Sei sulla pagina 1di 118

DOUGLAS ADAMS

L'investigatore olistico Dirk Gently


A mia madre,
cui è piaciuta la parte del cavallo

Nota dell'autore
In questo libro le descrizioni fisiche del St Cedd's College, l... dove sono pre
cise, si rifanno ai miei ricordi del St John's College di Cambridge, ma ho attin
to indiscriminatamente anche ad altri college. Nella realt..., Sir Isaac Newton
era al Trinity College e Samuel Taylor Coleridge allo Jesus.
Fatto sta che il St Cedd's College è una costruzione completamente fittizia e non
c'è alcuna corrispondenza intenzionale fra istituzioni e personaggi di questo libr
o e loro equivalenti reali, vivi, morti o vaganti nella notte in preda a spettra
li tormenti.
Il presente libro è stato scritto e composto con un computer Apple Macintosh Plus
e una stampante Laser Writer Plus, con l'aiuto di un elaboratore di testi MacAut
hor.
Il documento finito è stato stampato con una Linotron 100 da The Graphic Factory,
London SW3, così da ottenere un'immagine del testo ad alta risoluzione. I miei rin
graziamenti a Mike Glover della Icon Technology per l'aiuto dato in tutto ciò.
Infine, desidero rivolgere un ringraziamento tutto particolare a Sue Freestone,
per il suo contributo alla nascita di questo libro.
Londra, 1987
Douglas Adams

Capitolo Uno...
Stavolta non ci sarebbero stati testimoni.
Stavolta c'era solo la terra morta, un rombo di tuono e l'inizio di quell'interm
inabile pioggerellina da nord-est che sembra accompagnare buona parte degli even
ti cruciali di questo mondo.
I temporali del giorno prima, di quello prima ancora e le alluvioni della settim
ana precedente si erano quietati. Il cielo era ancora gonfio di pioggia, ma al c
alare dell'oscurit... serale cadeva soltanto qualche malinconica gocciolina.
Una folata di vento spazzò la pianura che cominciava a imbrunire, vagò fra le collin
ette e si incanalò sibilando in una stretta valle in cui sorgeva una costruzione,
una specie di torre in un incubo di fango, solitaria e pendente.
Era un moncone annerito di torre. Se ne stava piantato li come un'estrusione mag
matica di una delle pi- pestilenziali fosse infernali, inclinata con un angolo p
articolare, come oppressa da qualcosa di ben pi- terribile del suo peso consider
evole. Sembrava una cosa morta, morta da tempi remoti.
L'unico movimento era quello di un fiume di fango che scorreva pigramente in fon
do alla valle, dietro la torre. Un paio di chilometri pi- in l..., il fiume si b
uttava in una gola e scompariva sotto terra.
Ma, col calare della sera, si vide che la torre non era completamente deserta. A
ll'interno, da qualche parte, c'era una fioca lucina rossa che brillava.
La luce era appena visibile, a parte il fatto che naturalmente, questa volta, no
n c'era nessuno a vedere, nessun testimone, ma comunque quella era una luce. Di
tanto in tanto, si faceva un po' pi- forte, un po' pi- luminosa poi lentamente t
ornava ad affievolirsi fin quasi a scomparire. Contemporaneamente, un suono bass
o e penetrante fluttuava nel vento, saliva lamentoso fino a un punto culminante
poi, anch'esso, svaniva nel silenzio.
Passò del tempo, poi apparve un'altra luce, pi- piccola, mobile. Sbucò a livello del
terreno e si spostò attorno alla torre in un unico movimento a scatto, fermandosi
di tanto in tanto nel suo cammino circolare. Poi la luce, e la figura immersa n
ell'ombra che la portava, quasi indistinguibile, svanì di nuovo all'interno. Passò u
n'ora e alla fine l'oscurit... fu totale. Il mondo sembrava morto, la notte un v
arco vuoto.
Poi, vicino alla cima della torre, riapparve il bagliore, stavolta con forza e d
ecisione maggiore. Raggiunse rapidamente il picco di luminosit... cui era arriva
ta prima e continuò a crescere, sempre di pi-, di pi-. Il suono penetrante che l'a
ccompagnava salì verso un acuto stridente fino a divenire un urlo lamentevole. Urlò
e urlò fino a che non diventò un rumore accecante e la luce un rosso assordante.
A un certo punto, entrambi cessarono di colpo. Per un millisecondo, tutto fu osc
urit... e silenzio.
Dal fondo del fango, sotto la torre, una nuova luce straordinariamente pallida s
orse e si gonfiò. Il cielo si serrò, una montagna di fango ribollì, cielo e terra inve
irono l'uno contro l'altra. Tutto diventò di un orribile color rosa, poi improvvis
amente verde, aleggiò un arancio che tinse le nubi, poi la luce precipitò e finalmen
te la notte fu fonda, spaventosamente nera. A parte il sommesso gocciolare dell'
acqua, non c'era altro suono.
Al mattino però il sole sorse con insolito fulgore su un giorno che era, o sembrav
a, o almeno sarebbe sembrato se ci fosse stato qualcuno a cui poter sembrare, pi
- caldo, pi- terso e pi- luminoso, insomma un giorno pi- smagliante di tutti que
lli che si erano visti fino ad allora. Un fiume limpido scorreva fra le misere r
ovine della vallata.
Poi il tempo cominciò a scorrere veramente.

Capitolo Due...
In cima a un promontorio roccioso, un Monaco Elettrico se ne stava seduto su un
cavallo annoiato. Da sotto il suo cappuccio di lana grezza il Monaco osservava s
enza battere ciglio un'altra vallata, che gli dava qualche problema.
La giornata era calda, il sole splendeva in un cielo vuoto e caliginoso, picchia
ndo sulle pietre grigie e sull'erba rada e secca. Tutto era immobile, compreso i
l Monaco. Solo la coda del cavallo si muoveva un po', sventolando leggermente ne
l tentativo di agitare l'aria, e nient'altro. Per il resto, tutto era immobile.
Il Monaco Elettrico era un marchingegno per risparmiare fatica, non diversamente
da una lavastoviglie o un videoregistratore. Le lavastoviglie lavano stupidi pi
atti al posto delle persone, evitando loro il fastidio di doverli lavare, i vide
oregistratori guardano stupidi programmi al posto delle persone, evitando loro i
l fastidio di doverli guardare; i Monaci Elettrici credevano al posto delle pers
one, evitando loro quello che era diventato un compito sempre pi- oneroso, crede
re a tutto ciò che il mondo si aspettava che credessero.
Malauguratamente questo Monaco Elettrico aveva sviluppato un difetto, cominciand
o a credere cose di ogni genere, pi- o meno casualmente. Ormai cominciava a cred
ere persino cose che avrebbero faticato a credere anche a Salt Lake City. Lui na
turalmente non aveva mai sentito parlare di Salt Lake City. Non aveva nemmeno ma
i sentito parlare del quingilione, pressappoco il numero di chilometri che separ
avano quella valle dal Great Salt Lake dell'Utah.
Il problema di quella vallata era il seguente. Il Monaco al momento credeva che
la valle e tutto ciò che vi stava dentro e attorno, ivi compreso lui stesso e il s
uo cavallo, fossero di una uniforme sfumatura rosa pallido. Ciò procurava una disc
reta difficolt... nel distinguere gli oggetti gli uni dagli altri e quindi rende
va impossibile, o quanto meno malagevole e pericoloso, fare qualsiasi cosa o and
are ovunque. Di qui l'immobilit... del Monaco e la noia del cavallo, che in vita
sua aveva dovuto sottostare a parecchie stupidaggini, ma fra sé e sé era convinto c
he questa fosse una delle pi- stupide.
Da quanto tempo il Monaco credeva tutto ciò?
Be', per quanto riguarda il Monaco, da sempre. La fede che muove le montagne, o
almeno le crede rosa contro ogni possibile evidenza, era di quelle solide e tena
ci, una grossa roccia contro cui il mondo poteva scagliare ciò che gli pareva senz
a scuoterla. In pratica, il cavallo sapeva che in genere la sua durata media era
pi- o meno di ventiquattr'ore.
E allora che dire di questo cavallo, che aveva opinioni sue proprie ed era scett
ico sulle cose? Comportamento insolito per un cavallo, no? Si trattava forse di
un cavallo insolito?
No. Sebbene si trattasse di un esemplare della sua specie indubbiamente bello e
robusto, era tuttavia un cavallo assolutamente normale, così come le convergenze e
volutive ne avevano prodotto nei molti posti in cui si ritrova una forma di vita
. I cavalli hanno sempre capito molto pi- di quanto diano a intendere. Difficilm
ente si può stare tutto il giorno, tutti i giorni, con qualcuno seduto sopra, un'a
ltra creatura, senza farsene un'opinione.
È invece possibilissimo starsene seduti tutto il giorno, tutti i giorni, sopra un'
altra creatura senza darsene il benché minimo pensiero.
Quando vennero costruiti i primi modelli di questi Monaci, si ritenne importante
poterli riconoscere all'istante come oggetti artificiali. Non doveva esserci il
minimo rischio che assomigliassero in qualche modo a persone vere. Nessuno vorr
ebbe che il proprio videoregistratore se ne stesse tutto il giorno sdraiato sul
divano a guardare la tv. Nessuno vorrebbe che si mettesse le dita nel naso, beve
sse birra e mandasse qualcuno a prendergli una pizza.
Così i Monaci vennero costruiti con un occhio all'originalit... della linea, nonché
con una pratica capacit... di stare a cavallo. Questo era un aspetto importante.
La gente, o comunque le cose, appaiono pi- schiette viste da un cavallo. Si val
utò quindi che due gambe fossero pi- indicate e pi- economiche dell'abituale rigog
lio di diciassette, diciannove o ventitré; ai Monaci venne data una pelle rosea in
vece che viola, soffice e liscia invece che crestata. Ci si limitò anche a una sol
a bocca e un naso, ma vennero dotati di un occhio supplementare, portando il tot
ale a due. Una creatura dall'aspetto bizzarro, effettivamente. Ma davvero eccell
ente nel credere le cose pi- assurde.
Questo Monaco era andato fuori di testa per la prima volta semplicemente perché gl
i avevano dato troppe cose da credere in un giorno solo. Per sbaglio era stato c
ollegato a un videoregistratore che stava guardando undici programmi televisivi
contemporaneamente, cosa che gli aveva fatto saltare un gruppo di circuiti logic
i. Il videoregistratore ovviamente doveva solo guardarli. Non doveva anche crede
rci. Ecco perché i manuali di istruzioni sono così importanti.
Dopo una tumultuosa settimana in cui aveva creduto che la guerra fosse pace, che
il bene fosse male, che la luna fosse fatta di gorgonzola e che bisognasse mand
are a Dio un sacco di soldi presso una certa casella postale, il Monaco cominciò a
credere che il trentacinque per cento di tutti i tavoli fosse ermafrodita, dopo
di che ebbe un crollo. Il commesso del negozio di Monaci disse che bisognava so
stituire tutta la scheda madre, ma poi fece notare che i nuovi modelli migliorat
i dei Monaci Plus erano potenti il doppio, avevano un sistema completamente nuov
o di Capacit... Negativa multitasking, che consentiva loro di tenere in memoria
contemporaneamente fino a sedici idee del tutto differenti e contraddittorie sen
za dar luogo a fastidiosi errori di sistema, erano due volte pi- veloci e almeno
tre pi- disinvolti e che se ne poteva avere uno nuovo di zecca a meno di quanto
sarebbe servito per cambiare la scheda madre del vecchio modello.
Ecco qua. Fatto.
Il Monaco difettoso venne spedito nel deserto, dove poteva credere quello che gl
i pareva, compresa l'idea di essere stato trattato a pesci in faccia. Gli fu con
sentito di tenersi il cavallo, visto che fare un cavallo non costava niente.
Per un certo numero di giorni e notti, che lui in momenti diversi credette esser
e tre, quarantatré e cinquecentonovantottomilasettecentotré, vagò nel deserto, riponen
do la sua semplice fede elettrica in pietre, uccelli, nuvole e in un'inesistente
forma di asparagi-elefanti, finché alla fine si fermò lass-, su quello spuntone di
roccia, a contemplare una valle che, nonostante il profondo fervore della fede d
el Monaco, non era rosa. Nemmeno un po'.
Il tempo passava.
Capitolo Tre...
Il tempo passava. Susan aspettava.
Pi- Susan aspettava, meno il campanello suonava. O il telefono. Guardò l'orologio.
Pensò che era pressappoco l'ora in cui poteva legittimamente cominciare a innervo
sirsi. Naturalmente, nervosa lo era gi..., ma quello era avvenuto, per così dire,
con i suoi tempi. Ormai erano ampiamente nei tempi di lui, e anche tenendo conto
del traffico, dei contrattempi, di una certa imprecisione e una tendenza al rit
ardo, l'orario su cui lui aveva insistito, quello che secondo lui non potevano a
ssolutamente permettersi di lasciar passare e quindi era meglio che si facesse t
rovare pronta, era trascorso da una mezz'ora buona.
Provò a preoccuparsi che gli fosse capitato qualcosa di terribile, ma non ci crede
tte nemmeno per un istante. Non gli capitava mai niente di terribile, anche se l
ei cominciava a pensare che fosse ora, mannaggia, che gli accadesse qualcosa. Se
non gli fosse successo niente di terribile, presto avrebbe provveduto lei stess
a. Ecco un'idea.
Si buttò nervosamente sulla poltrona e guardò il notiziario alla televisione. Il not
iziario la innervosì. Pigiò sul telecomando e per un po' guardò qualcosa su un altro c
anale. Non sapeva cos'era, ma anche quello la innervosiva.
Magari poteva telefonare. Le venisse un colpo se aveva intenzione di telefonare.
Se avesse telefonato, probabilmente lui l'avrebbe chiamata proprio in quel mome
nto e avrebbe trovato occupato.
Si rifiutava di ammettere di averci anche solo pensato.
Mannaggia a lui, dov'era? Ma poi, chi se ne fregava di dov'era? Lei no, questo e
ra un fatto.
Era la terza volta di fila che gliela faceva. Tre volte di fila potevano bastare
. Ancora una volta cambiò canale stizzita. C'era un programma sui computer e alcun
i interessanti nuovi sviluppi nell'ambito di quello che si poteva fare con i com
puter e la musica. Basta così. Veramente basta così. Sapeva di essersi detta che bas
tava così solo pochi secondi prima, ma adesso, definitivamente, veramente bastava
così.
Balzò in piedi e andò al telefono, afferrando rabbiosa la rubrica telefonica. La sco
rse con gesti bruschi e compose un numero.
"Pronto, Michael? Sì, sono Susan. Susan Way. Avevi detto di chiamarti se ero liber
a stasera e io ti avevo risposto che avrei preferito finire stecchita in un foss
o, ti ricordi? Be', tutto a un tratto ho scoperto di essere libera, assolutament
e, completamente e totalmente libera e qui intorno non c'è un fosso decente nel ra
ggio di chilometri. Il consiglio che ti posso dare è di fare la tua mossa finché ne
hai la possibilit.... Fra mezz'ora sarò al Tangiers Club."
Si infilò scarpe e soprabito, si fermò un momento ricordandosi che era giovedì e quind
i doveva mettere un nastro nuovo, extralungo, nella segreteria telefonica e due
minuti dopo era fuori della porta di casa. Quando finalmente il telefonò suonò, la s
egreteria telefonica disse garbatamente che al momento Susan Way non poteva anda
re all'apparecchio, ma che volendo si poteva lasciare un messaggio e lei avrebbe
richiamato il pi- presto possibile. Forse.

Capitolo Quattro...
Era una fredda sera di novembre, di quelle di una volta.
La luna aveva un'aria pallida ed esangue, come se in una notte del genere non av
esse nessuna voglia di starsene alzata. Si levò controvoglia e restò li come un inqu
ieto fantasma. Stagliate contro di essa, confuse e offuscate nella bruma che sal
iva dalle paludi malsane, si ergevano le diverse torri e torrette del St Cedd, a
Cambridge, spettrale profusione di edifici cresciuti nel corso dei secoli, il m
edievale accanto al vittoriano, l'Odeon accanto al Tudor. Soltanto sbucando dall
a bruma sembravano lontanamente appartenere gli uni agli altri.
Fra essi si muovevano veloci alcune figure, affrettandosi da una fioca pozza di
luce all'altra, rabbrividendo e lasciandosi alle spalle volute di fiato che si r
accoglievano nella notte gelida.
Erano le sette. Molte delle figure si dirigevano verso la sala da pranzo del col
lege, che divideva il Primo Cortile dal Secondo e da cui fuoriusciva riluttante
una luce calda. Due sagome sembravano particolarmente male assortite. Una era qu
ella di un giovane, alto, sottile e spigoloso; nonostante fosse imbacuccato in u
n pesante cappotto scuro, camminava come un airone offeso.
L'altra era piccola, rotondeggiante e si muoveva con goffa agitazione, come tant
i scoiattoli che cercassero di fuggire da un sacco. Era di un'et... avanzata, an
corché assolutamente indefinibile. Pescando un numero a caso, probabilmente lui er
a pi- vecchio di così, ma in sostanza era impossibile dirlo. Indubbiamente aveva u
na faccia profondamente segnata dalle rughe e quei pochi capelli che gli uscivan
o dal berrettino da sci di lana rossa erano radi, bianchi e dimostravano idee pr
ecise sulla propria disponibilit... a lasciarsi pettinare. Anche lui era imbacuc
cato in un pesante cappotto, sopra cui però indossava una tunica svolazzante, segn
o della sua unica e peculiare carica accademica.
Mentre camminavano, il peso della conversazione era sostenuto dall'uomo pi- anzi
ano. Strada facendo indicava i punti pi- notevoli, anche se era troppo buio perc
hé li si potesse discernere. Il giovane continuava a dire: "Ah, sì?" o: "Davvero? Mo
lto interessante..." o: "Bene, bene, bene", o: "Santo cielo", scuotendo la testa
con aria seria.
Non entrarono dall'ingresso principale del salone, ma da un piccolo passaggio su
l lato est del cortile. Si arrivava così alla Sala della Lega Anziani e a un'antic
amera buia dove i Membri interni del college sostavano a darsi pacche sulle mani
e fare "brrrr" prima di accedere alla Tavola Alta attraverso l'ingresso loro ri
servato. Erano in ritardo e si sfilarono in fretta i cappotti. Per l'anziano la
cosa era complicata dalla necessit... prima di tutto di togliersi la tunica prof
essorale per poi rimettersela una volta levatosi il cappotto, di cacciare il ber
retto nella tasca del cappotto, chiedersi dove avesse messo la sciarpa, accorger
si di non averla portata, frugare nella tasca del cappotto in cerca del fazzolet
to, frugare nell'altra in cerca degli occhiali e infine del tutto inopinatamente
trovarli entrambi avvolti nella sciarpa che evidentemente aveva effettivamente
preso con sé ma non si era messo addosso nonostante il vento amaro e umido come l'
alito di una strega che soffiava dalle paludi.
Sospinse il giovane davanti a sé nel salone e i due occuparono gli ultimi posti li
beri alla Tavola Alta, sfidando un'ondata di fronti aggrottate e sopracciglia al
zate per l'interruzione al ringraziamento in latino.
Quella sera il salone era pieno. Durante i mesi pi- freddi, gli studenti lo pref
erivano. Insolito era invece che il salone fosse illuminato dalle candele, come
ormai accadeva soltanto in pochissime occasioni particolari. Due lunghi tavoli a
ffollati si distendevano nella penombra. Alla luce delle candele, le facce delle
persone erano pi- vivaci, i sussurri delle voci, il tintinnio delle posate e de
i bicchieri sembravano pi- eccitanti e nei recessi oscuri della grande sala pare
va di avvertire la presenza contemporanea di tutti i secoli della sua esistenza.
In fondo, la Tavola Alta, rialzata di una trentina di centimetri, formava un br
accio della croce. Poiché quella sera c'erano ospiti, la tavola era stata apparecc
hiata da ambedue i lati in modo da sistemare le persone in pi-, così che molti con
vitati davano le spalle al resto del salone.
"E allora, giovane MacDuff," disse il professore non appena si fu seduto ed ebbe
spiegato il proprio tovagliolo, "che piacere rivederti, mio caro amico. Sono fe
lice che tu abbia potuto venire. Non ho idea del motivo di tutto ciò," soggiunse p
oi girando per la sala uno sguardo sbigottito. "Candele, argenteria e tutto quan
to. In genere significa una cena speciale in onore di qualcuno o qualcosa di cui
nessuno ricorda niente, se non che vuole dire cibo migliore per una sera."
Si fermò a pensare per un momento, poi disse: "È strano, non trovi, che la qualit...
del cibo debba essere inversamente proporzionale alla quantit... di luce. C'è da
chiedersi a quali vette culinarie i cuochi potrebbero arrivare se li si confinas
se in un'oscurit... perpetua. Credo che potrebbe valere la pena di fare una prov
a. Nel college ci sono ottime cantine che si potrebbero usare allo scopo. Credo
di avertici fatto fare un giro una volta, no? Bellissime opere in muratura".
Tutto ciò procurò al suo ospite un certo sollievo. Era il primo accenno che l'anzian
o cattedratico avesse un vago ricordo di chi egli fosse. Il professor Urban Chro
notis, Regio Docente di Cronologia, o "Reg", come insisteva a farsi chiamare, av
eva una memoria che una volta lui stesso aveva paragonato alla farfalla Regina A
lexandra Birdwing che, ricca di colore, volteggiava graziosamente qua e l... ed
era ormai purtroppo quasi completamente estinta.
Pochi giorni prima, quando gli aveva telefonato per invitarlo, era sembrato estr
emamente ansioso di incontrare il suo ex allievo, eppure quella sera, all'arrivo
di Richard (un po' in ritardo, è vero) il professore aveva spalancato la porta ap
parentemente adirato, si era bloccato stupito nel vederlo, si era informato se n
on avesse problemi emotivi, reagendo con fastidio nel sentirsi ricordare gentilm
ente che erano ormai trascorsi dieci anni da quando era stato l'insegnante di co
llege di Richard e infine aveva riconosciuto che Richard era lì per la cena; dopo
di che il professore aveva cominciato a parlare rapidamente e con profusione sul
la storia architettonica del college, segno sicuro che la sua mente era completa
mente distratta.
In realt..., "Reg" non era mai stato insegnante di Richard, ma solo il suo tutor
al college, il che in poche parole significava che era responsabile della sua s
ituazione in generale, gli ricordava la data degli esami, lo ammoniva di non pre
ndere droghe e così via. Per la verit..., non era del tutto chiaro se Reg avesse m
ai insegnato a qualcuno e, nel caso, cosa avesse insegnato. La sua docenza era p
iuttosto oscura e dato che limitava le lezioni cui era tenuto alla semplice e ve
nerabile tecnica di presentare ai suoi potenziali studenti una lista esaustiva d
i libri che sapeva per certo non essere pi- in stampa da trent'anni, salvo poi s
ollevare un pandemonio quando loro non li trovavano, nessuno aveva mai scoperto
la natura precisa della sua disciplina accademica. Molto tempo prima naturalment
e aveva preso la precauzione di rimuovere dalle biblioteche dell'universit... e
del college le sole copie esistenti dei libri indicati nelle sue bibliografie, p
er cui aveva tutto il tempo per fare ciò che faceva, qualunque cosa fosse.
Poiché Richard era sempre riuscito ad andare ragionevolmente d'accordo con quel ve
cchio suonato, un giorno aveva preso il coraggio a due mani e gli aveva chiesto
che cosa fosse, di preciso, la Regia Docenza di Cronologia. Era una di quelle li
evi giornate estive in cui il mondo sembra scoppiare di piacere per il semplice
fatto di esistere e mentre camminavano sul ponte dove il fiume Cam divideva le p
arti vecchie del college da quelle pi- recenti Reg era di umore insolitamente af
fabile.
"Una sinecura, mio caro amico, una sinecura bella e buona," aveva risposto raggi
ante. "Una piccola quantit... di denaro per una piccolissima, diciamo pure inesi
stente, quantit... di lavoro. Ciò mi consente di avere sempre i piedi al caldo, ch
e è una condizione confortevole ancorché frugale per passare la vita. Te la raccoman
do." Si sporse dal parapetto del ponte e cominciò a indicare un certo mattone che
trovava interessante.
"Ma che genere di studio dovrebbe essere?" aveva insistito Richard. "Storia? Fis
ica? Filosofia? Che cos'è?"
"Be'," disse Reg lentamente, "se proprio ti interessa, la cattedra originariamen
te fu istituita dal re Giorgio III che, come saprai, nutriva un buon numero di i
dee divertenti, fra cui la convinzione che uno degli alberi del Grande Parco di
Windsor fosse in realt... Federico il Grande.
Fu una sua istituzione, da cui il nome 'Regius'. Anche l'idea era sua, il che è as
sai pi- insolito."
I raggi del sole giocavano sul fiume Cam. Nei barchini, le persone si urlavano a
llegramente a vicenda di andare a fare in culo. Emaciati studiosi di scienze nat
urali che avevano passato mesi segregati nelle loro stanze diventando pallidi e
simili a pesci, riemergevano battendo gli occhi alla luce. Le coppie che passegg
iavano sulla riva erano talmente eccitate dalla generale bellezza che le circond
ava da essere costrette a rifugiarsi in casa per un'oretta.
"Quel povero ragazzo tormentato," proseguì Reg, "Giorgio III, dico, era, come tu s
ai, ossessionato dal tempo. Riempì il palazzo di orologi. Li caricava continuament
e. A volte si svegliava nel cuore della notte e se ne andava in giro per il pala
zzo in camicia da notte a caricare orologi. Voleva essere sicuro che il tempo an
dasse avanti, capisci. In vita sua gli erano successe così tante cose tremende da
avere il terrore che gliene ricapitasse qualcuna, se il tempo avesse potuto torn
are indietro anche solo per un momento. Timore comprensibilissimo, soprattutto s
e si è matti furiosi come, mi duole doverlo dire, con tutta la simpatia per quel p
overetto, lui indubbiamente era. Fu lui a nominarmi, o meglio, dovrei dire, a no
minare la mia carica, questa docenza, mi capisci, il posto che oggi mi onoro di
occupare... dov'ero rimasto? Ah, gi.... Lui istituì questa, ehm, cattedra di Crono
logia per capire se ci fosse qualche ragione particolare per cui le cose succedo
no una dopo l'altra e se c'era modo di fermare questa progressione. Dato che le
risposte alle tre domande, come io capii immediatamente, erano sì, no e forse, mi
resi conto di poter anche lasciar perdere il resto della mia carriera."
"E i suoi predecessori?"
"Ehm, erano pressappoco dello stesso avviso."
"Ma chi erano?"
"Chi erano? Be', persone splendide naturalmente, splendide dalla prima all'ultim
a. Un giorno o l'altro ricordami di parlartene. Vedi quel mattone? Una volta Wor
dsworth si sentì male su quel mattone. Grand'uomo."
Tutto ciò era avvenuto circa dieci anni prima.
Richard lanciò uno sguardo attorno alla grande sala da pranzo per vedere cos'era c
ambiato nel frattempo e la risposta naturalmente fu: assolutamente nulla. In alt
o, immersi nel buio, appena visibili alla luce tremolante delle candele, c'erano
gli spettrali ritratti di primi ministri, arcivescovi, riformatori politici e p
oeti, ognuno dei quali, a suo tempo, probabilmente si era sentito male su quello
stesso mattone.
"Bene," disse Reg con un forte sussurro confidenziale, come se stesse per metter
si a parlare di piercing ai capezzoli in un convento di monache, "ho sentito dir
e che da un certo punto in poi te la sei passata bene, no?"
"Ehm, gi..., bene, infatti," rispose Richard, sorpreso della cosa quanto gli alt
ri, "sì, è così."
Parecchi sguardi attorno al tavolo si appuntarono su di lui. "Computer," sentì poc
o pi- in l... che qualcuno mormorava in tono sprezzante a un vicino. Gli sguardi
attenti tornarono a rilassarsi e si volsero altrove.
"Ottimo," disse Reg. "Sono proprio contento per te, proprio contento."
"Dimmi," continuò poi, giusto un attimo prima che Richard si rendesse conto che il
professore non stava pi- parlando con lui, ma si era girato verso destra e si r
ivolgeva al suo vicino dalla parte opposta, "che significa tutta questa, questa"
fece un vago gesto con la mano in direzione dei candelieri e dell'argenteria de
l college, "...roba?"
Il suo vicino, un personaggio anziano e avvizzito, si voltò molto lentamente e lo
guardò come se fosse piuttosto seccato di essere richiamato nel mondo dei vivi in
quel modo.
"Coleridge," disse con una vocina rauca, "è la cena per Coleridge, vecchio pazzo."
Poi tornò a girarsi molto lentamente, fino a riacquistare la sua posizione. Si ch
iamava Cawley, insegnava Archeologia e Antropologia, e spesso si diceva di lui,
alle sue spalle, che non lo considerasse tanto un serio impegno accademico, quan
to una possibilit... di rivivere la propria infanzia.
"Ah, è così," mormorò Reg. "È così?" e tornò a voltarsi verso Richard. "È la cena per Coler
e," disse con aria sagace. "Coleridge è stato un alunno del college, sai," aggiuns
e dopo un mo mento. "Coleridge. Samuel Taylor. Poeta. Spero che tu ne abbia sent
ito parlare. Questa è la sua cena. Be', non in senso letterale, naturalmente. A qu
est'ora sarebbe fredda." Silenzio. "Dai, prendi un po' di sale."
"Ehm, la ringrazio. Credo che aspetterò," disse Richard sorpreso. In tavola non c'
era ancora nessuna pietanza.
"Andiamo, prendilo," insistette il professore, porgendogli la pesante saliera d'
argento.
Richard sbatté le palpebre confuso, ma alzando le spalle dentro di sé allungò la mano
per prenderla. Nell'istante però in cui aveva battuto le palpebre, la saliera era
svanita nel nulla.
Si ritrasse stupito.
"Buona questa, eh?" disse Reg recuperando la boccetta scomparsa da dietro l'orec
chio del suo cadaverico vicino di destra e suscitando una risatina stranamente f
anciullesca e femminile da qualche parte del tavolo. Reg rise sbarazzino. "Un'ab
itudine molto irritante, lo so. È fra le prime che voglio perdere, subito dopo le
sigarette e le sanguisughe."
Bene, ecco un'altra cosa che non era cambiata. C'è chi si mette le dita nel naso,
altri che d'abitudine picchiano le vecchiette per strada. Il vizio di Reg era di
quelli innocui, per quanto singolare: una tendenza ai giochetti di prestigio da
bambini. Richard ricordava la prima volta che era andato a trovare Reg con un p
roblema; si trattava soltanto della normale Angst che periodicamente afferra nel
le sue grinfie gli studenti, soprattutto quando devono scrivere una tesi, ma al
momento sembrava un peso oscuro e disumano. Reg era rimasto seduto ad ascoltare
il suo sfogo con un'espressione di intensa concentrazione e quando finalmente Ri
chard ebbe terminato, dopo aver riflettuto seriamente, si era strofinato a lungo
il mento e infine si era chinato in avanti guardandolo negli occhi.
"Sospetto che il tuo problema," disse, "sia che hai troppe graffette dentro al n
aso."
Richard lo fissò.
"Lascia che te lo dimostri," disse Reg e protendendosi dall'altra parte del tavo
lo estrasse dal naso di Richard una catena di undici graffette e un piccolo cign
o di gomma.
"Ah, ecco qui il vero colpevole," disse sollevando il cigno. "Arrivano nelle sca
tole di cereali e provocano guai a non finire. Bene, sono contento della nostra
piccola chiacchierata, mio caro amico. Ti prego di non farti problemi a disturba
rmi nuovamente se dovessi avere altri fastidi del genere."
Inutile a dirsi, Richard non ne ebbe pi-.
Richard passò lo sguardo attorno alla tavola per vedere se riconosceva qualche alt
ro membro del college dei suoi tempi. Due posti pi- in l... a sinistra c'era il
professore che era stato il Direttore degli Studi Inglesi di Richard, il quale n
on dette alcun segno di riconoscerlo. La cosa non era affatto strana, visto che
Richard aveva passato i suoi tre anni lì a cercare assiduamente di evitarlo, spess
o arrivando al punto di farsi crescere la barba e fingere di essere un altro.
Di fianco a lui c'era un tale che Richard non era mai riuscito a inquadrare. Com
e d'altra parte non c'era riuscito nessun altro. Era magro e simile a un criceto
e aveva un naso straordinariamente lungo e ossuto; anzi, lunghissimo e ossutiss
imo. In realt..., somigliava alla discussa chiglia che nel 1983 aveva consentito
agli australiani di vincere la Coppa America, somiglianza su cui all'epoca si e
ra molto insistito, anche se naturalmente non davanti a lui. Nessuno aveva mai d
etto niente davanti a lui.
Nessuno.
Mai.
Tutti quelli che lo incontravano per la prima volta erano troppo sorpresi e imba
razzati dal suo naso per parlare; la seconda volta poi era peggio per via della
prima, e così via. Gli anni ormai erano passati, diciassette complessivamente. In
tutto quel tempo, lui se n'era rimasto imbozzolato nel silenzio. I camerieri del
college avevano preso da un pezzo l'abitudine di mettergli due diverse saliere,
con pepe e senape, a destra e a sinistra, perché nessuno gli avrebbe mai chiesto
di passargli qualcosa. Chiedere poi a qualcuno di sedersi di fronte a lui sarebb
e stato non solo poco gentile, ma anche assolutamente impossibile con quel naso
di mezzo.
L'altra cosa bizzarra in lui era una serie di gesti che faceva e ripeteva regola
rmente per tutta la sera. Consistevano nel picchiettare ognuna delle dita della
mano sinistra in ordine e quindi una delle dita della mano destra. A volte poi,
di tanto in tanto, picchiettava anche qualche altra parte del corpo, una nocca,
un gomito o un ginocchio. Quando doveva smettere per mangiare, attaccava in comp
enso a sbattere gli occhi e talvolta annuiva. Ovviamente, nessuno gli aveva mai
chiesto perché lo facesse, anche se tutti si rodevano dalla curiosit....
Richard non riusciva a vedere chi c'era seduto dopo di lui. Dall'altra parte, do
po il cadaverico vicino di Reg, c'era Watkin, il professore di materie classiche
, un uomo di una magrezza e di una stranezza terrificanti. Gli spessi occhiali s
enza montatura erano quasi cubi solidi di vetro, al cui interno sembrava che i s
uoi occhi conducessero un'esistenza indipendente, come due ciprini. Il naso era
abbastanza dritto e normale, ma al di sotto spuntava una barba identica a quella
di Clint Eastwood. Gli occhi vagavano come nuotando intorno alla tavola, mentre
lui sceglieva la persona a cui avrebbe parlato quella sera. Aveva creduto che l
a sua preda potesse essere uno degli ospiti, il capo di Radio Tre nominato di re
cente, che gli sedeva di fronte, ma purtroppo era gi... finito fra le spire del
direttore di musica del college e di un professore di filosofia. I due si stavan
o affannando a spiegare al pover'uomo esausto che la frase "troppo Mozart", data
ogni ragionevole definizione di quelle due parole, era un'espressione assolutam
ente contraddittoria in sé, e che qualunque discorso contenente una frase simile n
e veniva inficiato e di conseguenza non poteva proporsi come parte di un'argomen
tazione a sostegno di qualsivoglia strategia di programmazione. L'infelice aveva
gi... cominciato a stringere con troppa forza le posate. I suoi occhi saettavan
o qua e l... disperatamente in cerca di soccorso e fece l'errore di posarli su W
atkin.
"Buonasera," disse Watkin con un sorriso affascinante, muovendo il capo nel pi-
amichevole dei modi, dopo di che lasciò che il proprio sguardo vitreo si posasse s
ulla scodella di minestra appena arrivata, posizione dalla quale non l'avrebbe m
osso per nulla al mondo. Non ancora. Lasciamolo soffrire un po', quel gaglioffo.
Voleva che il salvataggio gli fruttasse almeno una buona mezza dozzina di tribu
ti in discorsi alla radio.
Oltre Watkin, Richard scoprì improvvisamente la fonte del chiocciare da ragazzina
che aveva salutato il giochetto di prestigio di Reg. Cosa piuttosto sorprendente
, era una ragazzina. Aveva circa otto anni, i capelli biondi e un'aria triste. S
e ne stava seduta e di tanto in tanto tirava calci stizzosi alla gamba del tavol
o. "Chi è quella?" chiese Richard stupito a Reg.
"Chi è cosa?" chiese Reg stupito a Richard.
Richard tese un dito di nascosto dalla sua parte. "La ragazza," sussurrò, "quella
ragazzina piccola piccola. È qualche nuova professoressa di matematica?"
Reg si allungò a guardarla. "Sai," disse sbalordito, "non ne ho la minima idea. Ma
i saputo niente di simile. Straordinario."
In quel momento a risolvere il problema intervenne l'uomo della Bbc, che improvv
isamente si svincolò dal placcaggio dialettico in cui lo avevano stretto i suoi vi
cini e disse alla ragazzina di piantarla di tirare calci al tavolo. Lei smise di
dare calci al tavolo e cominciò invece a dare calci all'aria con rinnovato vigore
. Lui le disse di fare uno sforzo per divertirsi e lei allora gli allungò un calci
o. Ciò introdusse un fugace barlume di piacere nella sua triste serata, ma non durò
a lungo. Il padre fece partecipe la tavolata in generale di ciò che pensava delle
baby-sitter che piantano in asso la gente, ma nessuno si sentì in grado di affront
are l'argomento.
"È chiarissimo," riprese il direttore di musica, "che stiamo aspettando da troppo
tempo un'importante stagione di Buxtehude. Sono certo che lei non vede l'ora di
porre rimedio a questa situazione alla prima opportunit...."
"Oh, be', sì," rispose il padre della ragazzina rovesciando la propria minestra. "
Ehm, cioè... non è lo stesso che Gluck, no?" La ragazzina tirò un altro calcio alla ga
mba del tavolo. Quando il padre la fissò con severit..., lei piegò la testa di lato
e gli chiese qualcosa a fior di labbra.
"Non ora," la redarguì lui pi- sommessamente che poté.
"E quando allora?"
"Dopo. Forse. Dopo vedremo."
Lei si inarcò stizzita contro lo schienale della sedia. "Tu dici sempre dopo," gli
sillabò senza parlare.
"Povera ragazzina," disse Reg. "In tutta la tavola non c'è un solo insegnante che
dentro di sé non si stia comportando esattamente così. Ah, grazie." Era arrivata la
minestra, distraendo la sua attenzione e quella di Richard.
"E dimmi un po'," fece Reg, dopo che entrambi avevano assaggiato un paio di cucc
hiaiate, arrivando ognuno per conto proprio alla medesima conclusione, e cioè che
non era un'esplosione di gusto, "di che cosa ti stai occupando, mio caro ragazzo
? Qualcosa che ha a che fare con i computer, mi dicono, e anche con la musica. C
redevo che qui avessi studiato inglese, anche se, me ne rendo conto, solo nel te
mpo libero." Scoccò un'occhiata significativa a Richard da sopra il bordo del cucc
hiaio di minestra. "Aspetta un momento," lo interruppe prima che Richard avesse
anche solo una possibilit... di cominciare, "mi sembra vagamente di ricordare ch
e quando eri qui avessi una specie di computer. Quand'era? Nel 1977?"
"Be', quello che nel 1977 chiamavamo computer in realt... era una specie di abac
o elettrico, ma..."
"Be', be', non sottovalutare l'abaco," disse Reg. "In mani esperte è uno strumento
di calcolo molto sofisticato. Inoltre, non ha bisogno di elettricit..., può esser
e fatto di qualsiasi materiale si abbia sotto mano e non va mai in tilt nel bel
mezzo di una parte importante di lavoro."
"Dunque un abaco elettrico sarebbe particolarmente inutile," disse Richard.
"Ammettiamolo," concesse Reg.
"In effetti, quella macchina non faceva molto di pi- di quello che si poteva far
e da soli in met... del tempo e con molti meno problemi," disse Richard, "ma d'a
ltra parte svolgeva in maniera eccellente il ruolo di allievo tardo e poco dotat
o."
Reg lo guardò perplesso.
"Non avevo mai pensato che li si ritenesse troppo pochi," disse. "Potrei colpirn
e una dozzina con un panino da dove sono seduto. "
"Non ne dubito. Ma provi a pensarla così. Qual è lo scopo vero nel cercare di insegn
are qualcosa a qualcuno?"
Sembrò che la domanda suscitasse un mormorio d'approvazione da un capo all'altro d
ella tavola.
"Quello che voglio dire," continuò Richard, "è che quando si vuole capire per davver
o qualcosa, il metodo migliore è quello di provare a spiegarla a qualcun altro. Ci
si costringe così a chiarirsela nella propria mente. Ma pi- l'allievo è tardo e poc
o dotato, pi- bisogna frammentare le cose in idee via via pi- semplici. È questa l
a vera essenza del lavoro di programmazione. Una volta che si sia arrivati a dis
tricare un'idea complicata in passi così piccoli da permettere anche a una stupida
macchina di affrontarla, si è sicuramente imparato qualcosa su di sé. In genere, l'
insegnante impara pi- dell'allievo. Non è forse vero?"
"Sarebbe difficile imparare molto meno dei miei allievi," si sentì brontolare da q
ualche parte del tavolo, "senza prima sottoporsi a una lobotomia anterofrontale.
"
"Così, per scrivere testi che avrei potuto terminare in un paio d'ore con una macc
hina per scrivere passavo giornate intere a lottare con quella macchina da 16K,
ma quello che trovavo affascinante era il lavoro di tentare di spiegare alla mac
china cosa volevo che facesse. In pratica mi feci un mio elaboratore di testi in
BASIC. Una semplice procedura di ricerca e sostituzione richiedeva circa tre or
e."
"Non me lo ricordo pi-, ma sei mai riuscito a portare a termine uno scritto?"
"Be', non esattamente. Non veri saggi, ma le ragioni per cui non lo feci erano a
ssolutamente interessanti. Per esempio, scoprii che..."
Si interruppe di colpo, ridendo di se medesimo.
"Fra l'altro, naturalmente suonavo le tastiere in un gruppo rock," aggiunse. "Il
che non era certo d'aiuto."
"Toh, questa non la sapevo," disse Reg. "Il tuo passato ha zone pi- oscure di qu
anto non mi sarei mai sognato. Caratteristica, direi, che lo accomuna a questa m
inestra." Si pulì con grande cu ra la bocca nel tovagliolo. "Un giorno di questi d
evo andare a fare due chiacchiere con il personale di cucina. Vorrei essere sicu
ro che usino i pezzi giusti e buttino via quelli che vanno buttati via. Dunque.
Un gruppo rock, dicevi. Bene, bene, bene. Santo cielo." "Gi...," disse Richard.
"Ci chiamavamo Il Complesso Ragionevolmente Buono, ma in realt... non lo eravamo
affatto. Nelle nostre intenzioni, dovevamo essere i Beatles dei primi anni otta
nta, ma avevamo consiglieri economici e legali molto migliori di quelli che ebbe
ro i Beatles, che in poche parole ci dicevano: 'Inutile che facciate tanta fatic
a' e noi rinunciammo. Lasciai Cambridge e feci la fame per tre anni."
"Ma non fu in quel periodo," disse Reg, "che ci capitò di incontrarci e tu mi dice
sti che te la passavi bene?"
"Come spazzino, sì. C'era una quantit... terrificante di rifiuti per le strade. Pi
- che a sufficienza, pensavo io, per una carriera intera. Comunque, mi siluraron
o perché scopavo i rifiuti nella zona di un altro spazzino."
Reg scosse la testa. "Una carriera che non faceva per te, ne sono certo. Ci sono
tantissimi mestieri in cui un atteggiamento simile assicurerebbe un rapido avan
zamento."
"Ne provai qualcuno, anche se mai molto pi- importanti. E non ne conservai nessu
no a lungo, perché ero sempre troppo stanco per farli come si deve. Mi facevo trov
are addormentato disteso sulle gabbie dei polli o sui cassonetti della spazzatur
a, a seconda del lavoro. Stavo su tutta la notte al computer, capisce, a insegna
rgli a giocare a Tre gattini ciechi, Per me era un obiettivo importante."
"Ne sono certo," convenne Reg. "Grazie," disse poi rivolto al cameriere del coll
ege che gli portava via il piatto di minestra mezzo pieno, "grazie mille. Tre ga
ttini ciechi, eh? Bene. Bene. Così, senza dubbio alla fine ci sei riuscito, il che
spiega la tua onorevole condizione attuale. È così?"
"Be', c'è qualcos'altro oltre a questo."
"Me lo sentivo che doveva esserci. Peccato però che non te lo sia portato dietro.
Avrebbe potuto allietare la povera signorina che al momento si vede imporre la n
ostra tediosa e poco garbata compagnia. Una rapida apparizione dei Tre gattini c
iechi probabilmente farebbe miracoli sul suo umore." Si chinò in avanti per sbirci
are, al di l... dei suoi due vicini di destra, la ragazzina, che continuava a di
menarsi sulla sedia.
"Ciao," le disse.
Lei alzò lo sguardo stupita, poi abbassò gli occhi timidamente, riprendendo a far do
ndolare le gambe.
"Cosa ti sembra peggio," si informò Reg, "la minestra o la compagnia?"
Lei fece una risatina controvoglia e si strinse nelle spalle, continuando a guar
dare in basso.
"Credo che tu sia saggia a non comprometterti in questa fase," continuò Reg. "Per
quanto mi riguarda, aspetto di vedere le carote prima di emettere un verdetto. L
e stanno facendo bollire dal fine settimana, ma temo che non sia abbastanza. L'u
nica cosa che potrebbe rivelarsi peggiore delle carote è Watkin. È quel tipo con que
gli stupidi occhiali seduto fra noi due. Il mio nome è Reg, fra l'altro. Vieni pur
e a darmi un calcio, quando hai un momento di tempo."
La ragazzina ridacchiò e sbirciò di sotto in su Watkin, che si irrigidì e fece un tent
ativo terribilmente mal riuscito di ridere allegramente.
"Bene, ragazzina," le disse goffamente e lei dovette disperatamente respingere u
no scoppio di risa alla vista dei suoi occhiali. Non ne nacque una grande conver
sazione, ma la piccola aveva trovato un alleato e cominciava a divertirsi un poc
hino. Il padre le scoccò un sorriso di sollievo.
Reg tornò a girarsi verso Richard, che gli chiese bruscamente: "Lei ha famiglia?"
"Ehm... no," rispose Reg sottovoce. "Ma dimmi. Dopo I tre gattini ciechi, cos'è su
ccesso?"
"Insomma, per far breve una storia lunga, Reg, sono finito a lavorare per la Way
Forward Technologies..."
"Ah, sì, il famoso signor Way. Di' un po', com'è lui?" Richard era sempre leggerment
e infastidito da questa domanda, probabilmente perché gliela facevano troppo spess
o. "Meglio e peggio di come lo rappresenta la stampa. A me veramente piace parec
chio. Come tutte le persone ispirate, a volte può essere piuttosto difficile, ma i
o lo conosco fin dai primissimi tempi della ditta, quando sia il suo che il mio
nome non valevano una cicca. È in gamba. L'unica cosa è che è meglio non dargli il pro
prio numero di telefono finché non si è in possesso di una segreteria telefonica di
tipo industriale."
"Cosa? Come mai?"
"Be', è una di quelle persone che riescono a pensare solo mentre parlano. Quando h
a un'idea, deve esporla a chiunque sia disposto ad ascoltarlo. Oppure, quando le
persone non sono di sponibili, cosa che succede sempre pi- spesso, va benissimo
anche la loro segreteria telefonica. Lui semplicemente telefona e parla. Ha una
segretaria il cui unico compito è quello di andare in giro a prendere le cassette
dalla gente a cui probabilmente ha telefonato, trascriverle, ordinarle e fornir
gli il giorno dopo il testo sistemato in una cartelletta blu."
"Blu, eh?"
"Non mi chieda perché non si limita a usare un registratore," disse Richard con un
'alzata di spalle.
Reg rifletté sulla cosa. "Immagino che non usi un registratore perché non gli piace
parlare a se stesso," disse. "C'è una logica in questo. A suo modo."
Mangiò un boccone del porc au poivre appena arrivato e lo ruminò per un po' prima di
posare delicatamente per un istante coltello e forchetta.
"E quindi," disse alla fine, "qual è il ruolo del giovane MacDuff in tutto ciò?"
"Be', Gordon mi incaricò di elaborare una grossa parte di programma per la Apple M
acintosh. Prospetti economici, contabilit..., cose del genere, potente, facile d
a usare, parecchia grafica. Gli chiesi che cosa voleva esattamente che ci mettes
si, ma lui mi rispose soltanto: 'Tutto. Per quella macchina voglio il massimo de
l software commerciale, che canti e che balli'. E avendo una testa leggermente b
izzarra, io lo presi alla lettera.
Vede, un modello numerico può rappresentare qualsiasi cosa si voglia, può essere uti
lizzato per tracciare la mappa di una superficie o per regolare un qualunque pro
cesso dinamico, e così via. E qualsiasi gruppo di conti aziendali è, in ultima anali
si, un modello numerico. Così io mi misi a sedere e feci un programma che prendess
e quei numeri e ne facesse ciò che si desiderava. Se si vuole soltanto un istogram
ma, li riduce a istogramma, se li si vuole vedere sotto forma di tabella a torta
o di diagramma di dispersione ne fa una tabella a torta o un diagramma di dispe
rsione. Se si vuole che dalla tabella a torta saltino fuori delle ragazze che ba
llano, per distrarre l'attenzione dai dati effettivamente rappresentati, il prog
ramma può fare anche quello. Oppure, per esempio, si possono trasformare i dati in
uno stormo di gabbiani, in cui la formazione di volo e il modo in cui battono l
e ali di ciascun gabbiano sono determinati dalla resa dei vari settori della dit
ta. Ottimo per produrre logos aziendali animati, che però significano qualcosa.
Ma la caratteristica pi- stupida di tutte era che, se lo si voleva, si poteva fa
re in modo che i conti della ditta venissero rappresentati da un brano musicale.
Almeno, io pensavo che fosse stupida. Il mondo aziendale ci andava pazzo."
Reg lo guardò solennemente da sopra un pezzo di carota in precario equilibrio sull
a forchetta alzata davanti a sé, ma non lo interruppe.
"Vede, ogni aspetto di un brano musicale può essere espresso come una sequenza o u
n modello numerico," si accalorò Richard. "I numeri possono esprimere l'altezza de
lle note, la lunghezza delle note, modelli di altezza e di lunghezza..."
"Vuoi dire il motivo," fece Reg. La carota non si era ancora mossa.
Richard sorrise.
"Motivo sarebbe un ottimo termine in questo caso. Devo ricordarmelo."
"Ti aiuter... a esprimerti con maggiore facilit...." Reg rimise la carota nel pi
atto, senza averla assaggiata. "E alla fine, questo software andò bene?" chiese.
"Qui da noi non molto. I rendiconti annuali di quasi tutte le aziende britannich
e producevano suoni che sembravano la Marcia Funebre del Saul, ma in Giappone ci
si buttarono sopra come un branco di topi. Ne venne fuori una serie di allegri
inni aziendali che partivano bene ma, dovendo fare una critica, probabilmente si
sarebbe dovuto dire che nel finale tendevano a diventare un po' forti e stridul
i. Da un punto di vista commerciale, negli Stati Uniti, che era la cosa principa
le, fu un affare spettacolare. Ma ciò che mi interessa di pi- al momento è cosa succ
ede se si lascia perdere la contabilit.... Trasformare i numeri che rappresentan
o il battito d'ala di una rondine direttamente in musica. Che cosa si sentirebbe
? Secondo Gordon, certamente non il suono dei registratori di cassa."
"Affascinante," disse Reg, "davvero affascinante," e finalmente introdusse la ca
rota in bocca. Poi si girò e si sporse in avanti per parlare alla sua nuova amiche
tta.
"Watkin ha perso," annunciò. "Le carote hanno raggiunto un nuovo minimo storico. M
i spiace, Watkin, ma per quanto tu sia terribile, temo che le carote siano a liv
elli mondiali."
La ragazzina rise pi- liberamente della volta prima e gli fece un sorriso. Watki
n stava provando a prendere tutto ciò con spirito, ma mentre i suoi occhi fluttuav
ano fino a Reg era evidente che era abituato a spiazzare pi- che a essere spiazz
ato.
"Pap..., per favore, ora posso?" Con la sicurezza, sia pur tenue, appena acquisi
ta, la piccola aveva trovato anche la voce. "Dopo," insistette il padre.
"Ma ora è gi... dopo. Ho guardato l'orologio."
"Be'..." Ebbe un'esitazione e fu perduto.
"Siamo stati in Grecia," annunciò la ragazzina con voce esile ma reverenziale.
"Ah, sì?" disse Watkin con un lieve cenno del capo. "Bene, bene. In qualche posto
in particolare o in Grecia in generale?"
"Patmos," disse lei con decisione. "Era bella. Secondo me, Patmos è il posto pi- b
ello di tutto il mondo. A parte il fatto che il traghetto non arrivava mai quand
o doveva. Mai, mai. Io guardavo l'orologio. Abbiamo perso l'aereo, ma a me non i
mportava."
"Ah, Patmos, sì, sì," disse Watkin, chiaramente interessato dalla notizia. "Bene, qu
ello che tu devi capire, signorina, è che i greci, non contenti di aver dominato l
a cultura del mondo classico, sono anche gli ispiratori della pi- grande, porrem
mo dire l'unica, opera di autentica immaginazione creativa prodotta in questo se
colo. Mi riferisco naturalmente agli orari dei traghetti greci. Un'opera di fant
asia delle pi- sublimi. Chiunque abbia viaggiato nell'Egeo te lo confermer.... M
mmm, gi.... Credo di sì."
Lei si accigliò.
"Ho trovato un vaso," fece.
"Probabilmente una sciocchezza," la interruppe frettolosamente il padre. "Sapete
com'è. Tutti quelli che vanno in Grecia per la prima volta credono di aver trovat
o un vaso, no? Ah, ah."
Vi furono unanimi segni d'assenso. Era vero. Seccante, ma vero.
"Io l'ho trovato nel porto," disse lei, "nell'acqua. Mentre aspettavamo quell'ac
cidente di traghetto."
"Sarah! Ti ho detto..."
"Eri tu che lo chiamavi così. E anche peggio. Lo chiamavi con parole che non crede
vo nemmeno che conoscessi. Comunque, pensavo che visto che qui tutti sono così int
elligenti, dovrebb/e esserci qualcuno capace di dirmi se è una cosa autentica dell
a Grecia antica o no. Secondo me è molto vecchio. Non glielo faresti vedere, pap..
.?"
Il padre si strinse nelle spalle rassegnato e cominciò a frugare sotto la sedia.
"Lo sapevi, signorina," le disse Watkin, "che il libro dell'Apocalisse è stato scr
itto a Patmos? È così. Da san Giovanni l'Evangelista, come sai. A me sembra che most
ri chiarissimi segni del fatto che è stato scritto aspettando un traghetto. Eh gi.
... Io la penso così. Comincia, no, con quell'atmosfera sognante che si ha quando
si deve far passare del tempo, annoiandosi, fantasticando, per poi pian piano cr
escere fino a una specie di picco di disperazione allucinatoria. Lo trovo molto
suggestivo. Forse dovresti scriverci qualcosa in proposito." Le fece un cenno co
n la testa. Lei lo guardò come se fosse matto.
"Bene, eccolo qua," disse il padre, poggiando pesantemente l'oggetto sulla tavol
a. "Un semplice vaso, come vedete. Lei ha solo sei anni," soggiunse con un sorri
so sgradevole, "vero, tesoro?"
"Sette," disse Sarah.
Il vaso era piuttosto piccolo, alto una dozzina di centimetri e largo, nel punto
massimo, circa dieci. Il corpo era quasi sferico, con un collo strettissimo che
si elevava di un paio di centimetri. Il collo e una met... circa della superfic
ie avevano decorazioni di terracotta, ma le parti del vaso che si riusciva a ved
ere erano di un ruvido materiale rossiccio.
Sarah lo prese e lo cacciò nelle mani del professore seduto alla sua destra.
"Tu hai l'aria sveglia," gli disse. "Dimmi cosa ne pensi."
Il professore lo prese e lo rigirò con una faccia leggermente sdegnosa. "Sono sicu
ro che se gratti il fango dal fondo," scandì spiritosamente, "probabilmente ci tro
vi scritto 'Made in Birmingham'."
"Vecchio, eh?" disse il padre di Sarah con una risatina forzata. "È passato molto
tempo da quando qui da noi si faceva qualcosa.
"Comunque," disse il professore, "non è il mio campo, io sono un biologo molecolar
e. Qualcun altro vuole dargli un'occhiata?"
La domanda non venne accolta da grida di entusiasmo, ma nondimeno il vaso passò di
mano in mano fino all'estremit... della tavolata seguendo un percorso irregolar
e. Venne scrutato con occhi strabici attraverso lenti al quarzo, sbirciato attra
verso occhiali cerchiati di corno, osservato sopra lenti a mezzaluna e intravist
o strizzando gli occhi da qualcuno che aveva dimenticato gli occhiali nell'altro
vestito che, temeva fortemente, ormai si trovava in tintoria. Apparentemente, n
essuno sapeva quanto fosse vecchio né se ne curava pi- di tanto. La faccia della r
agazzina assunse nuovamente un'espressione sconsolata.
"Compagnia di citrulli," disse Reg a Richard. Prese ancora una volta una saliera
d'argento e la sollevò in alto.
"Signorina," disse sporgendosi in avanti per parlarle.
"Oh, adesso basta, vecchio scemo," borbottò l'anziano archeologo Cawley, appoggian
dosi allo schienale e mettendosi le mani sulle orecchie.
"Signorina," ripeté Reg, "guarda questa semplice saliera d'argento. Guarda questo
semplice cappello."
"Quello non è un cappello," disse la piccola imbronciata. "Oh," fece Reg, "un mome
nto, per favore" e andò a prendere il suo berretto di lana rossa.
"Guarda," disse di nuovo, "questa semplice saliera d'argento. Guarda questo semp
lice berretto di lana. Metto la saliera nel berretto, così, e ti passo il berretto
. La parte successiva del gioco, mia cara signorina... sta a te."
Le porse il berretto dietro le spalle dei due vicini che li separavano, Cawley e
Watkin. Lei prese il berretto e vi guardò dentro.
"Dov'è finito?" chiese con gli occhi fissi nel berretto. "È dove l'hai messo tu," ri
spose Reg.
"Oh," disse Sarah, "capisco. Be'... questo non era tanto bello." Reg si strinse
nelle spalle. "Un giochetto umile, che però mi procura piacere," disse e tornò a gir
arsi verso Richard. "Allora, di cosa stavamo parlando?"
Richard lo guardò con una leggera sensazione di sbigottimento. Sapeva che il profe
ssore era sempre stato incline a improvvisi e stravaganti sbalzi d'umore, ma ora
sembrava che tutta la sua cordialit... si fosse prosciugata d'un colpo. Adesso
esibiva quella stessa espressione distratta che Richard gli aveva visto in facci
a quella sera appena arrivato davanti alla porta, apparentemente del tutto inasp
ettato. Reg sembrò percepire lo sconcerto di Richard e rapidamente risfoderò un sorr
iso.
"Mio caro ragazzo!" disse. "Mio caro ragazzo! Mio caro, caro ragazzo! Cosa stavo
dicendo?"
"Ehm, stava dicendo 'Mio caro ragazzo'."
"Gi..., ma sono sicuro che preludeva a qualcosa. Una specie di breve toccata sul
tema di che ragazzo splendido tu sia, prima di introdurre l'argomento principal
e del mio discorso, la cui natura al momento mi sfugge. Tu non hai idea di cosa
stavo per dire?"
"No."
"Ah. Be', suppongo che dovrei esserne compiaciuto. Se tutti sapessero esattament
e quello che sto per dire, allora sarebbe inutile che lo dicessi, no? Ordunque,
come se la sta cavando il vaso della nostra giovane ospite?"
L'oggetto era arrivato a Watkin, il quale si proclamò privo di competenza su ciò che
facevano gli antichi per berci dentro, ed esperto solo di quanto ne avevano scr
itto come risultato. Disse che tutti loro dovevano invece inchinarsi di fronte a
l sapere e all'esperienza di Cawley e cercò di rifilargli il vaso.
"Ho detto," ripeté, "che tutti noi dobbiamo inchinarci al suo sapere e alla sua es
perienza. Oh, per tutti i santi, si tolga le mani dalle orecchie e dia un'occhia
ta a questo affare."
Gentilmente, ma con fermezza, allontanò la mano destra dì Cawley dall'orecchio, gli
spiegò la faccenda ancora una volta e gli porse il vaso. Cawley eseguì un esame rapi
do ma chiaramente esperto.
"Sì," disse, "direi che ha circa duecento anni. Molto rozzo. Un esemplare del suo
genere molto grezzo. Completamente privo di valore, naturalmente."
Lo depose con mossa perentoria e il suo sguardo vagò fino alla vecchia galleria di
poeti, i cui personaggi per qualche ragione sembravano irritarlo.
L'effetto su Sarah fu immediato. Gi... scoraggiata, la cosa la depresse del tutt
o. Si morse le labbra e si adagiò contro la sedia, sentendosi ancora una volta com
pletamente fuori posto e puerile.
Il padre le scoccò un'occhiata ammonitrice contro i cattivi comportamenti, poi di
nuovo si scusò per lei.
"Allora, Buxtehude," si affrettò a riprendere, "gi..., il buon vecchio Buxtehude.
Vedremo cosa possiamo fare. Mi dica..." "Signorina," si intromise una voce, arro
chita dallo stupore, "tu sei chiaramente una maga e un'incantatrice dai poteri p
rodigìosi! "
Tutti gli occhi si appuntarono su Reg, vecchio esibizionista. Aveva afferrato il
vaso e lo stava fissando con fanatica attenzione. Girò lentamente gli occhi sulla
ragazzina, come soppesando per la prima volta la forza di un temibile avversari
o.
"Mi inchino a te," sussurrò. "Per quanto indegno di parlare al cospetto di poteri
quali i tuoi, ti prego di lasciare che mi congratuli con te per una delle pi- se
nsazionali manifestazioni dell'arte magica cui abbia avuto il privilegio di assi
stere!"
Sarah lo fissava spalancando gli occhi sempre di pi-.
"Posso mostrare a queste persone il tuo operato?" chiese tutto serio.
Lei annuì impercettibilmente e lui batté il vaso poco prima prezioso, ma ora tristem
ente screditato, sul tavolo con un colpo secco.
Si spaccò in due parti irregolari, facendo cadere la creta cotta di cui era circon
dato in frammenti appuntiti sulla tavola. Una met... del vaso cadde, l'altra rim
ase in piedi.
Sarah strabuzzò gli occhi davanti alla saliera d'argento del college, macchiata e
annerita ma chiaramente riconoscibile, imprigionata fra i resti del vaso.
"Vecchio scemo rimbambito," mormorò Cawlev.
Non appena si spense la generale deplorazione e condanna di quello sciocco gioch
etto di societ..., che non poté minimamente smorzare l'ammirazione negli occhi di
Sarah, Reg si voltò verso Richard e gli disse con aria da niente:
"Chi era quel tuo amico di qui, l'hai pi- rivisto? Un tipo con uno strano nome e
st europeo. Svlad qualche cosa. Svlad Cjelli. Te lo ricordi?"
Per un momento Richard lo guardò senza capire.
"Svlad?" disse. "Oh, vuol dire Dirk. Dirk Cjelli. No. Non siamo rimasti in conta
tto. Ci siamo incontrati un paio di volte per strada, ma nient'altro. Credo che
di tanto in tanto cambi nome. Come mai me lo domanda?"

