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Due passi indietro per andare avanti Contributo di Gian Paolo Patta per il partito dei lavoratori

Crisi della sinistra, crisi della democrazia

Mentre il mondo vive una delle crisi economiche pi gravi dellultimo secolo, la sinistra italiana non pi rappresentata nel Parlamento europeo, in quello nazionale e in rilevanti amministrazioni locali. Essa divisa tra piccoli partiti, a loro volta articolati in correnti. La crisi della sinistra pu diventare irreversibile e lItalia rischia di rappresentare una grave novit nella stessa Europa. La crisi della sinistra non si situa nel contesto di una democrazia forte, considerato che la maggioranza dei partiti di centro destra al governo non si riconosce nella Carta costituzionale e che la transizione iniziata nel 1989 dagli eredi dei principali partiti della Prima Repubblica non ancora conclusa, anzi non esiste, oggi, in Italia un partito democratico, riformista, moderato che sia strutturato e radicato nel mondo del lavoro e nel paese. La crisi dei partiti democratici e di sinistra e le caratteristiche di un centro destra percorso da populismo, xenofobia e cesarismo prospettano un futuro preoccupante per la qualit della stessa democrazia. Abbiamo bisogno di una diagnosi impietosa, non diplomatica, se vogliamo trovare una terapia rispondente alla malattia ed efficace nella cura.
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Innanzitutto interrogandoci sulle ragioni che hanno causato questa crisi della sinistra. La sinistra italiana si progressivamente trasformata da soggetto rappresentativo di forti interessi di classe e portatore di un progetto di societ alternativa, in unarea politico-culturale definita da valori (solidariet, eguaglianza, pace, antimilitarismo, difesa dei beni comuni, ecc.), che sono stati e sono peraltro largamente condivisi, oltre che da molte esperienze della sinistra italiana e internazionale, dai settori democratici socialmente impegnati. Non esiste, per, rapporto vivo tra le posizioni culturali e politiche della sinistra e gli stessi settori popolari dai quali sorsero queste stesse posizioni. evidente in effetti linesistenza di una sinistra organizzata tra gli operai, le donne, i pensionati, gli immigrati, i rom. Le categorie sociali da cui provengono i maggiori consensi per la sinistra radicale sono una parte dei ceti medi, insegnanti, studenti. La sinistra italiana, che non stata immune dalle trasformazioni generali della sfera politica realizzate durante gli anni novanta, cos diventata una forza dopinione tra le altre e, come tale, inevitabilmente, condizionata dai mezzi di comunicazione di massa; mezzi di comunicazione che in Italia sono posseduti da una ristrettissima oligarchia, che decide quando, come e cosa comunicare e che interessata alla marginalizzazione della sinistra dalla politica italiana. La sinistra radicale interloquisce, sulla base dei propri valori, con tanti soggetti, tra i quali i lavoratori.

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La politica non rappresenta pi gli operai


In conseguenza della evoluzione della sinistra radicale e riformista in Italia si giunti a privare i lavoratori di una forte rappresentanza politica. in questo contesto che (come confermano alcuni istituti di ricerca dopo aver analizzato i flussi delle ultime elezioni politiche italiane) la maggior parte degli operai si spostata verso il centro destra e verso lastensione. Gli operai, essendo venuti meno gli strumenti che avevano creato per la lotta per il potere, i partiti politici di massa, sono privi di potere politico. Si crea cos uno squilibrio fra le classi sociali che mina la stessa Costituzione fin dalle fondamenta. Cresce cos a dismisura il potere di una ristretta oligarchia. nellambito di questa oligarchia che si sono condotte le vere battaglie di potere di questi anni. Lo scioglimento del Pci, che si definiva ed era un partito dei lavoratori, ha contribuito significativamente a quel congelamento della condizione operaia che data dai primi anni novanta. C il rischio, nel combinato disposto tra lattuale sistema elettorale maggioritario, che esalta il ruolo delle singole personalit sia nella competizione che nelle forme di governo, e il preponderante ruolo assunto nella comunicazione dai media, di una regressione della democrazia verso livelli analoghi a quel vecchio sistema dei notabili spazzato via dallavvento dei partiti di massa. una situazione pericolosa per la stessa democrazia: qualora lattuale disorientamento operaio diventasse adesione organizzata a tendenze populiste o xe13

nofobe, non escludibili considerato il crescente aumento della disoccupazione, rischiamo una rottura seria del patto costituzionale che regge la Repubblica da oltre sessantanni. A opporsi in prima linea, nei luoghi di lavoro, a questo sbocco rimasta solo la Cgil e pochi altri. Ma senza una forza politica che rappresenti il lavoro, la Cgil e queste forze non riusciranno a reggere. Gi adesso con gli accordi separati sul modello contrattuale, che hanno alla loro origine lesplicito intento del governo di fare i conti con quella confederazione che da sempre ostacola le sue politiche, siamo entrati in una fase cruciale che metter a dura prova le capacit difensive della Cgil. I sindacati infatti, anche quando si muovono al meglio delle loro potenzialit, in assenza di un partito dei lavoratori, sono destinati a muoversi su un piano di subordinazione e di resistenza. La presenza dei partiti di massa nei luoghi di lavoro alimentava la diffusione tra i lavoratori di una cultura e di una progettualit che vivificavano lazione dei sindacati. Oggi nelle assemblee operaie si sente la penetrazione delle idee della Lega, della destra. La stessa Cgil, anche a causa dellassenza di una prospettiva di trasformazione generale della societ e di un adeguato partito dei lavoratori, da troppo tempo sulla difensiva, e ancora oggi non si intravede una prospettiva offensiva. I lavoratori e gli altri ceti popolari devono affrontare, privi di una forte rappresentanza politica, inoltre, le conseguenze di una lunga stagnazione delleconomia italiana.

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Il conflitto redistributivo
A causa dellincapacit del capitalismo italiano di produrre tassi di crescita significativi, il conflitto redistributivo tra lavoratori e pensionati da un lato e imprese grandi e piccole dallaltro, diventer ancora pi aspro, soprattutto alla luce della crisi mondiale. Il capitale cercher la sua massima remunerazione attraverso la riduzione del salario, sia quello diretto che quello indiretto finalizzato al finanziamento dello Stato sociale. Va sottolineato come la crescita zero sia ormai pi che una tendenza, come si evince da unocchiata al trend storico del Pil dellItalia dalla fine degli anni ottanta ad oggi. Questo (la crescita del Pil intorno allo zero) ormai un dato strutturale e conferma molte delle teorie di Marx sui meccanismi di fondo del capitalismo, che conducono al calo del saggio di profitto, alla concentrazione del capitale, alla sua finanziarizzazione e alla crisi. Questo scontro sulla redistribuzione della ricchezza e dei redditi caratterizzer la fase, e la crisi giocher inesorabilmente a favore di chi lha causata, finch non si costituir un blocco sociale antagonista alla classe dominante; blocco sociale che non nascer spontaneamente e continuer a non esistere, finch la sua costruzione non sar realmente ritenuta possibile e necessaria e assunta come la priorit della sinistra.

Le origini della crisi della sinistra


Pesa sullattuale sinistra radicale la sua origine da minoranze, interne ed esterne ai grandi partiti storici
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e alle grandi organizzazioni di massa, minoranze spesso di critica e di testimonianza, chiuse nelle dialettiche interne a queste organizzazioni. forte su di essa linfluenza dei movimenti monotematici nazionali e internazionali, compresi quelli giovanili o pacifisti, di ispirazione cattolica. Lorigine da esperienze minoritarie ha influito su alcune peculiarit della sinistra: la passione per la denuncia, per lopposizione, la sua allergia sia a esperienze di governo (che siano di istituzioni politiche o sociali) che a portare a termine in prima persona i conflitti gestendone direttamente mediazioni e sbocchi politici. Il correntismo interno ha esasperato queste caratteristiche rendendo sterili, non produttivi, i grandi sacrifici di militanti e movimenti. Una sinistra che, nata per rifondare un pensiero che nel Novecento era stato di riferimento per miliardi di persone e che aveva portato i comunisti al potere in tanta parte del pianeta, a ormai venti anni dalla sua nascita non riuscita ad andare oltre un altro mondo possibile, senza indicarne le caratteristiche fondamentali: quale modello economico e sociale, quale forma di democrazia, quale Stato? Certo ha pesato e continua a pesare come un macigno sulle spalle della sinistra limplosione dellesperienza socialista in Urss, ossia di quel sistema che aveva promesso di sviluppare le forze produttive pi del capitalismo, senza le sue distorsioni e ingiustizie, e di rappresentare un passaggio verso il superamento delle classi sociali e dello Stato. Ma questa implosione, sulle cui ragioni ancora troppo poco si avuto il coraggio di riflettere, non autorizza conclusioni demolitrici della grande cultura
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teorica e politica che aveva generato le rivoluzioni comuniste del Novecento. Prendere atto del fallimento del pi grande tentativo operato nella storia dellumanit di scalata al potere delle classi subalterne finalizzato al superamento di tutte le classi, non giustifica conclusioni negative sulla correttezza e maturazione storica di questo fine. La stessa rivoluzione borghese prima di arrivare alla sua attuale, al momento prevalente, forma democratica ha percorso una storia complessa, piena di errori e di tragedie. E di nuove ve ne sono in corso. Una sinistra anticapitalista, che rinunciasse a una teoria generale della transizione al socialismo e ad unidea di modello alternativo di societ, sarebbe subordinata alla cultura borghese e condannata a confliggere allinterno del recinto della societ capitalista. Il mondo nuovo diventa davvero possibile se in primo luogo se ne indicano le caratteristiche fondamentali e in secondo luogo chi pu realizzarlo e con quali modi e mezzi. Una sinistra che si ponga il compito di continuare la lotta per la conquista di una societ di eguali non pu evitare di porsi domande alte: potr esistere un modo di produzione socialista? Ha questo modo di produzione socialista una legittimazione storica? Contribuir pertanto al progresso dellumanit? Come potrebbe essere costituito, come evitare i disastri precedenti? Quale eguaglianza nellaccesso alla democrazia e al potere? Porsi questi quesiti significa affrontare anche quello conseguente: quale classe sociale pu operare questa trasformazione perch ne possiede le potenzialit e ne ha linteresse? Una sinistra che si accontentasse di ritagliarsi un
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ruolo conflittuale con il capitalismo non sarebbe alternativa ad esso; non a caso la borghesia ha da tempo riconosciuto i diversi interessi che operano nella societ capitalistica e gli inevitabili conflitti tra di loro. Quello che non riconosce, e non riconoscer mai, la loro inconciliabilit e la possibilit che una societ di uguali possa garantire uno sviluppo superiore e diverso, in grado di liberare tutti gli uomini e tutte le donne. la prima volta, inoltre, che, nella storia, esiste una sinistra pessimista; e non intendo sulle prospettive di questa fase. Il pessimismo insito nella sua visione negativa, quando non catastrofica, del futuro. Eppure la situazione sociale, grazie proprio a oltre un secolo di lotte dei lavoratori e delle sinistre, non mai stata migliore. La situazione attuale non neanche lontanamente paragonabile a quella del dopoguerra. Per non parlare dellItalia del 1861, quando la speranza di vita alla nascita era di trentanni. Quanta strada abbiamo percorso da un paese ancora contadino e con una percentuale altissima di cittadini che non raggiungevano la licenza elementare o peggio erano analfabeti! Non ci ha regalato niente nessuno, ogni avanzamento stato frutto di lotte, a volte anche drammatiche. stato liberato tempo dalla schiavit del lavoro, si sono trovate le risorse perch questo tempo venga vissuto senza stenti, grazie alla crescita delle protezioni sociali; la pace, almeno nellUnione europea, non al momento in discussione; le donne dal dopoguerra, quando non erano ammesse neppure al voto, hanno percorso, grazie alle loro battaglie, una lunga strada al punto che le giovani si vivono in maniera nuova, diversa da come si vivevano le loro mamme; i
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consumi collettivi e individuali sono aumentati; quasi l80% dei giovani raggiunge il diploma di scuola media superiore; i patrimoni sono cresciuti, ed cresciuto e si diffuso il possesso di beni durevoli. Oggi, che possiamo pensare a ulteriori storici passi in avanti, perch la scienza con il suo sviluppo e le sue scoperte lo permette, dal campo sanitario a quello ambientale; adesso che possibile un livello di produttivit tale da poter liberare nuovo tempo e nuove risorse per interventi sociali e per correggere le storture del modello di sviluppo; oggi che la vita media elevata e in crescita, anche se in maniera differenziata, in tutte le classi sociali; oggi che davvero possiamo rilanciare un percorso per la liberazione dalla schiavit del lavoro e la piena realizzazione delluomo; proprio oggi siamo colpiti da un pessimismo sul futuro che non ha ragione di essere. Siamo impegnati in lotte prevalentemente difensive, non siamo alla testa del progresso, non indichiamo allumanit un percorso di liberazione da costruire giorno per giorno. Quasi fossimo paghi di quanto raggiunto e la nostra preoccupazione principale fosse quella di conservarlo. Veniamo vissuti come coloro che hanno paura del futuro, per forza peggiore delloggi, che si mobilitano solo per la difesa dellesistente o per battaglie di opposizione. La sinistra dellOttocento e del Novecento riusc a immaginare le potenzialit immense date dallo sviluppo delle moderne forze produttive e delle nuove classi sociali fin dal loro primo manifestarsi. In societ a larghissima prevalenza contadina, riusc a vedere un ruolo storico centrale, nientemeno che per lemancipazione delluomo, per una classe operaia
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composta da lavoratori manuali n istruiti, n organizzati. grazie a questa capacit visionaria che nacquero i primi partiti socialisti, compreso il Partito socialista italiano, che venne fondato a Genova nel 1892, addirittura prima del decollo industriale italiano che inizia nel 1896! Oggi, con una diffusione del capitalismo e del lavoro dipendente neanche lontanamente paragonabile a quella del 1892, scambiando una riduzione del numero delle grandi fabbriche e degli operai in esse occupati per la scomparsa delle classi, ci domandiamo se il Novecento non sia finito e da archiviare definitivamente.

Che fare?
Occorre ritornare ad essere centro di progettualit, di organizzazione e di iniziativa. La sinistra deve tornare ad essere un motore in grado di muovere la maggioranza della societ in vista di un definito progetto di trasformazione. questa la condizione di base perch nascano movimenti offensivi e acquisitivi e non solo quelli contro le iniziative degli altri, per loro natura difensivi. Il permanere in difesa fa apparire la sinistra come quella forza che si muove per conservare lesistente e si oppone al cambiamento. Un esistente che soprattutto quelli che stanno peggio vogliono giustamente cambiare, anche a costo, in assenza di altre proposte, di seguire i miraggi del populismo. Questo progetto di trasformazione indispensabile per offrire un orizzonte generale a movimenti, grandi e piccoli, cos come allazione quotidiana dei militanti,
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che possono guadagnare in efficacia grazie allo sviluppo di conflitti coerenti, orientati nella stessa direzione di marcia. Per ottenere questi risultati occorre liberarsi del radicalismo inconcludente e costruire un partito di massa, cominciando a compiere delle scelte: teoriche, politiche, programmatiche e organizzative. Occorre rimettersi al lavoro, non autoglorificarsi ricordando i titoli di nobilt che abbiamo ereditato dalla grande storia della sinistra. Come disse Togliatti a Bordiga:
A che cosa servono oggi questi titoli di nobilt? Vivere su di essi non si pu, anzi, dobbiamo noi, con i nostri atteggiamenti odierni, dare la prova che i titoli sono realmente tali, cio hanno un valore

Le ultime tornate elettorali hanno purtroppo dimostrato come non ci siano, per la sinistra, rendite di posizione derivanti dalla storia passata e dalla mera amministrazione dei simboli di quella storia.

Ricominciare
Secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) come si pensa abitualmente fra noi , ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica [] Il socialismo da quando diventata una scienza, va trattato come una scienza, cio va studiato [] Senza teoria rivoluzionaria non vi pu essere movimento rivoluzionario. Solo un partito guidato da una teoria di avanguardia pu adempiere la funzione di combattente di avanguardia1.

Vladimir Ili Lenin, Che fare?, Einaudi, Torino, 1971.

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Ai fini della rielaborazione di una moderna teoria inevitabile definire il rapporto che si vuole avere con la grande elaborazione teorica che la sinistra ha alle proprie spalle. Occorre un serio e impegnativo lavoro di riflessione, e di lotta politica, per definire quali aspetti di questa elaborazione teorica siano meritevoli di essere confermati e utilizzati per sviluppi ulteriori e quali si sono, invece, rivelati sbagliati o sono diventati obsoleti. In via prioritaria necessario dichiarare il proprio rapporto con lopera di Carlo Marx. Qualora la sinistra ritenesse che i fondamentali punti di arrivo dellimpianto teorico di Marx siano superati, sarebbe obbligatorio esplicitarlo e proporre nuovi impianti teorici. Ritengo che levoluzione storica del capitalismo abbia confermato le fondamentali categorie analitiche del pensiero di Carlo Marx e ancora oggi, se utilizzate non come vuote formule da ripetere meccanicamente, ma vivificate per lanalisi concreta dello sviluppo del capitalismo, sono in grado di illuminare i meccanismi di fondo del sistema pi di quanto siano state in grado di fare le moderne teorie economiche. In maniera particolare sono evidenti i punti di forza della teoria marxista, confermati dalla storia: la pervasivit del capitalismo su scala planetaria e il suo dominio ormai consolidato sui modi di produzione residuali; sul rapporto tra le persone e tra luomo e la natura; lallargamento enorme del lavoro dipendente (proletarizzazione); la progressiva concentrazione del capitale, su scala mondiale, quale risposta allo sviluppo delle for22

ze produttive e al calo tendenziale del saggio di profitto; la tendenza alla crisi del capitalismo. La stessa globalizzazione delleconomia di mercato stata una risposta al conflitto di classe e una naturale evoluzione causata dalle forze naturali che operano nel capitalismo, allo scopo di trovare margini di profitto maggiori di quelli, da tempo in calo, che si ricavavano nei paesi pi avanzati e trovare nuovi mercati per sostituire quelli saturi. Una globalizzazione che non ha risolto le contraddizioni che hanno spinto ad essa, come evidenziano il sempre pi basso tasso di crescita degli Stati dellOcse e la recessione in corso. La grande crisi in corso dimostra che il capitalismo mantiene nella sua natura grandi ed esplosive contraddizioni che ne evidenziano linstabilit di fondo e il suo potenziale distruttivo. Il primato assoluto del profitto , altres, alla base di una contraddizione che diventa sempre pi acuta: il progressivo deterioramento del pianeta. La stessa evoluzione delleconomia dellItalia negli ultimi decenni conferma questi punti di forza della teoria marxista: partita, nel secondo dopoguerra, da una quasi parit tra lavoro indipendente e lavoro dipendente, arrivata alle percentuali riportate nella tabella a p. 31 secondo la quale il lavoro dipendente ha superato (considerando i co.co.co.) il 76% degli occupati. Nellindustria, dove lo sviluppo del capitalismo pi avanzato, i lavoratori dipendenti superano l80% degli occupati. Mentre gli imprenditori rappresentano appena l1,2% degli occupati. Nello stesso tempo lagricoltura, dominata da
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modi di produzione precapitalistici, passa dal 50% del Pil a poco pi del 2%. Fondamentale in Marx, insieme allo studio dei geni che determinano il funzionamento e levoluzione del capitalismo, lancoraggio al materialismo storico per la comprensione dellevoluzione storica delle formazioni sociali. Per Marx: la storia delle formazioni sociali storia dello sviluppo delle forze produttive e del succedersi dei modi e dei rapporti di produzione da esso resi possibili: rapporti di produzione che condizionano, a loro volta, qualit e quantit dello sviluppo e le caratteristiche delle stesse forze produttive; la lotta fra le classi la levatrice di nuovi e pi avanzati modi di produzione. Una sinistra che non si ancorasse a questa teoria destinata a restare residuale rispetto ai grandi processi storici e comunque subordinata. La storia non sarebbe pi storia di lotta fra le classi ma una somma di storie e conflitti separati tra di loro (storia delleconomia, della politica, delle forme di Stato, dei conflitti del lavoro, di quelli tra uomo e donna e tra uomo e natura, ecc.). E delle quali sarebbe impossibile una lettura unitaria e i conflitti diventerebbero fine a se stessi, privi della forza data dalla prospettiva di un nuovo ordine. Ma se la storia storia di lotta fra le classi non si pu che confermare che, come avvenuto per i precedenti modi di produzione, anche il capitalismo produce al proprio interno il fattore che porter al suo superamento: i lavoratori che possiedono solo la loro propria forza lavoro. I mutamenti nel modo di lavorare, di organizzare la produzione, non mutano la
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sostanza di fondo del sistema capitalistico fondato sulla produzione di merci e sullo sfruttamento della forza lavoro. Sfruttamento che resta pi importante, nel determinare i confini della classe, di tutte le divisioni e articolazioni tra lavoratori causate dalla loro diversa collocazione nel ciclo produttivo. La posizione culturale che ha ritenuto superata la vecchia divisione fra le classi fondamentali in conseguenza della moderna evoluzione della organizzazione del lavoro, non a caso, si sviluppata parallelamente a quella del pensiero unico che ha sostenuto che il capitalismo, contrariamente alle tesi di Carlo Marx e a quanto avvenuto nel passato, avesse superato le proprie contraddizioni e fosse ormai in grado di sostenere uno sviluppo quantitativamente illimitato e infinito nel tempo. La grave crisi odierna ci insegna che le generalizzazioni epocali fondate su periodi limitati di tempo sono sempre un errore, chiunque le commetta. La costruzione, dalle macerie della sinistra politica italiana, di una forza di sinistra di massa passa, dopo una analisi delle classi del paese, dallindicazione di quelle, tra queste, che si intendono organizzare e rappresentare e con le quali iniziare il conflitto per il cambiamento.

