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Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski

"Gli specchi pi tersi cha abbia mai incontrato" (Frank Ostaseski)


Oggi iniziamo a leggere alcune cose da un libro un po' particolare rispetto ai testi consueti cui rivolgiamo le nostre attenzioni. Si tratta di un piccolo volume dedicato all'accompagnamento dei malati terminali scritto da un dottore americano fondatore dello Zen Hospice Project di San Francisco. Il tema potr sembrare distante dalla pratica meditativa, ma si capir ben presto che questa eventuale impressione molto distante dal vero. Senza ricordare che la morte, tema certamente impopolare, dovrebbe essere invece oggetto di attenta riflessione per la fioritura di una vita totale. Il libro Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski: "Gli occhi di un malato che sta morendo sono gli specchi pi tersi che abbia mai incontrato. Davanti a quello sguardo non ci si pu nascondere. Nel corso degli anni ho visto riflettersi in quegli occhi le abitudini della mia vita. [...] Le preziose certezze, le identit e i comportamenti abituali cui garantiamo solida copertura, alla presenza della morte immediatamente si palesano. Capiamo subito quali tendenze portano alla pienezza e quali contribuiscono alla separazione e al perpetuarsi della sofferenza. [...] Nel poema sacro induista Mahabharata c' una domanda [...]: Che cosa, nell'universo, degno della pi gran meraviglia?. E la risposta : Non vi uomo o donna che, pur vedendo morire gli altri attorno a s, crede di andare incontro allo stesso destino. [...] La morte ci mette di fronte senza mezzi termini all'innegabile verit dell'impermanenza. Tutto viene e va. Ogni pensiero, ogni atto di amore. Ogni vita viene e va. Prendiamo atto di non essere esenti da questo mutamento continuo. La morte insita nella vita di tutte le cose. Ecco perch si pu dire che una vita che non abbraccia la morte una vita dimezzata. [...] Dimenticare la morte dare la vita per scontata e quindi inseguire il miraggio della gratificazione compulsiva. Se invece siamo disposti a toccare con mano il suo carattere precario, ci accorgiamo di quanto la vita sia preziosa. Questo rimette tutto in prospettiva. Ci incoraggia a vivere pienamente ogni attimo. Non abbiamo pi tempo da sprecare. Siamo pronti a dire: Ti voglio bene. Impariamo a non fissarci cos ostinatamente sulle nostre opinioni. Ci prendiamo un tantino meno sul serio. Lasciamo andare pi facilmente. Nei rapporti con gli altri c' pi posto per la gentilezza. [...] Alla luce della morte, quello che conta veramente diventa chiaro. [...] Chi sta morendo un depositario di saggezza. Dall'orlo del baratro della morte si vede un orizzonte che lo sguardo ordinario non arriva a cogliere. La malattia corrode la nostra facciata e la nostra personalit ben costruita. Morendo, tutte le definizioni che ci siamo dati - padre, dispensatore, amante, insegnante buddhista - vengono deposte con garbo o strappate via. Se tutto cambia, scompare e si trasforma costantemente, chi siamo noi? Su cosa possiamo contare? [...] Morire molto di pi di un evento clinico. Riguarda in primo luogo la relazione. La relazione che abbiamo con noi stessi, con le persone che amiamo, con Dio, lo Spirito, la Vera Natura, o con ci che comunque rappresenta per noi la bont fondamentale. Se tutto ci vero, si pu senz'altro affermare che nell'assistenza ai morenti il sostegno spirituale abbia la stessa importanza di una terapia del dolore adeguata o del controllo dei sintomi. [...] Per me il sostegno spirituale [...] entrare in rapporto con la vita senza mediazioni. Significa aiutare l'altro a scoprire la propria verit, anche se potremmo non condividerla. A volte si tratter di convocare un sacerdote perch amministri i sacramenti, o di poggiare uno scialle di preghiera sulle spalle del morente. A volte, semplicemente, di preparare un brodo caldo con affetto, o di aiutare il

malato a scrivere una lettera di riconciliazione. Principalmente, significa [...] restare presenti nel territorio del mistero e delle domande senza risposta" (pp. 3-8).