Capitolo Cinque...
In cima al suo promontorio roccioso, il Monaco Elettrico continuava a starsene s
eduto su un cavallo che, silenziosamente e senza lamentarsi, dimagriva. Da sotto
il suo cappuccio di lana grezza il Monaco osservava senza battere ciglio la val
lata che gli dava problemi, ma c'era un problema nuovo e terribile per il Monaco
, e cioè: il Dubbio.
Non ne aveva da molto tempo, ma ora che l'aveva lo rodeva alle radici del suo st
esso essere.
La giornata era calda; il sole splendeva in un cielo vuoto e caliginoso, picchia
ndo sulle pietre grigie e sull'erba rada e secca. Tutto era immobile, compreso i
l Monaco. Ma nella sua testa strane cose cominciavano ad agitarsi, come succedev
a di tanto in tanto quando qualche dato, passando dal gestore di input, prendeva
un indirizzo sbagliato.
Poi però il Monaco cominciò a credere, all'inizio incertamente e nervosamente, quind
i con una Fede temprata alla fiamma ossidrica che sovvertiva tutte le precedenti
convinzioni (compresa quell'idiozia secondo cui la valle era rosa) che gi- nell
a valle, da qualche parte, pi- o meno a un paio di chilometri da dove se ne stav
a seduto, di li a poco si sarebbe aperto un varco misterioso che dava accesso a
un mondo distante e strano, un varco attraverso il quale lui avrebbe potuto pass
are. Un'idea sbalorditiva.
Per quanto sbalorditiva, tuttavia, questa volta aveva assolutamente ragione.
Il cavallo percepì che qualcosa bolliva in pentola.
Rizzò le orecchie e scosse dolcemente la testa. A furia di fissare lo stesso grupp
o di rocce da così tanto tempo, era caduto in una sorta di trance ed era lì lì per cre
dere anche lui che fossero rosa. Scosse la testa con pi- vigore.
Un leggero strattone delle redini e una spronatina dei talloni del Monaco ed ecc
oli partiti, scegliendo con cura il cammino gi- per il declivio pietroso. La str
ada era impervia. In buona parte era composta da scisto irregolare, scisto irreg
olare marrone e grigio, con qualche pianta marrone e verde qua e l... che si att
accava a una precaria esistenza. Il Monaco ne prese nota senza alcun imbarazzo.
Adesso era un Monaco pi- vecchio e pi- saggio, che si era lasciato alle spalle o
gni infantilismo. Vallate rosa, tavoli ermafroditi erano tutte fasi naturali att
raverso cui bisognava passare per arrivare alla vera conoscenza.
Il sole picchiava duro. Il Monaco si deterse il sudore e la polvere dal volto e
si fermò, curvo in avanti sul collo del cavallo. Aguzzò la vista gi- in basso, nell'
abbacinante foschia da calura, verso un vasto affioramento di pietre che si trov
ava in fondo alla valle. L..., dietro l'affioramento, era il luogo dove il Monac
o riteneva, o meglio credeva appassionatamente con tutto il suo cuore, che sareb
be apparsa la porta. Cercò di metterlo a fuoco pi- chiaramente, ma i particolari d
ella visione fluttuavano confusamente nelle correnti di aria calda.
Raddrizzatosi sulla sella, stava per spronare di nuovo il cavallo quando notò una
cosa piuttosto strana. Su una vicina parete di roccia abbastanza liscia, così vici
na in effetti che il Monaco si stupì di non essersene accorto prima, c'era una vas
ta pittura. Era di disegno rozzo, anche se non privo di una sua eleganza nel tra
tto morbido; sembrava assai vecchio, forse addirittura molto, molto vecchio. Il
colore era sbiadito, scrostato e a chiazze, per cui faceva fatica a distinguere
chiaramente che cosa vi fosse rappresentato. Il Monaco si avvicinò un po' di pi- a
l dipinto. Sembrava una scena di caccia primitiva.
Il gruppo di creature violacee, dai molti arti, erano chiaramente antichi caccia
tori. Impugnavano rozze lance e inseguivano con accanimento un essere dotato di
ampie corna e di corazza, chiaramente ferito nel corso della caccia. I colori er
ano ormai così stinti da essere quasi scomparsi. Praticamente, tutto ciò che si rius
civa a vedere era il bianco dei denti dei cacciatori, che sembravano rifulgere c
on un candore non intaccato nella sua luminosit... dal passare di quelle che pro
babilmente erano parecchie migliaia di anni. Facevano addirittura sfigurare i de
nti del Monaco stesso, che pure se li era lavati quella mattina.
Il Monaco aveva gi... visto dipinti come quello, ma solo in fotografia o alla Tv
, mai nella vita reale. In genere, li si poteva trovare nelle grotte, al riparo
dagli elementi, altrimenti non si salvavano.
Il Monaco osservò con maggiore attenzione le immediate vicinanze della parete di r
occia e notò che, per quanto non fosse esattamente una grotta, era comunque ripara
ta da una grossa sporgenza e difesa dal vento e dalla pioggia. Strano, tuttavia,
che fosse riuscita a durare così nel tempo. Ancora pi- strano che apparentemente
nessuno l'avesse mai scoperta. Le pitture rupestri come quella erano tutte immag
ini famose e familiari, ma questa non l'aveva mai vista prima di allora.
Magari quello che aveva appena fatto era un ritrovamento importantissimo, storic
o. Magari se fosse tornato in citt... e avesse annunciato questa scoperta l'avre
bbero accolto a braccia aperte, forse gli avrebbero dato una nuova scheda madre
e avrebbero lasciato che credesse... credesse... credesse a cosa? Si fermò, batté le
palpebre e scosse la testa: chiaramente, era stato un momentaneo errore di sist
ema.
Si bloccò di colpo.
Credeva in una porta. Doveva trovare quella porta. La porta era la via verso...
verso...
La Porta era La Via.
Bene.
Le maiuscole erano sempre il modo migliore di cavarsela con tutto ciò per cui non
si aveva una buona risposta.
Bruscamente, fece girare la testa del cavallo con uno strattone e lo sospinse av
anti, in basso. Qualche altro minuto di delicate evoluzioni e raggiunsero il fon
do della valle, dove per un istante rimase sconcertato nello scoprire che lo str
ato superficiale di polvere fine che ricopriva la terra riarsa era effettivament
e di un rosa marroncino pallidissimo, soprattutto sulle rive del lento rigagnolo
di fango, quanto restava nella stagione calda del fiume che dopo le piogge scor
reva nella valle. Smontò da cavallo e si chinò per toccare la polvere rosa e farsela
scorrere fra le dita. Era finissima e morbida e gli dette una sensazione piacev
ole quando se la passò sulla pelle. Aveva pressappoco lo stesso colore, forse appe
na un poco pi- pallida.
Il cavallo lo guardava. Si rese conto, probabilmente con un discreto ritardo, ch
e la bestia doveva avere una gran sete. Lui stesso aveva una gran sete, ma aveva
cercato di non pensarci. Slacciò la fiaschetta dell'acqua dalla sella. Era pateti
camente leggera. Ne svitò il tappo e bevve un'unica sorsata. Poi ne versò un po' nel
la mano a coppa e la offrì al cavallo, che la leccò avidamente in un batter d'occhio
.
Il cavallo lo guardò di nuovo.
Il Monaco scosse tristemente la testa, richiuse il contenitore e lo rimise al su
o posto. In quella piccola parte della testa in cui teneva le informazioni logic
he relative ai fatti, sapeva che non sarebbe durata ancora a lungo e che senza a
cqua nemmeno loro sarebbero durati a lungo. A spingerlo avanti era solo la sua F
ede, al momento la Fede nella Porta.
Spazzolandosi la polvere rosa dal suo grezzo indumento, si raddrizzò a guardare l'
affioramento pietroso, distante appena qualche centinaio di metri. Lo guardò non s
enza una leggera, minima trepidazione. Benché la gran parte di lui fosse ben salda
nella sua eterna e incrollabile Fede che dietro l'affioramento ci fosse una Por
ta, e che La Porta fosse La Via, tuttavia quella minuscola parte del suo cervell
o che capiva la situazione dell'acqua non poteva fare a meno di ricordare le del
usioni passate e fece risuonare una minuscola ma irritante nota di prudenza.
Se avesse deciso di non andare a vedere La Porta di persona, avrebbe potuto cont
inuare a crederci in eterno. Sarebbe stata il polo magnetico di tutta la sua vit
a (di quel poco che ne rimaneva, disse la parte del suo cervello che sapeva dell
a fiaschetta dell'acqua).
Se invece andava a rendere onore alla Porta e quella non c'era... cosa sarebbe s
uccesso, allora?
Il cavallo nitrì con impazienza.
La risposta, naturalmente, era semplicissima. Aveva un'intera scheda di circuiti
per valutare con esattezza il problema, che anzi era precisamente il cuore del
suo funzionamento. Avrebbe continuato a crederci quali che si rivelassero i fatt
i, perché qual altro era il significato della Fede?
La Porta doveva essere lì, anche se non c'era.
Si ricompose. La Porta doveva esserci e ora lui doveva andarci, perché La Porta er
a La Via,
Invece di montare di nuovo a cavallo, lo condusse a mano. La Via era solo a due
passi e lui doveva presentarsi al cospetto della Porta con umilt....
Ardito ed eretto, camminava con solenne lentezza. Si avvicinò all'affioramento di
rocce. Lo raggiunse. Girò l'angolo. Guardò. La Porta era lì.
Il cavallo, bisogna dirlo, ne fu davvero sorpreso.
Il Monaco cadde in ginocchio, timorato e perplesso. Si era talmente preparato a
far fronte alla delusione che in genere lo perseguitava che, per quanto non sare
bbe mai stato capace di ammetterlo, si ritrovava completamente sprovveduto davan
ti al fatto. Fissò La Porta in un puro e semplice errore di sistema. Era una porta
come non ne aveva mai viste in vita sua. Le porte che conosceva erano grossi ag
geggi, con rinforzi in acciaio, per via di tutte le lavastoviglie e i videoregis
tratori che ci stavano dietro, oltre naturalmente a tutti i costosi Monaci Elett
rici necessari a credere in tutto ciò. Quella lì invece era semplice, di legno, picc
olina, pressappoco della sua statura. Una porta a dimensione di Monaco, dipinta
di bianco, con una sola maniglia di ottone leggermente ammaccata posta di lato,
poco pi- in basso della met.... Era inserita semplicemente nella parete di rocci
a, senza alcuna spiegazione riguardo alle sue origini o al suo scopo.
Senza capire come osasse, il povero Monaco sbigottito si trascinò in piedi e, semp
re conducendo a mano il suo cavallo, avanzò nervosamente verso di essa. Vi arrivò e
la toccò. Fu così sorpreso che non partisse nessun allarme che fece un salto indietr
o. La toccò di nuovo, stavolta con pi- sicurezza.
Lasciò scivolare la mano verso la maniglia: ancora niente allarmi. Aspettò per esser
e sicuro, poi la girò, molto, molto delicatamente. Sentì il meccanismo che scattava.
Trattenne il fiato. Niente. Tirò verso di sé la porta, che si aprì docilmente. Guardò d
entro ma, in confronto al sole del deserto di fuori, era così buio che non vide ni
ente. Alla fine, mezzo morto dalla meraviglia, entrò, tirandosi dietro il cavallo.
Pochi minuti dopo, una figura che era rimasta seduta fuori del campo visivo diet
ro l'affioramento di rocce adiacente, smise di strofinarsi la polvere sulla facc
ia, si alzò in piedi, si stirò gli arti e fece ritorno verso la porta, dandosi grand
i manate sugli abiti.

Capitolo Sei...
In Xanadu ha voluto Kubla Khan
Elevata una maestosa casa di piacere
Il lettore chiaramente apparteneva a quella scuola di pensiero secondo cui per r
endere al meglio il senso della seriet... o della grandezza di una poesia bisogn
a leggerla in tono stupido. Si librava e poi calava in picchiata sulle parole, c
osì che queste sembravano correre al riparo, piegate in due.
Dove scorre Alph, il fiume sacro,
Per caverne a dismisura d'uomo
Verso un mare che non vede il sole.
Richard tornò a rilassarsi sulla sedia. Le parole gli erano molto, molto familiari
, come non potevano non esserlo per qualsiasi laureato in inglese del St Cedd's
College, e gli si adagiavano con naturalezza nella mente.
Il legame del college con Coleridge veniva preso parecchio sul serio, nonostante
la ben nota propensione dell'uomo per una qualche inclinazione alle sostanze ch
imiche psicotoniche sotto il cui influsso, in sogno, era stata composta anche qu
est'opera, la sua pi- grande.
Il manoscritto completo veniva conservato al sicuro nella cassaforte della bibli
oteca del college e, nella consueta occasione della Cena per Coleridge, la poesi
a si leggeva dal manoscritto stesso.
Così due volte cinque miglia di fertile terreno
Sono state cinte di torri e di muraglie:
E l... fiorivano di giardini lucenti di sinuose correnti
Dove molti alberi d'incenso erano in fiore;
E l... sorgevano foreste antichissime
Che cingevano radure verdi piene di sole.
Richard si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto. Gettò un'occhiata di lato al suo
ex Direttore degli Studi e si sentì infastidito dalla sua posa di lettura ferma e
risoluta. A tutta prima, la voce cantilenante lo irritò, ma di lì a poco cominciò inv
ece a cullarlo; si mise a osservare un rivolo di cera che traboccava dal bordo d
i una candela ormai quasi completamente consumata, la cui luce sempre pi- langui
da cadeva sui miseri resti della cena.
Ma oh! quel baratro romantico profondo, fessura
Della collina verde attraverso la copertura di cedri!
Luogo selvaggio! sacro ed incantato
Quanto mai luogo visitato sotto luna calante
Da gemiti di donna per il demone amante!
La modesta quantit... di Chiaretto che si era concesso nel corso del pasto gli s
correva nelle vene riscaldandogliele e ben presto la sua mente cominciò a vagare;
stimolata dalla domanda fattagli poco prima da Reg durante la cena, si chiese ch
e cosa ne fosse stato poi del suo ex... "amico" era la parola giusta? Pi- che un
a persona, sembrava una serie di eventi straordinari. L'idea che avesse effettiv
amente veri e propri amici non era esattamente improbabile; sembrava però che le d
ue cose non andassero insieme, un po' come pensare che la crisi di Suez fosse sc
oppiata a causa di una focaccina.
Svlad Cjelli. Popolarmente noto come Dirk, anche se, pure qui, "popolare" non er
a proprio la parola giusta. Famigerato, casomai; ricercato, eternamente chiacchi
erato, anche queste cose erano vere. Ma popolare? Solamente nel senso in cui pot
eva esserlo un grave incidente in autostrada: tutti rallentano per dare un'occhi
ata, ma nessuno vuole avvicinarsi troppo alle fiamme. Ignobile, gli si addiceva
di pi-. Svlad Cjelli, ignobilmente noto come Dirk.
Rispetto alla media degli studenti, era pi- rotondo e portava pi- cappelli. Per
meglio dire, c'era un solo cappello che metteva abitualmente, ma se lo metteva c
on una passione rara in una per sona tanto giovane. Era un cappello rosso scuro
e rotondo, con una tesa molto piatta e sembrava muoversi su un giunto cardanico,
cosa che ne assicurava la perfetta orizzontalit... in qualsiasi momento, indipe
ndentemente dai movimenti della testa del suo proprietario. Come cappello, pi- c
he un accessorio del tutto convincente, era un oggetto notevole. Avrebbe potuto
essere un ornamento elegante, di stile, armonioso e decorativo soltanto sopra un
a lampada da comodino, ma non altrove.
La gente gli ronzava attorno, attratta dalle storie che lui stesso negava; d'alt
ra parte, non si capì mai di preciso quale fosse l'origine di quelle storie, a par
te le sue smentite.
Le voci parlavano di poteri psichici che si diceva avesse ereditato dal ramo mat
erno della famiglia che, sosteneva lui, aveva vissuto nella parte pi- chic della
Transilvania. Cioè, lui non aveva mai sostenuto niente del genere e diceva anzi c
he quelle erano sciocchezze e assurdit... totali. Negava strenuamente che nella
sua famiglia ci fossero mai stati vampiri di sorta e minacciava di perseguire le
galmente chiunque diffondesse simili invenzioni tendenziose, ma indossava con os
tentazione un ampio soprabito di cuoio svolazzante e nella stanza aveva una di q
uelle macchine a cui ci si appende a testa in gi- per farsi passare il mal di sc
hiena. Faceva in modo che le persone lo sorprendessero sospeso a questa macchina
a tutte le ore pi- strane del giorno e ancor pi- della notte, solo per poter po
i smentire vigorosamente che la cosa avesse un qualche significato.
Grazie alla divulgazione strategica di un'ingegnosa serie di smentite delle cose
pi- eccitanti ed esotiche, era riuscito a creare la leggenda di essere un vampi
ro psichico, mistico, telepatico, visionario, chiaroveggente e psicosassico.
Cosa voleva dire "psicosassico"?
La parola era sua, e lui ne smentiva vigorosamente qualsiasi significato.
E da quel baratro ribollendo in continuato tumulto,
Come se in ansimi rapidi e frequenti respirasse la terra.
Un getto potente erompeva improvviso:
E nel suo rapido semi-intermittente scoppio
Schegge enormi roteavano...
Dirk inoltre era perennemente al verde. Ma le cose dovevano cambiare.
A cominciare fu il suo compagno di stanza, un tipo credulone di nome Mander che,
a quanto si diceva, probabilmente era stato scelto da Dirk proprio per la sua c
redulit....
Steve Mander si accorse che ogni qual volta Dirk andava a letto ubriaco parlava
nel sonno. Non solo, ma le cose che diceva nel sonno erano di questo genere: "L'
apertura delle vie commerciali verso il borbotto borbotto mugugno segnò la svolta
nella crescita dell'impero nel ronf-ronf fesserie borbotto. Svolgimento".
... come rimbalzi di grandine,
O come pula e frumento sotto i colpi del trebbiatore:
La prima volta che ciò accadde, Steve Mander balzò a sedere sul letto. Mancava poco
agli esami preliminari del secondo anno e quello che Dirk aveva detto, o accorta
mente borbottato, suonava stranamente come una domanda quanto mai probabile allo
scritto di Storia dell'Economia.
Mander si alzò silenzìosamente, si avvicinò al letto di Dirk e ascoltò con grande attenz
ione ma, a parte alcuni borbottii assolutamente sconnessi sullo Schleswig-Holste
in e la guerra franco-prussiana, che Dirk pronunciò praticamente affondato nel cus
cino, non venne a sapere nient'altro.
La notizia comunque si diffuse, pian piano e con discrezione, anche se in un bat
tibaleno.
E nella danza alterna eterna di queste rocce
Scaturiva improvviso il fiume sacro.
Per tutto il mese successivo, Dirk si vide offrire costantemente vino e cena nel
la speranza che la notte cadesse in un sonno profondo e sognando rivelasse altre
domande d'esame. Stranamente, sembrava che migliorando la qualit... del cibo e
del vino che gli veniva offerto, diminuisse la tendenza a dormire con la faccia
affondata nel cuscino.
Il sistema era dunque quello di sfruttare i suoi presunti doni senza mai veramen
te dichiarare di possederne. Anzi, alle voci di suoi supposti poteri reagiva con
aperta incredulit..., addirittura ostilit....
In un labirintico corso per cinque miglia di meandri
Attraverso boschi e valli scorreva il fiume sacro,
Poi raggiungeva le caverne a dismisura d'uomo,
E sprofondava in tumulto in un mare senza vita:
In quel tumulto Kubla sentiva da lontano
Voci ancestrali profetiche di guerra!
Dirk era poi, anche se lui lo negava, un chiaroudente. A volte nel sonno mugugna
va un motivetto che due settimane dopo diventava un successo. Cosa, in realt...,
non troppo difficile da organizzare.
Infatti, per sostenere queste leggende aveva sempre fatto il minimo indispensabi
le di ricerche. Era pigro e in sostanza si limitava a lasciare che l'entusiastic
a credulit... della gente lavorasse per lui. La pigrizia era essenziale: se le s
ue presunte doti paranormali fossero state circostanziate e precise, qualcuno av
rebbe potuto insospettirsi e chiedere ulteriori spiegazioni. D'altra parte, pi-
le sue "predizioni" erano vaghe e ambigue, pi- i desideri altrui avrebbero provv
eduto a tappare le falle di credibilit....
Dirk non vi dette mai granché peso, o almeno, questo era ciò che dava a intendere. I
n realt..., i benefici di ritrovarsi, da studente, continuamente approvvigionato
di vino e di cibo a spese del prossimo erano ben pi- notevoli di quanto chiunqu
e, senza mettersi a tavolino a fare due conti, potesse supporre.
E, naturalmente, lui non affermò mai, anzi, negava vivacemente, che tutto ciò fosse
anche solo lontanamente vero. Giunto perciò il tempo degli esami di fine anno, era
nella posizione ideale per mandare a compimento un piccolo, simpaticissimo e gu
stoso imbroglio.
L'ombra della casa di piacere
Fluttuava al centro delle onde;
Dove si udiva mescolato il ritmo
Del getto e delle grotte.
Era un miracolo di conio raro,
Nella casa di piacere piena di sole grotte di ghiaccio!
"Santo cielo...! " Tutto a un tratto Reg sembrò svegliarsi di soprassalto dal legg
ero torpore in cui era dolcemente scivolato sotto l'influsso del vino e della le
ttura, e si guardò attorno confuso e sorpreso, ma niente era cambiato. Le parole d
i Coleridge cantavano nel silenzio caldo e soddisfatto calato sul grande salone.
Dopo un'altra rapida smorfia, Reg si accomodò per un secondo pisolino, stavolta r
estando però un po' pi- vigile.
Di una fanciulla e un'arpa
Una volta ho avuto visione:
Era una giovane abissina
E sull'arpa suonava
Cantando il monte Abora.
Dirk accettò di fare un preciso pronostico sotto ipnosi delle domande che sarebber
o state poste quell'estate all'esame.
Fu lui stesso a far germogliare l'idea, spiegando esattamente che mai, in nessun
caso, sarebbe stato disposto a farlo, anche se per molti versi gli sarebbe piac
iuto, tanto per avere l'occasione di dimostrare la falsit... delle sue presunte
e pi- volte sconfessate capacit....
Fu dunque su queste basi, attentamente preparate, che alla fine acconsentì, solo p
erché così avrebbe posto fine una volta per sempre a tutta quella stupida, enormemen
te, fastidiosamente stupida faccenda. Avrebbe fatto il proprio pronostico per me
zzo della scrittura automatica, sotto adeguata supervisione, dopo di che avrebbe
chiuso il tutto in una busta e depositato in una banca fino a dopo gli esami.
Come c'era da aspettarsi, si vide offrire qualche ben nutrita mazzetta da un ben
nutrito numero di persone perché lasciasse dare loro una sbirciatina ai pronostic
i degli scritti, ma lui fu assolutamente sconvolto dall'idea. Sarebbe stato, dic
eva, disonesto...
Se io potessi resuscitare in me
Quella armonia e quel canto,
Una gioia tanto profonda mi vincerebbe,
Che con musica sonora e lunga,
Io nell'aria costruirei quella casa,
Quella casa piena di sole! quelle grotte di ghiaccio!
Poi, qualche tempo dopo, Dirk cominciò a mostrarsi in citt... con un'espressione a
lquanto grave e preoccupata. Dapprima, ogni indagine sulla natura di ciò che lo to
rmentava veniva liquidata con un gesto della mano, ma alla fine si lasciò sfuggire
che sua madre doveva sottoporsi a un'operazione dentistica estremamente costosa
la quale, per ragioni che non volle discutere, doveva essere fatta privatamente
, e gliene mancavano i soldi.
Da qui ad accettare donazioni per tali presunte spese mediche della madre in cam
bio di qualche sbirciatina ai pronostici degli scritti, la strada, come si vide,
era sufficientemente dolce e agevole perché lui potesse percorrerla con pochissim
o turbamento,
Dopo un altro po' di tempo, si venne a sapere che l'unico dentista in grado di e
seguire questa misteriosa operazione era un chirurgo dell'Europa dell'Est che or
a viveva a Malib-, per cui bisognava aumentare piuttosto alla svelta l'entit...
delle donazioni. Lui naturalmente continuò a negare che le sue capacit... fossero
quelle che tutti loro erano tanto suonati da credere, negò anzi anche la loro stes
sa esistenza, ribadendo che non si sarebbe mai impegolato in quella prova se non
per dimostrare la falsit... dell'intera faccenda; e poi, dato che alcuni, a lor
o rischio, sembravano riporre nelle sue capacit... una fiducia che lui stesso no
n aveva, era ben lieto di soddisfarli lasciando che pagassero per l'intervento d
ella sua santa mamma.
Da questa situazione, non poteva venirne fuori che bene.
O così pensava.
E chiunque ascoltasse le vedrebbe nell'aria,
E griderebbe chiunque, in guardia! in guardia!
I lampi dei suoi occhi, i suoi capelli al vento?
I temi d'esame che Dirk aveva prodotto sotto ipnosi, per mezzo della scrittura a
utomatica, erano stati in realt... messi insieme semplicemente facendo quel mini
mo di ricerca che qualsiasi studente in procinto di affrontare un esame potrebbe
fare, studiando gli scritti precedenti, cercando un eventuale schema logico e f
acendo ipotesi intelligenti su ciò che poteva uscire. Era discretamente sicuro di
azzeccarci (come avrebbe potuto fare chiunque altro) abbastanza da soddisfare i
creduloni, ma lasciando che l'intera faccenda continuasse a sembrare perfettamen
te innocente.
Come in effetti era.
Ciò che invece lo colse davvero come un fulmine a ciel sereno e provocò un pandemoni
o che si concluse con la sua partenza da Cambridge nel retro di un cellulare del
la polizia, fu il fatto che tutti i testi d'esame da lui venduti risultarono ide
ntici a quelli che vennero poi effettivamente assegnati.
Esattamente. Parola per parola. Fin nelle virgole.
Per tre volte intorno a lui tracciate un cerchio,
In sacro terrore vi si chiudano gli occhi,
Perché del nettare ha mangiato,
E ha bevuto del latte del Paradiso...
E questo fu tutto, a parte gli articoli a tinte vivaci dei giornali che lo tacci
arono di essere un impostore, poi lo osannarono come un onest'uomo per poterlo d
i nuovo tacciare di essere un impostore e quindi osannarlo ancora come un onest'
uomo, fino a che non si stufarono e non trovarono un succulento giocatore di pol
o da torturare al suo posto.
Nel corso degli anni, Richard aveva incontrato Dirk di tanto in tanto, venendone
in genere salutato con quel mezzo sorriso guardingo con il quale si cerca di ca
pire se l'altro sta pensando che gli devi del denaro, e che subito dopo si apre
nel sorriso di chi spera che invece gliene darai. I periodici cambiamenti di nom
e di Dirk facevano capire a Richard che probabilmente non era l'unico a ricevere
un trattamento simile.
Provò una fitta di tristezza al pensiero di quella persona, che nell'ambito ristre
tto della comunit... universitaria pareva tanto brillante e vivace, alla luce de
l giorno potesse impallidire fino a quel punto. Si interrogò anche a proposito del
la domanda di Reg, improvvisa, come un fulmine a ciel sereno, fatta in un modo c
he nel complesso sembrava troppo innocente e casuale.
Girò un'altra volta lo sguardo attorno: il suo vicino, Reg, che russava lievemente
, la piccola Sarah, rapita da una silenziosa attenzione, la sala profonda, avvol
ta in una luce tremula e fioca, i ritratti dei vecchi primi ministri e dei poeti
appesi lass- nel buio, con solo lo strano bagliore delle candele che ne faceva
risaltare i denti, il Direttore degli Studi Inglesi che leggeva con la sua voce
da lettura di poesie, il libro del Kubla Kban che il Direttore degli Studi Ingle
si teneva in mano e infine, di nascosto, l'orologio. Tornò ad appoggiarsi allo sch
ienale.
La voce continuò a leggere la seconda parte, ancora pi- strana, della poesia...

Capitolo Sette...
Era la sera dell'ultimo giorno di vita di Gordon Way e lui si stava chiedendo se
la pioggia sarebbe cessata per il fine settimana. Le previsioni dicevano tempo
variabile: nebbia per quella sera e giornate serene ma fredde per venerdì e sabato
, con probabili acquazzoni verso la tarda giornata di domenica, quando tutti sar
ebbero stati in viaggio per tornare in citt....
Tutti, cioè, tranne Gordon Way.
Le previsioni meteorologiche non vi avevano fatto cenno naturalmente, non era co
mpito loro, ma anche il suo oroscopo era decisamente ingannevole. Parlava di un'
insolita quantit... di movimenti planetari nel suo segno e lo esortava a disting
uere fra ciò che pensava di volere e ciò che veramente gli serviva, suggerendogli di
affrontare i problemi emotivi o di lavoro con determinazione e onest... assolut
a, ma inspiegabilmente non faceva cenno al fatto che sarebbe morto prima della f
ine del giorno.
Uscì dall'autostrada vicino a Cambridge ed entrò in una piccola stazione di servizio
a fare un po' di benzina; si fermò un momento a terminare la chiamata dal telefon
o che aveva in macchina.
"Va bene, senti, ti chiamo domani," disse, "o magari stasera stessa. Oppure rich
iama tu. Sarò alla villetta fra una mezz'ora. Sì, lo so quanto è importante per te que
sto progetto. Benissimo, so quant'è importante, punto e basta. Lo vuoi tu, lo vogl
io io. Certo che lo voglio. Ma no, non sto dicendo che non continueremo a sosten
erlo. Sto solo dicendo che è costoso e che considereremo tutta la faccenda con det
erminazione e onest... assoluta. Senti, perché non ti fai vedere alla villetta, co
sì ne parliamo per bene. Va bene, sì, sì, lo so, capisco. Be', pensaci, Kate. Ci senti
amo pi- tardi. Ciao."
Riagganciò e per un istante rimase seduto nell'auto.
Era una macchina grossa. Era una grossa Mercedes grigio argento di quelle che si
usano nella pubblicit..., e non solo in quella della Mercedes. Gordon Way, frat
ello di Susan, datore di lavoro di Richard MacDuff, era un uomo ricco, il fondat
ore e proprietario della WayForward Technologies II. La WayForward Technologies
naturalmente era andata a gambe all'aria, per il solito motivo, portandosi dietr
o il suo primo patrimonio.
Fortunatamente, era riuscito a costruirne un altro.
Il "solito motivo" era che lui si era lanciato nell'affare dei computer quando t
utti i dodicenni del paese improvvisamente si erano stufati di scatole che facev
ano bip. La sua seconda fortuna l'aveva fatta invece con i software. Grazie a du
e importanti parti di programma, una delle quali era Anthem (l'altra, la pi- red
ditizia, non aveva mai visto la luce) la Wft.II era l'unica ditta di software in
glese che si potesse menzionare nella stessa frase con grosse aziende americane
come la Microsoft o la Lotus. La frase, probabilmente, sarebbe stata pressappoco
così: "La WayForward Technologies, a differenza di grosse aziende americane come
la Microsoft o la Lotus..." ma era un inizio. La WayForward c'era. Ed era sua.
Infilò un nastro nella fessura dello stereo. Venne inghiottito con un clic sommess
o e decoroso e un attimo dopo il Boléro di Ravel risuonò da otto altoparlanti perfet
tamente mimetizzati dietro fittissime griglie nero opaco. Il suono era così perfet
to e ampio che sembrava quasi di essere in una sala da concerto. Tamburellò con le
dita sul bordo imbottito del volante. Guardò il cruscotto. Numeri piacevolmente i
lluminati e minuscole lucine immacolate gli ammiccarono di rimando. Dopo un atti
mo improvvisamente si rese conto di essere in un self-service e scese a riempire
il serbatoio.
Gli ci volle un minuto o due. Si fermò per riagganciare la manichetta alla pompa,
batté i piedi per terra nell'aria fredda della sera, poi si avviò verso il chioschet
to sudicio, pagò la benzina, si ricordò che doveva comperare un paio di mappe locali
, e rimase per qualche minuto a parlare animatamente con il cassiere sulla proba
bile direzione che l'industria dei computer avrebbe preso l'anno dopo, dicendo c
he secondo lui i microprocessori paralleli sarebbero diventati la chiave per i s
oftware di produttivit... davvero intuitivi, ma esprimendo anche forti dubbi che
le ricerche sull'intelligenza artificiale in sé, e soprattutto le ricerche sull'i
ntelligenza artificiale basate sul linguaggio ProLog, potessero veramente dare l
uogo a seri prodotti commercializzabili in un prossimo futuro, almeno per quel c
he riguardava l'ambiente del desktop, argomento che il cassiere non trovava affa
tto affascinante.
"Quel tipo aveva soltanto voglia di parlare," avrebbe detto pi- tardi alla poliz
ia. "Gente, me ne fossi andato in bagno per dieci minuti quello avrebbe racconta
to tutto al cassetto dei soldi. Se ci fossi restato un quarto d'ora se ne sarebb
e andato anche il cassetto. Sì, è lui, sono sicuro," aggiunse poi quando gli fecero
vedere una foto di Gordon Way. "Al primo momento non ne ero sicuro perché nella fo
to ha la bocca chiusa."
"Ed è assolutamente sicuro di non aver visto niente di sospetto?" insistette il po
liziotto. "Proprio niente che abbia trovato strano per qualsiasi motivo?"
"No, come ho detto, era solo un normale cliente in una sera normale, uguale a tu
tte le altre."
Il poliziotto lo guardò con viso inespressivo. "Per pura curiosit...," continuò, "se
improvvisamente dovessi fare così..." fece gli occhi strabici, tirò fuori la lingua
dall'angolo della bocca e saltellò su e gi- ficcandosi le dita nelle orecchie, "c
i troverebbe qualcosa di strano?"
"Be', ehm, sì," disse il cassiere, indietreggiando nervosamente. "Penserei che lei
è andato completamente fuori di testa."
"Bene," disse il poliziotto mettendo via il blocchetto degli appunti. "È solo, sig
nore, che a volte le persone hanno idee diverse di cosa vuol dire 'strano', sa.
Se ieri sera era una sera normale come tutte le altre, io sono un foruncolo sul
sedere della zia della marchesa di Queensbury. In seguito le chiederemo una depo
sizione. Grazie per la sua, disponibilit...."
Ma tutto questo doveva ancora accadere.
Quella sera, Gordon si ficcò in tasca le mappe e ritornò verso la macchina. Ferma so
tto la luce, nella nebbiolina, vi si era depositato sopra un fitto manto perlace
o di goccioline opache e ora sembrava... insomma, sembrava una costosissima Merc
edes-Benz. Per un millisecondo, Gordon si scoprì a desiderare di averne una uguale
, ma ormai era diventato bravissimo ad allontanare quel particolare corso di pen
sieri, che serviva solo a chiuderlo in un circuito vizioso e lo lasciava depress
o e confuso.
Le dette una pacca da padrone poi, girandoci attorno, si accorse che il bagaglia
io non era chiuso bene e lo spinse gi-. Si chiuse con un bel rumore solido. Be',
solo per questo ne valeva la pena, no? Un bel rumore solido come quello. I vecc
hi pregi della qualit... e della buona fattura. Pensando decine di cose da dire
a Susan, risalì in macchina e non appena l'auto si fu nuovamente immessa sulla str
ada, schiacciò il tasto della selezione automatica sul suo telefono.
"... se quindi volete lasciare un messaggio vi richiamerò al pi- presto possibile.
Forse."
Bip.
"Oh, Susan, ciao, sono Gordon," disse con il telefono goffamente incastrato sull
a spalla. "Sto andando alla villetta. È, mmm, giovedì sera e sono le, ehm... 8,47. U
n po' di foschia sulle strade. Senti, questo fine settimana ci sono quei due tiz
i degli Stati Uniti che stanno arrivando per discutere la distribuzione dell'Ant
hem versione 2.00, organizzare la promozione e cose del genere, e insomma, sai b
ene che non mi piace chiederti cose simili, però sai che lo faccio lo stesso, per
cui ecco qua.
Ho solo bisogno di sapere che Richard si sta occupando della faccenda. Voglio di
re, che se ne sta occupando davvero. Potrei chiederlo a lui, e lui mi direbbe: O
h certo, tutto bene, ma met... del tempo... cazzo, quel camion aveva gli abbagli
anti, nessuno di questi stronzi di autisti di camion li abbassa mai quando deve,
è un miracolo che non sia andato ad ammazzarmi nel fosso, questa sì che sarebbe gra
ndiosa, no?, lasciare le ultime parole famose sulla segreteria di qualcuno, non
vedo perché i camion non debbano avere degli interruttori per gli anabbaglianti fo
tosensibili. Senti, puoi prendermi un appunto, di dire a Susan (non tu, naturalm
ente, Susan la segretaria dell'ufficio) di dirle di mandare una lettera da parte
mia a quel tale del Ministero dell'ambiente comunicandogli che se lui ci mette
la legge noi ci mettiamo la tecnologia? È per il bene pubblico e poi lui mi deve u
n favore, e poi a cosa serve essere Cbe(1) se non puoi nemmeno rompere un po' i
coglioni? Si sente che è una settimana che parlo con americani.
Questo mi fa venire in mente, oddio, spero di essermi ricordato di prendere le d
oppiette. Che cos'hanno questi americani che sono sempre ansiosi di sparare ai m
iei conigli? Ho comperato delle mappe nella speranza di convincerli a fare lungh
e passeggiate salutari e distoglierli dallo sparare ai conigli. Mi spiace propri
o per quelle creature. Forse quando stanno per arrivare gli americani dovrei met
tere uno di quei cartelli nel prato, sai, come quelli che ci sono a Beverly Hill
s, che dicono 'Si spara a vista'.
Lascia un appunto per Susan, se non ti dispiace, di far mettere un cartello 'Si
spara a vista' con un palo aguzzo in fondo sulla montagnetta di destra a un'alte
zza visibile dai conigli. Susan la segretaria dell'ufficio, voglio dire, non tu,
naturalmente.
Dov'ero rimasto?
Ah, gi.... Richard e l'Anthem 2.00. Susan, quell'aggeggio deve essere al beta-te
st di qui a due settimane. Lui mi dice che è a posto. Ma tutte le volte che vado a
trovarlo sullo schermo del computer gli vedo l'immagine di un divano che gira.
Dice che è un'idea importante, ma io ci vedo solo un divano. Chi vuole che i conti
aziendali gli cantino una canzoncina non vuole divani che girano. E non penso n
emmeno che sia il momento per dedicarsi a trasformare i modelli di erosione dell
'Himalaya in un quintetto per flauti.
Quanto a quello che sta facendo Kate poi, Susan, be', non posso nasconderti che
comincio a preoccuparmi per gli stipendi e il tempo del computer che quella stor
ia si sta facendo fuori. Sar... anche un'importante ricerca e progetto a lungo t
ermine, ma c'è comunque la possibilit..., soltanto una possibilit..., dico io, ma
pur sempre una possibilit... che secondo me per onest... verso noi stessi dobbia
mo valutare ed esplorare a fondo, che si tratti di un pacco. Strano, c'è un rumore
nel bagagliaio, credevo di averlo appena chiuso.
Comunque, la cosa pi- importante è Richard. E il fatto è che c'è una sola persona in g
rado di sapere se sta facendo il lavoro sul serio o se sta solo sognando, e quel
la persona temo proprio che sia Susan.
Cioè tu, voglio dire, non certo Susan la segretaria dell'ufficio. E allora potrest
i (non mi piace chiedertelo, non mi piace proprio) potresti occuparti della cosa
? Fargli capire quanto è importante? Basterebbe assicurarsi che si renda conto che
la WayForward Technologies dovrebbe essere un'impresa commerciale in espansione
, non una terra di avventure per cervelloni. È questo il problema con i cervelloni
: hanno una grande idea che funziona davvero, dopo di che si aspettano che tu co
ntinui a finanziarli per anni intanto che loro calcolano la topografia del loro
ombelico. Scusami, devo fermarmi a chiudere il bagagliaio. Ci vorr... un attimo.
"
Posò il telefono sul sedile accanto al suo, si fermò sul bordo erboso e scese. Quand
o arrivò al bagagliaio e lo aprì, ne emerse una figura che gli sparò in pieno petto co
n entrambe le canne di una doppietta, dopo di che se ne andò per i fatti suoi.
La sorpresa di Gordon Way nel vedersi uccidere a fucilate era niente in confront
o alla sorpresa che gli suscitò quanto avvenne in seguito.