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Il capitalismo italiano

In Italia i capitalisti non hanno mai inteso rischiare il proprio capitale e non sono stati capaci di reggere settori strategici ad alta intensit di ricerca e di capitale: la grande impresa si sviluppata o allombra o per opera dello Stato o delle banche. Le stesse recenti privatizzazioni dimostrano il disinteresse del grande capitalismo italiano a sviluppare una politica di investimenti di medio e lungo periodo. Non un caso se tra le aziende che ancora vanno bene abbiamo aziende partecipate dallo Stato come Eni, Enel, Finmeccanica. Le grandi banche, che quando erano pubbliche garantivano i risparmi e sostenevano investimenti oculati, oggi che sono privatizzate e per questo votate alla ricerca del guadagno comunque, rappresentano in Italia, come nel resto del mondo, un grande fattore di rischio. Rischio tanto pi alto in quanto sempre pi spesso le grandi banche sono coinvolte nel sostegno a imprenditori il cui unico merito quello di far parte di un complesso gioco di scatole cinesi e patti di sindacato finalizzati al controllo delleconomia e della politica italiana, pi che allo sviluppo del paese. I patti interni a una ristretta oligarchia sono certa27

mente una delle ragioni per la quale gli imprenditori di altri paesi evitano investimenti importanti in Italia. evidente il diffuso conflitto di interesse tra banche, imprese, mezzi di comunicazione. Lindagine conoscitiva sulla corporate governance condotta dallAntitrust quantifica la peculiarit tutta italiana del sistema finanziario fatto di partecipazioni incrociate. Lautorit ha rilevato che l80% dei gruppi finanziari esaminati presenta nei propri organismi soggetti con incarichi in societ concorrenti. In Europa, incroci del genere interessano solo il 26,7% di quelle quotate a Parigi, il 43,8% di quelle nella Deutsche Borse e il 47,1% di quelle sul London Stock Exchange, mentre sono inesistenti in Spagna. La rendita diventata una parte rilevante dei redditi di industriali, commercianti e altri lavoratori autonomi, pi rilevante, tra i fattori che accrescono i patrimoni, della stessa attivit produttiva. Secondo la tabella relativa allanno 2005, le imprese con oltre 250 addetti superano solo di poco le 3.000 unit, quasi met delle quali manifatturiere. Le maggiori con oltre 10.000 dipendenti, escludendo ferrovie, poste, banche, sono solo una ventina. Coloro che possono essere considerati padroni, ossia i proprietari di imprese con pi di 50 dipendenti, non raggiungono le 27.000 unit. Una borghesia sempre pi ristretta. L80% delle aziende aveva nel 2005 meno di 10 dipendenti; nellindustria la dimensione media era di 6,5 addetti. Distretti e gruppi hanno compensato solo parzialmente il limite, gravissimo, insito nella dinamica dimensionale delle imprese italiane. I risultati deludenti nello sviluppo del paese sono dovuti alla particolare
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struttura delle imprese italiane, e in maniera particolare alla loro dimensione. Nella piccola azienda industriale, rispetto alla pi grande impresa, il valore aggiunto per addetto pari a un terzo, il costo del lavoro per addetto solo alla met, il tasso di accumulazione (17% del valore aggiunto) di tre punti inferiore. Dimensione delle imprese e distribuzione dei lavoratori
Anno: 2005 N. addetti 1-5 6-9 10-19 20-49 50-99 100-199 200-499 500-999 1000 ed oltre Totale Fonte: Inps N. imprese 1.047.803 142.561 111.879 50.995 14.676 6.643 3.330 924 614 1.497.625 N. dipendenti 2.142.927 1.027.329 1.474.673 1.527.292 1.003.019 909.972 995.122 635.439 1.914.616 11.630.389

Nellintera economia, la capacit di esportare delle 175.000 aziende esportatrici scema sensibilmente al diminuire della dimensione: non pi del 3% delle imprese con meno di 20 addetti esportava (62% fra quelle con pi di 250 dipendenti). Nel settore manifatturiero all1% delle pi grandi aziende esportatrici era imputabile il 40% dellexport del settore, mentre solo il 5% dello stesso export faceva capo alle imprese con meno di 10 addetti (60% delle imprese espor29

tatrici). Nei mercati extra Ue risultano presenti pressoch esclusivamente le aziende maggiori. Le professioni in genere poi si tramandano di padre in figlio e in certe attivit professionali le imprese sarebbero sicuramente pi efficienti, garantirebbero prezzi pi favorevoli e tratterebbero meglio i loro dipendenti. Queste piccolissime aziende sono inoltre una delle cause della ridotta capacit di ricerca innovativa del nostro paese e del mancato pieno utilizzo delle capacit intellettuali che lampliarsi dellarea di diplomati e laureati rende disponibili. La frammentazione produttiva una conseguenza anche delle scelte organizzative dei grandi gruppi, che hanno preferito la flessibilit garantita dai lavoratori autonomi, manodopera meno costosa e flessibilissima, e dalle piccole e piccolissime unit produttive, alle esigenze di crescita e di ammodernamento del paese. Molte attivit (amministrative e contabili, logistica, ecc.) che precedentemente erano organizzate allinterno della grande impresa sono state decentrate nel settore dei servizi alle imprese, dando, per inciso, lidea di un calo del settore industriale pi accentuato di quanto non lo sia stato in realt. Notevoli sono le responsabilit della politica che ha sempre tutelato le piccolissime imprese in funzione della creazione di un blocco moderato e non le ha mai spinte a crescere per arrivare a dimensioni che permettessero ricerca, innovazione, incrementi progressivi del valore aggiunto. troppo elevato il prezzo che si pagato per questa abnorme estensione delle micro imprese in termini di evasione fiscale, di lavoro nero e di sfruttamento dei loro dipendenti, privi di diritti fondamentali quale
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quello previsto dallarticolo 18 dello Statuto dei lavoratori (giusta causa nei licenziamenti). A fianco delle micro imprese con dipendenti ci sono circa 4,5-5 milioni di lavoratori autonomi individuali (commercianti, artigiani, coltivatori diretti, professionisti) la cui condizione sociale molto differenziata. Un certo numero di questi lavoratori autonomi svolge attivit simili a quelle operaie ricavandone un Occupati per settore di attivit economica e posizione nella professione. Media 2008 (in migliaia) Istat
Totale occupati Indipendenti 5.959 Imprenditori Liberi professionisti Lavoratori in proprio Soci di cooperativa Coadiuvanti familiari Co.co.co Prestatori dopera occasionali Dipendenti Dirigenti Quadri Impiegati Operai Apprendisti Lavoranti a domicilio Totale 285 1.170 3.601 35 403 370 95 17.446 500 1.228 7.301 8.149 257 9 23.405 Totale generale 25,5 1,2 5,0 15,4 0,1 1,7 1,6 0,4 74,5 2,1 5,2 31,2 34,8 1,1 0,0 100,0 Servizi Industria Agricoltura 25,9 0,8 7,2 13,7 0,1 1,5 2,0 0,5 74,1 2,7 6,7 38,3 25,3 0,9 0,0 100,0 20,9 1,9 0,7 16,0 0,1 1,3 0,8 0,2 79,1 1,1 2,5 18,7 55,0 1,6 0,1 100,0 52,5 2,1 0,3 40,0 0,6 8,5 0,5 0,5 47,5 0,4 0,5 3,9 42,5 0,2 0,1 100,0

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reddito di pari livello. Altri percepiscono redditi che sono tra i pi alti tra quelli dichiarati al fisco (farmacisti, architetti, medici, ingegneri, ecc.). Negli ultimi dieci anni larea del lavoro indipendente si ridotta; non rappresenta pi il 30% della forza lavoro come quasi sempre stato negli ultimi quarantanni. Calano i coltivatori, troppo assistiti, senza ragione, e diminuiscono commercianti e artigiani. In conclusione, in Italia una politica di progresso che sia socialmente equa non pu essere combattuta che fra due blocchi sociali distinti. Non sono possibili alleanze politiche con settori della borghesia e delle categorie sociali che la affiancano: al loro interno non emerge nessun conflitto tra rendita e capitale produttivo, per non parlare della necessaria modernizzazione dei suoi settori pi arretrati. Da anni le organizzazioni del lavoro autonomo, anche quelle che una volta facevano riferimento alla sinistra, seguono tutte le indicazioni provenienti da Confindustria, quando non ne avanzano di pi retrive. Le categorie del lavoro autonomo e della micro impresa sostengono partiti che tollerano levasione fiscale. Pretendono servizi pubblici efficientissimi nonostante non abbiano contribuito a realizzarli, nella misura in cui avrebbero dovuto e potuto. Accedono gratuitamente alla sanit e alla scuola pubblica. Dichiarano redditi ufficiali pi bassi di quelli che realmente percepiscono e pretendono condizioni di vantaggio nellaccesso a diversi servizi pubblici. Quando arrivano alla pensione a troppi di loro occorre integrarla, a spese dei lavoratori dipendenti, perch insufficiente anche a causa dellevasione dei contributi. Costituiscono la base di massa ideale per lanar32

chismo liberista, per lindividualismo, per relazioni sociali fondate sulla legge del pi forte, per una cultura fondata sulla priorit del diritto individuale e sulla negazione delle responsabilit sociali. Diritti e doveri nella loro visione non vanno legati solidamente insieme ma basterebbero i primi, mentre i secondi sono lacci fastidiosi da aggirare o da rompere. Non si tratta di dare un giudizio morale su queste categorie sociali, allinterno delle quali esistono tante degnissime persone che rispettano le leggi e i loro dipendenti. Moltissime piccole imprese sono inoltre spesso costituite da lavoratori dipendenti costretti a mettersi in proprio a causa di appalti, esternalizzazioni, fallimenti o licenziamenti. Ci non toglie che la sostanza della loro condizione materiale li porti ad esprimere gli stessi interessi e gli stessi obiettivi della borghesia e alcuni tratti culturali comuni tra i quali quello pi rilevante, per le conseguenze culturali e politiche, lindividualismo. Individualismo che ha la sua ragione dessere nella loro collocazione nelleconomia di mercato e nelle sue leggi. Per queste categorie sociali lo Stato dovrebbe limitarsi alle sole funzioni generali. Anche il livello del loro reddito, a volte non pi alto di quello di un lavoratore dipendente, non decisivo nel far loro superare queste caratteristiche di fondo. Scriveva Lenin, dopo la rivoluzione russa, sulla piccola borghesia:
Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare i proprietari fondiari e i capitalisti ci che noi abbiamo fatto con relativa facilit ma vuol dire eliminare i piccoli produttori di merci, che impossibile cacciare, impossibile schiacciare, con i quali bisogna trovare unintesa e che si possono (e
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si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente. Essi avvolgono il proletariato da ogni parte, in un ambiente piccolo borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono con esso, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nellindividualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento, che sono proprie della piccola borghesia. Vincere la grande borghesia centralizzata mille volte pi facile che vincere milioni e milioni di piccoli padroni, i quali, mediante la loro attivit quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che sono necessari alla borghesia e che portano alla restaurazione della borghesia1.

I poveri
In Italia, nel 2008, le famiglie che si trovano in condizioni di povert relativa sono stimate in 2 milioni 737 mila e rappresentano l11,3% delle famiglie residenti. Nel complesso sono 8 milioni 78 mila gli individui poveri, il 13,6% dellintera popolazione. Nel 2008, in Italia, 1.126.000 famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povert assoluta per un totale di 2 milioni e 893 mila individui, il 4,9% dellintera popolazione. Significativo, a smentita di tanta sociologia anche di sinistra, il peso degli operai, che restano il gruppo sociale pi numeroso con il 35% degli occupati totali.
1 Vladimir Ili Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo. Editori Riuniti, Roma, 1963.

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I pensionati
I pensionati, che costituiscono poco meno del 40% del totale delle famiglie, sono in gran parte interessati alla garanzia data dal sistema previdenziale pubblico e a un sistema socio-sanitario gratuito che estenda la sua presenza nel territorio. Il loro reddito medio analogo a quello operaio, ma per molti di loro significativamente inferiore.

Gli operai
Infine operai e apprendisti rappresentavano insieme il 36% di tutti gli occupati (compresi imprenditori e lavoratori autonomi), 8,4 milioni di addetti secondo la tabella dellIstat. Se poi prendiamo in considerazione i dati relativi ai soli dipendenti delle imprese, comunicati allInps, possiamo vedere come gli operai da soli rappresentino il 56,7% dei dipendenti e, insieme agli apprendisti, il 62,6%. Come si vede una situazione ben diversa da quella del 1926, quando si scriveva nelle Tesi di Lione che 4 milioni di operai industriali stanno di fronte a 3 milioni e mezzo di operai agricoli e a 4 milioni di contadini. Quali sono le classi o parti di esse interessate a far parte del blocco sociale per il cambiamento? Innanzitutto gli operai. Gli operai possono essere il polo alternativo a quell1% di famiglie che detengono patrimoni pari a quelli detenuti dal 60% delle famiglie italiane. Gli operai non sono una classe sociale in estinzione, come si teorizzato a sproposito. Le po35

sizioni teoriche che sostennero la scomparsa degli operai furono affrettate o dettate da ragioni ideologiche. Ragioni queste ultime tese a dimostrare che il Novecento, col suo carico di lotta di classe e partiti di massa, era concluso, non solo per limplosione del socialismo reale, ma soprattutto per la progressiva estinzione dei protagonisti sociali di quel secolo. Professione dei lavoratori dipendenti da imprese
Anno: 2008 Operai Impiegati Quadri Dirigenti Apprendisti Altro Totale Numero lavoratori nellanno 8.093.639 4.793.703 384.730 124.575 837.567 30.366 14.264.580

Nota: I numeri si discostano da quelli in media danno perch si sommano i rapporti plurimi Fonte: Inps

sullo sfruttamento del lavoro operaio che si realizzato quel poco di sviluppo del Pil e delle esportazioni degli ultimi diciotto anni e sono soprattutto gli operai quelli che hanno pagato un prezzo elevato alla politica economica liberista degli anni novanta e alla finanziarizzazione spinta. La loro condizione sociale si bloccata in ogni aspetto: mobilit sociale impossibile, retribuzioni reali ferme da quindici anni, situazione patrimoniale peggiorata. Gli operai, per la loro collocazione nel processo produttivo, per la loro condizione sociale e per la quasi
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naturale organizzazione e disciplina tipica del loro lavoro, possono essere il perno di una alleanza maggioritaria interessata a una battaglia per un altro modello di sviluppo e di societ. Gli alleati naturali sono gran parte dei pensionati, dei dipendenti pubblici e degli impiegati. Cio la grande maggioranza della popolazione italiana. Certo, come fece Lenin, soprattutto con i contadini, e il Pci, con questi e alcune categorie del lavoro autonomo (esercenti e artigiani), sarebbe utile aggregare al blocco sociale di sinistra una parte del lavoro autonomo. O per lo meno ottenerne una posizione neutrale nel conflitto fra le classi fondamentali. Laggregazione dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori tra di loro e lestensione delle societ di capitali, soprattutto nei servizi, costituirebbe una modernizzazione rilevante del paese. Lo sviluppo dellimpresa capitalistica sta procedendo in questa direzione. Occorre sostenere lo sviluppo della cooperazione in larghi settori dei servizi, riformandola per garantire effettivamente i soci lavoratori nei loro poteri, diritti e redditi. La denuncia della situazione in cui versano i poveri (gli immigrati, i disoccupati, i pensionati, le famiglie numerose, ecc.) non sposta di una virgola le loro condizioni reali. N pensabile che i settori pi deboli possono da soli, con la loro sola iniziativa organizzata, conquistare significativi avanzamenti. noto del resto che le persone che soffrono di uno stato di bisogno vivono in solitudine i propri problemi, non condividono luoghi abituali di vita e di lavoro; il loro bisogno talmente pressante e le risposte cos urgenti che spesso cercano un rapporto con coloro che de37

tengono il potere e che possono, grazie a ci, decidere quei provvedimenti che possono lenire la condizione di bisogno, anche se solo per un tempo breve. La storia ci ha insegnato che i poveri sono, il pi delle volte, vittime dellassistenzialismo, del clientelismo, del populismo, che certamente non risolvono la loro condizione umana, ma appaiono loro come lunica soluzione efficace e praticabile nellimmediato. La storia del movimento operaio, invece, cinsegna che unalternativa allassistenzialismo possibile a condizione di organizzare e mobilitare un blocco sociale, intorno a un programma e ad obiettivi che, pur avendo origine dalle esigenze dei lavoratori, riesca a risolvere problemi che essi hanno in comune con altri strati sociali e in particolare coi poveri. La riduzione del numero di poveri e il loro relativo miglioramento nel tenore di vita sono dovuti in larga misura proprio allaffermazione di quelle sicurezze sociali che hanno avuto origine dal movimento operaio. su questa base che si costruito lo Stato sociale italiano e che, pur con tutte le sue insufficienze, ha garantito una riduzione dellimpatto negativo della povert (istruzione e sanit gratuite, disoccupazione, invalidit, ecc.). I capitalisti, l1% delle famiglie e della forza lavoro, trovano i propri alleati naturali nei lavoratori autonomi, nei dirigenti, nei pensionati ricchi. Dirigenti, imprenditori e liberi professionisti e autonomi che non arrivano complessivamente al 25% della forza lavoro occupata (ancor meno se consideriamo ovviamente i disoccupati). A quali condizioni un blocco sociale numericamente maggioritario diventa un soggetto politica38

mente attivo e in grado di trasformare la realt esistente? Certo aveva ragione il comitato centrale dellAssociazione fra gli operai tipografi italiani quando il 2 dicembre 1889 proclamava: Il miglioramento delloperaio deve essere opera delloperaio stesso. La storia da allora ad oggi ha sempre confermato questa verit. In ultima istanza sempre stata lazione diretta del movimento operaio, le sue lotte, a migliorare le sue condizioni. La delega e la passivit non hanno mai prodotto risultati positivi, anzi hanno sempre aperto la strada al peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Bisogna ritornare a dire questa verit ai lavoratori, smettendola, da parte delle forze politiche di sinistra, di fungere da mere amplificatrici del lamento. Una classe che ha lambizione di cambiare il mondo non un soggetto da assistere, ma un soggetto che deve mobilitarsi per trasformare con la propria iniziativa la propria condizione e quella generale della societ. Gli obiettivi pi avanzati il movimento operaio li ha raggiunti quando riuscito a risolvere in maniera soddisfacente certe precondizioni. Innanzitutto necessario che la classe operaia maturi una coscienza non solo di s, della propria esistenza, ma per s, ovvero del proprio ruolo in una formazione sociale complessa e dei suoi interessi in relazione alle altre classi e allo Stato. In secondo luogo, o meglio contemporaneamente, necessario che la classe si organizzi sia per la lotta economica che per quella per il potere politico: costruisca cio sindacati e partiti politici di massa. Queste forze hanno conosciuto il loro pieno svilup39

po nel corso del Novecento, e sono state il prodotto di confronti politici e teorici, anche molto aspri, nel movimento dei lavoratori: per la loro definizione concettuale, per individuarne il campo dazione e per definire un assetto positivo nelle loro relazioni. Oggi che si ripropone il tema della ricostruzione di un partito politico di massa della sinistra utile prendere in esame aspetti di quel dibattito politico, non per trarne valutazioni generali sui dirigenti che furono decisivi nel determinarli, ma perch alcuni aspetti di quel dibattito forniscono elementi utili anche per loggi. (Essendo nota labitudine di troppi a guardare il dito che indica la luna e non la luna stessa, bene precisare che le citazioni che seguiranno sono ritenute utili per riflettere su come coloro che riuscirono a costruire partiti comunisti di massa affrontarono e risolsero positivamente alcune grandi problematiche e non per aprire un confronto ideologico generale su quegli uomini e quegli avvenimenti).

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Partito e sindacato

Il sindacato
Secondo Lenin:
La lotta politica della socialdemocrazia molto pi vasta e molto pi complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti lorganizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dallorganizzazione degli operai per la lotta economica. Lorganizzazione degli operai deve innanzitutto essere professionale, poi essere la pi vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile. Non nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possono appartenere alle associazioni corporative, perch ci restringerebbe la nostra influenza sulla massa. Lasciamo partecipare allassociazione corporativa qualunque operaio il quale comprenda la necessit di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo!1.

I sindacati sono pertanto organizzazioni che raccolgono i lavoratori in quanto tali, senza distinzioni ideologiche, religiose o politiche. Il loro scopo quello di contrattare il prezzo della forza lavoro e le con1

Lenin, Che fare?, cit.

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dizioni generali alle quali i lavoratori prestano lopera per limpresa. Il movimento sindacale italiano, grazie al suo carattere confederale, riuscito contrattare anche coi governi al fine di migliorare per via legislativa condizioni di carattere generale. Negli incontri del 44 tra Gronchi per la Democrazia cristiana e Di Vittorio per il Pci, per definire il profilo della Cgil unitaria, mentre il primo sottolineava la centralit delle federazioni di categoria, relegando le strutture orizzontali ad un compito di mero coordinamento dellazione sindacale, Di Vittorio ribad la concezione opposta dei comunisti: essi mantenevano una visione classista dellorganizzazione, secondo la quale le Camere del lavoro e la Confederazione erano gli organi che univano la classe lavoratrice, difendendone non solo gli interessi individuali quotidiani, ma anche linteresse generale. Questa posizione di Di Vittorio, che poi prevalse e che ancora oggi informa la Cgil, affondava le proprie radici nella nascita delle prime Camere del lavoro nel 1891 e delle Federazioni di mestiere che precedettero la nascita della Confederazione generale. Lo strumento fondamentale dellazione dei lavoratori e del sindacato lo sciopero, che non solo indispensabile per ottenere miglioramenti e conquiste ma svolge un ruolo fondamentale anche nella formazione della coscienza di classe dei lavoratori.
attraverso lo sciopero che i lavoratori poveri e deboli, isolatamente affermano la propria potenza dellindispensabilit della loro funzione sociale2.
2 Giuseppe Di Vittorio, Discorsi parlamentari, Edizioni Stabilimenti tipografici Carlo Colombo, Roma, 1972.

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Risale al 1907 laccordo tra CGdL e Psi che stabil la rigida separazione tra direzione economica e politica dei lavoratori: sugli scioperi si decise che il partito non poteva alimentare lotte in opposizione alle direttive sindacali. A differenza degli scioperi economici, di esclusiva competenza della Confederazione, la decisione sullo sciopero politico andava presa di comune accordo. Accordo rivisto nel settembre 1918 a Milano quando il Psi torn ad avere il pieno controllo degli scioperi politici.

Il partito politico
Il livello di coscienza che i lavoratori maturano attraverso lo sciopero e attraverso liniziativa sindacale non ancora la coscienza politica del ruolo generale che i lavoratori possono assumere nella societ, n dalla lotta sindacale matura spontaneamente lidea che sia necessario e possibile un diverso sistema economico-sociale. Tanto meno si acquisiscono gli elementi di come potrebbe essere questo modo di produzione alternativo.
La storia di tutti paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cio la convinzione della necessit di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, eccetera. [] Ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneit, ogni menomazione della funzione dellelemento cosciente, della funzione della so43

cialdemocrazia significa di per s non importa lo si voglia o no un rafforzamento dellinfluenza dellideologia borghese sugli operai3.

Con queste affermazioni Lenin intende sostanzialmente dire che se non si ha unidea alternativa di societ, inevitabilmente si resta subordinati, socialmente, in quella esistente, e, culturalmente, delle idee che in questa dominano.
La coscienza politica di classe pu essere portata alloperaio solo dallesterno, cio dallesterno della lotta economica, dallesterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale possibile attingere questa coscienza il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. [...] lerrore capitale di tutti gli economisti: la convinzione che si pu sviluppare la coscienza politica di classe degli operai, per cos dire, dallinterno, con la lotta economica, partendo cio solo (o almeno principalmente) da tale lotta, basandosi solamente (o almeno principalmente) su tale lotta. [] La socialdemocrazia dirige la lotta della classe operaia non soltanto per ottenere condizioni vantaggiose nella vendita della forza-lavoro, ma anche per abbattere il regime sociale che costringe i nullatenenti a vendersi ai ricchi. La socialdemocrazia rappresenta la classe operaia non nei suoi rapporti con un determinato gruppo di imprenditori, ma nei suoi rapporti con tutte le classi della societ contemporanea, con lo Stato, come forza politica organizzata. dunque evidente che i socialdemocratici non soltanto non possono limitarsi alla lotta
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Lenin, Che fare?, cit.

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economica, ma non possono nemmeno ammettere che lorganizzazione di denunce economiche sia la parte prevalente della loro attivit. Non basta spiegare agli operai la loro oppressione politica (allo stesso modo che non basta spiegare il contrasto dei loro interessi con quelli dei padroni). Bisogna fare dellagitazione a proposito di ogni manifestazione concreta di questa oppressione. E poich questa oppressione si esercita sulle pi diverse classi della societ, poich si manifesta nei pi diversi campi della vita e dellattivit professionale, civile, privata, familiare, religiosa, scientifica, ecc..., non forse evidente che non adempiremo il nostro compito di sviluppare la coscienza politica degli operai se non ci incaricassero di organizzare la denuncia politica dellautocrazia sotto tutti i suoi aspetti? [] Chi induce la classe operaia a rivolgere la sua attenzione, il suo spirito di osservazione, la sua coscienza esclusivamente, o anche principalmente, su se stessa, non un socialdemocratico, perch per la classe operaia la conoscenza di se stessa indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della societ contemporanea, conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso lesperienza della vita politica. Per diventare socialdemocratico, loperaio deve avere una chiara visione della natura economica, della fisionomia politica e sociale del grande proprietario fondiario e del prete, dellalto funzionario e del contadino, dello studente e del vagabondo, conoscerne i tratti forti e quelli deboli, saper discernere il significato di sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera sostanza, saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano. Ma non si
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potr trovare in nessun libro questa chiara visione: la potranno dare solo gli esempi tratti dalla vita, le denunce [...]4.

Il partito politico risponde ad una compito fondamentale, quello di far acquistare al proletariato una completa indipendenza politica.

Le basi del partito


Chiarita la necessit di organizzare un partito politico al fine di condurre una lotta generale per il potere, occorre definire su quali basi teoriche e sociali costruirlo. La verit che la sinistra del 2010 si trova nelle stesse condizioni descritte nelle tesi di Lione per il partito socialista:
Il partito socialista si trov dopo la guerra davanti a una situazione rivoluzionaria immediata, senza avere n risolto, n posto nessuno dei problemi fondamentali che la organizzazione politica del proletariato deve risolvere per attuare i suoi compiti: in prima linea il problema della scelta della classe e della forma organizzativa ad essa adeguata; poi il problema del programma del partito, quello della sua ideologia, e infine i problemi di strategia e di tattica [...]5.

Con la differenza che non siamo davanti a una situazione rivoluzionaria, anzi, la stessa democrazia attraversa una fase di crisi acuta.
Lenin, Che fare?, cit. Tesi di Lione, in Trentanni di vita e di lotte del Pci, Quaderno di Rinascita, n. 2, 1951. Tesi preparate da Gramsci e Togliatti approvate dal III Congresso del Partito comunista italiano svoltosi a Lione dal 20 al 26 gennaio 1926.
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Il Partito comunista italiano allinizio della sua formazione dovette decidere su due possibili strade da intraprendere: la scelta definitiva, che sar alla base della stessa ricostruzione del partito dopo la Resistenza, sotto la direzione di Palmiro Togliatti, maturer al Congresso di Lione del 1926. In esso prevarr il punto di vista di Antonio Gramsci, sostenuto dallInternazionale Comunista, su quello di Bordiga, che nelle tesi di minoranza proposte in quel congresso sostiene che: La definizione del partito come partito della classe operaia ha in Marx e Lenin valore storico finalistico, non volgarmente statistico e costituzionale. Ecco come vengono sintetizzate nelle tesi di maggioranza del Congresso di Lione le due diverse prospettive. Secondo Bordiga:
esso (il partito) sintetizza e unifica le spinte individuali e di gruppi e di conseguenza il suo tipo di organizzazione deve porsi al di sopra delle diverse categorie e sintetizzare esso pure gli elementi che provengono dalle diverse categorie del proletariato, dei contadini, dei disertori della classe borghese, ecc..., ecc...6.

Secondo la maggioranza del Pci:


Questa concezione della natura e della organizzazione del partito in assoluta opposizione ai principi fondamentali del comunismo e del marxismo. Essa lascia assolutamente da parte la nozione di classe. Per i comunisti il partito non sintetizza e non unifica spinte individuali, ma lavanguardia del proletariato che esprime non la volont degli
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Tesi di Lione, cit.