"Un'opportunit per scoprire ci che nascosto" (Frank Ostaseski)


Continuiamo a leggere da Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski: "Morire essenzialmente un atto sacro; per sua natura un momento - che insieme luogo e processo - di abbandono e di trasformazione. Il sacro non separato o diverso da tutto il resto, ma presente non visto in tutte le cose. Morire un'opportunit per scoprire ci che nascosto. Vedere il sacro rimuovere gradualmente tutte le ostruzioni, le percezioni limitanti che impediscono di riconoscere la verit di ci che era gi l da sempre. Nel profondo, qualcosa in noi ha gi avuto sentore della verit. Se cos non fosse, non ne sentiremmo la nostalgia. Questa parte di noi sa anche che non ci sentiremo soddisfatti finch la totalit del nostro essere non la riconoscer, immergendosi nell'unit. [...] Cinque precetti per l'assistenza 1. Accogli tutto, non respingere nulla [...] Si incoraggiano i ricoverati ad assumere un ruolo attivo e a fare presente quali sono le loro priorit in questo momento cos delicato della loro vita. Si cerca di non imporre giudizi e obiettivi, rispettando il bisogno di ciascuno di scoprire come vuole vivere fino al momento in cui morir. [...] C' un generale incoraggiamento al lavoro interiore, ma se la persona preferisce guardare i giochi a premi alla TV, nessuno ci trova da ridire. [...] Accogliere ogni cosa non significa che tutto quello che incontriamo ci debba piacere. Approvare o disapprovare non rientra nei nostri compiti. Il nostro compito dare fiducia, ascolto e un'attenzione puntuale ai bisogni mutevoli dell'altro. Per fare questo ci vuole coraggio. A un livello profondo, richiede di mettere in campo una sorta di ricettivit senza paura. Il primo passo impegnarci a osservare come ci aggrappiamo al benessere e prendiamo le distanze dalla sofferenza. Il poeta Rumi lo esprime cos: Ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignit. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Di il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. Alcuni anni fa fu indirizzato allo Zen Hospice un uomo che aveva un cancro inguaribile ai polmoni. Egli proveniva dal reparto psichiatrico, dove era stato ricoverato perch non riusciva pi a dare valore alla propria vita ora che aveva il cancro e aveva tentato di uccidersi. Ricordo che entrai nella stanza e mi misi seduto accanto a lui, e per un po' restai l senza fare altro. Pass del tempo, e alla fine quest'uomo mi disse: Chi sei? Nessuno mai rimasto seduto con me in questa stanza cos a lungo. Risposi: Sai, restare seduto in silenzio una cosa che faccio molto spesso. E aggiunsi: Cosa vorresti?. E lui: Spaghetti. Gli dissi: Noi facciamo ottimi spaghetti. Perch non vieni a stare da noi?. Lui disse: S, e con ci si concluse il colloquio d'ammissione. Il giorno seguente, quando arriv all'Hospice, trov ad attenderlo un grande piatto di spaghetti. Per lui gli spaghetti significavano casa, nutrimento, familiarit. Rest con noi per alcuni mesi" (p. 8, pp. 19-20).

"Porta nell'esperienza tutto te stesso" (Frank Ostaseski)


