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Materiali

Cantiere rosso-verde

Karl Marx
(in pillole)
Mario Boyer Franco Ottaviano Marxismo ed ecologia
con il saggio presentazione di a cura di

Prove di avvicinamento nella stagione dei movimenti di Michele Citoni e Catia Papa

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Indice

Nel laboratorio di Karl Marx Presentazione di Franco Ottaviano Nota biobibliografica di Karl Marx

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Schema di analisi del capitale


a cura di Mario Boyer Premessa 1. La Scuola fisiocratica

PARTE PRIMA

Un contributo alla divulgazione di un pensiero critico sui fondamenti e i principi delleconomia capitalistica

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2. La Scuola classica e la teoria del valore 3. La concezione materialistica della storia


1. Fondamento storico dei sistemi economici e del capitalismo: nascita-sviluppo-estinzione 2. Il rapporto di Marx con i classici

4. Lanalisi marxiana del capitale


1. Produzione 1.1. La merce: valore duso/valore di scambio. La merce forza-lavoro 1.2. Caratteri del lavoro capitalistico

1.3. Teoria del valore delle merci 1.4. La giornata di lavoro: lavoro necessario/sovralavoro 1.5. Il saggio del plusvalore 1.6. Il saggio del profitto 2. Circolazione 2.1. Denaro-moneta: misura dei valori delle merci, mezzo di circolazione 2.2. Trasformazione del denaro in capitale 2.3. Dalleconomia mercantile alleconomia capitalistica: dalla produzione di merci alla produzione di denaro 3. Altre caratteristiche del capitalismo 3.1. Schemi di riproduzione del capitale e teoria della crisi. La caduta tendenziale del saggio di profitto 3.2. Produzione-distribuzione-scambio-consumo 3.3. Feticismo delle merci 3.4. General intellect 4. Marx scienziato, filosofo, rivoluzionario

45 48 50 51 52 52 56 57 58 58 60 63 64 65 67 67

5. I neoclassici
1. Teoria del valore dei neoclassici PARTE SECONDA

Laccumulazione primitiva
a cura di Gianni Di Cesare 1. Il segreto dellaccumulazione primitiva 2. Lespropriazione della popolazione rurale 3. Legislazione sanguinaria contro gli espropriati dalla fine del secolo XV 4. Le leggi sui salari 5. Genesi del fittavolo capitalista 6. Genesi del capitalista industriale
71 75

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Marxismo ed ecologia
Prove di avvicinamento nella stagione dei movimenti di Michele Citoni e Catia Papa
Introduzione 1. Un problema storiografico 2. Le radici della contestazione ecologica 3. La stagione dei movimenti, 1968-1974 4. La sinistra di classe e lideologia ecologista 5. La posizione dei comunisti 6. Il modello teorico sindacale di analisi e controllo della nocivit 7. La sinistra ecologica tra movimento e riviste 8. Il movimento antinucleare e gli anni Ottanta. Conclusione Nota bibliografica

99 100 104 107 114 118 126 133 143 150

Appendice

Natura e prospettive della crisi mondiale in atto delleconomia capitalistica


di Mario Boyer Gli autori
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Cantiere rosso-verde

Karl Marx (in pillole)

Anche Dio ha il suo inferno; il suo amore per gli uomini F. Nietzsche

Nel laboratorio di Karl Marx Presentazione di Franco Ottaviano*

I libri hanno sempre una ragione e una finalit. Si collocano in un contesto determinato. In copertina Cantiere rosso-verde evoca il bisogno di ricostruzione che oggi si avverte a sinistra. Chi ha attraversato, vissuto, le stagioni di questa crisi/sconfitta pu obiettare che nel corso degli anni si abusato del termine cantiere. Non gli si pu dare torto ma pur vero che ledificio a cui si alludeva, usando questa espressione, non solo restato incompiuto ma occorre ricominciare a progettarlo dalle fondamenta. Poi il titolo Marx in pillole. Unindicazione al lettore: non spaventarti, vogliamo capire con te. Una formulazione di modestia degli autori, ma anche lesplicitazione di una prova didattica. Quindi i due contributi Schema di analisi del capitale e Laccumulazione primitiva rispettivamente di Mario Boyer e Gianni Di Cesare. A seguire il saggio di Michele Citoni e Catia Papa. Materiali di riflessione e lavoro. Ogni costruzione/ricostruzione ne ha bisogno. Due, mi sembra, sono le strade suggerite nellimpianto del testo. La prima, quella indicata da Mario Boyer e Gianni Di Cesare, la necessit di non smarrire le fonti: Un contributo alla divulgazione di un pensiero critico sui fondamenti e principi delleconomia capitalistica, che ci introduce in una lettura di Marx. La seconda, quella proposta da Michele Citoni e Catia Papa, che ripercorre in chiave storica lavvicinamento fra pensiero ecologico e marxismo, analizzando il percorso che a partire dai dibattiti interni al PCI degli anni Settanta si incrocia con la stagione dei movimenti. Due itinerari di ricerca che sintrecciano fra loro. Non so se interpreto bene le in*

Presidente della Casa delle culture di Roma.

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tenzioni degli autori, ma certo i vari contributi alludono allesigenza di molte altre indagini e riflessioni che sarebbero utili a comporre il puzzle dei materiali necessari. Mi viene in mente il bisogno di fare il punto, Citoni e Papa direbbero la tenuta del pensiero marxista oggi, nel mondo e nella specificit italiana. Non solo nelle sue varie accezioni teorico-culturali ma nel rapporto con il labirinto delle culture politiche di una sinistra, o delle sinistre che dir si voglia, oggi smarrita, incerta, imprigionata nelle sue sconfitte. Quando ci cimentiamo con grandi pensatori, questo il caso di Marx, la questione che si pone non la stanca ripetizione di formule o di schemi, bens la comprensione delle metodologie di fondo, delle acquisizioni ancora valide, e ancora di pi: afferrare il senso intimo di unelaborazione, di una scoperta. Andare alle radici di un patrimonio. Volutamente non uso lespressione attualizzare che mi appare limitativa. Per una sinistra da farsi, oggi, sarebbe riduttivo e semplificatorio richiamarsi a un generico marxismo. Peraltro da tempo si parla di marxismi a indicare le molte interpretazioni e letture suscitate e alimentate dagli scritti di Marx. Approfondimenti, nuovi contributi teorici, solo per fare degli esempi: lo strutturalismo, la psicologia, il pensiero della differenza, lecologismo, e ancora, ancora. Incroci. Contaminazioni possibili che tuttavia nulla tolgono al punto dorigine. Lo sguardo della classe operaia, degli sfruttati sul mondo. Lorizzonte di una liberazione da ogni dominio delluomo sulluomo. Sarebbe illusorio pensare a sinistra senza confrontarsi con il laboratorio teorico rappresentato dal filosofo-economista-rivoluzionario di Treviri. Impossibile ogni narrazione della storia della sinistra, delle sinistre, dei partiti, dei movimenti che lhanno rappresentata o che ancora ci provano senza entrare in relazione con le sue idee. Non esiste riflessione, analisi economica, filosofica, sociologica che attraversando il Novecento e arrivando alloggi non debba fare i conti con il lascito di questo grande pensatore. Questo vale anche per i suoi pi accaniti detrattori. Vale per ogni pensiero critico sulla societ-mondo. La fine dellesperienza dei paesi del cosiddetto socialismo reale non ha cancellato la forza trainante delle idee che hanno originato quello che schematicamente si definito il pensiero marxista e il comunismo. La questione altra. Un anno dopo aver scritto Il Manifesto del partito comunista e molto prima ancora di dare alle stampe il primo libro de Il Capitale, nel 1849, Marx scriveva sulla Gazzetta 12

renana in polemica con le critiche della conservatrice Gazzetta di Augusta:


Noi abbiamo la ferma convinzione che non il tentativo di sperimentare in pratica le idee comuniste, ma la loro elaborazione teorica formi per la borghesia il vero e proprio pericolo, perch agli esperimenti pratici si pu sempre rispondere con il cannone non appena diventino pericolosi, ma le idee che la nostra intelligenza ha acquisito vittoriosamente, che il nostro animo ha conquistato, alle quali lintelletto ha forgiato la nostra coscienza, sono vincoli dai quali non ci si strappa senza lacerarsi il cuore, sono demoni che luomo pu vincere soltanto sottomettendosi ad essi, ma certo la Gazzetta di Augusta non ha mai conosciuto lansia della coscienza

Ai conservatori, ai reazionari, ai padroni fanno paura le idee. Le idee sono il lievito del cambiamento. stata questa la grande forza del movimento operaio. Tornare a pensare. Non restare imprigionati nei fallimenti che hanno segnato drammaticamente gli eventi del nostro recente passato. Avere lo sguardo lungo sul passato e proiettarlo sul futuro. La stessa vita di Marx ci offre un esempio. Una ricerca critica costante che, a poca distanza dalla Rivoluzione francese, si misura con le novit rappresentate dallEuropa-mondo della rivoluzione industriale, con la nascita del proletariato e delle sue organizzazioni, con linsorgere della lotta di classe. Riflessioni e teorizzazioni che si accompagnano alla partecipazione e allo studio dei moti del 1848, alle vicende della Prima Internazionale, occasione della sua polemica contro lo spontaneismo anarchico di Bakunin, poi alla Comune di Parigi. Un mondo in tumultuosa trasformazione. utile ripercorrere le tappe di questo incessante lavoro e presenza attiva. Ancora studente, in una composizione liceale dal titolo Considerazioni di un giovane sulla scelta del proprio avvenire, Marx scrive tra laltro:
la guida che ci deve soccorrere nella scelta duna condizione il bene dellumanit, la nostra propria perfezione. Non si obietti che i due interessi potrebbero contrapporsi lun laltro [] la natura delluomo tale che egli pu raggiungere la propria perfezione individuale solo agendo per il perfezionamento e il bene dellumanit.

Il giovane Marx ha tracciato il suo impegno futuro. 13

La prima edizione de Il Capitale (primo libro) uscir nel 1867. Un lungo travaglio ne precede la pubblicazione. Anni di studio e dimpegno. Due dimensioni sempre presenti. Nel 1845 insieme a Engels, a Londra, entra in contatto con lAssociazione dei lavoratori tedeschi, un segmento inglese della clandestina Lega dei giusti, organizzazione internazionale che raccoglieva emigrati politici tedeschi. Si appassiona alle teorie organizzative di Weitling, animatore della Lega e convinto sostenitore della necessit di dare forma allazione rivoluzionaria. Nellautunno dello stesso anno propone la costituzione di Comitati di corrispondenza capaci di mettere in contatto fra loro le varie associazioni comuniste che vanno formandosi in Francia, Germania, Inghilterra. Aderisce allAssociazione democratica di Bruxelles e ne diventa vicepresidente. Con Engels fonda un Circolo di studi dei lavoratori tedeschi. Le sue conferenze saranno raccolte in Lavoro salariato e capitale. Nel 1846 aderisce alla Lega dei giusti che lanno successivo cambier nome e diventer la Lega dei comunisti. Nel suo statuto si legge: Scopo della Lega il rovesciamento della borghesia, il regno del proletariato, la soppressione dellantica societ borghese fondata sugli antagonismi di classe e linstaurazione di una nuova societ senza classi e senza propriet privata. Sono gli anni cui si passa dal socialismo utopico al socialismo scientifico. Lutopia lascia il campo alla scienza operaia, al bisogno di dare teoria e struttura organizzata alla classe operaia. Per Marx superare leconomia dei classici significa afferrare i meccanismi di produzione capitalistica. Da qui gli studi critici che conduce sulla filosofia del diritto di Hegel e poi a partire dal 1844 la scoperta di Ricardo e dei classici inglesi e francesi e la definitiva presa di distanza dal socialismo utopico. Unopera immane di cui sono testimonianza non solo i tre libri de Il Capitale, ma la mole dei materiali che ne sono la premessa. Nel 1848 la scrittura del Manifesto del partito comunista. Memorabile lincipit: Uno spettro si aggira per lEuropa: lo spettro del comunismo. Infine la chiusa Proletari di tutto il mondo unitevi. linizio di una lunga storia. Attraversa lOttocento e il Novecento, mutuando le categorie dello storico Hobsbawm il lungo XIX secolo e il secolo breve. E il Duemila? La risposta non loblio o la rimozione. Linterrogativo davanti a noi. In Marx, nel suo essere pensatore e rivoluzionario, vive una costante tensione: la ricerca e la sua verifica nellazione pratica. Nello svolgimento dei conflitti. Non possibile cambiare il mondo, orga14

nizzare le classi sfruttate e prospettare la loro liberazione senza una teoria. A proposito del metodo e delle acquisizioni progressive di Marx, Bruno Maffi nella sua introduzione al terzo libro ha scritto:
La verit che tali conquiste non furono mai in Marx il frutto di riflessioni puramente intellettive; al contrario nacquero in uno scontro diretto e generalmente tempestoso con la realt sociale, o come immediatamente si presentava nella violenza delle collisioni economiche e nellasprezza degli antagonismi di classe, o come appariva capovolta nei riflessi mentali dei suoi portavoce ideologici, e dallesigenza, che del tutto conforme alla dottrina marxista chiamare pratica, di dare risposta scientifica alle molteplici sollecitazioni del mondo esterno.

Il Capitale il risultato di questo sforzo. Lavvio del suo progetto di scrittura del 1858. Unopera aperta si direbbe oggi: infatti, alla edizione del primo libro de Il Capitale seguiranno le varie edizioni curate dallo stesso Marx, ognuna con ulteriori approfondimenti e specificazioni, confutazioni. Il tutto accompagnato da tante traduzioni, dalla diffusione di un pensiero. Scomparso Marx nel 1883, Engels, lamico e compagno di sempre, sulla base dellenorme materiale preparatorio, curer la pubblicazione nel 1885 del secondo libro, Le metamorfosi del capitale e il loro ciclo, e successivamente, nel 1894, del terzo libro, Il processo complessivo della produzione capitalistica. Ventisette anni dopo la pubblicazione del primo libro. Si aggiungono nuovi temi, altri si sviluppano, essendo gi stati abbozzati, parzialmente accennati nei testi precedenti, nei quaderni, nei manoscritti. La trasformazione dei valori in prezzi di produzione, la caduta tendenziale del saggio di profitto, la teoria della crisi e lanalisi del sistema di credito. Lordine di pubblicazione non corrisponde ai tempi della ricerca di Marx. Una sottolineatura importante per capire il metodo che la ispira. Non si vuole unicamente descrivere i meccanismi che regolano la produzione capitalistica ma decifrare le leggi che presiedono ai suoi movimenti per metterle a disposizione della lotta di classe. In questo il carattere demistificante de Il Capitale. Vuole capire le cause interne e oggettive di sfacelo di un modo di produzione le cui premesse materiali sono gi contenute nel suo seno, ma attendono solo lintervento di una forza levatrice della storia, la classe dei proletari, per essere trasformate negli assi portanti di un nuovo superiore assetto di convivenza umana. 15

Seguendo in ordine cronologico le pubblicazioni dei tre libri si pu dire, sintetizzando, che si passa dallanalisi del capitale allanalisi del capitale nella sua realt. La sua mutevolezza, i suoi cicli. Marx mette in guardia gli sfruttati. La condanna del modo di produzione presente e la critica delle sovrastrutture si accompagnano alla necessit che esso ceda il posto a un modo di produzione di segno contrario, non immaginifico (Marx scrive non piovuto dal cielo) ma preparato dallevoluzione stessa del capitalismo nel quale non solo la terra (oggi diremmo lambiente) ma lintera storia millenaria del lavoro arricchito dal sapere pu assicurare non la valorizzazione del capitale ma la migliore conservazione e sviluppo della vita. Frasi che ci fanno pensare al rosso-verde cui si richiama il titolo del libro. Marx ha ben chiaro che nel capitalismo presente un tratto rivoluzionario, cos lo definisce, e sa che un altro soggetto rivoluzionario deve contrapporsi a esso con altri fini. la sfida a cui sollecita la nuova classe operaia che si contrappone alla borghesia nel tempo della rivoluzione industriale. il progetto di storia che guider gli albori del movimento operaio organizzato. Ne marca le tappe. Le avanzate e le sconfitte. Segna vicende indelebili nella lotta degli oppressi. La soggettivit operaia si fa storia. La richiesta di Mario Boyer di scrivere la prefazione a questo lavoro mi ha sorpreso. La mia prima reazione stata di declinare linvito e suggerirgli uno storico della filosofia, uno studioso di Marx. Insomma uno specialista. Ho accettato pensando che Mario non volesse una prefazione per cos dire accademica e avesse avuto a mente la mia esperienza militante. Oggi, insieme con altri volontari, animatore di unassociazione culturale che si richiama alle storiche Case della Cultura promosse nella seconda met degli anni Sessanta da Rossana Rossanda, allepoca responsabile culturale del PCI, e prima ancora direttore dellIstituto di studi comunisti Palmiro Togliatti, cos si chiamava la scuola di Frattocchie. Quindi non un intellettuale nel senso classico del termine ma un militante politico a tempo pieno. Negli anni passati questa distinzione era molto sfumata, oserei dire inesistente. Nella nostra biblioteca mentale erano ben presenti le due splendide conferenze di Max Weber Il lavoro intellettuale e il lavoro politico come professione. Una tensione che dovrebbe sempre caratterizzare limpegno politico e che continua ad animare i nostri autori. Mario Boyer e Gianni Di Cesare, quadri 16

sindacali da sempre, e Michele Citoni e Catia Papa, ricercatori impegnati nei movimenti e nella pratica militante. Due esperienze, due generazioni di militanti. Un buon auspicio per il futuro e sicuramente per luso didattico-formativo che mi auguro si potr fare del testo. In queste brevi pagine non mia intenzione aggiungere nulla a quanto scritto, piuttosto, rischiando di andare fuori tema, segnalare al lettore le riflessioni che il libro mi ha suggerito, stimolato. Marx in pillole si richiama, penso consapevolmente, ai testi prodotti dalle storiche scuole del Partito comunista e della CGIL. Nella struttura e nella forma si avvicina molto alle dispense per i corsi di formazione di Frattocchie, e di Ariccia, la scuola Agostino Novella del sindacato. Luoghi oggi scomparsi. Troppo spesso liquidati da una brutta pubblicistica come sedi di indottrinamento. In realt chiunque si cimentasse davvero con quelle esperienze, esaminandone la storia, gli sviluppi, la natura dei corsi, i partecipanti, si accorgerebbe di come, anche attraverso limiti ed insufficienze, esse affrontassero un nodo ineludibile del fare sindacato e/o politica: il tema della formazione. Quindi della cultura di unorganizzazione di massa. Tempi andati. Nostalgie, si pu obiettare. Non credo. Anzi. La trasformazione dei partiti che si realizzata nel nostro paese non si accompagnata ad una nuova cultura politica. Il vecchio scomparso ma il nuovo si presenta come un deserto, o nella migliore delle ipotesi come un eclettismo confuso. Sono scomparse le fondamenta. Vale per la sinistra come per la destra. Vale per partiti e, in misura molto diversa, vale anche per il sindacato. Per la sinistra un dramma. Depotenziata di unautonoma cultura politica senza bussola, preda del quotidiano o piccola o grande macchina di potere. Anche a sinistra prevale la pop-politica. La spettacolarizzazione, la frase ad effetto, il correre dietro levento. Manca il futuro. Aggiornare, essere nel presente e guardare oltre, non significa abbandonare le proprie radici, piuttosto trarne lezioni, rimpadronirsi del loro senso. Il passato come cosa viva, nei successi come negli insuccessi. Tutta la grande esperienza del movimento operaio non si spiega senza questa indagine fatta di lunghe continuit ma anche di forti discontinuit che nascono dai mutamenti, dal flusso ininterrotto di altre culture. Difficile pensare ad una rapida ricostruzione. Le macerie sono profonde. Eppure bisogna avviare questo lavoro. Tentare, ritentare. Cercate, cercate ancora, cos Claudio Napoleoni in17

vitava nei suoi ultimi scritti sulle caratteristiche del capitalismo italiano. Inscrivo il lavoro di Boyer, Di Cesare, Citoni e Papa in questo tentativo. Un testo collettivo, scritto a pi mani. Quasi ununa ulteriore indicazione. Lo sforzo che abbiamo davanti non pu che essere collettivo, plurale, fatto di differenze, relazioni, connessioni. Comune nella prospettiva. possibile un lavoro nel sindacato, in un partito di sinistra, senza una qualche dimestichezza con Marx? possibile, sia pure con tutti gli strumenti innovativi di cui disponiamo, indagare, capire la crisi attuale? Dire che basti Marx sarebbe un oltraggio al pensatore di Treviri. Significativo in tal senso lapporto di Citoni e Papa, che descrivono con puntualit la difficolt di una contaminazione fra culture. Oggi riflettere sul marxismo e le sue declinazioni vuol dire cimentarsi con tanti altri pensieri e pratiche: lecologismo, il femminismo, loperaismo e via discorrendo. Resta, inconfutabile, il fatto che alcune delle sue categorie interpretative restano capisaldi di ogni riflessione economica, politica e sociale. Premesse fondamentali. Fanno parte della nostra cassetta degli attrezzi. Non casualmente nellimmediato dopoguerra, nellaccingersi alla costruzione del PCI, partito polare e di massa, Togliatti chiam un nutrito gruppo di intellettuali per ritradurre e dare alle stampe Il Capitale. Dopo di allora tante altre pubblicazioni si aggiunsero. Altri suoi lavori furono pubblicati. Progressivamente si faceva il punto sullo studio di Marx, sui marxismi. Basti ricordare il convegno dellIstituto Gramsci sul marxismo negli anni Settanta. Erano i tempi del partito intellettuale collettivo. Si scoprivano altri autori. La scuola di Francoforte, Adorno, Marcuse e ancora Habermas e tanti altri. Si cercava il nesso fra le culture critiche della modernit e ci sinterrogava sui soggetti reali del cambiamento. La classe operaia e i suoi alleati. Le nuove forme dello sfruttamento, materiale e immateriale. Ci simmergeva nella lettura dei Grundisse e degli Scritti giovanili di Marx. Allora una rivelazione. Pubblicati solo in quegli anni aprivano altri spazi. Lalienazione, lunit della persona umana nel lavoro, il rapporto fra struttura e sovrastruttura. Sfatavano ogni vulgata riduttiva del Marx economico. Nuovi orizzonti di un marxismo attento alla liberazione materiale e immateriale. Una lettura completa de Il Capitale impresa ardua. Ricordo lo spavento che mi prese quando, poco pi che quindicenne, mimpegnai per la prima volta, e non lultima ovviamente, in questimpre18

sa. Un anziano compagno, un edile segretario della sezione del mio comune, mi prest proprio il testo a cui mi sono riferito. Edizioni Rinascita del 1951, con la traduzione di Delio Cantimori. Gi allora un reperto da biblioteca. Ci impiegai cinque mesi. Faticosi ma bellissimi. Poi io, studente di liceo, lui edile, lo commentammo insieme. Forse senza quei discorsi ne avrei appreso qualche nozione ma non il significato pi generale. Il lavoro, la classe operaia, il proletariato, lo sfruttamento sui molti esercitato da pochi. Erano gli anni di studenti e operai uniti nella lotta. Ma anche nel sapere. Avventurarsi nelle pagine di Marx non solo studiare i meccanismi economici che guidano il processo capitalistico ma afferrare il filo della storia. La struttura del libro, nella sua articolazione di un lavoro a pi voci, corrisponde a questo scopo. Una breve biografia di Marx, il contesto culturale, la scuola fisiocratica, la scuola classica, il rapporto di Marx con i classici, quindi i punti di partenza del lungo lavoro critico del filosofo di Treviri, poi la parte centrale che affronta lanalisi marxista delleconomia capitalistica, quindi i nodi-categorie fondamentali: la teoria del valore, le merci, la moneta, la trasformazione del danaro in capitale, il general intellect, le leggi sui salari. Marx e lecologia. Infine lappendice in cui Boyer ci proietta sulloggi. Nel cuore della crisi e della sua interpretazione, al di l del contingente. Dunque la necessit dellindagine sullattuale fase del capitalismo nellepoca della globalizzazione. Gli avvenimenti che hanno mutato lassetto internazionale alla fine degli anni Ottanta, la caduta del muro di Berlino, la scomparsa dellURSS, si accompagnarono ad una ingiustificata enfasi sulla fine dei conflitti della storia. Emblematica la tesi del politologo Francis Fukuyama, teorico del Dipartimento di Stato USA, che preconizzava la fine della storia e il trionfo della democrazia di mercato. La negazione di ogni visione dei processi umani come processo soggettivo. Molti teorici hanno seguito le sue orme. Francis Kan ha teorizzato la vittoria del pensiero unico. Peter Drunker ha sostenuto che la fine dei regimi comunisti ha prodotto la fine di un tipo di storia dominata dalla fede nella salvezza attraverso la societ. In sostanza negate tutte le acquisizioni di un pensiero che si pu far risalire a Rousseau. Tanti gli esegeti del postmoderno, della vittoria del capitalismo, della finanza. Tanti i narratori di quello che, criticamente, Baumann definisce 19

un tempo piatto privo di dimensione storica: un tempo piatto o circolare continuamente riciclato, dove tutto va e viene senza cambiare nulla, un tempo sempre uguale a se stesso. I fatti hanno smentito queste ideologie mercatiste. Le forme della globalizzazione, le guerre, le crisi finanziarie e i loro effetti drammatici sulleconomia reale dimostrano che il cambiamento resta non solo allordine del giorno ma necessario. Urgente. Lo dimostra lo stato della democrazia. Non solo promesse mancate, per usare unespressione di Norberto Bobbio, ma la sua involuzione. La vittoria pi o meno strisciante del suo male oscuro, sempre in agguato, la tirannia della maggioranza su ogni pluralit, su ogni alterit. Insieme il crescere di poteri inafferrabili, oltre gli Stati nazione, oltre ogni legittimazione rappresentativa. Si manifesta al contrario il valore, non solo simbolico, dello slogan del movimento dei movimenti Un altro mondo possibile. Non unutopia, non una speranza, ma una tensione progettuale, conoscitiva e organizzativa. Lappendice del testo di Boyer a questo ci richiama. Nelle sue parti affronta un insieme di temi su cui la ricerca e il dibattito sono aperti. Ognuna delle questioni affrontate meriterebbe una specifica trattazione. Il punto pi complesso a me pare oggi lincontro fra elaborazione teorica e politica. Prospettive e contingenza. Il futuro e loggi. Disponiamo di un grande patrimonio di elaborazioni e di esperienze. La grande incognita quale politica. Come una nuova cultura sappia ispirare una nuova politica, e viceversa, riappropriandosi del passato e insieme innovandosi. Il fare secondo un progetto che immerso nel presente non perda di vista la critica allo stato di cose esistenti guardando al destino degli uomini e delle donne. A tutto ci allude il testo. Forse quello che ha mosso gli autori nello scrivere le pagine che ci consegnano il senso di perdita che molti a sinistra avvertono. Perdita di radici, di forme organizzate compiute, di luoghi di elaborazione comuni. Al tempo stesso lurgenza di uscire da questo spaesamento, da questassenza. Trovare una nuova narrazione che, non dimentica della propria tradizione, guardi avanti. Un invito da raccogliere.

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Nota biobibliografica di Karl Marx


Il Potere statale moderno non che un Comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese K. Marx, Il Manifesto del Partito comunista

Nasce a Treviri il 5 maggio 1818, muore a Londra il 14 marzo 1883. 1830 1835 1836 1937 1938 1842 1843 Si diploma al Liceo di Treviri. Si iscrive alla facolt di Giurisprudenza dellUniversit di Bonn. Si trasferisce allUniversit di Berlino. Abbandona gli studi giuridici e si iscrive a Filosofia. Si laurea in Filosofia nellUniversit di Jena. redattore capo della Gazzetta renana di Colonia. A marzo la Gazzetta viene soppressa dal governo prussiano. A giugno sposa la baronessa Jenny von Westphalen. Si trasferisce a Parigi per lavorare, in collaborazione con Friedrich Engels e Moses Hess, alla nuova rivista Annali franco-tedeschi su cui pubblica La questione ebraica e lIntroduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Scrive i Manoscritti economico-filosofici in cui elabora gli studi compiuti sugli economisti classici e su Proudhon. Frequenta i circoli operai e anarchici di Parigi e si confronta con Pierre Joseph Proudhon, Louis Blanc, Michail Bakunin. Scrive insieme a Engels La sacra famiglia, una critica pungente degli hegeliani di sinistra, che viene pubblicata lanno successivo. Viene espulso dalla Francia e si trasferisce con la famiglia a Bruxelles. In primavera scrive le Tesi su Feuerbach pubblicate da Engels dopo la sua morte nel 1886. Scrive con Engels LIdeologia tedesca in cui viene delineata la concezione materialistica della storia che costituisce il fondamento del pensiero marxiano. Nellestate Marx ed Engels entrano in rapporto con lAssociazione dei lavoratori tedeschi operante a Londra e aderente alla clandestina Lega dei giusti, associazione rivoluzionaria internazionale. Nellautunno propone la costituzione di Comitati di corrispondenza che mettano in relazione le associazioni rivoluzionarie europee

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per una comune azione rivoluzionaria su basi teoriche scientifiche e non utopistiche. eletto vicepresidente dellAssociazione democratica di Bruxelles e con Engels fonda un Circolo di studi dei lavoratori tedeschi di Bruxelles promuovendovi conferenze raccolte in Lavoro salariato e capitale. Sempre con Engels, fonda il primo Comitato di corrispondenza comunista. In giugno si tiene a Londra il congresso della Lega dei giusti che prende il nome di Lega dei comunisti, il cui motto proposto da Marx Proletari di tutto il mondo unitevi!. la nascita del primo Partito comunista del mondo. Pubblica la Miseria della filosofia in cui contesta le teorie utopistiche di Proudhon contenute nel suo scritto Filosofia della miseria definita da Marx anticaglia hegeliana. Scrive con Engels il Manifesto del partito comunista che inizia con il famosissimo monito: Uno spettro si aggira per lEuropa: lo spettro del comunismo. Il 22 febbraio Parigi insorge, Luigi Filippo di Francia fugge a Londra, viene proclamata la Repubblica. Marx viene arrestato dal governo belga ed espulso. Il 4 marzo Marx a Parigi dove viene accolto con entusiasmo dal governo provvisorio. In aprile la rivoluzione parigina viene repressa violentemente dallesercito guidato dal generale Cavignac. Nellaprile Marx si trasferisce con la famiglia e con Engels a Colonia dove fonda la Nuova Gazzetta renana. A maggio viene soppressa la Nuova Gazzetta renana. Marx ritorna a Parigi, ma di l a poco, a fronte delle pressioni delle autorit, lascia la Francia e si trasferisce definitivamente a Londra. Dopo le sconfitte dei moti rivoluzionari del 1848, a settembre viene ricostituito il Comitato centrale della Lega dei comunisti. In aprile si costituisce lAssociazione universale dei comunisti rivoluzionari. In settembre avviene la scissione dalla Lega dei comunisti della componente massimalista che proponeva limmediata ripresa dellattivit rivoluzionaria. Corrispondente dallEuropa del New York Tribune, giornale democratico angloamericano. Il 17 novembre sciolta la Lega dei comunisti su proposta di Marx. Marx scrive Il XVIII Brumaio di Luigi Bonaparte in cui viene analizzato il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Pubblica i Gundrisse e Per la critica delleconomia politica. Il 22 luglio a Londra si svolge la seduta inaugurale del congresso di costituzione dellAssociazione internazionale dei lavoratori. Vi confluiscono comunisti, socialisti, socialisti utopisti, anarchici, repubblicani. Marx vi partecipa con la delegazione tedesca. A novembre Marx propone una bozza di Statuto dellAssociazione che approvata allunanimit.

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1865 1867 1871

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Scrive Salario, prezzo e profitto che presenta in occasione del Consiglio generale dellAssociazione internazionale dei lavoratori. Marx scrive il primo libro de Il Capitale che viene pubblicato ad Amburgo. Il 18 marzo insurrezione del proletariato di Parigi guidato da blanquisti e anarchici e proclamazione della Comune rivoluzionaria. Marx si schiera con la Comune di Parigi che nel maggio viene repressa nel sangue dallesercito francese con circa quarantamila morti. Il Congresso dellInternazionale che si svolge a LAia espelle la frazione anarchica. Marx scrive la Critica del programma di Gotha, il programma del Partito operaio tedesco redatto nella citt di Gotha. Il 2 dicembre muore la moglie di Marx, Jenny Westphalen. Il 14 marzo muore a Londra, alle 14.45, Karl Marx. Viene sepolto nel cimitero di Highgate.

Pubblicazioni postume de Il Capitale: 1885 il secondo libro (Il Processo di circolazione); 1895 il terzo libro (Il Processo complessivo di produzione capitalistica); 1905/10 il quarto libro (Teorie sul plusvalore).

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PARTE PRIMA

Schema di analisi del capitale


Un contributo alla divulgazione di un pensiero critico sui fondamenti e i principi delleconomia capitalistica

a cura di Mario Boyer

Cos come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Orazione funebre di F. Engels

Premessa
La borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari K. Marx, Il Manifesto del partito comunista

Anticipa lillustrazione sintetica dello Schema di analisi marxiana del sistema di produzione capitalistico un richiamo essenziale a due scuole di pensiero economico che hanno preceduto gli studi e le scoperte di Karl Marx: la Scuola dei fisiocratici e la Scuola dei classici. A conclusione dello Schema vengono poi richiamate le teorie della Scuola dei neoclassici che si contrappongono sia alla dottrina dei classici che allanalisi marxiana del capitalismo. I fisiocratici, rappresentati da Franois Quesnay e da Robert Jacques Turgot, analisti del sistema di produzione preindustriale e precapitalistico, segnano con i loro studi e scritti la nascita del pensiero economico in senso proprio, in quanto cio pensiero di natura scientifica e non prevalentemente morale o politica, come era stato fino ad allora. I classici, rappresentati al livello pi alto da Adam Smith e da David Ricardo, sono i primi studiosi del sistema di produzione capitalistico che cercano di penetrarne la struttura e i meccanismi di funzionamento. Dice della Scuola classica Marx:
Leconomia politica classica quella che, incominciando con William Petty (1623-1687), cerca di penetrare nellinsieme reale e intimo dei rapporti di produzione della societ borghese, in opposizione alleconomia volgare che si accontenta delle apparenze [] che si limita a [] proclamare come verit eterne le illusioni delle quali il borghese si compiace di popolare il proprio mondo (Marx, Il Capitale).

Gli studi dei neoclassici, rappresentati da William Jevons, Carl Menger, Leon Walras, sono per buona parte contemporanei agli 27

studi e ricerche di Marx e si pongono rispetto ad essi, come pure rispetto ai classici, in una posizione del tutto alternativa. Essi infatti oscurano ogni interesse per lanalisi dei meccanismi di produzione capitalistici che aveva massimamente impegnato sia i classici che Marx e capovolgono letteralmente le teorie del valore da questi elaborate, riconducendo il valore della merce al dato soggettivo e individualistico dellutilit che il suo acquisto riveste per il consumatore finale.

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1. La Scuola fisiocratica

La Scuola fisiocratica nasce a met del Settecento. I fisiocratici ritenevano che leconomia fosse retta da un ordine naturale e vedevano nella natura, nellagricoltura, nelle miniere lunica fonte della ricchezza umana. Lesponente di spicco di questa scuola F. Quesnay (1694-1771), medico di Luigi XV e autore di un Tableau Economique in cui ricostruisce lanalisi del flusso delle risorse economiche in analogia con il flusso della circolazione del sangue. Quesnay collabor allEnciclopedia di Diderot e DAlembert. Altro esponente di spicco della Scuola Robert Jacques Turgot (1727-1781). I fisiocratici, in nome della libert economica (laissez-faire) contribuirono a orientare la politica francese verso il libero commercio. Furono decisamente contrari al protezionismo e allo statalismo imperante nelleconomia mercantilista dellepoca. Per i fisiocratici: Il lavoro agricolo lunico lavoro produttivo di ricchezza. Il lavoro agricolo produce: i mezzi economici per sostenere in vita i lavoratori (salario); le risorse necessarie al ricambio dei mezzi di produzione impiegati (macchine, materie e impianti); un sovrappi destinato al proprietario del fondo agricolo; sovrappi detto anche prodotto netto; Le classi sociali diverse dalla classe agricola, cio artigiani, commercianti, professioni liberali, sono classi economicamente sterili. Non producono sovrappi. Il sovrappi prodotto dal lavoro agricolo si misura in termini 29

fisici. Esso ci che resta materialmente della produzione una volta sottratte ad essa le quantit di prodotto necessarie a garantire il sostentamento del lavoratore e la sostituzione dei mezzi di produzione nella misura in cui limpiego produttivo li ha usurati. Il sovrappi viene acquisito dal proprietario del fondo e destinato ai suoi consumi. Di volta in volta dunque viene consumato e non reimpiegato in nuovi cicli produttivi. La fertilit della terra il fattore produttivo delleconomia agricola precapitalistica. Non esiste altra forza produttiva che non sia la natura in quanto terra idonea a produrre frutti.