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individui o dei gruppi, ma gli interessi della classe operaia ai quali subordina le spinte individuali e di gruppi. Esso non pu di conseguenza essere organizzato se non in modo che assicuri nel seno stesso del partito la egemonia del proletariato e subordini ad esso gli elementi che possono venire da altri ambienti sociali. Porre come fa Bordiga i contadini, i disertori della borghesia, e due ecc..., ecc... pieni di mistero sullo stesso piano del proletariato voler togliere al partito comunista la sua base di classe, e commettere lerrore profondo degli intellettuali menscevichi i quali non hanno fiducia nella classe operaia e vedono la funzione e lorganizzazione del partito come una sintesi delle aspirazioni di diversi gruppi sociali. Partendo da una concezione fondamentale cos falsa della natura e dellorganizzazione del partito non vi da stupirsi che Bordiga manchi di fiducia in un partito di masse e preferisca un partito di capi scelti tra i disertori della borghesia [] e che egli riduca la funzione del partito a un lavoro di propaganda e di agitazione dei principi comunisti. Il partito comunista italiano davanti ai punti della sinistra (di Bordiga) non pu avere dubbi sulla vera natura dellestremo sinistrismo italiano. Esso una tendenza di destra nettamente piccolo-borghese.

E ancora, sempre in polemica con Bordiga, si dice:


a) dallestrema sinistra il partito viene definito, trascurando o sottovalutando il suo contenuto sociale, come un organo della classe operaia, che si costituisce per sintesi di elementi eterogenei. Il partito deve invece essere definito mettendo in rilievo anzitutto il fatto che esso una parte della classe operaia.
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b) per la estrema sinistra la funzione del partito non quella di guidare in ogni momento la classe sforzandosi di restare in contatto con essa attraverso qualsiasi mutamento di situazione oggettiva, ma di elaborare dei quadri preparati a guidare la massa quando lo svolgimento delle situazioni lavr portata al partito, facendole accettare le posizioni programmatiche e di principio da esso fissate7.

Ma soprattutto a Lione si decide in via definitiva sul carattere di massa che deve avere il Partito comunista italiano:
La bolscevizzazione non fine a se stessa. Essa necessaria perch il partito diventi sempre pi partito di massa. Il partito deve dunque discutere tutte queste questioni di tattica non in modo astratto come fa Bordiga, ma tenendo conto da una parte della sua esperienza e tenendo presente il suo scopo essenziale di diventare un partito di massa, di conquistare la maggioranza del proletariato e delle sue organizzazioni di classe (sindacati, cooperative, commissioni interne, eccetera), e di conquistare le masse contadine facendone le alleate del proletariato. Il congresso del partito deve accettare la tattica dellinternazionale non per la sua bolscevizzazione ideologica: esso deve farlo anzitutto per collegarsi profondamente con le masse e diventarne la guida8.

Come si pu vedere pertanto il partito non si identifica con la classe operaia, perch di essa la parte pi avanzata, quella pi politicizzata, ma una parte della classe ad essa indissolubilmente congiunta.
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Tesi di Lione, cit. Tesi di Lione, cit.

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Il partito, non essendo un astratto depositario dellideologia, nel suo operare deve tener conto della situazione determinata. Deve comprenderla, cogliendone la struttura di base, i rapporti economici, di classe, la configurazione della rappresentanza e del potere politico... altrimenti si muoverebbe in modo astratto, avventuristico; lancerebbe e ripeterebbe formule teoriche incapaci di agire sulla realt, facendo soltanto della propaganda e non della politica. Muoverebbe avanguardie ristrette, non veramente legate alla classe operaia e alle masse, portandole allo sbaraglio in velleitarie avventure. Ma, al tempo stesso, per Gramsci prima e per Togliatti poi, il partito non il riflesso meccanico della situazione, ma su di essa interviene, con la sua iniziativa. A questa visione risale la nozione del partito nuovo, elaborata da Togliatti. Si tratta di un partito che non si limita alla critica, alla opposizione negativa, ma che sa intervenire nelle diverse situazioni, con la consapevolezza del loro carattere specifico, proponendo soluzioni positive dei problemi: quelle soluzioni che oggi sono possibili e che si iscrivono coerentemente nella prospettiva di una trasformazione rivoluzionaria della societ, come momenti determinanti di tutto il processo della sua trasformazione. Vi una reciprocit tra carattere costruttivo della politica del partito e il suo carattere di massa, in quanto, da un ampio e differenziato rapporto con le masse lavoratrici e popolari, il partito trae quella conoscenza delle situazioni e quella capacit di essere in esse presente senza cui la sua volont di un intervento positivo e costruttivo non potrebbe realizzarsi; e perch, daltro canto, la capacit del partito di indicare soluzioni positive quella che gli consente di acquistare un carattere di massa.
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Ma solo dopo la liberazione dal fascismo che il punto di arrivo nella elaborazione del giovane Partito comunista dispiega appieno le sue potenzialit con la costruzione, impostata da Togliatti, del grande partito di massa che abbiamo conosciuto.
Prima di tutto, e questo lessenziale, partito nuovo un partito della classe operaia e del popolo, il quale non si limita pi soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del paese con unattivit positiva e costruttiva la quale, cominciando dalla cellula di fabbrica e di villaggio, deve arrivare fino al comitato centrale, fino agli uomini che deleghiamo a rappresentare la classe operaia e il partito al governo.

A Napoli, nel discorso al Modernissimo, uno dei primi tenuti in Italia dopo il suo rientro, non possiamo pi essere, egli dice:
una piccola ristretta associazione di propagandisti delle idee generali del comunismo e del marxismo, dobbiamo essere un grande partito, un partito di massa [...].

Con quali caratteri? Togliatti li esemplifica efficacemente in vari punti nel corso di quello stesso discorso. Il Pci deve essere:
1) il partito pi antifascista e antinazista di tutti [...] 2) il partito dellunit, dallunit della classe operaia a quella di tutta la nazione [...] 3) il partito pi vicino al popolo, a tutti gli strati popolari (chi non ha fiducia negli operai e nel popolo non un comunista) 4) il partito che guarda con maggiore fiducia alle nuove generazioni;
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5) il partito che raccoglie tutti i buoni e onesti lavoratori e al tempo stesso unito, disciplinato, libero da ogni infiltrazione nemica.

Togliatti insiste sul carattere aperto che deve avere il Pc:


Le sezioni comuniste nei rioni della citt e dei paesi debbono diventare dei centri della vita popolare, dei centri ove debbono andare tutti i compagni, i simpatizzanti e quelli senza partito, sapendo di trovarvi un partito ed unorganizzazione che si interessano dei loro problemi e che forniranno loro una guida, sapendo di trovarvi qualcuno che li pu dirigere, li pu consigliare e pu dar loro la possibilit di divertirsi se questo necessario9.

I circoli nei luoghi di lavoro: partito di classe, partito di massa


certo che il partito comunista non pu essere solo un partito di operai. La classe operaia e il suo partito non possono fare a meno degli intellettuali n possono ignorare il problema di raccogliere intorno a s e guidare tutti gli elementi che per una via o per unaltra sono spinti alla rivolta contro il capitalismo. Cos pure il partito comunista non pu chiudere le porte ai contadini: esso deve anzi avere nel suo seno dei contadini e servirsi di essi per stringere il legame politico tra il proletariato e le classi rurali. Ma da respingere energicamente,
9 Palmiro Togliatti, La politica di unit nazionale dei comunisti, Rapporto ai quadri dellorganizzazione comunista napoletana, 11 aprile 1944, in Palmiro Togliatti, La politica di Salerno, Editori Riuniti, Roma, 1969.

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come controrivoluzionaria, ogni concezione che faccia del partito una sintesi di elementi eterogenei, invece di sostenere senza concessioni di sorta che esso una parte del proletariato, che il proletariato deve dargli la impronta della organizzazione che gli propria e che al proletariato deve essere garantita nel partito stesso una funzione direttiva10.

Concepito quindi il partito come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse e la volont organizzativa e direttiva del centro, e non come un qualcosa di campato in aria, che si sviluppa in s e per s:
in prima linea un problema politico: quello della base della organizzazione. La organizzazione del partito deve essere costruita sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro (cellule) [...] Esso dipende dal fatto che il partito deve essere attrezzato per dirigere il movimento di massa della classe operaia []. Ponendo la base organizzativa nel luogo della produzione il partito compie un atto di scelta della classe sulla quale esso si basa. Esso proclama di essere un partito di classe e il partito di una sola classe, la classe operaia. Tutte le obiezioni al principio che pone la organizzazione del partito sulla base della produzione partono da concezioni che sono legate a classi estranee al proletariato, anche se sono presentate da compagni e gruppi che si dicono di estrema sinistra. Esse si basano sopra una considerazione pessimista delle capacit rivoluzionarie delloperaio comunista, e sono espressione dello spirito antiproletario del piccolo-borghese intellettuale, il quale crede di essere il sale della terra e vede nelloperaio lo strumento mate10

Tesi di Lione, cit.

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riale dello sconvolgimento sociale e non il protagonista cosciente e intelligente della rivoluzione [...]. La organizzazione per cellule porta alla formazione nel partito di uno strato assai vasto di elementi dirigenti (segretari di cellula, membri dei comitati di cellula, ecc.), i quali sono parte della massa e rimangono in essa pure esercitando funzioni direttive, a differenza dei segretari delle sezioni territoriali i quali erano di necessit elementi staccati dalla massa lavoratrice. Il partito deve dedicare una cura particolare alla educazione di questi compagni che formano il tessuto connettivo della organizzazione e sono lo strumento del collegamento con le masse []. La pratica del movimento di fabbrica (1919-20) ha dimostrato che solo una organizzazione aderente al luogo e al sistema della produzione permette di stabilire un contatto tra gli strati superiori e gli strati inferiori della massa lavoratrice (qualificati, non qualificati e manovali) e di creare vincoli di solidariet che tolgono le basi ad ogni fenomeno di aristocrazia operaia11.

Nel 2005 le imprese private con pi di 1000 dipendenti erano 614. A queste bisogna aggiungere quelle Pubbliche amministrazioni che superano questo numero di dipendenti (grandi Comuni, Province, Regioni, Asl, grandi universit e grandi ospedali). In queste 614 aziende private si contano poco meno di 2.000.000 di lavoratori. Da un esame del numero dei lavoratori che mediamente hanno partecipato nei vari decenni di vita della Repubblica a scioperi, riportato nella tabella seguente, si evince immediatamente la rilevanza dei lavoratori delle grandi imprese. Gli scioperanti (com11

Tesi di Lione, cit.

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prendendo i lavoratori del pubblico impiego e della scuola) furono in media danno: 2.000.000 negli anni cinquanta, 3.500.000 negli anni sessanta, 6.800.000 negli anni settanta. Le punte massime si ebbero nel 1969 con 7.500.000, nel 1975 con 10.700.000 e nel 1979 con 10.500.000.
Conflitti di lavoro 1941-1980
Conflitti 1941-50 1951-60 1961-70 1971-80 Fonte: Istat 1.421,00 1.841,00 3.470,00 3.547,00 Lavoratori partecipanti 3.606,00 2.037,00 3.508,00 6.868,00 Numero ore 97.355,00 42.221,00 121.973,00 122.129,00

I lavoratori dipendenti delle grandi imprese private e delle grandi Pubbliche amministrazioni sono il perno centrale delliniziativa del movimento e pesano in maniera significativa sulle scelte e sulla struttura del movimento sindacale organizzato. Una battaglia per legemonia tra i lavoratori e dentro il sindacato non pu prescindere da questo dato. Porsi lobiettivo di avere un circolo della federazione della sinistra in ognuno di questi grandi luoghi di lavoro non utopistico: anche con 10 iscritti per luogo di lavoro sarebbero sufficienti 10.000 iscritti. Equivale a costituire 5 circoli per provincia. Occorre inoltre tenere presente che nei luoghi di lavoro sono pressoch scomparsi i circoli di tutti partiti politici e pertanto un soggetto politico seriamente determinato interverrebbe in una situazione favorevole e senza precedenti.
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Scelta dei quadri e dei dirigenti


Tanto il comitato centrale quanto gli organi inferiori di direzione sono formati in base a una elezione e in base a una scelta di elementi capaci compiuta attraverso la prova del lavoro e della esperienza del movimento. Questo secondo elemento garantisce che i criteri per la formazione dei gruppi dirigenti locali e del gruppo dirigente centrale non siano meccanici, esteriori e parlamentari, ma corrispondano a un processo reale di formazione di una avanguardia proletaria omogenea e collegata con la massa12.

chiaro che un partito in grado di selezionare i gruppi dirigenti sulla base del valore dimostrato nellattivit di massa e nella capacit di conquistare i lavoratori al partito non pu essere strutturato per rigide e definite correnti. La selezione dei gruppi dirigenti in questi partiti avviene in via prioritaria sulla base dellinteresse della corrente e della fedelt ad essa e in relazione alla battaglia interna al partito. Gramsci condivise con Lenin (Il nostro primo obbligo, il nostro obbligo pi imperioso, consiste nel contribuire alla formazione di rivoluzionari operai, i quali, per quanto riguarda lattivit del partito, siano allo stesso livello dei rivoluzionari intellettuali13) la preoccupazione di elevare la preparazione dei militanti, soprattutto di quelli operai, finalizzando a questo scopo lo stesso rilancio dellOrdine nuovo, che contribuiva allelevamento culturale e alla preparazione dei militanti. Si delinea un partito di massa che, attraverso un importante strato di militanti preparati, diventa in grado di
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Tesi di Lione, cit. Lenin, Che fare?, cit.

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sviluppare continuamente e coraggiosamente lelaborazione politica restando sempre a contatto con le masse. Una seria formazione teorica e politica anche una importante condizione per superare i limiti che Lenin vedeva nei circoli del Partito socialdemocratico russo:
Prendete il tipo di circolo socialdemocratico che da qualche anno il pi diffuso e vedetelo allopera. Esso ha dei legami con gli operai e si limita a questo, pubblicando dei fogli nei quali flagella gli abusi che si commettono nelle fabbriche, la parzialit del governo in favore dei capitalisti e le violenze poliziesche. Nelle riunioni con gli operai, la discussione di solito non si allontana o quasi non si allontana da questi argomenti; le conferenze e le conversazioni sulla storia del movimento rivoluzionario, sulla politica interna ed estera del nostro governo, sullevoluzione economica della Russia e dellEuropa, sulla situazione delluna o dellaltra classe nella societ contemporanea, ecc... sono rarissime e nessuno pensa a stabilire e sviluppare sistematicamente dei legami con altre classi sociali. Insomma, il militante ideale, per i membri di un circolo simile, somiglia nella maggior parte dei casi molto pi a un segretario di una qualunque tradeunion che a un capo politico socialista14.

Questi limiti, che sono stati presenti anche nelle esperienze dei circoli di luogo di lavoro della sinistra italiana, hanno avuto come conseguenza una attenzione prevalente allattivit sindacale aziendale facendoli apparire pi come correnti rosse dei sindacati stessi che come circoli di partito. Troppo spesso gli stessi lavoratori che militavano in formazioni sinda14

Lenin, Che fare?, cit.

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cali concorrenti riproducevano nel dibattito interno al circolo le divisioni sindacali, degradando il circolo stesso da luogo di organizzazione della battaglia politica, in palestra para sindacale. Non rendendosi conto, i militanti, che intanto la cultura politica che andava diffondendosi nei luoghi di lavoro stava profondamente cambiando. Non pi naturalmente egemone la cultura della sinistra. Legemonia della cultura della sinistra tra gli operai e tra i lavoratori in generale va riconquistata attraverso la battaglia politica. Questa deve essere lattivit prevalente dei circoli nei luoghi di lavoro. necessario che i circoli aziendali mobilitino i lavoratori a difesa della democrazia facendo loro comprendere che i mutamenti avvenuti negli ultimi ventanni nelle istituzioni, come pure i tentativi di stravolgere la Costituzione, siano finalizzati alla espulsione dai luoghi del potere dei lavoratori stessi e non solamente di questa o quella forza politica. E che il sistema maggioritario uninominale e labolizione delle preferenze mirano appunto a ridurre drasticamente, se non addirittura ad eliminare, la possibilit che i lavoratori riescano ad entrare nelle sedi della rappresentanza politica. E che il punto finale cui vogliono arrivare le forze di centro-destra quello di far diventare prevalenti i diritti alla propriet eliminando il valore sociale che il lavoro ha avuto e deve continuare ad avere nella Costituzione repubblicana. necessario che i circoli aziendali chiariscano la natura della crisi in corso, le sue cause pi profonde e di classe e che facciano maturare, anche con lotte nei settori coinvolti, unidea di economia e di produzione, e di rapporto di questa con la natura e la salute,
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diversa da quella che ha portato alla disastrosa situazione attuale. necessario che i circoli aziendali mobilitino i lavoratori per la pace e la solidariet internazionale... necessario che i circoli aziendali si mobilitino a difesa dei diritti civili di tutte le persone oppresse o di cui si voglia limitare la libert e lautodeterminazione. La battaglia politica prioritaria deve essere indirizzata a sgretolare il blocco sociale che nel Nord del oaese ha unito, sotto la direzione della Lega, vasti settori operai alla piccola borghesia. necessario scendere in campo sui due temi che tengono unito il blocco sociale del Nord: il razzismo e il fisco, introducendo proposte che provochino lesplosione di questo innaturale blocco sociale e il manifestarsi degli interessi inconciliabili che esistono su questi aspetti. Va aperto il conflitto sullingiusto prelievo fiscale, avendo piena coscienza che in Italia in corso, attraverso il prelievo fiscale, da una quindicina di anni, un trasferimento di quote di salario indiretto o differito verso il profitto. La pressione fiscale sui lavoratori dipendenti ha raggiunto il 70% del loro reddito a fronte di una media nazionale del 43% sul Pil. Questo trasferimento fiscale servito anche a cementare quel blocco sociale che va dalla grande borghesia al lavoro autonomo e che egemonizza settori rilevanti di lavoratori che protestano per leccessivo prelievo. un blocco sociale contro natura in cui solamente una parte paga per garantire i servizi dello Stato e delle Pubbliche amministrazioni e per sopperire ai danni causati dallevasione fiscale. Evasione fiscale e sottocontribuzioni che sono gli elementi fondamentali che determinano la disarticolazione del mondo del la59

voro italiano pi di quanto non vi abbia contribuito la stessa legge 30. la differenza nel costo del lavoro, causata dalle varie sottocontribuzioni e dallevasione fiscale, la ragione ultima del proliferare delle forme di lavoro atipiche e del ricorso al lavoro autonomo. Il reddito recuperato ai lavoratori attraverso una riforma fiscale che garantisca equit deve essere finalizzato ad affrontare positivamente, anche in termini di riduzione dellorario di lavoro, linsorgere di fenomeni positivi quali linvecchiamento della popolazione e la necessit di una moderna formazione continua per cittadini e lavoratori. Occorre dimostrare, anche attraverso la lotta, che quando nei luoghi di lavoro si sfruttano maggiormente i lavoratori immigrati si attaccano le stesse condizioni della prestazione lavorativa di tutti i lavoratori. Che i fatti di Rosarno dimostrano che lavoratori immigrati emarginati, ricattati per il rinnovo del permesso di soggiorno, possono essere trattati come schiavi e questa gestione dellimmigrazione oltre ad essere disumana attacca il diritto per tutti a lavorare nel rispetto di leggi e contratti. Questa assenza di diritti esercita una pressione su tutto il mondo del lavoro che sta portando a quella deregolamentazione che lobiettivo generale, di fondo, del Governo Berlusconi e degli accordi separati che ha sempre perseguito. necessario unire le lotte di tutti i lavoratori dimostrando nel vivo del conflitto, e non con la sola propaganda, che i lavoratori non hanno nemici al proprio interno ma devono unirsi contro chi sfrutta il loro lavoro.

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Partito e rapporto col movimento


Chiarita la distinzione tra organizzazioni di partito e organizzazioni di movimento assume rilevanza straordinaria definire il tipo di rapporto che deve intercorrere tra i due soggetti. Dal loro rapporto positivo deriva la possibilit di trasformare effettivamente la realt esistente nella direzione immaginata, e la loro crescita reciproca.
Chi d alla classe coscienza, organizzazione e volont il partito che si forma nel suo seno. Ora, per noi il partito non deve mai pensare di avere a che fare con una realt che si sviluppi da s in modo automatico e meccanico. Esso si trova di fronte sempre un sistema di forze in movimento, esso deve proporsi di modificare questo movimento e i suoi risultati, ma non pu ottenere ci se non inserendosi in esso in modo attivo15.

La distinzione dei ruoli non comporta separatezza ma piena partecipazione del partito al movimento attraverso i propri militanti che diventano, essi stessi, militanti del movimento operando dallinterno per orientarlo, rispettandone regole e peculiarit. Un ruolo intelligente, tra soggetti di pari dignit, sapendo che lo stesso sviluppo del movimento trasformer in un rapporto dialettico lo stesso partito politico. Come dice Lenin:
Non si pu mettere in dubbio che il movimento di massa un fenomeno molto importante; ma tutta la questione sta nel modo di intendere come questo movimento determiner i compiti. La cosa si
15

A. Gramsci, lUnit, 7 luglio 1925.

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pu intendere in due modi: o nel senso che si debba sottomettere il movimento alla spontaneit, cio ridurre la socialdemocrazia ad essere semplicemente lancella del movimento operaio come tale; oppure nel senso che il movimento di massa ci pone nuovi compiti teorici, politici e organizzativi, molto pi complessi di quelli di cui potevamo accontentarci prima dellapparizione del movimento di massa16.

Cercando di evitare da parte dei partiti due atteggiamenti sbagliati: quello di seguire i movimenti senza svolgervi alcun ruolo o quello di giudicarli dallesterno sulla base di elementi formali, senza vivere insieme ad essi la definizione degli obiettivi, delle forze da mobilitare, liniziativa di lotta, la mediazione conclusiva.
In ogni caso, la funzione della socialdemocrazia non di trascinarsi alla coda del movimento: cosa che nel migliore dei casi inutile, e, nel peggiore, estremamente nocivo per il movimento stesso. Quanto pi grande la spinta spontanea delle masse, quanto pi il movimento si estende, tanto pi aumenta, in modo incomparabilmente pi rapido, il bisogno di coscienza nellattivit teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia17.

Lo stesso Lenin criticando gli estremisti di sinistra tedeschi:


Voi siete in dovere di non scendere al livello delle masse, al livello degli strati arretrati della classe.
16 17

Lenin, Che fare?, cit. Lenin, Che fare?, cit.

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Questo incontestabile. Voi avete il dovere di dir loro lamara verit. Voi avete il dovere di chiamare pregiudizi i loro pregiudizi democratici borghesi e parlamentari. Ma nello stesso tempo avete il dovere di considerare ponderatamente lo stato effettivo della coscienza e della maturit della classe intiera (e non soltanto della sua avanguardia comunista), di tutte quante le masse lavoratrici (e non soltanto dei suoi uomini avanzati)18.

Esattamente il contrario di quanto fanno quelle forze politiche che considerano il movimento, la sua azione, i suoi obiettivi e i suoi risultati dallalto di partiti identitari e separati dal movimento:
Allesame delle situazioni dei movimenti di massa si ricorre quindi solo per il controllo della linea dedotta in base a preoccupazioni formalistiche e settarie: viene perci sempre a mancare, nella determinazione della politica del partito, lelemento particolare; la unit e completezza di visione che propria del nostro metodo di indagine politica (la dialettica) spezzata; lattivit del partito e le sue parole dordine perdono efficacia e valore rimanendo attivit e parole di semplice propaganda. inevitabile, come conseguenza di queste posizioni, la passivit politica del partito19.

Il partito quindi un soggetto vivo, che partecipa attivamente ai movimenti portandovi coscienza e prospettando obiettivi coerenti con un progetto generale di trasformazione politica, economica e sociale e al quale non permesso neanche ipotizzare un rapporto di tipo gerarchico con i movimenti.
18 19

Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo, cit. Tesi di Lione, cit.

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A giudizio del compagno Bordiga il partito dovrebbe rappresentare in primo luogo una lite di dirigenti; dovrebbe formare quadri che siano intellettualmente preparati a guidare le masse operaie ma non essere esso stesso un partito di massa. Non c da stupirsi di ritrovare qui una sua concordanza con Trotskij. Anche Trotskij vede nella rivoluzione in primo luogo il ruolo dei dirigenti; egli trascura o minimizza il ruolo del partito in quanto organizzazione delle masse proletarie. Mentre il leninismo rappresenta una tattica duttile, che si adatta di continuo alla mutevole situazione economica e politica nel mondo, al fine di mobilitare tutte le forze anticapitalistiche e di cogliere il momento favorevole allintervento del partito, mentre esso, di conseguenza, pronto a modificare rapidamente le sue parole dordine e il suo atteggiamento, al fine di rimanere in contatto con le masse e trascinarle con s, Bordiga al contrario ad esempio nelle tesi di Roma vuole fissare una volta per sempre la tattica del partito, costringendola entro un sistema di rigide formule. Nella mobilit tattica, nella capacit di adattarsi ai dati di fatto che si presentano, nella necessaria duttilit, tendente a mantenere sempre il contatto con le masse e a conquistare sempre nuove zone dinfluenza, il compagno Bordiga individua unespressione dellopportunismo20.

