Cristo con la Veronica nel cor- D. SEVERINO, Copertino fondevano l‘allegro messaggio della Resurrezio-
so della Via Crucis. L’affresco è opera di Mi- ne.
chele D’Acquarica (Noha 1886-Cutrofiano

S 17 S. Arcangelo
Erano allora le persone anziane, rimaste in
1971). Sempre dello stesso autore si conser- casa, a riprodurlo con oggetti rumorosi e a gri-
va pitturata in affresco in Via S. Rita l’imma- dare la loro gioia pestando i piedi, leste a cac-
gine di S. Michele Arcangelo. RECITA UN ANTICO PROVERBIO:
ciare “i diavoli da tutti gli angoli e dalle infrat-

D 18 S. Galdino
Contrariamente all’iconografia canonica
che vuole che siano rappresentate tre croci “Te canuscu piru!” tuosità dei mobili con scarpe e bastoni”.
(quella al centro di Gesù e quelle ai lati dei (ti conosco bene...) A. QUARANTA, “Marittima,
due ladroni: il buono ed il cattivo), nel Cal- un Paese del Salento”

L 19 S. Espedito
vario di Noha sono piantate su tanti massi, po- Anche qui una delle solite storielle; ec-
sti alla base dell’edificio, cinque croci in le- cola: un grosso albero di pero che non
gno della stessa grandezza: segno che nel cal- dà mai frutto.
vario di Cristo c’è posto per le croci di tutti. Il proprietario decide di abbatterlo per
Nduvinieddhru
M 20 S. Sulpizio
Il Venerdì Santo tutto il popolo ci va in pro-
cessione portando la statua del Cristo morto se- farne legna. Accade però che il tronco, ri-
guito dalla Madonna Addolorata per i riti della sparmiato dal fuoco, finisce con l’essere Lu sacerdote de lu Crucifissu
Passione. Il calvario di Noha non “funziona” lavorato e trasformato in una artistica im- beddhru ntustatu lu porta spissu (spesso)
e quandu vide la ggente bbona

M 21 S. Anselmo d’A.
soltanto nel corso della Settimana Santa: non magine del Crocifisso che, naturalmente,
c’è giorno dell’anno che qualche devoto cit- viene poi esposta in Chiesa alla venera- azza la tonaca e nni lu sona.
tadino faccia mancare a quel sacro luogo la (orologio)

Detti popolari
zione del pubblico.
luce di un lumino, il profumo dei fiori freschi, L’antico proprietario del pero infrutti- 쐟

G 22 S. Leonida
il sospiro di una preghiera. fero innalza fervide preghiere al simula-
F. D’ACQUARICA. A. MELLONE, cro dell’Uomo-Dio per ottenere una gra-
“Noha, storia, arte, leggenda” zia, ma la grazia non viene, e allora l’in-

LA SCAMPAGNATA DI PASQUETTA
La prucissione è llonga:

V 23 S. Giorgio m.
dividuo, stanco di pregare e di attende-
re, rivolto al Crocefisso, esclama: “Te ca- riquardate la candela.
nòsche pire!”, cioè: “Neppure quando eri Senza lu fessa lu cristianu nu campa.
Con il mercoledì delle ceneri, nella socieyà conta- pero hai fatto bene!” Ci finge, vince!

S 24 S. Fedele da Sigm.
dina dunque, si entra nel vivo della Quaresima e si do-

La cucina de na fiata
C. ACQUAVIVA, “Taranto...Tarantina” Culu e furtuna, jata a cci l’ave.
vevano osservare tutti i tabù che la «curemma” appena
imponeva. Tra questi l’astinenza che non era soltanto La sardizza mpena vide lu focu, ùnchia.
dalle carni. Per tutta la Quaresima infatti, si proibiva an-

D 25 S. Marco evan. - Anniv. Liberazione


che di mangiare uova, latte e tutti i suoi derivati. Le mas-
saie, dunque, cominciavano l’accumulo delle uova del-
le proprie galline durante questo tempo, e talvolta rag-
PECURIEDDHRU CU LLI PAMPASCIUNI
giungevano centinaia,ma nessuno si permetteva di man-

L 26 S. Cleto
giare un uovo in Quaresima. Si sarebbe fatta la scorpac-
ciata di uova lesse nel lunedì di Pasqua, durante la tra- Ingredienti: 2 kg. di agnello a pezzi, 600 gr. di “pampasciuni” (muscari), 10 pomodorini,
dizionenale scampagnata che oggi si chiama di Pasquet- rosmarino, aglio, prezzemolo, pane grattugiato, olio, sale, pepe.
ta, ma che fino agli anni ‘60 era della «Matonna te le cud-

M 27 S. Zita
Disporre i pezzi dell’agnello in una ciotola coprendoli di vino e lasciarli riposare per un
dhrure». Una parte di queste uova tre quattro, sarebbe paio d’ore. Togliere i pezzi d’agnello e sistemarli in un tegame da forno con i vari odori,
stata donata al Scaerdote che nella settimana dopo Pa- i pomodorini a pezzetti, e i “pampasciuni” puliti e lavati. Coprire il tutto con una spolve-
squa sarebbe passato ben Benedire le case. Anche per rata abbondante di pane grattugiato e condire con olio. Infornare a 180°.

M 28 S. Pietro Chanel
il latte lo stesso discorso; tutto il latte prodotto in Qua-
resima lo si trasformava in formaggio e lo si conserva-
va. Questo avveniva sia nelle singole famiglie che pos- Curiosità
sedevano una mucca o una capra, ma soprattutto nel- L’agnello al forno è il vero grande piatto della cucina salentina, è quello delle grandi oc-
casioni ed è immancabile nei pranzi di Natale e di Pasqua. 쐠

G 29 S. Caterina da Siena
le masserie dove capre e pecore si contavano a svaria-
La pecor a leccese
te centinaia, e le mucche a diverse diecine. I magazzi-
ni della masseria, si riempivano di moltissime forme di
formaggio, sapientemente preparato dalle mani esper- Le migliori carni ovine provengono da zone situate lungo le coste marine, chiamate per-

V 30 S. Pio V, papa
te del massaro e della massara. Lo si lasciava essicca- ciò “dei prati salati”. Un tempo erano infatti ricercati i montoni e gli agnelli provenienti
re, indurire e stagionare per venderlo e consumarlo poi dal capo di Leuca. Nel Salento esiste una razza specifica: la Moscia o Leccese.
dopo Pasqua. L’interdizione Quaresimale di mangiare E’ un’antichissima razza di agnello con la faccia nera e di piccola taglia.
uova e formaggio va interpretata come una forma par- Esse si sono adattate da secoli alla povertà e aridità dei pascoli salentini riu-
ticolare di penitenza che univa al concetto di mortifi- scendo a brucare negli anfratti delle rocce, tra pietre e irsuti arbusti della
cazione della carne, l’utile di risparmiare il cibo base per macchia mediterranea da cui sia il latte che la carne traggono dei caratte-
la scampagnata di Pasquetta. ristici sapori che vengono esaltati nelle ricette tradizionali della cucina
L. BIANCO, “Le tradizioni popolari di Aradeo salentina e durante la cottura sviluppano aromi e sapidità molto par-
e dei paesi vicini” ticolari.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
L’arredo del futuro Nido
Fissato il periodo presumibile per la cele-
brazione delle nozze, i giovani preparavano Maggio 2010
S 1
il loro nido arredandolo del necessario, che
doveva essere procurato in parte da lui ed in

S. Giuseppe / Festa del Lavoro


parte dalla ragazza. Lo sposo provvedeva a
trovare la casa, i mobili, le sedie, la pettinie-

D 2
ra, i piatti, le posate, il crocifisso e l’acquasan-
tiera, lu scarfaliettu (una specie di padella con
S. Atanasio
manico lungo in cui si ponevano i carboni ac-
cesi e con il quale si scaldava il letto prima

L 3
di coricarsi), li pignatieddri (recipienti di va-

Ss. Filippo e Giacomo


ria misura, di terracotta, adoperati per lo più
per cucinare i legumi). Sempre allo sposo spet-

M 4
tava procurare le vettovaglie necessarie per
i primi giorni successivi al matrimonio: olio,

S. Silvano
legumi, fichi secchi, olive e persino il pane (lu
pane fattu a casa), che la madre dello sposo

M 5
preparava alla vigilia del matrimonio.
Certamente la cosa più importante, da

S. Teodoro
quanto risulta da antiche testimonianze, era-
no li pampauddri e la catena che reggeva il

G 6
Giovani galatinesi 1947 secchio adoperato per attingere l’acqua dal
pozzo, situato nel giardino (retu a l’uertu). Tale

S. Giuditta
L’Antico Amoreggiamento catena doveva avere maglie grosse e grandi,
in base alle possibilità economiche dello spo- 쐡

V 7
In un tempo lontano i fidanzati dovettero vivere una vita grama dal momento che, in una so-
cietà chiusa e patriarcale, con una concezione e collocazione sacrale della famiglia, cellula quasi so, e più era grossa più era motivo di vanto

S. Augusto
autosufficiente di gerarchie sociali e affettive, uscire da casa, per una giovane donna, significava per le famiglie.
una violazione del focolare domestico, anche se incosciamente costituiva una conquista di una La donna provvedeva al talamo, al telaio,
ai comodini, alla cassapanca (la cascia), alla

S 8
fetta di libertà...
Le giovani donne dovevano stare a casa, rendersi cura della nidiata dei fratelli e sorelle più pic- mattrabanca (tavolo di legno con piano supe-

S. Vittore
coli, aiutare la madre nelle faccende domestiche, imparare a cucire e cucinare, a tessere al telaio riore ribaltabile, sul quale si lavorava l’impa-
e ricamare i capi della dote, dovevano servire a tavola e non solo a tavola i fratelli maschi, do- sto per il pane), alle rami russe (batteria di te-

D 9 S. Luminosa
vevano lavare i panni, sparecchiare, consumavano insomma un apprendistato in funzione della gami di rame color rossiccio), al treppiede ed
loro vita da adulte. alla dote. La dote femminile o panina (cioè
L’unico spiraglio, l’unica possibilità per uscire da casa, erano legati al periodo delle feste pa- appannaggio), era formata da un certo nume-
tronali, al tempo delle novene religiose, delle prediche, del festino in casa di parenti, della ven- ro di capi di abbigliamento, e comunque di

L 10 S. Alfio
demmia o della raccolta delle olive. accessori di stoffa come lenzuola, panni, co-
L’uomo di quest’epoca era costretto ad andare in chiesa per vedere la sua bella. Se in chiesa perte, biancheria intima, il cui numero dove-
si andava con le amiche, al ragazzo era possibile avvicinare la comitiva e scambiare qualche pa- va essere uguale per la maggior parte dei capi
rola furtiva con lei, se si andava con la madre, l‘unico modo per comunicare era da lontano e e per questo si diceva: si sposerà con pani-

M 11 S. Francesco di Ger.
sempre con gli occhi: era sufficiente. Spesso il fidanzato o l’aspirante fidanzato perdeva ore ed na 6, panina 12, panina 18... in base alle di-
ore, andando su e giù per la strada dove era ubicata l’abitazione di lei... sponibilità economiche, questa volta della nu-
Il giovane tentava in tutti i modi di segnalare la sua presenza con segni convenzionali, dei quali benda.
L. ELIA, Salento Addio

M 12 S. Pancrazio
era stata informata previamente l’amica: un fischio prolungato o con qualche modulazione, uno

Il fazzoletto bianco
schiocco delle dita, un verso di animale, il rumore di un sassolino che colpiva dolcemente l’uscio
della porta. Non era raro poi il caso che il ragazzo cantasse le serenate, nelle calde sere d’estate,
alla sua bella, bianca comu la recotta e russa comu lu sangu, da solo o accompagnato da amici.