Capitolo Otto...
"Entra, mio caro amico, entra."
La porta delle stanze di Reg al college si trovava in cima a una serie di scale
di legno a chiocciola nell'angolo del Secondo Cortile e non era ben illuminata,
o meglio era illuminata alla perfezione quando la luce funzionava, ma siccome la
luce non funzionava la porta non era ben illuminata, e per di pi- era anche chi
usa. Reg aveva qualche difficolt... nel trovare la chiave in mezzo a una collezi
one che sembrava un'arma con cui un guerriero Ninja ben allenato potesse trapass
are un tronco d'albero.
Nelle parti vecchie del college, le stanze avevano porte doppie, come le camere
di compensazione, e come le camere di compensazione erano complicate da aprire.
La porta esterna era un solido pannello di quercia dipinto di grigio, con solo u
na fessura molto stretta per le lettere e una serratura Yale, di cui finalmente
a un tratto Reg trovò la chiave.
La girò e aprì. Dietro, c'era una normale porta bianca a pannelli con una normale ma
niglia d'ottone.
"Entra, entra," ripeté Reg, aprendo anche questa e cercando a tastoni l'interrutto
re della luce. Per un attimo, solo le spettrali ombre rosse dei tizzoni languent
i sul focolare di pietra danzarono sulle pareti della stanza, poi irruppe la luc
e elettrica e la magia finì. Reg esitò un momento sulla soglia, stranamente teso, co
me se prima di entrare volesse essere sicuro di qualcosa, poi si slanciò all'inter
no con una parvenza, quanto meno, di buon umore.
Era un'ampia stanza rivestita di legno, che una serie di mobili vagamente scalca
gnati riusciva ad arredare in modo decisamente confortevole. Contro la parete di
fondo c'era un grande tavolo di mogano, vecchio e tutto ammaccato con le gambe
grasse e brutte, invaso da libri, fascicoli, cartellette e risme di carte in equ
ilibrio precario. In un angolino della scrivania, notò Richard divertito, c'era ef
fettivamente un vecchio abaco rovinato.
Accanto, c'era uno scrittoietto in stile Reggenza, che avrebbe anche avuto un ce
rto valore se non fosse stato così segnato dai colpi, e un paio di eleganti sedie
georgiane, un'imponente libreria vittoriana e così via. Era, in poche parole, la c
amera di un professore. C'erano le mappe incorniciate e le stampe da professore
alle pareti, un tappeto consunto e sbiadito da professore in terra e insomma si
aveva l'impressione che ben poco fosse cambiato da decine d'anni a quella parte,
il che probabilmente era vero visto che ci viveva un professore. A destra e a s
inistra della parete di fondo si aprivano due porte, e grazie alle sue visite pr
ecedenti Richard sapeva che una si apriva in uno studio, in pratica una versione
ridotta e pi- affollata di quella stanza: pile di libri ancora pi- alte, risme
di carte in equilibrio ancora pi- precario, mobili che, sebbene antichi e di pre
gio, erano pesantemente segnati da miriadi di tazze di tè o caffè bollente, molte de
lle quali probabilmente erano ancora lì.
L'altra porta conduceva a una piccola cucina, arredata piuttosto sommariamente,
e a una scala a chiocciola interna che conduceva alla camera da letto e al bagno
del professore.
"Prova a metterti comodo sul divano," lo invitò Reg, dandosi da fare con aria ospi
tale. "Non so se ce la farai. A me sembra sempre che l'imbottitura sia fatta di
foglie di cavolo e posate." Fissò su Richard uno sguardo serio. "Tu hai un buon di
vano?" si informò.
"Be', sì," rise Richard. Era divertito dalla stupidit... della domanda.
"Oh," disse solennemente Reg. "Be', mi piacerebbe che mi dicessi dove l'hai trov
ato. lo ho sempre avuto problemi con i divani, sempre. Mai trovato uno comodo in
tutta la mia vita. Il tuo dove l'hai preso?" Con aria leggermente stupita, inci
ampò in un piccolo vassoio d'argento dimenticato, con una caraffa di porto e tre b
icchieri.
"Strano che me lo chieda, sa," disse Richard. "Non mi ci sono mai seduto sopra."
"Molto saggio," proseguì Reg tutto serio, "molto, molto saggio." Come poche ore pr
ima, era di nuovo impegnato in difficili trattative con cappotto e berretto.
"Non che non mi piaccia," fece Richard. "Solo che è rimasto bloccato a met... di u
na lunga rampa di scale che porta al mio appartamento. Da quanto sono riuscito a
capire, gli uomini che dovevano consegnarlo sono arrivati a un certo punto e so
no rimasti bloccati, l'hanno girato e rigirato in tutte le maniere possibili e p
oi hanno scoperto, piuttosto curiosamente, che non riuscivano pi- a farlo scende
re. Ora come ora, sarebbe impossibile."
"Curioso," convenne Reg. "A me certamente non è mai capitato di imbattermi in un'o
perazione matematica irreversibile che coinvolgesse un divano. Potrebbe essere u
n nuovo campo di studi. Hai provato a parlarne con un esperto di geometria spazi
ale?" "Ho fatto di meglio. Ho chiamato il figlio di un vicino che una volta era
capace di risolvere il cubo di Rubik in diciassette secondi. Si è seduto su un gra
dino e l'ha guardato fisso per pi- di un'ora, poi ha decretato che era bloccato
irrimediabilmente. Va detto che ora ha qualche anno di pi- e nel frattempo ha sc
operto le ragazze, ma la cosa mi ha lasciato di stucco."
"Continua pure a parlare, mio caro amico, sono interessatissimo, ma prima lascia
che ti chieda se c'è qualcosa che ti posso offrire. Del porto, forse? O del brand
y? Credo che il porto sia la scelta migliore, messo a invecchiare dal college ne
l 1934, una delle annate migliori, credo che ne converrai, e d'altra parte per d
ire la verit... il brandy non ce l'ho. Un caffè? Magari un altro goccio di vino? C
'è un eccellente Margaux che aspetta solo una scusa per essere stappato, anche se
naturalmente bisognerebbe lasciarlo aperto un'ora o due, ma questo non vuol dire
che non potrei... no," disse poi in fretta, "probabilmente stasera è meglio lasci
ar perdere il Margaux."
"Ciò che vorrei veramente è del tè," disse Richard, "se ne ha."
Reg alzò le sopracciglia. "Sei sicuro?"
"Devo tornare a casa in macchina."
"Giusto. Allora devo andare per un momento o due in cucina. Ti prego, vai avanti
, dovrei riuscire a sentirti comunque. Continua a raccontarmi del tuo divano e n
el frattempo non farti problemi a sederti sul mio. È li incastrato da molto?"
"Oh, appena da un tre settimane circa," disse Richard accomodandosi. "Potrei lim
itarmi a segarlo e buttarlo via, ma non posso credere che non ci sia una soluzio
ne logica. E poi, mi ha fatto anche pensare: sarebbe utilissimo, prima di compra
re un pezzo d'arredamento, sapere se poi passer... dalle scale o dall'angolo. Co
sì ho elaborato il problema in tre dimensioni sul mio computer... che per il momen
to dice che non c'è modo."
"Cosa dice?" gridò Reg sopra il rumore del bollitore che si stava riempiendo.
"Che non ci si riesce. Gli ho detto di calcolare i movimenti necessari per liber
are il divano, ma ha risposto che non ce ne sono. Allora gli ho chiesto per inco
minciare, e questa è la cosa veramente misteriosa, di calcolare i movimenti necess
ari per portare il divano nella posizione attuale e mi ha detto che non potrebbe
essere lì dove si trova. Non senza una sostanziale ristrutturazione dei muri. Per
cui, o c'è qualcosa che non va nella struttura fondamentale del materiale dei mie
i muri, oppure," aggiunse con un sospiro, "c'è qualcosa che non va nel programma.
Lei cosa ne pensa?"
"Sei sposato?" gridò Reg.
"Cosa? Ah, capisco cosa intende. Un divano bloccato sulle scale per un mese. Be'
, no, non sono propriamente sposato, ma sì, ci sarebbe una ragazza con la quale no
n sono sposato."
"Com'è? Cosa fa?"
"È una violoncellista. Devo ammettere che il divano è stato un discreto oggetto di d
iscussione. Per dirla tutta, è tornata dai suoi fino a che non riuscirò a farlo usci
re. Lei, insomma..."
Improvvisamente, si sentì depresso e alzatosi vagò qua e l... per la stanza, fermand
osi davanti al fuoco che languiva. Lo attizzò e vi buttò sopra un altro paio di tron
chi per cercare di scacciare il gelo dal locale.
"In realt..., è la sorella di Gordon," aggiunse alla fine. "Ma sono due persone mo
lto diverse. Non sono sicuro che apprezzi completamente i computer. E non le pia
ce molto nemmeno l'atteggiamento del fratello nei confronti del denaro. In fondo
, non credo di poterla biasimare, e lei non sa neanche la met... di ciò che c'è da s
apere."
"Qual è la met... che non sa?" Richard sospirò.
"Be'," disse, "è qualcosa che ha a che fare con il progetto che per primo ha reso
redditizio il software che simboleggia l'azienda. Si chiamava Reason e a modo su
o era sensazionale."
"Che cos'era?"
"Be', era una specie di programma alla rovescia. È strano come molte delle miglior
i idee non siano altro che una vecchia idea rovesciata. Capisce, programmi che a
iutano a determinare una decisione ordinando e analizzando adeguatamente tutti i
dati rilevanti, per poi indicare in modo naturale la decisione giusta, ce ne so
no gi... diversi. L'aspetto negativo è che la decisione indicata da tutti questi d
ati adeguatamente analizzati e ordinati non è necessariamente quella che si vorreb
be."
"Siiiì...... disse la voce di Reg dalla cucina.
"Bene, la grande intuizione di Gordon è stata quella di progettare un programma ch
e consentisse di specificare in partenza qual era la decisione a cui si voleva a
rrivare, e solo allora inserire i dati. Il compito del programma, perfettamente
in grado di portarlo a termine, era semplicemente quello di costruire una serie
plausibile di fasi di passaggio almeno apparentemente logiche che partendo dalle
premesse arrivassero alla conclusione.
Devo dire che il funzionamento era brillante. Pur essendo completamente al verde
, oltre che un disastro come guidatore, Gordon riuscì quasi subito a comprarsi una
Porsche. Nemmeno il direttore della banca fu capace di trovare una pecca nel su
o ragionamento, Neppure quando, tre settimane dopo, Gordon dichiarò fallimento."
"Santo cielo. E il programma si vendette bene?"
"No. Non ne vendemmo neanche una copia."
"Mi sorprende. Avrei pensato che fosse un successone."
"Lo era," riprese Richard esitante. "L'intero progetto, così com'era, venne compra
to dal Pentagono. L'affare fornì alla WayForward una base finanziaria molto solida
. Sulle sue basi morali, invece, preferirei non pronunciarmi. Di recente ho esam
inato parecchi degli argomenti avanzati in favore del progetto Guerre Stellari e
, sapendo quello che si sta cercando, lo schema degli algoritmi è chiarissimo.
Tant'è vero che effettivamente guardando le politiche del Pentagono negli ultimi d
ue anni credo di poter essere discretamente sicuro che la Marina degli Stati Uni
ti stia utilizzando la versione 2.00 del programma, mentre l'Aviazione per chiss
... quale ragione ha solo la versione beta-test della 1.5. Strano, questo."
"Tu ne hai una copia?"
"Chiaramente no," disse Richard, "non saprei che farmene. E poi, quando il Penta
gono compra tutto, compra tutto. Ogni frammento di codice, ogni dischetto, ogni
taccuino. Fui ben lieto di vederlo scomparire. Ammesso che sia così. Vado avanti c
on i miei progetti."
Attizzò di nuovo il fuoco, chiedendosi cosa ci facesse lì con tutto il lavoro che av
eva da fare. Gordon gli stava addosso continuamente perché la nuova super versione
dell'Anthem fosse pronta così da poter sfruttare i vantaggi del Macintosh II, e l
ui era molto indietro. Quanto poi alla proposta di un modulo per convertire in t
empo reale le informazioni in arrivo dal mercato azionario in dati Midi, lui l'a
veva pensato come uno scherzo, ma Gordon naturalmente era partito lancia in rest
a e insisteva perché la si perfezionasse. Anche quella avrebbe dovuto essere pront
a e invece non lo era. Tutto a un tratto, seppe esattamente come mai si trovava
lì.
Bene, era stata una piacevole serata, anche se non riusciva a capire perché Reg fo
sse così ansioso di vederlo. Prese un paio di volumi dal tavolo. Evidentemente era
un tavolo che si poteva aprire; infatti, sebbene le cataste di libri sembrasser
o lì da settimane, l'assenza di polvere nelle loro immediate vicinanze dimostrava
che dovevano essere stati spostati di recente.
Può darsi, pensò, che vivendo in una comunit... chiusa, ancora oggi, come quella di
un college di Cambridge, il bisogno di scambiare quattro chiacchiere amabili con
qualcuno diverso dal solito possa farsi quanto mai urgente. Era un vecchio simp
atico, ma durante la cena si era capito che parecchi dei suoi colleghi trovavano
le sue stramberie una dieta piuttosto pesante, soprattutto in considerazione di
quanto avevano gi... da litigare per conto loro. Il pensiero di Susan lo tormen
tava, ma ci era abituato. Sfogliò i due libri che aveva preso in mano.
Uno dei due, molto vecchio, era un saggio sui fantasmi di Borley Rectory, la cas
a pi- infestata d'Inghilterra. Il dorso era consunto e le fotografie così macchiat
e da essere quasi irriconoscibili. Una di quelle, che a lui parve una foto fortu
natissima (o forse truccata) di un'apparizione ectoplasmica, a un esame della di
dascalia si rivelò invece un ritratto dell'autore.
L'altro libro era pi- recente e per una curiosa coincidenza era una guida alle i
sole greche. Mentre lo sfogliava distrattamente ne cadde fuori un pezzo di carta
.
"Earl Grey o Lapsang Souchong?" gli gridò Reg. "Oppure Darjeeling? O PG Tips? Purt
roppo però sono tutti in bustina. E nessuno molto fresco."
"Il Darjeeling andr... benissimo," rispose Richard, chinandosi per raccogliere i
l pezzo di carta.
"Latte?" gridò Reg. "Ehm, sì grazie."
"Una zolletta o due?"
"Una, grazie."
Richard fece scivolare il foglietto nel libro, notando involontariamente un appu
nto scarabocchiato in tutta fretta. L'appunto, piuttosto stranamente, diceva: "G
uarda questa semplice saliera d'argento. Guarda questo semplice cappello".
"Zucchero?"
"Ehm, cosa?" fece Richard sorpreso. Si affrettò a rimettere il libro sulla pila.
"Solo uno dei miei piccoli scherzetti," disse Reg allegramente, "per vedere se l
e persone mi ascoltano." Emerse dalla cucina con un sorriso radioso e un vassoie
tto con due tazze, che rovesciò immediatamente per terra. Il tè si sparse sul tappet
o. Una delle tazze si ruppe e l'altra rotolò sotto il tavolo. Reg si appoggiò allo s
tipite della porta, bianco in viso e con lo sguardo fisso.
Vi fu una frazione di secondo di immobilit... e silenzio assoluto; Richard era t
roppo sorpreso per fare qualcosa, poi si chinò goffamente in avanti per dare una m
ano. Il vecchio però si stava gi... scusando e gli offrì di preparargli un'altra taz
za. Richard lo accompagnò sul divano.
"Si sente bene?" chiese Richard smarrito. "Vuole che chiami un medico?"
Reg scartò l'ipotesi con un gesto della mano. "Tutto bene," assicurò, "sto benissimo
. M'è sembrato di sentire, insomma, un rumore che mi ha sorpreso. Invece non era n
iente. Probabilmente ero alterato dai fumi del tè. Lascia solo che riprenda fiato.
Credo che, ehm, un goccio di porto mi risollever... per il meglio. Be', scusa,
non volevo spaventarti." Fece un vago gesto in direzione della caraffa di porto.
Richard si affrettò a versargliene un bicchierino e a porgerglielo.
"Che tipo di rumore?" domandò, chiedendosi cosa mai poteva averlo scosso fino a qu
el punto.
In quel momento dal piano superiore si udì un movimento e un suono sorprendente, s
imile a quello di un respiro pesante. "Questo..." bisbigliò Reg. Il bicchierino di
porto si infranse davanti a lui. Di sopra sembrava che qualcuno battesse i pied
i. "L'hai sentito?"
"Be', sì."
Ciò sembrò dare sollievo al vecchio.
Richard guardò nervosamente il soffitto. "C'è qualcuno lass-?" chiese, pensando che
la domanda era inutile, ma tuttavia andava fatta.
"No," disse Reg con una voce fioca che colpì Richard per il terrore che tradiva, "
nessuno. Non ci dovrebbe essere nessuno lass-."
"Allora..."
Reg si stava rialzando sulle gambe tremolanti, ma improvvisamente fu colto da un
a ferma determinazione.
"Devo andare lass-," disse tranquillamente. "Devo. Per cortesia, aspettami qui u
n momento."
"Senta, che storia è questa?" domandò Richard, frapponendosi tra Reg e la porta. "Co
s'è, uno scassinatore? Senta, ci vado io. Sono sicuro che non è niente, sar... il ve
nto o che so io." Richard non sapeva perché lo diceva. Chiaramente non era il vent
o né niente del genere, perché se era ragionevole che il vento producesse il suono d
i un respiro pesante, raramente batteva i piedi in quel modo.
"No," disse il vecchio, scostandolo educatamente ma con fermezza, "spetta a me."
Richard lo seguì smarrito nella piccola anticamera di l... della porta, in fondo a
cui si trovava la minuscola cucina. Da lì partiva una scala di legno scuro; i gra
dini sembravano rovinati e consunti.
Reg accese una luce. Era una lampadina fioca che pendeva nuda in cima alla scali
nata e lui guardò verso l'alto con cupa apprensione.
"Aspetta qui," disse e sali due gradini. Poi si girò e fissò Richard con un'espressi
one di intensa seriet... in volto.
"Mi dispiace," disse, "che tu ti trovi a essere coinvolto in quello che è... l'asp
etto pi- difficile della mia vita. Ma ormai lo sei, per quanto increscioso quest
o sia, e ti devo chiedere una cosa. Non so che cosa mi aspetta lass-, almeno non
con esattezza. Non so se sia qualcosa che ho stupidamente prodotto io stesso co
n i miei... hobby, o qualcosa di cui sono una vittima innocente. Nel primo caso,
non posso che biasimare me stesso, perché sono come un medico che non riesce a sm
ettere di fumare, o forse, peggio ancora, come un ecologista che non sa rinuncia
re alla macchina... nel secondo caso, spero che non ti capiti mai.
Ciò che ti volevo chiedere è questo. Quando scenderò da quella scala, sempre ammesso n
aturalmente che ne discenda, se il mio comportamento ti appare strano per qualch
e verso, se ti sembra che non sia in me, saltami addosso e buttami in terra. Cap
ito? Devi impedirmi di fare qualsiasi gesto."
"Ma come faccio a capirlo?" chiese Richard incredulo. "Mi scusi, non volevo dire
così, ma se non so cosa...?"
"Lo capirai," disse Reg. "Ora per piacere aspettami in sala. E chiudi la porta."
Scuotendo la testa perplesso, Richard tornò sui suoi passi e fece come gli era sta
to chiesto. Chiuso nella grande stanza in disordine, ascoltò il rumore dei passi d
el professore che saliva i gradini uno alla volta.
Li saliva con una grave determinazione, come il lento ticchettio di un grande or
ologio.
Richard sentì che raggiungeva il pianerottolo superiore. Vi si fermò in silenzio. I
secondi passavano, cinque, forse dieci, forse venti. Poi si sentì di nuovo il movi
mento e il respiro pesante che poco prima avevano tanto agitato il professore.
Richard si portò rapidamente alla porta, ma non l'aprì. Il gelo della stanza lo oppr
imeva e lo disturbava. Scosse la testa nel tentativo di scuotersi di dosso quell
a sensazione, poi trattenne il respiro sentendo i passi che lentamente riprendev
ano a muoversi sui due metri di pianerottolo e quindi si fermavano di nuovo. Dop
o qualche secondo appena, Richard sentì il lungo cigolio lento di una porta che si
apriva, centimetro per centimetro, un prudente centimetro dopo l'altro; a quel
punto, doveva essere completamente spalancata.
Per un lungo tempo, molto lungo, apparentemente non successe nulla.
Poi finalmente la porta si richiuse, lentamente.
I passi attraversarono il pianerottolo e di nuovo si fermarono. Richard si allon
tanò ancora un po' dalla porta, guardandola fisso. I passi ricominciarono a scende
re le scale, adagio, con attenzione e silenziosamente, finché arrivarono in basso.
Poi, qualche secondo dopo, la maniglia della porta cominciò a girare. La porta si
aprì e Reg entrò, perfettamente calmo.
"Tutto a posto, è solo un cavallo nel bagno," disse tranquillo. Richard gli saltò ad
dosso e lo buttò a terra.
"No," ansimò Reg, "no, lasciami, lasciami andare, sto benissimo, accidenti. È solo u
n cavallo, un normalissimo cavallo." Si scrollò Richard di dosso senza troppa diff
icolt... e si mise a sedere, respirando affannosamente, sbuffando e passandosi l
e mani nei capelli radi. Richard rimase pronto in piedi sopra di lui, sempre pi-
imbarazzato. Si fece da parte e lasciò che Reg si rimettesse in piedi e si lascia
sse andare su una sedia.
"Soltanto un cavallo," disse Reg, "ma, uhm, grazie per avermi preso alla lettera
." Si rassettò gli abiti con le mani.
"Un cavallo," ripeté Richard.
"Gi...," fece Reg.
Richard uscì e guardò su, verso la scala, poi rientrò.
"Un cavallo?" disse di nuovo.
"Sì, sì," disse il professore. "Aspetta..." fece un cenno a Richard che stava per us
cire nuovamente a indagare, "lascia perdere. Finché la barca va, lasciala andare."
Richard lo guardò incredulo. "Lei dice che c'è un cavallo nel bagno e tutto quello c
he riesce a fare è di starsene lì a citare canzonette degli anni sessanta?"
Il professore lo guardò senza capire.
"Senti," disse, "mi dispiace se prima... ti ho allarmato. È stata solo una piccola
crisi. Cose che capitano, mio caro amico, non te ne dare pensiero. Ohimè, ho cono
sciuto cose pi- strane in vita mia. Parecchie. Molto pi- strane. È solo un cavallo
, santo cielo. Pi- tardi andrò su e lo farò uscire. Ti prego, non ti preoccupare. Ti
riamoci su il morale con un po' di porto."
"Ma... come ha fatto a entrare?"
"Be', la finestra del bagno è aperta. Immagino che sia entrato da lì."
Non certo per la prima né per l'ultima volta, Richard lo guardò con occhi socchiusi
dal sospetto.
"Lo sta facendo apposta, vero?"
"Facendo, cosa, mio caro amico?"
"Non ci credo che c'è un cavallo nel bagno," disse Richard all'improvviso. "Non so
cosa ci sia, non so cosa lei stia facendo. Non so cosa significhi tutto ciò che è a
ccaduto stasera, ma non credo che ci sia un cavallo nel suo bagno." E spazzando
via ogni ulteriore protesta di Reg salì a verificare.
Il bagno non era grande.
Le pareti erano rivestite di vecchi pannelli di quercia che, vista l'et... e il
carattere dell'edificio, molto probabilmente erano di valore incalcolabile, ma p
er il resto i sanitari erano squallidi e di tipo comune.
In terra c'era un vecchio linoleum consunto a riquadri bianchi e neri, una picco
la vasca da bagno molto semplice, pulita ma con lo smalto scheggiato e con macch
ie di vecchissima data, e un lavandino, anche quello vecchio e semplicissimo, co
n uno spazzolino da denti e un dentifricio in un bicchiere Duralex posato accant
o ai rubinetti. Sopra il lavandino, fissato con viti nei pannelli che probabilme
nte avevano un valore incalcolabile, uno stipetto da bagno con le antine a specc
hio. Aveva l'aria di essere stato ridipinto diverse volte e lo specchio, negli a
ngoli, aveva macchie di condensa. Il gabinetto era dotato di una vaschetta di gh
isa all'antica, con una catena per tirare l'acqua. In un angolo c'era un vecchio
armadio di legno color crema, con accanto una vecchia sedia marrone di legno cu
rvato, su cui si trovavano alcune piccole salviette, ben piegate ma molto lise.
Nella stanza c'era inoltre un grosso cavallo, che la occupava quasi tutta.
Richard guardò lui e lui guardò Richard, come a soppesare il personaggio. Richard ba
rcollò leggermente. Il cavallo rimase assolutamente immobile. Dopo un po', guardò in
vece nell'armadio. Se non proprio contento, sembrava quanto meno perfettamente r
assegnato a stare dov'era fino a quando non l'avessero messo altrove. Sembrava a
nche... che cosa?
Era illuminato dal riflesso della luna che entrava dalla finestra. La finestra e
ra aperta, ma piccola e, fra l'altro, al secondo piano, per cui l'idea che il ca
vallo fosse arrivato per quella via era decisamente fantasiosa.
C'era qualcosa di strano in quel cavallo, ma Richard non avrebbe saputo dire cos
a. Be', la cosa davvero strana era che si trovava nel bagno di un college. Forse
era solo quello.
Si protese, un po' incerto, a battere qualche pacca sul collo dell'animale. Semb
rava normale, solido, lucido, in buone condizioni. L'effetto della luce lunare s
ul mantello era un po' sconcertante, ma tutto sembra un po' strano al chiaro di
luna. Quando lo toccò, il cavallo scosse leggermente la criniera, ma sembrava non
dare troppo peso alla cosa.
Visto il successo, Richard gli fece qualche carezza e lo grattò delicatamente sott
o la mandibola. In quel momento notò che nel bagno, nell'angolo opposto, c'era un'
altra porta. Girò con cautela attorno al cavallo e si avvicinò a questa seconda port
a. Vi si appoggiò contro e la spinse incerto.
Portava semplicemente nella camera da letto del professore, un locale angusto, p
ieno zeppo di libri, scarpe e con un piccolo letto singolo. Anche in quella stan
za c'era una seconda porta, che si apriva di nuovo sul pianerottolo.
Richard notò che il pavimento del pianerottolo mostrava segni recenti di strisciat
e e di graffi, come i gradini, tracce che confermavano l'ipotesi che il cavallo
in qualche modo fosse stato spinto su per le scale. Era lieto di non averlo dovu
to fare lui, e ancora di pi- di non essere stato il cavallo a cui l'avevano fatt
o, ma era pi- o meno possibile.
Ma perché? Dette un ultimo sguardo al cavallo, che gli ricambiò un'ultima volta lo s
guardo, poi tornò dabbasso.
"Ne convengo," disse. "C'è un cavallo nel suo bagno e tutto sommato prenderò un gocc
io di porto."
Ne versò un bicchierino per sé e uno per Reg, che stava contemplando silenziosamente
il fuoco e aveva bisogno di un rabbocco.
"Fortuna che alla fine ho tirato fuori tre bicchieri," disse Reg in tono discors
ivo. "Prima mi domandavo perché, ma ora ricordo.
Mi avevi chiesto se potevi portare un'amica, ma a quanto pare non l'hai fatto. S
icuramente per via del divano. Non ti preoccupare, sono cose che capitano. Ehi,
non troppo, se no lo rovesco."
Improvvisamente, ogni questione relativa al cavallo svanì dai pensieri di Richard.
"Davvero gliel'ho chiesto?" disse.
"Ma certo. Mi viene in mente adesso. Mi hai richiamato per chiedermi se c'erano
problemi, mi ricordo. Ti ho risposto che per me sarebbe stato un piacere, e lo p
ensavo veramente. Io lo segherei, quell'aggeggio, se fossi in te. Non vorrai sac
rificare la tua felicit... a un divano. O forse lei ha deciso che una serata con
il tuo vecchio tutor sarebbe stata così noiosa da farle venire le vesciche e ha s
celto l'opzione molto pi- divertente di lavarsi i capelli. Ohimè, io so benissimo
cosa avrei scelto. È solo la mancanza di capelli che ora mi costringe a tener diet
ro a questi terribili impegni sociali. "
Adesso era Richard ad avere il volto pallido e lo sguardo fisso.
Gi..., aveva dato per scontato che lei non avesse voglia di venire.
Gi..., le aveva detto che sarebbe stato terribilmente noioso. Lei però aveva insis
tito che voleva andare perché quello era l'unico modo per vedere la sua faccia per
qualche minuto non rischiarata dalla luce di un monitor, così lui alla fine aveva
accettato di portarla.
Peccato che se ne fosse dimenticato completamente. Non era passato a prenderla.
Disse: "Posso usare il telefono, per cortesia?"

Capitolo Nove...
Gordon Way giaceva in terra, senza sapere bene che fare. Era morto. Su questo se
mbravano esserci pochi dubbi. Aveva un buco tremendo nel petto, ma il sangue che
ne fuoriusciva ormai si era ridotto a un rivoletto. Per il resto, nel torace no
n c'era alcun movimento, né, quanto a questo, in nessun'altra parte del suo corpo.
Guardò in su e poi a destra e a sinistra, ma era chiaro anche a lui che qualunque
cosa si stesse muovendo, non si trattava di una parte del suo corpo.
La nebbiolina gli scivolava addosso lentamente, senza spiegargli niente. A pochi
passi di distanza la sua doppietta fumante giaceva tranquillamente nell'erba.
Continuò a restarsene sdraiato, come uno che si sveglia alle quattro del mattino e
non riesce a rilassarsi, ma nemmeno a trovare qualcosa da fare. Si rendeva cont
o di aver appena subito un trauma di qualche genere, il che magari spiegava l'in
capacit... di pensare lucidamente, ma non in effetti la sua capacit... di pensar
e. Nel grande dibattito che ha infuriato per secoli su cosa succede dopo la mort
e, ammesso che succeda qualcosa, paradiso, inferno, purgatorio o dissoluzione, u
na sola cosa non era mai stata messa in dubbio: che quanto meno, una volta morti
, si sarebbe avuta la risposta.
Gordon Way era morto, ma non aveva la benché minima idea di cosa fare in proposito
. Era una situazione che non gli era mai capitata prima d'allora.
Si mise a sedere. Il corpo che si sedette gli sembrava altrettanto reale di quel
lo che rimaneva steso al suolo a raffreddarsi lentamente, lasciando fuggire il c
alore del sangue in nuvolette di condensa che si mescolavano alla nebbiolina del
la gelida aria notturna.
Osando qualcosa in pi-, provò ad alzarsi in piedi, pian piano, stupito e traballan
te. A quanto pareva, il terreno lo sosteneva, reggeva il suo peso. Anche se, nat
uralmente, non c'era nessun peso da sostenere. Quando si chinò a toccare il suolo
non sentì niente, se non una debole resistenza gommosa, come la sensazione che si
prova quando si cerca di raccogliere qualcosa con un braccio addormentato, morto
. Il suo braccio era morto. Le gambe pure, e così l'altro braccio, tutto il busto
e la testa.
Il suo corpo era morto. Non sapeva perché, ma il suo cervello non lo era.
Restò lì, immobile, in una sorta di orrore insonne mentre la nebbia volteggiava lent
amente attraverso di lui.
Si girò a guardare di nuovo se stesso, quella cosa-sé spettrale, dall'aria attonita,
ancora disteso per terra, massacrato, e gli si accapponò la pelle. O meglio, desi
derò di avere una pelle che si potesse accapponare. Voleva una pelle. Voleva un co
rpo. E invece non ce l'aveva.
Gli sfuggì di bocca un grido improvviso d'orrore, ma fu un niente che non andò da ne
ssuna parte. Si scrollò e non sentì niente. Dalla sua macchina fuoriusciva la musica
e una chiazza di luce. Vi si avvicinò. Cercò di assumere un'andatura vigorosa, ma i
nvece era debole e traballante, incerto e, insomma, inconsistente. Sotto i suoi
piedi, il terreno sembrava fragile.
La portiera dell'auto dalla parte del guidatore era ancora aperta, così come l'ave
va lasciata quando era sceso per chiudere il bagagliaio, pensando che si trattas
se solo di un paio di secondi.
Tutto ciò era successo due minuti prima, quando era vivo. Quando era una persona.
Quando pensava che sarebbe risalito in macchina e subito ripartito. Due minuti,
una vita prima.
Era pazzesco, no? pensò improvvisamente.
Aggirò la portiera e si curvò per guardarsi nel retrovisore esterno.
Aveva esattamente le sue fattezze, anche se, com'era prevedibile, le sue fattezz
e dopo un terribile spavento, ma comunque era proprio lui, era normale. Tutto qu
ello doveva essere frutto della sua immaginazione, una specie di orribile sogno
a occhi aperti. Gli venne un'idea improvvisa e provò ad alitare sullo specchietto.
Niente. Nemmeno una gocciolina. Un dottore ne sarebbe stato soddisfatto, era così
che facevano sempre alla televisione: se sullo specchietto non si formava conden
sa, non c'era respiro. Forse, pensò con ansia fra sé, forse c'entrava qualcosa il fa
tto che gli specchietti laterali fossero termici. Quella macchina non aveva gli
specchietti laterali termici? Il venditore non aveva continuato a ripetergli che
questo era termico, quello elettrico e quell'altro servoassistito? Forse erano
specchietti laterali digitali. Era così. Specchietti laterali digitali, termici, s
ervoassistiti, computerizzati, anti-respiro...
Stava pensando, se ne rendeva conto, delle assurdit... complete. Si girò lentament
e e guardò di nuovo con apprensione il corpo che giaceva in terra, dietro di lui,
con met... torace portato via dallo sparo. Quello avrebbe di sicuro soddisfatto
un medico. La vista sarebbe gi... stata abbastanza terribile se si fosse trattat
o del corpo di qualcun altro, essendo il suo poi...
Era morto. Morto... morto... Cercò di farsi risuonare drammaticamente la parola in
testa, ma non c'era verso. Non era la colonna sonora di un film, era solo morto
.
Osservando orripilato ma affascinato il proprio corpo, pian piano si sentì sempre
pi- disturbato dall'espressione di stupidit... asinina che gli vedeva in volto.
D'altra parte, era perfettamente comprensibile. Era proprio l'espressione che ci
si potrebbe aspettare sulla faccia di qualcuno nel preciso momento in cui un ta
le nascosto nel bagagliaio della sua auto gli spara con la sua doppietta; tuttav
ia non gli piaceva l'idea che qualcuno lo trovasse così.
Vi si inginocchiò accanto nella speranza di riuscire a ricomporre i lineamenti in
una parvenza di dignit..., o almeno di un minimo di intelligenza.
La cosa si rivelò di una difficolt... pressoché insormontabile. Provò a massaggiare la
pelle, quella pelle dolorosamente familiare, ma stranamente gli sembrava di non
riuscire ad avere una presa salda, su quella come su qualsiasi altra cosa. Era
come cercare di modellare la plastilina con un braccio addormentato, tranne che
invece di scivolarvi sopra, la sua mano vi scivolava attraverso. Nel caso specif
ico, scivolava attraverso la faccia.
Nausea, orrore e rabbia lo invasero per quella totale stramaledetta impotenza e
a un tratto si sorprese a strozzare e scuotere il suo stesso corpo morto in una
presa furiosa e salda. Vacillò indietro, sconvolto e sbigottito. Tutto quello che
era riuscito a fare era stato aggiungere allo sguardo di inutile stupore del cad
avere un po' di strabismo e una bocca storta. E qualche livido che gi... compari
va sul collo.
Cominciò a singhiozzare e stavolta sembrò che un suono uscisse, uno strano mugolio d
al profondo di quella cosa che era diventato, checché essa fosse. Portatosi le man
i alla faccia, indietreggiò barcollando, tornò alla macchina e si buttò sul sedile, ch
e lo accolse in modo un po' molle e distante, come una zia che disapprovasse i s
uoi ultimi quindici anni di vita e fosse perciò disposta a offrirgli un bicchiere
di sherry scadente, ma volesse evitare il suo sguardo.
Sarebbe riuscito ad arrivare da un medico?
Per non affrontare l'assurdit... di quell'idea, si aggrappò violentemente al volan
te, ma le sue mani vi passarono attraverso. Provò a lottare con la leva del cambio
automatico e finì col picchiarci sopra un pugno, senza però riuscire a impugnarla c
orrettamente e ad azionarla.
Lo stereo continuava a suonare musica leggera per orchestra a uso del telefono c
he, rimasto posato sul sedile del passeggero per tutto il tempo, l'ascoltava paz
ientemente. Lo guardò e con frenesia crescente si rese conto di essere ancora in l
inea con la segreteria di Susan, uno di quei modelli che continuavano a registra
re finché non si riagganciava. Era ancora in contatto con il mondo.
Tentò disperatamente di sollevare il ricevitore, annaspò, lo perse e alla fine fu co
stretto a chinarsi sul microfono. "Susan!" urlò, ma la sua voce era un gemito lont
ano e rauco nel vento. "Susan, aiutami! Aiutami, per l'amor di Dio. Susan, sono
morto... Sono morto... Sono morto e... non so cosa fare..." Scoppiò nuovamente in
lacrime, singhiozzando dalla disperazione e cercò di aggrapparsi al telefono come
un bambino si aggrappa alla coperta in cerca di conforto.
"Aiutami, Susan..." gridò ancora. "Bip," fece il telefono.
Abbassò di nuovo lo sguardo dove si trovava l'apparecchio. Dopo tutto, era riuscit
o a schiacciare qualcosa. Era riuscito a schiacciare il tasto che scollegava la
linea. Febbrilmente cercò di riprenderlo in mano, ma continuava a sfuggirgli e all
a fine rimase immobile sul sedile. Non poteva toccarlo. Non poteva schiacciarne
i tasti. Furioso, lo scaraventò contro il parabrezza. Quello gli riuscì benissimo. L
'apparecchio colpì il parabrezza, schizzò dritto indietro attraverso di lui, rimbalzò
gi- dal sedile e quindi ricadde immobile sul tunnel di trasmissione, indifferent
e a ogni suo ulteriore tentativo di toccarlo.
Per parecchi altri minuti se ne rimase seduto, mentre il terrore cominciava a di
ssolversi in una vuota disperazione. Passarono un paio di macchine, ma non dovev
ano aver notato niente di strano: un'auto ferma sul ciglio della strada. Di sera
, andando veloci, i fari probabilmente non illuminavano il corpo steso nell'erba
dietro la macchina. E certamente non avrebbero fatto caso a un fantasma seduto
che piangeva fra sé.
Non sapeva da quanto tempo era seduto lì dentro. Non aveva alcuna cognizione del t
empo, a parte il fatto che gli sembrava scorresse molto lentamente. C'erano poch
i stimoli esterni a segnarne il passaggio. Non sentiva freddo. In realt..., quas
i non ricordava cosa significasse avere freddo o sentire, sapeva solo che era qu
alcosa che in quel momento avrebbe dovuto sentire.
Infine si riscosse dal suo patetico smarrimento. Doveva fare qualcosa, anche se
ignorava cosa. Forse poteva provare ad arrivare fino alla villetta, anche se non
sapeva cosa avrebbe fatto una volta arrivato. Aveva solo bisogno di provare a f
are qualcosa. Aveva bisogno di far passare la notte.
Si riprese e scivolò fuori dell'auto, passando con il piede e il ginocchio attrave
rso la portiera senza alcuna difficolt.... Andò a guardare ancora una volta il pro
prio corpo, ma non era pi- lì.
Come se la serata non gli avesse gi... riservato abbastanza sorprese. Fissò e rifi
ssò l'erba umida schiacciata.
Il suo corpo non era pi- lì.

Capitolo Dieci...
Richard se ne andò con tutta la fretta consentitagli dall'educazione.
Disse grazie mille e che splendida serata era stata e che tutte le volte che Reg
fosse andato a Londra doveva farglielo sapere, a lui, Richard, e c'era forse qu
alcosa che poteva fare per il cavallo. No? Be', allora benissimo, se ne era prop
rio sicuro, grazie ancora, grazie tante.
Una volta chiusa finalmente la porta, rimase lì per un attimo o due, a riflettere.
Nel breve lasso di tempo in cui il pianerottolo della scala principale era stato
rischiarato dalla luce della stanza di Reg, aveva notato che qui, sulle assi de
l pavimento, non c'era nessun segno. Strano che il cavallo avesse rigato solamen
te le assi del pavimento della camera di Reg.
Be', tutto sembrava molto strano, punto, ma qui c'era ancora un altro fatto curi
oso da aggiungere a quella lista sempre pi- lunga. E pensare che quella doveva e
ssere una piacevole serata lontano dal lavoro.
Di getto, bussò alla camera di fronte a quella di Reg. Passò talmente tanto tempo pr
ima che arrivasse una risposta, che quando finalmente sentì la porta che si apriva
cigolando Richard aveva gi... rinunciato e stava per andarsene.
Rimase leggermente stupito di vedere che chi lo stava scrutando da sotto in su c
ome un piccolo uccello sospettoso era il professore che al posto del naso aveva
una chiglia da off-shore.
"Ehm, mi scusi," disse Richard tutto d'un fiato, "ma, ehm, stasera non ha visto
o sentito un cavallo salire le scale?" L'uomo smise di tormentarsi ossessivament
e le dita. Piegò leggermente la testa di lato, dopo di che sembrò dover affrontare u
n lungo viaggio dentro di sé alla ricerca di una voce che, una volta scovata, risu
ltò sottile e sommessa.
Disse: "È la prima cosa che mi sento dire da diciassette anni, tre mesi e due gior
ni, cinque ore, diciannove minuti e venti secondi. Ho tenuto il conto".
Poi richiuse delicatamente la porta.
Richard attraversò il Secondo Cortile quasi correndo. Arrivato al Primo, si calmò e
rallentò, riassumendo un passo normale.
L'aria gelida della notte gli bruciava i polmoni e non c'era motivo di correre.
Non era riuscito a parlare con Susan, perché il telefono di Reg non funzionava, al
tra cosa sulla quale il vecchio aveva sorvolato con aria misteriosa. Ma questa a
lmeno era suscettibile di una spiegazione razionale. Probabilmente non aveva pag
ato la bolletta.
Richard stava per uscire in strada, quando decise invece di fare una capatina ne
lla guardiola del portiere, rintanata nel grande arco d'ingresso del college.
Era un locale che sembrava una gabbia, pieno di chiavi, messaggi e con un calori
fero a un solo elemento. In sottofondo, una radio cicalava da sola.
"Mi scusi," disse all'omone vestito di nero che stava dietro il banco con le bra
ccia incrociate. "Io..."
"Sì, signor MacDuff, cosa posso fare per lei?"
Nello stato in cui si trovava, chiedergli di ricordarsi il proprio nome era ecce
ssivo, e per un istante Richard rimase senza parole. I portieri di college tutta
via sono leggendari per la loro capacit... di esibirsi in questi exploit mnemoni
ci e per la tendenza a farne sfoggio alla minima occasione.
"Che lei sappia," iniziò Richard, "da qualche parte nel college, c'è un cavallo? Vog
lio dire, se ci fosse un cavallo nel college, lei lo saprebbe, vero?"
Il portiere non batté ciglio.
"No, signore e sì, signore. C'è altro in cui posso esserle utile, signor MacDuff?"
"Ehm, no," disse Richard, picchiettando le dita un paio di volte sul banco. "No.
Grazie. Grazie mille per il suo aiuto. È stato un piacere rivederla, ehm... Bob,"
azzardò. "Allora, buonanotte."
Uscì.
Il portiere rimase perfettamente immobile, le braccia incrociate, scuotendo la t
esta appena appena.
"Eccoti un po' di caffè, Bill," disse un altro portiere, piccolo e magro, emergend
o da una stanza sul retro con una tazza fumante. "Stasera fa un po' pi- freddo,
no?"
"Mi sembra di sì, Fred, grazie," disse Bill prendendo la tazza. Bevve una sorsata.
"Di' pure quello che vuoi della gente, ma non finisce mai di stupirti. Proprio
ora è stato qui un tipo a chiedermi se nel college c'è un cavallo."
"Ah, sì?" Fred sorseggiava il proprio caffè, lasciando che il vapore gli bruciasse g
li occhi. "È stato qui un tale poco fa. Una specie di strano prete straniero. All'
inizio non capivo una parola di quello che diceva. Però sembrava che si accontenta
sse di starsene qui vicino al fuoco ad ascoltare le notizie alla radio."
"Ah, gli stranieri!"
"A un certo punto gli dico: 'Spariamo?' Starsene davanti al mio camino in quel m
odo. Lui salta su e mi chiede se deve fare proprio quello. E io, con la mia migl
iore voce da Bogart: 'Hai capito benissimo, ragazzo'."
"Così? A me quello sembrava pi- James Cagney."
"No, è la mia voce da Bogart. Questa è la mia voce da James Cagney: 'Hai capito beni
ssimo, ragazzo'."
Bill aggrottò le sopracciglia. "Quella è la tua voce da James Cagney? Ho sempre pens
ato che fosse la tua voce da Kenneth McKellar."
"Tu non ascolti come si deve, Bill, non hai orecchio. Kenneth McKellar è così. 'Oh,
tu prendi la strada in alto e io quella in basso...'"
"Ah, capisco. Io pensavo al Kenneth McKellar scozzese. E poi, che ha fatto quel
prete, Fred?"
"Be', Bill, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto, con quello strano..
."
"Lascia perdere l'accento, Fred, dimmi solo quello che ha detto, se ne vale la p
ena."
"Ha detto solo che aveva capito."
"Ah. Non un granché, come storia, Fred."
"Bah, può darsi. Te la raccontavo solo perché ha detto anche che aveva lasciato il c
avallo in un gabinetto e di guardare se stava bene."
Capitolo Undici...
Gordon Way fluttuava penosamente lungo la strada buia, o almeno ci provava.
Pensava che da fantasma, quale doveva ammettere con se stesso di essere diventat
o, avrebbe dovuto essere in grado di fluttuare. Di fantasmi ne sapeva piuttosto
poco, ma pensava fra sé che dovendo proprio essere un fantasma, il fatto di non av
ere pi- un corpo fisico da portarsi appresso avrebbe dovuto comportare qualche v
antaggio, per esempio quello di riuscire a fluttuare. Invece no, lui a quanto pa
reva avrebbe dovuto farsi la strada passo dopo passo.
Lo scopo prefisso era quello di provare a raggiungere casa sua. Non sapeva cosa
avrebbe fatto quando ci fosse stato, ma anche i fantasmi devono passare la notte
da qualche parte e riteneva che ritrovarsi in un ambiente familiare potesse ess
ergli d'aiuto. Che tipo di aiuto, non lo sapeva. Ma almeno il viaggio gli dava u
n obiettivo e una volta arrivato gli sarebbe toccato di cercarsene un altro.
Si trascinava sconfortato da un lampione all'altro, fermandosi a ognuno per guar
dare qualche parte di sé.
Decisamente, stava diventando piuttosto spettrale.
A volte svaniva quasi nel nulla, fino a sembrare poco pi- di un'ombra che danzav
a nella bruma, un sogno di se stesso che poteva semplicemente evaporare e scompa
rire. Altre gli sembrava di essere quasi solido e nuovamente reale. Una volta o
due provò ad appoggiarsi a un lampione, ma se non stava attento finiva lungo diste
so attraverso il palo.
Alla fine, con grande riluttanza, cominciò a riflettere seriamente su quanto era a
vvenuto. Curiosa, quella riluttanza. In realt..., non ci voleva pensare. Gli psi
cologi dicono che la mente spesso cerca di cancellare dalla memoria gli eventi t
raumatici e probabilmente, pensò, quella era la risposta. In fin dei conti, se non
era un'esperienza traumatica veder saltare fuori dal bagagliaio una strana figu
ra che poi ti prende a fucilate e ti ammazza, avrebbe proprio voluto sapere qual
i lo erano.
Riprese stancamente ad arrancare.
Cercò di rivedere quella figura con gli occhi della mente, ma era come andare a st
uzzicare un dente cariato e pensò ad altro. Per esempio, il suo testamento era a p
osto? Non se lo ricordava e si fece un appunto mentale di chiamare il suo avvoca
to l'indomani, dopo di che si fece un altro appunto mentale, e cioè smetterla di f
arsi appunti mentali di quel genere.
Come avrebbe fatto la sua azienda a sopravvivere senza di lui? Nessuna delle ris
poste possibili gli piaceva granché.
E il suo necrologio? Era un pensiero che gli gelava le ossa, dovunque si trovass
ero. Sarebbe riuscito a procurarsene una copia? Cosa ci avrebbero scritto? C'era
da sperare che gli facessero un buon servizio, quei bastardi. Bastava guardare
quello che aveva fatto. Aveva salvato, tutto da solo, l'industria britannica del
software: forti esportazioni, donazioni di beneficenza, borse di studio per ric
ercatori, attraversamento dell'Atlantico a bordo di un sottomarino a energia sol
are (fallito, ma pur sempre un buon tentativo), cose di tutti i generi. Meglio c
he non andassero ancora a tirar fuori quella storia del Pentagono o avrebbero do
vuto vedersela con il suo avvocato. Si fece un appunto mentale di chiamarlo l'in
dom...
No.
Fra l'altro, un morto può sporgere querela per diffamazione? Soltanto il suo avvoc
ato poteva saperlo, ma lui l'indomani non sarebbe stato in grado di chiamarlo. C
on un crescente senso di terrore, capì che di tutte le cose che si era lasciato al
le spalle nel regno dei vivi, ciò che gli mancava di pi- era il telefono, ma poi r
iportò con decisione la mente dove non voleva tornare.
La figura.
Gli era sembrato che quella figura fosse quasi quella della Morte stessa, o fors
e era la sua fantasia che si divertiva a prendersi gioco di lui? L'aveva sognato
, o era veramente incappucciata? E che cosa ci faceva poi una figura, incappucci
ata o vestita normalmente, nel bagagliaio della sua macchina?
In quel momento un'auto gli sfrecciò accanto sulla strada e scomparve nella notte,
portando con sé la sua oasi di luce. Pensò con nostalgia al confortevole calduccio
della sua macchina, con gli interni in cuoio, climatizzata, abbandonata sulla st
rada dietro di lui, poi improvvisamente fu colto da un pensiero straordinario. C
'era modo di farsi dare un passaggio? Qualcuno forse poteva vederlo? E se sì, come
avrebbe reagito? Bene, c'era un solo modo per scoprirlo.
Alle sue spalle, in lontananza, sentì arrivare un'altra macchina e si girò in quella
direzione. Le due chiazze di luce appannata si avvicinavano nella nebbia; Gordo
n digrignò i suoi denti da fantasma e tirò fuori il pollice.
La vettura filò via senza badargli. Niente.
Fece rabbiosamente un vago segno a V ai rossi fanalini di coda che si allontanav
ano e, guardando attraverso il braccio alzato, si rese conto che al momento non
era nelle sue condizioni migliori di visibilit.... C'era forse qualche sforzo di
volont... che poteva fare per rendersi pi- visibile quando lo desiderava? Si co
ncentrò strizzando gli occhi, poi capì che per giudicare i risultati doveva avere gl
i occhi aperti. Riprovò, impegnandosi mentalmente pi- che poté, ma gli esiti erano p
oco soddisfacenti.
Anche se sembrava che ci fosse una minima, tenue differenza, non reggeva lo sfor
zo e, nonostante tutta la pressione mentale che riusciva ad accumulare, svaniva
quasi subito. Se voleva che la sua presenza venisse avvertita, o quanto meno not
ata, doveva calcolare i tempi con molta attenzione.
Da dietro si stava avvicinando un'altra macchina, a velocit... sostenuta. Si girò
di nuovo, tirò fuori il pollice, aspettò il momento giusto e fece uno sforzo di volo
nt... per rendersi visibile.
L'auto sterzò leggermente, poi proseguì per la sua strada, solo un po' pi- lentament
e. Be', era gi... qualcosa. Che altro poteva fare? Tanto per incominciare, sareb
be andato a mettersi sotto un lampione e si sarebbe esercitato. Con la prossima
macchina, ci sarebbe riuscito di sicuro.

Capitolo Dodici...
"... se quindi volete lasciare un messaggio vi richiamerò al pi- presto possibile.
Forse."
Bip.
"Merda. Cazzo. Aspetta un minuto. Accidenti. Senti... ehm..."
Clic.
Richard rimise gi- il telefono e sgommò in retromarcia per venti metri per dare un
'altra occhiata a un cartello stradale in prossimit... di un bivio, che aveva su
perato inavvertitamente nella nebbia. Per districarsi dal dedalo di sensi unici
di Cambridge aveva usato il solito modo, che consisteva nel girare in tondo semp
re pi- velocemente fino a raggiungere una sorta di velocit... di fuga e partire
per la tangente in una direzione a caso, che ora stava cercando di identificare
e correggere.
Tornato al bivio, provò a confrontare l'indicazione del cartello stradale con quel
le della mappa. Impossibile. Il bivio, certo non per un caso, si trovava sulla g
iunzione di una pagina e il cartello stradale malignamente ruotava al vento. L'i
stinto gli diceva che stava andando dalla parte sbagliata, ma non voleva tornare
sui suoi passi, temendo di essere nuovamente risucchiato nel vortice gravitazio
nale del sistema viario di Cambridge.
Girò quindi a sinistra nella speranza che quella direzione gli portasse maggior fo
rtuna, ma dopo un po' gli saltarono i nervi e svoltò a destra a casaccio, provò ad a
ndare a sinistra e dopo qualche altra manovra del genere si perse completamente.
Imprecò contro se stesso e alzò il riscaldamento dell'auto. Se si fosse concentrato
su dove stava andando, invece di cercare di telefonare e guidare nello stesso te
mpo, si disse, almeno adesso avrebbe saputo dov'era. In effetti non gli piaceva
avere il telefono in macchina, che trovava un invadente fastidio. Ma Gordon avev
a insistito e gliel'aveva anche pagato.
Sospirò esasperato, indietreggiò e girò ancora una volta la Saab nera. Mentre faceva l
a manovra, andò quasi a sbattere contro qualcuno che trascinava un corpo in un cam
po. Almeno, questo fu ciò che per un secondo sembrò al suo cervello sovreccitato, ma
probabilmente in realt... si trattava di un contadino con un qualche sacco di m
angime, anche se era difficile dire cosa facesse in giro in una serata come quel
la. Svoltando ancora una volta, i fari colsero per un attimo la sagoma che si tr
ascinava faticosamente nel campo con il sacco sulle spalle.
"Meglio a lui che a me," pensò Richard torvo e si rimise in cammino.
Qualche minuto dopo arrivò a un incrocio con quella che sembrava una strada un po'
pi- importante, stava quasi per girare a destra, poi invece girò a sinistra. Cart
elli stradali non ce n'erano.
Schiacciò di nuovo i tasti del telefono.
"...vi richiamerò il pi- presto possibile. Forse." Bip.
"Susan, sono Richard. Da dove devo cominciare? Che casino. Senti, mi dispiace, m
i dispiace, mi dispiace. Ho fatto una stronzata pazzesca, ed è tutta colpa mia. Pe
rò senti, farò qualsiasi cosa per riparare, veramente, promessa solenne..."
Aveva la vaga sensazione che non fosse il tono giusto da tenere con una segreter
ia telefonica, ma andò avanti lo stesso. "Davvero, possiamo andar via, prenderci u
n weekend di vacanza. Sul serio, questo weekend. Andremo al sole da qualche part
e. Non importa quante pressioni cercher... di farmi Gordon e tu sai che tipo di
pressioni è in grado di fare, dopo tutto è tuo fratello. Io... be', magari in effett
i potremmo fare per il prossimo weekend. Cazzo, cazzo, cazzo. È solo che veramente
avevo promesso di finire, no, guarda, non importa. Lo facciamo e basta. Non imp
orta di finire Anthem per Comdex. Non sar... la fine del mondo. Ci andiamo e bas
ta. A Gordon non rimarr... che lanciarsi... Aaahgh!"
Richard sterzò bruscamente per schivare lo spettro di Gordon Way, che si delineò dav
anti ai fari e si lanciò verso di lui.
Pigiò il freno a fondo, cominciò a sbandare, cercò di ricordare cosa bisognava fare qu
ando si comincia a sbandare, sapeva di averlo visto tanto tempo prima in un prog
ramma televisivo sulla guida di un'auto, che programma era? Dio, non riusciva ne
mmeno a ricordarsi il titolo, figurarsi... ah, sì, dicevano che non bisogna pigiar
e il freno a fondo. Ecco cos'era. Il mondo gli ruotava attorno vorticosamente co
n forza lenta e terrificante mentre la macchina girava da una parte all'altra de
lla strada, faceva testacoda, finiva sul ciglio erboso, slittava e si fermava co
ntromano con un sobbalzo. Ansimando, crollò sul volante.
Raccolse il telefono da dov'era caduto.
"Susan," disse ansando, "sto arrivando," e riattaccò. Alzò gli occhi.
Dritta in piedi, nel cono di luce dei fari, c'era la figura spettrale di Gordon
Way che lo fissava attraverso il parabrezza con uno sguardo agghiacciante e orri
pilato, alzando lentamente una mano a indicarlo.
Non sapeva di preciso da quanto tempo era lì fermo. L'apparizione era scomparsa al
la vista nel giro di qualche secondo, ma Richard restò lì tremante, probabilmente pe
r non pi- di un minuto, finché non venne riscosso da un improvviso stridore di fre
ni e da un bagliore di luci.
Scrollò la testa. Si rese conto di essere fermo per strada con il muso rivolto dal
la parte sbagliata. La macchina che si era fermata bruscamente facendo stridere
le gomme, praticamente paraurti contro paraurti, era un'auto della polizia. Pres
e due o tre respiri profondi poi, rigido e tremebondo, uscì e si raddrizzò per affro
ntare l'agente che camminava lentamente verso di lui, stagliandosi contro i fari
della macchina della polizia.
L'agente lo squadrò da capo a piedi.
"Ehm, mi dispiace, agente," disse Richard con tutta la calma che riuscì a mettere
nella propria voce. "Ho, mmm, sbandato. Le strade sono scivolose e io, ehm... ho
sbandato. Ho fatto un testa coda. Come vede, io, io mi trovo girato dalla parte
sbagliata." Fece un cenno verso la macchina per indicare la direzione in cui er
a rivolta.
"E le dispiacerebbe spiegarmi come ha fatto a sbandare, signore?" L'agente di po
lizia lo fissava dritto negli occhi mentre tirava fuori un taccuino.
"Be', come le ho detto," spiegò Richard, "le strade sono scivolose per via della n
ebbia e, insomma, per essere assolutamente sinceri," si ritrovò improvvisamente a
dire, nonostante tutti i suoi tentativi di fermarsi, "stavo guidando quando tutt
o a un tratto m'è sembrato di vedere il mio datore di lavoro che mi si buttava sot
to la macchina."
L'agente lo guardò impassibile.
"Complessi di colpa, agente," aggiunse Richard con un abbozzo di sorriso, "sa co
m'è. Stavo pensando di prendermi un fine settimana di vacanza."
L'agente di polizia sembrò esitare, in bilico su una lama di rasoio fra la simpati
a e il sospetto. Gli occhi gli si restrinsero un po', ma senza vacillare.
"Ha bevuto, signore?"
"Sì," disse Richard con un rapido sospiro, "ma pochissimo. Due bicchieri di vino a
l massimo. E... uh, un bicchierino di porto. Assolutamente non un goccio di pi-.
Davvero, è stato solo un attimo di distrazione. Ora sto bene."
"Nome?"
Richard gli dette il suo nome e l'indirizzo. Il poliziotto si appuntò tutto attent
amente e ordinatamente sul taccuino, poi sbirciò il numero di targa della macchina
e scrisse anche quello.
"E chi è il suo datore di lavoro, signore?" "Si chiama Way. Gordon Way."
"Ah," disse il poliziotto alzando le sopracciglia, "quello dei computer."
"Mmm, gi..., proprio lui. Io elaboro programmi per la ditta. WayForward Technolo
gies II."
"Abbiamo uno dei vostri computer gi- alla centrale," disse il poliziotto. "Mi ve
nisse un accidenti se riesco a farlo funzionare."
"Ah," fece Richard con voce stanca, "che modello avete?"
"Mi sembra che si chiami Quark II."
"Ah be', allora è chiaro," disse Richard con sollievo. "Non funziona. Non ha mai f
unzionato. Quell'aggeggio è una merdata."
"Buffo, signore, è quello che abbiamo sempre detto noi," disse il poliziotto. "Alc
uni dei nostri colleghi non,sono d'accordo."
"Be', lei ha assolutamente ragione, agente. È un caso disperato. È stata la ragione
principale del fallimento della prima ditta. Le consiglio di usarlo come un gros
so fermacarte."
"Sa, non credo che sia una buona idea, signore," insistette il poliziotto. "La p
orta si spalancherebbe."
"In che senso, agente?" chiese Richard.
"Lo uso per tenere la porta chiusa, signore. In questa stagione, gi- alla centra
le ci sono brutte correnti d'aria. D'estate, naturalmente, lo usiamo per darlo i
n testa ai sospettati."
Richiuse il taccuino di botto e se lo fece scivolare in tasca. "Il mio consiglio
, signore, è di infilare dritto dritto la via del ritorno. Chiuda la macchina e qu
esto fine settimana si prenda una bella sbronza. Secondo me è l'unica cosa. Stia a
ttento a come guida, ora."
Tornò alla sua auto, abbassò il finestrino e guardò Richard fare manovra e allontanars
i nella notte prima di ripartire a sua volta. Richard fece un respiro profondo,
tornò con calma a Londra, entrò con calma nel suo appartamento, scavalcò con calma il
divano, si sedette, si versò un robusto brandy e cominciò a tremare seriamente.
Tre erano le cose per le quali tremava.
C'era il semplice choc fisico dello scampato incidente, una di quelle cose che s
cuote sempre pi- di quanto ci si aspetterebbe. L'adrenalina invade il corpo e po
i ristagna nel sistema nervoso mandandolo a pallino.
Poi c'era la causa della sbandata, la straordinaria apparizione di Gordon che in
quell'istante gli si buttava sotto la macchina. Ragazzi, oh ragazzi. Richard be
vve un sorso di brandy e lo tenne in bocca. Posò il bicchiere.
Tutti sapevano che Gordon era uno dei pi- grossi produttori mondiali di sensi di
colpa e che era in grado di scaricarne una tonnellata fresca tutte le mattine s
ullo zerbino di casa, ma Richard non si era reso conto di aver lasciato che le c
ose arrivassero fino a quel punto.
Riprese il bicchiere, salì al piano di sopra e aprì la porta della sua stanza di lav
oro, il che significava spostare una pila di numeri di "Byte" che vi erano ammuc
chiati contro. Le spinse via con il piede e si diresse verso il fondo della gran
de camera. Da questa parte ampie vetrate offrivano la vista su una buona fetta d
ei quartieri nord di Londra, dove ora la nebbia si stava alzando. In lontananza,
nel buio, brillava St Paul e lui la guardò, ma non gli fece nessun effetto partic
olare. Dopo gli eventi della serata, trovò che fosse una piacevole sorpresa.
Dall'altro lato della stanza c'era un paio di lunghi tavoli completamente occupa
ti, all'ultimo conteggio, da sei computer Macintosh. Al centro c'era un Mac II s
u cui girava pigramente una proiezione in rosso della struttura del suo divano a
ll'interno di una proiezione in blu della scalinata stretta, completa di balaust
ra, calorifero e contatore della luce e, naturalmente, della sua brutta curva a
met....
Il divano cominciava a ruotare in una direzione, trovava un impedimento, girava
su un terzo asse fino a quando non veniva nuovamente bloccato e poi ricominciava
il ciclo di movimenti se guendo un ordine differente. Non c'era bisogno di guar
dare a lungo la sequenza per rendersi conto che si ripeteva.
Il divano era palesemente incastrato.
Altri tre Macintosh erano collegati attraverso un lungo groviglio di cavi a un c
aotico agglomerato di sintetizzatori, un Emulator II pi- un campionatore HD, uno
schedario di moduli TX, un Prophet VS, un Roland JX10, un Korg DW8000, un Octap
ad, una piastra per chitarra Synth-Axe Midi per mancini e persino una vecchia ba
tteria elettrica accantonata in un angolo a raccogliere polvere, pi- o meno tutt
o quello che poteva servire. C'era anche un piccolo registratore a cassette, che
veniva usato di rado: quasi tutta la musica, invece che su nastro, veniva river
sata in ordinatori in sequenza nei computer.
Si lasciò cadere su una sedia davanti a uno dei Macintosh a guardare cosa faceva,
ammesso che facesse qualcosa. Sul monitor si vedeva un foglio di calcolo di Exce
l, senza titolo, e Richard si chiese il perché.
Lo salvò e guardò per vedere se ci fosse qualche appunto scritto da lui e scoprì subit
o che il foglio di calcolo conteneva alcuni dei dati che lui stesso aveva scaric
ato dopo aver frugato le banche dati on-line di "World Reporter" e "Knowledge" i
n cerca di informazioni sulle rondini.
Ora disponeva di diagrammi dettagliati sulle loro abitudini migratorie, la forma
delle ali, il profilo aerodinamico e le caratteristiche di turbolenza, e qualch
e diagramma pi- rudimentale sulla formazione adottata da uno stormo in volo, ma
per il momento continuava ad avere idee assai vaghe su come fonderli tutti insie
me. Poiché quella sera era troppo stanco per poter pensare con particolare costrut
to, selezionò e copiò a casaccio dal foglio di calcolo una manciata intera di cifre,
le importò nel suo programma di conversione, che le ordinò, le filtrò e le manipolò sec
ondo algoritmi sperimentali elaborati da lui, caricò il documento convertito in Pe
rformer, un potente sequenziatore, e ascoltò il risultato attraverso canali Midi c
asuali su quei sintetizzatori che al momento erano accesi.
Il risultato fu una breve esplosione di una cacofonia assolutamente orribile, ch
e lui fermò.
Tornò di nuovo al programma di conversione, istruendolo stavolta perché spostasse in
sol minore tutti i valori pi- alti. Era una funzione di cui meditava di sbarazz
arsi prima o poi, perché la considerava un imbroglio. Ammesso che la sua ferma con
vinzione, secondo cui i ritmi e le armonie musicali che gli riuscivano pi- gradi
ti si potessero trovare, o almeno ricavare, dai ritmi e le armonie di fenomeni c
he si verificano in natura, avesse un qualche fondamento, allora ogni forma di m
odalit... e intonazione doveva emergere altrettanto naturalmente, non essere pil
otata.
Per il momento, tuttavia, le pilotava.
Il risultato fu una breve esplosione di una cacofonia assolutamente orribile in
sol minore.
Tanto peggio per le soluzioni casuali.
Il primo passo era relativamente facile, e consisteva semplicemente nel tracciar
e il movimento ondulatorio descritto dalla punta dell'ala di una rondine in volo
per poi trasferirlo al sintetizzatore. In quel modo sarebbe approdato a una not
a singola, un buon punto di partenza a cui avrebbe potuto arrivare in non pi- di
un fine settimana.
A parte il fatto che, naturalmente, non aveva nessun fine settimana libero, vist
o che prima o poi nel corso dell'anno successivo (o "mese" come diceva Gordon) i
n un modo o nell'altro doveva buttare fuori la Versione 2 di Anthem.
Il che riportava inesorabilmente Richard al terzo motivo per cui stava tremando.
Non c'era verso assolutamente che quel weekend o il prossimo potesse prendersi l
a vacanza per mantenere la promessa fatta alla segreteria telefonica di Susan. Q
uesto, anche lasciando da parte il bidone di quella sera, avrebbe significato si
curamente la rottura finale.
Ma così stavano le cose. Era fatta. Una volta lasciato un messaggio sulla segreter
ia telefonica di qualcun altro non c'è pi- niente da fare, se non aspettare che gl
i eventi seguano il proprio corso. Era fatta. Irrevocabilmente.
Fu colpito da un pensiero curioso.
Lo colse decisamente di sorpresa, ma non riusciva proprio a capire cosa fosse ch
e non andava.

