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O P E R E VOLGARI

D I
LEON BATTISTA ALBERTI
4^-
A L NOBILE SIGNORE
MARIO MORI-UBALDINI
CONTE A L BE R TI
CA V A L I E R PRIORE D E L L 'O R D I NE D I 8ANTO STEFANO
HSSENDOMI prefisso di pubblicare tutte
l e Opere edite ed inedite scrtte in
v o l g a r e da L E O N BATTISTA A L BE R TI , i l
cui illustre Nonne Voi avete ereditato
coli' amore ad ogni sorta di lodati studi,
non avrei potuto mandare ad effetto
il mio p r o p o n i me n t o , specialmente
in F i r e n z e , senza cbe l e medesime
Vi venissero i nt i t ol at e; appartenendo
di diritto e di giustizia alla Vostra
Gasa di dover entrar compartecipe a
qualunque onore si faccia a questo
quale
quand
patria
illustra l'E uropa ed il mondo. Ma se
. 1 .
questo secolo andr famoso ne posteri
per aver Voi finalmente eretto un
marmoreo monumento ai mani del
gran Genio del secolo decimoquinto,
uscito dalla nobilissima Vostra G e nt e ,
non piccola lode spero eziandio che
abbia a conseguitargli per avergliene
inalzato u n a l t r o , pi perenne del
bronzo, nella pubblicazione delle sue
O pere immortali.
Vi sia raccomandato il
: A lflC K ) BOKOCCI
D E L L A VITA
K
D E L L E O P E R E
D I
L. B. A L BE R TI
DISCORSO.
JCJCCOCI dinanzi ad uno di quegli uomini, il cui
portentoso genio e la cui immortale dottrina possono
far meglio stupire che maravigliare. Imperciocch,
tanto coli' onnipotente suo ingegno tutte le provincie
dell' umano scibile trionfalmente peregrin, che a
leggere le sue opere, le diresti frutto delle medita-*
zioni di pi sapienti e di pi secoli, piuttosto che di
un solo e di sola un'et. Queste nostre parole ri-
volgonsi a quel divino LEON BATTISTA ALBERTI, prin-
cipe della schiera de' pochi prosatori italiani del se-
colo XV , uno de'principali ristoratori dell'italiana
eloquenza, la quale dopo la morte del Boccaccio
si sa come andasse decaduta per l'irragionevole
opposizione fatta al nuovo volgare, dai letterati del
quattrocento, onde tenere in seggio un gergo che
A L BE R TI , T.l. b
X
essi osavano dir latino, ed uno de' principali final-
mente a far risorgere le arti, per l'inondazione dei
Barbari, venute anch'esse in deplorabile corruttela,
e quasi al tutto spente; mentre colle sue opere ri-
chiamandole a nuova vita, primo di tutti, cui vo-
lesse battere quella gloriosa via, mostrava co'suoi
scritti come vi si potesse venire in fama immortale.
N al gran riscatto procedeva egli colle sole
parole, ma come colui che ben sapendo quanto alle
teoriche fossero propizi gli esempi, alle sue disqui-
sizioni sulla statuaria, pittura e architettura, le
opere della pratica ancor v'aggiungeva, mentre e pit-
ture e statue ed edilizi e getti e lavori di bulino pur
fece (*). Oltre di che fu matematico e filosofo valen-
tissimo, e molto prode poeta. Anzi tanto per ogni
lato tutti i confini dell'umana sapienza tocc, che
l'immenso suo ingegno, certo pu dirsi, altro limite
non avere avuto, che quello, per cos dire, insupe-
rabile entro cui furono circoscritte le menti de' mor-
tali. Il perch fino che il mondo star e si avranno
io pregio i lodati studi e le arti, Italia andr superba
di essere stata madre ancor di questo Grande, per
far nuova fede alle genti, come dal felice suo grembo
uscissero in ogni tempo fulgidissimi ingegni da rag-
giare nel mondo il benefico lume di quella vera sa-
pienza che pi presto pu condurne alla meta della
sospirata civilt.
(*; CBISTOFOBO LANDINO, Apologi de* Fiorentini, pag. 164.
XI
N sia chi creda il nostro dire dottato da so-
verchio affetto o da prevenzione, che ove il lettore
voglia farsi a considerare le opere dell'insigne, da
noi ora per la prima volta raccolte e moltissime di
esse ancor per la prima volta pubblicate, facilmente
crediamo come egli abbia a venire nella nostra sen-
tenza, la quale vogliamo fin d'ora mandar confor-
tata dell' autorevole giudizio d' un Poliziano, che scri-
vendo a Lorenzo il Maguifico dei pregi dell'Alberti
diceva, come le sue lodi non una lunga orazione
non che una lettera avessero potuto comprendere,
nulla essendovi per lui di si astniso e recondito che
non gli fosse chiaro ed aperto, rimanendo in forse,
se pi nel verso valesse che nella prosa, e se pi
gravi, pi solenni o pi tersi fossero i suoi discorsi.
Oltre di che, cos scrut egli le cose degli antichi,
che tutta la ragione d'architettura di essi non solo
stupendamente comprese, ma le produsse ancora ad
utile esempio. E aggiungasi che macchine ed aotomi
moltissimi non solo invent, ma ancora maniere
bellissime di edifizi oper, essendo stato di pi, pit-
tore e statuario di singolare valore, onde fia meglio
di lui tacere che non dirne abbastanza (*) .
Nasceva adunque Leon Battista Alberti, fioren-
tino per genitori e casato., in sul cominciare del
secolo XV in Venezia, dove la sua famiglia s'ebbe
(*) V edi Apfxmdice N. I .
XII
a riparare dopo la cacciata dalla sua patria, frutta-
tale per amor di libert. Noi non volemmo precisare
la sua nascita al 1404, siccome fece Pompilio Poz-
zetti, e dietro lui altri ancora, perch, se le ragioni
che lo inducevano a stabilirsi in siffatta opinione sono
dall'un canto ingegnose, e bisogna anche dire pro-
babili molto, dall'altro d'uopo ancor convenire,
che trattandosi di date, anche la maggior probabilit
non pu pienamente sodisfarne, ma vi si vuole pa-
tenie irrepugnabile certezza. Ci nondimeno fra i
documenti che accompagneranno questo discorso non
mancheremo di tutti riferire eziandio i titoli che
concorsero a far venire il Pozzetti nella summento-
vata credenza, perch, cui piacesse, possa a suo ta-
lento seguitarli (*).
Ritornando ora all'Alberti, suo padre come quello
che tutto amore era pe'suoi figlioli, e molto solle-
cito della loro educazione, come in pi luoghi delle
sue opere lo stesso Leon Battista asserisce (**), non
appena lo vedeva aggiunto a quell'et, in cui so-
gliono le giovinette menti informarsi agli studi della
sapienza, tosto qual si conveniva al suo nobile li-
gnaggio lo faceva ammaestrare. Ma considerando
come dalla robustezza del corpo forza acquisti l ' i n-
telletto, l'avveduto genitore, nella lotta, nel corso ed
in altre ginnastiche lo esercitava, si che ben presto
il cresciuto garzonetto poteva mostrarsi assai va-
(*) Vedi Appendice N. I I .
(**) Fra le altre nel libro Della comodit e incomodit delle lettere.
XIII
loroso, e neir armeggiare e nel maneggiare cavalli
e nel resistere al corso e nella danza e nella lotta,
narrandosi, che un dardo lanciato dal suo poderoso
braccio, forza avesse persino di trapassare qual sia
pi forte corazza (*). Pervenuto quindi a quell'ora
in cui all'ingegno dello studioso alunno abbiso-
gnano pi sostanziali studi, ecco il padre mandarlo
a Bologna, onde apprendere in quella celebre Uni-
versit le umane lettere, nelle quali se l'Alberti
profittasse lo dicono e sempre diranno i suoi bellis-
simi scritti. N solo in quel famoso Ateneo attendeva
a queste discipline, ma come egli stesso e l'Anonimo
del secolo XV , che ci lasci una vita di lui molto
elegantemente distesa nella lingua del L azio, ci af-
fermano, ancor vi dava opera alle leggi (**), e con
tanto fervore e assiduita che la fatica del soperchio
studio ebbegli a causare una molto grave infermit
di languore. Per forma che i medici a volerlo resti-
tuire a sanit, ebbero a comandargli la sospensione
di que' gravi studi, come quelli che furono da essi
riconosciuti unica cagione del male. E il precetto dei
medici riusciva assai giovevole all'Alberti, il quale
ritraendone gran vantaggio, poteva indi a non molto
riaversi da quella fiera malattia. Se non che l'amo-
re immoderato che egli portava/agli studi, ancor in
questo frattempo s forte in lui faceva sentirsi, che
essendo tuttavia in cura, e prima che interamente
(*) Vedi Appendice N. I I I .
(**) V. App. N. HI e IV.
XIV
uscisse di convalescenza, a sollievo dello spirito
avendo ricorso alla dolcezza delle muse, sua fer-
vente passione, toccando allora il ventesimo anno (*)
scrisse in latino uno scherzo comico intolato Filo-
dossio, parola composta di due greci vocaboli im-
portanti atnator della gloria, dove sotto il velame
d'una molto ben concetta allegoria rappresentando
se stesso, s'ingegnava a mostrare, come lo stu-
dioso e sollecito, ugualmente cbe il ricco e felice
potesse divenire glorioso (**). Ma l'operetta sottrat-
tagli di furto da un suo amicissimo e famigliare, in
poche ore trascritta e all'insaputa di Leone man-
data fuori (quantunque ripiena d'errori seminativi
dal frettoloso ricopiatore, i quali per sovramercato
crebbero ancora di mano in mano che da altri ne
fu fatto esemplare}, non appena se ne fu impadronito
il pubblico, che tatti lodandola a cielo, non sapen-
dosene l'autore, l'ebbero senz'altro per cosa antica
e stupenda (***). E siccome il giovine scrittore alcuna
volta dava al suo Filodossw il nome di Lepido, per
mostrare lo scherzo da che originava il componi*
meato, ecco tantosto gli onniveggenti antiquari creare
di pianta un Lepido antico suo autore, quantunque
di nessuno scrittore di questo nome parlasse la
storia delle latine lettere. Nuova prova che ci am-
maestra cosa possono essere molte volte le in ter-

(*) Non maiori annis XX. nnos non plu s v iginli. App. N. I I I .
(*) Vedi Appendice suddetta.
(*) Vedi App. N. IV.
XT
prelazioni di questa pi che sovente 9ognatrice schiera.
Del quale granchio ciascuno pu credere se poi l'Al-
berti in cuor suo ne dovesse mattamente ridere; il
quale per vedere anzi fin dove giungesse il costoro
abbaglio, essendosi saputo come da lui provenisse
la celebrata Favola, e interrogato d'onde l'avesse
diseppellita, ed egli asserendo da un antichissimo
codice, di tanto crebbe il fanatismo per la pseudo-
antica Commedia, che tutti trovandovi il sapore e
il sale plautino, quantunque scritta non in verso n
spartita per atti, la sentenziarono assolutamente per
lavoro di autore de' buoni secoli; il perch gir trion-
falmente tutta Europa. Sennonch in Germania Al*
berto d'Eyb, canonico di Bamberga, se al suo giu-
gnere le faceva grata accoglienza, ritenendola per
cosa molto elocubrata e lodevole, non poteva per
averla per cosa d'antico, ma l'ascriveva invece al
celebre Carlo Marsuppini d'Arezzo (*), segretario della
(*) CABLO MARSUPPINI nacque nel 1399, e fu uno de' primi letterati
del secolo XV. Datosi per tempo allo studio delle greche e latine
lettere, ben presto vi sal in distinta eelebrit: e tanto fu caro per la B*a
dottrina a Coslmo de' Medio! e a Lorenio suo fratello, che secoloro
vollero condurlo a Verona, ove stettero alcun tempo, causa la peste
che affliggeva Firenze. Ma ritornatovi alfine e fatto pubblico professore di
Rettoria e Belle L ettere, si grande fa 11 favore ohe ottennero le sue
belle lezioni, che ad udirlo andavano I pia nobili personaggi, lo che dest
Tiofidia de'suoi emuli, fra'quali 11 Fllelffl, che come si vede da un
suo poscritto in una lettera ch'egli mandava a Lorenao il Magnifico per
offeritegli di scrivere con franchezza la storia della famosa congiura
de'Pazzi, parlandovi di Carlo lo chiamava con derisorio soprannome Carlo
Malcolore. Fu, Carlo, segretario della Repubblica fiorentina, nel quale
ufficio succedette al celebre Leonardo suo concittadino e mori di anni 8 4,
XVI
Repubblica fiorentina, e famoso a quel tempo per
greca e latina letteratura, stampandola nella sua
Margarita Poetica fra le commedie de' secoli po-
steriori da lui chiamate straordinarie, e facendo
eletta delle sue molte belle frasi per proferirle in
esempio della pi squisita latinit. La qual cosa ad
ogni modo ognun vede come ritorni a lode, e non
piccola, di Leon Battista nostro, il quale se al rigido
tribunale della moderna critica (dice molto giudizio-
samente il Pozzetti) non otterr in oggi un favore-
volissimo voto sul suo Filodossio, pure bisogna con-
venire che rispetto ali' et in cui egli la scriveva,
poich solo quattr'anni appresso si poneva alle scienze
sublimi 0 , la cosa non pu non meritar somma lode.
Laonde troppo austero ci parve il sig. Renouard
quando semplicemente ne disse (**) essere il Filo-
dossio un men che mediocre lavoro, tanto riguardo
all stile che alla condotta ; e assolutamente poco
istrutto e confuso, quando soggiunse: avere alcuni
preteso essere desso, opera di Leon Battista Alberti,
nato nel 1404 e morto verso il 1480, o di Alberto
de Albertis, architetto fiorentino e commentatore di
11 di 24 d'Aprile del 1453, avendogli solenni eseqaie decretate il Senato
fiorentino ; e Matteo Palmieri eletto a fargli I' orazion fanebre, lo co-
ronava poeta nel feretro. Ci restano di lai varie opere eruditissime,
ed anche opinione di vari scrittori, che egli abbia molto lavorato sai
poema di Silio Italico.
() V. Appendice N. IV.
(**) AnncUes de V imprimerie des A L D B, Tom. I I , pag. 156. A Pa-
r i s , chez Antoine-Augustln Renouard, MDCCCXXV, in-Svo.
XVlf
Vitru v io , mentre in oggi si sa chiaramente come
il sole, il suo autore essere veramente Leon Battista,
il quale non coment, propriamente parlando, Vitru-
vio, ma lo illustr nella sua architettura, dichiarando
pi lucidamente alcuni passi alquanto oscuri di esso,
onde merit il nome di Vitru v io fiorentino.
Ma ripigliando il filo del nostro discorso, restau-
ratosi l'Alberti dalla sua malattia, di che gi si disse,
e volendo poco dopo far prova di ritornare agli studi
legali che aveva intermessi, eccolo nuovamente ri-
cadere nella stessa infermit, per cui ebbe questa
volta a ridare un addio alla visibilmente a lui nemica
giurisprudenza per non ripigliarla mai pi, sostituendo
alla medesima le matematiche e la filosofia, nelle quali
fece s mirabili progressi, anzi dove tanto avanz,
che lasciatisi molti indietro, non fu certamente supe-
rato allora da nessuno.
Restituito intanto Cosimo de' Medici alla patria
e riassunte le redini del governo, una delle sue prime
cose fu quella di richiamare ancora la famiglia degli
Alberti; la quale ritornata in Firenze, e volendosi dal
principe rallegrare la citt afflitta dalle miserie delle
continue guerre avute con Filippo Maria Visconti
duca di Milano, vedevasi Leon Battista proporgli un
pubblico letterario certame, con premio di una co-
rona d'alloro foggiata in argento, da donarsi a
quello de' campioni apollinei che in qualunque genere
di versi, ma volgari, avesse meglio dette le lodi della
A L BE R TI , T. l . O
XV III
sincera amicizia (*). E l'albertiano concetto, spalleg-
giato da Piero figliolo di esso Cosimo, tosto avendo ef-
fetto, in Santa Maria del Fiore, perch pi decoro acqui-
stasse la letteraria gara, si vedeva dischiudere l'aringo.
Ma la disputata corona nessuno de' combattitori ot-
teneva , perch giudicatosi che alcuni componimenti
i quali sopra gli altri si distinsero, fossero di ugual
merito, alla chiesa veniva dagli arbitri lasciato il
conteso guiderdone. La quale sentenza fu per altro
generalmente ripresa ; perch dovendo ad ogni modo
il premio essere d' uno de' dicitori, e del migliore di
essi, non fu al certo dai giudici serbato il mandato.
Per, checch ne fosse, tutti godranno del vedere, come
una volta si riconobbe poter le lettere essere chia-
mate a consolazione degli animi afflitti ancora da
pubbliche calamit. N la storia ci tacque i nomi dei
dotti campioni, i quali furono, Michele di Noferi del
Gigante, Francesco (HAltobianco degli Alberti, Antonio
degli Agli, Mariotto d'Arrigo Dav amati, Francesco
di Bu onanni Malecarni, Benedetto di Michele d'Arezzo,
Leonardo di Piero Dati e Anselmo Calderoni, araldo
della Signora di Firenze (**) ; e giudicatori i Segrotari
di Eugenio IV, eletti per fare onore a quel pontefice
che allora si ritrovava in Firenze. Ma se questo primo
certame non tornava a intera gloria de' letterari ca-
valieri, Leon Battista senza sgomentarsi, un altro ne
(*) V edi Appendice N. I V e V .
(**) Cosi 11 dod. N. 34, pf ot . 41 della LaarenzJana. I l P O ZZE TTI :
Conte d> Vrbino. - V . App. !. V .
XIX
proponeva suH' Inv idia, torse perch nel non conferire
il premio hi quel primo concorso, questa maledetta
dov avervi parte : e il motivo perch il secondo non
avesse effetto, potr il lettore raccoglierlo da queste
parole dello stesso Leon Battista, che si legger
nel suo libro Della tranqu illit dell'animo che ora da
noi per la prima volta vien messo alla stampa, e dove
fa dire ad gnolo Paradolfini, a proposito dell'invidia!:
Ma quanto ella possa ne' nostri animi, assai ne scris-
se '1 tuo Leonardo trgico (*), uomo integrissimo
e tuo amantissimo, Battista, in quel suo Iemsale (**);
quale egli apparcchio per questo vostro secndo
certame coronario (***), istituzine ottima, utile al
nome e degnila della patria, atta a esercitare pr~
diarissimi ingegni, accomodata a ogni culto di buoni
costumi e di virt. Oh lume de
9
tempi nostri ! Oh or-
namento della lingua toscana ! Quinci fioriva ogni
pregio e gloria de' nostri cittadini. Ma dubito non
potere, Battista, recitare vostra opera: tanto pu la
invidia in questa nostra et fra i mortali e perver-
sit! Quel che niuno pu non lodare e approvare,
molti studiano vituperarlo e interpellarlo .
(*) LENAB DO DI PIETRO DATI, era nel 1488 canonico di Firenze. Scrisse'
motte cose in prosa ed in verso, assai lodate dal dotti suoi contemporanei;
Fu Segretario di Callisto I I I , di Pio II e di Sisto IV> e nel 1467 era Ve-
scovo di Massa. Il Mehus pubblic nel 1743 molte lettere di lui. Fu il
Datf ancor Notalo, pi*hn che avesse le dette dignit eccleslastiche, e setti
il BvrcMeito da procuratore nelle sue domeniche liti.
(**) una tragedia tuttavia a penna, di cui parla LEONARDO AHETINO,
Llb. IX , Episl. VII.
(***) Daa corona di' che gt si disse-
fc
Recatosi quindi Leon Battista a Roma, quivi
nella lingua latina ponevasi a scrivere il suo MomoC),
opera a dialogo, dove intese a formare un ottimo
principe, e dove sparse molti solenni insegnamenti
ed assai argute piacevolezze. E questo titolo le dava,
perch da Momo (principale collocutore, inquieto e
turbolento iddio, sotto il quale flguravasi dagli anti-
chi la maldicenza)^ tutta la macchina, gli avvenimenti
e gli episodi del componimento hanno origine. Bene
scolpiti sonovi i caratteri degli altri personaggi che
compongono tutta la filosoflca e insieme lepida sce-
na, la quale talvolta partecipa del lucianesco, con
molto profitto e diletto di chi legge. Vedesi in esso,
Giove, in cui rappresentato il principe, assediato da
pessimi cortigiani che tentano di farsi signori del
suo animo, lungamente titubare incerto fra i vizi e la
virt; e gli adulatori v'hanno anch'essi la loro.
Se non che in tale materia l'Autore se la passa un
po' troppo di liscio, contentandosi solo di dire, che
avendo i poeti comici flagellato abbastanza la peste del
costoro vizio, non istar a dirne altro, forse nella
temenza che addentratosi in siffatto ginepraio, come
avrebbe dovuto il filosofo, fossero per venirgliene
maggiori inquietudini e perturbazioni di quelle con
cui gi, e non poco, era dagl' invidiosi tribolato. Ma
comunque ci s i a, chi die di piglio alla penna per
uscire a campo contro il vizio, da nessuno sgomento
: i .
(*) 11 Momo fu composto dall'Autore a Roma oel 1451.
XXI
deve andar trattenuto del non perseguitarlo per ogni
verso e sino agli estremi. Il perch non cos avendo
questa volta adoperato il nostro Alberti, panni non
potere egli sfuggire da un po' di rimprovero; mentre il
filosofo che voglia ottenere parole di giusta e intera
lode, dovrebbe schivare persin l'ombra del pi leg-
gero sospetto di vilt. Tuttavia ne piace sentirlo dire,
nel secondo libro di questa sua bell'opera, che se
l'uomo fra quanti sono animali nel mondo il pi
intollerante di servit, deve eziandio porsi mente come
egli sia ancora il pi inchinevole e dedito a man-
suetudine e docilit; che il reggere gli stati non
cosa da pigliare a gabbo, n impresa da tutti; e che,
se i bruti, e quelli fra essi che sono pi selvatichi, si
governano domati da lunga consuetudine, e mediante
una specie di disciplina si tengono insieme, non si
dovr con men arte e ragione governare gli uo-
mini , i quali sono nati a essere socievoli pei co-
modi e vantaggi della vita. E ci tanto pi, in quanto
che spesso si pot ancora vedere che il volgo spon-
taneamente obbedisce a chi cose oneste gli comanda.
E parimente bellissima la pittura che egli vi
fa della vita de' furfanti, le cui pessime arti sono
dalla sua filosofia smascherate colla pi patente verit,
e nel tempo stesso con lepidissima satira.
Cos l'Alberti non trascurava neanche un'altra ma-
niera d'eloquenza, e forse ancor pi difficile, ne' suoi
Apologhi, quale la didascalica, ove, come ben avverte
il Pozzetti, non s frequente l'abbattersi in esemplari
XXII
che meritino un'intera commendazione. Per qui,
come pu vedersi dalla stessa lettera con cui il me-
desimo Leon Battista g' indirizzava a Francesco Ma-
rescalchi, il nostro Autore riconosceva di per s un
difetto che ne'medesimi veramente si trova, ed un
po' d'oscurit ; nel quale vizio inciampava a volere
essere brevissimo; e fors'anco per avervi voluto
fare alcuna satirica allusione da non essere da tutti
intesa.
Ma, se non tanto dilettevole ed utile riesci va
in questo genere di componimenti, non cos era
nelle Piacev olezze Matematiche, le quali, quantunque
distese in un sistema non interamente perfetto n pie-
namente dedotto, pure i suoi problemi meritano molta
lode. E certo faranno ognor fede di quanto valesse
l'Alberti nella geometria e il suo metodo per conoscere
l'altezza di una torre di cui si veda soltanto la cima,
e l'equilibra o livello a pendolo da lui trovato per li-
vellare i terreni e le acque correnti, ed il modo ch'egli
propone per misurare, cammin facendo, la distanza
tra que' luoghi ove non possono spingersi le visuali,
e finalmente la stadera a bilico, modello della mo-
derna bascule. E giacch trovo nelle note, di che il
celebre Giambattista Niccolini corred il suo eloquen-
tissimo elogio di Leon Battista, una molto sensata
analisi di un valente matematico, il cui nome ci
dispiace sia taciuto per non potergli retribuire quelle
parole di lode che il suo molto assennato giudizio
meriterebbe, non sar discaro neanche al nostro
XXIII
lettore di qui ritrovarla, Le Piacev olezze Matema-
tiche dell'Alberti, dice adunque l'anzidetto scienziato
anonimo, non formano un'opera metodica e dedotta,
ma una raccolta di Problemi modellati secondo il gusto
del tempo, altrettanto facili nella loro esposizione, che
per la loro intelligenza. Egli incomincia con alcune
applicazioni pratiche della dottrina dei triangoli simili
alle loro altezze e distanze accessibili ed inaccessi*
bili, valutati i rapporti dei loro lati ed omessi i pi
complicati fra i loro angoli ed i lati stessi. Seguono
gli altri sulla profondit; fra i quali da notarsi il
modo di rilevare quella d'un fluido in quiete, dal
tempo impiegato da un galleggiante per affondar visi
e per restituirsi alla sua superficie; idea che ha cer-
tamente suggerita l'altra d'una certa importanza in
Dinamica, di misurar delle profondit simili col suono.
Meno felici sono le indagini sulla misura del tempo
colla combustione, supposta regolare, d'alcuni corpi,
colla fontana d'Erone, col gnomone verticale, coll'os-
servazione delle stelle circompolari, gli uni fra questi
mezzi essendone incapaci per loro stessi, gli altri per
il modo della loro applicazione. La misura delle su-
perficie piane che ne succede, limitata ai terreni,
un succinto epilogo dei soliti canoni rammentati
dal Golumeila e dal Fibonacci. Vequ ilibra o livello a
penduto, offre all'Autore degli argomenti pi -distinti,
sia per livellare i terreni, le acque correnti, o c . ,

sia per rilevare i rapporti di due pesi distinti, sia
pel maneggio dei raortari, per la direzione dei loro
XXIV
colpi, ec. La stadera a bilico per valutare i pesi,
un ingegnoso ritrovato, modello alla moderna ba-
scu le, e l'odometro, o compasso itinerario, prevale per
la semplicit, per l'economia, per la fiducia a quello
ideato dall'Accademia del Cimento, che il celebre
Ramsden si fatto proprio. N l'applicazione di que-
st'odometro, consigliata dall'Autore per definire la
velocit di una nave in corso, prevarrebbe meno
sull'uso incerto dei lock ordinarii ci che quindi sug-
gerisce per misurare l'azione del vento sopra una
vela, capriccioso, e manca di fondamento e di re-
lazioni. Il libro termina coll'esposizione del problema
idrostatico della Corona, che l'Autore estende alla
valutazione del peso de' corpi, insistendo nella dot-
trina dei galleggianti, nota dopo Archimede .
E questa bella esposizione delle Piacev olezze
Matematiche di Leon Battista nostro, volemmo noi
riportare per intero, anche perch si vegga se in esse
contengansi cose di nessu na entit, siccome scrisse il
sig. Dott. Giovanni Gaye alla pag. 146 del suo primo
tomo del Carteggio inedito d'Artisti dei secoli XIV,
XV e XVI, pubblicato in Firenze nel 1839 colle stampe
del chiaro letterato e non meno illustre tipografo
sig. Giuseppe Molini. E qui l'occasione richiede, che
si dica eziandio come il d'altronde benemerito ed
erudito sig. Gaye pigliasse un abbaglio, quando a
pag. 345 del detto Carteggio e dello stesso volume,
asseriva l'opera dell'Alberti, della quale si parla,
essere tuttavia inedita, mentre ritrovasi essa gi
impressa fra gli Opu scoli morali di Leon Battista,
fatti stampare da Cosimo Bartoli in Venezia nel 1568,
in un con la Lettera con cui l'Alberti l'intitolava
al Marchese Meliaduse d'E ste, la quale credeva il
Gaye di avere egli, nel detto suo libro, per la prima
volta resa di pubblica ragione. Per non solo il
Bartoli l'aveva pubblicata, ma dal Pozzetti ezian-
dio nel 1789, alla pag. 18 della seconda numerazione
del suo lodatissimo Elogio di Leon Battista, ma stata
pur riprodotta. Se non che hisogna saperne grado al
moderno editore, per averla pi degli altri due data
corretta ed intera.
Ma T operetta che ora ci si appresenta, come
tutto manifesta il candore e la mitezza del gen-
tilissimo animo di Leon Battista ! Stesa in dialo-
g o , interlocutori Togenio e Microtiro, subietto la
repubblica, la vita civile e rusticana e la for-
tuna, tu lo senti ragionare con s filosofica e lu-
singhiera parola, da rimanerne preso e vinto: e
di quanto diciam noi, sia questo un esempio. En-
trato col suo discorso intorno alle ricchezze, Le
ricchezze tue, o Tichipedio, non niego, sono orna-
mento alla patria e alla famiglia tua, non quanto tu
le possiedi e procuri, ma quanto tu bene le ado-
peri. Non ascrivo a laude che a tua custodia stieno
cumoli d'oro e gemme: che se cos fosse, quegli
che la notte sulle torri e specole hanno cura e
custodia della terra, pi arrebbono che tu da
A L BE R TI , T. l. d
XXVI
gloriarci. Ma tanto ti loder, quanto in salvare e
i
onestare la patria tua e i t n o j , spenderai aon l e ric-
chezze s o l e , ma ancora il s udore, il sangue e la
vita . E poco pi lontano : Per assegtrire
r i c c he z z e , piene di ma l i , esposte a tutti i peri col i ,
per i quali tutti g ' i nv i di , tutti g i i a v a r i , tutti gli
ambiziosi, cupidi, l asci vi , voluttuosi e dati a gua-
da g n o , e nati alio spendere (numero infinito di
omini pestileiiziosi ) , ne assediano e o a anime mi mi -
ci ssi mo, con opera infestissima, assi dui , vi gi l an-
tissimi per espilarci e satisfarsi de' nostri incomodi; e
noi per asseguire tanta peste, sottomettiamo i nostri
pensi eri , opere <e studi a mille brutte fatiche e servit.
Ed oei in o<fio la p o v e r t . . . . . Poi in appresso :
Principi primi cittadini, io questa vostra ampli-
tudine che cercate voi? laude, gloria, immortalit?
i m con pompa, BO I con ostentazi one, non con mol to
popolo d'assentatoci asseguirete vera e intera l aude ,
ma s ol o ben meritando con virt ! . . . . . L e quali
parole s e pi fossero i nt ese, cera q n a t i minori mali
non peregrineremmo noi m questa misera aiuola di
dolori e di pianto !
E dell'Alberti pure un altro tratta te Ho molto
notabile, intitolato Della comodit e incomodit delle
lettere, dettato in Bologna quando non aveva ancora
treat'aniii e dove col senno del pi provetto filosofo
facendosi a disputare con quali l eggi governar s i
debbono i suoi ^cultori, tutte ne avverte le dif-
X1 VI1
Scolta e le spine che in esse loro ritrovami, mo-
strando eziandio quanto se ne vadano errati coloro che
sperano da esse onori e dovizie (vero, che in oggi, eoa
sagace e libera ragione dice quel fior d* ingegno del
pretodato Niccolini, parlando di questa operetta, non
avrebbe d'uopo di dimostrazione alcuna), e finalmente
come possano divenire profittevoli agli uomini e a
chi le coltiva, e quale esser debba il loro nobile
scopo, sgomentando i profani del por piede nel toro
santuario, ed infiammandovi chi invece vi si sente
da segreto impulso prepotentemente chiamato : li-
bretto veramente raro e magnanimo, da rendere per
s solo e con tutta la sua esiguit, gloriosa per
sempre la memoria di uno scrittore ! Ma perch di
descrivere le albertiane opere noi ci riserbiamo in
fine di questo Discorso, dove proponemmo di tutte
notarle con quell'ordine cronologico che meglio po-
trassi; cosi ora solo a contenteremo di trattenerci sopra
due altri suoi lavori filosofici, per quindi passare agli
artistici. E il primo di questi la Tranqu illit
delrAnimo, dove l'Autore per v ia di dialogo distinto
in tre libri, essendo interlocutori lo stesso Leon Bat-
tista Alberti, con Niccola di messer Veri de' Medici e
Agnolo di Filippo Pandolfini, prende a disputare in
che modo il pi beatamente possa menarsi sua vita.
Intorno al quale argomento tutto il primo libro si
aggira ; mentre neir altro favella con quale salutare
medela guarir si possano le piaghe fatte nell'animo
tuo dagli altrui sdegni e dispetti : finalmente nell'ut-
XXVIII
timo, come risanisi il cuore che trafitto dalle pi
acute spade del dolore, miseramente ti opprima e
quasi minacci di morte. E qui pure ad esempio del
forte filosofare di Leon Battista si odano queste ve-
ramente auree parole eh' egli stesso favella a messer
Agnolo nel primo libro. Ragionando del poter vincere
s stesso, e dicendo : Perch non potre' io quello
che poterono gli altri, quali furono in vita uomini
come test sono io? E quanti furono che osserva-
rono costanza e vera virilit d'animo nelle cose
dure ed aspre? E a noi chi vieter che non ci sia
lecito nelle avversit e gravezze obsistere e deporre
ogni perturbazione con buona ragione e consiglio?
Non dubito (l'odi tu seguitare) che se vorremo bene
offirmarci con virt, e bene offirmati opporci con
modo a chi ne offende, ci troveremo essere n men che
uomini, n men potere che possino gli uomini. N mai
sar sopra alle forze ascritteci dalla natura quello che
c'imporranno i tempi, cio la successione e variet
delle cose rette dalla natura. Egli scrivono che So-
crate fu dalla moglie contumacissima e importuna,
continuo mal ricevuto, e fu dai figliuoli immodestis-*
sirai in molti modi offeso in casa, e fuori di casa
ancora fu da molti insolenti bestialacci e da que' co-
mici poeti assiduo infestato, e con varie ingiurie
offeso. E bench cos fosse da tante parti esagitato
y
pur visse a qualunque perturbazione della fortuna,
e a qualunque ruina delle cose sue coir animo equa-
bile e col volto mai mutato. Pot adunque Socrate
XXIX
questo non da' del i , ma da s stesso; che vol l e, e
volendo pot .
E pi sotto: N si vuole giudicare quello che tu
possa di te stesso prima che tu lo provi; e provando, s e
ben non fussi, diventerai atto in vincere ogni insulto
avverso vincendo te stesso. Ma noi, alcuni, troppo
ne diffidiamo ; e come in milizia chi sia inesperto e
timido, cos noi fuggiamo al primo strepito ed ombra
degF inimici ; e prima soccombiamo coli' animo, che
noi conosciamo quanto possa chi ne urteggia. E come
dicono che molti arrebbono acquistata sapienza, dove
e' non avessono prima persuaso alla opinione sua
d'esser savi; cos, contro, non pochissimi rimangon
senza loro lode, dove non si fidarono potere quanto
volendo gli era lecito potere. Cos mi pare qui tra
noi resti assai esplicato, che noi uomini bene con-
sigliati tanto potremo di noi stessi, di nostro animo,
volont, pensieri ed affetti, quanto vorremo ed in-
statuiremo .
Ecco in qual modo si hanno a fare i libri, se
si voglia che non abbiano a diventar rancidi e vieti,
e che si leggano con piacere e con frutto ancor nei
secoli futuri. E . questo sia specchio a molti degli
odierni scrittori, che invece di darci nelle loro opere
quel vero eterno, unico ammaestratore degli uomini,
siccome fece l'Alberti, ci porgono invece un cumulo
di sofismi, e di inconcepibili astrazioni: e Dio volesse
che qui pur sostassero essi ! che non di rado ci ven-
gono innanzi con manifeste stoltezze e spesso ancora
con patenti immoralit! Quanti libri dell'Alberti,
di solo un uomo, di un uomo di qtiattrocenf anni
fa, di un tempo se non barbaro, secondo la illuminata
sapienza de
9
sedicenti progressisti del secolo, almeno
rozzo, e 4>er inopia di dottrina e per miseria di
civilt, quanti libri e quanta vera dottrina ! Quanti
libri di una miriade di scrittori de' nostri tempi, del
tempo dell'onniveggenza, e quanta nebbia e quanto
fumo, e quanta (vergognomi il dirlo
r
ma come ta-
cerlo?) e spesso ancor quanta peste!
E dell'altra assai pi grand'opera intitolata La
Famiglia o Delta Famiglia, che con tutti due i nomi
s'incontra, quale filosofo ancor de' nostri giorni non
vorrebbe esserne l'autore? ove colla soavit del pi
mansueto consiglio Leon Battista t'insinua nel cuore
quella dolce e placida filosofia domestica da far beate
le case degli uomini. Diviso in quattro libri, ecco
nel primo vi trovi qnale sia V uffizio de' vecchi verso
i giovani, e il debito de'minori verso i maggiori, e
come si debba provvedere ali' educazione de' figli ;
prima pietra con cui vuoi fondarsi il sociale edifizio :
nel secondo, gli ammaestramenti matrimoniali; primo
piano della gran fabbrica: nel terzo dell'economia;
altro piano di essa ; e dell'amicizia nel quarto, che il
tetto che lo ricopre e tutela dalla furia de' turbini e
delle tempeste domestiche. Oh buon Plutarco ! questo
veramente divino libro te ne ricorda, parendoci sentire
dal labbro di Leone parlare quella bella ed utile sapien-
za di che arricchivi le non mai abbastanza lodate tue
Opere morali.
Ma fato delle migliori cose di questa terra, tanto
tesoro per quattro secoli quasi giaceva sconosciuto
fra la polvere delle bibliotechei E runico cui in
questo gran lasso di tempo capitasse alle mani e che
potesse farcelo conoscere, quell'unico, non so a quale
strano fine ne prendeva il solo terzo libro, a suo modo
lo raffazzonava, ai collocutori Alberti (che tutti della
famiglia Alberti erano questi), tant' altri Pandolfini
sostituiva, facendo di pi uno de'medesimi autore
dell'estratto brano, un Pandolfini e quell'Agnolo
stesso che introdotto a ragionare nella Tranqu illit
dell'animo,di che gi si parl, diceva: E riferiscovi
quel che io intesi spesso da lui (*), che due soli uomini
gli paiono ornamento della patria nostra, padri del
senato e veri moderatori della Repubblica. L'uno si
Giannozzo degli Alberti s uo, uomo tale per certo
quale e' lo espresse in quel suo libro 111.
0
de Fami-
lia (**), buono uomo ed umanissimo vecchio . Ma chi
questa impostura tramasse ed eseguisse, e la manomis-
sione del prezioso scritto facesse, quantunque a noi
qualche sospetto ne tenzoni nella mente e forse non
senza fondamento da poter d ancora dichiarare, noi
non istaremo pi oltre a investigare, bastandoci l'esser-
si fatta nota l'impostura, nella quale se poca o molta
malizia vi fosse, da ci die segue il lettore lo deduca.
1 quattro libri della Famiglia dell'Alberti inco-
minciano con una lunga introduzione, verso il fine
(*) Da Leon Battista Alberti.
(**) Appunto quel libro cbe fa volato dare al detto Agnolo.
XXXII
della quale si legge: Perch non dubito che il
buon governo, i solleciti e diligenti padri delle fami-
glie , le buone osservanze, gli onestissimi costumi,
l'umanit, la facilit, la civilt rendono le famiglie
amplissime e felicissime.... .
E nel prologo PandoIGni 1 lodati studi la sol-
lecitudine e la diligenza, il buon governo e le buone
assuetudini, e l'osservanzie, gli onesti costumi, l'uma-
nit , la facilit e la civilt, rendono le famiglie
de g n e . . . . .
E pi sotto Leon Battista nella sua introduzione
suddetta: Voi vedrete da loro (*) in che modo si
molti plichi la famiglia, con che arti divenga fortunata
e beata, con che ragioni si acquisti grazia e bene-
volenza ed amist, con che discipline alla famiglia
si accresca e diffonda onore, fama e gloria, e in
che modo si commendi il nome delle famiglie a
sempiterna laude e immortalit .
E il Pandolfini : Debbono adunque studiare i
padri come molti plichi la famiglia, con che mestiero
ed uso si aumenti e divenga fortunata e come
s'acquisti grazia, benevolenza e amicizia, e con quale
disciplina s'accresca a onore, fama e gloria .
1 quali brani confrontati, chiaramente apparisce
che quegli che donar voleva al nome di Agnolo
Pandolfini il terzo libro del Trattato della Famiglia
di L, B. Alberti, conosceva egregiamente l'opera
() Cio dai passati Alberti.
XXXIII
dell'ultimo, mentre lo vedi andare a pescare nel prin-
cipio della medesima e parole e pensieri, per com-
porre la piccola Introdu zione al libro che egli rapiva;
il quale incominciando : Aveva gi dato a pi cose
risposta Lionardo, della quale, Carlo ed i o, circa il
disopra ragionamento, o dubitavamo, o non bene
ri cordavamo. . . . , faceva pur chiaramente palese
come il discorso HI.
0
, libro con parziale epigrafe in-
titolato V Economico, o il Padre di Famiglia, coir an-
tecedente di cui necessario seguito, dovesse andar-
sene collegato e congiunto. Dopo di che apertosi
nuovamente il dialogo fra i soliti interlocutori di casa
Alberti, ed entrato finalmente Giannozzo in materia,
eccolo dire: sono io prudente, e conosco chi
gitta via il s uo, essere pazzo. Chi non ha provato
quanto sia duolo e fallace a' bisogni andare pelle
merc altrui, non sa quanto sia utile il danaio. E chi
non prova con quanta fatica s'acquisti, facilmente
spende: e chi non serva misura allo spendere, suole
bene presto impoverire: e chi vive povero, figliuoli
miei, in questo mondo soffera molte necessit e molti
stenti; e meglio forse sar morire, che stentando
vivere in miseria. Sicch Leonardo mio, quel pro-
verbio dei nostri contadini credi a me, come a chi
in questo possa per prova e conoscimento non pi
esserne certo, cos comprendo ch'egli verissimo:
chi non trova il danaro nella sua scarsella, molto
manco il trover in quella d'altrui. Figliuoli mi e i . . . !
A L BE R TI , T. I . e
1XXIV
e' s i vuole esser massaio, e , quanto da uno mortale
inimico, guardarsi d^lle cattive spese .
E Agnolo Pandolfini, subito dopo il suo breve
*
Prologo: Conosco prima, figliuoli mi ei , in questa
mia maggiore et fatto pi prudente, la masserizia
esser cosa utilissima, e chi gitta via il suo esser
matto. Egli non ha provato quanto il du o l o , e
fallace a' bi s ogni , andare per la merc altrui, e non
sa quanto utile il danaio risparmiato, n sa con
quanta industria e fatica s'acquista; e per facilmente
spende. Chi non serva misura nello spendere, suole
presto impoverire. E chi vi ve povero in questo mondo,
patisce molte necessit e soffera molti stremi bisogni,
e meglio gli sarebbe morire che stentando vivere in
miseria. Quello proverbio verissimo : chi non trova
il danaro nella sua s cars el l a, molto meno lo trover
in quella d'altrui. P er t a n t o , figliuoli mi e i , siate
massai , e , quanto da un vostro mortale ni mi c o , vi
guardate dalle superchie spese .
E fin da questo momento accompagnandosi col-
l'Alberti , puntualmente Io seguita insino alla fine ; se
non c h e , in moltissimi l u o g hi , per accomodare il ra-
gionamento alle persone de'P andolfini, tutte quelle
cose (e non son poche n di piccol mo me n t o ) , le
quali alla famiglia Alberti avessero potuto referirsi, egli
inesorabilmente vi recide : s che Dio vi dica per noi
quale servizio debba essere stato fatto all'opera del
povero Leon Battista, alterandola e guastandola in ai
XXXV
*
fatta maniera ! Il quale patentissimo furto e manomis-
sione , quantunque pur sempre si fossero riconosciuti i
quattro libri della Famiglia per cosa dell'A lberti, e
per conseguenza quello ancora gratuitamente attri-
buito al P andolfini, pure non f u , eh' io sappia,
da altri av v e r t i t o, se non in questi ultimi t empi ,
dal signor Antonino Corsi commesso dell'Accademia
della Crusca e , da qualche anno, defunto. E qui noi
avremmo potuto facilmente produrre anche un pi
lungo confronto de' due t e s t i , onde ancora pi trion-
falmente comprovare, come del libro di che si parla,
vero autore sia l'Alberti ; ma riflettuto che molto a
lungo ci ne avrebbe condot t i , e che tra breve
tutta intera l'opera della Famiglia, fra la quale
necessariamente ancor l'Economico, cosi come origi-
nalmente lo dettava Leon Battista, sar da noi stam-
pato , che ciascuno potrebbe ci fare di per s a tutto
suo grand' agi o e forse con pi intera compiacenza e
soddisfazione (e che d'altronde il da noi riferito pi
che bastevole si a rendere compiuta quella prova
che ci correva obbligo di dare al P ubbl i co) , non altro
diremo, se non che un nemico fato letterario pare
davvero perseguitasse l'Alberti; mentre nel 1668 Co-
simo Bartoli, facendo stampare in Venezia vari Opu-
scoli del nostro A utore, alcuni de'quali trovansi di-
stesi ancora in latino da lui s t e s s o , e dicendosi nel
titolo del libro: Tradotti e parte cwretti da M. Cosimo
Bartoli, lungamente e indistintamente tutti per voi-
XXXV I
garizzamento del detto letterato editore passavano.
E prova ne sieno le parole di uno de' pi dotti filo-
logi bibliografi del decorso secolo, vogliam dire di
Apostolo Zeno, il quale a pag. 409 del secondo tomo
del Montanini da lui s eruditamente annotato ( Vene-
zia 1753, in 4t o ) , parlando del Trattato della pit-
tu ra del nostro A utorete dicendo: // Bartoli....
ne fece u n v olgarizzamento, e lo inser tra gli Opu-
scoli morali del medesimo Alberti DA LUI raccolti e
tradotti ; viene chiaramente a mostrare, come
egli credesse tutte le opere rinchiuse nel detto vo-
lume fossero traduzione del pubblica tore, senza me-
nomamente pensare, che alcune pur ve ne potessero
essere fra quelle, originalmente scritte dallo stesso
Alberti nell'idioma materno. Ma d'altronde, chi dopo
aver letto nel frontispizio d'un libro, tradotto dal
tale , e dopo essere stato da una s solenne e franca
fede assicurato che il volgarizzamento era di lui, chi,
diciam noi, sarebbe potuto andare a sospettare che
tutta la traduzione non fosse stata di quello che innanzi
alla faccia del pubblico, col quale n anche i pi sver-
gognati osano mentire, bandiva che suo era il tra-
slatamento? Per con tutto questo beli'affermarsi,
essere egli il traduttore di tutte le cose dell'Alberti che
da lui si pubblicavano, pure non pu negarsi, come
si disse, che nel suo libro non vi sieno pi cose vol-
gari dello stesso Alberti, siccome il Teogenio, ossia il
dialogo Della Repu bblica, della Vita Civ ile, e Ru sticana,
rami
e di Fortu na (*), e VEcatom/ila e la Dei/Ira, due operette
amatorie (**), e te Piacev olezze Matematiche, i quali
tre primi libretti, si hanno tutti stampati fin dal se-
colo XV , e quando il Bartoli non era n anche venuto
alla luce del mondo! Tal che, questo confondere in
letteratura le proprie con l'altrui cose, senza in chiaro
modo distinguerle, e quasi diremmo a bello studio si
cercasse di far passare per sue le non sue fatiche,
non essendo da ingenuo e leale animo, non possiamo
nascondere, non solo averci maravigliato, ma forte-
mente sorpreso, facendo di pi in noi insorgere tale
un sospetto, da dover riprendere a scrupoloso esame,
e l'edizione del Bartoli e le singole Operette dal suo
frontispizio annunziate per tradotte da Ini, onde ve-
dere se anche qualcosaltro avessimo potuto scoprire
che dell'Alberti interamente fosse stato, Ma le con-
seguenze che ne parve potessero emergere da queste
nostre indagini, altrove saranno da raccontare.
(*) Opera di Messer Battu ta Alberti de Repu blica de Vita civ ile e
ru sticana e de Fortu na, in ne\ finita V opera di Messer Battista Alberti
in 4. Edizione in caratteri romani esegoita in Firenze per cara del Mas-
saini. E siste nella Magliabechiana. V. Catal. Fossi.
(**) Baptistae de Alberti* poetae lau reati de Amore, liber oplimu s
feUciter incipit: in fine: MCCCCLXXI In 4. E site presso II chiarissimo
signor A vv. Gaetano D e Minicis di Fermo nostro singolare ami co, pos-
sessore di una molto notabile biblioteca di preziose edizioni, ed erodilo e
colto scrittore nella patria favella. Baptistae de Albertis Poetae lau reati
opu s preclaru m in Amoris remedio feUciter incipit: dell'anno st esso, nello
stesso sesto e caratteri dei libro de Amore, ed esistente anch'esso presso
il annodato sfg. A vvocato. i l primo dei due infatti 'EcatomfUa, l'altro
la Dei/ira.
XXXV III
Intanto facendo ritorno alla Famiglia di Leon
Battista, i cui tre primi libri stendeva tutto d'un filo
in Roma nel breve spazio di 90 giorni (*), bisogna
dire che quantunque da lui si scrivessero per acqui-
starsi grazia tra i s u o i , pure non vi fu di essi chi
li degnasse nemmeno di un guardo; per forma che
molto l'Alberti se ne rammaricava, da risolversi pel
concetto s degno, di darli persi no alle fiamme. Se non
che da questa giusta ira sua, volle la fortuna dell'ita-
liane lettere ed il bene dell' umana famiglia si c ont e -
ne s s e ; si che tre anni dopo aggiuntovi il IV.
0
libro,
tornava ad offerirli ai medes i mi , loro di cendo: Di
qu indi se siete saggi, mi amerete; se no, la v ostra tri-
stizia torner ad onta v ostra (**) . E dalle seguenti
parole di Leonardo D ati, che scriveva a nome ancora
di Tommaso Ceffi (***), pu anche riconoscersi come
l'Alberti forse pensasse di mandare questo suo libro a
qualche illustre Siciliano (****); mentre dicono esse:Et
politati su mu s, et dbemu s etiam non polliciti id ipsu m
in recognoscendo libro tu o exequ i, qu od nu per lilteris
a nobis petis. Libru m ipsu m in manibu s habemu s at-
(*) Vedi Appendice N. I H.
(**) Vedi Appendice N. saddetto.
(**) LEONARDO D A TI , Epistolae Florentiae, 1133 io 8vo. E pisto-
la XI I I . pag. 18.
(*+'*) II POZZETTI, inclinerebbe a credere che fosse Alfonso d'Ara-
gona re di Napoli e di Sicilia dicendo: P robabilmente egli destinava di
dedicarli ad Alfonso d'Aragona re di Napoli e di Sicilia, col mezzo dell'in-
signe amico suo Antonio BeccadellL, detto II P anormita, che risedeva alla
corte di quel sovrano . Vedi pag. 24 della seconda numerazione del suo
Elogio dell'Alberti.
mix
qu e expendimu s omni stu dio et diligentia, ita demu m
u t Familia tua, qu antu m in nobis fu erit, nomisi et
recognita et eu lta, Siciliani ev olatu ra sit .
Intorno poi alla preziosit della lingua in che fu dessa
dettata, e che potremmo noi dire di pi, dopo che il
suo I1L libro ( sebbene tutto mutilo e guasto ) cono-
sciuto e pubblicato sotto il nome di Agnolo Pandol-
flni, fu concordemente dai pi eletti giudici delle
bellezze di nostra lingua tenuto per una delle sue
pi fulgide gemme, e dopo che dai primi editori fio-
rentini nella Prefazione mandata innanzi all'edizione
principe fatta in Firenze nel 1734, Colle stampe di
Tartini e Franchi nella forma d
>
i n-4t o, citata dagli
Accademici della Crusca, si dice che: Quanto alla
dicitura ella tale appunto, quale da tutti i maestri
di ben favellare ne'dialoghi prescritta, cio sem-
plice , e naturale, ed ai ragionamenti improvvisi e
famigliari somigliantissima, ma altres graziosa oltre
modo, e leggiadra, e adorna di quella purit e va-
ghezza , che maravigliosamente fior in quel secolo
avventuroso. E perch non si creda, che il desiderio
di accreditare quest'opera sia unicamente quello che
e' induce ad affermare ci che in commendazione di
essa per noi si dice, ce ne staremo al giudizio pur-
gatissimo de' primi compilatori del celebre Vocabo-
lario dell'Accademia della Crusca, i quali alle molte
eleganti scritture, sulle quali il fondamento di quel
vasto nobilissimo edificio gettarono, questo Dialogo
parimente aggiunsero, dal quale in non piccola quan-
I L
tit trassero gli esempj in confermazione delle loro
utilissime osservazioni . 1 quali encomi, giustissimi
al certo per la lodata scrittura, veggasi come, do-
vendosi per legittima conseguenza estendere a tutte
le altre volgari opere albertiane, queste debbano es-
sere di singolarissimo pregio, per la pi forbita ita-
liana favella. Ma della Famiglia qui basti (*).
Ora, siccome ci proponemmo, noi dovremmo
farci col nostro discorso nelle cose artistiche di
Leon Battista ; ma come entrare nel novello campo
senza aver prima esposto anche un altro nostro pen-
siero (che ci riserbavamo d'altronde di dichiarare
in altro luogo), mediante il quale non pochi compo-
nimenti pur volgari, che vanno errando senza nome
di autore potrebbero restituirsi all'Alberti, cui in
quanto a noi senza dubbio appartengono? Narra
l'Anonimo del secolo XV (**) nella precitata Vita di Leon
Battista, eh' egli fra gli altri componimenti scrivesse
ancora delle concioni ; il quale indizio avendoci messo
in traccia delle medesime, mentre i suoi MSS. an-
davamo rivlgendo, ecco in alcuno di essi, apparirci
varie composizioni di tal fatta, ma senza dirsi l'autore,
e messe in bocca di Stefano Porcari, il qual nome (sa-
(*) Avremmo noi dovuto dir qui qualche cosa di un' edizione (fattasi
or ora in Napoli pel Trani), del I I I .
0
libro Della Famiglia, restituito all'Al-
berti ; ma, e per non essere che un solo brano dell'Intera opera, e pi
per essere la detta stampa affatto lontana dalla genuina lezione, raancan-
dovene fino un lungo squarcio che pur In tatti I testi che l'editore dice aver
consultati si trova, non credemmo mal fatto il tacerne. 10 Giugno 1843.
() Vedi Appendice N. I I I .
ni
pendo noi d'altronde che l'Alberti pur descrisse in la-
tino la Congiu ra, che questo animoso ed eloquente
cavaliere romano tramava contro Niccolo V ) , aven-
doci immantinente commosso, ci pose ad attenta*
mente considerare lo stile in che furono distese ; il
quale visibilmente apparendo a noi simile in tutto
a quello dell'Alberti, tra per l'Av v ertimento predetto
che l'Anonimo ci dava, tra per trovarsi di queste
orazioni sovente mescolate con iscritture dell'Alberti,
e tra per la per noi inimpugnabile uguaglianza di
stile, credemmo non da essere ripresi, se riponessimo
in fronte alle medesime il nome dell'Alberti, forse
da lui non appostovi, per non parere innanzi al
suddetto pontefice, di cui era familiare ed amico,
che lodando egli in quelle retoriche esercitazioni in
certo modo l'ingegno del congiuratore, potesse inter-
namente applaudire anche al suo sacrilego attentato.
Il perch, avvisando noi, dopo le sovraesposte ragioni,
di far cosa gradita a quelli che ci leggeranno, tosto
una delle pi brevi vogliam riferirne, affinch anche
subito, nel vedere parole e frasi familiarissime a
Leon Battista, possa giudicarsi da ognuno del fonda-
mento della nostra opinione. Ecco adunque il di-
scorso saggio, ove le parole e le frasi scritte io diverso
carattere faranno conoscere le ragioni che vieppi
c'indussero a ritenere anche questi componimenti
per usciti dalla penna dell'Alberti; ne' quali inoltre
da osservarsi che pur vi s'incontrano quegli stessi
spazi lasciati in bianco, i quali si rinvengono nei
A L BE R TI , T. I. f
XL 1I
manoscritti di*lui; spazi, pe' quali. Leonardo Dati (*)
gli diceva, parlandogli di quelli da lui lasciati nella
Famiglia : erratu m, et id qu idem non mediocre
esse v idetu r, qu u m sententias atqu e exempla qu oru n-
dam addu ci*, nec eos nominas, sed omittis interv allo,
oc si v el ignores, v el aliqu id ipsemet con/ingas (**): lo
che ci parve costituire un altro non piccol segno da
convalidare il nostro divisamente). Ma veniamo al
saggio.
Risposta fatta per detto messere STEFANO agli Eleziona-
ri, qu ando gli dierono l'elezione del Capitanato
di Firenze.
lo conosco, magnifici Elezionari dell'inclita e fa-
mosa citt di Firenze, essere grav issimo peso agli
omeri miei, per pi e varie ragioni, quello che per
benignit d'essa e vostra vi degnate, non per miei
meriti, assu mermi al magistrato e dignit del vostro
capitanato, grado in verit supremo di qualunque
grav issimo e probatissimo u omo. E quanto pi consi-
dero, e nella mia mente rivolgo la umanit di quella
Signoria e vostra, la spettata virt de
9
famosissimi
cavalieri e gentili uomini che per li tempi passati
in tale u fficio si sono esercitati, tanto maggiore essere
(*) Lettera XIII, pag. 18 dell'edizione fiorentina delle Lettere del Dati,
che fa Catta nel 1743 In 8vo.
(**) Ma I'ANONIMO parrebbe dare spiegazione di queste omissioni,
mentre dicendo che l'Alberti da giovanotto*cadato in memorabile malattia,
soggiunge che per essa nomina (nterdu m familiarissimoru m, cu m
ex u su id forel fu tu ru m, NON OCCUBRBBANT.
1L I I I
Fobbigazione mia, veggo, verso quella vostra famosa
patria. Alla qu ale per satisfare interamente, come
debito sarebbe e sommamente desidero, vorrei che
la grazia del nostro Creatore, e la natura m'avessi no
dotato di tanta virt e dottrina, che l'amministrazione
di questo magistrato, al concetto per voi di me fatto,
al peso a me imposto ed alla volont mia satisfacesse.
E prima quelle degne e debite grazie che possibile
sono in me , a voi in nome della vostra eccelsa Co-
munit, ed alla vostra nobilt e circumspezione umil-
mente rendo, che di me inesperto ed indotto uomo
tanta fede avete presu nta di su blimarmi a tanto onore
e dignit, la quale con allegro volto e giocondo animo
accetto, sperando nella benignit dello onnipotente Id-
dio, nella somma prudenzia e sapienzia della gloriosa
Signoria e reggimento della vostra citt, e nella purit
e sincerit mia, che mi conceder fare qu ello f ) sia
sua laude e gloria, a trionfo ed esaltazione della vostra
chiarissima e potentissima citt, consolazione e pace
del vostro gratissimo popolose perfetta dimostrazione
della mia fede, volont e disposizione. Ed intese le
qualit e condizioni con le quali la mia elezione
celebrate, e che per lo. vostro dottissimo cancelliere
con grande ordine sono state recitate,
Invocato divotissimamente il sussidio superno,
Accetto, approvo e prometto pienamente adem-
piere ed osservare (**) .
(*) Air Alberti pure familiare in casi simili sottintendere il che.
() Preso dal Cod. Magllab. ci. V I I , Var. N. 45.
XLIV
Ora al secondo esempio.
Wwria fatta \ier messere STEFANO PORCARI da Roma,
Capitano di Firenze, qu ando fu nu ov amente
rifermo nel detto u fficio.
Quando io considero, magnifici e prestantissimi
Signori miei, la grandezza di tanti v ostri in verso
me cumulatissimi benefici! ; quando io ripenso ne\Yam-
plitu dine di tanti vostri meriti singolari, mi par piut-
tosto al presente convenirsi alle magnificentissime
vostre Signorie, rendere al poter mio condegne
grazie e riferire merite v enerazioni, che secondo l'usate
onoranzie tradu rre il parlar mio in trattare disci-
pline politiche, o quale debba essere la vita e co-
stumi di quelli che a conservare, a temperare e a
reggere le costanti Repubbliche sono deputati; per
che all'una cosa mi stringe necessit, l'altra conve-
niente e solita consuetudine mi persuade; la quale
conciossiacosach in tempo pi comodo possa riser-
vare , quella al presente seguiter che sotto neces-
sario vincolo debitamente mi lega a dover dire .
Crescendo negli anni della mia giovinezza, ma-
gnifici Signori miei, e pensando di giorno in giorno
pi cautamente gli antichi fatti de' nostri valorosi
Romani, spesso nella memoria mi veniva, fra gli
altri, il glorioso nome di P. Cornelio Scipione ; e
contemplando pi volte le sue meravigliose virt,
considerava in me medesimo quante opere prestan-
XL V
tissime, quanti fatti singularittiaii, quante pubbliche
dignit av ev a esercitate,. ec. *
Ma possono eglino mai essere pi patenti le
albergane maniere, le albergane frasi, le albertiane
parole? Chi per poco sia pratico delle scritture del
nostro Autore potrebbe mai dire che ci non sia?
E se dal metodo di disegnare e di colorire partico-
lare a un pittore, si pu riconoscere e stabilire il
nome dell'ignoto autore di una tela, perch non
dovr essere lo stesso nelle letterarie lucubraaoni,
quando si prendano a indizio lo stile, le Crasi e i voca-
boli ; e tanto pi quando a questo corredo di potenti
intrinseche ragioni, possono anche altre concomitar-
sene estrinseche, ed esse pure di bastevole peso:
come sono: e il dirsi nella vita dell'Anonimo che
l'Alberti scrisse concioni (*); che ai su oi Opu scoli
solev a sov ente apporre altru i titoli non solo ma che
alla fama degli amici intere opere donav a (**) ; e final-
mente che i su oi cittadini, che ne'pu bblici consigli
amav ano di comparire eloqu enti, non poco prende-
v ano dalle albertiane scrittu re.
E che le concioni di che si parla, fossero inoltre
un popolare esempio di civile eloquenza, abbastanza
(*) Scripsit elegias, atqu e C O NC I O NE S. V e di Appendice N. I l i .
(**) Tu m et su is in Opu scoli* ALIORUM TITULOS APPOSDIT ET INTEGRA
OPERA AMICORUM FAMA ELARGITC8 E I TI TI T. Vedi Appendice N. sndd.
(***) Brev i tempere mu lto su o stu dio, mu lta indu stria id assecu lu s
eXtUH, T O TI CIVBft QUI IN SENATI) SE BI C I BLOQUENTES C UMUlE tiT, NON P A U-
C I 80WA 8 E X ILL10S SCRJPTIS, AD EX01NAND AM ORATIONEM SCAM, Ornamenta m -
dies sxu cepi8$e faterentu r. VejJI la stessa Appendice.
XLVI
ne lo dimostra la sorprendente ripetizione de' MSS.
che di esse vedesi fatta, non essendovi in Firenze
pubblica biblioteca, che non ne abbia raccolto e
conservi, si pu dire, una congerie; senza parlare
di quelle che pur si custodiscono in quelle private,
che sono anch'esse moltissime: lo che fa chiara*
mente ancor palese, come dopo la loro pubblica-
zione fossero desse dai repubblicani fiorentini stu-
diate, siccome dice l'Anonimo che furono pur quelle
dell'Alberti.
Ma non si finisca, intorno alle concioni di che par-
liamo , senza sentire innanzi questo sublime squrcio
che nella X.
a
f ) si l egge, ove favellando l'oratore
del civile amore in verso la propria Repubblica, dice :
Quando rivolgo nella mente e nello intel-
letto contemplo lo stato e l'essere di tutta l'umana
condizione, mi pare comprendere per certo quello
essere verissimo che dagli antichi filosofi stato
scritto, cio che il principio, l'origine e i nascimenti
nostri, parte alla patria, parte a' parenti e parte agH
amici debbe essere convenientemente deputato. Peroc-
ch come piacque agli stoici, referente Cicerone,
quello che nella liberale e feconda terra ovvero per
arte, ovvero per natura generato, tutto a uso e
utilit degli uomini nasce e fruttifica .
(*) 11 Manzi nel 1816 stamp a Roma IX di queste concioni, sotto
il titolo di Orazioni di Stefano Porcari cav aliere romano, e IV ne tarano
da Giuseppe Mannl stampale nel 1718 in Firenze, ma attribuendole a Bu o-
naecorto da Montemagno.
XL V II
a Ma solamente la generazione umana, a rispetto
di niuna altra cosa creata se non di s stessa;
solamente 1' uno uomo nasce per l'altro, presidio ,
fermezza e consiglio, l'uno per aiuto dell'altro ge-
nerato. E pertanto dobbiamo seguitare questa natura
come duce e guida dell' umanit nostra, e porre in
mezzo tutte le forze nostre, tutto il nostro sapere e
le comuni utilit, dando insieme e ricevendo alter-
nativi benefici! ; con opera, con istudio e con indu-
stria con giungere, mantenere e crescere questo santo
legame, questo debito naturate ali
9
umana conve-
nienza (*); alla quale obbligazione tutte le leggi della
natura, tutte le leggi divine ed umane (**) conveniente-
mente ci costringono. Se adunque a
r
privati comodi
l'uno dell'altro tanto indissolubilmente e per tanta
forza di natura siamo legati, quanto maggiormente
dobbiamo costretti essere ai pubblici ! Se tanta
retribuzione, merito e beneficio dobbiamo prestare
alle membra particulari, quanto maggiormente dob-
biamo sporre all'universale corpo della patria no-
stra comune t Onde sono i nostri primi naturali
nascimenti ? dalla patria ; onde sono le dolci pro-
creazioni de
9
figliuoli? dalla patria; onde sono le
amantissime benevolenzie e sua vita degli amici? dalla
patria. Non ci da la patria i magnificentissimi onori?
non ci conserva la patria tutte le nostre umane fe-
licit? Dove viviamo noi e conversiamo se non nella
(*) Umana societ, ti 33 Magliab. ci . V I I , Var.
(*) Tu lli gli ordini div ini ed u mani, II 33 suddetto.
patria? Dove possediamo noi le nostre domeniche
ricctiezze se non neUa patria ? Dor sono tutti i no*
stri diletti e sollazzi, latte le nostre giocondit, e f u i *
mente tutti i nostri beni e le nostre fortune pubbliche
e private, se non nella patria ? chi ci difende, ohi
ci aiuta, chi ci consiglia, chi ci sovviene in tatti
i nostri bisogni, in tutte le nostre opportunit, m
non la patria? Se adunque i singular affetti, con
somma fede, amore e benevolenzia dobbiamo Ila no*
stra patria portare, alla quale per tanti supremi bene
fieri, per tanti liberalissimi meriti per certo degna*
mente siamo obbligati e sottoposti, sempre debb' es*
sere nell' animo nostro impresso il dolce e venerando
suo nome; sempre dobbiamo nella salute o nella h*
columit pubblica fissi tenere i pensieri nostri ; sempre
del comun bene tranquillit, pace e pubblico ri+
poso pensare e cos va continuando eto*
quentissimamente tutta la conciono insino alla fino.
Vedutosi fin qui Leon Battista qual letterato e
filosofo, e passando ora a considerarlo siccome arte*
fice, giustizia vuole, come gi da principio accen-
navamo, che principalmente al suo straordinario genio
abbiasi a retribuire la propagazione delle risorte arti;
avvegnach primo egli con saldi precetti, dedotti dal
pi serio ed accurato studio sulla natura, ne insegnava;
il loro culto. Statuaria, pittura e architettura in quel*
lor primo risorgere, tanta illustrazione ricevevano da:
Leon Battista solo, quanto moltissimi anni d'espe-
rienza e T ingegno di pi dotti operatori avessero
XL IX
lor potuto conferire. Piccola, se si voglia, la mole
di quel suo libro del comporre la statua, ma grande
per gli ammaestramenti con cui questo gran padre
delle restaurate arti l'arricchiva. Dopo aver breve-
mente, e da quel gran maestro che egli era, discorso
come avesse origine, e primieramente procedesse la
statuaria; dopo aver toccato i modi con cui que-
st'arte divina si stendesse fra gli uomini, eccolo
discendere a quegl'insegnamenti che conducono al
fatto di una buona composizione di simulacro, senza
tema d'inciampar nell'errore e venendo di pi al tuo
soccorso con un suo nuovo istrumento composta di
tre parti, di un orizzonte, ci o, d'una linda e
d'un piombo, il tutto chiamato da lui Definitore,
insegnandoti inoltre il modo di usarlo per meglio
aggiungere al fine bramato. Artisti dell'et no-
stra, questo studio e quest'amore di Leon Battista
Alberti per l'arte vi sia ognor stampato nella mente ;
ed alcuno di voi bandisca dal suo operare quella
nebbia di mistero, di che si circonda allorch vi
si accinge; mentre solo al modo dell'Alberti pos-
sono le arti procedere e trionfare, in ogni altro vil-
mente egoistico ritardare e ancor morire !
E come della Statuaria, cos dicasi nell'Alberti
della Pittura, per che ancora in questa con utilis-
simi e squisiti precetti egli pur primo, dopo la sua re-
denzione, si rendeva solennemente benemerito; per
forma, che egli stesso di questo pregio, nel secondo
libro del Trattato di essa da lui scritto, ne godeva, di*
ALBJERTI , T. I . g
cendo: Noi certo, i quali, se mai da altri fu scritto,
abbiamo cavata quest'arte di sotterra, e-se non.mai
fu scritto, l'abbiamo tratta di eielo, seguiamo quarto
finora qui facemmo con nostro ingegno, ec. . E nel
terzo della medesima. Noi per ci reputeremo a
volutt primi aver presa questa palma, d'aver ardito
commendare alle lettere quest' arte settilis&ima
nobilissima (*) .
Ma due furono le opere sulla pittura che Leoni
Battista compose, l'una pi breve detta Ru immti\
V altra Elementi, molto pi prolissa ed in tre Kferi
distesa, scritta originalmente in italiano e poi da
lui stesso voltata in latino, nella cui lingua Ai sol
l'ultima dapprima pubblicata e poi anche in ita*
liano; ma nella traduzione che ne fece Coeimo Bara-
toli , il quale, non sapremmo asserire se il volgarizza*
mento albergano non conoscesse, n se egli se ut
giovasse neir eseguire il suo, mentre le stesse frasi
usate dall'Alberti nell'altro troppo spesso incontran-
dosi , ne darebbero forse autorit di sospettare il co
trario e che se ne profittasse pi ancor del dover*.
Dell' altra poi , l'unico esemplare che si conosca j
quello sarebbe che gi possedeva, in un codice cai**
taceo nella forma d'in-4to, il celebre Scipione Maf-
fei, intitolata questa ad un Teodoro (**), come l'altra
(*) Queste parole son dello stesso Alberti, avendole noi tratte dai
Trattato detta Pittu ra da lai stesso tradotto, inedito, e che noi ora tn QdMU
nostra edizione per la prima volta offriremo al pubblico.
(**) Dalla lettera latina che l'Alberti scrive a Teodoro, appare che
in questa seconda operetta sulla pittare, egli compilasse brevissimamente
quanto di pi interessante gi aveva scritto nell'altra pHk grande in tre
LI
ali' immortale Brunellesco, la quale ottenneva di pi
la gloria di una traduzione in g r e c o , fatta da un P a-
oagioto Doxara del P eloponneso, il cui originale al
tempo del P ozzetti, che primo ci dava queste notizie,
8i conservar* nella Naniana di Venezia.
P er il campo do t e pi stese le sue grand'ali
il geni o albertiano, fu r architettura ; queir arte su-
blime che fa vivi i popoli ne' s e c o l i , ed in cai la
veneranda maest della religione cotanto ingigantisce.
Decaduta essa ancora come le altre arti dopo la
barbarica irruzione, e riavutasi principalmente per
l ' i ngegno dell'O rgagna, di Arntfo, del Brunellesco,
di Filippo Calendario, di Buono e di a l t r i , chi primo
dopo Vitruvio raccoglieva in regole piene di filosofica
ragione l e sue maraviglie? Leon Battista. Il suo vo-
lume dell'A rchitettura, compreso in X libri, e <ia lui
steso in l a t i no , rimarr sempre gran codice di que-
jt' arte eteruatrice de' progressi dell'umana civilt.
Fattosi a studiare e ponderare i vi tra via ni precetti,
e questi eoafronUodo cogli antichi monumenti, con
mirabile c r i t i c a, dice il P ozzet t i , Leon Battista ne
notava i difetti, ne traeva il migliore, distrigan-
dolo di quanto v' era d'intralciato, ai suoi principii
rW&ceva, l o anal i zzava, magistralmente lo COm-
, e ohe por la stendesse originalmente in italiano ; mentre dice In essa
tettoia : % Sed eu m Iris librasi Piero*A meo*, tibi ptecu ine persaepiu s
afllrmasses, postu lassesqu e et Elemento, haec, qu ae a me pridem ethru sca essent
lingu a meoru m civ iu m gralia edita facerem Ialina , libiqu e v isenda miltere,
v olm $wpfckUi<me lu ae amicitiaequ e noitrae abu nde (qu od in m$ esset) saii$-
fao0te >u C od. 30 Magl i abechJano, ci . I V .
Ili
poneva, ometteva quanto di meno importante pa-
ressegli, lo estendeva colla coltura e colla profonda
intelligenza del perito, offerendo il tutto nel pi se-
ducente e dilettevole aspetto, e con un mirabile or-
dine, e una pi mirabile esattezza, all'ultimo segno
della chiarezza lo portava. Chi sa (seguita lo stesso
dottissimo biografo critico) chi sa i rapporti della
architettura con tutte le altre scienze ed arti, com-
prender quale apparato di dottrina, qual penetra-
zione e criterio, richiedevasi nell'Alberti per venirne
a capo con tanto successo . Ma ancor da noi siavi
accennato il metodo tenuto dal fiorentino Yitruvio
nella trattazione del libro di che si ragiona.
Assomigliando egli le fabbriche a tutti gli altri
corpi, prima avverte constare esse di materia e di
forma, figlia questa dell'ingegno, opera Tal tra della
natura; alla prima delle quali cose dovr l'architetto
provvedere con una buona elezione ed opportuno ap-
prestamento, mentre avr a dedurre l'altra dalla po-
tenza del suo consiglio; notando inoltre che ove la
mano dell' artefice non venisse a dar forma all'appa-
recchiata materia, n l'uno n l'altra delle predette
cose potrebbero quasi a nulla giovare. Quindi nar-
rato come s'abbia a mandare ad effetto la fabbrica,
e tutta percorsa la ragione dello edificare, dopo avere
ancora discorso delle abitazioni richieste ad ogni
stato d'uomini, passa agli ornamenti, fermandosi
prima intorno a quelli che ai sacri luoghi apparten-
gono; poscia a quelli de' luoghi pubblici e profani ;
LUI
appresso, agli altri che alle fabbriche de' privati si
riferiamo ; e finalmente, esposti gli errori in cui
pu cadere l'architetto, e il modo di poterli, se
possibile, emendare, come in bella appendice chiude
il suo libro con molte notabili ed utili teoriche sulle
acque: e onde si generino o sorgano, ed ove cor-
rano , e come le nascoste si trovino , e quali sieno
sane e quali no ali' uso dell' uomo, e come si con-
ducano, e come si fermi il lido del mare, in somma
tutto che possa appartenere al fatto delle acque a
beneficio dell' umana famiglia.
Qualche critico, e chi non ne ha? volle trovare di
che ridire in alcuna cosa dell'albertiana architettura,
come per esempio, eh' ella spesso e ancora troppo
oziosamente fiorita di erudizione (*); che non del
tutto esatta la dottrina del V. ordine (**); che
l'Alberti non conosceva la pozzolana (***), e che sl-
milmente non del tutto sodisf nella figura e forma
delle colonne. Ma la prima di queste taccie vuoisi
aver piuttosto a elogio dell'Alberti, anzi che a bia-
simo ; l'altra non fu provata ; la terza insussistente ,
perch l'Alberti, come lo prova il Fea nel!' annotare
il Vinkelman, conosceva bellissimo quel cemento; e
finalmente neanche l'ultima regge, perch accusato
di far le colonne rigonfie nel mezzo, a detrimento
() Vita de*pi celebri Architetti, Roma 1768 , In 4to.
(**) STOLUO , Introdu ci, ad Hisl. Hit., Cap. VII ; e BLONDEL, Diction-
mire enciclop., ari. Architectu re.
(***) VINKELMAN, Osserv azioni su W Architettu ra degli amichi.
u v
del b e l l o , esempi eguali ne porge la romana archi-
tettura: oltre di c h e , chi la vide (*)> dice esaere pur
cosi fatta la celebre colonna di P ompeo, che sorge
presso ad A lessandri^
Ma lasciando* queste irragionevoli riprensioni ,
dicasi piuttosto a gloria deli-Alberti, che Francia, *)
parca lodatrice delle cose strani ere, ammirando il
pregio della grand'opera di L eone, volle averla tra-
<
dotta nella sua lingua. E cos basti che
giudice al certo competentissimo di siffatta mat eri a,
tenendo l'Alberti per un altro Brq&elleaco, fra qmi
geni sublimi che fecero risorgere l'architettura con
franca, ingenua e giusta parola lo annoverava*
Se noi non ci fossimo proposti di
dell' A lberti, pi come letterato che come
ora dovremmo fttr conoscere i suoi lavori artistici?
larga messe di certo offerendocene le sue opere in
questo gran ramo dell'umano sapere. Ma siccome (W
nostro proponimento ci forse troppo ci dilungherebbe*
e d'altronde, non essendo noi artisti ( n potendo forse
ragionare *su queste mat eri e, se non in quanto esse
appartengono al bello in g e ne r e , comune a ogni altra
opera dell'umano i n g e g n o ) , cos vorr il cortese l et -
tore averci per assoluti, e queste cose accenneremo-
dicendo brevement e, come in patria operasse il
Coro e la Tribuna della Nunziata, edifizio dagl ' i n-
tendenti giudicato mirabile, quantunque un po' biz-
zarro , mentre questa costruivasi dalT architetto in
(*) II signor P ococke.
Lt
tal o do , che il riguardato rimirando da un certo
punto l'edilizio, per ottico inganno par gli si roteaci
ali! ingi.
P oi la facciata di Santa Maria Novella, prose-
guendo l'opera di tre claustrali della scuola d'rnolfo,
ma e o a iagianzione di nulla guastare del (atto, per
cai Leon Battista secondando, con mirabile giudizio
l ' a nt i c o , il quale per troppo saper del t e de s c o , n
potendo perci permettere al genio dell' ultimo ar-
chitettore di sfoggiarti quanto avrebbe voluto e po-
t at o, in quell'unico punto dot e la stia potenza creatrice
si trovava libera da quelle semibarbariche pastoi e,
in queir unico punto, che era la porta maggi ore, la
quale tutta dot eva farei di pianta da l u i , questa t i
eseguita con tanto magi stero, che oggi rimane uno
de' pi bei pezzi delia moderna architettura.
Anche il palazzo Rucellai nella V i gna, gi fatto
fabbricare da Gosimo di quella famiglia, molto com-
mendata opera dellA lberti ; come pure, lui architetto,
fu esegui to Fi l t ro di t i a della Scal a, di quale gi era
signore Giovanni Rucellai che lo faceta edificare, e
in og g i t enut o in propriet de' signori Stiozzi : ma
cme primamente sorgeva, oggi pi non . P er il
tfeHatore della colta e gentile Toscana, non potr
por piede nella nobile Firenze, senza sentirsi trasci-
nato all'illustre palagio, per venerare in quel sacro
luogo le rimembranze generose e sublimi dell' italica
virt, mentre i suoi giardini ( i gi famosi Orti Ori-
cellari) udivano un giorno dal Machiavelli leggervi
LVI
i suoi immortali Discorsi su lle Deche di Tifo Liv io, e
Fabbrizio Colonna disputarvi delle Arti di gu erra, per
sua sciagura scordate da Italia, e i due Franceschi
Diacceti, e Zanobi Buondelmonti, e Luigi Alamanni
ragionarvi del come si potesse avere, mantenere e
conquistare una patria, le parole sperimentando coi
fatti ; e cos quel Palla Rucellai, che se molt' altri ai
fossero trovati del suo forte petto, non avrebbe Fi*
renze forse avuta la consolazione de' Medici.
Opera di Leon Battista Alberti ancor la Cap-
pella di San Pancrazio; ma chi potrebbe descriverla
senza le belle parole del celebre Niccolini ? certo
il nostro umile ingegno non mai ; il perch le sue
dunque s'ascoltino. Arduo ed elegante lavoro,
dice egli (*), la cappella di San Pancrazio. For
l'Alberti il sottoposto pavimento, ond' essa non posa
che su due grand' architravi sostenuti da due pila*
stri e da due colonne. Ti sorprende l'ardire dell'in-
gegno e la squisitezza del gusto che regna a gaia
in questo edificio, ove sorge il sepolcro di Cristo,
simile alla forma a quello che i devoti peregrini, in
mezzo a tanti pericoli, cercavano in Gerusalemme.
Cos Giovanni Rucellai sodisfece alla divota curiositi
di molti di que' tempi, ne' quali tutti ancor lodavamo
il pio furore delle crociate che V Occidente opposero
all'Oriente, e l'armi d'Europa precipitarono sull'Asia,
che tomba divenne di poche virt e a molti delitti ..
(*) Elogio storico di Leon Ballista Alberti fiorentino, nel Voi. I. delle
Opere stampale in Firenze pel Piatti nel 1831.
LY11
Anche Qoaracchi, deliziosissima villa de* Rucellai
(ove la boschereccia Eco gi ripeteva il suono dei
soavissimi versi del Cantore delle A pi ) , sorse pri-
mamente con disegno dell'Alberti.
E il bellissimo tempio che il pio signore di
Manto va, Lodo vi co Gonzaga, inalzava a Dio immor-
tale nel nome di Sant'Andrea, anch'esso pel magistero
delParte aibertiana dalla fama predicato mirabile ; e
gran peccato fn certo quello de'moderni che, sotto titolo
di migliorarlo, non poco nel suo interno Io maltrat-
tarono, facendo sparir molti di que' vaghi ornamenti
di che l'aveva arricchito l'Architettore.
Cosi a Roma Niccolo Y, dice il Palmieri (*) coevo
di L eone, volendo inalzare una suntuosa Basilica a
San Pietro, e gittate avendo perci altissimi fonda*
menti, ed essendo ornai sorto di tredici braccia il
moro, questo lavoro, per rifarlo a modo di un disegno
di Leon Battista (al qual uopo fu consultato) pri-
mieramente dismise, e forse nella seconda maniera
avrebbe veduto il suo fine, se la morte troppo presto
non avesse rapito il pontefice.
Finalmente Sigismondo Pandolfo Malatesta, si-
gnore di Rimini, da Leon Battista facendo anch'egli
eseguire il gran tempio in quella citte dedicato a
San Francesco, faceva sorgere in quello il capo
d'opera della moderna architettura. Chi bramasse di
() Matteo.
ALBERTI , T. I. h
LV1I1
averne una minuta ed esatta descrizione potrebbe
leggere il Dufresne nella Vita del nostro Artefice,
o meglio di tutti una molto accurata Operetta,
tutta aggirantesi intorno al famoso tempio, com-
pilata da Giovanni Battista Costa (*) Per noi non
potremmo n dobbiam trattenerci dal riferire : la
seguente lettera, per far vedere come una cupola
simile a quella di Santa Maria del Fiore, oggi Duo-
mo di Firenze, vi dovesse pur entrare, quantunque
questo concetto non ottenesse poi la sua esecuzione
senza sapersi dire il perch. Ma tant' vero che dessa
era risoluta e gi apparecchiata, che fino in una meda*
glia fatta gittare nel 1450 dallo stesso Sigismondo
Pandolfo Malatesta, impressa nel Museo Mazzucchel-
liano (**) e ben descritta dal Battaglini nelle Memorie
istoriche di Rimini e de' suoi Signori, da una parte si
vede il tempio malatestiano colla detta cupola. Ma ecco
la lettera dello stesso Leon Battista che noi traemmo
dalla prima dissertazione (delle due che il Pozzetti
scrisse sopra alcuni passi della Vita di Lorenzo de' Me-
dici, detto il Magnifico) del Dott. Guglielmo R o s e o l e
stampata in Bologna pel Ramponi nel 1810 in 4t o,
la quale anche meglio far vedere la certezza di
quanto abbiamo narrato.
(*) II tempio di San Francesco di Rimini, Lucca 1763.
() Tomo l., Tav. XIV, N. I .
LIX
P restantissimo viro MATHJEO DB BASTIA , Amico
dulcissimo, riminum. Salve.
Molto mifu r grate le lettere tu e per pi tispetti,
* fu mmi grettissimo il Signor mio, com'io desiderav a,
cio che pigliasse ottimo consiglio con tu tti. Ma qu anto
tu mi dici, che il Manelto afferma che le Cu pole denno
esser du e larghezze alte, io credo pi a chi fece Terme
e Panteon, e tu tte qu este cose massime, che a lu i; e
molto pi alla ragione, che a persona. E se lu i si
regge a opinione, non mi marav iglier se errer spesso.
Qu anto al fatto de'pilastri nel mio modello, rammentati
che io ti difsi: Qu esta faccia conv ien che sia opera da
per s, perch qu este larghezze ed altezze delle Cappelle
mi pertu rbano. Ricordati, e ponv i mente, che nel mo-
dello, su l canto del tetto a man ritta e a man manca,
v ' u na simile cosa, e dissi: Qu esto pongo io qu i per
coprir qu ella parte del tu tto idest del coperto, qu ale
si far entro la Chiesa; perocch qu esta lu nghezza
dentro non si pu moderare colla nostra facciata, e
v u oisi aiu tare qu el che fatto , non gu astar qu ello
che s'abbia a fare. Le misu re e proporzioni de' pila-
stri, tu v edi ond'elle nascono, ci che tu mu ti, discorda
tu tta qu ella mu sica. E ragioniamo di ricoprir la
Chiesa di cose leggiere. Non v i fidate su qu e' pilastri
a dar loro carico. E per qu esto ci parea che la v olta
in botte, fatta di legname, fu sse pi u tile. Ora qu el
nastro pilastro, se non risponde legato con qu ello della
Cappella, non monta, perocch qu ello della Cappella
non av r bisogno d'aiu to v erso la nostra facciata, e se
gli bisogner, elio s v icino e qu asi legato, che n'av r
molto aiu to. Adu nqu e, se cos peraltro v i pare, segu ite
il mio disegno qu ale, a mio giu dicio, sta bene. Del
fatto degli occhi, v orrei chi fa professione intendesse il
mestier su o. Dichiarai perch si squ arcia il mu ro, ed
indeboliscono V edifizio in far finestre per necessit
del lu me. Se pu oi, con meno indebolire, av er pi lu me,
non fai tu pessimamente a farmi qu ell'incomodo?.
Da man diritta a man manca dell'occhio rirnam
squ arciato, e tanto arco qu anto il semicircolo sostiene
il peso di sopra. Di sotto non sta nu lla pi forte M
lav oro per esso occhio, ed ottu rato qu ello che dee
m
darti il lu me. Sonov i molte ragioni a qu esto proposito*
ma sola qu esta mi basti; che mai in edificio lodato,
presso chi intese qu ello che niu no intende oggi, mai
mai v edrai fattov i occhio, se non alle Cu pole, ed *
lu ogo della cherica. E qu esto si fa a certi templi, a
Giov e, a Febo, i qu ali sono padroni della lu ce, ed
hanno certe ragioni in la su a larghezza. Qu esto dissi
per mostrarv i onde esista il v ero. Se qu i v err per-,
sona, dar ogni modo di sodisfare al Signor mio. Tu ,
pregoti, esamina ed odi molti, e riferiscimi : forse qu al
che sia dir cosa da stimarla. Raccomandami, qu ando
il v edi o scriv i, al Signore, a cu i desidero in qu a-
lu nqu e modo esser grato. Raccomandami a Monsi-
LI1
gnore (*), a lu tti qu elli che tu credi che me amino.
Se av r fidato, v i mander V Ecatomfila (**) ed altro.
Vale, ec.
Romae, xvm Novembris.
BP TI STA A L BE *TI US.
N qui neanche si fermava il prodigioso sapere
dell'Alberti, che (ritornando ai suo ingegno letterario)
dalla Vita di S. Polito da lui descritta si vede quanto
fosse ancor valoroso nella ecclesiastica erudizione.
Come pure l'incarico che a lui fu dato, e ch'egli
assunse, di scrivere la Vita di D. Ambrogio Trav ersati,
letterato celebratissimo della sua. et, quantunque
ali' opera forse poi non si ponesse, o se pur vi si
pose, la non giunse fino a noi, o non si trova,
baster farne certi come egli dovesse essere ancor
rersatissimo nella storia letteraria.
Ma un ingegno s assetato dello apprendere, e
un' anima gentile, qual era quella di Leon Batti-
sta , come avrebbe ella potuto astenersi dal cercare
d'istruirsi nella pi soave, nella pi commovente di
tutte le arti, la musica? Infatti anche nella musica non
fu inesperto, mentre l'Anonimo citato ne dice che
non solo seppe da s impararla , ina ancor l'insegn
e vi compose; per modo che i suoi componimenti
(*) Probabilmente a Bartolommeo Malatesta, allora vescovo di
Rlmlnl. *
(*) Un' opera amatoria, che In greco suona amica di cento amori.
Vedi pag. XXXVII.
LX1I
armonici ottennero laude ancor da chi in quella era
dotto. E si dilett parimente del canto, ma a questo
non mai si poneva, se non che solo o al pi coi
fratelli e parenti suoi, unici ammessi a poterlo ascol-
tare, e dandosi egli per lo pi a questo sollievo al-
lorch villeggiava. E oltre a ci ancora seppe il
suono, mentre Niccola di Vieri de' Medici nel De pr-
fu giis aeru mnaru m dell'Alberti, rispondendo ad Agnolo
Pandolfini, uno dei collocutori, gli dice: Siete voi*
Agnolo, in questa opinione che queste conversioni e
congiunzioni di voci possano levare gli animi, e
imporre in loro vari eccitamenti e commozioni
Troppo sarebbe forza" qui in Battista, s'e'potesse
con suoi strumenti musici adducere gli animi in qal
parte e' volesse .
Ma ecco finalmente l'Alberti ancor poeta: n
poteva andare scemo di questo pregio un uomo che
la natura aveva formato per tutti i generi di lette-
raria gloria: fu egli ancora uno di que'primi che
col loro genio e col loro buon gusto richiamarono
nel XV secolo la volgare poesia a quello splen-
dore che dopo la morte del Boccaccio e del Pe-
trarca era fin allora rimasto offuscato. Il perch il
suo poetico onore non potr scompagnarsi, senza of-
fensione di giustizia, da quello di un Lorenzo il Ma-
gnifico, di un Angiolo Poliziano e di que'pochi altri
che restituirono alle Muse italiane la loro pristina
gloria. Vero che Leon Battista nostro non potr
dirsi n si soave, n s insinuante nella sua poetica
LIIII
dizione, siccome nella sua il Petrarca, ma s'egli va
secondo in ci al cantor di Valchiusa, privilegiato
dalla natura di una maggior sensitivit e di una pi
speciale attitudine a ben descrivere, soprattutto nei
suoi accessoria i suoi concetti, non potr neanche
negarsi che l'Alberti per chiarezza, e per semplicit,
nel franco concepimento ed esposizione delle sue
idee sempre giuste e ben pensate, non gli vada del
pari. Oltre a questo, non da dimenticarsi che il
Petrarca fece della poesia un suo particolare studio;
e Leon Battista, se dettava versi lo era soltanto a
fine di sollevare con grato passatempo il suo ingegno
sempre sommerso in gravissimi studi. Ma alcuna sua
poetica cosa, meglio persuada quello che le nostre in-
sufficienti parole non basterebbero forse a mostrare.
S'io sto doglioso niu n si marav igli,
Poi che si v u oi chi pu qu el che le piace ;
Non so qu ando av er debba ornai pi pace
Valma smarrita fra tanti perigli !
Misero me! a che conv ien s
f
appigli
Mia v ana speme, debole e fallace,
N rincrescer mi pu chi ci mi face....
Amor che fai, perch non mi consigli f . . . .
Ben fora tempo d'av anzar tu o corso,
Che la stanca v irtu de ognor v ien meno.
N mlto tfamendu e gi mi confido.
Ma se ancora a piet s'allarga il freno,
Tengo che assai per tempo sia 'l soccorso,
Se non, tosto u dirai ? u ltimo sirido.
L1V
tradurre nella nostra versificazione l'esametro ed il
pentametro alla foggia de' Latini, prova essendone
qusti due versi:
' 4
Quarta jmr e*trm+ misifabiU epistola nu mfo.
A le, eke spregi, mistamente uri ;
i quali sono sucri e non del Tolomei, come ora ri-
conoscittto da ogni scrittore dell'italiana versificazione.
Ma questa nuova maniera di verseggiare nella nostra
tavella, se non ebbe seguaci, non meritava, a nostro
avviso, di andar neanche derisa; mentre (reverenti
alla versificazione sorta dair indole di nostra lingua ) ,
bisogna che pure in quanto a noi confessiamo, come
anche questa derivazione latina non le avrebbe forse
portato nessun danno, ma forse una gloria di pi,
di che ella poteva essere degnissima e che le si po-
teva volentieri lasciare a maggiore ricchezza della
sua poetica corona.
Ma poich l'occasione ricondusse le nostre parole
sulle albertiane invenzioni, non sar da noi preterito
come al nostre L. Battista debbansi anche altri felici ed
utili ritrovamenti si in pittura che in ottica e in idro-
statica. Imperocch in quanto alla prima di quest'ul-
time c o s e , inventore fu egli di quel v elo o rete da
ritrarre, conosciuto sotto il nome di reticolo de' di^
pintori, il quale notissimo, non vorremmo al certo
descrivervi, se non ci tirasse a ci il piacere di p-
LXVI
terto fare con le sue stesse italiane parole non mai
fin qui prodotte a luce di stampa.
Nel secondo della Pittu ra poco dopo il principio,
parlando della importanza del disegno e del modo
con cui possa il pittore far visi esperto, dice egli
adunque : Qui si dia principale opera a quale, se
bene vorremo tenerla, nulla si pu trovare, quanto
io estimo pi accomodata cosa altra che quel Tel o,
quale io tra' miei amici soglio appellare iotersega-
zione (*) Quello sta cosi. Egli uno velo sottili**
simo, tessuto raro tanto, di quale a te piace colore
distinto, con fili pi grossi in quanti a te piace
paralleli; qual velo pongo tra l'occhio e la cosa
veduta, tale che la piramide visiva penetra per
la rarit del velo. Porgeti questo velo certo.non
piccola comodit: primo, che sempre ti ripresenta
medesima non mossa superficie, dove t u , posti certi
terminiV subito ritrovi la vera cuspide della piramide;
qual cosa certo senza intercisione sarebbe difficile;
e sai quanto sia impossibile bene contraffare cosa
quale non continovo serva una medesima presenza.
Di qui pertanto sono pi facili a ritrarre le cose
dipinte che le scolpite; e conosci quanto mutato
la distanza e mutata la posizione del centro, paia,
quello che tu vedi, molto alterato. Adunque il velo
(*) La traduzione latina dello stesso Alberti ha qpl Cu iu s eqo
primu m adinv eni. L'Alberti che scrisse da prima in italiano I libri deUa
Pittu ra, nel voltarli poi fn l ati no, volle al certo meglio chiarirvi conVegH
fosse l'inventore del v elo, cosa non molto espressa nell'originale.
LIVII
ti dar, quanto dissi, non poca utilit, ove sempre a
vederla sar una medesima cosa. L'altra sar utilit,
che tu potrai focile costituire i termini degli orli e delle
superficie, ore in questo parallelo vedrai il fronte, in
quello il naso, in un altro le guance, in quel di sotto
il mento, e cosi ogni cosa distinto ne
9
suoi luoghi: cos
tu nella tavola o in parete vedi divisa in simili pa-
ralleli , .ogni cosa a punto porrai. Ultimo a te dar il
velo molto aiuto ad imparare a dipingere, quando
vedrai nel velo cose ritonde e rilevate; per le quali
cose assai potrai e con giudicio e con esperienza
trovare quanto a te sia il nostro velo utilissimo .
E per quanto alla seconda risguardi, chi potr
non riconoscere dalF ingegno pure del nostro Alberti
quella Camera ottica, detta ancora da altri di
prospettiv a, e generalmente attribuita al napolitano
Dalla Porta, vissuto un secolo appresso Leon Battista?
chi, diciam RQ, dopo che nell'Anonimo abbia letto che
da lui una cassetta si compose, dove poste pitture
da esso fatte, e quelle per un pertugio offerte alla
vista de' riguardatoli, questi, e alti monti; e vaste
regioni di paese, ed ampio seno di mare, e navi,
e sole cos al vivo vedevanvi, da esclamare, rozzi o
intelligenti che si fossero: Ecco l in mezzo alt onde
u n v eleggiente nav ilio, che innanzi al mezzod sar
a riv a, se noi trattenga la tempesta; che gi gi il
mare ingrossa, e il forte lu strare del sole in su ll'ac-
qu e ne danno segno! (*)
(*) Vedi Appendice N. I H.
LXVIII
E in idrostatica come immagin egli di misurare
la profondit del mare, ove non iscandagli e non
funi giovassero, eccolo con le sue stesse parole.
Se volete misurare la valle (del mare) quanto
sia profonda, della quale noa si trovi fondo con l o
scandaglio n con molte funi, fate cosi. Abbiate un
vaso atto a tenere acqua, sia a guisa di bossolo o
di tazza, o come vi piaccia; fateli nel fondo un
piccolo pertuso, empietelo d'acqua, ma turate con
cera o con dito, xjhe non versi. Abbiate dipoi una galla
di quercia, un ferretto piccolo simile a una figura
di abaco, che importa 5* Di questo ferretto, il gambo
suo maggiore ficcatelo in detta galla sino alla sua
met; l'altro mezzo avanzi fuori della galla Abbiate
ancora piombini atti da peso quanto vi pare che
sforzino la galla a ire al fondo dell'acqua, i quali
piombini sieno fatti in questa forma quali li vedete
qui dipinti, e slmilmente il vaso e la galla.
Appiccate uno di questi piombini alla vostra
galla, come vedete la pittura, andate in luogo
che a voi sia noto, misurate prima con una fan
quanto sia quivi il fondo dell'acqua. Dipoi arete il
vostro vaso pieno di acqua che sia pura, e peser-
telo insieme con l'acqua quante libbre once e grani
egli sia. Fatti questi preparamenti, lasciate ire a un
tratto la galla con il suo piombino in acqua, e nel
medesimo istante sturate il buso del vaso che l'acqua
se ne esca. La galla tirata allora dal piombino anchr
sino al fondo, e giunto che sar il piombino, toccher
LXIX
prima il capo C il terreno e fermeram ; ed il Capo B
umilmente decliner a terra, e subito la coda A, ap-
piccata all'angolo del ferraccio, si distorna dal luogo
MIO , e la galla libera si rivolter suso ad alto. Siate
presto, e (orate con il dito che nulla pi acqua esca
dal vaso ; dipoi pesate quant' acqua vi resti e quanta
ve. ne manchi, e notate, in quel tempo che la galla
and gi e ritorn s u , qnant'acqua si vers nelle
braccia delle (uni a voi note. Non mi estendo in
altro
9
perch credo che assai comprenderete che con
qpesta misura vi sar fcile il misurare il profondo
dell'Oceano, por che l'acqua non sia corrente .
E questo quel trovato, cui rimase il nome di bolide
tiertiana? che indarno l'Inghilterra prov di rapire
J suo ingegnoso scopritore ed ali' italica gloria, vo-
tando attribuirlo ali' Hooc ; ed pure quella stessa
scoperta di che ragion il Manni nel suo libro di
Fiorentini* inv anite, e che err nel dirlo trovarsi nel
libro VI d&'Architettu ra, mentre invece nelle
Pipcev oiezze Matematiche; la quale fallata citazione
traeva poi io dubbio lo stesso Tiraboschi, che non
avendola trovata mei citato luogo, diceva, forse ne
avr parlato l'Alberti nel silo libro Intrno alle Nav i,
che l'Autore afferma di avere scritto, ma che pro-
babilmente perita.
E anche aveva egli trovato il modo di som-
mergere e ardere le navi con miseranda strage della
ciurma, ci asserendo egli stesso nel duodecimo ca-
pitolo del V libro* delle sue cose architettoniche.
LH
E Slmilmente aveva inventato un tavolato di nave,
di tale artificio da poterlo in un baleno, con un sol
colpo di martello, tetto quanto scommettere> per
cacciar gi i nemici che so vi fossero saliti,
quindi clla stessa celeril restituirlo in pristino
stato (").
E pare altres a noi di aver nelle Piacev olezze
Matematiche ritrovato anche qualche altra invenzione
del genio di Leon Battista, e specialmente pertinente a
geometria; ma queste cose non vorremo asseverante-
mente affermare, contenti di aver con queste parole
forse assillato opportuni ingegni, perch facci ansi a pre-
cedere nell'indagazione, e del tutto ce ne certifichino.
Ma ormai avvicinandoci al fine di queste nostre
parole, diciamo come questo straordinario ingegno,
dopo tanto scientifica artistica e letteraria gloria;
l'anno 1472, come attesta Matteo Palmieri nella sua
cronaca de Temporibu s (**), chiudeva finalmente in
Roma la sua mortale carriera. E la fede di Matteo,
siccome di colui che quivi allora si ritrovava qul
segretario di Sisto I V , vuoisi certamente a quella
preferire dell'Annotatore del Vasri stampato in Roma,
il quale dicendo come l'Alberti avesse avuto sepultura
in Santa Croce nella tomba de'suoi maggiori, ver-
rebbe a far credere ch'egli in Firenze vedesse l'ultii
() Dell'Architettu ra, Libro V, Cap. XI I .
() Leo BaptUla Alberti* vir ingenti atque doctrinae eleaanlis R O JI *
MoaiTCR egregio Archilecturae codice relieto. MURATORI , Rer. Hai.
Script., Voi. I.
L UI
giorno, mentre sicuramente ci non fu. Secondo
poi il Pozzetti la detta morte sarebbe accaduta ia-
torno alla primavera, arguendolo il valente critico
da una filza di Ser Domenico da Figline la quale
esisteva nell'arcivescovato di Firenze, ove si leggeva
che ai 26 Aprile del predetto 1472,< Gta&}o del ca-
valier Carlo Pandolflni veniva presentato afta prioria
di San Martino a Gangalandi, vacante per la morte
allora seguita di Leon Battista ultimo pievano (*).
N fu soltanto Leon Battista pievano di San Martino
di Gangalandi, ma fu egli ancora (testimonio il se*
natore Carlo Strozzi ed il Salvini ) , del novero dei
canonici della metropolitana ; anzi questa dignit
sarebbegli stata, second'essi, conferita fin dal 1447 (**).
Fu caro a molti principi, a Eugenio IV, a Nic-
colo V e a Pio II pontefici, dai quali fu ancor gui-
derdonato da speciali favor, mentre da' primi due
aveva beneficii e prebende, dall'ultimo l'onorevole
incarico di abbreviatoti di lettere apostoliche, come
apparisce nel catalogo che sulle schede del preno-
minato Salvini fu nel 1782 pubblicato in Firenze,
nel quale si legge: Battista, chiamato Leon Bat-
-
(*) Vacante plebe S. Mortimi de GangatendU, qu am ptebem v acai ex
priv ilegio apostolico per obilwn v enerabili* v iri Domini Baptistae de Al-
berti* u llimipUbani nu per defu ncli patroni, eligu nlv enerabilemv iru m Do-
minu m hOkmu m domini equ iti* CarU de Pandotflni* decretoru m doclorem
et canonicu m fiorentinu m compalronu m.
(**) Cosi lo STROZZI e lo stesso SALTIMI nelle Vite da lai Incominciale
a scrivere degVIUtu tri canonici Fiorentini, l e quali si conservano non com-
piate nel loro Archivio.
LXXII
tista di Lorenzo dei celebre cavalier Benedetto degli
Alberti, dottore in decreti, scrittore abbreviatone di
lettere apostoliche di P io 1 1 . . . . x>.
N minore stima ed amore ebbero per lui Giovan
Francesco signore di Mantova e i due Carnosi fratelli
L ionello e Meliadasio marchesi E stensi, ad istanza del
primo de'quali compil il libro deli'Architettu ra, e del
secondo le Piacev olezze Matematiche; come pure Fede-
rigo di Montefeltro, il quale volle ornata l a s n a famosa
libreria delle cose di lui. E certo che in Leon Battimi
dovevano essere que' meriti che dovevano farlo degno
di s grande s t i ma, mentre i pi dotti scrittori della
sua et ad una voce concordano non solo in cbiamario
uomo dottissimo in tutte umane c o s e , e da non p*
sporsi a nessuno del suo tempo f ) , ma s ancora
onnipotente e miracoloso ingegno (**)
E a tanta sapienza riuniva l'Alberti eziandio bel-
lissime doti del l ' ani mo, essendo che era egli man-
sueto, faci l e, gi ocondo, generoso, magnanimo, inverso
gli amici fedele, se pronto a s degno, prontissimo a 4&*
monticarlo, paziente delle o n t e ; s e non che quelle
de'suoi parenti lo trafiggevano a s e g n o , da non ri-
cordarsi talvolta della mitezza del suo cuore.
Ma piacer ai lettori di sentire dalla stessa sua
bocca varie cose risguardanti la sua v i t a , e da lui
intromesse nel suo celebre Momo, ove certamente,
(*) CHISTOFOHO JUND I NO , de Vera Nobilitale*
{**) HIEBONYMI LiQTTi, Epistolae ti Opu scu la eie., Aretli. Tomi 2
in 4io. Vedi Tomo I. E p. XXI I I .
LXX11I
secondo noi, volle egli raffigurare s stesso in quel
Gektsto filosofo che nel libro IV si sente ragionar
con Caronte e col medsimo Momo, il quale nar-
rando al primo le sue calamit, E' m'incresce di
te, o Momo mi o, gli rispondeva: ma che star
io a raccontare le mie miserie per consolare a te
afflitto. Io sbandito dalla patria (*) consu mai il fior
della mia giov ent peregrinando, continu amente du -
rando grndissme fatiche m u na perpetu a necessit
M tu tte le cose. Fu i molestata da u na continu a in-
fu tria e de'miei (**) e degl'inimici. Soffersi la per-
fidia degli amici (***)?che i parenti mi rabbassino: che
f-rtoaU mi calu nniassino; che i nemici mi fu ssino
emeli. Fu ggendo gl'impeti e le fu rie contrarie della
fortu na, incorsi nette apparecchiate rov ine di tu tte
le cose mie. Sono stato tormentato dalle pertu rba-
zioni, dai trav agli e dalle tempeste; soffogato dalle
calamit, oppresso dalle necessit (****) e tu tto sop-
portai pazientemente e con modestia, sperando per
lo av v enire cose migliori dai pietosissimi Dii e dal
m^fato pi che per il passato. E beato a me sedai
tu tto e dagli stdi delle bu one arti, al che io fu i
() Scrivo con diverso carattere tutte le cose che sono avvenute
ascile a Leon Battista per far vieppfy ostensibile il fondamento della nostra
opinione che In Gelaste sia veramente raffigurato l'Alberti.
(**) Di queste ingiurie de' sool , l'Alberti si duole molta spesso nelle
sue Onere.
(**) Vedi Appendice N. I l i .
(****) Vedi App. N. IV.
- A L BE R TI , T. I . , j
LWIV
tempre dedito, fu ssi ora ricompensato di case pia
felici (*). Ma qu al fru tto ch'io facessi nelle bu we
lettere giu dichinio gli altri. Io fo di ine qu esta pro-
fessione di essermi affaticalo, e di -av er fatto ogni
opera, u sato ogni stu dio e diligenza di nomini av ere
a pentire di qu anto di giorno in giorno io facessi
fru tto} ma la cosa mi su ccessa al contrario e molto
fu ori di mia opinione. Imperocch l donde me ne
av ev a ad essere sapu to grado, me ne fu portata in-
v idia; e l donde i bu oni mi promettev ano bene, i
tristi mi procacciav ano male (**). E altrove lo ateato
Gelasto a Caronte che gli chiedeva una mercede por
passar la barca, non avendone e g l i , e da Caronte
essendogli detto che piuttosto che ridursi a quei ^mi-
serabile termine, meglio sarebbe stato lo andarsi a
impiccare, I o, rispondevagli Gelasto, confesso che
r ho Catto scioccamente, ma lo feci forse e non senza
buona ragione, come quello che tenevo per certo
che s'aspettasse massimamente a chi faceva il filosofo
rimuovere in tutto e per tutto da s ogni cura e
pensiero che si potesse aver da'denari, come quelli
che si dice che sono il fomento de' pensieri e de* fa-
stidi, acciocch io mi potessi tutto dare con lo animo
(*) II Homo fu composto dall'Alberti nel 1451, k> che tuoi dire
che In quell'anno le sue traversie non erano cessate.
(**) Vedasi se veramente In Gelsto l'A lberti; mentre tatto
veramente di quanto dice codesto avvenuto a Leon Battista. 11 riferito
brano e I seguenti sono tolti dal volgarfizamento pubblicato dai Bartoll
il 1568.
sciolta e libero alla cognizione ed agli studi delle
ose difficiiissime e rarissime (*) . AU'ultitto^ domftUr
dandogli:' ironicamente Caronte in che t os a consi-
stesse la saviezza de' filosofi, mentre non sapevano
che nuocere a s st essi ; Gelaste quasi montatoi in
i n *** Noi stam quelli che abbiamo saputo ogni cosa,
risponde vag iy noi siamo quegli che abbiamo saputo le
cagioni & i moti delle stelle O , delle pioggie e della
saette. Sappiamo che cosa sia l a terra, i l e i e l o e di l
mare (***). Noi siamo stati g'inventori delle ottime
arti f ***). Noi quegli che con i nostri scritti abbiamo
quasi che data la l egge agli uomini, mediante la quale
essi diventino pii (*****) , ed abbiamo insegnate le
comodit della vita e le altre cose atte ad acquistarsi
fai grazia degli uomini (******) .
E qui sia posto termine a questo nostro Discorso,
i l qual e, se non avr in qualche modo giovato a far
ooooscere tutta la grandezza dell'immenso ingegno
(*) Anehe questo rilevasi In.moltissimi luoghi delle opere di Leone
da potersi dire di lui.
(**) Apparisce nelle Piacev olezze Matematiche infatti cbe l'Alberti sa-
pesse astronomia e conoscesse la fisica; e cosi nel intono.
(***} Scrisse an libro de Nav e, ma che forse perduto; dove certo
un Ingegno come Leon Ballista doveva aver trattato del mare in tutta la
sua estensione.
(***) inventore colai cbe ritrov qualche cosa; e Leon Battista fu
in fatti trovatore tanto in architettura che In statuarla e in pittura.
(*) Scrisse l'Alberti un'opera de Religione.
(******) O non si vede qui una palpabile allusione al libro deWArchi-
teUu ra e all'altro (non men famoso quando sar pubblicato) della Famiglia ?
LXXVI
e quasi incredibile di Leon Battista, non ci sar, spe-
riamo, nemmeno disdetto di lusingarci dal cortese
e generoso lettore di essere della nostra ii
perdonati, pensando che non di un Discorso, ma di
uh intero e non piccolo volume sarebbe stato materia,
ci che noi ci ingegnammo ristringere in queste
poche e incolte pagine, e opera di grande e poderoso
ingegno i l discorrere di Leon Battista in un modo
che di lui fosse degno.
" "1 n
NO TIZIE
l i mano
A L E O N BA TTI STA A L BE R TI (*>
Percorrendo le Opere di questo Genio si ngol are,
si trovano sempre delle interessanti novit che erano
sfuggite ad altri studiosi.
L 'invenzione de' sostegni per uso dei canali di
navigazione, fu dallo Zendrini attribuita ad alcuni
ingegneri venezi ani , ed in Toscana e in Lombardia
prevalse l'opinione che Leonardo da Vinci fosse il
primo ad immaginare siffatto artifizio, e ne facesse
nel territorio milanese l'applicazione.
Ma Leon Battista Alberti descrisse i sostegni per
uso della, navigazione con tanta evi denza, che non
pu mettersi in . dubbio aver egli > o i nvent at o, o
almeno ben conosciuto-questo mirabile artifizio avanti
ai sopraccitati due ingegneri veneziani ed a Leonardo
(*) Queste Notizie dettate da S. E . il Consigliere Conte VITTORIO
FOSSOMBRONI, ci vennero gentilmente favorite dalSig. Professore Dottor
G .B.lficcouNi, al quale l'illustre Autore ne avea fatto dono.
fosse nel primo, e contribuisce a si fatto resultato lo
strato d'aria cbe resta sotto il pastrano, al quale
strato d'aria non da luogo l'abito attillato e stretto
alla vita. In simil guisa una flanella che abbia da
una parte del pe l o, se venga applicata sopra l a carne
dalla parte del pel o, tien pi caldo di quello che fa-
rebbe dalla parte opposta, perch in questo secondo
caso resta a contatto quasi con tutti i punti, mentre
nel caso primo i peli diminuiscono i contatti, e danno
quindi luogo alla permanenza di uno strato d'aria
sotto la flanella.
I sommi Geni godono la facolt di una specie
di divinazione, onde come per istinto toccano a certe
verit che sono di un livello molto pi elevato di
quello delle speculazioni l oro contemporanee. 11 di-
vino Alighiri ha date molte riprove di c i , e segna-
tamente in quella bella terzina, la quale esprime la
teoria sulla formazione della pioggia, data nel decorso
secolo dal fisico L e-R oy.
Ben sai come nell'aere si raccoglie
Qu ell'u mido v apor che in acqu a riede>
Tosto che sale, dov e 'l freddo il coglie.
D A NTE , Pu rg. C a nt . V . , v.
AVVERTENZA.
Come si era promesso nel nostro Discorso, avremmo
dopo il medesimo dovuto dare il Catalogo delle Opere
di LEON BATTISTA ALBERTI ; ma la forte probabilit, e
quasi certezza nuovamente fattasi incontro, di potere
scoprire altre importanti sue Opere, specialmente per-
tinenti alle A rti, ci fece risolvere di sospenderlo,
per offrirlo intero e compiuto alla fine dell'ultimo
volume. Se non che vogliamo farvi sin d'ora sicuri
che non sar desso composto di meno di 38 titoli di
Opere incontrastabilmente di lui.
A L BK R TI , T. l .
D O CUMENTI IL L USTR A TIV I
EDITI ED INEDITI
DELLA V I TA , D E L L E O P E R E E D E L L A FAMIGLIA
DI
L E O N BATTISTA A L BE R TI
A P P E N D I C E
L
Lettera del POUZIANO a LOREFIZO D B' ME D I CI , cui a nome di BE R -
NARDO A L BE R TI , fratello di L E O N BATTISTA, intitola l'edizione
de Re JBdifieatoria, stampata pe r la prima volta in Firenze
nel 1485 in-folio.
Baptista Leo florentinu s e clarissima Albertorum familia,
v ir ingenti elegante, acerrimi ju dicii, exqu isitissimaequ e doctrinae,
cu m complu ra alia egregia monu menta posteri* reliqu isset, tu m
tibros elu cu brav a de A rchitectura decem, qu os propemodu m emen-
datos perpolitosqu e editu ru s jam jam in lu cem oc tu o dedicatu ru s
nomini fato est fu netos. Hu ju s frater Bernardus, homo pru r
d$ns
%
tu iqu e inter pau cos stu diosu s, u t u na Opera tonfiti v iri
memoriae v olu ntatiqu e consu leret, et tu is in se meritis gratiam
referret
9
de&criptos eos eoo archetypis, atqu e in v olu men redactos,
tibi repratsentat, Lau renti Medice. Et cu pkbat Uh qu idem, u t
ipsu tn apu d te mu niti au ctoremqu e mu neris Baptistam ornarem
v erbis. Qu od ego mihi nu lla rottone statu i faciendu m, ne tam
absolu ti operi$, tamqu e excelkntis v iri lau dea cu lpa atterrerei* in-
genti; namqu e operi qu idem ipti maju s mu lto ex lectione praeco-
niu m accedei, qu am qu antu m ego u ttis v erbis consequ i possim.
Au ctoris au tem lau des, non solu m epistola angu stiai
}
sei nostra
omnino pau pertatem orationis reformidanU Nu llae qu ippe hu nc
hominem latu eru ntf qu amlibet remotae litterae, qu amlibet recon-
ditae disciplinae. Du bitare possis u tru m ad oratoriam magis, an
ad poeticen factu s
9
u tru m grav ior UH sermo fu erit, an u rbanior.
Ita perscru tata antiqu itatis v estigio est
9
u t omnem v eterv m ar-
chitectandi rationem et deprehenderit, et in exemplu m rev ocav erit:
sicu t non solu m machinas et pegmata, au tomataqu e permu lta, sei
formas qu oqu e aedificioru m admirabiles excogitav erit : optimu s
praeterea et pictor et statu ariu s est habitu s ; cu m tamen interini
ita examu ssim tener et omnia, u t v ix pau ci singu la: qu are ego de
ilio, u t de Cartilagine Sallu stiu s, tacere satiu s pu to
9
qu am pau cQ
dicere. Hu ic au tetn libro, Lau reati, cu m v el praecipu u m ocu m
in tu a bibliotheca v elim attribu as, tu m eu m et ipse legas diligenter,
et legendu m v u lgo, pu blicandu mqu e cu res : nam et ipse dignu s est,
qu i v olitet doeta per ora v iru m, et in te jam u no propemodu m
recu mbit desertu m ab aliis pratrociniu m litteraru m. Vale.
II.
Tratto dalla seconda nu merazione delP E logio latino di L eon
Battista Alberti, pag. 6, scritto da POMPILIO P O ZZE TTI , ov e
Vegregio biografo critico con molte sav ie ragioni s
p
ingegna
mostrare che il lodato sapiente nascesse in Venezia nel 1404.
Non sembra esservi dubbio che i l nostre Leon Battista
sortisse i natali in Venezia ; poich si sa da l ui medesimo (lib. I l i
della Famiglia) che gli Alberti, dopo l e note loro vicende, eransi
stabiliti in quella ci tt; di pi essi vi ebbero sepoltura. I l solo
L orenzo padre del nostro Leone ebbela in Padova, perch si era
col trasferito ad impulso de
9
medici, per motivi di salute. Final-
ment e, il Burchiello cos da principio ad uno de' suoi Sonetti
( P arte I I , pag. 42. Firenze 1553, in-Sv o )
Stadio Boezlo di Consolazione
Quivi In Vinegia in casa u n degH Alberti.
Intorno poi all'anno preciso in cui nacque Leon Battista,
dividonsi fra di loro gl i eruditi. P er tacer d'altri, i l Hanoi ed
LXXXTII
il Lmi, e ristesso Sig. Cav. Tiraboschi. I due primi (de Fhr.
inv enti*, Cap. XXXI; Nov . Leti, di Fir. del 1745, col. 452 ) si
determinano per Tanno 1398. Ali' immortale Autore della Storia
ditta Lett. ital.,T. V I , Lib. I I , ediz. pri. .Sfoci, sembr di do-
verlo differire verso il 1444. Son ben lontano dalP entrare in
contese, ed in contese di anni e di date. Convenne anco d'Alem-
bert nell'Elogio di Bernoulli, che tali questioni distolgon sovente
i biografi da oggetti di maggior importanza. L'epoca vera della
nascita di Leon Battista per noi quella, in cui la prima volta
comparve con gloria alla luce del mondo letterario. Che se mi
si chieda il motivo, che mi ha pure indotto a fissarla nell'anno 1404,
eccolo in succinto. Attesta YAlberti medesimo (*) che nel trente-
simo anno dell'et sua, egli indirizz la sua Commedia intitolata
Philodoxios ali' insigne cavaliere Leonello d'Este. Per impetrarne
il favore, si prevalse della mediazione del rinomato Poggio Brac-
ciolini. La lettera, colla quale il Poggio offer all'Estense Mecenate
l'operetta di Leone, scritta da Bologna il di 12 di Ottobre.
Ora per essere il Brecciolini allora Segretario apostolico, l'Ottobre
segnato in essa lettera, dee fissarsi quello dell'anno 1436 o 1437,
in cui lo stesso Poggio trovavasi in Bologna colla corte del sommo
pontefice Eugenio IV. Tolgansi pertanto all'anno 1436 o al se-
guente i 30 anni dell'et del nostro Alberti; diasi il tempo che
impieg nel ritoccare il suo Filodossio, si calcoli quello della sua
dimora in Firenze ove distese i suoi tre libri toscani della Pittu ra,
e si avr Fanno enunciato. Cos l'epoca da noi fissata trovasi
coerente a quella del Senator Carlo Strozzi, e del Can. Salvini.
Questi nel margine scritto a penna di un ruolo de' Canonici fio-
rentini assicura esser nato YAlberti a' 18 Febbraro dell' anno
comune 1404. Ultimamente il chiarissimo Sig. Ab. Serassi (Afe-
morie delle Belle Arti, Roma pel Pagliarini 1788, T. IV, p. 20}
(*) V edi Appendice N. IV.
LXXXYM
ci ha fatto sapere, che sulla tavola interna di un esemplare dei
libri de Re jEdificatoria dell' edizione fiorentina dell'anno 1465,
esistente nella Libreria de' Padri Minori Osservanti di San Fran-
cesco in Urbino, leggesi notato da mano coeva : a Au ctor tanti
Architectu rae D. LEO BATISTA DB ALBEHTIS natu s est Itmu ae anno
christmae salu ti* 1404 . Vero Tanno della nascita ; ma quanto al
luogo, io non penso di dover rinunziare alle ragioni che mi hanno
indotto a creder nato Leone in Venezia, sulla semplice parola
di un Anonimo, sia pur egli contemporaneo, che lascia in un
libro una memoria senza recarn poi alcuna prova. Cosi non si
fosser perduti que' Ricordi au tografi che VAlberti slesso avea
lasciato della vita e delle Opere sue ! Essi ci avrehber risparmiata
la pena di trattener chi legge in troppo minute ricerche. I men-
tovati Ricordi, per testimonianza di Filippo Valori ne' suoi
Termini di mezzo riliev o, ec. ( Firenze -1604, pag. 10 ) , si
conservarono gi presso Gio. di Angelo degli Alberti, vescovo di
Gortona e governatore di Camerino, fino al cader del secolo XVI.
IH.
V I TA D I LEON BATTISTA A L BE R TI
DI
AUTORE ANONIMO 0
CON A FR O NTE I L V O L G A R I ZZA ME NTO
D E L D O TT. NI CI O BONtJCCI
( E stratti dal Voi. XXV della celebre C ollezione, Intitolata : Rertm
tUMearu m Scriptores, e c . , pubblicata dal MURATORI ) .
(*) Avendo lette e ben considerate queste Memorie, non possiamo
nascondere un nostro pensiero, 11 quale sarebbe che dalla penna dello
stesso Alberti siano desse uscite ; non potendo credere che altri che Leon
Battista non fosse stato, avesse potato con tanta minuta puntualit ed
evidenza farsi narratore li certe cose che non potevano essere note che
a fui sol o, o solo da lui avvertite e ricordate. In cento luoghi questo che
nel diciamo pare infatti si Riccia manifesto. D'altronde noi sappiamo
ancora che L. Battista lasciava scritto de' Bicordi nUa ma Vita ; e che sul
finire del XVI secolo erano essi In mano del vescovo di Cortona, e gover-
natore di Camerino suo discendente (a). Queste, che ora si presentano
al pubblico, furono ritrovate senza principio, e forse mancanti del fine.
(a) Vedi pag. L XXXV I I I .
A L BE R TI , T. I . I
L E O MS BA P TI STiE DE ALRERTIS VITA.
Omnibu s in rebu s, qu ae ingenu u m et libere
edu eatu m deceant, ita fu it apu eritia instru ctu s, u t inter primario*
aetatis su ae adolescentes minime u ltimu s haberetu r. Nam cu m
arma, et equ os, et mu sica instru menta arte et modo tractare,
tu m literis, et bonaru m artiu m stu diis., rarissimaru mqu e et diffL
cillimaru m reru m cognitioni fu it deditissimu s. Deniqu e omnia,
qu ae ad lau dem pertinerent, stu dio et meditatione ampexu s est.
Ut reliqu a omittam, fingendo atqu e pingendo nomen qu oqu e adi-
pisci elaborav it, adeo nihil a se fore praetermissu m v olu it
t
qu o
fieret u t a bonis approbaretu r* Ingenio fu it v ersatili, qu oad nu ttam
ferme censeas artiu m bonaru m fu isse non su am. Hinc ncqu e otto,
au t ignav ia tenebatu r, nequ e in agendis rebu s satietate u squ am
afficiebatu r. Solitu s fu erat dicere: sese in literis qu oqu e iUu d
non animadv ertisse, qu od aiu nt reru m esse omniu m satietatem
apu d mortales ; sibi enim literas, qu ibu s tantopere delectaretu r,
tnterdu m gemmas. floridasqu e atqu e odoratissimas v ideri, adeo
u t a libris v ix posset fame, au t somno distrahi; interdu m au tem
literas ipsas su is su b ocu lis inglomerari persimiks scorpionibu s,
u t nihil posset reru m omniu m minu s, qu am libros intu er A literis
iddrco, si qu ando sibi esse illepidae occepissent, ad mu sicam,
et pictu ram, au t ad membroru m exercitationem sese tradu cebat.
XCI
VITA DI LEON BATTISTA ALBERTI.
In tutto che a nobile e liberalmente educato
convenisse, cosi fu sin da puerizia ammaestrato, da non aversi
certo per l'ultimo fra i primi giovinetti dell' et sua. Imperoc-
ch dato a' cavalli, agli armeggiamenti ed ai musicali ^strumenti,
delle lettere e delle beli' arti appassionato, cosa non v' era s
peregrina e difficile eh' egli non cercasse di avidamente apparare.
Finalmente tutte cose laudate con lo stadio e la meditazione com-
prese. nel modellare e nel dipingere ancora, per tacre il re-
stante, cos egli si affatic, da non voter nulla pretermesso per
venire in istima de' buoni. D 'ingegno facilissimo, pu dirsi tutt'arti
fosser sue. Non o z i o , non inerzia in lui la potevano, s che
datosi a una cosa non sapeva saziarsene. Diceva egli sovente
avere con le lettere succulcata quella saziet, la quale si tiene
essere in tutte umane cose. E tanto godeva nelle lettere, da
parergli quelle talvolta boccinoli di odoratissimi fiori, da non
potersi n per fame, n per sonno staccare dai libri ; e talora
dal troppo s u starvi, parevagli sotto gli occhi ammucchiarglisi
l e lettere come scorpioni, da non poter nulla non che i libri
vedere. Ed ove avvenisse che l e lettere lo avessero stancato,
la musica, la pittura e l'esercizio ne l o ristoravano. Usava la
XCII
Utebatu r pila, jacu lo cimentato, cu rsu , saltu qu e, lu ctaqu e, atqu e
imprimis ardu o ascensu in montes delectabatu r, qu as res omnes,
v alitu dini potiu s, qu am lu do au t v olu ptati conferebat. Armoru m
praelu diis adolescens claru it: pedibu s iu nctis stantiu m hu meros
hominu m saltu su pra transilibat. Cu m hasta parem habu it saL
tantiu m ferme neminem. Sagitta manu contorta thorace firmissi-
mu m ferreu m pectu s transv erberabat. Pede sinistro ab pav imento
ad maximi templi parietem adacto, su rsu m in aethera pomu m
dirigebat manu , u t fastigia longe su perv aderet su bKmiu m tecto-
ru m. Nu mu lu m argenteu m manu tanta v i emettebat, u t qu i u na
secu m afforent in tempio, sonitu m celsa conv exa tectoru m templi
ferientis nu mi clav e exau dirent. Equ o insidens, v irgu la oblonga
altero capite in pedis dorsu m constitu to, et manu ad alteru m
v irgae capu t adhibita, in omnem partem qu adru pedem agito.
bai, v irga ipsa
y
integras u t v olebat horas, immota nmqu am.
Miru m atqu e rasru m in eo, qu od ferodores equ i et sestoru m
impatientissimi, cu m primu m consendisset, su b eo v ehementer
coatremiscebantt atqu e v elu ti horrentes su btrepidabant. Mu iicam
nu ltis praeceptoribu s tenu it, et fu ere ipsiu s opera a doctis mu sici*
approbata. Cantu per omnem aetatem u su s est ; sed eo qu idem
intra priv atos pariete$
P
au t solu s