G 13 S. Emma
Alla fine, dopo questo assedio spietato, lei doveva proprio cedere e acconsentire a fidanzarsi. Appena i due giovani si fidanzavano lei era
solita offrire al suo cavaliere un bianco fazzo-

Canto Rustico
L. ELIA, Salento Addio
letto da mettere nel taschino della giacca.
Il fazzoletto era stato ricamato di propria

V 14 S. Mattia ap.
mano dalla ragazza che vi aveva trapuntato
lungo gli orli le sue iniziali ed i caratteristici
emblemi dell’amore, retaggio di un non lon-
Nel canto si libera il grand’orto tano romanticismo: le colombe, il cuore trafitto 쐞

S 15 S. Torquato
alla colta dei melloni “sarginischi”, dal dardo di Cupido, vari motivi floreali.
la voce che sovrasta tutte l’altre La ragazza regalava anche un tarallo a forma
riecheggia per le zolle e tra le fronde: di cuore oppure una rara noce a tre cerchi, che
“Sole de maggiu caddu e sapurusu, veniva rinchiusa in una custodia di lana lavo-

D 16 Ascensione del Signore


m’imbriacanu li fiuri st’occhi mii, rata all’uncinetto e appesa alla cintola del fi-
le rundineddhe ‘ncielu scrivanu poesie, danzato come portafortuna. Il ragazzo faceva
‘n’ora, ‘n’ora sula de felicità recapitare a lei o portava di persona vari ge-
neri di regalo come la cupeta, dolci, mandorle

L 17 S. Pasquale B.
e mille e mille de fatica mara
cu mi fazzu ‘na casiceddha ricce, fave abbrustolite, noccioline. Nella do-
quandu Diu vurrà menica delle Palme la ragazza riceveva in dono
nni chiova de lu cielu la palma benedetta o la nuce, formata da fo-
glie di palma intrecciate che racchiudevano tal-

M 18 S. Giovanni I Papa
‘na ‘nziddha de pietà”. volta cioccolatini o caramelle o una noce.
A sera a quietarsi arnesi
e ceste vuote alla “ramesa”, L. ELIA, Salento Addio
ma non dorme, no,

M 19 S. Ivo
non dorme la speranza, Varietà di meloni
tace o dentro bussa piano: e angurie galatinesi:
“Nni chiova de lu cielu
‘na ‘nziddha de pietà”. Galìa, giallettu,

G 20 S. Bernardina
minna de monaca,
S. BELLO, “Di giorno in giorno” pisconzu, retinatu,
rugnusu, sarginiscu russu,
scorza verde,

V 21 S. Valente
zuccarinu rigatu,
Nduvinieddhru Donna galatinese 1943
zuccarinu scorza liscia,
zuccarinu vestutu.
Tegnu na canna

S 22 S. Rita da Cascia
rriva a lla Spagna
rriva a lla Turchia “LA MESCIA” una figura tipica del passato
rriva puru a casa mia. La “mescia” era una figura tipica del paese, temuta ma amata e rispettata dai bambini, ai quali sapeva
(sole) spesso distribuire sonore botte; la famiglia chiedeva da lei oltre all’insegnamento religioso, i primi rudimenti,

D 23 S. Desiderio
soprattutto per le bambine, dell’arte del cucito e del ricamo. Inoltre essa insegnava ai bambini, che portavano

Fazzulettu d’amore
di lei un caro ricordo per tutta la vita, le norme di comportamento sociale, il senso del rispetto, l’amore al la-
voro e tante altre cose pratiche e teoriche, maestra come era di una pedagogia spicciola che le veniva dal-
l’esperienza. Una delle principali preoccupazioni della “mescia” era quella di preparare i suoi bambini/e alla

L 24 Maria Ss. Ausiliatrice


‘Na donna me donau nu fazzulettu Prima Comunione. Per questo, oltre al modo di comportarsi in quell’occasione, insegnava loro le specifiche
preghiere tradizionali che i bambini/e avrebbero poi ripetuto per tutta la vita ogni volta che si fossero fatti la

La cucina de na fiata
cu me lu ttaccu alla canna ‘licatu;
e jeu me lu ttaccai comu purmettu Comunione o si fossero recati in Chiesa.
L. BIANCO, “Le tradizioni popolari di Aradeo e dei paesi vicini”
pe rispettu a ‘l’amore ca me l’a ddatu

M 25 S. Erminio
Vinne e se sciupau lu fazzulettu.
Alla funtana lu portu cu ‘lu llau:

CROSTATA CU LLA RICOTTA E MARMELLATA DE ANGURIA


acqua d’amore, sapune de sdegnu.

M 26 S. Filippo Neri
Sai quante friculate l’ippi ddare?
A nu raggiu de sule jeu lu spannei: Ingredienti: 600 gr. di farina, 200 gr. di zucchero, 100 gr. di strutto, 150 gr. di burro, 2 tuorli e 2 uova
“Sùcate fazzulettu, ca t’aggiu ddare!” intere, 1/2 bustina di lievito per dolci. Impastare velocemente i vari ingredienti e lasciare riposare in

G 27 S. Oliviero
Te l’aggiu ddare quannu stamu suli, luogo fresco per 1 ora.
le pene toi e le mie n’imu cantare! Ingredienti per il ripieno: 700 gr. di ricotta, 7 cucchiai di marmellata di anguria
A. QUARANTA, Marittima Lavorare la ricotta con i rebbi di una forchetta e poi aggiungere la marmellata. Ricavare dalla pasta

V 28 S. Emilio
un Paese del Salento frolla 2 sfoglie dello spessore di 1/2 cm, foderare con una di esse una teglia da forno unta di burro
e infarinata; versare il ripieno, chiudere con l’altra sfoglia e infornare a 180° finchè la crostata non

Detti popolari
assume un colore dorato. A cottura ultimata spolverizzare la crostata con zucchero a velo.

Mar mellata di angur ia


S 29 S. Ademaro
Ingredienti: 3 kg. di anguria, 1 kg. di zucchero, vaniglia, 1 limone.
Ave frittu de purpi! Tagliare l’anguria a grosse fette, eliminare la scorza verde e separare la polpa rossa da quella bianca.

D 30 Ss. Trinità
La femmana ede comu la straficula fracetana Eliminare i semi dalla polpa rossa dell’anguria, tagliarla in grossi pezzi e iniziare a cuocerla
(lucertola muraiola) quandu ti thrase a ccasa sul fuoco, una volta cotta passarla al setaccio. Tagliare la parte bianca dell’anguria in pic-
nunn’esse cchiui. colissimi pezzi e iniziarla a cuocerla, in un’altra pentola, aggiungendo lentamente la pas-
La caddhrina furtunata trova lu cranu sata di anguria ottenuta dalla polpa rossa. A metà cottura aggiungere lo zucchero

L 31 Visitazione B.V.M.
puru se ede cecata. e, pochi minuti prima di spegnere la vaniglia e la scorza di limone grattugiata. La
raccolta dei “sarginischi” nel Salento viene effettuata con “fatica mara” dai racco-
Femmana, focu e mare meju nu tte fidare. glitori, ma sempre accompagnata dai canti che si liberano nell’aria della cam-
Femmane, cavaddhri e sservitori pagna. Don Salvatore Bello ce lo descrive nel “Canto rustico”.
rruvinanu li signori.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
Giugno 2010
M 1 S. Giustino

M 2 S. Marcellino / Festa della Repubblica

G 3 S. Clotilde

E’ SURDA...MA BALLA V 4 S. Quirino di T. 쐡

S 5
A Martano non sono riuscito a parlare con

S. Bonifacio
l’unica tarantata rimasta, Anna. Ho parlato con
la sua mamma Assunta.

D 6
Anna è stata pizzicata a 22 anni mentre era
in campagna. È sposata con tre figli. Da bam-

Corpus Domini
bina, a 6 anni circa, ha contratto la menengite
rimanendo sorda. Penso che la sordità (vera o

L 7
presunta) sia stato il motivo per cui Anna non
ha voluto parlare con me direttamente. “Anna
Ss. Trinità
è stata pizzicata - racconta sua madre - mentre
spiumava il fieno. Quando fu pizzicata perse co-

M 8
noscenza. Fu caricata sul biroccio e portata a
casa. Prima fu curata nell’ospedale di Lecce. Lì
S. Vittorino
Tarantate davanti alla Cappella di San Paolo
le fecero i martirii di Dio e quando tornò a casa
era tutta una piaga sul ventre. Poi una vicina di

M 9 S. Primo
Intorno al Tarantolismo Pugliese casa disse: “Cu no sia ete cosa de Santu Paulu?”
(Che non sia cosa di San Paolo?). Così la por-
Ogni anno, dal 29 al 30 giugno, convengono nella cappella di S. Paolo in Galatina i taranto- tammo a Galatina, dove saltava, ballava e poi
lati della regione, dando luogo ad episodi che l’amico André Martin ha ripreso in alcune sue in- cadeva a terra come morta, soprattutto quando

G 10 S. Diana
teressanti fotografie. vedeva qualcuno vestito con i colori che le pia-
La forma cristianizzata del tarantolismo di Galatina richiama quella pagana, che rientra nelle cevano, escluso il rosso e il giallo. Questo fino
terapie magiche della possessione e che una volta in Puglia era molto diffusa. Sulla forma pa- alle dodici. A quell’ora si esce dalla cappella di
gana il Rev. Domenico Sangenito verso la fine del secolo XVII ne scrisse ad Antonio Bulifon, li-

V 11 S. Barnaba
San Paolo e si va alla Chiesa Madre a sentire la
braio francese in Napoli, il cui nome occupa un posto non irrilevante nella formazione della messa. Quando arrivano i giorni di San Paolo
nuova cultura napoletana. Anna sta male, ma proprio male, è come mor-
Il Sangenito, la cui lettera al Bulifon può leggersi nelle Lettere memorabili istoriche politiche ed ta. Ha un nodo nello stomaco e non riesce qua-

S 12 S. Onofrio
erudite (Napoli, 1693), fu un attento testimone oculare di ciò che riferisce, il che dà un partico- si a respirare”.
lare valore al suo rapporto, che qui riportiamo nell’essenziale: “Coloro che son morsi dalla taran- Alla mia domanda del perchè le pizzacate sono
tola, poche ore di poi, con voce inarticolata si lamentono, e se li circostanti domandano loro che quasi sempre donne, Assunta così risponde: “E
cosa l’afflige, molti risposta non danno; ma solamente con gli’ occhi torvi li riguardano; ed altri mah?! Santu Paulu miu, ce sacciu, ce sacciu! (Eh! 쐞

D 13 S. Antonio di P.
fanno cenno colla mano sul cuore. Per la qual cosa, gli abitatori di que’ paesi come persone prat- San Paolo mio, che ne so io, che ne sono io!).
tiche, sùbito vengono in cognizione del malore che li tormenta; onde senza perder tempo tanto- Tu mettiti nelle vesti di una mamma. Io sof-
sto chiamano sonatori con vari istrumenti, poichè altri balla al suon di chitarra, altri di cetera, ed fro e bestemmio. Non mi scappa una lacrima.
altri al suon di violino; sul principio del suono, pian piano cominciano a ballare, chiedono spade, Non sento niente, nè buono, nè male. Tengo il

L 14 S. Eliseo
e come che siano inetti di scherma, se ne dimostrano con tutto ciò nel maneggiarli maestri. cuscino e ogni volta che Anna cade lo metto sot-
Chiedono altresì anche specchi, e mentre vi si mirano, gettano sospiri acutissimi e innumera- to la sua testa. E poi sto male, male, anche ades-
bilissimi. Vogliono bindelle, cateniglie, vesti preziose, e quando son loro portate, le ricevono con so che ti sto raccontando. Pensa che la gente di
allegrezza inesplicabile, e con molta riverenza ringraziano chi loro le reca. Tutte le cose sopra- Galatina dice che andiamo lì per scherzare e gio-

M 15 S. Vito
dette dispongono con bell’ordinanza intorno allo steccato, dove ballano servendosi da tempo a care. Fatte mamma! (Fatti madre). Anna raccon-
tempo ora dell’una o dell’altra, secondo gl’impulsi che gli ne dà il malore. Danno principio al ballo ta che balla pure per un vecchierello che va a
un’ora doppo l’apparir del sole, terminando un’ora prima di mezzogiorno, senza prender mai ri- Galatina, perchè la taranta di questo vecchio è
poso, fuorchè se l’istrumento si scordasse: ed allora respirano con impazienza per istinto a tanto sorella della taranta che ha pizzicata mia figlia”.

M 16 S. Aureliano
che si ripone in accordo, notandosi con meraviglia come gente sì rozza ed inculta, come sono i -Senti Assunta, ma se tua figlia è sorda come fa
cultori della terra, custodi d’armenti e simili altri uomini camparecci, siano così buoni conosci- a ballare?- “Nah, quando sente qualche musica
tori delle consonanze e dissonanze de gl’istrumenti musicali, e che tanto di quelle s’inquietino, che le piace si mette a ballare!”
L. CHIRIATTI, “Morso d’amore”

G 17 S. Ranieri
quanto di quelle si appagano.

Detti popolari
Un’ora dopo mezzo dì entrano di bel nuovo in danza, continuando sino al tramontar del sole,
come fanno col medesimo ordine senza stancarsi, come io ne ho molti veduti, nè mai più di tre
giorni aver patito travaglio, se al male loro si fosse dato più tardo rimedio col suono, ciò che altri

V 18 S. Marina
ne dica di otto, e di dieci giorni, che col ballo abbiano avuto necessità di seguitarlo. Nel mentre
che danzano sono fuori dei sensi, e non distinguono parente , né amico, ma li son tutti uguali:
ben’è vero che alle volte invitano qualche leggiadro e grazioso giovanetto al ballo. Gli arredi, dei Pilu tira pilu, paducchiu tira paducchiu.
quali si servono, sogliono per lo più essere di colore vago, come incarnato, rosso, ceruleo, e si- Cinca nasce furtunatu piscia lu jettu

S 19 S. Romualdo
mili; e quando vedono il nero, s’adirano in modo che colla spada corrono discacciando chi n‘è e dicianu ca è ssudatu.
vestito. Ad uno solo, che io sappia, tra molti non dispiaceva il drappo nero: e questo tale che Quandu mente la cuda lu diavvulu
non saltava con tanto vigore quanto gli altri, ma più agiatamente. pè Santu Pietru patisce Santu Paulu.

Il Capo Attarantato
E. DE MARTINO, “Sud e Magia”.