Un partito in grado di diventare egemone partecipando attivamente ai conflitti e non immaginando per s un astratto compito di direzione e una subordinazione per il movimento: si tratta come abbiamo visto
20 Risoluzione del Quinto plenum dellInternazionale comunista sulla questione italiana (aprile 1925).

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di forze distinte tra le quali fare confusione porta ai danni di cui parlava Lenin. Un partito deve conquistarsi continuamente legemonia sui movimenti.
[...] il principio che il partito dirige la classe operaia non deve essere interpretato in modo meccanico. Non bisogna credere che il partito possa dirigere la classe operaia per una imposizione autoritaria esterna; noi affermiamo che la capacit di dirigere la classe in relazione non al fatto che il partito si proclami lorgano rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso effettivamente riesca, come una parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive. Solo come conseguenza della sua azione tra le masse il partito potr ottenere che esse lo riconoscano come il loro partito (conquista della maggioranza), e solo quando questa condizione si realizzata esso pu presumere di poter trascinare dietro a s la classe operaia21.

Nel movimento, anche tra i lavoratori, sono diffuse tante idee, anche reazionarie, ma occorre sapere che imprescindibile operare incessantemente per la conquista della maggioranza e che quindi inevitabile affrontare le contraddizioni che sorgono tra i lavoratori o in altri settori popolari col metodo indicato da Mao Zedong nel suo saggio Sulla contraddizione.
Poich le contraddizioni tra il nemico e noi e le contraddizioni in seno al popolo sono di natura differente, esse devono essere risolte con metodi differenti [] [] per risolvere in seno al popolo i problemi
21

Tesi di Lione, cit.

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ideologici o quelli che implicano la distinzione tra il giusto e lerrato si debba ricorrere alla coercizione [] Questo metodo democratico per la soluzione delle contraddizioni in seno al popolo stato riassunto nel 1942 nella formula Unit-Critica-Unit. Pi precisamente questa formula significa che si deve partire dal desiderio dellunit, risolvere le contraddizioni mediante la critica con la lotta e raggiungere cos una nuova unit su una nuova base. [] vogliamo che sia adottato da tutte le fabbriche, cooperative, imprese commerciali, scuole, amministrazioni, organi di azione popolari, in breve, da tutti i 600 milioni di abitanti del nostro paese per risolvere le loro contraddizioni interne [] Facendo molta attenzione che: [] In circostanze normali, le contraddizioni in seno al popolo non sono antagonistiche. Ma se non sono trattate in modo giusto [] pu sorgere un antagonismo22.

Allo stesso modo vanno calibrate le iniziative di mobilitazione che occorre proporre al movimento utilizzando lo stesso metro che nelle Tesi di Lione si proponeva per larrivo alle mobilitazione generali. Queste in nessun caso dovevano rispondere a esigenze astratte di partito ma essere condivise, anche ricorrendo a una dura lotta politica nei movimenti, dalla maggioranza di coloro ai quali vengono proposte.
Lazione generale, nella sua forma concreta di sciopero generale, considerata da noi come forma specifica di lotta della classe lavoratrice per la
22 Mao Zedong, Sulla contraddizione, in Idem, La rivoluzione cinese, New Compton Editori, Roma, 1976.

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soluzione dei problemi che la interessano nella sua totalit. Essa corrisponde per a un determinato grado di organizzazione, unificazione ed efficienza delle masse, ed acquista un valore pratico se si matura da una fase in cui il moltiplicarsi delle agitazioni locali, e le manifestazioni sicure e spontanee della periferia, la portano come indicazione evidente e come vertice di un processo di sviluppo preparatosi alla base del movimento operaio. Lazione generale non pu quindi essere oggi considerata da noi come un punto di partenza, ma come il punto di arrivo di una serie di movimenti parziali che lavanguardia comunista deve riuscire a suscitare, dirigere, estendere, unificare, trascinando dietro a s le masse senza mai staccarsi da esse23.

Nessuno pu definirsi pi a sinistra di altri solo perch propone nellattivit di propaganda lotte sempre pi dure, ma si di sinistra quando si opera per realizzare con un certo successo quelle pi alte possibili dato il livello di coscienza e la volont delle persone che si vogliono coinvolgere. Occorre ricordarsi che la lotta di classe ha le stesse regole delle battaglie e ogni fallimento delle proprie iniziative espone il movimento e il partito alla controffensiva dellavversario. Mandare allo sbaraglio, isolandoli dalla massa, i propri militanti sempre stato giustamente definito avventurismo (che sia di sinistra non lo nobilita, n ne cambia la natura), il quale costituisce sempre un regalo allavversario, che pu facilmente eliminare la parte pi combattiva del movimento nel momento in cui questa isolata.
23

Tesi di Lione, cit.

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Accettare la battaglia quando ci manifestamente vantaggioso per il nemico e non per noi, un delitto; e quei politici della classe rivoluzionaria che non sanno destreggiarsi, stringere accordi e compromessi per evitare una battaglia manifestamente svantaggiosa, non valgono un bel niente. La scienza esige che si consideri in primo luogo lesperienza degli altri paesi, soprattutto se questi altri paesi, anchessi capitalistici, stanno compiendo o da poco hanno compiuto una esperienza molto simile; e, in secondo luogo, che si considerino tutte le forze, tutti i gruppi, partiti, classi, tutte le masse che agiscono in un dato paese, e che non si determini mai la politica soltanto in base ai desideri e alle opinioni, in base al livello raggiunto dalla coscienza e dalla preparazione alla lotta di un solo gruppo o partito24.

Tattica
Soprattutto per il partito propositivo di Togliatti, che vuole ossia essere un soggetto capace di trasformare la realt politica e sociale, e non di testimonianza, necessario, al fine di perseguire i propri obiettivi, stringere alleanze con altre forze politiche e realizzare compromessi. Stringere alleanze con altre forze politiche non deve significare mediare sui principi, come ricordava Lenin in Che fare? riportando Marx:
Se necessario unirsi scriveva Marx ai capi del partito fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commer24

Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo, cit.

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cio dei principi e non fatte concessioni teoriche ribadendo nello stesso opuscolo: Soltanto chi non ha fiducia in se stesso pu aver paura di stringere alleanze temporanee anche con elementi incerti [] Nessun partito politico potrebbe esistere senza tali alleanze25 .

E ancora in polemica con la sinistra comunista tedesca:


[...] Bisogna respingere nel modo pi energico qualsiasi compromesso con altri partiti [...] ogni politica di destreggiamento e di accordi, scrivono i sinistri tedeschi nellopuscolo di Francoforte. [] C da stupirsi che questi sinistri, con queste opinioni, non pronuncino una recisa condanna del bolscevismo! Non infatti possibile che i sinistri tedeschi non sappiano che tutta la storia del bolscevismo, prima e dopo la rivoluzione di ottobre, piena di casi di destreggiamento, di accordi, di compromessi con altri partiti, compresi i partiti borghesi!26. [...] per quanto riguarda la tattica, lestrema sinistra sostiene che essa non deve venire determinata in relazione con le situazioni oggettive e con la posizione delle masse in modo che essa aderisca sempre alla realt e fornisca un continuo contatto con gli strati pi vasti della popolazione lavoratrice, ma deve essere determinata in base a preoccupazioni formalistiche [...] nessuna diversit del modo di lotta contro la democrazia a seconda del grado di adesione delle masse a formazioni democratiche controrivoluzionarie e della imminenza e gravit di un pericolo reazionario, rifiuto della parola dordine del governo operaio e contadino27.
Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo, cit. Ivi. 27 Tesi di Lione.
25 26

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Tra le riflessioni sul successo riportato dal fascismo in Italia ci fu anche la critica della formulazione, cara allestrema sinistra, secondo la quale sarebbe stato indifferente si trovasse al potere Mussolini o Amendola. Lo stesso Gramsci (rispondendo a Bordiga che negava differenze sostanziali tra le varie anime della borghesia) sosteneva che anche per un errore di questultimo genere compiuto dal nostro partito il fascismo ha potuto cos agevolmente andare al potere. Gramsci rivela come il far politica del partito, il distinguere tra le varie forze in gioco, sia la ragione stessa, storica, del differente metodo di direzione tra la sinistra e il gruppo ordinovista che guidava i comunisti da due anni.
Il Partito comunista non pu dunque disinteressarsi della forma del governo borghese sotto il quale esso deve svolgere la sua azione. Daltra parte le masse che noi dobbiamo convincere e conquistare non ci comprenderanno mai se con la nostra tattica elettorale noi favoriremo il trionfo della peggiore reazione. Il partito comunista italiano assumerebbe davanti al proletariato la responsabilit di mantenere il fascismo al potere se avesse la possibilit di provocare la sostituzione di esso con lAventino? Il Partito comunista intervenendo con le sue forze elettorali in favore delluno o dellaltro degli avversari borghesi non conclude nessun compromesso e non fa nessun mercato elettorale, esso resta padrone assoluto della sua azione e, senza nulla attendere in cambio se non la disillusione delle masse che verranno sotto la sua influenza, liberamente dispone della sua forza elettorale per battere la reazione oggi e creare le condi70

zioni favorevoli alla propria vittoria di domani sopra il liberalismo e la socialdemocrazia28. [] Egli (Bordiga) non partiva, per risolvere questi problemi, dalla classe operaia, di cui il partito comunista una parte, dallesame delle situazioni reali in cui essa si trova e si muove e dalla determinazione, quindi, degli obiettivi concreti che a ogni situazione corrispondono. Partiva da principi astratti, derivati con un processo intellettualistico e che dovevano essere buoni in tutti i tempi e in tutte le situazioni. Posto il fine ultimo della conquista del potere, scompariva la variet delle posizioni intermedie e del loro nesso dialettico, era negato il valore del movimento politico democratico e dellavanzata sul terreno della democrazia, le contrapposizioni di classe si traducevano in contrapposizioni politiche rigide, schematiche, gli avversari diventavano eguali n era pi possibile alcuna conquista di alleati, la forma e la parola prevalevano sulla sostanza, la coerenza diventava testardaggine, lazione del partito non poteva pi avere alcun respiro, riducendosi a pura esercitazione propagandistica e polemica. Il compito di conquistare allavanguardia comunista, in qualsiasi situazione, una influenza decisiva sulla maggioranza degli operai e della popolazione lavoratrice era ignorato. Ignorata ogni aspirazione allunit con altri gruppi politici e ogni lotta per lunit. Lavanguardia diventava una setta, che si temprava nellattesa della situazione in cui le masse avrebbero raggiunto le sue posizioni ed essa sarebbe stata in grado di guidarle alla vittoria finale. (Palmiro Togliatti, Discorsi).

28 Lettera, 4 settembre 1925, del Comitato esecutivo dellInternazionale comunista al Partito comunista dItalia.

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Sindacato
Mentre il partito politico lespressione pi alta dellautonomia della classe e pertanto deve dotarsi di una teoria, di una strategia, non subalterna alla classe dominante e basata su principi di fondo non mediabili, necessario che i lavoratori, per la realizzazione dei loro scopi immediati sul piano economico e sociale, si dotino di organizzazioni di massa le pi vaste e unitarie (sindacati), per aderire alle quali sufficiente essere lavoratori. Mentre la costruzione autonoma del partito, separato dalle correnti riformiste, una prova di autonomia e di non subalternit e, quindi, di forza della classe, le divisioni delle organizzazioni di massa indeboliscono i lavoratori e li rendono subalterni e privi di autonomia effettiva. In queste organizzazioni di massa i comunisti/socialisti devono operare affinch prevalga in esse la cultura delluguaglianza, della solidariet, della dignit dei lavoratori e che siano fondate sulla pi solida democrazia e sullo sviluppo delle forme pi avanzate di partecipazione attiva dellinsieme dei lavoratori alla soluzione dei loro problemi. Il cambiamento sociale sar possibile solo quando anche i settori pi arretrati dei lavoratori si convinceranno della sua positivit e della possibilit di raggiungerlo. I luoghi in cui la sinistra pu lavorare al meglio per raggiungere il risultato di convincere la maggioranza dei lavoratori a mobilitarsi verso il cambiamento sociale sono le grandi organizzazioni in cui le masse, anche quelle pi arretrate, si riconoscono. Non si devono pertanto costituire organizzazioni sindacali fotocopia del proprio partito che rischiano di diventare dei recinti che limi72

tano il contatto tra il partito e tutti i comparti dei lavoratori.


Quando incominci a svilupparsi la forma suprema dellunione di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (il quale non sar degno del suo nome finch non imparer ad unire i capi della classe con le masse, in un tuttuno, in qualche cosa di inscindibile) i sindacati incominciarono inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa propensione allapoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc. Ma il proletariato, in nessun paese del mondo, si sviluppato, n poteva svilupparsi altrimenti che per mezzo dei sindacati, per mezzo dellazione reciproca tra sindacati e partiti della classe operaia. Noi conduciamo la lotta contro laristocrazia operaia in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte; conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Dimenticare questa verit elementarissima ed evidentissima, sarebbe stolto. E una stoltezza simile commettono appunto i comunisti tedeschi di sinistra, i quali dal carattere reazionario e controrivoluzionario delle alte sfere dei sindacati traggono la conclusione che... bisogna uscire dai sindacati!! Rinunciare al lavoro nel loro seno!! Creare forme nuove, bellamente escogitate dellorganizzazione operaia!! una sciocchezza imperdonabile, e sarebbe il maggior servizio che i comunisti possono rendere alla borghesia. Non lavorare in seno ai sindacati reazionari, significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate allinfluenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dellaristocrazia operaia, ossia degli operai imborghesiti. Appunto la
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balorda teoria della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari denota nel modo pi chiaro con quanta leggerezza questi comunisti di sinistra affrontano la questione dellinfluenza sulle masse e quale abuso facciano nei loro sproloqui della parola masse. Per sapere aiutare le masse e guadagnarsi la simpatia, ladesione, lappoggio delle masse, non si devono temere le difficolt, gli intrighi, le offese, le persecuzioni da parte dei capi, e lavorare assolutamente l dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, saper superare i maggiori ostacoli per svolgere una propaganda e unagitazione sistematiche, tenaci, costanti, pazienti proprio nelle istituzioni, nelle societ, nelle leghe anche le pi reazionarie dovunque si trovino delle masse proletarie o semi proletarie. E i sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno talvolta) sono appunto le organizzazioni nelle quali si trovano le masse. [] Il compito dei comunisti consiste infatti nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, nel non separarsi da loro con parole dordine di sinistra cervellotiche e puerili. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e in caso di bisogno ricorrere anche ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, alloccultamento della verit, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi e compiervi a tutti i costi un lavoro comunista. Il comitato esecutivo della terza internazionale deve, secondo il mio parere personale, condannare decisamente e proporre al prossimo congresso dellinternazionale comunista di condannare in generale la politica della non partecipazione ai sindacati reazionari []29.
29

Lenin, Estremismo malattia infantile del comunismo, cit.

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Anche il PCdI dovette affrontare negli anni successivi la questione sindacale in una situazione di forte contrasto con i riformisti che dirigevano la Cgil e laffront seguendo le indicazioni della Terza Internazionale.
I comunisti devono considerare la unit della classe lavoratrice come un risultato concreto, reale, da ottenere, per impedire al capitalismo lattuazione del suo piano di disgregare in modo permanente il proletariato e di rendere impossibile ogni lotta rivoluzionaria. Essi devono saper lavorare in tutti i modi per raggiungere questo scopo e soprattutto devono rendersi capaci di avvicinare gli operai di altri partiti e senza partito superando ostilit e incomprensioni fuori di luogo, e presentandosi in ogni caso come i fautori dellunit della classe nella lotta per la sua difesa e per la sua liberazione. [] La burocrazia sindacale trov nelle proposte dei comunisti il pretesto per applicare, con la espulsione dei nostri esponenti, un piano di scissione e di distacco dei sindacati dalle masse rivoluzionarie. Il partito comunista quindi mentre rafforzer le frazioni comuniste che devono compiere il lavoro di conquista dei sindacati dallinterno ed eviter di raccogliere le provocazioni dei riformisti, cercher, non appena ve ne sia la possibilit, di creare in seno ai sindacati confederali e al movimento operaio una sinistra la quale non si identifichi con lapparato sindacale del partito e comprenda tutte le correnti classiste e anticollaborazioniste. Non vi dubbio che alla base si avr ladesione di elementi proletari del partito massimalista. Quanto al partito massimalista come tale, assai problematica si presenta ora la possibilit di una effettiva collaborazione con esso su questo terreno30.
30 Tesi sindacale approvata dal III Congresso del Partito comunista italiano. Lione, 20-26 gennaio 1926.

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Gli obiettivi che il Partito comunista si propone nel campo sindacale sono i seguenti: 1) difendere i sindacati di classe, unificare e mobilitare attorno ad essi le masse lavoratrici; difendere la Confederazione generale del lavoro come centro di unit organica del movimento operaio; 2) provocare la creazione di organismi rappresentativi attorno ai quali, partendo dal luogo del lavoro, trovi unit e coesione della classe operaia; 3) favorire, provocare, attraverso una serie di lotte parziali, una mobilitazione generale del proletariato per la difesa del suo interesse economico e della libert sindacale.
I comunisti denunciano come controrivoluzionario e da combattersi con la pi grande risolutezza ogni tentativo di approfittare della odierna situazione per scindere la unit dei sindacati di classe, la unit della Confederazione generale del lavoro e delle Federazioni di mestiere che vi aderiscono31

E sullUnione sindacale italiana (Usi): interesse della rivoluzione che questa organizzazione scompaia. Il PCdI, proprio perch aveva a cuore lunit dei lavoratori, si pronunci positivamente per la costituzione dei comitati intersindacali tra la Cgil e la Confederazione dei lavoratori (bianca) adoperandosi affinch la costituzione dei comitati fosse un avvicinamento alla unione reale, alla base, di tutti i lavoratori. Lidea, che origina dal gruppo torinese dellOrdine nuovo, che a fianco dei sindacati debbano esistere organismi di massa unitari ed eletti da tutti i lavorato31

Ivi.

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ri, come i consigli di fabbrica, sempre presente soprattutto in un paese come lItalia, dove non sono mai esistiti n un partito unico dei lavoratori n ununica organizzazione sindacale, anche a causa della presenza sociale dei cattolici, che sempre stata rilevante, e di conseguenza sempre stata rilevante la loro organizzazione sindacale. Oggi le divisioni sindacali provocate dal governo di centro-destra hanno come conseguenza un indebolimento della Cgil che non riuscita a impedire lapplicazione di un modello di contrattazione pi arretrato di quello inaugurato il 23 luglio del 1993. Documenti, petizioni pi o meno radicali non scalfiranno questo dato. necessario non arrendersi a che la crisi sia pagata dai lavoratori, come avverrebbe con la applicazione del nuovo protocollo, attraverso una riduzione di retribuzioni, che sono le pi basse dEuropa, e attraverso un ulteriore ridimensionamento dello Stato sociale per liberare risorse per i padroni. Occorre mobilitare i lavoratori alla base per riconquistare quellunit senza la quale estremamente difficile iniziare lotte durature e non di mera testimonianza. N la sola lotta politica riuscir a superare la condizione imposta dai reali rapporti di forza fra le classi. La storia della lotta sindacale dal dopoguerra ad oggi dimostra come il padronato attraverso la divisione sindacale abbia sempre ottenuto un crollo della capacit di mobilitazione dei lavoratori e degli scioperi. Successivamente alla vertenza del 1952-1954, quando Cisl e Uil sottoscrissero unintesa senza la Cgil, sul ruolo della contrattazione di categoria, si ebbe un crollo degli scioperi che dur fino al 1959 quando
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dopo otto anni metalmeccanici, tessili e marittimi riuscirono a conquistare, unitariamente, il contratto nazionale di lavoro. Per non parlare della Fiat, dove nel 1955 la Fiom perse le elezioni delle commissioni interne e dove i lavoratori non scioperarono dal 1954 al 1962. Lo stesso avvenne nel 1985, quando si registrarono il minor numero di ore di sciopero dal dopoguerra, in seguito alla rottura tra le confederazioni sindacali seguita allaccordo separato sulla riduzione dei punti di scala mobile e al decreto di San Valentino. Questo crollo nel conflitto avvenne nonostante nel 1984 le elezioni europee premiassero il Pci, che divenne il primo partito italiano, per la sua opera di difesa della scala mobile. Le divisioni sindacali furono anche la causa di fondo della sconfitta del referendum promosso dal Pci sullabrogazione del decreto di San Valentino. Anche dopo le intense mobilitazioni del 2002 promosse dalla Cgil a difesa dellarticolo 18, cui parteciparono oltre 5.500.000 di lavoratori, seguirono anni di declino nella partecipazione ai conflitti sindacali. Nel 2009 si registrata, certamente anche a causa della grave crisi economica in corso, la quantit di ore di sciopero pi bassa nella storia della Repubblica. Met di queste ore inoltre, nonostante il nuovo modello contrattuale sia stato il centro delle vicende sindacali e nonostante la concomitanza di importanti rinnovi dei contratti nazionali di lavoro, non sono state effettuate per affrontare questi temi. La Cgil usc dalla crisi profonda degli anni cinquanta attraverso una rinnovata progettualit che fu la premessa degli avanzamenti degli anni sessanta sul terreno delle riforme (nazionalizzazioni, riforma delle
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pensioni, riforma della sanit, questione meridionale come questione nazionale, istruzione di massa), e con un forte, centralizzato, lavoro di reinsediamento nelle aziende, attraverso la costituzione delle sezioni sindacali aziendali. Reinsediamento nelle aziende che si consolider soprattutto dopo la conquista della contrattazione aziendale avvenuta nel 1962, nel contratto nazionale dei metalmeccanici, firmato unitariamente da Fim, Fiom e Uilm e che ebbe il sostegno di uno sciopero generale indetto dalle tre confederazioni. anche grazie ai nuovi poteri di contrattazione in azienda che verranno superate le sezioni sindacali aziendali con lelezione dopo lAutunno caldo del 1969 di quegli organismi vagheggiati da Gramsci fin dai tempi dellOrdine nuovo, e cio i consigli di fabbrica. Dopo cinquantanni si afferm quindi lo schema, progettato dai comunisti, di avere a fianco di un sindacato verticale fondato sugli iscritti anche un organismo eletto da tutti i lavoratori, iscritti e non ai sindacati, con pieni poteri di contrattazione e ai quali veniva riconosciuta la stessa rappresentanza delle organizzazioni sindacali. Oggi siamo di fronte alle stesse sfide: la riconquista dellunit sindacale non sar possibile attraverso le schermaglie propagandistiche ma soltanto attraverso una lunga battaglia che si sviluppi a partire dai luoghi di lavoro con un coinvolgimento diretto dei lavoratori. Occorre ritornare nei luoghi di lavoro accettando la sfida della contrattazione aziendale e occorre ridare potere e protagonismo ai delegati e soprattutto quegli organismi di luogo di lavoro che ancora oggi sono riusciti a mantenere la loro unit e dove pi facile comunque ricomporla.
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La sinistra deve essere allavanguardia nella conquista di un ruolo politico agli organismi unitari dei lavoratori impegnandosi in una battaglia per la riconquista dal basso dellunit e del potere di contrattazione. In una parola la sinistra deve essere quella forza che opera per lunit e per superare la passivit dei lavoratori, affinch essi, con un nuovo protagonismo diretto, collettivo e individuale, affrontino direttamente i problemi pi seri della loro condizione, e si battano per risolverli. La contrattazione aziendale deve ricomporre lunit dei lavoratori affrontando i temi dellorganizzazione del lavoro sulla quale totale il comando del padronato che ha scomposto e decentrato o appaltato molte attivit, frammentando e disarticolando il mondo del lavoro. Le forme di lavoro con licenziamento predefinito (contratti a tempo determinato, collaborazioni, finte partite Iva, voucher, ecc.) devono essere contrastate luogo di lavoro per luogo di lavoro sapendo che le modifiche legislative, per le quali occorre continuare a mobilitarsi, diventeranno realt soltanto in seguito ad una forte iniziativa quotidiana, luogo di lavoro per luogo di lavoro. Ma ogni lotta, anche la pi generosa, sar priva di prospettiva senza lelaborazione di un programma sociale ed economico di fase che illumini e orienti ogni singolo conflitto, anche il pi minuto, dandogli un senso generale e collocandolo dentro un percorso in cui sia chiaro a tutti i lavoratori quali sono gli obiettivi generali che si vogliono perseguire. Pur avendo coscienza che certi obiettivi generali si potranno ottenere, come la storia ci ha mostrato, dopo anni e anni di iniziativa anche evidente che se mai si inizia a marciare verso la meta che si vuole raggiunge80

re questa mai si raggiunger, soprattutto se ogni passo che si compie non va in direzione di questa. Abbiamo bisogno quindi di compagni e compagne capaci di unire i lavoratori, tutti i lavoratori, e capaci di convincerli a mobilitarsi. Del resto, dopo oltre centanni di storia del movimento operaio, sappiamo bene che lunit la premessa indispensabile per lotte che sappiano durare nel tempo e in grado quindi di conseguire gli obiettivi per le quali sono nate. I lavoratori quando sono divisi e effettuano lotte episodiche di testimonianza che sono pi di protesta che strumenti di reale avanzamento della classe. Anche nella mobilitazione dobbiamo quindi fare tesoro di quello che i comunisti che ci hanno preceduto hanno imparato sulla loro pelle:
La iniziativa diretta del partito comunista per una azione parziale pu aver luogo quando esso controlla attraverso organismi di massa una parte notevole della classe lavoratrice, o quando sia sicuro che una sua parola dordine diretta sia seguita egualmente da una parte notevole della classe lavoratrice. Il partito non prender per questa iniziativa se non quando, in relazione con la situazione oggettiva, essa porti a uno spostamento a suo favore dei rapporti di forza, e rappresenti un passo in avanti nella unificazione e mobilitazione della classe sul terreno rivoluzionario32.

