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PIETRO ARETINO LETTERE SULL ARTE I A MADONNA MARIA DE' MEDICI Io non voglio, signora, contendere con voi

di dolore. Non che io non vincessi pe r dolermi la morte del vostro marito pi che a persona che viva; ma perch la vincit a mi saria perdita, essendogli voi moglie, perch tutti i duoli, nel mancar dei co nsorti, si dnno a loro. E non perci che la mia passione non preceda a la vostra, p erch il vezzo, che vi domestic a star senza, aveva indurato l'amore, tanto pi tener o in me quanto non un'ora, non un momento, non un attimo ho saputo n potuto starg li assente, e pi son note le vert sue a me che a voi. E mi si debbe credere, avend ole io sempre vedute e voi sempre udite; onde altri si compiace pi ne la vert degl i occhi propri che nei gridi de la fama. E, caso che io ceda con la passione al vostro patire, do cotal preminenza al valore e a la saviezza di che ste piena, di maniera che pi capacit de le cose in voi donna che in me uomo. E, essendo cos, il duolo maggiore dal lato che pi sa che da quello che men conosce. Ma diamisi il secondo luogo ne la doglia, la quale s giunta al sommo nel mio core , che non ha di che pi dolersi. E sarei morto, mentre ho visto esalargli lo illus tre spirito, e nel formargli del volto, che fece Giulio di Rafaello, e nel chiud erlo io ne la sepoltura. Ma il conforto, che mi ha dato la eternit de la sua memo ria, mi ha sostenuto in vita. La publica voce de le sue vert, le quali saranno le gioie e gli ornamenti de la vedovanza vostra, mi ha asciutto il pianto. L'istor ie dei suoi fatti mi tolgono non pur la maninconia, ma fannomi lieto. E mi pasco di udir da le gran persone: " Egli morto uno sforzo di natura. Egli finito l'essempio de la fede antica. Egli sparito il vero braccio di battaglia". E certo non fu mai chi levasse a tanta sp eranza l'arme italiane. E che pi bel vanto pu avere uno tolto a le cose umane che la ricordanza del re Francesco, da la cui bocca s' udito pi volte: " Se il signor Giovanni non era ferito, la fortuna non mi faceva prigione?" Eccolo a pena sotterra che gli orgogli barbari, sollevandosi al cielo, spaventan o i pi coraggiosi; e gi la paura signoreggia Clemente, che impara a desiderar il m orire a chi era atto a sostenerlo vivo. Ma l'ira di Dio, che vl procedere sopra i falli altrui, ce l'ha tolto. La Maest Sua l'ha tirato a s per gastigar gli errant i. Perci consentiamo a la volont divina, senza pi trafiggerci l'animo, dando orecch ie a l'armonia de la sua lode. Ristringasi il cor nostro nei diletti dei suoi on ori. E, ragionando de le sue vittorie, facciamoci lume con i raggi de la sua glo ria, la quale andata inanzi al feretro, mentre la pompa funebre stupiva nel vede rsi splendere nel mezzo dei capitani famosi, che l'hanno portato a seppellire su le loro spalle onorate. E il marchese, con tutta la nobilt di casa Gonzaga e de la corte sua, con la folt a del popolo dietro e la turba de le donne su per le finestre, conversa in stupo re, ha riverito il tremendo corpo di lui che a voi fu sposo e a me signore, affe rmando di non veder mai pi essequie di maggior guerriero. S che riposate la mente nel grembo dei suoi meriti, e mandate Cosimo a Sua Eccellenza, che cos mi comand c he io vi scrivesse, perch quella vl succedergli in luogo del padre, che gliene ha lasciato per figliuolo. E, se io credessi che Iddio non gli rendesse con doppia usura la copia de le degnit tolte al mio idolo da la invidia del destino e de la morte, mi gittarei ne le braccia de la disperazione. Ma viviamo, ch cos sar, perch n on p esser che non sia. Di Mantova, il 10 di decembre 1526. II AL MARCHESE DI MANTOVA Perch io so che Vostra Eccellenza vle che quegli, ai quali Ella dona, la ringrazia no con il non ringraziarla, dir solamente che Mazzone, mio servidore, mi ha dati i cinquanta scudi e il giubbon d'oro che mi mandate. Dir ancora che teniate a men te la promessa fatta a Tiziano merc del mio ritratto che io in suo nome vi feci p resentare. Credo che messer Iacopo Sansovino rarissimo vi ornar la camera d'una V enere s vera e s viva, che empie di libidine il pensiero di ciascun che la mira. H o detto a Sebastiano, pittor miracoloso, che il desiderio vostro che vi faccia u

n quadro de la invenzione che gli piace, purch non ci sien s ipocrisie n stigmati n chiodi. Egli ha giurato di dipingervi cose stupende: il quando mo si riserba in petto de la fantasticaria, la qual gareggia spesso spesso con i pari suoi. Io so llecitar, bravar e sforzar, onde ho speranza che se ne verr a fine. Intanto Tiziano e io vi basciamo le mani. Di Venezia, il 6 di ottobre 1527 III AL SIGNOR CESARE FREGOSO Il presente de la berretta, dei puntali e de la medaglia, che mi ha fatto Quella , venuto pi a tempo che non viene un canestro di frutti, quando chi desina, nel f in de le vivande, gi gli chiedeva con la fantasia de lo appetito. Io voleva donar ne una fornita come la vostra, e volendo mandar per essa, ecco un servidor suo, che me la pone inanzi; onde io ne ho fatto festa e per la bellezza e perch io la desiderava, come forse desidera Vostra Signoria illustrissima (a la cui grazia m i raccomando) il libro dei sonetti e de le figure lussuriose che io per contraca mbio le mando. Di Venezia, il 9 di novembre 1527. IV A MESSER DONATO DEI BARDI Ancora che io, nobile amico, vi accennassi che una gran donna voleva che la mia industria, involta nel velo de l'amicizia, traesse il vezzoso cagnoletto del cor e ai vostri spassi (ch del core, al piacere altrui, si tranno le cose care), non mi lasciai cadere tali parole di bocca, perch la discrezione de la nobile natura vostra si movesse a proferirmelo (ch so molto bene che pi facilmente si sopporta l a volont di non aver quello che si brama, che il privarsi di quel che il desideri o possede), ma, perch sapeste che la sua bellezza era amata, e perci non dovevate acquetarmi di ci che parlai senza inganno, con la medaglia d'oro, dove i polzoni hanno cacciato quasi di tutto rilievo il cenacolo di Cristo con tutti gli aposto li, il cui magistero di grandissimo costo. Ma non si creda che l'opera fusse fat ta per una impresa, ma fu cominciata con molte altre per l'ornamento d'un pivial del papa, e la passione di Ges era l'istoria che si faceva in ciascuna. E il sac co di Roma le disperse in qua e in l, onde a le mani vostre (come io so) pervenut o questa, che per amor suo mi terr sempre apresso, come ancor voi vi terrete ogno ra a lato la voglia che io ho di raddoppiarvi la gentilezza. Di Venezia, il 6 di aprile 1529. V AL CONTE MASSIMIAMO STAMPA La medaglia, signore, dove era sculpito per man di Luigi Annichini la effigie di Marte, non stava bene senza la compagnia dei puntali di cristallo orientale che io con uno specchio pur di detta materia e un quadro di mano del mirabile Tizia no vi mando per Rosello Roselli, mio parente. E non dovete, signor, pregiare il dono, ma l'artificio che lo fa di pregio. Guardate la morbidezza dei capegli inn anellati e la vaga giovent del san Giovanni; guardate le carni s ben colorite, che ne la freschezza loro somigliano neve sparsa di vermiglio, mossa dai polsi e ri scaldata dagli spiriti de la vita. Del cremisi de la veste e del cerviero de la fodera non parlo, perch, al paragone, il vero cremisi e il vero cerviero son dipi nti, ed essi son vivi. E l'agnello, che egli ha in braccio, ha fatto belare una pecora, vedendolo, tanto naturale. Ma, quando n il magistero n il dono non fusse d i niun momento, debbe Vostra Signoria non accettare il cor mio che invisibile si mescolato con il presente? Di Venezia, il 8 di ottobre 1531. VI AL DUCA DI MANTOVA Il mio essersi riavuto da la infermit se consolar tutto ne la veste di ermesino co ntornata di velluto nero ricamato e foderata di volpe bianchissima, consegnatami da Mazzone, con la zamarra di raso pur nero e ricamata di cordoni, in nome di V ostra Eccellenza, la quale con i suoi solleciti presenti mi doveria dar la lingu a, e me la toglie. Io divento muto per la vergogna che io ho di non aver ancor f atto opera onde apparisca il merito di s fatta mercede; n voglio che la volont ch'i o vi mostrai sempre mi scusi, perch la fede senza le operazioni non basta, e i su

oi sarieno argumenti fragili, come la cassetta che, piena di vasi di vetri, vi m andai, solo perch voi vedeste la foggia de l'antiquit disegnata da Giovanni da Udi ne. La qual novitade tanto piaciuta ai padroni de le fornaci da la Serena, che c hiamano gli " aretini" le diverse sorti di cose ch'io feci far ivi. Monsignor di Vasone, mastr o di casa del papa, ne ha portati di qui a Roma per Sua Santit, la quale, secondo che mi avisa, ne ha fatto gran festa. E io me ne stupisco, perch mi credeva che in corte si guardasse oro, e non vetro, come so che crede anco Vostra eccellenti ssima Signoria, della qual son servo. Di Venezia, il 3 di novembre 1531. VII AL CONTE MANFREDO DI COLLALTO Mangiando, signore, l'altrieri con gli amici non so che lepri squarciate dai can i, che mi mand il capitan Giovan Tiepoli, mi piacquer tanto che giudicai il " Gloria prima lepus" un detto degno di esser posto nel coro degli ippocriti, per man dei loro digiuni in cambio del " Silentium" che il cicalar fratino atacca dove si d la piatanza. E, mentre le lodi loro andavano coeli coelorum, ecco i tordi portatimi da un staffier vostro, i q uali, nel gustarli, mi fecero biscantare lo " Inter aves turdus". Essi sono stati tali che il nostro messer Tiziano, nel veder gli ne lo spedone e nel sentirgli col naso, data un'occhiata a la neve che, ment re s'ordinava la tavola, fioccava senza una discrezione al mondo, piant una frott a di gentiluomini che gli avevano fatto un desinare. E tutti insieme demmo gran laude agli uccelli dal becco lungo che, lssi con un poco di carne secca, due fogl ie di lauro e alquanto pepe, mangiammo e per amor vostro e perch ci piacevano; co me piacquero a fra' Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, a Brandino e al vescovo di Troia gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lampre de, di che si empierono il ventre con il consenso de le lor anime cuoche e de le stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erari de la superfluit d e la crapula, anzi paradisi de le vivande solenni, le quali furono idee de la lo r fortuna e scienze de la ignoranza di tali asini. Bench guai a la poltroneria di ciascuno, se fussero stati dotti sobri e savi, perch la dottrina, la sobriet e la saviezza la palla a vento dei principi! E beato colui che pazzo, e ne la pazzia sua compiace ad altri e a se stesso! Cer tamente Leone ebbe una natura da estremo a estremo, e non saria opra da ognuno i l giudicare chi pi gli dilettasse, o la vert dei dotti o le ciance dei buffoni, e di ci fa fede il suo aver dato a l'una e a l'altra spezie, esaltando tanto questi quanto quegli. E quando a me si dicesse: " Che vorresti tu essere stato servendogli", come sapete che gli servii, " Virgilio o l'Archipoeta?", risponderei: " L'Archi, messere", perch egli acquistava pi, seco beendo in Castello, di luglio, i l vin temperato con l'acqua calda, che non arebbe guadagnato ser Marone, se in l aude sua avesse fatto duemilia Eneide o un milione di Georgiche. E non dubbio ch e i gran maestri amano pi i forti bevitori che i buoni versificatori. E a Vostra Signoria mi raccomando. Di Venezia, il 10 di ottobre 1532. VIII AL RE DI FRANCIA Egli , sire, tanto proprio del cristianissimo Francesco il donare ed s propria sua la natura de la liberalit che, in quanto a le cose terrene, concorrerebbe in far grazie con Iddio, se l'accompagnasse con la prestezza: perch la cortesia vera tr otta con i suoi piedi e la finta zoppica con quegli de l'ambizione. Gli uomini r otti in mare e percossi in terra ricorrono a Cristo; e la sua bont, che gli vede i cuori ardenti di zelo e pieni di fede, subito gli scampa dal pericolo: onde i voti loro ornano i tempi suoi. Se alora che la necessit se gli divora, i vertuosi che si rivolgano a la Vostra Maestade fussero aiutati, ella saria il secondo Id dio de le genti; ma i doni son s tardi che fanno, a chi gli riceve, quel pro che fa il cibo a colui che stato tre d senza mangiare; ch, alterandosi il digiuno nel sentir ci che non pu pi gustare, o si muore o ne sta in forse. Ecco tre anni sono c he mi prometteste la catena di cinque libbre d'oro, e non credo che non sia pi du

bbio ne la venuta del Messia dei giudei, poi che pur venne di lingue smaltate di vermiglio e con brevi nel cui bianco scritto: " Lingua eius loquetur mendacium". Per Dio, che la bugia campeggia cos bene in bocc a a me, come si faccia la verit in bocca al clero. Adunque, se io dico che ste ai vostri popoli quello che Iddio al mondo e il padre ai figliuoli, dir io la menzog na? Dicendo che avete tutte le rare vert: e la fortezza, e la giustizia, e la cle menza, e la gravit, e la magnanimit e la scienza de le cose, sar io bugiardo? Se io dico che sapete regger voi stesso con istupor d'ognuno, non dir io il vero? Se a ffermo che i suditi, che tenete, sentono pi de la vostra possanza con i benefici che con la ingiuria, parlar io male? Se io grido che ste padre de le vert, fratello dei vostri servi, figliuolo de la religione, compagno de la fede sostegno de la carit, non dir io bene? Se io predico che il gran merito del vostro valore, per v ert di se medesimo, mosse l'amor d'altri a farvi erede del regno, potramisi oporr e ? ben la verit; ch, volendo io vantare il presente de la collana per presente, m entirei: perch non si pu chiamar dono quello che, mangiatasi la speranza di averlo in erba, prima venduto che visto. E se non che la bont vostra smisurata e innoce nte, la qual son risoluto che si credeva che io l'avessi avuta, sciorrei tutte l e lingue che son legate a la catena, e le farei squillare di modo che i ministri dei tesori reali se ne risentirebbero per qualche d: onde imparerieno a mandar t osto ci che il re dona subito. Ma non sendo inganno ne la lealt vostra, non debbe essere sdegno ne la vert mia, la qual e sempre sar umil favellatrice de la ineffab ile benignit de la Sua Maest, ne la cui grazia serbimi Cristo. Di Venezia, il 10 di novembre 1533. IX AL CARDINAL DI TRENTO Un secretario di don Lope Soria, pi degno d'imperare che di servire imperadori, e tanto pi accorto e pi savio d'Ulisse quanto Sua Signoria ed egli non fu, mi ha po rtati al letto, dove giaceva amalato, i cento ongari che per suo mezzo piaciuto a la vostra cortesia donarmi; con le due medaglie apresso, una d'oro e l'altra d 'ariento, ne le quali coniata la testa sua vivacemente. Ma se io era vostro senz a tal dimostrazione, che vi sono io ora? Io vi son quel che vi fui, n pi n meno; pe rch il premio non accresce l'affezione, ma la rallegra, e, nel rallegrarla, par c he ella ringrandisca, e pur tale; e i bisogni, in cui i privilegi de la natura e de la fortuna pongono i vertuosi, vedendosi accomodare da l'altrui pietade, mov ono talmente chi riceve la mercede con gli sproni de la gratitudine che la lingu a non adulatrice manda fuor cose che sforzano la servit a parer maggiore. Adunque , se il dono non veniva, non avevate a essere quel mio signore, che io stesso ho giudicato che meritate d'essere? E poich egli venuto, debbo io mostrare di averv i pi caro per i denari che per le vert? Questa malvagia necessit cagione ch'io paia quel che io non sono. Ma se io potessi tanto dare quanto mi forza di ricevere, il mio animo mostrarebbe quel che egli e non ci che ei pare. Or, restringendomi s otto i panni de la pazienza, dico, basciando la mano a Vostra Signoria illustris sima, che i ducati spender per le occorrenze mie e le medaglie serbar per memoria sua. Di Venezia, il 15 di novembre 1534. X A MESSER GIORGIO, PITTORE Io insieme con le vostre lettere ricevei i due capitani ritratti da voi, a petiz ion mia, da le sepulture del duca Giuliano e del duca Lorenzo; i quali mi son pi aciuti assai, s perch avete saputo ritrargli, s perch vengono da lo iddio de la scol tura, de le cui mani celesti ho visto lo schizzo de la santa Caterina, che diseg n sendo fanciullo, e ben si vede in s alto principio, tutto pieno di maest e di sap ere, che tali dote son concesse da le stelle rade volte agli uomini. E chi non s i stupiria vedendo l'orecchia cos minutamente finita di lapis? Dicono i pittori, ai quali l'ho mostrata come reliquia, che solo chi l'ha fatta la potria fare. lo mi conversi in tutti i gesti de la meraviglia tosto che la vidi, ma ne lo aprir de la cassetta mandatami dai Giunti, dove era la testa d'uno degli avocati de l a gloriosa casa dei Medici, lo stupore mi tenne buona pezza immobile. Ma come possibile che l'Eccellenza d'Alessandro per compiacere a un servo di que lla consentisse di privarsene? Io ho paura a guardarla e a lodarla, s ella venera

bile e mirabile. Che berli di barba, che ciocche di capegli, che maniera di fron te, che archi di ciglia, che incassatura d'occhi, che contorno d'orecchie, che p rofilo di naso e che sfenditura di bocca! Non si pu dire in che modo ella accordi i sentimenti che la fanno viva; non si pu imaginare con che atto ella mostri di guardare, di tacere e d'ascoltare. Il decoro de la sacrosanta vecchiezza si scor ge nel sembiante suo. Ed pur creta scolpita con le dita de la pratica in pochi t ratti. In conclusione lo stile del grande uomo lo spirito de l'arte, perci le fig ure da lui scolpite e dipinte parlano, muovono e spirano. N solo io ho superbia d i aver ci che di suo mi avete con volont del signor nostro mandato; ma se ne vanta tutta questa inclita citt. E perch il dono non pu scontarsi con altra ricompensa, per non minuire il suo pregio con vergogna de la mia qualit, ringrazio un cotanto padrone e un s fatto amico, tacendo. Di Venezia, il 15 di luglio 1535. XI A MESSER GIORGIO D'AREZZO, PITTORE Se, da poi che Xerse re fu vinto, voi foste stato quando Paolo mand agli ateniesi per un filosofo, che gli maestrasse i figliuoli, e per un pittore, che gli orna sse il carro, gli averiano inviato voi, e non Metrodoro: perch ste istorico, poeta , filosofo e pittore. E ci son di quelli, che gli par essere il seicento fra gli spiriti famosi, che non accozzerebbono in mille anni l'ordine del trionfo cesar eo, n la pompa de le genti e degli archi con la destrezza de le ornate parole, co me mi avete scritto. Io per me veggo ne la vostra lettera le due gran colonne co n il " Plus ultra" che le attraversa; veggo i mostri dipinti nei basamenti; veggo l'epi gramma con l'aquila di sopra, e quella Bugia, che si morde la lingua, mentre sos tiene l'arme di Sua Maest; veggo lo edificio de la gran porta e la diligenzia dei Barticino; veggo il tumulto, che ne lo entrarvi fanno gli inumerabili principi drieto a Carlo augusto; veggo i reverendissimi pontificalmente con Alessandro si gnor nostro, che 'l vanno a incontrare; veggo anche con che destrezza smonta da cavallo, presentandoli il cuore e le chiavi di Fiorenza, sento dirgli da Sua Alt ezza: " E queste e quel ch'io tengo vostro"; veggo lo stuolo dei paggi sopra i cavalli i mperiali, e mi abbaglio la vista nel tremolar dei puntali d'oro, di cui erano te mpestati i drappi de la giovent fiorentina; veggo i due mazzieri, che usa di mena rsi innanzi l'imperadore, e il cavallerizzo con la spada de la sua giustizia, e m'inchino a Sua Eccellenza, mentre con gli occhi de la mente lo scorgo in mezzo al duca d'Alba e al conte di Benevento. Non veggo gi dietro a Cesare i prelati, perch non ho occhio che possa veder preti, salvo la grazia del mio Marzi. Veggo l'arco del Canto a la Cuculia; veggo la illarit augusta, e leggo i titoli d i tutte le macchine; veggo tutte le imprese del suocero del signor nostro; veggo la figura de la Piet coi bambocci adattatile adosso; veggo la Fortezza, e intorn o a lei le corazze e gli elmi, e sopra ogni invenzione mi piace la liberalit del corno, de la quale escono le corone, ci quella del re dei romani e quella del re di Tunisi, ma l'altra che appar mezza di fore, sia pure ai d nostri; veggo la Fed e con la croce in mano e con il vaso ai piedi, e le parole sono divine, e parmi stupendo l'arco, che ha l'aquila con l'arme per il breve che si legge. unica la istoria dove si figura la fuga dei turchi, e la incoronazione di Ferdinando bell issima, e pi bella per esservi Cesare presente. Veggo da l'altro lato i prigioni legati con quelle cere barbare e con quegli abi ti strani in testa, in vari gesti; e do gran laude al padre e al figliuolo che h anno messe insieme s gentilmente la gran mole. Ma quella fuga di cavalli ne la fa cciata a San Felice maravigliosa. Veggo la Fede e la Giustizia con le spade ignu de in mano, le quali cacciano Barbarossa; veggo i morti in scorcio sotto i terri bili cavalli; veggo la Pittura, che disegna l'Asia, e la Scoltura, che abozza l' Africa; veggo nel basamento il carro pieno di spoglie e di trofei; veggo sudare quei putti, che portano la barella a usanza degli antichi; veggo il re di Tunisi ne l'istoria che s'incorona; veggo le vittorie con gli epigrammi graziosissimi, con tutto il bello ch' di sopra, di sotto e da canto, e mi par essere un di queg li fermatisi l col viso insuso, mirando la fabrica miracolosa; veggo via Maggia,

il ponte a Santa Trinita e la strada del Canto a la Cuculia, tutta piena di turb e arecate in bizarra attitudine; oltra ci vi veggo condurre a perfezione la nuova fabrica; veggo il legname (bont del vostro pennello) non differente da le pietre diverse: veggo Ercole che amazza l'idra, e so che il vivo non fu s robusto, n s co rto di collo, n s pieno di nervi, n s spesso di muscoli, come quello che uscito de l e dotti mani del mio Tribolo. Veggo appresso al ponte Santa Trinita il fiume d'Arno simile al bronzo, e gli ve ggo piovere dai capegli le istesse acque; veggo gli altri fiumi, e Bagradas d'Af rica, e Ibero d'Ispagna; la spoglia del serpe menato e portato a Roma naturale, e i corni de la copia, e le lettre: ma basta che si sappia che sien di man del T ribolo. Voglio che diamo la seconda palma al frate dei Servi s per essere stato d iscepolo del maestro, s per esser proprio dei frati di non saper far altro che sc annar minestre. Ora il Monte Lupo nel fiume di Germania e di Pannonia non s' port ato se non da valentuomo, e i basamenti di s delicate maniere non mi son nuovi. D uolmi che il raro Tribolo sudetto non ebbe tempo, ch certo avria fatto la forma d el cavallo s forte, che quel di Lionardo a Milano non si mentovava pi. Veggo la Vittoria con la palma in mano, e con l'ali di nottole al canto degli St rozzi; e se non c'ho fatto buono stomaco ne le cose vostre, vomiterei vedendo qu el volto di fava menata de la Vittoria col braccio enfiato; e pi vi dico, ch colui che l'ha fatta ne va pi superbo che l'imperadore, a l'onor del quale son sute fa tte tante maraviglie. Ed pur vero che sempre i pi goffi vanno a man ritta per ave r pi soldi che nome. Veggo il colosso vestito de la pelle del Tosone, e mi fa paura la sua spada sfol gorante. Veggo i trofei, e leggo l'istorie dipinte nel basamento, con il Iason a rgo, impresa di Sua Maest. Ma scoppiava il fratacchione se non chiariva altri che era frate in questo suo Morgantaccio. Veggo sopra a la porta di Santa Maria del Fiore lo epigramma messo in mezzo de le due grandi aquile con le grottesche, e so quanto meritino lode per essere venute da Giorgio, pellegrino intelletto. Io mi perdo, entrando in chiesa, ne lo splendore dei lumi riverberanti ne l'oro dei drappelloni. Veggo la Giustizia e la Prudenza ne la via dei Martelli molto m al conce da chi gli ha dato l'essere; cos il mondaccio, bench stia meglio di loro. Bench mi recreo la vista ne la Pace posta al palazzo dei Medici, veggendola abru sciare l'arme con la sua fiaccola, ed era ben ragione che nel pi degno luogo de l a citt fusse la pi lodata opra. Fu bel pensato l'ornare di verdure l'onorata casa, onde simigliava la stanza che hanno di state eletta per loro stessi gli di silve stri, e le frondi ben compartite han non so che di sacro e di religione, poi si convien molto a l'ardor del caldo. E, per concluderla, io ho veduto ne l'essemplare de la vostra il tutto. Ma chi c apace de la grandezza del duca nostro, vede cotali apparati. In somma non saria possibile di trovar cose pi belle, n pi a proposito dei titoli e dei distichi in la ude de l'imperadore. Di Venezia, il 7 di giugno 1536. XII A MESSERE LUIGI CAVORLINI La maggior vendetta, compare e fratel mio, che possano fare gli offesi da la sor te a la fortuna, il tollerarla: perch i suoi diletti sono le passioni accorate ch e altri si piglia, mentre ella se gli sfoga sopra. Se voi la volete far vergogna re dei beni, che pur vi ha tolti, usate la pazienza ne la carestia de le cose, m ostrandole il volto de l'animo; n vi lasciate lusingare da la speranza, perch vien pi tosto quel che non si spera che ci che si sperato. E se pur volete appigliarvi a la speranza, fate che ella sia il giuoco de l'aversit vostre, e non che le vos tre aversit sieno gli spassi suoi. Ma sopra tutto votatevi a Iddio di ricordarvi di lui ne le prosperit, come credo che ve ne ricordiate ora ne le calamit, che ben cesseranno, perch in un punto occorre la felicit di molti che averien patteggiato col destin loro di viver mediocremente. Lo scettro e le coperte e l'altre gioie di pi di centomilia ducati di prezzo sono in mano del Gran Turco: onde la vert, c on cui ne avete guadagnato la maggior parte, negozia per ci, ed sempre per far fe de a Sua Maest che pi infamia le saria il perdere il credito con i mercatanti che la giornata con gli esserciti: perch l'uno sta ne la vilt e l'altro nel caso. S che destate la solita animositade, e sieno gli avanzi vostri la vita e la vert che i

o dico, per cui siate atto a fare quel che non si pu fare, non che de le ricchezz e. Mi rendo certo che non passar troppo che averete il modo di mandarmi dei robin i e dei diamanti di pi grandezza de la turchese che, come dono venuto da voi, mi messe in dito il vostro cognato tanto magnanimo quanto misero. E io, che non mi lascio vincer di cortesia, far memoria de le vostre allegrezze future con iscorno de le doglienze passate. Di Venezia, il 23 di settembre 1536. XIII A L'ARCIVESCOVO SIPONTINO Se l'animo mio fusse stato assente da Vostra Signoria reverendissima, a la bont d e la quale tanti e tanti anni fa che io mi diedi in preda, s come suto lontano da Quella il mio scrivere, non averei minor vergogna ne l'indirizzarvi questa lett era che io mi abbia avuto in fino a qui del non ve ne aver mai indirizzate. Ma p erch egli stato sempre e sempre sar presente ai meriti vostri, ardisce mosso da un a propria sua naturale affezione di salutarvi e dopo i saluti pregar la singular vostra benignit che mi restituisca il luogo che l'antica servit mia soleva avere ne la memoria vostra; e i segni veri, che ella rientri ne la possessione di prim a, sieno il degnarsi di comandarmi. E perch gli uffici che si fanno per i vertuos i son quasi conformi. ai servigi che si fanno a Dio, supplico quella magnanima c ortesia, che Roma (a onta de l'abito, sotto i cui lembi si strangola e la cortes ia e la piet) ognora conobbe in voi, che abbia compassione a la povert, che aduggi a i fiori de la vert di Giovanni scultore, per Dio, giovane costumato e buono, la pura mente del quale ha tanta fede, e tanto spera ne la gentilezza che racconta di voi, che s'egli una parte di cotal fee e speranza avesse in Cristo, saria a quest'ora sopra le stelle. E perci la provisione assegnatagli gi da la vostra piet osa mercede, pur per il mezzo suo, s gli confermi, e cos sarete cagione che il bel lo ingegno datogli da la natura e da lo studio adornar Italia dei suoi parti. E i o, ottenendo egli quel che per lui vi chieggo, entrar in sicurt de l'eterno obligo che ar con voi. E piaccia a Dio che egli non gitti le speranze, e io i prieghi. Di Venezia, il 8 d'ottobre 1536. XIV AL CONTE GUIDO RANGONE Egli intraviene a Vostra gloriosa Eccellenza, come intervenne a suo grado al fam oso Lacoonte, la cui statua riguardando forse il cielo per la maraviglia, che in lei aveva impressa la vivacit de l'arte, dopo molti secoli disgombrato da le rov ine che il tenevano ascoso venne a luce con tanto fausto che Roma, locatolo nel pi onorato luogo, mentre ogni divino spirito il decantava, si converse tutta in s tupore e in festa. Dico che Iddio, dando cura a la natia bontade vostra, acqueta ndovi la malignit de la fortuna passata con la benignit de la sorte presente, oltr e che ha permesso che abbiate abbattuto l'orgoglio degli iniqui tempi con l'arme de le vert vostre proprie, vi ha sollevato tanto in alto che il nome vostro dive ntato alimento de le lingue d'ogni gente. E cos va per chi teme Cristo e con la b uona intenzione de l'animo camina per le vie giuste e caritatevoli, come avete f atto voi. N fu senza augurio de le felicit reali la savia elezione che Sua Maest fe ce quando comisse ne la fedele e valorosa accuratezza vostra la somma de le facc ende sue, perch sapete mostrare audacia ai nimici, benivolenza ai soldati e a la opportunit consiglio. Onde non si puote sperare se non trionfi e vittorie da la m ilizia, de la quale ste figliuolo e padre. Ma, sendo voi nel pregio e nel grado c he sa tutto il mondo, chi pu stimare l'allegrezza che hanno tre, che la gentilezz a vostra e il favor de la vert loro elesse compari vostri ? Il Sansovino ne gode, e Tiziano ancora, e si vanta con l'aver sempre sperato consolarsi (bont vostra) di avervi pronosticato la grandezza in cui meritamente ste. Di me non parlo, perch le lagrime, ch'io spargo nel sentire il grido de la vostra fama, sono il testimonio del fervore con cui vi rivolgo il core, e so ch'io fac cio ingiuria a la calda affezione, che io vi porto, a non lasciar gli studi e co lei che mi fa cantar gli onor suoi piangendo per venire a servirvi, come viene i l quasi me stesso messer Girolamo Comitolo. Io non ve lo raccomando per non offe ndere la conoscenza che avete dei buoni e dei vertuosi pari a lui, e anco la lib ert assegnatami da la cortesia vostra sopra l'istesso vostro potere; e perci egli si rimarr ai servigi vostri. E le bascio la mano, che s amorevolmente me stata lar

ga dei cento scudi, che da la sua liberal consorte ho ricevuti. Di Venezia, il 20 di novembre 1536. XV AL DUCA DI FIORENZA I venticinque e i cinquanta scudi per comessione di Vostra Eccellenza mandati in Arezzo, e i cento che mi ha pagati il mio messer Francesco Lioni, mi fanno scor dare i sette anni che mi pareva aver gittati con i due papi dei Medici. Ma, canc ellando ogni sdegno, entro sotto il giogo che mi ha posto al collo la cortese di mostrazion vostra con pi affetto che mai. Io non posso ritener le lagrime pensand o al favore e a l'onore che per proprio real costume vi ste degnato farmi ne la p atria. Non meritava l'effigie mia posta da la benignit degli arretini in Palazzo sopra l'uscio de la camera dove dormiste, che un principe di Fiorenza, un genero di Carlo imperadore, un nato di duca, un nipote di due pontefici la guardasse, e guardando la dipinta desse tante lodi a la viva. E per accorarmi con la dolcez za de l'obbligazione, fermossi la vostra alta persona dinanzi a la casa dove io nacqui, inchinandosi a la sorella mia con la reverenza con cui ella doveva inchi narvisi. Certo l'umanit d'Alessandro Medico ha vinto quella d'Alessandro macedoni co: perch egli si arest a la botte sendoci Diogene, ma voi miraste il mio tugurio ben che io non ci fussi; e son dote di natura, e non simulazioni d'arte l'opere che voi fate. E perci Iddio allontani da la Signoria Vostra illustrissima il pess imo talento de l'invidia e de la fraude; n lasci accostare a Quella il ferro, n il veleno del tradimento. E sia la vita sua la salute de la nostra. Di Venezia, il 18 di decembre 1536. XVI AL SIGNOR GONZALO PERES Egli certo, signore, che gli altrui benefattori nel presto dar de le cose divent ano pi gloriosi che non un dio, il qual indugia il concedere de le sue grazie: pe rch le promesse lunghe a giugnere si mangiano i giorni di coloro che spettano con la speranza, e son pi maligne che quello avaro " no" che non ti vl promettere; ma le promissioni tosto osservate connumerano fra i pi benigni iddii gli osservatori loro. Ed essendo cos, Vostra Signoria, che quasi in un tempo mi avis e mand il testimonio del felice aviso, sottoscritto da l'invi tta e fida mano di Sua Maest, non dee esser tenuto da me quasi dio de le necessit mie? Ma perch la mia vert non grande come la vostra bont, acci che io potessi tanto lodarvi quanto mi avete giovato? Io ricevei il previlegio augusto dal signor Dom enico Gaztel non men cortese che vertuoso, e se non, molto dopo, pur da lui non r iceveva la vostra carta, non si creda che io con una lettera ve ne ringraziassi: perch il pensarsi di sodisfare con venti fila di parole agli oblighi, che i miei pari hanno ai personaggi a voi simili, non solo uffizio ingrato, ma villano anc ora, e appena pagar io parte di quel che vi debbo con un libro. N si dubiti ch'io nol faccia forse con la prestezza, con la quale utilmente avete onorato me. Io v i giuro, per la riverente affezione che io porto a don Lope Soria, che mi pento quasi d'averlo acettato; poich un Covos, la cui provida integrit e potente gentile zza tien la chiave del secreto animo de l'imperadore, si degnato di favorir me, che apresso de la grandezza sua son pi piccolo d'un peccato minimo in mezzo a l'i mmensa misericordia di Cristo. Qual guiderdone sar quello che la mia poca vert dar a don Luigi d'Avila, generoso c avaliero, de l'opra che in mio beneficio ha operato? E con qual penna e con che lingua per me si render grazie a l'eterna memoria del trionfale Antonio de Leva, autore de le mie consolazioni, il cui merito tale che la fama accusa se stessa d 'ingratitudine, parendole per sempre favellarne, non mai dirne parola? Bench, se basta la buona volont dei cuori a Dio, debbe anco bastare il mio ottimo volere ag li uomini. Ma egli pur degno di voi il desiderio che avete d'esser cresciuto e d i crescere per giovare ai vertuosi. Attendete, signore, ad infiammarvi del conti nuo in cos fatta voglia, se volete che il cielo adempisca i voti di ci che desider ate, perch la vert figliuola de la cortesia di Giove. Oltra questo pi bel vanto il poter dire: " Io ho aiutato il tal vertuoso"; che non qualunque favore si sia, senza aver ci fa tto. S che conservate il vostro bel pensiero nel bramare le nostre contentezze, c h vedrete il nome vostro caminare inanzi al sole, s lo sapranno bene impennare i c

alami degli scrittori. E Tiziano, rassemplandovi, anullar con la vostra effigie l e ragioni che in voi si crede aver la morte. Ma faccio fine con il supplicarvi che in mia vece basciate la mano al signor don Pedro, maggiordomo di Sua Maest, la dolce umanit del quale mi rimasta scolpita ne la memoria. Di Venezia, il 20 di decembre 1536. XVII A MESSER BERNARDINO DANIELLO Per aver, amico carissimo, la mia natura tanto bisogno de la vostra arte quanto la povert, in cui sono, de la merc dei principi, il libro suo mi stato s caro che l 'ho preso con quella fronte che io feci al previlegio de l'entrata che Cesare, p er propria bont di Sua Maestade, mi ha dato. E subito ch'io l'ebbi in mano cominc iai a leggere le cose difficili che la facondia degli spiriti del vostro ingegno andata esprimendo s facilmente che pi di piano e di puro non si pu desiderare. E q uello che pi mi ha sospeso in me stesso ne l'opera uscitavi de la mente, l'avere io conosciuto ne le sue discrezioni il proprio giudizio, che Michelangelo vlse ch e si conoscesse ne le sue pitture di Capella a Roma. Egli, che sapeva il valor d el suo stile, accioch i dipintori avesser meglio a considerare il profondo disegn o che il cielo e il suo studio gli diede, uscendo de l'uso degli altri fece le f igure grandi oltra il naturale, perch gli occhi, nel subito alzarsi a quelle, si confondessero ne la maraviglia, e confusi nel maravigliarsi di ci, cominciassero sottilmente a ritrar col guardo la possanza de le sue fatiche. Dico che il vostr o saggio avvedimento ha posto quel reverito nome di messer Trifone nei suoi ragi onamenti, perch chi lo legge si svegli a ricogliere con l'intelletto gli onori de i vostri detti, veramente degni d'esser posti ne la lingua del padre dei casti, dotti e osservati parlari. Ma, senza altro, per dimostrare la degnit degli scritti che mi avete mandati, bas tava il nome di quel magnanimo signore a cui il debito e la cortesia vostra ha v oluto che gli intitoliate. Per Dio, che la buona fama, la quale ha publicata la gloria de la Poetica vostra, ha detto il vero con maggiori effetti che non mi av evano promesso le parole sue. Onde io vi ringrazio e del volume e de la memoria che tenete di me, che altro piacere non vi ho saputo far mai che amarvi, come io faccio. State sano. Di Venezia, il 22 di decembre 1536. XVIII AL SIGNOR ERCOLE, DUCA DI FERRARA L'Altezza Vostra, signore, che avanza ogni altro principe d'intelletto e d'umani t, si degni scusarmi con esso seco per conto del mio non esser venuto a farle nel suo palazzo riverenza, perch non la superbia, non l'ingratitudine, non l'ignoran za l'ha causato, ma una pura modestia e un conoscimento de la bassezza mia, la q uale, mentre foste qui, sempre attese a raffreddarmi il caldo del fervore, che m oveva gli oblighi ch'io vi tengo e l'affezion che io vi porto a corrervi ai pied i. E averei ad ogni modo, cos senza merito come io sono, rotto il freno del rispe tto se non mi avesse ritenuto e la folta de l'occupazioni, in cui tuttavia erava te, e il non essere mai comparso uomo ad introducermi al conspetto vostro. Messe r Nicol Buonleo e messer Agostin da Mosto faranno fede con quanta sommessione gli pregai che, apostato il tempo commodo a farmivi basciar la mano, me lo facesser o intendere; e, non l'avendo fatto, teneva per fermo che non vi fusse cara la mi a vert. Ma i cento ducati d'oro, portatimi da l'imbasciatore che qui tenete, mi h a ristretto il laccio de la servit, che in perpetuo vi sar fedele. E tanto pi cresc iuta in me, quanto pi mi sono chiarito che solo il duca di Ferrara pu col signor E rcole; e ne acquistate gloria, perch un vero principe debbe esser signor di se st esso, e proporre ed esseguire le sue intenzioni con la volont di se medesimo, e a cettar ne la grazia sua quegli di cui fa elezione il suo giudizio proprio; e, co n il donar di sua fantasia, far che chi riceve riconosca da lui, e non dai suoi favoriti. Ma pur atto di Dio il tacito beneficare gli uomini. Ecco la cesarea Maest mi dona sei mesi prima che mi sia noto. Ecco Vostra Eccelle nza mi dona tre volte, n 'l sa niuno. Io per me stimo vituperio di chi lo fa il t rombeggiare un secolo inanzi la villania de la cortesia, che ammazza la speranza che l'aspetta con il mai non giugnere, ed pur troppo dolce il piacere che ti dnn

o i presenti non isperati; e ci provo io merc de la moderata liberalit vostra, la q uale ricompensar con memorie forse eterne. E per dir de la medaglia, io non ve la mandai perch un cos fatto signore avesse a degnarci gli occhi; ma perch si maravigliasse de l'artificio miracoloso di Lione, suo servo. Il quale debbo aiutare per l'innocenzia e perch egli de la patria mia . Il vulgo gli grida dietro a torto. E cotal calunnia previlegio de la vert, che sempre fu calpesta da l'ignoranzia. Dunque uno spirito che pareggia gli antiqui dee essere cacciato di dove egli pi che necessario e dal luogo che si onora per c i? Egli fugg, ma chi non saria fuggito sendone confortato? bench savio avvedimento il trsi dinanzi a l'empito del furore, perch l'invidia degli altrui nimici vince i l pi de le volte la purit di quella giustizia, che, alterata dagli indizii del cal unniatore nei primi moti, spaventa con la severit de la sua rigidezza talmente il calunniato che, smarrita la scusa ne la querela, va perdendo ogni ragione, onde par reo chi non pecc. E poi il perdono dee andare inanzi, quando la verit ne l'ac cusato maggior che il vizio, e basta punirlo con l'amunizioni. Or, senza pi dirne , bascio le mani di Vostra Eccellenza. Di Venezia, il 5 ferraio 1537. XIX A MESSER ANTONIO ANSELMI Il dirmi voi, figliuolo, a bocca e per lettera di messer Paolo Crivello, che mon signor Bembo era per venir qui pi tosto che non venuto, ha fatto nascere fra il v ostro prometterlo e il mio crederlo uno di quelli intrighi, nel qual rimangano i mpacciati due incontratisi fra via, che accennando ora al dritto e ora al manco lato, indugiano e fan pigra la fretta che gli sollecita il passo. Dico che il mi o non rispondere almeno con una polizza a Sua Signoria vien da lo aspettarla io qui, o, per dirlo a la libera, da lo spaventarmi io pur a pensar di rispondere a l'autor del giudizio, non solo al giudice degli scritti di cui si sia. E, per D io, che mi par men vergogna la villania del non gli scrivere che la prosunzione de lo scrivergli. Perch, non gli scrivendo, odo dire: " Come, l'Aretino non risponde al Bembo?", e, cos dicendosi, par ch'io sia atto a r ispondergli, ma rispondendogli guadagnerei quel che avanzano coloro che son publ icati per temerari. S che lodatimi di quello che per aventura vi parso bene a bia simarmi, e dite al signor nostro ch'io l'adoro come amo voi, che amate tanto me. Or vivete lieto e fate che il Ricco mio sia sempre caramente accolto da colui c he allumina le tenebre dei seguaci de le Muse, ch certo messer Agostino parte del mio core. Di Venezia, il 6 di ferraio 1537. XX A MONSIGNOR BEMBO Il tacer mio fin qui ha risposto, signore, a la gentilezza del sonetto vostro; e il nodo, che 'l silenzio mi ha fatto ne la lingua per ci, viene da la poca vert c he mi fa parere; onde la sua vista non pu mirare il sole di quella per cui ste; e le piume de l'ingegno suo non volano per il cielo de la vostra; bench il restar m uto, ch'io feci leggendolo, commisse tal risposta a l'animo, il quale subito vi scrisse, come ora con la penna del buon volere vi riscrive di propria mano, ring raziandovi de la vita e de lo spirito, che avete dato a la morte de la sua siren a e al mio nome, anullando al tempo le ragioni, che s sicure con noi due gli pars e avere. O bont del Bembo, tu sei pur grande, poi che doni l'immortalitade a chi, senza meritar altro, ti ha solamente nel core! Io, che per favor che a quel ch' io mi sia abbin fatto le cortesie dei principi di tutto il mondo, non mai divenn i altero, merc dei vostri versi provo come sa gonfiar la superbia. Veramente l'ar monia, che esce dai vanti, che dnno i vantati, a chi pregia il vanto cibo de l'an imo, la cui soavit gustata dai sensi, nonch dai rettori de la vita, su le spalle d e la quale s sconciamente si aggrava il piombo di quegli anni, che si onorarebber o a vergognarsi di non avervi sempre conservato in uno stato, se ben la propria gloria l'aprile, che eternamente mostrar verdi e fioriti i giorni del vostro esse re. Ma perch l'effigie, con cui onorate il mondo e la natura, sia ognor la medesi ma, come tuttavia sar una istessa la fama che avete, consentite con il presto ven ir qui che se le cominci, e fornisca la stampa, dove apparirete vero e vivo; e c i fate perch quei che nasceranno s'innamorino de l'imagine di colui che gli terr in

continuo stupore con gli essempi de le cose scritte. Certo, un oltraggio, che a ltri fa a se stesso, quando ritarda a se proprio il piacere onesto e lodato, e s i vive con due vite, mentre ci contempliamo ne l'industria de l'arte. S che venit e, e con la degnit de la memoria del vostro ritratto consolate chi riverisce la S ignoria Vostra, come la riverisco io, che vorrei convertirmi ne la riverenza per riverir qual si deve un uomo contanto riverito. Di Venezia, il 6 di ferraio 1537. XXI AL DUCA D'URBINO atto degno di chi lo fa, dignissimo principe, il sapere osservare il grado del s uo grado fin nel cenni. E merita pi di servire che di comandare chi non ispecchia il volto del suo onore molte volte il giorno, e ci usa il sano e natural giudizi o. Perci Vostra Eccellenza, aprovata da l'opra e da la fama per uomo degnissimo d i memoria, consulti un poco col suo consiglio, e poi, per degnit del proprio mert o e per compiacere al mondo che lo riverisce, non comporti che la sua effigie e le sue zecche siano lacerate da l'altrui grossezza. Quello, che vi porta questa, chiede a la bont che vi fa spendere il pane, il qual non mangiaria nol guadagnan do. La natura si affaticata mille anni a fare un tanto nobile ingegno per gloria di voi principi. S che, signore, aiutate costui, che verr tutto d facendo miracoli con la sua arte, e al presente vi far le stampe de le monete e i conii de le med aglie, e ogni onesto intertenimento lo stabilisce ai vostri servigi. Ma son cert o che la benignit di Vostra Eccellenza non sopportar ch'io, che ebbi sempre in som ma riverenza il nome di Quella, supplichi per un s gran vertuoso indarno; onde la ringrazio de la grazia, che son certo d'avere ottenuto da lei. Di Venezia, il 5 di aprile 1537. XXII AL PRINCIPE DI SALERNO A voi, signore, starien bene gli imperi, anzi male; perch gli disfareste in un d c on la vostra liberalit. Certamente l'inimicizia, che fra la bellezza e la castit, appare fra la natura e la fortuna; perch, se quella fa le volont reali, questa fa le forze plebee, e caso che una faccia il poter grande, l'altra fa il voler picc olo. E perci si vede tuttavia che chi p non vle, e chi vuol non p. Non nego che non si unisca talvolta insieme il potere e il volere, come la pudicizia e la beltade ; ma penano tanto che il mondo lo tiene o per miracolo o per bugia. I Cesari e gli Alessandri fr gi e non son pi; anzi, voi solo sareste quel che fr lor due, se possedeste i lor dominii e i lor tesori. Ma se con s poco Stato fate don i s magnanimi, che fareste voi signoreggiando, quanto meritarebbe di signoreggiar e la generosit vostra, la qual reina degli animi di tutti i principi? Il signor Tasso, il qual vi adora e il quale io amo quanto me stesso, mi ha il m ercord dopo Pasqua dato cento ducati di moneta, che pur alora gli diedero i merca tanti, a cui faceste indirizzar la lettra di cambio. E mentre ne ho goduto per a mor de la bont salernitana, ho ringraziato Quella, che non pur m'ha donato, ma pr omesso donarmi d'anno in anno la somma che mi stata sborsata di contanti. Io ho acettato i danari presenti, come anco acetto i futuri, e ne ho il previlegio ave ndone la parola di Vostra Signoria illustrissima, la quale, se indugia, non ment e, come sa ciascun che ha provato la cortesia sua. Ora io, non perch mi vediate in ariento, ma perch vi venga voglia di vedervici vi mando la mia imagine; n crediate che niun moderno lasci memoria de la sua testa d i migliore stilo di Lione, ch cos si chiama il giovane che l'ha fatta con s gran ri lievo in acciaio. Egli desidera che in qualche bel conio appaia la maest de l'eff igie vostra e la maraviglia de l'arte sua; s che comandisigli. Di Venezia, il 9 d'aprile 1537. XXIII AL SIGNOR GIAMBATTISTA CASTALDO L'innocenzia, gentilissimo amico, una bestiuola parlante e inquieta, e l'onore u n bestionaccio sensitivo e ritroso; onde l'ardire di quella e la schifezza di qu esto senza alcun rispetto dicono nel conspetto dei signori peggio che non direbb en essi ne la presenza dei servi. E perci non maraviglia se io, spinto da l'una e da l'altro, ho troppo sicuramente detto la ragion mia al signor cardinale, a la cui fama non trassi mai penna de l'ali; e cotal prerogativa attribuiscasi a la

sua bont, e non al riguardo ch'io gli ho sempre avuto: egli pur troppo cortese, p erci benignamente si degnato consolarmi con la risposta piacevole de la sua carta ; e ringrazio Iddio e l'animo di qualunche ha creduto il falso sia riconciliato meco; e nel por silenzio a cos fatta ciancia, vengo a supplicar Vostra Signoria c he spenda ogni autorit sua con lo illustrissimo Caracciolo, acciocch io impetri gr azia appresso di lui; or che son giunto a l'estremo del bisogno, io gli dimando i cinquanta scudi, il termine dei quali forn a' 15 del passato, e cinquanta altri appresso; stiasi poi quanto gli piace a darmi i quartironi che seguono. Deh, ca ro signor, oprate s ch'io gli abbi, quando ben si dovesse obligar la mia pensione a qualcuno che ne volesse usura. Ma quel che dee essere, sia tosto; ch certo ono r di Sua Maest e di Sua Signoria reverendissima ch'io abbia inanzi al tempo quell o che ogni maldicente affermava ch'io non arei mai. E perch io ho appresso di me Gianambrogio Eusebio, che fa miracoli ne la poesia, come la canzone che egli ha fatta a la signora Giulia del Maino fa fede; degnativi, se ben non avessi se non la paga dovuta, di farne dar dieci a messer Cristoforo, libraio da la " biscia", padre del giovanetto ch'io dico. Il principe di Salerno fece il debito: e tutto nasce dagli uffici vostri: a voi ne son tenuto, e a voi ne render un d il cambio, e sforzarommi che sia tale che l'intenda ognun che sa il bene, che del continuo mi perviene in mano merc di Vostra Signoria. Di Venezia, il 12 di aprile 1537. XXIV A MESSER FRANCESCO DA L'ARME Io, cortese compagno, che mi teneva escluso da la vostra memoria, mi son molto r allegrato di udire come non pur ci vivo, ma per sua merc ho parte in quelle degli altri ancora. Ed evvi onore, perch nel far conto degli amici vecchi, acquistate dei nuovi; e acquistandone osservate il decoro di gentiluomo e sodisfate al cost ume de la vostra natura, la quale sempre si compiacque ne l'amicizia. Ed certo c he non pu sapere quel che si sia dolcezza, n domestichezza di compagnia chi non pr atica con voi; e i pi grati spassi che abbiano in cotesta citt i forastieri qualif icati lo intertenimento dei vostri piacevoli modi. Essendo cos, non vi dovete mar avigliare se io sto in continua gelosia di perdervi; e vorrei prima uscir de la mente d'un principe, che di quella d'una s fatta persona. E in cotal parere conco rre con meco il nostro don Antonio, nelle cui Croniche il mio nome sta in capo d i tavola, ridendosi del sonetto che amazz il Broccardo. Ma che gli averei io fatt o con gli effetti, se con le parole l'uccisi? Doverebbe il mio cavalier Bucchi f arne menzione negli Annali, che dite che fa, di Bologna. Sua Signoria ha tolto i mpresa da suo dosso, perch altro che un bolognese non sarebbe atto a scrivere i g esti di questo conte e di quello. Ora duolmi, quanto mi duole il vivere di chi nol merita, che per non aver nuove composizioni non posso acquetare il desiderio dei prelati e dei nobilisti che le bramano. La vecchiaia m'impigrisce l'ingegno; e Amor, che me lo dovria destare, me lo adormenta. Io soleva fare quaranta stanze per mattina, ora ne metto insie me a pena una; in sette mattine composi i Salmi; in dieci, la Cortigiana e il Ma rescalco; in quarantotto, i due Dialoghi; in trenta, la Vita di Cristo. Ho penat o poi sei mesi ne l'opra de la Sirena. Io vi giuro, per quella verit che mi guida , che da qualche lettra in fuora non scrivo altro. Perci monsignor di Parenza, a cui molto debbo per la vaghezza che egli ha de le mie novelle, di Maiorica, di S anta Severina, coi nipoti mi perdonino; e, tosto ch'io partorisca cosa degna di loro, subito l'averanno. In tanto bascio le mani a le Lor Signorie reverendissime. N mi nuovo che l'arcive scovo Cornaro e il vescovo di Vercelli tengano la corte, che doverebbon tenere i cardinali, abbracciando ogni sorte di vertuosi, perch son di reale animo e d'ill ustre stirpe. Or raccomandatemi al buon conte Cornelio Lambertini, la cui pace h a turbata il dolce e possente desiderio di gloria, che ebbe la giovent del figliu olo, mal cauto ne la fidanza che ai pi valorosi dimostra la guerra. Salutatemi me sser Oppici Guidotti, de la casa del quale fanno i poeti come d'una chiesa i fal liti. Direte al mio compare Girolamo da Travigi dipintore e a Giovanni scultore ch'io son suo tutto. Oltra questo vi prego, se appresso di voi possono i miei pr ieghi come appresso di me possono i vostri comandamenti, che al signor Mario Ban dini, eleganza de la cortesia e de la gentilezza, mi offeriate.

Di Venezia, il 15 di maggio 1537. XXV A MESSER IACOPO DEL GIALLO Io, dolce fratello, sono talmente rimasto stupido nel vedere la miniatura, che l a diligenza del saper vostro e l'amor che mi portate m'han fatto, ch'io non so d ir parola per ci che non vi sia biasimo. Io non son cieco ne la pittura, anzi mol te volte e Rafaello e fra' Bastiano e Tiziano si sono attenuti al giudizio mio, perch io conosco parte degli andari antichi e moderni, e so che i miniatori tengo no del disegno dei mastri da le finestre di vetro, e il far loro non altro che u na vaghezza di oltramarini, di verdi azurri, di lacche di grana e d'ori macinati , studiandosi in una fragola, in una chiocciola e simili novelluzze. Ma l'opra v ostra tutta disegno e tutta rilievo: ogni cosa dolce, sfumata, come fusse a olio . Piace a ognuno il modo con che i bambini posando i piedi sul capo de l'aquile sostengono il breve, ove di lettere maiuscole il nome de l'imperadrice, a cui le stanze ho intitolate e mandate. Onde Cesare conoscer la maniera, poich egli tiene l'officiuolo che voi faceste per la gloriosa memoria d'Ipolito cardinale dei Me dici, donato da papa Paolo, con le coperte d'oro gioiellato, a Sua Maest, quando fu in Roma. Ma il mio dono debbe esser pi caro che non fu quello, perch'io l'ho d ato con il cuore, e altri con le mani. Ma con che sodisfar io s leggiadra fatiga, non volendo voi danari? Io ve render inchiostro per colore e sudor per fatiga: pe r la qual cosa il vostro nome aver tanto piacere de la memoria ch'io ne far, quant o io ho avuto vaghezza del lavoro che m'avete fatto. A Dio. Di Venezia, il 23 di maggio 1537. XXVI A MESSER LIONE, SCULTORE Voi, figliuolo, non sareste n di Arezzo n vertuoso, non avendo lo spirito bizarro. Bisogna vedere il fin de le cose, e poi lodarle e biasimarle con il dovere. Qua ndo sia che monsignore abbia s largamente remunerato, si pu dir, la bozza del suo ritratto, dovete rallegrarvene, perch, sendo egli la bont del mondo e persona di c ompiuto giudizio, pagar anco il conio vostro. Sua Signoria ha voluto contentar co n la liberalit, che dite, e l'oppinione che egli ha di Benvenuto, e i due anni in dugiati a venire a trovarlo da Roma a Padova, e l'amor che quella gli porta. A m e parebbe che gli mostraste l'acciaio, dove la sua testa, e l'improntata ancora; stando a veder ci che egli ne dice. Qui Tiziano, il Sansovino, con una caterva d 'uomini saputi, che ne stupiscono; ed essi consultaranno sopra le fatiche vostre ; n potr mai credere che il Bembo manchi a l'onor suo, e che non abbia tanto lume che discerna le disaguaglianze. ben vero che l'affezione invecchiata in altri of fusca, e bene spesso, gli occhi di perfetto vedere; dipoi l'opra vostra non ha a rimanersi ne la sua conoscenza sola, bench molto conosca. Perci mostrisi e a lui e a chi ha piacer di vederla; e riserbisi la colera per i bisogni. Questo quanto ora vi dico per il consiglio che mi chiedeste. Di Venezia, il 25 di Maggio 1537. XXVII A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Certo, compare, che, se io mi beccassi il cervello come si becca ogni pedante, p er essermi suto apiccato a le spalle del nome il cognome di " divino", crederei senza dubbio (sendo costume antico l'offerire ai di le primizie dei frutti de la terra e de le greggi) essere, se non un mezzo, almeno un terzo iddio: e in cotal fernetico mi porrieno i continui presentini, che mi fate de l e prime cose che escono di mano a la buona natura e a l'arte ancora. Ma conoscen do io che la poca vert, ch'io ho, mi adacqua la divinit sua, acioch io non me ne em briachi; metto i doni a conto del vostro esser troppo umano. Voi cominciaste con i fiori degli aranci ad aguzzarmi l'appetito nel condirgli come le mie fanti co ndiscono i caccialepri, la pempinella, il dragone con l'altre di pi di cento ragi oni erbe, che mi si appresentano in alcune panerette e in alcuni canestrelli s be n tessuti coi giunchi che forza, ne l'accettar de la mescolanza, trvi e le panere tte e i canestrelli; onde la donna vostra ne debbe far tanto romore in non riave rgli, quanta festa ne fanno le mie in torvigli. Io non so dove vi cogliate le va riet dei fiori, de le viole e dei garofani, che, quando non pur accennano di spun tare fuora de la boccia, mi mandate tutti fioriti e tutti odoriferi. Ecco a me i

mazzetti de le viole mammole inanzi aprile; eccomi pieno il grembo di rose alor a che non se ne vede una per miracolo. E che dico io de le mandorle tenerine, ch e mi piacciono come a le femine gravide? A pena le ciriege cominciano a far le g ote rosse, che mature me ne fate assaggiare. Ma dove lascio le fragole sparse di grana naturale e di moscado nativo? E i cedriuoli che a pena avevano spuntato i l fiore, onde vedendogli faceste saltar la Perina e la Caterina? Chi non berebbe ai becchieri brillanti ne la novit de la lor foggia? Chi non si ungeria la barba e laverebbe le mani con l'olio e coi saponetti che spesso mi date? E chi non si stuzzicaria i denti con gli stecchi vostri? Io posso arischiarmi a metter pegno con qualunche volesse dire ch'io non sia stato il primo a vedere i fichi di que sto anno, colti nel vostro dilettevole giardino. E cos sar a gustar le pere moscat elle, le arbicocche, i melloni, le susine, l'uve e le pesche. Ma dove si rimango no i carcioffi che s per tempo m'avete portato in tavola? E dove le zucche, che f ritte e ne la scodella ho mangiate, alora ch'io arei giurato che non fussero a p ena fiorite? Dei bacelli non parlo, ch era per far la segnata, se voi non eravate . E, perch in tutte le cose che m'avete donato ho visto il vostro cuore, io tengo gli stessi doni fattimi in mezzo del core. E sar tosto che ogni ciocca di viola bianca, vermiglia e gialla, con cui mi confortate e dilettate, vi pagar quanto mi si conviene. Di Venezia, il 3 di giugno 1537. XXVIII A MESSERE SPERONE Se non che egli pertutto noto che io, onorando fratello, non presi mai doni per le camere dei signori con le reti de l'adulazione, non ardirei per non abassare la grandezza de le scritture vostre a parlarne; perch il mondo s corrotto che, chi non aggiunge lode a ci che altri sente, tenuto invidioso o superbo. Pure, non es sendo in voi il vizio del volere, oltre il dovere esser laudato, n in me la fraud e de l'essaltare altrui pi che si convenga, consolandomi pi tosto ne l'offendere c on le cose vere che nel dilettare con le false, dico che il Grazia con la sua gr aziosa maniera ha recitato in casa mia graziosissimamente il vostro dialogo, a l a cui nova armonia, senza pi respirare, due d, uno dopo l'altro, stettero appese l e caste e dotte orecchie del buon Fortunio e le mie, quali esse si sieno. E se n on che i grandissimi spiriti suoi facevano risentire i nostri, conversi in cotal dialogo, simigliavamo persone stupefatte nel vedere cose non pi viste, e nel ved erle a pena credute. Ma se a me, che son di verun giudizio, ogni sua natura e ogni sua arte penetrata ne l'anima, che ha egli fatto ne l'uomo di cotanto intelletto? Da Sua Signoria si pu intendere il profondo andare de l'imagine de la gloria vostra; ch cos si puot e chiamar l'opera, ch'io dico, miracolo l'aver rintenerito il duro dei sensi de la materia, de la qual trattate e ne la quale appare il sudore del grande Speron e, la cui industria ha spianati i monti de le impossibilit per esser certo che la maggior difficult che sia la facilitade, conservando sempre la maest del decoro n el suo grado. Ma se dai saputi, che sanno ch'io non so, mi si perdonassi, overo non mi si attribuissi a presunzione, aguaglierei la composizione udita al Panteo n di Roma, solo parangone e perfetto essempio di quanto pu fare e imaginarsi l'ar chitettura. E mi credo che, per esser gi sacro a tutti i di, che il modello di tal fabrica fusse magistero di Dio. Ecco ivi una smisurata semplicit nel suo diffici lissimo componimento: l non intrigo che impacci l'ordine de la machina; tutti gli ornamenti son posti ai luoghi; ogni parte pura e candida; e un lume solo, che p iomba dal mezzo de la sommit, venerabilmente rischiara il tempio, dove niente di pi n di meno ce si desidera. Cos fatto il vostro lavoro. Gli interlocutori, le lor dispute, le figure, i conce tti, le comparazioni, le sentenze, le arguzie e i colori non escono punto dal do vere. E chi dubita che il Molza, locato nel mezzo del ragionamento quasi anima s ua, non sia luce venerabile che ravviva gli intelletti e l'intelligenze di chi p ropone e di chi espone i subietti mirabili, da voi tessuti con artificio inusita to? Insomma egli s ben raccolto e in ciascun lato s bene intero che par proprio la Ritonda; e il Tasso, il Valerio, il Capello, il Molino, il Grazia e il Broccard o sono le smisurate colonne sue. E perch si dice che le statue, che ci dedic Agrip pa, con il voltarsi in dietro accusavano le provincie ribellatesi al Senato, aff

ermo tali miracoli con il miracolo che ha fatto il vostro dialogo: egli ha tirat o su per le mie scale la magnificenza del caro messer Domenico Gritti, le cui os sa sono occupate da tanta carne, che fanno un peso che nol moverebbe Orfeo con l 'aiuto del suono di mille cetere, bench la grassezza il pro che fa la natura a la vita. Or, per uscir di scherzi, la Tullia ha guadagnato un tesoro, che per sempre spen derlo mai non iscemer; e l'impudicizia sua per s fatto onore pu meritamente essere invidiata e da le pi pudiche e da le pi fortunate. E ai grandi uomini predetti bas tava la gloria de le carte loro; per ci dovevano lasciare quella che gli agiungon o le vostre a chi ne ha bisogno, come ho io, che pur mi pare valere qualche cosa , poi che son mentovato da le parole dei vostri studi. N son tanto inganni fra la natura e l'arte quante grazie ve ne rendo, percioch tal memoria dar il fiato al m io grido roco. Di Venezia, il 6 di giugno 1537. XXIX A MESSER GIROLAMO COMITOLO Io ricevei, diligentissimo amico, la prima vostra ne la venuta de l'illustrissim o conte Guido, e mi rallegrai del luogo che, con grazia de la magnanima sua cons orte, v'ha data la Sua Eccellenza; onde potrete mostrare a quella la volont che s empre aveste di servirla, la sufficienza del vostro ingegno e il dono, ch'io le ho fatto, a darglivi; perch le sue faccende avevano bisogno de la sollecitudine e de la maniera vostra. Ch certo la natura dei franciosi trotta a le spronate de l a importunit e a le scalamazioni de l'audacia; e quelli pi ne ritranno che pi gli t empestano con l'assidue richieste, massimamente dandogli animo il merito del sig nore, per cui se gli negozia apresso. Ora attendete a cogliere i frutti de le fa tiche de l'armi e dei consigli Rangoni. E quando potrete rubar un poco di tempo, spendetelo in porre ad effetto l'aviso che mi date ne la seconda lettra, con la quale m'avete renduto de la consolazione, che sentite voi per ritrovarvi agente d'un s gran personaggio apresso un s grandissimo re. Al duca d'Atri, al gran Luigi Alamanni e a monsignor gran maestro, che doveva di r prima, scrivo; e ci faccio per gli altrui stimoli, non per averci fede. State s ano: e di ci vi prega frate Iacopo, messer Tiziano e l'Anicchino: e il padre Dami ano medesimamente, ma ne l'altra vita apresso Iddio, poich nol pu pi fare in questa , apresso gli uomini. Di Venezia, il 8 di giugno 1537. XXX AL REVERENDO FRATE PIETRO DA MODENA Se il nome comune avesse vert di poter far gli animi conformi, io crederei, padre , che la bont de l'amore, con cui ci ha congiunti l'amicizia, derivasse da Pietro ; ma, avendola consumata il primo papa nel suo ufficio, ne la sua vita, e ora vo lendola tutta per la santit del suo nome, dir che ci amiamo per vert nostra propria ; perci voi, dove ste, di me vi ricordate; e io, dove sono, di voi mi rammento. Ma per esser quella de la Vostra Reverenza maggior, si mossa a scrivermi in prima, e hammi fatto leggere le poche parole, che mi son parse assai, poi che ci ho co mpreso la memoria che tenete di me e l'avviso de la venuta di messer Giulio Roma no, gloria dei belli spirti; bench io credo che egli non sappia pi chi io mi sia, tanto che da lui non ho avuto imbasciata; ma senza altro le qualit sue mi saranno sempre a cuore, come le vostre; che son tali che, nel comparir de la quaresima, Santo Apostolo si rimarr solo, perch l'acutezza de la dottrina vostra ha talmente radice in tutti i petti che a ogni ora ste ne le lingue de la contrada. Gran frutto ritraevano le genti da le pstole, che di Paolo gli esponevate. Io per me non udi' mai cose cos pure, cos facili e cos cristiane: non si dubiti che le lu teranarie non procedino da ignoranza. Come un vuole acquistar fama, egli sculpis ce un neo sul volto a la fede, imbrattandola fino con l'esclamazioni, mettendo i l sospetto ne la sincerit e la eresia ne la religione. Iddio uno atto puro e semp lice; perci puro e semplice dee esser quanto se ne parla e quanto se ne scrive. C erto ch'io ho perduto de le vostre prediche e de le vostre lezioni con gran mio peccato e con gran mio dispiacere; ma lo studio di quel poco ch'io faccio la mat tina, e mi tolgo a me stesso togliendomi a cotali ore. Ma io vi giuro bene che d egli altri, che qui verranno, non sono (Iddio mi perdoni) per udir se non quella

del giorno di Pasqua, che non si pu fuggire per onore de la comunione; la qual f u cagione ch'io tutto compunto cercassi di riconciliare la mia servit con l'amico ; ma non si creda ch'io voglia essergli servidore, non mi volendo esser padrone. Amimi, se vl ch'io nol disami; e apprezzimi, se vl ch'io nol disprezzi. Perch quan do lo spirito di Pasquino mi pone nel furor profetico, soli pi orribile che il di avolo che mostraste in sul pergolo. Onde non so qual madonna mi disse: " vero che ne la chiesa sia stato mostrato un demonio vivo?", non sapendo che i luciferi e gli inferni sono fra le lor eccetera. Or io mi raccomando a Iddio, a voi, e a t utto il convento. Di Venezia, il 14 di giugno 1537. XXXI A SEBASTIANO PITTORE, FRATE DEL PIOMBO Ancora, padre, che a la fratellanza nostra non bisognasse altre catene, ho volut o cingerla con quelle del comparatico, acioch la sua benigna e santa consuetudine sia ornamento de l'amicizia, che la vert istessa ha stabilita fra noi due eterna mente. Piacque a Dio che fusse femina la creatura, ch'io per non traviare da la natura dei padri aspettava pur maschio, come non fusse il vero che le femine dal sospetto de l'onest in fuora, la quale ben guarda chi ben buono, ci sieno di pi c onsolazione. Ecco, il maschio nei dodici e nei tredici anni comincia a rompere i l freno paterno; e toltosi a la scuola e a l'ubidienza cagione che chi l'ha gene rato e partorito ne languisca; e quel che pi importa sono le villanie, le minacce , con le quali il d e la notte assalgono i padri e le madri, onde ne sguita le mal edizioni e i gastighi de la giustizia e di Dio. Ma la femina la sede ove si adag iano gli anni canuti di chi la cre; n passa mai ora che i suoi genitori non godino de l'amorevolezza sua, la quale una sollecita cura e una frequente sollecitudin e inverso l'uso dei loro bisogni. Tal che non viddi s tosto il mio seme con la mi a simiglianza che, sgombrato dal cuore il dispiacere che altri si piglia per ci, fui vinto in modo da la tenerezza de la natura che in quel punto sentii tutte le dolcezze del sangue. Ma il dubitare che ella morisse senza assaggiare dei giorni de la vita fu cagion e che le feci dare il battesimo in casa, per la qual cosa un gentiluomo in cambi o vostro la tenne secondo il costume cristiano; ma io non ve ne ho fatto pi tosto motto, perch d'ora in ora abbiam creduto che ella se ne volasse in paradiso. Ma Cristo me l'ha riserbata per trastullo de l'ultima vecchiezza e per testimonio d e l'essere, che altri a me e io a lei ho dato; onde lo ringrazio pregandolo che mi conceda il vivere fino al celebrar de le nozze sue. In questo mezzo bisognar c h'io diventi il suo giuoco, perch noi siamo i buffoni dei nostri figliuoli; la lo r semplicit tuttavia ci calpesta, ci tira la barba, ci percuote il volto, ci sveg lie i capegli, onde ci vendono i basci, con cui gli suggiamo, e gli abbracciamen ti, con che gli leghiamo per cotale moneta; ma non diletto che aguagliasse un ta nto piacere, se la paura dei sinistri loro non ci tenesse ogni ora gli animi inq uieti. Ogni lagrimuccia che essi versano, ogni voce, ogni sospiro, che gli esce di bocca o dal petto, ci scuoteno l'anima. Non cade fronda, n si aggira pelo per l'aria che non sia piombo che gli caschi sopra il capo, uccidendogli; n mai la na tura gli rompe il sonno o gli sazia il gusto che non temiamo de la lor salute; s che il dolce straniamente mescolato con l'amaro; e quanto pi vaghi sono, pi acuta la gelosia del perdergli. Iddio mi guardi la mia figliuola; ch certo, sendo ella di una indole graziosissima, mancarei, s'ella patisse, non pur morisse. Adria il suo nome, ch ben doveva cos nominarla, poi che in grembo de le sue onde p er volont divina nata; e me ne glorio, perch questo sito il giardino de la natura; onde io, che ci vivo, ho provato, dieci anni che ci son visso, pi contentezze ch e, chi stato cost in Roma, disperazioni. E quando la sorte m'avesse concesso lo s tarei insieme con voi, mi terrei felice; bench, ancor che stiamo assenti, io teng o un gran dono l'esservi amico, compare e fratello. Di Venezia, il 15 di giugno 1537. XXXI bis A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Con la medesima volont ch'io, compar mio, vi donai l'altre opere, vi dono queste poche lettre, le quali son state raccolte da l'amore che i miei giovani portano a le cose ch'io faccio. Or sia il mio guadagno il vostro testimoniare ch'io ve l

'ho donate, perch stimo pi gloria il farne presente ad altri che d'averle composte a caso, come si sa; e il fare imprimere a suo costo, e a sua stanzia vendere i libri, che l'uom si trae de la fantasia, mi par proprio un mangiare i brani de l e istesse membra. E colui che la sera va a la bottega per trre i danari de la ven dita del giorno, pizzica de la natura del roffiano che, prima che se ne vada a l etto, vta la borsa de la sua femina. Io voglio, con il favor di Dio, che la corte sia dei principi mi paghi le fatiche de lo scrivere, e non la miseria di chi le compra, sostenendo prima il disagio che ingiuriar la vert, facendo mecaniche l'ar ti liberali. Ed chiaro che i venditori de le lor carte diventano facchini e osti de la infamia loro. Impari a esser mercatante chi vole i vantaggi de l'utile e, facendo l'essercizio di libraio, sbattezzisi del nome di poeta. Non piaccia a C risto che quello, ch' ufficio d'alcune bestie, sia mestiere de la generosit mia. B el fatto che sarebbe, se io, che spendo l'anno un tesoro, imitasse il giocatore, il qual mette cento ducati in una posta e poi bastona la moglie che non empie d 'olio fritto le lucerne. S che stampatele con diligenza e in fogli gentili, ch alt ro premio non ne voglio. Cos di mano in mano sarete erede di ci che mi uscir de l'i ngegno. Di Venezia, il 22 di giugno 1537. XXXII A MESSER LODOVICO DOLCE Andate pur per le vie che al vostro studio mostra la natura, se volete che gli s critti vostri faccino stupire le carte dove son notati; e ridetevi di coloro che rubano le paroline affamate, perch gran differenzia dagli imitatori ai rubatori, che io soglio dannare. Gli ortolani sgridano quegli che calpestano l'erbicine d a far la salsa, e non coloro che bellamente le colgono; e fanno il viso arcigno a chi per volont dei frutti rompe i rami de l'arbore, e non a colui che ne spicca due o tre susine a pena movendogli. Certo io affermo, da pochi in fuora, che tu tti gli altri vanno dietro al furare e non a lo imitare. Dicamisi: non ha pi inge gno il ladro che trasforma l'abito, che ruba in foggia che portandolo non dal pa dron conosciuto, che quello che per non saper pur ascondere il furto ne vien imp iccato? Voi udiste l'altrieri, letto che ci ebbe il Grazia il dialogo grande del divino Sperone, cader da la eloquente bocca del mio Fortunio, come pareva Platone in qu alunque luogo avesse imitato, e ci disse, perch egli fa suoi i passi dei quali si servito. Ecco, la balia imbocca il bambino che ella nutrica; gli piglia i piedi e, insegnandogli a trarre il passo, gli pone dei suoi risi negli occhi, de le su e parole ne la lingua, de le sue maniere nei gesti, per fin che la natura nel mo ltiplicargli i giorni l'empie de l'attitudini sue, ed egli a poco a poco, impara to a mangiare, a caminare e a favellare, forma un modo di nuovi costumi; e, lasc iando il vezzo de la nutrice, mette in opra i suoi, con la nativa abitudine onde si fa tale quale chi ci vive, ritenendo tanto de lo studio di colei che l'ha al levato, quanto ritengono de la conoscenza de la madre e del padre gli uccelli ch e volano. Cos doveria fare chi si vale di quel poeta e di questo; e, col torgli solamente i fiati degli spiriti, uscir fuora con una armonia formata da le voci degli organ i propri; perch le orecchie altrui sono oggi mai sazie degli " uopi" e degli " altres", e il vedergli per i libri movono a riso, ne la maniera che movaria un ca valiere comparendo in piazza in giornea tutta tempestata di tremolanti d'oro e c on la berretta a tagliere. Onde si crederebbe che egli fosse impazzito, o mascar ato. E pure in altro tempo erano abito del duca Borso e di Bartolomeo Coglioni. Che onor si fanno i colori vaghi, che si consumano in dipingere frascariuole sen za disegno? La lor gloria sta nei tratti con che gli distende Michelagnolo; il q uale ha messo in tanto travaglio la natura e l'arte, che non sanno se gli sono m aestre o discepole: altro ci vuole per esser buon dipintore che contrafar bene u n veluto e una fibbia da cintura! " Il fatto sta nei bambocci", disse Giovanni da Udine ad alcuni che stupivano de l e grottesche mirabili di sua mano ne la loggia di Leone e ne la vigna di Clement e. E, per dirvelo, il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concett

i suoi con la dolcezza e con la leggiadria e con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia non pur dei " quinci", dei " quindi", e dei " soventi", e degli " snelli", ma dei versi intieri. E quando sia che il diavolo ci acciechi a trafuga rne qualcuno, sforziamoci di somigliarci a Vergilio, che svaligi Omero, e al Sana zaro, che l'accocc a Vergilio; onde hanno avanzato de l'usura, e sarcci perdonato. Ma il cacar sangue dei pedanti, che vogliono poetare, rimoreggia de l'imitazion e; e mentre ne schiamazzano negli scartabelli, la trasfigurano in locuzione, ric amandola con parole tisiche in regola. O turba errante, io ti dico e ridico che la poesia un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e, mancandone, il cantar p oetico diventa un cimbalo senza sonagli e un campanil senza campane, per la qual cosa chi vuol comporre, e non trae cotal grazia da le fasce, un zugo infreddato ; chi nol crede chiariscasi con questo: gli alchimisti con quanta industria si p uote immaginar l'arte de la lor paziente avarizia non fecer mai oro: il fanno be n parere; ma la natura, non ci durando una fatica al mondo, il partorisce bello e puro. S che imparate ci ch'io favello da quel savio dipintore il quale, nel most rare a colui che il domand chi egli imitava, una brigata d'uomini col dito, vuols e inferire che dal vivo e dal vero toglieva gli essempi, come gli tolgo io parla ndo e scrivendo: la natura istessa, de la cui semplicit son secretario, mi detta ci che io compongo; e la patria mi scioglie i nodi de la lingua, quando si raggro ppa ne la superstizione de le chiacchiere forestiere. Insomma ognun che imbratta carte pu usar " chente" e " scaltro" per " agente" e per " paziente". Ma voi attenetevi pure ai nervi, e lasciate le pelli ai pelacani; i q uali si stanno l, mendicando un soldo di fama con ingegno di malandrino e non di dotto. certo ch'io imito me stesso, perch la natura una compagnona badiale che ci si sbraca; e l'arte, una piattola che bisogna che si apicchi; s che attendete a esser scultor di sensi, e non miniator di vocaboli. Di Venezia, il 26 di giugno 1537. XXXIII A L'IMBASCIADOR D'URBINO Io aiuto, signor magnifico Gian Iacopo, gli amici quanto posso, e osservo i padr oni come io debbo, perci restisi Lione senza la zecca, e io servidor di Sua Eccel lenza. Dicovi bene che la sua vert posta inanzi al duca da la mia intercessione r iceve grandissimo torto. Dunque uno che dipende da me, un vertuoso, un de la pat ria mia udir lacerarmi, e non mel dir? E dicendomelo, io lo tacer? Sappiate, protet tore e benefattor mio, ch'io l'avevo dato ai servigi di s fatto principe perch sen do triste lo punisse, ed essendo buono il remunerasse. Grande animo quel d'un re o, che si arischia pur a guardar in viso Francesco Maria; e gran ventura quella d'un ottimo, che s'affatica per lui. A me duole che l'industria de la sua arte s i abbia a esercitare per altri; ma io voglio quel che vle il padron nostro; e a v oi chieggo perdono dei continui fastidi ch'io vi do per colpa de la gentil natur a vostra, l'amorevolezza de la quale sforza altrui a richiederla e a prevalersi del suo favore, come faccio io, che confesso esservi pi obbligato ch'io non son v ertuoso, e meno atto a pagarvi di ci, che voi non ste sufficiente a negoziare e a risolvere i casi di tutto il mondo; n mai si vidde uomo pi coraggioso n pi atto a da r fine ai suoi voti de la Signoria Vostra. E parendovi poco l'esser perfetto ora tore e dottore, avete composto il Cavaliere, opra che con la perfezion del suo g iudicio dar modo ragionevole a qualunque sar citato in campo dal suo onore; e Mart e istesso in ogni sorte di dubbio non sapr che farsi, se da cotal libro non l'imp ara. S ch'io mi godo de l'aver servit, amicizia e obligo con s degna persona, la qu al prego che perseveri in amarmi. Di Venezia, il 20 di luglio 1537. XXXIV A MESSER GIAMBATTISTA CAPORALI, PITTORE E ARCHITETTO

L'uomo, fratello, a cui deste il libro e la lettra, m'ha fedelmente consegnato q uello e questa; e perch l'uno e l'altra mi suto caro, di tutte due le cose vi rin grazio. E voglio ora, che si avicinano i giorni pi brevi e le notti pi lunghe, che il vostro Vitruvio sia la mia lezione: quanto ne legger, tanto mi star con voi; e cos sentir rinovarsi nel mio cuore la memoria dei ragionamenti che solevamo fare, vivendo gi Friano, dolcissimo nostro trastullo, nel petto del quale Amore sempre teneva sculpito qualche nuovo Ganimede; onde si riduceva a cantare le sue passi oni in egloghe, rinegando la fede quando ne l'udire i suoi versi non si esclamav a con gesti stupidi. Or io voglio che mi crediate ch'io sono quel buon compagno ch'io ero a quei tempi! e mi cresciuta l'allegra amorevolezza nel crescer de la reputazione e de la commodit; e il carco degli anni mi parebbe leggieri, se io no n fusse grasso: cosa che mai non avrei creduto che pensasse la natura de la comp lession mia. Molti de l'essere io venuto in carne dnno la colpa a le felicit, in c he Iddio ha posto la vert piovuta in me per grazia sua; e io il confesso, perch si rifarieno le mumie, se del continuo il mondo le visitasse coi tributi; e di ci r endo a Cristo laude, ch certo son doni suoi e non meriti nostri. Ma saria pur compita la mia contentezza, se il buon Bitte movesse se stesso con gli argani de l'amicizia, conducendosi in questa citt miracolosa, onde io potessi goderlo, mostrandogli in che modo il mio animo brami onorarlo, e quando sia che da l'occupazioni, da la via lunga e da la vecchiaia non si consenta che vi movi ate di cost, le carte in vece vostra sodisfaccino a la volont ch'io tengo d'abbrac ciarvi e di basciarvi, ch, per Dio, vi abbraccio e bascio leggendole; perci scrive temi spesso: se non, creder che il reverendo messer Camillo e Giampaolo, ai quali mi racomando, mi amino pi di voi. E per l'ultimo vi prego che salutiate il conte Iano Bigazzini da mia parte, perch l'amore che Sua Signoria ha mostro a le vert v ostre, vogliono ch'io l'osservi. Di Venezia, il 3 di agosto 1537. XXXV A MESSER ANTONIO GALLO Con quel buon volto, delicato giovane, che si pigliano e gustano i frutti primat icci, io presi e lessi le vostre parole vaghe e saporite come i pi vaghi e sapori ti pomi che si gustino. E non men piacere ho sentito del vostro scrivere, che vo i maraviglia del mio; perch la dolcezza dei costumi, di che ste adorno ricchissima mente, cagione ch'io vi ami molto di cuore; e la vert de la poesia rara in voi mi move a lodarvi e a esortarvi a continuare cotale studio: perch l'affatigarsi uff icio di colui che con gloria ha cominciato a salire i gradi de la lode. S che fug gite la tardit de la pigrizia che, se ben partorisce un subito diletto, il suo fi ne la tristizia del pentimento. Sappiate pur che la natura senza la esercitazion e un seme chiuso nel cartoccio, e l'arte senza lei niente. Siate dunque assiduo nel comporre, se volete esser ottimo poeta; e sopra tutto rubate i bei tratti e gli acuti spiriti al vostro ingegno; ch certo pazzo chi crede farsi nome con le f atiche d'altri. Sforzativi di trarre i concetti dai pensieri che vi nascono ne l a memoria mentre vi levate in alto col furore d'Apollo; e cos facendo, il giudici o vostro si sodisfar ne l'opre istesse: onde sarete battezzato figliuol de le mus e, e non creato dei rubatori. Ora entrando in altro dico che il signor Guido Baldo, duca di Camerino, non sari a nato di s gran padre, se il conoscimento de l'altrui servit e vert non gli stesse ne l'animo, come gli sto io e Lione: io per il desiderio che d'ubbidirlo ebbi s empre, egli per isculpirlo in medaglia vivo, e per esser cosa mia. Onde prego Id dio che tale sia la gratitudine nostra nei suoi onori, quale la bont di Sua Eccel lenza nei nostri utili; e quando altro non si possa, ecco che insieme gli sacria mo la bont de l'intenzione, supplicando la gentil vostra creanza che ci mantenga ne la onorata grazia di quella; confortandovi a riguardar la persona dagli accid enti dei disordini, dilettevoli cibi de la giovent. A Dio. Di Venezia, il 6 d'agosto 1537. XXXVI AL VALDAURA Ancora, fratello, che il tsco, con il qual la sorte vi ammorba l'animo, abbia ucc iso il mio nome ne la vostra memoria, onde pi di me non cercate n pi di me vi ramme ntate, non per ci ch'io, che non conobbi mai l'amicizia de la fortuna, di voi non

cerchi e di voi non mi ricordi, forse con maggior ansia che io non faceva quand o eravate in migliore stato. Credetelo pure che vi intitolai il Dialogo non per i quaranta scudi, dei quali m'accomodaste, ma per cagione del vostro generoso va lore e per il zelo de l'amore che portate a la vert: n averei indugiato a rendervi gli, se i libri del Marcolino, che montano molto pi, non vi fossero rimasti in ma no. Ora io so che vi ricordate del parlare che gi vi feci d'un fratello di messer Tarlato Vitali, mio parente, tanto a cuore del mio desiderio che sol desidero f argli bene. Perci, quando sar tempo, gli indrizzer un libro di Lettre, ch'io faccio stampare, ed egli le presenter al vecer per vostra intercessione. E perch sempre m 'avete fatto sperare ne la cortesia di Sua Eccellenza, la quale anche per se ste ssa si mossa a promettermi, come pur sapete, caso che Iddio deliberi che la merc d'un tanto principe mi si rivolga, voglio che cotal grazia sia di colui che vi p orta questa carta. In tanto eccomi tutto pronto ai piaceri del grazioso messer B ernardo. Di Venezia, il 26 di agosto 1537. XXXVII A LA SIGNORA VERONICA GAMBARA Non crediate che la venuta di messer Battista Strozzo con il recarmi saluti e ra ccomandazioni da parte vostra, come io so che mi reca, abbia ramentato a me l'es ser mio debito di visitarvi con le venticinque parole rinchiuse in questo foglio : perch io, che non ho ancor visto la sua militante poesia, mi son mosso per me s tesso. E se, tuttavia ch'io mi ricordo de l'alte vostre condizioni, avessi appor tatori, siate pur certa che avereste ogni giorno cinque o sei de le mie lettre, perch cinque o sei volte il giorno mi venite ne la mente: cos chiara come vi ha vi sto Cesare augusto ne le Stanze di madonna Angela Serena, miracolo di natura, in titolate a l'imperadrice; onde ha letto il sonetto, che vi usc de l'ingegno, perc h il cielo voleva che voi fuste lodata da l'una e da l'altra maestade. Ecco che c otal favore vi ha premiato di quello che non vi ho potuto premiar io; che vi pre go a ricever con lieto viso Antonio Bernieri, apportator di quanto ora vi scrivo . Egli, oltra l'esservi vassallo, vertuoso e buono, che vale assai pi, perch la bo nt proprio costume di Dio, e la vert, che penetra con l'ingegno nel cuore dei zeli suoi, gli cede. S che accarezzatelo; ch certo le carezze dei padroni provocano l' altrui intelletto a volgere il viso contra l'asprezza de la fatica, nostra natur ale aversaria. E perch io so che la bont e la vert son le gioie del vostro amore, l asciando cotal parlare dico ch'io mi raccomando tanto al signor Girolamo quanto a la signora sua madre. Di Venezia, il 1 di settembre 1537. XXXVIII AL DIVINO MICHELAGNOLO S come, venerabile uomo, vergogna de la fama e peccato de l'anima il non rammenta rsi di Dio, cos biasimo de la vert e disonor del giudizio, di chi ha vert e giudizi o, di non riverir voi che ste un bersaglio di maraviglie, nel quale la gara del f avor de le stelle ha saettato tutte le frecce de le grazie loro. Perci ne le man vostre vive occulta l'idea d'una nuova natura, onde la difficult de le linee estr eme (somma scienza ne la sottilit de la pittura) vi s facile che conchiudete ne l' estremit dei corpi il fine de l'arte, cosa che l'arte propria confessa esser impo ssibile di condurre a perfezione, percioch l'estremo (come sapete) dee circondare se medesimo, poi fornire in maniera che, nel mostrare ci che non mostra, possa p romettere de le cose che promettono le figure de la Capella a chi meglio sa giud icarle che mirarle. Or io, che con la lode e con l'infamia ho espedito la maggior somma dei meriti e dei demeriti altrui, per non convertire in niente il poco ch'io sono, vi saluto . N ardirei di farlo, se il mio nome, accettato da le orecchie di ciascuno princi pe, non avesse scemato pur assai de l'indegnit sua. E ben debbo io osservarvi con tal riverenza, poi che il mondo ha molti re e un solo Michelagnolo. Gran miraco lo che la natura, che non pu locar s alto una cosa che voi non la ritroviate con i ndustria, non sappia imprimere ne le opre sue la maest che tiene in se stessa l'i mmensa potenza del vostro stile e del vostro scarpello, onde chi vede voi non si cura non aver visto Fidia, Apelle e Vitruvio, i cui spiriti fr l'ombra del vostr o spirto. Ma io tengo felicit quella di Parrasio e degli altri dipintori antichi,

da poi che il tempo non ha consentito che il far loro sia visso sino al d d'oggi : cagione che noi, che pur diamo credito a ci che ne trombeggiano le carte, sospe ndiamo il concedervi quella palma che, chiamandovi unico scultore, unico pittore e unico architetto, vi darebbero essi, se fusser posti nel tribunale degli occh i nostri. Ma se cos , perch non contentarvi de la gloria acquistata fino a qui? A m e pare che vi dovesse bastare d'aver vinto gli altri con l'altre operazioni; ma io sento che con il fine de l'universo, che al presente dipignete, pensate di su perare il principio del mondo, che gi dipigneste, acci le vostre pitture vinte da le pitture istesse vi dieno il trionfo di voi medesimo. Or chi non spaventarebbe nel porre il pennello nel terribil soggetto? Io veggo i n mezzo de le turbe Anticristo con una sembianza sol pensata da voi. Veggo lo sp avento ne la fronte dei viventi; veggo i cenni che di spegnersi fa il sole, la l una, e le stelle; veggo quasi esalar lo spirto al fuoco, a l'aria, a la terra e a l'acqua; veggo l in disparte la Natura esterrefatta, sterilmente raccolta ne la sua et decrepita; veggo il Tempo asciutto e tremante, che, per esser giunto al s uo termine, siede sopra un tronco secco; e mentre sento da le trombe degli angel i scuotere i cuori di tutti i petti, veggo la Vita e la Morte oppresse da spaven tosa confusione, perch quella s'affatica di rilevare i morti, e questa si provede di abattere i vivi; veggo la Speranza e la Disperazione che guidano le schiere dei buoni e gli stuoli dei rei; veggo il teatro de le nuvole colorite dai raggi, che escono dal puri fuochi del cielo, sui quali fra le sue milizie si posto a s eder Cristo cinto di splendori e di terrori; veggo rifulgergli la faccia, e scin tillando fiamme di lume giocondo e terribile, empier i ben nati di allegrezza e i mal nati di paura. Intanto veggo i ministri de l'abisso, i quali con orrido as petto, con gloria dei martiri e dei santi, scherniscono Cesare e gli Alessandri, ch altro l'aver vinto se stesso che il mondo; veggo la Fama, con le sue corone e con le sue palme sotto i piedi, gittata l fra le ruote dei suoi carri; in ultimo veggo uscir da la bocca dei figliuol di Dio la gran sentenzia: io la veggo in f orma di due strali, uno di salute e l'altro di dannazione, e, nel vedergli volar giuso, sento il furor suo urtare ne la machina elementale, e con tremendi tuoni disfarla e risolverla; veggo i lumi del paradiso e le fornaci de lo abisso, che dividono le tenebre cadute sopra il volto de l'aere. Tal che il pensiero, che m i rapresenta l'imagine de la rovina del novissimo die, mi dice: " Se si trema e teme nel contemplar l'opra del Buonaroti, come si tremer e temer qua ndo vedremo giudicarci da chi ci dee giudicare?". Ma crede la Signoria Vostra che il voto, che io ho fatto di non riveder pi Roma, non si abbia a rompere ne la volont di veder cotale istoria? Io voglio pi tosto fa r bugiarda la mia deliberazione, che ingiuriare la vostra vert; la qual prego che abbia caro il desiderio ch'io ho di predicarla. Di Venezia, il 16 di settembre 1537. IXL AL CLARISSIMO MESSER FRANCESCO DONATO CAVALIERE E PROCURATORE Veramente, signore, la maraviglia che ho avuta ogni ora de la benivolenza, che v i portano le genti, non mi fa pi stupire, non per altro che per comprender io che ci nasce dai benefici che la degnit de la vostra nobiltade conferisce ad altri, b ont di se stessa, facendo sempre opre ottime inverso i bisogni degli uomini, onde ste amato pi che il sole, spirto del mondo; e s come egli si leva la mattina a far ci lume, senza esserne pregato, cos voi aiutate l'innocenza d'ognuno senza aspett ar n lodi n adulazioni: e perci il grido comune diventato una tromba, che fa rimbom bare in tutti i cuori, come, per esser voi buono e giusto rettore, vi partiste t uttavia da le publiche aministrazioni non ricco, ma illustre. Ed essendo la vost ra dottrina sapienza del reggimento, potete insegnare a reggere a quegli che lo sanno fare, non solo a chi ha la necessit d'impararlo; n mai essendo voi al govern o altrui, deste cotale onore a la potenzia del sangue gentile, ma a l'intelletto concessovi da Dio; e perci il grado, in cui vi tengono le civil vert del preclaro animo vostro, risplende ne la et reverenda ne la quale vi prospera il dono di Cr isto e de la natura; perch, quando uno va mendicando aiuto, trovi la vostra magni ficenza che gliene porga, come so che porger a la miracolosa vert del divin Tizian o. Di Venezia, il 16 di settembre 1537.