D 20 S. Ettore
Le feste d’estate dei galatinesi

L 21 S. Luigi Gonzaga
Le feste d’estate dei Galatinesi si concentravano nel Un’altra arte ormai è quasi del tutto scomparsa: quella del capo attarantato. La tarantola è un ragno,
mese di giugno e culminavano con i tre giorni di festa pa- com’è noto, tutt’affatto pugliese, e se ti morde ti obbliga a ballare: e se non balli muori. Il fenomeno
tronale, dal 28 al 30 giugno, in onore di S. Pietro e S. Paolo.
Questa festa segnava l’inizio dell’estate e per le assolate è stato oggetto di lunghi e pazienti studi pubblicamente promossi, or son tre secoli, da Monsignor Pe-
strade del paese cominciava a girare “u Chiccu”, detto “u rotto, vescovo di Manfredonia, il quale invitò i dotti del suo tempo a studiare gli effetti della puntura

M 22 S. Paolino di Nola
cratta-cratta”, il venditore ambulante di gelati e “cremulate”, dello strano falangio. E d’allora una folta schiera di naturalisti ne parlò, anche dei più illustri; alcuni,
che gridava “gelati della Maiella, quattru sordi la pagnut- i più numerosi, sostenendo in lunghe polemiche la potenzialità venefica del ragno, altri negandola.
tella!” Per preparare le “cremulate” (granite), grattava il Certo, fin quasi ad oggi, morsi di ragno che, nolente o volente, obbligavano il paziente a ballare ce
ghiaccio da un enorme blocco e riempiva il bicchiere; poi,
ne sono stati: si aveva allora una specie di festa, diretta dal capo attarantato. S’addobbava una camera

M 23 S. Lanfranco
secondo il gusto richiesto, versava dalle boccette colorate
un po' di essenza al limone, alla menta, all’amarena, la me- in nero, o in verde, o in rosso, secondo le preferenze del morsicato, e lo si faceva ballare con due ra-
scolava e la granita era pronta. gazze, tra due specchi, a suon di tamburella e di chitarra, alla presenza di parenti e d’invitati ai quali
Fino agli anni ‘50, quando nelle case non era ancora si servivano intanto ciambelle e vino. Di qui il nome di tarantella al ballo paesano. Questo del ballo
diffuso l’uso del frigorifero, c’erano dei negozietti in cui si

G 24 Natività di S. Giovanni Battista


pel morso della tarantola non è un puro e semplice pregiudizio creato dalla credulità del popolino,
vendeva il ghiaccio, come “u Donadei” in piazza Aligheri
e “u Cinisa” in piazza S. Pietro. Nei giorni della festa patro- ma ha, senza dubbio, un qualche fondamento scientifico, se il fenomeno, come ho detto, è stato og-

La cucina de na fiata
nale era usanza uscire alla festa e consumare lo “spumone”. getto di accurati studi da parte di scienziati di nota fama.
I bar più frequentati erano “u bar de lu Cafaru” in via Pie- N. ZINGARELLI E M. VOCINO, “Apulia Fidelis”

V 25 S. Prospero
tro Siciliani, “u Gran Caffè de lu Ginu Sabella” in via Sta-
zione e “u San Martinu” in piazza S. Pietro, che preparava
caffè e colazioni. Questo fu il primo bar di Galatina ad
avere la televisione. Alcuni ricordano ancora che quando

FAGGIULINI CU LA FRITTATA

S 26 S. Vigilio di T.
andava in onda il programma “Lascia o raddoppia?”, il bar
era pieno di gente e a volte le persone erano costrette a
portarsi le sedie da casa. Fra gli altri bar, si ricordano “u bar
de lu Pippi Gaballu” in piazza S. Pietro, accanto alla Chiesa Ingredienti per la frittata: 150 gr. di pisellini verdi (tipo “il riccio di Sannicola”), 150 gr. di parmigiano grattu-
Madre, dove si preparavano caffè e tarallini zuccherati e si giato, 100 gr. di mollica di pane bagnata nel latte, 6 uova, menta tritata, sale, pepe. 쐠

D 27 S. Ladislao
giocava a carte; “u De Mitri” in piazza S. Pietro, che ven- Ingredienti per i fagiolini: 500 gr. di fagiolini, 8-10 pomodorini, 1 mestolo di salsa di pomodoro, aglio, basi-
deva anche le corde per violini e chitarre e, accanto, “l’Ar- lico, 50 gr. di formaggio parmigiano grattugiato.
mandu Casalinu”, che vendeva confetti, liquori e coloniali. Rompere le uova in una ciotola e sbatterle servendosi di una frusta, quindi aggiungere i vari ingredienti e amal-
Accanto all’attuale sede del Banco Ambrosiano Veneto,
gamarli. Versare il composto in una taglia da forno imburrata e cosparsa di pane grattugiato. Infornare a 180°

L 28 Vigilia - Processione
c’era “u bar de la Catuccia”, che era uno dei primi bar ad
aprire la mattina per la gente che viaggiava e che andava e cuocere la frittata finchè non assume un colore dorato. Tolta dal forno e intiepidita va tagliata a quadrati.
ai mercati. Risalendo agli anni ‘20, in Corso Vittorio Ema- Cuocere i fagiolini, una volta lavati e spuntati, per decina di minuti e scolarli. In una casseruola soffriggere
nuele II, c’era “u bar de lu Maffei”, ubicato presso l’attuale nell’olio alcuni spicchi d’aglio, aggiungere i pomodorini a pezzetti, la salsa di pomodoro e cuocere a fuoco
sede del Comando dei Vigili Urbani. Le specialità della casa basso per alcuni minuti. Aggiungere i fagiolini, il basilico e terminare la cottura, infine aggiungere i quadrati

M 29 Ss. Patroni Pietro e Paolo


erano dei dolci particolari, oggi introvabili, detti “le còr- di frittata, spolverizzare il tutto con il formaggio grattugiato e portare in tavola. È un piatto unico.
I pisellini ver di di Sannicola
nule”, così chiamate per la loro forma simile ai frutti del
carrubo. Si trattava di dolci al cioccolato larghi quanto il
palmo della mano, fatti con l’impasto dei mustazzoli, che
Il Pisello Riccio di Sannicola è un ecotipo di pisello nano, rustico e perfettamente adattato all’ambiente in cui

M 30 S. Paolo
venivano esposti in bella vista nelle vetrine del bar. Oltre
alle ”còrnule”, che alcuni, con una punta di nostalgia, ricor- per secoli è stato coltivato. Questa pianta si trova un po' in tutto il Salento ed in particolare sulle falde
dano ancora come vere prelibatezze, il bar preparava taral- dei promontori rocciosi, felicemente esposti a Mezzogiorno, che dalle cittadine di Alezio, Sannicola
lini zuccherati, mustazzoli, la “veneziana” (cioccolata calda) e Nardò degradano verso lo Ionio. Era proprio da questi terreni che scaturiva la produzione mi-
in inverno e, come tutti i migliori bar, lo spumone, il clas- gliore, sia in termini di qualità che di precocità. Inutile dire che la completa manualità di
sico gelato della festa, in estate. Lo spumone veniva prepa- questa coltivazione e la laboriosità della raccolta l’hanno portata ad un progressivo declino
rato in vari gusti in un recipiente metallico profondo e di confinandola negli orti familiari per lo più per autoconsumo.
forma cilindrica, detto “u catu” (dal latino “cadus”, secchio, Questi piselli, dolcissimi e teneri se consumati freschi, sono ottimi anche secchi, pra-
recipiente), che tutt’intorno veniva riempito di ghiaccio.
ticamente insostituibili nella preparazione di piatti tipici, come “lu scarfatu” e
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI “li morsi e cecamariti”.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LA VITA E IL LAVORO
NELLE MASSERIE
Notizie interessanti, per quanto riguarda la vita
e il lavoro nelle masserie ci vengono dal Libro de Luglio 2010
G 1
Conti di Procure del Venerabile Monastero delle
Monache di S. Chiara di Nardò, un manoscritto

S. Ester
inedito dove sono riportati puntualmente, dal
1674 al 1704, “introiti” ed “esiti” delle masserie S.

V 2
Chiara in Arneo e Boncuri, due masserie a preva-
lente vocazione cerealicolo-pastorale immerse

S. Ottone
nelle “folte macchie d’Arneo” e incardinate su
quell’asse viario di antica ed attiva frequentazione

S 3
(la “via Sallentina”), che da Taranto scendeva

S. Tommaso ap.
verso Nardò e proseguiva per Gallipoli e per il
Capo di Leuca.
Dal manoscritto si ricavano dati relativi alle

D 4
spese per la gestione delle masserie, e proprio da

S. Elisabetta
questi dati emerge il rapporto tra il mondo rurale
e il mondo “cittadino”, due mondi che non pos-

L 5
sono fare a meno l’uno dell’altro. Una campagna
che attinge alla città per rifornirsi non solo degli

S. Antonio M.Z.
attrezzi necessari per i vari lavori, ma anche di
prodotti speciali, di alimenti per sfamare la mano-

M 6
dòpera stagionale ingaggiata per la mietitura e
per la “pesatura” (trebbiatura) del grano, per la

S. Maria Goretti
Galatina - Masseria del Duca
“sarchiatura” e per la tosatura delle pecore.
Dalla città si acquistavano “farnare” (setacci uti-

M 7
lizzati per “cernere” il grano), “sporte” per semi-
Insediamenti rurali: le masserie nare, “fische” e “fiscareddhe” (recipienti di giunco
S. Pompeo
Sono gli ultimi esemplari dell’architettura rurale presenti nel territorio salentino. Questi com- per la ricotta), secchi di varia misura, campane
per le pecore, “nzarti” e “zoche” (funi per gli ani-

G 8
plessi edilizi, ormai in rovina e abbandonati, nacquero all’incirca nel XVI secolo e si diffusero poi
in tutto il Salento come centri attivi e produttivi di economia e di cultura, all’indomani della presa mali e per i pozzi), “ciste e gioghi per parecchi di

S. Adriano
di Otranto da parte dei Turchi. Uno stato grave di insicurezza, determinato dal fenomeno sem- bovi aratori”, “pignate”, piatti, scotelle, “quartare
pre crescente di piraterie e spesso anche di brigantaggio locale, suggerì allora ai pochi contadini per li mietitori”, “scotelle e piatti grandi per far

V 9 S. Fabrizio
scampati al massacro, e meglio ancora ai proprietari terrieri, di realizzare delle strutture edilizie mangiare li mietitori”, “centre” e “centruni”
idonee a rintuzzare in qualche maniera le continue scorrerie di avventurieri, e di promuovere nel (chiodi piccoli e chiodi grossi per riparazioni
contempo delle attività agricole capaci di assicurare una economia di sussistenze e di autosuffi- varie), “serraglie” (serrature per chiudere locali e
cienza. magazzini), zolfo e aceto per curare la “rogna”

S 10 S. Marziale
Nacquero così le masserie fortificate, dalle strutture architettoniche semplici e funzionali, dove delle pecore, lucerne e sacchi. Altre spese veni-
l’elemento difensivo, affidato prevalentemente alle caditoie, esprime la precarietà della vita sui vano fatte per l’acquisto di prodotti per alimentare
campi, nei tempi oscuri della nostra storia. In tali complessi edilizi, dalle tipologie diverse (per il bestiame, come “hortalizi per le pecore” e “ca-
struttura- per estensione - per capacità produttiva e per tipo di gestione) permangono i segni di niglia” (crusca) per i cani; e poi sale “comprato

D 11 S. Benedetto ab.
una economia basata sulla cerealicoltura oppure sulla monocoltura dell’olivo e sulla pastorizia. dalla salina di Gallipoli” e utilizzato per usi do-
Non a tutte le fabbriche rurali si può comunque attribuire il titolo di masseria. A volte si tratta mestici e “per la merce”, vino “per il mietere e
di semplici abitazioni rurali con ridotte estensioni di terreno, anche se munite di elementi per la per il pisare”, “pesce alli mietitori acquistato a Ci-
difesa, costruite da benestanti non tanto per lo svolgimento di complesse attività aziendali, ma saria” (Porto Cesareo) ecc. 쐞

L 12 S. Goffredo
come dimore stagionali... Tra le “spese” si descrivono, altresì, quelle per
Oggi queste tipiche costruzioni rurali che “dormono solitarie...nel silenzio della notte”, ridotte ammazzare i topi e per “cacciare i bruchi”. Nel-
nella maggior parte dei casi a veri e propri ruderi abbandonati dall’uomo, restano ancora lì a ri- l’Aprile del 1684 un “sorciaro” di Veglie, che
aveva preso 3480 “sorci”, viene retribuito “a grana

M 13 S. Enrico
cordarci un capitolo importante della nostra storia e della nostra civiltà contadina, ormai comple-
tamente tramontata. venti il cento”, e ancora 20 grana per ogni cento
A. QUARANTA, “Marittima un paese del Salento” topi vengono pagate nel 1683 per i 3200 topi
presi nelle biade della masseria S. Chiara.

M 14 S. Camillo de L.
L’invasione di tali rosicanti era “uno dei perio-
dici flagelli che distruggevano il grano”.
Il commercio dei prodotti delle masserie viva-
RECITA UN ANTICO PROVERBIO: cizzava i collegamenti tra città e campagna: “vati-

G 15 S. Bonaventura
cali”, “carrieri” e “beccari” realizzavano sulle
“De lu furnu e de la masseria “piazze” una limitata ma costante economia di
centu anni luntàna la caristia”. mercato impostata sulla vendita del bestiame,
della lana e del formaggio.

V 16 B.V. del Carmine


Ancora oggi si usa questo antico prover- A. COSTANTINI, “Guida alle masserie
bio quando si vuole indicare il benessere del Salento”
di una casa o di una famiglia.
Galatina, La masseria si identificativa,
Nduvinieddhru
S 17 S. Alessio
una volta, con ogni ben di Dio:
la Masseria farina, pane, formaggio, uova, La signura tenia l’anche stise,
del Duca carne, ecc. lu cucchieri le zzau e lli lu mise.