Conclusioni
Le recenti elezioni regionali hanno dimostrato quanto sia efficace il controllo dei media da parte di
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Tesi di Lione, cit.

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coloro che auspicano una sinistra marginale: la Federazione della Sinistra stata semplicemente cancellata. Cos questa forza politica, prevalentemente dopinione, non stata in grado di far conoscere il proprio messaggio. Lo stesso vale per la sua pressoch totale dipendenza dal finanziamento pubblico. I compagni che giustamente sottolineano limportanza dellautonomia della sinistra, che per essere tale deve esserlo innanzitutto dai padroni e dal governo, devono prioritariamente affrontare questi due aspetti. Occorre prendere atto che i profondi mutamenti avvenuti nella sfera della politica dal 1990 ad oggi hanno modificato radicalmente la stessa sinistra. La centralit nelle istituzioni e non dei processi reali, il carrierismo politico, la personalizzazione della politica sono mutamenti indotti dai recenti sistemi elettorali dai quali la sinistra non rimasta immune. Gli stessi simboli gloriosi della sinistra, come si visto, non garantiscono pi rendite di posizione: la sinistra stata votata dagli elettori per quello che effettivamente ha prodotto nella vita del paese. La sinistra deve quindi rilanciare la propria iniziativa, per dimostrare la propria esistenza e vitalit, avendo coscienza, al tempo stesso, che non saranno le indispensabili campagne dopinione a risollevarla dalla sua crisi. necessario ricostruire dalle fondamenta. necessario spostare la centralit dellimpegno dalle istituzioni e dalla gestione del territorio ai movimenti, cominciando dalla ricostruzione di un solido rapporto con la classe di riferimento. Non abbiamo bisogno di eroi o peggio ancora di coloro che si riempiono la bocca di frasi scarlatte: abbiamo bisogno di una nuova leva di dirigenti di massa.
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Il partito deve privilegiare quei militanti capaci di creare unit e iniziativa, anche la pi parziale, rispetto a quelli che sono rivoluzionari nelle riunioni di partito o nelle sue manifestazioni e incapaci di aggregare e muovere chicchessia per trasformare realmente la societ. Abbiamo bisogno, anche, che questi compagni parlino apertamente nel partito della situazione reale del movimento, delle idee che vi circolano, delle difficolt, dei punti di debolezza come di quelli di forza quale contributo essenziale per lelaborazione di una linea politica che tenga conto della realt del mondo del lavoro e sia efficace nelle parole dordine e nelle iniziative che propone. Gli stessi dirigenti del partito devono essere selezionati tra quei militanti che abbiano dimostrato nel vivo del conflitto la capacit di mobilitare effettivamente i lavoratori e di portare a conclusione positiva i conflitti sia per i risultati sugli obiettivi perseguiti che per la tenuta del movimento e per la capacit di conquistare adesioni al partito. Non dovrebbero assumere responsabilit di direzione quei compagni che insegnano al mondo come si starebbe meglio se tutti facessero quello che dicono loro e sono indifferenti ai processi reali, perch pi interessati alle coerenze formali e comunque sempre pronti a indicare i colpevoli (correnti concorrenti del proprio partito, altri partiti, sindacati, avversari politici, ecc.) degli andamenti negativi, o delle sconfitte. I partiti seri di cui c bisogno sono quelli che dato il contesto programmano la propria attivit, si danno degli obiettivi e se non li raggiungono ne discutono e trovano i correttivi necessari. Che prendono atto insomma che non la
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realt che sbaglia ma sono loro che non la sanno affrontare adeguatamente. Nel sindacato occorre operare per aggregare la pi vasta sinistra sindacale e nello stesso tempo spingere per una forte iniziativa unitaria dal basso. Una sinistra sindacale che non ricoinvolga delegati e lavoratori rischia di rappresentare una storia del passato e sarebbe destinata a burocratizzarsi e ad esaurirsi nel giro di pochi anni con linvecchiamento dei propri quadri. Il reinsediamento nei luoghi di lavoro non avverr per vie spontanee, occorre un forte input centrale. Alcune decisioni devono essere assunte centralmente e verificate nella loro attuazione concreta: i lavoratori dei grandi luoghi di lavoro, sopra i 500 dipendenti, devono essere invitati a iscriversi a circoli aziendali o interaziendali di lavoratori; i sindacalisti devono iscriversi obbligatoriamente ai circoli aziendali; i circoli devono avere momenti di coordinamento e questi devono essere seguiti dai massimi dirigenti politici del partito stesso; i circoli aziendali devono eleggere direttamente i propri rappresentanti negli organi di direzione del partito; i lavoratori impegnati nei circoli devono trovare una significativa rappresentanza nelle liste elettorali del partito e garantire limpegno per una loro elezione; la campagna elettorale dei candidati di partito deve essere gestita prevalentemente dal partito stesso e non dai singoli candidati; devono essere costituite in ogni federazione provinciale delle commissioni lavoro dirette da un membro della segreteria.
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Uscire dalla crisi, riprendersi il futuro Materiali per il programma della Federazione della Sinistra elaborati unitariamente e in via di approvazione

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Una crisi di sistema

Cos successo negli ultimi trentanni?


Il processo di liberalizzazione che ha permesso la totale libert di movimento dei capitali e delle merci a livello mondiale ha privato i popoli e gli Stati degli strumenti di programmazione e di controllo e ha concesso alle multinazionali e alle istituzioni finanziarie un potere globale senza precedenti: il potere di ricattare i paesi e i lavoratori con la minaccia della delocalizzazione delle attivit produttive e il trasferimento dei capitali nei paesi che ne garantivano la massima remunerazione, laddove erano minori i diritti del lavoro e la salvaguardia delle risorse naturali. Questo processo di voluto indebolimento della capacit degli Stati di governare gli investimenti e leconomia stato aggravato dallaltro pilastro delle politiche neoliberiste: la privatizzazione del credito, di interi settori industriali e di parti rilevanti del welfare con cui si favorita lespansione delle multinazionali anche nei servizi essenziali e si sono create occasioni speculative ai grandi fondi finanziari mondiali Liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del mercato dei cambi, privatizzazione del credito sono allorigine della crescita abnorme delle speculazioni fi87

nanziarie: il mercato dei prodotti finanziari non sottoposti a regole e controlli arrivato a 12 volte il Pil mondiale e nessuno oggi in grado di quantificare lesatto ammontare dei titoli tossici. Le imprese e i ricchi di tutto il mondo hanno potuto trasferire denaro nei cosiddetti paradisi fiscali, paesi in cui la tassazione dei profitti e delle rendite bassissima o nulla, e in cui si calcola che finisca il 25% della ricchezza mondiale annua, sottratta alla possibilit di essere redistribuita.

Lesito delle politiche liberiste: disuguaglianze sociali e crisi ambientale


Lesito di questi processi un aumento delle disuguaglianze tornate a crescere in tutti i paesi sviluppati. Questo avvenuto principalmente a causa del trasferimento del carico fiscale dal capitale al lavoro e della diminuzione della quota dei redditi da lavoro sul totale della ricchezza prodotta. Quota che andata a favore di profitti e rendite. In sostanza i ricchi sono diventati pi ricchi, i poveri pi poveri. Lorganizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che 1,3 miliardi di lavoratori, compresi molti regolari, non guadagnano pi di due dollari al giorno. I 20 uomini pi ricchi del mondo posseggono una ricchezza complessiva pari a quella del miliardo pi povero. Precariet e disoccupazione si sono diffuse in vaste aree della popolazione. Le disuguaglianze sono aumentate anche allinterno dei cosiddetti paesi sviluppati. LOcse in un recente rapporto ha documentato come dal 1976 al 2006 la
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quota dei redditi da lavoro sia scesa in media di dieci punti percentuali. In Italia la situazione persino peggiore. Nel nostro paese la disuguaglianza tra ricchi e poveri cresciuta del 33% rispetto alla met degli anni ottanta. Se si guarda ai patrimoni, si scopre che quasi la met della ricchezza totale (il 45%) detenuta dal 10% della popolazione. La crisi economica si intreccia ad una gravissima crisi ecologica. Il Living Planet Record 2008 ci avvisa che limpronta globale, cio la domanda dellumanit sulle risorse viventi della terra, supera del 30% la capacit rigenerativa del pianeta. Se tale domanda continuasse a crescere al ritmo attuale entro la prima met del decennio 2030-2040 avremmo bisogno di due pianeti. Il processo di esaurimento degli ecosistemi e laccumulazione degli scarti nellaria, nellacqua, nella terra produce deforestazione, cambiamenti climatici, carenza idrica mettendo sempre pi a rischio il futuro della specie. Senza interventi radicali che contengano lincremento delle temperature (cresciute nel secolo scorso di 0,7 gradi centigradi, soprattutto a partire dal 1970) sotto i 2 gradi centigradi rispetto allepoca pre-industriale, gli eventi climatici di tutti i tipi diventerebbero i pi estremi. Secondo lIppc, lorganismo ufficiale delle Nazioni unite sui mutamenti del clima, nel 2100 linnalzamento di un metro del livello del mare provocherebbe 130 milioni di profughi e la riduzione del 40% della produzione mondiale di cibo. La situazione delle risorse idriche suscita gravissimo allarme. Circa cinquanta paesi sono in una condizione di stress idrico, fra il moderato e il grave, su base an89

nua; molti di pi sono quelli colpiti da carenze idriche in vari periodi dellanno. La crisi climatica si accompagna alla crisi delle fonti energetiche fossili come il petrolio ma anche al prossimo esaurimento di minerali come luranio, alla base della produzione di energia nucleare.

Una crisi di sistema


Lattuale crisi mondiale stata innescata dalla speculazione finanziaria, ma la causa di fondo va ricercata nel declino della crescita del capitalismo iniziato dalla met degli anni settanta. Arriva a conclusione il ciclo iniziato nel dopoguerra fondato sulla crescita del mercato immobiliare, dellauto e di altri beni di largo consumo. Le politiche neoliberiste si possono considerare come la risposta al duplice problema che si present a partire dalla met degli anni settanta. Da un lato come rispondere alla crisi di quel ciclo, alla saturazione dei mercati interni dei paesi a capitalismo avanzato, dallaltro come ridurre i diritti e i poteri conquistati dai lavoratori in particolare nel ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta. Ma le politiche neoliberiste non hanno portato al benessere promesso. Il trionfo del mercato incontrollato ha generato disastri, sopraffazioni, sprechi, ingiustizie, arricchimenti anche illeciti, contribuendo al depauperamento di parti importanti della societ e dellambiente. una crisi di sistema, di modello di sviluppo e di consumo, di cui assistiamo alle prime manifestazioni e che produrr effetti negativi almeno per il prossimo decennio.
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Per unalternativa di societ


necessario e possibile costruire unalternativa di sistema. Unaltra via, per uscire dalla crisi e riprendersi il futuro. Ci sono le conoscenze necessarie e le soluzioni possibili per conquistare un cambiamento che consenta di garantire il benessere umano e la rigenerazione della natura da cui questo dipende. Ma necessario un cambiamento radicale rispetto alle politiche che hanno segnato i decenni scorsi e una capacit nuova di coniugare diritti del lavoro, riproduzione della natura e relazioni sociali. Per evitare che la crisi del capitalismo si scarichi ancora sui lavoratori e in conflitti tra paesi per il controllo dei mercati e delle materie prime occorre ripristinare un governo politico delleconomia per svolgere un ruolo di programmazione e riconversione del modello di sviluppo, per vincolare il mercato a superiori interessi pubblici e lattivit produttiva a fini dutilit sociale. Tutto questo ha bisogno di maggiore democrazia e di rinnovati strumenti pubblici di governo. Tutto questo ha bisogno di una nuova centralit del lavoro, di ridare ruolo preminente alle lavoratrici e lavoratori, alla loro rappresentanza, alla liberazione del lavoro dalla subordinazione e dallalienazione. Piena e buona occupazione, socializzazione di saperi e conoscenze, formazione, sicurezza sono gli obiettivi prioritari che la sinistra di alternativa si d. Si pone il problema di cosa, come, dove e per chi produrre in una logica solidale di prudenza, sostenibilit ambientale e sociale che esige una riconversione delleconomia. Ci significa utilizzare la crisi come
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opportunit, perch tutto non torni come prima, evitando gli errori del passato, affrontando non solo gli effetti ma le cause della crisi, ponendo il problema di un cambiamento radicale del modello produttivo e sociale, con una riconversione ecologica delleconomia a partire dalla centralit del lavoro e dalla partecipazione attiva e consapevole di chi opera dentro i cicli produttivi. questa la condizione indispensabile per difendere dalla crisi i posti di lavoro, i redditi e i diritti, per prospettare un diverso orizzonte, ambientalmente e socialmente sostenibile, su cui costruire pi vaste alleanze sociali. Le rivendicazioni volte alla difesa delle condizioni di lavoro e del reddito, per la qualificazione dello sviluppo, vanno intrecciate ad obiettivi di uso razionale delle risorse intervenendo sulle politiche industriali e sulla modifica dei cicli produttivi. Vanno promossi progetti volti a modificare i modelli sociali, di consumo e gli stili di vita; a modificare la tipologia dei prodotti e ad incrementare la sostenibilit energetica ed ambientale, un uso pi razionale ed appropriato di tutte le risorse, il risparmio di quelle non rinnovabili, la tutela del territorio, la qualit urbana, il sistema dei trasporti, la produzione e distribuzione di beni pubblici e sociali.

Riportare la finanza al servizio delleconomia


Per riportare la finanza al servizio delleconomia reale necessario: Vietare le transazioni fuori borsa e limitare luso dei derivati e della leva finanziaria a fini speculativi,
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riportando lattivit creditizia alla sua funzione tradizionale derogazione dei prestiti sulla base della valutazione della solvibilit. Decidere uno strumento globale di controllo istituzionale e sociale sullattivit finanziaria e dei servizi connessi esteso ai movimenti speculativi di capitale ed attento allimpatto sociale ed ambientale dellattivit e al rispetto dei diritti umani. Il salvataggio di banche e assicurazioni, quando indispensabile per evitare ulteriori disastrose conseguenze, non pu divenire una socializzazione delle perdite con erogazioni a fondo perso, che trasformano debito privato in debito pubblico, ma deve vedere un intervento decisivo dello Stato nella propriet delle banche e delle imprese, mutandone drasticamente lattivit. Superare i conflitti dinteresse del capitalismo collusivo tra banche, assicurazioni, fondi pensione e imprese. Ognuno torni a fare il proprio mestiere come si decise dopo la grave crisi del 1929. Garantire una maggiore trasparenza dei bilanci delle istituzioni finanziarie, ridurre i compensi ai dirigenti, legandoli ai risultati di lungo periodo, ed escludere ogni incentivazione volta alla promozione di prodotti non idonei. Occorre un impegno deciso nella lotta ai paradisi fiscali, che sono spesso paradisi criminali e centri di riciclaggio dei capitali sporchi, definendo una cintura di sicurezza normativa che preveda un aggravio fiscale per le attivit di societ ivi residenti, al fine di compensare quel regime di tassazione bassissima o nulla di cui godono profitti e rendite in diversi paesi (oltre settanta secondo la lista della rete internazio93

nale Tax Justice Network), e in cui si calcola che finisca un quarto della ricchezza prodotta ogni anno nel mondo sottratta alla possibilit di essere ridistribuita, in particolare attraverso il meccanismo dei prezzi di trasferimento. Per quanto lazione di chiusura dei paradisi richieda uniniziativa internazionale molto si pu fare anche in ogni paese, in particolare con: - il divieto di finanziamento pubblico alle imprese che hanno filiali nei paradisi fiscali; - forti imposte sulle transazioni da e per i paesi in questione; - la verifica delle pratiche contabili e fiscali delle aziende con partecipazione pubblica quali Eni e Enel e dellattivit delle centinaia di filiali delle banche italiane; - il sostegno allobbligo di rendicontazione delle attivit delle imprese multinazionali, paese per paese, generalizzando la risoluzione del Parlamento europeo per il settore estrattivo. urgente che a fianco di politiche di risanamento della finanza vengano presi provvedimenti fortemente limitativi delle speculazioni finanziarie decidendo finalmente listituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie come la Tobin Tax, troppo a lungo osteggiata. Va ricostruita una politica creditizia di sostegno ad un nuovo intervento pubblico in economia. In questo contesto, il trasferimento di risorse pubbliche senza contropartite non rappresenterebbe altro che una forma di socializzazione delle perdite. Va garantito che le perdite del sistema bancario non vengano fatte pagare ai contribuenti, facendo lievitare un debito pubblico da scaricare magari su ulteriori riduzioni del welfare. Si tratta invece di far corrispondere alle
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risorse messe a disposizione del sistema bancario quote di propriet pubblica e di procedere, a fronte del manifestarsi delle insolvenze, a nazionalizzazioni, che facciano pagare le perdite di valore dei titoli a chi li detiene, secondo le norme e i diversi gradi di tutela delle procedure fallimentari. Lacquisizione da parte dello Stato del controllo sullattivit creditizia deve avere lobiettivo di indirizzare gli investimenti, promuovere direttamente attivit produttive e lavoro con un progetto di riorganizzazione e riconversione delleconomia in particolare in direzione della sostenibilit ecologica del sistema. Un polo pubblico del credito sottoposto al controllo e alla verifica di organismi di cui facciano parte le organizzazioni sindacali, le associazioni di consumatori, le associazioni ambientaliste. Il finanziamento alle imprese in crisi deve evitare il passaggio attraverso banche che hanno ripreso a speculare nella finanza creativa e che sono alla ricerca disperata di capitali per adeguarsi alle nuove norme sul rapporto capitale-esposizione e che lucrano su prestiti a tasso zero a spese della collettivit. I governi devono dotarsi di banche pubbliche di investimento in grado di finanziare le imprese in difficolt, soprattutto quelle strategicamente rilevanti per un nuovo modello di sviluppo e nei settori pi avanzati. posto allordine del giorno il tema di una moneta mondiale per le transazioni internazionali che superi il signoraggio e la supremazia del dollaro al fine di evitare di far pagare al resto del mondo la prevedibile inflazione che si svilupper negli Usa in seguito alle enormi spese sostenute per evitare il fallimento del sistema.
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Un programma per lEuropa


Sarebbe illusorio pensare di affrontare scelte epocali di questa portata muovendosi, come pure ineludibile e prioritario fare, solo allinterno dei singoli paesi. Proporsi obiettivi cos ambiziosi non pu che comportare il rilancio del conflitto sul terreno del ruolo e delle politiche dellUnione europea. Efficaci politiche di sinistra hanno la loro naturale cornice nella dimensione dellEuropa unita. LEuropa pu essere terra di pace, di democrazia, di civilt e di progresso. Il prevalere del liberismo negli anni novanta, con la sua competizione esasperata, ha costituito inevitabilmente il freno principale al processo di unit europea. Difficile unirsi mentre in corso una guerra commerciale di tutti contro tutti. Diventano prevalenti gli interessi particolari e per di pi quelli di breve respiro tipici del capitalismo finanziario dominante. Un processo di unit tra paesi necessita invece di convergenze e mediazioni. Lasciare al libero mercato il ruolo di agente unificatore significa averne una visione ideologica e sottovalutare le potenti reazioni che il corpo sociale e politico in grado di scatenare per opporsi allesplodere delle inevitabili contraddizioni frutto di una competizione favorevole ai pi forti e alla nascita di nuove inevitabili gerarchie. Occorre dare nuovo impulso alla costruzione dellEuropa politica, bisogna superare disaffezione e stanchezza. Non possiamo fermarci. Uno stop a questo stadio pu preludere a disastrosi ritorni al passato o peggio, come la storia ci ha purtroppo ampiamente dimostrato. Ad oggi lUnione europea prevalentemente, ma non solo, un grande mercato supportato da
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una unione monetaria. La crisi, se non gestita unitariamente, potrebbe fare esplodere anche quanto realizzato. Lo stesso trattato di Lisbona stato influenzato dal liberismo suscitando preoccupazione nei settori popolari sulla tenuta dei diritti sociali europei. La crisi, che viene dopo un periodo di bassa crescita e di aumento delle diseguaglianze sociali obbliga a decidere una politica economica e industriale dellUnione rivedendo lo stesso ruolo della Bce. Servono progetti, programmi della Comunit europea che esaltino la dimensione sociale dellEuropa nella quale i cittadini tutti, di qualsiasi nazione, razza, religione, sesso possano sentirsi pi protetti e garantiti nella loro condizione di uomini e donne e nella loro vita quotidiana. Nella quale possano a ragione sperare di poter partecipare e costruire un futuro di ancora maggiore dignit. Una Europa sociale, dei cittadini, e del lavoro per conquistare la quale occorre rinegoziare il Trattato di Maastricht. Finora nei governi europei e nellUnione europea prevalente unaltra via: quella di un massiccio intervento per salvare le banche, cio per evitare che la crisi finanziaria travolga tutto. Lintervento pubblico stato finalizzato al ripristino del meccanismo economico esistente prima della crisi, che se dovesse riprendere a funzionare lo far, per i lavoratori, in condizioni peggiori di prima: con un livello di disoccupazione e di precariet pi elevato, e col rischio che il gigantesco debito accumulato per salvare la finanza venga pagato con un nuovo taglio dello Stato sociale. La sinistra, che non nazionalista, che ha nelle sue matrici culturali lunit dei popoli, ha tutte le carte in regola per essere la forza pi decisa nello spingere ver97

so lunit politica ed economica e per una vera Costituzione che sia coerente e rispettosa delle pi avanzate Costituzioni vigenti in molti paesi. Si pongono quattro priorit: LEuropa pu e deve farsi promotrice di un mutamento reale nelle regole dellattivit finanziaria a livello mondiale e deve allargare la sovranit dellUnione a temi finora esclusi dagli attuali trattati e in maniera particolare deve evitare il dumpig fiscale e dei diritti sociali tra i suoi Stati. Occorre rilanciare il ruolo pubblico nelleconomia e sviluppare la ricerca per riconvertire lapparato produttivo. Le sinergie necessarie sono tali da rendere necessario un piano di ricerca europeo su nuove fonti di energia e per ridurre i costi di produzione e gestione di quelle rinnovabili gi disponibili. La priorit deve essere un grande piano di ricerca pubblica per due ordini di motivi: primo perch i privati non la sviluppano, soprattutto quella di base, e in secondo luogo perch c bisogno di una innovazione non subordinata allindustria dellauto, del petrolio e del nucleare perch il mondo non pu adeguarsi ai loro interessi. Aumentare le risorse destinate allUnione per grandi piani di investimento transnazionali nel campo dellenergia, delle infrastrutture e della cultura prevedendo anche la nascita di consorzi pubblici europei sostenuti da diversi paesi. Politiche strutturali da finanziare anche attraverso lemissione di titoli europei garantiti dal bilancio comunitario. LEuropa deve dotarsi di politiche comuni che disincentivino le delocalizzazioni.

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La crisi e lItalia

Sono gravi i tentativi di occultare la portata della crisi in Italia. Per capire le conseguenze di una crisi senza precedenti nel dopoguerra sufficiente ricordare alcune conseguenze della crisi del 1993, meno grave di quella attuale e che non fu di dimensioni mondiali come lattuale. Dopo la crisi del 1992-93 ci vollero oltre dieci anni (terzo trimestre del 2002) per tornare ai livelli degli investimenti netti della fine del 1991. Gli occupati diminuirono lentamente: -67 mila dal 91 al 92, -781 mila dal 91 al 1993, per precipitare a -1 milione 191 mila nel 1995. I 23 milioni di occupati del 1991 si raggiunsero di nuovo nel 2001. Dieci anni dopo. Gli investimenti netti sul Pil, con poche eccezioni, declinano da trentanni e relativamente al precedente peggiore, il 1993, si sono dimezzati (scendono all1,7% nel 2009 contro il 3,5% del 1993). Questa caduta continua degli investimenti contribuisce a spiegare, almeno in parte, perch lItalia non ha retto la sfida della globalizzazione e perch il suo peso sul Pil mondiale vada continuamente riducendosi. Era il 4,1% nel 1980, caduto al 2,6 nel 2009 e il Fondo monetario internazionale prevede che sar del 2,1 nel 2014. corretto parlare di un declino continuo
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del nostro paese, che al di l della retorica esce fortemente ridimensionato dalla sfida della globalizzazione. Nel 1993 la crisi fu affrontata con pesanti e antipopolari provvedimenti: abolizione scala mobile e blocco assunzioni Pa, blocco delle pensioni, innalzamento et pensionabile, introduzione ticket sanitari, istituzione dellIci, addirittura prelievo sui conti correnti bancari. Iniziarono le privatizzazioni, a cominciare da quelle delle banche, di cui comprendiamo oggi le pesanti conseguenze. La domanda finale di beni e servizi diventata di sostituzione, mentre gli scarsi investimenti delle imprese non hanno operato innovazioni di prodotto ma sono stati finalizzati a ridurre loccupazione. Il mercato degli immobili, dellauto e degli elettrodomestici, su cui si costruito lo sviluppo economico del dopoguerra, saturo. LItalia non pu pensare di continuare a costruire ogni anno oltre 700.000 edifici quando gi oggi disponiamo di 30 milioni di abitazioni per 23 milioni di famiglie e pi di 30 milioni di unit immobiliari non abitative. N possiamo dimenticare che siamo prossimi ai 36 milioni di autoveicoli circolanti, 600 ogni mille abitanti, un primato mondiale, e siamo pieni di camion e camioncini pi di ogni altro paese europeo, perch oltre l80% delle merci viaggia su gomma. Occorre riconvertire.