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2. La Scuola classica e la teoria del valore

La Scuola classica nasce intorno alla met del Seicento e si sviluppa nel corso di circa 150 anni. William Petty (1623-1682) tra i fondatori della scuola in Inghilterra, mentre in Francia liniziatore Pierre de Boisguillebert (1646-1714). I massimi esponenti della scuola sono: in Inghilterra Adam Smith (1723-1790) e David Ricardo (1772-1823); in Francia Simonde Sismondi (1773-1842) e Jean-Baptiste Say (1762-1832). I classici sono i primi analisti e teorici del sistema di produzione capitalistico, di cui studiano i fondamenti, i principi e le leggi che lo governano. Prima di loro, la scuola economica volgare si era fermata allapparenza delle cose, non andando oltre gli aspetti fenomenologici del modo di produzione capitalistico. Dove erano state proclamate vere fonti della ricchezza le forme particolari del lavoro reale, quali lagricoltura (fisiocratici), la manifattura, il commercio ecc., Adam Smith proclama come fonte unica della ricchezza materiale il lavoro in generale, e cio il lavoro nella sua figura complessiva sociale. Per i classici, nelleconomia capitalistica diversamente da quanto sostenevano i fisiocratici per leconomia agricolo-feudale non esistono lavori sterili. produttivo di ricchezza infatti il lavoro in qualunque branca delleconomia esso si svolga: agricoltura, industria, commercio, artigianato. Il lavoro nel modo di produzione capitalistico lunico fattore produttivo del sovrappi, o plusvalore, cio di una ricchezza aggiuntiva rispetto a quella necessaria alla sussistenza dei lavoratori e alla sostituzione dei mezzi di produzione usurati dallimpiego. 31

Per i classici il valore delle merci determinato dalla quantit di lavoro in esse contenuto. Alla base della teoria del valore elaborata da A. Smith c la distinzione tra valore duso e valore di scambio della merce: il valore duso misura lefficacia della merce a soddisfare il bisogno di chi lacquista: il valore di scambio misura la capacit di ogni bene di essere scambiato nel mercato con gli altri beni o merci presenti. Il valore di scambio di ogni merce determinato dalla quantit/qualit del lavoro umano in esse incorporato. Ne consegue che il lavoro nel modo di produzione capitalistico ha come proprio carattere fondamentale, rispetto alle altre forme di economia, la creazione di valori di scambio. La ricchezza aggiuntiva, o plusvalore, prodotta dal lavoro interamente propriet del capitalista. Questa appropriazione per i classici del tutto giustificata dalla circostanza che il capitalista proprietario sia dei mezzi di produzione che della forza lavoro che ha comprato sul mercato per mezzo di un contratto legale, dando in cambio un salario. Il fondamento giuridico dellappropriazione da parte del capitalista del plusvalore risiede dunque nellistituto della propriet privata che nasce dalla libera contrattazione della forza-lavoro. La giustificazione etica dellappropriazione capitalistica del plusvalore poi fornita dal fatto che il capitalista anticipa i salari ai lavoratori e dunque ha buon diritto di ripagarsi con il frutto del lavoro. Infine i classici, a rafforzare la legittimit dellappropriazione capitalista del plusvalore, argomentano che la propriet privata individuale da sempre connaturata alluomo e che la ricchezza di cui il capitalista dispone gli deriva dalla sua attitudine al risparmio e alla diligente amministrazione dei suoi beni. Marx contraddice queste tesi con la sua teoria del valore delle merci e del lavoro e con la ricostruzione storica dellaccumulazione primitiva (originaria) di ingenti capitali in capo a una nuova classe sociale, cio la borghesia capitalistica, e allo stesso tempo della spoliazione di masse di agricoltori e piccoli artigiani di qualunque mezzo di produzione, determinando cos la nascita della nuova classe sociale detta proletariato. Sono pi di 400 anni di storia a documentare questa gigantesca spoliazione. Marx ricostruisce i grandi eventi storici a valle di tali 32

processi, con riferimento agli Stati europei e in particolare allInghilterra. I classici, diversamente dai fisiocratici che rilevavano il sovrappi in grandezze materiali (ovvero fisiche), rilevano il sovrappi in grandezze in valore. Al fine di misurare concretamente il valore delle merci i classici elaborano la teoria del valore delle merci. Il fondamento di questa teoria che il valore della merce espresso dal suo valore di scambio sul mercato e tale valore corrisponde alla quantit di lavoro occorso per produrla. Il ragionamento il seguente. Per poter determinare il valore di scambio che ciascuna merce ha rispetto a ciascuna delle varie altre merci presenti sul mercato necessario ricorrere ad una unit di misura del valore che sia comune a tutte le merci. Tale comune unit di misura il lavoro, cio la quantit di lavoro mediamente necessaria a produrre ciascuna merce. I classici distinguono il lavoro del processo produttivo capitalistico in lavoro presente (o lavoro diretto), e lavoro passato (o indiretto), ovvero prodotto in precedenza e incorporato nelle macchine, nelle tecnologie, nei materiali. Il ragionamento cos esemplificabile. Se per la produzione di una merce X sono state impiegate 80 ore di lavoro diretto e 250 ore di lavoro indiretto, il lavoro complessivo ammonter a 330 ore; se per la produzione di una merce Y il lavoro diretto stato di 40 ore, e il lavoro indiretto di 70 ore, il lavoro complessivo ammonter a 110 ore. Incontrandosi sul mercato le due merci X e Y si scambieranno nel rapporto di 1 (merce X) contro 3 (merce Y). Dice Smith:
Il solo lavoro la misura reale con cui si pu far sempre pregio e paragone del valore di tutte le merci [] Le quantit di lavoro debbono necessariamente in ogni tempo e luogo essere di uguale valore per chi lavora. Nello stato abituale di sanit, di forza e di attivit, e secondo il grado ordinario di abilit e di destrezza che pu avere, bisogna sempre che egli ci spenda la stessa porzione di riposo, di libert, di felicit [] Se in una societ di cacciatori il lavoro necessario per uccidere un castoro costa normalmente il doppio del lavoro necessario per uccidere un cervo, un castoro dovrebbe scambiarsi con due cervi, ovvero valere due cervi (A. Smith, La Ricchezza delle Nazioni).

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Per i classici, diversamente dalleconomia feudale e dunque dalle teorie fisiocratiche, nel sistema di produzione capitalistico il sovrappi generato non destinato al consumo del proprietario ma viene necessariamente e di continuo reinvestito al fine di rendere possibile il proseguimento dellaccumulazione del capitale nel tempo. Questa la condizione per continuare a sostenere la competizione con gli altri capitalisti. Emerge dunque che il sistema produttivo capitalistico ha come caratteristica distintiva da altre forme economiche la necessit dello sviluppo continuo e progressivo del processo produttivo, in una rincorsa permanente alla crescita della produttivit e allinnovazione tecnica, professionale, tecnologica, organizzativa, ai fini dellaccumulazione di nuovo capitale. La forma del lavoro come si presenta nel modo di produzione capitalistico, ovvero borghese, in antitesi con le forme del lavoro antico e del lavoro medioevale. Dice a questo proposito Marx riferendo del pensiero di James Steuart appartenente alla Scuola classica (Principi di politica economica, 1767):
Lo Steuart sapeva naturalmente benissimo che il prodotto acquisisce la forma di merce e la merce la forma di denaro, anche in epoche preborghesi; ma egli dimostra con molti particolari che la merce come forma fondamentale, elementare della ricchezza, e lalienazione, come forma dominante dellappropriazione, appartengono al periodo della produzione borghese soltanto, che il carattere del lavoro creatore di valore di scambio quindi specificamente borghese (K. Marx, Per la critica delleconomia politica).

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3. La concezione materialistica della storia

1. Fondamento storico dei sistemi economici e del capitalismo: nascita-sviluppo-estinzione


Marx affronta lanalisi del capitale sulla base di una ricerca condotta con metodologia scientifica circa la sua composizione, produzione, circolazione. La sua ricerca nel campo delleconomia si fonda su un presupposto di pensiero pi generale che rivoluziona i punti di partenza di ogni ragionamento sulleconomia di cui si erano serviti i suoi predecessori, sia i fisiocratici che i classici. Marx afferma che i modi di produzione dei beni sono la vera fonte e il vero teatro di tutta la storia umana. Questo enunciato si inquadra in una concezione materialistica della storia umana, concezione che si contrappone radicalmente alla concezione idealistica ai tempi dominante (pensiero forte ed unico che aveva in Hegel il massimo esponente). Tale concezione idealistica identificava la realt con lidea e partendo da questo presupposto aprioristico faceva discendere la storia materiale delluniverso dallo sviluppo storico dellIdea umana fattasi Spirito (Hegel, Fenomenologia dello Spirito). Gi il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach aveva criticato la filosofia idealista sostenendo che lidea solo il riflesso della realt concreta delle cose. Diceva in proposito:
La logica di Hegel [] una teologia ridotta a logica [] Lessere della teologia un essere trascendente, lessere delluomo posto al di fuori delluomo; lessere della logica di Hegel il pensiero trascendente, il

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pensiero delluomo posto al di fuori delluomo (Feuerbach, Principi della filosofia dellavvenire).

A proposito dei fondamenti filosofici del materialismo storico di Marx, Maurice Dobb svolge queste considerazioni:
Mentre per Hegel la dialettica (tesi-antitesi-sintesi) muove dallEssere astratto come Idea o Spirito, per Marx la dialettica muove dalla Natura e dallUomo considerato immediatamente parte integrale della Natura stessa. Tuttavia luomo, in quanto ente consapevole, nello stesso tempo in grado di lottare con e contro la Natura, ovvero pu sottometterla, infine pu trasformarla secondo i suoi scopi. Egli fa questo attraverso la progettazione consapevole dellattivit produttiva e creativa. [] La storia dellumanit, quindi, ebbe inizio da questa dialettica della lotta tra lUomo e la Natura, ed consistita essenzialmente nelle varie forme e negli stadi assunti dal lavoro produttivo nel suo progressivo sviluppo. Uno degli elementi principali di questo rapporto dialettico Uomo-natura fu linvenzione e limpiego di strumenti di produzione (utensili e congegni) che rappresentavano nello stesso tempo materializzazioni durevoli del lavoro e strumenti ausiliari per il lavoro produttivo [] Essi pi di ogni altra cosa fanno del lavoro produttivo un processo collettivo o sociale (Maurice Dobb, Introduzione a Per la critica delleconomia politica).

Partendo da questa riflessione filosofica che d conto delle reali forze motrici della storia umana, Marx formula alcuni enunciati generali che inquadrano dentro una prospettiva di pensiero rivoluzionario i rapporti tra economia ed esistenza individuale e sociale. Tutti i sistemi economici (e dunque anche il sistema di produzione capitalistico) hanno carattere storico. Essi cio non sono eterni, ma nascono nel tempo, nel tempo si sviluppano e muoiono. Le varie forme di economia, i vari modi di produzione succedutisi nel tempo, sono la vera fonte della storia sociale dellumanit, sono le basi materiali della produzione sociale dellesistenza. Queste due proposizioni fondano una visione dei processi storici alternativa alla visione idealistica fino ad allora dominante e che aveva avuto in Hegel il massimo riferimento filosofico. Non si tratta semplicemente di enunciati teorici (materialisti) 36

che vengono contrapposti ad altri enunciati teorici (idealisti) sul mero terreno dellargomentare logico. Marx contesta come infondata nella realt concreta la visione idealistica della storia, come arbitrari e fuorvianti dalla verit delle cose i suoi costrutti astratti, in forza dellanalisi scientifica che produce circa i modi di produzione economica succedutisi nella storia umana (e da ultimo il modo capitalistico), ricostruendo lintreccio permanente e indissolubile tra Forme delleconomia, Forma della societ, Forma dello Stato. Dice Marx nella sua Prefazione a Per la critica delleconomia politica (1859) che prepara laffondo analitico sul processo capitalistico realizzato successivamente con Il Capitale:
I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi, sono presupposti reali. Essi sono gli individui reali, le loro condizioni materiali di vita; tanto quelle che hanno gi trovato esistenti, quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione. Sono presupposti constatabili per via empirica [] Nella produzione sociale della loro esistenza, attraverso le attivit economiche gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volont. Linsieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della societ ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produrre la vita materiale, proprio di una data struttura economica, condiziona in generale il processo sociale politico e spirituale della vita (Marx, Per la critica delleconomia politica).

La realt storica delluomo dunque da ricercarsi nella sua attivit economica.


La societ antica, la societ feudale, la societ borghese, sono insiemi di specifici rapporti di produzione. Ciascuno di questi insiemi caratterizza un particolare stadio di sviluppo delleconomia nella storia dellumanit (Marx, Il Manifesto).

Su queste basi Marx sviluppa la critica dei presupposti individualistici su cui si era fondata la riflessione dei classici sulleconomia capitalistica.
Il singolo e isolato cacciatore e pescatore di cui parlano Smith e Ricardo, sono invenzioni, frutto di fantasia.

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In verit quanto pi risaliamo indietro della storia, tanto pi lindividuo, e anche luomo che produce, ci appare non autonomo, parte di un insieme pi grande. Dapprima in modo del tutto naturale nella famiglia, nella famiglia sviluppatasi in trib, in seguito nella comunit nelle sue diverse forme, comessa nata dal contrasto e dalla mescolanza delle trib [] La produzione ad opera di un individuo isolato al di fuori della societ un non senso, come lo sviluppo di una lingua senza individui che vivano insieme e parlino tra loro (Marx, Per la critica delleconomia politica).

Negare, come fa Marx, i presupposti idealistici e individualistici della storia umana non significa che Marx risolve la persona nella societ, negando cio lindividualit di ciascun essere umano. Marx non risolve la persona nella societ. Al contrario. Per Marx lessere umano immediatamente essere individuale, persona. In quanto tale qualcosa di irriducibile, e la sua liberazione dalloppressione e dallo sfruttamento proprio lo scopo fondamentale a cui mira il Programma comunista che elabora insieme a Engels, un Programma di societ nuova nella quale il libero sviluppo di ciascuno la condizione del libero sviluppo di tutti. Questa tensione etica di Marx verso la liberazione e la piena realizzazione delluomo emerge in modo ricorrente in molte pagine de Il Capitale in cui Marx rappresenta con sincero e profondo sdegno umano gli effetti dello sfruttamento del lavoro e i segni che esso produce sui corpi delloperaio, in particolare sui corpi dei minori e delle donne. Liberazione e piena realizzazione umana sono perseguibili solo alla condizione del superamento della struttura economica capitalistica e della sovrastruttura dello Stato borghese. La fiducia di Marx in questa possibilit riposta in una lucida visione dello sviluppo storico delle forze produttive che il capitalismo porta con s e in s:
Ad un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della societ entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cio con i rapporti di propriet (che ne sono soltanto lespressione giuridica) dentro i quali tali forze si erano precedentemente mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze produttive si convertono in loro catene. E allora subentra unepoca di rivoluzione sociale (Marx, Per la critica delleconomia politica).

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2. Il rapporto di Marx con i classici


Gli economisti classici avevano enunciato i seguenti principi e teorie: il lavoro lunico fattore di produzione della ricchezza; tutto il lavoro lavoro produttivo; il sovrappi o profitto non destinato al consumo del capitalista ma allaccumulazione di capitale da reinvestire in un processo di sviluppo continuo delle forze produttive; il valore delle merci espresso dal loro valore di scambio sul mercato. Tale valore corrisponde sempre alla quantit di lavoro medio che si reso necessario per produrle ed indicato dal prezzo cui le merci vengono vendute. Il valore delle merci dunque coincidente con il valore del lavoro in esse incorporato. Marx conviene con i classici che il lavoro lequivalente universale di valore di tutte le merci. Egli tuttavia spinge pi in profondit lanalisi del valore delle merci integrandola con lanalisi della composizione organica del capitale. Marx evidenzia cos gli errori fondamentali in cui erano incorsi i classici nella teoria del valore da loro elaborata: a) aver considerato determinante per lindividuazione del valore delle merci la quantit di lavoro medio umano impiegata per produrle, in luogo del tempo di lavoro socialmente necessario (nozione questa che consente di includere nella determinazione del valore anche il capitale costante impiegato); b) aver omesso di interrogarsi su come calcolare il valore del lavoro, pur essendo esso riconosciuto come costitutivo del valore delle merci da esso prodotte e misura del loro scambio. Marx a questo fine elabora una teoria del valore del lavoro che consente di misurare concretamente leffettivo valore economico del lavoro incorporato nella merce e di spiegare la formazione del profitto e la sua natura predatoria del valore/lavoro che lo ha prodotto. In definitiva i classici avevano trascurato nella loro analisi sul valore delle merci di porsi una domanda fondamentale. 39

Posto che il valore di una merce costituito dal valore del lavoro contenuto in essa, come si pu calcolare tale valore del lavoro, ad esempio il valore di unora di lavoro speso per la produzione di una merce, quando sappiamo soltanto che unora di lavoro uguale a unora di lavoro, e nientaltro? Per rispondere a questa domanda Marx svolge unanalisi puntuale del meccanismo di accumulazione capitalistica, della composizione organica del capitale e del meccanismo di produzione del plusvalore riuscendo a rilevare concretamente e correttamente il valore del lavoro e a ricondurlo ad una matrice di sfruttamento del lavoro umano intrinseca al modo di produzione capitalistico. Leffettivo valore del lavoro quel valore che ripaga la somma dei valori economici connessi a capitale variabile, capitale costante, plusvalore. Dice Engels:
Soltanto constatando la distinzione del capitale in costante e variabile, Marx pervenne a descrivere fin nei minimi particolari e con ci a spiegare il processo di formazione del plusvalore nel suo effettivo svolgersi, ci che nessuno dei suoi predecessori aveva compiuto (F. Engels, Prefazione al Libro II de Il Capitale).

Dunque, il salario erogato dal capitalista paga solo una parte minima del valore prodotto dal lavoro. Inoltre diviene chiaro che nel modo di produzione capitalistico la propriet dei beni prodotti (merci) dissociata dal loro vero produttore: il lavoratore salariato. questa dissociazione propriet-lavoro la novit rilevante del modo di produzione capitalistico rispetto alle altre forme di economia presenti nella storia.

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4. Lanalisi marxiana del capitale

1. Produzione
1.1. La merce: valore duso/valore di scambio. La merce forza-lavoro Marx mutua da A. Smith e da D. Ricardo lidea che il lavoro la fonte della ricchezza e che il valore delle merci determinato dal lavoro contenuto in esse (lavoro incorporato). Partendo da questi presupposti teorici condivisi, Marx approfondisce lanalisi del processo capitalistico a partire dalla nozione di merce, fino ad interpretarne natura e caratteri e decifrarne i meccanismi di funzionamento e le leggi che lo governano, superando e correggendo i risultati dellanalisi svolta dai classici. Marx perviene per questa strada ad una diversa teoria del valore delle merci incentrata sulle nozioni di lavoro astratto e di tempo di lavoro socialmente necessario, e ad una teoria del valore del lavoro che consentir di misurare concretamente il valore economico effettivo del lavoro (a prescindere dal valore del salario) allinterno del concreto processo produttivo capitalistico e di spiegare la formazione del profitto e la sua natura. Il primo capitolo de Il Capitale si apre con lanalisi di ci che il prodotto della forma economica del capitalismo: le merci. Merce qualunque cosa prodotta al fine della vendita sul mercato, cio dello scambio. Non merce ci che prodotto per il solo consumo del produttore, o che viene conferito ad altri senza scambio sul mercato. 41

Ogni merce nel sistema di produzione capitalistico ha un duplice valore: un valore duso e un valore di scambio. Il valore duso esprime il carattere di utilit proprio di quella merce ai fini della soddisfazione di uno specifico e determinato bisogno (diverso da individuo a individuo). In quanto tale il valore duso, essendo estraneo alle relazioni umane, rimane al di fuori del campo di indagine delleconomia politica, che si occupa esclusivamente di fenomeni di natura sociale.
stato osservato da A. Smith che la parola valore ha diversi significati: esprime talvolta lutilit di qualche oggetto particolare, tale altra il potere di acquistare beni che si trasmette con il possesso delloggetto. Luno pu essere detto valore duso, laltro valore di scambio. Le cose che hanno maggiore valore duso hanno di frequente scarso o nullo valore di scambio; quelle che hanno maggiore valore di scambio, hanno per contro scarso o nullo valore duso. Acqua e aria sono grandemente utili, sono indispensabili per lesistenza: eppure in circostante ordinarie nulla pu essere scambiato con esse. Loro invece il cui uso scarso, ove lo si confronti con laria e con lacqua, pu scambiarsi con una grande quantit di altri beni. Lutilit non quindi misura del valore di scambio, sebbene di tale valore di scambio sia condizione assolutamente essenziale (Ricardo, Principi di economia politica).

Per diventare merce il prodotto deve essere trasmesso allaltro, a cui serve come valore duso, mediante lo scambio. Pertanto non merce il prodotto che viene creato per soddisfare un bisogno personale del produttore. Come pure non sufficiente che il prodotto sia stato creato per soddisfare bisogni di altri perch esso sia una merce. Marx a questo proposito ricorre allesempio del contadino medioevale che produce il grano dobbligo per il signore feudale e il grano della decima per il prete. N il grano dobbligo, n quello della decima diventano merce per il fatto dessere prodotti per altri, mancando in entrambi i casi lo scambio. Il valore di scambio di una merce espressione del tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. espressione dunque non del valore economico corrispondente alla quantit di lavoro medio occorso per produrla, come avevano sostenuto i classici, ma, appunto, del tempo di lavoro socialmente necessario. Anche la forza lavoro una merce nel sistema di produzione capitalistico. Quanti sono sprovvisti di mezzi di produzione pro42

pri sono costretti, per provvedere al sostentamento proprio e della loro prole, a vendere (alienare) la propria forza lavoro al capitalista che il solo detentore di tali mezzi. Dice Marx:
Il venditore della forza lavoro, come il venditore di qualsiasi altra merce, ne riscuote il valore di scambio e ne aliena il valore duso []. Il valore duso della forza lavoro non appartiene ormai al venditore pi di quanto appartenga al bottegaio il valore duso dellolio venduto (Marx, Il Capitale).

1.2. Caratteri del lavoro capitalistico


CLASSIFICAZIONI DEL LAVORO CAPITALISTICO:

lavoro diretto/indiretto; concreto/astratto; socialmente necessario; produttivo/improduttivo.

Il lavoro capitalistico ha propri caratteri che lo differenziano dalla forma-lavoro propria di altri modi di produzione quali leconomia antica, leconomia feudale, leconomia mercantile: lavoro che produce valore di scambio (non solo dunque valore duso); immediatamente lavoro sociale, cio espressione dei pi complessivi rapporti di produzione e di scambio che sono alla base delleconomia capitalistica; origina dallalienazione, volontaria ma obbligata, della forza-lavoro non potendo contare il proletario che la detiene su mezzi di produzione propri per garantirsi la sussistenza in vita. Marx distingue il lavoro umano impiegato nel processo di produzione capitalistico in lavoro diretto (o presente) e lavoro indiretto (o passato), cio lavoro umano incorporato nei mezzi di produzione impiegati. Ulteriore importante distinzione interna al concetto generale di lavoro Marx la opera elaborando le nozioni di lavoro concreto, lavoro astratto, lavoro socialmente necessario. Alle merci in quanto valore duso corrisponde il lavoro concreto (cio il lavoro specifico che le ha prodotte). Ad esempio, il lavoro del sarto che ha confezionato il tale abito. 43

Alle merci in quanto valore di scambio corrisponde il lavoro astratto, ovvero dispendio di lavoro umano in generale, cio lavoro in cui cancellata lindividualit di chi lavora. Il lavoro che crea valore di scambio lavoro astrattamente generale. Nellesempio dellabito confezionato dal sarto
il lavoro del sarto, nella sua propriet naturale di particolare attivit produttiva, produce labito, ma non il valore di scambio dellabito. Questultimo lo produce non in quanto lavoro di sarto, bens in quanto lavoro astrattamente umano, e questo rientra in un nesso sociale che non stato infilato dal sarto (Marx, Per la critica delleconomia politica).

La riduzione del lavoro a lavoro astratto ci permette di vedere chiaramente dietro le forme specifiche che il lavoro di volta in volta assume, una forza lavorativa complessiva capace di trasferirsi da una utilizzazione ad unaltra a seconda dei bisogni sociali, e dalla cui grandezza e sviluppo dipende la capacit di produzione della ricchezza della societ. Il quantum di lavoro che si assume a unit di misurazione del valore delle merci non il tempo del lavoro concreto impiegato nelle specifiche lavorazioni necessarie a produrle. Lunit di misura del valore delle merci il tempo di lavoro socialmente necessario per produrle, ovvero il tempo (di lavoro astratto) richiesto nelle esistenti condizioni di produzione socialmente normali, e con il grado sociale medio di abilit e intensit di lavoro. Una ulteriore distinzione quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Marx a questo proposito precisa che la nozione di lavoro produttivo ha un significato diverso a seconda che venga rapportata al sistema di produzione capitalistico, oppure ad altri sistemi di produzione. Al di fuori del sistema capitalistico, in generale da considerarsi produttivo ogni lavoro che metta capo a un prodotto, cio a un valore duso. Nel sistema di produzione capitalistico invece:
produttivo il lavoro che produce plusvalore per chi lo impiega, che cio trasforma le condizioni oggettive del lavoro in capitale. In definitiva il

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lavoro che produce il suo proprio prodotto come capitale (U. Cerroni, Teoria della crisi sociale in Marx).

A questo proposito Marx considera valida e chiara la definizione che A. Smith aveva a suo tempo dato del lavoro produttivo, e non esita a citare gli scritti e le argomentazioni in proposito dellillustre economista liberal/liberista:
Lavoro produttivo, nel senso della produzione capitalistica, il lavoro che, nello scambio con la parte variabile del capitale, non solo riproduce questa parte del capitale, ma produce anche un plusvalore per il capitalista. Solo in questo modo la merce, o il denaro, si converte in capitale [] produttivo soltanto il lavoro salariato che produce capitale [] Dunque produttiva solo la forza-lavoro la cui valorizzazione maggiore del suo valore (Marx, Storia delle Teorie economiche).

Ancora pi chiara e brutalmente laconica la citazione che Marx estrae da Malthus: Lavoratore produttivo quello che aumenta la ricchezza del suo padrone (Marx, Storia delle teorie economiche). La formulazione del concetto lavoro produttivo che Marx esprime in forma diretta nei Gundrisse la seguente:
Lavoro produttivo soltanto quello che produce capitale [] Il risultato del processo di produzione capitalistico non n un semplice prodotto (valore duso), n una merce, cio un valore duso avente un valore di scambio determinato. Il suo risultato, il suo prodotto la creazione del Plusvalore (Marx, Gundrisse).

1.3. Teoria del valore delle merci plusvalore/pluslavoro; plusvalore assoluto/relativo.


LA COMPOSIZIONE ORGANICA DEL CAPITALE:

Il valore di una merce per Marx determinato dal quantum di lavoro materializzato in essa, intendendo con quantum non la quantit di lavoro medio, come avevano sostenuto i classici, ma il tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione. Tale tempo di lavoro (socialmente necessario) posto a base del valore delle merci comprende sia il tempo di lavoro presente che il tempo di lavoro passato. 45

A generare il plusvalore unicamente il capitale variabile, cio il lavoro umano. Marx perviene a questa scoperta partendo dallanalisi della composizione organica del capitale. Egli dimostra che: il valore del capitale costante viene trasmesso e incorporato al prodotto ad opera del lavoro presente (ovvero vivo); nella materia trasformata dal lavoro presente il valore del capitale costante incorporato rimane invariato; il valore aggiunto al capitale iniziale prodotto dal pluslavoro, cio da quellin pi di lavoro contenuto nella giornata lavorativa rispetto al lavoro necessario per pagare salario e mezzi di produzione. Questo il ragionamento svolto da Marx: Il capitale, C, si compone di due parti fra di loro connesse organicamente, capitale variabile, v, e capitale costante, c: C=v+c Il capitale variabile composto dal capitale speso per acquistare la forza lavoro da impiegare nel processo produttivo. La forza lavoro impiegata denominata lavoro diretto (o presente). Il capitale costante (o fisso) costituito dai mezzi di produzione, cio da impianti e macchine usati per uno o pi cicli (o periodi) produttivi. Il valore di tali impianti e macchine il valore del lavoro indiretto (o passato), cio incorporato in detti mezzi di produzione. In un ciascun ciclo di produzione, tali mezzi con il loro impiego trasmettono al prodotto una parte del loro valore. Se un capitale fisso di valore 100 ha la durata di dieci anni, quel capitale fisso conferir al prodotto annuo un valore pari a 10. Il plusvalore s leccedenza del valore del prodotto sul valore dei suoi elementi, cio sul capitale costante c e sul capitale variabile v. Terminata loperazione produttiva il capitale C si trasformato da C = c+v a C = c+v+s. Che il plusvalore s sia riconducibile tutto ed esclusivamente al capitale variabile si rende evidente con la dimostrazione, che Marx 46

fornisce analizzando il processo di produzione, che il tempo di lavoro che occorre per la produzione di un articolo comprende anche il tempo di lavoro necessario a ricostituire i mezzi di produzione usurati, cio il capitale costante.
Il lavoratore conserva dunque il valore dei mezzi di produzione consumati e lo trasmette al prodotto come parte costitutiva del valore di esso [] Il lavoro produttivo trasforma i mezzi di produzione in elementi formativi di un nuovo prodotto, il loro valore va soggetto ad una specie di metempsicosi, passando dal corpo consumato nel nuovo corpo creato [] I mezzi di produzione non possono mai aggiungere al prodotto un valore maggiore di quello che hanno [] Se per esempio una macchina per filare durata 10 anni, il suo valore totale durante questi 10 anni di funzionamento si incorporato nei prodotti dei 10 anni (n di pi, n di meno) [] Lesperienza fa conoscere quanto tempo duri in media uno strumento di lavoro, ad esempio una macchina per fare maglie. Se si suppone che la sua utilit nel lavoro iniziato si conservi solo per sei giorni, perde in media ogni giorno un sesto del proprio valore duso, e quindi trasmette al suo prodotto di ogni giorno un sesto del suo valore di scambio. In questo modo si calcola il logorio quotidiano di tutti gli strumenti di lavoro e quanto del proprio valore trasmettono in un giorno nel valore del prodotto [] Nel corso della produzione, la parte di capitale che si trasforma in mezzi di produzione (ossia materie prime materie ausiliarie e strumenti di lavoro) non modifica dunque la grandezza del proprio valore. Perci la chiamiamo parte costante del capitale, o pi brevemente, capitale costante (ivi).

Il plusvalore inizia a formarsi dal minuto di lavoro successivo al tempo impiegato dal lavoratore per produrre un valore equivalente al salario corrispostogli dal capitalista e ai mezzi di produzione impiegati nel processo, e cessa al compimento dellintera giornata lavorativa:
Luomo possessore di denaro ha pagato il valore giornaliero della forza lavoro; quindi gli appartiene il suo uso durante una giornata, il lavoro di una giornata intera. Il sostentamento giornaliero di questa forza lavoro costa solo mezza giornata di lavoro []; in altri termini, il valore creato dal suo uso durante una giornata doppio del suo valore giornaliero [] La produzione di plusvalore dunque produzione del valore prolungata al di l di un certo limite. Se il processo di lavoro dura fino al punto in cui la fora lavoro pagata dal capitale viene sostituita da un nuovo equivalente, abbiamo una semplice produzione di

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valore; quando oltrepassa questo limite abbiamo produzione di plusvalore (Marx, Il Capitale).

Marx con lanalisi del plusvalore porta in evidenza gli effettivi rapporti sociali che si celano dietro i rapporti di produzione capitalistici. Lanalisi del plusvalore marxiana apre dunque il problema della liberazione del lavoro. Il plusvalore, in quanto pluslavoro, da Marx individuato come unica fonte del profitto la cui accumulazione costituisce la ragione e il fine essenziale del capitalista. Ai fini di spiegare i diversi modi con cui il capitalista pu accrescere il plusvalore incrementando la produttivit del lavoro, Marx distingue il plusvalore assoluto dal plusvalore relativo: plusvalore assoluto quello prodotto dal prolungamento della giornata lavorativa a parit di salario; plusvalore relativo quello che origina dallabbreviazione del tempo di lavoro necessario e nel corrispondente cambiamento della grandezza relativa delle due parti di cui si compone la giornata. Il plusvalore relativo cresce in ragione diretta dello sviluppo della capacit produttiva del lavoro, mentre il valore della merce in ragione inversa di tale sviluppo. Dice Marx a questo riguardo:
Leconomia di lavoro attraverso lo sviluppo della forza produttiva non mira affatto ad abbreviare la giornata di lavoro, ma si tratta soltanto della diminuzione del lavoro necessario a produrre una determinata massa di merce. Se un operaio, grazie alla moltiplicata produttivit del suo lavoro produce in unora, ad esempio, dieci volte pi di prima, o, pi in generale, impiega per ogni capo di merce dieci volte meno lavoro, ci non impedisce affatto che si continui a farlo lavorare per 12 ore e a fargli produrre in queste 12 ore 1200 capi invece di 120 (ivi).

1.4. La giornata di lavoro: lavoro necessario/sovralavoro La giornata di lavoro nel modo di produzione capitalistico si compone di due parti: tempo di lavoro necessario e di tempo di sovralavoro. 48

Il tempo di lavoro necessario quella porzione di giornata lavorativa necessaria alla produzione dei mezzi di sussistenza ordinari del lavoratore (salario). Se per la produzione dei mezzi di sussistenza necessitano 6 ore, il tempo di lavoro necessario sar di 6 ore rispetto a una giornata lavorativa, mettiamo, di 12 ore. Le restanti 6 ore della giornata saranno tempo di sovralavoro. Il tempo di sovralavoro il tempo della giornata lavorativa a partire dal quale il lavoratore produce plusvalore. Il salario che il capitalista paga al lavoratore, acquistando cos legalmente luso della sua forza lavoro, viene prodotto dal lavoratore nel corso del tempo di lavoro necessario. Il tempo di sovralavoro pluslavoro (rispetto al lavoro pagato con il salario). La giornata lavorativa rappresentabile con una linea retta ac che si compone di due segmenti: ab (tempo di lavoro necessario) e bc (tempo di sovralavoro). ac = giornata lavorativa 12 ore; a___(6 ore lavoro necessario)___b___(6 ore sovralavoro)___c La giornata di lavoro non una grandezza costante, ma variabile relativamente sia alla sua durata che alla sua composizione. Quale che sia la durata complessiva della giornata di lavoro, pu mutare sia la parte di essa occupata nel lavoro necessario che quella occupata nel sovralavoro. Esempi di possibili varianti interne alla giornata: 1) a__(4 ore lavoro necessario)__b____(8 ore sovralavoro)____c 2) a____(8 ore lavoro necessario)____b__(4 ore sovralavoro)__c Al crescere del tempo di sovralavoro nel corso della giornata lavorativa, corrisponde la crescita del plusvalore di cui si appropria il capitalista. Il tempo di sovralavoro pu crescere in forza della riduzione del tempo di lavoro necessario, oppure dellaumento della durata della giornata lavorativa. 49

La giornata di lavoro ha un limite massimo, non potendo essere prolungata oltre un certo punto. Questo limite doppiamente determinato: a) dai limiti fisici della forza lavoro; b) dalla necessit del lavoratore di dedicarsi anche ad altri bisogni personali. Si rendono quindi possibili giornate di 6-8-10-12 ore di lavoro; il limite da non superare quello stabilito dalla natura o dalle condizioni generali della civilt. 1.5. Il saggio del plusvalore Il valore di una merce prodotta durante un determinato periodo espresso dalla formula m = c+v+s, in cui m indica la merce, c indica il capitale costante, v indica il capitale variabile, s il plusvalore. Considerato che il capitale fisso, comprese le materie prime e i semilavorati, non aggiunge al prodotto pi valore di quanto ne possiede allinizio del ciclo produttivo, si evidenzia che il plusvalore scaturisce interamente da quella parte del capitale variabile costituito dalla forza lavoro impiegata. Cio da quella forza lavoro che non solo trasferisce al prodotto il proprio valore, ma d luogo a un plus di valore. Partendo dalla formula m = c+v+s, si pu ricavare il rapporto (ovvero il saggio) che lega tra loro queste grandezze di valore e, in particolare, il rapporto tra plusvalore s e capitale variabile v. Il saggio del plusvalore indicato da s1 ed espresso dalla formula s1 = s:v. Esso lindicatore di appropriazione del lavoro da parte del capitalista in quanto registra il rapporto tra plusvalore s e capitale variabile v. La formula s1 = s:v infatti esprime che: a) il solo capitale variabile v (lavoro presente) lelemento da cui nasce larricchimento del capitalista; b) il saggio del plusvalore s1 tanto pi alto quanto pi basso il valore del capitale variabile impiegato. 50

Ovvero: pi bassi sono i salari, pi crescono larricchimento del capitalista e lo sfruttamento del lavoratore. Ai fini dellaumento del plusvalore il capitalista pu intervenire sulla variabile salariale direttamente, riducendone il valore, oppure indirettamente, operando sullorario di lavoro: aumento della durata della giornata lavorativa a parit di salario; aumento del tempo di sovralavoro allinterno della giornata lavorativa. 1.6. Il saggio del profitto Il profitto ci che concretamente rimane del plusvalore una volta pagato il capitale variabile e il capitale costante, la rendita di fabbricati e/o terreni utilizzati. Il profitto costituisce lo scopo del fare impresa capitalistica. Il saggio del profitto indica la misura reale del guadagno netto del capitalista, ed il motivo reale dellaccumulazione. Il saggio del plusvalore misura il grado di sfruttamento del lavoro, ed la causa reale dellaccumulazione. Il saggio del profitto indicato dalla lettera p ed espresso dalla formula p = s : (c+v), dove s il plusvalore, c il capitale fisso, v il capitale variabile. La formula esprime: che il solo plusvalore s lelemento da cui nasce il profitto del capitalista; che la misura reale del guadagno del capitalista determinata dal rapporto del plusvalore prodotto con il capitale complessivamente investito; che il profitto cresce in modo inversamente proporzionale alla somma di capitale costante c e capitale variabile v. Marx avverte:
Plusvalore e Saggio del plusvalore sono in senso relativo linvisibile, lessenziale da scoprire, mentre il Saggio del profitto, e quindi, il profitto, si mostrano alla superficie del fenomeno (K. Marx, Il Capitale).

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2. Circolazione
2.1. Denaro-moneta: misura dei valori delle merci, mezzo di circolazione I prezzi Dice Marx:
In un dibattito parlamentare sulle leggi bancarie di Sir Robert Peel del 1844 e del 1845, Gladstone osservava che nemmeno lamore aveva fatto impazzire tanti uomini quanti ne erano impazziti scervellandosi sulla natura del denaro [] La difficolt principale dellanalisi del denaro superata non appena la sua origine concepita partendo dalla merce stessa. Con questo presupposto si tratter semplicemente di afferrare nettamente le sue peculiari propriet formali [] Nellindagine che segue da ricordare che si tratta solo di quelle forme di denaro che emergono direttamente dallo scambio delle merci, non di quelle sue forme legate ad uno stadio pi elevato del processo di produzione, come ad esempio la moneta di credito (Marx, Per la critica delleconomia politica).

La moneta costituita da un metallo, per lo pi prezioso. Essa una merce/metallo cui viene assegnata la funzione di equivalente universale di tutte le merci. In quanto equivalente universale la moneta misura del valore di tutte le merci; dunque come tale denaro. La funzione delloro (ovvero di altro metallo/moneta) di equivalente universale di tutte le merci e la misurazione del loro valore in tempo di lavoro-oro vengono da Marx cos esemplificati:
1 tonnellata di ferro = 2 once doro 1 quarter di grano = 1 oncia doro 1 quintale di caff = 1/4 oncia oro 1 quintale di soda = 1/2 oncia oro 1 tonnellata legno brasiliano = 1+1/2 oncia oro Y merce = X once doro In questa serie di equazioni, il ferro, il grano, il caff, la soda, ecc. appaiono luno allaltro come materializzazioni di lavoro uniforme, cio di lavoro materializzato in oro, lavoro in cui siano cancellate tutte le particolarit dei reali lavori rappresentati nei loro differenti valori duso. Come materializzazione uniforme dello stesso lavoro (lavoro astratto) manifestano una sola differenza di carattere quantitativo; ossia appaiono

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come grandezze di valore differenti poich nei loro valori duso contenuto un tempo di lavoro disuguale [] Poich tutte le merci misurano in oro i propri valori di scambio nella proporzione in cui una determinata quantit doro e una determinata quantit di merce contengono la medesima quantit di tempo di lavoro, loro diventa la misura dei valori [] le merci sono equiparate luna allaltra nella proporzione in cui sono equiparate alloro [] Il valore di scambio delle merci espresso in tal modo come equivalenza generale, oppure in ununica equazione tra le merci e una merce specifica, il prezzo (ivi).