D 18 S. Federico
(carrozza e cavallo)

Metamorfosi d’un gallo


Può essere considerata l’esempio più im-
portante dell’insediamento rurale che si
evolve e si adegua alle diverse pratiche cul- 쐟

L 19 S. Arsenio
turali in un arco di tempo che va dal XV al Erano le donne anziane ad avere l’arte di trasformare un arzillo ed ardito galletto capace di con-
XX secolo. Si tratta di un impianto a corte tendere il titolo ad un maestoso re del pollaio, in un imbelle eunuco da mettere all’ingrasso per
chiusa dove i vari locali si addossano, som- il pranzone natalizio. L’intervento magico-chirurgico non avveniva alla solarità di un’aia bensì
mandosi nelle diverse epoche, all’edificio- nella penombra della cucina d’una masseria appena alla periferia del paese, forse ad enfatizzare

M 20 S. Vera
torre collocato su uno degli angoli di un la stregoneria del rito. La vecchia magàra dalla veste nera ampia fino al pavimento di chianche
ampio recinto. Un patrimonio fondiario che leccesi, con affilatissime forbici incideva il giovane gallo dall’ano per tre quattro centimetri verso
tra il XVI e il XVII secolo raggiunge i livelli lo sterno, vi infilava pollice e indice e con netto strappo scippava i testicoli dell’impaziente che
economici più alti e si evolve nelle strutture invano tentava di divincolarsi, e glieli faceva ingoiare; rapidamente con ago e filo ricuciva i lembi

M 21 S. Lorenzo da Brindisi
edilizie secondo schemi che in terra della ferita. Poi produceva, la vecchia magàra nera perfino nel chador, a recidere la cresta ed i
d’Otranto non sono molto frequenti. Grandi bargigli -segnali anch’essi oramai incongrui di gallica virilità- ed a farli ingoiare all’inebetito ex gal-
impianti a corte chiusa come questo sono pe- letto, e concludeva cauterizzando le ferite inferte con cenere pura d’ulivo.

G 22 S. Maria Maddalena
culiari di altre regioni d’Italia e manifestano La metamorfosi da gallo in cappone era compiuta.
generalmente attività agrofondiarie diversifi- P. MANNI, “La Cultura Gastronomica”

UNA NOTA DI POESIA ORMAI SCOMPARSA:


cate, che vanno dalla cerealicoltura alla pa-

“SIERU CADDU, CI VOLE SIERU!”


storizia, dall’ovicultura all’allevamento bovino

V 23 S. Brigida
e con tentativi di colture specializzate come
la gelsicoltura e l’allevamento del baco da
seta. Siamo in una delle aree più fertili della Scendevano nelle prime ore del mattino le donne dalle vicine masserie e si diffondeva ovat-
Penisola salentina: “il bacino di Galatina”, tato dalle brume invernali l’invito: Sièru càutu, ci ole sièru!, residuo scremato di latte e ricotta.

S 24 S. Cristina
dove le attività agrofondiarie hanno sempre Caldo era e appetitoso il liquido denso e il bambino stirandosi nel letto vinceva la pigrizia attratto
consentito di trarre cospicui guadagni. dal tepore saporito della zuppa. Ora i bimbi non lo conoscono neppure lu sièru càutu.

La cucina de na fiata
In un documento del 1664 si dice, tra l’al- Si nutrono di roba più sostanziosa ed è meglio. Però è una nota di poesia che è scomparsa.
tro, che la masseria ricade in parte nel sub- “Nuovo Annuario di terra d’Otranto”, Lecce, 1957

D 25 S. Giacomo ap.
feudo di Aruca, del Monastero di S. Maria
della Grazia, al quale il Duca di Galatina, G.
Maria Spinola, paga la decima. Da un con-

COSCE DE CADDHRUZZU CHINE


tratto di Affitto del 1538, invece, si deduce

L 26 Ss. Gioacchino e Anna


già la consistenza del complesso masserizio,
che poteva essere dotato di un patrimonio
zootecnico consistente in 500 pecore. Ingredienti: 6 cosce di pollo, 500 gr. di polpa di vitello e maiale macinata, 100 gr. di mortadella a
pezzetti, la mollica di un panino bagnata con del latte, noce moscata, 1 uovo, 1 carota lessata e ta- 쐠

M 27 S. Celestino
A. COSTANTINI, gliata a dadini, una decina di olive verdi snocciolate e tritate, 100 gr. di formaggio pecorino pugliese
“Guida alle masserie del Salento” grattugiato, sale, pepe.

Detti popolari
Dissossare le cosce di pollo con un coltellino, cercando di non rompere la pelle. Farcirle con l’im-

M 28 S. Celso
pasto ottenuto mescolando la carne con i vari ingredienti, e cucire con ago e filo tutte le aperture
delle cosce (si possono anche chiudere con degli stecchini). Arrostire le cosce dopo averle salate
e pepate sulla brace o cuocerle nel forno a 180°, deponendole in una teglia sul cui fondo si sono
Mele an bucca sistemati vari odori (alloro, rosmarino, salvia) con qualche cucchiaiata di olio e pezzeti di burro.

G 29 S. Marta
Il pecor ino pugliese
e ddiavvulu an culu.
Se ede tuortura
all’acqua torna! Il pecorino viene prodotto in tutta la Puglia. Le forme sono cilindriche, solitamente del diametro di
20-30 cm, crosta giallognola che vira al nocciola con la stagionatura recante l’impronta delle fiscelle.

V 30 S. Pietro Crisologo
Se nu ccanta la cicala,
nu ccoji cranu Non si sa con certezza quando la pastorizia si sia sviluppata nel Salento, ma, con molta pro-
cu lla pala. babilità, questa continua sin dai tempi dei Greci. Il Salento ha la sua pecora, la Moscia o
Leccese, che deriva dall’antico ceppo di razza asiatica, Siriana del Sanson, diffusa
Ogni lasciata ede persa.

S 31 S. Ignazio di L.
nei Balcani sino al Danubio.
Li capuni si l’anu Questa, perfettamente adattata alla povertà dei pascoli salentini, riesce a trarne il
mangiati, li pruverbi massimo e a trasferirlo nei formaggi che ne derivano, che, come il Pecorino di
ni l’anu lassati Maglie, recano i profumi degli arbusti selvatici della locale gariga e l’inarri-
(i nostri padri). vabile sapidità di questa terra sferzata dai salsi venti marini.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LE SORGENTI DELLE
“QUATTRO COLONNE”
Il quattro torrioni residui di una vasta fortezza,
costruita intorno al 1535 a difesa delle popola- Agosto 2010
D 1
zioni rivierasche dalle incursioni saracene, nello
spazio di litorale compreso tra Torre Sabea a S.

S. Alfonso
Caterina, frazione del comune di Nardò (a circa
10 Km, a nord di Gallipoli), hanno suggerito la

L 2
denominazione di “Quattro Colonne” alla località
sopra indicata... Le acque scorrenti presso le

S. Eusebio
“Quattro Colonne”, provenienti da falda freatica,
costituiscono ancora un esempio dei fenomeni

M 3
carsici della Penisola Salentina, che abbiamo os-
servato frequentissimi nella fascia litoranea com-
S. Lidia
presa tra Gallipoli e Taranto. Esse risultano
batteriologicamente pure, con un contenuto note- 쐡

M 4
vole di ferro e di cloro e tracce di silice.

S. Giovanni M.V.
Le popolazioni locali e dei comuni limitrofi, ne
riconoscono ed apprezzano le spiccate proprietà
diuretiche e le bevono, con evidente vantaggio,

G 5
nelle malattie renali e del ricambio...

Madonna della Neve


Le sorgenti subiscono qualche periodo di
magra, che coincide con le forti basse maree,

V 6
Santa Maria al Bagno - Anni ‘50 sgorgano al livello del mare in zona demaniale,
per cui non vengono utilizzate nè per scopi irri-

Trasfigurazione del Signore


Gli ebrei a S. Maria al Bagno gui né per scopo terapeutico, almeno su scala in-
dustriale.

S 7
Il 27 gennaio 2005 in occasione della Giornata Nazionale della Memoria il Presidente della Soltanto singoli cittadini bevono le acque sul
Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha riconosciuto al Comune di Nardò, conferendo motu pro- luogo, in occasione di gite, e ne riempiono reci-

S. Gaetano
prio la Medaglia d’oro al Merito Civile, il valore delle straordinarie manifestazioni di solidarietà e pienti di ogni foggia e dimensione, per continuare
di umanità, concretizzate negli anni tra il 1943 e il 1947. la cura a domicilio.

D 8
Subito dopo la fine della secondo guerra mondiale, infatti, il Comune di Nardò istituì nel pro- Da qualche anno il Comune ha cercato di in-
prio territorio, e precisamente nella zona di S. Maria al Bagno, località balneare sul versante io- canalarle con piccole opere in cemento, allo
S. Domenico
nico della provincia di Lecce, un centro di accoglienza con l’obiettivo di ospitare i profughi scopo di agevolarne lo sfruttamento. A destra
provienti dai campi di sterminio e di restituire loro la dignità di esseri umani, in questo trampo- dalle sorgenti, a circa sette metri di distanza da

L 9 S. Fermo
lino ideale proteso sul Mediterraneo e quindi verso la nuova patria, il nascente Stato di Istraele due polle distinte, attualmente sistemate con brevi
dove avrebbero incominciato una nuova vita. Il centro fu attivo dal gennaio 1944 fino alla fine tubazioni, si notano degli antichi relitti cementati
del 1946, e diede alloggio, in quegli anni, a circa trentamila slavi e centomila ebrei, fra i quali con coccio pesto e pozzolana, testimonianza evi-

M 10 S. Lorenzo m.
anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele. dente che le acque furono utilizzate in tempi an-
La popolazione collaborò a quella generosa iniziativa della Città di Nardò e diede prova di stra- tichi. Anzi l’osservazione dei ruderi autorizza
ordinaria tolleranza religiosa e culturale, adoperandosi per allievare le sofferenze dei profughi e l’ipotesi dell’esistenza, presso le sorgenti, di vere
fornendo loro le strutture principali per professare liberamente la propria religione. e proprie terme romane. 쐞

M 11 S. Chiara vergine
A S. Maria e nei suoi paraggi alcuni edifici vennero “convertiti” alle esigenze dei nuovi abitanti: La portata attuale delle sorgenti può essere va-
nel campo infatti era presente tutto ciò che potesse essere necessario agli esuli per svolgere i riti lutata ad oltre 70 lt./sec; le acque non risultano in-
religiosi e per mantenere in vita le proprie tradizioni. fluenzate dalla salinità del mare neppure in
C’era la Sinagoga, collocata dove ora si trova il bar “Piccadilly”, la mensa e il centro di preghiera periodi di alta marea... Chi vuole evadere dalla

G 12 S. Euplio
per bambini e orfani, situato nell’attuale panificio Striani, il Kibbutz “Elia” nella vecchia Masseria calura estiva su queste rive dello Jonio, porterà
Mondonuovo ed il municipio nella villa Personé, attuale villa De Benedditis, presso le Cenate. con sé il ricordo delle ore trascorse nella silen-
Furono celebrati, durante gli anni di attività del centro di accoglienza, circa 400 matrimoni, do- ziosa e tranquilla “oasi”, ma ristorerà anche spirito
cumentati dagli atti anagrafici del Comune di Nardò. e corpo, se non si lascerà sfuggire l‘occasione di

V 13 Ss. Ponziano e Ipp.


Su uno di essi risulta anche la firma di Golda Meir, primo ministro dello Stato di Israele dal bere un sorso di quest’acqua igienca e curativa.
1969, quale testimone di un matrimonio celebrato il 26 febbraio 1946. Ma anche altri personaggi R. CONGEDO, Salento scrigno d’acqua.
come David Ben Gurion e Moshé Dayan, futuri presidenti del consiglio e ministro della difesa
dello Stato di Israele, sostarono per breve tempo a S. Maria al Bagno.

Lu tiempu è comu specchiu S 14 S. Alfredo


LICEO SCIENTIFICO “A. VALLONE”, Galatina, “Una stella tra gli ulivi”. Alcuni pesci salentini
Àcura, agostinella, alice, argentinu,
Leggenda: cazzateddhra, cazzu de rre, cernia,

D 15 Assunzione di M.V.
culèu, fannu, làppana, lutrinu, lùzzu,
mascularu, minoscia, mìnula, murena,
la tromba marina Addiu le Sacre Bibbie e lu passatu, nzirru, occhiata, palamita, palumbo,

L 16 S. Rocco
quandu de l’ommu l’ùnica divisa parasàula, pupiddhru, rascia, ricciola,
“Una volta un pescatore, che , spintosi in era la pelle soa, né la camisa rondineddhra, roncu, saracu, sarpa,
mare, stava pescando con ami pendenti (ca- servià de paravientu a llu peccatu! scorfanu, scrofa, smarrita, spicaluru, trija,
lòma, conza) le smaride (vope, vopilli) e i tunnu, vopa, vopaluru. 쐟

M 17 S. Settimio
pagelli (lustrini), vide passare sulla sua testa Ora, nvece, se la mammina svisa
un nugolo di spiriti bianchi, che andavano nu picchi lu piccinnu spojacatu,
urlando come pazzi. Era d’aprile, quando il crida comu na ssessa: “Scustumatu!”
grano ha messo le cannucce e l’orso è già percé tene la caramella mpisa.