Un governo pubblico delleconomia. Un piano per il lavoro e lambiente


In assenza di un massiccio intervento di riqualificazione nelleconomia della conoscenza, per paesi con
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una specializzazione produttiva a basso contenuto tecnologico come lItalia, resta solo la strada obbligata di una collocazione sempre pi bassa nella divisione internazionale del lavoro, con pesantissime conseguenze sulloccupazione e sulle condizioni di vita del paese. Infatti o si sceglie la strada della qualit, producendo ci che gli altri non sanno fare, o si costretti a fare quel che fanno anche gli altri, ma a minor prezzo, con una concorrenza da costi, con un degrado della qualit del lavoro. Quindi, per non essere tagliata fuori dal mercato mondiale, lItalia deve cambiare mestiere, innalzando il livello tecnologico e la qualit del lavoro incorporato nella produzione, rivolgendosi ai nuovi settori produttivi in crescita nel mercato mondiale, ma ci richiede forti investimenti con un ritorno economico a svariati anni di distanza, che nessun imprenditore privato italiano sembra oggi intenzionato a garantire, sia per mancanza di capacit e competenze nei nuovi settori, che per carenza di capitali, che per una logica finanziaria che esige elevati ritorni a tre o sei mesi. LItalia importa tutti gli apparati tecnologicamente avanzati, nel settore dei beni ambientali e delle fonti rinnovabili dallestero, mentre le imprese nazionali operano quasi esclusivamente nel campo dellinstallazione. Ne deriva la necessit di un intervento pubblico per la creazione di nuove filiere industriali. Un intervento opposto alle politiche del Governo Berlusconi, che vuole il rilancio del nucleare, ha cercato di ostacolare il piano europeo sullenergia, ha indirizzato tutte le risorse alle grandi opere, e con il piano casa si rende responsabile dellulteriore devastazione delle citt e del territorio, e obbliga gli enti locali a privatizzare i servizi pubblici.
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Occorre: Dire di no al nucleare, aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili, coordinare i piani delle Regioni. Il nucleare, oltre ad insormontabili problemi di sicurezza, comporta investimenti che, se indirizzati alle rinnovabili, sono assolutamente pi efficaci anche in termini economici. Con i 20 miliardi necessari per quattro impianti che contribuirebbero in piccolissima misura al fabbisogno energetico si realizzano viceversa gli obiettivi fissati dallEuropa. Obiettivi che vanno implementati portando al 30% la riduzione di emissioni, al 25% lutilizzo delle rinnovabili, al 25% la riduzione delluso di energia primaria. Un piano per lefficienza energetica: per la riqualificazione del patrimonio edilizio (il 15-20% di risparmi energetici sono a costi negativi, cio conveniente realizzarli piuttosto che non farli) a partire dal patrimonio pubblico e di edilizia residenziale pubblica. Un piano per la mobilit sostenibile, che riconverta produzione e sistemi di mobilit sul trasporto pubblico e sul ferro col graduale spostamento di incentivi e sussidi dal trasporto su gomma. I trasporti, sono dopo le industrie di produzione dellenergia, i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra (23% nel 2006 e il 18% generato dal solo settore stradale). 35 miliardi di euro sono i costi sociali annui degli incidenti stradali. Il 20% della spesa sanitaria addebitabile a malattie cardiovascolari e respiratorie imputabili allattuale modello di mobilit. Riduzione rifiuti, raccolta differerenziata, riciclo. Il riciclo di un solo frigorifero equivale al taglio dei consumi energetici di una persona per un anno. Con il riciclo di tutti gli elettrodomestici bianchi si tagliano le emissioni di CO2 del 3%.
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Interventi sulla rete idrica, che arriva a disperdere fino al 60% della risorsa, e lassunzione dellobiettivo di passare, a parit di benessere, da 200 litri di consumo procapite/giorno a 60. Interventi di messa in sicurezza del territorio. Occorre varare un piano ventennale di recupero delle coste (fino ad un chilometro dal mare per le aree extraurbane), per restituirle come bene pubblico al paese. Interventi di messa in sicurezza della scuole, per cui necessaria almeno la quadruplicazione delle attuali risorse. Vanno tagliate di 4 miliardi di euro le spese militari. Va bloccata la prosecuzione del programma di costruzione dei 131 caccia bombardieri Jsf che comporterebbero 14 miliardi di spesa in pi in quindici anni e una scelta di riarmo folle e inaccettabile. Si tratta allopposto di tagliare le spese militari e riconvertire lindustria bellica.

Difendere i beni comuni


In questo contesto indispensabile un ritorno alla gestione pubblica dei servizi per garantirne la coerenza con gli interessi della popolazione e del paese. A tal fine occorre riaffermare che: Va ribadita la necessit di una gestione pubblica dei servizi essenziali, a partire dal servizio idrico integrato, perch lacqua un bene pubblico da gestire con efficienza, superando gli attuali sprechi, con un sistema tariffario che ne garantisca laccesso universale. Occorre promuovere le aggregazioni territoriali per la gestione integrata dei servizi, definendo i bacini
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di utenza e le possibili sinergie, attraverso aggregazioni verticali multiservizi, integrando gli Ato del servizio idrico con i bacini per la distribuzione del gas, a cui affidare la pianificazione degli interventi, la definizione delle tariffe e degli standard qualitativi; la definizione dei parametri di valutazione delle procedure di affidamento deve garantire non la massima remunerazione per le amministrazioni locali, ma una buona ed efficiente gestione, un adeguato volume degli investimenti, la qualit delle risorse erogate e il loro risparmio, leconomicit del servizio per lutenza, la sicurezza e la tutela ambientale. Per realizzare questi interventi occorrono investimenti significativi. Da subito si possono liberare risorse: ponendo fine al Cip 6: il meccanismo truffaldino con cui gli incentivi per le energie rinnovabili vengono dirottati per finanziare lelettricit prodotta dagli inceneritori e dai combustibili fossili che impegna 2,3 miliardi di euro lanno; eliminando la legislazione speciale sui grandi consumi di elettricit e gas: introdotta a partire dal 2000 ha ridotto dell85,2% il carico fiscale delle imprese con consumi di elettricit superiori a 1.200.000 Kw/h al mese e scontato del 40% limposta sul gas per le imprese che consumano pi di 1.200.000 milioni di metri cubi allanno. Il costo per il fisco di quasi 2 miliardi di euro lanno. Anche in conseguenza di queste misure la tassazione ambientale in Italia diminuita dalla seconda met degli anni novanta di quasi un punto di Pil, con la massima riduzione rispetto a tutta lUe; eliminando i finanziamenti per le grandi opere
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ambientalmente devastanti. Si tratta in particolare di recuperare 1,3 miliardi stanziati per il ponte sullo Stretto (6,1 miliardi di costi previsti dal progetto preliminare), quelli per linutile e dannoso terzo valico della tratta ferroviaria Milano-Genova (5 miliardi di costo di cui un miliardo di stanziamento annunciato). Da questi interventi, dalla riprogrammazione e riconversione del modello di sviluppo si possono creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Ma occorre sottrarre leconomia e la societ alle logiche liberiste, alle privatizzazione dei beni comuni, al rapporto predatorio con la natura.

Il Mezzogiorno
La storica arretratezza del Mezzogiorno ha assunto oggi i connotati del degrado generalizzato. Gli ambienti, i lavori, i servizi, le relazioni civili, finanche le coscienze: tutto sottoposto ad una violenta torsione verso il basso, sicch la questione meridionale si presenta oggi come paradigma decisivo dellimbarbarimento del sistema sociale capitalistico. Il Sud che frana e frana in tutti i sensi indica quello che in progressione pu diventare, e gi diventa, lintera societ italiana; e che diventano, pi in generale, anche tutti i paesi segnati, in un modo o nellaltro, dalla globalizzazione neoliberista. Il punto che c stata una stranezza davvero colpevole nel dibattito politico degli ultimi anni: il Mezzogiorno stato derubricato dai programmi dei partiti, e ci anche in conseguenza dellattenzione me105

diatica su una questione settentrionale sostanzialmente fittizia, sollevata, in realt, da una sorda rivolta fiscale dei ceti privilegiati, che ha poi trovato espressione politica nel localismo della Lega Nord: il Sud rimasto cos abbandonato al suo destino. O meglio, rimasto alla merc esclusiva di un mercato capitalistico globalizzato, vorace e distruttivo. La ripresa di un discorso innovativo sul Sud e sulle sue prospettive attiene dunque a questioni di ordine generale: pi che di un luogo si parla infatti di un tempo, del nostro tempo livido e contratto. Ovviamente, il punto di partenza non pu che essere il profondo divario di occupazione, reddito, spesa sociale, risorse fiscali e legalit, che separa il Mezzogiorno dal resto del paese. La crisi economica, che assume un impatto ancora pi devastante proprio nelle aree deboli, destinata ad accentuare ulteriormente tale divario. I dati sono impietosi: la povert assoluta e relativa interessa il 51,6% delle famiglie monoreddito rispetto al 28,6% del Centro-nord. A ci contribuisce ulteriormente un sistema di welfare insufficiente e inadeguato, particolarmente carente nei servizi domiciliari e di assistenza ai bambini, agli anziani ed alle persone non autosufficienti. La spesa socio-assistenziale media annua pro-capite di 40 euro al Sud contro i 146 del Nord Italia, e quella riferita agli anziani ammonta a 48 euro al Sud contro i 192 del Nord-est. C anche una storia di fallimenti alle spalle di questa situazione. E si tratta di un doppio fallimento: delle politiche economiche e delle lotte sociali. Sul piano economico, gli interventi speciali nel Mezzogiorno, dallindustrializzazione allassistenzialismo, hanno la106

sciato irrisolti i nodi strutturali. Inoltre la liquidazione delle Partecipazioni statali ha determinato una profondissima crisi dei poli industriali legati allindustria automobilistica, al mercato interno ed ai settori innovativi della ricerca e delle comunicazioni. Sul piano del conflitto, le spinte alla riaggregazione sociale, che pure avevano alimentato le vertenze prima dei braccianti per la riforma agraria e poi dei lavoratori dei poli industriali, si sono dissolte col tempo, non hanno sedimentato conquiste stabili e hanno lasciato dietro di s una profonda frammentazione sociale, in cui si insinuano facilmente anche i poteri criminali. In questo quadro, se il Mezzogiorno vorr riprendere un cammino positivo dovr riconsiderare senza sconti tutte le politiche pubbliche e private che lo hanno attraversato. Esse non hanno inciso realmente e lo hanno reso un mero oggetto, e non un soggetto attivo del proprio sviluppo. Pur disponendo di inesauribili energie e di ricchezze indiscusse, il Sud non riuscito perci a divenire una risorsa per il progresso generale del paese. Le politiche assistenzialiste del passato si sono rivelate improduttive, le logiche di mercato hanno funzionato a senso unico, il gap inesorabilmente cresciuto. Va detto che anche lidea, largamente carezzata dalle amministrazioni progressiste del Mezzogiorno, di uno sviluppo endogeno e autoctono, fondato quasi esclusivamente sui capitali locali e su una giovane imprenditoria dassalto, si rilevato, nel migliore dei casi, insufficiente e senza prospettive. Lo diciamo perci con nettezza: per invertire la tendenza allulteriore depauperamento delle regioni meridionali bisogna liberarsi dallidea che le politiche
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liberiste (locali o nazionali non ha importanza) possano costituire la leva per imprimere un nuovo sviluppo. Non la logica del mercato, ma politiche pubbliche: occorre, in altri termini, una nuova stagione di programmazione economica. La mano pubblica chiamata ad un forte impegno di indirizzo della vita economica, e a tal fine deve dotarsi di tutti gli strumenti pi opportuni: finanziari, tecnologici, manageriali, di controllo. Lobiettivo di colmare in tempi rapidi il divario con le regioni settentrionali, a partire dal lavoro e dallambiente. Ma occorre altres sapere che una tal progressione in avanti non sar possibile se non verr impugnata con mano decisa la bandiera di una nuova civilizzazione. Non serve lesercito, pur se va resa pi energica lazione di contrasto della criminalit e dellillegalit diffusa. Occorre invece occupare pacificamente gli spazi urbani moltiplicando i presidi di civilt, a partire dalle scuole pubbliche, ma anche incentivando lassociazionismo e il volontariato consapevole; e parallelamente occorre avviare una vasta opera di risanamento ambientale, curando lestetica dellarredo urbano e lecosostenibilit delle strutture e dei paesaggi. Va anche detto che la globalizzazione, lapprofondimento e lallargamento dellUnione europea hanno contribuito anchessi a cambiare i termini della questione meridionale: essa non va pi letta in relazione esclusiva con lo Stato nazionale, ma nei suoi rapporti con il sistema-mondo. In particolare, il cambiamento dei flussi delle merci a livello mondiale ha creato una nuova centralit del
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Mediterraneo. In questo quadro, proprio il Mezzogiorno pu diventare unutile piattaforma di interconnessione fra Asia e Europa. Pensiamo perci ad una macroregione aperta, per la quale le vie del mare, del cielo, del ferro non saranno solo le vie degli scambi commerciali, ma anche della cooperazione e della cultura dellintegrazione. Anche per questa via, il Mezzogiorno pu essere una grande opportunit per lintera Italia. Lobiettivo che proponiamo dunque di trasformare progressivamente il Mezzogiorno in un territorio nel quale la qualit della vita dei cittadini e la capacit di innovazione delle imprese siano alti, almeno simili alla media europea; e ci possibile ponendo come centrale la qualit del suo territorio, dei suoi lavoratori, dei suoi prodotti e dei suoi servizi. Per raggiungere questi obiettivi decisivo aumentare la legalit e la sicurezza, la sanit e la previdenza, la scuola e la ricerca, i trasporti e le connessioni, i servizi urbani e i servizi alle persone. Sottolineiamo inoltre come proprio il tema della criminalit sia un banco di prova ineludibile e urgente: sotto gli occhi di tutti la situazione allarmante, proprio sul piano etico e civile, di molte aree del Mezzogiorno. A determinare questa situazione di sfascio hanno contribuito, negli anni pi recenti, la debolezza delleconomia, la precariet del lavoro, la difficolt nelle scelte di vita. Ma anche le scelte di governo hanno avuto la loro parte, in quanto hanno promosso levasione fiscale con i condoni, hanno alimentato il sommerso, hanno allentato la tensione etica e la lotta alla criminalit organizzata. necessaria dunque una forte azione, non solo re109

pressiva, ma anche politica e culturale, per ricostruire una diversa etica della convivenza civile, degli affari, della politica. Ma il centro di un intervento di ripresa non pu esser certo la repressione. Occorre valorizzare invece, pienamente, le risorse di cui dispone il Sud. Tra queste, il fattore competitivo pi importante dato dalla qualit, lintelligenza e la creativit delle sue donne e dei suoi uomini. Tale fattore relativamente poco coltivato e valorizzato. Si pu e si deve fare di pi. La scuola svolge un ruolo sociale e culturale fondamentale, che pu essere ulteriormente valorizzato, mentre luniversit ancora soffre, in maniera spesso pi accentuata, dei problemi del sistema universitario nazionale. La spesa per ricerca e sviluppo si attesta poi su livelli bassissimi nel quadro europeo. Scuola e universit devono svolgere sempre pi, nel Mezzogiorno, la loro fondamentale funzione; oltre che accrescere la qualit della vita collettiva e formare coscienze civili, la loro funzione proprio di potenziare i fattori di sviluppo, attraverso uninterazione strettissima con i territori. I segnali di allarme sono rappresentati dal fatto che, dopo una lunga fase di crescita ininterrotta, il tasso discrizione alluniversit nel Sud negli ultimi anni ha cominciato a declinare. Nel 2002 circa 72 diplomati su 100 si iscrivevano alluniversit; tale quota nel 2007 scesa al 64%. Ci vuol dire che, mentre fino a un recente passato la convinzione della spendibilit di un titolo di studio sul mercato del lavoro aveva favorito lespansione dei livelli di partecipazione, nella fase di maggiore difficolt degli ultimi anni emergono segnali di grande difficolt e scoraggia110

mento fra i giovani a investire nellistruzione avanzata. La consapevolezza di uneffettiva disuguaglianza delle opportunit, con forti ricadute sulla possibilit di trovare una occupazione, contribuisce a ingessare il sistema economico e sociale meridionale. Questo circolo vizioso ha effetti devastanti, in quanto aumenta la dipendenza dei giovani dalle famiglie, riduce la crescita demografica e la mobilit sociale. Per questo indispensabile avviare un progetto di nuova occupazione qualificata per dare lavoro ai giovani, come condizione indispensabile per non distruggere una intera generazione e per garantire una maggiore coesione sociale, per dare un futuro al paese. Daltra parte, proprio lambiente e il territorio rappresentano laltra grande potenzialit di riscatto del Mezzogiorno, solo in parte messa a valore. Parliamo, in concreto, di produzioni agricole ed alimentari di qualit, ma anche della possibilit di attrazione di flussi turistici nazionali ed internazionali. Parliamo soprattutto della possibilit di sviluppare fonti energetiche alternative. Tutto ci significa difendere lidentit del Mezzogiorno, ma allo stesso tempo vuol dire anche valorizzarla con unimmissione virtuosa di nuove tecnologie. In questottica, un passaggio decisivo potrebbe esser costituito anche da un piano straordinario di rialfabetizzazione degli adulti, che metta le conoscenze informatiche, logiche e linguistiche di base a disposizione dei tanti analfabeti di ritorno o analfabeti informatici che affollano le citt grandi e piccole del Sud, e che sono soprattutto donne. In questa direzione si otterrebbero due risultati: pi competenze per la produzione e pi coscienze per il vivere civile.
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Ma da subito occorre anche un piano straordinario di riconversione delle fabbriche. Le poche preesistenze industriali del Sud vanno salvaguardate, accompagnando il blocco dei licenziamenti con lavvio di nuove e diverse produzioni, rispettose delle persone non meno che degli ambienti. In tale ottica, lauto elettrica negli stabilimenti Fiat del Sud, tutti a rischio di chiusura, una strada esemplare da indicare e praticare. Un altro aspetto fondamentale, nelle more di un rilancio generalizzato delle potenzialit produttive del Sud, costituito da misure esplicite di sostegno al reddito e di contrasto alla povert. Si tratta di provvedimenti che, se pure parzialmente, hanno gi trovato attuazione grazie allimpegno particolare della sinistra: dal salario di inserimento per i giovani inoccupati alle indennit corrisposte nei corsi di formazione finalizzati al lavoro. Insomma, non che su ambiente, lavoro, relazioni civili, welfare e quantaltro, manchino le proposte. Il nodo, al contrario, tutto politico e concerne gli schieramenti in campo. Il punto di partenza che non la destra, ma le forze del progresso sono i naturali portatori di una prospettiva di sviluppo umano del Sud. Il riscatto del Sud, anzi, passa esattamente per una sconfitta storica delle destre. E dentro la pi generale battaglia contro le destre, vanno particolarmente combattute forme di leghismo del Sud e dal Sud; cos come sono da contrastare le suggestioni del cosiddetto federalismo meridionale, presente anche nelle forze del centro sinistra. Si tratta, infatti, di una impostazione che genera facilmente visioni separatiste. Non a caso, proviene
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dallegoismo dei territori pi avvantaggiati: nel tempo avrebbe effetti devastanti e chiuderebbe ogni possibilit di riequilibrio sociale e territoriale. Oltre al gap del tessuto produttivo di merci, anche i servizi sociali, garantiti solo nei limiti dei livelli minimi o nei costi standard , andrebbero incontro ad ulteriori pesanti sperequazioni. La strada che indichiamo, di uno scontro sul Sud che scontro politico e sociale assieme, e che allude, per forza di cose, ad un altro orizzonte del vivere civile, che si ponga oltre la logica del mercato e oltre le regole del capitalismo, noi non vogliamo certo percorrerla da soli. Ci rivolgiamo perci alle stesse forze del centro sinistra, chiamate proprio sul Sud ad un profondo cambiamento di passo. Dobbiamo per registrare che, ad oggi, sono terribilmente pochi i segnali di autocritica; e che la lungimiranza delle classi dirigenti meridionali, nel loro insieme, ridotta quasi allo zero. Non ci fermeremo per questo. Proveremo testardamente a sostenere le nostre ragioni e a mobilitare e aggregare nuove forze, che prendano su di s il compito storico, e storicamente decisivo, di una nuova riscossa del Mezzogiorno.

Le donne e il lavoro
Le discriminazioni di genere sono particolarmente accentuate in Italia: retribuzioni e pensioni pi basse, carriera limitata, lavoro precario e sommerso, licenziamento in situazioni di crisi e di ristrutturazione, dimissioni forzate per maternit, discriminazione nel113

laccesso al credito. Particolarmente odiosa labolizione da parte del Governo Berlusconi della legge, che va ripristinata, contro luso delle false dimissioni volontarie utilizzate soprattutto contro le donne. Le donne sono la parte preponderante della popolazione classificata come non forze lavoro, perch hanno rinunciato a continuare indefinitivamente linutile ricerca di una occupazione. LItalia tra gli ultimi in Europa per occupazione femminile con meno di una donna su due che lavora, una situazione la cui gravit acuita nel Sud del paese. Sono peggiori le condizioni di lavoro e di progressione nel lavoro, con un differenziale retributivo medio rispetto agli uomini del 23%. Le donne sono anche la parte pi consistente dei lavoratori precari. Permane una concezione del lavoro femminile come attivit aggiuntiva e accessoria alla maternit, con penalizzazioni inaccettabili nella vita lavorativa: il 20% delle donne lascia il lavoro alla nascita di un figlio, il 60% nella fascia di et tra i 35 e i 44 anni costretta a ridursi lorario di lavoro per prendersi cura dei figli minori, con le conseguenti penalizzazioni di trattamento pensionistico e la prevalenza di donne anziane sole nelle fasce di povert assoluta. Il 77% del lavoro domestico e di cura a carico delle donne: pi di 5 ore in media ogni giorno contro 1 ora e mezzo degli uomini. Una divisione di ruoli particolarmente rigida, dato che il tempo che gli uomini dedicano al lavoro di cura pare essere rimasta sostanzialmente invariato (16 minuti in pi negli ultimi 14 anni, stimava lIstat qualche tempo fa). Un insieme di fattori negativi, tanto materiali quanto culturali e simbolici, segna in sostanza la vita delle
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donne nel nostro paese. Lingresso delle donne nel mondo del lavoro, particolarmente significativo a partire dagli anni settanta, avvenuto cio senza che la societ nel suo complesso rimettesse in discussione la divisione sessuata tra la sfera della produzione e la sfera della riproduzione sociale, senza che fosse ridistribuito il lavoro di cura e senza il necessario sviluppo della rete dei servizi. In ragione tanto della persistente cultura sessista, quanto del sottofinanziamento del sistema di welfare rispetto alla stessa media europea, sulle donne si scarica con particolare asprezza il doppio lavoro produttivo e riproduttivo. Spendiamo la met della spesa media dellarea delleuro in politiche a sostegno dellinfanzia e della famiglia, il 28,6% per la disoccupazione, il 4,5% per la casa e il 14,1% contro lesclusione sociale. Le mancate risposte sul terreno dellampliamento del sistema di welfare hanno portato come conseguenza da un lato il trasferimento del lavoro di cura su altre donne, le donne migranti, la cui scelta migratoria finisce chiusa, troppo spesso come nuovo destino, dentro le mura di una casa. Dallaltro il processo di riduzione del tempo dedicato alla cura che comunque le donne hanno messo in atto, in assenza di una risposta pubblica, si traduce nella diminuzione dei tempi delle relazioni, nellaumento delle solitudini. Proprio sul terreno delle vite reali e delle differenze che le attraversano, rischia di avvitarsi il conflitto tra i generi e le generazioni: quello che le donne hanno invece portato alla luce come conflitto politico, fondato sul confinamento nel privato e sul disconoscimento del valore economico del lavoro domestico e di cura. Le pensioni contributive produrranno povert in una
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popolazione anziana di cui aumenta il peso relativo, stanti i bassi tassi di natalit correlati alla precariet del lavoro, ai bassi salari, allinoccupazione e disoccupazione crescenti: mai come oggi sulla capacit di cogliere il nesso tra produzione e riproduzione sociale si gioca la capacit di uscire a sinistra da una crisi che con tutta evidenza crisi del rapporto tra il modo di produzione e il modo della riproduzione, la vita delle donne e degli uomini che vivono del proprio lavoro. Il contrasto al sessismo sul terreno culturale e simbolico, la trasformazione della societ attraverso uneffettiva redistribuzione del lavoro di cura, deve andare di pari passo con lestensione e la riqualificazione del sistema di welfare. Linnalzamento del finanziamento per lo Stato sociale a livello europeo, lo sviluppo della rete dei servizi alla persona sono obiettivi imprescindibili. Per un welfare universalistico che sostenga i percorsi di libert delle donne. Pi servizi, pi salario, pi tempo: riapriamo anche la riflessione sulla riduzione dellorario di lavoro. Per migliorare complessivamente la qualit delle relazioni sociali, per una societ capace di riprogettare il proprio futuro.