et praesertim ru re cu m fratre,
i
propinqu isv e tantu m, Organis delectebatu r, et inter primario
mu sicos in ea re peritu s habebatu r. Mu sicos effecit nu nnu llos eru -
ditiares su i monitis.
Cu m per aetatem coepisset matu rescere, caeteris omnibu s
rebu s posthabitis, sese totu m dedicav it stu diis literaru m ; dedit
enim operam ju ri pontificio, ju riqu e civ ili, annos aliqu ot; idqu e
tantis v igiliis tantaqu e assidu itate, u t ex labore stu dii in grav em
corp&ris v aletu dinem inciderete In ea qu idem aegritu dine su os
perpessu s est afflnes non pios ncqu e hu manos. Idcirco consokmdi
su i grafia, internUssis ju riu m stu diis inter cu randu m et conv a-
lescendu m, scripsit Philodoxeos fabu lam, annos natu s noti plu s
v iginti, oc du m per v aletu dinem primu m licu it, ad coepta dein-
xe ni
palla, il corso, la lotta, la danza, il dardeggiare, e soprattutto
lo ascendere ardui monti; ma ci pi a robustezza del corpo
che per gi uoco e sollazzo. Ne' soldateschi esercizi, giovanotto i l l u-
strassi; da terra a pie pari un uomo ritto saltava, n aveva
chi nel salto dell'asta lo vincesse. Una saetta da l ui vibrata, tratta
la mano al petto, forza aveva di trapassare qual pi forte ferrea
corazza. Col sinistro pie rasente al muro del D uomo, scagliando
in al t o un pomo, superava pi molto il culmine de' tetti. Cos
una piccola moneta d'argento con tanf impeto in u n tempio in
alto lanciava, da far senti l e a chi quivi era con l ui il suono della
percossa nella volta. A cavallo, l'estrema punta d'una verga ferma
al piede, sull'altra la mano, ore sane durava con la pi gran
facilit a volteggiare, immobile la verga. Raro e mi rabi l e!
Serissimi cavalli del cavaliere intollerantissimi, com' egli su vi
fosse, quasi sentissero orrore, pareva sottrepidassero (1). Da $
la musica apprese, e quanto vi compose piacque a
9
maestri (2).
Finch visse ebbe in uso il cantare, ma in privato e s ol o, e
specialmente in villa col fratello o parenti. Dilettavasi ancora di
suonar gli organi, ove fu tenuto de' primi suonatori ; e de' suoi
consigli molti ancor rese pi esperti nella musica (3).
Cresciuto negli anni ogni altra cosa pretermessa, tutto alle
lettere ed alle sacre e civili leggi si diede, s che tra per le tante vigi-
lie e l a indefessa assiduita, vinto dalla fatica degli sludi gravemente
i nferm, senza che i suoi di quel suo stato si movessero a piet.
Frattanto a onsolazione di s s t es s o, n avendo allora pi che
vent'anni, intermesse l e leggi, fra l a convalescenza e la cura scrisse
il Filodossio commedia (4). Ma sanato appena e g' incominciati
XCIV
ceps stu dia, et leges perdiscendas sese restitu it; in qu ibu s cu m
v itam per maximos labore*, su mmamqu e egestatem traheret, ite-
rato grav issima aegritu dme obreptu s est. Artu s enim debilitati,
mcritu dinequ e absu mptae v iru s oc prope totiu s eorporis v igor,
robu rqu e infractu m atqu e exhau stu m, eo dev entu m est grav issima
v aitu dine, u t lectitanti sibi ocu loru m illieo acies obortis v ertigi-
nibu s
9
torminibu squ e defecisse v ideretu r, fragoresqu e, et longa
sibila adinter au res mu lto resonarent. Has res phisici av enire
fessitu dine natu rae statu ebant. Ea de re admonebant iteru m, atqu e
iteru m, ne in his su is laboriosissimi persev eraret. Non paru it;
sed cu piditate ediscendi sese lu eu bratimibu s macerans, cu m ex
stomaco laborare accepit, tu m et in morbu m incidit dignu m me-
morato. Nomina enim interdu m familiarissimoru m, cu m ex u su
id foret fu tu ru m, non occu rrebant ; reru m au tem, qu ae v idisset,
qu am mirifice fu it tenax.
Tandem ex medicoru m ju ssu stu dia haec, qu ibu s memoria plu ri-
mu m fatigaretu r, prope efflorescens intermisit. Veru m qu od sine lite-
ris esse non potset, annos natu s qu atu or et v iginti ad phisicam se,
atqu e mathematicas artes contu lit; eas enim satis se posse colere non
diffidebat: siqu idem in his ingeniu m magis, qu am memoriam exercen-
dam intelligereL Eo tempore scripsit ad fratrem de Commodis lite-
rarum, atque Incomipodis, qu o in libello ex re ipsa perdoctu s, qu id-
nam de literis foret sentiendu m, disseru it. Scripsitqu e per ea tempora
animi gratta complu rima opu scu la (5) : Ephebiam, de Religione,
Deiphiram, et pleraqu e hu ju smodi solu ta oratme ; tu m et v ersu ,
E legias, Eclogasque; atqu e Conciones, et eju scemodi amatoria, qu i-
bu s piane stu diosis ad bonos mores imbu etdos, et ad qu ietem animi
prodesset. Scripsit pr aeterea et afjiv Au m su oru m gratia, u t lingu ae
latinae ignaris prodesset, patrio sermone annu m ante trigesimu m
aetatis su ae etru scos libros, primu m, secu ndu m, oc tertiu m de Fa-
milia, qu os Romae die nonagesimo, qu aminchoarat, absolv it; sed
inelimatos, et asperos, nequ e u squ equ aqu e etru scos. Patriam enim
lingu am apu d exteras nationes per diu tinu m familiae Albertov u m
xcv
stadi eoo l e leggi riprese, l'ingente fatica, e la gran povert nuo-
vamente nel male il travolsero. D ebol e, macilento e senza
quasi pi un fil di l ena, ogni tanto costretto al letto, per tor-
nami ecclissaronglisi gli occhi , e le orecchie continuo cantarongli,
parendogli lunghi sibili e strepiti sentire. Chiamati i medici, e
statuito ci dalla stanca natura avveni re, ali
9
abbandono de' fa-
ticosi stadi l o consigliavano. Ma egli sordo, e dalla sete d' ap-
con gli stadi a consumarsi, alla fine,
g u a s t a t o g l i l o stomaco, cadde in memorabile male; imperoc-
ch de
9
nomi de
9
suoi iamigliarissimi, che par tatto giorno aveva,
in bocca, non si risovveniva, mentre delle vedute cose era poi
tenacissimo (6) .
Al fine comandandolo i medi ci , quegli studi della memoria
soperchiamente affaticalori, in sul presso di vederne il fratto inter-
Ma non potendo star senza essi, di 24 anni, alla fisica ed alle
matematiche intender; non diffidandosi di loro, per essere cose pi
che da memoria, da ingegno. In quel tempo scrisse al fratello della
Comodit e Incomodit dlie lettere; nella quale operetta,.ammae-
strato dall'esperienza, che s'avesse a pensare di esse tratt; e Ai
pure allora che pi e pi opuscoli per suo sollievo compose: in pro-
s a , YEftbia, de Religione, la Dtifira e molte altre cose di tal fatta,
in verso, Elegie ed Egloghe; cos Concioni e altrettali operette ama-
torie, si per informare a
9
buoni costumi chi l e avesse studiate, e
s a tranquillit dell'animo. Scrisse inoltre, e per ingrazionarsi c o i .
suoi, e per chi non sapesse latino, il primo, il secondo e il terzo
libro de Famika, i quali in 90 giorni ebbe in Roma incominciati e
finiti; per ruvidi e incolti da non si poter dire toscani; avvegnach
per la lunga cacciata della famiglia A lberti, presso forestiere
XCVI
exiliu m edu catu s non tenebat, et du ru tn erat hoc in lingu a seri-
bere eleganter, atqu e nitide, in qu a tu m primm scribere non
assu ev eraU Sed brev i tempore mu lto su o stu dio, mu lta indu stria
id asseeu tu s extitit, u t su i civ es
f
qu i in senatu se dici eloqu entes
cu permt, non pau cissima ex ittis scriptis ad exornandam ora-
tionem su am ornamenta in dies su scepisse faterentu r. Seripsit et
praeter hos annu m ante trigesimu m plerasqu e I ntercaenales, illas
praesertim focosa*, V iduam, D efunctum, et istis rimillimas, ex
qwbu s qu od non sibi saHs matu re editae v iderentu r, etsi festiv is-
sime forentj et mu Uos risu s excitarent, tamen plu res mandamt
igni, n obtrectationibu s su i reKnqu eret, u nde se kv itatis forte
su bargu erent. Vitu peratoribu s reru m, qu as conscriberet, modo
coram sententiam su am depromererU, gratias agebat, in eamqu *
id partem accipiebat, u t se fieri elimatiorem, emendatoru m ad-
monitu s v ehementer congratu laretu r. De re tamen ita sentiebat,
omnibu s facile persu awm iri posse, u t su a plu rimu m scriptio
probaretu r, qu ae, si forte minu s, qu am cu peret, delectet, non tamen
se incu lpandu m esse, qu mdoqu idem sibi secu s, qu am caeteris
anctoribu s non licu erit ; cu iqu e enim ajebat ab ipsa natu ra v eti-
tu m esse meliora faoere su a, qu am possit facere : demu m sat est
pu tandu m, si qu id pr v iribu s, et ingenio immeri satisfeceriL
Mores au tem su oi iteru m atqu e iteru m per qu am diligen-
tissime cav ebat, ne a qu oqu am possent u lla ex parte ne su -
spetione qu idem v itu perarti et cahtmniatores pessimu m in v ita
homintu n malu m v ersati ajebat. IUos enim dididsse per jocu m
et v ohiptatem non minu s, qu am per indignationem et iracu n-
diam famatn bonoru m sau dare, et posse nu Uis remediis cica-
tricem illati eoru m perfidia u lceris aboleri. Itaqu e v otu it otnni
in v ita, omm gesta, ormi sermone et esse, et v ideri dignu s
bonoru m benev okntia, et cu m ceteris in rebu s, tu m maxime
tribu s omnem dicebat artem eonsu mendam. Sed arti addendam
artem, ne qu id Mie factu m arte v idea tu r, du m per u rbem abam-
bu laris, du m equ o v eheris, du m loqu aris ; in his enim omni
ICTU
nazioni educato, la patria Ungila non sapesse e doro gli Cosse
dapprima assuefatto, con eleganza e nitore lo
Ma presto molla c o n ed industria ci arendogU fatto
i, che i noi concittadini che ia-Consiglio dest-
ri'eloquenti, per abbellire lor conclone, non po-
chi fiori, a Imo stessa confessione, da
9
suoi scritti prendessero.
Oltre a ci non ancora trentenne molte inUreemaU por compose
e i p f n i l m f t r quelle festive del Morto, e della Vedov a e altre
a queste similissime, assai delle quali per non parergli i one
con maturo consiglio pubblicate, quantunque le finsero giocon-
dissime e mollo.le facessero ridere per non dare ansa a
9
male-
voli suoi di morderlo di lenta ne le dar aUe fiamme. A
9
riprensori
delle sue scritture ove egli uditi li avesse grazie riferiva, e ne
godeva come lo incitassero a far meglio, sebbene poi in fondo fosse
convinto non avessero a dispiacere suoi libri, i quali se quanto
avesse egli desiderato non fossero nasciti, non perci doverla
avere.con lui, avendo anch'egli, come tuli* altri scrittori, con
tutte le fan del suo ingegno fatto il possibile di far bene; n
poco ci essere.
E in quanto alla vita, era si scrupoloso di onorata fama,
che neanche il sospetto di non bella cosa voleva appannasse
il suo nome. I calunniatori poi, la pi gran peste per lui
degli uomini, abboniva, come quelli che per ischerzo e sol-
lazzo non meno che per indignazione e iracondia laceravano la
fama de
9
buoni, irrimediabile piaga. Cosi in ogni azione, gesto
e parola volle essere e comparir degno dell
9
amore de
9
buoni,
dicendo fra l'altre doversi tre cose con ogni studio soprattutto
curare: passeggiare, cavalcare, parlare da non potere essere
ALBERTI , T. 1.
XC V ilI
ex parte circu mspiciendu m, u t nu ttis non v ehementer placeas.
Mu ltoru m tamen> etsi esset facUis, mitis, oc nu lli nocu u s, sensit
iniqu issimortm odia, occu ltasqu e inimicitias sibi incommodas,
atqu e nimiu m grav es; oc praesertim a su is afftnibu s acerbissima
inju rias, intolerabilesqu e contu melie^ pertu lit animo constanti.
Yixit cu m inv idii et malwolentissimis tanta modestia, et aequ ani-
tritate, u t obtrectatoru m, aemu loru mqu e nemo tam etsi erga se
iratior
f
apu d bonos et grav es de se qu idpiam, nisipknu m lau dis,
et (xdmirationis au deret proloqu u Coram etiam ab ipsis inv idis
honorifice accipiebatu r. Ubi v ero au res alicu iu s lettissimi, oc su i
simillimi paterent
r
hi maxime, qu i prete eeteris diligere simu lassent,
omnibu s calu mniis absentem lacerabant. Tam aegre ferebant v ir-
tu te et lau dibu s ab eo su per ari, qu em fortu na sibi tonge esse in-
feriorem ipsi omni stu dio et indu stria aborassenU Qu in et fu ere
x necessariis (u t cetera omittam) qu i illiu s hu mmitatem, bene*
ficentiam, UberalUatemqu e experti, intestinu m, et nefariu m in
scelu s ingratissimi, et cru delissimi conju rarint, serv oru m au dacia
in eu m excitata, u t v im ferro barbari immeritissimo inferrent.
Inju rias istiu smodi a su is illatas ferebat aequ o animo per taci-
tu rnitatem magis, qu am au t indignatione ad v indictam penderei,
au t su oru m dedecu s, et ignominiam iri promu tgatu m sinereL Su o-
ru m enim lau di, et nomini plu s satis indu lgebat, et qu em semel
dilexerat, nu llis poterat inju riis v inci, u t odisse inciperet, sed
improbos ajebat maleficiis in bonos inferendis facile su periores
fu tu ro. Nam satiu s qu idem apu d bonos pu tari sentiebat injitriam
perpeti, qu em facete. - Ideirco notentibu s laedere contra eos, qu i
Uteessire parati sint, contentionem esse non aequ am. Itaqu e pr-
terv oru m impttu m paciencia frangebat, et se ab calanu tate, qu od
posset, sob v irtu tis cu lto v endicabat. Bonis et stu diosis v iris fu it
commendata. Principibu squ e non pau cis aceeptissimu s. Sed qu od
omne ambitionis, assentationisqu e genu s detestaretu r, minu s mu ltis
placu it, qu am placu isset, siplu ribu s sese familiarem fecisset. Inter
principes tamen italos, interqu e^ reges exteros non defu ere u ni
XG1 X
da nessuno in qualunque cosa ripreso. 1 molti odii de' tristi e
le coperte nimist, quantunque facile e mite, e specialmente
le acerbe e hitollerande onte de' suoi, supremamente senti ;
ma con forte animo seppe anoor tollerarle. Con g' invidi e ma-
ligni si modestamente e con tanta equanimit si comport, che
maldicenti ed emuli, per quanto con lui la volessero, non uno
vi fu che, co
9
buoni e prudenti, il maggior bene del mondo non
ne dicesse e non lo ammirasse. Anzi da costoro, in faccia, molto
era onorato; ma se poi tra' lor pari o fra creduli e'trovati si
fossero e lui lontano, l'inGnta amicizia in ogn' ingiuria prorom-
peva, non potendo patire esser vinto in lodi e virt da cbi fosse
men ricco di loro. Tra i suoi, per dirne una, fu persino cbi,
quantunque provata avesse F umanit di lui ne' suoi benefizi e
liberalit, con domestica scelleratezza, ingratissimo^ crudelissimo
congiur, incitando l'audacia de' servi sino ad assalire rinnocen-
tis9imo con barbaro coltello. Per tali ingiurie da' suoi, noti solo
egli equanime sosteneva, ma s taceva per non propalare il vi-
tuperio de' suoi, i quali molto volentieri e pi di quel si meri-
tassero lodava. Amato uno una volta, per offse che costui gli
rendesse, non v' era verso eh' ei lo potesse odiare, dicendo essere
naturale i tristi avere a onteggiare i buoni, e pi stimando essere
da questi avuto per tolleratore d'ingiurie che per iogiuriatore ;
soggiungendo inoltre non essere pari la pugna tra chi dalle
offese abboniva e chi pronto a quelle scendeva. Cosi con la pa-
zienza l'impeto de
1
protervi rintuzzava, e per quanto fosse in lui,
solo con la pazienza faceva di ci vendetta. Dai buoni e stu-
diosi laudato, fu ancora a non pochi principi carissimo; ma <fo
tutte ambizioni alieno e <T ogni adulazione sdegnoso, a molti non
piacque, lo di e non sarebbe stato, se fatto secoloro avesse comunella.
Per fra' principi & Italia o gli esterni re, pi d'uno ve ne fu
atqu e item alteri testes et praecones v irtu tis su ae
t
qu oru m tamen
gratiam ad nu llas v indictas, cu m nov is in dies inju riis irritar*etu r,
et piane u lcisci posset, abu su s est. Praeterea cu m tempore incidis-
-. sent, u t his, a qu ibu s grav iter esset laesu s priv ata su a fortu na v aierei
" pu lcre, pr meritis referre, beneficio et omni hu mahitate malu it,
qu am v indicta eflicere, u t scelestos poeniteret talem a se v iru m
fu isse laesu m. Cu m libros de Familia primu m, secu ndu m atqu e
tertiu m su is kgendos tradidisset, aegre tu lit, eos inter omnes
Albertos, alioqu in ociosissimos, v ix u nu m repertu m fore, qu i titolos
libroru m perkgere dignatu s sit, cu m libri ipsi ab exteris etiam
nationibu s peterentu r; ncqu e potu ti non stomachari, cu m ex su is
aliqu os intu eretu r, qu i totu m illu d opu s palata
y
et u na au ctoris
ineptissimu m institu tu m irriderent. Eam ob contu meliam decrev e-
rat, ni principes aliqu i interpeUassent, tres eos
9
qu os tu m-absol-
v eraty libros igni perdere. Vicit tamen indignationem officio, et
posi annos trfs, qu am primos ediderat, qu artu m libru m ingratis
protu lit. Hinc si probi estis, inqu iens, me amabilis: sin tandem
improbi, vestra vobis improbitas erit odio, lllis libris illecti, pie-
riqu e
9
ru des conciv es stu diosissimi literaru m effecti su nL Eos, ce-
terosqu e omnes cu pides literaru m fratru m loco depu tabat. lllis
qu aequ e nosset u ltro commu nicav it. Su as inv entmes dignas, et
grandes exercentibu s condonav it. Cu m appu lisse doctu m qu emv is
au disset, illieo sese u tiro in illiu s familiaritatem insinu abat, et a
qu ocu mqu e qu aequ e ignorasset, ediscebat. A fabris, ab architectis, a
nav icu lariis
y
ab ipsis su toribu s siscitabatu r si qu id nam forte
raru m su a in arte et reconditu m qu asi pecu liare serv armi. Eadem
ittico su is civ ibu s v olentibu s. conmu nicabat. Ignaru m se mu ltis in
rebu s simu labat
y
qu a alteriu s ingeniu m, mores peritiamqu e scru -
taretu r. Itaqu e reru m, qu ae ad ingeniu m, artesqu e pertinerent,
scrtUator fu it assidu u s. Pecu niariu m, et qu aestu s idemfu it ormino
spretor. Pecu nias, bonaqu e su a amicis cu stodienda, et u su fru enda
dabat. Tu m apu d hos, a qu ibu s se diligi conjectaret, fu it cu m
Cf
testimone e predicatore delle virt sue. Se non che tanta grazia,
polendolo pur e , e sebbene quotidiane Fossero contro di lui l e
ingiurie, ad altrui vendetta non usolla giammai. Oltre di c h e ,
venuto egli in nge e potendo rendere la pariglia ai suoi accaniti
offensori, meglio am con benefizi e cortesia ri meri tarl i , pi
avendo caro che si pentissero di aver onteggiato uom siffatto. Dati
a l eggere il I ., 11. e I1L libro de FamiUa a
9
suoi , intollerando
gli fu che di tutti gli A lberti, altrimenti oziosissimi, uno appena ve
ne fosse da leggerne i titoli, mentre essi libri erano pur dagli altri
di fuori richiesti, stomacandolo di pi il vedere alcuni fra i suoi, a u-
tore e libro siccome inettissimi, palesemente sbeffare; per la quale
contumelia risolveva egli di darli alle fiamme; e s che fatto l'avreb-
be, se in quel mentre da alcuni principi non gli fossero stati doman-
dati : tuttavia amore sullo sdegno la vinse ; e dopo vari anni ag-
giuntovi il IV. libro, agl'ingrati ne gli riporgeva, lor dicendo:
Di qu indi, se sarete sav i mi amerete, se no, la v ostra tristizia
torner in onta v ostra. Da que' libri adescal i , ancora inculti
concittadini, delle lettere amantissimi divennero; e questi e tutti
che de' lodati studi fossero premurosi ebbe in luogo di fratelli,
spontneamente comunicando loro quanto egli conoscesse. I suoi
trovati, degni e grandi , agli artefici l ar g ; e sentito che un
dotto fosse venuto in c i t t , eccolo tantosto a lui per amicar-
selo. Da t u t t i , quanto egli non sapesse, cercava imparare,
febbri, architetti, navicellai e perfino calzolai richiedendo se
nelle arti loro cosa per avventura s'avessero avuta non co-
mune, segreta e quasi particolare, ogni cosa desiderando d' ap-
prendere. E lo s t e s s o , ove mostrato ne avessero b r a m^,
faceva egli con gli a l t r i , volentieri tatto loro conferendo.
Talvolta in molte cose simulava egli i gnoranza, ad iscoprire
i ngegno, maniere e perizia altrui. E cos delle c o s e , che ad
ingegno od arte appartenessero, fa assiduo investigatore. D 'ogni
interesse sprezzatore, denaro e suoi beni non solo dava a cu-
stodire agli a mi c i , ma ancora a godere ; e cui si qredesse
CH
reru m su arwn, aiqu e institu toru m, tu m et secretoru tn prope fu tili*.
Aliena secreta nu squ am prodidit, sed aeternu m obmu Lu it. Literis
perfidi cu ju sdam, qu ibu s impu rissimu m ipsu m inimicu m pessime
posset affare, nolu it prodere; sed interea du m se nequ mimu s iUe
conv itiator literaru m au ctor mordere non desinerei, nihilo plu s
eommotu s est
9
qu am su bridms diceret: Enimvero an tu homo
bone nana et scribere literas meministi ? Ad molestissimu m qu em-
dam cahmniatorem conmrsu s arridens: Fa c i l e , inqu it, patiar, te,
quod v o t o , mentiendo oslendere qualis quisque nostrura s i t : tu
istiusmodi praedicendo efficis, ut te iati parum esse modestum
senti aut, magis quam me tua istbac praesenti ignominia vi t uper.
E go tuas istas ineptias ridendo efficio, ut mecum plus nibil as-
sequaris quam ut cam Crustratus a me discesseris, tum te tui
pigeat.
Ac fu erat qu idem natu ra ad iraeu ndiam facili, et animo acri:
sed illieo su rgenkm indignationem reprimebat consilio, atqu e
ex indu stria v erbosos, et perv icace* interdu m fu giebat, qu od non
posset a/pu d eos ad iram non su bcalescere. Interdu m u ltro se pr-
terv is, qu o patientiae as$u e$ceret, offerebaU Familiare* arcessebat,
qu ibu s cu m de literis
f
et doctrina su os habebat perpetu o* sermone*,
iliisqu ae encribentibu s dictabcU opu scu la, et u na eoru m effigie* pin-
gebat
f
au t fingebat cera. Apu d Venetias v u ltu s amicoru m, qu i
Florxntiae adessent, expressit annu m, mensesqu e integros postqu am
eos v iderat. Solitu s eroi rogare pu eru los, eam ne imaginem, qu am
pingeret, nossent, et negabat ex arte pictu m dici, qu od non iUico
a pu ri* u squ e noscerttu r. Su os v u ltu s, propriu mqu e simu lacru m
emu latu s, u t ex piota fictaqu e effigie ignoti* ad se appellentibu s
fieret notior.
Scripsit libello* de P i c t ur a, tu m et opera ex ipsa arte
pingendi eflicit inau dita, et spectatoribu s incredibili, qu ae qu i-
dem parv a in capta conclu sa pu sillu m per foramen ostenderet.
Vidtsses iUic monte* maxknos, v astasqu e prov incia*
9
sinu m im-
manem. mari* ambientis, tu m e conspectu longe sepositas regiones
CUI
d'essere amato, sue cose, istituti e segreti pi die facilmente
dischiuse. Altrui segreti mai non trad ; nel suo petto eternamente
seppellirai! B una Tolta, potendo lettere produrre di un tradi-
tore, e far con esae grave danno all'impuro nemico, noi volle ;
ed all'iniquo calunniatore, di quelle lettere artefice, non, omet-
tendo egli mai suoi moni , sorridendo, si content dirgli: a b
dimmi u n po' bu on u omo: ti ricordi mai tu di scriv er lettere?
Cori a un molestissimo detrattore, pur ridendo diceva : Facilmente
ti tollerer io, per che con tu e menzogne ehi tu ed io mi $im
fai tu conoscere : chi tu coe predicando, adoperi che la tu a poca
modestia ti v egga, piu ttosto che me tu v itu peri. Md io qu este tu e
inezie piglio tu riso, si che non potrai altro con me eaoarei,
che partendoti fru strato abbia del tu o contegno a dolerti.
Fu ancora di molto iraconda natura e di animo acerbo,
ma. il surgente sdegno sapeva ancora tosto reprimere. Talora
consigliatamente i ciarlieri e temerari fuggiva, non potendo
con costoro non sentirsi muovere ad ira; ma talora spon-
taneamente loro ancora si dava. Usava chiamare a so gli
amici, co' quali di cose letterarie continuamente ragionava,
e ancor opuscoli dettavagii, effigiando nelF infrattempo loro
imagini e modellando in cera. In Venezia, gli amici che in
Firenze erano e da un anno veduti, ritraeva; e solito pure era
domandare a' fanciulli se quel ritratto eh' egli faceva conosces-
sero essi, e ove no tosto gli avessero detto, quella pittura per lui
era senz' arte. I volti de* suoi e il suo ancora effigi, perch chi
andaste a lui pi facilmente ne lo riconoscesse.
Scrisse ancora alcuni libri di Pittu ra, e si fece nelle me-
desime cose inaudite, le quali in una cassetta rinchiuse, per
piccolo pertugio poi mostrava. Vaste pianure quivi veduto avresti
intorno a immenso mare distendersi, e pi lontane regioni da
cnr
u squ e adeo remotissima*, u t v isenti acies deficeret. Has res de-
monstraliones apjp[labat, et erant eju smodi, u t periti, imperi-
tiqu e non pictas, sed v eras ipsas res natu rae intu eri decer tarent.
Demonstrationu m erant du o genera; u nu m qu od diu rnu m
9
al-
teru m qu od noctu rnu m nu ncu paret. Noctu rnis demonstrationibu s
v idei Artu ru m
9
Pleiades, Oriona et istiu smodi signa micantia,
illu cescitqu e excelso a ru piu m et v erru caru m v ertice su rgens lu na,
ardentqu e antelu cana sidera. Diu rnis in demonstrationbu s splen-
iti passim, latequ e irradiat immensu m terraru m orber is, qu i
post irigeniam, u ti ait Homeru s, Au roram fu lget. Qu osdam Grae-
coru m proceres, qu ibu s mare foret percognitu m, in su i admiratto-
nem peUexit. Nam cu m iUis mu ndi hanc fictam molem per pu siU
lu m, u t dicci, foramen ostenderet, oc rogar et, et qu id nam v idis-
senti E\a,inqu it UH, elassem naviam in mediis undis i nl uemur:
eam ante meridiem apud nos habebimus, ni istic, qui ad O rien-
tem solem nimbus, atque atrox tempestas properantem, offenderit.
Tuoi et mare inhorruisse intuemur, periculique signa sunt quod
a sole nimium acres mare adversum jactat radios. Hu ju smodi
rebu s inv estigandis opere plu s adhibu it, qu am promu lgandis ; nam
pu s ingenio, qu am gloriae inserv iebat. Nu mqu am v acabat animo
a meditatone, et commentatone. Raro se domi ex pu blico reci-
piebat non aliqu id commentatu s, tu m et inter coenas commentando.
Hinc fiebat, u t esset admodu m tacitu rnu s, et solitariu s, aspectu qu e
su btristisy sed moribu s minime difficilis, qu in inter familiare^, etiam
cu m de rebu s seriis dispu tar et, semper sese exhibebat jocu ndu m,
et serv ata dignitate festiv u m.
Fu eru nt qu i eju s dieta, et seria, et ridicu la complu rima col-
ligerent, qu ae qu idem ille ex tempore, atqu e v estigio celeriu s edi-
derit ferme, qu am praemeditarit. Ex mu lti* panca exempli gratta
referemu s. De qu odam qu i diu tiu s inter diserendu m ostentando^
memoriae gratia nimiu m mu lta nu llo cu m ordine esset prolo-
cu tu s, cu m rogaretu r qu alis sibi dispu tator esset v isu s, respondit:
eu msibiperam libris laceris, et disv olu tis refertam v ideri. Domu m
cv
perdervi V occhi o, le quali cose chiamavate dimostrazioni; e tali
si erano ohe dotti ed indotti sostenevano, non veder qui vi cose di
pennello, ma s vive e vere. delle dimostrazioni due sorte ve
n ' e r a n o ; l e diurne e l e notturne. In queste O ri one, A rturo, l e
P leiadi ed altre fulgenti stelle vedevi, e la luna dietro alti monti
spuntante -e l e antilucane stelle. Nell'altre sfolgarare per tutto
quegli che al dire d'O mero splende appresso l'irigena Aurora.
G raitf'uomini di Grecia delle marine cose apertissimi, cos fece
egli stupire, che mostrando loro pel pertugio anzidetto, codesto
suo piccol mondo, e chiedendogli che si vedessero : Ecco l in
mezzo fonde u n nav ilio, risposero essi ! Per fermo, innanzi a mez-
zod sar a riv a, ov e noi trattenga la tempesta, la qu ale gi
minaccia pel mare che comincia a ingrossarsi e pel forte lu -
strare delle acqu e incontro al sole. Ed era pi inteso a inve-
stigare tali cose che a promulgarle. Raro rimettevasi egli in casa,
che qualche cosa meditata non avesse, da poterne ragionare a
cena. D i quindi la taciturnit, solitudine e maninconia. Ma di
beili costumi era ancora, che.disputando fra i suoi di cose gravi
eziandio, loro si porgeva dignitosamente giocondo e festivo.
V i fu ancora chi i s u d seri e faceti detti uscitigli di bocca, cos
in parlando quando andava a diporto raccolse, e fra i molti questi
diremo. Tale che per pompa di memoria in parlando molte
cose senza ordine raffazzonava, a lui chiedendo che della sua di-
sputazione paressegli? R ispose: Un sacco pieno di libri laceri e
sciolti. Tornato in antica, scura e mal costruita casa, ecco
ALBERTI, T, l . n
evi
v etu stam, obscu ram et male aedificatam, in qu a div ertisset, tri-
tav am atqu e ideirco nobilssimam aediu m appellabat,
m
siqu idem cacca
et incu rv a esset. Peregrino roganti, qu a namforet v ia eu ndu m
sibi o v ersu sy u bi Ju s redderetu r: non equ idem, mi hospes, inqu it
nov i. Tu m condv es, qu i aderant: ne v ero non id nov isti inqu ilini
Praetoriu m? Non equ idem, inqu it, Ju s ipsu m istic habitasse, o
civ es, memineram.Roganti ambitioso, pu rpu r ne decenter u te-
retu r : pu lcre, inqu it, ea modo pectu s tegat. Otiosu tn qu emdam
garru lu m scu rram increpans: eja, inqu it, u t apte carioso in
Wu neo ev igilans considet rana! Cu m familiarm admneret,
u t a maledici consu etu dine sese abdicaret: carbone* dicbat non
redpiendos sinu . Cu mqu e sibi centra a mathematica imprope-
raretu r qu od bilingu e, et v ersipellem hospitem detinu isset: nu m
tu , inqu it, nosti, nisi in pu ncto aequ am su v erficiemattingat globu *.
Lemtatem et iheonstantiam a natu ra esse datam mu lieribu s, di-
cebaty in remediu m earu m perfidiae et neqiiitiae. Qu od si persev e-
raret mu Her su is in incoeptis, fore u t omnes bonas kominu m re
su is flagitiis fu nditu s perderet. Amicu m pau lo clariorem et
concitatiorem animis qu am optasset offendens: heu s tu , inqu it,
cav e ne ad cu rrendu m cu rrendo ru as. Dicbat inv idiam caecam
esse pestem, et omniu m insidiosissimam
f
eam enim per au res, per
ocu los, per nares
9
per os, deniqu e ipsas edam per u ngu icu las ad
animu m ingredi, et caecis flammis inu rere, u t etiam qu i se sanos
pu tent, isthac, ipsa peste contabescant. Au ru m, dicbat laboris
animam, laborem ipsu m v olu ptatis serv u m esse. Ceteris in rebu s
mediocritatem approbabat Unam excipiebat patientiam, qu am au t
nimis serv andam, au t nihil su scipiendam statu ebat, ajebatqu e per
saepiu s grav iora ob patientiam tollerati, qu am oh v ehementem
acrimoniam tu lissemu s. Ut morbos, sic et proterv oru m au da-
ciam, ajebat interdu m, non ali ter, qu am pericu losis cu randi ratto-
nibu s posse tolU. Sat eu m dicbat hominem sapere, qu i saperet
qu ae saperet, satisqu e posse qu i posset, satisqu e habere ipsu m
hu nc, qu i qu ae haberet
f
eadem haberet. In ju risconsu ltu m
11
diceva egli Farcibisava delle fabbriche e per la pi nobile, co-
mecch cieca e cadente. A peregrino che il richiedeva della
via per al P alazzo di G iustizia: davvero, ospite mi o, c h' i o noi s o ,
gli rispondeva : e i cittadini che gi loro si erano fatti intorno :
come non sapete *oi il P retorio? In verit cittadini, c h' i o non
sapevo che quivi stesse la Giustizia. E richiesto da ambizioso
perch secondo i l suo grado non vestisse porpora; egli: ben dici;
infatti i petti d'oggi voglion porpora. Sgridando un ozioso
e ciarliero buffone: oh via, di sse, che a' pie di fradicio tronco
bene sta la garrula rana. E ammonendo un suo amico che da
maldicente compagnia si slontanasse: carboni, disse, non doversi
accogliere in seno. E da matematico ripreso perch tenesse
in casa tale versipelle e bi l i ngue: e come? non sai t u , gli
rispostegli, c h e l a sfera solo in un punto tocca il piano? Levit
e incostanza, diceva, esser date da natura alle donne, rimedio di lor
perfidia e nequizia; che se femmina perseverasse in sue imprese,
addio tutte cose buone dell'uomo. In poco avveduto e precipi-
toso amico imbattutosi un giorno : ol t u , bada, gli di sse, che il
troppo correre non t'abbia a precipitare. D iceva la ceca invidia
esser peste e soprattutto insidiosissima : entrar per gli orecchi ,
entrar per gli occhi, entrar per le nari, entrar per la bocca, per
l e unghie entrare, per ficcartisi nell'anima cui senza avvederti ti
inette in incendio; per forma, che quelli ancora che di lei credonsi
immuni da lei son contaminati. -*- L 'oro, dicevalo anima della
fatica, la stessa fatica serva del piacere. -In tutte le cose voleva
egli mediocrit, salvo nella pazienza, la quale diceva doversi avere
tutta o punt a, asserendo, pi spesso gravi cose tollerarsi colla
pazienza, di quello che con veemente prorompere Usava dire :
audacia di temerari, e morbi, con forti rimedi aversi talvolta a
curare. E : abbastanza sapere colui che sapesse ci che sapesse;
abbastanza potere chi potesse quel che potesse; ed abbastanza avere
chi avesse quel che avesse. D'un perfido legista che aveva una
CVIII
perfidu m, qu i altero hu mero depresso, altero su blato deformis ince-
derei: aequ a, inqu it, istic nimiru m iniqu a su nt, u bi lancs in
libra non aequ e pendeant. Dicebat omnem splendorem v im ha-
bere igneam : non idcirco mirandu m, si nimiu m splendidi civ es
de se in animis hominu m inv idiam iu ccenderent. Tu ta ab ho-
stiu m inju riis civ itate, cu m facinorosu m conciv iu m haberi coepta
esset ratio : non ne, inqu it, istu e fit percommode, u t imbte se-
dato, teda resarciantu r. Rogatu s qu i nam essent hominu m pes-
simi; respondit: qu i se optimos v ideriv elint, cu m mali sint. Ite-
ru m rogatu s, qu isnam esset civ iu m optimu s; respondit: qu i nu lla in
re mentiri institu erit. Ajebat nihil esse tam propriu m,insitu m-
v
y
atqu e innatu m mu lieribu s, qu am u t eas reru momniu m, qu ae
egerint, dixerintv e illieo poeniteat. Latu m anu lu m afflu enti
fortu nae simittimu m sibi v ideri praedicabat, qu i qu idem ni alligata
stu ppa arctior rddatu r, perfacile e digito decidat. Rogatu s
qu id esset maximu m reru m omniu m apu d mortaks, respondit : spes.
Qu id minimu m? inqu it, qaod inter hominem est, atque cadaver. Re-
ru m omniu m su av issimu m: amari. Liberale: tempus. Pau perta-
tem in v ita hominu m ajebat eju smodi esse, ac si v ia salebrosa nu dis
Ubi sit pedibu s eu ndu m : nam u su callu s su perindu citu r, eoqu e fit,
u t minu s in dies Ubi reddatu r aspera. De civ e insolentissimo,
et omniu m importu no, cu m au disset missu m in exiliu m: nu mqu id
non predixeram, inqu it, homini hu ic qu i qu idem su blato merito
assidu o nebu laru m olfatu delectabatu r, cav endu m ne qu id offen-
derei, qu o sibi iUiso pede esset ru endu m ? Fortu natos ossimi-
labat hiSy qu i sitienti in flu mine nav igarent: namqu e ni lev igato
nav igio contibu s laborent, haereant. In eonciv em qu emdam
maleficu m, cu m magistratu m se v ocatu m congratu laretu r : me-
mentOy inqu it, olim te iteru m fu tu ru m priv atu m, au t in magi-
strato emoritu ru m. Petierat a qu odam, qu i sese in repu blica
administranda principem gloriaretu r, plu res ne essent ii qu i scalas
aediu m pu bliearu m conscenderent, qu am qu i descenderent; cu mqu e
ille respondisset : parem ferme u trinqu e sibi v ideri nu meru m:
G1 X
spalla pi alta: ve', diceva, quivi non denno farsi giuste le c o s e ,
mentre l e bilancio non istanno del pari. Diceva ogni splendore
avere un' i gnea virt, n doversi perci maravigliave, se troppo
splendidi cittadini invidia di s negli animi umani accendes-
sero. Assicurata da nemiche offese la c i t t , co
9
facinorosi
cittadini aversi da attendere: forse non ben fatto, diceva, dopo
la pioggia risarcire i tetti? Chiesto chi degli uomini peg-
gi ore; rispose: i tristi cbe vogliono farla da buoni. tornato
a esser domandato chi de' cittadini il migliore ; rispose : chi
non s a mentire. Diceva nulla essere pi proprio congenito
e insito nelle donne, che il tosto pentirsi di quanto e'fecero o
dissero. A ura di fortuna esser per lui largo anello, di ceva;
che s e di stoppa noi stringi, dal dito ti fogge. Chiesto delle
umane cose qual fosse la principe: la speranza* L ' ul t i mi s s i ma:
d che fra la v ita e la morte. La pi soave: essere amati. L ibe-
rale: il tempo. Diceva la povert essere ali' umana vita quello
che a scalzo piede scabroso sentiero ; ma l ' u s o , fare il c a l l o , e
l'asprezza parer minore. Udito come un insolentissimo, e a tutti
intollerando avuta avesse la cacciata : forse a cosjtui meritamente
elevato e continuo fiutatore di nebbie, non l'aveva io predetto cbe
badasse di non scivolare per non andare a rompicollo ? I fe-
lici assomigliava a coloro che vanno in nave per seraiarso
fiume, che se con ferrate mazze non aiutano il l egno, s'impunta-
nano. Ad un malvagio che menava gran rombazzo per essere
stato assunto al magistrato : ricordati, gli disse, che un giorno ri-
tornar devi, privato o morir magistrato. A tale che gloria vasi
d'essere il primo magistrato della repubblica, chiese se pi fossero
coloro che salissero o scendessero le scale di P alazzo; ed avuta
risposta : esser pari ; e di quelli che entrano od escono per le
CI
iterato qu aesiv it, plu resne esseri t, qu i per fenestras ingrederentu r,
qu am qu i egrederentu r. * Rebu s pu erlibu s, et lettissimi* plu rimam
operarti perdmtem : dixti, hu nc annos Nestori* mu lto su peratu ru m.
Rogatu s qu id ita: qu oniam, inqu it, qu adragenariu mpu eru m intu eor.
Praesentibu s u tendu m, u t praesentibu s. Doctas amicoru m au -
re*, scriptoru m limam dictitabaU Obtrectatore* fallace*, ambigu a*
et omnes deniqu e mendace*, u t sacrilego*, et capitale* fu res ajebat
esse plectendo*, qu i v eritatem ju diciu mqu e, religiosissimas, oc
mu lto rarissimas re* e medio inv olent. Cu m iniqu o* affine*
mu lti* beneflcii*, et omni officio saepiu s sibi reconciliasset, so
litu * erat dicere meminisse qu idem te, foru m pu tridu m nodo non
teneri. Ditissimi et forUmatissimi cu ju tdam aedes procu l fu -
giendas admonebat; nam solere qu idem ajebat, u bi nimiu m
oppleta sint v asa, omnia effondere. Cu m intu eretu r lev issimos
et ambitioo* aliqu os, qu i se philosophari profiterentu r, per tir-
bem v agari, et se ocu is mu Uitu dini* ostentare: eccu m nostros
caprificu s ajebat, qu i qu idem infru ctu osissimam, et su perbam isthanc
solitu dinem adamar in t, qu ae pu blica sit. Petitu * arbiter ad di-
rimendam litem nonnu Uo* inter perv icace* et importu no*, mu nu *
id su scipere recu sav it: atqu e amici* rogantibu *, qu id ita preter
officiu m, et pristinam *u am facilitaiem ageret : lyram, inqu it, fra-
ctam, et penitu s discordem ad pu eros fore atqu e ad stu lto* rejicien-
dam. De civ e ru sticano: facile mortale* reddi locu plete* ajebat,
si ea, qu ae pau perta* cogat, sponte exequ antu r, atqu e profligari
qu idem pau perttem cedendo. Ambitiosi domu m spectans : tu r-
gida, inqu it, domu s haec *u u m propediefn efflabit heru m, u t ev enti
qu idem : nam ob alienu m ae* ipsaru m aediu m fortu natissimu s do-
minu s in exiliu m secessit. Cu idam prodigo, et insolenti, qu i se
dicti* morderei, cu m sati* obticu isset: non tecu m, inqu it, o beate,
contendam, qu em respu blica su o sit hospitio acceptu ra: horu m
v erboru m mordax ille, cu m carceribu s detentu m diem obiret,
meminit. Ferrariensibu s ante aedem, qu a per Nicolai Estensis
tiranni tempora maxima ju v entu tis pars eju s u rbis deleta est, o
cn
finestre, seguit a dirgli, chi son eglino i pi? In fanciullaggini
ed inezie, non facendo uno che perdersi, costui disse dimolto vince-
r gli anni di Nestore; e chiesto il perch : prche, disse, di qua-
rantanni ancor lo veggo bambino. Le presenti cose, diceva,
cane presenti gretti a usare. Dotte orecchie d'amici, esser la
lima degli scrittori. Fallaci detrattori, ambigui, e tutti infine
bugiardi, mfame genia, e quai sacrileghi e ladroni diceva aversi a
punire, togliendo essi di mezzo la verit e il giudizio, santissime e
cose. Con ogni officio e molti benefizi, tristi parenti
spessissimo si riconcili, ma a fradicia botte, diceva, non valer
tane. E cosi : casa di ricchissimo e felicissimo doversi fuggir
telano, dicendo vasi soverchiamente pieni tutto traboccare.
Vanissimi ed ambiziosi che far volevano i filosofi, vedendo egli
vagare per la citt per dare a tutti in sugli occhi: ecco i
nostri caprifichi, diceva, cui pi piace questa sterile e superba
solitudine, che il pubblico. Chiamato arbitro in una lite
lira alcuni pervicaci e importuni, non volle assentire ; laonde
chiesto da alcuni vuoi amici, perch la solita facilit sua e l'usata
amabilit non mostrasse; disse: conquassata lira e quasi del
tutto discorde, essere da fanciulli e da stolti. Parlando del
contadino, diceva, gli uomini divenir ricchi, se ci che la
povert impone, spontaneamente si faccia: yoleni cacciare povert
con cederle il campo. E agguantando a una casa d'ambizioso:
questo turgido palazzo, tra poco si sgonfier, cacciando via con
un vento il suo signore, ed arrenile; che per essersi l'altrui
pecunia appropriata, il fortunatissimo signore in esilio ebbe a
andare. Prodigo e insolente, con male parole trafiggendolo
e molto egli essendo stato cheto : non io con l e , o felice conten-
der, essendo la Repubblica per aprirti le sue case ; e imprigio-
nato il maldicente, di queste parole si ricord. Innanzi al
Palazzo de' Ferraresi, dove al tempo di Niccola D'Este tiranno,
la pi gran parte della giovent della sua citt fu morta: o
CXII
amici, inqu it, qu am lu brica eru nt proximam per- aetatem pav i-
menta haeCy qu ando su b his tedi* mu ltae implu ent gu ttae: ete-
nim praedicendi* rebu s fu tu ri* pru dentiam doctrinae, et ingeniu m
artibu s div inationu m cortju ngebat.
Extant eju s Epistola^ ad P aulum P hysi cum, in qu ibu s fu -
tu ro* casu s patriae anno* integros ante praescripserat ; tu m et
pontificu m fortu na*, qu ae ad anriu m u squ e du odecimu m essent
affu tu rae praedixerat
9
mu ltaru mqu e reliqu aru m u rbiu m
9
et prin-
m
oipu m motte* ab ilio fu isset enu nciato*, amici et familiare* su i
memoriae prodideru nt. Habebat pectore raaHu m, qu o benev olentias
et odia hominu m erga se pr(mentiret. Ex solo intu itu plu rima
cu ju squ e praesentis v itia tdiscebat, Omnibu s argomenti*
9
maxi*
moqu e opere, sed fru stra elaborami aliqu os erga se mansu etiore*
reddere, qu o* fu tu ro* inferno* exipso aspectu sensisset. Eoru m ta-
men inimicitias qu asi fatalem qu andam necessitatemi mediocriter
ferebat, in omniqu e contentarne moderatiti* sibi fare contendendu m
indicebat, qu am fortasis licu isset
9
praeterqu am in reddenda mu tu i
beneficii gratta. Vix poterat perpeti prae se qu emqu am su periorem
v ideri benev olenza^ seclu sa ambitione, a qu a tam longe abfu it, u t
etiam
9
quas ipse gesserit, res dignas memorato, suis eas majoribus
in libris de Familia adscripserit. Tum et sute in opusculis aliorum
titulos opposuit, et integra opera amicorum famae elargitas exti ti t.
Doloris etiam, et frigorie, et aestu s fu it patiens. Cu m accepisset
grav e in pedem v u lnu s annos natu s non integros qu indecim
9
et a
medico disdu etae pedi* parte pr more et arte consu erentu r, et
du eta per cu tem acu adnodarentu r, emisit gemitu m poenitu s nu l-
lu m. Propiis etiam in tanto dolore manibu s cu ranti medico su b-
ministrav it
9
v u lnu squ e ipsu m tractav it febribu s flagrans, et ob
lateru m dolore* frigida* totis temporibu s u ndas desu dans, acati*
mu sici*, horas ferme du as v im mali, et doloris molestiam canendo
su perare innitebalu r (7). Capu t habebat a natu ra frigorie
y
au raequ e
penitu s impatientissimu m. Id effecit ferendo, et sensim per ae*ta-
tem perdu eta con*u etu dine
9
u t bru ma, et qu ov is perflante v ento
CXI1I
amici, disse, devono pur esser lubrici questi pavimenti in avve-
nire, quando sotto questi tetti molte gocciole cadranno: imperocch
nel predire il futuro, la prudenza della dottrina e l ' i ngegno
con le divinatrici arti congiungeva.
Sonovi di lui Lettore a Paolo Medico (8) , dove i futuri casi
della patria, interi anni prima che seguissero, pronunziava; e
Cos prediceva l e forlune de' pontefici che avvenir dovevano do-
dici anni appresso : i moti di altre citt molte e di pri nci pi ,
confessarono gli sanici ed intrinseci s uoi , essere pur stati da lui
enunziat A veva nel cuore tale un senso da presentire chi male
o ben gl i volesse. Uno sguardo, basta vagli per sapere i difetti
d'ognuno. Tut t o, ma indarno, pose egli in opera per farsi pi
umani al cuni , che con sola un'occhiata conosciuto aveva dovere
essergli ne mi c i : per la loro avversione come una certa fatale
necessit mezzanamente tollerava, ed in ogni qnistione impo-
neva a s di contendere moderatamente pi ancora del dovere,
salvo che in rendere pariglia di beneficio. Appena poteva patire
che alcuno in benevolenza lo vincesse, esclusa l ' ambi zi one, da
cui tanto aborr, che cose da lu i stesso operate e memorabili, ai
su oi maggiori ni libri de Familia v olle attribu ire. Cosi pu re nei
tu oi opu scoli altru i titoli appose, ed opere intere alla fama degli
amici elarg.
D olore, freddo e caldo pazientemente toller. Riportata grave
ferita in un piede, non ancor egli di quindici anni , e dal
medico secondo uso ed arte ricucitagli, quasi non fiat. Anzi
delle stesse sue mani sovvenne il medicatore, e di per s , colla
febbre i ndosso, la piaga medic. Cos per fiera lombaggine sem-
pre sudando freddo, chiamati i musici, con un par d'ore di
canto sforzavasi domare quella pena. Aveva da natura il capo da
non sopportare la pi piccola brezza; ma a poco a poco nella
state vi si assuefaceva: nelle brume e a qualunque vento, sempre
ALBERTI , T. I. o
CXI?
nu llis capite v estibu s aperto obequ itaret. Allea, atqu e imprimis mel
9
natu rae qu odam v itto, fastidibat
9
adeo u t solo intu ito, si qu ando
cas ea sibi fu issent oblata, bilis a stomaco sibi excitaretu r. Vieit
sese ipsu m u su spectandi, tractandiqu e ingrata, qu o adeo perv enit,
u t minu s offender ent, ex exemplu m praebu it, posse homines de se
omnia, u t v elint. \
Lev andi animi gratta e domo in pu blicu m exiens cu m artifices
omnes assidu os in tabernis v ersati ad opu s intu eretu r, qu asi grav is-
simo aliqu o a censore commonefactu s, saepe domu m confestim repete*
bat: et nos quoque pr suscepto officio, inqutens', exercebimur.
Vere nov o cu m ru ra et colles efflorescentes intu eretu r, arbu staqu e, et
plantas omnes maximam prae se fru ctu u m spem ferre animadv er-
teret, v ehementer tristis anmu s reddebatu r, hisqu e sese castigabat
dietis : nunc te quoque, o Baptista tuis de studiis quidpiam fru-
ctum polliceli oportet. Cu m au tem agros mssibu s graiv es et
in arboribu s v im pomoru m per u u tu mnu m pendere conspicaretu r,
ita afficiebatu r moerore, u t sint, qu i illu m v iderint prae animi
dolore interdu m collacrymasse, eju squ e immu rmu rantis v erba exau -
dierint: en L eo, ut uadique tesles, atque accusatores nostre iner-
tiae circumstant 1 Et quid nam uspiam est, qnod integro in anno
multatn de se mortalibus ulilitatem non attulerit? Al tu et quid-
nam habes, quod in medium tuo pr officio abs te perfectttm
efferas ? Praecipu am et singu larem v olu ptatem capiebat spectan-
dis rebu s, in qu ibu s aliqu od esse specimen formae, c decu s. Senes
praeditos dignitate aspectu s, et integros, atqu e v alente, iteru m
atqu e iteru m demirabatu r, delitiasqu e natu re sese v enerari praedi-
cabat. Qu adru pede, ov es, ceterasqu e animantes forma praestantes
dicebat dignas benev olenza, qu od egregia essent ab ipsa natu ra
iignatae gratia.
Lepidissimo cani su o defu ncto fu nebrem scripsit orationem*
Qu icqu id ingenio esset hominu m cu m qu adam effectu m eie-
gantia, id prope div inu m dicebat, tantiqu e cu ju sm, et in qu av is
cxv
a capo nudo cavalcava. L 'aglio e specialmente il mele, per certo
vizio di natura, abboriva, cosi che a sola vista quando il caso
mettevagli quelle cose innanzi agli occhi, eccitavagli il vomito* Ma
questi ribrezzi vinse a forza di guardare e trattare le ingrate cose,
tale che giunse al fine a sostenerle benissimo, mostrando che
volere e potere son nell'uomo una cosa.
A sollievo delFanimo, uscendo di casa in pubblico, con tutti
operosi artefici nelle loro officine so la passava, per osservare
lor lavorii, e quasi da alcun gravissimo riprensore ammonito,
spesso di presente a casa si restituiva, dicendo: e noi pu re
neW intrapreso officio ci eserciteremo. Nella primavera poi ve-
dendo colti e colli fiorire, e tutti arboscelli e piante grandissima
speranza porgere di frutti, preso da forte mestizia questo rim-
provero si faceva: ora tu pu re dev i de* tu oi stu di, o Battista,
promettere agli u omini alcu n fru tto. vedendo i campi
pieni di messe, e nell'autunno gli alberi carichi di frutti /c o s
tristo diveniva, che vi fu sin chi ne lo vide lacrimare, senten-
dogli dire*: ecco, Leone, (Fogni parte accu satori deWinerzia nostra
testimoni ne stanno! E dov ' mai cosa che in u n anno intero
non apporti grand! u tile aW u mana famiglia ? Ma tu che face-
sti, di', d/a mostrare di av er adempiu to al tu o* u fficio ? Gran-
dissima e singolare volutt prendeva nel rimirare le cose in cui
fosse alcuna bellezza e ornamento. Vecchio d'aspetto venerando,
sano e vigoroso da lui veduto, non si saziava mai del riguar-
darlo; e cos delle bellezze della natura diceva esser egli vene-
ratore. Quadrupedi, uccelli ed altri animali splendidi di bellezza,
diceva degni d'amore per essere cose egregie quelle che da
natura si largirono di grazia.
Mortogli il suo graziosissimo cane, scrissegli l'orazione fu-
nebre.
Tutto che dall'uomo fosse stato fatto con ingegno e con
qualche eleganza, l'aveva per quasi divino; e tanto conto faceva
CXVI
re expositam melu storam fackbat, u t etiam malos seriptores dignot
lau de assev erar et. Gemmi*, floribu s, ac locis praesertim amoenis
v isendis, nonnu mqu am ab aegritu dine in bonam v aletu dinem rediii.
Ore porrecto, et su bafflicto qu idam incedebat: Huic, inqu it,
sua olet barba. In insolentem, et irridentem: Scis tu inqu it, ut
solent quidem apte fiere, qui rideant inepte? In eu m qu i su a
prolixa gloriaretu r barba; sordes, inqu it, pectoris per quam belle
subintegit* Ex v erbosi ore teter flatu s in eju s os effu ndebatu r ;
ilk se finxit casu starnu tatu ru m, atqu e et quidnam causae est?
inqu it, quod solem starnutabundi aspicimus ? Risere amici, et di-
spu tatione hacjocosa v erbosi historiam interru pere. Roganti lev is-
simo cu idam, qu id ita simu lacru tn fmodsset ore aperto? ai cantet,
inqu it, ubi ipse saltaveris. Cu m lau daretu r qu idam, qu od diligens
animadv ersor esset, et scriptoru m errores pr qu oqu e sev ere col-
ligeret: num, inqu it, bunc video, unde sii erroribus refertissimus.
Hellu onem conspicatu s, qu i qu idem esset ad egestatem redaetu s ;
non, inqu it, hos physici novere, homines ex crapula famescere. r
Tu midu m qu endam, et piane morosu m despectans dixit: bonu m
hu nc sibi v ideri mu sicu m, qu i qu idem ex v estigli complexione exci-
tatam harmoniam parv is au ribu s gradiendo capesseret. Cu idam
procacioriy cu i esset pollicitu s nu mos, cu m au reos rogaret, u nde-
cim connu meratis nu mis: alium, inqu it, si addidero, solidum de-
dero, qui numos promisi. In qu endam pingu em, qu i esset mu lto
aere alieno astrictu s, sic, inqu it, et saccus quidem istboc paclo
fieret turgidus : multa capiens et nihil reddens. i n inv idu m et
maledicu m: at enim, inqu it, horrendum canit noctua. Cu idam,
qu i su ae su perbiam u xoris detestaretu r : neque irasci, inqu it, no-
sti, neque irridere. In familiaru m inertem, et somncu losu m ro-
gantem, qu id ita esset, qu od su is tectibu s hiru ndines non nidifi-
carent: minime, inqu it, mirum; nam istic algent homines.
GXY1I
di cosa esposta con qualche g r a z i a , che anche i cattivi scrittori
aveva per degni di lode. G emme, fiori e- speeialmente ameni
luoghi vedendo, sovente da malattia lo restituirono a sanit (*).
(*) Npn si volgarizzato il seguito, perch oltre il non contener
cosa da sapersi spettante alla Vita di L. B. Alberti, ci persuademmo
ancora che nulla avesse che fare con ci che gli va innanzi, e che gli
fosse con poca critica appiccato da raano posteriore. O se anche s'abbia
a credere essere uscito dalia stessa penna che scrisse il rimanente, non
si vorr negare che tati'altro luogo che qaesti dovess' essere original-
mente II 800.
CIVIII
Ex gibbosi cuiusdam delatoris dorso ad se proficiscenU talpamjam
tu m surgentem affuturam dixit. Quosdam ex Magistratibus im-
probo* a porta propere exeuntes conspicatus: bene, inquit, sese
res habet, quando quidem isli effugiant. Macie confectum homi-
nem quendam salutans, salve, %nquit
9
sai.... Importuno et plurima
petenti: o, inquit, mi homo quantam altulisti negandi facilitatemi
Facere ajebat Bononiae...., quod esset illa quidem pinguis civitas,
sed insulsa. In eum, quid eset claudus ; poplitem is, inquit,
per quam belle scalpit !
Usqoe hoc MS. ( sic In edltione Reru m ItaUcaru m ) .
CIX
N O T E
(1) A lotte queste minate e innocenti vanit, come non dire che
chi scriveva parlava di s?
(2) Chi scrive una vita di qualsivoglla persona* segno eh' egli crede
il suo soggetto degno di emergere almeno sa molti ; ed in questa persua-
sione, come ali'occorrenza di doverlo specialmente lodare, come dico,
restringersi in si limitate e modeste frasi? Nuova ragione che sempre
pi ci conferma che l'Anonimo era, per noi, Leon Battista stesso.
(3) Nota la modestia di quest'altra espressione e di', se mal sospet*
tasse chi credesse nell'Anonimo lo stesso Leon Battista.
(4) Se forse non fosse stato l'Alberti stesso che scriveva, chi si
sarebbe potuto tenere di non dir qualche altra parola su questo lavoro,
che sebbene scritto dall'Autore non ancor di vent' anni, par fece nel
mondo tanto strepito?
(5) II MS. (dice II primo Editore di questa Vita in una sua nota)
ha In facda alla parola opu tctdu m la sigla S, forse in significazione di
tcWcet.
(6) O ci si dica se questa si evidente e minuta descrizione di un
male d'altronde non comune, anzi raro, poteva farsi da altri che II male
stesso non avesse provato?
(7) Anche tutto questo periodo contiene in s tali note da convali-
dare sempre pi il sospetto che l'Anonimo sia l'Alberti stesso.
(8) Questo Paolo Medico Paolo di Domenico Dal Pozxo To$caneUi
fiorentino, 11 quale nel XV secolo fu medico, filosofo, astronomo e ma-
tematico insigne.
cxx
I V .
Lettera di POGGIO BRACCIOLINI a LEONELLO D ' E STE , cui svela
l'Autore del Filodossio. Dal POZZETTI , pag. 10, seconda
numerazione del suo pi volte citato Elogio latino di Leon
Battiate.
POGGIUS 8. D. Insigni Equiti LEONELLO ESTENSI.
Baptista de Albertis v ir singu taris ingenti, mihiqu e amicis-
, simu s scripsit fabu lam qu amdam, qu am Philodoxeos appellai,
su mma ekgantia, oc v enu stcUe. Eam tibi dicav i!, u t in tu o no-
mine edatu r, qu od et sibi dignitatem adlatu ru m pu tat, et au cto-
ritatem. Sscipies igitu r fabu lam, caru mqu e habebis id mu nu s,
qu od proficiscitu r ab homine penitu s tibi deditissimo. Nam certo
scias v elim, Baptistam nostru m tam esse erga te affectu m bene-
v olentia, qu anta esse potest, maxima, cu i si respondebis in amoris
officio, ineitabis alios ad te ornandu m Utteris, atqu e excolendu m.
Hoc nequ aqu am existimes paru m conferre ad gloriam consequ en-
clam. Solae enim litterae reddu nt hominem apu d posteros immor-
tdkm. Vale, et me ama.
Bononiae die xii Octobris.
Illus. D. LEONELLO ESTENSI. LEO BAPTISTA ALBERTUS.
Consu ev ere pleriqu e scripta su a ad prindpes, et v iros illu s-
tre* eam ob rem dedere, qu od au t grattarti inire, au t stis eo poeto
rebu s aliqu am adiicere au etoritatem stu du erint: Mihi au tem,
qu am ob rem ad te principem illu strissimu m, nostram hanc fa-
bu lam deferri ju berem, horu m nihil admonu it. Nam cu m fratris
tu i Meliadu sii v iri hu manissimi
9
et qu i mihi optima semper stu -
CXXI
piane sm amcissimu s : non er^m qu idem tam ineptu s,
u t canfidarem, te magis fabu lis omeri meis qu am fratri* lu i aman-
tissimi iu dicio et v ohmtate, Nequ e lau di* eu piditate addu cebar,
Ut alio malem qu am ipso Meliadu sio, cu i atro earissimu s, apyd
te u ti interprete, Tu m, et eoru m institu tu m non approbabam, qu i
se ationyn su ffragio, qu am propria v irtu te hanestos (ore eu pianf.
Qwe, et si mihi v irt* non tanta sit
9
u t non tu a nobis si ac-
cesserit mctoritas plu rimwn sit adiu menti adlatu ra, tamen anti-
qu iu s apu d me fu it; cu m mu lti amicissimi hanc a me fabu lam pe-
terent, u nu m te pratferre, qu em nostro esse dignissimu m mu nere
iu dic#rem. JZt tibi qu idem spero hanc co fu tu ram non ingratam,
qu o in <fc* intelUges me magis explicandi amori*
9
qu o su m mirifice,
ob tms v irtu tes in te praeditu s
9
hanc tibi misse fabu lam, qu am
ornandi mei. Tu igitu r hanc perleges, et me tu u m esse v oks. Yak.
COMMENTARIUM
PHILO D O XO FABULA.
LgO B4PT. A L BE R TI ;
fabu la per$inet od mores
9
docet emm stu diosu m, atqw
hminm, non mnu s qu am div item, et fortu natu m
rm adibisci. Idcirco tiiu lu s Philodox^eos fabu la* est.
philo amo
9
doxa nero gloria dicitu r : huius boxe soror,
w; qu #m eamdem latini, proximo meabu lo, famam mmeu -
t Hot qu idtm, qu od /tornarti omnes historiae fu isse gloria*
twtsntu r, merito amba* esse matrona* Romanas fin*
gimu s. Amiws amanti* Phroneus: qu em eu mdem sapientem, a*
A L BE R TI , T. I . p
CXX1 I
pru dentem possu mu s appellare. Nam qu isqu is gloriae cu pidu s sit,
hu nc non impru dentem, sed admodu m in rebu s gerendis callidu m
esse oportet. Atkenienses ambo, qu ia Athenae artiu m bonaru m et
optimoru m stu dioru m inv entrices atqu e alu mnae fu erint. Tu m
Philodoxo adolescentiparentes Argos et Minerva, qu oru m alteru m
prov identiam, alteru m stu diu m et indu striam interpretamu r. Ty-
chiae qu idem, qu am eamdem nos fortu nam nominamu s, incostanti,
et nu lli coniu giu m serv anti, qu andoqu idem illa istiu smodi maxime
ingeniis delectatu r, adoptiv u m temerariu m filiu m Thrasone, et
Au tadia natu m dedimu s. Thraso au tem au dax et tu midu s est
Au tadia insolentia arrogantiaqu e dicitu r. Serv u s fortu nae Dy-
nastes hu nc nos tyrannidem potentiam v ocamu s. Nam haec
praesertim qu idem fortu nae su biecta est. Doxae v icinu s Auphto-
nus, Tychiae libertu s div itias et copias demonstrat, qu ae pr-
xime ad gloriam propagandam facu ltatem praestent: Sed, qu o
libertu m esse illu m v olu i, perqu e fallaciam aedes eiu s ingredi?
Id piane docet ab indu slriis qu oqu e div itias occu pari ; sed esse eas
primo adgressu difflciks. Tamen postea se se faciles praebere:
v eru m esse infidas, atqu e a du ris possessoribu s illieo didicisse au -
fu gere. Doxam inqu it palam atqu e pu bblico v elie cu m amante
colloqu i. Id affirmat v eram gloriam fama comite, affectare cele-
britatem atqu e odisse solitu dinem. Chronos tempu s est; eiu s fi\a
Alethia, qu ae apu d latinos v eritas nu ncttpatu r. Haec in tu mu ltu
praesens omnia spectav it. Doxa su premu m fastigiu m conscenderat
9
qu od ita prorsu s ev enit iis qu i, non stu dio et indu stria adiu trice,
sed temere procacitate qu adam, atqu e au dacia qu idpiam etiam
dignu m... (sic) gloria exequ antu r : Namqu e hi non v eram gloriam,
sed fortu nae adminicu Us, famam u su rpante Alethiae adserv atrix
Mnimia ; haec est cognitio et memoria, qu ae et Phronei u xor est
Nam si stu diu m cesset, memoria res cognitu pretiosissimas denegai.
Idcirco antequ am Doxa amanti adiu ngatu r, memoria stu dio
restitu itu r. Deniqu e datu r amatori legittima u xor, du m petu lans
CXXIlt
fortu na dari fUio raptam or asse t. Qu am iibi rem tempu s hau d
qu idem concessa libere, at non denegav it tamen. Su nt et pkraqu e
aUa, qu ae saletn habeant, eo brev itatis cau sa proetereo. Itaqu e
nostra, u t docu i, fabu la materiam habeat non inelegantem, nequ e
qu am ab adu lescenti, non maiori annis XX editarti, qu ispiam
doctu s minime inv idu s despiciat. Tu m et eo eloqu entia est, qu am
in hu nc u squ e dem docti latinis litteris omnes approbarint, atqu e
u squ e adeo esse antiqu i alicu iu s scriploris existirnarint, u t fu erit
nemo, qu i non hahc ipsam su mma cu m admiratione perlegerit :
mu lti memoriae mandarini ; non pau ci in eo saepiu s exscribenda
plu rimu m operae consu mpserint : hic locu s admonet u t recitem qu o-
nam poeto meam esse ignorarmi. Mortu o Lau rentio Alberto pa-
tre meo, cu m ipse apu d Bononam iu ri pontificio operata darem,
in ea disciplina enitebar ita proficere, u t meis esserti carior, et
nostrae domu i ornamento, Fu ere inter meos, qu i inhu maniter
nostro jam jam su rgenti et piene florescenti nomini v ehementiu s
inv iderent : qu os etsi iniu stos, et nirniu m du ros in dies eoeperirer,
tamen nequ e odisse poteram, nequ e non diligere, qu ippe qu i illis
omnia mecu m licere arbitrarer. Tu U igtu r illoru m in me hu mani-
tatem (sic) animo non iniqu o et magis officii et hu manitatis qu am
iniu riaru m memori, qu ood ipse piane coepi omnes meos, ad eoru m
gratiam, et beniv olentiam mihi conciliandam, esse conatu s irritos,
atqu e inu tiles. Idcirco hanc, in eo, qu o tu m eram constitu tu s merore
incommodoru m meoru m et acerbitatis illoru m, qu ibu s, u t essem ca-
riar, omnes boni desiderabant,consolandi mei gratia, fabu lam scripsi.
Qu am qu idem inelimatam, et penitu s ru dem familiaris qu idam mei
stu diosissima su bripu it, fu rtimqu e illam horis pau cissimis qu arti ce-
lerrime transcripsit. Ex qu o factu m est u t ad meas mendas, scribendi
istiu s festinatione, mu lta v itia adiicerentu r. Fecit tamen eiu s, me
inv ito, copiam v u lgo, apu d qu em, librarioru m imperitia nimiru m,
omnino inconcinna reddito est. Qu ae enim inepte scripta aderant,
ea qu isqu e pr arbitrio interpretrabalu r. Nequ e defu ere aliqu i,
c n i Y

nostri magie ingenti conscii, qu am amatore*


f
qu i, qu o iteam ette
su spiebahtu r, eb mu lta obscma interseru erint. Itaqm pu triti* et
inelaborata corru ptaqu e fabu la, du m meam esse ignorarent, tanto
fu it inpratio habita u t nemo satis comicis delectari pu taretu f, cu i
Philodo&eos p&ru m eeset familiaris. Qu am ego fabu lam, cu m eo
piacere, et passim a stu diosis expeti qu o v etu sta pu taretu r> intek
ligerem; rogantibu s u nde illam congessissemu s, per commentu m,
persu asimu s ex v etu stissimo illam esse Codice excerptam* Facile
omnes adsentiri. Natn> et comicu m dicendi genu *> et priscu m qu id-
piam reolebat * nequ e difficile creditu etat adu lescentem Ponti/Mie
Sv riptis occu patomi me ad tmni eloqu entim lau de abhorrerei Ak
qu od, per kaeetempora, non eiu smodi trigere ingenia arbitmbaniu r.
Tamen, ne meas lu cu brationes perderemo adieci prv emiu m, in qm
et stu dia et aetatem, et reliqu a hat de me omnia aspersa (*) esee
v oltti ; %tt si qu ando libu isset, nostram liqu ido esse, qu od fecithu s,
v indicarefnu s. Deniqu e annoe decem v agata est, qu oad e stu dii*
pontificiis, au reo anu lo et flamine dofUxtu s, excessi. Cu m emtem
ad haec stu dia phihtophiae rediissem, haec fabu la elimatior, et
honestior, mea emendatione, facta, qu od eam, qu asi post liminio,
recu peratimi inv idia effecit u t minu s placeat. Et qu am omnes >
etsi obscenam et incomptam, cu pkbant, eam nu nc pau d su nt,
qu i non v itu perent* 0 Umporal Sd si qu i simt, qu i nastru m
ingeniu m, au t ehqmntiam, qu ampridem maximo opere lau arata*,
modo reprehendant, ii prrfecto, au t su u m pristinwm iu div nm
v itu perant, ma dedarant qu am sint natu ra inv idi
y
atqne ine**
stante*. A qu ibu qu dem, si qu id hteserint, satis poenae ex eonftfe
inv idiae stimu Hs su mpsimu *. Sin atttem laesiste nequ eu nt, parti
eo* possu m facert>, u bi me boni, ob eoru m improbitatem potit
ameni
y
qu am redargu ani. Nu nc au tem, o stu diosi, qu i v estrtim
operam m colenda v irtu te, non in alioru m cu rsu interpellando,
(*) Csi il Codice E stense ; ma forse doveva dire aperta o eoeprma.
cxxv
ponitis, si offkii est, ingenite hu iu smodi non inertibu s', ncqu e
desidiosis (av ere, v os precor atqu e obtestor, v estram imploro fidem,
et sanctissimam litteraru m religione/m, defendite v estru m Leonem