M 18 S. Elena
pieno, onde si dice: È inutile, lu tiempu è comu specchiu:
sciamu a San Marcu e poi vinimu, l’umbra rifrette de la soggità.
lu cranu è ‘ncannulatu e l’orgiu è chinu. Quand’era sanu, ahimè, lu mundu vecchiu
Nduvinieddhru
G 19 S. Giovanni Eudes
Il pescatore non diede importanza a vidìa cuntente pesce e baccalà Sciamu a llu jettu, donna Cocca,
quanto credette di aver visto. Era tutt’intento e nu parlava, nvece, mo’ ca è ruttu, facimu quiddhru ca ni tocca,
alla pesca con la lenza per portare a casa tantu cu nu sse scopra copre tuttu! pilu cu pilu ncucchiamu,
qualche cosa da mangiare alla moglie e ai

V 20 S. Bernardo di C.
C. DE PORTALUCE, “A Tiempu Persu”, 1927. ddhra cosa inthru la ficcamu.
figli, che da mangiare ne avevano assai (occhio)

Detti popolari
poco. Ma a un tratto sentì la stessa frotta di
spiriti di sotto il mare e gli spiriti dell’aria

S 21 S. Pio X, papa
sembrarono unirsi a una colonna grossa
d’aria e d’acqua si innalzò su dal mare e
barca e pescatore furono trascinati in acqua
e poi ributtati in aria. Ci chianta vunguli,

D 22 B.V. Maria Regina


Di lì a poco, il povero pescatore che mangia fave.
aveva perduto i sensi, si trovò in una gola Ci vole pija lu pesce,
stretta di spiaggia, e un lume andava avanti tocca ssi mmoddhra
a lui. Era nel mondo dei nani. Il lume lo con-

L 23 S. Rosa da Lima
lu culu.
dusse attraverso meraviglie in una stanza e,
là dove il lume posò, il pescatore raccolse Ci tene nasu,
un mucchietto d’oro. Ma in quel momento tene crianza.
sentì ghermirsi da unghie, come di uccello

M 24 S. Bartolomeo
Li pruverbi su bbastati
rapace. Si fece tosto il segno della croce e quandu li libbri
tosto si ritrovò nella sua barca in mare. Il nu nn’eranu nati.
mare era torbido e sconvolto. A stento egli

M 25 S. Lodovico
remigò verso terra e giuntovi più morto che A llu riccu li more
vivo, si avviò alla sua casa. Ma si trovò gente la mujere

La cucina de na fiata
mai vista. Egli non sapeva, ma erano passati a llu poverieddhru
niente di meno che cent’anni. lu ciucciu.

G 26 S. Alessandro
Morti i suoi, morti i parenti, tutte nuove
generazioni!
Allora egli raccontò quanto gli era acca-

SCAPÈCE DE PUPIDDHRI
duto e mostrò il suo mucchietto d’oro. Per-

V 27 S. Monica
chè chi viene sorpreso dalla tromba marina
non torna più alla sua casa se non dopo cen-
t’anni e più. Ingredienti:1 kg. di pupiddhri (pesciolini), pane grattuggiato, menta, aglio, aceto e olio.
Friggere il pesce dopo averlo infarinato.

S 28 S. Agostino
L. SADA, “L’elemento Storico-Topografico
nella Genesi delle Leggende del Salento”. A parte, bagnare del pane grattugiato, strizzarlo e condirlo con aglio, menta, aceto e sale.
In un “tianu” (tegame di terracotta dai bordi alti), disporre uno strato di pesce, coprirlo
con il composto preparato e continuare così per più strati finendo con il pane grattugiato.

D 29 Martirio di Giovanni Battista


I venditori di “scapèce” Condire ogni strato di pesce con un altro poco di aceto e allo strato finale aggiungere
anche “na nziddhra” (un filo) di olio. La “scapèce” va consumata dopo alcuni giorni.
A Galatina i venditori di “scapèce” o “scape-
ciàri”, provenivano da Gallipoli e da Melpi- Curiosità

L 30 S. Bonomio
gnano. Fra questi, sono rimasti più impressi Le nostre nonne, nel preparare questo piatto, se non avevano la menta usavano
nella memoria popolare “u Cicciu” di Gallipoli “lu petrusinu” il prezzemolo. Se si vuole dare alla “scapèce” un bel colore giallo,
e “i Monaceddri”, tre fratelli che venivano così
chiamati per la loro piccola statura. basta sciogliere nell’aceto da usare dello zafferano.

M 31 S. Abbondio
La “scapèce” si vendeva al mercato e nelle Per fare la “scapèce” le nostre nonne dovevano avere la certezza che il
feste comandate, in particolare nel giorno del- pesce fosse “friscu”. Infatti, affinché il pesce conservasse il suo profumo
l’Addolorata. Centro sul Tarantismo e Costumi di fresco, veniva tenuto vivo in mare dentro canestri di giunco.
Salentini, “Le tradizioni gastronomiche di Gala- Un’espressione spesso usata nel gergo popolare per indicare una per-
tina, ricette, usanze, personaggi”. sona viva e guizzante, è “Sinti nu pupiddhru”.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LE COLTURE SCOMPARSE
NEL SALENTO:
LO ZAFFERANO E IL COTONE
Il progresso tecnologico e socio-culturale, i
Settembre 2010
M 1
metodi nuovi applicati per lo sfruttamento del
terreno, le influenze del clima spesso instabile,

S. Egidio
le mutate esigenze dell’uomo stesso, hanno
modificato o stanno per modificare, oggi, l’eco- 쐡

G 2
nomia del paese, molte colture sono dunque

S. Elpidio
scomparse ed altre stanno per scomparire.
Lo zafferano. La sua coltivazione era prati-
cata nella zona, da tempi molto antichi, come

V 3
ci viene riferito da molti storici.

S. Gregorio M.
Il famoso croco del Medioevo, anche in
tempi relativamente recenti, era addirittura uno

S 4
degli elementi base dell’economia salentina.
C’è da dire però che nell’antichità questa

S. Rosalia
spezia era più conosciuta per le sue proprietà
medicinali, che per quelle culinarie.

D 5
Oggi, lo zafferano viene usato quasi unica-
mente in cucina, ed essendo pregiato è piutto-

Giordano
sto caro...
Il cotone. Pianta molto conosciuta sin dai

L 6
tempi remoti, diffusa fino ai nostri giorni, come
ben ricordano le pesone più anziane del paese
S. Imperia
e come è ampiamente documentato dai saggi-
sti storici. Il Costa, nel suo Trattato su Terra

M 7
Galatina - Azienda Vinicola Folonari primi ‘900 d’Otranto del 1811, si sofferma sulla coltura del

S. Regina
cotone,... “che abbonda nella nostra terra”, e
scrive che...” li contadini hanno preso gusto a
La coltivazione ad “Alberello” della vite

M 8
questa coltivazione”.
Il contadino del Salento è diverso dal lucano, dal calabro o da quello del Tavoliere; non si con- ...”La natura fa dappertutto nascere il cotone;

Natività di Maria V.
fonda il bracciante meridionale in genere con l’agricoltore di questa terra. Il bracciantato agricolo l’industria dannesca da molto tempo si è ver-
sata sulle manifatture di questo prodotto; il
di questo estremo lembo ha una sua storia, origine e natura: i suoi uomini sono i braccianti del 쐞

G 9 S. Sergio
calcare del cretaceo, ben diversi da quello delle argille mioplioceniche e dei calanchi turchini e commercio che si fa del cotone in natura so-
gialli. pravvanza alli bisogni della Provincia in una
Il contadino del Salento sa trasformarsi, quando occorra, in imprenditore e allora, nella quasi quantità indeterminata ma assai grande, le ma-
totalità dei casi, sa divenire persino artista ed artigiano della terra, pur essendo solo un mezza- nifatture della Provincia si commerciano e pel

V 10 S. Nicola da T.
dro o piccolo propietario. regno e per fuori ancora”.
Osservate i vigneti coltivati ancora ad alberello da questi braccianti agricoli, che sanno trasfor- Vi erano allora molte specie di cotone, ogni
marsi in provetti innestatori, ed eseguono con accanimento le lotte anticrittogamiche, durante il paese coltivava quella che attecchiva meglio
nelle sue contrade. Pare che nelle nostre zone,

S 11 S. Proto
periodo peronosporico, coperti dei loro vestiti caratteristici o “turcheschi”, come usano chiamarli,
cioè resi verde-bluastro dall’uso prolungato del solfato di rame. i Musulmani avessero anticamente introdotto
Il sistema di allevamento basso o ad “alberello” della vite, che richiede da parte del viticultore una varieà di cotone, di cui rimane memoria
notevole abilità, oltre ad essere antichissimo in questa regione, perchè importatovi dai Greci, di- nel volgo, chiamata “bambagia turchesca”
(cammàce).

D 12 S. Giovenzio
viene insostituibile, per destinazione naturale, nei terreni a clima caldo-arido.
Il portamento basso della vite emette produzioni di grappoli dai succhi concentrati, che sono A. QUARANTA, “Marittima,
l’orgoglio e la ricchezza di questo suolo. un Paese del Salento”
Ora anche l’”alberello” , conformamente al miraggio di più copiose vendemmie e a concezioni

L 13 S. Giov. Crisostomo
facili, effimere, sempre più dilaganti, è in procinto di cedere il passo al “tendone”, che eccelle
solo per la quantità, ma non per la qualità del prodotto. Il lavoro della donna
I contemporanei preferiscono, per fini economici, il tendone?...
Noi, sorpassati, ci schieriamo con l’alberello della Magna Grecia, dalla parte cioè della “qua- contadina
M 14 Esaltazione s. Croce
lità”, che sa produrre grappoli e succhi capaci di “far cantare gli uomini come uccelli e di ren-
derli forti come leoni”. Siamo con le concezioni e con la tecnica dei Greci antichi e degli Enotri, Non meno duri e faticosi di quelli del con-
siamo con Orazio che, visitando questa terra, inneggiò ai prodotti dell’alberello e delle viti basse, tadino erano i compiti che spettavano alla
e siamo decisamente schierati (proprio come i contadini di quaggiù) contro le “novità” dei ten- contadina, che, come madre, era assorbita

M 15 B.V. Addolorata
doni, che consideriamo alla stregua dei bettolieri mescolatori di intrugli, o dei grandi e piccoli per l’intera giornata dalle faccende domesti-
sofisticatori, e ci scusiamo infine se, nel difendere il tradizionale alberello di “negro-amaro” o di che: preparare il pasto che, di solito, veniva
“primitivo” o di “malvasia” o di “moscato”, abbiamo divagato col tendone, introducendo e me- consumato a sera, al rientro dal lavoro del
marito e dei figli; mungere la pecora e rica- 쐟

G 16 Ss. Cornelio e Cipr.


scolando all’acqua un po' di vino autentico e generoso.
vare dal latte la ricotta e il formaggio; fare il

Leggenda Galatinese
R. CONGEDO, Salento scrigno d’acqua. bucato; rattoppare o cucire qualche indu-
mento. La giornata di lavoro, specie in alcuni
periodi dell’anno, veniva spesso riempita da
“LASSA CRISTU E VE’ ALLE COZZE”

V 17 S. Roberto Bellarmino
Recita un antico proverbio:
altre incombenze: setacciare il grano e l’orzo
da portare al mulino; fare il pane; preparare
Fino a pochi decenni or sono la carne era un Il concetto che qui si vuole esprimere è, la conserva dei pomodori; raccogliere ed es-

S 18 S. Giuseppe da Cop.
lusso talmente alto che la povera gente se ne ci- senza dubbio, quello che mentre si è intenti siccare i fichi; e poi ancora: filare la lana col
bava solo a Natale , a Pasqua e per San Pietro. a fare una determinata cosa, la si lascia in so- fuso e la conocchia; tessere al telaio la lana
Erano i tempi in cui il pane di grano era escluso speso per dedicarsi ad altro... grezza ed il lino; lavorare a maglia; ricamare.
Tuttavia, si sa che nel leccese esiste una Da non dimenticare infine le cure del-
dalle umili case, e le “friseddhre” erano di orzo.

D 19 S. Gennaro
leggenda, secondo la quale i cittadini di San- l’orto, come pure il compito di prestare aiuto
Il problema della fame in occasione di carestie Cesario sarebbero famosi ricercatori di cuz-
raggiungeva a volte punte di paurosa dramma- al marito nelle attività campestri.
zedde (le nostre cozze-nute - cioè cozze
ticità. Ma il popolo pur nelle sue disgrazie ha fi- minute, in contraposto alle cozze grosse - A. QUARANTA, “Marittima

Detti popolari
un Paese del Salento”

L 20 S. Candida
ducia del Buon Dio: ed anche quando la carestia alias lumache e lumachette) tanto che in una
lo riduce alla fame più nera, ecco che interviene canzone di sapore tutto locale, piena di sar-
la natura per elargire dei doni apprezzati e prov- casmo, fin dello stesso Santo si dice fra l‘altro:
videnziali. I nostri padri dicevano, ad esempio, Santu Cesar iu, ddu tànchene ha sciutu?
Cozze piccin n e cuggh ien du an der à!...