XL A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Non m'incresce punto, fratello, che non abbiate dato a le stampe le mie Lettre c os tosto, come io desiderava, poi che la grande, la bella e l'utile impresa de l' Architettura del Serlio, mio compare, s' interposta tra l'indugio vostro e il vo ler mio. Io l'ho tutta vista e tutta letta, e vi giuro che ella tanto vaga d'app arenza, s ben figurata, s perfetta di proporzione ne le mesure e s chiara nei conce tti che non ci dove avanzi il pi, n dove manchi il meno. E l'autore, che con la mo destia del suo procedere d lo spirito a le cose da lui disegnate e descritte, non poteva senza scemar a s grado, e a l'opra fama, intitolarla ad altro signore che a Ercole duca di Ferrara, il quale s per la prudenza, s per la ricchezza, s per la eccellenza del bellissimo sito, lusingato dal gran principio de l'avo, dal comi nciamento in terra nova e da la dirittura de le strade larghe, non si potr tenere di non esseguire con l'operazioni gli essempi maravigliosi dei componimenti di messer Sebastiano. Poniam da parte il grandissimo piacer del fabricare, la commodit del bene abitare e l'utilit che a tutto il popol ne perviene (merc degli esercizi diversi che ci i ntervengono e il nome perpetuo che chi fabrica acquista e a s e a la cittade), il principe, che regna solennemente per esser fatto a l'imagine di Dio, debbe imit are il fattor del tutto, la cui potenza, col modello de la volont sua, edific il p aradiso per gli angeli e il mondo per le genti, formando quasi arme sua, ne la f accia de la gran machina del cielo, un sole d'oro con infinite stelle e una luna d'ariento in ampissimo campo d'azurro vivace, disteso dal mirabile pennello de la natura. E s come chi ci nasce, non prima si sente aprir gli occhi dal conoscim ento, che si stupisce guardando or il cielo e or la terra, rendendo grazie a chi fece quello e a chi cre questa, cos i discendenti di Sua Eccellenza, maravigliand osi de la grandezza degli edifici principiati e finiti da lei, benediranno la pr ovidenza generosa del magnanimo predecessor loro, non altrimenti che si benedica l'animo degli antichi sculpito nei teatri e negli anfiteatri, chi vede la super bia de le rovine di Roma, la maraviglia de le quali testimoniano che furono le a bitazioni dei dominatori de l'universo, e non so se si desse fede a quanto ne gr idano le carte non apparendo la terribilit loro nel mirabile magistero, che ancor si discerne fra le reliquie de le colonne, de le statue, dei marmi abattuti dal tempo; perci l'Altezza ducale scemarebbe la degnit del suo titolo non pigliando c on larga mano le necessarie fatiche del bolognese, uomo non meno dotto ne la rel igione e ne la bont de la vita che ne le sposizioni e di Vitruvio e di se stesso. Di Venezia, il 18 di settembre 1537. XLI A MADONNA ISABELLA MARCOLINA Io, comare, ho pi caro che abbiate donato la turchese chiusa in oro, perch la fanc iulla, che se ne adorna il dito, la tenga per memoria de la cortesia vostra, che se voi la aveste sempre tenuta per ricordanza de la mia; ben che non bisognava con s nobile atto certificarmi del parentado che ha la generosit con il vostro ani mo, perch in maggior cose l'ho io pur troppo visto; onde pu ben vantarsi de la lib eralit di cotal vostra natura messer Francesco che vi marito; perch ella fa fede d e la castit che vi arricchisce. N pu essere che donna non avara non sia pudica. Il bisogno e l'avarizia sono roffiani de l'onestade altrui; e chi n' fuori, come ste voi, non conosciuta dal biasimo; ben che pi tosto si trovarebbero mille fenici ch e due femine magnanime, merc de la vilt del sesso. N per altro son violati da esse i solenni e buoni uffici che per cagion de l'avere; e ogni volta che per colpa d i questa e di quella va in rovina la bont e la fede, diffetto de la miseria, anim a dei principi, vita de la lussuria e nutrimento de la vecchiaia. Or, senza mai partirvene e senza mai istancarvene, seguitate l'usanza di s fatto costume: ch meg lio il dare che il ricevere, perch dando si baratta le cose con la benivolenza, e ricevendo si mercata la benivolenza con le cose; ma, per esser pi degno l'amore che l'utile, chi d avanza, e chi riceve perde. Si ch'io lodo molto gli andamenti dei modi con i quali ste nata, onde diventarete nulla nel tentar di mutargli. Di Venezia, il 18 di settembre 1537. XLII A MESSER GIORGIO, PITTORE

S'egli possibile, figliuolo, di trovar la lettra, ne la quale vi replicai i trio nfi che si fecero a l'imperadore quando la Maest Sua venne a Fiorenza, mandatemen e la copia, perch io averei caro di porla nel numero di pi di duecento ch'io ne fa ccio stampare; ma sarieno pi di duemilia se io, che non le apprezzo punto, non l' avessi mandate a chi esse andarono senza serbarmene gli originali; e tutto colpa del mio nimico giudicio, la severit del quale tanto perdona ai suoi parti quanto ai figliastri la matrigna, e pi tosto brama cotal cosa per memoria vostra che pe r lode mia. S che operate ch'io me ne rinvesta, se volete che il nome, che avete, si imprima seco. Di Venezia, il 23 di settembre 1537. XLIII A MESSER DOMENICO BOLANI Egli, onorando gentiluomo, mi pare peccare ne la ingratitudine se io non pagassi con le lodi una parte di quel che son tenuto a la divinit del sito, dove fondata la vostra casa, la quale abito con sommo piacere de la mia vita: perci che ella posta in luogo che n 'l pi giuso n 'l pi suso, n 'l pi qua n 'l pi l ci trova menda. temo, entrando nei suoi meriti, come si teme a entrare in quegli de l'imperador e. Certo, chi la fabric le diede la preminenza del pi degno lato ch'abbia il Canal Grande. E per esser egli il patriarca d'ogni altro rio, e Venezia la papessa d' ogni altra cittade, posso dir con verit ch'io godo de la pi bella strada e de la p i gioconda veduta del mondo. Io non mi faccio mai a le finestre ch'io non vegga m ille persone e altretante gondole su l'ora dei mercatanti. Le piazze del mio occ hio dritto sono le Beccarie e la Pescaria, e il campo del Mancino, il ponte e il fondaco dei Tedeschi; a l'incontro di tutti due ho il Rialto, calcato d'uomini da faccende. Hocci le vigne nei burchi, le cacce e l'uccellagioni ne le botteghe , gli orti ne lo spazzo. N mi curo di veder rivi che irrighino prati, quando a l' alba miro l'acqua coperta d'ogni ragion di cosa che si trova ne le sue stagioni. E bel trastullo, mentre i conduttori de la gran copia dei frutti e de l'erbe le dispensano in quegli che le portano ai luoghi deputati! Ma tutto burla, eccetto lo spettacolo de le venti e venticinque barche con le vele, piene di melloni; l e quali, ristrette insieme, si fanno quasi isola a la moltitudine corsa a calcul are, e col fiutargli e col pesargli, la perfezion loro. De le belle spose riluce nti di seta, d'oro e di gioie, superbamente poste nei trasti, per non iscemar la reputazione di cotanta pompa non parlo; dir ben: io mi smascello da le risa, men tre i gridi, i fischi e lo strepito dei barcaiuoli fulmina dietro a quelle che s i fan vogare da famigli senza le calze di scarlatto. E chi non s'averia pisciato sotto vedendo nel cuor del freddo rovesciarsi una barca calcata di tedeschi, pu r alora scappati de la taverna, come vedemmo io e il famoso Giulio Camillo? la c ui piacevolezza mi suol dire che l'entrata per terra di s fatta abitazione, per e ssere oscura, mal destra e di scala bestiale, simiglia a la terribilit del nome a cquistatomi ne lo sciorinar del vero; poi soggiugne che chi mi pratica punto, tr ova ne la mia pura, schietta e naturale amicizia quella tranquilla contentezza, che si sente nel comparir nel portico e ne l'affacciarsi ai balconi sopradetti. Ma, perch niente manchi a le delizie visive, ecco ch'io vagheggio da un lato gli aranci che indorano i piedi al palazzo dei Camerlinghi, e da l'altro il rio e il ponte di San Giovan Grisostomo. N il sol del verno ardisce mai di levarsi se pri ma non d motto al mio letto, al mio studio, a la mia cocina, a le mie camere e a la mia sala. E quel che pi stimo la nobilt dei vicini. Io ho al dirimpetto l'eloqu ente magnificenza de l'onorato Maffio Lioni, le cui supreme vert hanno instituito la dottrina, la scienza, e i costumi nel sublime intelletto di Girolamo, di Pie tro e di Luigi, suoi mirabili figliuoli. Hovvi il magnanimo Francesco Moccinico, la splendidezza del quale continua mensa di cavalieri e di gentiluomini. Veggom i a canto il buon messer Giambattista Spinelli, ne la cui paterna casa si stanno i miei Cavorlini, che Iddio perdoni a la fortuna il torto fattogli da la sorte. N mi tengo piccola ventura la cara e costumata vicinanza de la signora Iacopa. I n somma, s'io pascessi cos il tatto e gli altri sensi, come pasco il viso, la sta nza, che io laudo, mi saria un paradiso; perci ch'io lo contento di tutti gli spa ssi che gli ponno dare i suoi obietti. N mi si scordano i gran maestri forestieri e de la terra, che frequentano di passarmi d'intorno a l'uscio, n l'alterezza ch e mi solleva al cielo ne l'andar gi e s del buccentoro, n del corso de le barche, n

de le feste per cui di continuo trionfa il Canale, signoreggiato da la mia vista . Ma dove si rimangono i lumi, che doppo la sera paiono stelle sparse, u' si ven de la robba necessaria ai nostri desinari e a le nostre cene? Dove le musiche, c he la notte poi mi grattano l'orecchie con la concordia de le lor consonanze? Pr ima si esprimerebbe il giudizio profondo che voi avete ne le lettre e nel govern o publico, ch'io potessi venire al fine dei diletti ch'io provo ne le commodit de l vedere. Perci, se qualche spirto ne le ciance da me scritte respira con fiato d 'ingegno, vien dal favore che mi fanno, non l'aura, non l'ombre, non le viole e non il verde, ma le grazie ch'io ricevo da la felicit ariosa di questa vostra mag ione, ne la qual consenta Iddio ch'io annoveri con sanit e vigore gli anni che do verebbe vivere un uom da bene. Di Venezia, il 27 di ottobre 1537. XLIV AL TRIBOLO, SCULTORE Messer Sebastiano architettore, con piacere del molto diletto e del mediocre giu dizio ch'io ho de la scultura, m'ha fatto vedere con le parole in che modo le pi eghe facili ornano il panno de la Vergine che l'ingegno vostro mosso da la sua v olontade lavora a mio nome. Hammi detto ancora come languidamente caschino le me mbra del Cristo che morto le avete posto in grembo con l'attitudine de l'arte; o nde io ho veduto l'afflizione de la madre e la miseria del figliuolo prima ch'io l'abbia vista. Ma ecco nel raccontarmi egli il miracolo, che nasce da lo stile de la vostra industria, l'autore di quel San Pietro martire, che nel guardarlo c onverse e voi e Benvenuto ne l'imagine de lo stupore; e, fermati gli occhi del v iso e le luci de l'intelletto in cotal opra, comprendeste tutti i vivi terrori d e la morte e tutti i veri dolori de la vita ne la fronte e ne le carni del cadut o in terra, maravigliandovi del freddo e del livido che gli appare ne la punta d el naso e ne l'estremit del corpo, n potendo ritener la voce, lasciaste esclamarla , quando nel contemplar del compagno che fugge, gli scorgeste ne la sembianza il bianco de la vilt e il pallido de la paura. Veramente voi deste dritta sentenza al merito de la gran tavola nel dirmi che non era la pi bella cosa in Italia. Che mirabil groppo di bambini ne l'aria, che si dispicca dagli arbori, che la sparg ono dei tronchi e de le foglie loro; che paese raccolto ne la semplicit del suo n aturale, che sassi erbosi bagna la acqua, che ivi fa corrente la vena uscita dal pennello del divin Tiziano! La modesta benignit del quale caldissimamente vi sal uta, e offerisce s e ogni sua cosa giurando che non ha pari l'amore che la sua af fezione porta a la vostra fama. N si potria dire con quanto desiderio egli aspett i di vedere le due figure che, s come dico di sopra, per elezion di voi medesimo deliberate mandarmi, dono che non passar con silenzio n con ingratitudine. Di Venezia, il 29 di ottobre 1537. XLV A MESSER GIROLAMO SARRA Tosto, fratello, che i tributi de l'insalatucce mi cominciarono a venir meno, re candomi io con la fantasia in sul fatto de l'indovinare, sono andato astrologand o la cagione del vostro ritenermi le paghe del cibo a l'appetito del gusto: ma s 'io avessi premuto i pensieri al torcitoio che trae l'olio de l'olive, non avere i cavato mai che da voi mi fusse tolta cotal provigione per conto de la cetronel la, la quale diletta a la vostra gola tanto quanto dispiace a la mia. Dice poi l 'uomo: " Di donde vengono le nimicizie?"; elle vengono fin da due fila di quella erba, ch e voi non vi potete tener di mandarmi, n io di di gittar via. Che diavolo si fare bbe a un di quegli che non beon vino n mangian melloni, quando a un buon compagno si levano le sue regaglie a petizion di monna Ranciata, la cui boria si fa vede re per tutti gli orti? Certo che ella vi dee aver servito a qualche mala, e posto vi in braccio a fata o sibilla, da che pigliate question per lei. Ors, io voglio avezzarmi a manicarne, e spero farlo, poi che mi sono assuefatto a star senza un quattrino, che altro che aprir la bocca e mandar giuso una frasca ria. Io mi ci usar certo. S che ritornate a rimandarmi il censo impostovi da la vo stra cortesia, acci che io goda dei frutti che vengono dai semi, che il marzo spa rgete ne la morbidezza del terreno per ispasso de le facchinarie mercantesche. D imandatene il chiaro Fortunio che piacere io ho, che lodi io do e che cera io fo

ai presentucci de le mescolanze e al servidor che me le reca. Io guardo in che modo voi temprate l'acro di queste erbe col dolce di quelle. E non poca dottrina il saper mitigar l'amaro e l'acuto d'alcune foglie col sapor n amaro n acuto d'al cune altre; facendo di tutte insieme un componimento s soave che ne assaggiaria l a saziet. I fiori sparsi nel verde minuto di cos belle e di cos buone aguzza7fame, con la lor vaghezza mi tirano il naso a fiutargli e la mano a pigliarne. In somm a, se le mie fanti sapessero condirla a la genovese, lascerei per pascermene il petto dei galli salvatichi, che spesso spesso, cenando e desinando, per gloria d i Cadoro, mi porge l'unico Tiziano, bench non senza biasimo di me, che son toscan o, per non ricordarmene, lascio acconciarla a chi l'ha guasta. Non so che pedante per lettra, facendo visaccio a una che l'altro d mi mandaste, entr a celebrare la lattuga e l'indivia, prive d'ogni odore, tal che Priapo, iddi o dei giardini, adirato con esso seco, delibera di cacciarsegli dietro bestialis simamente, perch pi vale un pugno non di mescolanza domestica, ma di radicchio sel vatico unito con un poco di nepitella, che quante lattughe e indivie fr mai. Cert o io stupisco come i poeti non si sbrachino per cantar la vert de l'insalata. E s i fa un gran torto ai frati e a le monache a non lodarla, perch essi rubbano l'or e a le orazioni per ispenderle in nettarla dai sassolini; ed esse, quasi balie s ue, gittano il tempo dietro a quel tempo che suda in adacquarla e in curarla. Io mi credo che l'inventore di tal cosa sia stato fiorentino, n pu essere che non si a; perch l'apparecchiar de la tavola, l'ornarla di rose, il lavar dei bicchieri, le susine negli intingoletti, il vestir dei fegatelli, il far dei migliacci, e i l dar de le frutta dopo pasto venne da Firenze; i suoi cervellini, asettatini, d iligentini, con le sottigliezze de l'antiveder loro han carpito tutti i punti co n che la cocina invoglia lo svogliato. E per finirla dico che la buona memoria de la cetronella accettata dal mio averl a a noia. E perci domane sia il principio del rintegrarmi ne la grazia dei parti dei suoi orti. E avertite a la ruta dei morti; ch, ancor ch'io sia capo di parte de l'insalatine bene unte e ben rivolte in quello aceto atto a fendere i sassi, mi ribellerei da loro, se voi mi sforzassi pur a fiutarla. Di Venezia, il 4 di novembre 1537. XLVI A MESSER PAOLO CRIVELLO I' credo, figliuolo, che la natura fusse in tempra quando produsse messer Giamba ttista con tutti voi altri figliuoli suoi. Questo dico per le vert ch'ella v'ha c os bonamente date; per la qual cosa cre da poi una frotta di ignoranti e di vizios i, non le essendo rimasa pi acqua di valore ne le vene de le fonti sue. Certo che il padre vostro (il quale pate per colpa degli altrui difetti) una erba tagliat a, n pi si pu sapere; perci pi non sa dei secreti de la perfezion de le gioie. Ecco G asparo, che per intendere le cagioni del corso dei cieli, de lo andare e de lo s tare de le stelle e dei moti dei pianeti, verace nunzio del futuro. E voi, col v erso destro e terso, ottenete il nome di non mediocre poeta. Ma che debbo io dir e di Francesco, minor fratel vostro, la cui sottil diligenzia fa stupire, mentre disegna, i quindeci anni o sedici, che annovera a la sua fanciullezza l'et tener a? Per Dio, che non penso che mai garzone del suo tempo sapesse tanto, e credo c he Iddio consenta che sia tale per conforto del giusto uomo che v'ha creati, ond e io me ne rallegro, come uscisse dal mio sangue, da le mie ossa e da le mie car ni. N dubito che l'opre di lui non disgombrino le nebbie dei fastidi da l'animo d i tutto il casato vostro. E perci attendete a starvi lieti, ch tosto verranno i gi orni de le consolazioni. Intanto andatemi scegliendo per i miei danari fuor de l a rocca de le turchine, la pi grande, la pi colma e la pi viva di colore, perch ne h o estremo desiderio. Di Venezia, il 7 di novembre 1537. XLVII A LA SIGNORA VERONICA GAMBARA Io, donna elegante, vi mando il sonetto, che voi m'avete chiesto e ch'io ho crea to con la fantasia, per cagione del pennello di Tiziano; perch, s come egli non po teva ritrar principe pi lodato, cos io non doveva affaticar l'ingegno per ritratto meno onorato. Io nel vederlo chiamai in testimonio essa natura, facendole confe ssare che l'arte s'era conversa in lei propria. E di ci fa credenza ogni sua ruga

, ogni suo pelo, ogni suo segno; e i colori, che l'han dipinto, non pur dimostra no l'ardir de la carne, ma scoprono la virilit de l'animo. E nel lucido de l'armi , ch'egli ha in dosso, si specchia il vermeglio del velluto adattogli dietro per ornamento. Come fan ben l'effetto i pennacchi de la celata, appariti vivamente con le loro reflessioni nel forbito de la corazza di cotanto duce! Fino a le ver ghe dei suoi generalati son naturali, massimamente quella di ventura, non per al tro cos fiorita che per fede de la sua gloria, che cominci a spargere i raggi di v ert ne la guerra che fece avilire Leone. Chi non diria che i bastoni, che gli di i n mano la Chiesa, Venezia e Fiorenza, non fusser d'ariento? Quanto odio che dee portar la morte al sacro spirto, che rende vive le genti che ella uccide! Ben lo conobbe la maest di Cesare, quando in Bologna vedutasi viva ne la pittura, se ne maravigli pi che de le vittorie e dei trionfi, per cui pu sempre andarsene al ciel o. Or leggetelo con un altro appresso, poi risolvetevi di commendare la volont ch 'io ho di celebrar il duca e la duchessa d'Urbino, e non di lodar lo stile di co s debili versi. Di Venezia, il 7 di novembre 1537. Se 'l chiaro Apelle, con la man de l'arte Rassempl d'Alessandro il volto e 'l petto, Non finse gi del pellegrin subietto L'alto vigor, che l'anima comparte. Ma Tizian, che dal cielo ha maggior parte, Fuor mostra ogni invisibile concetto; Per 'l gran duca nel dipinto aspetto Scopre le palme entro al suo cuore sparte. Egli ha il terror fra l'uno e l'altro ciglio, L'animo in gli occhi, e l'alterezza in fronte, Nel cui spazio l'onor siede, e 'l consiglio. Nel busto armato e ne le braccia pronte Arde il valor, che guarda dal periglio Italia sacra a sue virtuti conte. L'unione dei colori, che lo stile Di Tiziano ha distesi, esprime fora La concordia, che regge in Lionora Le ministre del spirito gentile. Seco siede modestia in atto umile, Onest nel suo abito dimora, Vergogna il petto e il crin le vela e onora, Le affigge Amore il guardo signorile. Pudicizia e belt, nimiche eterne, Le spazian nel sembiante, e fra le ciglia Il trono de le Grazie si discerne. Prudenza il valor suo guarda, e consiglia Nel bel tacer, l'altre virtuti interne L'ornan la fronte d'ogni meraviglia. XLVIII A MESSER TIZIANO Egli stato savio l'avedimento vostro, compar mio, avendo voi pur disposto di man dare l'imagine de la reina del cielo a l'imperadrice de la terra. N poteva l'alte zza del giudizio, dal qual traete le maraviglie de la pittura, locar pi altamente la tavola in cui dipigneste cotal Nunziata. Egli s'abbaglia nel lume folgorante che esce dai raggi del paradiso, donde vengano gli angeli adagiati, con diverse attitudini in su le nuvole candide, vive e lucenti. Lo Spirito santo, circondat o dai lampi de la sua gloria, fa udire il batter de le penne, tanto simiglia la colomba, di cui ha preso la forma. L'arco celeste, che attraversa l'aria del pae se scoperto da l'albore de l'aurora, pi vero che quel che ci si dimostra dopo la pioggia inver' la sera. Ma che dir io di Gabriele, messo divino? Egli, empiendo o gni cosa di luce, e rifulgendo ne l'albergo con nuova luce, si inchina s dolcemen te col gesto de la riverenza che ci sforza a credere che in tal atto si appresen tasse inanzi al conspetto di Maria. Egli ha la maest celeste nel volto, e le sue guance tremano ne la tenerezza composta dal latte e dal sangue che al naturale c

ontraf l'unione del vostro colorire. Cotal testa girata da la modestia, mentre la gravit gli abbassa soavemente gli occhi: i capegli, contesti in anelli tremolant i, acennano tuttavia di cadere da l'ordine loro. La veste sottile di drappo gial lo, non impacciando la semplicit del suo involgersi, cela tutto lo ignudo, senza asconderne punto; e par che la zona, di che soccinto, scherzi col vento. N si son vedute ancor ali, che aguaglino le sue piume di variet, n di morbidezza. E il gig lio, recatosi ne la sinistra mano, odora e risplende con candore inusitato. In s omma par che la bocca, che form il saluto che ci fu salute, esprima in note angel iche " Ave". Taccio de la Vergine prima adorata e poi consolata dal corrier di D io, perch voi l'avete dipinta in modo e con tanta maraviglia che l'altrui luci, a bbagliate nel refulgere dei suoi lumi di pace e di pietade, non la posson mirare ; come anco per la novit dei suoi miracoli non potremo laudare l'istoria che dipi gnete nel palazzo di San Marco, per onorare i nostri Signori e per accorar quegl i che, non potendo negar l'ingegno nostro, dnno il primo luogo a voi nei ritratti , e a me nel dir male: come non si vedessero per il mondo le vostre e le mie opr e. Di Venezia, il 9 di novembre 1537. IL A MESSER VITTOR FAUSTO Chi vuole saziar l'intelletto a la tavola de la cognizion de le cose, rechisi at tento l in un canto, e ascolti il duca d'Urbino e il Fausto, perch da la bocca sua esce il mare d'intelligenza, e da la lingua vostra il fiume de la dottrina. Io, che empio l'orecchie de la milizia de l'uno e de le lettre de l'altro, mentre m i volgo a le proposte e a le risposte di questo e di quello, confuso ne la profo ndit di cotal dire, rimango senza quel poco d'ingegno che mi parea avere inanzi c he voi due cominciaste a parlare. N solo imparo dai gran discorsi, che insieme fa te, a discorrere, ma ismarrisco talmente la naturalit del giudizio, che divento i nsensato e muto. Mirabili sono gli avvedimenti di Sua Eccellenza ne l'arte de la guerra, e incredibili quegli di Vostra Signoria ne la memoria de l'istorie, e s come egli non lascia che pi pensare, n che pi desiderare circa il mover d'uno esser cito, di alloggiarlo, di provedergli la vittovaglia, di ripararlo, di armarlo e di farlo combattere; cos voi non lasciate niun gesto, n veruno essempio, che sopra ci sia uscito da la vert degli antichi. pur bello d'udirvi disegnare con le parol e ogni circostanza del mondo, tal che il mondo stesso sa meno del sito di se med esimo che la cura, che ne avete preso per conoscere ci che egli e ci che egli ha. Ma chi dubitasse de la divinit del vostro intendere, guardi la quinquereme, pompa dei seni che ella solca, e de l'industria che l'ha restituita al secolo present e, come anco l'antivedere del sopradetto principe non pur rende a la nostra et la disciplina de l'antico Marte, ma illustrandola col moderno guerreggiare, dimost ra cotal mestiere esser giunto al sommo de la perfezione. In somma io, che dover ei aguzzarmi la fantasia con la lima dei parlamenti ch'io dico, partendomi da lo ro, paio un di quei dipintori stupefatti nel mirar la Capella di Michelagnolo, i quali volendo imitar la grandezza del suo fare, ne lo sforzarsi di porre ne le figure maest, moto e spirto, scordatosi il saper di prima, non solo non entrano n e la sua maniera, ma dimenticano anco la loro. Di Venezia, il 13 di novembre 1537. L AL BAFFO Caro messer Battista, tornate tosto da Padova, se volete acquetar la volont, che mi stimola circa il coniare in ariento e in rame parecchie di quelle mie teste, che in acciaio con s viva e con s bella pratica ritrasse Lione, la cui partenza pe r Camerino cagion ch'io vi elegga a cotal fatica. Io ho visto i vostri sonetti, e vi giuro che non fu mai maestro di zecca n orefice miglior poeta di voi. Certo ch'io conosco di quegli, che se le tirano ben bene, i quali non ci arrivano a mi lle miglia. S che toccate pur via il caval pegaseo, ch lo farete trottare, s'egli crepasse. E quando sia che Apollo non si lasci crre tanti lauri e tanti mirti che ve ne facciate una coroncina, lo faremo parere una bestia. S che venite pure. Di Venezia, il 16 di novembre 1537. LI A MESSER IACOPO SANSOVINO

Ora s che l'esecuzione de l'opre uscite da l'altezza del vostro ingegno dn compime nto a la pompa de la cittade che noi, merc de le sue bont libere, ci aviamo eletta per patria; ed stata nostra ventura, poi che qui il buon forestiero non solo si aguaglia al cittadino, ma si pareggia al gentiluomo. Ecco, dal male del sacco d i Roma pur uscito il bene, che in questo luogo di Dio fa la vostra scultura e la vostra architettura. A me non par nuovo che il magnanimo Giovanni Gaddi, chieri co apostolico, coi cardinali e coi papi vi tormentino con le richieste de le let tre a ritornare in corte, per riornarla di voi; mi parrebbe bene strano il vostr o giudicio, se cercaste di snidarvi da la sicurezza per colcarvi nel pericolo, l asciando i senatori veniziani per i prelati cortigiani. Ma si dee perdonargli le spronate, che per ci vi dnno, sendo voi atto a restaurargli i templi, le statue e i palazzi. Di gi essi non veggon mai le chiese dei fiorentini, che fondaste in s ul Tevere, con istupor di Raffaello da Urbino, d'Antonio da San Gallo e di Balda ssare da Siena, n mai si voltano a San Marcello, vostra operazione, n a le figure di marmo, n a la sepoltura di Aragona, di Santa Croce, e di Aginense (i principii de le quali pochi sapranno fornire) che non sospirino l'assenzia Sansovina, com e anco se ne duol Fiorenza, mentre vagheggia l'artificio che d il moto de lo spir to al Bacco locato negli orti Bartolini, con la somma di cotante altre maravigli e che avete scolpite e gittate. Ma eglino si staranno senza voi perch in buon luogo s'han fatti i tabernacoli le vostre vert savie. Di poi val pi un saluto di queste maniche nobili che un present e di quelle mitere ignobili. Guardi la casa, che abitate come degna prigione de l'arte vostra, chi vuol vedere in che grado sieno tenuti da cos fatta repubblica i vertuosi atti a ridurla ne le maraviglie, che tutto d partorite con le mani e c on l'intelletto. Chi non lauda i ripari perpetui per cui sostiensi la chiesa di San Marco? Chi non si stupisce ne la corinta machina de la Misericordia? Chi non rimane astratto ne la fabrica rustica e dorica de la Zecca? Chi non si smarrisc e vedendo l'opra di dorico intagliato, che ha sopra il componimento ionico con g li ornamenti dovuti, cominciata a l'incontro al palazzo de la Signoria? Che bel vedere far l'edificio di marmo e di pietre miste, ricco di gran colonne, che dee murarsi appresso la detta! Egli avr la forma composta di tutte le bellezze de l'a rchitettura, servendo per loggia, ne la quale spasseggiaranno i personaggi di co tanta nobiltade. Dove lascio i fondamenti, in cui debbon fermarsi i superbi tett i Cornari? Dove la Vigna? Dove la Nostra Donna de l'Arsenal? Dov' quella mirabile Madre di Cristo, che porge la corona al protettore di questa unica patria? L'is toria del quale fate vedere di bronzo con mirabile contesto di figure, nel pergo lo de la sua abitazione; onde meritate i premi e gli onori dativi da le magnific enze del serenissimo animo dei suoi riguardanti divoti. Or consenta Iddio che i d nostri sien molti, acci che voi duriate pi a servirgli e io pi continui a lodargli. Di Venezia, il 20 di novembre 1537. LII A MADONNA PAOLA Essendo Ambrogio poeta e garzone, so che si pu credere che egli n'abbia un ramo, e perci v'ha ciurmata talmente che vi siete mossa a darmi centomilia torti circa il ritorgli i danari, ch'io gli squinternai l per la cappa. E per dirvi, il gover nator di Milano non riguardando a l'insopportabili spese de la guerra, che arde, mangia, rovina, vitupera, ruba e sforza diavoli e santi, m'avea a punto mandato la somma de la pension cesarea, quando io dico: " Togli questi e fattene la tal cosa". Ed egli, chiuso il pugno, con un ghignetto gli ripone. In tanto io me ne vado dal mio signor duca d'Urbino e, mentre salgo le sue scale, sento il venerabile giovane che dice a un certo squassapennacchi i n abito d'un mezzo milite: " I nostri son passati e hanno mal menati gli spagnuoli". Onde io me gli rivoltai con dire: " Poi che tu sei de la fazion del re, non mi par de iure che l'imperador ti vesta" . E cos gli feci sborsar fuora il conquibus, ed era per istare a vedere se la dis crezion francese lo riparava del freddo, che deliberava di cavargli i grilli del fegato, se la Signoria Vostra non mi disponeva a la grazia del renderglili. Ora sentenziate sopra le ragion mie e sue.

Ma che crudelt sono le vostre a non pigliar di peso messer Iacopo Sansovino e men arlo fin qui? Io so ben che egli nel caos de le faccende e che l'opra sua serve ogni bisogno di questa magnanima cittade; pure l'amicizia doveria poter pur gode re di qualcuna de l'ore che si sogliono rubare ai negozii e al sonno. In somma l o spasso di cos fatto uomo tutto volto a la divinit dei vostri intertenimenti; e h a ragione, perch voi ste de le pi accorte e de le pi intendenti donne che vivano; e perci egli, che si sta in paradiso standovi presso, non dee curarsi del nostro in ferno. Di Venezia, il 20 di novembre 1537. LIII AL MAGNIFICO MESSER GIOVANNI BOLANI Io intendo, signore, che messer Pietro Piccardo si sta in Padova con tanti pochi pensieri che ne disgrazia il fiorir de la giovent d'un fottivento. Gran cosa che la soprasoma degli anni non gli dia un fastidio al mondo: e pur Fabrizio da Par ma e il papa, che sono i pi vecchi cortigiani di Roma, giurano d'averlo conosciut o con due dita di barba. N per questo si distoglie di giornear d'amore, anzi da s ospirarne. Io ebbi a smascellar per la Senza, vedendolo con una caterva di donne dentro una bottega. Egli sfoderava a ogni proposito tanti " Bascio la mano" e tante " Vostre Signorie", che la Spagna n'averia perduto; degli inchini e dei motti non parlo, per non esser possibile a trovar parole tanto insalate che potessero espr imere ci. Egli gli porgeva inanzi alcuni anelluzzi smaltati, alcuni cestelletti d i filo d'ariento, e altre collane e bagattelle, con certi suoi ghigni e con cert e sue cerimonie molto solenni. E dopo il mostrar de le reliquie moderne, fece pa la di non so che sua corgnuola antica, onde monsignor Lippomano gli disse: " Mettete la gioia ne la guaina, ch la pi bella anticaglia, che si vegga, ste voi, do mine". Certo che nostro Signore doveria di marmo o di bronzo intitolarlo sopra l a porta di tutti i tinelli con una bibbia ai piedi, che publicasse i pontefici e i cardinali conosciuti da lui. Io sto i giorni interi a sentirlo ragionare in c he modo San Giorgio vinse sessantamilia ducati al signor Franceschetto, fratel d 'Innocenzio, e come di tal vincita si fabricasse il palazzo in campo di Fiore, v enendo poi ai fiaschi, con cui il Valentino avelen s e suo padre, credendo accocca rla ai reverendissimi. Sa la guanciata, che dette Iulio in sul ponte ad Alessand ro in minoribus. Si trov a la furia che lo trasse fuora de la camera a cinque ore di notte correndo dietro a non so chi, che andava cantando per il corridore di palazzo: " O mia cieca e dura sorte", credendo che burlasse le triste nuove, che di campo a veva avute Sua Beatitudine; non ascoltando Acursio, che gli diceva tuttavia: " Padre santo, andate a letto", ruppe la testa al suo scalco vecchio di sessanta a nni, che, per essere corso al romore, stim che egli fosse stato il musico. Egli s uto a tutte le scisme, a tutti i giubilei e a tutti i concilii. Conobbe la tal p uttana. Vide impazzir Iacobaccio da Melia. Sa l'origine de la sua rogna e ogni a ltra ribaldaria de la corte, Onde io giudico che si venderia non meno per cronic a che per istatua. In somma egli la bont, l'amicizia e la piacevolezza degli uomi ni; n cambiarei stato coi felici, mentre lo veggo in conclavi col mio Ferraguto, il qual fu per crepare, quando intese che per la secchia d'acqua, che gitt sul mo staccio del Zicotto, il detto gli sbarb tutto il lato manco del viso, facendogli mille pezzi de la pelandra, ben che l'ira scem un mese prima che i peli crescesse ro. La conclusione ch'io vorrei vivermi con lui e con la magnifica vostra dolcez za, cascando tuttavia a l'indrieto per le risa dei nostri ragionamenti. Ma non p otendo avervi sempre, tali sono le faccende che avete nel governo comune, perch n on venir qui tal volta, sapendo pure che gli spassi onesti sono il cuore de l'oz io dei buoni? Ben che, venendo e non venendo, sono obligato a l'affezione che pe r natura, per costume e per nobilt portate a me e ai miei scritti. Di Venezia, il 22 di novembre, 1537. LIV A MESSER LUIGI ANICHINI Io mi credeva, vedendovi ieri caminare sul trotto dei corrieri pedestri, che voi portaste qualche gran nuova a Rialto. E, scappato l'asino, io trovo che avete a ccompagnata la signora Viena ne la chiesa, ove battezzammo una bambina insieme.

O fratello, questo amore la mala bestia, n pu compor versi, n intagliar gemme chi g li va dietro al culo. Il traforello, secondo me, uno desiderio stempratissimo, n utrito da la vaghezza del pensiero, il quale mentre la mano de la propria volutt gli preme il cuore, gli spirti, l'anima e i sensi si convertono ne l'affezione c he egli ne trae. Perci chi ama simiglia un di quei tori furibondi e spronati da l '" assillo", ch cos nel mio paese si chiama lo stimolo che le zecche, le mosche e le vespe dnno a le cavalle e a le micce. Amore in l, poi che mette gli scultori e i p oeti in sul portante. Il bolino non taglia, n la penna non rende, come lo impicca to ci cava dei gangheri. Ma voi ste giovane, e stavvi bene ogni male. Ma il Sanso vino e io, vecchi alleluia, rinneghiamo l'" Omnia vincit" nel vederci assassinare da le sue mariolarie, le quali ci giurano che la zappa e la vanga ce lo cavar de la brachetta; per la qual cosa, avendo voi qualche bella tinta da far nere le barbe, me vobis commendo, ma guardate di non me la far turchina, ch, per Dio, simiglierei i due gentiluomini che stettero per cotal novella murati in casa un anno. Di Venezia, il 23 di novembre 1537. LV A MESSER FRANCESCO POCOPANNO Il vostro cortese e caro nipote insieme con la lettra m'ha dato le forbici, le q uali per la sua novit han fatto saltar me, che sono uomo, non pur la Perina, che donna e del loro uficio dee servirsi, come io non me ne debbo servire. Infine Br escia fa parer goffi e' lavori di agimia e l'opre rabesche. N si pu far pi circa l' armadure e simili artifici dorati e damaschini condotti a perfezione con altro d isegno e con altri partimenti di groppi e di foglie che quegli che vengono d'olt ra mare. Non posso credere che i bravi antichi non cagliassero nel dare uno sgua rdo a messer Archibuso e a don Cannone, parendogli di pi bestiale aspetto che gli archi e gli strali, con cui Marte gi soleva ricamar le panziere. Certamente, se l'et nostra fusse buona, come bella, non si invidiarieno l'eccellenza de le passa te, n si dubitaria de l'invenzioni future. Noi pur vediamo al sommo dei miracoli tutte l'arti, e ogni cosa ridursi al magno. Ecco, le forbicette mandatemi son piene di trofei rilevati e grandi; veramente s i cominci a mutar verso tosto che si viddero i panni di Leone in Capella lavorati da la seta e da l'oro sopra i cartoni disegnati e coloriti da Rafaello. Non si usano pi fiori piccoli in damaschi n in razzi, le verdure de le spalliere comparis cono di lontano, gli abiti tranno al lungo e al largo; non si pate pi il tormento che ci davano le scarpe: ogni cosa si taglia e arricchisce. Fino agli scrittori mostrano i caratteri patenti, e di ci fa fede la maniera di messer Francesco Alu nno, la pratica diligenzia del quale fa confessare a le stampe d'esser scritte a mano, e a lo scritto a penna d'essere stampato. Guardate dove ha posto la pittu ra Michelagnolo con lo smisurato de le sue figure, dipinte con la maest del giudi zio, non col meschino de l'arte. E perci fate da uomo naturalone dando tuono e su ono al suono e al tuono de la poesia, risuscitando il morto de lo stile con lo s pirito dei subietti; perch non c' vivanda pi sazievole che il latte e il mele; e co me tali condimenti provocano il fastidio del gusto, cos il profumo de le paroline galanti induce la tossa a l'orecchie. Ma ci sia detto con sopportazione di chi l a intende altrimenti. Di Venezia, il 24 di novembre 1537. LVI AL BEVAZZANO Ridetevi, signor messer Agostino, tanto del sonetto col qual vi rispondo, quanto io mi son maravigliato dei due con cui mi sforzate a rispondervi. Il fatto mio un piacere, poi che senza corda confesso, circa l'ingegno, come ella sta. Non mi cavate di baie, n d'una arguzietta, se volete ch'io paia un quae pars est. N si d ubiti che, entrando io a cantar de la donna vostra, non rimanessi ne le peste, p erch gli effetti amorosi non vanno in dozzina, come i gesti d'Orlando. Altro lo s crivere gli accidenti di Cupido che l'occorrenze di Marte: le saette de l'uno no n han che fare con l'asta de l'altro, se ben sono armati. Gran differenza fra le lagrime e il sangue, ancor che quelle e questo eschino da le vene del duolo. No n impresa da ognuno il poetizzare amando, ben materia di molti il guerreggiar po

etizzando; n si trova altro che un Ariosto e un Dolce al mondo; e se pur si trova no, lor danno. Or eccovi la mia ciancia. Di Venezia, il 25 di novembre 1537. Ogni vago augel, che ha piume e vive Luci, non poggia in ciel, n mira, il chiaro Occhio del sol: tal io vi sembro raro E pur Iddio nullo suo don mi ascrive. Son roco cigno, onde cantar le dive Grazie non oso del vostro idol caro, E poi non va penna d'ingegno a paro Del Bevazzan, che le celebra e scrive. E ben so io che la mia rima spinta A porle in carte, acci chi vi innamora Conosca Apelle suo, che l'ha dipinta. Ma se il mio stil per farvi onor colora Colei che l'alma v'ha di fuoco cinta, Chi m'assicura ch'io non arda ancora? LVII A MESSER GIOVANNI AGNELLO Il signore Benedetto, orator ducale e fratel vostro, mi disse pur ieri come io s tava e quel ch'io faceva, non per altro che per darne aviso a voi, che per amarm i desiderate saperlo. Onde vi dico ch'io sto bene e che la faccio benissimo; e n on solo io, che sono atto a stare dove non si sta e a fare quel che non si fa, m a ogni poltrone starebbe da papa e la farebbe da imperadore vivendo dentro a que sta citt e fuor de le corti. Io non fui mai in paradiso, ch'io sappia; perci non p osso imaginarmi come sien fatte le sue beatitudini. So bene che il morirsi di fa me uno sguazzare il mondo, pur che si stia discosto dal loro inferno. Corte, ah? corte, eh? A me par pi felice un barcaiuolo qui che un camariere ivi. Speranze i n l, favori in qua, grandezze in dietro. Eccoti l in piedi un povero servidore, ec cotelo martorizzato dal freddo o divorato dal caldo: dov' il fuoco da scaldarlo? dove l'acqua da rinfrescarlo? E dove, amalandosi, qual camera, quale stalla o qu ale ospedale lo ricetta? Ecco la pioggia, ecco la neve, ecco il fango, che ti as sassina, mentre cavalchi col padrone o in suo servigio. Dove sono i panni da mut arti? dove un buon viso che te si faccia per ci? Che crudelt la barba venuta inanz i il tempo al servir dei fanciulli, e i peli canuti dei gioveni consumati intorn o a le tavole, a le portiere e ai destri. " To' s questa altra", disse un uomo dotto e buono, che fu cacciato a le forche ess endo infermo, per non aver voluto fare una ruffiania. Corte, eh? corte, ah? Ci f a pi pro il mangiar pane e scambietti che il fume de le vivande nei piatti d'arge nto. N si potria pagare il merito de la voglia che ti cavi d'una noce o d'una cas tagna, o dopo o inanzi pasto. E, s come non passione, che aggiunga a quella del c ortigiano, che stanco e non ha da sedere, che ha fame e non pu mangiare, ch'ha so nno e bisogna che vegghi, cos non consolazione che arrivi a la mia, che siedo qua ndo sono stracco, mangio quando ho fame, e dormo quando ho sonno; e tutte l'ore son l'ore de le mie volont. Che direm noi de la paura, che occupa sempre quegli c he sanno che l'inciampare in un filo di paglia sbaratta qual servit e qual fedelt si sia? Io per me godo dei miei stenti, poi che non sono obligato a cavarmi la berretta ai Duranti n agli Ambrogi. Or pensatelo voi s'io sto bene e faccio meglio. Ma ogn i mio piacere crescerebbe a pesi se Vostra Signoria usasse del continuo cotale s tanza, perch non trovo pratica che pi mi contenti; e quando ragioniamo o ceniamo i nsieme con Tiziano non darei del " reverendissimo" al Collegio, non che a Chieti. E mi parvero i d anni, mentre l'Ec cellenza del vostro principe vi tenne appresso la Maest di Cesare in Ispagna. A m e piacciono i filosofi signorili e pieni di nobili maniere, come ste voi, e qual era l'ottimo Gianiacopo Bardellone, e non simili agli scalzacani, massimamente a vendosi il modo di rafazzonar la persona. Or io mi vi raccomando con riverenza d i minor fratello. Di Venezia, il 26 di novembre 1537. LVIII

A POMPONIO, MONSIGNORINO Lo vostro padre Tiziano m'ha dati i saluti che mi mandate, e mi son garbati poco meno che due galli salvatichi, ch'io donai a me stesso sendomi commesso da lui che in suo nome facessi presentargli a un signore. E perch vediate la liberalit mi a, ve ne restituisco " mille millanta, che tutta la notte canta", disse colui, pregandovi che diate i p i magri al vostro bel fratellino Orazio, poi che s' scordato farmi dire come gli s ta la fantasia circa lo spendere, tosto che possa, questo mondo e l'altro; basta ndo a chi guadagna la robba il risparagno di voi, che per esser prete da credere che non abbiate a uscir da l'ordine di Melchisedecche; pur sanit, ch sar quel ch'i o vi dico, e peggio. Ora egli tempo di ritornare agli studi, perch la villa, seco ndo me, non tiene scola: da poi la citt la pelliccia del verno. S che venite via, ch nel fare coi tredici anni che avete parecchi marende de l'ebraico, del greco e del latino, voglio che facciamo disperare tutti i dottori del mappamondo, come fanno arabbiare tutti i dipintori d'Italia e le belle cose che fa messer pare. N on altro: state caldo e con buono appetito. Di Venezia, il 26 di novembre 1537. LIX A MESSER FRANCESCO ALUNNO Ai prieghi, fratello, coi quali altri move me, agiungo i miei; e, legatigli tutt i insieme, gli mando al conspetto vostro, pregandovi che vogliate far s ch' io ab bia gli essempi d'ogni sorte di lettra che fate; bench mi potreste rispondere che la mia richiesta ricerca la fiera di Ricanati, sapendosi pure che sapete formar e mille migliaia, e la torre di Babele non fu s varia di lingue quante son divers e le maniere dei caratteri composti e ritratti da la diligenzia del vostro pazie nte ingegno, la penna del quale dipigne le cose minute e scolpisce le grandi. E lo imperadore magno in Bologna spese tutto un giorno in contemplare la grandezza de l'arte vostra, maravigliandosi di vedere scritto senza abreviature il Credo e l' In principio ne lo spazio d'un danaio, ridendosi di ser Plinio, che favoleg gia di non so che Iliade d'Omero rinchiusa in un guscio di noce. Stup anche papa Clemente ne lo spiegargli voi i cartoni mirabili, onde Iacopo Salviati, adocchia ndo alcune maiuscole ornate di fogliami, disse: " Padre santo, mirate queste dai pennacchi". Io desidero, sopra ogni altra, quella foggia di lettre tonde e antichette, che p iacque tanto a la Maest cesarea, onor del mondo; e ci ricerco per uno dei tanti si gnori, che mi rompon continuamente la testa con le visite, tal che le mie scale son consumate dal frequentar dei lor piedi, come il pavimento del Campidoglio da le ruote dei carri trionfali. N mi credo che Roma per via di parlare vedesse mai s gran mescolanza di nazioni come quella che mi cpita in casa. A me vengono turch i, giudei, indiani, franciosi, todeschi e spagnuoli. Or pensate ci che fanno i no stri italiani. Del popol minuto non dico nulla, per ci che pi facile di tr voi da l a divozione imperiale che vedermi un attimo solo senza soldati, senza scolari, s enza frati e senza preti intorno. Per la qual cosa mi par esser diventato l'orac olo de la verit, da che ognuno mi viene a contare il torto fattogli dal tal princ ipe e dal cotal prelato, onde io sono il secretario del mondo, e cos mi intitolan o ne le soprascritte. Or io aspetto le mostre, anzi le perle, ch'io vi chieggo con paura di non l'aver e, non perch non siate l'istessa cortesia, ma perch, oltre a la fama de la profess ione in cui ste unico, volete ancora, mentre vi fate onore col molto disegno, la gloria de la poesia, facendo nuove regole de la sua locuzione, non dando punto d i cura al concorso de le generazioni, che vi tempestano la fantasia solo per ved ere l'opere, che vi rubano con gli occhi i volonterosi d'impararle a fare. S che ponete da parte una de le tante vert datevi di sopra, e servite me, che son per s empre servirvi. Di Venezia, il 27 di novembre 1537. LX AL MAGNIFICO MESSER GIROLAMO QUIRINI Non c' altro rimedio a farmi ridire che alcuni servigetti, che m'avete fatti, sie no grandi secondo che mi paruto far cicalare a la bugia, che venirmi a levare co n la barca tosto che il signor magnifico Giangiorgio Trissino, zio vostro, arriv

a; perch non posso patire di vedere me stesso fin ch'io non vado a far riverenza a l'ottimo, nobile e dottissimo gentiluomo. Io, che l'ho veduto onorare non sol da Clemente, ma dai cardinali e da tutta la corte, doveva andare in India, non c he a Vicenza per basciargli la mano. Ma non l'avendo fatto, impiastriamo con la cortesia de la visita, che pur delibero fare, la villania passata. Or la Magnifi cenzia Vostra ha inteso il suo pericolo e il mio desiderio. Di Venezia, il primo di decembre 1537. LXI AL SIGNOR GIANIACOPO LIONARDI Ancora che l'imbasciadore d'un duca d'Urbino, il quale sta sempre desto, non s'i ntenda dei sogni, ve ne apicco uno a le spalle tanto bestiale che saria troppo a Daniello. Ista notte non per superfluit di cibo, n per occupazion di malinconia, ma per colpa de la solita spensieraggine dormendo a la bonissima, ecco a me quel la gentil creatura del sogno. E io a lui: " Che c', ser Girandolone?". " Il monte di Parnaso, il qual vedi l", mi rispose egli. Intanto io me gli trovo ai piedi, e guardandolo in s, parvi un di coloro che considerano le difficult di San Leo; ma una favola la diavolaria del salirci, il fatto sta ne la facilit de lo s cendere. Da le ripe del monte, dove san Francesco ebbe le stigmate, cascano mass e di terra e sassi insieme e arbori diradicati; ma di lass rovinano le cataste de gli uomini, e con s ladra baia che una crudelt e uno spasso de l'altro mondo il ve dergli agrapparsi a quello sterpo e a questo, sudando e cacando il sangue. Alcun o, che la crede la via de l'orto, par colui che, volendo salire per il muro per segnarlo bene in s col carbone, d di matte piattonate con la persona ne lo spazzo; altri giunto al mezzo si ferma senza poter pi; chi fa la gambetta a quel che gli passa inanzi; altri tutto rabbioso morde quel che se gli apressa; alcuno nel ve dersi poco men che in cima se ne vien giuso come un di quegli che, nel porger la mano ai capponi, scorsagli sotto i piedi la corda, piomba gi del legno insaponat o, per la qual burla il popolo introna l'aria coi fischi e con le grida; altri, nel percuoter la testa sotto le natiche del fariseo che gli sta sopra, viene ne la rabbia che movon coloro che amazzano le gatte col capo, e di tutto cagione un a ghirlanda simile al cerchio d'una osteria. I pazzaroni a brache calate ficcano il collo in un lago d'inchiostro pi nero che il fume degli stampatori; e non spa sso che agguagli cotale spettacolo. Chi non sa notare, ci affoga; chi nota, vien via a la riva col pi gaglioffo aspet to che mai vedesse Dante ne la tresca de le animucce ch'egli messe ne la pece de l'inferno. Io ficcava gli occhi per tutti i mostacci, ma le mascare di s fatta t intura non volsero ch'io gli conoscesse; ma gli urli che facevano per s gran disg razia, s: chi piagneva i suoi comenti, chi le sue traduzioni, chi i suoi romanci, e altri gli altri suoi nuovi trovati. Io, che non poteva ritener le risa, dicev a loro: " Voi, che ste dotti, dovavate notando pigliar l'essempio di Cesare, che salv i Come ntari, bench dovereste ringraziar la sorte, che v'ha fatti sotterrar vivi con tal i stuccalettori; ch certo i comentatori e i traducitori son da meno che questi ch e intonicano le mura, ingessano le tavole e macinano i colori a un Giulio Romano o a un altro famoso dipintore". Io cos gli diceva. E mentre guardava i miei panni da cotali imbratti, mi parve che il Franco mio se ne andasse bel bello per la via, ch'io da me stesso avea fatta per la schiena d i tal montagna, non senza piacere e meraviglia degli occhi miei, che lo guardava no in quel sentiero. Parevami anco che Ambrogio, mio creato, me s'appicasse diet ro affrettando il passo; ma eccomi in un albergo fatto a posta per chiappare gli assassini de la poesia. Come io fui dentro, non mi potei tenere di non esclamar e: "" Chi non stato a la taverna, non sa che paradiso si sia", disse il Cappa". E rass ettandomi l'appetito ne lo stomaco, deliberava di alzare il fianco per una volta . In questo ecco a me una Marfisa col celatone in capo, con la corazzina in doss o e con una chiavarina in mano; e il vederla, e il dirmisi: " Sta' forte"; e l'esser trafugato suso in alto, fu tutto uno. Io, che era a mal p artito, dovea consolarmi con dire a me stesso: " Io sogno", sgomentava me medesimo con dirmi: "

Almen sognass'io"; ma non dubitare, fratello, ch ella and per i suoi piedi. Maestr o Apollo, al quale fui condotto inanzi, non so come aveva una de le mie teste in medaglia, e subito che mi di d'occhio aprendo le braccia, m'appic un bascio nel m ezzo de le labbra, tanto dolce che non so chi disse: " Sassata!". Oh, egli il bel fanciullone! oh, egli bello! Certo, se Roma fosse sta ta ivi dormendo, come ci sono stato io, non c'era ordine che ella volesse mai de starsi. E forse che non ghiotta di cotali erbe da buoi tnere e lunghe? Egli ha du e occhioni ridenti, una facciona allegra, una frontona ariosa, un petto largo, l e pi belle gambe, e i pi bei piedi, e le pi belle mani che si vedesser mai; e tutto insieme (per dirlo profumatamente) pare una composizione d'avorio respirante, i n cui la natura ha sparto tutto il rosato de le gote de l'Aurora. In somma questo aguzza lussuria mi fece far motto a le muse, e, postomi a seder fra loro, mi pareva essere a casa mia, con tante cacariuole mi accarezzava una c erta cra di Cronica e un altro viso di Comedia. Ne lo starmi contemplando i cimba li, le cornamuse e gli altri stromenti con che esse trapassano il tempo, ecco il buon Febo, che sciorina su l'aria del Salamone due stanze de la Sirena, il suon o de le uali mi fece piagnere non per la dolcezza di tali rime, ma per le orribi li scelleratezze del marito in sesso degli uomini: la Fama, cicala che sopragiun se ivi, spezz il canto. Ella tosto che mi conobbe entr a giornear dei miei onori, di sorte che le raccomandai l'orecchie de le poverine, che ascoltandola si stava no per rompere, onde la sua ciarlia, che sine fine dicentes, mut verso, e recitan do le lodi di Dio, composte da la divina Pescara, con alcune cose de la dotta Ga mbera, vi so dire che facea gongolare le madonne, tenendosi buone, essendo femin e, che tali fussero cos fatte. Doppo questo, madonna Minerva, che mi grapp dove ho detto di sopra, parendole pur ch'io fusse, un uom da bene, mi prese per mano tutta ardita e tutta savia, con dire: " Meniamolo un poco a solazzo". E cos comparimmo a la stalla del Pegaseo, il quale streghiava Quinto Gruaro, e pre' Biagio gli empiva la rastrelliera. Egli un bel pezzo d'animalaccio, e proprio atto a portare in groppa la recolenda coglioneria di coloro che fan mille pazzie per lasciarne memoria. Frappato ch'io ebbi de la foggia e de le ali de la bestia, bevvi tanta acqua caballina quanto vino avrien bevuto due franciosi scalmanati. Ella del colore e del sapore di quella de le t re Fontane. Tenuto alquanto il becco in molle, capitammo in uno studiuolo pieno di penne, di calamai e di carte; e, senza dimandarne, dissemi la signora armata: " Questo il luogo dove si scriveranno l'istorie de le fatiche che dee fare il tuo duca d'Urbino contra i nimici di Cristo". E io a lei: " non potevano esser per altro conto". Visto lo scrittoio, vidi un giardinetto sec reto pieno di palme e di lauri verdi al possibile; e perch m' indivinai ch'erano serbati a le corone dei suoi trionfi, dissi ne l'aprire ella la bocca: " Io so ci che volete dire". E ancora, nel sentire scarpellar marmi, m'avisai che s i lavoravano per gli archi e per le statue di Francesco Maria e del figliuolo. Or eccomi con esso loro ne la chiesa de l'Eternit, fatta, pareva a me, di componi mento dorico, significando con tal sodezza il suo aver sempre a essere. A punto ne l'entrarvi intoppo due miei fratelli, il Sansovino e Tiziano. L'uno poneva su so la porta di bronzo al tempio, dove erano intagliati i quattromilia fanti e gl i ottocento cavalli, con cui la Sua Eccellenza trascorse l'Italia, quando fece v enire il cancaro a Leone. E dimandatogli io a che fine lasciava ivi un certo spa zio, mi rispose: " Per iscolpirci ci che va cercando Paolo". L'altro locava sopra l'altar grande una tavola, la dipintura de la quale mostra vive vive le vittorie del nostro impera dore. Visto il tutto, mi lascio menare a l'uscio del giardin principale, e ne lo appre ssarmici veggo alcuni giovani: Lorenzo Veniero e Domenico, Girolamo Lioni, Franc esco Badovaro e Federico, che col dito a la bocca mi fr cenno ch'io venga piano: fra i quali era il gentil Francesco Querino. Intanto il fiato dei gigli, de' iac inti e de le rose mi empieno il naso di conforto; onde io, acostandomi agli amic i, veggo sopra un trono di mirti il divin Bembo. Splendeva la faccia sua con luc

e non pi veduta; egli, sedendo in cima col diadema de la gloria in capo, aveva in torno una corona di spirti sacri. V'era il Iovio, il Trifone, il Molza, Nicol Tie polo, Girolamo Querino, l'Alemanno, il Tasso, lo Sperone, il Fortunio, il Guidic ione, il Varchi, Vittor Fausto, il Contarin Pier Francesco, il Trissino, il Cape llo, il Molino, il Fracastoro, il Bevazzano, il Navaier Bernardo, il Dolce, il F austo da Longiano, il Maffio; viddici anco la Signoria Vostra con ogni altra nom inata persona, senza dar punto di cura a le degnit dei seggi, nei quali ciascun s 'era posto a caso. Dico che il coro di cotanti eccelsi ingegni stava attento a l ' Istoria veneziana, le cui parole uscivano da la lingua de l'uom sommo, con que lla gravit che scende la neve dal cielo. Ma, perch fino al respirar dei petti ivi si teneva in guinzaglio, non essendo io uso a star queto, dava una occhiatina ad alcune nuvole lucidissime, che stillavano rugiada di zuccaro su le bocche apert e degli ascoltanti, maravigliandomi de l'attenzion degli uccelli, dei venti, de l'aria e de le fronde, le quali non si movevano punto. Fino agli odori de le vio le spiravano con rispetto, e i fiori non ardivano di piovere nel grembo altrui p er rompergli il gusto de l'orecchie. Dissi meco stesso pian piano: " Valete, et plaudite". Ma ecco a me una cocina odorifera e trionfante, e presso a lei non so che turbe magre, come le facce de le visioni; e nel vedermi esse, mi accorgo che la lor pr osopopea scoppiava de lo star io cos bene in carne. Ma importandomi pi il dare uno sguardo a le vivande che contemplarle, con presunzion fratina saluto il cuoco, che s'ebbe a disperare per ch'io gli ruppi un capitolo de lo Sbernia o di ser Ma uro che si fosse, biscantato da lui al suono del voltante spedone. Il compare ar ostiva una fenice al fuoco de l'incenso e de l'aloe, che l'abrusciano. Certo ch' io non mi feci invitare a torne un boccone. E, nel considerar con giudicio del p alato la soavit, la sustanzia e il sapor suo, simigliava il mio bagattino bevendo il giulebbe, onde la sua dolcezza gli allargava le braccia e lo distendeva l, co me si distende un prete quando il pivo lo gratta. In questo sento Apollo, che mi dice: " Mangia, acci che quelle carogne quivi, le quali han pasciuto tuttavia le mie sore lle di cavoli, d'erbe, d'insalata, abbin pi fame". Io che non gli poteva dir altr o, bont d'una tazza del vin di Dio, ch'io asciugava, lo ringraziai col capo; ma, nel mutar luogo, urto in una prigione calcata di gente, peggio in arnese che i c ortigiani d'oggi; e intendendo che avevano rubato ad ogni ora perle, oro, rubini , ostro, zaffiri, ambre e coralli, dissi: " Costoro son molto mal vestiti, avendo fatto di gran furti". Viddi anco certi alt ri, che nel restituir l'altrui, se n'andavano con le carte bianche, come venner da Fabriano. La conclusione del sonno fu ch'io mi trovai in un mercato, pareva a me, dove gli stornelli, le gazzuole, i corbi e i pappagalli imitavano l'oche de la vigilia d 'Ognisanti. Agli uccelli, ch'io dico, erano pedagoghi alcuni togati, barbati e d isperati, non per altro che per avere a insegnargli a favellar per punti di luna . Oh, che spasso che avereste preso d'una ghiandaia, che specificava " unquanco", " uopo", " scaltro", " snello", " sovente", " quinci e quindi" e " restio"! Avreste smascellato gustando Apollo, che tutto avampato da la colera av eva fatto alzare a cavallo un goffo, che non pot mai far dire a un lusignolo: " Gnaffe"; onde gli ruppe il fondo de la cetera in sul forame, e la Fama i manichi de le trombe. Lo so che intendete la cagion de la loro penitenzia, perci non acc ade a dirvi se non che in capo de le fini mi fu recata inanzi una cesta di coron e per laurearmi, onde dissi loro: " S'io avessi la testa di alifante, non mi bastaria il cuore a portarla". " Come no?", mi dice l'amico. " Questa di ruta ti si dona per gli acuti Dialoghi puttaneschi. Questa d'ortica pe r i pungenti Sonetti preteschi. Questa di mille colori per le piacevoli comedie. Questa di spine per i cristiani libri. Questa di cipresso per l'immortalit data

dai tuoi scritti ai nomi. Questa di oliva per la pace acquistata coi principi. Q uesta di lauro per le stanze militanti e per l'amorose. Questa altra di quercia si dedica a la bestialit di quel tuo animo, ch'ha debellato l'avarizia". E io a l ui: " Ecco che le accetto, e ve le ridono, perch, se domane fussi visto con tante frasc he in capo, sarei canonizzato per pazzo. Il laurear de poeti e lo spronar dei ca valieri han giocata la riputazione a la bassetta; s che datimi pi tosto un previle gio, per vigore del quale io possa vendere o impegnare la vert che m'hanno squint ernata adosso i cieli, perch non solo n'aver qualche ducato, e non pur uscir di bri ga con la fatica, ma non sentir per le librarie rompermi il cervel del nome dai p untigli dei pedanti. Riserbandomi perci tanto ingegno che vi sappia scusare circa il vostro essere stallone di queste dame", voleva dir io. Ma il romore che si l ev, bont di monna Talia, che per farci ridere aveva impaniate de s fatta sorte l'al i de la Fama, che pareva un tordo nel visco, mi dest. Di Venezia, il 6 di decembre 1537. LXII A MESSER PAOLO MANUZIO Gentilezza d'animo romano e vert di figliuolo d'Aldo la lode che il vostro dotto giudicio dona ai miei passatempi, i quali la midolla de l'invenzione fa parer be lli in piazza. Io purtroppo me 'l conosco; ma non saria disaguaglianza fra i sap uti e gli ignoranti, se cotali sciocchezze non comparissero in campo. I ricchi s i riconoscono dai poveri per la differenza che dai broccati agli stracci. N mi ma raviglio s'un par vostro talora scolta le stampite de l' altrui chiacchiere, ch a nco Francesco Milanese, Alberto da Mantova e il mio messer Marco da l'Aquila si trae piacere di sentire ciaramellare il liuto d'un barbiere; e Tiziano gode ment re uno schiccaraforzieri ti pianta l una testa, che per istar ladramente non potr ia star meglio. Or eccomi ai piaceri vostri. Di Venezia, il 9 di decembre 1537. LXIII AL FAUSTO LONGIANO Io ho compreso, fratello, ne la carta che mi mandate, quel che sia giudicio e ci ch'io m'abbia saputo fare ne l'opre ch'io ho fatte. Ma come possibile che il vos tro intelletto, che ricerca s minutamente i luoghi de l'altrui fatiche, sappia e vegga tanto? Io non so quale autore antico o moderno non andasse al cielo per l' alterezza, o ne lo abisso per la vergogna, udendo lodarsi o biasimarsi dagli acc orgimenti del vostro vedere ci che non veggono gli occhi acuti de la scienza. Niu na cosa, al parer mio, di pi stima ne l'uomo del giudicio; e il litterato, che ne privo, pu simigliarsi a uno armario pien di libri, perch egli figliuolo de la nat ura, e padre de l'arte; e non per suo difetto, ma per prosunzion d'altri usa ing annar coloro che pi si fidano di lui, e bene spesso siamo vituperati da le senten zie che dnno a l'opre nostre le sue ostinazioni. Beato colui che consulta i meriti di ci che scrive col parer saputo de l'amico! M a io mi rido dei pedanti, i quali si credano che la dottrina consista ne la ling ua greca e latina, affermando che chi non l'intende non pu sapere aprirci bocca, dando tutta la riputazione a lo " in bus" e " in bas" de la grammatica. Giudicio, dico: ch l'altre cose son buone per vedere gl i ingegni degli altri, onde il tuo si desta e si corregge. Bisogna recarsi ne la considerazione che si rec il maestro che fece Lacoonte, chi vuol sapere ci che si a giudicio. Ecco i due serpenti che, ne l'assalir tre persone, riducono nel suo verisimile la paura, il dolore e la morte: il fanciullo annodato dal busto e da le code teme, il vecchio morso dai denti duolsi, e il bambino punto dal veleno m uore; onde merita pi lode per aver saputo esprimere le passioni di cotal effetti, dando il primo moto al timore, il secondo al patire e il terzo al morire, che d egli spiriti posti con stile ne le membra dei corpi. Quanti volumi vediam noi senza disposizione e senza decoro, e pur son dotti i lo r inventori? In somma, chi non ha giudicio, non ha troppa autorit con la fama; e chi n' capace, partecipa de l'onore di tutte le sue voci. E ci si vede nel gran du ca d'Urbino, che, per aministrare con la discrezione del consiglio tutte le circ unstanzie che se gli appartengono, diventato secretario de l'avertenze de la mil

izia, onde se gli ceda, non altrimenti che si cedono a voi le parti che debbono a qualunque cosa si pensi o scriva, tal che i poemi istessi confessano esser n pi n meno di ci che sentenziano le cure del vostro studio. Perci io, che gli sento ess altar l'opre mie, mi rallegro, quasi uomo che, rivedendo le ricchezze de l'eredi t, le trova di molto maggior numero che non si stimava. Io non mi son tolto dagli andar del Petrarca, n del Boccaccio per ignoranza, ch pu r so ci che essi sono, ma per non perder il tempo, la pacienza e il nome ne la pa zzia del volermi trasformar in loro, non essendo possibile. Pi pro fa il pane asc iutto in casa sua che l'accompagnato con molte vivande a l'altrui tavola. Io me ne vado passo passo per il giardino de le muse, non mai cadendomi parola che sap pia di lezzo vecchino. Io porto il viso de l'ingegno smascarato, e il mio non sa pere un'acca insegna a quegli che sanno la elle e la emme; tal che oggi mai dove rebbe acquetarsi chi non crede che il cielo abbia migliore scola che il dottrina le novellis. Imita qua, imita l, tutto fava, si pu dire a le composizioni dei pi, p er la qual cosa i lettori se ne vanno, come i nimici de l'astinenzie ne l'appica rsigli una vigilia di quelle bestiali a le spalle. " Portatici altro che insalata", gridano color ch'han fame. Che vi par di quei che si credettero trottar per omnia saecula, coi capitoli dei Cardi, degli Orinali e de le Primiere, non si accorgendo che s fatte ciance partoriscono un nome che m uore il d che egli nasce? Altro doppo le Lodi de la mosca compose Luciano; Georgi o Vincenzio, che ridusse l'oriuolo ne l'anello del gran Turco, non dovea far sud ar l'industria ne la nave che va per la tavola e ne la figura che balla per la c amera da se stessa, essendo buone solamente a mover le risa de le donnicciuole. Il caso ridurre, come ho fatto io, in un mezzo foglio la lunghezza de l'istorie e il tedio de l'orazion, come si pu vedere ne le mie lettre. E come anco far in tu tte le cose che si vedranno. Ho speranza di farvi ancor veder le comedie disbrig rate da la spesa de le scene e dal fastidio degli interlocutori: basta un solo a dividere in forma di predica i cinque atti dei suoi ordini. Or io, che poco so, mi offerisco a voi, che molto sapete. Di Venezia, il 17 di decembre 1537. LXIII bis A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Se san Bindo si trasformasse ne la lettra mandatami or ora da Giorgio, la qual p arla del trionfo che fece il duca Alessandro nel venire la Maest del suocero in F iorenza, il d del giudizio non escludarebbe la sua festivit dal mondo. Per ci stamp atela con l'altre, poich il Finis non ha fatto ancor punto. Di Venezia, il 20 di decembre 1537. LXIV AL MAGNIFICO MESSER POLO CICOGNA Io, ottimo sozio, rinego la pretaria non mi potendo ritrovar doman da sera a cen ar con la caterva di cotante persone magnifiche: non coro di semidei che aguagli quel che fanno con la loro presenzia cotesti cavalieri. Chi vede cos fatta compa gnia, scorge quanto di reale e d'illustre si pu desiderare negli animi e negli sp irti degli onorati gentiluomini. Forse che si trapassa fra loro motto o arguzia indarno? Non comedia, che nel conspetto de le piacevolezze di tali non rimanesse goffa. Gli scolari e i cortigiani, che sono i maestri de le astuzie, non aprire bbero bocca, n alzarieno occhio essendo dove sono essi: n pu essere che pur gli toc casse il grillo, che non facessero diventare Aristotele un pre' Biagio. Or pensi si in che modo conciarebbero quel bolognese, che volendo che si disegnassero in un foglio di carta i Magi e mille fra dromedari e camelli, aggiugnendo sopra i c ariaggi scimie, pappagalli e cervieri, con tanta gente a cavallo e a piedi che b astassero per la corte di tre re, ne l'udir rispondersi dal dipintore che a fare ci non bastarebbe la sala del Gran Consiglio, disse: " Se la stella non capisse sopra la capanna, lasciatela stare", come ella occupass e ogni cosa. Insomma voi vi date un bel tempo coi miei magnanimi signori. Io som iglio il vostro vivere a la " cos vada" a un figliuolo che ha il padre s amorevole di lui che sogna la notte per contentarlo il d. Dicono quegli, che d conto a se stessi di s, per parer saccenti: " Egli pur bene il considerare al fine". O Cristo, forse favola che un povero sacc

ardello abbia a pensare ai crudeli assassinamenti del non aver mai un bagattino? De la morte non favello, perch in quanto al mondo un can traditore chi ci volge la fantasia. Or fate la mia scusa con le Lor Magnificenzie; e, caso che non la v oglion sentire, eccomi a desinare, se non basta a cena. Di Venezia, il 20 di decembre 1537. LXV AL MAGNIFICO MESSER VITTORIO SORANZO Il ragionare, che fece iersera la generosit vostra de la guerra, nel campo de la quale ste stato non men capitano che proveditore, m'ha fatto ritrovare il sonetto sopra il formar de la testa del tanto vostro quanto mio signor Giovanni dei Med ici, scordatosi a la stampa mentre il dovevano stampare con l'epitafio indirizza to al capitan Lucantonio. Onde lo scrivo sotto al nome di Vostra Magnificenza, a la cui bont mi raccomando. Di Venezia, il 20 di decembre 1537 Questo l'altiero e sopra umano essempio Del gran Giovanni dei Medici invitto, Del quale il corpo a le vittorie ascritto Brama ogni tomba, ogni sacrato tempio. Piange l'istoria il suo immaturo scempio, Mentre ogni penna il duro caso ha scritto. E l'Arno di Fiorenza e 'l Nil d'Egitto Erede di sua fama senza essempio. I cieli a gara volson tutti quanti L'ardito e magno spirto, ch'or si serra Dov' 'l gran Dio dei di, santo dei santi. S ch'ognun miri il vittor d'ogni guerra, Che par che dica a Marte nei sembianti: Guarda tu il ciel, ch'io guardar la terra. LXVI AL VALDAURA Certamente, fratello, se il mio animo, il quale con voi quasi sempre, non mi vi ramentava, io era a peggior partito che non sono i vizii colti in uggia da l'odi o, che in eterno gli portar quella libert di natura concessami da le stelle. Perch sendo io tenuto di molto obligo con una schiera di mezzi iddii, non sapeva a chi mi intitolare la istoria che io vi intitolo. S'io la dedicava al re di Francia, ingiuriava quel dei romani. Offerendola al gran genero di Cesare, mi mostrava i ngrato a la somma bont di Ferrara. Volgendola a Mantova, ch'averia detto l'ottima Eccellenza del marchese del Vasto? Nel porgerla al buon principe di Salerno, di spiaceva al fedele conte Massimiano Stampa. Se io la indirizzava a don Lope Sori a, con qual fronte mi rivolgea io d'intorno al conte Guido Rangone e al signor L uigi Gonzaga, suo cognato, le cui qualit onorano tanto l'armi e le lettere quanto l'armi e le lettere onoran loro? Se io la presentava a Loreno, chi mi assicurav a de la grazia di Trento? Che sodisfazione dava io a Claudio Rangone, lampa di g loria, colocandola nel signor Livio Liviano o nel generoso cavalier da Legge? Co me trattava io l'ottimo signor Diomede Caraffa e il mio signor Gian Battista Cas taldo, a la gentilezza del quale tanto debbo, caso ch'io n'avesse ornato qualcun altro? Ma l'aparirmi voi ne la mente stato cagione ch'io vi porgo i presenti Ragionamen ti. Ben lo meritano le condizioni, le quali vi fanno risplendere, come ne le lor o risplendono i miei benefattori, e se io vi teneva in fantasia, quando consacra i i tre giorni dei Capricci al bagattino, per aver egli la qualit dei gran maestr i, ch'io odio per grazia de la loro avarizia, uscivano forse in campo a nome vos tro, solo per avere voi di quelle parti, le quali hanno i grandi uomini, ch'io p er lor vert adoro. E vergogninsi i monarchi terreni! Non parlo del saggio e valor oso duca Francesco Maria, ai meriti del quale mi inchino mattina e sera, ma di q uegli che lasciano le lodi, che se gli solevano dare, e i libri che si imprimeva no a nome loro, non pure a privati gentiluomini, ma a le scimie ancora; e merita di sedere a la destra de le croniche del Iovio l'atto del Molza e del Tolomeo, i quali fecero recitare una lor comedia a tutti gli staffieri e a tutti i famigl i di stalla di Medici (magnanima memoria), facendo star di fuora tutte le gran g

entaglie. E, per dirvi, Omero, nel formare Ulisse, non lo imbellett con la variet de le scie nze, ma lo fece conoscitore dei costumi de le genti. E per ci io mi sforzo di rit rarre le nature altrui con la vivacit con che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto, e perch i buoni pittori apprezzano molto un bel groppo di figure abo zzate, lascio stampare le mie cose cos fatte, n mi curo punto di miniar parole, pe rch la fatica sta nel disegno, e se ben i colori son belli da per s, non fanno che i cartocci loro non sieno cartocci, e tutto ciancia, eccetto il far presto e de l suo. Eccovi l tante opre, le quali ho partorite con l'ingegno prima che ne sia stata gravida la mente. E, perch si fornisca di vedere ci che sa far la dote che s i ha ne le fasce, tosto udiransi i furori de l'armi e le passioni d'Amore, ch'io doveria lasciar di cantare per descrivere i gesti di quel Carlo augusto, che in nalza pi gli uomini a consentire che se gli dica uomo, che non abassa gli di a non sopportare che se gli dica iddio; e quando io non fosse degno di onor veruno, m erc de l'invenzioni, con le quali do i suoi spirti a lo stile, merito pur qualche poco di gloria per avere spinto la verit ne le camere e ne l'orecchie dei potent i a onta de l'adulazione e de la menzogna, e per non difraudare il mio grado usa r le parole cadute da la sacra bocca del magno Antonio de Leva: " L'Aretino pi necessario a la vita umana che le predicazioni, perch esse pongono in su le dritte strade le persone semplici, e i suoi scritti le signorili". E il m io non vanto, ma un modo di procedere per sostener se medesimo osservato d'Enea dove non era conosciuto. E, per concluderla, accetate il dono, ch'io vi faccio c on quel cuore che io ve l'appresento; e in premio di ci fate riverenza a don Pedr o di Toledo, marchese di Villa Franca e vecer di Napoli, in mio nome. LXVII A LA SACRA IMPERATRICE AUGUSTA Tiziano, nobile Isabella, (amato dal mondo per la vita che dona lo stil suo a l' imagini de le genti; e odiato da la natura, perch egli fa vergognare i sensi vivi con gli spirti artificiosi) infiammato dal desiderio di mostrare per vert de le sue mani Cesare istesso a Cesare proprio, fece s con il gran favore de l'essempio , in cui rispira il dipinto duca di Mantova, che nel vederlo l'altissimo Carlo c onsent che rassemplasse la fatale effigie sua; ch ben sapeva i miracoli che dovea fare la union dei colori da lui distesi ne l'imperial subietto. Onde io, bramoso che il nome vostro diventi simulacro de le carte mie, mosso dal giudizio del sa ggio pittore, tento, nel porgerle gli onori de la casta Sirena, che una de l'inf inite grazie, che sostengono voi, graziosa, si rivolga al fervore de la mia cald a intenzione. Tal che gli inchiostri e le penne da me apparecchiate per fare sta tua del candido nome de la Vostra inclita Maestade, si assicurino a cominciare d i intagliarla. E ho voluto che le lode de la terrena Angela si formino dal canto d'un pastore, perch le vostre sieno sculpite da la bocca d'un dio. Ed ben degno che divina lingua esprima i divini meriti de la beata moglie del cristiano imper adore, la suprema gentilezza de la quale levi alquanto gli orchi dai carri, da l 'armi, dai trionfi, da le palme, dai trofei e da le corone, che Iddio, vert e for tuna le fa spignere innanzi da le magne opre del grandissimo marito suo; e degni si di guardare le cose, ch'io spirato da quelle potenti stelle, che la fecer tal e, ho cantate di colei veramente degna di maggior tromba. Ch anco la reina degli arcangeli porge le pure orecchie a le voci che laudano l'ancille sue. E certo se i cieli promettessero che chi la mira scoprisse le qualit che essi hanno a me so lo scoperte, chi dubita che non le fossero sacrati, doppo voi, degli altari e de i sacrifici, come ha sacri il mondo al divo Cesare, fisso termine di religione. LXVIII A MESSER BATTISTA ZATTI DA BRESCIA, CITTADIN ROMANO Da poi ch'io ottenni da papa Clemente la libert di Marc'Antonio bolognese, il qua le era in pregione per avere intagliato in rame i Sedici modi eccetera, mi venne volont di veder le figure, cagione che le querele Gibertine esclamavano che il b uon vertuoso si crocifiggesse, e vistele, fui tocco da lo spirito che mosse Giul io Romano a disegnarle. E perch i poeti e gli scultori antichi e moderni sogliono scrivere e scolpire alcuna volta per trastullo de l'ingegno cose lascive, come nel palazzo Chisio fa fede il Satiro di marmo che tenta di violare un fanciullo, ci sciorinai sopra i Sonetti che ci si veggano ai piedi, la cui lusuriosa memor

ia vi intitolo con pace degli ipocriti; disperandomi del giudicio ladro e de la consuetudine porca che proibisce agli occhi quel che pi gli diletta. Che male il vedere montare un uom a dosso a una donna? Adunque le bestie debbono essere pi libere di noi? A me parebbe che il cotale, datoci da la natura per con servazion di se stessa, si dovesse portare al collo, come pendente, e ne la bere tta per medaglia; per ci che egli la vena, che scaturisce i fiumi de le genti, e l'ambrosia, che beve il mondo nei d solenni. Egli ha fatto voi, che ste dei primi chirurgici che vivano. Ha prodotti i Bembi, i Molzi, i Fortunii, i Varchi, gli U golin Martelli, i Lorenzi Lenzi, i Dolci, i fra' Bastiani, i Sansovini, i Tizian i, i Michelagnoli; doppo loro i papi, gli imperatori e i re, ha generati i bei p utti, le bellissime donne con santa santorum. Onde se gli doverebbe ordinar feri e e sacrar vigilie e feste, e non rinchiuderlo in un poco di panno o di seta. Le mani starieno bene ascose: perch esse giuocano i danari, giurano il falso, pre stano a usura, fanno le fica, stracciano, tirano, dnno de le pugna, feriscono e a mazzano. Che vi par de la bocca, che bestemia, sputa nel viso, divora, imbriaca e rece? Insomma i legisti si potrebbero fare onore ne l'aggiugnere una chiosa pe r suo conto ai libracci loro; e credo che lo faranno. Intanto considerate s'io h o ritratto al naturale coi versi l'attitudini dei giostranti. E scrivendo al nos tro Frosino salutatelo a mio nome. LXIX A MESSER NICOL BUONLEO La gran coppa d'ariento s ben dorata che non si conosce dei due metalli di quale ella si sia, che, per segno che la mia servit gli accetta, mi dona il signor vost ro, ha rallegrata la fede ch'io tengo ne la sua cortesia e confermato l'animo ch 'io ho di sempre osservarlo; e quel che pi mi consola una gara vinta contra alcun i, che non volevano che la virt n la bont dovesse sperare ne la generosit e ne la li beralit di Sua Eccellenza veramente cortese, perch ella non gitta drieto a la vilt del vizio, ma porge dove il bisogno de la virt. Dice messer Tiziano a cotal propo sito che, poi che egli ritrasse principi, non ebbe mai pi real premio di quello c he gli diede egli de la imagine del padre. Ma qual lode pu darsigli maggiore ch'u dir vantarsi de le sue mercedi ai pari nostri? Certo ch'io non mandava a posta, se la indegnazion presa con l'abbaiare altrui non mi dava di sprone, e ne son su perbo per gloria del duca di Ferrara, tacito benefattor di chi merita, e per gra do di me, che ho stupito nel vedermi presentare dal venerando messer Gian Iacopo Tebaldo suo imbasciatore non un vaso di pregio, ma una de le memorie de le anti chit de le credenze estensi, onde son sicuro che la mia devozione gli cara, come anco a lui sar del continuo pronta la gratitudine dei miei inchiostri. Ora io, ch e mi risolvei de la amorevole vostra gentilezza, tosto che vi udi' parlare e che vi guardai nel viso, dir circa le notabili accoglienze fatte al mio creato, che ste l'onore de la generosit di cotesta nobile patria. Di Vinezia, il 6 di genaio 1538. LXX AL GRAN MICHELAGNOLO BUONARUOTI Per non aver io un vaso di smeraldo simile a quello nel quale Alessandro Magno r ipose l'opere d'Omero, nel darmi messer Iacopo Nardi, uomo venerabile e per l'et e per la scienza, la vostra dignissima lettra, sospirai il suo merito s grande e il mio potere s piccolo. E non avendo luogo pi nobile, letta ch'io l'ebbi con rive renza, la locai con cerimonia dentro il privilegio sacro, dedicatomi a la memori a de l'alta bont di Carlo imperadore, il qual tengo ne l'una de le coppe d'oro, c he la cortesia del sempiterno Antonio da Leva gi mi don. Ma perch peccato l'avere s peso cos caro e laudabil tempo in rispondermi, dico che mi era pur troppo favore l'esservi inclinato ad accettar la mia, scrittavi non per avertirvi ne la pittur a del Giudizio, ma per risolvervi come non si pu imaginar cosa che non sia minor del vostro operare. Certamente voi ste persona divina, e perci chi ragiona di voi favelline con un dir sopraumano, se non vl far fede de la sua ignoranza o mentir nel parlarne a la domestica. Ora io ricevo per un singular presente la licenzia, che mi date de lo scrivere parte di quel che sapete, nel modo ch'io so; e perch ne vediate il principio eccovi il volume, in cui, per onorarmi con la gloria del vostro nome, mi sono in molti propositi di lui valuto. Ma non debbe la divozion mia ritrare dal principe de la scultura e de la pittura un pezzo di quei carton

i, che solete donare fino al fuoco, accioch io in vita me lo goda e in morte lo p orti con esso meco nel sepolcro? Io so che la superbia di tal prego non disdegne r la eccellenza de l'amico pregato, e perch di gentil sangue, e per non far bugiar de l'offerte che di s e d'ogni sua cosa m'ha fatte. Di Venezia, il 20 di genaio 1538. LXXI AL SIGNOR MARCHESE DEL GUASTO Mentre ch'io me vi scuso del troppo avere indugiato a ringraziarvi del dono dei cento scudi e de la cortesia de le lettre, ecco, signore, che vi mando il princi pio d' Angelica a voi intitolata, come anco a voi intitolai quello di Marfisa. E del mio cominciarvi ogni d una opra, non ve ne fornendo mai veruna, datene la co lpa ai vostri gradi; i quali con il moto dei loro continui salti mi confondono s che, volendovi celebrare, rimango nel modo che resta il pittore quando la instab ilit del prencipe, che egli vorria pur ritrare, non gli lascia trre il contorno de gli occhi, n il profilo del naso. Ecco Cesare, che parendogli poco l'aver commess o su le spalle del vostro saputo valore il peso di tutto il suo essercito, ci ag iugne il governo di quel Milano, che buon per chi il desidera se fusse men bello o pi lontano, bench sempre guardaste e governaste cotal Stato. Ma ella pur grande la felicit del marchese, poi che la fortuna, accumulando i suoi beni con la dote concessagli da la natura, stupida ne la divinit de la sua persona, ne la giovent dei suoi anni e nei miracoli de le sue vert vuol che la pompa l'adorni, che la de gnit l'onori e che il pregio l'essalti. E acci nulla manchi, il cielo, da cui ha f avore, consente che il mondo gli sia paradiso, i figliuoli angeli e la mogliere beatitudine. E perch non debbo io dir cos, e cos creder altri, se cos ? Di Venezia, il 10 d'aprile 1538. LXXII A MESSER DOMENICO DEI CONTI Qualunque altra cagione vi avesse, o caro figliuolo, mosso a scrivere quello che per voi mi si scrive, mi saria suta oltramodo gratissima; ma il parer ch'io abb ia dato orechie a la bugia per cosa che, come non , non potrebbe mai essere, me n e fa rincrescere. E, per dirvi, il medesimo Gian Iacopo, intagliator di gemme, c he mi diede l'aviso del presente, mi ha avisato anco del contrario. E ci, che pri ma dissi al Ricco, feci per certificarmi se il libro, che mi promesse portarvi l 'amico, vi era pervenuto ne le mani; e non me ne maraviglio, perch la gentilezza de la maggior parte dei mercanti la villania, e appresso di loro non di merito s e non il furto, che essi battezzono " guadagno". Come si sia, io per via di don Lope di Soria ne ho a la vostra reina mandato un altro, e ne sto aspettando l'esito. Intanto sono a Vostra Signoria qu el che sempre le fui. Di Venezia, il 5 di giugno 1538. LXXIII A LA SIGNORA GIOVANNA BELTRAMA Imperoch, nel tacere l'atto de la vostra, diciamo, caritade insolita, da che ella si usa s di rado, si verrebbe a trre il frutto di cos santo essempio di bocca al p rossimo, mi pare ufficio tanto pio quanto dovuto il bandire con publica lingua c ome a voi, sola madonna tra tanta turba di gentiluomini, accadde di offerirsi a pagare il numero di trecento ducati a tanti per anno, acci il Caurlino, caduto da l sommo grado de la felicit ne la profonda miseria de la prigione, uscisse di don de, la Iddio grazia, pur uscito, n vi crediate, se bene la merc di voi non bisogna ta, che una tanta limosina non sia suta grata a Cristo. Avenga che la bontade su a non ha meno accetto il cuor che la delibera, che la mano che la porge. Ma comp arischino le gran donne per le case, per le vie e per le chiese risplendenti di cos fatti ornamenti, se vogliono esser pi tosto vagheggiate dagli angeli del cielo che da le persone del mondo. Cotali cose si ponno chiamare gioie di pregio ines timabile, imperoch l'anima e non il corpo se ne fa bella. E per attendete, catolic a giovane, a fregiarvi di simili pompe, se volete prosperare ne la grazia che Ge s sparge sopra di quegli che si dilettano di essercitarsi ne le opere de le sue m isericordie. Di Venezia, il 20 di giugno 1538. LXXIV

A MESSER BATTISTINO DA PARMA Il libricciuolo che per la mia figlia mi mandaste s bello e s ben legato che ne sa ria onorevole una reina; ella non l'ebbe s tosto in mano che si pose a vagheggiar lo godendone fuor di modo. Ma lo spasso stato nel suo ritornare spesso indietro, credendo aver vlte due carte a un tratto, sforzandosi di far nascere le dipintur e in tutte le facce dei fogli. Ora io vi ringrazio del dono assai, consigliandov i che ne presentiate qualcuno ne la corte di Roma, perch tanto facile la lor lett ra che l'intenderebbono fino ai cardinali. Cos i prelati si avvezzeranno a dire q ualche volta l'ufficio piccolo, da che non dicono mai straccio del grande. Di Venezia, il 22 di giugno 1538. LXXV AL VESCOVO DI NOCERA Ancora che l'et nostra, monsignor reverendo, sia per se stessa stupenda, parrebbe di verun pregio se il magnanimo de la penna vostra non desse il corpo ai suoi g esti e l'anima al suo nome. Solo l'ingegno illustre del sacro Paolo atto a tener vivi i sensi degli spiriti ne le sue membra. Solo egli sa esprimere gli eventi dei suoi casi, egli solo comprende in che modo ne le pugne la sorte drizza il fe rro e i colpi, e la virt regge il core e l'animo. Chi legge quel che scrivete, ve de il maturo dei consigli, il sollecito de lo essequire, il fugace de l'occasion e, il diligente del provedere e il repentino degli assalti. Vede la modestia de la ragione, l'autorit degli esempi e la sicurt de l'esperienza. Legga pur s fatti a nnali chi vl vedere deliberare a la necessit, risolvere al dubbio e consultare a l 'occorrenza con quei tratti, con che Michelagnolo divino tondeggia le linee e di stende i colori. Scolpite voi il grave, il terribile e il venerabile ne le figur e de l' Istoria vostra; onde se li potr ben dire testimonio dei tempi, luce de la verit, vita de la memoria, maestra de la vita e nunzia de l'antiquitade; e tanto pi, quanto avete veduto pi voi che altro scrittore inteso. Lo intrepido del gran Iovio ha sofferto il terrore de l'armi, il furore degli es serciti, il tremendo de l'artiglierie, il crudele de le pugne e il miserabile de i conflitti; n mai guerre, n mai tregue, n mai paci vi ritennero pensiero n secreto. E la familiarit propria non sapria desiderare altra dimestichezza di quella che vi gratifica con la beatitudine dei pontefici, con l'altezza degli imperadori e con la maest dei re; n la milizia intende pi oltre di quanto i suoi duci vi hanno c ol vero referito e coi fatti mostrato. Felici adunque coloro che, imitando il so mmo Alfonso d'Avolos, meritano stanza gradita nel teatro eterno di s vivente cron ica. L'onore de la quale si puote invidiare, come la gloria di quegli che ella, merc di lor medesimi, pi essalta, perch i d d'oggi hanno visto cose s strane e s incre dibili che bisogna a la fama, che allarga i termini di ci che sente con quel che agiugne, scemare grado a l'essere, e non crescere degnit a la finzione. Infine il nostro presente si dee chiamare scorno del passato d'altri, e miracolo del futu ro altrui, suggellando i suoi accidenti con la pratica di Paolo terzo, di Carlo quinto e di Francesco primo, la cui mente non risolvendo la causa di Cristo, che essi trattano, dirassi che era pi degno perseverare ne l'odio con i soliti effet ti che fingere di mancarne con insolita dimostrazione. Ma tolga Iddio dai petti de le due Maest l'ostinazione, che nega il dare e conferma il volere; perci che me n biasimo il levarsi in tutto da la religione che perversamente osservarla, cert o che da cotale discordia nasce che ella meno temuta dagli infedeli e meno river ita da noi. Di Venezia, il 23 di giugno 1538. LXXVI A MESSER SIMONE BIANCO A me, che non cambiarei il fatto mio con un mezzo duca, venuto mille volte fanta sia d'esser voi, non tanto per conoscervi da ben persona, buono scultore e ottim o amico, quanto perch sapete stare al mondo senza starci, e, standoci e non ci st ando, farvi beffe di chi ci sta meglio e di chi ci sta peggio, e vivendo a la ca rlona fuggite la compagnia in casa, e cercatela fuori, onde ste romito secreto e uomo publico. Ma qual felicit, qual beatitudine, qual gloria aggiunge a quella di colui che sa, che pu e che vuol imitarvi? Oim, consumar la vita, gittar i danari e perder l'anima a petizione de l'asinaria dei servidori! Che soavit di mondo que lla di coloro che si riducono ne l'onest de la natura, osservando la modestia dei

suoi ordini con le tempre de la sobriet, e senza alterare i privilegi de la mans uetudine con la vanit de la superbia si contentano che lo stesso attenda a se med esimo, non patendo che gli animali gli usurpino cotale onore. Ecco, voi tornate la sera al ricovro apunto capace a lo stato che vi avete saput o eleggere per schifare i rimbrontoli de le mogli, le quali usano il corruccio n on meno al tornar tosto che al venir tardi; e se i carboni coperti da la cenere non sono spenti, il quarto d'un solfanello vi appiccia il lume; se sono amorzati , date una voce a la vicina, ed ella vi porge da la finestra uno stizzetto con m ano o un pocolin di bragia su la paletta, tal che voi mettendo a sbaraglio una f ascina parete uno abate sbracato al calor d'un focarone, e spiccando un canzonci no vi lasciate venir fame, e tosto che ella comparita, recatovi con le rene vers o il focolare, date ne la insalata, che vi condiste, e ne la salsiccia, che vi a rostite, con appetito da pescatore, bevendo al boccale senza temer che la fante puttana o il famiglio assassino vi faccino dietro i visacci. Poi rivoltatovi al fuoco mirate l'ombra vostra, la quale sedendo se sedete, rizzandosi se vi rizzat e, corteggia Vostra Signoria; mentre Quella o favoleggia con la gatta o manda gi il pasto con le leggende degli altrui farnetichi. E, se il sonno vi assalta, det tovi il buon pro e datovi la buona notte da voi medesimo, vi cacciate nel letto, a malo stento rifatto due volte il mese da voi proprio, e nel fornir de l' Avem aria e del Pater nostro e del farvi il segno de la croce (ch altri salmi non vi b isognano, perch chi senza famiglia senza peccati) conficcate in modo il capo sul piumaccio che i tuoni farieno pi che miracoli a destarvi. La mattina vi levate e dilettandovi ne l'arte vostra dilettevole spettate che du e bragiole o una frittatina o la carbonata vi chiamino suso, e levatovi il bever atoio, e scossa la tovaglietta, e ripostola ne la tavola sempre apparecchiata e sempre guardata da la mezzaruola di vino, che a lo incontro di lei fa continuo l 'amor seco, mangiate per vivere, e non vivete per mangiare. Ve ne andate poi a s passo al tempo che vi pare, fornendovi dei vostri soldi di alcune coradelle, d' alcune testiciuole troppo ben conosciute dai guazetti. Comprate una deratella di pesce, qualche uovo pur alora portati dai villani, onorando la Pasqua e la sole nnit de le feste col suo capponcello e con le sue gallinelle, non mancando de la sua oca a l'Ognissanti; non ritornando mai a l'albergo senza il ravano in mano e la mescolanza nel fazzoletto, e va' cantando. La state poi ve ne venite via con le vostre susine, con dieci fichi, due schiant oli di moscatello, un grappolo d'uva, e, arischiatovi a comprare un poponcino di fiore grande, di picciuol grosso e di peso greve, giungete a casa con esso, e b rillando l'acqua fresca sul desco, ponete dentro la secchia la caraffa piena, e, dato quasi in un tempo del naso e del coltello nel mellone sopradetto truovando lo sugoso e di zuccaro, avete un piacer da papa, e, mangiatone due fette, tracan nate un colpo con un sapore che vi si fissa ne l'ossa, e, disgraziandone le cort i, fornite di manicare o con carne secca o con cascio, tenendo pazzia quella di chi vive altrimenti: peroch cosa poltrona il far la gola paradiso dei cibi, e il corpo valigia de le vivande. Certo che mi vien voglia di dormire pensando al vostro apogiarvi a la seggiola, o col capo in seno sonacchiando a la spensierata la povert d'un terzo d'ora; poi, levatovi suso, fate un groppo dei panni sudici, porgendogli a colei che vi acce nde la lucerna e d del fuoco, non bestemmiando e non fulminando de le legne e del sapone che si lograno nel fare e nel lavare del bucato: un grosetto va e viene, e perci si pu dare a la lavandaia. Mi si potria dire nel celebrar io il solitario de la vostra vita: " Lo amalarsi con gli altri accidenti, dove si lasciano?". A la bont di Dio, a la v olont di Cristo; perci che la sua misericordia non abandona niuno: la sua grazia v i mantiene la sanit, mentre vi affaticate intorno a un bel marmo, trasformandolo in teste simile a quelle, che i Cinami mandarono al re di Francia. E, caso che la lusuria faccia de le sue, raffrenatela con lo scarpello e con la mazza, e se ella pur vi tenta, se ella pur vi scappa, ricordativi non come " chi ha mani ha dive", ma che " dove un marcello il chiasso". E anco giova al grillo dei suoi ghiribizzi il dar due giravoltine da Rialto a San Marco, beccando s le nuove de la tregua fatta a N izza e del concilio disfatto a Vicenza.

Or veniamo da tante consolazioni vostre a una de le desperazioni mie; perch non s ommarebbe la loro infinit la tariffa del Manente. Io non parlo de l'essere crocif isso ne la fama, n truffato nei conti, n rubato ne la spesa, n svaligiato ne le cas se, che son bubbole; ma de la crudelt con la quale mi ha assassinato Ambrogio. Ma fusse ella fornita qui! Io tengo per fermo che a far ci non lo possa aver mosso altro che la superbia, la quale proprio di coloro che, fatti arroganti da qualch e poco d'ingegno, si stimano pi degni di comandare che di ubbidire. vero che mi p are esser vendicato di lui con il supplizio d'una moglie, ch'io gli ho fatto trre , dolendomi che non posso apiccargliene un'altra a le spalle, onde egli tutto d t rottasse dal purgatorio a l'inferno, e da l'inferno al purgatorio. E, per tornar e ai servitori, sapea ben ci che diceva un vescovo, che era il zaffo dei preti; e gli, stando in caso di morte, disse al frate, che lo tormentava con i ricordi de l'anima: " Io non istimo il satanasso un bagaro, se in casa sua non si tien garzoni". Giann ozzo Pandolfini fece voto d'ammazzarsi, s'egli scampava d'una sua malattia, solo per non aver mai pi a tener famigli, avendone uno, che, oltra agli altri strazii , rompeva d e notte il capo de la sua febbre col suon d'una ribeca. S che beato vo i, da che ne le opportunit necessarie usate in servigi e gli uffici di servitore e da padrone! Di Venezia, il 25 di giugno 1538. LXXVII A MESSER MICHELAGNOLO BIONDO Perch gli sciloppi de lo eccellentissimo Dionigi Capucci possono assai giovare e poco nocere, la Caterina si arischiiata di pigliarne, e dove mancasse la virt sup plir la fede, la quale aviamo in loro e in lui, s perch essi sono lodati, s perch egl i ci ama; bench sarebbe un bel vivere, se i corpi umani fossero assenti dai mali, o se pur sottoposti, almeno i segreti de la gran medicina, tesoro dei filosofi e gloria de la filosofia, si lasciassero intendere dal recipe secondo la necessi t de le vite. Ma s come non si sa se dei suoi miracoli fu inventore Adamo, Esculap io, Ermogene, Rofo, Donastie, Vacileo ebreo, Diori e Doransi, cos non si doveria sapere amalare. Essi dimandarono, cercarono e disputarono de le cose sopraumane, rompendosi il capo circa lo intendere la cagione del pieno e del vto, del finito e de lo infinito; e con tanti lor fernetichi non sepper mai fare che non ci dol esse il corpo. Sere Enoch, per aver sognato non so che vasello di confezione, si attribu il conoscimento de la scienza occulta e celeste. Io credo certo che le c ose disotto rispondino a quelle disopra, e che quelle disopra comunichino con qu elle disotto, nientedimeno l'autore de le maraviglie Iddio solo, e da la cui pot enza discendono i mirabili effetti de le operazioni. Perci, quando la infermit ci strascina nel letto, mandisi per il confessore, e purghisi lo stomaco e il ventr e de l'anima da le superfluit dei peccati. Poi si mostri l'orina a le Signorie Vo stre, facendo le fiche a le bevande aromatiche, la bestialit de le quali calcula i ghiribizzi de la luna e del sole, volendo sapere se sono in segno flematico o in colerico o in maninconico. Intanto i poverini tirano le calze, e scuotono le borse. Ecco, la natura, maestra de' maestri, ha voluto mostrare a l'arte la pazzia de l e ricette, tenendo in gangari con le virt de la sua vert un Marco Schiavone, la cu i et (con augurio de la mia) varca i centoventinove anni. Egli nel volto di color e di cherubino; e cos decrepito sostenta s e altri con il guadagno che trae dal fa re i mastelli. Io lo tengo spesso a tavola meco, e spesso lo intertengo con la l imosina, reverendolo come testimonio de la vita e come reliquia del tempo. Ora, che dite voi dei corpi composti, de la contrariet dei quattro elementi, e di altrettanti contrari umori, i quali hanno sempre bisogno di cibarsi? Pu essere c he il buon uomo abbia usato il poco e il troppo nel cibo e nel digiuno, ne la ca stit e nel coito, nel sonno e ne la vigilia, ne la fatica e nel riposo? Puossi cr edere che un tale mangi di continuo vivande convenienti agli anni e a la comples sione, guardandosi da ci che genera corruzion e pienezza, con il lambiccare i pas ti grossi al caldo e i sottili a l'umido? Io non so se, destandosi, si stiracchi ato per crescere la forza, n pettinatosi la zazzara a lo indietro per esalare i v apori che la testa tira dagli stomacuzzi d'ermisino, dando cura di non manicare prima quel che si dee manicare doppo, onde la digestione si disecca o mollifica.

Crediamo noi che costui per vivere un secolo intero e pi d'un quarto de l'altro sia tuttavia notrito di vini nati tra il piano e il monte? di polli castrati e d i pesci d'acqua salsa corrente, odorando la arabia e vestendo drappi serici, dil ettando gli spiriti con l'armonie, empiendosi ogni ora il cuore di letizia e l'a nimo di gloria, compiacendosi negli amori e ne le felicit dei desiderii? certo ch e egli ha smascellato nel suono d'una pavana e andato in estasis ne lo scampanar e d'una festicciuola, venuta in campo per fargli tracannare due bicchieri di mal vaga, con le sue scarpe nove in piedi e con la sua camisa bianca indosso: a la ba rba degli illustrissimi principi, la potenza dei quali non ha forza non solo di fargli annoverare i giorni debiti, ma, in quel pur troppo che ci vivono, levargl i una gemma d'un dito, non che i guidereschi di tutta la persona. Le podagre e i l mal francioso, che gli riducono nei gesti di Lacoonte, hanno piacere che essi non mangino, non dormino e non lussuriano, che pro gli faccia! Intanto voi medic i cicalate per quare e per quia, che gli abbracciamenti di Venere post prandium faccino cadere in paralesia, che non vel credo. Di Venezia, il 4 d'agosto 1538. LXXVIII A MESSER BERNARDINO TEODOLO Fratello, egli bisogna nascerci cortese, come ste voi, altrimenti l'asinaria entr a in possesso de le nostre pidocchiarie subito che aviamo un pane da mangiare. C h altro l'uomo che attende solo a s che un lupo intento a sfamare s solo? L'avarizi a transforma colui, che la possede con molte richezze, in una conca d'oro piena di sterco; perci voi, che fuggite cotal puzza, vi ste mosso a farmi parte de le co se rare in Furl. Io ho ricevuti per caro presente i limoni, clti da le poppe de la vostra greggia; n pur uno mancato del numero loro, e mi si dee credere avendomig li dati messer Francesco Marcolini, il cui animo tanto simile al mio che un d don ar se stesso, come mi avrei donato io se fosse chi si degnasse di accettare s vile impaccio; ma sapendo io che me gli avete mandati perch io gli mangi e non per ch 'io ve gli paghi col ringraziarvene, dir che non mi maraviglio de la furia che a Roma si faceva intorno al libro de le mie Lettre, perch anche i fanciulli la fann o tale nel vedere le prime ciriege, de le quali sarete contento farmi empiere un vasello, de le marasche dico, e, tosto che sieno confette, mandarmele. N vi paia nuovo ch'io mostri in desiderarle appetito di donna gravida, perch in Arezzo son o molto in uso, e la lunghezza de la via cagione che non ne facci venire de la p atria. E caso che qui sia frascaria che vi vada a gusto, servitevi di me con la sicurt ch'io mi accomodo di voi. Di Vinezia, il 8 di agosto 1538. LXXIX A MESSER ANDREA UDONE Non vi crediate, o uomo ottimo, che lo aspettar io che mi si mandi ci che vi scri ve d'Inghilterra il nostro signor Girolamo da Trevigi, spirito molto degno de la reputazione ne la quale l'ha posto il fortunato e religioso Enrico, sia stato d i mia superbia. Peroch d'ogni altro difetto posso esser macchiato, ma di cotal vi zio no. Certo che il desiderio di veder voi e la vostra casa suto cagione che pr ima mi sia capitata la predetta carta in mano, che io abbi potuto aver grazia di vedere e la casa vostra e voi. Onde lo indugio e la prestezza di voi mi ha fatt o due ingiurie con una vergogna appresso; avenga che il far voi l'ufficio, che a me si debbe, mi suto di molto rossore. Bench la benignit del buon Udone talmente core de la bontade, che ogni sua operazione senza cerimonia senza arroganza. Ma chi vuol vedere in che modo il suo animo netto e candido miri di lui la front e e l'abitazione, e' mirile dico, e vedr quanto di sereno e di vago si pu bramare in una abitazione e in una fronte. Se non che parrebbe un non so che: simigliare i le camere, la sala, la loggia e il giardino de la stanza, che abitate, a una s posa che aspetta il parentado, che dee venire a veder darle la mano. E ben debbo io farlo, s ella forbita e atapezzita e splendente. Io, per me, non ci vengo mai , che non tema di calpestarla coi piedi, cotanta la delicatura dei suoi paviment i. N so qual principe abbi s ricchi letti, s rari quadri e s reali abigliamenti. De le scolture non parlo, con ci sia che la Grecia terrebbe quasi il pregio de la fo rma antica, se ella non si avesse lasciato privare de le reliquie de le sue scol ture.