Continuiamo a leggere da Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski. Siamo arrivati al secondo dei "Cinque precetti per l'assistenza": "2. Porta nell'esperienza tutto te stesso [...] Non possiamo servire l'altro restando a distanza. [...] dall'esplorazione della nostra sofferenza personale che deriva la capacit di essere veramente d'aiuto. questo che ci permette di entrare in contatto con il dolore di un altro essere umano con compassione, invece che con paura o piet. [...] Crediamo che per servire gli altri occorra essere forti e padroni di s [...]. Lo sforzo di proteggere l'immagine che abbiamo di noi pu creare una barriera [...]. Alcuni anni fa, mi trovai ad assistere un caro amico, a cui volevo molto bene, che stava morendo di AIDS. Eravamo in diversi a prenderci cura di lui a rotazione, e un giorno, in cui ero di turno io, al mio amico accadde uno strano fenomeno neurologico. In poche ore, perse la capacit di reggere la forchetta, di stare in piedi o di parlare in maniera intelligibile. [...] Ero terrorizzato. Il mio amico non era pi lui. [...] Passavo da un atteggiamento rassicurante e persuasivo, al trattarlo come un bambino. Non sapevo cosa fare. Avevo una gran paura. Prendersi cura di lui era faticosissimo. Aveva delle grosse fistole anali, e una continua diarrea. Andavamo avanti e indietro dal gabinetto alla vasca, ripetendo l'operazione forse decine di volte anche nel corso della notte. Ero esausto [...]. Poi, durante una di queste manovre dal gabinetto alla vasca, il mio amico parl. E le parole che uscirono dalla sua mente confusa furono: Ti stai sforzando troppo. Quanto era vero! Ricordo che mi fermai, mi misi a sedere per terra accanto al gabinetto e scoppiai a piangere. Fu il momento di maggiore intimit mai raggiunto nella nostra amicizia. In quel momento non c'era pi separazione fra noi. Fino ad allora, avevo avuto paura di seguirlo sul suo stesso terreno. Avevo paura di affrontare l'impotenza. Facevo di tutto per essere utile, per mantenere il controllo. [...] Dopo un po' cominciammo a ridere. E poi andammo avanti, e in un modo o nell'altro la situazione stessa ci insegn cosa fare. [...] Porta nell'esperienza tutto te stesso. Per essere una presenza benefica, dobbiamo portare al capezzale del malato la nostra passione e la nostra paura. Per poter trovare un punto di incontro con l'altro dobbiamo attingere [...] alle nostre ferite e alla nostra gioia. Tutto chiamato a partecipare. [...] Porta nell'esperienza tutto te stesso" (pp. 21-23)

"Coltiva una mente che non sa" (Frank Ostaseski)


Continuiamo a leggere da Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski. Siamo arrivati al terzo dei "Cinque precetti per l'assistenza": "3. Non aspettare La pazienza cosa diversa dall'attesa. Nell'attesa, siamo pieni di aspettative. Nell'attesa, perdiamo di vista quello che il presente ha da offrirci. [...] Aspettando il momento della morte, perdiamo tanti momenti di vita. Non aspettate. Se amate qualcuno, diteglielo. [...] Non aspettare. Lasciate che la precariet della vita insegni cosa veramente conta, in questo momento, poi fatelo. Fatelo senza riserve. Non aspettate. 4. Impara a riposare nel pieno dell'attivit Spesso pensiamo al riposo come a qualcosa che ci concediamo al termine di tutto il resto [...]. Ma quando si accompagna qualcuno che muore, a volte si deve imparare a riposare in mezzo al caos. un riposo che si scopre quando si porta tutta l'attenzione, senza distrazione, al momento presente, all'attivit che si svolge. [...] Imparate a riposare nel pieno dell'attivit. Il luogo in cui riposare sempre a disposizione. [...] Dobbiamo solo imparare a prestargli attenzione. Se ci dedichiamo sinceramente a cercarlo, sapremo riconoscere questa dimensione spaziosa in tutti i momenti della vita. qualcosa dentro di noi che non si ammala, che non nasce e non muore. Impara a riposare nel pieno dell'attivit. 5. Coltiva una mente che non sa [...] Dal mio punto di vista, "una mente che non sa" una mente aperta e ricettiva. Una mente che non limitata. Suzuki Roshi, il fondatore del San Francisco Zen Center, amava ripetere: Nella mente del principiante ci sono molte possibilit, in quella dell'esperto, poche. Quando entriamo nella stanza di una persona che sta morendo con il nostro bagaglio di nozioni, la prospettiva si restringe, si riduce a misura delle nostre idee preconcette. Ci pu creare una distanza fra noi e la persona che serviamo. Immaginate di poter entrare in quella stanza con una mente che non sa, guardando tutto con occhi nuovi, liberi da obiettivi prestabiliti, aspettative o limitazioni [...]. C' un altro insegnamento zen che si collega a questo, e cio: Non sapere massima intimit. Quando non sappiamo, dobbiamo restare quanto pi possibile aderenti all'esperienza. Dobbiamo lasciare che le nostre azioni scaturiscano dalla situazione in cui ci troviamo. [...] Lo stesso vale nel rapporto con la persona che sta morendo. Cerchiamo di restare aperti, senza preconcetti, procedendo a tentoni, passo dopo passo, attimo per attimo, ricettivi, flessibili, osservando attentamente i bisogni