Naturalmente, la funzione delloro di merce equivalente di tutte le merci e dunque misura dei loro valori, pu essere svolta da altre monete, quali largento, il platino, il ferro. La moneta oro (ovvero altro metallo), come misura dei valori serve a trasformare il valore delle merci in prezzi, cio in immaginarie quantit di oro. La moneta oro (ovvero altro metallo), come peso stabilito di metallo tipo dei prezzi. In quanto tale, misura queste date quantit immaginarie di oro relativamente ad un quantum doro determinato e diviso in parti aliquote. La variazione nel valore delloro non altera affatto la sua funzione come tipo dei prezzi:
Quali possano essere le variazioni del valore nelloro, differenti quantit doro restano sempre nello stesso rapporto tra di loro [] Un tale mutamento colpisce contemporaneamente tutte le merci e per conseguenza lascia nel medesimo stato le relative quantit di valore [] La proporzione 2:4:8 rimane uguale a quella di 1:2:4 ovvero di 4:8:16 (ivi).

La moneta, oltre ad essere misura del valori delle merci e mezzo di circolazione, ha anche la funzione di mezzo di pagamento.
Man mano che si sviluppa la circolazione delle merci, si sviluppano anche circostanze che tendono a separare con un intervallo di tempo lalienazione della merce dalla riscossione o pagamento del prezzo. Pu avvenire che un venditore sia pronto allo scambio e che laltro non sia ancora in condizione di poter comperare. Oppure, come nel caso di una casa, uno compra prima di pagare concretamente il prezzo convenuto. Il venditore diventa un creditore, il compratore un debitore. Allo scadere del termine stabilito dal contratto di acquisto, termine dal quale il compratore entra in possesso del valore duso stipulato, il denaro

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entra in circolazione quale mezzo di pagamento, passando dalle mani del compratore in quelle del venditore (ivi).

Prezzi e mercato Marx occupandosi del prezzo delle merci, in quanto espressione monetaria del loro valore di scambio, scomoda Aristotele richiamando quanto afferma il filosofo nel libro V dellEthica Nicomachea:
Che vi fosse lo scambio prima che esistesse il denaro cosa evidente, infatti non fa alcuna differenza che cinque giacigli valgano una casa, o una casa tanto denaro quanto ne valgono cinque giacigli [] Tutto deve avere un prezzo, perch in tal modo vi saranno sempre scambi e di conseguenza vi sar sempre una societ. Il denaro, pari a una misura, rende di fatto commensurabili le case per equipararle poi reciprocamente. Poich non vi societ senza scambio, ma lo scambio non pu esservi senza parit, e la parit non pu esservi senza commensurabilit (ivi).

Il prezzo il nome monetario del valore materializzato nella merce. lespressione monetaria del suo valore di scambio ed esprime un rapporto di produzione. Il prezzo di mercato esprime la quantit media di tempo di lavoro sociale necessario in condizioni medie di produzione. Esso viene calcolato con riferimento alla quantit totale di una merce di una determinata specie. Tutti i prezzi vengono indicati in moneta essendo il denaro il mezzo generale di scambio. Ogni merce della stessa specie ha un unico prezzo, per quanto diverse possano essere le condizioni di produzione dei singoli produttori. Tale prezzo unico esprime la quantit di denaro con cui si scambia ununit della merce stessa con una unit di qualunque altra merce (invece di avere tanti prezzi per quante sono le altre merci con cui pu scambiarsi). Valore di scambio e prezzo non sono semplicemente modi diversi di chiamare il valore delle merci come a questo proposito sosteneva A. Smith affermando: il lavoro il prezzo reale delle merci; il denaro ne il prezzo nominale. Valore di scambio e prezzo coincidono sempre solo in via teorica. In via pratica questa coincidenza deve essere confermata dal mercato, cio nelleffettivo processo di circolazione delle merci. Dice Marx ad esemplificazione: 54

nella circolazione soltanto potr effettivamente risultare se il quarter di grano diventa effettivamente unoncia doro come stato anticipato nel suo prezzo. Questo dipender dal fatto che il quarter di grano si affermi, o meno, come valore duso e che la quantit di tempo di lavoro in esso contenuta si affermi o meno come la quantit richiesta dalla societ come necessaria per la produzione di un quarter di grano [] Nellesistenza del valore di scambio come prezzo, o delloro come misura del valore, contenuta in via latente la necessit dellalienazione della merce in cambio di oro sonante, la possibilit della sua non-alienazione, in breve contenuta in modo latente lintera contraddizione (ivi).

Le oscillazioni dei prezzi di mercato, che talvolta superano il valore (ovvero il prezzo naturale), tal altra volta gli sono inferiori, dipendono dalle oscillazioni della domanda e dellofferta. Le oscillazioni sono continue, e tuttavia:
il prezzo naturale (valore) , in certo senso, il centro attorno al quale gravitano continuamente i prezzi di tutte le merci [] Quali che possano essere gli ostacoli che impediscono loro di fissarsi su questo punto medio di riposo e di stabilit, essi tendono costantemente ad esso (A. Smith, La Ricchezza delle nazioni).

Marx conferma le considerazioni di A. Smith affermando:


Se la domanda lofferta si equilibrano, i prezzi di mercato delle merci corrispondono ai loro prezzi naturali, cio ai loro valori, i quali sono determinati dalle corrispondenti quantit di lavoro necessarie per la loro produzione. Ma domanda e offerta devono costantemente tendere a equilibrarsi, quantunque ci avvenga soltanto perch unoscillazione viene compensata da unaltra, un aumento da una caduta, e viceversa. Se invece di seguire soltanto le oscillazioni giornaliere, esaminate il movimento dei prezzi di mercato per un periodo pi lungo [] troverete che le oscillazioni dei prezzi di mercato, i loro alti e bassi, si elidono e ricompensano reciprocamente; cosicch se si fa astrazione dagli effetti dei monopoli e da alcune altre modificazioni che ora devo trascurare, ogni specie di merce venduta in media al suo valore, cio al prezzo naturale (Marx, Salario, prezzo e profitto).

Perch sia possibile leffettiva circolazione delle merci occorre disporre di quantit di oro di diversa grandezza corrispondenti alle quantit diverse in cui le merci si scambiano. Tali quantit doro si misurano mediante il peso. 55

La scala delle misure si trova quindi gi presente nelle misure generali dei pesi dei metalli che servono da misure dei prezzi. Loro, come misura dei valori ha una determinatezza formale del tutto distinta dalloro come scala di misura dei prezzi. Infatti loro misura dei valori in quanto tempo di lavoro oggettivato. Loro scala di misura dei prezzi in quanto determinato peso metallico. Tuttavia Marx chiarisce che nel corso della storia saltata la corrispondenza esistente originariamente tra peso delle monete doro e valore effettivo della moneta.
Ad un processo storico che spiegheremo pi avanti risalendo alla natura della circolazione metallica, dobbiamo il fatto che per un peso costantemente variante e discendente di metalli nobili, nella loro funzione di scala di misura dei prezzi, venisse conservata la stessa denominazione di peso. Cos la lira sterlina inglese esprime meno di un terzo del suo peso originario; la lira sterlina scozzese anteriore allUnione designa ora soltanto 1/36, la livre francese 1/74 [] Cos le denominazioni monetarie dei pesi metallici si sono scisse storicamente dalle loro denominazioni generali di peso [] essa dovette diventare determinazione legale. Loperazione puramente formale tocc quindi ai governi (Marx, Per la critica delleconomia politica).

2.2. Trasformazione del denaro in capitale Il denaro in quanto denaro ed il denaro in quanto capitale inizialmente si distinguono solo per le loro differenti forme di circolazione. Il denaro pu circolare infatti in forma di semplice moneta, oppure in forma di capitale. Nella cosiddetta circolazione semplice della merce, che propria delleconomia mercantile, e che espressa dalla forma M-D-M, il principio motore del meccanismo M-D-M vendere per comprare. In questa forma di circolazione il denaro circola come semplice moneta, e non come capitale. Nella forma di circolazione che propria delleconomia capitalistica ed espressa da D-M-D, il principio motore del meccanismo comprare per vendere. In questa forma di circolazione (e di economia) il denaro circola come capitale. 56

Dice Marx a questo proposito:


Tutto quel denaro che nel suo movimento D-M-D descrive questo giro, si trasforma in capitale, diviene capitale, gi capitale per lo scopo cui destinato (Marx, Il Capitale).

Dunque, il denaro assume la natura di capitale in relazione allo scopo economico che si propone, di cui cio al servizio. Tale scopo la produzione di un valore monetario superiore al denaro investito nel processo di produzione di merci. Ecco allora che, nella realt del processo economico capitalistico, la forma effettiva di circolazione espressa da D-M-D1. Se a conclusione dei rapporti di scambio denaro/merce/denaro non si verifica laccrescimento di valore di D in D1, vorr dire che fallito lo scopo dimpiego del capitale. questo aumento di valore del denaro, questo sviluppo che trasforma il denaro in capitale. 2.3. Dalleconomia mercantile alleconomia capitalistica: dalla produzione di merci alla produzione di denaro Sintesi Mezzi di produzione Nel sistema mercantile semplice, ciascun produttore possiede e lavora con propri mezzi di produzione. Nel regime capitalistico la propriet dei mezzi di produzione appartiene ad una classe (borghesia), mentre il lavoro eseguito da unaltra classe (proletariato). Valore delle merci Nel sistema mercantile semplice il produttore vende il proprio prodotto per acquistare prodotti altrui che soddisfano i suoi bisogni specifici: dunque, il valore delle merci esclusivamente valore duso. Nel sistema capitalistico il valore delle merci esclusivamente valore di scambio. Naturalmente le merci prodotte devono avere necessariamente un preciso valore duso; tuttavia il prezzo di mercato fissato dal loro valore di scambio, a prescindere dallutilit che il loro uso arreca allacquirente. 57

Tipo di circolazione Nel sistema mercantile semplice il produttore/mercante parte con le merci, le converte in denaro, quindi di nuovo converte il denaro in merce. Marx designa questo processo M-D-M (merce - denaro - merce). Le merci costituiscono linizio e la fine del processo economico. Nel sistema capitalistico il capitalista parte dal denaro (capitale), acquista merce per venderla e riconvertirla in denaro (capitale). Marx designa questo processo D-M-D1 (denaro-merce-denaro). La moneta costituisce linizio e la fine del processo. Se alla fine del processo D-M-D, la D dellinizio uguale alla D della fine, lintero processo non ha senso per il capitalista. Lunico processo che ha senso per il capitalista D-M-D1, dove D1 cio sia maggiore di D iniziale. La differenza tra D1 e D ci che Marx denomina plusvalore. In formule M-D-M la formula generale delleconomia mercantile. D-M-D1 la formula generale del capitalismo. Scopo della circolazione Nella forma di circolazione M-D-M il principio motore del meccanismo vendere per comprare. Il denaro circola come semplice moneta, e non come capitale. Nella forma di circolazione che propria delleconomia capitalistica ed espressa da D-M-D, il principio motore del meccanismo comprare per vendere. In questa forma di circolazione (e di economia) il denaro circola come capitale.

3. Altre caratteristiche del capitalismo


3.1. Schemi di riproduzione del capitale e teoria della crisi. La caduta tendenziale del saggio di profitto Gli schemi di riproduzione del capitale elaborati da Marx sono la base metodologica dellanalisi per comprendere i meccanismi che regolano il funzionamento del sistema capitalistico nel suo insieme; 58

le condizioni del suo equilibrio, le cause che determinano squilibri, ovvero crisi. Marx distingue a questo proposito due situazioni del capitale: la riproduzione semplice; la riproduzione allargata. La riproduzione semplice la situazione nella quale la produzione totale di un determinato periodo (comprensiva sia delle merci destinate al consumo individuale, sia dei mezzi di produzione), si riproduce negli anni senza mutazioni di grandezza. Tale riproduzione semplice non ha alcun riscontro nella realt, essendo niente altro che unipotesi teorica utile solo ai fini dellanalisi delleffettivo funzionamento delleconomia capitalistica. Dice Marx:
La riproduzione semplice su scala invariata appare come una astrazione [] le condizioni nelle quali si produce non rimangono perfettamente invariate in anni differenti (Marx, Il Capitale).

Marx chiama riproduzione allargata la situazione che viene a determinarsi nella realt. Il capitalista cio, a valle del ciclo produttivo e del suo realizzo, converte di volta in volta una quota del profitto (spesso la pi cospicua) in capitale addizionale. Il capitale cos aumentato e reimpiegato in un nuovo ciclo produttivo gli dar il modo di appropriarsi di un profitto nuovo che il capitalista convertir in capitale addizionale, e cos a seguire.
Lo sviluppo della produzione capitalista rende necessario un aumento continuo del capitale investito [] E la concorrenza impone a ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe ad espandere il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo pu espandere soltanto per mezzo dellaccumulazione progressiva. Accumulare significa conquistare il mondo della ricchezza sociale, aumentare la massa degli umani sfruttati, e cos estendere il dominio sia diretto che indiretto del capitalismo (ivi).

Circa le dimensioni della riproduzione allargata, esse sono tali da produrre in modo continuo fenomeni di squilibrio, o crisi, cio rotture dellequilibrio tra i settori produttivi, con la conseguenza di disinvestimento in un settore e reinvestimento in un altro pi redditizio (con tutto il portato di crisi e disoccupazione di setto59

re). Non esiste infatti la possibilit di un coordinamento preventivo delle decisioni di investimento, essendo le imprese che operano sul mercato indipendenti luna dallaltra. La crisi , dunque, fenomeno ricorrente e strutturale del modo di produzione capitalistico; solo per caso il sistema pu trovarsi in una posizione di equilibrio. Il carattere strutturale della crisi appartiene alla fisiologia del capitalismo e del suo sviluppo per via di processi continui di riproduzione allargata del capitale. Tale fisiologia tende ad un esito finale di implosione dellintero sistema. Esaminiamo infatti la formula che definisce il saggio del profitto, e cio: s = p : (c+v). Consideriamo che lo schema della riproduzione allargata esprime la tendenza naturale del capitalismo allaumento degli investimenti complessivi e allincremento degli impieghi in capitale costante rispetto a quelli destinati al capitale variabile. Ne consegue che essendo il plusvalore determinato dal solo capitale variabile, la tendenza dei profitti a una loro progressiva riduzione, fino allo spegnimento del meccanismo dellaccumulazione. Si pu affermare dunque che nel tempo il capitalismo obbedisce alla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. Era quanto aveva sostenuto anche Adam Smith. Marx, in ogni caso, non trae dalla veridicit di tale legge la conseguenza automatica del crollo del sistema capitalistico. La storia infatti non contempla alcun principio meccanicistico come regolatore delle dinamiche reali che in essa si svolgono. Perch il capitalismo venga meno occorre che si realizzino due condizioni: lesaurimento della sua funzione; la sua sostituzione con un sistema di produzione altro. Gli automatismi sono estranei alla storia umana. Come pure non si pu credibilmente sostenere che alla crisi della struttura seguano automaticamente la crisi e la caduta della sovrastruttura giuridica e politica del capitalismo. 3.2. Produzione-distribuzione-scambio-consumo Il processo capitalistico nel suo insieme nasce dalla produzione che determina distribuzione e consumo. Arrivato al punto del consumo finale il processo riparte cominciando di nuovo dalla produzione. La produzione dunque per Marx centrale rispetto allinsieme dei 60

momenti in cui si articola il processo produzione-circolazione-consumo. Circa il rapporto esistente tra i diversi momenti distinguibili allinterno del processo capitalistico (cio produzione-distribuzione-scambio-consumo), per Marx la produzione abbraccia e supera tanto se stessa quanto tali altri momenti. Distribuzione, scambio, consumo, dunque, costituiscono differenze, momenti differenziati di una unica e comune unit che tutti li comprende, costituita dallattivit di produzione. Esprimono cio differenze interne a una totalit che tutte le comprende, la totalit produzione, appunto. Pi in particolare: Produzione/scambio. Lo scambio (nella sua totalit) da intendersi come momento della produzione; cio incluso in essa (scambio di attivit e capacit) oppure da essa determinato (scambio dei prodotti). La sua stessa intensit, cos come la sua espansione e il modo, sono determinati dalla organizzazione della produzione e dal suo sviluppo. Per esempio lo scambio tra citt e campagna; lo scambio nella campagna, nella citt ecc. Produzione/consumo. La produzione crea non solo loggetto del consumo; essa crea anche il modo di consumo proprio di quello specifico oggetto prodotto. La produzione crea quindi il consumatore. Produce non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per loggetto. Dice Marx:
Loggetto artistico e allo stesso modo qualsiasi altro prodotto crea un pubblico sensibile allarte e capace di godimento estetico [] La produzione produce loggetto del consumo, il modo di consumo, limpulso al consumo. Allo stesso modo il consumo produce la disposizione del produttore, sollecitandolo in veste di bisogno che determina lo scopo della produzione (Marx, Per la critica delleconomia politica).

Produzione/distribuzione. La struttura della distribuzione interamente determinata dalla struttura della produzione. La distribuzione essa stessa un prodotto della produzione, non solo per quanto riguarda loggetto, e cio che solo i suoi risultati possono essere distribuiti, ma anche per quanto concerne la forma, nel senso che il modo in cui si prende parte alla produzione (da par61

te degli agenti produttivi lavoro-capitale-terra) determina la forma in cui si prende parte alla distribuzione. assolutamente illusorio porre la terra nella produzione, la rendita fondiaria nella distribuzione, ecc. (ivi). Affermare la centralit della produzione non significa affermare che la produzione sia indipendente dagli altri momenti del processo, indifferente alle loro dinamiche. La produzione, nella sua forma unilaterale, afferma Marx, , da parte sua, determinata dagli altri momenti. Se, ad esempio, muta la distribuzione (rendita fondiaria, salario, interesse e profitto), la produzione si modifica. Come pure vero che sono i bisogni del consumo a determinare le scelte della produzione. Sono sbagliate dunque quelle tesi delleconomia classica che affermano lidentit tra produzione-distribuzione-scambio-consumo. Dice Marx a questo proposito:
La produzione non soltanto immediatamente consumo, n il consumo immediatamente produzione; n la produzione soltanto mezzo per il consumo, e il consumo scopo per la produzione. Ciascuno dei due termini non soltanto fornisce allaltro il suo oggetto la produzione loggetto esterno del consumo, il consumo loggetto rappresentato della produzione [] realizzandosi crea laltro, si realizza come laltro. [] Niente di pi semplice per un hegeliano che porre la produzione e il consumo come identici. E questo accaduto non solo ad opera di letterati socialisti, ma perfino di prosaici economisti, come ad esempio Say, nella forma seguente: se si considera un popolo o anche lumanit in abstracto, la sua produzione sarebbe il suo consumo. Storch ha dimostrato lerrore di Say facendo osservare che un popolo, ad esempio, non consuma il suo prodotto netto ma crea anche i mezzi di produzione. Per di pi, considerare la societ come un soggetto singolo considerarla in modo falso [] Lindividuo produce un oggetto e consumandolo fa di nuovo ritorno a s stesso, ma come individuo produttivo che riproduce s stesso. Nella societ invece la relazione tra il produttore e il prodotto una relazione esteriore e il ritorno del prodotto al soggetto dipende dalle relazioni in cui lui si trova con gli altri individui. Inoltre lappropriazione immediata del prodotto non il suo fine (ivi).

Alla centralit della produzione rispetto al processo capitalistico considerato nel suo insieme Marx fa corrispondere la centralit del 62

soggetto proletariato rispetto allinsieme delle figure sociali di cui si compone la societ come soggetto politico antagonista del capitale e del capitalismo. Il cuore della lotta di classe fino in fondo lotta interna alla produzione capitalistica. 3.3. Feticismo delle merci Marx chiama feticismo delle merci quel fenomeno esclusivo e caratterizzante del sistema capitalistico e della societ capitalistica per il quale la relazione sociale tra le persone che alla base del processo di produzione dei beni si trasforma in relazione sociale tra le cose:
I rapporti tra i produttori, nei quali si afferma il carattere sociale dei loro lavori, assumono la forma di un rapporto sociale tra i prodotti del lavoro (Marx, Il Capitale).

Questo fenomeno cos spiegato da Marx:


La produzione capitalistica per sua natura sociale, ma non immediatamente sociale, non cio il risultato di unassociazione che ripartisce al proprio interno il lavoro [] Gli individui sono sussunti alla produzione sociale la quale esiste come un fatto a loro estraneo; ma la produzione sociale non sussunta agli individui e da essi controllata come patrimonio comune (Marx, Gundrisse).

Dunque nel sistema capitalistico, e soltanto in esso, i rapporti di scambio delle merci nascondono i rapporti umani ad essi sottostanti; le cose (merci), velano, per cos dire, le persone che le hanno prodotte. Le merci appaiono con unesistenza indipendente da chi le ha prodotte, come cose che esistono ed hanno valore di per s, come cose che danno valore alla persona che le compra, fino al punto limite dellio sono quello che compro. Non cos nel sistema economico feudale:
Qui troveremo, invece delluomo indipendente, servi e signori, sovrani e vassalli, laici e chierici. Tale dipendenza personale ci d i caratteri dei rapporti sociali di produzione, come di tutte le altre attivit umane, alla base delle quali essa si trova, ed appunto perch la societ basata sulla dipendenza personale, tutti i rapporti sociali si presentano come rapporti tra persone [] In qualunque modo si vogliano dunque giudicare le ma-

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schere portate dagli uomini in una tale societ, i rapporti sociali delle persone nei loro rispettivi lavori, si precisano con chiarezza quali loro rapporti personali, invece di travestirsi da rapporti sociali tra le cose, tra i prodotti del lavoro (Marx, Il Capitale).

Feticismo delle merci, dunque, dove la merce immagine simbolica, feticcio, appunto, di una vita sociale mercificata e reificata, dove
la dipendenza materiale tra le persone mediata dalle cose anzich dagli uomini stessi consapevolmente (U. Cerroni, Teoria della crisi sociale in Marx).

Superare concretamente sul terreno dei fatti questa mistificazione della realt e reificazione dei soggetti umani produttori di beni di cui sintesi lespressione feticismo delle merci coniata da Marx, possibile solo alla condizione di una liberazione delluomo dallo sfruttamento capitalistico:
La vita sociale alla base della quale sono la produzione materiale ed i rapporti che questa implica, sar liberata dalla mistica nebbia che ne vela laspetto, solo il giorno in cui si manifester in essa lopera di uomini liberamente associati, che agiscano coscientemente e siano padroni del loro sviluppo sociale; ma ci richiede nella societ un insieme di condizioni di esistenza materiale le quali non potranno essere che il prodotto di un lungo e doloroso svolgimento (Marx, Il Capitale).

Questo traguardo storico lo si pu intravedere solo alla condizione di squarciare il velo che nasconde i reali rapporti umani sottostanti alla produzione capitalistica a partire dal riconoscimento della specifica natura di merce del prodotto capitalistico. Dice Marx:
Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore duso pu interessare gli uomini; noi, in quanto siamo oggetti, ce ne ridiamo. Lo prova il nostro mutuo rapporto in quanto cose da vendita e da compera; ci consideriamo lun laltra solo come valori di scambio (ivi).

3.4. General intellect Marx introduce la nozione di general intellect nel Frammento sulle macchine contenuto nei Gundrisse (1858), insieme di riflessioni teori64

che incentrate sul tema delle forme storiche delleconomia e sugli sviluppi del capitalismo. Il general intellect la locuzione con cui Marx indica il sapere astratto, ovvero linsieme delle conoscenze umane (non solo scientifiche) incorporate nelle macchine utilizzate nel processo di produzione capitalistico. La locuzione general intellect non compare direttamente ne Il Capitale. In esso Marx declina la nozione di general intellect con il termine lavoro indiretto (o passato), cio lavoro oggettivato nei macchinari e impianti; come pure, nella parte de Il Capitale in cui analizza la composizione del valore delle merci, il general intellect viene ricompreso da Marx nel capitale costante (mezzi di produzione). Marx in particolare osserva che il patrimonio dei saperi umani in continua ed esponenziale crescita ed utilizzazione nel processo produttivo capitalistico destinato a divenire la principale forza produttiva, con un ruolo sempre pi preponderante rispetto al lavoro vivo.

4. Marx scienziato, filosofo, rivoluzionario


Marx opera intellettualmente e praticamente (filosofia della praxis) su tre terreni, leconomia, la filosofia della storia, la politica, lasciando su ciascuno di questi campi unimpronta di pensiero e di impegno militante innovativa e rivoluzionaria. Circa leconomia Marx conduce unanalisi rigorosamente scientifica della forma economica capitalismo sulla base della quale risale al suo genoma e alle leggi che ne governano il funzionamento. Sul terreno filosofico Marx, oltre a prendere le distanze da una idea della filosofia come pura riflessione, come esercitazione delle facolt raziocinanti e logiche della mente umana, e a professarsi filosofo della praxis, contrappone alla concezione idealistica del mondo e della storia (concezione dominante e comune agli hegeliani ortodossi come agli hegeliani di sinistra), la concezione materialistica, in cui la storia materiale degli esseri umani e delle loro relazioni sociali la risultante dei rapporti di produzione economica che di volta in volta diventano dominanti e delle gerarchie classiste che tali rapporti producono. 65

Infine, sul terreno della politica, Marx non solo , con Engels, lideatore di unipotesi di societ senza pi classi, di liberi e uguali, cio la societ comunista che disegna e presenta con la pubblicazione del Manifesto del partito comunista, ma anche il fondatore e lapostolo del partito e del movimento comunista internazionale e del suo programma rivoluzionario. Marx dedicher la sua vita alla militanza delle sue idee rivoluzionarie passando dalla Lega dei giusti alla Lega dei comunisti, alla Lega universale dei comunisti rivoluzionari. Per Marx non era pi il tempo di commentare il mondo ma di cambiarlo. Rivoluzione delle idee (filosofia della praxis; concezione materialistica della storia contro la concezione idealistica) e rivoluzione politica (superamento dello Stato borghese e costruzione della societ comunista) sono dunque, in generale, gli aspetti connotativi del Marx pensatore e politico. Pi in particolare Marx produce alcune visioni altamente innovative nel campo delleconomia, delletica, della storia umana e sociale che richiamiamo per titoli: 1) la visione del presente come storia, e non riduttivamente come assoluta immediatezza; 2) lorizzonte e la prospettiva mondiale del capitalismo che non pu, per sua natura, rimanere ristretto dentro confini nazionali e locali; il fondamento conflittuale dei rapporti di classe in fabbrica e nella societ e linevitabilit di una presa di posizione per lun campo o laltro; 3) la messa in evidenza di come il denaro e non la merce sia lorigine e il fine del processo di produzione capitalistico. Il denaro non semplicemente un mezzo per gli scambi di mercato, n un deposito di valore di merci e beni economici. Il denaro soprattutto lo specifico prodotto del sistema di produzione capitalistico espresso dalla formula D-M-D1, e cio produzione di denaro per mezzo di denaro. Non forse la crescente finanziarizzazione delleconomia dei nostri tempi la conferma della scientificit dellanalisi marxiana del capitalismo?

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5. I neoclassici

Nella storia del pensiero economico vi stata una sostanziale contemporaneit di elaborazione delle teorie classica, marxiana, neoclassica. Le teorie neoclassiche dunque non nascono a valle delle altre citate teorie. Seppure hanno teso ad affermarsi solo successivamente. I maggiori pensatori della Scuola neoclassica furono William Jevons (1835-1882), Carl Menger (1840-1921), Leon Walras (18341910). Quali i fondamenti della Scuola neoclassica? Ne evidenziamo due, e cio: la riformulazione della teoria del valore delle merci; il tema della formazione del profitto.

1. Teoria del valore dei neoclassici


Di fronte alla critica ideologica, politica ed etica, del sistema capitalistico da parte del crescente movimento socialista, era avvertita lesigenza di una riformulazione della teoria del valore che fornisse una giustificazione dei redditi da capitale, che non fosse quella dello sfruttamento del lavoro (Marx), o la propriet giuridica dei mezzi di produzione (classici). Le teorie classiche giustificavano eticamente i redditi da capitale con il sacrificio che laccumulazione del capitale comporta richiedendo lanticipazione dei salari e la posticipazione dei consumi da parte dei capitalisti, i quali dunque non sono altro che lodevoli risparmiatori. Il punto di partenza dei neoclassici che il lavoro speso nella 67

produzione della merce cosa passata, che non ha cio influenza sul suo valore. Per i neoclassici il valore di una merce determinato dalla grandezza della sua utilit marginale, cio dal grado finale di utilit per il consumatore acquirente. Per utilit marginale, ovvero grado di utilit finale di un bene, si intende lincremento di soddisfazione, o di utilit, che una variazione infinitesimalmente piccola della quantit di un bene arreca al consumatore. Superata la soglia dellutilit marginale il valore del bene decresce e con esso diminuisce il prezzo a cui il consumatore disposto a comprarlo. Il valore economico di un bene regolato dal valore duso e non gi dal valore di scambio. Questo concetto viene elaborato in forma di teoria dellutilit marginale (da cui la definizione dei neoclassici come marginalisti). Con la teoria dellutilit marginale la psicologia del consumatore generico diventa il dato primario che determina i valori relativi assegnati alle merci. La coscienza individuale diviene cos il centro da cui discendono le leggi che regolano la societ. La scienza economica ha il compito di ricercare le leggi che regolano le azioni individuali, e di dedurre dalle azioni economiche individuali le leggi delleconomia. Per Marx, le leggi che regolano la produzione sociale e quindi i rapporti tra gli individui sociali, non solo non dipendono dalla volont e dalle intenzioni degli uomini, ma al contrario li determinano. Un totale capovolgimento di visione e ragionamento! Il soggettivismo dei neoclassici prescinde del tutto, dunque, dal carattere storico delle categorie economiche; il suo fondamento la naturalit. Il consumo, i bisogni, i desideri sono caratteristiche naturali, cio appartenenti da sempre a ciascun individuo umano e riscontrabili in ogni epoca storica.

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PARTE SECONDA

Laccumulazione primitiva
a cura di Gianni Di Cesare

1. Il segreto dellaccumulazione primitiva

Lo studio di Marx contenuto nel libro primo de Il Capitale circa le origini del modo di produzione capitalistico ricostruisce il processo storico che determin la concentrazione di grandi ricchezze laiche e/o ecclesiastiche nelle mani di una classe sociale nuova, la classe dei fittavoli capitalisti e dei capitalisti industriali, e al tempo stesso spossess coltivatori e artigiani dei mezzi di produzione con cui avevano fino ad allora provveduto al sostentamento personale e famigliare, trasformandoli cos da lavoratori autonomi in lavoratori salariati. Una classe sociale nuova anchessa, composta cio da lavoratori costretti a vendere la propria forza lavoro al capitalista in cambio di un compenso economico con cui provvedere alla propria sussistenza. Marx d a questa classe sociale nuova il nome appropriato di proletariato, connotando questa parola una particolare condizione umana in cui il salariato/proletario trae dai figli, dalla prole, la forza lavoro da vendere al capitalista per ricavarne il necessario per vivere. Dice Marx:
Il movimento storico che separa il lavoro dalle condizioni esterne, ecco la chiave di quellaccumulazione che viene chiamata primitiva perch appartiene alla preistoria del capitale [] Perch nasca il sistema capitalistico dunque necessario che i mezzi di produzione, almeno in parte, siano gi strappati dalle mani dei produttori (Marx, Il Capitale).

Circa il modo di questa espropriazione, esso fu caratterizzato dallarbitrio dei pi forti, dalla violenza degli espropriatori, dalla copertura e del sostegno che essi ebbero da parte degli Stati e dei legislatori: 71

Negli anni della vera storia, la causa vinta sempre dalla conquista, dalla tirannia, dalla rapina a mano armata, dal sopravvento della forza brutale; nei manuali di economia politica ha invece imperato in ogni tempo lidillio [] La storia della loro espropriazione non materia di congetture: scritta negli annali dellumanit a lettere indelebili di sangue e fuoco (ivi).

Questa verit storica, che Marx documenta nel capitolo 24 del libro primo de Il Capitale, relativamente al modo in cui originariamente avvenne laccumulazione originaria del capitale, smentisce e sbugiarda le spiegazioni che i classici, da A. Smith a J.S. Mills, avevano accreditato quando avevano fatto risalire le fortune economiche della borghesia capitalistica alla virt del risparmio. Dice a questo proposito Marx con malcelata ironia:
Questa accumulazione primitiva in economia politica fa la parte del peccato originale in teologia: Adamo mangia il frutto proibito ed ecco il peccato fare il suo ingresso nel mondo. La storia del peccato originale ci mostra bene, in verit, come luomo sia stato condannato dal Signore a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, ma quella del peccato economico colma una lacuna rivelandoci come vi siano uomini che si sottraggono al precetto del Signore (ivi).

Lo studio di Marx dunque porta alla luce la mistificazione con cui la cultura borghese dominante ha sempre coperto, fin dai padri del liberalismo, latto di nascita della classe dei capitalisti. Come pure demistifica limmagine progressista del capitalismo rispetto alle forme economiche che esso soppianter, insinuando qualche fondato dubbio circa lassolutezza di un giudizio storico sbilanciato sulla sua totale positivit. Dice Marx a questo proposito:
Il movimento storico che trasform i produttori in salariati si presenta come la liberazione dalla servit (della gleba) e dalla gerarchia industriale (regime delle corporazioni); [] parte di questi liberti diventano venditori di s stessi solo quando sono stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie allesistenza che offriva il precedente stato di cose [] Quanto ai capitalisti imprenditori [] dovevano non solo prendere il posto dei maestri darte, ma anche dei detentori feudali delle fonti della ricchezza; sotto questo aspetto il loro avvento si presenta come il risultato di una lotta vittoriosa contro il potere dominicale, contro i suoi smisurati privilegi, contro il regime corporativo e gli ostacoli che frapponeva al libero sviluppo della produzione e alla libera speculazione delluomo sulluomo (ivi).

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Circa la datazione del modo di produzione capitalistico, Marx fa risalire laffermazione di una economia capitalistica diffusa per quanto ancora convivente con le preesistenti forme economiche (feudale, mercantile) al XVI secolo, quando ormai si esaurito il feudalesimo ed giunta al tramonto definitivo la civilt dei Comuni.
Anche se i primi passi della produzione capitalistica furono fatti molto presto in alcune citt del Mediterraneo, lera capitalistica data solo al XVI secolo e dovunque nasce gi da tempo un fatto compiuto labolizione della schiavit ed in piena decadenza il regime dei comuni, gloria del medioevo (ivi).

Circa i grandi fatti storici che determinarono laccumulazione primitiva, cio limprovvisa concentrazione di grandi fortune economiche nelle mani di appartenenti alle classi borghesi europee, (fortune poi riconvertite in moneta e impiegate come capitale per lavvio di attivit produttive condotte nel modo capitalistico), Marx distingue i seguenti momenti: a) accumulazione di capitale usurario e di capitale commerciale nel corso delleconomia feudale utilizzato solo successivamente al superamento della servit della gleba; b) accumulazione di capitale derivante da espropriazione della popolazione rurale; c) accumulazione derivante dallo sfruttamento delle Americhe e delle Indie orientali; d) accumulazione derivante dalle guerre commerciali tra Spagna, Inghilterra, Olanda, Francia, Portogallo; e) accumulazione derivante dal finanziamento del debito pubblico degli Stati europei. Marx tratta linsieme dei punti c), d), e) nel capitolo 24 del libro primo de Il Capitale intitolato Nascita del capitalista industriale, mentre dedica una ricostruzione storica molto dettagliata e documentata allaccumulazione primitiva derivata dallespropriazione della popolazione rurale in Inghilterra collocata storicamente nel tardo medioevo. Le radici del capitalismo dunque affondano nel feudalesimo tramontante. 73

2. Lespropriazione della popolazione rurale

Alla base dellaccumulazione primitiva c limpossessamento e lespropriazione forzata da parte della nascente classe borghese (siamo nel basso Medioevo) delle terre feudali e delle terre comunali dalle quali fino ad allora i coltivatori agricoli e le loro famiglie avevano ricavato il necessario per vivere. Marx fa dellInghilterra il caso di studio di questi specifici avvenimenti con unesposizione dettagliata di fatti corredata da note sulle fonti storiche degli stessi, precisando tuttavia che in tutti gli altri paesi dEuropa avvennero processi espropriativi analoghi, seppure in Inghilterra ebbero carattere pi generale e pi radicale che altrove:
Nella storia dellaccumulazione primitiva fa epoca ed agisce da leva per lavanzata della classe capitalistica in formazione ogni rivoluzione, soprattutto quelle che spogliando le grandi masse dei loro tradizionali mezzi di produzione e di esistenza, le getta allimprovviso sul mercato del lavoro. Ma a base di tutta questa evoluzione c lespropriazione dei coltivatori. Questa solo in Inghilterra si compiuta finora in modo radicale. Questo paese occuper quindi una parte importante in questo nostro studio. Ma in tutti gli altri paesi dEuropa ha lo stesso sviluppo.

Nel corso del racconto storico Marx richiama lattenzione sulla circostanza che al momento dellinizio dellespropriazione la servit della gleba era gi superata in Inghilterra:
In Inghilterra la servit era di fatto scomparsa verso la fine del XIV secolo; limmensa maggioranza della popolazione era allora composta, e in modo pi completo nel XV secolo, di contadini liberi che coltivavano la terra qualunque fosse il titolo feudale appiccicato al diritto che ne dava il possesso (Marx, Il Capitale).

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Marx d quindi conto delle figure sociali che il superamento della servit della gleba aveva liberato:
Negli antichi domini feudali lantico podest, anche egli servo, aveva lasciato il posto al fittavolo indipendente; i salariati rurali in parte erano contadini che nel tempo lasciatogli libero dai campi si affittavano ai grandi proprietari, in parte una classe particolare, poco numerosa, di braccianti. Ma anche questi in una certa misura erano coltivatori in proprio dato che oltre al salario veniva loro concesso un campo di almeno quattro acri con cottages; inoltre godevano in concorrenza ai contadini propriamente detti dei beni comunali nei quali facevano pascolare il proprio bestiame e si fornivano di legna, torba, ecc. per il riscaldamento (ivi).