Baptislam Albert uni, stu diosis omniu m deditissimu m ; defendite,


inqu arti, me ab inv idoru m morsibu s, u t cu ra per otiu m licu erit,
bona spe et v estra approbatione eonfirmalu s, possim pacato animo
alia hu iu smodi, atqu e non inv ita Minerv a, longe in dies malora
edere, qu ibu s et delectari et me amare v ehementiu s possitis. Este
felkes ().
(*) Tanto la Lettera a Leonello che II Commentario al Filodossio,
sono estratti dalle, pag. I l , 12 e 13 della seconda numerazione dell'Elogio
latino deW Alberti altre ?olte citato, scritto dal POZZETTI , al quale furono
mandati dal Tlraboschl che ne 11 traeva dal Codice E stense, che oggi
conservatisi nella ducale Biblioteca di Modena, ma avendo avuto cura di
nuovamente farli riconfrontare col detto testo, lo che si compiaceva di
graziosamente eseguire il chiarissimo Sig. Cav. Galvani, Probibliotecario
dottissimo della medesima ed Accademico delia Crusca; laonde vogliamo
8in d'ora gliene sleno riferite pubbliche grazie. II Cod. Estense
segnato N. 2. MS. VI. A. 12, ed lo stesso da cui fu preso 11 Filodossio
che ora stampiamo.
PHILO D O XIO S
L E O NI S BA P TI STiE ALBERTI
FABULA
IAM SUB L BP I D I ANTIQUI COMICI NOMINE PERVAGATA
AB A NI C I O BO NUTI O
MEDICO DOCTORB
E X ORIGINALI ATTESTINO NDNC PRIMUM BR UTA
ATQUK
SUO ADCTORE RESTITOTA
etti*
FORTUNATO ex nobili gente FORESTERIA , Phani
Caesaris, Soci et tis Jesu Mutinae presbytero,
A NI C I US BONOTIO S. P . B.
En tandem, FORTUNATE prestantissime, praelo commissu m
v u lgatu mqu e P hilodoxeos. Percelebris fabu la imperfecla u t
scis, Karolo Aretino
9
ab Eybo in su a Margarita XV secu lo
jam gratu ito concessa, et ru rsu s $u b$equ enti
f
Aldo Pau ii filio
editore, L epidi, antiqu i cu ju sdam comici, nomine, Lu cae lypis
excu sa (etsi tu nc integra, cu lpa nempe codicis qu o eru ta,
plagu lispene inu merabilibu s foedata), nu nc demu m ac primu m
e mendis detersa, atqu e Leoni Baptistae e clarissima Alber-
toru tn familia Florentiae, certo au etori, restitu la, Tibi nu ncu -
patim prodit, et merito. Nam tu a praesertim solicitu dim
ac gratta, non solu m Mu tinensiu m PRINCIPIS mu nificentia
archetypu m regia Bibliotheca adserv atu m nobis transcribi
obtinebas, sed operam etiam dabas, u t Iohannes equ es Gai-
vanius eiu sdem Bibliothecae Praefectu s doctissimu s hu ma-
nissimu squ e, amanu ensi, qu amv is optitne experto, praesset, u t
nil in re magis desiderandu m, nostra editio caeteris praestaret.
Qu am ob rem, du m Tibi gratias habeo qu am gratissimas,
et, tu o officio, sic equ iti praeclaro, opto, tu u m in Gymnasio
primis literaru m lu dis aemu lu m, atqu e conciv em, semper,
sicu t et ille te, ames. Vale.
Florentiae, IV Kai. Decemb. MDGGGXLIII.
A L BK R 1I , T. I .
PERSONA.
P HR O NE US.
A P HTO ND S.
D YNA STE S.
FO R TD NI US.
P HI L O D O XUS.
D O XI A .
P HE MI A .
MNYMIA.
A L E THI A .
CHRONOS.
TYC HI A .
INCIPIT
F A B U L A P H I L O D O X E O S
LEONIS BA P TI ST^ A L BE R TI :
LBCB
ARGDMENTDM.
Philodoxeos atheniensis, adolescens Doxiam romanam civem
amat perdite atqui habet, fide optima et singulari amicitia,
coniunctum Phroneum, qui cum sua consilia conferat. Dat operam
Phroneus, amici causa, ut Aphtonum libertum convicinum amatae,
beni volenti a sibi ad?inciat. Homo (idem prestai rebus defuturum
se numquam. At interina Fortunius civis insolens adolescens, Dyna-
stis suasu, hanc ipsam Doxiam cupere occipiens, lepidissima Phro-
nesis astutia depulsus e s t , quoad amans, non nibil verbis se se
comendatum fecit mulieribus. Denique irrisus Fortunius, adole-
scens per vim aedes ingreditur, Phemiam sororem Doxiae rapit.
Tandem Mnymia ancilla cum virum suum Phroneum compe-
risset atque Tychia Fortuni mater, precibus exorarunt, ut Chro-
nos excubiarum magister omnia componeret. E x quo , hic ra-
ptain tenuit, bis vero amatam duxit.
SC E NA I.
PHRONEUS.
Et merito superis gratias habeo, quod me hoc etatis libere,
atque ut volo, sinunt degere. Quanto enim sum hoc felicior qui me
huo (Jimisit Nullis ego, ut ipse omnibus afiDictor euris, quas forte
CXXXII
ut assolet animo nuiic denumerat suo. Enim sic debueram,
hoc fecissem, rccte instituerara ergo id forte dixerit sane istuc
ispum erit; at nolira; at maio, quin veto, dii bene vertantt Merito
ergo Diis gratias, quoniam vivo ut volo, quod quidem primum,
libertatis est munus. Atqui profeclo graviter ejus causa animo
afficior. Video namque ut perdite amet, ut timeat, ut expectet.
Enim et quis hic est cruciatus, qui quidem animum et Irudat,
et scindat, et agitcl homines ? Curavi me hercle hoc tantum
furoris ab aegroto animo extirpare: at nihil minus: malum
quidem hoc jam radices dedit nimias. Sed proh deum! quid hoc
monstri est hominem, quod alium amet sibi ipsi admodum esse
inimicum ? Haec vero maiora procul dubio tormenta sunt quae
amans sibi ipse afferai, quam quae ab inimicis deveniant.
Amantis animus numquam tristi et cura et soUicitudine va-
cuus est. Recte igitur mecum disceptare soleo, qui major faror
s i t , an is quo Mars agitai, an is quo Venus inficiti Vehemens
in ulramque partem mi hi , et anceps ratio est. Sed illum con-
stai hunc nostrum in dies magis fieri ex amore furibundum.
Et quam acurate, quam praemeditato hoc me iussil negotii con-
ficere. Haec dixit: nosti quod le diligo, et nosti angiportum
ubi operam omnem, diem omnem, meque omnem contrite
consumoque miserum ? Istuc i t o , ac si quid videris, sive quem
transeuntem speculator. Ibi directo, ad laevam, quasi aedibus
amatae coadiunctum hostium esl semifractum ab esum ymbri, ubi
statua Plutonis constituta est. Mdes ille multo mihi comodo esse
poterunt, dum in illis familiaritatem, qui inhabitat, nos inserpiat
Est ut hominem convenias, teque amico, et vitae mae amicum,
ac veluti vitam prestes. Hinc haud coramoneo quiquam, nec
dum impero, tu te sapis ci frugi cs. Hominem ut agnoscas
huc advorte : est fuscus barba, et capillo prolixus, claudicans,
quasi caesius. Itaque ille haec di xi l : Tum ipse abii, huc ac-
cessi iterum atquc iterum : bis quesivi pervolitans omnes vina-
rias tabernas: et nusquam hominem. Hic ergo fessus operiar
CXXXII1
dnm forlasis redeat. Sed quis est qui huc inter eundum inter-
loquitur? ipsus enim vero ipsus est.
SC E NA II.
APHTONUS, PHRONBCS.
Apht. lam ut mihi persuasi fore, ita evenit. Nam quo studeo
illis obsequi foenerariis, eo iterum studeo servitutem consequi.
Durum sane genus hominum qui quidem ubi suum male sibi
fraudent genium, sibique victum discarpiunl pexume ! Quid censes
atiis facturos dum queant forc ? Neque enim illis fas est nostro
opere cuncta quae sint ad rem domesticam et sumptum sup-
peditaricr, quin velini me iterum in servitutem redigere. Coecus
.sum fateor, claudus sum fateor: at non ita quin et viderim et
abfugerim oportunc. Sed quis hic sedit homo? Forte ne ex
illis quispiam me ut intercipiat miserum ? Quis tu? et qui
hic? Audin? quo te admoves? Hoc tibi edico fieri, libero iniuriam
quae fiat mihi homini omnium memori et vindici. Audin? sum
ipse Aphtonus, fui Thychiae famulus, nunc ejus ob gratiam et quia
bene de se meritus sum, quia cuncta facio ejus ex voluntate et
Bententia manu idcirco me in libertatem demissum. Audistin?
iam liber sum et te liberior l i bero, dum hanc habeo et liber-
tatis patronam et iniuriarum refugium, ne me proterve te-
tigeris: hoc edico, ut tuo tibi cavcas dorso, ac nequid tuae
confidas le meritati.
Phron. Proti deum! quam mihi provinciam delegavi!: non
eaim magis cupio quam timeam rem ex sentcntia posse suc-
cedere.
Apht. Et herclc praeter viri boni officitim agitis, dum ita
infesti eslis in me qui studeam cunctis, et praesertim vobis me
me in benevolentiam subdere. Numquid nam hoc e vobis meo
cxxnv
beni 6 e io comeritus suro, ac si elaborarim saxa ut liquefacerem,
et lateres ut lotos redderem ! Duri estis: obsequio apad vos beni-
volentia dissolvimi-, non iungitur.
Phron. Volo ego te.
Apht. Me? at me ne contingas ne me comprebendas: erit
hoc mihi pr vi et iniuria.
Phron. At volo inquam.
Apht. At nolo inquam : hem ! quid manum invehis? o popu-
l ares, opem, opem afferte, accurite, succurrite; s i ne, inquam,
ne me detentes.
Phron. Quin hoc animo e s ?
Apht. Quin et vos desinitis iteratis iniuriis me et timi-
dum et suspectum reddere?
Phron. Ausculta paucis : volo ego te scire, me virum et
tibi affectum esse.
Apht. Quam ob rem, quid in te abmisi ut ita detractes ?.
ut male hoc mihi studeas misero.
Phron. Dico me erga te optimo affectum esse animo, non
secus quam qui te unice diligunt.
Apht. Neminem habeo in quem tuto fidendum arbitrer.
Novi ego recte et a et te et usu mores hominum captar i amici-
tias, ut ex amicitia quasi ex fundo, fruetus vel excipiant vel
expectent: verbisque emi operas et operas, vendi praemis. Haud
quidem convenit te illi amicum esse in quem dolos fingas. .
Phron. Ah! bone vir: ego, dum tua pr gratia liceat, volo
tibi esse honori et commodo quamplurimo. Neque enim deoet
palam timore omnia quae ipse dubites, tum parum conducit
semper in metu esse rerum earum quae, casu non raro eve-
nire soleant. Nam sepe incidit ut quae heri saepius ac facile
feccras, cadem hodie perquam raro possis. Spondeo tibi hac
destra fidem, diis testibus, ac tua virtute, quam quidem velim
forc amicitiae nostra frmum perpetuumque vinculum.
Apht. Quis tu nostin me?
cxxxv
Phrtm. Apbtonas es amicorum amicis amicissimus. Ergo
praebe operam, obsecro benivole, te paucis, ut adloquar.
Apht. Loquere.
Phron. Audiyi semper amicos et viros optimos qui moribus et
ingenio polleant, si m pii ci et aperta amicitia adeundos esse: itaque
aperto adloquar, eo quia te fidum et probum semper audi?erim.
Adolescens hanc tuam con?icinam amat Doxiam : ea, ut opinor,
baud egre id fert: neque enim invenustam, neque interraro se se
offer. Caeteris, in rebus, ut conjectura valeo, utitur arnantium
officio. Is quod plus nimio hanc amet, quodve plus satis honori
inserviat suo, cuperet lares tuos sibi admodum esse familiares,
ut inde absque plebe, et fama oculos usque adeo depasceret suos.
Hoc solum et hanc ob rem, ego illum, et sua, et me me, tibi dedo
et dedico, ut tuo pr jure tibi morigeri simus: hanc facilem ob
rem, amplam et promptam in amicitiam jus tibi praescripseris fir-
mum, atque perpetuum unde utilitatis et praesidii nominum as-
sequaris. Habemus namque, superum gratta, nostroque ex labore,
et industria, cum beniyolos, tum familiares atque amicos non-
nullos, quos re prospera et adversa nobis optimos et uti deceat
frugi et experti sumus: qui quidem pr nobis, et pr qui nos
ament, neque rebus, neque si deceat vitae, parcant suae. Non
erit ut inposterum eos illos foenerarios tibi inimicos quanti
facias : et cave hac in re esites tuam erga nos faclitatem expe-
riri. Fatis interdum res optime dantur, inlerdum adtroduntur
mortalibus, interdum tantum demonstrantur. Quae mostrantur
nescio quo pacto ea nimio opere nimis accurate petimus : quae
vero truduntur orani quasi opera abnega mas. Tum erit, crede, hoc
tuum beneficium viro non indigno tibique postac amicissimo pe-
roratum. Volo omnia aperte adloqui : is haud est civis romanus,
sed athenieuns, somma ex familia, cuius parentes rgos et Mi-
nerva. Accessit huc ut rerum plurimarum visu fieret doctior: ne-
que id tamen adeo ut se indignum hisce parentibus in res dederet.
Sed nescio quo fato cum hanc adspexit illieo, amare occepiU
CXXXVI
AphL Est ne is quem ?idi istahac sub* angiporto saepius
inoperto capite candido palio ? An vidm tecum ?
Phron. Ipsus.
Apht. Et bonae indolis me hercle I
Phron. Et macie virtutis.
Apht. Dii bene ili is faxint ut cupio et tibi ut vobis velia,
quoniam digni estis eorum gratta, et meo obsequio.
Phron. Ah ! bone vir, cedo manum hoc edepol neque inju-*
ria, de te persuadebamus, ergo iube ad te ut veniat, tu ut
virum agnoscas, ipse tibique gratias agat ut habet pr tanto
merito.
AphL Velim majora, sic illi dicito: Aphtonum aedes ha s ,
et quid possira, pr suis ut habeat. Sed est ne hora ut edamus :
mecum eris in caena. -
Phron. Semper sum tecum animo, eroque alias corpore, ut
iupseris. Jam bene vale. *
SCENA III.
DYNASTES, FORTUNIUS.
Dyn. Sic se habet res, ut videris non polerit secus, quin
meam in sententiam facile incidas.
FOT. Est ne forma? >
Dyn. Forma quidem et mori bus, ut nihil addi, nihil optari
amplius possit; ut vel formosiorem, aut sane simillimam hanc
Veneri dijudicem. Decorum caput, venusta facies
r
aspectus illa-
ris, tura ineessus, modestus denique habitudp, motus, verba,
gestus eiusmodi sunt quos in matrona et ci ve romana laudea,
For. Nimis cupio hanc ipsam videro.
Dyn. Faxim ad idque operam jam nunc par:'
For. Quid ila?
Dyn. Quia has propinquas, ut vides, superbas aedes ea
inhabilat. -.
C XXXYl l
For. E t qui poter unde alloquar?
Dyn. Hoc scias velina: maturate atque attemperate, omaia
ut flant opus est. Praebe te ut videat v i r um, Dee impudicum,
nec immundum, nec lasci?um pr i mo , tum ut ooscat et gestus
et mores t u o s , teque primo cum l ubens, tum expectato ut vi-
deat: demum loquere, enarra. Postrema haec munera ab his qui
amant, ut dijudicantur, ita sunt maxi ma, quae et si permioima
esse forte quis censeat, haud deceat tamen ea ab ignoto expetere.
Curabimus igitur primo illam ut videas.
For. Tum hoc tu e x me non igoores velini : namque stat
quidem sententia. Non i s ipse sum qui umquam adduci possim,
ut assiduo* has porticus exarans , operam et impensam ociose
perdam.
Dyn. Domum tu qualem te philosophum praebes.
Far. Profecto quid vis in me quam iroperium foemine
qaeam perpeti?
Dyn. Non nosti, adolescens, ergo quid sit amor? Tollit amor
fastus omnes e x ani mo, atque humilem reddit.
For. Utrum ne hoc parum novi gravissimo in moerore ver-
sari e o s , qui hanc sibi amoris roiseriam animo obfirmant, quod
facere plerosque video ut liberi servitutem non inviti serviant.
Equidem praeter viri officium est, non omnes odisse mulierculas
porro, quibus tamdiu sumus in gratiam amantes, quamdiu nostra
id coemunt dona, ut quae bacco et ioco ad superfluum usque
completa e s t , ea tandem in nos oculos dimoveat s u o s : atque
id qui dem, perparce, genus animantium pexi mum!
Dyn. Hoc quod dixti totum minus nihilo est ; habemus
namque unde tuto conspicias, et verba datatim comutes dum
lubeat.
For. Hem ! forte id aliquid esset.
Dyn. Habeo virum qui olim conservuus fuit, nunc mihi est
amicus opt i mus , a quo facile quaeque et si gran dia si nt ,
impetrem. I s , vi den, isthanc statuam ostiariam aedes illas
ALBERTI , T. I. r
CXXXV1II
possidet: bominem conveniam: dicam velie e x eius borto, at aliquid
dicam.
FOT E t ego una tecum.
Dyn. Minime. V olo enim te magni faciat, oretqufe ut in
gratiam se accipias tuam.
Far. Lepidum caput ergo ! . . .
D yn. E rgo deambulato: ego ingrediar, jam cum fores pat ent
Far. Optarne.
Dyn. Heusl heus ! et quis hic es t ? et quid fores patent?
at domesticus ipse s um, mihi semper patent : ingredior: salvete
lares.
SC E NA I V .
PHILODOXUS, PHRONBUS,
PhiL Haec mihi commeatio pr triumpho est : totum iter
hoc meum prae gaudio est. Nequeo ipsum me continere : quidquid
video iubeo salver ac si velina omnia hoc meo gaudio imparti-
rier. Sal vet e, etsi mihi satis iniusti forte s i t i s , salvete lares
optumi, quibus persaepe liceat divam et videre et audire hanc :
salvete vos s uperi , tuque alme divum pa t e r , gratias vobis habeo.
E t mi frater hoc tanto numnam exultas gaudio? l i b i etiam in-
gentes gratias et utinam condignas exoptatasque pr tuo hoc
tanto facinore referam. D ixtin certum hoc est inde eam audire
ut possi m?
Phron. D ixi audias, vi deas, ut loco et tempore l i cueri t
PhiL Proh deum 1 fortuna maximi te semper fecero si
aemper.
Phron. Fa c e : obsecro.
PhiL Sic oportet animo morena ut suggeram meo, sinam
prae gaudio se se ut diffundat decursitetque paululum.
Phron. Tace, tace inquam : videre visus sum insolententi
egredi ac regred, frequentarium nescio quem, e x amici aedibus.
CXXXIX
PhiL Hen eccum hominem!
Pkron. Huc accede post angulum aut columaam, ne nos vi-
deant: auscultabimus quid consiliorum coogerant.
PkU. Hei mi hi ! quam male illieo nostris rebus timeo.
Phron. Tace.
PhiL Hen et Fortunium : ab hioc dia ! dii !
Phron. Tace.
S C E NA V .
APHTOKUS, D YNA STBS, FORTUNIUS, PBILODOXUS, P BR O NE US.
Apht. Ubi ipsus est ?
Dyn. Iam nane a de r i i Sic decet amico mutuo ioter s e
convenire, ut liberali animo et consulant, et alternas operas re-
ferant velati nos ipsi inter nos facimas : Ubi nftllum potait
rectius, dari coosilium. Sed eccum hominem : salve ; oportune
advenis.
Far. Salvete.
Dyn* Si scires quantum is cupiat se inter libi familiares
ut accipias, illi merito amicus fores.
FOT. Bene vos dii ament.
Dyn. Narravi parentes, mores, virtutes, probittem caete-
raque t ua, ut potui, omnia.
FOT. D ii te ament ! . . .
Apht. E narravit omni a, sed si lubet di e, quaeso, qui vere
fuere parentes libi.
FOT. Thraso e t Auadia*
PhiL Perii ; ipsus est hic Fort uni us, Tychiae filius est
adoptivus ; cui olim A pbtonus fui! servus, inde jam e x ea domo
mihi hoc praeripietur comodi : perii.
Apht. Te dudum aspiciens, tandem agnovi : at salve : jam
ne recolis cum te parvulum gestabam e domo patris tui ad
nostram ?
CXL
For. Centies.
AphL Quam eras fraudicolusl... semper in barbamet capii*
los duriter coniiciebas manum.
Dyn. Semper te unice dilexit : ut lepide applaudebat ! . . .
Ha ! ha ! he !
Apht. Huc advertite animo: nunquam ego antea ex studio
hanc conspexeram convicinam; nam me domi nisi inter raro
comperio, et sat negotiorum habeo quibus me exerceam; ita dii
in proximum omnia vertant illis foenerariis, qui tanta astu-
tia fatigant me miserimi in servftutem redigere. Verum nuper
cuna domum redissem commessatum, accessit quidam exorans
hanc eamdem ob rem sibi aedes ut paterent meae. Spondi
operam, abiit amicum accersitum, cujus causa hoc impetravi!
gratiae.
Phron. Quis ille ?
Apht. Atheniensis, cui parentes Argos et Minerva.
Phron. Vidi hominem.
Apht. Post hoc accessi ad turrim, et parvum per foramen
vidi eam in superiori triclino fldibus concinentem versus de lau-
dibus Herculis serio, et divum. Ea aedepol visa mihi est forma
formosior Venere. Sed ad rem redeo, vos amo, tum nollem si
rcdiret.
Phron. Recte habeo caute id loqueris.
For. Ne vero timemus illos qui nihil habent praeter vitam,
quam abs cruce precario possidente
Phil. Dii te maio divitcnt 1 functus officio es ; tum pr-
fedo verba blactis, ut dignus es cui nihil proprium est, nisi lin-
gua isthac foetida, pexuma quae in deterius in dies convalescit*
Phron. Tace: in aurem consilia conferant.
For. Minime eos metuo.
Apht. Nostin ?
Dyn. Pulcre.
For. Quid dixti?
CXLI
Dyn. Dixit illos se velie verbis oppletos et spe usque
adeo delibutos abiicere ab se.
Phil Perii: nullus amplius sperandi locus nobis relictus
est Tritum qaidem proverbiarli: integra cam fide tata spes
cohabitat, postea vero quam fides disrupta est, spes intereat De-
cesse est.
Phron. Et tritoni hoc est, quia quod tritum aimis est haud
saporem habet. Tace bono fac sis animo, quodque iter suum
habet exitum.
Pkil Hei mihi !
Phron. Tace,dunahabeo argutam astutiam ha! hai hel O dii
quid paro 1. . .
Phil Quid agis, quid ineptis, cur te deturpas tam immunde
luto? Dii testes, insanis ?
Phron. Hen ! quid nam at lacernam.
Phil. Eja insane quid adyolvis cruri?
Phron. Ut taceas atque videas quod si intelligis licere,
advola.
PhU. Quo is ?
SC E NA VI.
PHRONEUS , DTNASTBS , FORTUNIUS , APHTONUS , PHILODOXUS.
Phron. Hei mihi !
Dyn. Quis hic plorai?
FOT. Quid Ubi vis ebrie?
Phron. Sic operam expectabam ut dares.
FOT. Enim ut ebrus est, non se substinet.
Phron. 0 coelum ! o dii ! opem oro o me miscrum !
Apht. Surge ne lacrima.
Dyn. Quid habes?
Phron. Habeo animam inter dentes et labia.
L I !
For. Porro loquere quid hoc e s t ?
Phron. Sc i e s , quaerebam P hilodoxura, dum itaque appro-
pinquo, hei I doleo totus prae ictu.
Phil. D emiror quid nane animo is fabrcet suo.
Dyn. Quis percussit?
Phron. Dicam namque in foro Legati e x Affrica bene re
gesta cam pompa, nane c am fransirent, seduxi me ut eam ipsam
pompam spectarem, quam t u , quidam triumphum esse diceres.
Nam illic tibicines, c u r r u s , e qu i , leones, paoterae, res denique
mirae atque innumerabiles quae videre longe opere praetiom e s t
Interea putus cabalhim effirenum acri ter virga et calcibus con-
c ns s i t : nescio rem ut duxerit hoc ipse aperto novi c r as mihi
semifractum esse.
For. A t , qui L egati ?
Phron. P e xi m i . . . .
Dyn. E x A f f r i c a ? . . .
FOT. E t sunt panterae !
Phron. Utinam sic illis adsit perpetuum cordolium.
FOT. P anterae, proh dii ! quam cuperem vidisse....
Phron. Nolim isthac lege si te amo : verum si presto ieris
etiam videas. Mihi vero tam care cordi est ea vidisse ea vi-
disse quam constitit ibi adfuisse.
Dyn. Quo me trahis? quo properas?
FOT. E O dum panteras, equos, tibicines; pantheras eo dum.
Dyn. Majori etiam in re animo satis obsequar t u o : i : prae-
sequar.
FOT. Quod nobis iter tenendum e s t ?
Phron. Recta t e , ac recta versus forum, namque aerm vo-
cibus et tumultu opplent ut procul audias.
FOT. Sequere panteras.
Apht. Hercle graviter fero tuum hunc casum.
Phron. Hui 1 quam dure pertractas : pe r i i , mihi profecto
numquam hoc totum latus erit liberum.
CXM1I
Apht., Care istuc Ha censeas, bonos i s a ni mo : namque hic
in tonstrina est Climarcus et bovum et quadrupedam omnium
atqae hominum quoque suo pr oflScio medicus singularis.
Phron. Tibi ami cus?
j
Apht. Ma i i ma s .
Phron. Quid stas tibi dicon.
PhU. Meo vocas?
Phron. Poi quidem.
Apht. Cui dicis.
Phron. A ggredere.
Apht. D ixtin mihi ?
Phron. E nim cur non pergis ad medicum: intro, bei miseri
Apht. Quid intro ? oimirum bomini bui e ob dolorem meos
ddi r a t
Phron. He n! introduca* medicum.
Apht. Quis introivit domum ?
Phron. Te preoor bominem aecersito.
Apht. Quis introivit hasce aedes, oamque sensi dum atligit
hostium ?
Phron. Bone vir adsis precor, at quin abis ?
Apht. Enim vero quis istbac introivit ? heus si fustem sum-
psero 1 heus I heus te video !....
Phron. Seni que nemo homo isthic e s t , at non te miseret
mei : vides quam aflBciar dolore : abi precor.
Apht. E o sane veruna credideram.
Phron. A u di , praebe fustem.
Apht. Quamobrem? quin potius reside.
Phron. D iis gratias ! non enim ero omnino miser ; ergo due
me dum calet vulnus : nolo hic interini solus frigescere.
CXLIV
SG E NA VII.
PHILODOXUS, D O XI A , PHBMIA.
Phil. Non sine ingenio atque audacia fit magnum facinus.
Mirabar quid ineptiarum ageret Phronisis cum deformarat luto
et gestu se ipsum. D ii perpetuum mibi hoc servent commodi !
Dii secundent patria 1 Proh Dii 1 quam e x sententa res evenit.
Introivi domum ; ausculto ; tento ; adgredior ; contemplor ; re-
vertor: interea visus audire sum vocem uti erat D oxi ae: adsum:
obsecro operam dum adloquar. a negat illic solitario ita loco
abscondito id licere : quod si quid velim jubet suas ad fores ut
veniam ibi se adfuturam. Sed quid dicam mi ser? unde exor-
dium dicendi capiam? Ac quid sic si dixerim : a m o , ardeo,
morior, t u i d v i de s , tu cur hoc velis ne s c i o, ubi pi e t a s , ubi
mi misericordia, ubi animus ipse insignis huic tuae pulcri-
tudini condignus ? Vel dixerim : si mihi umquam. At at eccum
eam ! . . . hei mi hi !' quam totus discrutior animis prae g ua di o ,
prae c u r a , prae metu.
Dox. A ds i s , mi soror, dum al l oquor, adsis precor : nolo
hunc qui sit in me honeste affectus mea causa periclitarier.
Cupio illi hoc parva in re morigera e s s e , nam amanti curam
levare maxi mam, ubi nullum famae suscipias incommodum,
nusquam ut puto ignominiam afferet. E rgo hic adsis, s oror:
sed eccum hominem ; profecto ut video vel magis amat quam
hactenus persuaserim : P hilodoxe, D ii te ament.
Phil. E t D ii faxint ut me a me s , ita uti condignum e s t ,
qui te plus v e l i t , quam se omni optumo perfrui : Dii faxint me
ut ames! si id liberali officio, honestoque animo opto atque oppeto.
Dox. Dii bene servent me honori meo! ut cupio, et studui
semper c e do : quid est quod me velis? loquere.
Phil Nosti quod te jam diu amar i m, sed forte non ut se
habet res , ila apud te notum est quam sollicito et quam firmo
CXLV
animo ipse erga te aflctus fuerim; namque ut recte id videre
potuisti, nimis honori tuo semper inserviebam; e t , ni f al l or,
eam ob rem forte persaepius hoc tantum gratiae abs te cora-
meritns s ur a, verba mihi misero amanti dono ut dederes, qui-
bus vitam hanc meam
9
quae jam omnis inter suspiria et lacrimas
diffusa e s t , refi ceres, et fugitivum cor quod cura adustum sit
vitae restitueres ; quae quidem omnia jam olira tuam indiclioncm
concesserunt. Haec eni m, si cum non licuerit, tum non libucrit
lacere, non est quod percuncter, verum ut gratias agam tanto
pr hoc benefici, tantoque tuo pr merito, abs teque ut exo-
rem, dum pr mea honestissima affectione in te mihi aliquid
umquam debeat, ut hujus tuae misereat vitae. Et postquam meo
fato sic institutum e s t , tuus ut s i m, malis me vivum, cum forte
quaatulum vobis emolumento esse possum, quam interemptum
i
tua ut ita dixerim crudelitate : quod quidem neque laudi nequc
in partem ullam commodorum vobis accedet.
Box. Quod me ames vidi et cognosco; idquc accipio animo
neque ingrato: neque dum hoc judicio pr nunc male quidquam
cordi tuo e nobis nostra culpa advenisse.
Phil. Hoc fateor, atque inde quam plurimum laudis et
meriti merito commeritae e s t i s : et nolim hac c di xi s s e , si ea libi
aegre sunt. Sed si pr tua pietate ac mirifica, ut nobilem ani-
mum decet, facilitate hoc abs te licet ut cxorem, precor vi-
dendi te ut saepius commodum sit et potestas.
Phem. Nescio ego quo pacto hoc vobis innatum sit aman-
tibus, ut nnmquam sat s i t , quod nimis sit..
PML Neque oppeto id nimis, neque tifm etiam id satis
vestro sine commodo velim : neqe dum rem factu difficilem, etsi
mihi amplam et gratissimam, e vobis petii : neque amplius quid-
qoam dari o p t o , nisi ut meam hanc voluptatem et consuelionem
neque duro, neque gravi feratis animo. Sinite deambulem; sinitc
ut videam : hoc mihi ad voluptatem, hoc mihi ad vitam est, hoc
mihi esse animi volui vobis dicier.
A L BE R TI , T. I. s
C1LVI
Phem. Dixti pulcre, sed gratam nobis rem ageres isthine
si abduxeris te.
Phil. Quamobrem ?
Phem. Quia honori nostro conduceret.
Phil. Siquidem istuc jupseris, nam et tu id recte osti quia
seinper satis honori dedi vestro, idque ex animo atqoe studio*
Phem. Ergo abi, nam video quempiam inde ad oos.
Phil. Vale, et tu vale, meque memoriae commendatum
SC E NA V i l i .
PHILODOXUS,
Equidem non inexperte hoc ipsum dici solet, cum primutn
qui mutuo se inter se ament, ad loquendum coeunt; quia com-
mutuent animas, illieo dediscant loqui. Siquidem id re nunc
maxime expertus sum. Nam cum primum volui quidquam ver-
borum exprimere, t u m, prius si quid aderat animae, prosiluit
inter ejus sinum, adeo ut et mei, et verborum pene oblitus fue*
rim. Miseri debueram verba optima, verba precantia, verba col-
laudatoria, non quae rixam aut odium,sed quae prorsus beni-
volentiam et amorem excitarent atque mitrirent. Sic debueram :
ut solet aliis amor voluptas esse, mihi non quod amo, nam ni-
mis ardeo, sed quod te amo, voluptas et felickas es t : nam ve-
nusta es, bella es, et moribus atque omni virtute insignita, tum
coeteris quidem in rebus egregie singularis* Sed quia me tanta
in aegritudine^ob amorem, constitutum video, ut meae interdum
miserae misereat vitae, volui hoc a vobis gratiae exorasse: nam
et non et dies suum in me perverse officium peragunt. Semper
equidem meos inter ocul os, semper animo, semper insita in
meum hoc pectus ades. Multa mea causa vellem longe; tamen
plnra nolo tuac, ne male afficiam honestati : non sum me us ,
tuus s um, Doxia , tuus sum : tuum ergo ut recipias tuum, ut
CILVI1
serves etiam atque etiam precor. Sed quin desino amplius ine-
ptus esse, quid si isti, qui hua accedunt me audissent, et prope
sunt et forte audivere ac videre omnia. Nimis incautus, demum
effectus sutn, posteaquam occepi amare: cuncta cum expavesco,
nihil metuo ; cumque me omnia suspiciosum reddant, fit tmen
ut nulla ex parte me non negligentem atque supinum praestem:
itaque solus amor fcuriosum hanc desidiam fovet. Caeterum, quid
nunc mihi rerum agendum sit, incertum est, tamen abnegandum
ocium est. Ergo postpositis rebus omnibus uostrum fabricatorem
fraudium cooveniam Phronisim, ut narrem haec quo tutitts re,
consilio, et opere quae in usuai veniant confidai Sed quid hi
serri mussant? Cupio bine furtira auscultare.
SC E NA I X.
APHTONOB, DYNASTES.
Apht. Ego sic censeo, pr hac provincia, te dignum legatum:
nam tibi, quod veteranus interpres amantium s i s , piane omnes
mulierum mores notissimi sunt; ut si quid incusarint, recusa-
rintve, illieo confutes omnia.
Dyn, Ego secus censeo hanc tibi provinciam jure delegatam,
cum et facundia longe plus valeas, et quia convicinus, multo
id tutius potes.
Apht. Censen ? . . .
Dyn. Censeo.
Apht. Stat sententia ? . . .
Dyn. Stat
Apht. Bene Dii f a v e a o t l . . . et quid exordiar?
Dyn. Porro fabulas et muliebria, aut de ansere aut de
gallo quaere; aut pr cucurbitis semen exquire; aut deniqua
siquid tale.
cxLvni
Apht. Scin quid meditabar, priusquam verba proferrem
quidquam obsonaricr: nam digniora et multo pinguiora se se
effrenl verba, et si nescis plus centies hanc hodiernam inter-
rupi coenam ; non possum mei compos esse, ipse dum jejunus
praesto.
Dyn. In amicoruin causa multa solent, qui amant, perpeti
atque permittere, quae suam in rem non faciunt.
Apht. Vacua loqueris ; mihi admodo ipse notus sum, hoc
est, quod te volo non ignorare, nihil in oratore magis detestandum
est, quamjejune, atque incomposito, hoc est, ventre, loqui: ipsi
quidem calices, plenam atque proclivem orationem effundunt
Dyn. Bene, pulcre, probe. Verum, quod nunc iemporis quasi
superest, optumi convenit non vacuum nostro condigno opere
praelaxarier : turpis desidia est exoplatam occasionem per indi-
ligentiam deserere. Agedum, ego post le adero; quod si quid
delires, quasi qui ad clavum sedeam, corrigam.
Apht. Itaque ingredior domum: sequere... at paululum vini.
Dyn. Ut lubet.
Apht. l tu; praesequor.
SGENA X.
PHILODOXUS, PHRONEUS.
Phil. Servi lys nulla libera est, ac nulla libertas miserai
Quid ni hinc est quod autem (idem esse Deam atque supremi
aeteris incolam, quia in genere servorum, quod quidem inter
mortales inBmum est, nullam umquam comperies fidem. Atqui
ipse ne vero sum omnino plumbeus bardus qui hoc praevide-
rim, conjecturim, ac praescierim, hasce res omnes meas, quasi
ad ruinam, seducere in proclivium; neque quidquam opposuisse
subtenaculi : enim oportuit sic dicier : hos istos esse infames
scrvos persuadere, ne quid audiant, neve quid credant, neve quid
CXLIX
responsi dedant: infamiam esse infames non abhorrere. Haec
tum oportuit dicier. Namque norant nirais ut ipse amareni,
prae me id ferebam: bei mihi! numquam denique hoc potuit
mihi in tempore incidere in mentem, ut eas oportune corno-
nefactus redderem. Sed quid hoc malum est in amore, no-
strum semper cuna esset ex uso sapere, torpet ingeni ora, cum
nitrii prodest homo, nemo amante cautior est. Tum hoc in amore,
tormentum an est non maximum, qood quale amando sit nostrum
admissum vitium sentimus numquam, nisi cum reliquum: aliud
nihil est praeterquam ut dolere, atque nos ipsos acerrimis ex-
probationibus conflcere, multo possimus: itaque, ignarus amator
continuo peccat ; gnarus perpetuo dolet
Phron. Reviso quid agat noster Philodoxus : . . . sed eccum
ante afedes, oh ! he ! oh ! bone vir de legatis, quatn bene
se res habent ?
Phil. Hen ! . . . huc ades intermedie.
Phron. Quin vel optume.
PhiL Quia supervenerunt et legati et debachati; malam in
rem quae ills flet
Phrm. Qui ?
Phil. Enim, dum adloquebar hic ante aedes, Aphtonus et
alter servus accedentes, nostros sermones interrupere, illae abiere:
ego me seduxi, auscultavi: tum sic homines discrepabant quin
tu quia convicinus, muliebria oportet pr exordio. Ego sic facio
conjecturam helluonem illum Fortunium quem si vivo.
Phron. Atque ausculta paucis: eram ipse apud Climarchum
medicum, tum interim se reducem offer, Trasis minatur quod
lodos se fecerim: Aphtonum mox advocat, tractant consilia, sta-
tuunt, sic verbis meis dicito ut dixi, et hoc quoque tum dicito
haec illi nihil vero amplius ex dictis eorum potui excerpere ;
illieo suspectare incipio oculis et animo, atque eosdem huc
proflciscentes veluti ab insidiis longe prosequor.
Phil. Ergo quid hic censes?
CL
Phron. Censeo, sic censeo, quia censent no tienaere, quod
male censeant.
SC E NA XJ.
FORTUNIUS, PHRONBUS, PHILODOXUS.
For. Profecto in hominum vita nihil in primis optimum
ab Diis video dari mortalibus, quam ut nobis sic succedane bona,
ut si quid velis id a te ipso exquiras. Bene me Dii omnes
amant, cum mea me mater amat. Sum Deus cum nihil desii.
Habeo quidem omnia cum Diis communia praeter vitam ; habeo
voluptatem et voluntatem, ut lubet. Sum aetate ad vires apta et
venusta bellitudine inter primos non postremus. Suppeditant pe-
cuniae, benivolentiae, honores et omnia, quac virum optare fes
est. Adsunt praeterea quam plurimi, qui me efferant laudibus,
quibus et bene possim facere, quive semper student quam multa
meam in utilitafem et voluptatem congerere, atque accumulare:
si quidem perpetua modo vita si t, ipse Apollo sum. Enim ne
viderara, ne scieram, ne quaerebam quidem in hac convicinia
quidquam ; at vero totum quod insigne est ultro offerunt. Adde
quod rogant delatum sane non minimum beneficium dono ut
accipiam. Ergo instilui morem illis gerere : Adibo et quam pulcre
recipiam D oiiam : cum primum ingrediar domum jupsero : af-
ferle subsellium. Cum accesserit tamdem paululum assurgano:
Si vales et me amas, dixero, tractato, amplectar, morsibtfs cun-
ctaro insignibo. Sic par est omnes efficere amantes; nana male
agitata mulier bene diligit. Haec sunt munera, et amoris pignora,
quae cum dolorem servent, tum multo in memoriam amantem
reducanl atque relineant.
Phron. 0 ineplissime ! . . . etsi vera profers, tamen, quam
ncanis loto capite.
PhiL Ha !. . . h a i . . . h e !. . . enim vero.
CLI
Far. Qaos bic vero arrdete hercl e, an denique ita sum
vobis ladus ? Bene vertam in lactum si cepero.
Phil. Fa r e r e , et bona verte^quaeso.
Far. E t quid hic me ne abservas, tu quoque ne istic ades:
faeite ne vos hic posthac videam.
Phran. Hui ! . . . se veruna atque durum e di c t u m. .
Far. Sic jubeo.
Phran. At parebitur sane si obcluseris oculos.
Far. E t hoc ad ludos etiam admiaiculum dat i s , quod si
me irritaris furcifer.
Phran. Enira, quale supercilium !
Far. Quod me si irritaris, faciam ut luum illud crus e
gremio reci pi as, ut advoles ad Tybrim lotum et nectum una.
Phran. Equidem hoc juro nusquam facies ut curram, ni te
sequar, et videbor non da u du s , ut cum volucro, idque non sine
maximo tuo maio.
Far. Proh Jupiter ! cur non me in iram solitami proveho?
Et quidem non eris polis lupi ter, quin hodie hunc mactem. Sed
quid ago ineptus? non convenit mtlitem cum calore jurgari: itaque
tam ad istos pergam. Quis hic e s t ? Aphtone h e u s ! . . . at ubi
sunt isti convedusti bibones? Et nullus est. Yerum ingrediar.
SC E NA XI I .
MNY I I A , P HR O N&U0, P BI L O D O XUS , A l E TBI A .
Mny. Hei miseram vi x polis sum loqui prae timore, id
quidem cum caeteras ob res , tum vel maxime hujus virginis
causa : nam inter tu ami tu s, virgo, non sine periculo, aderat. Et
Dii immortales! an uspiam hoc vidit, aut audivit quispiam me-
hercle ! mirum atque incredibile, quempiam amare, quam num-
quam viderit, aut in ea re affectum e s s e , quam potissimum
nesciaU
CUI
Phron. A ccedo ut pere u n de r : quid l urbi da es mu l i e r 1 . . .
Mny. Ne vero vos ita e r g a hanc do mum in h u ma o o s
habui s t i s .
Phil. Qui id nihil mi n u s .
Mny. Ut audi sl i s tantos t u mu l t u s , ut non i l l i e o o p e m a dt u-
l i st i s ut hi sti c adsti ti sti s conspect at ores ?
Phil Hen t u mu l l u s ? die s ode s .
Mny. V enit Trasi s ? . . .
Phil. Metuo.
Mny. R upit ? . . .
Phron. Hen.
Mny. I ntroi vi t?. . .
Phron. Malum.
Mny. Rapuit ? . . .
Phil O me infelicissimum !
Mny. Nescio ego quid dicam: non sum mei recte compos
r
ncc valeo proloqui.
Phil Porro obsecro: narra.
Mny. Narro: at sinite me paululum animam resumere.
Phil. O diem acerbissimam ! Doxiam ne id monstrum ra-
puit, aul proterve illam aspicere me vivente ausus est?
Mny. Minime Doxiam.
Phron. Vel id ipsuiu, quicquid sit ocius explica, ne in mora
simus si quid facto opus sit.
Mny. Breves quidem narrationes, rpagnum, non belle, ex-
ponunt malum.
Phron. Bis nos exerucias quod tristem et quod morosum
nunptium afferas : narra ; obsecro.
Mny. Narro: D oxia, Doxiae soror Phymiaque, Alethiaque
hacc virgo atque ego flores in horto et apium opera animi gra-
iia spectabamus; dum is convicinus senex suo ex hortulo proximo
qui era ti bus abortis Doxiae conseptus est, nos quam maxime
jubet salvcre. Et quid ft, inquit, numquam ne ab negocis
GLII1
licebit vacare: juvat nempe interdum animum a labore ad vo-
luptates honeste tranfferre : quod quidem facio ipse qui cum
tempore, et loco, licet ornai studio et opera, ma onroibus ridicolum
praebeo. E tenim istuc duco esse ofBcium prudentis, sapere in ter
philosopbos, lascivire inter calices ~ namque omni l oco, omnique
tempore, quisquis vult se gravem, continentem , ac tristem videri,
meo judicio ipsu est seniper ineptus. He vero quod utrumque
tempus moderar caUeam, nomo in seriis rebus reepui t , omnes
in jocosis admittuot socium ; eam ob rem Fortunius adoles-
cens , omoium pulcerrimns, omnium liberai jssjmiw, in s uam,
quam hodie lautissimam apparavi! coenam, jussit summopero ut
adessem : i o qua quidem, ni fallor, babebo me pr censore tri-
clinii, aut tum ero praese* popinae, aut in irneis imperabo. Sed
Dii boni 1 quales, primo, calices huriam. D enique ubi satis fu-
garo si lira, quales jocosos in medium e i e r c e bo gestus ! 0 Fortu-
nium adolescentem dignum imperio, cum tanta liberiate isthac
cantabo laude tuas, quem omnes amant. D ispeream si tibi ad
integram felicitatem aliud quidquam, quam moribus tuis et no-
bilitati consimilis conjux deest. Felicissima t u quidem eri mu-
lier
f
quae buie bellissimo ac formosissimo adolescenti nupteris 1
Vebementer cupi o, mi D oxia, bunc ipsum Ubi fore conjugero,
quin dabo operam ne te recuset. Nos illico inter nos bomioem
demrari coepimus. Tum i l l e , Fortuai, ades ne , inquit; eo dum
parasti convivium nuptiale, tibi sponsa n e de s i t , banc D oxiam
accipias bortor cpnjugem. Nos bujusmodi verbis perculsae, illieo
vale, consulto opus e s t , diximus, et abfugimus in domum. UU
e vestigio abvulsis cralibus nos pavidas et trepidar gequuntur,
con fri gunt, ingrediuntur, discursitant. NQS disgregarjiur, D oxia
advolarat supra fastigium aedium, E go procul omnes rumores
bauriebam auribu^ e x abdito : coelerum die tu reliqua ut gesta
suut, mi A lethia, quae corani omoia spectasti.
Ale*. Quid nam; ili, rapta P hemi a, abierc.
T.L t
OLIV
Phron. Factum pexime !
Phil. Yos ne taodem caeterae valetis omnes.
Mny. P ulcre ne hoc de Pheraia aegre G et, a t . . .
Phil. Proh D i i ! quae hominum pel ul anl i a, quis f a r o r ,
quae injuria ! Quam opto bine aliqua in re esse promertis
ut meretur s c e l t i s s i m o .
Mny. Itaque acta haec sunt ut videtis : nos e amus , virgo,
ut hac de re certiorem reddamus pa t r e m, hisce in aedibas
hoc esse admissum scelus.
Phil E rgo tu P hroneus comitabere has: ego accedam ad
forum ut s e n e m, si vi deri m, eum mox domum huc adducano*
S C E NA XI I I .
MNYMIA, PHRONEUS, ALETHIA.
Mny. E nim quod datur fatis ferendum est: D iis nolentibus
quid est quod mortalibus l i ceat?
Alet. Nos ne ergo ibimus domum ?
Mny. Isthuc agimus, sed me miseram quam modo hujus-
modi in animum redeunt multa, ut quod partfm nollem, partim
veliera, id ipsum tamen frustra oplem.
Phron. E t hominem haec conditio velie et n o l l e : at velie
hoc et nolle in tempore quod e x usu sit prope sapientum est :
nolle autem quod velie oporteat, at velie quae minime pos s i s ,
eorum est qui sibi solis crcdant et cupi ant: tum olent scelesti
semper suo scelere, seque palam scelus trahit parem, ut partu-
riat poenam : non inultum hoc D eos praeterierint.
Mny. Non diffido sic futurum ut autumas ; sed ampljus
meam incuso dementim una et viri mei , a quo jam fere annis
tribus habui disidium A thenis, quod repetenti a me anulds et
aurea quaedam signa parta suo labore, quas res apud me ser-
vandi causa posuerat, negavi. Feci ut solent fere omne s : quae
CLV
lumus ineptae mulieres praeserlim si adsit formai Fui cnim
pertinax, dum quae sponte ipsa debebam (radere, ea virum pre-
cibus et blandiciis a me frustra exposcere gaudebam: quo fa-
cium est, ut ndignatus postridie abierit. Quod ni me in eum ita
duram habuissera, piane degerem vitam neque vulgarem, neque
inopuleatam, ac minime aberrarem. Yerum haec mihi eo in
memoriam rediere, quod viro quoque meo id ipsum nomcn
Phronesi aderat.
Phron. Quid nana tu hac in urbe libi vitae delegisti postea-
quam virum ita repudiasti?
Mny. Ego vero semper totis viribus consertata sum vitam
atque gente [sic) ut maxime quivi honestissimam audiveram huc
Romam meum accessisse virum : tum ipsa quid agerem relieta
sola, eo frustra huc veni ut fastu posito apud virum, qui cum
et debeo et cupio essem : quein quidem ubi nusquam inveni cessi
domum hujus patris Alethiae cui nomen Chronos.
Phron. Novi sane bominem decrepitum, canum, gravem atque
idem est princeps excubiarum, si satis memini.
Mny. Ipsus est: hanc habet filiam, quam ampie diligat; hanc
meae fidei commendavit regendam, atque observandam. Eae deinde
matronae quae hujus virginis indole atque ingenio mirifice de-
lectantur, mea opera, cum hujus virginis familia amicitiam con-
traxere, ex quo persaepius una conferunt, postremo omni de
re me particip^in faciunt : utor utraque familia familiariter cum
credunt obsequnturque mihi.
Phron. Die sodes quid Ubi nominis?
Mny. Moymia.
Phron. Ne tu ergo prius voluisti, Mny mia, perdere anulos,
quam viro reddere.
Mny. Me imprudent issi marni neque tum negabam me re-
dituram, neque dum perdidi, sed ita ut fit, muliefum more, sub-
insanibam.
Phron. Demum amisisti anulos et virum.
CLYI
Mny. Si mihi sic csset vir ut sunt anal i , plaris tenefetn
anul os, qoam instituerim: satis illum perquirens expectavi, Mtb
sum functa meo officio: forte illos huic yirgini dono dedero, cum
satis perexero in moram.
Phron. Sane istuc faleor esse officium feminae, certare si-
mul tate, atque pervicacia, adversas e o s ; qui se ameni , et odisse
omnes quos nimium faciles atque obsequentes offenderint. Sed
istuc cupio audirc abs te : habes ne anulos, et aurea eadftm
signa ?
Mny. Habeo, tenco, servoque.
Phron. t salva omnia ?
Mny. Ut nil desit.
Phron. Cedo tnanum: nihil est, quod aeque cupiam.
Mny. Ah mi vir desine I hosce ego digitps, hosce anulos
no v i , et quam es non similis s o l i t o , quam denique difortnis.
Phron. Istuc forte, ut ajunt, novos mores novos afferra vul-
tus; at tu quae dura olira ac difficilis videri solita e s , quam nunc
videre facilis : bene edepol gaudeo et optarne est nos nobis com-
pertos esse. D a mihi te ut amplectar.
Mny. Gaudeo: ac Get quidem sacrfficium Dite tanto pr
merito. Mi vir, valuistin satis !
Phron. Satis.
Mny. Quid tibi cum ilio adolescentulo ?
Phron. Optuma et aperta benivolentia, ampia et continaa
familiaritas, firma et simplex amicilia.
Mny. E t quid istic hesitabatis?
Phron. Sane rogas, quod cupio te ut scia : i s amat D oxiam
hanc tuam perdite : quod si utrisque consulendum e s t , nihil est
quod magis approbem, quam inter hosce fieri conjugium. Est
enim adolescens nobilis, doctuft, prudens, atque ut videe, ferma
et indole egregia*
Mny. Prorsus amandus: omnia uovi.
Phron. Quid an non D oxia hominem non nihil diligi!. .
ani
Nallam invenies usqoe adeo tristem atque algenteoi
mul i erem, qnae bel l am aspernatar amantem.
Phron. Quid si innitare.
Mny. P ossom quidem prodesse.
Phron. Idcirco precor cum vales conjunctione apud has
9
tam
id cures, ora ni qua potes opera et industria, ut hoc conjogii fiat.
Mny. Mi vir salve gerelur tibi: mox ibo, et virginem domi
relinquam: post illieo conveniam D oxi am, conabor persuasione
et precibus rem e x sententia ducere : atqui ut opinor possum
tibi bonam expectationem polliceri. Vale.
Phron. E go P hilodoxum requiram, sed prius haec sub angi-
porto sordes istas et lutum abstergam, meque pulcre comptum
reddein.
S C E NA XI V .
PHEONEUS, CHRONUS, PHILODOXUS.
Phron. Proh Dii immortalest quantum habet virium dissue*
tudo, quam est efficax ad scindundas omnes bene obfirmatts ve-
tostate amicitias! Bqoidem si Ger possit, ut quispiam secum ipse
aliqoot temporis neque colloquium, neqae ol l a in re consuefa-
Gtkmem babeat fore prorsus existirao, ut se s e is aut breve, aut
nihil diligat.
Chr. Audivi, inquam, atqui omnia t e ne o: meae de hinc
erunt partes Tacere, quae jure agenda videaotur : judicem decet
juri satisfare in primis non homini.
Phii. V eroni id actotum denique accurrendum ceti seo, ne
novam aliqoam turbam scelerosi innovent.
Chr. Forte hoc tibi persuade, quod me admodum gravem
et morosum, ac veluti ajunt depontam, conspicias, ideo me
cursu minime valere? E rras istoc si putas: nam me hac ipsa
aetate complures valere cursu e s pe r i i sunt. Sed ferme sic semper
evenit, ut quod mature agi mos , fd nimiom cupidis sero evenisse
CLVIII
doleat : hi vero quibus eadem res molesta futura est nimis pro-
perasse incusent. Viden, ut jam aiiud agentes istic adsumus. Sed
fessus sum: hic paululum considero certum est.
Pkil Perplacet. Sed eccum Phronisim bue eadem sub an-
giportu suas concinnantem plicas: accedam ut hominem bue
adducam.
SCENA XV.
P R O NE U8, PHILO D O XUS.
Phron. Videon Philodoxum? ipsus est: videon senem? ipsus
est. Advolo ut hominem honustura meo partim et suo faciam
gaudio: nam ni me animus fallit, Mnymia, rem conGciet ex
sententia.
Phil. Ni mirum hoc malum integraseli, advolo ut percuncter:
proin tu ne vero proterve aliquid denuo adtentarunt in Doxfam
petulantissimi? Porro die, quidnam feras mali?
Phron. Bono sis animo, laetissimum tibi affer ounptium.
Phil. Me hercle praeter spem istuc ita memeomnia un-
dique extimescentem adversa haec hodierna fortuna Doxiae eflecit.
Phron. Coeterum, quidem, tu vero ubinam offendigli tam
ex lem pio pai rem hunc virginis?
Phil. Advectabat se domum suam : me superi ! numquam
vidi hominem tardiorem.
Phron. Homo confectus aetate etannorum plenus.
Phil. Quin imo se cursu validum praedicat, dum se non
secus dimovet, ac si habeat calculos, omnes: ad unum usque, pe-
dibus dinumerare. Tum quidnam habes quo me cum a metu
depulisti in laetitiam statuas ?
Phron. Meministin quam saepius tecum explorarim, tum for-
tunam, tura ineptias meas, quf tam levi indignatione actus, fecerim
ab uxore mea div.ortium, quam dictitabam : si adesset, nostin.
CLIX
Phil. Pulcre.
Phron. Eam ipsam comperii.
Phil. Hen, at ubinam loci? num valet?
Phron. Valet, habetqne anulos et signa aurea omnia; atqui
quo magis congratulere: ea est praemostratrix eius virginia Ale-
Ihiae bujos senis filiae.
Phil An eadem ipsa est; qaam modo abiens reliqui tecam
subruffam, litigiosam, aspero supercilio, tumidis ocalis,' naso
gracili, mento praeacato, pasillam ! Eja Phronesis pulcram na-
ctus uxorem !
Phron. Mores condecent saltim, forma si abest Tum defor-
mis conjux non facile dieta est, quam sit percomoda, solam virum
non odit, cum a nullo diligatar deformis malier, eamdemqae va-
cuum suspicione vigilantem facit
Phil Ne tu illam non noras primum, aut quid veritus es
me coram ne in cachinnum prorumperem?
Phrn. Missa baec faciamus, hoc est quod te laetitia obpleat:
iixor suscepit negotium de Doxia illa, spero conjuge potiere,
Mnymia interprete.
Phil O bellissimam ergo Mnymiam ! o conjugem libi aman-
dissimam !
Phron. Postremo hunc ad nos proGciscentem adeamus senem.
SC E NA XVI.
CHRONUS , PHRONEUS.
Chr. Nemo in cujus jus amicorum malis satis diu ac suis
miseretur aut dolet. Enim is qui modo hac una qua accersivit
me cura adolescens exeruciari visus est, tam repente mutato
fronte, nescio quid adveniens, laetissimum gestiat. Mihi prope
animus languet, quod ad gnatam pendeam meam, tam etsi virgini
puelke nibil ejusmodi suspicier.
CLI
Phron. Salvere Chronon inbemus.
Chr. E t tu ne iis affuisti rebus cuna fierent ?
Phron. Modo audivi omnia una cuna istboc ab i i s, quae ad-
fuere Mnymia et A letbia, quas tuam adduxi domum.
Chr, A t filia satin valet ?
Phron. E a domi inquam est tuae salva.
Chr. G audeo: veruna quia impurus, improbus tanta? tu-
naultus ausus , concitavit ?
Phron, Sane isthoc ignoro; tametsi constat Fortunium, Thy-
chiae filium vi in aedes i r mi s s e , vi et iniuria domum affecisse.
Chr. Tu ergo i l l om ad nos citato lictor : tu vero P hronisis
iube dispesci isiinc omnes , quae adsunt in bisce aedibus muUeres
bue in publicum; nanaque bic aequum est capitale facinus publioe
dsquirere. E go interina in hanc tabernana divortam ut subscrn
barn quae ad annonam opus sunt, illieo egrediar.
Phron. A beo.
SC E NA XV I I .
TYCHIA.
Quam est omni in vita facilitas in primis et grat i , ila cuna
quibus vivas ci uti l i s, bis qui isthac eadem virtule sciant u t i ;
difficile omnes et noti et ignoti odere, facilem atque indulgen-
tem nemo non diligit. Id quidem ipsum modo perdisci licet ex
me , quod filium conaiter ac benigne observo, idem quaeque agii
ul tro, me facit ut sciam : bene quaeque facil palana probo et adju-
trix suna, male ubi cooatur aul permitlit quicquaro, illieo surgenti
incomodo rationem et modum obiicio : quo futura mala cober-
ceam, atque reprimam magnum quoque mal um, Mnymia babet
principia: haec tollas, omnia substuleris. Itaque bis moribus
instruetus filius modo ad me lacrimane accessi t: a Mater, i oqai t,
peccavi, hanc rapui civem; slulle factum fateor; tu rebus et famae
C L XI

et saluti Dostrae caveto . Indolai ac plura tum verbis castigassem ;


sed visum est hoc tempus opportanius alio qnam in jurgiis con-
sumere; idcirco ad Doxiam pergere institui, nuUasque conditiones
recosabo. Bum invidiami sedalam, reddam ; postea de corrigendo
filio providebo. Sed eceum senem : jam non ero polis quicquam
ut ioslitueram, mutandam consilium e s t
S C E NA XV I I I .
CHRONOS, TYCHIA, PHRONEDS.
Chr. Alia me movet ratio caliloge i d, ita ut istic conscri-
bendum put arem, taum tamcn ingenium et astutiam laudo.
Veram praebeto ho c eosdem codicillos ut relegam: nam summa ne-
gligentia est, quae scripseris non recognoscere priusquam obcludas.
Tyc. He miserami quid coosilii captem? Hominem adeun-
dum censeo, perrestigandumque quid in nos animi paret quo
praemature sedem, si quid irarum insurgat advorsum atque haud
habeo quidem causam omnino iniquam, aut prorsus inusitatam.
Quis nescit omni in aetate multa praetermittenda et tolleranda
esse ? Amare ac ludere juvenes, quaestui viros et rapinis inser-
vire, senes parcos et segniores esse decet, Verum hac in re si
quid est quod doleam, id solum illud est quod me inconsulta hoc
feceriL Nam etsi cupio animi viribus et audacia valere e o s , quos
dilectos habeo, quosve inter domeslicos admilto meos, tamen alia
potius via donis et fallacia quam raptu suos amores explessct
mallem. Sed senem convento posthac e x tempore consiliura ca-
piam. Salvus sis Chronos, quid opere hic est libi cuoi tantis
singrafis.
Chr. Hen! quasi id nescias, aut praeter voluntatem tuam.
haec acciderint: siccine oportuit in civem liberam.
Tyc. Si licei paucis.
ALBBBTI , T. I.
C L lli
Chr. Nimis multa Ubi licent, Tychia, rapitnr, vi vi ti * i*>-
pudenter ac superbe, te annuente, verum toquere.
Tyc. Rescivi quae hic gesta sint, fateor, quae quidem ubi
conscia me fuissent actitata palam ea profilerei*e qua e&kn t x
parte eadem se dederent, ut sanctum et aequom jodkrai v e m e r
non video. Nam si Phimia libera est, libera est, libere sane ac
liberum sibi delegit virum.
Phron. Revertor, edi xi , Doxia ese adornat ut egrediatur.
Chr. Pexuma es poi foemina es ! ergo tam liberas oportuit
fieri nuptias? Confringere, turbare, asportare viribus et vi. Enim
ne jupsi hominem accersiri scelestissimam siccine ludificabere.
Tyc. Tamen ut j usseris fecero.
Chr. Jubeo.
Tyc E od una, bone vir noeti filium?
Phron. Vidi hominem. ;
Tyc. Noveris aedes meas?
Phron. Certius si mostraris. .
Tyc. Ergo adhibe bue ammana, hac veda usque apud p *-
blicanos lum verte ad Jaevam usque ad pirtrinum ; demurn con-
scende ad plateas; ibi ad dextram e conspectu videbis umboMn
ad postes adpensum de more, ubi haec inscrpta sunt.uris i i l -
teris. Misi jam forte, illae sunt aedes nostrae, advoeato gnatmn :
intellestin ?
Phron. Non auscultavi neque unquam comperirem, juhe ex
bis tuis quempiam. ^
Tyc. Dii te perdant : tu volupeda aocurre, jobe fortuaiuio
confestim bue advolare: cessas verum, heus, cum redieri^, di-
cito te hominem uusquam comperisse,
SC E NA XI X.
MNYMIA, ALBTHIA, CHRONOS, TYCBIA.
Mny. Perge Alethia huc mecum, ut viri mei jussa exe-
quamur: tu quoque non nihil proderis poi! quidem, per quam
C L Xl l l
copio Hli modesto adolescenti de amore s ao commodi aliquid
aiterre. D oi fam eonveniemus animura, qui mine et turhatus est
primum; sed abimus. Quidquod baec una causa nostruro juvabit
ioceplum nequis poslhac audeat una injuria duos nuptam et
martum laedere. hi cetibem atque vjdftam prona est cupktorum
audacia. Sed quid senem nostrali) bine intueor, bue adero : salve
C hrotos.
Ckr. Ubi est nata ?
Hfty* Becam ; adsis lefbia.
AUt. Sa he pater.
Ckr. Acta b*ec sunt , ut fermit, abruptae (bres, vi raptam?
bt< A ct, mi pater*
Ckr. Proh Jupiter scelus detestandum !
Tyc. Mea tu senem et ort mf i s Chronos, audi obsecro.
Ckr. Quid te andi am?
Tff Non qoae nos obno&ias apud te l o qui , sed quae te
mitem et humanissimum fas est audire.
* Ckr. Lordure
Ty. Ni ?idcrem baec que paras omnU, bue tendere, mi C hr o
Qos^ ut bi qibo illata videtur injuria per fiat non t we t quia
vererer t u i m tofiUum menai severiUtem. V erum, c o m ipe co*
gnoscas, et ab bodbe adolescente, et ab eo qui flagranti, amore
affectus sit, et in eam mulierem haec esse aela, quae non invita ab
amato ornata baec possit perpeti, non ne eri! bs tua jmstita
al i enum, ni hujus unius peccati partim pitali in BOB partim
humanitati tuae concedas ? Sine igitur t e ut exorem fece in te
conjectUMB^ fige i n fihum sinistri quicqaaam, comprbendes
quam perverse in parentes onaoia redundent filiorum raaleu Quid
aia ChronoB? Tu i t e m , Mnymia, obsecro, persuade, agc.
Mny. Noli fodere latus boc mihi ampiius , mi Cbreaoe !...
redde te dignum solita et mansueta bumanitale l ua, ine ul
exoret.
Chr. Quid est quod veJijUs fieri?
Tyc. Velim mihi mairi hoc ut 6at gratiae, quam qutdem
si feceris, aequum rem pariter et his omnibus gratam feceris.
Mny. Mi Chronos, spondeo, obsecro.
Chr. Quid t u m ?
Tyc. Opto Phemiam filio fore conjugem meo.
Chr. Dum ea id non recuset.
Tyc. E rgo Dii te araent, Dii perpetuo te conservane: i t o
domum filium ut in nuptias traham.
Chr. Non vitupero istuc consilinm de Pbemia quandoqui-
dem ea fama raptus justis nuptiis deleatur. Quid tum ne hic
aliud agimus ? Redibo ad forum ut bos tabellarios cum singrafis
missos faciam. Tu Mnymia, virginem commendatam habe.
SC E NA XX.
^ P HR O NBUS, MNYMI A , C HBO R O S, D O I U.
Phil. P hroneus, si ob meam singolarem in t e observantiam
f
comeritus sum abs te unquam, ut aut petere aut e&pectare pos-
sim quidpiam, ninc precor id omne, non quod debes t a n t u m,
sed quod potes in amicissimi causa, ut semper s ol es , exibeas : ego
Philodoxium tuae dedico, tuae commendo fidei.
:
Phron. Yah I quasi.
Phil. Minime, sed quia nimis c upi o , nimis ardeo, ideirco
et precando sum nimiu.
Mny. Mi vir> bono sis animo
Chr. Quid colloquimini istic seducti% an improbatis quod
te Phemia transegimus ?
Mny. Minime: veruni hunc novo meum repertum virum
alloqaor.
Chr. Is ille tuus est ?
Mny. Meus ipsus.
Chr. Gaudeo: et quid est quod tractas, si quid valeo, dicito.
CLXV
Mny. Optime dicam : hic adolescens atheniensis e s t , novi
parente* e j o s , viros probos et primarios nostra in civilate. Is vel-
let mea et toa opera honc D oxiam sibi novam nuptam fieri. E a ,
si valeo conjectura, nec omnino id recosat credo, si istuc septes
nostra persuasione per Gei, ot utrisque pr xpectatione ac desi-
derio satisfianU
Ckr. At dos convenit n e ?
Mny. Sai qoidem secum apportat doctis hoj asmodi quae
modesta et morigera est muliebre.
Phil. Nosqoam ad dotem hereo.
Chr. E rgo quid ni modo istuc agimus Mny mia ?
Mny. Maxume: ed eccum D oxi am.
Dox. Pbroneus properans verbis Chronos edixit ut exi rem.
Mny. fluc, D oxia anime mi , Ime ad nos. Scin quid de P he-
mia, te absente, confecerit Cbronos? Praestare ratus est, e a m ,
uti res suadet, apud Fortunium conjugem dici, quam apud te
viliatam : ideirco petenti Fortunio despondiU Quid ais ?
Dox. Quando quidem in bunc locum addueta res est ut
meliora expectare non liceat, minus quod adsit malorum eligere
prudentis duco.
Mny. Non injuria semper admirari vehementer soleo pru-
dentiam et humanissimam facilitatem tuam, cuna coetera ob me-
rita, tum vel maxima quod apud te his in rebus quae facto opus
sint nostris aut precibus, aut longa persuasione minime indigeas
quos nosti quidem pr tuis commodis et bonore tuendis quan-
tam et caram et diligentiam capiamos. Narravi praeterea qoo
in te animo P hijodoxas affectas s i t , quid exposcat : consulebam
senem ; is approbat sententiam, ob quara te accersivit ut certiores
nos redderes, quid tibi animi sit in nuptias.
Dox. Scio vos ea virtute preditos ut possim tuto vobis et
credula esse et morigera. E go conjugem et quacvis omnia vestra
ex voluntate atque sententia accipam ac recusabo, quoad vobis
CtXVI
id gratum et acceptum esse intelligam : vestrae sani partes pro-
spcere quo me lori constituatts.
Phil. O dignmn laude et amar cum isthac eloquenti* atque
mirifica modestia t Sed timeo hunc senem ne defldat persuadendo.
Chr. Hoc velim scias me non e x toto approbare rtrgtnem,
et eam quidem istius formae atque aetatis diu domi sedere; quod
etsi plerumque fiat, tum quod non adsit c o l digne connubat, tum
quod in grandiorem familiam cupiant rem s u a locare pat res,
non tamen id nunc abs te si fiat, l audo, t e ! quia sola s i s , quod
sane est sinistra non vacunm suspicione, vel quia coeter arnia
quae in conubiis deliberando tarditatem solent aflrre longe ces-
s e n t : nam neque dos, neque affines, neque mores ul l a e x parte
s e se praebent, ut merito recuses nuptias. Dotem hic n u l l a petit,
tum qualem maritum babitura sis specta.
Mny. Pucherrtmum sane atqui mehercle dixti Cbronos ut
res est quantove magrs magis quam cogito, tante fit ut magis
approbam, quod faustum ac feth: sii inter TOS esse conJBgium.
D eaique Decesse est has fieri nuptias, a e volo qaidem fiaai, bene
agendi tempus nullum praescnptam est. Ceda manam, et tn ma-
fium: hic tibi sit vi r, haec libi si i uxor : vobis?
Phil. V olo.
Mny. Tuque id vis ? D oxia annuit, ergo volt*
Box. Volo.
Chr. Bene est.
Pkil. Dii immortales, gratias vobis habeo quod i o me pro-
ptii fuerilis longe magrs quam fuerira optare aosus: o me bealumu
Mny. Vkton improbi alicujns peccatum quantas inlerdum
bonis afferat voluptates 1
Phil. E xulto laetitia, pia ud te, spectfores, hoc oneo bono
plandite: tuque libicen praecine ymeneum, nos sequemuF* Valete.
CLTVII
V .
ACCABBMU CORONARIA. Tema : della Vera Amicizia.
Aveva la citt di Firenze pi anni continovamente ricevuto
assai passioni e molestie per le continue guerre avute con Fi-
lippo Maria Duca di Milano, e di quelle non era ancora del tutto
faora, quando per consolazione degli animi affitti M. Batista degli
Alberti, e Piero di Cosimo de'Medici, uomini prudenti, amatori
e esaltatori della lor patria, messono innanzi a
1
provvidi ufficiali
dello Studio, che in quel tempo erano, che dovessin far bandire,
che qualunque studioso volesse suo ingegno operare vulgarmente,
in qualunque genere di versi,' nel trattare della Vera Amicizia,
quelli Ausino tenuti dal di del trionfai bando mandata, cbe fu
a d . . . d'Ottobre 1441 per iosino a tutto il d di san L uca, che
viene a d 18 detto, avere data sua opera suggellata a lor Notaio;
e fatto questo, detti ufficiali a vessino a deputare un luogo pub-
blico, dove ciascun, suo detto recitasse, e per pi degno elessono
Santa Maria del Fiore. E perch ciascuno pi efficacemente'suo
intelletto adoperasse, ordinorno che colui il quale gli altri pre-
cedesse nel suo trattato, fosse coronato d* una Corona d'argento
lavorata a guisa di lauro: e per onorare Eugenio papa come de-
bitamente si conveniva, i predelti ufficiali dello Studio deputorno
che i segretari del prefato Eugenio papa a vessino questo atto a
giudicare, e insieme eoa loro tribuire tal premio a chi degno
ne fusse. Onde la seguente domenica, che fu a d XXII nobi-
lissimamente fu preparata la detta chiesa, e poi subito dopo
pranzo, detti ufficiali e giudicatori e tutti H dicitori ivi si appre-
sentarono, come statuito era; e perch Tatto pi degno esser non
poteva che si fosse, la Magnifica Signoria di Firenze, l'Arcive-
scovo, lo Ambasciador di V inegia, infinito numero di prelati, e
CLXIX
O el evata, o gloriosa i mpres a,
O spirito supremo, o chiaro i ngegno,
O ripien tutto d carit accesa,
O di questa opra colonna e sost egno,
O inventor che anunuovi a difesa
Del. volgare idioma d'onor degno,
In vari s t i l i , in diverse maniere
Sien benedette le tue cagioo vere.,
Le qua
9
cagioo pel tuo degno destino
P erito essendo in ogni facilitate
Quanto altro s ommo, gentil, peregrino
Si trovi ingegno in questa nostra e t a t e ,
Dove i l gi udi do tuo vie pi raffino
Che non fa Foro nel foco in bont al e ,
Ridotti ci hanno i n tal congregazione
Con laude di vulgar commendazione.
Singolarmente un vulgar ben tessuto,
Terso e ripien di vera l eggi adri a,
Con un verso sonor, degno e compi ut o
D'arte suprema, qual vuoi poesia ,
Con la sentenza fondalo e fronzuto
In formar tal che l'uditore stia
Attento e lieto all'opera gent i l e,
Per la ricerca di si dol ce stile.
Appresso al tuo voler tanto perfetto
Fare sperimentar questa materia
Sotto tre don nel tuo proprio concetto
A laude tutto di chi meglio i mp e r a ,
Deliberando ogni spesa in effetto
Di tuo pagar, cosi il pensier ne spera,
Quando uno spirto gentil sopravvenne
D 'amore acceso e di virt solenne.
A L BE R TI , T. I . V
CLXX
Sentendo d
T
un tant' uom si calda voglia
Poi del suo degno fin construtto v ol s e ,
E perch la virt sempre germoglia
Dopo lo ' nl e s o , ta' parole seiolse :
O maggior mi o , deh non passar la soglia
C h'io non sia t e c o , in sentenza*raccolse
Nel s e g ui r . l a magnanima tua impresa
Grazia impetrando, di me sia la spesa.
Ch' io non so quando anoor negli anni miei
Cosa sentissi pi degna o pi grata;
Rispose il gentil n o i , qaal saper di
Suo degno nome e Ma casa onorata ;
(N con silenzio tacer lo potrei
Sendo inventor di si dolce giornata) ,
Questo messer BATTISTA degli ALBERTI
A P I E R di COSMO pe' suo' degni inerti.
E disse P i ero: e' non m' or sol noto
La tua virt, la tua magnificenza,
Veggendo te s fervente e devot o,
C h'io dal Gielo abbia favore o credenza;
N alla voglia tua romper vo' i l Foto -
A laude della nostra alma Forenza;
Cos uniti rimason d' accordo:
Or vo' seguire i l meo fedel ricordo.
D 'ogni cagion c a g k, primo Motore,
E stupefalto all'opera tua vegno,
Gli angel i , i ciel per tuo sommo vigore
Prima creasti in si fermo sostegno ;
Poi gi i l terrestre e '1 di drento e 'I di fore,
L 'uno t altro emisper facendo degno,
Sendo n caos, e dipo' il sesto giorno
Facesti alla tua imagine ritorno.
MAXI
Creando il nostro primo padre Adamo
AH
9
imagine. tua Signore eterno ,
Facendol possessor per tuo richiamo
Delle cose create in sempieiw:
Te dunque MKOC, Te supplice e chi amo,
Che a me di lume, pendi' io non daceroo
Dopo 4aato mister di tua demenza,
Nascer potesse tal disubbidienza.
Prevaricando il UK> c^maadameiito
Pel gustar et di quel vietai pomo,
Ogni supremo liuti* gli bi s p e l t e ,
Bruto, Tie rimai * fatto tapde UOMO*
Cacciando! fcior c o i r s i grave pavento
Del Paradise , a l qual <pensaao i l corno,
Con la faccia tastata tt con fiirom
D icesti: rmrai dtl tao midone.
Cosi per tal peccato originale,
Privati h m m di tua .gtaha fauncpsa,
Fuor di redena^on <dk* iruHa vale
In riparare ^lfca infinita oflnea:
0 del ciel R e, iwrfsihile, m^ortaie
Per Te
v
come m sai, p ai dispensa
Mandarne il Tuo Figliuol > ohe pi r avanza
Per sapYenza a purgare la ignoranza?
S strabocchevol, s tenera amore
11 Creator mostr alla creatura,
Volendo esser dei latto ^redentore
Incomprensffail fu senza mi sera:
Di quinci nasce, o mio ear Milocse
II tema dato, se e o ci .pon oura,
Della vera A nwctw i l t e s t t e m o
Fu il buon G e s , e no c' altro conio.
CIXXII
Tutte altre impronte, e tutti altri suggel l i ,
Escon del vero e naturai soggetto,
Artificiati, alla Virt ribelli,
Avendo l'Amicizia un sol ricetto.
Nota, se mai di lei pensi o favelli,
Perch ogni altro veder saria imperfetta,
Due corpi in un voler per grazia infusa
Vuoi con un'alma innestata e interchiusa

Quivi il suo vero e glorioso s e g g i o , u


N pi quYete otto il ciel non trova ;
Quivi in trionfo e tal fama la veggio ;
Solo esprimer lo pu ehi '1 sa per prova;
11 perch, degno uditorati ricbieggio, :
Che or la tua gran fantasia non si mova,
Notar volendo qui la differenza
D 'alcun, che varia in fallace credepza.
Tenendo che Amicizia e Cariiate
Sieno una propria cosa, un propria effetto
Esca di loro e di lor facilitate;
Questo tenere, uditore, imperfetto:
Sol l'Amicizia produce in bontate
Due fidi amici ognun col casto pet t o,
Se pur per accidente alcun si piega
r
>
La Carit gli riunisce e lega.
E per questa cagion niun mai ti faccia
Dal ver giudicio torcere o piegare,
Ogn
9
altro favoloso parlar taccia ,
Sol per virt, la virt debbi amare;
E chi fingendo tentando altra traccia
V a, puossi e dessi mendace chiamare,
N istorico t'inganni, n poeta,
Se la virt coli'onest tei vieta.
C L I MI
Io ho sentito gi il particolare
Del greco O mero, e del boon Mantovano,
Di Tallio ancor, che seppe e dire e fare,
V alerio ed altri come noi sappiano;
O gnan diffusamente in s uo trattare
N'han detto e mostro qael che ne foggiano,
Singolarmente ancora i duoi moderni,
D ante, il Petrarca sol per fama eterni.
N credo, che tu creda che raccol t o,
Come fa Tape dj. tutti , il fioretta,
Se i o non s oo dalT ignoranza involto
(stando alla ragion sempre sobietto,
Derogar possa, o che mai ne sia tolto
Quel vero c o n i o , c he di sopra ho de t t o,
Di quella immensa Carit sincera,
Che '1 seggio lien dell'Amicizia vera.
Qui vo' far p u n t o , e qui silenzio porre ;
Qui vo' lasciar di tanta opera il dire ;
D 'ogni torto veder gi mi vo' torre
Avendo in voi la speranza e '1 desire,
Alle cui leggiadrie non si pu apporre,
Facendo questo idioma fiorire,
voglio attento star tacito e , l i e t o ,
E gustar d'Amicizia ogni secreto.
N vo', n chieggo esser qui messo in s o r t e ,
N venire in cimento al paragone
Tra oro fin, robi n, balasci, il forte,
Di questa tanta e tal congregazione ;
Serafini del ciel proprie consorte,
Io per contrario in tal declinazione,
Con artificio son rame dor at o,
O doppio vetro in caston d'or legato.
CLXXIY
Sol nella superficie colorare
Posso, o potrei sotto un divin furore
Caldo nel dir, senza considerare,
O senza averne alcun gusto o sapore;
Per la qual cosa io ?o' ratificare,
Soggetto e paziente star di fare
Purch mio buon voler non mi sia tolto
Del far poi trionfar questo raccolto.
Di tali e tanti dicitori m versi,
Illustri e degni di fama suprema,
Sotto tanto a l t i , leggiadri e diversi
Solenni stili, pare allo eecelso tema
Gi sento di dolcezza sensi persi,
Tanto liquor mi par gi dal ciel prema,
In laude proprio della lingua nost ra,
Come la vera esperienza mostra.
Po' il fronte di qteU'uom tanto eccellente
Incoronar del glorioso ddno,
Veder vorrei -si magnificamente,
Che per tutta Europa andasse il suono,
Sendo tra licitar tanto eminente
t
S'io trasandasse -ancor, viglia perdono,
Vorrei vedette uscir poi del Daom fuori
Con tutti i venerandi dicitori.
Ciascun con vaghe ghriandetle i n testa
Picciole e peregrino il secondasse,
Di lauro, o di mirto per pi festa
Con tanti MMO c he l'aer ne tonasse ;
Con quella compagnia degna ed onesta
Insino al proprio suo seggio s'andasse,
Per pi sublime sua commendazione:
E qui sia fine al mio fatto sermone.
G UXV
Capitolo fatto da FR A NC E SC O CTALTOBIANCO degli A L BE R TI ,
cittadino fiorentino, pu re sopra f Amicizia, recitato nel lu ogo e
tempo prenominato.
Sacrosanta, importai, celeste e degna,
Singoiar dote e necessaria, guida
Quanto al viver felice si convegna.
Tu se' colei cke chiunque in te s'affida
Al disiato fin fermo riesce,
Ma stollo sema le chi ai confida.
Sempre la foglia i o pronta s'accresce
Circa l'onesto bene al *er conforme,
Congiunta in un voler lieta quiesce.
Basta a confusilo delle gran torme
De' austri mortali averne il nome,
Poich M%\\ efbUi ognun $' adagia e dorme.
Sotto tue sparla venerabil chiome
Chi 4' argomenta, e qual fingendo, aspetta
Di scaricar le-sue noiose some.
Ma non manc giammai giunta vendetta,
N fia lenza ragion lo 'ndugio alquanto,
Se -chi fa il mal , pi grave alfin l'aspetta.
Fallace opini'on che uoce taato
Chi ha amato pi saper del mondo, tiene
D'onde poi l'allegrezza toma in pianto.
Sol nell'almo consiste, e s'appartiene
Al virtuoso amico usar per tutto
Quel ohe 1 debita fficio suo -conviene.
L'amico e un altr' i o proprio ridutto ,
Finte son le amicizie per l e quali
Dal vero AUMNT in. fuor segua Uro fruito
CLXXVI
A ssentatoli e simil non l eal i ,
Sol nel domestic' uso han quella parte
Famih'ar, ma l e opre son mortali.
Solo l'amor chi con ingegno ed arte
Desidera e ben porge a chi conviensr
D 'esser laudato in palese e 'n disparte.
Sentenzia di P lutarco: ancor manttensi
Benevolenza con viriate e grazia
Numisma d'amicizia esser contiensi. .
Come l ' uso che mai gli amici s az i a,
Serva giocondit perfetta intera -
E virt e di gni t, con buona audazia.
Felice quel , che poco o nulla spera
In cosa che leggier col tempo p a s s i ,
Ma solo in te, che scC constante e vera.
Marco Manilio nostro, a chi gustassi
Ben sua s ent enza, volle ( e qui pon cura
Perch in dubbio giammai si revocassi ) ,
Che nulla mai creasse in s natura
Maggior che d* amicizia un colmo pe t t o ,
N sia cosa pi rara e pia* sicura.'
Tutti gli antichi e moderni che han detto
D ' est nostra virt chiari ed ape r t i ,
Concorron quasi in un modesmo effetto.
Seguon della amicizia alili e certi
Comodi ne'bisogni e casi avversi,
E quei l o san che son del fatto esperti-.
Sguonne ancor piacer vrii e diversi
Ne' prosperi successi, e segue l a ude ;
A chi vero ama, amando mantenersi.
Util, laudata, grata e lieta gaude
Diletta e necessaria fra' mortali
Che i prieghi onesti interamente esaude;
CLXXVII
Raccolto ha *n s pi parti principali,
Grazia, magnifioema e beneficio,
E altre, che intendendo sopra quali
Risiede ognuna al suo debito officio,
Verit, fede e sft religione,
Che conservano in noi vero iudicio.
Semplice, umani: facil d'intenzione
S'aggiungono oltra l'altre queste insieme
Secondo che pe' savi si dispone.
Segue delle opre.sue fruttevol seme,
Consiglia conferisce, emenda, aita,
Magnanima perdona e mai non teme.
Che necessaria e ntil sia chiarita
Questa nostra Amicizia, ognun rafferma
E cos per gli antichi diffinita.
Ci che sa amministrar guida e conferma
Questa in ogni atto pubblico e privato,
Ma senza lei ogn'opra vana e 'nferina.
In qualunque Repubblica o Senato
Senza compagni fidi e diligenza,
Nulla pu ben condursi in magistrato.
E a questo concorre ogni sentenza,
D'autorit gli esempli, e casi strani
Insieme con la vera esperienza.
S co' rimici, e prossimi e lontani,
SI in osservar le leggi e consigliare,
SI in osservar col tempo esti ben vani.
Nulla senza gli amici si pu fare;
Ma coi consigli uniti e opre loro,
Pace e quiete a* tuoi puoi ministrare.
Focfon e Percle, ambo costoro,
Bruto e Furio Cantillo, e altri molli
Che 'n liberar la patria esperti foro,
ALBERTI, T. l . i r
C tUV I I I
Se non fusser gli amici acci raccolti
Con tutte lor virt, opre ed ingegni,
Tardi o mai si sarien liberi sciolti.
Ma con questo purgar l ' onte e gli sdogai
Accrebber forza agli animi smarriti,
Onde e' son di memoria eterna degni.
Cosi n pi n men saran graditi
Nelle private cure, opre e c o v i g l i
Per cacciar via le 'ngiurie e spegner l i t i .
Sostener nimicizie e gran perigli, '
Conservarsi in istato e crescer gloria
Riserbando a'.bisogni ove uom l a p p i g l i .
Questo conferma ogni canuta storia
Di Cesar buon, che tatto il mondo r e s s e ,
Di Marco e Si i l a, e gli altri di memoria ;
Cbe bench a lor fortuna succedesse
Prospera a' voti e (a copia del tutto,
Non crediate che mai si conducesse
Senza gli a mi c i , e lor fama redutto
Avessero eterno singolare
Si che dell'opre loro usc tal frutto.
A preservar la cosa familiare
D airimpeto da fraude e da nequizia,
Sol cogli amici puoi salva guidare.
N meno grato eh' util l'A micizia,
P erch nel conferir del ben si g o de /
Dove nel mal rileva ogni tristizia.
Dolce in sentirsi amare* e crescer lode
Soave nella cura e di l i genza,
Dalla provata fede a chiunque lode.
Ecco quei che ne fero esperienza
P i z i a , Dmone e Patroclo d'Achille,
Teseo di Peritoo: nota sentenza.
CLIXII
Epaminonda Pelopida assort i ne,
P ilade, O reste, Lelk) e Sciplone
Che sparser gi di lor tante faville.
E L arian fra pi puri amici pone
C l i vi , A gatocle, Tindari, Missoco,
Sisinne con Mesapo ancor propone.
Cindanne, A b a u c ** moglie e figli al foco
Visto che scampar tutti e
9
non pot ea,
Salv l'amico e gli altri stim poco.
Accusato del fallo, e' rispondea :
Che uom pu rinnovar mogli e figli spesso,
Ma che raro agli amici uom s'abbattea.
Chi ben ritrar volesse ogni processo,
N k facolt basta a tanta prova,
N lingua, o penna al buon voler va presso;
Ma qual sia l'Amicizia e quanto giova,
Quel eh
9
el l a importi aoperi e contenga,
Compresa avete e com' ella s'approva.
E quanto i n ogni parte essa mantenga
L a dignit, gli s t a t i , e pi quanf el l a
Gli accresca, e l e discordie abbassi e spenga.
Quinei Tiresia duce rinnovella
De* celtiberii a n urna ol i o lor dogl i a,
P erch sol da costei la fer ribella
Sia qual potenzia, o fortuna si vogl i a,
Che in processo non manchi in parte a ku n a ,
Ma costei dalle piante ognor germoglia.
Se cercate i processi ove s'aduna
Gli ammonimenti al savio viver vostro,
Raccogliendo te somme tutte in una,
Altro non vi si trova, o vi dimostro
Se non che A mor, con fede e ubbidienza
R idacoo tutto al proposito nostro.
CLIXX
Adunque, o degni e pien di referenza:
Vogliate di costei seguir gli effetti
Che ogni altra cosa scarsa a viver senza.
Onoratela in opre, in fatti, in delti,
Datevi in tallo a lei e h' e l i ' sol quella
Che vi pu far posar fra gli altri eletti ,
concedervi gloria ognor novella.
Capitolo composto da Messer ANTONIO degli AGLI fiorentino,
Canonico di San Lorenzo e Piev ano di Santa Maria detTImpru -
neta, pu re sopra l'Amicizia ; recitato nel lu ogo e tempo prenominato.
O Padre E terno, onde a noi nasce e piove ;
Ogni lume, ogni grazia onde l'Amore .
Primo al mondo s'intende, o sommo G iove,
Senza la cui virt, senza il favore .
:

Del qual niente puossi, or sia presente,
Ora strnga il mio petto il tuo valre;
Ora infiammi quel foco la mia mente
Che su dal crei mandato in terra, accese
L'antiche fiamme sue H quasi spente.
Dal vigor delle qual non si difese-
Chi le sagilta, ma nel proprio foco -
Arse e per poich qui si discese.
Donde se 1 mio parlar frigido e fico
Non acceso, eantar non potrei
Di tua potenza, Amor, molto n poco;
N degli effetti t uoi , n di c ol e i ,
Senza la qual tulio manca e perisce,
E della qual cantar debbo e vorrei.
C L inr
Dell'Amicizia, dico, che or languisce
Misera, afflitta, lacerata e tale
Quale esser suoi chi ciascuno avvilisce.
Onde spezzato e rotto ogni suo strale,
DB Cupidine vinta, aspra e Sdegnata
All'antico suo sen gi volge Tale.
Ma or con prieghi t grande onor chiamata,
Forse ritorner d'onde fuggita
Era, come fu gi benigna e grata.
S che colui che a la sua laude invita
Gli altri intelletti di tal gloria degno,
Che a dirlo breve ogn'ingegno, ogni vita.
Perch senz'essa, ogni trib, ogni regno
Subito cade, e ci che piace e giova
Dell'Amicizia lieo l'ordine e '1 segno.
Con qusta fa Natura ogni sua prova,
Questa tempra i contrari, e spira e 'nfonde
Modo e bellezza, e ogni esser rinnova.
Questa in quadre figure atta le tonde,
Questa con modo ed ordine e misura
Procede s , che niente confonde.
Questa, se ttova ingegno a sua natura
A tto,commove, accende, forma e finge
Sua maest, sua luce e sua figura.
E della essenzia quel segna e dipinge,
Dalla quale essa scende, onde coloi
Che col fren di eostei si muove e strnge,
AI Ciel subito leva gli occhi soi
E dall' alie d'Amor portato arriva
Dove al mezzo s'accorda e '1 primo e 1 poi.
E quivi la bellezza e luce viva
Trova, contempla, s ohe quivi assorta
Tratto d'amor <JH s , tosto s priva.
GLXXXII
Nel lame cieco e nella vita mo r t o ,
niente nell
9
esser diventato,
Bench nel suo mancar pigli conforto.
Anzi subito grida : egli ingannato
Ciascan che qui non viene, io mi credea
E sser ami co, gi esser amato.
Or veggio che l'Amore in s volgea
Tutti suoi raggi ; onde come acqua in vetro
Ogni suo colpo effuso si spargea.
Ma poich a me lasciai me stesso retro,
Amore a L ibert vidi congi unt o,
Dove del santo ardor l'ultimo metro.
E in qul senza cerchio ubique punt o ,
Vidi dell'Amicizia il sacro fonte,
E l'esemplare in lui raccolto e g i unt o ,
Dal qual formata 'mpressa l a mia fronte:
Ogni amicizia f al s a, se non que l l a,
D issi, c h e temperata in questo monte.
D ov' il sacro s uggel , dov' la stella
De' naviganti, in mar rettrice e g ui da,
Dov' d'Amor la legge onesta e be l l a ,
La qual con alta voce al mndo grida:
Chi se nel primo amor DOU ferma e 'occnde,
Segue, nel suo pensi er, l'antico Mi da,
Ed a Medusa e Circe avaro vende
L'Amor, se Amore onde mutato
In bestiai forma e 'osensata discende.
Ma chi con Prometo in ciel l evato.
Fura il foco vivifico nel quale
L'antico Ganimede arse i ngannato,
Alla terra rivolge ogni suo s t ral e,
E dalla vera fiamma acceso e mos s o,
Fa s amando a tutte cose egual e.
c t xr a i i
B bench trovi il mondo tardo e grosso
A ricever d'Amor lo stadio e l'atto,
Del moto suo giammai non rimosso.
Ma dell
9
alma Amicizia '1 primo patto
Serbando il ben che lui fatto ha beato,
Compartir vuole a tutti liber atto.
Quinci simil si fa spesso allo amato.
Aedo che lui a s simil diventi,
Fin e h ' , doad'esso scese, a lui menata
E dell'antico Elia, presi i ferventi
E rapidi cavalli in ogni parte
Volando, giova e soccorre le genti,
Non temendo Hufon, dot o n Marte,
Ma di fiamme vestito, e di saette
Armato, d'Amor segue ogni sua arte.
Le quali son, s' i o non erro, or due, or sette;
Che in quattro d'oro strali esercitate .
Rendon l'arme ad Amor pronte ed elette ;
le quali per tor tedio ora ho lasciate,
Escorrer senza freno ove l'Amore
Le mie Tele volgea alte e gonfiate.
L'alma Amicizia pou l'anima e '1 core
Pe' cari amici, e niente alieno
Dell'amico a s crede o di s foro.
E allenta allo Amore e stringe il freno
Quanto a chi amato si conviene
Pia dando dove pi , men dove meno.
Dove son le cagion dell'Amor piene?
Per Amor, contra s diventa dura
E contenta sostien V ultime pene.
Ogni cosa ad ognun diventa e cura
Sempre in altri voler quel che in s voHe,
E varia a tempo e muta sua figura.
CLXXXIV
Nulla ingiuria da lei mai FAmor lolle,
Ma con l'Amore ogn
f
odio e 'ng iurta s pe g ne ,
E savia regge il matto, e 'nsegna al folle.
E certa negl' incerti estima indegne
Del vero Amor cagioni, militate
Congiunzion, diletto, uso e convegno.
Credendo dell'Amor la liberiate,
Quinci legata Carit, perire
Dove arde e luce ogni sua degnitele*
Questa non vive in s , non pu morire,
Questa niente ha suo, tutto possiede, .
Questa- non vuole, e vuoi senza disim.
Questa correndo posa e stando riede ;
Questa di s mmor, s stessa avanza ;,
Questa segue ciascuno, ciascuno eccede.
Questa la levit, con la costanza . , . - .
Vince , e colla fortezza ogni timore ;
V ilt, pigrizia e odio con l'istanza. ;
Questa pia e crudel, vhendo more;
Anzi per non morir, la vita uccide,
Che gi mor perch vivesse Amore*
Questa, pel mondo, s dal Ciel divide;
Questa non trova pace, infin che 'I frutto
Colga di queir Amor, che in Ciel gi. vide.
Questa, bench ciascuna il suo cor tutto, .
Pi dolee sente e '1 vincol di coloro
Nel qual ha fatto il vile Amor distrutto.
Ne' qua
4
del vero ben trova, il tesoro,
Ne* quali il santo lume e lo splendore
Della viva sentenza provai
9
or a
N questi l'Amicizia e ! suo dolciore
Suoi nell'uso spiegare e nel sermone
A lterno, ove ciascuno apre ti suo core.
CL1XIV
Ove ogni occulto, ogni secreto pone
In mano al vero amioo ed ogni senso,
Da e riceve, domanda e dispone.
Appara, insegna, e a' lalora ffenso
Dalle umaae miserie, nell'amico,
Spera conforto al suo dolore immenso;
in lui maggiore assai pi che non dico
Alla sua piaga trova medicina,
Fedel consiglk), libero e pudico.
la vera Amicizia una fucina
Dove si purga Poro e dove spenta
Si trova, ove perisce, altra ramina.
Se nelle colpe tue vedi esser lenta
La correzkm di quej che amico chiami,
D 'amico, assentator forse diventa.
E s tu lui come vero amico ami ,
Correggi queirerror ch'ei noh corregge,
Se non vuoi dell'Amor romper li rami.
Dell'Amicizia quel rompe ogni legge
Che ammouito si turba, adira e sdegna,
dello amico in s l'ardir qomregge.
Poco nell'Amicizia dura o regna,
Chi ali
9
amico non diventa eguale,
Quanto si debba il suo minor non degna.
Colui non sa quanto Amicizia vale
Che per lieve cagion quella rifiuta
E allo argent fa lei ineguale.
L'Amicizia fedel mai non si muta,
Bench l'amico suo veggia mutalo,
N all'Amore l'Arnor veode o commuta.
poi che dello amico ha giudicato,
Non oe' conviti, ma ne' tempi o dove
Pi l'ebbe a giudicar pronto e parato.
A L BE R TI , T. I . X
CLXXXVI
In lui con singular modo si m o v e ,
Informa tal eh
9
ogni altro ama ed abbraccia
ne
9
peggior fa spessa-miglior prove.
P er vizio o per villa niun mai discaccia,
Ma debito soccorre ad ogni piaga,
Che lui di simil morbo non minaccia.
Per lui porta ogni pena e per lui paga
Ogni obbl i go, se p u , e dallo A more
Per alcun caso mai s u o cor si smaga.
Del vivo effetto s uo, del gran fervore,
Lo studio e le parole fanno segno
Che come dardi sempre aprano i l eore.
Questa fond le leggi e diede il regn ,
Alla legai Giustzia per giovare
Al mondo, forse di sua cura indegno.
Questa costrinse spegnere e domare
L'antico rcole i mostri Codro muore
Per poter la sua patria liberare ;
Regol ritorna in Affrica, al furore
D egl ' i ni mi ci , e Muzio pon la v i t a ,
la man perde pel pubblico amore.
Questa in croce pi volte salita
Questa c o l sacro sangue H mondo t i gne,
Mentre che '1 chiama al Ciei conforta e 'nvita.
Questa unisce, congiugne, lega e strigne
Ci e h ' congiunto, e '1 contrario, divide
Ci che unito di sopra e' discigne.
Senza costei, Bellona e Marte s t r i de ,
con grave mi na e sacro o r r o r e ,
Fracassa, turba, lacera ed uccide.
Accende delle Furie il crudo ardore,
E di serpenti e fiamme armate vanno
Con orribil tempesta e con furore
CLIXIVH
Turbando il mondo e le g e n t i , ove sanno
D ell'A micala il aacro nodo sciolto
E ssere e discacciata eoo affanno.
Ma chi nel sen di questa s ' raccolta,
E , per non perder L ei , s stesso vende,
Dal sommo e vero Ben mai sar tolto.
Senz' A micizia e '1 mondo e 'I Ciclo offende
Ogni l ume d' i ngegno, ogni vi ri ate,
Ogni dottrina e grazia in mal si spende.
Ogni gl ori a, ogni onore, ogni salute
Senza Amicizia nuoce, e 1 Cielo sdegna
Chi con amor non ha sue vie compiute.
Per che quel Signor che lass regna,
P er la sacra Amicizia in terra s cende,
E uom latto per Lei n o r i r si degna.
Si che chi odia questa, L ui offnde;
11 perch niuno speri al Ciel s al i r e ,
Se alla A micizia s e *l suo non rende,
A Lei viver disposto, a Lei morire.
Capitolo di MARIOTTO <f ARRIGO DAVANZATI, cittadino fioren-
tino , pu re sopra VA micizia, recitato nel predetto lu ogo e tempo,
per Messer ANTONIO di MATTRO D i ME G L I O , Cav aliere Araldo della
Magnifica Signoria di Firenze.