mutevoli dell'altro e al tempo stesso prestando ascolto alla nostra voce interiore. [...] In certe circostanze, la disponibilit a non sapere la risorsa pi importante. La capacit di essere realmente di aiuto agli altri proporzionale alla capacit di vivere il presente come qualcosa di sempre nuovo. Coltiva una mente che non sa" (pp. 23-28).

Il dono del contatto (Frank Ostaseski)


Continuiamo a leggere da Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski: "Quando abbiamo il cuore aperto e la mente tranquilla, quando la nostra attenzione tutta concentrata sul momento presente, la realt ci appare indivisa. In quel momento sappiamo cosa fare. Ci sono tanti modi per esprimere compassione attraverso il servizio, tanti gesti con i quali possiamo servire il corpo, il cuore e la mente, o lo spirito. Il primo modo per esprimere compassione offrire al corpo il dono del contatto. Toccare il modo pi antico per guarire. Essere toccati uno dei bisogni fondamentali dell'uomo. [...] Negli ospedali il paziente viene toccato continuamente. Gli si cambia posizione nel letto, lo si lava, gli si misura la temperatura, gli si preleva il sangue. Medici e infermieri fanno iniezioni, applicano flebo e cateteri ed eseguono controlli di ogni tipo. Tutte forme di contatto fisico. Mi chiedo per in quanto casi questo contatto venga percepito come curativo. Chi sta per morire estremamente vulnerabile: si sente debole fisicamente, emotivamente esposto, solo, e a volte molto confuso. Se si trova in ospedale, sar portato a percepire il contatto come violento, alieno e intrusivo. Inoltre, il dolore fisico pressoch continuo. Le funzioni fisiche sono alterate, e la dipendenza che ne consegue pu facilmente dare adito a sentimenti di espropriazione. Il problema ulteriormente aggravato dai tab sociali sulla malattia da cui l'individuo affetto o dal suo aspetto fisico in trasformazione. Alcuni riferiscono di sentirsi traditi dal proprio corpo, intoccabili e indegni di amore. Il contatto comincia dal momento in cui entriamo nella stanza. Sono gli occhi a toccare per primi l'ambiente e a focalizzarsi sulla persona che occupa il letto. Lo sguardo pu comunicare la nostra presenza o tradire il nostro disagio. Anche l'ascolto una forma di contatto. Pu essere ricettivo, aperto, incoraggiante, oppure selettivo e motivato da obiettivi preconcetti. Inoltre, tocchiamo l'altro con la voce. Il nostro modo di parlare pu essere misurato e pacato, deliberatamente inteso a comunicare premura e rassicurazione. O al contrario pu essere brusco e affrettato, come se avessimo cose pi urgenti da sbrigare altrove. Non c' bisogno di fare un corso di massaggio per offrire un contatto fisico affettuoso a un altro essere umano. Possiamo fidarci della nostra tenerezza naturale. Quello che conta non la tecnica o dove mettiamo le mani, quanto piuttosto la qualit affettiva del contatto e la disponibilit a prestare la massima attenzione. Mia nonna faceva splendidi massaggi alla testa, aveva mani delicatissime. Mi dava l'impressione di avere a disposizione tutto il tempo del mondo, e che io fossi la cosa pi importante. Tutti abbiamo bisogno di toccare e di essere toccati, e chi sta per morire non fa eccezione. Naturalmente all'inizio necessario essere cauti, procedere con delicatezza, sempre pronti a farsi guidare dalle reazioni di chi riceve il contatto. Consapevoli dei rischi a cui si va