Capitolo Tredici...
Un binocolo che scruta l'orizzonte notturno di Londra, ozioso, curioso, indiscre
to. Un'occhiatina qua, un'occhiatina l..., tanto per vedere cosa sta succedendo,
se c'è qualcosa di interessante, qualcosa di utile.
Il binocolo indugia sul retro di una casa in particolare, attratto da un movimen
to impercettibile. Una di quelle grandi ville tardo-vittoriane, probabilmente or
a trasformata in appartamenti. Un sacco di grondaie di ferro nero. Pattumiere di
plastica verde. Buio. No, nient'altro.
Il binocolo sta quasi per spostarsi pi- in l..., quando un raggio di luna coglie
un altro movimento impercettibile. Il binocolo rimette a fuoco molto confusamen
te, cercando di scovare un dettaglio, un contorno, un leggero contrasto nell'osc
urit.... Ora la nebbia si è alzata e la notte è limpida. Rimette a fuoco appena un p
o' meglio.
Ecco qua. Sì, c'è qualcosa. Solo che stavolta è appena un po' pi- in alto, una trentin
a di centimetri, forse un metro. Il binocolo indugia e si riposa, immobile, in c
erca di un contorno, di un particolare. Ecco. Il binocolo torna a fermarsi: ha t
rovato la sua preda, a met... strada fra un davanzale e una grondaia.
È una figura scura, appoggiata alla parete, che guarda in basso, cerca un nuovo pu
nto d'appoggio, guarda in alto, cerca una sporgenza. Il binocolo scruta attentam
ente.
La figura è quella di un uomo alto e sottile. È vestito in modo adeguato a quello ch
e sta facendo, pantaloni scuri, maglione scuro, ma i suoi movimenti sono goffi e
sgraziati. Nervosi. Interessante. Il binocolo aspetta e soppesa, soppesa e valu
ta.
L'uomo è chiaramente un dilettante bello e buono.
Basta guardare come annaspa. Basta guardare la sua inettitudine. Gli scivola un
piede sulla grondaia, le mani non riescono a raggiungere la sporgenza. Quasi cad
e. Si ferma a riprendere fiato. Per un momento comincia a ridiscendere, ma sembr
a trovarlo ancora pi- difficoltoso.
Si allunga ancora verso la sporgenza e questa volta l'afferra. Il piede si slanc
ia in fuori per trovare un appoggio e per poco non manca la grondaia. Se la sare
bbe vista brutta, davvero molto brutta.
Ora però il percorso è pi- agevole e i progressi pi- decisi. Attraversa un'altra gro
ndaia, raggiunge il davanzale di una finestra al terzo piano, gioca per un istan
te con la morte mentre striscia penosamente per arrampicarsi sopra e fa l'errore
fatale di guardare gi-. Barcolla un attimo e si appoggia pesantemente all'indie
tro. Si fa schermo con le mani e scruta all'interno per assicurarsi che la stanz
a sia buia, dopo di che si dispone ad aprire la finestra.
Una delle cose che differenziano il dilettante dal professionista è che questo è il
momento in cui il dilettante scopre che sarebbe stata una buona idea portarsi di
etro qualcosa per forzare la finestra. Fortunatamente per questo dilettante, anc
he il proprietario della casa è un dilettante e il telaio della finestra scivola s
u a malincuore. Con un certo sollievo, lo scalatore scavalca ed entra.
Bisognerebbe rinchiuderlo per il suo stesso bene, pensa il binocolo. Una mano fa
per allungarsi verso il telefono. Alla finestra, un volto si guarda indietro e
per un attimo è rischiarato dalla luna, poi torna a chinarsi e continua le sue cos
e.
La mano resta sospesa sul telefono per un momento o due, mentre il binocolo aspe
tta e soppesa, soppesa e valuta. La mano si posa invece sulla guida A-Z delle vi
e di Londra.
C'è una lunga pausa di riflessione, un lavorio pi- intento del binocolo, poi la ma
no si posa di nuovo sul telefono, lo solleva e compone un numero.

Capitolo Quattordici...
L'appartamento di Susan era piccolo ma spazioso, un trucco, rifletté Richard nervo
samente accendendo la luce, che soltanto le donne sembravano capaci di sfoderare
.
Non era quella considerazione a renderlo nervoso, naturalmente, l'aveva gi... fa
tta prima, parecchie volte. Tutte le volte, anzi, che andava nel suo appartament
o. Ne restava sempre colpito, in genere perché ci arrivava direttamente da casa su
a, grande quattro volte tanto eppure ingombra all'inverosimile. Anche stavolta e
ra arrivato direttamente da casa sua, ma attraverso una via piuttosto stravagant
e ed era questo che rendeva la sua solita considerazione insolitamente nervosa.
Nonostante il freddo della notte, stava sudando.
Dette un altro sguardo fuori della finestra, si girò e attraversò in punta di piedi
la stanza verso il punto in cui si trovava il tavolino con il telefono e la segr
eteria telefonica.
Era inutile, si disse, camminare in punta di piedi. Susan non era in casa. Anzi,
gli sarebbe proprio piaciuto sapere dov'era, come d'altra parte a lei, si disse
, probabilmente sarebbe proprio piaciuto sapere dov'era lui all'inizio della ser
ata.
Si rese conto che continuava a camminare in punta di piedi. Si dette un pugno su
lla gamba per smetterla, ma andò avanti lo stesso.
Arrampicarsi sul muro l... fuori era stato spaventoso.
Si asciugò la fronte con la manica del suo maglione pi- vecchio e pi- sudicio. C'e
ra stato un bruttissimo momento in cui era passata davanti agli occhi tutta la s
ua vita, ma era così preoccupato di cadere che ne aveva perso tutti i momenti migl
iori. Molti dei momenti migliori avevano qualcosa a che fare con Susan, rifletté.
Con Susan o con i computer. Mai con Susan e i computer. Quelli erano stati in gr
an parte i momenti peggiori. Che poi era il motivo per cui si trovava lì, si disse
. Gli sembrava di aver bisogno di un po' di convinzione e se lo ripeté un'altra vo
lta.
Guardò l'orologio. Le undici e quarantacinque.
Gli venne in mente che, prima di toccare qualsiasi cosa, avrebbe fatto meglio ad
andare a lavarsi le mani fradicie e sporche. Non era la polizia che temeva, ma
la terribile donna delle pulizie di Susan. Lei se ne sarebbe accorta.
Andò in bagno, accese l'interruttore della luce, lo ripulì e mentre lasciava che l'a
cqua scorresse sulle mani guardò la sua faccia perplessa nello specchio illuminato
dall'accecante luce al neon. Per un attimo ripensò alla luce calda e danzante del
le candele alla Cena per Coleridge e quelle immagini riemersero dalla prima part
e della serata, ormai un passato lontano e sfumato. Allora la vita sembrava faci
le e spensierata. Il vino, la conversazione, i semplici giochetti di prestigio.
Gli tornò in mente la faccia pallida e rotonda di Sarah, gli occhi strabuzzati per
la meraviglia. Si lavò la faccia.
Pensò:
..In guardia! In guardia!
I lampi dei suoi occhi, i suoi capelli al vento!
Si pettinò i capelli. Ripensò anche ai quadri appesi in alto, nel buio, sopra le lor
o teste. Si lavò i denti. Il ronzio leggero della luce al neon lo riportò alla realt
... e improvvisamente si ricordò con un sussulto di terrore che era lì nelle vesti d
i scassinatore.
Qualcosa lo indusse a guardarsi nello specchio, dritto negli occhi, poi scosse l
a testa cercando di schiarirsi le idee.
Quando sarebbe rincasata Susan? Naturalmente, dipendeva da cosa stava facendo. S
i asciugò le mani rapidamente e tornò alla segreteria telefonica. Protese un dito ve
rso i tasti e la coscienza protese un dito verso di lui. Il nastro si riavvolse
per quello che gli parve un tempo interminabile e lui pensò con un sussulto che qu
ella doveva essere una delle piene di Gordon.
Non aveva pensato che, ovviamente, sulla segreteria ci sarebbero stati altri mes
saggi oltre al suo, e che sentire i messaggi telefonici altrui equivaleva ad apr
irne la corrispondenza.
Spiegò a se stesso ancora una volta che stava soltanto cercando di riparare a un e
rrore fatto in precedenza, prima che provocasse un danno irreparabile. Avrebbe a
scoltato solo brevissimi frammenti, fino a che non avesse sentito la propria voc
e. In quel modo non era neanche così brutto, non sarebbe nemmeno riuscito a capire
cosa dicevano.
Con un gemito soffocato, digrignò i denti e schiacciò il tasto Play con tanta irruen
za che lo mancò e per errore fece uscire la cassetta. La rimise a posto e premette
il tasto Play con pi- attenzione.
Bip.
"Oh, Susan, ciao, sono Gordon," disse la segreteria telefonica. "Sto andando all
a villetta. È, mmm..." Andò avanti per un paio di secondi. "...bisogno di sapere che
Richard si occupa della cosa. Voglio dire, che si occupa davvero..." Richard in
durì le labbra e schiacciò di nuovo il Fast Forward. Davvero non sopportava che Gord
on cercasse di fargli pressioni servendosi di Susan, cosa che Gordon continuava
a negare ostinatamente. Richard non poteva biasimare Susan per la sua esasperazi
one nei confronti del lavoro, perdurando questo stato di cose.
Clic.
"...'a vista'. Lascia un appunto per Susan, se non ti dispiace, di far mettere u
n cartello 'Si spara a vista' con un palo aguzzo in fondo sulla montagnetta di d
estra a un'altezza visibile dai conigli."
"Che?" borbottò Richard a se stesso e il suo dito esitò per un momento sul tasto Fas
t Forward. Aveva l'impressione che Gordon desiderasse disperatamente essere Howa
rd Hughes e, visto che non poteva nemmeno lontanamente sperare di essere ricco c
ome lui, cercava almeno di essere due volte pi- eccentrico. Una farsa. Una vera
farsa.
"Susan la segretaria dell'ufficio, voglio dire, non tu, naturalmente," continuò la
voce di Gordon sulla segreteria telefonica. "Dov'ero rimasto? Ah, gi.... Richar
d e l'Anthem 2.00. Susan, quell'aggeggio deve essere al beta-test di qui a due..
." Stringendo le labbra, Richard schiacciò il Fast Forward.
"... fatto è che c'è una sola persona in grado di sapere se sta facendo il lavoro se
rio o se sta solo sognando, e quella persona..." Schiacciò di nuovo il tasto con r
abbia. Si era ripromesso di non ascoltare niente e ora eccolo li ad arrabbiarsi
per quello che sentiva. Doveva proprio smetterla. D'accordo, un altro tentativo.
Ricominciò ad ascoltare, ma sentì solo della musica. Strano. Andò avanti ancora un po'
, e sentì ancora musica. Perché mai, si chiese, uno deve telefonare per far sentire
della musica a una segreteria telefonica?
Il telefono squillò. Lui fermò il nastro e rispose poi, rendendosi conto di quello c
he stava facendo, lasciò quasi cadere la cornetta, come se fosse un'anguilla elett
rica. Accostò il telefono all'orecchio, osando a stento respirare.
"Regola Numero Uno dell'effrazione," disse una voce. "Mai rispondere al telefono
nel bel mezzo di un lavoro. Chi crede di essere, per Dio?"
Richard era raggelato. Gli ci volle un momento o due prima di riuscire a scoprir
e dove gli era finita la voce.
"Chi è?" domandò infine con un sussurro.
"Regola Numero Due," continuò la voce. "Preparazione. Portarsi gli attrezzi giusti
. Portare i guanti. Cercare di avere almeno una pallida idea di ciò che ci si appr
esta a fare prima di mettersi a penzolare dai davanzali delle finestre nel cuore
della notte.
Regola Numero Tre. Non dimenticare mai la Regola Numero Due."
"Chi è?" esclamò ancora Richard.
La voce riprese imperterrita. "Sorveglianza del Vicinato," disse. "Se guarda fuo
ri della finestra sul retro, vedr......" Portandosi dietro il telefono, Richard
corse alla finestra e guardò fuori. Un lampo lontano lo fece sussultare.
"Regola Numero Quattro. Mai stare dove si può essere fotografati.
Regola Numero Cinque... Mi sta ascoltando, signor MacDuff?"
"Cosa? Sì..." disse Richard sbigottito. "Come fa a conoscermi? "
"Regola Numero Cinque. Mai ammettere il proprio nome." Richard rimase in silenzi
o, ansando.
"Tengo un piccolo corso," disse la voce, "se le interessa..." Richard non disse
nulla.
"Sta imparando," proseguì la voce, "lentamente ma sta imparando. Se imparasse alla
svelta a quest'ora naturalmente avrebbe gi... messo gi- il telefono. Ma lei è un
curioso, oltre che un incompetente, e quindi non l'ha fatto. Si d... il caso che
io non tenga corsi per scassinatori neofiti, per quanto sia un'idea allettante.
Sicuramente ci saranno delle borse di studio. Se vogliamo portarcene a casa una
bisogner... bene che li addestriamo.
Comunque, se tenessi un corso di questo genere, le consentirei di iscriversi gra
tis, perché anch'io sono curioso. Curioso di capire perché il signor Richard MacDuff
che, a quanto mi è dato di sapere, oggi è un agiato giovanotto, qualcosa nell'indus
tria dei computer, mi sembra, improvvisamente si trova a dover ricorrere alla vi
olazione di domicilio."
"Chi...?"
"Così faccio una piccola indagine, telefono all'Ufficio Informazioni Abbonati e sc
opro che l'appartamento in cui si sta introducendo è quello di una certa signorina
S. Way. So che il datore di lavoro del signor Richard MacDuff è il famoso signor
G. Way e mi chiedo se per caso non ci sia un nesso fra i due."
"Chi...?"
"Stai parlando con Svlad, attualmente meglio noto come 'Dirk' Cjelli, per motivi
che al momento sarebbe futile esaminare, in affari sotto il nome di Gently. Ti
auguro una buona serata. Se vuoi saperne di pi-, fra dieci minuti sarò al Pizza Ex
press, nella Upper Street. Porta i soldi."
"Dirk?" esclamò Richard. "Stai... stai cercando di ricattarmi?"
"No, idiota, per la pizza." Ci fu un clic e Dirk Gently riattaccò.
Richard restò impietrito per un istante o due, si asciugò di nuovo la fronte, poi ri
mise a posto il telefono, delicatamente, come se fosse un criceto ferito. Il suo
cervello cominciò a ronzare sommessamente, succhiandosi il pollice. Tante piccole
sinapsi nascoste nel fondo della sua corteccia cerebrale si dettero la mano e c
ominciarono a danzare in tondo cantando filastrocche per bambini. Scosse la test
a cercando di farle smettere, poi tornò in fretta accanto alla segreteria telefoni
ca.
Lottò con se stesso per decidere se schiacciare di nuovo il tasto Play, poi lo fec
e, anche se non si era ancora chiarito le idee. Non erano passati nemmeno quattr
o secondi di quella tranquilla musica leggera per orchestra, quando dall'ingress
o arrivò il rumore di una chiave che veniva introdotta nella serratura.
In preda al panico, Richard pigiò il tasto Eject, ne fece saltare fuori la cassett
a, se la cacciò nella tasca dei jeans e la sostituì prendendone una dalla pila di ca
ssette vergini che si trovava accanto al telefono. A casa sua, accanto alla segr
eteria, c'era una pila simile. Le portava Susan dall'ufficio, povera Susan, che
tanto penava in ufficio. Il giorno dopo, quando avrebbe avuto il tempo e la conc
entrazione necessari, doveva ricordarsi di provare simpatia per lei.
Improvvisamente, senza nemmeno rendersene conto, cambiò idea. In un batter d'occhi
o fece scattare fuori della segreteria la nuova cassetta, la sostituì con quella c
he aveva sottratto, premette il tasto di riavvolgimento e si slanciò verso il diva
no dove, nei due secondi prima che la porta si aprisse, cercò di assumere una posa
disinvolta e provocante. D'istinto, si cacciò la mano sinistra dietro la schiena,
dove poteva tornargli utile.
Stava giusto tentando di conferire ai suoi lineamenti un'espressione composta in
parti uguali di contrizione, buon umore e seduzione sessuale, quando la porta s
i aprì ed entrò Michael Wenton-Weakes.
Tutto si bloccò.
Fuori, il vento cessò. I gufi si fermarono a mezz'aria. Insomma, forse lo fecero e
forse no, ma di sicuro il riscaldamento centralizzato scelse quel momento per s
pegnersi, forse incapace di far fronte al gelo soprannaturale calato improvvisam
ente sulla stanza.
"Che cosa ci fai qui, Wenton?" chiese Richard, Si alzò dal divano come sollevato d
all'ira.
Michael Wenton-Weakes era un omone dalla faccia triste. Indossava un completo ch
e era stato comperato da suo padre, il compianto Lord Magna, quarant'anni prima;
all'epoca, aveva un taglio perfetto.
Michael Wenton-Weakes era fra i primissimi della piccola ma selezionata lista di
persone che Richard non poteva assolutamente vedere.
Non lo poteva vedere perché trovava profondamente odiosa l'idea di un individuo ch
e non solo era un privilegiato, ma per di pi- si piangeva addosso, convinto che
il mondo non capisse veramente i problemi delle persone privilegiate. Michael, d
'altra parte, non poteva vedere Richard per la semplice ragione che Richard non
lo poteva vedere e non ne faceva mistero.
Michael si gettò alle spalle uno sguardo lento e lugubre, verso l'ingresso, da cui
stava sbucando Susan che, quando vide Richard, si fermò. Posò la borsetta, si tolse
la sciarpa, si sbottonò il cappotto, se lo sfilò, lo porse a Michael, si avvicinò a R
ichard e gli allungò un ceffone.
"Me lo sono tenuta per tutta la serata," disse furibonda. "E non fingere di aver
e dietro la schiena un mazzo di fiori che hai dimenticato di portarmi. Ci hai gi
... provato l'ultima volta." Poi si girò e si allontanò a passo di marcia.
"Stavolta è una scatola di cioccolatini che mi sono dimenticato," disse Richard te
tro protendendo la mano vuota verso la schiena di lei. "Ho scalato tutta la facc
iata. Quando sono entrato mi sono sentito un idiota."
"Non è affatto divertente," disse Susan. Si scaraventò in cucina, da dove si udì un ru
more come se stesse macinando il caffè a mani nude. Per essere una persona apparen
temente sempre così compita, dolce e delicata, nascondeva un bel caratterino.
"È vero," protestò Richard, ignorando Michael completamente. "Mi sono quasi ammazzat
o."
"Non abbocco," disse Susan dalla cucina. "Se vuoi farti tirare addosso qualcosa
di grosso e di affilato, perché non vieni qua a fare lo spiritoso?"
"Immagino che a questo punto sarebbe inutile dire che mi dispiace," le gridò Richa
rd.
"Hai indovinato," disse Susan scaraventandosi fuori della cucina. Lo guardò con oc
chi fiammeggianti e pestò anche un piede sul pavimento.
"Sinceramente, Richard," fece lei. "Ora stai per dire che te ne sei dimenticato
un'altra volta. Come puoi avere la faccia tosta di startene lì con due braccia, du
e gambe e una testa, come un essere umano? Il tuo è un comportamento che farebbe v
ergognare una scarica di dissenteria amebica. Scommetto che anche la pi- infima
forma di ameba dissenterica di tanto in tanto passa a prendere la sua fidanzata
per portarla a fare quattro passi sulle pareti dello stomaco. Bene, spero che la
tua serata sia stata uno schifo."
"È così," disse Richard. "Non ti saresti divertita. C'era un cavallo nel bagno e sai
bene che detesti quel genere di cose."
"Oh, Michael," sbottò Susan brusca, "non te ne stare lì come un budino andato a male
. Grazie mille per la cena e il concerto, sei stato davvero gentile e in effetti
mi sono divertita ad ascoltare tutta la sera i tuoi problemi, che costituiscono
un eccellente diversivo rispetto ai miei. Credo però che farei meglio a cercare i
l tuo libro e a sbatterti fuori. Devo fare un serio pandemonio e qualche urlacci
o e so quanto questo sconvolga la tua delicata sensibilit...."
Gli tolse il cappotto di mano e lo appese. Occupato a reggerlo, Michael pareva i
nteramente assorto dal suo compito e dimentico di tutto il resto. Una volta rima
stone privo, sembrò un po' smarrito e fu costretto a tornare alla vita. Posò di nuov
o i suoi grandi occhi pesanti su Richard.
"Richard," disse, "ho, mmm, letto il tuo articolo su... su 'Fathom'. Su Musica e
, mmm..."
"Paesaggi di frattali," tagliò corto Richard. Non voleva parlare con Michael e cer
to non voleva farsi trascinare in una conversazione sull'orrenda rivista di Mich
ael. O meglio, la rivista che una volta era di Michael.
Era esattamente questo l'aspetto della conversazione in cui Richard non voleva f
arsi trascinare.
"Mmm, gi.... Molto interessante, naturalmente," disse Michael con la sua voce do
lce e melliflua. "Forme di alberi e montagne e roba del genere. Alghe riciclate.
"
"Algoritmi ricorsivi."
"Certo, certo. Molto interessante. Ma sbagliato, terribilmente sbagliato. Per la
rivista, voglio dire. Dopo tutto, è una rivista d'arte. Io, naturalmente, non avr
ei mai permesso una cosa simile. Ross l'ha completamente rovinata. Completamente
. Dovrebbe andarsene. Deve. Non ha sensibilit... e poi è un ladro."
"Non è un ladro, Wenton, questa è davvero uno sciocchezza," scattò Richard, facendosi
immediatamente trascinare nella discussione nonostante la decisione di non farlo
. "Lui non c'entra assolutamente niente con il fatto che ti hanno dato il benser
vito. Quella è stata solo una tua stupida colpa, e tu..."
Si udì il sibilo di un respiro profondo.
"Richard," disse Michael con la sua voce pi- dolce e tranquilla (discutere con l
ui era come impigliarsi in un paracadute), "credo che tu non abbia capito l'impo
rtanza..."
"Michael," disse Susan, gentile ma ferma, tenendo aperta la porta. Michael Wento
n-Weakes annuì debolmente e sembrò afflosciarsi.
"Il tuo libro," aggiunse Susan, porgendogli un piccolo volume antico sull'archit
ettura ecclesiastica del Kent. Lui lo prese, mormorò qualche flebile ringraziament
o, si guardò attorno per un attimo come se all'improvviso si accorgesse di qualche
cosa piuttosto strana, poi si ricompose, salutò con un cenno del capo e se ne andò.
Richard non si era reso conto di quanto fosse nervoso fino a che Michael non se
ne fu andato e lui cominciò a rilassarsi. Non aveva mai sopportato l'indulgenza e
il debole che Susan aveva per Michael, anche se lei cercava di dissimularlo trat
tandolo in modo terribilmente rude. Probabilmente, il motivo era proprio quello.
"Susan, cosa posso dire...?" esordì con poca convinzione.
"Tanto per incominciare, puoi dire 'Ahi'. Quando ti ho tirato lo schiaffo non mi
hai dato nemmeno quella soddisfazione, e mi sembrava di avertelo dato piuttosto
forte. Ges-, ma qui si gela. Cosa ci fa quella finestra aperta?"
Andò a chiuderla.
"Te l'ho detto. È da lì che sono entrato," disse Richard.
Lo disse con aria di sufficienza, come se volesse che lei si girasse a guardarlo
stupita.
"Davvero," aggiunse, "come nella pubblicit... dei cioccolatini, solo che io mi s
ono dimenticato i cioccolatini..." Si strinse nelle spalle imbarazzato.
Lei lo guardò sbalordita.
"Che diavolo ti ha preso per fare una cosa simile?" disse. Sporse la testa dalla
finestra e guardò gi-. "Avresti potuto ammazzarti," disse girandosi di nuovo vers
o di lui.
"Be', ehm, sì..." fece lui. "È solo che sembrava l'unica possibilit... per... Non so
." Si fermò di colpo. "Ti sei ripresa la chiave, non ricordi?"
"Sì. Ero stufa di vederti arrivare a razziare la mia dispensa quando non volevi in
comodarti a fare la spesa. Richard, veramente sei salito da quella parte?"
"Sai, volevo essere qui quando tu fossi arrivata."
Lei scosse la testa sbigottita. "Sarebbe stato molto meglio che ci fossi stato q
uando sono uscita. È per questo che hai addosso quei vecchi vestiti sporchi?"
"Sì. Non crederai che sia andato alla cena del St Cedd così?"
"Be', ormai non so pi- quali sono i comportamenti che tu consideri razionali." S
ospirò, cercando qualcosa in un cassettino. "Ecco qua," disse porgendogli un paio
di chiavi infilate in un anello, "se deve servire a salvarti la vita. Sono tropp
o stanca per essere ancora arrabbiata. Una serata a farmi tampinare da Michael m
i ha sfinita completamente."
"Guarda, non so proprio perché ti sei fissata con lui," disse Richard andando a pr
endere il caffè.
"Lo so che non ti piace, ma è molto gentile e sa essere affascinante in quel suo m
odo triste. In genere è molto rilassante stare con una persona tanto presa da sé, ch
e non ti fa domande personali. Lui però è ossessionato dall'idea che io possa fare q
ualcosa per la sua rivista. Naturalmente non è così. La vita non va in quel modo. Pe
rò mi dispiace per lui."
"A me no. Per tutta la vita le cose gli sono sempre andate lisce. E continuano a
d andarglì lisce. Gli hanno soltanto tolto il giocattolo dalle mani, tutto qua. Ti
sembra un'ingiustizia così grave?"
"Non è una questione di giustizia o meno. Mi dispiace per lui perché è infelice."
"Be', chiaro che è infelice. Al Ross ha trasformato 'Fathom' in una rivista verame
nte intelligente e brillante che a un tratto tutti vogliono leggere. Prima era s
olo un'accozzaglia di incompetenti. La sua unica funzione era quella di permette
re a Michael di invitare a pranzo chi gli pareva e di fare il leccapiedi, con la
scusa che magari avrebbe potuto scriverci qualcosa. A stento è riuscito a far usc
ire qualche numero. Quella faccenda era tutta una messinscena. Ci giocherellava.
Personalmente, non lo trovo per nulla affascinante o interessante. Mi spiace, c
ontinuo a insistere e non era mia intenzione."
Susan si strinse nelle spalle imbarazzata.
"Secondo me, esageri," disse, "anche se credo che comincerò a evitarlo, se continu
a a starmi addosso perché faccia una cosa che semplicemente non posso fare. È troppo
faticoso. Comunque senti, sono contenta che la tua serata sia stata uno schifo.
Voglio parlare di quello che avremmo dovuto fare questo fine settimana."
"Ah," disse Richard, "be'....
"Oh, forse prima farei meglio a sentire i messaggi."
Gli passò accanto andando verso la segreteria telefonica, ascoltò i primi secondi de
l messaggio di Gordon, poi all'improvviso tirò fuori la cassetta.
"Non ho voglia," gli disse porgendogliela. "Non potresti darla direttamente a Su
san in ufficio, domani mattina? Le risparmierai un viaggio. Se c'è qualcosa di imp
ortante me lo dir...."
Richard batté le palpebre, disse: "Ehm, gi...," e intascò il nastro, tremando per l'
emozione dello scampato pericolo.
"Allora, il fine settimana...," disse Susan, sedendosi sul divano.
Richard si passò una mano sulla fronte. "Susan, io..."
"Temo che dovrò lavorare. Nicola è malata e a partire da venerdì devo sostituirla al W
igmore per una settimana. C'è qualcosa di Vivaldi e di Mozart che non so troppo be
ne e temo che questo significhi parecchie prove in pi- questo weekend. Mi dispia
ce."
"Be', in effetti," disse Richard, "anch'io devo lavorare." Le si sedette accanto
.
"Lo so. Gordon mi incalza perché ti stia addosso. Vorrei che non lo facesse. Non s
ono affari miei e mi mette in una posizione antipatica. Sono stanca di farmi met
tere sotto pressione dalla gente, Richard. Tu almeno non lo fai."
Bevve un sorso di caffè.
"Però," aggiunse, "ci dev'essere una via di mezzo, che mi piacerebbe esplorare, fr
a l'essere messa sotto pressione e l'essere completamente dimenticata. Abbraccia
mi."
L'abbracciò, pensando che aveva una fortuna mostruosa e immeritata. Un'ora dopo us
cì e scoprì che il Pizza Express era chiuso.
Intanto, Michael Wenton-Weakes faceva ritorno a casa sua, a Chelsea. Seduto sul
sedile posteriore del taxi, guardava le strade con sguardo assente e tamburellav
a leggermente le dita sul finestrino con ritmo lento e riflessivo.
Rap tap tap a rap tap a rap a tap.
Era una di quelle persone pericolose, tranquille, accomodanti e malleabili, a pa
tto che abbiano sempre ciò che vogliono. Poiché aveva sempre avuto ciò che voleva, app
arentemente soddisfatto e senza problemi, nessuno l'aveva mai pensato altro che
come una persona tranquilla, accomodante e malleabile. Bisognava scavare parecch
i strati di tranquilla malleabilit... per scoprirne uno che non cedeva sotto la
lama. Tutti gli altri strati di tranquilla malleabilit... erano lì apposta per pro
teggere quello.
Michael Wenton-Weakes era il figlio minore di Lord Magna, editore, proprietario
di giornali e padre troppo indulgente, sotto la cui ala protettiva Michael dirig
eva con soddisfazione la sua rivista con perdite grandiose. Lord Magna aveva sov
rinteso al graduale ma dignitoso e rispettato declino dell'impero editoriale ori
ginariamente fondato dal padre, il primo Lord Magna.
Michael continuò a tamburellare le nocche sul vetro.
A rap tap a rap a tap.
Si ricordò il giorno orribile, tremendo in cui suo padre era rimasto fulminato cam
biando un fusibile e sua madre, sua madre, aveva rilevato l'azienda. Non solo l'
aveva rilevata, ma aveva anche cominciato a dirigerla con una grinta e una deter
minazione insospettabili. Aveva passato al vaglio la ditta con occhio molto atte
nto al modo in cui veniva condotta, o meglio trascinata, come aveva detto lei, e
alla fine aveva preso a ficcare il naso anche nella contabilit... della rivista
di Michael.
Tap tap tap.
Ora, Michael ne sapeva abbastanza di affari da capire come dovrebbero essere i c
onti e quindi si limitava a rassicurare suo padre che erano esattamente come dov
evano.
"Non possiamo lasciare che questo lavoro sia solo una sinecura, devi capirlo, ra
gazzo mio, non devi fare debiti, se no che figura faremmo, che cosa sarebbe?" gl
i diceva sempre suo padre e Michael annuiva tutto serio, mentre gi... cominciava
a inventarsi i dati per il mese dopo, o per quando sarebbe riuscito a fare usci
re un numero.
Sua madre invece non era altrettanto indulgente. Nemmeno un po'.
Michael in genere parlando di sua madre la definiva una vecchia azza, ma per ess
ere giusti la si poteva paragonare soltanto a un'azza dalla lavorazione squisita
, perfettamente bilanciata, con qualche incisione elegante e fine che si arresta
va appena prima della sua affilata lama lucente. Un fendente di un'arma simile e
non ci si accorgeva nemmeno di esserne stati colpiti se non provando un momento
dopo a guardare l'orologio e scoprire che il braccio non c'era pi-.
Per tutto quel tempo Lady Magna aveva atteso pazientemente, o almeno con una par
venza di pazienza, volando a mezza altezza, moglie devota, madre amorevole ma se
vera. Ora qualcuno l'aveva (tanto per cambiare metafora per un momento) tratta d
al fodero e tutti correvano a mettersi in salvo.
Compreso Michael.
Era sua ferma convinzione che Michael, da lei silenziosamente adorato, fosse sta
to viziato nel senso pi- pieno e peggiore della parola e a questo punto era deci
sa a dire basta.
Le ci vollero solo pochi minuti per accorgersi che lui non faceva altro che alte
rare i conti un mese dopo l'altro e che la rivista perdeva fiumi di denaro mentr
e Michael ci si trastullava, accumulando continuamente salati conti al ristorant
e, ricevute di taxi e paghe dei dipendenti che andavano allegramente ad affianca
rsi a tasse fittizie. Tutta la faccenda si era semplicemente smarrita chiss... d
ove nella gargantuesca contabilit... della Magna Editrice. A quel punto aveva co
nvocato Michael.
Tap tap a rap a tappa.
"Come vuoi che ti tratti," gli chiese, "come mio figlio o come il direttore di u
na delle mie riviste? A me va bene in un modo o nell'altro."
"Le tue riviste? Be', sono tuo figlio, ma non vedo..." "Giusto. Michael, voglio
che osservi queste cifre," gli disse brusca porgendogli un foglio di un tabulato
di computer. "Quelle di sinistra mostrano le entrate e uscite reali di 'Fathom'
, quelle di destra le tue cifre. Non ci trovi niente di strano?"
"Madre, posso spiegare, io..."
"Bene," disse Lady Magna con voce dolce. "Ne sono proprio felice."
Si riprese il foglio di carta. "Ora. Hai qualche idea su come in futuro si possa
mandare avanti al meglio la rivista?"
"Sì, certamente. Idee precisissime. Io..."
"Bene," disse Lady Magna con un sorriso radioso. "Allora è tutto perfettamente a p
osto."
"Non vuoi sentire...?"
"No, va bene così, mio caro. Mi basta sapere che hai qualcosa da dire in proposito
per chiarire tutto quanto. Sono sicura che il nuovo proprietario di 'Fathom' as
colter... pi- che volentieri quanto hai da dire."
"Cosa?" disse un attonito Michael. "Vuoi dire veramente che stai vendendo 'Fatho
m'?"
"No. Voglio dire che l'ho gi... venduta. Non ne ho ricavato granché, purtroppo. Un
a sterlina pi- la promessa di tenerti come direttore per i prossimi tre numeri,
dopo di che star... alla discrezione del nuovo proprietario."
Michael la fissò con gli occhi fuori delle orbite.
"Dai, andiamo," proseguì sua madre in tono ragionevole, "non potevamo certo andare
avanti in quella maniera, no? Sei sempre stato d'accordo con tuo padre che il l
avoro non dovesse essere una sinecura per te. E visto che io avrei avuto grosse
difficolt... a credere o a resistere alle tue fandonie, ho pensato di passare il
problema a qualcuno con cui avresti avuto un rapporto pi- obiettivo. Ora, Micha
el avrei un altro appuntamento."
"Be', ma... a chi l'hai venduta?" farfugliò Michael. "A Gordon Way."
"A Gordon Way! Ma per l'amor di Dio, madre, quello è..."
"È molto ansioso di mostrarsi nei panni del mecenate d'arte. E intendo proprio mec
enate. Sono certa che te la caverai a meraviglia, mio caro. Ora, se non ti dispi
ace..."
Michael non si mosse di un millimetro.
"Non ho mai sentito una cosa pi- offensiva! lo..."
"Sai, è esattamente quello che ha detto il signor Gordon Way quando gli ho fatto v
edere queste cifre e poi gli ho chiesto di tenerti come direttore per tre numeri
."
Michael sospirò, sbuffò, diventò rosso e agitò l'indice, ma non riuscì a trovare nient'alt
ro da dire. Soltanto: "Quale sarebbe stata la differenza in tutto questo se ti a
vessi chiesto di trattarmi come il direttore di una delle tue riviste?"
"Be', mio caro," disse Lady Magna con il suo sorriso pi- dolce, "innanzitutto ti
avrei chiamato signor Michael Wenton-Weakes. E poi, ora non ti direi di raddriz
zarti la cravatta," aggiunse facendo un movimento impercettibile col mento.
Rap tap tap rap tap tap.
"Al diciassette, vero capo?"
"Eh... cosa?" disse Michael, scuotendo la testa.
"Aveva detto al diciassette, no?" disse l'autista del taxi. "Ci siamo."
"Ah. Ah, sì, grazie," disse Michael. Scese e si frugò in tasca in cerca di qualche s
oldo.
"Tap tap tap, eh?"
"Come?" chiese Michael pagando la corsa.
"Tap tap tap," disse l'autista del taxi, "tutta l'accidenti di strada fin qua. C
'è qualcosa che le frulla in testa, eh, amico?"
"Pensa ai cazzacci tuoi," lo rimbeccò astiosamente Michael.
"Come vuole, amico. Solo che pensavo che stesse diventando matto o gi- di li," d
isse il tassista e ripartì.
Michael entrò in casa e attraversò il freddo ingresso fino alla sala da pranzo, acce
se la luce in alto e si versò un brandy dalla caraffa. Si tolse il cappotto, lo bu
ttò sul grande tavolo di mogano e portò una sedia vicino alla finestra, dove si sede
tte a coccolare il brandy e la propria infelicit....
Tap tap tap, continuò sulla finestra.
Dall'oggi al domani, si era ritrovato direttore per i tre numeri concordati poi,
senza tante cerimonie, l'avevano mandato via. Avevano cercato un nuovo direttor
e, un certo A. K. Ross, giovane, famelico e ambizioso, che in poco tempo aveva f
atto della rivista un successo clamoroso. Michael intanto si sentiva smarrito e
nudo. Lui non aveva nient'altro.
Tamburellò ancora sulla finestra e guardò, come faceva spesso, la piccola lampada da
tavolo che si trovava sul davanzale. Era una banale piccola lampada, piuttosto
brutta e l'unico motivo che attirava regolarmente la sua attenzione era che prop
rio con quella si era fulminato suo padre, proprio lì dove adesso lui stava seduto
.
Il vecchio era un tale inetto in tutte le cose tecniche. A Michael sembrava prop
rio di vederne lo sguardo di intensa concentrazione attraverso gli occhiali a me
zza luna, mentre cercava di raccapezzarsi nell'arcana complessit... di un fusibi
le da trenta ampère succhiandosi i baffi. A quanto pareva, l'aveva rimesso a posto
senza prima riavvitare il coperchio e quindi aveva provato a cambiare il fusibi
le senza toglierlo. Così facendo, si era buscato la scossa che aveva ridotto al si
lenzio il suo cuore gi... malandato.
Un errore banalissimo, pensò Michael, che chiunque poteva fare, chiunque, ma le cu
i conseguenze erano state catastrofiche. Decisamente catastrofiche. La morte del
padre, la sua rovina, quel terribile Ross che spuntava dal nulla e il disastros
o successo della sua rivista, e...
Tap tap tap.
Guardò la finestra, il proprio riflesso e le ombre scure dei cespugli di fuori. Gu
ardò di nuovo la lampada. L'oggetto, il luogo erano proprio quelli e l'errore era
banale. Banale da fare, banale da evitare.
L'unica cosa che lo separava da quel momento era la barriera invisibile dei mesi
trascorsi da allora.
Una strana calma improvvisa discese su di lui, come se dentro di sé avesse appena
preso una risoluzione.
Tap tap tap.
"Fathom" era sua. Non doveva essere un successo, era la sua vita. Gli avevano st
rappato la vita e ciò esigeva una reazione.
Tap tap tap crac.
Sorpreso, scoprì di aver inopinatamente tirato un pugno nella finestra, procurando
si un brutto taglio.

Capitolo Quindici...
Davanti alla sua "villetta", alcuni degli aspetti meno piacevoli dell'essere def
unto cominciarono a farsi strada in Gordon Way. In realt..., secondo i canoni di
chiunque, si trattava di una casa piuttosto grande, ma lui aveva sempre desider
ato una villetta in campagna, così quando finalmente era arrivato il momento di co
mperarne una e aveva scoperto di poter disporre di parecchi soldi, pi- di quanti
avrebbe mai pensato di poter avere, acquistò una grande canonica antica, che defi
niva villetta nonostante le sette camere da letto e l'ettaro e mezzo di soffice
terra del Cambridgeshire. Ciò non contribuiva certo a farlo benvolere da quanti av
evano semplici villette, ma in fin dei conti se Gordon Way avesse orientato le p
roprie azioni in modo da farsi benvolere dagli altri non sarebbe stato Gordon Wa
y.
Certo, ora non era pi- Gordon Way. Era il fantasma di Gordon Way.
In tasca aveva il fantasma delle chiavi di Gordon Way. Rendendosene conto, si fe
rmò per un attimo sui suoi passi invisibili. L'idea di passare attraverso i muri f
rancamente lo disgustava. Era una cosa che aveva cercato di evitare strenuamente
per tutta la notte. Aveva invece tentato di afferrare e stringere ogni oggetto
che toccava per rendere quello, e quindi se stesso, tangibile. Entrare in casa,
in casa sua, in qualsiasi altro modo che non aprendo la porta d'ingresso e inced
endovi con l'aria del padrone lo riempiva di un'acuta malinconia.
Guardandola, desiderò che la casa non fosse un esempio tanto eclatante di gotico v
ittoriano e che la luce della luna non si riflettesse così fredda sulle sue strett
e finestre a timpano e sulle sue cupe torrette. Quando l'aveva comprata, aveva s
cherzato, stupidamente, sul fatto che dava l'idea di essere infestata dai fantas
mi, senza sapere che un giorno lo sarebbe stata davvero, e da chi, poi.
Mentre risaliva lentamente il viale d'accesso, fiancheggiato dalle ombre incombe
nti dei tassi, molto pi- vecchi della canonica, ebbe un attimo di scoramento. Tr
ovava inquietante pensare che chiunque altro avrebbe avuto paura di percorrere u
n simile viale, in una notte simile, temendo di incontrare un suo simile. Poco p
i- in l..., alla sua sinistra, dietro un filare di tassi, sorgeva la tetra sagom
a massiccia della vecchia chiesa, ormai in rovina, utilizzata a rotazione con al
tre dei villaggi vicini e affidata a un parroco che dopo la pedalata per arrivar
e fin l... era sempre senza fiato, oltre che sconfortato dalle poche persone che
lo aspettavano. Dietro il campanile della chiesa tondeggiava l'occhio gelido de
lla luna.
A un tratto gli sembrò di cogliere con lo sguardo un movimento fugace, come se fra
i cespugli vicino alla casa si fosse mosso qualcosa ma, si disse, era solo la s
ua immaginazione, messa a dura prova dalla tensione per la propria morte. Che co
sa poteva esserci lì di cui aver paura?
Continuò ad avanzare, girò attorno all'angolo della canonica dirigendosi verso la po
rta d'ingresso, infossata nel portico buio incorniciato dall'edera. Si arrestò di
botto vedendo che dall'interno della casa usciva una luce: luce elettrica e anch
e il fioco tremolio di un camino.
Gli ci volle un momento o due prima di rendersi conto che, naturalmente, lo aspe
ttavano entro la serata, anche se non esattamente nella forma in cui si trovava.
La signora Bennett, l'anziana governante, doveva aver preparato il letto, acces
o il fuoco e apparecchiato una cena leggera.
Probabilmente, anche la televisione sarebbe stata accesa, solo perché lui la potes
se spegnere con impazienza appena entrato. Avvicinandosi, i suoi passi non facev
ano scricchiolare la ghiaia. Pur sapendo che alla porta lo aspettava una delusio
ne, non sarebbe riuscito a trattenersi dal dirigersi lì come prima cosa, provare a
d aprirla e solo allora, nascosto nell'ombra del portico, chiusi gli occhi e pie
no di vergogna, si sarebbe lasciato scivolare attraverso di essa. Arrivò davanti a
lla porta e si fermò.
Era aperta.
Un centimetro appena, ma era aperta. Il suo spirito ebbe un fremito di stupore e
di paura. Come mai era aperta? La signora Bennett era sempre così scrupolosa in q
ueste cose. Per un istante rimase lì fermo senza sapere che fare, poi si accanì con
difficolt... contro la porta. Sotto la leggera pressione che riuscì a esercitare,
si aprì lentamente e malvolentieri, cigolando sui cardini in segno di protesta. En
trò e scivolò nell'atrio rivestito di pietra. Un'ampia scalinata si perdeva nell'osc
urit..., ma tutte le porte che si aprivano nell'atrio erano chiuse. La pi- vicin
a portava in salotto, dove c'era il fuoco acceso e da dove provenivano in sordin
a gli inseguimenti d'auto del film della notte. Lottò vanamente per un minuto o du
e con la piccola maniglia di ottone, ma alla fine fu costretto ad accettare l'um
iliante sconfitta; con un improvviso moto di rabbia, si scagliò contro la porta e
l'attraversò.
Dall'altra parte, la stanza era un quadretto di accogliente calore domestico. Vi
arrivò traballando per lo slancio e, senza riuscire a fermarsi, continuò a fluttuar
e, attraversando un tavolinetto messo lì per l'occasione, imbandito con grandi san
dwich e un thermos di caffè bollente, poi un'imponente poltrona dall'imbottitura r
igonfia, il fuoco e da ultimi gli spessi mattoni roventi, finendo nella sala da
pranzo adiacente, fredda e buia.
Anche la porta di comunicazione per rientrare nel soggiorno era chiusa. Gordon l
a tastò intorpidito poi, sottomettendosi all'inevitabile, si raccolse e la attrave
rsò, con calma e delicatezza, notando per la prima volta la pregevole venatura int
erna del legno.
La stanza era fin troppo confortevole per Gordon, che vagò distrattamente qua e l.
.., lasciando che la calda vivacit... del fuoco danzasse attraverso il suo corpo
, senza dargli alcun calore.
Che cosa fanno in genere, si chiese, i fantasmi di notte?
Si sedette inquieto a guardare la televisione. Di lì a poco però gli inseguimenti d'
auto si conclusero pacificamente e rimase solamente una neve grigia e un rumore
bianco che lui non poteva spegnere.
Scoprì che agitandosi e tirandosi su era sprofondato troppo nella sedia, confonden
dosi con alcune sue parti. Cercò di divertirsi apparendo dal mezzo di un tavolo, m
a nemmeno questo riuscì a migliorare il suo umore che, gi... depresso, scivolava i
nesorabilmente sempre pi- in basso. Forse poteva dormire.
Forse.
Non era stanco e non aveva sonno, ma solo un disperato desiderio di oblio. Attra
versando la porta chiusa, passò di nuovo nell'ingresso buio, da dove partiva la gr
ande scala pesante che portava di sopra, alle camere da letto ampie e tetre.
Senza scopo, si diresse al piano superiore.
Era inutile, lo sapeva. Se non si può aprire la porta di una camera, non ci si può m
ettere a letto. Scivolò attraverso la porta e levitò sul letto che sapeva freddo, se
bbene non potesse sentirlo. Sembrava che la luna non volesse lasciarlo in pace e
risplendeva su di lui, sdraiato con gli occhi spalancati e vuoti, incapace pers
ino di ricordare cosa fosse il sonno e come raggiungerlo.
L'orrore di quella vacuit... scese su di lui, l'orrore di stare sdraiato, contin
uamente ed eternamente sveglio alle quattro del mattino.
Non aveva nessun posto dove andare, niente da fare se anche ci fosse arrivato e
nessuno da andare a svegliare senza terrorizzarlo con la sua apparizione.
Il momento peggiore era stato sulla strada quando aveva visto Richard, la faccia
impietrita di Richard, bianca di l... dal parabrezza. Rivide ancora una volta q
uella faccia e subito dopo quella della figura pallida.
Era stato quello a togliergli gli ultimi brandelli di illusione che dal fondo de
ll'anima gli dicevano che il problema era solo temporaneo. Di notte sembrava ter
ribile, ma alla luce del giorno, quando avrebbe potuto vedere persone e raccogli
ere le idee, tutto sarebbe andato a posto. Gli tornò alla mente il ricordo di quel
l'istante e non riuscì pi- a liberarsene.
Aveva visto Richard e Richard, ne era sicuro, aveva visto lui. No, non sarebbe a
ndato tutto a posto.
In genere, quando di notte si sentiva così male, faceva un salto da basso a rovist
are nel frigo e ci andò anche ora. Sarebbe stato sempre meglio di quella camera da
letto al chiarore della luna. Avrebbe vagato per la cucina, sbattendo rumorosam
ente qua e l....
Scivolò gi- dalla balaustra, in parte passandoci in mezzo, fluttuò attraverso la por
ta della cucina senza pensarci due volte e per circa cinque minuti mise tutta la
sua concentrazione e le sue energie per accendere la luce.
La cosa gli dette una sensazione di appagamento e decise di festeggiare con una
birra.
Dopo un paio di minuti di ripetuti maneggi attorno a una lattina di Fosters che
continuava a scivolargli di mano, ci rinunciò. Non aveva la minima idea di come st
rappare l'anello, e poi nel frattempo aveva agitato tutta la birra... comunque,
anche se fosse riuscito ad aprirla, che se ne sarebbe fatto?
Non aveva un corpo in cui metterla. Scagliò lontano la lattina, che rotolò sotto una
credenza.
Cominciava a notare una cosa di sé, e cioè che la sua capacit... di afferrare gli og
getti sembrava aumentare e diminuire gradatamente, come la sua visibilit....
Senza regolarit..., però, o forse era solo che a volte gli effetti erano molto pi-
pronunciati di altre. Anche questo sembrava variare seguendo un ritmo pi- lento
. In quel momento preciso gli pareva che la sua forza fosse nella fase crescente
.
In una improvvisa frenesia di attivit..., cercò di capire quanti oggetti riusciva
a spostare, usare o far funzionare in qualche modo in quella cucina.
Aprì credenze, tirò fuori cassetti spargendo le posate sul pavimento. Ottenne un bre
ve ronzio dal frullatore, fece cadere il macinacaffè senza riuscire a metterlo in
moto, aprì il gas della piastra di cottura ma poi non ce la fece ad accenderlo, in
fierì su una pagnotta con un trinciapollo. Cercò di cacciarsi in bocca qualche pezze
tto di pane, che però cadeva in terra direttamente dalla bocca. Sbucò un topo, che f
uggì dalla stanza con il pelo ritto dalla paura.
Alla fine si fermò e si sedette, emotivamente esausto, ma fisicamente inebetito.
Come avrebbe reagito la gente, si chiese, alla sua morte?
A chi sarebbe dispiaciuto di pi- sapere che se n'era andato? Per un po' ci sareb
be stato dolore, poi tristezza, ma alla fine tutti si sarebbero ripresi e lui sa
rebbe diventato un ricordo sempre pi- tenue, mentre la gente continuava a vivere
senza di lui, pensando che era andato dove vanno tutti. Questo pensiero lo riem
pì di gelido terrore.
Non se n'era andato. Era ancora lì.
Si sedette davanti a una credenza che non era ancora riuscito ad aprire perché le
maniglie erano troppo dure e la cosa lo disturbava. Agguantò goffamente un baratto
lo di pomodori, poi tornò alla credenza e attaccò la maniglia con quello. La porta s
i aprì e mostruosamente ne uscì cadendo in avanti il suo corpo scomparso, pieno di s
angue.
Fino a quel momento Gordon non si era reso conto che anche un fantasma potesse s
venire.
Se ne rese conto in quel momento e svenne.
Si risvegliò due ore dopo al rumore prodotto dall'esplosione della cucina a gas.