Quel divo ingegno, qual per voi s ' i n f u s e ,


Onde il greco e latin poema us c i o ,
O sacre, o sante e venerande Muse,
S'infonda, or si nello Stelletto mi o
Che al degno ^ bel principio, mezzo e Gne
Ne satisfaccia, tal , qual io desio.
C L XWllI
O chiome i l l us t ri , mi rtee, pe l l e g r i ne ,
Sovvenite Ora, al servo bisognoso
Con l'alme fuor delle mortai v a g i ne
O di mia vita sostegno e riposo
Compatriotti mi ei , Dante e P elrarca, .
Senza i qua' di parlar non sare' os o,
Ponete tnano alla mia fragil b a r c a ,
S che pel mezzo de' due sacri lumi
Di palma e l auro, in porto arrivi carca.
Trattar volendo elezione e costumi,
tegame ed effetti d'amistate,
Come s'apprenda, mantenga e consumi.
Notar dovriasi pria la dignitate
Immensa in tanto sublime inventore,
Quanto la lingua nostra ha di . t o n i a t e ;
Ma sol per non uscir del certar f br e ,
In me tacerlo disposi al presente,
P er eerne* tra gli amici il fruite e 1 fiore.
N in invenzioni favolose e assente
Dal termin dimandato, vo' miei versi
Indarno spender si disutilmente.
Quale in opre comporre, o in diversi
Titoli degni a parlar per figura
Sotto tibzion \ gi molti intender fetsi.
Ma perch con poetica mistura-,
Filosofia qui ferma e 'divisa,
Tutte finzion Geo fuor d'est misura.
N per ainbizlton vo' far recisa
Amicizia da s sofisticatalo
Per vari modi e sentenzia intercisa.
Alcun di ce, A micizia regnar quando
L 'uno amico dall'altro utile as pe t t a,
que l , maheato l e i , venir mancando.
CLXXXIX
E che un'altra Amicizia che diletta
La vita dell'amico* e qual si volta
E 'I desiderio, tal la fa imperfetta.
Cos sott'ombra d'amist raccolta ,
Fanno di molte e varie adulazioni ; .
Qual tedian chi le dice e chi le ascolta.
Ma alla vera Amicizia i i e i sernfeoni ,
D rizzo, la qual sol per virt s'elegge
Unica, integra e paragon de' buoni.
Tant'alta glorii m s riserva e regge
Questo immortale invitto e divin titolo,
Che comprender noi pu l'umana gregge.
se in prosa, in dialogo, o capitolo
Alcun t r a t t o ne , o tratta, il caso inizia >
E scompiglialo poi lascia il gomitolo.
Che questo eccelso effetto d'Amicizia
Qual dee regnando, per sua conseguenza
11 rigor danna, e ministra giustizia..
Onde i mortali iavan viverien senza,
N necessaria cosa pi ci appare,
Pel conservar dell'umana semenza/
Con costante e ma tur deliberare,
Socrate vuoi, che elegger cerchi amici
Con possa e vglia a fedelt servare.
E che amico non chi ne' felici
Avvenimenti te visita e proffera,
Ma ferme a* medioeri ed a' mendici,
E per lo amico, amico in pace solfer
Qualunque cosa pi grave o molesta,
E d nuovo so pronto dona e oflera.
La vita dello amico allgra o mesta
Qual la tua propria deMM.. reput at e,
E d'un pari rotare esser contesta.
cxc
E volere anzi vita abbandonare
Pel vero amico, che collo inimico
Viver credendo per Ini trionfare.
Aristolile afferma che l'amico
Nel prosper tempo a conoscere duro,
Ma presto il cerne lo stato mendico.
E che fuor d'amist s acro e s curo,
'1 vivere, e che nullo eleggerebbe
Di viver senza nel tempo futuro.
Che tolto a' fortunati in chi vorrebbe
Per amist lor ben comunicare.,
La lor prosperit nuUa sarebbe.
N potrieno atto virtuoso usare,
E '1 miser non avendo alcun refugio
D 'amico, sr potria morto chiamare.
E che '1 bruto animai che dal pertugio
Sol di natura il lume attende e piglia,
Privo d'ogni elesion, col cervel bugio
Amar si vede, effetto e tnaraviglia,
Onde Amicizia nasce e si nutrica,
E Virt senza Lei, non si consiglia.
Onde Amist, vuoi che Virt si dica
Essere in s, o tal qual Virt puote,
Senza la quale, indarno s'affatica.
Ma Tepfraslo, par che affermi e note
Dover l'amico anzi amar che provare,
Se strema ateista non ti percote:
E Pitagora vuoi , che tal trovare
Si debba uom senza amico, quaT senz'alma
Corpo non pnote al. mondo vivo stare.
N vuoi che tu ti carchi della salma
Dell'adular l'amico, che attristate*
Da dritto e ben parlar principia e calma.
CICI
E che sia amico di tal dignitate,
Che altri d'averlo per nimico terna,
E quando regge in gran prosperitate.
L'amico tuo '1 visitare scema,
E vavvi raro s e non se' chiamato,
Ma s'egli avvien che male stat il prema,
Senza chiamar, debbe esser visitato
E soccorso da te, col dire e '1- fare,
Mostrando 1 non sua fortuna a grato.
E che l'amico quando ingiuriare
Si vede , tal pi eh' altri si corruccio
Qual freddo e caldo non pu insieme stare.
E se per caso amico da te muccia,
Nimico folto non speri che t'ami
'N eterno, che son tutti d'una buccia
E bench amico a te si mostri e chiami
Tornar cercando in tua prisliua graffia,
Quale a pesce aopra e l'esca e gli ami.
Ne cerca per amor di contumazia
Volere uscir, ma per util che aspetta,
O per me' far di te sua foglia sazia.
S che se ben non colse la saetta,
La quale a te come nemico trasse
Sotto inganno, me colga e vada netta.
E da amico ricerchi quel gustasse,
A le yoler da lui esser richiesto,
Perch Amist di un sol lato non fasse.
Degno, giusto legame alto ed onesto
Esser dell'Amist la vera fede,
Senza il qual sarta il mondo agro e funesto.
E Auguslin d'Ambrogio, degno crede,
In Civlale Dei vuoi che l'amico
Ami qual l'alma che dentro a se siede.
CXCII
Ma fra pi degne cose eh' k> vi esplico,
Per distinguere il litol glorioso,
Qual mai non giunse moderno od antico,
Non vo' che indietro relitto e luaeoao
11 nostro inorai Seneca rimanga
D 'ogni-virt, ma pi di questa, sposo.
Qual vuoi pi dolce, pi nobile o magna
Cosa non possa al mondo uom possedere,
Che un amico provato i n sua compagna,
Col quale ogni accidente, ogni pensiero
Possa comunicar, quaL con s stesso, ,
E di par voglia allegrare e dolere.
N vo' tacere iosomma. il noto espresso
Volume, il quale il nostro almo oratore
Perci compose, ma pur breve il tesso.
Perch ordinato a narrar tal tenore,
Saria il framesso pi di e la rivnda,
Ma diamne quel che e di miglior sapore.
Onde afferma che ci ch'uomo addimapda,
S come cose buone e singulari,
Una disia perch in altra si spanda.
Qual per ispender si disia danari
per seguito aver brama potenza,
Onor per esser tra g' illustri e chiari,
Diletto dona d'allegrezza intenza
Amistate per essere amicato ;
E cosi T altre van di conseguenza ;
Ma solo ad Amicizia riserbato
Da tempo n da luogo esser rimossa,
Ma ti bisogna da qualunque lato.
E che sempre ti segue e sempre ha posa
Dove acqua o foco noci ti fa mestieri,
E d'ogni ino sinistro alla riscossa.
CXCfl!
Tal che l'amico morto, e non pur i eri ,
Qaal prima vive nella mente ai vivo
A mico, a 'a fama ritorni qual t ' eri ;
E tal cosa u o per s di fare schivo,
Che per l'amico f a , perch onestate
D'onor l'adorna in a l t r i , e 'n s il fa privo.
E tutte cose a fermeeza ordinate
Di dolo o terra, dice Agrigentina
Discordia fogge e contraggo annusiate,
La qual tra' buoni, com' oro in foco affina :
In par consentimento 6 voi unta
Sua forza regge e 'n avverso ruina.
Nel vecchio amico tal pi degnila
Che nel nuovo, qual dal fiore al fruito,
Che l'un da speme e V altro utilit.
vita brevi ute, in parte o in tutto,
Secondo ohe Eomo vuole, esser non puote
Senza benevolenza o suo costrutto.
Or tutte este sentenzio sopra note
Per molti e vari autor, qual s ai , racconto,
Non tutte in me son ferme, ne remote.
Ma quanto i' ne conosco e sento pronto,
Esplicher non pi come autorista,
Ma qual per dare e per aver tien conto.
Amico vr l'amico non resista
Per mezzo alcun, se non qual s medesmo,
E in due corpi un'anima consista.
E qual in ciel volar senza batlesmo
Pu l ' al ma, tal qui pu regnare schiatta,
Senza amist mancandone un millesmo.
N per offesa dell'amico fatta,
l i debbi mai dalTauaicar partire,
Anzi di ridur lui col ben far tratta.
A L BE R TI , T. I. y
CXC1Y
Che proponendo in t e , s' a te fallire
Vedrai V amico che pi amar no mogli ,
Nemico occulto ti vieni a chiarire.
Perch sospetto in fra du e , sono scogli
Maggior contro Amist te, che all'acquisto
Del paradiso rapine ed orgogli.
nello incerto caso, lieto o tristo,
Qualunque amico si conosce e scorge
Se gli fin oro, o rame insieme misto.
11 savio, sempre, al principio s'accorge
Non si dover con ei inamicare,
Perch tale amist de*due l'un porge,
O in infamia gravissima cascare
Per portamenti lor brutti e inonesti,
O con odio da lor partenza fare.
Prova l'amico tuo, se in fatti e 'n gest,
Amicizia, qual dee, dentro a s s e nt e ,
Non per profitto d* util che in te rest i , *
Ma sol per carit farlo gaudente
Di Cai dolcezza, non la possedendo,
E se in lui regna, inaddoppiar fervente
E perch molti non ben discernendo,
Carit, dicono, essere A micizia,
Qual differenza v' , chiarire intendo.
Sorelle s on, perch ciascuna inizia
Da dritto amore, onde Amicizia attende
Ad amicare e generar letizia.
Carit, quella conserva e difende
Contra gli assalti cP odio e di discordia,
di pi sempre amar fiamma raccende.
L'amico aiuta e non pur con esordia,
Ma col portar del suo fallo la pena,
Se loco in ci non ha misericordia.
CXCY
Per che Amor la maest serena
E gli angeli crear, e l'uom dispose, |
E a fer Maria poi di grazia piena,
Pel peccar, nostro, e tati'altre vie ascose
Sendo, a poter purgar tanto, delitto,
In croce il Figlio per l'amice pose.
Onde da Amicizia ogni profitto
Di tutte altre virt nasce e mantienii,
Senza quale ogni bene e derelitto.
Per fa
9
che con l'alma, il core e sensi
Ami T ami co, e serva con la fede
La quale a te, per te proprio appartiensi
Sempre, in qualunque caso gli succeda
Capitolo di Messer FRANCESCO di BUONANNI MALECARNI, fio-
rentino , pu re sopra TAmicizia ; recitato nel lu ogo e tempo pre-
nominato.
Nel tempo che riluce in carro d' oro
11 sol nelle contrade d'Oriente,
rende ogni animai- al suo lavoro,
Salvo un augelleito che sovente
La notte piange si infiniti g u a i ,
E replicagli i l d pi caldamente.
Io dico Filomena, che gi qiai
Quiete prende al tempo estivo e caldo,
E par c h' i o dica, sazierommi io mai?
Ed io che pi ch'ancudine sto saldo
A
9
colpi di Gupido disleale,
E mille volte il d mi spezzo e saldo ;
CXCVI
Scesi pensoso le mendiche scale
Della dolente casa abbandonata,
Per gir ad una costa ore si sale.
Non gi molto lontan da mia centrata,
dove io vo' per udir qualche verso
D 'alcun vago augclletto tal fiata.
E oltre andando, senti' da traverso
Un concnto d'uccelli.innamorati,
Anzi parea ch'ardessero in lor Verso;
Ove piangeati i lor avversi fati,
Sperando sol vendetta, qual Amore
Suoi far talvolta de' suo' incatenati.
E perch senza accorger volan l ' o r e ,
Affretta' '1 passo per giugner al l oco,
Ove talvolta scarico il dolore.
E giunto vidi principiare un gioco
Tutto straniero a' nostri portamenti,
II qual mi die d'ammirazion non poco.
Io veddi pi maniere di tormenti,
Talch da prima a rider cominciai,
Poi si ritravagliaro in pi spaventi.
Genti che 'n lor sermoni traean g u a i ,
Con quella crudelt ehe Siila e Mario
E Meseozio e Neron non us mai ,
Quivi non mi pareva gran divario
Dal siciliano e tirannico strazio,
O la furia di Cesar nell'erario*
Un prato era fiorito d'ampio spazio,
Quanto vista d' un uom porta lontano,
Argo, nop ch'altri, ne sarebbe sazio.
Circondato da selve ad ogni mano,
Ombrose e folte, insolile e diserte ;
Tra colli, e alpi, e poggi, e valli e piano.
CKCVII
E le montate sono ripe ed erte,
. Tal che a pensarle me ne vien paura,
Pea di spelonche, e antri e vie incerte.
Ed un corrente fiume gli fa mura,
Con un vii ponticd d'un legno solo,
Che l'onda spesso se ne '1 porta e fura.
Pien era e ricoperto tutto il suolo
Bella infinita turba sconsolata,
Ognun piangendo e scoprendo suo duolo.
In mezzo una gran sedia in alto e lata,
Coperta tutta a seta e drappi d'oro,
Di pietre prezise e gemme ornata,
Sotto r ombra d'un alto e folto alloro,
Qual teneva in trionfo una regina
Degna di ricco e celeste tesoro.
Umana in vista, ma era divina
E eoo sette virtute accompagnata.
Ad udir quella misera rovina.
Scmiramis quhi era coronata
Che f' la legge in favor di Cupido,
Insieme col figliolo accompagnata.
E disse : alla Vendtta io mi confido
D'esser restituita alla mia fama
Che mi fu tolta dal vulgare strida
Didon contro ad Enea Vendetta chiama,
E corre ancor col foco alla marina,
Che d'arderlo disia da capo e brama.
E Pluton che Proserpina ne mena;
Per comparire avanti alla Giustizia,
Avea gi rollo l'iafernal catena.
Eravi la corrotta Pudicizia,
Che Pasife col toro scellerata
Ebbe agli Ateniesi nimicizku
cxcrin
quella maladelta infuriata,
Ch' a Gioseffo accusando stracci '1 manto,
Tant' era da lussuria arsa e 'nfiammata.
la misera Filli che tal pianto i
Della inganno facea di Demofonte ;
Che mai cchi mortai non ne Ter tanto.
Piramo eh' ancor s'apre il ciglio al fonte
E, sol chiamando Tisbe al gelso moro :
Morte com'Vdolci anni, bai le mi o fronte!
perch ognora Ini mirami muoro;
Veddi da Bersabe' David legato,
Che son gi le chiome inserte d'oro.
Aristotil veddi cavalcato
Da una femminella, e istraziare:
Oh Cupido sleal, come se
9
ingrato !
Assalonne a cui costar s care >
Le bionde chiome, che fuggendo avanti
A
9
Filistei, lo fero appeso stare.
Oloferne versava tai pianti,.
Che l'aria empiean di versi lagrimoei,
II quaL Giuditta V uccise fra tanti.
Narciso tornando dagli ombrosi .
Boschi, correa sudato alla fontana
Dove finir suoi versi angosciosi.
di lui si dolea la ninfa Egana
Con ben mille sorelle accompagnata,
Tutte sagrate al coro di Diana.
Quivi era la gran turba innamorata,
Cleopatra Cesar ancor mira, >
Che fra l'erba l'avea con fior legata.
Ed rcole eh
9
ancor di Dianira
Per la caccia si duol, e pi d Nesso,
Che per rivendicarsi aneor sospira.
CXC1X
L eandro, il cui tornar non fu permesso
Qual E r o ancor l'aspetta alla finestra,
Che per l e' il salso mar nuot s spesso.
Penelope correa da man si nestra,
La gran tela con esso strascinando,
Qual f pi volte, e disf con sua destra.
di Circe si duole, che ingombrando
Pi e pi anni Ulisse gli ri t enne;
Poi Arianna che mori andando,
Quando dal lido incontro* le pervenne
Venia contro a Teseo chiamando mo r t e ,
Sol perch '1 Minotauro acquistar venne.
Poi venia presso quel possente e forte
Sanson che '1 capo in grembo alla nimica
Tenea, onde ne nacque la sua morte. .
I l i a , par ne sospir che maledica
11 troppo amor e '1 tempo perso i nv ano,
Veniva nuda, misera e mendica.
Tenendo un putto da ciascuna mano
Che Marie a lei seguir per tante ville
Nutriti d'animai fiero e si l vana
E '1 re A rt , Trisiano, Isotta e mi l l e ,
L ancillotto, Ginevra ed A l dameste,
P er cui T arme gi fer tante faville.
Pantasilea che die tante moleste
A' G reci, piange Ettor d'Achille mo r t o ,
Che Troia di tristizia ancor riveste.
Medca dicea, puniscasi il gran torto
Qual us gi l o spieiato G i asone,
Onde F un figlio e l ' al t ro vedde morto.
Vasti chiama A ssuero alla ragione
Che per trovar E ster come lei bel l a,
Vergini mille ai suo dominio pone*
Virginio sanguinoso eh
1
accoltella
La figlia donde quei dieci tiranni.
P erderai Roma insieme come quella,
E la casta Lucrezia che co
9
panni
Ancor sr ricopria i l bianco petto
Per coi Bruto a Tarquin die taaii affanni.
Trotto che ancor segue DYomede ,
Qual il f gi finor in pianto amaro,
Che pietate e perdono ancor gli chiede,
E Griseida portata dal c i ng hi ar e ,
E tratto il cor pi e t , piet g r i da l a ,
Miaerere, perdona, signor caro.
La Francesca da R knini affrettava,
I passi col cognato sangui noso, .
In Caino di nuovo si specchiava.
Poi venien due , col volto s nascoso
Ch' io non conobbi , ma mollo gridaro :
A nime, il R e dd Ciel T dia riposo.
E dietro a lor veni a, a passo raro,
II cortese Fernando Talentino
II cui nome in Italia tanto chiaro. .
E parea che dicessi : deh meschino !
Merita questo i l tuo fedel a mo r e ,
E e h' u n prete ti mandi a tal destino?
I o non lo conoscea, s u quel furore,
Se non che Ganimede alto mi disse :
Vento assi che dio* v os doni onore.
Quella parola s i l cor mi trafisse
Che presto al collo al padre mi g i t t a i ,
E manc poco eh' ivi non finisse.
E cominci : Francesco tu che fai ?
Fra questa turba mesta e sconsolata,
La fiamma eh' io vo' dir non mor mai.
cct
D i mmi , diss' i o , chi questa brigata ?
Qual vendetta li chiama a tanto strazio?
D iss'egli: e l i ' la torba innamorala.
Ed io che non mi posso veder s a z i o ,
N provo altro diletto che 'mparare,
Gli die per mille volte il mio ringrazio.
Non t'incresca, diss
9
e g l i , alquanto stare ,
Tanto che tu vedrai la giusta spada
Vendetta a ciaschedun e ragion fare.
S'hai sofferenza che non te ne vada,
. Vederai tutte quelle che straziando,
1 lor lamenti tenner tanto a bada*
i n questo star, veddi venir gridando
Una donna che 'n fuga era rivolta,
E parea che di vita avesse bando*
Quella brigata s' era quivi accolla
Da una parte stretta per vedere,
E per esser primier ciascun s'affolla.
I o credetti per tema gi cadere,
Che sol pensando me ne vien p a u r a ,
Non che l'occhio reggessi a tal vedere.
Non credo che mai sinMl creat ura,
D euoalioo e P irro producesse.
Con i o sforzo che pu mostrar natura,
l o credo che la terza spera a r de s s e ,
Quand' ella fu prodotta fra' mort al i ,
E dal ciel per invidia i l sol cadesse.
P olicleto, n Fidia mai fur tal i ,
Che l'avesser saputa pur guardare
C h'un agnolo parea senza le ali.
Ella ci fece tutti spaventare
Con urla che facean tremar il ci et o,
Vinta e stanca, che pi non pot andare.
A L BI C A TI , T. 1. Z
CCIt
ridda come natiftte, eh* per t e l o
Sol nrircrift, sarebbe arso
Dica or chi v uoi , oh? io non vi p o i g
E due gran cani moslravaa te g r av e ,
E condottate ragli alla G iiretia,
Parve di cesse: non andar
l o veddi s ognan pie di
Che pe r piet mi venni tetto manco
E parea spenta a\ mo t t a ogtu tett*
L'un mastin era ere e VaJtaw Manca,
Con le bocche schknuoeer e gtt oac asdenti,
E c i a s c u a p t e s e dotta donna w 6aoco
Afferrar veddi gi i spiatati denti ;
E '1 magnanimo e fraaoa Catalano
D i sse, deh stono i- g i o i v i e ci ei i spentiti *. .
E 'l pulito pugnai si) rec ini niano^
Correndo contro a' oait ^ se non np grido*
V enne, che ri al on Furiai e 'h pi
Mai non si ud si orai Me strida
Che die un caf alicr asmatO) e
P er seguir l a vendette di
Sopra un alto, morato e g r a * de s l r i e m,
E ' la tagliente sfadh trasse Aiorei
COD un atto sdegnoso^ aspro e> aevect.
A h, disse il Catalan, gran tisoatte
vincete una dmoaj a un. cavaUeral*.*
Quegli rispese: voi siate in errore.
Se m
9
udirete io dici tutto, intero:
I o fui s og g et t o a qu^sta> donn&v e schi aro,
E pi del suo servire, ohe di Iddie ,. ero.
6on ogni sentimento, e f lfama|K>,
Credendo' c o l beni tim essergli*
E m rena i n fine io scmimita.
GGHI
10 fui sempre da l e i , poggio trattato
gran merito e grazia ne aspettavo,
Ma zappa' in acqua e faine pi spregialo.
Un di davanti a M morte dn a Ma v o ,
Quetta r i s pos e : v', impiccati preMo:
E allor mi striasi l o spirito pravo*
Torna'mi in dietro, solo per far questo
M'uccisi <xm la pada, la qual porto ;
Ved' or s t ci & atto dfsontttft.
Allor la gran Regala> di s s e : scorto,
Fa' la v e n a t a tua a modo u s a t o ,
C h' i o punir cM te impedisce a torto.
11 Calalan si gitt ginocchiato,
E di sse: perdonanta* atta R egi na,
Miserer por Dio> eh
1
io do follato.
In terra era la misera meschina ,
Quel con la spada gli aperw le r e ni ,
E lla grMt f soli otaria tapina.
Se Dio ti dona i desiati be ni ,
Lettore* i n te gtafa gratta dal Gtol c a g g i a ,
Con puri fVen or le lagrime ritieni ?
E* l ' aperse per mento> ri oltraggia
S falco l epre, quando del groppone
La fiuto, m l'ag^ittgne fin mie ftpfdggia.
Mai fu sbranato t r f l o da Ifotte
Con tanta crudel t , rabbia o furore,
Quando l'afferra con bramoso unghione.
Tal fece il cavalier, e tratto il c u o r e ,
Per mezzo lo part, e caldo a
9
cani
Lo die ch' ancor me ne viene un terrore,
l o veddi centomiia paia di mani
Dar ne
9
bagnali e lagrimosi v o l t i . . .
Qual lamenti facea, qual pianti strani !
CIV
E per angoscia cascaron li molti ;
Qual sfin, e qual morto boccone
R imase, e da nessun furon ricolti
11 cavalier torn al gran ronzone,
Quel gli lecc l e sue man sanguinose
Con u n soffiar a guisa di demone.
E la tagliente sua spada r i pos e ,
E nel montar che fece sul destriere
Si rimosson le membra graziose
D ella donna l eggi adra, e pel sentiere
Riprese i passi all'usato costume,
Per tor terreno alle bramose fiere.
Quivi si cominci a versar un fiume - '
Di pianto e strida, e l ' uri a empiono il piano,
E '1 sol eh' a tutto il mondo rende l u me ,
Si part, e fu notte a mano a ma n o ;
Poi d'altra parte venia Marte ar mat o,
E Vener bella lo tenea per mano.
Poi Giove di catene caricato
Con donne insieme la bella E uropia,
Che di nuovo era in toro trasformato*
E perci che fuggendo d' E t i opi a,
Lontan ne porta la vergine br una,
Bella a lui s o l , per troppo averne copia:
E scosto il sol ne dimostr la luna.
ccv
Capitolo delV egregio Dottore Messer BBNBD BTTO di MI CHE L E
<?A R E ZZO , sopra FA micizia ; recitato nel lu ogo e nel di predetto.
Pronu nziollo per lu i Ser GHIRIGORO d Messer ANTONIO di MA TTE O
D I ME G L I O fiorentino.
Se mai gloria d'ingegno altri commosse,
O Amore virtuoso, a dire in rima,
O lascivo pensier, che al cor gli fosse;
E se mai verso alcun degno di slima
Di memoria compose, or si dimostri
Per salir d'alta gloria in su la cima.
Che materia pi grata a' tempi nostri,
O sacre Muse, a voi non si propose,
Per eccitare a dir gli alunni vostri.
N di tutte le care e sante cose ,
Che per nostra salute a noi concesse
Son da colui che terra e ciel dispose,
Alcuna n' che tanto e s s e r dovesse
Illustrata di lodi oneste e gravi
Da ciaschedun chef dritto senso avesse,
Quanto quffla che tiene ambo le chiavi
Di concordia, di pace e di salute
E portatrice di frutti soavi
Vera Amicizia, tempio di virtute, :
Fonte d'amore, ostel di cortesia
Scudo a fortuna e sue saette acute.
E chi di tanto ben l'alma di svi a,
Ama poco s stesso e pare indegno, >
Che ricordo di lui al mondo sia.
E chi a dir di lei ciascuno ingegno
Moderno invita, chp del sacro lume
Di Febo ha la memoria e '1 petto pregno,
ceri
Veramente dimostra un largo fiume
D 'anar sempre che 1 tene acoeso sia,
B rinnova fra noi genttl costume.
Che da' nostri maggior gi si solia
Usar, ma questo secol duro e rio
Ogni via di virt cieco s'oblia.
Onde per satisfare al dover i o
Mosso sono a cantar, non perch' io speri
Parer tra tanti fiumi un picciol rio.
Che se al tempo degli anni pi leggieri,
Quanto seppi d'Amore, in risela scrssi,
Falsa speme seguendo e van penrieri,
gli occhi lungamente indarno fissi
Ver lui ritenne, e mai un giorno solo
Quel fallace disk) da me partissi.
Quanto con pi fervor nel sommo polo
Rivolgendo la mente, or mi coavtne
D'Amicizia cantar ch'io seguo e colo;
Per la qual fermamente si mantene,
Fede, gioia, riposo e caritade,
Fortezza e onest con giusta speoe.
fi per me' dimostrar la sua bontade**.
Diffinir si conviene che cosa sia ;
Che senza questo in molto error si cade.
Per che chi nel dir-trascorre via
II principio lasciando, come qttelto
Che senza legno in mar entrar vorrla ;
E piace a chi con stil soave e bello,
Pienamente ne scrisse per tal modo,
Che gran lume di ci si trae da elio.
Ch'ella sia di concordia un formo nodo
Con somao amar, co carit perfetta,
IH tolte coee al ben diritto e sodo.
per chi seguendo falsa setta,
Da beneficio lei proceder crede,
Ritien la meato a vile etror suhietta.
Perch se altri ben* pensa aperto ade*
Che perfette aciiia eaeer noa puote
Senza fona d'amor che teulro stedcu
se quel per natura ci percuote,
B conduce ad amar come sii ipoalca
Per piote e per rapati chiarite e note,
fien puoi veder eh* l'attici zia nostra
Vera* gomma* beate s* conviene,
Anxrcoto disio ckm al, oor s- iaehiostra.;
Per lo qual e** virtfc sol sii perviene
A tei bemwleiiM , non da quello
Cte- principi d'anor in s cealieneu
Che s come dal fonte f o i imceUa
Non ornato* di riva,, cos scende
D 'arar bea (are attriti pieteao e bello.
E tanto da natura in- mi s'accende,
Questo- oafckr desto di, eh' io ragiono,
Che alte iDOtgnite cose' ai tistende.
Come spesse fiate a v wn e l * al aMno,
Della fama 'afen pel meodo chiara,.
Che sia m i *, prudente^ gnsto* e buano-;
Non gente mortai s i dora e rara
D 'ogni vtna> tict che noni ai mo*a,
A amar smU\ peisona e; tenet caca
Ancor natoralmento ai dasemi gtena,
Consorito umano* e, solilaria. yila
Fuggir, che neUc baste anco si Irova.
per la natura- aasai e
9
invite
Ad AmioUia, non braiocea spemet
Che da coMsde proprio* sia
cerili
Pel qual ohi con altrui s'unisce inseme
Ama l'utile suo pi che c o l u i ,
S che poca scintilla il cor gli preme.
E se pi vuoi saper come costui
Non ami co, intendi la ragione
Che discopre la l uce ai sensi bui.
Perch quando s'aggiugne in due persone,
Fiamma d' amor , giammai non perfetta
Se dell'un pi che l'altro al cor si pone.
Onde benevolenza che costretta
Da merlo e da speranza tanto grande,
Quanto il premio concesso e che s'aspetta.
E tanto pi di quella in noi si spande,
Quanto pi si r i c e v e , e tanto meno
Quanto men d' util n' hai e men dimanda.
Ora credo conosca in che vii ceno
Questa nostra si ponga e stretto l o c o ,
Della qual tutto il mondo esser dee pieno ;
Cio che di quel santo e dolce f oc o,
Nessun tutto s'accende, se non quelli
Che son pari di merlo e d'util gioco,
Facciam tutti costor come ribelli
Di natura, di Dio e di piet te
Che seguoa tali errori indegni e f e l l i ,
Non pigliando la via di veri tate ;
Fermamente teniam che da nat ura,
Furoa l'anime nostre alluminate
D ' una fiamma gentil contra misura,
Bench vaghi ed indotti ci costringe
Amar vera virt con molta cura ;
quel primo disio che si dipinge
Dentro dal cor sublime e pel l egri no,
A suprema virt presto lo spinge.
E sso, quando si trova nel cammino
D'ogni bene operar, da si rimove
Tutti $li altri peuier, fatto divino.
E vedendo per certo mai che altrove
Stato fermo, felice aver non puosi,
:
E per ragioni e per aperte prove;
Son gli spiriti suoi tutti commossi
A amar sempre Virt con sommo zelo
Sendo d'altro disio rimondi e scossi.
E' non creatura sotto il deh,
Che ami. veramente s non qusto
Che de itane sperante rompe il velo. :
Costui quando coMace alcuno ottetto^
Savio; giusto, prudente, santo e mite
E Mll* opere buone sempte desi;
Non facile a dir come s'inette
Prestamente ver lui colai fervore,
Che nt tutte sue forze son. rapite. .
Perch propria virt gli stringe il cure V
Scodo sovra ogni csa a lui pi grata .
Pregiar quella in altrui coe> pieno amore.
Sicch simile vita in loro stala ; u ? > u
Gli riduce del tutto ad un volere,
Poi che ben da ciascuno ella notata;
E disposti per sempre mantenere - "
II proptffto suo <fct ferma ma n i a , : /;'.
Giuttti vivon flr lor crnee dovere. :'-
E ciaschedun dr tutta da posstttn '^
f
\' "
Cerai i'tfl dell'altro allof pi- lieto, - >
Quaiio pi"M feet far p0r lol avanza;
E per breve parlar tian lascia mditeto '
if
Cosa dcutia potendo,'ptfteh la " '
Talch dali* onest non abbi vieto. '
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CCXI
Anzi prima vedrai s e nei sentieri
Del Fatato cammia tornar refesse,
A mi c i * seguendo volentieri. :
Se con ragioni e con parole spesse
D el proposito n o trar non l o puoi ,
N per opera taa ake fur potesse
r
A ll'ora onestamente, se t u vuoi,
D a lui ti leva non coin coloro
Che dtfgiunti rmici vivon poi. .
Non intender per si graa tesoro
Doversi abbandonar s e non ti tira
A c i g r a r e Mi t o e mal lavoro.
Che come Iddio e oa noi poca s ' a di r a ,
N grazia ci dinega, bench s i a n o
In lieve mal trascorsi e quel no mi r a ;
Cosi e maggiormente aver dobbiamo '
V erso gli amici gi non minor fede,
Se a l e a piccol difetto in k>r troviamo.
N a questa materia si richiede ^ > * '
Quella suprema i nt era paptfeaza, >
L a quale anco Natura a nessun diede.
Altrimenti convien c h e '1 mondo sea?a / . . . .
Amicizia rimanga e in c M n e r a da ,
Non avendo quaggi . degna semenza, i -
Bastici; pur qualunque per la strada
Cammina; di cotor, c h e veramente
Yisson pien di virt subl i me e rada;
Ci Socrate, C alo e wmil gente^
Che fra gli akri pi giusti e santi fi^rq,
Ed ebbon verso i l be a Taniinq ardente.
Ora penso non paia punto scuro .
A chi nostro parlare <faa ben c o mpr e s o ,
Onde vien d'Amist noo si duro.
CCXII
per esso possiamo avere inteso,
Sol tra gli uomini probi esser costei,
Di cui tanto nel 4ir mi son disteso. '
Onde poi si conchiude; che co' rei, -
Amicizia non diritta e vera
Di color che per buoni estimar di.
Che chi va per la via sceleste e nera
Delle umane lascivie poco s'ama,
Dispregiando la vita onesta e'nter.
Per se '1 sommo ben per s non brama,
Anco men per altrui lo cercherebbe v
Onde giusto desire a ci noi chiama.. -
Cos fra '1 buono e '1 reo interverrebbe ..
Di simil volont, perch ciascuno . ;
Negli usati costumi si terrebbe- *
volendo Fon bianco e l'altro bruno.
Di pi cose discordia vi rimane
N di somma Amist legame aicuaov ..
Ch' ella chiede le menti insieme sane,
Concorde e d'un parere .in ogni gufea*.
Altrimenti perfetta non si.fan..
Essa vive perpetua e4 indivisa, . .
Che dal principio suo creata fue
Di cosa ferma solo in s confisa. .
Ma chi scellerato non ha piue
Speme stabile, certa, se non come
L'appetito terreno il tira in giue ;
11 qual, quanto si muti e quanto prome
Ripugnanti pensier, diversi e vani ;
Come mai per usanza non si dome
Dir non potrei; per s lievi e strani
Fuggitivi piaceri, ognora sono
Dalla vera Amicizia pi lontani *
E per questa cagione anco non putto ' " '
Stabilmente n'beivi tasieie unirei/
;
Qaei ohe al mal far si danno io abbandono.
Oltre scorrendo; arditamente dirsi
::
" '
Per certo pu v di e da mondai* diletto
Tanta fiamma n m fosi atei nutrirsi.
N da atti di merl o, come detto,
;
Che eguai loco d'amore i t t di HO D ot&ce,
Come vediam per l ame d'intelltto'
Quel che s'accende instabile, si pasce ; >
:

Quanto chi l o produce si conserva, '
SI che tosto bisogna che si tace.
E non so volont tanto proterva '. '
Di persona veruna che non manchi^
Morendo la cagion che la preserva :
La qual par che di Tacile si stanchi,
E per tempo si muta e viensi meno
E tal foco non trova ove si franchi.
Cos si spegne, il simile direno, :
Se la speranza r o t i l e finisce,
Quando per lai congiunti d'amop seno :
E per questo c h' i o dico si chiarisce,
Che da fragile cosa non si crea
L 'immutabil fervor che partorisce*
Amicizia perpetua che solea,
Gi fu tempo, valere : ora non regna
Se non frode, discordia amara e rea.
Ma solo il bev voler che si mantegna
Verso d'altri non basta a modo t a l e ,
Come il parlar di sopra assa' t ' i nsegna/
Anzi l'opra bisogna che dal male,
Divisa sia in util dell'amico:
E l'usanza continua che assai vie.
Se ci non interne o< ai coste dico,
Ma desiderio sol ddUF altrui bene,
Dc&d fiamma ne nasce in piccol vico*
L t qual non dlAroictzM il nome tene,
Ma 4$ tanavoteoza pi cornane
Ver di ciascm* cbe al wwdo si sostai*.
E non lega per si stretta Cane
Di dubitargli i i c i che bisogni,
E qaali esrar tra loro opre ciascune.
Perch se tu earoassi il moneto te ogni
Parte, difficilmente troveresti
Solamente por due; se noni agogni
Di potenza * d'ingegno * dotti onesti,
Di valer, di prudenza e di sapere
Pari, s gloriosi e s modesti*
S che stolto sarta voler tenere . .
S dar opinion che relegasse
Quella da noi che in lutti pu cadere.
Amicizia, la quale unqua non trasse
Forza d'amor, se nom del saero fonte
Di virt, che per ai onorar fasa* ;
Ed Amor non per altro, onde congiunte
Son da essa le ment degli mici,
E oelPutil cooAUpe ognora pronte. :
Di qui segue che avendo le pendici .
Qael legame, da lei non pi lento,
Poi cbe fresche rimango le radici*
Per inegual poter, se '1 buon talento
Dell'attico non manca, o iodreto torna,
Anni imoo gli dura ad ogni vepta '
E l'amoroso zel che gli soggiorna
Nel cor, lo move a non pregar se faccia
Pi che il compagno, e loro adegua ed orna.
Se cosi non c r e do **, folta s' i mpacci a,
Amicliria, ocra regi e con s i gnori ;
Di chi nulla p a t e n a o ragno abbraccia.
Slmilmente con gK uomini tnaggkfti,
Per qualunque cagione indegno m
D 'altre genti di p o n i infederi. . :
Ma ben dico e ricordo a ehi l a m a
Trovar fedele a mi c o , che si pigli
Con chi medesma ?ila e studio adora ;
Ci che ne' costumi s' assomi gl i ,
D 'esercizio, d' et , d'ogni valore
E l u i f r kn a conoscer s'assettigli. '. ^..
Qutttdo l ' *a ben fwovat* a . Wt r o t a * ..*-. ,,
Veramente pu dir he gran guadagno
Ha fello* (al che mai Mi W BMggiore.
O o o n e glortoso, 4ol ce -e magno
Fratto nasce dipoi da quesia pianta,
Donde non esce mai v i g o g n a o lagno.
lindi vien Carit perfetta e ant a,
Fede, P ace, sussidio della v i t a ,
Che da motte fortume spesso affranta ;
nel lampo felice ella ci i t a ,
E onfovta, e di l et t a, l i e o il Areno
A soperchia lussuria he e' i rri t a. . . ,
S quando per discordia e per veleno
9
. ... - .
Gh' updi aasoet, i g u a s t a , V wwver$a .
Toto per questa s >r a a e fa sereno. .
E d . A q u dl a Amicizia i l qiArp verso . .
/S' est ende anoor ofj^suo estern canta*
Senza la qual e tt adatto fora perso.
Ci somma concordia che di santo
(
.. Proposilo congiugne 1 cittadini, ,
Air ut il della patria i n mor BWASK -.&
, .
-& -
Conchiudendo:.gU amici veri e fini,
Mentre vivon quaggi ne l cieco mondo,
P er jkmglian*a SOQ fatti divini.
P erch l'E sser d'I ddio cosi profondo
congiunto d unito i n persone
D i pot e r , di saper, d' anor giocondo,
6ome la nostra fede aperto pone. <
Ora segu e F Opera di Me$ser LEONARDO D A TI fiorimmo, detta per
s stesso in v ersi esametri, nel ktogo e tempo nominato.
I o prima noter tm P roemio che ho trothto ioaaftri al l o scritto
della detta O pera, di man del medesimo Messer Leonardo ; e
parendomi necessario D otarlo, per qui s c r i t e t l o v o g l i o , non
ostante che da lui non si recitasse ; i l qtral P roemio mi pare
necessario a una piena notizia dell'O pera s t es s a, ' di ce
La rappr^entateione di Leo^a^do D ati, $ voi Giudici e P o-
polo fiorentino, in questa f orma, e distinguasi I n qtattro parti:
l e tre sono connesse; la quarta ito modo di epilog. Nella pri-
ma parte inscriv e (*) verso esametro, che diviso i n sei piedi.
I quattro primi soo<?H dattilo, o pondeo, i l trocho hero
f
e
anche il giambo fitti l e t z ; i l prceku tiiatioo
:
<ia quinto alcuna
volta si trovano. JNett* seconda patte' slmilmente
1
inscrive. Nella
terza parte, inscrive vert ffieo, che diviso in Cinque pi e di ;
il primo trocheo*,
1
*! sfednti spondeo, ittrm dttilo, il quarto
trocheo, il quinto
1
ttocheo e spondeo Ubit.
V l l r
' ' . .
(*) Nel Cod, non si p o t i ben l e g g e r e la parola c he v e r a me nt e scrisse
l ' A ut or e , perci io ne s os t i t el i un' anal oga per non l asci at e i n t e r r o t t o l i
s e n s o , s e por anc he n o a f t ta'Slessa. ; <
!
>^ ^
CCXY1I
Nella quarta parte scrive in ri ma, cio in un sonet t o; e la
misura della quantit , circa i piedi, latina; circa alle sillabe
il p i , l ati na; prche in alcun luogo la fiorentina si diparte dalla
latina, la qual lingua fiorentina fa la siHaba, la dissillaba in la-
ti no, e ancora per l'opposito.
Nella prima parte intende Leonardo Dati di dimostrare quale
la v era Amicixia, ponendo pi maniere d'amicizie, e in fine la
v era ; e procede non con ordine naturale e filosofico, o per gra-
fita di sentenza, o per argomenn spessi, ma come poeta ; perch
trattando in versi, e per la corona, la quale premio di p o e t a ,
gli parve dovere trattare poeticamente. Adunque pone Mercurio,
che parla per tutta la prima parte, e fa il proemio, cantando
benevolenza, docilit ed attenzione. Poi pone come G iove, secondo
i poeti, sommo I ddi o, ha presentito esso certamine. E per mand
Mercurio gi a dare ornamento e favore. Jl quale calando sul l o
A ppenmno, trov varie Iddee dell'A micizia, ch' seme d'approva-
zione alla descrizione che s e g ue : poi fa la raccomandazione del cer-
tamne e degli uomini astanti : poi dispone gli auditori pronti all'udi-
re la descrizione di varie amicizie, in che si pone essere tra gli
spiriti celestiali, massime cinque Iddee ch'hanno offizio d'amicizia.
La prima Iddea la Temporalit, figliuola della Sapienza e del
Ni l o , di che non se ne trova principio per noi uomini, e mari-
tata fu al Tempo , e concili tutti i moti e monarchia celestiale. La
seconda Iddea la Fecondit, figlia del Caldo e del l ' Umi di t , e
che governa l e cose inferiori che si convengono naturalmente e
successivamente. La terza la Sollecitudine A matori a, figlia
della Superfluit e Confusione, mostra quale si conviene agli
amorosi usar con Bacco e I me ne o , ed nimica di Giunone. La
quarta la Spettenzia d'A cquistare, ed figliuola della Curiosit
e del Tempo Tranquillo, ed usa con mercanti, artefici, e con chi
dura fatica per guadagnp. La quinta ed ultima l'Amicizia vera
ed one s t a, ed figliuola dell'Umanit e della V enustade, la quale
A micizia quella che si conviene solo ai virtuosi e buoni, ed.
ALBKRTI , T. I . bb
ccxnn
abita io oielo presso a Giove, tenendo cura di lutti j r o t a l i ; i
preghi e voti de' quali, essa s cegl i e: gli onesti <pona i n gwmbo
a G iove, .come saudevbli, gli altri getta v ia, come qoa
voli; e questa colei che ci dona vita, qui buoQa
9
dipoi
e sempiterna. Abita gi tra noi mortali, raro permostea dupli-
cit , da' quali spesso ancora schernita, i l che 4 .seme 4 pr-
barioni. Alla terza parte dove parla >eosa A mioteit, i i l t i w Mer-
curi o, eccita con parole artificiose il popolo a quot' Ajnicici*
dipattesi promettendo mandarla Horo g uso, la quale alloca vert a,
quando Leonardo Dato autore invocher la Musa
Nella seconda parte, ovvero atto di scena, pada L .
alla quale fa tre cose. P rima: invoca l e Muse che somministri*)
tanto favore d'ingegno e d'eloquenza, ohe ne riporti V O MI del
eerUmine. I nvocaqi , non di sopra, nella prima parto dolJa soeaa,
perch l parla Mercurio, Dio dell'eloquenza, e per j ^n capane
l'ordine e per non mostrare ambizione 4i p^eia, p r i n a cbtmprieaG
agi' tnykli qualche parltcola dell'otiima invenaione e a wl e r i a con-
giunta e sottilit; l a seconda cos a' l'apparione ddl'AmicUtta,
per Mercurio gi promessa, ed ora per l'Autore ispiralo da spi-
rito sacro, dimostrata scendere dal c i e l o ; l'ultima osa la
parazione allo attendere essa A micizia, c he somma ulule
chi la vuole. ,
L a sterza parte, in la quale parla essa Amicizia a l popolo,
ed in essa parte usa l'Autore grande art i f i ci o: prima pone le
umanit d'essa in presentarseli, e abito confala i maledici 'Ohe
sogliono di r e , e h' Ila si aliena dal consorzio umane, c he fogge
.tutti gli o mi ni , n dl a quale confutazione mostra esser s o k escliwft.
Venuta altre volte 4a l cieto per abitare quaggi tea' morteli e
da ogni staio essere 6tala esclusa ; e pongonsi s e i stati degli a~
mini, a' quali tutti >essa yem&. U primo sitato fu queHo ie'furin-
cipi patrizi, dov'essa trov l'I nvidia e la Calunnia, le qnalr
ttissimo r oltfaggrarotte e sdamarono. 11 secondo stalo
de' ricchi jbrtuaajj, dov'essa trovd l'A mbiiione * la
CCXIX
dalle qtfrtt MW* ooocitf si' dipart. I l terzo stato fa quello dei ca-
pitoni 4feBe geftti d' a r mi , dov'essa trov F Insolenz e l a Teme*
rii*, dalie quali kraaazi s'accostassi Ai scacciata. I l quarto fu
quello' to' D amanti e
1
guadagoatori, dov' ella trov l'Avarizia e
la Sugpiztottt; dall'Avarizia era' allettata falsamente, dalla Sa-
affatone ftr spi*t* di faori. Ih quinto sfato fu quello de' vol gari ,
ave etti fcvfr fArttxgaftz, daMa quale a furia di popolo fa
beffati' 0 scacci at a &' n i t i di staio fu quello degli studi osi , tto-
v'essa trov la Povert e l'I pocrisia; donde la Povert la dissuase,
dicendo, che non poteva contenere la conversazione con 1' Ipocri-
sia, fatta per questa distinta; in narrazioni e confutazione; per la
quale si vede i vizii e ostacoli dell'Amicizia, e le virtudi sosten-
tacoli d'essa coosegueotemetle si comprendono, l'Amicizia fa
una complessione; che se ne ritorna in cielo necessariamente;
dipoi soggiunge come oggi ritornata per coabitare con i mor-
tali e i circunstanti che la chiamano ; ed a questo si nota la sua
umanit, e che per lei non resta il consorzio, anzi per noi , il
che per i vizi nostri, ostacolo d' essa, perch non pu essere
se non fra i relti e buoni ; e soggiagne ancora che accompa-
gnata da due sue sorel l e, cio dalla* Fede e dalla G irata, e pi
di ce, che contenta staro con i mortai*, ina insieme con esse
sue sorelle, perch wnz ' e s s e non pu essere a mi c i z i a , l e quali
portano p a c e , dova soa* ret t e, H che vero. . poste qui alta-
mente, perch il popolo motto desideroso di pace e conscguen-
temente debbe appetire e ritenere seco l'Amicizia con le prefate
due soreHe, ed essa non vuoto*da' mortali.per sagrifizio se non
pur i t , nella quale consiste tutta l'A micizia, ed ador o vuoi dare
amore, gaudio, laude e bene sempiterno', di che si nota la felicit
d'essa e i l s u o gran premi e frutto.
Nella quarta ed ultima parte d'essa scena, pria pure l'Ami-
cizia vera in un s oat t t o, dove dimostoa che r a t o con noi mor-
tali; % quando para ne^'chi la volesse conscere vestita d'umore,
in ispeccto col eorfe in mano, lucida puro, benefica, innocente
CCIX
e piena di carit, che Ira' pi e qualmente conviene; per che
l'Amicizia non pu essere in un s o l o , ma mestiere militi tra
i pi. Di sopra regge il cielo senza alcuna mutazione di s st essa,
e lasciando altri esempli piglia F autore 1 pi degno. Come essa
per sua perfetta carit fu cagione della riconciliazione tra Dio
e noi e d'incarnar l ' uomo. Ed infine riprende la gente umana
che tanto raro l'accoglie seco, considerato eh' essa A micizia in
questa vita vero bene e certa speranza di beatitudine eterna.
PRIMA PARTE
DELLA SCENA DI LEONARDO D A TI .
Parlano:
ME R C UR I O , L E O NA R D O stesso, AMICIZIA
Mercu rio.
V son Mercurio, di tutto l'olimpico regno
Nunz i o , tra li omini varii iuntura s al ubr e ,
Splendore de' saggi, porto al certamine vostro
S c os e , s canto nuovo. Scottate benigni
O circustanti, che '1 canto poetica a ma t e ,
S' i ' vi son grato quanto qualunque poeta.
Ha Giove sentito, padre sommo e principe sommo
-D elti omini e di v i , il novo qui spettacolo vostro ;
E cpido farvi non ornamento minore
Convenga, subito quaggi m'impose venissi.
Presi i talari e gli abi t i , via veqnine r a t t o ,
E gi cala'mi su questo monte propinquo,
D 'onde suole I talia, per forse a Marte piacere,
Specchiarsi in mar Tirreno, in quel d'Adria prisca.
CCIXI
Quivi D ee molte vidi pel calle vaganti,
E Ninfe seco varie, molto indita t ur ba,
Quali d'intorno presto m'accorsero liete.
I nteso da me dove d* onde veni va, pregarmi
C osi : o Mercurio del grand'Atlante nipote
Sempre Iddio fusti facile e trattabile verso
Gli mortali ardenti il cul to d'Apolline sacro.
Anco noi teco vogliamo i l comoda toro:
Molti in Fi renze, in tempio maggiore locati
Chieggono A micizia, del qual venerabile n o me ,
Come s a i , varie, degoissima t urba, tenemo
L o scettno i ncert e; li qual Dea cerchino quel l i ,
II che grato fora da te quando inde ri torni ,
Qual Dea lor chieggono conoscer, perch venendo
L loro innanzi, vile e turpissimo mo l t o ,
Molto dagli uomini partirsi esclusa sarebbe.
Finiron quelle : ma i' qui dove copia tanta
Sta d'uomini g i u n t o , lieto meco intimo dissi :
Fortunato loco nel qual si tanta ragione,
Tanto modo egregio g' ingegni accendere suso
A virt e lode. Oh ! merto per qual ne sarai
Grato a celicoli: quasi d'officina Minerva (1).
Udite o studiosi: etnmi l'ascondita cosa
Qual cercate voi, p a n n i , scoperta, patente:
Meglio che ancora nullo monimento riveli.
T*a gli celesti, del Nilo e Pallade figlia,
Una D ea escelle, che formosissima v i n c e , .
0 non men che V enus, tanta sua forma decora ;
P asseggia il cielo, mo sopra dove l'arduo fende
E ridano, mo donde al cielo le Pleiadi sotto
Cinsero, mo donde gli Dii la sguardano tulli
Vestita e nitida distinta in mille colori
D ell'I ris succinta, il che s uo lembo ritesse
c e n i !
Di gemme e d> oro lustro, non me che
circuntesta d'ogni mirabile fatto.
Questa, suo uffizio-, manifesta? Fan rea porta
Dell'Oceano a quelli alipedi che 'I putto superi
Fetonte strinse dr s mal guida nocentfte ;
Mostra col dito l o r , qual via girino cauti
Mezzo i l Zodiaco \o> sonno e notte fuggendo,
poscia quando sizienti bramano* posa,
Snoda loro crini e d suave papavero quolt
Pascendo', o di pampineo pendente racemo*
Questa il c e t o cono chiama Cconisaa pudic*
Quando bench sia Caron suo courtage solo-.
E vecchio e cano e non esorabile sempre,
Pur da mille vaghi miserandi spesso richiesta
Nullo gratifica* sorda-, incorrotta
r
severa
E pi tra l'altre hMee Falurna<naNreggMw
Questa reverenda e varia e dolcissima diva
Figlia, cont i mo e subito feconda rinatosi
Dell'Aura e raggi nitidi; quest'iuta refluita
A' tempi toro l'abito e If ornato decente:
Io pri Dia vera, fior e fragranti rosette
gigli e viole e verain* e cespiti amen,
E tenere froadi e gentile concento d'amore,
E dolci sparti t pdr tvtto graria surta :
Nella state-reca te spicato culmino d'oro
Granaro pieno d'ogni biada
t
pieea d'o^nit l e g a n e ;
Nell'autunno^ pomit e mattrrezr* ripone'
Per t at t o, anco pigia lfwre spumanti ne
1
tini ;
Di neve nel verno tutta sua
1
oaodHia veste::
Alii calzari ismelta cristallo solali.
Fu il pnA*e d'essa> il dio; il riceiutissimo Febo
E sua madre Teti, dea del mar soramov profondo'
Havvi tr qoolle< Cwiiuu e principe
OCIIUI
A cui sola D ea, tette convengono cure
Degli uomini, su madre fa Airodis mante
Del padre Oceano, questa a Giunone superba
molto
f
continuo; d'Imeneo e Bacco giocosa
Intima fu molto, e molto abiettissima vive.
Tra igli conviti, nel bere la scorgono igli altri
Bassi mortali; sono cui piange .calando
L'occhio 4i lagrime cui 1 cor mealiaaimo l aqgue,
Havvi e quella dea cui Ciromega Gola
Di Giano e Cibele: questa ba stentissima palma
Con lochi e forti e drti (2). Va solo colando
Fra mercenari, mercanti, e stanze frequenti
D'artefici, che gi un conosce o tien per amico;
Se non che mezzo attrito per grande fatica.
Anco l'Amicizia cerio primera d'onore
Bella, sopr',ogni bella che trasparente riluce
Come il berillo che il sole fulgente riarde;
Erato detU Aie, e ge^erolla il massimo PoUux
Tiadarkk** prega d'essa l'Aurora veoueta.
Questa illustre Dea, presso Gioire massimo postai
Sceglie i preghi ostri; quel eh' immaciduto lo prende-
Gliel posa io geenfeo; l'altro pel dosso ributta,,
sola presta, voi mortali, spia potente
Nell'alto cielo trudur per merlo d'Amore,
Raro .abita ffcuao, caro il oonwrzio vostro:
Prende vereconda alar nuda e mistica traile
Vostre ladrone tastata a railie voluppi
S d'ornamenti, s d'ambizione superflua
t
N pensa degno ch' el l a, mmort at e, venisse
Coprirsi sotto i tegumenti e veste caduche
Poi che voi tutti spesso schernirla solete.
Se ben discerno, gi gi su state levati
Al sacro nome di tant'insigne patrona
r
ccxxiV
E veggo tra voi s grande modesti a, quanto
Loda i cupidi d'ogni prestante l'avara
Sceglie quello e vedo celebrate il gaudio vostro,
Ch' io vado ratto cbiamarvela vengane g i u s o ,
Or mai l'altre lasciando nell'ordine lor o.
Ma non prima sar che '1 D ato la musa corona
I nvochi, allora subito cantando Farete,
Tal qual si gode presso il celeste Tonante.
SECONDA PARTE.
Leonardo stesso.
S'egli musa miai eh' io da te grazia inerti
f
Or mei dimostra; dammi s dolce liquore
S chiaro ingegno eh' io quel diadema riporti
Con ver gi udi i i o , gi non ignobile dono.
Fa' gli uomini stupidi al canto, fa' il tempio resulti
Plaudendo meco, fa' ch' ogni spirito di c a :
D ato i l vittore di tanta insigne palestra
Che convinse prede degne d'ornarne trionfo.
Sento l'Amicizia gi gi discende l ' O l i mpo
Con canti e cetere risonando l'aere seco.
Eccola : quella segua per me quel saffico c a nt o ,
E quel soave sono che tanta sposa richiede.
State voi attenti e pl aci di , con fronte serena
L ' ascol t at e, per se consentite volerla
Sempre sar vostra gioconda e certa salute
CCXIV
TERZA PARTE.
Amicizia,
Eccomi, f son qui Dea degli ami ci ,
Quella, qnal tutti li omini solete
Mor der e, e falso fuggitiva dir li
Or la volete.
Eccomi ; e gi dal soglio superno
Scesa, cercavo loco tra la gente,
Pr oni'a star con chi per amor volesse
Darne ricetto.
Vennine primo in casa da'patrizi
Pr incipi, d'onde una maligna coppia
Fammisi contro, a simili palagi
Degna famiglia.
Livor l'uno macilente, tr isto,
Cinto con serpi e d'odii coperto,
Falsitas l'altr a, e dea fraudolenta
Gridano ver me ;
O Dea plebea animosa troppo
Della mortale specie nemi ca,
Che vai errando petulante scurra?
Donde r i gi r i ?
Qual tuo t'ha mo scellerato fatto
Spinta dal cielo e revoluta d'i ndi ,
In tua forma e varii colori
Credula troppo !
Imper quelli subito cadranno,
Dissero, e pregni gli. animi mi naci ,
Livor accolse brago, nel mio viso
Tulio lo volse.
A L BE R TI , T. 1. co
(XXXVI
L'altra malvagia e maledetta Diva
P eggio mi fece, fremitando colle
E mani e denti la mia trezza ruppe
L 'aurea trezza.
Fuggi'mi verso il loc di coloro
Che la fortuna ha rilevato ri cchi ,
Tal che veggendo gli aditi patenti,
Dentro ricorsi.
Perch' io c r e s i , dove si governa
Tanta vii turba s t ol i da, i mpedi t a,
E sser almanco dove ricrearmi
Diva potessi/
Ma il mio pensiero nichilato manca,
P erch P insulsa e tumida astritrice
Pompa ed insieme stomacoso L usso
Stavano dentro.
Troppo prolisso riferir sarebbe
Gli empii strazi c h' i o l soffersi,
E mpi i , e certo meritando o n o r e ,
Troppo molesti.
Ambo calcaron la mia fronte bella
Con piedi l e r c i , miserando caso
Crudo ed orrendo 1 c h ' i o mal potessi
Fiacca ritrarmi.
Tolsimi bench grave tutta d' i n di ,
Tutta l a ng ue nt e , e per aver quiete
Volta' l verso dove stanza aveva
Un duce d'armi.
D ri zzomi , e venni celerata mo l t o .
Come chi vien dal mare ad alta ri pa,
Per ritrovarsi dove posta avesse
Tutta la speme.
CCIXTII
Prima ch'arrivi sabito due aspre
Orride (accie cura od insolenia
Verso me pieoe d'animo feroce
Sfrullano sassi.
Se mai insulto stupef nemico
Debile, incauto dove fesse solo
Fattoli, cosi resupina caddi
Per lo pavento.
Volta'mi in questo, dove sta 1 gente
Solo che intende accumular moneta,
Perch non spera mai di potersi
Nobilitare.
Quivi sul soglio dio P iato, quale
Blando m'alleila, cupido levarmi
Forse d'addosso la mia bella vesta,
Vadovi pure.
Come d'entrarvi il piede dentro rizzo,
Ecco Sospetto dio rostkale,
Lo Dio volteggia vigilante e In me
Sbatte le porte.
Schisa, pur cereo ospizio pregando
Piccolo e grande, mediocre per le
Pubbliche piazze peregrina d'ogni
Suave ricetto.
Ma il dio Indoctns populare alunno
Standosi in meno ti popolar tumulto,
Molto mi sbeih, seguitando seco
Tutta la turba.
S che m'intano quasi con rubore
Presso d'alcun del gregge delli amanti
L'ozio d'arti celebri, o studenti,
Del gregge vostro.
CCXXVIII
Dentro Paupertas dea molto acerba,
Come lo scettro imperiai t enes s e,
F i s s a , mi sgrida ; o Dea inutil e s c i ,
E scine pr e s t o ;
Tempo non qui la tua arte vaglia,
N '1 tuo sdegnoso animo potrebbe
Col dio Mendax abitare quale
Nostro governo.
Qual dare il nido sle, e uom beato
Rende chi 'n finger segue le. sue fraudi,
Chi segue ingegno bono e arte retta,
Nudo perisce.
P o' che da tutti gli omini infugata,
P o' che schernita in popular tumulto
V i di mi , strinsi gli omeri e sali'mi
D ' ond' era scesa.
Ora sentendo l'odierna fama
Torno, n fuggo l'abitar la terra
S che se qui me rimaner vol et e,
Lieta rimango.
P ur che con me c o , mia cara famiglia,
Grazia ardente e Fede candidata
Possino s t ar, qual dove son ricette
Portano pace.
Da voi sol voglio per mio sagro censo
P urit. v o g l i o , rifarovvi amore
Gaudio e laude, e bene sempiterno:
State beati.
ccxxrx
QUA R TA P A R TE (3) .
Epilogo.
A micizia quaggi ho raro os pi z i o,
- E se pur Io trionfo, in tale slampa
V esto, non specchio amor che tra' pi avvampa,
Col core in mano e luco senza vizio.
Benefica, innocente e pien d'officio ,
Che in questo e 'n quello ugualmente s ' accampa,
E reggo il ciel che tutto il mond al l ampa,
I mmobi l , fissa, salda in ver giudicio.
Mosse il Maestro e supremo monarca
Ad incarnarsi uom vero e patibile
Per ristorar l'error del primo seme.
O gente umana ben se' reprensibile,
Che s m'accogli raro in la tua b a r c a ,
Qui vero be n, dell'altro certa speme.
tetser ANSBLMO CALDERONI , Araldo detta Signoria di Firenze,
recit qu esta Constane nel detto lu ogo e tempo.
I .
Bench si dica nel volgar parl are,
Chi vuoi ami ci , in pochi faccia prova,
Questo , perch si trova
Raro chi dir si possa vero amico.
Ma pur m'ingegner di dichiarare,
Posto e h ' a ci presunzion mi muova,
In quest'opera nuova
ccxxx
Per lingua d' autor moderno e ant i co,
Poniam c h ' i o s o , che fra datteri un fico
Sar 1 mio frutto, ma pur come araldo
Sempre voglio esser caldo
In detto, in fatto a ogni atto g e nt i l e ,
E cordiat nimico a cosa vile.
l i .
Cosi come nel greco fu Omero
So l o , simil V irgilio nel latino,
E Dante fiorentino
Nobilit questo nostro idioma,
Boccaccio in prosa e in rima si ncero,
E ser Brunetto fulgente rubino,
Guido, e Guido, ognun fino,
E Fazio almen quel che tratt di R o ma ,
Bindo Bonicbi che moral si noma,
Petrarca l'aretino, e '1 Salutato,
E molti hanno trattato
Oltra al g r e c o , il l at i no, il bel volgare,
Or vedi a che-speranza io posso
I I I .
Comincio a Tu l l i o , e h' al t ri , n io il n i e g o ,
Dice non vuoi dir altro l'A micizia,
Che con f puerizia
Amar l ' un al t ro, a ut i l , e onore;
E come il t erso suo di ce, alter ego
Esser l'un quel che l ' al t ro, senza vista
E 'n dolcezza e 'n tristizia
CKXXXI
Mai non partire: questo il suo tenore.
Tal di ce, amico cbe mostra di fuore
Amist sol per trarre alle s ue guelfo;
Questo amico da beffe;
Ma di Scipio e di L elio chiar di spone,
E qui finisco il dir di Cicerone.
IV ,
Ancor cel mostra bene il Mantovano,
Di Niso e d* E urial l'amist vera,
Che con fede sincera
Usciroo d'Alba per trovar Enea*
II savio, acuto buon Quintiliano
Anco d mostra una bella matera,
Che dentro in Roma altera
Un pover con un ricco amist avea.
Scadde ohe il. ricco i pirati il prendea,
E 1 padre noi riscotendo, i colerici (sic)
L o venderno a' carnefici (sic) ;
II pover part tosto e ri t rovol l o,
Mor 'n s uo scambio e da morte campollo.
V.
E Massimo V alerio in libro quarto
D escrive l'amist di Gracco in R oma;
E pi altre ci noma
Di V ol umni o, L ucullo e Marcantonio,
Servi o, Terenzk) e D ecio Brut o: parto
D e' sopradetti e vegno a maggior soma.
Pitagora ci noma
fCXXXII
D emone e P izia, e qui si mette il c o n i o ,
Che D ionisio peggio che un demonio,
Chiese esser terzo di si gran tesoro.
D 'altri assai che costoro
Potrei cantar; ma qui sia presupposto ^
Per quel che ne tengh'io dir son disposto.
VI.
l o dico che noi siam di carne e d' ossa,
fragile voltando come foglia,
Come ne vien la voglia
Per voluttate e quando per i sdegno,
l ' i ra toglie alla virt la possa
convertesi in vizio per pi doglia,
l'Amicizia spoglia,
veste l ' O di o, che del ciel indegno:
Sempr' i l mondo di viziosi pregno.
Guarda D aro, Alessandro iti testo vecchio,
Nel nuovo sia tuo specchio
Erode con Pilato gi Dimici *
P er mandarsi G es, si foro a mi c i ,
V I I .
Dunque poi ch' el l a vien per elezione
Quant' ella si fa pi ferma e costante
Da non esser fal l ante,
La pi vera dirotti senza dubbio.
11 sommo I ddio, ha questa condizione
Che di tutti suo' amici vero amant e ,
In ponente e 'n levante
' CCXXX1 I1
Gli scampa, in Nilo, in mare e in Danubbio ;
Alfin gli volge il suo celeste subbio
Dove in eterno si vive in diletto,
V conchiudo in effetto,
Che l'amicizia d'Iddio sia perfetta
N mai fallace, s ogni altra setta.
VIIL
Io credo aver mostrato assai aperto
In pochi versi, quel che si propone;
Non con opinione
D'aver il palio, questo ti rammenti,
Ma per essser nel numer de' correnti.
Sonetto suJrAmicizia di LORBNZO DAMIANI (&).
Vera Amicizia glorioso bene,
Amicizia eternai dono d'amore;
Glorioso dono, perpetuo onore,
Bene d'amore onore contiene.
I cieli il mondo carit sostiene,
II mondo universa! regge fervore,
Carit regge ciaschedun buon core,
Sostien fervore, buon core sovviene.
Cascun che ben desideri d'avere,
Desideri Amicizia per sostegno,
E d'aver per sostegno cantate ;
Ch' eli' solo quel ben che ci da regno,
Che ci da viver lieto e possedere
Regno e posseder felicitate.
Per me' potere esprimer mio concetto,
In doppio modo di rimare ho detto.
A L BK HTI , T. I. dd
CCXIXfV
N T E .
(1) Qu asi officina di Minerv a. Ma siffatto spostamento dell'articolo
nella nostra lingua cosa molto strana come ognun v e de , per cui la (rase
non pu non rimanere osca rissi ma.
(2) E dili, cio e ricchi, dal latino diles. Ma Infelice derivazione.
(3) Nel Catalogo de* Codici R iccardlanl, compilato ed edito dal L ami,
alla pag. 12 parlandosi di questo Certame Coronario, vi si di c e , c h e Leo-
nardo Dati non vi recitasse : Leonardo* Dati non re-
citarti, licei epigramma italicu m composu isset. Ma c i , come pu vedersi
dal componimento o scena che abbiamo riportato, manifesto errore, cai
deve certamente aver dato motivo e l'epigrafe premessa all'epigramma
italico (che questo sonetto) , la quale trovasi nel Cod. Riccardiano, dove
esso componimento s cri t t o, e di c e : Sonetto che parla d'Amicizia e fallo
per Messer Leonardo Dati, ma non si recit in qu el lu ogo dov e si recita-
rono gli altri Capitoli d'innanzi ( e innanzi vi sono I Capitoli In terza
rima e le ottave che noi abbiamo ora stampato ) , e II non avere il dotto
cataloghista conosciuto Cult' intero ii Poema del Dati, II quale potrebbe
pure s l a r e , che nella recitazione non avesse detto il s one t t o, o per esserli
forse parso superfluo, essendo che anche senza di questo era quello gi
compiuto e perfetto., o per non essergli pi sembrato conveniente di chiu-
dere una composizione tutta di forma latina, con un'altra (o t t a di forma
italiana, o forse flnalmente per non esserli sembrata composizione di (al
tempra, da poter far buona mostra ; che a dir vero non gli era, come si pu
esser veduto troppo felicemente riuscita. Che che ne sia per del sonetto,
deve il letterato con notabile curiosit osservare, come anche II Dati
convenisse coli'Alberti nel creder tentabile di potere arricchire il nostro
Parnaso anche della versificazione latina (V . p. L i v) . fn quanto poi a me,
confesso, di sentire un certo dispiacere, che i nostri poeti non abbiano spe-
cialmente insistito sul dignitosissimo esametro, non parendomi che la nostra
lingua al tutto lo sgradisse e rifiutasse.
(4) Nel Cod.Magi., Pai. l i , C od.81, dopo II Canto del Dati, y* quello
del Calderoni, e subito appresso viene un altro Sonetto sull'Amicizia fatto
da Lorenzo Damiani da Pisa (che un altro Codice pur Magliab. dice da Pi-
stola), il quale poeta, nessuno, eh' io sappia , afferma fosse fra I competitori
della Corona; ma trovandolo d'altronde scritto nel Cod. preci t at o, unito
agii altri, e di pi il suo componimento essendo sullo stesso t e ma , paren-
domi probabile che egli pure fosse un de' campioni, credei ben fatto rife-
rirlo. Notisi il suo bizzarro ed ingegnoso artificio.
CCXXXY
A D D I ZI O NE I D O C UME NTI .
Lettera di GIROLAMO MASSAINI a HO BBBTO PUCCI , premessa dal pri-
mo all'Opu scolo intitolato: Leonis Baptistae A lberti; Opera
in 4-to, senza nome n di stampatore, n di lu ogo, n di anno
(ma del Miscomino di Firenze, e del 14-99, secondo il Maz-
zucchelli ) , nella qu ale si notano alcu ne cose di esso ALPERTI
degne da saperti.
Hieronymus Massai nus Roberto Puccio S.
Soleo saepe et mecum et cuoi amicis te summopere lau-
dare , Roberte Pu cd, quod viros omni doctrina quavis pollentes,
vita functos laudi bus prosequi, nomenque illorum observare:
viventes vero propriis opibus alerc plurimum gaudeas. Quod
oum in plurimis tum maxime videre est in Lu cio Bellantio, nu-
per nobis tam maio fato adempio, physico non vulgari, astro-
logo egregio, et viro quippe in omnibus doctrina non mediocri,
atque ingenio prope divino: cuius tu assiduo, ego saepissime,
dulcissima et amoenssima illa familiaritate utebamur : dexteri-
tatem, agilitatem, facilitatem in omnibus admirantes, aureos illos
mores semper collaudantes. Veruna quid haec ego referam, quo-
rum sine lacrymis meminisse nequeo? fam satis Lu ciu m defle-
vimus ; sati s, iant satis conclamatum est.
Tu cum nova semper cura erga doctos et doctorum scripta
afficiaris, non immerito, animo angeris Leonis Baptistae Alberti
civis nostri opera delitescere, viri profectoomni laude dignissimi,
et qui docla per ora virum volitare mereatur. Quapropter po-
scis a me illa ut imprimantur, et usui omnibus esse possint,
ne amplius a doctorum conspectu oblitescant, sed per t e , si fieri
CCXXXV1
possit, perpeluitatcm nanciscantur. Quae ego te monente et hor-
tanle primum, post vero ad ine rediens ullroneus lego, colo et
venerar, et inler preliosa mea, si qua sunt, carissima habeo. In
quo quanlum tibi debeam non ignarus, gratias habeo immortales.
Tu enirn, cum ad hoc me verbis impellere nequircs, suadens
assiduo uti tam docti viri opera expfscari, lectitare, et in tfnm
colligere deberem: egoque animam averteiis, in hoc male sanus,
ineptias me lectum ire quotidianorum nostrae aefatis scriptorum
shnillimas arbitrarer, tu a pio inceplo, ut tuus est me, non
desistens, sed ingegnii bonitate amici morbnm aegre ferens te
mihi inlegrum medicum praebuisti : dicens intra te (ut arbitror)
mutanda mihi ralio est, mutandus et modus, quo Hieronymi
mens mprovida ludificetur, decepta tamen non capiatur, sed
potius tali a tractu recreala valescat. Quod verbis non potueras
re aggressus, paucas quas habebas Baptistac Intercenales mihi
legendas dedisti. Quibus lectis, superi boni! quanta me cepit
volnptas 1 poenituit me ignaviae et pervicaciae meae, nec unquaoi
deinde opus fuit currenlem equum incitare, sed haec, ut nost i , a
situ vindicans, labore immenso collegi, diligenlta non mediocri
emendavi: adeo enim (nescio quo maio fato acta) corrosa, dimi-
nuta , decurtata, male scripla et dilacerata ad manus meas ma-
ximo studio quaesita pervenere, ut licet ursum in effigia od is ca-
tulis suis imilatus sim : vix tamen in proprios Baptistae faetus
reformasse gloriari liceat. Uunc ego sum solitus dicere persimi-
lem Theophrasti, illius vere divini scriptoris, qui tam sinistro
fato res suas commenlatus fuit, ut partim ad nos sieripta illa
non pervenerint, parlim vero adeo mutila et mendosa detenermi,
ut bonum quemque Theophrasti misereat, vel nostri pot i us, ac
nostrorum temporum, quae tam pretosis illis careanl. Similis
fortuna accidit Alberto nostro, qui, quamvis non ut Theophrastus
arcana semper philosophiae traclaverit, sed leviora quaedam
aliquando ( numquam tamen sui oblitus ) scripserit, laluit ia
hunc diem. Scriptor profecto adeo foecundus, adeo fertilis, ut
lmoriantein hunc quanrioque agrum nimio ( ut aiunt ) ubere
glebae, admirari detuf. Addo tot et tanlarlim rerum cognitionem,
ul huoc hon m Ulti sci utii, ded omniscium tnerilo di c a s /u t qui
illuni non araet, non vencretur; aut insanus oinnino, aut prae
ceteris aliis invidus s i i , cuna tot huius viri a natura dotibus lar-
giiis , UH ornament, tanta arte quaesilis, non trahatuh Quid
dioam de mribus? qui bus et laodandi H culpandi sumus, cum
illi a boni animi, quae nobis intrinseca, non corpofis et fortunae,
quae estrinseca sunt, emanent? Qaibus adeo sanctis fuit: ut
udviis hic Socrates se tamquam speculimi cunctis sentyer pre-
bnerit*
e Refert mihi onnumquam amicus quidam, qui Baptistae
perqaam familiaris semper vixit, plura de ilio, quae dum audio,
admirabililale percitus stupeo magis, qaam laudare possim.
Quanta fuerit conlinenlia, quanta corporis castimonia, quanta in
omnibus rebus vitae integritate ! quibus audilis, et suis lectis
striptis, quae vere hominem temperatum et in omnibus frugi
nobis ostendunt, evenerit nonnumqum cum ruri agam (i ut t a
enifB rillulain nostram suburbanum ille suum saepius incolebal ;
si quando hominum satietatcra ex toto expuere, e l s e totum me-
ditationi tradere volebat ) , ut gymnasiolum suum, quod tu gurgu*
sliolara quoddam dicas, tanta erat in omnibus summa modera-
ikme et modestia, orani a se (ut altcr Diogenes) mbitiotie pompa
et fastu semotis : gymnasiolum inquam et meditullium ill'ud, ubi
plora commentalus s*it, ego nonnisi horrescens, tamquam sacrum
ac ?ers musis quondam dicalum locum, ingredi potuerim.
9 Sed ad lilteras redeo* Qui alter detur tempestate nostra
mathematicis disciplinis imbutus, perspectiva et symmetria abso-
lutus, aedificatoria consummatus, omni philosophia referlus,
platonicis sacris initiatus, ut Leo noster fuit ? Legatur opus suum
De Piciwa, opusculumqu De Pktu rae Elementi*, et, utrm ma-
thematicus et perspectivus dici possit, apparebit. Inspiciatur illius
Statu a, et tane de symmetria loquamur. De re Aedificatoria don
CGXXXVIH
dicam, cum volume iUud iaradiu edilum, in ecem libros dige-
slum laudibus nostris noa cgeat. Quam maltiplici philosophia
redundet, morali pracsertim, indicant decem Intercmaliu m Hbri,
quos totani non modo urbeni hanc, sed ornnem pene Italiana ri-
mantes (ali sagacissimus caats investigando), maximo cum labore
ia unum tandem volumen redegimus. Qui quantum ad bene vi-
\euduna faciant, quantum saevientem in homine fortuoam nos
Terre doceant, quanlum nes re ipsa quam vcrbis philogophari
moncant, nemo qui non legeril poterit arbilrari. Quid lequar de
Marno? Momus, inquam, non oscilantes sibi expostulat: comedat
quis (ut Graeci dicunt) cardamon, post deinde ad Momum aoeedat.
Qaae miranda, bone D eus, in co opere deprehendet! Legai quivis,
non litteratus tanlum dico, sed bene doclus Asinum illuni an-
reum, sive Lucii Apulei Ialini, sive Luciani (ut voluot) graeci
^criploris, perkgat deinde Leonis Momu m, et pericuio nostro con-
ferai, advertatque animum. Si Asnus Apuleium mter Plateoicos
adscivit, in qu#m Platonicorum gradum lbertu s noster ob
Momum suum adsciscatur? Quao monita circa bumana, quae
inysteria circa divina lateant, examinet ; et tunc, uit ambigo,
admirans dicet: o virum aetate nostra par nullorum, o vi rum
priscis illis mirabilibus viris iure annumerandoli! Et ne cuocta
Baptistae opera nunc recenseam, quae plura apu oos snt,
satis s i t e multis pauca percurrisse: in quois et reliquis, cripto-
rem semper se gravem et festivum simul praebet, cuius sioMleni
raro invenias. Quam dives sit in inventionibus, quam mirus io
dispositionibus, ordine et dfstributione uniuscuiusque rei servati,
quanta arie polleat in praeceptis suis nemo doctus non stupet.
Praebet se faciloni in rebus rei difficillimis, tanta exprhnendortnn
concepuuni arte valet, lalinae linguae numquam oblitus. Lkel
enirn in quibusdam licenter nimis agere videatur, vd o nwe ex
verborum ignoratione, sed consulto factam ab co setas : non enfcn
ignorabat quantum in unaquaque re litteraria posset, et cancettos
sibi pFaescriptos recle (enebat, sed memor Gkeronis dicti consebat
CCXXXIX
augentem latinam linguam nova quaedam ( licet pauca ) , nonulla
vero arbitrati! suo dicere decere. Quod fortasso scioli quidam
nostri temporis damoabunt : hunc uti non mere latinum espl o-
dente?, q u i , cum omni iudicio in litteris careant, quisquilia
tintura ac ridicola indagantes, modo affectatiunculis s ui s , quibus
(al Quialilianus ioquit) nibil apud doctos odiosius, pueriliter
gaadent
y
modo duri, et quantum in se est salebrosi abscondita
et esoleta lingqae verba perquirenles, vulgo admirationi esse
volunt, omnia enim stolidi, ut est Lucretianum i l l u d, magis
tdmirantur, amanlque, jnversis quae sub verbis latitantia cer-
wn t Hps omoes missos faciamus, qui tamquam psyttaci et corvi,
nil nisi audita et lecta proferenles, et nihil in se pensi in re
quapiam habenles, communi quasi sensu ubique carent. Hi va-
leaut, cum generosi*? Leo non nisi generosi animi censuram subeat.
Sed de hoc tanto viro mitri alias longiori sermone scribere in
animo est, et si deliluit bactenus, pr virili mea fatis contraria
fata repeudam.
a Mitto tibi igitur, mi Roberte, non cuncta Baptistae opera,
sed pauea quaedam, ac laborum suorum quasi praeludia, quae
knpressum iri curabis. Pigna sunt enim quae legantur, Ptatonis
vel iudicibus (si exlarent) non repugnantibus. Volebat enim Piato
philosophorum, ut Cicero inquit, D eus, in Hep. sua esse iudices,
quibus inconsullis opus nullunx ederetur. Lex profecto sauetis-
$nui ae dtviaa ne litterae, ne disciplinae, ne boni mores, qui ab
iliis baarnntur coutaminarentur, atque temere (ut nunc) darcntur
pessum. Quod si Pialo idem bis temporibus tanta fece pollutis
ad nos rediret, viderelque non aliqua arte evigilatos libros, sed
hprrenda ubique inonstra, ad qaae domanda mille Hercules vix
to essent, quae barbari, turpissimi iam faeti, scriptores omnes,
modo lioguam, sed unamquamque seientiam, bonas quasvis
artes confondente^, pervertentes et oranin perdeQtes, quotidie
edynt : unde et litterae simul et disciplinae periere, unde mi-
seris we n i b u s aditas omnibus ad niusas oecluditur. K xuhat
namqtte misellae a barbaris, partim qiii ( cani stldissimi shtt )
se vefos illarum hostes profitentur ; partim vero, nec fonasse
rainus, ab iis, qui dum se illarum altltnttos credi tolttnt, lati-
num Domen resarcire pueriliter pollicentes, degeneres ubiqu, et
qurum illas smmopere pudeat deprehenduntor, ut desperemtis
posthc non fucatas dico et personatas, sed veras illas et simpli-
ces Musas, lovis et Memoriae filias unquam ad nos postilli)inio
reverti posse. Proda mei re t medius fidius (si adssel Piato): o eoe-
luih, o terra*, o maria Neptunnil Vrm calamitatenfc hanc tana
ingentem nos alias depiorabimus. Til nunc suscipe, quae ceteris
legenda tradas, Bptistae opus De Commodis Litterarum atifue
Incommodis quod ipse iuvenis admodum scfipsil, eiusdem libel*
lum De Iure, Trivia, Orationem funebrem qua pr Cane suo
composuit, in eo periclitari volens quod dixit Maro: In tenui
labor est, at tenuti non gloria, si quetn numida lacva sinanl;
et centum Apobgos non aspernandos, ad Aesopum fabulatorem,
scriptoremque illum vetustissimum apologorum patrem t quae si
lectoribus non iniucunda fuerint, seria quam primum illis profe
remus. Duxi enim his (ut sic dixerim) extrariis lectores perten-
tandos esse, quae nisi respuant, sacris Bptistae initifthdos ceri-
sebimus, atque auscultaloria mox tractabunt. Vale .
11.
Sul?origine della Casa Alberti e altre cose spettanti alla medesima.
Tratto dalla seconda numerazione dtF Elgio latina el POZ-
ZETTI, pag. 3, k e 5.
L'origine della Casa Alberti, che deriva da Catenaia, ri-
monta fino al XI secolo dell'era comune. Ci si fa chiaro sin-
golarmente da una Memoria, che l'Ammirato ne produsse nella
Parte 1, pag. 160 Delle Famiglie nobili fiorentine. Ivi si vede
Giudice figlio di Rustico, il primo fra g' illustri ascendenti tfel
Signori Alberti, far Codicillo nel 1142. Ma dal coofattfo che
CCXLI
fortunatamente ho potuto Fare di quella Memoria, con un Codice
(cartceo in fol. I. I. XI X del Sig. Marchese Suddecno Riccardi)
risolta che tanto nell'Ammiralo, quanto nell' Istoria genealogica
degli AlberH compilata da Giacinto de* Gubernatfe, l detta Scrii-
tu ra non poco scorretta ed informe. Dicasi qui di passaggio
che latta la' Storia di quest' ultimo generalmente mal si cura,
dtordiuata ed infedele.
Quanto alla Memoria, di cui ora si parla, essa porge ta
lora i nomi propr guasti, confuse le persone, tronchi i sensi.
Perci non sar fuor di proposito che io venga emendandola
sulla fede del sincrono Manoscritto Riccardiano, di cui non vi
luogo a sospettare. Coeva 6 la mano, l'elocuzione, l'ortografia.
Quantunque rl Codice sia d'alcuni versi acefalo, abbiamo per in
quel che ne rimane lumi sufficienti a depurar dagli errori la
citata copia dell'Ammirato. Il principio di es$a il seguente.
lttera del Cav . NICCOLO dei FALLANTI al Cav . Messer GIOVANNI
ALBERTO degli ALBERTI.
Onorando Cav. M. Giovanni.
Niccolo dei Pallanti Cavaliere si raccomanda a voi; e se
prima non vi ho chiarito, e avvisato di quanto mi ragionasti ed
imponesti, suto per ritrovare la verit della faccenda, come e
stato faticoso a ritrovare certi libri di Comune. Ora io e il vostro
Compare non abbiamo lasciato nulla fare, e troviamo si rinvenga
con i vostri indirizzi e ricordi, ed stato miracolo trovare que-
sti libri.
Troviamo, che tre lati furono quei di Catenaia tutti di uu
sangue, e l'uno potea apparentat* con l'altro per antichit. L'un
lato possedeva Catenaia con certe altre cose. L'altro lato posse-
deva Talla (leggasi Atalla) con altre cose. L'altro lato possedeva
Mnte Giobbio (Monte Girobbi) anche con altre cose, come per
antico si erano accordati i loro antenati. E tutti facevano un'arme,
CCXLII
cio : catena bianca nel campo rosso senza anella ; e del lato che
possedeva Catenaia, trovo il vostro origine. Cio, un Fabiano
da Catenaia ebbe tre figliuoli di tre donne. L'uno ebbe nome
Arriguccio {Rinu ccio)
y
l'altro Rustico, l'altro Bartolommeo chia-
mato Malanca, che un poco zoppicava. La madre di Arrigaccio
(Rinu ccio) fu di noi Pattanti, ed ebbe gran dote, secondo si usava
allora, e fu reda del padre e dello zio. Di Rinuccio (corr. di Ru -
stico) fu la madre di quelli di Pietramala. Di Bartolommeo fu
la madre de* Benci di Valdarno, e questi tre fratelli divisono
della roba e dell'animo, ed ebbono gran quistione insieme, e po-
sonsi le mani addosso, e ciascuno ebbe spalle da
9
parenti della
madre, e funne grandissima novit. Tutto dipendeva dalle doti
delle madri. Fin qu i su lle traccie dell'Ammirato ora v err tra-
scriv endo esattamente il cit. Cod. Riecard In fine Rinuccio and
ad abitare a Narni, e per disdegno mut l'arme, che arrose
all'arme l'anello in mezzo, cio il campo e le catene del colore
s erano, solo arrose l'anello, e chiamoronsi Catenaeci da Narni
e fanno oggi il capo di parte ghibellina.
Barlolommeo and ad abitare in Val d'Ambra, e non mut
l'arme e oggi vi dei sua, e qui in Arezzo ne sono di sua di-
scendenti.
Rustico and ad abitare a Poggibonizzi, e mut l'arme, le
catene bianche e il campo azzurro, coll'anello in mezzore per le
loro divisioni gli altri due lati da Catenaia, cio que' di A talla,
e que' di Monte Girobbi, si presono Catenaia e le loro possessioni,
cio de' tre fratelli, ed ebbono anche tra loro divisione, e quei
d'Alalia mutarono l'arme. Feciono le catene azzurre nel campo
bianco coll'anello in mezzo.
Torniamo a Rustico, donde voi Alberti siete discesi, che and
a stare Poggibonizzi, il quale era il pi ricco, ed ebbe una donna
do' Malispina da Firenze, che ne ebbe un figliuolo, che ebbe
nome Giudice, nome proprio, ed innanzi che questo Rustico mo-
risse pacific coli' erede e discendenti di Bartolommeo, che ecano
in .Valdarno, e troviamo un codicillo di un testamento di detto
CCXL1II
Giudice quando more, lassa fiorini centocinquanta in godimento
a vita a Mona Andrea de* Pallanti sirocchia della avola sua , e
poi appresso la sua morte ritornino a Messer Orlandino e a
Messer Benci suoi figliuoli, Dottori, el qual codicillo vi mandia-
mo in questa, e come vedo egli fatto in Firenze nel Popolo
di S. Lucia Tanno MCXLfl, e da questo nome di Giudice di uno,
fusti chiamati que' del Giudice.
E troviamo che a questo Rustico padre del Giudice, e a Bar-
tolommeo suo fratello furon tolte certe possessioni aveano al Ponte
di Romito, come beni di guelfi, e all'altro fratello Rinuccio che
si alloggi in Narni, non gli furono tolte le sua, perch tenne
parte ghibellina, e cos fanno oggid.
<r Messer loanni, e' mi pare che assai bene vi chiarisco, e
assai si rinvenga, di che ricordo mi desti, salvo che io non trovo
che questo Rustico abitasse a Firenze, come io vi dico, l o son
soprastato a rispondere, che ho voluto informarmi bene di tutto
della verit.
Se altro volete me l'avvisate. Il vstro Compare si racco-
manda a voi. Datu m in Arczzo .
Nello stesso Codice s'incontra pure una Memria col titolo
Scritta di Messer Niccolo degli Alerti. Essa porta i soliti con-
trassegni per esser senza dubbio creduta lavoro della met del
secolo XI V . Espone la provenienza dei due lati della famiglia
Alberti stabilita in Firenze, e presenta in parte l'albero genealo-
gico dell'uno, e dell'altro. Del resto, il medesimo Leon Battista
lo ha formato nel Lib. I l i della sua Opera inedita Della Famiglia,
ed l'appresso.
Ru stico.
Giu dice su o figlio (questi fa codicillo nel 1142) .
Benci figlio di Giu dice.
lacopo figlio di Benci.
Alberto, Lapo e Neri figli di lacopo.
lacopo, Nerozzo, Benedetto, Francesco figli di Alberto. Que-
sti fu eletto l'anno 1292 per il sesto di S. Piero Scheraggio tra
CCXL1V
li 14 uffziaii deputati ad corrigendu m statata, che terminali fu-
rono nel Gennaio dell'anno 1293.
Andrea, Ricciardo, Lorenzo figli di Benedetto.
LEON BATTISTA, Carlo e Bernardo figli di Lorenzo.
Anzi in tutta queir Opera, Leon Battista, da buon cittadino
amante della patria e de
9
suoi, sparse di essi le pi interessanti
notizie. Lo splendore in cui vissero, la fama che si acquistarono
per T universo, le dignit che sostenner con lustro, ritornan pi
volte sulla sua penna ; e vi fanno onorata comparsa. Al passo
riportato gi a tal proposito dall' illustre signor Prop. Lastri,
nella nota 4 dell'Elogio di Leon Battista, che va tra quelli degli
Uomini Illu stri Toscani, si pu unire il seguente, tratto dallo
stesso Lib. 11 della Famiglia verso il Gne. Io veggo, egli dice,
la casa nostra Alberta come in tutti gli altri onestissimi, cosi in
questi esercizi pure pecuniarj, gran tempo aversi saputo reggere,
e in Ponente ed in diverse regioni del mondo, sempre con one-
st ed integrit, onde noi abbiamo conseguila fama, ed autorit
appresso di tutte le genti non pochissima, n a* meriti nostri
indegna. Imperocch mai ne' traffici nostri di noi si trov chi
ammettesse bruttezza alcuna. Sempre in ogni contratto volsono i
nostri osservare somma semplicit, somma verit. Ed in questo
modo siamo in Italia e fuori d'I talia, in Ispagna, in Ponente,
in Soria, in Grecia ed a tutti i porti conosciuti grandissimi
mercatanti, e sono i nostri Alberti sempre ai bisogni della patria
nostra stati non poco utilissimi . Nel gi citato Codice Riccardi
trovasi di pi (bench con qualche laguna ) un Necrologio di
Francesco Biv igliano degli Alberti. Comincia questo dall'anno 1400,
e termina al 1449. Vi si notano i nomi di quegli Alberti , che
per lo spazio di 49 anni soggiornarono fuori di patria , e segna-
tamente in Francia. Un ramo di questa famiglia, che deriva per
retta linea da Tommaso di Lu igi di Tommaso di Caroccio, esiste
ancora in Parigi nei signori Alberti di Lu ines e di Chau lnes du-
chi e pari di Francia.
D ELLA
TR A NQUI L L I T D ELL'ANIMO
LIBRI TRE
A VVERTIMENTO.
Qu oter sono i Codici di cu i potemmo giocarci per la
pu bbUcazione di qu est' opera di LEON BATTISTA ALBERTI ; il
primo esistente nUa Biblioteca del Sig. Du ca FERD. STROZZI ,
in 4.* piccolo cartaceo, di mano contemporanea dell'Au tore, e
segnato N. 57, appartenu to gi ad Alessandro Alamanni.
Il secondo ed il terzo nella celebre Lau renziana; fu no in 4.,
gi detta Medicea Palatina, segnato N. 112; l'altro in foglio,
gi 84 Gaddiano, ed cmbidu e cartacei del secolo XV.
0
: Vu ltimo
della Magliabe chiana, cartaceo anch'esso ed in 4., ma copia
esegu ita v erso la met del secolo X VI.
0
, n sopra alcu no degli
anzidetti. Per, qu ello che ci serv i per fondamento della
presente edizione fu il primo, perch la su a lezione ci parv e
la v incesse su tu tti. E qu i ci grato dichiarare, come
abbiamo potu to profittare di qu esto prezioso MS. merc le
speciali cu re del Ch. signor Giuseppe Meini, il qu ale dalla
mka cortesia del Sig. Du ca su ddetto, av u ta facolt di poterlo
far trascriv ere, ci v olle, per segno e di singolare amore alle
cose del celebre ALBERTI , e di amicizia v erso noi, non solo far
dono della su a accu ratissima copia, ma di pi si compiacqu i
raffrontarla, insieme con noi, agli altri soprannominati testi.
In qu anto poi all'ortografia, credemmo di potere in
generale attenerci alla moderna: se non che, ogni v olta che colla
medesima si fosse potu to portare il minimo nocu mento aito
natu ra de' v ocaboli, siav i per av v ertito che non osammo
prenderci la pi piccola licenza, come ognu no potr v edere ov e
v oglia far confronto della nostra edizione co' 1HSS. precitati
Le illu strazioni storiche, alle qu ali richiamano i nu meri
arabi, si trov eranno in fondo ad ogni opera cu i appartengono.
Finalmente, sappiate come qu esti tre libri portano in
v ari codici intitolazioni div erse ; mentre in alcu ni hanno
il titolo latino De profugiis serumnarum; in altri qu ello
di Profugiorum ab serumna, libri tres ; in altri : Della
tranquillit dell'animo. Ma noi abbiamo credu to dov er preferire
qu est'u ltimo, come qu ello che ci sembr il pi proprio per
u n'opera scritta in italiano.
L E TTE R A D I CARLO ALBERTI
FRATELLO DI LEON BATTISTA
A MESSER LORENZO VETTORI
CUI MA ND A A LEGGERE
1 TRE LIBRI DELLA TRANQUILLIT' DELL'ANIMO
Carolu s Albertu s S. D. Lau rentio Vktorio.
Tu mi chiedesti molte volte, pi tempo fa, questi
libri De profu giis aeru mnaru m (*), quali a noi erano
perduti, per buono rispetto non dir come. Ma tu
conosci la natura di messer Battista mio fratello ; ei
non sa negare a persona, cosa la quale gli sia chiesta :
non dir pi. Un certo suo domestico gli chiese questi
libri subito che furono compiuti, gi passati anni
circa trenta; ed ebbe la prima copia originale. Poi
diede scuse e negoUa avere, e noi non sapevamo nde
recuperarla. Ora la ritroviamo ; per me ne rallegro
teco, e mandotela. Messer Battista scrisse quest' opera
(*) Vedi VAv v ertimento che precede questa Lettera.
con impeto d'animo allora giovanile, commosso da
ingiurie di certi perfidi uomini suoi emuli, occulti
nimici. Converra'ti, leggendo, presupposto che in
certi luoghi dell'opera, lui, in quanti modi e
9
pu,
si sforza di essere infestissimo a que' tali invidiosi e
ingiuriosi ; e debbi stimare, che niuna cosa tanto
dispiace a chi porta odio, quanto vederti dotto e
virtuoso, come e tu e chi conosce mio fratello sempre
lo giudicasti. Voi adunque insieme, quali amate messer
Battista, leggete questi fibri con diletto ; e in quel
modo sarete molesti a chi vi ha offeso, e vi avrete
utilit. Perocch il primo libro disputa in che modo
si vive senza ricevere a s maninconia: il secondo ti
da modo e via di purgare dell'animo tuo gli sdegni
e dispetti, quando tu gli avessi in qualche parte
ricevuti a t e : il terzo libro racconta pi modi utili
a levarsi dalla mente le offese e dolori pi gravi,
quando tu fossi al tutto oppresso da loro e qua
sunto (*). Adunque leggergli ; e abbiatene cura che
non si smarrischino pi. Vate.
(*) 11 POZZETTI nel su o Elogia latine ffl Leon Battute A itarti t
della seconda numerazione, riportando quest'ultime righe legge spetto
Invece di tu nto : ma II Codice ha incontrastabilmente su nto, cio contatilo
al modo del Latini, che hanno su mere per conmmere. Tnonizio degli
Adelfl, atto V., dice: / , ergo intro> et etri rei opu s est, kUarem hmc
' 80MAHUS diem.
DELLA
TRANQUILLIT D E L L 'A NI MO
LIBRO PRIMO
Interlocu tori.
LEON BA TTI STA A L BE R TI .
iflCCOLA DI TI R I DB* MEDICI (1) .
A eitot.o D I FI L I P P O P A HD O L P I NI
ri ICCOLA di messer Veri de' Medi ci , uomo ornatissimo
d'ogni costarne e d'ogni v i r t , ed i o , insieme passeggiando
nel nostro tempio massimo (a) ragionavamo, come era nostro
costume, di cose gioconde e che appartenevano a dottrina
ed investigazione di cose degne e rare. Sopraggiunse A gnolo
di Filippo P andolfini, nomo g r a v e , mat ur o, i n t e g r o ,
quale e per et e per prudenza sempre fu richiesto e re-
putato tra' primi nostri cittadini. Salutocci, e disse : t e ,
Battista, lodo io ; e piacemi c he , come in altre c o s e , cosi e
in questo tuo ridurti qui assiduo (6) in questo tempio, ti veggo
(a) A lla l at i na, per significare 11 Du omo.
(6) Assidu o propriamente nome adlettivo, ma qui posto quale avver-
bio. I migliori scrittori Italiani porgono frequenti esempi di qpesto tra-
smutato officio de* nomi.
8 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
religiosissimo. E non fu senza cagione quel detto di que' buoni
antichi, che massime allora si da opera al culto divino,
quando si frequentano i luoghi sacri a Dio. E certo questo
tempio ha in so grazia e maest: e, quello che io spesso con-
siderai, mi diletta, eh' io veggo in questo tempio giunta
insieme una gracilit vezzosa (a), con una sodezza robusta e
piena; tale, che da una parte ogni suo membro pare posto
ad amenit (6) ; e dall'altra parte comprendo che ogni cosa qui
fatta ed offirmata (e) a perpetuit. Aggiungi che qui abita
continuo la temperie (d), si pu dire, della primavera; fuori
vento, gelo, brina; qui entro, socchiuso da' venti, qui tiepido
aere e quieto ; fuori vampe estive ed autunnali; qui entro
temperatissimo refrigerio. E s'egli , come e' dicono, che le
delizie sono quando a' nostri sensi s'aggiungono (e) le cose
quanto e quali le richiede la natura, chi dubiter appellare
questo tempio nido delle delizie? Qui, dovunque tu miri, vedi
ogni parte esposta a giocondit e letizia ; qui sempre odo-
(a) Tanto II sost. gracilit, che l'adiet. v ezzosa, son nomi che oggi
vorrebbero! osare piuttosto per cose animate, anzi che materiali. I mo-
derni, parlando di ediflzl, preferirebbero forse sv eltezza graziosa.
(b) A piacente bellezza. Vero che ameno pu voler dire piacente
e leggiadra cosa ; ma vorrai piuttosto servirti di questa voce a significare
delizia di luogo aperto, e per lo pi campestre, In ci accordandoti co' buoni
autori, ehe quasi sempre l'usarono In qusto senso. 11 BOCCACCIO non
adoper mai nel suo Decamerone n questa parola, ni suoi derivati.
(e) Cio solidissimamente fermata. O/firmare dal laL obfirmare, manca
al Vocabolario.
(d)' Temperie, dal lai. lemperies, temperatura. Il Vocabolario cita un
esemplo di questa voce, tolto dai Saggi di Natu rali Esperienze; ma sa-
rebbe bene che nelle nuove edizioni di esso si facesse al citato es. pre-
cedere questo dell'Alberti.
{e) Soggiu ngono, 11 XXI Magi iabech la no. Molto bella lezione'che vo-
lentieri avrei preferita, se qualcun altro de* codici antichi l'avesse retta.
LIBRO PRIMO 9
ratissimo (a) ; e, quel che io sopra tutto stimo, qui senti in
queste voci al sacrificio (6), e in questi, quali gli antichi chia-
mavano misteri (3) , una soavit maravigliosa. Che a dire
che tutti gli altri modi e variet de' canti reiterati fasti-
diano; solo questo cantare religioso mai meno ti diletta?
Quanto fa ingegno in quel Timoteo (4) musico, inventore di
tanta cosa ! Non so quello s'intervenga agli altri ; questo
affermo io di me, che e
9
possono in me questi canti ed inni
della chiesa, quello a che fine e' dicono che furon trovali :
troppo m'acquietano da ogni altra perturbazione d'animo;
e commuovomi a certa non so quale io la chiami lentezza
d'animo (e) piena di riverenza verso di Dio. E qual cuore
si bravo (d) si trova che non mansueti (e) s stesso quando
e' sente su bello (f) ascendere e poi discendere quelle intere
e .vere voci con tanta tenerezza e flessitudine (</)? Affermovi
questo, che mai sento in que' misteri e cerimonie funerali
invocare da Dio con que' versicoli greci (h) aiuto alle nostre
miserie umane, che io non lacrimi E fra me talora mi raa-
raviglio, e penso quanta forza portino seco quelle a intenerirci.
E quindi avviene che io credo quello che si dice, che i mu-
rici potessino esortare Alessandro Macedone ad arme can-
Sottintendi aere.
(6) Alla messa.
(e) Avverti alla bellissima frase tirala con tanta felicit dal Ialino
attimi.
(d) Cio feroce.
{e) Questo verbo manca al Vocab.
(f) Su graziosamente.
(g) Pieghev olezza. Ancbe questa voce si desidera nel Vocab.
(h) Intendi il Kyrie eleyson, che vuoi dire: Signore abbi misericor-
dia di noi.
A L BE R TI , T. I. 2
10 DELLA TRANQ DELL'ANIMO
tando, e rivocarlo in cena (5) . Ma fec'io bene (a)? Io ruppi
forse i vostri ragionamenti, Ni c c ol a, e distesimi in cose
non accomodate.
Queste insino a qui furono parole di Agnolo. Adunque
Niccola gli rispose
f
e di sse:
I nostri ragionamenti non eran tali che questi vostri
non sieno (6) accomodatissimi. E se io bene scorgo l'animo qui
di Battista, niuna cosa gli pu venire tanto grata ed accetta,
quanto udirvi e ragionare e disputare di cose dotte e degne:
ed affermovi questo, lui (e) vi porta riverenza, e amavi quanto
merita la virt e l'autorit vost ra; e riferiscovi quel che
io intesi spesso da l ui , che due soli uomini gli paiono
ornamento della patria nostra, padri del senato e veri mo-
deratori della Repubblica. L'uno si Giannozzo degli A l -
berti s uo, uomo tale per certo quale e' lo espresse in quel
suo libro III.
0
de Familia (d), buono uomo ed umanissimo
vecchio; l'altro siete voi , quale e compari a Giannozzo (e) in
ogni lode. Voi d'et maggiori in senato, d'autorit primi,
d'integrit soli. Se a Giannozzo fosse molta cognizione di
lettere, direi : quali due uomini altrove si troverebbero, o
si compiuti d'ogni pregio (/"), o s insieme simili d'ogni laude?
Voglio inferire che a Battista, qual sempre v'appella padre,
e vedevi ed odevi con avidit e volentieri, i vostri ra-
(a) Sottintendi : a v enir fu ori con qu esti discorsi.
(fr) Sieno pi elegante di siano, la seconda delle quali voci non os
mal il BOCCACCIO ; ma 11 PETRARCA adoper V una e l'altra.
(e) Lu i, caso retto.
(d) Della Famiglia, ii XXI Magliab.
(e) Gianolto sempre, ma unico, Invece di Giannoxxo, II Lanrenziano,
gi 84 Gaddlano.
{() Leggiadro modo qu esV esser compiu to d'ogni pregio, per andar
interamente fornito d'ogni ornamento di v irt.
LIBRO PRIMO 11
gionamenti saranno, come e* sono a me, accettissimi e
gratissimi.
Ma che diremo noi? Lasciamo stare la descrizione e
forma di questo tempio; non cerchiamo quanto sia imposto
suo peso a chi possa sostenerlo, o quanto sia non male o c -
cupato (a) . Quello che farebbe a grazia e ammirazione, altro-
ve sar da disputarne. Venghiamo a quello che io desidero i n-
tender da voi. Siete voi, Agnolo, in questa opinione che queste
conversioni e congiunzioni di voci possano levare gli animi,
e imporre in loro vari eccitamenti e commozioni ? Troppo
sarebbe forza qui in Bat t i s t a, se e* potesse con suoi stru-
menti musici (6) adducere gli animi in qual parte e' volesse.
E in prima mi maraviglio del nostro Piatone (6) , principe
de* filosofi, quale affermava, non avvenire mai che nuova
ragion di canti si ricevessero al vulgo e in uso senza qualche
prossima perturbazione pubblica, perch quella e quell'altra
armonia sia cagione di pervertire una Repubblica. N io lo
crederei a Piatone se me lo persuadesse, n voi mi lodereste
s ' i o gliele credessi. Forse diranno che sia indizio e segno
i quello eh' egli osservarono poi essere seguito : n questo
ancora mi satisfa. Altre sono le vere cagioni, altri sono i
veri giudicii, quali dimostrano le apparecchiate ruine alla
R epubblica, fra*quali sono la immodestia, l'arroganza,
l'audacia de* cittadini, la impunit del peccare, la licenza
del soperchiare i minori, le cospirazioni e conventicole di
ehi vuole poter pi che non se gli conviene, le volont
M
(a) C i o: non ricerchiamo qu anto gran peso fosse imposto al su o ar-
cktteUo (che fu il famoso A rnolfo) nelTallogargli la fabbrica del Du omo, sa-
pendosi qu anto fosse egli capace di far lu tto.
(b) Ecco un passo che prova , come l'Alberti fosse perito nel suono
e ebe suonasse ancora vari strumenti.
12 DELLA TRANQ. DFAL'NIMO
ostinate contro ai buoni consigli, e simili cose a voi n o -
tissime , sono quelle che danno cognizione de' tempi se
seguiranno prosperi o avversi (a). E quell'altro, per onestare
Parte sua, disse che l'animo dell'uomo era composto d'ar-
monia e di consonanze musiche. Non mi sodisfanno costoro,
n veggo in che modo 1* animo in cosa alcuna abbia con-
venienza collo strepito o crepito (6) di pi voci o suoni.
E tanto giudico l'animo esser subietto od obbligato o dato
a questi suoi movimenti da cosa, quale io non so com-
prendere quale ella sia, che non solo i musici, ma ancora
i filosofi
1
con sue ottime e copiosissime ragioni possono di-
vertirlo dalle cure quali tuttora l'assediano, n possono
discutere (e) dai nostri pensieri l'acerbit in quale l'animo no-
stro non so come si rimpiega (d). Questo si prova tutto il d,
che le triste memorie, le ingrate espettazioni, le dure of-
fensioni ci si presentano e attaccarci all'animo: tale che a
nostro malgrado ci conviene dolere e temere e male averci,
si pu dire, contro a ogni nostra volont; gi che ninno si
trova s pazzo che non volesse pi tosto star lieto che mesto,
sperare bene che vivere in paura. E questi filosofi con
loro parole credono spegner quello che con effetto tanto
pu per sua natura in noi : questo donde sia non s o, e
pur lo sento in noi mortali esser fisso, e quasi immortale.
E quale e' sia per s tanto veemente e tanto ostinato, vi con-
fesso, Agnolo, non lo s o : ma che e' sia, lo sento e provo,
e duolmi. Ma voi, come prudente, statuirete quanto sia da
(a) Parole da essere ben meditale.
(6) Crepito in significato di ru more In genere, manca al Vocab.
(e) Dal lat. discu tere e nel senso di scu otere, cio rimuovere scuotendo.
Manca al Vocab.
(<f) Ripiega, ii XXI Magi.
LIBRO PRIMO 13
giudicarne : io infino a qui assentirei a chi lo dicesse, non
essere possibile vietare da noi tanto male se non col tempo,
cio collo straccare quella forza de' cieli e della natura
soffrendola; che in altro modo non veggo si possa escludere
Facerbit e durezza del l ' ani mo, conceputa dalle ingiurie
della fortuna e da' casi avversi , quali da infinite parti
ci percuotono, e assiduo ci si presentano, ed occupano
i nostri sensi e mente, in modo che nulla ci lecito ri -
fiutarli o esturbarli (a) .
- GNOLO. Ben veggo io che tu studi gratificare qui
a Battista; e piacemi satisfargli, poich a lui diletta udirmi ;
e questi sono, certo, ragionamenti degni e da seguirli. Io
imiter t e , Niccola, in questo disputare, quale ben conosco
non riferisci la vera tua opinione e sentenza, ma quasi mi
allettasti ad esplicare la mia. Adunque discorreremo narrando
e raccogliendo quello potesse dire chi, come noi, volesse pi
tosto ragionando ostare a' detti altrui, che affermare i suoi.
E vienmi a mente quella disputazione di Senofonte (7) ,
dove Araspa Medo diceva a Giro, che gli uomini avevano
in s due animi, l'uno de*quali era vero amatore delle cose
giuste e oneste e degne; l'altro era contrario, e cupido
dell'ozio pi che dell' industria, dato alle volutt pi che alii
studi delle cose degne e rare, subietto e mosso dalla vo-
lont e lascivia pi che dalla ragione e costanza ; e che
lascerebbe a quella sua amata questo animo sinistro, e
porterebbe seco quel destro (6) e virile, col quale e'satisfarebbe
a Giro e al suo officio in arme, e dove fosse luogo ado-
perarsi in virt. E quanto io vi confesso, non sono di quella
virt intera, ch'io in tutto tenga escluso da me quello animo
(a) Dal lai. exlu rbare, discacciare con impeto. Non nel Vocab.
(6) Quel buono.
14 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
sinistro, e non qualche volta erri in quella pai te in quale
e' dicono abitarvi le passioni, le cupidit, i dolori, le spe-
ranze e simili perturbazioni. Sono in questa et in quale mi
vedete, vissuto gi anni circa 90 : vidi molte, vidi in vita
e soffersi molte, Niccola, molte molestie in vita (a), e quasi
feci i calli ali' animo con sofferire i mali : pur talora quando
m'occorrono i casi , non posso fare eh' io non pensi a pi
cose : e vederommi assalito da certo dolore e da tristezza ;
n io stesso saperr donde e come. Vincemi la indegnazione
di troppe ricevute ingiurie, fastidiami la insolenz di tale
o quale ambizioso, pesami l'audacia, temerit e furioso
impeto di chi sciolto (6) urteggia (e) i buoni, e fra me dico :
A gnolo, questo che a t e? Tu maturo d' et , a te non
mancano le cose desiderate e chieste della fortuna ; in te
animo netto e grato a' tuoi cittadini : vivi, come e
1
dicono,
ornai a te stesso, e usa le cose presenti come presenti (d). Cosi
con molti simili ammonimenti mi gastigo (e); ma nulla per
giovo a me stesso quanto io vorrei : tanto mi vince il non
veder le cose in quel buono assetto c h' i o desidero e stu-
dio addurle. Ma non per eh' io non potessi vincer me
stesso. E perch no ? Perch non potre' io quello che pote-
rono gli altri, quali furono in vita uomini come test (f) sono
io ? E quanti furono che osservarono costanza e vera viri-
(a) A vverti questa ripetizione degli stessi n o mi , come acquisti evi-
denza alle molte avversit patite dal Pandolflni.
(6) Senza ritegno, insolente, sfrenato.
(e) Fastidia e arieggiare (frequentativo d'urtare) manca al Vocab.
(d) A vvertimento da scolpirselo tutti nel cuore.
(e) Gastigare per correggere; dal latino. A nche il BOCCACCIO nel De-
camerone pi volte l'us nello slesso significato.
(f) A vverbio di t e mp o , qui adoperato per ora, il nu nc del Latini;
ma pi spesso usato per mo\ poco fa e slmili.
LIBRO PRIMO 15
liti d' animo nelle cose dure ed aspre? E a noi chi vieter
che non ci sia lecito nelle avversit e gravezze obsistere (a) e
deporre ogni perturbazione con buona ragione e consiglio ?
Non dubito che se vorremo bene (6) offlrmarci con vi rt, e
bene offirmati opporci con modo a chi ne offende, ci tro-
veremo essere n men che uomini, n men potere che possino
gli uomini (e). N mai sar sopra alle forze ascritteci dalla
natura quello che e' imporranno i tempi, cio la successione
e variet delle cose rette dalla natura. Egli scrivono che So-
crate(8) fu dalla moglie contumicissima e importuna, continuo
mal ricevuto, e fi dai figliuoli immodestissimi in molti modi
offso in casa, e fuori di casa ancora fu da molti insolenti be-
stialaoci e da xpie' comici poeti assiduo infestato (9), e con
varie ingiurie offeso. E bench cos fosse da tante parti esagi-
tato, pur visse a qualunque perturbazione della fortuna, e a
qualunque ruina delle cose sue coll'animo equabile e col volto
mai mutato. Pot adunque Socrate questo non da' ci el i , ma
da s stesso; che volle, e volendo pot. N solo si recita So-
crate in questa parte degno di lode : racpontansi molti altri,
ne' quali fu simile animo bene retto, nel numero de' quali
fu Diogene, cinico (10), uomo in sua estrema povert abietto,
svilito, e talora percosso : pur potea, quanto e' volea, sof-
frire i suoi disagi e l'altrui ingiurie. Non racconto Pirro (11),
Eraclito (12), Timone (13) e simili, quali furono contro alle
perturbazioni da s stessi ben retti, e quanto egli istituirono
ben costituiti, e contro gl'impeti della fortuna sua bene
offirmati. Pericle (14), uomo in Grecia e fra i suoi cittadini
(a) Resistere. latinismo che manca al Vocab.
(b) E bene, il Laar. gi 84 Gad.
(e) Nel Laar. suddetto, mancano tutte i e parole da : n men, fino
a u omini; ma con evidente scorrezione.
16 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
riputato e ottimo e primo, sofferse intera una c e na, sino
a molta notte, un temerario ob trottatore (a) e maledico; e per
pi meritare di s e di sua costanza, pat che lo perse-
guitasse improverando per insino a casa; e pi, con fronte
nulla commosso e colle parole nulla alterato, comand ai
servi suoi che a costui, uomo ingiurioso e incivile, faces-
sero lume e compagnia dovunque e' volesse andare. Non
volle adunque Peri e l e, gastigando l'altrui errore, contami-
nare s stesso, e ricevere a se la perturbazione, quale gli era
importata (b) ; e nolla (e) ricvendo, la fece lievissima e speli-
sela (d), tanto quanto e'deliber, sofferendo e vincendo s stes-
so, aversi uomo (e), e meritare della virt sua. Che ti parse di
quel MetelloNumidico (15) cacciato da' suoi cittadini romani,
non per altro se non perch in lui splendeva troppa virt:
quale sendo in Asia in teatro mezzo (f) dello spettacolo, gli
fu nuoziato che la sua patria lo revocava a grazia con
amplissimo beneficio. In tanta sua letizia osserv costanza,
e in suoi gesti nulla fu veduto mutarsi.
Adunque, in le cose prospere ed in le cose avverse,
troviamo che gli uomini possono, in s st essi , quello che
molti niegano potersi. E maravigliomi del giudicio loro,
s'egli stimano non potersi moderare le nostre volont e
appetiti in queste cose caduche e fragili, quando e' vedono
che chi non abbandoni s stesso, pu contro alle cose gravis-
(a) OblreKazione ha il V ocab. con e s . di Lorenzo de' Medi ci , ma non
oblrettatore.
(b) Recata, importala ha II XXI, e importabile tutti gli altri. A noi
per, parve meglio la lezione del XXI .
(e) Non la.
(d) Spentela, non ha II XXI .
(e) Comportarsi da uomo, cio v irilmente.
(f) Sottintendi a Innanzi a mezzo.
LIBRO PRIMO 17
sime e durissime pi quasi che la natura non gli ri -
chiede. Quanti sono che soffrirono estremi cruciati ed
intollerabili dolori con animo invitto e fortissimo ! E chi
non sa che in n o i , moderati gli appetiti e frenate le
vol ont , nulla resta donde ne insorga alcuna perturba-
zione? Potranno adunque gli uomini, le cose da natura
acerbissime e molestissime, e non potranno-le cose facili
e paratissime ?
Muzio Scevola pose la mano in mezzo al f uoco, e
Pompeo vi pose il di t o: e molti altri raccolti da* Valerio
isterico (16) , si vede poterono, e dove e quanto a loro non
dispiacque, esser costanti ed erti (a) contro non solo a' mo-
vimenti lievi dell'animo, ma e contro a gravi dolori.
Ma che raccontiamo noi questi uomini rarissimi? E h
dimmi: non vediamo noi tutto d i nostri servi abietti, op-
pressi dalla lor fortuna, attriti da' disagi, lassi dalle fatiche,
in mezzo dei loro mali, e ridere e cantare? Chi gli doman-
dasse: perch ridi? Credo risponderebbono: perch mi
piace. E perch canti? Perch cos vogl i o, e cantare, e
star quieto, e rallegrarmi a mia posta. Pesa loro la lor for-
tuna? Se la (6) pesasse, non sarebbono alla levit del ridere
o del cantare espediti. Se la non pesa, donde vien questo,
altronde che dal volere con ragione quello che per necessit
gli convien sofferire? Fanno costoro pertanto, cos volendo,
men grave il suo male, o pi forti s a sostenerlo ; o forse
(a) Forti, ha II XXI Magliab., ma erti I pi antichi Codici e lo Stroz-
zlano : ed bel traslato ad esprimere II non piegarsi dell'animo sotto ii
peso della sventura.
(b) Nota la invece di dia, vezzo fiorentino, e che talora acquista
molta grazia alla dizione.
A L BE R TI , T. I. 3
18 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
in prima cosi volendo, solo col volere propulsano (a) da
s ogni molestia.
Non adunque reputeremo s grave, n si acerbo quello
che sia in noi farlo, quanto vorremo, minore e men difficile.
Ma intervienci come alla colonna : mentre eh' ella tiene
s in stato ritta e in s stessa o(firmata, ella non solo si
sostenta, ma ed ancora sopra vi regge ogni grave pes o:
e questa medesima colonna, declinando da quella retti-
tudine, pel suo in s insito carco ed innata gravezza, mina.
Cos l'animo nostro, mentre che esso s stesso conforma
colla rettitudine del vero e non aberra (b) dalla ragione
qual sopravi imposto incarico (e) sar che lo abbatta? Chi
fa che l'animo penda a qualche obliqua (d) opinione, per
sua proclivit mina, e capolieva (e). Rammentami vedere
la nostra giovent a quel gioco de' pugni, dando e ricevendo
le picchiate, contundersi (f), infrangersi il viso, le mani, il
petto, tornare fiacefii, lividi, senza aver dato in tanto do-
lore un piccol gemito (17): e di que' medesimi forse poi vedi
qualcuno, punto da una zanzara, con gran voce mostrare
la sua levit ed impazienza. E quello onde avviene se non
(a) Ristringere lontano, il Vocabolario a questa voce cita 11 Gov erno
della Famiglia di Hesser AGNOLO PANDOLFINI, il qual Gov erno ormai
noto essere una piccola porzione di una delle maggiori opere del nostro
Autore.
(6) Allontanarsi errando, dal l a t Manca al Voeabolarl che par hanno
aberrazione.
(e) II XXI Magliai), manca di tutte le parole da innata fino a in-
carico, ma con palese scorrezione.
(d) Inclinazione, 11 deviare dal perpendicolo, anche nel traslato.
(e) Capolev are neutro, non trovasi ne' Vocabolari.
(f) Dal lat. contu ndere, che significa pestare, ammaccare. Voce omessa
dai vocabolaristi, che per notarono contu sione.
LIBRO PRIMO 19
che ivi T opinione, addiritta a virilit (a), lo 'nduce a voler
sofferire, e , vol endo, gli si rende il dolore piccolo e da
sofferirlo ; qui la mollizie (b) effemminata dell* animo per
s stessa bieca ed obliqua, ad impazienza ed intolleranza
puerile ?
D iceva Ermete Trimegistro (18) , antichissimo scrittore,
la volont, o A sclepio, nasce dal consiglio. Chi adunque
ben consi gl i a, ben pu quanto e' vuole. Vuoisi adattare
l'animo a virt ; conduceravvelo la ragione; e sempre sar
l'animo osservatore della ragione, purch la sinistra v o -
lont non lo svii ; e sempre fia pronto, donde tu possa ben
consigliarti in vita col modo e via d tradurti grato (e) a te
stesso, accetto agli altri e utile a molti.
N si vuole giudicare quello che tu possa di te stesso
prima che tu lo provi ; e provando, se ben non fossi, di-
venterai atto in vincere ogni insulto avverso vincendo te
stesso. Ma n o i , al c uni , troppo ne diffidiamo ; e come in
milizia chi sia inesperto e timido, cos noi fuggiamo al
primo strepito ed ombra degl' inimici; e prima soccombiamo
eoli* ani mo; che noi conosciamo quanto possa chi ne ur -
teggia. E come dicono che molti arebbono acquistata sa-
pienza , dove e
v
non avessono prima persuaso alla opinione
sna d'esser savi; cosi , contro (d) , non pochissimi rimangon
senza loro lode, dove non si fidarono potere quanto v o -
lendo gli era lecito potere. Cos mi pare qui tra noi resti
assai esplicato, che noi uomini bene consigliati tanto po-
ta) Cio indirizzata a v irili sentimenti.
{*) Figuratamente per significar delicatezza,
(e) Frase che sa troppo di latino. Noi diremmo pt facilmente com-
portarsi grato a s stesso.
(d) Al contrario.
20 DELLA TRANQ DELL'ANIMO ,
tremo di noi stessi, di nostro animo, volont, pensieri ed
affetti, quanto vorremo ed instituiremo (a).
NIGGOLA. D ohl A gnolo, che dura ed iniqua sorte
si quella de* mortali, se troveremo in vita niuno s in-
culto di dottrina, s alieno d'ogni ragione, quale udendo
queste vostre gravissime ed approvatissime sentenze, non
assentisca (b) e confessi ogni vostro detto esser vero; e d'altra
parte si trovi niuno s perito e s esercitato in cose lodate
a bene e beato v i v e r e , quale con opera affermi quanto
con parole confessa doversi ? E pensiamoci un poco : se voi
domandaste il fratello, il padre, la madre d' uno di quei
fortissimi ci ttadi ni , quali perirono superati da Annibale
presso al lago Trasimeno qui presso a Gortona : E che
vi dolete? Queste vostre lacrime che giovano? Non sapete
voi che il pregio di queste cose sottoposte alla fortuna, non
s t a, in buona o mala parte, altrove posto che nella nostra
opinione? Qualunque cosa avvenga a noi mortali, mai sar
da chiamarla o riputarla mal e, se non quanto ella nocer.
Nulla nuoce, se non quanto per lei si diventi peggiore. La
ingiustizia, la perfdia, la crudelt fa non te peggiore, ma
colui in cui ella abita : per qualunque sopravvenga fortuna
avversa, per qualunque ingiuria de' pessimi uomini, mai (e)
sar chi diventi peggiore, se non quanto e' vorr (mal sof-
ferendo s stesso) male avere. La morte sta a chi nacque
(a) Cio risolu tamente stabiliremo, da inslilu ere de' Latini. In questo
senso da aggiungersi al Vocab.
(b) Antiquato ; comune assenta, e cos dici d'av essono e simili, ebe
s'incontrarono, o potrebbersl incontrare.
(e) Mai, quando voglia usarsi In senso negativo, meglio sarebbe gli
si desse a compagna la parlicella non : per anche senza la medesima e
nel senso predetto, come qui sf vede praticato dall'Alberti, trovasi pure
in altri buoni scrittori.
LIBRO PRIMO 21
naturai condizione, impostagli dal primo d eh* egli appari-
sce in vi ta. E , chi ben ripensa le miserie del viver nostro,
la morte non altro che uscir d'uno carcere laboriosissimo,
e d' un' assidua fluttuazione e tempesta d'animo. Giovi a
chi espose il sangue suo per la salute della patria s u a ,
essere uscito di vita con l aude , merito e grazia de* suoi .
D i c o, A gnolo,- se voi usaste presso a que* calamitosi
parole s i mi l i , che vi risponderebbono essi ? Credo la madre,
vinta dal dolore, arebbe poco atteso e meno inteso alcuna
delle vostre parole: e'1 padre forse, pi maturo e d'et
e di consiglio, risponderebbe : Agnolo voi dite '1 vero ;
ma a me quello che g r a v e , continuo preme; e dove
e
9
mi preme, non dubitate, e' mi duole . E '1 fratello forse
risponderebbe : Se cos fusse (a) facile il sofferire gl ' i nco-
modi e le calamit con quale la nostra fortuna ne fiacca,
cme a voi, uomo dottissimo, il disputarne, rendovi certo ch'io
m'arei levata questa molestia ingratissima dell'animo. Ma
io sento dal dolor mio quel eh' io non so con parole espli-
carvi , donde e' sia da non assentire a queste vostre ragioni
qui addotte . Cos credo vi risponderebbono. E forse se
fra costoro vi fossi un di questi severi supercilii s t oi ci ,
inventori e disputatori di queste discipline, s o , risponde-
rebbe : Non ci ricordate che noi perseveriamo in ogni
ufficio e costanza. Queste cose caduche e fragili sono al
tutto escluse da' pensieri e dalle voglie nostre; e sono gli
animi nostri aggiudicati a cose, per quali viviamo beat i ,
e acquistiamei immortalit .
Simili credo sarebbono le loro parole : ma i fatti quali
sarebbono ? Quanti converrebbooo co' detti loro ? E ' me li
(a) P er fossi. A ntiquato.
22 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
pare vedere disputare con una maest di parole e di gesti,
con una severit di sentenze, astrette a qualche sillogismo,
con una grandigia (a) di sue opinioni, tale che t'aom-
brano l'animo, e parti quasi sacrilegio stimare che possano,
dicendo, errare. Odi que' loro divini oracoli : Tu mortak
conosci te stesso Di cose poche e minime si contenta la
natu ra. A chi sia sav io, mai mancano le cose ottime; mai
av v iene cosa sinistra ; sempre v iv e libero e sempre v iv e lieto.
Poi ostentano quell'ambiziosa austerit del riprendere
chi s, forse, dia alle delizie ; mordono chi curi le cose
caduche e fragili; perseguitano chi soccombe al dolore;
inimicano chi teme i pericoli ; odiano chi non esca di vita
con animo invitto e nulla perturbato. Uomini prestantissi-
mi ! uomini rari! E voi, con opre, come approvate i vo-
stri detti ? Qual si di voi , che potendo, non volesse pi
tosto vivere lauto e splendido, che povero ed assediato da
molti incomodi?
Grate filosofo (19) volle la casa magnifica, gli apparati
regi e vari ornamenti, vasi d'oro gemmati, mense argentee;
quali cose e* predicava da non le stimare : Aristippo (20),
quell'altro filosofo, comper una perdice (b) cinquanta dram-
me: a Senocrate filosofo (21) don Dionisio tiranno (22)
una grillanda d'oro in premio, perch' e' vinse tutti gli altri
a bere: Lacide (23) , pur filosofo, per troppo bere divenM
paralitico. Non racconto Dione filosofo (24), quale, domandato
che cosa facendo in vita lo rendesse lietissimo, rispose:
(a) Grandigia, voce dell'uso, grandetta apparenti, non u xtanziale,
pi ad ostentazione che altro. Dalla grandigia alla grandetta, vi corre
quanto dalla bellu ria alla bellezza. V. Il Dizionario de' Sinonimi del dottis-
simo TOMMASEO. Firenze, presso G. P. Vleusseux 18 38 , in 4 lo.
{b) I modo de* L atini, ma noi diclamo Pernice.
LIBRO PRIMO 23
guadagnando. Ma mi maraviglio del nostro Aristotile (25), che
per delicatezza si lavasse nell'olio tiepido, e per avarizia
poi a
9
suoi cittadini lo vendesse. E Zenone stoico (26) ,
padre ed esplicatore di questa austera e orrida filosofia,
quale insino agli Dei prescrive austerit, e con parole com-
batte assiduo contra la fortuna, ed es termina e subculca (a)
da s ogni sua licenza e beneficio, coll'opra come si porta?
Egli ud che le sue possessioni erano arse e guaste dagl'ini-
mici : perturbossene in modo che 1 re Antigono (27), quale lo
estimava quasi com
f
un Dio mortale in terra, se ne mara-
viglio, e forse ne giudic quello che giudico i o , che molti
ragionano delle cose aspere e dure, in ombra (b) e in ozio,
non male ; quali le sofferirebbono credo poi non bene (e).
Chi fu in ogni suo detto e scritto pi ostinato biasimatore di
chi cede alla fortuna, e non affermi la sola virt essere
ultimo bene a* mortali ; chi fu in simile superstizione pi
veeipente riprenditore che'l nostro Seneca latino stoico? (28)
E qual fu egli in fatti? Quanto dissimile dalle parole ! Scri-
ve Gornelk) istorco (29) che costui tanto temette la morte,
che per non cadere in insidie, quali e* temeva da Nerone e
da' suoi veneni, pi tempo non si fid mangiare altro che
pomi e frutti crudi; ri bevve altro che acqua, di quella
che sorgea fuori della terra (d). Potrei raccontarvi molti si-
Cio rigetta lontano da s e calpesta ogni dono della fortu na.
Esterminare, nel senso osato dall'A., la Uniamo; cosi su bcu lcare: Invece
abbiamo concu lcare.
(b) Qu ando cio il pericolo loniano ed essi in sicu ro.
(e) E cco un a Uro fallo che for litica sempre pi quel proverbia vol-
gare, che dice : Altro parlar di morte, olir il morire,
(d) Acqu a v iv a, di sorgente.
24 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
mili: ma questi a che fine? Solo per inferire quello che
io sento e giudico, e dico: se questi uomini dotti ed eser-
c tatissimi, inventori, difensori e adornatori di queste simili
sentenze, pi tosto maravigliose che vere, o non poterono,
secondo noi altri men dotti, o forse, secondo voi pruden-
ti ssimi, men seppero nulla stimare le cose caduche, e poco
temere le cose avverse; noi altri, e d'ingegno e di condi-
zione e di professione minori, ed in ogni grave cosa pi
deboli, chente (a) potremo? Se io non erro, tutti vorremo
vivere senza sollecitudine e acerbit: ma che (6) a me, o
se io non so e non sapendo non posso, o se in tutto io
non posso quanto io vorrei ? Alcuni poterono soflferire '1
dolore, nulla curare la miseria, rider (e) la sua fortuna.
E Muzio Scevola potette sofferire lo incendio della mano (30).
Molte maggiori crudezze possono in noi le paure, le ira-
condie e gli altri simili furori. Didone precipitata da furore
uccise s stessa (31) ; molti per paura di maggior tormenti
deliberarono uscir di vita. E quelli altri cupidi di gloria,
che col fronte e colle parole ostentarono in s maravigliosa
durezza contro a' casi e alle perturbazioni, Dio lo sa se
l'animo loro era pacato e tranquillo. E pure, se uno e un
altro si trovano in cui non fusse alle calamit sue senti-
mento ed animo umano, furono o dii, o certo non uo-
mini. Chi non sente le cose che senton gli altri infiniti
uomini, costui solo non uomo. Se negli animi umani
abi ta l a c a r i t , se v i ha l uo g o l ' a mo r e , c o n v i e n c he v i c a p -
ta) Voce formata da che ed ente: secondo fi SALVINI, denota qualit
e quiddit. Che cosa potremo?
(b) Sot t i nt endi : /t e, importa.
(e) Ridere, transitivo alla latina.
LIBRO PRIMO 25
pia (a) l'ira e la indignazione e simili. Che meraviglia
adunque se uno animo umano desidera i suoi? Miracolo
sar, anzi immanit non gli desiderare, e, desiderandogli,
non dolersi di non gli avere. Se v' sentimento delle cose
(b) e na t i c he , chi sar che nulla si dolga nelle
calamit ? E
9
si vuole bene consigliarsi colla ragione,
adattare l'animo a virt. 0 Agnolo, rammentavi quel detto
di quello antico Dione? tanto duole a un calvo quanto a
UB bene capitiate, quando tu lo peli. Ma a che noi pure
ne trastulliamo con parole, dove bisognerebbono i fatti ?
Dioea Cesare presso a Sallustio ; qualunque consiglia, con-
viene che sia libero d'ogni perturbazione. E noi vorremo
ehe T animo urtate dagli empiti avversi, caduto in mise-
ria, perturbato dal dolore* ben cowigli so stesso? L'animo
non sano, diceva Enoio poeta (32) , erra sempre.
Ma non voglio estendermi, eh* io sarei prolisso. Tanto
vorrei da questi dotti, come da un duttore e addirizzatoli
del naviglio (e), non che e' mi disputasse, e' si vuole alla
taupesta ridarsi in porto, e ivi fuggire ogn' impeto di venti
avversi ; ma mostrasse qual via o modo mi riduca lk dove
io mi riposi in ozio e tranquillit. Cos questi filosofi, me-
dicatori delle menti umane e moderatori de' nostri animi,
vorre' io m'insegnassero non fingere e dissimulare col volto
(vari , ia entro evitare le perturbazioni, ed espurgare
dall'animo, eoa certa ragione e modo, quelle che em giu -
rano potersi.
() Da capere, esser capace, cottienere. V oce a o o i geota a l i ' U9O
scano e di altre parti d' I tal i a.
(b) Nociv e.
{e) Che conduce e dirige la KHML fi l al a timoniere.
ALBERTI. T. l . 4 .. / :
26 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
AGNOLO. Vedi, Niccola, queste sono materie, dove
bisognerebbe ragionarne con pi ozio, e premeditata ra-
gion disputarne. Io rester d'oppormiti com' io cominciai ;
che ti vedo apparecchiato a confutarmi, e sento l'ingegno
tuo acuto e pronto; e non m' occulta quest'arte tua con
quale tu studi nascondere queir arte vulgata (a) dello argo-
mentare disputando : e dilettami. Ma credi tu eh' io non
conosca che tu giudichi di quelle cose, quello che giudicano
tutti i dotti, che chi vuole opporsi alla fortuna, sostenere
i casi avversi, e curare nuli'altro che la vi rt , pu? Non
insistiamo pi a questo; ma consideriamo questo potere
quale e di che natura e' sia. l o non potrei dipingere n
fingere di cera un rcole, un Fauno, una Ninfa, prche
non sono esercitato in questi artificii : potrebbe questo forse
qui Battista (6), quale se ne diletta e scrissene. Tu, Niccola,
come n anch' io, non potresti atto (e) schermire, lanciare,
lottare : potrebbe questo qui Battista in questa sua et ro-
busta , quale in simil cose diede opera ed esercizio (d). Non
potrebbe, n o , Battista, come quel Milone atleta (33), portare
uno bue vivo in ispalla, n, come Aulo Numerio, centu-
rione e commilitone di divo Giulio Augusto (34), contenere
con una mano l'impeto di pi giumenti, n come quello
Atamante (35) qual Plinio vide andare pel teatro vestito di
cinquanta corazze di piombo, e calzato con coturni che pesa*
vano libbre cinquecento. N forse potrebbe Cicerone (36) fcen
(a) Div u lgala , pu bblicamente conosciu ta.
(b) Nota queste parole, che ti fanno avvertito come l ' A l be r t i , oltre
saper di pittura, fosse ancora esperto nel far simulacri In c e r a i e di que-
sto scrivesse.
(e) Cio attamente, adattatamele.
(d) E cco altre parole che ti faranno testimonio dell'aver L eon Batti-
sta coltivata la ginnastica.
LIBRO PRIMO 2?:
lodare Clodh) (37) suo capitai nimico, sendogli in odio e in
dispetto suoi detti e fatti. Cos comprendiamo che alcune
cose da natura non si possono ; alcune non da natura non si
possono; ma da nostra inerzia, desidia e concetta opinione
sona da noi stessi vietate. Tu dicesti, ciascuno vorrebbe
vivere libero e soluto (a) in queste cose, quali pi sono facili
a disputare che a sofferire. Ma quel eh
1
difficile a questi
disputatori, a noi non par possibile. Guarda, Niccola, se
gli c o s i , che dove ogni uomo p u , rari vogliono ben
meritare di sua virt. Raccontasti uno e un altro (6) splendido
e curioso (e) delle cose caduche : chi ti loda in loro quebo
che non fu loro dbito ? E di che disputiamo noi, di quello)
che fecero, oppur di tpiello che e' poteano, e potendo do -
veano fare? E se dalla vita e costumi loro dobbiamo argti-
mentare e statuire le ragioni e modo del vivere bene e
l odat i , raccontiamo quelli altri molti pi che questi, pur
filosofi, quali furono contenti di una sola e trista v e s t e , quali
per loro diversoro (d) abitavano un vaso putrido e abietto (e),
quali non vissono d'altro che di cavol i , quali si abdicarono
da s ogni cosa fragile e caduca, che n pure una scodella
vobono ritenere a s. Non te li racconto, che fuggo anco
io Tesser prolisso: ma t u , uomo letterato, radduciteli a
memoria, e teco pensa donde questi miei cos poterono
(a) Cio sciolto. Participio disusato di un verbo pur di susato, ma
da coi abbiamo vi ve alcune derivazioni, come solu bile, solv ente, solu tiv o
e solu zione.
. % Innanzi a u no sottintendi che, e dopo altro, fu .
(e) Sollecito.
(d) Dwersorio dal laL div ersoriu m, propriamente queir ostello do-
ve, albergano passeggeri e vi andanti , . ma qui preso per abitacolo In
genere. . . . . .
(e) Vuoi intendere di D iogene, che per casa si servi < uaa botte ,
28 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
quello, che qile' tuoi non volsro ; e pensa donde que* tuoi
non volsero quello, che volendo poteano pari a' miei. Tro-
verai che questi cos poterono perch Tollero vincere a>
e in prima i suoi appetiti e volont; quelli non volgono
frenare e moderare s stessi, per soluti e sciolti (a) meno
poterono contenersi in suo officio. Seneca fugg cadere in
insidie e veneno di Nerone. Dicea qul pradentissimo A ga-
mennone, presso ad Omero (38) , doversi riprendete ninno,
quale, o d o notte che fusse, fuggisse di non incontrarsi al
male. Altra cosa vitare gl'incomodi, altra vinto soccombete
senza prima concertare (6) e provare s stessi e sua virt.
Quello prudenza, provvedere e schifare il dispiacere; questo
si ignavia, abbandonare s stessi: e sar fortezza fare come
dicono che fa la palma, legno qual sempre s'accurva (e) ed
impinge contro al suo incarco. Questo ti confesso potr
meglio chi pi sar esercitato nelle durezze de
9
tempi, nella
asperit del vivere, e chi gi fece i calli offerendo. Di-
resti, che cagione adunque perturba i n noi tanta ragione
e officio? Risponderesti quello che test m'occorre a menta.
E consideriamei, Niccola, s'io m'abbatto al vero : gli animi
nostri gli fece la natura atti ad eternit, semplici, nulla
composti non da altri mossi che da s stessi. La eternit,

(a) Solu to e sciolto parrebbero a prima vista due voci fra loro sino-
nimo. Ma se si ponga mente ohe la prima ha significato di libero, e sciolto
dt senta freno, tenta legge, come in questo luogo, si vedr c i * ?l oorft
qualche differenza.
(b) Combattere da concertare, ma lattatalo del tatto s t i l a t o ,
che non si trova nel Vocab.
(e) Si piejt*. I Vocab. hanno cu rv are, ma non acev rv are di e dice pi,
perch accenna la direzione del c o mme n t o . Voce viva nell'uso de* po-
poli intorno a Urbino, dove si conservano vergini molto belle antiche Ma-
niere di Umifere.
LIBRO PRIMO 29
credo io si* non altro, che una certa perfezione e continua-
zione invidiabile di vita, e d'esser sempre uno e medesimo.
Quello che fu prima congiunto e ascritto alla vita (a) si prova
e s s e r e ! moto: ed i movimenti dell'animo non accade rac-
contarli qui ; ma restici persuaso, che l'animo pu mai starsi
ozioso sempre si volge, e avvolge in se qualche investiga-
zione a disputatone o apprensione (b) di cose, quali se saranno
gravi degne e tali ch'elle adempiano l'animo, nulla pi altro
vi ai potr immergere ; se sarai*no lievi, galleggeranno in
messo a
9
flutti della mente nostra ; e, come avviene, di cosa
in cosa ondeggeranno i nostri pensieri, per insino che pic-
chieranno a qualche scoglio di qualche aspra memoria o dura,
volont, onde poi in noi sentiamo gli urti dentro al nostro
petto iterati e gravi. Perturbasi ancora in noi l'animo, dis-
soluto dalla ragione, e condotto dalla opinione a giudicare
falso delle cose buone e non buone; come tutto d vediamo
non rari effetti da questa comune corruttela del vivere,
quali e piangono e godono pi per satisfare al giudicio
e sensi altrui che a s stessi. Ma io di me voglio espli-
carvi in qual numero io sia infra
9
mortali. I o, Niccola mio,
s* io fussi un di que' calamitosi, desidererei le mie care
cose; e non affermerei essere in me s perfetta e s asso-
luta virt, che non mi dolesse la perdita de
9
miei: ma cer-
cherei le vie e modi di levarmi ogni molestia dell' animo.
Per quanto e' mi paia conoscere, egli in pronto e quasi
in grembo di ciascuno '1 potersi acquietare da ogni pertur-
bazione, e prima che le offendano, e poi che tu le conce-
Attribu ito, proprio delia vita.
(b) Apprendimento*
30 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
pisti. E poi che la ragione ne condusse a questo, ricono-
sciamo insieme s'io erro.
Gominciamci da questo capo. Le perturbazioni, voglio fa-
vellar cos, piovono e versansi nell'animo nostro vacuo: onde
certo, diranno alcuni, surgere o dalla perversit de*tempi, o
dalla nostra (a) iniqua fortuna, o da qualche duro c a s o , o
dalla nequizia e improbit degli altri uomini, o da qualche
nostro errore. Altronde non vedo che in noi possa insurgere
acerbit o tedio alcuno. Ma, dir i o , cosa niuna estrinseca
potr ne
9
nostri animi, se non quanto noi patiremo ch'elle
possa. E panni accomodata similitudine questa: come alle
tempeste del verno ne addestriamo e .apparecchiamo, coperti
e difesi dalle vesti, dalle mura, da'nostri refugii e ridotti;
e se pure'l tedio delle nevi, la molestia de'venti, le du-
rezze de'freddi, ne assedia e ostringe (6), noi opponiamo i
vetri alle finestre, i tappeti agli us ci , e precludiamo ogni
adito onde a noi possa espirare alcuna ingiuria del verno:
e se saremo robusti e fermi, vinceremo ogni sua asprezza
e acerbit e rigore, esercitandoci ed eccitando in noi quel
calore innato e immessoci dalla natura a perseverar vita alle
nostre membra; se forse saremo malfermi ed imbecilli, ne ac-
comoderemo al fuoco e al sole ed alle tenne: cosi alle volu-
bilit ed impeti e tempeste della fortuna bisogna addestrarsi
e apparecchiarsi coli'animo, e precludersi dalle perturba-
zioni ogni adito, ed eccitare e subservare (e) in noi quello
(a) II XXI Magliabecbiano ha propria dopo nostra, e panni.non
Inanimente.
(b) Da obslringere. Legare, astringere, e quasi stringere intorno.
Manca al Vocab.
{e) Conservare con molla cura, e quasi coperto.
LIBRO PRIMO 31
ignicolo innato e insito ne'nostri animi, quale vi aggiunse
e infuse la natura ad immortale eternit. Addestreremo, e
apparecchieremo 1' animo nostro contro a' commovimenti
de'tempi, e contro alle mine de'casi avversi; in prima col
premeditare e riconoscere noi stessi, poi col giudicare e
statuire delle cose caduche e fragili, non secondo Terrore
dell'opinione, ma secondo la verit e certezza della, ra-
ffkme. Dicea Talete filosofo (39) esser difficile conoscere s
itami: non so in qual parte sia da interpretare questo suo
tetto; ma a me non pare difficile conoscermi uomo, simile
agli altri nomini, tali quali gli descrive Apuleio (40). E chi
infetta Bell' uomo esservi ragione? sentilo ragionare, ed tti
persuaso che l'animo dell'uomo sia immortale. Vedi i suoi
membri atti a mancare e perire ; conosci quanto sia sua
molte lieve e volubile e quasi mai senza ansiet; affermi!
corpo suo essergli in molti modi noioso; discenti infra gli
nomini costumi al tutto varii e molto dissimili. Non puoi
negare che in loro gli errori sono simili; ardiscono troppo;
sperano con pertinacia; affaticansi in cose non certe n utili;
iato beni caduchi a uno a uno muoiono; la moltitudine
perpetuo vive; mutansi di prole in prole; vola la loro et;
tardi a sapienza, presti a morte, queruli in vita, abitano
la terra. Adunque premeditando e riconoscendo noi stessi,
ne accoglieremo pensando: a che nacqui io? venni io in
vita forse per tradur mia et vacua e disoperosa (a)? Que-
sto intelletto, questa cognizione e ragione e memoria, donde
venne in me, s infinita e immortale, se non da chi sia
infinito ed immortale? Ed io lascer io me simile a un
ferraccio macerare e marcire in ozio, sepolto in mezzo 'I
(a) Contrario d'operoso : bella voce da aver luogo ne' Vocab.
32 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
loto delle delizie e volutt? Non giudicher io mio debita
esercitandomi in cose pregiate e degne, ben coltivare me
stesso, e ben meritare di mia industria e virt? Rester
10 di spogliare e astergere da me assiduo ogn' improbit
e ruggine de' vizii ? Queste due cos e, qual dicea Seneca
filosofo esserci date da Dio sopra tutte le altre vattdfe*
siine, la ragione e la societ, lascerolle io estinguere per
desidia (a) ed inerzia, e nulla valere ia me? Forse fa adope-
rer solo in servire a questo corpo mio e a queste me n t a *
noiose e incomode? Non mi diletter pi adattarla a glorii
e immortalit del nome, fama e dignit mia, della famiglia
mia e della patria mia? Non premediter io assiduo me eflstir
nato non solo, come rispose Anassagora (41) , a oonfcwoplaw
11 cielo, le stelle e l'universa natura, ma e ancora in prima*
come afferma Lattantio (42) , per riconoscere e servire a
D io, quando servire a Dio non sia altro che darsi a favo-
reggiare i buoni, e a mantenere giustizia? Cosi mi si ri-
chiede ; ed io cos sponte e volenteroso delibero. Su-,
diamci coir animo a queste opere ottime gratissiroe al no-
stro padre e procreatore Iddio. A'buoni, a'quali deliberiamo
favoreggiare, non attaglieranno {6) le opere nostre nou buone:
n ben potremo mantenere giustizia, se non saremo niraici
d'ogn' ingiustizia. Adunque dedichiamo l'anmxo nostro *
esser vacuo d'ogn
1
ingiustizia e pieno di bont; quinci
saremo in ogni officio d' umanit e culto di virt ben
composti, e ben scriveremo alla naturale societ e vera
religione, e preporremo in ogni nostra vita esser attc-
stanti e liberi.
(a) Pigrizia.
(b) Non piacemmo.
LIBRO PRIMO 33
Dicono, la levit esser vizio nimico a ogni quiete: alla
libert ascrive Lisia, oratore (43) esser proprio far cosa niuna
contro a sua volont. Niuno si trova pi lieve che colui il
quale non ferma il suo volere a qualche certezza: e fa niuno
tanto contro alle voglie sue quanto colui che pur vuole
quel eh' e' non ha; per che ci che e' fa per averlo, vor-
rebbe nollo fare. E a precludere queste moleste voglie gio-
ver considerare le cose con ragione e verit non con quella
opinione qual biasimava Aristone filosofo (44) in noi mor-
tali; e maravigliavasi donde fosse che gli uomini si dessono
a. intendere d'esser beati pi dalle cose superflue che dalle
necessarie.JB molto giover in noi statuire che le eose buone
e necessarie sono e poche e facili dove (contro) le non ne-
cegsarie sono molte e fallaci e fragili e difficili e raro one-
ste. Quali se ben fossero da pregiare dobbiamo riconoscere
in noi quello che ne ammonia Pittagora che cosa niuna fuori
di noi si truovi nostra; e non che nostra ma n (a) volle la
natura noi omicciuoli esser d'altro che di noi stessi custodi;
quando di tante sue cose.la natura solo a noi lasci un
piccolo uso d'una minima parte. E quando ben fossero ot-
time e nostre riconosciamoci mortali ed assiduo pendere
da molti varii casi sopra capo e non lungi la morte. E se
bene vivessimo gli anni di Nestore o di qual vuoi altro che
pi visse ricordiamei assidui come disse Manilio quel poeta:
Et labor ingeniu m miseris dedita et su a qu emqu e
Adv igilare stiri iu ssit fortu na premendo (ft).
E certo come disse Crisippo (45), troverai niuno infra mor-
tali a cui non spesso occorrano cose da dolorarlo.
(a) N per neanche.
(b) Lib. I , v. 80-81.
A L BE R TI , T.l. 5
34 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
Adunque penseremo che ogni volubilit della fortuna
possa in noi, di d in d, quel ch'ella suole in tutti gli altri
mortali. Ma in questo pensiero non per ci attristeremo,
quasi come tutta ora aspettassimo qualche ruina in nostre
fortune e cose. N ancora soli tetteremo noi stessi a curare
ogni minimo movimento de'tempi e delle cose,perch, come
scrisse Augusto principe a L ivia, questo sarebbe in perpe-
tuo estuare (a) coli
9
animo, e quasi straccare (6) s stessi. Ma
ben ci prepareremo e offirmeremci coir animo a sopportare
senza contumacia (e) ci che possa avvenire. E se pur cosa
verr contro tua volont, preparati che non venga contro
a tua opinione ; stima che in te potranno le avversit quanto
poterono in ciascuno degli altri.uomini. Con questo preme-
ditare che tu se'mortale e che ogni duro caso pu avve-
nirti, assegniremo quel che molto si loda presso de
9
prudenti,
quali ne ricordano: diamo opera che i tempi passati e questi
presenti giovino a que' che ancor non vennero; e ricordiamei
che ne'tempi della seconda fortuna prepariamo i rimedii
contro l'avversa. Cos noi, in questa tranquillit d'animo,
assettiamci a un curare poco e a un quasi dimenticarci le
ingiurie della fortuna prima che ne offendano. E interver-
racci simile a quel buon filosofo, qual morendo si gloriava
mai in sua vita sofferto avere cose contro a sua voglia.
E cos addestrati, col tempo imprenderemo non dedicarci a
stimare e amare le cose pi che a loro si convenga.
Modera la opinione e giudizio, tempererai li affetti e
moti dell'animo: temperato l'amore, si spegne la volont:
(a) Estu are propriamente bollire; figura ancora Vagitarti deWanimo,
come farebbero V onde del mare in tempesta. Molto bel traslato.
(6) 11 XXI Magllab. straziare,
(e) Pazientemente.
LIBRO PRIMO 35
estinta la volont, non desidererai: non desiderando, non
ti duole il non avere o avere quello che tu nulla stimi.
Dicono: ama la patria, ama i tuoi, s in far loro bene quanto
e
9
vogliono: ma e'dicono ancora, che la patria dell'uomo
si tutto '1 mondo, e che '1 savio, in qualunque luogo sar
constituto, far quel luogo suo: non fuggir la sua patria,
ma adotterassene un
1
altra ; e quivi ara bene assai dove
e'non abbia male, e fuggir sempre essere a s stesso molesto.
E lodano quel detto antico di quel Teucro (46) , uomo pru-
dentissimo tanto nominato, qua! dicea che la patria sua era
dove egli bene assedesse (a) : e sono miei quelli pe'quali io
viva contento e quieto coli'animo; quelli poi, pe'quali io
viva discontento e perturbato, sono non miei, ma pi tosto
alieni e da connumerarli fra' nostri nimici. Aggiungi a que-
ste (6) , che per escludere da noi ogni gravezza d'animo, molto
si acconfar (e) fuggire que'luoghi, quelle cose, quelle perso-
ne, quali siano atte a importarci molestia e perturbazione.
Fra la moltitudine poi n stare n andare, che (d) tu non
sia urteggiato. Sentenza di Grasso oratore (47) : le volont
di colui non esser libere, quale sia osservato da molti. La
solitudine sempre fa amici della quiete: questo vero, quando
ella non sia oziosa. L'ozio (chi dubita?) nutrisce ogni vizio;
e nulla pi perturba che'l vizio. Diceva Ovidio:
Et capiu nt v iiiu m ni mov eanlu r aqu ae:
molto pi T animo, nato a mobilit e variet, pi che ogni
onda. Sar adunque la solitudine con qualche esercizio,
de
9
quali pi gi diremo.
(a) Cio risedesse.
(6) Sot l l al endl cose.
(e) Confarsi pi comune di accontarsi, In senso di conv enire, essere
acconcio, esser bene.
(d) Affinch.
36 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
E poi che tante cose aduniamo, facciamo e ordiniamo
per salute del corpo, per gratificare alle nostre membra; cu-
riamo, quando che sia, la salute dell' animo nostro. Dicea
Omero poeta, che agli uomini nascono molti mali dal ven-
tre; e noi pur andiamo a servire (a) al ventre, onde a noi
resultano infiniti incomodi. Diamci adunque a vivere non
alle membra nostre, ma a noi stessi (6) , cio a ben fruttare
9
!
nostro ingegno. Quando vediamo che sollecitarci in curare le
cose fuor di noi, sono nostre opere e nostri pensieri, tanto
d'altrui e non nostre, quanto quella e quell'altra cosa la
richiede e adopera, lasciamle guidare alla fortuna, di chi elle
sono (e): non per voglio posporre la salute del corpo: vo
9
lo
sostentare, non saziarlo. Dicea D iogene, ci ni co, se col
grattarsi'1 ventre si sedasse la fame, forse si farebbe per
gli uomini, e forse che no (d). La fame, se no gli satisfai,
infesta e fassi ubbidire. Apuleio, accusato, negava s esser
pallido per le cure amatorie; ma affermava che le fatiche
degli studii lo allassavano (e). Quattro cose connumerano i
fisici esterminare e prosternere (/*) in noi le forze della natura:
(a) Ci diamo a serv ire
r
II XXI Magliab.
(b) Nota v iv ere col terzo* caso come formi bella frase. Viv ere atti
membra lo stesso che v iv er per le membra, cio pel corpo.
{e) Cosi hanno tatti I codici ant i chi , ma bisogna confessare che H
passo non chiarissimo. A noi pare che l'Autore abbia qui voluto dira:
Qu ando v ediamo che sollecitarci in cu rare le cose fu or di noi, sono no-
stre opere e nostri pensieri u gu almente che d* altru i e non nostre, in qu anto
che qu ella e qu eir altra cosa la richiede e adopera, cio domanda ed agi-
sce senza di noi, lasciamo fare alla fortu na, che arbitra delle cose che da
noi non dipendono.
(d) Forse lo farebbero gli u omini e forse
(e) Indeboliv ano, stancav ano.
(f) Abbattere.
LIBRO PRIMO 37
il dolore, le vigilie, '1 fetore (a) , le cure dell' animo. E non so
come, indebolite le membra, l'animo sia men libero e men
suo. Adunque daremo al corpo quantunque (6) bisogna, e ri-
trarremolo dalle cose nocive alla sanit: e per non eccitare
all'animo altre cure, schiferemo d'avere pi d'una faccenda
qual sia nulla grave o difficile pi che possano le forze no-
stre. Non per in questa porremo ogni nostro studio, ogni
opera, ogni assiduita: anche interesseremo (e) qualche ora, e
poseremo, quando che sia, quella veemente contenzione d'ani-
mo e perseveranza di nostro studio. Asinio Politone (48) ,
nobile oratore, scrive Seneca, insino all'ora del d decima
A esercitava in ogni laboriosa industria: dopo all'ora de-
cima si conteneva in tanto ozio, che neppure leggea le let-
tere scrttegli da'suoi amici. E non senza onestissima ragione
i nostri maggiori patrizii in Roma vietavano si facesse in Se-
nato, dopo certa ora, nuova relazione; che volevano a tante
faccende interponi qualche ozio e quiete. Antioco re (49) ,
dopo che perde l'A sia, ringrazi'1 Senato di Roma, e fu
Heto gli si miniassero faccende: e noi, poco prudenti, non
solo con troppa sollecitudine ci affanniamo in pi nostre
faccende, ma, e non richiesti, intraprendiamo le faccende
altrui. Antico proverbio: chi s'impaccia rimane impacciato:
e dispiacemi la stoltizia di molti, quali, nulla curiosi d'ad-
destrare s stessi a virt, mai restano investigare i fatti e
(a) C io: i fetidi efflu v i, che corrompendo l'aere, prostrano e distru g-
gono 1$ forze di ehi v iv a in qu ello.
(b) Qu anto.
(e) II dialetto fiorentino direbbe intralasciaremo. Interessare per in-
terlaseiare dicono i Sanesl. Il V ocab. cit solo interlasdalo come adlet., ma
bello ancora il vei
38 DELLA TRANQ DELL'ANIMO
detti altrui. E interviene loro come a chi ama, quale scrive
quel vezzosissimo poeta Properzio (50).
Et ru rsu m pu eru m qu aerendo nu dila faligel,
Qu em, qu ae scire litnet, dicere plu ra ju bet (a).
Interverratti forse che ti converr intramettere a qual-
che faccenda aliena dall'ozio tuo: tu qui pon quello studio
in pensar di nolla ricevere a t e , qual tu porresti in ese-
guirla ricevendola. Argomentava Aristotile in questa forma:
come la guerra si soffera a fine di pace, cosi le faccende
si pigliavano per assettarci in ozio: qual cosa non potremo
se non satisfaremo alle necessit; e per adempiere la ne-
cessit cerchiamo l'utile: ma cosa ninna disonesta sar mai
necessaria per vivere. Adunque in ozio onesto intrapren-
deremo le fatiche, non per agitarci ambiziosi e ostentosi (6).
Onde a me coloro paiono pessime consigliati, quali curano
fra le prime cose la repubblica, e spesso abbandonano le sue
faccende per agitarsi in quella ambizione de
1
magistrati (e).
E , ripresi, rispondono, cos doversi dove chi si sta sia la-
sciato stare: e pare loro non essere uomini se non sono
sollecitati e richiesti da molti. Questi a me paiono poco pru-
denti , se fuggono starsi contenti di s stessi, e pertanto liberi
(a) Lib. l i . Eleg. XXI I , in fine.
(6) Ostentoso per v antatore delle su e cose come fossero miracoli : da
ostenlosu s. V. NICOLI P E BO TTI , Cornu copiae, e c ; col. 296. Ven. in aedi-
bus Aldi. 1527 In folio.
(e) 1 Romani quando domandavano onori e magistrati solevano an-
dare attorno per Roma stringendo la mano a tatti e pregandoli c he , gli
fossero propizii col voto ; e questo andare attorno dlcevasl ambire lo che
fece si che ambire s avesse per lo stesso domandare onori e magistratu re,
dalla qual parola ne venne ambizione che propriamente un' immoderata
cupidigia di lodi e di onori.
LIBRO PRIMO 39
e beati. Soleva dire Galba, quello uno de'dodici prncipi (a),
niuno mai sar sforzato a rendere ragione dell'ozio suo. N
senza cagione ascrivea Epicuro (51) agi' Iddii somma beati-
tudine il convenirgli far nuli'altro cbe'l contemplare s stessi.
N mi dispiace quel detto di Grasso (52), qual negava parergli
uomo libero colui, qual talora non possa far nuli'altro che
contemplare s stesso. E in una nave, come argomenta P ia-
tone , se al governo siede uomo atto e destro a queir eser-
cizio , che arroganza sar quella di chi ne lo lievi e pre-
pongasi a ministrare le cose? E se non v' atto, che a te?
Non voler tu solo, di quello che pubblico, pi che se ne
vogliano tutti gli altri. Ma quello temerario, qual non sa
regger s in quiete e in tranquillit, come regger egli altri?
Come pi uomini? Come uno intero popolo e moltitudine ?
Non mi stender in questa parte; e non racconto quante
perturbazioni apporti seco ogni ambizione e ostentazione di
nostra virt e prudenza e dottrina: onde lasciamo le invi-
die, quante elle siano in altrui; e certo in noi insurge ca-
gione di contendere e gareggiare ; e ogni contenzione e gara
tiene in s faville di rissa, quali, agitate, accendono grande
odio e inimicizia. Amai v ictqria cu ram, dicea Gatullo:
e colle gare e colle concertazioni (6) sempre fu unita la
indegnazione; e gli sdegni sono nella vita dell'uomo mala
cosa, e troppo atti a troppo perturbare i nostri animi.
Ategle Samio, atleta, nato muto, sendogli ratto (e) '1
premio e titolo della vittoria, in teatro, acceso d'indegna-
(a) Cio de'XI I Cesari. Galba successe a Nerone; e fa II primo degli
Imperatori romani ebe non fosse della famiglia de' Cesari. V. SVBTOMO.
(6) Cio, co*eertami, colle contese.
{e) Essendogli rapito II premio e r onor della vittoria ebe a lai erano
dovati.
40 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
zione, ruppe in v oc e , e sgropp la lingua a favellare e
dolersi (a). Cleopatra, spreta (6) da Cesare Augusto, s stessa
uccise (53) : tanto possono in noi gli sdegni non solo com-
muovere gli animi atti e quasi fatti a perturbazione, ma
ancora travalicare (e) e pervertere ogni instituto e ordine
di natura. Ma di questo altrove.
Alcuni da natura sono suspiziosi (d), acerbi, proni a ira-
condia: voglionsi schifare; perocch, come l'altrui incendio
scalda i nostri prossimi parieti (e) cosi l'altrui infiammata
ira nuoce a chi, e cedendoli e vitandoli, non si allontana.
E soprattutto que' che sono inerti, oziosi e insieme lascivi
e prosecutori delle voglie sue (/*). E in prima si voglion fug-
gire i rapportatori, e massime i bugiardi, que'potissime (</)