M 21 S. Matteo
che i ricchi non dovevano mangiare le “cozze
moniceddhre”, perchè quest’ultime sono “la L’ommu a ddisciunu tene
E si dice pure - sempre secondo la mede- lu diavvulu an culu.
carne de li povarieddhri”.
Racconta una leggenda galatinese che le sima leggenda - che una volta quei cittadini Ci face li fusi nu face

M 22 S. Maurizio
“cozze moniceddhre” furono create dal Signore avrebbero abbattuto l’intero campanile della le cucchiare, lassa l’arte
il giorno in cui una povera madre lo supplicò di chiesa per ricercare e venire in possesso ap- a ci la sape fare.
mandarle un pò di cibo per sfamare i suoi 11 punto di una cozza che era penetrata nelle
fondamenta! Barca, femmane

G 23 S. Lino papa
figli. e ciucciu vòlanu
Per antica tradizione, nei giorni successivi alla C. ACQUAVIVA, “Taranto... tarantina”. nu sulu patrunu.
festa della Madonna delle Grazie, i galatinesi
vanno in cerca delle lumache chiamate con una Dalli an culu ca

Nduvinieddhru
V 24 S. Gerardo
stupenda immagine popolare “moniceddhre”, ede senza patrunu.
perchè questi animaletti, autentica gioia del pa- Lu duca de Scurranu Cuardate de corne de vovi,
lato, ricordano vagamente anche per il colore, il tutte le notti la tene a mmanu, de vucca de cani
saio di un frate cappuccino. si la tene tisa tisa e dde ci tene fissu

La cucina de na fiata S 25 S. Aurelia


cu nu ssi unga la camisa. fissu lu rusariu

Un “paniere d’uva”: la spettanza


(la candela) a mmanu.

in natura per i vendemmiatori


COZZE PICCINNE A LLU RIENU
D 26 Ss. Cosma e Damiano
Nel Salento, dopo la decadenza della coltura
del cotone, verso la fine del XIX sec., molte

L 27 S. Vincenzo de’ Paoli


aree, le più fertili, furono convertite alla col- Ingredienti: chioccioline, sale, olio, origano, peperoncino.
tura della vite. Interi territori comunali ne fu- Lavare molto bene le chioccioline, coprirle di acqua fredda e cuocerle a fiamma molto
rono ricoperti, un mare verde tra i due mari bassa (così “caccianu lu musu de fore”) lasciandole bollire per 10 minuti, durante la cot-
altrettanto smeraldini che bagnano questa pin-

M 28 S. Vinceslao
tura bisogna schiumarle ripetutamente. Scolarle in una terrina e condirle con abbondante
gue penisola. Quasi una monocoltura che in sale, olio, origano, rigirando bene perchè si insaporiscano e si aromatizzano. Facoltativa è
molti paesi era alla base dell’economia. La ven- l’aggiunta di peperoncino.
demmia impegnava una larghissima fascia della

M 29 Ss. Michele Gabriele Raffaele Arcangeli


popolazione per circa un mese e mezzo e i la-
voratori, impegnati in questo lavoro, riceve- Curiosità
vano oltre al salario quotidiano, la cosiddetta Quella delle “cozze piccinne a llu rienu”, è un’arcaica quanto poverissima pietanza costi-
“giornata”, una spettanza in natura costituita da tuita dalle piccole chiocciole terrestri della specie Euparipha pisana, semplicemente lessate,

G 30 S. Gerolamo
un paniere pieno d’uva. salate e aromatizzate con origano. Le chiocciole in questione sono le più piccole fra le
Così, quando a lavorare, come spesso acca- chiocciole eduli salentine, queste, nel periodo estivo non si nascondono tra le pie-
deva era un intero nucleo familiare, il quanti- tre, né si sotterrano come le altre specie, ma si sigillano saldamente con un sot-
tativo d’uva messo insieme in una stagione era tile epiframma vitreo ad un sostegno qualunque, generalmente vegetazione
spesso notevole e, oltre che nella canonica tra- secca. Sono quindi le stoppie, i luoghi dove queste bestiole, sfidando la ca-
sformazione in vino, si affermarono man mano nicola, eleggono il loro habitat preferito, ed è lì che vengono ricercate e
anche altre soluzioni per valorizzare questa ri- raccolte anche dai raccoglitori professionisti che ne fanno stagionalmente
sorsa tra cui la trasformazione in vincotto e in commercio. Un’usanza antica, in una terra, ove la carne è sempre rien-
mostarda. trata sporadicamente nella dieta dei ceti popolari.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
Ottobre 2010
Le truppe alleate a Galatina
Dopo l’8 settembre cominciarono a vedersi le prime truppe alleate: indiani, negri, inglesi, ame-
ricani. La miseria dilagava. Il contrabbando e la prostituzione avevano raggiunto i massimi livelli
e non risparmiavano nessuna classe sociale. Ci si prostituiva per una stecca di sigarette (Chester-

V 1
field, Navy Cut, Camel, Lucky Strike...); per qualche scatoletta di carne (corned beef); per l’im-
mangiabile farina di legumi ; per i salamini; per un paio di calze...Le condizioni igieniche erano
S. Teresa del B. G.
pessime: si diffondeva la scabbia ma faceva la sua apparizione la penicillina.
Si rivedeva il pane bianco, si scoprivano le chewing gum e le caramelle col buco, l’ottima cioc- 쐡

S 2
colata.

Ss. Angeli Custodi


La ricchezza degli alleati era motivo di gioia stupefatta e, spontaneo, veniva il paragone con
le condizioni delle nostre truppe: quando mai avremmo potuto vincere la guerra contro tali po-

D 3
tenze? Solo una folle megalomania -di cui era rimasta infettata tanta parte del popolo italiano-
aveva potuto imbarcarsi in simile avventura! Molti guradavano con invidia alla Spagna che era riu-

S. Esichio
scita a tenersi fuori dal conflitto.
I cieli erano spesso letteralmente coperti, da un punto all’altro dell’orizzonte, da stormi di For-

L 4
tezze Volanti dirette verso il Nord. Si vedevano per la prima volta le jeep e i camion Dodge con
su appollaiati soldati di ogni colore, quasi tutti indistintamente forniti di occhiali verde-suro, tipo

S. Francesco d’Assisi
Ray-Ban.
I cappotti dei Galatinesi erano confezionati con coperte militari, le lenzuola con teli di para-

M 5
cadute; i vestiti si rattoppavano, si tingevano e si rivoltavano. Si viveva così, con i pochi bollini
delle tessere e con l’arte tutta italiana di arrangiarsi.
S. Placido
Il Commissario prefettizio Luigi Vallone svolgeva una attività frenetica ed altamente meritoria
per aproviggionare di viveri la popolazione, con invii di camion in viaggi avventurosi là dove c’era

M 6
qualcosa da prendere e rifornirsi così di vettovaglie.

S. Bruno
Il Comune, senza una lira, doveva ricorrere a prestiti presso la locale Banca Fratelli Vallone per
pagare gli stipendi ai propri dipendenti.
C. CAGGIA, “Cronache galatinesi”

LA CARBONERIA A GALATINA
G 7
Giovani militari galatinesi 1918

B. V. del Rosario 쐞

V 8
L’eco della Costituzione ottenuta, il 1812, dai Siciliani si propaga in un baleno in Terra d’Otranto
e scuote gli assopiti salentini. La Carboneria comincia a diffondersi come mezzo efficace di rivo-
S. Pelagia
luzione...
Giacomo Comi, di Corigliano d’Otranto, presiede un’alta vendita provinciale di Buoni Cugini,

S 9 S. Dionigi
già nel 1813, che coordina l’attività carbonara salentina...
In quegli stessi anni attecchisce in Galatina la carboneria per merito di Giacomo Comi e viene
istituita una forte “vendita” che assume il nome “Novelli Bruti”.
Ne sono dirigenti Giovanni Campa (Gran Maestro), Antonio Viva (1° Assistente), Nicola Mon-

D 10 S. Daniele
giò-Gigli (2° Assistente), Carmine Zappatore (tesoriere), Donato Granafei (oratore), Dionisio Ca-
sciaro (segretario), Lazzaro Luceri (Guarda bolli). Benché ne conoscesse gli affiliati la polizia fu
certa dell’esistenza di questa vendita soltanto il 31 marzo 1851, quando, procedendosi all’inven-

L 11 S. Firminio
tario dei beni del Comi, morto in Venezia, fu trovato tra le sue carte un Diploma in carta pecora
con segni carbonici, in bianco, ma recante la data 30 luglio 1820 e le firme dei dirigenti che, ad
eccezione dei Granafei, eran tutti di Galatina.
Il documento smentisce l’affermazione del Rizzelli che l’istituzione della vendita attribuì ad

M 12 S. Serafino
Ortazio Congedo inopinatamente. Esso rinvenuto in epoca di recrudiscenza reazionaria, funestata
dall’assolutismo intransigente del Sozy-Carafa, diede origine ad un processo alla rovescia ten-
dente ad accertare se i superstiti ai decessi di Comi e Campa avessero persistito nell’attività rivo-
luzionaria dopo la Sovrana Indulgenza del 1822...

M 13 S. Edoardo
Testimonianze sugli incriminati di Galatina fornirono Fortunato Tondi, Donato Garrisi, Gio-
vanni Vernaleone, i quali dichiarano unanimi che dopo il 1822 gli imputati giammai si erano riu-
niti in setta ossia società segreta e che la loro condotta doveva considerarsi ledevolissima sotto
tutti i rapporti.

G 14 S. Callisto
Mancando le prove dell’esistenza della vendita anche dopo la scrupolosa istruttoria, la Gran
Corte Criminale di Lecce, con sentenza del 3 lugio 1851, poichè risultavan trapassati Comi e
Campa, poichè il reato attribuito a tutti gli altri andava coverto da sovrana indulgenza del 28 set-
tembre 1822 e il 1° febbraio 1848, a voti unanimi dichiarava estinta l’azione penale sul conto di 쐟

V 15 S. Teresa d’Avila
Giacomo Comi e Giovanni Campa e dichiarava abolita l’azione penale a favore di Antonio Viva,
Nicola Mongiò-Gigli, Donato Granafei, Cramine Zappatore, Dionisio Casciaro e Lazzaro Luceri.

Pane biancu
M. MONTINA, “Storia di Galatina” a cura di A. Antonaci.

S 16 S. Edvige
Superstizione e credenze salentine AMULETI E TALISMANI
Amuleti caratteristici erano: la ciprea, con-

D 17 S. Ignazio d’Ant.
La superstizione era diffusa nei nostri chiglia marina montata in argento, che si le-
paesi, perchè gli umili lavoratori della terra, Ah! benedettu Diu ca finarmente
se sta bide nu pane de cristiani!... gava al piede dei neonati per preservarli
culturalmente arretrati, erano inclini a cre- dalle insidie dei maligni; i cornetti ed i coralli
dere nell’influsso di fattori extraterreni o ma- perce’ quidhu de prima, francamente,

L 18 S. Luca ev.
nu mbalìa cu llu dai mancu a lli cani!!... rossi, che di solito si appendevano al collo o
gici sulle vicende umane e quindi a praticare al polso del poppante per preservarlo
dei rituali fondati su presupposti emotivi con Biancu comu la nie!...ma sulamente da soffocamenti e malanni. Al-
l’uso di amuleti, talismani o gesti simbolici. ca ce ssacciu comu ete ca rumani... l’esterno della casa rurale o delle
Ma insieme alla superstizione , profonda era

M 19 Ss. Isacco e C. m.
perce’ a llu mastecare nu sse sente stalle, in alto, sulla porta d’ingresso,
pure la fede religiosa, anche se espressa in dha sapore...ca mangi e ssia ca sani... spesso si collocavano: il ferro di ca-
forme esteriori molto primitive. General- vallo, che allontanava gli influssi del
mente, la nostra gente, per antica tradizione, Capiscu ca nu nc’ e’ nienti mmescatu, malocchio; oppure un paio di corna

M 20 S. Artemio
si affidava, nei momenti di estremo bisogno, perce’ se ite ca e’ rrobba sincira; di bue, che preservavano dagli spiriti
alla protezione del suo Santo protettore, sup- cu llu disprezzi e’ nnu veru peccatu; maligni e dall’invidia.
plicandone con fervore il suo intervento. I Talismani erano considerati stru-
Per consuetudine, si organizzavano allora ma perce’ simpatia nu mme nde tira?
E ieu me crisciu ca lu Municipiu menti di successo nell’ambito dei

G 21 S. Orsola
delle processioni propiziatorie, con la statua rapporti umani e sociali, e, per
del Protettore che veniva portata per le lu sta fface de purvere de cipiu!...
questo, venivano gelosamente
strade del paese, per scongiurare, con sup- E. BOZZI, “Poesie in dialetto leccese custoditi e portati con sè, dap-
pliche e preghiere fervorose, il pericolo in- ed in ... pulito”. pertutto, come portafortuna. I

Detti popolari V 22 S. Salomé


combente. A volte, al sopraggiungere di un più comuni erano: le pietre o
violento nubifragio, si usava far suonare a medaglie con caratteri cabalistici;
distesa le campane della chiesa, a cui veniva i ciondoli portafortuna: il ciondolo
attribuito il potere miracoloso di allontanare

S 23 S. Giovanni da Cop.
del quadrifoglio, del gobetto, quello
lampi e tuoni, e di risparmiare gli abitanti dai caratteristico del pugno chiuso con
temporali. Ecco perchè ogni paese del Sa- Danne mmangiare a llu villanu,
ca poi te caca an manu. indice e mignolo protesi in segno
lento ha oggi una sua storia prodigiosa da di scongiuro (segno simbo- 쐠

D 24 S. Antonio M. Cl.
raccontare, non essendo mai mancata l’inter- Lu bastone de lu maritu, lico caratteristico).
cessione dei Santi protettori, in occasione di sotta sotta ede sapuritu. A. QUARANTA, “Marittima un

La cucina de na fiata
eventi calamitosi. Paese del Salento”
A. QUARANTA, “Marittima, Vucca china nu pote dire no.

L 25 S. Crispino
un Paese del Salento”

ANEDDOTO
TAJERINA, PURÈ DI FAVE E SEPPIOLINE

M 26 S. Evaristo
“Le fave de la prima mujere”
Anche qui una breve storiella. Ingredienti per la “tajerina”: 300 gr. di farina di grano duro, 2 uova, prezzemolo tritato, un
Un contadino ha avuto una prima e poi una se- poco di sale.