Marx ricostruisce quattro grandi forme in cui avvenne lespropriazione della popolazione rurale in Inghilterra nel corso di circa un secolo e mezzo, sempre accompagnata da violenze e soprusi: a) la liquidazione dei lasciti signorili da parte delle nascenti Monarchie; b) loccupazione delle terre comunali; c) la trasformazione delle terre agricole in pascolo; d) lespropriazione delle terre della Chiesa. Le prime due grandi forme riconducono alle lotte per il potere tra monarchie e nobilt feudale una concatenazione di avvenimenti. Da una parte la nascente borghesia appoggi lascesa del potere regio contro i signori feudali ricevendone in cambio parte delle loro terre, dallaltra i signori feudali spodestati, occuparono per rivalsa le terre comunali, unantica istituzione germanica sopravvissuta nel feudalesimo. Ciascuno di questi scontri politici provoc mutamenti sociali; in particolare il consolidamento dei ceti borghesi e la nascita di una nuova figura lavorativa/sociale: il proletario. Dice Marx:
La rivoluzione che doveva costruire la prima base del regime capitalistico ebbe un preludio allultimo terzo del XV secolo e ai principi del XVI. Allora il licenziamento di numerosi seguiti signorili lanci improvvisamente sul mercato del lavoro una massa di proletari senza tetto n focolare. Bench il potere regio sorto dallo sviluppo borghese nella sua tendenza alla sovranit assoluta fosse spinto a sostenere questo licenziamento con misure violente, non ne fu la sola ragione; i grandi signori in guerra aperta con la monarchia e il Parlamento crearono un proletariato ancora pi considerevole usurpando i beni comunali dei contadini ed espellendoli da quelle terre delle quali erano in possesso allo stesso titolo feudale dei loro padroni (ivi).

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Il terzo grande fenomeno espropriativo fu quello della trasformazione di vasti territori agricoli in terre di pascolo da parte dei capitalisti delle manifatture laniere; trasformazione conseguita anchessa con luso della violenza e che butt sulla strada enormi masse di contadini e braccianti:
In Inghilterra quegli atti di violenza ebbero luogo soprattutto in conseguenza dellespandersi delle manifatture laniere delle Fiandre [] la nuova figlia dei tempi (la borghesia) considerava il denaro come potenza delle potenze. Il suo grido di guerra fu: trasformazione delle terre arative in pascoli [] Le case dei contadini e i cottages dei lavoratori furono dun colpo rasi al suolo o condannati a cadere in lenta rovina (ivi).

Gli effetti di questa violenta rivoluzione economica furono pesantissimi per la popolazione rurale coinvolta. Marx d, a questo riguardo, la parola agli storici inglesi:
Rev. Addington: Nel Northamptonshire e nel Lincolnshire si proceduto alla chiusura dei terreni comunali in grande e la maggior parte delle nuove propriet signorili sorte da questa operazione sono state convertite in pascoli, in modo che dove si coltivavano 1500 acri di terra, se ne coltivano ora solo cinquanta [] Rovine di case, di granai, di stalle ecc. sono le sole tracce lasciate dagli antichi abitatori. In molti luoghi centinaia di famiglie e di abitazioni sono state ridotte ad otto o dieci; nella maggior parte delle parrocchie nelle quali la chiusura data soltanto dagli ultimi quindici, venti anni, c un numero di proprietari piccolissimo [] e non raro vedere quattro o cinque allevatori di bestiame usurpare domini da poco tempo chiusi che prima erano in possesso di venti o trenta fittavoli o di un gran numero di piccoli proprietari e di coltivatori (ivi). Dott. R Price, 1845: La condizione delle classi inferiori della popolazione peggiorata sotto ogni rapporto; piccoli proprietari e piccoli fittavoli sono stati ridotti alle condizioni di giornalieri e di mercenari, e allo stesso tempo diventato pi difficile guadagnarsi la vita in queste condizioni [] dal 1765 al 1780 il loro salario incominci a cadere al di sotto del minimum [] non era pi sufficiente alle prime necessit della vita [] Nel XIX secolo si perduto perfino il ricordo dellintimo legame che univa il coltivatore al suolo comunale. Ha ricevuto forse mai il popolo delle campagne un centesimo di indennit per i 3.511.570 acri di terra che gli vennero estorti dal 1801 al 1831 e che i landlords si sono reciproca-

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mente regalati con dei bill di chiusura [] La duchessa di Sutherland, questa donna ammaestrata dallesperienza, non appena prese le redini dellamministrazione decise di fare ricorso ai grandi mezzi convertendo in pascolo lintera contea [] Dal 1814 al 1820 questi 15.000 individui che costituivano circa 3.000 famiglie furono espulsi in modo sistematico, i loro villaggi distrutti e bruciati, i loro campi trasformati in pascoli [] Cos la nobile donna si impossess di 794.000 acri di terreno [] nel 1825 i 15.000 proscritti avevano ceduto il loro posto a 131.000 pecore (ivi).

Marx conclude questo capitolo dellanalisi storica con una citazione dello storico Thornton:
In Inghilterra la classe lavoratrice precipit senza alcuna transizione dallet delloro a quella del ferro (ivi).

Lespropriazione delle terre (e dei beni) della Chiesa cattolica la quarta forma di espropriazione subita dalla popolazione rurale inglese ed europea. Dice al riguardo Marx:
Le riforme, e lespropriazione dei beni delle chiese che ne fu la conseguenza, vennero a dare un nuovo formidabile impulso alla espropriazione violenta del popolo nel XVI secolo. Gli stessi beni del clero caddero tra le mani dei favoriti di casa reale e vennero venduti a prezzi irrisori ai cittadini, ai fittavoli speculatori che iniziarono unespulsione di massa dei vecchi possessori: il diritto di propriet dei poveri su una parte delle decime ecclesiastiche venne tacitamente confiscato. Negli ultimi anni del XVII secolo la Yeomanry, classe di contadini indipendenti, la proud peasanery di Shakespeare, sorpassava ancora in numero la classe dei fittavoli [] verso il 1750 la Yeomanry era scomparsa.

Marx conclude lapidariamente questa ricostruzione storica:


La spoliazione dei beni della Chiesa, la fraudolenta alienazione dei domini dello Stato, il saccheggio delle terre comunali, la trasformazione terroristica e usurpatrice della propriet feudale e patriarcale in propriet privata moderna, la guerra delle capanne: ecco gli idillici procedimenti dellaccumulazione primitiva che hanno conquistato allagricoltura capitalistica la terra incorporandola nel capitale ed abbandonando allindustria cittadina le docili braccia di un proletariato senza focolare n tetto (ivi).

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3. Legislazione sanguinaria contro gli espropriati dalla fine del secolo XV

La creazione di un proletariato senza focolare n tetto procedeva necessariamente pi rapidamente del suo assorbimento nelle manifatture. Daltra parte quegli uomini strappati bruscamente alle loro abituali condizioni di vita non potevano adattarsi immediatamente al nuovo ordine sociale: ne sort una massa di mendicanti, di ladri e di vagabondi [] Perci nellEuropa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio: i padri dellattuale classe operaia furono puniti per essere stati ridotti allo stato di vagabondi e poveri, la legge li tratt come volontari malfattori, part dal presupposto che dipendesse dal loro libero arbitrio continuare a lavorare come nel passato, quasi che non fosse intervenuto alcun cambiamento nella loro condizione (Marx, Il Capitale).

Ecco tratteggiato da Marx, magistralmente, il quadro delle gravissime contraddizioni e squilibri sociali determinati dellavvento delleconomia capitalistica, dei fenomeni di disoccupazione di massa e di povert estrema conseguenti allespropriazione delle popolazioni rurali e alle trasformazioni in pascolo delle superfici agrarie. La lettura che la politica del tempo fa di questo nuovo quadro sociale in cui crescono a dismisura i diseredati e gli emarginati una lettura cinica che riduce questi grandi rivolgimenti sociali a una questione di ordine pubblico, e dunque di dura repressione penale dei disoccupati che cerchino di sopravvivere con lelemosina. Marx documenta la legislazione prodotta dai governanti dellepoca:
Enrico VII: I mendicanti vecchi e incapaci al lavoro ottengono il permesso di chiedere la carit, ma i vagabondi robusti sono condannati alla frusta e al carcere. Attaccati dietro a un carretto devono subire la fustigazione fino a

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quando non schizzi sangue dal loro corpo, e poi sono costretti a promettere con giuramento di ritornare al loro paese natale e di rimettersi al lavoro (ivi). Enrico VIII: Questa legge fu trovata troppo mite nel ventisettesimo anno di regno di Enrico VIII. Il Parlamento aggrav le pene. In caso di prima recidiva il vagabondo deve essere frustato di nuovo ed avere un orecchio mozzato a met; alla seconda dovr essere considerato un traditore e giustiziato come nemico dello Stato (ivi). Edoardo VI: Uno statuto del primo anno di regno (1547) ordina che qualsiasi individuo refrattario al lavoro sar aggiudicato come schiavo alla persona che lo avr denunciato come accattone. (In modo che per avere a proprio profitto il lavoro di uno sventurato non cera che denunciarlo come refrattario al lavoro.) Il padrone deve nutrire questo schiavo a pane e acqua, dargli di tanto in tanto qualche bevanda leggera e quei resti di carne che creder; ha diritto di costringerlo ai pi ripugnanti lavori servendosi a questo scopo della frusta e della catena [] Il padrone pu venderlo (ivi). Elisabetta: Sotto il regno materno e virginale della Queen Bess (1572) i vagabondi furono impiccati in massa. Non passava anno, dice Styrpe nei suoi annali, senza che ne fossero impiccati tre o quattrocento [] il solo Somersetshire cont in un anno quaranta giustiziati, trentacinque marchiati con il ferro rovente, trentasette fustigati e centottantatr fannulloni incorreggibili incarcerati. Pure aggiunge questo filantropo questo gran numero di accusati non risponde neanche a un quinto dei delitti commessi, per la noncuranza dei giudici di pace e per la stupida compassione del popolo (ivi). Giacomo I: I vagabondi restii devono essere marchiati di una r sulla spalla sinistra e se nuovamente sorpresi a mendicare, appiccati senza misericordia privandoli dellassistenza religiosa (ivi).

A tanta crudelt disumana si oppongono le coscienze pi avanzate dellepoca, e tra queste il cancelliere del regno Tommaso Moro che successivamente sar mandato a morte da Enrico VIII. Marx richiama a questo scopo un passo contenuto nel libro Utopia di Tommaso Moro:
Cos avviene che un ghiottone avido e insaziabile, vero flagello del paese che gli ha dato i natali, si pu impossessare di migliaia di arpenti di terra

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circondandoli con steccati e siepi e tormentandone i proprietari con ingiustizie che li costringono a vendere tutto, in modo che, volenti o nolenti, se ne vadano, povera gente, cuori semplici, uomini, donne, orfani, vedove, madri, con i loro bimbi, con tutto il loro avere [] E quando hanno errato di qua e di l e mangiato fin lultimo soldo, cosa possono fare se non rubare e allora, o Signore, essere impiccati con ogni dovuta forma o andare mendicando? Ed anche in tale caso vengono gettati in prigione come vagabondi perch conducono vita errante e non lavorano, proprio essi cui nessuno al mondo vuol dare lavoro, per premurosi che siano ad offrirsi per ogni genere di faccende (ivi).

Dice Marx conclusivamente rispetto alla citazione:


Di questi sventurati fuggiaschi di cui Tommaso Moro, loro contemporaneo, dice che furono costretti a vagabondare e rubare, 72.000 vennero giustiziati sotto il regno di Enrico VIII [] Queste leggi furono abolite solo nel 1714 (ivi).

Infine Marx cita in modo volutamente sommario altri esempi europei di legislazione sanguinaria analoghi alle leggi emanate dai regnanti inglesi:
In Francia [] si trovano delle leggi simili. Fin dal principio del regno di Luigi XVI (Ordinanza del 23 luglio 1777) qualunque uomo sano e ben costituito tra i 16 e i 60 anni, trovato senza mezzi per lesistenza e senza occupazione, doveva essere inviato in galera. Lo stesso si trova nello Statuto di Carlo V per i Paesi Bassi, dellottobre 1537, nel primo Editto degli Stati e delle Citt dOlanda del 19 marzo 1694, in quello delle Province Unite del 25 giugno 1649 ecc. (ivi).

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4. Le leggi sui salari

Dice Marx:
Nel corso abituale delle cose il lavoratore pu essere abbandonato allazione delle leggi naturali della societ, ossia alla dipendenza dal capitale. Nel corso della genesi storica della produzione capitalistica ci va in un modo diverso: la borghesia nascente non pu fare a meno dellintervento dello Stato e se ne serve per regolare il salario, per comprimerlo a livello conveniente, per prolungare le giornate di lavoro [] Questo un momento essenziale dellaccumulazione primitiva (Marx, Il Capitale).

Questa affermazione generale viene quindi datata da Marx, e la datazione storica collocata a met del XIV secolo dimostra che fin dai suoi albori il capitalismo ebbe il favore e il sostegno decisivi dello Stato, e il diritto di sfruttamento dei lavoratori da parte del capitalista fu legalizzato da subito. Dice Marx:
La legislazione sul lavoro salariato fu inaugurata in Inghilterra nel 1343 dallo Statute of Labourers di Edoardo III, Statuto del quale esiste in Francia lequivalente nellordinanza del 1350 promulgata da Re Giovanni. La legislazione inglese e quella francese seguono un corso parallelo e il loro contenuto identico (ivi).

Siamo, come detto, agli albori del modo di produzione capitalistico che ancora assolutamente minoritario rispetto ai modi di produzione contadino e artigianale. In questo contesto storico i lavoratori salariati, per altro, sono una nettissima minoranza rispetto ai lavoratori autonomi (contadini e artigiani) e godono di tutele di cui verranno privati mettendosi alle dipendenze del capitalista. 83

Dice Marx:
La classe dei salariati nella ultima met del XIV secolo costituiva allora, e nel secolo seguente, una parte minima della popolazione. La sua posizione era protetta solidamente in campagna dai contadini indipendenti, in citt dal regime delle corporazioni, ed in campagna come in citt padroni e operai non erano socialmente molto lontani. Il modo tecnico di produzione non aveva ancora un carattere specificamente capitalistico, la subordinazione del lavoro al capitale era puramente formale. Lelemento variabile del capitale (forza lavoro) superava di molto lelemento costante (macchinari) (ivi).

Tuttavia, quanti lavorano nellimpresa capitalistica nel tardo medioevo come salariati, hanno a che fare non solo con la legge del padrone, ma anche con quella dello Stato, tesa a rafforzare la prima, come spiega Marx:
Lo Statute of Labourers venne promulgato su viva istanza della Camera dei Comuni, ossia dei compratori di lavoro [] Venne stabilita una tariffa legale dei salari per la citt e per la campagna, per il lavoro a cottimo e per quello a giornate, che i braccianti dovessero essere assunti per un anno [] fu proibito sotto pena di carcerazione di pagare pi del salario fissato, ma incorreva in una punizione pi severa chi percepiva un salario superiore che chi lo pagava (ivi).

La legislazione ebbe quindi uno sviluppo continuo nel corso del tempo che Marx segnala con molteplici riferimenti storici:
In base allo Statuto di Elisabetta sul tirocinio i giudici di pace, e lo dobbiamo ripetere che non erano giudici nel senso vero della parola ma Landlords, manifatturieri, pastori ed altri membri delle classi ricche facenti funzioni di giudici, vennero autorizzati a fissare i salari e a modificarli secondo il valore delle stagioni e dei prezzi delle merci. Giacomo I estese tutte le leggi contro le coalizioni operaie a tutte le manifatture [] Uno statuto del 1630 sanciva pene ancora pi dure [] I contratti, i giuramenti ecc. con i quali muratori e carpentieri si impegnavano tra di loro venivano dichiarati nulli [] le coalizioni operaie considerate pari ai pi gravi delitti, e tali rimasero dal XIV secolo fino al 1825 (ivi).

Solo agli inizi del XIX secolo gli Stati tornano indietro dalle leggi classiste in favore dei capitalisti emanate nel corso di circa cinquecento anni a fare data dalla met del XIV secolo: 84

Infine nel 1813 furono abrogate le leggi sulla limitazione dei salari, che infatti non erano pi che un ridicolo anacronismo in unepoca in cui il fabbricante dominava di propria autorit gli operai con quegli editti chiamati regolamenti di fabbrica [] Alcuni bei residui degli Statuti scomparvero solo nel 1859 [] Finalmente con la legge del 29 giugno 1871 si pretese cancellare anche gli ultimi avanzi di questa legislazione classista riconoscendo lesistenza legale alle Trade Unions (societ operaie di resistenza). Ma con una legge supplementare della stessa data le leggi contro le coalizioni sono ristabilite in una forma nuova (ivi).

Un lungo percorso, dunque, di deregolazione del salario e di progressivo riconoscimento da parte della legislazione statale della contrattazione collettiva come fonte regolativa di esso. Marx a questo proposito evidenzia argutamente che la stessa rivoluzione francese non era riuscita a liberare i lavoratori dal giogo delle leggi classiste sul salario precedentemente varate.
Fin dallinizio della bufera rivoluzionaria la borghesia francese ebbe il coraggio di privare la classe operaia di quel diritto di associazione che appena aveva conquistato. Con una legge del 14 giugno 1791 ogni accordo tra lavoratori venne definito attentato contro la libert e contro la dichiarazione dei diritti delluomo, punibile con unammenda di 500 franchi e con la privazione per un anno dei diritti di cittadinanza attiva [] Nemmeno il regime del terrore oser metterci mano e solo in tempi recentissimi stato cancellato dal codice penale (ivi).

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5. Genesi del fittavolo capitalista

Dopo aver considerato la creazione violenta di un proletariato senza focolare n tetto, la disciplina sanguinaria che lo trasforma in classe di salariati, lignobile intervento dello stato diretto a favorire la speculazione sul lavoro e per conseguenza laccumulazione del capitale, ignoriamo ancora quale sia lorigine del capitalista perch chiaro che lespropriazione delle campagne produce direttamente solo i grandi proprietari fondiari (Marx, Il Capitale).

Dunque Marx, dopo aver descritto le forme in cui si realizz storicamente laccumulazione primitiva dei capitali, passa ad esaminare pi da dentro il processo storico di formazione della borghesia capitalista, incentrando lanalisi, distintamente, su due figure imprenditoriali: il fittavolo capitalista (cio il capitalista agrario), e il capitalista industriale. La figura del fittavolo capitalista una evoluzione del fittavolo libero. A met del XIV secolo (come gi detto), in Inghilterra il fittavolo feudale gi superato dal fittavolo libero, ed esistono solo contadini liberi e braccianti salariati (non pi servi della gleba). Dice Marx:
Quanto alla genesi del fittavolo capitalista [] un movimento che si svolge lentamente, abbracciando dei secoli [] In Inghilterra il fittavolo si presenta in principio sotto la forma del Baliff (gastaldo), egli stesso un servo; la sua condizione assomiglia a quella del villicus di Roma antica, con un pi ristretto campo dazione. Nella seconda met del XIV secolo viene sostituito dal libero fittavolo, che il proprietario fornisce di tutto il capitale necessario, sementi, bestiame, strumenti di lavoro: la sua condizione poco differente da quella dei contadini se non perch specula su un maggior numero di braccianti,

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e ben presto diventa mezzadro, colono parziario [] Questo sistema di conduzione di fattorie mantenutosi tanto tempo in Francia, in Italia ecc., scompare rapidamente in Inghilterra per far posto allaffitto propriamente detto nel quale il fittavolo anticipa e fa fruttare il capitale servendosi di salariati, e paga al proprietario una parte del sovraprodotto annuo, in natura o in denaro [] a titolo di rendita fondiaria (ivi).

Laffermazione piena del capitalismo agrario avviene, afferma Marx, nel XVI secolo, cio a circa un secolo e mezzo dalle prime esperienze di conduzione capitalistica dellagricoltura. Pi di un fattore determina il successo progressivo dellimpresa capitalistica. Il primo fattore individuabile nel progresso culturale e tecnico realizzato dalla gestione capitalistica dellimpresa agricola:
Pur diminuendo sempre di numero, la terra dette una rendita uguale, forse anche superiore a quella del passato perch la rivoluzione nelle condizioni della propriet fondiaria si accompagna ai perfezionamenti nei metodi di coltura, alla cooperazione su vasta scala nella concentrazione dei mezzi di produzione. Inoltre i salariati agricoli furono costretti a un lavoro pi intenso mentre diminuiva sempre di pi il campo che coltivavano per proprio conto ed a proprio beneficio, ed il fittavolo si appropriava cos sempre pi del loro tempo disponibile (ivi).

Un secondo fattore fu la svalutazione monetaria avvenuta nel XVI secolo:


Nel secolo XVI avvenne un fatto notevole che frutt una vera messe doro ai fittavoli, come ad altri imprenditori capitalisti: la progressiva svalutazione dei metalli preziosi e, per conseguenza della moneta. Laumento continuo del prezzo della lana, del grano, della carne, ingrand il capitale in denaro del fittavolo senza alcun merito, mentre la rendita fondiaria che doveva pagare diminu in ragione della svalutazione [] il fittavolo si arricch quindi contemporaneamente a spese dei suoi salariati e dei suoi proprietari (ivi).

Un terzo fattore fu lintreccio sempre pi spinto tra rivoluzione agricola e rivoluzione industriale. Dice a questo proposito Marx:
Daltra parte i lavori in filo, in tela, in lana, ecc. dei contadini fino a quel momento prodotti in campagna, si trasformano ora in articoli di manifattura ai quali la campagna serve come mercato, mentre la moltitudine di clienti disseminati il cui approvvigionamento locale veniva ef-

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fettuato al minuto da numerosi piccoli produttori lavoranti ciascuno per proprio conto, da quel momento si concentra e costituisce un grande mercato per il capitale industriale [] Cos, lespropriazione dei contadini, la loro trasformazione in salariati porta allannientamento dellindustria domestica nelle campagne, al divorzio dellagricoltura da ogni specie di lavorazione a mano e, di fatto, solo questo annientamento dellindustria domestica del contadino pu fornire al mercato interno di un paese quellestensione e quella costituzione che richiesta dai bisogni della produzione capitalistica (ivi).

Contemporaneamente osserva Marx:


Solo la grande industria con le macchine fonda la speculazione agricola capitalistica su una base stabile che fa radicalmente espropriare limmensa maggioranza della popolazione rurale e che determina la separazione dellagricoltura dallindustria domestica delle campagne, estirpandone le radici [] Lindustria meccanica portando a compimento questa separazione conquista al capitale tutto il mercato interno (ivi).

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6. Genesi del capitalista industriale

Il Medioevo aveva tramandato due forme di capitale [] il capitale usurario e il capitale commerciale. Il capitale denaro formatosi mediante lusura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle citt dalla costituzione corporativa. Questi limiti caddero con il discioglimento dei seguiti feudali, con lespropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale. La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi desportazione o in punti della terraferma che erano al di fuori del controllo dellantico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa. Quindi in Inghilterra si ebbe una lotta accanita delle corporate towns contro questi nuovi vivai industriali (Marx, Il Capitale).

Dunque, capitale usurario, capitale commerciale, capitale da espropriazione delle terre agricole erano state le prime significative forme di accumulazione capitalistica risalenti al medioevo, e lultima delle forme citate aveva continuato a prodursi fino alla fine del XV secolo. Con la scoperta delle Americhe, e successivamente delle Indie orientali, con il trapasso dal feudalesimo alle monarchie nazionali, il sistema di produzione capitalistico europeo consolida linsediamento originario acquisendo nuovi e immensi capitali dallo sfruttamento delle miniere di quei continenti e dai commerci delle loro materie prime e prodotti naturali. Questi capitali troveranno impiego principalmente nellindustria manifatturiera, contribuendo al suo impetuoso sviluppo nel XVII secolo:
La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavit della popolazione aborigena, seppellita nelle mi-

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niere, lincipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dellAfrica in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono laurora dellera della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dellaccumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con lorbe terraqueo come teatro [] La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dellInghilterra e continua ancora nelle guerre delloppio contro la Cina, ecc. I vari momenti dellaccumulazione originaria si distribuiscono ora, pi o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra (ivi).

Marx sviluppa quindi la ricerca storica sullaccumulazione originaria spingendosi dentro il XVII secolo e le pratiche colonialiste degli Stati europei:
Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le societ monopoliste (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale. La colonia assicurava alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di unaccumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori dEuropa direttamente con il saccheggio, lasservimento, la rapina e lassassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale (ivi).

Il quadro generale viene poi specificato con riferimento alle principali potenze coloniali dellepoca, Olanda e Inghilterra. Circa lOlanda:
LOlanda, che stata la prima a sviluppare in pieno il sistema coloniale, era gi nel 1684 allapogeo della sua grandezza commerciale. Era in possesso quasi esclusivo del commercio delle Indie Orientali e del traffico fra il sud-ovest e il nord-est europeo. Le sue imprese di pesca, la sua marina, le sue manifatture superavano quelle di ogni altro paese. I capitali della repubblica erano forse pi importanti di quelli del resto dEuropa nel loro insieme [] LOlanda che stata la nazione capitalistica modello del secolo XVII mostra un quadro insuperabile di tradimenti, corruzioni, assassini e infamie [] Una relazione ufficiale dice: Questa sola citt di Makassar per esempio piena di prigioni segrete, una pi orrenda dellaltra, stipate di sciagurati, vittime della cupidigia e della tirannide, legati in catene, strappati con la violenza alle loro famiglie (ivi).

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Circa lInghilterra:
La Compagnia inglese delle Indie Orientali aveva ottenuto, come si sa, oltre al dominio politico nelle Indie Orientali, il monopolio esclusivo del commercio del t, del commercio con la Cina in genere e del trasporto delle merci dallEuropa e per lEuropa. I monopoli del sale, delloppio, del betel e di altre merci erano miniere inesauribili di ricchezza. I funzionari stessi fissavano i prezzi e scorticavano a piacere linfelice ind. Il governatore generale prendeva parte a questo commercio privato. I suoi favoriti ottenevano contratti a condizioni per le quali, pi bravi degli alchimisti, essi potevano fare loro dal nulla. Grossi patrimoni spuntavano in un sol giorno come i funghi; laccumulazione originaria si attuava senza lanticipo neppure di uno scellino (ivi).

Relativamente al rapporto esistente nel sistema coloniale tra commercio e industria manifatturiera, Marx osserva:
Oggigiorno la supremazia industriale porta con s la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ci la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale (ivi).

Circa il debito pubblico degli Stati, Marx sottolinea la sua rilevanza come fattore e occasione di accumulazione capitalistica con questa incisiva affermazione:
Il sistema del credito pubblico, cio dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, simpossess di tutta lEuropa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli serv da serra [] Il debito pubblico, ossia la sua alienazione (da parte) dello Stato [] imprime il suo marchio allera capitalistica [] Il debito pubblico diventa una delle leve pi energiche dellaccumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che improduttivo, la facolt di procreare, e cos lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dallinvestimento industriale e anche da quello usurario (ivi).

Marx accenna quindi ai concreti meccanismi che fecero (e fanno) del debito pubblico occasione di accumulazione di immensi capitali:
Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che societ di speculatori privati che si affiancavano ai

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governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro [] La Banca dInghilterra (1694) cominci col prestare il suo denaro al governo allotto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo unaltra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perch questa moneta di credito fabbricata dalla Banca dInghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico [] A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominci a impiccare i falsificatori di banconote (ivi).

Marx mette poi in evidenza la stretta relazione esistente tra debito pubblico e suo finanziamento attraverso il fisco:
Poich il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui dinteressi, ecc., il sistema tributario moderno diventato lintegramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte (ivi).

I capitali accumulati con le occasioni di arricchimento descritte trovarono impiego prima nelle manifatture e successivamente finanziarono la grande industria. Marx, dando la parola agli storici dellepoca, ricostruisce il quadro di violenze sui lavoratori che accompagnarono lo sviluppo del capitalismo industriale:
Sistema coloniale, debito pubblico, peso fiscale, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodo della manifattura in senso proprio crescono come giganti nel periodo dinfanzia della grande industria. La nascita di questultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti (ivi). Nel Derbyshire, nel Nottinghamshire e particolarmente nel Lancashire, dice il Fielden, le macchine di recente inventate venivano adoperate in grandi fabbriche, costruite vicinissimo a corsi dacqua capaci di far girare la ruota. In questi luoghi, lontani dalle citt, si chiedevano allimprovviso migliaia di braccia; e specialmente il Lancashire, che fino a quel

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momento era relativamente poco popolato e sterile, ebbe bisogno ora anzitutto di popolazione. E si ricercavano soprattutto le dita piccole e agili [] Venivano nominati dei guardiani per sorvegliare il loro lavoro. Era interesse di questi aguzzini di far sgobbare i ragazzi fino allestremo, perch la loro paga era in proporzione della quantit di prodotto che si poteva estorcere al ragazzo []. In molti distretti industriali, specialmente del Lancashire, queste creature innocenti e prive damici, consegnate al padrone della fabbrica, venivano sottoposte alle torture pi strazianti. Venivano affaticati a morte con gli eccessi di lavoro [], venivano frustati, incatenati e torturati coi pi squisiti raffinamenti di crudelt; in molti casi venivano affamati fino a ridurli pelle e ossa, mentre la frusta li manteneva al lavoro [] E in alcuni casi venivano perfino spinti al suicidio! [] Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire, lontane dallocchio del pubblico, divennero raccapriccianti deserti di tortura [] e spesso di assassinio! [] I profitti dei fabbricanti erano enormi. Ma questo non faceva che acuire la loro fame da lupi mannari [] dettero inizio alla prassi del lavoro notturno (ivi).

Le infamie storiche richiamate da Marx che accompagnarono lo sviluppo delleconomia capitalistica in Europa nel XVII secolo, si completano con laberrazione razzista del commercio degli schiavi legalizzato e regolato dagli Stati. Dice Marx:
nella pace di Utrecht lInghilterra ottenne il diritto di provvedere lAmerica spagnola di 4.800 negri allanno, fino al 1743. In tal modo veniva anche coperto ufficialmente il contrabbando inglese. Liverpool diventata una citt grande sulla base della tratta degli schiavi che costituisce il suo metodo di accumulazione originaria [] Nel 1730 Liverpool impiegava per la tratta degli schiavi 15 navi; nel 1751, 53; nel 1760, 74; nel 1770, 96; nel 1792, 132 [] In genere, la schiavit velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavit sans phrase nel nuovo mondo (ivi).

Lapidaria e senza appello la condanna morale e storica di tali aberrazioni. Dice Marx:
Se il denaro, come dice lAugier, viene al mondo con una voglia di sangue in faccia il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro (ivi).

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Marxismo ed ecologia
Prove di avvicinamento nella stagione dei movimenti di Michele Citoni e Catia Papa

Prove di avvicinamento nella stagione dei movimenti

Marxismo ed ecologia

Introduzione
Chi voglia misurarsi oggi con la domanda sulla tenuta del pensiero marxiano a tanti anni di distanza dalla sua elaborazione deve necessariamente includere nellanalisi la questione dellambiente. Con Marx siamo di fronte a un corpus teorico che rispecchia il clima filosofico del positivismo ottocentesco e il suo ottimismo nei confronti dellumana potenza trasformatrice della natura. vero che fenomeni di crisi ambientale derivanti dalle conseguenze del prelievo delle risorse naturali e dellespulsione di scorie dal processo produttivo si sono manifestati localmente nel corso di tutta la storia, ma nemmeno la grande accelerazione del conflitto tra produzione ed equilibri ambientali determinata dalla rivoluzione industriale aveva ancora prodotto, al tempo di Marx, le condizioni quantomeno, le condizioni percettive di una crisi ambientale globale tale da mettere in discussione i presupposti dellavanzamento del progresso sociale, se non le condizioni stesse della vita umana sulla Terra. Nondimeno, i testi marxiani hanno rivelato agli studiosi, accanto ai propri limiti, sempre nuovi aspetti di vitalit. Anche la lettura di questi testi attraverso una lente ecologica pu riservare notevoli sorprese. A proporre questa lettura, in Italia, per esempio Giorgio Nebbia, uno dei padri del movimento ambientalista. Ad altri si devono tentativi pi o meno ambiziosi di vera e propria revisione del pensiero marxiano, a cominciare dallo statunitense James OConnor che, accanto alla contraddizione capitale-lavoro, enuclea una seconda contraddizione del capitalismo, ovvero quella con la natura. 99

Lo scopo di queste note non tuttavia quello di affrontare la questione in punta di teoria, ma di tentare un approccio storico, ovvero di indagare in un determinato spazio storico-geografico lItalia degli anni Sessanta e Settanta il rapporto tra la comparsa dellecologia come emergenza epocale e alcuni concreti attori sociali la cui azione si inscrive o deve comunque qualcosa alla tradizione marxista.

1. Un problema storiografico
La nascita di una coscienza ambientalista a livello internazionale situata unanimemente nelle campagne dinformazione degli anni Cinquanta e Sessanta contro gli esperimenti nucleari militari e luso indiscriminato di alcune sostanze sintetiche in agricoltura. Ma il dibattito sulle radici di una cultura ambientale nel nostro paese assume caratteristiche originali per le stesse peculiarit del sistema politico-economico italiano, incentrandosi, per un verso o per laltro, sullevento Sessantotto come dotato di significati euristici rispetto alla storia degli ultimi decenni. Le analisi storiche sulla natura e leredit del lungo Sessantotto (si parla, per gli anni dal 1968 al 1974, di stagione dei movimenti, indicando cos un ciclo segnato da conflittualit e radicalit inedite per contenuti e durata nellambito della storia repubblicana) hanno posto laccento sulla dicotomia tra gli aspetti veramente innovativi in esso contenuti, quelli inscritti nella rivoluzione generazionale che atterrebbero ai tempi lunghi della trasformazione delle mentalit, e il carattere ideologico assunto dai movimenti politici originati (in sostanza la ripresa delloperaismo), frutto di una immaturit dellelaborazione politica che affonderebbe le sue radici nella modernit squilibrata dellItalia degli anni Sessanta. Su questo crinale si mossa anche gran parte della riflessione sociologica che ha contrapposto vecchi e nuovi movimenti: solo la crisi del paradigma operaista avrebbe finalmente lasciato emergere nella seconda met degli anni Settanta lambientalismo, il pacifismo e il femminismo quali espressioni di nuovi bisogni di una societ complessa, avviata alla globalizzazione, modellata intorno a una classe media sempre pi estesa, bisogni che riguardano beni intangibili ed esprimono quindi un conflitto postmaterialista. probabilmente a questo bagaglio culturale che guardano alcuni protagonisti del movimento 100

ambientalista nostrano quando sottolineano e valorizzano la continuit della loro esperienza con i dibattiti e le iniziative che hanno avuto luogo nel resto dellOccidente industrializzato; in questa lettura, le origini del soggetto politico ambientalista italiano vengono poste alla fine degli anni Settanta e la sua definitiva affermazione situata negli anni Ottanta, non a caso nello stesso decennio che segna la sconfitta storica della sinistra. Con questa stessa prospettiva, bench in parte rovesciata, si misurata anche la riflessione storico-politica di quellarea della sinistra italiana che negli Sessanta alimenta il dibattito sulla natura del neocapitalismo, rilevando lesaurimento di un ciclo storico del movimento operaio e ponendo il problema di un nuovo modello di sviluppo. chiaro il riferimento alla critica delle tesi amendoliane espressa dalla sinistra interna al partito pi o meno propriamente definita ingraiana nel corso delle discussioni che impegnano il PCI dal convegno del 1962 sulle Tendenze del capitalismo italiano sino e oltre lXI Congresso del 1966. A dispetto di qualche successiva semplificazione, in quegli anni Giorgio Amendola non si limita a riproporre la visione di unarretratezza del capitalismo italiano, articolando semmai la sua analisi in termini di profondi e ineludibili squilibri nello sviluppo del paese, sanabili unicamente attraverso un deciso intervento correttivo sospinto da una rinnovata e unitaria forza politica della classe operaia. Lorizzonte immediato quello del centrosinistra e delle riforme di struttura su cui incalzare la classe dominante, in un quadro teorico che conferma la storica identificazione tra sviluppo economico, progresso sociale e graduale avvicinamento al socialismo. Per la sinistra del PCI, invece, la rapida industrializzazione e le sue asimmetrie non esauriscono le novit della fase storica in corso, segnata piuttosto da una trasformazione del sistema capitalistico e dalla sua capacit di scomporre e integrare i soggetti del conflitto attraverso il dispositivo combinato di riforme razionalizzatrici e dilatazione dei consumi individuali. A partire dalla critica alla societ opulenta, al carattere neutrale della tecnica e dellorganizzazione del lavoro, la sinistra ingraiana affronta la questione di come incidere sulla qualit dello sviluppo: non tanto o non solo una pi equa redistribuzione del reddito, quanto piuttosto un intervento strutturale sugli investimenti tramite gli strumenti statali e, soprattutto, il controllo diretto dei lavoratori sul processo produttivo. 101

Fin qui il racconto di una stagione che alcuni protagonisti, in modo pi o meno esplicito e coerente, presentano come il laboratorio di una critica alla modernit che si sarebbe poi offerta, allindomani del Sessantotto, a terreno dincontro tra vecchia e nuova sinistra, incoraggiando e alimentando un rinnovamento delle culture politiche anche se in sostanziale continuit con una parte almeno della riflessione marxista. In realt, i termini del dibattito interno al PCI e il carattere della proposta della sinistra ingraiana sono stati meno nitidi e definiti di quanto emerga dalle ricostruzioni postume, in particolare proprio sui temi ambientali. Vero che nella cultura e nella prassi politiche del movimento operaio e comunista gi negli anni Sessanta sono presenti alcune tematiche che nel periodo della mobilitazione di massa rappresenteranno un ponte, unoccasione per costruire unalleanza tra la classe operaia e gli altri soggetti del conflitto studenti, tecnici, cittadini riuniti nei comitati di quartiere capace di innovare la cultura politica di ognuno. Tra questi elementi, una grande importanza rivestono le riflessioni critiche elaborate nel corso del decennio da frange della sinistra intellettuale sulla scienza e la tecnica, sul loro ruolo nello sviluppo capitalista e sul rapporto tra esse e le trasformazioni sociali; in sostanza, sul loro carattere non intrinsecamente progressivo, in quanto non neutrale rispetto ai rapporti sociali. Da una critica alluso capitalistico della scienza che riversa sui privilegiati una quantit crescente di merci spesso inutili mentre aggrava le condizioni dei deboli e produce strumenti di distruzione di massa gruppi di ricercatori e di tecnici giungono presto a individuare nella stessa sfera della teoria scientifica il segno indelebile dei rapporti sociali entro i quali essa formulata. Per loro la classe operaia deve sapere esprimere un progetto di conoscenza e controllo della natura permeato di finalit sociali alternative a quelle della scienza della societ capitalista. Tra i protagonisti di queste riflessioni si devono ricordare almeno Marcello Cini, fisico teorico dellUniversit di Roma, membro del PCI e, nel 69, passato al gruppo che faceva riferimento alla rivista il manifesto, e Giulio Maccacaro, medico, dal 66 direttore dellIstituto di biometria e statistica medica della Statale di Milano. Il loro lavoro teorico determina una rottura con la tradizione marxista italiana dominante, ferma, in linea con lortodossia sovietica, alla distinzione tra forze produttive e rapporti sociali di produzione: nellorizzonte della sinistra storica, infatti, 102

non si mette in discussione il lineare e oggettivo sviluppo delle prime, poich si prevede che questo raggiunger uno stadio in cui le forze produttive entreranno in contraddizione con il proprio involucro sociale, determinandone la sostituzione con altri rapporti. I nuovi intellettuali della sinistra contestano quindi alla radice una concezione che, assegnando la priorit alla costruzione delle basi materiali del socialismo, finiva per accettare acriticamente le vie dello sviluppo gi tracciate dal capitalismo. Questa contestazione trae alimento da un complesso di acquisizioni teoriche e di stimoli provenienti dagli eventi: dalla rilettura del Marx dei Manoscritti e dei Grundrisse, alle critiche dei comunisti cinesi, formulate nel 1963, nei confronti della via sovietica allo sviluppo, tutta tesa a raggiungere e superare lAmerica (secondo un vecchio slogan) sul suo stesso terreno; dal dibattito propriamente epistemologico, avviato dalla critica popperiana allinduttivismo e proseguito dalla nuova filosofia della scienza di autori come Thomas Kuhn e Paul Feyerabend, alla constatazione che linternazionale degli scienziati, sulla cui funzione progressiva la sinistra aveva puntato per anni, copriva e sosteneva la macchina bellica americana scatenata contro il Vietnam. Uno scambio naturale avviene inoltre con altri due ambiti, peraltro lontani, delle nuove culture della sinistra italiana che rimettono in discussione i saperi consolidati e i ruoli sociali di coloro che li detengono. In primo luogo, lanalisi del lavoro nelle fabbriche promossa soprattutto da Raniero Panzieri, figura di socialista eretico, e dal gruppo di intellettuali che con varie sfumature vi si richiamano, in stretto collegamento con gruppi di operai. Questa analisi contesta la presunta oggettivit dellorganizzazione del lavoro e solleva quindi il problema di una metodologia delle stesse discipline umane e sociali che, plasmata sul modello delle scienze fisiche, non tiene conto dellesperienza soggettiva vissuta dalloggetto indagato. Si baser su queste premesse teoriche limminente diffusione a livello di massa delle lotte operaie contro la monetizzazione della nocivit. Dallaltra parte, i critici della scienza capitalista incontrano il movimento di critica alla psichiatria segregativa iniziato nel mondo anglosassone e sviluppato in Italia attorno allo psichiatra Franco Basaglia fondatore, nel 1973, di Psichiatria democratica. Tutti questi fili saranno in effetti raccolti e intrecciati nel 68 e nel 69 dagli studenti e dagli operai, e una generazione di tecnici ne fa103

r la base di una radicale revisione dei comportamenti professionali della propria categoria. Del resto, lelenco dei temi e delle lotte a essi legate potrebbe continuare, coinvolgendo la stessa tradizione della sinistra storica, impegnata nelle manifestazioni contro la proliferazione delle armi nucleari, nelle campagne contro la speculazione edilizia e per unurbanistica democratica queste ultime motivo dincontro con le prime associazioni naturalistiche e protezionistiche come nelle denunce della crisi idrogeologica del paese e degli inquinamenti atmosferici e delle acque, e nella lotta per la riforma del servizio sanitario. Sulla non autosufficienza e completezza di quanto sopra elencato non il caso di insistere, ed gi stato sottolineato come tutto ci rappresentasse solo unoccasione di interlocuzione tra la sinistra da una parte e, dallaltra, il movimento giovanile in rivolta contro il modello unico di modernit occidentale e quei gruppi di intellettuali e tecnici che si interrogavano sui contenuti dello sviluppo. Che questa occasione di interlocuzione sia andata completamente persa motivo di dibattito. Senza incorrere infatti in due speculari semplificazioni genesi autonoma dei nuovi movimenti o loro riconducibilit nella tradizione della sinistra italiana possibile pensare alla stagione dei movimenti come a uno spazio di apprendimento nel quale da un lato la mobilit delle tematiche e la loro ridislocazione tra i soggetti del conflitto, dallaltro la pratica stessa di una nuova dimensione del conflitto e della politica a partire dal rapporto dialettico tra il piano universale e il piano locale, dellesperienza e responsabilit individuali, hanno sedimentato contenuti e pratiche che sono alla base dei movimenti degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, e di quello ambientalista in primo luogo.