Perch sappiate: quando io era in corte, stava in Roma e non a Venezia; ma ora, ch 'io son qui, sto in Venezia e a Roma. Peroch nel partirmi di qui, dove non veggo marmi n bronzi, non son prima cost giunto che l'animo piglia di quel piacere, che soleva sentire nel giugner a Belvedere in Monte Cavallo o in qualcuno dei luoghi dove si veggono di s fatti torsi di colossi e di statue. Onde si giudica, col te stimonio di s degno e reale spettacolo, la grandezza del generoso e magnifico ani mo vostro. Imperoch il diletto di simili intagli e di cotali getti non nasce da p etto rustico, n da cuore ignobile. Or, per tornare a lo avviso che de le felicit sue ci d il compare, dico che me ne rallegro, e rallegrandomi pregovi che ne lo arrivare degli accrescimenti di lui, vi degnate che io venga a intendergli nel vostro palazzo, per che il sentirlo in s bello aloggiamento mi dupplicar la letizia. Di Vinezia, il 30 di agosto 1538. LXXX A MESSER ALBERTO, MUSICO Io sapevo che la effigie di Plato e la imagine d'Aristotile, che qui vi diedi, a vevano a esser tanto care a Sua Maest quanto il vedere in essempio vivo Affricano e Marcello. Perci che quella non volge men l'animo a le lettre che a l'armi, e b en fa ad amare la scienza come la milizia, sendo l'una anima del senno e l'altra spirito del valore; onde unite insieme stabiliscono in altrui imperio e gloria. Fu degno del giudizio di lui il dire che non discerneva se Platone fusse pi simi le a un capitano che a un filosofo; detto molto a proposito, perci che s fatto uom o mostra ne le ciglia il consiglio e negli occhi lo esseguirlo. Gran debito hann o le virt con la cognizione di cotanto principe. Esso d'ogni arte s'intende e ogn i opera conosce; cosa di somma contentezza a lo studio degli uomini, le fatiche dei quali si asciugano il sudore, quando il datore dei premi comprende parte de la sua diligenzia. Greve sbigotimento e aspra pazienza quella di alcuni, che, mo strando ad altri i parti de lo intelletto e de le mani loro, ne ritranno sentenz e villane e lode rozze. Lo ingegno, comendato da chi sa onorarlo e da chi pu remu nerarlo, si alza al cielo non altrimenti che si caschi in terra intoppandosi nel contrario. Ma Francia perde tutto l'onore meritato ne la perfezione de la conos cenza, con cui egli nel giudicare le qualit dei magisteri supera fino a la corona sua; nel promettere ai virtuosi quei doni s presti ne le parole, s tardi negli ef fetti, peroch una cos fatta cosa si disdiria a la bocca dei papi, non che a quella dei re. Gli altri gran maestri uccidono con le disperazioni, e la Maestade Sua amazza con le speranze. Ecco che ella, sendo a Nizza, afferm mandarmi seicento sc udi, e, dopo lo averle io fatto presentare nuove composizioni, ordina che io ne abbia altretanti; ma non so ci ch'io mi creda di questi, poi che son chiaro di qu egli. Doveva il demonio in cambio del mal francioso versare sopra la sofferenza di Giobbe parte de le promessioni galliche, se lo voleva condurre in su le furie . Certo i doni dei re non solo debbono esser presti, ma spessi come le gocciole de la pioggia. Le Lor Maest sono obligate a ricordarsi continuamente di chi ha vi rt, perch facendo l'opposito gli d cagione di straparlare; onde la fama loro si sce ma e le lor corti ne divengono brutte. E, per tornare al signor Luigi Alamanni, dico che s'io fussi temerario metterei le laude, che a Sua Signoria paruto dare al mio Dialogo, a conto de la dottrina di che mi parebbe esser colmo; ma, sendo io altrimenti, attribuir gli onori, che quella fa a le mie ignoranze, al peregrin o de la sua preziosa bont. Di Vinezia, il 14 di giugno 1539. LXXXI AL SIGNORE ALBICANTE Il furor dei poeti , fratello, un fernetico di stoltizia s eccellente nel ghiribiz o, che altri il chiama " divino". Ma alora fornisce di canonizzare i suoi capricci, che la penna istessa pazzeggia contra il nome di lor medesimi, per la qual bestialit son dileggiati da coloro che soglion riverirgli come il diavolo. A me par vedere, mentre scrivono in disonore l'un de l'altro, due cani da beccaio, i quali si spelliccino coi mo rsi per la invidia di roder quello osso che, senza cavargli punto la fame del co rpo, gli spunta tutti i denti; e come egli, colcatosi poi l a gambe alte, leccand osi insieme abbaiono ad ogni forestiero, cos i pazzaroni non pur si abbracciano e

basciano sbudellatamente, ma arischian la vita propria nei comuni interessi. S c he, Albicante mio, per esser io vostro pi che mai, non vi incresca di raccomandar mi a messer Francesco Calvo, uomo di grave modestia e di nobile merito. Di Vinezia, il 2 di luglio 1539. LXXXII AL MAGNIFICO OTTAVIANO DEI MEDICI La bont di Dio invocata dagli uomini per causa de le grazie che piovono tuttavia dal cielo de la sua misericordia; e il favore di Vostra Signoria ricercato dai v irtuosi per lo onorevole utile, che di continuo ritrae la virt del piacere che Qu ella si prende in giovarle. Per la qual cosa messer Tiziano, pittore non meno ge ntile che divino, ricorre con ogni fidanza a la benignit che vi fa tale, e ricorr endoci ha ferma oppenione di condurre a fine il suo desiderio merc del mezzo di v oi. E io lo bramo solo perch egli, che si transferirebbe subito cost, lasci con la sua arte eterna memoria de la effigie de la duchessa, del duca, de la signora M aria e di voi. La Maest di Cesare, ne la cui benignit la servit del predetto non ha piccola parte, gli diede gi la tratta di duecento carra di formento nel regno; e parendole poco dono gliene aggiunse cento altri, ma le occorenzie dei tempi, me scolate con la mala sorte di lui, hanno intertenuto la spedizione, che in ci dove a fargli il vecer, principe tanto generoso che, tosto che la Eccellenza del suo g enero e quella de la figliuola gli scrive una parola per cotale interesso, per q uetar l'animo ne la maniera che egli dimostrer ne l'ornarvi la casa de le sue ope re. Io introdurrei per movere la nobilit vostra a l'atto di s nobile uffizio alcun e qualit dei meriti del mio compare, ma le taccio per non offendere la umanitade del magnifico Ottaviano, e per non iscemar il grado del chiaro Tiziano, perci che l'uno in aiutare le persone degne sa ubidir a la propria natura, e l'altro s not o per se stesso che non ha bisogno de le lodi altrui. Come si sia, tosto che l'a verete fatto vostro per via di cotal beneficio, vi si mander per lui, anzi per lu i vi si recaranno due miracoli de le sue mani da stupirne ogni giudicio. Ora io sto spettando che vi degniate rispondermi qualche cosa di sua consolazione e mia . Di Vinezia, il 10 di luglio 1539. LXXXIII A MESSER LIONE, SCULTORE La riverenza di fra' Tomaso, sincero predicatore e cristiano religioso, con la m ano de la sua bont mi present la vostra, la qual lessi come cosa venuta da uno a m e congiunto per la nativit di patria, per zelo di benivolenza e per comunione di virt, e ho provato gli affetti di molto piacere mentre il buon padre mi raguagli c ome voi non istudiate meno in servire a Dio che in dilettare agli uomini: e ben fate a farlo, perci che da lui viene ogni nostro sapere e ogni nostro operare. Eg li vi move lo stile quando sculpite, e lo ingegno quando pensate; e l'onore, che vi acquista l'essercizio del martello, proprio dono de la sua clemenza; e non d ubbio che nel sentirci lodare dei nostri magisteri siamo tenuti a renderne grazi e a Cristo, e chi se la trapassa altrimenti ingrato verso i beneficii divini, e arrogante inverso l'essaltazioni umane. Con quali opere scontarete voi mai le grazie ricevute in piccol tempo da la merc di Ges? Ecco l'orecchio di Sua Santit a la ragione de le virt vostre, ecco lo zecca pane continuo de la mogliere e dei figliuoli che avete, ecco l'uomo che vi perve rsava in prigione, eccovi in Roma maestra de l'arti, inventrice de le riputazion i e vena de le venture; e, quello che pi vale, eccovi giovane, sano e famoso. Ma, come ho detto, le s fatte contentezze vostre vadino a conto de la bont del Signor e, perch, se attribuiste ci al travagliar di voi stesso, andreste a rischio di ini micarvi la sorte che vi prospera e prosperer di d in d, quando sia che rimettiate l e ingiurie quantunque gravi, perci che esso figliuolo de l'Altissimo si compiacqu e sopra ogni altra virt in quella che non solo gli fece perdonare l'offese fatteg li dai suoi crocifissori, ma lo spinse a orare al Padre per la salute loro, nel modo che dovereste pregare il papa per la liberazione de l'aversario vostro. Il poverino pure di eccellente industria, egli pur di gran nome, egli pur allievo d i cotesta corte; oltre ci ste pi obligato a lui che al pontefice, peroch la Sua Beat itudine non era mai per conoscere il sommo de le vostre qualit, se lo stimolo di s alto spirito non ne faceva fede. certo che egli nel vantarsi d'uccidervi ha tol

to la fama a s, e datala a voi; se aviene che si stia in forse che non siate unic o nei conii, introducete per testimonio l'ansia di cotanta emulazione. Or per venire al quasi, che nostro signor non disse di mandare per il mirabile T iziano, rispondo che il vecchio santissimo non doveria ponerci indugio acci che i posteri, a l'onta del tempo e de la morte, si rallegrassero nel contemplar viva e vera la effigie di lui, che per proprio merito gode di tutte le felicitadi ch e nel mondo si ponno ottener dal cielo. chiaro che il compar mio non volse andar e in Ispagna, ancora che lo imperadore lo chiedesse a questa sempiterna Signoria , ma verrebbe a lasciar memoria de la sua arte nei ritratti dei principi de la c eleberrima stirpe farnese. Intanto vederia nei marmi i miracoli degli ingegni an tichi; io per me simiglio gli scultori e i dipintori, che mai non gli viddero, a la confusione di coloro che ragionano insieme per mezzo de lo interprete, e ci d imostra Francesco Salviati, giovane glorioso. Il suo disegnar dotto e regolato m i rapresenta il Giudizio, con la cui discrezione Michelagnolo distende e tondegg ia l'artificioso de le linee, e in somma le promesse, che ci fa il suo fare, son o tanto certe quanto grandi. Di Vinezia, il 11 di luglio 1539. LXXXIV A MESSER ALESSANDRO PESENTE DA VERONA I debiti, che l'uomo ha con le persone magnifiche, sono crediti, percioch la gene rosit de le genti splendide tien pi obligo con quegli i quali si prevagliono de la sua gentilezza, che non tengono i sodisfatti dai benefici ricevuti da lei; per la qual cosa non isforzar con lunghezza di proemio la mia gratitudine a ringrazia rvi del favore fatto cost in Cracovia al mio messo. Ma dir sinceramente che non di ffraudate punto il soprano del nome che tenete. Chi vuol informarsi del senno e del valore del principe guardi la bont e la discrezione de le sue famiglie. Come altri trova in una corte gentiluomini e vertuosi pu molto bene lodare quello che ne signore, per che, dove nobilt e virt, cortesia e ragione; e dove si scorge il co rtese e il ragionevole si puote sperare ogni grazia e ogni riputazione. Veramente in far giudizio de la valorosa prudenzia de la reina di Polonia basta la benignit che io, che mai non vi viddi, ho trovato in voi. Certo la Serenit Sua non regge con meno ordine la casa che il regno. Ben veggo io che l'altezza di co tanta donna non alza alcuno che meriti di star basso, perci che un simile, asceso in grado, come il torrente piccolo per natura, il quale ingrossato da le piogge , move con pi furore che il fiume grande per se medesimo. Il costumato, il leale, l'onesto e l'ottimo di voi mi accende l'animo inverso gli onori di Sua Maest. Di cano i messeri Alessandri ai padroni, che gli ascoltano: " Date ai s fatti e ai cos fatti"; ma gli asini dorati, che salgono da le stalle al cielo, gridano: " A che fine gittargli coi tali e con i cotali?". Io vi giuro, per la riverenza che io ho a le illustri qualit del signor proposto, parente del Molza, lume del nostro secolo, che la venuta in coteste parti di co lui, che fuor del mio credere pur ci venne, stata di sua presunzione, e di ci far avvi fede Gian Iacopo veronese, a voi cordiale servitore e a me perfetto amico; ma non mi spiace poi che la inclita Bona ha mostrato segno di caritade sopra la mia servit, la qual cosa mi suta cara come la profusa liberalit del buon Ferdinand o, la cui non nata larghezza nel far porgere il bel dono a Paolo giur che non gli erano rimaso altretanto. vero che vi scrissi per lui, ma ci feci per levarmi din anzi la importunit del disgraziato, non istimando che egli dovesse passar s oltre, e tenendolo per fermo non indrizzai lettre mie a la corona di colei, che ha pur compresa la condizione del predetto. Non conobbe il magno macedone la fanciulla notrita di veleno mandatagli d'India per atoscarlo, merc de la eccessiva bellezz a di che ella splendeva; ma la Sua Maest ha ben conosciuto il goffo, n gli giovato il vestir di ricamo, n il mascararsi col titolo di mio nipote. Come si sia, i gran maestri si compiacciono nel compartire le proprie potest fin coi notari, preponendo sempre i pravi agli ottimi; e io ho voluto una volta che il mezzo de la virt non solo introduca a la presenza dei re il mio barcaruolo, ma che le reine paghino trenta ongari da lui mangiati in otto d su l'osteria, bench io ho sconto il tutto, perci che la villania de la sua natural tristizia, che dov eva rubarmi, mi ha messo a sacco con la giunta di negare la chinea, che la vostr

a singular merc si degn mandarmi. Pur io, che veggo non la gran volontade, ma i gr an effetti di Vostra Signoria, lasciar memoria del mio esserle tenuto ne la manie ra che io sono a lo eccellente Caralio; la cui amorevolezza mi suto cortese di d ue medaglie, opere de lo stile suo: ne l'una la sopraumana effigie de la reina, e ne l'altra l'onorata imagine vostra; onde non trapassa ora che quella non inch ini e questa non vagheggi, perci che nel disegno di tutte due appare il vivo e il vero. Or voi degnarete doppo il raccomandare la mia affezione al magnanimo mess er Andrea, onor di Modana, di salutarmi Gasparo Gucci, giovane ornato di grave c reanza. Di Vinezia, il 17 di luglio 1539. LXXXV AL ROMANO MONSIGNOR GIROLAMO VERALLO, LEGATO APOSTOLICO Eccovi, nobil signore, l'opera, che pur ora esce da le stampe Marcoline, ne la c ui pura diligenzia entr dianzi merc de la fede, che de la dovuta religion sua fece la catolica bontade vostra. Ma se bene ogni cosa quasi possibile appresso la po ssanza de lo intelletto e assai si pu comprendere per via degli studi artificiosi e naturali, bisognarebbe che Iddio infondesse gli spiriti de la sapienza divina sopra de lo ingegno che tenta ritrarre i gesti de la candida Madre di Cristo. O nde colui, che pur ardisce cantarne, non iscemeria col suo stile basso l'altezza del subietto. Bench io, per me, non ho scritto di lei presumendo con l'audazia d e la temerit di saperne scrivere, n per credermi di meritar di scriverne; ma sommi dilettato in ci per le grazie ottenute de la sua misericordia, per la riverenza che se le debbe, e per farne dono a la egregia marchesa del Vasto, vita e anima de l'anima e de la vita del magno Alfonso d'Avolos: le cui doti singulari insupe rbiscono in modo il mio esser nato al tempo di lui, ch'io me ne vanto come di co sa felice. Veramente il pregio nel qual lo tiene il fortunato imperadore se gli conviene; percioch egli solo ha l'animo degno di laude, egli solo ha il nome degn o d'onore, egli solo ha il merito degno di gloria. E perch la sua valorosa pruden za supera gli accidenti de la fortuna, i casi umani sono inferiori a le virt di c otanto cavaliero. Ed certo che oggi non vive uomo pi prestante di piet, pi intero d i sapere, n pi inviolabile di fede. E perch nulla manchi, egli grande nel grido pub lico, negli occhi dei soldati, tra i famigliari, ne le operazioni domestiche, ne l formar de le parole, nel porgere degli essempi, ne la notizia de le antiquit, n e lo essercizio de le dottrine e ne la esperienza de la memoria. Oltra ci la sua gravit senza pari, la sua piacevolezza senza eguale, la sua grazia senza similitu dine, la sua discrezion senza essempio e la sua superbia senza paragone. Tal che il mondo, il qual dee chiamarlo, doppo il titolo d'ogni ornamento di maniere e di costumi, medolla del consiglio militare e osso del mestier de l'armi, obbliga to a inchinarlo percioch il buono principe s fatto che l'altrui virtudi si amplifi cano nel far commemorazione de le condizioni che l'hanno per tutti i secoli cons acrato agli altari de la fama. Ma s come egli avanza di eccellenti qualit la molti tudine degli altri grandi uomini, cos Maria di Aragona, congiunta seco con la con corde unione del matrimonio e con la pacifica mansuetudine de la clemenza, ecced e il numero de l'altre grandi donne: tal che il cielo non iscorge petto che albe rghi pi concetti sacri n pi intenzioni sante del suo. Onde io le ho dedicato l' Ist oria de la Vergine, come a creatura che imita il viver de la reina degli angeli, qual si appartiene d'imitarlo. E perch ogni cosa pensata, detta e scritta in lod e del Signore autentica, tutto il mio sforzo suto in estollere le azioni, le bel lezze e le virt di Nostra Donna, con ogni sorte di parole atte a ringrandire il r eligioso de le meditazioni mie. E non dubbio che le menzogne poetiche diventano evangeli alora che, posto da parte il celebrar le chiome, gli occhi, la bocca e il viso di questa e di quella, si rivolgono a cantar di colei che rifugio de le speranze nostre. E beati gli inchiostri, beate le penne, beate le carte, che si spendono, si affaticano e si spiegano nei pregi di Maria. Ora, monsignor reveren dissimo, reputazion de l'onor del clero, fino a quando debbo io aspettar che Rom a guardi non ai molti anni che ella ruba a la mia servit, ma ai molti libri da me composti in onore di Dio? Ecco i Salmi di David, ecco il Genesi di Mois, ecco l' Umanit di Ges, ecco la Vita de la Madre di lui, non vista da lei perch io non sono approvato nel catalogo de l'ipocrisia. Ma dove sono le scritture che han fatto di Cristo quegli che ritranno cotanti gradi, cotanti fausti e cotante rendite de

la Chiesa sua? Non bast il sapere n il dire a Paolo, a Origene, a Crisostimo, a G irolamo, ad Agostino, a Bernardo, a Gregorio e ad Ambrosio; ma volsero che si le ggesse ci che ne la teologia hanno saputo scrivere. Ma se io, disperato da le cru delt de la corte, non manco di mostrar di esser cristiano, che farei io tuttavia che ella mi si mostrasse grata? Di Vinezia. LXXXVI A MESSER LODOVICO DOLCE Ridetevi, compare, mentre udite non in che modo il Franco lordo lacera i buoni, perch in lui non facult di poter far ci, ma come gli vorrebbe lacerare, se la besti alit de la sua pedanteria fosse da tanto. Il meschino simiglia un cane da ognuno scacciato e a tutti odioso, il quale, adocchiato l'osso che non pu mordere, comin cia ad abbaiar s forte che forza che altri intenda che egli si muor di fame. Io, per me, ho visto dei pazzi, degli insolenti, degli invidiosi, dei maligni, degli iniqui, dei frappatori, degli ostinati, degli arroganti, dei villani e degli in grati; ma de le spezie di cui la pazzia, la insolenzia, la invidia, la malignit, la iniquit, la vanitade, la ostinazione, l'arroganza, la villania e la ingratitud ine sua, non mai. Lo sciagurato gonfio da la superbia, che gli promette il nome di gran poeta, attende a compiacere a se stesso, e, avendo ne la lode che gli pa r meritare per testimonio se proprio, diventa assentatore di se medesimo; e dile ttandosi di s solo, da per s si essalta, e da per s si premia. Intanto Ambrogio gli ha meritamente lasciato in sul volto memoria eterna del taglio d'un pugnale, be n che me n' rincresciuto ne la maniera che me ne dovria piacere, percioch la carit, che se gli usa, una ingiuria fatta a l'opere de la misericordia, del cui uffizi o egli solo sar sempre indegno. Per Dio, che non so pensarmi quale amorevolezza potesse trovare un porco par suo , che pareggiasse quella con cui gli ho temporeggiato lo andare a la furfa; n anc o so comprendere quale altro asino me ne avesse potuto rendere s poltrona mercede . Il poveraccio cpita in questa citt divina, e, dato di petto nel nostro Quinto, s i ricovra a la sua ombra, rapezza coi suoi stracci e si sfama dei suoi tozzi. A la fine, per esser pi abondanzia d'aria che di pane, non potendo il boia transfor marsi d'uomo in camaleonte, mi mand a dire per il Gherardo che, quando io volesse accettarlo per ischiavo, per tale mi servirebbe. Io vi dir il vero: s'egli non s i aventava a la mia tavola con la presunzione che tenta di scagliarsi a la fama, se ben son prodigo, mi mostrava seco avarissimo; peroch, oltre lo essere del pae se che egli , il " faciebat et iocabatur Francus", che si legge a pi del suo Tempiaccio d'Amore, mi aveva chiarito. Come si sia, la sua ottima sorte e la mia pessima fortuna non pur lo piant meco a desinare e a cena, ma lo adagi appresso di me in tal foggia che pi di commodit non desiderarebbe un fratel da l'altro, n un figliuol dal padre. E perch egli era il pi magro e il pi mal vestito pedagogo che sorbisse mai broda, una de le mie fanti saria scoppiata, se ella non avesse esclamato: " Il padrone, d'oste di gran maestri, diventato spedalier dei furfanti". Ma non lo raffigurando ivi a un mese per Nicol, disse: " Pidocchi, andativi a riporre"; e lo poteva dire, peroch lo vistii non altrimenti che fosse stato un uomo da bene. Il plebeo, vedendosi tra gli altri panni porger e la beretta e le scarpe di velluto, confess ch'io era solito a donare quelle cos e che il maligno non meritava di portare. Ma tosto che la prosopopea di cotal pe cora conobbe di non aver pi briga con la necessit, si diede a far miracoli nei son etti, e perch io nel vederne alquanti dissi: " Secondo me, ce ne sono quattro o cinque che gli se pu dir " voi""; fatto di fuoco nel viso, mi rispose che le sue composizioni erano perfett e tutte, e che il Petrarca non sapria dar giudizio de la lor grandezza. Io non f eci motto ricevendo ne le orecchie il suono de le fastidiose parole a me dette d al ruffo con quel rispetto, che si conviene a lui, perci che pi onor il tolerar l' offesa che l'altrui temeritade ci fa in casa nostra, che non vergogna il vendica rcene. Doppo questo il sodomito, di scrittore de le mie lettere ne divenne emulo; onde ne fece il libro, che col non se ne vender pur una ha rovinato il Gradana france

se, che gli prest i denari per istamparle. Non nego di esser vinto da lui di nume ro, di titolo, di stile, di prestezza, di bella carta, di pittura e di fama; ma non di umanit. Ecco, la sua vigliaccaria si conchiude nel pungermi in cambio de l 'aver io svergognato le cos fatte opere mie, mentovandoci un cotal gaglioffo. Ma ringrazio il vostro dire che la lode ch'io gli attribuisco, non meritandola punt o, suta bont de la mia natura, e non difetto del mio giudizio. Certamente egli mi piace di ringrandire coloro che mi stanno appresso, ancora che mi fosse di pent imento, qual mi saria il fiato ch'io rendei al mariuolo, caso che le compassioni non facessero notomia del mio animo. A me pare che chi mira il deserto vegga un o essempio de la mia buona pazienza e un testimonio de la mia gran liberalit; e p erch quegli sono forti e magnanimi, che si scordano de le ingiurie de le quali si possono vendicare, io spetto di punir il briaco con la cortesia, poi che l'ho r isuscitato con la limosina. Il bufalo errante limita la sua vita con due once di pasta il giorno; onde fu pa rola conveniente a monsignor Lione quella che, ne lo sborsare alcune lire a le s ue fanfalughe, disse: " Io non premio cotali ciance, ma soccorro la calamit d'un mendico". Non posso tene rmi, se ben non a proposito, di non allegare la massara de lo imbasciador di Man tova. Ella, udendo giorneare il tristo contra di me, presolo per il collarino d' una camiscia, con la quale ricopersi le sue carni ignude, grid: " Quando sparlate di colui, che vi don questa, cavatevela di dosso". Ma tutto nient e, eccetto i vanti con i quali il bue estolle i suoi Dialoghi sopra l'onore di q uanti ne hanno mai composti. " Eccoti qua dove avanzo Luciano", dice il cavallo. Nel commento fatto dal balordo ne la Priapea giura che solo lo ingegno del Franco penetra in s alti sensi. Se a lcuno ci , che apprezzi tanto poco il tempo che non istimi il perderne mezza ora, overo se l'ozio d'uno scioperato vuole alquanto di baia, legga dove il manigold o si cognomina Sanio; e se non rece udendo dirgli: " Il profondo intelletto di Sanio pu esser capace dei secreti che ci asconde il cie lo", soggiugnendo: " La scienza vera dono del sopraumano spirito di Sanio". In questo mezzo il pezzen te arabbia di stento, con la giunta del male che al mulaccio vogliono gli uomini e gli di. Ed ben ragione, poich il tosco de la sua perfidia egualmente odia quegl i e sprezza questi, tal che la sua lingua feccia de la maledicenzia e sterco de la bestemia. Dice Tiziano, riverito fin da quella natura con la quale il suo pennello concorr e di vaghezza e di vivacit, che il disgraziato, vedendolo di lontano e dovendogli passare a canto, si ascose la beretta in seno per non se gli la cavare; e pur i l ladro saria suto strangolato dal digiuno, se la piet de l'uomo celeberrimo non lo strascinava a le spese de l'oratore Agnello, con la cui bontade tiene nimiciz ia per i benefici che il babuasso ha ricevuto da lui a torto e a peccato. Basta al giudeo pavoneggiarsi con le chimere in testa, e inghirlandato de le sue stoma cose frappe, beccarsi il balzano del cervello, il cui grillo gli fece abbaiare i nverso il Sansovino, ornamento de la et nostra e stupore de l'altrui: " Che direte voi, se con iscorno del vostro Pietro, che ne ha duecento da lo imper adore, il re me ne dar quattrocento?". " Stupirne" rispose messer Iacopo, " ma fino che non appare altro, vo' farmene beffe". Nel riferirsi al Serlio, eccel lenza de l'architettura, che il mastino gli aveva dato fama nei suoi scritti, ri spose: " Ben ne vado io, se non mi toglie quella ch'io ho". Intendendo il Marcolino, leal t de l'amicizia, che il briaco sgongolando nel vedere stampate le sue bagattelle aveva detto: " Al forlivese il pane e a lo Aretino il credito aggio tolto 'lloco", rispose: " Se il mio pane e il credito del compar non fosse stato, il Franco sarebbe guatte ro". Che vi parse quando il matto spacciato si mise a contrastare, col Fortunio, reputazione de la dottrina e onore de la eloquenzia? Chi ha visto un serpe rott o ne la schiena, il quale, bench non possa muoversi, non resta di vibrar la lingu a, di alzar il capo e di sputar veleno, vede il ghioton da forche sdossato dal p i de la istessa invidia latrare come un cerbaro, anzi ne la maniera che il doloro

so si fece udire, quando la famiglia del signor Giangiovacchino gli diede tante trippate, quante lettre lo sfacciato aveva con la temerit sua finto di scrivere a l re di Francia. Siano benedette le man del Veniero e dei compagni, i quali, inteso che il cerret ano diceva che, non per laudar gentiluomini, ma perch i celebrati da esso compara ssero le sue merde, gli aveva posti in canzone, diedero a quattro ore di notte c on le fibbie de le proprie cinture un cavallo al furbo di innumerabili staffilat e. Ma non siam noi cristiani? Non aviam noi anima? E se siamo, e se l'aviamo, mo viamoci a dismorbarlo da la paglia, su la quale involuppato in un pezzo di canav accio stassi specchiandosi la ferita senza niun sussidio. Disse il buon Stampone a uno scolare, che gli dimand chi era l'autore che chiacchiarava in pistolacce d a banche: " Egli una cornacchia, che vorria pur cinguettare coi detti Aretini, ma non ci ha una grazia al mondo". Or forniamola nel Dragonzino imitato da lo assassino. Il galante giovane, sapend o che il dissoluto biasimava le arguzie del suo Lippotopo, disse: " Se non che mi vergogno a impacciarmi con s disonesto traditore, gli darei tante b astonate quante gliene fece dare quella madonna Giulia Riccia, che il pidocchios o vituperava col suo far l'amore". Ma come dette mazzate fossero sode, dure, cru deli, sonanti le infinite ve lo pu dire un certo Francesco Alunno, ne la cui scol a il capo grosso si medic, perch'io non sapessi che gli erano state rotte le brac cia. Ma io merito che le penne di Pasquino mi cavino gli occhi del nome, poi che spendo gli inchiostri in ragionare di s vil verme. Di Vinezia, il 7 di ottobre 1539. LXXXVII A MONSIGNOR DI BAIFFE Illustrissimo padrone, egli da creder che la memoria di voi, che ste ornato di qu elle scienze e di quelle bont, di che ci adorna il cielo e la natura, quando vuol e che il caduco del mortale si converta nel perpetuo de la immortalit, mi stia fi ssa nel petto non altrimenti che mi foste presente. Adunque io, che tengo ne l'a nimo coloro che mi son noti solamente per le cose che hanno scritte, obliar colui da me conosciuto per le proprie scritture e per la istessa presenza? Ancora che la frequenzia de le lettre sia uffizio de la servit e de l'amicizia, e che perci si comprenda l'amor di chi le manda e il merito di chi le riceve, io, che vi son o servitore e amico, ho supplito al mancamento del non vi aver mai indirizzato c arta alcuna con le prediche, che io faccio continuamente de le splendide virt di Vostra Signoria: testimonio il Serlio, architetto egregio e divoto osservatore d el dotto nome di Quella; onde sar cosa degna de la benignit vostra, se il favor di voi milita in suo servigio appresso di Sua Maest, la clemenza del quale ne lo ac cettare un suo libro, oltre lo eleggerlo generale sopra le fabriche regie, gli p romesse trecento scudi per sostegno dei suoi bisogni. Ma qual opera pu fare il re, che aguagli di piet quella che gli osservar la promess a? Se io conoscesse cotal uomo indegno d'esser povero, direi che la povert stesse bene. Ma essendo egli persona non meno catolica che vertuosa, si dovrebbe pagar lo indugio con doppio dono, perci che le cortesie ottimamente allogate si assimi gliano a le grazie divine, ed certo che quando i principi non dnno a le genti fam ose, non pur tolgono le lodi a se medesimi, ma vituperano la liberalit, madre dei benemeriti, e onorano l'avarizia, matrigna dei benefizii. Ma, perch il gran Fran cesco sempre si fatto vedere ne le prosperitadi fortunato e ne le calamit forte, si debbe pensare che anche ne la quiete si mostrar magnanimo. Intanto degnativi c he, chi vi d questa, vi basci la mano in mio scambio. Di Vinezia, il 13 di novembre 1539. LXXXVIII AL CONTE AGUSTINO LANDO Veramente voi ste gran maestro nel grado, nel titolo e ne la entrata; ma ne la na tura, nel costume e negli effetti ci ste pi lontano che non ci sono io, e ci testim onia il dono che in vostro nome mi suto presentato. Sogliono i signori non pur r amentarsi de le promesse fatte, ma odiar cordialmente coloro che gliene ramentan o. Essi, che sempre si ricordano di trre e non mai di dare, tengono per un bel ch e quando doppo mille speronate si lasciano uscir di mano una particella di quell

o che promettano pi tosto per parer magnanimi che per essere. E voi, non solo oss ervate la parola de la cortesia, ma inanzi al tempo e a l'ora che non ci si pens a, volete che altri ne goda doppiamente. Ma che bel secolo saria il nostro, se da chi pu donare si imitassero gli andari d i voi, che sapete prendere l'altrui amicizie e l'altrui servit con gli ami de la liberalit, dando indizio nel dispensare le sue magnificenzie de la vostra prudenz ia, la quale sa bene che i doni, oltre che dnno intendimento de le buone qualit, a mplificano la nobiltade e son cagione de la gloria di chi si diletta di arichirn e la virt. E per ci Vostra Signoria, che ha dal cielo grazia di saper donare, rall egrisi seco da che per tal via Ella fa fede de la propria gentilezza, onorando l a eccellenzia del sangue Lando, da la cui antiquit discendete meritissimamente. I o reputo gran felicit la mia, perch Iddio mi rende in voi ci che la morte mi tolse ne la illustre memoria del conte Claudio, zio vostro. Ma perch mio debito di rendervi il cambio, che io uso rendere agli altri miei ben efattori, la fornir con dirvi che messer Tiziano, il quale tutta via vi rivede vi vo nel ritratto, che mosso da lo spirito infusogli da la divinit del suo pennello , riferisce a voi le grazie che ancor vi riferisco io, merc de le acciughe che ci avete mandato; e i pomi dolci e soavi simigliano a la dolcezza e a la soavit de la conversazion di Vostra Signoria, la bont de la quale accetti prima il raccoman dare di noi due a lei, e poi dignisi di salutarmi l'onorato e splendido cavalier e Casola, mio maggior fratello e onorando compare. Di Vinezia, il 15 di novembre 1539. IXC A LO IMPERADORE Sacratissimo Carlo, il rispetto che vi si debbe, il costume di questo Stato e il merito del marchese, doppo le sontuose accoglienze fattegli a Chioggia, ricever ono Sua Eccellenza con quella pompa che si conviene a le cose di Cesare, a la bo nt dei veneziani e a la condizion d'Alfonso, tal che il mare, scosso dai tuoni de l'artigliarie, rigato dai tagli dei remi, fesso da le schiene de le galee e ing ombrato da la infinit de le barche, a pena diede luogo ai suoi iddii, che bramosi di veder s gran duce si lasciaron contemplar dagli uomini. Intanto egli meritame nte posto al dominio de la milizia imperiale, quasi simulacro de la mente cesare a, si dimostr sul bucentoro, trono aureo ne le solennit, a questi padri coscritti. E per rispondergli l'animo a la presenza, la presenza a le fattezze, le fattezz e a la disposizione, la disposizione ai gesti, e i gesti a la fama, accompagnato dal Lando serenissimo, da la Signoria inclita e dagli imbasciadori egregi, pass ato dal ponte di Rialto, rotto per riputazione de le sue degnit, smont a lo alberg o con il maggiore applauso di popolo che mai si udisse nel cerchio vago di s divi na citt, i pregi de la quale ringrandiscono ne lo splendore de le continue magnif icenze. Ma per ridondare il cordial fausto in gloria de la gloria augusta, mi congratulo con la Maestade Vostra degli onori che agli onori di Quella ha cresciuto la mod estia e la grazia di s alto cavagliero; la cui prestanza, per servare il decoro d e le grazie concedutegli da la natura e da la fortuna, e per essere ornata di ma niere mansuete e di costumi gentili, non pure suta guardata da la nobilt e da la multitudine, ma con gaudio di ciascuno inchinata da l'alterezza de l'una e da la umanit de l'altra. E, perch la liberalit (fiato de le lodi signorili) proprio dono di lui, la umanit, che lo regge oltre i conventi, i monasteri, gli spedali, le v ergini, le vedove e gli orfani, ha consolato ogni onest di persone con ogni sorte di cortesia. E simigliandosi lo alloggiamento suo pi tosto al tempio de la carit che al palazzo d'un principe, la miseria dei poveri sovvenuta de la frequenzia d e le limosine uscite di mano a la merc del Vasto, gli ha dato il titolo di pio. N si potria dire lo stupore giunto in altrui per causa de la religione che egli o sserva in tutte le azioni; e perci, suplicato che ebbe a la messa de lo Spirito S anto la eterna misericordia, espose nel perpetuo collegio la salutifera e santa commissione, onde le parole, che in beneficio del cristiano interesso gli pose i n su la lingua il core, gli caddero di bocca con quella gravit, che move le fogli e dei fiori cadenti da le proprie cime alora che i frutti appresi nei rami nativ i cominciano a spuntar fuora. Per la qual cosa le qualit de l'uomo mirabile sono di modo incarnate ne le viscere de la pubblica e de la privata affezione, che qu

i se ne serbar la memoria che ne fa il celeberrimo Iovio, assiduo testimonio degl i atti del fatal capitano. Ed erra il singular Michelagnolo a non seguirlo come lo segue il chiaro scrittore, da che le sue faccende non son men degne di statua che d'istoria. Ma perch ognuno, che arriva in questa terra incomprensibile, se ne maraviglia non altrimenti che si faccia un'anima de le visioni del paradiso, il marchese tanto pi d'ogni altro ne rimasto attonito, quanto pi degli altri capace dei suoi miraco li. Egli nel comparire in senato, mosso da la riverenza di cotanti padri de la p atria, gli scorse ne la clarit del sembiante il canuto del senno, il pietoso de l a clemenza e il dovuto de la equit. E fissando il guardo ne la benigna severit de le loro sublimi fronti ci vidde la fede, fondamento de la giustizia e osservazio n costante di ci che si promette. Trasferendosi poi nel teatro del Gran Consiglio , si converse nel muto de la considerazione, mirando l'ordine grave di questa ge nerazione eletta. Il vederla di numero infinito, di abito venerabile e di venust ammiranda, e tutta obbediente a le leggi, che la onest de la istessa prudenzia im pone a lor medesimi, gli fece raffreddare l'amore che gli intelletti generosi po rtano agli antichi romani, peroch costoro signoreggiano con pi strana tirannide i lor petti che loro non debellr nazioni. Io non parlo del tesoro visto da lui col non darne credenza agli occhi medesimi, peroch quel che si vede figura di quegli che non si veggono. Dir bene che, entrando ne lo arsenale, pot giudicarlo tremendo non che invitto. Certo Iddio viene offeso, perch chi l'offende non capace de la essenzia sua: ch, s'ella si potesse comprendere, niuno viveria senza amarlo. Cos a vviene di Venezia, l'eccelse facult de la quale sono odiate da quegli che non le notano e non le intendono: ch, se fossero notate e intese ne la maniera che l'ha intese e notate il fedel rettor dei vostri eserciti, sarebbono ammirate fin da q uei mostri che non sanno ci che si sia ammirazione. Ella, che si pu chiamare susta nzia de le citt, a le genti ci che il sole a le cose, tal che il patir di lei sari a passion comune. Or perch non lecito che nessun manchi a la nutrice d'ognuno, il catolicissimo imp eradore e il cristianissimo re, cinti de la catena del sangue e del nodo de la b enivolenza, saranno ai religiosissimi veniziani tali negli effetti de l'armi, qu ali appaiono ne le pratiche del prenderle: ch ben sanno essi che, quando i buon p rincipi si collegano insieme per distruggere i rei, la felicit degli uomini parte cipa de la beatitudine degli angeli; n si dubiti che il contendere dei signori cr istiani non sia di pi sceleratezza che non sarebbe quella del corpo istesso, caso che per sua colpa i membri di lui si lacerasser l'un l'altro. E avvenga che la fede si debbe osservar pur che le sue promissioni non nuochino pi a chi la mantie ne che non giovino a colui al quale ella mantenuta, levisi nei servigi di Cristo il rispetto, che la circonvince, e quella si battezzi onest, che gli inalza il c ulto. Ecco i fati, Carlo; ecco la necessit, Cesare; ecco il debito, Augusto: essi invocano voi, voi guardano e voi aspettano ne l'Oriente. L sono le vostre palme, l sono i vostri trionfi, l son le vostre corone, s che spiegansi contro di lui le insegne guidate con prospero augurio de la inusitata providenza dal famoso Avolo s, fisso termine de le tempeste de la guerra e salda meta de le calme de la pace . Di Vinezia, il 25 di decembre 1539. XC A DON LOPE DI SORIA La frequente carit vostra inverso la continua servit mia di modo grande, signore, che per quanto per me se ne pensasse pure una parte, io stesso mi direi presuntu oso. Veramente che non ho altra fatica in prevalermi di voi che aprir la bocca e chiedere; ma sar mai ch'io me vi dimostri grato con gli effetti de le opere qual ve ne sono con le intenzioni de l'animo? Per Dio, che uno dei buon zeli, che mi arda il desiderio, quello che mi move ad imaginare come io possa laudarvi secon do il merito, ed essendo cos, non da dubitare che i negozii, che impone amore a l e nobilt de la mia facile natura, mi si levino de la memoria, le cui vigilanze se mpre affiggono in voi le avertenze dei ricordi. O uomo fra i degni degno, sempre sappiate che, se bene egli nel farmi bere or de la sua manna e or del suo velen o toglie tuttavia me proprio da me medesimo, nei casi del vostro nome non si imp accia punto; peroch il tormelo de la mente pi tosto poter de la morte che suo.

Ma favelliamo de le dee, nei favori de le quali mi giudicate perduto. Dico che e sse dnno tanto credito a la ferma constanzia de la mia fede inviolabile, che me n e invidia ogni forbita giovent. Quando quella signora, questa madonna entra con q uesta madonna e con quella signora in ragionamento de la cura inaudita usata dal mio fervore isviscerato ne la orribile malattia di Perina, conchiudono io solo esser degno di godere eternamente ne le delizie de le lor dolcezze. La fama che per tutto ha sparto l'umilt di s pietoso uffizio mi essalta di sorte che mi ritrov o a la condizion di un servitore per lealt e per bontade singulare, che, avenga c he la mano de la villania gli abbia rubato i sudori degli anni migliori, per s pot ente il pregio nel quale il tiene il vanto dato a le sollecitudini, a le discrez ioni e a le stabilit di lui, che non solo bramato da ciascun principe, ma, cambia to padrone, pi ottiene in un tratto che non ha ottenuto in assai tempo. Ma, se le incomprensibili fatiche, da me durate in trre di sotterra la pompa del sesso de le donne non mi avesser acquistato con loro il grado, che voi dite, non saria el la una specie di crudelt nova? certo che le tenerezze de le materne compassioni n on potevan guardare, non che soffrire il disagio, che le mie vigilie con istupor e di chi le attendeva sostennero i tredici mesi che ella fu preda del male. Quan te volte mi conveniva coi prieghi e coi doni isforzare la miseria dei barcaruoli , i quali impauriti da le furie del verno non si arischiavano a traghettarmele a casa? E quante fiate per non trovarne alcuno mi trasferii a lei non meno disper ato che solo? Io, per bench il mondo mai non provasse il pi fiero decembre, il pi aspro genaio e il pi crudo febraio, non altrimenti sentiva molestarmi da le piogge, che mi cadev ano in capo, da le nevi, che mi fioccavano a dosso, e dai venti, che mi soffiava no intorno, che se le gocciole de le acque, le falde de le nevi e gli impeti dei venti fossero stille di rugiada, nembi di fiori e fiati di zefiri. Intanto io m al concio da le perversit de la stagione, comparitole al letto non curando quel m orbo, che tanto pi afflige le carni quanto la persona, che egli attosca, di pi et, le basciava il monstruoso degli occhi, l'orrido de le guance e lo schifo de la b occa come i suoi occhi, le sue guance e la sua bocca avessero il solito splendor e, l'usato colore e la natia vaghezza; peroch il venirle manco de la belt, che dov eva scemarmi la ingordigia de la affezione, me l'accrebbe s forte che le viscere dei pi cari padri non si riempiano de la doglia n de la piet, che per conto di cota l sua calamitade si riempierono le mie. Onde ella, ognor molle del pianto, che m i disfaceva, pot bene accorgersi che il male del mio core e de la mia anima era p i pestifero che lo accidente che le torment il corpo e le membra. In quel mentre i l prodigo de la borsa non lasci nei secreti de la medicina niun rimedio intentato , e il non esser piaciuto a Dio che ella si risani, fino a ora mi suto gloria, p eroch la lunghezza ha di maniera publicate le mie pazienze, che me ne risultano d i quegli spassi che rallegrano con il giocondo degli intertenimenti il malinconi co de la vecchiezza. E se nulla mancava a la riputazione che il mio bene amare h a saputo procacciarsi, ci supplisce la sventura de la Serena, il repentino morir de la quale nel lasciarmi di s vedovo il senso del viso, perch'io amandola altro premio, ancora che l'avessi potuto sperare non cercai, mi ha distemperato le un ioni, che reggono la vita, con s intrinseca passione, che Amore sta in dubbio se debbe darmi la palma del martire per i suoi torti fattimi dal puerile de l'una, o per la ingratitudine usatami dal timoroso de l'altra. Ma se a la viva e a la morta (dovendosi da me e a la morta e a la viva fare il c ontrario) non ho mancato in niuna di quelle cose che si apartengono a chi ama co n tutto il core, che avrei io fatto essendomi suto data cagione da dovere aiutar e ne la infermit questa e piangere ne la morte quella? Ma io son tenuto a riferir grazie agli errori di tutte due, da che per conto loro la mia lodata e ammirata bontade permette che ogni dama lodandomi e ammirandomi mi ricolga nel grembo de la piacevolezza amorosa. Ma udite un miracolo in pro de la immortal divinit de l 'anima, in quel momento che la predetta vol dal mondo al cielo. Io, che non sapev a de la sua malattia, sognando sentii mordermi talmente il dito grosso de la man ritta da uno scorpione uscito d'una sepoltura, che mi destai gridando. Ed pur v ero che il suo spirito, che, morendo ella, non moriva, fece motto al mio, che, d ormendo io, non dormiva. Onde vi giuro, per le lagrime che ho sparte, spargo e s parger per colei, che oltre lo essere stata infelice per la indegnit del marito, e

non ha potuto coi pi de la vita fornire di ascendere i gradi de la giovent, che i l fastidio di ci non mi ha consentito ch'io comprenda il tutto nel massimo marche se del Vasto, le cui eccelse qualit son d'un dio, perci fanno sopra le genti gli e ffetti de le grazie celesti, e ci testifica la consolazione, che io provo, bont de l suo essersi trasferito qui. Per la qual cosa ho visto la presenza di quei miei benefattori, che per non gli aver mai veduti tanto bramava di vedere. Tal che, s come essi sanno ormai chi colui al qual donano, cos io so adesso chi son coloro i quali adoro; e perch il glorioso Alfonso non move atto, che non porga salute in altrui, io tanto Pi d'ogni altro ne resto sodisfatto, quanto pi d'ogni altro ho g oduto ne la domestichezza di s chiaro capitano, la cui confusa merc avendomi volut o dare pi ch'io non ho tolto, s' accorta che in me la modestia maggiore che la pov ert e la virt. E anche Massimiano Stampa, eterno specchio de la integrit degli uomi ni fedeli, nel refutare il castello da lui profertomi con altre rendite appresso , ha insieme col marchese di Musso e col signor Castaldo, prestantissimi cavalie ri, compreso ci. Onde vi conchiudo che lo avvenimento di Sua Eccellenza nel farmi conoscere cotan ti padroni, nel rendermi la benivolenzia del buon duca di Mantova e nel porgermi i doni de la istessa liberalit, mi suto non dir di utile sommo, per non avilire l a generosit largitami da la natura, ma di onore inestimabile. Oltra di questo, es sendo l'egregio pittor Tiziano uno altro me medesimo, del canonicato concesso da quella al mansueto e dotto messer Pomponio, fgliuol suo, mi son rallegrato come di interesso proprio. Insomma, se il reale monsignor d'Anibau avesse nel donare e nel ridonare imitato la magnanimit de lo unico d'Avolos, ne la guisa che il col legio ha confermato le proposte e le risposte di lui, io usciva di necessit. Di Vinezia, il primo di febraio 1540. XCI AL SIGNOR DON DIEGO DI MENDOZZA Egli mi parria, o signore, isfregiare quattro volti in un colpo, caso che non vi scrivesse cotal polizza per il conto che ve la scrivo. Il primo fregio sarebbe ne la nobilt de lo intelletto vostro, il profondo saper del quale ha posto i suoi diletti in ogni eccellenza d'opera che d'ingegno e di mano si vegga. Il secondo toccarebbe a la scoltura e a l'architettura, i cui onori si debbono ampliare co n il maravigliarsi de le lor fatiche. Il terzo offenderebbe messer Iacopo, uomo degno di riverenza non che di lode. E l'ultimo al giudizio che si dice ch'io ho ne la grandezza de l'arti del sopradetto. E per in mascara o con l'abito solito v errete oggi a vedere i sudori mirabili del Sansovino; ch, oltre al dire d'esser d ebitore agli occhi propri, confessarete che questo serenissimo impero ha due tes ori: uno in San Marco e l'altro in piazza. Bench la fama giudica di pi valore ques to che di continuo si vedr in publico, che quello che qualche volta si mostra in secreto. Di casa, il 10 di febraio 1540. XCII A MESSER FRANCESCO CALVO Il nostro Albicante mi avvisa che la bont vostra circa lo imprimere de l' Orlando , vituperato dal Berna, per farne la volont mia, del che vi ringrazio; ed certo c he da una persona come voi gentile non si pu sperare altro che gratitudine. Onde vi dico che cotale baia, la qual morde le cose vostre, mi dispiace pi per vostro onore che per lor dispregio, perci che la invidia perfetto giudice dei meriti d'a ltri, le essalta pi col suo lacerarle, che non abassaria voi, caso che imprimeste i pregiudizi degli amici; onde per grado de la propria modestia ste obligato o a non dar fuora il libro o a purgarlo da maledicenzia. Veramente se tutte le temp este del mare fussero congiurate contra a questa o a quella nave, non moverebbon o con lo impeto con cui mosse il predetto uomo inverso di me, che sempre gli gio vai con la lode, e mai non l'offesi col biasimo, tal che mi lecito per difender la innocenzia istessa introdur qui lo imbasciator d'Urbino, la prestanzia del qu ale leggendo il principio del mio Genesi disse: " Ecco la inimicizia che hanno i pedanti con l'Aretino". Ma a che fine odiare lo i ngegno infuso in altrui da Cristo? E perch tanto gonfiarsi ne la presunzione di q uel che non si merita? Dove sono i miracoli di cotanto satrapo? Mettansi i capit oli dei Cardi, de le Pesche, de l' Orinale e de la Premiera con quegli che io ma

ndai a lo Albicante, al principe di Salerno, al duca Cosimo e al re Francesco, e poi si giudichi de lo stile, de la invenzione, de la piacevolezza e de l'arguzi e di noi due. Bench la fama di coloro che invecchiano drieto a lo scriver le cian ce da riso ridicola, perci mi parso degno de la cura, che debbo avere a la memori a di me medesimo, il far l'opere che pure ho fatto. Ma cos Iddio mi lasci godere la cortesia dei seicento scudi che per Ambrogio Eusebio mi manda Francia, come i l non viver di lui una de le gran noie che mi perturbino. Egli me ne duole per l 'esser umano uffizio il non bramar la morte altrui e per non potere eleggerlo a sentenziar dei nostri affari; Oltra ci egli confessarebbe che fu di mio pensiero lo emendare lo Innamoramento del conte, cosa in suo genere di eroica bellezza, m a tessuta trivialmente ed esplicata con le parole de la antichit plebeia. N per al tro mi tolsi da la impresa che per conoscere di mera infamia il porsi al viso de l nome la mascara dei sudor dei morti. Edifichiamo la gloria cercata sui fondame nti de lo intelletto proprio, procacciandoci credito per via de le fatiche medes ime, ch invero Matteomaria da Scandiano, giuridizione di Ferrara, e non Francesco da Bibiena, contado d'Arezzo, ne suto autore. A me pare che chi pone la penna n e le carte non sue acquisti la lode che merita un sarto nel rappezzare le sferre vecchie, e la temerit, che aggiugne e leva a le cose d'altri ponendosi in caratt eri maiuscoli in fronte a le vigilie degli uomini famosi, si debbe coronar di no tte, acci che il giorno non si arrossi nel vedere simili sfacciati. Ma per tornar e al vostro sempre aver rimproverato la lor perfidia ai miei emuli, dico che io in premio di ci delibero che gli inchiostri vincan la gara, che la morte vorr fors e pigliare con la ricordanza di voi. Ma peccato che i virtuosi offendino colui c he ha rassicurato coi suoi pericoli il loro ardire; e a quanti di quegli che mi cavarian gli occhi ho io tratto la fame? Quanti ne ho vestiti e quanti rubati ag li spedali. Ecco un Franco di Benevento, capitatomi innanzi ignudo e scalzo, com e andr sempre, doppo i segnalati benefizi da me ricevuti, volse concorrer meco, e per aver detto " Pstole" e non " Lettre" ne va altero, quasi vincitor di quel ch 'io sono. Insomma il numero di coloro, che mi si fan nimici, uno stuolo di briga te, che mi testificano la grandezza de la virt che gli provoca a perversarmi. Ond e gliene son tenuto, come a veri benefattori. Di Vinezia, il 15 di febraio 1540. XCIII A MESSER FRANCESCO PRISCIANESE L'amore, ch'io porto al magnifico Tomaso Giunta, si converso in obligo, da che l a sua cortese modestia mi ha procacciato un cotanto amico, bench reputo di mia ve rgogna l'avere spettato che la vostra umanit faccia l'uffizio apartenente al mio debito; ma il difetto di ci causato da la sorte, la cui malizia si compiace nel v edermi occupato in quella ignoranzia di donde sarei fuora se nel modo, che vi co noscer ora, vi avessi conosciuto gi; pur io me ne rallegro, come si sia, parendomi strano lo intervallo che si mette tra il desiderio del conoscerci e lo affetto de lo abbracciarci. Circa le cose mandatemi, perch ogni grandezza di volume da me scorsa in un tratto, vi ho visto buona parte de le pazienti, de l'onorate e de le utili fatiche vostre, gli ordini, le facilit e le avertenze de le quali sono i n maniera tessute che in un tempo istesso insegnaranno la lingua dei latini ai v olgari e quella dei volgari ai latini. Ma per esser l'opra uscitavi da lo intell etto, scola universale di tutto il mondo, lo stipendio, che d'anno in anno si co ncede da le comunit ai lettori pubblici, si debbe a voi, da che ponendo in luce l e carit de la propria dottrina, tenete i buon maestri ne le case dei poveri, cacc iando di quelle dei ricchi la insolenzia dei pedagoghi. Essi a mio giudizio paio no vasi strozzati nel collo, i quali ne lo sforzarsi di volere empire istrumenti simili di ci che mandon fuora a gocciola a gocciola, ne versano pi che non ce ne mescano; e perci bisogna ai maturi precettori, che vogliono infondere gli spiriti de la gramatica ne la mente degli accerbi discepoli, mostrare al procedere di l oro medesimi lo intelligibile andare dei vostri miracoli, la cui providenzia nec essaria a lo studiar dei giovani, come il cultivar dei campi al viver degli uomi ni. Di Vinezia, il 26 di febraio 1540. XCIV A MADONNA CATARINA SANDELLA

Ritorna, figliuola, da la villa e insieme col tuo marito vieni a casa, e goditi ne lo stato tuo con l'onest che ti si conviene. Imperoch lo puoi fare ancora che t u non avesse mai altro bene che lo esser tu scampata d'una infermit che ne ha que sto anno sotterrate mille; e tutto non mio aiuto, ma grazia di Cristo, la miseri cordia del quale ti ha salvato l'essere perch tu lo riconosca. Come anco sei tenu ta a riconoscere (non dico il benefizio, con cui ti ho fatto ci che tu non eri), ma la bont di messer Bartolo, che Dio ti concesse in marito. Avenga che il giovin e di sangue nobile, e talmente degno che gli son parenti di molti gentiluomini. Imperoch passono da ducento anni che colui, da chi egli trae l'origine, venne da Lucca ad abitar qui con la somma di pi di duecentomilia ducati d'oro, onde le fem ine discese da lui si acasarono nobilmente e onoratamente. Ma perch dopo la morte del magnifico messer Luigi, suo zio (il quale gi si appressa a la novantina), e di maestro Marcantonio, a cotal vecchio figlio e a voi cugino, ereditate mezze l e facult loro, non gli desiderate la morte. Peroch di volont iniqua, onde spesso av iene che non pur si gli prolunga i giorni, ma si va sotterra prima di tali. E, p erch intendo che il tuo consorte gli osserva tutti due, ne ho allegrezza. Concios iach i preclari cittadini son degni di ogni riverenza. E, per fornirla, la pruden te Madalena e lo egregio maestro Gianmaria di lei marito e tuo parente, ti suppl icono a ritornartene. XCV MESSER ALESSANDRO DAGLI ORGANI Ecco, fratello, ch'io ho fermato tra voi, che ste il lume de l'arte vostra, e Tiz iano, ch' lo splendor del mestier suo, il pi laudabile, il pi onorevole e il pi graz ioso patto, che tra due cos nobili, cos gentili e cos alti spiriti si potesse mai f ermare. E il caso che voi doviate lavorargli una di quelle machine, che con il s oave de l'armonia dnno l'anime in preda de lo estasi, e che egli in cambio di ci d ebba dipingervi in un di quegli esempli, che con il vivace de la natura riducano le persone in braccio de lo stupor. Ma perch lo ingegno degli uomini eccellenti non si prevale di se stesso se non in tempo, mi parso di metter due mesi di term ine tra il compiere de la sua opera e de la vostra. Intanto il viso e l'audito ( preclari principi degli altri sensi) spettano di comprendere ne lo arpicordo, ch e voi farete a lui, e nel ritratto, che egli far a voi, lo ultimo fine de la perf ezione che si richiede ne l'una cosa e ne l'altra. Bench ci mover ad invidia quante imagini e quanti stromenti uscir mai dal solo pennello suo e da le uniche mani vostre. Di Vinezia, il 7 di aprile 1540. Di Vinezia, il 27 di marzo 1540. XCVI A MESSER MARCANTONIO D'URBINO Io, che vi amo tanto quanto voi ste virtuoso, e non meno desidero di servirvi che voi di farmi piacere, vi mando il sonetto, che lo obligo istesso e la persuasio n d'altri mi ha sforzato comporre sopra la figura che il mirabile Tiziano ha mir abilmente ritratto dal natural don Diego Urtado di Mendozza, giovane tale quale doverebbono essere i vecchi, e s buono e s savio che n pi savio n pi buono non pu esse alcuno. De la magnanimit e de la scienza non parlo, conciosia ch'io non sono abi le a comprendere la somma de l'una n la grandezza de l'altra. Onde ritorno a dirv i che i versi, da me fatti ne la materia predetta, vi si indirizzano peroch gli m ostriate a messer Fortunio, acci me li correggia, e non a causa che egli me gli l audi. S che pigliategli, e portategliene; e tosto che ne avete cavato il suo fede le, come perfetto giudizio, venite a riferirmelo tosto. Altrimenti mi rendo chia ro che le mie ciance lo noino, e non che esse gli piaccino. Di casa, in Vinezia, il 16 di agosto 1540. Chi vl veder quel Tiziano Apelle Fa de l'arte una tacita natura, Miri il Mendozza s vivo in pittura Che nel silenzio suo par che favelle. Moto, spirto, vigor, carne, ossa e pelle Li d lo stil, che in piedi lo figura, Tal ch'ei ritratto esprime quella cura, Ch'hanno di lui le generose stelle.

Dimostra ancor ne la sembianza vera Non pur il sacro, illustre animo ardente, E de le virt sue l'eroica schiera; Ma i pensier alti de la nobil mente. Che in le sue gravit raccolta e intera Tanto scorge il futur quanto il presente. XCVII AL PRESIDENTE DI ROMAGNA Io, monsignore, che mi tengo da molto solo per esser certo che ognun sa ch'io so no amato da voi, nel divulgarsi dei presenti, che oltre l'amarmi tutto d me fate, ne divengo in quella superbia ne la quale si levano coloro che attribuiscono il favore concessogli da la sorte agli istessi demeriti. E, per dirvi de la creden za mandata da la generosit vostra a la bassezza mia, ella suta tale quale da cred ere che sieno i doni offerti dal singular vescovo Guidiccion da Lucca ed eletti dal raro messer Giovanni da Castel Bolognese. Veramente il candido latte, di cui risplende la tersa delicatura di s fatti vasi, mi rapresenta la schietta purit de l bello animo vostro; e perci gli ho accettati con lo affetto del cuore, e in lui ripostane la memoria poi che a la vaghezza de le predette maioliche non piaciut o ch'io abbia, riposte lor medesime in casa. Don Diego Urtado di Mendozza, vostro amico grande e mio signor caro, innamoratos ene per fama, le desider talmente mezze che l'ottenne tutte; non senza dispiacere di alcune signore che, intesa la qualit e la quantit del presente, se ne venivano via in sul passo de la baldanza per isvaligiarmene. Ma, come si sia, io vi refe risco grazie infinite s de le terre ch'io ho avuto, si dei vini ch'io debbo avere . E nel conchiudere che le magnificenzie, che vi adornano, son pi tosto da re che da prelato, confesso essermi sommamente compiaciuto ne lo udire non che il papa ber de la malvaga, che, come cosa venuta da me, vi degnaste pigliare; ma del comp rendere che tentate per cotal mezzo di sollevarmi in alto con le mani de l'utile e de l'onore. E tutto vada a conto de la accorta cortesia vostra, le cui bont mi perdonaranno se ora rompo il voto fatto circa il non volervi pi molestare con le intercessioni, ch'io di continuo vi porgo in pro di costui e di colui, perch vog lio prima con ingiuria di tutti i voti esser temerario con la vostra placida ben ignit, che ne la osservanza loro ingrato inverso gli obblighi, ch'io tengo con qu elle d'altri. Ecco, il magnifico messer Luigi Caravello, isviscerato protettore, in questa cit t inclita, de le occorrenze dei forestieri che vi negoziano, sendo stato potissim a causa de la salute d'un mercante mio parente e fratello, mi costringe per via del mero debito a violentare la discrezion del rispetto, sforzandovi con i pregh i a permettere che, nel trarre le sue entrate di cost, gli vaglia l'autorit del br eve apostolico, che gli concede che ci possa fare. Ma sar gloria di detto breve lo esser voi cagione che le sue menzogne dicano una volta il vero. Il gentiluomo, merc degli onorati andari suoi, degno da per s di ricevere ogni sorte di grazia da ciascun gran personaggio, e parmi offendergli il grado in supplicar per lui. Pu re, acci si vegga ch'io lo faccio di cuore, vi mando con questa lettera la mia ef figie coniata in ariento, solo perch la quasi sua viva presenza, col farvi fede c h'io sono, vi mova a servirlo, come so che veramente servirete. Intanto bascio la man dotta di Vostra reverendissima Signoria con quel zelo di f ervore, con cui mi raccomando al valoroso capitano Antonio. Di Vinezia, il 17 d'agosto 1540. XCVIII A MESSER FRANCESCO SANSOVINO Come pu egli essere, o giovane, che io vi sia diventato nimico per colpa del sone tto divulgato per vostro, in pregiudizio d'altri, non avendo io dato cura a quel tanto che gi vi parve di compormi contra? Certo ei mi rincresce che s fatte brigl ie non vi lascino conoscere il dono de la fortuna, n la dote de la natura. Voi, i ntrigato ne la mala conversazion d'alcuni, inettete in dubbio la eredit, che vi p erviene, e guastate lo ingegno, che vi adorna. E continuando a dar fede a la mal izia di colui e di costui, ad altro non attendete che a credere favole e a nutri re odii. Intanto messer Iacopo, a voi padre e a me fratello, per il dolore che se ne pigl

ia, affretta quel vivere che se gli devrebbe prolungare coi vostri anni, s egli o nesto, virtuoso e grave. Deh, figliuolo, acquetate voi e consolate lui. Acquetat e voi con il rendervi agli studi laudabili, e consolate lui col farci il profitt o che ci si richiede; ch, ci facendo, la vita sua, che depende da la vostra, viver in voi con ogni splendor di letizia. Intanto anche io, che mi reputo lui medesim o, me ne rallegrar come di felicit propria. L'uomo egregio, occupato da le imprese dedicate da questa citt magna a le operazioni del suo spirito illustre, ha bisog no di quella recreazione, la quale consiste ne l'udir di voi quel grido di ben f are, che desiderano i padri nei figli. La cui discrezione in ogni sorte di ragio ne, che gli par aver con chi gli cre, doverebbe dargli il torto, non che scriverg li con l'audacia, con la quale scrivete a chi ha creato voi. Veramente io credo che i versi che vanno attorno non siano vostri, e che, non es sendo, vi paia strano che altri pensi altrimenti; pur egli di vostro uffizio giu stificarvene con le parole de la umilt, e non di esclamare con la imperiosit de la superbia apparente in molte lettre da voi drizzate a l'onorato genitor vostro, le cui ammonizioni partendovi di qui vi commessero vivamente che mi scriveste sp esso e che lasciaste andare l'accademia, onde la rigidezza, che vi par ch'egli v i usi, deriva dal vostro averlo disubidito ne l'una cosa e ne l'altra; tal ch'io , circa il non mi aver mai scritto, posso pi tosto affermare che il rancore sia d al canto vostro che voi pensare che egli proceda dal mio. Peroch si sa bene che c olui, che offende, guarda sempre intorno l'offeso. Ma buon per voi se aveste tal volta mandatami una polizza; ch, se ci per voi si faceva, e, inanzi al caso segui to e doppo il seguir del caso, sareste suto quel che ste per essere. Tuttavia, ch e vi farete ci che devreste farvi, e quel ch'io vorrei che vi faceste. Ma perch so n certo che vorrete esser quel ch'io bramo che siate, voglio che l'autorit, ch'io tengo col famoso Sansovino, lo sforzi a perdonarvi. Ma in questo mezzo ricordat evi che, s come traete l'essere da cotanto uomo, di ritrarne anco la bontade. Di Vinezia, il 16 di settembre 1540. IC AL MARCHESE DEL VASTO Ancor che voi aviate inteso il fine de l'opra che io vi ho fatto, e la bellezza del presente ch'io vol farvi, mi pare di avvisarvene con questa carta; conciosia che l'altrui dire l'ombra di ci che aspettiate, e il mio servire la imagine di q uel che vi debbo. Certo egli piaciuto a Dio che per me si compisca l'istoria che mi imponeste; ma non gi paruto agli uomini che io abbi (non dico i duecento scud i donatimi da la piet cesarea ne le viscere de la maggior carestia che mai fusse) , ma la pidocchiaria de la solita pensione. Ma se chi nega il suo proprio aiuto al prossimo degno di succedere ne le calamit che lo affliggono; che merita colui che toglie al povero la limosina, che altri gli fa? Ognun sa che fino a l'avariz ia, ne lo orror de lo anno seguito, si vista sumministrare a la povert; e a me, i n cotal penuria di pane, bench si sapesse la gran somma barratami in Francia e in Inghilterra, stato intertenuto il premio che io ritrassi da lo imperadore solo per avervi lodato. Ma, se si sopporta il levarmisi i doni guadagnati nel celebra re l'alte vostre virt, che mi si farebbe se mi si ordinassero per altre? Egli pur vero che, per amor de la fama, non solo tenete a vile il dare dei gran guiderdo ni, ma sprezzate per accrescervela i pericoli de la morte; consentite in suo pre giudizio che mi s'indugino le cose che non vi appartengono. Io favello a la sicu ra, perch io son libero e perch ne lo interesso de la fame (principessa de le mise rie) la vergogna pon da canto il rispetto. Ma io sto allegro, peroch, tosto che v ediate la figura e subito che leggiate la vita de la avvocata vostra, son vendic ato. Conciosia che nel vederla e nel leggerla, commosso da lo artificio di cotal e statua e dal sudor de le mie fatiche, sentirete tanta compassione per aver sof ferto che io patisca quanto io ho avuto disagio patendo. Or, se voi ste quello am ico del ben fare che vi tiene il mondo, comandate che mi si mandi e la pensione e i duecento scudi, ch altra vecchia cortesia non chieggo. E circa il libro compo stovi, altro nuovo pagamento non voglio. Ma perch egli noto (col testimonio de la vostra parola) come la mia modestia non men grande in chiedervi che si sia la v ostra volontade in darmi, la fornir con dire che il volume uscir presto de le stam pe e verrassene a dimostrare a la Eccellenza Vostra con quali e con quante vere laudi ho saputo ragionare di Alfonso d'Avolos, di Maria di Aragona e dei figliuo

li concessi da la grazia di Cristo ai meriti loro. Di Vinezia, il 25 di ottobre 1540. C AL GRAN MARCHESE DEL VASTO Io ho caro, signore, che, nel non venire mai a fine di ci, che promette a questo e a quel principe quello e questo virtuoso, si conosca il tosto giugnere a capo di quanto gli viene osservato da me. forse sogno il mio comporre una opra con pi prestezza che altri non la stampa, e che sia il vero ci resta anco da imprimere due fogli di quel che compii quindici d sono. Ma se mi si dicesse: " Egli uno anno che il tuo benefattore ti impose cotal fatica"; risponderei che la truffa fattami avria cavato di sesto una repubblica, non che un ser poeta. E be n ne sono io andato a non uscir dei gangari s per la collera come per il danno. D isse un che udiva biasimar le labbra asciute d'un che entrava in campo: " Va', combatti tu per lui, e poi mi di' se si posson tener molli". Certo io merit ava che voi mi ametteste la scusa, quando l'avessi indugiata anco due dozine di mesi. peroch non comporrebbe il demonio, avenga che la sua diavolaria fosse perve rsata da s bestial perdita, la qual mi ha trapassata s bene che Ravenna, sentendom i ridere tre giorni doppo le nuove che io ne ebbi, esclam: " Voi avete perduto tanti danari, e ridete?". Onde lo chiarii con fargli intendere che io rideva devendo piagnere, per non avere animo di cardinale. Or per venire a le lunghezze di Tiziano, grato riconoscitore dei beni ricevuti d a la cortese bont del Vasto, dicovi che la forza del suo esser ritenuto a Mantova ha causato lo indugio che si messo tra il desiderio vostro e il debito suo. Egl i mi men pur ieri a veder la tavola, ne la quale ste visto parlare a lo essercito suso un pilastro: onde vi giuro per la somma dei vostri onori che, se ben le fig ure che si dipingono appaiono solamente ne le superficie, il pennello de l'uomo mirabile va con s nuovo modo a trovare le parti che non si veggono ne la imagine che egli colorisce di voi, che ella, nel mostrarsi in tutte le membra tonde come il vivo, vi fa pi tosto essere Alfonso che parere il ferro; ci, con che s buon pit tore vi arma, talmente simile al ferro, che il vero istesso non sapria discerner e il natural dal finto, conciosia che i riflessi di piastre tali balenano e folg orono, e, folgorando e balenando, feriscono in maniera gli occhi che le mirano, che ne divengon ciechi, non che abbagliati. Intanto si pu quasi giurare che molti dei soldati infiniti, in atto di stupido silenzio, vestiti e armati di varie so rti d'abiti e d'armi, levino il fisso del guardo da la maest, che vi siede nel fr onte aureo, solo per contemplare Francesco Ferrante unico splendore dei raggi de la vostra gloria. Chi mira come il Vecellio ha ritratto s gran figliuolo appress o a s alto padre, pu giudicare non in che guisa stia uno angelo a canto a Dio, che sarebbe temeraria cosa a dire, ma in che gesto si recava Febo a lato di Marte q uando la purit dei nove anni fioriva in lui con quella grazia con cui fiorisce s s emplice etade nel vostro illustre primogenito. Il suo tenervi la celata sparta d a le piume, che nel mostrar di esser mosse dal vento paiono ripiene di natia mor bidezza e di s pronta vivacit che il. fanciullo dotato di celeste indole respira c on ridenti luci, non altrimenti che si faccia mentre velo vagheggiate in carne e in ossa, onde son certo che tosto che lo vediate adorno di armadura destra e an tica, la quale fregiata di perle e di gemme gli scopre le braccia e le gambe nel modo che negli archi vediamo averla i romani eroi, vi verr voglia che egli ne ab bia una tale. De l'aria e dei nuvoli, che sono ne la eccellenza de l'istoria, no n parlo; n dei paesi usciti dal mio non men fratel che compare; n dei capegli, n de le barbe, n dei panni de le figure: peroch il far s fatte cose tanto proprio suo c he la natura in ci confessa d'averlo superiore non che pare. Di Vinezia, il 20 di novembre 1540. CI AL GRAN MARCHESE DEL VASTO Eccovi, o signore, l'opera, che vi ho fatto, non qual pensaste forse ch'io vi fa cesse, n come avrei voluto farvi, ma nel modo che mi suto concesso che io vi facc i. E, s'avviene che non ci sia alcuno di quegli spiriti con cui desideravo che e lla respirasse, scusate me, che per esser di carne non posso esplicare i concett i divini. Egli bisogna, a chi vuole, che il suo intelletto entri ne le cose di D io: riempierlo prima di dottrine celesti, acci possa rendersi capace a poterle es

primere, di poi sequestrare e purificar l'anima d'ogni affetto terreno. La qual cosa dono tanto proprio di coloro che ne han parlato con la lingua de lo Spirito santo, quanto improprio a me, che ho tentato di scriverne con la penna de la fr agilit. Veramente l'ardire che mi faceva comporre in materia sacra, mi si converso in ti more, con ci sia che tali imprese si debbono ai giusti e non agli erranti. Io tre mo solo a pensare come voi, che ste una cosa sublime, un suggetto magnanimo e uno atto fatale, aviate spinto me ignorante a dire di quella vergine che amut s grave stuolo di sapienti. Onde, se voi non trovate la virt mia ne la prova che una vol ta vi ste messo a farne, de la grandezza che io ho trovata la liberalit vostra ne la esperienza, che sempre ne feci, datene la colpa ad Alfonso d'Avolos, il quale ha voluto che io formi un libro intero d'una leggenda che non empie un foglio m ezzo, tal ch'io vorrei che la sterilit di cotale istoria fusse stata imposta a lo studio di qualunche si voglia. Io non dico ci per quel che altri si crede che mi paia saper pi degli altri, ma per quel che gli altri stimano d'intender pi di me. Che potria mai fare lo stupendo artificio del divin Buonarroti nel dipignere in poco spazio un concistoro apostolico, non gli essendo lecito di vestire lo assis o pontefice n i sedenti cardinali d'altro che di rosso e di pavonazzo? Ecco, lo s criver mio sempre ne l'ire, ne le minacce, ne le prigioni, negli spaventi, nei s upplizi e ne le morti, si sostien quasi tutto in sul dosso de la invenzione; per och, oltre che ogni cosa che risulta in gloria di Dio ammessa, l'opera, che in se stessa poca, sarebbe nulla senza lo aiuto che io le ho dato meditando. Or come si sia, io vi mando il volume al nome vostro dedicato e a vostro nome composto. E nel mandarvelo me ne rallegro ne la maniera che me ne dolgo, per non potere an co mandarlo a colui che, per esser suta santa Caterina avvocata sua, come di voi , me lo dimand con istanzia fervidamente religiosa. Io parlo di quel buon duca di Mantova, la real condizion del quale saria stata d i pi felice vita e di pi beata memoria che veruna altra mai, se il generoso de la bont di lui avesse men creduto al maligno de la fraude altrui. Egli, che fu di pl acida affabilit, di pronta cortesia, di dolce aspetto e di mansueta natura, non e ra per guardar punto de le cose postegli inanzi da la inumana malvagit di chi gli amministrava la buona fidanza, se l'ozio del suo mezzo e la pigrizia del suo fi ne non si inimicava con l'armi e con la fama del suo glorioso principio. Ma, per ch meglio il vedere la sposa di Ges in cielo che il legger la sua vita in terra, e ssendo s fatto principe lassuso, nel darmene pace mi inchino al soprano valore de l'altissima Vostra Eccellenza. Di Vinezia, il 26 di novembre 1540. CII A MESSER FRANCESCO PRISCIANESE Io, fratello onorando, fino a qui mi son tenuto virtuoso, non per altro che per saper d'essere amato da le virt del Guidiccione, del Molza e del Tolomeo, fiati d el decoro, anime de le scienze e spiriti del giudizio; ma, nel sentire amarmi da voi, che ste il senso de la carit, lo affetto de la benivolenzia e la vita de l'a micizia, mi tengo buono ancora; e se ben conosco che l'amor che mi portate, per buona oppenione che vi fa lodare i miei andari, onde non ne son degno, come voi, di quel, che io vi voglio per vero merito, che mi move a guardare le vostre bon t; piacemi sopra ogni cosa di avervi per testimone di ci che vi par ch'io sia. Ver amente il venir di voi qui mi fu prescritto dai cieli, la cui providenzia, veden do che l'opera vostra (pi necessaria a chi vuol diventare uomo, che non l'acqua e il fuoco a l'uso degli uomini) non era a tempo a instruire la mia ignoranza, su ppl col farvi comprendere come io, che non so piangere la fortuna mala n dolermi d e la povert pessima, mi vivo merc di quella libera virt che, avenga ch'io moia, far fede che io non nacqui indarno. Or, per tornare a la composizione comandatami dal marchese del Vasto, magnificen zia de l'umano genere, ecco che io ve la mando secondo l'obligo de la parola mia , e mandandovela vi scongiuro per quello affetto che ci ha legati insieme con la catena de la eterna fratellanza, a voler mostrarla a Ravenna e a Ridolfi, cardi nali senza menda e signori senza avarizia; peroch mi basta che la loro clemenza b iasimi la vergogna de la fiamma, che non abruscia le gote di coloro che mi aborr iscono, non per i fregi che il giusto de la mia penna gli ha fatto in su la facc

ia del nome, perch eglino, che non ebber mai titolo di lode, sanno bene ch'io gli ho debitamente vituperati; ma per avere introdotto il leggere le cose di Cristo l dove il temerario de la ipocrisia, che gli essalta, non atto a introdurle. Egl i chiaro che saria poco lo inginocchiarsi ai pi di quei vasi di elezione, assunti in grado per avere la simulazione nel volto, la menzogna ne la lingua e la frau de nel cuore; se pur una carta dei volumi, che Iddio mi spira a comporre, usciss e fuora segnata con la degnit di quegli arroganti, che, invece di amare i buoni, perseguitano chi non gli odia. Onde ho pi paura ne lo scrivere le istorie sacre, che non ho avuto piacere nel cantare i lor vizii; conciosia che con l'uno stile gli feci noti, e con l'altro gli faccio infami. Ma spero (se le stelle non ci rubano lo effetto de le promessioni loro) che Roma , non pi refugio de le genti, non pi madre de le virtuti, non pi patria de le gener osit, non pi capo del mondo, non pi albergo dei santi, e non pi seggio di Cristo, ri tornar, noi vivendo, e seggio di Cristo, e albergo dei santi, e capo del mondo, e patria de le generosit, e madre de le virt, e rifugio de le genti, per la qual co sa i giusti essulteranno ne la felicit di cotal giorno, e io correndo a la corte, che or fuggo, nel concilio degli amici veri alimentar il mio animo con la dolcez za de la conversazione dei chiaro Aldovrandini, del buon Nardi, del giusto Giann otti, de l'ottimo Pescia e del perfetto Becci. E mentre Lodovico, Simone, Donato , Iacopo e Salvestro, uomini di integra fede, di singular valore, di prestante s enno, di illustre grido e di cristiana pietade, non isdegnando il mio comerzio, mi accettaranno nel collegio loro, fornir di rallegrarmi ne la conoscenza del gen tile Nicol Ardinghelli, conditor dei costumi, spirito del sermone, modestia de la giovent e osservanza de la religione. Di Vinezia, il 27 di novembre 1540. CIII A MESSER FRANCESCO MARCOLINI possibile, compare, che io, naturale aversario degli invidi, cominci a diventare invidioso ne la etade che sopra ogni altro vizio dee aborrir la invidia? Adunqu e io, che non gusto maggior piacere che quello che io prendo ne lo esser invidia to, debbo affliggermi ne lo invidiare gli onori, che il grido de la fama non men pubblica che perpetua apparecchia al nome de lo egregio Alunno? Ma chi non lo i nvidiaria, avendo egli trovato la virt d'una nuova pazienza e la maniera d'una st rana facilit? Per il che gli intelletti vaghi di peregrinar dietro a l'orme del g ran Petrarca, prenderanno ne la commodit de le sue vigilie il medesimo refrigerio che prova l'uomo errante quando, gittato dal soverchio de la stanchezza a pi di quel monte che vorrebbe salire, non pur si sente porre da la compassione del pas tore sopra una de le giumente da lui guidate, ma vede ancora portarsi dove si cr edeva che lo conducesse la lena de le gambe proprie. E perch il sudore, che versa lo ingegno ne lo essercitare le acutezze dei suoi spiriti, noia de la mente, e non affanno de le membra; la pietade mostrata dal ferrarese messer Francesco inv erso di coloro, che s'intricano nei modi usati dal toscano poeta, avanza tanto l a detta carit pastorale, quanto l'eccellenze de l'animo superano le qualit del cor po. Ma egli stupendo a dire e impossibile a credere come nel pelago, nel quale hanno pescato tutti gli ami de l'altrui avertenze e tutte le reti de l'altrui fantasi e, non lasciando luogo intentato, n senza l'esca de la diligenzia, il prefato uom o abbia saputo ritrarne s bella, si buona e s lodata preda. Veruna industria, niun a sollecitudine, n alcuna avarizia scelse giamai nei fondi de l'Ermo, nei liti di Pattolo e ne le rive del Gange miche auree, scaglie dorate e arene d'oro, che a gguagliassero di pregio, di vaghezza e di splendore lo infinito numero de le ill ustri osservazioni uscite da le magne fatiche sue. Talch si pu dire che s fatta per sona abbia ridotto negli ordini loro tutte le stelle sparte a caso nel cielo de la petrarchesca poesia; solo perch esse infondino nei dotti pensieri dei seguaci di lei il beneficio del premio, la clarit de la lode e la riputazion de l'onore. E perci datele a le vostre stampe, ch certo non ci potria entrar composizione di p i raro grado n di pi singular merito. Intanto egli (che, per esser la grazia degli studi de l'aritmetica e la gloria de l'arte de lo scrivere, ha nobile intertenim ento da l'ordine grave di questo sempiterno senato) fornir d'involare tanto tempo a l'ore del sonno, che dedicar nel teatro del giudizio comune la immensa machina

, che tuttavia fabrica il suo maraviglioso intelletto, mostrando in un corpo ist esso ciascuna voce del Dante, del Petrarca e del Boccaccio: cosa di pi cara ad al tri che a lui non saria quella di chi cercasse di mettere insieme quante onde fe riscano i raggi del sole e de la luna ne lo spazio d'un giorno tranquillo e ne l o intervallo d'una notte serena. Di Vinezia, il 27 di novembre 1540. CIV AL PRISCIANESE Se voi, messer Francesco, non sapeste che le bugie, che dicono le stampe, simigl iano a quelle che escono a le promesse dei signori, mi vi scusarei circa il non mandarvi ora l'opera che tosto vi mandar. Ma pi lacerata da la ignoranzia de la im pressione, che non lodato il libro di voi dal giudizio dei buoni, onde col forni r di immetriare i pedanti, si cominciato a leggere ne la academia di Spilimbergo , e qui in due o tre scole; la qual cosa mi piace, come son certo che piacer a vo i nel vedere in che modo, con che affetto e con qual voce onoro gli amici vostri e i padroni miei. Ma perch il Priscianese lo spirito de la fama, che trombeggia il merito del quadrante, voglio che esso favorisca, in premio de la memoria che io ne ho, lo apportatore di questa ne la maniera ch'io favorirei qualunche mi po rtasse una de le vostre. Egli, che non ha di frate se non la cappa, oltre lo ess er nobile, uomo di lettre buone, di natura modesta, di conversazion cara, di bon t cristiana e di religion somma. S che abbracciate la Sua Riverenza, la cui sobrie t di vita e d'animo tiene nel cor mio poco men del grado che vi teniate voi. Inta nto io vi giuro, per la eternit de l'amicizia vostra, che mai ricevei presente ch e mi rallegrasse qual mi rallegr lo udir per la lingua del vostro avviso il non e sser io uscito di fantasia al veramente ottimo cardinal Ridolfi, i sacri pi del q uale spero anco basciare; perch ben posson creder gli uomini quel che gli giurano i cieli. Certo la gentil condizion di s magnanimo signore, con il rammentarsi di me pur tr oppo ingrato agli oblighi ch'io tengo seco, dimostra che i benefattori amino pi q uegli che essi beneficano, che i beneficati coloro da cui ricevono i benefizii. Peroch l'amore dei suoi pari nasce da la virt, e la benivolenzia dei miei simili d al guadagno. Onde forza che l'affezion di lui s'avanzi tanto sopra la dilezion d i me, quanto l'onesto s'avanza sopra l'utile. Come si sia, la riverenzia, che se mpre ebbi non solo a le degnit grandi e a le qualit gravi di monsignor reverendiss imo, ma a l'azioni splendide e ai costumi egregi di Luigi e di Lorenzo, suoi gen erosi fratelli, stata sempre nel mio pensiero, nel modo che l'avete udita da le mie parole. E avvenga che in me sia parte alcuna di nome, onde la casa loro non si vergogni de l'esser io creatura sua, me ne consolo se non me ne attristo. Di Vinezia, il 28 di novembre 1540. CV A MESSER BONIFAZIO DA NARNI Tutto il dispiacere che io, o fratello, avevo ne l'animo nel caso del non intend er io cosa alcuna di voi, si convertito in piacere merc de le lettre, che la mano vostra ha scritte al nostro non men fratello che amico messer Girolamo Romano. E tanto pi me ne son rallegrato quanto il ricetto, che avete, pi degno a la vostra qualit e pi securo a la vostra vita che altro luogo che sia. E per attendete a sta r sano e a sperare in Dio, ch ben verr tempo che la guerra e il disagio, che vi ti ene in bando, vi render a la patria in pace e in commodit. Egli certo che nel fini to mondo ogni cosa ha fine e, avendolo, forza che, s come la calma si tramuti in tempesta, che anco la tempesta si cangi in calma; onde non dubbio che i rancori, nati nei petti vostri e degli avversari di voi, non ritornino ne le unioni de l a concordia, perch gli uomini in ultimo dei loro combattimenti si gettono l talmen te stracchi e disfatti che altro non bramano che potersi vivere senza sospetto e senza affanno. Oltra ci, lo essere in poi l'anima, de la quale niuna cosa di pi p restanzia n di pi divinit, non comporta che qualche volta non ci ricordiamo de la d ifferenzia messa da Cristo tra noi e le bestie. Onde la rimembranza di ci ne sveg lie dal core le radici de l'odio e piantaci quelle de la carit. Dipoi i travagli, il patire e gli anni destano, in chi travaglia, in chi patisce e in chi invecch ia, lo spirito de la prudenzia. il cui consiglio, scegliendo il ben dal male, a quel si appiglia, che sempre giova e mai non nce. S che acquetisi la mente vostra,

recandovi le rovine passate in augurio de le prosperit future; e s'egli avviene che il pensiero errante vi rinfreschi ne la memoria le arsioni, i guasti, le rub arie, le violenzie e le morti causate ne le vostre case, ne le vostre possession i, nei vostri mobili, nei vostri onori e ne le vostre carni, riposatevene con lo aver ridotti i nimici propri a simil termine e a condizion peggiore; n vi si rap resenti ne la fantasia la necessit in cui la natura de lo esilio tiene i suoi par tigiani, perch non si pu dir miseria quella di colui che, mendicando, indegno di t al calamit. Ma non vi crediate che, se ben vi parlo ne la materia che vi appartie ne, che io non abbia compreso nei giorni, che avete peregrinato in questa citt, l a constanzia de la vostra fortuna ria. La quale sopportate con quella fortezza c he si dee usare inverso la sorte felice: testimone la vita lieta menata da voi a onta de lo influsso, che vi ha potuto trre la robba, ma non la generosit. E per am ore, il quale duolo allegro, ragione insana, timidit ardita, piacer noioso, luce oscura, gloria inlaudabile, sanit inferma e rimedio che morendo vive e vivendo mo re, vi ha dato talor pi fastidio che la controversia de la nimist. Ma perch il dile tto di lui una piacevole giocondit assistente nei sensi, i cui movimenti, agitand ogli con le soavitadi sue, gli riempie di dolcezza ineffabile. Bench nel ricordar vi per ultimo che il mele de la femina pi amaro che il fele de la morte, pregovi che facciate riverenzia in mio nome al signor Gianantonio Orsino, a le splendide azioni del quale son molto divoto. Di Vinezia, il 2 di decembre 1540. CVI A MESSER GIOVANNI SANTA GIULIANA Io ho ricevuto, amico carissimo, la vostra carta e i versi del Capo di Vacca; e perch il presente dei versi di lui e de la carta di voi grande, vi rendo tante gr azie de l'un dono e de l'altro quante lagrime mi trasse gi dagli occhi la dolcezz a de le rise circa la baia de la canella: la beatitudine de la quale per aver tr ionfato dentro al rovescio de la pi bella medaglia del mondo, oltre la leggenda, merita le lampane e il tabernacolo con le imagini e con le tavolette intorno, co me le reliquie di Roma, non che di Venezia. Egli certo che la ciancia, che fa qu el fatto al dietro via degli amalati, mi saccomann la met del capogirlo; ma la nov ella de le nuove composizioni me ne svalisgiano in tutto. Peroch altro l'avere in teso i bei tratti del Cardino magnifico e altro lo avergli letti: e sappiate ch' io, che mi feci ognor beffe del gracchiare per " in bas" e per " in bus", mi son talmente imbertonato de la sua poesia per lettra che delibero di gittarmi ne le braccia de la lingua romana del mio Priscianese, uomo di inaudita cortesia e bo ntade. E tosto che io me ne senta caldo caldo, vo' tormi tale iscorpacciata de l o endecassillabo cardinesco che ne verr piet a le elegie e ai distichi latini, non che agli esametri e a i pentametri volgari. Mi par mille anni di esser dotto, s olo per confabulare con il suo per tratto " huc et huc" e " usque et usque Titilans vasti pelaqi tentiginem submersis digitis" eccetera. Per och standomi nei soliti panni ho pi paura del " subdo subdo, reddo reddo", che Sua Signoria ha beccato suso in Catullo, che non hanno i contadini del " visibilium et invisibilium", il quale gli sciorina adosso il biscantare il Credo del prete. Or veniamo a lo io non so se me lo battezzi istrammotto o sonetto, p eroch nel pizzicare del sonetto e de lo strammotto non lo chiamo grottesca ermafr odita per non far torcere il grifio ai pisciaquindi e ai cacaquinci. La cui buon a memoria solleticano le Muse con i ramuscelli d'alloro isnellamente e inchinevo lmente, " per s il d parl per non dormire e mi, poetando, non vorria fallire" dice il sozio, e, nel dirlo, mi d la vita, poi che in s fatto intingolo non ci il pepe di " sovente", n di " uopo": peroch " meglio bere al suo nappo di legno che a l'altrui coppe d'oro", e " pi risplende il vestir dei cenci propri che il rilucere dei drappi che si rubano" . Che aviam noi a fare con quel che non nostro? Chi afferma per agile camminator e colui che sempre and a cavalcione su le spalle al compagno? E chi non sa che un a contafavola impiastrata dal beletto d'altri simiglia una topaia adobbata de le tappezzarie dei vicini, onde nel vedercisi l'arme di quello e di questo, da que

sto e da quello si pubblica la povert di chi se n' fatto bello? E perci ciascuno, c he pazzeggia col poetizzare, devrebbe piantarsi in uno stile di suo patrimonio, e con quello dar fuoco a le girandole degli stessi ghiribizzi, lasciando abbaiar e le frenesie del prossimo nei figli loro. Ecco il Burchiello (le cui fanfalughe si leggeranno sempre, da che sempre scuffi il pane da la sua farina) fu ladro pe r arte e non per natura; e che sia il vero, egli rubbacchi per mostrare ai cereta ni esser non men male il furar le cappe ai vivi che le fatiche ai morti. Insomma io voglio che pre' Biagio Iuleo, capellano d'Apollo, facci una scampanata in Pa rnaso, da che i d nostri hanno pur letto una cantilena iscarrognata di fiori e di frondi; e per congratuliamoci con la pioggia che tenne confitto in casa s fatto g entiluomo, onde partor s brave cose. Peroch se il sole sbucava quel d fuora, se gli toglieva la occasione del comporle, tal che l'et nostra si rimaneva tra le forbic i del " non lo disse il Petrarca" in eterno. Ma ora, merc de lo amico, pu far le fica a ch i non esce di regola " unquanco". Or, lasciando le frascarie da parte, vi prego che mi facciate servitore di s dolce persona, come sono del conte Lodovico e del conte Silvio, creature illustri; non vi scordando di salutarmi il signor Sperone , decoro de la gravit degli inchiostri. DCVII A MESSER GIORGIO, PITTORE Lo desiderio, ch'io ebbi sempre circa il conoscere un buon dipintore de la mia p atria, stato, o figlio, adempiuto da la bont di Dio; onde lo ringrazio, e ringraz iandolo supplico la sua misericordia che dia vita prospera a voi, che ste l'uomo che io cercava. Intanto vado pensando al continuo crescere de la virt vostra, il cui fare migliora nel disegno, ne la invenzione e ne la pratica con veemenzia in credibile, tal che in breve si pu sperar di voi molto pi che non ci promette la ca rta de La manna che piovve nel deserto, ne la quale ci sono tre avertenze le qua li tirano la considerazione a trasecolare del giudizio che ve le ha fatte esprim ere con lo stile de l'arte. La prima lo stupore che apparisce ne lo allargar le mani e ne lo alzar le ciglia de le turbe trasformate dal miracolo nei gesti de l'ammirazione. La seconda si dimostra ne le grazie che Mois ne rende al cielo, onde ne lo stender de le bracci a, nel congiugner de le palme e ne lo affissar del viso se gli scorge nel fronte l'affetto e de la mente e del core e de l'anima. E la terza posta negli atti co n cui le turbe ricolgono, ripongono e portano la composizione de la substanzia d ivina. De la bellezza dei vasi non parlo, avenga che non saprei dire in che modo i garb i, che gli dnno forma, corrispondino a la proporzione che si richiede a l'antiqui t de la foggia con che fate che varia l'un da l'altro e quel da quello. Io, per m e, nel guardar le figurine che egli portano in capo, veggo una schiera di villan elle venirsene da la fonte con i lor orci pieni. N vi crediate ch'io non abbi dat o cura a l'aria de le giovani e a le cre dei vecchi che intervengono in s mirabile istoria. N manco ho lasciato di mirare con quale e con quanta discrezione distin guete l'et dei sessi differenti. Lo ignudo che, chinato in terra, scopre il dinan zi e il di dietro, per esser, in virt de la forza facile e con grazia de la sforz ata facilitade, calamita degli occhi, nel rincontrarsi nei miei gli ritenne a s f in che lo abbagliarsi gli rivolse altrove. di gentile andare la maniera dei pann i, di che velate e scoprite le membra, secondo che la intelligenzia dei buoni us a di velarle e di scoprirle. Insomma voi vi ste portato di sorte nel foglio manda tomi, che quello dove il veramente dolce e grazioso Rafaello disegn simil cosa, n on lo supera di tanto che ve ne aviate a dolere. Ma perch tutto dono di Cristo, riconoscetelo con l'umilt che si debbe. Or, per ris pondere a Sua Eccellenza, che s spesso vi ramenta il mio non iscrivere, dico che io manco di s debito uffizio in dispregio de la crudelt di quella fortuna, che me la fa s poco accetto. Ben che il biasimo, che egli acquista nel consentir la mia povert, pareggia il disagio che io provo ne la miseria. Di Venezia, il 15 di decembre 1540. i Venezia, il 12 di decembre 1540. CVIII AL MARCHESE DEL VASTO

Egli pur vero, signore, che i cieli sforzono gli animi altrui a riverirvi non a lor dispetto, ma a un certo modo che, se ben questo e quello vede quanto pericol osa la pratica signorile, non si pu tenere di non isviscerarsi il petto per offer irvi ogni suo fervore. Testimonio il Nardi, vecchio venerabile, il qual mosso da la cagion sopradetta, ne lo intitolarvi il suo Tito Livio, antividde il levarse gli dei cinquanta scudi e dei cinquanta altri che gli davano l'anno due gran per sonaggi, e antivedendolo ha pi tosto voluto rimanersene senza che non dedicarvelo . E, per venire a me, dico che ancora che io mi sia continuamente arrabbiato nel p ensare come sia possibile che mi neghiate quel che mi ha dato lo imperadore, non ho potuto fare di non distillarmi lo intelletto a compiacenza del volume impost omi. E per parermi cotal soma intollerabile a le spalle di Tomaso, non che a le mie di poco peso, ci ho aggiunto la figura, che insieme con la Vita de la santa, che non vi si mandata pi tosto per il gran tempo andato in gettarla di bronzo e in nettarla nel modo che vedete. Come si sia, io vi prego ad aver caro il presen te; conciosia che la volont supplisce in tutto quello che manca il dono; il qual se ne viene accompagnato dal quadruzzo, che v'indrizza Tiziano, accioch egli con la vaghezza sua intertenga gli occhi vostri fin che si fornisce la tavola grande , che veramente sar di corto. Ma dove lascio io messer Gianfrancesco del Saracino, splendore de la generosit, e degno di esservi in grazia quanto altra persona che ci sia? Ella s de la sua men te e de la sua anima la divozione dimostratavi dai suoi detti e dai suoi fatti, che Cristo si scordaria tanto di voi quanto voi vi ricordaste di lui, che pate c irca la profession mercantile ne l'onore e nel commodo. Ma per saper io d'essere inteso col non dirne altro, bascio le mani di Vostra Eccellenza. Di Venezia, il 22 di dicembre 1540. CIX AL MAGNIFICO MESSER NICOL MOLINO Ancora, o signore, che il mio por mano nei versi e ne le rime sia tanto di oltra ggio a le muse, che lo sopportano, quanto di biasimo a me, che ne compongo; vede ndo come lo stile di Tiziano ha mirabilmente ritratto il mirabile Vincenzo Cappe llo, non mi son potuto tenere di non farci suso il seguente sonetto. Conciosiach passaranno pi secoli, che non siam vissi anni, prima che Iddio permetta che quest a sola citt si adorni d'un s egregio senatore e d'un s nobil pittore. Ma, s'egli av viene che ne le tenebre di cotal ciancia appaia alcun lume di poesia, mettetelo a conto del suggetto. La cui divinit mi suta al debito de lo ingegno quel che lo sprone a la tarda pigrizia del cavallo, e il soffiar del vento a la piccola quan tit del fuoco. Ed certo che la maest de lo aspetto di quello e la eccellenza del c olorir di questo movano in modo chi le contempla che forza di esclamare le lor l audi o con la lingua o con la penna. Onde merito scusa, se, per avermelo paruto comprendere ne la sembianza de l'uom clarissimo, ho tentato di esprimere quel mo vimento, che in benefizio de la patria, in gloria de la religione, e in memoria di s fece a la Prevesa il suo consiglio grave e il suo animo invitto. Ma, se in v irt di s fatte azioni il buon vecchio si vive nel core di quegli che non lo vidder mai, che debbe egli fare nel vostro, che gli ste nipote? Di Vinezia, il sacro giorno di Natale 1540. Quel senno illustre, quel valore ardente (Qual sa Cesar, e Pier con Marco uniti), Mstro dal gran Cappel nei salsi liti Onde tremro i legni d'Oriente, Risplende in questa sua forma eccellente, Mossa coi propri spiriti graditi, Da Tizian s vivamente usciti Ch'ognun di lor respira, intende e sente. Per scorgesi in lei (oltre lo ingegno, Oltre l'ardir, con cui suase il Doria A darsi l'ale e a trre al Turco il regno) Qual per Cristo s'arm, a quanta gloria La patria alzava, e come a l'uomo degno Il vetato combatter fu vittoria.