M 27 S. Fiorenzo
conda moglie. La prima usava preparargli le fave Impastare bene i vari ingredienti con poca acqua e lavorare a lungo fino ad ottenere una
(le nostre gustose fave bianche) in un determinato pasta liscia e morbida. Stendere con il mattarello una sfoglia sottile e ricavare le tagliatelle
modo. Dopo qualche tempo dacchè era rimasto (larghe non più di un paio di millimetri).

G 28 Ss. Simone e G. ap.


vedovo, il nostro uomo trasse a giuste nozze una Ingredienti per il condimento: 500 gr. di seppioline, una decina di pomodorini, aglio, olio,
seconda compagna, la quale però sapeva cuocere vino bianco, rucola, 200 gr. di purè di fave, pepe macinato fresco, pulire le seppioline e
le fave in altra maniera non conforme al gusto del tagliarle a pezzi.
marito; onde questi, puntualmente, al presentarsi

V 29 S. Ermelinda
di ogni occasione propizia, non tralasciava di rim- Fare imbiondire in una larga casseruola 2-3 spicchi di aglio, aggiungere le seppioline, ro-
piangere le fave ca faceva ‘a bon’ànema. solarle e sfumarle con del vino bianco. Evaporato il vino, aggiungere i pomodorini a pezzi
e ultimare la cottura (se è necessario aggiungere acqua calda). Lessare al dente la “tajerina”,
Senonchè - guardate il caso - una volta avenne scolarla e aggiungerla al sughetto preparato con della rucola fresca, girarla bene, spargere
che, per una fatale e casuale mancata accudienza

S 30 S. Lucano
del pepe macinato e servirla nei piatti sul cui fondo è stato sistemato un poco di purè di
da parte della donna, le fave bruciassero, rima- fave caldo.
nendo, per buona parte, attaccate alle pareti in-
terne e al fondo della pignatta. Tuttavia, servite Curiosità 쐡

D 31 S. Quintino
all’ora di pranzo, in quel modo, pur tra mille scuse Le nostre nonne preparavano le tagliatelle e poi le facevano asciugare su
della moglie, furono invece dal marito trovate ec- delle canne sistemate tra due sedie. Sul pavimento venivano distesi degli
cellenti e...finalmente proprio come quelle che so- strofinacci per raccogliere la pasta che eventualmente poteva cadere. Le
leva preparargli ‘a prima mugghiera!... tagliatelle si facevano seccare al riparo dalle correnti d’aria e dalle
C. ACQUAVIVA, “Taranto...tarantina” mani troppo vivaci dei bambini.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
IL PAGANESIMO
NEL FOLCLORE SALENTINO
I FUNEBRI
...Nel Salento il morto si seppellisce comple- Novembre 2010
L 1
tamente vestito, finanche con le scarpe, e nelle
campagne vicine sussiste più tenace l’uso di

Tutti i Santi
aggiungere il cappello, nella bara si chiude
qualche oggetto ch’era caro al defunto, oppure

M 2
immagini di Santi. Si narra di sogni, controllati
spesso da prove inequivocabili, medianti i

Commemorazione Defunti
quali i morti hanno avvertito i superstiti d’es-
sere stati derubati di indumenti o monili fune-

M 3
bri per opera di qualche sciacallo in veste
umana; e si conchiude che i morti desiderano

S. Martino de P.
di conservare, per l’altra vita, il loro ultimo ab-
bigliamento; appunto per questo il loro vestia-

G 4
rio è accurato, lindo, tale da essere decoroso
quandu lu mortu stae ‘nanti la presenza de Diu.

S. Carlo Borromeo
Appena spirato il congiunto, gli si dedica la
Messa del Buon Passaggio, la quale non è

V 5
ancor quella di suffragio, ma riproduce il rito
pagano della moneta messa in bocca al morto
S. Magno
per pagare la barca di Caronte pel buon pas-
saggio dello Stige. E piange la prèfica, la quale

S 6
in Gallipoli è chiamata la grèca...
Conforme all’usanza ellenica, si esprime il
S. Leonardo
più forsennato dolore con lo strapparsi dei ca-
pelli, col graffiarsi il viso, con le esclamazioni 쐞

D 7
acute e strazianti, con l’inveire contro la Sorte

S. Ernesto
‘ngrata, contro la Morte làzara, contro il Santo
invocato invano per la guarigione. Sono eccessi
che vanno scomparendo man mano che au-

L 8
menta l’educazione civile, e a seconda dell’in-

S. Goffredo
tensità del sentimento cattolico esortante alla
rassegnazione.

M 9 Dedicazione Basilica Lat.


Cominciano le esequie. Ai piedi del feretro
son deposte le Insegna della Confraternita cui
il morto era ascritto, e i Fratelloni della Confra-
ternita intervengono al corteo vestiti col sacco
Il ciclo pittorico sulla vita di Cristo

M 10 S. Leone Magno
rituale dai colori distintivi e col volto coperto
nella Chiesa di Santa Caterina in Galatina dal cappuccio; la processione, col crocifero in
testa, s’appressa alla porta della casa del morto,
Le Storie della vita di Cristo, ampiamente illustrate dai grandi maestri nelle chiese più presti- al Crocifisso si fa fare capolino per simboleg-

G 11 S. Martino
giose d’Italia, in Santa Caterina vennero proposte tanto sulla facciata della basilica quanto sulle giare la visita del Signore misericordioso, e su-
pareti della terza campata. bito dopo si allinea mentre il corteo si forma.
Dopo le esequie giunge lu cùnsule (cioè il
Il pittore locale Pietro Cavoti, impegnato fra il 1848 e il 1880 a riprodurre in acquarello mol- consuòlo), e son bevande ristoratrici o pranzo
tissime decorazioni della basilica, ci ha offerto la possibilità di conoscere che una volta tutte le

V 12 S. Giosafat
imbandito a cura del parentado o dei compàri,
pareti della facciata erano dipinte e che nella metà del secolo decimonono restavano ancora e che rappresentano e ripresentano le àgapi fu-
avanzi di affreschi, alcuni ormai sbiaditi e irriconoscibili, altri agevolmente identificabili nella loro nebri degli antichi greci.
composizione. Ed anche reminiscenza ellenica è il lutto pe-

S 13 S. Diego
I frammenti meglio conservati si trovavano attorno al rosone, nella lunetta e ai lati del portale sante caraterizzato dalla barba cresciuta e dal
maggiore: vi si ammiravano alcune scene cristologiche, le quali avevano dovuto esercitare attra- cappotto o cappa indossata anche d’estate, la
verso i secoli un gran fascino su quanti passavano per l’antistante piaza Orsini. quale usanza è ormai scomparsa nelle città, ma
In alto, a destra, si vedeva il Cristo salire verso la cuspide, caricato di una lunga pesantissima persiste nella tenace campagna. 쐟

D 14 S. Veneranda
croce e seguito dallo sguardo delle donne piangenti che stavano a sinistra del rosone; su un lato Poi cominciano le asprezze per la divisione
del portale c’era l’angelo della risurrezione, sull’altro le pie donne che ricevevano il lieto annun- de le quattru strazze ereditate!
zio. Nella lunetta centrale era affrescata l’immagine del Signore. Oggi le pitture esterne sono per- N. VACCA, “Rinascenza Salentina”
dute, ma in chiesa rimangono ben ventinove figurazioni della vita di Cristo: dieci di esse

L 15 S. Alberto M.
riprendono e svolgono ampiamente il tema “passione-risurrezione” cui sono facilmente ricondu-
cibili gli altri episodi riguardanti l’Infanzia di Gesù (Strage degli Innocenti, Fuga in Egitto, ecc.),
le Tentazioni, la Trasfigurazione, la Risurrezione di Lazzaro, le Palme, la Lavanda, la Cena. 11 Novembre: San Martino
Le fonti letterarie sono essenzialmente i quattro Vangeli e con ogni probabilità le “Meditazioni

M 16 s. Giuseppe Moscati
sulla Vita di Cristo” (un testo già attribuito a S. Bonaventura ed oggi assegnato quasi all’unani- In tutti i paesi del Salento, secondo tradizione,
mità al francescano fra Giovanni da Calvoli), che aggiungono tratti delicatissimi alle scene della il giorno di San Martino si usa spillare dalla botte
Passione ed hanno potuto ispirare gli artisti del Tre e Quattrocento fino a modificare l’iconogra- il vino novello per farne il primo assaggio, se-
fia di molte rappresentazioni evengeliche. condo il veccio proverbio popolare che dice:

M 17 S. Elisabetta d’U.
L’Antonaci ritiene appunto che le Meditazioni, già segnalate dal Berteaux come fonte di epi- “A San Martino,
sodi affrescati dalle maestranze del Cavallini nella chiesa angioina S. Maria Donnaregina di Na-
poli, abbiano anche guidato l’artefice cateriniano nelle figurazioni della Passione. ogni mosto diventa vino!”

G 18 Ded. Bas. Ss. Pietro e Paolo


Quelli...che non hanno un proprio vigneto per

Lluttu strettu
T. PRESTA, “Santa Caterina in Galatina”
lo più usano comprare “una partita” di uva nei
paesi del Salento che ne producono in grande
L’espressione “Fazza Ddiu” quantità, per fare -in loco- un vino robusto da ri-

V 19 S. Ponziano
servare per le grandi occasioni e, in parte, anche
L’espressione dialettale, ancora oggi in uso da per la propria tavola.
noi, ...fazza Ddiu!! (faccia Iddio), può significare, Santi a nforsa nu nde ole lu Signore...
e ieu dicu: stu lluttu te sta ppisa? Si registra intanto la scomparsa totale delle pu-
o fatalistica rassegnazione, o cristiano abbandono teche, osterie caratteristiche del luogo, dove una

S 20 S. Ottavio
alla volontà di Dio, padre misericordioso, e e nci ole tantu, puezzi essere ccisa?
quindi fermezza d’animo, saldezza di principi zzìccalu e iundulìscialu dha ffore!!... volta - tra un tressette e una briscola - si consu-
morali e di carattere. Nei casi più disperati, la mavano delle solenni sbornie, sostenute imman-
Nu già ca cu nni muesci lu dolore cabilmente dai famosi pezzetti di carne equina al
gente del luogo, spesso assumeva o per avvili- ai facendu la pupa tisa tisa

D 21 Cristo Re
mento o per mancanza di fede, un atteggiamento sugo, molto piccanti, ed altri gustosi manicaretti.
cu st’abitu de subbra a lla camisa, Ma in forma ridotta ancora oggi, secondo vecchie
di passiva indifferenza o di rassegnata accetta- china, Ggesù Mmaria, de acqua de ndore!!...
zione, convinta che ciò che accadeva era dovuto costumanze, per il giorno di San Martino, in quasi
al destino senza possibilità alcuna di opporvisi. Siccomu nu te puei mintere a rrussu, tutte le case le buone massaie fanno trovare a ta- 쐠

L 22 S. Cecilia
A. QUARANTA, ““Marittima un Paese del Salento” nfacce lla esta, lu velu e lli uanti vola accanto ad un bottiglione di vino no-
niuri te sta scrapicci cu llu lussu. vello,...”quello che solletica il palato e profuma
di fresco e di giovane”... le prime pittule, i profu-
RECITA UN ANTICO PROVERBIO: E de subbra mai st’abbittu te cate mati e stuzzicanti “gnommareddi” (involtini di in-

M 23 S. Clemente papa
pe ll’amore cu ddici a ttutti quanti teriora di agnello arrostiti alla brace) ed altre
“fazza ddiu!...e morse rretu ca le lacreme toi su’ pprofumate! cosette. Non mancano mai le cicorie crude ed i fi-
a llu parete”. E. BOZZI, “Poesie in dialetto leccese nocchi prodotti in giardino, che invitano a bere e
ed in...pulito”. a dimenticare, almeno per quel giorno, i grossi

M 24 S. Crisogono
È l’espressione del povero, dell’umile, problemi della vita quotidiana.
o di chi è senza iniziative che si rassegna
alla propria sorte. Quando il vino comincia a farsi sentire..., gli
Questo motto - comune in tutta la re- Nduvinieddhru anziani della compagnia, che sono sempre i più
arzilli, non indugiano ad improvvisare canti e

G 25 S. Caterina
gione pugliese - trova riscontro nell’altro Cummare de Portacallu
“tir’ a cambà” nel napoletano. stornellate che valgono ad infondere tanta alle-
dammi nu pizzichillu gria nel cuore di tutti.

La cucina de na fiata
quantu ccriscu stu tarallu.
(il lievito) A. QUARANTA, “Marittima un Paese del Salento”.