2. Le radici della contestazione ecologica


La nascita di una contestazione ecologica, di una mobilitazione di massa contro le violenze inflitte alla salute umana e alle risorse naturali del pianeta, in Italia come nel resto dellOccidente industrializzato, affonda le sue radici nei mutamenti culturali, della tecnica e delleconomia che in diversa misura investono la societ negli anni Cinquanta e Sessanta. La perdurante minaccia di una guerra nucleare, lallargamento dorizzonte imposto dal processo di decolo104

nizzazione e la diffusione del cosiddetto terzomondismo, quindi la problematizzazione della nozione di sottosviluppo che affligge i due terzi della popolazione del pianeta, influiscono sulla coscienza collettiva, in particolare delle giovani generazioni, nel senso dellacquisizione di una visione globale delle dimensioni della politica e del conflitto che sar un elemento caratterizzante della mobilitazione del 68 come la nuova consapevolezza ecologica. Alle richieste di disarmo mondiale, che la guerra in Vietnam arricchisce di contenuti critici verso la neutralit del sapere scientifico e le compromissioni tra universit e industria, alle rivendicazioni del diritto dei popoli sottosviluppati allo sfruttamento delle proprie risorse, alla messa in discussione dei parametri economici utilizzati per valutare la ricchezza e il benessere di una societ si affiancano, infatti, la paura della contaminazione radioattiva e di una modificazione fisica del pianeta come prodotto degli inquinamenti industriali. Negli Stati Uniti sono gli anni del Movement. Dalle culture devasione degli anni Cinquanta, attraverso le lotte per i diritti civili e la presa datto delle perduranti diseguaglianze nelle societ avanzate di razza, genere, tra centro e periferia del sistema il nuovo soggetto giovanile studentesco approda a una critica radicale alla presunta razionalit del progresso tecnologico. Durante gli anni Sessanta, parallelamente al processo di liberazione dai bisogni materiali, la difesa della natura diviene un elemento centrale della controcultura giovanile e un importante fattore di mobilitazione, ad esempio in occasione dei primi disastri ecologici prodotti da petroliere. Lo stesso evento conquista della Luna (1969) alimenta riflessioni critiche sullo squilibrio tra potenza tecnologica raggiunta e sterilit degli obiettivi perseguiti, che non corrispondevano alla soluzione dei problemi di sopravvivenza della specie umana. Nascono, peraltro, in quegli anni la metafora dellastronave terra e lo slogan La Terra lunica che abbiamo. Il 22 aprile 1970 vedr limponente mobilitazione per la Giornata della Terra indetta da varie associazioni e campus universitari statunitensi. In Europa la presenza di forti organizzazioni giovanili di partito e la peculiare natura antagonista dei movimenti sociali, frutto di uno spazio politico saturo, non alimentato cio dalla metafora della frontiera di un altrove in cui sperimentare pratiche politiche alternative hanno dato luogo a una pi rapida politicizzazione del movimento giovanile. Ma ci non significa ridimensionare la ca105

rica innovativa delle lotte per il disarmo mondiale, i diritti dei popoli del Terzo Mondo o la riforma degli istituiti di produzione e diffusione del sapere in cui si impegnarono dagli inizi degli anni Sessanta organizzazioni come SDS tedesca o quelle universitarie italiane. E ancor di pi delle nuove culture della liberazione di cui si fecero portatori i beats, i situazionisti o i provos olandesi, questi ultimi precocemente impegnati, anche a livello istituzionale, su tematiche ambientali. In occasione dellalluvione di Firenze, nel novembre del 1966, la citt toscana fu invasa da un popolo giovanile di volontari per lemergenza e la ricostruzione proveniente da tutta Europa. Le cronache dei quotidiani raccontano con stupore di questo impegno che accomuna unintera generazione, dalle liste studentesche di partito agli yippies. Se questo il quadro dinsieme che permette di spiegare la nuova sensibilit ecologica cos come si va definendo a livello internazionale durante gli anni Sessanta, il confronto con il piano nazionale, come abbiamo visto, evidenzia percorsi culturali e politici peculiari, legati alle contraddizioni emblematiche della modernizzazione allitaliana: lemigrazione e le condizioni di vita nei quartieri periferici, la speculazione nei centri storici, linquinamento atmosferico provocato dalle esalazioni industriali e dai primi effetti del boom della motorizzazione privata, la compromissione dellassetto idrogeologico del territorio causa degli innumerevoli dissesti, frane e alluvioni. Negli anni Cinquanta e Sessanta la serie di catastrofi favorite dal consumo del territorio e da errati interventi di sistemazione idraulica impressionante. Le prime forme di contestazione ecologica si rivolgono perci soprattutto ai danni prodotti dalle manomissioni del territorio e ai problemi urbanistici. In questi anni, protagoniste delle mobilitazioni in difesa dellambiente e del patrimonio storico della penisola sono ancora associazioni a carattere essenzialmente protezionista, tese alla razionalizzazione del sistema piuttosto che al suo cambiamento. Italia Nostra, sorta nel 1955 ad opera di un gruppo di intellettuali (soprattutto urbanisti, architetti, storici dellarte); lassociazione Pro Natura Italica (poi Federnatura), fondata nel 1959 con il fine esplicito di difendere lambiente naturale e diretta da tecnici del settore; la Lega Nazionale contro la Distruzione degli Uccelli (in seguito Lega Nazionale per la Protezione degli Uccelli) e la sezione italiana del WWF, rispettivamente del 65 e 66, si comportano ancora come lobby di pressione, garantiscono cio 106

un consenso ai gruppi parlamentari disposti a sostenere i vari provvedimenti legislativi da loro perorati. Anche il movimento studentesco accanto allimpegno sul fronte della politica internazionale e della riforma universitaria fa le sue prime prove a partire dai problemi sollevati dallo sviluppo urbanistico. Nel febbraio del 1963 gli studenti delle Facolt di architettura di Roma, Milano, Firenze, Palermo, Napoli e Bologna danno vita alle prime occupazioni in nome di una pi adeguata formazione professionale e di un diverso modello urbanistico. A Roma loccupazione durer quarantadue giorni, nei quali le posizioni studentesche si andranno sempre pi radicalizzando: dalliniziale collaborazione con i docenti per un impegno politico a sostegno della riforma urbanistica e delluniversit, attraverso le riflessioni svolte circa la posizione del tecnico-architetto nella societ e la subordinazione del sapere scientifico alle scelte capitalistiche, il movimento studentesco approda a una visione di tipo sindacale che negli anni successivi dar luogo alla nuova politica di collaborazione organica tra tecnici e classe operaia.

3. La stagione dei movimenti, 1968-1974


Il passaggio attraverso il Sessantotto, lesplodere anche in Italia di una estesa conflittualit ad opera di nuove soggettivit portatrici di una critica radicale alla legittimit sociale del modello di sviluppo, muta profondamente i caratteri della realt sociale in cui si muovono i tradizionali soggetti politici. La solidariet che durante lautunno caldo si instaura tra il movimento studentesco e quello operaio solidariet che rappresenta la vera specificit del lungo Sessantotto italiano trova le sue ragioni nella fase di comune produzione critica che abbiamo visto prendere corpo alla met del decennio, nella quale parti del movimento sindacale impegnate in un difficile recupero delliniziativa in fabbrica e settori del variegato mondo universitario danno vita ai molti circoli politico-intellettuali che si ispirano ai temi della nuova sinistra: centralit della fabbrica e dei rapporti di produzione, critica alla separatezza tra lavoro manuale e intellettuale, valorizzazione della soggettivit operaia anche come produttrice di conoscenza critica del processo produttivo. La reciproca disponibilit al dialogo 107

tra le scuole e universit e le fabbriche nasceva da vari fattori: oltre al comune percorso di rinnovamento culturale, contavano il dato generazionale, che accomunava studenti e giovani operai, la tradizionale vocazione del sindacato italiano ad assumere tematiche pi genericamente politiche, cosa che ne faceva linterlocutore alternativo ai partiti tradizionali, e, probabilmente, il fascino che limmediatezza del conflitto sindacale, basato sullazione diretta e dai tempi brevi, dovette avere sugli studenti. Lincontro tra studenti e operai non quindi il prodotto di una subalternit ideologica dei primi ai secondi (come ha sostenuto, tra gli altri, Vittorio Foa), e rappresenta invece unoccasione creativa nella misura in cui libera limmaginario sociale di larghi settori della societ: urbanisti, medici, biologi, magistrati si attivano a sostegno delle lotte contro la nocivit dei processi produttivi in fabbrica e nel territorio, per il servizio sanitario nazionale e in genere i servizi sociali di base: case, scuole, asili, verde pubblico, diritto allo studio e alla formazione dei lavoratori (da cui, nel 1973, laccordo sindacale dei metalmeccanici sulle 150 ore, poi realizzato da molte altre categorie). Il patrimonio di conoscenze e di lotte di alcuni nuclei davanguardia del movimento sindacale italiano, come quello della Camera del Lavoro di Torino, che gi nel 1964 organizza un Centro camerale contro la nocivit del quale fanno parte anche studenti, in particolare di medicina e architettura, trova quindi una socializzazione a livello nazionale e di massa. Dopo la stagione contrattuale del 1969, che vede limportante vittoria dei chimici e laffermazione del principio della inammissibilit delle lavorazioni ad alta concentrazione di nocivit, e il riconoscimento del diritto allautotutela sancito dallo Statuto dei lavoratori del 1970, il movimento sindacale si apre al rapporto con il territorio avviando esperienze come quelle dei Consigli di Zona (CdZ) FLM e dei Comitati Unitari di Zona (CUdZ). Si deve inoltre ricordare la peculiare attivit di ricerca e lotta del folto gruppo di operai e tecnici della Montedison di Castellanza, che nel 1968 d vita al Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale. Questa esperienza rappresent il momento forse pi alto, e per questo anche isolato, della critica di sinistra al modello unico di sviluppo, a partire proprio dalla problematizzazione del rapporto tra fabbrica e territorio, e contribu al lavoro teorico del collettivo della rivista Sapere tra il 1974 e il 1982, diretta fino al 76 da Giulio Maccacaro. 108

I molti CdZ e CUdZ, invece, non hanno prodotto unelaborazione teorica. Nati per rispondere alla necessit di coordinare iniziative spesso frammentate perch frutto della spinta partecipativa dal basso, e per sostenere la strategia sindacale di riforme volta a difendere il potere dacquisto dei salari, hanno per rilevanza per la loro natura di nuovi spazi del conflitto. Questi comitati territoriali sono il prodotto della collaborazione spontanea tra diversi soggetti sociali: categorie sindacali, studenti, tecnici, professionisti, gruppi di cittadini, e si organizzano per quartieri, intorno alle fabbriche ma con attenzione alla condizione generale delloperaio-cittadino. Un esempio viene dal caso romano. Nellautunno del 1972 la Commissione ambiente del Consiglio di Zona dei metalmeccanici della Tiburtina, composta da quadri di fabbrica, dirigenti sindacali, tecnici della salute e studenti del Collettivo di Medicina dellUniversit La Sapienza, redige un documento a uso della Camera del Lavoro provinciale, intenzionata a dare vita ai Comitati di Zona intercategoriali (o CUdZ). Il CdZ Tiburtina aveva portato avanti nel 71-72 indagini sullambiente di lavoro alla Voxson, gi dal 69 apripista delle lotte nelle fabbriche romane contro la monetizzazione della salute e per il controllo operaio dellambiente di lavoro, e analoghe attivit di inchiesta alla MES, alla Romanazzi e in altre aziende. Le indagini erano svolte con il contributo di medici e studenti attraverso assemblee di reparto con alta partecipazione operaia, in cui si elaboravano i questionari da somministrare e a cui si tornava poi per discuterne i risultati. Nelle assemblee gli studenti del Collettivo di Medicina tentavano di far prendere coscienza ai lavoratori della dimensione collettiva e non individuale delle loro patologie, essendo queste ultime legate in gran parte allorganizzazione del lavoro. E soprattutto lintento era quello di cogliere il nesso tra le condizioni di nocivit dellambiente di lavoro e quelle della societ, cio di portare la lotta per la salute fuori dalle fabbriche. Parallelamente, durante il 1972 il Collettivo operai-studenti della Tiburtina, insieme al Collettivo lavoratori-studenti del Policlinico Umberto I, aveva condotto unimportante indagine ambientale centrata sui lavoratori degli appalti del Policlinico, mentre iniziative di ricerca e di lotta sulle condizioni sanitarie e di vita nascevano dalla collaborazione con i comitati doccupazione di alloggi a San Basilio e in altri quartieri. Nel tirare le prime somme di tutte queste esperienze, e riprendendo lanalisi svolta dalla Federazione nazionale dei 109

metalmeccanici nel convegno di Rimini del marzo 72 sulla salute nellambiente di lavoro, la Commissione ambiente del CdZ insiste sulla necessit di attivare i comitati unitari, perch solo se si fosse riusciti a portare a livello di massa il tema della nocivit in fabbrica sarebbe stato possibile rivelarne lintreccio con quella dellambiente esterno. Quando alla fine dellanno il comitato direttivo della Camera del Lavoro di Roma approva la costituzione dei Comitati Unitari di Zona (ne nasceranno quattro) lobiettivo quello di coinvolgere in questa forma di lotta il numero pi ampio possibile di ceti sociali e strutture associative di diversa collocazione, in sintonia con quel decentramento amministrativo della citt che attribuisce ai consigli circoscrizionali poteri decisionali sui temi urbanistici, delledilizia pubblica e privata, e sulla creazione e gestione dei servizi sociali: scuole, assistenza, giardini, ecc. Ed in queste lotte per una diversa qualit sociale dello sviluppo urbano, nella pratica diretta di obiettivi inediti, che possibile ipotizzare una sedimentazione di nuove sensibilit, anche a prescindere dai limiti teorici che forse le imbrigliano. Si potrebbe discutere se il bagaglio culturale a disposizione dei protagonisti di quelle esperienze fosse pi loccasione o un impedimento per un reale ripensamento delle proprie identit tradizionali e quindi per la costruzione di una maggiore consapevolezza dei cambiamenti sociali che si stavano svolgendo. Gi nel 1973 Giovanni Berlinguer, in occasione della seconda edizione del suo La salute nelle fabbriche, osservava infatti che linsistenza sulla soggettivit operaia avrebbe nuociuto alla crescita politica del movimento sindacale, incapace di andare oltre se stesso e prendere coscienza della dimensione planetaria della questione della nocivit. La critica si riferiva alle stesse parole dordine della mobilitazione operaia di quegli anni, ovvero il riferimento al gruppo omogeneo operaio come soggetto di osservazione e valutazione delle condizioni di lavoro, la non delega agli esperti, la validazione consensuale delle misure di prevenzione: formule che indicavano lautogestione della salute da parte degli operai sulla base del riconoscimento della condivisione di comuni condizioni di lavoro e del diritto alla conoscenza e al controllo dei processi produttivi. Pur riconoscendo le giuste ragioni di queste critiche, per opportuno sottolineare ancora una volta la funzione che questa stessa impostazione delle lotte ha avuto nella radicalizzazione di parti im110

portanti della societ civile. Il lavoro svolto per migliorare la qualit della vita metropolitana oppure per ottenere la riforma sanitaria se conteneva molte ambiguit, tra cui loscillazione tra una strategia riformista e la prospettiva radicale di creazione di contropoteri che prefigurassero i possibili scenari di una trasformazione dei rapporti di produzione, ha rappresentato in s unoccasione di crescita culturale e politica sia per i protagonisti che per quanti impegnati direttamente sui temi ecologici ne furono incalzati. Limpegno sui problemi dellambiente di lavoro e di vita (la fabbrica e i quartieri) non pu essere pensato semplicemente come retaggio di una tradizione marxista-leninista. In quelle esperienze di impegno sociale, di iniziative civiche sul terreno dei servizi pubblici, si pu rintracciare un serbatoio di motivazioni, di vie daccesso e reclutamento di base per future campagne ambientaliste. difficile sostenere che il partire da s, dalle nozioni di diritto alla salute e alla conoscenza, di controllo sul come e cosa produrre, non abbia prodotto un humus culturale favorevole al seppur pi complesso pensiero ecologico. Daltra parte, proprio allinizio degli anni Settanta, le tradizionali associazioni naturalistiche e protezionistiche non solo aumentano i propri iscritti ma subiscono anchesse un processo di radicalizzazione, sviluppando tutta una serie di iniziative tese a un maggiore radicamento nel sociale. Nel 1970 il movimento protezionista italiano, che risulta ancora uno dei pi deboli dello scenario internazionale, comincia a cambiare pelle: alla guida di Pro Natura va Valerio Giacomini, un botanico, che cerca di indurre le varie anime dellassociazione a coniugare la difesa dellambiente con limpegno pi prettamente politico. Nello stesso anno Pro Natura si dota infatti di una rivista, Natura Societ, la cui direzione affidata a Dario Paccino, figura marcatamente connotata a sinistra. Sempre nel 1970 Italia Nostra organizza un importante convegno a Roma che si risolve nella denuncia della ventennale gestione democristiana della citt, mentre cominciano i primi ricorsi alla magistratura per i casi pi gravi di inquinamento industriale. Nel seno di Italia Nostra prendono poi vita circoli giovanili con una pi spiccata tendenza ad affrontare il problema della protezione della natura in termini di organizzazione capitalistica della produzione e di modelli di sviluppo. Questi nuovi soggetti possono guardare a una parte dellambiente tecnico-scientifico impegnata anchessa in unopera di sensibilizzazione e divulgazione delle nuove tematiche ecologiche, e che co111

mincia a schierarsi con nettezza rispetto a un dibattito mondiale sullecologia ormai intrecciato alla politica. Conviene ripercorrere questo dibattito in alcuni dei suoi termini essenziali. Il grande allarme planetario per la crisi ecologica porta molti governi, organismi internazionali e scienziati a focalizzare la propria attenzione sulla crescita demografica. Un vasto movimento, che ha preso piede soprattutto negli Stati Uniti intorno allinizio degli anni Sessanta, ha recuperato il pensiero di Thomas Malthus e il suo Saggio sul principio di popolazione (1798), nel quale lautore esponeva la legge delleccesso di natalit della specie umana (che cresce secondo una progressione geometrica) rispetto alla riproduzione delle risorse alimentari (che avviene in progressione aritmetica), a meno che una legge superiore formi ostacolo ai suoi progressi. I cosiddetti neomalthusiani chiedono misure anche autoritarie per raggiungere la crescita zero della popolazione: Zero Population Growth, o ZPG, infatti lo slogan che d il nome a unorganizzazione fondata nel 1969 da uno dei maggiori esponenti di questa posizione, il biologo americano Paul Ehrlich. Ehrlich, e con lui Garret Hardin e altri unarea che trova i suoi portavoce italiani nel giornalista del Corriere della Sera Alfredo Todisco e nello scienziato Adriano Buzzati Traverso vedono essenzialmente nella crescita demografica (specie quella del Terzo Mondo che di gran lunga la pi rapida) lorigine della crisi ecologica. Va considerato interno a questa scuola forse, anzi, il suo contributo pi rilevante il noto rapporto I limiti dello sviluppo presentato poco prima della Conferenza delle Nazioni Unite di Stoccolma del 1972 sullambiente, che in pochi mesi vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo suscitando ovunque il dibattito. La ricerca finanziata da Volkswagen, FIAT e Ford Foundation commissionata al Massachusetts Institute of Technology dal Club di Roma, un gruppo internazionale di economisti, politici, imprenditori, esponenti della scienza e della cultura fondato nel 1968, a Roma, da Aurelio Peccei, autorevole e brillante ingegnere vicino agli ambienti FIAT. Utilizzando il calcolatore elettronico e un modello matematico messo a punto da J. Forrester, D.H. Meadows e altri ricercatori del MIT per simulare landamento globale delle interazioni uomoambiente, si conclude, in sintesi, che in presenza di un aumento della popolazione mondiale al tasso attuale e di una crescita della produzione industriale e dellinquinamento diminuiranno le dispo112

nibilit alimentari, peggioreranno le condizioni sanitarie, arriveranno a scarseggiare le materie prime essenziali e ci nel XXI secolo porter a guerre, rivolgimenti ed epidemie, con milioni di morti. Per questo vengono invocati i limiti alla crescita della popolazione e della produzione industriale. Non solo: uno studio successivo, sulla stessa linea del primo, arriva a proporre lesercito come modello politico-organizzativo adeguato alle esigenze di pianificazione poste dalla crisi demografica e ambientale. Il modello del MIT riceve molte aspre critiche per la sua indubbia rozzezza tecnica che porta ad affrettate conclusioni catastrofiste, e, nella sinistra, per lispirazione tecnocratica, i risvolti reazionari e limpostazione che assume come immutabile lo sviluppo attuale, visto come tendenza assoluta che si pu al limite bloccare ma non cambiare. Alcuni autori italiani in campo ambientalista, come il gi citato Giorgio Nebbia, insistono spesso sul fatto che tra la parola inglese growth (crescita) e litaliana sviluppo vi una differenza, trascurata, nel titolo dellopera, dai traduttori del rapporto commissionato dal Club di Roma: il MIT si sarebbe cio pronunciato contro la prima, ma non contro il secondo. In effetti, rispetto alle critiche ricevute dal rapporto, questo particolare non sembra poi cos rilevante. Beninteso, ci non toglie nulla alla rilevanza storica di questo documento come catalizzatore di un grande dibattito internazionale e testimonianza di una presa di coscienza della crisi ecologica. Al complesso delle tesi sopra ricordate si contrappone il biologo americano di sinistra Barry Commoner, autore, nel 1971, del celebre The Closing Circle, tradotto in Italia lanno successivo. Commoner, sulla base dellanalisi dellindustrializzazione americana dagli anni 40 in poi, addita la crescita dei consumi di merci inutili e le scelte tecnologiche e produttive dei paesi pi ricchi come i processi principali che sono alla base della crisi ecologica. Negli Stati Uniti le sostanze inquinanti sono aumentate di dieci volte, mentre la popolazione cresciuta di meno di due; il problema sta quindi nel cattivo uso della tecnologia, nei ciechi meccanismi della ricerca del profitto, nello sperpero di risorse per la produzione delle armi, non nella crescita demografica, n in quella dei bisogni essenziali. Invece di sottoporre i ceti pi deboli e i paesi poveri a una pressione limitante per evitare di mettere in discussione un sistema fondato sullingiustizia e lo sfruttamento si deve fare in modo che tutti possano raggiungere condizioni di vita che consentano unautonoma as113

sunzione di responsabilit rispetto alle risorse. Questa lunica via efficace e democratica per chiudere il cerchio, ovvero ristabilire i grandi cicli della natura spezzati da una tecnologia che sperpera risorse e produce scorie non metabolizzabili. Come si diceva sopra, il dibattito che godr di una platea allargata alla Conferenza di Stoccolma coinvolge anche lItalia. Tra i nostri addetti ai lavori, conduce la critica ai neomalthusiani la nuova rivista Ecologia, edita a partire dal 1971 sotto la direzione dallecologo Virginio Bettini, di cui escono 11 numeri in cui trovano ampio spazio le tesi di Barry Commoner. Due anni dopo, poco prima dellinterruzione delle pubblicazioni di Ecologia voluta dalleditore per ragioni economiche, lincontro tra Bettini e un gruppo di giovani proveniente da alcune scuole milanesi d vita a Denunciamo, che fa riferimento a un vero e proprio Movimento Ecologico. La testata, con i suoi contenuti piuttosto aggressivi, viene pubblicata come supplemento di Ecologia, poi di Acqua & Aria. Rassegna di Ecologia (in seguito Ecologia Acqua Aria Suolo), con cui porter avanti una difficile convivenza per alcuni anni. Molte iniziative, anche se in gran parte fallimentari, furono tentate in quegli anni per dare una veste pi unitaria al variegato mondo delle associazioni, gruppi e circoli costituitisi a partire dalla nuova sensibilit ambientale. Riveste per maggiore interesse in questa sede tornare a indagarne il rapporto con il composito universo della sinistra italiana, istituzionale e movimentista, rispetto alla quale i motivi di incomprensione, se non di ostilit, sono stati effettivamente molti. E tuttavia, verosimile che la natura peculiare del movimento ambientalista nostrano, che molti osservatori hanno indicato nel rifiuto di una impostazione biocentrica (la natura come valore assoluto) in favore di un antropocentrismo politicizzato (essendo laccento posto sul benessere delluomo e della societ), si debba in larga parte a questo stesso rapporto.

4. La sinistra di classe e lideologia ecologista


Giorgio Nebbia nel tentativo di ricostruire la complessa storia nel movimento ecologico italiano parla del periodo 1970-73 come di una primavera dellecologia. La definizione si riferisce allesplodere di interesse e iniziative intorno alla questione ambientale che 114

abbiamo gi visto caratterizzare quella stagione sia sul piano istituzionale che nella societ civile. Per il 1970 vanno ricordati il discorso di Nixon sullo stato dellUnione, che pone per la prima volta lambiente al centro di unazione di governo, la proclamazione da parte del Consiglio dEuropa dellanno europeo della conservazione della natura e la ben pi importante mobilitazione per lEarth Day, la Giornata della Terra del 22 aprile. Nel 1971 Amintore Fanfani istituisce al Senato, di cui allora era presidente, un Comitato di orientamento sui problemi della ecologia composto da 10 senatori di tutti i gruppi e da 6 esperti, tra cui lo stesso Nebbia. Dai lavori di questo comitato nascer, sempre presso il Senato, la prima Commissione speciale per i problemi ecologici (24 giugno 1971), ricostituita poi nella VI legislatura (19 luglio 1972), che non ha certo lasciato tracce significative nella storia della legislazione italiana in materia di tutela dellambiente naturale. Significativamente, nello stesso 1971 si muove anche il PCI, che organizza il convegno Uomo natura societ, sul quale si torner pi avanti. E il 1972 vede, a Stoccolma, la prima Conferenza delle Nazioni Unite sulluomo e lambiente, in preparazione della quale viene presentato il citato rapporto sui limiti dello sviluppo. Questa improvvisa attenzione ai temi ecologici, e in particolare la loro assunzione istituzionale, suscita invece molti sospetti nellestrema sinistra italiana, sia per la natura razionalizzante di una scienza ecologica che non sembra aggredire la questione centrale della compromissione dellambiente umano e naturale e cio la mercificazione delle risorse naturali conseguente allorganizzazione capitalistica del lavoro e dei rapporti sociali sia per la doppia veste di affare economico che sembra prospettare: da un lato la possibilit di scaricare sullintera collettivit i costi di una ristrutturazione tecnologica finalizzata al profitto e dallaltro la stessa apertura di nuovi mercati di prodotti ecologici. Emblematica, rispetto al primo aspetto, la polemica de il manifesto con Italia Nostra sulla questione dellinquinamento della laguna di Venezia, a causa del quale lassociazione chiede lo smantellamento di Porto Marghera offrendo un argomento pi che valido per la chiusura delle fabbriche vecchie o meno produttive e agevolando cos una ristrutturazione pagata dai lavoratori. La critica allideologia borghese dellecologia, alla falsa coscienza padronale dalla quale il movimento operaio dove prendere le di115

stanze, trova acuta esposizione nel libro di Dario Paccino che abbiamo gi incontrato alla direzione della rivista di Pro Natura Natura Societ dal significativo titolo Limbroglio ecologico (1972), dedicato a coloro che per guadagnarsi il pane devono vivere in habitat che nessun ecologo accetterebbe per gli orsi del Parco Nazionale dAbruzzo e gli stambecchi del Parco Nazionale del Gran Paradiso: gli operai delle fabbriche e dei cantieri. Lautore vi traccia una mappa delle varie posizioni nel campo dellecologismo, da quella di destra, dei razionalizzatori alla WWF, che ritengono pi importante salvaguardare lambiente dellorso piuttosto che delluomo, a quella di centro, del fanfecologismo modellato sullesempio di Nixon siamo tutti sulla stessa astronave; la tecnologia riparer i danni della passata imprevidenza; si lasci fare al timoniere , a quelle di sinistra, rispettivamente socialdemocratica, radicale e dei quaresimalisti dellapocalisse. La prima, nel suo insistere sulla capacit terapeutica delle riforme di struttura, si limiterebbe a convalidare la posizione padronale. La seconda, che non a caso si considera essere rappresentata proprio da Nebbia e da quel movimento ecologico americano sul quale lesponente ecologista pone laccento, priva di unanalisi della struttura economica della societ, insegue unimpossibile rivoluzione delle idee fatta dai bei gesti e non si accorge della natura classista di molte delle soluzioni prospettate (per esempio la tassa sulla benzina). La terza, per illustrare la quale si cita un articolo del biologo americano Paul Ehrlich, sostanzialmente un catastrofismo che ripone residue speranze solo nella drastica riduzione delle nascite (in sostanza il malthusianesimo che torneremo a incontrare, pi avanti, come obiettivo polemico anche nella riflessione del PCI). Per Paccino, dunque, luniverso politico-sociale a cui fare riferimento ancora solo quello della sinistra di classe, consapevole della natura ideologica dellecologia e della necessit, per una soluzione del problema del progressivo deterioramento dellambiente naturale, di una trasformazione dei rapporti di potere in fabbrica, nelle istituzioni e nella societ. Ma a questo punto entrano in scena le divisioni che caratterizzano la stessa sinistra di classe italiana. Gran parte di questarea, infatti, privilegiando lo scontro politico per la conquista del potere, riduce la dimensione delle lotte sociali al tema pi immediatamente eversivo del salario, e solo alcuni soggetti assumono un orizzonte pi complesso circa i contenuti e i tempi delle 116

conquiste sociali dei lavoratori. Tra questi il gruppo del manifesto, che in quel periodo ha stretto un rapporto organico con il Collettivo studentesco di Medicina della Sapienza: a questi sostanzialmente si rivolge lanalisi di Paccino. Laccusa che rivolge a entrambi di idealismo. Leredit gramsciana di un primato dello spirito sulla natura, seppure concepito come storia, li porterebbe a pensare la soluzione del problema ecologico come meccanica conseguenza del ribaltamento della struttura socioeconomica, e quindi i problemi legati alla compromissione dellambiente li vedrebbero giocare su un terreno a loro estraneo, incapaci di fare dellecologia unarma veramente conflittuale sia per svelare le mistificazioni borghesi che per impedire concretamente lecocidio planetario. La critica di Paccino appare per molti versi giustificata. Tuttavia, vi sono delle importanti precisazioni da fare. La posizione del collettivo del manifesto, a cui fanno riferimento anche gli studenti romani di Medicina, pi complessa di quella esposta da Paccino. Il progetto intorno a cui nasce portare le lotte operaie a intrecciarsi con i movimenti sociali frutto della consapevolezza di un acuirsi di bisogni collettivi che toccano in modo immediato, anche fuori dalla fabbrica, pi larghi strati sociali. La costruzione di strutture consiliari sul territorio rappresenta un momento centrale di preparazione alla seconda fase rivoluzionaria in Occidente come allora si diceva in virt dellintrinseco accrescimento di potere nelle mani del movimento di massa e della socializzazione e sedimentazione di nuove risorse per il movimento stesso. Come abbiamo gi visto, gli studenti di Medicina di Roma sono parte importante di quei comitati territoriali attraverso i quali temi come legualitarismo, la critica alla tecnica e alla nocivit passano dalla fabbrica al territorio il CdZ della Tiburtina, la lotta al Policlinico, il Consultorio di base a San Basilio e non tanto nella prospettiva di una strategia difensiva sui redditi, loccupazione e i consumi sociali, oppure lottenimento di un parco di quartiere quanto di creazione di esperienze anticipatrici dei processi perch capaci di prospettare piattaforme di lotta che producano uno spostamento di forze reali, una disaggregazione e riaggregazione del tessuto politico tradizionale intorno a una nuova cultura che sappia divenire egemonica. Quando nel 1973 scoppia la crisi, la tematizzazione di una crisi dello sviluppo capitalistico che nellesaurimento delle risorse naturali ed energetiche e, pi in generale, nel disastro ecologico mo117

stra il suo carattere regressivo e quindi il rifiuto di ogni strategia riformista volta a rilanciarne e razionalizzarne le forze, porter il collettivo del manifesto a proporre, provocatoriamente, un modello di stagnazione alternativo basato su di un nuovo legame sociale che non pu considerarsi il frutto del meccanico passaggio da una gestione privata a una pubblica delleconomia. Il solo modello di sviluppo storicamente e razionalmente concepibile deve avere come caratteristica essenziale un aumento della produttivit che non sia il presupposto di una moltiplicazione produttiva delle merci, ma offra la possibilit di liberare quote crescenti di risorse umane e materiali per un tipo di attivit e di consumo parimenti liberi e parimenti creatori: la citazione tratta da un documento redatto da Lucio Magri allinizio del 1974, in cui si deve notare la nettezza con cui, per la prima volta in quellarea, la questione delle risorse ambientali viene posta alla base dellanalisi. Se una sostanziale discordanza di opinioni esiste, non sembra dunque riguardare tanto lecologia conflittuale di Paccino, quanto coloro che, in quegli anni, ponevano laccento sulla contraddizione tutta naturale dello sviluppo, sulla esauribilit delle risorse intesa come limite oggettivo e non come il prodotto della contraddizione sociale intrinseca al modo capitalistico di produzione.