CX A MESSER LUIGI ANICHINI Io vi mando, amatissimo fratello, il sonetto fatto a santa Caterina, il quale mi si chiede per lettre vostre cost da Ferrara. Ma io mi dolgo di non poterlo accom pagnare con uno di quei presenti che si richieggono ai commodi de la lodata e am mirata vostra vita e virt. Certo che se in me fosse la facult che non c', vedreste negli effetti che io non ho basso l'animo come la fortuna. Bench non accade che i o ne informi voi, peroch sapete meglio la grandezza di lui che non sa egli medesi mo. Ma assai il mio potere, non mi negando la speranza quel che mi persuade il d esiderio; s che leggete i versi chiestimi. Intanto andr nutrendo il giudizio, che io tengo nel disegno, con la maraviglia di cui per pascerlo la impronta de lo in taglio mirabile che di Ganimede in s bel lapis avete fatto. Ma gran torto riceve s nobile opra da lo acuto che non tale ne la mia vista, che per lui si possa pene trare a la diligenzia de le sue incomprensibili sottigliezze. Or state sano, e r accomandandomi al mio dolce, caro, cortese, amorevole, leale, valoroso e ottimo messer Alfonso Correggiaro, ditegli che in cambio de la villania, che, col non m ai avergli scritto ho fatto a la infinit degli obblighi che io ho seco, accetti i l perdono che gliene chieggo con tutto quel core con cui bramo di vederlo e di a bbracciarlo. Di Venezia, il 30 di dicembre 1540. Tu ch'odiasti egualmente il corpo e 'l mondo Per veramente amar l'anima e 'l cielo, Onde l'ardor di si fervente zelo Ti fe' il martir pi che il regno giocondo; O spirto solo agli angeli secondo, Ch'hai il puro ed umil tereno velo Sul monte, ove Mos tremante e anelo Ud di Dio l'alto sermon profondo, Impetri dal Signor la tua mercede, Che il buon d'Avalo Alfonso ormai sia visto Mover per l'Asia il generoso piede, A ci consacri, doppo il santo acquisto, La statua pia de la cesarea fede Incontro al sasso u' fu sepolto Cristo. CXI A MESSER IACOPO SANSOVINO Io vi mando il sonetto sopra la figura de la santa, che voi mi avete fatta e don ata. E caso che nei suoi versi troviate cosa buona, datene la colpa non a lo ing egno, con cui vi par ch'io l'abbia composto, ma al debito mio e al merito vostro ; perch l'uno mi ha insegnato le rime e l'altro dato la materia da farle. Anzi lo datene la vergine de la quale si parla, che, s come ha infuso in voi grazia da po terla ritrarre, cos ha largito in me dono da saperne scrivere. Di Venezia, il 13 di genaio 1541. Chi vl vedere quel real pensiero, Quel pudico voler, quel zel fervente, E quel animo in Dio costante e ardente, Ch'offerse Caterina al martir fro, Contempli il suo bel simulacro altero, Che posa e gira in atto s vivente, Che discopre quel core e quella mente U' Cristo le stamp la fede e 'l vero. Certo nel rimirarlo iscorger parmi Qual le virt di lei note e segrete De le ruote ischernr gli orrori e l'armi Immortal Sansovin, voi pur avete Mostrato al mondo come ai bronzi e ai marmi Non men senso che moto dar sapete. CXII AL CAPITAN PALAZZO Io, figliuol carissimo, ho ricevuto per ordine de la cortesia vostra le due dozz

ine di coltelli, e, perch l'una sorte e l'altra sono di quella semplicit di lavoro ch'io voleva, gli ho avuti cos cari che ve ne ringrazio come se rilucessero ne l 'oro, di che vorreste che fossero per pi sodisfarmi; peroch tutte le cose piccole date con volont grande si posson dire preziose, avenga che l'animo di colui, che dona nel modo che a me ha donato il vostro, si converte realmente nel dono, onde chi lo riceve va godendo del cor d'altri, che pi vale che alcun presente di gemm e. Conciosiach ne l'uomo non pegno pi caro n facult pi nobile che l'affetto de la buo na intenzione, il fervido zelo de la quale s infiammato del desiderio che, circa il perpetuare la effigie e il nome de lo splendido signor Girolamo Martinengo, h a il pennello di messer Tiziano e la penna mia; che io ed egli (a fine che si mo va a degnarsi che noi entriamo a dipignerlo e a scriverne), ve preghiamo che gli diciate in vece nostra che ci facci merc d'un corsaletto fornito di celata e di bracciali bene a l'usanza dei d d'oggi; ma puramente bianco. E forse, col fargli simil richiesta, noi pacifici auguriamo la guerra tanto da voi bramata nel mondo . Onde i principi, preoccupati da strani, da intollerabili e da perversi rancori , dopo molto silenzio ci daran pur dentro. Intanto il predetto pittor unico cont rafar nel quadro del chiaro marchese del Vasto l'armadura, che aspettiamo poco di poi al giugner di questa. Di Venezia, il 15 di febraio 1541. CXIII AL SIGNOR SEVERINO BONER Se io, che soglio in ogni sorte di cortesia usatami dimostrarne molto sollecita gratitudine, ho pur troppo tardato nel ringraziar, o signor magnanimo, di quella che, rispettando me, usaste al mio creato, diasene la colpa a lo sdegno, nel qu al mi pose il suo venire in Cracovia senza averne commessione; onde, avendolo fi no a ora tenuto assente da la conversazion mia, non mi ha potuto contar pi tosto l'obligo ch'io tengo con i vostri stupendi andari. Le insolite generosit dei qual i empiono talmente dei suoi odori il mondo, che il grido publico confessa che la natura non confer mai il bene de la magnanimit a uomo che servasse pi il suo decor o di voi, che infiammato dal fuoco di cotanto dono, per sempre dilettarvi e per tuttavia rallegrarvi in esseguire e in pensare le cose grandi, meritate il titol o di magnanimo. E perch la magnificenzia bellezza e diadema di tutte l'altre virt udi, nel possederla voi realmente, risplendete con i raggi de la vera gloria. Ed certo che non si puote aver tra noi pi alta corona n pi caro ornamento che il tito lo sopradetto; avenga che, nel dirsi a un " magnanimo", se gli dice " buono a s e benefattore ad altri". Adunque, essendo voi (con somma preminenzia de la propria nobilt, del proprio grado e de la propria ricchezza) e benefattor d'a ltrui e buono a voi medesimo, oltra che vi lecito sperare ogni gran premio da Di o, niuna lode, niuno onore e niuna riverenza potr mai tanto lodarvi, tanto onorar vi e tanto riverirvi, quanto convien che voi siate e lodato e onorato e riverito . Onde io, giusto il poter di quel poco scriver ch'io so, per esser di comune de bito il farlo, non mancar di porgervi al nome tributo di continuo inchiostro, rip utandomi ci per singular favore; conciosiach voi solo precedete a la riputazione d i qualunche alamanno si abbia trovato le maraviglie de l'arti: ch altro sono le i ndustrie de lo ingegno e altro l'azioni de l'animo. gran differenzia tra la inve nzione, verbigrazia, de l'artegliaria e quella de la liberalit: peroch l'una imita gli spaventi de le furie celesti e l'altra gli alimenti de le grazie divine. On de voi, che per via di cotal mestiero sollevate pi persone, che quella per opera di s fatto essercizio non abatte genti, ste degno di essere deificato ne la eterni t de la memoria, come un Giove terreno. Di Venezia, il 17 di febraio 1541. CXIV A MESSER CLAUDIO TOLOMEI Parendomi, o signor mio, che le voci vive del celebre Priscianese portasser con seco maggiore autorit che non quella dei miei fogli morti, imposi a la dolcezza d e la sua umanit che vi salutasse in mio nome; il che avendo fatto lo ringrazio, b ench era forse meglio che egli se ne fosse scordato o che io non gliene avesse im posto, peroch il non ricordarsene egli o il non imporgliene io a voi toglieva la noia de lo scrivermi e a me la temerit del rispondervi; ch, s come non lecito di pr

ovocare la riverenza d'uno uomo dotto a mandar lettre a la indegnit d'una persona ignorante, cos non onesto che una persona ignorante indrizzi ciance a uno uomo d otto; ma s'aviene che le cortesi e le benigne carte vostre mi abbin voluto mostr are come esse non sono avare n superbe, dico che ci non accadeva, peroch le vecchie conoscenze non han bisogno di nuovi testimoni. Come si sia, nel riceverle e nel leggerle ne ho preso pi piacere che se, asceso in cielo, avessi veduto la bellez za de le stelle e la natura del mondo. Avenga che la mia mente si esercit sempre in pensare di esservi in modo cara, che le parole vostre nel ragionar di me fuss er cagione che io, oltra il diventarne altero, gustassi la manna di quelle conso lazioni, che i veri affetti de la benivolenzia premono fuor de le viscere di chi ama altri ne la maniera ch'io amo voi. Per la qual cosa confesso che Iddio mi f ece dono de la vostra amicizia accioch gli spiriti, che se ne pascono, avessero n on solo da rallegrarsene, ma da gloriarsene ancora. Egli certo che mi ste impress o di sorte nel petto, che vi prepongo a quel poco che mi concede la fortuna e a quel tanto che mi largisce la virt; onde non piglio mai la penna per notare i con cetti de lo ingegno e mai non rivolgo il pensiero a la considerazion di me stess o, che non me si rappresenti ne la memoria la imagine di voi, che per grazia de la propria bontade consentiste che il mio intelletto piccolo togliesse i primi a limenti da le poppe del vostro saper grande. Ma che sono io, che scienza in me e in qual grado seggo, per il che meriti che un Claudio Tolomei, il volo de la cu i fama compreso non meno da la cecit dei rei che da la vista dei buoni, si debba movere a farmi risplendere con il raggio dei suoi inchiostri chiari? Ma, per non esser io ne l'ordine dei presuntuosi, attribuisco l'onore del qual mi ornate a la nobilt de le vostre condizioni generose. Intanto tolero lo starvi assente, per och la ricordanza del praticar nostro conversa di continuo meco. Onde sento fino a lo applauso de le genti gi intertenute da la giocondit de le nostre piacevolezze , tal che lo accidente de la morte ci pu bene ispegnere il senso de la vita, ma l o influsso, che ci vieta il goderci in presenza, non atto a scemarne punto de l' amore antico. Conciosiach le tenerezze, che dal principio de la nostra giovent ci sparsero ne l'animo i zeli de le sue affezioni, ne cingono i cori amici con quei nodi saldi, con cui il tenace de l'edera cinge le mura domestiche, e ne la guis a ch'ella vive con loro, se ben rovinano, vivranno anco esse con noi, se ben man chiamo. Or io vi bascio la mano, e basciandovela pregovi che mi comandiate; pero ch la volont de lo ubbidire la Signoria Vostra sar sempre pi presta a servirla, che Quella non tarda in accennarmi ch'io la serva. Di Venezia, il 17 di marzo 1541. CXV A ARAINDIN BARBAROSSA, RE D'ALGERI Salve, o re inclito, bass degno, capitano invitto, e uomo egregio. Salve, dico, p oi che la tua generosit, la tua altezza, il tuo valore e la tua prudenzia ti sost engono con illustre titolo ne la singular grazia de la tremenda e benigna Maest d i Solimano, massimo imperatore. Per la qual eosa la invidia, che altri portava a i tuoi gran meriti, si trasferita ne la mente del sole, peroch i raggi del suo lu me rilucono a pena il giorno, e i lampi de la tua gloria risplendono il giorno e la notte. Onde il grido de la fama, che ti corona di lodi eterne, trapassa in q uelle parti del mondo, ne le quali non pu trapassare la fiamma de la luce, che eg li ci porge. Talch il tuo nome noto a pi nazioni, a pi popoli e a pi genti che non i l suo; e di qui viene che tutte le lingue lo imparano, lo riveriscono e lo divul gono: onde superi con la propria riputazione quanto onore, merc de l'armi e bont d el consiglio, si acquistr mai quegli antichi greci, da cui la Signoria Tua trae l a preclarissima origine. S che rallegratene, e rallegrandotene, se non vuoi amare la generazion cristiana, scemale almeno l'odio; conciosiach la benignit sua, la q uale abborisce le fierezze che ti mostran rigido, e non l'azioni che ti rendon c hiaro, essalta i miracoli de le tue prove in fin sopra le stelle. E, per pi tuo g rado, ella ha fatto imprimere lo essempio de la tua faccia altera, e contempland ola sempre con solenne ammirazione, scorge in mezzo a lo spazio de la tua fronte e dentro al cerchio dei tuoi occhi quella prestanza grave e quello ardir terrib ile, con cui raffreni e ispaventi non solo le schiere che cavalcano il mare, ma le tempeste che lo commovono. Intanto la cortesia de le sue penne scrivono in mo do i tuoi gesti che coloro che doppo te nasceranno, con istupir di te, a te inch

inerannosi, avenga che il simulacro de la tua real presenza apparir ne la memoria dei libri, come appariscono i passati vincitori de lo universo. Onde oggi vivon o, combattono, trionfano e regnano, come vissero, combatterono, trionfarono e re gnarono ai d loro. E per quando la sorte de la guerra ti d prigione o questo franco o quello, nel ricordarti de l'obligo che le tue virt somme tengono con la immort alit che essi ti dnno, usagli qualche clemenza; perch nel far altrimenti (oltra che commetteresti uffizio di signore ingrato) il duce, che ne manca ne le vittorie, merita di cadere ne lo infortunio dei vinti. Or accetta i saluti, che ti mando io, che, essendo per fatal dono ormai giunto ne la notizia di qualunche principe si sia, voglio che anche tu mi conosca; bench ci accrescer pregio al tuo vanto, pe rch l'esser io di fede, di legge e di religione contraria a la religione, a la le gge e a la fede da te osservata, testimonia la grandezza di quel merito, che mi sforza a riverirti con quel buon core, con cui io riverisco la giusta, la pietos a e la perpetua monarchia veneziana. Di Vinezia, il primo d'aprile 1541. CXVI AL SIGNOR FRANCESCO DOARTE, PROVEDITOR GENERALE Se bene io ho indugiato a salutarvi sino adesso, onde sto in dubbio qual sia mag giore, o la vergogna de le mie carte in far s tardi quel che esse dovevano far s t osto, o la maraviglia dei vostri meriti ne lo aver io fatto in ultimo ci che mi e ra in debito di fare in prima, non che la mia mente non si sia pi dilettata nel c onsiderare la grandezza de le vostre azioni chiare, che non si compiace l'altrui generosit in contemplare la eccellenzia de le cose magne. Bench le circunstanzie, che vi instituiscono le degnit de la vita, si possono pi presto comprendere con l o astratto del pensiero che esprimere con il pronto de la lingua, peroch il piace re, che piglia il giusto de la giustizia e il buono de la bont, e non la gioia, c he sente l'onorato de l'onore e il famoso de la fama, da voi giudicato il premio de la virt vera e il fine che la dee muovere a lo essercizio de le opere illustr i. Talch niuno umano accidente puote spezzarvi la integrit de l'animo; ma voi pote te bene rompere l'audacia di qualunche fortuna ardisse di contradire a quello in gegno, a quella cognizione e a quel consiglio, che vi intrinsec di continuo ne l' ottima grazia di colui che ha messo nel cuor del mondo il medesimo desiderio di servire e d'ubbidire la sola Maestade Sua, che circa il predicare e il descriver e la unica Signoria Vostra tengo io. E per degnisi la magnanimit di voi, che ste mente dei negozi cesarei e spirito de l e essecuzioni auguste, di accettare e questa lettra e la medaglia di chi gnele i ndirizza con faccia lieta e amicabile; ch, ci facendo, non me lo reputar a meno fel icit che si reputi lo esservi famigliare il nobile Ignico de Peralta. Intanto man do a la benignit vostra la copia di quel che umilissimamente scrivo a l'Altezza d i Carlo, quinto di cotal nome ne la succesion de lo imperio, e primo tra tutti g li altri ne la eredit de la gloria imperiale. Leggetela adunque, imperoch ella par la del suo passare in Francia, atto in cui per lo avvenire si specchiar qualunque principe voglia prendere alcuna impresa o con le forze o con la speranza. Aveng a che il fatto di cotal successo norma dei gesti di quanti imperadori mai presum eranno di prevalersi de lo aiuto degli uomini e del favore degli iddii. Di Vinezia, il 15 di maggio 1541. CXVII A MESSER CLAUDIO TOLOMEI Ecco, signor mio, che il ricevere de le vostre seconde lettre mi ha ripieno di s dolce e di s soave piacere ch'io ho fornito di provare di che tempre sia la gioco ndit, che si sparge nel cuor de l'amico, alora che l'altrui benivolenza conrispon de a l'affezione sua con pari volontade. Ma, se la letizia da me gustata ne l'ab ondanza de l'amore che mi porta la benignit vostra, ha potuto tutto rintenerirmi l'animo, come si crede che la consolazione, ch'io ho preso ne la grandezza de la lode datami da la mansuetudine di voi, me l'abbi del tutto sodisfatto? Per Dio, che la mia mente nel pensarci abandona i sensi e i moti che l'ubbidiscano, e, r etiratasi con la maggior parte de le sue virt e dei suoi spiriti a la cagion di c i, mi astrae in modo da me medesimo che, se non fusse la frequenza del respirare, parrei pi tosto statua di marmo che figura di carne. Ma chi non si smarrisce ne lo istupore, che esce dal sentirsi amare e riverire da voi, che ste preclaro obie

tto di riverenza e d'amore, non participaria punto di quella ragione, che distin gue l'umano de le creature dal bestial de le fere. E con tutto questo non da dir e (se ben le amicizie non si possono istabilire altrimenti) che la ferma amist di noi due derivi o da simigliante posizion di cieli o da uguale profession di stu dii o da efficace conformit di complessioni; conciosiach voi mi avanzate talmente e di nobilt di natura e di variet di dottrina e di largit d'influenza che bisogna a ttribuire quel tanto, che dite ch'io sono, a la sola merc de la bont che vi regge. Ed certo che, s come il lume del sole propria sustanzia sua, cos il parervi ch'io sia tale vero alimento del nome mio. Onde la materia non appetisce tanto le for me di cui ella priva, quanto per me si desidera il poter remunerarvene con gli e ffetti de le gratitudini dovute. Ma, poi che non tengo grado da farlo, andr ricog liendo le reliquie di quei pensieri, che mi ha con pi modestia conquassati la sor te che Cupido, e riunitigli insieme gli essercitar non pur ne la considerazione d e lo ingegno, del consiglio e de lo intelletto che in pro degli uomini vi diede Iddio, ma ne la meditazione di quei costumi, di quelle cortesie e di quelle gent ilezze, con cui rapite le volontadi capaci dei vostri meriti ad adorarvi ne la m aniera che vi adoro io, che mi ammiro come voi, uomo degno, degnate di adimandar e me, persona indegnissima, che cosa ho composto, che opra compongo e che libro comporr, lodando in me la fertilit di quel fare, che gi comincia a diventare isteri le; e ci, causa la protezione che ne pigliano le censure de lo istesso giudizio, le cui mende non sono meno ritrose inverso gli andari de le carte che per me si notano, che si sieno severi i gastighi dei zii contra le trascuraggini dei nipot i che essi custodiscono. E quel che pi mi preme ch'io sono in un disviamento di f antasia cos fatto che, nel prender io la penna per esprimer con essa qualcuno dei concetti soliti, la mia memoria pare una donna che sta per disperdere, la quale , infastidita fin del vivere, si sazia dei cibi ch'ella ha dinanzi, senza niente assaggiarne. Adunque le persuasioni, con le quali vorreste ch'io vi invitasse, ch'io vi infiammasse e ch'io vi constringesse a scrivere, son necessarie a me, c he anco non ho scritto riga che meriti di esser letta; perch a Voi, che nasceste con certezza, e non con isperanza di essere immortale, si conviene il premio di quel riposo libero, nel qual si gode il barbaro vincitore in ogni corso, bench il saper vostro si affatiga sedendo; e che sia il vero, egli, mentre gli avidi del fausto de la fama si sforzono di varcare il profondo pelago de le iscienze, gov erna con la mano de la somma sua autoritade il timone de la nave che gli sostien e: onde eglino in virt vostra aprono i passi, che gli serrano le tempestose diffi cult de le scritture. CXVIII AL PADOVAN, CARTARO S come il piacevole, il grato e l'arguto messer Alessandro dipintore, vostro frat ello e mio amicissimo, mi diede i primi tarocchi, cos insieme con le due paia di carte mi ha dati i secondi; onde, a voler laudare la diligenza de la bella manif attura di s fatti lavori, non bastarebbono le lingue di mille primieranti. In som ma cotali opre sono di mano del Padovano, che in suo genere tanto a dire quanto di Michelagnolo ne le cose che egli scolpisce o dipinge. Tal che io, in fino a q ui gloriatomi del non saper giocare, mosso da la lor vaghezza, mi dolgo di non e sser giocatore; imperoch i disegni de le figure, con l'altre circunstanzie. tocch e d'ariento e d'oro, mettono pi desiderio di rimescolarle a chi ci d una occhiata, che un vaso d'acqua fresca non pon volont di bere ne lo amalato che il guarda. M a, per non simigliarmi al can de l'ortolano, mi ho lasciato trre le carte uniche e i tarocchi divini ad alcune ninfe non meno cortesi che galanti, e cos elleno in mio scambio si dilettaranno con esse in questi caldi eccessivi. Intanto io andr pensando di ricompensare gentilezza con gentilezza, restando sempre al piacere d i voi, che avete pi tosto animo di re che di cartaro. Testimone de la splendidezz a del viver vostro, la generosit del quale consumarebbe l'oro del Per non che i se icento scudi e gli ottocento che, con la grazia di tutta Fiorenza, ritraete l'an no da la vostra industria; le cui avertenze, essendo senza pari, si debbono stim are pi che le leggi di molti dottori mediocri. Ora state sano, e amatemi. Di Vinezia, il 7 di luglio 1541. Di Vinezia, il 23 di maggio 1541. CXIX

A LO IMMORTALE ANDREA DORIA Per esser voi pregio unico degli uomini pregiati, vorrei, o signore, come divoto di cotanta eccellenza salutarvi; ma, sapendosi che il gran Carlo, imperador for tunato, si umilia intanto che vi chiama padre, essendo io una ombra vile, non so quali parole mi nomini quel senatore ottimo, quel capitano invitto e quel princ ipe magno, nato al tempo di Cesare, nel collegio cristiano e nel seno di Liguria per grado de la Maest Sua, per benefizio de la fede vera e per gloria de l'Itali a nostra. Ma poi che io debbo pur dirlo: " Salvete, braccio de la religion di Ges, core de le imprese sante e flagello de la insolenza infedele". Per la qual cosa tutte le citt di battesimo sono tenute a c onsacrarvi la statua a similitudine di quella che oggi con altera solennit vi con sacra Genova. Ed ben dritto, da che voi, per propria bont di natura e per mera ge nerosit d'animo, l'avete arrichita d'una libert perpetua e d'una pace eterna. Tal che vi si debbono gli altari e i tempii, s per i benemiriti sopradetti, si per la deit attribuitavi da coloro che possono iscorgere in che modo raffrenate i furor i dei venti e le tempeste dei mari; conciosiach quegli che finser Neptuno per idd io pronosticorono l'essenza del mirabile vostro avedimento. N si creda che questo o quello oceano abbia mai visto n mai sia per vedere altro nume che il celeste D oria. Ed certo che il carro, sul quale egli si figura, il senno che vi regge; i monstr i, che tirano, sono gli essempi dei vostri stratagemmi; il tridente, che l'arma, il tremendo del valor che vi move; lo ignudo, che lo discopre, la chiarezza de l'opre che vi fan tale; le ninfe, che l'adorano, son le virt che vi esaltano; i t ritoni, che gli suonan le trombe, i gridi de la fama che vi divulga; e Proteo, c he, profetizzandogli, piglia varie imagini, si riferisce a la diversit dei poeti che antividero la potest che il divin consenso doveva darvi ne le giuridizioni di quelle acque terribili, che cavalcano e che predominano le navi, le insegne e l e schiere vostre. Onde il mondo, che riluce con il lume de lo splendore, che vi incorona, adorna il nome di voi con una certa sorte di lode e d'onore che non si pu esprimere coi vocaboli umani. Avvenga che il dono de la singularit, il qual si comprende s di rado fin ne le cos e preclare, s perfetto in ciascuna parte del vostro essere, che le lingue, atte a d isplicare l'altezza d'ogni concetto, non hanno punto di facult di narrarlo. Ma ci nulla, imperoch le vostre palme e i vostri trionfi son di maniera che, senza ch e altri il dica, si notificheranno di et in etade. Intanto i posteri stupiranno s olo a pensare come sia possibile che, in tante vostre preminenze, in tanti vostr i fausti, in tante vostre glorie, l'ambizione abbia sempre ceduto a quella modes tia che, se ben ste primo ne la patria, non ha mai permesso s fatto titolo a la de gnit dei vostri chiari meriti; anzi, pi tosto si sodisfatta in mostrarsi eguale ne l collegio dei suoi cittadini che seder duce di tutta la moltitudine negli ordin i civili. Atto conforme a la reputazione de la vostra memoria, atto conveniente a la grandezza de la vostra condizione, atto degno di nascere nel petto di voi, norma illustre e specchio sacro dei consigli sani e de le prodezze vere. Onde ve dremo ancora, doppo l'aver voi spinte le vele cesaree dentro ai termini dei liti orientali, il vostro gran simulacro dentro al tempio in cui l'urna del redentor de l'umano genere. Di Vinezia, il 13 di luglio 1541. CXX A MESSER LIONE D'AREZZO, SCULTORE Io so che voi, senza altro testimonio di giuramento, credete molto bene che tale sia stata l'allegrezza da me avuta ne la nova de la vostra liberazione, qual fu il dolore per me sentito ne lo aviso de la vostra prigionia. Il sinistro caso d e la quale da reputare felicit, da che per suo mezzo vi avete acquistati due padr oni: uno con niun pari e l'altro con pochi simili. L'avervi la bont del signor Fr ancesco Doarte disciolto da quella catena, a cui per causa a uno error dovuto, v i fece porre la impiet pretesca, e l'esser di poi raccolto da la clemenzia del pr incipe Doria, val pi che quanti favori e quanti benefizii, oltra la zecca datavi, vi poteva mai fare e mai conferire la indiscrezione de la corte. Altro il servi re la fortuna, e altro l'osservar la virt. E per ringraziatene Iddio, e ringrazian dolo pregatelo che la misericordia sua conservi la servit vostra ne la utile graz

ia loro. Intanto ricordaretevi (s'egli lecito) di mandarmi, tosto che l'aviate f ornita, una medaglia di quelle che fate del divino uomo, acci ch'io, nel vedere l a sua gloriosa effigie, possa vantarmi di essere suto degno di vederla. Di Vinezia, il 13 di luglio 1541. CXXI AL PRINCIPE DI SALERNO Io ho dato in ricordo a messer Tiziano, il quale viene a la corte, che mi tolga col suo stile unico il contorno de la vostra imagine singulare, acioch io possa f armela dipignere in camera per riverirla come quelle dei santi. Io dico cos perch voi fate miracoli non intesi mai pi a non imitare la natura dei signori (i quali tengono i virtuosi non pur sotto il peso d'ogni crudelt servile, ma vilipesi, ign udi e affamati). U' si ud mai che un gran maestro intertenesse un conserto doppio di musici vestiti di velluto, forniti di denari e abondanti di favore nel modo che qui lo intertenete voi, con allegrezza di tutta questa ineffabile cittade? A le pubbliche e a le private feste de la quale mai non manca la cortese umanit de la loro vitale armonia. Tal che il vostro nome penetrato ne le viscere de la su a nobilt e de la sua cittadinanza con ogni sorte d'onore e di lode. Onde meritame nte potete insuperbirvene; conciosiach Vinezia quasi un simulacro del paradiso. E per pi degno l'essere illustre dentro al cerchio di lei, che chiaro in quello di tutto il mondo. S che perseveri la generosit del vostro animo in dimostrarsi di co ntinuo largo in simili maniere; peroch oggid sono atti veramente miracolosi, aveng a che i principi non promettano niuna de le predette commodit a chi gli adora, no n che a chi non gli serve. Ed certo che, s come nel volto degli altri si vede com e si mre ne la disperazion del servire, cos nel viso di quegli di Vostra Eccellenz a si scorge come si vive ne la speranza de la servit. E di qui viene ch'io mi vi dono con il consenso di quel poco di ragione che mi amministra l'operazioni de l o intelletto. Di Vinezia, il 13 d'agosto 1541. CXXII A DON LOPE DI SORIA Essendo voi, padrone caro, il principal membro che abbia il corpo de la mia affe zione, forza ch'ella conrisponda in Vostra Signoria in ciascuna sua azione. Ci ch e io voglio inferire che, ancora che io abbi imposto al compar Tiziano che vi fa cci riverenza nel modo che per me si farebbe, venendo cost, non posso mancare di non replicarvela per mezzo del gentiluomo che vi porta questa. Di Vinezia, il 14 d'agosto 1541. CXXIII A MONSIGNOR DA LA BARBA Io so bene, padron mio, che nel ricever di questa, che ora pur vi scrivo, non al trimenti ve ne maravigliarete che si maravigli un creditor discreto di colui che , quando men ci pensava, gli restituisce la somma dei denari dovuti. Ma con qual e iscusa difender io il mio dovervi sempre scrivere, e non vi aver mai scritto? C erto che non debbo dire che io non l'ho fatto per istimarmi, essendo voi prelato , che insieme con loro aveste meco una indignazion commune; peroch, s come io ho i n alcuno molta speranza non che assai riverenzia, cos tra loro ci chi assai mi am a e molto mi riguarda. Come si sia, in pensare di non avere usato gli uffici deb iti inverso de la Vostra reverendissima Signoria, la dolcezza de la quale in ogn i grado consent che io potessi promettermi di lei, paio uno di coloro che, non po tendo pi negare l'errore, incita la pena meritata al gastigo de la colpa propria. Ma poi che la benignit vostra tolera la gravezza dei falli commessigli contra da la ignoranza altrui con la modestia con cui Ella sopporta il fausto degli onori dedicatogli dal dovere d'altri, mi rassicuro ne la sua grazia, ne la maniera ch 'io me ne rassicurava alora che in atti domestici usai la conversazione di voi, che amministrate Perugia con la carit che mostra un agricultor provido ne le occo rrenze de la possession paterna; onde s fatta cittade vi vede con quel cuore, col quale un uomo pien di bontade visto da la famiglia ch'ei regge. Intanto l'animo vostro, che mai non si part da l'onest, la intertiene s onestamente che ella, convertito l'odio in benivolenza e il dispregio in autorit, comincia n on pur a trre la sua sorte in pace, ma a ringraziarne Iddio. Conciosiach, permanen do a la cura di lei solo la Chiesa, i suoi ordini saran pi fermi, le sue leggi pi

osservate, le sue opre pi laudabili, le sue facult pi ampie, i suoi gradi pi degni, le sue arti pi frequenti, i suoi esilii pi rari, le sue vite pi lunghe e le sue ani me pi salve. Onde il pontefice, che sa che una comunanza, la qual depende da l'an tiquit e da la virt, nel sentirsi agitare da la riputazion de l'una e da l'alterez za de l'altra, non ha termine che la comporti, vorr che basti il freno de la rocc a in fare che i perugini (se ben son provocati da la generosit de la natura e da la istigazion de la nobilt) non immovino ogni d cose di libert e di parti. Nel rest o poi dee rimettergli a la mansuetudine del vostro procedere, avenga che la lice nzia de la potest datavi mai non per rivolgersi ai gesti de la insolenza. Anzi pi tosto si affatigar in procacciar perdono a qualunche pentito del suo impeto desid era di osservare la volont di Sua Beatitudine. E ci testimoni il vostro avere impe trato il ritorno ne la patria a lo integerrimo messer Giulio Oradini; bench a la sua dottrina e a la sua innocenzia si conviene cotanto favore e cotal revocazion e. Ma, perch voi sapete che, chi non vl fare de le terre selve, bisogna congregare e non disgregare i popoli che l'abitano, non dubbio che di giorno in giorno non rendiate gli stessi cittadini a le case native. Ed chiaro che non sol voi, che ste ottimo presidente, ma ogni sinistro rettore do verebbe ridurgli al luogo dal qual gli ha tolti una oppenione pi tosto stolta che maligna, perch la malizia dei tempi, che corrono in commovere simili nazioni, si miglia la violenza de l'acque, che ingrossano un fiume, nel rivolger dei sassi, che gli albergon in grembo; e il supplizio, che si debbe al movimento de le piet re, ch'io dico, meritano i cost corsi a le grida. S che la salutare prudenzia vost ra mi fa tener per fermo, non che sperare, che Mario Podiano, giovane prestantis simo, si riconcilii con i superiori di lui, per Dio calunniato a torto, ch, essen do a ragione, direi: " Punitelo con la misericordia"; perch le sue indulgenzie, sparte sopra la conscien za dei suoi pari virtuosi, son pi aspre che le severit de la giustizia. Or consola te la vecchiezza del venerabile mastro Lucalberto, tenero padre suo; peroch i mer iti d'una s rara persona son degni di consolazione tale. E caso che i miei priegh i possino in voi, come ponno i vostri comandamenti in me, pregovi ad avergli ris petto. N mi si imputi a temerit il ricercarvi di ci, avenga ch'io ne son tenuto da quel poco di fama, che io ho, messe le prime penne nel nido che vi dato in gover no, non per altro che per esser voi governato dal timor di Dio, da l'amor del pr ossimo e da la facilit de la natura. Di Vinezia, il 26 d'agosto 1541. CXXIV A MESSER LUDOVICO DOLCE Ne lo andar io pensando, compar caro, quale in voi sia maggiore: o la dolcezza d e la conversazione o la eccellenza de la dottrina, ecco che la cortesia vostra c i entra di mezzo con l'offerirmi di riscrivere il secondo de le mie Lettre; onde sto per sentenziare che ella sia a la giocondit de l'una e a la profondit de l'al tra se non superiore, almeno uguale. Bench io ho tanto rispetto in consentire che ci fate, quanto voglia che ci si faccia. S che non sia chi me lo attribuisca ad ar roganza, avenga ch'io in accettare con modestia s grande offerta dimostro con che animo desidero di ricompensarlo. E quando pur non ne ritraeste altro, assai il testimoniare con la carit de la istessa fatiga che voi ste nato a comune utilit, co me gli uomini buoni. Veramente una opra bene scritta e ben puntata simile a una sposa bene adorna e ben polita. Onde coloro che la debbono imprimere, nel vederl a s fatta, ne hanno quel piacere che si prova mentre si vagheggia il polito e lo adorno de la donna predetta. E per non maraviglia s'io bramo che la mia appaia ta le quale la saputa vostra diligenzia per farla apparire. Io vi giuro, per Dio, c he non altrimenti fuggo il legger carta de le composizioni mie, che fuggiria un padre tenero il vedere la brigata dei suoi figliuoli, caso che le crudelt de le b alie avessero causato in ogni parte dei membri loro di quelle piaghe monstruose, che la rabbia dei librai (invidiando il Marcolino) ha voluto che faccino gli st ampatori in tutti i volumi che escono da me, che son certo che essi acquistarann o l'esser di prima, merc de la umanit che vi move ad averne compassione, s perch voi per amarmi gli reputate cose del vostro sudor proprio, s perch conoscete che il s aper di colui, che non sa giovare ad altri, si pu chiamare istoltizia. Or, perch l 'amore, ch'io porto a cotal fatiche, mi sforzono a riguardare pi tosto al profitt

o de l'utile che al dovere de l'onesto, vi mando il libro, con arbitrio per che c i potiate e aggiugnere e scemare n pi n meno che a l'altezza del vostro fedel giudi zio parr e di scemarci e di aggiugnerci. Intanto spero di rendervene un d pi fatti, che ora non ve ne referisco grazie. Di Vinezia, il 1 di settembre 1541. CXXV A MESSER GIOVAN DA UDENE Io, o fratel ottimo, ho preso pi clera che lo esser venuto a vedermi voi solo e no n mi aver trovato in casa, che non era per pigliare piacere, se quanti signori c i venner mai, tutti insieme si fusser posti ad aspettarmici mezzo un giorno. Per och pi stimo il commemorar con voi il principio de la nostra amicizia che qualunch e cosa si dimostri ne le loro, diciamo, apparenze di grandezza. Certamente la co nsolazione, che sentono i nostri animi quando entriamo a ragionare de le qualit d ivine di Rafaello d'Urbino, di cui ste creato, e de le magnificenzie reali d'Agos tin Chisi, del qual sono allievo, quasi simile a quella che essi provavono mentr e vedemmo come l'uno sapeva usar le virt e l'altro le richezze. Ma, per amarci ne l modo che ci amiamo, difficilmente si potria giudicare qual di noi due abbi avu to pi dispetto: o voi del non trovar me, o io del non veder voi. Come si vada, lo scritto da dipintore, che con una punta di gesso lasciaste scritto nel di dentr o de la mia porta, mi suto invece de la visita, onde ve ne referisco grazie non meno cordiali che infinite. Ma, se bene desidero pi tosto servirvi che affatigarvi, non posso fare che la sic urt, ch'io tengo ne la vostra gentilezza, non vi chiegga con la solita fidanza un pien foglio di quei disegni da mettere in vetro, che mi faceste alora che Domen ico Ballarini (idolo di cotale arte) tutto stupido vi si don per sempre; peroch in tese e vidde, ne la maniera di s bella e di s varia foggia di vasi, ci che non avev a pi veduto n inteso. Conciosiach voi possedete gli spiriti de la facilitade antica con s destro stile che altri impara s fatti andari senza altrimenti operare. E pe r un tanto maestro in Murano nel mio core, circa il pregarvi che mi fate un s gran dono. E perch la prestezza radoppia il pregio del presente e l'obligo di chi lo riceve, piacciavi che la grazia sia pronta, come saranno i servigi, che vi degna rete impormi, avenga che io possa farvigli. Di Vinezia, il 5 di settembre 1541. CXXVI AL FIRENZUOLA Nel veder io, messer Agnolo caro, il nome vostro iscritto sotto la lettra mandat ami, lagrimai di sorte che l'uomo, che me la diede, fece scusa meco circa il cre dersi di avermi arrecato novelle tanto triste quanto l'aveva portate buone. Ma, se il ricever carte da voi mi provoca a piangere per via d'una intrinseca tenere zza, che sar di me in quel punto che Cristo mi far dono del potervi stampare i bas ci de l'affezione ne l'una gota e ne l'altra? Per Dio, che egli s fatto il deside rio, ch'io tengo in far ci, che lo metto ora in opra con la veemenzia del pensier o. Onde mi par veramente gittarvi al collo le braccia, e, nel cos parermi, i miei spiriti, commossi da la isviscerata carit de l'amicizia, ne dimostrano segno non altrimenti che la imaginazione fusse in atto. Ma chi non si risentirebbe nel pensare agli andari nobili de la conversazione di voi, che spargete la giocondit del piacere negli animi di coloro che vi pratican o con la domestichezza che, a Perugia scolare, a Fiorenza cittadino e a Roma pre lato vi ho praticato io, che rido ancora de lo spasso che ebbe papa Clemente la sera che lo spinsi a leggere ci che gi componeste sopra gli " omeghi" del Trissino? Per la qual cosa la Santitade Sua volse insieme con monsig nor Bembo personalmente conoscervi. Certo che io ritorno spesso con la fantasia ai casi de le nostre giovanili piacevolezze, n crediate che mi sia scordato la fu ga di quella vecchia, che isgomber il paese impaurita da la villania, che di bel d chiaro e di su la finestra voi gli diceste in camiscia e io ignudo. Ho anco in mente il conflitto ch'io feci in casa di Camilla pisana alora che mi lasciaste a d intertenerla; e, mentre me ne ramento, veggo il Bagnacavallo, il quale mi guar da e tace, e guardandomi e tacendo odo dirmi dal suo stupire de la tavola arrove sciata: " Egli ci sta bene ogni male". Intanto sento la felice memoria di Iustiniano Nelli

cader l per allegrezza di tal rovina, come caddi io per la doglia tosto che inte si il suo esser morto a Piombino, danno grande a Italia tutta, non che a Siena s ola. Imperoch egli, oltra il possedere la eccellenza e dei costumi e de la dottri na e de la bontade, fu non pure uno dei primi sostegni de la propria republica; ma dei pi perfetti fisici che mai curasse infermitade umana. S che onoriamolo con l'essequie de le laude da che noi, che gli fummo fratelli in dilezione, non lo p otiamo riverir con altro. Di Vinezia, il 26 d'ottobre 1541. Postscritta. - Il chiarissimo Varchi, non men nostro che suo, per esser venuto a vedermi a pu nto nel serrar di questa, ha voluto che per mezzo di lei vi saluti da parte di q uello animo che di continuo tiene a presso de la Signoria Vostra. CXXVII AL SIGNOR NICANDRO DI TOLETO S come dal Priscianese, uomo di conversazion gioconda e di dottrina chiara e di v ita modesta, ho ricevuto le lettre, che mandate a lui e le carte che scrivete an co a me; cos ebbi gi da voi, che ste persona di costumi buoni, di scienza somma e d i condizion degna, con le carte che scrivavate a me, le lettre che mandaste anco a lui; e se io a tutti due non ho risposto qual meritate e come io debbo, incol patene la poca volont del mio far bene e non il gran desiderio del mio sodisfarvi . Certo ch'io tengo un voler ottimo circa il visitarvi spesso per cotal via, ma lo metto male in esecuzione, perch la penna mi talmente in odio che pi tosto la fo rza del bisogno che il peccato del perdere il tempo mi induce tal volta a prende rla. E se i principi (che non mi disperano col darmi nulla perch io non gli vitup eri, e non mi consolano col porgermi a bastanza acci non me ne facci beffe) tenes sero la strada di mezzo, onde io non avesse ad imbrattare i fogli per intertener e la sbrigliata mia prodigalit, ai cui esiti non supplirebbono le zecche del mond o, credo che sbandirei i calamai da lo studio, ne la maniera che ho sbandito da la mente il pensiero de lo accomulare. S che pigliate da lo scriver di me quel ta nto che ve ne invia il ghiribizzo; rendendovi per sempre sicuro ch'io vi amo con affezione non men sincera che grande. Di Vinezia, il 9 di novembre 1541. CXXVIII AL PIGNA Perch'io so che non ste principe, onde vi aviate a dimenticare di osservar le cos e non pur in processo di giorno, ma in quel che le promettete, credo che vi sia in memoria come, nel mandarmi il gran vaso pieno di finocchi ferraresi, diceste: " Mangiagli presto con gli amici, peroch io te ne serbo degli altri". Ed essendo co s, ecco che Tiziano, il Sansovino e io, doppo il godere dei primi, aspettiamo lo sguazzar dei secondi con poco minore ansia di quella che hanno i cardinali circa il papa; la cui vita per fargli disperare va stiracchiando il tempo a uso di la sagne distese nei lor graticci con sottigliezza trasparente. Ora attendete a man tenervi in sanit, per via de la solita cra buona. Di Vinezia, il 11 di novembre 1541. CXXIX A MONSIGNOR DA LA BARBA Da che per virt de la prestanza vostra, la innocenzia di messer Mario si ritorna a la patria, essendo ci non meno di mia sodisfazione che di sua contentezza, mi f orza di congratularmene con la intercessione de la carta di voi che, in gloria d e la bont che vi illustra, avete oprato s che Perugia trae il fine de la consolazi one dal caso del proprio infortunio. Ma chi avria mai pensato che la servit, dove la pose il comune impeto, le resultasse in libert? Ch " libert" si pu chiamare la servit ristorata da la piet di chi la predomina quando ell a merita gastigo; onde pur vero che i gran beni escano talora dai gran mali. Io per me giudico che la cagione che le ha fatto nascere la rocca in seno, sia di f elicit di lei; peroch l'esser priva per cotal via de la speranza del pi poter favor ir le parti, le ha tolto il timore di avere a peregrinar per quelle. Talch tutta la somma di ci, che ella teneva di sua rovina, le ridonda in pro; e di questo ell a istessa far fede a se medesima d per d. Intanto i riconciliati con Sua Beatitudin

e attenderanno a porger prieghi a Dio per la vita del pontefice, la providenza d el quale pareggia la fortuna di lui. E per vi elesse mediatore tra la clemenzia d i se stesso e la disgrazia di cotal citt, i guai dei cui accidenti non volevano m anco buono animo del vostro; e ci confessano coteste genti con la vivezza del gri do, con che vi predicar per suo secondo redentore il Podiano, giovane che adorna la facilit de la sua nobil natura con la gentilezza e con la copia dei costumi e de le virt. Egli, che pieno di onest e d'amore, viene a gittarsi ne le braccia di Vostra Signoria reverendissima, le bacier la mano in mia vece, s che Quella l'abbi a grado. Peroch gliene impongo con il cuore, e non con la lingua. Di Vinezia, il 23 di novembre 1541. CXXX A LA SIGNORA LUCREZIA RUBERTA Nel pigliar io la penna per mettere insieme parole convenienti a le grazie, che sempre debbo rendere ai doni che di continuo ricevo dal reale animo di voi, che ste una madonna veramente egregia; per non sapere (doppo il ringraziarvene), esse ndo io tenuto a lodarvi, s'egli era bene il cominciar da la dottrina o da la mus ica, o vero da la eloquenzia o da la gentilezza, o pure da la prestanza o da la maniera; ecco arrivarmi sopra il singular don Diego di Mendozza; il quale, intes o la materia, di che voleva trattare scrivendo, disse: " Nota cost come ella la pi mirabile e la pi degna persona che di sua condizione sia nel mondo". Onde con le parole di s elegante spirito e di s magnanimo gran maestro la fornisco, pregando per la dolcezza di Quella che non si sdegni di leggere n ch 'io le abbi fatto il seguente sonetto. Di casa, il 3 di febraio 1542. Mentre voi, Tizian, voi, Sansovino, In tele e in marmi affaticate l'arte, Acci risplenda in riguardata parte L'essempio d'ogni spirto pellegrino, Io col zelo del cor, con cui l'inchino, Pingo e scolpisco umilemente in carte Le grazie che in Lucrezia ha infuse e sparte Natia magnificenzia e don divino. Bench il mio stil non pu forma e colore Al buon di dentro dar, qual puote il vostro Colorire e formare il bel di fore, Ch, s'ei potesse nel suo proprio inchiostro Ritrar di lei e l'animo e 'l valore, Le saria tempio il secol d'altri e 'l nostro. CXXXI AL CALVO Ecco che a giudizio dei parenti e degli amici de lo Sbernia pur si confessa, nel vedere il nome, che il pover'uomo cercava di farsi, sotterrato ne le rovine, ch e egli stesso nel disfare lo Innamoramento si ha tirato a dosso, che coloro i qu ali si acquistano i nominativi col sudore de le continue vigilie, senza alcuna g razia de la natura, son simili a quei rivoluzzi che, tosto che mancano l'acque d e le piogge e le stille de le nevi, visibilmente si seccano. Di Vinezia, il 17 febraio 1542. CXXXII A SIGISMONDO FANZINO Io mi rallegro con Vostra Altezza de la lode e de l'onore, che la magnanimit de l 'ambizion di voi ha saputo procacciarsi. Io, parlo ci a proposito di quel Franco, che, in memoria d'un mio servitor, porta isfregiato il viso. Egli veramente deg no del giudizio che vi avanza l'avervi saputo collocare appresso il beneventan p oeta: onde non pi dubbio che vi farete immortale. Ma possibile che non vi accorgi ate che, ancora che le virt che gli pare avere fusser grandi come i vizii, che eg li ha, non sarieno atte a spontarvi fuor del nome due dita d'onore? Il tanto paz zo quanto ignorante, il non men superbo che povero, e lo ingrato come presuntuos o, scrivendo di voi ha preso un suggetto molto conforme a la sua pedanteria; e m entre cerca di glorificarvi nel modo che si vedrebbe, se le sue inezie fosser le tte, va insalando le sciocchezze, che l'han tenuto, che lo tengono e che lo terr

anno in cenci di continuo, coi detti rubatimi da lo stile che mi indor, che mi in dora e che mi indorar sempre. Certo che il disutile mi sa benissimo invidiare e m alamente imitare; talch, nel credere di trasformarsi tuttavia in me, rimane sempr e se stesso. Onde era meglio per lo sciagurato lo imparare a esser buono col mio essempio che volere insegnare ad altri a esser tristo col suo. Ma poniam da par te ci che di me anfana quella bestia che, ne lo affacchinarsi di viver in carte, muor da fame in carne; parvi uffizio di un che regge il Monferrato (bench a torto ) il sopportare che si stampi la rabbia, con cui s fatto cane (se potesse) inorde ria la divinit di Carlo e di Ferdinando? Ecco, don Lope Soria serba non solo i ve rsi volgari e latini composti in defension di ci da qualunque cost in Casale ha sa puto metter parole insieme, ma le lettre che in compagnia di cotali sporcizie es so mandava a quel Francesco Alunno, dal qual ricorse quando la madonna, a cui in titol il Tempio d'Amore, lo fece premiare dai contanti di duecento bastonate eroi che. E perch non affermiate che tali merde non sieno impresse in Turino, come dic e la sottoscrizione, anco una opera del Caretto, stampata dal medesimo carattero , in mano del signor prefato. Bench in ci non si dee imputar voi, che ste chi ste, m a il cardinale, che chi egli . Imperoch la gran severit de la sua giustizia, che no n si curata strangolando e decapitando il Bologna e il sindico di decapitare e d i strangolare la fama di chi gli fece tali, comporta ne lo Stato di lui i dispre gi di s nobil re e di s magnanimo imperadore. Or, per tornare a noi, io vi giuro p er la strenua vigliaccaria del tesoriero di cotesto dominio, che tosto vedrete s e io so saziarvi di ci che i vostri affari vanno cercando. Di Venezia, l'11 di marzo 1542. CXXXIII A MESSER ALESSANDRO CARAVIO L'orefice Gasparo del Toso, spirito tanto pi eccellente de la eccellenzia quanto pi somma la mente che l'animo, mi ha presentato l'opra composta da quel vostro in gegno, che gemma de le gioie, che egli s ben lega, s bene intaglia e s ben conosce. Certo che il piacevole, buono e amato Giampolo, le cui argute facezie han tenut o in continua festa la celeste citt, che abitiamo, settanta anni a la fila, dee a ver caro di esser morto in simil tempo, poi che voi compar suo ne avete fatto s s olenne memoria. E anco il signor don Diego Mendozza pu ringraziare la cagione ch' qui trasferito per imbasciadore, da che il poema sbucato in luce sotto l'ombra d el suo titolo. Pagarei una bella cosa che il Petrarca udisse quel verso, che nel trattar voi dei disputanti la fede nostra, isciorina ne le orecchie altrui: " Chi dice il ver, chi mente per la gola". Infine gli forza che i poeti ci nascano , come anco bisogna che ci nascan, dir, buoni nel modo che ci nato il mio Caravio , poi che ci confermano tutte le persone. N so qual grado, n qual ricchezza, n qual riputazione possa aggiugnere a quella di colui che per tale riputato. Ecco che s ol gli uomini di buona volontade provono in terra la pace del cielo. E sol color o, che vivano senza inganno, oltra il participare in vita de la beatitudine ange lica, son tuttavia vagheggiati dagli occhi de la grazia di Dio. Di Vinezia, il 12 di marzo 1542. CXXXIV AL SERLIO, ARCHITETTO Ne le scritte al compar Tiziano e ne le indrizzate al compar Marcolino, ho intes o come voi, compar caro, vi dolete del mio non aver mai risposto a pi lettre mand atemi, allegando il saper certo ch'io l'ho ricevute, de la cui credenza togliete vi giuso, ch, per Dio, suta maggiore la maraviglia da me presa nel non sentirmi f ar motto da le carte vostre che la indegnazione che vi ha commosso per la rispos ta che non vi ho fatto di quel ch'io non so. Bench, senza scrivere e senza altro, n voi n io mancar mai de la solita fratellanza. Ma debbesi per pensare che per me s i sia stimato che l'ossa di messer Bastiano abbino a rimanersi in Francia? Ben s apete che il cost trasferirvi non fu di mio consiglio n di mio contento, peroch nel dissuadervi l'andata me ne dolsi fin che ve ne andaste. Io non dico ci per imput are il re circa le virt e i virtuosi, conciossiach Sua Maest grandemente le apprezz a e generosamente gli premia. Ma ci favello avenga che la Gallia ha oggid un solo splendore di magnanimit sopraumana e di gentilezza immortale, il quale Francesco primo, la cui mansuetudine stata fino a qui cibo di qualunque persona d'ingegno gli comparita inanzi, onde ognun solea partirsene consolato. Ma da poi che s real

domestichezza insalvatichita per causa e dei negozi e dei ministri che la distu rbano e la vietano, non uomo che non se gli disperi dirietro. S che chi non ha an ni da gettar via, se ne pu ritornare a casa. E con questo vi lascio, pregandovi c he vogliate salutarmi non meno la onesta e prudente madonna Francesca, a me sore lla osservanda e onoranda, che la nobile e buona signora Giulia, mia figliuola a mantissima e cara. Di Vinezia, il 11 di aprile 1542. CXXXV A LO ILLUSTRE MESSER DANIEL BARBARO Certo che ieri, o mio signore e figliuolo, pascei l'anima de la ambrosia che in bocca de le proprie orecchie mi pose la dotta e lodante lingua del conte Gianiac opo dei Leonardi. Egli, stupido de la gravit dei vostri scritti, ne disse quel ta nto che esso, che s bene intende, si pens dirne: cosa di lui degna e da voi merita ta, ben che quanto pi se ne dice, men ne vien detto. Consiosiach gli argomenti di Aristotile, le idee di Platone, i precetti di Socrate, le invenzioni di Omero, l 'arti di Cicerone e i sensi d'Augustino, con tutto quello che esprimono coloro c he il mondo chiama sapienti, son quasi spiriti che moveno le penne del vostro in telletto. Onde il nome di voi ha talmente incominciato a essere illustre ed ecce lso, che la certezza de la vostra gloria maggiore che qualunque speranza ci abbi no gli altri. Intanto chi vi mira scorge in voi quel non so, che di divino, il qual conserva in se medesimo il bene de la ragione contra gli impeti de le passioni, onde, senza altramente parlarne, diffinite che cosa virt m orale. E perch ogni laude consiste ne la speculazione de le cose, ne la temperanz a dei moti e ne la conversazione degli uomini, di continuo investigate le cause, le magnitudini e l'eccellenze de la natura, contemplando come ultimo fine di tu tti gli studi essa divinit. E tuttavia, constringendo gli appetiti e le perturbaz ioni sotto il freno de la ragione, non solo attendete a sempre disporre nei prop ri commodi le volontadi altrui, ma con l'aria del vostro volto tacito, per esser ella adorna d'una certa grazia innata, incitate in chi vi mira desiderio di riv erirvi non che di amarvi. Intanto il mondo vi scorge ne le maniere, ne la faccia e nel procedere non pur la deit, la modestia e la temperanza, ma quella affabili t placida, quello intento giocondo e quella integrit discreta, in cui si compiace la dilezione umana. Ma chi vi vuol lodare per esser voi ornato d'ogni generazion e di laude concludila con dire che gli archi dedicativi dal grave ordine de l'Ac ademia de lo Studio di Padova, nel prender voi la degnit del dottorato, auguraron o le corone che le celesti forze del vostro divino intelletto hanno tolto di tes ta a qualunque altro ingegno si sia. Di Venezia, il 6 di maggio 1542. CXXXVI A MESSER FRANCESCO RUSCELLAI Il trre io a Giorgio, spirito nobile, il ritratto vostro, e il chiedergli voi in cotal tempo il mio, stato un miracolo uscito da le profonde viscere di quella no tabile affezione, che si infonde per un certo fatal amore negli animi di alcuni, se ben non si conoscono se non per fama. Certo che non pu essere se non misterio di una tacita conformit di natura lo appetire, come aviam fatto, la imagine de l 'un l'altro. E, da che cos , sia contratta costante ed eterna amicizia tra noi due ; e s come ci siamo desiderati in pittura, desideriamoci in presenza. E caso che la fortuna ci vieti il poter conversar d'appresso, non si manchi di goderci da l unge. E poi che ci si puote per via d'un poco di inchiostro e di carta, facendo l a penna l'uffizio che non possono fare i piedi, stiam sempre insieme. Di Vinezia, il 8 di maggio 1542. CXXXVII A MESSER NICOL GUIDI, VOLTERRANO Ne lo avermi il nostro Giorgio, pittor eccellente, mostrate le due lettre, che v oi, amicissimo del mio nome, in lode de le comedie ch'io ho fatto, gli scrivete, mi son talmente commosso ad amarvi che suta forza dirvelo con queste poche fila di parole. Ma qual principe mi fece mai presente in effetto che aggiugnesse di valore a quello, che per non esser possibile altrimenti, mi offerite in volont? C erto l'udire per bocca de la vostra penna come vorreste, accioch io pi vivesse, to rmi dieci anni de la istessa vecchiezza e porvegli a conto de la propria giovent,

mi obliga a desiderare che il viver di voi trapassi d'altretanti il corso presc rittogli da la natura. E ben lo meritate, da che vi nascono s pietosi pensieri ne la mente; e pur ste, come si dee, litterato, onde devreste appetire il contrario . Avenga che di costume de la maggior parte dei dotti in ombra di auguriar la mo rte di chi opera, e non di bramargli la vita; talch queste e quelle composizioni, sieno quanto si possa esser buone, nel capitargli ne le mani, paiono agnelli sb ranati dai morsi dei lupi. E mentre col non far mai nulla biasimano chi fa sempr e qualche cosa, simigliano giudici senza cause. Intanto il fin loro disutile e o dioso. Or state sano, e congratulativi di continuo con la bontade che usate inve rso le fatiche altrui. Conciosiach vi di pi onore il far ci che se tali opere fusse ro dei vostri sudori; imperoch l'uomo, che celebra ci che bene in altri, fa fede d el conoscimento di se stesso. CXXXVIII A MESSER GIROLAMO DA TREVIGI Ecco, signor compare, che voi pur ste obligato a la malignit di coloro che interru ppero in modo i disegni che avevano fatto le vostre virt, che ne foste per ismani are. Certo che l'altrui invidia vi ha posto nel grado de la felicit. N vi crediate , s'ella non fosse stata tanta, di esser mai divenuto tale. Onde me ne rallegro ne la maniera che ha visto il conte Lodovico Rangone (fervente predicatore del r e vostro), mentre, doppo il suo ritorno di cost, mi ha raguagliato degli scudi do nativi nel giugnerli voi inanzi, dei quatrocento l'anno di pensione, del palazzo che vi fabricate a sue spese, e de lo avervi messo ne l'ordine dei gentiluomini che lo servono. Atto degno de l'animo di Sua Maest mirabile, e cosa conveniente a le vostre condizioni eccellenti. Ma da che ciascuno spirito dotato d'ingegno e di stile sacro e alto si rivolge a celebrare il nome di s santo e di s glorioso p rincipe, ho cominciato a fargli il varco con la intitolazione del secondo volume de le mie Lettre, che quando ben non ne ritraessi altro che il suo accettarle, preporr simil grazia a qualunque premio si sia. Intanto so che non mancarete di f ar per me ogni fraterno uffizio; e per me, dico, e per onta di coloro che coi nu voli de la maladicenzia ofuscano il sole de le serenissime virt di Enrico d'Inghi lterra. CIXL A MESSER GABRIEL IOLITO Il Furioso d'oro e figurato, del quale la nobile vostra cortesia mi ha fatto don o, mi suto in due gradi grandemente grato: l'uno, per amor di chi l'ha composto; l'altro, per conto di colui che l'ha fatto imprimere pi tosto da principe che da libraio. Onde la memoria di s famoso autore ve ne molto tenuto, imperoch per voi non pur ridotto ne la propria perfezione, ma illustrato con l'eccellenza di queg li ornamenti, di cui egli dignissimamente degno. Or aviatene allegrezza tra voi medesimo, imperoch in cos alta spesa appare il merito de le fatiche altrui, la riv erenza che dimostrate a quelle e la generosit de l'animo vostro. Onde si pu dire c he fate mercanzia pi d'onore che d'utile. Di Vinezia, il 1 di giugno 1542. Di Vinezia, il 22 di maggio 1542. CXL A MESSER IACOPO DEL GIALLO Due sorti di piacere mi hanno compunto l'animo ne lo intendere, compar caro, la nuova del figliuol natovi. L'una viene perch naturalmente doviam rallegrarci de l o accrescimento de la generazione; e l'altra, perch cotal parto ereditar quella ec cellente virt del miniare, con cui fate stupire il disegno, la diligenzia e la va ghezza, che appare ne l'opere che di continuo escono dal lodato e mirabile stile vostro, onde ne stupiscono i giudizii pi esperti e gli occhi pi acuti. Testimonio non pur le cose fatte da voi a lo imperadore, a petizion del signor don Diego M endozza; ma mille altre appresso, del che vi tiene obbligo tutto questo secolo. Imperoch, s'egli va superbo degli uomini rari in qual si voglia mestiero, che deb be fare per i singulari ne le arti eccellenti? Di Venezia, il 7 di giugno 1542. CXLI A MESSER FILIPPO D'ASTI L'allegrezza da me presa ne lo intendere con quale onore e con quanta lode Vostr

a Eccellenza riporta a Brescia la vittoria de la lite, suta simile a la letizia che ne avete presa voi; imperoch lo amico regna nel cuor de l'amico, onde le pass ioni che premono l'uno premono l'altro. Certo che io me ne son rallegrato nel mo do ch'io dico; e rallegrandomene ho ripreso cotal mia tenerezza, peroch non mi do veva esser nuovo che voi, che ste atto a trionfar del torto, riportiate la palma de la ragione. Ma pur grande l'obbligo, che tenete coi cieli, da che oltre l'ess er voi illustre ne la professione de le civili leggi, non trovate pari ne lo stu dio de le filosofie, n simile nei sensi de le sacre lettre. E io, per me, comparo il fermo, lo intero e il capace spirito vostro a quel componimento sodo, schiet to e sufficiente, chiamato dorico da la perizia de l'architettura. Il debile, il vano e lo inutile non si mescola con lo ingegno, che d'ora in ora, anzi di punt o in punto vi partorisce quegli alti, chiari e veri concetti, che ignudi, puri e casti vi escono de la anima cristianamente religiosa e religiosamente cristiana . Onde, chi vi ascolta piglia da voi qualit di bontade e di virt, s che in quanto a l dovere io rimaner senza il continuo comerzio vostro, quasi che non vorrei che vi foste s tosto sbrigato dal letigio. Conciosiach non potr conservarmi ne la memor ia le cose che mi avete insegnato, n imparar quello che ve ne portate a la patria . Ne la qual giunto che sarete, degnatevi di far riverenza al signor Girolamo Ma rtinengo invece di me, che lo riverisco con uno affetto di cuore inviolabile. Di Vinezia, il 27 di giugno 1542. CXLII A MESSER GIULIO ROMANO Se voi, pittore illustre e architetto unico, dimandaste ci che fa Tiziano e a que l che attendo io, vi sarebbe risposto che il pensiero di noi due non cerca altro che di trovare il modo da poterci vendicare de la baia che il vostro prometter di venir qui ha dato a la affezione che vi portano gli animi nostri; del che sia mo anco sdegnati in tra noi. Egli ha ira con seco stesso per avermi accertato co tal vanit, e io rabbia con meco medesimo per avergliene creduto. Onde la sua clera e la mia stizza non sono per risolversi nel nonulla dei fumi che esse essalano, prima che ci osserviate la fede de la quale ste tante volte mancato. Ma lo spera r tal cosa in vano, perch chi suto crudele in assentarse da la patria propria non pu esser benigno in visitar altri. Ecco, Mantova non per pi bella che Roma e che V enezia. Oh, " l'amore de la mogliera, dei figliuoli e de la facult me lo vieta": i quindici o v enti giorni, che se gli stia lontano, sono uno intermedio dolce, che recrea gli affetti del sangue con le tenerezze di s breve assenzia. E, per dirvelo liberamen te, in quanto a me vorrei, mentre mi ricordo e de le maniere di voi e de le virt vostre, non avere umanit n giudizio; ch, essendo privo di quella e di questo, non m i consumarci nel desiderio del vedervi operare e del potervi godere. Voi ste grat o, grave e giocondo ne la conversazione; e grande, mirabile e stupendo nel magis tero. Onde chi vede le fabriche e le istorie uscite da lo ingegno e da le mani v ostre, ammira non altrimenti che s'egli scorgesse le case degli iddii in essempl i e i miracoli de la natura in colori. Preponvi il mondo ne la invenzione e ne l a vaghezza a qualunque tocc mai compasso e pennello. E ci direbbe anche Apelle e V itruvio, s'eglino comprendessero gli edifici e le pitture che avete fatto e ordi nato in cotesta citt, rimbellita, magnificata da lo spirito dei vostri concetti a nticamente moderni e modernamente antichi. Ma perch la sorte non vi trasfer qui, c ome cost? E perch non rimangono le memorie, che lasciate ai duchi di Gonzaga, ai S ignori vineziani? Di Vinezia. CXLIII A MESSER ANTONIO TERZO Non poteva il non venire di Vostra Eccellenza qui procedere se non dal suo esser caduta inferma o da lo essersi Quella trasferita a Vicenza. Ma non dubbio che p i mi saria piaciuto che vi foste restituito a la patria che abandonato nel letto. Pure da che ne ste fuora ne ringrazio Iddio, e pi ancora per avervi prima visto r isanato che inteso la vostra malattia. Bench il cielo devrebbe tener particular c ura di una persona tale, massimamente avendola ornata di intelletto preclaro e d i virt suprema. Onde venite a dichiarare in che modo le sue influenze ridondano i n voi con il valore di quelle grazie che si ottengono dal motuproprio di lui sen

za altro mezzo; e di qui deriva la natura, che universalmente dimostrate in tutt e le cose. Tal che la dottrina e la scienzia, che vi qualifica, viene quasi anul lata da la capacit, che avete ne le nature e nei costumi de le genti. Onde si con fessa che altro il nascerci e altro lo affaticarcisi. Avenga che l'arte, che vuo l rimbellire la natura, simiglia la temerit di certe figliuole, che nel presumere di amaestrare le madri, ne acquiston pi tosto nome d'insolenti che di sagge. E p er voi, con l'usare il giudizio de la cognizion naturale, date ad intendere a la curiosit de l'artificio il suo non essere bastante ad imprendere quel che non si pu insegnare. Conciosiach la profondit del sapere legittimo si bee insieme col latt e che ci notrisce, e chi l'ottiene altrimenti avveduto e non saputo, per la qual cosa sa cavillare assai e comprender poco. ben vero che chi trae le avvertenze da la culta naturalit, risplende nel compimento de la perfezione, che illustra la degna e nobile condizione di Vostra Signoria. Di Vinezia, il 2 di luglio 1542. CXLIV AL DANESE, SCULTORE Due cose, figliuol mio, si son comprese nel servigio che in sul pegno non mi ha concesso l'uom che sapete: la sua avarizia e la mia povert. Bench non invidio la c ommodit di lui, essendo tale; impercioch il povero ha carestia di molte cose, l'av aro di tutte. Ma da che la felicit trae la origine da la virt, anch'io, per non tr ovarmi ignorante, posso sperar di acquetarmi. Ma, quando io non fossi mai altro che liberale, non sono io assai? Or, perch la maggior bestemia, che si possa mand are ai professori de la miseria, l'augurargli la lunghezza del vivere, prego Idd io che esso viva mille anni, accioch sia pi continuo il suo esser schiavo a s besti al vizio. Il difetto de la cui natura tanto manca di quel che tiene, quanto di c i che non possede. Io, per me, ho quel che voglio, da che posso voler ci che mi ba sta, e pensando come qualunque cosa avanza al nostro uso superflua, non mi curo di accumulare se non fama di buone opere, dolendomi tuttavia circa il non si pot er fare senza le sustanzie necessarie. Ma perch il tolerare le colpe de l'amico r idonda in suo proprio vituperio, biasimate l'atto del prefato. Intanto non si ma nchi di essercitar la penna ne le carte, se ben il mestier vostro di porre lo sc arpello nei marmi; e, in quanto al mio giudizio, mi risolvo a dire che, se voi i ntendeste lo intagliar de le figure come intendete il compor dei versi, vi avici nareste a Michelagnolo pi che non se gli discostano i pi dotti in cotal arte. S che ubbidite a lo influsso ancor che il pane non lo consenta. Di Vinezia, il 3 di luglio 1542. CXLV A MESSER TIZIANO Io ho visto, compare, da voi ritratta la bambina del signor Ruberto Strozzi, gra ve e ottimo gentiluomo. E perch cercate il mio giudizio, dicovi che se io fusse d ipintore, mi disperarei; bench bisognaria che il mio vedere partecipasse del cono scimento divino, volendo comprendere la cagione per cui dovessi disperarmi. Cert o che il pennel vostro ha riserbati i suoi miracoli ne la maturit de la vecchiezz a. Onde io, che non son cieco in cotal virt, affermo col giuramento de la conscie nza che non possibile a credere, non che facile a fare, una cotanta cosa; onde m erita di essere anteposta a quante pitture mai furono e a quante mai saranno, ta l che la natura per giurare che tale effigie non finta, se l'arte vl dire che ell a non sia viva. Lodarei il cagnuolo accarezzato da lei, se lo exclamar la pronte zza, che lo move, bastasse. E la conchiudo ne lo stupore che, circa ci, mi toglie le parole di bocca. Di Vinezia, il 6 di luglio 1542. CXLVI AL MANUZIO Quel piacere, che piglia una persona amorevole nel comprendere il prosperar d'al trui, ho preso io, o nobile e chiaro messer Paolo, ne lo intendere come i Dialog hi del grande Sperone sono in libert del vostro dotto e solo giudizio. Onde da pe nsare che gli farete imprimere, de la qual cosa esse composizioni si possono ral legrare; conciosiach la forma tersa e la correzion purgata de le belle stampe vos tre gli accresceranno pi credito che non accrescon pregio a le gemme le mani dei re. S che dategli in luce tosto; imperoch quel tanto, che si indugia, un torto che

si fa a chi debbe diventar migliore per conto de la loro eccellenza. Oltra di c i egli onesto che questa etade sappia di che sorte d'obligo ella tenuta con le fa tiche di s perfetto uomo. Certo che, chi vede le cose sue, conosce come disegna M ichelagnolo e come colorisce Tiziano, avenga che elleno son composte di vita e d i splendore; e le simiglio a creature che movano gli spiriti e i sensi per bont d i natura: il contrario di quasi tutte l'opre d'altri. Imperoch paiono proprio cor pi adormentati; e quelle cotali lor vivezze, morte, con cui in qualche parte pur respirano, non variano punto da certi moti freddi, che sognando fanno i predett i dormienti. I buoni frutti e non i bei fiori ci pascono lo appetito; e altra im portanza quella che ci giova, che quella che ci diletta. La virt si sta nel fare, e la vanit nel dire. Le parole vaghe sono le vesti dei gran concetti, i quali si scoprono per s fatti ancora ignudi. E che altro la imitazione che uno andar ritt o su per le carte rigate? Noi strangoliamo il nostro naturale ingegno con le man i del nostro ritroso artificio; tuttavia che non se gli lascia exalar fuora i su oi fiati propri. caso ridicolo il tr la degnit de la reputazione a se stesso per d arla a chi non mai vedemmo. Sforziamoci di essere allegati, e non sudiamo allega ndo altri. Avenga che ci fa pi onore un bel tratto uscito dal nostro intelletto, che quanti se ne ritrae dagli scritti che si leggono in cento anni. So bene che io sono inteso da voi, che intendete i tutti, e fatevi intendere dai pochi, con sommo stupore del mondo. Di Vinezia, il 11 di luglio 1542. CXLVII A MESSER GIULIO ORADINO Se voi non sapeste di qual core io vi amo, mi sforzarei di mostrarvelo con il ri spondere a quante me ne scrivete; ma, essendone voi certo secondo la verit, so ch e non me ne imputate se io nol faccio: bastandovi il piacere ch'io sento ne lo u dire come l'avervi Sua Santit restituito a la patria stato un rendere lo splendor e solito a cotesto Studio di Perugia. Il quale abondante e florido merc del legge r vostro; d'il che ringrazio Iddio come di cosa appartenente al mio onore e util proprio. Or, per tornare ai tre giorni che cost si intertenuto monsignor da la B arba, me ne son rallegrato; imperoch ha fatto fede, con tal sua dimora, de l'amor e che egli porta a cotesta citt e di quel che cotesta citt porta a lui. E per dirv i, Sua reverendissima Signoria mi scrisse circa lo interesso di messer Mario con tanta caritevole umanitade ch'io non so se altra simile si trov mai in prelato; assicurandomi de la ritornata di lui molto largamente. E perch il clarissimo mast ro Lucalberto desiderava di sapere ci che sopra il caso del figliuol suo mi si av visava, diedi la carta di monsignor predetto a un medico da Rimine, allevato cos t, con imporgli che gliene mandasse la copia. De la qual cosa non ho anco saputo nulla. Ma che opera ho io mai fatto per le brigate perugine, onde ne debbo ritra rre una s publica e cos comune benivolenza? vero che io le tenni, tengo e terr semp re collocate ne l'anima, onde, se per una isviscerata affezione si merita tanto, accetto la grazia che io ho con tutti, con tutto il core, e sia in premio di ci il dolore e la letizia ch'io provo ne lo udire il lor male e il lor bene. Intant o degnisi la Eccellenza Vostra raccomandarmi al mio fratello Bitte Caporali, a G ianberardino e a Luca, miei gi sono tanti e tanti anni. E quando sia che la schie ra, che solo per vedermi vuol venir qui in abito di peregrini, pur ci venga, gli ricorr (in quanto a l'animo) con l'affetto che i santi raccolgono le preci di co loro che offeriscono i voti d'intorno a le loro imagini. E nel concluderla, piac ciavi di raccomandar la mia vita a le orazioni di quelle moniche sacre, che mi o rnano di tante laude, collocandomi nel numero dei veraci e dei giusti. Di Vinezia, il 15 di luglio 1542. CXLVIII A MESSER PAOLO CRIVELLO Poi che cotanto vi dilettate in compiacermi, so che non vi rincrescer far s che il mio suggello si abbia tosto; conciosiacosach un giorno spero ristorarvi di quest a e d'ogni altra fatica. Certo che lo tengo forte in animo; avenga che non ho co nosciuta persona che vi pareggi punto ne l'amorevolezza, che di continuo dimostr ate non solo a me, ma a qualunque si vada ornato di qualche spirito d'ingegno. E mentre nutrite il gusto vago del bellissimo vostro intelletto dei dolci frutti de la poesia, date materia ad altrui di cogliere di quei rari che produce il cul

to arbore de lo stile di voi. Onde in cotal conto ritraete da altri la lode, che ad altri largite. Intanto penetrate col giudizio nel profondo disegno de la pit tura, e di tale arte ste s capace che pi non si pu essere. N si ferma ivi lo intendim ento che vi intertiene il pensiero; imperoch, rivolto a le varie spezie de le gio ie, quelle pregia s rettamente che ne resta contento il pi e il meno. N so qual teo logo distenda meglio di voi i sensi de le scritture sacre, e per ci da dire che st e giovane ripieno di virt senile. Di Vinezia, il 21 di luglio 1542. CIL AL PIOVANO DI SANTO APOSTOLO A voi, prete reverendo, s starien bene i gradi dei maggior prelati, a voi si conv errebbe la mitera, a voi il cappello, da che per voi non si lascia cosa indietro , che sia laude e onore di quella piccola chiesa che meritamente tenete in custo dia. Onde vi si d il nome di buon sacerdote. E ci conferma la voce publica di tutt o il popolo, che vede in che maniera vi studiate in ampliarla con la presente fa brica. Intanto compartite il poco de la rendita, che ve ne perviene, nei poveri, negli infermi e nei peregrini. Talch altri si maraviglia che possiate mangiare i l pane dovuto, non che intertenervene secondo le cose necessarie al vivere. Benc h la grazia di Dio nel riguardare cotanta vostra caritade si converte ne le susta nzie dei bisogni di voi, che ste s fervente e s sollecito padre di qualunque abita ne la parrocchia che vi ubbidisce in Cristo al tempio che vi orna del suo titolo , che ciascun vi diventato figliuolo. E io, per me, non pur vi amo con zelo di t ale, ma vi reverisco con candida sincerit, di quale io mi sia; imperoch vi giudico uno essempio di quella spiritual cura che si appartiene a tutti coloro che sopr astanno a le anime. Devrebbe, chi possiede l'entrate di Ges crocifisso, dispensar le nei commodi degli altari, de le messe, degli uffizii, degli incensi, dei lumi , dei paramenti, dei battesimi e de le comunioni, e amando il prossimo, con il c asto de la intenzione, soccorrere, con ci che avanza a le lor tavole, la miseria de le fami di chi pate. Le facult religiose si denno spendere santamente, e gli a limenti di Cristo distribuire cristianamente; e guai per chi si rivolge al contr ario. Ma che dir io, o uomo onesto e prestante, de la reputazione acquistatavi da la bo nt, che move ogni predicatore di fama buona, di vita ottima e di dottrina somma, a venire a esporre il verbo divino nel vostro pulpito? Onde ne risulta a voi chi ara commendazione, e a noi evidente salute. Ecco, due volte gi abbiam sentito mer c vostra fra' Bernardin da Siena, due volte l'abbiam sentito vostra mercede, che sol per questo meritate che se ne faccia memoria, avenga che la sua voce apostol ica e il suo dir catolico fa buoni i rei e perfetti i giusti; s che rallegrateven e con voi medesimo, ringraziando il Salvatore del potere che avete appresso de l e sue creature; e mentre ci fate, compiacetevi anco con la dolcezza de la vostra affabile condizione: la cui umanit aprono il seno del cuor loro a ciascuno, e per fino ai gran maestri ne pigliano sicurt: testimonio il signor Paolo e il signor C hiappino Vitelli, giovani ripieni di virt illustre. La splendida nobilt dei quali si accomodata i giorni, che son qui stati, di tutta la casa vostra. Di Vinezia, il 23 di luglio 1542. CL AL SIGNOR GIROLAMO MARTINENGO Io che intendo che la Signoria Vostra non si gode de la vital sanitade, ne ho pr eso quel fastidio che, se agravato da cotal male, giacessi in letto nel modo che ci sono giaciuto di molti giorni, non senza qualche sospezione di peggio. E, be nch io ne sia, per Dio grazia, levato, il sapere che voi ci ste dentro, non me lo lascia far pro; avenga che tutto quel di lieto e di dolente, che un simile a voi prova in la persona, provo io in sul core. Onde vorrei potere trvi la febbre, ch e vi tiene oppresso, cos tosto come lo dico, ch certo lo farei, e ben debbo io ci d esiderare, da che voi ste il pi cortese gentiluomo e il pi onorevole cavaliere che io abbi anco conosciuto. In voi non affettazione, in voi non cerimonia e in voi non arroganza alcuna. Facile e temperato il vostro real procedere. Amate la virt, stimate la lealt e seguite la veritade. Niente di simulato e nulla di finto appa re negli atti vostri. Osservate le promesse; e, se aviene che pure indugiano, la tardanza gli usura; onde spero che s sarete imitato ne la maniera che ste ammirat

o. Certo che da voi s'impara ogni eroico effetto e ogni egregio modo, e chi non sa ci che si sia generosit, liberalit e umanit, guardi voi e saranne instrutto. De l a vostra prestante piet non parlo, perch non lecito ch'io paghi con poche lodi la carit usatami nel trar di carcere il buono e sventurato Cavorlino. Non chiede ind arno chi a voi chiede; non son vani i preghi che vi si porgano, n pu dir di esser povero chi vi conosce. N si creda che il cielo a una cotal sua fattura non riserb i gradi e onori convenienti a la prudenzia e a l'animo che vi amministra; non na scono senza quale i pari vostri. S che acquetativi circa lo accidente, ch ben pass ar via. Intanto comandatemi come potete comandarmi; avenga che io sono per giusta cagione affezionato dei vostri meriti singulari. Di Vinezia, il 25 di luglio 1542. CLI A MESSER GIORGIO, PITTORE Eccovi il sonetto, che i meriti de la gentildonna e i prieghi vostri m'hanno tra tto de lo intelletto con tanta volont che pi non si potrebbe dire. Imperoch io non ho mai visto volto vivo, che mi abbi mosso a stupirne, come il suo dipinto. Conc iosiach la grazia degli occhi, la maest de la sembianza e l'alterezza de la fronte si uniscono talmente insieme che fanno di lor medesime una composizione di bell ezza pi tosto celeste che terrena, e quel che pi ammiro che niun pu guardar cotale imagine con desir lascivo. Ma se io sono uscito fuor di me nel mostrarmisi ella nel pennello vostro, che far io tosto che io lo vegga ne la vita sua? Di Vinezia, il 29 di luglio 1542. L'arte fatta natura, e chi nol crede Miri l'esempio alter, che Giorgio ha tolto De la Barozza, nel cui sacro volto L'indole, che hanno gli angeli, si vede. Lo spirto de lo stil, che al ver non cede, Stasi tra i color vivi in s raccolto; A quelle grazie, a quelli onori vlto, Che la terra la face e il ciel le diede. Intanto il guardo suo santo e beato In noi, che umilemente il contempliamo, Casto rende il pensiero innamorato. Tal che solo inchinar desideriamo La bellissima donna, idol del fato, Ne la qual par che non peccasse Adamo. CLII A MESSER GIAMBATTISTA TORNIELLO Piacesse a Dio, carissimo amico, che io mi conoscessi di essere s come voi afferm ate ch'io sono. Certo che me ne terrei buono, non tanto per ornamento mio, quant o per utile del secolo, che veramente ha carestia di persone le quali abbino in s la qualit che mi attribuite. Ma perch ognuno si succhia le dita, che nel mle de la lode gli intingono coloro che si dilettano di ben dire, anch'io andr raccogliend o con le labbra de la vanagloria quelle che mi dnno le vostre umanissime cortesie . Ma non avendo io con che altro remunerarvele, non ho restato di far s che messe r Tiziano rimetta la mano ne la tavola, che tosto riavrete fornita da quella dil igenzia, che in verit le mancava, e che voi per suo onor desiderate. Esso ci ha a ggiunto il protettor de la vostra patria armato, e in cambio dei cherubini vedre te due angeli di vaghezza celeste e di grazia divina. Bench mi duole di non esser lui, intanto che io potessi sodisfarvi nei fatti, come cerco di compiacervi ne le parole; ch, essendo ci, confessareste, nel ricevere del presepio, che aspettate , che fosse pi tosto miniato che dipinto. Ma, quale io mi sia, e per quel ch'io p ossa, vi notifico che tengo una extrema volont di compiacere a voi, architetto si ngulare e gentiluomo magnifico. Testimonio la eccellenzia del signor messer Giro lamo, reputazion de la medicina, splendor di Novara e degno parente di voi. Di Vinezia, il 6 d'agosto 1542. CLIII A DON DIEGO MENDOZZA Chi dubitasse, signore, de la bizzaria dei vostri andari, consideri il sonetto,

che mi avete fatto comporre sopra il ritratto, del quale mostrate solamente lo i nvoglio di seta, che lo ricopre a guisa di reliquia. Ma perch son certo che i mie i versi non tengono in s tanto di buono quanto in lei mostra di naturale la donna , che senza averla inanzi vi ha rasemplata il Vecellio, ne chieggo perdono al fa ntastico del suggetto impostomi. Intanto eccovegli nel modo che io ho saputo far vegli. Di Venezia, il 15 d'agosto 1542. Furtivamente Tiziano e Amore, Presi a gara i pennelli e le quadrella, Due essempi han fatto d'una donna bella E sacrati al Mendozza, aureo signore. Ond'egli, altier di s divin favore, Per seguir cotal dea, come sua stella, Con cerimonie apartenenti a quella L'uno in camera tien, l'altro nel core. E mentre quella effigie e questa imago Dentro a s scopre e fuor cela ad altrui, E in ci, che pi desia, meno appar vago, Vanta il secreto, che s'asconde in lui, Ch, s'ognun del foco suo presago, Ardendo poi non sa verun di cui. CLIV A MESSER FRANCESCO SALVIATI Son molte le cagioni che mi movono a ricordarmi di voi, spirito veramente pelleg rino ed eletto. Ecco che mi costringe a ci il ben che a me volete, le cortesie us atimi, la gentilezza propria, la bont che vi move, la conversazion dolce, la mode stia, la umanit e l'altre virt, che vi adornano con uno splendor tale, che la pitt ura, nel cui studio ste ammirabile, par quasi la minore. Io parlo cos per non sape re in pi bel modo lodarvi, avenga che noi siamo posti in cielo da la lode a punto quando, lasciato da parte la cosa per la quale meritiam di essere principalment e lodati, altri ci essalta con lodarci ne le azioni pi minime. Ma dove (circa il conmendare il divin ingegno che avete) manco io, ci supl il re di Francia. Nel ve dere il ritratto mio di mano vostra, Sua Maest se ne maravigli come di essempio vi vo e non come di opra dipinta; e, fattolo porre tra le sue gioie pi care, disse: " Io voglio lo autor di s bella cosa ai miei piaceri"; che altro saria che essere a quegli di cost. Non degno di servirvi colui che vi comanda; e dei giovani simili a voi non nascono ogni d. E ci dice Tiziano con molta fervenzia d'amore e con gra n prontezza di sincerit. E anco Giorgio nol tace, anzi vi celebra con veemenza di affezione. Intanto ed essi e io vi salutiamo e desideriamo insieme. Ma perch il compare intende tutavia che la bont vostra non si sazia di dare a le sue opere le preminenze che vi par che meritano, ve ne ringrazia con isviscerata carnalit. Di Vinezia, il 20 di agosto 1542. CLV A MESSER PANGRAZIO DA EMPOLI Il ritratto, che del Pepoli vi ha fatto Giorgio d'Arezzo, giovane d'intelletto s opraumano, de le pi mirabili cose che si vegga di suo. E poi che ne ricercate il mio parere, dicovi che lo teniate caro sommamente, imperoch il far meglio una vol ta che l'altra particular capriccio di chi pi ne sa. Avenga che anco i pittori ec cellenti dnno talora nel goffo. Ma chi potria dire la grazia, che gli aggiunge l' ornamento intagliato da lo stupendo stile del Tasso, onde ste obligato a tenerlo sempre in camera, imperoch s fatte maraviglie son la reputazione d'una persona gen tile e intendente come la vostra? A voi pi che ad alcuno altro si appartiene di a vere si aili opre singulari, perch voi capite col giudizio vertuoso ogni grandezz a di virt. Ma chi non crede ci, chiariscasi nel sentirvi contar, oltre l'antichit d i Gerusalemme, le qualit de le piramide di Egitto. Per mia f, ch'io rimango attoni to pensando al vostro esprimere i costumi e le nature de le genti di quei paesi, l onde fuste degno di trasferirvi col favore inusitato che vi ci trasferiste; e ben conobbe il gran Luigi Gritti, illustre memoria, di che merito e di quale ing egno voi eravate. Certo che Fiorenza, madre dei chiari e pellegrini spiriti, vi

dee tenere tra le sue creature pi dilette; avenga che ste composto di mansuetudine , di cortesia e di discrezione; n punto degenerate da lo splendido e ottimo messe r Tomaso, zio vostro e onorando amico mio. Di Venezia, il 25 d'agosto 1542. CLVI A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Non mi curo, o compare, che l'amico mi voglia male, come vi suto riferito; imper och la speranza de la bont rimasta in pochi chierici, e la facult di avere a divent ar giusti, in pochissimi; ma la presunzione del credere d'esser ottimi, in molti ; onde s onesto di odiarne parte che anco a quegli devria piacere di sentirsi odi are. Non dubbio che chi considera quanta riverenza e quanta santit sia ne l'ordin e loro, e quanta eccellenza e degnit nel grado, non pure istimaria vituperoso lo abbondar eglino nei peccati; ma intitolarallo crudele e maladetto. Certo che la prudenzia e la conscienza altrui nel vedere ogni loro uffizio quasi remoto da la carit cristiana sta per dire che essi usino l'astuzia in iscambio de la religion e; talch il mondo chiama costume gentile e mansueto quello con cui si confonde l' alterezza de la loro insolenzia, tollerata da Cristo perch le genti, che gli ubbi discono, richieggono pena cos fatta. Di Vinezia, il 26 d'agosto 1542. CLVII AL TASSO, INTAGLIATORE Egli mi tanto caro l'ornamento che fate a mia 'stanzia, quanto discaro l'avervi messer Giorgio dato s fatta briga per me, che per voi non ho speso altro che alcu ne esclamazioni uscitimi dal core del giudizio, bont de la maraviglia che mi ha p rovocato le voci nel vedere gli intagli che nel legno di noce avete qui mandato. Certo che son mirabili, e degni de la fama vostra. E io, per me, non viddi mai simil delicatura in gesso n in marmo. Onde sto con isperanza dei miei, veramente grande. Intanto vi prego che mi imponiate qualcosa, che venga a far meno la verg ogna, ch'io tengo circa il prevalermi de la virt d'uno, ch apena mi conoscete per nome. Di Vinezia, il 26 d'agosto 1542. CLVIII A MESSER FRANCESCO MARCOLINI Che a me, o compare, il gracchiar dei frati, che dicono che io non so disputar d e la fede? Certo che io so meglio credere a Cristo che essi non san parlarne. On de aviene che dai miei discorsi non si ritranno dubbi. E mi sforzo avere pi tosto Iddio nel core tacito che ne la bocca vocifera. S che poco mi curo di ci che vann o anfanando s fatte genti. Imperoch la maggior parte di loro pigliono l'abito, che se gli vede, per essere in tutto abandonati da la speranza, non che da la fortu na. Di Vinezia, il 27 d'agosto 1542. CLIX A MADONNA ISABELLA MARCOLINA Per due cagioni, comare onoranda, mi duole la indisposizione vostra: l'una per i l patire de la istessa persona, l'altra perch Giorgio non pu ritrarvi inanzi che s i parta. Ma come non si vergogna il male a lasciare in sanit le migliaia de le do nne, che non meriton la vita, e tenere inferma voi, che ste degna di viver sempre ? Ma perch il mondo va cos, recatelo in pacienzia, ringraziando Iddio che gi cominc ia a cessare; onde spero che tosto riplenderete con la vaghezza dei colori usati . Talch apunto nel suo ritorno potr lo egregio spirto rendervi viva nel quadro che brama di farvi, ai pi del quale spero scriverci il sonetto promessovi. Intanto g uardativi dai disordini che tuttod vi tempestano, imperoch pi doviamo riprendervene quanto men dovereste incorrerci. Ma che importa a voi lo esser ingegnosa e prud ente, se non sapete astenervi da quelle cose che vi nuocono mentre che esse vi d ilettano? Di Vinezia, il 28 dagosto 1542. CLX A MESSER GIORGIO, PITTORE Se il vostro animo nel far piacere a me imitasse la sollecitudine che io sempre misi il mio in far servigio a voi, avreste ragione di volere intendere con la pr

estezza, che dimostrate del ci ch'io ho fin qui operato ne lo interesso del grado che per il zio vostro con ogni istanza procacciate da voi circa il disegno rich iestovi da la gran volont, ch'io ne tengo, mi rispose che gli porrete mano tosto che lo 'ngegno vi si acqueta. Onde mi forza contentarmene; peroch la fantasia il pi de le volte vienmi alterata da nuvoli, di che l'adombrano i venti dei ghiribiz zi che di continuo si raggirano per la testa dei poeti e dei pittori. ben vero c he il quadro promessomi e, come dite, gi cominciato, mi si mandar ratto, solo perc h m'intertenga sin che la carta si termina. Or per essere io nato pi per comodo d' altri che per utile mio, scrissi al duca; e con la lettera, per via de la quale lo supplicavo ad ottenere da chi vi contra la grazia, che tanto vi preme, aggiun si un ritratto di me stesso, opera del Moretto bresciano, ne la pittura spirito diligentissimo; e per anco non ne sento risposta, credo per ritrovarsi il signor Montino a Roma. Ma cos fussi io compiaciuto di quello che da voi proprio desider o; come sarete sodisfatto voi di quanto per mezzo di me dal predetto cavaliero d esiderate. Di settembre, in Vinezia, 1542. CLXI AL DUCA D'URBINO Non altro che la lode data pubblicamente da questa cittade chiara ai cavalieri i llustri, dei quali ha fatto stupenda mostra la saputa e valorosa milizia de la V ostra giusta e magnanima Eccellenza; non altro che la fama, che in gloria di voi trombeggia per tutto gli abiti, l'armi, i cavalli, le sembianze e le bravure di tali, poteva togliermi il dispiacere da me preso circa il non intendere la venu ta a Chioggia del conte di Montelabbate, suo celeberrimo ambasciatore. Per che sa rei corso quale io devevo a basciarvi quelle nobili mani, con la cui liberalitad e ho io tutte l'obligazioni che puote avere virtuoso grande a principe ottimo. M a l'allegrezza mi durata poco ne l'animo; conciosiach, mentre credevo che vi tras feriste sin qua, ecco che odo qualmente la Signoria serenissima vi ha rimandato a Verona, bench debbo pi tosto ampliar la letizia nel cuore che annullarla, avenga che ci testimonia la fidanza che ne le virt di Guido Baldo tiene s degna e si grav e republica. S che consolatevene, signore; cosolatevene, dico: imperoch il tempo v iene, ei viene il tempo che dee mettere in essercizio le vostre dotte militari i ntelligenzie. Le ali de l'aquila sempre augusta sono di s repente volo che bisogn a temere l'ombra dei suoi giri, ancora che sieno amici e fedeli. Di poi la super bia de le vittorie ha molto in odio i rispetti. Or, mentre nel capitolo da me co mposto in onore di Carlo Cesare ci si veggono assai terzetti profetici, quasi a persuasione d'ognuno l'ho impresso e mandato in luce sotto il titolo, del vostro nome ammirabile; dandolo, acci ve lo dia in un piccolo libretto, a Bartolomeo Ca mpi, miracolo de la sua arte. E perch il giugnere de la vostra inclita persona in Pesaro sar dopo di lui, ve lo indirizzo cos ignudo e sciolto, come vedete. D'ottobre, in Vinezia, 1542. Il capitolo di messer Pietro Aretino in laude de lo imperatore, e a Sua Maest da lui proprio recitato Poi che degno non son di laudarvi Ringrazio il cielo, o imperator modesto, Ch'ai d miei ha voluto procrearvi. Pensa in tanto il pensier, nel qual mi arresto, Ci che io sarei, non essendo or ch'io sono, Nascendo voi o pi tardi o pi presto. Se inanzi a me v'avea la terra in dono, Con ansia estrema invidiava quelli Nati al tempo d'un principe s buono; Se dopo, ben potea nominar felli Gli ottimi influssi, qual m'avesser posto Ne la prescrizion dei lor ribelli. Ma poi che questo e quel non s' opposto Tra 'l futuro e 'l passato, in danno mio Il titol di felice hommi preposto.

E officio il dir ci d'officio pio Per che in duce e in nume salutare Vi ha dato a noi l'alta bont di Dio. Le vostre giuste intenzioni chiare Fanvi nel casi del cristiano zelo Senza simil, senz'ugual e senza pare. O scudo dei credenti in l'Evangelo, Santo lo sdegno che 'l petto v'infesta, Santa la causa che in man ponvi il telo. Se volont fusse in voi meno onesta, Men fervor in la f, men conscienza E men quel poco creder che ci resta, Ch'altro saremmo noi d'una semenza Di crudelt, d'ignominie e di errori, Qua d'amor privi e l di riverenze? Certo che i vostri bellici terrori, Oltre il distorre altrui da quei peccati, Che provocan di Dio l'ire e i furori, Annulleran gli orgogli dispietati Del profano rettor dell'Oriente Dall'ignavia di lui anco annullati. Guida Satan la sua perversa gente, Muove Ies il vostro inclito stuolo, Che, come quel temerario, prudente. In questo dice confusa dal duolo (Toltone voi) l'umil religione:Tra tanti figli non truovo un figliuolo.L'innocenza di lei pi non dispone Le verit del suo rito sincero: Tengonla in pi l'opre vostre buone. Il divin culto, testimone intero D'ogni cuor fido e d'ogni mente pura, Tanto finto in altrui, quanto in voi vero. Ma che pi bella e pi lodata cura Potea Carlo pigliare, e pi dovuta A noi, a s, a Dio, a la natura? Colui che gli astri in cielo affigge e muta, Gli assegna in premio una vita che tale Altr'uom, da che fu l'uom, non ha vivuta. Vuole Iddio che lo spirito vitale Venti lustri di Cesare si amanti, Di Cesare immortal pi che mortale. Ei punisce i superbi, e i supplicanti Col giogo e col perdon, tal laude dando Al gran de Iddio dei di, santo dei santi. Egli dei rei pon le nequizie in bando, Ei trae i buoni for dei vilipendi, N indugia a la lor pace il come o il quando. Fa col guardo tremare i cor tremendi. E, dove gira l'intrepido ciglio Stupidi fansi gli uomini stupendi. Che siate tale, io non mi maraviglio: Maraviglia avrei ben se tal non foste, Tale in voi e l'ordine e 'l consiglio. Onde l'alme virt, da Dio riposte Nel sacro erario del cesareo ingegno, Pi che al ben d'altrui che al suo proprio esposte, Per mezzo del vostro animo s degno A duo re, l'un prigion, l'altro mendico, Isponte dier la libertade e il regno.

Barbaria testimonia il ver, ch'io dico, La magnanimit sallo, che infusa Vi tien ne l'alma ogni pianeta amico. Per s nova merc grida ogni musa Con somma gloria de la gloria vostra, Atto pi da lodar quanto men s'usa. Tal che pregio saria de l'et nostra S'ella in manna cangiasse quel veneno, Che la comune invidia or vi dimostra. Coloro che vorrien metter il freno A voi che raffrenate i moti e l'ire Che avampano ogni mente ed ogni seno, Cerchin di superarvi in quell'ardire Che liber a Tunisi in un punto Cotanto stuol da le catene dire. Poscia di venerar piglino assunto L'esterminio d'Algeri u' non fu mai Cesar da Cesar in Cesar disgiunto. E l'altre pugne di esserciti assai Vi fr contra i metalli e i ferri ardenti, Come tu, Marte, e tu, Bellona, sai. Vi assalir ivi tutti gli elementi: Il caso, il fato, la sorte, il destino, Gli augurii, i prodigii ed i portenti: L'aspro del verno, lo stran del confino, La miseria del pan, l'orror del fatto, Lo sperar, lungi e 'l disperar vicino. Ma in tal momento, in tal cosa, in tal atto Voi stesso in tutti fermaste talmente Che torn fiero il campo sterrefatto, Onde il furor del sinistro repente, Da l'ombra del cuor vostro ispaventato, Restr prigion del proprio suo frangente. E cos l'infortunio d'ire armato, Mentre volse con turbide insolenze Farvi infelice, vi fece beato. Desista dunque da le sue sentenze L'empio livore, e tacito tra noi Le vostre adori supreme eccellenze. Poi tenti in la piet d'imitar voi Che or tremisene, e gi Francesco Sforza Grata investi dei patrimoni suoi. Ne la prudenzia, con cui fate forza A le maligne inique stelle dure Sforzando il ciel, ch'ogni vivente sforza. Ne la religion, le quali cure Translate avete in l'indico emispero Dato a l'ecclesiastiche culture. Ne la costanzia, che il petto severo Vi mantien s che l'universa mole Non s ferma nel suo perno intero; Ne la modestia, che lodi pi sole Davvi la sua benignit perfetta Ch quanti gesti ha mai veduti il sole. In cotali arti ogni nimica setta Dovria con pronto istudio esercitarsi, Lasciando a voi quel ch'a voi sol s'aspetta. Voi Cesar ste, e chi puote appressarsi Al segno che trappassan le vostr'ale Pu anco in voi, divin, deificarsi.

Cosa non in voi o tale o quale Senza nessun paragone vendianvi; N movete atto che non sia fatale. Le superne influenze onore fanvi, Ed i segni celesti, ignoti e conti, Per loro oggetto e per loro idol hanvi. Per volgete le serene fronti De' pensieri catolici u' bisogna Che i presidi di voi sien fermi e pronti Ciascun. eccetto Cesar, serva agogna L'alma cristianitade, ogn'altro sire Si vegghia il suo fin vuol, se dorme il sogna. Sol voi tali onte aborrite d'udire, Come in Cristo cristiano, e confondete Chi la sa pi spregiar che riverire. Voi in grado, lor malgrado, la tenete Salvando in lei sue degnitadi gravi Perch il merto a la fede e a Dio vivete, Schernendo l'armi, i cavagli e le navi, I tesor, gli apparati e il minacciare Di chi gli arbitrii altrui suol far ischiavi. Calchin pur il terreno, fendino il mare Le nefande e le vili turbe esterne, Che sanno meglio fuggir che affrontare. Che qualunque se sia occhio discerne Caso che ancor non si letto n scritto Ne le croniche antiche o in le moderne. Peroch quei che disperso e sconfitto Credonvi aver col numer loro immenso Nel tener vinto voi, vi fanno invitto. Ben si aveggon color, che han qualche senso, Che a domar voi non bastano i monarchi Ch'al mondo tutto fan pagar il censo. S che quei che, di rabbia e d'odio carchi, Conculcar vi vorrien con gare infide, Vi sono in vece di colossi e d'archi. In cotal mentre Iddio sommo, che arride A le imprese di voi, gli annunzia il fine Che i nimici di lui spegne e conquide. Ecco, le genti eccelse e pelegrine, Nel mirar voi, scorgonvi ai turchi immondi Perpetuo specchio de le lor rovine. Se come cieli ci fussero mondi, Sarien costretti a sperare e temere Gli essiti vostri di glorie fecondi. Guardinsi dunque le genie austere Che ne le cause e ne le occasioni Sono non meno efferate che fere. Gli sdegni d'Austria hanno in s pi ragioni Che quante n'ebbe ne' tempi vetusti La gran madre dei Bruti e dei Catoni. Furon gentili i Cesari Augusti, E voi fedel augusto Cesare ste, Pio in lo spirto, essi nel senso giusti. Per le sorti lor dietro traete A le virt di voi solenni e dive, Che mertano altro che obelisci e mete. L'opre di tali si mantengon vive Quanto a la lode, ch'ebbero assolute, Perch'ognor fr d'ogni viltade schive.

Ma le milizie vostre ricevute Son dove si registran le faccende In servigio di Cristo risolute. Gi vi nota la Chiesa in le calende, Che rinovan le sacre dei beati, Che riveriamo ne le lor vicende. Gi di voi sono i fatti celebrati Come quei di colui che in cielo affisse I pianeti mai pi non affissati. E quale il nome scolpito si scrisse Di queste e quelle persone famose In quelle e in queste alte colonne fisse Ne le empiree logge gloriose, In caratter di Dio, di stelle cinto, Impresso in note pi che luminose, Con gaudio ver del celeste procinto Vertudi, potestadi, angeli ed alme Leggeranno in lor lingua Carlo quinto. Le vostre intanto militari salme In voi, da voi, per voi racquisteranno Le d'altrui perse de la fede palme. Tal che i tempii, gli altari e i lumi avranno Come di Dio reliquie e, in nova gloria Dei trionfanti eroi, trionferanno. Per la qual cosa ogni antica memoria Inchiner la vostra aurea fama, Che or fa di voi con la sua tromba istoria. E mentre famigliar di Dio vi chiama Con suon che intona al globo de la luna, Trema chi vi odia, e ardisce chi vi ama. Ma i nomi non avran pi vita alcuna Perch'ogni spirto del viver secondo Concede al vostro il ferro e la fortuna. Bench al largo, a l'alto ed al profondo Merto illustre di lui par ch'oggi sia Poco il ciel, poco il centro e poco il mondo, E senza che ricordo alcun ne dia Comentario o annal superno e solo Al novissimo d come ora sia Suo privilegio il gr da polo a polo, Onde tutti gli inchiostri imparar denno A far volare altrui dietro al suo volo. Ammiri intanto il valor vostro e il senno Ogni miracoloso alto intelletto N di celebrar voi facci altro cenno, Ch non lice a nessun nato e concetto Di carne e d'ossa, e di latte nutrito, Di entrare in s mirabile suggetto. Cerca al ciel trre ogni moto espedito L'imo al sommo agguagliar, l'atto a l'idea, E prescrivere il fine a l'infinito Colui, che volont nel pensier crea, Ch'osi cantar di voi, predestinato A ornarvi il crin de la corona ebrea. Voi ste onor de l'onor dal ciel dato. E ne la vostra carit sincera Diletto a Dio, dagli uomini invocato. L'imperator ch'ogni imperante impera. s fatto per ch'anco non si visto Bontade umana maggior n pi vera.