Per costruire una societ per tutte le et


Il costante allungamento della speranza di vita costituisce una grande conquista della medicina moderna e dello Stato sociale, ma pone anche lesigenza di un ripensamento complessivo del modello di sviluppo e di vita, garantendo un ruolo importante alle politiche di invecchiamento attivo. Rispetto ad un arco di vita ripartito fra let della formazione e quella del lavoro
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(reso sempre pi breve da un ingresso tardivo nel lavoro stabile e da una precoce espulsione in et matura, ben prima della maturazione della pensione), che si concludeva con un pensionamento calcolato sulla base della et media del decesso e coincideva con una fase terminale dellesistenza, siamo oggi in presenza di una vita in pi, di un lungo periodo di pensione da vivere pienamente in buona salute, che riguarda una parte sempre pi consistente della popolazione, a cui occorre dare un senso ed una utilit sociale, come et della socialit, per essere utili a se stessi ed agli altri, trasmettendo alle nuove generazioni conoscenze, competenze, cultura della solidariet. Anche il lavoro di cura degli anziani pu avere un valore inestimabile, contribuendo al miglioramento complessivo della qualit della vita sociale.

Giovani
La mancanza di autonomia economica connessa ad una disoccupazione giovanile fra le pi elevate in Europa, che ha scaricato sulla famiglia il costo del mantenimento dei giovani fino ad una et matura, contribuendo cos al declino demografico italiano, consentita da un risparmio familiare fra i maggiori del mondo, ma la progressiva erosione del reddito lascia presumere che questo ammortizzatore della disoccupazione giovanile non potr sopravvivere a lungo. Il lavoro precario e temporaneo impedisce di definire un proprio progetto di vita, dequalifica il lavoratore, deprime le sue competenze professionali, impedisce la riqualificazione della matrice produttiva del paese.
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Secondo i dati dellindagine sulle famiglie condotta dalla Banca dItalia, alla fine degli anni ottanta le retribuzioni nette medie mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% pi basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza era quasi raddoppiata in termini relativi, salendo al 35%.

Garantire il diritto a scuola e universit pubbliche


La manovra del Governo Berlusconi ha operato tagli di spesa enormi su scuola e universit pubbliche. Nel triennio i tagli ammontano a 8 miliardi per quel che riguarda la scuola e a 1,6 miliardi per luniversit. Queste scelte sono intervenute in una situazione di sottofinanziamento gi particolarmente grave, sia rispetto alla media europea che rispetto alla media Ocse. La spesa statale per listruzione rappresentava infatti gi prima della manovra del governo il 4,7% del Pil, lo 0,7 in meno della media Ocse. La spesa per luniversit era pari allo 0,76% del Pil allultimo posto dellEuropa a 27 la cui media dell1,15%, nel contesto di una spesa complessiva per ricerca e sviluppo che corrisponde in Italia all1% del Pil contro una media europea del 2% e una media Ocse del 2,5%. Anche il finanziamento alla produzione culturale stato tagliato di 0,8 miliardi in tre anni. I tagli sono parte di un disegno pi complessivo che vuole arrivare alla privatizzazione della scuola e delluniversit. La manovra del governo va azzerata. Vanno stanziate le risorse tagliate. Va progressivamente portata la spesa italiana al livello della media europea e degli obiettivi di Lisbona.
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Va superato il numero chiuso nellaccesso alle facolt che danno maggiori opportunit di lavoro di quelle libere, condannate a incubatrici di precari. Il blocco voluto dagli ordini corporativi per mantenere livelli di reddito elevati, creando una fortissima disparit con i lavoratori esposti alla liberalizzazione mondiale. Va sostenuto il diritto allo studio attraverso investimenti per alloggi per studenti fuori sede e contributi per i giovani provenienti da famiglie a basso reddito. LItalia presenta una grave situazione di immobilit sociale che va combattuta, rimuovendo, come dice la Costituzione, gli ostacoli materiali che si oppongono alla possibilit di avere per tutti pari opportunit.

Migranti
Per effetto della Legge Bossi-Fini, ma anche della legislazione precedente, donne e uomini migranti non solo perdono il lavoro, ma rischiano anche il permesso di soggiorno e quindi la possibilit di restare nel territorio della Ue. Sono politiche di clandestinizzazione che generano lavoro nero e sfruttamento, alimentato da imprenditori che hanno fatto, soprattutto al Nord, della competitivit sul basso costo di lavoro le loro fortune. Il lavoro nero degli immigrati irregolari divenuto una presenza costante nel mondo del lavoro, dalle campagne del Sud ai cantieri del Nord, al lavoro privato di cura. In un mondo del lavoro in cui cresce la precariet e nessuno si sente pi garantito, sta crescendo un conflitto, finora latente, tra gli ultimi e i pe119

nultimi della societ. Occorre una nuova regolarizzazione per evitare lacuirsi di tensioni sociali. necessario attivare i canali legali della immigrazione facendo funzionare gli uffici consolari e le rappresentanza italiane negli Stati di provenienza, combattere il lavoro nero e levasione fiscale in Italia, che incentiva limmigrazione irregolare rispetto ad altri paesi europei. Occorre rilanciare, partendo dai luoghi di lavoro, una forte iniziativa in difesa dei diritti dei lavoratori, senza alcuna differenziazione giuridica, fondata sul paese di provenienza o sulla religione, ma come soggetti che esprimono bisogni cui siamo chiamati a dare risposte. La lotta per il pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza dei migranti, a partire dal diritto di voto e dal passaggio delle competenze dalle questure agli enti locali, parte integrante della lotta per la democrazia e la libert nel nostro paese.

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Buona occupazione e welfare

Attraverso la frammentazione del ciclo produttivo, attraverso lesplosione degli appalti, la tolleranza verso lenorme area di lavoro nero, la diffusione di lavoratori precari, si voluto indebolire il movimento dei lavoratori. La legge Bossi-Fini, che rende permanentemente ricattabili i lavoratori immigrati, funzionale a questo disegno ed interesse dei lavoratori unirsi tutti, italiani e immigrati, contro questa barbarica situazione che favorisce solo i padroni. Tanto pi in una situazione di crisi dove la competizione anche sui lavori pi poveri tender inevitabilmente ad accentuarsi. Il lavoratore immigrato che denunci il datore di lavoro che lo fa lavorare senza metterlo in regola deve essere premiato con la concessione del permesso di soggiorno. Occorre unificare i diritti dei lavoratori alle dipendenze superando le distinzioni sul piano dei diritti e delle distinzioni economiche introducendo il riconoscimento del lavoro economicamente dipendente: ad uguale lavoro uguale remunerazione e uguali diritti e la conseguente riconduzione di tutta la vasta area del falso lavoro autonomo, anche attraverso unefficace azione di contrasto del fenomeno delle fittizie partite Iva, alla disciplina, ai diritti e alle tutele del lavoro subordinato.
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La lotta e liniziativa legislativa devono concentrarsi su alcuni punti chiave: estensione dellarticolo 18 dello Statuto dei lavoratori; riduzione della possibilit di appalto alle lavorazioni non tipiche dellimpresa e della pubblica amministrazione; abrogazione della legge 30 per riaffermare il contratto a tempo pieno e indeterminato come forma ordinaria del rapporto di lavoro; riduzione delle decine di forme di lavoro previste a tre sole tipologie: indeterminato, a termine e formativo; riduzione della durata dei contratti a tempo determinato e definizione pi rigida delle causali; riduzione dei periodi di apprendistato che sono arrivati a superare persino la durata prevista per le lauree brevi; il contratto finalizzato alla formazione per i giovani deve prevedere la trasformazione a tempo indeterminato; troppe cooperative sono diventate luogo di supersfruttamento e nascondono vere e proprie imprese, necessario ricondurre al lavoro dipendente lattivit del socio lavoratore impegnato nellattivit tipica della cooperativa. definizione per legge della durata massima del lavoro giornaliero in 8 ore e in 2 ore la durata massima degli straordinari; istituzione di un salario minimo di legge per i lavoratori per i quali non vige il contratto nazionale che sia rapportato automaticamente alla media dei minimi previsti dai diversi contratti nazionali.
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Mantenere i posti di lavoro


In assenza di interventi radicali, la crisi potrebbe portare in Italia ad oltre due milioni e mezzo di disoccupati nel 2010 con un milione di disoccupati in pi rispetto al 2007. Una situazione drammatica e inaccettabile. Tanto pi che i contributi versati dai lavoratori dipendenti vengono stornati per sostenere altre classi sociali. Il fondo apposito presso lInps per le prestazioni temporanee registrer un attivo di oltre 5 miliardi di euro, come nel 2008, nonostante laumento delle spese causate dallesplosione di cassa integrazione e licenziamenti. Lattivo della gestione dei parasubordinati si attesta invece intorno agli 8 miliardi. Lattivo di queste gestioni deve essere speso per far fronte alle situazioni drammatiche causate dalla crisi quali la perdita del posto di lavoro e la drastica riduzione dellattivit lavorativa. Attualmente invece vengono usate prevalentemente dai lavoratori autonomi e dallo Stato, per la parte residua. Ci sono i fondi quindi per bloccare i licenziamenti attraverso interventi di sostegno al reddito per lavoratori dipendenti e parasubordinati. Per questo chiediamo che venga assunto il vincolo del mantenimento delloccupazione attraverso: la sospensione per la durata di mesi 36 dei licenziamenti e la possibilit per le imprese in situazione di crisi, ristrutturazione, riorganizzazione, conversione aziendale di ricorrere esclusivamente ai contratti di solidariet e alla cassa integrazione guadagni straordinaria; laumento della durata della cassa integrazione ordinaria a 2 anni e dellimporto all80% effettivo dellultima retribuzione;
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la generalizzazione di un sistema di sostegno al reddito, contribuzione ed erogazione delle prestazioni, a tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dalla natura contrattuale del loro rapporto di lavoro, dalle dimensioni e tipologie di impresa; la sospensione della norma che prevede il non superamento complessivo del cumulo di 36 mesi di Cigo, Cigs e contratti di solidariet; la sospensione dei requisiti contributivi e assicurativi per laccesso allindennit di disoccupazione; il sostegno in ogni caso dei lavoratori sopra i 50 anni di et fino allofferta di un nuovo posto di lavoro. La precariet nella pubblica amministrazione non ha comportato risparmi e maggiore efficienza come testimoniato anche dalla Corte dei conti; la sua unica ragione rischia di essere il clientelismo e pertanto va superata in modo strutturale. Ogni tre anni devono essere indetti i concorsi ripristinando la sostanza del dettato costituzionale sullaccesso al lavoro pubblico; ai lavoratori impiegati attraverso contratti atipici vanno garantiti punteggi specifici nella partecipazione ai concorsi stessi.

Garantire il diritto alla casa


I dati sugli sfratti del primo semestre del 2008 sono drammatici. Sul totale dei provvedimenti, gli sfratti per morosit sono il 77% del totale. una situazione gi estrema che rischia di aggravarsi esponenzialmente con lesplosione della crisi e a fronte del fatto che gli affitti non diminuiscono (secondo il rapporto di Nomisma la redditivit dellaffitto stabilmente al 4,9%).
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Per questo necessario: il blocco di tutti gli sfratti, compresi quelli per morosit incolpevole, per due anni; portare per i prossimi due anni il contributo allaffitto ad un miliardo di euro lanno; ripristinare integralmente il piano-casa del Governo Prodi per limmediato recupero di 12.000 alloggi a canone sociale; definire un piano abitativo pluriennale che triplichi lofferta di alloggi a canoni socialmente sostenibili, recuperando il differenziale tra Italia e Europa ed assumendo come prioritario luso e il recupero del patrimonio abitativo esistente. Con il finanziamento di 1,5 miliardo di euro allanno. sospendere il pagamento delle rate dei mutui per due anni per i lavoratori colpiti dalla crisi.

Garantire il diritto alla salute e ai servizi sociali


LEuro Health Consumer Index (Ehci) ha assegnato allItalia il diciottesimo posto nella classifica annuale dei servizi sanitari nazionali europei. Un risultato cos negativo ci porta lontano non di dieci anni, quando lOms ci colloc al secondo posto nella graduatoria di merito per la performance dei servizi sanitari degli oltre 180 Stati aderenti, ma agli anni precedenti listituzione del Ssn avvenuta con la legge 833 del 1978. Nel complesso il nostro servizio sanitario mostra una scarsa qualit e una attenzione particolarmente bassa alle esigenze del paziente. Nel nostro paese al contrario di altri paesi europei
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lintervento del governo si finora limitato alla emanazione di norme restrittive in cui al sottofinanziamento del sistema sanitario e sociale si aggiunto un dirigismo centralista che punta al contenimento dei costi attraverso la definizione di tetti rigidi in materia di personale e dotazione di posti letti senza introdurre alcun elemento di programmazione concertata, di definizione dei bisogni dei diversi territori e di verifica degli outcomes effettivamente conseguiti in termini di salute guadagnata. Una filosofia politica caratterizzata da un mix di centralismo autoritario e demagogia a buon mercato che ha subito una prima, seppur parziale, battuta di arresto con la sigla nel giorno 24 ottobre del Patto della salute 2010-2012 tra governo centrale e Regioni. In particolare, come denunciato in pi occasioni dalle Regioni, per il biennio 2010-2011 mancavano allappello circa 7 miliardi di euro per la sanit e questo avrebbe reso impossibile garantire lerogazione dei livelli essenziali dellassistenza anche nelle Regioni finora in condizioni di equilibrio finanziario. A questo si aggiungeva, inoltre, il taglio di circa 300 milioni al Fondo per le politiche sociali previsto dal disegno di legge finanziaria 2010. Un fondo, si badi bene, passato dai 1.582 milioni del 2008 agli attuali 1.064 a cui si accompagnava lazzeramento del Fondo per la non autosufficienza che era di 400 milioni nel 2009 e la cui mancanza avrebbe pesato moltissimo sulla sostenibilit del sistema del welfare italiano. Una chiara indicazione sulle vere intenzioni del governo, del resto gi ampiamente anticipate da quanto previsto nel Libro bianco in tema di finanziamento del sistema sociosanitario e della preminenza in esso accordata alla
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componente privata, ivi considerata una vera e propria seconda gamba del nostro principale sistema di protezione sociale. Con la sigla del Patto della salute 2010-12 le risorse a disposizione per il finanziamento del Ssn sono incrementate di 2,8 miliardi per il 2010, di 2,4 per il 2011 e di 3 miliardi per il 2012. Ancora largamente insufficiente il Fondo per la non autosufficienza, che tuttavia viene rifinanziato con 400 milioni di euro a cui si aggiungono 30 milioni per il Fondo sociale. Un ulteriore successo stato ottenuto con la riattivazione dei finanziamenti per gli investimenti in sanit (un incremento di risorse pari a 4,7 miliardi per il triennio 2010-2012) e un ampliamento delle disponibilit complessive dellart. 20 legge 67/88 (investimenti in sanit) il cui fondo passa da 23 a 24 miliardi. Questo positivo ma parziale risultato delle Regioni non riesce a ribaltare la politica del governo, che non intende rilanciare il nostro Ssn e non intende varare quelle riforme assolutamente necessarie, a partire dalla proposta di legge di ammodernamento del sistema sanitario e di aggiornamento dei Lea. La nostra societ, sempre pi costituita da persone anziane e non autosufficienti, esige una programmazione concertata degli interventi e dei servizi, indispensabile per affrontare il peso crescente delle cronicit prendendo ad esempio quanto stanno facendo altri paesi con lo sviluppo del cosiddetto chronic care model, che da un lato valorizza le risorse della societ, il cosiddetto capitale sociale, e dallaltro prevede un nuovo modello di erogazione delle cure. Un modello che punta alla costituzione di reti integrate tra i diversi operatori della sanit, del servizio so127

ciale e delle famiglie e che necessita di programmazione, tecnologia, adeguamento infrastrutturale e partecipazione, ottenibili solo attraverso una gestione di tipo pubblico. Ancora pi grave labbandono da parte del governo di ogni tentativo di disciplinare in maniera unitaria la legislazione sulla non autosufficienza e disabilit attraverso la costituzione di un fondo degno di questo nome e la definizione dei Liveas in applicazione della legge 328/2000. La legge 42 sul federalismo fiscale, che tra laltro introduce i cosiddetti costi standard delle prestazioni sanitarie, senza prevedere un processo di concertazione con gli enti territoriali relativamente ai parametri attraverso cui essi devono essere realizzati, in una visione ragionieristica e astorica della sanit italiana, rischia di dilatare ulteriormente le significative differenze delle prestazioni sanitarie tra le varie Regioni italiane. Pu venire meno il carattere universale e pubblico del Ssn e un effettivo sistema di tutela delle fasce deboli, a partire dagli anziani e dalle persone non autosufficienti. Per ammodernare il nostro sistema di welfare occorre dunque una reale inversione di tendenza, puntando innanzitutto ad incrementare la qualit del nostro sistema di cure e lequit di accesso per tutti i cittadini, ivi compresi gli stranieri con o senza permesso di soggiorno. Grave la correzione voluta dal Governo Berlusconi della legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha rotto sul nascere il nuovo rapporto tra i medici del lavoro e il Servizio sanitario nazionale finalizzato al varo di una politica di prevenzione a partire dai luoghi di
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lavoro in grado di intercettare per tempo linsorgere di gravi patologie, quali quelle legate allamianto. Tutto questo, si badi bene, senza rinunciare a denunciare e a contrastare, con proposte condivise e concertate con i diversi soggetti interessati, in primis i cittadini e le forze di rappresentazione sociale, gli sprechi, le diseconomie, il consumismo sanitario improduttivo in termini di salute e talvolta il malaffare, che pure presente in non poche Regioni del nostro paese soprattutto dove pi estesa la sanit privata. Occorre: garantire il carattere pubblico e universalistico del sistema sanitario nazionale; garantire il mantenimento dei Livelli essenziali di assistenza; riorganizzare la medicina domiciliare e territoriale ridefinendo il ruolo degli ospedali; rilanciare la prevenzione a partire dai luoghi di lavoro come previsto dal d.lgs. 81/2008; realizzare lintegrazione socio-sanitaria nel territorio; definire i Liveas; dedicare al fondo nazionale per la non autosufficienza 1,5 miliardi annui; eliminare progressivamente i ticket sanitari dal cui pagamento esentare da subito coloro che sono colpiti dalla crisi; ripristinare le risorse dei diversi fondi per le politiche sociali tagliati dalla manovra del governo.

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Equit fiscale

Il Governo Berlusconi ha indebolito fortemente le norme di contrasto allevasione fiscale, al lavoro nero e al riciclaggio del denaro sporco che erano state introdotte dal precedente governo. stata abrogata la norma che prevedeva lobbligo per ogni soggetto dotato di partita Iva di comunicare al fisco lelenco dei propri fornitori e tutti gli importi fatturati nei loro confronti. stata abrogata la norma che vietava dal luglio 2008 il pagamento in contanti per cifre superiori ai 500 euro (a 100 euro dal luglio 2009) a medici, avvocati, notai, ingegneri, geometri, falegnami, idraulici, con lobiettivo di costruire la tracciabilit dei compensi. stata innalzato da 5.000 a 12.000 euro il limite per lemissione di assegni non trasferibili. stata abrogata la responsabilit solidale tra appaltatore e subappaltatore per i contributi previdenziali e le trattenute fiscali, da versare allInps e allerario, che era strumento di contrasto del lavoro nero. stata abrogata la sanzione per il datore di lavoro se i lavoratori non sono dotati del tesserino di riconoscimento nei cantieri. Il Governo Berlusconi ha portato il debito pubblico nel 2009 a 1.761 miliardi, il 115% del Pil. Quasi 100 miliardi in pi nonostante per interessi sul debito si siano pagati 5 miliardi in meno, lInps abbia contribuito con 2 miliardi di attivo e nonostante i tagli alla scuola, ai Comuni ecc.
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Paghiamo alcuni provvedimenti sconsiderati (Alitalia, abolizione dellIci anche ai benestanti, cancellazione degli strumenti anti evasione, ecc). Adesso Confindustria e Berlusconi vorrebbero addirittura abolire lIrap, che in realt per la sua parte maggiore corrisponde ai contributi sanitari dei lavoratori dipendenti: un furto diretto dalle retribuzioni dei lavoratori e un colpo al Servizio sanitario nazionale. Gli italiani, soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, hanno pagato ai possessori di titoli pubblici dal 1980 ad oggi 1980 miliardi di euro e il debito sempre a 1.761 miliardi. Una situazione insostenibile di cui si sono avvantaggiate soprattutto banche ed estero (sempre che gli acquirenti non siano italiani che effettuano le operazioni dallestero) che detengono oltre l80 dei titoli di Stato. Anche per affrontare questa gigantesca macchina di redistribuzione iniqua che sono gli interessi sul debito sono necessari comunque pesanti interventi di equit, a cominciare da una inderogabile, profonda e radicale riforma fiscale. Nessun cambiamento sar possibile se non rimediando alla situazione di profonda ingiustizia fiscale causata dallevasione e dallelusione, dallinsufficiente progressivit del prelievo, dalla pi bassa tassazione a livello europeo delle rendite. Si tratta di una situazione che peggiorata negli ultimi decenni anche per lintreccio con le politiche neoliberiste di deregolamentazione affermatesi su scala planetaria. urgente uniniziativa politica ri-regolativa a livello internazionale, iniziando con larmonizzazione a livello europeo del prelievo fiscale su interessi, utili e dividendi e ripristinando il prelievo alla fonte anche per gli acquirenti non residenti nel paese che li emette sui titoli di debito pubblico. La pressione fiscale sulleconomia legale, quella che paga
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le tasse dirette e i contributi, del 50,7%, che si riduce al 43% circa a causa delleconomia sommersa e dellevasione. In questa situazione non stupisce che lavoratori e pensionati forniscano l80% del gettito fiscale complessivo (imposte dirette, indirette e contributi). Una pressione che sul lavoro diventata la pi alta dEuropa senza avere in cambio la qualit e la quantit di servizi pubblici dei paesi del Nord Europa. Eppure secondo lIstat i redditi da lavoro dipendenti lordi erano invece solo il 60% dei redditi primari e il margine operativo netto, cio laltro reddito primario da cui originano tutti i redditi da capitale (gli interessi, le rendite, dividendi e utili) era il 40%. Con una tassazione proporzionale il gettito dovrebbe rispecchiare queste proporzioni. In osservanza del dettato costituzionale, che invece prevede la progressivit, i redditi da capitale dovrebbero pagare oltre il 50% delle imposte essendo questi redditi concentrati su un numero meno numeroso di possessori. In Italia quindi lavoratori e pensionati mantengono la vita sociale e pubblica del paese, non riescono a risparmiare e spesso si indebitano; laltra classe sociale, gli imprenditori, lucra sui benefici pubblici e intanto accumula patrimoni che spesso porta allestero. Infatti gli indipendenti secondo Banca dItalia possedevano nel 2006 un reddito familiare netto superiore del 44% a quello dei dipendenti, quello individuale superiore del 48%, la ricchezza mediana superiore del 79% (quella finanziaria superiore del 200%). Il 22% degli indipendenti possiede patrimoni oltre i 500 mila euro contro il 7,4% dei dipendenti (quasi tutti dirigenti), e si potrebbe continuare. I contribuenti a prevalente reddito da lavoratore dipendente o da pensione pagano l80% di tutte le entrate delle pubbliche amministrazioni (tra 455 e 460 miliardi di euro contro 120-130 miliardi):
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In Italia il 94% dei contribuenti dichiara meno di 40.000 euro lanno. Solo l1,8% dei contribuenti dichiara pi di 70 mila euro lanno; solo lo 0,8% dei contribuenti dichiara pi di 100.000 euro lanno. I lavoratori dipendenti dichiarano un reddito medio superiore a quello degli imprenditori. Il 51,1% delle societ di capitali ha dichiarato unimposta sul reddito delle societ negativa o nulla. uno dei grandi misteri italiani: met delle Spa e delle Srl lavora in perdita, per la gloria! Va quindi ridotto il carico fiscale sui lavoratori dipendenti incrementando quello sugli imprenditori. Nel 2008 le ritenute da lavoro dipendente e pensioni sono aumentate, scrive il Ministero dellEconomia, di 9 miliardi di euro, pari al +8,1% a fronte di un aumento nominale delle retribuzioni lorde del 3,5%. Dalle retribuzioni lorde occorre inoltre detrarre laumento dei contributi sociali a carico dei lavoratori pari a circa 1,3 miliardi di euro e un altro miliardo di aumento delle addizionali Irpef regionali e comunali. In totale 11,3 miliardi di euro (senza bisogno di fare una finanziaria) determinando quel calo dei consumi che ha aggravato la crisi del paese. Levasione fiscale nel nostro paese altissima. Secondo lAgenzia delle entrate si sestuplicata tra il 1980 e il 2004. Le ultime stime calcolate dallAssociazione contribuenti italiani, a partire dai dati Istat e da quelli della Banca dItalia, quantificano in 125 miliardi di euro le imposte sottratte allerario nel 2008, per un imponibile evaso di 331 miliardi. Con il Governo Prodi si erano recuperati 6 miliardi di euro lanno per due anni consecutivi. Il dato del 2008 registra 6,9 miliardi di euro di recupero delleva134

sione. Per questo necessario il ripristino delle norme abrogate dal Governo Berlusconi. Il recupero dellevasione pu aumentare significativamente coinvolgendo i Comuni nelle azioni di contrasto. LAnci stima in 3 miliardi di euro il recupero annuo aggiuntivo possibile, in 2 miliardi il recupero dellevasione della sola Ici.