5. La posizione dei comunisti


Lapertura pi esplicita e sistematica allecologia come nuova tematica politica che si possa registrare a sinistra in questi anni si deve al PCI, con il convegno Uomo natura societ. Ecologia e rapporti sociali, svolto nel novembre del 1971. Mentre si fanno pi evidenti i sintomi della crisi ambientale e si infittiscono gli episodi di contestazione, la grande offensiva politica di Nixon del 1970 e quella del senatore democristiano Fanfani lanno successivo hanno ormai inserito la parola ecologia nellagenda politico-istituzionale. Il convegno costituisce quindi una risposta aspramente polemica a questi ultimi, e il tentativo di interlocuzione con alcuni intellettuali ed esponenti della cultura ecologica esterni al PCI (Giorgio Nebbia, Virginio Bettini, Dario Paccino e altri), indicando la teoria marxista e la lotta del movimento operaio per il socialismo come lunico contesto in cui sia possibile affrontare coerentemente una crisi ambien118

tale letta come frutto dello sviluppo capitalista. Ma le suggestioni culturali anche radicali messe qui in campo non possono che subire traduzioni politiche al di sotto della sfida che esse stesse pongono, risolvendosi in unintegrazione delle istanze ecologiche nella proposta riformatrice gi elaborata allinterno della tradizionale visione quantitativa dello sviluppo. Il convegno Uomo natura societ certamente un momento importante, ma non certo una tappa di un processo lineare di avvicinamento dei comunisti italiani allecologia. Appare piuttosto come una parentesi, destinata a richiudersi rapidamente. Questa iniziativa matura dallattivit di aree del gruppo dirigente del partito il gruppo Sicurezza sociale, che si occupa prevalentemente di previdenza, sanit e assistenza, e la Commissione cultura impegnate, tra la met degli anni Sessanta e linizio degli anni Settanta, nel tentativo di collegarsi con le istanze innovatrici provenienti dai nuovi movimenti e di integrarle nella visione riformatrice del PCI. In questi anni lIstituto Gramsci organizza diversi convegni, pensati come momenti di studio e iniziativa politica, tra i quali La medicina e la societ contemporanea (Roma, 28-30 giugno 1967), e Psicologia, psichiatria e rapporti di potere (Roma, 28-30 giugno 1969); da sottolineare in particolare la rilevanza politica di questultimo, nel quale si svolge un difficile confronto con il movimento psichiatrico antistituzionale. Sar del 1973 (Torino, 8-10 giugno) un grande convegno su Scienza e organizzazione del lavoro, volto a mettere a punto una lettura delle profonde trasformazioni fordiste dellorganizzazione del lavoro nelle fabbriche. Tra i dirigenti che animano questa attivit politico-culturale spicca Giovanni Berlinguer, membro della Direzione del PCI, studioso di medicina sociale impegnato sui temi della politica della scienza e docente allUniversit di Roma, dove stringe rapporti di collaborazione con gli studenti che si mobilitano nella Facolt di Medicina a cavallo del 1968. Il convegno sullambiente, organizzato nel 1971 presso la scuola di partito di Frattocchie (Roma), nasce per iniziativa della Commissione cultura guidata allora, tra gli altri, dallo stesso Berlinguer e dellIstituto Gramsci. Cos Berlinguer ne ricostruisce le premesse politico-culturali:
Vorrei ricordare, per avervi partecipato direttamente in quanto lavoravo alla federazione romana, e per aver scritto anche un libro-inchiesta su

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questo tema, il lavoro che fu fatto negli anni Cinquanta per il risanamento delle borgate romane, che era diventato uno dei compiti fondamentali dei comunisti della capitale e che si pu intendere come trasformazione dellambiente urbano a partire dalle condizioni delle abitazioni, dallapprovvigionamento idrico, dalle strade, dai servizi, dal verde, dalla lotta contro laffollamento, contro lemarginazione, ecc. Movimenti simili ci furono anche in altre citt e in altre zone, sia sulle condizioni di vita che su problemi strutturali come la regolamentazione dei fiumi, o su temi ambientali-culturali come la lotta contro il saccheggio della Valle dei Templi di Agrigento. Per non cera unidea chiara, unitaria, del rapporto tra queste condizioni e il problema ambientale nel suo complesso, e soprattutto del rapporto tra ambiente umano e ambiente naturale. Prevaleva una cultura industrialista che lasciava ai margini problemi che poi sono emersi in periodi successivi e, soprattutto, da fonti diverse. Cera una forte consapevolezza della qualit sociale dello sviluppo, non c dubbio, [] in termini di equit, di lotta contro lo sfruttamento del lavoro, in termini di diritti dei giovani e delle donne. Per non cera una chiara consapevolezza della qualit ambientale1.

Lo storico Franco Ferri, direttore dellIstituto, presentando il convegno dichiara che durante la fase preparatoria si sono dovuti superare sordit e momenti di scetticismo. A sua volta Berlinguer che introduce i lavori e li chiude nelle conclusioni afferma di prevedere che vi saranno croniche sordit, lunghe sedimentazioni e inerzie da vincere; inoltre, bench il compito di affrontare il tema Uomo e natura nel marxismo sia autorevolmente affidato al filosofo Giuseppe Prestipino, non pu fare a meno di criticare lassenza di altri importanti filosofi di orientamento marxista. Con riguardo ai filosofi, cos prosegue il ricordo di Berlinguer:
Avevano una concezione materialistica della storia ma non una concezione materialistica della natura umana e del rapporto tra la natura umana e la natura in generale. Come buona parte della tradizione marxista non soltanto italiana, consideravano la natura come un antefatto, come ci che precede la storia, non tenendo conto del fatto che la natura anche un presente, un presente biologico che fa parte della natura umana e un presente ambientale che fa parte della societ umana, influenzato dalla societ umana e che influenza la societ umana2.
1 2

Intervista degli autori a Giovanni Berlinguer, 7 dicembre 1998. Ivi.

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Nella sua relazione introduttiva Berlinguer analizza le diverse letture della questione ecologica emergenti nei vari orientamenti culturali e politici. Il mondo cattolico descritto come profondamente disorientato tra appelli alla fecondit e preoccupazione per la sopravvivenza, tra critica del capitalismo e rivincita medioevale o sismondiana contro ledonismo, il produttivismo, la corsa al benessere materiale; mentre si rinnova lincubo dellApocalisse, Berlinguer vede spesso prevalere, tra i cattolici, il pauperismo. Nelle posizioni di scienziati come Adriano Buzzati Traverso come in certe campagne dellEspresso viene rintracciata una tendenza culturale catastrofista che riflette una crisi irreversibile dellidea borghese di progresso; per Berlinguer questa tendenza, che ha come presupposto limmutabilit degli attuali rapporti sociali, pu sortire in fatalismo e irrazionalit, perfino in aperta reazione. Altro obiettivo polemico di Berlinguer e di molti partecipanti al convegno quel malthusianesimo demografico e produttivo, con autorevoli sostenitori negli organismi internazionali, che cerca di congelare le disuguaglianze planetarie per frenare il consumo delle risorse, attento alla crescita della popolazione e non alle conseguenze ambientali dei rapporti sociali. Viene citato poi il mito naturistico della natura amica contrapposta alla tecnica avversa, coltivato da quanti dimenticano le civilt scomparse a causa della natura ostile. Non solo: linvito a non mutare lomeostasi della natura sottintende, quasi sempre, lappello a non modificare lomeostasi della societ, il richiamo a non turbare la pace sociale con la lotta di classe. Si denunciano gli interessi dellindustria, che mira al doppio affare dellinquinamento, ovvero a sviluppare tecniche per realizzare profitti disinquinando dopo aver guadagnato inquinando. Infine, la posizione di Nixon viene analizzata come un boomerang: in America e altrove sorta la domanda: perch una societ cos ricca tecnologicamente produce una vita di qualit cos povera? E le risposte sono state severe. Biocidio, razzismo e Vietnam sono stati ricondotti ad una matrice comune. Il convegno respinge nettamente la definizione semplicistica dellecologia come scienza borghese, ma si mostra consapevole, con il biologo Ettore Tibaldi, che la protesta ecologica ha avuto finora unorigine chiara, in alto e a destra. Lallusione al binomio Nixon-Fanfani, che ricorre spesso nel dibattito e spiega politicamente la riluttanza dei comunisti ad affermare anchessi, con lecologo Vir121

ginio Bettini, che lecologia rossa (al di l delle obiezioni teoriche rivolte alla sovrapposizione tra il piano della scienza e quello della politica). Sul piano strettamente teorico, il tema della collocazione politica dellecologia d lo spunto ad alcuni relatori per una presa di distanza da autori che costituiscono importanti riferimenti culturali del movimento giovanile. Per Prestipino la Scuola di Francoforte estende alla ragione la critica hegeliana dellintelletto e regala al capitalismo anche la razionalit, scegliendo per s la ragione negativa, cio lirrazionalismo. Ora, noi dobbiamo dire chiaro e tondo, invece, che siamo per la ragione, anzi che siamo la ragione. In concreto, dobbiamo affermare che solo disegno razionale quello che si rivela capace di attuare la gestione pianificata del territorio, non semplicemente della fabbrica e della economia in senso stretto; la gestione pianificata dellambiente, non semplicemente del territorio. Lantropologo Giuseppe Di Siena, sempre con riferimento tra gli altri ai francofortesi, critica lecologia di destra per la quale limputata diventa la scienza, la scienza in generale, non i rapporti capitalistici di produzione, non quella scienza sussunta sotto questi rapporti sociali. Altri temi di discussione ricorrono tra i comunisti. Il primo la disputa tra sostenitori del primato della fabbrica (soprattutto i partecipanti di estrazione operaia e sindacale), per i quali il capitalismo potrebbe anche risolvere il problema dellinquinamento esterno, ma non quello dellinquinamento in fabbrica perch esso sarebbe proprio dei rapporti di produzione capitalistici, e quanti mettono in guardia dalla riduzione dellecologia alligiene del lavoro, come larchitetto Toms Maldonado, secondo il quale per la grande industria invece pi difficile rinunciare al maltrattamento delle acque, dellaria e del suolo. [] E questo importante per il lavoratore, perch conviene non dimenticarlo egli sar sempre il primo a subire gli effetti del deterioramento ambientale allesterno della fabbrica, gli effetti della natura putrefatta di cui parlava Marx. Un altro confronto si svolge attorno al tema, gi accennato, della demografia, tra quanti si limitano a denunciare i neomalthusiani come reazionari e coloro che mettono in risalto le tendenze demografiche come oggettivamente confliggenti con gli equilibri ambientali. Comincia inoltre ad affacciarsi il tema del conflitto tra occupazione e difesa dellambiente. Tutti questi nodi vengono affrontati 122

sostanzialmente sul piano ideologico, in unaffermazione della superiore razionalit del punto di vista dei comunisti che cerchi di tenere insieme le varie posizioni. Se pure con fatica, e in settori non maggioritari del Partito comunista, il tab saltato, lecologia ha conquistato diritto di cittadinanza. Tuttavia si tratta appena dellapertura di una strada incerta: la riflessione sullecologia non di per s unelaborazione del senso e degli obiettivi dello sviluppo; la parola limite non ancora pronunciata ed forse impronunciabile, come si vedr lanno successivo con la polemica sul rapporto del MIT al Club di Roma; si accenna timidamente a una riflessione antropologica, alla necessit di elaborare una nuova teoria dei bisogni che fornisca una guida per indirizzare produzione e consumi su una via di compatibilit con lambiente, ma si scioglie il nodo in unastratta opzione per la selezione tecnologica a scapito dellastinenza tecnologica. Sul piano delle politiche ambientali, prevale la denuncia dei disastri passati e previsti; in particolare, si tende a considerare questa a cominciare dai dissesti dovuti alla gestione predatoria del territorio e dei sistemi urbani come un capitolo del cahier de dolances attribuito alle responsabilit del malgoverno democristiano. Pesa qui leredit di una tradizionale interpretazione del capitalismo italiano, uscita vincente dal dibattito dellXI Congresso, che legge la vicenda nazionale in termini di arretratezza, di modernizzazione squilibrata, per un difetto di maturit della classe dominante politica ed economica. I comunisti, nel complesso, tendono a ricondurre, a fare dipendere anche lecologia dal quadro delle riforme di struttura. Va detto peraltro che si riflettono qui i limiti di una maturazione che in tutta la societ italiana di l da venire (gli stessi ecologisti sono ancora molto lontani, per esempio, da quella che sar, a partire dalla seconda met degli anni Settanta, limpostazione della loro posizione sullenergia, e tuttora sostengono la scelta nucleare). Con particolare riguardo alla posizione dei comunisti italiani, tra le conseguenze di unimpostazione a tratti riduttiva della tematica si scorge qualche illusione democraticistico-istituzionale legata alla contemporanea entrata in campo delle Regioni e degli enti locali nellordinamento italiano, che appaiono qui evidentemente investiti di una grande speranza di trasformazione della societ: al limite, si tende a sovrapporre la riforma dello Stato alla ricerca di una diversa strada dello sviluppo, confondendo osserva oggi Berlinguer il 123

decentramento dei poteri con lapertura di concreti spazi di partecipazione democratica nel territorio capace di perseguire un nuovo rapporto tra societ e ambiente. Lanno successivo quello della pubblicazione del rapporto sui limiti dello sviluppo, in preparazione della prima Conferenza delle Nazioni Unite sulluomo e lambiente. In occasione di questi due eventi, il dibattito riprende quota tra i comunisti, con un polemico articolo su Rinascita di Giovanni Berlinguer. Lobiettivo larea dei tecnocrati e degli imprenditori del Club di Roma, dei neomalthusiani e dei sostenitori della crescita zero. Una lunga risposta del filosofo Emilio Garroni anima la discussione, mettendo il dito sulla piaga: insieme allacqua sporca delle possibili conseguenze reazionarie dellanalisi degli scienziati del MIT, i comunisti rischiano di buttare via una riflessione radicale sullo sviluppo e la distinzione tra i suoi contenuti quantitativi e quelli qualitativi. Allintervento di Garroni ne seguono diversi altri. Cos Berlinguer ricorda quei passaggi:
Criticai unilateralmente questo rapporto (MIT) su Rinascita, senza rendermi conto che conteneva delle sostanziali novit di cui bisognava tener conto, e vidi pi laspetto restrittivo che lo stimolo che poteva portare a una concezione diversa dello sviluppo. In effetti era un rapporto puramente quantitativo, estrapolava le tendenze coeve e mostrava come alla fine si sarebbe arrivati alla catastrofe. E poi era eccessivamente incentrato sul tema della popolazione, incoraggiando tendenze neomalthusiane e presentando anche un malthusianesimo delle cose. Il che contiene anche un elemento di verit, ma era del tutto assente il problema della qualit dello sviluppo, il problema sociale, delle differenze, delle ineguaglianze. Su queste critiche si svilupp la discussione su Rinascita, che port anche ad una correzione di tiro, tanto vero che una delle prime cose che facemmo poi fu di prendere contatto con Commoner, che era stato il protagonista del Forum svolto parallelamente allincontro ufficiale di Stoccolma. La sua influenza sulla sinistra italiana e sullo stesso PCI fu notevole. Direi che noi ci innamorammo di Commoner e lui del PCI, fu un interesse reciproco, perch lui vide nel PCI quel che mancava assolutamente negli USA e in altri paesi, cio una forza politica che fosse capace di avere un sostegno di massa, collegarsi al movimento dei lavoratori, e quindi di tradurre in pratica alcune delle sue idee3.

Ivi.

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Nel frattempo esce anche in Italia, suscitando una certa attenzione, il libro dello stesso Commoner Il cerchio da chiudere. Il PCI cerca un interlocutore scientifico di livello internazionale e lo trova in questo biologo che gode di una certa popolarit nel suo paese e si pronuncia con nettezza contro lo sviluppo capitalista e le ipotesi neomalthusiane, tanto che lanno successivo lamministrazione comunale di sinistra di Cervia (cittadina romagnola allavanguardia nella depurazione degli scarichi civili) assegna allo scienziato il primo premio internazionale per lecologia e gli Editori Riuniti provvedono a pubblicare altri suoi scritti. Ma quando si arriva alla crisi energetica, alla fine del 1973, nellanalisi della nuova situazione che si profila il PCI pone laccento soprattutto sul tema della scarsit relativa delle fonti energetiche, legata anche alle strategie delle multinazionali e degli Stati Uniti, e non coglie loccasione per una riflessione che anticipi la scarsit assoluta delle risorse energetiche e naturali. Lorizzonte della proposta comunista e resta quello di un indeterminato nuovo modello di sviluppo il cui essenziale carattere distintivo lo spostamento dellasse delleconomia verso i consumi sociali. Quando la crisi economica fa sentire i suoi effetti, e sul piano politico si profila un accesso del PCI allarea di governo, progressivamente perde sempre pi peso la ricerca di strade diverse dello sviluppo. La stessa riflessione sui problemi ambientali avviata nel 1971 ormai delegata ad aree ristrette del partito se ne occupa ancora con una certa continuit Giovanni Berlinguer ma scompare, anche sul piano simbolico, dietro lassenso al Piano energetico nazionale presentato dal governo nel 1975, con le sue decine di centrali nucleari ormai compattamente avversate dagli ambientalisti, e di l a uno-due anni anche dalla nuova sinistra e dal movimento del 77. A Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, sito prescelto per una grande centrale nucleare, si consumer una frattura profonda tra il PCI e praticamente ogni cosa che si muova fuori di esso tra le fasce giovanili e i nuovi movimenti, istanze anche assai differenziate ma che si coaguleranno intorno alla lotta antinucleare. N potr colmare questa frattura la riflessione sullausterit tesa a favorire lincontro con il mondo cattolico in nome di una riforma del consumismo avviata nel 76 da Enrico Berlinguer contestualmente alla proposta di compromesso storico. Lausterit sar anzi aspramente criticata dalla rivolta giovanile, che ne coglier una limitazione moralistica alla libera espressione dei bisogni soggettivi, e non 125

sembra abbia lasciato tracce rilevanti nella storia dei rapporti tra il PCI e gli ambientalisti. Nondimeno, non mancano, allinterno di quel partito, persone che hanno vissuto la proposta berlingueriana come un nuovo segnale dapertura alla critica anche ambientalista dello sviluppo, lamentandone semmai la timidezza e denunciando lostilit di gran parte del gruppo dirigente, che avrebbe avversato quella prospettiva.

6. Il modello teorico sindacale di analisi e controllo della nocivit


Si accennato allevoluzione della riflessione sindacale sul tema della nocivit ambientale, e, in particolare, al pionieristico impegno della Camera del Lavoro di Torino al quale solitamente ricondotta. Gli stessi protagonisti di quella lunga stagione, da Ivar Oddone a Gastone Marri, dalla seconda met degli anni Settanta hanno fornito una prima ricostruzione storica della loro esperienza. Schematizzando la loro lettura, la costruzione della linea sindacale sulla salute sarebbe avvenuta secondo quattro momenti: limmissione nellattivit camerale di alcuni tecnici sino ad allora estranei al sindacato, che si impegnano nelle prime grandi inchieste sulla salute in fabbrica adottando un punto di vista epidemiologico ( il periodo delle indagini alla Farmitalia di Settimo Torinese e alla FIAT, rispettivamente del 61 e 64, che portano alla costituzione del primo Centro camerale contro la nocivit); la successiva scoperta di una specificit operaia rispetto alla nocivit da lavoro che mette in dubbio la supposta neutralit del sapere scientifico, quindi la razionalit tecnologica che legittima lorganizzazione capitalista del lavoro, e permette lelaborazione di un modello teorico di analisi e controllo della nocivit; la diffusione di questo modello nel biennio 1968-69 sullonda del movimento dei delegati (la prima dispensa della FLM sullambiente di lavoro del 69), e, infine, nei primi anni Settanta, la sua esportazione nelle lotte sul territorio e per la riforma sanitaria. Lungo questo processo, che trova compimento sul piano formale con i contratti del 1976 e lapprovazione della riforma sanitaria nel 1978, sarebbe intervenuto un radicale mutamento nel modo di considerare lambiente di lavoro e di vita in una parte tanto ampia 126

quanto non quantificabile di popolazione (negli anni Settanta il numero di accordi aziendali stipulati sullambiente e di vertenze locali dellordine di decine di migliaia). Nel modello teorico elaborato dal gruppo di Torino, e socializzato attraverso la formazione sindacale organizzata dallINCA-CGIL, il vissuto quotidiano di un gruppo operaio sottoposto alle stesse sollecitazioni in un stesso ambiente, cio di un gruppo omogeneo, assunto come dato indispensabile al fine di conoscere le cause, lentit e la qualit del disturbo sanitario, e formulare quindi le possibili soluzioni. Il gruppo omogeneo diventa allora lentit soggettiva che fonda lindagine epidemiologica e il giudizio del gruppo stesso appare come lunica misura scientificamente valida della tollerabilit o meno delle condizioni di lavoro (da cui i principi della non delega e della validazione consensuale). Demistificata la cosiddetta scientificit dellorganizzazione del lavoro, il discorso sulla salute, come bene non mercificabile, si apre ad un orizzonte pi vasto, che a partire dal rifiuto della monetizzazione del danno si traduce nella richiesta di controllo e modifica del processo produttivo. Nel marzo del 1966, allapprossimarsi dei rinnovi contrattuali, la CdL di Torino in collaborazione con lINCA propone di istituire Comitati aziendali paritetici per il controllo della nocivit ambientale (nei primi anni Settanta sostituiti dalle Commissioni ambiente, nella maggioranza dei casi composte da delegati), il registro delle condizioni ambientali (polveri, fumi, gas, temperatura, umidit, ventilazione) e quello dei dati biostatistici (rilevazione statistica dei dati sulla salute contenente il numero delle assenze, delle malattie e degli infortuni). Questi strumenti, ai quali poi si aggiungono il libretto sanitario individuale (generalit del lavoratore, reparto, attivit lavorativa svolta, disturbi o malattie accertate) e il libretto di rischio, vengono gradualmente recepiti dai contratti nazionali degli anni successivi, demandandone lattuazione alla contrattazione articolata. Ed proprio con ladozione della nuova modalit di lotta sindacale articolata, e con la conseguente affermazione del movimento dei delegati nel 1969, che il tema della nocivit del processo produttivo diventa patrimonio di massa. Nel biennio 68-69, il significato della contrattazione articolata viene stravolto dalla rivendicazione del delegato e dalla nascita dei Consigli di fabbrica, e da regolamento desecuzione di quella ca127

tegoriale si trasforma in una sorta di contrattazione permanente tra potere imprenditoriale e potere sindacale in fabbrica che investe tutti gli aspetti dellorganizzazione del lavoro, il cottimo, i tempi, i ritmi e le pause, la composizione delle squadre ecc., e contribuisce notevolmente alla diffusione della nuova sensibilit operaia sui temi della salute e della nocivit ambientale. Inizia quindi la fase pi matura e significativa del conflitto per il diritto alla salute che porter la linea sindacale sullambiente di lavoro, sancita dallarticolo 9 dello Statuto dei Lavoratori (1970), ad uscire dalla fabbrica per divenire modello delle lotte sociali. Tuttavia, a dispetto del grande successo ottenuto con lo Statuto, la questione ancora limitata alle poche grandi aziende presenti sul territorio nazionale, tanto che i primi accordi aziendali veramente innovativi sono stipulati alla Zanussi-Zoppas e alla FIAT solo nel luglio del 1971. La necessit di elaborare un unico piano dazione, capace di coinvolgere tutte le categorie e aziende della penisola, induce le tre Confederazioni a promuovere il primo convegno unitario sullambiente di lavoro a Rimini, nel marzo del 1972, che elabora forse il tentativo di sintesi pi alto della strategia sindacale per rimuovere la nocivit in fabbrica e nel territorio. Elemento imprescindibile del conflitto sociale a difesa del diritto alla salute la centralit della fabbrica e della lotta per la trasformazione dellorganizzazione del lavoro, che gi lotta per un nuovo modello di sviluppo che metta al centro le finalit sociali della produzione. Ancora a Rimini, oltre a ribadire il principio della non monetizzazione e il diritto di denuncia e intervento del Consiglio di fabbrica sulle condizioni ambientali nocive, i sindacati confederali rivendicano il diritto a intervenire sulla politica degli investimenti, sul dove e come devono essere costruiti i nuovi impianti, diritto che entra a pieno titolo, almeno da un punto di vista formale, nei contratti di categoria del 1976. Il punto veramente controverso tra quelli analizzati nel convegno riguarda i MAC (concentrazione massima ammissibile di sostanze nocive), la loro accettazione o meno come parametri per giudicare la tollerabilit di un ambiente di lavoro. La questione ha alle spalle un lungo dibattito in ambito sindacale. Nei primi anni Settanta i MAC vengono inseriti nei contratti aziendali, e la pronuncia a Rimini a favore della loro accettazione fa s che trovino sanzione nel rinnovo contrattuale del 1973. 128

Una posizione radicalmente alternativa rispetto ai MAC per espressa dai delegati del Gruppo di prevenzione e igiene ambientale (GPIA) del Consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza. La storia di questo collettivo altrettanto lunga e significativa di quella del gruppo della CdL di Torino. A partire dal 1966, infatti, a Castellanza prende vita il movimento Intercentri, inizialmente animato da alcuni ricercatori del Centro ricerca della Montedison e del Centro Donegani di Novara, ma ben presto capace di coinvolgere diversi altri centri di ricerca italiani. Lobiettivo del movimento, che si propone da subito di tenere insieme i laureati e gli operai, essenzialmente la messa in discussione dellorganizzazione gerarchica della ricerca industriale, evidenziandone la caratterizzazione classista e falsamente neutrale. Ancora prima del 1969, quindi, Intercentri affronta il problema di cosa produrre, come produrre, dove produrre, per chi produrre, con quali fini, ecc. Con lesplodere della contestazione studentesca e della conflittualit operaia, si apre anche la nuova stagione di lotte sul terreno della nocivit in fabbrica, perch un gruppo di medici proveniente dalle esperienze universitarie si rende disponibile al lavoro dinchiesta insieme agli operai. Nasce cos il GPIA del CdF, che nel 1970 d vita al Centro autogestito di prevenzione e igiene ambientale del territorio di Castellanza. Nello stesso anno cominciano le vertenze miranti alla bonifica dei cicli produttivi, al risanamento dei luoghi di lavoro e dellambiente circostante che, con un andamento ovviamente non lineare, ottengono comunque vittorie significative. Tra queste, gi nei primi anni Settanta, importanti miglioramenti e innovazioni impiantistiche di reparti altamente inquinanti che consentirono labbattimento dei fattori di nocivit per i lavoratori insieme a quello delle emissioni di polveri e gas verso lesterno, il recupero e riutilizzo dei sottoprodotti, nonch un significativo risparmio energetico. Un processo conflittuale ma condotto con consapevolezza progettuale che riusc a far toccare con mano alle gerarchie aziendali che non inquinare era anche economico, come ricorda Luigi Mara, allepoca ricercatore della Montedison di Castellanza. In un documento elaborato nel giugno del 1972 al fine di porlo allattenzione di tutti i lavoratori del settore chimico, dei tecnici, delle forze politiche e sindacali interessate, il GPIA prende chiaramente posizione contro il ricorso ai MAC, in primo luogo perch i valori di massima concentrazione ammissibile non hanno alcuna 129

validit scientifica (si riferiscono ad una astratta persona sana, nel pieno del suo vigore fisico, e non sottoposta allo sforzo lavorativo complessivo, inoltre sono stabiliti da coloro che mai saranno esposti alle sostanze nocive). I MAC si limitano a esprimere i rapporti di forza fra potere economico-industriale e potere sindacale in un dato momento storico, e, in sostanza, perpetuano quel sistema inquinante e di malattia-morte operaia in cui si presuppone linnocuit della produzione di una certa sostanza, o dellattivazione di un certo ciclo di lavorazione, per intervenire solo in un secondo momento a determinarne la nocivit. In nome del diritto inalienabile alla salute, il GPIA di Castellanza arriva dunque a teorizzare il MAC zero, o rischio zero, allinterno e allesterno della fabbrica (nella piattaforma del gruppo Montedison del 22 gennaio 1977 il GPIA riesce ad imporre linserimento del MAC zero per il CVM, cloruro di vinile monomero). Rispetto alla politica di salvaguardia dellambiente naturale il GPIA propone la strategia adottata alla Montedison di Castellanza come modello per le azioni contro la nocivit da svolgere allesterno della fabbrica. Si gi detto che il diritto sindacale ad intervenire nelle scelte produttive trova sanzione nei contratti del 1976. A questa data la copertura contrattuale assicura a tutti i lavoratori i seguenti diritti nel campo della conoscenza e del controllo dei rischi e dei danni: obbligo per lazienda di comunicare natura e composizione delle sostanze chimiche utilizzate; rifiuto di quelle di cui non si conosce la composizione; diritto ad eseguire controlli ambientali e a redigere registri e libretti, alle visite mediche periodiche, alla decisione circa la modalit di utilizzo dei servizi sanitari ed igienici. Per quanto riguarda la riduzione dei rischi: adozione dei MAC; obbligo di manutenzione e sostituzione delle sostanze nocive; riduzione dellorario, aumento delle pause, rotazioni ecc. Nel campo dei diritti dintervento per la modifica dei processi produttivi: intervento in fase di progettazione e ristrutturazione; intervento sul terreno dellecologia (nel senso dellinquinamento interno ed esterno alla fabbrica); diritto di contrattazione dei nuovi insediamenti industriali ai fini della loro localizzazione sociale e dei cicli produttivi, dei tempi, ritmi, organici ecc. A questo punto si pu dunque avanzare una prima interpretazione circa la cultura sindacale dellambiente, inteso come ambiente di lavoro e di vita, cos come si delinea e diffonde a partire dai primi 130

anni Settanta, nello stesso periodo in cui lambientalismo muove i primi passi. In questa luce sempre pi difficile riproporre la questione di una conflittualit insanabile tra movimento operaio e movimento ambientalista, prodotto del ricatto occupazionale. Il punto di vista sulla nocivit ambientale elaborato dal movimento operaio affonda le sue radici nella critica allorganizzazione capitalistica del lavoro e della societ, che critica a uno sviluppo fondato sullo sfruttamento e la mercificazione dei beni essenziali. In sostanza, la nocivit, sia in fabbrica che nellambiente di vita, il prodotto di ununica causa, il sistema capitalista di produzione, e in quanto tale si elimina nei suoi effetti sul territorio solo applicando il modello preventivo gi sperimentato dagli operai sul posto di lavoro (non delega, validazione consensuale, libretti e mappe di rischio, controllo del processo produttivo). Il problema semmai quello di come esportare questo modello allesterno della fabbrica, con lausilio di quali soggetti del conflitto. Ma qui la risposta obbligata: lavvio del cambiamento nel territorio possibile solo in virt della posizione egemonica degli operai in fabbrica (grazie alla quale si hanno provvedimenti di bonifica degli impianti, diverse scelte produttive ecc.); il gruppo operaio, quindi, si pone sempre come il riferimento necessario per tutti coloro che, portatori di singole esperienze relative ai problemi della comunit, dallinquinamento ai servizi sociali, intendono aprire spazi di conflittualit sul terreno della salubrit dellambiente di vita. In questa analisi evidente la sottovalutazione delle trasformazioni sociali in atto nella seconda met degli anni Settanta, che avviano la marginalizzazione della classe operaia come soggetto del conflitto. Emerge, inoltre, come limpostazione sindacale, anche nelle sue pi avanzate elaborazioni, non acceda al punto di vista che coglie le contraddizioni ecologiche dello sviluppo, punto di vista che, per la verit, allepoca, in alcuni ambienti della variegata cultura ambientalista piuttosto immaturo, e persino inaccettabile sul piano della giustizia sociale. Rispetto a questi ultimi, ha quindi buon gioco Elio Giovannini, allora segretario della CGIL, che nel 1973, in un intervento pubblicato da Rassegna di medicina dei lavoratori, prende le distanze e alimenta le polemiche:
stato detto che le condizioni di vita delle grandi masse dipendono dai movimenti del capitale determinati dalla sua redditivit. Dal momento in

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cui si accetta questa redditivit come condizione o metro dello sviluppo della societ, abbastanza difficile sottrarre una parte delle risorse, siano umane o naturali, alla legge naturale. Per questo non pu essere considerato scandaloso che lo sviluppo capitalistico abbia contaminato le acque, edificato i ghetti urbani, resa irrespirabile laria se non si comincia col dichiarare scandaloso il fatto che il primo industrialismo abbia distrutto fisicamente due generazioni nel lavoro di fabbrica. [] E se non si comincia col dichiarare inaccettabile il prezzo immenso che i lavoratori pagano ogni giorno alla produzione in termini di infortuni, di ammalati, di nevrotici.

Lanalisi di parte operaia di Giovannini si trasforma quindi in un esplicito affondo polemico contro lincapacit dellambientalismo di trasferire la questione ecologica dal campo astratto delle fatalit al terreno concreto dello scontro politico:
La differenza tra il sindacato ed Italia Nostra, nellaffrontare la questione dellambiente, sta tutta qui: che il sindacato parte dalle distruzioni di risorse umane consumate nel processo produttivo per misurare la distruzione di risorse naturali che di questo tipo di processo produttivo la naturale conseguenza. Questo significa mettere con i piedi per terra la questione ecologica, trasferendola dalle fatalit delle catastrofi naturali al piano pi concreto di una lotta politica e sociale che possibile organizzare a partire da un mutamento che deve avvenire nella organizzazione del processo di produzione fino ad investire lintero ambiente sociale. In questo senso il sindacato interessato in prima persona nella lotta sullambiente. [] La faccia nascosta della questione ecologica consiste in un massiccio intervento finanziario pubblico destinato a favorire la ristrutturazione di grandi comparti della industria nazionale, ed a modificare i rapporti di forza tra i grandi gruppi. [] Proprio perch su questo terreno si giocher una partita importante per lavvenire del paese [] il sindacato intende impegnare le sue forze perch prevalgano, in uno scontro chiaro, gli interessi fondamentali dei lavoratori. Il primo passo necessario perch questo sia possibile consiste nel dire che si tratta di uno scontro fra interessi e forze profondamente diverse: anche se questo vuol dire rompere un fittizio umanesimo ecologico.

Ma quello che Giovannini non vede o non riesce a vedere, e come lui molti esponenti del sindacalismo italiano, che la migliore cultura ambientalista di quegli stessi anni, a prescindere dalle teorie dei tecnocrati, non si pone su un piano alternativo o antagonista rispetto a quello del movimento operaio, ma sta invece elaborando 132

un nuovo e pi vasto approccio ai problemi dellambiente. Un approccio che non pi egemonizzato dalla dimensione sanitaria e dalla centralit della fabbrica perch si rivolge allanalisi del consumo dei beni oltre che alla loro produzione, e teorizza la questione dei nessi non lineari tra i fenomeni, considerando quindi gli effetti differiti nel tempo e nello spazio della produzione e del consumo. E che, tuttavia, non pu esimersi dallassumere la critica al modello capitalista di produzione e organizzazione della societ delineato in ambito sindacale in un decennio di lotte e riflessioni, anche grazie allapporto studentesco, cos come non pu non scendere sullaltro importante terreno politico insito nellaffermazione della soggettivit operaia, cio la rivendicazione di democrazia nei processi decisionali che riguardano la comunit. il consumarsi di questa incomprensione tra il movimento operaio e quello ambientalista, dovuta forse alla effettiva immaturit del momento storico nel favorire il dialogo tra due identit tanto differenti sia da un punto di vista socio-culturale che per finalit immediate, che nei decenni successivi, segnati da una profonda modificazione dei processi produttivi su scala planetaria, porter allapprofondirsi della loro distanza sino a momenti di vera e propria rottura.

7. La sinistra ecologica tra movimento e riviste


Come si gi visto, la grande ondata del 68-69 investe lambito delle tematiche ecologiche, moltiplicando e radicalizzando i conflitti e i soggetti in campo. Mentre le associazioni tradizionali crescono e nuovi gruppi locali vengono alla luce, prendono corpo alcune esperienze che impegnano delle minoranze ma che sono qualitativamente molto significative per la loro capacit di comunicare a un ambito pi vasto e di sperimentare inediti percorsi politico-culturali, percorsi che si sono dimostrati fondamentali nella maturazione della cultura ambientalista italiana. Ci in particolare nellarea milanese, per lintreccio tra uno scenario tecnologico-produttivo avanzato e alti livelli di conflittualit e maturit espressi dagli operai, dagli studenti e dai tecnici. In un contesto tecnico neutrale costituito dalla gi esistente rivista Acqua & Aria, bimestrale diretto da un ingegnere sanitario (France133

sco Piovesana) che si occupa di approvvigionamento, depurazione, inquinamento, condizionamento, dissalazione, smaltimento, sono redatti tra il 70 e il 71, con lesplicito appoggio di Italia Nostra che li presenta pubblicamente, due numeri speciali sullecologia curati da uno staff redazionale appositamente costituito, diretto dallecologo di sinistra Virginio Bettini e composto, tra gli altri, da Giuseppe Bini (della Farmaceutica De Angeli di Milano), dal botanico Valerio Giacomini, che guida la Federazione nazionale Pro Natura nella sua recente versione movimentista e radicale, dallarchitetto e designer marxista Toms Maldonado, dallidrobiologo di area comunista Roberto Marchetti, dal merceologo dellUniversit di Bari Giorgio Nebbia, autore che si richiama al Movement americano, attivamente impegnato dentro Italia Nostra e attento, da cattolico, alle aperture della dottrina alla questione ambientale. Il primo dei due fascicoli (settembre 1970) si occupa di vari temi, ma soprattutto tenta una definizione del nuovo ruolo dellecologia come disciplina scientifica, di cui si sollecita il rinnovamento nel senso del superamento degli specialismi e della presa di posizione nel confronto con i problemi sociali. Nelleditoriale Virginio Bettini si confronta con i diversi significati che lecologia assume nel mondo in opposti ambiti culturali: per tanta sinistra soporifero tampone delle domande sociali eversive, per il mondo imprenditoriale vincolo inaccettabile alla propria espansione, per certi ambienti accademici mistificazione scientifica.
Questi equivoci sono possibili perch siamo ancora privi di idee chiare circa il ruolo di questa scienza fondamentale nellambito della nuova societ. Manca infatti una posizione di fondo su alcuni problemi che rientrano nel campo di indagine dellecologia. Perch? La spiegazione abbastanza semplice. Ogni indagine scientifica oggi dipende dallimperativo della produzione. Infatti nei grandi laboratori di ricerca fondamentale (che oramai sono fuori dalle Universit) la ricerca sui problemi del territorio assolutamente mistificata, essendo funzionale ad una conservazione delle risorse che consentano investimenti a lungo termine od a particolari tipi di controllo sulla produzione, e fra questi rientra anche lo studio di impianti di depurazione. [] Procedendo su questa strada, senza nuove scelte di fondo, ogni discorso ecologico apparir reazionario alla sinistra e sovversivo alla destra. Questa interpretazione strumentale dellecologia stata anche favorita da una visione restrittiva del campo di azione della scienza stessa. Gli addetti appartengono a discipline di studio ed a settori di interesse culturale molto variabile []. Mai per si giunti ad una dichiarazione co-

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mune nella quale si considerasse il problema ecologico come comprensivo di singoli interessi e lecologia come esame interdisciplinare dei rapporti fra luomo, come singolo e come societ, e la sua unica casa e rifugio nello spazio, il pianeta Terra. Su queste colonne noi intenderemo invece ribadire che fine dellecologia, intesa globalmente, lindicazione pi ferma che le risorse naturali del pianeta Terra non sono state date alluomo per essere sfruttate al fine di garantire benessere ad una parte limitata degli odierni abitanti, ma per assicurare un mondo umano a tutti i terrestri attualmente viventi ed a quelli delle generazioni future.