(a) Di mu to die era a u n tratto parl. Sgroppare coli' o stretto,


sclorre II groppo, nodo, inv ilu ppo. Ma meno comune di sgru ppare, cio,
snodare. Sgroppare, coll'o largo, gu astar la groppa. Un sasso par ebe
Rondel quasi sgroppi. PULCI nel MORG. Per, nell'uso comune, ha sgrop-
pare un altro significato, di du rar molla falica, qoasl da rimetterei u n tanto
di groppa. E quindi viene sgroppone; chi dura molta fatica, e fatica pi
cb'altro materiale.
(o) Disprezzata; latinismo schietto.
{e) I latini hanno caricare che vuoi dire slare co
1
piedi molto inden-
tro , da v aru s che vale sbilenco. In senso figurato, contraffare, trasmu tare
In peggio una cosa. Trav aricare poi, come usa l'Alberti, v.uol dire portar
tant'oltre la torsione, da rompere ancora la cosa che si torse, acquistando
questo significato di pi dalla proposizione tra. V oso ba un vocabolo con-
simile ed prev aricare; ma vuoi dire, secondo ULPIANO: Colu i che giov a
alla cau sa dell' av v ersario e tradisce la propria.
(d) Sospettsi.
{e) Le nostre pareli. Parieli in genere maschile, come i Latini, ma non
comune. Neanche I Vocabolarl l'avvertirono.
(f) Segu aci delle v oglie su e. Anche costoro voglionsi schivare.
[g) Potissimamente, come massime per massimamente ; ma non in uso
come V ultimo, sebbene latinismo uguallsslmo.
LIBRO PRIMO 41
obe sono versuti e callidi (a) : da qual sorte di gente mai ti
rester se non che lagnarti e indegnarti (6). E con tutti con-
viensi esser tardi al credere, e persuaderti ch'ogn'uomo sia
buono. E chi ti riferisce male d' al tri , quasi protesta non
amarlo; e chi non ama che tu reputi buono, mostra te es -
sere imprudente giudicatore delle altrui virt ; e d'altra
parte, mostra s essere non buono. Non se gli vuoi credere.
Per l'orecchie, dicono, entra la Sapienza; ma e ancora indi,
non meno che per gli occhi, entra perturbazione e tempesta
non poca a*nostri animi. Adunque otturagli (e). Fu chi volle
vivere cieco per meglio filosofare, e per non vedere d'ora
in ora cose, quali lo distraessero dalle sue ottime cogita-
zioni di cose occulte e rarissime. Non ardir biasimare tanto
filosofo, ma n ancora saprei imitarlo. Pi mi diletterebbe
quel Goti principe, a cui, recita (d) P hit arco, che fu presen-
tato alcuni vasi di terra bellissimi, e lavorati con figure e
tornici maravigliose; il quale accett il dono con ogni gra-
zia, e molto gli mir e lod; poi gli ruppe per non avere
a crucciarsi se un de"suoi gli avesse forse rotti..E cosi noi:
e faremo come a Vinegia que'che seggono giudici a'iitigii,
quando e' si consigliano per pronunziare la sentenza, op-
(a) Cio maliziosi ed asiu li. Ambldue latinismi. Venu to viene dal
I ti. v ersu lu s che propriamente vuoi dire ingegnoso, pronto ; e che ha u n
ingegno facilmente adattabile a tu lio che si metta. Ma quasi sempre si prende
In mala parte ; ed allora ha II senso con cui spieghiamo la voce del no-
stro Autore.
(b) Cio: non v i av rai altro che motiv i di legnar lene, o inqu ie-
tarti.
(e) Aprite le orecchie ed II cuore a queste parole, voi troppo tacili a
radere a chi vi riferisce male d'altrui!
(d) Racconta; recitare, al modo latino.
ALBBRTI, T. I . 6
42 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
pongono una tavoletta (a); e quivi dopo giunti i capi (6)
si consigliano : noi , per intercluderci e nasconderci da
molte inezie e fastidii del volgo e degl'insolenti, ne oppor-
remo il libro, in quale occupati, acquiesceremo. E poich
oggi cos si vive che nulla si fa o dice non finto e simulato,
prima ne con si gli eremo e col tempo e con noi stesai quanto
sia da credere o refutare ogni altrui parola o fatto; e delle
nostre saremo massai pi che di cosa alcuna ; perocch la
parola uscita mai si pu revocare: se t aci ; sempre pad
non tacere. Sentenza d'Ippocrate: il tacere non da sete. N
qui ancora mi stendo in raccontare come la natura oppose
due valli e siepi alle parole nostre, denti e labbra; all'udire
diede due aperte vie e patentissime. Piaceracci adunque
ubbidire la natura: udiremo di qua e di qua: e'1 parlare
nostro lo riconosceremo datoci non per detraere, non per
eccitar discordie e danno ad altri, ma per comunicare i
nostri affetti, i nostri sensi e cognizioni a bene e beato vi-
vere (e).
Un precetto approvano gli antichi a vivere in pura
tranquillit e quiete d'animo: che mai pur pensi far cosa
che tu non facessi in presenza degli amici tuoi. Ma a me
pare potere affermare questo, che chi viver disposto di
mai dir parola non verissima, a costui mai verr in mente
cosa non da volerla far palese, in mezzo della moltitudine,
in teatro. Quanto sia la verit degna e utilissima a ogni
degna quiete; e contro, quanto sia impedimento e forza a
disturbarci nella bugia, altrove sar da ragionarne. E poi-
fa) Dove sta scritto lo stato della questione.
(b) Mettere te teste insieme, frase dell' oso cornane, che vale, riu -
nirsi ad esaminare, a consigliare di qu alche cosa.
(e) Sentite! Rileggete!
LIBRO PRIMO 43
ohe facemmo menzione degli a mi c i , presteremo ogni dili-
genza in non accoppiarsi a familiarit (a) di chi a te comandi
hi le voglie s ue, dove tu ne tuoi bisogni alibi a pregare lui.
Aurea sentenza de
1
nostri maggi ori , qual racconta Seneca:
cosa niuna costa caro quanto quello che tu comper co'pre-
ghi. Co' pari a te vivi lieto : ma fa' come quel, presso a
Terenzio c omi c o, qual negava essere alcun de'suoi a cui
e
9
volesse ogni sua cosa esser palese. Studia perseverare in
benevolenza, ma stima potere, quando che sia, essergli men
congiunto che tu non fusti.
Sopra tutti gli altri ricordi non voglio preterire que-
sta (6) : dico a t e , Batista, fuggi ogni commercio, fugg trame
e lezii di qualunque femmina. Appresso a Omero, quel sapien-
tissimo Agamennone (54) afferma, infra i mortali essere ani-
mal veruno pi scelesto (e) che la femmina; tutte sono pazze
e piene di pulce (d) le femmine; e da loro mai riceverai se non
dispiacere e impaccio e indignazione. V ogliolose, audaci ,
incostanti, suspiziose, ostinate, piene di simulazione e cru-
delt. Cos, di d in d , precludendo in noi e tagliando la
via alle perturbazioni in modo che le trovino chiuso ogni
adito, e otturato ogni finestra per donde elle possino entrare
ne'nostri animi, daremo ogni opera e industria di vivere
Uberi e vacui d
1
ogni molestia. E insieme studieremo, qual
faceva Alessandro, esercitando le sue genti e commiiitoni in
ogni preludio (e) e movimento atto a bene adoperarsi in arme
(a) Poni mente al leggiadro modo.
{b) Non voglio tralasciar questo.
(e) Scellerato, ribaldo. Latinismo schietto e fuori d'uso.
(d) Bu gie, solo 11 XXI Magllab. Pu lce, flg. forse molestie.
(e) Finta battaglia. P ropriamente, praelu diu m oprolu diu m voce lat.
da cai form prelu dio il nostro A utore, vuoi dire quel pezzo di musica ir-
regolare che un suonatore suoi fare per prova su qualche (strumento prima
44 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
contro a'loro nemici: cos noi studieremo esercitare nostre
membra e sensi in ogni tolleranza e fortezza, per la quale
ne rendiamo fermi e costanti contro a ogni impeto della
fortuna e de'casi avversi. E saranno i primi nostri esercizii
tutti addiritti a profugar (a) lungi da noi ogni vizio; perocch
da'vizii nascono agli animi nostri manifestissime mine.
E qui in due cose mi par bisogni esercitarsi; in moderare
la volont, e temperar Tira. A tutte due daremo modo e
freno (6), se statuiremo curar meno, e meno tuttora stimare
qualunque piacere nostro e qualunque dispiacere. Avvede-
remci d'esser bene composti coir animo in questa una opera,
quando accetteremo da noi stessi niuna eccezione contraria.
Oggi siede il popolo allo spettacolo, e io voglio esercitarmi
in curar nulla questa volutt: rinchiuderommi tra' miei li-
bri, e starommi solo. Se cos deliberasti fare, niuna suasione
d'altrui, nulla cosa potr avvenirti in mente che ti discio-
glia dal tuo instituto. Ma tu quanto darai o fede o orecchie
a cosa che ti disduca (e) da questo proposito, quanto penderai
coli'animo verso dove la volutt t'alletta, tanto sarai non
ben costituto n bene addritto a sostenere te stesso: e quanto
d'incominciare la suonata regolare, affine di conciliarsi una benevola
attenzione nel suo uditorio: ed parola composta da prcre, Innanzi, e
tu du s, scherzo o giuoco a rlcreameuto d'animo. Ma, per estensione, si
disse praelu diu m ancor quella prova od esercizio militare che si faceva
per addestrarsi e prepararsi alla battaglia: ed in questo senso fu usato qui
dall'Alberti. Pare a me che dai vocabolaristi non sia stata osservata que-
sta parola nel senso ora esposto.
(a) A mettere in fu ga. Voce che dell' uso nel popolo di Fano, e al
certo molto bella e da essere volentieri accolta nel vocabolarl.
(6) Avverti dar modo e dar freno, che le son belle maniere.
(e) Ti distragga, ti div erta. Voce non dell'uso, e rarlsslma aneora nelle
scritturo.
LIBfiO PRIMO 45
non attuterai (a) le voglie tue e dara'ti a non repugnarle;
tanto dispiacerai a te stesso, e tanto sarai non tuo n li-
bero. Spegni, succulca quel pensiero; refuta ogni cagione e
condizione, quale interrompa i tuoi culti a virt.
Scrve, presso a Erodoto istorico (55), Amasi re d'Egit-
to (56) a Policrate, tiranno fortunatissimo (57) : Se gli
chi desideri bene a
1
suoi amici, io sono un di que'tali. Ne
stimo che tu creda me esserti amico per rispetto delle tue
fortune : ma poich insino alii Iddii par che non possino
patire in noi mortali troppe felicit, sempre giudicai co-
modissimo ausarsi a tollerare ora le cose seconde ora le
avverse. Questi vivuti sempre in felicit, che sanno essi
quello che possa la fortuna? Che possono essi o pensare
con ragione, o statuire con diritto e integro giudizio ?
Niente, Adunque, se tu mi crederai come ad amico fedele
e non in tutto imprudente (6), piglierai da me qualche ar-
ie gomento contro la fortuna: e di quelle cose che appresso
di te sono carissime, e quali, perdute, molto ti dorreb-
be bono, gittate da te; e quinci comincia imparare sofferire
te stesso contro al dolore e contro V ingiuria de' tempi
<c avversi. Vale . E cos adunque a noi ; e in questo cosi
esercitarci, faremo come fa '1 musico che insegna ballare
(a) Calmare, soffocare.
(6) Impru dente ; che non sa prev edere , improv ido. Ma questo voca-
bolo ha un altro peggiore significato, dicendosi impru dente, con senso
d'ingiu ria, anche a colui che vedendo, per esempio, delie persone ra-
gionare Insieme alla ristretta e appartatamente, solo per avere colle me-
desime una fontana conoscenza, per propria curiosit e non chiamalo,
sfacciatamente va a intromettersi nel crocchio, e colla sua importuna pre-
senza turba il colloquio. E anche impru dente colui, che trovandosi in
un luogo ove dovesse tenersi un contegno e un parlare tutto rimesso e
gtntl l e, vi adoperasse in modo inconveniente e disdicevole.
46 DELLA TRAIfQ. DELL'ANIMO
alla giovent: prima susseguita (a) col suono'1 moto di chi
impara; e cos di salto in salto, meno errando, insegna a
quello imperito meno errare. Cos noi, se non cos a per-
fetta misura, potremo nei gravi nostri moti subito adattare
noi stessi. Nondimeno, errando, cureremo tradurci (b) s che
ogni d si aggiunga in noi qualche parte a esser pi com-
piuti e perfetti in virt: e accrescerassi alla virt quanto
scemeremo al vizio.
Sono alcuni da natura proclivi e adiritti a qualche af-
fetto d'animo non lodato. Ginna fu crudele (58), Siila fu con-
citato e veemente (59), Mario persever in sua iracondia (60).
A simili bisogna nelle piccole e lievi cose avvezzarsi a
quasi edificare in s un'altra natura. Furono tra'filosofi
chi per ausarsi a non sdegnarsi se altri non gli compiaceva
e conferiva quel che pregava, solea con molta instanza e
con lunghe suasioni chiedere dalle statue pi cose. E Grate
filosofo irritava una e un' altra vilissima e procacissima (e)
trecca (d) e meretrice a garrire seco: e questo faceva per
avvezzarsi a udire senza stomaco e perturbazione parole
villane e rissose contro a s. Leggesi che ad Epaminonda,
illustrissimo principe (e) e lume di Grecia, fu dato una fac-
cenda vilissima per dispettarlo, che provvedesse a certe
strade : rise, e lieto si diede a quanto gli fu imposto. Cos
{a) Segu ita immantinente, v a dietro, accompagna. Il Vcab. cita
dolo su ssegu ente.
(6) Condu rci.
{e) Sfacciatissima; lat. Felice usurpazione da procam.
[d) JHv endu gliola, ordinariamente di fratti e legumi; ma in varie parti
d' I t a l i a , anche di robe vecchie.
(e) Oggi il superlativo d'illu stre essendo divenuto titolo pl at eal e, non
sarebbe Torse troppo lodevole Tosarlo consimilmente.
LIBRO PRIMO 47
tu si mi l e, godi ti sia dato materia, in quale i u impari v i n-
cere te stesso. Le dure condizioni de'tempi sono materia
ad informarci a virt. Tigrane, nipote dello re A rchelao,
perch pi tempo visse stadico (a) in R oma, dimentic'! fa-
sto e superbia regia, e divenne paziente quasi sino a esser
servile. Udisti da chi t' odi a un morso di parole (6) ; vedesti
quello insolente onteggiarti? (e) Tu delibera sofferirlo, almeno
simulare d'essere sofferente. E interverratti come infra gli
amici, che, servendo ad altri, obbliga lui, contro, a pari ser-
vir se. Cos tu usandoti gratificare alla v i r t , ella ti si
dar pronta a mai abbandonarti ; e interverracci che s i -
mulando, diventeremo quali vorremo parere. Ottima simu-
lazione sar qui fare quello che fa chi non si perturba n
si commuove. A Plutarco (61) parea che col moderare la lin-
gua si spenga l ' i r a ; e in ogni vita sar comodissimo 1
moderarla. D iceva Piatone cbe g* Iddii rendeano in premio
delle parole inconsiderate e lievi, pene gravissime. Scauro(62)
non volle che '1 servo dell* inimico suo gli riferissi i male-
ficii del padron suo. Filippo, re de' Macedoni, escluso la
notte dalla moglie, tacque. M. Babio rimesse salvi e liberi
a Gleopatra que'due militi gabiani (d) che gli aveano ucciso '1
(a) Lo stesso che statico, ostaggio.
[b) Meglio DOI diremmo mordaci parole. A nche mordere ha senso flg.
(e) Da onta fa fatto ii verbo ontare; ma tinteggiare, bel frequentativo
di ontare, non nel vocabolario, quantunque degnissimo di averci luogo.
(d) II Vocab. alla voce Cabotano, spieg: Si dice per ingiu ria ad
u omo rozzo e zotico. Lat. ru dis, hebes, inu rbanu s, agreslis, diflicitis, asper,
du u ru s. Ma da avvertire come non sia troppo bella parola, avendola
To s o , nelle varie parti d'I talia dove not a, consacrata a spiegare un
gonzo, nel pi famigliare discorso. Potrebbe essere ricevuta per alcuna
volta nella commedia e nella satira. Del resto gabbiano qui indubitata-
mente nel senso di cru dele.
48 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
figliuolo. Cosi fa chi sia bene consigliato e bene offirmato
e costante: modera e comprime quelle cose per donde s'ac-
cende Tira e le perturbazioni^ e pi gode, e mostra non
sodisfarsi crucciato ove e'potea saziarsi.
N sia chi stimi, non esercitandosi, abituare in s
virt alcuna. Non scrivendo, non pingendo, mai diven-
teresti scrittore o pittore: e scrivendo non bene, s'impara
scriver bene, purch facendo, curi fuggir quello che in te
faceva scriverti non bene. E per adattarci a virt intra-
prenderemo qualche esercizio virtuoso, in quale occupali,
ne eserciteremo assiduo, pensando, investigando, adunando,
componendo, e commentando, e accomandando alla po-
sterit nostra fatica e vigilie: e cos ne distorremo e sepa-
raremo da ogni contagione e macula del vizio, e viveremo
lieti e contenti. Oh dolce cosa quella gloria, quale acqui-
stiamo con nostra fatica ! Degne fatiche le nostre, per quali
possiamo, a que' che non sono in vita con noi, mostrare
d'esser vivuti con altro indizio (a) che colla et, e a quelli
che verranno lasciargli di nostra vita altra cognizione e
nome che solo un sasso a nostra sepoltura inscritto e con-
signato! (b) Dicea Ennio poeta: non mi piangete, non mi fate
esequie, ch'io volo vivo fra le parole degli uomini dotti.
Ma non mi stendo in lodare l'affaticarsi in cose pre-
giate e degne; solo ammonisco qui Battista, quanto io stimi
bisogni esercitarsi. Chi vive senza faccenda, dicea Plauto
quel poeta (63) , ha pi che fare che chi faccendoso (e) ; e va
(a) Segno.
(b) Cio : Oh degne le nostre fatiche, se inv ece di u n misero sasso coUo-
cato su lla nostra sepoltu ra, con parole solo indicalrid del?et in cu i v iv emmo,
possiamo con le opere nostre far v edere ai posteri che noi fu mmo al mondo!
(e) Di chi immerso nelle faccende. All'unico esempio delBBMBO citato
dal Vocab. a questa parola, potrebbe farsi precedere quest'altro dell'Alberti.
LIBRO PRIMO 49
su e va gi, e non sta D qui De quivi, erra e combatte s stesso.
E noi, prodotti in vita (a) quasi come la nave, non per mar-
cirsi in porto, ma per solcare lunghe vie in mare, sempre
tenderemo, collo esercitarsi, a qualche laude e frutto di gloria.
E giover imporre a noi stessi qualche necessit di cos
esercitarci in virt. Io deliberai un tempo riconoscere tutto
quello che scrisse Aristotile (64) in filosofia ; chiamai alcuni
studiosi e a me imposi legger loro ogni d due ore. Quella
{tfigfittami quasi necessit, mi fece assiduo pi forse che io non
rei stato. Scrive Solino (6&) che'1 cervo ausa (6) i suoi nati (e)
correre e fuggire. E se '1 cervo e le altre bestie da natura
conoscono | suoi bisogni ed utilit, noi, nati uomini, a che
ne addestreremo? Adunque, noi in ogni attitudine a ben vi -
vere, ma in prima in quel che pi bisogna pi ne ^useremo.
E uoq si?} eh) dubiti che sopra tutto bisogna avvezzarsi ad
qdiarg e fuggire ogni vizio propi no molto: e molto giova
{tarsi $ jneritare fama e immortalit di suo nome, e me-
fa: ma sopra ogni cosa copviensi ben curare e coltivare
con buona instituziope e degna erudizippe. I vezzi
corpo infradiciano l'animo (4), e rendonlo vizioso: per
poser precipua e assidua opera esercitarci a vita, qual
i cpatenti di cose e poche e facili a trovarle.
Scrive Giulio Capitolino (66) che Marco Aurelio Anto-
(67) , rettore $e\\o imperio di Roma, per imparare a
sofferire s stesso, dormiva in terra, e cose molte altre facea
simile a Diogene filosofo, quale e' recitano che a mezzo il
verno abbracciava statue marmoree cariche di ghiaccio, solo
(a) Mesti in qu esto mondo. Frase che risente un po' troppo di latino.
(b) jkdu sa,. Pi comune adu sare che au sare : av v ezzar*.
.(*) Figli. A lla M|M|. voce per della poesJfl.
(d) Cio: fe troppi delicatezze ci* $i fanno al corpo, gu astano V animo.
A L BE R TI T. l . 7 .
50 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
per ausarsi a soffrire le cose avverse. Appresso Silio poeta
Sorano lodava Regolo in questi versi:
IUu m atqu e inope* mensas du ru mqu e cu bile,
Et ceriare mali* u rgenlibu s, hoste pu tabat
Dettelo maiu s, nec iam fu gisse cav endo,
Adv ersa egregiu m qu atti perdonatine ferendo.
I nostri maggiori Latini assuefacevano li eserciti suoi
a quel cibo militare e castrense (a), quale era semplice senza
apparato, ed era non altro che lardo e cacio. Voleno questi
essere espediti alle faccende civili, e disoccupati da questi
altri impacci servili: cosi noi, avvezziamo le nostre membra
a esser contente del poco e a soflfrire senza delicatezza; e
coiruso eseguiremo ogni gran cosa.
Scrvono che a Giulio Viatre , cavaliere romano, i
medici proibirono le cose umide ; e lui, con ausarsi, divenne
che in senett (b) bevea nulla. Qui, Battista, solea non potere,
senza gran molestia e perturbazione della sanit sua, stare
colla testa discoperta tanto quanto egli adorasse 1 sacrifi-
cio (e). Vedilo test che d'estate in estate avvezzo, non pu
in mezzo dell'alpe e al nevischio (d) sofferire coperto 1 capo:
e quel che non potette l'arte e cura de'medici, .pu lui col
ridursi in questo suo uso. Ma quanto possa nenortali ogni
uso, altrove sar da recitarlo: solo qui resti suas (e) , che
se l'uso pu, bisogna distorci da ogni uso per quale man-
(a) Militare, perch statuito pe'soldati ; e castrense, perch era loro
assegnato quando erano in campo.
(b) Vecchiaia. V oce antiquata.
(e) Ascoltasse la Messa.
(d) Nev ischio una specie di nev e minu ta, tra la nev e eia grandine;
cosi 11 V ocab. P er nell'uso di Firenze parte nev e e parte pioggia; ma
in poca quantit si r u n a che l'altra od anche pochissima n e v e sol a.
(e) Persu aso. Latinismo e non dftH'uso, ma che per qualche volta
pu anche in oggi far buona comparsa nelle poesie.
V
LIBRO PRIMO 51
candoci quella e quell'altra cosa, a noi venga perturba-
zione; e conferirci a qualunque uso ne aiuti, poco chiedere
cose da altri che da noi stessi. Diogene, filosofo, non volle
revocare'1 servo suo fuggitivo: parsegli provarsi se forse fusse
non da meno del servo suo ; quale, se potea solo viversi
senza Diogene, molto pi dovea potere Diogene vivere senza
un servo e fuggitivo.
A molti insueti parrebbono cose dure queste, quali io
racconto: non sono ; e sono facili a chi cos dispose volere.
E certo ben disse Marco Vairone (68) nelle satire: se di tutta
l'opera che tu ponesti in fare che '1 servo tuo fusse buon
pistore (a) , tu in adornare te stesso ne avessi posta la duode-
cima parte, gi pi tempo saresti ottimo cittadino. Ora
venderesti quel servo molti danari: te chi mai compererebbe
per qualunque sia vile prezzo? E questi esercizi, a chi cos
deliber, sono certo soavi provandoli, perch si sente di
cosa in cosa pi su attingere a virt; e provandoli ancora
adducono una felicit da volerla: e chi non volesse non
averebbe bisogno alcuno di tante e s varie cose quante
e' richiede. A chi pu tradurre sua vita con poche cose, a
costui bisognano poche cose. E panni in prima libert degna
di uomo, potersi senza fastidio e molestia vivere di ci
che gli sia apparecchiato. Dicea Solone filosofo: fra'beni,
nel secondo luogo sar bisognarti pochissimo cibo, quando '1
primo bene sia al tutto, nulla bisognarti. Nuoce forse che
insino a qui fummo educati in grembo della mamma, e in
delizie e vezzi del babbo; e ora a noi suppeditano (b) abbon-
danti le fortune; n ci pare in tanta amplitudine convenirsi
questa austerit del vivere. E qui bisogna provvedere. Dissi:
rammentati essere uomo esposto a ogni caso ; sai che i
(a) Fornaio, dal lai. ptitor. Voce antiquata.
(b) Si porgono. Suppedilare, latinismo pretto e da lasciarlo dov'.
52 DELLA TR&Q. DELL'ANIMO
thtpi succedono varii: le cose della fortuna sono incostanti:
bisognaci ne
f
tempi felici prepararci a potere contro la I n-
felicit. E chi non impar sofferire, non sa, Niccola, non
sa so Re r ire; e chi impar, sa, e gioVagli. Al fratel suo,
sdegnato che non era fatto uno de
f
magistrati chiamati
efori (69), Chitone filosofo, qual pi Volte era stato in quel
numero e luogo di dignit (70), rispose: o fratel mio noti
ti marvigliare se teco non sono i nostri cittadini tali quali
e' sono verso di me: tu non sai sofferire le ingiurie; io Impa-
rai non le curare sofferendole. Ottavia, sorella di firitatmi-
co (71) , scrive Cornelio (a) , impar per insino da'teneri imi
asconderei dolore, la earit ed ogni affett: e giovolli; e
fa degna instituzione (6) e dovuta a uno principe, in mezzo
di tanta affluenza e licnza, avvezzarsi a moderare e con-
tenere s stessa. In Arabia, dove sono i pascoli lietissimi,
scrive Curzio che i pastori lievono e distndono le pecfire
da'prati; e questo fanno che per-troppo cibo diverrebbero
infette. certo, come dicea Cesare appresso di Sallustio,
fra'primi e iassimi mali dobbiamo riputarci la troppa licn-
za: interpelleremo adunque e comra inu iremo (e) a noi stssi
quanta potremo licenza, volendo meno che noi non possiamo
in ogni altra cosa che in acquistar virt e meritar gloria.
Dicea Solone che le ricchezze ingenerano saziet; e
la saziet produce contumelia; e dalle contumelie Tediatilo
che arde vendicarsi. Queste ricchezze e copia bisogna
ausarsi a poco pregiarle, alienandole da noi con spenderle
in cose degfte e lodate, e in prima donandole e quasi de-
ponendole presso de'buoni e degli studiosi. Perocch ^
(a) Tacito.
(b) Degno addottrinamento,
(e) Ritarderemo e sminu iremo latinismi ; il primo in detto s e n t o , e
ti secondo del t a t t o , mancano al Vocab.
LIBRO PRIMO 63
che desti, non lo terr la fortuna; e quello ch'ella ti to-
gliesse, non ti aggraver.
' Aggiungi a queste, che bisogna avvezzarsi sopra tutto
a dimenticare le piccole ingiurie, per in tempo potere e
offerire e dimenticarsi le maggiori. Ad Antistene filosofo (72)
parca ninna disciplina migliore in v i t a , che disimparare
il ricordarsi delle offese. Aristotele negava essere opera
d'animo grande e forte refricarsi (a) a mente massime qual-
che dispiacere. Per questo desiderava Temistocle (73) impa-
rare da Simotoide (74) non quella sua arte del ricordarti, ma
piuttosto qualche altra arte del dimenticarsi. Tutte queste
racconto cose asseguiremo, volendo e con modo addestrarci
di osa in cosa, e di tempo in tempo. E conviensi col tempo
affaticarsi; e in le fatiche bisogna tolleranza: nella tolle-
ranza s fortezza; nella fortezza, consiglio e ragione. Ed in ogni
nostro consiglio conviensi adattare a giustizia e umanit,
con molta volutt d'ogni tuo acquisto in virt. Detto di
Aristotile: la volutt dello affaticarsi da buon fine a ogni
opera. Amasi (75) , re degli E gizii, rispose esser facilissima
qualunque cosa si facea con volutt.
Un ricordo non voglio preterire , che a ogni ottima
instituzione, a ogni bene addotta ragione del vivere, &
ogni culto e ornamento dell' animo nostro, molto e molto
giover darsi alle lettere, alla cognizione e perizia de* ri-
cordi e ammonimenti, quali i dotti commendarono alla
posterit. Come la mano, che premendo raddolca (b) e
(a) Fregarsi di nu ov o alla mente, da refricare dei Latini che l'usa-
vano nello stesso modo. Ma voce Inimitabile. CICERONE , pr Siila : Re-
fricare animu m memoria alicu iu s rei.
(b) Ramollisce : ma addolcare voce antiquata e al tutto fuori
dell'uso. Soltanto vive dolco nel parlar comune di Firenze, per indicare
nell'inverno il tempo, quando raddolcisce e mitiga la sua asprezza.
64 . DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
prepara la cera a ben ricevere la impressione e sigillo della
gemma; cos le lettere adattano la mente ad ogni officio e
merito di gloria e immortalit.
E che ti pare, Niccola, di ci che noi abbiam detto
insino a qui? Vedesti in che modo bisogni prepararsi e
aversi in vita (a) per escludere alle perturbazioni ogni adito
onde possano importarsi e occupare gli animi nostri. Se-
gui terebbeci luogo d
f
investigare quali argomenti e arte di
curarci perturbati, ne espurgassero del seno ogni rancore
e
#
ansiet: ma a tanta opera non mi sento atto; e quanto
recitai, conosco bisognerebbe averci premeditato (6). Io rac-
contai ci che nel ragionare m'occorse a mente, senza or-
dine, e forse confuse (e). Feci lo nondimeno, e non ad altro fine
se non per confortarti, che dicevi desiderare da' dotti qual-
che utile precetto a questa causa. Vedestigli tu in questo,
come nelle altre cose quali appartengono a bene e beato
vivere, che furono non negligenti, e satisfecero non ne-
gligenti a ogni nostro bisogno ed espettazione.
NIGCOLA. Vidi, e piacemi: ma qui Battista e io in
prima desideriamo, e preghiamvi seguiate mostrarci, come
test dicevate, che arte e argomenti a noi lievi le gi con-
cepute ansiet dell'animo.
AGNOLO*. Vedremo.
(a) E condu rsi in qu esta v ita. Dal latino: frase piuttosto bella.
(b) Pi meditalo. Il XXI Magliab.
{e) Confu samente. Alla latina.
FINE DEL PRIMO LIBRO.
66
LIBRO SECONDO
convenga in noi essere premeditazione e instituzione
d'animo per escludere e proibire (a) da noi ogni perturbazio-
ne , vedesti nel libro di sopra: e credo ti satisfece. Vedesti con
quanta brevit e'(fr) si raccolse molta copia di ottimi ricordi
e sentenze de'nostri maggiori, uomini stati prudentissimi e
sapientissimi in vita. In questo libro vedrai in che modo,
se forse gi fussi occupato da qualche merore (e) o tristizia, o
da qualche altro impeto o agitazione d'animo, possa con
ragione e modo espurgarla, e restituirti ad equabilit e
tranquillit d'animo e di mente. Qual cosa accadde che
Agnolo Pandolfini, uomo eruditissimo e disertissimo (d), di-
sput insieme con Niccola di Messer Veri de' Medici, uomo
fra'primi litterati in Toscana non postremo (e), e, fra'non ul-
timi umanissimi, '1 primo in cui sia congiunta molta prudenza
con molta affabilit. E cadde la cosa in questo modo, che
la mattina dopo a' ragionamenti di sopra, Niccola ed io
(a) E tener lontano : da prohibere.
(b) Nota, e coli'apostrofo anche particella riempitiva in vece d'egli^
a ornamento e leggiadria del discoreo.
(e) Malinconia. Voce latina non in o s o , e inimitabile.
(<f) Eloqu enlisHmo.
{e) Ultimo. Latinismo flnito, e da non invidiarsi.
56 DELLA TRANQ. DELL ANIMO
eravamo nel tempio nostro massimo stati ad onorare 'l sa-
crificio: e vedutici insieme ne accogliemmo (a) per salutarci.
Erano don Agnolo due messi del magistrato massimo (6).
Adunque giunto a noi Agnolo ci salut, e disse: questi mi
chieggono, e instanno che io salisca (e) su in palagio a consi-
gliare cogli altri padri la patria e curare '1 ben pubblico. Sia
della mia volont e de' miei studii (d) cognitore (e) e testi-
ficatone Dio immortale e gli altri abitatori e moderatori (f)
del cielo, come cosa niuna tanto mi sta ad animo n tanto
mi siede in mente, quanto di conservare e amplificare l'au-
torit, dignit e maest (Iella patria mia, insieme coir utilit
e pregio di ciascuno privato buono cittadino. Ma. cjie per-
versit gara la nqstra, se poi chiamati a consigliare, ci con-
verr dire BOP quello che forse a poi parr utile PPfpip e
necessario a' tempi, alle condizioni del vivere e (iella for-
tuna nostra ; ma ponyerracp j dire quel che stimeremo grato
a chi ne richiese. Natura (Jegli uomini prepostela (,), ip
molti modi da biasimarla. Noi vediamo le fiere pat 4 es-
sere impetuose, rapaci e al tuttq indomite, cl*e mai ni met-
teranno a ingiuriarsi jnfte&io, se qualche furore ppn le
(a) Ci aceo8l*rnmo.
(b) m su ptemp tfqqittralo
y
dpllo
(e) Dipesi polisca ; ma pi comune salpa*
(d) Delle mie cu re.
(e) Cognitore, da cognilor : Che conosce.
{[) Moderatore, dfcesl di colui che regola, che gov erna u na cosa; e
v' differenza da reggere che include il diritto che appartiene al Signore,
li quale pu conferir? ad altri l'ufficio di moderare. E per 8. AGOSTINO
nella Citt di Dio, disse: Come signore e moderatore to regge e lo dispone.
(g) Prepostero, propriamente ^ v a al rov escio, flg., perv erso, mal-
v agio. La spiegazione che il Tocab. da di questa parola, non pare che
s'accordi coir esemplo.
LIBRO SECONDO 57
cita e concita (a). Noi per uomini, nati per essere mansueti,
modesti e trattevoli, par che sempre cerchiamo d'esser con-
tumaci, molesti, infesti agli altri uomini. E questo s'egli
furore, chiunque volesse aggiugnervi consiglio, costui quasi
vorrebbe, come dicea quel poeta, impazzar con qualche
ragione. Iersera mi tennero a molta notte, e ora mi ri-
vogliono : ne fia tempo d'essere al bisogno di qui a pi
ore. E s
f
io vi giovassi, non aspetterei esservi richiesto.
Adunque adopereremo questo tempo in altro; e forse a chic-
chessia gioveremo; dove dicendo lass quel ch'io sento,
non gioverei a me ; e dicendo quel ch'io non sento, non
gioverei ad altri.
Cos disse Agnolo a noi; e poi si volse a que'due pub-
blici (b), e mandonneli a' superiori magistrati con buona
scusa. E voltosi a Niccola e'sorrise, e disse: dove eravate
voi addiritti? forse ad esercizio? che ben fate. L'esercizio e
la sobriet, due cose ottime, conservano la sanit, manten-
gono la giovent, producono (e) la vita. E questi be'soli
c'invitano a godere questa amenit di questi nostri pro-
spetti amenissimi. Vorrebbesi test, Battista,
%
esser laggi a
quel nostro Gangalandi (d) con cani, o alle colline o a'piani,
ed esercitarsi qualche ora, e poi ridursi agli studii delle
(a) Noia la differenza iv a, eccitar e e concitare; che la prima di que-
s t e voci esprime mov imento e tu rbamento di cosa che era in qu iete; la se-
conda mov imento e tu rbamento maggiore.
(b) Sot t l nt . , messi pu bblici, perch del P ubbl i co, cio del Comune,
(e) Prolu ngano, dal l ai . produ cere.
(d) Gangalandi uoa pievania vicina a Firenze e prossima a Sigila, di
coi fu rettore Leon Battista nostro, il quale era prete, e la god fino alla
mo r t e , succedendogli Giu liano del cav. Carlo Pandolflni. L'Alberti fu an-
cora Canonico della Metropolitana fiorentina. Vedi il nostro Discorso intorno
alla Vita e alle opere di L. Ballista. I Pandolflni ci avevano pure una villa.
ALUERTI, T. I . - 8
58 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
lettere e a filosofia, come tua usanza, Battista. Ma se yi
pare, Niccola, e se voi siete oziosi, passeggiamo a'Servi (a) ;
gireremo da S. Marco, e reslituiremoci qui. Piacevi? Questo
disse Agnolo.
Rispose Niccola: suoi pari dilettare qui Battista quanto
F esercizio : e vidi lo io non raro V inverno, perch fuori
piovea, usare de
1
libri, e esercitarsi colla palla in ogni moto
e flessione e agilit. Gli altri d asciutti, raro fu che non
salisse su erto (6) a salutare '1 tempio di S. Miniato. E in villa
qual e' siano i suoi esercizii, vo' gli vedete v o i , A gnolo,
che gli siete vicino. E certo s'io avessi edificio si atto e si
magnifico, in luogo s grato e s salubre come voi , Agnolo,
non so dove traducessi molta parte de' miei d altrove che
solo ivi. Adunque a Battista, a cui diletta l'esercitarsi, non
dubito piaffe quel che a voi. Ed era nostro pensiero essere
pur con voi ovunque a voi talentasse: e questo s per farvi
compagnia, che a noi Tesser con voi , uomo maturissimo e
gravissimo, acquista riverenza grazia; s ancora oi diletta
esser con voi per richiedere e impetrare da voi quanto poi
iersera ne prometteste di narrarci oggi quello che restava,
circa a moderare e assettare gli animi nostri per vivere li-
beri e vacui d'ogni perturbazione. A questo siamo non solo
oziosi, ma in prima cupidissimi d'udirvi, e insieme segui-
tarvi. Avviamci.
AGNOLO. Are' io forse, com* e' dicono, levatomi di
spalla un peso per pormelo in capo? Io mi levai quella
molestia dalle spalle di que'che mi voleano in P alagio, e
venni a voi per caricarmi d'una maggior soma. A quale vi
(a) Atta Nu ntiaia, ove risiedono I PP. Serviti.
(6) Cio, $u alio, mi colle dove porto il Tempio di S. Miniato.
LIBRO SECONDO 59
prometto nulla mi soccinsi (a) e assettai con premeditarvi
quanto io dovea. Ma di che possiamo noi ragionare pi ac-
comodato a questi tempi e a questa nostra pubblica fortuna,
che solo di questa una cosa, per quale ne rendiamo liberi
e vacui d' ogni espiazione e turbamento d'animo? E non
recuso satisfarvi quanto in me sia: e sar'l mio ragionare
quasi investigare e comentare con voi quel che giovi. Se ci
abbatteremo pure a una cosa comoda e che ci attagli, sar
buona opera la nostra; giacch! merore, le tristezze e gli
altri cruciati dell'animo sono (come dicea Crisippo, e come
chi lo prova il sa) molto maggiori e pi acerbi che que'del
corpo. E per curare'1 corpo, quante cose s'investigarono;
quante tuttora si riprovano ? Per sanificare l'animo e re-
stituire a sua naturale integrit, chi sar che ne biasimi se
investigheremo e accoglieremo ogni ragione d'argomenti ?
Ma noi (come e'dicono, nihil dictum quin prius dictum (6)) che
potremo noi adducer (e) cosa non spesso udita e raccontata
da molti altri? Riferiremo quanto verremo di cosa in cosa
ricordandoci; e forse, in molte, qualcuna ci si a e con far.
E come alle infermit del corpo uno solo modo di curarlo
basta, cosi alla malizia (d) dell'animo una qualche sola cu-
razione forse baster.
Ma donde comincieremo noi? Investigheremo noi quante
siano le perturbazioni dell'animo; opera n facile n picco-
fa) Non mi v i era apparecchiato. Soccingere, n su ccingere , nel
Vocab. in questo senso. Nell'uso accingere.
(b) Sentenza di TERENZIO.
{e) Adducete per addurre latinismo andato oggi interamente in
disuso.
(d) Malizia qui per male, infermila. Ma avvertasi che voce in
oggi riserbata a esser presa in inala parte, quasi come malignit, cor-
rendoci solo un grado per giungere al significato di questa seconda voce.
60 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
lissima? Se, come si dice, ogni animo perturbato sente d' i n-
s ani a, e infinite sono le specie della pazzi a, saranno e
infinite le perturbazioni. A Biante filosofo parea morboso
quell'animo, quale appetia le cose impossibili. Rido (a) : e
guardiamo, Niccola, ancora noi che questa non sia mani-
festa infermit d'animo, volere col nostro ingegno, a tanta
opera debilissimo, trattare quello che sia impossibile pur
connumerarlo.
NICCOLA. E ' si legge appresso i poeti che quel Si -
leno insegn a Mida non temere la morte. Non riferisco
Piatone e gli altri s i mi l i , quali con suoi ammonimenti e
ricordi giovarono a chi forse gli ascolt: cos voi non du-
bito con tanta vostra copia, quanta ieri ne esplicasti, pari (6)
potrete giovare e satisfarci. N si questa cosa a voi diffi-
cile e non atta. Vedemmo gi prove maggiori del vostro
i ngegno, e preghiamvi e aspettiamo ne satisfacciate.
AGNOLO. A che penso io test. A tutti quando siamo
vacui di merore ci duole '1 dolore altrui; e quando siamo
oppressi da dolore, ci aggrata (e) '1 dolore altrui; e ne'nostri
mali pigliamo conforto de' mali altrui. Quinci '1 vendicare, 1
punire e rendere (d) alle offese, donde vien questo ?
NIGGOLA. E ' intendiamovi, A gnolo; e'dilettaci: se-
guite. Voi fate come fece Dario in A sia, qual dispargea qua
e l , (uggendo, l ' oro, le gemme e le cose preziosissime, per
meglio sottrarsi in fuga, e per arrestare e ritardare chi lo
perseguiva: cos v o i , per distorci da quanto ci prometteste,
ora interponete nuove questioni, degne certo, ma da consi-
ta) Cio: mi fa ridere Bianle.
(6) Ugu almente.
[e) Ci v ien gradilo, grato.
{4) SolUntendl la pariglia.
LIBRO SECONDO 61
derarle altrove. Noi vi preghiamo, donateci questa opera ;
e quanta insino a qui motteggiaste (a), sia quasi come proe-
mio a questa materia.
AGNOLO. COS mi piace, e Dio ne aspiri (6). Su, con-
vienci resumere una delle divisioni nostre d'ieri in questa
materia: e diremo che le perturbazioni accorrono e insi-
stono forse ne
9
nostri animi o dalla commozione de
1
tempi,
o dalla durezza della fortuna nostra, o da qualche sinistro
casa, o da malignit e protervit degli uomini, co*quali
ne abbiamo in vita (e), o da qualche nostro detto o fatto con
poca maturit e consiglio. Questa fu nostra divisione ieri.
Aggiungiamvi quest'altra, che alcuni sono rimedii che gio-
vano a non pi una che un
1
altra perturbazione. Alcuni
giovano a una, e non pari a un' altra nostra commozione
e perversione di mente e ragione. Addurremo i proprii rime-
di ^) , quali adattatici e bene accomodati svelgano e dira-
dichino ed espurghino da noi ogni concetto e infisso rancore.
Poi accoglieremo insieme que
1
tutti rimedi, quali stimeremo
atti a sedare ed estinguere qualunque molesto agitamento
e furore si fosse eccitato e commosso nelle nostre menti e
pensieri: e comincieremo a curare quelle contusioni e pun-
ture d' animo, quali import in noi la nostra imprudenza
e temerit. Qui non bisogna preterire un comune e grave
errore di molti, quali si . reputano constituti in vita quieta
e tranquilla, succedendoli la fortuna e cose grate se-
(a) Diceste scherzando,
(b) Ci sia propizio inspirandoci.
(e) Abbiamo, c i o , mollo da fare mentre siamo in qu esta v ita.
(d) 11 Laurenzlano 112 legge: Addu rremo adu nqu e prima a dascu n
morbo, ec> e , a dir vero, meglio corrisponderebbe al poi che vien dopo.
62 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
condo li suoi pensieri e voglie. E non s'avveggono c o -
storo cosi s essere in mezzo avvinti da veementissime
oppressioni ; e stimansi poi ingiuriati dalla fortuna e af-
fannati dalle avversit, dove essi sono a s stessi gravezza
e molestia.
Ed eccovi come a colui uomo fortunatissimo (a), diletta
la casa, la v i l l a, gli ornamenti ; stima l'amplitudine, la
degnit, e '1 potere in sue voglie e sentenze pi che gli altri;
aggradagli la moglie; gode vedersi fatto padre; gloriasi in
ogni buona indole e speranza de' suoi nati. Oh inezia degli
uomini ! oh ragione mal compensata 1 Questi sono, o mor-
tali, questi a voi sono i veleni dell'animo. Quinci insorge
quello che corrompe a' nostri petti la vera e degna virt:
onde poi effemminati non tolleriamo noi stessi, e incol-
piamo la innocenza altrui de' nostri errori. Fu '1 troppo
amare quella e quell'altra cosa, fu '1 troppo ricevere a te
questa e quell'altra volutt, seme e igniculo di tanta e si
importuna fiamma, qual t'incende ad ira e a dolerti d'avere
interlassato e perduto quello che tanto ti contentava.
Ad uno che volea fuggir la patria, e irne in esilio,
disse Socrate: Pi tosto, per mio consiglio, foggi questa
morosit (6) dell'animo tuo, qual fa che dovunque tu sia abbi
te non bene (e). Voglionsi adunque in prima deporre questa
affezioni e adempimenti d'ogni suo diletto; qual cose son
radici e capo di tante nostre ansiet e tormenti. Deporre-
mol e, consigliandoci col vero e ubbidendo alla ragione.
Queste a te mostreranno onde tu possa riconoscere le vo-
la) Sottintendi il qu ale .
(b) Cu ra, sollecitu dine.
(e) Non possa trov ar pace. Av er se non bene, frase troppo latina.
LIBRO SECONDO 63
lont e instituti di chi tu ami, essere da natura volubile e
incostante; e mostrerannoti gli animi di chi ti si porge ami-
co (a), essere giunti a benevolenza teco, solo tanto quanto fra
voi durer quel vincolo, quale vi strinse ad amarvi insieme.
Che se vi colleg a tanta congiunzione qualche utilit o qual-
che gratissima ragione di congiungervi insieme con festa e
sollazzo; non voglio ti persuada avere la fortuna tra voi
sempre equabile e seconda. N dubitare ; a te succederanno
i tempi tali quali per sua usanza e natura sino a questo
di succederono a te e agli altri mortali: e tu riconoscilo
quanto d'ora in ora e' furono varii e mutabili. Onde c o-
noscerai che queste tue fortune, questo fiore e grazia di
vostra et e forma (6), quando che sia, voleranno fra le cose
perdute e spente.
Adunque, non preporre alle espettazioni tue tanta
speranza, che tu escluda ogni ragione e consiglio, per
quale possi dubitare e presentire in te quello che pu
e suole avvenire ad altri con sua gravezza e tristezza.
Eccoti padre a questi e questi figliuoli ; eccoti, fra' tuoi
cittadini e altrove, non rari amici ; molti congiunti a fa-
miliarit ; innumerabili conoscenze e commerci ; eccoti ric-
chezze pari a un r e ; amplitudine, autorit, degnit, quanto
i pu desiderare fra' mortali. Oh ! te uomo e infelice, se
forse arai ogni altra cosa, e non arai te stesso. N pensare
aver te stesso, ove non possi moderarti molto pi in le
cose seconde che in le avverse. E non sempre, no, rimane '1
figliuolo erede al padre; n so se molti pi furono padri e
(a) Nota, porgersi amico, che bel modo.
[b) Bellezza. Ma voce pi della poesia che della prosa.
64 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
madri, quali piangessero i suoi maggiori. E questi nostri
amici, chi affermer che ne apportino in vita pi piaceri
che dispiaceri? Ben disse Valerio Marziale:
Nemini feceris te nimiu m sodatem:
Amabis minu s, dolebis etiam minu s.
D ico, Niccola, e dico a te Battista : oh perniciosissima peste
a' mortali '1 troppo amore 1 Scrive Plinio che P. Ganneio
Filotimq,, lasciato erede in tutte le fortune di colui a cui
e' fu servo in vita e molto amato, per troppo desiderio
del padrone suo si gitt in mezzo del fuoco, dove s'ardea
e onorava il morto. Fu cosa questa d'animo impotente (a)
e furioso. Ma quali siano i furori che tutta ora traportano
que'miseri mortali, in quali arde troppo amore, altrove ne
disputeremo. E queste nostre speranze e contentamenti
quanto elle siano certe e stabili, lascio considerarlo a chi
pi spera e gode che se gli conviene. Questo, bene ricor-
derei a chi mi volesse udire, che in ogni suo accogliere
ragione e somma in questa causa, soscrivesse insieme le
durezze e malinconie, qual sono aggiunte e asperse con
tante sue volutt e letizie. E chi non vede che ogni umano
piacere, altro che quello che sia. posto in pura e semplice
virt, sempre sta pieno d'infinite suspizioni e paure e do-
lori, ora di non asseguire, ora di perdere quello che gli
dilettava e satisfacea ? Appresso di Virgilio, Enea fuggendo
da Troia stia patria, incensa ed eversa (6) , col padre
(a) Cio incontinente ; che non in su o potere ; che si fa v incere dalle
passioni.
(b) Arsa e distru lta. Ev erso in significato di dMruHo-manca al
V ocab. , che per ha ev ersore.
LIBRO SECONDO 65
in collo e col figlinolo a mano, non i suoi armati nemi-
ci, ma i congiuntissimi lo perturbavano: leggiadro poetai
Namqu inqu it:
Et me, qu em du du m non u lta inietta mov ebant
Ifcta, ntqu e adv erso glomerali ex agmine Grati;
Nu nc omnes terreni au rae, mmu s eseikU omnis
Su spentu m et parUer comiUqu e oneriqu e limentem{a).
Ma non mi estender a dimostrarvi che '1 gaudio e lo
sperare sono per so all'animo perturbazione e morbo, non
meno che sia la paura e insieme'1 dolore: altrove sar da
disputare. Basti avervi, quasi accennando, mostrato, che
per vivere vita quieta e tranquilla, bisogna moderarci e
frenarci in ogni nostra opinione ed espettazione. E se da
qualche nostro o detto o fatto inconsiderato, o da qualche
passata desidia o inerzia nostra ne perturbiamo, siaci non
ingrato quel pentimento per quale impariamo odiare e fug-
gire ogni immodestia e intemperanza. E se, come dice Ca-
tullo poeta, a ciascuno attribuito '1 suo errore, ma niun
vede quanto a lui sia magro '1 dorso, gioviti qualche volta
avere errato, onde indi (6) ne riconosciamo fragili non pi e
divini che gli altri mortali. E cos indi a noi sta un certo
eccitamento e stimolo a meglio meritare di nostra ind-
stria e solerzia:
Me dotar et lacrimae merito fecere peritu m (e),
dicea Properzio poet^ E quanti, perch fastidirono suoi
brutti costumi passati, divennero ornatissimi di vita e virt!.
(a) Eru tide, L ib.I I , pag.226, v. 726-29. - Edifione ad m.Delphm
LoDdini 1835, Impensls Longraan et$.; in-8vo grande.
(b) Onde indi. Ingrato scontro.
(e) Eleg. XI , Llb. I .
A L BE R TI , T. I . 9
66 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
Scrive E lio Sparziano i stori co, che A ddano pri nci pe,
beffato in Senato per una orazione, quale e* pronunzi
con troppa inezia (a) , deliber ainmendarsi ; e datosi con
assiduita e diligenza agli studi, divenne ottimo oratore.
E non senza ragione P eto Trasea, presso a Cornelio sto-
r i c o , di cea: che tutte le egregie leggi e onesti esempli,
quali sono infra i buoni, nacquono da delitti e manca-
menti de' non buoni (6). Adunque si vuole non s ol o, t o m e
dicea qu ello (e) presso a Terenzi o, della vita altrui emen-
dare la sua : ma in prima dal nostro proprio vivere e
costumi si vuole di d in d prendere argomento e vi a a
migliore stato di mente e d'animo, e succedere, emendan-
doci e godendo in ogni nostro acquisto e accrescimento, in
virt e laude.
D icemmo delle perturbazioni, quali in noi insorgono
non altronde che da noi stessi. Seguita test luogo d' i n-
vestigare in che modo rendiamo i nostri animi quieti e
(a) Friv olezza, pu erilit.
(b) Libro XV degli Annali. Tom. I I , pag. 812 dell'edizione ad u swn
DelpMni, Parisis 1684. Usu probatorii est P. C. leges egregia*, esempla
honesta, apu d bonos ex delictis alioru m gigni.
(e) Nel t e s t i , dopo dicea, vi sono de' pontini posti certamentedalP A .
nell'intenzione di mettervi II nome di colai nella bocca del quale TERENZIO
pose la citata sentenza ; ma poi noi si risovvenendo, deve perci aver-
nelo lasciato. Nel citato ANONIMO del secolo XV per si leggerebbe la
cagione di qQesta dimenticanza, na r r a ndo v i che Leon Battista cadalo
neir Infermit di che si parla a pag. xm e xvn del nostro Discorso pre-
messo a questa e di z i o n e :. . . nomina.,.interdu m familiarissimoru m cu m
ex u su id foret fu lu ru m, NON OCCORREBANT. Beru m au lem qu ae v idimi,
qu am mirifice fu it tenax. E noi non avendo potuto rinvenire nel comico
latino 11 passo, perch non rimanesse Interrtto II senso, credemmo di
porvl la parola qu ello, scrivendola peraltro con diverso carattere per torta
eontradlstfnguere che non dell'Alberti.
LIBRO SECONDO 67
tranquilli, se forse da ingiuria e improbit d'altrui fus-
tino concitati e vessati. Ma prima assolveremo (a) quanto
a questa parte bisogna intendere, che non rado crediamo
nulla errare, ed erriamo, che ne adduciamo in perturba-
zione e grave molestia col nostro inconsiderato discorso
di ragione e imprudenza. E simile spesso ne stimiamo of-
fesi da altri, dove siamo d'ogni nostro dispiacere autori e
apparecchiatori.
Che credi t u , Niccola ? che sia facile a noi mortali
schifare e non ricevere a s invidia, quando ella si succen-
da (b) e infiammisi da tante parti, or dalle cose quali in altrui
vediamo e sentiamo, ora da cose quali in noi riconosciamo
gravi. Grave perturbazione l'invidia: ma quanto ella possa
ne* nostri animi, assai ne scrisse '1 tuo Leonardo tragico (e),
uomo integrissimo, Battista in quel suo lenitale (d); quale
egli apparecchi per questo vostro secondo certame coro-
nario (e), istituzione ottima, utile al nome e degnit della
patria, atta a esercitare preclarissimi ingegni, accomodata
a ogni culto di buoni costumi e di virt. Oh lume de' tempi
nostri ! Oh ornamento della lingua toscana I Quinci fioriva
ogni pregio e gloria de'nostri cittadini. Ma dubito non potere,
Battista, recitare vostra opera: tanto pu la invidia in
questa nostra et fra i mortali e perversit ! Quel che
niuno pu non lodare e approvare, molti studiano vitu-
perarlo e interpellarlo. 0 cittadini miei, seguirete voi sem-
(a) Finiremo, daremo compimento. Alla latina.
(d) Su ccendere, lo stesso che accendere, ma pretto latloismo e che
non trovasi nel Vocabolario di Bologna che quello di cai et serviamo.
(e) Leonardo Dati areti no, celebre letterato contemporaneo ed amico
ancor dell'A utore. V . a pag. i n del nostro Discorso che precede a questa
edizione.
(d) Tragedia cos Intitolata, scritta in latino e rimasta Inedita. V. l o c c i t .
(e) V. come sopra loco citato.
68 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
pre essere invidiosi a chi ben v' ami ? E dovete, s certo,
dovete favoreggiare a' buoni ingegni, e meglio gratificare
a' virtuosi che voi non fate. Son questi i frutti delle vigilie
e fatiche di chi studia beneficarvi? Ma della invidia e degl'in-
comodi, quali sono nelle lettere, altrove sar da disputarne (a).
Tu, Battista, seguita con ogni opera e diligenza essere utile
a* tuoi cittadini. Dopo noi sar chi t'amer, se questi t'offen-
dono. Per ora qui basti al nostro proposito constituife, che la
invidia in molti modi nuoce alle cose pubbliche e alle pri-
vat e; ed un male occulto, qual prima n'ha inftti e
compresi, che noi sentiamo le sue insidie. E nasce la in-
vidia non tanto da quel che in altrui abbonda, quanto e
in quel che da noi forse manca. E sorge ancora la invidia
da quello che invero n qui manca n quivi abbonda, ma
da quel che la nostra inetta opinione e immoderato appe-
tito e libidine ne suade. E pu l'invidia questo ne' petti
ancora di quelli che si stimano savi e prudenti, che si
reputano giusti e pii, dove e' sono pure invidi, giudicano
indgno di tante fortune colui, quale appare sordido e troppo
astretto (6) a porgere beneficio di s e gratitudine: e credo-
no '1 suo dolore essere giusto ove a s manchi quel che ad
altri soprabbonda: n misurano i suoi comodi con quel
che si richiede; n pensano (e) le sue copie (d) col bisogno, ma
(a) Accenna a un* opera di Leon Battista Della comodit e inco-
modit delle lettere. V. a pag. xu dei Discorso citato.
(6) Stretto, stringalo, parco.
(e) Pesano, ponderano dal latino pensare. Ho lasciato questo la-
tinismo come si legge nello Strozzlano, n volli correggerlo con pesano,
che avrei trovato negli altri t est i , perch mi parve che questo pensare
avesse relazione con compensare in significato di bilanciare che ritro-
verai pi sotto. Questa voce in questo senso non la rinvenni nel Vo-
cabolario.
(d) Le su e facolt.
LIBRO SECONDO 69
terminan (a) queste cose non colla ragione, ma s colla volont
e collo intemperato appetito; e vogliono non quel che a
bene e beato vivere loro manchi, ma s quello che a loro
pare, per qualsisia, o giusta o ingiusta ragione, di volerlo.
E sono queste cose volute, le pi volte tali, che elle n
gioverebbono loro avendole, n nuocono non le avendo.
Cos adunque ne avviene che abbagliati dalle faci
dell
9
invidia, non discerniamo in che modo questi nostri si-
nistri movimenti siano in noi non addotti da ragione,
ma commossi e impinti da perturbazione e perversit di
mente (6). Udisti che non so chi Filippide in due di corse da
Atene insino a Lacedemonia, spazio di stadi MCXL (C) ; e
Filonio, corriere di Alessandro, mosso da Sicione, in quel d
giunse ad Elim, che furono stadi MGGGV (d). E quello Strabone
leggesti presso a Vairone, che da lungi spazio incredibile
vidde Tarmata uscire del porto di Gartagine. E dicono che
Erode fu cacciatore e pugnatore (e) tale, che non era da po-
terlo sostenere, e che gli uccise, in un sol d, fiere circa XL.
Vorresti e simile tu potere ; e ancora a tua -posta forse vor-
resti , come le aro, volare sopra Tacque, o, come forse quella
Pantasilea, scorrere sopr'alle spighe del grano (f). Se qui fusse
(a) Giudicano : ma voce non usata. Noi abbiamo determinare, in
questo senso.
(6) Rileggi tallo questo brano sali' invidia, e medita.
(e) Lo stadio un' antica mlsara Itineraria. Quello de' Greci era
di 125 passi geometrici, e secondo altri di 113. Otto stadi corrisponde-
rebbero presso a poco a una delle nostre miglia ; laonde Filippide In
due giorni avrebbe percorso 142 miglia Intorno.
(d) Miglia 162 in un giorno!!! Credat Judaeus apella.
(e) Pugnatore, che pugna, combattente.
(f) Dice la Favola, che Pantasilea regina delle Amazzoni, fosse
si veloce e leggera, che corresse sulla sommila delie erette spighe senza
nemmen piegarle. Somme spighe nel 6ad. e nell'altro Laar.
LIBRO SECONDO 71
Succede ancora che non raro, per essere troppo i n-
dulgenti a' nostri errori, induciamo a poi stessi gravezza
e acerbit ; e duolci se altri forse non si ritiene di nar-
rare e predicare quello che noi non ci conteniamo dire o
fare con poca ragione e precipitata volont. Se quel che
altri riferisce di te non bello, incolpane te che a lui
desti materia e istoria di cos ragionarne; e incolpane chi
prima err, non chi ora dice '1 vero. Sentenza d'Agamen-
none, presso Euripide poeta tragico: tu che ardisti pec-
care, bisogna sostenga all'animo non perturbato molte
cose ingrate. Aggiungi a questo che spesso la troppa cupi-
dit d'essere lodato, e il troppo studio di vedersi onorato
e reputato, sta pieno di gravissima perturbazione. E certo
bisogna qui non dimenticarci quel che i prudenti dicono,
che il volere piacere a molti, non altro che un volere
dispiacere a' buoni e a' savi; Bastici tanto acquistar fama
e asseguir gloria fra il vulgo con nostre fatiche e vigilie,
quanto intendiamo per noi essere satisfatto a* nostri ozii, e
quanto conosciamo che chi ha loda e stima, invero pu
affermarci giusti e temperanti e virtuosi. E de
9
biasimi e fa-
voleggiamenti (a), quali forse venissero in nostro detrimento
da' nostri emuli, invidi e nemici, vorrebbesi potere essere
di tanta maturit, che noi statuissimo in noi un animo
qual.pi curasse essere in so e buono e dotto, che parere
appresso degli altri. Dicono che ali' uomo savio la coscienza
sua un grande celeberrimo teatro. N cerca V uom savio

altri arbitri di sua vita e fatti, che s stesso. E aggiu-


gneva Bione filosofo (77) a queste sentenze, che all'uomo
perfetto in virt era dovuto udire i detti altrui verso di
72 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
s ingiuriosi, non con altro fronte e stomaco (a) che se si
recitasse una commedia in iscena. E vorrebbesi, non niego,
com' e' dicono, dall' infestazione degl' inimici imparar man-
suetudine , per saper poi viver lieto e giocondo co* buoni
amici. E certo quando e* sia opera d'animo forte pi '1
sofferre con mente equabile e non commossa i detti acerbi
d'altrui, che con animo turbato vendicarsi; loderei io chi
in questo frenasse s stesso, e moderasse gl'impeti e mo-
vimenti dell'animo suo. Ma poi che oggi cos si v i v e ,
come dicea quel poeta comico: Lupo l ' uno uomo
all'altro, forse bisogna contro alle offese e sentirle e
confutarle (6) e vendicarle. Vendetta si potr fare niuna
maggiore che coli' opere buone render bugiardo chi di te mal
parli. E sar vendetta rara e massima, se chi nulla vor-
rebbe, molto convenga lodarti, e chi molto vorrebbe, nulla
possa biasimarti. Tu, voglio, scrisse Cicerone a Dolabella,
coir animo sia forte e saputo in modo, che la tua mode-
razione, infami l'ingiuria. E Planco a Cicerone scrive: io
questo piglio io volutt, che certo quanto pi e' mi odiano
questi miei nemici, tanto maggior dolore apporta loro '1
non poter biasimarmi. E Socrate offeso da que' suoi poeti,
ridea e dicea: voi con questi vostri motti illustrate ogni mia
vita (e) ; e morsecchiandomi mostrate qual siano i vostri
tezii, e qual sia la mia virt. Tal porr or mente a'miei
costumi, che prima non mi curava ; e tal mi amer che
(a) Metaforicamente t Latini adoperavano la voce stomaco per signi-
ficare quella forza d'animo che ama e desidera le cose a so contacenli,
o respinge le contrrie, come lo stomaco il cibo; e in questo senso
fu qui usalo dal nostro A. La parola dell' uso.
(6) Rifiu tarle, il XXI Magliab.
[e) Ogni astone delia mia v ita.
LIBRO SECONDO 73
mi conoscer virtuoso, qual prima di me giudicava sol
quello che egli udia. I o, come uno scoglio in mezzo
f
l mare,
persevero sopportando le vostre onte, e sofferendo vi nco:
in modo che, quanto pi arditi mi pettoreggiate (a), tanto pi
infrangerete voi stessi ; e flavi tanto pi acerbo poi '1
pentirvene. Cos faremo, e noi colla pazienza e col soffe-
rtile l'insolenz altrui vinceremo; e imiteremo Antonio ora-
tore (78) , qual dicono ehe col frenarsi e ritenersi, faoea
che chi l'aizzava con parole immoderate parea al tutto
furioso. M. Ottavio ruppe colla tolleranza i furiosi impeti
di T. Gracco: e appresso di Gioseffo istorico (79) , dicea
quello Agrippa re de* Gerosolimitani : che chi offeso e
sofferse, facile induce col suo sofferire a chi 1* offende un
vergognarsi di tanto perseverare in sua malignit : ed
un guadagno quella perdita, onde per lo avvenire seguita
ohe tu men perda. Ma se forse questi tuoi avversari e ini-
mici cominciassero pur aversi teco con loro ingiurie e
malignit troppo infesti e molesti, non sono io quello qual
voglia da uno animo umano cosa alcuna non umana. Scrive
Giulio Capitolino che ad alcuni quali vietavano piangere
t u calamitoso in sua presenza, disse Antonino P i o : lascia-
telo esser uomo, imperocch gli affetti dell'animo non
li possono con imperio togliere, n con alcuna filosofia #1
tatto distenere (b). Cos io non vieto che tu non senta le cose
acerbe agli uomini, quando e tu sia uomo. Proverbio an-
tico presso i Greci : chi non sente le ingiurie, pi di sei
yolte bue. E come diceano presso a Livio istorico, quei
Tarquinii : egli cosa pur pericolosa vivere fra' mortali
non con altro che colla sola innocenza. C onvieni alle volte
(a) Mi percu otete col v ostro petto.
(b) Contenere,
A L BE R TI , T. I. 10
74 DELLA TRANQ DELL'ANIMO
mostrare del tuo stomaoo e collera, come quello del compa-
gno. Uno che avea l'occhio non si intero e netto, rispose a un
sghembo (a) e zoppo : ben dicesti che io veggo male quando
io ti stimai diritto ed eguale. Cos noi: e per non lasciare
oltre errare ad altri/ e per non cadere, come dicea Laherio
poeta (80) , che la spesso offesa pazienza diventa. furre,
con modo scuoteremo e distorremo da noi chi troppo as-
siduo fusse mordace e petulante, per non abbatterci poi a
rompere in qualche soperchio cruccio : e piacerammi prov-
vegga di non esser sempre quel cantuccio, dove ogni bo-
tolo (b) scompisci. Ma voglio in questo servi modestia; e quel
detto di Senofonte qual dicea, che '1 vincer molto mal fa
da pentirsi, voglio interpreti in migliore parte che tu forse
non stimi. Assai molto vince i suoi malevoli chi nulla
perde ; e perderesti a te stesso, ove tu te precipitassi ad im-
matura alcuna ira e cruccio. Non cedere all'iracondia, ma
serbati a qualche temperata e adattata occasione e stagione
di satisfarti, dove tu in tempo possi spiegare le tue copie (e)
e forze : intanto quasi come in insidie contieni, qual fece So-
crate, appresso di Piatone in quel Gorgia (d), morso di parole
contumeliose da qu ell'indiscreto (e), non rispose allora; ma
dopo molto ragionare gli rend suo merito, e con bel modo ti
rimprover che gli era temulento (f) ; e disse : tu che farli
quando sarai vecchio, se ora giovane non ti ricordi di qui
(a) V oce fiorentina dell'oso famigliare, che vale bilenco, storto.
(b) Piccolo e vile cane*
(e) Le tu e schiere, flg. per dire la tu a potenza. A lla latina.
(d) i l Gorgia un dialogo di PLATO NE, cosi Intitolato dal famosissimo
retore di questo nome e ano degl'interlocutori,
(e) Vedi la nota (e) , a pag. 66.
(f) Av v inato, u briaco, da lemu lenltu de'L atini ohe ba questo senso.
Voce nuovissima per la lingua nostra.
LIBRO SECONDO 75
quivi? Simile noi, dove bisogni non altroch parole, gio-
ver per una volta sfogarsi, versarvi quanto vorremo ogni
impeto ; qual fece Tullio in Vdtinium tester (a). E poi spenta
quella vampa, e evaporato l'incendio, sar da rivocarsi e
raccogliersi. E dove forse bisogni altro che parole, Niccola,
le ingiurie sono mala cosa; ma non conviensi stizza e
subitezza, ma consiglio e maturit. Col tardo consiglio
si fanno i fatti presto: Tira si nemica d'ogni con-
siglio per che V ira una breve insania ; n condicesi l'in-
sania col consigliarsi; e fia quella via brevissima a sati-
sfarti qual sia sicura.
Que' buoni Sabini, spogliati con fraude da' Romani,
per vendicare l
f
ingiuria acerbissima ricevuta in loro mogli
e figliuole, nulla con furore, nulla con ostelisione, ma con
ragione e modo si prepararono ; onde in tempo ruppono con
tanto empito d'animo e d'arme, che chi gli offese li conobbe
uomini (6), e virili, e indegni di tanta ingiuria e contumelia.
Cosi noi non precipiteremo le noslre faccende, comporremole
e porgeremole a miglior fine. E se il tempo e occasione
non ci si presta, come forse desideriamo, non per faremo
come Giunone dice presso a Virgilio poeta; quale, offesa,
serbava aeternum sub pectore vulnus ; ma faremo secondo
ammoniva Fenice, quel buon vecchio, presso di Omero,
qual diceva ad Achille : doma questo tuo animo sbardel-
lato (e), quando gl'Iddii, quali certo ti superano di virt e
(a) C io: nell'Orazione ch'egli fece contro Valinio, il qu ale testi-
moni contro Sesto difeso da Cicerone. Vedi le sue Orazioni.
(b) Cio: gente da farsi v alere.
(e) Intrattabilei.intollerante, th scosse qu asi, o non v olle, come U
poledro indomabile, ricev ere la bardella addosso, per non soffrire che ca-
v aliere lo salisse e reggesse.
76 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
degnit, sono flessibili. Domeremo noi stessi, fletteremo (a) pi
a facilit e indulgenza, che a severit ed austerit. E forse
non rarissimo giover fare come fece Agrippina (81 ) ; quale
avvedutasi, in quella nave, del suo pericolo sotto le macchine
tese da Nerone per opprimerla e flagellarla (6), giudic utile
e solo rimedio de' suoi mali '1 mostrare di non le conoscere
e dimenticarle. Ultimo ed ottimo fine di qualunque ingiuria
sempre fu'l dimenticarla. E quando pure il conceputo
sdegno ne contamini in modo che a nulla ci sia lecito'I
dimenticarlo, almeno lo asconderemo o dissimuleremo.
Presso a Gurzio istorico, quello E ustemo, uno de' quattro-
mila presi e stagliuzzati (e) da' Persi, quando e' si consiglia-
vano insieme se dovessero ritornare in Grecia cos deformati,
senza naso, senz'occhi e senza mani, diceva (d): coloro sop-
portano bene le sue miserie, quali le ascondono: agli afflitti
la patria solitudine : niuno ama chi e' fastidia : e la ca-
lamit si querula, e la felicit superba. Ciascuno si
consiglia colla fortuna sua quando e' delibera della fortuna
altrui. Se noi non fossimo insieme cos a un modo miseri,
l'uno sarebbe fastidio ali' altro. Che maraviglia se i fortu-
nati cercano i pari a s fortunati? Parole degne di me-
moria: per le raccontai. Ma, quanto a noi bisogni, cori
faremo: consigliere mei colla nostra fortuna; e in le ca-
lamit saremo non queruli (e); e in le buone speranze del
vendicarsi saremo non rgidi n superbi. Intanto aSCOIlde-
Piegheremo.
(6) SfrageUarla, I! Laur. gi 84 Gad., meglio dello Stara, e degli
altri. SfrageUare quasi interamente disfare nfragtfkendo.
(e) Mu tilati. Il Gad. suddetto slagtinaU.;. Ma s la prima di queste
Voci (nel detto senso) che l'altra mancano al Vocab.
(d) Dicev a nel Laur. gi 112 Mediceo Palatino.
{e) Non ci lamenteremo.
LIBRO SECONDO 77
remo i nostri mali aspettando qualche accomodata occa-
sione e luogo di satisfarci. Faremo come appresso di Silio (a)
poeta fece Annibale, udita la morte del fratello; quale
. . . . compescit lacrymas, v incitqu e ferendo
Conslanter mola, et ferias in tempore longo
IMssu ru m fratti, ctou soqu e immu rmu ral ore.
E se pur ti duole, n puoi sofferire te stesso, e forse te
conosci t al e , quale conoscea Tibullo poeta s, ove dicea,
Non ego jirmu s in hoc, non haec paHenlia nostro
Ingenio, frangi! fottia corda detor (b) ;
farai come presso d'Omero facea Ulisse, quando quel cita-
rista cantava in cena cose a lui forse ingioconde, che si
coperse il capo e lacrim. P oi, finito il cantare, si disco-
perse e mostrossi lieto, bevendo a grazia (e) degl* iddii : cos
noi cederemo alla nostra imbecillit (d) quanto potremo oc-
culto e coperto. Ma che cerchiamo noi in questi nostri
ricordi onde possiamo noi accogliere altronde enidizione
emendatissima che da Omero, poeta certo divino, qual s
alto e con tanta grazia esplic quello si debba in v i t a ,
dove esso scrive in qual modo e con quanta ragione Ulisse
tradusse i casi suoi (e). Vide Ulisse costumi di molti uomini,
e vide la consuetudine di molte citt ; scorse lontani paesi,
e sofferse varie e dure e molte fatiche in vita, fra Tarme,
(a) Siilo I tal i co, poeta dell' et d' argent o, e be scrisse on poema eroico
I ntitolato: De Bello Pu nico.
(b) Libro I I I , E legia I I .
(e) A ringraziamento.
(d) Debolezza.
(e) Sopport i coti della su a trita.
78 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
in mezzo Tonde e tempeste del mare (a) , con tanto e s intero
consiglio, che egli acquist indi nome immortale e fama:
e pertanto affermano che fu uno sopra tutti gli altri pru-
dentissimo e esercitatissimo. Riconosciamo adunque gli an-
damenti suoi per meglio sapere in tempo seguire i suoi
vesti gii, bisognando. Dopo a tanti suoi naufragi, Ulisse,
tornato alle genti sue sconosciuto e mal vestito, vide la
casa sua fatta quasi come una taverna pubblica, piena di
gente lasciva e immodesta, qual dissipava e consumava
ogni sua domestica entrata. Addolor, e deliber vendicarsi;
ma intanto si contenne, e seco disse : o cuore che altrove
gi tempo obdurasti (b) ne* tuoi mali sostenuti ! Fu chi diede
a Ulisse un calcio; e Ulisse, quieto e muto : e per pi dissi-
mulare simile a un gaglioffo (e), porgendo la raano, preg (d)
a uno a uno chiunque ivi era in sala; in qual sala forse
pi volte avea ricevuto e onorato i principi di Grecia.
Ancora di nuovo percosso con uno deschetto, e lui pur
quieto e saldo, niuna parola, niuno atto, se non quasi
come fusse un sasso : nulla pi che un poco mosse '1 capo.
Vollero que' temerari pacchiatori (e) che facesse a' pugni con
queir Irone, uomo abiettissimo, qual volea cacciare Ulisse
(a) Che citt vide molte e delle genti
L'Indol conobbe; che sovr' esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni.
PINDEMONTE, Trod. dell'Odissea, Lib. I .
(ft) Indu rasti; latinismo da (Mu rare. Il Vocab. cita soltanto obdu raio
nome, ma ecco un esempio anche del verbo.
(e) A u no scioccone.
(d) Chiese u n p* di qu alcosa pregando.
(e) Scrocconi, parasili. Pacchiatori non ha 11 Vocab., che ha peral-
tro pacchiare con molti altri derivati.
LIBRO SECONDO 79
di casa; e lui nulla ricus; e pugnando non volle quel
che potea ; ma per non impedire quello, dove e' tendea a
maggior fatti, gli diede un pugno de
f
suoi, lieve (a). Ancora
di nuvo Gtesippo gitt un stinco di bue per ferire Ulisse
nel capo (6) ; e Ulisse, quieto, solo acchin'l capo. Oh pa-
zienza in un uomo incredibile, fermezza inaudita e raris-
sima ; oh ! esempio degno di memoria fra
f
mortali ! In casa
sua da gente in solentissima, e per insino da'gaglioffi mal
ricevuto, svilito, percosso, ribattuto ! e lui n in parole
n in gesti mai scoprirsi ! Tutte le ubriachezze degli altri
sofferse, con tutti dissimul '1 suo sdegno, a tutti si diede
gioco e strazio, a ogni altrui ingiuria tacito e paziente,
perch cos bisognava al suo instituto (e). Lui solo; quella
brigata (d), e molta e bestiale ; lui non atto per ancora a
vendicarsi, con loro presti e pronti a soperchiarlo d' i n-
giurie; lui n discoprirsi senza estremo suo pericolo, n
partirsi senza intollerabile tristezza e acerbit d'animo; loro
e Ivi lieti e pieni di vi no, e altrove molti, e pertanto quasi
insuperabili ! Adunque deliber sofferire, e dissimulando
aspettare, se il tempo, da stoltezza di chi l'offese, o portasse
occasione o luogo alcuno di rimeritarli e vendicarsi. Solo
a quella Melanto (e), fanticella di Penelope, quale infestava
Ulisse con parole femminili, proterve, si rivolse col piglio
(a) Cio: ma per non offendere quello in modo da farlo rimanere
impedito in alcu n su o membro, ossia storpiarlo od anco ucciderlo, che ben
lo poteva se gli dava ano de' suoi tremendi pugni, si content di dargliene
uno lievemente ; e ci perch riserbava di farsi conoscere quanto egli vakm
per fatti maggiori,
(b) V. Odissea, Llb. XX.
(e) Bfoisamento.
(d) Questa brigata erano I Proci.
(e) V. Odissea, Lb. XV11I.
80 DELLA ra&JNQ. DELL'ANIMO
grave e collo sguardo si terribile, ch
f
ella impauri. Prudenti*-
simo Ulisse non volle quella molestia , quale e* potea deporre
senza interturbare (a) suo incepto (b). Fece come ammonia
P lutarco, che non si vuole u ltro e sponte (e) offerirsi alle
molestie e malinconie, Don bisognando. Ma dove cos attagli,
fia nostro officio non recusare occasione alcuna per quale
ne adopriamo in virt. Cosi adunque fece Ulisse. Ultimo (d),
quando fu tempo, quella brigata inzuppata di vino stracchi
del ridere, lassi della saziet e pienezza; e Ulisse, pronto
e sobrio, coli*arco in mano, prima tenta le cocche, rivede
la corda ed ogni suo nervo, prepara e s e sue saette a
quel che avvenne: nulla volle preterire onde potesse per
sua negligenza o precipitata voglia di vendicarsi, avvenire
che e
f
forse meno satisfacesse in tanta impresa. Indi vedi
con quanta virilit e* rende opera a chi da lui meritava
Htale. Simile faremo noi : se forse al tutto delibereremo
satisfare a' nostri sdegni, provvedemmo col maturo consi-
glio quel ebe bisogni, aspetteremo con sofferenza quel che
attagli, useremo non stizza, non subitezza, ma virilit e
fermezza d* animo dove e quando cos ci si presti luogo e
tempo a satisfarci : in ogni nostro discorso escluderemo
ogni fretta e ardore di volont. Mai venne tardi quel frutto,
qua! venne in tempo ; e per insino alle pine, frutto duras-
simo e tardissimo, hanno suo tempo e maturit! E piac-
ciati bene sperare delle voglie t ue, quando elle sono giuste:
(a) Stu rbare, latinismo da intertu rbare. Questa voce mancherebbe
al Vocabolario.
(6) II da lu i intrapreso. Ma su o incepto troppo latino, perch non
s'abbia a Imitare.
(e) Ultroneamente, spontaneamente. Voci latice. UlUro dicono solo
I Latini e cos sponte. . v
;
(<f) Ultimamente, finalmente. Anche questo avverbio, latino schietto.
LIBRO SECONDO 81
favoreggiano i cieli alle giuste imprese. In questo mezzo
seda te stesso, e non aggiugnere al tuo dolore nuovo sti-
molo o cruccio ; ma ripensa una e un' altra volta quanto
e* sia necessario teco statuire tanta impresa. Ci che tu po-
tevi restare (a) o ricusare di fare, questo fu non necessario:
ma tu forse stimi questa offesa, e misurila col viver tuo,
e pesila co
f
tuoi costumi. Oh cosa dolce
f
l viver nos t r o,
se tutti i mortali fussero e buoni e simili a te ! Ma forse
tu argomenti cos : questo mai feci i o , n questo fare' io.
Non torresti il suo capro a D ameta, n Dameta torrebbe
il bracco ad A tteone, n Atteone torrebbe a Piatone quei
libri pitagorici tanto pregiati. Trahit su a qu emqu e v olu ptas.
E molto pi la necessi t, e non meno la natura e con-
suetudine del vivere alletta e tira i nostri animi a varii
costumi e vita. Ma non ci stendiamo. Vuoisi tanto dimi-
nuire alla ricevuta offesa, quanto a chi offese s'aggiunse
ragione o condizione di cos farti e cos trattarti. Era Godro
povero, e per tolse a G rasso; era Marco Celio formosis-
simo, per accedette a quelli amori di quella Glodia (82) : e
simile, in questo comparare e accogliere tutti i cal col i ,
forse t'occorrer che l'offesa ti si presenter maggiore,
fatta in quel tempo, fatta in quel luogo, fatta da costui
quale tu amavi , e di d in d obbligavi ad amarti con
assiduo beneficio e grazia. Non insister quivi, perocch
ogni tempo alieno (6), e in ogni luogo indegno d'usarvi
ingiustizia. E cosa niuna, come e
1
si di ce, a noi sta acerba,
se non quanto la stimiamo. N stanno i tuoi incomodi
posti nella stoltezza altrui, ma seguono nella tua opinione:
(a) Arrestare, fermare, impedire.
(b) inopportu no.
A L BE R TI , T. l . 11
82 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
a lui, qual fu incontinente e immoderato se ne aggravi il
biasimo, non a te s' aggravi il dolore. E scopertasi occa-
sione di vendicarti, qual sar maggior vendetta che addu-
cerlo a pentersi d'avere offeso chi e' non dovea ? Questa
vendetta fie pi facile eseguirla col beneficare chi t' iniquo,
che col soperchiarlo d'offese. E sar beneficio gratissimo
e laude prestantissima donar questa nuova grazia all'ami-
cizia antica; e sar odi zio d'animo degno d'impero, con
questo rarissmo benefizio fondare nuova benevolenza. Ma
qualunque siano i tuoi pensieri, tanto ti rammento, che
in ogni tuo deliberare e statuire tua impresa, mai acceda
dove la perturbazione t' alletta : ma, come chi naviga, se
il vento preme questa banda, tu in quell'altra osta e of-
firmati. Non favoreggiar sempre alla causa tua, ma con-
ferma (a) teco ogni ragione e scusa di chi ti spiacque : cos
seguiranno tuoi corsi in vita, sopra i flutti e tempesta del
vivere, eguali, sicurissimi.
Dicemmo de' dispiaceri, quali in noi occorsero da noi
stessi ; e dicemmo de' dispetti e ingiurie ricevute dagli altri
uomini. Ora investigheremo ragione e modo di sedarci e
quietarci dalle perturbazioni commosse in noi da' tempi
come da' casi e fortune nostre. Ma qui prima interporr
quanto mi si porge a mente, che noi non rarissimo, in
nostre molestie ed affanni, incolpiamo forse e questo e
quell'altro uomo di cose, quali in prima sorgono d'altronde
che da chi noi le imputiamo, dicea Valerio Marziale:
sed tu sub principe duro,
Temporibu squ e ma/t s, au su s es esse bonu s (6) .
(a) Approva, ammetti in te stesso ogni ragione, ec.
(b) Lib. XI I , Epigramma V I .
LIBRO SECONDO 83
E quale imperitissimo non conosce quanto possono i tempi
e ragioni pubbliche negli animi de' privati cittadini?'Quinci
avviene forse che tu trovi costumi perversissimi e modi di
vivere pieni di finzione e falsit. Pensavi tu se mai fosti
in terra al cuna, ove quanti vi sieno uomi ni , tante ivi
siano trappole, tante vi sieno bugie e periurii I (a). E con-
viensi fra simili uomini, pendere col viver pubblico (6). E cbe
la fortuna possa in noi mortali, o Niccola, cbe in noi
mortali possa la fortuna, t u , o Battista, riconosci : riconosci
i tempi nostri! quanti buoni vivono in vita misera e non
degna della loro virt 1 E contro, mira che mostri e inau-
diti e incredibili crebbero nelle cose della fortuna, che
dicea G iovenale, satiro poeta :
Si Fortu na v olel, fles de rhelore consu l;
Si v olet haec eadem, fies de consu le rhelor ! (e).
E cos , e che non pochissimo in noi possano i cieli, fia
nostra opera far come chi gi oca; se gli avviene buono,
vinca ; se forse caddero sinistri partiti, moderili con qual
vi si adatti ragion migliore. E certo conviensi, secondo
.quell'ottimo proverbio antico, vivere oggi come si con-
viene oggi. Dicono che ben consigliarsi e ben mantenersi
son cose felicissime in v i t a : s : ma chi stimasse ben con-
sigliato col ui , qual con dolersi de' suoi casi e fortune, pur
non volesse quel che a lui necessit sofferire? (d). Dicea
(a) Spergiu ri. i l XXI Magliab. l egge: Pensav i tu se mai fo$ti
in terra alcu na ov e qu anto v i sieno u omini, tante iv i sieno trappole, qu anto
v i siano parole, tante v i siano bu gie e periu rii!
(b) Bisogna adattarsi col v iv er pu bblico: quindi quel nolo proverbio:
Paese che v ai u sanza che trov i.
(e) Satira V I , 107-98 .
(d) Sottintendi : Che ne diresti lu
84 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
Talete Milesio che la necessit vince. E qual si trova
cosa che adduca necessit pari a' cieli ? Onde ben disse
Manilio poeta:
Heu nihil invilii fas quemquam fidere divis (a).
E che cos sia, vedi a Virgilio quel Laocoonte sacerdote,
quale, curando la salute della patria sua, percosse col dardo
quella macchina di quel cavai di legno sacrato a Minerva (6)
e pregno d'armati (e). Erano i tempi fatali in eccidio di Troia,
e per non gli fu creduto. Non vorrei errare, adducendo
da' cieli in tutte le cose de' mortali necessit inevitabile :
quel eh' io al tutto niego essere. Forse come i medici
ali' infermo danno, per giovargli, che (d) nuocerebbe a' sani;
e quel che e
1
vietano in altri, come incanti e flatteria (e),
aggiungono a s quando e' duole loro ; cos e noi , in nostre
perturbazioni e mala fermezza d'animo, non senza qualche
utilit ascolteremo chi forse disse, che ci che ora , mai
potr non essere st at o; e ci che avvenne himarmenon (f)
per fatai condizione e cagione fu: onde non potea non
(a) Non credo questo verso sia di MANILIO, poich non mi riasci di
rinvenircelo.
(b) A Minerv a ha solo il XXI Magliai).: negli altri testi questa parola
fu lasciata in bianco, ma dovevavl andare.
(e) Vedi VIRGILIO, Eneide, Lfb. I I .
(d) Quello che.
(e) Le fllalterie si erano una carta ove erano scritti i comandamenti
della l e g g e , e portavanla {gli Ebrei) Intorno al braccio. FBA GIORDANO,
Prediche. Ma qui vuoisi intendere qualunque breve o diceria scritta, che
i superstiziosi sogliono portare indosso,'credendo in quelle parole consistere
u na misteriosa virt soprannaturale, capace da poterti campare da qualun-
que, o certi mali e pericoli.
{() G reco, eifxap^vov. Particlpio del verbo fuipopat, decidere, sortire,
esser destinalo. Qui nell'ultima significazione.
LIBRO SECONDO 85
avvenire. E poi che quella e queir altra cosa accrebbe, ella
durer non pi nul l a, se non solo quanto in lei potranno
que' suoi cieli e fati, quali sono volubili e instabili. A dun-
que saranno le cose n sempre in uno essere, n continuo
in una quadra (a). Dicea P roperzio:
Omnia v erlu ntu r; certe v ertu nlu r amores (6).
Et deu s, et du ru s v ertitu r ipse dies (e).
Qual volubilit vediamo pari in le cose pubbliche qome
nelle private. Non fu sempre la fortuna pubblica de' R o-
mani seconda e vittoriosa; trovarono A nnibale, quale in
molta parte gli domi} e distrinse (d). N fu sempre la fortuna
propizia ad Annibale contro a
1
Romani : abbattetti a Mar-
cel l o, qual mostr che i cartaginesi eserciti si poteano
vincere. Adunque facciamo colla fortuna come scrive L aer-
zio D iogene che facea quel Demofonte in mensis prefetto (e)
d'Alessandro Macedone, quale al sole abbrividava, e all'om-
bra sudava. Quando i tempi e successi delle cose appaion
gravi , si vuole opporvi consiglio e prudenza in evitare gli
empiti avversi ; e dove forse le cose sinistre ti si presentano
inevitabili, bisogna opporvi fortezza d'animo e pararsi a
sofferirle ; e non fare come alcuni enervati (/*), i quali alla
prima ombra avversa caggiono in tristezza, e addolorati
languiscono, e giacciono perduti. In quel numero furon da
biasimare que' Gallogreci racconti da Giustino (83) , quali,
perch in loro sacrifcii vedeano segni di fortuna prossima
(a) A u na maniera.
{b) Lib. I I , Eleg. V i l i , v. 7.
(e) Lib. I I , Eleg. XXVIII, v. 32.
(d) Ridu sse alle strette.
{e) Siniscalco. Vedi D I O G . LAKRZIO, Vita di Pirrone.
(f) Snervati pia comunemente.
86 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
non lieta, timidi non cadere alle mani de* loro nemi ci ,
uccisero sue madri e suoi figliuoli, e perderono ogni sua
cosa, e arsero casa e suoi beni e s. Furore immanissimo,
per dubbio di male, farsi male ! Molte cose accennano dai
suoi principii esser dure e dannose, qual poi riescono contro
a ogni tua opinione a fine buono e comodo. Piacemi di
questi tuoi cento apologhi , Batti sta, a questo proposito,
quello L XXXV l i l , quando i laghi credeano che i nuvoli
fussero montagne per aria, e pendessero sopra loro in capo
tuttora per cadere. Per questo i laghi eran divenuti pallidi,
squallidi, e tremavano: poi quando videro che que' nuvoli
si coUiquefacevano (a) in pioggia e acqua, tutti si sollevarono
e grilleggiorono (6) di letizia. E come dicea colui in E unuco,
presso a Terenzio, qualche volta '1 male suole essere cagione
di molto bene : e intervenne a non rarissimi che chi volea
loro fare male, gli fece bene: qual caso avvenne a molti
altri ; e fra loro a quel Fedro Giasone, quale da* suoi ne-
mici ricevette una ferita in luogo, che per quella tagliatura
e' guari da morbo prima non sanabile per cura de* medici.
Adunque a* nostri preveduti mali opporremo consiglio
e ragione ad evitarli, e a prepararci a ben sofferirli. E in
prima sar utile prepari a s stesso buona espettazione
delle cose che hanno a v e ni r e , c h e , quando bene avve-
nisse la cosa in mal e, almeno in quel mezzo viverai senza
quella sollecitudine e ansiet d'animo. Cosi quando ap-
paiono i tempi l i e t i , interpognamci qualche suspizione di
(a) Si liqu efacev ano, si sciogliev ano. Colliqu efarsi, manca al Vocab.
(b) Grilkggiare, frequentativo di grillare,, che propriamente vuoi dire
quel ferv ere e bollire che (a il v ino, e figurai, far moli di gioia, ralle-
grarsi; desiderasi parimente nel V ocab. Galleggiare di letizia, si ap-
prossima al nostro saltare e ballare dalla gioia.
LIBRO SECONDO 87
cose avverse, quasi come temperamento di tanta letizia.
E se alle tue giuste e lodate imprese ti si attraversa qualche
sinistro, non abbandonar te stesso : fa' come disse la Sibil-
la (a) ad E nea:
Tu ne cede malis; $ed contra au dentior ito
Qu am tu a le fortu na sinel. Via prima salu tis,
Qu od minime reris, Graja pandetu r ab u rbe {b).
Dicono che nulla si trova fidissimo Tenditore quanto la
terra: ella ci che tu gli accomodasti rende, secondo il pre-
cetto d'Esiodo (84), non a pari, ma a maggior misura. Ancora
pi troverai fedele V industria e vigilanza tua, presertim (e)
quella qual porrai a cose oneste e degne, quando in queste
i cieli e ogni fato si adopera in satisfare a" tuoi meriti.
Mai fa la virt senza premio di lode e di grazia: e gu-
state, pregovi, questo argomento; le cose di quaggi sono
rette o da noi uomini, o da altri che da noi mortali. S'altri
le regge che noi, lasciamne la cura a chi gi tanto numero
<T anni le resse, e con ragione, e bene ; ma se forse, come
tu scrivi in una delle tue giocondissime Intercenali (d), Bat-
tista, la fortuna di noi mortali non viene dal eie lo, ma
nasce dalla stoltizia degli uomini, riceviam le fatte (e) come
(a) Anche per questa parola la Sibilla, valga la nota (a) della p . 8 3.
(b) L lb. V I , pag. 512. Vedi verso 95-96-97.
(e) Specialmente: voce latina.
(d) Le Intercenali
y
sono un'opera d Leon Battista che sin qui si
crede perduta. Erano rinchiuse In dieci libri, e secondo 11 POZZETTI (nelia
quale opinione noi pure concorriamo; sarebbero state giocose novel l e,
piene di piacevoli motti, di arguti concetti e di morale filosofia.
[e) Cio : le cose di qu aggi. Il XXI Magliab. omette tutte le parole
da u omini a falli; e il Gad.. da degli uomini a dagli uomini, ma s l'uno
che l'altro con visibile scorrezione.
88 DELLA TRANQ. DELI/ANIMO
dagli uomini, simili a t e , proclivi e dati a ogni passione
d'animo e incostanza. Qual tua sentenza mi di l etta, e con-
fermola ; giacch se Cesare non avesse tratto O ttaviano in
tanta amplitudine, e que' suoi commilitoni non si fossero
sottomessi a Cesare, sarebbe n questo n quello stati prin-
cipi e ministri di tanto imperio. Anzi l ' uno forse sarebbe
stato simile al padre argentiere, e T altro forse causidico.
Adunque, se le cose di noi uomini conseguono contro a
nostra volont, elle succedono secondo '1 volere di chi cos
le guida. E certo sarebbe intollerabile arroganza l a mi a ,
se io pur volessi che ogni cosa isse (a) secondo mio arbitrio,
e nulla uscisse del mio disegno o proponimento. Tante
nostre volont adempierno altrove (6): ora lasciamo che altri
ancora in qualcuna sua voglia si contenti.
Ma poich giungemmo a questo religiosissimo tempio,
entriamo a salutare il nome e figura di Dio : e , quel che
sopra tutti i documenti e ammonimenti de
1
prudentissimi
scrittori gi ova, preghiamlo eh
1
e
1
non ci adduca dura al-
cuna condizione di v i v e r e , e prestici buona sanit di mente,
e buon consiglio, e intera fermezza a nostre membra, e
concedaci animo virile e costante a sostenere e sofferire
ogni impeto e gravezza delle cose avverse.
(a) Andasse da ire (vivo), per andare.
(b) Cio: olire v olte, in altre ficcasioni s'adempirono. Ma adempire
neutro, noi (rovo nel Vocab.
F I NE D E L SECONDO L I BR O .
LIBRO TERZO
i l E* due libri di sopra investigammo varii e utili rimedi
a non ricevere in s perturbazione alcuna: e vedesti non
pochissimi particolari e succinti rimedi atti a sedare i s i -
nistri movimenti dell'animo, quando forse insorgessero in
noi da nostro errore o da vizio altrui, o dalla condizione
de' tempi, e volubilit della fortuna, e durezza de
9
casi no-
stri. Restavano ora certi ammonimenti generali, accomodati
ad espurgare qualunque fosse in noi insita, obdurata, grave
malinconia: materia certo utile e degna, qual vedrai dispu-
tata in questo terzo libro dal nostro Agnolo e dal nostro
Niccola, uomini civilissimi e peritissimi, non forse con
quanta dignit si converrebbe all'autorit e prestanzia loro;
perocch in me, confesso, non tanta eloquenza n tanto
ingegno, eh' io possa imitare la gravita e maturit d'Agnolo
Pandolfini in miei scritti e sentenze : e affermo non po-
trei esprimere la sottilit d'ingegno e prestezza d'intelletto
quale io conosco essere in Niccol. N mi sento esercitato
in modo, eh' io possa congiungere e conchiudere con arte
e ordine tanta esquisita dottrina e maravigliosa erudizione,
qual ciascuno de' nostri cittadini sente, e gi pi tempo
conobbe essere in ciascuno di que' due. Ma saranno i do-
A L BR I I TI , T. I. 12
90 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
cumenti raccolti e referti (a) da costoro per s s approvati^
sitili, che non dubito ti diletter riconoscerli presso di noi,
qualunque sia in me eloquenza e adattezza (6) a dire. E udi-
rai da questi due uomini dottissimi cose degne, grate e
utilissime. Leggimi, come sino a qui facesti, con avidit e
attenzione ; e proponti quasi essere quarto fra noi a questi
ragionamenti del nostro Agnolo, uomo integrissimo e pru-
dentissimo. Quale alle disputazioni prossime di sopra, usciti
che noi fummo di chiesa, e iti due e du' altri passi, si ferm,
e prese a mano di qua e di qua Niccola e me; e oommo-
vendo qualche poco capo, disse: Io credea aversi asso-
luta e prefinita (e) questa impresa ; e stimava restasse mi l a
altro in questa causa che l'ultimo epilogo e breve enume-
razione delle cose recitate da noi. Ma ora m
v
avveggo ifl
pi modi del mio errore; e vorrei non avere cominciato
quello cbe io non seppi con ordine e via conducere insinp
a -qui. N qui so dirizzarmi a tradurlo, dove io da lungi
scorgo bisognerebbe tragittarlo. Dissi cose assai, e forse non
imitili : ma e* m
1
iBtervenne come a chi trov nella vigna
quasi '1 cocuzzolo d'un gran sasso e parseli di scoprirlo:
ma poi si pent del sudore e tempo perdutovi sifto a qui
dove e
1
lo scorge maggiore, e me da poterlo muovere e
trasportare cbe non si fidava.
(a) Rifinii.
(b) AUesza, attitu dine.
(e) Condotto, aA su o compimento e interamente finita. Dice NICCOLO
PEBOTTI Del suo Cornu copia (ediz. Aldina del 1527, in follo, colonna 743,
Un. 58-59) , prefinire significa preterirne, e quasi mostrare u n Umile da
oti dov ersi oltrepassare: e da prefinire, pr e finito, cio, prescritto, arriv alo
al conv enu to termine.
LIBRO TERZO 91
Cosi disse Agnolo ; e poi di nuovo tacendo oltre s'avvi
passeggiando. Adunque Niccola, uomo tontissimo, verso
me ritenne il passo, e disse: Concederemo no i , Battista,
qui ad Agnolo quel eh
1
e
1
dice, che '1 suo disputare insino
a qui sia stato senza ordine? E tanta copia di varie, de-
gtrissime e rarissime cose accorte (a) da l ui , diremole noi non
esposte in luogo, e porte e assettate dove bello si condicea
e convenia ? Molti appresso de' nostri maggiori Latini, e
ancor molti presso de* Greci, Agnolo, sorissono shnil parte
6 luoghi di filosofia. Non per vidi in tanta frequenza alcuno
di loro pi che voi composto e assettato ;' e notai in ogni
vostra argomentazione e progresso del disputare esservi
uria incredibile brevit, giunta con afta m ara tigliosa copia
e pienezza di gravissimi e accomodati detti e sentenze.
E , quello che a me pare da pregiare in chi scrive, e, come '
oi qui , disputa e ragiona di queste dottrine dovute a virt
e atte a viver bene e beato, Agnolo, si quello che in
prima in voi mi parse bellissimo. Non so s fu Cipreste,
del quale Vi t rat io scrive tanta lode, o se fu altro archi-
tetto, inventore di questo pingere e figurare, come oggi
fanno, il pavimento: ma costui, qualunque e* fu trovatore di
cosa vezzosa, forse fu a quel tempio omatissimo di (b)
m t
(a) Jffefie insieme, ragu nale.
(b) Tutti i lesti hanno questo vuoto, ma parrebbe che avesse dovuto
e s s e r v i , d'Efeso, II qual tempio (ohe era in A sia) passava per una delle
s et t e mr a v l g l l e del mondo; s e noe che per inalzarlo (secondoUri, e se
f JL parlasse di questo) non vt sarebbero votati 700 a n n i , ma 220 Ero*
strato lo bruci per rendersi immortale. Bestiale sete di pi bestiale gtarfct (
he ricchezze di qoesto famosa editata dovevano oltrepassare ogni credere,
NMVtre molti re concorsero ad abbellirla, i l secondo tempio- d'Bfeso, de-
scritto da V itruvlo, fu costruito da Chiromocrate y quel grande archttetlt
che di tutto il monte Alkos voleva fare una statua ad A l essandro!
92 DELLA TRANQ. DELL
1
ANIMO
quale tutta l'Asia costrusse in anni non meno che sette-
cento ; e vide costui a tanto edificio coacervati e accre-
sciuti i suoi parieti, con squarci (a) grandissimi di monti
marmorei; e videvi di qua e di l colonne altissime; e
videvi sopra imposti i travamenti e la copertura fatta di
bronzo e inaurata ; e vide che drento e fuori erano i gran
tavolati di prfido e di diaspro a suoi luoghi distinti, e
ogni cosa gli si porgeva splendido ; e miravavi ogni sua parte
collustrata (6) e piena di maraviglie. Solo lo spazzo (e) stava
sotto i piedi negletto e nudo. Adunque, e per coadomare
e per variare '1 pavimento dagli altri affacciati (d) del tempio,
tolse que
f
minuti rottami rimasi da'marmi, porfidi e dia-
spri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo i
loro colori e quadre, compose quella e queir altra pittura,
* vestendone e onestandone (e) tutto *1 pavimento. Quale opera
fu grata e gioconda nulla meno che quelle maggiori al
resto dell'edificio. Cos avviene presso de'letterati : gl ' i n-
gegni d'Asia, e massime de' Greci, in pi anni, tutti in-
sieme furono inventori di tutte l'arti e discipline; e co-
strussero uno quasi tempio e domicilio, in suoi scritti a
Pallade, e a quella Pronea, dea de* filosofi stoici, estesero
le parti colla investigazione del vero e del falso ; statuironvi
le colonne cl discernere e annotare gli effetti e forze della
natura, apposervi il tetto, quale difende tanta opera dalle
(a) Squ arcio, per la cosa stessa squarciata.
(o) Illu strata. Collu strare, latinismo non registrato nel Vocab.
(e) Su olo. Ma spazzo propriamente un'area clrcoscrflta da una
periferia.
(d) Cio, dagli ornamenti che sono nelle facciate delle pareti delTedi-
lizio. Bd afacciati perch neUa superficie del muro, la quale diciatto
faccia o facciata.
(e) Abbellendone.
LIBRO TERZO 93
tempeste avverse ; e questa fu ia perzia di fuggire il male,
e appetire e conseguire il bene, e odiare il vizio, chiedere
e amare la virt. Ma che interviene? proprio il contrario
da quel di sopra. Colui raccolse i minuti rimasugli, e com-
pose il pavimento : noi vero (a) , dove io come colui e come
queir altro volli ornare un mio piccolo e privato diver-
sorio, tolsi da quel pubblico, pregiato e nobilissimo edificio
quel che mi parse decomodato a
1
miei disegni, e divisilo
in pi particene, dividendole ove a me parse. E quinci
nacque, come dicono: Nihil dictum quin prius dictum.
E veggonsi queste cose litterali e usurpate da tanti, e in
tanti loro scritti adoperate e disseminate, che oggi a chi
voglia ragionarne resta altro nulla che solo raccogliere e
assortirle (6), e poi accoppiarle insieme con qualche variet
dagli altri e adattezza dell'opera sua ; quasi come suo isti-
tuto sia imitare in questo chi altrove fece il pavimento.
Qual cose, dove io le veggo aggiunte insieme in modo che
le convengano con suoi color a certa prescrtta e designata
forma e pittura, e dove io veggo fra loro niuna grave fes-
sura, niuna deforme vacuit, mi diletta, e giudico nulla
pi doversi desiderare. Ma chi sar si fastidioso che non
approvi e lodi costui, quale in s compositissima opera pose
sua industria e diligenza? E noi, gnolo, che vediamo
^accolto da voi ci che presso di tutti gli altri scrittori
era disseminato e trito, e sentiamo tante cose tanto varie
poste in uno, e coattate (e), e insite e ammarginate (d) insieme,
(a) Veramente. L atinismo intramente fuori dell'uso.
(b) Metterne insieme u n po' per sorta. D ell'uso.
(e) Condottate ; ma pi comunemente adattate. Vero che la pro-
posizione con, mostra meglio al pensiero la maniera con cui si fece
T adattamento.
(d) Commesse, riu nite insieme pe
J
margini.
94 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
tutte corrispondere ad un tuono, tutte agguagliarsi a UH
piano, tutte estendersi a una linea, tutte conformarsi a un
disegno; non solo pi nulla qui desideriamo, n solo ve
ne approviamo e lodiamo, ma e molto ve ne abbiamo
grazia e merito: Aggiungi, che non tanto il tessere e con-
notare insieme vari detti e gravi sentenze appresso di voi
fti cosa rara e maraviglia, ma fo ed in prima quasi divino
il concetto e descrizione di tutta la causa agitata da voi,
qual comprendesti faccenda da niuno de* buoni antichi prima
attinta : e mostrasti in che modo si escludano le malinconie.
E confessovi in ogni vostro successo di ragionare troppo
mi dilettaste e tenestemi di cosa in cosa continuo sospeso
e attntissimo; ed ogni vostro delto molto mi si persuade (a).
E ricordomi di quello, che e' riferiscono di Alessandro Ma-
cedone, quale, essendogli presentato un forzierino bellis-
simo lavorato, non sapea che i mponi (6) cosa preziosissima
e condegna d'allogarla in s maravigliosa assetta. Per Unto
comand vi riponessero e serbassero entro i libri di Omero;
quali certo, non nego, sono specchio vrissimo della vita
umana. Ma che volle Omero fingendo s inaudita e osti-
Data pazienza in quel suo Ulisse? n la pazienza quella
piale rende noi simili a chi nulla curi le offese. Non sar
pi lode al tutto, nulla curare e lasciarne altrui non
solo il giudicio e determinazione, ma e ancora la fatica
di punire, e punendo render migliore chi feco mal visse?
E se la pazienza sar in noi quale fu in Olisse m dissi-
mulare di sentire quello che lo accuori, non io son colui
che tanto approvi e preferisca questo instituto di vendicarsi
(a) Noia shagplare costruzione di questo verbo.
[b) Riporv i, metterv i dentro. Ma imporre ha pi comoM senso di
por sopra anzi che dentro.
LIBRO TERZO 96
in vita, eh' io per rivalermi di un' onta, sostenga pi e pici
strazi di me e di mia dignit. N seppi mai meco s adat-
tarmi a non curare e sopportare la temerit e protervit
altrui, che a me non paresse in quel tanto esser uomo pi
vHe e da biasimarmi. Questi la lodano e prepongnla alle
prime vi rt; e dicono che la pazienza, collo, starsi corte-
se (a), vince le squadre delle Furie armate : s'egli vittoria
il ricevere assidui fastidi e trovarsi oppresso da gravissime
e intollerabili cure molestie, essi dicono il vero. Io veggo
e provo questo in me tutto 'I d, che il mio essere soffe-
rente, a me frutta non altro che solo ingiurie; il sofferire
apre via e alletta l'insolenz altrui (b) esserti noioso ; il sof-
ferire d'ora in ora t'adduce e oppone a nuove traversie e
dare offese; il soflferire mai non fu utile, se non quanto
il mostrarsi e libero e uomo era pericoloso. E quanto e' sia
insoave, molesto, difficile e tedioso il sopportare la stol-
tizia altrui, altrove sar da disputarne. Ma giovi, quando
di e sia, fra 'I vivere e conversare della moltitudine, que-i
sto dissimulare di nostra volont, e questo negligere noi
stessi, e trascurare ogni nostra degnit: qual cosa voi
chiamate pazienza. Dite qual virt sar quella che noi
i oppressi dai nostri casi avversi e dalle mine dei
(a) Star cortese, dicevano gli antichi un'attitudine rispettosa In che
mettevasl la persona innanzi ad un'altra, e questo atto consisteva nel
tener le mani incrocicchiate al petto. Infatti la pazienza non poter avere
usa pt conveniente attitudine. l BOCCACCIO netta Novella eli M. Simone
Medico: E come su so-v i tiete acconcio cosi a modo che se steste cortese,
v i recate le mani al petto. Cio: Come qu ando i Tu rchi adorano, dice
I'ALUNNO nelle sue Ricchezze.
(b) Sottintendi a.
96 DELLA TBANQ. DELL'ANIMO
nostri tempi. Diranno que' savi : non curare i tuoi dolori.
Facile precetto a dirlo ! facile a dirlo ! Ma colui il quale
perdette i noti a s , domestici, congiunti, amici, perdette
le altre sue comodit e onestameli t i , perdette sue fortune
domeni che, amplitudine, autorit pubblica, e luogo di
degnit ; e ora si trova in solitudine, assediato da ogni ne-
cessit, abietto, destituto (a) , e forse malfermo e poco intero
in suoi membri e nervi ; come aiuter e sovverr a s
stesso ? Voi forse a costui adducerete que
1
detti vulgatis-
simi e notissimi: non ti dispiaccia la cecit t ua, non ti
aggravi la sordit. Quando molte cose test non vedi e
non odi , quali soleano addolorarti, assai vedi quando tu
di s c e mi , le buone cose dlie non buone, le degne dalle non
degne ; e assai odi quando tu odi te stesso in quelle cose
che Caccino a virt e laude. E bene bassi la notte i n. s
ancora i suoi diletti. Le fortune, il nome, lo stato, la fe-
licit del vi vere, direte che siano cose caduche.e fragili:
elle pur sono quelle per le quali tutti i mortali contendono
col ferro e col fuoco, e per quali espongono suo sudore e
sangue e vi ta: e voi vorrete eh' io non le curi n desideri?
E pure mi duole, A gnolo, e duolmi non le av e r e : 4 ben
ch' i o mi disponga coir animo, e al tutto m'affermi a non
curare e non desiderare quello che a me sia vietato e pr-
duto ; pur quando spesso ora vedo i luoghi e cose, quando
odo e sento questo e quest'altro, quando nel mio pensare
trascorro di cosa in csa, allora, come non sol dicea
Dido presso a V irgilio, agnosco v eteris v estigio, flammae;
ma e in prima mi si rinnuovano mie triste memorie, e
(e) Abbandonato. Forse qui l'Alberti parla di s stesso.
LIBRO TERZO 97
raccendonmisi insieme i miei dispiaceri oltre a modo; e
dico anche i o :
Du lces exu mae lu m fata deu squ ? sinebanl
v
a) ;
e vienmi (6) lacrimato prima che io m
1
avvegga del mio o
volete errore, o volete dolore. D iresti: e perch piangi?
Risponderesti come rispose Solone filosofo: piango perch
rato che il pianger nulla giova al mio dolore. Ma in
questo chi mi riprendesse (e). Noi vediamo naturai desiderio
fino alle fere silvestre, intorno a* nidi e presso a' covili
suoi, dar segni manifesti de
1
loro incomodi. E prudentis-
siiBO fu quel detto del figliuolo di Nestore, presso dal nostro
Omero : io non lodo '1 piangere ; e piangere nulla i morti
noi mi par biasimo, quando questo solo onore si debba
a' miseri mortali usciti di vita. Vedi che P riamo, re pro-
dentissimo, alle esequie del suo Ettore, fortissimo figliuolo,
comand si celebrassero i pianti interi nove d : poi 'l de-
cimo si seppellisse, e facessersi le esequie; e l'undecimo
d ordin se gli construisse '1 sepolcro onoratissimo. E ebbe
in queste funerali cerimonie chi con modi e canti 6 versi
lacrimosi esercitava mestizia e sospiri a chi udiva e vedeva.
Simile lodano Marco Fabio, che, perduto il fratello, re-
cus la grillanda, insegna pure onoratissima. Ma che
raccontiamo noi esempli de
1
principi mortali? o donde
meglio comprenderemo quel che in questo s'approvi presso
de' dotti e famosissimi scrittori, quando la Dea degl' Iddii,
presso a Omero, prese il ve Lo nero nel suo merore e cor-
doglio ?
(a) VIRGILIO, Eneide, Lfb. I V .
(6) Nota questa frase dove il verbo v enire denota facilit dell* atto*
(e) Sottintendi : a costoro risponderei io.
ALBBRTI. T.l. 13
98 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
AGNOLO. Or cos fa', Niccola : tu uomo, qual sopra
gli altri sempre fosti in ogni tua vita sempre pazientissi-
mo, segui meco argomentando e dissuadendo la pazienza.
Se io volessi mostrarti quanto il sapere, come e' dicono,
vorare (a) la inezia del volgo e piegarsi alle temerit de' venti
e aure popolari, sempre fu cosa commodissima ; e s'io vo-
lessi esplicarti quanto l'esser non subito (6) , non precipitoso,
non avventato in suoi movimenti d'animo e volont, sia
cosa necessaria in vita, atta a virt, conveniente a bene
e beato traducere ogni sua et piena d'officio (e) , piena di
frutto, piena di merito, nulla difficile, nulla ingioconda,
nulla disconveniente a chi sia ben confirmato con ragione,
e bene instituto ad onest, e dato ad acquistar lode e buona
grazia fra i mortali e posterit, non mi basterebbe '1 di4
tanta copia d
f
ottimi argomenti mi si inonderebbe (d) e sup-
pediterebbe. Forse altrove a tua posta ne disputeremo. Per
ora, quanto accade al nostro proposito, a me nulla dispiacer
ti consigli colla necessit e colla opportunit de' tempi tuoi.
Che dici tu, e' mi dolgono le offese ? io desidero le cose pre-
giate ? Che adunque eh? che faremo? al primo impeto ne
scopriremo e ostaremo armati. Guarda, Niccola, quanto
sia utile questo consiglio, dirai: e a te Agnolo, che ti
pare ? vedi quanto io mi ti dia facile e largo : non vorrei
essere udito da questi miei filosofi. D ico, Niccola, e tu
(a) Pi comune div orare. Questo traslato risponderebbe a quello
che In varie parti d'Italia dicesi mandar gi, inghiottire, parlando di cose
spiacevoli e In significato di tollerarle, per non poter altro. Ma sarebbe
forse stato pi naturale, l'aver detto : Se io v olesti mostrarti qu anto U sopir
comportare la inezia del v olgo, ec.
(b) Su bitano, iracondo,
{e) Rigu ardo.
(d) Avverti inondarsi, neutro passivo, non registrato nel Voeab.
LIBRO TERZO 99
Battista, della sofferenza si vuole avere o nulla o troppo.
Nelle altre cose giovi usare mediocrit: in questa, dove
i u non puoi presentarti a averti libero, obbedisci a chi
pi pu. A Euripide poeta parea la inobbedienza della mol-
titudine pi che 1 fuoco v al i da, e pi atta a destraere e
consumare le cose. Dicono che la moltitudine sempre fu
insuperabile : Omero diceva che il male sempre vince ;
ma quanto, e dove, e a chi bisogni cedere, insegner la
necessit. E giudica necessario il cedere sempre, dove t u,
cedendo, non peggiori tuo st at o: e quello che per ora si
pu mutare se non in peggio, giudicalo ottimo (a). Nel resto,
ti concedo che dove a te sia lecito, mostrati uomo non al
tutto senza stomaco ; spegni, attuta (6) l'arroganza di qualun-
que t'incende ad ira. E cos adunque a me non dispiacer
ti consigli colla necessit e colla opportunit de* tempi tuoi
in ogni tua impresa e faccenda. N ti distolgo da' tuoi
sensi e proclivit umane; n t'interdico che a te non
dolga perdere e non avere tue care cose e amate. Ben ti
rammento non perseveri col dolerti; n seguiti essere e a
te grave, e a* tuoi bisogni inutile e sinistro, e che desideri
e che chiedi quel che i mortali pregano e propongono, e
per quale s'espone '1 suo dolore, il sangue e la vita. Questo,
se gli possibile acquistarlo e recuperarlo col dolerti e
col piangere, come molti fanno, s e g ui ; vivi in assiduo e
profondissimo dolore, tanto che tu a te satisfaccia, e asse-
guisca i tuoi desiderii e espettazione. Fa' come fece quel
M. L ucio, uomo onoratissimo in R oma, quale sperava, e
a s stesso prometteva il consolato : ma poi repudiato dal
(a) Bella e utile massima.
Acqu eta.
100 DELLA TRANQ. DELL ANIMO
popolo, e caduto dalle sue espettazioni in quella petizione
del consolato, se lo riput ad ignominia; e per questo si
commise in solitudine, e fugg piazza e teatri e templi, e
fugg ciascuno luogo pubblico e celebre, e fugg la patria,
e visse anni otto in villa vita cordogliosa e -squallida. E se
tu pur vedi che '1 tuo lagnarti, e questo tuo condolerti
entro a te, e questo tuo in tristezza vivere e merore, nulla
t'apporti d'alcuna di tante cose qual tu vorresti, che stol-
tizia sar la tua non abdicare da te quel che ti strazia
e atterra ? Nulla si trova grave e molesto a
1
nostri animi,
quanto l'attristarsi dell' altre perturbazioni. La libidine ba
in s un certo ardore, la immodesta letizia ha in so una
inetta levit, la paura ha in s un non so che disfidarsi
e troppo umiliarsi. Ma questa egritudine d'animo, qual
chiamano tristezza, questo dolersi e vivere tedioso a s
stesso, ba in s maggior mali insiti e infissi. Dicea Omero
che la miseria presto invecchia: e tu cos vedi i cordo-
gliosi deformati, languidi e fedissimi (a) , contorcersi ne' loro
intimi cruciati, e, simili a un trave annoso e corroso da
tarli, putrirsi (b) e in sordi dirsi. Adunque, e che insania fia
la tua pur nutrire in te quel che ti seduce e distiene da ogni
tua speme ed espettazione ? Ghe pur segui t u , ove nulla
giova e molto nuoce al condolerti e attristirti? Non senti
tu che questo tuo involgerti e sospingerti col pensiero in
questa ortica di tue triste e ingrate memorie, ti rende
inabile a discernere e distinguere quel che al bene a te
s'acconfacea in v i t a, e rendeti inutile ad escogitare (e) e
preordinare le cose buone e opportune e abili per evitare
(a) Orridissimi.
(b) Impu tridirti e div enir sordido. Ambe voci nuove pel Vocab.
(e) Attentamente pensare, da excoQilare, Ialino.
LIBRO TERZO 101
e propulsare i percoli e difficolt, quale tuttora incorsano (a) ,
e da molte parti noi urtano in vita. Se a te dolgono i tuoi
incomodi, tu a te stesso in questo ne dai cagione, quale,
dolendoti, male curi i fatti tuoi. Se a te dolgono le tue
volutt perdute, riconosciti ornai in colpa, ove tu non
fughi da te ogni tristezza, e t dai ad altri nuovi diletti
e amenit e piaceri. Se i tuoi onestamenti (6) e gradi perduti
ti perturbano, tu in questo rimanti di sinistrare (e) te stesso,
ove dimostri non essere per tua prudenza persuaso gi pi
tempo, che tu eri non dissimile dagli altri mortali, e sentivi
%
e riconoscevi te subietto ed esposto a' casi varii e vo-
lubilit della fortuna. E che giustizia i a la tua, se tu pure
obdurerai recusando in te alcuna delle condizioni dovute
a chi vive ? e che officio di prudenza sar la tua non rico-
noscerti uomo? e che modestia sar la tua non por, quando
che sia, fine e termine alle tue querele? e che lode d'animo
grande e fermo sar la tua, non por, quando che sia, fine,
se tu, nato a imperare e reggere gli altri, non saprai mode-
rare te stesso? E se in cose alcune bisogna moderazione e
ragione e virt, certo bisogna contro al dolore. Oreste per
dolore venne furioso; Gleobolo filosofo (85) , estinto da sue
gravi malinconie, usc di vi t a; Ecuba fingono che per acer-
bissimi morsi de' suoi dolori, divent cane e arrabbi (86) ;
Niobe fingono che addolorata si convert) in sasso (87). Adun-
que se pel dolore si diventa e furioso uomo, e arrabbiata
bestia, e insensato sasso, qual sar che non curi con ogni sua
opera e forza lunge propulsare da s questo dolersi ? Ma
(a) Correre addosso, dal lat. incu rsore. Voce nuova pel Vocab.
{b) Ornamenti, dair honestamentu m por de'Latini. Onestamente non
nel Vocab.: che registr peraltro onestare con altri derivati.
{e) DaW addolorare te stesso.
102 DELLA TRANQ DELL'ANIMO
tu, Niccola, in ogni mia argomentazione, vedi tu come io
nulla a te vieti, che tu non sia in tue opinioni e volont
uomo si, ma proibisco non diventi efferato e immanis-
simo? E tu pur quivi t'affolti, e come la coturnice, rin-
chiusa nella gabbia, pur vorrebbe uscire per quel poco che
a lei pare non bene intero,' tu cos quinci forse vorresti
uscire in maggior disputazione, ed estenderti in pi lati
campi d
1
argomentare contro a* detti miei : oh egli cosa
molesta e veemente il dolore ! e
1
vince ; o egli cosa difficile
e dura il non sentire, e non cedere a* mali suoi ! Eschilo,
poeta tragico, quando egli adduce uno e un altro degli
Dii venuto a consolare Prometeo rilegato e alligato (a) a quel
sasso al Caucaso, non diceano: o Prometeo, non curare i
tuoi mali e non gli sentire ; ma diceano : quello che a te
imposto dal sommo G iove, quello che tu non puoi re-
cusare, quello che a te necessit sofferire, soffrilo con
quanto men puoi agitare e infuriare te stesso. E Prometeo
pur si lagnava con parole immoderate, e dicea : io pur
feci che i mortali mai pi morranno ; io imposi loro molta
speranza e molto cieca; e insieme aggiunsi quel vivo e
celeste ardore (88). E qui V Oceano, massimo degli Dii (6), li
rispondea: t u, o Prometeo, lascia questo tuo fasto ed ela-
zione (e) antica; usurpa (d) test nuovi costumi quando 'I cielo
serve a nuovi tiranni, e al tutto modera a questa tua
(a) Confinato e legalo, ec.
(b) L'Oceano era una divinit de ' g e nt i l i , tenuta da essi per genera-
trice di t ol t e le c o s e , e per l'Alberti qui lo chiama massimo degV Iddii;
come I'ALAMANNI anch' egli in un Sonetto par diceva :
L 'O ceano gran padre delie cose.
(e) Gonfiamento d*animo, su perbia.
(d) C io: prendi, assu mi nu ov i costu mi, qu ando il citlo seconda il
LIBRO TERZO 103
lingua e procacit (a). L'ira di chi pu tanto in te quanto
tu provi, si seder colla tua sommissione, molto pi che
coll'alterezza. L'ira che t'incuoce si spegne e mitiga colle
umili parole: e gioveratti non raro parere mn savio e
men dotto che noi non siamo. Della Necessit (6) sono mi-
nistri il Fato triforme (e) e le mai dimentiche Erine (d).
E cpsi dicea l'Oceano a Prometeo. E appresso d'Euripide,
pur greco poeta e tragico, dicea Ulisse ad E cuba, quando
e* le nunziava che l'esercito de' Greci costituiva, per utile
e salute del nome di Grecia, sacrificare agl'Iddii la sua
figliuola: pensa, o Ecuba, ora non pi lunge a' tuoi mali,
e da' senza contumacia quello che tu non puoi denegare
a
9
casi tuoi. Sempre fu opera del savio usar senno ancora
in le cose non buone: e noi che faremo in le nostre
avversit? Nulla udiremo questi ottimi ammonimenti, de-
gnissimi di mandarli e osservarli a perpetua memoria?
Anzi, come il poledro, pur ne combatteremo e straccheremo
subagitando e resteggiando (e) qua e qua, obdurati in nostra
(a) Soperchia franchezza, immoderata incontinenza. Procace ha il
Vocab., ma non procacit.
(6) La Necessit che ORAZIO chiama dira o saev a Necessita*, era una
divinit de' pagani che andava innanzi alla Fortuna, in quella guisa che
t littori romani andavano innanzi al consoli, e teneva in mano grossi
chiodi, uncini e liquefatto piombo, di che servivasl la Fortuna come I
consoli del fascio de' littori.
(e) Presso I gentili era il Fato una divinit che presiedeva di neces-
sario e Immutabile succedersi degli eventi. Noi cristiani chiameremmo
lo prov v idenza di Dio.
(d) Oggi pi volentieri Erinni, ed Erinne nel numero del meno.
Erine, nel pi e nel meno ugualmente, gli antichi. Era II nome delle Furie
infernali. Vedi la Favola.
[e) Fermandoci qu a e col, {festeggiare, significa II fermarti delie
bestie da toma, qu ando non v ogliono procedere pi innanzi; Io stesso ebe
dire : hanno U restio. Il Vocab. non nota questa voce.
104 DELLA TBANQ. DELL'ANIMO
contumacia, contro a chi ne osserva e regge? E non ci
mitigheremo, n sosterremo chi ci contiene legati e frenati?
Indi e come riputeremo noi disposti a nulla desiderare
quello che fia irrecuperabile? costui, cui a ogni minima
favilla di sue gi estinte memorie si raccendano maggiori
cure al petto, n s'avvegga del suo errore altronde che dalle
sue proprie lacrime ? E che piangi, uomo effeminato ? Per-
detti; non ho; vorrei. 1 fanciulli vezzosi imparano piangere
dalla troppa indulgenza della mamma : e quando e' non
impetrano da lei quello eh' essi chieggono, allora giova '1
piangere per satisfarsi. E noi in questo siamo e pi leziosi
e con meno senno che i fanciulli, ove pur perseveriamo
contorcendoci e singhiozzando in nostri convenevoli e pia-
gnistei, e vediamo e conosciamo che nulla giova. Quando
a casa di Febo convenirono dimolti Dii per confortarlo nel
caso di Fetonte suo figliuolo, piacque a Febo convitarli, e
apparecchi loro, secondo '1 costume antico, quello epulo (a)
e lettisternio (b) consueto. Erano infra que' divi il Pianto e
ancora il R iso, fratelli gemini (e) e nati in un solo parto,
figliuoli nati della dea Mollizie e di quel Fauno, quale
chiamano Stolidaspero. Pirteo, ordinatore dell'apparecchio
procedeva disponendo a' convivati loro luoghi e seggi.
Quando e' divenne a questi duo fratelli, e' si ferm, che
(a) Epu lo, da epu lu m de' L at i ni , ma voce nuova per no i , significava
presso codesti un solenne banchetto e propriamente u n pu bblico conv iv io che
dov asi al popolo, o nella sagra di qu alche tempio, o in qu alche pu bblica alle-
grezza, o nei fu nerali di alcu n gran personaggio, o nei trionfi, o nell'occasioni
di pu bblici giu ochL
(b) LettisUrni dicevano t Romani antichi alcune cerimonie consi-
stenti nel far banchetti, cai essi convitavano g' I ddi i , i simulacri de' quali
t i ponevano sopra de' l e t t i , intorno una tavola su cui venivano servi t e le
vivande.
(e) Gemelli.
LIBRO TERZO 106
non potea non maravigliarsi, mirando quanto e' fossero in
ogni loro effigie e lineamenti troppo simili : n appena di-
soerneva indizio alcuno, per quale e'riconoscesse Fjin
dall'altro, che stavano amendue simile colla faccia trasfor-
mata dagli altri Dii. Vedovigli colla bocca di qua e di qua
inversata (a), collo ciglio contratto e innodato (b), cogli occhi
lucciolosi (e) e rappresi, colle mani e petto e omeri impli-
cati e discommessi. Solo una differenza vi s'aggiugneva:
questo , che l'uno di loro ti si porgea tutto bavoso e
tutto muccilutoso (d). Miravagli Pirteo, e dicea : non saprei
chi mandarmi di voi innanzi a sedere; ma qualunque
di voi si muove prima l'altro lo seguiti. E questi due
stavano pur quasi stupidi, n cosa favellavano ; ma rom-
pevano in voce e gesti inettissimi e disonestissimi. Pirtea,
vedendogli cosi osceni e trasformati, si maravagli che
infra ' 1 numero degli D ii ottimi e massimi, fossero due s
osceni e ingiocondissimi mostri.
1
Nel maravigliarsi, quando
esso guardava fiso costui, gt' interveniva che fingeva per ma-
raviglia in s viso simile a chi e
1
pendea col guardo e colla
mente. E quanto submirava (e) quest'altro, simile imitava,
(a) Riv oltata nella contraria parte, perch ridendo e piangendo si
mandano i confini laterali delia bocca nei v erso infu ori opposto al natu rale*
(6) Annodato, cio increspalo,
(e) Lu ccicanti per le lagrime, che percossi dalla lu ce somigliano in
qu alche modo alle lu cciole. Qafndl le (tasi comuni far gli occhi lu stri, di chi
comincia a commovere! al pianto ; e fare i lu cciconi e t lu ccioloni, di chi.
piange a grosse lagrime.
(d) Mu ccilu loso risponde a quello che da noi si dice moccicoso. In
alcuni paesi d'I talia a chi piange dicesi : fa il moccio-, perch ordinaria-
mente I bambini quando piangono fanno anche il moccio.
(e) Rigu ardav a fiso.
A L BE R TI , T. I. 14
106 D ELLA TRANQ. DELL'ANIMO
I
quest'altro. Gli Dii, chi sorrise della inezia, clri forse si eoa-
dolse di tanta loro disadattaggme, e esclusegli dicendo :
n tu hai viso da onorare in simile convi t o, n tu hai
faccia da consolare i calamitosi. E certo pur chi redi
s stesso quando e' piange, o befferebbe tanta svenevolezza
e doirebbegli tanta sua bruttezza. Dirai : e chi pu tenere
le lacrime ne* suoi mali? naturai desiderio! Vedi n s a o
alle bestie pe' boschi pe' diserti, danno segni manifestis-
simi del loro furore, cme per altre molte loro cose. E per
questo ancora in prima sono bestie, se desiderano quello
che sulla possono trovare, o se credono coi su o urlare e
accanirsi trovar pi tosto e con men fatica, quello -che le
siano forse per asseguire. E t u, ti orno, che piangi? Se tu
avessi altro che fare, corto non piangeresti* I Gerosolimi-
tani in quel suo ultimo eccidio, in cui perirono pi di set-
tecentomila conosciuti ebrei, oppressi dalla fame, non solo
non piangeano, ma si dimenticavano di seppellire suoi
cari ed amati. Ultsse, presso ad Omero (non senza volutt
rammento spesso il nostro Omero, quando anche a te
e' pare specchio della vita umana) , in cena, a chi chiedea
da lui che recitasse i casi suoi, preg che lasciassero
prima eh'e
1
satisfacesse alla fame e sete s ua, quando la
fame fa dimenticare ogni altro dolore. E que'compagni
d'Ulisse non prima che dopo cena, appresso Y isola d'Ipe-
rione, cominciorono a piangere i suoi perduti amici e
cari. E qhi troverai tu, a chi non soprabbondino tuttora
cose maggiori e pi necessarie e utili e pi degne ohe 'I
piangere? E se pur questa insania del piangere ti diletta,
almeno fuss'ella con qualche scusa. ^
Lasciamo a dietro l'altre cose in pronto, esposte e ma-
nifeste, quali, quando che sia, onesterebbero le nostre
LIBRO TBttZO
lacrime : chi che mai pianga pur una di tanti pmi k
perduti oziosi, o adoperati in viario e vituperio? E qyal
ti pare mal maggiore, o perdere quello che mai si possa,
BOB dico recuperare, ma n ristorare; o perdere quelle cose
quali siano e nate per perdere e alte a riavere ? Non voglio
stenderai in amplificare e coadornare questo luogo :
dico, di e se pur lice
f
l piangere a noi uomini tutti di lettere,
sar quando o perderemo tempo o commetteremo qualche
errore. Ha n qui ancora voglio tto essete rigido e austero*
come nella battaglia il tortissimo milite ove e
f
si sente stracco
e oppresso; cos tu cedi alquanto ad secu ndos, et mn inter
triarios ordines (a), ed ivi astergi
f
l sudore, e premi fuori 1
sangue circumpreso (b) a quella scalfittura ricevuta in t e ,
dove tu non eri bene armato. E ancora non t
f
incolper,
se tu darai qualche lacrimetta dette tue all'uso e opinioni
degli altri, quasi segno e testificazione della umanit tua*
Ma in questo odi t u ! tuo Omero, dove UHsse diceva:
oanvienti por moo a'nostri pi a s t i / accioeh di queste
(a) Cio: come nella pu gna il forassimo soldato, sentendosi stracco,
cede alqu anto, ritirandosi nella seconda e non mila terza fila, coti tu pu re
riattati, ma sol tanto che non paia av ere per v ite di spirito sedu to pi del
dmere, e in mode da sembrare esserli doto pmltoslo atta Mia Presso*
I ternani i Veliti erano i primi a ingaggiar fc battaglia ; quindi combat-
tevano ti Astati, t qaaH w non avessero potalo ribattere II ntatteo-,
m fossero siali respinti essi stessi, si ritraevano nella fila* a loco p m*
stasa eoe era quella oc' Principi (cos etti perch una volta tana I
piimi ad azzuffarsi ) , ed anche dietro di essi se fossero stati Inieta-
raente ftaacbf. Ed ove anche I Principi avessero combattuto co avversa
fortuna, allora gli Astati si ritiravano pi indietro, conduceudesl 8anfth&
dopo I TrUri, che erane-1 veterani e I pi esercitati neHa guerra, e come
la asMsta i riserv a.
(b) Rappreso intorno. Circu mpitssa l egfe II XXI
108 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
femminelle, qualcuna vedendoci col viso madido (a) mz-
zo (6), non ci reputi forse ebri.
E certo sar allenissimo d'ogni costanza virile por-
gersi tale, che sia o simile alle femminelle, o simile a chi
sia poco sobrio e continente. E sar nostro officio, e pro-
prio e d'uomo, far non pi che solo come fece E nea ap-
presso di V irgilio, quale, in tanti pericoli suoi e circostanti
mali, Solu m ingemmi, et palmas ad sidera tollit (e). L e molte
lacrime, gli acerbi pi anti , l'urla e strida femminili, a
r
nulla sono degni d'un uomo.
Appresso de' L i ci i , popoli civilissimi, era una l egge,
che chi pur volesse piangere, si vestisse con veste di qual-
che femmina : ma t u, se pure a que' gemiti virili forse
n' aggiungi una e un' altra l acri ma, e sfoghi qualche ultimo
sospiro, ponvi modo. Numa re de'R omani, uomo reli-
giosissimo, piissimo, viet che i morti si piangessero pi
mesi (d) a numero che fossero gli anni, quali que' morti
erano stati in v i t a ; n volse che i fanciulli, d'anni tre in
g i , punto si piangessero. Il Senato di R oma, ricevuta la
(a) Madido, cio bagnato. *
(6) Mzzo coire stretta e l azcruda, aggiunto proprio delle frutta
che hanno oltrepassata la maturila; e siccome in tali frutta rumore so-
vrabbonda In guisa che ad ogni minima pigiatura facilmente pu prorom-
pere, cos a ogni altra cosa, bagnata d'acqua o d'altro liquido hi un modo
eccessivo, suoi darsi l'aggiunto di mzzo. Mzzo,dunque aggiunto
a bagnato, accenna pi di bagnato e di fradicio .-quindi il modo fradicio
mzzo.
(e) Sola gemette, e lev al del le palme, In segno di rassegnazione.-
V. Eneide, Llb I , v. 92, ec.
(d) Cio:- Nu ma re de* Romani, ec. ; v iet che si portasse il lu tto pei
morti pi mesi che non erano stati gli anni della loro v ita, come fin a
allora si era generalmente usato di faro.
LIBRO TERZO 109
clade (a) optici Canna (6), gravissima e da viverne tutta quella
et addolorati, comand si sedasse ogni lutto in Roma, n pi
si protraessero i pianti loro che sino al trigesimo di. Cesare
dittatore, '1 terzo d impose fine a ogni lutto domestico e
pubblico, con qual si degnasse (e) e onestasse le esequie della
sua morta figliuola. Cos e no i , quanto potremo subito,
porremo fine a queste inutilissime inezie.
N per tanto mi fastidia questa levit femminile del
piangere, e scalfirsi le guance, e pelarsi 'I capo, quanto
mi pare da odiare e fuggire quella insania di molti, quali,
per loro concette malinconie, sviano '1 sonno, interessano '1
cibo, perdono s stessi, fuggono e vedere ed esser veduti
dagli altri uomini, e in sua solitudine e ombra stanno stu-
pidi e quasi stolidi ; dolgonsi e predicano esser s sopra
tutt' i mortali miseri e infelicissimi : n per restano ag-
giungere a s stessi continua infelicit e miseria, mentre
che cos si crucciano e tormentano con sue triste memorie,
concepirti dispetti e dispiaceri.
Ma noi siamo imprudentissimi, ove male conosciamo
lo stato nostro. Se, come dicea Socrate, tutti accumulassimo
insieme i nostri mali, a ciascuno parrebbe men peso ri-
portarsi que' suoi antichi incarchi, quali e
1
port quivi, che
di nuovo entrare sotto a questo inusitato peso e molestia,
(a) Sconfitta, strage. Latinismo usato ancora dail'AHiosTo, ma in poesia
ed in rima :
E tra lor cominciar con fiera clade
A tirar archi e a menar lancie e spade.
Ori. Fu r., C. XXVI, st. 15.
(b) Presso Canne. Parole latine.
(e) Degnare; fare o repu tar degno. II PETRAHCA :
Che fosti a tanto onor degnata allora.
110 DELLA TBANQ. DELL*ANIMO
quale a lui conv errebbe se tutta la sona de' mali uni*
ersi de'mortali sr distribuisse per sorte eguale a tutti.
E quanto sarebbe soma pi abile quella di Priamo, di cui
si cantano que' versi, troppo teneri e molto veementi a
eccitarci a compassione de' mali a l t r a , e di contenerci
e ritrarci da ogni nostro inconsulto (a) discorso in nostri
effetti e immoderata volont.
Haec finis Priatni, faloru m : hic exitu s ittu m
Sorte tu Ht Troiam incensai* $1 proapsa v idenUm
Ptrgama, tot qu ondam, popu U* terrisqu e su pirtnm
Regnalorem Asiae (6).
Non mi essendo in raccontarti le calamit sue. Felice lui,
se di tutta quella soma, qual doea Soorate, non pia a
lui fosse stata imposta dalla fortuna sua che solo la
parte sua.
Appresso certi popoli (e) era una consoetudine che g' in-
fermi giaceano fuori' a' vestiboli e entrate dal tempio. Gbi
entrava a salutare I ddio, vedeva e udia ogni progresso
di quella infermit, e dicea : questo medesimo interrenne
al tale, e intervenne a me : feci vi quello e queir altro
rimedio, e sanificammo (d). Contrario uso mi pare I no-
stro che i medici, onde impariamo sanificarci, stanno
a
1
vestiboli de' templi nostri (e). Quanto mi sollevano, Ni o
(o) Impru dente
r
scmsigUalo.
(b) Eneide, LIb. I l , v. 554-58.
(e) In tultf l testi questo vuoto, ma' forse doveva andarvi gli Egiziani.
(d) I ntransitivo: ritornammo sani.
(e) C io: Contrario u so mi pare il nostro, che i medici stanno in-
v ece essi in oggi ai v estiboli de' templi, per sapere dalle genti de* malati, le
qu ali v anno atta chiesa, chi infermo, e per dir loro i rimedi della
malattia: e questa spiegazione, s e non erro, panni l'unica da poter in
qualche modo dilucidare questo passo di non facile InleWgenza.
LIBRO TERZO 111
cola, questi affitti e latti dalla sua fortuna e morbo, quali