Onde alzarete dopo il santo acquisto La imagin pia de l'oltraggiata fede Dinanzi al sasso u' fu sepolto Cristo. N solo un far l'oriental prede In onore del padre omnipotente Faravvi eterno, de la lode erede; Ma ogni piaga di vario accidente, Che in ci facesse a voi l'animo essangue, Di et in et, di gente in gente Verser chiara pi gloria che sangue. CLXII A MESSERE SPERONE La prestanzia nobile de la magnanimit vostra grave ha, o illustre spirito, visita to e con pari dono e in un medesimo tempo il compare e me. E ci ha fatto con arte bella e amorevole, imperoch, essendo noi una cosa istessa, non vi paruto di alte rarci con la disagguaglianza del meno o del pi. Ma da che il presente, del quale debbon godere due persone consimili, richiede una gratitudine conforme, egli, ch ' quel che sono io, e io, che sono quel ch'egli , ve ne riferiamo grazie con la li ngua e con l'animo d'una indifferente volontade. Per ben che lo Sperone ha tanta parte in Tiziano e in Aretino, quanta ne hanno in loro e in lui e l'Aretino e T iziano. Talch voi ste noi nel modo che noi siamo voi. Ed essendo cos, la bevanda pr eziosa, che a misura ci mandate, anco presentata da voi stesso a voi proprio. On de il ringraziarvene saria s come un dei nostri occhi e una de le nostre orecchie volessero affaticarsi in ringraziare l'altra orecchia e l'altro occhio di ci che veggono e odono insieme. Per la qual cosa non saprei che pi dirmivi, salvo che l a berremo con la bocca d'uno uguale gusto; di maniera che in cotale atto la facc ia di tutti tre risplender col vigore d'una commune letizia. Di novembre, in Vinezia, 1542. CLXIII AL MARTELLO Non sapete voi, il mio messer Nicol, ch'io sono uomo prodigo? Ed essendo di tal s orte nei fatti, da stimare che non m'imbastardisco nei detti. Io voglio inferire che, s come io porgo la robba u' non accade, per conseguenze getto le parole dov e non bisogna. Ma, se io non fussi liberale, non mancarei di suvvenire con la fa cult chi lo merita, n sodisfare col dire colui che n' degno. Ma, quando sia che bas ti l'animo di rifar la natura che cos mi ha fatto, mi dispongo a lasciarmi coniar e da lo stozzo de le vostre avvertenze. Quando che no, perdonatemi la villania d a me usata nel s tardi rispondere a le carte che s spesso da voi ricevo; la cui am orevole frequenza ben dimostra come la virt congiunta con la nobilt una mistura d' umanit divina; come anco lo splendore del sangue senza gli ornamenti di lei un ra ggio di sole tra le nuvole. E, tornando a me, giurovi di levarmi da questa pratica di gratificarmi ai signor i e agli amici con le cerimonie de lo scrivere, che in vero mi si scoperto ne le orecchie de lo intelletto un tuono di pstole, che spaventerebbe i fulmini che ca scano dal cielo dei concetti di Cicerone. Onde nel divulgarsene assai volumi, pe r esser elleno composte da la eleganzia de la dottrina di tutti i begli ingegni di questo secolo, mi par proprio vedere uno stuolo di capitani bene in arnese co ntra un fante disarmato. Ch tal paio io al paragone loro. Ma, se molta gente nel vincere una persona sola si acquista corona d'infamia, che faria ella rimanendo con seco in perdita? Or non parliam del lor mascherarsi coi miei andari, ma poni amo che in ogni via me li trovi inferiore: non meritano gli inventori de le cose qualche poco di laude? I caratteri de le stampe d'Aldo sono simili a le perle; pure non ch'egli non vol esse pi tosto aver trovato il lor principio rozo che il lor disegno bello. Io ent ro in questo discorso perch le prime lettere, che in lingua nostra siano state im presse, nascon da me; che godo, mentre mi sento trafiggere circa l'arte de l'imi tazione: come tutto d non si vedessero fanciulli che imparano a ire senza il carr iuolo, e ciechi che sanno andare senza il bastone. Sappiate che fino de le pecor e, che furono inventrici de lo imitare, si ridono l'una de l'altra mentre saltan o tutte a un modo. Io, per me, rispondo a chi mi morde di ci che devria lodarmi,

che del mio sapere fanno fede le gerarchie dei principi odierni, i quali non sol o mi rendo benivoli, se ben non resto di publicare i lor vizii, ma gli sforzo a intertenermi con loro dei continui tributi. Parliamo del Mellino, il quale non credeva mai pi morirsi, avendo truffati a la m orte tutti i giorni che egli visso da quell'ora, ch'egli and in sul carro, a ques ta. Anzi tacciamone, perch non men vergogna a ricordarsi de la sua vita che merce de rallegrarsi de la sua morte. Se non fusse il rispetto chietino, direi: " Faccia il demonio de l'anima di lui ci che il boia doveva far del corpo". Ma come pu essere che colui, che ha fatto torto a tutto il mondo, abbia aperto una ragio ne in Roma? Conchiudiamola nei saluti mandatimi da la innocenzia del sincero affetto del cuo re di Stradino. Affermategli pure che non voglio pi dolermi de la sorte che io ho con la eccellenza di Cosimo, poi che egli solo ne la casa del signor Giovanni, per parere di partecipare de la ferocit del capitan tremendo, non si studia in av ere ardire di farmegli ognor pi odioso; bench perdono a le turbe che mi lacerano i mmeritamente, s perch possono chiamarsi cani che abbaiano per consuetudine; bench r ingrazio Cristo che son in disgrazia del duca per colpa de la invidia dei tristi e non per altra brutta cagione. Di novembre, in Venezia, 1542. CLXIV AL SIGNORE ALESSANDRO VITELLI Ecco ch'io, nel sopragiugner di Tiziano, stavo talmente astratto ne lo ascoltare la parola di Dio espostami dal venerabile messer Nicol, suo verace interprete, c he pareva un campo riarso dai vapori del sole ricevente la pioggia del cielo. E s come in virt del fertile umore del terreno si rilevano le biade, cos per grazia d el santo verbo nel mio petto si rallegravano gli spiriti. E a punto cominciavo a convertirmi ne lo estasi, nel quale ci trasforma la contemplazione, quando sent ii ridurmi in me stesso dai saluti, che per bocca di Apelle mi manda Alessandro. Ch tale ste voi, capitano; e tale egli pittore. N erano le mie orecchie ingorde de i ragionamenti divini per accettare altre voci di quelle che per s nobile lingua proferirono il suono del vostro immortal nome. Che bel capriccio persuase il caso a trasferir due s famose persone in un luogo t anto indegno de le loro singolari presenze! L'armi e la pittura staranno qualche secolo ad avere esecutori s perfetti e illustri. Ma non si creda che la sorte, s e bene si diletta talora di far cose laudabile, le compisca per interamente. Ch, s e ci fusse, ella vi raffrontaria insieme in Venezia e non a Conigliano; onde la v ostra eroica effigie saria stata ritratta dal suo maraviglioso pennello. Ch ci dov ria essere per sodisfazione de le genti d'Italia, la cui regione magna vanta il consiglio e la prodezza vostra sopra la prodezza e il consiglio d'ogni altro duc e. E se vi foste mosso a passar di qua, come vi moveste a varcar altrove, gli on ori e le accoglienze, che vi erano per fare questi Padri serenissimi, testimonia vano ci che vi dico. Stimate voi che non gli sia noto in che modo avete militato in Ungheria? E che non siano certi che quel tanto d'ardire e di prudenzia, che i n tal contrasto si mostrato, sia uscito dal vostro ingegno e dal vostro animo? F elice si poteva chiamare il re dei romani, se il Vitellio e non il Brandiburgo e ra generale de l'impresa. Egli marchese principe grande, ma soltanto inesperto. E perch de la sufficienzia e non del grado avea bisogno Sua Maest, a voi doveva co mmettere il peso de la universal potestate; e cos la presunzion de la audacia tur chesca avria ceduto a la costante fortezza de la virt cristiana. E perch dal canto degli infedeli si sta la fortuna, e dal lato dei battezzati permane Cristo, rit ornate, signore, ritornate ai lasciati esserciti, perpetuandovi ne la felicit del nome e ne la beatitudine de l'anima. E da che pi vale il morire in cotal guerra che 'l vivere in altra pace, simiglio il combattere con Maometto a la milizia di Ges, il cui fine, vincendo il mondo, trionfa del cielo. Oltra di questo acquista te pi grazia con Iddio in un punto, pugnando in campo con quei cani, che non ste p er acquistar perdono in mille anni orando in chiesa con gli altri giusti. Per che l'orare al Salvatore un zelo de la mente esplicato fuor de le labbra con la sim plicit de la parola; e il pugnar per lui uno atto de la vita espresso fuor del pe tto con lo spargimento del sangue. Mentre ch'io vi scrivo tal lettera, l'umile vostro servitore e parente mi sta so

pra, e leggela; e leggendola piange, e piangendo dicemi: " Non solo tu, che tieni seco famigliarit e l'adori, ma fino a coloro che non lo co noscono e l'odiano sono obligati a salutarlo e a essaltarlo, come lo essalta e l aude la tua penna e la tua lingua". Intanto egli, infervorato ne la considerazio ne dei vostri meriti, s' disposto di venire a farvi riverenza; cosa che qui rincr esce tanto, quanto cost dovria piacere. Ch in vero l'uomo reverendo ci vive con ot tima fama di religione, di costumi e di dottrina; onde ne consegue a la eterna c asa vostra uno s sacro ornamento, che riduce a perfezione lo splendore ch'ella tr ae dal lume dei gesti militari. E io, quanto a me, vorrei che non l'aveste caro, quale dovete averlo, n che egli sperasse in Vostra Eccellenza, come che spera. P er che andrei godendo de la sua essemplare conversazione insieme con questa citta de gloriosa, il sano giudizio de la quale riverentemente si ammira dei suoi coll oquii, de le sue lezioni, de le sue dispute e de le sue prediche. E per concluderla col conte di San Secondo, cognato vostro e figliuol mio (che c os mi assicura di chiamarlo il suo osservarmi da padre), dicovi che non altrament e mi ricreavo nel vedermelo a tutte l'ore intorno, ch'io solevo ricrearmi nel ve dermi del continuo appresso quel Giovanni de' Medici, il quale non poteva, non v oleva e non sapeva vivere senza me, come gi sotto Milan vedeste. Egli si aveva el etta questa terra per patria, e ci sarebbe istanziato con la moglie, e coi figli ridottoci, se alcuni casi di perversa malvagit non ci fossero occorsi; onde i fr ancesi si son visti qual meritano i loro stolti andari. E per essere egli uomo d el re, gli parso per trre A s il pregiudizio e ad altri il sospetto, di trasferirs i con la brigata in Ferrara, dal qual luogo l'ha chiamato Sua Maest. Il che bene, perci che Sua Signoria di quella prestanzia, di quel valore e di quella modestia , che si desidera in molti e vedesi in pochi. Tal che non pu succedergliene se no n riputazione, grado e premio. S che io mi trapasso il dolore causato in me da l' assenza di lui con l'allegrezza che mi reca la certa opinione de la sua futura g randezza. Di decembre, in Vinezia, 1542. CLXV A MESSER NOFRI CAMAIANI Credo certo che, ci metesse tutto Arezzo e tutta Pistoia nei torcoli, dove de l' uve e de le olive si trae l'olio e il vino, non se ne trarrebbe tanto liquor di cortesia quanto senza altrimenti premergli se ne trae de l'animo del Rossi e del Camaiani, i quali mertano pi tosto di donare come re che di studiare come scolar i. Il presente de la lonza mi ha fatto ricordare di non so chi de la patria, che mangiandone gi insieme col mio Francesco Bacci e con meco, per trovarlo secondo il gusto suo disse: " Se il porco avesse le penne, s'egli volasse, forse forse che i fagiani non farie no tante cacarie", volendo inferire che tal carne di modo appetitosa che, s'ella fusse ne la reputazion de la volatile, quella degli uccelli verria a buon merca to. Ebbe il torto Mois a vietarla agli ebrei; onde disse il Rosso ne la Cortigian a al Ferrivecchi: " Se tu l'assaggiassi, rinegaresti mille Messii, non che uno". Ma che risa credete voi ch'io abbia mosso ne lo intendere il come la druda del signor Piccoluomo di gravidezza posticcia? In fine solo colui dee tenersi felice, che attende ad alt ro che ad amar ladre. Elleno ci farieno star forte gli spuletini: or pensisi se le ponno fuggire i sanesi, massime de la complessione di cui il giovane predetto . Basta che messer Tiziano e io gli restiam compari ne la buona volont. In questo mezzo potria impregnarne una di maniera che, senza gonfiarsi il corpo con gli s tracci, se le daria fede. Il bello che Sua Signoria, per non uscire de l'ordine de la bonta sua, l'ha promessa in moglie a un di Monte Marciano; e io ne l'ho ci rca ci lodato con parole cristianamente amorevoli. Come si sia, a voi tolto la fa tica de lo andare a battezzare la creatura in mio nome; e a me il pensare di par ere d'esserci con qualche presente. E la fornisco con dirvi che la dovevano chia mare Patavina, essendo femina; e Patavino, nascendosi maschio. Di decembre, in Vinezia, 1542. CLXVI A MESSER LUDOVICO MARMITA Nel ricevere del conio, in cui lo stile del vostro egualmente chiaro e nobile sp

irito ha impresso con la mano del pronto suo disegno la mia viva effigie, ho com preso essere in voi perfezion di bont, eccellenzia di virt e grandezza di cortesia . Certo ch'io non mento a dir ci, avvenga che non so quale altro uomo si fusse mo sso a spendere tutto il sapere de l'arte sua ne lo intagliare la imagine di una persona non mai vista da lui, facendogli poi dono di s pregiato lavoro. Bench la d egnit di cotale atto conculca in modo la debolezza de la mia insufficienzia, ch'i o non posso rendervene le dovute grazie non che la conveniente mercede. Verament e io (essendo privo d'ogni altra facult) direi almeno d'esservi per sempre tenuto ; ma nol faccio, conciosiach la somma di s fatte parole non cancella la partita de l'obligazione. Per la qual cosa forza che la generosit vostra entri per me in si curt di se stessa, facendo conto, che la gentilezza di voi medesimo sodisfaccia voi proprio di ci che le debbo; alt rimenti io non uscir mai di s fatto debito, n voi mai vi arricchirete di cotanto cr edito. Di Vinezia. CLXVII AL DUCA D'URBINO Era bel dono, illustrissimo signore, il degnarsi Vostra Eccellenza di pigliar l' opra, ch'io le mandai, senza aggiugnerci non pur la lettra che a Quella parso sc rivermi, ma i danari che la bont sua ha pur voluto mandarmi. Ma, per essere la be nignitade propria dote del vostro animo, non voglio parer di maravigliarmene con il referirvene de le grazie; dir bene che non mi suto men piacere l'esservi piac iuto di accettare i quadri, dei quali messer Giorgio vi fece un presente, che la merc predetta. Certo che il vostro imbasciador si stup nel vedergli, imperoch, olt ra la sufficienza del giovane che gli ha dipinti, i cartoni di cotali figure son di mano del grande, del mirabile e del singulare Michelagnolo. L'una de le due imagini Leda, ma in modo morbida di carne, vaga di membra e svelta di persona, e talmente dolce, piana e suave d'attitudine, e con tanta grazia ignuda da tutte le parti, che lo ignudo che non si pu mirar senza invidiare il cigno, che ne gode con affetto tanto simile al vero, che pare, mentre stende il collo per basciarl a, che le voglia essalare in bocca lo spirito de la sua divinit. L'altra mo Vener e, contornata con maravigliosa rotondit di linee. E perch tal dea diffonde le prop riet sue nel desiderio dei due sessi, il prudente uomo le ha fatto nel corpo di f emina i muscoli de maschio, talch ella mossa da sentimenti virili e donneschi con elegante vivacit d'artifizio. Bench la degnit vostra per darle tutta quella perfez ione, de la quale pur mancasse. Intanto stiamo aspettando che vi trasferiate qui , secondo che mi promette la vostra lettera, il che prego Iddio che sia tosto; a vvenga che non veggo principe che mi ricrei, nel contemplarlo, come mi ricreate voi, e di ci fa fede la speranza che ne le magnanime splendidezze vostre ebbi sem pre. Di Vinezia. CLXVIII A LA MAGNIFICA ELENA BARBARA bello e caro il dono de la laude che le persone e degne e ottime dnno cortesement e ad altrui, bench molto e strano e pericoloso a l'uomo che lo riceve. Imper che, nel farsene egli e ornato e lucido il nome, ispesse volte ne diventa e ingrato e superbo: superbo in bont del vanto che sente darsi; ingrato merc del non poter re ndere conveniente premio. Ma quanto a me, circa il laudar voi, madonna illustre, con cos alta maniera di affetto l'opere mie religiose, dei duo vizii solo pecco in uno; in quello de la superbia dico: perch n anco la modestia propria non potria tenersene. Ma ne la ingratitudine non gi; e per ecco che io, per non avere altro modo di sodisfare s fatto obligo, pago gran debito con la facult vostra istessa. O nde sono simile a colui che, andando di notte, si prevale del lume altrui. Or, p er non essere in me se non una certa conoscenza dei vostri meriti, parmi che sia e di mio dover e d'ognuno il chiamarvi divina creatura, in quanto a l'unica sap ienza di voi medesima. Felice donna, poi, per avervi la di lui grazia sola procr eata, e madre inclita, e moglie eccelsa di voi, Francesco, sinceramente clarissi mo, e di te, Daniello, dottissimamente immortale. CLXIX AL MAGNIFICO MESSER AGOSTINO BRENZONE

S'io avessi saputo di qual bellezza di vista, di qual fertilit di cose e di quale eccellenza di sito si fusse quel tanto di paese da voi predominato ne lo splend ido territorio del famoso e decantato Benaco, non solo compiacevo ai preghi del singolar duca d'Urbino da me non ubbiditi circa il consentire d'andarmene con se co a Verona, ma con efficace istanzia mi sarei sforzato di accompagnarcelo, non curandosene egli altrimenti. Avvenga che ne l'essermi transferito con s valoroso principe a l'antica patria di voi, mi si dava ancora occasione di comparire con Sua Signoria illustrissima ne le alme contrade di San Vigilio. Onde, se provo un piacere inestimabile nel sentir comendare le lor delizie e da la prudenzia di l ui e da la diligenzia de la corte sua, quello che avrei gustato, godendone, sare bbe stato incredibile; s bene sculto e s ben divisato hannomi cotal parte le scelt e parole del ducale e del cortigiano avvedimento, che quasi veggo il come sta, i l come appare e il come fatto il suolo del dominio u' risiede il tempio del beat o predetto. Veggo il monte Baldo, che difende il luogo dal settentrione. Scorgo il castello di Garda in custodia del levante. E m'imagino il mezzod e ponente, ch e serve la riviera di Sal. Intanto non pur rimiro la varia sorte dei fiori divers i, la inusitata condizione degli alberi cari e la bella moltitudine dei frutti c ordiali; ma sin di qua sento la odorifera rifragranzia respirante con dolce fiat o di soavit nutritiva, merc dei mirti neri e bianchi, e in grazia dei lauri fresch i e verdi, e bont dei cedri grandi e piccoli mescolati con le vaghe piante di lim oni e d'aranzi, causa che i profumieri di tutta Italia ci forniscono d'olio prez ioso e d'acque delicate con superchia divizia. Parmi non che altro in mezzo de l a caterva amicabile ispasseggiare a l'ombra de le ficaie, degli olivi, dei cireg i, dei peri e di qualunque generazione di specie fruttuosa sia da la natura prod otta: bevendo con la fantasia, ch'io tengo a lei, alcuni sorsi dei rivoli distil lanti dal fonte che ghiaccia nel pi caldo ardore de la state. N si nasconde al mio avedimento quella sommit montuosa, ove le pronte schiere dei conigli hanno le co ncave celle loro. Comprendo infra di me, oltra l'arbore che produce il pepe, olt ra la quantit dei giardini che ricreano chi ci entra, e oltra la prigionia ramosa degli uccelli ch'empiono il cielo d'armonia. M'assido a le tavole a guisa d'ost e famelico de la taverna magna, che allumina tutto il regio circuito del loco ov e stassi la chiesa e il torcolo. Or, nel contemplare con il giudicio de la consi derazione, simiglio il gran cerchio de la giuridizion di Garda a un anello atto a essere tenuto in dito de la mano destra del mondo; e il palazzo eccelso, fabri cato da la generosa bellezza del vostro animo, a la gemma a lui conveniente. Con sidero la qualit del porto de la Reina; misuro l'essere di quel di Centremolo; e capisco la condizione de l'altro da voi dedicato a le trute, ai sardoni, a le an guille e ai carpioni, alimentati da l'esca de le miche auree. Che pi? Io trascorr o coi piedi, che non si muovono, per lo spazio del miglio di terra ferma dietro a le lepri coi cani, intorno al tordi col visco e inverso le starne con le reti. Intanto senza punto di paura mi par vedere, dopo le spesse piagge e montagnole, sul monticello circondato di preda, Pietro d'Abano e Malagigi in mezo al cento paia di spiriti ubidienti a la potenza de l'arte magica. E conciosiach tra il nuo vo edificio e il prefato palagio concorrono genti diverse di paesi varii, non ma raviglia a stimare che gli umori maninconici diventano gioviali, e che le donne sterili, assaggiando il liquore de la prelibata fontana misto col succo di cedro ivi presso nascente, diventino di prole diviziose. ben miracolo, essendo s delic ato il paese che m'innamora de le sue grazie, che la fenice, che mostra ne la es senza sua irrazionale qualche spirito di ragione, non lasci negli indi e nei sab ei i rami del rogo, in cui si abbruscia e muore, per abbrusciarsi e morirsi tra quelli che surgono nei fruttuosi e fecondi campi del paese stupendo, ch'io disti nguendo narro. S eminenti e alte sono le sembianze dei giganti che suonano lo ist rumento chiamato " cacapensieri", che gli vedrebbe un lippo non che io che veggo. E perch in nominar e la cecit mi viene in luce Cupido, assai pi cieco che non , poi che non elegge per suo regno il real procinto di Garda, da che Gnido, Pafo e Cipri si sono imbasta rditi nel pregio. N basta a lo sfacciato esserci marmo vivo aguzzando saette isco lpito. E per venire da le favole a le istorie, tengo ignorante Lucullo per non a vere preparato la sontuosa pompa de le sue fabriche in s nobile stato di sito; ne l cui grembo standosi il beato sanese Bernardino, sembrava Adamo nel suo terrest

re paradiso inanzi il commesso peccato. E abbia pazienzia e perdonimi l'odorato splendore de l'Oriente lucido: peroch vinto dai meriti del dove il giurisconsulto Brenzone signorilmente possede. Per che tale il vanto de le sue magnificenze, ch e la violata, frondifera e soprana primavera non se ne parte mai. Ed prudenzia d i lei il permanerci sempre nei suoi giocondi ornamenti. Imperoch onora se stessa, se stessa essalta e se stessa gratifica, servando il decoro ch'ella debbe in pr egio de l'aria piena di salute e d'amore, de la terra carca d'erbe e di fiori, e l'acqua colma di limpidezza e di pesci. Per il che stassi in dubbio, non solo d el chi dee invidiare pi l'un l'altro, o il gentil Benaco l'almo stato de la felic e Arabia, o la felice Arabia il divino essere del gentil Benaco; ma recasi l'uom o sospeso circa il sentenziare qual siano di pi stupenda maraviglia di grado, o l e celesti parti de le sacre campagne elisie, o vero i sopraumani siti dei singul ari luoghi di Garda: risolvendo la palma in gloria di questi, che sono in le cos e de la natura, e in onore di quelle che appaiono in le fizioni dei poeti. Come si sia, concedavi Cristo il goderne il termine dei venti lustri conchiusi dal te mpo d'un secolo intero. Di poi la prole, di che ste copioso e contento, erediti i l dono de la legitima facultade sin che vive l'universo. E a me conceda di veder la personalmente col signor mio Guido Baldo insieme. CLXX A MESSER TIZIANO Il vostro amico e mio, il capitano Adriano perugino, dico, subito nel qui vederm i con il buono d'Urbino duca dopo il salutarmi, come gli imponeste, mi giura de la gran facenda che gli parso di finire ne lo acquetarvi ne la credenza de lo av ere io trattato de lo impossibile circa il fatto de l'essermi pur saputo islunga re dal paradiso terrestre per le persuasioni di Sua Eccellenza. Ma che maravigli a se a voi duro la cotal cosa credere, se anco in me dubbio del non essere in la citt ch'io ammiro? Onde risposi al cavaliero nel ci riferirmi. " Se non lo credo io, perch volete che lo creda lui?". ben vero, fratello, che inso pportabile il martello ch'io ho del Canal Grande; n metto mai piede in la staffa che non sospiri il riposo de l'agio de le gondole. " Un rompipersona, un logoracalze e un disperafamigli il cavalcare", disse colui. E per, s'io ci ritorno, s'io mi c'imbuco, s'i o mi ci ripianto, imperadori a lor posta; ch io, per me, in quanto al mondo non i scapper cos in fretta. Forni, capanne e spelunche mi paiono l'altre terre a petto a l'alma, inclita e adorabil Venezia. E per disbrigatevi da la pretaria a tempo e presto; credendo a le di lei promesse men si pu; ch anch'io, basciato il ginocchi o a Cesare, rimpatrier con un solenne voto di pi non partirmene. Di Verona, di luglio 1543. CLXXI A MESSER TIZIANO La fama, compar mio unico, si piglia cotanto gran piacere in publicare il miraco lo fatto dal vostro pennello nel ritratto del pontefice, che se non fosse l'obbl igo che tiene di bandire pel mondo la generosit dimostrata dal vostro animo in ri fiutare l'ufficio del piombo, che in premio di ci pens di darvi la Sua Santitade, mai non fornirebbe di trombeggiare il come egli vivo, il come egli desso e il co me egli vero. Ma ceda ogni vostra opera, ancor che divina, a l'atto che isdegna di accettare quello che ogni altro si saria riputato felice ottenendolo. Sol voi , col non volere il grado offertovi, dimostrate quanto di eccellenza, di bellezz a Roma sia inferiore a Vinezia, e qual pi vaglia la nobilit de l'abito secolare ch e la vilt del vestimento fratesco. Oltra de le cos fatte cose da lodare e con le l ingue e con gli inchiostri la bont del cuor vostro; le cui onestadi, per far ricc o s solo, non si volto ad impoverire due insieme. Peroch egli era di necessit che s i togliesse parte a quello e parte a questo, nel farvi compagno e a l'uno e a l' altro. Onde si veniva a remunerare l'alte di voi fatiche senza costo di chi debi tor di farlo. Ma viva il Vecellio, da che egli apprezza pi il buon nome che la gr ande entrata. Di Verona, di luglio 1543. CLXXII

AL SIGNOR MONTESE Non poteva lo spirito de la bont vostra fare altro giudicio di quella di Cesare, che il pronostico che me ne fece alora ch'io le communicai il risoluto mio voler e andare a basciare il ginocchio sacro a la mirabile Maestade Sua. Gran cosa che non pure mi sia il di lui favor successo, s come a me il divisaste; ma la mansue tudine del religioso imperadore ha di assai avanzato l'opinione di voi che ne lo affermarmi che, rincontrandolo per ventura per il camino, m'imporrebbe il caval car con seco, non pensaste al darmi la man destra, che mi diede: atto tanto degn o de la sua clemenzia, quanto indegno de la mia condizione. Io certamente sono u scito di me in udirlo e in vederlo, conciosia ch' impossibile che chi non l'ode e no'l vede, mai possa imaginarsi lo inimaginabile senno de la umana famigliarit d i quella piacevole grazia, in virt de la quale sottopone la potest de la fortuna a tutte le volont che vengono a lo intrepido animo del valore che di continuo gli arde il petto d'un cristianissimo intento. Ben dovevo io tener per chiaro il ci c he de l'arguta del suo parlar prudenzia solea gi dirmi il di eterna memoria Franc esco Maria di Urbino duca stupendo. Imperoch subito ch'io per comprenderlo di sop rumana sembianza ripresi il torto fattogli dagli scultori inesperti, disse: " Io son di natura non bello. Onde tengo obligo a chi ritraendomi hammi aggiunto b ruttezza; avvenga che chi poi mi vede sente men dispiacere". Entrandomi egli nel mentovargli io i ritratti in uno d'Isabella, gi sposa di lui e ora ancilla di Dio, ch' esso proprio Busseto diede a Tiziano, me ne elesse sol lecitatore appresso il s divino pittore con dire ch'era molto simile al vero, ben ch di trivial pennello. E, seguitando il ragionare de la donna angelica, mi giur c he solo la lettera mia in la morte di lei poteva porgergli conforto. E ci commemo rava con gli occhi ingorgati di lagrime, s gli sta fitta nel core la santa ricord anza muliebre. Nel poi dirgli io che non pensava che le mie carte fosser lette d a lui, che tiene in s le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi di Spagna avevano copia di quanto gli scrissi ne la ritirata d'Algeri. La cui impresa min utamente contandomi, mi scoppi l'anima nel pianto s mi commosse la tenerezza udend ogli dire: " E a che fine volevo io pi viverci, se in cotal fatto moriva cotanta gente per me, che a tutti quasi diedi aiuto nel montare in le navi?". Ma pur conveniente a la dignit del grado suo il riuscir sempre il favellare di ta le, a la laude, a l'onore, a la fama e a la gloria e a la immortalit. E forse che non istim il capitolo che io composi al suo nome? " Duolmi d'essere uomo idiota, non per altro che per non capirlo secondo il merito ", disse egli a me, che anco sento ne le orecchie il timido de la sonora favella augusta. La grave maniera de la quale adulter la lingua de lo italiano idioma so lo in dirmi: " Da che non vi pare di venir con noi pi oltra, suplite almen con la pluma". Io non so come lo mi fossi mai tanto fornito di continenzia, che io non ne ridessi nel dimandarmi Sua Altezza se mi era noto Polino, udendo soggiugnergli: " Ei viene con l'armata cristianissima del Turco". Cinque volte si ha fatto alloggiamento di Peschiera la sua egregia persona, s di verno come ne l'altre stagioni, non curando sinistri di tempi, non lunghezze di viaggi, non perversit di mari, non iscabrosit di paesi, non crudelt di malattie. Im peroch le fatiche gli son riposo, i travagli consolazioni, i negozii spassi, i co ntrasti spettacoli e le avversitadi beatitudini. " Fammi, o Cristo, infelice" (udiigli esclamare io), " se il di me pensiero tende ad altro esito che agli accrescimenti de la tua relig ione". N si pu esprimere lo in che modo di affetto egli si muove ne la somma del c onoscersi creatura di buona volontade, a rendere grazie a Dio, come io anco facc io de l'avermi la copia de le sue misericordie fattomigli servo s grato che, nel sentirmi dolere del marchese del Vasto, secondo la mia modestia doveva e non com e la sua superbia meritava, si mosse a dirmi: " Io voglio esser mezzano a rendervi amici insieme". Di Verona, di luglio 1543. CLXXIII A MESSER TIZIANO Signor compare, acci che voi vediate che le laude, che deste a la magnifica madon

na Isabetta Massola, mi penetraro il petto, ancor ch'io l'ascoltassi del letto c on la febre adosso, vi mando il sonetto, il quale con tanto affetto desideravate ch'io componessi sopra il mirabile ritratto che di lei, creatura miracolosa, av ete fatto. N vi maravigliate che tali versi siano secondo ch'ella merita e s come io gli soglio fare; ma stupitevi del quale sia possibile che la fantasia di me a bbia potuto tanto, stando io s male. Di Vinezia, ottobre 1543. Questo l'aureo, il bello, il sacro volto De la Massola, e sacra ed aurea e bella. Chi 'l mira vede quella grazia, quella Che dagli angeli il ciel per darle ha tolto, Ecco ogni senno e ogni valor raccolto Tra l'alme e gravi ciglia, con che ella (Che ne le stelle sue tien la sua stella) Ha il secol d'oggi al ben oprar rivolto. La mente illustre e l'animo reale, I pensier generosi, il cor sincero E lo spirto di lei divo e fatale La lor sembianza nel suo fronte altero Ritratto ha Tiziano, uomo immortale; Tal che il dipinto non men ver che il vero. CLXXIV A MESSER BIAGIO SPINA Io ho avuto a' miei d e avr (per la Dio grazia e de la mia fortuna) di molti affan ni. Ma il maggior, che per me si provasse mai, quello in cui mi pone la bellezza de le vostre corone. E chi ha visto un pezzo di pane beccato da una frotta di g alline, vede me stiracchiato da lo stuolo de le mie brigate, per conto dei prefa ti paternostri. E chi vuol questi e poi quegli, e chi quegli e poi questi: era m ezanotte quando si fin la gara de le petegole. A le quali paruto mille anni che v enga l'alba per metterseli al collo, dandogli del continuo qualche sguardo sotto occhio. E per ci io so che mi volete vivo, e perch mi amate. E perch io possa paga rvi le due filze di prima e le dodici d'iersera, vi prego aggiugnere con sei alt re a la somma di venti; ch, tosto che mi vengano denari, cancellar cotal debito. E sieno di granate, ch il color suo fa correre la cavallina. S che datele al presen te mio ragazzo; e raccomandatemi a messer Camillo. Intanto sto spettando Tiziano , che mi dica d'essere ai termini, che sono io per ci. Di casa. CLXXV A MESSER FRANCESCO SANSOVINO Il principio dei libri de la Retorica, che mi avete dedicato, direi, se voi non foste composto di cortesia innata (per farmi insuperbire di me stesso), che mi m uove in tanta ansia in quanto al desiderio di vederne il resto, che mi suto forz a persuadervene con la instanzia de lo scrivervi che ci doviate fare s per conto d e la propria gloria, s per utile di chi si essercita nel mistiero del parlare, sc rivendo. Ma che debbo io dire circa l'altrui travagliarsi nel caso de la fama, d a che Iacopo e Francesco, l'uno ne lo essercizio de lo scarpello e l'altro ne l' arte de la penna si vanno usurpando ogni facult di laude con intollerabile triste zza de la invidia? Viva adunque s buon padre, e s gentil figliuolo, poi che questo e quello ci son nati per ornare e per gradire dei parti dei loro intelletti il mondo. Di Vinezia, di genaio 1544. CLXXVI AL BUON MESSER FRANCESCO CUSANO Sino a qui, come sanno quegli che sono pi saputi d'intendimento, invidiano me le dolenti sette di coloro che, per non vedere cosa in s da essere invidiata, di con tinuo assaliscono con l'armi dei veleni (con cui occidono a la fine lor medesimi ) ogni condizione di virt che si mostra vaga ne le bellissime bellezze del suo sp irito. Ma da qui inanzi ho paura che in luogo di s maligne fere non entrino gli a nimi dei gran signori; le superbe nature dei quali provocate da la vergogna fatt agli da la reale magnanimit del sommo giudicio vostro, nel conto de l'aver voi no

n a l'altezza di tali, ma a la bassezza di me intitolato il primo libro d'Omero, odiaronnomi pi per cagion di tanto onore che non m'odiano per conto del predicam ento, in cui tuttavia tengo le insolenti abominazioni con che infettano il secol o e'l mondo. Io nel modo, che ciascun vede, appaio sculto non pure in piombo, in bronzo, in ariento e in oro, ma dipinto in tele, in tavole, in carte e in mura. Nulla di meno il piacere, ch'io sento mentre scorgo le note che esprimono il mi o nome in fronte di s mirabile opera, lascia indietro qualunque altro io mai prov assi nel caso de la memoria, che pur dee restare di me; che, dopo le grazie che debbo rendere a Dio che tale creommi, ringrazio voi, che per propria bont de la c ortese gentilezza largitavi da la nobilt de lo istesso cor generoso, mi fate degn o d'un dono atto a testimoniare l'eccellenze dei meriti di qual si sia altero pr incipe; non che ad innalzare le umilt di me oscuro vermine. Onde vi forza di pigl iare in premio la lode, con la quale la grandezza del vostro animo celebra le qu alit di se medesimo, poi che nel presentare di s illustri sudori fate segno che pi vi aggrada l'amor degli amici che le pecunie dei re. E per io, che ci comprendo, v i consegno il privilegio di tutto quel ch'io sono, di tutto quel ch'io ho, e di tutto quel ch'io posso, obligando ogni facult di questa penna e ogni qualit di que sta lingua a sempre scrivere e a sempre dire che la di voi merc ha messa in seggi o la di me indegnit. Di Vinezia, di genaio 1544. CLXXVII AL DOTTOR MACASSOLA La tenzone da voi tenuta contra il da me amato, adorato e ammirato messer Daniel lo Barbaro, giovane chiaro, grave e ottimo, nel caso del suo affermare, giurare e sostentare che io non abbia mai speso un danaio, cos vero come la di lui magnif icenzia il sostenta, il giura e lo afferma. Imper che i pi di venticinque mila scu di, che l'archimia del mio calamo ha tratto da le viscere a molti principi da ch e qui sono, ho io tutti gettati, senza mai spenderne soldo. Ma che posso io fare , se al cielo piaciuto che io ci viva cos, essendoci per cos viverci nato? Di Vinezia, di genaio 1544. CLXXVIII A MICHELAGNOLO BUONARUOTI Se Cesare non fusse tale ne la gloria, quale egli nel principato, io anteporrei l'allegrezza sentita dal mio cuore ne lo scrivermi il Cellino che i miei saluti vi sono stati accetti, agli stupendi onori fattimi di Sua Maestade. Ma perch egli gran capitano come grande imperadore, dico che ne lo udir ci mi giubilato l'anim a nel modo ch'ella mi giubilava mentre la clemenza di lui consentiva ch'io minim o cavalcassi seco a man destra. Ma se Vostra Signoria riverita merc del publico g rido fin da quegli che ignorano i miracoli del suo intelletto divino, perch non s i dee credere che vi riverisca io, che son quasi capace de la eccellenza del suo ingegno fatale? E per esser cos fatto, nel vedere il tremendo, e venerando, e tr emendo vostro D del giudicio mi bagnai tutti gli occhi con l'acque de la affezion e. Or pensisi di che sorte me gli avrebbon conci le lagrime nel vedere l'opra us cita da la sua mano sacrosanta. Che se ci fosse, oltra lo scorgere gli spiriti de la viva natura nei sensati colori de l'arte, renderei grazie a Dio che mi ha da to in dono il nascere al vostro tempo. La qual cosa tengo vanto simile al mio es sere nei giorni di Carlo augusto. Ma perch, o signore, non remunerate voi la cotanta divozion di me, che inchino la celeste qualit di voi, con una reliquia di quelle carte che vi son meno care? Ce rto che apprezzarei due segni di carbone in un foglio, pi che quante coppe e cate ne mi present mai questo principe e quello. Ma quando bene la indignit mia fusse c ausa che io non adempissi cotal voto, a me basta la promessione che me ne fa la speranza. Io ne godo mentre gli spero, e sperandogli contemplogli, e contempland ogli mi congratulo con la fortuna ch'io ho nel contentarmi de la cosa sperata, l a quale non pu essere che di sogno non si converta in visione. E anco conferma a s proprio il compar Tiziano, uomo di ottimo essempio, di vita grave e modesta. Es so, fervido predicatore del vostro stile soprumano, ha posto testimonio il suo s crivervi con la riverenza debita tutta la fede del ritrarre il pane che per il f igliuolo gli concesse il pontefice nel favore che aspetta da la sincera bont di v oi, che ste idolo suo e mio.

D'aprile, in Vinezia, 1544. CLXXIX A MESSER Tl ZIANO Avendo io, signor compare, con ingiuria de la mia usanza cenato solo o, per dir meglio, in compagnia dei fastidi di quella quartana che pi non mi lascia gustar s apore di cibo veruno, mi levai da tavola sazio de la disperazione con la quale c i posi. E cos, appoggiate le braccia in sul piano de la cornice de la finestra, e sopra lui abbandonato il petto e quasi il resto di tutta la persona, mi diedi a riguardare il mirabile spettacolo che facevano le barche infinite, le quali pie ne non men di forestieri che di terrazzani, ricreavano non pure i riguardanti ma esso Canal Grande, ricreatore di ciascun che il solca. E subito che forn lo spas so di due gondole, che con altrettanti barcaiuoli famosi fecero a gara nel vogar e, trassi molto piacere de la moltitudine che, per vedere la rigatta, si era fer mata nel ponte del Rialto, ne la riva dei Camerlinghi, ne la Pescaria, nel tragh etto di Santa Sofia e ne la casa da Mosto. E mentre queste turbe e quelle con li eto applauso se ne andavano a le sue vie, ecco ch'io, quasi uomo che fatto noios o a se stesso non sa che farsi de la mente non che dei pensieri, rivolgo gli occ hi al cielo; il quale, da che Iddio lo cre, non fu mai abbellito da cos vaga pittu ra di ombre e di lumi. Onde l'aria era tale quale vorrebbono esprimerla coloro c he hanno invidia a voi per non poter esser voi. Che vedete, nel raccontarlo io, in prima i casamenti, che bench sien pietre vere, parevano di materia artificiata . E di poi scorgete l'aria, ch'io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta. Considerate anco la maraviglia ch'io ebbi dei nuvoli com posti d'umidit condensa; i quali in la principal veduta mezzi si stavano vicini a i tetti degli edificii, e mezzi ne la penultima, peroch la diritta era tutta d'un o sfumato pendente in bigio nero. Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostrano: i pi vicini ardevano con le fiamme del foco solare; e i pi lontani ro sseggiavano d'uno ardore di minio non cos bene acceso. Oh con che belle tratteggi ature i pennelli naturali spingevano l'aria in l, discostandola dai palazzi con i l modo che la discosta il Vecellio nel far dei paesi ! Appariva in certi lati un verde7azurro, e in alcuni altri un azurroverde veramente composto da le bizarrie de la natura, maestra dei maestri. Ella con i chiari e con gli scuri sfondava e rilevava in maniera ci che le pareva di r ilevare e di sfondare, che io, che so come il vostro pennello spirito dei suoi s piriti, e tre e quattro volte esclamai: " Oh, Tiziano, dove ste mo?". Per mia f, che se voi aveste ritratto ci ch'io vi conto, indurreste gli uomini ne lo stupore che confuse me; che nel contemplare quel che v'ho incontrato ne nutri i l'animo, che pi non dur la maraviglia di s fatta pittura. Di maggio, in Vinezia, 1544. CLXXX AL SIGNOR FRANCHINO Il disdegno del sentire il non essere capitata la mia lettera ne le mani larghe di quel duca ch' tanto buono quanto aviam bisogno ch'ei sia, mmisi tutto passato n e lo avvisarmi Rocco Gioiellieri, ingegno bellissimo, l'esserci ella pur venuta. Ma la scusa, ch'io ero per fare di cotal cosa, si conversa in quella, che debbo del non aver ancora principiato, non che posto in pubblico, il debito che con l a gentilezza del gran giovane idolo dei fati ha la mia mente, il mio spirito e l a mia penna. Certo che non mertarei perdono de lo indugio, se il male, che s mi l acera, non me ne facesse degno. E per dirvi io: " Salvo la gloria di Carlo Cesare d'Austria e il merito di Guidobaldo Feltrio, l'u no sole a le nebbie dei giorni de le miserie mie, e l'altro luna a l'ombre de le notti de le carestie che mi tormentano; dico ch'io in dispregio di qualunque pr incipe si voglia, per non sapere con pi subita prestezza di gratitudine cominciar e ne la mia lingua la lode del Farnese Ottavio, ho fatto levare l'epistole che d edicavano a questo e a quello quante opere composi mai, rivoltando i titoli di t ali a la bont di Sua Eccellenza". Cosa di pi vergogna oscura a la fama degli altri signori, che non saria d'onore illustre al nome di lui; che supplisce in virt de la omnipotente cortesia del proprio animo al dove manca di liberalit quello de l

'avolo, quel del padre e quel dei fratelli non vo' a dire, perch spero di godere de le magnificenzie de le fortune loro, se non cos tosto come la necessit il desid era, almeno quando Iddio vorr ch'essi imitino il genero del celeste imperadore. M a perch la sorte, che alor che vuol Cristo pu ci che vuole, non permette ch'egli pr ima che si trasferisca a Sua Maest non arrivi sin qui? Per Dio, che s alta cittade essulterebbe in lui, come esso in lei. E io, risuscitando il vigore che hammi u cciso la infirmit, nel contemplarlo in presenza gli dimostrarei con che fervore d 'anima io lo adoro. Di giugno, in Vinezia, 1544. CLXXXI A MESSER CAROLO GUALTERUZZI Da che voi ne lo amar Tiziano potete conoscere che, amandolo io de la sorte che l'amo, non sono meno me stesso ch'egli si sia se medesimo; e poi che m' pur noto la stima, che fate di coloro che ripongono ne la cura de la vostra opera la impo rtanza dei propri affari, mi rendo sicuro che le mie supplicazioni ne lo interes se de l'uom mirabile vi accresceranno la volont del giovargli, nel modo che l'acq ue de le pioggie accrescono il corso d'un rio; anzi ne la maniera che la fidanza che altri ha nei buoni accresce ne l'animo loro l'affetto de l'ottima volontade . Ma se la benignit vostra fosse minore, dubitarei che non deste orecchio a quest a che ora vi scrivo. Conciosia che dovevo visitarvi con le mie lettre per conto de le vostre chiarissime condizioni, non aspettando che mi muovesse a far ci lo s timolo d'altra strana cagione. Bench sono certo che il non aver fatto io quel che dovevo per debito, non distorr dal far voi ci che solete per natura. Onde non pri ma vedrem rimanervi di affaticare in beneficio del pittor sommo, che vediate ras ciugarli da la man del premio il sudore postogli nel fronte de la virt da le fati che, da lo ingegno. Intanto il gran Farnese, il quale ne le delizie de la fortuna pu felicitar gli uo mini, non patir che un s egregio spirito resti infelice nel commettere tutte le su e speranze in lui. Ma io non istupisco del perch bisognino voti in consolarlo con la cortesia di un poco di pane desiderato a la necessit del figliuolo, per esser e la chiesicciuola promessagli in casa sua; avvenga che i rivolgimenti che tempe stano il mondo gli levano da la mente molti di quegli uffici che in altri tempi il prelato magno conchiuderia con lo effetto, senza che gli si ricordassero mai. Per Dio, che se non occorressero i casi de le tremende occorrenze che occorrono , mi trasecolarei solo a pensare al come fusse credibile che un bene s minimo s'i ndugiasse a s modesta persona, come s'indugia. Ma che pi bello esempio pu la sua po tenza mettere dinanzi agli occhi dei principi, che il costume de l'osservare le cose promesse? Non solo il cardinale illustre, non solo il divin nipote de la Su a Beatitudine tenuto a pregarla acci dia quel che debbe al Vecellio; ma qualunque si nutrisce de le mercedi del quasi eterno pontefice. Io gli do s fatto epiteto perch il sacro suo ritratto, oltre l'essere specchio in cui il pastor santo scorg e s in s, da s e per s; ma simulacro celeste, il quale respira talmente in virt dei s ensi datili da lo stile del predetto, che la vita lo terr vivo, credo, in perpetu o; conciosia che la morte, non sapendo conoscere il vero de la natura dal finto de l'arte, ritardar lo eseguire gli ordini dei propri privilegi, ne la guisa che ritarda il moto ne la frequenza dei presenti passi colui che si vede, caminando per istrata incognita, sopragiunto in una via di due capi; onde, per non errare il sentiero, resta s confuso ne lo error dal non saperlo, che il consiglio del s e del no, che fa dubbiargli il dritto dal torto, bene spesso gli rivolge il piede altrove. Ma non riprenda veruno circa l'ansia ch'io mostro ne la protezion da me presa di Tiziano, la reale creanza del quale con le grazie dal cielo infusegli convertis ce le affezioni de l'amicizia in le carnalit de la fratellanza, che quando ancora l'amore fusse tra noi piccolo, come egli grande, sarei sforzato ad infiammarmi nei di lui particulari, per vederci, sendo essi posti in dimenticanza, il pregiu dizio de la parola di quel Paolo che tien s alto il seggio di Pietro. Al zelo del cui onore mi obbligano gli alimenti che ricevono le mie fami da le splendide li beralit del veramente degno genero di Cesare. Parlo del duca Ottavio, giovane sen za inganno, la generosit del quale, ricordandogliene Vostra Signoria, non ci manc ar di favore. Io, se ben taccio del Bembo, obietto de la riverenza e de l'onest, f

acciolo per non ingiuriarlo. Avenga che la sua caritade ha tanta memoria de le c ose dei suoi servi, quanta essi speranza ne le bont de la sua discrezione. In ult imo, per essere la dimestichezza, che s'ha con Michelagnolo, dono di Dio, scongi uro voi, che avete seco la grazia de la famigliaritade, a dirgli fino a quanto e gli si crede ch'io possa soffrire il tormento datomi continuo da lo aspettare i disegni promessi a me, che gli bramo non meno ch'io desideri di servirlo. Di giugno, in Vinezia, 1544. CLXXXII AL GENERO DI CARLO QUINTO Se al grande si potesse aggiugnere vocabolo significante cosa pi che grandissima, io, o duca Ottavio, direi che quel tanto, che non si sa dire, fusse il piacere ch'io provo del vostro esservi pur trasferito a la corte. Per Dio, che me ne ris ento col senso d'una nuova contentezza; imperoch ste ritornato con la presenzia l, dove mai non vi dipartiste con l'animo. E quella sorte, che con s strana causa vi ha tenuto soggetta la persona per non avervi potuto tener serva la volontade, h a fatto in modo che Cesare di continuo vide voi in quei luoghi, in cui era neces sario ch'egli sempre vi vedesse. N si creda che la prestante Maest Sua, la quale i n sodisfarsi de l'altrui intenzioni imita l'omnipotente iscrutatore de le menti nostre, non abbia ognora presi i buoni voleri de la sincera Vostra Eccellenza in cambio degli ottimi fatti che in servigio di lei avete tuttavia eseguito con ri soluti intenti di libero core. Onde se la scusa non fusse al mondo, bisognaria f arcela nascere per difenere l'innocenzia di voi da la colpa che dee attribuirsi a la malizia dei tempi, che mettono l'ambiguit del dubbio nei petti, che subito d ebbon risolversi ne la somma dei particulari interessi, non che in chi vive sott o la legge de la norma d'altri. E per non ci essere passione simile al tormento che pate colui che non pu pi che t anto, lo imperadore, per grato de l'alta di lui providenza nel conoscere il dolo re da voi patito circa il non poter coi pi oltra, obbligato a remunerarvi non alt rimenti che se lo effetto desiderato fosse successo in pro suo nel modo che tene ste desiderio che in suo pro succedesse. Ora, mutando materia, dico che, per sap ere io che veruna gioia vi pu esser s cara n alcuna visita s gioconda, mandovi rasse mplata in oro la imagine miranda del vostro suocero mirabile. Che, avendo voi de ntro a l'anima la impressa de la divozione, e dinanzi agli occhi la sculpita da la natura, voglio che ci aviate la intagliata da l'arte ancora. E il premio sia il degnarvi di mostrare cotal medaglia al fortunato Augusto; accioch vedendo se s tesso in se medesimo si rallegri de l'mmortalit di s proprio. Di luglio, in Venezia, 1544. CLXXXIII AL MARCOLINO Ho inteso il romore che fanno coloro che si dolgono del mio non risponder mai al loro iscrivermi sempre. Perch, se a tutti quegli che mi mandono lettere mi conve nisse inviar carte, mi saria mestieri di quella assidua pazienzia che tormenta l o stuolo de la pedagogaria, che mura il sesso di tali negli scanni degli studi, che i da pochi frequentano lo intero di tutti i d e la somma di tutte le notti. P are a la mia cos fatta natura, che sputa fuor de lo 'ngegno ogni sua cosa in due ore, di fare pure assai, se quando poi confino me stesso a le mattine d'un mese (ch in poco pi di tante compisco le opre cominciate) non manco di risposta a qualu nque si crede che io me l'abbia scordato. Ma se per grazia concessami da Dio io avessi, insieme con l'altre, pur da Dio concedutemi, lo spendere nel comporre al meno il terzo del tempo ch'io gitto via, le stampe non arebbono mai tanto di spa zio che lo attendere ad altro che a imprimere l'opere mie. Per bench se io fussi nato s fatto non potrei farlo, talmente infinita la moltitudine che di continuo m i visita; onde, per il fastidio ch'ormai ne sento, tosto ch'io ho desinato me ne fuggo a casa vostra o da messer Tiziano o a spassarmi la mattina ne le celle d' alcune poverine, che toccono il cielo col dito ne la limosina di quei parecchi s oldi o di quei pochi, che tuttavia porgo loro, non mancando di fargli cuscire e camiscie e lenzuola e scuffie e cuscini e fazzoletti e simili bazzicature da gua dagnargli il pane, lasciando in cotal mentre la cura del Concilio a chi se la vu ol pigliare. Di Vinezia, d'agosto 1544.

CLXXXIV A MESSER ALESSANDRO MORETTO Il Sansovino, scultor famoso, architetto mirabile e uomo diritto, venuto in pers ona a consegnarmi il ritratto che m'inviaste per gelosia del suo avere il ricapi to desiderato. Certo ch'egli, per essere degno d'ammirazione, suto essaltato da tutti. E ogni perito ne l'arte ha lodato la naturale unione dei colori distesi n ei lumi e ne l'ombre con mirabile giudizio di graziosa maniera. E io, per me, so n tanto simile a me ne la pittura di voi, che alora che la fantasia, astratta ne la considerazione de le cose e del mal viver d'oggi e del fiero termine nel qua le si vede la cristianit, mi aliena la mente, tirandola per causa di ci quasi a l' ultima disperazione; lo spirito, per cui respiro, non sa se il fiato suo ne la c arne mia o nel disegno vostro. Di modo che il dipinto pone pi dubbio nel vivo, ch e non fa lo specchio che rappresenta la imagine altrui con i sensi de la propria natura. In somma io, per istimarla per il magistero e non per il suggetto, dono dovuto ad ogni principe, n'ho fatto un presente a lo inclito e singular duca d' Urbino, rifugio vero de le miserrime virt d'Italia. E ci mi parso per onorar Bresc ia, procreatrice del vostro divino intelletto, e per gradir me, rassemplato da l e di lui efficacissime avvertenze. Ora, per non sapere che altro farmi, ringrazi o la generosit che vi ha mosso a cos immortalmente riverirmi. Di settembre, in Vinezia, 1544. CLXXXV A MESSER FRANCESCO MARCOLINO Io, compar pi che carissimo, ho riscosso il pegno che mi prestaste, e ordinato a Bortolo che ve lo riporti. Ed , per Dio, lo evangelo che questo anno mi sono suti donati mille settecento scudi; n me ne sono anco fatto un paio di calze, n un giu bbone. Certo io mi sento essere il contrario de la maggior parte degli uomini ch e vivano, peroch essi solo per lo interesso de loro propri travagliano, ed io di continuo mi affatico per il comodo altrui. E se io avessi a fare tanto in me med esimo quanto ci ha di giuridizione il prossimo, potrei chiamarmi perfino di real e stato. Ma se non si morisse, pure; e, pur morendosi, la vita vedesse pi lunghi i suoi termini; ch, circa la robba, ne darei pochissima cura. E se le guerre dei principi si ponessero in pace, niun signore saria come ch'io ricco. Bench piacer a Cristo che, conversi gli odii dei grandi in amore, il mondo torner pi bello che m ai fusse. Di settembre, in Vinezia, 1544. CLXXXVI A MESSER BERNARDIN CIRILLO, ARCHIPRETE DI LORETO Egli intervenuto a me ne l'obligo, in cui m'ha con voi posto quella umanit che nu trisce di continuo l'ottimo spirito de l'umile creanza vostra (onde onorate e ri verite me, che a pena conoscete, s come io fussi un di coloro che vi sono a cuore per lo affetto de la intrinseca carnalit de l'amicizia), ci che interviene a colu i ch' debitore di chi per essere il modesto de la discrezione e il compassionevol e de la piet non mai gli rammenta la somma dei suoi diritti. Io, ne l'obligazion che vi tengo per l'animo che sempre la vostra lingua dimostr inverso quel tanto c he vi parso ch'io sia, mi simiglio all'uomo che debbe a la cortesia del compagno il quale, se bene non gli vengono richiesti i danari prestati, la conscienzia p ropria lo sollecita spesso al ricordo di cotal dovere. Quel ch'io voglio inferir e che, ancora che non vi abbia renduto gratitudine de l'affezione che mi portate , almeno con il ringraziarvene de lo a le volte scrivervi, non per che il pensier o de la mente mia non sia sempre stato acceso a doverlo fare; ma lasciamo che io molto vi debba per lo interesse particulare: i meriti de le prudenti virt e le l odi de le giuste opere, in che essercitate i giorni de la vita (per la qual cagi one le lingue di tutti gli uomini di cotesto paese, converse ne le lingue da la bonissima fama, non sanno se non comendarvi), mi sforzano a offerirmivi in ogni caso che vi venga a commodo la condizione de la mia qualitade. N solo ve lo notif ico in questa corrente lettra, ma per la bocca verace de lo a me quasi figliuolo messer Gian Maria Filago, de la cui bont nobile sar amatore sempre. Di settembre, in Vinezia, 1544. CLXXXVII A LA MAEST CESAREA

Lo splendido ritratto de la gi mirabile ne la presenza, e ora veneranda ne la mem oria Isabella, di voi divo consorte e del gran vostro mondo imperatrice, per ave rmelo imposto la suprema umanit cesarea l'ho con tal frequenza sollecitato, che T iziano pittor solo lo mostra ne la perfezione del suo fine con s solenne vanto di lode che pare che si commendi l'accidente che ve la rub di subito. Per che di lei viva ne god solamente la terra, ma di tale cos morta ne gode la terra e 'l cielo, conciosia che il miracoloso stile de l'uom predetto in grado de la natura, che non pu tanto, e in onta de la morte, che vorria meno, l'ha in maniera risuscitata col fiato dei colori, che una ne possiede Iddio e l'altra Carlo. Ma egli pur su blime, egli pur degno lo intelletto il quale con nuove forze d'ombre e di lumi, oltre l'aver dato il moto dei sensi a la figura benedetta, come testifica il ver ace del gesto in cui pu dirsi che s bella effigie respiri, le ha posto s vivamente l'oro nei capegli, la serenit nel fronte, lo splendore negli occhi, la vaghezza n e l'aria, la grazia nel sembiante e l'onestade nel viso, che quasi quella che so leva rallegrarvi nel dolce stato di sua vitale eccellenzia. Comprendesi nel bel rilievo di s pregiata forma un certo non so che dimostrante in suo essere una com posizione di continenzia, uno aggregato di simplicit e un candore di puritade che pi non se ne brama in angelo. Insomma per essere ella grata, placida e soave ne la pittura altera, come anco fu soave, placida e grata ne la carne intatta, qual unche scorge lei casta, nel suo castissimo essempio di pensier vergine diventa, le luci, che mai in tanto non apr o gir che si potessero dire aperte o girate, han no in s virt tali, che chi le rimira assai o poco inchina giuso le sue, quasi ammo nite dal cenno de la modestia, per causa de la quale la santa giovane non guard m ai persona che si accorgesse d'essere guardata da lei. Ma, se cos visibile maraviglia esce da le cose che il Vecellio ritrae da le ritra tte, di qual sorte saria lo stupore, che uscirebbe da le imitate dal loro essemp lar nativo? La pittura, a cui il vivo affetto del cuor vostro sar spirito (onde d imostrer in quel silenzio che, tacendo, parlava e, parlando, taceva) tiene alcuni fiori in grembo e in mano che spirano in la rifragranzia de l'odore di che spir a il prezioso de l'ambrosia e del nettare. Ed chi giura di veder tralucerle fuor dal petto a la celeste sembianza il lampo del desio ch'ognor tenne in servir Cr isto, e il raggio del pensiero che sempre ebbe in ubidir Cesare. Ma che giova il dipingere del pennel di lui per dilettarvi, e lo scrivere de la penna di me per celebrarvi, ancora che la mercede assegnataci avanza del tutto i meriti de le fatiche nostre, se i ministri dei tesori imperiali ce ne son s ladr i? Nove anni son passati che ordinaste a Tiziano, vostro servo, la tratta in Nap oli, e in cambio d'averla ci attiene a quattro altri che non se gli paga la pens ione; di me non favello, in modo m'ammutisce la truffa dei duecento di aiuto di Costa. La qual piet mi usaste alora che la miseria de la caristia stimava pi un bo ccon di pane che le virt di molti uomini. Ma da che pur siamo invecchiati dietro al riscuotere ci che vi credete che abbiamo riscosso, o glorificata sposa di Augu sto, o anima tra i santi santa, sii tu a noi di sorte propizia, che Iddio mosso dai tuoi preghi spiri s colui, che godesti in marito, che ci faccia conseguire in fatti quel che ci ha stabilito in parole. E bascio a la clemenzia vostra il gin occhio con stupore e come voi, che sapete farvi temere da l'universo, non potiat e ottenere obbedienza dai vostri servitori. Di Vinezia, d'ottobre 1544. CLXXXVIII AL DUCA OTTAVIO FARNESE Standomi oppresso da cos lunga infirmit nel letto, mi trapassavo la molestia del m ale ascoltando Tiziano Vecellio, pittor vivace, e Cosimo Pallavicino, spirito no bile. Imperoch l'uno con le dimostrazioni mi disegnava la gentilezza, la maniera e la grazia de la persona vostra; e l'altro con le parole mi faceva vedere la bo nt, la grandezza e la magnanimit de l'animo di voi. Dico che mi giva pigliando non pure conforto, ma qualit da s degni ragionamenti, quando ecco che mi si porta ins ieme con le vostre lettere benigne il dono dei cento scudi cortesi. In cotal pun to eglino, che ci mi viddon ricevere, si riempierono di quella letizia, che appar e nel volto di coloro, che ne lo estollere i buoni con le laudi, se le veggon te stimoniar dal vero, mentre la invidia altrui gliele mette in dubbio con il suo f orse. E io nel riceverlo, commosso da s fatta novit, sentii palpitarmi il cuore ne

l modo che se lo sente colui che si gloria seco stesso del suo aver dato fede ai miracoli i quali, per derivar da perfetta causa, si debbono tener certissimi. Intanto mi vergognai tra me medesimo da che per il principe di Salerno e per il marchese del Vasto, sogni de la liberalit, e non per il genero di Sua Maest e per il nipote di Sua Beatitudine, visione de la cortesia, ho speso buona parte de le vigilie mie. Certo che le dovevo spendere in quel generoso Ottavio che risuscit a la gloria italiana, e non in tali, che uccidono l'onore d'Italia. Ma perch il r iconoscere del proprio fallo sempre a tempo, emendar l'errore con il pentimento d e le cose sudette e con il supplire al dove ha mancato la penna, con istudio con trario. Ben sa il mondo, o sopraumano giovane, che senza quale i cieli non vi ha n dato per avolo un s felice pontefice e per suocero un s fortunato imperadore. Ma se a la volont di Dio piaciuto, acci siate splendore a le tenebre di Roma, che in voi ridondi tutta la somma de le maraviglie che ornarono i petti de le genti an tiche, per che non vi debbo io riverire con la lingua, essaltar con lo inchiostr o e inchinare con lo spirito? Io tengo obligo di farlo, bont del merito di Vostra Eccellenza, merc del bene ottenuto e per cagion del mio esser sicuro che il prem io dei prefati amici, predicatori del nome di lei, sia secondo l'onest del loro d esiderio. Le persone non men virtuose che grate chieggono al suo favor grazie pi e, come la misericordia. E che sia il vero, quello domanda il beneficio pel figl iuolo, e questo chiede la libert del fratello. Il sublime ingegno con ogni termin e di modestia brama che se gli osservi ci che da Nostro Signore gli fece promette re il senso dato a la sacra e venerabile imagine di lui; e il circospetto cavali ero con le ginocchia del cuore umiliate supplica a suoi pi devoti che la sua cred enza catolica gli largisca come presente spirituale il miserrimo frate che langu isce in castello. Ma lo ammirando Farnese, cardinale dei cardinali, in servigio de la tanto preclara quanto onorata coppia, la cui virt adora meritamente e voi e lui, vi introdurr seco dinanzi al grave conspetto del buon pastor cristiano; e i ntrodutti che ci sarete, vi bastar l'animo di partirvi de la santit di quello per infino che non riportate in grado de la benignit vostra propria la consolazione e la quiete di s notabili personaggi. Di novembre, in Vinezia, 1544. CIXC AL CLARISSIMO MESSER BERNARDO NAVAIERO O senator grave, o spirito eletto; spirito che, oltre l'ornamento de la nobilt, d e la prestanzia e de la dottrina con degno titolo di grado appresso la maest, la deitade e la beatitudine de lo immortale imperador cristiano rappresenti la magn ificenza, la serenitade e l'ordine de l'ammiranda republica veneta; onde per ess er voi tale, per un senato s fatto, per Cesare da tanto non pur la malizia del ri o talento, ma la bont de la real natura non pu tenersi d'invidiarvi; o che mi perd onarete del non avervi per anco offerto il censo de la riverenza che le carte mi e hanno obbligo di pagare di posta in posta ai meriti vostri; o vero dandone la colpa a la infermit che mi ha distrutto un anno intero; nel ricevere la presente mi restituirete ne la carit de la grazia solita. E quando pur sia che vi piaccia procedermi contra con lo sdegno, vengamene il gastigo per mano d'una gentilezza, che in modo vi muova che il mansueto Augusto abbia la lettera che servilmente v i porgo. Ch ci facendo, egli, che me ne fece sollecitatore, intender per tal via co me il ritratto sacro de la sua gi, e ora di Cristo sposa, suto ridotto a miracolo so compimento dal gran pittor Tiziano. Ma, per non sapere con altro mostrarmi grato a la cortesia del favore che da voi aspetto, mandovi in premio quanto ho scritto a Carlo circa la successa concordi a; ch buon per il mondo se prima che adesso il laccio del profondo amore avesse l egato gli animi e l'anime dei due regnanti magni. Ma stupenda cosa a vedere che, s come l'erbe pullulano fuor del terreno ben cultivato, cos le felicit imperatorie surgano su dal bel suo procedere saputo. mmi quasi corso nel proferire de la lin gua che la differenza, ch' da lo eterno al caduco, si scerne tra le corone cesare e e le altrui; perci son di parere che i vizii (se vizii potessero allignare in l 'altezza sua) sarien migliori che le virt di qualunche principe si voglia. Certo, per conoscere io parte de le reali parti di lui, ch' pi conforme agli iddii che a gli uomini, permette ch'io del ritrovarmi a questo secolo non me ne vergogni, e disperi insieme. Ma qual ventura poteva aggiungere il cielo a le sorti che inchi

nano le virt sue, che agguagli quella che gli ha trasferito innanzi il preclaro i ntendimento del dottissimo Navaiero? Tal che l'ale, che dnno il moto del volo a l a eterna fama sua, non perderan penna alcuna. Per il che il grido appartenente a la grandezza dei gesti di lui, non sono per circunscrivergli mai fine a la memo ria. Di poi osservandolo ne le tranquillit de la pace, quale l'avete osservato ne le procelle de la guerra; solo con il contemplarlo in volto scorgeretegli nel f ronte il foro del valore, e il tribunale del senno tra il magistrato dei consigl i e gli essecutori degli offici de l'onore. Intanto il peregrino giudicio vostro concluder che la Sua Maestade, ch'essendo felice non devria esser prudente, in u no e prudente e felice. CXC A LO ANICHINO Io con la vilt de la natura vostra non ho colera, ma con l'amorevolezza de la bon tade mia tengo rabbia. Imper che le materie de la sua carit nel sempre conoscervi per quello che adesso vi conosco, non mai consent che io per tale vi abbi mai con osciuto. Come pu essere che non vi si ricordi il dominio con cui di continuo pote ste signoreggiarmi e la casa e la facult e la virt? E che, ricordandovene, non vi rechiate a conscienza il volermi far comperare il mio? Ma come ito errando, dici amo, l'amore ch'io vi ho portato, e non il giudicio ch'io ho avuto. Adunque per non vi bastare l'avermi tolto la testa, che del signor Giovanni, di altiera memo ria, di man di Alfonso, vi pare anco di tormi il cavo di quella mia, che il dett o scultore se ne port a Bologna. A Ercole Barzellini, onorato cavaliere, vi drizz ai con mie lettere per il riacquisto di io; onde voi, entratone in possessione, pensando di ringrandire col mezzo di cotale impronta, vorreste ch'io m'obbligass i a partir con voi qualunche premio io ne ricevessi da la eccellenza del duca Co simo. N ci bastandovi, chiedete la ricompensa d'un cameo, che dite aver dato a chi vi diede la forma tolta da Giulio Romano a mia instanzia da la faccia del morto , con la giunta dei molti scudi che affermate ne la spesa fatta in mentre penast e a trovarla. Infine tosto che l'uomo percote il capo nel petto de la povert, urt a con l'animo ne le mende de le ree azioni. Io potrei e con la forza e con la ra gione prevalermi de le cose mie. Ma ci non faccio, perch sono pi disposto a perdona re le offese che atto vendicarmene. E per messer Tarlato Vitali, diritto mercatan te e da bene, mi muove a stare, circa il litigio, ne la conclusione de la senten za che ne dar. Intanto confortovi a esser cos savio come ste ingiusto; conciosia ch e anco i buoni anco i prudenti, anco i modesti talvolta, per non esser tenuti da nulla, sono isforzati a dimostrare che sanno farsi tenere da molto. Di Vinezia, di novembre 1544. Di Vinezia, di novembre 1544. CXCI A MESSER ALESSANDRO ALBERTI Io non mi sono rallegrato del servigio che, acci non manchi d'ogni circostanzia d i cortesia, m'avete per somma gentilezza de la nativa nobiltade vostra, oltra il subito de l'ottenerlo, recato sin dove sto, in persona; perch il dono venga da u no che sia per proprio merito cuore e spirito d'un prelato di grado alto e di co ndizion preclara. Ma il tutto de l'essermi cotale ufficio penetrato ne le viscer e de l'anima, dipende che il tutto nasce da un creato in grazia e in virt di mons ignor da la Casa, reverendissimo in dignit, ammirando in la virt e glorioso ne l'o pre. E per ardo nel desiderio che a voi mi manteniate in amor padre e a lui in le alt servo. Di Vinezia, di novembre 1544. CXCII AL FRANCHINI Signor messer Francesco, la carta che da Bologna s' mossa a scrivermi quella cort ese cura che tiene la carit vostra da la paziente qualitade mia, mmi suta come il ristoro del fuoco a lo assiderato de le membra altrui. Le quali, ripresa la virt del vigore solito, rendono al corpo la vivacit de le forze, per cui risentono i s ensi in lo spirito de la vita; ne la maniera che mi sono risentito io nel conten to datomi dal ricevere de la vostra. Bench il non intenderci altro del ritratto d i Sua Maest, che sculto in gran medaglia d'oro mandai a la eccellenza del chiaro genero di lei, non ha patito ch'io me ne rallegri a pieno. E se il mastro qui de

le poste non mi giurasse che la s fatta imagine stato offertale in man propria, mi crederei che al mal ricapito fusse paruto di farne la volont sua. Onde nel vos tro degnarsi di risolvermi il dubbio, m'acquetarei del tutto. Intanto la fidanza che tengo circa la protezion di me presa da la bont, che in voi tanta quanta in me povertade, causa il non gittarmi l quasi uomo abbandonato da la speranza che m i rende certo che la vostra opera abbrevier la lunghezza de le promesse. E, perch potiate con pi securezza giovarmi, dicovi che prezzer il terzo de le mie lettre pe r imprimerlo subito che mi se ne dia il modo a nome del superator degno de la im periale giostra, nel cui suggetto scrivo a Cesare ne la foggia che ne vederete l a copia. Di Venezia, di dicembre 1544. CXCIII AL PADOVANO, IN FIORENZA Io non ricevo mai presenti, che d'ogni stagione e a tutte l'ore mi fan godere le delizie de le vostre non meno isviscerate che generose cortesie, che non mi ver gogni di non avervi dedicato il dialogo nel quale v'introdussi a parlare. Impero ch la fortuna che, nel fare sempre, mai non seppe quel che si facesse, ha fatto i principi con l'animo di cartai, e i cartai con l'animo dei principi. Io, che vi do cotal laude in quanto a la magnanimit, celebro anco voi per uomo di bont s fatt a che beati i popoli ch'obedissero a signor di tal merto. Chi non nato nobile ri ngentiliscasi con lo imitare i modi de la creanza di che vi fregia la natura; e chi pur nato, e non ne fa ritratto, restituisca a se stesso il costume, ch'egli toglie a se medesimo, col procedere de la vostra larghissima gentilezza, i cui a tti degni di grado regio mi sforzano a dirne altre parole, che non ne dico; col giurare che, se io non fossi me, augurerei d'esser voi, che avete convertito l'a more, che io vi porto, in l'obligazione che vi debbo. Di Vinezia, di dicembre 1544. CXCIV AL MARCOLINO Io, compare messer Francesco, piglio in beneficio de la mia anima il tormi il vu lgo lo intero de la laude che forse meritano le mie opere. Peroch cosa necessaria mente buona la invidia che, secondo il costume di lei, non pu patire i buoni in v ita. Onde la ignoranzia, che tira a s il consenso de la maggior parte de le genti , non riverisce i degni spiriti, in quanto gli si debbe la riverenza. Certo che io me lo reputo a salute; perch, se mentre si vive, l'onore de l'uom virtuoso non fusse interrotto da s fatte malvagit, andrebbe s superbo de la propria gloria che si scorderia di quella di Dio. Di Vinezia, di dicembre 1544. CXCV AL DANESE Al vostro s lungo discorso nei casi de l'avarizia dei signori, col mio brevemente rispondervi dico che d'altro orribile aspetto la liberalit che il demonio. Perch se l'avesse pi diabolico egli che non ha ella, si guardarebbono dal fare i peccat i, come si guardano dal non abondare nei doni. Figliuol caro, l'ultimo de le cos e tremende la morte, e l'estremo de le azioni dei principi la cortesia. E di qui viene ch'eglino le fuggono al modo che si fugge la peste. Ma volete voi chiarir vi del quanto cotal mostro sia pi spaventoso che non sono i terrori de lo inferno ? Guardate l Alessandro Vitelli, la cui ferocit di cuore si ha procacciato laude s in ne le lingue degli infedeli in la guerra d'Ungheria; nulla di meno l'animo di lui non fu mai da tanto che ringentilisse per mezzo del dono meccanico d'un sol do plebeo la vile condizione de la sua natura miserrima. S che non vi maravigliat e pi di ci che vi ste stupito sino adesso per conto de la cos poco, de la cos tardi e de la cos trista generosit dei gran maestri. Di Vinezia, di gennaio 1545. CXCVI AL MARCOLINO Aviatelo, compare, per cosa di mia grandezza, caso che pi sentiate dire che i gra n maestri mi presentino tutto d per timore e non per amore. Certo che s'io fussi principe avrei pi a grado di essere amato che temuto; ma, essendo Pietro, tengo m

aggiore la sorte del temermi i signori che non farei la fortuna de l'amarmi. Ma pur maligno, pure ignorante il giudicio che la invidia di molti; da che eglino, mentre mi vorrebbono abbassare, m'esaltano. Imperoch io sono in vero un terribile uomo, poi che i re e gli imperadori mi dnno per paura. S che datevi pace in ci sen za punto alterarvene. In cotal mezzo ridetevi meco del piacere ch'io ho preso ne l vedermi in medaglia in le casse, che si vendono da pettini, tra Cesare e Aless andro. Ridetevene, dico, nel modo che vi corrucciaste con Marietta, con Chiara e con Margarita (gi mie massare, e ora signore), perch si chiamano l'Aretine. Io pe r me non dubito che mi si spenga il nome cos tosto, poi che anco in chiasso ho un poco di fama. Eccomi esclamato da le voci dei ceretani; eccomi intitolato sopra l'istorie di chi con altra via non le venderebbe; eccomi in piombo, in rame, in argento e in oro. Onde mi rallegro forte non pur di questo, ma sin de le leggen de che le poetesse mi compongono in male. E ci faccio perch i meschini si credano parere qualche cosa in pigliarla con meco. Intanto gli scudi, che cominciano a p assare le centinaia, fan loro un mal pro, vedendosi l come un Nicol Franco. E a Di o vi lascio. Di Vinezia, di gennaio 1545. CXCVII A MESSER ROCCO GIOIELLIERI Checco, fratel vostro, e giovane di spirito s gentile che l'arte, di che ste famos i per mera perfezione de lo ingegno di voi, ha converse le sue maraviglie in mir acoli, con la bont e istessa mano diede a me, che vi tengo per figli, la lettera che mi scrive non meno l'affezione che mi portate, che la consuetudine de la pen na che l'universal costume de le genti tutto d esercita nei casi de le occorrenzi e, che ci richieggiono in servigio ora di costui e ora di colui, ed da credere ch e se in grado de l'esser voi ornato de le virt, che vi mostrano pi tosto unico che raro, gli scritti vostri mi sono di continuo cari, ancora che si movano solo pe r semplicemente salutarmi, che questi, che in s contengano il mio beneficio, mi s ieno carissimi. Ma fu certo di mia felicit quel punto che la cortesia del Franchi no entr per mallevadore de la speranza, la quale acciocch la povert non disperi la di me ultima vecchiezza, vuole Iddio ch'io abbi nel gran duca Ottavio; a la cui adorata eccellenza dedico il terzo volume de le pistole, che, subito che me se n e concede il modo, commetter a le stampe, poi che ho cos promesso al signor Gian F rancesco per la indrizzatagli in risposta di quanto mi avvis da Bologna nel suo r itorno da la corte di Cesare, s che la prestezza de lo imprimere de l'opra consis te nel fatto de la presta facult di poterlo fare. Di Vinezia, di gennaio 1545. CXCVIII A MESSER FRANCESCO FRANCHINI Se l'animo ch'io terr sempre, non dico al sodisfarvi dei beni che tutto d mi proca cciano i vostri uffici, peroch non sono per mai esser da tanto, ma al confessare il come ve ne resto debitore in perpetuo, non vedesse tutti i pensieri de la sua mente e tutti gli spiriti del petto suo e pronti e disposti in un continuo desi derio de riconoscervi pi tosto per benefattore che per amico, egli non sapria che farsi che s gli parebbe essere ingrato e vile inverso le abondanti amorevolezze di voi, che tante volte mi scrivete quante fiate mi alleggerite il peso di quell a necessit, che pare che non abbia in essercitare le di lei miserie altro suggett o che le mie spalle. Poco mi mancava a cader sotto cotal soma di stento, quando sentii dal comparire de le carte vostre riavermi tutto ne' sensi de la commodit. Peroch senza leggerle sapevo che la lor bont erami apportatrice o di aiuto in pres ente o di soccorso non lontano. Onde la causa del vostro porre altrui in isperan za del godere la merc del sole, che sgombra da l'aria de la felicit Farnese ogni n ebbia di avarizia, non altrimenti che sia lo effetto del goderla, ne la splendid a vista del buon duca Ottavio si godesse la imagine aurea in cerchio di gran med aglia de lo incomprensibile Augusto. Ma per testimonio de l'averla io mandata, e ccovi l'originale di ci che danne avviso Zapatta de Briselli a Ruggieri in Vinezi a. Bench merita pi fede il cenno vostro che il mastro non de le poste, ma de le se ntenze. E pi oltra ancora duolmi de la perdita de la effigie e naturale e di preg io, il fatto che la pistola che ne veniva con essa; per essere ella in materia c he il Mignanello, prelato ottimo e grave, ne indrizz la copia cost prima che se ne

uscisse di qua. Dove gli affetti di tutto il cuor mio con riverente divozione d i servit rendono a la mansuetudine di Sua Eccellenza i saluti di che le piacque e ssermi cortese per bocca de la penna di Vostra Signoria. Di Vinezia, di gennaio 1545. CIC AL CAVALIER DA PORTO Il Sansovino e Tiziano, l'uno reputazione dei marmi e l'altro gloria dei colori, peroch quello a questi presta con lo scarpello i sensi e gli spiriti, e questo a questi d con lo stile e gli spiriti e i sensi; eglino, dico, insieme con meco go derono le due coppie di francolini. Che, se ben le brigate di casa non seppero r iferirmi altro che il loro venire da Vicenza, ancora che in s nobil cittade sien tutti liberali i cavalieri che l'onorano, subito m'indovinai che il reale presen te usciva di mano al cuore de la gentilezza di Vostra Signoria. Del che non la r ingrazio infinito, per essere di onest cavalieresca, che voi siate cortese dei fr utti di cotesto vostro paese a me, che vi sono stato largo de l'affezion del mio animo. Di Vinezia, di gennaio 1545. CC A MESSER GIULIO ROMANO Se io cos potessi esprimere con la lingua de la penna gli estremi duo casi, che b ont de l'amor fraterno, che tanti e lustri e anni han voluto ch'io vi porti le in somma eccellenza di singolarit virtudi vostre somme; se cos, dico, io fossi atto a raccontargli a voi, come son suto necessitato al per voi sopportargli, consagr areste una de le vostre pi illustri pitture a la imagine vera del mio animo; che, per avervici dentro impresso la mano de la caritade, a pena che ci creda essere mai pi rimaso in s, s l'ha percosso ne lo udire ch'eravate morto il dolore, e s l'h a traffitto il dipoi intendere che pur ste vivo, l'allegrezza. La passione sentit a in la cosa de lo aviso primo toccommi con aspre punte il centro del core, e la ora provata in l'atto de la nova seconda mmi passata con pi fieri stimoli nel pro fondo de l'anima. Io non allego in ci il pi tosto morirsi nei successi de la letiz ia che negli essiti de la doglia, ma parlo in tal modo perch il dovervisi lo spir ito vitale trasferir nel nome de la fama vostra immortale mi acquetava in parte il cordoglio. Che nel conto del piacer preso in la certezza de la bugia, ch'io t eneva per veritade, interviene altrimenti. Conciosia che le giocondit sue ne lo s pargermisi con i lor gaudi per tutti gli intrinsechi de le viscere subito sentit e mi abbandonar l quasi corpo estinto. E il segno che pur sono ritornato in me qu esta lettera, che viene a notificarvelo. Accettatela adunque, e in fede che la v ita anco la Dio merc, con voi e in premio del patire, che ho fatto, in virt de l'a micizia, che tenete con meco, piacciavi che io ne riceva di pugno proprio il cam bio. Ch, ci facendo, indurrete conforto non solo nel petto degli amici, che vi des iderano prosperit e salute, ma consolazione in ognuno, avenga che la perdita de l a persona di voi saria stata commune nel danno, se non pi che quella del divino R afaello, tanto almeno. Di Vinezia, di febraio 1545. CCI AL CAVORLINO Il piacere, ch'io sentir soglio nel consegnarmisi a le volte i doni dei re, ho, per Dio, gustato nel ricevere degli strumenti da forbir le robbe, da Ferrara man datimi. E non meno in s umil presente ho visto l'altezza del grandissimo animo vo stro ch'io mi vedessi in quegli che in pi felice stato soleva farmi il suo cos lar go intento. E per che egli meglio il divenir povero per manifesta disgrazia che ricco per publica tristizia, dovete, se ben patite per colpa di s evidente cagion e, nel dolor rallegrarvi. Oltra di ci pi eccellenza di core mostra colui che toler a la miseria, che quel che la fugge. Ma quando altro di buono non apparisse nel caso de la povert, pure assai il suo certo palesarti, da cui tu amato sei veramen te. E che sia chiaro che me conosciate per tale, so che di continuo voi proprio a voi medesimo il testimoniate e a voi stesso ne fate fede. S che solo dir in risp osta del raccomandarmi messer Marco (la virtuosa innocenzia del quale stenta pi a torto che non devria godere di ragione) che, tosto che mi rappresenta modo, ch' io spetto di luoghi varii e d'ora in ora, far a lui per debito ci che uso di fare

con gli altri per bont. Di Vinezia, di febraio 1545. CCII A MESSER FRANCESCO PRISCIANESE Se la facile massa de la tenera bontade vostra, la quale ne lo imprimere in l'um anit dei suoi affetti caldi le vive imagini degli a lei diletti amici, non simigl iasse, come ella simiglia, una somma di pasta molle, onde pur che altri la tocch i mostra subito in se stessa qualunque orma questa e quella mano ci stampi, mi d orrei forte (ancora che s alto gentile uomo ve ne avesse pregato) nel fatto del r accomandarmelo per lettere di vostra penna, e da lui in persona recatemi. Adunqu e sono io da tanto nel giudicio vostro, e cos arrogante ne la prosonzione mia, ch e non mi devessi arrossire nel vedermi sovragiungere dal Corvino, giovane d'inco mparabile prestanzia e spirito d'immortale ingegno? E per essere la virt uno abit o dritto de la mente costante e conveniente a coloro che altro non appetiscono c he le cose oneste, esso messer Alessandro puote dirsi sommo de la virtude oggett o. E avenga che l'uomo non si dee laudare per oro n per grado, ma per via de l'an imo chiaro e de la ragion perfetta, laudiam lui, che ha in s cotali grazie. Certo la virt sua (che oltra il pigliare il nome da le istesse di lei ricchezze, fa ch e il mondo lo celebra e non lo invidia) ad ogni cosa locata in alto da la natura si appoggia, di sorte che la fatica in ci gli riposo. In tanto Roma, che onora i n lui la virt propria e non la imagine, il conferma per veramente virtuoso; e ben e il merita, da che egli solo attende ad amar la virt che per da senno possederla in vita felice. Ma, essendo il personaggio sudetto tale, e anco pi, lo inviarmelo con la la dimes tichezza, che me lo inviaste, a lui toglie dignit, e a me d biasimo. Bench il benig no costume de la modesta creanza sua, venendomi in casa, mi stim de la condizione che gli deste a veder ch'io fossi. Ma per essere Tiziano e io trasformati da la potenza, de l'amicizia in una sola essenza di onesta unione di perpetua volonta de, perch anco con esso lui nel venire qui Sua Signoria usaste i termini dei modi tenuti con meco, quale io me ne dolgo con voi e scuso con seco, con seco si scu sa e con voi se ne duole. Ma se la cortesia de la creatura nobile, che per conos cere tanto di perfezione nel suo dipinger moderno, quanto ne conosce ne l'altrui sculpire antico, si sodisfacesse de le figure formate e colorite dal calamo e d a lo stile che distende e rilieva in la facciata de le carte, non che io me ne a cquetassi, consolareimene con il piacere che consolasene il Vecellio. La cui div init d'arte hallo rassemplato in s verace gesto d'attitudine che, raccolto nei sol iti sensi de la vita, non solo par che muova ma che batta i polsi e respiri. Di Vinezia, di febraio 1545. CCIII A MESSER TIZIANO Che maraviglia se i signori (i quali per avere avuto in ascendente l'arcobaleno, hanno i cervelli di cangiante) imitano in ogni loro instabilit d'azione la natur a de lo ariento vivo, obietto dei griccioli de le astratte fantasie di ciascun d 'essi? Il sole di verno e il nuvolo di state procedono col fatto de l'una stagio ne e de l'altra con pi fermezza di moto. E che altro il volere e il non volere, c he col transito del s e del no gli mette il cervello in compressa, che il litigio che tuttavia hanno insieme i capogirli del no e del s? Ma guai a noi, tristo a n oi e mal per noi se altramente fosse; conciosia che eglino solamente dediti al p eggio che si pu, essendo di complessione immobile e sempre fissa nel termine d'un a volont, di continuo si essercitariano sopra i disonori, sopra le facult e sopra le vite altrui, che pure per essere composti d'umor fantastico rivolgono l'animo altrove. Di Vivezia, di febraio 1545. CCIV A LIONE, SCULTORE Per non potere io con pi autentica fede testimoniare ch'io non sono gi morto, come cost in Milano s'esclama, ecco che ci vi provo con lo scrivere che io son pur viv o. Il fiato de la voce conversa in grido del romor pubblico si nomina fama; la q uale, nel travagliar coi suoi casi le lingue del vulgo che l'appetisce, a lui no n pure una venditrice de le cose che gli bisognano a la necessit del vivere, onde

nel distribuirle a la avidit dei compratori, o gli defrauda la giunta o gli molt iplica la derrata.; ma ora carestia del non niente, e adesso divizia de l'ogni c osa. E in quanto a me circa le bugie dette ne la ciancia che mi dite, le ho un g rande obligo. E voglia Iddio ch'ella smentisca sempre nel modo che mente adesso. E so che piacerebbe al mondo; peroch si tiene in pi onore il viver di me solo, ch e non si reca in vergogna quello di molti principi accompagnati. Ma se pure piac e a la fama il dire il vero, bandisca il come sono risuscitato ne la buona grazi a del duca di Fiorenza, conciosia che, privo d'essa la vita mi fa mal pro. Ora q uando la superceleste del marchese eccellenza ubidir la lettra di Cesare, la cui clemente maestade tien s caro il mio esserle servo bench inutile che del non rispo ndere a l'ultima da me a lei scritta se ne scusa con lo imbasciador suo, dicendo che ci le ha vietato l'avere il Granvela portata ne le casse sue la carta mia. Di Venezia, di febraio 1545. CCV A MESSER TIZIANO lo mi sono pi tosto rallegrato de la vergogna, con che la clemenzia viniziana ha fatto arrossire il dubbio che facea formare un forse nel giudicio de l'invidia, che si pensava ch'ella non vi avesse a aver quel rispetto ne lo interesso de le tanse causate da la forza de le necessit, in che a le volte incorrone le repubbli che perversate dagli andamenti del mondo che si conviene a la perfezione de la s ingularissima vostra, virtute che non ho fatto per conto de l'onore che ne risul ta al di voi nome onorando. Onde se io vi fossi cos emolo, come io vi son compare , invece del dovere maledire la malignit mia, bestemierei nel merito vostro la bo nt serena de la serenamente serenissima di Vinezia Signoria, le prudenti magnific enzie de la quale a confusione di chi altramente dassi ad intendere, oltra a l'e ssere a la virt di chi l'ha remuneratrice e amica, ama e remunera d'ogni ora qual unque degno e de la sua remunerazione e de la sua amicizia. S che, de la grazia c he Iddio permette che aviate con lei, ringraziatene e Iddio e lei: lei per la su a gentilezza, Iddio per la sua bontade. Intanto a la somma de la pensione, con c he ella intertiene la eccellenza de l'arte che la muove intertenervi, aggiungend o la quantit, dal cui dazio favvi esente la sincerit de la sua altezza e il grado del vostro ingegno, attenda lo stile sacro del vostro immortal dipignere a lasci are nel divino cerchio di s celeste citt le memorie che si desiderano e che vi si convengono. Di Vinezia, di febraio 1545. CCVI AL VECERE' DI NAPOLI Io non so, signor, qual dei due si fosse pi molesto a la molestia de l'umana Vost ra Eccellenza: o il non adesso scriverle per vergogna del non le aver un tempo f a scritto, o pure scrivendo dubitare che cotal carta non sia a la mansuetudine d e la bont, che la adorna, cos accetta, come sempre le fu grata qualunque io le ne abbia con riverenzia mandata. Bench al mancamento de la penna e del foglio ha per di continuo supplito e la memoria e la lingua: quella con il tenervi ognora scul to in se stessa, questa con il tutta via predicarvi ad altrui, ancora che senza s fatte lodi ognun sa il quale, il quanto e il come voi ste e giusto e ottimo e ma gnanimo. Onde tengo eterno obligo a quel tanto di giudicio che in parte comprend er fammi le incomprensibili virt di Vostra Celsitudine, beata veramente per veder si in genero non solo il gran principe di Fiorenza, ma il gran figlio del gran G iovanni dei Medici; al cui non meno amicabile duce che tremendo, le amorevolezze de le aperte braccia mie, su le quali egli langu e morissi, furono letto e sepol cro. Io, che, come sa il mondo, era il destro occhio de l'affezion sua, per mia e sorte mala e insolenza pessima, con la giunta de l'altrui empia invidia, in ca mbio de lo aspettarne grazia e beneficio, honne ritratto inimist e miseria. Tal ch'io, perversato da la pena de la ducale contumacia, ne ho in maniera patit o che l'animo non suto mai da tanto che io a sua istanzia sia ricorso al buon do n Pedro. Le cortesi condizioni del quale avrebbono per me ottenuto ci che l'alter a prestanzia del sommo genero vostro al fine poi ha per se medesimo operato. Ond e me gli sento restituito in servo con lo appoggio de la solita speranza di prim a. Ch altrimenti non mi bastaria l'ardire dinanzi comparirvi in persona de la let tera, con cui vi comparisco, e quale io debbo umile; e, mentre vi bascio per suo

mezzo la mano, faccio a Dio voto di spender tutto il fiato con che mi respira l 'ingegno, ne lo accrescere il suono che in gloria del felice giovane uscir sempre a le trombe de la fama. Or, perch'io non mi scordo del come in parecchie vostre gi m'assecuraste circa il poter di voi promettermi in ciascuna di me occorrenza, supplico la cos fatta sua gentilezza che solo in parole distese in poche righe d i versi a la figliuola inclita di Vostra Sublimit egregia degnate imporle, che di leal bocca sua faccia certa fede al fatal di lei marito; che per quel vostro di voto mi tenete che di molti anni vi sono. Ma per consistere il tutto in far Vost ra Serenit l'ufficio, che inginocchioni vi chieggio come denno farsi gli uffici, vi scongiuro per l'aurea e sacra Maest di colui del qual vi mando la viva in oro sembianza. Di Vinezia, di febraio 1545. CCVII AL VESCOVO GIOVIO Ancora che il di me animo, per istarsi a voi di continuo appresso, si mostri qua si agente de la mia umile persona tuttavia, la quale altro pi non desidera che di riverirvi in presenzia, non per che lo amicabile affetto, con le cui intense fra ternit d'amore sempre vi riverisco e onoro, non rimproveri d'ogni otta le trascur ate sue negligenzie a la negligente e trascurata penna mia. E per ultimo suta co s aspra la riprensione, che in causa di ci hammi fatto arrossire la propria consci enza, che in tal maniera, d'un che si move a dare opera per ammonizione a quel c he gli conviene operar per debito, vi scrivo questa, e scrivendola il fuoco de l a vergogna, ch'io sento, riscalda in modo il ghiaccio de la temenza che inforsa il perdono a l'errore, che confessando io ammendo che mi pare d'avervi scritto p ur ieri; cotanto sicuramente entro a dirvi che il ritratto del chiaro Barbaro Da niello in foggia vivo nei colori, che l'hanno tolto dal vero, ch'essendo egli, e il suo essempio insieme, che l'arte, che si crede diventata la natura, e la nat ura, che si pensa conversa ne l'arte, riducono in uno e l'essere e 'l parere. E pi vi dico che in l'altiera e splendida sembianza, in virt del celeste spirito che regna ne lo stile del divin Tiziano, appare s bene l'aurea nobilit de lo illustre petto del laudato giovane, che mentre il guardo altrui si affigge in lei sino a lo egregio del pensiero, sino al generoso de la mente, sino al candido de l'ani ma si gli scorge nel reale spazio de la serena fronte. S che tosto che il bel qua dro di vostra potest, s per la grandezza di colui, dal qual deriva lo essempio, s p er il miracolo de la man di quello da cui nasce la effigie, sar da la prestanzia del vostro sacro giudicio istimato, tra le imagini molte che d'ogni famoso avete , una de le pi riguardate. In tanto, monsignore e immortale e reverendo, io mi v' inchino con il sincero zelo di tutto il centro del core. Di Vinezia, di febraio 1545. CCVIII AL GIOVIO " Ecco", direte forse voi, ne lo scrivervene una dopo l'altra, " costui, che ci fa, che egli nel cercare di emendarsi nel fallo commesso in l'avar izia de lo scrivermi gi s di rado, che inciampa ne lo errore uscito da la prodigal it del mandarmi lettere sue, ora cos spesso precipitando nel vizio de lo estremo a lo estremo; ne la guisa che ci traboccano quegli che, per carestia di prudenzia , partendosi senza mai pensarci ognora da la via del mezo, sempre dnno di petto c on gli atti de le loro azioni o nel mancamento del poco o nel soperchio del trop po. In tanto prdono il premio de la lode che s'acquista chi d'u bisogna s'attiene , e dove non accade non corre". Bench io per me confido tanto ne la galanteria de la piacevole di voi cortese gentilezza, che portimi in che maniera io mi porti, son per sempre esservi caro, come sempre mi conosco essere stato. Onde, lascian do la superfluit de le scuse a coloro che fallano per volont e non per ignoranzia, vengo a communicare con il valor del senno di Vostra Signoria reverendissima un a concezione di sdegno, che contamina di sorte con le giuste sue alterazioni tut te le parti del mio sicuro animo, ch' forza ch'egli partorisca una di quelle vend ette che la virt d'altri suol mostrare al vizio altrui; e la causa che deve farmi venire a lo effetto l'essermi suto giurato, presente Tiziano e pi persone di aut entica testimonianza, che tre prelati (forse per obviare il Concilio) han mosso

querela a Nostro Signore acci la sua beatitudine gli conceda potestade sopra lo i ncendio de le mie cristiane, religiose e catoliche scritture: cosa di pi mia repu tazione, che atto di lor vituperio. Per che, ci facendosi, la infinit del numero ch e restaranne al mondo faran fede ai buoni del come i superbi chierici d'oggid tra ttano al di d'oggi gli umili osservatori de la ecclesiastica credenza. Ecco il Genesi e l' Umanit di Cristo non pur traslati in idioma gallico, ma quell o intitolato al di Francia re, e questa dedicata a la di Navarra reina. Onde a l e Lor Maestadi, pi che a la mia indegnitade, verr a far onta la ingiuria. De l' Hi storia del beato d'Aquino e de la Santa di Alessandria non parlo, peroch l'avermi imposto cotali composizioni il giusto principe del Vasto, e di s lodate fatiche ristoratomi, da stimare ch'elle siano di merito. I Salmi dal mio stile in parafr asi decantati lascio difendere a quel dotto predicator bolognese, che qui disse nel tempio dei Servi che " chi vuol vedere in la penitenzia David a Dio esclamante, leggali, e vedrallo". M a qual malvagit d'infedele spirito, quale incredulit di perfido core, e quale impi et di perduta anima si arrischier di pur pensare di pigliar la Vita di Maria Vergi ne con intendimento di arderla? Certo che la sincera, integra e leale fervenzia del mio credere agli ordini de la Chiesa di Dio, non cede a qualunque pi le dimos tra e lealt e integrit e sincerit di zelo credente in lei. Sallo il prestante, ottimo e venerabile vescovo Mignanelli quanto io di continuo rendo a Cristo grazie, ch n chietino mi sento, n luterano: vanto concesso a pochi. ben vero che talora mi dolgo del non essere d'ambizione vago (onde pecco sotto l'ombra del parer mio desto) perch se io cos fossi diverrei glorioso nel sentire i predicanti il divino verbo salutare prevalersi dei miei con grazia e privilegio impressi sudori. Io, che sono asceso a la fama per virt, fortemente istupisco ch e gli assunti al grado per malizia non pigliano pi tosto impresa, che il pontefic e remuneri me per s laudabili opere, che tr in cura che esse per bont loro male arr ivino. Mi pare di strana durezza che io, lor divoto nel fatto del riprendere alt rui, che vociferavano che il tale, il tale e il tale stati spinti nel seggio, ov e stanno, da la forza dei denari, da l'astuzia de l'ipocrisia e da la bestialit d e la fortuna, ne riceva in premio una cos notabile villania. Talch sono ispronato a dire che, oltra il vergognarsi ch'io secolare abbia scritto e di Ges e di santi ci ch'eglino reverendissimi sono obbligati di scrivere, mi provocano contra la l or perversa contumacia. Perch'io volli sempre pi presto inimicarmegli per via de la verit, che aggradirmegli col mezo de le adulazioni. Ma, se la corte m'avesse v oluto usar per servo, s come non mi parso ch'ella mi usi per parasito, io le sare i quello isviscerato uomo ch'io teneva in core di esserle. Ma, nel raccogliere l a savia capacit di voi la somma di tutto il ci che io ho detto di suso, non mi rip renda del cos subito tenere per vere le cose che ispesso nel rapporto son false. Conciosia che solo l'aver ben fatto me lo afferma per evangelio. Di Vinezia, di febraio 1545. CCIX A MESSER FRANCESCO SANSOVINO Non accade, o figliuolo, esortarmi a beffeggiar l'odio, che non al parlar mio li bero, ma al proceder loro licenzioso portar devrieno i principi. Peroch si dee cr edere che, non essendo mai suta atta la povert a spaventarmi, ch'essi manco non b astino a punto mettermi in ispavento. Di Vinezia, di febraio 1545. CCX A MESSER GIULIO ROMANO Sonomi con voi rallegrato, fratel dolcissimo, nel conto de la salute renduta da la misericorde bont di Dio a la virt de le membra di tutto il vostro corpo; ma il non ricevere risposta alcuna de la lettera, con il cui mezo ho fatto cos dovuto o fficio, forse causato dal non esservi ella per mala sua ventura in mano mai capi tata. Onde mi pare di replicarvi il contento da me preso ne la certezza del vost ro pur non esser morto, come teneva ognuno; ma risanato, quale desideravano tutt i. Se mi doleva il morir vostro, Cristo il sa che nel cuor mi vidde la doglia. E se mi piaciuto il conservarvi in vita la piet sua, sallo Tiziano che, udendone i o la nuova, per la letizia mi scorse negli occhi le lagrime. Ma ingiurierei il g eneral duolo di ciascuno, se io non vi dicessi che il mal di voi in ognuno non c

ommovesse il dolersene. Per la qual cosa si confessa da tutti che ci vivete s ben e, che il vivere che fate caro e a Dio e agli uomini. E per la clemenzia di lui l 'ha scampata ne lo estremo; e le carit di loro ne lo estremo l'han pianto. Ma chi dee piangere la gente, se non piange il mancar d'un s virtuoso spirito, e chi sc ampare Iddio, se non iscampa la vita d'una s costumata persona? Di Vinezia, di febraio, 1545. CCXI A MESSER IACOPO TINTORE E belle e pronte e vive in vive, in pronte e in belle attitudini da ogni uomo ch ' di perito giudicio sono tenute le due istorie: una in la favola di Apollo e di Marsia, e l'altra in la novella di Argo e di Mercurio, da voi cos giovane quasi d ipinte in meno spazio di tempo che non si mise in pensare al ci che dovevate dipi ngere nel palco de la camera, che con tanta sodisfazione mia e d'ognuno voi m'av ete dipinta. Ma se ne le cose che si desiderano il presto e il male nel loro com pimento desiderato, che piacere si sente poi che il tosto e il bene le d ispedite ? Certamente la brevit del fare consiste ne lo intendere altri quel che si fa, ne l modo che lo intende il vostro spirito intendente il dove si distendono i color i chiari e gli oscuri. Per la quale intelligenzia le figure ignude e vestite mos trano se medesime nei lor propri rilievi. Ora, figliuol mio, che il pennel vostr o testimonia con l'opre presenti la fama che vi denno acquistare le future, non comportate che varchi punto che non ne ringraziate Iddio, la piet de le cui miser icordie non meno vi adatta l'animo a lo studio de la bont che a quello de la pitt ura. Conciosia che ben sapete che l'una pu star senza l'altra, ma l'altra star no n pu senza l'una. arte la filosofia e la teologia, e l'armi, e la milizia similme nte mistiero. E s come una sorte di arbori vale per l'antenne, una pei remi e una per le navi, e di grado in grado meglio questa, in le travature che quella, e q uella di pi conto ne le scale che questa; cos la inclinazione, che ne la variet de le professioni varia in tutti di eccelenzia, comporta che voi avanziate colui ne le tavole e costui superi voi nei marmi. Ma con la profession de la bontade ver una industria d'ingegno o di mano non concorre; avvenga ch'ella sola virt non di mano o d'ingegno, ma d'animo e d'anima, non data a noi da la natura, ma in noi i nfusa da Cristo. Di Vinezia, di febraio 1545. CCXII A MESSER FRANCESCO SANSOVINO Ho visto, letto e riposto l' Epistole di Cicerone. Holle viste per grado di chi l'ha traddote; holle lette per riverenza del loro celeste auttore; holle rispost e perch chi si pensa farsi eloquente con le fatiche d'altri diventa inculto nel s udor de le sue. Ch in vero l'arte del dire consiste ne la pratica dei dicenti, l' esercitazion dei quali maestra dei dicitori, che, se prudenti sono, singolari in ci appaiono. Onde col fuoco, che gli esce de la lingua parlante, infiammano i pi gri, raffrenano i furiosi e acquetano i seduttori. E colui, che in uno non congi unge nel giudicio de lo istesso sermone e la prudenzia e la eloquenzia, si dilun ga forte da la speranza che date oggi al mondo voi circa lo studio de la profess ione vostra oratoria. Di Vinezia, di marzo 1545. CCXIII AL DANESE Se ne la scultura, di che ste professore, voi tale foste qual vi dimostrate esser e ne la poesia, di cui non fate professione, ardirei dire con lo iscarico de la conscienzia che fino al Sansovino messer Iacopo, precettor vostro (che non pu da veruno avanzarsi), superareste nei marmi. L'istoria, che gite in eroico stile de scrivendo per rilevare il proprio de la materia presa con i sensi di quei vivi c oncetti con che i versi respirano, quasi mossi dal fiato de lo spirito datogli d a la grazia del naturale giudicio, ho io letta e considerata con tanto di quel c h'io ne sento istupore, che se fussi un di coloro che merc del solo compiacersi n e l'opre di se stessi non la degnano, o pure per non penetrare nel conoscere pi o ltra a pieno non la lodano, rimprovererei l'un vizio e l'altro a la superbia e a la ignoranzia di me medesimo. E tuttavia ch'io penso al come procedere nei fatt i de l'armi, ch'esercitano i processi de le guerre, che nel descriverle pareggia

te qualunche ci desse mai opra, scorgo nel caso di cotal vostra composizione que lle vivacit di polsi, quella tenacit di nervi e quella morbidezza di membra sculpi te nei corpi robusti da lo scarpello de la natura. Onde il mio non essere ignoto a le orecchie de la fama cagione che l'amore non m i si converte in invidia, si grave, s savio, s valoroso il modo che usate nel cons iglio. Ci si consulta fra i capitani che parlano quale de le tre sia cosa di mig liore loro partito: o il tentar di prendere la citt per assalto, per assedio o pe r inganno. Se ci udisse, non dico Xenofonte, ma Cesare, estollerebbe al cielo cos pratico, cos saputo e cos militare trattato. Certo che la perfezione de la present e et agli ingegni in lei prodotti ci che la bont de l'aria a le genti ch'ella recre a. E per sanno i fanciulli ora pi che non seppero i vecchi gi: tal che coloro, che fur famosi venti anni sono, non si mentovano adesso punto. E ci aviene in qualunc he arte si sia. S che attendete al fine del gran volume a onta de lo incomodo con il quale vi disturba l'animo la necessit di quelle cose che non pu far senza la v ita. E in cambio de lo offerirvi io ci ch'io ho, ci che posso e ci ch'io sono, piac eravvi di vendicarmi contra gli emoli con il ridervene. Peroch essi, che pur cono scono che niun peso pi greve del senno, n altra pi leggier soma de la imprudenzia, di quello iscarcatosi le spalle de lo intelletto, da lor medesimi si fan bastagi de la pazzia, s gli pare ella a portar soave. Di Venezia, di marzo 1545. CCXIV A MESSER BARTOLOMEO EGNAZIO Che la natura m'abbia fatto imparare in qualche parte il mestiere de lo scrivere in mio dispetto, fanne testimonianza vera il da buon senno dispiacere ch'io mi piglio in tutte quelle volte (che son quasi continue) che il bisogno, il debito e la vergogna mi sforzano a tr s la penna, a metter la mano in carta e a distender e con l'inchiostro ci che mi pone ne l'animo l'amor degli amici, la riverenza dei padroni e la gratitudine dei premi. Certo, come dico spesso, se io fussi un di coloro che non escono mai de lo studio se non quando la fame, il sonno, il fredd o e il caldo gli caccia, sarebbe necessario che Fabriano solo a istanzia mia lav orasse i fogli suoi. S che non di me, ma del costume che mi fa tale, dovete doler vi del non vi aver risposto a la lettera di gi. E se voi vedeste con che pena io mi son messo a mandarvi questa, tengo per certo che per la compassione vi dorres te con il Campi compare circa la volont che mostrate di ricevere mie ciance. Del che sendoci nato s avaro, dovete, insieme con tutti quegli coi quali la pigrizia de l'esser cos fatto fammi usare i termini usati con voi, perdonarmi; come anco a lo stile, non pur vostro, ma di qualunque esercita lo ingegno ne l'arte de la p enna, denno perdonare l'opere di Bartolomeo Campi, giovane non meno buono che mi racoloso. Imperoch niuno, per divino che abbia lo intelletto, per lodarlo mai tan to, che pi d'esser lodato non sia il merito di lui. E chi di ci stesse in forse, e scane di dubbio coll'esempio del pome di spada, la maraviglia del quale avvi tir ato a la composizione di s bella stanza. Certo, se l'acciaio di cotal cosa fusse non pure di rame o d'ariento, ma di cret a o di cera, non saria possibile ad averci s facilmente intagliate le figure e gl i animali che ci sono impressi da la sola e sacra e immortale industria de la vi rtuosa mano di tale. Veramente ch'io stupisco al pensare il come si ben risegga il vaso de la coppa d'oro sul piede fermo ritratta da la virt sua in foggia di tr oncone di quercia, illustre insegna de la ducale insegna. De le foglie, che poi si spargono insieme con le lor ghiande per tutto lo spazio che si mostra di fore , non parlo per non iscemargli, col poco dire, l'onore. E anco del di dentro tac cio, conciosia che la modestia, che uso io a non ne far motto, n pi n meno usarebbo no i pi periti di agemia. Per ch'egli, che spunta pur mo la barba al mento, rimesc ola s graziosamente il loro andare col nostro, che par pi tosto che i barbari l'ab bino tolto a italiani, che italiani e barbari. E, ultimandola con lo stupendo la voro de la superba armadura, dico che n Cesare, n Scipione vest mai una s fatta. E t anto esco di me ne la considerazione d'essa, quanto pi nel disegno ho di conoscim ento di alcuno di quegli che ne son per avventura professori. Or viva il bello s pirito, accioch il mondo si orni dei suoi splendidi magisteri secondo che ne tien vaghezza. Di Vinezia, di marzo 1545.