A sua volta Giorgio Nebbia, in un articolo che tenta un breve tratteggio storico della cultura dei rapporti tra uomo e ambiente, definisce tre filosofie: la prima quella di coloro che hanno una sterminata fiducia nelle risorse della tecnica e nel concetto di progresso, inteso come aumento della produzione di beni, riferita allamericano Edward Teller, al britannico Colin Clark e, in Italia, al movimento di pensiero che fa capo alla rivista IRI Civilt delle macchine; la seconda posizione, riferita ad altri scienziati anglosassoni (Weinberg), pi blanda e sensibile ai problemi della conservazione e considera la necessit di affrontare i dilemmi tecnologici usando pi intensamente e meglio la stessa tecnica; la terza posizione, quella radicale di derivazione soprattutto americana, portata avanti dalla contestazione universitaria partita da Berkeley e nei numerosi teach-in sullecologia tenuti nel 70 da studenti, cittadini e professionisti, predica lastinenza dai consumi sulla base del fatto che occorre considerare le risorse della Terra con la mentalit del veicolo spaziale: tutto quello che viene utilizzato tratto dalla biosfera e tutti i prodotti di rifiuto sono rimessi nella biosfera. Vengono elencate una serie di misure di limitazione dei consumi e dellimpiego delle risorse, oltre alla richiesta del contenimento demografico riferita al gi pi volte citato Paul Ehrlich. Secondo Nebbia questa nuova utopia che aspira alla modestia, al silenzio, alla riconquista di un ambiente pulito, esercita un grande fascino, soprattutto nei paesi avanzati e gi soffocati dalla congestione e dallinquinamento, e trova qualche avallo nelle encicliche papali Gaudium et Spes (1965) e Populorum Progressio (1967). Per Nebbia in gioco la sopravvivenza della stessa democrazia, poich lalternativa alla programmazione volontaria delluso delle risorse sarebbe una dittatura della conservazione. Significativa, di questo primo fascicolo, anche la pubblicazione 135

di unampia documentazione di autori americani indipendenti, ripresa da Science, sugli effetti ecologici della guerra in Vietnam. Il secondo invece dedicato a una circostanziata denuncia della situazione ambientale genovese e ligure che aveva portato al disastro idrogeologico del 1970. Gli speciali configurano in realt una vera e propria rivista autonoma, che in effetti nasce alla fine del 1971, soprattutto per la spinta di Virginio Bettini. La testata, bimestrale, prende il nome di Ecologia. Rivista di studi e analisi sullinquinamento, la pianificazione e la conservazione ambientale ed esce fino alla fine del 1973, quando alleditore vengono a mancare le risorse finanziarie. Entrano a far parte della redazione di Ecologia, oltre ai tecnici dei vari settori interessati come Giuseppe Bini, Giulio Maccacaro (tra i marxisti italiani teorici della non neutralit della scienza), gli idrobiologi Giorgio Marcuzzi e Menico Torchio, Giorgio Nebbia, lo zoologo Vittorio Parisi, Francesco Piovesana , anche esponenti delle associazioni come Renato Bazzoni (Italia Nostra), Sergio Frugis e Fulco Pratesi (del WWF, questultimo vicepresidente), Marco G. Pellifroni (Movimento per il Riscatto delle Citt), lavvocato Giorgio Veronesi e i giornalisti Guido Manzone e Alfredo Todisco, da tempo impegnati nella divulgazione e nella denuncia dei problemi ambientali, luno su posizioni marxiste e laltro vicino alle idee neomalthusiane. Gli undici numeri di Ecologia appaiono come un luogo di continua tensione verso lesterno, con unarea disciplinare che pi duna volta risponde piccata a quelle che considera indebite infrazioni alle regole di produzione e riproduzione del sapere codificate dalla propria comunit; tuttavia, anche allinterno, non mancano gli attriti. Da una parte unarea di tecnici e specialisti, come testimonia la progressione editoriale sopra descritta, va radicalizzando e precisando scientificamente e politicamente la propria riflessione, fino ad accogliere come supplemento della rivista un giornale ecologista di 8 pagine decisamente movimentista orientato a un punto di vista di classe sullecologia: a partire dal gennaio 1973 esce infatti Denunciamo, diretto sempre da Bettini e curato dai giovani del Movimento ecologico (su questa collaborazione torneremo pi avanti). Oltre al particolare taglio culturale commoneriano di questarea, risulta anche evidente la ricerca di interlocuzione con le varie posizioni della sinistra e del sindacato, pur denunciandone i ritardi: tecnici come Roberto Marchetti riportano i termini di un dibattito 136

gi presente in certi settori del PCI, vengono espressi apprezzamenti alle posizioni dei sindacati confederali sulla nocivit e lambiente formalizzate nel marzo del 1972 a Rimini, si interloquisce, magari polemicamente, con il quotidiano il manifesto, si accolgono materiali di unassociazione allora molto orientata a sinistra come Pro Natura, ecc. Dallaltra parte, specialisti come Marcuzzi e altri tendono decisamente a una precisazione degli ambiti disciplinari dellecologia umana come scienza formalizzata, cui semmai rivendicare maggiore spazio accademico in un apparato italiano della ricerca e della didattica obiettivamente poco orientato a questo ambito, e si distinguono dai primi sui temi di punta della rivista che, non a caso, comprendeva la rubrica Polemica ecologica. Altri ancora finiscono per scegliere di non fare pi parte del comitato di redazione. In una nota redazionale del marzo 1973, per esempio, resta traccia delluscita polemica di Fulco Pratesi dalla rivista:
Pratesi preferisce, tenendo alla sua dignit, lasciarci e trincerarsi ancora di pi nel suo lavoro unidirezionale presso lassociazione del World Wildlife Fund, contro la quale non abbiamo nulla, ma che riteniamo troppo elitaria e settoriale per il tipo di discorso ecologico che noi si vorrebbe fare. Pratesi preferisce anche stare dalla parte di coloro che detengono il potere ecologico e, nonostante le sue affermazioni di purezza, diventa consulente generale di organizzazioni industriali para-statali che stanno facendo dellecologia una disciplina manageriale. Condoglianze.

Il riferimento finale , probabilmente, a una collaborazione con la societ Tecneco dellENI, che nel giugno del 1973 presenta a Urbino il rapporto sulla Situazione ambientale in Italia. Pur valutato il pregio complessivo del rapporto, un successivo editoriale di Virginio Bettini ne critica infatti limpostazione filoindustriale, lassenza di riferimenti alla nocivit del lavoro, la neutralit rispetto ai prodotti inutili e inquinanti (con particolare riferimento al PCB e agli indirizzi dellindustria chimica in generale) e altro ancora. Il dibattito si radicalizza in particolare dopo la met del 1972. Allinizio di giugno si tiene la Conferenza di Stoccolma, dove sono presenti, naturalmente, diversi redattori. La redazione di Ecologia pubblica, in inglese, tutti i verbali del Forum alternativo che si tiene durante la conferenza dellONU, cos commentando levento ufficiale (luglio 1972): 137

I risultati sono: un nuovo carrozzone internazionale privo di fondi e dalla nessuna credibilit scientifica prima ancora che politica; una serie di raccomandazioni da dilettanti della natura, come se a Stoccolma si fossero riuniti i comitati amici del lepidottero e non rappresentanti di 114 governi sovrani; la condanna perpetua per i paesi sottosviluppati a restare tali ed il rinvigorirsi delle profferte di assistenza tecnologica. [] Il nostro dovere di informatori dellecologia di evidenziare come al Forum si siano veramente affrontati problemi ecologici di portata mondiale che non hanno trovato posto allONU. Lasciamo giudicare a voi il margine di credibilit di una Conferenza che, assise mondiale dellecologia, dimentica o non vuole occuparsi dellecocidio in Vietnam, Laos e Cambogia, dellEst, della salute nelle fabbriche, delle minoranze razziali, dei reattori nucleari, dei problemi urbani, del problema dei metalli pesanti. Stoccolma primaverile, ma ecologia dellibernazione.

Leditoriale dello stesso numero di Maccacaro:


Limportante credere che Siamo tutti colpevoli come intitola su quattro colonne il Corriere della Sera, perch il male nelluomo, come echeggia pensosamente la nuova serie della Fiera Letteraria. Quello che si vuole, insomma, che la colpa sia di tutti, perch linnocenza sia restituita al colpevole: il sistema capitalista. [] Tanto vero il problema dellinquinamento, tanto falsa limprovvisa vocazione ecologica del sistema che lo ha prodotto. In tale vocazione il sistema cerca, oltre che nuovi profitti, assoluzione e salvezza. Che non pu raggiungere se non perfezionando compiutamente la sua callida mistificazione: affermare la globalit del problema ecologico per sostanziare la collettivit della colpa, non basta ancora, se non si avvia e conclude loperazione successiva, convincere luomo, ogni uomo, ogni quendam de populo, sempre altro rispetto al potere che non solo lui a produrre linquinamento, ma lui stesso linquinamento. Cos scoppia non tanto la bomba demografica quanto luso terroristico di tale bomba. Si dice e si ripete: siamo 3,5 miliardi, nel 2000 saremo 7 miliardi, nel 2270 avremo meno di 1 metro quadrato a testa. Ma vero? Chi pu esserne certo? [] Forse che la impennata demografica non ne sottende una tecnologico-scientifica? [] Non c paese industrializzato che abbia un tasso di natalit superiore al 2,5%. [] Soltanto i paesi in via di sviluppo hanno unelevata natalit. Dunque lomeostato naturale esiste anche per la natalit delluomo, ma bloccato dallingiusta distribuzione della ricchezza e del potere. In questo senso il problema demografico, localmente vero, mistificato come planetario: ancora una volta la globalizzazione degli effetti rivolta alloccultamento delle cause.

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Si tratta di una ulteriore, decisa apertura alle posizioni di Barry Commoner sulla crisi ambientale, in contrapposizione a quelle neomalthusiane. Non a caso, alleditoriale di Maccacaro segue la pubblicazione di un lungo articolo di Commoner. La vita di Ecologia finisce con il 1973, non prima di avere pubblicato altri materiali di Commoner. Ma ormai la vera novit luscita, sugli ultimi numeri, del supplemento Denunciamo. E se le condizioni per la pubblicazione di Ecologia non si protraggono, nondimeno leditore decide di non disperdere del tutto quellesperienza: la fa infatti rientrare nellalveo della vecchia Acqua & Aria, creando nel 1974 il mensile Acqua & Aria. Rassegna di Ecologia che lanno dopo si chiamer Ecologia Acqua Aria Suolo e dando la direzione a Bettini, con simile impostazione; soprattutto, proseguendo la pubblicazione di Denunciamo. Vanno avanti, quindi, le vicende di quella esperienza editoriale, di cui qui importante rilevare soprattutto il rapporto con lesperienza di movimento che ha dato vita al supplemento Denunciamo. A Milano, intorno al 69-70, nel pieno dellagitazione studentesca post-sessantottesca, Virginio Bettini incontra un gruppo di giovani studenti di alcune scuole secondarie superiori, molto impegnati a sinistra ma non appartenenti alle organizzazioni politiche, che sinteressano subito allecologia e mettono in piedi un lavoro di approfondimento e iniziativa che prosegue per tutti gli anni successivi, dentro e fuori della scuola, nei movimenti di lotta e nei comitati di quartiere. Questi studenti scelgono di entrare in Italia Nostra, che allepoca unassociazione in forte crescita che apre diversi gruppi giovani nelle varie sezioni territoriali, e la cui anima borghese e intellettuale illuminata attraversata dalle posizioni della sinistra; a Milano, in particolare, da una forte area socialista di cui fa parte, tra gli altri, leconomista Umberto Dragone. Andrea Poggio, Paolo Sala, Annamaria Testa, Fabio Lopez, Giorgio Schultze e altri scelgono tuttavia di dare vita a una sorta di doppia militanza, formando contemporaneamente un piccolo ma attivissimo gruppo, il Movimento ecologico. Si tratta delle loro prime esperienze di impegno politico, tematico ma strettamente intrecciato alla mobilitazione pi generale. Anzi, proprio la politicizzazione giovanile di quella fase ancora fortemente influenzata dal movimento del 68-69 che si riprodotto anche tra gli studenti medi con caratteri simili a quelli degli universitari che implica nuove forme dimpegno, la sperimenta139

zione di soluzioni organizzative autonome e la disponibilit a intraprendere percorsi politico-culturali inediti, e li porta quindi a ricercare una nuova caratterizzazione nellambito della pi generale mobilitazione per lambiente e la salute. Il gruppo concretizza la propria collaborazione con unarea di tecnici in fermento quella di Ecologia nella creazione del giornale Denunciamo, che si presenta come una sorta di organo del Movimento ecologico. Poi, dal 1975, il gruppo non si definisce pi come Movimento ecologico, ma semplicemente come collettivo redazionale del giornale. Cos Andrea Poggio descrive quella esperienza:
Noi ci trovammo un po in mezzo tra Italia Nostra, con questa componente socialista e i suoi giovani, e il Movimento ecologico, che aveva una posizione diciamo pi oltranzista rispetto a Italia Nostra. Quindi andavamo alle riunioni di Italia Nostra, perch era lunico posto dove i giovani si occupavano di ecologia a Milano, facevamo alcune delle campagne di Italia Nostra, e insieme facevamo il Movimento ecologico. [] Io avevo limpressione di vivere unesperienza di confine, ed era entusiasmante proprio per quello. Eravamo fuori posto nelle associazioni classiche, e dovevamo spiegare ai nostri compagni di scuola il perch del nostro impegno sui temi ambientali. E per questo luogo di confine era un luogo ricco, di idee, di tentativi di interpretazioni, di sperimentazioni anche sociali concrete: si andava nei quartieri, si andava a visitare le situazioni di lotta. [] La nostra esperienza stata quella dei primi gruppi ambientalisti, che in quanto tali non nascevano da episodi di lotta operaia, ma quando li scoprivano erano contenti di trovare una conferma del proprio ruolo di confine tra la sinistra e gli ambientalisti. [] Non lho vissuta affatto come una contrapposizione, ma come un momento di scambio in cui una cosa non deprimeva laltra4.

La pratica di confine da considerare soprattutto per le sue potenzialit creative. Su questo confine Poggio e gli altri incontrano, per esempio, il punto di vista operaio sulla salute e lambiente. Da un rapporto a distanza, dalla conoscenza delle pubblicazioni sindacali pi avanzate e delle elaborazioni del GPIA della Montedison di Castellanza, di Giulio Maccacaro e della sua rivista Sapere (su cui si torner pi avanti), nel 1974-75 passano a un incontro pi diretto con questi temi attraverso le iniziative organizzate dal Movimento
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Intervista degli autori ad Andrea Poggio, 6 novembre 1999.

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studentesco di Medicina della Statale, e in particolare da Alberto Donzelli (oggi medico, esperto di prevenzione). Donzelli e gli altri portano, tra laltro, lesperienza dei primi Servizi di medicina dellambiente di lavoro (SMAL) costituiti in alcune regioni del CentroNord, i cui operatori partecipano a una serie di iniziative. Questo incontro quindi una delle innumerevoli vicende che contribuirono, negli anni Settanta, alla crescita e alla diffusione di una nuova cultura della salute. Sui suoi limiti, Andrea Poggio svolge alcune considerazioni che hanno senzaltro un valore pi generale:
Tuttavia erano sempre esperienze mediate dai tecnici. Noi incontravamo quei tecnici, quei medici del lavoro che si occupavano di queste cose, non gli operai. [] Infatti, dopo qualche anno di scambio proficuo di esperienze e di idee ciascuno rientrato nel suo fiume. Mi colp molto, e ho fatto fatica per anni a dargli una chiave interpretativa, il fatto che quando andammo a Seveso nel 76-77 [dopo il gravissimo incidente della fabbrica chimica Icmesa, n.d.a.] era come se tutte le esperienze degli anni precedenti non ci fossero state. Gli operai dellICMESA stavano a casa; la Brianza era un terreno difficile anche per le lotte operaie, questa era la realt, mentre magari si andava in giro per lItalia a parlare della Montedison di Castellanza. A Seveso arrivarono il nuovo ambientalismo di sinistra, i tecnici e i gruppi e diedero vita al comitato popolare, ma erano impreparati a parlare con la gente. Per cui gli abitanti vedevano una politica fatta sulla loro testa, da noi non meno che dalle istituzioni, e ci respinsero5.

Il giornale Denunciamo lespressione, artigianale ma vitale, di tutta questa complessit di esperienze politico-culturali. Il primo numero (gennaio 1973) si apre con una breve dichiarazione dintenti assai simile alla nota dedica dellImbroglio ecologico di Dario Paccino, tuttavia esprimendo dissenso da coloro che accettano il modo mistificato in cui il problema viene presentato, e che riducono il problema dei rapporti ecologici a quello dei rapporti sociali. Molti i problemi locali trattati dal giornale, soprattutto relativi alla regione lombarda. Ma altrettanto numerosi gli articoli su temi generali. Ancora Poggio:
Cerano le letture intorno al rapporto Club di Roma-MIT sui limiti dello sviluppo. Ecco, una cosa che ci caratterizzava, oltre alla nocivit in fabbri5

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ca, era la critica feroce da sinistra al MIT; anche ai rapporti successivi, peggiorativi rispetto al primo perch contenevano tutte le strategie per piegare la cultura, la politica, addirittura la religione alle presunte nuove necessit della societ ecologica. Diciamo che mentre il primo lasciava aperta la porta a possibili soluzioni tecnocratiche e dirigistiche dei problemi ambientali, gli altri le teorizzavano proprio [] Almeno noi li leggevamo cos. [] Dentro Italia Nostra ci era consentito fare questo discorso, mentre il WWF faceva le oasi ma non parlava di cambiamento sociale. [] Sui temi dellenergia, per esempio, fummo un po degli anticipatori e incominciammo presto con gli accenni critici al nucleare, anche se cauti. Da l, nel 1975, le inchieste antinucleari basate su materiali europei, soprattutto francesi e tedeschi6.

Virginio Bettini intende usare quelle pagine per dare spazio ai materiali non adatti a una collocazione interna alla rivista scientifica vera e propria. Ma la redazione dei giovani assume presto una responsabilit sempre maggiore nella confezione dei numeri. Inoltre si accorda con leditore perch siano stampate a parte qualche centinaio di copie in pi di Denunciamo, che i redattori vendono direttamente. Cos il giornale comincia ad avere una vita sempre pi autonoma. Cambia nome dal 76 e si chiama Ecologia, per rifarsi alla rivista del 71-73, e tra il 77 e il 78 comincia a uscire autonomamente. Dopo alterne vicende, e la costituzione di una cooperativa editoriale, Ecologia e in seguito La nuova ecologia diventa alla fine degli anni Settanta la testata di punta del movimento antinucleare, e negli anni Ottanta la rivista di Legambiente. Le vicende di queste testate mostrano come la storia del decennio 70, dei suoi fermenti culturali e dei suoi movimenti, sia stata in parte notevole la storia delle sue riviste, con percorsi editoriali spesso tortuosi e faticosi ma sempre espressioni di vitalit, di una ricerca cui la spinta alla comunicazione per la costruzione di ponti tra culture differenti era coessenziale. Per questo non si pu fare a meno di citare lesperienza della rivista di critica della scienza Sapere. Il collettivo redazionale della rivista fa una prima prova tra la fine del 1971 e il 1972 con il giornale Se, nato allinterno del mensile di architettura e arredamento Abitare, un contesto singolare per quanto si tratti di una rivista di cultura progressista e democratica. Liniziativa nasce dopo un questionario diffuso tra i lettori sul disagio del6

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labitare nella casa, nella citt, nella societ e si configura, in senso lato, come un giornale sullambiente urbano, il territorio e i servizi. La redazione coordinata da un esperto di comunicazione, Giovanni Cesareo, che sar in seguito il caporedattore di Sapere, e ne fanno parte Virginio Bettini, lurbanista del manifesto Francesco Indovina, Giulio Maccacaro e altri, che poi danno vita alla nuova redazione di Sapere a partire dal 1974. Insieme a loro, nella nuova impresa editoriale di Sapere, il fisico ed epistemologo del manifesto Marcello Cini, gli antipsichiatri Franco Basaglia, Franca Ongaro e Giovanni Jervis, lesperto di problemi energetici del manifesto Giovanni Battista Zorzoli, il biologo marxista Ettore Tibaldi, Dario Paccino e molti altri. Direttore carismatico di tutto questo gruppo Maccacaro, fino alla sua morte avvenuta mentre gi in stampa lultimo numero del 1976. Il primo numero della serie da lui diretta (gennaio 1974) si apre con una serie di articoli, di un certo impatto sul mondo scientifico italiano, sul disastro del Vajont del 63. Per quanto riguarda, inoltre, i temi di pi stretta pertinenza ecologica, la rivista pubblica, tra il 74 e il 75, quattro inserti Ambiente e potere, ma ricchissima in generale la produzione di articoli e inchieste sullambiente e sulla nocivit. Il numero di dicembre del 1976, preparato anche con il fondamentale contributo del Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale della Montedison di Castellanza, intitolato Seveso: un crimine di pace, ed giustamente ricordato come uno dei prodotti culturali pi alti della critica della scienza e della tecnica applicata alle questioni dellambiente e dellinquinamento. La rivista continua a costituire, per alcuni anni anche dopo la morte di Maccacaro, un punto di riferimento centrale per tutti i temi legati al nuovo punto di vista sulla scienza che ha cominciato ad essere elaborato gi nei dibattiti del decennio precedente. Luogo fecondo di comunicazione orizzontale tra studenti, operai e tecnici, resta forse uno dei frutti migliori di tutto un lungo ciclo storico.

8. Il movimento antinucleare e gli anni Ottanta. Conclusione


La vicenda dellincidente alla fabbrica chimica ICMESA di Seveso un momento di grande risonanza pubblica delle questioni ambientali sul versante dellimpatto dellindustria, insieme ad altri casi di 143

conflitto attorno ai poli produttivi (si veda lesempio del petrolchimico di Marghera o dellIPCA di Ciri). anche un momento importante di lotta per le aree di movimento che tematizzano lintreccio tra il diritto alla salute dei lavoratori, i temi della produzione, la critica dello sviluppo, lambiente. Come si visto dalle memorie di uno dei protagonisti dellarea di confine tra lambientalismo e la sinistra, Andrea Poggio, lincontro tra le istanze radicali e la sensibilit della popolazione difficile e per certi aspetti fallimentare. Tale battuta darresto sarebbe per alcuni da ascrivere interamente ai limiti soggettivi dei movimenti e avvalorerebbe la lettura storico-sociologica secondo la quale la stagione dei movimenti sarebbe una parentesi ideologica il cui protrarsi avrebbe ritardato almeno fino alla met degli anni Settanta quella rivoluzione ambientale innescata negli Stati Uniti dai movimenti studenteschi degli anni Sessanta e da aree di intellettuali radicali gli uni e gli altri in rivolta contro la societ opulenta e il consumismo i quali nellazione ecologica hanno trovato sponda in aree moderate della societ e nelle stesse istituzioni. Da noi la spinta proveniente dal mondo anglosassone si sarebbe incontrata con la tradizione dellassociazionismo naturalista e protezionista e con le prese di posizione nate nellambito di lite intellettuali e tecnico-professionali, ma non avrebbe trovato subito uno spazio di diffusione a livello di massa perch i movimenti giovanili si attardavano nella propria retorica rivoluzionaria egemonizzata dalla cultura marxista e dal mito della centralit operaia del conflitto sociale. Ancora una volta, questa lettura non sembra convincente. A Seveso ha pesato semmai proprio la scarsa crescita delle soggettivit operaie e studentesche nel contesto locale. Lanalisi e lelaborazione dei movimenti l accorsi sono invece di alto spessore. Si gi detto del ruolo di controinformazione tecnica svolto dal GPIA di Castellanza e dalla redazione di Sapere. Emerge inoltre proprio in questo frangente la figura di Laura Conti, medico, militante del PCI e allepoca consigliera regionale della Lombardia, che si batte per lindividuazione dei responsabili dellincidente, porta avanti a lungo una competente analisi tecnica delle conseguenze sanitarie e ambientali e critica aspramente la gestione omissiva e non trasparente dellemergenza. Negli stessi anni, daltra parte, attorno alla decisione del governo di costruire a Montalto di Castro, nel nord del Lazio, una centrale nucleare per la produzione di energia elettrica si coagula un vasto 144

movimento di protesta, la cui efficacia vertenziale ha effetti solo sul medio periodo, ma che rappresenta un ulteriore momento di ampia e feconda convergenza tra culture e approcci nel quale la peculiarit italiana delle mobilitazioni per lambiente costituisce non un limite ma, al contrario, un punto di forza. A seguito dello shock energetico del 1973 causato dalla guerra del Kippur lopinione pubblica stata sottoposta a una forte pressione con le politiche di austerit. Su questonda, nel 1975 il ministro dellindustria Carlo Donat Cattin ha presentato un piano energetico che prevede linstallazione di venti centrali nucleari di potenza entro il 1985 e 62 entro il 1990 e il Parlamento approva una legge sulle procedure accelerate di localizzazione degli impianti. Se da una parte a favore di questa scelta vi un forte schieramento di interessi politico-industriali (la maggioranza di unit nazionale, lENEL, le aziende Ansaldo e FIAT), dallaltra non si ancora manifestata una significativa opzione antinucleare, che comincia a esprimersi nel 1974-75 in ambito WWF e nellarea delle riviste ecologiste (Ecologia in primo luogo). Nella stessa area dei partiti della nuova sinistra la scelta contraria al nucleare civile non ancora maturata. Ma nel 1976, con lindividuazione della localit laziale come sito nucleare, la mobilitazione cresce con gli apporti pi diversi: dalle aree nonviolente e del dissenso religioso ai radicali, da tecnici come Virginio Bettini, Gianni Mattioli e Massimo Scalia, fino agli Amici della Maremma del principe Nicola Caracciolo. Con il 1977 la forza del movimento degli studenti e dei precari a innestarsi in questo ancora debole schieramento, portando i temi dellantiautoritarismo e la sensibilit comunicativo-eversiva degli indiani metropolitani. I militanti di varie provenienze si incontrano con le preoccupazioni delle popolazioni agrarie locali e la strana alleanza rimane salda, creativa ed efficace almeno fino a quando, contemporaneamente alla radicalizzazione violenta dello scontro tra movimenti giovanili e istituzioni nel resto del paese, emergono differenze con i collettivi dellAutonomia operaia che nellestate campeggiano per un mese a Montalto. Ma, mentre le ruspe vincono la resistenza popolare a Montalto, ormai i comitati antinucleari si stanno diffondendo in tutti gli altri siti destinati a ospitare le centrali, il dibattito cresce, la critica conquista nuovi soggetti i partiti a sinistra del PCI, aree sindacali, i socialisti, intellettuali e tecnici e irrompe nel cuore delle associazioni per la protezione dellambiente. 145

Limpatto crea allinterno di Italia Nostra qualche momento di tensione, pagato con la perdita del finanziamento fino ad allora assicurato da Gianni Agnelli, nonostante la mediazione prudente scelta dai suoi organismi dirigenti tra le posizioni nette di Giorgio Nebbia, Mario Fazio, Fabrizio Giovenale e quella dei pi moderati. Ciononostante, lopposizione alla scelta nucleare e la ricerca di un diverso modello energetico per il paese diventano patrimonio comune dellintero associazionismo, costituendo uno degli elementi fondamentali di una concezione ambientalista complessivamente sempre pi matura, pienamente consapevole del fatto che non esiste uno spazio di reale efficacia per le istanze ambientali al di fuori di una critica dello sviluppo e del Nord industrializzato. necessario sottolineare ancora una volta che questo esito ha avuto una chiara premessa nelle soggettivit sviluppate nel lungo Sessantotto italiano allincrocio tra lotte degli operai, dei tecnici e degli studenti, vertenze per la salute nei luoghi di lavoro e nel territorio, espansione delle vertenze contro gli effetti distruttivi della crescita del paese, emersione di nuovi bisogni. La fase embrionale di quello che sarebbe stato il movimento ambientalista italiano maturo va quindi senzaltro collocata nel suo peculiare contesto storico, quello del ciclo di lotte avviato alla fine degli anni Sessanta. Per questo, rivolgendo lattenzione alla stagione dei movimenti, si cercato di mettere in luce lotte, esperienze, saperi attorno alle questioni della salute, dellambiente e della qualit dello sviluppo che nel ciclo di protesta entrano in relazione dialettica con le tematiche proprie della cultura giovanile e della nuova classe operaia, ridefinendosi e ridislocandosi sulla mappa dei soggetti politici e sociali. Tutti questi elementi entrano in consonanza ma anche in conflitto, mutando insieme in una pratica politica che si esprime tanto nella solidariet generazionale, internazionalista e di classe, quanto in un piano locale in cui i soggetti spazzano via ogni forma di delega nella determinazione della propria esistenza. Ma ci implica anche il riconoscimento delle conseguenze determinate dallesaurirsi di quel ciclo, che la critica storica situa attorno al 1973-74 nellambito di un quadro generale ormai mutato: i cambiamenti strutturali indotti dalla fine del sistema monetario di Bretton Woods (1971) e, soprattutto, dal primo shock petrolifero; la fine del centro-sinistra e il suo magro bilancio di riforme, il ritrarsi sempre pi marcato dei partiti dallinterlocuzione con la societ civile e lavvio 146

della fase consociativa del sistema politico italiano; linaridirsi, infine, della mobilitazione studentesca-operaia dopo almeno cinque anni di durata, la crisi dei gruppi extraparlamentari e il prevalere sulla scena della violenza, del conflitto sordo come descritto da Marco Revelli tra lo Stato ridotto a caserma e la societ civile ridotta a piazza. qui che viene dunque collocato linizio di uninversione di tendenza che porter allesaurimento del ciclo di lotte avviato nel 68 sulla base delle premesse sviluppate negli anni Sessanta. Liniziativa padronale riprende forza e sottrae ai lavoratori spazi di potere e autonomia conquistati con le lotte. La conflittualit operaia, che sul piano quantitativo resta fortemente presente, si fa per difensiva e le stesse posizioni del mondo del lavoro sul tema della nocivit arretrano ridando spazio alla monetizzazione della salute. Nel 1974 la FLM, a distanza di due anni dalla conferenza unitaria che aveva lanciato definitivamente il modello operaio di salute, in un convegno a Modena costretta a riconoscere che, a fronte di una grande quantit di accordi aziendali stipulati (2.500), lazione sindacale non ha saputo generalizzare il modello al di l delle esperienze locali e strutturare collegamenti con il territorio esterno alla fabbrica; e inoltre, in concomitanza con il recupero padronale e il venire meno della partecipazione operaia, ha ripreso quota la delega, e i gruppi omogenei hanno perso progressivamente ruolo lasciando il campo a strumenti di controllo e conoscenza sempre pi burocratizzati. Il fatto che questa dura analisi sia compiuta dalla categoria pi avanzata nellelaborazione e nelliniziativa su questi temi senzaltro indice di un generale ripiegamento (ci, naturalmente, non impedisce che alcune importanti rivendicazioni ottengano sanzione formale nei contratti degli anni successivi). La spinta dei lavoratori per la generalizzazione delle conquiste del welfare resta forte, ma sempre meno essa si confronta con la critica dei limiti delle logiche redistributive che era contenuta nelle nuove domande sociali. In questo scenario anche la tendenza della mobilitazione a decentrarsi si inverte e si chiudono molti spazi di sperimentazione sociale. Culture e soggetti che si sono avvicinati fino a intrecciarsi riprendono strade divergenti. Se pure lo shock petrolifero ha costituito lo stimolo per una riflessione sul tema delle risorse, la conseguente crisi economica ha riportato al centro lobiettivo di una ripresa dello sviluppo quantitativo. Per questo inizialmente sono ristrette lite di 147

intellettuali, tecnici e contestatori a trarre dalla crisi energetica la spinta ad approfondire la lettura critica del modello di sviluppo, e ad avviare la lotta antinucleare di Montalto di Castro, che diventer critica dellintero modello energetico associato alla scelta nucleare. Resta il fatto che la nascita dellantinuclearismo, anche se forse per lultima volta, corrisponde ancora a un momento di convergenza di culture e in quanto tale si rivela fecondo. Dopo Montalto ormai avviato il processo di acquisizione di autonomia, nel bene e nel male, da parte dellambientalismo italiano rispetto agli altri soggetti protagonisti di una fase ormai declinante. Ma certo il ciclo di lotte studentesche-operaie italiano stato un passaggio storico le cui potenzialit creative si esprimono indirettamente anche nellaffermazione del nuovo ambientalismo. Esso, peraltro, non solo riceve in eredit ampie aree di militanti provenienti dalle esperienze politiche sopra descritte, secondo un percorso che sarebbe miope ridurre a un opportunistico riciclaggio, ma continua a conservare nel proprio codice genetico alcuni caratteri di quella stagione sociale, essenziali per la sua maturit programmatica. questa limpronta che assume alla nascita, nel 1979, la Lega per lAmbiente dellARCI. Questultima associazione, organizzata su base federativa, era legata ai partiti della sinistra storica ma recupera in questo modo aree della ex nuova sinistra e tecnici e militanti indipendenti impegnati nei settori pi politicizzati dellecologismo. La Lega per lAmbiente (poi Legambiente), agisce tuttavia in sostanziale autonomia, fino a recidere il legame formale con lARCI nel 1986. Il primo segretario il comunista Chicco Testa, cui si affianca di l a poco, alla direzione del comitato scientifico, Ermete Realacci, precedentemente impegnato nel Coordinamento dei Comitati per il controllo delle scelte energetiche. A credere nel nuovo soggetto associativo sono inoltre, tra gli altri, gli esponenti antinucleari Gianni Mattioli e Massimo Scalia, Fabrizio Giovenale che proviene da Italia Nostra, Alex Langer, che ha militato in Lotta Continua, lingegner Giuliano Cannata che conia per la Lega la definizione di ambientalismo scientifico i gi citati Virginio Bettini, Laura Conti, Giorgio Nebbia e il gruppo dei redattori della Nuova Ecologia, che diventa lorgano dellassociazione. Il modello strutturale prescelto fa convivere una forte istanza centrale tipica dellassociazionismo ambientale storico con lampio radicamento locale proprio della tradizione organizzativa della sinistra, che ne fa ben pre148

sto lassociazione pi diffusa sul territorio: il suo slogan langlosassone pensare globalmente, agire localmente. Lassociazione si distingue subito, dal punto di vista della cultura politica, per un approccio ai problemi ambientali legato alla dimensione sociale, per il suo protagonismo nelle iniziative pacifiste e per la spiccata propensione ad affrontare in termini scientifico-politici i problemi della societ industriale energia, trasporti, modelli produttivi studiando alternative tecnicamente sostenibili e organizzando unazione conflittuale nei confronti di istituzioni e soggetti portatori di interessi forti. Centrale diventa il suo ruolo nella lotta antinucleare e soprattutto nella forte ripresa di questa allindomani dellincidente di Chernobil del 1986, che porter alla vittoria referendaria del 1987. La Lega si fa inoltre promotrice di una complessiva presa di coscienza politica dellintero schieramento associativo ambientalista, fino a promuovere la discussione sulla formazione di liste verdi e a portare avanti, parallelamente, linterlocuzione con i partiti tradizionali, in primo luogo quelli della sinistra, e con i sindacati. Le prove iniziali di espressione diretta dellambientalismo nella politica istituzionale, che gli Amici della Terra piccola associazione legata al Partito radicale hanno proposto per primi, si verificano sul piano locale nel 1983 in una dozzina di comuni. In quelli designati per la costruzione di centrali nucleari laffermazione delle Liste Verdi notevole, intorno al 10%. Nel 1985 lesperienza si estende a molte altre decine di comuni, con risultati complessivamente discreti anche se non soddisfacenti al Sud. Il fenomeno elettorale verde ormai realt. Esso provoca inoltre alcune ripercussioni negli altri partiti, tra i quali soprattutto il PCI che ha voluto aprire le proprie liste a candidati ambientalisti. Si ormai alle soglie della fondazione di una vera e propria formazione politica verde nazionale, che avr la prima prova nelle elezioni politiche del 1987. Comincia quindi una nuova storia, che complessivamente non avr risultati esaltanti. Quanti oltrepasseranno la soglia delle istituzioni nel nuovo scenario politico-sociale della seconda met degli anni Ottanta intraprenderanno spesso i percorsi pi autoreferenziali della mediazione politica. Dopo una prima fase in cui linvestimento sui Verdi di settori dellambientalismo pi netto, resta comunque chiaro che il radicamento conquistato nella societ italiana dai vari soggetti del movimento ambientalista non sar soppiantato dalla nuova esperienza istituzionale. Al di qua della porta del Palaz149

zo il movimento continua ad evolversi e ad estendersi, porta ancora pi a fondo un salutare conflitto con la cultura industrialista dominante rimanendo tuttavia nel complesso lontano da posizioni conservatrici o fondamentaliste. Tuttavia la sua potenzialit di trasformazione non pu che risentire anchessa, alla lunga, della scomposizione delle domande sociali e dei conflitti che si erano dispiegati nella stagione dei movimenti, del calo della mobilitazione collettiva, dellavvento di quello che stato definito il pensiero unico neoliberista, del drammatico e repentino declino, fino quasi alla scomparsa, della sinistra politica e dei mutamenti dello scenario geopolitico, delleconomia, del lavoro, dei consumi, della cultura popolare intrecciati a questi processi. Passando attraverso simili trasformazioni, e di fronte al generale disorientamento dei propri tradizionali interlocutori, i soggetti organizzati dellambientalismo italiano che avevano preso slancio nel periodo storico qui analizzato hanno perso radicalit e capacit di immaginazione sociale; la loro efficacia nellincidere nei processi delleconomia, sulla cui crescita avevano scommesso negli anni Ottanta e Novanta, appare oggi ridotta, come dimostra la recente riapertura del capitolo nucleare dopo labbandono avvenuto nell87; la loro influenza culturale sulla societ nel suo complesso mostra effetti contraddittori. Tutto ci a fronte di una indubbia capacit di analizzare e intervenire sul merito tecnico dei problemi affrontati, dellampia e articolata espansione organizzativa e di una estesa e consolidata interlocuzione con le istituzioni.

Nota bibliografica
Segnaliamo in queste pagine le opere utilizzate per lelaborazione e la stesura del testo. I riferimenti bibliografici che seguono non hanno alcuna pretesa di essere esaustivi, in particolare per quanto riguarda gli studi sullItalia repubblicana, i partiti politici e il Sessantotto. Abbiamo invece cercato di dar conto dei contributi teorici e di ricerca relativi alla nascita dellecologia e al movimento ambientalista negli anni Sessanta e Settanta, bench la produzione scientifica internazionale sia richiamata solo selettivamente, in funzione di specifiche questioni o esplicite citazioni. La suddivisione in paragrafi adottata per la narrazione qui parzialmente rivista: al fine di evitare troppe ripetizioni abbiamo infatti scelto di accorpare le indicazioni bibliografiche relative a temi tra loro correlati.