V 26 S. Liberale
S 27 S. Virgilio
PITTA DE CARNE
Ingredienti: 700 gr. di carne di vitello macinata, 150 gr. di formaggio parmigiano grattu-

D 28 Iª D’Avvento
giato, mollica di pane bagnata nel latte, 3 uova, prezzemolo tritato, noce moscata, sale,
pepe, olio, pane grattugiato.
Ingredienti per il ripieno: 200 gr. di spinaci lessati e passati nel burro 200 gr. di porchetta
a fette, 200 gr. di formaggio morbido. 쐡

L 29 S. Saturnino
Impastare la carne con i vari ingredienti. Con metà dell’impasto foderare una teglia da

Detti popolari
forno unta di olio e spolverata di pane grattugiato.
Adagiare poi il ripieno sistemando prima gli spinaci, poi la mortadella e infine il formag-

M 30 s. Andrea ap.
gio a fette. Ricoprire con il rimanente impasto, ungere con un poco di olio la superficie e
infornare a 180°.
Thre ccose nu sse pòtanu scundire: Curiosità
amore, tosse e venthre crossa. Un tempo le nostre nonne cuocevano le loro pitte mettendo la teglia sulla
Se lu malatu campa, brace del camino e la coprivano servendosi di un grande coperchio sul
nc’era oju inthru a lla lampa. quale spargevano dell’altra brace.
Ci vole ccampa a santa pace, Questo grande e particolare coperchio chiamato “u furnu de campa-
vide, sente e ttace. gna” serviva a cuocere e dorare le pitte in superfice.
CENTRO SUL TARANTISMO E COSTUMI SALENTINI
LA DATA DI NASCITA
DI UN BAMBINO
Intorno alla probabile o desiderata data di
nascita venivano avanzate alcune congetture. Dicembre 2010
M 1
I mesi, i giorni, le lune, le stagioni, avevano
grande influenza in questo campo.

S. Eligio
In genere si reputava sfortunato il bambino
nato di Venerdì; assai fortunato quello nato di

G 2
Mercoledì, Sabato o Domenica; il bambino
nato di Giovedì sarebbe stato invece intelli-

S. Bibiana
gente, lunatico quello nato di Lunedì. Non era
di buon augurio venire alla luce il diciassette o

V 3
il tredici del mese, nè tanto meno nel mese di
Marzo, considerato un mese dalle influenze
S. Francesco Sav.
bizzarre, come la sua bizzarria atmosferica.
“Marzo pazzerello / esce il sole e prendi

S 4
l’ombrello”, metteva in guardia il proverbio.

S. Barbara
Un altro mese ritenuto sfavorevole per la na-
scita era Ottobre (ne sarebbe venuto fuori un

D 5
temperamento pesante e malinconico); erano
ritenuti mesi propizi Gennaio (forse perchè in-

IIª di Avvento
cominciamento dell’anno: “anno nuovo, vita
nuova”), Aprile e Maggio, i mesi della prima- 쐞

L 6
vera, della rinascenza della natura, che avreb-
bero trasmesso perciò delle influenze positive
Il rilievo della Madonna col Bambino
S. Nicola da Bari
sul nato, che sarebbe stato dotato di dolcezza
nella chiesa di Santa Caterina di sentimenti, di sensibilità, oltre che di alacre

M 7
attivismo.
Nell’edicola cuspidata, racchiusa in una struttura lignea, è scolpita la Madonna col Bambino. Chi nasceva poi in Luglio sarebbe stato forte,

S. Ambrogio
Lo schema compositivo è gotico perchè la Vergine, in posizione eretta presenta una gamba leggermente chi in Agosto avrebbe dimostrato un tempera-
flessa in avanti mentre la struttura della sua figura sembra ruotare sull’altra che funge da cardine; le brac- mento caldo, chi in Dicembre avrebbe avver-

M 8
cia prefigurano due archi, la testa è piegata in avanti e tesa, con lo sguardo indirizzato ad incrociare gli occhi tito sempre freddo e sarebbe stato anche
del Bambino. La Madonna, regge con il braccio e la mano sinistra il Bambino, che ha in mano un uccello;
Immacolata Concezione
freddo nei sentimenti.
e, con la mano destra, il mantello sul cui lembo la luce ricadente fluisce nei canali in dosate quantità di ri- Molto favorevoli al nascituro erano alcuni
flessi. La vitalità della figura è ottenuta dalla modulazione della luce che risulta incanalata nei rivoli delle giorni che cadevano in particolari festività

G 9 S. Siro
pieghe ascendenti del mantello e discendenti della tunica che definiscono, nei particolari, la configurazione come Natale, Capodanno, l‘Epifania, la Pasqua,
corporea del personaggio, l’atteggiamento, il movimento. La veste ampia e sottilissima, tenuta in vita da una la Pentecoste, l’Ascensione, la Domenica delle
cinta sì da originare, in basso, un fluttuante panneggio, ne qualifica l’andamento curvilineo della postura Palme, o in ricorrenza di santi famosi che ri-
della Madonna che si contrappone al volgere del volto; il mantello fermato sotto il collo, da una fibbia a

V 10 Madonna di Loreto
scuotevano la simpatia e il culto universali,
forma di corolla, si dispiega in corrispondenza della vita facendo intravedere la veste sottostante e sottoli- come S. Francesco, S. Paolo, S. Giovanni, S.
neando, attraverso orbite ripetute e crescenti, il singolare gesto aggraziato e leggiadro della Vergine. Il velo Giuseppe, i Santi Cosma e Diamano. Di questi
corto tenuto da una corona, sulla quale si ripete il motivo del giglio, simbolo degli angioini, copre il capo ultimi il neonato prendeva anche il nome.

S 11 S. Damaso papa
della Madonna mentre, il suo volto ovale è incorniciato dal fluire delle ciocche ondulate dei capelli che la- Si credeva che i nati in queste ricorrenze sa-
sciano libera la fronte alta. La nobiltà del movimento della Vergine è affine al dispiegarsi del sentimento af- rebbero stati immuni dal tarantolismo o dal
fettivo che la lega, con lo sguardo al figlio. Il Bambino, asse virtuale della composizione, è ben definito nel morso di altri animali.
modellato corporeo, visivamente percepibile, nonostante l’indumento indossato, così come è evidente
L. ELIA, “Salento addio”

D 12 IIIª di Avvento - S. Lucia


l’espressione e lo stato d’animo che comunica. A questa ieratica e statica figura si contrappone l’atteggiamento
dinamicamente composto della Vergine, generato soprattutto dal drappeggio da cui si irradiano curve che con-
feriscono alla figura un moto eccentrico trasmettente la luce in ondate successive e centrifughe. Questi ritmi
melodici tramandati allo spazio connotano l’opera come gotica anche se la dignitas della Vergine è umani- 쐟

L 13 S. Lucia
stica... Tale manufatto, sintesi mirabile di architettura, scultura e pittura (anche se l’opera è priva dell’origi-
naria cromia), è un esempio importante nel campo dei valori plastici e in quello dei significati religiosi.
D. SPECCHIA, “Il Tesoro”

M 14 S. Giovanni D. Cr.
I pellegrinaggi Le Pucce dell’Immacolata
della tradizione salentina Le pucce e le uliate sono dei panetti bassi

M 15 S. Massimino
realizzati con un impasto morbido di farina
di grano duro e aventi crosta molto sottile; le
Nel passato, per antica consuetudine, intere
famiglie di contadini, in determinati giorni del- seconde recano obbligatoriamente nell’im-

G 16 S. Umberto
l’anno, usavano recarsi in pellegrinaggio in al- pasto le olive.
cuni paesi della zona per manifestare la loro I pani di semola e di orzo vengono pre-
devozione al Santo taumaturgo del luogo. parati rispettivamente con semola di grano
Il 13 dicembre, di solito, raggiungevano duro e con farina di orzo.

V 17 S. Lazzaro
LA STORIA
Scorrano, dove si venera Santa Lucia, la Santa
degli occhi; il 6/7 agosto si portavano a Mon-
tesano Salentino, dove si svolgono i festeggia- Questa Provincia, vanta sul pane una tra-
menti in onore di San Donato, il Santo dizione veramente eccezionale, basti ricor-

S 18 S. Graziano
guaritore del morbo sacro; ed il 15/16 agosto si dare che le appartengono ben 50 dei 100 tipi
recavano a Torrepaduli, frazione di Ruffano, di pane censiti nella straordinaria nomencla-
dove si festeggia San Rocco, il Santo che, verso tura dei pani pugliesi compilata da Luigi
la fine del Seicento, liberò le contrade del Sa-

D 19 IVª di Avvento
Sada. Ognuno di questi pani, è sovente
lento dal terribile morbo della peste. Per vene- frutto di una particolare motivazione storico
rare la Santa della luce, i devoti, la mattina del
13 dicembre, di buon’ora, con i traini si reca- economica. Il pane di orzo, ad esempio, è Nduvinieddhru
vano a Scorrano, dove la Protettrice è invocata un pane povero, storicamente in uso presso Tegnu ‘na cosa chiripicòsa

L 20 S. Ursicino
con particolare favore dai sofferenti di occhi. gli strati più umili della popolazione, un pro- face tthre vutàte e poi riposa.
dotto che nasce dal bisogno di sotituire un

Detti popolari
Approfittavano poi della fiera-mercato per (la chiave)
effettuare le prime compere natalizie, e la ri- cereale nobile come il grano con uno meno
correnza -come tut’oggi avviene- faceva pregu- pregiato e soprattutto agronomicamente

M 21 s. Pietro Canisio
stare la gioia del Natale ormai alle porte. meno esigente e più produttivo quale ap-
A. QUARANTA, “Marittima punto l’orzo.
un paese del Salento” Quello di semola, all’opposto, è l’antesi- Santu Magnu si mangia Santu Ggiustu.

Ninne nanne M 22 S. Demetrio


gnano del mitico pane bianco ed è stato per Quandu la muscia nu rriva allu casu
secoli un privilegio alimentare riservato ai dice ca fete.
ceti benestanti e cittadini. Le pucce, le uliate
e i pani conditi in genere sono nati come L’urtimu ca lu sape ede lu curnutu.

G 23 S. Vittoria
pani per occasioni particolari, sovente legati Lu ciucciu se canusce de le ricche,
E nanna, nanna li canta la mamma a ricorrenze liturgiche, come le pucce che, in e llu fessa de le chiacchere.
A lu piccinnu sou cu fazza nanna; tutto il Salento, è antica tradizione consu- Nghiutti maru e sputa duce.
mare la vigilia dell’Immacolata.

V 24 S. Adele
E nanna nanna, nanna mia,
Ddurmiscimilu tie, Madonna mia. Ci vole cu descia de capu allu parete,
CAMERA DI COMMERCIO DI LECCE, mmara lle corne soe.

La cucina de na fiata
E sonnu, sonnu, sonnu ‘ngannatore, “Salento Sapori”
Ci se ccuntenta code (e stenta)!!
Ddurmiscimilu tie ‘nu paru d’ore,

S 25 Natale di N. Signore
‘Nu paru d’ore e ‘nu paru de misi,
Fintantu nu’ mi cuntu ‘sti turnisi.
La Vergine Maria de cquai passau,
CROSTATA CU LLE MENDULE

D 26 S. Stefano
E de lu piccinnu miu me domandau.
Iu li dissi ca ‘lla chiesa sciu,
Iddha mi disse: Bona via pijau. Ingredienti per la pasta frolla: 600 gr. di farina, 200 gr. di zucchero, 100 gr. di strutto, 150 gr. di burro, 2 tuorli
Poi li dissi ca sta fà la nanna, e 2 uova intere.

L 27 S. Giovanni ev.
Iddha mi disse: Diu ti lu ‘ccumpagna. Ingredienti per il ripieno: 500 gr. di mandorle, 300 gr. di zucchero, 3 uova, vaniglia, cannella in polvere, alcuni
chiodi di garofano pestati, 1 biccherino di rum, marmellata di amarene.
Dormi fiju e fà la nanna,
Ca la Beata Vergine t’accompagna. Impastare velocemente gli ingredienti della pasta frolla e lasciarla riposare in frigo per 1 ora. Tritare le mandorle

M 28 SS. Innocenti M.
con la loro buccia, aggiungere le uova, lo zucchero, gli aromi e il liquore. Ricavare dalla pasta frolla 2 sfoglie,
Lu piccinnu miu quandu nascìu foderare con una sfoglia una teglia da forno unta di burro e infarinata, adagiare il ripieno, aggiungere un sot-
Lu Papa de Roma la messa cantau, tile strato di mermellata di amarene. Ricoprire la crostata con la seconda sfoglia di frolla e infornare a 180°. La
‘nu fazzulettu de turnisi ‘nchìu, crostata tolta dal forno e raffreddata, va spolverizzata di zucchero a velo.

M 29 S. Tommaso B.
Tutti a li povarieddhi li dunau. Curiosità
Sonnu, sonnu nu’ scire a li vecchi, Un tempo i dolci preparati in casa venivano serviti, specialmente nel periodo Natalizio con dei liquori prepa-
Vieni a lu piccinnu miu chiudili l’occhi, rati dalle nostre nonne. I liquori venivano gelosamente conservati negli “stipi” e poi, come per magia, appari-
se li li chiudi nu’ li fare male vano nei momenti o giorni particolari. Un liquore molto caratteristico e speciale era quello ottenuto facendo

G 30 S. Eugenio
Ca è piccicchieddhu e crande s’ave fare. macerare nell’alcool i fichi d’india.

Ninu, ninu, ninu, Liquor e di fichi d’india


Menta, sansicu e petrusinu, Ingredienti: 500 gr. di alcool, 10 fichi d’india rossi, 400 gr. zucchero, 500 gr. di acqua.

V 31 S. Silvestro
La mamma sente la ndore Mettere i fichi d’india a macerare nell’alcool in un vaso a chiusura ermetica per una decina
De luntanu e de vicinu. di giorni (avendo cura di agitare il vaso ogni giorno). Far sciogliere sul fuoco lo zucchero
A.M. GIURGOLA RIZZELLI, nell’acqua e attendere che si raffreddi, quindi mescolarlo all’alcool e poi filtrare il tutto.
Si otterrà un liquore di un’intensa colorazione rossa. Se si vuole ottenere una colo-
“Galatina: il folclore e la vita” razione diversa si useranno dei fichi d’india di altro colore.