CCXV AL DUCA D'URBINO Se i signori, se i virtuosi, se i cavallieri, di cui la virtuosa, cavallieresca e signorile bontade vostra hassi eletto la corte, non fossero cos modesti, cos ben igni e cos costumati, come per natura, per creanza e per grazia sono, mi crederei che il bisbiglio loro circa il non mai scriver mio vi fosse in modo penetrato i n l'orecchie che la di me contumacia appresso la di voi eccellenza non si dovess e stimar se non grande. Ma, essendo tali i gentiluomini, che l'onorano servendo, quali denno essere le persone che a principi servono, posso passarmela quanto a l terrore de la usata negligenzia senza altra scusa farne. E se pure ella in si fatto caso avesse provocato a biasimarmene questo e quello, me ne appello dinanz i al ritratto che di voi mostra il gran Tiziano. Imperoch egli or ha in maniera t raslato lo spirito per cui respirate nei suoi colori, che ne l'atto che altri vi scorge cost a Vicenza, vi vediamo noi qua in Venezia; onde corteggiamvi, inchini amvi e interteniamvi n pi n meno che vi intertengano, vi inchinano e vi corteggiano le brigate che vi sono tenute nei cottidiani servigi. Appresso si sente darvi le proprie laude ne lo essempio dipinto, che dannovisi d a chi vi mira ne la sembianza viva. Chi vi commenda ne la prudenzia, chi ne l'ar mi, chi ne le lettere, chi ne la religione, chi ne la liberalit, chi nel giudicio , chi ne la mansuetudine, chi ne la continenza, e chi in questa virt, e chi in qu ell'altra. Vero che un certo d'ingegno, e pronto e altero e virile e generoso, c onfermati tutti i vanti che la verit parla in grado del merito vostro, disse (pre sente un bel numero di creature onorande): " Se io sapessi che Iddio non largisce mai ogni suo dono in uno, ma gli comparte i n foggia che ciascuno gode il pro dei celesti beneficii, mi stupirei con l'ammir azione d'una meraviglia estrema, poi che il buon Guido Baldo, che risplende di q ualunche cosa si desidera in la convenienza d'un monarca, manchi di questa una s ola, che usandola esso, gli imperadori e i re, anzi gli eroi e i semidei potrebb ono con ragione imitarlo; che altro che il doversi lui da noi agguagliare a loro ". E seguit l'uomo libero come la causa, che gli scema penne a l'ali de la fama, deriva dal talvolta non porre in segno che l'altrui servit gli cara, la mano in s u la spalla a la fedelt dei serventi. E perch l'animo di chi serve si pasce d'un g higno, d'uno sguardo, d'un chinar di capo del signor suo, debito dei gran maestr i il far ci inverso i suggetti in consolazione del core col quale gli adorano. Be nch a la caterva, che dava la colpa de la per modestamente severa taciturnit, che t ienvi appartato, a la natura che vi fa cos essere, rispose il satrapo: " L'uso, che isgarando il ritroso di lei, in lei si converte, in otto d la trasform a ne la dimestica piacevolezza di se medesimo". Onde credo, senza dubbio, che qu ale il motto di colui a quello avaro, che in cambio del farsi in casa dipignere la liberalit, per compire di abbellirla ce la sculp da senno, la mia parabola sar c ompresa con lo effetto che si richiede a la bont de la eximia vostra magnanimitad e. Di Venezia, di marzo 1545. CCXVI AL SIGNOR GIULIANO SALVIATI Egli parrebbe, quando altrimenti facessi, che quello che mi date per consiglio c h'io faccia inverso la duchessa, che ci che ho fatto pure per senno vostro col du ca, non mi fosse successo ne la felicit che mmi per succeduto. Onde io, che spero n e l'una eccellenza come ho sperato ne l'altra, con il fervore, che scrissi a lui marito, scrivo a lei moglie. Che ben so io che mi farete essere Leonora ne la m aniera che mi faceste divenir Cosimo. E con tale credenza ecco che v'indirizzo i l capitolo che le ho composto s come le vostre lettre mi pregano. Certo a coloro, che hanno il gusto de le cose che respirano con gli spiriti dei versi, sodisfa pi che il ternale, che cost portaste, se bene in cotal materia prima ci son pi piac evolezze che in questo suggetto secondo. Come si sia, fatene un presente a la in clita signoria di madama. In tanto si attende che, al pi tosto che si possa, il n ostro principe ottimo abbia l'effigie del padre morta ne la forma del gesso e vi va ne la unione dei colori. In man mia ormai la naturale sembianza di s gran capi tano, da me fatta rassemplare in memoria di lui col testimonio de la sua propria faccia la notte che a Dio piacque ch'egli mi mancasse in braccio.

Di Vinezia, di marzo 1545. CCXVII AL MARCOLINO Ancora ch'io non sia Daniello, espositore dei sogni, e se ben so che i pochi pen sieri vi dn materia di anfanare intorno al fuoco la sera, subito letta la polizza scrittami circa la disputa ne la quale ste entrato per conto del sapere ci che in vidia si sia, rispondovi ch'ella al parer mio altro non che che un coltello, con cui gli invidiati di continuo feriscono il cuore degli invidiosi. I quali di co tali colpi si muoiono sempre senza morirsene mai. Di casa, di marzo 1545. CCXVIII AL GIOVIO qua comparita la lettera da voi destinatami, non perch in un tratto me ne dovessi insuperbire e disperare, ma acci ch'io conoscessi in un medesimo tempo la umanit vostra in rispondermi e l'onore che a me ne consegue in avervi scritto. Bench, in mentre che mi s'indugia il farmene degno, noia so chi di noi due si tenga pi obl igato al Micheli, che ancora appresso di s la ritiene. Avvenga che nel volere egl i che tutta la citt la vegga, inanzi ch'io la riceva, divulga l'auttorit vostra e la riputazione mia. Onde in cotale affare vengo a diventare famoso io in merc de la penna di voi. Ma, circa a la commune lode procacciataci da la stima in la qua le ci tiene la cortesia di s alto gentiluomo, saremmo noi di pari grado debitori, se 'l merito e la dignit, che non ho, fusse conforme a la dignit e al merito, che avete. S che a Vostra Signoria reverendissima resta la briga del rendergli la gr atitudine che si gli debbe. Ch'io per me supplir al mancamento di ci, che mi si ri chiede, con la virt de l'ottima volontade. Ora, perch in la somma di tutto quello che mi scrivete ho solo inteso il quanto v i saria grato il potere dedicare la effigie mia nel museo suo, nel cui luogo sac ro son gi consacrati gli essempi di qualunque merita in s memoria, dicovi che far tr copia del ritratto che si manda a Fiorenzia, sodisfacendo con essa al desiderio che ne mostrate. Duolmi bene che il di man propria del gran Tiziano non possa e ssere vostro, conciosia che non si ancora visto una s terribile meraviglia. N acca dde mai che fosse s ritrosa la suocera in verso la nuora, come per tal cagione la natura venuta a paragone con l'arte. Io taccio il lodarlo a pieno, perch non si affermi che mi muova a vantar ci il troppo amore che io mi porto. Ancora ch'io de vrei pi tosto parere d'usare la iattanza in conto di me medesimo, essaltando la f igura de la mia naturale sembianza, che tacendone per modestia pregiudicare al m iracolo uscito dal pennello di s mirabile spirito. Di Venezia, d'aprile 1545. CCXIX A MESSER MARCO CAORLINI Non pigrizia il fatto del mio non essere cos sollecito in praticare con i miei si gnori la grazia onesta che la vostra crudel fortuna vi sforza a dimandargli sin con le lagrime de la moglie e dei figliuoli di voi; ma una certa cortese vergogn a, che mi fa e lento e tardo, in mentre penso al come io, elle in pro di voi e p er amore e per obligo son tenuto a spargere il sudore e il sangue, non possa spe ndere se non passi e parole. Il che metter in essecuzione oggi, poi che l'ansie d ei vostri preghi mel comandano. Ma Iddio ci consoler: speriamoci pure. Di Venezia, d'aprile 1545. CCXX A MESSER IACOPO CELLINI Grata quanto a la cortesia di voi, che me la scrivete, mi suta la lettera di dov e state mandatami; ma gratissima circa la merc dei saluti che al divino Buonaruot i in essa piaciuto mandarmi. Del che rimango consolato nel modo che subito ch'io l'ho rimarrommi superbo del dono che con tanto desiderio aspetto. Ma caso che p i mi s'indugi, m' forza mancare de la fede ch'io tengo in s alto uomo; ma non de la riverenza ch'io gli debbo. E perch non paia ch'io, che cerco che operiate, che a ltri mi sia largo de le cose sue, vi voglia essere istretto de le mie, eccovi or a con questa il ci che vi promessi l'altrieri. Di Vinezia, d'aprile 1545. CCXXI

AL BUONARUOTO Con quella giocondit di letizia si risentita la congregazione dei miei spiriti (b ont dei saluti ne la lettera del Cellini da voi mandatimi singularmente, divin Mi chel Agnolo) con cui si risentono gli stuoli degli uccelli nel sentirsi spuntar sopra la dolcezza de la primavera. Onde, con una certa tra loro tracita modulazi one di piacere, simile al concento che rinovano in le gole i predetti, mi fan pi gliare ora la penna, accioch io vi scriva nel modo ch'io so, poich come devrei non posso; e, scrivendovi, confessare di non maravigliarmi che il dono dei disegni non corrisponda a la promessa. Perch, chi non ottien ci che vuole, dane la colpa al volere quel che non debbe. La libert dei nostri arbitrii desidera il pi de le vol te cose impertinenti a la sua condizione. Talch la potest, che predomina le altrui volontadi, le fa rimaner vane: quale rimasto la mia in ricercare figure, che a pena le camere dei re ne son degne, bench io merito d'esser punito con il goderne . Conciosia che non lecito che voi, posseditore de le infinite grazie, di che vi suto s liberale la cortesia del cielo, ne siate avaro del tutto a la devozione c he in loro dimostrano le genti del mondo. Ma se a veruno ne dovete esser largo, io sono del numero. Avvenga che la natura ha infusa tanta forza ne le carte, ch'ella mi porge, che si promette di portare i marmi mirabili e le mura stupende in virt de lo scarpello e de lo stilo vostro, in ogni parte e per tutti i secoli. Onde, ne la maniera che oggid intorno ai mer iti di s fatte opere sono obligati e gli occhi e le lingue e l'orecchie e le mani e i piedi e i pensieri e gli animi di chi pi vede, di chi pi sa, di chi pi intende , di chi pi scrive, di chi pi considera, di chi pi penetra e di chi pi ama a guardar le, a predicarle, ad ascoltarle, a notarle, a cercarle, a contemplarle e a inchi narle; con il medesimo studio nei tempi d'altri si vedr fare negli essempi di que gli che meglio di me sapranno lasciarne memoria. S che ormai adempite l'aspettazi on mia con la ricompensa che brava il voto suo; non gi per credersi tale quale mi ha spinto a vantarmi, non la superbia mostrata in aver cos parlato, ma la superc hia brama di ritrarre qualcune de le maraviglie di continuo partorite da la divi nit che ingravida lo intelletto. Di Vinezia, d'aprile 1545. CCXXII A MEO SCULTORE L'arte, il disegno e l'ordine compreso da me Pietro Aretino nel modello de l'arc a, che voi, spirito laudato, dovete fare per l'eccellenza del Mantova, non meno inventore de le leggi mirabile che interprete ammirando, veramente tale, quale a l degno uomo conviensi, e tutto conforme a la opinione ch'hanno de lo stil vostr o le genti. Bench non pure la ornata sepoltura (che quando parr a Dio dee rinchiud ere dentro ai suoi marmi l'ossa reverende), ma la lunga gloria del nome de la cr eatura reverenda ceder al seggio eterno de la sua anima eletta. Di Vinezia, di maggio 1545. CCXXIII A MESSER GIULIO ORADINO Furonmi dopo la loro peregrinazione per terra e per mare in nome di Vostra Eccel lenza, preclarissimo iurisconsulto, presentati i formaggi da la Spina. Ai quali vedendogli nel modo ch'io gi soleva in cotal villa goderne, ne feci la festa che fanno le persone assenti da la patria nel presentarsigli alcune di quelle cose, che ivi sono pi perfette che altrove in grazia de la natura, che pi in un luogo ch e in un altro gli mostra al gusto di migliore sorte di bont. Ma se con ansia estr ema si da me bramato frutti s fatti per la memoria che tengo sempre fissa in cote sto nobil paese, chi si potrebbe imaginar mai la molestia che sento ne l'animo n el conto di rivedere gli amici, che tanti anni fa in Perugia lasciai? So bene ch e il nostro Bitte Caporali, il nostro Gian Berardino Cusse, il nostro ognuno che ci vive, me lo crede solo col testimonio del dirlo con la penna che ve lo scriv o. Ma piacer forse a Dio che cos gli basci e abbracci con lo effetto de lo affetto , come gli abbraccio e bascio con il parlare de le parole. Intanto e del vostro accrescimento di grazia con Sua Santit e de la di voi virt cominciata a premiare s econdo il merito, me ne rallegro senza maravigliarmene. Avvenga che ella tale ch e isforza i papi a riconoscerla. Or pensisi quale ella . Di Vinezia, di maggio 1545.

CCXXIV AL MARCOLINO La vostra cotanto ismisuratamente grande affezione, che il vostro core mi porta, esce s spesso per troppo amarmi del rispetto, che si dee avere a le persone, le quali per una certa usanza di natura istraparlano de l'altrui merito, secondo ch e incitate dal non sentirsi tali, la lingua trasporta, non so s'io mi dica l'ani mo o la lingua loro; che, per Dio, mi pare pi presto che mi prevarichiate contro con l'ansia de le brigate su dette, che nel caso di materia s fatta mi vi dimostr iate quel partigiano, che veramente, bont vostra, mi foste, mi ste e mi sarete sem pre. Ma posto da parte ogni altra circostanzia di cosa, conchiudola con dirvi ch e io ho pi piacere che si dica male di me per invidia, che ben di me per piet. Di Vinezia, di maggio 1545. CCXXV AL CELLINI Messer Iacopo, mal corrisponde l'essere gi due procacci venuti senza avere pure u n verso in risposta di ci, che vi scrissi e mandai, a la cotanta ansia da voi mos trata nel desiderio di quanto v'ho mandato e scritto. Onde, se non me ne avvisat e altrimenti, terr per fermo che il vergognarvi di ci che, per essermene avaro, Mi chel Agnolo dovria vergognarsi, causi quel che mi penso, che sia cagione del vos tro insolito silenzio. Ch'essendo voi mercante non devria essere de le sue parol e avaro, e massime con chi sa farsi beffe di tutte le lingue de le penne altrui. E s'egli aviene che giusto impaccio ci permetta, mi reco in su la discrezione ch e si dee avere all'uomo ch' pi de le faccende che suo. In somma ditemi a la libera se debbo tenere fidanza nel Buonaruoto, o no; se non volete ch'io rivolga seco l'affezione in disdegno. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXVI A LIONE, ISCULTORE Quando i satrapi mi toccano pi con il riprendere il mio talora estollere al cielo , e lo a le volte traboccar ne lo abisso i principi, accusandomi di stolto giudi cio, come quegli che solo la bocca hanno di giudice, rispondete loro che io, Pie tro Aretino, con il biasimo gli dimostro ci che sono, e con la lode gli insegno q uel che devrieno essere. Oltra di ci la povert che mi consuma atta a farmi mancare del decoro in altra osservanza che il fatto di tali. Piacesse pure a Dio che il bisogno non mi costringesse a la necessit de le cose, ch poi farei ben vedere al mondo se io sono uomo finto o da senno. Se quegli spiriti di mendicato ingegno, i quali dnno menda a ci che devrebbono laudare, avessero prudenzia, come gli pare aver dottrina, chiamarieno arte ci che notano per vizio. Ma perch sempre chi fa po rge materia d'invidia a chi dice, e di continuo chi dice cresce di fama chi fa, io mi reco per onore circa la predetta materia quel che altri si recaria per ing iuria. Di poi che miracolo sarebbe che io, che non seppi mai governare ben la ca sa, sapessi male scrivere una carta? L'urbana eloquenzia e la cortigiana creanza sono ornamenti e ricchezze de la prudente e gioconda maniera di chi scrive. Ond e la brevit de le parole e la gravit de le sentenzie, vita e anima de le lettere s critte, non compresa dal mio intelletto, se non quel tanto che la natura mi most ra. S che tacciano i cavillatori di ci che dee andar libero da ogni censura, se no n vogliono ch'io ardisca dire che in la mia lingua una certa gloria di continuo invidiata da la lor penna. Di maggio, in Vinezia, 1545. Post scritta. - Pregovi che mi salutiate messer Ippolito romano con dirgli che l'amo come amic o, che l'osservo come signore e che lo riverisco come padre. Salutatemelo, dico, per ch'egli di gran giudicio per essere molto discreto, e di perfetta saviezza p er avere assai letto, e di verace esperienza per ritrovarsi di grave etade, e di compita pazienza percioch ogni fortuna ha provato, e di veruna passione per non conoscere malizia. CCXXVII AL FRANCHINO Diedi a messer Ruggieri Tasso una gran medaglia d'oro, in cui era vivissima ne l a natura de l'arte la sembianza supraumana di Cesare; la cortesia del quale come

mastro dei corrieri in Vinezia la drizz al Zapatta, dei corrieri maestro in Brus selle; il quale per sue lettere afferma averla data in mano al duca Ottavio. Il che nega la di lui Eccellenza, s come per le vostre si vede. Tal che qui nel caso di ci si parla secondo la openione altrui. Peroch da l'un lato non si pu credere c he il Zapatta, che lealmente d recapito a le migliaia degli scudi, dica la menzog na; e da l'altro canto si stima per gran novella che un simil principe negasse l a ricevuta di s fatto dono. Ma perch i principi son principi, e i Farnesi Farnesi, si va dubitando che il signore Ottavio nel pensare a la ricompensa del presente si sia dimenticato del suo averlo accettato, e vi bascio la mano. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXVIII AL PIETRA SANTA Nel dirmi messer Amedeo Franchino, nel porgermi la vostra: " Ella del vostro Giulio Cesare", il cuore mi si scosse con un di quei moti che su ol far l'animo risentitosi ne lo intendere novella de l'amico, che anni e anni h a tenuto non esserci, onde l'affezione impressaci da l'amistade venne ad iscopri rmi nel petto la effigie che di voi ci vive, non altrimenti che venga ad iscopri rsi il corpo d'una statua antica, alora che il caso da quel luogo la discopre, n el quale come ivi non fusse soleva starsi coperta. Talch i miei spiriti se ne ral legrano con la festa con cui si rallegrano le genti riguardanti una reliquia san ta ritrovata dentro a le viscere di qualche sacra ruina. Poi raccolto in la memo ria di me stesso e quella piacevolezza e quella galanteria e quella lealtade, co n che solevate continuare il commercio de la conversazion mia, me ne commovo com e di cosa appartenente al piacere di che si nutriscon le societ fraterne. Intanto nascemi ne l'anima una certa sorte d'invidia, che par quasi ch'io desideri che l'affabile generosit del circonspetto signor Nicol Gallerata, che uomo ottimo e gr ave, diventi minore; che per qui trasferirvi cost lo lasciate. Ancora che il buon Lodovico Birago vi constringa in virt de l'eroiche sue maniere a la forza del no n mai da Turino partirvi. Bench riverisco in modo le magnanime eccellenze dei due conosciuti personaggi (la gran bont dei quali saluto e inchino) che devrei, a on ta de la fortuna che me lo vieta, venire anch'io a intertenergli con voi. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXIX AL SIGNOR MONTESE Io non mi scuso con don Diego con la mezzanit d'altri, n per il mio mezo istesso, del ci che la ragion del ricercare il mio far mi fece iersera, per sapere ch'egli pi grande che principe s poco istima i cinquantamilia scudi che in sei anni ha ca vati de la sua casa, meno istimer il romore che in un punto ci ha messo il mio di sdegno. Bench messer Ruggiero deve lodare la causa che mi mosse a ira, avvenga ch e pi suta la di me vergogna in avergli detto ci che non devevo, che la di lui cole ra in sentirsi dire quel che non meritava. Non il difetto de la natura altiera m i provoc l'animo al furore in che parve che mi versassi tutto, ma il vedere lo in quale strano modo ch' gita la medaglia indrizzata al duca Ottavio Farnese mi con vert la modestia dei fatti ne la insolenza de le parole. Le quali pi dispiacquero a la mia conscienzia, che non fecero a l'onor suo. Onde ne mostrai il pentimento che vedeste mostrarmi, imperoch virt e bont d'un cor giusto e magnanimo, tosto che la persona adirata torna in potest di se stessa, il dimandar perdono a l'offeso con sommessione non manco umile che la ingiuria siasi stata superba. E chi altra mente esseguisce, si accorge a la fine che Iddio massimo quello elle si vendica de l'oltraggio fatto a l'uomo ottimo. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXX AL CAVALIER DA PORTO Egli s fattamente grande il desiderio mio nel sentire novelle di voi, padron caro , che quasi bramo d'infermarmi come ero l'anno passato; avvenga che in s reo term ine aveva da Vostra Signoria di quegli avisi, che non ho adesso, che la Iddio gr azia mi tiene in ottimo stato. Onde nel modo che mi dolgo non ne ricevendo, mi r allegrerei se tal volta ne ricevessi. Ma per darvene occasione, ecco che vi salu to con tale carta portatavi da messer Cesare de la Ratta; il quale mandano cost i n Vicenza i serenissimi Signori vostri, per esser egli cos intendente ingegnero c

ome valoroso soldato. Or, perch io ammiro le sue virt ne la maniera ch'io amo le d i lui bont, ricever per real dono il vostro volentieri veder l'uomo che pi non suto in cotesta citt magnanima. N aggiungo altre supplicazioni nel caso di ci, per non ingiuriar la cortesia di quella gentilezza, che non ha bisogno di sprone circa l o accarezzare i personaggi degni de le accoglienze di voi, creatura dolcissima. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXXI AL MARCOLINO Io ho quasi per male, che il bene che mi volete sia cotanto eccessivamente grand e da che voi non potete patire che altri accenni di aprirmi la bocca contra. Non siate, compar caro, in cotal modo sensitivo nel caso di ci che parlano le stte de i pedagoghi in pregiudicio del nome ch'io ho. Imperoch forza che dopo la invidia succeda la lode, se non in vita in morte. Onde simiglio l'uomo invidio a uno, ch e tardi o per tempo bisogna che sia pagatore dei suoi debiti. Confassi anco a un a persona di conscienza cattiva che in ultimo, impaurito dal giudicio di Dio, qu el commenda che gi biasim. S che lasciategli dire sin che si stracchino; che in ver o la luna de la virt mia causa lo abbaiar de la cagnit del vizio loro. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXXII AL SANSOVINO Subito che Tiziano l'ha ritratta coi suoi colori, acci voi, messer Iacopo, la int agliate nei marmi, vi mander la testa del san Giovanni. Imperoch egli, che oper tan to con le mani armigere, che non lasci che dirne a le lingue dotte, degno di ravv ivare la sua effigie con lo spirito del vostro scarpello. Io non vi avvertisco a l ringiovenire con l'arte quello che in la sua faccia fece invecchiar la morte. Avenga che innata la di voi avertenza ne lo sculpire de le figure. Talch il mostr arne quaranta non vi torr dal giudicio i ventotto che il gran giovane n'avea la n otte ch'egli forn i suoi giorni. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXXIII AL DANESE Messere Sperone (non inferiore a niun per virt, e tanto prudente nel ritrovar de le cose appartenenti al commune beneficio, quanto valoroso in esprimere ci che gi ova a lo interesse del pubblico; onde il di lui animo privato d'ogni particular passione non mai si move a parlare a volont sua, ma sempre odesi dire a beneplaci to s del giusto come de l'onesto) causa in me, per cagion de le laude che in pres enza vostra e d'ognuno usa di dare ai miei scritti, ch'io ne divenga non superbo , ch tal vizio aborrisco per dono di Dio, ma sollevomi in alto, con un certo grad o di alterezza che mi sforza a tener care le carte che, per esser mie, da me era n tenute vili. Ma quale uomo composto di costumata condizione di modestia potria non risentirsi, sentendo empiersi l'orecchie dal suono ch'esce fuor da la lingu a di s profondo giudicio? Non io, o figliuolo, che sono di carne, una statua, che fosse di marmo, si compi acerebbe seco medesima, udendo affermare da la eccellenza di s sacro spirito che io pi che altri in virt de la natura osservo scrivendo il modo che in l'arte de la dottrina tien Virgilio cantando. E perch le lagrime, che il cuore mi pose in su gli occhi, mentre vidi lo aviso che me ne date, ne renderono tacendo grazie al c ielo, che tal mi ha fatto, lasciando cotal parte da lato, dico che il compiacerm i in ci non mi si debbe attribuire a vanit. Avvenga che la lode dataci da persone lodate per merito di qualche nostra opera, doviamo noi accettare per vera. Conci osia ch'essi, che abondano di gloria, non mossi da opinione a ci dire si muovono, anzi ci favellano. Imperoch la commendazione, che i commendati conferiscono a que gli che il mondo commenda, accresce e non isminuisce il grado del proprio merito loro. Che sono tali che non invidiano alcuno. Di poi ufficio di pietosa umanit i l non trre a la memoria il nome di colui ch' degno d'essere ricordato in perpetuo. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXXIV A MESSER IUNIO PETREO Ne la vostra scrittami cost di Messina mi dimostrate voi cos bene lo in che manier a d'affetto m'avete sculpito ne l'animo, che io vi conosco per il maggiore amico

ch'io tenga, senza avervi mai pi conosciuto. E per rispondere al ci che mi scrive te nel caso del parervi che niun mai, di quelli che sono stati di mia profession e, non mi pareggiasse di fama vivendo, dico a voi che per tale mi laudate, che t utta la somma che ne conchiude la fama un nonnulla a petto al quanto non ne sa c onietturare il suo grido. Ma perch una de le soavi vivande del mondo quella che c ondisce per il gusto de la iattanzia cercata dal nome l'onore che i famelici spi riti de la lode fanno a se stessi, mentre colui che n' ingordo se la vede porre i nanzi de la gloria in su la mensa de l'ambizione per mano del vanto dato a se me desimo con la voce de la sua lingua propria; io voglio inferire, o socio caro, c he lo essaltarsi da se solo un piacere non inteso dal core se non di chi se ne v a per cotal via pi s che il cielo de le stelle. Onde vi giuro per l'ale del caval pegaseo che del fatto appartenente al mio essere famoso non ne sapete mezza la m essa. Onde, come ho detto pi volte, ritorno a dire che le medaglie di conio, di g etto in oro, in ariento, in rame, in piombo e in istucco io tengo il naturale de la effigie ne le facciate dei palazzi, io l'ho improntata ne le casse dei petti ni, negli ornamenti degli specchi, nei piatti di maiolica al par d'Alessandro, d i Cesare e di Scipio. E pi vi affermo che a Murano alcune sorti di vasi di crista llo si chiamano gli aretini. E l'aretina nominasi la razza degli ubini in memori a d'uno, che a me Clemente papa, e io a Federigo duca diedi. Il rio dell'Aretino batezzato quel che bagna un dei lati de la casa ch'io abito sul Gran Canale. E per pi crepaggine dei pedagoghi, oltra il dirsi lo stile aretino, tre mie camerie re e massare, da me partite, e signore diventate, si fanno chiamare l'Aretine. S che ci dei guai circa il volere arrivare a tal segno per mezzo del Ianua sum rud ibus. State sano. Di maggio, in Vinezia, 1545. CCXXXV AL COCCIO Ho visto le composizioni de l'amico: e perch un bello ingegno senza il buon giudi cio simile a la vivanda insipida non ci non conoscendo la prudenzia che ci si ri chiede, non le commendo e non le biasimo. Stupisco bene di quelle del magnifico Daniel Barbaro. Conciosia che la prudenzia, che gli agita lo intelletto, fa mira colo ne le rime di lui. Avvenga che ne l'ordine de le parole, ch'egli ben congiu gne, entra uno spirito che move, e nel contesto dei versi di tale si sente una a nima che rapisce i cori di quei che gli ascoltano. Di giugno, in Vinezia, 1545. CCXXXVI A LIONE, SCULTORE Che io facci cercare il creato vostro e, di poi trovato, adoperi s ch'egli ritorn i a voi, Dio me ne scampi. Imperoch ci facendo mi parebbe legar la libert, in cui v i ha lasciato il suo fuggirsene, con la catena de la servit comprata. Conciosia c h' simile a uno schiavo il padrone che usa di servirsi di questo e quello. Avveng a che il comandare che si fa loro una penitenzia che gli 'nsegna a disubidirci. Onde il comodo che se ne ritrae la disperazione. Talch, dei dieci, i nove alterat i di continuo da lo insolente procedere di s fatti asini si conducono a desiderar e di essere pi tosto servi che signori. Per il che beato colui che a spese d'altr ui vive; e infelice quello che dando il pane ad altrui rinega. S che a me pare uf ficio d'amico il mettere ogni sforzo perch il garzone si stia dove si sta; come a nco mi parrebbe opera da nimico il tramar s ch'a voi si restituisse. Di giugno, in Vinezia, 1545. CCXXXVII A LIONE, SCULTORE Nel vedere la effigie del Molza tra le altre medaglie mandatemi, mi son tutto co mmosso; peroch, sendomi di lui suta dolce la vita, si dee pensare che mi sia anch e stata amara la morte. E se non fusse ch'io so che nel trgli la natura il viver del corpo, gli ha dato la virt e la bont quel del nome e de l'anima, non mi arrisc hiarei a credere di poter restar vivo senza la conversazione d'un s lodato amico. Certo la sembianza sua ha lo spirito del vostro fare; ed s proprio quella, che m i paruto vederla in presenza. Gran torto si faceva ai posteri, non gli facendo v oi eredi del glorioso essempio di s celeberrimo uomo. Ritraete le imagini di simi li, e non le facce di coloro ch'appena son noti a se stessi, non che altrui. Non

dee lo stile ritrar testa, che prima non l'abbia ritratta la fama; n si stimi ch e gli antichi decreti consentissero che si rassemplasse in metallo gente che non ne fosse degna. A tua infamia, secolo, che sopporti che sino i sarti e i beccai appaiano l vivi in pittura. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXXXVIII A MESSER BIAGIO RAGUSEI La cassa dai pettini, di che il largo animo vostro mi suto liberale, terr io per reliquia pi tosto che per servirmene. Ma il come delibero di fare io, dovrieno im itare anco tutti coloro che si rallegrano dietro a la vaghezza de le maraviglios e opere ch'escono da voi; che in virt de l'artificio convertite i cuoi in pietre s bene le contrafate nei colori che le monstron desse. Bella industria, bella cos a, bella invenzione il vostro dare la vivacit, il lustro e il pregio del lapislaz zoli a s fatte materie. Infino a la avarizia si move quasi a maggiormente istimar e i vasi de le vostre misture, che le conche d'ariento d'altrui. La grande ira, ch'hanno avuto i buoni contra la fortuna mala che vi precipit la facult molta, men tre essercitando la mercanzia vi mostraste cos bene istante come buon gentiluomo, si ridotta a laudare il caso che ci fece avvenire. S sono miracolosi i parti che produce il vostro intelletto fertile. E pi vale una penna de la fama acquistatavi dai mirabili lavori che fate, che la somma di quanti danari aveste mai potuto a vanzar mercatando. S che ringraziate di ci Iddio, che vi ha tolto da un mestiero i niquo per darvi a un glorioso. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCIXL AL DANESE Laudo, ammiro e osservo lo scrivere di voi, peroch egli deriva da la lingua che p ossedete, e non da quella che altri si pesca. Io in quanto a me, vadomi isforzan do che le cose ch'io parlo con la penna sieno rette da la vita datagli dal fiato d'un generoso spirito. E come l'orecchie mie non si riempion del gran suono dei gran concetti grandemente esplicati, mi reco l, come infastidito da musica disco rdante in sue note, o quale uomo sazio da rustica armonia di villano stromento, tocco da l'imperita mano de la ignoranzia. Intanto fuggo l'ansia pedantifera, ch e ne l'abondanzia de le ricchezze dei suoi studi simile a lo avaro; che nel teso ro de le sue facultadi va mendicando il ricoprimento de le carni proprie. Cagion e, e non causa, dicono essi, che debbe dirsi. E ci affermano per non sapere la di fferenza che ci fa Trento, dentro a le cui mura si tratter la causa de la Chiesa catolica per cagione de la luterana eresia. S che rimangansi pure consumando i gi orni gli assentatori d'ogni generoso vocabolo, stentando sempre il pane che la l oro arte si presume dare ad altrui. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXL AL MARCOLINO Che vi siate insieme e riso e maravigliato de la stima che fa del suo essere l'e ccellenza del messere, mi son maravigliato e riso anch'io; peroch non femina che piaccia tanto a se stessa quanto a se medesimo piace il pedante. E quelle quattr o letteruzze, ch'essi hanno, sono i belletti con che tentano d'abbellirsi il cef fo de la fama che gli pare avere. Stanno le loro prosopopee fitte negli studi co n la propria ostinata pazienzia che mostron le donne biondeggiandosi, allora che 'l cielo pi riarso dal sole, e il construtto che ne cavano simile a quello che tr ae da lo specchio una fanciulla brutta. Sempre rivolgono qualche novo o vecchio scartabello, con dire che l'ocio sepoltura dei vivi; come se i goffi sapessero d 'esserci mai nati, e per conseguente d'averci mai a morire. Ma io per me invidio la natura di tali; peroch passa tutti i diletti del mondo la riputazione con che si levano a volo senz'ale. Non donzella che faccia i vezzi a la sua persona, ch e eglino fanno a loro; n sposa che passi oltre in contegno nel modo che ci passon o i pecoroni. E beato colui che ne becca suso un saluto. Parlan poco. Avvenga ch e Democrito dice che la eloquenzia impudenzia a dire ogni cosa. S che lasciategli intisichire dietro a la peste, che ce ne smorbi. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXLI

AL IACOPO SANSOVINO grande il piacere ch'io sento del ponte del quale suto auttore il Marcolino, qua nto la fama di cotale opera, e, mentre odo lodare il miracolo di s fatta machina da tutte le genti e di giudizio e senza, istupiscone fuor di modo. E ben debbe o gnuno imitarmi; poi che una persona d'altra professione ha saputo indur maravigl ia sino in voi, che ste quel che sa esser Vitruvio. Infine errore d'ignoranzia il farsi beffe de lo ingegno altrui. Ed spirito di vera prudenza il crederne ogni cosa. Difetto di cervello e fantasticaria d'umore si tenne gi per alcuni invidi i l ci che prometteva il mio compare Girolamo da Trivigi. E, divenuto poi del re d' Inghilterra ingegnere con grossissimo stipendio, diede buon testimonio del suo a cuto intelletto insino sopra le mura di quella Bologna, ove fu morto d'artiglier ia, mentre il ponte portabile, che ci fece, tolse la terra a Francia. Aviam parl ato assai volte del ci che avria detto e Alessandro e Cesare nel battere una citt con gli arieti per atterrarla, se un s fosse vantato di gettarla tutta in ruina c on altri stromenti non avendo i due eroi visto ancora i cannoni; e medesimamente gli scrittori dei libri a mano; se prima che vedessero lo stampa, altri si aves se tolto assunto di fare senza penna, senza riga e senza inchiostro pi volumi in un d, ch'eglino non compirieno in un anno. Basta, ch messer Francesco nostro ha da to con s superbo edificio l'anima al corpo di Murano con degna laude del magnific o Bastiano Badoaro, giovane illustre e podest clarissimo di s nobile luogo; e non senza onore di Vostra Signoria, la quale non pure elesse il modello suo per il m eglio, ma gli ha giovato non poco coi suoi periti ricordi. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXLII A MESSER ANNIBAL CARO I saluti che voi ritornando di Francia per propria vostra cortesia degnaste mand are al Sansovino, a Tiziano e a me, da colui al quale s'imposero, mi fur dati co n real prestezza; onde il cor mio, ritenuto i suoi appresso di s, volse che subit o io presentassi i loro a la coppia dei predetti famosi spiriti. La gentile crea nza dei quali ne sent dentro a l'animo la istessa consolazione da me provata in r iceverli. E mentre sono andato indugiando il rendervi de le grazie debite a ci, e cco messer Silvio, che in sua da Ferrara mi conta il come vivo nel vostro petto in un sommo grado d'affezione. Cosa che mi pose le lagrime in sugli occhi e spar semi il rossore nel volto; quasi uomo soprapreso in un tratto da piacere onesto e da vergogna pietosa. Compiacquimi onestamente ne lo udir l'amore che mi portat e voi, che per esser virtuoso e buono non potreste mostrarlo se in me non appari sse segno di bontade e virt. E vergognaimene pietosamente, perch il tardare a ring raziarvi de la liberalit prima mi rimprover la pigrizia, che mi ha tardato a farlo sino a l'ottenere de la merc seconda. Bench senza il testimonio di lettere o di l ingua potete promettervi da voi medesimo che la fedele e mutua benivolenza nostr a sar eterna. E quando mai avvenisse che con istupor del mondo si devessero rompe re tutti i legami de le amicizie umane, a pena posso credere che fusse possibile che punto si allentassero quelli che mi vi tengono cinto d'intorno ai sentiment i de l'anima. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXLIII AL MAGNIFICO MESSER MARCANTONIO MOROSINI Ben si pu dire, o gloria dei iuresconsulti, che sia stato di prudenzia di Tiziano l'avere voluto che apparisca al modo che, s come voi ste singolare in ogni sorte di virt e gentilezza, cos il ritratto suo avanzi di vivacit e disegno quanti mai ne fece o far. De l'amore che il grande artista vi porta essa pittura ne rende s fat tamente fede, che lo spirito, che par che respiri in la natural sembianza di lei , il testimonierebbe a qualunque in forse ne stesse. E quel che pi si ammira che, a l'autore di tal vostra effigie, costa ella denari infiniti. Ed difficile a cr edere ch'egli, che solo il pregio smisurato il move a operare, abbia speso cotan to in tr l'essempio de la faccia di voi. Certo il tempo da lui posto nel fornir c osa s mirabile ne la sua diligenzia, che gli saria suto di troppo in dipignere ve nti teste d'altri con la prestezza de la solita maniera. E io, per quanto conosc o in ci che fan conoscere in le loro fatiche i pennelli, i quali se sapessero par lare, direbbero a chi gliene dimandasse che io ci conoscessi pure assai; giurovi

di mai non aver visto miniatura che l'aguagli di pazienza e di vaghezza. Che pi? Tiziano istesso a pena pu credere d'essercisi dilettato con s infinito piacere. E per vantatevi d'avere una de le pi belle, de le pi care e de le pi nobili gemme che sieno. Ch se io nel mio ritratto vedessi di quello andare che veggo ne la vostra imagine, me lo recarei tuttavia dinanzi come continuo specchio di me medesimo. Bench ciascuno viene a stupirsi nel considerare la sua divina pratica. Di luglio, in Vinezia, 1545. CCXLIV AL SODOMA Io, ne lo aprir de la lettera mandatami, leggendoci insieme il vostro nome col m io, cos me ne risentii sin ne le viscere, come se noi ci fossimo l'un con l'altro di presente abbracciati con quel cordiale affetto d'amore, con che ci solevamo abbracciare quando Roma e la casa d'Agostin Chisi cotanto ci piacque, che ci sar emmo cruciati con chi ci avesse detto che pure una ora non rimarremo senza. Ma n e gli aggiramenti del mondo anco le genti si aggirano. Onde costui e colui, quel li e questi, costoro e coloro sono trasportati da la sorte dei casi in alcune pa rti ad abitare, che non mai pensarono di vedere. Ch, il mio cavaliere mille volte caro, mille volte da bene e mille volte galante, certo che ste non risuscitato n e la memoria mia, ch in vero non ci moriste mai; ma ringiovanito nel modo che vor rei che ringiovanissimo noi. Ma a che proposito il dico, se ne lo invecchiar nos tro ne la etade aviamo sempre fanciulli i pensieri? Che cosa hanno a fare le vir t de le ricchezze, se ad altro non son buone che a consumare le menti di chi le p ossiede, con la miseria de l'ansia che meno ne gode quanto pi ne ripone? Io, per me, ho speso in questa citt un tesoro s fatto, che non principe che ritrovandoselo non gli paresse averne assai. E se bene alcuno me ne riprende, a me pi rallegra l'animo l'esserne suto liberale, che non fa il nome che spero lasciar di me ai s ecoli che verran dopo di noi. S che viviamo il termine da Dio stabilitoci, ringra ziandolo intanto del dono concessoci da la piet del suo conservarci in vita, ment re pi dei conoscenti nostri ne sono iti sotterra, che voi non avete mosso colpi d i pennello e io tratti di penna, da che siam diventati famosi ne l'arte del ping ere e de lo scrivere: ma ben ci dar Cristo di rivederci anco un giorno. Del che s upplico la bont di lui che ci sia tosto. In questo mezzo attendiamo a visitarci co n la presenzia de le carte, e se aviene che ve n'andiate, qual mi dite, a Piombi no, basciate la mano al signor suo in mia vece. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCXLV AL SIGNOR ANTONIO BAGAROTTO Hammi fatto intendere messer Lione iscultore, o padron mio osservando, come ritr ovandosi egli ne la casa di voi, entrata Vostra Signoria a ragionar di me, sent d ire a Quella che voleva un piacere da me con darmene ricompensa largamente corte se. Per il che mmi parso grandissimo devere del mio debito il chiedervi in grazia per bocca di questa lettera che mi notifichiate il ci che ho da fare per compiac ervi in qualunque cosa io mi possa; ch vi giuro, per Dio, che sino a lo spargere del sangue mi parrebbe nulla nei vostri servigi, tanto smisurata la volont ch'io tengo di servirvi. E il dono, che promettete al ci che avete in animo, caso ch'io vi contenti, altro non voglio che sia che il degnar voi di comandarmi. E quanto pi tosto sar, tanto pi me lo reputer premio di reale generositade. Ma quando pur de liberiate che ci non passi senza remunerazione, convertite il presente de la libe ralit propria in alcune parole, che muovano la marchesa a comandare che mi si pag hino i dinari che ultimamente la Maest di Cesare per due sue carte ha fatto solle cita istanzia che mi si dieno. Bench mi vi offero di cuore e d'anima, ancora che io non adempia il mio voto altrimenti. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCXLVI AL FRANCHINO Lo imperadore, o messer Gian Francesco, scrivendo qui a don Diego imbasciador su o, dicegli in un capitolo: " Farete nostra iscusa con l'Aretino; peroch il non rispondergli nostro causato dal Granvela, che se n'ha portate le carte da lui mandateci ne le sue casse". Io al lego il rispetto usatomi dal principe dei re, quanto al non degnar voi di compia

cere a me, che tante ve n'ho scritte, con due righe di penna correnti. Se avete ci fatto per non istimarmi, me ne vendico con la superbia vostra, introducendo lo essempio del conto che fa di me la cesarea mansuetudine; se per colpa del non p oter consolarmi secondo il vostro desiderio, ve ne riprendo. Conciosia che dagli amici non volsi mai se non la buona volontade. Certo che dal lato mio devria ri manersi la ruggine; da che io, diciamo ignorante de la natura di eccetera, mi so n lasciato porre in sui salti de le speranze da la frequenza dei vostri essordi: " Promettetevi di Sua Eccellenza pi che di cavalier d'Italia. Fate menzione del sig nor mio nei vostri scritti, che beato voi: per questo altro ispaccio verr il socc orso. Perdonate al non esservi liberal pi che tanto, perch la miseria di Sua Santi t gli tesoriere e spenditore". Tutte le predette ciance posso io mostrare in su le molte di propria mano di Vos tra Signoria, a la quale mi rivolgo dicendo che, s'io era indegno de la amist di lei, a che fine procacciar me per amico con tanta abondanza di parole? Se degno, perch disprezzar ci con s gran carestia di favella? N mi si rimproveri l'utile che vi pare ch'io abbi ritratto da voi; ch vi rinfaccerei l'onore che avete conseguit o da me. Io, presente il nunzio di Spagna, sentendo lacerarvi il nome, vi difesi in modo che i circostanti intitolaron felici coloro che sono amati da me; che s olo voglio vendicarmi col padrone con il restituirgli cento scudi donatimi da lu i, che suol trre per tener per fermo ch'io fussi morto, come era sparsa la fama. E che sia il vero, al mercante che me gli pag si scrisse: " Rimandate indietro questi, se cos ". Io mi vergogno in suo servigio circa la medag lia di non picciol valore, che in man propria gli present il Zappata mastro dei c orrieri. Egli ha negato d'averla ricevuta; perch l'animo non gli bastato di ricom persarmene. Duolmi il caso che mi provoca a turbarvi la mente con s libera e s sec ura favella. Ma non so dar legge a la natura, che tale, creommi. Oltra di ci l'es sersi in un tratto l'amore, che mi dimostravate grandissimo, ritornato in nulla, mi ha posto in disperazione cotanta, che la mia penna sta per rivolgersi contra la fortuna di colui ch'io ho adorato. S che male per la mia anima. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCXLVII A MESSER FRANCESCO SALVIATI Lorenzetto corrieri, il quale gi tolse da lo esercizio de la pittura non la tema, che il suo ingegno avesse di non impararla, ma la necessit del gran tempo che no n poteva mettere in diventarne instrutto, mi ha presentato in un tratto le vostr e parole scritte e le vostre figure stampate. Onde io, che sono stato gli anni a spettando o lettere di voi o disegni, soprapreso nel ricevere di quelle e di que sti dal contento di due gioconde allegrezze, quasi uomo, che in uno istante abon da nel soverchio de le felicit non isperate, stetti un pezzo leggendo la carta se nza leggerla, e guardando l'istoria senza guardarla; a la fine, ritornato in me stesso, visto con tenero affetto di core l'amorevole procedere del vostro scrive re, mi diedi, con tutti gli spiriti di quale si sia il mio giudicio in ci, a la v aga considerazione de l'opera mirabilmente intesa. Per il che il suo stupendo co mponimento piglia il lume da Cristo sostenuto in sua maest dal bel groppo degli a ngeli suso l'alto de le nuvole, in mezo del grande ispazio dei fogli, ch'egli di vide. Talch lo splendore de la deit sua rende chiare le cose da la parte sinistra come da la destra. Intanto non solo la voce del " Cur me persequeris?" si vede ne lo spavento altrui, ma pare che si senta ancora; in modo la turba seguitante Saulo si mostra insana ne lo stupore dei lampi de l a luce divina ed esterrefatta dal suono de la parola di Dio. E il miracolo dei m iracoli de la santa invenzione che altra paura isbigottisce i cavalli confusi, e altra mette paura negli uomini, che si tengono il capo cadente. Questo dico per ch essi si scagliano in atto di fere bestiali, ed eglino si commovono in gesto di creature prudenti. Comprendesi in l'aria di ciascuna testa cos giovane come vecc hia la venust che rifulge ne le fatiche di Rafaello. E anco nel resto dei corpi l oro appare quel tondeggiar de le linee, di che tanto si pu vantar Michele Agnolo. Di sottil maniera di panni e leggiadra sono ornate le diverse persone in varie foggie ridotte. N pi belli n pi superbi garbi d'armadure vestirono mai gli antichi, di quel che voi adobbate i cavalieri travagliati dal caso. Or de l'altiera forma

de le celate non parlo, per non sapere a niun modo esprimere l'eccellenza de la novit che le abbellisce di s facili sorti di piume e di s ricchi intagli di fregi, e perch la laude, che si debbe loro, si conviene similmente agli scudi interi e le mezze spade che al braccio e al fianco porta la schiera dei saulini commilito ni. E quel che pi mi aggrada di essi, che hanno i lor bei piedi e le lor belle ga mbe cinte e fimbriati con usanze di artificio eletto; e la destra agilit, che con grazia di estremo valor bellico porge a le lor mani invitte, e l'aste, che le f range dividono dai ferri, e le insegne, che gonfia il respirare dei venti. Non serba Roma nei campi sacri de le sue gloriose ruine veruna mostra di templi, n alcuna reliquia di teatri, che aguagli quel tanto e di teatri e di templi che vi parso di locare nel sito dove sono poste le turbe de lo stuolo predetto. N si creda che Alberto Durer circa i lontani e vicini paesi aggiugnesse s oltre. Aveng a ch'egli in contrafargli famoso, manca in ci del disegno che avanza a voi, fatto re d'arbori che sono, e non di piante che paiono; e d'erbe e sterpi e cespugli p i cari nel finger vostro che nel nascer loro: si camina da senno ne la strada con trafatta da la industria de la via, o' s rimescolano le genti con vivo, respirant e e natural rilievo. Ma tutto poco, sebene s gran cosa a paragone de lo Apostolo magno, che in rimembranza del proprio vaso d'elezione percosso dal celeste verbo di Ges, quasi tocco dal fragore del fulmine, precipita in gi con una s arguta rica denzia che move a piet e a terrore insieme. Ed s nobile l'effetto che gli allarga i bracci armati e ignudi, che pare chiedere con essi e pace e misericordia; ment re ne la sua fronte regia e nel suo aspetto eroico languisce la imagine de la di lui anima dolorosa e compunta. Il destriero, traboccato in terra con seco, non arriccia i crini, non annitrisce con istrepito e non borsa le nari ne la guisa d egli altri incitati da furia, da fuga e da orrore; ma, fatta una massa di se med esimo, riserrata la coda al ventre e gettati oltra i piedi, affissato il capo tr a essi, participa, quasi de lo istordimento in cui caduto il signore che il cava lcava. Mi si scordavano i berli, e le ciocche dei capegli e de le barbe, che spu ntano e pendono da le teste e dal mento de le vivaci figure, con morbidezza non men delicata che dolce. Ma non dimentico gi il dirvi che non possibile di figurar e meglio il personaggio di et robusta riguardante in attitudine di maraviglioso c ordoglio il repentino accidente di colui che poi fu tromba de la fede del figliu olo eterno di Dio. Egli, attonito in ci, tacendo esclama il caso di s alto spettac olo. Ma bisognerebbe che voi sentiste favellarne al Sansovino e a Tiziano, spiriti di suprema degnit d'intelletto, i quali vi amano da figlio, perch gli osservate da p adri. Oh, che commendazioni che dnno al cavallo di colui che porta il gonfalone; il quale con serpeggiante coda ne lo alzarsi tutto feroce dinanzi, si abbassa co n s bel modo di dietro che discopre i muscoli e de le groppe e de le cosce e degl i stinchi, come se fusse in l'essere de la natura. E perch nulla manchi nel felic e invento, la diligenzia del bolognese Marco Antonio vinta dal sicuro e gagliard o stile del parmigiano Enea. Ma dove si lascia il marmo rustico, in cui e sculto " Cosmi Med. Florentiae Ducis II Liberalitati"? Non rilucono tanto i raggi del sol are pianeta, quanto riluce il breve radiante pi che il rilucente reflesso de le g emme. Conciosia che la lucida cortesia del fortunato principe causa che gli esse rcitanti in la pittura si gratifichino per via di s eccessiva perfezion di disegn o in netto rame impresso. Ma saria pur colmo di eccellenti uomini l'universo, se i gran maestri del d d'oggi creassero allievi quale il cardinale, da cui prendet e il cognome dei Salviati, ha creato l'onorando messer Francesco. A la somma gen tilezza del quale, per pi non potere, rendo grazie inferiori al dono di s preziose carte; cagione, che mi mette pensiero di ricevere parte de la moltitudine che d i continuo mi corre in casa a contemplarle. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCXLVIII A MESSER FRANCESCO PONZIO Consegnommi il signor Cesare da la Ratta, giovane ricco di valore e d'ingegno, i l presente da voi mandatomi con quel core che devrieno mostrare i principi, s vil i in dare e s animosi in trre. Egli mi suto cos caro, per non essere di cotali cose qui; come sarebbe a voi forse grata alcuna frascaria de la sorte che non si tro

va cost. Il che mi piaceria indovinare: ch non men cortesia trovareste in me circa il contentare il vostro appetito in ci, che m'abbi trovato io nel fatto del comp iacere al mio gusto nel godimento di frutti s fatti, e perch son pi vago di simili ciance che una donna gravida dei cibi fantastici e di vivande svogliate, quando vi occorre inviarmene senza disconcio, vi prego a farlo; conciosia che lo repute r dono di re, non che d'amico. Ma se confidate in me ne la maniera ch'io confido in voi, con la propria sicurt che voi richieggo me ancora richiederete. In tanto vivete lieto e amatemi. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCIL AL DANESE, SCULTORE Per amarlo, e non per dargli menda, ho detto ci che mi pose in la lingua il vero nel vedere lo ignudo di lui, che si crede tenere il principato circa la eccellen za del perfetto giudicio nel fatto del dipingere. Ma se noi ci ridiamo de la nat ura, che opera il tutto a caso, mentre da noi si scorge uno uomo vivo di pondero so busto sopra il debile de le sottili gambe, che si dee far de l'arte, che non esce di sesto in cosa ch'ella cominci, quando manca ne le sue figure dipinte de la proporzione che si richiede loro? Bene abbia Tiziano, benedetto sia il Sansov ino; poi che sempre mi ringraziarono de lo avvertirgli nel fare; e pur sono di s ingulare ingegno nel mondo. In fine la presonzione del sapere proprio difetto di quei che non sanno. Onde perdono a lo amico lo sdegno che tien meco per ci. Di agosto, in Vinezia, 1545. CCL AL MAGNIFICO MESSER MARCO ANTONIO DA MULA Io, che per colpa de lo aver dimostrato solo con ottima intenzione di che sorte sia il core che vi tengo, mi credevo che il mio nome infimo ne la vostra memoria sublime fusse pi tosto di perduta speranza di ricordo che di ritrovata possessio ne d'amore, ho levato gli occhi al cielo nel raccontarmi il gran Martinengo, squ illa de la magnanima vostra bontade, il quanto amate e il come in viva voce porg ete lodi a le cose che la natura mi trae talora de lo ingegno con la semplicit de i suoi spiriti. Da una creatura degna, da un gentiluom preclaro e da un senatore eletto in tutti gli affari di lui e culto e scelto e grave, non possono coloro che lo riferiscono con l'affetto, che riverisco io voi, che tale ste, aspettarne altro che riputazione, fama e onore. Il signor Girolamo, che nel fatto de la sin gulare mogliera, poi che a Dio piacque di a s trasferirla, ha pareggiato la pompa de le esequie funerali al fausto de lo apparato nuziale; tal che il reale del p etto suo in quella cosa e in questa testimonia nel mondo e la grandezza de le vi rt di lui e l'eccellenza del merito di lei, s' inchinato a leggermi le due vostre lettere, l'una esortante il padre tenero a tolerare il fine del figliuolo dolce, l'altra pure in consolare il marito pio in la perdita de la consorte cara. Cert o il procedere dei detti loro efficaci in la eroica pronunzia del cavaliero sple ndido, non pure mi ha recato stupore nel giudicio, ma posto in paura lo intellet to. Conciosia che lo esercitare de la penna proprio mestiero dei dotti, onde usa ufficio di modesto conoscitore di se medesimo quello che, nel praticar de la pe nna, confessa almeno di non sapere pi che se gli abbia insegnato il suo genio. E per io, che ci nacqui senza punto di presunzione, non nego d'essere lo idiota ch' io sono. E la istessa superbia, che altro ha de la sua dottrina, ho io de la mia ignoranza, s mi pare degna di comendazione la virt de la modestia, che in ci non v uol che mi inganni. Bench devrei anch'io vantarmi con il titolo di letterato da c he vivo al paro d'ogni altra persona saputa dentro al chiostro nobile del bellis simo animo vostro, celeberrima e sola academia d'ogni isquisita condizione di ve race e immortal virt. Di settembre, in Vinezia, 1545. Dopo le soprascritte cose, clarissimo padron mio, iscongiuro voi per quella gius ta e clemente equit, cagione che la diviziosa citt di Brescia, madre chiara de la industria e l'armi, e generosa figliuola de le delizie de la magnificenzia, vi essalta nel modo che si essaltano gli uomini che participano pi di qualit divin a che di condizione umana, che con quella riverenza, che ne impongono l'eterne v igilie del suo studio celeste, mi salutiate il Trissino Gian Giorgio, vita e ani ma de l'anima e de la vita de la gloria.

CCLI AL SIGNOR VINCENZO BELLAGIO Da la festa, che ho fatto io nel ricevere le ricche d'oro e di artificio forbice tte, sono andato comprendendo quella s grande, che dee fare la donna, a cui son d edicate, nel vedersele presentare inanzi. Le piccole e le mezzane si ha rinserra te per s Adria nel forzieri suo, mentre basciata l'ho con la bocca mia mossa a s d olce atto da la volont de la vostra, che ci m'impose. Grazioso, vago e splendido v eramente il dono; e proprio degno del cavaliero, da la cui gentil cortesia egli esce di mano; onde lo tengo non altrimenti caro che se fossero e gioie e perle. Conciosia che, oltra il pregio di s belli feminili istrumenti, a me gli manda uno dei pi cordiali amici e dei pi antichi padroni ch'io tenga nel mondo. Il Martinen go signor Girolamo, osservato da voi e da me con pari grado di riverenza, m'ha raddoppiato il piacer e sentito dal mio animo nel goderlo in presenzia, raccontandomi il come cost in B rescia teneste seco amorevole di me ragionamento. Onde sono in obligo s fatto con la dolce e carnale bont di Vostra Signoria, che pi non me ne par d'avere con prin cipe che regni in farsi servi gli uomini per via de la libert continua. Talch duol mi di non potere rendervene contracambio se non di grazie. Ma perch il cos fare mi esce de le proprie viscere interne, sia la buona volont in vece de la gratitudin e, che mostrar vorrei. Di settembre, in Vinezia, 1545. CCLII AL MARCOLINO Compar messer Francesco, pareva a me che se non io, almeno il ben, che vi voglio , fusse degno di farmivi veder prima che di qui vi partiste. Ma da che suto altr imenti col darne la colpa agli impacci che intrigano con tanti fastidi i pensier i vostri, che il pi de le volte le volont di voi si mostrano ispente nel mezzo al fuoco dei lor desiderii. Onde per conoscere sino a tanto me la passarei nel cont o del poter fare ogni cosa a securtade meco, se il bisogno, che mi necessita a d are a le stampe il terzo de le mie Lettre, non mi costringesse a prenderne esped iente partito. E perch io so che sapete che non posso vivere senza mangiare, non posso credere che non potendo prima che dopo pi d'uno anno attendere a l'arte de l'imprimere volumi, abbiate a male la forza che mi costringe a commettere l'ulti me cose mie al carattero d'altri. E se ben son certo che a voi pare quel che a m e piace, mi parso farvene un motto con la sicurt solita. Di settembre, in Vinezia, 1545. CCLIII A LA DUCHESSA D'URBINO Quei " GG" felici, che in forma d'impresa cara tra loro inserti dinotano il nome e di G iulia e di Guido Baldo, perpetuamente moglie e marito, non si diseparano punto c on l'apparenza da lo affetto con che eglino vi stanno incatenati a l'uno e a l'a ltro nel core. Onde, secondo l'ordine de la legge di Dio, quello significa la fe de, e questo il sacramento circa la copula del matrimonio; le cui forze miracolo se convertono le due persone ne l'essenza d'una carne sola. Talch se mai fu coppi a collegata insieme da l'atto del coniugio santo, egli e voi ste quella. E di qui viene che Tiziano ha compreso il vostro esempio ne le parole del duca, n pi n meno vivo e vero, che vero e vivo in voi stessa si sia. L'animo, nel quale Sua Eccel lenza vi tiene col proprio spirito isculpita, gli pose in modo cotal vostra imag ine ne la lingua, che non altrimenti naturale vi ha ritratta che se gli foste st ata senza far motto in presenza. Onde ciascuno, che vi vede dipinta, vi riconosc e per tale. Intanto con istupore grande mettesi dubbio in altrui qual sia maggio r cosa, o il fatto del buon pittore in avere saputo s ben rassemplarvi nei detti del gran principe, o quel del gran principe nel caso del s facile sapervigli dare ad intendere. Ma a che fine dubitare di nessun di loro, essendo voi sempre effi gie de la sembianza del signor vostro, e il chiaro artefice tuttavia il medesimo nel dare il fiato de la natura ai colori? Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLIV A DANESE, SCULTORE

Intendo che colui, che venne sin da Eboli per accomodarmi de la sua conversazion e nel proposito di vivermi in casa, nel modo che gi ci son vivuti degli altri, mo lto in colera meco. E ha il torto; peroch se pur vole istare in sui corucci, bene che si adiri con lui medesimo, e non con il parergli ch'io non sia tale in la g randezza, quale si diede ad intendere. Avenga che, s'egli fusse stato prudente e avesse men riverita la virt, per la quale tanto mi stimava di pregio, senza altr o consiglio d'amico lasciava di qua trasferirsi. Conciosia che ognun sa che bast a a esser virtuoso da senno chi non vuole mai possedere un pane. Mi rido del suo nominarmi plebeo; peroch la vera legittima nobilt degli uomini viene da lo animo, e la bastarda dal sangue. Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLV AL SERLIO Compare messer Bastiano carissimo, per il capitan Bartolomeo Giordano a le vostr e, ch'egli mi diede, medesimamente rispondo con quella intrinseca carnalit di amo revolezza che dee fratello a fratello, non che amico ad amico. N so chi di noi du e si vinca l'un l'altro nel desiderio di rivedersi insieme, come solevamo quando e cenando e desinando s spesso a la bonissima passavamo con tanto piacere il tem po. Ma chi nol passarebbe in allegrezza nel conspetto di madonna Francesca, mia figliuola in l'affezione e vostra consorte nel sacramento? Se io entrassi in la istoria de la virt di lei, e in la materia dei costumi suoi, e nel progresso de l e maniere di tale, le lagrime, che ne la tenerezza del ricordarmene mi corrono i n su la vista degli occhi, abondarieno in tanta copia che immollarebbero questa carta, in modo che bisognaria ch'io mi rimanessi di scrivere. Onde, rivolgendo il parlare al vostro starvi ai servigi del re, dico che ve lo l auderei, se le perversit dei tempi gli concedessero parte de l'ozio di che soleva essere s copioso gi. Onde i vertuosi, che la magnanima natura sua quasi calamita loro tirava a s d'Italia in Francia, conversavano con seco s famigliarmente che gl i parevano compagni, e non servi. Ch adesso non pu pur dare un breve agio a se ste sso: s che il piacere, che se ne traeva dilettando, si convertito in noia. Ebbi m olta gran volont di venire a far riverenza a la Maest Sua in la felicit dei buoni t empi, accioch'egli, che mi conosce per fama, mi conoscesse in presenza; e di poi conosciutomi avesse posto un poco mente s'io ho cera di fagiuolo rincagnato, ov ero se ci son nato al mondo da nulla; o se la creanza da me tolta a fitto; se go nfio in gravit di pedagogo in toga; se uso ciurmarie di brigante astuto; se proce do nei miei atti da bestia; se divoro da porco a le tavole bene apparecchiate; e se come pazzo vado chimerizzando sempre. Diceva il vescovo di Nizza che il maggior torto, che si faceva al suo sire, era a non indurmi a vivergli sempre appresso. Se io venissi mai a patti con la fortu na, o pi pane o meno animo vorrei ch'ella mi desse in privilegio; di poi principi e papi a lor posta! Certo, se io avessi del pane a bastanza, o l'animo secondo il grado, collocherei quanto a un non so che di contentezza il mio scanno tra la moschea dei turchi e la sinagoga dei giudei. Bench ancora cos mi faccio beffe de le grandezze, di sorte che, per paura che lo imperadore non mi menasse via, me n e partii da lui senza fargliene motto. Bella qui la stanza, sozio; buono qui il commercio, frate; galante qui lo spasso, figlio. E perci ritornatevene a casa, ba bbo; e dite che ve l'ho detto io; che giurerei in le pistole d'Ovidio, che di co st ste per darla a gambe presto. Egli mi vi par vedere per il Canal Grande. Voi gi, smontate a la mia riva, vi sento su per la scala. Eccovi con le braccia al coll o di me, che vi bascio e ribascio e la bocca e le gote con allegrezza isviscerat a. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLVI AL DUCA D'URBINO Per credersi le republiche, circa il menare in lungo le pratiche di chi negozia con loro, che altri abbia la vita, come esse, in perpetuo; mi paruto di non aspe ttare la espedizion qui de le cose vostre, nel fatto del salutarvi, del visitarv i e del riverirvi con l'umilt de le lettre, secondo ch'io soglio, che mi si convi ene e che mi s'impone dai meriti vostri sommi e da l'obbligo mio eccessivo; come quel che deve a l'altissima cortesia vostra Tiziano. Il quale scrivemi da Roma:

" Adorate il signor Guido Baldo, compare; compare, adoratelo, perch non ci bont di p rincipe che l'agguagli". E ci esclama con la voce de la gratitudine, merc del sin dove egli averlo Vostra Eccellenza con sette cavalcature, con le spese fattegli nel viaggio, e con il mandar compagnia seco per tutto, con gli agi de le carezze , degli onori e dei doni, con che l'avete consolato a casa in modo sua che non p areva pi vostra. Certo, ch'egli m'ha rintenerito s nel raccontarmi i miracoli vedu ti ne le dimostrazioni con che avete beneficiato, onorato e accomodato la virt ch e per esser in lui divina degno de la stima che ne fa tutto il mondo. Ch, se io sapevo il venirsene a Pesaro del cavalier Zuccararo, mio compare e bene fattore e figliuolo, mi ci trasferivo con seco, emendando lo errore commesso nel comportare che i vostri preghi non mi ci conducessero con voi insieme. Bench il pentimento, che me ne gastiga, purtroppo di vostra vendetta. Onde ardisco di chi edervi in grazia il ricevere il gentiluomo prefato, come io so (ancor che a tort o per colpa de la villania usatavi) che ricevereste me, che rubo i detti nel mod o che si legge nel di questa in principio. Se mi donaste qualunque castel pi teni ate di conto, non mi sarebbe de la sodisfazione del fare l'ufficio ch'io di core desidero. Peroch oltra che ci facendo verrete a pagarlo del debito, del quale non posso pagare io, vi acquistate un servo che forse qui non ne tenete un tale. Be n sa Mompolieri e Molucco in quanto i padroni suoi si sanno di lui valere, occor rendo la necessit dei bisogni, che sino ai re talora isforzano a rivoltarsi agli amici. Insomma io sono in maniera informato de l'animo che vi ha la persona di c hi vi parlo, che ve lo prometto in suo nome. S che essaudite le suppliche mie sec ondo che me ne rendo sicuro, e quale la condizione del cortese giovane merita; m assime adorandovi, come io so che vi adora. Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLVII AL BEMBO, CARDINALE L'avere io per bocca de le lettere di messer Tiziano inteso il come nel suo ferv ido riverirvi con il basciar de la mano, non solo vi torn teneramente in memoria de lo in qual modo io vi son servo, ma intermetteste in tal benignit di affezione il ci, che solete dire in ciascun proposito, u' vien bene il mio nome: ci che io vi ho sempre e difeso e lodato, senza mai avermi fatto in caso del mondo piacere . Onde non vi parendo in niente beneficarmi, vengo a ricevere da la cortese vost ra benignitade una gran sorte d'incomprensibile beneficio. Peroch nel cos farvi in tendere, voi, che ste chi voi ste, testimoniate il quanto in quasi certa mia vista nel giudicio ha ben saputo aprir gli occhi nel lucido conoscimento dei vostri m eriti. Da la quale nobile ventura di grazia me ne risulta una fortuna, che circa il conto de la lode pi onorata e maggiore, conciosia che oltra a la testimonianz a predetta, venite anco a far fede come la sincerit de la di me libera profession e inchinasi inverso le virt d'altri, e inalzasi contra i vizii d'altrui, per tene re la parte del vero, e non per adulare a la speranza del premio. Per il che con fesso di esservi in maniera obligato, che devrei tentare di ottenere da Dio in b ont dei voti e dei preghi il potere aggiugnere i giorni, che restano al vivere di me, che nulla vaglio, ai d, che debbono a la vita di voi, che il tutto valete. B ench in iscambio di ci uso avarizia del non pure dimostrarmivi il debitore, che vi sono sin con la carestia de lo scrivervi. Ma non me se ne dia altro gastigo di quel che me ne d l'istessa conscienzia nel rimproverare in su la faccia al mio an imo una cotanta villania d'ingratitudine. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLVIII AL MODANESE Avisami messer Francesco degli Albizi da la Mirandola come Tiziano ed egli furon o isforzati dal grido desto de la vostra isvegliata eloquenza di fermarsi a udir e lo in che foggia di favella mi metteste in cielo in su la piazza di Ferrara, c antando in banca. Del che mi laudo non altrimenti che mi lauderei, caso che Apol lo avesse tanto di me detto nei chiostri di Parnaso poetizando improviso. E sopr a tutto vi rimango in obligo circa il dedicar voi le opere mie al Sansovino, con ciosia quel che la mia inavertenza non previde ha il vostro avvedimento previsto , poi che a uomo s prestante l'avete di vostra posta intitolate. Mentre che io ci

vi scrivo, alcuni satrapi, che me lo veggono iscrivere, si fanno beffe di me col tenermi in poco conto d'onore, poi che non pur sopporto, ma tutto mi rallegro d 'essere in bocca dei ceretani. Poveracci loro, da che non sanno che la professio ne di tali intertiene gli sviamenti del mondo. E che sia il vero, quale quello i nfaccendato, quale quel bisognoso e quale quello avaro, che al primo tocco de la lor lira, al primo verso de la lor voce e al primo isciorinar de la lor merce, non si fermi, non s'impegni e non si scagli nel conto del comperare le ricette, i bossoletti e le leggende ch'essi donano con la vendita sino a quegli che son c erti che niente vagliano, che niente importano e che niente dicono: " Ceretani, ah! Ceretani, et!?" Soli eglino, nulla possedendo, il tutto ottengono. E, quel che pi vale che, mentre si dimostrano buffoni a la moltitudine, ella, di venuta scimia dei loro anfanamenti, isbaiaffa, si scontorce e ismascellasi con q uella sorte di scatenamento che si disnodano le lor persone ne la infinit dei ges ti, che se gli chiede nel tirare le orecchie del popolo dietro a la calamita de le chiacchiere, di che gli diluvia la lingua. Ma se possono tanto i goffi professori dei mestiero, del quale ste lume, altare e idolo, che maraviglia se l'altisonante armonia vostra imbertona, con sopportazi one d'Orfeo, fino ai chietini, fino agli scapucciati, fino ai luteri, che altro sono che bufoli, asini e buoi? Disse a questi d un pazzo: " Io vorrei trasfigurar ogni mio membro in la man manca e la dritta, solo per non far mai se non lavarmele con il sapone in pallottole del Modanese; s egli odorife ro, s egli soave, s egli prezioso". E che si pensa che pagasse questo e quel predi cator disgraziato per riuscire in pergamo, come voi riuscite in banco? Certo, qu el non so chi, che ne lo arrancare fuor de la patria, andandosene nudo disse: " Omnia mea bona mecum porto", fu ceretano e non filosofo. Peroch solo cotal milizi a di briganti, senza caricarsi di nulla, si reca adosso ogni cosa. Il ceretano, dico, se ne va via con la sua bisaccetta piena di baie, di ciance, di presunzion e, di persuasiva, di menzogne, di pazzie, di tresche, di cantafavole e di maladi zioni dategli poi da quei goffi che feriti, da senno, ritrovano pessimo l'olio e sperimentato per ottimo sopra le lor coltellate da beffe. E andandosene dove le gambe gli menano, e in le ville e in le castella e in terre, nei casali e ne le contrade e ne le capanne e nei monasteri e ne le osterie e ne le cittadi trovano denari, crediti, amicizie, concubine, parentadi, uffici. Cancari e anguinaie a chi non crede che ciascuno, grande morgantescamente, non che piccolo come fu Mar gutte, non ceretani. Ecco, chi s'acconcia per servidore ciurma il padrone coi gi uramenti del ben servire; e chi toglie altri, perch lo serva, assassina il pover' uomo con le bugie del ben trattarlo. Ma non mi vuo' stendere pi oltra nel fatto d i simile materia; peroch bisognarebbe entrare nei principi, nei capitani, nei mer catanti, nei poeti, negli avocati, nei patrizii, nei pedagoghi, nei preti e nei frati. Onde mi si daria del mastro Pasquino a la sfilata. Basta a me, dopo il ri ngraziarvi de la riputazione che mi acquistate per tutto, porgervi suppliche a i osa, accioch voi con la naturale eloquenzia iscampaniate del mio nome ben bene. C onciosia che mi reputo di pi gloria l'essere biscantato da un dei primi ceretani del mondo, che non mi reputarei di biasimo mille istorie che di me facessero cen to pi mediocri dottrinali de l'universo. Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLIX A MESSER FRANCESCO SALVIATI, PITTORE Senza che vi sforziate di esprimerlo con la bont de le parole scrivendomelo, sono io ben certo del quanto sia e intrinseca e grande la carit de l'affezione ne le cui amorevoli viscere cordialmente mi tenete. Ma s vorrebbe che non amaste me, ch e amo voi come pu amar figliuolo, e qual si dee mostrare benivolenzia ad amico, o nde bastami solo di vedere le lettere da voi mandatemi per confermarmi ne la cre denza di ci senza leggerle o considerarle altrimenti. Ancora che non pu essere ign orante in veruna professione d'altri chi, come voi ste, singulare ne la sua. E di ci cavano di dubbio i sensi con che favella l'ultima ch'io ho ricevuto di vostro ; la quale mi suta sopra modo gratissima, s per conto de l'uomo che me la invia, s per intendere la fama che dite avere quella in cui i vostri disegni rassemplai. Il che mi penetrato nel core per causa de la temenza che mi molestava, parendom i di scemare il merito de l'istoria di san Paolo, col non saper pi che tanto in l

audarla. E perch ingiurierei la grandezza del vostro animo, non accettando il qua dro uscitovi fuor de lo ingegno a mio nome; dico che non pur l'accetto, ma pi che altra cosa il desidero. E mi dorria l'aspettarlo a petizione del ci che devete f ornire al cardinale, se la di lui Signoria reverendissima non fusse ora ritornat a in la patria con la intenzione con che gi doveva ritornarci. Peroch non ci la pi servile libert che il commetersi a la fede di coloro che tendono al ben comune co n le apparenze. E guai per cotesta citt degna, se Iddio non la provvedeva del pre ncipe che la sostiene con le spalle ferme de la piet e de la giustizia. Per il pr imo spaccio mi rallegrer con monsignor vostro in cotal sorte di materia. Intanto gli bascio la mano per mezo de la bocca di voi. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLX AI SIGNORI FUCCARI Per avere il buon pittore messer Gian Paolo non altrimenti qua portati scolpiti ne le parole vive i di voi animi illustri, che cost s'abbia ritratti con i pennel li eletti le vostre sembianze egrege; io, che d'altre bellezze non m'innamoro, n altra specie di principi riverisco, n in altra condizion di gradi metto isperanz a, compreso parte de le supreme virt con che fate oggi pi onorato l'universo, ho m aladetta quella cos fatta sorte, che non mi v'impresse ne la mente tosto che il n aturale istinto mi pose in mano la penna. Peroch in luogo del pentimento, de la i ndegnazione e de la miseria, di che trovansi abondanti le fatiche mie laudabili, si trovarebbono ricche di grazia, di felicit e d'amore. Basta, che le malignitad i sue in cambio del dare orecchio a le verit contatemi da lo Evangelo ne la mater ia dei meriti di voi tutti, ho dato fede a le menzogne dettemi da la fama circa i casi di quei monarchi, ai quali io a petizione de la fortuna pessima ogni mio scritto ho indirizzato. Vergognisi la Maestade inglese, mentre in tal cosa mi do lgo, poi che a me, che gli incorono il nome di lodi, s' dimostrata villana. A voi dovevo dedicare le opere che agli ingrati ho dedicato, a voi dedicarle dovevo, magnanimo signore Antonio; a voi che, posto in mezzo del gran Gian Iacopo e del singulare Giorgio, mirabili nipoti vostri, parete il senno tra la generositade e il valore. Imperoch oltra ogni altro segno di liberalit, conveniente ai sudori de i dotti inchiostri, tenete pi cura d'uno dei poveri abietti, che si pascono a le mense larghe degli spedali pii che in gloria di Dio con s alta somma di pecunia e dificate, che non tengono essi a scherno dieci dei virtuosi onorandi che si affa mano a le tavole scarse dei palagi empi, che a gloria del mondo con s bassa quant it di denari usurpano. Ma se le turbe dei mendicanti sostenuti dentro ai loro domicilii da la piet de le elemosine vostre immense si vivono contenti, che faranno dunque le caterve dei gentiluomini accomodati ne le proprie case di voi da la splendidezza de le magni ficenze vostre inestimabili? Bench non maraviglia se che vi stanzia appresso goda quasi con il gaudio che gustano i beati; avvenga che l'abitazione alma, in cui dimorate contenti, simile al cielo ampio. E il numero bello dei figliuoli cari u sciti del nobile sangue Fuccaro, lo adornano in guisa di stelle benigne; talch a modo di fatali influenze piovono sopra d'ognuno che ci dimora prosperitadi e let izie. E tutto causa la fede, la religione e la carit, di che avete con s perfette tempre composto i cuori, le menti e gli spiriti, che pi non si desidera negli spi riti, ne le menti e nei cuori dei re, degl'imperatori e dei pontefici. E di qui nasce che sino ai dominatori degli emisferi riparano le subite loro necessitadi merc de le preste vostre cortesie. Le cui soprane eccellenzie in grado de la ismi surata bontade, che vi fa tali, son pi ammirate dai giusti che i molti tesori che vi riempiono l'arche. Solo perch Cristo, il quale per uno che se gli porga cento ne ristituisce, a voi moltiplicando in larga copia la usura, per due che ne ric eva, mille ve ne consegna. Onde le delizie de le facult vostre regie saranno eter ne; avenga che gli altri arricchiscono togliendo, e voi acquistate donando. Or s ia figura il ben far di voi a quei che sono, e a quei che saranno. Imitino i sig nori presenti e i regnanti posteri il veramente vostro caritativo essempio. Inta nto la benigna di voi clemenzia degnisi d'accettar me, che mi gli intitolo per z elo invece dei volumi che dovevo intitolarvi per merto, ch, ci facendo, tutti gli scelti ingegni d'Italia concorrono con meco in offerirvisi per servi. D'ottobre, in Vinezia, 1545.

CCLXI AL BANDINELLI Cavalier mio, ancora che il ricordarsi dei benefici fatti ad altri non sia de l' uom magnanimo, tanto il piacere ch'io sento nel ghiribizzo de lo scrivervi quest a, con cui, per un certo modo di ridurvi in mente l'amicizia antica, vengo a ram mentarvi anco per tal via la moltitudine di quegli uffici che in Fiorenza e in R oma feci per voi: e quando Clemente si stava cardinale e quando egli poi si rima se pontefice, che ne cavo una sodisfazione che participarebbe di quella che ritr arrei del vostro essermene grato; se pur fosse che la conscienza propria vi rimo rdesse, in maniera che almeno con quattro o cinque schizzi di dissegni me ne dim ostraste benivolenza. Ma ella s di natura vostra la ingratitudine, che lo sperare tal piccola cosa di pi stoltizia che la di voi prosunzione alora che si arrischi a con temeraria fantasticaria di voler superare Michel Agnolo. E basciovi la man o. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLXII AL CONTE CLEMENTE PIETRA Fu di mia ventura quella ora che la nobile creanza de la gentil natura vostra vi costrinse insieme con messer Francesco Revesla a venirmi a far motto in casa: p eroch mi acquistai non solo uno amico, ma un protettore, che mi rivolge a sperare le cose gi da me desperate; s grande la fede che diedi a la di voi parola subito che vi viddi in faccia. Onde non accadeva che le lettere mandatemi venissero a c onfermarmene la credenza. L'opera del grave, valoroso e real cavalier Castaldo p er essermi ci che desidero che mi sia la di Vostra Signoria appresso del magnanim o Massimiano Stampa, di me scordatosi non per colpa de la fortuna instabile, ma per causa de la infermitade iniqua. Onde avviene che anco di se medesimo non tie ne cura. Talch il danno, ch'io ricevo per ci, mi fa participar del duolo che egli sopporta s fatto. Bench ognuno, che sa ci che sia onore, deve onorar s onorato march ese senza aspettarne comodit n premio. Ora io non vi essorto a perseverare in giov armi per non far torto a lo amor che a le virt portate; ma vi supplico bene a con servarmi in quella vostra grazia, che, per essersi da se medesima offerta in gra do del gran conto ch'io sono per sempre tenerne, me lo reputo per nuovo favor de la sorte. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLXIII A MESSER VINCENZIO VECELLIO Io non so de le cinque cose mandatemi da voi, di quale mi debbo rendervi maggior copia di grazie. Ecco la lettera, ecco il sonetto, ecco i francolini, ecco i fo rmaggi, ed ecco i galli a me e in visita e in laude e in amorevolezza e in appet ito e in presente. Onde, se pur troppo erovi tenuto per conto d'una di qual si s ia de le sopradette faccende, come posso io in un punto dimostrarmivi ne la grat itudine di tutte quante insieme? Certo che io in voi non poteva isperare ne lo a more che sin da puerizia hovvi portato, se non continua ricordanza di me, che mi rallegro de lo ingegno, del giudicio e de la dottrina che si contengono nei vos tri scritti pur troppo larghi ne lo affetto del comendarmi, de lo stimarmi e del celebrarmi. Onde quel tanto di pi, che si avanza sopra il mio merito, tutto de l a bont di voi; che ste, sendo solo in Cadoro, uno altro Apollo in Parnaso. Almeno cost, dove vi state e senza pari e senza emulazione, vivete assente e da la invid ia e da la menda, che solo attende a essercitarsi in dispregio di coloro che son pi degni di onore. La cui temeritade subito che si mette a leggere le cose, che si debbono ammirare, non che a lodarle, comincia a torcere il naso con dire che le figure, i colori e le metafore non sono ai luoghi loro; mordendo la lunghezza dei periodi, facendo ceffo a lo apparato de le parole per non parergli ricche, illustri e significanti. Con seco stessa ridendosi degli articoli, degli adietti vi e degli antipodi, o antiteti, che se gli abbia battezzati la pedantifera satr apatria. Soggiugnendoci il numeroso de le clausole, il verbo in ultimo con tutti gli altri ordini, che mai non lasci il Boccaccio. Intanto da l'avere io dieci anni sono nel primo de le Lettre aborrito scrivendo la replica noiosa de lo a ogni parola " Illustrissimo, eccellentissimo e reverendissimo signor padrone e monsignore", ha

ritratta la legge sul perch non si dee impacciare la materia, de la quale favell a con il s spesso reiterare de le predette adulazioni. E cos avviene che la mia gi udiciosa natura insegna a la sua superstiziosa dottrina quello che non era per i mparar mai per se stessa. Bench il bello d'ogni belt bellissima il sapere far s con l'inchiostro, con la carta e con la penna, che i detti e parlati, e scritti e c omposti non pur diventin e gemme e argento e oro; ma che anco isforzino i princi pi a temerti e onorarti, e a darti quella destra che diede a me Cesare, appresso de la Sua Maest cavalcando. Che miglior cosa parmi che il trasformarsi in iscimi a per mezzo de la imitazion fantastica. S che ringraziate pur la causa, che a gui sa d'un fisso termine vi stabilisce in la patria non men famosa per la virt di vo i altri suoi figli, e nipoti insieme, che per la sola di Tiziano pittura. D'ottobre, in Vinezia, 1545. CCLXIV A MESSER TIZIANO Ancora ch'io sia in colera con voi de lo avermi avuto a ripigliare il getto de l a testa del signor Giovanni, senza altrimenti vederlo rassemplato di vostra mano , e insieme con esso il mio ritratto pi tosto abozzato che fornito, non per che le vostre lettere non mi sieno state carissime, massime intendendo le acque, che b agnr gli occhi del Bembo, tosto che a Sua Signoria reverendissima consegnaste i s aluti che io di lui divoto con verace affetto mandai. Bench la bont di tale nel se ntire i miei da la vostra bocca lagrim; e i' ne l'udire i suoi da la vostra carta piansi. N anco potei fare di non commovermi con tutto il core ne le amorevolezze dimostratevi da le accoglienze fattevi da la beatitudine di papa nostro signore . Ma grazia particolare di casa Farnese l'abondare ne la copia de le carezze. Pe roch ben si sa ch'elleno son madri de le speranze, trovate da la natura per inter tenimento degli uomini, che pur si pascono de le promesse sempre certe nel maggi or dubbio loro. Or che vi dolga che il gricciolo, venutovi adesso di trasferirvi a Roma, non vi venne venti anni fa, molto ben ve lo credo. Ma, se ve ne stupite nel modo che la trovate adesso, che areste voi fatto vedendola ne la maniera ch e la lasciai io? Sappiasi pure che cotesta cittade magna ne le perturbazioni dei sinistri simile a un principe egregio mal condotto da lo essilio; che, se ben l o perversa con la incommodit del disagio, sempre quello in virt de le generosit sue reali. Mi pare ogni ora un mese il tempo de lo aspettar che ritorniate, solo pe r udire ci che vi pare degli antichi nei marmi e in quel che pi e men vale il Buon aroto di loro; e in che non si gli appressa o lo supera Rafaello in dipignere. G oderommi nel ragionarmi voi de la machina di Bramante in San Pietro, e de le ope re degli altri architetti e scultori. Tenete a mente il far di ciascun pittore f amoso, e del nostro fra' Bastiano in spezie. Di Bucino guardate fiso ogni intagl io. N vi si scordi il paragonare cos fra voi stesso le figure del compar messer Ia copo con le statue di coloro che seco concorrono a torto, onde ne son biasimati a ragione. Insomma, cos de la corte, cos dei costumi dei cortigiani venitevene inf ormato, come de l'arte del pennello e de lo scarpello. E soprattutto attendete a le cose di Perin del Vago, perch d'intelletto mirabile. In cotal mezzo rammentat ivi di non vi perdere s ne la contemplazione del Giudicio di Capella, che vi si d imentichi lo espedirvi, che tutto il verno vi tenga assente da me e dal Sansovin o. Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLXV AL DUCA DI FIORENZA La non poca quantit di denari che messer Tiziano si ritrova, e la pure assai avid it che tien d'accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, n a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose. Onde non a maraviglia se, dopo l'avermi inte rtenuto sei mesi con speranza, tirato da la prodigalit di papa Paolo, essene gito a Roma, senza altrimenti farmi il ritratto de lo immortalissimo padre vostro: l a cui effigie placida e tremenda vi mander io, e tosto, e forse conforme a la ver a come di mano del pittor prefato uscisse. Intanto eccovi lo stesso essempio de la medesima sembianza mia dal di lui proprio pennello impressa. Certo ella respi ra, batte i polsi e move lo spirito nel modo ch'io mi faccio in la vita. E se pi fussero stati gli scudi che gliene ho conti, invero i drappi sarieno lucidi, mor

bidi e rigidi, come il da senno raso, il velluto e il broccato. S che, o signore, degnisi la di voi Eccellenza di guardar me con l'occhio con che soleva guardarm i quel gran genitor vostro; al quale io gi pur fui non meno compagno che servo. M a, perch ci saria troppo, terrommi in grado d'alta felicitade se, almanco per un s egno de l'ancor io essere dei famigliari che vi adorano, verr posto ne le stanze di coloro che a la staffa o a la stalla vi ubidiscono. E quando sia che in luogo di onore io apparisca, a l'arte, che mi ha fatto di pregio, e non a la natura, che non mi fece di merito, renderonne numero infinito di grazie, anzi pure a la bont de la vostra senza alcun pari clemenzia. Che sol ponendo mente a la pura int enzion di chi l'osserva, quegli essalta e raccoglie che le sono sinceri e fidi. Di ottobre, in Vinezia, 1545. CCLXVI AL SIGNOR DONATO DEI BARDI Senza averne altrimenti notizia sapeva io per me stesso l'ufficio che suto fatto da la gentilezza del bel vostro animo in mio pro e onore appresso l'alta Eccell enza del duca Cosimo. E ben veggo io adesso ci che sia l'amist di molti anni e mol ti contratta. Ella invero altra cosa che la liberalitade. Imperoch questa fa gli uomini suoi a tempo, e quella gli tira a s per sempre. Venimmo ad abitare qui voi e io a una otta; e che ognora siamo suti nel medesimo amore che fummo il primo d che ci accompagnammo insieme, io me l'ho visto ultimamente, e tuttavia; e voi l 'avete compreso adesso, e di continuo. Onde n a me par nuovo ci che operate in mio servigio, n a voi cosa vecchia il non tenere in altra fede ne la prestante corte sia de la graziosa bontade vostra. A la nobil gentilezza de la quale prego che a bbia pertanto a core il raccomandarmi al padrone per quanto io ho in animo di la udarvi al mondo. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXVII AL BETUSSI " Laude a vostra posta", disse un uomo famoso che si moriva di stento, a non so ch i, che lo poneva in cielo con gli onori. Ch'io per me a la duchessa di Fiorenza e al Serlio bolognese ho detto a la libera che vorrei o pi pane o meno animo; avv enga che, se io crescessi ne la penuria di quello o mancassi; ne l'abbondanza di questo, non mi degnarei col Durante; non ch'io m'inchinassi a veruno. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXVIII AL PRISCIANESE Confesso d'avere a le volte trafitto con denti satirici i nomi altrui. N anco vad o negando l'essermi fuor di modo caro la grazia di cotal sorte di scrivere; s per ch la virt si riguardi, s perch i tristi migliorino, s perch mi faccio temere. N son m i per cessare di porgere laude al bene; come per non cesso di offerir biasimo al male. E chi proverbia le lingue cattive, ingiuria il dire degli adulatori, e non il mio. Peroch sarei d'oro, e in grado, se il vero mi fosse parso bugia. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXIX A MESSER GIAN PAOLO, PITTORE Caso che non vogliate venire a desinar con meco, subito che avrete con voi stess o mangiato, piacciavi di mettere in barca con voi il ritratto di colei che mi fa sospirare nel vederla dipinta: or pensisi se mi farebbe morire contemplandola v iva. E insieme con gioia s fatta recarete l'essempio del gentiluomo tedesco, e la imagine del cos da bene avvocato, non vi scordando del quadro, u' la bozza del s ignor nostro Cristo dinanzi al tribunal di Pilato. Io vi chieggo le cotali cose, non solo perch don Diego, il quale ha giudicio nel disegno, vegga che io, non ig norante in ci, lodandovi in l'arte che fate, non ho detto menzogna; ma per conosc ere Sua Signoria inclinato a porvi in opera a suo beneplacito ancora. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXX AL MAGNIFICO MESSER MARCO ANTONIO MICHIELI O mio signore e compare, grandemente in me cresce l'allegrezza merc de l'antica m ia osservanza inverso di Vostra Magnificenzia, da che non pure io conosco il mer

ito vostro, ma tutti quegli ch'ornano il mondo d'ogni mestier di virt sono obblig ati di continuo a riverirvi con ciascuna eccellenza d'onore. Conciosia che a qua lunque condizione di arte si metta in opera o l'ingegno o la mano, il vostro giu dicio precede. Onde colui che viene laudato da voi pu reputarsi famoso. E tanto p i che il dritto e non l'affezione vi muove a commendare chi n' degno. E sopra tutt o l'architettura, la pittura e la scoltura comprende ogni sua gloria ne l'averte nze vostre acutissime. De la poesia non favello, per non parere che vi vanti in tal divinit d'accorgimento; per che in ci io vi paia qualcosa. Or per esser voi ta le devrei io insieme con gli altri virtuosi in modo lasciar memoria del vostro e sser cos fatto da Dio, che gli uomini non ci tenessero ingrati. E se io non ne to lgo il carico da me solo, incolpatene la modestia che me lo vieta per non vederm i sufficiente; e non il debito mio in pigliare simile impresa. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXI AL MAGNIFICO MESSER FEDERICO BADOARO Sono stati molti gli intendenti personaggi, che mi corsero a casa subito che in renga forniste il parlamento, che vi pose in la lingua la causa del caso, che vi diede cagione di parlare in la materia, di che parlaste; per darvene cotal cari co la degnit de l'officio dei savi degli ordini. Ma infra gli altri il dotto, il grato e il prudente Daniello Barbaro fu quello che, gittatomisi al collo con le braccia e al volto coi basci, fattone prima ogni possibile segno di allegrezza i n se stesso, si congratul poi con meco de l'onore e de la laude attribuitavi da q ualunque senatore vi ud con s grave sapere di giustizia e con s alta perspicacit di eloquenzia trattaste il ci che devevate trattare, de la quale vostra somma di com endazione e di gloria participo talmente io che me ne risento non vuo' dire al p aro del clarissimo, prestantissimo e consumatissimo padre vostro, per non esser chiamato temerario da la bontade sua nel fatto de la affezione, ma quasi nel mod o che se n' risentito ogni altro di coloro che pi s'intrinseca ne la di voi quotid iana amicizia. Ma se ora che vi si pu dir garzone, si ode s alte cose fuor de lo i ngegno vostro, che miracoli saranno quegli con che apparirete in collegio quando moltiplicarete negli anni? Certo che non fate alcun torto a la speranza che tie ne il mondo de l'esser vostro in gli studi. N nessuno resta ingannato di quel tan to che promette la maest de la chiara, altiera e lieta presenza vostra, e senza q uale non vi d il cielo il rispetto, con cui vi guarda ognuno, recandosi inanzi pe r norma lo essempio, di quella creanza, con che insegnate agli insolenti i costu mi e agli imperiti la pratica del procedere in ciascuna faccenda che occorra cos nel publico come nel privato. Or vivete, o giovane degno di vivere vita e immort ale e beata. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXII AL SANSOVINO Lo innamorarsi la ricetta che usano i vecchi contra il tempo; e ha cotanta virt i l loro far ci, che tanto ritornano giovani quanto ci fanno; ond'io ci faccio, perch ci facendo mi scordo degli anni ch'io ho, con iscorno di quei che debbo passar pi oltra. E per dicovi che, se bene non sono anco lasciato in secco dai fatti, che n iuno si trov mai s sazio del cibo che non gli bastasse l'animo di assaggiare un bo ccone; n veruno si stucc di vino che non ne sorbisse suso un sorso. E quando altro mai non si potesse, il vigor de la buona volont pu il tutto. S che abbai chi vuole , mentre che noi amiamo da maladetto senno. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXIII A MESSER FRANCESCO REVESLA Ebbi la vostra da Padova scrittami da voi con non meno dottrina che affezione; o nde tanto vi ringrazio per conto de l'una quanto vi laudo per virt de l'altra, e perch in virt di quella imparo a porre in carta la penna, e per mezo di questa ins egno a riverire chi lo merita. Onde poi da tali affetti ritrae l'uomo l'essere e ammaestrato e ben voluto, come ch'io mi sento amare e istimare de la bont di voi , che quasi per trastullo de lo iscabioso studio de le leggi vi siete dato in ma niera a l'arte del rassemplare in medaglia l'altrui imagine, che ho visto di s be l rilievo la effigie de la mia sembianza, che non sono altrimenti a me medesimo

simile ne l'aria del volto istesso che io mi sia a me proprio conforme ne lo ess empio del vostro proprio stile. Talch, se non fuste s come ste, iurisconsulto, vi v edrei esser qual vi dimostrate, iscultore; poi che in la somma di s degne profess ioni recate in dubbio la gente, di quale una de le due arti dareste pi da fare a la fama. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXIV A MESSER BIAGIO SPINA Ancora che tra quanti debbono convertirsi ne lo umore de le lagrime per la morte del Saracino, io sia in quegli uno; debbo io per disperarmi in ci che la disperaz ione rileva nulla? Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXV AL PILUCCA Le stanze uscite de lo ingegno di voi, messer Paolo scultore, sono degne di chi si voglia ispirito famoso di poesia. E se fino ai vostri amici ci torcono il cig lio, non vi paia strano: imperoch anco i figliuoli invidiano i padri, quando da l oro sono avanzati di laude. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXVI AL MEDESIMO Che s vi paia grave il non poter ritrovare chi vi abbia tolto il secreto da voi s olo trovato in lo intagliare, come il marmo, il porfido, non mi pare che deviate con tanta ansietade affliggervene; conciosia che il tempo, padre de le cose ch' ei rivela, e padrigno di quelle che nasconde, vi sar propizio in discoprirvi la v erit del tutto. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXVII AL MEDESIMO Dite da mia parte a quei presontuosi, che disputano de la fede, che a lor pare i ntendere che il sacro de la Scrittura simile a la luce del sole: che quanto pi ci risplende negli occhi, tanto pi la vista ci abbaglia. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXVIII A TIZIANO, SCULTORE Ancora che il mio tenervi in luogo di proprio figliuolo vi sia non piccolo contr atto del come mi ste a core, vorrei con altri segni ancora farvi chiaro ch'io vi amo. Peroch, oltra gli obblighi ch'io v'ho per la gentilezza dei presenti che s sp esso da Padova mi fate, son costretto ad esser vostro merc de le virt ch'avete anc ora. Desidero di rivedere cotesta cittade, famosa per compiacere al mio animo de lo spettacolo che posson di s fargli l'opre vostre lodate, e proprio degne che s i dedichino nel tempio mirabile del Santo. Se a me, che non sono ignorante de l' arte che sa fare il disegno, si pu credere, tengasi per certo che le cose che si gettano di bronzo crescono il pregio de la bont, quando la man vostra le termina. E quella nettezza forbita da la diligenzia de lo stile, ch ci si richiede, s bene fornita da voi che altro che la lode gli avanza, s che attendete a s onorate fatic he; raccomendandomi al Danese, spirito gentile da dovero. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXIX A MESSER GIAN PAOLO, PITTORE Bench la natura talor permetta che l'arte se le avvicini, sono assai quelle volte che fa vano il di lei ingegno in imitarla. Cos per certo negli altri; ma in voi tanto si vede l'arte e la natura insieme, quanto vi movete a voler che insieme s i vegga e la natura e l'arte. Bench nel ritratto del gran Giovanni dei Medici, an zi da la imagine tolta dal volto di lui tosto che chiuse gli occhi, mostrate un sapere d'intelletto ammirando; imperoch a la effigie spenta ne l'ombre de la mort e in virt dei miracoli, che sa fare il pennel vostro, avete renduto i colori de l a vita, tal che egli non men simile a se stesso in la pittura di voi, che si sia conforme a se medesimo ne le rimembranze del cor mio. E quando paresse ad altri che gli mancasse punto de l'aria, corregga l'opera ne lo schizzo che di ci serba

la di me memoria ne le proprie parole. In tanto laudo la fatiga de la vostra av vertenza; e laudandola mi rallegro con la sodisfazione che sento in me medesimo circa l'immortal padre che, merc del di voi artificio, restituisco al fortunato f igliuolo. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXX A MESSER PAOLO CRIVELLO Egli tanto simile il parere a l'essere, che bene ispesso l'uno preso per l'altro in iscambio, e chi ne dubitasse guardi le figure degli ignudi che Francesco ha ritratto dal Giudicio di Michel Agnolo, e vedrallo s fattamente creder ch'egli sia per certo il Buonaruoti. S che rallegratevene, peroch il giovane in sua virt merit a onore da chi gli fusse inimico; non che amore da voi, che gli ste fratello. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXI A GIORGIO, PITTORE Quando altri confessa l'obbligo, ch'esso tiene con altrui, comincia a uscir seco d'obbligazione. Onde voi, non negando quel che pure vi pare d'aver con meco, is cemate il debito in gran parte. Talch, ne lo andarlo a le volte dicendo in breve vi cancellar de la partita. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXII A LA CONTESSA PASSARA Che la bellezza debbe in sorte l'essere sopra tutte le cose vaghe grandissimamen te amata, l'alma deit di quella che fa risplender voi lo dimostra; e di ci fecer f ede i miei occhi tosto che la videro in sua maestade rifulgere. Imperoch la notte , che suole velare con le sue ombre i raggi de la forma altrui, n pi n meno restava dai lampi vinta di lei che se 'l sole si fusse levato contra il costume proprio , e quasi torchio sgombrate via le tenebre, che tutte l'altre isminuivano. inver o fior de la voce la beltade; avenga ch'io sento uscire odore da la parola che i l dice; bench son s chiare e cotante le grazie che le accompagnano, che il bello d e la bella di voi bellezza a pena si fa conoscere per tale. Non altrimenti soste nuta dal coro de le sue pure donzelle la divina Pallavicina Camilla, che sosteng on voi nei motti soavi degli atti dolci la caterva dei celesti di voi sola costu mi. Che pi? Tiziano, che ritrae i tesori dal suo fare dei ritratti, prometteva il premio a chi faceva ch'ei vi ritraesse, con animo di poi presentarvi l'essempio de la vostra sopraumana sembianza. Vorrei che la nobilt di Calavria non fusse, c ome ella , singulare, e che i meriti di s real provincia non apparisser s magni per poter rivolgermele contra in modo con la penna che l'onor di stessa la sforzass e a rendervi al donde per via del sacrosanto matrimonio v'ha tolto. Ma, per esse re ella degna de la vostra presenza angelica, la riverisco adorandola. Intanto l 'onesta condizione de le virt, che vi custodiscon l'anima, s riguardata da Dio s ch e la vostra salute certa. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXIII A LIONE, SCULTORE Ho due vostre lettere a me indirizzate e uno avviso in l'ultima del signor Cosim o: la prima mi avvisa che l'opera del Bagarotto fa mandarmi i ducento scudi; la seconda termina il debito in la met; la terza poi la risolve in nulla. Il che mi ha dato incommodo, ma non dispiacere; imperoch al di voi scrivermi non prestai fe de, e del ci che scriveste ad altri non mi curai. Mi resta mo l'avere a fare col Doarte; che per essere ispagnuolo, pagar inanzi me che se stesso. Di novembre, in Venezia, 1545. CCLXXXIV AL DONI Se voi veniste qui ora, che la grazia d'Iddio tien sana la vita de la mia person a, forse che il vostro animo mi crescerebbe di quello affetto che vi scem nel cor e la stranezza de la infermitade: che, non che riconoscer gli amici, permetteva ch'io odiassi me stesso. Sallo il Domenichi, giovane di somma bont e virt, quanto desidero compiacervi e in qual modo vi lodo. Egli, che vi celebra e ama, ve ne p u far la fede ch'io merito che in cotal caso si faccia. Intanto non vi sia grave

lo impaccio di scriverci con l'arguzia de la piacevole proprio vostra maniera, c on che penetrate i petti di chi gusta la bellezza dei tratti che sono spirito de gli spiriti dei concetti esplicati senza veruno scrupolo di ruido stento di paro le. Onde si pu ben dire che bisogna nascerci, e nascendoci aver la lingua da s; pe roch si parla stiticamente quando si va per essa a casa d'altrui. Ora, come io so n vostro, dimandatene la conscienza di voi medesimo; imper che, s'ella non chieti na, confesser ch'io non mento. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXV AL PADOVANO, CARTAIO E chi saria quello, che nel tuttavia mandare presenti ad altri non si vedesse pu r ricompensare di due versi in tre dita di carta, continuasse in la cortesia con che intertenete me d'anno in anno? Niuno, eccetto voi, di s real complessione ch e il potesse soffrire. Bench la memoria ch'io ne tengo fa l'officio de la gratitu dine, ch'io non ne mostro; e il mio animo, mallevadore di ci che vi debbo, sodisf a al vostro credito con il sempre ricordarsi ch'io vi sono obligato. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXVI A MESSER VINCENZO ROSSO Come figliuol carissimo, se bene la di voi memoria s profonda, son certo che le c ose, che gi di mio si rec a mente, se le ricordano ancora; imper la prego a farmene copia. E ci vi chieggo non senza vergogna di me, costretto a gire mendicando i s udori de le proprie fatiche. E Dio volesse che le altre tali, e tante, che vanno disperse, fossero riposte ne lo erario del vostro ingegno; ch mi riposerei l'ani mo molto confuso di almeno quatrocento sonetti satirici, dei quali non ho copia veruna. Che s'io l'avessi, per essere eglino come si sa, si serberebbono per sem pre. Avenga che non somigliano le tremilia stanze che di Marfisa ho fatto dal Ma rcolino abbrusciare, acci che altri non me le dileggino forse a torto, come che a ragione aspetto la mia richiesta, rallegrandomi del gi cominciare a iscontrarvi in Palazzo, ne la cui pratica per molto risplendere l'acutezza del bellissimo in telletto datovi da la natura e da lo studio. CCLXXXVII A MESSER ANTONIO BERNIERI Duolmi del mal vostro, non meno che ci fusse ne la tenera persona di Adria, mia f iglia e anima, bench ste a tal porto ne la sanit, che posso nel fine rallegrarmene. Ma per pi tosto reintegrarvi ne lo stato de la salute, ponete da parte il miniar e sino al San Paolo, che vi diede don Diego; conciosia che, se voi ci mancaste, sentirebbe il mondo la non sentita perdita del Giallo messer Iacopo, precettor v ostro. Non sentita, dico; percioch il succeder voi in suo luogo, ed essendo in l' arte di s alta diligenzia, pazienzia e intelligenzia quel che gi fu egli, non ci p are che mai morisse. Hammi detto il generale de la congregazione di San Bernardo che spera di ricondurvi a Napoli; il che testimonia la eccellenza del far vostr o. Onde mi piace quanto a l'onorato utile che ve ne perverr. Duolmi poi il restar e io privo de la nobile, modesta e gentile conversazione di voi, da me amato com e nato del mio sangue istesso. Pure debbemi piacere che l vi trasferiate dove la voglia vi mena. Di novembre, in Vinezia, 1545. Di novembre, in Vinezia, 1545. CCLXXXVIII AL TROMBONCINO Eccovi, messer Ippolito, il dialogo che mi ha sforzato a comporre l'amore che po rto a voi e la riverenza ch'io tengo al conte: imperoch, se s poco in cotal sorte di dire son valuto in giovent, che posso io pi in ci dimostrarmi in vecchiezza? Cer to quel che in simil suggetto ha scritto il magnifico Barbaro e il Fortunio, l'u n spirito e l'altro anima de le Muse, dee bastare nel mondo tutto, non che in It alia sola. Pure quando altro non sia, i miei versi saranno lo spasso dei loro. Di dicembre, in Vinezia, 1545. Dialogo (Amante e Amore) -

Ei non si vive amando, N per amar si more. Che cosa dunque il nostro stato, Amore? Un mal continuo, e un bene Che di manna e di tosco il cor mantiene. Chi regge in un la lor disaguaglianza Nel suo gr variando? La tema e la speranza. Con l'una e l'altra insieme Inferir vuoi che non vive chi teme? Tu apri il mio concetto. E chi spera non mor? L'hai per me detto. S' cos, chi simigliano gli amanti, In grado semivivo? Color che sognan l'allegrezza e i pianti. Ver . Perch chi dorme morto, e vivo. Chi ama in simil sorte. Chi ne tien in tal vita e in tal morte? L'acceso e van desio. Spegnilo, o crudo e pio. Guai se 'l facessi a l'esser vostro e al mio. E perch vario, Iddio? Perch pi non sareste voi, n io. CCIXC AL PILUCCA, ACADEMICO Io, messer Paolo, oltra lo stupirmi del pigliare ammirazione del parervi iniquo il Franco, mi maraviglio che non discerniate il suo essere assai peggiore. Imper och il plebeo ha in s solo tutti i diffetti d'un popolo. Onde viene che non pure s ia stolto, temerario, insolente, instabile, disutile, bugiardo, ingannatore, vag abondo, maledico, invidioso, superbo, ingrato, caparbio, tacagno, ignorante e ca ttivo, ma che somigli al Nicol di se stesso. Di dicembre, in Vinezia, 1545. CCXC AL MEDESIMO I gran maestri dnno mal volentieri ai virtuosi peroch nel beneficiargli conoscono di avere a essere laudati da loro a beneplacito, onde la conscienza che in verun a altra cosa gli stimola il fatto de l'anima, in cotal sorte di laude gli ammoni sce s che non donano da senno per non essere celebrati da beffe. Di dicembre, in Vinezia, 1545. CCXCI A MESSER IACOPO SANSOVINO La riprensione che mi fate circa il mio gettar via quel mondo, che mi sa male di non avere in pugno per tutto gettarlo in un giorno, mi sommamente cara: s perch c hi non ha denari senza credito, s perch chi ha de la robba va a la destra del pros simo. Io mi rido da senno quando mi augurate una entrata istabile, sapendo voi c he, se le piramidi di Egitto mi fusser di rendita, le farei come la mobilit erran ti. S che viviam pure, ch ogni cosa ciancia. In Vinezia, 1545.