Capitolo Sedici...
Il mattino dopo Richard si svegliò due volte.
La prima, pensò di aver sbagliato e si girò dall'altra parte per concedersi qualche
altro minuto di sonno inquieto. La seconda, scattò a sedere con un balzo, mentre i
fatti della sera prima gli si affollavano in testa.
Scese al piano di sotto e, imbronciato, fece una colazione disordinata in cui nu
lla andò per il giusto verso. Bruciò il pane, rovesciò il caffè e si accorse che il gior
no prima, nonostante si fosse detto che doveva ricordarselo, non aveva comperato
la marmellata. Visti i suoi miseri tentativi di nutrirsi, pensò che magari quella
sera avrebbe potuto invitare Susan in un ristorante fantastico, per farle dimen
ticare la nottata precedente.
Se fosse riuscito a convincerla.
C'era un ristorante di cui da un pezzo Gordon diceva meraviglie, insistendo perc
hé lo provassero. Gordon era eccezionale in fatto di ristoranti; d'altra parte ci
passava parecchio tempo. Per un paio di minuti rimase seduto a picchiettarsi una
matita sui denti, poi salì nello studio e tirò fuori un elenco telefonico da sotto
una pila di riviste di computer.
L'Esprit d'Escalier.
Chiamò il ristorante e provò a prenotare un tavolo, ma quando disse che lo voleva pe
r quella sera ebbe l'impressione che la sua richiesta suscitasse un certo divert
imento.
"Ah, non, m'sieur," rispose il maitre, "purtroppo è impossibile. Attualmente è neces
sario prenotare con almeno tre settimane d'anticipo. Pardon, m'sieur."
Richard trasecolò al pensiero che esistessero veramente persone in grado di sapere
con tre settimane d'anticipo quello che volevano fare, ringraziò il maitre e riag
ganciò. Be', magari potevano andare a mangiare una pizza. Questo pensiero lo ripor
tò all'appuntamento mancato della sera prima e quasi subito, sopraffatto dalla cur
iosit... riprese in mano l'elenco telefonico. Gentleman...
Gentles... Gentry.
Di Gently non ce n'erano. Neanche uno. Trovò gli altri elenchi, tranne il volume S
-Z che la donna delle pulizie, per motivi che ancora non era riuscito a scoprire
si ostinava a buttare via.
Non c'era neanche un Cjelli, né niente di simile. Non c'erano Jently, Dgently, Dje
ntly, Dzently e niente che gli assomigliasse nemmeno lontanamente. Si chiese se
non fosse Tjently, Tsentli o Tzentli e chiamò l'Ufficio Informazioni, che però era o
ccupato. Rimase seduto ancora un po' a picchiettarsi la matita sui denti, osserv
ando il divano che girava lentamente sullo schermo del computer,
Curioso che solo poche ore prima Reg gli avesse chiesto con tanta insistenza not
izie di Dirk.
Quando si vuole proprio trovare qualcuno, da che parte si comincia, che cosa si
fa?
Provò a chiamare la polizia, ma anche li trovò occupato. Be', le cose stavano così. Pe
r il momento, aveva fatto tutto quello che poteva, a parte assumere un investiga
tore privato, ma aveva modi migliori di buttar via tempo e denaro. Prima o poi,
gli sarebbe capitato di incontrare di nuovo Dirk, come succedeva pi- o meno a di
stanza di qualche anno.
Comunque, faceva fatica a credere che esistessero davvero persone come quelle, g
li investigatori privati.
Che razza di gente era? Che faccia avevano, dove lavoravano? Che tipo di cravatt
a ci si mette quando si fa l'investigatore privato? Probabilmente doveva essere
esattamente quel tipo di cravatta che uno non si aspetterebbe di vedere addosso
a un investigatore privato. Che roba, trovarsi alle prese con un problema come q
uello appena svegli.
Per pura curiosit... e per nient'altro, e anche perché l'unica alternativa era met
tersi a lavorare su Anthem, si ritrovò a sfogliare le pagine gialle.
Investigatori privati: vedi Agenzie investigative.
Parole che sembravano quasi incongrue in quel solido contesto commerciale, Sfogl
iò indietro il volume. Apparecchi odontoiatrici, Allevamento cani, Alimenti dietet
ici, Agenzie investigative...
In quel momento squillò il telefono e lui rispose un po' brusco. Non amava essere
interrotto.
"C'è qualcosa che non va, Richard?"
"Oh, ciao, Kate, scusami, no. Ero... stavo pensando ad altro." Kate Anselm era u
n'altra brillante programmatrice della WayForward Technologies. Stava lavorando
a un progetto a lungo termine sull'intelligenza artificiale, una di quelle cose
che sembravano sempre un assurdo sogno a occhi aperti finché uno non ne sentiva pa
rlare da lei. Gordon aveva bisogno di sentirgliene parlare piuttosto regolarment
e, in parte perché era nervoso per via dei soldi che gli stava costando, in parte
perché, insomma, non c'erano dubbi, a Gordon piaceva comunque sentir parlare Kate.
"Non volevo disturbarti," disse. "Solo che continuo a provare a mettermi in cont
atto con Gordon e non ci riesco. Non risponde né a Londra, né alla villetta, né dalla
macchina, né dal cercapersone. Mi sembra piuttosto strano per uno come Gordon, oss
essionato com'è dal bisogno di essere sempre rintracciabile. Hai sentito che si è fa
tto mettere un telefono nella sauna? Davvero."
"Non lo sento da ieri," disse Richard, Tutto a un tratto si ricordò del nastro pre
so dalla segreteria telefonica di Susan e pregò Dio che nel messaggio di Gordon no
n ci fosse niente di pi- importante che qualche farneticazione sui conigli. Diss
e: "So che stava andando alla villetta. Mmm, non ho idea di dove sia. Hai provat
o..." Richard non riusciva a pensare a nessun altro posto dove provare. "...mmm.
Buon Dio."
"Richard? "
"Incredibile..."
"Richard, che succede?"
"Niente, Kate. Ehm, ho appena letto la cosa pi- straordinaria del mondo."
"Davvero, e cosa stai leggendo?"
"Be', per la verit... l'elenco telefonico..."
"Veramente? Devo correre a comprarlo. I diritti cinematografici sono gi... stati
venduti?"
"Senti, scusami, Kate, posso richiamarti io pi- tardi? Non so dove sia Gordon in
questo momento e..."
"Non ti preoccupare, so benissimo com'è quando non si vede l'ora di voltare pagina
. Rimani sulle spine fino all'ultimo, no? Deve averlo fatto Zbigniew. Buon fine
settimana." Riattaccò.
Anche Richard riattaccò e restò seduto a fissare il riquadro pubblicitario sulle pag
ine gialle aperte davanti a lui.
AGENZIA INVESTIGATIVA OLISTICA
DIRK GENTLY
Risolviamo il caso per intero
Troviamo la persona per intera
Telefonate oggi stesso per l'intera soluzione
del vostro problema
(Specialista in gatti scomparsi e divorzi difficili)
33a Peckender St., Londra N1 01-354 9112
Peckender Street si trovava a pochi minuti di strada a piedi. Richard scarabocch
iò l'indirizzo, si infilò il cappotto e scese le scale di corsa, sostando per una br
eve ispezione al divano. Probabilmente, pensò, c'è qualcosa di terribilmente ovvio c
he mi sfugge. Il divano era incastrato leggermente di sbieco sulla lunga scala s
tretta. A un certo punto le scale erano interrotte da un pianerottolo di un paio
di metri, in corrispondenza con l'appartamento immediatamente sotto a quello di
Richard. L'ispezione tuttavia non produsse nessuna nuova intuizione e alla fine
lui scavalcò il divano e uscì dalla porta d'ingresso.
A Islington, uno tira un sasso e colpisce un negozio di antiquariato, un'agenzia
immobiliare o una libreria.
Se anche non riuscisse a colpirli, sicuramente farebbe scattare l'antifurto, che
nessuno staccherebbe se non dopo il weekend. Sulla Upper Street, un'auto della
polizia che come al solito giocava all'autoscontro andò a fermarsi un metro pi- in
l... con grande stridore di freni. Richard attraversò la strada dietro la macchin
a. Era una giornata fredda e serena, come piaceva a lui. Tagliò la parte alta di I
slington Green, dove si picchiano gli ubriaconi, superò il punto della vecchia Col
lins Music Hall che era bruciata e percorse il Camden Passage dove vengono scipp
ati i turisti americani. Curiosò un poco fra gli antiquari e vide un paio di orecc
hini che probabilmente a Susan sarebbero piaciuti, ma non ne era sicuro. Poiché no
n ne era sicuro, andò in confusione e lasciò perdere. Guardò la vetrina di un libraio
e d'impulso comprò un'antologia di poesie di Coleridge, solo perché era lì esposta. Si
infilò poi nel dedalo di viuzze laterali, passò il canale, superò le case popolari ch
e lo fiancheggiavano, attraversò una serie di piazze sempre pi- piccole e finalmen
te arrivò a Peckender Street, che tutto sommato era molto pi- lontana di quanto av
esse pensato.
Era una di quelle vie in cui nei weekend gli speculatori edili vanno in giro in
grosse Jaguar sbavando. C'erano decine di negozi che proponevano vendite in sald
o, architetture industriali dell'et... vittoriana e una piccola terrazza tardo-g
eorgiana in disfacimento, tutti edifici che morivano dalla voglia di essere abba
ttuti così che al loro posto potessero sorgere giovani e gagliardi cubi di cemento
. Gli agenti immobiliari imperversavano nella zona come branchi famelici, guarda
ndosi l'un l'altro con sospetto, i blocnotes pronti a scattare come tanti grille
tti.
Il numero 33, quando finalmente lo trovò, incastrato alla perfezione fra il 37 e i
l 45, era in uno stato pessimo, per quanto non peggiore di quasi tutto il resto.
Il piano terra era occupato da un'agenzia di viaggi e aveva una finestra rotta,
con alcuni sbiaditi manifesti della Boac(2), ormai probabilmente di un certo pre
gio. La porta accanto al negozio era stata dipinta di un rosso acceso, senza tro
ppa cura ma quanto meno di recente. Un pulsante accanto alla porta, in lettere d
isegnate accuratamente, diceva: "Dominique, lezioni di francese, 3ème piano".
La caratteristica pi- notevole della porta tuttavia era una vistosa targa di ott
one lucente fissata esattamente in centro, su cui era incisa la dicitura: "Agenz
ia Investigativa Olistica Dirk Gently".
Nient'altro. Sembrava nuova di zecca: persino le viti che la tenevano erano anco
ra lucide.
Al tocco di Richard, la porta si aprì e lui sbirciò dentro. Vide un ingresso piccolo
e muffoso, con una scala che portava al piano di sopra. In fondo all'ingresso,
una porta che a giudicare dalle apparenze non veniva aperta da anni, davanti a c
ui erano accatastati mucchi di vecchie scaffalature metalliche, una vasca per i
pesci e la carcassa di una bicicletta. Tutto il resto, i muri, il pavimento, le
scale e quel poco che si vedeva della porta, era stato pitturato di grigio in un
tentativo di ripristino da quattro soldi, anche se ormai era tutto abbondanteme
nte scrostato e qualche grappolo di muffa faceva capolino da una chiazza di umid
o vicino al soffitto.
Gli giunse il suono di voci adirate e salendo le scale riuscì a distinguere due an
imate discussioni in corso da qualche parte sopra la sua testa, completamente se
parate l'una dall'altra.
Una delle due terminò bruscamente, almeno per met..., quando un uomo furente e sov
rappeso scese con grande fragore le scale rialzandosi il bavero dell'impermeabil
e. Sopra, l'altra met... della discussione continuava in un torrente di sdegnate
parole francesi. L'uomo spinse da parte Richard, dicendo: "Risparmi i suoi sold
i, è un buco nell'acqua," e scomparve uscendo nella gelida mattinata.
L'altra discussione aveva toni meno accesi. Quando Richard arrivò al primo piano,
sentì un uscio che sbatteva da qualche parte, ponendo fine anche a quella. Guardò ne
lla porta aperta pi- vicina.
Dava in una piccola anticamera. Una seconda porta, interna, era ben chiusa. Una
giovane dal viso pienotto con un dozzinale soprabito blu stava tirando fuori dal
cassetto della scrivania matite per il trucco e scatole di kleenex, che poi but
tava nella propria borsa.
"È qui l'agenzia investigativa?" le chiese Richard incerto.
La ragazza annuì, mordendosi le labbra e continuando a tenere la testa bassa.
"E il signor Gently c'è?"
"Può darsi," disse scostandosi i capelli, troppo ricci per poter essere scostati c
ome si deve, "ma può anche darsi di no. Non sono nella posizione per poterlo dire.
I suoi movimenti non mi riguardano. Al momento, i suoi movimenti riguardano esc
lusivamente lui."
Recuperò l'ultima boccetta di smalto per le unghie e cercò di sbattere violentemente
il cassetto. Un grosso libro in piedi nel cassetto glielo impedì. Ci riprovò, ma se
nza successo. Prese il libro, ne strappò una manciata di pagine e lo rimise a post
o. Stavolta riuscì a sbattere violentemente il cassetto senza problemi. "Lei è la su
a segretaria?" chiese Richard.
"Sono la sua ex segretaria, e tale intendo restare," rispose lei chiudendo la bo
rsa con uno scatto energico. "Se invece di pagarmi, preferisce spendere i suoi s
oldi in stupide e costose targhe di ottone, faccia pure. Io però non ho intenzione
di sopportarlo, grazie mille. Per gli affari un corno. Rispondere bene al telef
ono serve agli affari e vorrei tanto vedere se la sua bella targa d'ottone è capac
e di farlo. Se vuole scusarmi, gradirei precipitarmi fuori di qui."
Richard si fece da parte e lei si precipitò fuori.
"Era ora!" gridò una voce dalla stanza interna. Squillò il telefono e qualcuno rispo
se immediatamente.
"Sì?" disse irritata la voce dalla stanza interna, La ragazza rimise dentro la tes
ta per prendere la sciarpa, ma silenziosamente, per non farsi sentire dal suo ex
datore di lavoro. Poi se ne andò definitivamente.
"Sì, Agenzia Investigativa Olistica Dirk Gently. In cosa possiamo servirla?"
Al piano di sopra, il torrente di parole francesi era terminato. Calò una strana c
alma tesa.
Dentro, la voce disse: "Esatto, signora Sunderland, i divorzi difficili sono una
delle nostre specialit...".
Vi fu una pausa.
"Sì, grazie, signora Sunderland, non è poi così difficile." Il telefono venne nuovamen
te deposto solo per essere sostituito all'istante da un altro squillo.
Richard si guardò attorno nello squallido ufficietto. Non c'era granché. Una malanda
ta scrivania di cartone impiallacciato, un vecchio schedario grigio e un cestino
di stagno per la carta straccia color verde scuro. Appeso al muro un poster dei
Duran Duran, su cui qualcuno aveva scarabocchiato con un grosso pennarello ross
o: "Per cortesia, lo tiri gi-".
Sotto, un'altra mano aveva scarabocchiato: "No".
Sotto ancora, la prima aveva scritto: "Insisto perché lo tiri gi-".
Sotto, la seconda aveva scritto: "Se lo scordi!"
E sotto: "Lei é licenziata".
E sotto: "Bene!"
E lì, a quanto pareva, la questione si era arenata.
Bussò alla porta interna, ma non ricevette risposta. La voce continuò invece: "Sono
molto lieto che lei me lo chieda, signora Rawlinson. Il termine 'olistica' si ri
ferisce alla mia convinzione che il punto importante sia la sostanziale intercon
nessione reciproca di tutte le cose. Io non perdo tempo con bazzecole quali la p
olvere per le impronte digitali, indizi rivelatori prelevati dalle tasche o scio
cche orme di scarpe. Ritengo che la soluzione di ogni problema vada ricercata ne
l disegno e nello schema globale. Il rapporto fra cause ed effetti, signora Rawl
inson, spesso è pi- sottile e complesso di quanto noi, a una prima e sommaria visi
one del mondo fisico, saremmo naturalmente portati a supporre.
Lasci che le faccia un esempio. Se lei va da un agopunturista con il mal di dent
i, quello le infila un ago nella coscia. Sa perché, signora Rawlinson?
No, nemmeno io, signora Rawlinson, ma scoprirlo è il nostro scopo. È stato un piacer
e parlare con lei, signora Rawlinson. Arrivederci".
Mentre metteva gi- il primo telefono, un altro stava gi... suonando.
Richard sfiorò la porta aperta e guardò dentro.
Era lo stesso Svlad, o Dirk, o Cjelli. Un po' pi- tondo intorno alla vita, un po
' pi- vizzo e pi- rosso intorno agli occhi e al collo, ma sostanzialmente la ste
ssa faccia sulla quale ricordava benissimo, otto anni prima, di aver visto un so
rriso amaro mentre il suo proprietario saliva nel retro di un cellulare del dist
retto di polizia del Cambridgeshire.
Indossava un vecchio completo pesante color marrone chiaro (che aveva l'aria di
essere stato indossato, in un passato lontano e migliore, pi- volte in occasione
della potatura dei rovi), una camicia a scacchi rossa che non aveva assolutamen
te nulla a che vedere con il vestito, e una cravatta a righe verdi che si rifiut
ava di rivolgere la parola a entrambi. Portava anche un paio di spessi occhiali
dalla montatura di metallo, che probabilmente potevano spiegare almeno in parte
la sua idea di eleganza.
"Ah, signora Bluthall, che indicibile sollievo sentirla," stava dicendo. "Sono r
imasto così turbato dalla dipartita di Miss Tiddles. Davvero una notizia tristissi
ma. Eppure, eppure... Dobbiamo lasciare forse che la nera disperazione offuschi
ai nostri occhi la limpidissima luce in cui ora dimora in eterno la sua adorata
micina?
Direi di no. Aha. Mi sembra di sentirla miagolare ancora adesso, Miss Tiddles. L
a chiama, signora Bluthall. Le dice che è contenta, in pace. Dice che lo sar... an
cora di pi- quando lei avr... pagato qualche conto. Questo non le fa suonare qua
lche campanellino, signora Bluthall? Ora che mi ci fa pensare, mi sembra di aver
gliene mandato uno anch'io, nemmeno tre mesi fa. Mi chiedo se non sia questo che
turba il suo eterno riposo."
Dirk invitò Richard a entrare con un gesto brusco, poi gli fece segno di passargli
il pacchetto di sigarette francesi tutto gualcito che si trovava appena fuori d
ella sua portata.
"Allora a domenica sera, signora Bluthall, domenica sera alle otto e trenta. L'i
ndirizzo lo conosce. Sì, sono sicuro che Miss Tiddles si manifester..., insieme al
suo libretto degli assegni. A domenica, signora Bluthall, a domenica."
Mentre si sbarazzava della signora Bluthall un altro telefono stava gi... suonan
do. Lo afferrò, accendendosi nel frattempo la sua sigaretta ciancicata.
"Ah, signora Sauskind," disse in risposta alla sua interlocutrice, "la mia clien
te pi- antica e potrei dire la pi- apprezzata. Buona giornata a lei, signora Sau
skind, buona giornata. Purtroppo, temo che non ci sia ancora nessuna traccia del
giovane Roderick, ma la ricerca si va intensificando, avvicinandosi a quelle ch
e sono certo saranno le sue fasi conclusive e confido che nel breve volgere di q
ualche giorno dalla data odierna lei avr... di nuovo e per sempre il giovane bri
ccone fra le sue braccia a miagolare teneramente, ah sì, il conto, mi stavo chiede
ndo se l'avesse ricevuto."
La sigaretta ciancicata di Dirk si rivelò troppo ciancicata per poter essere fumat
a, così lui si incastrò il telefono sulla spalla e frugò nel pacchetto, che però era vuo
to, cercandone un'altra.
Rovistò sulla scrivania in cerca di un pezzo di carta e un mozzicone di matita, po
i scrisse un appunto che passò a Richard. "Sì, signora Sauskind," assicurò al telefono
, "la sto ascoltando con tutta la mia attenzione."
L'appunto diceva: "Di' alla segretaria di portarmi le sigarette".
"Sì," continuò Dirk parlando al telefono, "ma come ho cercato di spiegarle, signora
Sauskind, nei sette anni della nostra conoscenza, in questo campo propendo per l
e ipotesi della meccanica quantistica. La mia teoria è che il suo gatto non si sia
perso, ma che la sua forma d'onda abbia avuto un crollo temporaneo e debba esse
re ricostruita. Schr"dinger. Planck. E via dicendo."
Richard scrisse sul foglietto: "Non hai pi- una segretaria," e glielo sottopose.
Dirk ci pensò su per un attimo, poi scrisse sul foglietto: "Accidenti mannaggia,"
e lo ripassò di nuovo a Richard.
"Le concedo, signora Sauskind," continuò allegramente Dirk, "che per un gatto dici
annove anni costituiscano, diciamo così, un'et... ragguardevole, e tuttavia possia
mo mai credere che un gatto come Roderick non ci sia arrivato?
E possiamo noi ora, nell'autunno degli anni suoi, abbandonarlo al suo destino? È p
roprio questo il momento in cui pi- gli abbisogna il sostegno delle nostre inces
santi indagini. È questo il momento di raddoppiare i nostri sforzi e, con il suo p
ermesso, signora Sauskind, è ciò che intendo fare. Pensi, signora Sauskind, con che
faccia lo affronterebbe se non facesse questa cosuccia per lui."
Richard giocherellò con il foglietto, si strinse nelle spalle e ci scrisse: "Vado
a prendertele io," dopo di che glielo ripassò ancora una volta.
Dirk scosse la testa come a rifiutare e scrisse: "Troppo gentile non potrei mai"
. Non appena Richard l'ebbe letto, Dirk riprese il foglietto e vi aggiunse: "Fat
ti dare i soldi dalla segretaria".
Richard fissò pensieroso il pezzo di carta, poi prese la matita e fece un segno vi
cino al punto dove poco prima aveva scritto "Non hai pi- una segretaria". Spinse
il biglietto verso Dirk dall'altra parte del tavolo, che gli dette soltanto un'
occhiata, poi sottolineò "Troppo gentile non potrei mai".
"Be', magari," continuò Dirk con la signora Sauskind, "potrebbe sorvolare semplice
mente su alcune delle parti del conto che le creano difficolt.... Le parti pi- a
mpie."
Richard uscì.
Scendendo di corsa i gradini, passò accanto a un giovane speranzoso con una giacca
jeans e i capelli tagliati cortissimi che guardava ansiosamente in su nella sca
la.
"Buone nuove, amico?" chiese a Richard.
"Incredibile," mormorò Richard, "semplicemente incredibile."
Trovò un'edicola nelle vicinanze dove prese un paio di pacchetti di Disque Bleu pe
r Dirk e una copia dell'ultimo numero di "Personal Computer World", che aveva in
copertina una foto di Gordon Way.
"Peccato per lui, eh?" gli disse il giornalaio.
"Come? Oh, be'... gi...," fece Richard. Spesso aveva pensato la stessa cosa, ma
era stupito di vedere che i suoi sentimenti erano tanto ampiamente condivisi. Pr
ese anche una copia del "Guardian", pagò e se ne andò.
Quando Richard rientrò, Dirk era ancora al telefono, con i piedi sul tavolo, ed er
a chiaro che le trattative stavano andando per le lunghe.
"Certo, alle Bahamas i costi, be', sono costosi, signora Sauskind, è nella natura
stessa dei costi esserlo. È per quello che li chiamano così." Prese i pacchetti di s
igarette che gli venivano offerti, sembrò deluso che fossero solo due, ma alzò fugac
emente le sopracciglia verso Richard per ringraziarlo del favore fattogli, poi g
li indicò una sedia.
Dal piano di sopra arrivò il suono di una discussione parzialmente condotta in fra
ncese.
"Naturalmente le spiegherò ancora perché il viaggio alle Bahamas fosse così assolutame
nte indispensabile," disse Dirk Gently in tono rassicurante. "Niente potrebbe fa
rmi pi- felice. Come lei sa, signora Sauskind, io credo nella sostanziale interc
onnessione reciproca di tutte le cose. Per di pi-, ho eseguito rilevazioni e tri
angolazioni vettoriali di questa interconnessione reciproca di tutte le cose, ri
salendo fino a una spiaggia alle Bermuda che quindi di tanto in tanto nel corso
delle mie indagini mi è necessario visitare. Vorrei che così non fosse, visto che pu
rtroppo sono allergico sia al sole sia ai punch al rum, ma d'altronde tutti abbi
amo una croce da portare, non è così, signora Sauskind?"
Sembrò che dal telefono uscisse un balbettio.
"Lei mi rattrista, signora Sauskind. Vorrei poter trovare nel fondo del mio cuor
e le parole per dirle che il suo scetticismo mi corrobora e mi gratifica, ma con
tutta la buona volont... del mondo non ci riesco. Sono svuotato, signora Sauski
nd, svuotato. Credo che nel conto trover... una voce in proposito. Vediamo un po
'."
Prese una sottile copia su carta carbone che si trovava lì vicino.
"'Rilevazioni e triangolazioni vettoriali della interconnessione reciproca di tu
tte le cose, centocinquanta sterline.' Ecco fatto. 'Rintracciare le stesse fino
a una spiaggia alle Bahamas, viaggio e alloggio.' Appena millecinquecento. Natur
almente, la sistemazione era di una modestia umiliante.
Ah, sì, eccoci qua. 'Strenua lotta per cancellare lo scetticismo del cliente, beva
nde: trecentoventisette sterline e cinquanta.' Magari non avessi dovuto metterle
in conto spese simili, mia cara signora Sauskind, magari non se ne fosse presen
tata tanto spesso l'occasione. Non credere nei miei metodi serve solo a rendermi
il lavoro pi- difficile, signora Sauskind, e quindi, malauguratamente, pi- disp
endioso."
Al piano di sopra, i rumori della discussione si andavano facendo pi- vivaci. La
voce francese sembrava sull'orlo di un crollo nervoso.
"Non mi sfugge affatto, signora Sauskind," continuò Dirk, "che i costi dell'indagi
ne debordano leggermente dal preventivo iniziale, ma sono certo che a lei, per p
arte sua, non sfuggir... che un lavoro per il quale necessitano sette anni deve
evidentemente essere pi- difficile di uno che si può sbrigare in un pomeriggio, e
dunque va fatto pagare un prezzo maggiore. Sono costretto a rivedere di continuo
le mie valutazioni sulla difficolt... dell'incarico, alla luce delle difficolt.
.. incontrate finora."
Il balbettio dal telefono sembrò farsi pi- frenetico.
"Mia cara signora Sauskind... o forse posso chiamarla Joyce? Benissimo. Mia cara
signora Sauskind, permetta che le dica una cosa. Non si preoccupi del conto, no
n se ne lasci allarmare o sconvolgere. Non lasci, la prego, che io diventi per l
ei una fonte di ansia. Semplicemente, stringa i denti e paghi."
Tolse i piedi dal tavolo e si chinò sulla scrivania, avvicinando inesorabilmente l
a cornetta del telefono, centimetro dopo centimetro, alla forcella.
"Come sempre, parlare con lei è stato un vero piacere, signora Sauskind. Per il mo
mento, arrivederci."
Finalmente, posò il ricevitore, lo risollevò e lo lasciò cadere nel cestino della cart
a straccia.
"Mio caro Richard MacDuff," disse tirando fuori da sotto la scrivania una grande
scatola piatta e spingendola dall'altra parte del tavolo, "la tua pizza."
Richard lo guardò sbigottito.
"Ehm, no grazie," disse. "Ho fatto colazione. Prego. Mangiala pure tu."
Dirk si strinse nelle spalle. "Ho detto che saresti passato a regolare il conto
dopo il weekend," disse. "E, fra parentesi, benvenuto nei miei uffici."
Fece un vago gesto della mano in direzione dello squallido locale in cui si trov
avano.
"La luce c'è," disse indicando la finestra, "la gravit... pure," disse lasciando c
adere a terra una matita. "Quanto a tutto il resto, dobbiamo correre i nostri ri
schi."
Richard si schiarì la gola. "Che cos'è?" disse.
"Che cos'è cosa?"
"Questo," esclamò Richard, "tutto questo. A quanto pare, tu hai un'Agenzia Investi
gativa Olistica e io non so nemmeno che cos'è"
"Fornisco un servizio unico al mondo," disse Dirk. "Il termine 'olistica' si rif
erisce alla mia convinzione che il punto importante sia la sostanziale interconn
essione reciproca di tutte..."
"Sì, questa parte l'ho gi... sentita prima," lo interruppe Richard. "Devo dire che
mi suonava un po' come un pretesto per sfruttare anziane signore ingenue."
"Sfruttare?" chiese Dirk. "Be', immagino che sarebbe così se ogni tanto una di lor
o mi pagasse, ma ti assicuro, mio caro Richard, che questo pericolo sembra non s
ussistere neppure lontaamente. Vivo di quelle che si chiamano speranze. Spero in
casi affascinanti e remunerativi, la mia segretaria spera che la pagherò, il suo
padrone di casa spera che gli mandi un mese d'affitto, l'azienda elettrica spera
che lui regoli la bolletta, e così via. Trovo che sia uno stile di vita meravigli
osamente ottimista.
Nel frattempo elargisco a una serie di anziane sciocche signore qualcosa per cui
crucciarsi felicemente, garantendo virtualmente la libert... dei loro gatti. Ma
c'è, mi chiederai tu (e la domanda la faccio io al posto tuo perché so che tu sai c
he detesto essere interrotto), c'è un solo caso che metta a dura prova l'infinites
ima parte del mio intelletto il quale, come non hai certo bisogno di dirmi, è prod
igioso? No. Ma io mi dispero? Sono depresso? Sì. Fino," aggiunse, "a oggi."
"Ah, bene, me ne rallegro," disse Richard, "ma che cos'erano tutte quelle scemen
ze sui gatti e la meccanica quantistica?" Con un sospiro, Dirk staccò il bordo del
la pizza con un solo gesto delle dita esperte. Osservò il boccone rotondo e freddo
con una sorta di malinconia, poi ne strappò un pezzo. Brandelli di peperoni e acc
iughe si sparsero sulla scrivania.
"Sono certo, Richard, che tu conosci bene la teoria del Gatto di Schr"dinger," d
isse cacciandosi in bocca quasi tutto il pezzo.
"Certo," disse Richard. "Insomma, abbastanza bene."
"Di cosa si tratta?" disse Dirk con la bocca piena.
Richard si agitò sulla sedia irritato. "È l'illustrazione," disse, "del principio se
condo cui a un livello quantico tutti gli eventi sono governati da probabilit...
..."
"A un livello quantico, quindi a tutti i livelli," lo interruppe Dirk. "Anche se
a un qualsiasi livello pi- elevato di quello subatomico l'effetto cumulativo di
quelle probabilit..., nel normale corso degli eventi, è indistinguibile dall'effe
tto delle rigide leggi fisiche. Vai avanti."
Si portò alla bocca un altro pezzo di pizza.
Richard rifletté che quella di Dirk era una bocca in cui era gi... stato messo tro
ppo. Tra quello che mangiava e quello che diceva, il traffico in quella bocca er
a praticamente incessante. Le orecchie, peraltro, rimanevano quasi completamente
inutilizzate durante una normale conversazione.
Gli venne fatto di pensare che se Lamarck aveva ragione, nel caso che generazion
i e generazioni avessero adottato un comportamento simile, con ogni probabilit..
. alla fine si sarebbe verificato un radicale riassetto del contenuto del cranio
.
Richard continuò. "Non solo gli eventi a livello quantico sono governati dalle pro
babilit..., ma quelle probabilit... non si risolvono mai in veri eventi fino a c
he non vengono misurate. O, per usare una frase che ti ho appena sentito pronunc
iare in un contesto alquanto bizzarro, l'atto della misurazione provoca un croll
o della forma d'onda della probabilit.... Fino a quel momento, tutti i possibili
corsi di azione aperti, poniamo, a un elettrone coesistono come forma d'onda di
probabilit.... Nulla è deciso. Fino a che non viene misurato."
Dirk annuì. "Pi- o meno," disse riempiendosi di nuovo la bocca. "Ma che mi dici de
l gatto?"
Richard decise che c'era un solo modo per evitare di guardare Dirk che si faceva
fuori a morsi ciò che restava della pizza, ed era di mangiarne lui stesso la part
e rimanente. L'arrotolò e ne prese un bocconcino simbolico da un'estremit.... Era
piuttosto buona. Le dette un altro morso.
Dirk lo guardava con sgomento e meraviglia.
"Dunque," riprese Richard, "l'idea che sta dietro il Gatto di Schr"dinger era qu
ella di ipotizzare un sistema in cui si potessero considerare a livello macrosco
pico, diciamo pure a un livello di quotidianit..., gli effetti di un comportamen
to probabilistico a livello quantico."
"E diciamolo," fece Dirk, guardando ciò che restava della pizza con occhio addolor
ato. Richard ne prese un altro morso e andò avanti allegramente.
"Immagina dunque di prendere un gatto e di chiuderlo in una scatola che puoi sig
illare perfettamente. Sempre nella scatola, ci metti un pezzetto di materiale ra
dioattivo e una fiala di gas velenoso. Fai in modo che in un dato periodo di tem
po ci sia esattamente il cinquanta per cento di possibilit... che un atomo del f
rammento radioattivo si disintegri e liberi un elettrone. Se si disintegra, prov
oca il rilascio del gas e uccide il gatto. Altrimenti, il gatto vive. Cinquanta
per cento. A seconda di un cinquanta per cento di possibilit... che un solo atom
o si disintegri o meno.
Per come la vedo io, il punto è questo: poiché la disintegrazione di un singolo atom
o è un evento di livello quantico che non si risolverebbe mai in un senso o nell'a
ltro fino a che non lo si osserva, e poiché non c'è osservazione finché non si apre la
scatola per vedere se il gatto è vivo o morto, allora la conseguenza è davvero stra
ordinaria.
Fino a che non si apre la scatola, il gatto permane in uno stato indeterminato.
La possibilit... che sia vivo e la possibilit... che sia morto sono due differen
ti forme d'onda sovrapposte l'una all'altra all'interno della scatola. Schr"ding
er propone questa idea per illustrare ciò che riteneva assurdo nella teoria quanti
stica." Dirk si alzò e andò a passi lenti verso la finestra, probabilmente non tanto
per la vista scadente che da lì si poteva godere su un vecchio magazzino, in cui
un commediografo alternativo stava prodigando gli ingenti proventi ottenuti con
la pubblicit... di una birra per trasformarlo in appartamenti di lusso, quanto p
erché era l'unica opportunit... di non assistere alla scomparsa dell'ultimo brande
llo di pizza.
"Esattamente," disse Dirk. "Bravo!"
"Ma tutto ciò che cos'ha a che fare con questa... questa Agenzia Investigativa?"
"Ah, quella. Be', alcuni ricercatori stavano conducendo proprio questo esperimen
to, ma quando aprirono la scatola, il gatto non era né morto né vivo, ma in effetti
completamente scomparso, per cui mi chiamarono per indagare. Riuscii a dedurre c
he non era successo niente di particolarmente drammatico. Semplicemente il gatto
, stufo di farsi rinchiudere ripetutamente nella scatola e di tanto in tanto di
essere gassato, alla prima occasione aveva infilato la finestra. Per me fu quest
ione di un minuto mettere una ciotola di latte vicino alla finestra e chiamare '
Bernice' con voce invitante... 'Bernice' era il nome del gatto, sai..."
"Scusa, aspetta un attimo..."
"...così il gatto tornò al suo posto. Una faccenda abbastanza semplice, ma a quanto
pare produsse una certa impressione in alcuni ambienti e poi, come succede, una
cosa tira l'altra e tutto è culminato nella brillante carriera che puoi vedere con
i tuoi occhi."
"Aspetta un attimo, aspetta un attimo," insistette Richard, dando una manata sul
tavolo.
"Sì?" chiese Dirk con aria innocente. "Scusa, di cosa stiamo parlando, Dirk?"
"C'è qualcosa che non va in quello che ti ho detto?"
"Be', praticamente non so da che parte cominciare," protestò Richard. "Benissimo.
Hai detto che qualcuno stava facendo l'esperimento. È un'assurdit.... Il Gatto di
Schr"dinger non è un vero esperimento. E solo un esempio per sostenere un'idea. No
n è una cosa che si fa veramente."
Dirk lo osservava con curiosa intensit....
"Ah sì?" disse alla fine. "E perché no?"
"Be', non c'è niente da sperimentare. Il nocciolo dell'idea sta tutto nel riflette
re su ciò che accade prima di fare l'osservazione. Non si può sapere cosa sta succed
endo nella scatola senza guardarci dentro, ma nell'istante stesso in cui guardi
il pacchetto di onde ha un crollo e le probabilit... si risolvono. Si annulla da
sé. È completamente inutile."
"Naturalmente, quello che dici è assolutamente giusto," replicò Dirk tornando a sede
rsi. Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, la batté pi- volte sulla scrivania, poi
si protese in avanti e puntò il filtro contro Richard.
"Prova però a pensare a questo," continuò. "Supponiamo di introdurre nell'esperiment
o un sensitivo, qualcuno con poteri chiaroveggenti: qualcuno che sia in grado di
indovinare in che stato di salute si trova il gatto senza aprire la scatola. Qu
alcuno, magari, che ha una certa soprannaturale empatia con i gatti. Cosa succed
erebbe? Non potrebbe questo elemento fornirci una prospettiva ulteriore sul prob
lema della fisica quantistica?"
"È questo che volevano fare?"
"È quello che hanno fatto."
"Dirk, questa è un'assurdit... totale." Dirk alzò polemicamente le sopracciglia.
"Bene, bene," disse Richard, alzando le palme aperte, "seguiamola passo passo. A
nche ammettendo, cosa che non faccio nemmeno per un secondo, che la chiaroveggen
za abbia un fondo di verit..., questo non inficierebbe la fondamentale impratica
bilit... dell'esperimento. Come ho detto, tutta la questione ruota attorno a ciò c
he accade dentro la scatola prima che si compia l'osservazione. Non importa come
la si osserva, se si guarda nella scatola con i propri occhi oppure, be', se in
sisti, con quelli della mente. Se la chiaroveggenza funziona, è solo un altro modo
di guardare dentro la scatola, mentre se non funziona è evidentemente irrilevante
."
"Dipende, è chiaro, dall'idea che si ha della chiaroveggenza...
"Ah, sì? E tu che idea hai della chiaroveggenza? Mi interesserebbe molto conoscerl
a, vista la tua storia."
Dirk picchiettò ancora la sigaretta sulla scrivania, poi guardò Richard socchiudendo
gli occhi.
Seguì un silenzio intenso e prolungato, rotto soltanto dal suono lontano delle url
a in francese.
"Ho l'idea che ho sempre avuto," disse Dirk alla fine. "Che sarebbe?"
"Che non sono un chiaroveggente."
"Davvero?" disse Richard. "E allora che mi dici dei testi d'esame? "
All'accenno a quell'argomento, gli occhi di Dirk si offuscarono.
"Una coincidenza," disse con voce bassa e feroce, "una coincidenza strana e aggh
iacciante, ma pur sempre una coincidenza. Che, si potrebbe aggiungere, mi ha fat
to passare un tempo considerevole in prigione. Le coincidenze a volte sono cose
terribili e pericolose."
Dirk soppesò Richard con un'altra delle sue lunghe occhiate. "Ti stavo guardando c
on attenzione," gli disse. "Mi sembri estremamente rilassato per un uomo nella t
ua condizione."
A Richard sembrò un commento strano e per un attimo cercò di coglierne il senso. Poi
la luce si fece largo in lui, ed era una luce molesta.
"Santo cielo," disse, "non sar... mica riuscito ad arrivare anche fino a te, ver
o?"
Stavolta era Dirk a sembrare perplesso dalla frase. "Chi è arrivato fino a me?" ch
iese.
"Gordon. No, ovviamente no. Gordon Way. Ha quest'abitudine di cercare di farmi i
ncalzare da altre persone perché vada avanti con quelli che lui considera lavori i
mportanti. Per un momento ho pensato... bah, non importa. Ma allora cosa intende
vi dire?"
"Ah. Gordon Way ha quest'abitudine, eh?"
"Gi.... A me non piace. Perché?"
Dirk lanciò uno sguardo lungo e duro a Richard, picchiettando leggermente una mati
ta sulla scrivania.
Poi si appoggiò di nuovo allo schienale e disse quanto segue: "Il corpo di Gordon
Way è stato scoperto questa mattina prima dell'alba. Gli hanno sparato, l'hanno st
rangolato e infine hanno dato fuoco alla casa. La polizia sta lavorando all'ipot
esi che in realt... non gli abbiano sparato in casa, dato che non è stato rinvenut
o alcun pallino di fucile da caccia, a parte quelli nel suo corpo.
Ne sono stati ritrovati invece vicino alla Mercedes 500 Sec del signor Way, abba
ndonata a circa cinque chilometri da casa sua. Ciò lascia credere che il corpo sia
stato spostato dopo l'omicidio. Inoltre, il medico che ha esaminato il cadavere
è dell'opinione che il signor Way in realt... sia stato strangolato dopo essere s
tato colpito dal proiettile, il che sembra indicare una certa confusione nella m
ente dell'assassino.
Per una sorprendente coincidenza, pare che la notte scorsa la polizia abbia avut
o occasione di interrogare un signore visibilmente piuttosto confuso, che ha dic
hiarato di essere soggetto a una sorta di senso di colpa per aver appena investi
to il suo datore di lavoro.
Quest'uomo era il signor Richard MacDuff e il suo datore di lavoro era la vittim
a, il signor Gordon Way. Si è anche notato che il signor Richard MacDuff è una delle
due persone che pi- probabilmente beneficeranno della morte del signor Way, vis
to che la WayForward Technologies quasi certamente passer... almeno in parte nel
le sue mani. L'altra persona è l'unica sua parente in vita, la signorina Susan Way
, nel cui appartamento ieri notte il signor Richard MacDuff è stato visto introdur
si. La polizia naturalmente questo non lo sa. E, se possiamo impedirlo, non lo s
apr... mai. Chiaramente, ogni rapporto fra i due verr... esaminato attentamente.
Alla radio, i notiziari dicono che stanno cercando urgentemente il signor MacDu
ff, il quale, ritengono, sar... in grado di aiutarli nelle indagini, ma dal modo
in cui lo dicono si capisce che senza dubbio lo credono colpevole come l'infern
o.
Le mie tariffe sono le seguenti: duecento sterline al giorno, pi- le spese. Le s
pese non sono trattabili e talvolta chi non capisce queste cose le trova piuttos
to ingiustificate. Sono tutte necessarie e, come dico, non trattabili. Sono assu
nto?"
"Scusa," disse Richard annuendo leggermente. "Potresti ricominciare da capo?"

Capitolo Diciassette...
Il Monaco Elettrico non sapeva pi- cosa credere.
Nelle ore precedenti era passato attraverso un numero sconcertante di sistemi di
credenze, parecchi dei quali non erano riusciti a dargli il conforto spirituale
a lungo termine che a causa della sua programmazione era condannato a ricercare
in eterno. Era stufo. Francamente. E stanco. E scoraggiato.
In pi-, cosa che lo sorprendeva, gli mancava un po' il suo cavallo. Una creatura
ottusa e umile, certamente, e in quanto tale indegna della preoccupazione di un
o la cui mente era destinata per sempre a occuparsi di cose elevate, al di l...
della comprensione di un semplice cavallo; eppure gli mancava.
Aveva voglia di sedercisi sopra. Aveva voglia di dargli una pacca. Aveva voglia
di sentire che non capiva.
Si chiese dove fosse finito.
Sconsolato, dondolò i piedi dal ramo dell'albero su cui aveva passato la notte. Vi
si era arrampicato alla ricerca di qualche sogno folle e fantastico, poi era ri
masto bloccato e aveva dovuto fermarcisi fino al mattino.
Anche adesso, alla luce del giorno, non sapeva bene come sarebbe riuscito a scen
dere. Per un attimo arrivò pericolosamente vicino alla convinzione di poter volare
, ma intervenne una routine di controllo degli errori provocati da eccessiva rap
idit... di pensiero, che gli disse di non fare l'idiota.
Comunque, era un problema.
Quale che fosse l'ardente fuoco di fede che nelle magiche ore della notte l'avev
a portato, ispirato sulle ali della speranza, lass- fra i rami dell'albero, non
gli aveva fornito le istruzioni su come ritornare gi- quando, come capita fin tr
oppo spesso con queste fedi fieramente ardenti nelle ore notturne, al mattino gl
i fosse venuta meno.
E parlando (o meglio, pensando) di cose che ardono fieramente, nelle prime ore a
ntelucane, a poca distanza da lì, c'era stato qualcosa di grosso che ardeva fieram
ente.
Gli pareva che la direzione fosse la stessa da cui era arrivato lui, attratto da
una forte spinta spirituale verso quell'albero esageratamente alto, ma per il r
esto imbarazzantemente banale. Aveva desiderato di andare ad adorare il fuoco, v
otandosi in eterno alla sua sacra fiamma, ma mentre lottava disperatamente per t
rovare il modo di scendere dai rami, erano arrivati i pompieri che avevano messo
fine a quello splendore divino, e anche quella fede era finita fuori della fine
stra.
Il sole si era levato da qualche ora e per quanto lui avesse occupato il proprio
tempo meglio che poteva, credendo alle nuvole, ai rametti, a una forma particol
are di scarabei volanti, ora sentiva di averne avuto abbastanza e per di pi- era
profondamente convinto che gli stesse venendo fame.
Gli sarebbe piaciuto aver avuto l'accortezza di portarsi via qualcosa da mangiar
e dalla residenza che aveva visitato nella notte, dove aveva depositato il suo s
acro fardello per l'inumazione nel sacro ripostiglio delle scope, invece di anda
rsene, come aveva fatto, tutto preso da un'innocente passione, ritenendo che que
stioni mondane come il cibo non avessero alcuna importanza e che comunque ci avr
ebbe pensato l'albero.
Bene, ci aveva pensato.
Aveva pensato a fornirgli tanti rametti. I Monaci non mangiavano rametti.
In realt..., ora che ci pensava, si sentiva leggermente a disagio rispetto ad al
cune delle cose che aveva creduto la notte prima, trovando certi risultati piutt
osto sconcertanti. Le istruzioni ricevute dicevano molto chiaramente di "sparare
" e lui si era sentito stranamente costretto a obbedire, ma forse aveva sbagliat
o a mettere in atto tanto precipitosamente un'istruzione impartitagli in una lin
gua imparata da appena due minuti. Certo, la reazione della persona a cui aveva
sparato era apparsa un po' eccessiva.
Nel suo mondo, quando si sparava in quel modo a qualcuno, la settimana dopo quel
lo tornava per un'altra puntata, ma lui dubitava che quel tale sarebbe tornato.
Una raffica di vento investì l'albero, scuotendolo paurosamente. Scese di qualche
centimetro. La prima parte era abbastanza facile, dato che i rami erano piuttost
o vicini fra loro. Era l'ultima ad apparirgli di una difficolt... insormontabile
, un gran salto che rischiava di provocargli gravi danni interni o rotture, le q
uali a loro volta potevano far sì che cominciasse a credere cose davvero strane.
Improvvisamente, la sua attenzione fu attratta da un suono di voci in un angolo
lontano del campo. Un camion si era fermato sul ciglio della strada. Guardò attent
amente per qualche istante, ma non riuscendo a vedere niente di particolare in c
ui credere, tornò all'introspezione.
Si ricordò che la sera prima aveva ricevuto uno strano input funzionale che fino a
quel momento gli era ignoto, ma aveva la sensazione che potesse trattarsi di un
a cosa che conosceva per sentito dire, chiamata rimorso. Il modo in cui la perso
na a cui aveva sparato era rimasta stesa in terra non gli era piaciuto neanche u
n po', e dopo essersi allontanato in un primo tempo, il Monaco era tornato a dar
e un'altra occhiata. Decisamente, quel tale aveva sul volto un'espressione da cu
i si intuiva che c'era qualcosa di storto, che tutto ciò non corrispondeva all'ord
ine naturale delle cose. Il Monaco temeva di avergli rovinato irrimediabilmente
la serata.
Eppure, rifletté, la cosa pi- importante era di fare quello che si crede giusto.
Subito dopo, aveva creduto giusto, visto che gli aveva rovinato la serata, di po
rtarlo almeno a casa, e una rapida ricerca nelle sue tasche aveva fruttato un in
dirizzo, qualche mappa stradale e delle chiavi. Il viaggio era stato duro, ma il
suo cammino era stato sostenuto dalla fede.
Inaspettatamente, dall'altra parte del campo gli giunse la parola "bagno".
Guardò di nuovo il camion nell'angolo opposto. C'era un tipo in uniforme blu scuro
che spiegava qualcosa a un altro tipo, vestito di rudi abiti da lavoro, apparen
temente contrariato da quello che stava ascoltando. Trasportate dal vento, gli a
rrivarono le parole "fino a che non rintracceremo il proprietario" e "certo, com
pletamente suonato". L'uomo in abiti da lavoro chiaramente era disposto ad accet
tare la situazione, sia pure di malagrazia.
Qualche momento dopo, dal retro del camion uscì un cavallo che fu condotto nel cam
po. Il Monaco batté le palpebre. I suoi circuiti ebbero un fremito e uno sbalzo di
tensione provocato dallo sbigottimento. Ecco finalmente qualcosa in cui credere
, un avvenimento davvero miracoloso, finalmente una ricompensa per la sua devozi
one, magari poco selettiva, ma certo senza riserve.
Il cavallo camminava con passo paziente, senza lamentarsi. Si era abituato da te
mpo a stare dove lo mettevano, ma una volta tanto pensò che non gli importava. Ecc
o qua un bel campo, osservò. Ecco qua dell'erba. C'era una siepe da rimirare. C'er
a abbastanza spazio per poter fare una trottata, se pi- tardi ne avesse sentito
il bisogno. Gli umani si allontanarono, abbandonandolo al suo estro, ben lieto d
i esservi abbandonato. Partì per un piccolo ambio, per puro capriccio, poi si fermò.
Poteva fare quello che voleva.
Che piacere.
Che grande e insolito piacere.
Passò lentamente lo sguardo su tutto il campo, quindi decise di organizzarsi una m
eravigliosa giornata di riposo. Pi- tardi un po' di trotto, pensò, pi- o meno vers
o le tre. Dopo di che si sarebbe steso sulla parte est del campo, dove l'erba er
a pi- folta. Sembrava il posto ideale dove andare a fare uno spuntino.
Per pranzo, fantasticò, poteva andare verso il lato sud del campo, dove correva un
ruscelletto. Pranzo presso ruscello, santo cielo. Era un paradiso.
Gli piaceva molto anche l'idea di passare un'ora e mezza a camminare prima a des
tra e poi a sinistra, senza nessuna ragione apparente. Si chiedeva solo se fra l
e due e le tre fosse pi- proficuo roteare la coda o ruminare qualcosa.
Certo, poteva sempre fare tutt'e due le cose, se lo desiderava, e andare a farsi
la sua trottatina un po' pi- tardi. Inoltre, aveva appena avvistato quello che
aveva tutta l'aria di essere proprio un bel pezzetto di siepe da cui gustarsi il
panorama, cosa che l'avrebbe aiutato a far passare piacevolmente quell'oretta o
due che mancavano al pranzo.
Bene.
Ottimo programma.
E il suo aspetto migliore era che, dopo averlo elaborato, poteva anche ignorarlo
dal principio alla fine. Se ne andò infatti a piazzarsi voluttuosamente sotto l'u
nico albero del campo.
Dai suoi rami, il Monaco Elettrico si lasciò cadere sul dorso del cavallo, con un
urlo che suonò in maniera sospetta come "Geronimo".

Capitolo Diciotto...
Dirk Gently ripercorse rapidamente i fatti salienti mentre il mondo di Richard M
acDuff precipitava lentamente e silenziosamente in un mare oscuro e gelido, di c
ui lui ignorava persino l'esistenza e che ora si apriva lì, a qualche centimetro d
ai suoi piedi. Quando Dirk ebbe finito per la seconda volta, la stanza sprofondò n
el silenzio, mentre Richard fissava con occhio vitreo la faccia dell'altro.
"Dove hai sentito tutto questo?" chiese Richard alla fine. "Alla radio," disse D
irk con una scrollatina di spalle, "almeno nei suoi punti principali. Ne parlano
tutti i notiziari, naturalmente. I particolari? Be', qualche discreta indagine
qua e l.... Alla stazione di polizia di Cambridge ci sono un paio di persone che
ho avuto occasione di conoscere, per ragioni che puoi ben immaginare.
"Non so nemmeno se crederti," disse Richard a voce bassa. "Posso usare il telefo
no?"
Dirk ripescò gentilmente la cornetta dal cestino della carta straccia e glielo por
se. Richard compose il numero di Susan. La risposta fu quasi immediata e una voc
e spaventata disse: "Pronto?"
"Susan, sono Ri..."
"Richard! Dove sei? Buon Dio, dove sei? Stai bene?"
"Non dirle dove sei," suggerì Dirk.
"Susan, cos'è successo?"
"Non sai...?"
"Mi hanno detto che è successo qualcosa a Gordon, ma..."
"Successo qualcosa...? È morto, Richard, è stato assassinato..."
"Riattacca," disse Dirk.
"Susan, ascolta. Io..."
"Riattacca," ripeté Dirk, poi si chinò verso il telefono e tolse la comunicazione.
"Probabilmente ha il telefono controllato dalla polizia," spiegò. Prese il ricevit
ore e lo lasciò cadere di nuovo nel cestino.
"Ma io devo andarci, alla polizia," esclamò Richard.
"Andare alla polizia?"
"Che altro posso fare? Devo andare alla polizia a dire che non sono stato io."
"Dire che non sei stato tu?" fece Dirk incredulo. "Be', immagino allora che ques
to metta a posto tutto. Peccato che il dottor Crippen non ci abbia pensato. Si s
arebbe risparmiato un bel po' di fastidi."
"Sì, ma lui era colpevole!"
"Gi..., pare di sì. E altrettanto, al momento, si direbbe di te."
"Ma, buon Dio, non sono stato io!"
"Ricordati che stai parlando a un uomo che ha passato del tempo in prigione per
qualcosa che non aveva fatto. Ti ho detto che le coincidenze sono cose strane e
pericolose. Credimi, è molto ma molto meglio trovare prove di acciaio temperato de
lla tua innocenza, che non languire in una cella sperando che la polizia (che gi
... ti crede colpevole) le trovi al posto tuo."
"Non riesco a pensare con chiarezza," disse Richard con una mano sulla fronte. "
Fermati un momento solo e lasciami riflettere... "
"Se posso..."
"Lasciami riflettere...!"
Dirk si strinse nelle spalle e tornò a rivolgere la propria attenzione alla sigare
tta, che apparentemente gli dava qualche problema.
"Non va bene," disse Richard dopo qualche momento scuotendo la testa, "non ci ca
pisco niente. È come cercare di eseguire un calcolo trigonometrico mentre qualcuno
ti prende la testa a calci. Va bene, dimmi che cosa dovrei fare secondo te."
"Ipnosi."
"Cosa?"
"Date le circostanze, non c'è da stupirsi che tu faccia fatica a raccogliere le id
ee. Tuttavia, è assolutamente necessario che qualcuno le raccolga. Sarebbe molto p
i- facile per entrambi se tu mi permettessi di ipnotizzarti. Ho il sospetto che
nella tua testa ci sia una gran quantit... di informazioni tutte mescolate, che
non verranno fuori certo scuotendola e che potrebbero non venir fuori affatto pe
rché tu non ti rendi conto del loro significato. Con il tuo permesso, possiamo dar
e un taglio a tutto ciò."
"Bene, allora è deciso," disse Richard alzandosi in piedi, "andrò alla polizia."
"Benissimo," disse Dirk, abbandonandosi all'indietro e appoggiando le mani apert
e sulla scrivania. "Ti auguro la migliore delle fortune. Magari, uscendo, potres
ti essere così gentile da dire alla mia segretaria di portarmi dei fiammiferi?"
"Non hai pi- una segretaria," disse Richard e se ne andò.
Per qualche secondo, Dirk rimase seduto a meditare, poi fece un inutile tentativ
o di ficcare nel cestino la triste scatola vuota della pizza e quindi andò nell'ar
madio a prendere un metronomo.
Riemergendo alla luce del giorno, Richard batté le palpebre. Si fermò su un gradino
ondeggiando leggermente, poi si lanciò nella strada con una strana andatura danzan
te che rifletteva la danza turbinosa dei suoi pensieri. Da una parte, non riusci
va a credere che le prove non dimostrassero con inequivocabile chiarezza che il
delitto non poteva essere stato commesso da lui; dall'altra, doveva ammettere ch
e tutto ciò era notevolmente strano.
Non riusciva a pensarci lucidamente o razionalmente. L'idea che Gordon fosse sta
to ucciso continuava a turbinargli nella testa, gettando nella confusione e nell
o scompiglio pi- totale tutti gli altri pensieri.
Gli venne in mente che chiunque l'avesse fatto, doveva essere un tiratore malede
ttamente veloce per aver premuto il grilletto prima di essere completamente sopr
affatto dai sensi di colpa, ma subito dopo si pentì di averlo pensato. In effetti,
era abbastanza inorridito dalla qualit... generale dei pensieri che gli venivan
o alla mente. Gli sembravano inadeguati e indegni e quasi tutti riguardavano l'e
ffetto che tutto ciò avrebbe avuto sui suoi progetti nell'azienda.
Scrutò dentro di sé, alla ricerca di un qualche sentimento di grande dolore o rincre
scimento, arrivando alla conclusione che da qualche parte dovevano pur essere, f
orse nascosti dietro il grande muro dello choc.
Era di nuovo in vista dell'Islington Green e quasi non si era accorto della dist
anza che aveva percorso. La vista improvvisa della macchina della polizia parche
ggiata davanti a casa sua fu come una martellata e si girò a guardare con furiosa
concentrazione il men- esposto nella vetrina di un ristorante greco.
"Dolmades," pensò freneticamente.
"Suvlaki," pensò.
"Salsicciotto greco speziato," gli passò febbrilmente per la testa. Senza girarsi,
cercò di ricostruire mentalmente la scena. C'era un poliziotto in piedi che sorve
gliava la strada e, per quello che ricordava dal fugace sguardo che aveva potuto
dare, la porta laterale dell'edificio che saliva al suo appartamento era aperta
.
Nel suo appartamento c'era la polizia. Nel suo appartamento. Fassolia Plaki! Una
scodella colma di fagioli cotti in salsa di pomodoro e verdure!
Provò a dare un'occhiata di lato e poi dietro le spalle. Il poliziotto lo stava os
servando. Riportò di scatto lo sguardo al men- e cercò di riempire i suoi pensieri d
i carne finemente tritata mescolata con patate, mollica di pane, cipolle e odori
, fatta a polpettine e fritta. Il poliziotto doveva averlo riconosciuto e sicura
mente in quello stesso momento stava attraversando la strada di corsa per agguan
tarlo e trascinarlo via in un cellulare, proprio come era successo a Dirk, a Cam
bridge, tanti anni prima.
Incassò la testa nelle spalle per prepararsi all'urto, ma non arrivò nessuna mano ad
agguantarlo. Sbirciò indietro ancora una volta, ma il poliziotto stava guardando
tranquillamente da un'altra parte. Stifado.
Non poteva nascondersi che il suo comportamento non era certo quello di chi sta
per andare a consegnarsi alla polizia.
E allora, che altro poteva fare?
Cercando con passo rigido e goffo di darsi un'andatura naturale, si strappò dalla
vetrina, fece qualche passo nella via, tesissimo, poi si rifugiò di nuovo nel Camd
en Passage, camminando svelto e col fiato corto. Dove poteva andare? Da Susan? N
o, ci avrebbe trovato la polizia o comunque sarebbe stata sotto sorveglianza. Ag
li uffici della Wft di Primrose Hill? No, per lo stesso motivo. Che diavolo ci f
aceva, gridò silenziosamente a se stesso, improvvisamente fuggiasco?
Si ripeté, come gi... aveva fatto con Dirk, che non doveva scappare dalla polizia.
La polizia, si disse, come gli avevano insegnato da bambino, era lì apposta per a
iutare e proteggere gli innocenti. Questo pensiero gli fece spiccare la corsa al
l'istante, tanto che andò quasi a sbattere contro il fiero neo-proprietario di un'
orribile lampada edoardiana.
"Mi scusi," disse, "mi scusi." Non riusciva a credere che qualcuno potesse desid
erare un oggetto simile e rallentò il passo, guardandosi intorno con furtive occhi
ate da ricercato. La pur familiare sfilata di negozi, pieni di vecchi ottoni luc
idi, vecchi legni lucidi e pesci giapponesi, improvvisamente gli sembrava minacc
iosissima e aggressiva.
Chi mai aveva potuto volere la morte di Gordon? Svoltando per Charlton Place, tu
tto a un tratto lo colpì quel pensiero. Fino a quel momento, aveva pensato solo ch
e non era stato lui.
Ma chi era stato?
Era un pensiero nuovo.
C'era un sacco di gente che non gli voleva bene, ma c'è una bella differenza fra t
rovare antipatico qualcuno (o anche, molto antipatico) e sparargli, strangolarlo
, trascinarlo per i campi e dar fuoco alla sua casa. Era una differenza che bast
ava a tenere in vita giorno dopo giorno la stragrande maggioranza della popolazi
one.
Forse era stata una rapina? Dirk non aveva accennato a nessun oggetto mancante,
ma lui non gliel'aveva chiesto.
Dirk. L'immagine della sua figura assurda ma stranamente imponente, seduto come
un grosso rospo a meditare nel suo squallido ufficio, continuava a tornargli all
a mente. Si rese conto che stava ripercorrendo la strada fatta poco prima, e di
proposito girò a destra invece che a sinistra.
Era una follia.
Aveva solo bisogno di un posto, un po' di tempo per pensare e raccogliere le ide
e.
Benissimo, e allora, dove andava? Si fermò un momento, si girò e si fermò di nuovo. L'
idea dei dolmades improvvisamente gli appariva molto invitante e pensò che la line
a di condotta pi- lucida, calma e sensata sarebbe stata semplicemente quella di
entrare e mangiarsene un paio. Così avrebbe fatto vedere al Destino chi era il cap
o.
Il Destino, invece, aveva scelto esattamente la stessa linea di condotta. Non er
a propriamente seduto nel ristorante greco a mangiare dolmades, ma avrebbe potut
o farlo benissimo, visto che il timone del comando ce l'aveva in mano lui. I pas
si di Richard lo riportarono inesorabilmente nel dedalo di viuzze, dall'altra pa
rte del canale.
Si fermò un momento al negozio all'angolo, superò in fretta le case popolari, entrò di
nuovo nel terreno di caccia degli speculatori, finché non si ritrovò ancora una vol
ta davanti al numero 33 di Peckender Street. Pi- o meno alla stessa ora in cui i
l Destino avrebbe potuto versarsi l'ultimo goccio di resina, pulirsi la bocca e
chiedersi se gli fosse rimasto un angolino per qualche baklava, Richard alzava l
o sguardo sull'edificio vittoriano, alto e rosso, con i suoi mattoni anneriti da
lla fuliggine e le torve finestre pesanti. Una raffica di vento spazzò la strada e
un bambino andò a sbattergli addosso.
'Fanculo," disse il bambino con voce stridula, poi si fermò e lo guardò di nuovo.
"Ehi, signore," soggiunse, "posso avere la tua giacca?"
"No," rispose Richard.
"Perché no?" chiese il bambino.
"Be', perché mi piace," disse Richard.
"Non capisco proprio come fa," borbottò il bambino. "'Fanculo." Si allontanò imbronc
iato, scalciando un sasso in direzione di un gatto.
Richard entrò nell'edificio per la seconda volta, sali le scale sentendosi a disag
io e anche stavolta guardò nell'ufficio.
La segretaria di Dirk era seduta alla scrivania, la testa bassa, le braccia cons
erte.
"Non sono qui," disse.
"Vedo," fece Richard.
"Sono tornata soltanto," disse senza alzare lo sguardo dal punto della scrivania
che stava fissando con astio, "per accertarmi che lui si accorga che me ne sono
andata. Altrimenti, quello sarebbe anche capace di dimenticarsene."
"C'è?" chiese Richard.
"Che ne so? Chi se ne frega? Meglio chiederlo a chi lavora per lui, che non sono
certo io."
"Lo faccia accomodare!" risuonò la voce di Dirk.
Per un momento lei assunse uno sguardo torvo, poi si alzò, andò alla porta interna,
la spalancò, disse: "Lo faccia accomodare lei," sbatté nuovamente la porta e tornò a s
edersi.
"Ehm, non potrei accomodarmi da solo?" disse Richard.
"Non la sento nemmeno," disse l'ex segretaria di Dirk, fissando ostinatamente la
scrivania. "Come pensa che possa sentirla se non sono neppure qui?"
Richard fece un gesto conciliatore, che venne ignorato, si diresse verso la port
a dell'ufficio di Dirk e se l'aprì da solo. Con sorpresa, constatò che la stanza era
immersa nella penombra. La tapparella era abbassata e Dirk se ne stava allungat
o all'indietro sulla sedia, il volto illuminato in modo curioso dallo strano ass
ortimento di oggetti poggiati sulla sua scrivania. Sulla parte anteriore, un vec
chio fanale di bicicletta grigio, rivolto verso Dirk, proiettava una flebile luc
e su un metronomo che ticchettava sommessamente avanti e indietro, con un lucidi
ssimo cucchiaino d'argento legato alla bacchetta di metallo.
Richard buttò sulla scrivania una scatola di fiammiferi. "Siediti, rilassati e con
tinua a guardare il cucchiaio," disse Dirk, "hai gi... sonno..."
Davanti all'appartamento di Richard una seconda macchina della polizia si fermò fa
cendo stridere i freni; ne uscì un uomo dalla faccia truce che si diresse verso un
o dei piantoni in servizio all'esterno, facendo lampeggiare un distintivo.
"Ispettore Mason, Cambridgeshire Cid," disse. "È qui che vive MacDuff?"
Il piantone annuì e lo accompagnò all'ingresso laterale, che dava sulla lunga scala
stretta che portava all'appartamento. Mason vi si scaraventò dentro e poi se ne sc
araventò fuori.
"C'è un divano a met... delle scale," disse al piantone. "Fatelo togliere di lì."
"I facchini ci hanno gi... provato, signore," replicò ansiosamente il piantone. "A
quanto pare, è incastrato. Per il momento bisogna scavalcarlo, signore. Spiacente
, signore."
Mason gli scoccò un altro sguardo truce dal vasto repertorio che aveva messo insie
me e che andava dallo sguardo molto, molto truce, in fondo alla graduatoria, su
su fino allo sguardo stancamente rassegnato e solo un filo truce, che riservava
per il compleanno dei figli.
"Fatelo togliere di lì," ripeté truce e si riscaraventò dentro la porta con aria truce
, rimboccandosi trucemente pantaloni e cappotto in vista della truce scalata che
lo aspettava.
"Ancora nessuna traccia?" chiese quello che stava al volante dell'auto, facendos
i avanti. "Sergente Gilks," si presentò. Sembrava stanco.
"Che io sappia, no," disse il piantone, "ma nessuno mi dice niente."
"So come ci si sente," convenne Gilks. "Una volta che arriva il Cid uno deve lim
itarsi a scarrozzarli in giro. E io sono l'unico a sapere che faccia abbia. Ieri
sera l'ho fermato per strada. Arriviamo adesso dalla casa di Way. Un bel casino
."
"Una nottataccia, eh?"
"Movimentata. Di tutto, dall'omicidio al tirar fuori cavalli dai bagni. No, non
mi chieda niente. Avete anche voi queste macchine?" disse poi indicando la sua.
"Questa mi ha fatto impazzire per tutta la strada. Freddo anche col riscaldament
o al massimo e la radio che continua ad accendersi e spegnersi da sola."