Interventi sulle persone fisiche


Rispettare il dettato costituzionale (art. 53): Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacit contributiva. Il sistema tributario informato a criteri di progressivit. LIrpef lunica tassa le cui aliquote sono progressive, cio rispondono al dettato costituzionale. Contribuisce alle entrate della Pubblica amministrazione solo per il 23% del totale. Va respinta con forza la proposta di Berlusconi di ridurre la stessa progressivit dellIrpef attraverso la abolizione delle aliquote pi elevate che incidono sui redditi dei pi ricchi: un bel regalo da far pagare ai possessori dei redditi pi bassi. Magari attraverso laumento delle tasse indirette che sono uguali per i ricchi e per i poveri e che gi oggi sono le imposte che danno maggiore gettito. Restituire il fiscal drag del 2008 ai lavoratori e ai pensionati. Definire un meccanismo automatico di riduzione della trattenuta ai lavoratori in base allo scarto esistente tra reddito nominale e reddito reale al netto dellinflazione (in questo modo non si genera il fiscal-drag e si ha un aumento delle retribuzioni superiore a quello che si avrebbe portando la prima aliquota dal 23 al 20%). In prospettiva tutti i redditi da capitale, di qualunque unit istituzionale, devono rientrare nella imposizione
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progressiva prevista dallart. 53 della Costituzione con il superamento delle imposte sostitutive e di quelle meramente proporzionali. In via transitoria, fino allinserimento di tutte le rendite dentro limponibile personale, va armonizzata la tassazione delle rendite finanziarie al 23% con labbassamento di quella del 27% sui conti correnti.

Interventi sulle imprese


Superare lIres (limposta sulle societ di capitali che tassa gli utili di impresa una prima volta a carico della societ, con una aliquota del 27,5%, e gli utili distribuiti con una aliquota del 12,5%). Gli utili di queste societ sono tassati al 36,5% (salvo sconti di varia natura) mentre lIrpef arriva al 43% (una bella differenza considerato che lutile medio delle societ di capitali di 170.000 euro e che laliquota del 43% scatta sui redditi superiori a 75 mila euro). Un meccanismo che rispetto allIrpef penalizza le piccole societ di capitali e favorisce le grandi, soprattutto quelle con un solo azionista o proprietario (la grande maggioranza). Proposta: estendere lIrpef a tutti, compresi i titolari delle societ di capitali, che vanno riportati sotto limposizione progressiva da cui sono riusciti ad uscire, come avviene per i 4 milioni circa di piccoli imprenditori. Nel 2006 1,3 milioni di partite Iva (intese come luniverso degli imprenditori e dei professionisti) versavano da 0 euro a un massimo di 540 euro lanno e circa 2 milioni (la met delle partite Iva) versavano meno di 1.150 euro lanno. Proposta: i minimali di reddito definiti per la contribuzione previdenziale degli imprenditori vanno previsti anche per i redditi dichiarati al fisco.
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250 mila imprese individuali e 400 mila societ hanno dichiarato nel 2006 Irpef o Ires negative. Proposta: introdurre un meccanismo, per cui non venga accettato un perdurante stato di attivit in perdita delle societ e degli imprenditori. Introdurre una aliquota Iva del 30% sui beni di lusso.

Tassazione sui patrimoni


Gli italiani ricchi sono quel 10% di famiglie che detiene 3.850 miliardi di euro, il 45% della ricchezza reale e finanziaria complessiva. Almeno la met della quale deriva da eredit e non da meriti particolari dei possessori. Poi, esiste un nucleo pari al 2,5% delle famiglie che nel 2008, secondo uno studio dellAipb, possedeva in sole attivit finanziarie 779 miliardi di euro (poco meno del 50% del Pil). Queste fortunatissime famiglie posseggono inoltre immobili, oggetti di valore, terreni, aziende, ecc. Laltra faccia della medaglia che il 50% delle famiglie detiene solo il 10% della ricchezza del paese. Le imposte ricavate da tutti i patrimoni finanziari, nel 2007, sono state: 4,4 miliardi di euro dalle ritenute su interessi e premi corrisposti da istituti di credito e 5,2 miliardi di euro dalla tassa sostitutiva su interessi e premi di obbligazioni e titoli similari. Pi 1,8 miliardi su redditi da capitale e plusvalenze e 1,1 miliardi sulle riserve dei rami vita delle assicurazioni. Totale delle imposte sulle attivit finanziarie circa 14 miliardi di euro. Pi o meno andata cos anche nel 2008. Queste imposte rappresentavano l1,9% delle entrate correnti delle Pubbliche amministrazioni, come nel 2008. In conclusione sul totale degli 8.500 miliardi di euro di patrimonio le Pubbliche amministrazioni, comprese
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le tasse sugli immobili, ricavano un gettito di 25 miliardi di euro circa: lo 0,29 % di questa ricchezza. Nessun paragone possibile con gli oltre 123 miliardi di sola Irpef pagati sui redditi da lavoro. Pertanto: Va reintrodotta una significativa tassa di successione con una franchigia per labitazione che divenisse lunica di propriet pari, a valori attuali, a 350.000 euro, e lattivit produttiva, qualora proseguisse e qualora di valore inferiore a una cifra da stabilire. Va introdotta una tassa di solidariet di almeno l1% su coloro che posseggono attivit finanziarie superiori a 500.000 mila euro e redditi oltre il milione di euro lanno. Vanno eliminate le esenzioni dal pagamento dellIci approvate dal Governo Berlusconi con il recupero di 2,2 miliardi di euro lanno. Resta lesenzione per il 40% delle abitazioni che era stata introdotta dal Governo Prodi. Va eliminata la detassazione dei premi di produttivit introdotta con il decreto fiscale e reiterata nel decreto 185/2008 cosiddetto anticrisi, che oltre a sancire il potere unilaterale delle imprese nella composizione del salario dei lavoratori apre la porta ad ulteriori possibilit di elusione fiscale. Vanno recuperati i 5,2 miliardi di euro non versati dai contribuenti che hanno aderito ai condoni fiscali introdotti con la finanziaria 2003 dal governo Berlusconi (rapporto della Corte dei Conti 18 novembre 2008). Si possono recuperare in sostanza le risorse necessarie per un riequilibrio del carico fiscale per politiche di risposta alla crisi, che finanzino gli interventi pi urgenti, che avviino politiche redistributive e di espansione dello Stato sociale, che mettano in campo un piano per la riconversione delle attivit produttive.
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Una crisi di sistema

Previdenza
LInps, nonostante il peggioramento dei conti causato dalla crisi economica, chiuder il 2009 con un attivo di esercizio superiore ai 6 miliardi. Questo risultato smentisce quanti continuano a chiedere un ridimensionamento del sistema pensionistico in quanto non sarebbe pi in equilibrio nel 2050. Tutto bene quindi? Niente affatto: questo risultato positivo nasconde enormi iniquit che, se non affrontate, produrranno risultati disastrosi. Tre fondi previdenziali comparto dei lavoratori dipendenti (compresi i deficitari elettrici, trasporti, telefonici), prestazioni temporanee (Cig, disoccupazione, malattia) e parasubordinati realizzano un attivo rispettivamente di 6,8 miliardi, 4,6 miliardi e 8 miliardi, per un totale di 19,4 miliardi. Dove va a finire un attivo pi che doppio dellintera finanziaria? Va a ripianare i deficit del Fondo pensioni dei dirigenti dimpresa (-3,2 miliardi), del Fondo coltivatori (-5,0 miliardi), del Fondo artigiani (-3,8 miliardi), del Fondo dei commercianti (-116 miliardi) e del Fondo clero (-111 miliardi), pi qualche fondo minore. Totale: 12,2 miliardi (pi qualche fondo minore).
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Operai, parasubordinati, cassintegrati, disoccupati e ammalati pagano le pensioni di clero, artigiani, agricoltori, commercianti e dirigenti dazienda. Per precisione, grazie ai risparmi su cassintegrati, licenziati e ammalati linsieme del comparto dei dipendenti in attivo da nove anni e sono stati persino prestati 37 miliardi ad altri fondi in passivo. I fondi dei lavoratori autonomi (coltivatori, artigiani e commercianti) si prevede chiuderanno il 2009 con un passivo patrimoniale di 73,080 miliardi. Avanzano ancora 6 miliardi che lo Stato contabilizza s nei bilanci Inps, ma che in realt incamera tranquillamente. Lo Stato inoltre non ringrazia, tant che riduce i coefficienti per le pensioni contributive, le pi povere, e innalza let per andare in pensione con un meccanismo automatico. A prescindere dallattivo dellInps, ormai diventato un bancomat del governo. Quando si analizzano i conti dellInps si devono considerare almeno tre fattori: 1) levasione contributiva, che viaggia ormai sui 50 miliardi lanno mentre si restringe lattivit ispettiva e quella svolta mette in luce crescenti irregolarit ed evasione da parte di aziende medio-grandi; 2) i crediti, oltre 30 miliardi, in gran parte dovuti dalle aziende allInps per mancato o ritardato pagamento di contribuiti dovuti ed accertati ma che non vengono pretesi; 3) il prelievo fiscale che lInps effettua sulle pensioni di 28 miliardi in un anno: siamo lunico paese al mondo che tassa le pensioni, in altri il prelievo non esiste o simbolico. 4) i lavoratori dipendenti pagano come contribu140

zione complessiva fin al 41% del loro salario, i parasubordinati il 26% e gli autonomi il 20% su redditi bassissimi. Tra i lavoratori autonomi sono sempre pi numerose le aziende con dipendenti con consistenti mezzi di produzione ed elevati fatturati; mentre i dirigenti di aziende, oltre alle elevate pensioni che percepiscono, rappresentano il datore di lavoro e svolgono funzioni che ben poco hanno in comune con il lavoro dipendente. Solidariet dai pi poveri ai pi abbienti: questa la ragione per cui il welfare italiano, a differenza di quello di molti altri paesi, riduce di pochissimo le diseguaglianze e soprattutto la povert. Sono poi risultati falsi gli allarmismi sulla crescita del numero dei pensionati, che invece diminuiscono anche se in presenza di un aumento di quelli autonomi. Non solo: anche per let media con cui si va in pensione si ormai in linea con gli altri paesi europei. Il mancato rispetto della separazione tra assistenza e previdenza permette allo Stato di scaricare sulla previdenza costi impropri. Lultimo trasferimento di costi deciso nella finanziaria del 2008, addirittura retroattivo, incider sui fondi previdenziali per 5,5 miliardi di euro. Manovre che come evidente allontanano il momento in cui finir il debito per anticipazioni da parte dello Stato permettendo al ministro del Tesoro di utilizzare lInps come una banca, come gi fa con lInail, che creditore nei confronti dello Stato di circa 11 miliardi, mentre continua a pagare rendite modeste per quanti rimangono permanentemente menomati a causa di un infortunio o ai superstiti in caso di morte del lavoratore, e che non si occupa, se non marginalmente, di prevenzione.
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Vi invece una situazione finanziaria pesante nel settore del pubblico impiego. Il passivo previsto per il 2009 di 13 miliardi, di cui solo 5 recuperabili. La situazione data da molteplici fattori: privilegi passati, diminuzione degli addetti, sistema di contribuzione, ecc. Questo deficit preso a pretesto per continuare ad insistere sulla necessit di ridimensionare il sistema pensionistico. Riformare il welfare italiano significa migliorarlo, adeguarlo alla realt sociale, razionalizzarlo. Alle proposte del ministro del Lavoro, che punta ad un sistema di protezione sociale che metta al centro la famiglia va contrapposta la centralit del lavoro. Ad un sistema che dovrebbe basarsi sulla privatizzazione (sistema assicurativo) della pensione, della sanit, della disoccupazione per rendere pi responsabile il singolo, noi contrapponiamo un sistema di tutela pubblica dalla culla alla tomba. Concretamente: a) Costituire un unico ente previdenziale per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi per le sole pensioni alimentate dai contributi (vecchiaia, invalidit e superstiti) con tre specifiche gestioni: privati, pubblici, autonomi. LInps per le sue strutture, lesperienza, la professionalit, la tecnologica pu essere la base del nuovo ente. Riteniamo altres utile che anche lInail venga sciolto e la sua funzione affidata al nuovo ente che dovrebbe assumere un ruolo pi attivo nella prevenzione degli infortuni e delle malattie conseguenti al lavoro svolto. Mentre il Fondo dirigenti dazienda dovrebbe tornare ad essere una normale cassa previdenziale come quella dei professionisti. Il nuovo ente dovrebbe poter gestire anche forme di previdenza
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integrativa. Lente previdenziale deve essere alimentato dalla contribuzione. Il valore della contribuzione, anche con gradualit, deve diventare unico e di livello intermedio tra il 33% dei lavoratori dipendenti ed il 20% degli autonomi e deve garantire lequilibrio delle gestioni. b) Costituire un distinto ente per lassistenza gestito congiuntamente dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni. Lente di assistenza deve essere finanziato dalla fiscalit generale e comprendere anche un significativo fondo per la non autosufficienza, per lo sviluppo del volontariato sociale e la mutua assistenza (in maniera particolare degli e tra gli anziani). Si pone drammaticamente lurgenza di aumentare le indennit economiche per gli invalidi civili, media attuale 5.254, e gli assegni sociali (4.619). c) Costituire un ente per il mercato del lavoro e le prestazioni di sostegno al reddito. Deve essere gestito da Stato e Regioni e comprendere la formazione permanente. Lente per il lavoro deve essere inizialmente finanziato dai contributi che devono essere estesi alle aziende di tutti i settori e ai lavoratori autonomi. Dovr estendere lindennit di disoccupazione e la cassa integrazione. Gi oggi possibile, visto il grande attivo dellapposito fondo Inps che ha prestato 37 miliardi ai fondi previdenziali deficitari diversi da quelli dei lavoratori dipendenti e un attivo di esercizio di 8.233 miliardi nel 2008. peggiorata la condizione dei pensionati ed in futuro, con landata a regime del sistema di calcolo contributivo, si avranno assegni pensionistici inferiori al 60% del salario degli ultimi anni per gli occupati stabili, mentre saranno modestissimi per i lavoratori e le lavoratrici precari.
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Il costo della vita, ben superiore a quello rilevato dallIstat, preso a base per la rivalutazione annuale degli importi pensionistici, ha provocato nellultimo decennio una perdita reale del 20% del potere dacquisto delle pensioni. Sono sempre pi numerosi gli anziani che precipitano sotto la soglia di povert, superano i 5 milioni quelli che percepiscono al mese meno di 500 euro. Va reintrodotto il diritto al minimo di pensione a prescindere dalla contribuzione. Va definito, per valutare laumento del costo della vita, uno specifico paniere di prodotti maggiormente rappresentativi delle esigenze degli anziani. Va prevista una rivalutazione periodica degli importi pensionistici in rapporto agli andamenti salariali. Vanno aumentate le pensioni medio/basse, a cominciare da quelle minime. Stabilita let minima per la pensione di vecchiaia in 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, la scelta di quando pensionarsi va lasciata ai singoli lavoratori e lavoratrici. Va prevista una consistente riduzione di et per il diritto alla pensione in relazione alla tipologia e durata del lavoro svolto rinnovando lattuale tabella del lavoro usurante, allargando i benefici ai lavori pesanti, ripetitivi, stressanti. Va stabilito un tetto massimo di pensione pari a 10 volte la pensione minima.

Previdenza integrativa
Solo 2 milioni su 19 milioni di lavoratori dipendenti hanno aderito ai fondi pensione negoziali.
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Questo dato da solo dimostra come questi fondi non siano la risposta effettiva al calo del valore delle pensioni previsto in seguito al passaggio al sistema contributivo e allestendersi del lavoro precario. Peraltro i lavoratori che aderiscono non sono quelli che hanno maggiore necessit di essere tutelati, e cio i lavoratori cui si applica il sistema contributivo e soprattutto quei giovani che stanno accumulando periodi di bassi salari e di attivit saltuarie che difficilmente potranno essere recuperati. Aderiscono ai fondi i lavoratori che hanno minori problemi previdenziali e che vedono nei fondi una possibilit di risparmio a maggior rendimento rispetto ad altre forme, soprattutto per il contributo da parte delle imprese, scontato dal costo medio dei contratti di lavoro. Negli ultimi anni questi fondi hanno avuto per rendimenti inferiori ai Bot e al Tfr e in non pochi casi hanno subito perdite significative. Peraltro i sistemi a capitalizzazione si fondano, al contrario di quelli a ripartizione, che rimettono la contribuzione immediatamente in circolo nelleconomia, sullaccumulazione di ingenti risorse finanziarie che vengono tolte dagli investimenti e dai consumi e giocate sui mercati contribuendo cos alle ricorrenti crisi di sovrapproduzione del capitalismo. Nel mondo, infatti, i fondi pensione privati sottoscritti da dipendenti pubblici e privati, su base professionale o aziendale o di categoria, si suppone siano almeno 30.000, e gestiscono un capitale di 17.500 miliardi (17 volte i consumi di un paese relativamente ricco come lItalia). I fondi sono e rimangono a rischio anche se cogestiti dalle organizzazioni sindacali e padronali, e non hanno in s alcun elemento solidaristico.
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La previdenza pubblica a ripartizione deve rimanere il pilastro collettivo a garanzia della solidariet tra generazioni e come sistema pi razionale nelluso delle risorse rispetto al welfare aziendale o di categoria. La situazione dei fondi crollati per la modifica profonda del rapporto tra occupati di una azienda o di un settore o per turbolenza dei mercati finanziari confermano lincertezza e precariet della previdenza integrativa. Siamo per un sistema pensionistico pubblico solidale ed universale, che rimane fondamentale per la coesione sociale e per lunit tra occupati e disoccupati, precari e pensionati: unico vero patto solidaristico fra le generazioni. In Italia, relativamente ai fondi integrativi va riconosciuta agli aderenti la possibilit di recedere dal versamento del Tfr come avviene per le quote contrattuali e di poter aderire al fondo Inps ed eventualmente utilizzare laccumulato per il calcolo definitivo della pensione.

Aumentare i salari
Oltre 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese. Circa 7,3 milioni ne guadagnano meno di 1.000. A causa dello scarto tra inflazione programmata e inflazione reale, della mancata restituzione del fiscal drag, della scarsissima redistribuzione della produttivit andata in questi anni quasi tutta alle imprese (nel periodo 1993-2006, su 16,7 punti percentuali di crescita di produttivit, al lavoro ne sono andati solo 2,2, pari al 13%, alle imprese 14,5, pari all87%) si determinato un pesante impoverimento dei lavoratori.
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Dal 1993 le retribuzioni dei lavoratori sono ferme allo stesso potere dacquisto. Tutto laumento della produttivit andato ai padroni stato accumulato in improduttive attivit finanziarie e non stato usato per investimenti innovativi e di prodotto. Questa ingiustizia sociale spiega la ragione per la quale lItalia cresce meno degli altri paesi e spiega il suo declino nelleconomia globale. Bassi salari non spingono verso linnovazione. Peraltro la mancata innovazione chiarisce perch a bassi salari, i pi bassi dEuropa, non corrisponda il pi basso costo del lavoro per unit di prodotto, che anzi uno dei pi alti. Questo spiega il vistoso calo del peso dellItalia nel commercio mondiale ed europeo. La contrattazione uno dei pochi strumenti di democrazia diretta nel quadro di una telecrazia fondata su una delega crescente dai rappresentati ai rappresentanti. Attraverso il contratto e la sua validit erga omnes i lavoratori sono protagonisti in prima persona della definizione del contratto sociale. indispensabile, soprattutto in questo momento di debolezza causato dai licenziamenti e dalla cassa integrazione, rilanciare liniziativa generale sui grandi temi economici e sociali, superando la fase di cogestione che non ha prodotto i risultati promessi. Occorre estendere la contrattazione a livello di territorio dove le riforme elettorali dei Comuni e delle Regioni hanno voluto concentrare i poteri sostanziali in una figura sola. Ambiente, urbanizzazione, lavoro diffuso e disperso, trasporti, politiche socio-sanitarie, devono ritornare ad essere terreni di iniziativa e di contrattazione.
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Il contratto nazionale di lavoro, che da anni i padroni e i governi presieduti da Berlusconi vogliono cancellare, rappresenta il momento pi alto di unit e solidariet tra lavoratori dello stesso settore o comparto. Occorre difenderlo. Bisogna cimentarsi in una contrattazione sullorganizzazione del lavoro e sulla sua ricomposizione, prevedendo anche la contrattazione di sito e di filiera. Il recente accordo separato, sottoscritto da Cisl e Uil senza la Cgil, non solo non supera la negativa eredit del precedente accordo del 23 luglio del 1993, ma lo peggiora non garantendo pi neanche il mero recupero dellinflazione. Questo accordo scarica addirittura linflazione internazionale sui lavoratori, demotivando i padroni dalla ricerca di nuovi prodotti e nuove fonti energetiche. certamente necessaria una stagione di forte contrattazione decentrata che rilanci in questa situazione di crisi della rappresentanza e di apatia delle masse il protagonismo diretto dei lavoratori nel governo delle proprie condizioni di reddito e nellorganizzazione del lavoro. Ma ci non pu e non potr avverarsi in un quadro che prevede la riduzione dei salari. Il contratto nazionale, strumento di unit e di solidariet di grande valore in una societ dove i vincoli sociali si vanno sempre pi allentando e avanza la disgregazione, deve garantire il potere dacquisto delle retribuzioni globali di fatto e non solo di quelle contrattuali, oltre a redistribuire la produttivit. Va prevista, al di l della durata del contratto nazionale, una verifica annuale sullo scostamento tra inflazione e retribuzioni. Il contratto nazionale deve continuare ad essere
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la garanzia minima per tutti i lavoratori e non pu essere derogato alla contrattazione integrativa n, tantomeno, ad accordi individuali. La lotta per la riduzione dellorario di lavoro deve ripartire dalle due grandi necessit del nostro tempo: linnovazione continua e landamento demografico. Linnovazione continua tipica dei nostri tempi, che verr accentuata dalla competizione che la crisi imporr, rischia di rendere obsoleti fasce di lavoratori sempre pi ampie, soprattutto quelle sopra i 50 anni. Occorre prevedere una riduzione dorario per la partecipazione a corsi di formazione e di aggiornamento amministrati dal proposto Ente nazionale per il lavoro che gestisca tutti i fondi dedicati alla formazione e che veda la partecipazione dello Stato, delle Regioni e delle parti sociali. Ente che possa stipulare accordi con la formazione e la scuola pubblica di ogni grado. Famiglie sempre pi piccole quelle composte da uno o due componenti sono oltre la met del totale (53,3%) non sono in grado di sostenere efficacemente al proprio interno le necessit di cura al pari delle vecchie famiglie numerose, nelle quali i primi figli si mettevano al mondo in et giovanile e quando let media alla morte era molto pi bassa. Il positivo invecchiamento della popolazione (gli anziani con pi di ottantanni di et sono gi oggi pi di tre milioni) e la difficolt ad avere figli entro i trentanni di et sono problemi sociali che non riguardano pi solo le singole famiglie. Per lattivit di cura, che non pu essere delegata solo alle migranti, alle case di riposo o peggio agli ospedali, devono essere previsti, per uomini e donne,
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riduzioni dorario e periodi di congedo, anche attraverso lintervento della fiscalit generale, in quanto rappresentano una problematica sociale che riguarda tutta la collettivit.

La democrazia
Non sar possibile uscire dalla crisi senza le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, senza i movimenti, senza il protagonismo delle persone. Allopposto di un governo che vuole colpire il diritto di sciopero, che vuole cambiare il sistema della contrattazione diminuendo ancora i salari, che vuole far diventare il sindacato, non pi autonomo rappresentante degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, ma complice delle imprese in un ridisegno neocorporativo della societ, c bisogno di un salto di qualit della democrazia in questo paese. A partire dai luoghi di lavoro. Le lavoratrici e i lavoratori devono poter votare sulle piattaforme e sugli accordi sindacali e il loro voto deve essere vincolante.

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Finito di stampare nel mese di luglio 2010 dalla Tipografia Empograph, Via Venezia Tridentina, 1 Villa Adriana - Roma 151

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