CCXCII A MESSER GIAN FRANCESCO LATTINI Ancora ch'io non sapessi l dove vi foste transferito per cagione dei raggiramenti di quella fortuna che, secondo i tempi o buoni o rei, guida nei luoghi e rei e buoni qualunque le pare nel mondo, il mallevadore che di loro stesse hanno dato ad ognuno le qualit vostre essimie, mi tennero sempre sicuro del vostro non poter e essere se non in grado di speranza e di onore. ben vero che in mia certezza di voi non sarei stato s temerario che vi avessi desiderato, non pur creduto, a la degna aministrazione dei gravi secreti del magnanimo nostro duca; non che ci si d isconvenga a la capacit del merito per cui davvisi s alto offizio, ma peroch spezie di felicit la sorte di coloro che son posti ai servigi de la mirabile eccellenza del giustissimo e umano prencipe. La chiara e somma bont del quale accresce lume a la gloria del suo genitore illustre. Conciosia che la fama dei morti padri de pende molto da le virt dei vivi figliuoli, ma inusitata, istupenda, incredibile s uta la grazia concessa da Dio al gran Cosimo e al gran Giovanni, avenga che quel lo si dimostra perpetuo termine di prudenzia e di dominio, e questo si dimostrat o immortal folgore del valore e de l'armi; talch bisogna che i signori e i capita ni imparino l'arte del regnare da lo essempio de l'uno, e il mestiere de la mili zia da gli andari de l'altro. E perch assai degli ascesi in seggio imitano nel re ggere popoli la onesta maniera del fiorentino monarca, ecco il don Diego Mendozz a che, in gloria dei gesti del Medico eroe, mi ricerca la testa del cavaliero ma gno, solo per mandarla in la sua casa in Ispagna. A causa che quel certo spirito invitto, che appare ne l'aria brava di s altiera sembianza, col fuoco del suo tr emendo isguardo, accenda in modo d per d gli animi d'otto di lui nepoti, dedicati da lo generoso vigore del suo sangue egregio a lo essercizio de la guerra; ch tal i essi si facciano vedendola, quale egli si fece combattendo. Or, da che mi ste n on men amico ch'io mi sia di me stesso amatore e cos caro come l'essere di me med esimo, ringrazio la benignit del pianeta che cost collocovvi, e mi rallegro con le virt che sempre vi ci terranno collocato. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCXCIII A MADONNA PAOLA SANSOVINA Comare e figliuola, Iddio veramente tanto largo donatore de le sue grazie quanto sottile inquisitore de le virt degli uomini; e per la di lui providenzia con molt i infortunii prova i loro animi, e ritrovandogli costanti gli va radoppiando i s uoi doni. S che acquetisi il buon messer Iacopo ne lo accidente de la fabrica, ch e tutto risultaragli in una di quelle grandezze che lo vendicher con la invidia. N senza consolazione di voi, giovane eletta da la bont vostra istessa per contento de la sua vecchiaia. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCXCIV A MESSER GIROLAMO ROMANO Coi fiori de le barbe e coi frutti de le borse si acquetano le signore e ne la l ascivia e ne l'avarizia. E chi manca di tali due cose e vuole regnar con esse, u si le spade o i bastoni. Io non dico ci perch l'amica (che nel vederla ieri discon cia mi parse uno altare sparato) sia di quelle, ma per una certa utilit di chi ti ene pratiche simili. Ma, che dee far chi ci vive? Di genaio, 1546. CCXCV AL PATERNOSTRAIO DAL ROMITO Rimandovi, o messer Biagio, il vostro specchio di cristallo d'Oriente, che, poi ch'io non mi posso vedere come gi era, non voglio vedermi quale ora sono. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCXCVI AL GENGA " Produce l'arbor prezioso frutti soavi, il fonte vivo acque chiare e la gran fiam ma molta luce": cos dissi io subito che vidi qui con la Eccellenza del signor duc a il figliuolo non meno vostro che dei costumi, de le virt e de le grazie, onde m e ne consolai, non qual comporta l'amor d'uno amico, ma come richiede il core d'

un fratello, che per tanto vuol ch'io vi tenga e la conoscenza vostra in Roma e il merito vostro al mondo. Or ben vi dico che sono pure assai i debiti che mi sf orzano a spignermi un tratto a far cost riverenzia a le di noi padrone e padroni. Ch, se niuno ebbe mai s fatto obligo, io, oltra gli altri, con il senza pari Guid o Baldo l'ho s grande che, non potendo altramente mostrarlo, lo divulgo con la di scortesia che gli faccio indugiandomi, e perch a tal mio dovere ci si aggiugne la volont del veder voi, le machine edificate in sugli essempi di voi, con ogni nuo va cosa appartenente a voi, piacer a Dio che rimarr posto d'accordo coi miei credi tori. In questo mezo non vi rammento che continoviate in amarmi, ch non vi passan do veruno inanzi di fama ne l'antica architettura, si pu credere anco che alcuno non vi superi in la somma de la moderna affezione. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCXCVII AL MAGNIFICO MESSER TOMASO CAMBI Se io l'ho detto nel Dialogo de le carte, voglio replicarlo nel terzo de le mie Lettre; e se non ho fatto menzione, piacemi dirvi che la reale di voi magione in Napoli tolse il modello dal grande animo che vi risiede nel petto; e le statue, che fanno al bel palazzo ornamento, appresentano le generosit di che il cor suo si nutrisce. Onde ste pi splendido cavaliere che facultoso mercante. E, se nulla d i valore restasse indietro, il peregrino del vostro sublime spirito lo spinge in anzi, con tanta acutezza d'ingegno che la pittura e la poesia non sanno s perfett amente giudicare le loro istesse eccellenze quale da voi sono in le di loro mara viglie avvertite, e per aviene che quella onorate e queste premiate con la bont, c on la prestezza e con la caritade, che deveno a loro dimostrare i principi, non meno superati da voi ne la magnificenzia, che si sieno vinte dal cor vostro ne l a cortesia le vilt mercantili. Onde vi ammira questo mirabil secolo, come ammiran o le altre etadi coloro che sempre fecero cose degne di maraviglia. Talch del cie lo ordine e del mondo desiderio che viviate sempre, poi che in onor di Dio e in beneficio degli uomini essercitate a ognora e la persona e la mente. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCXCVIII A MESSER CRISTOFORO FUCCARI Cos mi caso vecchio la protezione che la Signoria Vostra ha preso de la fidanza c h'io tengo in lei, come mi saria cosa nuova che aveste fatto altramente; imperoc h non fu mai in Italia chi pigliasse la cura che voi, alamano, prendeste sempre d ei vertuosi che ci sono. Talch i poeti, i pittori, i musici con ogni altra sorte di letterati e di militi inchinano voi con l'animo de lo statuario Simon Bianco, uomo senza difetto di vizio. Egli, che vive di quella arte, in che sarebbe mort o se le mercedi vostre inaudite non risguardassero i miracoli del suo scarpello da l'avarizia aborrito, adorandovi, come si dee, move degli altri pellegrini spi riti a darvisi in preda con tutto lo intento del core. Del che rallegratevi pure con la vostra bontade insieme; avenga che in cotale atto di magnificenzia sino ai re ponno invidiarvi. Conciosia che al d d'oggi non si usa il soccorrere i buon i nel modo che gli aiutate voi; ma di perversare la lor miseria secondo il costu me dei grandi. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCIC A TIZIANO Da che voi col testimonio de le vostre lettre mi fate fede del come cost in Roma, nei luoghi pi degni in la corte, a ogni proposito, che nel parlare occorre, altr o non si dice che il " cos disse l'Aretino", il " cos ha detto Piero", il " cos parla il flagello dei principi", sono isforzato a credere che in tal maniera di modo mi alleghi anco Fiorenza, in la guisa ch'io tengo avviso, onde ne sento in vero allegrezza, imperoch una s fatta sorte di autorit pur troppo doppo la morte , non che in la vita. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCC AL MAGNIFICO MESSER DANIEL BARBARO

ben degno che voi, studioso di vivere con somma dignit ne la vostra degnissimamen te degna republica, diate continua opera in conseguire tutti i buoni costumi de l'animo; de le cui prestanti virt l'avete ormai s adorno, che pu la di voi grata pa tria isperare ancor pi di ci ch'ella se ne promette d'onore. Bench di cotal sorte d i affari non men devuti che importanti si duol molto la et presente; avendo anco compassione a la futura. Conciosia che, in mentre giovate a la patria su detta, nocete agli ingegni di quei che sono e che saranno. Imperoch le cose publiche vi rimovono s da le lettre, che il vostro bellissimo spirito non pu essercitarsi con esse loro in modo che gli altrui vaghi intelletti imparino la dottrina da le vos tre iscienze. Onde, patendo in ci i d d'oggi, per conseguente son per patirne anco ra i giorni di domani. Ma pur grande la laude che si debbe al di voi merito estr emo, da che la prudenzia sacra de la vostra qualit valorosa, per bench giovane, vi destina in un medesimo tempo in tre gradi; talch bisogna di necessit che Roma vi elegga in cardinale, Vinezia in imbasciadore ed Elicona in poeta. Seria di vostr o consiglio il lasciare de le infinite e belle scienze indietro in grado de le p ubliche illustri azioni, se la clarissima integrit del savio, giusto e prestante genitor di voi non supplisse al quanto voi imitandolo cercate di a lui scemar fa tiche nel maneggio impostogli da l'amore, da la fede e da la bont, ch'esso dimost ra sinceramente, sollecitamente e gravemente a questa diva, a questa aurea, a qu esta unica citt di Dio. E fusse pure che i magistrati e non le prelature vi tenes ser per suo: ch, se ci fosse, le Muse vi avrebber talora; ch, in altra guisa essend o, non son per rivedervi pi mai. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCI A MESSER MICHELE DA VERONA Due nuvoli sino a qui hanno in maniera adombrato il sereno del mio animo circa l a benivolenzia di me in verso di voi, che non potuto mai spuntar fuor raggio del lume suo; onde parso che siamo insieme strani, e non in uno congiunti. Ma perch i venti de la verit superano a la fine quegli de la invidia, ecco che tutti due s e ne sono via dileguati in virt sola del buon Moro, le cui leali, ferme ed effica ci parole mosse dal fiato de la affettuosa caritade me l'han renduto s chiaro, ch e pare che mai non si sieno comparite le nebbie. Ma perch ben m'intendiate, l'uno dei sudetti nuvoli mi teneva occupato in causa de lo amico, l'altro in debito d el padrone, l'essermi posto in la mente il vostro odiare Iacopo Sansovino, e il di voi opporsi in tutto al duca d'Urbino; il che confesso essere il contrario co l testimonio del pittor su detto; anzi per la fede fattamene da la disperazione che vi affligge in caso di Sua Eccellenza, e da lo averlo tocco con mano in dife ndere la innocenzia del valente uomo. Ma, per potere la servit mia e il mio mezo qual cosa con quello, e ci ch'io voglio con questo, mi vanto in vostra sodisfazio ne e grado di far l'ufficio ch'io debbo, s perch amo e osservo loro, s perch non pos so mancare a la dignit di voi; che volete che altri approvi la bont vostra pi tosto che lodi l'eccellenzia de l'architettura con che fate s alti miracoli. E di quel che prometto tosto ne vedrete l'effetto. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCII A MESSER TIZIANO Io ieri vidi il buon Francesco Donato ne la pompa de la cerimonia con che i suoi consimili dimostrano nel cerchio de la piazza con le lagrime in sugli occhi de la divozione, con cui l'adora il mio animo; e nel cos vederlo in mezo al maggior popolo che mai vedessi, mi paruto vedere la maest de la giustizia risedente in su l trono de la fede. Certo il piacere che si prova in cotal sua grandezza d'uffic io supera l'affetto di tutti i cori, nel modo ch'egli avanza di preminenza ciasc uno altro; onde il gaudio comune, come la riverenza che ognun gli debbe. Dissi c ol Sansovin, desinando dopo il fausto del grande spettacolo, che il non aver mai il compare fornito il ritratto de l'uom degno, gli suto di felice sorte di augu rio; imperoch era ordine su del cielo che non in capegli, ma ornato del devoto di adema se ne vedesse lo essempio che se ne vedr tosto che l'antico amore di Vinezi a, togliendovi di mano a la novella affezione di Roma, vi ci render cos sano e cos lieto, come lieto e sano ve le prestammo. S che venite a dar compimento a l'opra cominciata; non vi scordando, fin che indugiate il ritorno, a tener talora ramme

ntata la mia servit a quel gran Bembo che concorre d'immortalit con ogni secolo. F eci riverenza a la bont sua con una lettera, e per dubitare che non le sia perven uta inanzi, vi prego a farne un motto. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCIII A LO ALUNNO Nel vedere le ricchezze vostre de la lingua me ne maravigliai fuor di modo, ma d el leggere la di voi Fabrica del mondo me ne sono s fortemente stupito, che tanto di spirito non mi rimaso nel giudicio, ch'io possa, sappia o ardisca por bocca a la laude, e cos senza fine esaltarla, che in ci si comprenda il merito de la sua gloria infinita. Ma, se solo il suono de la voce che esprime il titolo grande d e l'opra magna, iscuote l'anima di chi lo sente quasi tuba e altero strepito di eroico fiato d'istromento, in che termine di stato rimarranno le menti di coloro che, datisi al suo studio, faranselo cibo de l'animo? Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCIV A TIZIANO Che Sebastiano dipintore vi abbia detto nel dargli voi i saluti che gli ho per u na certa caritade de l'amist antica mandati: " Dite a Pietro che il sapere egli ch'io son frate gli in vece di risposta", molto e molto di ci lo laudo; imperoch essendo essi di chierica, come in effetto pur so no, ed egli confessando di tali in verit pure essere, merita commendazione grandi ssima. Avenga che chi s fatto, e no 'l niega, degno di trasformarsi in chi egli v orria essere, e non pu. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCV A TIZIANO Altro non so che dirvi circa la frateria di Sebastiano, per il che non mi tiene pi in memoria; se non che lo scordarsi ch'io gli sia stato fratello, mi dimentico ch'egli fusse mai virtuoso. Di genaio, in Venezia, 1546. CCCVI AL BRUCCIOLI Non men grande la maraviglia ch'io ho del vostro por mente al procedere degli in vidiosi, che si sia la malignit loro in perversare i buoni. Ecco, essi han tolto due lettere del primo libro de le mie, l'una che me ne manda il Vasto, l'altra c he mi scrive Michelagnolo; e ismaniando la malvagit de la sua natura che il s gran capitano e il s degno scultore mi sublimassero s alto con le parole, prima ne han no levato i detti che pi mi facevano onore, e poi datele a imprimere a Paolo Manu zio in compagnia di molte altre: come ch'io per tal villana invenzione avessi a mancare de la fama che a sua onta mi publica per ogni luogo del mondo. S che vend icatevi contra di lei con ridervi degli andare suoi. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCVII A MADONNA TITA VITALI Per mia f s che avete ragione de le querele che, secondo che mi si riporta sin da Torino, mi fate contra, allegando i cinque mesi che ho lasciato iscorrere senza mai porvi piede in casa; ch, se foste pi lontana che non mi ste d'appresso ci saria anco da dire. Certo che, in l'ansia che ste voi, dovrei essere io; avenga che ne l veder me, vedete uno uomo fatto in foggia degli altri uomini; ma, vedendo io v oi, veggo una donna dissimile dal modello de l'altre donne. Imperoch molti ingegn i agguagliano me ne la virt; ma poche menti trapassano voi ne l'onest. Ed ben degn o messer Tarlato, consorte vostro, di cotal vanto nel mondo. Ecco mo che Iddio, in premio di s laudabile, di s glorioso e di s santo muliebre costume, fa per tale mostrarvi a dito, per quale si dee a dito mostrarvi. Onde non maraviglia. Essend o voi infra le caste casta, e fra le buone buona, che Eugenia e Lucrezia, care e belle di voi figliuole, imitano, anzi sieno la madre loro istessa, e in la bont ade, e in la castit. Certo che, se per altro non mi fusse caro l'essere d'una pat ria commune, mi saria carissimo, essendo voi d'Arezzo, come che sono io aretino, aggiuntovi poi il parentado che ci lega con pi tenace nodo di caritade, me ne gl

orio del tutto. Farei menzione degli oblighi ch'io vi tengo infiniti, e massime in quel mentre che vi stetti in casa; ma, non avendone io dimostrato mai se non indegne gratitudini, per onor mio gli vado tacendo. Ma ben vi dico che s'io non temessi di non parere adulatore, direi che, se alcuna parte in me di modestia, d i gentilezza e di prudenzia, d'aver ci imparato da le virt dei costumi vostri divi ni. Ora io verr a vedervi in due modi: l'uno sar in luogo di visita devuta; l'altr o in conto di piacere desiderato. Visiter voi viva in carne secondo il debito, e contemplarovvi poi rassemplata nei colori qual mi diletto. Tal ch'io, incitato d a s ardente volont, non veggo l'ora a venirci; e tanto pi il bramo, quanto so che i l buon Gian Paolo vi ha s naturalmente dipinta. Ch, se aviene ch'io vi vegga insie me, non saper a chi mi rivolgere in prima. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCVIII AL DANESE, SCULTORE Io l'ho detto, io lo dico e lo dir sempre che l'arte insegna pi tosto a riprendere altrui che a far da s; per prevaletevi de la propria natura. Imperoch ella non vi sar mai s scarsa che non ne caviate maggior utile; e, se non altro, almeno non far avvi alcun nimico per mezo de le stitichezze odiose. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCIX AL CAPITAN FALOPPIA La stampa simiglia certamente uno che, dormendo, trasanda con parole a strapiede ; il quale se ne andrebbe oltra cinguettando, se non fosse renduto in se stesso da la ninfa che, standogli corcata appresso, non ci pu chiudere occhio. Certo che i loro caratteri dirieno uscio per finestra, zoccoli per pianelle e cost per col, secondo il disordine di Michel da le Secchie; se l'avvertenza, che ne tien cura , non le stesse ognor sopra. S che perdonate al suo avere al nome vostro di Franc esco aggiuntoci ancora il mio di Piero. E quando pur vogliate risentirvi con lei , fatele conoscere l'error suo con laudarlo; imperoch in cotal cosa di Pier Franc esco ella dinota l'unione de la nostra individua fratellanza. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCX AL MORO DA VERONA Per aver io pi carestia di voi qui a Vinezia, che non aveste di me abondanzia l a Verona, posso dire che mi ste cos avaro de la vostra presenza a casa mia come io v i fui liberale de la mia persona a casa vostra. Mi incresce che non ve ne ritorn iate in s bella citt, ch almeno il ricevere de le vostre lettre sarebbe a me imagin e de le di voi pitture. Che per due cause pare che mi priviate di vederle: l'una per togliermi il piacere ch'io ne piglio, l'altra quasi che ne fussi ignorante. Bench mentre penso al giovane pastore, di che il pennel vostro orna la ricca sta nza di monsignor dei Martini, splendore illustre de la religione di Rodi, non de sidero di pi veder ritratti, s vivamente ivi esprimeste la sembianza magnifica del Badoaro Francesco, gi figliuolo degno del clarissimo e ottimo messer Giovanni, m io signore e presidio. S che mutate sentenzia, venendomi a vedere, se non per alt ro, almeno perch vi amo. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXI A MESSER ENEA PARMIGIANO Il D del giudicio, che la saputa diligenzia del Bazzacco, uno dei buoni spiriti c he abbia il disegno, ha ritratto da l'istoria del Buonaruoti, non per mai sodisf are a la somma de la obligazione, che tiene a lo stilo, con la pi salda, netta e morbida pratica di tratti leggiadri e dolci, lo intagliare in rame accurato e fo rbito. Imper che lo starsi cotal istoria senza far di s copia altrove, non serva i l decoro appartenente a la religione che ella contiene; avenga che, dovendo esse re per ordine d'Iddio il fine di tutto il mondo, bene che il mondo tutto partici pi del suo tremendo e trionfante essempio. Per il che son certo che la virt nostr a in tal fatica ne ritrarr premio da Cristo altissimo, e utile dal gran duca di F iorenza. S che attendete pure a spedirvi da si santa e laudabile impresa, che lo scandolo, che la licenzia de l'arte di Michelagnolo potria mettere fra i luteran i per il poco rispetto de le naturali vergogne che in loro istesse discoprono le

figure ne lo abisso e nel cielo; non per trvi punto de l'onore che meritate per esser voi causa che ciascuno ne goda. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXII A MESSER FRANCESCO SALVIATI La rovina de la felicit del Sansovino stata pi piccola ne la verit del caso, che no n paruta grande ne la bugia de la fama. Come si sia, egli merita infinitamente l aude, poi che, nel sentire il rompersi de l'alta machina, il suo animo in ogni p arte si rimase intero. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXIII A MESSER TIZIANO Feci la riverenzia che mi imponeste al Serenissimo, la cui mansueta gratitudine mi ha comandato, in quel modo di pregar con che i grandi ci sforzano a ubidirgli , ch'io debba salutarvi in suo nome, e cos faccio. Ma perch dopo i saluti soggiuns e il raccomandarvisi ancora, me ne rallegro con esso voi, avenga che mi commesse l'una cosa e l'altra con affetto fraterno, e non con imperiosit dominante. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXIV A MONSIGNORE LEONE ORSINO Egli il vero che il far riverenzia per via di lettere, quando la distanzia dei l uoghi non patisse che l'uomo il faccia in persona, tanto uffizio dei servi quant o non si conviene cotale azione ai signori. Per non so se a un magnanimo gran mae stro, come voi, si disdirebbe in gloria, de la sua istessa virt il porre la signo rile alterezza da parte, e con due versi, che tanto vagliono e nulla costano, da r grado di reputazione, diciamo, a me; che, in testimonio de la bont che vi ammir a, predico i pensieri, le parole e l'opre, per ci che vi dimostrano al mondo loda to, alto e glorioso; avendo dispiacere del fastidio che vi d la dispersa congrega zione di quella Academia sacra che, ancora sparta, col vostro lume risplende. Ma che colpa tiene l'architetto se lo edificio che egli ordina rovina? Ecco il San sovino, per aver fatto il modello, e non murato la machina, rimasto iscusato del quanto n' caduto per terra. Ma s come dove egli qui rintegrata la fabrica, cos dov e voi cost ste acconcio il concistoro dei peregrini spiriti; avvenga che il fondam ento, le mura e il tetto di s degno ginnasio il di voi animo illustrissimo, il qu ale rappresenta in se stesso tutte le eccellenzie de le cose immortali ne la dot trina e nel valore. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXV AL MAGNIFICO MESSER GIOVANNI CORNARO DE LA PISCOPIA Che gli incantesimi, le malie e le filostroccole, con che si dice che si costrin gono gli uomini a perdersi dietro a l'affezione posta in le persone, che isvisce ratamente si amano, non sieno altro che una certa efficacia di affabilit, che imp rime la generosa indole de la magnanima gentilezza de la natura in quelle person e, dico, che meritano da Dio il privilegio del vivere, l'ho io compreso ne la ma gnificenzia di quella nobile maniera di creanza con che, subito ch'io vi viddi i n Padova, mi rapiste talmente l'animo che non stato pi mio. Onde vengo a chiamare virt d'arte magica la soave maniera de la cortesia che, in atto di gioconda semb ianza, sa farsi le genti sue, nel modo che la vera grazia de la umanitade vostra in gesto di liberale isplendidezza si ha fatto suo me, che laudo l'ora e il pun to che la Eccellenza de l'ottimo duca Guido Baldo degn menarmi ad alloggiar seco ne la regia casa vostra, e laudando cotal punto e cotal ora, come termine e caso di mia felicitade, e venturatamente sto aspettando che, in confermazione de l'e sservi, come servitor, grato, degnate d'impormi cosa che si convenga a un servo. Conciosia che nel ubidire voi mi parr comandare a pi principi. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXVI A DON DIEGO MENDOZZA Riferii al Sansovino, oltra la passione che diede al cuor vostro amorevole lo st rano di lui accidente, il come subito che ve lo fece noto la fama mandaste a off erirgli ci che di facolt e di favore tenete nel mondo. La quale imbasciata non gli

venne a l'orecchie, perch colui che doveva fargliene non pot favellargli. Il buon o uomo lagrimando, e per allegrezza de la cura, che del suo onor mostrate e per il dolore del caso con che la iniquit de la fortuna ha voluto ch'egli esperimenti l'animo degli amici pi cari, mi preg che io usassi le voci de la lingua sua medes ima in ringraziarvi de la piet e de la cortesia vostra. E dice che la sua innocen zia, che l'ha rimesso in grazia di questi Signori illustrissimi, ha fornito di c onsolarsi ne lo intendere che la triplice non pi doppia quartana comincia in modo a vergognarsi de le crudelt che vi affligono, che va temperando il male; onde si spera la presta e devuta di voi salute. Bench ufficio de la natura propria, non pure il rendervi la sanitade toltavi dai di lei disordini, ma il sempre guardarv i da ogni scrupolo di infirmit umana, e il ci che non fa ella devrieno fare le sup plicazioni di tutti gli uomini rivolti a Iddio in pro de la vostra vita magnanim a; avenga che vivete a beneficio di ciascuno vivente circa il dispensare al pros simo sino a le cose necessarie a voi medesimo. Ma, in quanto al giovare ai bei i ngegni con lo essempio del vostro pellegrino ispirito, bisogna adorarvi conciosi a che i cieli hanno infuso pi virt nel vostro solo intelletto che in mille degli a ltri insieme. Tal che non scienza di studio immortale, n costume di nobilt eroica, che non vi adorni il nome di lode e l'anima di gloria, per il che apparite sign or in la splendidezza, gentiluomo in la creanza, prelato in la religione, cavali ero in la spada, poeta in la penna, filosofo in la cognizione, pittore nel giudi cio, cortigiano in la pratica, commune persona in la universalit. Per la qual cos a, fra quanti vi celebrano e osservano, sono uno di quegli che vi osservo e cele bro pi tosto come un dio che come uno uomo. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXVII AL BARBARO O non men dotto che magnifico messer Daniello, sappiate che gli spiriti chiari d el d d'oggi si debbono pi tosto rammaricare circa i sinistri che gli perversono de la presunzion loro, che l'avarizia altrui. Imperoch la poca stima che fanno i pr incipi de le scritture nostre, permessa da Iddio; imperoch noi, per compiacergli ne la vanagloria, togliamo gli epiteti a Cristo, dando a s fatta sorte di gran ma estri il titolo de la clemenzia de la giustizia. E, parendoci poco quello de la maest e de la divinit, gli aggiugniamo l'" ottimo", " massimo" e il " superceleste" e " immortale". Che, quando solamente se gli adulasse con la " eccellenza" e lo " illustrissimo" con il testimonio degli antichi, che mai non dierno se non del " tu" agli imperadori e ai re, sarebbe pur assai d'onoranza ai lor nomi. In quanto al caso mio, mi avveggo di meritare men punizione degl'altri, avenga che come g li altri non parlo. E ci ricevo da la Iddio grazia, conciosia che ai signori ne h o io pi tolti che dati. S che la mia penna e la mia conscienza in cotal colpa non merita in tutto il biasmo e la pena che meritano la conscienza e le pene tali. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXVIII AL DANESE ben devuto che, essendo voi creato del Sansovino, lo testimoniate non pur con la scrittura, ma con la satraparia ancora; onde mi tempestate l'orecchie con la ri prensione del disordinato spendere di casa mia, ne la cui larga abondanza di viv ere si sfama il popolo e l'arte. Certo che mai non sar vero ch'io serri a le turb e quella osteria, che gli stata aperta diciotto anni: ch, ci facendo, cotal fatto si attribuirebbe pi tosto a falligione che a regola. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXIX AL PILUCCA, ACADEMICO Il consiglio, ch'io vi do nel fatto di quello asino che sapete, che lo secondiat e con le buone; imperoch le carezze sono care a le bestie, come le laude agli uom ini.

Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXX A MESSER GIOVANNI VECELLIO La fidanza, che ho in voi, prega l'amore, che avete a me, a por da parte ogni al tra faccenda, a causa di copiarmi la presente lettra; bench, senza il predetto sc ongiuro, so che in molto maggior cosa vi posso imporre fatica, s ste voi in umano modo cortese, in nobile maniera gentile. pur troppo fuor di natura grande la lib eralit di quel cielo sotto l'aria del quale nacque il vostro zio Tiziano; onde pa reva quasi bastare al di Cadoro paese l'avere s alta grazia da Dio. E non pur del sacro, del pittor magno intelletto si mostra il felice luogo adornato, ma di qu egli di tutti i di lui figliuoli e nipoti ancora. Talch poco ponno sperare da le stesse fluenti gli ingegni procreati da la natura in altrui, e io non saprei ci c he pi mi volere nel mondo, se tenessi un figlio che vi simigliasse in bont, che v' imitasse in virt e che vi si accostasse in modestia. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXI AL PILUCCA, ACADEMICO Mi era scordato il dirvi che il mio non apprezzar punto del mondo nasce da l'ess ere pi che certo che la robba, per goderne tosto, d materia sino ai figliuoli di b ramar la morte dei padri. Onde forza che, mantenendo io cotanta turba con gli av anzi de la virt propria, gli mantenga in sempre desiderare ch'io viva. Conciosia che il di me morirsi sarebbe il loro spedale. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXII AL PILUCCA, ACADEMICO Pu essere ch'io abbi degli amici e dei nimici, cos in questa parte come in quella; imperoch se la severa mia virt a molti d causa di amarmi e di odiarmi secondo i vi zii e le virt che mi muovono a laudar costoro e a biasimar coloro. Ma di chi mi v orrebbe a un colpo veder morto e vivo, me ne informa alcuni pezzi di pane ch'io getto via in alcune brigate indegne di mangiarlo. Conciosia che tale, che mi cac ciano in casa del diavolo col bestemmiare il mio essere da tanto, che conosca la lor poltroneria, in grado de la paura, ch'essi hanno, che il mancar di me non g li faccia morir di fame, non fan mai altro, che pregar Cristo che mi mantenga vi vo, onde forza che, quel che devrieno usare per grazia del merito che appare in me, l'usino in dispetto de la tristizia, che non si nega in tali. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXIII AL SIGNOR CESARE DE LA RATTA Rescrivo al cavalier da Porto, persona grave e cortese, nel modo che mi richiede te per bocca de la polizza mandatami. E per dirvi se vedete che alcuna cosa sia, veruna cosa tenga e niuna cosa io possa, andatemi disponendo come altri dispone se medesimo. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXIV A LORENZINO, CORRIERI Non mi par poco che in scambio del quadro, che io spettavo del saputo Francesco Salviati, sienomi sute presentate s buone e perfette sorti di varie fiorentine sa lsicce. De la cui larga cortesia di volont buona, compar mio buono, resto io sodi sfatto in un modo che ogni altra qualit di salami, avendo in s gusto, come sapore, invidiarebbe la cotal mia sodisfazione. Imperoch anco Cicerone, scrivendo a non so che suo amico, gli avisa che, se pure vuole che vadi seco a cena, non se li m anchi di cibo s fatto. Talch, se bene non son da tanto da imitarlo ne la eloquenza , mi pare assai di pareggiar lui nel conto de la gola. State sano. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXV AL PILUCCA, SCULTORE Acasatevi pure, se ben vi viene; ma con persone, se non donzelle nel fatto, alme no vergini nel nome; imperoch gli uomini di matrimonio fan bene a non tr donne vis se con altri mariti; e le donne di nozze dimostrano in s prudenzia non pigliando mariti stati appresso d'altre mogli. Avenga che queste e quegli, facendo altrime

nti, si copulano insieme con pessima tristizia d'augurio. Ch, in vero, la natura non pu resistere al fato che isforza le vedove a essere carnefici dei novizii con sorti e spinge i vedovi a farsi manigoldi de le novizie spose. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXVI AL MAGGIORDOMO DEL DUCA DI FIORENZA Che il piacere, che altri piglia in la compiacenza de le cose che ridondano in c ordiale compiacimento circa le cose che importano salute a la vita di se stesso, sia una giocondit che acqueta sensi, una allegrezza che consola l'animo, e un co ntento che riempie la mente, l'ha compreso la mia anima, tosto che intesi da le lettre del pittor Salviati che, nel vedere la bont vostra il ritratto mio, disse ch'io non invecchiavo punto. Il che fu a me una certa sorte di alleviamento, che parve che la mano de la natura con licenzia di Dio mi scemasse due lustri degli anni che mi ha posti in dosso il tempo, ma perch non fu mai dono che mi ricreass e gli spiriti quanto me gli ha ricreati la s dolce, la s grata e la s cara parola; la soave armonia de la quale in virt propria mi fa tornare in quella prosperit di giovent che gi qui mi lasciaste. Talch, invece de le grazie che debbo rendere al si gnor Pier Francesco Ricci, per essersi ricordato di me, prego Cristo che lo feli citi immortalmente. Di genaio, in Vinezia, 1546. CCCXXVII A MESSER TIZIANO Ritornandomi in su le quattro ore a casa, ecco darmisi in un tratto e la vostra lettera e la nuova de la profondata machina del Sansovino con la sua retenzione appresso: onde la giocondit del piacere da me preso nel subito vedere gli avisi d i voi fu converso ne l'afflizione del cordoglio del tosto vedere gli accidenti d i lui. Certo ch'io non posso ritenere le lagrime adesso che ci vi scrivo: e non q uasi nulla: ora istimisi se io piansi quando fui astretto in tal caso a tener pe r chiaro ogni male. Tutta la notte in cambio del dormire spesi in andar pensando a che rio termine d'ignominio la fortuna avesse recato una persona s virtuosa e onesta: giudicando sorte crudelmente istrana che quella opera, ch' tabernacolo de la gloria del fratel nostro, gli fusse diventata cimitero a la fama. Io non me ne disperai inanzi che intendessi altro, per sapere che la pietosa prudenzia di questi serenissimi Padri era per pi tosto riguardare a l'ottima intenzione del re ale uomo, che al dove egli avesse mostrato qualche difetto di giudicio in cotal suo magistero. Conciosia che in le nostre istesse azioni niuna cosa ci usa pi fra ude che il proprio parere di noi medesimi. Oltra di ci non saria maraviglia se pr ecipitassero tutti gli edificii che oggi si fanno secondo l'ordine di Vitruvio: imperoch gli abiti de le architetture antiche non si confanno ai dossi de le mode rne. Avenga che quelle sopportano il peso di tanti loro componimenti, per la mag nitudine in cui si dilatavano con ogni dispregio di tesoro: ma queste non posson o reggere in su le spalle dei mediocri spazii, che gli fan luogo, il carico impo stogli dal rispetto d'ogni risparmio di spesa. Bench l'eccellenza di fabrica s fat ta non meno abondante di pecunia che ampla di circuito. Ora io ritorno a ribagna r gli occhi con l'acque de l'allegrezza in virt de la magnanima bont degli ottimi nostri padroni, che dnno ogni colpa a la furia del fornirla, a la imperizia dei l avoranti e a la crudelt del verno, col danno aggiuntole dai conquassi con che la scossero e ruppero i colpi e i tuoni d'alcune artigliarie poco innanzi iscarcate nel sopravenire di certe navi. E cos il degno spirito, ch' in la grazia che si st ava prima, e in prigione colui che lo prese, commettendogliene la temerit del par ergli ben fare, vi si raccomanda: ridendosi che, dove il vulgo manc circa la lode meritata per l'altiero spettacolo standosi tutta intiera, supplisca il biasimo datogli da la invidia, essendone rotto un pezzo. Di Vinezia. CCCXXVIII AL PILUCCA, ACADEMICO Se per una mentita che si gli dia, l'uomo si conduce in campo, ammazzandosi con chi ardito di dargliene; quel tale, che mente di continuo se stesso col non dire mai il vero, devrebbe tuttavia avere un pugnale in la mano stanca e uno altro i n la diritta; e, rivoltato e quello e questo inverso di se medesimo, far confess

are a se proprio che cosa il mentire ogni suo detto con la bugia de la parola su a. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXIX AL SIGNOR CESARE DE LA RATTA Io credevo che ad Euclide bastasse l'avermi tolto in gloria de le lezioni dei su oi studi il saputo e generoso capitan Gian Battista Casella, uno dei primi lumi de la milizia di Corsica; onde lo sofferivo con la pazienzia isforzata; ma, aven doci aggiunto ancor voi che ste l'onore dei napolitani ingegni, il mio non vendic armene seco resta solo per non sapere con che armi assalirlo. Ma, per levarmi de la mente la mala volont che gli tengo per la cagion predetta, furatigli tanto di tempo che almeno una volta la settimana di voi goda il cor mio; peroch, oltra la dottrina dei libri e de l'armi, ho sommo piacere nel ragionare de la pittura; d el gran giudicio che avete in cotale arte de la poesia mi taccio, conciosia che il madrigale, che voi mi recitaste di vostro, mi ammut s con l'arguzie, che mi pen etrarono le viscere, che laudandovene a pieno mi pare che sia un niente esaltarv ene; ma, per essere la conversazione degli uomini il secondo spirito de la natur a umana, e la bona creanza il primo alimento del colloquio sociale, posposto tut to il numero de le virt di che ste albergo, desidero il sempre vedermivi appresso, imperoch mi diletto e nudrisco ne la dolcezza del nostro ragionare praticamente d'ogni cosa; s che, con pace de l'autor celeberrimo, fate ch'io non vi perda s di continuo. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXX A MESSER GIANMARIA FILAGO Mentre che io per venir da voi stavo per furarmi a le turbe dei gentiluomini che dal cominciar del d al finir de la sera mi usurpano la libert de l'andarmene dove mi pare, ecco che mi si dice che vi siate amalato. Onde mi parso strano d'averm i a trasferire in cotesta nuova stanza, dove pensava che ci godessimo di noi ste ssi insieme. La qual cosa sar pure da che messer Biagio, e mio e vostro, mi d nuov a che il male se n' andato forse a trovar qualcuno che non degno di star sano. Ve rr dunque da voi domane un tratto, spassandomi un pezzo intorno a la fornace, per cui il mezo escono i s bei lavori di mano. un peccato che un comune privilegio d i ciascun principe non interrompe la turba, che si prevale s de la invenzione de lo Spina e del Filago che toglie a tutti due l'utile di che vivereste da princip i. Bench non meritate meno laude per l'arte da voi trovata in contrafare ogni sor te di fina pietra in cristallo, che vi facciate nel conto del pane che insegnate a guadagnare a qualunque ci si essercita. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXXI A MESSER BIAGIO SPINA pur stato miracolo quello che ha fatto la grazia di Dio in darvi una moglie ista mpata nel conio del vostro desiderio. Ella s di punto nel modo che la imaginavate , ch' quasi impossibile il crederlo a chi non la vedesse come Tiziano, il Sansovi no, messer Gian Francesco, buona memoria, la di lui consorte e io la conoscemmo la sera che tutti insieme venimmo a godere de le vostre nozze. Lasciam da parte le bellezze, le virt e la modestia di cotal giovane nobilitata dai costumi de la sua propria bontade, e parlisi de la pacifica condizione de la natura che si dil ettata in s ben crearla e in meglio custodirla. tanto fuor de l'uso feminile il n on apparire mai nei suoi atti umili verun segno di alterezza, che stimo ci una ge mma quasi degna, nel pregio, come l'onest di che ella pi che d'altra cosa si adorn a. S che potete chiamar paradiso, in quanto a la contentezza del mondo, la giocon dit di compagnia s dolce la discreta caritade de la quale tiene per pompa solenne l'esservi solamente cara. Del che per avervi in luogo di figliuoli, mi rallegro tanto che pi non sarei per rallegrarmi de le mie cose istesse. E perch mi credo ch e madonna Lucrezia sia gi del vostro seme ripiena, m'offerisco per compare. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXXII A MESSER GRAZIANO DA PERUGIA Il ricevere l'uno amico le lettere de l'altro suole recare e a l'altro e a l'uno

piacere di sodisfazione, e a quello, come che a questo, e a questo, come che a quello. Ma nel presentarmisi de le vostre, a me intervenuto l'opposito. Imperoch, richiedendomi voi di cosa che non vi posso servire, in luogo de la consolazion predetta, ho sentito alterarmi. E, se non fusse ch'io riguardo la fidanza che in me avete, la volont che vi trasporta, e la poca che tenete creanza, forse che vi riprenderei del cos a lo improviso richiedermi che io vi faccia una egloga non m eno presta che ridicola. Cosa che qual si voglia principe non mi avrebbe ricerco ; bench la libert, che vedo in me stesso, tiene molto maggior privilegio. E per me ne acqueto con il giurarvi che non sarei mancato a la speranza che vi ha mosso, se lo interesse del Terzo de le mie Lettre, che non mi lascia tempo da respirare , non me lo vietasse del tutto. Bench s grande abondanzia di poeti, che poca manif attura basta a trovare chi vi componga non men comedie, che farze in suo essere, che le cose di Gigio Artemio rodigino, poeta non men famoso che pittore valente . Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXXIII A MESSER TIZIANO N virtuoso n di carne sareste, messer Tiziano, se circa il Sansovino non vi foste in un tempo doluto e rallegrato; imperoch il caso successogli degno di dolore e d i allegrezza, da che egli fu in un tratto e preso e libero; e quel che dee ancor a penetrarci col piacere nel cuore che il poterci morir sotto gente infinita, e non aver fatto alcun male, testimonia la sua innocenzia. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXXIV AL CAVALIER BORNATO Caro mi stato il dono uscito di mano al mirabile artificio de la bresciana indus tria; e la bellezza di s ben fatti capitoni participa di quella di cui forbito il vostro animo. Imperoch con esso seco se n' anco venuto l'augurio di ci che la bont del signor Annibal vuol ch'io speri dal duca suo, col tenere certo ci che mi reca va in dubbio, non vi ringrazio meno de l'una cosa che de l'altra. Di febraio, in Vinezia, 1546. CCCXXXV AL SIGNOR DON LUIGI D'AVILA Egli veramente certo che, mentre vengo a confessarvi uno errore, faccio fede d'e ssere cascato in due falli; ecco ch'io sino a tanto che non ho visto le brevi na rrazioni negli atti de lo imperadore per mano de la vostra penna, solo ero andat o pensando che vi dilettaste de le cose scritte, e non che di voi fusse studio l o scriverle. Onde la imprudenzia de l'un difetto hammi spinto ne la colpa de l'a ltro, tal che il giudizio che mi deveva aprire gli occhi, me gli ha chiusi in mo do che ho ignorato il come senza altra cognizione si dee credere che, non pure i grandi che servono con domestica famigliaritade la Maest Sua fanno miracoli, ma i minimi, che a pena il veggono, sono miracolosi ancora. Perdonatemi adunque que sto e quel peccato, se non per altro, almeno per la vergogna con che mi punisce la mia villana ignoranza: il che mettendo da canto, dicovi come che io, nel subi to intendere l'esser tradotti i prefati Evangeli di lingua vostra in la mia, vol si che mi si recassero e presto. N prima viddi la breve semplicit della pstola (per il cui mezo il vostro candido spirito pi tosto intitola a Cesare lo affetto de l a buona volont che la magnitudine de l'azioni sue), che la invidia fece in me ci c h'ella fa in ognuno. Entrato poi ne la istoria e considerando di parte in parte gli invitti andari au gusti, riprendevo me stesso de lo stupore da me preso in tal conto; con ci sia ch e non accade maravigliarsi di colui che altro non che ammirazione. Io non lo lau do con le gran parole, ma con le vere; dicendo che, se bene parve che il princip io di cotal guerra gli soprastesse, che in poco spazio poi si comprese ch'egli a lei sovrastava. Per certo che i di voi unichi commentari sono non meno naturali imagini dei suoi gesti, che si siano vivi esempi dei di lui sembianti le pittur e del solo Tiziano. Per il che, chi gli legge vede procederlo secondo i casi, i quali ne lo accrescere la sua virt, stimolandola, han dimostrato ne le tremende a usterit di Lamagna che sono pi le cose che spaventano che quelle che nuocono. Ma, perch la grandezza de l'animo non iscopre le eccellenzie che l'ornano, se non qua

ndo le difficult s'interpongono tra la virt e la sorte, gli impossibili eventi in s dura provincia occorsi testimoniano al mondo le eroiche qualit di cotale incompa rabile monarca, la cui fatale valorosit di prudenzia consent sempre a la veritade, e non mai a la opinione. Onde i nuvoli de la polvere promossi dal vento mai non furono da lui tenuti per cose stampate dai passi dei nemici; n anco quegli forma ti dai pi dei nemici non ebbe gi mai per polvere sollevata dal vento. Ma, perch accade bene ispesso che quel che si teme non viene, e ci che s spera inga nna; Sua Celsitudine, che non usa di temprare la paura con la speranza, opera di maniera in qualunque cosa gli avvenga che lo sperare non gli vien meno, n il tem ere non lo confonde. S che egli, che solo ha il cuore e l'animo degno de la sua l aude e gloria, s proprio se stesso nel compendio, che di ci, che ha fatto, fate; c he pare, a chi lo va leggendo, d'essere dove voi foste, e nel luogo, nel quale, egli essendo, tolse e diede ci che gli parse a ciascuno che gli oper contra e pro. Talch il buon duca d'Alba, che s ne le vostre carte risplende, remunerato de le f atiche che si fecero conoscere dal vincitore Cesare ne la fede e nel sangue, pu c hiamarsi beato, come chi suol fare altramente infelice. In tanto voi, commendator d'Alcantara, avete esposto in modo per bocca del vero gli immortali successi del non meno misericorde che formidabile Carlo, che si st a in dubbio qual sia pi: o il piacere che egli sente di voi, sua creatura, o la g ratitudine che gli monstrate voi, di lui creato. Pare mo a me che la memoria del primo Cesare, con quelle di tutti gli altri imperadori insieme, lasciando ogni altra cosa da canto, debbano fare ogni sforzo acci si dipenni il dove dite il fiu me Albis cotanto nominato dai romani e s poco visto da loro, che, avendolo in un tempo veduto e passato, l'imperadore disonora quei tali, e cos il quando disse Su a Maestade: " Venni, viddi e Dio vinse". Con ci sia che la superbia di Giulio attribuissi ci che non volse attribuirsi l'umilt di Carlo. Onde l'alma parola merita d'esser cantat a nei cori sacri dai pontifici santi. Ora il suggello, che questa chiude, il dir e che lo imperadore, giunto a un termine che maggior non segue l'impresa per acc rescere, che sarebbe sogno d'imperfezione, ma si muove a varcar pi oltre, perch lo permette il cielo. Di marzo, in Vinezia, 1546. CCCXXXVI AL CAMPI Come pu essere, messer Bartolomeo, che un giovane, come voi da bene, abbia potuto soffrire che, qui venendo, ognuno vi vegga sempre, e io non mai? E tanto pi che Ventura, quasi mio figliuolo, anco egli vi ha pregato a non partirvi senza darmi tal consolazione, n vi sete degnato a farlo. Onde vorrei bastare non a trvi la fa ma de la vert, che impossibile, ma in vedermi innanzi qualcuno che si appressasse ai miracoli che fate negli acciai, nei bronzi, negli argenti e negli ori: ch, se ci potesse essere, me gli metterei intorno con le laudi, in modo che le mie paro le sarieno talmente nuvoli al sole del nome vostro, che i suoi giorni diventareb bero notti. Bella cosa il fare a me carestia di quello che le piazze han divizia ! Ma io sono un poco aveduto uomo dolendomi di ci che devrei ridermi; imper che Sa lamone vincete in la prudenzia, tuttavia che lo intelletto de l'arte, che in div ine opere essercitate, comporta il ricordarvi di voi stesso, non che di me, che mi notrisco del piacere ch'io sento nel comprendere l'eccellenza del vostro mira bile ingegno. State sano. Di marzo, in Vinezia, 1546. CCCXXXVII AL DOTTORE BARBARO Messer Daniello, illustre ne la nobilt ed eccellente in la sapienza, ancora che m i paia strano se in cambio del cos spesso vedervi, s di rado vi veggo, non me ne d olgo per, ma stupisco, come, dopo l'uffizio del magistrato aggiuntovi a la cura d e l'altre vostre faccende in Padova, vi siate posto a l'opera, la quale pur trop po sarebbe a chi altro non tenesse che fare. Ecco che, oltra il porgere la vita vostra essempio di buono a tutti gli uomini, lo intelletto di voi al presente no n resta di essercitarsi ne la composizione de la conoscenza di tutte le cose. On de sapete non pur ragionare del perch la luna dopo s lasci il sole pi ch'essa veloc e, ma per qual causa ella a lei s'incontraria ed egli a lei contraponsi. Voi, dr

izzando il volto al cielo, tutto quello di magnifico e di maraviglioso ci scorge te che la natura vuole che ci possano comprendere coloro che si rivolgono a guar dare in alto con la contemplatione intenta a le superne eccellenze. Certo che a voi noto il volubile corso de le stelle e gli occasi; a voi manifesta la ratta c elerit de la fuguce prestezza del mondo, e a voi non si cela la scienza del terro re di quei baleni che fiammeggiano senza alcun suono o romore. N si pu imaginare c osa degna di ammirazione che a voi non s'apra, se da sbita cagione mossa, overo p er il suo ordine realmente proceda. Tal che la propria natura si compiace de lo spirito con cui andate penetrando i di lei visivi invisibilmente miracoli, del c he mi gode l'animo, il quale sempre vi permane appresso con la somma d'ogni affe tto del cuor mio. S che atendete a fornir d'acquistarvi immortalit al nome, per vi a non de le leggi civili, le quali comandano ai venti che soffiano, ma per mezo de le filosofiche, che insegnano a la vita ci che debbe chi ci vive. Di marzo, in Vinezia, 1546. CCCXXXVIII AL DANESE L'arte e la natura, che bisogna a chi in le composizion si essercita, molto bene adattata ne le vostre opere; ma, perch ci veggo pi risplendere la virt che nasce c he quella che s'impara, me ne rallegro col vostro ingegno. Imperoch egli chiaro c he la natura comanda a l'arte, e l'arte serve a la natura. Onde l'una attende a esprimere gli effetti veri, e l'altra a formare le parole ornate; s che piacciavi pi tosto di gustare i frutti di quella, che di odorare i fiori di questa. Di marzo, in Vinezia, 1546. CCCIXL A L'UNICO TIZIANO Caro compare, andate fornendo i ritratti e del figliuolo e del re d'Inghilterra, se non per altro, per utile del signore Lodovico da l'Armi, cagione ch'io di ci vi preghi. Onde parmi vedere che egli se ne va in rovina, insieme con la grandez za in cui diventato superbo, tal che quelle cose lo abbassano che hanno mostrato d'alzarlo. Di marzo, in Vinezia, 1546. CCCXL AL MANTOVA La statua, che ne la corte de la casa vostra cost in Padova avete fatta scolpire, famosa tanto che qual si voglia principe ne sarebbe onorato. Ma quando sia ch'e ssi abbino caro cos reale onore, imitino il di voi animo ne la grandezza, che, im parando da lui a essere splendido, di oscuri torneranno illustri. Ma son quasi n iente l'eccellenzie de le cose rare e magnifiche, di che andate pomposi in vita, a paragone di quelle che vi si riserbano e preparano dopo la morte: ecco l'urna marmorea ne la chiesa, u' l'avete dedicata, che mi conferma ferma la parola in bocca; ma tutto bisogna che altri se ne porti con seco nascendoci di cuore cesar eo, come ci nasceste voi, che ste pi tosto re ne l'opere che dottore ne le leggi. Io sono entrato in s degna materia parendomi di mio uffizio il parlarne, come anc o di mio debito il ringraziarvi de le scritture, che vi pregai che vedeste, tace ndone; se bene il consiglio suo fu scudo de la ragione, di che si prevalse quel messer Tarlato Vitali, che per esser persona di merito, promosso me a ricorrere a voi, come l'umanit benigno e come la cortesia gentile; e per io mi diletto ne la vostra laude con un piacere che non avria mai fine, se fussi bastante a lodarvi . Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLI A MESSER MARCANTONIO BARBARO Basta purtroppo, compare magnifico, il testimonio di voi solo nel mondo per conf ermare a la gente che bisogna nascerci di pellegrino ispirto e di grazioso ingeg no; imperoch meno fatica il correre a lo in s e il volare senza ale, che lo impara re cosa alcuna a chi non viene aiutato da la natura: del cui espedito intelletto tutte l'arti sono discepole. Onde alchimisti si possono intitolare coloro che p resumano di farsi ci che niuno mai non fu, n per essere, mancando di s provida e do tta maestra; e mal per me, se mi avevo a prevalere pi dei libri che di lei. Io so no entrato in cotale proposito, bont dei miracoli che si veggono uscire da quel p

ennello che la madre di tutte le cose vi pone in mano talora. N solo in la pittur a vi essercita la dote, ch'ella vi diede in le fasce, ma in gli stucchi, in la p rospettiva e negli intagli; tal che, se i Fabii vi vedessero, ammirarebbero de l e vostre opere, come altri ammir de le loro; overo nel modo che il nostro secolo ammira quelle del figliuolo del re dei romani e nipote di Carlo imperadore, dell 'arciduca d'Austria parlo, la eccellenza del qual principe dissegna, scolpisce e dipinge, n pi n meno che gli antichi predetti. Onde, attendendo a lo essercizio de l'armi, come egli attende, ancora egli porter di sua mano nei trionfi ritratte l e soggiogate province e le terre. E voi, ne la professione propria tornando dai negozii prescritti al suo tempo a la prudenza grave, de le rare e molte vostre virtudi e dottrine, riportarete dis tinte in tele ed esposti in carte i siti e i paesi d'altrui. S che perseveri la f antasia del vostro intendimento in s laudabili studii, se volete che la giovent, c he vi verdeggia intorno e vi pullula addosso, non si accorga de le volupt sue e lascivie. Intanto pare a me che la prefata natu ra meriti biasimo e laude insieme; laude per avervi ornato del sapere imitarla, e biasimo peroch, dando ella parte de lo ingegno che vi avanza ad altri, molti sa rieno stati da pi e voi non eravate da manco. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLII A MESSER LIONE, ISCULTORE Se aveste mai dubitato ch'io non vi tenesse per figliuolo, lo sdegno e l'ira, ch e in vero vi ho dimostrato da padre, essendovi tale perch a me ste s fatto, non si debbe pi stare in forse. Vi pareva egli che si convenisse a lo amore che vi porto , s per l'essere d'una patria istessa, s perch non avete pari in gli intagli, il no n alterarmi nel caso di Martino? Se voi lo vedeste cos mal concio nel viso, e s di sparuto ne l'aria, so che non pure non riterreste le lagrime; ma, rivoltando l'o dio che tenevate seco, in chi s crudelmente ferillo, saria forza che la propria v ostra conscienza vi inimicasse con voi medesimo in tutto; e tanto pi, quanto non vi fa vergogna ne l'arte, in cui imita s bene voi, suo maestro, che gloriare vi p otete, e non pentire, d'avergliene come gliene avete insegnata. Ora io revoco la indegnazione che vi tenevo, e la ripongo in colui che, in cambio di fargli paur a secondo la mente vostra, gli ha tolto la vita lasciandogliene; e, revocandola, vi restituisco la benivolenza solita con dirvi che, oltre l'altre a le quali no n mi parso rispondervi, ho ricevuto due vostre; per il che piacemi darvi rispost a con rendervi grazie de le medaglie rappresentanti s naturale e da senno la imag ine di Sua Beatitudine, che senza respirare respira e senza spirito si muove. N v i crediate che la fama de la tazza d'oro, che fate al gran Ferrante Gonzaga, non mi abbia s bene dissegnata in parole che, quale ella , io non vegga. Ma per chi s i dee fare cose uniche, se non si fanno a personaggio come lui singularissimo? A ttendete pure a sodisfare con l'opere vostre miracolose a s mirabile cavaliere, c he altro pro e altro onore ne andrete ritraendo che non vi stimate o credete. E caso che vi venga in proposito il basciargli in mio scambio la mano, fatelo; per ch non gli discara la riverenza con cui lo riverii da che nacque. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLIII A LIONE, ISCULTORE Perch chi in ciascun lato con la mente, non si ritrova in alcun luogo con l'opere , potria essere ch'io avessi la medaglia, ma per interponercisi il ghiribizo, ch e vi manda vagabonda la fantasia, no 'l credo. Ma pure felicissimo ingegno il vo stro, ed egregio; ma non maraviglia che sia tale, essendoci nato in cotal modo, imperoch la natura si dilettata in lui. Onde gli ha dato in un tratto ci che non g li poteva mai dare lo studio che, s come Iddio, senza imparare cosa alcuna, le sa tutte; cos ella, che partecipa de la sua potenza, vi ha fatto chiaro in vostra a rte; n s tosto vi occorre in mente un lavoro, che lo ponete in opera; e pi la inven zione difficile, pi presto in facilit la fornite. Onde togliete il credito a la ma raviglia di sorte che altri si resta nel vedere i vostri miracoli come non fusse stupenda. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLIV

AL IOVIO Io non so, vescovo reverendissimo, qual sia maggiore, circa il caso de la di me naturale imagine, o il desiderio vostro in averla, o la volontade mia in mandarv ela. Certo che in cotal cosa vi rimango superiore d'assai, imperoch il numero glo rioso di coloro, che alluminano il presente secolo con lo splendore de le propri e sembianze, non rester di niente scemo ancora che seco non si connumerasse il ri tratto che chiedete a me, che mi reco a reputazione lo essere di ci richiesto; av venga che, senza altro testimonio d'opera ch'io mi abbi composto o componga, sol o nel vedermi collocato in la nobile casa vostra, tra il vivace commerzio di cot anti famosi spiriti, non sono per mancare di fama gi mai. Onde, tosto ch'io possa disporre il pennello di Tiziano, far s con la istanzia de la fraterna possibilit, che pi non me l'avrete a richiedere. In tanto ringrazio il cielo che mi ha fatto nascere al tempo che ci nasceste anco voi; ch, se in altra et ci nascevo, mi era q uasi un non esserci in niun giorno nasciuto; mi terrei certo un nonnulla, se la penna con cui fate eterno chi n' degno, non mi facesse parer qualche cosa. Due vi te hanno gli uomini illustri al d d'oggi, e una morte a gran pena; essi vivono in virt di natura, e per vostra; ma s'avanza il potere di voi sopra il suo: imperoc h date al nome ci che non pu dar ella a la carne. Onde la essenza, che viene da voi , non pur manca nel modo di quella, che deriva da lei; ma risuscita coloro che s i moiano, non altrimenti che il vostro calamo fusse lo iddio de la immortalit che ci perpetua. Intanto il vero si vanagloria seco stesso, si egli ne le vostre is torie osservatore de le cose che narra. Tal che l'azioni di questo e quello avve nimento, n da la grandezza de lo stile, n da la parzialit de l'affezione non vengon o in verun proposito accresciute, n sminuite. Tal che chi legge loro, cos pu giurar e che sia, come voi scrivete che fu. Onde sino agli essempi di tutti quegli che, per meritare d'esser riveriti ne la pittura, qual meritarono in la vita, se ne rallegrano. Ed essendo cos, mi reputo per favor divino che la copia de la mia eff igie, insieme con le di cotante persone ammirande, debba partecipare de la grazi a infusagli da la frequenza dei laudabili onori. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLV AL BUONARROTI Signor Michelagnolo, lo Anselmi messer Antonio, veramente lingua de la vostra la ude e anima de la mia affezione, oltra il farvi riverenzia in nome di me, che vi adoro, scuser n pi n meno la importunit ch'io vi uso per il desiderio estremo d'alcu no dissegno di quegli di che ste cos prodigo al fuoco, e a me tanto avaro. State s ano. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLVI A MESSER MICHELE DA VERONA Il presente dei carpioni, che il Moro, dipintor da bene, mi fece porgere da lo i schiavoncello vostro, suto pi grande che non deveva esser piccolo, merc dei quadra gesimali digiuni che fa il Concilio a Trento, onde i poveri pesci non possono la sciarsi vedere in cotesta citt a lor modo. S che tanto sono pi ve ne ringrazio, qua nto meno pensavo d'averne. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLVII A MESSER PAULO PELLUCCA Io vi ho detto, pare a me, altre volte che il parere s vicino a l'essere, che ben e ispesso l'uno preso per l'altro in iscambio: e chi ne dubitasse guardi le figu re degli ignudi che Francesco ha ritratto dal Giudizio di Michelagnolo, e vedral lo s fattamente che le terr per cose del Buonarruoti istesso; s che rallegratevene, peroch il giovane merita onore da chi gli fusse nimico, non che benivolenza da v oi che gli ste fratello. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCXLVIII A TIZIANO, PITTORE Il marchese del Vasto morto non di flusso o di vomito; imperoch da la ferita, che la giornata di Carignano gli diede ne l'animo, nato il suo fine. Ella, che fece capo tosto che il signor Doarte e il comandator Gironi, per ordine di Cesare, p

resero cura di tutte le rendite di Milano, l'ha mandato sotterra. Certamente le insolenzie de la ambizione di cotal cavaliere sono state incomparabili, come anc o l'eccellenze de le virt senza pari; ma perch la sua gran fortuna caus la superbia di quelle, e la sua real natura essequ la prestanzia di queste, merita d'esser p ianto in comune. Di aprile, in Vinezia, 1546. CCCIL AL DUCA DI FIORENZA Ancora che le penultima, che si degn scrivermi la Vostra reale Eccellenza (alora ch'io ottenni la lettera al vecer di Napoli in giovamento altrui ), mi dica: " Non restare, occorrendo a te proprio e agli amici tuoi, la nostra opera di richi ederci; peroch, amandoti noi di cuore, non potiam se non compiacerti"; sino a que sta carta fatta rossa da la vergogna che mi rinfaccia la presunzione con che ven go a impetrare misericordia da la innata bont di voi, non per l'amico, ma per me stesso, ch tale colui (non sendo reo) per il quale supplico il gran duca di Fiore nza: a ci, mutata la giustizia in equit, consideri in che stato si trovarebber gli uomini, se la piet di Dio fusse minore. Ma io (che mi reputo di pi laude l'esser tenuto temerario in tentare la salute altrui appresso di voi, principe ottimo, c he non mi terrei d'infamia l'acquistar nome di modesto non la tentando), per mit igarvi l'animo quando pure vi paresse di castigare in me s imperiosa sicurtade, i nterpongoci l'ammiranda presenzia del padre vostro mirabile; eccovelo in la pres ente medaglia, e vivo e vero; peroch il Danese, allievo del Sansovino, per mio or dine, oltra l'averlo tolto da la impronta del suo naturale aspetto, ha fornito d i ritrarlo da quello che vero e vivo stassi nel petto del conte di San Secondo e nel mio. Onde vi scongiuro, e per il valore che anco risplende in s altiera imag ine, e per la fama che sonar in eterno il suo gran nome nel mondo, e per la glori a per cui in virt sua si fatta immortale, a por mente non al ci che si possa aver commesso d'errore un mercante (conciosia che gli andari dei solleciti negozii lo ro hanno in s una certa natura d'avarizia, che anco i leali e i diritti si potria no quasi punire per fallaci e per empii), ma a quella umile e presta ubidienza c h'egli, il quale cost non ha da perdere altro che la disgrazia vostra, ha dato co n la istessa persona al cenno d'un minimo di voi comandamento, e pur sapeva che gli emoli, gli invidiosi e i litiganti sono simili ai nuvoli che adombrano cos sp esso il lume del sole. Ma, ritornando al caso, dico che Augusto al tempo suo promesse gran somma di pec unia a chi gli dava ne le mani un malfattore molto a lui odioso; la qual cosa in tesa, il delinquente, per consiglio di se medesimo, se ne venne a lo imperadore dicendo: " Sodisfammi con il premio istabilito, ch'io ti meno colui che brami"; onde, avist osi Cesare che egli era quel desso, non solo gli fece pagar ci che fu di sua paro la, ma per caro il ritenne, s gli piacque la fiducia che s fatto uomo dimostr ne la clemenza de la maest di lui. Or vediam mo se Francesco Lioni, che non (credo io) di simil sorte, avendo avuto pi rispetto a la volont di voi, principe, che a la s ua vita, a la sua facult e al suo onore, da la vostra mansuetudine, ne le cui bra ccia si gettato s presto, merita venia. Io vi giuro, signore, per quella divozion e in cui vi tengo, che il povero infelice vi adora in maniera che, mentre la col pa de la mia molta pazzia mi ha tenuto in vostra disgrazia, che il tormento dato mi da la mia propria conscienza per ci suto avanzato dal flagello con che egli di continuo mi ha percosso per mano de la severissima reprensione; e, parendogli p ure male che io, che son pur dei servi di voi, patissi, mi ito sempre porgendo d i grosse quantit di denari, senza mai averne voluto somma alcuna in rendita. Che pi? Ne l'opra intitolatavi vvi una lettera al predetto, per via de la quale mi con gratulo seco de l'allegrezza presa da lui nel vedere riconciliata con la Vostra soprana Altezza la isviscerata servit mia. S che, con pace dei creditori, i quali nel rimborsare il loro non debbono carcargli adosso altra croce, tengo per fermo che Vostra Signoria illustrissima sar non meno riguardatore de la fede, che egli ha in lei, che de la giustizia e de la causa; onde, restituito in manco strana fortuna, terr per caso d'una nuova felicitade l'avere esperimentato in s duri casi la benigna natura del padron nostro magnanimo. Di aprile, in Vinezia, 1546.

CCCL AL DOTTOR MOROSINI Subito che mi fu data la seconda vostra lettera cambiai in allegrezza la vergogn a che mi facea sentire la negligenza del non aver risposto a la prima. Conciosia che s fatto errore stato causa ch'io mi certifichi e del quanto sia grande l'aff etto, con che mi ama il clarissimo messer Marcantonio, e del come senza pari la mansuetudine di voi, veramente ottimo gentiluomo. Onde posso rendermi sempre sic uro che, rispondendo e non rispondendo a quante carte ste mai per mandarmi, che q uel caro sarovvi servitore e amico, che ora pur so ch'io vi sono. Ma, per esser voi una divina composizione di grazie, mi par superfluo lo aggiungervi quelle ch e debbo rendervi per il dono dei carpioni di gi e per i cedri adesso. Basta a me d'aver goduto de la loro preziosa sustanzia secondo che desideravate ch'io ne go dessi. In tanto mi laudo del nostro magnifico Barbaro, se fece con Vostra Signor ia la scusa che a la sua gentilezza imposi, e ho pazienzia essendosene scordato. Di luglio, in Vinezia, 1546. CCCLI A MESSER GIANFRANCESCO VOLTERRA Se la umanit, dolce sustanzia degli animi generosi, non sapesse, s come egli uffiz io de le sue bontadi, il sovvenire a le necessit e al pericolo de l'uomo, veramen te quella, di che ste composto voi, potria molto bene insegnarle, e di ci fanno te stimonianza gli utili e gli onori che tutto d cavano le mie e indegnit e miserie d a la protezione che avete presa di loro. In fine l'essere o buono o cattivo senz a dubbio di nostro arbitrio; ma, perch non tale inverso di me, che gli son servid ore, colui che, in nove mesi, non si degnato far porre innanzi a Sua Eccellenza il ritratto nel quale l'ammirando Tiziano ha superato la miracolosa perfezione d i se stesso? Cesare, che quasi un dio, di bocca propria impose agli ambasciadori veneziani che in nome di lui chiedessero in grazia a la Signoria l'avermi quel riguardo che meritava l'amore portatomi da la Maestade Sua; ma dubitasi per che l a mia virt non sia per esser cara al nome di s gran duca, nel modo che grato il se rvigio di tale a la persona di Sua Altezza? Sono pi permanenti le memorie altrui che le servit d'altri. E, in quanto al quadro, il re di Francia, dico, si fece re stituire da Momorans, idolo del suo affetto, la imagine che di mio il detto gran contestabile gli aveva tolto per tenersela, la quale riposta tra le cose pi degne , me ne premi realmente; come si sia, io mi acqueto di quello che impossibile a l a natura ch'io tengo. Perci che ognun che serve lo splendido signor nostro a me p adrone. Di luglio, in Vinezia, 1546. CCCLII A MESSER DANESE Io non ringrazio colui che, in vero, contra la turba di tanti maligni mi ha diff eso in l'onore; imperoch egli dee ringraziar me di tale uffizio, avenga che la in nocenzia mia gli stata materia di essercitar la bont sua. Di novembre, in Vinezia, 1546. CCCLIII AL PELUCCA, ACADEMICO Ho visto il sonetto fatto da voi in grado mio contra l'autore dei versi i quali mi lacerano, pi tosto con la pessima volont de la malizia, che con l'efficacia de lo stile; e mentre ve ne ringrazio vi avvertisco (caso che mai pi vi avvenga il p igliar l'armi per me) che dite a quegli, che mi confermano plebeo, che tanto ono ro io la bassa origine mia quanto essi vituperano la nobilt de la loro. Di decembre, in Vinezia, 1546. CCCLIV A MESSER CESARE DA LA RATTA Come pi vi parla lo Alberti di me, ditegli che, in cambio di maravigliarsi ch'io non abbia niente di entrata ferma, si stupisca del mio avere una gran copia d'us cita mobile. Per ben che la lode del vivere miseramente del suo avanza il biasim o di chi con gran commodo si mantiene con le cose altrui. Di decembre, in Vinezia, 1546. CCCLV A TIZIANO

Noi tutti vi aspettiamo ista sera a cena, a la quale dee essere anco il Sansovin o, con quel messere, che tanto parla che infastidisce il piacere, che, inanzi pa sto, mentre si mangia e poi che s'ha goduto del cibo, si pigliano insieme gli am ici. Ben che degna cosa de l'altrui modestia il tollerar ci; imperoch, essendo i l unghi ciarlamenti prole dei vecchi, forza che eglino si trastullino coi lor figl iuoli. Di decembre, in Vinezia, 1546. CCCLVI AL MEDESIMO Quel signore gi tanto amato da voi, e ora s poco riverito dal mondo, fornisce di c hiarire ognuno con le sue furie di parole contra, dir, di me, e non d'altri. Conc iosia che l'uffizio dei grandi dee pi tosto tirare a s i virtuosi coi premi che sp aventargli con le minacce, de le quali fo io meno conto che uomo che sia, avenga che ci nacqui con animo di persona libera, e non con temenza d'uomo ischiavo. Di decembre, in Vinezia 1546. CCCLVII A MESSER ALESSANDRO ALBERTI So che gli ammonimenti dei vostri consigli, quanto al tuttavia persuadermi ch'io risparagni, sono da figliuolo e d'amico; ma, per aver sorde l'orecchie in ci, di covi che mi disporrei a ubidirvi col salvare denari secondo il vostro intento, s e io fussi cassa e non uomo, ma essendo uomo e non cassa faccio conto che lo spe nder sia un por da canto. Di decembre, in Vinezia, 1546. CCCLVIII AL NOSTRO SIGNORE Due gravi spezie di passioni mi hanno cruciato l'animo sino a qui: una per conto de la devuta gratitudine, l'altra in rispetto de la debita religione. Io, tutta via, che ho sentito le cose imperiali ed ecclesiastiche in travaglio, me ne sono forte attristato; imperoch a quelle mi tengono i benefizii ricevuti, e a queste mi rivolge l'interesso de la salute ch'io spero. Ma ora vuole la sorte che a le predette cause ci si aggiunga la terza, per mano de le cortesi mercedi di cui mi suto largo (oltre il magnanimo suo figliuolo Ottavio) il veramente principe di buona intentione duca di Piacenza; tal che non odo mai bugia che affermi un mini mo pregiudizio del grado de la vostra fatal Beatitudine, che non me ne risenta i n tutti quanti gli spiriti, come che ci fusse il vero. Onde io, non potendo con a ltro vendicarvi contra le pessime volontadi altrui, ho intitolato la presente tr agedia, in l'istoria degli Orazii e dei Curiazii, a Paolo; non per imitare l'uni co Tressino, che dedic quella di Sofonisba e di Masinissa a Leone, ma sono stato ardito in far ci in onore de la felicit che vi augura adesso (che militate in glor ia del trono apostolico) la vitoria riportatane dal gran giovane, per la qual co sa Roma non solo confermossi ne l'altezza de l'antica sua libertade, ma si rimas e regina di quella Alba, che voleva diventarle imperatrice. Certo Iddio mi ha sp irato lo ingegno circa il comporre s egregio suggetto nei frangenti di s duri temp i. La di lui providenzia l'ha permesso acci che vi pronostichi il trionfo che dee ritrar Carlo dei luterani nel modo che Orazio ritrasse degli albani: ecco la ma teria tratta dei romani, e voi romano ste; il caso successe in accrescimento del re loro, e voi a loro ste non pur tale, ma tre volte s fatto. S che favorite un s pr opizio anunzio col prender l'opra con lieto fronte, se non per altro almen per d arvela io, che in esser fervido ecclessiastico non cedo a la essenza de la istes sa Chiesa: e fanno di ci fede, insieme coi Salmi e col Genesi, che di mio si legg e, e la Vita di Ges Cristo e la di Maria Vergine e la di Tomaso d'Aquino e la di Caterina santa: volumi da me composti quando si giudicava, per i tradimenti usat imi da la corte, ch'io pi tosto dovessi scrivere il ci che mi dettava lo sdegno, c he il quanto mi consigliava la conscienza. E le bascio quel piede fortunato, che dee conculcare la efferit degli ingiusti. Di genaio, in Vinezia, 1547. CCCLIX AL DUCA D'URBINO Che la Vostra non men costante che prudente Eccellenza nel caso di quella memori a abbia conversi i dolori per lei sentiti in gli onori da lei meritati, cosa che

vi adorna del titolo d'una compiuta laude; imperoch l'acerbitade fiera de la dog lia resta vinta da la splendida virt de la fortezza. Ecco voi, che sapete che i p ianti son pi tosto alimento de la simplicit dei plebei che alleviamento de le avve rsit dei signori, avete converso il cordoglio de le lagrime ne la pompa de l'esse quie; la cui reale splendidezza tanto solenne ne lo apparecchio, quanto sublime il debito per il quale ella si prepara; e perch nulla manchi, ecco l'orazione, ch e in ci si convien, e ne la isquisita lingua di quello Isperone, che insegna fave llare agli inchiostri e iscrivere a le penne. Il grande uomo (cos travagliato in la mente, come desideroso di compiacervi) viensene a voi quasi scorta de lo imba sciadore che, per in tutto ricrearvi il cuore, ora vi mandano i padri veri di qu esta suprema republica. La veramente di voi amica lor mansuetudine invia al di v oi conspetto il clarissimo Badoero Federigo, giovane non pure ottimo e grave, ma ne le virt e nei costumi degno di ammirazione e di laude. Cost se ne viene la sua gentilezza e bontade, con bella e chiara caterva di sapienti spiriti; tra il nu mero eletto dei quali risplendono con fiamme di greci, latini e volgari lumi il Manuzio, il Coccio e lo Amalteo. Onde pare che non solo la benignit del senato ve neto, ma quella di tutto il presente secolo venga a consolarvi e a confortarvi i n grado e pregio di colei che in stile divino e angelico ora decantata in cielo da la Pescara e dal Bembo; le cui anime, e immortali e sante per fatale consenso e ordine, poco prima il trasferircisi de la eccelsa consorte vostra, ascesero l suso quasi in un tempo e insieme, per vederla e riverirla nel paradiso, ne la ma niera che l'hanno vista riverire e venerare nel mondo. S che, non potendo voi in la somma di s impensato successo rallegrarvi, acquetatevi al manco. Di marzo, in Vinezia, 1547. CCCLX A MESSER ORAZIO VECELLIO Che Lucrezia sia stata, da tutte quelle madonne che raddoppiarono l'ornamento de le vostre nozze, tenuta per giovane pudica, non maraviglia, se bene pare cosa i ncredibile. Imperoch una publica meretrice non mai buona femina se non quando il caso la conduce in luogo dove sono moltitudini di fanciulle di onesta fama e cas tissima. Allora esse, rimirando il volto loro ne lo specchio de l'altrui contine nza, sono rimorse dal rossore de la vergogna talmente che non ardiscono di muove re pur un cenno che pi che pudicamente non paia; s che degno di laude colui che le invita ai conviti e ai balli, dove intervengono le figliuole e le sorelle, non che le nipoti e le parenti. Di aprile, in Vinezia, 1547. CCCLXI AL SIGNOR PAGGETTO Conosco ch'io uso atto di temerit entrando a scrivere a Vostra Signoria, io non d ico questo perch quella non sia l'umanit del mondo, ma per causa de le occupazioni che vi predominano, bont de le occorrenzie postevi innanzi dal caso del vecchio sire e da la assunzione del nuovo re, ben che gli oblighi, ch'io tengo con la co rtesia di voi, e la speranza, che ho negli uffizii che sempre fate in grado di c hi ricorre ai vostri favori, mettendo da parte ogni modestia, mi sforzano a pure scrivervi, e insieme con s fatta lettera a mandarvi una quantit dei ritratti de l 'altissima Maest di Adoardo. Io, acci chi l'adora essulti ne la sua gloria e perch chi non lo riverisce si crucii ne l'angonia de la propria invidia, ho fatto impr imere s bella somma de le di lui celesti imagini e divulgatole per Roma e per Ita lia, in segno de la gloria di cotal principe, dato da Dio agli uomini per salute e pace loro; ed certo che, s come mostro il suo volto ammirando in le medaglie, che anco mostrar i suoi gesti famosi ne l'istorie; e, cos facendo, il buono Antoni o Deni, il gentile Filippo Obi e il prestante signor Pagetto rallegransi d'aver beneficato me, che sar vostro in eterno. In tanto conferma ciascuno d'Inghilterra divoto che si devria, non ci essendo l'Aretino(acerimus virtutum ac vitiorum de monstrator), da voi ministri del gran regno d'Anglia farne fare uno a posta perc h egli solo basta a tenere acceso lo splendido nome del sire vostro in queste par ti, s che degnasi la mansueta gentilezza, che vi adorna l'animo, di far s che sian o visti i di lui essempi da la grata innocenzia de la Maest Sua medesima. E perch pi se ne truovi abondanza tra voi, ecco che anco de la stampa vi faccio cordialis simo dono, e, senza altro pi dire, le bascio la mano e la inchino.

Di maggio, in Vinezia, 1547. CCCLXII AL SIGNOR FILIPPO OBI Il capitano Gianandrea Bromo, sollenne tromba nei meriti de l'altissima corona i nglese e ardente amatore di voi altri gran maestri de la corte di quella, nel ba sciarvi la mano in nome di me, vostro isviscerato per sempre, potr far fede del q uanto tengo d'obbligo con la caritativa virt di voi, mio padrone in perpetuo. Egl i porta di molti ritratti del re Adoardo impressi, i quali ho messi in luce nel mondo come reliquie de la divozion mia inverso de la Maest Sua. Vagliami adunque il favor de la vostra gentilezza a far s che il felice garzone abbia care le imag ini angeliche de la istessa divina di lui sembianza; aspettando di legger poi ci che sapr scriverne a pieno, da che l'adoro quasi mio nume terrestre. Di maggio, in Vinezia, 1547. CCCLXIII AL MARCOLINO Mi suta carissima la vostra lettra; mi ben dispiaciuto lo intendere come chi voi sapete giuri a tutte l'ore di non mi avere offeso; imperoch mi credevo che gli p aresse pur troppo lo errore de l'avermi non ragionevolmente ingiuriato, senza ag giugnerci il peccato del sacramento, che egli falsamente fa circa il mai non mi aver fatto ingiuria. Di maggio, in Vinezia, 1547. CCCLXIV A MESSER ALESSANDRO Corvino, in ogni cosa spirito generoso ed elegante, nel veder io lo schizzo di t utto il D del giudizio del Buonaruoto, ho fornito di comprendere la illustre graz ia di Rafaello ne la grata bellezza de la invenzione; in quanto poi a lo esser c ristiano, conviene ch'io circa il licenzioso procedere del suo pennello mi rinst ringa ne le spalle amichevolmente. Adunque un Michelagnolo stupendo ne la fama, un Michelagnolo notabile ne la prudenzia, un Michelagnolo essemplare ne la bonta de ha voluto che la invidia dica ch'egli mostri in cotale opra non meno impiet d' inreligione che perfezione di pittura? possibile che l'uomo pi tosto divino che u mano abbia ci fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Ges, ne la pi degna cappella del mondo, dove i cardini de la Chiesa, dove i sacerdoti rever endi, dove il vicario di Cristo, con cerimonie catoliche, con ordini sacri e con orazioni intrinseche, confessano, contemplano e adorano il suo corpo, il suo sa ngue e la sua carne? Se non fusse empia la similitudine, vantarei me di giudizio nel trattato de la Nanna, preponendo la modestia del mio avvedimento a la trasc uratezza del suo sapere: poi che io in materia impudica e lasciva non pur uso pa role avertite e costumate, ma favello con detti inriprensibili e casti; ed egli nel suggetto di s alta istoria mostra i santi e gli angeli, quegli senza veruna t errena onestade, e questi privi d'ogni celeste ornamento. Ecco i gentili ne lo s culpire, non dico Diana vestita, ma Venere ignuda, le ricoprono con il gesto de la mano le parti che non si scoprono, e il circonspetto ingegno, per istimare pi l'arte che la fede, non pure non serva il decoro nei martiri n in le vergini, ma rilieva in modo i rapiti per i membri genitali e virili, che farien non che altr o chiuder gli occhi per vergogna ai postriboli: ne le mura d'un bagno delizioso, e non in le facciate d'un coro superno, si richiedeva la libert del far suo, e p er disse non so chi che saria meglio il non credere che, credendo in tal maniera, iscemare la credenza in altrui. Bench l'eccellenzie di s estreme maraviglie non n e rimangano impunite, conciosia che il lor miracolo proprio (in quanto a la mend a datagli dai fedeli) morte de la sua istessa laude. Ma pu il gran maestro risusc itarle il nome col fingere di raggi di sole le virilit dei beati, e di fiamme di fuoco quelle dei perduti; ch ben sa egli che la bont fiorentina sotto alcune fogli e d'oro asconde la impudicizia del colosso in publica piazza locato, e non posto in luogo sacro e aperto. Potria essere che il nuovo pontefice, con pace di Paol o, imitasse Gregorio; il qual volse pi presto disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che trre, in virt loro, la riverenzia a l'umili imagini dei santi. Pe rch le anime nostre han pi bisogno de lo affetto de la divozione, che del piacere che porta seco la vivacit del dissegno. Un simulacro di gloria per drizzargli que sto secolo nel tempio de la posteritade, se il prestante uomo coregge le figure

iscorrette come che ho detto di sopra, e gliene render grazie, insieme con la nat ura, il pianeta che gli suto largo del mirabile dono de lo sculpire e dipingere. Ma quando sia che lo immortale intelletto si risenta udendo ci che scrivo, lo to llerar con dire che nel fatto di cotal cosa meglio dispiacere a lui parlandone, c he ingiuriar Cristo tacendone. Di luglio, in Vinezia, 15471. CCCLXV A MESSER ALESSANDRO ALBERTI Sapete voi perch non dirizzo la volont nel fatto del procacciarmi una ferma entrat a da vivere? Per cagione de la pertinacia che tiene in s la natura del desiderio; il quale certo una ansia tanto ingorda in suo essere, che sempre quel che pur v orrebbe segue, e non mai ci che impossibil d'avere lascia andare. Onde favola ins in di se proprio si fa colui che, nel bramar le gran rendite, nulla di bene non ottiene. Di agosto, in Vinezia, 1547. CCCLXVI AL CAPITANO GIAN BATISTA Mi parrebbe offendere quello amore che voi a me portate da padre e io a voi port o da figliuolo, non vi scrivendo adesso che l'occasione me si appresenta; non af fettando per con alcun modo di cerimonia il come mi sono rallegrato de le galee c he vi ha dato in dominio il magnanimo di Capua priore; le cui opere e la cui fed e sono veramente degne de la grazia e del benefizio de l'ottimo e cristianissimo Enrico, il che piaciuto a ognuno che, deposto il rancor de la invidia, ama e os serva quella sorte di valentigia e prudenza che si vede risplendere in qualunque cosa si volga l'animo e la virt di s gran cavaliere. E, non che gli avversari del regno e del nome gallico, ma i mari propri e i liti confonderansi negli essiti de la navale sua milizia perfetta. Se mai vi accade in qualche laudabil proposit o di basciar la mano a Sua Eccellenza in grado de la divozion ch'io gli tengo, f atelo, ch ve ne supplico; e, caso che facendolo vi paia che le sia caro il di me adorarla, vedete di ottener in mio pro una parola calda appresso di Sua Maestade , la mansueta gentilezza de la quale, insieme con il buon contestabile ancora, h a graziosamente accettate le lettere che gi le mandai. Ora ei viene al servigio d el padrone di Vostra Signoria, e mio, messer Batista, fattura e anima del nostro maggior fratello Priscianese Francesco. Il giovane, leale negli intrinsechi dei secreti e dotto nel carattero de la penna, era in non poca stima in Piacenza, c ome anco a la giornata sar per suoi solleciti affari del generale Strozzi. Altro non dico di lui, imperoch a voi, che l'amate, come io, basta accennarne. Il Sorma nno con il cuore suo tutto quanto vi si raccomanda e saluta. D'ottobre, in Vinezia, 1547. CCCLXVII A MESSER TIZIANO Ho, in presenza d'alcuni gentiluomini, detto parte di ci che merita quello isciag urato, pi tosto pessimo che pazzo; e se non fusse stato il rispetto del sacrament o, il quale esser debbe sino dagli infideli riguardato, procedevo pi oltre che in parole. Bench il difetto vien da la colpa di eccetera, imperoch, s'egli si portas se secondo che richiede la bont paterna, con altre pratiche si verrebbe a interte nere; ma il tutto si coglie al nascere buono o cattivo; s, come scrivo al cavalie r Rota, avenga che la malizia de la soziet no 'l consente. Me felici coloro che n on hanno figliuoli; e beati quegli che, avendone, femine e non maschi gli veggon o. Del che ringrazio Iddio, poi che in laude e in grazia sua due me ne ritrovo, Adria e Austria, la cui innocenzia viva pure, ch Cristo mai non vien manco di aiu to a chi in lui spera, come spero io e sperar sempre. Di settembre, in Vinezia, 1547. CCCLXVIII AL COCCIO Gran rumore quello di voi altri dotti nel caso de l'arte; n altro tutto d odesi ch e le superstizioni di cotal cosa, e se mentre di lei si disputa si dimandasse ci ch'ella , quegli che pi ne dicono meno ne saprebbon rispondere. Ch invero l'arte un a nativa considerazione de l'eccellenze de la natura, la quale se ne vien con no i da le fasce; quella poi che si impara bene arte, ma inlegitima, ch non bastarda

si pu dire l'usata dai ragni ne le composizioni de le tele loro: del che non toc ca Orazio, imperoch pregiudicaria a le avvertenze dei di lui precetti, conciosia che il bel giudizio figliuolo de la buona natura; insomma chi rubba l'arte dai l ibri per insegnarla a noi, simile a colui che compra i frutti per rivendergli. O ltra di questo, l'arte senza la natura confassi ad un bergamasco industrioso (di sse il Dialogo de le corti), il quale tiene in mano gli strumenti del suo esserc izio, ma non ha dove potergli adoperare; per la qual cosa simiglia il sarto che, non avendo drappo n altro da tagliare inanzi, riporta le forbici in bottega. Sta te sano. Di settembre, in Vinezia, 1547. CCCLXIX AL PREFATO DI MANTOVA Io vi prego, con quel cuore ch'io posso, a non pi darmi biasimo ne l'azioni che m i pare di pur meritar laude. Confesso che potevo ischifare la violenza fattami d al re, che qui rappresenta il suo oratore, quando io lo viddi con quei sei insie me che me disarmato assaltorno con tutte l'armi. Certo ch'io me fermai (come il Vernagallo pisano e il Foresta fiorentino, gentiluomini e mercanti, testimoniano a qualunque gliene dimanda), perch lo schifarlo mi pareva inriverenza e lo aspet tarlo debito. ben vero che, avvedutomi del tristo animo di lui, stava a me il gu ardarmene, e non lo feci; avvenga che pi mi parve onorevole il pericolo di mostra rgli il viso, che la vilt del volgergli le spalle. E avendo a la fine fatto cosa degna de la natura mia, mi parrebbe di vostro giudizio il dire ch'io avessi pi ob ligo a la virt che a la vita. Per tanto rimanetevi di pi favellare contra l'ardire che hammi pi tosto attribuito nome di giovane che scusa di vecchio. Di novembre, in Vinezia, 1547. CCCLXX AL MAGNIFICO BARBARO Messer Daniello, credo che le carte mie, per parervi di qualche spirito il dir m io, piaccino lunghe a l'amore che a me portate; ma forse brevi al giudizio che i n voi tenete. Come si sia, io talvolta non iscrivo pi oltra, perch quando le lette re si convertono in proemi conviene che chi le riceve abbia tanta volont di legge rle, quanto colui che le manda piacere che le sieno grate. E a Vostra Signoria m i raccomando, e al dottore Zentani medesimamente. Di novembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXI A MESSER GIOVANNI ALEXANDRINO Io, rispondendo in poliza al vostro avermi fatto dire da Bortolo a bocca che non sentiste mai piacere pi dolce che ne lo intendere il rabbuffo con che estinsi la lingua maligna di quegli invidiosi pessimi che, in tenore di voci insolenti, ce rcavano di sminuire gli onori rari de l'unico Tiziano, zio vostro, attribuendo a la buona sorte e non a la gran virt di cotanto uomo il grado e il favore che tie ne appresso la Maest cesarea; bench i come lui vertuosi devrieno salariare cotale ispezie di genti, peroch, se non fusse la invidia, non sarebbero in la fama la me t di quanto gli fa esser la laude. Ma, se la pi strana felicit che sia quella di co lui che gode nel vedere altri infelici, che nuova crudelt di vivente morte credia m che patischino alcune figure da casse ne la certezza de la dimestica famigliar itade sua con lo imperator beato? Risolviamo pure che, se una simile sorte di ge nti meritasse grazia alcuna, a lei si converrebbe, avenga che lo invido pare pi t osto degno di misericordia che d'ira. Di novembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXII A PAVOLA SANSOVINA Madonna comare, messer Tiziano non mi disse cosa nuova circa l'arguzie del vostr o ingegno, nel dirmi che, dicendovi egli non so che de lo spendere che io faccio pi che mai ismisuratamente, rispondeste che non poteva essere altrimente, avendo io da mantener da lor pari l'Adria e l'Austria, alludendo il nome de l'una e l' altra mia figliuola a le due cos gran province, bench, in quanto a me, sempre paio in tutte le cose un monstro cos di fortuna come di virt; onde ieri feci ridere pi che di cuore il capitano Faloppia, compar mio: standoci noi insieme a la finestr a, un fiato d'alcune legne verdi, che a dispetto loro voleva che ardesseno non s

o chi mi sta di sotto, ci accecava da maledetto senno, ed esclamandone l'amico, io gli dissi: " Poi che gli incensi degli altari non mi aprono il naso de la divinit attribuitami con la soavit, ecco che i fumi dei camini mi chiudono gli occhi de la ignoranza ch'io confesso con il fetore". S che ridete de la mia baia, nel modo ch'io mi stu pii de la vostra arguzia. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXIII AL VERNAGALLO Messer Giambattista, non pur cari, ma preziosi sono i biscotti venuti da Pisa, v ostra nobile patria e antica. E tanto pi di tal cibo vi ringrazio, quanto pi gli h a avuti per grati don Giovanni Mendozza, a la cui Signoria ottima ho fatto di lo r partecipe. E quasi che non credevo la lor venuta s presto, s perch i corrieri non possono carcarsi di tante some, s per la inondazione de la diluviata pioggia in tutto il paese. Insomma bella cosa il promettere, se ben s'osserva tardi; e anco il negar subito non mala, conciosia che il presto dire s o no isganna il chieden te e il richiesto; ma pulcherrima e dolce quella mano che, mentre dice s, ti porg e in un tratto. Lodo dunque voi per amico verace poi che, non solo in le frascar ie, ma ne le importanzie prima date che impromettiate. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXIV AL BARBARO Da che la Vostra Magnificenzia, o messer Daniello, si degn ascoltare il sonetto c he vi recit Gasparo Colonna, il quale mi trasse de l'intelletto il proprio merito de la duchessa d'Urbino, piaceravvi anche leggere questo, che vi mando in mio n ome e non di persona incognita, come vi fu letto il sopradetto. Per la qual cosa il di voi giudizio, non persuaso da l'autorit d'altri n da la intelligenzia propr ia, rest di lodarlo apieno e di biasimarlo in parte. Imperoch la fama, che tiene l 'uomo in la virt di che fa professione, lauda l'opere sue senza che le si veggano . E per l'opposito quelle di colui, che non in credito ancora che sia di bello i ngegno, si biasimano prima che altrimenti si guardino. Ma eccovi i versi. Di dicembre, in Vinezia, 1547. Cerchi me, per la traccia del mio pianto. Chi vuole un uom trovar converso in fiume, E circonfuso da quel denso fume, Ch'esala il cuor dal foco suo cotanto. Ma cibo dolce e nutrimento santo D'ogni mio spirto e d'ogni lor costume Son l'acque su de l'uno e l'altro lume, E vien dal lagrimar ch'io viva tanto. Ch'anco le frondi, anco i fiori, anco l'erbe Risurgan liete, con la pioggia a gara, E fansi in tale umor fresche e superbe. Bench ho la vita umanamente cara Per lodar Giulia in sue durezze acerbe, D'impiet larga e di clemenza avara. CCCLXXV AL FOSSA Signor Gioambattista onorando, Tiziano, cos fratello a noi, come noi siamo a lui, vi ha detto il vero dicendovi che non altrimenti meno la vita allegra che, se p ure adesso le ciocche de la barba mi spontassero dal mento nere nel modo che mi pendano gi de le tempie tutte bianche, io ci faccio perch mi pare, ci facendo, vendi carmi col tempo, prendendo in burla i suoi anni, nel modo che mi vendico con la fortuna con il disprezzare le sue grandezze. So bene che la satraparia filosofic a mi dar titulo di pazzia, affermando ch'io manco al decoro de la gravit che sputa tondo e de la prudenza che parla adagio; s'ella il fa, datele il torto. Imperoc h non pedagogo che si lasciasse scappar di bocca che io sia leggieri, vedendomi r ilucere ne la vivezza di cos strenua complessione; n manco mi terrebbe goffo nel c aso del farmi beffe del mondo, con il tuttavia timore di Dio. Con ci sia che i gi ovani debbono aver sempre cura di guardar la vita, e i vecchi di salvar l'anima;

del resto poi tener quel conto de le cerimonie senili, che ne tengo io. Avvenga che i vecchiardi, i quali si ridono de la vecchiaia, insegnano ai giovanastri a disbertonarsi de la gioventudine. A me pare che, ogni ora ch'io mi essercito ne l vagabondo garzonesco, che il peso de l'etade diventi scemo di pi di mille libbr e; tal che le mie spalle a pena sentono il carico di cos bestial soma. Vo pensand o a una comparazione che si confacci con ci che io paio in quel mentre che una ma ssara di venticinque caratti mi si attraversa tra i piedi: alla f bona che, nel c omparirmi innanzi una di queste matotte di latte e di grana, i miei sensi, i mie i spiriti e le mie viscere se ne risentono, e risentendosene si ravivano, e ravi vandosi si dirizzano, e dirizzandosi si raccendono come che un ceppo non ispento in tutto tosto che il fiato de lo istrumento che soffia comincia a tempestarlo col vento. Onde, montatoci suso, simiglio un tronco che, quanto altri dissegna t agliarlo per iscaldarsi al suo fuoco, ispunta foglie e virgulti. Non negano i bu oi platonici che, semel in anno, sino ai decrepiti non possino lussuriare un col petto; ma io, per me, stessi senza accoccarla quaranta volte il mese a questa e a quella ancilla, mi terrei arcispacciato; e vi giuro, per il santo segno de la benedetta eccetera, che, ne lo scrivere le parole, ch'io dico, eccotene qui una, anzi due, s al corpo de lo intemerato Cupido, tal che mi forza a far pausa, e su bito che parto da loro verr a voi. Or, tornando al proposito, nel consumar io con una de le tante il matrimonio, dissemi ella: " Va' e fiditi dei vecchi poi tu? Baie a chi crede a la vostra comedia che dice ch 'eglino sono gli eunuchi del tempo. Che cosa dura, che novella soda; fareste il meglio di pensare a la morte"; e io a lei: " Animetta mia, il pensamento dei vecchi al morire il cavallo suso il quale corre le poste la morte per sotterargli pi presto, e il non mai pensarci il feudo che g li anni pagano a le giornate del vivere loro". S che, e dopo pasto e inanzi cena, a straora e a straotta, non ne perdo una; e tutto causa la sanit ch'io ottengo d a la grazia di Dio e dal dono de la natura. Qual giovane quello che non si possa chiamar vecchio essendo infermo? E qual vecchio, che non si debba tener giovane essendo sano? Mi era scordato il dirvi che, se una tintarella d'ebano nei pende nti peli scancella due lustri da la faccia; quanti son quegli che ne depenna la ispensieraggine da la fantasia? Duolsi il pittore unico e sopradetto, che mi giu nto sopra, leggendo il passo, dove attribuisco la valitudine del far quel fatto a la sanitade, imperoch n stomachi, n fianchi, n renelle, n gotti, n male gallico, n r sipilie, n altro stroppio il molesta, salvo il torto fattogli da colui che, senza punto rizzarsi, continuamente risiede; ch, se in tal maniera intervenisse a me, la balia, che latta la bambina natami pochi d fa, non sarebbe venuta ora qui per i denari che le debbo, e ben ne vado io se non me ne nasce de l'altre; non resta ndo perci di sempre andar drieto ai piaceri, perch il vecchio innamorato un giovan e senza furore. E la chiudo con dirvi ch'io, che non tenni mai odio a uomo alcun o in giovent, non posso tenermi di non amare tutte le donne in vecchiezza. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXVI AL MEDESIMO Ancora che basti la Magnificenzia di messer Daniello, spirito divino, a fare l'u ffizio, che sa Vostra Signoria, con la Sublimit del principe, sarebbe un raddoppi armi l'onore e l'animo, se il buon padre suo ne le parlasse in suo scambio, anzi sar meglio che io levi le fatiche in far ci a l'uno e l'altro con l'andarci io me desimo; per che questi signori, che odano la mia lingua, che leggano le mie opere e che veggano il mio cuore, sanno ch'io talmente laudo, celebro e adoro la gius tizia, la equit e la clemenza de la loro illustrissima, serenissima e santissima repubblica, che non mi si pu mancare di favore particolare, non che di grazia lec ita. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXVII A MESSER BIAGIO SPINA Poi che i giudicii dei molti astrologi, che dite ne la poliza, affermano la mort e del papa questo anno, per esserci ormai pochissimi giorni dei suoi fatti, non so che dirmi, se non che morendosi pure, dar di se stesso la buona mano a la mort e.