Capitolo Diciannove...
Quella mattina, Michael Wenton-Weakes era di un umore abbastanza strano.
Bisognava conoscerlo piuttosto bene per capire che si trattava di un umore davve
ro molto strano, perché parecchie persone, tanto per incominciare, lo trovavano co
munque un po' strano. Pochi però lo conoscevano così bene. Sua madre, forse, ma fra
loro c'era un clima da guerra fredda ed erano settimane che non si parlavano.
Aveva anche un fratello maggiore, Peter, che ora, cosa mostruosa, era un veteran
o della Marina. A parte il funerale del padre, Michael non vedeva Peter da quand
o era tornato dalle Falklands, coperto di gloria, promozioni e disprezzo per il
fratello minore.
Peter era andato in brodo di giuggiole quando la madre aveva rilevato la Magna e
aveva mandato a Michael una cartolina natalizia del reggimento esprimendo il pr
oprio compiacimento. Ma il suo divertimento massimo restava sempre quello di tuf
farsi nel fango di un fossato e sparare con una mitragliatrice per non meno di u
n minuto, e riteneva che i giornali e l'editoria inglese, nonostante il loro att
uale stato di irrequietezza, difficilmente gli avrebbero offerto un piacere simi
le, almeno fino a quando non fossero subentrati altri australiani.
Michael si era alzato molto tardi dopo una notte di gelide sfrenatezze e di sonn
i agitati, che continuavano a turbarlo ancora adesso, alla luce del giorno ormai
fatto.
A pervadere i suoi sogni, oltre alla consueta sensazione di perdita, di isolamen
to, di colpa e così via, inspiegabilmente erano arrivate anche grandi quantit... d
i fango. In virt- del potere telescopico della notte, l'incubo del fango e della
solitudine era sembrato protrarsi per un tempo terrificante, inimmaginabile e s
i era concluso soltanto con la comparsa di esseri viscidi dotati di gambe che st
risciavano su quel mare viscido. Ma quello era davvero troppo e lui si era svegl
iato di soprassalto, in preda a un sudore freddo.
Sebbene tutta quella storia del fango gli fosse sembrata strana, la sensazione d
i perdita, di isolamento e soprattutto di offesa, il bisogno di disfare quanto e
ra stato fatto, tutto ciò trovò facilmente dimora nel suo animo.
Anche quegli esseri viscidi dotati di gambe gli sembravano stranamente familiari
e stazionarono fastidiosamente in un angolino del cervello mentre si concedeva
una colazione tardiva, qualche spicchio di pompelmo e del tè cinese, lasciando vag
are distrattamente lo sguardo sulla pagina dell'arte del "Daily Telegraph" e poi
mentre, piuttosto goffamente, si cambiava la medicazione del taglio alla mano.
Una volta terminate queste piccole occupazioni, rimase incerto sul da farsi.
Riusciva a considerare gli eventi della sera prima con un freddo distacco che no
n si sarebbe aspettato. Aveva fatto bene, come si doveva, era proprio quello che
ci voleva. Ma non aveva risolto nulla. Le cose importanti doveva ancora farle.
Ma quali? Aggrottò la fronte, perplesso dalla strana piega che avevano preso i suo
i pensieri.
In genere, pi- o meno a quell'ora avrebbe fatto un salto al club. Una volta lo f
aceva con la voluttuosa sensazione di avere molte altre cose da fare. Ora non c'
era nient'altro, il che rendeva il tempo trascorso lì, come in qualsiasi altro pos
to, in qualche modo pesante fra le sue mani.
Quando ci andava, faceva le cose di sempre, si concedeva un gin tonic e un po' d
i conversazione spicciola, poi lasciava che i suoi occhi si posassero delicatame
nte sulle pagine del "Times Literary Supplement", "Opera", "The New Yorker" o su
qualunque altra cosa gli capitasse sotto mano, ma da qualche tempo tutto ciò lo f
aceva innegabilmente con meno energia e piacere di una volta.
Poi c'era il pranzo. Quel giorno, di nuovo, non aveva nessun impegno per pranzo,
per cui probabilmente sarebbe rimasto al club a mangiare una sogliola di Dover
scottata alla griglia, patate lesse a pezzetti condite con prezzemolo, seguite d
a una bella porzione di zuppa inglese. Un bicchiere o due di Sancerre. E il caffè.
Poi, il pomeriggio, con quello che avrebbe portato con sé.
Quel giorno però si sentiva stranamente restio a farlo. Fletté i muscoli della mano
ferita, si versò un'altra tazza di tè, guardò con curiosa freddezza il grosso coltello
da cucina ancora posato accanto all'elegante teiera di porcellana cinese e rima
se in attesa di vedere cosa avrebbe fatto. Quello che fece, in effetti, fu salir
e al piano di sopra.
La casa era piuttosto fredda nella sua perfezione formale e assomigliava parecch
io a ciò cui vorrebbero che assomigliasse quelle persone che comprano riproduzioni
di mobili antichi. A parte il fatto che naturalmente lì tutto era autentico, cris
tallo, mogano e tappeti Wilton, e se sembrava falso era solo perché in quelle cose
mancava la vita.
Salì nello studio, l'unica stanza della casa che non fosse ordinata fino all'asett
icit..., dove però il disordine dei libri e delle carte era asettico per l'eccessi
va trascuratezza. Tutto era ricoperto da un sottile strato di polvere. Michael n
on ci entrava da settimane e la donna delle pulizie aveva ricevuto l'ordine pere
ntorio di lasciare tutto come si trovava. Non lavorava lì dentro da quando aveva t
erminato l'ultimo numero di "Fathom". Naturalmente, non l'ultimo numero effettiv
o, ma l'ultimo vero numero. L'ultimo numero, per quanto riguardava lui.
Posò la tazzina di porcellana sulla polvere sottile e andò a esaminare il suo vecchi
o giradischi. Vi trovò una vecchia registrazione di alcuni concerti per strumenti
a fiato di Vivaldi, avviò il piatto e si sedette.
Di nuovo, rimase in attesa di vedere cosa avrebbe fatto e improvvisamente scoprì s
orpreso che stava gi... facendo qualcosa, cioè ascoltava la musica.
Un'espressione stupita gli apparve sul volto mentre si rendeva conto di non aver
lo mai fatto prima. L'aveva sentita molte, moltissime volte pensando che produce
va un suono piacevole. Anzi, trovava che costituisse un piacevole sottofondo su
cui discutere della stagione concertistica, ma prima di allora non aveva mai pen
sato che ci fosse anche qualcosa da ascoltare.
Rimase seduto, folgorato dal gioco della melodia e del contrappunto che tutto a
un tratto gli si rivelava con una chiarezza per nulla disturbata dalla polvere d
epositata sulla superficie del disco o dallo stile vecchio di quattordici anni.
Ma insieme a questa rivelazione, arrivò quasi immediato un senso di delusione, che
lo confuse ancora di pi-. La musica rivelataglisi all'improvviso era stranament
e poco appagante. Era come se, in un solo, intensissimo momento, la sua capacit.
.. di capire la musica fosse aumentata di punto in bianco fino o addirittura olt
re la possibilit... di essere soddisfatta dalla musica stessa.
Si sforzò di capire che cosa mancava ed ebbe la sensazione che la musica fosse com
e un uccello incapace di volare che non capiva nemmeno quale facolt... avesse pe
rduto. Camminava benissimo, ma invece di camminare avrebbe dovuto librarsi in vo
lo, invece di camminare avrebbe dovuto cabrare, invece di camminare avrebbe dovu
to impennarsi, planare e tuffarsi in picchiata, invece di camminare avrebbe dovu
to fremere per la vertigine del volo. Anche il suo sguardo non si alzava mai.
Alzò lo sguardo.
Dopo un po', si rese conto che si stava limitando a fissare stupidamente il soff
itto. Scosse la testa e scoprì che quella sensazione era svanita, lasciandogli un
leggero malessere, un capogiro. Non era svanita del tutto, ma era scesa in profo
ndit... dentro di lui, troppo in profondit... per poterla raggiungere.
La musica continuava. Era sempre un piacevole ammasso di suoni in sottofondo, ma
non lo turbava pi-.
Aveva bisogno di trovare una spiegazione su quanto aveva appena provato e in un
angolino della mente gli passò un pensiero, veloce come un lampo, su dove poteva t
rovarla. Lo scacciò rabbiosamente, ma gli si ripresentò insistentemente, finché alla f
ine decise di agire di conseguenza.
Tirò fuori da sotto la scrivania il grande cestino metallico. Poiché per il momento
aveva proibito alla donna delle pulizie anche solo di entrare nella stanza, il c
estino era ancora pieno e vi poté trovare i frammenti stracciati di ciò che stava ce
rcando, insieme al contenuto di un posacenere che qualcuno vi aveva svuotato sop
ra.
Vincendo il disgusto con truce determinazione, lentamente dispose gli odiati fra
mmenti sulla scrivania, attaccandoli malamente con pezzetti di nastro adesivo ch
e continuavano ad arrotolarsi, incollando fra loro i pezzi sbagliati e quelli gi
usti alle sue dita o al tavolo, finché finalmente ebbe davanti a sé, ricostruita all
a bell'e meglio, una copia di "Fathom". Tale e quale come era uscita dalle mani
dell'esecrata creatura: A.K. Ross.
Terribile.
Voltò le pagine accartocciate e appiccicose come se stesse frugando tra frattaglie
di pollo. Neanche un'immagine di Joan Sutherland o di Marilyn Horne. Niente pro
fili dei maggiori commercianti d'arte di Cork Street, nemmeno uno.
La sua serie sui Rossetti: interrotta.
"Pettegolezzi dalla Camera Verde": interrotto.
Scosse la testa incredulo, poi trovò l'articolo che stava cercando.
Musica e paesaggi di frattali, di Richard MacDuff.
Sorvolò sui primi due paragrafi introduttivi e prese a leggere poco pi- avanti:
L'analisi matematica e i modelli informatici ci stanno rivelando come le forme e
i processi che si incontrano in natura (la crescita delle piante, l'erosione de
i monti, lo scorrere dei fiumi, il modo in cui i fiocchi di neve o le isole perv
engono alla propria forma, i giochi di luce su una superficie, il rimescolio e l
e volute del latte quando si mescola il caffè, la propagazione di una risata in un
a folla di persone), tutti questi fenomeni, nella loro apparentemente magica com
plessit..., possono essere descritti con l'interazione di processi matematici ch
e sono, se mai, ancora pi- magici nella loro semplicit....
Forme che noi pensiamo casuali, sono in realt... il prodotto di complicate trame
variabili di numeri che obbediscono a regole semplici. La stessa parola "natura
le", che spesso dobbiamo utilizzare nel senso di "non strutturato", descrive in
effetti forme e processi che appaiono così impenetrabilmente complessi da renderci
impossibile la percezione del lavorio di semplici leggi naturali.
Tutto ciò si può descrivere attraverso i numeri.
Stranamente, a Michael questa idea sembrava ora meno disgustosa che dopo la prim
a, frettolosa lettura.
Continuò a leggere con crescente concentrazione.
Sappiamo tuttavia che la mente è capace di comprendere queste cose in tutta la lor
o complessit... e in tutta la loro semplicit.... Una palla che vola nell'aria ri
sponde alla forza e alla direzione con la quale è stata lanciata, all'azione della
gravit..., all'attrito dell'aria per superare il quale deve consumare la propri
a energia, la turbolenza dell'aria attorno alla propria superficie e la velocit.
.. e la direzione della rotazione della palla.
E tuttavia, anche chi dovesse avere difficolt... a calcolare coscientemente il r
isultato di 3 x 4 x 5, non avrebbe problemi a fare un calcolo differenziale e tu
tta una serie di operazioni collegate con una velocit... così sorprendente da rius
cire effettivamente a prendere una palla al volo.
Chi lo chiama "istinto", non fa altro che dare un nome al fenomeno, senza assolu
tamente spiegarlo.
Ritengo che il punto pi- vicino a cui sono arrivati gli esseri umani nella compr
ensione di queste complessit... naturali sia la musica. È la pi- astratta delle ar
ti: non ha altro significato o scopo che non se stessa.
Ogni singolo aspetto di un brano musicale può essere rappresentato numericamente.
Dall'organizzazione dei movimenti in un'intera sinfonia, al gioco dei toni e dei
ritmi che costituiscono la melodia e l'armonia, alla dinamica che d... forma al
l'esecuzione, fino ai timbri delle stesse note, le armoniche, il modo in cui cam
biano nel tempo, in breve, tutti gli elementi di un rumore che consentono di dis
tinguere fra il suono prodotto da una persona che soffia in un ottavino e quello
che si ottiene battendo su un tamburo: tutto ciò può essere espresso da modelli e g
erarchie numeriche.
Inoltre, secondo la mia esperienza, pi- sono le relazioni interne fra i modelli
numerici nei differenti livelli della gerarchia, per quanto complesse e sottili
tali relazioni possano essere, pi- la musica sembrer... soddisfacente e, in sost
anza, completa.
In effetti, pi- quelle relazioni sono complesse e sottili, e dunque si trovano a
l di l... della comprensione cosciente della mente, pi- la parte istintuale dell
a mente (e con ciò intendo quella parte della mente che può effettuare un calcolo di
fferenziale con tale sorprendente rapidit... da riuscire a spostare la mano nel
punto esatto per afferrare una palla al volo), pi- quella parte del cervello se
la spassa.
La musica, quale che sia la sua complessit... (ma anche I tre gattini ciechi a s
uo modo è complessa, se la si esegue effettivamente su uno strumento, con un suo t
imbro e un'articolazione propri), scavalca la mente conscia e finisce fra le bra
ccia del proprio genio matematico privato, che risiede nelle risposte inconsce a
tutte le complessit..., le relazioni e le proporzioni interne, delle quali rite
niamo di non sapere nulla.
Qualcuno dissente da questa concezione della musica, sostenendo che se la si rid
uce alla matematica, in che modo ci si fa rientrare l'emozione? Io direi che non
ne è mai uscita.
Le cose da cui le nostre emozioni possono essere sollecitate, la forma di un fio
re o un'urna greca, la crescita di un bambino, l'alito del vento sul viso, il mo
vimento delle nuvole, le loro forme, la danza delle luci sull'acqua, le giunchig
lie che volteggiano nella brezza, i movimenti del capo della persona amata, quel
li dei capelli che ne accompagnano il gesto, la curva descritta dall'ultimo acco
rdo di un brano musicale che si smorza, tutto ciò può essere rappresentato attravers
o il complesso fluire dei numeri.
Ciò non le sminuisce affatto, anzi, proprio in questo sta la loro bellezza.
Chiediamolo a Newton.
Chiediamolo a Einstein.
Chiediamolo al poeta (Keats), secondo cui ciò che l'immaginazione coglie come bell
ezza deve essere la verit....
Avrebbe anche potuto dire che ciò che la mano coglie come una palla deve essere la
verit..., ma non l'ha fatto, perché era un poeta e preferiva vagare sotto gli alb
eri con una bottiglia di laudano e un taccuino piuttosto che giocare a cricket,
ma sarebbe stato ugualmente vero.
Queste parole gli fecero scattare qualcosa nella memoria, qualcosa che Michael p
erò non riuscì a individuare immediatamente.
Poiché questo è alla base del rapporto, da una parte, fra la nostra comprensione "is
tintiva" di forma, figura, movimento, luce, e le nostre reazioni emotive a ciò, da
ll'altra.
Questo è anche il motivo per cui ritengo che in natura, negli oggetti naturali, ne
i modelli dei meccanismi naturali debba essere insita una forma di musica. Una m
usica che dovrebbe essere altrettanto profondamente appagante quanto qualsiasi b
ellezza naturale e, dopo tutto, le nostre stesse emozioni pi- profonde sono una
forma di bellezza naturale...
Michael smise di leggere e lasciò che lo sguardo pian piano si distogliesse dalla
pagina.
Si chiese se sapeva come potesse essere una musica di quel genere e provò a cercar
la negli oscuri recessi della sua mente. Ogni volta che sondava un angolino del
cervello, aveva la sensazione che la musica vi risuonasse fino a pochi istanti p
rima, e che ora ne rimanesse soltanto un'ultima eco di qualcosa che si spegneva,
che si rifiutava di farsi catturare e ascoltare da lui. Lasciò cadere la rivista
accanto a sé.
Poi ricordò che cosa gli aveva fatto scattare nella memoria l'accenno a Keats.
Gli esseri viscidi dotati di gambe del suo sogno.
Una fredda calma discese su di lui, mentre sentiva che si stava avvicinando a qu
alcosa.
Coleridge. Quel tale.
Esseri viscidi ecco strisciano
su quel viscido mare.
La ballata del vecchio marinaio.
Stordito, Michael si avvicinò alla libreria e ne tirò fuori l'antologia di Coleridge
. Tornò alla sedia e con una certa ansia sfogliò le pagine finché non trovò i primi vers
i.
È un vecchio Marinaio,
ferma uno dei tre.
Le parole gli erano assolutamente familiari, eppure man mano che le leggeva gli
risvegliavano strane sensazioni e spaventosi ricordi che sapeva non appartenergl
i. Si sentì crescere dentro un senso di perdita e di desolazione di un'intensit...
terribile che, pur sapendo non suo, riecheggiava ora con tanta esattezza le sue
afflizioni che non poté far altro che arrendervisì completamente.
E mille e mille esseri viscidi
vivevano, e anch'io fra quelli.

Capitolo Venti...
La tapparella venne alzata con grande fragore e Richard ammiccò.
"A quanto pare, hai passato una serata affascinante," disse Dirk Gently, "anche
se a quanto pare la tua attenzione ha trascurato completamente gli aspetti pi- i
nteressanti."
Tornò alla sedia e vi si allungò all'indietro, congiungendo fra loro le punte delle
dita.
"Ti prego," disse, "non mi deludere chiedendo: 'dove sono?' Basta un'occhiata."
Richard si guardò intorno perplesso e stordito, sentendosi come se stesse inaspett
atamente tornando da un lungo soggiorno su un altro pianeta, dove tutto era pace
, luce e musica che non fini va mai. Si sentiva così rilassato che quasi non si da
va la pena di respirare.
Il cavicchio di legno in fondo alla cinghia della tapparella sbatté qualche volta
contro la finestra, ma per il resto tutto taceva. Il metronomo era immobile. Gua
rdò l'orologio. Era l'una appena passata.
"Sei rimasto sotto ipnosi per poco meno di un'ora," disse Dirk, "durante la qual
e sono venuto a conoscenza di molte cose interessanti, mentre altre, che ora vor
rei discutere con te, mi hanno sconcertato. Un po' di aria fresca probabilmente
ti aiuter... a riprenderti, per cui proporrei una tonificante passeggiata lungo
il canale. Lì nessuno ti verr... a cercare. Janice! "
Silenzio.
Parecchie cose non erano ancora chiare a Richard, che aggrottò la fronte. Quando d
i lì a un momento gli ritornò la memoria immediata, fu come se tutto a un tratto fos
se entrato un elefante dalla porta, e si raddrizzò sulla sedia con un soprassalto.
"Janice!" gridò di nuovo Dirk, "Signorina Pearce! Maledetta ragazza."
Ripescò le cornette del telefono dal cestino della carta e le rimise al loro posto
. Accanto alla scrivania c'era una vecchia e logora valigetta di pelle, che lui
raccolse, prese il cappello da terra e si alzò, calcandoselo assurdamente in testa
.
"Vieni," disse slanciandosi verso la porta dove la signorina janice Pearce se ne
stava seduta a fissare una matita, "andiamo. Usciamo da questo putrido bordello
. Pensiamo l'impensabile, facciamo l'impossibile. Prepariamoci ad agguantare l'i
neffabile e vediamo se, dopo tutto, non c'è proprio modo di beffarlo. Allora, Jani
ce... "
"La smetta."
Dirk si strinse nelle spalle, poi prese dalla scrivania il libro che la ragazza
poco prima aveva mutilato cercando di chiudere il cassetto. Lo sfogliò accigliato,
poi lo rimise a posto con un sospiro. Janice tornò a ciò che evidentemente stava fa
cendo fino a quel momento, cioè scrivere un lungo messaggio con la matita. Richard
contemplò la scena in silenzio, sentendosi ancora presente solo a met.... Scosse
la testa.
"Al momento," gli disse Dirk, "può darsi che gli avvenimenti ti sembrino solo un g
ran guazzabuglio. Invece abbiamo qualche filo interessante da tirare. Infatti, d
i tutto il tuo racconto, solo due cose sono davvero impossibili fisicamente."
Finalmente Richard parlò. "Impossibili?" disse corrucciandosi.
"Gi...," rispose Dirk, "completamente e assolutamente impossibili."
Sorrise.
"Fortunatamente," proseguì, "sei capitato proprio nel posto giusto con il tuo affa
scinante problema, visto che nel mio dizionario non esistono parole come 'imposs
ibile'. In effetti," soggiunse brandendo il povero libro maltrattato, "pare che
vi manchi tutto ciò che sta fra 'halibut' e 'morbillo'. Grazie, signorina Pearce,
ancora una volta lei mi ha reso un servizio prezioso, cosa per la quale la ringr
azio e, nel caso di esito positivo di questa missione, proverò addirittura a pagar
la. Per intanto, abbiamo molte cose su cui riflettere e quindi lascio l'ufficio
nelle sue pi- che capaci mani.
Il telefono squillò e Janice rispose.
"Buon pomeriggio," disse, "Wainwright Frutta e Verdura. Il signor Wainwright in
questo momento non può venire al telefono perché non è del tutto in sé e ritiene di esse
re un cetriolo. Grazie per la chiamata."
Buttò gi- la cornetta. Rialzò lo sguardo per vedere la porta che si richiudeva dolce
mente dietro il suo ex datore di lavoro e il suo stralunato cliente.
"Impossibile?" disse ancora Richard sorpreso.
"Tutto," ribadì Dirk, "completamente e assolutamente... be', diciamo inesplicabile
. È inutile usare la parola 'impossibile' parlando di qualcosa che è evidentemente a
ccaduto. Ma non c'è nulla di ciò che conosciamo in grado di spiegarlo."
Lungo il canale Grand Union, l'aria frizzante penetrò nei sensi di Richard risvegl
iandolo. Recuperate le sue normali facolt..., nonostante che continuasse a esser
e assalito a intervalli regolari dal ricordo della morte di Gordon, almeno ora e
ra in grado di riflettere pi- lucidamente. Stranamente, tuttavia, sembrava che a
l momento nei pensieri di Dirk quella fosse l'ultima cosa. Dirk si accaniva inve
ce a interrogarlo a fondo sulle cose pi- banali della sequela notturna di episod
i bizzarri.
Un tale che faceva jogging e un ciclista che arrivava dalla direzione opposta si
urlarono a vicenda di togliersi di mezzo ed evitarono di un soffio di scaravent
arsi l'un l'altro nell'acqua lenta e fangosa del canale. Una lentissima anziana
signora che trascinava un vecchio cane ancora pi- lento osservò la scena attentame
nte. Sulla riva opposta, grandi capannoni vuoti si ergevano stupiti, con tutte l
e finestre in frantumi che luccicavano. Una chiatta bruciata dondolava incerta s
ull'acqua. Dentro, due bottiglie di detersivo galleggiavano nell'acqua putrida.
Sul ponte pi- vicino rombavano grossi camion pesanti, scuotendo le fondamenta de
lle case, eruttando fumi di scarico nell'aria e spaventando una madre con la car
rozzina che cercava di attraversare la strada.
Dirk e Richard passeggiavano ai margini di South Hackney, a un chilometro e mezz
o dall'ufficio di Dirk, tornando verso il centro di Islington, dove Dirk sapeva
che si trovavano i salvagente pi- vicini.
"Ma era soltanto un giochetto di prestigio, per tutti i santi," disse Richard. "
Ne fa sempre. È solo questione di mano. Sembra impossibile, ma sono sicuro che se
lo chiedi a un prestigiatore qualsiasi ti dir... che, sapendo come si fa, è facile
. Una volta in una strada di New York ho visto un tipo che..."
"So come si fa," disse Dirk, tirandosi fuori dal naso due sigarette accese e un
fico glassato. Buttò il fico in aria, che però chiss... come non ricadde a terra. "D
estrezza, disorientamento, suggestione. Tutte cose che si possono imparare, aven
do del tempo da buttar via. Mi scusi, gentile signora," disse all'anziana e lent
a proprietaria del cane mentre le passavano accanto. Si chinò sul cane e dal seder
e gli tirò fuori una lunga striscia di bandierine a colori vivaci. "Credo che ora
si muover... pi- liberamente," disse, toccandosi cortesemente il cappello e pass
ando oltre.
"Vedi, queste cose," disse a uno sconcertato Richard, "sono facili. Segare in du
e una donna è facile. Segare in due una donna e poi rimetterla insieme è meno facile
, ma con un po' di pratica si può fare. Il giochetto che mi hai descritto con il v
aso di duecento anni e la saliera del college è..." fece una pausa per dare maggio
re enfasi "...completamente e assolutamente inspiegabile."
"Be', probabilmente ci sar... stato qualche particolare che ho trascurato, ma...
"
"Oh, senza dubbio. Ma il vantaggio di interrogare qualcuno sotto ipnosi è che perm
ette a chi interroga di vedere la scena con molti pi- dettagli di quelli che il
soggetto al momento credeva di aver notato. La bambina Sarah, per esempio. Ti ri
cordi com'era vestita?"
"Ehm, no." disse Richard distrattamente, "un abito qualunque, immagino...
"Colore? Tessuto?"
"Be', non me lo ricordo, era scuro. Era seduta parecchi posti pi- in l.... Le ho
dato sì e no un'occhiata."
"Indossava un vestito di velluto in cotone blu, stretto in basso sulla vita. Man
iche alla raglan chiuse ai polsi, un colletto bianco da Peter Pan e sei bottonci
ni di perla sul davanti... Il terzo dall'alto aveva un piccolo filo che veniva f
uori. Aveva i capelli scuri tirati all'indietro e tenuti da un fermaglio rosso a
forma di farfalla."
"Se stai per dirmi che tutto ciò lo hai capito osservando un segno sulle mie scarp
e, come Sherlock Holmes, temo proprio che non ti crederò."
"No, no," disse Dirk, "è molto pi- semplice di così. Me l'hai detto tu stesso sotto
ipnosi."
Richard scosse la testa.
"Non è vero," disse. "Non so nemmeno che cos'è un colletto alla Peter Pan."
"Ma lo so io e tu me l'hai descritto con grande precisione. Così come il giochino
di prestigio. E quel giochino era impossibile nella forma in cui è stato fatto. Cr
edimi. So quello che dico. Ci sono anche altre cose che mi piacerebbe sapere a p
roposito del professore, come per esempio chi ha scritto quell'appunto che hai t
rovato sul tavolo e quante furono le domande che fece effettivamente Giorgio III
, ma..."
"Ma?"
"... ma credo che sarebbe meglio chiederlo direttamente al nostro amico. Se non
che..." Aggrottò la fronte in uno sforzo di concentrazione. "Se non che," riprese,
"essendo piuttosto presuntuoso in queste faccende, mi piacerebbe conoscere la r
isposta prima ancora di fare la domanda. E invece non è così. Non è proprio così." Guardò
distrattamente in lontananza e calcolò approssimativamente la distanza che restava
fino al salvagente pi- vicino.
"La seconda cosa impossibile," aggiunse, proprio mentre Richard stava per interl
oquire, "o quanto meno, la cosa successiva assolutamente inspiegabile è naturalmen
te la questione del tuo divano. "
"Dirk," esclamò Richard esasperato, "vorrei ricordarti che Gordon Way è morto e che
a quanto pare io sono sospettato del suo omicidio! Tutto ciò non c'entra nemmeno l
ontanamente e io..."
"Io invece sono estremamente incline a credere che c'entri."
"Ma è assurdo!"
"Io credo nella sostanziale inter..."
"Ma sì, sì," disse Richard, "la sostanziale interconnessione di tutte le cose. Senti
, Dirk, io non sono una vecchia credulona e non mi farò scroccare nessun viaggio a
lle Bermuda. Se vuoi aiutarmi, allora andiamo al punto."
Dirk si inalberò. "Io credo che tutte le cose abbiano una sostanziale interconness
ione, come chiunque segua i principi della meccanica quantistica fino alle loro
estreme conseguenze logiche, se è onesto, non può fare a meno di riconoscere. Ma cre
do anche che alcune cose siano molto pi- connesse fra loro di altre. E quando du
e eventi apparentemente impossibili e una sequela di eventi decisamente singolar
i capitano tutti alla stessa persona, e la persona improvvisamente viene sospett
ata di un omicidio decisamente singolare, a questo punto mi sembra che la soluzi
one vada cercata nella connessione fra questi eventi. La connessione sei tu e d'
altra parte anche tu ti sei comportato in modo decisamente singolare ed eccentri
co."
"Non è vero," disse Richard. "Certo, mi sono capitate alcune cose strane, ma io...
"
"Ieri notte, qualcuno (io) ti ha visto scalare la parte esterna di un edificio e
fare irruzione nell'appartamento della tua fidanzata, Susan Way."
"Ammettiamo che sia insolito," disse Richard, "ammettiamo anche che non sia stat
o saggio. Ma era perfettamente logico e razionale. Volevo semplicemente rimediar
e a qualcosa che avevo fatto precedentemente, prima che provocasse un danno."
Dirk ci pensò su un momento, poi accelerò il passo.
"E la tua era una reazione perfettamente ragionevole e normale al problema del m
essaggio lasciato sulla segreteria (sì, mi hai raccontato tutto nel corso della no
stra piccola seduta), ossia é quello che avrebbe fatto chiunque?"
Richard aggrottò la fronte come dire che non riusciva a capire cosa ci fosse di ta
nto strano. "Non dico che l'avrebbe fatto chiunque," rispose, "probabilmente io
seguo un corso di pensieri leggermente pi- logico e pratico di molte persone, e
questa è la ragione per cui riesco a elaborare software per computer. Quella era u
na soluzione logica e pratica del problema."
"Magari non un tantino sproporzionata?"
"Per me era molto importante non deludere Susan ancora una volta."
"Quindi sei completamente soddisfatto dei motivi che ti hanno spinto a fare quel
lo che hai fatto?"
"Sì," insistette Richard seccato.
"Sai," fece Dirk, "cosa mi diceva sempre la mia vecchia zia zitella che viveva n
el Winnipeg?"
"No," disse Richard. Si tolse rapidamente i vestiti e si tuffò nel canale. Dirk si
buttò verso il salvagente, che avevano appena raggiunto, lo fece saltar fuori dal
gancio e lo lanciò a Richard, che si dimenava in mezzo al canale, con l'aria comp
letamente spersa e disorientata.
"Aggrappati a questo," gli urlò Dirk, "così ti tiro su."
"Tutto bene," sputacchiò Richard. "So nuotare."
"No, che non sei capace," gridò Dirk, "aggrappati, su." Richard cercò di dirigersi v
erso la riva, ma subito si arrese costernato e si aggrappò al salvagente. Dirk tirò
la fune finché Richard raggiunse la sponda, poi si chinò per dargli una mano a risal
ire. Richard uscì dall'acqua soffiando e sputando, poi si girò e si sedette tremante
sulla banchina, le mani in grembo.
"Santo cielo, ma è lurida!" esclamò sputando di nuovo. "È assolutamente disgustosa. Pu
ah. Fiu. Santo cielo. In genere sono un discreto nuotatore. Deve avermi preso un
crampo o qualcosa del genere. Fortuna che eravamo così vicino ai salvagente. Oh,
grazie." Queste ultime parole le pronunciò rivolto a Dirk che gli porgeva un ampio
asciugamani.
Si strofinò energicamente, quasi grattandosi con l'asciugamani per levarsi di doss
o la sudicia acqua del canale. Si alzò in piedi e si guardò intorno. "Vedi per caso
le mie mutande?"
"Giovanotto," disse la vecchia con il cane, che li aveva raggiunti proprio allor
a. Rimase lì a guardarli con occhio severo e stava per rimproverarli quando Dirk l
a interruppe.
"Mille scuse, mia cara signora," le disse, "per l'offesa che il mio amico può aver
le inavvertitamente recato. La prego," aggiunse tirando fuori un mazzolino di an
emoni dal sedere di Richard, accetti questi fiori con i miei omaggi."
La signora glieli fece volare di mano con il bastone e si affrettò a proseguire or
ripilata, tirandosi dietro il cane.
"Non sei stato simpatico," disse Richard infilandosi i vestiti sotto l'asciugama
ni, ora strategicamente drappeggiato attorno a lui.
"Non mi sembra una donna molto simpatica," replicò Dirk, "è sempre qui, a trascinars
i in giro quel povero cane e a dire alla gente di levarsi di mezzo. T'è piaciuta l
a nuotata?"
"Non molto, no," rispose Richard, dandosi una veloce asciugata ai capelli. "Non
mi ero reso conto di quanto fosse sporca l'acqua. E fredda. Ecco," disse restitu
endo l'asciugamani a Dirk, "grazie. Porti sempre un asciugamani nella borsa?"
"E tu, di pomeriggio, ti fai sempre una nuotata?"
"No, in genere ci vado alla mattina, nella piscina di Highbury Fields, per svegl
iarmi e rimettere in moto il cervello. A un tratto mi è venuto in mente che questa
mattina non ci ero andato."
"E, mmm... è per questo che ti sei tuffato nel canale?"
"Be', sì. Ho pensato soltanto che un po' di esercizio probabilmente mi avrebbe aiu
tato ad affrontare tutta questa faccenda."
"Quindi non era affatto fuori posto spogliarsi e saltare dentro il canale."
"No," fece lui, "forse non sar... stato saggio, viste le condizioni dell'acqua,
ma era assolutamente..."
"Sei completamente soddisfatto dei motivi che ti hanno spinto a fare quello che
hai fatto."
"Gi......"
"E quindi non aveva niente a che vedere con mia zia?"
Richard strinse gli occhi sospettoso. "Di che diavolo stai parlando?" disse.
"Ora te lo spiego," fece Dirk. Andò a sedersi su una vicina panchina e aprì di nuovo
la valigetta. Piegò l'asciugamani e lo ripose, tirando fuori al suo posto un picc
olo registratore Sony. Fece cenno a Richard di avvicinarsi e premette il tasto P
lay. Dal minuscolo altoparlante fuoriuscì la voce di Dirk in una cantilena cadenza
ta. Diceva: "Fra un minuto farò schioccare le mie dita e tu ti sveglierai e diment
icherai tutto quanto, a parte le istruzioni che ti darò ora.
Fra poco andremo a fare una passeggiata lungo il canale e quando mi sentirai pro
nunciare le parole 'la mia vecchia zia zitella che viveva nel Winnipeg'..."
Improvvisamente, Dirk afferrò il braccio di Richard per bloccarlo.
Il nastro andò avanti: "Ti toglierai i vestiti e ti tufferai nel canale. Scoprirai
di non saper nuotare, ma non ti lascerai prendere dal panico né andrai a fondo, s
emplicemente batterai l'acqua con i piedi finché io non ti getterò un salvagente..."
Dirk fermò il nastro e osservò la faccia di Richard, che per la seconda volta nella
giornata si era fatta pallida dallo stupore. "Vorrei sapere che cosa di preciso
si è impossessato di te ieri notte, fino a farti arrampicare nell'appartamento del
la signorina Way," disse Dirk, "e perché."
Richard non rispose: continuava a fissare il registratore con aria confusa. Poi,
con voce tremante, disse: "C'era un messaggio di Gordon sulla segreteria di Sus
an. Chiamava dalla macchina. La cassetta è nel mio appartamento, Dirk. Improvvisam
ente, tutto ciò mi spaventa a morte".

Capitolo Ventuno...
Dietro un furgone parcheggiato a pochi metri di distanza, Dirk osservava il poli
ziotto in servizio davanti alla casa di Richard. Fermava e interrogava chiunque
cercasse di entrare nel vialetto laterale su cui si trovava la porta di Richard,
compresi, notò Dirk con piacere, gli altri poliziotti, se non li riconosceva subi
to. Un'altra auto della polizia si fermò e Dirk si incamminò.
Dalla macchina saltò fuori un funzionario di polizia con una sega in mano e si dir
esse verso l'ingresso. Dirk adeguò istantaneamente la propria andatura alla sua, r
estando indietro di un passo o due, con incedere sicuro di sé.
"Tutto a posto, è con me," disse Dirk, facendosi avanti nel momento preciso in cui
il primo poliziotto stava per fermare il secondo.
Un attimo dopo era dentro e stava salendo le scale. Il funzionario con la sega l
o seguì.
"Ehm, mi scusi signore," disse rivolto alla schiena di Dirk. Dirk era appena arr
ivato al punto in cui il divano ostruiva la scala. Si fermò e si girò.
"Resti qui," disse, "a guardia del divano. Non lo faccia toccare da nessuno, e d
ico nessuno. Capito?"
Per un momento il poliziotto sembrò sconcertato. "Ho avuto ordine di segarlo," dis
se.
"Contrordine," abbaiò Dirk. "Lo guardi come un falco. Voglio un rapporto esaurient
e."
Poi si voltò e scavalcò il mobile. Un paio di secondi dopo emerse in un grande spazi
o aperto. Era il piano inferiore dell'appartamento di Richard.
"Quello l'avete perquisito?" fece sbrigativo Dirk rivolto a un altro poliziotto
che, seduto al tavolo da pranzo di Richard sfogliava alcuni appunti. Il poliziot
to sollevò lo sguardo sorpreso e fece per alzarsi in piedi. Dirk indicava il cesti
no della carta.
"Ehm, sì..."
"Lo perquisisca ancora. Continui a perquisirlo. Chi c'è qui?" "Ehm, be'..."
"Non ho tutta la giornata a disposizione."
"L'agente investigativo Mason se n'è appena andato, con..."
"Bene, lo farò sbattere fuori. Sono di sopra, se c'è bisogno, ma non voglio essere i
nterrotto a meno che non sia veramente importante. Capito?"
"Ehm, chi..."
"Non mi sembra che stia perquisendo quel cestino."
"Ehm, giusto, signore. Io..."
"Voglio che sia frugato a fondo. Capito?"
"Ehm..."
"Scattare." Dirk si precipitò di sopra, nello studio di Richard.
La cassetta si trovava esattamente dove gli aveva detto Richard, sul tavolo lung
o dove c'erano i sei Macintosh. Dirk stava per mettersela in tasca quando la sua
curiosit... venne attratta dall'immagine del divano di Richard che ruotava e gi
rava lentamente sul grande schermo Macintosh, e si sedette davanti alla tastiera
.
Scorse brevemente il programma fatto da Richard, ma ben presto si rese conto che
nella sua forma attuale non era esattamente quel che si dice di immediata compr
ensione e che lui ci capiva ben poco. Alla fine riuscì a disincastrare il divano e
a riportarlo gi- dalle scale, ma si accorse che per farlo doveva girare in fuor
i parte della parete. Con un grugnito di stizza lasciò perdere.
Guardò un altro computer su cui si vedeva un'onda sinusoidale immobile. Tutto into
rno allo schermo c'erano piccole immagini di altre onde, che si potevano selezio
nare e aggiungere a quella principale, o usare per modificarla in altri modi. Sc
oprì rapidamente che ciò consentiva di costruire onde complessissime a partire da qu
elle semplici e ci giocò per un po'. Aggiunse una semplice onda sinusoidale a se s
tessa, con il risultato di raddoppiare l'altezza dei picchi e dei fondi dell'ond
a. Poi le sfalsò leggermente, così che i picchi e i fondi dell'una semplicemente com
pensassero i picchi e i fondi dell'altra, lasciando una linea completamente piat
ta. Quindi modificò leggermente la frequenza di una delle sinusoidi.
L'effetto fu che in alcuni punti dell'onda risultante le due onde si rinforzavan
o a vicenda, mentre in altri si annullavano. Aggiungendo una terza onda semplice
di un'altra frequenza ancora, si otteneva un'onda composta in cui si faceva fat
ica a distinguere qualsiasi disegno. La linea danzava su e gi- apparentemente in
modo casuale, rimanendo piuttosto bassa per alcuni periodi, per poi elevarsi im
provvisamente in ampi picchi e fondi quando tutte e tre le onde entravano brevem
ente in fase fra loro.
Dirk pensò che fra tutti quegli strumenti dovesse esserci qualcosa per trasporre l
'onda che danzava sullo schermo del Macintosh in un vero e proprio suono musical
e e cercò fra i men- disponibili nel programma. Trovò una voce di un men- che lo inv
itava a trasferire il campione di onda in un Emu.
La cosa lo lasciò perplesso. Si guardò attorno nella stanza in cerca di un grosso uc
cello incapace di volare, ma non riuscì a scovare niente di simile. Comunque, atti
vò il processo, dopo di che seguì il cavo che dal retro del Macintosh scendeva dietr
o la scrivania, passava sul pavimento, girava dietro un armadio, scompariva sott
o un tappeto e infine andava a collegarsi alla parte posteriore di una grande ta
stiera grigia chiamata Emulator II.
Era lì, dedusse, che la sua onda sperimentale doveva essere arrivata. Schiacciò ince
rto un tasto.
L'orribile suono scorreggiante che esplose immediatamente dagli altoparlanti fu
così forte che per un attimo non sentì le parole "Svlad Cielli!" che nello stesso mo
mento qualcuno abbaiò dalla porta.
Richard se ne stava seduto nell'ufficio di Dirk e lanciava nel cestino, gi... pi
eno di telefoni, minuscole palline di carta arrotolata. Ruppe qualche matita. Su
onò lunghi pezzi di un vecchio assolo di Ginger Baker sulle ginocchia.
In una parola, friggeva.
Aveva provato a scrivere su un pezzo di carta da lettere di Dirk ciò che ricordava
degli avvenimenti della sera prima e, se era in grado di ricostruirlo con esatt
ezza, il momento in cui ognu no di essi si era verificato. Era stupito dalla dif
ficolt... della cosa e dalla labilit... della sua memoria conscia in confronto a
quella inconscia, come Dirk gli aveva dimostrato.
"Maledetto Dirk," pensò. Voleva parlare con Susan.
Dirk gli aveva detto che non doveva farlo per nessun motivo, perché i telefoni era
no sicuramente sotto controllo.
"Maledetto Dirk," disse a un tratto e balzò in piedi.
"Non avrebbe qualche moneta da dieci pence?" chiese a Janice, ostinatamente immu
sonita.
Dirk si girò.
Incorniciata nella porta, si stagliava una figura alta e scura. La figura alta e
scura non sembrava contenta di ciò che vedeva, anzi, sembrava piuttosto incazzata
. Pi- che incazzata. Sembrava una figura alta e scura che avrebbe potuto tranqui
llamente tirare il collo a una mezza dozzina di polli e alla fine essere ancora
incazzata.
La figura avanzò alla luce, rivelandosi come il sergente Gilks del distretto di po
lizia del Cambridgeshire.
"Lo sai," disse il sergente Gilks del distretto di polizia del Cambridgeshire, b
attendo le palpebre e controllando le proprie emozioni, "che quando torno qua e
scopro un funzionario di polizia che fa la guardia a un divano con in mano una s
ega e l'altro che sta facendo a pezzi un innocente cestino non posso che pormi t
alune domande? E me le devo porre con l'inquietante sensazione che le risposte,
una volta che le avrò trovate, non mi piaceranno.
A quel punto mi ritrovo a salire le scale con un orribile presagio, Svlad Cjelli
, un presagio davvero orribile. Un presagio, oserei aggiungere, che adesso scopr
o orribilmente giustificato. Immagino che tu non possa fare alcuna luce sul rinv
enimento di un cavallo in un bagno, no? La cosa sembrava recare la tua impronta.
"
"Non posso," disse Dirk, "non ancora. Anche se mi interessa in un modo curioso."
"Ci credo, maledizione. Ti avrebbe interessato in modo curioso anche se avessi d
ovuto portar gi- quell'accidenti da un accidenti di scala a chiocciola all'una d
i notte. Che diavolo ci fai qui?" disse il sergente Gilks con aria stanca.
"Sono qui," disse Dirk, "in cerca della giustizia."
"Bene, allora non rivolgerti a me," disse Gilks, "né tantomeno al Met. Che cosa sa
i di MacDuff e di Way?"
"Di Way? Niente che non sappiano tutti. MacDuff l'ho conosciuto a Cambridge."
"Ah, pensa, è così? Descrivimelo."
"Alto. Alto e assurdamente magro. D'indole buona. Un po' somigliante a una manti
de religiosa poco religiosa, una mantide non religiosa, se vuole. Una specie di
mantide geniale e amabile che ha abbandonato la religione e si è data al tennis."
"Mmm," disse Gilks burbero, dando uno sguardo in giro per la stanza. Dirk intascò
la cassetta.
"Sembrerebbe la stessa persona," disse Gilks.
"E naturalmente," continuò Dirk, "assolutamente incapace di commettere un omicidio
."
"Questo sta a noi deciderlo."
"Nonché, ovviamente, alla giuria."
"Bah! Giurie!"
"Anche se, evidentemente, non si arriver... a tanto, perché i fatti parleranno da
sé ben prima che il mio cliente si ritrovi davanti a una corte di giustizia."
"Il tuo dannato cliente, eh? Benissimo, Cjelli, dove si trova?"
"Non ne ho la pi- pallida idea."
"Scommetto che ti sei fatto dare un indirizzo dove mandare il conto."
Dirk si strinse nelle spalle.
"Senti, Cjelli, questa è una normalissima, innocua indagine su un omicidio e non v
oglio che tu faccia casino. Perciò considerati avvisato fin d'ora. Se vedo anche s
olo un frammento di prova che sparisce te ne do tante, ma tante che non saprai p
i- se è domani oppure giovedì. Ora fuori dal piedi, e mentre te ne vai dammi quella
cassetta." Allungò la mano.
Dirk sembrò autenticamente sorpreso. "Che cassetta?"
Gilks sospirò. "Tu sei un uomo intelligente, Cjelli, questo te lo riconosco," diss
e, "ma fai lo stesso errore di un sacco di persone intelligenti, che pensano che
tutti gli altri siano stupidi. Se mi giro dall'altra parte c'è una ragione, e la
ragione è per vedere che cosa prendi. Non c'è bisogno che ti veda prendere qualcosa.
Mi basta vedere cosa manca dopo. Siamo addestrati, sai. Tutti i martedì pomeriggi
o ci facevamo mezz'ora di Corso di Osservazione. Tanto per rifiatare un po', dop
o le quattro ore di Cieca Brutalit...."
Dirk nascose la rabbia verso di sé dietro un sorrisetto. Si frugò nella tasca del so
prabito di pelle e ne estrasse la cassetta.
"Fammela ascoltare," disse Gilks, "vediamo un po' cosa non volevi farci sentire.
"
"Non è vero che non volessi farvela sentire," disse Dirk, con una scrollata di spa
lle. "Volevo solo sentirla per primo io." Andò allo scaffale su cui si trovava l'i
mpianto stereo di Richard e infilò la cassetta nel registratore.
"Allora, non vuoi farmi una piccola introduzione?"
"È una cassetta," disse Dirk, "della segreteria telefonica di Susan Way. A quanto
pare, Way aveva quest'abitudine di lasciare lunghi..."
"Sì, lo so. E la sua segretaria, povera crista, al mattino va in giro a raccoglier
e le sue ciance."
"Be', ritengo che ci possa essere un messaggio che Gordon Way ha lasciato ieri s
era dalla macchina."
"Capisco. Ok, fammi sentire."
Con un inchino aggraziato, Dirk schiacciò il tasto Play.
"Oh, Susan, ciao, sono Gordon," disse la cassetta ancora una volta. "Sto andando
alla villetta..."
"Villetta!" esclamò Gilks in tono sarcastico.
"È, mmm, giovedì sera e sono le, ehm... 8,47. Un po' di foschia sulle strade. Senti,
questo fine settimana ci sono quei due tizi che vengono dagli Stati Uniti..."
Gilks alzò le sopracciglia, guardò l'orologio e prese un appunto sul suo blocchetto.
Sia Dirk che il sergente di polizia provarono un brivido quando nella stanza ris
uonò la voce del morto.
"... è un miracolo che non sia andato ad ammazzarmi nel fosso, questa sì che sarebbe
grandiosa, no?, lasciare le ultime parole famose sulla segreteria di qualcun al
tro, non vedo perché..."
Ascoltarono in un silenzio teso la cassetta che continuava a riprodurre l'intero
messaggio.
"È questo il problema con i cervelloni: hanno una grande idea che funziona davvero
, dopo di che si aspettano che tu continui a finanziarli per anni intanto che lo
ro si calcolano la topografia del loro ombelico. Scusami, devo fermarmi a chiude
re bene il bagagliaio. Ci vorr... un attimo."
Subito dopo si sentì il colpo attutito del ricevitore che veniva poggiato sul sedi
le del passeggero e di lì a qualche secondo il suono di una portiera di auto che v
eniva aperta. Intanto, in sotto fondo, dall'impianto stereo dell'auto la musica
continuava a borbottare.
Dopo qualche altro secondo, arrivò la doppia esplosione di una doppietta, attutita
, distante, ma inconfondibile.
"Ferma il nastro," disse brusco Gilks e lanciò un'occhiata all'orologio. "Tre minu
ti e venticinque secondi dal momento in cui ha detto che erano le otto e quarant
asette." Alzò di nuovo lo sguardo su Dirk. "Sta' qui. Non ti muovere. Non toccare
niente. Mi sono segnato la posizione di ogni molecola d'aria della stanza, per c
ui basta che respiri e io lo saprò."
Si girò rapidamente e uscì. Dirk sentì che scendendo le scale diceva: "Tuckett, vada a
ll'ufficio della WayForward, si faccia dare le specifiche del telefono dell'auto
di Way, il numero, la rete..." La voce svanì gi- per le scale.
Svelto, Dirk abbassò la manopola del volume dello stereo e riprese ad ascoltare la
cassetta.
La musica andò avanti per un po'. Dirk, deluso, tamburellava con le dita. La music
a continuava ancora.
Schiacciò brevemente il tasto dell'avanzamento veloce. Ancora musica. Capiva che s
tava cercando qualcosa, ma non sapeva cosa. Quel pensiero lo immobilizzò di colpo.
Decisamente, stava cercando qualcosa. Decisamente, non sapeva cosa.
Rendendosi conto di non sapere esattamente perché lo faceva, all'improvviso lo rag
gelò e lo elettrizzò. Girò lentamente su di sé, come lo sportello di un frigo.
Non c'era nessuno, almeno nessuno che lui potesse vedere. Ma conosceva quel geli
do formicolio sulla pelle, che odiava sopra ogni cosa.
Con un sussurro feroce, disse: "Se c'è qualcuno che mi può sentire, ascolti questo.
La mia mente è il mio centro e tutto quello che vi succede dipende da me. Gli altr
i credano ciò che vogliono, ma io non farò nulla senza conoscerne il motivo, e conos
cerlo chiaramente. Per cui, se vuoi qualcosa fammelo sapere, ma non azzardarti a
toccare la mia mente".
Tremava di una rabbia profonda e antica. Il gelo gli scivolò di dosso lentamente e
quasi pateticamente e sembrò muoversi per la stanza. Provò a seguirlo con i suoi se
nsi, ma venne distratto all'istante da una voce improvvisa che sembrava giungerg
li dai confini dell'udito, su un remoto ululato del vento.
Era una voce vuota, terrorizzata, confusa, quasi solo un sussurro inconsistente,
ma c'era, udibile, sulla cassetta della segreteria telefonica.
Diceva: "Susan! Susan, aiutami! Aiutami, per l'amor di Dio. Susan, sono morto...
"
Dirk fece una piroetta e fermò la cassetta.
"Mi dispiace," disse sottovoce, "ma devo pensare al bene del mio cliente."
Riavvolse il nastro, appena appena, fino a poco prima che la voce cominciasse, r
uotò a zero la manopola del livello di registrazione e schiacciò il tasto Ree. Lasciò
girare il nastro, cancellando la voce e tutto ciò che seguiva. Se quella cassetta
doveva stabilire l'ora della morte di Gordon Way, Dirk non voleva che saltasse f
uori nessun esempio imbarazzante di un Gordon che parlava dopo quel momento, for
s'anche per confermare che era proprio morto.
Nell'aria vicino a lui sembrò verificarsi una grande eruzione emotiva. Un'onda di
qualche genere si creò nella stanza, facendo tremare i mobili al suo passaggio. Di
rk guardò verso la direzione in cui apparentemente andava, una mensola vicino alla
porta dove, si rese conto a un tratto, si trovava la segreteria telefonica di R
ichard. L'apparecchio cominciò a traballare qua e l... sul ripiano, ma appena Dirk
vi si avvicinò ritornò immobile. Dirk allungò lentamente una mano e con calma schiacc
iò il tasto che disponeva l'apparecchio alla risposta.
Il disturbo dell'aria riattraversò la stanza dirigendosi verso il lungo tavolo di
Richard dove, fra pile di carte e floppy disk, si nascondevano due vecchi telefo
ni a disco. Dirk sapeva cosa stava per succedere, ma decise di stare a guardare,
senza intervenire. La cornetta di uno dei telefoni cadde dalla forcella. Dirk p
oteva sentire il segnale libero. Poi lentamente, e con chiara difficolt..., il d
isco cominciò a ruotare. Si mosse in cerchio con moto irregolare, ancora un po', s
empre pi- lento, e poi improvvisamente tornò indietro.
Ci fu un momento di pausa. La forcella del telefono si abbassò e poi risalì, liberan
do nuovamente la linea. Il disco ricominciò a girare, muovendosi con fatica anche
maggiore della volta prima. Scivolò indietro un'altra volta.
Ora ci fu una pausa pi- lunga, poi l'intera manovra si ripeté. Quando il disco sca
ttò indietro per la terza volta, ci fu un'improvvisa esplosione di rabbia: il tele
fono balzò in aria e venne scaraventato dall'altra parte della stanza. Nel volo, i
l filo della cornetta si attorcigliò attorno a una lampada Anglepoise, trascinando
la in una caduta rovinosa fra un intrico di fili, tazze di caffè e floppy disk. Da
lla scrivania, una pila di libri franò in terra.
La figura del sergente Gilks si stagliò sulla porta, il volto privo di espressione
.
"Sto per rientrare," disse, "e quando lo farò non voglio vedere assolutamente nien
te del genere. Chiaro?" Si girò e scomparve.
Dirk balzò verso il registratore e schiacciò il tasto di riavvolgimento. Poi si voltò
e sibilò all'aria vuota: "Non so chi tu sia, ma posso provare a indovinare. Se vuo
i il mio aiuto, non mi mettere mai pi- in imbarazzo come ora!"
Qualche attimo dopo, Gilks rientrò. "Ah, eccoti qua," disse. Passò uno sguardo piatt
o sul disastro. "Fingerò di non vedere nulla di tutto ciò, così non dovrò fare domande l
e cui risposte so gi... che potrebbero solo irritarmi."
Dirk avvampò.
Nell'attimo di silenzio che seguì, si poteva sentire un leggero fruscio e un ticch
ettio che fecero rivolgere lo sguardo duro del sergente verso il registratore.
"Che cosa sta facendo quella cassetta?"
"Si sta riavvolgendo."
"Dammela."
Il nastro arrivò all'inizio e si fermò, mentre Dirk arrivava al nastro. Lo tirò fuori
e lo porse a Gilks.
"Ciò sembrerebbe porre irritantemente al sicuro il tuo cliente," disse il sergente
. "La Cellnet ha confermato che l'ultima chiamata fatta dall'auto è delle 8,46 di
ieri sera, ora alla quale il tuo cliente stava sonnecchiando davanti a diverse c
entinaia di testimoni. Dico testimoni, anche se erano per la maggior parte stude
nti, ma probabilmente saremo costretti ad ammettere che non possono aver mentito
tutti quanti."
"Bene," disse Dirk, "insomma, sono contento che si sia chiarito tutto."
"Ovviamente, noi non abbiamo mai pensato che fosse stato lui. Non reggeva, sempl
icemente. Ma tu ci conosci: ci piace avere dei risultati. Digli comunque che vor
remmo fargli qualche domanda."
"Non mancherò di farglielo presente, casomai dovessi incontrarlo."
"Baster... che tu faccia questa cosuccia."
"Bene, non voglio trattenerla oltre, sergente," disse Dirk, indicando disinvolta
mente la porta.
"No, ma accidenti sarò io a trattenerti se non esci di qui entro trenta secondi, C
jelli. Non so che cosa tu abbia in testa, ma se posso evitare di scoprirlo farò so
nni pi- tranquilli nel mio ufficio, Fuori."
"Allora le auguro buona giornata, sergente. Non dirò che è stato un piacere, perché no
n è così."
Dirk uscì impettito dalla stanza e si diresse verso l'uscita dell'appartamento, no
tando con rammarico che dove prima c'era un grande divano Chesterfield magnifica
mente incastrato sulla scala, ora c'era solo un piccolo e triste mucchietto di s
egatura.
Michael Wenton-Weakes sollevò lo sguardo dal libro con un sussulto.
Improvvisamente, aveva la mente che brulicava di idee. Pensieri, immagini, propo
siti, tutto ciò si affollava in lui, e pi- sembravano contraddirsi a vicenda, pi-
sembravano accordarsi, assestarsi e trovare un proprio posto,
Alla fine l'incastro era perfetto, ogni dentino lentamente si allineava al succe
ssivo.
Bastava un gesto e la cerniera si chiudeva.
Anche se l'attesa, quando a colmarla c'erano solo insuccessi, stremanti ondate d
i debolezza, dubbi esitanti e triste impotenza, era parsa durare un'eternit... d
i diverse eternit..., l'incastro, una volta ottenuto, aveva cancellato tutto qua
nto. Avrebbe cancellato tutto ciò. Avrebbe annullato ciò che era stato tanto disastr
osamente fatto.
Chi aveva pensato una cosa simile? Poco importava, l'incastro era fatto, ed era
perfetto.
Michael guardò fuori della finestra la curata via di Chelsea, senza badare se quel
lo che vedeva erano esseri viscidi dotati di gambe o se erano tanti signori A. K
. Ross. Ciò che importava era quello che avevano rubato e che sarebbero stati cost
retti a restituire. Ormai Ross giaceva nel passato. Ciò che gli interessava adesso
era ancora di l... da venire.
I suoi occhi bovini, grandi e acquosi, tornarono a posarsi sulle ultime righe di
Kubla Khan, che stava leggendo in quel momento. L'incastro era fatto, la cernie
ra chiusa.
Richiuse il libro e se lo mise in tasca.
La strada del ritorno ora era sgombra. Sapeva come doveva comportarsi. Non resta
va che fare qualche acquisto e poi agire.