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Introduzione
Gi al principio degli anni Settanta a proporre una lettura eco-socialista della crisi ambientale stato il biologo statunitense Barry Commoner nel suo Il cerchio da chiudere, Garzanti, Milano 1972 (ed. or. 1971), un testo pi volte richiamato nelle pagine qui dedicate alla nascita dellecologia politica in Italia; dello stesso autore, redatto insieme a Virginio Bettini: Ecologia e lotte sociali. Ambiente, popolazione, inquinamento, Feltrinelli, Milano 1976. A un analogo orientamento si ispira Laura Conti, Che cos lecologia. Capitale, lavoro, ambiente, Mazzotta, Milano 1977; di Laura Conti va ricordato il bellissimo Questo pianeta, Editori Riuniti, Roma 1983 (ed. ampliata 1987), testo fondamentale per la definizione della cultura dellambientalismo scientifico. Giorgio Nebbia stato uno dei fondatori del movimento ambientalista italiano, tra i primi a dedicare studi alla crisi ecologica e poi anche alla storia dellambientalismo; tra le sue analisi sulle risorse naturali, il ciclo delle merci e, quindi, il modello di sviluppo ci limitiamo a segnalare Risorse naturali e merci: un contributo alla tecnologia sociale, Cacucci, Bari 1968, il volume a sua cura Luomo e lambiente. Una inchiesta internazionale, Tamburini, Milano 1971, infine i pi recenti Lo sviluppo sostenibile, Cultura della pace, San Domenico-Fiesole 1991 e Le merci e i valori. Per una critica ecologica al capitalismo, Jaca Book, Milano 2002. Per un punto di vista ecosocialista autogestionario possiamo ricordare alcuni testi del saggista Andr Gorz, di cui il primo uscito solo in Italia: Sette tesi per cambiare la vita, Feltrinelli, Milano 1977; Ecologia e politica, Cappelli, Bologna 1978 (ed. or. 1975); Capitalismo, socialismo, ecologia, manifestolibri, Roma 1992 (ed. or. 1991). La ripresa del dibattito attorno alla revisione in senso ecologico del pensiero marxiano, proposta prevalentemente in area anglosassone, si deve in primo luogo al citato studioso statunitense James OConnor, con Lecomarxismo. Introduzione ad una teoria, Datanews, Roma 1989 (ed. or. 1988) e i saggi pubblicati nei primi anni Novanta sulla rivista da lui stesso diretta Capitalism Nature Socialism (e nelledizione italiana Capitalismo Natura Socialismo, poi Ecologia Politica-CNS); da ricordare anche Natural Causes: Essays in Ecological Marxism, The Guilford Press, New York-London 1998. Ted Benton ha curato unimportante raccolta di saggi su marxismo ed ecologia: The Greening of Marxism, The Guilford Press, New York-London 1996. Per quanto riguarda la produzione teorica italiana sul tema si vedano: Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Nuove edizioni internazionali, Milano 1989; Michele Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo. Per una critica del capitalismo reale, Erre Emme, Roma 1993. Pi recentemente, un approccio decisamente marxologico, volto cio a certificare le credenziali ecologiche del pensiero marxiano (ed engelsiano), stato proposto da Paul Burkett in Marx and Nature. A Red and Green Perspective, St. Martins Press, New York 1999. Infine, uno degli studiosi maggiormente accreditati tra quelli impegnati nel tentativo di fondare la questione ecologica sulla teoria marxiana John

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Bellamy Foster, di cui ricordiamo tre testi editi dalla newyorkese Montly Review Press: Marxs Ecology. Materialism and Nature, 2000, Ecology Against Capitalism, 2002, e The Ecological Revolution. Making Peace with the Planet, 2009, che si affiancano ai saggi dello stesso autore e di altri pubblicati dalla storica rivista socialista americana Monthly Review, di cui Bellamy Foster direttore dal 2000.

Un problema storiografico
Molte le analisi del sistema politico e delle trasformazioni economicosociali nellItalia degli anni Sessanta che hanno animato il dibattito sul rapporto non sincronico tra modernizzazione e allargamento della cittadinanza democratica, quindi sulla mancata innovazione delle coeve culture politiche. Per un quadro generale si vedano Paul Ginsborg, Storia dItalia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989; Pietro Scoppola, La repubblica dei partiti, il Mulino, Bologna 1991; Silvio Lanaro, Storia dellItalia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992; Simona Colarizi, Storia dei partiti nellItalia repubblicana, Laterza, Roma-Bari 1994; Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995; Franco De Felice, Nazione e sviluppo: un nodo non sciolto, in Storia dellItalia repubblicana, vol. II, tomo 1, Einaudi, Torino 1995, pp. 781-882; Nicola Tranfaglia, La modernit squilibrata. Dalla crisi del centrismo al compromesso storico, in Storia dellItalia repubblicana, vol. II, tomo 2, Einaudi, Torino 1995, pp. 7-111; Guido Crainz, Storia del miracolo economico: culture, identit, trasformazioni tra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma 1996 e Id., Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003. Sullesperienza del centro-sinistra rinviamo allormai classica analisi di Giuseppe Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Feltrinelli, Milano 1973, e a Yannis Voulgaris, LItalia del centro-sinistra 1960-68, Carocci, Roma 1998. Per il dibattito nel PCI di fronte al centro-sinistra, e al neocapitalismo, oltre alle indicazioni offerte dalle ricostruzioni generali gi citate, si vedano Marcello Flores e Nicola Gallerano, Sul PCI: uninterpretazione storica, il Mulino, Bologna 1992; Aldo Agosti, Palmiro Togliatti, Utet, Torino 2003; Andrea Ragusa, I comunisti e la societ italiana. Innovazione e crisi di una cultura politica (1956-1973), Lacaita, Manduria 2003 e Id., Il gruppo dirigente comunista tra sviluppo e democrazia. 1956-1964. Tre capitoli sul centro-sinistra: dalle carte della direzione del PCI, Lacaita, Manduria 2004; Ermanno Taviani, Limpossibilit di un riformismo borghese? PCI e centrosinistra 1964-68, in Novecento italiano. Studi in ricordo di Franco De Felice, a cura di Silvio Pons, Carocci, Roma 2000 e Id., Di fronte al centro-sinistra, in Togliatti nel suo tempo, a cura di Roberto Gualtieri, Carlo Spagnolo e Ermanno Taviani, Carocci, Roma 2007. Ancora sul dibattito intorno al neocapitalismo e lo scontro allXI congresso rinviamo agli atti del convegno Tendenze del capitalismo italiano. Atti del convegno di Roma, 23-25 marzo 1962, Editori Riuniti, Roma 1962 e

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alle memorie di alcuni protagonisti: Pietro Ingrao, Le cose impossibili. Unautobiografia raccontata e discussa con Nicola Tranfaglia, Editori Riuniti, Roma 1990; Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005; Lucio Magri, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI, Il Saggiatore, Milano 2009. Sulla nuova cultura giovanile in Italia e il Sessantotto come evento generazionale si vedano Bruno Bongiovanni, Societ di massa, mondo giovanile e crisi di valori. La contestazione del 68, in La Storia, a cura di Nicola Tranfaglia e Massimo Firpo, vol. VII, tomo 2, Utet, Torino 1988, pp. 671-694; Omar Calabrese, Appunti per una storia dei giovani in Italia, in La vita privata. Il Novecento, a cura di Philippe Aris e Georges Duby, Laterza, Roma-Bari 1988; Peppino Ortoleva, Saggio sui movimenti del 68 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma 1988; Marcello Flores e Alberto De Bernardi, Il Sessantotto, il Mulino, Bologna 1998; Giovani prima della rivolta, a cura di Paola Ghione e Marco Grispigni, manifestolibri, Roma 1998; Diego Giachetti, Oltre il Sessantotto: prima durante e dopo il movimento, BFS, Pisa 1998. Sul Sessantotto, limitatamente allesperienza italiana, ricordiamo ancora: Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo, Giunti, Firenze 1988; Attilio Mangano, Le culture del Sessantotto. Gli anni sessanta, le culture, il movimento, Centro di documentazione di Pistoia, Pistoia 1989; Nicola Gallerano, Il Sessantotto e la politica, in Il Sessantotto. Levento e la storia, a cura di Pier Paolo Poggio, Annali della Fondazione Luigi Micheletti, n. 4, Brescia 1990; La cultura e i luoghi del 68, a cura di Aldo Agosti, Luisa Passerini e Nicola Tranfaglia, Franco Angeli, Milano 1991; Marco Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in Storia dellItalia repubblicana, vol. II, tomo 2, Einaudi, Torino 1995, pp. 383-476; Anna Bravo, A colpi di cuore. Storie del Sessantotto, Laterza, Roma-Bari 2008; Marica Tolomelli, Il Sessantotto: una breve storia, Carocci, Roma 2008. Per la teoria dei nuovi paradigmi conflittuali postmaterialisti dobbligo il rinvio al testo di Ronald Inglehart, La rivoluzione silenziosa, Rizzoli, Milano 1983 (ed. or. 1977). Sullantitesi tra vecchi e nuovi movimenti ricordiamo i primi e fondamentali studi di Alberto Melucci: Movimenti di rivolta. Teorie e forme dellazione collettiva, Etas, Milano 1976; Linvenzione del presente. Movimenti, identit, bisogni individuali, il Mulino, Bologna 1982; (a cura di), Altri codici: aree di movimento nelle metropoli, il Mulino, Bologna 1984. Si vedano quindi le analisi sociologiche e politologiche del movimento ambientalista maturate negli anni Ottanta: I verdi, chi sono, cosa vogliono, a cura di Stefano Menichini, Savelli, Roma 1983; Le imperfette utopie. I limiti dello sviluppo tra questione ecologica e azione sociale, a cura di Alberto Tarozzi e Giorgio Bongiovanni, Franco Angeli, Milano 1984; Ecologia politica, a cura di Paolo Ceri, Feltrinelli, Milano 1987; La sfida verde. Il movimento ecologista in Italia, a cura di Roberto Biorcio e Giovanni Lodi, Liviana, Padova 1988; Mario Diani, Isole nellarcipelago. Il movimento ecologista in Italia, il Mulino, Bologna 1988; Sonia Stefanizzi, Alle origini dei nuovi movimenti sociali: gli ecologisti e le donne in Italia, 1965-1973, in Quaderni di sociologia, n. 36, 1988, pp.

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99-132; Elena Gagliasso, Naturismo e pensiero ecologico, in La societ ecologica, a cura di Paolo degli Espinosa, Franco Angeli, Milano 1990, pp. 283-330; Antimo Farro, La lente verde, Franco Angeli, Milano 1991; Raimondo Strassoldo, Le radici dellerba. Sociologia dei movimenti ambientali di base, Liguori, Napoli 1993.

Le radici della contestazione ecologica


Sulle controculture giovanili degli anni Sessanta, animate da una tensione critica verso la qualit dello sviluppo occidentale, rinviamo ai testi gi citati sul Sessantotto, in particolare a quelli di Ortoleva e di Flores e De Bernardi, a cui aggiungiamo lanalisi dello statunitense Paul Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi, Torino 2006 (ed. or. 1996). Negli Stati Uniti, oltre alle campagne dinformazione di scienziati e intellettuali contro gli esperimenti nucleari militari, il testo decisivo per la nascita dellambientalismo quello di Rachel Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano 1963 (ed. or. 1962). Carson vi denuncia gli effetti disastrosi delluso indiscriminato di alcune sostanze sintetiche in agricoltura e la sua analisi prontamente tradotta anche in Italia, dove, per, a mobilitare settori dellopinione pubblica sono soprattutto le manomissioni del territorio e i problemi urbanistici. Si vedano gli scritti dellepoca di Antonio Cederna: I vandali in casa, Laterza, Bari 1956; Mirabilia Urbis. Cronache romane 1957-65, Einaudi, Torino 1965; La distruzione della natura in Italia, Einaudi, Torino 1975. Per la convergenza del PCI con quella parte della cultura urbanistica impegnata contro la speculazione edilizia, e rappresentata specialmente da Italia Nostra, si vedano Italo Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica. 1870-1970, Einaudi, Torino 1976 (6a ed. riveduta) e Vezio De Lucia, Se questa una citt, Editori Riuniti, Roma 1992 (2a ed. riveduta e accresciuta). Per la storia dellassociazionismo naturalistico e protezionistico nellItalia degli anni Sessanta rinviamo alle indicazioni bibliografiche del paragrafo seguente.

La stagione dei movimenti e la sinistra ecologica


Anche nel caso della stagione dei movimenti dobbligo il rimando ai testi gi ricordati sul Sessantotto italiano, in questo caso in particolare a quelli di Gallerano e Revelli; si vedano inoltre: Sidney Tarrow, Democrazia e disordine. Movimenti di protesta e democrazia in Italia, 1965-1975, Laterza, Roma-Bari 1990; Donatella Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia, 1960-1995, Laterza, Roma-Bari 1996; Robert Lumley, Dal 68 agli anni di piombo, Giunti, Firenze 1998 e Id., 1968 e oltre: spazio dei movimenti e crisi dautorit, in Le radici della crisi. LItalia tra anni Sessanta e Settanta, a cu-

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ra di Luca Baldissara, Carocci, Roma 2001, pp. 243-259; infine, sul rinnovamento culturale che coinvolse anche il movimento operaio: Pino Ferraris, Millenovecentosessantanove, in Parolechiave, n. 18, 1998, pp. 13-18. Per il dibattito internazionale sulla crisi ecologica e le sue cause, prima durante e dopo la Conferenza delle Nazioni Unite del 1972, si vedano essenzialmente Paul R. Ehrlich, The Population Bomb, Ballantine, New York 1968, e Paul R. Ehrlich, Anne H. Ehrlich, Population, Resources, Environment, Freeman, San Francisco 1970; di Barry Commoner, il gi citato Il cerchio da chiudere, del 1971, e La tecnologia del profitto, Editori Riuniti, Roma 1973; Una sola terra, a cura di Barbara Ward e Ren Dubos, Mondadori, Milano 1972; I limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dellumanit, Mondadori, Milano 1972; Verso un equilibrio globale, a cura di Dennis L. Meadows e Donatella H. Meadows, Mondadori, Milano 1973. Per le riflessioni sulluso capitalistico della scienza, che nel medico marxista Giulio Maccacaro si incontrano con le tematiche della sinistra ecologica: La scienza nella societ capitalistica, De Donato, Bari 1971; Scienza e potere, Feltrinelli, Milano 1975; Lape e larchitetto. Paradigmi scientifici e materialismo storico, Feltrinelli, Milano 1976; Giulio A. Maccacaro, Il mito del controllo demografico: siamo troppi?, Feltrinelli, Milano 1977 e Id., Per una medicina da rinnovare, 1966-76, Feltrinelli, Milano 1979; Marcello Cini e Corrado Mangione, 1968-1983 il dibattito sulla scienza: quindici anni da buttare?, in Scienza Esperienza, n. 1, 1983, pp. 14-19; Patrizia Capraro, 50 anni di Sapere, in Sapere, gennaio-febbraio 1985, pp. 49-74; Attualit del pensiero e dellopera di Giulio Maccacaro, Cooperativa Centro per la salute Giulio A. Maccacaro, Milano 1988; Maria Luisa Clementi, Limpegno di Giulio A. Maccacaro per una nuova medicina, Medicina democratica, Milano 1997; Marcello Cini, Dialoghi di un cattivo maestro, Bollati Boringhieri, Torino 2001. Sulla nascita della sensibilit e della mobilitazione ecologica in Italia la ricerca storica ancora piuttosto in ritardo e restano quindi fondamentali le ricostruzioni offerte dai protagonisti. Per iniziare si vedano i contributi di Giorgio Nebbia: Fatti, idee e movimenti dellambientalismo italiano negli ultimi 20 anni, in Il difficile governo dellambiente, a cura di Nicola Greco, Edistudio, Roma 1988; La contestazione ecologica, in Sociologia urbana e rurale, n. 12, 1990, pp. 27-36; Breve storia della contestazione ecologica, in Quaderni di storia ecologica, n. 4, 1994, pp. 19-70; Limiti alla crescita e lotte per lambiente, in Le radici della crisi. LItalia tra gli anni Sessanta e Settanta, a cura di Luca Baldissara, Carocci, Roma 2001. Quindi il saggio di Alberto Silvestri, I verdi alla ribalta. Saggio storico sullorigine dei movimenti ecologisti in Italia, Tip. moderna, Castrocaro 1986, e i due contributi di Walter Giuliano, La prima isola nellarcipelago. Pro Natura, quarantanni di ambientalismo, Pro Natura, Torino 1989 e Le radici dei verdi. Per una storia del movimento ambientalista in Italia, Ipem, Pisa 1992; e, ancora, le due brevi sintesi di Andrea Poggio, Ambientalismo, Editrice Bibliografica, Milano 1996, e di Roberto Della Seta, La difesa del-

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lambiente in Italia. Storia e cultura del movimento ecologista, Franco Angeli, Milano 2000. Rinviamo infine ad alcune ricerche dedicate sia al movimento ambientalista in senso proprio, sia alla storia dellambiente in et repubblicana (qui altrimenti mai citata, perch ha altri obiettivi e metodologie) che contengono indicazioni sullemersione di una coscienza ambientalista tra anni Sessanta e Settanta: Giovanni Lodi, Lazione ecologista in Italia: dal protezionismo storico alle Liste Verdi, in La sfida verde. Il movimento ecologista in Italia, a cura di Roberto Biorcio e Giovanni Lodi, Liviana, Padova 1988; Edgar H. Meyer, I pionieri dellambiente. Lavventura del movimento ecologista italiano. Cento anni di storia, Carab, Milano 1995; Simone Neri Serneri, Culture e politiche del movimento ambientalista, e Catia Papa, Alle origini dellecologia politica in Italia. Il diritto alla salute e allambiente nel movimento studentesco, entrambi in LItalia repubblicana nella crisi degli anni settanta, vol. II, Culture, nuovi soggetti, identit, a cura di Fiamma Lussana e Giacomo Marramao, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, rispettivamente pp. 367-399 e pp. 401-431; Saverio Luzzi, Il virus del benessere. Ambiente, salute, sviluppo nellItalia repubblicana, Laterza, Roma-Bari 2009; Federico Paolini, Breve storia dellambiente nel Novecento, Carocci, Roma 2009.

La sinistra di classe e la posizione del Partito comunista


Oltre al dibattito promosso dalle prime riviste ecologiste, analizzato nel testo, per leggere le diverse posizioni maturate in Italia sullecologia allinizio dei Settanta si vedano, per cominciare, gli atti parlamentari scaturiti dalle iniziative di Fanfani: Problemi di ecologia, Tipografia del Senato, Roma 1971; quindi i manifesti di critica allideologia ecologista: Dario Paccino, Limbroglio ecologico, Einaudi, Torino 1972; Id., Lombra di Confucio. Uomo e natura in Cina, Einaudi, Torino 1976; Ettore Tibaldi, Anti-ecologia, Il formichiere, Milano 1975; infine le opere di alcuni protagonisti delle discussioni pubbliche dellepoca, quelle gi citate di Giorgio Nebbia e inoltre: Toms Maldonado, La speranza progettuale. Ambiente e societ, Einaudi, Torino 1970; Alfredo Todisco, Breviario di ecologia, Rusconi, Milano 1974. Lattivit culturale dellIstituto Gramsci negli anni Sessanta testimoniata dagli atti delle sue varie iniziative: La medicina e la societ contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1968; Scienza e organizzazione del lavoro, 2 voll., Editori Riuniti, Roma 1973; Psicologia, psichiatria e rapporti di potere, Editori Riuniti, Roma 1974; infine, per il dibattito sullambiente: Uomo, natura e societ. Ecologia e rapporti sociali, Editori Riuniti, Roma 1972. Sulla storia intellettuale del Gramsci di vedano: Albertina Vittoria, Togliatti e gli intellettuali. Storia dellIstituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta, Editori Riuniti, Roma 1992; Ead., Lattivit dellIstituto Gramsci (1957-1979), in Il lavoro culturale. Franco Ferri direttore della Biblioteca Feltrinelli e dellIstituto Gramsci, a cura di Fiamma Lussana e Albertina Vittoria, Carocci, Roma 2000, pp. 133-

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193; Fiamma Lussana, Politica e cultura: lIstituto Gramsci, la Fondazione Basso, lIstituto Sturzo, in LItalia repubblicana nella crisi degli anni settanta, vol. II, Culture, nuovi soggetti, identit, a cura di Fiamma Lussana e Giacomo Marramao, Soveria Mannelli, Rubbettino 2003, pp. 89-136.

Il modello sindacale di analisi e controllo della nocivit


Impossibile dar conto dellimponente mole di pubblicazioni sindacali sulle lotte per la salute e lambiente di lavoro negli anni Sessanta e Settanta. Di seguito una selezione di testi dellepoca e ricostruzioni storiche successive: Tavola rotonda sulla contrattazione dei ritmi e delle condizioni ambientali di lavoro, in Quaderni di Rassegna Sindacale, luglio-agosto 1966; FILCEP-CGIL, Il controllo e la contrattazione delle condizioni ambientali di lavoro nelle industrie chimiche, Roma 1967; FIOM-CGIL, La contrattazione sindacale delle condizioni ambientali di lavoro, Roma 1967; Giovanni Berlinguer, La salute nelle fabbriche, De Donato, Bari 1969; CdF Breda Sesto San Giovanni, La salute non si paga, la nocivit si elimina. Unesperienza dei lavoratori della Breda Fucine di Sesto San Giovanni, CdF, Sesto San Giovanni 1971; CGIL-CISL-UIL, La salute in fabbrica, Stasind, Roma 1971; FIOM-CGIL, Ambiente di lavoro, FLM, 1971; CdF Montedison Castellanza, Esperienze, strumenti e metodi per la difesa della salute, in Rassegna di Medicina dei Lavoratori, n. 3, 1972, pp. 456-463; CGIL-CISLUIL, Fabbrica e salute. Atti della conferenza nazionale CGIL-CISL-UIL, Rimini, 27-31 marzo 1972, Seusi, Roma 1972; Ivar Oddone, La difesa della salute dalla fabbrica al territorio, in Inchiesta, n. 8, 1972; La salute in fabbrica. Atti del Convegno tenuto a Firenze nel 1973, 2 voll., Savelli, Roma 1974; FLM di Roma, In lotta per la salute. Esperienze e proposte dintervento sullambiente di lavoro nelle fabbriche della capitale, Sapere edizioni, Milano-Roma 1974; Gianni Moriani, La nocivit. Nocivit di fabbrica e nel territorio, Bertani, Verona 1974; Ivar Oddone (a cura di), Ambiente di lavoro e sindacato, Editrice sindacale italiana, Roma 1974; Alessandro Pizzorno (a cura di), Lotte operaie e sindacato in Italia: 1968-1972, 2 voll., il Mulino, Bologna 1974-1975; FLM, Rilancio delle lotte per la salute e lambiente, Sapere, Modena 1975; Gastone Marri, Lambiente di lavoro negli anni Settanta, Editrice sindacale italiana, Roma 1975; Pierpaolo Benedetto, Graziano Masselli, Ugo Spagnoli e Benedetto Terracini, La fabbrica del cancro. LIPCA di Ciri, Einaudi, Torino 1976; Alfredo Milanaccio e Luca Ricolfi, Lotte operaie e ambiente di lavoro. Mirafiori 1968-1972, Einaudi, Torino 1976; Salute e ambiente di lavoro. Lesperienza di Terni, De Donato, Bari 1976; Ivar Oddone (a cura di), Lambiente di lavoro: la fabbrica nel territorio, Editrice sindacale italiana, Roma 1977; Marco Biocca e Pietro Schirripa, Esperienze di lotta contro la nocivit in alcune aziende romane tra 1965 e il 1980, Censapi, Roma 1980; Gastone Marri, Lambiente di lavoro in Italia, lorganizzazione della ricerca non disciplinare (1961-1980), in Sociologia del lavoro, n. 10-11, 1980, pp. 71-95; Gianni Moriani e Francesco Carnevale, Storia

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della salute dei lavoratori. Medici, medicina del lavoro e prevenzione, Libreria Cortina, Verona 1986; Maria Luisa Righi, Le lotte per lambiente di lavoro dal dopoguerra ad oggi, in Studi Storici, n. 2-5, 1992, pp. 619-652; Romano Giuffrida, intervista a Luigi Mara, Sotto il selciato c sempre la spiaggia, in Maledetti compagni vi amer. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi ventanni di conflitto, Datanews, Roma 1993; Francesco Carnevale e Alberto Baldasseroni, Mal da lavoro. Storia della salute dei lavoratori, Laterza, RomaBari 1999; Patrizio Tonelli, La salute non si vende. Ambiente di lavoro e lotte di fabbrica tra anni Sessanta e Settanta, in I due bienni rossi del 900. 1919-1920 e 1968-1968. Studi e interpretazioni a confronto, a cura di Luigi Falossi e Fabrizio Loreto, Ediesse, Roma 2007.

Il movimento antinucleare e gli anni Ottanta


Come gi nel testo, anche questultimo paragrafo non pu che aprirsi con il riferimento allincidente di Seveso, un evento periodizzante per il movimento ambientalista italiano: si vedano Icmesa. Una rapina di salute, di lavoro e di territorio, Mazzotta, Milano 1976; Evangelista Penza, Il significato di Seveso: scacco matto alla tutela della salute e dellintegrit fisica dei lavoratori, Patronato SIAS, Roma 1976; Seveso: un crimine di pace, De Donato, Bari 1976; Laura Conti, Visto da Seveso. Levento straordinario e lordinaria amministrazione, Feltrinelli, Milano 1977; Seveso: una tragedia italiana, IE, Milano 1977; Daniele Biacchessi, La fabbrica dei profumi. La verit su Seveso, lIcmesa, la diossina, Baldini & Castoldi, Milano 1995; Industria ambiente e salute: a ventanni dallincidente di Seveso, Legambiente, Roma 1996; Fabio Tosetto, Seveso 10 luglio 1976: una storia da raccontare, Legambiente Lombardia, Milano 2004; Laura Centemeri, Ritorno a Seveso. Il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione, Bruno Mondadori, Milano 2006; Nunzia Penelope, Seveso 1976-2006, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006; Bruno Ziglioli, Il disastro di Seveso tra ecologia e politica, in Storia e futuro (rivista on line), n. 18, 2008. Sulle origini del movimento antinucleare, la nascita di Legambiente e dei Verdi non possiamo che rinviare ai titoli gi ricordati trattando dei nuovi movimenti e della cultura ecologica degli anni Sessanta, in particolare i testi a cura di Menichini (I verdi, chi sono, cosa vogliono), di Biorcio e Lodi (La sfida verde. Il movimento ecologista in Italia), i volumi di Diani (Isole nellarcipelago. Il movimento ecologista in Italia) e di Strassoldo (Le radici dellerba. Sociologia dei movimenti ambientali di base); quindi le ricostruzioni offerte nei vari articoli di Nebbia, nei contributi di Silvestri (I verdi alla ribalta. Saggio storico sullorigine dei movimenti ecologisti in Italia), di Giuliano (Le radici dei verdi. Per una storia del movimento ambientalista in Italia), di Poggio (Ambientalismo), di Della Seta (La difesa dellambiente in Italia. Storia e cultura del movimento ecologista), di Meyer (I pionieri dellambiente. Lavventura del movimento ecologista italiano) e di Neri Serneri (Culture e politiche del movimento ambientalista). Si vedano anche

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alcuni testi e documenti dellepoca: Virginio Bettini, Contro il nucleare. Ecologia e centrali nucleari, Feltrinelli, Milano 1977; Mario Fazio, Linganno nucleare, Einaudi, Torino 1978; Nucleare? No! Grazie. Aspetti politici, economici, ecologici della critica nucleare, a cura di Mario Signorino, Amici della Terra, Roma 1979; e, ancora, Massimo De Meo, Londa verde. I Verdi in Italia: la storia, il dibattito, gli indirizzi, i risultati elettorali, Alfamedia, Roma 1985; Renzo Del Carria, Il potere diffuso: i Verdi in Italia, Edizioni del movimento nonviolento, Verona 1986. Con particolare riferimento alla ricostruzione delle lotte antinucleari si vedano: Nicoletta Marietti, Gianni Mattioli e Massimo Scalia, Il movimento antinucleare, in Sapere, dicembre 1978 (anche in Gianni Mattioli e Massimo Scalia, Mito e ragione. Indagine sul nucleare, Pagus, Treviso 1987); Giovanni Cerri, La battaglia di Montalto: la centrale nucleare tra tecnici, istituzioni, partiti e movimenti popolari, in Societ civile e istituzioni nel Lazio. Nuovi bisogni, movimenti, partecipazione, rappresentanze, Kairos, Roma 1990, pp. 123-145; Mario Diani, The Conflict over Nuclear Energy in Italy, in States and Anti-Nuclear Movements, edited by Helena Flam, Edinburgh University Press, Edinburgh 1994; Umberto Chiarini, La Bassa contro latomo. La centrale nucleare nel mantovano: documenti 1975-1987, Fotolito Viadanese Nuova Stampa, Viadana 2007.

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Appendice Natura e prospettive della crisi mondiale in atto delleconomia capitalistica di Mario Boyer

1. Oggi lideologia mercatista propagandata e praticata in questi anni a piene mani conduce allesito della pi grave crisi economica che abbia mai conosciuto la storia planetaria e ci consegna un mondo pi povero, pi ingiusto, pi insicuro. Dunque un risveglio brusco, rude, che tuttavia consente di riconoscere la globalizzazione capitalistica nel suo vero portato storico, di mettere cio a evidenza gli aspetti di illusione e di inganno del suo messaggio mitizzante e il disastro sociale che porta a bilancio. Di qui, anche e soprattutto, la necessit e lurgenza di ricercare e sperimentare nuove strade che rendano davvero e concretamente possibile un nuovo mondo, nuovi sistemi di produzione della ricchezza non pi fondati sullo sfruttamento delluomo sulluomo e sulla appropriazione privatistica dei beni comuni, a partire dai beni naturali, decidendoci fattivamente per luomo animale sociale di contro allideologia dominante dellhomo homini lupus. 2. Le cose stanno proprio cos, siamo davvero di fronte a un annuncio di tramonto del capitalismo alla luce dellacutissima recessione economica in atto a livello globale? Penso proprio di s. Penso cio che la crisi, con il suo dna di crisi strutturale e di crisi di sistema, segnali inequivocabilmente una riduzione della provvista di futuro a disposizione del sistema di produzione capitalistico mondiale. Questa provvista, che fino a ieri appariva avere davanti a s un orizzonte di alcuni secoli, si per cos dire temporalmente compressa, stretta in una metaforica e inesorabile tenaglia a tre morse: a. la globalizzazione delleconomia capitalistica sta imprimendo una eccezionale spinta alla maturazione della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, legge che ha come esito limplosione del sistema;

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b. la sovracapacit produttiva che esprime il sistema economico mondiale a seguito del livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive mondiali (scienza, tecnologie, saperi, capitali) eccede smisuratamente la domanda mondiale; c. i livelli insostenibili di dissipazione ambientale e di alterazione climatica in atto e che le attuali dinamiche mondiali delle produzioni e dei consumi tendono ad accrescere avvicinano ormai lumanit alla soglia della catastrofe planetaria. La sovracapacit produttiva che alla base della crisi economica mondiale in atto per altro tendenzialmente in espansione per gli ulteriori sviluppi tumultuosi dei saperi scientifici e delle loro possibili applicazioni tecnologiche (biotecnologie, nanotecnologie, ecc.) e presenta caratteri di incomprimibilit. A meno che non vengano poste limitazioni di stampo oscurantista alla ricerca scientifica (altra cosa il problema aperto della democratizzazione e deprivatizzazione della conoscenza e dellinformazione scientifica!). Dunque allordine del giorno limposizione di limiti invalicabili entro cui contenere necessariamente le attivit produttive e i consumi mondiali. Ma ci impedisce al profitto capitalistico di obbedire alla legge fondamentale che lo governa, per cui ne va della sua esistenza: la necessit del suo continuo reinvestimento (riproduzione allargata), fatto questo che presuppone lesistenza di un contesto di sviluppo economico illimitato. 3. Guardando alle prospettive pi ravvicinate della crisi, convince la previsione che il superamento dei suoi aspetti pi acuti non possa avvenire nel breve periodo ma in un arco temporale pi ampio (naturalmente alla condizione che la cura Obama venga pi o meno generalizzata a livello mondiale). E tuttavia la stessa terapia durto americana appare in grado di garantire alla crisi una sorta di stato di convalescenza piuttosto che una vera e definitiva guarigione. Valgano a questo proposito due considerazioni: Il piano americano (senza dubbio coraggioso, innovativo, ispirato al binomio equit sociale/riconversione verde delleconomia (in una parola, lesatto opposto delle scelte dei governanti nostrani) redistribuisce il reddito nazionale usando la leva fiscale, favorendo per questa via il rilancio della domanda interna. Ma, diversamente dalle risposte date alla crisi del 29, (quando i salari americani furono aumentati dalle imprese mediamente del 50%), il piano lascia inalterato il primo e fondamentale livello di distribuzione della ricchezza prodotta, cio la distribuzione del plusvalore (di marxiana memoria) tra profitti e salari. Il rilancio della domanda come risposta alla sovraccapacit produttiva del sistema mondiale sar dunque contenuto, affidato al solo aumento della spesa pubblica che, per quanto gonfiata, non compensa minimamente la depressione di salari e pensioni.

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La messa al bando della cattiva finanza attraverso una rigorosa riscrittura delle regole e nuove e pi severe strumentazioni di controllo, se risolve in radice la questione della moralizzazione delle attivit finanziarie e creditizie e di un pi sano rapporto tra finanza ed economia reale, sorvola su unaltra decisiva questione in campo: quale nuovo equilibrio tra finanza ed economia. Appare infatti evidente che a una riduzione della liquidit per finanziare i consumi debbano corrispondere tassi di crescita prevedibilmente pi bassi di quelli conosciuti in questi ultimi anni. La persistenza di una politica di bassi salari da parte delle imprese e lindirizzo assunto dai governi di contenere limmissione di liquidit rispetto ai livelli pre-crisi lasciano dunque intravedere unuscita dalla recessione densa di problemi per loccupazione e il lavoro e di incognite circa la consistenza e la stabilit della ripresa. 4. In questo quadro oggettivamente incerto e preoccupante che rimanda a limiti e contraddizioni insanabili (in essere e in divenire) intrinseche al sistema di produzione capitalistica mondiale, assume centralit la questione di un nuovo e autonomo ruolo della politica rispetto alleconomia di mercato. Appare cio irrinviabile e prioritario innovare profondamente lordine giuridico del mercato che oggi incardinato, per lo pi in tutti i paesi del mondo, a partire dal nostro, sulla centralit dellimpresa e sul riconoscimento della preminenza delle sue ragioni e logiche produttive e di mercato rispetto ai diritti e alle tutele lavorative, sociali, ambientali. non tanto il grande tema della democrazia economica, quanto il tema pi generale della democratizzazione delleconomia. in questione in particolare qui da noi, la necessit di rendere effettivamente sovraordinati per via e per forza di legge, i diritti e le tutele sociali e ambientali fondamentali, rispetto agli interessi privatistici dellimpresa e degli imprenditori. Si tratta dunque di rovesciare letteralmente lordine giuridico in vigore che, con il suo corpo di leggi regolative/deregolative, ha di fatto privatizzato gli strumenti di governo del collocamento e ha sottratto alla contrattazione collettiva spazi e poteri per arginare e limitare le scelte imprenditoriali di flessibilizzazione esasperata delle prestazioni lavorative e di precarizzazione selvaggia delloccupazione (vedi legge Treu e legge 30). Come pure in questione la legge Bossi/Fini sullimmigrazione, la legge che desanziona le violazioni sulla sicurezza del lavoro da parte dellimpresa, le nuove limitazioni al diritto di sciopero che si vanno legiferando, le nuove normative in allestimento di liberalizzazione delle licenze edilizie e via esemplificando la vergognosa subordinazione dellordine giuridico italiano alle ragioni e interessi del mercato e del profitto (e delle rendite, dimenticavo) verso il traguardo di nuove e sempre pi gravi crisi.

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Gli autori

MARIO BOYER. Presidente dellIRES Abruzzo. Ha svolto ruoli di direzione della CGIL a livello categoriale e confederale, territoriale e nazionale. Ha diretto a Roma, negli anni 70, le lotte di Maccarese, la pi grande azienda agricola capitalistica dItalia, in stretta collaborazione con F. Rossitto, D. Turtura, G. Militello, A. Lana. Ha collaborato con A. Pizzinato dirigendo il Dipartimento CGIL Territorio-Ambiente-Servizi. stato relatore nella Conferenza nazionale per il Mezzogiorno e nella Conferenza nazionale sullEnergia. Iscritto al PCI nel 1968, fino al congresso di scioglimento. Attualmente iscritto a Rifondazione comunista. MICHELE CITONI. Gi dirigente di Legambiente, redattore di Capitalismo Natura Socialismo e caporedattore di Radio Citt Futura. giornalista free lance e autore di video di documentazione sociale. Si occupa da molti anni di ecologia e lotte sociali. GIANNI DI CESARE. Nato ad Avezzano, 55 anni, laureato in Sociologia. Ricopre incarichi dal 1983, prima come segretario dei chimici de LAquila, dal 1985 al 1994 come segretario provinciale e regionale della FIOM Abruzzo. Dal 1994 al 2000 segretario generale della Camera del Lavoro de LAquila e componente della Segreteria regionale della CGIL Abruzzo con la responsabilit delle Politiche industriali. Dal 2007 segretario generale della CGIL Abruzzo. FRANCO OTTAVIANO. Nato a Roma nel 1944, studia architettura e partecipa alle occupazioni universitarie dal 1963 al 1968. Dallestate del 1968 al 1971 milita nei gruppi della nuova sinistra. Nel 1972 si 165

iscrive al PCI. Segretario di sezione e successivamente della Zona dei Castelli Romani. Deputato dal 1976 al 1983. Ricopre vari incarichi di direzione politica. Dal 1987 al 1992 direttore dellIstituto di studi comunisti Palmiro Togliatti. Con la fine del PCI lascia il funzionariato. Continua limpegno politico-culturale animando la Casa delle culture di Roma di cui presidente. Ha pubblicato vari saggi sui movimenti e i partiti. In particolare Estremisti bianchi (storia di Comunione e Liberazione); Un partito per il Leader e Il Fattore Craxi (scritti con Paolo Ciofi); La rivoluzione nel labirinto, opera in tre volumi su Sinistra e sinistrismo dal 1956 agli anni Ottanta. CATIA PAPA. Dottore di ricerca in Storia dellItalia contemporanea, svolge attivit di ricerca presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, e attualmente assegnista nellUniversit degli Studi di Roma Tre.

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2010 dalla Tipografia O.GRA.RO. Vicolo dei Tabacchi, 1 - Roma