Di casa e di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXVIII AL SIGNOR GUIDOBALDO Duca, idolo non finto de la mia verace affezione publicamente divota inverso i m eriti de la Vostra Eccellenza magnanima, egli mi pareria fare una sorte di nuova ingiuria al compar Tiziano, anzi al cuore di lui proprio e a l'animo, se non vi notificassi come furono veramente estremi i ramarichi, l'esclamazioni e i piant i, con i quali il leale di voi servo fece compagnia ai lamenti, ai gridi e a le lagrime che, ne lo udire la falsa fama de la morte che vi si attribuiva, mi cons umarono quel tanto de la vita che mi ha ristaurato del vivere il non essere gi ve ra una cos nefanda menzogna. Onde ben dovere che la vostra senza pari benignitade consoli la mente di s mirabile uomo con il premio di alcune parole di quelle che solete ispendere per coloro che amate. Ma perch egli me, e io sono lui, sapendo il bene che a tutti due volete, aviamo per ottenuta la grazia; la quale consiste in raccomandarlo a Farnese, nel fatto del benefizio che, ancora che sieno gli a nni che il papa lo diede a le sue fatiche, non lo aiutando due vostre righe, l'a vr persona che demerita pi che il gran pittor non merita. Tosto che accennate il c ardidinale di voi cognato ne reuscir buono lo effetto; peroch Sua Signoria revendi ssima e illustrissima gliene ha promesso con fede di non mancargli. Intanto il b ello ispirito d'ingegno se ne va da lo imperadore che a s lo chiama; e pur oggi g li sono suti dati i danari e gli altri commodi per il viaggio; n s presto sar torna to qui da Sua Maest, che eccolo cost da Vostra Eccellenza a sodisfarla in tutte qu elle cose che la volont che ne avrete comandar a la virt di lui, che ci pi che altro desidera. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXIX A TIZIANO Non Apelle, n Prassitele con quanti altri gi scolpirono o dipinsero imagini o stat ue di qualsivoglia principe o re, si pu vantare d'aver mai ricevuto premio d'oro e di gemme che in parte aggiunga a quello che la virt vostra eccelsa riceve da la Maestade Sua altissima: ne l'essersi solamente degnata di chiamarvi a s, in s gra n fragmenti di tumulti, facendo pi stima di voi che di quante leghe o trame gli o rdina contra il mondo. Ed pur vero ch'egli (il qual fa fede a la invidia di non volere per mezo de le pitture e dei marmi equipararsi agli iddii, si contenta di essere solamente dipinto e sculto nei cuori e negli animi dei prudenti e dei bu oni) solo per compiacere a la vostra unica virt lasciasi rassemplare dal suo inim itabile stile; s che andate a lui, e quando che gli sarete ai piedi, adoratelo do po il di voi essere, in nome di me ancora. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXX A LUI Un paio di fagiani e non so che altro vi aspettano a cena insieme con la signora Angiola Zaffetta e io; s che venite acioch, dandoci continuamente ispasso, la vec chiaia, spia de la morte, non gli rapporti mai che noi siamo vecchi. Imperoch, tr asformandola tutti due con la mascara de la giovent, non per s presto accorgersi d el carico nostro degli anni; i quali di maturi tornano acerbi, quando gli attemp ati gli vanno vivendo piacevolmente. Venite via adunque, e se lo Anichino vi vuo l far compagnia, mi sar caro carissimo. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXXI AL SANSOVINO La pi facile cosa che sia lo ammonire altrui. Ecco, il prosperoso ne la sanit d il modo di vivere al miserabile ne la infermitade con una ricetta del quasi nonnull a; ma buon per il medico se, caduto in egritudine, sapesse cos giovare a s, come s i presume far giovamento ad altri. Quel che io voglio inferire che, se il mio an imo fusse de la vostra complessione, in la zecca, saria di mio pi danari che non ci sono di vostro. S che bene valete. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXXII AL MEDESIMO

Io piglio in buona parte il vostro riprendermi ne la facilit che trovano le meret rici nel venirsene in casa mia; ma la menda, che in ci mi date, procede pi tosto d 'amore che da prudenzia; conciosia che, come ho detto pi volte, tale sorte di fem ine tanto son modeste e costumate quanto stanno in commerzio con le donne costum ate e modeste. L'onestade a pena pudica nel modo che elleno diventano caste in q uello ispazio di tempo che tra le da bene conversano. Onde, se ci dimorassero se mpre, tuttavia si manterrebbono tali quali sono quelle che ai miei servigi stanz iano in casa con meco. Di dicembre, in Vinezia, 1547. CCCLXXXIII A MESSER TIZIANO La copia di quel Cristo e vivo e vero che voi portate a lo imperadore, mandatami questa mattina di Natale, il pi prezioso dono che mai re desse per mancia a qual unque pi gli si mostri in favore. Di spine la corona che lo trafigge, ed sangue i l sangue che le lor punte gli fanno versare; n altrimenti il flagello pu enfiare e far livide le carni, che se l'abbia fatte livide ed enfiate il pennello vostro divino ne le immortali membra de la divota imagine; il dolore, in cui si ristrin ge la di Ges figura, commuove a pentirsi qualunque cristianamente gli mira le bra ccia recise da la corda, che gli lega le mani; impara a essere umile chi contemp la l'atto miserrimo de la canna la quale sostiene in la destra; n ardisce di tene re in s punto di odio e rancore colui che scorge la pacifica grazia che in la sem bianza dimostra. Tal che il luogo u' dormo non par pi camera signorile e mondana, ma tempio sacro e di Dio. S che io in orazioni son per convertire i piaceri e in onest la lascivia. Del che l'artificio e la cortesia vostra ringrazio. Di genaio, in Vinezia, 1548. CCCLXXXIV A MESSER FRANCHINI Savio il vostro amico; tanto che da cotale saviezza sua devriano imparare a non esser pazzi i suoi simili. Egli che di poeta e di scultore faceva professione, a vedutosi che ne l'andar dietro ai marmi e dinanzi agli inchiostri, da questi rit raeva un poco di pane senza laude de l'artificio, e da questi non so che udienza circa l'ingegno ridicula; ne le faccende degli avvocati si essercita, con soppo rtazione del Petrarca e di Fidia, che dal suo essempio tolgasi in nota a quel ch e appigliar si debba chi, ne l'una e ne l'altro, se lo becca e inghiotte. Di gennaio, in Vinezia, 1548. CCCLXXXV AL GRANVELA Non Anniballe a Roma, non Alessandro al mondo, non i giganti al cielo usr mai bra vura che agguagli quella che fa lo imperadore non con le genti, non con gli appa recchi, non con l'armi; ma con l'avere senza altro strepito mandato qui per Tizi ano a ci lo ritria. O non atto di tremenda considerazione questo? Egli s terribile e diabolico che in suo secreto mette in fuga l'animo di chi non l'ama, di sorte che il drento a la porta degli inferi per assicurarla a pena. Or, ponendo da pa rte l'altre cose, stato bellissimo testimonio de la virt il vedere, subito che si seppe la richiesta del pittor divino, correre le turbe a popolo per essere de l a sua arte partecipi; e chi quadri, chi tavole e chi di ci che si gli trovato in casa, isforzarsi di comperare a gran prezzo; imperoch son certe tutte le persone che la Maestade augusta accomodar di modo il suo Apelle, che non degnar pi mai esse rcitare il pennello se non in grado di lei. In tanto quel Carlo quinto, riguarda to da Dio con istupore degli uomini, si compiace nel consentire che le mie spall e portino un peso di pacienzia al paragon del quale era di piume il carico del s offerire di Giobbe; conciosia che pochi giorni dur il tormento degli infortuni di lui e la passione degli stenti di me va in infinito; e perch? Per sei quattrini di pensione ch'io avanzo; cosa indegna de l'avarizia mercantile, la quale fa usu ra dei denari, e non d a costo le promessioni a coloro che ne vanno morendo con i speranza d'averle. Or vergognasene chi lo consente, e chi non ci provede, come s arebbe a dir Cesare che, nel potere il tutto, par che nulla possa; da che le mol te lettere di lui a Milano sono senza construtto e rispetto. Di genaio, in Vinezia, 1548. CCCLXXXVI

AL BARBARO Messer Daniello, gentiluomo magnifico e dottore di filosofia clarissimo, se bene io so che il tempo il fisico il quale rende sane le infermit de l'animo, non mi puote nascere pensiero ne la mente che basti a farmi credere che i suoi anni cur ino mai la malattia, che drento al cuore mi lasci l'affezione ch'io portavo a Per ina. Onde mi parrebbe dire il vero quando affermassi esser morto, ella morendo. Ma dir la verit, senza dubbio, nel giurarvi di avere a vivere in la morte $193 $ d i cotal peste d'amore in eterno. S che lo spazio di mille secoli saria di mistier o ch'io stessi nel mondo; e forse anco non giurarei che in s lungo termine in me punto iscemasse la continova frequenza del sospirarne. Ma, fusse pure drento al petto de le mie viscere questo male, e non altro, che l'andrei medicando con il darmene pace, in virt di quella pacienza che insegna l'arte de la dimenticanza a le genti. Di genaio, in Vinezia, 1548. CCCLXXXVII AL SANSOVINO Mando sino la mia figliuola in casa di voi, messer Iacopo caro, onde la di me fa miglia star a la festa in mio scambio; e perch mi dite che sino a non so quanti or bi hanno preso il luogo ne la piazza di San Marco per ritrovarcisi, rispondo che non maraviglia: imperoch i ciechi veggano con le orecchie, talch quel tanto che s entano gli mostra il piacere di che altri si compiace mirandolo. S che a me basta in cambio d'esserci, che Adria ista sera mi racconti dei tori, de le mascare e de le turbe, tutto ci ch'ella ne saper riferire. E me vi raccomando. Di febraio, in Vinezia, 1548. CCCLXXXVIII A MESSER ALESSANDRO ALBERTI Come vi torna in proposito, dite a monsignore che, per burla essendo egli giovan e e io vecchio, mi disse l'altrieri in casa del mio duca ch'eravamo d'una et che in ci se inganna; imperoch Sua Signoria tanto pi attempata di me quanto io son pi sa no di lui. Di febraio, in Vinezia, 1548. IXCD AL SANSOVINO Messer Iacopo, fratello, venite a vedere il Cristo donatomi da Tiziano, ch'io ve ne prego. Imperoch vedendolo potiamo (da che la lode e l'onore alimento de le vi rt e de l'arti) pascere l'artificio e il nome di s alto spirito e d'onore e di lau de. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCD AL DUCA D'URBINO A Tiziano, che la Vostra Eccellenza sempre per ottenere ci che le chiede, ho io f atto intendere qualmente ha ottenuto tutto quello che a Farnese per mezo mio hav vi richiesto, del che per essergli ne l'amicizia fratello, come gli sono, vi ren do le medesime grazie che vi renderebbe il cos bello spirito se qui fusse meco ne l modo ch'egli in Augusta con lo imperadore. Questo in quanto a lui; in quanto a me, dicovi, circa il dirmi voi che tosto mi scrivarete di mano vostra, che sto aspettando le lettre. Le quali tanto mi saranno gioie quante parole scritte. Ora , entrando ne la duchessa, parmi che, avendo la Sua magnanima Signoria remunerat i coloro che gli presentarono il ritratto del vostro volto, che sia debito di le i il remunerare anco me, che gli ho fatto vedere la imagine de lo animo che tene te; bench non voglio che tal remunerazione sia di seta n d'oro, ma di uno uffizio di carit e d'amore con il signore Orazio, a la cui illustrissima benignit solo chi eggio che mi accetti per servo. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCDI AL PRINCIPE DI SALERNO Il pi crudele supplizio, che in pena di qual si voglia colpa mai facesse sentire signore a servo, stato il saluto mandatomi da Tiziano in nome de la Vostra mille volte pi che benigna Eccellenza. Bench vi giuro per Dio che, se la bont di che ten

ete composto l'animo, cos reale come grande, non si rivolgeva con la punizione in verso il peccato del mio prevaricarvi contra, overo non me castigava con il perd ono, solo con il disperarmi speravo di por fine al vituperio che d e notte ha get tato in occhio a la ingratitudine mia quella cortesia ispontanea, con le care me rc de la quale bene ispesso fr da voi soccorse le necessit che in me causano i best iali farnetichi postimi ognora in bocca da la febre continua de la fame rabbiosa . Per le cui penurie non pur il vertuoso latra, ma il leone rugge; talch merita i l pover'uomo, che in la miseria bestemmia altrui la propria venia, che si debbe al buon cane quando morde altri per non trovare osso da rodere, bench de lo error e commesso provo tanta compunzione dentro al cuore, che pare ch'io sia figura la quale arda nel fuoco de la vergogna, e non persona, che respiri ne la vivacit de la carne. Ma impari da la regia magnanimit di voi chi cerca di punire la libert d e le lingue con la crudelt de le spade, e se pur vuole vendicarsi de le ingiurie de le parole, che altro non sono che nuvoli, usi de la vostra gentilezza per arm i; e sar in la grazia di Dio da senno, e ne la lode degli uomini da vero. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCDII AL CASTELLU Signor Domenico, il rendere de le grazie in causa dei piaceri che si ricevono s v ulgare e comune che n pi n meno in ringraziare altrui sanno usare cotal voce di gra titudine i plebei mecanici, che si sappino i gentiluomini eleganti. Onde io, neg li uffizii che per me avete fatto e che in mio pro fate, lascio andare cos trivia le ricompensa di cerimonia, massimamente in lettere, conciosia ch'ella una vanit di nonnulla. Ma perch il confessare l'obligo a bocca, nel modo che debbe ognuno, quasi uno uscir di debito con chi ci aiuta (nel modo che aiutaste me sempre e mi aiutate continuo), non manco di far noto a tutti come vi sono obligato ogni d pi che mai. E questo basti quanto a la prima parte. E venendo a la seconda, dopo il raccomandarmi al mio carissimo signor Pietro d'Hevesca, pregovi che supplichiat e monsignor d'Arasse, unico apoggio de la mia speranza, a farmi cotanto di bene e di favore che la carta per Inghilterra, che sa la Reverendissima Altezza sua, si scriva l, e ivi indrizzisi. In questo mezo sento una paterna letizia nel cuore per esser publica fama del vostro ritornar voi qui agente del serenissimo re de i romani: a la Maest del quale scrivo con buono animo e sicuro, peroch l'opera di Vostra Signoria per adoperarsi per me di sorte che sar non pur letta, ma riconosc iuta. A Tiziano vostro e mio porgon saluti sino a l'onde de l'acque d'Adria. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCDIII AL VECELLIO Messer Tiziano, non meno a me fratello che compare, la lettera da voi scrittami con quella mano, la qual concorre nel rassemplare il tutto di ci che si vede con la natura sola, imitando talmente quello spirito che vive occulto in ciascuna co sa di lei, che ella istessa sta in dubbio qual di voi due sia da pi e migliore, s fatta carta da me desiderata al pari di qualunque altra io bramassi mai, mmi in v ero stata d'un contento che non si puote esprimere, solo per avermi recato certe zza del vostro essere comparso in Augusta, salvo come sano; grazia proprio di Di o in s perversa stagione di tempo e in cos strano aggiramento di brighe; de le acc oglienze fattevi da lo imperadore non favello, ch a valer comprendere il con qual maniera gli affetti de la clemenza sua riceverono le virt vostre in voi, e il co n che piacere voi vertuoso riceveste con tanta caritade in loro, basta sapere il come Alessandro raccolse il suo Apelle, e quale Apelle si offerse al suo Alessa ndro. Per fornir mo di consolarmi, aspetto godere dei frutti di che la di lui Ma est eccelsa per mostrarsi largo al vostro merto sublime. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCDIV AL SANSOVINO Io, messer Iacopo, a me fratello di tanti e tanti anni, mi rallegro e congratulo con la vostra prudenza e pacienzia, con tutta la somma de lo affetto con cui si pu congratulare e rallegrare l'amicizia del bene de l'amico; il quale altro non che un possesso de le sue proprie facultadi. Io sensitivamente godo d' un piacer e di contento eccessivo, imperoch voi per mezo di quella avete vinto la invidia,

e per via di questa disprezzata la sorte; le villane malizie de le quali hanno f atto ci che hanno possuto, s per togliervi la fama, come per rubarvi l'utilitade, l'una ornamento de le virtudi vostre, l'altra benefizio de le fatighe di voi. Ec co che la rovina de la fabrica ritornata mole sublime di perpetua istabilit: n ter remoti, n fulmini, n scosse d'artiglierie son per mai pi poterle dare pure una pieg a; imperoch i di lei fondamenti non sono, come si crede, nel profondo de la piazz a, ma nel centro degli animi dei serenissimi veneti senatori: nel cerchio solido de la lor bontade immensa, non solo cotale edifizio, ma ogni altra opera del vo stro ingegno collocata ivi. Avenga che la eccellenza del perfetto giudizio di ta li, in cotanto fortuito accidente, ha in modo ponderato la divozione, l'animo e l'umilt vostra inverso l'Altezze loro, che vi hanno fornito di ricevere ne le bra ccia de la mansuetudine che gli amministra non altrimenti che se gli fuste figli uolo; e rendendovi la provisione che vi tolsero senza togliervela, vengono a tes timoniare a le genti che essi vostri signori ingrati non sono e che voi loro cre atura in disgrazia gi non gli ste. In questo si commenda tanto il saputo procedere de la modestia da voi usata in secondare l'aversit, che pare che le persone si c ompiaccino nel porvi in cielo con la lode, di che degno s mirabile contesto di ar chitettura; per la qual cosa il real palazzo di San Marco, se avesse intelletto, vi si mostrarebbe con poca cortesia di benivolenza. Conci sia ch'egli, da mano m anco dotta edificato, ognora che la forza lo incitasse a mirarsi nel s bello spec chio che gli avete posto a l'incontra, gli auguraria nuovo fracasso e caduta. XCDV AL DUCA DI FERRANDINA Egli mi parrebbe cadere in contumacia de la gratitudine, legitima figliuola del benefizio e de la obligazione, se io, che altro non posso, non confessassi con l 'umilit de le parole il debito ch'io tengo e con la vostra lingua e con le vostre orecchie. Con quella per essersi degnata di ragionar di me, con queste per il s offrire di ascoltare il mio nome. Io cos scrivo perch cos mi avisa Tiziano, natura de l'arte e vita dei colori. Onde suta grazia commemorata tra l'altre date da Di o a Cesare lo stabilire che al suo tempo si trovi un s mirabile pittore che, se b ene la imagine de la Maest del fatal Carlo impressa in tutti gli animi degli uomi ni, anco dovere che il pi che umano essempio de lo assai pi che divino imperadore contenti gli occhi de le persone in pittura con quel non so che di celeste, il q ual gli rifulge tra le ciglia e lo sguardo con un certo lume di gloria, che si a vanza sopra lo splendore di qual mai fusse semideo ed eroe. Dico che esso Appell e proprio si messo a farmi intendere il quanto vi ste compiaciuto insieme col pri ncipe nel parlare di chi vi diventato divoto, come so di colui a cui non pure lo stato di Salerno nulla, ma il dominio d'Italia sarebbe pochissimo (beato ai vir tuosi se un s fatto cavaliere avesse il potere equale a la liberalit!), bench nel p resente grado sempre porge ad altri pi che non riserba per s, e di ci testimonio la necessitade mia; la quale, la merc di lui, ha spesse volte trasformata ne la com moditade con cui Vostra Eccellenza suole continuo sollevare i begli ingegni dei buoni. E le bascio le mani con chiedergli in grazia il leggere dei sequenti sone tti. Di febraio, in Vinezia, 1548. XCDVI A MESSER GIAMBATTISTA Vernagallo mio da bene, nel modo che mi piacquero i dodeci cucchiai con le altre tante forchette, e le due saliere appresso da Ventura portatemi, mi piace anco, con la coppia dei candelieri, e l'uno e l'altro tazzone appresso al bacino e al vaso che mi avete mandato per Bortolo; al quale ho commesso che paghi s fatti ar genti secondo il pregio che vi parr che meritino. Vorrei mo qualche confettiera b ella, e presto; imperoch il sole non istrugge s ratto la neve, come disperge la mi a prodigalit gli scudi. N vi crediate ch'io compri ci per avere insieme col pelo ca mbiato il vezzo; avvenga che solo le figliuoline datemi da Dio e dal mondo mi co minciano a mettere in sesto; ma buon per loro e per me se gi dieci anni mi fussi venuto in pensiere ci che mi ci viene adesso; bench, oltra il tesoro pi tosto gitta to che speso, solo mi rincresce de le due coppe d'oro e de le tre catene, quelle dono di Antonio da Leva, e queste presenti del re di Francia, de la imperatrice e del cardinale dei Medici, le quali cose tutte insieme, per essere di valore d

i mille e cinquecento corone, bastavano a le su dette bambine per dota. Bench il Signore provedar la mia vecchiezza ne la maniera che ha proveduto la mia giovent. I sette ducati, che montano i segnali dei paternostri, si son contati al vostro uomo. S che altro non dico, se non che vi lasciate vedere qualche volta. Di marzo, in Vinezia, 1548. XCDVII AL CASTELLU Scrivar a lo arciduca d'Austria come mi cade ne la mente di scrivergli, ma temo c he non mi sia lo scrivergli attribuito presunzione. Per ci che a lui, che di pres enzia magna, di animo invitto e di virt suprema, devrieno scrivere gli iddii, e n on gli uomini. Di marzo, in Vinezia, 1548. XCDVIII A MESSER ALESSANDRO Alberti figliuolo, so che il grande amore che avete posto a me, che tanto vi amo , non fa mai altro che porvi in bocca il dirmi ch'io ne metta in serbo qualcuno. Il che facendo, ben farei; ma, perch'io ci possa fare, fate ch'io scambi natura con un signor dal d d'oggi; ch, essercitando io la sua, se non ricco, non sar pover o, e ponendo egli in opra la mia, se non a lo spedale, non prestar a usura; ma, q uando pur non sia lo scambiarle possibile, lasciamola gire come la va; n altro di covi, salvo che mi raccomandiate al reverendissimo legato Da la Casa. Egli verac e ispirito d'ogni dottrina, serva il decoro conveniente al suo divino intelletto , mentre non perde attimo d'ora di studio nei libri, imperoch ben sa egli ch' incr ebile l'utilit che nasce da la sapienzia dei gran maestri simili a lui. Di marzo, in Vinezia, 1548. ICD A PASQUALINO DAGLI ANGELI Lo specchio con due facce che mi mandaste ieri a vedere in s mostra, in virt di mi rabile artificio, la bellissima invenzione de lo ingegno con che l'avete compost o. Ma qual miracolo di fattura di stilo non si vede oggi uscire di mano dei giov ani garzoni come voi? Maravigliomi de la modestia di questa nostra etade la qual e, se bene ha cotante ragioni d'insuperbirsi in causa di qualunche cosa si possa imaginare in eleganzia d'intelletto umano, non ardisce nominarsi divina. Attend a lo studio vostro, figliuolo, a seguitare il piacere che vi pigliate nei lavori de lo argento e de l'oro. Peroch s'ora, che avete anco acerbo il giudizio, s matu ramente operate, che sar poi quando gli anni de lo intendimento vi esserciteranno la fantasia ne l'arte? In cui apparite s raro, ch'ella istessa in dubbio se vi c ontentarete d'esserci ne la laude solo. Di aprile, in Vinezia, 1548. CD A MESSER LODOVICO Di grazia, Cremona (veramente regio ne la indole de la faccia, e divino ne la ma no de la virt), vedete un poco di essere col nostro Luigi Anichino, pi che unico n e la perminenza del fare, ed essendoci, piacciavi dirgli se il suggello in accia ro dentro intagliato con la testa di Medusa da lui fatto o no; se risponde s, pre gatelo che me lo arechi, ch lo ristorar de le sue fatiche subito; se risolve no, v oglio che sia di mano vostra. S che pigliatene la cura con la ispedizione de la p restezza, ch non mancar del mio debito. N vi paia meschinit il non volerlo io d'arge nto, n d'oro, ch, se de l'uno e de l'altro metallo fusse, due d me ne servirei; e b en n'andr io, se mi prevaglio un mese di quello ch'io dico. Onde sarammi poi forz a, scrivendo agli imperadori e ai re, mandargli le carte con la cera, come ora m ando senza altro. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDI AL MIO ANICHINO Messer Luigi, se bene debito di quel giudizio (che ognuno vole ch'io abbi ne le diverse maniere del disegno) di fare libri in onore de l'arte vostra di cos sotti le intaglio, che veruna acutezza di vista lo penetra; dir solamente che, mentre c

onsidero le impronte de le gemme, degli ori e dei cristalli lavorati da le invis ibili punte degli istrumenti, di cui voi solo ste stato inventore, mi risolvo a c oncludere che, se io fusse pietra, nel vedere in s fatte opere le moventi forme c h'io ci veggo, mi crederei che il visivo senso dei miei occhi, converso in calam ita, tirasse a s di maniera la vivacit di quegli spiriti con i quali esse respiran o, che non altrimenti tornarei vivo, che se la natura mi avesse sparso ne le mem bra lo anelito de la sua propria vita. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDII A IACOPO, TINTORE Da che la voce de la publica laude conferma con quella propria da me datavi nel gran quadro de l'istoria dedicata in la scola di San Manco, mi rallegro non meno con il mio giudizio, che sa tanto inanzi, ch'io mi facci con la vostra arte, ch e passa s oltra. E, s come non naso, per infreddato che sia, che non senta in qual che parte il fumo de lo incenso, cos non uomo s poco instrutto ne la virt del disse gno che non si stupisca nel rilievo de la figura che, tutta ignuda, giuso in ter ra, offerta a le crudelt del martiro. I suoi colori son carne, il suo lineamento ritondo, e il suo corpo vivo, tal che vi giuro, per il bene ch'io vi voglio, che le cere, l'arie e le viste de le turbe, che la circondano, sono tanto simili ag li effetti ch'esse fanno in tale opera, che lo spettacolo pare pi tosto vero che finto. Ma non insuperbite, se bene cos, ch ci sarebbe un non voler salire in maggio r grado di perfezione. E beato il nome vostro, se reduceste la prestezza del fat to in la pazienzia del fare. Bench a poco a poco a ci provederanno gli anni; conci osia ch'essi, e non altri, sono bastanti a raffrenare il corso de la trascuratez za, di che tanto si prevale la giovent volonterosa e veloce. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDIII A MESSER ANDREA DA PERUGIA Se bene la modestia datavi da la natura, insieme con la cerusica virt, in s talmen te umile che vuole che vi paia poco il miracolo che ha fatto l'arte vostra perfe tta in la quasi subita saldezza de la mia ferita nel braccio; non per che a me po ssa vietare ch'io non lo predichi a qualunque si diletta d'intendere senza invid ia le qualit degli ingegni altrui, ne le professioni appertinenti a la vita degli uomini. Ch altro che lo estollere il nome d'altri con le vanit de la gloria, anco ra che la maggior parte sieno pi avidi de la lode, che non si sente, che de la sa nit, che si gode, s che, compatriota mio caro (ch cos debbo chiamarvi, essendo voi d el paese, in la cui citt mi sono allevato da grande, e non come in Arezzo nasciut o da piccolo) rubate talora tanto di tempo a le vostre pratiche ch'io vi goda pi spesso. Imitando pi tosto il raro miniatore Antonio da Correggio, che d'ora in or a veggio, che lo eccellente dottore Agostino da Modena, che non so pur du' si st ia: non nego che le faccende in salute di tanti infermi, che tiene in cura, non lo tolghino dal commercio degli amici; la consolazion dei quali si dee preporre agli interessi de la vita propria; peroch facult de lo istesso spirito sono gli in tertenimenti di coloro che si amano l'un l'altro, come se stessi, e non meno. On de, se lo vedete, ditegli che si pu connumerare tra qual si voglia accidente di m alattia il mio essergli uscito vo' dir del cuore, ch, essendo il contrario, la ca rnalit de l'amistade lo trarrebbe a me come ch'io fusse il ferro de la sua calami ta. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDIV A MESSER IACOPO BOLANI Son certissimo, in cotanta gran carestia di abitazioni per la infinit de le genti che di tutta Italia e d'altrove concorrono a farsi patria di questa citt divina, che trovate chi vi offerisce fitto molto maggiore de la pigione, che de la vost ra casa vi pago, de la qual cosa vi resto in pi obligo che se ci restasse in nonn ulla. Intanto la di voi magnificenzia porge ad altru in essempio che pi si debbe i stimare l'uomo invecchiato a sue spese, in le stanze altrui, senza mai mancare d el debito a lui dovuto, che di qualunque avanzo mai si potesse accumulare mutand o abitatore di che grado si sia. Ma perch io non mi lascio vincere di gentilezza

ad alcuno, le pitture nel palco, le pulitezze nei terrazzi e gli acconciamenti n e le altre cose non saranno soli. Anzi gli accompagnar tuttavia di nuove galantar ie e importanze d'altro che dei vetri infiniti rotti in ciascun balcone da le fu rie de la rovinosa tempesta. In tanto mi rallegro del risanarsi del clarissimo m esser Domenico in Inghilterra imbasciadore, come cotal sua convalescenza risulta sse in pro del mio corpo istesso; onde merito che iscrivendogli pigliate fatica di salutarlo da parte di quel core con la cui lingua ve ne prego. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDV AL SANSOVINO Se bene il povero mangia quando che pu, e il ricco a l'ora che vuole, metterommi in la libert dei facultosi con dire che, ne lo aspettarvi istasera a cena, mi con tento che vegnate a vostro commodo, se ben fusse a meza notte. Peroch voglio quel che volete, e posso ci che vi piace. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDVI A MESSER CARUBINO DI BENEDITTO La lettera, che da parte vostra mi ha dato il vostro istesso nipote, nel subito pigliarla non meno con il cuore che con la mano, sentimmi tutto rintenerire da q uel non so che di affetto intrinsico, il quale non si sa dire con lingua, se ben e si esprime con l'animo. Egli mi rinfresc ne la mente quella amorevole conversaz ione fraterna che insieme essercitammo ne la cara primavera degli anni. Bench far emmo il simile se stessimo appresso nel grato verno de la et nostra ancora, e for se con un piacere assai pi lieto e ameno, imper che il fuoco temperamente acceso d entro al riposo de le camere ricrea le membra con altra soavit di conforto, che n on fa il vento ispirante la dolcezza de l'aria ne lo spuntare de la sua bella is tagione; e pi si gode dei ragionamenti che in s giocondi luoghi si fanno, che di q uante cacce ne la verdura de le campagne si fecero mai. Non dubbio che, se a Dio piacesse che il mio Bitte, il mio Carubino, il mio Cusse e io ritornassemo a co nfabulare talvolta fra noi che in ebano si trasformarieno le di noi barbe d'arge nto. Conciosia che il licenzioso procedere invecchia i giovani e il moderato gov erno ringiovanisce i vecchi. Ma in me si potria confutare s ragionevol sentenzia, da che non trascuraggine di garzone che potesse confarsi a la mia. E pure, loda to sia Cristo, non sento scrupolo alcuno di vecchiaia; e, da poco di grossezza i n fuora, tengo in me le medesime prosperit che mi teneva prima che il tempo mi ca ricassi de le sue infinite giornate: vivomi con quei pensieri scioperati, con qu ella vita a caso e con quella isperanza a sorte che mi vissi in Perugia. Ma perc h pare che ogni cosa si annulli dove manca il potere de la copula matrimoniale e adultera, dicovi che in tutto de le sue forze abondo, poi che quattro o cinque m esi sono mi diede la natura e l'amore una s graziosa bambina, che non mi rallegro con altro. E con questo vi bascio e abbraccio, con l'avida volont ch'io ho di ab bracciarvi e basciarvi. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDVII AL BARBARO Chi non avria creduto un Salamone quel fumo e ombra di messere il quale con s can onizata loquela disse fuor di proposito: " Solo le cose che tiene in s la memoria sappiam noi, e non pi" ? Certo che, se voi non lo gustavate altramente, l'avremmo tenuto tanto uomo grave quanto ch'egli be stia leggiera. Infine bisogna che il vaso si percuota con mano, chi vuol conosce re s' rotto, e di buona terra, e ben cotto. Tornando mo a la tragedia da voi rivi sta, con il medesimo giudizio che l'avete composta, a me pare ella istupenda. On de me ne rallegro come di cosa uscitami del proprio ingegno; e rileggendola mi p iace nel modo che mi cara. E circa quello che vi dissi comporre sopra il caso de la romana Lucrezia, non so che farmi, s sono io alienato con la fantasia del non pi scrivere versi n prose; anzi nel vedermi s poco remunerare dei miracoli che, se condo lo imbasciadore d'Urbino, mi escono de la penna. Onde attendo pi tosto a la udare Iddio de la bont concessa da la sua mercede al mio animo, che a ringraziare la natura de la virt data da la sua cortesia al mio intelletto. Or ritornate tos to, ch lo star senza la magnifica Vostra Signoria al Macassola e a me un esser pr

ivi di noi stessi e di voi. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDVIII AL SANSOVINO Per non essere la pi laudabile pace, che la guerra che in gara de la virt fa l'uno virtuoso contra l'altro, quella del Tintorello e ciascuno pittore, che insieme contendono per la perminenza, pu chiamarsi fraterna amistade infra loro, in tanto attenda quello e questo a studiare il disegno e il colorire, se ne la invenzion e e ne la pratica costui vuole avanzar colui, e colui costui; e cos tutti rimarra nno famosi, se bene Iacopo nel corso si pu dir presso al palio, ma solo voi ste se nza il fastidio de la emulazione. Conciosia che passate s oltra, che i di voi con correnti vi han perduto di vista. Talch, deposto giuso la invidia, in cambio di o diarvi vi riveriscono; dando adesso pi vanto a la fabrica stupendamente ridotta, che gi non gli dierono biasimo, del che mi rallegro con quel cuore con il quale m ai non me ne dolsi, avenga che ben sapevo che il suo fine deveva concludersi in gloria. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDIX AL LONGIANO Imperoch, o Fausto, l'essenza del tutto dee restare ne l'essere del presente, i p rincipi, che per istimarsi da quanto Iddio, al quale ogni cosa se gli mostra in presenzia, fanno pi conto d'un ritratto tolto da sembianza, in cui se stessi vagh eggiano, che in quante imagini mai potesse rassemplargli la immortalit de la memo ria. Imperoch la pittura di quello si gode sin che si vive, e la scrittura di que ste mai si vede poi che si muore; ma buon per il mondo, se le Loro Eccellenze si trasformassero negli essempi ch'io dico: imperoch non avrebbono senso, e non l'a vendo lasciarieno in la sua pace le genti, le quali di libere fanno serve, di on orate vergognose, e di abondanti mendiche. Solo Cesare degno di fare che i marmi , i metalli e le tavole rispirino con il fiato de l'anima de la maest sua. Concio sia che saria di continuo in ciascuna parte in persona, onde i torti diventarien o grazie, e le ingiustizie equit, e le crudeltadi clemenzie. E chi sa che Tiziano (che, come dissi altre volte, ha nel pennello la idea d'una nuova natura) non g li dia nei quadri u' lo forma al presente i vitali spiriti in figura, per la qua l cosa l'universo abbia avere due soli che ne lo essere poi per tutto concorrino insieme di lume? Di aprile, in Vinezia, 1548. CDX A MESSER TIZIANO Se bene non tengo altro che una lettera vostra da che giungeste in la corte, non penso gi che i favori di Sua Maest vi abbino fatto s superbo che pi non degniate gl i amici; ch, se ci che non pu essere fusse, in cambio di congratularmi con voi de l a grazia cesarea, me ne contristarei; imperoch infelice quella felicit che rende a ltrui insolente, e quando pure l'ambizione vi avesse preso in modo per i capegli con le mani de le sue alterezze, so che meco procedereste con la modestia solit a. Conciosia che anco de lo imperadore mi riderei, se di me egli si facesse beff e. Or purgatevi di cotale apparenza di contumacia con iscrivermi due parole, sec ondo che, doppo i saluti mandatimi di cost in vostro nome, dissemi Giovanni che i n tra quattro giorni scrivereste. Intanto il Sansovino vi bascia la faccia, e io la fronte. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXI AL DANESE A la dimanda che mi commove a dirvi che cosa gloria, rispondo lei essere ombra d e la virt, e ch'io non erro, ecco che ve lo mostrar il suo andarsene ora innanzi e mo dirieto al nome altrui. Bench quanto pi di pregio maggiore, avvenga che l'invi dia isforzata a darle luogo, lasciala, come le piace, oltra passare a la fine. E se ci non dice Cato, che ne pu far Pasquillo? Di giugno, in Vinezia, 1548. CDXII AL VECELLIO APELLE

Quella propria allegrezza, che sentono nel cuore gli amanti nel subito ricevere le carte de le amiche loro, si fece sentire nel mio tosto che si diedero le lett ere che da voi aspettavo con ansia estrema. Le quale apersi con il tremare di qu ella mano che, promossa da le intrinseche tenerezze di chi vede cosa che gli por ta consolazione, non sa da che lato farsi ad aprirla; n si pensi che per venire e lla da voi, che ste me stesso, e trattare de le speranze mie proprie, nel leggerl a una volta non lagrimassi mille. Tutto il peso del maritare Austria mi si levat o dal petto ne lo intendere l'essere uscito di bocca de lo imperadore che al tem po le dar Sua Maestade la dota. Ma qual pi bel tesoro potria avere chi le sar conso rte che il poter vantarsi che a ci si abbia offerto Cesare? Il segno mo di turbat o affetto, che apparse nel fronte del magno Carlo nel dirsigli la crudelt usatami da l'uomo ch'io non vi nomino, suto verace moto de la pietade augusta; a la cui imagine, che voi rassemplate, e in su lo istesso cavallo e con le medesime armi che aveva il d che vinse la giornata in Sansogna, vorrei vedere a lo incontro fe rmarsi in piedi e moversi (secondo che si move o ferma il destriere ch'egli cava lca) la Religione e la Fama; l'una con la croce e il calice in mano, che gli mos trassi il cielo; e l'altra con le ali e le trombe, che gli offerisse il mondo. C onciosia che per acquisto di quello e di questo il deificato monarca combatte e travaglia non pure il verno, come la state, ma il d al pari de la notte; tolerand o la guerra de le malvage indisposizioni che lo affliggono con una maniera di co stanzia, che pi non se ne scorge in un corpo senza detrimento e disturbo. Onde il tempo e la morte se ne ramaricano e dolgono: avvenga che solo la providenzia di tale annulla con la laude la et fugace di colui, e ispegne con la gloria il fine inessorabile, di costei. E ci ritrae dal suo sembiante chi bene il considera nei ritratti di quel Tiziano, riserbato da Dio al suo secolo a ci che il mondo si co mpiaccia in cos fatti essempi, in virt de lo stil vostro indubitatamente divino. P eroch non saria lecito che mortal mano dipingesse lo immortalissimo duce. Di aprile, in Vinezia, 1548. Post scripta. - Non vi ho detto altro sopra lo stupore altrui nel procedere Cesare con s mirabi le arte di saviezza in tutti i progressi di lui. Perch la natura, senza altrament e studiarle, gli rappresenta continuo ne la mente ogni antico modo de le imperia li azioni; e perch le cose future sono discepole de le passate, e coetanee de le presenti, non preterisce iota di ci che fa, di quel che pensa e di quanto determi na. CDXIII AL DANESE, ISCULTORE Se Tiziano e il Sansovino, questo ne' marmi unico e quello nei colori singulare, non che una volta, ma cento sono venuti a vedere il ritratto de lo immortal Bem bo, da lo scarpel vostro redutto vivo ne l'arte, perch non debbo io pregarvi che mi lasciate venire pi di mille a contemplarlo? Potete ben ringraziare, non dico l a morte che vi ha dato causa di mostrare la virt che vi fa chiaro in s famoso sugg etto, ma il magnifico messer Girolamo Quirini che, per intendersi de la scultura cotanto, ha saputo eleggere il meglio in onore di s laudabil memoria. Verr tosto che terminate il d e l'ora ch'io venga, con patto che voi, dopo il piacere degli occhi ne la riverendissima figura, ci aggiugniate anco il diletto de le orecchie , con il leggermi alcuna di quelle composizioni con lo stile de le quali vi gite accostando pi al Petrarca e a Dante, che molti professori de lo intagliare non s i discostano da Michel Agnolo e da Iacopo. Aspetto l'ordine de la grazia ch'io v i chieggo; n pi mi si tardi, avvenga che lo indugio ne le cose che si desiderano d ispregio del desiderio e ingiuria di ci che si desidera. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXIV A TIZIANO, GRAN DIPINTORE Messer Giovanni, degno certo d'esservi nipote, mi ha portato le vostre lettere, che altro non fanno che salutarmi per esservi disteso a lungo ne l'altre per il Castello mandatemi: il che mi suto come avessi udito uscirvi di bocca cotali sal uti. Imper che mai trapassa attimo di momento che non vi vegga e senta, come anco senza che il signor Tasso mi abbi detto e replicato: " So molto bene che sentite e vedete me tuttavia e d'ogni ora". Attendete dunque a

fruire con l'animo il contento del favore di Sua Maest, tanto divolgato per l'It alia, che a pena coloro che vi amano si possono tenere di non invidiarvi. Ma per ch tosto debbo iscrivervi a lungo, dico solo che a tempo e in proposito basciate in mio nome il ginocchio a l'autore di ciascun fatto egregio; basciatelo, signor compare, a la deit di quel Carlo Cesare che, per sapere che il dominio dei regni consiste ne la frequenza de la sollecitudine, non si riposa mai. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXV AL VERNAGALLO Mentre la benigna cortesia vostra iscusa, la importuna necessit mia, la priego a inviare questa lettera seconda dove indrizz la carta prima, con la giunta di alcu ne di quelle parole che suole dettarvi il cuore in benefizio degli amici che in voi confidano come ci confido io. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXVI AL ZENTANI Messer Antonio magnifico, grande la bellezza de l'ornamento accresciuto a la nob ilt d'un gentiluomo dal diletto di quella e questa vert; onde non cerchio d'oro de i pi cari ch'abbia in s diamante che non perdesse il vago del pregio al paragone d e lo studio con la cui moderna fatica rendete al mondo le veraci imagini de le g enti antiche, e ci si prova con l'opera non pure dei dodeci imperadori eccelsi, m a con la infinita moltitudine dei riversi loro: le cui invenzioni rappresentano in figure e in altro la somma di quei gesti con che diedero materia di celebrarg li a la fama. L'altiere voci de la quale sono obligate con il fiato del suo publ ico grido a divulgare talmente la piet che mostra il bel vostro animo inverso s ma gni regi, che la istessa di tali ricordanza vi faccia partecipe de la gloria che gli risplende intorno a le tempie del nome: da che voi, in disonore del tempo c he pur credeva trionfare di ci, quasi vincitore d'ogni immortal memoria, gli risu scitate nei propri essempi, che gi mostrogli la deit de la natura e la grazia. Ma che stupore riempir le menti altrui tosto che lo interprete de la vostra diligenz ia esprimer col vero il significato dei teatri, de le navi, dei carri e di qualun che suggetto rappresenta le azioni, il consiglio e ogni altra cosa operata da qu egli? Certo che, oltra il caso de la antiveduta maraviglia, sar certo giocondo il contento che pascer i dotti ne le intendere il perch dedicossi il toro a quello, per qual cagione il leone a questo, a che fine la vittima a costui, e in che pro posito il tempio a colui. S che perseveri la real cura del vostro degnissimo inte nto in cos laudabile affare. Conciosia che sino a la invidia per non altrimenti a mmirare la impresa vostra, che altri ammiri la sembianza di s tremendi e adorandi uomini in medaglie di coniato ariento e oro. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXVII A MADONNA ELENA BAROZZA Molto lontana dal vero la di voi Magnificenzia, se ella si crede ch'io mi movess i a la composizione del sonetto a laude vostra, in virt del ritratto di Giorgio; ch, se per cagione de lo essempio, che vi dimostra viva, dovevo movermi, anco per quello in cui vi rapresenta Tiziano immortale ero per fare il simile, e con pi s forzo ancora; ch se bene il giovane mio compatriota illustre in cotale arte, il v ecchio compare mio ci divino. Altro non ha fatto il subito ch'io vi viddi in pit tura che ricordarmi il come ciascuno di quegli che molto intendano obligato a on orarvi con gli inchiostri propri; tal ch'io, di niun sapere, per darmi riputazio ne ne lo ingegno, nel laudarvi in la maniera che ho saputo vengo a parer da qual cosa. Ma chi non isvegliarebbe lo intelletto, per rozo che fusse, contemplando non dico la vera vostra sembianza, come quella de le dee venerabile, ma la finta in colore e in tela per mano di Apelle e di Pirgotile? Certo che, s come infinit i lumi da un solo torchio si accendano, cos possano le altre, dai costumi e da le gentilezze datevi da la natura e da Dio, accrescere in se stesse e gentilezza e costume. Di voi, dico, che ste e nel fronte e ne l'aria peregrinamente adorna di maest e di grazia, si dee formare la medaglia, e nel di lei riverso isculpire l' Onest e la Bellezza congionte insieme a guisa di gemini, con lettere che esprimin o l'atto del miracolo ai d nostri incredibile. Ch ci facendosi, quelle dei dodeci C

esari, con le imprese loro appresso, rimarrannosi l come gemme senza anello. So c he la prudenzia de la sua modestia propria ritiene il nobilissimo di voi consort e, ch, se ci non fusse, il compendio dei reali imperadoripigliaria qualit da la con dizione de l'esser vostro. In tanto mira l'eccellenzie de le virt, che vi mostran o l'altiera, vinta da quella del nostro secolo, che altro non fa che vantarvi so pra ognuna che mai ornasse l'etade altrui. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXVIII AL VERNAGALLO Ancora che la risposta non venise di dove sapete, per il corriere che dee venire , come anco venne per l'altra ch' venuta, poco stima nr faccio, peroch sono in mod o avezzo a soffrire, che nulla pi curo di ci che mi avvenga di buono o di tristo. Conciosia che mai non si debbe isperare n disperare de le cose del mondo. Avvenga che lo sperarle vanit, e il disperarsene viltade. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXIX A LO ALBERTI I bicchieri mandatimi, pi conformi al puro del cristallo che al chiaro del vetro, sono s belli di garbo nel piede e nel calice che brillano e risplendono in modo che, se mai non fusse stata la sete, la farebbero venire ai fiumi correnti d'acq ue abbondanti, non che ai fonti secchi di tale umore in le vene. So bene ch'io p aio adulatore de la lor vaghezza, per esservene s spesso chieditore, ma parvi egl i forse poco il dar fama ai maestri, che gli fanno in Murano, per mezo del mio d ilettarmene tanto? Ancora che io sia poeta, che in lingua d'oca vuol dire mendic o, non che non abbi avuto pi d'una e coppa e tazza d'oro e d'argento; ma non mi v ien voglia di porvi gi mai la bocca, perch mi pare pi tosto sorbir medicine che ass aggiar vini, in simili materie di costo; imper che quella trasparenza, per donde appare il colore chiarissimo del bianco e vermiglio baccanalio liquore, calamita de la volont di tracannarlo giuso da piovano e d'abate, non che da francioso e t odesco. S che merito iscusa del feudo che vi faccio pagare ogni mese, con animo d i ricompensarvene, quando a Dio piaccia che io sia da tanto e che a voi venga la mia opra in proposito. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXX A MESSER LORENZO O Lotto, come la bont, buono e come la virt vertuoso, Tiziano, sin d'Augusta e in mezo la grazia di tutti i favori del mondo, vi saluta e abbraccia con il testimo nio de la lettra che due d sono mandommi egli, secondo il dir suo raddopiarebbe i l piacere, che sente ne la sodisfazione che mostra lo imperadore de l'opere che gli fa, se il vostro giudizio gli desse d'occhio e parlassene. E di nulla il pit tor grave s'inganna, imperoch il consiglio di voi approvato dagli anni, da la nat ura e da l'arte; con il consenso di quella amorevolezza sincera, che sentenzia l e fatture altrui, n pi n meno che se fusser le sue. Onde pu dire, chi vi pone inanzi i propri quadri e ritratti, che a se stesso gli mostri, e di lui medesimo chieg ga il parere. Non invidia nel vostro petto, anzi godete di vedere nei professori del disegno alcune parti che non vi pare di conoscere nel pennello; che pur fa di quei miracoli che non escono facilmente de lo stile di molti, che solo nel fa r loro si compiacciono. Ma lo essere superato nel mestiero del dipingere, non si accosta punto al non vedersi agguagliare ne l'offizio de la religione. Talch il cielo vi restorar d'una gloria che passa del mondo la laude. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXI AL GRAN TIZIANO, PITTORE Cento pugnalate di ferro intrinsico e invisibile mi sono stati al cuore i cotant i scudi promessimi dal cos buono come liberale principe: la cui eccellenza mi ha gastigato con il flagello de la cortesia ne la maniera del mio prevaricare contr a, non a la iscarsit, per cui parso mancare a la provisione ordinatami, ma a la p rodigalit, per la qual causa non ha potuto osservarmela. Io lascio il pi oltra nel parlarvi di cotal materia, per dirvi, circa il non avere il duca a le mie lette re risposto, che si pu poco nei fatti isperare da chi de le parole avarissimo.

Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXII A LO ALBERTI Certo che avete meritamente preso la protezione de la verit difendendo me per uom o innocente con dire ci che mi disse il marchese del Vasto in una lettera di prop ria mano: cio ch'io sono riprensore dei vizii e non maldicente. Ch, in effetto, ch i erra nel peccato che altri riprende in altrui, dee guardarsi di non fallare in tal menda; ch, prevaricandoci, gastigato da un vituperio che gastiga lui con la pena ch'egli si pensa gastigare il compagno. Circa poi l'aver io detto che quasi tutti i buoni principi capirebbero in una pietra d'anello, non si creda gi; avve nga che non sono s arguto di motti. Non nego invero di non dire tuttavia che piac cia a Dio ch'io sia atto a rendere ai benefizii, che vado ricevendo d'alcuni di loro, almeno una minima parte de le grazie, che debbo, e con la lingua e con il cuore. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXIII A MESSER GIAN PAVOLO Ch'io tenga miracolo il far vostro in pittura, dimandatene, tra gli altri, color o che sono stati ritratti dal pennel vostro, i quali mi hanno sentito esclamare in vostra laude, e ve ne arreco il testimonio del Tiepolo, del Barbaro e de lo A lberti, giovani vivi come in la carne propria negli essempi che ne avete tolto. Del quadro dove rappresentate Cristo dinanzi a Pilato non favello, conciosia che il favellarne poco, e il tacere assai. Peroch il silenzio ne le cose ammirande, con il far rimanere istupido chi le vede, vanta loro con altro grido che non si sente in la lingua di quegli che mettono in cielo l'opre che mai non si levano d i terra. Ma che dir io de la gentildonna che trae il core a chi la vagheggia in d issegno? Dico solo che mi guardar di non cercare di conoscerla viva, ch mi sarebbe forza d'inginocchiarmi giuso e adorarla nel modo che la inchino nominandola. At tendete a operare, fratello, ch il perder tempo ne l'ozio, a chi sa guadagnarlo c on la virt, una ingiuria che si fa a la bont de la natura e a la grazia di Dio, do natore di quella vita che ci serba la fama dopo la morte. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXIV A MESSER ANDREA ISCHIAVONI crudelt, non punto differente di quella che usa il figliuolo al padre, quando de l'amore di lui si dimentica, il vostro non pi lasciarsi vedere come soleva gi, non mai dipingendo cosa lasciva n santa, che in casa non me la faceste portare a ved ere; e lo sa il mirabile Tiziano (non meno caro al quinto Carlo che si fusse Ape lle al magno Alessandro) lo in che maniera io ho sempre laudato la prestezza sap uta del vostro fare intelligente. Anzi il s degno pittore si talora istupito de l a pratica che dimostrate nel tirare giuso le bozze de le istorie, s bene intese e s bene composte che, se la fretta del farle si convertisse ne la diligenzia del finirle, anche voi confermareste il mio ricordo per ottimo. Solo la invenzione, che tenete nel mettere insieme de le figure, merita laude senza altro, perch, dov e le sue bellezze non sono, esperto poco in ci che si dipinge si trova. Ma lascio da parte tutto quello che saprei dire per correggervi, per non trre le sue regag lie al tempo; da che uffizio di lui lo insegnare la emenda dei difetti ai giovan i; i quali, nel crescere degli anni, crescono ne la discrezione, la quale conver te le disavvertenze in avvertimenti. Le lascio da parte, dico, con il pregarvi c he veniate sin qui con alcuna pittura di nuovo, ch nel concedermelo in grazia mi rallegrar in un tratto de la vostra presenza e de la vostra arte. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXV A LO ALESSANDRINI Messer Giovanni, a me caro in l'amore come i propri figliuoli in la carne, Borto lo mio mi ha date le lettere da voi copiatemi, non senza indurmi in una maravigl ia certo grandissima: avvenga che mi pare impossibile che intendiate nei loro in trighi e scancellamenti ci che non ci so leggere io. Vi giuro per quella fratella nza, la quale tra me e Tiziano, zio vostro, che anco nel rivederle non ci compre ndo per discrezione la met del quanto ci conoscete voi per iscienza, non che per

pratica. Io ho s a cuore il servigio che mi fate in ci, che forse un d ve lo potrei dimostrare con pi effetti che non so dirlo in parole. Ma pur grande la grazia ch e in tante maniere e s degne ha concesso Cristo al Vecellio che, come mi pare alt re volte aver detto, sino ai molti nipoti suoi si veggono copiosi di virt, di cos tumi e di bontade. Bench voi solo abondate s de le s celesti mercedi, che non accad e sperarle pi oltre. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXVI A MESSER ENEA, INTAGLIATORE Da che nel lasciare l'eccellenza de l'arte bella, in cui ste pi che solo, per tras ferirvi al servigio de le corti, dove converravvi essere meno che mediocre, pur mi sforzate a darvi qualche consiglio, a ci paia che non siate punto nuovo in cot al pratica di servit. Avvertite al caso de la lingua, imperoch non cosa pi violente al libero parlar d'altrui, che l'orecchie dei gran maestri. Onde bisogna dei du e partiti attenersi o al sempre tacere, o al tuttavia compiacergli nel dire. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXVII A DON GIOVANNI DI MENDOZZA La Signoria Vostra, o imbasciadore, sapeva bene ci che mi diceva nel conto del mi o desiderio, quando cos prontamente mi afferm che Sua Maest non mancaria di carit in verso Austria, figliuola mia. Ma perch io prestai sempre fede a voi ci promettendo mi, reputo di superchio la certezza che io ne ho per lettre di messer Tiziano in commessione de la propria parola di quel Cesare che pone la cristianit in ispera nza che egli in breve non abbia ad avere pi bisogno di soldati, se non contra agl i infedeli. Imperoch la bont di lui la recar in tanta pace, che pochi o rari sarann o tra noi quegli che sappiano ci che siano guerre e armi. In tanto, padron caro, non vi si scordi l'opra con che vi ste obligato di procurare lo effetto de la imp erial mercede. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXVIII A TIZIANO Lo stupore in cui tutto d vi reca lo imperadore, mentre la virt vostra vi permette il frequentare la conversazione de la Sua Celsitudine, un prudente accorgimento del giudizio che, sin che vivarete, vi concede la natura; e, se bene io non att ingo molto in drento circa il conoscere le condizioni dei piccoli uomini non che dei gran principi, non che, in quel tanto di spazio, che a Dio piacque ch'io il conversassi, non comprendessi in Carlo un petto animoso e pieno tutto d'una gra ndezza di valore occulto, mescolato in s d'uno isdegno modestamente tacito. E ci c he dee convertire in ammirazione chi l'ama, e in spavento chi l'odia, quel suo t enere conservata in la mente ogni virtude sua, riserbandola sempre per il quando il tempo gli porge l'occasione di essercitarla. Ma chi non crede che, oltra la pittura, peschiate s adentro il vostro avere avvertito in considerazione tanto in trinsica, promette di Vostra Signoria molto maggiori avvertenze. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXIX A LUI ANCO Non solo io, ma tutte le persone d'Italia si stupiscono come sia possibile che i l principe di Salerno, mio padrone e vostro, abbia ci che gli rimaso da spendere. Perch il suo dare a tutti, e il trre a niuno, testimonia ch'egli signore nel nome , e dispensieri nel fatto. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXX AL MEDESIMO Non so che altro titolo darmi a colui il quale non meno si dole de la ricchezza vostra che si rallegri de la povert mia, che di persona proprio degna del suo ess ere di nominanza infame. S che lasciamolo come ci nacque vivere. Di aprile, in Vinezia, 1548. CDXXXI AL PREFATO Egli certo che mi hanno fatto pi pro i danari di cui il contatore la vostra parol

a, che molte pi gran somme le quali mi sono sute donate da altri. Imperoch la libe ralitade offerta da la istessa volont del donatore si raddoppia ne le mani di chi la riceve, e per l'opposito i doni fatti con la forza dei prieghi si scemano ne la gratitudine del ricevente. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXII AL PICCARDO gran cosa che in pi d'ottanta anni che vi trovate in sul dosso de la vita, non al trimenti vi vegga il mondo che se non aveste barba al mento; fratel mio messer P ietro, chi sempre pensa di vivere, e mai non fa conto di morire, tuttavia muore senza niuna volta esser morto. Non nego che, in cinquanta e tanti di cui mi sent o greve, non mostri d'averne venticinque o trenta, nel conto dei s pochi pensieri ch'io mi do. Tal che saria bene che, non potendo io essere essempio a voi, che voi foste ispecchio a me. Ma ciancia di tristo augurio la mia, da che sento nuov a che mi cava di scherzo con avvisarvi del come Ferraguto de Lazara, oim, se n' it o sotterra con publico duolo di tutta Padova; messer Iacopo Sansovino, giuntomi sopra adesso, mi racconta caso s empio. E perch ogni altra cosa mi avrei pensato, il subito udirlo mi ha estinto con la crudelt del dolore non pochi giorni di vita . E se non che la buona fama di lui mi sta intorno agli orecchi, consolandomi co n il progresso de le ottime sue azioni, mi gettarei via in dispregio di me medes imo. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXIII A MESSER ENEA, PARMIGIANO Io di grazia vi prego, figliuol mio, non tanto per il cuore in cui vi porto, qua nto per l'onore il quale vi desidero, a starvi cos nel modo che vi state; come pa rmi avervi non pure adesso consigliato, imperoch lascio giudicare a voi se meglio il viversi libero in primo grado, tra gli intagliatori degli altrui dissegni in carte, che di morirsi nel numero degli ultimi, che stentano l'acquistar d'un pa ne, sotto la strana imperiosit dei principi. In conclusione, pi felice la libert, s e ben si compra con la vita; che non misera la servit, a cui anteposta la morte. E perch l'uomo non ha maggior nimico di se stesso, mentre si lascia vincere dagli apetiti, ingegnatevi di mentire lo approvato di s fatta sentenzia con il mostrar e che altri non tiene il pi ottimo benvogliente che se medesimo; se avvien che no n comporti che nuova sorte di volutt gli commandi. Risolvetevi adunque a godervi de le piacevoli commodit che qui sono, conciosia ch' meglio mille volte lo interte nersi in quello ch' travaglio in questa citt, che in ci che pare ozio in tutti i lu oghi d'Italia. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXIV AL DANESE, ISCULTORE Ho caro l'avviso datomi de lo essere bugia del giovane misero di Massa marchese, affermandomi per verit il suo perpetuo confine del carcere in Ispagna. La qual c osa, se cos , che no 'l credo, si risolver in brevissima dilazione di tempo: peroch lo imperadore sa pi tosto astenersi dal peccare che punire altrui del peccato. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXV AL PRINCIPE DI SALERNO I saluti, che degnaste mandarmi per via del celeste Tiziano, mi furono ferite ne l petto del cuore, le quali poi medicoi con gli unguenti postici suso da la sper anza riposta da l'animo mio ne la bontade vostra, i cui impiastri mi ha levato m o da le piaghe la lettera di voi, ricevuta da me, per mano del Tasso divino; ma, perch a risanare le mie cicatrici del tutto solo manca la mercede impromessami, il miracolo di cotale medicina aspetto. S che fate che venga tosto; se non per al tro, almeno perch ogni gran maestro impari in s bello essempio a essere come si de e magnanimo: gastigando gli errori dei virtuosi con le cortesie de la liberalit. Imperoch i miserrimi sono simili ai cani famelici, i quali leccano i piedi a chi gli d del pane, e abbaiano a le spalle di chi non gliene porge: in tanto non fede che la loro lealtade agguagli. Ma, se cos fatta generosit d'amore in la natura di s mastini animali, di che sorte di affetto quella che si puote iscorgere ne la c

ondizione d'un par mio, poniam caso? Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXVI AL DIVINO TIZIANO Scrissi cost in Augusta al duca, secondo mi consigliaste, e anco attenendomi al g iudicio vostro, non manco di sperare in Sua Eccellenza. La quale dee sapere che non altramente l'avarizia sepoltura de le virt, che si sia la liberalit urna dei v izii. Onde, s'egli pecca in le miserie di quella, non per mai apparire in atto a lcuno virtuoso; se non manca in le generosit di questa, sempre predicarassi in og ni affare per uomo senza vizio. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXVII A MESSER BIAGIO SPINA Per essere pi laudabile il seguire altri il consiglio di molti, che il volere che altrui segua quello di lui solo (ponendo da parte il parermi che messer Gianmar ia nel vincere la gara de la bottega in piazza per la Assensa), fate a senno del quanto vi dice in cotal causa la bont degli amici. Ho scritto al cavaliere da Le gge e al magnifico Lorenzo Veniero secondo la promessa; ch, se bene il pi de le vo lte l'uomo nel desiderio de le cose si sta sospeso tra la speranza e la paura, m i rendo certo che l'opra di tali, che amano me come che osservo loro, vi acqueta ranno del tutto, caso che usiate la modestia nel trattare de la ragione vostra c on colui che io vi ho detto. Imperoch egli duro e aspro a chi alteramente proceda seco; e umano e piacevole a chi con moderato modo tiene da fare con lui. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXXXVIII AL SUDETTO Caro messer Biagio, io non voglio iscorucciarmi con la mia istessa natura per qu el poco di colera, con cui ieri mi accese la ragione, ch'io n'ebbi, e il bene ch 'io vi voglio; avvenga che pochi, per prudenti che sieno, possono raffrenare la veemenzia dei suoi moti iracondi. Di poi si farebbe ingiuria a questa cittade li bera, se ognuno non tenesse in libert la mente e la lingua. Io mi sono mosso a sc rivervi queste poche parole per intendere che ne gite facendo motto con gli amic i, non per altro che per essere comune il costume degli uomini in ricordarsi con tinuo di ci che vorremmo, e non mai di quello che non ci piace. Mi rido non meno del vostro aver detto: " Che ho io a fare de l'amicizia de l'Aretino, negandomi egli la tal cosa?". Ridom ene, dico, nel modo che si rise colui che ci riferimmi, del mio tosto rispondere: " E che volete voi ch'io facci de la benivolenza de lo Spina, richiedendomi d'uno piacere ingiusto?". Ma tutto nulla, e ischerzo. S che lasciate il fastidio che vi travaglia in simile conto, ch ben sarete servito. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDIXL A MADONNA MARIETA TALANTINA Doveva bastare a la natura (per poi avere il modo di accomodare di qualche grazi a l'altre) di farvi nascerci vertuosa e buona senza aggiugnervi una di quelle be llezze che risplendono con tanto lume di onestade, che se ne potrieno arricchire cento altre donne; restando per in voi sola s gran parte di cotal dono, che sino a questa e quella regina se ne contentarebbe di lungo. Ma che miracolose opere v i veggo io tutto il d uscire de le mani con gloria de lo ingegno, che ve le adest ra in degnit dei paramenti da chiesa, dei bavari da nozze, e de le scuffie da spo se, le quali accrescono vaghezza, maest e amore, mentre altri se ne adorna la tes ta, il dosso e il collo. Onde il prezzo de la seta e de l'oro cede al pregio del ricamo e de l'arte, bont del vostro istudio e sapere, che l'ordina e comparte a punto dove si dee compartire e ordinare. Per la qual cosa gli ebrei industriosi e sottili vi concorrono insieme in casa a gara, prevalendosi del magistero vostr o in tutte le fogge mirabili, non altrimenti che degli altri essercizii ammirati si prevagliano le loro industrie s care. Per amarvi io da padre, vengo soprapres o da una estrema affezione e letizia tosto che veggo ismontarvi a la riva non pu r i maestri, che vi diventano discepoli tuttavia che mirano le divine opre che f

ate, ma la copia de le gentildonne che vi dnno tanto da fare, che far non potete gi tanto. So che il tempo non per dir mai che indarno sia speso da voi che, non c he in le notti del verno, ma in quelle de la state non dormite ora intera, n mezz a. E pur non vi dnno briga i figliuoli, n punto d'impaccio vi reca l'avarizia; anz i tutto dassi l'intelletto di voi al piacere del mestiero, in cui ste di modo ecc essiva che, se cos fusse in sua etade Adria che s vi osserva e corteggia, qual pad re potria aguagliarsi di felicit a la mia? Pi che bella e pi che laudabile la virt i n una giovane atta a procacciare il vivere a s e ad altri, con il lodato e bello lavoro in dissegno. Che dota maggiore poteva ritrarre messer Martino, di voi con sorte, che il tesoro sempre in cassa postogli dal vostro frequente artificio? Fo rse che giuochi, balli e feste vi disviano pur uno attimo da la festa, dal ballo e dal giuoco che traete de le tele, dei rasi e dei veli trapunti, contesti e fi gurati dal vostro ago, dal vostro stile e da la vostra stampa? Ecco che io, per tutte le predette eccellenze di virtudi, vi do e dono la sopradetta vita e anima dei mio spirito e di quel cuore con cui la trastullo e abbraccio. Custoditela m o voi, e come figliuola accarezzatela; ch, s'ella no 'l meritasse per altro, per l'affezione, che vi porta paterna, de la vostra benivolenzia degnissima. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXL A MESSER GIROLAMO Sinistro, compar mio, ho veduto i duo cani. Essi tengono nei loro mostacci, quan do gli ritirano in lor maestade, a tempo latrante e tacita, una certa sorte di g enerosit, che simiglia in suo genere a la superbia de la pi cagnesca cera che mai facesse Cerbero ad alcuna dannata animuccia, bandita in casa di Satanasso per co lpa del mal fare e non del mal dire; imperoch i fatti sono altro che parole. Ma u n gran peccato che non siate principe o re, come ne avete l'aspetto e l'animo: c h, se ci fosse, beata ogni spezie di cose uniche e belle; per bench, ancora cos gent iluomo come vi trovate, di molte gentilezze vi veggo adorna la casa: e ci vivano non pochi signori con manco isplendore di magnificenzia. Tosto che s'entra nel cortile vostro, eccoti rappresentare a la vista galline d'India, pavoni d'Italia , grue di paduli, oche di villa e struzzi e tassi e gufi con tante altre fatture di strani conigli, volpicini e lepretti, che se ne rifarebbe qual si voglia bar co di duca. Nel salire de le scale poi le calandre, i cardarini e i fanelli la i mpattano a tutte l'armonie dei gravicemboli, degli arpicordi e dei liuti del mon do. Qua cinguetta una gazzuola, l isgorgheggia un pappagallo, e altrove salta una scimia: tale ch'io ne indorno i palagi papali, non che i cardinaleschi abitacol i. Intanto per le sale, per le camere e per le stanze appaiono copie e di libri e di quadri e di ritratti, con mille novit di pitture da mano illustre uscite. No n dico infinite parole in lode de la politezza forbitamente lucida sin de le vos tre cucine, che tirano la turba a mirarle come ispettacolo di ricchezze magne. P erch basta solo a dire che chi vidde mai sposa abigliata di drappi d'oro, e di ri cami di gioie, vede la delicatezza e le delizie dei vostri reali alberghi. I raz zi, i tappeti e i letti sono ivi, a paragone de le scimitarre, de l'armadure e d ei brocchieri, le minor cose che ci sieno. Non mentovo le ninfe, che annullano c on le loro presenze tutte le sopradette maraviglie, perch, se bene anco dove sto io non mancano, ve ne ho pi invidia che non hanno i capri e i cinghiali paura dei mastini che avete. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLI AL BARBARO DANIELLO Come pu essere, dottore magnifico, ch'io non mi converta tutto in superbia vedend omi chiedere da la vostra poliza il mio parere circa quale dei due, la natura o Iddio, sia stato autore de la fama? Onde, isforzato a dare ubidienza ai vostri p rieghi, bisogna che la di me grande ignoranza risponda a la cotanta di voi sapie nza, con il credermi che Iddio e non la natura l'abbia introdotta nel mondo. Imp eroch, s'ella non fusse, niuna cosa ci ritrarrebbe da la vergogna: tal che l'oppr obrio ci signoreggerebbe a suo beneplacito. Ma da che di lei si teme come de la morte, conciosia che l'una uccide le vite e l'altra i nomi, ci guardiamo dal mal fare per troppo parerci vituperoso l'essere favola ne la bocca de le genti. Cos pare a me; pur io mi riporto al giudizio dei migliori, cio al vostro.

Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLII AL COMPARE Messer Giuseppe, io ultimamente ho compreso ne le facciate che avete dipinte in su 'l Canal Grande, poco di sotto al dove sta don Giovanni Mendozza, di Cesare m eritamente imbasciatore, il come, ne la imitazione degli antichi ne la pittura, simigliate i moderni poeti nel comporre. Tal che il divino Bembo, che s bellament e intermette gli andari del Petrarca nei suoi, simigliate voi ne lo intessere qu egli degli archi nei vostri. Graziose le istorie e gioconde le favole; veggonsi ne l'ordine con che distinguete nel disegno le moralit di queste e le integrit di quelle. Alti, ispediti, venuste e adorande fate vedere gli di e le dee nel vostro dipingere di chiaro e di scuro a l'usanza di Roma. Onde vi giuro per quel vostr o fare, che aggiugne a qualunque Polidoro e Baldesari da Siena mai fusse, che no n si pu desiderare pi di grazia e d'invenzione di quella di che risplende il di vo i pennello e il giudizio. Ma perch io altre volte di ci vi ho laudato in parole e in carte, solo la determino con dire che ogni vecchio pittore si potrebbe molto ben contentare di sapere quanto sa la giovent vostra del dipingere. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLIII A MESSER GIANNETTO DI LAZERA Se vi credete che quel Ferraguto, che tanto a voi stato zio, padre e benefattore , quanto a me era fratello, compagno e amico, sia morendosi rincresciuto ad alcu no, non dubito che vi crediate che a me rincresca, pi che a persona che viva, ver amente udendo il caso referitomi dal Sansovino, famoso architetto e scultore, e a lui amorevole e grato me ne dolsi con la modestia, che si richiede a la mia et ade attempata, e ancora ch'io non potessi ritenere certe lagrime, che mi usciron dal cuore come acqua ispruzzata da chi ne ha piena la gorga, mi si vide pi tosto nel volto uno amore estremo inverso l'amist che ci teneva conlegati insieme, che un superchio diluvio di pianto, dimostrando poi, ne le parole e negli atti, com e poche congiunzioni di sangue si poteano dire carnali, quanto la benivolenzia m ia e la sua. Ma da che la vita pi tosto luogo del bene e del male, che male o ben e (onde chi n'esce altro non fa che liberarsi da una cosa che nuoce e giova, o c he non giova e noce), confortate voi stesso con lo essempio de lo essere cosa in giusta il lamentarsi di quello che dee accadere a noi, come accaduto a lui. Oltr a di ci, chi se afflige per il parente morto, par che si dolga ch'egli sia stato uomo. Imperoch a chi occorre di nascerci, conviene che intervenga il morirsi. Ma ogni cosa ombra de la vanit e fumo de la fallacia, andando il tutto a volont di fo rtuna senza che possiamo appostare niuno essito suo se non con dubbio, e in tant i vari accidenti de l'azioni umane solo de la morte siamo risoluti. Niente di me no in ogni cordoglio, che ne interviene per qual caso si voglia, solo il fine de l morirsi non ci usa fraude alcuna d'inganno. Bench, se si misurano i travagli fa stidiosi del mondo volubile, difficile il sapere qual sia notato di pi infelicit: o colui che ci vive, o quello che ci muore. Ed essendo cos, o figliuolo mio dolci ssimo, recatevi la mente al cuore, dandovi pace di ci che piaciuto a Dio: recando vi sempre dinanzi agli occhi le virt dei costumi leali e nobili de la persona a c ui ste suto nipote. Ch ci facendo, consolatevi l'animo in modo, che ad altro non ri voltarete i pensieri che ad imitarlo. Onde la memoria de le qualit di tale vi sar anno maestre in morte, ne la maniera che le condizioni di lui vi furono precetto ri in vita. E con questo voi e la magnifica madre vostra, a la prudenzia de la q uale non bisognano conforti di lettere, e per io non le scrivo, state adunque san i, e amatemi. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLIV A LORENZETTO, CORRIERE Compare caro e come figliuolo diletto, perch messer Tiziano con somma instanzia m i prega e scrive ch'io vi scriva e preghi che vogliate senza indugio e d'amico s ervirlo di meza libra di lacca di quella s ardente e splendida nel proprio colore de la grana che al paragone fa diventare men bello il cremes del velluto e del r aso; ecco che ve ne prego e scrivo con lo istesso animo che ci egli desidera. Cas o mo che vegnate con il primo ispaccio, recatela, se non mandatela, ch realmente

pagaravvisi tosto che ritorna il gran pittore d'Augusta, che sar presto. Dopo que sto piacciavi, per quanto ben mi volete, trovare il Padovano, cartaio mio e vost ro, con dirgli, poi che l'avrete salutato da mia parte, che, mentre lo ringrazio de le graziose mandole de le quali, per sapere lo in che modo mi grato il mangi arle, mi fece dono l'altro ieri: che, circa il favore nel conto de la lite sua c on l'Eccellenza de la duchessa, far cotal debito per l'obligo ch'io tengo col suo merito; ma che la lettera a don Diego non gli prometto, imperoch non convengo pi seco, come solevo. In tanto mi raccomando a la comare, consorte vostra, ne la ma niera ch'io mi offero a voi. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLV A MESSER ANTONIO DA COREGGIO O ispirito rarissimo ne la vaga bellezza de la paziente arte del miniare, egli m i suto detto l'alterazione de lo sdegno, preso da l'amore, che mi tenete, contra il sentire tassarmi d'ignobilit da quel chietino, che si vive serrato in casa, n on perch la devuta modestia ce lo rinchiuda a ci non si divulghi il ben far suo, m a perch non si scoprino le sceleraggini che di nascosto mette in opra. Se le cose sue fossero oneste, lasciarebbe vederle a ognuno; ma, essendo infami, come inve ro si sa, anco a la di lui conscienza le cela. Intanto a me basta essere nobile in virt del mio grande animo; il quale, per sapere alzarsi sopra ogni sorte di fo rtuna, mi mostra di prosapia reale. S che deponete la colera con un tale uomo; pe r che vilt il contrastare con gente che si nutrisce del parere buono, in grado de l'essere pessimo. Dite a messer Giulio, vostro fratello, che due d fa venne a ved ermi, che non parta senza ch'io il vegga; perch voglio far riverenza a la signora Veronica, donna d'onore e immortal gloria degna, con una mia lettera umilissima . Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLVI AL SAL Il Danese, o messer Piero, mi ha messo tanto desiderio di vedere la figura che a vete in bel marmo iscolpita di nuovo, che non sono per acquetarmi ne l'animo se non la veggo, e ben presto. Bench chi si vuole chiarire di quel che possa l'ingeg no vostro ne l'arte di Fidia, miri la statua de la quale si mostra superbo Muran o. Cotale imagine de la Giustizia tiene ne l'una mano la spada, e ne l'altra le bilance, con s vaga virilit di leggiadria, che pare pi tosto viva che finta. Gentil issimo l'atto ch'ella fa; egli con tanta grazia la move, che si potrebbe giurare che si movesse nel passo, e non che si rimanesse ne l'attitudine. Soave e grave l'aria del suo aspetto: altiero e benigno se dimostra il sereno che se le disco pre nel fronte; bella e morbida la sorte de le trecce parte raccolte intorno a l a testa e parte ricadenti in le spalle. Del piede, che ella scopre, e del ginocc hio, che spinge sotto il sottile abito che l'adorna con le rare e ben composte p ieghe, bisogna lodarlo tacendone; ch a parlarne si scemarebbe il suo vanto. Ma, s e cos mirabile cotale opra da voi fatta in la giovanezza trascurata, di che manie ra si dee credere che sia questa, che esce de lo stil vostro in la et circonspett a? Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLVII A FRATE ANDREA, ARETINO Padre, dopo la disputa che mi faceste in casa in onore de le figure che rapprese ntano i santi, concludendo che molto giovano a chi le riverisce con la divozione meritata; l'ho fornito di comprendere tuttavia che pongo mente a lo essempio di Cristo, vivo e vero ne l'arte, che di mano di Tiziano tengo come reliquia in ca mera. Imperoch, tosto che afigo gli occhi ne la divina imagine, sento ispaventarm i l'animo da cotale sembianza mirabile; onde bisogna che ognuno confessi che in gran parte si sminuisce il peccato, quando il peccatore si vede inanzi lo essemp io di colui che punisce il peccatore. Per la qual cosa, nel subito rappresentarc isi le forme dei beati, non che di Ges, a lo incontro de la vista ci nasce un non so che pentimento nel cuore, che ci insegna ad astenere dal vizio. Il che verif ica quanto sia bene il mostrarci s fatti simulacri nei tempi. Alleghi mo le sue s critture chi crede altrimenti, perch'io in s umile asservanza mi vivo: riputando

santo, non che religioso, colui che, mosso da s reverende statue, non pur emenda i presenti errori con la conscienza, ma si guarda ancora di pensargli nel futuro . Di maggio, in Vinezia, 1548. CDXLVIII AL DONI Tosto che vi occorre di ritrovarvi con il dottissimo messer Trifone, in Bologna secretario del Concilio, piacciavi dirgli che io so che la prudenzia sua non si maravigli del mio non andargli incontra, come dovevo subito che degnossi venirmi in casa; ch, se bene non lo conoscevo in presenzia, sa ognuno che mille ritratti di lui mi ha gi mostrato la fama. Per la qual cosa s bello spirito e s solo, con lo iscusarmi appresso di s, a se medesimo mi far caro. In tanto vi ringrazio de le s tampe donatemi, imperoch nel rappresentarmi esse la cappella di Michelagnolo ne l o artificio de lo intaglio, quasi che me la fanno gustare ne la vivacit de la pit tura. E con questo vi lascio. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDIL AL MEDESIMO Io accetto l'opera filosofica, che dite voler mandarmi, e ve la ridno, o Doni. On de voi, in onore del cognome del casato, pigliatela, ch ve la do con l'animo che a me l'avete offerta. Ch, per essere solo il dubbio certo a chi cerca di sapere l a natura de le cose, io, che attendo a vivere resolutamente, non mi curo de la l or pratica. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDL A MESSER BONIFAZIO, PITTORE Nel vedere alcune istoriette del cavaliere da Legge, di vostra mano propria, in cambio del compiacermi l'animo in s dilettevole magistero, divengo rosso nel viso . Il quale atto fa segno de la vergogna presa da me stesso nel subito pensare a la villania ch'io uso col non mai venire a vedervi, s per la virt che avete in voi , come per l'amicizia che teniamo insieme; bench passa via cotale accidente, non senza rallegrarmi del bello ordine de le figurine disposte in la loro poesia, co n graziosa vaghezza d'invenzione. Certamente, s'elleno fussero istampate in tant e carte, potrieno comparire tra qualunque foglio si vede di pregio in la compra, bont del disegno. Teneva il clarissimo procuratore su detto, prima ch'io vedessi opre s degne, molto cara la camera dove elle sono in rispetto loro; ma, da che l a signoria de la Sua Magnificenzia sent lodarle da quel giudizio che tutti i prof essori de l'arte vostra vogliono ch'io tenga, la pi stimata gioia che egli abbia. Io so bene che d'altro istudio e d'altro splendore appaiono le tavole che andat e lavorando in casa per quel tempio e per questo; onde in causa de la qual cosa mi muovo a pregarvi che, deposto lo sdegno, che invero merito che mostriate con meco, non vi sia noia che domani dopo vespro venga e a confessare l'errore e sod isfarmi la vista di ci che vi parr ch'io vegga, con patto per che, venendo l'amico che sapete in mia compagnia, non mi diciate ne l'orecchio, ma forte, ch'egli par e una figura di legno colorita in secco. Io verr senza fallo, e caso che mi neghi ate il venirci, andrommente in Palazzo, godendomi del contemplare le vivacit de l e cose che nei bei vostri fregi si veggono. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDLI A MESSER FRANCESCO SANSOVINO Ho con somma dilettazione de lo animo letto pi volte il sonetto con cui lodate il mio prevalermi del proprio ingegno ne l'ordine del comporre di quanto compongo e in versi e in prosa. Imper che isvergognarei la et, ne la quale sono, e la natur a, ch'io ho, facendo altrimenti; ch il riempiersi di sentenzie e detti, ad altri scopertamente tolti, testimonio del poco sapere di chi lo fa e del molto intende re d'altrui. Imper che il pi sicuro appoggio, che sia, il sostegno di se medesimo. Si reputa dottissimo questo pedagogo e quello tuttavia ch'egli intona la voce c on lo allegare ora costui e ora colui, dicendo: " Cos disse Platone, Aristotile, e cos cant Virgilio e Omero". In tal mentre se gli r isponde: "

E tu che dici, asino; e tu che rispondi, bue?". E ben si dee chiamargli buoi e a sini, da che al modo loro si caricano de le cose d'altri e si affaticano negli s tudi, che tanto le conoscono e intendono quanto intende e conosce l'una bestia e l'altra ci che si sia lo arare dei campi e il portar de le some. Gran dimostrazi one fanno s fatte pecore de la istessa ignoranzia ne lo isforzarsi d'essere sempr e interpreti e non mai autori. Altro il sapere da s, altro il mendicarlo dal maes tro. Se si dimandassi a la memoria: " Chi da pi, tu o lo ingegno?", non negarebbe di essergli, verbi gratia, massara. C h, invero, colui che detta meglio che quello che tiene a mente. S che isforzinsi i pestadottrina nel mortaio accattato di far fede con l'opre ch' differenzia dal l oro a b c a la cantica di Salomone. Io laudo sopra modo quegli che incominciano a insegnare il tutto, e non quegli che non fanno mai segno d'avere imparato nien te. Insomma, chi favella ogni ora per bocca del compagno simile a uno corriere p ortalettere che, senza averci mai nulla del suo, continuo ingombrato di tutti gl i interessi d'altri. State sano. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDLII AL CAVALIERE DA LEGGE Clarissimo signor Giovanni, il mio tutto d e d'ogni tempo tempestarvi con polize e ambasciate, in servigio degli amici e dei poveri, non presunzione n ignoranza, ma un debito e uno uffizio appartenente a la conoscenza e a la certezza ch'io ho del quanto e del come ste limosiniere e benigno. Di poi a me pare ispedire impor tanti facende mentre ricorro a voi per cose di salute e di laude. Imper che reput o di mio proprio interesso l'onore e la fama che in beneficiare e in consolare a ltrui veggo acquistarvi d'ogni ora in causa di s pietosi e di s reali effetti. So bene che il venire in persona a richiedervi mi si converrebbe nel modo che mi si disconviene a ricercarvi per polize; conciosia che l'una cosa temeraria e l'alt ra dovuta; ma non lo faccio per modestia, e non per superbia; avvenga ch'io vi c onosco tanto pronto a compiacermi, che anco le faccende illecite non mi sapreste negare. Io non dico questo perch io da per me ardissi mai richiedervi di grazie inoneste, ma perch chi non guarda mai pi al dritto che al torto cerca di ottenere quel che desidera senza pensare pi oltra. Onde io, che solo mi sforzo di aiutare altrui, non ricercando se si debbe o no, prego i padroni in grado degli amici, i cui bisogni favoreggio con alcune parole in carta, a ci la generosit d'un par vos tro pi liberamente mi risolva per messo o imbasciate di quel che si puote o non p u. Tal che la scusa, che pur ieri venne a farmi in vostro nome Gaetano, musico fa moso, serv in luogo de la bottega bramata da messer Biagio, paternostraro ne la p iazza di San Marco; la cui discrezione non ha voluto accettare nessuna de le tan te altre commodit offertegli da la gratitudine di voi, ottimo gentiluomo, per ist imare atto ingiusto lo accommodar s con la incommodit del compagno, contentandosi che, al ci che gli mancato uguanno, supplisca quest'altro. Il che gli succeder per grazia e merc di voi, signore mio. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDLIII A MONSIGNOR DI MONTROTTIERIN Non pur care, ma gioconde mi sono state le lettere che di voi mi ha date il prov inciale di Nerbone padre, che onora il sacramento e il grado in cui la bont e le virt proprie lo mostrano d'ogni riverenzia degnissimo. Egli, insieme con alcuni d ei fratelli ne l'abito, e come lui de la nazione di Francia, me le ha poste di s ua mano in pugno, e leggendole mi sono tutto empiuto di tenerezza, sentendo come s teneramente vi dolevate de la menzogna che de la falsa mia morte vi aveva rapp ortato la bugiarda fama. La quale ad altro non attende che a porre ne le orecchi e de le genti romori vani e novelle a caso. E ci fa per dilettarsi nel piacere e nel cordoglio di quello che ama questo, e di questo che odia quello. Ecco ch'ell a con divulgare ch'io pi non vivevo ha contristato voi, che mi desiderate ognor v ivo, e consolato alcuni, che mi vorrebbero sempre morto. Intanto io son qui con sopportazione di quegli italiani, che dite che di cuore si adirano quando senton o lodarmi dai francesi, che di cuore mi difendono contra di tali monstri senza g iudizio e maligni con tutte le circonstanzie. Ma, per non esser eglino autori de la invidia, bisogna perdonargli la villania di s comune peccato. Ch assai mi vend

icano, con s fatta sorte di bestie, l'opere con che pongo in ammirazione gli uomi ni di ammiranda dottrina, come la vostra: che solo basta a testimoniare ch'io so no di qualche momento con il mezo dei libri di mio, tradotti da la penna vostra in lingua gallica, che se non ci fosse stato il merito, la circospetta di voi pr udenzia non l'avrebbe al re e a la regina dicate. Ma, per esser pazzia il non ri dersi de la libera licenzia del parlar d'altrui, pi tosto mi compiaccio dei diver si pareri di chi s'ingrassa in tassare ora colui e ora costui, che me ne conturb i. Conciosia che quegli stessi che mi lacerano vengono a confessare, tacendolo, che io qual cosa sono; ch, se niente io fussi, non porrebbono bocca al mio nome. Ora lasciamo cotali satrapi da parte, ed entriamo in messer Battista da Parma li braio: il quale tengo in l'affezione da figliuolo, ch in vero egli di buona crean za e gentile creatura al possibile. N vi crediate che non mi abbi presentato il d ono per cortesia, ch certo pur troppo cortese; ma la bellezza del disegno in mini atura disteso gliene fece venire uno appetito simigliante a la ingordigia, che f a ladri i cestaruoli di quei frutti che a casa d'altri portano. Di poi tutto d si usa il prevalersi di cos fatte gentilezze; onde, dopo un poco di colera, grandez za il pigliarsi tali furti in ischerzo. Mandai una medaglia d'oro, che passava i l prezzo di venticinque scudi al duca Ottavio, e la consegnai qui al maestro dei corrieri, con obligo di pagarmela perdendosi; n si diede a chi ella andava, n si mai pagata a chi si deveva; il che mi sono recato in pacienzia. S che in luogo di punizione, rendete la pace vostra al sudetto giovane, ch ve ne supplico in grazi a di quella fraterna carit di amicizia, tra noi contratta per mezo de la virt e de la bont vostra e mia. Di maggio, in Vinezia, 1548. Il richiedermi voi di alcuna mia composizione per il re Enrico mi ha incitato a mandarvi la Orazia tragedia, perdonando il suo non esser legata realmente a la s ollecita partenza del provinciale. La reverenda paternit del quale, per le molte importanzie de le dispute al capitolo, tardi mi appresent le vostre. CDLIV AL BIANCO Che io, messer Simone da bene, abbi ai miei d visti de le figure degli iddii e de gli uomini, so che me lo credete senza ch'io lo giuri; ma di quanti mai mi furon o rappresentati dinanzi agli occhi dal piacere del vedergli, niuno mai passommi a l'animo con lo stupore de la maraviglia nel modo che mi ci pass il ritratto tol to da lo scarpello e da lo ingegno di voi da la celeste sembianza di colei che i n matrimonio congiunta con il magnifico messer Nicol Molino, non meno mio padrone e amico che vostro amico e padrone. Un grande obligo tengono le bellezze de l'a lma donna con il felice artificio ch'io dico, in virt del quale gli avete dato lo spirto nel marmo con s nuova venust di grazia che la natura istessa quasi confess a che un nonnulla ella dissimile a la viva. Potria essere, ma no 'l credo, che D iana gi fusse in terra o sia ora in cielo di s mirabile formosit d'aspetto. virile il guardo con che ella mira, signorile il gesto con che ella move, risplendente la grazia con che ella innamora l'altre de l'onest, la quale cinge con le braccia de l'onore il sacro collo de la sua beltade angelica. In tutta la somma del mio giudizio si anco risoluto quello del Sansovino e di Tiziano. N paia ad alcuno pr esunzione il dire io che la sufficienzia dei due illustri artefici abbino conclu so ci che da me si detto; avvenga che essi medesimi affermano che, se in la scult ura e in la pittura sapessi tanto fare quanto so parlarne, mi cedarebbero molti di coloro che a veruno non cedono. Ma che pi bel testimonio volete voi in conto d i ci che il subito di me avvertirvi nel difetto de le trecce? Le quali, con pur t roppo ruvidezza nei capegli contesti insieme, si rivolgeano tra loro. Ciascuno d ei corsi a vedere la immortale opera, con estollere il resto a le stelle, le dav ano di morso con la propria uscita fraternamente di bocca a la intelligenzia ch' io n'ho. Ma non mi son vantato di quel tanto che ho detto del mestier vostro per vanagloria, ch in vero l'ho fatto per non parere un di quegli che laudano e bias imano altrui senza render ragione del perch gli attribuiscono biasimo e laude. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDLV AL MAGNO Magnifico messer Marcantonio mio, il grazioso figliuolo vostro mi ha, insieme co

n le due polize, recate anco ne lo istampato volume le stupende fatiche de lo in imitabile Alunno. Le quali cose mi sono care per essere io amichevolmente a lui e a voi fratello. In tanto dicovi che a me tocca il laudarmi de la grazia ricevu ta da la benivolenza che sempre mi dimostr la senza dubbio magnanima gentilezza d el vostro cortese amore, allora che degnossi di fare degna la mia casa e la mia vista de le reali e religiose presenze dei tre gran frati ierosolimitani. Invero che rappresentano nei nomi, nei costumi e negli abiti la fede, il sacramento e la integrit del lor cuore, de la loro mente e del lor grado. Onde il tempo, ch'io vissi in quel mentre che meco stettero in conversazione, reputo che sia stato u n lustro con un anno appresso: il quale ci aggiunse la veramente magna di voi pe rsona e presenzia. Non sono mai per uscirmi de la memoria gli aspetti, l'aria e le maniere dei gentiluomini che vennero per bont propria a vedermi, e ben si pu gl oriare Troia, Cartagilena e Napoli di avere un cavaliere quale il signore Stefan o Alfaro e una coppia di comandatori simili al signor Francesco Nibbia di Novara e al signore Giovanantonio di Pinaruolo. Ma non solo i predetti luoghi possono vantarsi di s fatte creature perch gli accrescono fama, notizia e nome, ma la reve rendissima Signoria del gran maestro signor Giovanni Homedes di Saragozza e d'Ar agone ancor dee riguardare i costumi, i modi e le azioni di cotali figli, servi e amici di quella con l'occhio diritto de la sua e grazia e cortesia e favore. I n questo mezo non vi si scordi talora scrivendo loro di salutargli da parte de l 'affezione ch'io gli ho presa, perch lo meritano, perch si debbe e perch convienseg li. Di maggio, in Vinezia, 1548. CDLVI A MESSER TIZIANO, ISCULTORE Io ho talmente compreso nel publico schizzo, che lo stile de la fama ha tolto da tutte quante le belle cose d'intaglio vero e finto che avete fatte in Pesaro e in Urbino nel nuziale trionfo de la signora Vittoria e del duca Guidobaldo, che si pu credere non che dire ch'io ci sia stato presente e l'abbi viste in loro ess ere. Del che mi son rallegrato in due conti: l'uno perch le grandi opere si son f atte in gloria dei miei benefattori, l'altro per venire il disegno da voi, che c ome figliuolo amo. Entrarei in laudare il mirabile artifizio di cotali vostri co mponimenti con le parole di quel giudizio che mi fa parlare di tai cose; ma da c he sino a coloro che vi sono emuli ne la professione dei bronzi vantano la somma di quanto si per voi operato in le citt sudette, senza altro di ci dire vi rammen to che, qui venendo, non sia degli ultimi a vedervi. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLVII A LA DUCHESSA D'URBINO Per essere, o altissima signora, l'audazia non pure il seggio e il diadema di tu tte le dignit de l'animo, ma una virt pi d'ogni altra riguardata da la fortuna, con l'ardire de la sua fronte vi mando le rime presenti, tenendo per fatal ventura, s'egli avviene, che ci mi si dedichi per temeritade; imperoch da s fatta presunzio ne nascono duo illustri effetti: l'uno esprime in versi i meriti del sopraumano consorte vostro, l'altro canta le lodi di voi che sua divina mogliera ste, per la qual cosa egli, che vi riverisce, vedendoci scritto Vittoria, gli prender con la reale destra de l'affezione, e voi che l'adorate, leggendosi drento Guidobaldo, gli riceverete con la sincera mano del core. E cos lo stile mio, come uscisse di vena alta e celeste, d'ingegno vile e basso diventar gradito e supremo. Conciosi a che il dono, che a s gran copia hanno largito le stelle, permette che siate tal i, per dar qualit a ciascuno in virt del valore di voi due. Onde erra e pecca chi non s'inchina ad accendervi lumi e a porgervi voti, perch non solo risplendete co me rami del sacro arbore di Farnesio e de la eterna pianta de la Rovere; i quali innestati in uno istesso ceppo, senza temere che i nembi de la fortuna, con il secco del suo dicembre, disperda il verde del vostro aprile, producete fronde di laude, fiori d'onore e frutti di gloria, dimostrandovi a noi quasi miracoli che riempiono il mondo d'altra maraviglia che non fece Diana in figura e Marte in c olosso; avenga che in s fatte statue si vede la maest de l'arte e la delicatezza d el marmo, e in voi due si comprende la grazia di Dio e la sodisfazione de la nat ura. S che ceda l'una e l'altra imagine al rettore de l'armi venete e a lo essemp

io de le forme angeliche; e quando pure il lor secolo brami vantarle, impari a c antare cotali opere sue con quel che gli insegna la presenza de le Eccellenze Vo stre. Quali termini de l'universo non tocca il dito del valore di s magno cavalie re? L'aere di qual clima non trattano le penne de la fama di cotanto principe? Q uai raggi di gloria non circondano il nome di s mirabile duce? Ecco la invidia se nza pur torcere il guardo, perduto il tosco d'ogni sua menda, ne la serena sembi anza vostra confessa che s'ingiuria la potenza del cielo, da cui traete l'origin e, a non dirvisi dea, e non donna. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLVIII AL CAMBI Sapete voi, messer Tomaso magnifico, quando che io mi scordar di voi? Alora che p i non mi rammentar di me stesso. Imperoch di mia natura , non pur di mio costume, il ricordarmi con la penna, come faccio con l'animo, d'un gentiluomo nei fatti e n on d'un signore in parole. Sono alcuni che fanno s ne l'apparenza il grande, che, venendo poi in l'essere nulla cosa di splendore in s tengono; ma forza che al mo ndo si comparisca in la vostra imagine, chi vuole che i pari miei se gli rivolga no con la laude. Voi non ste di quegli che fingono di riverire la virt con la simu lazione de l'ignoranza e che, per aver in pratica solamente il vizio, solo con s eco si risolvono; ma vi fate conoscere per tale, che i virtuosi propri si atteng ono al giudizio vostro e in la poesia e in la scoltura. Giura Tiziano, pittore f amoso, che si tiene da pi per aversi udito commendare da voi ne l'opre che qui ha fatte in Palazzo; s che voi imitino e i bruni e i bianchi, se vogliono ch'io gli stimi da senno, e non da beffe. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLIX AL DONI Mentre (da che voi me la portaste) andavo aprendo l'opera tradotta da la lingua di Tremegisto in la nostra, ecco che nel risponder io a uno che mi dimandava: " Che libro cotesto?", " Del tale composizione"; ch'egli mi dice: " Se il compositore suo fu buono, tengasi per un pazzo santo; se cattivo, per un d emonio savio". Onde io, ci sentendo, subito avrei tenuto il mio giudizio in su la briglia, circa lo stupirmi de le altissime cose da lui trattate; ma, per non es ser atto a giudicare s profondi soggetti, lasciandolo cos dire, attesi a leggere c i che miracolosamente iscrive il mirabile uomo (s' lecito di dare il cognome d'uma no a s divino spirito); e, per parermi che, dove manca il dritto de la ragione, s upplisca la piet de la fede, come persona credente nel fattore del tutto, tosto s entimmi trasformato in uno di coloro che, confusi da lo stupore dei miracoli, si rimangono attoniti senza far motto. Certo che non pur tre, ma sei volte massimo merita di chiamarsi il personaggio angelico: onde andr, tosto che mi risenta in me stesso, leggendo il gran celeste volume; ch, se bene non penetrar troppo adentr o in lui, parrammi non poco penetrarci nel comprendere qualche minima cosa d'ess o. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLX AL MEDESIMO Deh, lasciate gracchiare contra di me ci che pare a la gente, a cui si fa notte a l far de l'alba; ch, facendosigli buio inanzi sera, le sarebbe purtroppo di longh ezza il giorno. I' laudo Iddio, che da tanto mi concede grazia ch'io sia che non presumo d'essere quel che non sono; ch, reputandomi altrimenti, meritarei che mi togliesse Cristo ci che in sua bontade mi ha dato. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLXI AL SUDETTO Per gran prudenzia vi si attribuir se, ne l'essere mal trattato dai signori, ve l a trapassarete ridendo. Imperoch le nature d'assai di loro sono simili a quelle d e le donne; e s come si dee l'uomo stupire quando ch'elleno non fanno male, cos de bbesi la persona maravigliare allora ch'essi operano bene. Di giugno, in Vinezia, 1548.

CDLXII AL MESSER GIULIO BERNIERI De lo impaccio da me datovi nel copiare le lettere, ch'io vi mando, datene la co lpa a la miracolosa sufficienzia del vostro iscrivere. Perle in lunghi e diritti ordini distinte paiono i caratteri con cui estendete le parole e le note in vir t de la moderata penna e acconcia; tal che le rime e le prose, le quali mancano d i eleganzia e di dolcezza, pare che avanzino de l'una grazia e de l'altra; essen do poste in carta da la vostra mano s tersa che oro forbito simigliano i detti de licatamente da lei ritratti nei fogli. S che posso esser certo che, al mancamento de le composizioni che piaceravvi scrivermi, supplir la candidezza del calamo co n che la bont vostra scriverammele. Tal che almeno quella, che al re va di Portog allo, portar seco laude e premio. Dite in cotal mezo ad Antonio, fratel vostro e figliuol mio, che non accade iscusa del s di rado lasciarsi godere dal bene che p ur sa ch'io gli voglio; conciosia che l'arte del miniare s tarda e lunga, che le formiche in viaggio pare che imiti chi la essercita tuttavia che move il pennell o in sue opere. Onde l'ora che trapassano gli altri ne le loro professioni (salv o i poeti, ch ancora eglino lambiccano i parti dei loro ingegni) anni sono ai min iatori di cose quasi che invisibili. S che il tempo che non gli d spazio, e non eg li che non ha agio, cagion ch'io non lo veggo, come so che brama ch'io il vegga. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLXIII AL DANESE A voi, che mi dite ci che mi pare che sia il buon Trifone Gabriello, rispondo ch' egli un uomo che tiene odio a le disonest; imperoch sono le lusinghe dei sensi, a cui obedisce il pi de le volte sino a la ragione. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLXIV AL FERARIO Egli mi parrebbe, messer Gian Bernardino, usar una pur troppo villana discortesi a a quella real volontade, che il nobile animo vostro tiene inverso le qualit mie (le quali elle si sieno), non ve ne ringraziando con ogni sorte di affetto che si pu esprimere con la penna, con cui ve lo scrivo. Tiziano, pi tosto monstro d'un a nuova natura, che spirito di pittore divino, acci che io ve ne sia grato e me n e prevaglia, suto l'uomo che mi ha notificato il come mi amate e il quanto vi sa ria caro il giovarmi, onde reputo questa buona fortuna e quello utile ventura: l 'amarmi un gentil personaggio, come voi, mi per certo grato, e il desiderare di farmi un par vostro benefizio commodit; tal che io, per non ingiuriare l'una cosa n l'altra, vengo in grado di tutte e due a pregarvi che suplichiate lo imbasciad ore Obi che non ponga indugio in consolarmi del torto fatto non meno a la sua gr andezza che a la vita mia. Di giugno, in Vinezia, 1548. CDLXV AL FILAGO I confetti de le molte scatole, mandatimi da voi, che ste mio, sono a me stati ca ri come fur sempre tutte le cose di messer Gian Maria: le quali annovero in tant e oggimai, che bisognerebbe che lo effetto si agguagliasse a la volont; ch, se ci f usse, conoscereste che l'animo, in cui vi tengo, non punto differente dal cuore, nel quale mi tenete. Ma perch diffidarsi che un giorno io possa quel che ora non vaglio? Bench ogni cosa par che dia chi vorrebbe dare il tutto, avenga che il vo lere (in quanto a la buona intenzione) converta il suo desiderio in potere, tutt avia che pensa remunerare colui dal quale riceve benefizio continuo; ma io, che in luogo di figliuolo vi ho, con altro contracambio di cortesia non saprei pi cor tese mostrarmivi. E per state allegro, perseverando in desiderare a me ci che desi dero a voi, che non vi scordarete scrivendo al cavaliere Agostino, fratello vost ro amantissimo, salutarlo in mio nome; con dirgli che ben sarei ruvido ne l'affe zione e villano in la natura, se non l'avessi in mente. Egli giovane tale che no n veggo uomo che non brami d'esser cos fatto. Gran parte quella che possiede la g razia in altrui! Ella cotanta che ogni altra virtude nulla; e caso ch'ella poi c oncordi le di lei maniere con la destrezza e in grado de la bont proceda ne le az ioni, realmente dispone le facult del compagno come cose sue e non d'altri. E ci t

estimonia egli, che ritrae quel che vuole col cenno de la parola osservatrice de l s e del no a ognuno. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXVI AL BARBARO Messer Daniello magnifico, mi suto caro il presente del capretto, come anco sara mmi grato, da che la Vostra Magnificenzia ritorna a Padova, che quella dica al s ignore Isperone che tanto desiderio in me di servirlo quanto in lui volont ch'io gli comandi. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXVII AL MEDESIMO Che concluda la prudenzia del vostro dotto giudizio che gli spiriti belli e anti chi sieno rinovati ne le composizioni del Danese, ho io tanto caro quanto se cot al lode fusse in onore de le mie opre istesse. Ma pur gran vergogna che oggid (co me parmi averlo detto altrove) ci sieno cotanti interpreti e autori cos pochi. On de assai obligo avete voi con la natura, da che lo studio vostro risplende in le cose vostre proprie e non per quelle d'altri. A Dio dunque. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXVIII A LUI superflua la scusa, che fate meco, circa il parervi d'importunarmi nel continuo ricordo ch'io risparmi per le figliuole. Imperoch non s'insegna mai troppo quello che mai non s'impara a bastanza. E ci che dico vero. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXIX AL DANESE Come vi parla alcuno, ditegli che, senza sapere niente fare, a ci che altri fa, dn no menda; risolvetelo con dire che chi non ha nulla da la natura, imiti coloro c he ottengono il tutto da lei; conciosia che questa l'arte, che si avanza sopra i precetti di qualunque Orazio si trova; ch in vero ciascuna soavitade vinta da l' ambrosia, la quale iscaturisce la manna che piove da la lingua di chi ci nasce t ale, e non da quello che tale vorria esserci nato. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXX AL MEDESIMO Poi che la virt mia si innalzata molto nel ricevere de le ingiurie, con che hanno mi proceduto contra i vizii altrui, mi farieno pro le minacce che usa inverso di me quella bestia, s'ella fusse atta a minacciarmi. E mi vi raccomando. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXXI AL DANESE Ecco che, per richiedermi voi le opere vostre, ch'io ve le rimando con la medesi ma cortesia che me le prestaste; e in vero l'ho lette, non una sola volta; imper och il leggere, non pure notrisce lo ingegno, ma essendo affaticato il ristora. O r non vi scordate, o figliuolo, di tenermi in grazia del Gabriello Trifone; del quale si pu certo dire che lo intelletto non fa gi nobile lui, ma che egli nobilit a ben lo intelletto. Di luglio, in Vinezia, 1548. CDLXXII A MESSER ANTONIO ANSELMI Ho inteso da molti che, ne la morte di quel Bembo che, morendo in la carne, rima so immortale nel nome, avete lagrimato, e non pianto. Il che mi spigne a darvi l aude, invece di conforti; imperoch lo effetto di cotale vostra affezione testimon ia che il dolore sentito ne la perdita de l'uomo, che non mai perderassi, vi sut o passione de l'animo, e non vanagloria degli occhi. Poco dura la doglia che fin isce in le lagrime, e assai lungo il termine del patire che si rimane nel cuore, bench quasi che ognuno pi si compiace del fiume ch'egli sparge di fuora, che del mare che si serba di dentro. Conciosia che l'uno gli acquista fama di vera carit ade, e l'altro titolo di vana benivolenzia, avvenga che ci che non si vede, ancor

a che avanzi il tutto, non viene in pregio come quel che si discerne, se ben gli inferiore di gran lunga. Senza dubbio il reverendissimo, che vi era pi tosto pad re che signore, vi ha sconsolato mancando come vi consolava vivendo; ma la di vo i prudenzia scaccia da s cotale imagine di tristizia con il ridursi a memoria i m eriti gloriosi di cardinale s degno. Onde avviene che la ricordanza de lo spirito illustre vi si rende gioconda in la mente, al modo di alcune poma al gusto soav emente amare. Intanto, s come l'asprezza d'un frutto risveglia lo appetito discon cio, cos l'acerbit del duolo vi desta il desiderio a operarvi in cosa, che non pur e vi sgombra i dispiaceri dal petto, ma gli trasmuta in le contentezze che vi re creano l'anima, mentre vi essercitate in proccacciar cose al figliuolo appartene nti a l'onor suo e al commodo; congratulandovi, quando ve lo perme