Capitolo Ventidue...
"Tu? Ricercato per omicidio? Richard, di cosa stai parlando?"
Il telefono tremava nella mano di Richard. Fra l'altro, lo teneva a un centimetr
o di distanza dall'orecchio perché sembrava che qualcuno avesse appena immerso la
cornetta in un piatto di chow mein, ma quello non era il peggio. Era un telefono
pubblico, quindi gi... il fatto che funzionasse doveva essere un caso. Richard
però cominciava a sentirsi come se tutto il mondo si fosse scostato da lui di un c
entimetro, come nella pubblicit... di un deodorante.
"Gordon," disse Richard esitante, "Gordon è stato ucciso, no?"
Prima di rispondere, Susan fece una pausa.
"Sì, Richard," disse in tono afflitto, "ma nessuno crede che sia stato tu. Natural
mente, vogliono farti qualche domanda, ma...
"Quindi adesso non c'è la polizia da te?"
"No, Richard," insistette Susan. "Senti, perché non vieni qui?"
"E non mi stanno dando la caccia?"
"No! Perché diavolo ti sei messo in testa l'idea che sei ricercato per... che pens
ano che sia stato tu?"
"Be'... insomma, me l'ha detto questo mio amico."
"Chi? "
"Ecco, il suo nome è Dirk Gently."
"Non me ne hai mai parlato. Chi è? Ha detto qualcos'altro?"
"Mi ha ipnotizzato e poi, mmm, mi ha fatto saltare dentro il canale e, ecco, ins
omma, veramente..."
All'altro capo del filo ci fu una pausa terribilmente lunga. "Richard," disse Su
san alla fine, con quel genere di calma che subentra nelle persone quando si ren
dono conto che, per quanto brutte le cose possano sembrare, non c'è nessuna ragion
e per cui non possano continuare a peggiorare, "passa di qua. Stavo per dirti ch
e ho bisogno di vederti, ma ora credo che sia tu ad avere bisogno di vedere me."
"Magari vado alla polizia."
"Alla polizia ci vai dopo. Richard, per piacere. Qualche ora in pi- non far... n
essuna differenza. Io... io non riesco quasi a pensarci. Richard, è così terribile.
Se tu fossi qui, sarebbe gi... qualcosa. Dove sei?"
"Va bene," disse Richard, "sarò da te fra una ventina di minuti. "
"Devo lasciare la finestra aperta o credi che proverai a entrare dalla porta?" c
hiese lei, tirando su col naso.

Capitolo Ventitré...
"La prego, no," disse Dirk fermando la signorina Pearce che stava per aprire una
lettera proveniente dal fisco, "ci sono cose pi- allegre di quelle."
Era appena emerso da una seduta di intensa riflessione nell'oscurit... dell'uffi
cio e trasudava frenesia e concentrazione. Per convincere la signorina Pearce a
perdonare la sua ultima, ingiustificabile stravaganza con cui si era ripresentat
o in ufficio, aveva apposto la propria firma autentica su un autentico assegno p
aga e riteneva che mettersi ad aprire ostentatamente lettere dell'ufficio impost
e voleva dire prendere il suo gesto magnanimo con uno spirito assolutamente sbag
liato.
La ragazza mise da parte la busta.
"Venga!" disse. "Voglio farle vedere una cosa. Osserverò le sue reazioni con sommo
interesse."
Tornò a passo di marcia nell'ufficio e si sedette alla scrivania. Lei lo seguì pazie
ntemente e si sedette di fronte, ignorando apertamente l'ingiustificabile strava
ganza posata sul tavolo.
La lucida targa d'ottone sulla porta l'aveva mandata su tutte le furie, ma quell
o sciocco telefono con grossi tasti rossi non lo considerava nemmeno degno di di
sprezzo. E di sicuro non si sarebbe lasciata andare a nulla di tanto avventato c
ome un sorriso fino a che non si fosse assicurata che l'assegno era coperto. L'u
ltima volta che le aveva firmato un assegno, l'aveva cancellato prima della fine
della giornata, per evitare, le aveva spiegato, "che cadesse nelle mani sbaglia
te". Le mani sbagliate, presumibilmente, erano quelle del direttore della banca.
Le spinse dall'altra parte della scrivania un pezzo di carta. Lei lo prese e lo
guardò. Poi lo rigirò e tornò a guardarlo. Lo guardò di dietro e quindi lo rimise gi-.
"Be'?" chiese Dirk. "Che ne pensa? Mi dica! " La signorina Pearce sospirò.
"Un mucchio di scarabocchi senza senso fatti con un pennarello blu su un pezzo d
i carta da lettere," disse. "Si direbbero fatti da lei."
"No!" abbaiò Dirk.
"Be', sì," ammise, "ma solo perché sono convinto che sia la soluzione del problema!"
"Che problema?"
"Il problema," insistette Dirk, dando una manata sul tavolo, "del giochino di pr
estigio! Gliel'ho detto!"
"Sì, signor Gently, pi- volte. Secondo me, è solo un giochino di prestigio. In Tv se
ne vedono."
"Con la differenza... che questo era completamente impossibile! "
"Non poteva essere impossibile, altrimenti non avrebbe potuto mai farlo. Attenia
moci alla ragione."
"Esattamente!" disse Dirk eccitatissimo. "Esattamente! Signorina Pearce, lei è una
donna di raro intuito e acume."
"Grazie, signor Gently, posso andare ora?"
"Aspetti! Non ho ancora finito.! Neanche un po', neanche per idea! Lei mi ha dim
ostrato la profondit... del suo intuito e del suo acume, mi consenta ora di dimo
strarle la mia!"
La signorina Pearce si lasciò cadere pazientemente sulla sedia.
"Credo," proseguì Dirk, "che ne rimarr... impressionata. Pensi a questo. Un proble
ma arduo. Nel tentativo di trovare una soluzione, continuavo a girare in piccoli
cerchi attorno alla mia testa, tornando e ritornando esasperantemente sulle ste
sse cose. Era chiaro che non sarei riuscito a pensare a nient'altro fino a che n
on avessi trovato la risposta, ma altrettanto chiaro era che avrei dovuto pensar
e ad altro se volevo arrivare alla risposta. Come uscire da questo circolo? Me l
o chieda."
"Come?" disse la signorina Pearce, docile ma senza entusiasmo.
"Scrivendo la risposta!" esclamò Dirk. "Ed eccola qui!" Assestò una manata trionfant
e sul pezzo di carta e tornò a sedersi con un sorriso soddisfatto.
La signorina Pearce lo guardò senza parole.
"Con il risultato," continuò Dirk, "che ora sono in grado di volgere la mia mente
a nuovi e affascinanti problemi, come, per esempio...
Prese il pezzo di carta coperto di scarabocchi e ghirigori insensati e lo sollevò
davanti a lei.
"In che lingua," disse con voce cupa e bassa, "è scritto?" La signorina Pearce con
tinuava a guardarlo senza parole. Dirk lasciò cadere il pezzetto di carta, mise i
piedi sul tavolo e buttò indietro la testa con le mani sulla nuca.
"Capisce quello che ho fatto?" chiese al soffitto che, trascinato improvvisament
e nella conversazione, sembrò avere un lieve sussulto. "Ho trasformato il problema
da un enigma di somma difficolt... e forse assolutamente irrisolvibile in un se
mplice rompicapo linguistico. Anche se," mormorò, dopo un lungo momento di silenzi
osa riflessione, "di somma difficolt... e forse assolutamente irrisolvibile."
Girò la testa per osservare attentamente Janice Pearce.
"Avanti," la sollecitò, "dica che è una follia, ma potrebbe anche funzionare!"
Janice Pearce si schiarì la gola.
"È una follia," disse, "creda a me."
Dirk distolse lo sguardo e si spostò su un lato della poltrona, come probabilmente
faceva il modello del Pensatore quando Rodin si assentava e lui poteva mettersi
comodo.
A un tratto, sembrò profondamente stanco e depresso.
"So bene," disse con voce bassa e scoraggiata, "che da qualche parte c'è qualcosa
di radicalmente sbagliato. E so bene che devo andare a Cambridge per raddrizzare
le cose. Ma sarei meno timoroso se sapessi che cos'era..."
"Allora, ora posso andare, per piacere?" disse la signorina Pearce.
Dirk la guardò tetro.
"Sì," disse con un sospiro, "ma almeno... almeno mi dica..." dette un colpetto con
la punta del dito al pezzetto di carta, "insomma, cosa ne pensa di questo?"
"Be', penso che sia una bambinata," disse Janice Pearce con franchezza.
"Ma, ma, ma!" fece Dirk, battendo un colpo sul tavolo per la delusione. "Non cap
isce che per capire dobbiamo fare bambinate? Solo i bambini vedono le cose con p
erfetta chiarezza, perché non si sono ancora costruiti tutti quei filtri che ci im
pediscono di vedere le cose che non ci aspettiamo di vedere?"
"E allora, perché non va a chiederlo a un bambino?"
"La ringrazio, signorina Pearce," disse Dirk allungandosi a prendere il cappello
, "ancora una volta lei mi ha reso un servizio inestimabile, di cui le sono prof
ondamente grato."
E uscì impettito.

Capitolo Ventiquattro...
Mentre Richard si dirigeva verso l'appartamento di Susan, il tempo cominciò a rann
uvolarsi. Il cielo, che al mattino aveva esordito con tanta vivacit... e buonumo
re, cominciava a perdere la propria concentrazione, scivolando nuovamente verso
il suo abituale aspetto britannico, ovvero quello di uno strofinaccio per i piat
ti umido e muffoso. Richard prese un taxi, che lo portò a destinazione in pochi mi
nuti.
"Bisognerebbe deportarli tutti," disse il guidatore del taxi mentre si fermavano
.
"Eh? Chi?" fece Richard, rendendosi conto di non aver ascoltato una parola di qu
anto aveva detto il tassista.
"Be'..." disse il guidatore, che a un tratto si rese conto anche lui di non esse
re stato ascoltato, "be', tutta quella gente. Sbarazzarsi di tutta quella malede
tta gente, ecco quello che dico io. E delle loro maledette bertucce," aggiunse p
er buona misura.
"Lei deve avere proprio ragione," disse Richard e corse verso la casa.
Arrivato alla porta d'ingresso dell'appartamento di Susan, sentì il suono del viol
oncello che eseguiva una melodia lenta e solenne. Fu felice che lei stesse suona
ndo. Bastava che suonasse il suo violoncello per acquistare autocontrollo e una
sorprendente autonomia emotiva. Lui si era accorto di una cosa straordinaria ris
petto al rapporto di Susan con la musica che eseguiva. Tutte le volte che si sen
tiva agitata o inquieta, era sufficiente che si mettesse a sedere e suonasse una
musica con intensa concentrazione, per riemergerne apparentemente calma e ripos
ata.
La volta successiva che suonava quella musica però tutto le tornava fuori e lei an
dava completamente a pezzi.
Entrò pi- silenziosamente possibile per non turbare la sua concentrazione.
Attraversò in punta di piedi la saletta nella quale stava provando, ma la porta er
a aperta, così si fermò e la guardò, facendole impercettibilmente segno di non smetter
e. Lei aveva l'aria pallida e tesa, ma gli fece un accenno di sorriso e continuò a
cavare l'arco con rinnovata intensit....
Con un tempismo impeccabile di cui solo rarissimamente è capace, il sole scelse qu
el momento per bucare momentaneamente le nubi minacciose che si andavano raccogl
iendo e una luce drammatica cadde su lei intenta a suonare il violoncello e sul
vecchio legno marrone scuro dello strumento. Richard ne rimase come incantato. P
er un momento, il subbuglio di quella giornata si immobilizzò e si tenne a rispett
osa distanza.
Non conosceva quella musica, ma sembrava Mozart e in effetti si ricordò che lei gl
i aveva detto di avere qualcosa di Mozart da studiare. Passò oltre silenziosamente
e si sedette ad aspettare e ascoltare.
Alla fine, lei terminò il pezzo, ma prima che la raggiungesse ci fu un minuto circ
a di silenzio. Batté le palpebre e sorrise, lo strinse in un lungo abbraccio trepi
do, poi si sciolse e rimise il telefono sulla forcella. In genere, quando provav
a, lo staccava.
"Scusa," disse, "non volevo essere interrotta." Si deterse una lacrima con un ge
sto brusco, come se fosse una qualche irritazione. "Come stai, Richard?"
Lui si strinse nelle spalle e le scoccò un'occhiata confusa. Sembrava che con ciò av
esse spiegato tutto.
"Temo che dovrò andare avanti," disse Susan con un sospiro. "Mi dispiace. Sono app
ena stata..." Scosse la testa. "Chi può essere stato?"
"Non lo so. Qualche pazzo. Non sono sicuro che sia così importante."
"No," disse lei. "Senti, ehm, hai pranzato?"
"No. Susan, tu continua a suonare e io vado a vedere cosa c'è in frigo. Possiamo p
arlarne durante lo spuntino."
Susan annuì.
"Va bene," disse, "però..."
"Sì?"
"Be', almeno per il momento non ho proprio voglia di parlare di Gordon. Non prim
a di averla digerita. Mi sento come un po' spiazzata. Sarebbe gi... meglio se gl
i fossi stata pi- vicina, ma non è così e mi sento come imbarazzata dal fatto di non
avere una reazione immediata. Parlarne andrebbe benissimo, a parte che bisogner
ebbe usare il passato e questo è ciò che..."
Gli si strinse contro per un attimo, poi si azzittì con un sospiro.
"Al momento non c'è molto in frigo," disse, "un po' di yogurt, credo, e una busta
di filetti di merluzzo che puoi aprire. Sono sicura che se ti ci metti riesci a
fare qualche pasticcio, ma è tutto molto semplice. Il trucco sta nel non spargerli
ovunque sul pavimento e non metterci sopra la marmellata."
Gli dette un abbraccio, un bacio e un sorriso triste, poi si ritirò nuovamente nel
la sua sala da musica.
Squillò il telefono e Richard rispose.
"Pronto?" disse. Niente, solo una specie di flebile sibilo di vento in linea.
"Pronto?" ripeté. Attese, si strinse nelle spalle e rimise il telefono a posto.
"C'era qualcuno?" gli gridò Susan.
"No, nessuno," rispose Richard.
"È gi... successo un paio di volte," disse Susan. "Credo che sia una specie di ans
imatore minimalista." Riprese a suonare.
Richard andò in cucina e aprì il frigo. La sua dieta era meno salutista di quella di
Susan, per cui non fu propriamente esaltato da ciò che vi trovò, ma riuscì senza diff
icolt... a mettere su un vassoio qualche filetto di merluzzo, un po' di yogurt,
un po' di riso e qualche arancia, cercando di non pensare che un paio di grassi
hamburger con patate fritte non ci sarebbero stati male.
Trovò una bottiglia di vino bianco e portò il tutto sul piccolo tavolo da pranzo.
Susan lo raggiunse di lì a un minuto o due. Era perfettamente calma e composta e d
opo qualche boccone gli chiese di raccontarle del canale.
Richard scosse la testa divertito e cercò di spiegare i fatti e di parlarle di Dir
k.
"Come hai detto che si chiama?" chiese Susan aggrottando la fronte non appena lu
i fu giunto, piuttosto laconicamente, alla conclusione.
"Be', in un certo senso," disse Richard, "Dirk Gently."
"In un certo senso?"
"Be', sì," fece Richard con un faticoso sospiro. Gli venne in mente che Dirk prese
ntava lo stesso genere di vaghezza e di definizione ambigua pi- o meno in tutto.
Persino sulla sua carta da lettere c'era, dopo il nome, una riga vaga e dall'as
petto ambiguo. Tirò fuori il pezzo di carta su cui poco prima aveva inutilmente ce
rcato di riorganizzare i propri pensieri.
"Io..." cominciò, ma in quel momento squillò il campanello della porta. Si guardaron
o a vicenda.
"Se è la polizia," disse Richard, "è meglio che gli parli. Facciamola finita."
Susan spinse indietro la propria sedia, andò alla porta d'ingresso e alzò il citofon
o.
"Sì?" disse.
"Chi?" disse un istante dopo. Mentre ascoltava aggrottò la fronte, poi si girò e l'a
ggrottò in direzione di Richard.
"È meglio che salga," disse con un tono di voce non esattamente amichevole, e schi
acciò il tasto. Tornò a sedersi.
"Il tuo amico," disse asciutta, "il signor Gently."
La giornata del Monaco Elettrico stava andando terribilmente bene, così lui si lan
ciò in un galoppo sfrenato. Il che vale a dire che spronò il cavallo a un galoppo sf
renato e il cavallo, senza sfrenarsi, vi si lanciò.
Questo mondo, pensò il Monaco, era un bel mondo. Lo amava. Non sapeva a chi appart
eneva o da dove fosse venuto, ma indubbiamente era un luogo di grande soddisfazi
one per chiunque possedesse le sue doti straordinarie e uniche.
Era apprezzato. Per tutto il giorno era andato da varie persone, aveva conversat
o, ascoltato i loro problemi e quindi pronunciato tranquillamente quelle tre par
ole magiche: "Io le credo".
Invariabilmente, l'effetto era stato elettrizzante. Non che in quel mondo la gen
te non se lo dicesse mai, ma raramente, a quanto pareva, riusciva a darsi quel t
ono di profonda sincerit... che il Monaco era stato programmato per riprodurre i
n modo tanto splendido.
Nel suo mondo, dopo tutto, lo si dava per scontato. La gente si aspettava sempli
cemente che lui continuasse a credere in qualcosa per conto loro senza disturbar
li. Chiunque si presentasse alla porta con una nuova grande idea o proposta, o m
agari una nuova religione, si sentiva rispondere: "Ah, vada a parlarne con il Mo
naco". Il Monaco se ne stava seduto ad ascoltare e credere a tutto pazientemente
, ma nessuno se ne interessava oltre.
In quel mondo peraltro eccellente, solo un problema si profilava. Spesso, dopo c
he il Monaco aveva pronunciato le parole magiche, l'argomento si spostava rapida
mente sui soldi, di cui il Monaco naturalmente era del tutto sprovvisto, deficie
nza che aveva fatto prematuramente sfiorire parecchi incontri fino a quel moment
o promettenti.
Forse doveva acquisirne un po': ma dove?
Tirò le redini e il cavallo, riconoscente, si fermò di colpo e si avviò verso l'erba s
ul ciglio della strada. Il cavallo non aveva idea di cosa potesse servire tutto
quel galoppare su e gi-, ma non se ne curava. Tutto ciò di cui si curava era che l
'avevano fatto galoppare su e gi- accanto a un buffet apparentemente infinito. Q
uando lo ebbe a disposizione, lo sfruttò al meglio.
Il Monaco guardò attentamente da una parte e dall'altra della strada. Gli sembrava
vagamente familiare. Trotterellò poco pi- in l... per dare un'altra occhiata. Il
cavallo riprese il suo pasto qualche metro pi- avanti.
Sì. Il Monaco era stato lì la sera prima.
Lo ricordava chiaramente, insomma, abbastanza chiaramente. Credeva di ricordarlo
chiaramente e quella, dopo tutto, era la cosa pi- importante. Era lì che si era r
itrovato a camminare in uno stato mentale pi- confuso del solito e proprio dietr
o quell'angolo, anche qui, se non si sbagliava di grosso, c'era quella piccola c
ostruzione accanto alla strada dove lui era saltato nel retro della macchina di
quel tipo simpatico, il tipo simpatico che poco dopo, quando gli aveva sparato,
aveva reagito in quel modo tanto strano.
Magari lì avevano un po' di soldi e glieli avrebbero lasciati prendere. Se lo chie
se. Be', l'avrebbe scoperto. Strappò ancora una volta il cavallo al suo banchetto
e galoppò in quella direzione.
Mentre si avvicinava al distributore di benzina, notò un'automobile parcheggiata d
i traverso in modo arrogante. La sua posizione rendeva evidente che non si trova
va lì per niente di così banale come per farsi riempire di benzina ed era troppo imp
ortante per parcheggiare ordinatamente in un angolo. Qualunque macchina fosse ar
rivata per fare benzina avrebbe dovuto arrabattarsi a fare manovra per girarci a
ttorno. Era un'auto bianca con strisce e insegne, e luci dall'aria importante.
Arrivato sullo spiazzo, il Monaco smontò da cavallo e lo impastoiò a una pompa. Si a
vvicinò alla costruzione del negozietto e vide che dentro c'era un tale girato di
schiena che indossava un'uniforme blu scuro e un cappello a punta. Il tipo salta
va su e gi- e si infilava delle dita nelle orecchie, cosa che evidentemente prod
uceva una profonda impressione sull'uomo dietro al registratore di cassa.
Il Monaco guardava impietrito, con reverenza. Quell'uomo, credette con una sempl
ice immediatezza che avrebbe impressionato anche un seguace di Scientology, dove
va essere un qualche dio per suscitare tanto fervore. Aspettava di venerarlo tra
ttenendo il fiato. Qualche attimo dopo, l'uomo si girò e uscì dal negozio, vide il M
onaco e si fermò paralizzato.
Il Monaco si rese conto che il dio probabilmente stava aspettando che lui compis
se qualche atto di venerazione e quindi rispettosamente saltò su e gi- infilandosi
le dita nelle orecchie.
Il suo dio lo fissò per un momento, lo afferrò stretto, lo rigirò, lo sbatté a faccia in
avanti sulla macchina, braccia e gambe aperte, e lo perquisì alla ricerca di un'a
rma.
Dirk irruppe nell'appartamento come un tornado piccolo e tozzo.
"Signorina Way," disse, afferrandole una mano piuttosto ritrosa e levandosi il s
uo assurdo cappello, "conoscerla è un piacere dei pi- ineffabili, ma anche oggetto
del mio pi- profondo rammarico che l'occasione del nostro incontro debba essere
quella di un così grande dolore, che mi costringe a manifestarle i sensi della mi
a simpatia e comprensione. La prego di credere che per nulla al mondo mi introme
tterei nel suo privato cordoglio se non per una questione di rilevanza e portata
gravissima. Richard: ho risolto il problema del giochino di prestigio, ed è strao
rdinario."
Avanzò nella stanza e si lasciò cadere su una sedia libera accanto al piccolo tavolo
da pranzo, dove appoggiò il cappello.
"Tu ci scuserai, Dirk..." iniziò freddo Richard.
"No, temo che sarete voi a dover scusare me," replicò Dirk. "L'enigma è risolto e la
soluzione è così sorprendente che per indicarmela c'è voluto un bambino di sette anni
incontrato per strada. Ma è senza dubbio quella giusta, assolutamente senza dubbi
o. 'E allora, qual è la soluzione?' mi chiederai tu, o quanto meno me lo chiederes
ti se riuscissi a infilare una parola qua e l..., ma non è così, per cui ti risparmi
erò la noia di farmi la domanda e ti risponderò comunque dicendoti che non te lo dirò,
perché non mi crederesti. Te lo dimostrerò, invece, questo pomeriggio stesso.
Sappi, a ogni buon conto, che ciò spiega tutto. Spiega il giochino. Spiega l'appun
to ritrovato da te, che avrebbe dovuto chiarirmi tutto perfettamente, e invece i
o sono stato uno stupido. E spiega anche qual era la terza domanda mancante, o m
eglio (e questo è il punto significativo) spiega qual era la prima domanda mancant
e! "
"Che domanda mancante?" esclamò Richard, confuso dalla pausa improvvisa e interven
endo con la prima frase che gli venne in mente.
Dirk sbatté le palpebre come guardando un idiota. "La domanda mancante fatta da Gi
orgio III, naturalmente," disse. "Fatta a chi?"
"Be', al professore," disse Dirk spazientito. "Ma non ascolti quello che dici? E
ra tutto ovvio!" esclamò, battendo un pugno sul tavolo. "Così ovvio che l'unica cosa
che mi impediva di vedere la soluzione era il fatto trascurabile che fosse comp
letamente impossibile. Sherlock Holmes una volta ha detto che, eliminato l'impos
sibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la risposta. A me, però,
non piace eliminare l'impossibile. Bene. Andiamo."
"No."
"Cosa?" Dirk lanciò un'occhiata a Susan, da cui arrivava questa opposizione inaspe
ttata, o quanto meno inaspettata per lui.
"Signor Gently," disse con una voce con cui si sarebbe potuto intagliare un bast
one, "perché lei ha deliberatamente fuorviato Richard facendogli credere di essere
ricercato dalla polizia?"
Dirk si accigliò.
"Ma era ricercato dalla polizia," disse, "e lo è ancora."
"Sì, ma solo per rispondere a qualche domanda! Non perché è sospettato di omicidio."
Dirk abbassò lo sguardo.
"Signorina Way," disse, "alla polizia interessa sapere chi ha ucciso suo fratell
o. A me, con tutto il rispetto, non interessa. Potrebbe, lo ammetto, risultare c
he questo abbia qualche rapporto con il caso, ma potrebbe anche risultare che si
è trattato di un pazzo qualunque. Volevo sapere, e ho ancora disperatamente neces
sit... di sapere, perché Richard ieri sera è entrato nel suo appartamento dalla fine
stra."
"Te l'ho detto," protestò Richard.
"Quello che mi hai detto è inconsistente: dimostra soltanto il fatto fondamentale
che nemmeno tu ne sai la ragione! Per tutti i santi, credevo di avertelo dimostr
ato abbastanza chiaramente al canale! "
Richard fremette.
"Guardandoti, mi era perfettamente chiaro," proseguì Dirk, "che avevi un'idea molt
o vaga di ciò che stavi facendo e che non ti preoccupavi nemmeno minimamente del p
ericolo fisico che correvi. All'inizio, guardandoti, ho pensato che si trattasse
di uno scassinatore scriteriato alla sua prima e probabilmente ultima violazion
e di domicilio. Poi però la figura si è voltata indietro e ho capito che eri tu, e i
o ti conosco per un uomo intelligente, razionale ed equilibrato. Richard MacDuff
? Che rischia l'osso del collo salendo nottetempo su per le grondaie come se nie
nte fosse? Mi sembra che non ti saresti mai comportato in un modo tanto sconside
rato ed estremo se non fossi stato disperatamente in ansia per qualcosa di terri
bilmente importante. Non è vero, signorina Way?"
Lanciò uno sguardo penetrante a Susan, che si sedette lentamente, fissandolo con o
cchi allarmati che gli confermavano di essere andato a segno.
"Eppure quest'oggi, quando sei venuto a trovarmi, sembravi perfettamente calmo e
padrone di te. Hai discusso con perfetto raziocinio quando ho detto un mucchio
di sciocchezze sul Gatto di Schr"dinger. Non era il comportamento di un uomo che
la sera prima è stato spinto ad azioni estreme da qualche fine disperato. Confess
o che è stato allora che mi sono abbassato, insomma, a esagerare la tua situazione
, al semplice scopo di trattenerti."
"Non l'hai fatto. Me ne sono andato."
"Con certe idee per la testa. Sapevo che saresti tornato indietro. Mi scuso umil
issimamente per averti, ehm, in qualche modo sviato, ma sapevo che quanto io dov
evo scoprire andava ben al di l... di ciò che interessava alla polizia. Ed era que
sto: se ieri notte quando scalavi la parete non eri del tutto in te... ma allora
chi eri, e perché?"
Richard rabbrividì. Il silenzio si protrasse.
"E che cosa c'entra con i giochini di prestigio?" disse alla fine.
"Per scoprirlo dobbiamo andare a Cambridge."
"Ma che cosa ti fa essere tanto sicuro...?"
"Mi imbarazza," disse Dirk e sul volto gli scese un'espressione scura e grave.
Per essere una persona tanto garrula, sembrava tutto a un tratto stranamente res
tio a parlare.
Continuò: "Mi imbarazza oltremodo scoprire che so qualcosa ma non so perché lo so. M
agari è lo stesso meccanismo istintivo che consente di afferrare una palla quasi p
rima di averla vista. Forse è quell'istinto profondissimo e inesplicabile che ti a
vverte quando qualcuno ti sta guardando. È un'offesa enorme al mio intelletto che
mi capiti esattamente ciò per cui disprezzo chi ci crede. Ti ricorderai le... mise
rie che circondarono certi testi d'esame".
Improvvisamente sembrava esausto e sfatto. Per continuare a parlare, dovette att
ingere alle sue ultime energie.
Poi disse: "Un conto è la capacit... di fare due pi- due e di arrivare a quattro.
Un altro è quella di fare radice quadrata di cinquecento trentanove virgola sette
pi- coseno di ventisei virgola quattro tre due e arrivare... e arrivare a una ri
sposta che, quale che sia, è tutta diversa. E poi... be', ti faccio un esempio".
Si chinò in avanti con aria intenta. "Ieri sera ti ho visto scalare questo edifici
o. Sapevo che c'era qualcosa che non andava. Oggi mi sono fatto riferire da te t
utti i minimi particolari di ciò che sapevi rispetto a quanto è avvenuto ieri sera e
il risultato, usando solo il mio intelletto, è che ho gi... scoperto probabilment
e il pi- grande segreto nascosto su questo pianeta. Ti giuro che è vero e che poss
o provarlo. Ora, mi devi credere se ti dico che so, so che c'è qualcosa di terribi
lmente, disperatamente, spaventosamente sbagliato e che noi dobbiamo trovarlo. O
ra ci vieni a Cambridge con me?
Stordito, Richard annuì.
"Bene," disse Dirk. "Che cos'è questo?" aggiunse, indicando il piatto di Richard.
"Merluzzo sotto sale. Ne vuoi un po'?"
"No, grazie," fece Dirk alzandosi e abbottonandosi il soprabito. "Nel mio vocabo
lario," disse dirigendosi verso la porta e spingendo Richard con sé, "la parola 'm
erluzzo' non esiste. Buon pomeriggio, signorina Way, ci auguri che Dio sia con n
oi."

Capitolo Venticinque...
Ci fu un rombo di tuono e l'inizio di quell'interminabile pioggerellina da nord-
est che sembra accompagnare buona parte degli eventi cruciali di questo mondo.
Dirk si rialzò il bavero del soprabito di pelle per ripararsi dal freddo, ma nient
e riusciva a raffreddare la sua indemoniata esuberanza mentre lui e Richard si a
vvicinavano ai grandi portoni del dodicesimo secolo.
"St Cedd's College, Cambridge," esclamò guardandoli per la prima volta da otto ann
i a quella parte. "Fondato nell'anno qualcosa e rotti, da qualcuno che non ricor
do in onore di qualcun altro il cui nome al momento mi sfugge."
"St Cedd?" suggerì Richard.
"Sai che mi sembra proprio che fosse lui? Uno dei santi pi- insignificanti del N
orthumberland. Ma suo fratello Chad era ancora pi- insignificante. Ha una catted
rale a Birmingham, non so se rendo l'idea. Ah, Bill, che piacere rivederla," sog
giunse avvicinandosi al portiere che, a sua volta, stava proprio per entrare nel
college. Il portiere si guardò attorno.
"Signor Cjelli, sono lieto che sia tornato, signore. Mi spiace che abbia avuto q
ualche noia, ma spero che ora tutto ciò sia acqua passata."
"Infatti, Bill, è così. Tutto a meraviglia. E la signora Roberts? Come sta? Ha ancor
a quel fastidio al piede?"
"Non pi- da quando gliel'hanno tagliato, grazie per l'interessamento, signore. D
etto fra noi, signore, mi sarebbe andato benissimo anche se avessero amputato le
i e salvato il piede. Avevo gi... preparato un posticino sulla mensola del camin
o, ma tant'è, bisogna prendere le cose come vengono.
Signor MacDuff, signore," aggiunse con un breve cenno a Richard. "Oh, quel caval
lo cui accennava, signore, ieri sera quando è venuto qui, purtroppo abbiamo dovuto
rimuoverlo. Dava noia al professor Chronotis."
"Ero solo curioso, ehm, Bill," disse Richard. "Spero che non le abbia procurato
disturbo."
"Niente mi disturba, signore, finché non si tratta di mettermi in divisa. Non poss
o tollerare quando i giovani si mettono in divisa, signore.
"Se quel cavallo dovesse darle ancora noia, Bill," lo interruppe Dirk battendogl
i una mano sulla spalla, "lo mandi da me che gli parlo io. Ora, ha accennato al
buon professor Chronotis. C'è al momento? Siamo qui per una commissione."
"Per quanto ne so, signore. Non posso controllare perché ha il telefono guasto. Le
suggerirei di andare a vedere di persona. La seconda a sinistra nel Secondo Cor
tile."
"Lo so bene, Bill, grazie, e tante cose a ciò che resta della signora Roberts. "
Attraversarono impettiti il Primo Cortile, o quanto meno, Dirk lo attraversò impet
tito, mentre Richard camminava con la sua consueta andatura da airone, increspan
do la faccia contro la pioggerellina uggiosa.
Dirk ovviamente si credeva una guida turistica.
"St Cedd's," declamò, "il college di Coleridge nonché di sir Isaac Newton, rinomato
inventore della moneta col bordo zigrinato e della gattaiola!"
"La che?" chiese Richard.
"La gattaiola! Un prodotto di sommo ingegno, perspicacia e inventiva. È una porta
dentro la porta, capisci, un..."
"Sì," disse Richard, "e poi c'era quella faccenduola della gravit.... "
"La gravit...," fece Dirk con una scrollatina di spalle leggermente sdegnosa, "g
i..., c'era anche quella, immagino. Anche se quella, naturalmente, era solo una
scoperta. Aspettava solo che qualcuno la scoprisse."
Tirò fuori un penny dalla tasca e lo lanciò a caso sui ciottoli che affiancavano il
sentiero lastricato.
"Vedi?" disse. "Funziona anche durante i weekend. Prima o poi qualcuno doveva no
tarlo. La gattaiola invece... ah, quella è tutta un'altra faccenda. Invenzione, pu
ra invenzione creativa."
"A me pareva una cosa piuttosto ovvia. Avrebbe potuto pensarci chiunque."
"Ah, in verit... è una mente rara quella che può rendere ciò che finora non esisteva d
i una ovviet... accecante. L'urlo di 'Avrei potuto pensarci anch'io' è quanto mai
comune e fuorviante, ma resta il fatto che nessuno ci ha pensato, un fatto signi
ficativo e anche rivelatore. Se non mi sbaglio, è questa la scala che cerchiamo. S
aliamo?"
Senza attendere la risposta, si lanciò su per le scale. Richard, che lo seguiva es
itante, lo trovò che gi... batteva alla porta interna. Quella esterna era aperta.
"Avanti!" gridò una voce da dentro. Dirk spinse la porta ed entrarono giusto in te
mpo per vedere la bianca nuca di Reg che scompariva in cucina.
"Stavo proprio facendo un po' di tè," disse da lì. "Ne vuole? Si sieda, si sieda, ch
iunque lei sia."
"Molto gentile da parte sua," rispose Dirk. "Siamo in due." Dirk si sedette e Ri
chard seguì il suo esempio.
"Indiano o cinese?" gridò Reg. "Indiano, grazie."
Si sentì uno sbatacchiare di tazzine e scodelle.
Richard dette uno sguardo in giro per la stanza. A un tratto gli sembrava normal
issima. Il fuoco ardeva tranquillamente per conto suo, ma la luce era quella del
grigio pomeriggio. Nonostante che tutto fosse uguale, il vecchio divano, il tav
olo sovraccarico di libri, pareva non esserci nulla dell'inquietante stranezza d
ella sera prima. Sembrava che la stanza se ne stesse lì, le sopracciglia alzate, a
dire con aria innocente: "Sì?"
"Latte?" chiese Reg dalla cucina.
"Grazie," rispose Dirk. Scoccò a Richard un sorriso che gli parve quasi traboccant
e di eccitazione trattenuta.
"Una zolletta o due?" chiese ancora Reg.
"Una, grazie," disse Dirk, "...e due cucchiaini di zucchero, se non le dispiace.
"
Nella cucina vi fu una momentanea sospensione delle attivit.... Passò un momento o
due, poi Reg mise fuori la testa dalla porta. "Svlad Cjelli!" esclamò. "Santo cie
lo! Be', questo sì che è un lavoro sbrigato alla svelta, giovane MacDuff, ben fatto.
Mio caro amico, che cosa fantastica rivederti, che bello che tu sia venuto."
Si pulì le mani in una tovaglietta da tè e corse a stringere quelle dei suoi ospiti.
"Mio caro Svlad."
"Dirk, prego, se non le dispiace," disse Dirk stringendogli la mano calorosament
e. "Lo preferisco. Trovo che abbia un che come di pugnale scozzese. Dirk Gently è
il nome sotto cui sono in affari attualmente. Ci sono alcuni avvenimenti del pas
sato, purtroppo, da cui vorrei dissociarmi."
"Certamente, so benissimo come ti senti. Gran parte del quattordicesimo secolo,
per esempio, è stato piuttosto oscuro," convenne Reg di cuore.
Dirk stava per correggere il malinteso, ma pensò che rischiava di imbarcarsi in un
a lunga avventura e lasciò perdere.
"E allora, mio caro professore, come se la passa?" disse invece, posando dignito
samente cappello e sciarpa sul bracciolo del divano.
"Bene," rispose Reg. "Ultimamente ho avuto momenti interessanti, o meglio, insig
nificanti. Ma insignificanti per motivi interessanti. Ora, sedetevi pure, scalda
tevi al fuoco. Vi porto il tè e cercherò di spiegarvi." Uscì di nuovo, mormorando qual
cosa con fare indaffarato, lasciando che si accomodassero davanti al fuoco. Rich
ard si chinò verso Dirk. "Non sapevo che lo conoscessi tanto bene," disse facendo
un cenno in direzione della cucina. "Non lo conosco affatto bene," replicò subito
Dirk. "Ci siamo incontrati una volta per caso a una cena, ma c'è stata simpatia e
intesa immediata."
"E allora com'è che non vi siete pi- rivisti?"
"Mi ha evitato di proposito, naturalmente. I rapporti stretti con le persone son
o pericolosi quando si ha un segreto da nascondere. E quanto a segreti, suppongo
che questo sia uno di quelli grossi. Se da qualche parte al mondo c'è un segreto
pi- grosso," aggiunse poi a bassa voce "mi piacerebbe proprio sapere qual è."
Dette a Richard un'occhiata colma di significato e tese le mani verso il fuoco.
Poiché Richard aveva gi... cercato prima, senza successo, di tirargli fuori di qua
le segreto si trattasse esattamente, stavolta si rifiutò di abboccare all'amo e si
appoggiò invece alla poltrona, guardandosi intorno.
"Ti ho gi... chiesto," disse Reg, tornando in quel momento, "se volevi del tè?"
"Ehm, sì," rispose Richard, "se n'è parlato a lungo. Credo che alla fine si sia deci
so che ne vorrei, no?"
"Bene," disse Reg distrattamente, "fortunatamente sembra che in cucina ce ne sia
un po' gi... pronto. Devi perdonarmi. Ho una memoria come... come... cosa sono
quelle cose in cui si passa il riso? Ma cosa sto dicendo?"
Con uno sguardo perplesso, si girò rapidamente e scomparve ancora una volta in cuc
ina.
"Molto interessante," disse Dirk a bassa voce. "Mi chiedevo se soffrisse di scar
sa memoria."
Improvvisamente si alzò in piedi e prese ad aggirarsi per la stanza. I suoi occhi
caddero sull'abaco che si trovava nell'unico posto libero del grande tavolo di m
ogano.
"È questo il tavolo," chiese a Richard sottovoce, "dove hai trovato quell'appunto
sulla saliera?"
"Sì," disse Richard alzandosi e avvicinandosi, "infilato fra le pagine di questo l
ibro." Prese la guida delle isole greche e ne girò qualche pagina.
"Sì, sì, certo," fece Dirk impaziente. "Di quello sappiamo tutto. Mi interessava sol
o sapere se il tavolo era questo." Fece passare le dita sul bordo, in modo curio
so.
"Se pensi che fra Reg e la ragazzina ci fosse una specie di accordo preliminare,
" disse Richard, "devo dirti che non lo ritengo possibile."
"Ma certo che no," ribatté Dirk stizzito. "Pensavo che fosse assolutamente chiaro.
"
Richard si strinse nelle spalle, cercando di non arrabbiarsi e rimise gi- il lib
ro.
"Be', è una strana coincidenza che il libro fosse proprio..." "Strana coincidenza!
" sbuffò Dirk. "Ah! Vedremo quanto è una coincidenza. Vedremo esattamente quanto era
strana. Vorrei che tu, Richard, chiedessi al nostro amico come ha fatto quel gi
ochino."
"Mi sembrava che avessi detto che lo sapevi gi...."
"Infatti lo so," disse Dirk con disinvoltura. "Ma mi piacerebbe sentire una conf
erma."
"Ah, capisco," disse Richard, "gi..., così è abbastanza facile, no? Farglielo spiega
re e poi dire. 'Sì, esattamente come pensavo!' Ottimo, Dirk. Abbiamo fatto tutta q
uesta strada per farci spiegare da lui come ha fatto quel giochino di prestigio?
Devo proprio essere matto."
A questo punto, Dirk si inalberò.
"Per cortesia, fai quello che ti chiedo," scattò iroso. "Sei tu che l'hai visto fa
re il giochino, sei tu che gli devi chiedere come ha fatto. Credimi, lì dentro si
nasconde un segreto stupefacente. Io lo so, ma voglio che tu lo senta da lui."
Si girò mentre Reg arrivava con un vassoio, aggirando il divano e posandolo sul ba
sso tavolinetto da caffè che si trovava davanti al fuoco.
"Professor Chronotis..." cominciò Dirk.
"Reg," disse Reg, "prego."
"Benissimo," fece Dirk. "Reg..."
"Setaccio!" esclamò Reg.
"Come?"
"La cosa in cui si passa il riso. Il setaccio. Stavo cercando di ricordarmi la p
arola, anche se ora ho dimenticato la ragione per cui la cercavo. Non importa. D
irk, mio caro amico, hai l'aria di uno che sta per sbottare a proposito di qualc
osa. Perché non ti siedi e non ti metti comodo?"
"Grazie, no, preferisco avere la possibilit... di passeggiare avanti e indietro
nervosamente, se posso. Reg..."
Si girò in modo da stargli esattamente di fronte e alzò un dito.
"Le devo dire," fece, "che io conosco il suo segreto."
"Ah, sì, ehm... davvero?" mormorò Reg guardando in gi- imbarazzato e giocherellando
con le tazzine e la teiera. "Capisco."
Le tazzine tintinnarono violentemente quando le mosse. "Gi..., lo temevo."
"E c'è qualche domanda che le vorremmo fare. Le devo dire che aspetto le risposte
con grandissimo timore."
"Infatti, infatti," mormorò Reg. "Be', forse dopo tutto è giunta l'ora. Quasi non so
pi- nemmeno io che cosa pensare degli ultimi avvenimenti e anch'io sono... spav
entato, Benissimo. Chiedetemi quello che volete." Alzò risolutamente lo sguardo, g
li occhi che brillavano.
Dirk fece un cenno secco a Richard, si voltò e cominciò a passeggiare, fissando il p
avimento.
"Ehm," disse Richard, "be', io sarei... interessato a sapere come ha fatto quel
giochino di prestigio con la saliera ieri sera."
Reg sembrò sorpreso e piuttosto sconcertato dalla domanda. "Il giochino di prestig
io?" ripeté.
"Mmm, gi...," fece Richard, "il giochino di prestigio."
"Oh!" disse Reg, colto alla sprovvista, "be', la parte di prestidigitazione, non
sono sicuro di potere... regole del Circolo di Magia, capisci, molto severe sul
fatto di rivelare questi segreti. Molto severe. Un giochino notevole, comunque,
no?" aggiunse poi timidamente.
"Be', sì," disse Richard, "al momento mi era sembrato molto naturale, ma ora che..
. che ci penso, devo ammettere che era abbastanza stupefacente."
"Ah, be'," disse Reg, "è questione di abilit..., capisci. Di pratica. Farlo sembra
re naturale."
"Effettivamente, sembrava molto naturale," continuò Richard, procedendo a tentoni.
"Mi ha proprio colpito."
"Ti è piaciuto?"
"Era davvero impressionante."
Dirk si stava facendo piuttosto impaziente. Lanciò un'occhiata a Richard per fargl
ielo capire.
"E capisco anche benissimo," disse Richard con voce ferma, "che le sia impossibi
le svelarmelo. È solo che mi interessava, tutto qua. Mi scusi se gliel'ho chiesto.
"
"Be'," disse Reg, colto improvvisamente da un dubbio, "immagino... be', se prome
tti di non dirlo assolutamente a nessun altro," proseguì, "immagino che tu possa c
apire da solo che ho usato due di quelle saliere che c'erano sulla tavola. Nessu
no avrebbe notato la differenza fra una e l'altra. La rapidit... della mano, cap
isci, inganna l'occhio, soprattutto alcuni degli occhi attorno a quella tavola.
Mentre giocherellavo con il mio berretto di lana offrendo, anche se sono io a di
rlo, una astutissima dimostrazione di essere goffo e pasticcione, non facevo alt
ro che farmi scivolare la saliera nella manica. Capisci?"
L'agitazione di poco prima era stata completamente spazzata via dal piacere di e
sibire la sua bravura.
"In realt..., è il trucco pi- vecchio del mondo," continuò, "ma richiede comunque un
buon grado di abilit... e destrezza. Quindi poco dopo, naturalmente, l'ho rimes
sa sulla tavola col pretesto di passarla a qualcuno. Ovviamente, per farlo sembr
are naturale, ci vogliono anni di pratica, ma io preferisco di gran lunga far ca
dere l'oggetto sotto il tavolo. Una cosa da dilettanti. Non lo si può raccogliere
e gli addetti alla pulizia non se ne accorgono per almeno un quindici giorni. Un
a volta un tordo morto è rimasto sotto la mia sedia per un mese. Naturalmente, lì i
giochini non c'entravano niente. L'aveva ucciso un gatto."
Reg fece un sorriso radioso.
Richard sentì di aver fatto la sua parte, anche se non aveva la pi- pallida idea d
i dove tutto ciò avrebbe dovuto portarli. Lanciò un'occhiata a Dirk, che però non gli
dette nessun aiuto, per cui si spinse avanti alla cieca.
"Gi...," disse, "gi..., comprendo che con una certa lestezza di mano lo si possa
fare. Quello che non capisco è come ha fatto la saliera e cacciarsi in quel vaso.
"
Ancora una volta Reg sembrò perplesso, come se tutti loro stessero parlando per so
ttintesi. Guardò Dirk, che smise di passeggiare e lo fissò con occhi che brillavano
di aspettativa.
"Be', quello è... assolutamente elementare," disse Reg, "non è necessaria nessuna ab
ilit... da prestigiatore. Ti ricordi che avevo fatto una scappata fuori a prende
re il mio berretto?"
"Sì," disse Richard dubbioso.
"Bene," riprese Reg, "mentre ero fuori della stanza, andai a cercare l'uomo che
aveva fatto il vaso. Ci volle del tempo, naturalmente. Circa tre settimane di in
dagini per rintracciarlo e un altro paio di giorni per fargli smaltire la sborni
a, dopo di che con qualche difficolt... lo persuasi a cuocere un vaso con la sal
iera dentro. A quel punto feci una sosta da qualche parte per trovare un po' di,
ehm, cipria per nascondere l'abbronzatura e naturalmente dovetti programmare i
tempi del ritorno con una certa attenzione, in modo che tutto sembrasse naturale
. Andai a sbattere contro me stesso in anticamera, cosa che trovo sempre imbaraz
zante. Non so mai dove guardare, ma, ehm, be', tutto qua."
Fece un sorrisetto piuttosto tirato e nervoso.
Richard provò ad annuire, ma alla fine rinunciò.
"Di che diavolo sta parlando?"
Reg lo guardò sorpreso.
"Credevo che avessi detto che conosci il mio segreto," disse.
"Io lo conosco," intervenne Dirk con un lampo di trionfo. "Lui non ancora, anche
se mi ha fornito tutte le informazioni che mi servivano per scoprirlo. Mi perme
tta," aggiunse, "di far luce su un paio di punti oscuri. Per meglio nascondere i
l fatto che in realt... lei era stato via per settimane, mentre per quanto ne sa
peva chiunque seduto intorno al tavolo lei era soltanto uscito dalla porta per q
ualche secondo, dovette annotarsi per proprio riferimento personale l'ultima cos
a che aveva detto, così da poter riprendere il filo della conversazione nel modo p
i- naturale possibile. Un dettaglio importante, visto che la sua memoria non è pi-
quella di una volta. Giusto?"
"Quella di una volta," disse Reg, scuotendo lentamente la testa bianca. "Non mi
ricordo quasi pi- com'era una volta. Comunque sì, sei molto acuto a rilevare un pa
rticolare come questo.
"Poi c'è la faccenduola," continuò Dirk, "delle domande fatte da Giorgio III. Fatte
a lei."
Quest'ultima cosa sembrò cogliere Reg veramente alla sprovvista.
"Le ha chiesto," proseguì Dirk, "consultando un piccolo bloc-notes che aveva estra
tto dalla tasca, "se ci fosse una particolare ragione per cui una cosa accadeva
dopo un'altra e se c'era modo di impedirlo. Non le chiese anche, e magari prima,
se fosse possibile spostarsi a ritroso nel tempo o qualcosa del genere?"
Reg dette a Dirk una lunga occhiata di apprezzamento.
"Avevo visto bene per quanto ti riguarda," disse, "hai una mente davvero notevol
e, giovanotto." Si avvicinò lentamente alla finestra che guardava sul Secondo Cort
ile. Guardò le strane figure che lo attraversavano frettolosamente, riparandosi da
lla pioggia o indicando qualcosa.
"Sì," disse Reg alla fine con voce fioca, "è esattamente quello che mi ha chiesto."
"Bene," disse Dirk, chiudendo di scatto il suo bloc-notes con un sorrisino tirat
o che diceva come avesse vissuto per sentire quel riconoscimento, "questo spiega
dunque come mai le risposte furono, nell'ordine, 'sì, no e forse'. Quindi. Dov'è?"
"Dov'è cosa?"
"La macchina del tempo."
"Ci siete dentro," rispose Reg.