tu redi midi, sauciati (a) , in et stracca, imbecillissum,


sedere e giacere su dove tu poni i piedi, e pregarti limo-
sina e piet. I ndi, Battista, indi prenderemo ottimi e. sa-
lutiferi rimedi. Colui povero, e pregami;.io ricco, e dono;
colui ogni suo membro nudo ; io per iraioo alle mani e molta
parte del viso (membri da volersi espertissimi) tengo vestite
e obvolute (b) ; colui scabbioso, lebbroso, immondissimo, tutto
carco di malattie e lutoso (e), fetido e virulento (d) umore;
io nitido, splendido e tutto vezzi. Di tanta oscenit e fe-
tdit (e) toccherebbe parte a me, se ogni cosaci distribuisse
per sorte : e non si distribuendo, i o pur sono lungi (/*) molto
pi felice che costui. O costui poltrone, gaglioffo, e pia-
cegli essere non altri che si sia uomo : e pure di quel
medesimo luto (g) che si sia tu. E tanto pi dehbe muoverti
a piet ; e insieme tanto pi debbe muoverti a riconoscere
la tua sorte e la tua calamit, quanto in lui sono e mem-
bra e mente men sana che in te; E appresso dimmi,
queir antico Mecenate nobilissimo, nato di stirpe regale (A) ;
quell'amico e nutritore di tutti i buoni studiosi, quanto ti
parse gli per sua nobilt degno della sua assidua mole-
fa) Piagali: latinismo troppo sensibile.
(fc) Imolle, inv oltole,
[e) Lotoso, fangoso.
{d) D'indole v enefica.
(e) Astratto di fetido, fetore.
(f) Nel senso del latino longe quando si osa ne* gradi di compara-
rione : sono di gran lu nga pi fette* di cosini.
(g>) Fango, d'oade U Moto precedente.
(
(A) Cos il XXI Magllab. Tatti gli altri testi hanno edilu s alav is re-
gibu s , ma ci parve pi ragionevole prescegliere la lezione italiana. - In
quanto a Mecenate, vedi OBAIIO , Ode /.*, Lib. I . ; contentandoci noi
solo di dire che egli era d'A reno.
112 DELLA TRANQ DELL*ANIMO
stia? Costui molta sua et sostenne in s perpetua febbre,
senza dormire pure uno minimo momento d'ora. Troppo
sarebbe cosa troppo divina non essere gaglioffi) se solo
quella generazione di uomini soffrissero gli ultimi mali.
Ma non mi stendo ; gi che in recitare le miserie dei
mortali mancherebbe il di. Tanto dico che non solo rico-
noscerci uomini e pensare alle sorti e condizioni umane,
come ieri dicemmo, fanno escludere le maninconie ; ma e
ancora giovano espurgare le gi concepute e al tutto in-
fisse entro all'animo. E non solo questo riconoscer te stesso,
ma insieme qualunque cosa, propulsa e distiene (a) da noi le
perturbazioni; questa medesima le evacua, e risanifica
l'anim nostro gi contaminato e corrotto. E massime quei
luoghi d'argomentare, quali tu usurperesti in consolare
altrui , que' tutti adduceranno a te stesso molta utilit.
Quali forse saranno questi: se uno de*mortali fu quello
da cui tu ricevesti ingiuria : mala cosa l'ingiuria, perch
mai fu ingiuria senza vizio, n vizio senza colpa: ma il
vizio e l'ingiuria rimane a lui ; ed non tua, ma sua di

chi la fece. Se il male d'altrui, non bisogna eh* e


9
dolga
a t e : e se forse furono i cieli e que' ministri della vo-
lont di D io, quali i teologi antichi appellavano Iddii
quelli che cos t'addussero in calamit accettalo in miglior
parte, quando tanti beni ricevesti da loro quali per loro na-
tura, sempre furon benigni e liberali, e cupidi di vederti mi-
gliore. Aggiungi, che sempre fu officio de* prudenti prov-
vedere a s che nulla gli oppressi. E simile sempre fu
officio d'animo forte sofferire qualunque cosa avvenga
(a) Ecco dislenere coi sesto caso che gli acquista significato di tener
lontano, e in questo senso da essere notato ne' Vocabolari.
LIBRO TERZO 113
trversa. Voglio ne' tuoi mali invochi aiuto da Dio ; ma
non voglio in questo t' abbandoni e diati a intendere non
potere in te di te quello che tu puoi. Resta, quando che
sia, sollecitare g' Iddii con tanti tuoi voti o chieste. Eccita
m te la tua virt: Sat sit mens sana in carpare *ano.
La mente nostra sar sana quanto la vorremo esser sana.
La fortuna buona ben possiamo noi appetire dagli Dii ; ma
4a n o i , dal nostro studio, da*nostra diligenza impetreremo
sapienia, ornamenti d'animo, e lode di bea composta mente.
Chiederai nei tuoi casi avversi forse dagli Dii sapienza
e virt: subito ti si presenter la prudenza, quale a te
vieter perseverare in questo tuo dolerti, onde a te niuno
resulti profitto : ed eccoti colla prudenza, insieme colla
temperanza, a quale nulla grada (a) ogni tuo fatto e detta
smoderato e non maturissimo. E in prima la giustizia,
lume e splendore di tutte le virt ; t' accusa e appellasi
deserta da te ; dove tu c os , quasi in prova (6) degeneri
dalla virilit e dal giusto e retto stato di ben vivere,
abbandonando te stesso e tuo officio. E alla fortitudine, a
CHI fastidia ogni tua imbecillit, e vilipende qualunque
sia cosa non eccelsa ed erta come sarai tu bene accetto
neutre che tu giacerai in solitudine e in ombra, mar-
cendo te stesso? Sollevati adunque ornai, e alta te stesso,
e adattati a vincere: e vincerai per tua virt quando vorrai;
e aiteratti a vincere chi tu meno credi. Questa tua fortuna
avversa t'insegna esser paziente; la pazienza confermer
la virilit; e colla virilit si vi dee; e vincendo, in ogni
milizia si diventa tortissimo e insuperabile.
(A) Gradare, gradire, piacere.
(6) A potla, deliberatamente.
A L BE R TI , T. l .
114 DELLA TRANQ. DELL ANIMO
La fortuna per s, non dubitare, sempre fu e sempre
sar imbecillissima e debolissima, a chi se gli opponga.
Ma tu non aggiugnere a* reflui (a) e ritrosi della fortuna, i
sinistri impeti di te stesso. Pure intraversandoti contro a
te, e contro all'ozio tuo, e contro a ogni dovuta quiete
dell'animo tuo, fugg combattere contro a t e , e resta ferire
assiduo ivi, dove tu ti senti pi debole, e men provvisto
e armato. Fuggi in ogni tuo ragionamento, quale tu bai
fra t e , ogni parola in condolerti, e ogni gesto e ogni
gratificazione a te stesso, quale tu, presenti gli amici e
inimici tuoi , altrove non useresti. E , come in mare
l'ancora, cos in ogni estuazione tua d'animo e mente,
fondavi e affermati con integra ragione e virilit. E a
questo, molto insieme a te giover consolare te stesso
con qualche lieta memoria delle cse passate, o qualche
grata espettazione delle cose che siano per avvenire : con-
trapponendo a' mali tuoi ogni tuo bene e lode, quale a
te sia o dalla tua fortuna addotto, o alle membra tue ag-
giunto o imposto nel tuo ingegno. E gioveratti far come
Enea, quale, ne' duri suoi casi ed errori, fatis, inquit (b),
fata rependo meis. A tanti espettati beni, non ingiuria (e)
si debbono queste e maggiori fatiche. Quanti meno sono che
potessero soflferire coir animo non rotto ed equabile queste
(a) Refluo da reftuus, a, urn, che presso i Latini significa quod refluii,
quod retrogrado ferlur fluxu, ci che refluisce, che portato con flutto
retrogrado: e ritroso quasi retroverso. Modo nuovo per esprimere le vi-
cissitudini e renitenze della contraria fortuna.
(6) Inquii non parola di Virgilio, ma dell'Autore : e quantunque
latina, si riferisce a quale, che pi sopra.
(e) Non a torlo al modo de* Latini. CICERONE , Llb. I l i , nat.Deor.
Non infuria libi aliud accidit. Non a torto qualche cosa ti segui.
LIBRO TERZO 115
durezze, tanto sar loda maggiore la mia, bene averle sof-
ferte. E quanto bello assett (a) Virgilio, ottimo poeta in pi
luoghi questa ragione, di consolarsi afflitto e mestissimo!
Sono versi qui di Battista in suoi poemi toscani (6), in
quali imit Virgilio :
Gravi pi cose gi soffrimmo altrove,
B dar '1 tempo a queste ancor suo fine.
E E nea, presso a Virgilio, disse :
Forsitan et haec olim meminisse juvabil.
In tanto suo furore e ultima immanit Dido aggiudica-
tasi , e precipitosa in morte, non potette quinci non con-
solarsi :
Urbem praeclaram slatui, mea moenia vidi.
Appresso d'O mero, Ettor ferito a morte consolava s stesso
con sperare a s gloria immortale ed eterna fama. E dicea:
satisfeci al mio fato: esco di vita forse in et non matura,
ma esco non senza qualche piena e bene appresa gloria,
quando feci pi e pi cose degne di memoria e di posterit.
E Ul i sse, sofferti a s molti oltraggi da Alcinoo re de'Fea-
ci (8&), quando e' vide seco reconciliati gli D ii, e secondargli
comodi i venti al suo principiato corso in mare, dimen-
ticava seco stesso ogni cosa avversa passata, e molto seco
si consolava con tanta presenza d'ogni bene. Cos a noi
(a) Bellamente assett. Assettare, Ira gli altri significati suona anche
ornare. Qui ornatamente esporre.
. (6) Nota queste parole, che ti avvertono come l'Alberti debba avere
molto scritto ancora in poesia italiana.
116 DFXLA TRANQ DELL'ANIMO
converrebbe e castigarci con giuste ammonizioni, e confer-
marci con vere e integrissime ragioni, e consolarci con
buona speranza, gioconde memorie e dolci contentamenti
d'animo. Ma noi desidiosi e ignavi, quali tante ragioni
e ammonimenti addotti da me sino a qui , e tanti modi
di vendicarci in libert, e sottrarci dalle ingratissime nostre
molestie, non attagliano forse giacendo e gomitando (a) ,
desideriamo a* nostri sconci aver chi con sua qualche art e,
e senza alcuna nostra opera e diligenza, noi restituisca ad
integrit e a fermo stato d'animo e di mente. Vorrebbesi
aver quaggi fra noi quel P eone, medico degl'I ddii, qual
mai si parte dalla presenza di G i o v e , e assistegli continuo
in c e na: e costui non per so s' e* potesse in noi quello che
non potemo noi in noi stessi (6), se gi quella Elena figliuola
di Giove (90) , presso a Omero, non gli porgesse quella pozione,
con quale ella inducea oblivione d'ogni male a chiunque ne
bevesse. Questo sarebbe cosa utile fra noi mortali; bench
D iodoro, greco isterico, dice trovarsi una certa specie di
farmaco, chiamato elena, composto dalla moglie di Gonone
medico, qual farmaco spegne le lacrime e estingue '1 merore.
Ma voglio ridere con v oi , Ni ccol a; n per dir cosa ac-
comodata a questi ragionamenti, quando degli Dii ministri
della natura e compensatori della natura umana, inter-
viene , come dicea Ulisse ad A chi l l e, che a' nostri mali
de l l ' a n i m o n o n c hi p e r i n g e g n o o p e r i mp i a s t r i o m e -
ta) Noia questo bel frequentativo di gemere, non avvertito dal Vo-
cabolario.
(6) Cos II Laur. 112 e II gi 84 Gadd. Lo Strozz. in vece: e qu atto
che non potemo noi, a costu i non per so se potesse in noi stessi, se, ec.;
lezione che ci parve da doversi posporre a quella de' predetti due testi.
LIBRO TERZO 117
Hcamenli alcuni possa rimediarvi, dianei a qualunque
aiuto $ ammenicolo (*) , ci solitovi fiacchi e afflitti da sinistri
Incarcbi. Rido : e dicono che Bacco fra il numero degli Dii
ai chiamava lib$r pater (b), per che e' liberava l'animo dalle
cure, e sedavagli '1 dolore, e rendevate ringiovanito. E que-
sto faceva solo col v i no, frutto della terra alacre (e) e gio~
condissimo. Molti impongono (d) a Fiacco, poeta lirico, ca-
lumila, quale s'ascrive a tutti noi vecchi, e accusante che
Ai bevitore; e questo arguiscono perch in molte me
odi e' loda il vino : certo, come dicono di noi stracchi
ornai del vivere, aqu ilae senectu s (). Pertanto non vor-
rei in mie parole parere xnen sobrio ch' i o mi sia stato
in ogni mia vita. Voglio in questa causa da me esser pre-
giudicato (f) e precoBStituito (g) questo, che io in ogni altro
uso del vivere biasimo la immodestia del vino (A). E vidi e
notai in molti altrove robusti e vivacissimi uomini che la
(a) Dopo ammenicolo, sottintendi che.
[b) Libero padre.
{e) Pronto, e qai foro'anco brioso. Voce latina che per 11 Vocab.
non registra, sebbene noti alacrit.
(d) Noi diremmo pi volentieri appongiona.
(e) Aqu ilae senectu s era un proverbio de' Latini, che dlcevasi a quelli
che pi si dilettavano del bere che del mangiare ; e trasse la sua ori-
gine da questo, th Vaqu Ua folta v ecchia, e cresciu tole la su perior parte del
ratfro, in modo da non poterlo pi facilmente aprire, per wersi /ty{p
troppo u ncinato, su oi nu trirsi del solo sangu e della preda.
(f) Giu dicalo innanzi da prae e iu dicare. In questo senso, che
il proprio, non parrai avveri Ito da' Yocabolarl, che solo riferiscono II figu-
rativo pregiu dicare, per apportar danno ; perch ordinariamente chi vien
giudicato prima di quel eh' e' dovrebbe, cio innanzi eli aver dette le sue
ragioni, 0 di essersi adunate le necessario prove per dare una giusta
sentenza/riceve per lo pi danno.
(g) Prestabilito.
(A) Mota immodestia del v ino, che bella maniera.
118 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
intemperanza del vino gli atterr (a) , e abbrevi loro vita e
privogli di sanit. E non mi estender di raccontarti, in
quanti modi Tesser poco sobrio oppresse i nostri corpi di
gravissime infermit. Ma Omero chiama '1 sonno domatore
d'ogni acerbit, e introduce che ad Ulisse, dopo quel suo
miserabile naufragio, giunto che fu il terzo di al l i t o , la
dea Atena, qua l'una sempre lo sovvenne in ogni sua av-
versit, sopraggiunse e trovollo giacere in su uno suo quasi
cabile (6), quale e* s'avea fatto di frasche e di frondi: e forse
lo trov repetendo i suoi mali, condolersi della sua cala-
mit. Per questo mossa a piet la dea A tena, non come
in quel suo naufragio, gli sostese (e) il velo o la veste dove
e' posasse '1 petto e le sue membra : ma solo g' indusse,
per sottrarlo alquanto da tante miserie, '1 sonno, e ad-
dormentollo. Stratonica (91), presso a Gioseffo istorico, presa
da' nemici vincitori, deliber uscire di servit e uccidersi:
ma in quel curare e procacciare quanto forse ella cercava
per satisfarsi con men dolore e con pi dignit, fu inter-
pellata (d) e compresa dal sonno."Dorm, e in quel dormire
si spense tanto suo furore e immanit !
Bene adunque dicono che '1 sonno dolce di men tic a-
tore d'ogni male: allettatore ottimo del sonno pare pure
a me (e'1 dir, Niccola), il vino. Consiglio di Diomede:
bei e mangia; poi, dormendo, ti racconsolerai. Bench,
appresso del nostro comico (e), Che rea dicea nelle sue cure
(a) Gli tolse tu lle le su e forze da non essere pi bu ono a nu lla, come
chi atterralo.
(b) Noi diciamo cov ile. Cu bile troppo latino.
{e) Soltostese. Bel verbo mi pare soslendere, da potere avere onorato
luogo nel Vocab.
(d) interrotta nel su o proponimento.
(e) Terenzio.
LIBRO TERZO 119
amatorie : Io in villa mi straccher facendo qualche opera
tanto che l as s o, poi dormir. Omero trov a questo nuovi
rimedi, dov'egli induce quella Teti (92) che suade al figliuol
suo addolorato, cosa, qual io non voglio dire: sapete li
dice : figliuol mi o, trastullati con qualche tenera fanciulla
stanotte. E altrove afferma il tuo gravissimo Omero, che '1
coito introduce sonno dolcissimo e innocuo. I Greci chi a-
mano le cure dell* animo acidas: indi nominarono Venere
acidalia, detta che levi le cure dell* animo. Ma che diremo
del vi no ? Rammentati in quanti luoghi egli adoperi il vino
a sollevare le tristi gravezze dell* animo. Giunone si l a -
gnava non essere st at a, quant'ella desiderava, accetta a
G iove: e V ulcano, pincerna (a) degli D ii, le die del vi no, col
quale ella dilavasse ogni tristezza. E Laodicea, moglie di
E licanore, al figliuolo stracco in fatti d'arme, diede il vino
dolce ; e disse, il bere restaura le forze e rafferma l'animo.
Scrive Giulio istorico che Massimino (93) , uno de* successori
a Cesare, moderatore dell* impero romano, quel che solea
vivere di mangiare quaranta libbre di carne lui sol o, e
bere un* anfora (6) di v i no, e solea ricevere in certe tazze '1
suo sudore quando e* s* affaticava ; e spesso mostrava tre
sestari (e) vasi pieni del suo sudore. Costui, giudicato nemico
della patria dal senato, esarse (d) in tanta i ra, che percosse
per furore *1 capo al parete (e) , e corse per cavar rocchi o al
(a) Coppiere.
(b) Vanfora, era una misura di liquidi di Roma antica, che contenea
In acqua II peso di 80 l i b b r e , e la libbra era come la nostra di 12 o n de .
(e) II settario o sestiere del R omani , era una misura pur di liquidi,
contenente poco pi d'una foglietta.
(d) Da exarsit lai.
{e) Avrai notato che l'Alberti dice sempre il paride e mal la parete.
120 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
figliuolo. Solo uno ottimo rimedio gioT a tanta sua egtut-
i t o o e : inebriossi. E quanto a me io non ardisco a biasi-
mare questo rimedio, qual pur gi ova, bench a me e' non
ia bello. Molte cose fatte piacciono, quali SODO non belle
mentre che elle si fanno.
E ancor veggo che questo uso del vino non in tutto
dispiacque a pi e a pi ottimi e debilissimi omini.
Solone (94) e A rchelao, nominatissimi e filosofi e principi,
e Catone, vivo simulacro di severit e austerit in R oma,
solcano lassare (a) le cure dure e acerbe dell*animo, e ato-
mizzarle (b) col vino. P iaccia questo rimedio del vino a chi
e' forse s'attaglii a me aggradano alcuni altri rimedi forse
non dissimili da questi, ma pi degni e pi convenienti
a un uomo moderato e costantissimo. E in prima noi
piace queir omerico Achille
9
quale
9
per requiesoere (e) dalls
molte sue faccende militari solea sedare l ' ani mo can-
tando insieme col plettro (4) e colla lira (e), strumento musico.
(o) Attentare,
{b) Intrameziarie.
(e) Riposare. Requ iescere dei ialine.
(d) Quello che dagli antiehl dlcevasl plettro altro non era che
una verghetta, con che davasi nette corde della lira per estrarne II
(*} Erti la lira uno strumento degli rittetai, le coi corde e r t o * im
nel vuoto, come quelle dell'arpa; e ve n'erano di molti generi differenti
fra loro, per la figura, grandezza e numero delle corde : e sebbene si ado-
perasse il nome dell' una , per significar anche P altra, pure trattamente
parlando, latte avevano il loro particolare. 11 primo di qmet' strumenti
era la cetra ( cUhera.) ; H secondo 4* chelide o lesimgpne ( ctoty o tefitMfo),
perch la sua base era fatta a foggia di' un guscio di testuggine ; Jl teno
trigone, perch di triangolare forma ; e ve ne erano di tre corde e 41
quattro, dette tetracorde ; di cinque, pentacorde ; di sei
r
HOtor&e ; e via
discorrendo.
LIBRO TERZO 121
Quinci credo il nostro Virgilio introdusse quel suo P oli-
femo in antro qu em
Lanigerae comitatdur ove* ; ea sola voluplas
Solamenqae mali de cotto fistola pendei (a).
E eerto
9
in questo convengo io coHa opinione de' pit-
tagorici, quali affermavano he-'1 nostro animo s'accoglieva
e oomponeva a tranquillit e, quiete > revocato e consolato
dalle soavissime voci e modi di musica. E provai io non
rarissimo questo in me , che in mia lassttudine d' animo,
questa dolcezza e variet de' suoni e del cantare molto mi
sollevarono e restituirono. E proverete questo voi ; se mai
vi accade : mai vi si avvolger per l'animo e mente alcuna
s cocente cura, che subito ella non si estingua, ove voi
persevererete cantando. E non so come a me pare '1 can-
tare mio, qualunque e' sia, pi a me satisfaccia e pi a
me giovi che '1 suonare di qualunque altri forse fusse
ottimo ed esercitatissimo musico. N fu senza comodo i n-
stituito quel costume antichissimo, qual poi interdisse '1
concilio arelatense, che 1" escubie funerali si vegghiassero
cantando (6). Credo io cos faceano que' buoni antichi, per
distorre l'animo da que' tristi pensieri del morire. Ma a
(a) Eneide, Llb. IH.
(b) Presso gli Ebrei, I Greci ed I Romani era un'usanza di pagar
delle mercenarie piagnone, per piangere II morto, le quali lo vegliavano
ancora e lo accompagnavano alla sepoltura, tramezzando ai loro sforzati
piagnistei, ancor nenie o canzoni funerali in lode del defunto, le quali,
per lo pi, erano delle cose Insulse, ed una veste, per cosi dire, da
ogni dosso, perch, mutato il nome, si facevano servire Indistintamente
per tutti. Il qual costume ereditatosi dai cristiani, dur tra noi per lungo
tempo, finch In uno de' concili arelatensl questa cerimonia venne:
abolita.
A L BE R TI , T. 1. 16
122 DELLA IRANQ. DELL'ANIMO
questi nostri religiosissimi forse parse pi utile il ricor-
darsi d'esser uomo, simile a quel morto ; e parsegli offi-
cio pi pio riconoscersi mortale, e d'ora in ora caduco,
che darsi ad alcuna levit o lascivia. Ma il disputare di
questo, poco sarebbe a proposito: tanto affermo, che qua-
lnque cosa faremo per recnearci, qmal sia fatta sema in-
giuria di persona, sar non indegna d'uomo studioso. Dce
Phttarco, che '1 trasferirsi qua e qua, si come tettare
chi fogge. E qerto giova pigliape nuovi spassi in varii luoghi,
e sollazzarsi; correre, saitare, lanci atre, sibilare alita caccia,
e fra la giovent, in luogo e tempo atto, non nii dispiace.
N mi dispiacerebbe il oonvivare, il motteggiare, i l produr
la notte co' lumi e giocando con tuoi amici e ooUa gio-
vent , e ancora cantare danzando. Quel nostro ipoett
gridava : ,
Non placet iste lu du i, clamo el dilu dia posco (a)V
A me non in tutto dispiacerebbe se qualche gioco appunto
lascivo piacesse a chi bisognasse per dimenticarsi la sua
mala sanit d'animo. L. SiUa cantava non farissina,
Cirnone, quei oelebratissiroo ateniese, dopo cena cant ap-
presso di Laumedonte. Scipfcme, qual fu tane BOB sol
dell'arme e impero romano, ma lume in prima illustris-
simo d'ogni civilt latina, solea con molla grazia spesso
danzare. E Appio Claudio, uomo che trionf, rado grave
e maturo, per insino a sua ultima et danz molto vo-
lentieri e con molta giocondit.- Augusto, quel primo suc-
cessore a Cesare, quale tre volte chiuse '1 tempio di Giano
Quirino, non pia che una o due volte prima veduto in
(a) OBAZIO, Lib. I , E p. , 19.
LIBRO TERSO 123
Roma BOB aperto, scrivono cbe per suo trastallo solea
pescare c o l i ' no , e non raro giocare alle Boccinole in
meiao di pia fanciulli, quali fussero d* aspetto dolce e di
parole arditi. Ed Eraclito filosofo simile, BOB AI veduto
pi Volte appresso del tempio di Diana giocare alle mo-
rette (a) co' fanciulli ? Letto e Scipkme, e Socrate, principe
d'ogni modestia e gravita, non solea egli, per riorears,
giocare a que' simili giochi puerili insieme co' fendati! ?
Letto e Seipione sul Hto presso a Gaeta, soteano simile
trastullarsi co' calculi (6), e ferii balzare sopra l'acque, e a
HiaravigHa insieme rinfanciullire ? (e). Beferirovvi a questa
similitadine ci che a ine verr in mente. Publio Muzto-
giurisoonsulto giocava, per darsi ozio, a quel giuoco, quale
e' chiamavano du odectm u ripta (d): e Claudio Cesare giocava
a quel gioco chiamato alea (e), e scrissene un libro, non solo
per esplicare che artificio vi bisogni per vincere, ma forse
io prima per pigliarsene diletto scrvendone. E simile C. Ma-
ci e M. Ambirlo, patrizi romani, dice ColunieHa, scrissero
que'due libri Qu oeu u m et Pistorem (f), dove e* comandano
(a} Moretto In Toscana una laslru ccia con cai i tanclulll sogliono
glnocare al lecco. I n alcuni paesi d'I talia dlcesl anche piastrella, per cui
giocare alle piastrelle o alla piastrella quivi suona lo slesso che giocare
olir morelle.
(b) Caboto QB sassotno o ptotou u a di forma tirante al roUradt- e
assai da r , e viene dal latino Calcu lu s.
(e) Ritornar fanciu llo. RinfntkUiire] vocabolo delP oso e belio.
{d) Delle dodici pietrmte. Scriptu m fra i Latini Vuoi dire anche
pirtru xxa. Questo gioooo anche rammentato daCiCBBO NsnelLib.I,
4$ Or., Cap. L , ove di c e : Pila bene et du odecitn scripti* fodere.
(e) Giu oco de* dadi, e probabilmente una specie della nostra lami*
reale, s e non essa stessa. Fu detta alea dal suo I nventore, che fu un
Alea soldato, ohe lo ritrovava all'assedio di Troia.
{f) Del Cu oco e del Pintore, il XXI Magllab.
124 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
a questi che venendo a mescolarsi con qualche femmina
f
tocchin nul l a, se prima e' non si lavin le mani in fiume.
E scrissero costoro non per insegnare cuocere il pane
e fare la cucina, ma credo solo per imitare Solone
f
-pre-
stantissimo principe e filosofo in Grecia, quale recita Plu-
tarco che per recrearsi dalle fatiche delle sue faccepde
soleva darsi a scriver versi lascivi. Penelope, presso ad
Omero, tenea in sue delizie venti oche, credo i o , bionde
binde (a) , e gratificavate intanto a dimenticare il suo
Ulisse, quanto ella curava quella sua domestica greggia
e famigliuola. Alessandro, quello, ottimo principe nemico
de' ladri, qual talvolta con tanto stomaco si versava (6)
contro a' rapaci cittadini che la collera gli si rompeva e
fuori in terra traboccava (e), costui, principe ottimo e pre-
stantissimo , dicono che per suo sollazzo e vezzi tenea
colombi paia ventimila, e pasceagli del frutto de'loro
pippioni (d) : godea vederli volare, e, comfe dicono i poeti,
godea sentirli- gemere ne
1
suoi amori e applaudere e festeg-
giare coir ale a chi ben li nutriva. Racconta Svetonio isto-
rico, che Tiberio Cesare, principe romano, pigliava sol-
lazz in mezzo al bagno, natare con pi e pi. tenerucci
fanciulli, e ridea dicendo: questi sono i miei pesciatellini.
Ulisse solea presso a Circe lavarsi con bagnuoli odoriferi.
Catone, quel buon romano si levava dalle fessitudini (e) delle
(a) 11 XXI Magliai, bianche e Monde.
(b) Con tanta indignazione prorompev a contro, e c .
(e) Che scoppiatagli la ode e la v omitav a: fenomeno Infetti che pr t
essere prodotto da un'eccessiva col l era, e che dette origine al modo co-
nni ne: v omitar la rabbia e v omitar la bile.
(d) Giov ani colombi.
(e) Dalle stanchezze. Feu Hu dine da fessitu do ; latinismo per non
ricevuto dall'oso.
LIBRO TERZO 125
sue faccende e tessea paneruzzole. Vidi io alcuni di na-
tura duri, bizzarri e inesorabili (a) , a c ui bisognava
v
quasi
come per escludere ' e pignero, fuori qul pinolo rotto
del pertuso, infiggervi uno altro intero pinolo (6) : e per
traigli la bizzarria, bisognava litigar seco di qualche cosa
ed eccitar seco qualche rissa, tanto che si sfogasse : e poi
era mansuetissimo e facilissimo e flessibile in ogni parte.
A Pirro Eliense filosofo, figliuolo di Plistarco, scrive Laer-
IO isterico, fu trastullo tenere una sua scrofa ben monda
dal loto e ben pulita; e forse se la tenea, qual fanno
le mamme, in collo per sua bambina. Cos molti simili
esempi e modi da espurgare la erunna (e) e gravezza de' duri
pensieri, e atti a restaurarci, s- io vi pensassi, potrei
esporveli ; co* quali i nostri maggiori solcano' recrearsi.
Ma questi per ora bastano a quanto intendiamo.
Adunque e noi, quando forse ci -si presentassero triste
alcune memorie
9
e insorgessero in noi turnazioni, pensieri
e agitazioni di nostra mente, e gi cominciassero oppri-
merci grave alcune o dure sollecitudini subito in quei
principii obsterremo prima che l'animo sia convinto, per
che l'animo non pu mai imperare a so stesso a que' primi
insulti. Adunque subito usurperemo simili rimedi; e con
ogni arte e diligenza cureremo vendicarci in tranquilla
ed espedita libert d'animo e di mente. E vuoisi, come
dicesi, se un solo non giova, molti forse gioveranno, vuoisi
(a) Intrattabili, leggono 11 XXI Magllab. e 121 Laur.
(b) C i o: v idi io alcu ni di si bUxarra natu ra.,., cu i per far qu ie-
tare la commossa ira, insognav a assalirli con altrettanto sdegno, e c . ; alla
qaal sentenza risponderebbe l'altra cornane che dice : u n chiodo caccia
r altro.
(e) Da mi nut a ; afflizione voce l at . , ma inimitabile.
196 DELLA TRANQ. DELL'ANIMO
provarne pi e pi tanto che tu senta da qualche uno
l'animo tuo acquietato e pacificato eoo teco stesso.
Restano alcuni 'ultimi e ottimi ricordi a questa ma-
teria , quali non voglio preterirli, e sono questi : non re-
petere, all'animo tuo i passati sinistri: ragiona e con teco
e con altri d'ogni altra cosa che de' casi e infortuni tuoi.
In Roma il simulacro della dea Angeronia aveva l a bocca
legata e suggellata: e a costei facevano i sacerdoti sa-
crifizionel sacello (a) della dea Volutt; qual mistero, inter-
preta Macrobio, significare, che sofferendo con taciturnit
l'angustie dell'animo, tornano poi in volutt. Ma perch
pare quando siamo soli meno possiamo non repetere i De-
stri mali, e quando siamo non soli pi troviamo da con-
solarci co' ricordi e ammonimenti di chi n'ascolta, pere
mi piace quel precetto antico, che in tue felicit e miserie
sempre fugga la solitudine. E a questo lodano trovarsi
con cari, noti e amici in teatro, ne
9
tempj, e dove siano
feste e giochi privati e pubblici. E simile lodo io '1 tra-
dursi colla giovent in villa a quello aere libero, suso
que' lieti colli, fra que' culti e prati amenissmi. E por
divertere l'animo da ogni trista memoria e duro pensiero,
dicovi questo: nulla troverete utilissimo quanto occupare
le membra, e occupare l'animo nostro ad altre varie e
grate o ingrate faccende che le siano. Que' di Pompeo,
quando e' lo videro occiso e tronco (6) giacere in sul lito,
tanto restarono di condolersi quanto essi attesero a fuggire.
(a) Cappella: da taeeUu m dei L at i ni , che II diminutivo di sacru m,
e che era propriamente qu el lu ogo mero circondalo soltanto di mu ro, e
tenta tetto; ma si prendeva aneora per qu alu nqu e tempio specialmente
piccolo.
(b) Cio : cadav ere cemo del capo.
LIBRO TERZO 127
Crarerrassi adoperare coll'uceellQ rapitore (a) , co' cani aUe
caccie tendere alle fiere, a' pesci. Sar non difatile intrapren-
dere qualche patrocinio in l'focosa del tuo noto e vicino. Cosi
eoa altri e consimili esercizi sar utilissimo al tutto lungi
fiiggire ogni ozio e solitudine. E non vi tacer quel eh' io
parafai in me: parravvi forse cosa l i eve; ma ella porta
seco ottimo e presentaneo (6) rimedio. Cosa niuna tanto mi
diadice da mia vessazione d*animo, n tanto mi con-
tiene in quiete e tranquillit di mente
f
quanto occu-
pare i miei pensieri in qualche degna facoenda, e ado-
perarmi in qualche ardua e rara pervestigazione (e). Soglio
danni ad imparare a mente qualche poema, o qualche
attinia prosa; soglio darmi a contentare qualche esorna-
aoae (d), ad amplificare qualche argomentazione ; e soglio,
massime la not t e, quando i miei stimoli d'animo mi
tengono sollecito e desto, per distormi da mie acerbe cure
e triste sollecitudini, soglio da me investigare e costruire
te niente qualche inaudita (e) macchina da muovere e por-
tare, da fermare e statuire cose grandissime e inestimabili.
E qualche volta m'avvenne che non solo mi acquetai in
mie agitazioni d'animo, ma e ncora aggiunsi cose rare e
deglissime di memoria. E talora, mancandomi simili in*
v e s t i z i o n i , composi a mente o edificai qualche compo-
stissimo edificio, e disposivi pia ordini e numeri di colonne,
(a) Rapitore non nello Strozz. come nel 121 Laar., ma certo do-
veva assolutamente andarvi, parlando l'Autore senza dubbio del falcone.
(b) Che opera di presente. II Vocab. cita a questa bella voce due
uftioi e moderni esempi, mentre sono essi def BBM e del V i vum, ma
veggasl come tanto prima la scrivesse II nostro Autore !
(e) Lo stesso che inv estigazione, ma non in uso.
(4) .Qualche ormtione. Esornazione al modo de' Latini.
(e) Qui inau dia sta semplicemente per mu m.
128 DELLA TRANQ DELL'ANIMO
con varii capitelli e base inusitate, e con legami conve-
niente e nuova grazia di cornici e tavolati. E con si-
mili contenzioni occupai me stesso, fino che i l sonno
occup me. E quando pur mi sentissi non atto eoa questi
rimedi a rassettarmi io piglio qualche ragione in co-
noscere e discutere cagioni e essere di cose da natura
riposte e ascose. E sopra tutto quanto io provai, nulla
pi in questo mi satisfa, nulla tutto tanto mi comprende
e adopera, quanto le investigazioni e dimostrazioni mat-
matiche, massime quando io studi ridurle a qualche utile
pratica in vita ; come fece qui Battista, qua! cav i suoi
rudimenti di pittura e anche i suoi elementi (a) pur da ma-
tematica, e cavonne quelle incredibili preposizioni de mo-
tibu s ponderi*. Non voglio estendermi in recitarvi di me
quello che in me possano queste arti matematiche; n
voglio insistere a persuadervi quel ch'io stimo per miei
detti di sopra esservi persuaso. Tanto solo v' affermo, cosa
niuna pi giova a espurgare ogni tristezza che il mettersi
in animo qualche altra occupazione e pensiero. Confesse-
rvvi di me stesso, a me non rarissimo intervenne ch'io,
posto in mezzo dove erano alcuni in vidi, procaci e temi*-
lenti, de' quali pi d' uno, con varii stimoli e aculei di
parole, per incitarmi all'ira, di qua e di qua mi satta-
v ano, stetti parte si occupato ad altre mie investiga-
zioni, parte ancora s disposto a nulla curarli pi che se
fossero quel corvo che salutava Cesare, o quel psittaco (b)
(a) Ecco un passo che dimostra, come l'Alberti componesse due opere
sulla Pittura fra loro diverse.
(6) Pappagallo, dal greco 4*TT> ;, uccello Indigeno dell' India o
delle Isole dell'Oceano occidentale. Dice la Fayola che Psittaco,
figlio di Deucallone e di Plrro, se n'andasse In Etiopia, dove ricevette
LIBRO TERZO 139
che gridava chere, chete (a) ; che io nulla udiva,, nulla
vedeva, nulla sentiva altri che me stesso; meco ragior
n a v a , -meco repetea miei studi e vigilie, e a me stesso
intanto promettea buona grazia e posterit. Quinci pen-
sate voi quali siano gli aimi pi pieni del mio di mara-
vigliosa investigazione. M. Marcello presso a Siracusa
comand a' suoi armati che in tanto eccidio di s nobil
trra servassero quello Archimede matematico, quale, di-
fendendo la patria sua con varie e in prima non vedute
macchine e istrumenti bellici, aveva una e un' altra volta
perturbato ogni ordine suo, e rotto l'impeto di tanta sua
ossidione e espugnazione. Trovaronlo investigare cose geo-
metriche , quali e' disegnava in sul pavimento in casa sua ;
e trovaronlo s occupato coli' animo e tanto astratto da
ogni altro senso, che e lo strepito dell'armi e'1 gemito
de
9
cittadini, quali cadeano sotto le ferite, le strida della
moltitudine, quali periano (6) oppressi dalle fiamme e dalle
mine de
9
tetti e de' templi, nulla '1 commoveano. Cosa
per certo mirabile che tanto fracasso, tanta caligine del
fumo e del polverio non lo stogliesse da questa una sua
investigazione e ragione matematica, a quale egli era tanto
occupato e aggiudicato. Cosi, non dubitate, se instituiremo
segnalati onori, e che pervenuto ali' ultima vecchietta pregando agP iddii
gli mandassero la morte, lo convertlrono Invece nel detto accedo, che ri-
tiene 11 suo nome.
(a) Chere, chere, parole greche che valgono In,Italiano salve, salve.
(b) Moltitudine, quali periano ; II nome nel numero del meno e il
relativo col verbo che gli corrisponde in quello del pi; ma se avverti
che moltitudine nome collettivo, non ti dar pi noia n II suo relativo
n 11 suo verbo In plurale.
ALBERTI. T. l . 17
130 DELLA TE ANO. DELL
9
ANIMO, LIB. I li
in noi buona ragione di vivere ; se ci daremo a lodati eser-
cizi; se insisteremo in,pervestigazioni di cose degne e pre-
stantissime ; se ci adempieremo di virt e costanza ; certo
potremo, con nostra pace e lieta quiete e tranquillit degna
d'animo, quanto vorremo contro a'casi avversi, contro
alle ingrate latitudini e fatiche, contro al dolore, e contro
a ogni avversit e ingiuria de' tempi e della fortuna, e
contro a ogni malizia di qualunque sia uomo in vita
perfido e iniquissimo.
F I NE D E L TE R ZO E D ULTIMO L I BR O .
ILLUSTRAZIONI STORICHE
AL
P R E C E D E N T E T R A T T A T O
(1) Niccola di messer V ieri de'Medici, uomo di singolare dot-
trina ed ornato delle pi belle civili e domestiche virt, fa amicis-
simo dell'A lberti, come appare in pi luoghi delle opere di questi,
e god parimente l'estimazione di molti altri de' pi dotti .uomini
della sua et. Leonardo Aretino g'intitolava varie sue traduzioni
latine, s di Demostene e s d'E schine. Cos Niccola di L ana i l
suo Enchiridion de Au reolis sententiis et morali* v itae a Nicholau m
Mediicene la qaale operetta, credo inedita, e conservasi alla R ie-
cardian in uri Codice e a r t in fol. N. 1166. F a inoltre lodato da
Giovanni Baldo de' Tambeni da Faenza, medico e aggregato alla
cittadinanza fiorentina, i n un suo opuscoletto che si conserva pure
inedito in ita volume in i t o membranaceo della L aufenziana, al
p l u t 19, Cod. XXX, e che ha per titolo : Extirpatioirae a nobili
imene fiorentino Nicola domini Veri de Medicis, u tiliter qu elita,
per IOHANNEW BALDUM ^ISICUM D E ?A MBE MS civ em florentinu m (*)
desiderando v entate etc. : ma l'opuscolo difettoso in fine.
(*) I n un altro opuscolo del medesimo autore, che nello stesso BIS.,
detto ancor Faentino.
132 I L L USTR A Z I O NI
Pare che l'Alberti scrivesse in italiano la vita di Niccola,
mentre in fine del Codice Strozziano Delia tranqu illit deli animo,
noi vediamo questa intestatura: Vita di Niccola de
9
Medici scritta
da LEON BATTISTA ALBERTI.
(2) Agnolo di Filippo Pandolfini fu uno de
9
pi reputati ed
autorevoli cittadini che Firenze si avesse all'et sua. Nacque
nel 1365, e fu uno di quelli che compreso dal sacro dovere di ser-
vire la patria, col pi grande zelo si accinse a giovarla. F u del
Magistrato de
9
Signori, poi anche Gonfaloniere di giu stizia, che
era il primo grado di detta magistratura che nominossi ancora
la Signoria, e sostenne eziandio due illustri ambasciate, l'una
a re jLadislao di Napoli, l'altra a Sigismndo i mperatore, ove
riusc felicissimamente. Ma la sua gran prudenza soprattutto
si fece conoscere allorch sconfort i suoi cittadini dalla perse-
cuzione di Cosimo de
9
Medici, vedendo in quel l ' i ra l'accortissimo
politico, il pi efficace mezzo di giovare alla grandezza di lui
con pi probabile rovina della sua patria, fondando il suo vati-
cinio sulla incostanza del popolo. N s ' i n g a n n , mentre l'espe
rienza, dura pur troppo! fece vedere quanto dirittamente avesse
egli giudicato. Inoltre fu egli dottissimo, come l o attestano vari
suoi contemporanei, e , in pi luoghi delle s ue opere, l o stesso
Leon Battista Alberti. E rroneamente per fu creduto finora autore
del celebre Trattato del gov erno della Famiglia, essendo che in
oggi
:
si riconosciuto e dimostrato ad evidenza che di questo
aureo libro vero compilatore fu il nostro Leon Ballista ; e che
di pi il detto Trattato non che il I1I. de' IV libri della Fa-
miglia dell'Alberti ; la quale opera ora per la prima volta noi
pubblicheremo. P er pi minute particolari^ d questa strana
attribuzione, vedi il nostro Discorso premesso a quest'edizione
di tutte le opere di Leon Battista.
S T O R I C H E 133
(S) I pagani davano il nome di mteri alle cerimonie rela-
tive al culto delle loro principali deit, e que' di Cerere erano i
pi celebra. . .
(k) Timoteo, celebre musico e poeta, fa da Mileto, e nel trar
suoni dalla cetera, a' suoi tempi non ebbe chi lo vincesse. Fn egli
che aggiunse una corda al predetto istrumento ; ma gli Spartani
k> dannarono per questa e per altre innovazioni da lui fette nella
mus i ca, con un decreto che trovasi riportato in Boezio. V uoisi
che Timoteo fosse quegli che introducesse nella musica il genere
cromatico, e che mutasse l'antica, semplice e unita maniera in
un
9
altra pi molto composta; l o che se vero, dovremo a lui la
prima contraffazione della natura di quest' arte in oggi andata
si innanzi. Nacque verso il 369 avanti Ces Cristo.
i
: .
(5) Dicono che Timoteo musico, col suonare e cantar suo
alla mensa d'Alessandro, quando una sera cenava, lo facesse coi
suoi tuoni concitati e guerri eri , levar di tavola, correre alle armi ,
brandirle e agitarle come gi fosse in guerra e pugnasse col
Mo n c o ; e cosi tornasse a fargliele deporre, e richiamarlo al
eonvivio con pi blande e miti armonie : tant' era la potnza di
quel suono e di quel canto I
(6) P iatone, uno de' pi celebrati filosofi di Grecia, fti pure
uno de' pi sorprendenti ingegni che creasse la natura. Nacque in
Atene i l 1(29 avanti Ges Cristo. Socrate ed Euclide ftirono fra
i suoi maestri, ed egli stesso fti capo della setta degli Accademici.
Scrisse molti bellissimi dialoghi, e la sua dottrina, per accostarsi
pi d quella degli altri alla morale evangelica, fece si che i
Santi P adri gli facessero i pi grandi el ogi . - L 'immortalit
dell'anima, e una seconda vita dopo mrte, con premio pe' buoni
punizione pe
9
tristi, furono fra l e sue massime. Nella fisica segu
134 I L L U S T R A Z I O N I
E taclito, Pitagora nella logica e Socrate nell'etica. La sua opi-
nione sulle Idee e la sua Repu bblica dettero motivo a un
9
infinit
di quistioni e di dispute. Marsilio Ficino, celebre letterato ita-
liano del secolo XV e amico di Leon Battista A lberti, fu fra i
nostri uno de
9
principali suoi settatori, e molti e profondi studi
fece sulle sue opere l e quali tradusse.
(7) Senofonte, discepolo di Socrate famoso ancora nella
gloria delle armi, essendo che quando i r o faceva V impresa
contro A rtaserse, egli ancora vi si trovava presente. Ma vuoisi
aver pi per filosofo che per. istorico ; perch scrivendo i Cuti
di C i ro, pi si prefisse di formare un ottimo principe che di
servire alla fede delle cose. Fu egli che pubblic e continu la
storia di Tucidide; e i Greci tanto stimarono le sue opere per
la sua stupenda eloquenza e dolcezza, che lo dissero VApe greca
e la Mu sa ateniese.
(8) Nella terra d'Ala pece, in quel d'Atene e l'anno 469 avanti
G. Cristo, nasceva Socrate, uno de' pi grand'uomini del mondo.
nassagora e Archelao furono suoi maestri. Come D ant e , pia
tardi, ed anche altri valorosi sapienti, combatt pi volte in di-
fesa, della patria. I suoi straordinari talenti avrebbergli procacciato
le pi grandi pubbliche dignit ; ma egli ricusavate sempre per
attendere principalmente alla filosofia morale. Essendo Socrate
modestissimo, sobrio, casto, pieno insomma di veraci v i r t , fu
dagli oracoli detto il Sapientissimo de' Greci. Ai suoi discepoli
raccomandava tre cose : SAPIENZA, VERECONDIA e SILENZIO. I suoi
emul i , o per dir meglio i suoi invidi, per volere ch' egl i ad ogni
modo soggiacesse.ad un grave sinistro, non potendo per altra via
trascinarcelo, l'accusarono d'empiet, ed oppresso in un infame
giudizio con questa iniqua calunnia, fu condannato a ber la cicuta.
Esempi consimili si offrono anche dai tempi a noi men remoti dalla
istessa nostra Italia.
STO R I C H E 135
(9) Aristofane scrisse una commedia, che ancor ci rimane,
intitolata Le Nu v ole, dove colla beffa del pi gran sarcasmo, pose
in iscena Socrate ; e forse questa comica satira dovette aver la
sua gran parte alla morte, o per dir meglio all'omicidio, del gran
filosofo. Gi si disse eh
9
egli fu condannato a ber la cicuta.
(10) D iogene, cinico, cosi detto per aver seguito l e dottrine
di A ntistene, il fondatore della setta c i ni c a /e r a figlio di u n pre-
statore di Sinopo nel P onto, e in austerit super ancora il suo
maestro, poich condusse il dispregio delle umane cose, anzi di
tutto, ad un segno da non si potere spinger pi in l. Cna botte
ora la sua casa, come tutti sanno, e un bastone e una bisaccia,
i suoi arnesi e il suo mobile. Alessandro i l Grande -sorpreso dalla
costai rigidezza, voleva vincerlo con profferte e con doni ; ma il
filosofo ricusandoli, ancor noto come gli dicesse che gli si ri-
mov esse dal su o sole.

(11) P irro, o anche P irrone, fu capo della setta degli Scettici,


l a qual e, a dir vero, esisteva ancor prima di l ui , ma a lui si
dovette l'averla spinta all'ultimo eccesso, e perci fu riconosciuto
s uo capo. E gli tutto metteva in dubbio, il perch coloro che segui-
rono questo principio nelle disputazioni, ebbero nome di Pirronisti.
(12) Eraclito fu un celebre filosofo fatto all'unica scuola
delle sue meditazioni. Sempre cogitabondo, non faceva che
piangere l e miserie della vita umana. Scrisse diverse opere n-
cora , che ottennero fi voto di Socrate.
(13) Timone, per odiare gli uomini, era detto il Misantropo;
fa ateniese e viveva verso il 42Q avanti Ges Cristo.
(I l ) P eri cl e, gran capitano, politico ed oratore dell'antica
Grecia, s'acquist nel governo Ai Atene sua patria, tanta auto-
136 I L L U S T R A Z I O N I
rit, che poter dirai piuttosto suo signote cbe cittadino. Nell'arte
di guerra invent alcuni bellici istrumenfi, come Variet e la
testu ggine. Ma avendo ridotto i suoi cittadini a continua gurra
contro que' di Sparta, e accusato di essere da lui venuto tale
consiglio, fu tosto privato delle sue magistrature, le quali furono
a lui ben presto restituite. Il secolo per di P e n de fu per la
G recia, quello che Ai per l'I talia latina il secolo d'Augusto, e
per la nostra quello di Leone X. P ericleha molta somiglianz
politica con Cosimo de' Medici detto Pater Patriae.
.
- (15) Quando Roma divenne preda di Cesare, L. Cecilio Me-
tello, soprannominato il Nu midieo per aver superato Giugurta,
fu l'unico che non volesse sottomettersi al tiranno, il quale vo-
lendo impadronirsi del pbblico erario che custodiva*! nel tempio
di Saturno, egli non volle dargli le chiavi. E al tempo della se-
dizione puleiana che rimetteva in campo le pretese de
9
Gracchi,
non avendo parimente voluto come gli altri giurare le leggi dei
sediziosi, come quelle che avrebbero condotto a certa rovina la
patria sua, ove fossero state stabilmente accolte, fu da Apuleio
capo della sedizione, cacciato in bando. Ritiratosi a Smi me , e
richiamato poi, e ricevute in teatro l e lettere che ci gli facevano
intendere, non volle quelle prima leggere che l o spettacolo non
fosse finito.
(16) Valerio Massimo fa scrittore latino ed autore di un libro
tit Detti e Fatti memorabili esposti con motto elegante stile* II
signor D ott. Benedetto Avetrani medico, assai valente anche nelle
umane lettere, e che ora esercita con molta e giusta lode l'arte sua
in Trei, citt vicina a Macerata-, ne ha fetta una nuova traduzione
degna del nobile scrittore latino; ma non sappiamo se l'abbia
ancor resa per intero di pubblico diritto; l o che se mai non
avesse fatto, vogliamo confortarlo a donare il suo bel lavoro
alT I talia, certi come siamo che ci sarebbe per riuscirle un vero
e gradito dono.
S T O R I G H E 187
(17) Leon Battista, senz' al tro, qui vuole alludere al giu oco
del caldo (divertimento pubblico che facevasi in Firenze) e nel
qual e, sebbene da scherzo, si potevano affibbiare de
9
sonori pugni.
Ma t t i il Boccaloni satirizzando questa popolare istituzione, dice nel
Raggu aglio XLII1 del l a prima Centuria di essi , che questo giuoco
fa. dai repubblicani fiorentini introdotto a solo fine, a eh' eglino
eoo la sodisfazione di potere da scherzo dar quattro sole pugna
1? loro mal evol i , sapessero ripor poi le membra dell'animo sgan-
gherato dalle passioni al luogo della tranquillit; sfogamento, che
quando col pugnale fosse stato fatto, avrebbe posta la pubblica
libert i n grave travaglio .