incontro, che vanno dalla possibilit di sentirsi in imbarazzo al possibile rifiuto da parte dell'altro. Ma qual l'alternativa? Il non toccare? La solitudine che regna nelle case di cura parla da s. Sono innumerevoli le occasioni per offrire al malato che assistiamo un contatto fisico che esprima compassione e rassicurazione e al tempo stesso arricchisca la qualit del rapporto, senza bisogno di avere pi tempo a disposizione. Per esempio, poggiare con delicatezza la mano sul petto di una persona che fa fatica a respirare pu avere un effetto tranquillizzante. Per sentire il polso ci vogliono almeno trenta secondi: perch non approfittarne per stabilire un sincero contatto umano? Voltare il paziente nel letto pu essere una buona occasione per massaggiargli la schiena e applicare una lozione. Mettere una salvietta rinfrescante su una fronte sudata pu essere un gesto di gentilezza che rinfranca. A volte basta solo tenere la persona per mano. In ultima analisi, la consapevolezza che guarisce. Toccare solo il veicolo. Se il gesto esprime consapevolezza, ogni forma di contatto fisico avr effetti trasformativi. qualcosa che chiunque di noi pu fare" (pp. 39-42).

Il dono dell'ascolto (Frank Ostaseski)


Terminiamo oggi di leggere da Saper accompagnare - Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte di Frank Ostaseski: "Ascoltare non altro che dare, guarisce con il potere della generosit. un dono particolarmente prezioso per qualcuno che sta morendo. Per ascoltare bisogna svuotarsi, essere disponibili a ricevere senza aspettative e senza giudizi [...]. Un ascolto di qualit richiede che l'attenzione sia diretta non solo all'altro, ma anche alla propria interiorit. Chi ascolta deve saper restare concentrato sulle sensazioni, sui sentimenti e sulle intuizioni che emergono dentro di s, perch proprio questa la chiave che gli consente di entrare in risonanza con l'altro. Lo psicologo Carl Rogers ha definito l'empatia in questi termini: L'empatia consiste nell'accedere al mondo percettivo dell'altro e arrivare a sentircisi perfettamente a proprio agio. Consiste nell'abitare temporaneamente la sua vita e muovercisi dentro con delicatezza, astenendosi dal giudicare. Significa comunicare ci che si riesce a cogliere del mondo dell'altro quando lo si guarda con occhi limpidi, senza paura. Consiste nel verificare spesso la correttezza delle proprie impressioni sottoponendole all'altro, e farsi guidare dalle risposte che si ricevono. Rapportarsi a un'altra persona in questo modo richiede di mettere da parte le opinioni e i valori personali per accedere al mondo dell'altro senza pregiudizi. In un certo senso richiede di mettere da parte se stessi, e questo lo pu fare solo qualcuno che abbastanza sicuro di s da sapere che non si perder [...]. [...] Muoversi nel mondo dell'altro con delicatezza, astenendosi dal giudicare. Guardare con occhi limpidi, senza paura. Riuscite a immaginare cosa si prova a essere ascoltati cos? L'ascolto empatico richiede di essere completamente presenti. [...] Entrate in contatto con voi stessi. Chiedetevi come state. Essere presenti sufficiente. Non dovete fare nulla di speciale. Prestate attenzione alla tendenza a voler fare succedere qualcosa, che spesso ha l'effetto di trasmettere un grosso carico d'ansia. Tenete semplicemente compagnia al malato, ma nel contempo restate vigili. Io ho passato ore a guardare la televisione insieme ai pazienti, pensando di non fare niente di utile, per poi sentirmi congedare con un: Grazie, stato bello passare un po' di tempo con qualcuno che non mi tratta da malato" (pp. 44-45).