*
(18) Mercurio I I , chiamato ancora E rmete Triniegistro, che
vuoi dir tr volte grande, per essere stato r e , sacerdote e filosofo,
raccolse i monumenti dell' umana sapienza che Mercurio I aveva
ordinato si scrivessero in colofone marmoree. Vogliono che fosse
cons i gl er d'I side tnoglie d'Osiride, e visse intorno a 1500 avanti
Ges Cristo.
(19) D ue furono i Orate filosofi, l'uno cinico e l'altro acca-
demico. Il primo viveva 328 anni avanti G. Cristo, e l'altro 800;
ma l'Alberti vuoi parlare certamente di quest' u l t i mo , mentre il
cinico gitt tutto il suo denaro in mare per darsi pi liberamente
alla filosofia, oppure, secondo altri, consegn tutta la sua pe-
cunia a un banchiere, con ordine di darla ai suoi figli se fossero
siati pazzi, e soggiungendo, che ov e fossero stati filosofi non av reb-
bero della medesima sicu ramente abbisognato. Il qual disprezzo della
ricchezza, denotando al certo che la casa dai regi apparati e dai
v ari ornamenti non fosse sua, ci fa sicuri, come si di sse, doversi
qui intendere l'accademico. .
(20) Anche gli Aristippi furono due, e ambidue filosofi di
Cirene; l ' uno detto il v ecchio, e l'altro il giov ane, per esser ni-
A L BBR TI .T.I . | g
138 I L L US T R A Z I O NI
pot del primo ; ma Leon Battista qui vuoi dire senz' altro di
questo, il quale verso il 396 avanti G. Cristo fond la setta cire-
naica. La sua gran massima era il piacere, tenendo, l'uomo
non potere esser felice, se non in mezzo ad essi. Infatti
comprare una pernice per $0 dramme (e ogni dramma vale-
va 14 soldi e due o tre denari di Francia) , il pi gran docu-
mento che veramente i piaceri fossero per lui il tutto, se tanto
faceva per la gola. Pass U pi del suo tempo alla corte di
Dionisio il tiranno, che lo teneva in grandissimo pregio ed era
inoltre molto pronto e vivace nelle risposte, tal che ingiuriato
un giorno da uno, e Aristippo fuggendo, e l'ingiuriatore segui-
tandolo dicendogli perch se ne fuggisse, rispondevagli il filosofo :
Tu sei av v ezza a dir male, ed io a non ascoltarlo. E lo stesso
Dionisio volendo un giorno trafiggerlo con dirgli che i filosofi
pu r si v edev ano alle porte de* grandi, egli pronto, con quest'al-
tre parole il rimbeccava, dicendoli: / medici sono per lo pi m
casa degli ammalati.
i ,
(21) Senocrate, figlio di Agatenore calcedonio, ebbe a suo
maestro P iatone, ma fu d'ingegno tardo e cogitabondo, talch
il suo maestro paragonandolo ad Aristotile soleva di re: a que-
sti il morso, all'altro gli sproni. Fu di tania continenza,
per, e pudicizia, che certi, per vederlo caduto in una lubricit
e aver poi motivo di beffarlo, vi mandarono Frne celebre corti-
giana ; ma la prova fu indarno; cosicch colei ebbe a dire, non
essere stata da un uomo, ma da una statua. Scrisse moltis-
sime opere s in geometria, che in filosofia morale ed in versi,
enumerate da Diogene Laerzio nella sna vita.
(22) Diogene Laerzio nella vita di Senocrate, non dice vera-
mente che Dionisio gli facesse il dono della ghirlanda, perch
e' vinse gli altri nel bere, ma invece quelli della casa di Dio-
nisio. (V . DIOGENE. LAERZIO, Vita di Senocrate).
S TO R I G H E 139
(23) Lacide fu clbre filosofo della setta de
9
Pirronisti, visse
a
9
tempi d'Aitalo re di Pergamo, e mor per una intemperanza
usata nel bere.
(Sfc) Due furono anche i Dioni, uno istorico e l'altro filo-
sofo del quale parla l'Alberti, e che per la sua eloquenza fu
soprannominato Crisostomo, cio Bocca (Toro; nacque in Prusia
di Bitinta, visse a'tempi di Traiano, e lasci ottanta orazioni ed
altre opere.
(85) Aristotile, figlio di Nicomaco medico e di Festiade da
Stagira nel macedoniese, per cui fu detto Stagirita, fu uno
de' pi celebri filosofi che mai venissero al mondo. Ebbe a mae-
stro Piatone, fu capo della scuola de' Peripatetici, ed insegn ad
Alessandro il Grande, al quale fu dat precettore da re Filippo
suo padre. Accusato d'empiet da Eurimedonte, sacerdote di
C erere, e temendo perci di far la fine di Socra te, ritirassi a
Calcide, ove mor, chi-dice avvelenato, chi d'una colica e chi
finalmente che si precipitasse nell'Euripo, dal dolore di non aver
potato trovare la cagione del suo flusso e riflusso. Scrisse una
gran quantit di opere, e quelle che ci rimangono fanno fede
quanto tutte dovessero essere importantissime. Chi volesse sapere
il loro titolo legga Diogene L aerzio, l dove parla di lui : Cice-
rone poi nelle Tu scolane e in altri luoghi ci lasci scritto, che Ari-
stotile fosse piccolo di statura, gobbo, deforme e balbuziente.
Nacque l'anno 384, e mori 322 avanti Ges Cristo.
(26) Zenone da Cizio nell'isola di Cipro, fu pure celebre filo-
sofo e discepolo di Crate. La sua massima filosofica era u n solo
Dio ed in tu tti u na necessit inev itabile. Inoltre faceva consistere
il supremo bene, nel vivere giusta la natura, ma guidati dalla
retta ragione. E ben fece l'Alberti a dargli l'aggiunto di stoico,
140 I L L US TR A Z I O NI
perch cos ci ha ammoniti ch'egli parlava di questo Zenone e
non di quello d'Elea, oppur dell'Isaurico.
' (27) Antigono fu uno de' pi prodi ed esperti condottieri di
Alessandro Magno, dopo la morte del quale si fece re d'Asia.
(28) Seneca, gran filosofo scrittore latino che ci lasci di-
verse bellissime opere si in verso che in prosa, visse ai tempi
di Nerone, del quale fu maestro e consigliero nella via di virt;
ma tutti sanno come poi il principe, chiuse le orecchie ai suoi
savi ammaestramenti, lo facesse morire, lasciando per altro a
Seneca la -libert di eleggere quella morte che pi gli piar,
cesse, ed egli scelse di essere svenato. Narra Tacito che essendo
nel bagno colle gi aperte vene, Seneca tuffasse le mani nell'acqua
mescolata del suo sangue e ne aspergesse i pi prossimi dicendo:
qu este effu sioni a Giov e liberatore.
* *
(29) C. Tacito, scrittore latino chiarissimo, visse sotto Vespa-
siano Domiziano, Nerone, Traiano e Adriano, alcuni de* quali lo
inalzaropo ai primi onori. Scrisse la Storia de'principi, da Au gu sto
fino ad Adriano, che a noi non giunse intera, e ancora De
9
chiari
Oratori, come pure la Vita d'Agricola suo socero, ed una altra
opera intitolata : De
9
costu mi e del paese de Germani e tutto con
isUte per la concisione, per la forza e per le sentenze mirabilissimo.
(30) Muzio Scevola, soldato ramano, avendo- Porsenna re dei
Toscani assalita la patria sua , s'introdusse nel suo campo e nella
sua tenda per pugnalarlo; ma perduto il colpo in uno della sua
corte, per averlo scambiato pel re, a punire la mano del com-
messo errore Farse sovr'ardente braciere; e siccome poi in seguilo
usava la sinistra, per fu detto Scev ola da una greca parola che
vuoi dire mancino. (V. L I V I O , T. I I , e 12).
S T O R I C H E 141
(SI ) D idooe, che anche si disse E l i s a , fu figlia di Belo re
de
9
Tirii e moglie di Sicheo, il quale fu ucciso da P igmalione
fratello di lei per impadronirsi delle sue ricchezze. Ma ella fug-
gita co* suoi tesori , recossi in Affrica dove fabbric Cartagine.
Ambite in seguito l e s ue nozze da Iarba re di G et ul i a, ed ella
ricusando il maritaggio, volendo il mauritano principe costrin-
gerla colle armi, la forte donna si uccise. V irgilio favoleggi poi
gli amori di lei con E nea, e riusc a formarne il pi sublime
episodio del suo poema (V . Eneide, L ib. I V ) .
(32) E nni o, poeta latino de
1
pia ant i chi , nacque secondo
alcuni in Rudi citt di C alabria, e secondo altri in Taranto sotto
il consolato di Q. Valerio e C. Manilio, l'anno della fondazione di
Homa 510. Fu caro al vecchio Scipione ffricano, e scrisse molte
tragedie, il nome di alcune delle quali ci fu lasciato da Cicerone
nel l ' Orazione pr Archia. Compil pure, testimonio lo stesso
C icerone, gli Annali della Repu bblica romana, un poema in esa-
metri , Su lla seconda Gu erra Pu nica ed altro ; per di Ini non
ci rimangono che frammenti. Era d' un ingegno il pi grande> ma
il suo stile aveva pi che del duro e dell'aspro. Narrasi che
V irgilio si servisse qualche volta de' versi di questo poeta dicendo,
che erano perle cav ate dal letamaio di Ennio. Mori di podagra circa
140 anni avanti G. Cristo e fu sepolto nel sepolcro del suo amico
Scipione. Orazio racconta di pi che E nnio non componesse versi
se non dopo aver ben beuto. Ma non vuoisi frodare ad E nnio la
gloria di aver introdotto pel primo, fra i R omani, il verso eroico.
s
(33) Milone at l et a, fu s famoso nella sua arte ed era do-
talo di si prodigiosa forza, che ne' giuochi olimpici levava di terra
come il pi leggero peso un bue , sei poneva sul l e spal l e, il de-
poneva qui ndi , e d'un pugno l'uccideva.
Caio G iulio Cesare Ottaviano A ugus t o, secondo impe-
ratore romano e nipote di G iulio Cesare, nacque in Roma 63 anni
142 I L L U S T R A Z I O N I
prima della venuta di Cristo, e fa uno del celebre triunvirato con
Lepido e con A ntonio, i quali si sa come tutti e tre d'accordo si
prendessero quella suprema potest e si spartissero i l mondo, che
per discordie, e per guerre fra es s i , renne poi finalmente nelle
sole mani di A ugusto. Fu piuttosto crudele finch dur il triun-
virato, ma restato solo e pacifico possessore del governo, divenne
mite e virtuoso. V aretino Mecenate ed A gri ppa, ebbero l a pi
grai* parte alle fortune ed alle virtuose azioni di A ugusto.
(35) Plinio il G iovine, soprannominato Gecilto, fu nipote e
figlio adottivo di P linio i l V ecchi o, celebre naturalista de
9
tempi
romani, e nacque m Corno. 11 suo singolare merito gli acquist
sommi onori , e sotto Traiano ftt ancora assunto al consolato.
Scrisse, mentre occup questa sublime dignit, il famoso Pane-
girico a Traiano, riguardato da molti per un capo l avoro; ci
lasci ancora dieci libri di Lettere che sono elegantissime, eru-
ditissime; ma con tutto questo gl'intelligenti dicono che i suoi
scritti non sieno di tutto quel candore che contradistingue il
secolo d'Augusto.
(36) M. T. Cicerone, principe della latina eloquenza, nacque
il 2 Gennaio Fanno 103 innanzi la venuta di G. Cristo, essendo
consoli Q. A ttilio Serano e Q. Servilio C epione, lo che viene ri-
cordato da lui stesso nell'E pistola V ad Antie., Lib. V I I , e anche da
Gellio nel L ib. XI I I , e. 28 ; come pure da P lutarco e da Macrobio.
Ebbe un figlio detto Marco, e una figlia chiamata Tullietta, come
dice egli nell'Orazione pr Sextio,\\ corpo della qual e, fu al tempo
di Sisto V ritrovato fuori di Roma sulla via A ppi a, e conservato
intatto da balsami odorosissimi. Cos il Rodigino, L ib. I H, e. 24.
Fu ammazzato dai soldati di Marco Antonio il giorno 7 di Di-
cembre, essendo consoli Irzio e P ansa, in quell'anno che gli
successero poi Ottaviano e Q. P edi o, come pare si possa ritrarre
dalle parole di Cornelio Taci t o, nel Dialogo degli Oratori, dove
solamente dice : VII Idus , senza il mese. Tullio Tirone suo
S T O R I C H E 143
l i berto, scrisse la sua vita in tre vol umi ; quindi P lutarco, e fra
i moderni, il Miltono.
(97) Clodio, di prenome P ublio, fu deirantichissima famiglia
de' C l audi , ma cittadino turbolento e facinoroso, dato alle pi
scellerate libidini, ed uno de' pi accaniti nemici di Cicerone.
O mero, principe de
1
poeti greci e il pi antico di e s s i ,
uno de' pi mara?igliosi ingegni che mai venissero al mondo.
Sette citt si disputarono la gloria di avergli dato i natali, e fu-
rono Smi r ne , R odi, Colofone, Salamina, C hi o, Argo ed A t e ne ,
s che fu fatto questo distico :
Smirna, tihodos, Colophon, Salami*, Chios, Argot, Atenae,
Oriti* de patria certat, Homere, tu a*
L 'opinione pi comune per si eh' egli fosse di Smirne. Si hanno
di l ui due celebratissimi poe mi , V uno intitolato VIliade, l'altro
VOdissea che sono veramente due miracoli dell'umano ingegno.
A nche l a Batrocomiomachia, ossia La gu erra aV Topi colle Rane,
poemetto burlesco ed altre cose, vengono attribuite al gran can-
tore ; itaa ci non ha molto fondamento. Non poche sono le tra-
1
duzioni fatte in italiano dei detti suoi due poemi , se non che
dopo quella del Monti, che sublimemente tradusse in versi sciolti
i l p r i m o , e l ' al tra del Pindemonte che volgarizz parimente in
feriolti con bellissima poesia il secondo, non rimase agli altri
traduttori grandissima fama. V ogliono alcuni che Omero perdesse
per malattia gli occhi , e altri che nascesse cieco. D ella prima
opinione sarebbe E raclide, della seconda V el l ei o; ma quella in
che tutti concordano si che morisse poverissimo ; il solito
quasi di -tutti i poeti.
(39) Talete da Milesio, fu il primo de' sette sapienti della
G r e c i a , e intese moltissimo all'astronomia, dove fece delle bellis-
s i me scoperte. E gli fu il primo a predire l'eccUssi del Sole, e
144 I L L U S T R A Z I O N I
fond quella setta che si disse Ionica, perch egli era di Ionia
essendo nato a Mileto.
(40) Apuleio fu celebre filosofo platonico ed autore del fa-
moso Asino d'oro, tradotto s bene dal Firenzola.
(41) A nassagora, fu maestro di Pericle ed uno de' pi ce-
lebri filosofi dell'antichit. Fra le sue dottrine eravi, che* il sole
fsse u na massa ignea pi grande del Peloponneso, che la lu na
offesse abitanti, che il massimo degli u mani beni stesse nella con-
templazione, e che la mente div ina fosse cagione ddf u niv erso. Na-
cque in Clazomene verso il 506, e mor il 428 avanti G. Cristo.
(42) L attanzio, autore ecclesiastico, scrisse intorno al prin-
cipio del IV secolo.* I l Baronio l o tiene a f r i c a n o , ma quei
da Fermo, citt della Marca d'Ancona credono e vorrebbero s o-
stenere ch'egli fosse del loro luogo. E gli compose e ci lasci molte
o p e r e , l e quali furono stampate la prima volta a Subiaco e la
cui edizione divenne preziosa per essere il primo libro impresso
in Italia con data.
(43) L i s i a, fu a no de' pi eleganti, puri e soavi oratori greci.
Nato in Siracusa 459 anni avanti Ges Cristo, mor di 4 a nni ,
lasciandoci molte Arringhe, delle quali solo trentaquattro per-
vennero fino a noi. - ' .
(44) A ristone, filosofo e discepolo di Zenone, visse intorno
al 236 avanti Ges C risto, e questi quegli che rassomigliava
l e disputazioni de- logici alle tele de' r a g ni , le quali diceva
non possono esser meglio lavorate, ma a che buone?
< (45) Criftippo, celebre .filosofo greco della setta degli Stoici,
era, di So k nella C i l i ci a, e* fu uno de' pi gran. dialettici dal
STO R I C HE 145
m o tempo, tal che si disse : Se gV Iddii av essero av u to tfu opo di
serv irei della logica, non altra av rebbero sclta che qu ella di Cri-
sippo. I l suo trattato sulla Prov v idenza notabile per alcuni bel-
liasimi pensieri, uno de' quali ebbe l ' onore di essere svolto dal
Malebranche.
(46) Teucero fu figliuolo di Telamone re di Salamina, e fu
ali' impresa di Troia ; ma perch ritornava senza aver voluto far
vendetta dell'uccisore d'Aiace fratello del padre, questi l o sban-
deggiava, ed egl i , impassibile, andar s e ne in Cipro e vi fabbricava
Salamina.
(47) .P . Grasso, di soprannome il Ricco, figlio di P . Mu i i o ,
fratello di P . Scevola e Consolo col vecchio A fricano, fu solenne
legista e non men grande oratore. Ebbe un figlio per nome L uci o,
atodft'egli nell'eloquenza valorosissimo, anzi il primo di quanti i n
allora fossero mai stati al mondo oratori;* per forma, che dallo
slesso Cicerone, ne' libri, delPOratore e nel Bru to, merit di
essere non l odato, ma inalzato alle stelle.
(48) A sinio P olitone, Console e distinto oratore romano, fiori
sotta A ugusto, del quale ancora fu amico. Orazio e V i rgi l i o; di
c ai fu singoiar protettore, fecero sovente menzione di l u i , e
l ' ul t i mo specialmente con parzialissimi -encomia Scrive O razio
( Epist. X* Lib. I ) eh' egli componesse ancora tragedie e storie ; e
cos narrasi essere pare stato il primo a formare i o Roma una
biblioteca, e che A ugusto avendo per celia composti de'versi
contro di l ui , istigandolo a rispondere, egli dicessegli che non
starebbe mai stato si pazzo a scriv ere contro chi potev a bandire.
(49) Antioco il Grande, .re di Siria, dopo aver fatte varie con-
qui ste, pensando di far l'impresa ancora di Smirne, di Lampsaoo
e di altre citt della Grecia asiatica, queste ricorsero per a i a t a
A L K1TI ,T.I . 19
146 I L L U S T R A Z I O N I
ai Romani, i quali mandarono ad Antioco ambasciatori perch
rendesse quanto aveva tolto a Tolomeo Filadelfo e lasciasse
tranquille le altre greche citt; ma Antioco montato perci in
ira, ad istigazione di Annibale, dichiar la guerra a' Romani,
i quali lo disfecero in una gran battaglia vicino a Magnesia,
onde fu costretto a domandar la pace, che ottenne con sacrifizi
grandissimi, perch ebbe a andarne ricacciato oltre il Tauro.
Dopo questo trattato egli poi diceva con la pi grande indifferenza,
di essere obbligatissimo ai Romani, per av erlo sgrav ato dal gran
pensiero di reggere tanti popoli !
(50) Sesto Aurelio Properzio, celebre poeta elegiaco latino,
fu da Bevagna, piccola terra presso Fuligno. Am una gen-
tildonna per nome Ostia o Ostilia, da lui per celebrata sotto il
poetico nome di Cinzia. V'ha chi asserisce' essersi fatta la sco-
perta del suo sepolcro in Spello, citt pure a tre miglia da altra
parte da Fuligno, ma intorno a ci vuoisi vedere negli Atti di Lipsia
del 1725 l'osservazione di Fr. Carlo Corrado. 11 marchese Antonio
Cavalli di Ravenna, recentemente fece e stamp una felicissima
traduzione poetica delle'sue Elegie, ed alcune ne ha pure egre-
giamente trasportate nella nostra poesia il conte Francesco Maria
Torricelli da Fossombrone, uno de
9
pi gentili poeti e prosatori
della et nostra, il quale 'ora intende ad una nuova illustrazione
dell'allegoria del poema di Dante.
(51) Epicuro, uno de' pi grandi filosofi del suo tempo, na-
cque circa il 340 avanti 6. Cristo : fu figlio di Neocle e di Che-
restrata, ed insegn in Atene la filosofia a numerosi discepoli,
i quali T avevano in tanta stima, che mettevano da per tutto
il suo ritratto. Faceva consistere l'umana felicit nei piaceri,
ma non ne' sensuali come malignamente sparsero i suoi ne-
mici, intendendo egli per piacere' quella consolazione e quella dol-
cezza che va congiunta colle virt. Il Gassendo scrisse molto
diligentemente quanto poteva appartenere alla vita di questo
STORICHE 147
grand'uomo, e il marchese Guasco molto ingegnosamente lo
difese dalle imputate calunnie. Alcuni Santi Padri, Ira' quali
Origne e San Gregorio Nazianzieno, lo giustificarono intorno ai
costumi.
(52) Vedi la nota (47).
(53) Cleopatra, regina d'Egitto, figlia di Tolomeo Auleta e
sorella e moglie dell' ultimo Tolomeo, donna di prima impudici-
zia, fu amata da Cesare, dal quale ebbe un figlio detto Cesarione;
poi da Antonio, che ebbela in luogo di vera moglie. Finalmente
vinto Antonio presso Azzio, fattasi mordere per disperazione
da aspidi, cos si uccideva.
Agamennone figlio di Atreo e di Erope, fu re di Micene.
Nella spedizione che i Greci fecero contro Troja pel ratto d'Elena,
fa con universale consenso, risguardo alla sua sapienza, nominato
oondoitiero dell'esercito; ma ottenuta ch'ebbe dopo il decimo anno
la vittoria, e ritornato in Grecia, non appena vi era giunto che
Clitennestra sua moglie aiutata da Egisto suo adultero lo mette-
vano a morte. Lasci un figlio e fu Oreste, che vendic nel
truce drudo e nella fiera madre, la morte del padre, trucidan-
doli ambedue.
(55) E rad ito, celebre filosofo greco, fa d'Efeso, e dotato dalla
natura di perspicacissimo inggno, colle sole sue meditazioni
divenne sapiente. Sempre taciturno e chiuso ne' suoi pensieri,
piangeva continuamente sulle debolezze dell'umana natura, lo
che fruitogli il nome di Filosofo tenebroso. Scrisse intorno a va-
rie cose con gran lode; ma il Trattato sulla Natura gli acquist
la maggior rinomanza. Fra le altre sue opinioni meritano parti-
colare considerazione quella sulla immortalit del? anima e della
risurrezione generale de'morti.
148 I L L U S T R A Z I O N I
(56) A masi, di semplice soldato fattosi re d'E gitto, fu da prima
disprezzato da' suoi soggetti , causa l ' umi l e sua ori gi ne; ma *
forza di dolcezza e di saper fare, trionf di questa avversione.
Dicesi foss'egli Vinventore di una l e g g e , mediante la quale eia*
SCUDO era astretto a render conto ad un magistrato, istituito per-
ci a bella posta, de' mezzi con cui sussisteva.
(57) Policrate re di Sa mo , visse gran tempo senza pro-
vare il pi piccolo sinistro di turbata fortuna, della quale per
temendo [perch tutti devono in vita avere qualche avversit) gitt
da s stesso in mare il suo anello alla cui gemma era attri-
buita una grande virt; e dice Erodoto che il facesse ad insi-
nuazione di Amasi re d' E gi t t o, col quale aveva fatto l ega. Ma
dopo alquanti giorni pescato un pesce e nel suo ventre trovato
il detto anello, fu ci avuto per gran ventura; l o che intesosi
da A masi , non volle pi averla per alleato , dicendo: che l'uomo
avventurato deve aspettarsi grandi avversit, non solo per s
ma ancora per gli amici suoi. ci veramente s e g u i ; perch
guerreggiando con re Bario e fatto prigione da Oronte suo
capitano, fa da questi fatto crocifiggere; ci avvenendo quasi
524 anni avanti Ges Cristo.
(58) L . Cornelio Cinna celebre Consolo romano, Fanno 87
avanti la venuta di G. Cristo, fece una legge pel richiamo degli
sbandeggiati; ma oppostosegli Ottavio suo c o l l e g a , dov egli in-
vece andarsene cacciato da Roma. P er spalleggiato da Mario, da
Sertorio e dagli schiavi, ritorn, uccise O ttavia, e fu sul punto
d
1
impadronirsi della R epubblica, e di far la guerra a Siila ;
ma troppo crudele, avendo le sue barbarie stancato il suo eser-
ci to, in quel frattempo, fu da' suoi soldati lapidato in Ancona.
(59) L . Cornelio Siila, uno de' pi gran perturbatori dell*
repubblica romana, fu da fanciullo erudito nelle latine e greche
S T O R I C H E 149
l ettere, e pass la soa giovinezza in mezzo ai pi scellerati vi-
t i ; ma ottenuta poi la questura, si vedeva mutar vita. A s t a t o ,
s i curo, cupido di gl ori a, largo donatore e di grand' ani mo, Sai-
Instio non seppe se avesse egli a dirsi pi felice o pi forte.
Mandato da Mario ambasciatore al re Bocco, ritornossene con
G iagurta legato. Vinse Mjtridate, represse la guerra sociale, op-
presse C inna, e quindi lo stesso Maria Finalmente depose la dit-
tatura che aveva assunta, ritirandosi in P ozzuolo, dove moriva di
morbo pediculare.
(60) Caio Mario fa uno de
9
pi celebri capitani romani. Vinto
G iugurta e Bocco re di Mauritania egli fece altre memorabili i m-
prese. F u Console pi volte, ma la sesta avendo avuto Siila per
emulo e nemi co, ebbe a ritirarsi in Affrica. Sertorio e Cinna per
10 richiamarono, ed egli tornato a Roma faceva morirvi i suoi
pi grandi ne mi c i , sbandeggiando gli altri. Ma Siila finalmente
trionfando, dicono che questi mandasse un Servio Gallo ad ucci-
de r l o , mentre stava nascosto ne
9
paduli di Minturno; se non
di e il sicario atterrito dalla maest delF aspetto del gran capi-
tano , affermano ritornasse senza avergli fatto la pi piccola of-
fesa; il quale racconto vuoisi per altro da molti avere per mera
invenzione.
(61) P lutarco filosofo, . stori co ed oratore di Grecia celebra-
tissimo, era di Cheronea citt della Beozia, e fioriva sotto Traiano,
11 quale avevalo in tanta st i ma, che lo inalzava persino alla
dignit consolare, a lui confidando parimente gravissimi incarichi
politici. Stadio sotto A mmonio, e viaggi la Grecia per conoscervi
e consultarvi i dotti, scrivendo nelle sue Memorie quanto credeva
degno di essere avvertito. Verso il termine della sua vita ritornos-
sene peraltro al suo paese, ove credesi che finisse i suoi giorni.
R imangono di lui moltissime Vite di u omini illu stri e di molte altre
i soli nomi , come pare bellissime Opere morali ed altri eccellenti
scritti che sono un vero tesoro di erudizione e di sapienza, e di
150 I L L U S T R A Z I O N I
quanto ci resta di pi curioso a sapersi nell'antichit profa-
n i . La migliore traduzione italiana delle sue Vite quella di
Girolamo Pompei veronese, e delle cose Morali quella di Mar-
oello Adriani fiorentino.
(62) M. E milio Scauro, fu veramente specchio di ogni inclita
romana virt ; ma assalito dall' oro di G iugurta, quando questo
*
principe affricano era in differenze con R oma, e lasciandosi cor-
rompere a pr del barbaro, posponendo all'utile la patria, la sua
fama fin allora bellissima, sozzamente e per sempre contamin.
Laonde ben disse Cicerone nella L
a
Terrina : a Nu lla esserv i si
santo da non potersi v iolare, nu lla *i mu nito da non potersi op-
pu gnare dalForot
(63) M. Accio P l aut o, celebre poeta comico l a t i no , fu di
Sarsina neU'Umbria. Dicono che p e r l a povert girasse una
macine da molino onde campare la vita; ma questa asserzione ha
de'contradittori. I suoi sali e la squisita purit con che egli scrisse,
rese l e sue commedie delizia di tutti , facendo fin dire, che se le
muse latine avessero dovuto parlare, l'avrebbero sol fatto nell'elo-
quio plautino. Mor l ' anno 184 avanti G. Cristo. Venti sue
commedie ci restano, ma YAmfitrione e VEpidico sono avute per
le migliori.
Vedi la nota (25).
(65) C. Giulio Solino, egi zi aco, secondo che alcuni eruditi vo-
gliono (romano al certo n o , addimostrandolo con troppa evidenza
la forma del suo stile soverchiamente affettato e la non eletta
sua el ocuzi one, ad onta ch' egl i stesso in pi luoghi del suo
Polyhistor, che un libro delle cose pi memorabili di varj paesi,
parli spesso di Roma come di sua p a t r i a ) , per avere messo a
sacco vari scrittori onde comporre il suo l i bro, e principalmente
il maggiore P linio, si acquistava il soprannome di Scimmia pii-
S T O R I C H E 151
tuona. O ltre la detta opera ci rimangono di l ui ancora vari fram-
menti di versr sopra certi pesci. I l Salmasio, c he fece delle dotte
chiose sopra Solino,, sostiene avere egli vissuto dopo Alessandro
Severo: altri poi dicono verso la fine del primo s e c o l o , o s ul
principio del secondo.
(66) Giulio C apitolino, storico latino, scrisse l e Vite di An-
tonino Pio e di Vero, intitolate a D iocleziano; e quelle di Clau -
dio* Albino, di Macrinoy de'due Mssnini dedicate a C o s t a t i n o ;
come pure quelle di Massimo e di BaUrino, che pi non ci
rimangono.
(67) Marco Aurelio Antonino il filosofo, imperatore romtio,
fti uno de'pi gran principi che mai portassero corona. Nacque
i l 96 d'Aprile nel centoventunesimo anno dalla venuta di Cristo.
Antonino P io lo adottava ed associavate ali' imperio con L ucio
V ero; ma dopo la morte del padre, il Senato dava a lui solo il
reggimento dell'imperio; se non che Marco A urelio, ad onta di
questa gran deferenza del Se nat o, non volle regnar s o l o , ma
chiam socio alla imperatoria potest ancor Lucio V ero, e fu la
prima volta che Roma vedesse due imperatori regnare insieme.
Marco A urelio era un principe dotato dei pi squisiti pregi per
render felici i suoi sudditi, e videsi in lui avverata quella vec-
chia sentenza che il mondo sarebbe felice se i filosofi fossero
r e , o se i re fossero filosofi. Marco A urelio seguiva apertamente
la filosofia s t oi ca, e lasciataci scritto un volume in dodici libri
di Riflessioni sopra la v ita, che furono stampate la prima volta
nel 1558, ed il primo libro di tutta l'antichit profana che
pi si avvicini al V angelo.
(68) Marco Terenzio V ai rone, il pi dotto e il pi erudito fra
i R omani, scrisse moltissime opere quasi in numero di 500 vo-
l umi , fra l e quali molti libri Della lingu a latina, d$Ua Vita del
152 I L L USTR A Z I O NI
Popolo romano, delie Cose ru sticane, deW Edu cazione de
9
faU
t
di Satire e d'altre cose. Sant'Agostino lo chiam il dottore
delle cose, e Cicerone scrivendogli: Tu in nostra u rbe pe-
regrinante ( dicevagli ) , errantes, tanqu am hospites, tu i libri
qu asi domu m redu xeru nt, u t possu mu s aliqu andoqu e et u bi e*-
semu s cognoscere. Tu aetatem patriae
9
tu descriptiones tcmporu m,
tu sacroru m tu ra, tu sacerdotu m, tu domesticata
y
tu pu blicam
disciplinata, tu reru m, tu locoru m regionu m, tu otmiu m ku mna-
ru m div inaru mqu e genera, nomina, officia et cau sas aperu isti .
Mor 28 anni avanti Ges Cristo.
(69) Gli Efori erano magistrati spartani, in numero di -cin-
que , il cui ufiBco per non durava pi che un anno. Tutti erano
presi dal popolo, e s estesa era la potest loro, che potevano
far persino imprigionare i re. Furono infatti istituiti per mo-
derare il regio potere assoluto e frenare ogni * arbitrio. Nel
diritto degli Efri v' era la convocazione delle Assemblee e di
presiedervi. Potevano assomigliarsi ai Tribuni del popolo, e i l
loro nome, come quello de* Consoli, serviva a contare per epoche
gli anni.
(70) Chilone di L acedemonia, famoso filosofo di Grecia, fu a i o
degli Efori per la sua sapienza. D icono morisse dalla gioia nel f rb-
bracciare s uo figlio reduce vittorioso da'giuochi olimpici. D o -
mandato qual cosa fosse pi difficile a farsi, ri spose: dispensare
il tempo, perdonare le ingiu rie e osserv are il segreto. Riferisce
P linio che fosse C hilone, colui che fece scolpire in lettere d'oro
nel tempio di Delf la celebre sentenza : CONOSCI TE STESSO.
(71) Britannico, figlio dell'imperatore Claudio e di Messa-
l i na, avrebbe dovuto succedere nel regno a s uo padre; ma que-
sti sposata A gri ppi na, la nuova moglie metteva sul trono Ne-
rone suo figlio, il quale faceva avvelenare Britannico.
S T O R I C H E 163
(72) Antistene, celebre filosofo ateniese e discepolo di Socra t e ,
Ai quello che istitu la setla de' Cinici verso il 324 avanti Ges
Cristo, e fa cagione del bando di Anilo e della morte di Melita,
due de
9
pi grandi nemici del suo maestro, i quali colle loro
inique accuse e scellerati maneggi, lo fecero condannare a ber
la cicuta.
< (78) Temistocle fu uno de' pi celebri capitani ateniesi. Di-
seredato dal padre causa la sua scorretta vita, per cancellare
quest'onta diessi a servire la patria con grandi fatti. Fu egli
che riport la famosa vittoria navale di Salamina contro Serse;
ma chiamato poscia in giudizio dai suoi concittadini con molte
accuse e sbandito dalla patria, ricoveravasi in P ersia, ove il
re lo accoglieva con la pi grande magnificenza, assegnan-
doli tre citt per il suo sostentamento. Moriva avvelenatosi col
sangue di toro per non volere portar le armi contro la patria.
Oh magnanimo I
(74) Simonide, fu uno de' pi grandi poeti greci dell'anti-
chit. C eos, oggi Zia, isola dell'Egeo, fu sua patria; ebbe dalla
natura una memoria prodigiosa, e vogliono fosse inventore della
memoria locale. Simonide sarebbe stato ancor pi glorioso se
non si fosse contaminato coli'avarizia, che rese mercenaria la
sua penna. Delle sue cose non ci rimangono che frammenti.
(75) Vedi la nota (56).
(76) E uri pi de, celebre tragico d'Atene, nasceva il d stesso
che Serse fu sconfitto. In retorica fu discepolo di Prodico, in filo-
sofia di Socrate ed anche seguit nassagora. Fu assai caro e
stimato da rchelao re di Macedonia, e scrsse settanta tra-
gedie, ma cinque furono quelle che meritarono la corona.
Mor di anni 75, essendo stato di nottetempo dilaniato da' cani.
m
ALBERTI. T. l . 30
154 I L L U S T R A Z I O N I
11 medesimo re fece seppellire l e sue ossa a P e l l a , ricusando
di concederle agli Ateniesi, quantunque istantemente richiedes-
sero quelle illustri reliquie, per esser riportate in patria.
(77) Bione, detto il Boristenita perch di Boriatene, fu uomo
di solenne ingegno, ma di perduti costumi. Fu molto senten-
zioso n e ' s u o i detti, come pu vedersi in que s t o , che avendo
incontrato egli un invidioso straordinariamente preso dalla ma-
linconia: Non si sa, disse, se il male sia accadu to a Itti, o ad
altri il bene. Viveva verso il 376 avanti G. Cristo.
(78) M. Antonio l'Oratore fu s celebre in eloquenza, che
Cicerone diceva : per lui essere allora divenuta Roma emul a di
Grecia. Fu P retore, Proconsole e Censore, e fu fatto morire nel
tempo delle civili commozioni di Mario e Cinna. Non volle mai
consentire si pubblicasse nessuna delle sue arringhe.
(79) Giuseppe Flavio, soprannominato l'I storico, fu di Giudea.
Nacque sotto Caligola Tanno 37 di G. Cristo. E gli discendeva dai
sommi pontefici di Gerusalemme per parte di padre, e per quella
di madre dal sangue reale de' Maccabei. Fu condottiero de' Ga-
lileesi, e in pi incontri seppe ancora segnalarsi. Fu poi fatto
prigioniero da V espasiano, cui predisse l ' i mperi o. Testimonio
della presa di Gerusalemme ne compose la Storia in sette libri
veramente stupendi. Scrisse anche venti libri Delle Antichit giu -
daiche, due libri contro Appione, un Ragionamento sopra il mar-
tirio de* Maccabei, e un Trattato su lla su a Vita ; e tutte que-
st'opere scritte in greco sono veramente eccellenti. Si hanno buone
traduzioni anche in italiano di quest'autore, ma quelle di Fran-
cesco Baldelli, celebre letterato del cinquecento, bisogna di rl o,
primeggiano.
(80) Laberio fu poeta comico del tempo di Cesare da cui
fu fatto cavaliere. Pregato dallo stesso Cesare di recitare egli
S T 0 R 1 C HE 155
slesso in una sua scenica rappresentazione, lo fece ; ma finita la
sua parte e andato a sedere fra i cavalieri, questi credutisi offesi
per aver Laberio calcata la scena, si tennero cos stretti, che il
poeta non pot trovarvi posto, per cui imbarazzatosi, e Cicerone
ci fedendo: Io ti avrei, Laberio, fatto luogo, dicevagli, se non
sedessi s stretto: ma Laberio pronto e senza lasciargliela ca-
dere : Mi maroriglia, o Cicerone, che stretto tu segga, mentre sei
uso a storti ognor su due seggiole, volendo alludere alla sua am-
biguit. Mori a Pozzuolo kk anni avanti G. Cristo.
(81) Agrippina, figlia di Germanico, sorella di Caligola e
madre di Nerone, se fu bellissima donna, fu ancora dissolutis-
sima e di una ambizione la pi segnalata. Fu moglie, in terze
nozze, di Claudio imperatore zio di lei, cui avvelen per far
salire sul trono suo figlio, il quale si sa che in ricompensa e di
averlo messo al mondo e di averlo fatto regnare, la faceva
uccidere. Dicono che questa fine predettale, Agrippina rispon-
desse : Mi uccida pure, ma regni. Colonia fatta da lei ingrandire
ricevette il suo nome e fu detta Colonia Agrippina.
(83) Celio, oratore di singolarissimo ingegno, discepolo
di Cicerone e dotato di forme veramente bellissime, am Clodia
sorella di Clodio, ma accusato da un Atratino di vari delitti, fra
i quali di aver congiurato con Catilina la rovina della Repubblica,
fu da Cicerone difeso con una elegantissima orazione che an-
cora ne rimane.
{83) Giustino storico del secondo secolo, fece un Compendio in
elegante latino, della Storia di Trogo Pompeo. Delle tre tradu-
zioni italiane che si hanno di questo scrittore, dello Squarciafico,
del Porcacchi e dello Zucchi, la prima del secolo XV, del XVI
le altre, le ultime due son quelle che portano il vanto, e in
verit lo meritano, per esser molto ben fatte.
156 I L L U S T R A Z I O N I
(84) Esiodo, celebre poeta greco, fu d'Ascra in quel di Beozia.
Alcuni lo fanno pi antico di Omero, altri suo contemporaneo
e altri di molto tempo appresso. Cos pure non assai fondata
opinione quella di chi lo crede vissuto centanni dopo di Omero,
ci assicurandoci Porfirio. Ci rimangono di lui due poemi, il
primo di maggior fama, intitolato Le Opere e i Giorni conte-
nente precetti agricoli, e l'altro, la Teogenia o Generazione de-
gVIddii. Lo Scu do, altro poema che gli si vorrebbe attribuire,
da
9
critici non gli consentito. Cicerone soleva dire a Lepra
d'imparare Esiodo a memoria, e spesso di averlo in bocca.
(85) Cleobolo, uno de' sette savi della Grecia, fu di Lindo
nell' isola di Rodi e figlio di Evagora. L'ingratitudine e l'infe-
delt erano per lui due cose le pi abominevoli. Sono sue molte
sentenze notabilissime, fra le quali : Piglia donna a te egu ale,
se non v u oi i parenti di lei per tu oi signori. Perdona agli altru i
falli, ma nona te stesso. Ebbe una figlia chiamata Cleobolina,
poetessa di versi esametri enigmali, e mori verso il 560 avanti
6. Cristo, avendo 70 anni.
(86) Ecuba, figlia di Dimante re di Tracia e moglie di P iiamo,
cui diede diciassette figli, nella presa di Troia, tocc in sorte
ad di s s e , di cui fu schiava. La sua figlia Polinessa, venne sa-
grificata sulla tomba d'Achille, s! ch'ella dal gran dolore im-
precando ogni sorta di maledizioni contro i Greci, fu, secondo la
Favola, trasmutala in cagna.
(87) Niobe, figlia di Tantalo re di Frigia e moglie di An-
fione re di Tebe, avendo avuto quattordici figli, sette maschi e
altrettante femmine, os tenersi da pi di La tona, che non ne
ebbe che due, cio Apolline e Diana. Ma Latona adontatasi di
tale disprezzo, fece dai due suoi figli saettare tutta la numerosa
sua prole, per forma che la infelice madre dalP immenso dolore
veniva convertita in sasso.
S T O R I C H E , 157
Prometeo, figlio di Giapeto, secondo la Favola, dicono
che formasse di cera e d'acqua i primi uomini, e che togliesse
poi dal cielo il fuoco per vivificarli. Ma Giove sdegnato di tanto
ardimento, faceva da Vulcano legare il profano rapitore con ferree
catene sul monte Caucaso, dove mandava un avvoltoio a strappar-
gli ogni giorno una parte di fegato. I l Bocart per tiene che
Prometeo sia lo stesso che il Mago nominato nella Bibbia.
Alcinoo re de' Traci nelT isola di Corcira, fu celebre
pe' suoi superbi palagi, pieni di ogni magnificenza e ornato dei
pi bei giardini, i quali passarono in proverbio, per significare
de' luoghi pieni di ricchezze e di delizie. ( Vedi VIRGILIO nelle
Gtorgxche, Lib. I I , v. 8 7) .
(90) E lena, figlia di Giove e di Leda e celebre per la sua
bellezza, fu rapita da Teseo, poi restituita, e tornata di nuovo
ad esser rapita da Paride figliolo di Priamo, il qual ultimo ratto
produceva la famosa guerra di Troia, che durava dieci anni.
Morto Paride, Elena sposava Deifobo, che poi faceva uccidere da Me-
nelao. Finalmente morto anche questo, ritira vasi Elna nell'isola
di Rodi presso Polisso suo parente, il quale, per essere deasa
stata cagione della perdita di tanti eroi, comandava l'appiccassero.
(91) Non cos per pu dirsi di Sofonisba, che dovendo
venire a ogni modo in potere de
9
vincitori Romani, volte morire.
(92) Teti dea del Mare, secondo alcuni era madre di Nereo
di D ori, che maritatisi insieme, dalle loro nozze, ne nacquero
le Ninfe della Terra e del Mare, fra le ultime delle quali, Teti
la Giov ine fu la bellissima. Giove avrebbe voluto sposarla,
ma inteso dal Destino come sarebbe nato di loro un figlio, che
avrebbe cacciato dal regno il padre, davala perci in moglie
168 I L L US TR A Z I O NI
a Peleo, alle cui nozze intervenivano tutte deit, tranqe la
Discordia, la quale per vendicarsi dell'onta di non essere stata
invitata, gettava sulla tavola un aureo pomo con la leggenda
intorno : Per la pi bella. Giunone, Pallade e Venere contesero
questo pomo, ma Paride, eletto a dar sentenza, lo giudicava a
Venere. Dalle nozze di Teti con Peleo poi, nasceva Achille.
(93) Massimino, imperatore romano, soprannominato Aiace,
nacque in Francia. Di bifolco fattosi uom d'arme, giunse, dopo
Alessandro Severo, ad ottenere l'imperio. Fu di pi che atleti-^
che membra ed ebbe una forza prodigiosa. Dicono gli storici che
mangiasse e bevesse quotidianamente in quella quantit, che
racconta ancora l'Alberti ; anzi qualcuno invece di un' an-
fora , vorrebbe dire che ne bevesse otto; ma ci non par veri-
simile. Massimino fu crudelissimo, e perseguit i cristiani in
un' orribile maniera. Finalmente il senato non potendo pi tol-
lerare la sua barbarie, nominava venf uomini per governare la
Repubblica e difenderla dalle sue crudelt; lo che irritando
Massimino, dalla Germania dov'era allora, passava in Italia, ed
assediava Aquilea; la quale facendo una lunga resistenza, ed
annoiandosene i suoi soldati, finalmente uccidevano lui ed il
figliolo, gettando i loro corpi alle fiere.
(94) Solone nacque in Atene, e fu figlio di Esecestide; fu
uno de' sette savi di Grecia, e legislatore degli Ateniesi. Per suo
consiglio furono mutate molte leggi di Dracone, che ogni delitto
multava di morte ; onde Demade oratore, diceva : che Dracone
av ea scritto le leggi col sangu e u mano. Fu egli che in Atene isti-
tu il consiglio degli Areopaghi. Pisistrato suo parente, per, si
uni seco, e colla sua malizia superando la bont di Solone, si
fece Signore assoluto d'Atene, che i Greci chiamavano Tiranno,
la qual cosa da Solone non volle farai, dicendo che la tirannide
STO R I G HE 159
ito/Ma dilettev ole, ma priv a di scale ; e per and peregrinando
per l'E gitto ed altrove per dieci anni. Giunto finalmente alla corte
di C reso, ricchissimo re di L idia, questi gli mostrava tutti i suoi
tesori, domandandogli, se mai avesse veduto pi bella cosa; ma
gli rispondeva il sapi ente, che t eapponi e i gatti gK parev ano
cote molto pi belle, perch la loro bellezza era da natu ra. Fra
l e sentenze di Solone, queste sono notabili: Soccorri al prossimo
tu o. Difendi la v irt delPamico. Resisti attira. Obbedisci
alle leggi. Onora padre e madre. Non giu rare. Non essere
inv idioso. Non pigliar tosto delle amicizie, e sii costante in
qu elli che piglierai. Maritati con donna tu a egu ale. Ri-
prendi in segreto Fornico che loderai in pu bblico. Impara a
gov ernare, prima di prendere il gov erno. Fu gg la pratica dei
cattiv i. Segu ita la v irt. Le leggi sono tante tele di ragno,
le qu ali serv ono a pigliare i deboli e piccoli, come qu elle, le
mosche ed altri piccoli animali, ma sono rotte dai robu sti e dai
grandi.
GENA D I FA MI G L I A
AVVERTIMENTO.
Qu esto leggiadrissimo dialogo della Cena di Famiglia di
L. B. ALBERTI, non mai per lo addietro pu bblicato colle stampe,
tratta di ci che in qu esta v ita si richieggo a bene reggersi
con felicit ; argomento importantissimo e cos magistralmente
sv olto dal nostro Au tore, da non lasciar nu lla a desiderare,
come se fav ess'egli dettato u n ampio e diffu so libro per
dispu tarti di tale materia. Una pittu ra poi, che v i ritrov erai,
del giu oco e de' su oi scellerati effetti, esegu ita al modo dei
grandi artefici, in poche pennellate, ma v iv issima e intera,
non potr non commov erti e spav entarti, come qu ell'orribile
mostro che Leonardo da Vinci dipingev a in u na rotella, e
che, v edu to improv v isamente dal padre, lo facev a agghiacciar
di terrore.
La lezione del nostro testo tratta da qu ello stesso
Codice Lau renziano segnato 112 e descritto neW A vverti-
mento che mandammo innanzi alla Tranquillit dell*Animo,
come qu ello che fu da noi ritrov ato di squ isita lezione ; n
omettemmo di tenerne anche u n altro a confronto, giov an-
docene eziandio in alcu n lu ogo, e fu il Gaddiano, ora Lau -
rtnxiano, del qu ale pu r facemmo parola nel su ddetto lu ogo.
164
Colla scorta di qu esti du e Codici della Cena di Famiglia
pertanto, gli u nici che potemmo ritrov are in Firenze, e fidati
nella loro bont, portiamo speranza di av er tu ttav ia potu to
dare alla lu ce oon la pi sicu ra lezione qu esta operetta,
dov e i latinismi fattisi pi rari che non nella precedente,
danno ragione a poterla tenere non poco posteriore alla me-
desima. Finalmente, trov andosi nella Cena interlocu tori tre
Alberti, Francesco d'Altobianco, Battista (che l'Au tore del
libro ) e Matteo, e parendoci non inu tile il sapersi, prima
di leggere il dialogo, con qu ale grado di parentela fossero i
medesimi tra loro congiu nti, for s'anche a pi piena intel-
Ugenza di codesto; repu tammo non perdu ta opera di dare
eziandio qu eUa parte dell'albero genealogice Albert tono, che
potesse a d sodiifare.
Francesco Leon BaUUla
Alleianco
Ntecotato
I acopo
L Oronzo
BcDQQcttO
Nerozzo
A lberto
\
Iacopo
Malteo (*)
A ntonio
Tommttso
Carocdo
Lapo
Giudice (questi fa Codicillo nel 1142) .
R ustico
Fabiano
A L BE R TI
(*) I noni scritti le eontoo fono g'interlocutori del Dialogo.
GENA D I FA MI G L I A
Interlocu tori.
L E O N BA TTI STA
FR A A C MC O A L BE R TI .
MATTKO
mai a me parse v ero, quanto si di ce, che il buono
appetito rende la cena ottima; certo, qui ora questo mi pare
vei t oi mo, e cosi stimo affermeranno questi giovani, quali
eccitarono ancora in me maggior voglia di fare come loro,
con pi alacrit e volutt.
FRANCESCO. Contrario anzi : la affabilit e lo ecci-
tare Tun l'altro a festivit ragionando, sempre fu sommo
ed ottimo condimento del convito: che ne dici tu Battista?
BATTISTA. Pur come voi. Alle cene, quello che
presta molta volutt nel cibo si la fame. A' nostri animi
ia tutta la vita, come dissero alcuni dotti, niuno instru-
mento, ninna arte musica si trova soave, quanto il ragionare
fatto insieme de' cari amici. E vuoisi, per satisfare al convito,
prendere di ci che vi s'appone, con volutt, e recrearsi
insieme con giocondit e pronta festivit: e cosi loder
in ogni cosa, secondo i tempi, luogo e faccenda, che vi si
adoperi, quanto li conseguitili le forze.
166 G E N A
MTTEO. Adunque aremo da non lodarti, Battista.
BATTISTA. Duolmi: e questo perch?
MATTEO. Perch in questa nostra cena facesti n
l'uno n l'altro; quasi nulla cenasti e meno favellasti.
E piacemi test con queste parole averti eccitato a riso e
ilarit: e cos fa'. Queste tue cure litterarie, quali tengono
te sempre occupato, repetera'le altrove.
FRANCESCO. Come non ti ricordassero i costumi
suoi!... Battista di sua natura, raro, se non provocato, fa-
vella; e, per uso lungo, suole spesso intermettere ancora il
di, senza gustar cibo. La prima ragione della sanit con-
siste . in conoscere ed osservare quello che suole nuocere o
giovare; e indi moderarsi.
BATTISTA. Niuna di queste, niuna. Ma rimirando or
l'uno or l'altro di questi nostri nipoti, in me i' ne pigliava
meco tacito gaudio e contentamento, riconoscendo in loro e
lineamenti e movimenti ed aria de' nostri fratelli, loro padri.
Vedoli di presenza e aspetto abili (a), non immodesti, e
spero saranno in ogni laude simili a' nostri maggiori e degni
vero appellarsi Alberti: vuoisi renderne grazia a D io, e
laude a loro. Certo i nostri Alberti furono, quale sia la cagio-
ne non forse a me quanto io vorrei bene nota, e forse qui
ora^ion luogo da riferirla, certo furono pregiati ed amati
persino da chi non li conoscea se non per nome; onde a
noialtri ancora ne resta buona commemorazione (6) e grazia.
(a) Sv elti
y
pronti: alla maniera de* L atini, e II col contrario sarebbe
inetto
y
che latinamente dlrebbesi inabilito.
(b) Ricordanza. A nche commemorazione voce presa dai L at i ni , I
quali da memini (ricordarti), derivano memoria e memor (ricordev ole). II
cui contrario immemor ( dimenticheoole ) , e memoro, che vuoi dira ri-
du rre a memoria, d'onde II composto commemoro, commemorano.
DI FAMIGLIA 167
MATTEO. Anzi in prima, e qui e in ogni presenza
della nostra giovent, sar da investigare qualunque ra-
gione la dirizzi a satisfare di di in di pi a pieno alle
nostre aspettazioni e desiderii, quando per carit (a) e debito
noi siamo loro padri e moderatori, e cosi loro erano quinci
da te vero convitati, cio pieni di ricordi e ammonimenti
atti a bene reggersi in vita con felicit. E per non per-
dere questa occasione attissima al nostro offizio, mi pare
di riferire qui a tutti insieme, quello che a ciascuno ap-
partiene assiduo ricordarsi. Udite giovani Alberti, udite da
noi, quali fossero le cagioni onde i nostri passati furono
amati e pregiati; e affermate in voi con ogni studio e
diligenza imitare ogni loro istituto e ragione di tradursi a
buona grazia e fama. Una delle cagioni fu: il numero degli
uomini A lberti, l'abbondanza delle facolt, lo assiduo
acquistarsi, ben facendo e giovando a molti, gran numero
d'amici. Queste cose, quali e quanto e come si trattino, e go-
vernino , assai lo mostr pi fa Battista ne' suoi libri de
Familia. Ma quello che molto mi piaceva in ne' nostri
passati, e giudico che fosse (6) ottimo aiuto a bene aversi, fu
lo uso familiare e assidua conversazione e concatenata fra-
tellanza fra loro insieme, piena di carit e giusto offizio,
come veggo qui oggi Battista, dandoci esemplo di s, pari
vorrebbe vedere da noi. E cosi faremo: imiteremo i nostri
maggiori, quali niuno d vacava (e), ch'essi non convenissero
(a) Carit amore, presa la parola In senso ampio, sennonch la
carit differisce dell'amore In ci, che questo genere e quella, specie.
L'amore appartiene a tolte le cose, la carit solo agli nomini.
(6) Fu sse e fiu ter, vogliono aversi ornai per voci antiquate nella
prosa, sebbene la poesia le adoperi sovente per pi eleganza: comune,
fosse e fossero.
(e) Mancav a, passav a: da v acare de' L at i ni .
168 G E N A
insieme: conferivano delle cose oneste e delle cose atte al
bene della famiglia. Era Ira loro il nome Alberto, pari a
una lro repubblica; curavonla e correggevano (a) con ogni
vigilanza e circospezione. L'uscio di qualunque di loro, l'ani-
mo, l'onore, ogni cosa era fra loro comune e quasi proprio, si
ad uso, s a governo e mantenimento. Chi amava uno, sen-
tiva so accetto per questo a tutti gli altri ; ohi forse offen-
deva qualunque eziam (6) minimo, fra loro dispiaceva a
tutti, e ipassime a chi pi sapeva e valeva: pensate voi o
figliuoli nostri, Come pu essere una famiglia in bene e non
mal felice, dove questa amorevolezza e ragione di confor-
marsi insieme non sia? ove potr mia famiglia essere ur-
tata, quando questa volont e consenso a tutti comune sar
in animo, con opera e prontezza, bene conflrmata? Io spesso
mi maraviglio quando vidi in alcuna famiglia, tanta, non
dico solo ignoranza, ma inetta ostinazione di gareggiare
massime per accumulare a s qualche parte di peculio, e
levarlo da chi per molte ragioni questo doveva presso di
lui essere comune, onde poi asseguita la impresa, trovano (e)
perdita maggiore che vittoria. Qualunque in ogni istoria
mai volse conducere cosa alcuna degna in repubblica; sem-
(a) Gov ernamnla.
(o) ncora: voce antiquata. Sebbene ttfamsla parola (atta latina,
pure cangiando 11 l In seppe ella divenire ancora italiana. Ma non raserai
oggi nelle tue scritture, se non vuoi essere accusato di affettazione
%
e
di pedanteria. Alcuni poi notarono, che nella lingua nostra sonovl quat-
tro parole che necessariamente hanno la loro terminazione In conso-
nante, cometa, con, per, non; per ecoone In eziam una qointa, esclu-
dendo da questa categoria, ti,4ef, e le altre derivazioni dell'articolo il,
ossia dell'antico f, che vorrebbevt aggiungere qualche altro, II quale non
pose mente, come U o ei trasmutatesi in io, ove dal miglior suono ve-
nisse ricevuto.
(e) Trov arono, il Gaddiano.
DI FAMIGLIA 169
pre in prima diede somma opera di multiplicarsi fautori e
coospiratori. La natura diede alle famiglie ottimo fra loro e
proprio vincolo, sopra tutti fermissimo (a); questo fa, la vera
dovuta coasanguinit, onde fossero contro a casi avversi
pia muniti e dalle ingiurie de' pessimi meno offesi. Tu
contenzioso, preferisti uno piccolo transitorio emolumento a
Ufttt fermezza d'ogni tua fortuna e bene, e violasti la
religione e santit della innata fratellanza. Chi trapren-
der usaere a te amico, quando tu ricusi essere - amato
da* tuoi, quali amerebbero te, se tu amassi loro? Quale sar
fra* cittadini s infimo che stimi te, don pigli ardire
a notarti, quando e' ti vegga recusato e negletto da' tuoi?
I nati (6) piccinini, raffrenano e perturbano a' grandi l ' ar-
denti imprese contro di te, de' tuoi invidi e avversar!. Que-
sto perch? certo perch essi intendono che la vera e naturai
congiunzione fra quelli ohe sono d'uno sangue e nome alle-
vati insieme, fa che quello che duole e move l'uno in
tempo, ancra move tutti gli altri ; pargli adunque cedere
piuttosto che tirarsi addosso ruina da tante parti, e cosi
sono i ben collegati con vera benevolenzia, non ingiuria (e) ,
temuti dai ni mici, e sono pari amati e seguiti da chi per
loro spera migliorare e salvare suo stato.
FRANCESCO. Chi dubita che questa comunione e na-
turale confederazione, sempre Ai utile e necessaria alle
famiglie. Che pi? Sola la dimostrazione di essere d'uno
animo tutti insieme e d'uno volere, gli fa pregiare e re-
veri re, quando bene fossero discordi. Ma spesso interviene
che bisogna non fare poca stima delle sustanzie sue, onde
(a) ForUitimo, II Gadd.
(b) I figli-
(e) Vedi nota (e) alla pag. 114.
ALBERTI , T. 1.
170 C E N A
facile insorgono liti: e vedemmo qualche volta alle famiglie
che simular fra loro dissidio, in casi avversi, ne salv parte.
BATTISTA. E ' mi sovviene, e panni verissimo, tra
v i c i ni , tra la moglie e 'l mari to, tra
9
fratelli, mai sar
dissensione, purch uno di loro sia savio. Le gravi e dan-
nose discordie crescono quando ambo loro sono male con-
sigliati. Le contenzioni delle borse, non hanno per so forza
di contaminare gli animi moderati. Chi per cupidit e gara
le far capitali e convertiralle in o di o , sar stoltissima
Gonsiglierei si chiamassero certi a mi c i , quali da voi inten-
dessero e fra loro dicidessero la causa. E voi omnino (a) lungi
fuggiste commutare insieme parole contenziose. Dal eonten-
dere surge gara, dalla gara ostinazione, dall'ostinazione
ingiuria, dall'ingiuria iurgio (6) e rissa e arme (e) . E cono-
scesi che nello uso civile sono due tempi vari; l'uno quando
alla famiglia si cerca nuova amplitudine e dignit, l'altro
quando ella si trova fra i pochi ne' primi luoghi onorata.
Forse sar non inutile fra '1 numero de' maligni per i nmi -
nuire i nvi di a, mostrasi in ogni cosa men potere e meno
volere che tu non puoi. Ma se la citt sia retta da buoni,
e pi poteranno le leggi che le volont, certo e '1 ben fare
tanto sar pi glorioso, quanti pi insieme concorreranno
a fare pur bene.
MATTEO. O DioI che questo succedesse 1. . . Ma in
quella terra, se oggi ne fusse una simile a quelle antiche
nominate, dove ogni cosa, pubblica pi era venale che le
private, ove da' primi anni i cittadini quasi come in una
(a) Voce latina: fuori dell'oso.
(fc) Iu rgio un latinismo non ricevuto neanch'esso dall'uso, e vuoi
dire : contenzione di v illane parole.
(e) Rileggi questo periodo.
DI FAMIGLIA 17t
scuola impararono e continuo osservarono esser vari ed tn
ogni cosa perseverarono dar parole fuori, contrarie alla
volont intima, e fare, senza verecondia , niuna delle cose
promesse, quale uomo sar si stolto che non tema parere
buono fra loro, o instituisca essere dissimile dagli altri?
BATTISTA. Vedi Matteo; i' sono certo che tu sem-
pre volesti e vorrai essere pi simile a* buoni che a
1
non
buoni. Felicissima, giocondissima commemorazione poter
dire a s stessi : conoscomi che io sono buono (a). E se ad
alcuni animali, come al cammello, non piace bere l'acqua se
prima e' non l'intorbida, sappi, costui, che tempo lo aspetta;
esso sofferir molta e lunga sete ; ma come chi nav i g a,
cosi v o i , mutati i v e n t i , mutate le vele e seguita altra
dirittura, se questo corso vi porta a porto (6), cio a quiete
e onesto ozio; dove questo non segua, raccogli e statti in
0
sommo e sicurissimo porto, doVe tu addirizzi i tuoi con-
cetti: fatti bene volere da' tuoi cittadini e da tutti con buone
arti e approvata integrit. La umanit e facilit e probit,
porgono scala e ale a superare (e) in cielo.
MATTEO. Udiste voi giovani? udiste v oi ?
FRANCESCO. Dir pure forse pi che non richiede
pesto luogo. Di molte cose si ragiona e non si negano a
parole, quali se fussero in fatto meno difficili, ehi I quanto sa-
rebbe la vita e condizione de' mortali ancora meno misera,
fra savi e pazzi, fra buoni e mali, fra ricchi e bisognosi, fra
(a) Notabili parole.
(b) Vi parta a porto, di quel bisticci da schifarsi colla pi grande
attenzione da coloro ebe non vogliono offendere l'eleganza del loro discorso.
(e) Ascendere; latinismo da farne conto nella grave prosa e special-
me nt e nel l e poetiche dizioni. Il V ocab. non registra su perare In questo
senso che II proprio. VIRGILIO nel I I I .
0
delle Georgiche, disse : Su perant
monte* et (lu mina tranant.
172 C E N A
i tiranni (a) e subietti: non patisce la natura che benivotenzia
vi sia stabile, se fra loro non quello che li componga e
tenga insieme. Bisognavi qualche condizione per la quale
minuendo all'uno ed accrescendo ali
9
altro, fra loro seguiti
parit; e se a me non pessimo, fia necessit usare e con-
trattarmi (6) con molti, dei quali tu conosci i loro pensieri,
vita e fatti, basteramm* egli quanto che tu dici? Che pu uno
buono mutar di s o , se non in peggio !
BATTISTA. Secondo il fine che tu proponi almeno
fia mutabile la volont non da bene a male, ma da sof-
frire pi tosto incomodo che turpitudine. Io persuasi a me,
gi pi tempo, che in vero^ a' buoni nulla possa nuocere
se non tanto, quanto diventassino meno buoni. Pi ferma
(a) Ito-anno, nella sua primitiva origine, non voleva significare altro
che signore o monarca con piena potest sopra i soggetti suoi. Ma in pro-
cesso di tempo, fattisi questi principi malvagi, e avendo abusate le forze
del regno per dominare superbamente contro le eque e giuste leggi, fa'
il nome di tiranno rivolto in mala parte, indioando un re o principe ingiusto
e crudele. Tuttavia l nostri antichi, come I Greci, l'usarono il pi delle
volte nel miglior senso, come pu vedersi ne' loro libri e In questo e In
molti altri luoghi dello stesso Alberti, siccome nel I H.
0
della Famiglia,
ove dtce: Cresciu ti (crti uomini) in antichissima libert detta patria e
con animo troppo pieno d'odio acerbissimo contro a ogni tiranno, o
contenti delia comu n libert v orrebbero pi che gli altri libert e licenza ,
dove tiranno non certamente in cattivo significato. tutta questa
spiegazione noi credemmo necessaria, perch leggemmo in una chiosa
(fan moderno, posta appunto alia voce tiranno, del precitato esemplo,
che tiranno principe che nel reggimento fa contro ragione e giu sti-
zia , lo che non sempre vero come dagli addotti esempi si potuto
vedere.
(b) Contrattare dal lai. contrectare che propriamente significa frequ en-
ter tango, oto tocco spesso; e nel figurato, qu el frequ ente trov arsi insieme
delle persone per qu alstoogha interesse. Vorrebbe In quest'ultimo senso an-
dar registrato nel Vocab. L'uso per In sua vece ha trattare.
DI FAMIGLIA 173
e certa oosa nella salveiza ohe porge Iddio a' buoni,
che non sono gli odii fra quelli che tu raccontavi. I l a tor-
niamo onde facemmo digressione: dicesti, Matteo, che l'uso
de' nostri familiare insieme, con carit, fu gran cagione
a farli pregiare, cosi pare anche a noi, se gi qui Fran-
cesco non fusse in altra sentenza.
FRANCESCO. A me pare il simile; ma soprattutto
i buoni costumi acquistarono loro molta grazia. Io posso
affermare questo: mai fu famiglia in questa nostra citt
pi costumata, e forse per questo in prima fu ben voluta
e nominata.
MTTBO. Ben dici il vero ed cos, e dohbiamcene
gloriare, e proporci d'esser simili a loro: che direte ! Era per
Italia ridotto in proverbio: quando vollero approvare in
akuno la molta umanit e prestanzia de' lodatissimi c o -
stumi, diceano : Costui tale come se fusse nato e allevato
fra gli Alberti.
r BATTISTA. E merito. In prima, furono i nostri
osservantissimi della religione, e reverentissimi a' loro
maggiori.
FRANCESCO. Per confirmare il detto tuo, Altobianco
mio padre, spesso mi riferiva, che per darsi quanto e' do-
veva simile a' suoi maggiori (a), mai volse essere veduto
sedere in pubblico, presente messer Antonio cavaliere suo
fratello; e gli altri de' quali uno qui dottore e nel nu-
mero de' cherici, con uffizi pubblici, in dignit non ultimo;
mai presente, non dico alcuno padre e capo di famiglia,
ma pi, presente Lionardo o Benedetto suo fratello consu-
(a) Darti simile ^a u no per imitare u no in lu tto e per tu tto , panni
maniera da essere avvertila sebbene sappia alquanto di latino.
174 C E N A
brino per et maggiore, mai fu veduto assedersi. E cos
noi tutti sempre rendemmo reverenda a' maggiori come ai
padri, e cos loro amarono sempre noi come figliuoli.
BATTISTA. Qualunque non inetto sia e ben allevato,
senza dubbio conosce che questo gli debito e somma
laude. Chi rende onore ad altri, acquista (mestamento a
s : ecco la ragione. Quello incorretto giovane non fece il
debito suo con degna reverenzia verso il padre, quanto da
lui richiedevano gli altri cittadini : quel biasimo di chi fu ?
non di colui a chi non fu renduto a dignit (a) , ma tutto e
solo di chi non satisfece all'offizio suo. Tu, contro, contri-
buisti a chi meritava onore; fu pari (6) tutto tuo, non d'altri,
l'onestamente e lode. Ben sapevo 4o che '1 mio rizzarmi,
scoprirmi, ovviarli (e) , non portava a que
1
miei alcuna cosa
per quale essi dovessino riferirmene merito, altro che ralle-
grarsi , conoscendo che chi vedeva in me quella osservanzia
e officiosit mi riputava degno d'essere amato. E mancando
i n me quello che mi si richiedeva m'era da altri bi as i mo,
e da me stesso rimordimento.
FRANCESCO. Que'tuoi R omani, in ogni cosa mal
corretti oggi, molto errano in questo; stimano i padri meno
che suoi vicini e quinci crescono con molta lascivia e vizi.
BATTISTA. Ben per questo costituirono que' popoli,
quali se suoi minori sino a certa et peccavano, i magi-
strati punivano il padre, gastigavano i precettori che non
li corressero in tempo.
(a) Cu i non fu reso il debito onore.
[b) Parimente. Pari, In questo senso non nel V ocab. , ma -io
l'I ntesi spesso nella bocca di que' popoli di V aldlraetauro, che pi sono
prossimi al mare.
(e) Andarli incontro : dal Ialino obire.
DI FAMIGLIA 175
MATTEO. Questo bisognerebbe oggi in questa nostra
citt: sarebbero meno linguacciuti, pi escogitati (a) , meno
insolenti, pi moderati nelle voglie loro; fuggirebbero l'assedio
e corruttela de' viziosi, da' quali depravati, imparano esser
ghiotti, inverecondi, giocatori e senza alcuna riverenza o
timor del biasimo; ed cci tanta copia, e si pronta, e s pe-
tulante di questi seduttori, ministri e maestri di tutte le
arti pessime e maleficii, che per loro, rari giovani, crescono
senza turpitudine ().
FRANCESCO. Ben dici il vero: uomini pestiferi, frau-
dolenti, impronti (e), importuni, sfacciati, assediano la gio-
vent, e pi nuocono a questi nominati uomini da bene, che
a plebei e men fortunati (d) , quanto presso di loro trovano
pi che rapire.
BATTISTA. IO udiva questo che tu di' fuori di qui :
ora, in presenzia, non vorrei vederlo I Troppo mi perturbe-
rebbe I dura faccenda moderare la giovent ! vero ; ma io in
ogni altra cosa sarei con loro facile e indulgente, purch
fossero non sfrenati e simili a quegli ohe non sdegnano i
maggiori, e ostinati credono solo a s, e curano solo sati-
sfare alle voglie sue : non gli potrei riputare da bene,
sendo non buoni e costumati. Chi dir io che sia da bene?
colui che merita grazia, favore, aiuto, laude e ogni bene. Chi
(a) Pi riflessiv i.
(6) Giovane, poni mente alla verit di queste parole e delle seguenti
ancora.
(e) impronto, spiega il Vocab. importu no; ma ecco l'Alberti, met-
tendo dopo impronto, importu no, ne dimostra che pare una differenza dee
passare fra le due voci. infatti gli esempi stessi addotti dal Vocab. con-
fermano la cosa. Mentre impronto quivi vuoi sempre dire importu no sfac-
ciato, senso datoli pure dal nostro Autore, come vediamo In questo luogo.
(d) Men forniti di av eri ; di beni delta fortu na.
176 G E N A
merita ricever qusto? lo immodesto? petulco? (a) lascivo?
inonesto? temerario? arrogante? temulento? scellerato? certo
no. Quello che tu concederai a uno putido gaglioffo (6) sar
scritto alla tua umanit pi cbe alla necessit di colui.
Ha uno vizioso indomito quale solo oda, creda e diesi a
quelli suoi confederati seduttori, degni d'ogni supplizio,
costui non merita di essere guardato dalla plebe, non che
reputato fra gli uomini da bene. E se vizio alcuno in qualun-
que et e stato si trova dannoso, certo questo, dagli antichi
chiamato alea (e), come sono carte, dadi, sempre fu pernicio-
sissimo. Qual prudente non ricuser nei suo' traffici un
giocatore? Pel giuoco, chi acquista mai altro che nome di
fraudolente e fabbricator d'inganni ? Dal giuoco viene ninno
piacere, gravi perdite, molestissime cure e infestissima sol-
lecitudine, assidue perturbazioni I Tu, Francesco (d); alcuna
volta ti dilettano mie simili perquisizioni (e) e invenzio*
(a) Petu lco da petu lcu s de' Latini petu lante, che osa ci che non pu.
(6) In un rarissimo libretto, che ha per titolo: Discorso Intorno tifa
conformit della lingu a italiana, colle pia nobili antiche lingu e, e principal-
mente con la greca, ec, di ASCAMO PERSIO, Impresso In Venezia e ristampato
a Bologna per Giov anni Bossi 1892, In 8vo, trovo a pag.28 che In lingua
aramea, cosi detta da Arano figlio di Sem, capo di quella nazione, gaioffa
vuoi dire adu ltera: dalla qual voce deriv 11 nostro gaglioffo. tk verit,
In pi d'un luogo Intorno a Urbttio, dove si conservano, come anche al-
trove dicemmo, molte antiche voci, io udii questa, per significare precisa-
mente ci che il Persio asserisce voler dire.
(e) Alea propriamente II giu oco de* dadi, e perch il pi rischioso
di tutti, per alea fu presa per ogni giuoco dove la fortuna vi ha la
pi gran parte. DI quindi le (rasi latine facere aleam ; u Uimam emperiri
abati, per significare quello che noi diciamo giocar ru llimi carta, ar-
rischiar tu tto in un colpo.
(d) Sottintendi, ateolta.
(e) Accu rate ricerche: al due moderai esempi che dal Vocab.si cliano
a questa parola, non sarebbe forse mal fatto se si facesse precedere questo
antico dell'Alberti.
DI FAMIGLIA 177
ni (a) : v e di , pregoti , quanto faccia a proposito (b). Fi ngo qm
.vi sia un gi ovane giocatore incorretto. D i mmi , figliuolo, se
s ul nostro ponte fusse un furioso uomo qual commosso ad
i r a , graffiasse, mordesse c hi s e gli appressi ; e io di c e s s i :
spogli^ i panni tuoi e i o i mi e i ; leghimgli insieme e s t i mo-
leremo questo f uri os o: a c h i . di ftoi e
1
far peggi o, costui
trni nuda a
1
suoi e restino i panni tutti- al c o mpa g no :
pialleresti questo parti to? C he, Matteo, s e un tal gi ovane
qui ioslse, ohe credi risponderebbe? . . . : . .
-*r MATTEO, E
1
mi pare quasi scorgere, da lungi dove
t u inteftda capi tare, e risponderotti per l ui . Ma pri ma fammi
y partito compiuto (e) : se l'uno di noi ricevesse picchiate
pari al l ' al t ro?
-TT* FRANCESCO. R iterrebbe ci ascuno i suoi.
- MATTEO. Ben di c i : adunque ri spondo: non l o
pi gl t ara, i
BATTISTA. P erch n o ? e poi aresti i miei insieme^
aresti i tuoi. i
:. ,-rr MATTBO. A nzi
f
t u aresti l e t ue picchiate ed io, l e
m i e : e chi mi sicura (d) c h ' i o torni senza perdita, nop che
c on g uadag na . .
1
(a)' Intenzione propriamnte l'atlo del r i t r o v a r e ; speci al mente poi,'
t o ma q u i , t i nel l o c he CIOBBONB definisce nel libro de hwenHone ad Hern.
-7 . 6OW0t'toMo rfrtim v eraru m, au t v erimWu m, qu ae cau sarn ptobabUen
reddanl.
{b) Sot t i nt endi : qu anto io sto per din.
(e). Dimmi U tu tto ben bene ; finitami di dichiarare U tu tto. La frase
dell'A utore presa dagli s qui t t i n , che l'ultima cosa che rende compi at e
e s u g g e l l a l e disquisizioni che devono risolverei eoi mandarle a partito.
. (<*) Sicware e au icu rare, per far sicu ro. BOCCACCIO, nella NoY. del
G arbi no: E sicu rato da lui che n dal G erblnp, n da altri' Impedito sa*
r e b b e , ^c. . . . . . : . . ; : . . . - . .. ' ' ,';
A L BBUTI . T. l . . . . ! ...\%%,\ '
478 C E N A
BATTISTA. Prudente risposta: e se vi penseremo, tro-
veremo che *1 gioco, simile a una di quelle Furie poetiche,
ancora incende furore in chi se gli dia. E parvi poco furore?
giocano, dove a caso sovviene loro; spesso fu qualche desco
sordido e puzzolente, in luogo alioqu in (a) frequentato, n si
curano esser veduti e biasimati da molti. I primi furono certi
ribaldi; concorsevi numero di vilissimi raercenari (6) : questo
nostro uomo da bene, nato per essere ornamento della patria,
ma per corruttela degli scellerati disviato e dedicato al gioco,
subito dimentica so stesso e vinto e tratto dalla miseria
sua, non si pu contenere, mescolasi in quel fastidio, sur-
gonvi alterazioni, vedesi da lunge tumulto, odonsi voci e
parole pazze, odiose, bruttissime. Concorre la plebe e biasima
chi pi erra, e sempre, da* savi e da* men savi, per pi ri-
spetti, in quella colluvie (e) sar pi vituperato chi fia pel
nome de
9
suoi, meno degno di esser veduto in tale errore fra
loro. Aggiungi che coloro (d) dal ponte e dal furioso si parti-
ranno, subito che vedranno il suo male; questo giocatore mai
si parte dal gioco, se non ultimo superato, e partirassi forse
dal ponte colui coli* occhio enfiato e livido, colla bocca e
denti, colla gota e orecchi stracciati, col petto tutto percosso;
cose, non nego, dannose mai si al corpo ; ma pel gioco la
parte in noi pi da curarla molto pi patisce; perduta la
recognizione del debito suo, non cura s stesso; sotterrasi
(a) Oltre a ci : parola latina.
(6) Che campano di braccia. Costoro sono ordinariamente la fecola
de' paesi.
(e) In *qu e' radu namenti d'immondezze ; in qu e
3
su diciu mi. Collu v ie
dal lat. collu v ie*. Voce che non trovo nel Vocab., ma che panni degna di
potervi avere onorato luogo.
(d) Coloro non ha il 121, ma solo il Gadd.; per parendomi neces-
sario adottai la sua lezione.
DI FAMIGLIA 179
nel vituperio (a); non vedendo quel che ne seguiti a quella
bruttezza ma tumido di cupidit, livido d'invidia e con-
cusso (b) qui e qui di varie esagitazioni d'animo, ora per
recuperare quello che perduto, ora per accrescere la vi n-
cita. Che posso io dire altro a rabbia? E cos, come prima
precipit s stesso in questo male, cos dopo la calamit,
senza niuno ut i l e, urta s stesso con acerbissimo penti-
mento (e).
FRANCESCO. Rispondi, Matteo, tu che traprendesti
formi risposta; parti che Battista dica il vero? paionti di-
letti questi nel gioco da seguirli, o crucciaraenti da
fuggirli ?
MATTEO. E chi ne dubita? esecratali; da bestem-
miarli; ma io potrei dire che molti in la sua giovent pure
allettati parte da avarizia, parte dalle insidie e assedio dei
corruttori, cominciarono il gioco solo per piacere; e poi
col tempo tal' ora si rammendarono e liberaronsi da quella
servit.
BATTISTA. Farannolo, se in loro potr parte alcuna
di ragione o vero conoscimento. A questi bisogna solo di-
liberarlo, e fuggire luoghi, e persone, e occasione onde se-
guirti simili errori, e darsi ad altri onesti spassi o a
quelli mestieri, onde con pi certezza e buona grazia e* sa-
tisfaccino alla cupidit, accumulandosi con onest giusto
peculio. Del gioco, fra tanto numero de
9
barattieri, non ca-
verai uno o forse un altro, che non resti mendico pel
gioco ed invecchi svilito e nudo. Questo onde avvenga,
(a) Tremenda frase.
(6) Sbattu to.
(e) P ad essere pi v i v a, pu essere pi terribile questa pittura del
giuooo e de' suoi orribili effetti ? Ma seguita e sentirai ancora.
180 C E-N A
non oscuro ad iscerneiio. Non riesce al gioco, la 'mpressa,
parte per sua propria natura parte per quello che dopo al
gioco ne seguita. Ecco : tutti noi qui useremo convenire
insieme a gioco : trovansi questo di fra ni fiorini mille :
ciascuno di noi propone e studia, quanto in so s i a, vi n-
cere. Dimmi onde persuadesti tu he a te pi che me
seguiti vincita, se in te non sar qualche arte fraudolente
e apparecchio atto a ingannarmi ? Potr forse resistere alla
fraude di questo uno, ma se due o pi faranno setta (a) i n-
sieme contro me, che potr io? Nulla. Ma i modi ccm che uno
solo pu rubarmi al gioc, chi mai gli racconterebbe ? l a -
sciamo addietro gli altri giochi, in quali sono infinite deco-
zioni (b) e tradimenti. Raro fu giocatore non prono () e pronto
a esser traditore. Ma diciam solo de
1
dadi in questo.
Circa la materia del dado , questa parte d'osso e stucco
grave ; quest' altra lieve, giunte insieme e poste con accura-
tifitsimo artifizio; certi punti posti due volte in um dado, in un
altro niuna ; a questi una faccia aspra o bene spianata e bene
angolare; quest'altra tersa, liscia, curva, cogli angoli quasi
tondi, onde bene possano dire, come colui giocando, il tuo
non il mio indugia a ritenere, Aggiugni V artifizio della
mano; scambiano i dadi e rifondono e scemano le poste
con prestezza di mano e coperto furto: insomma tutto il
gioco non ama altro che fraude, tradimento e preda(d). Lodasi,
(a) Bello questo far setta, c he noi comunemente diciamo far lega,
A vvertilo.
(6) Dal lat. deceptio, inganno^
(e) inchinev ole, procliv e, latinismo da pronti*.
(d) P rego : fai attenzione alle seguenti parole e anche torna pi volte
a ri l eggerl e, trasportandole alle maledette carte che sonosi in oggi sosti-
tuite a
1
dadi, i .
DI FAMIGLIA 181
per questo quello di cui si dice che' diede al figliolo suo
per ogni altro modo inemendabile mastri espertissimi dai
quali esso imparasse e conoscesse quest' arte che tanto ti
dilettava; seguihne, che il giovane, aperto discernendo le
Infinite insidie e talenti, lacci che s*adprano giocando,
revoc s stesso e corresse tanto errore e pi non gioc.
Tu, giovane, male esperto, per inconsiderazione credulo,
pur prometti a te stesso buona e perpetua fortuna contro
tante e si artifiziose falsit e tradimenti: portasti pi somma
tu solo che tutti gli altri, e cosi desti in preda te stesso
a
9
tuoi insidiatori. Dirai : in questa cosa pu la fortuna ;
vmoesi, perdesi, cos passiamo tempo. Anzi prdete il
tempo e voi stessi. Ma concedoti: poniamo ohe tu per-
dendo perda poco, e vincendo vinca pi la perdita (a) ; seb-
bene racconterai sar e molta e spessa la vincita, contro,
rarissima (6) , il male tuo qual sussegue a poco a poco tanto
pi nuoce, quanto tu meno lo senti: ultimo te n'avvedi
quando ti troverai senza quella somma allora ut i l e, ora
necessaria a
1
bisogni t uoi , onde alienasti la possessione
e resti indebitato; non ardisci uscire in pubblico; la casa
tua ti sar un carcere; contristera'ti in solitudine; gli
amici e noti antichi ti rifiuteranno e avviliranno; i ne-
mici ne saranno lieti e befferanti; tu da te stesso ri -
ceverai tormenti intollerabili, repetendo (e) in questa misria
(a) Pi che non la perdita. Ellissi che acquista molta eleganza alla
dizione.
(fc) Cio : al contrario rariu ima la perdita. UarisHma chi volesse
guardare attentamente dovrebbe riferirsi a v incita che le vicino; ma
per quella costruzione di pensiero che si da pur sovente nella nostra
lingua, ella vuoi riferirsi a perdita,
(e) Rammemorando da repeto In questa significazione.
182 G E N A
gli spassi gli amici l'onore e gli altri beni perduti
per tua colpa e stoltizia e forse per tedio di te stesso ;
viverai errando per le selve quasi come fiera per do-
lore furiosa. O misera condizione! che vita sar la tua?
chi comunicher teco alcuna sua amministrazione o traffico?
qual de
1
maggiori ti commetter alcuna degna faccenda ?
qual padre non ti dico ti dar la sua figliola ma
quando mai patir che *1 figliolo suo a te sia familiare?
Certo miserabile condizione da eleggere la morte per
fuggirla. Ma poniamo contro che ad alcuno di noi qualche
volta la fortuna succeda in gi oco; vincesti? subito le
torme de* tuoi seguaci seduttori : dacci vincita ; spendi in
quella e in quell'altra cosa superflua e lasciva; vinci
domani? queir altro? pur simile fanno a lui ; non compie
1* anno che si dissipa tutta la somma comune indi a niuno
resta un quattrino.
FRANCESCO. Non basterebbe il di a raccontare tutte
le perversit e mine che porge il gioco esecratale t (a)
uomini abiettissimi e vilissimi i giocatori t vuoisi odiare il
gioco e lungi fuggire chi se gli dia.
MATTEO. Udite figlioli udite e cosi fate voi: siete
d'indole e presenza certo elegante nobile e in questo si-
mili a
9
nostri maggiori: d'ingegno pronto d'intelletto acuto
e di natura proni e parati a farvi amare e reputare.
Donate a questa nostra et questo espettatissimo da voi
e massimo gaudio e ultimo contentamento ; eccitate voi
stessi ; dedicate l'animo a virt ; amate i buoni ; pigliate
gloria in voi stessi de' buoni costumi; imitate i nostri mag-
II Gadd. dopo gioco, legge: Cota detestabile, il gioco, esecratile!
u omini abiettissimi i giocatori, ec.
DI FAMIGLIA 183
giori, da' quali arete domestico esempio per asseguire pari
fama e nome; intraprendete buoni esercizi; seguite i degni
studi; date opera di bene meritare di voi stessi, della fa-
miglia vostra, della patria, facendo come fecero i vostri
maggiori, uomini religiosissimi, costumatissimi, ornatissimi,
di molta e singolare virt.
BATTISTA. COS farete figlioli: i buoni costumi danno
dolce grazia a
9
fanciulli, molta laude a
9
giovani, ferma
autorit agli uomini maturi, onoratissima dignit a* pi
attempati. Ad ogni et e stato i costumi buoni sono or-
namento e splendore di tutta la vita.
A V V E R TI ME NTI
M A T R I M O N I A L I
A VVERTIMENTO.
Anche per T edizione di qu est
9
Operetta, che ora v ede
per la prima v olta la lu ce, noi potemmo profittare di tre.
Codici. Il primo Itfagliabechiano i n-fol i o, cartaceo e del se-
colo X V, di perfetta lezione, segnato CI IV, N. 38 e gi
193 Strozziano; il secondo pu re della stessa insigne Biblioteca,
del medesimo secolo e cartaceo anch' esso, ma di u n grado
inferiore al primo, in qu anto alla bont della lezione, segnato
CI IV, N. 33; il terzo Palatino membranaceo i n -8 v o , del
X V secolo anch' esso : ma qu ello da cu i traemmo copia per
la nostra pu bblicazione fu Vu ltimo; il qu ale per av ere pi
degli altri du e u na Lettera a Piero de' Medici, con cu i
l'Au tore gli manda V Operetta, per essere di squ isita lezione
ed in lettera molto elegante, ci da forse ragione di poter
credere che qu esto sia stato l'esemplare stesso mandato dal
nostro Leon Battista al Medici. Ov e per potesse essere
occorso, pu credere il cortese lettore, che ancora gli altri
ci abbiano giov ato.
188
L Operetta tratta di cose molto u tili a sapersi da chi
tolse o v u oi tor donna; n noi v orremo prev enire la sav ia
cu riosit dei lettori, altro di qu ella accennando. Solo diremo
che ne' Codici ella intitolata: Epistola Uxoria, se non che
noi credemmo meglio ridu rre il titolo come abbiamo fatto.
Ne' nomi poi di Sf i z i o , di ACRINO e di TRISBOFO che
s* incontrano in essa, v edr il lettore come dall'Alberti si
v olle simboleggiare al carattere di ciascu na delle dette persone.
Trissofo poi su onerebbe qu ello che popolarmente si direbbe
tra noi il Saccente.
M. P I E R O DI COSMO D E MED ICI
LEON BATTISTA ALBERTI
MO L TE cagi oni , gi pi tempo, me induceano che
io t e molto amassi, P i e r o: vedeati modestissimo ed
umanissimo ed amorevole di ciascun buono e studioso
di lettere e virt, e dato a ogni cosa lodata e pre-
giata in uomo come t u , nato ed educato in famiglia
nobile e beata. Onde io sperava vederti in tempo,
alla patria nostra simile al padre tuo C os mo, uomo
virtuosissimo ed a me amicissimo, pregiato, utilis-
simo ci t t adi no, da cui la nostra R epubblica, per
tuo consiglio e fortune di d in d pi riceva au-
torit, dignit ed amplitudine. Io adunque te amava,
poich cos giudicava per tua virt e costume, certo
meritavi da me e da tutti gli studiosi essere amato.
Ma ora ch' i o intendo quanto sia la benevolenza tua
verso di me, e poi eh' io sento qual sia lo studio ed
opera tua assidua e prontissima in rendermi con ogni
190
arte, con lodarmi e commendarmi a tutti noto e
accettissimo; ed ancora eh' io vedo te dato a rico-
noscere scritti ed esercitazioni mie letterarie, tanto
che raro passa ora in quale tu non legga e commendi
a memoria qualche mio scritto e detto, posso io non
soprattutto gli altri amarti? da cui, uomo degnissimo
d'essere amato, io tanto me scorga amato ? Ma non
dubito di d in d si porgeranno occasioni, per quali
tra noi mostreremo qual sia l'animo e l'affezion no-
stra insieme, e concerteremo vincere V uno V altro
d'amorevolezza e di qualunque onesto e grato officio.
E gi che io conobbi te tanto tepido de' miei scritti,
mi piacque mandarti questa nostra Operetta, scritta
in villa fra le selve in ozio, al quale a questi tempi
per buona ragione me diedi. E credo non ti tedier
rileggerla pi d'una volta, perch la vederai materia
scritta pur faceta e giocosa, e non inutile in vita a
consigliarsi; e parrtti, credo, trattata da me non in
tutto senza modo e degna maturit. Riderai e ame-
ra'mi e da me aspetterai simili maggiori premi alla
nostra ottima amicizia.
AVVERTIMENTI
M A T R I M O N I A L I
UD I STI , credo, pi volte i Lacedemoniesi essere stato
popolo, fra' Greci antichi, vittorioso in arme e temuto an-
che , ed in pace modestissimo, riverito ed amato da* suoi
finitimi ed esterni popoli. E forse vi si rammentano i nomi
di molti Lacedeiqoniesi famosi, i quali con sue virt a so
acquistarono nome e gloria, ed alla patria sua aumentarono
dignit e autorit. Fra questi dicono fu uno chiamato Gleio-
dromo, uomo fuori in esercito ed espedizion d'arme, ed in
consiglio a casa, non posposto a* primi lodati ed amati
cittadini. Costui sendo d'et grande e grave a morte, so
adorno con quelli abiti ed insegne trionfali; indosso la pre-
testa, vesta regale; in capo la ghirlanda con sue fronde di sodo
oro e gemmate, i quali ornamenti, in dono e premio alle sue
ben guidate vittorie, esso avea dalla patria ricevuti. E se-
dendo a mezzo il letto con sua barba e fronte piena di
maest, chiam a s tre suoi, i quali avea eredi, figliuoli
non dissimili a lui in modestia e in ogni laude, che udissero
192 AVVERTIMENTI
la sua ultima volont e testamento. Eran lor nomi, il mag-
giore, Mizio, l'altro Aerino, l'ultimo Trissofo, e simili quasi
parole disse. Figliuoli mi ci , i beni e le fortune, quali
T avolo vostro, uomo degno di memoria, a me padre, l a-
s c i , io li servai sino a qui, e a voi li restituisco si culti
e migliorati, ch'io spero presso di voi porgano manifesto
testimone ed indizio della mia modesta vita e diligenza.
E voi, cos.prego e non dubito, farete; cos vi procurai foste,
e cos vi conosco modesti e diligenti. Date adunque cura
ed opera, e tua sia in prima questa diligenza, Mizio, quale
per et ti si debba ottenere il luogo mio ed essere a co-
storo come padre di famiglia; farete s che i nipoti nostri
simile abbino da lodare la parsimonia vostra e temperanza,
quale voi credo lodate la mia. Vedeste ancora, quanto in
me fu ingegno, industria, studio; tutto lo spesi quanto in me
fu, a venire tale che voi poteste gloriarvi essermi figliuoli :
da voi richieggo vostro officio, cosi facciate che (a) i o , ben-
ch morto, abbia da rallegrarmi avere voi, con istudio e buone
opere cupidissimi di laude e insieme fra voi amantissimi.
Lodovi che per vostra osservanza e benigna natura, sempre
volesti che io per voi vivessi lieto e , quanto la fortuna
permettesse, felice. Adunque se a me fu debito avere cura
di voi e vedervi di d in d migliori, godo avere satisfatto
ali* officio mio ed alla espettazione de* buoni nostri cittadini
ed al desiderio mio, quando vi vedo costumati e buoni :
ed esco di vita, non se non in molta parte contento, poi-
eh* io lascio le fortune vostre non turbate, e voi con
ragione ben composti. Restanmi questi ornamenti, i quali
riconoscete sono propii miei, quali, non i vostri maggiori
(a) Facciale, carne foli, io, ec. II Magllab. gi Strosz., el. 1.
MATRIMONIALI 193
a me concessero, ma il giudizio e consenso di tutti i dir
tadini solo alla mia virt contribuirono e sono tali che non
tanto il prezzo loro quanto la dignit e rarit loro vi deb-
bono movere (a). Questi non senza cagione voglio sieno Aon
in comune di voi tre ma di colui solo quale di voi si possa
vero dire pi che gli altri virtuoso modesto prudente co-
stante pietoso e giusto. Questo Voglio stimiate da me uomo
non inconsiderato sia fatto prima per esercitarvi (b) insieme
a virt o desiderio di simile prestanzia e dignit ; poi ancora
mi parse che quello avea la patria mia sapientissima donato
in premio della virt a solo uno ci t t adi no, io il simile
dovessi commendarlo ed a solo u n o , et a chi ne fusse pi
degno.
Se accuserete mio istituto, ancora accuserete il mio
troppo Verso di voi amore; il quale tanto in me v a l e , che
mentre c h' i o penso a uno qualvuoi di v o i , quello allora
pare a me molto sopra tutti i mortali prudentissimo e at-
tissimo ; n posso me stesso certificare t a nt o , e ciascuno
di voi propongo a t u t t i , e niuno propongo agli altri. Voi
tra voi insieme con vostra usata modestia il disaminerete.
Adunque chi si dar primo virtuoso, siali a felicit ed ot -
tima quiete ed eterna pace, pigli a s questa corona questa
vesta e questi ornamenti con animo ed istituto di non
recusare fatica o pericolo alcuno, per farsi degno di tanto
ornamento e meritarlo .
Qui i figliuoli mossi e dalla maest del padre e dalle
parole gravissime tanto piene di dignit, e non meno dai
proposti regii e quasi divini ornamenti, ed ancora dalla
piet e carit del padre (il quale e' cos vedevano, bench
fa) Commov ere > il Magliab. anzidetto.
(t>) Eccitarv i; lo s t es s o.
A L BE R TI , T. l . 25
194 AVVERTIMENTI
propinquo a morte, nulla remettere sua cura verso i cari
figliuoli) sommirando l'uno l'altro collagrimarono ed alquanto
tacerono. Ultimo il maggiore, disse: Sia alla famiglia nostra
ogni tuo esemplo, padre, ed ogni tua gloria perpetuo orna-
mento e felice memoria delle tue virt, quanto ci sforzeremo
con ogni opera e studio essere non dissimili. E cos t u, spera,
sarai presso di noi pi e pi anni, e vederai noi quali sino
a test sempre ti fummo ossequentissimi, conscendere i n
grado onorato, quale, per tuo suffragio e per benignit degli
Dii che vorranno, tu prenda frutto della diligenza (a), avesti
in renderci ben culti di virt ed ornati di costumi, asse-
guiremo . In questo le lagrime loro e del padre ritorna-
rono che non fu licito procedere pi oltre confortandolo.
Poi che il vecchio fu uscito di v i t a , pur tenea cupidit
i figliuoli di quella non meno ricca che splendida eredit, di
que' trionfali ornamenti, e rendersi gloriosi del nome d'esser
detto primo virtuoso. Ma come bene allevati e civili fra-
telli per non multiplicare fra loro contenzione, chiamarono
arbitri i vecchi della loro famiglia, uomini integrissimi e
severissimi, appresso de' quali e' discettassero (6) ciascuno la
sua causa. Statuito il di , convenuti gli arbitri e costoro,
cominci de' fratelli il maggiore d'et, e cosi disse: *
P adri, se io non fussi certissimo essere in voi verso
ciascuno di noi pari amore, quanto nulla pi si possa deside-
rare, insieme ed essere in voi giustizia tale, che nulla vorrete,
per gratificare a uno, meno favoreggiare all'altro, forse io
qui, a lungo vi pregherei ed addurre'vi cagioni assai, per
(a) A bene intendere questo costrutto vuoisi sottinteso un che dopo
diligenza. Queste ellissi erano comuni agli antichi.
(&) Discettare, viene dal lat. discettare, dispu tare, contendere, ma in
modo oratorio o forense.
MATRIMONIALI 195
quali vi persuadeste fra noi non essere contenzione, chi di
noi assegua (a) questi ornamenti, ma quasi esamine a chi di
noi meno manchi virt, per essere a voi grato come perfetto
virtuoso, e approvato come modesto, temperante e pru-
dente. N sarebbe in me vera modestia, n voi areste da
reputarmi prudente, se io vi sollecitassi che oltre alla
giustizia voleste essere non comuni arbitri, ma fautori
parziali, qual cosa n cerco n da voi aspetto, che sempre
vi conobbi osservantissimi d'ogni onest e religione; e spero
ascolterete noi , con quanta da ora ci porgete umanit ed
attenzione; e in nostre discettazioni, se forse scorreremo in
qualche non degna parola alle vostre severissime presenze,
reputatelo non allo studi nostro del vi ncere, come immo-
derato, ma solo alla condizione del concertare (b), poi che
raro si pu fra pronti ingegni agitare causa alcuna senza
veemenza. D ico me essere non ultimo di cui voi fermiate opi-
nione non mediocre a riputarmi degno d'essere da voi amato.
Vedestine molti indizi, che da prima mia et sempre me diedi
assiduo e fermo a tutti gli studi e coselodatissime; vedestimi
crescere in e t , sempre ingegnandomi che le virt e opere
mie superassero gli anni e satisfacessero alle vostre espet-
tazioni di me e di mio ingegno; vedesti l'osservanza mia
e riverenza verso ciascuno di v oi , l'ubbidienza verso il
padre nostro, in quali virt non mi estolgo essere stato ai
miei fratelli superiore. Furono, e loro come i o , in ogni si-
mile laude da pari ammirarli ed amarli (e). Ma diede la for-
(a) Consegu a. Assegu ire viene da assequ or; consegu ire da consequ or,
come ognun vede ambldoe latinismi ; se non che l'oso avendo In oggi
ricevuto la seconda pi della prima maniera, questa divenuta antiquata.
(6) Vedi noia (&) pag. 28.
(e) Ugu ali in ammirarli ed amarli.
196 AVVERTIMENTI
tuna a me propria e diversa materia in quale io esercitassi
ogni mia virt. Quest' una adunque lasciata addreto molte
altre nostre comuni lodi breve reciter (a) ; e non mi diffido
asseguire, che voi statuirete me primo, a cui i vostri animi
si addirizzino a gratificarli .
Rammentavi quale a me fu moglie , femmina di na-
tura soprattutte l'altre importuna e contumace, di mente
incostante e lieve, d'ingegno lascivo e petulco (6) , <T animo
elato e molto superbo, rissosa, maligna, ostinata, e
tale, che quando ella prima venne in casa, voi parte
vi maravigliavate della sofferenza mi a, parte vi movea
compassione il tanto mio, quanto io per lei soffriva, tedio;
lascio addreto le parole immoderate, i rimbrotti assidui, i
richiami infiniti, co' quali vedeste ella sempre mi si porgea
ed opponea dura ed acerba, che furono tali e tanti che
sarebbe prolisso ed odioso recitarli; n voglio sia mio
istituto biasimare altri per accumularmi laude .
Tanto affermo con mia equabilit e continenza di me
stesso e modo, la rendetti (qual voi poi la vedeste e ma-
ravigliastivi ) trattabile , facile, mansueta, soffrendo da lei
ogni sue simili femminili inezie, quali pochi vogliono, ra-
rissimi sanno sofferire. Ma quello in che si trova niuno
s maturo e ben consigliato che non subito inacerbisca
precipitoso ad ira e furore, fu dove io dimostrai quanto
in me fosse prudente consiglio, giusta ragione, virile fer-
mezza e modesto istituto. Non mi periter (e) addurre qui in
mezzo qualunque cosa, onde voi chiaro ed aperto scor-
ta) A. pag. 41 nota (d) spiegammo recitare valere Io stesso che rac-
contare, ma qui aggiungeremo: sempre in forma oratoria.
(b) Petu toso, il Cod. 38 Magliab., ci. IV. Vedi pag. 176 nota (a).
{e) Non mi v ergogner.
MATRIMONIALI 197
giate ogni mia ragione di vivere e studio di virt. E se
cosa niuna sar s brutta, che detta in luogo e t e mp o ,
non sia onesto udirla, e quando il mio recitare i costumi
al t rui , quasi come materia in quale io me esercitai, fia
tale che nulla porga molestia a chi ora sia fuori di vita
e libero d'ogni infamia, e nullo torni in gravezza a chi
fu sempre in questo fuori di colpa, certo sar da non essere
recusato udirmi .
D ico, padri, he conoscendo io in la donna che
fu mi a , studio men di servarsi buon nome che di s a -
tisfare a s u e , nel nostro matrimonio, non giuste voglie
e desiderii, pi giorni meco mi consigliai. N cercando evi -
tare quello che tenuto occulto nulla si stima, e palesato
molto nuoce, a me parea con altri che meco esplicare miei
nell'animo mio involuti pensieri, e meco dicea: in che onesto
modo poss'io mostrarli che suoi costumi a me dispiacciano?
S'io solo a lei biasimo i suoi detti o fatti, subito eccito in casa
intollerabile rissa: ella irritata, e meco arder di sdegno,
e con tutti furiosa d'ira e contumacia, maledir il d ch'ella
eqtr sotto questi t et t i , dove ella vi va non col marito ma
st ent i , servendo a chi dolga ogni suo onesto sollazzo. N,
dolendomi co' suoi , sar se non disutile impresa; a' quali
s' i o porto (a) cosa incerta, parte a lei e alla madre, le quali
istrutte e viziate (b) per scusar s accuseranno me esser g e -
loso, pi crederanno che a me; parte, dolendoli sua infamia
mostreranno nulla credere e risponderanno onteggiosi, mai
altri, che solo me essere stato che in la loro famiglia i n -
seminasse brutto nome; essere stati sempre liberi e vacui
ciascuno di loro padri da tanta infamia delle cose loro ; e
(a) Cio: Riporto, riferisco.
(6) Corrotte.
198 AVVERTIMENTI
se io pur persevero*, mostrandomi alienato da lei, ella, per
inimicarmi, ostinata di di in d a me accrescer nuovi s o -
spetti, e goder vedermi affannato; e quando io ben l'avessi
giunta impudica, che poi riferiscalo io a
1
suoi, diranno, me
essere n primo n solo a cui sieno accaduti tali casi ;
affermeranno che di questa femminile incostanzia e lascivia
nulla quasi vi si trova surgere altro incomodo che solo la
fama e romore del volgo; e colui meglio consigliarsi, quale
non rompa in ira, aggravando a s stesso incomodo, e ira-
porrannomi che per loro e per mio onore io non , sia quello
che faccia la plebe testimone di tanta nostra comune i n -
famia; e a me qui che partito si dverebbe? non punirla?
forse quella con intera e piena licenza persevererebbe
essere ogni d pi impudicissima; s'io forse cercher pu-
nirla, non senza gran mio pericolo, non senza crudelt, n
senza gravissima sollecitudine e molestissime cure, potr
vendicarmi ; e s
1
io pur la punissi, che altro asseguire' i o ,
che solo in luogo di eredit a' miei figliuoli dalla madre,
brutto nome e perpetua infamia insieme e odio e disgrazia
dei cognati s uoi , e capitale ingiustizia dei congiunti a chi
amava. Pi fie utile adunque dissimulare non vedere quello
che non bene si possa emendare, che mostrarsi curioso dove
il tuo investigare poco ti giovi, estimare in miglior parte,
tanto darli occasione, che ella dove seco forse cos deliberi
satisfarsi, possa senza interpetr (a) saziarsi, e fie utile non
(a) Mezzani. Interprete da interpres, secondo il FOBCELLINI, quel-
r internu nciu s qu i in cUiqu a re agenda mediu m se interponit qu asi consiliator
et au ctor. Alii ab In ter du cant et pretiara, qu od presertim locu m habeat
in conlrahendo : alii a pars qu od sii qu asi inter partes ; alii a paro, aUi
ottu nde. Dal Vocabolario citato II corrotto 'interprete, cio interpito nel
nostro senso, adducendo un esempio tolto dalla Cronica del MOBBLLI.
MATRIMONIALI 199
ascoltando, non mostrando credere, raffrenare gli ollocuto-
ri (a) a meno parlare di ose a loro incerte e a me mal grate,
e al tutto fare s che per me, loro non cresca occasione da
sospettare n da parlare de
1
costumi di chi sia detta mia; e
se vedranno me uomo non stolto, cos trattarla come molto
da me amata e approvata onesta e pudica, non sar chi
stimi altri ne' fatti altrui pi vegga che me , qual sia in
mie cose pur diligente. Questo adunque fu mio consiglio
tacendo e dissimulando soffrirla, quale chi sar che non lo
giudichi prudentissimo e giustissimo, quando per altre ca-
gioni mosso e per quanto la prova dimostr, potr vederlo
pieno d'utilit ones t o, e vacuo d'ogni molestia .
Seguinne che suoi per buona relazione della donna
me tanto amarono, che nulla alla benivolenzia e studio
del beneficarmi vi si potea aggiugnere. Seguinne eh' ella
mai si sentiva stracca compiacermi, e quasi come di libe-
rasse contendere e certare meco in chi di noi pi fussi
amorevolezza, continuo mi si porgea mansueta e trattabile
e la licenzia (6) avea meco, la rendea, credo, sazia solo di
que'primi lievi trastulli amatorii. E chi pertanto non avesse in
me biasimato ogni durenza ? (e). Sarebbe stata sevizia odiosa
(a) / maledici. Da obloqu or, che propriamente significa contraddire
u n parlatore, ma che talvolta s ' os a a significare dir male, da cai oMocu -
tores, maledici, detrattori. OUocu tore non nel Vocabolario.
(b) La solita ellissi del che.
(e) Sottintendi dopo pertanto sarebbe stalo colu i che. Suole, vero, il
cornane osar di queste e l l i s s i , dove il gesto e la inflesslon della voce so-
gliono talvolta rappresentare alla mente quanto dalle parole, per seguir la
rapida successione delle idee viene I nterlasclato, ma nelle scritture dove
questi soccorsi estrinseci non s o n o , quando le sottintese parole non siano
pia che chiarissime, a essere supplite, vuoisi molto stare in attenzione onde
schivarle, per non cadere nella oscurit, pessimo di tatti gli scogli nella
elocuzione.
200 AVVERTIMENTI
la mia asperarmi (a) contro la mia donna, sarebbe immanit
la mia contenermi duro con chi io avea e i di miei e intere le
notti a vivere. Certo stoltizia grandissima cercare in prova,
cos a, quale a me sarebbe stata acerbissima trovarla. Fu
adunque prudenzia stimare quanto sia la femmina, per sua
natura prona e proclive a ogni lascivia, e conoscere quanto
(piasi niuna si trova s sozza che non studi e goda essere
mirata : n possono le femmine non offerirsi (b), e amare chi
mostri piacerli sue bellezze e gesti (e). Fu ottimo consiglio se-
eludere ogni severit, donde a me molto sarebbe redunda-
tone danno. Fu onesto fuggire la discordia domestica, utile
servare la grazia de
1
suoi, giocondo mantenere la pubblica
buona fama, e comodo fuggire la capitale inimicizia dei
cittadini. E quanto, interi quelli anni (d) eh' ella meco fu in
vi ta, costanza in me fusai e virile perseveranza, con mara-
viglioso contenere e moderare me stesso, chi potrebbe rac-
contarlo? Io (e) vedea gli amanti, or l'uno or l'altro, il d e la
notte assidui: istavano, perseguitavano, sollecitavano; io fug-
gia vedere, dissimulava avere veduto, tacea. Non mancava
chi, per mostrarsi ne
9
fatti miei pi curioso non li bisognava,
mi riferiva cose quali io mi sapea ; occorreano non pochi
(a) Incitarmi, dal lat. exasperare.
(b) Offerire dicevano pia volentieri gli anti chi , I quali si tenevano pi
presso alle origini l at i ne, venendo la voce da offero ; dal moderni dicesi
offrire ; sebbene nel l e eleganti scrittore ancor si mantenga la prima ma-
niera , che h a , parml , nn non so che di pia gentile della nuova.
(e) E mov enze. Gesto ha ancora significazione di movimento del
corpo.
(d) Per tu tti qu egli anni.
(e) lo non ha 11 P al at i no, ma si II 33 Magllab. citato. Parendomi
non ozioso, credei ben fatto accoglierlo nella nostra lezione.
MATRIMONIALI 201
chi , per dirmi cosa mi dispiacesse narravano sue istorie, e
non rari, per pormi in odio ohi essi inimicavano, fingeano
cose moleste. A lcuni ad altro proposito e fine porgeano suoi
detti e sentenzie, quali io mi pot* interpretarle dette per
me. Da infinite parli era eccitato, tratt, impinto (a) a rom-
pere in qualche inconsulta (b) ragione di vendicarmi e d'ac-
crescermi inimicizia e infamia. Ed io cost ant e, offer-
mato, sempre pl acabi l e, equabi l e, lenissimo, mai, per qual
si fosse altrui favole {e) , volli n meco essere, n con altri
parere perturbato, o in parte alcuna commosso o concitato
a mala ira e inutile sdegno. E parsemi divino consiglio
essere alla donna t a l e , che ove ella in nulla desiderasse
accontentarsi, i vi in me ella volesse nulla essere men che
ottima e continentissima. V oglio essere in questa causa re-
misso; e dicendo, nulla pi che in la mi a, quale descrissi
vita veement e, sarebbe chi simile a me si glorierebbe e
domanderebbe, dove altrove, in qual si sia marito si t ro-
vasse tanta ragione in suoi consigli, tanta mansuetudine e
placabilit d'animo, tanta continenzia e modestia, tanta
perseveranza e fermezza, che maritato a femmina iniqua,
inetta, arrogante, insolente con ordine e modo prestituis-
se (d) a s utile e ottimo instituto a bene e beato v i v e r e ,
(a) Spinto, add. da v mpmgere per ispingere. DANTE nel Conv iv io uso
la stessa voce dicendo : Ciascu na cosa da prov v idenza di propria natu ra
impinta, inclinabile alla su a perfezione; ma voce in oggi quasi intera-
mente fuori dell'uso.
(b) Inconsiderata, impru dente.
(e) False narrazioni.
(d) Prestitu isse dal lai. praeslilu o. Nel Vocab. non rinvenni questo
latinismo che totalmente Inusitato, ma c he , confesso, In qualche grave
prosa non avrei forse difficolt d'Introdurlo.
A L BE R TI , T. I. 26
202 AVVERTIMENTI
continuando suo modesto incetto (a) di perseverare a s e
a
9
suoi buon nome e intera fama, e pi e pi anni soffrendo,
tacendo, dissimulando, imperando, reggendo (6) s stesso
mai commettesse per ira o subitezza, cosa onde poi gli biso-
gnasse dire, non vorrei cos avere detto o fatto. Gli altri
mariti per gravi e riposati cbe sieno, per ogni miniino a
s sospetto sguardo ingelosiscono, vivono B sollecitudine,
gravi a s stessi e molesti a chi seco vive : a me, n guardi,
n atti, n parole, n cosa, per inezia che facesse la donna
mia, mai posero in animo sinistra alcuna superstizione.
E ancora chi con pi copia volesse estendersi (e) direbbe,
ne' campi, in esercito e fra V uso dell' armi solere u solo
consiglio, una sola opera, una sola ora, una sola vittoria
rendere glorioso in tutta la vita e famoso col ui , i n . e h i
la fortuna pi che la sua virt fu da essere premiata. Se
cos s'afferma, la Fortuna molto valere ove Marte s ' i m-
pacci, Ma in s direbbe costui essere stata perpetui anjai eser-
citata sua virt, e d'ora in ora esserli bisognato innovare
e adoperare suoi ottimi consigli; esserli stato opera con-
tinua stare pronto e des t o, con certa ragione e virile sof-
ferenza, che da parte niuna sua prudenaia a virt si possa
in lui desiderare, e sua essere propria laude, e sola sua,
dove non con arme e atto della moltitudine, non con oc-
casione de'tempi o di luogo alcuno, super l'impeto di
(a) neomindamento, da ipeeptum lat., ma voce d'Infeffce forfana,
perch l'uso non volle riceverla n nelle scrittore, n ne' familiari di-
scorsi. I Lessici per dovrebbero registrare anefee questi vocaboli, perch
ove ne' nostri antichi sieno rinvenuti, chi non sa H latino possa averne
una spiegazione.
(b) Vergendo II 33 Magliab., ma con manifesto errore.
(e) Cio : chi con maggiore esuberanza di parole volesse allungarsi nel
discorso, ec.
MATRIMONIALI 203
nimici; ma con soli suoi auspicii e guida, con sola sua
bene adattata e ben retta ragione, con solo suo offermato
e mantenuto ufficio, esso super la iniquit della fortuna
sua, e oppresse la infamia, la quale da molti lati la s ' i n -
surgea. Simili e pi altre cos e, altri forse eloquente addur-
rebbe per amplificare le lodi sue, e rendersi, a chi udisse, pi
da meravigliarlo e preporlo. Io qui nullo altro che tanto (a)
il semplice e nudo mio merito volli esplicare, ove io sperava
in voi essere prudenzia e intelligenzia, che senza altri orna-
menti di eloquenza, esso per so si porgerebbe t al e, che da voi
impetrerebbe, quale aspetto proferirete, a mia laude e
di gni t , giustissima e religiosissima sentenza .
Qui A e r i no, il secondo fratello, molto laud Mizio, e
disse : sperare assai che quella facilit e umanit sua tanto
eserci tata, sarebbe acoomodatissima alla pace e quiete e
dolce unione della famiglia l o r o , e per s non volere ohe
manchi ; c he , a chi il padre loro diede domestico principato
e imperio sopra gli a l t r i , a costui sieno ancora contribuiti
gli altri ornamenti ; ma pregarlo, seco consideri qual fatto
de
1
due, fusse da pi essere approvata, e disse; l u avesti
donna contumace, l i eve, elata, rissosa, ed i o il simile ebbi in
coniugio (6) femmina strana, traversa (e) , bestiale, arrab-
biata. E s i a, prego v i , non meno licito a me , poich ancora
la mia non v i v e , narrarne cose divulgatissime: ma che pos-
siamo noi stimare in questo essere nostra prima alcuna iniqua
fortuna ! Comuni sono e innati vizii a tutte le femmine essere
l asci ve, incostanti, importune, superbe, gareggiose (d), osti-
(a) Tanto, per solamente, alla Ialina : avvertilo.
[b) Matrimonio, da coniu giu m Ae' La Uni. Voce non dell'uso.
(e) Aspra, importabile.
(d) Litigiose, ma con gareggiamento.
204 AVVERTIMENTI
nate. Proprio non giuste con gli altri mariti ; n a congiu-
gati (a) ragionevole fortuna sarebbe a chi potesse gloriarsi
avere femmina presso a s modesta, facile e non studiosa e
cupida d'imparare, e disseminare in le famiglie odii e infa-
mie. Cosa rara, fratello mi o, cosa inaudita che femmina non
disturbi l'amicizia e care unioni dovunque ella in mezzo
segga 1 E in rari si trova lenit (b), tanta equanimit e
ben composta ragione che a loro femminili inezie, a loro
insimulazioni non si turbino ; non per in questa laude
negherei me essere stato a te non dispari. Tu soffristi fem-
mina vagola (e) e vanicciola (d); io soffersi la mia, dura, biz-
* zarra, sempre accigliata, sempre apparecchiata a contendere
e onteggiare. Tu del tuo consiglio asseguisti frutto, quiete in
cas a, tranquillit in la famiglia, grazia presso de' suoi;
fuggisti cose difficili, gravi, moleste; fuggisti la discordia
domestica, gli odii le inimicizie. Io pi stimai la fama e
buon nome, che tutte queste cure aspere e acerbissime.
Tu curasti ch'ella non volesse, io ch'ella non potesse es-
sermi impudica. E in questo chi di noi meglio consigliato
fisse, non bisogna a costoro, uomini dottissimi e sapientis-
simi disputando, dimostrarlo. E s bene conosco per et e
per uso la volubilit, la nequizia e perfidia delle femmine!
Ben si rammentano l'ingegno delle femmine, persino dai
primi anni, essere educato non ad altro che a studii e arti
(a) Congiunti in matrimonio.
(ft) Dolcezza, da lenita*.
(e) II Vocabolario non riferisce questa voce; la quale a me parrebbe
fosse qui diminutivo di vago nel significato d'incoitante, instabile, siccome
trovasi alcune volte usato dagli Autori latini : se pur anche non voglia
Intendere ciarlare da vagulatio, che presso i Latini voleva dire Volto del
vociferare, il cicalamene.
(d) Vanerella. Vanicciolo, diminutivo di vano, manca al Vocabolario.
MATRIMONIALI 205
di lascivia e incontinenzia, tale che chi quanto e'debba aspet-
tare eh* elle non vogliano cose a loro desideratissime, e pi
che altra qulvuoi dolcezza gratissima, costui , mio con-
siglio far ch'elle non possano; e pi saranno quelle che non
potendo non vorranno, che quelle che possano e non v o -
gliano. E se quelle che non possono cercano potere, quelle
che possano non vorranno che ? E cos Aerino qui a questa
materia comparando i nsti tuti , cure e molestie sue e del
fratello insieme, disse pi c o s e , qual sarebbe prolisso reci-
tarle. Ultima preg que' padri , arbitri e giudici in questa
causa, si rammentassero che quelli ornamenti doveano essere
quasi premio della v i r t , e non si dimenticassero quanto
la virt fu disgiunta dalla fatica e dal sudore delle vi gi l i e,
sollecitudine e c u r e , e che considerassino a chi di loro
pi sia stata laboriosa provincia, o a chi fuggiva, o a chi
a s prendea somma vigilanza e diligente cust odi a, di quello
pel quale si loda chi vi espone la roba, il sudore, il sangue,
la vita per ottenerla.e conservarla.
Qui Trissofo, l'ultimo minore dei fratelli, giovane d' i n-
gegno e d'animo fervente e ardito, sorrise e preg i padri, non
chiedessero da s simili ornamenti in suo dire,