Capitolo Ventisei...
A Bishop's Stortford si riversò sul treno una comitiva di persone rumorose. Alcune
indossavano completi da giorno con garofani che sembravano un tantino provati d
opo la giornata di festeggiamenti. Le donne portavano abiti eleganti e cappelli
e parlavano animatamente di quanto fosse carina Julia in quel taffet... di seta,
di come Ralph continuasse a sembrare un pasciuto bietolone nonostante si fosse
tutto agghindato, e in generale prevedendo che fra loro non sarebbe durata pi- d
i due settimane.
Uno degli uomini sporse la testa dal finestrino e chiamò un dipendente delle ferro
vie solo per chiedergli se quello era il treno giusto e se si fermava a Cambridg
e. L'inserviente confermò che quello era sicuramente quell'accidenti di treno. Il
giovanotto disse che non volevano trovarsi poi tutti quanti a scoprire che stava
no andando dalla parte sbagliata, no, e fece un suono abbastanza simile a quello
di un pesce che abbaia, come per indicare che era un'osservazione impagabilment
e spiritosa, dopo di che tirò dentro la testa, pestandola nel tragitto.
Il tasso alcolico nella carrozza salì vertiginosamente. Sembrava che l'opinione pr
evalente nell'aria fosse che il modo migliore di disporsi al giusto stato d'anim
o per il ricevimento serale, dopo il matrimonio, fosse fare una puntatina al bar
, di modo che i membri della comitiva non ancora completamente sbronzi potessero
completare l'opera. Fragorose grida d'approvazione salutarono il concetto, il t
reno ripartì con un sussulto e parecchi di quelli rimasti in piedi caddero.
Tre giovanotti crollarono su tre sedili vuoti attorno a un tavolo, dove il quart
o posto era gi... occupato da un tipo azzimato sovrappeso, con un completo fuori
moda. Aveva una faccia lugubre e i suoi grandi occhi bovini e acquosi erano fis
si su qualche sconosciuta lontananza.
Molto lentamente, il suo sguardo ricominciò a mettere a fuoco, pian piano, dall'in
finito fino alle pi- immediate vicinanze, i suoi nuovi e invadenti compagni di v
iaggio. Avvertiva un bisogno, come l'aveva avvertito anche prima.
I tre giovani discutevano ad alta voce se dovessero andare tutti al bar, se dove
ssero andarci solo alcuni e portare indietro beveraggi per gli altri, se quelli
che eventualmente ci fossero andati non rischiassero di emozionarsi per tutta qu
ella roba da bere al punto di fermarsi lì, dimenticandosi di portare qualcosa agli
altri, seduti ad aspettare ansiosamente il loro ritorno e se, quand'anche si fo
ssero ricordati di tornare indietro subito con le bevande, sarebbero poi stati i
n grado di trasportarle e non le avrebbero invece rovesciate in tutta la carrozz
a sulla via del ritorno, recando disturbo agli altri passeggeri.
Sembrò che fosse stata raggiunta una forma di accordo, ma quasi immediatamente tut
ti dimenticarono qual era. Due si alzarono, poi si sedettero di nuovo, mentre un
terzo si alzava. Poi quello si sedette. Gli altri due si alzarono di nuovo, esp
rimendo l'idea che forse la cosa pi- semplice era comprare tutto il bar. Il terz
o stava per alzarsi a sua volta e seguirli, quando il tipo dagli occhi bovini di
fronte a lui, lentamente ma con inarrestabile determinazione, si chinò in avanti
e lo afferrò stretto per l'avambraccio.
Il giovane nel suo completo elegante lo fissò con tutta la durezza che gli consent
iva il suo cervello alquanto annebbiato e, sorpreso, disse: "Che cosa vuole?"
Michael Wenton-Weakes lo guardò negli occhi con terribile intensit... e disse a vo
ce bassa: "Ero su una nave..."
"Come?"
"Una nave..." ripeté Michael.
"Ma che nave? Di cosa sta parlando? Mi lasci andare. Mi lasci!"
"Eravamo arrivati," continuò Michael in tono sommesso, quasi impercettibile e tutt
avia magnetico, "mostruosamente lontano. Eravamo arrivati a costruire un paradis
o. Un paradiso. Qui."
I suoi occhi fluttuarono brevemente per la carrozza, poi brevemente indugiarono
sul finestrino coperto di schizzi, sulle nuvole che andavano preparando una piov
igginosa sera dell'Inghilterra orientale. Vi indugiarono con evidente avversione
. La presa sull'avambraccio dell'altro si fece pi- forte.
"Senta, io vado a farmi un bicchierino," disse l'invitato di nozze, ma debolment
e, visto che non ci stava andando affatto.
"Ci lasciammo alle spalle coloro che si sarebbero distrutti con la guerra," morm
orò Michael. "Il nostro sarebbe stato un mondo di pace, di musica, d'arte, illumin
ato. Tutto ciò che era meschino, tutto ciò che era banale, tutto ciò che era spregevol
e non avrebbe avuto posto nel nostro mondo..."
Il festaiolo così ridotto al silenzio guardò Michael con aria interrogativa. Non sem
brava un vecchio hippy. Certo, non si può mai dire. Suo fratello maggiore un tempo
aveva passato un paio d'anni in una comune druidica, a mangiare dolcetti all'Ls
d, convinto di essere un albero, ma da allora era riuscito a diventare il dirett
ore di una banca commerciale. Il fatto era, naturalmente, che ormai non pensava
quasi mai di essere un albero, se non in rare occasioni e aveva imparato da pare
cchio tempo a evitare quel particolare rosso che talvolta gli provocava simili r
igurgiti di memoria.
"C'era chi diceva che saremmo caduti," continuò Michael con quella voce bassa ma c
hiaramente udibile sopra il fracasso tremendo che riempiva la carrozza, "che dic
eva che anche noi ci portavamo dentro il seme della guerra, ma il nostro alto pr
oponimento e scopo era che solo l'arte e la bellezza fiorissero, l'arte suprema,
la bellezza suprema, la musica. Accoglievamo fra noi solo quelli che credevano,
che desideravano che si avverasse."
"Ma di che sta parlando?" chiese l'invitato di nozze, senza però alcuna provocazio
ne, perché era caduto sotto l'incantesimo ipnotico di Michael. "Quando è successo? D
ove è successo?"
Michael fece un respiro profondo. "Prima che tu nascessi..." disse alla fine. "S
tai buono e te lo racconterò."

Capitolo Ventisette...
Ci fu un lungo silenzio stupito, durante il quale sembrò che fuori l'oscurit... de
lla sera si facesse sensibilmente pi- scura e risucchiasse la stanza nella sua m
orsa. Un gioco di luci avvolgeva Reg nell'ombra.
Una volta tanto, in una vita di prolissa ed esuberante loquacit..., Dirk era sen
za parole. Gli occhi gli brillavano con la meraviglia di un bambino mentre passa
vano e ripassavano sui mobili vecchi e rovinati, sui muri rivestiti di legno, su
i tappeti consunti. Gli tremavano le mani.
Per un istante Richard si accigliò, come se stesse cercando di risolvere a mente l
a radice quadrata di chiss... che, poi si girò a guardare Reg dritto in faccia.
"Chi è lei?" chiese.
"Non ne ho la minima idea," rispose Reg pronto, "buona parte della mia memoria s
e n'è andata completamente. Sono molto vecchio, capisci. Sorprendentemente vecchio
. Sì, credo che se vi dovessi confidare quanto sono vecchio, onestamente dovrei di
rvi che rimarreste sorpresi. E probabilmente lo rimarrei anch'io, perché non me lo
ricordo pi-. Ho visto una quantit... terribile di cose, sapete. La maggior part
e le ho dimenticate, grazie a Dio. Il problema, quando si comincia ad avere la m
ia et... che, come credo di aver detto prima, è piuttosto sorprendente... ve l'ave
vo detto?"
"Sì, vi aveva accennato."
"Bene. Mi ero dimenticato se l'avevo detto o meno. Il fatto è che la memoria non a
umenta mai, e un sacco di roba ne cade fuori. Per cui capite, la differenza prin
cipale fra una persona della mia et... e una della vostra non è nella quantit... d
i cose che sa, ma di quelle che ha dimenticato. Dopo un po' ci si dimentica pure
che cosa ci si è dimenticato, e poi ancora ci si dimentica che c'era qualcosa da
ricordare. Quindi si tende a dimenticare, ehm, ciò di cui si stava parlando."
Fissò con sguardo sconsolato la teiera.
"Le cose che lei ricorda..." lo imbeccò gentilmente Richard.
"Odori e orecchini."
"Come, prego?"
"Sono le cose che resistono, chiss... per quale ragione," disse Reg, scuotendo l
a testa perplesso. Improvvisamente si sedette. "Gli orecchini che la regina Vitt
oria portava il giorno delle nozze d'argento. Due oggetti davvero singolari. Nei
quadri dell'epoca, naturalmente, venivano resi un po' pi- normali. L'odore dell
e strade prima che vi fossero le auto. Difficile dire cos'era peggio. Una combin
azione veramente devastante di orecchini e odori. Credo che probabilmente sar...
l'ultima cosa che rimarr..., quando tutto il resto sar... svanito. Me ne starò se
duto in una camera buia, sans denti, sans gusto, sans nient'altro che una vecchi
a, piccola testa grigia e in quella vecchia, piccola testa grigia una strana vis
ione di orrende cose blu e oro penzolanti, che mandano bagliori, e l'odore di su
dore, cibo per gatti e morte. Mi chiedo cosa me ne farò..."
Dirk quasi non respirava mentre cominciava a muoversi lentamente per la stanza,
sfiorando delicatamente con la punta delle dita le pareti, il divano, il tavolo.
"Da quando," disse, "questo..."
"Qui?" fece Reg. "Soltanto un paio di centinaia di anni. Da quando sono in pensi
one."
"In pensione da cosa?"
"Scopritelo. Dev'essere stato qualcosa niente male, comunque, che ne pensate?"
"Sta dicendo che lei è qui, in queste stesse stanze, da... duecento anni?" mormorò R
ichard. "È incredibile che nessuno se ne sia accorto, o abbia trovato la cosa stra
na."
"Oh, questa è una delle gioie dei vecchi college di Cambridge," disse Reg, "tutti
sono così discreti. Se tutti dovessimo metterci a dire che cosa c'è di strano in ogn
uno di noi, andremmo avanti fino a Natale. Svlad, ehm... Dirk, mio caro amico, p
er piacere, quello per il momento non lo toccare."
Dirk stava allungando la mano per toccare l'abaco in piedi nell'unico angolo lib
ero del grande tavolo.
"Che cos'è?" chiese Dirk bruscamente.
"È proprio quello che sembra, un vecchio abaco di legno," disse Reg. "Te lo mostro
fra un attimo, ma prima devo congratularmi con i tuoi poteri intuitivi. Posso c
hiederti come sei arrivato alla soluzione?"
"Devo ammettere," disse Dirk con rara umilt..., "che non ci sono arrivato io. Al
la fine ho chiesto a un bambino. Gli ho raccontato la storia del giochino, gli h
o chiesto come si faceva secondo lui e lui mi ha risposto, cito testualmente: 'M
a cazzo è ovvio, no, deve avere una cazzo di macchina del tempo'. Ho ringraziato i
l mio piccolo amico e gli ho dato uno scellino per il disturbo. Lui mi ha dato u
n bel calcio secco sullo stinco e se n'è andato per i fatti suoi. Ma è lui che ha ri
solto il caso. Il mio unico contributo alla cosa è consistito nel capire che dovev
a avere ragione. Mi ha anche risparmiato la noia di darmi il calcio da solo."
"Ma sei tu che hai avuto l'intuizione di chiederlo a un bambino," disse Reg. "Be
', allora mi congratulo con te per questo."
Dirk continuava a occhieggiare l'abaco con sospetto. "Come... funziona?" chiese,
cercando di farla passare per una domanda oziosa.
"Sai, in realt... è terribilmente semplice," rispose Reg, "funziona esattamente co
me si vuole. Vedi, il computer che lo comanda è di tipo piuttosto avanzato. Anzi, è
pi- potente della somma di tutti i computer del pianeta, compreso (e questo è il t
rucco) questo stesso. Per essere franco questa parte non l'ho mai capita veramen
te nemmeno io. Ma pi- del novantacinque per cento di quella potenza viene usata
semplicemente per capire che cosa si vuole fargli fare. Io non devo far altro ch
e poggiare il mio abaco lì e lui capisce in che modo lo uso. Credo che mi sia stat
o insegnato a usare un abaco quando ero un... be', immagino quand'ero bambino.
Richard, per esempio, probabilmente vorrebbe usare il suo personal computer. Met
tendolo lì, dove adesso si trova l'abaco, il computer della macchina non farebbe a
ltro che prenderlo in carico e offrire una quantit... di applicazioni di viaggio
temporale, con un'interfaccia amichevole, con tanto di men- a tendina e di acce
ssori, se lo si desidera. Tranne il fatto che, se punti su 1066 sullo schermo, c
i si ritrova con la battaglia di Hastings alla porta di casa, mmm, se è quello il
genere di cose che ti interessa."
Il tono di voce di Reg lasciava capire che i suoi interessi si appuntavano su al
tri settori.
"A suo modo, è davvero, mmm, divertente," concluse. "Certamente meglio della telev
isione e molto, molto pi- semplice di un videoregistratore. Se perdo una trasmis
sione, faccio un salto indietro nel tempo e me la vedo. Non riesco a smettere di
giochicchiare con quei tasti."
Dirk reagì a questa rivelazione con orrore.
"Lei ha una macchina del tempo e la usa per... guardare la televisione?"
"Be', non la userei nemmeno se riuscissi a capire come funziona un videoregistra
tore. Sai, un viaggio nel tempo è una faccenda molto delicata. Piena di trappole e
pericoli spaventosi, se si dovessero cambiare le cose sbagliate nel passato si
sconvolgerebbe il corso della storia.
E poi, naturalmente, si scombussolano i telefoni. Mi dispiace," disse a Richard
quasi con vergogna, "che l'altra sera tu non abbia potuto chiamare la tua giovan
e signora. Nel sistema telefonico britannico sembra esserci qualcosa di fondamen
talmente inesplicabile, che non piace alla mia macchina del tempo. Mai avuto pro
blemi idraulici, elettrici o col gas. Le interfaccia di connessione vengono sorv
egliate a un livello quantico che non capisco del tutto e non ci sono mai stati
problemi.
Il telefono d'altronde è decisamente un problema. Tutte le volte che uso la macchi
na del tempo, il che naturalmente vuol dire quasi mai, in parte proprio per ques
to problema del telefono, il telefono va a pallino e mi tocca far venire qualcun
o dall'azienda telecomunicazioni, che comincia a fare stupide domande, senza alc
una speranza di capire le risposte.
Comunque, la sostanza è che mi sono dato una regola ferrea di non cambiare assolut
amente mai niente nel passato..." sospirò Reg, "nonostante le tentazioni."
"Che tentazioni?" chiese brusco Dirk.
"Oh, è solo una, ehm, cosuccia che mi interessa," disse Reg restando sul vago, "de
l tutto innocente visto che mi attengo alla regola in maniera ferrea. Però mi ratt
rista."
"Ma lei l'ha infranta, la regola!" proruppe Dirk. "Ieri sera! Ha cambiato qualco
sa nel passato..."
"Be', sì," ammise Reg leggermente a disagio, "ma in quel caso era diverso. Molto d
iverso. Se avessi visto lo sguardo sulla faccia di quella povera bambina. Talmen
te infelice. Lei pensava che il mondo dovesse essere un posto meraviglioso e que
i terribili vecchi professori le rovesciavano addosso il loro disdegno avvizzito
solo perché per loro non era pi- meraviglioso.
"Voglio dire," soggiunse rivolgendosi a Richard, "pensa a Cawley, quel vecchio c
aprone esangue. Bisognerebbe tirargli fuori un briciolo di umanit..., anche a co
sto di doverlo percuotere con un mattone. No, in quel caso era perfettamente giu
stificabile. In tutti gli altri, mi sono dato una regola assolutamente ferrea...
" Richard lo guardò mentre nella sua testa cominciava a farsi una debole luce.
"Reg," disse compito, "posso darle un piccolo consiglio?"
"Certo che puoi, mio caro amico. Ne sarei deliziato," rispose Reg.
"Se il nostro comune amico qui la invita a fare una passeggiatina lungo il fiume
Cam, non ci vada."
"Che diamine vuoi dire?"
"Vuole dire," spiegò Dirk con franchezza, "che a suo parere c'è una leggera sproporz
ione fra quello che lei ha fatto e le ragioni addotte a sua giustificazione."
"Ah. Be', un modo piuttosto singolare di dirlo..."
"In effetti, è un ragazzo parecchio singolare. Ma vede, a volte ci sono altre ragi
oni per ciò che si fa, di cui non sempre si è consapevoli. Come nel caso della sugge
stione post-ipnotica, o della possessione.
Reg si fece pallidissimo. "Possessione..." disse.
"Professore... Reg... sono convinto che ci dovesse essere una ragione per la qua
le desiderava vedermi. Qual era di preciso?"
"Cambridge! Eccoci a... Cambridge!" berciò l'altoparlante della stazione con voce
piatta.
Folle di chiassosi festanti si riversarono sulla banchina, grugnendo e abbaiando
l'un l'altro.
"Dov'è Rodney?" diceva uno, che era disceso con difficolt... dalla carrozza-bar. L
ui e il suo amico, vacillando, guardarono da una parte e dall'altra della banchi
na. La figura massiccia di Michael Wenton-Weakes scivolò silenziosa accanto a loro
e si avviò verso l'uscita.
Barcollando, risalirono il treno, sbirciando all'interno attraverso i finestrini
sporchi. A un tratto videro l'amico che cercavano, ancora seduto al suo posto,
come in trance, nello scompartimento ormai semivuoto. Batterono contro il vetro
e urlarono. Lui, per qualche istante, non reagì finché non si riscosse di botto con
aria perplessa, come se non capisse dove si trovava.
"Ha gli occhi che sembrano due tartine!" strillarono allegramente i suoi amici,
trascinandosi di nuovo sul treno e trascinandone gi- Rodney.
Lui restò in piedi sulla banchina, stordito, a scuotere la testa. Poi, alzando lo
sguardo, vide fra i binari la sagoma massiccia di Michael Wenton-Weakes che si s
tipava in un taxi insieme a una borsa pesante, e per un attimo rimase impietrito
.
"Straordinario," disse, "quell'uomo. Mi ha raccontato una lunga storia su una sp
ecie di naufragio."
"Ah ah," chiocciò uno dei suoi due amici, "è riuscito a spillarti qualche soldo?"
"Cosa?" chiese Rodney confuso. "No. No, credo di no. A parte il fatto che non er
a un naufragio, ma forse un incidente, un'esplosione...? Sembrava convinto di es
sere stato lui in qualche modo a provocarlo. O forse c'è stato un incidente e lui
cercando di rimediare ha provocato un'esplosione che ha ucciso tutti. Poi pare c
he per anni e anni sia rimasta solo una quantit... spaventosa di melma in decomp
osizione, ed esseri viscidi dotati di gambe. Era tutto piuttosto bizzarro."
"Contate su Rodney! Contate su Rodney per farsi accalappiare da uno svitato!"
"Credo proprio che fosse uno svitato. Tutto a un tratto è partito per la tangente
a proposito di un uccello. Ha detto che la parte dell'uccello era tutta una scio
cchezza. Desiderava liberarsi della parte sull'uccello. Ma poi ha detto che avre
bbe rimediato. Avrebbe rimediato a tutto. Non so perché, ma mentre lo diceva aveva
un'aria che non mi piaceva."
"Avrebbe dovuto venire al bar con noi. Pazzescamente divertente, noi..."
"Non mi è piaciuto nemmeno il modo come mi ha salutato. Non mi è piaciuto neanche un
po'."

Capitolo Ventotto...
"Ti ricordi," disse Reg, "che oggi pomeriggio quando siete arrivati vi ho detto
che ultimamente avevo avuto momenti insignificanti, ma per... motivi interessant
i?"
"Lo ricordo benissimo," disse Dirk, "è successo appena dieci minuti fa. Lei si tro
vava esattamente lì. In verit..., vestiva gli stessi abiti che porta ora, e..."
"Piantala, Dirk," disse Richard. "lascia parlare quel pover'uomo, d'accordo?"
Dirk accennò un leggero inchino di scusa.
"Proprio così," disse Reg. "Be', la verit... è che per parecchie settimane, mesi add
irittura, non ho nemmeno toccato la macchina del tempo, perché avevo la stranissim
a sensazione che qualcuno o qualcosa stesse cercando di indurmi a farlo. È cominci
ato come un impulso debole debole, che poi sembrava assalirmi in ondate sempre p
i- forti. Era molto inquietante. Ho dovuto lottare davvero strenuamente, perché ce
rcava di farmi fare una cosa che io in realt... volevo fare. Credo che non avrei
mai capito che a creare quella pressione era qualcosa di esterno a me e non sem
plicemente una manifestazione dei miei desideri, non fosse stato per la cautela
con cui mi concedo di fare certe cose. Non appena mi accorsi che c'era qualcosa
che cercava di impossessarsi di me, le cose presero una pessima piega e i mobili
cominciarono a volare in giro. La mia piccola scrivania georgiana ne ha risenti
to parecchio. Guarda i segni sul..."
"Era di questo che aveva paura ieri sera, al piano di sopra?" chiese Richard.
"Eh, sì," disse Reg con un filo di voce, "una paura terribile. Invece era solo que
l cavallo piuttosto simpatico, per cui tutto bene. Immagino che sia entrato quan
do sono uscito a prendere la terra per nascondere l'abbronzatura."
"Ah?" fece Dirk. "E dove è andato a prenderla?" chiese. "Non mi vengono in mente m
olti droghieri da cui un cavallo potrebbe andare a fare una visitina."
"Oh, c'è un pianeta appena fuori da quella che viene chiamata le Pleiadi dove c'è pr
oprio la polvere giusta..."
"E lei," disse Dirk in un sussurro, "è andato su un altro pianeta? A prendere dell
a cipria?"
"Oh, non è lontano," disse Reg allegramente. "Vedi, la distanza effettiva fra due
punti in tutto il continuum spazio-tempo è quasi infinitamente minore di quella ap
parente fra le orbite adiacenti di un elettrone. In realt..., è molto meno lontano
del droghiere e non c'è da fare la fila alla cassa. Non so voi, ma io non ho mai
la moneta. Preferisco sempre fare un salto quantico. A parte il fatto, naturalme
nte, che così si mettono a soqquadro i telefoni. Non c'è mai niente che sia davvero
semplice, no?"
Per un momento sembrò seccato.
"Però credo che potresti anche avere ragione riguardo a quello che penso che tu st
ia pensando," soggiunse a bassa voce. "Che sarebbe?"
"Che mi sono buttato in un'operazione piuttosto complessa per arrivare a un risu
ltato molto piccolo. Rallegrare una ragazzina, per quanto affascinante, delizios
a e triste potesse essere, sembrerebbe una spiegazione insufficiente per... inso
mma, è un'operazione di ingegneria temporale discretamente importante, ora che ci
penso. Indubbiamente, sarebbe stato pi- semplice farle un complimento sul suo ve
stitino. Magari il... fantasma... stavamo parlando di un fantasma, no?"
"Gi..., mi sembra di sì," disse Dirk lentamente.
"Un fantasma?," disse Richard. "Ma dai, andiamo..."
"Aspetta!" disse Dirk brusco. "La prego, vada avanti," invitò poi Reg.
"Probabilmente il... fantasma mi ha colto alla sprovvista. Mi stavo battendo così
strenuamente contro la tentazione di fare qualcosa che non gli dev'essere stato
difficile farmene fare un'altra..."
"E ora?"
"Oh, completamente scomparso. Il fantasma mi ha abbandonato ieri sera."
"E noi ci chiediamo:" disse Dirk girando lo sguardo su Richard, "dove sar... and
ato?"
"No, per piacere," gemette Richard, "questo no. Non sono ancora nemmeno sicuro d
i aver acconsentito a parlare di macchine del tempo e ora tutto a un tratto ecco
che spuntano i fantasmi..
"E allora," sibilò Dirk, "cos'era quello in cui ti sei imbattuto e che ti ha fatto
scalare un muro?"
"Be', tu dicevi che poteva trattarsi di suggestione post-ipnotica..."
"Nient'affatto! Ti ho dimostrato il potere della suggestione post-ipnotica. Rite
ngo però che l'ipnosi e la possessione funzionino in modo molto, molto simile. Si
può indurre qualcuno a fare le cose pi- assurde, per poi inventare allegramente le
razionalizzazioni pi- trasparenti per giustificarle a se stesso. Però... non si p
uò indurre nessuno a fare qualcosa che vada contro le linee fondamentali del propr
io carattere. Lotter.... E resister...!
Richard ricordò il senso di sollievo con cui la sera prima d'impulso aveva rimesso
a posto la cassetta nella segreteria telefonica di Susan. Era stata la conclusi
one di una lotta, che tutto a un tratto aveva vinto. Con la sensazione di un'alt
ra lotta che ora stava invece perdendo, sospirò e riferì l'episodio.
"Esattamente!" esclamò Dirk. "Non l'avresti mai fatto! Stiamo finalmente arrivando
a qualcosa! Vedi, l'ipnosi funziona meglio quando il soggetto ha qualche affini
t... con ciò che gli viene chiesto di fare. Trovato il soggetto giusto per il prop
rio scopo, l'ipnosi può esercitare un'azione molto, molto profonda. E credo che lo
stesso valga anche per la possessione. Allora. Dove siamo arrivati?"
"Siamo arrivati a un fantasma che vuole che venga fatto qualcosa e cerca la pers
ona giusta in cui entrare per farglielo fare al suo posto. Professore..."
"Reg..." disse Reg.
"Reg. Posso farle una domanda che potrebbe anche essere terribilmente personale?
Capirò benissimo se non vorr... rispondere, ma continuerò a tormentarla finché non lo
far.... Sono i miei metodi, capisce. Prima ha detto che c'era una cosa che la t
entava terribilmente. Che voleva fare, ma che si impediva di fare e che il fanta
sma cercava di farle fare. La prego. Può darsi che le riesca difficile, ma credo c
he ci sarebbe di grandissimo aiuto se lei ci dicesse di cosa si trattava."
"Non te lo dirò."
"Deve capire l'importanza..."
"Ma te lo mostrerò," disse Reg.
Contro i portoni del St Cedd's si stagliava la grossa sagoma di qualcuno che tra
sportava una borsa di nylon nero, voluminosa e pesante. La sagoma era quella di
Michael Wenton-Weakes, la voce che chiese al portiere se il professor Chronotis
al momento era nella sua stanza era quella di Michael Wenton-Weakes, le orecchie
cui il portiere rispose che gli fosse venuto un accidente se lo sapeva, visto c
he il telefono era andato a pallino ancora una volta, erano quelle di Michael We
nton-Weakes, ma la luce che usciva dagli occhi non era pi- la sua.
Si era arreso a sé completamente. Ogni dubbio, incertezza e confusione erano cessa
ti.
Ora era posseduto da un nuovo spirito.
Lo spirito che non era Michael Wenton-Weakes scrutò il college che si ergeva davan
ti a lui e che, nelle ultime frustranti, esasperanti settimane gli era divenuto
familiare.
Settimane! Qualche battere di palpebre di pochi millisecondi.
Per quanto lo spirito, il fantasma, che ora abitava il corpo di Michael Wenton-W
eakes avesse conosciuto lunghi periodi di quasi oblio, a volte anche per secoli
di fila, il tempo in cui aveva vagato sulla terra era tale da far apparire le cr
eature che avevano eretto quelle mura come gli ultimi arrivati. Gran parte della
sua eternit... personale (non una vera eternit..., ma è facile scambiare qualche
miliardo di anni per un'eternit...) l'aveva passata a vagare per un fango sconfi
nato, a guadare mari infiniti, a guardare con attonito orrore quelle cose viscid
e dotate di gambe che a un tratto avevano cominciato a strisciar fuori da quei m
ari marcescenti: e ora eccole qua, che se ne andavano in giro a farla da padroni
, lamentandosi dei telefoni.
Nel profondo, in qualche luogo di sé oscuro e silenzioso, sapeva di essere ormai m
atto, di esserlo diventato quasi subito dopo l'incidente a causa della consapevo
lezza di ciò che aveva fatto e dell'esistenza che aveva di fronte, dal ricordo dei
suoi compagni morti che per qualche tempo non gli aveva dato tregua, mentre lui
intanto non dava tregua alla Terra.
Sapeva che quanto ora era stato costretto a fare avrebbe fatto rivoltare quell'i
o che ricordava solo lontanissimamente, ma sapeva anche che quello era l'unico m
odo che aveva di porre fine all'incubo incessante in cui ogni secondo di quei mi
liardi di anni era peggiore del precedente.
Sollevò la borsa e si incamminò.

Capitolo Ventinove...
Nel cuore della foresta pluviale succedeva ciò che in genere avviene nelle foreste
pluviali, e cioè pioveva: da cui il nome. Era una pioggia dolce, continua, non qu
ella pesante e battente che sarebbe arrivata pi- avanti nell'anno, nella stagion
e calda. Era un fitto sgocciolio fra cui di tanto in tanto filtrava un occasiona
le e fiacco raggio di sole che si faceva strada fino alla corteccia fradicia di
un albero di calvaria, su cui si posava risplendendo. A volte faceva la stessa c
osa accanto a una farfalla o a una minuscola lucertola luccicante e l'effetto di
ventava quasi insopportabile. Lass- in alto, nella chioma degli alberi, un pensi
ero assolutamente straordinario colpiva a un tratto un uccello, che si levava in
un volo sfrenato fra i rami e alla fine andava ad appollaiarsi su un altro albe
ro, complessivamente migliore, dove poteva starsene e considerare le cose con ma
ggiore calma, fino a che quello stesso pensiero non gli tornava e di nuovo lo co
lpiva, o fino a che non si faceva ora di mangiare.
L'aria era piena di profumi: la lieve fragranza dei fiori e il greve odore del p
acciame fradicio di cui era ricoperto il suolo della foresta.
Nel pacciame si intrecciava una confusione di radici, su cui cresceva il muschio
e strisciavano gli insetti.
In una radura nella foresta, su uno slargo di terreno sgombro e bagnato all'inte
rno di un circolo di alberi svettanti, silenziosamente e senza trambusto apparve
una semplice porta bianca. Di lì a qualche secondo, si aprì uno spiraglio con un le
ggero cigolio. Un uomo alto e magro sbirciò fuori, si guardò intorno, batté le palpebr
e sorpreso e tranquillamente richiuse la porta.
Pochi secondi dopo la porta si riaprì e Reg guardò fuori.
"È vero," disse, "ve lo assicuro. Venite fuori e guardate voi stessi." Addentratos
i nella foresta, si girò e invitò gli altri due a seguirlo.
Dirk avanzò spavaldo, sembrò sconcertato dal tempo che ci impiegò a battere le ciglia
due volte, poi dichiarò che capiva perfettamente come funzionava e che evidentemen
te aveva a che fare con il numero irreale che si trova fra minime distanze quant
iche e definisce i contorni frattali dell'universo in esso contenuto, e che era
stupito di non averci pensato da solo.
"Come la gattaiola," disse Richard dietro di lui dalla porta.
"Mmm, gi..., proprio così," disse Dirk togliendosi gli occhiali e appoggiandosi a
un albero per pulirli, "non ti sar... sfuggito naturalmente che stavo mentendo.
Una reazione perfettamente naturale, date le circostanze, credo che ne converrai
. Perfettamente naturale." Strizzò appena un po' gli occhi e si rimise gli occhial
i. Quasi subito, cominciarono ad appannarsi nuovamente.
"Stupefacente," ammise.
Richard mise un piede avanti con una certa titubanza e per un attimo rimase ince
rto, con un piede ancora sul pavimento della stanza di Reg e l'altro sul terreno
fradicio della foresta. Poi fece un passo avanti, compromettendosi completament
e.
I polmoni gli si riempirono all'istante dei pesanti effluvi e gli occhi della me
raviglia di quel posto. Si girò a guardare la porta che aveva varcato. Continuava
a vedere uno stipite assolutamente normale, con una porticina bianca aperta asso
lutamente normale, che però se ne stava in piedi da sola nel mezzo della foresta e
attraverso la quale si vedeva benissimo la stanza da cui era appena uscito.
Aggirò la porta con aria sorpresa, tastando col piede il suolo fangoso, non tanto
per timore di scivolare, ma per paura che non ci fosse. Da dietro, era uno stipi
te di una porta aperta assolutamente normale, come quello che difficilmente si r
itroverebbe in una qualsiasi foresta pluviale assolutamente normale. Varcò la port
a da dietro e guardandosi alle spalle vide ancora una volta, come se di nuovo ne
fosse appena uscito, le stanze del college del professor Urban Chronotis del St
Cedd's College di Cambridge, che doveva essere a migliaia di chilometri di dist
anza. Migliaia? Ma dove si trovavano?
Guardò fra gli alberi e gli parve di cogliere fra le piante in lontananza un debol
e luccichio.
"Quello è il mare?" chiese.
"Da qui sopra lo si vede pi- distintamente," gridò Reg, che si era spostato poco p
i- in l... sul declivio scivoloso e ora ansimava appoggiato a un albero. Fece se
gno col dito.
Gli altri due lo seguirono, issandosi rumorosamente fra i rami e provocando stri
da e lamenti da parte di invisibili uccelli sopra di loro.
"Il Pacifico?" chiese Dirk. "L'Oceano Indiano," rispose Reg. Dirk si pulì di nuovo
gli occhiali e dette un altro sguardo. "Ah sì, naturalmente," disse.
"Non è il Madagascar?" disse Richard. "Ci sono stato..."
"Veramente?" fece Reg. "Uno dei posti pi- belli e sorprendenti della terra, oltr
e che uno dei pi- irti di spaventose... tentazioni per me. No."
La voce gli tremò leggermente e si schiarì la gola.
"No," continuò. "Il Madagascar è... vediamo, in che direzione siamo... il sole dov'è?
Gi.... Da quella parte. Verso ovest. Il Madagascar si trova a circa ottocento ch
ilometri a ovest di qua. Pi- o meno a met... strada si trova l'isola della Réunion
."
"Ehm, come si chiama quel posto?" chiese Dirk tutto a un tratto, battendo un col
petto con le nocche sull'albero e spaventando una lucertola. "Il posto da dove v
iene quel francobollo, da.... ehm, le Mauritius."
"Francobollo?" disse Reg.
"Ma sì, lo conoscer... di certo," rispose Dirk, "un francobollo famosissimo. Non m
i ricordo niente, ma viene da lì. Le Mauritius. Famose per il loro straordinario f
rancobollo, tutto marrone e stinto, ma ci si potrebbe comperare il Blenheim Pala
ce. O forse mi confondo con la Guyana Britannica?"
"Solo tu," intervenne Richard, "sai di cosa stai parlando."
"Sono le Mauritius?"
"Sì," confermò Reg, "sono le Mauritius."
"Ma lei non colleziona francobolli?"
"No."
"Che diavolo significa?" sbottò improvvisamente Richard, ma Dirk continuò a seguire
con Reg il filo dei propri pensieri: "Peccato, si poteva trovare qualche busta d
el primo giorno, no?"
Reg si strinse nelle spalle. "Non mi interessa granché," disse.
Richard si lasciò scivolare gi- dal pendio dietro di loro. "Allora, qual è la grande
attrattiva del posto?" chiese Dirk. "Non è, devo confessare, ciò che mi aspettavo.
Certo, a suo modo bellissimo, tutta questa natura, ma io per quel che mi riguard
a purtroppo sono un uomo di citt...." Si pulì gli occhiali ancora una volta e se l
i mise di nuovo sul naso.
Cominciò ad arretrare di fronte a ciò che vedeva e si sentì uno strano suono chioccian
te provenire da Reg. Tornati nella stanza di Reg, esattamente davanti alla porta
, si stava svolgendo un incontro incredibile.
Un uccello incazzato stava fissando Richard, il quale fissava un uccello incazza
to. Richard guardava l'uccello come se fosse la cosa pi- straordinaria che avess
e mai visto in vita sua e l'uccello lo guardava come sfidandolo a trovare il suo
becco anche solo lontanamente buffo.
Una volta convintosi che Richard non aveva nessuna intenzione di ridere, l'uccel
lo prese invece a sbirciarlo con un'aria di torva sopportazione e irritazione, c
ome chiedendosi se si sarebbe limitato a starsene lì o magari avrebbe fatto qualco
sa di utile e gli avrebbe dato da mangiare. Mosse un paio di passi felpati indie
tro e un paio di lato, poi ancora uno solo in avanti, sui suoi grandi piedi gial
li dinoccolati. Poi lo guardò di nuovo, con impazienza, gracchiando con impazienza
.
Quindi l'uccello si chinò in avanti e sfregò il becco rosso assurdamente grande sul
terreno, come per suggerire a Richard che quello poteva essere il posto buono pe
r cercare qualcosa da dargli da mangiare.
"Mangia le bacche dell'albero di calvaria," gridò Reg a Richard.
Il grosso uccello alzò infastidito uno sguardo severo su Reg, come a dire che era
perfettamente chiaro anche a un idiota che cosa mangiava. Poi tornò a girarsi anco
ra una volta verso Richard e allungò il collo da una parte come improvvisamente co
lpito dal pensiero che forse quello con cui aveva a che fare era un idiota e che
quindi poteva essere opportuno riconsiderare la strategia.
"Per terra, dietro di te, ce ne sono una o due," gli suggerì Reg a voce bassa.
Frastornato e come in trance, Richard si girò goffamente e vide un paio di grosse
bacche per terra. Si chinò e ne raccolse una, guardando Reg, che gli fece un cenno
rassicurante.
Esitante, Richard allungò il frutto verso l'uccello che si sporse in avanti e glie
lo prese bruscamente dalle dita. Poi, siccome Richard continuava a stare con la
mano tesa in fuori, l'uccello gliela spinse via stizzosamente con il becco.
Non appena Richard si fu ritirato a rispettosa distanza, rizzò in alto il collo, c
hiuse i suoi grandi occhi gialli e scosse il collo per far scendere la bacca nel
gozzo, come se stesse sgraziatamente facendo dei gargarismi.
Poi sembrò almeno in parte soddisfatto. Mentre prima sembrava un dodo incazzato, o
ra almeno sembrava un dodo incazzato ma sazio, il che doveva essere il massimo c
he ci si potesse aspettare in questa vita.
Fece una lenta giravolta dinoccolata e se ne ritornò a passi felpati nella foresta
da cui era uscito, come sfidando Richard a trovare le piume arricciate che avev
a sulla punta della coda anche solo lontanamente buffe.
"Vengo solo a guardare," disse Reg con un filo di voce, e Dirk vide con stupore
brillare le lacrime negli occhi del vecchio, che se le deterse rapidamente. "Dav
vero, non sta a me intervenire... Richard li raggiunse di corsa e senza fiato.
"Quello era un dodo?" esclamò.
"Sì," rispose Reg. "In quest'epoca ne rimanevano soltanto tre. Anno 1676. Fra quat
tro anni saranno tutti morti e da quel momento non se ne vedranno mai pi-. Venit
e," disse poi, "andiamo."
Dietro la porta esterna ben chiusa nella scala d'angolo del Secondo Cortile del
St Cedd's College, dove soltanto un millisecondo prima c'era stato un leggero fr
emito quando la porta interna era volata via, ci fu un altro leggero fremito men
tre ritornava al suo posto.
Avvicinandovisi nella notte scura, la sagoma massiccia di Michael Wenton-Weakes
alzò lo sguardo verso le finestre d'angolo. Se anche si fosse potuto vedere un qua
lche leggero fremito, si sarebbe perso nella luce del fuoco fioca e tremula che
fuoriusciva dalla finestra.
La sagoma alzò allora lo sguardo alle tenebre del cielo, in cerca di ciò che sapeva
esserci, anche se non aveva la minima possibilit... di vederlo, nemmeno in una n
otte limpida quale quella non era. L'orbita terreste era ormai talmente piena ci
anfrusaglie e di rottami che un oggetto in pi-, persino uno grosso come quello,
sarebbe sempre passato inosservato. E in realt... così era stato, anche se di tant
o in tanto la sua influenza si era fatta sentire. Tutte le volte che le onde era
no state forti. Da quasi duecento anni non erano così forti come ora tornavano a e
ssere.
E ora tutto a un tratto era a posto. Si era trovato il vettore perfetto.
Il vettore perfetto fece qualche passo in avanti nel cortile. All'inizio, lo ste
sso professore era sembrato una scelta perfetta, ma il tentativo era finito in d
elusione, rabbia e poi... ispirazione! Portare un Monaco sulla terra! Erano pens
ati per credere a qualsiasi cosa, per essere completamente malleabili. Lo si sar
ebbe potuto indurre a portare a termine l'incarico senza alcuna difficolt....
Disgraziatamente però questo si era rivelato un caso disperato. Fargli credere qua
lcosa era facilissimo. Far sì che continuasse a crederci per pi- di cinque minuti
di fila si era dimostrato un compito ancora pi- arduo di quello di convincere il
professore a fare ciò che in fondo voleva ma non osava.
Ecco quindi un altro fallimento e poi, alla fine, era arrivato il vettore perfet
to.
Il vettore perfetto aveva gi... dimostrato che non avrebbe avuto alcuno scrupolo
a fare ciò che bisognava fare.
In un angolo del cielo la luna, umida, avvolta nella foschia, lottava per alzars
i. Un'ombra si mosse alla finestra.

Capitolo Trenta...
Dalla finestra che dava sul Secondo Cortile, Dirk guardava la luna. "Non avremo
molto da aspettare," disse.
"Da aspettare cosa?" chiese Richard.
Dirk si girò.
"Che il fantasma," disse, "torni da noi. Professore..." aggiunse rivolto a Reg,
seduto inquieto vicino al fuoco, "nelle sue stanze non c'è del brandy, delle sigar
ette francesi o qualche passatempo?
"No," disse Reg.
"Allora non mi resta che consumarmi senza nessun sostegno," disse Dirk, tornando
a guardare fuori della finestra.
"Io non sono ancora convinto," sbottò Richard, "che non ci sia altra spiegazione s
e non quella che dei... fantasmi..."
"Così come effettivamente hai voluto vedere una macchina del tempo all'opera prima
di poterci credere," ribatté Dirk. "Richard, ti lodo per il tuo scetticismo, ma a
nche la mente scettica deve essere pronta ad accettare l'inaccettabile quando no
n c'è alternativa. Sembra una papera, fa qua-qua come una papera, dobbiamo quanto
meno prendere in considerazione la possibilit... di avere per le mani un piccolo
uccello acquatico della famiglia delle Anatidae."
"Ma poi, che cos'è un fantasma?"
"Secondo me, un fantasma..." disse Dirk, "è qualcuno che ha subito una morte viole
nta o inaspettata, lasciando qualcosa in sospeso. Che non può riposare fino a che
non l'ha portato a compimento, o sistemato."
Si girò di nuovo verso di loro.
"Questo è il motivo per cui," disse, "una macchina del tempo potrebbe esercitare t
anto fascino su un fantasma, se questi venisse a conoscenza della sua esistenza.
Una macchina del tempo fornisce il mezzo per sistemare ciò che nel passato, secon
do il fantasma, è andato storto. Per liberarlo.
Questo è il motivo per cui torner... qui. Prima ha cercato di impossessarsi dello
stesso Reg, che però gli ha resistito. Poi c'è stato l'episodio del giochino di pres
tigio, la cipria e il cavallo nel bagno, che io," fece una pausa, "persino io no
n capisco, anche se sono deciso a farlo, fosse l'ultima cosa che faccio in vita
mia. Poi sulla scena arrivi tu, Richard. Il fantasma lascia perdere Reg e si con
centra invece su di te. Quasi subito si verifica un episodio strano ma significa
tivo. Fai una cosa che poi vorresti non aver fatto.
Mi riferisco, naturalmente, alla telefonata a Susan che le hai lasciato sulla se
greteria telefonica.
Il fantasma coglie la palla al balzo e cerca di indurti ad annullare quell'azion
e. Di fatto, a tornare indietro nel passato e cancellare il messaggio: a modific
are l'errore fatto. Solo per vedere se lo facevi. Solo per vedere se era nel tuo
carattere.
In caso affermativo, ora saresti completamente sotto il suo controllo. Ma propri
o all'ultimo momento la tua natura si è ribellata e non l'hai fatto. Così il fantasm
a ti abbandona come un lavoro mal fatto e lascia perdere anche te. Bisogna trova
re qualcun altro.
Quanto c'è voluto per fare tutto ciò? Non lo so. Trovi un senso in tutto ciò? Riconosc
i la verit... di quanto ti dico?"
Richard si fece di ghiaccio.
"Sì," disse, "credo che tu abbia assolutamente ragione."
"Allora," disse Dirk, "qual è il momento in cui il fantasma ti ha lasciato?"
Richard deglutì.
"Quando Michael Wenton-Weakes è uscito dalla stanza," rispose.
"Dunque mi chiedo," riprese Dirk in tono pacato, "che possibilit... il fantasma
vedeva in lui. Mi chiedo se questa volta abbia trovato quello che cercava. Credo
che non dovremo aspettare a lungo."
Qualcuno bussò alla porta.
Davanti all'uscio aperto c'era Michael Wenton-Weakes.
Disse soltanto: "Ho bisogno del vostro aiuto". Reg e Richard fissarono Dirk, poi
Michael.
"Vi dispiace se poso questo da qualche parte?" disse Michael. "È piuttosto pesante
. C'è dentro un'attrezzatura da sub."
"Ah, capisco," disse Susan, "ah bene, grazie, Nicola. Proverò quella diteggiatura.
Sono sicura che il mi bemolle ce l'ha messo solo per dar fastidio alla gente. Sì,
mi ci sono impuntata stupidamente per tutto il pomeriggio. Alcune di quelle vol
ate di semicrome sono davvero maledette. Be', sì, mi aiuta a distrarmi. No, nessun
a novit.... È tutto così sconcertante e orribile. Non voglio nemmeno... senti, magar
i ti richiamo dopo così mi dici come ti senti. Sì, lo so, non si capisce mai cos'è peg
gio, no, la malattia, gli antibiotici o le cure del medico. Tieniti da conto, o
almeno fai in modo che lo faccia Simon. Digli di farti litri di limonata calda.
Va bene. D'accordo, ci sentiamo dopo. Stai al caldo. Per ora, ciao."
Rimise a posto il telefono e tornò al violoncello. Aveva appena cominciato a rifle
ttere sul problema di quell'irritante mi bemolle, quando squillò di nuovo il telef
ono. Per tutto il pomeriggio aveva lasciato la cornetta staccata, ma si era dime
nticata di farlo dopo aver chiamato.
Con un sospiro, appoggiò il violoncello al muro, posò l'archetto e tornò al telefono.
"Pronto?" rispose.
Anche stavolta niente, a parte un remoto grido nel vento. Stizzita buttò gi- di nu
ovo il ricevitore.
Aspettò qualche secondo perché tornasse la linea e stava per staccare ancora il tele
fono quando si rese conto che Richard poteva aver bisogno di lei.
Esitò.
Ammise con se stessa che non accendeva la segreteria telefonica perché in genere l
a metteva in funzione esclusivamente a uso di Gordon e al momento era una cosa a
cui preferiva non pensare.
Comunque, accese la segreteria telefonica, abbassò il volume al minimo e tornò ancor
a al mi bemolle che Mozart aveva messo h solo per dare fastidio ai violoncellist
i.
Nel buio dei locali dell'Agenzia Investigativa Olistica Dirk Gendy, Gordon Way a
nnaspando goffamente rimise sulla forcella il ricevitore del telefono e si abban
donò sulla sedia in preda al pi- nero sconforto. Si abbandonò senza frenarsi, finché n
on cadde leggero sul pavimento.
La signorina Pearce era fuggita dall'ufficio la prima volta che il telefono si e
ra messo a manovrarsi da solo, esaurita una volta per tutte la sua pazienza per
questo genere di cose, e da quel momento Gordon aveva avuto l'ufficio tutto per
sé. I suoi tentativi di mettersi in contatto con chiunque erano però completamente f
alliti.
O meglio, i suoi tentativi di mettersi in contatto con Susan, che era esattament
e ciò che gli interessava. Era con Susan che stava parlando quando era stato uccis
o e capiva che in qualche modo doveva parlarle ancora. Lei però aveva lasciato il
telefono staccato per buona parte del pomeriggio e quando poi aveva risposto non
era riuscita a sentirlo.
Si arrese. Si rialzò dal pavimento, si raddrizzò e scivolò fuori nella strada dove sta
va calando l'oscurit.... Vagò a casaccio per un po', andò a fare una passeggiata sul
canale, giochino che lo stancò ben presto, poi ricominciò ancora una volta a gironz
olare per strada.
Le case illuminate e la vita che ne fuoriusciva lo turbarono in modo particolare
, perché l'invito che sembravano porgere non era rivolto a lui. Si chiese se a qua
lcuno avrebbe dato fastidio se fosse entrato in una casa e avesse guardato la te
levisione tutta la sera. Non avrebbe creato nessun problema.
O magari un cinema.
Così era meglio, poteva andare al cinema.
Con passo pi- sicuro, ancorché privo di consistenza, imboccò la Noel Road e cominciò a
risalirla.
Noel Road, pensò. Gli faceva squillare un campanello lontano. Aveva la sensazione
di aver incontrato qualcuno ultimamente in Noel Road. Chi era?
I suoi pensieri vennero interrotti da un terribile grido di orrore che risuonò per
tutta la via. Rimase fermo immobile. Pochi secondi dopo a pochi metri da lui si
spalancò una porta e ne uscì una donna, che urlava con gli occhi sbarrati.

Capitolo Trentuno...
A Richard, Michael Wenton-Weakes non era mai piaciuto e ancora meno gli piaceva
con un fantasma dentro di sé. Non avrebbe saputo dire perché, personalmente non avev
a nulla contro i fantasmi, non riteneva che una persona andasse giudicata negati
vamente solo perché era morta, eppure... non gli piaceva. Tuttavia, non era diffic
ile sentirsi un po' dispiaciuti per lui. Michael sedeva desolato su uno sgabello
con i gomiti appoggiati sul grande tavolo e la testa appoggiata sulle dita. Ave
va un'aria malata ed esausta. Aveva un'aria profondamente stanca. Aveva un'aria
patetica. La sua storia era stata straziante e si concludeva con i tentativi di
impossessarsi prima di Reg, poi di Richard.
"Avevi ragione," terminò. "Completamente."
Quest'ultima cosa la disse a Dirk, il quale fece una smorfia come se non volesse
mostrarsi raggiante per aver trionfato troppe volte in un solo giorno.
La voce era quella di Michael, eppure non era la sua. Quale che sia il timbro ch
e una voce acquista nel corso di un miliardo di anni o gi- di li, quella ora l'a
veva e colmava chi l'ascoltava di una gelida vertigine simile a quella che affer
ra la mente e lo stomaco quando ci si trova di notte sul ciglio di una scogliera
. Girò gli occhi verso Reg e Richard e anche i suoi occhi erano di quelli che prov
ocano piet... e terrore. Richard dovette distogliere lo sguardo.
"Devo delle scuse a entrambi," disse il fantasma che stava dentro Michael, "che
vi offro dal profondo del cuore e spero solo che, comprendendo la situazione dis
perata in cui mi trovo e la speranza che questa macchina del tempo mi offre, cap
irete perché ho agito come ho fatto e troviate in voi la forza di perdonarmi. E di
aiutarmi. Ve ne prego."
"Dategli un whisky," disse Dirk burbero.
"Non ho whisky," disse Reg. "Mmm, del porto? Ci deve essere una bottiglia di Mar
gaux che potrei aprire. Eccellente. Bisognerebbe stapparlo un'ora prima, ma natu
ralmente si può fare, non ci vuole niente, io..."
"Mi aiuterete?" interruppe il fantasma.
Reg si affrettò ad andare a prendere del porto e qualche bicchiere.
"Perché si è impossessato del corpo di quest'uomo?" disse Dirk.
"Ho bisogno di una voce con cui parlare e un corpo in cui agire. A lui non succe
der... niente di male, niente di male..."
"Mi permetta di ripeterle la domanda. Perché si è impossessato del corpo di quest'uo
mo?" insistette Dirk.
Il fantasma fece alzare le spalle al corpo di Michael.
"Era consenziente. Entrambi questi signori, comprensibilmente, facevano resisten
za a... insomma, a farsi ipnotizzare (il suo accostamento è corretto). E questo? B
e', credo che il suo senso di sé sia un po' in ribasso, così ha acconsentito. Gli so
no molto grato e non gli farò alcun male."
"Il suo senso di sé," ripeté Dirk pensieroso, "è un po' in ribasso."
"Immagino che possa essere vero," disse Richard a bassa voce a Dirk. "L'altra se
ra sembrava molto depresso. Gli hanno portato via l'unica cosa che gli importava
, perché, be', perché in verit... non se la cavava troppo bene. Nonostante il suo or
goglio, capisco che fosse molto ricettivo all'idea di poter essere richiesto per
qualche cosa."
"Mmmm," disse Dirk e lo ridisse subito dopo. Lo disse una terza volta con passio
ne. Poi si girò rivolgendosi all'improvviso alla figura sullo sgabello.
"Michael Wenton-Weakes!"
La testa di Michael scattò all'indietro e lui batté le palpebre. "Sì?" disse con la co
nsueta voce lugubre. Gli occhi seguivano Dirk nei suoi movimenti.
"Puoi sentirmi," disse Dirk, "e rispondere per conto tuo?"
"Sì," rispose Michael, "certo che posso."
"Questo... essere, lo spirito. Sai che è dentro di te? Ne accetti la presenza? Sei
consenziente rispetto ai suoi desideri?"
"E così. La storia che mi ha raccontato mi ha molto commosso e sono assolutamente
disposto ad aiutarlo. Anzi, ritengo che sia giusto che lo faccia."
"Benissimo," disse Dirk facendo schioccare le dita, "puoi andare. "
La testa di Michael si abbandonò in avanti immediatamente e dopo un istante si ria
lzò lentamente, sollevata dall'interno come un pneumatico che viene gonfiato.
Il fantasma era tornato a possederlo.
Dirk si impadronì di una sedia, la girò e vi si sedette a cavalcioni di fronte al fa
ntasma che abitava Michael, guardandolo intensamente negli occhi.
"Ancora," fece. "Me lo ripeta ancora. Un sunto veloce."
Il corpo di Michael si tese leggermente. Si allungò verso il braccio di Dirk.
"Non mi tocchi!" scattò Dirk. "Mi racconti soltanto i fatti. La prima volta che pr
ova a commuovermi le do un pugno in un occhio. O almeno, nell'occhio che ha pres
o in prestito. Quindi, lasci perdere tutta quella roba che sembrava... ehm..."
"Coleridge," disse a un tratto Richard, "sembrava esattamente Coleridge. Somigli
ava alla Ballata del vecchio marinaio. Cioè, alcune sue parti lo erano."
Dirk aggrottò la fronte. "Coleridge?" disse.
"Ho provato a raccontargli la mia storia," ammise il fantasma. "Io..."
"Mi scusi," disse Dirk, "devo fare le mie scuse: prima d'ora, non avevo mai inte
rrogato un fantasma di quattro miliardi di anni. Stiamo parlando di Samuel Taylo
r? Mi sta dicendo che lei ha raccontato la sua storia a Samuel Taylor Coleridge?
"
"Certe volte... riuscivo a entrare nella sua mente. Quando si trovava in uno sta
to di emotivit...."
"Vuol dire, quando era sotto l'effetto del laudano?" chiese Richard.
"Esatto. In quei momenti era pi- rilassato."
"Direi," sbuffò Reg. "Mi è capitato di incontrarlo a volte che era proprio straordin
ariamente rilassato. Sentite, faccio un po' di caffè." Scomparve in cucina, dove s
i sentì che rideva fra sé.
"È un altro mondo," borbottò Richard, sedendosi e scuotendo la testa.
"Purtroppo però," riprese il fantasma, "quando lui era in pieno possesso di sé io, p
er così dire, non lo ero, e quindi la cosa fallì. Così, quello che ha scritto è molto in
garbugliato."
"Parliamone," disse Richard fra sé, alzando le sopracciglia. "Professore," chiamò Di
rk, "forse questo le sembrer... assurdo. Coleridge, ha mai cercato di... ehm...
usare la sua macchina del tempo? La prego, risponda pure alla domanda come megli
o le aggrada."
"Be', sai," disse Reg, facendo capolino dalla porta, "una volta venne a curiosar
e, ma credo che fosse in condizioni decisamente troppo rilassate per fare qualsi
asi cosa."
"Capisco," disse Dirk. "Ma perché," aggiunse poi girandosi verso la strana figura
di Michael abbandonato sullo sgabello, "perché lei ci ha messo così tanto tempo per
trovare qualcuno?"
"Per periodi lunghissimi, sono molto debole, quasi del tutto inesistente e incap
ace di influenzare alcunché. E poi, naturalmente, prima di allora non c'era nessun
a macchina del tempo, e... nessuna speranza per me...
"Forse i fantasmi esistono come modelli di onde," suggerì Richard, "come modelli d
i interferenza fra il reale e il possibile. Potrebbero esserci picchi e fondi ir
regolari, come in una forma d'onda musicale."
Il fantasma fece girare attorno gli occhi fino a posarli su Richard.
"Lei..." disse, "lei ha scritto quell'articolo..,"
"Ehm, sì..."
"Mi ha commosso parecchio," disse il fantasma, con una voce improvvisamente mali
nconica e contrita che sembrò sorprendere lui stesso quasi quanto i suoi ascoltato
ri.
"Ah. Capisco," disse Richard. "Bene, grazie. L'ultima volta che ne ha parlato no
n le piaceva così tanto. Cioè, so che non era propriamente lei..."
Richard si sedette di nuovo, aggrottando la fronte. "Allora," disse Dirk, "torna
ndo al punto di partenza..."
Il fantasma raccolse il fiato di Michael e ricominciò. "Eravamo su una nave..." di
sse.
"Una nave spaziale."
"Sì. Al largo di Salaxala, un mondo in... insomma, molto lontano da qui. Un posto
violento e pieno di problemi. Noi eravamo un gruppo di una dozzina di persone, p
artimmo, come spesso si fa, per cercarci un nuovo mondo. Tutti i pianeti di ques
to sistema erano assolutamente inadatti ai nostri scopi, ma ci fermammo in quest
o mondo per rifornirci di alcune riserve minerali. Sfortunatamente, entrando nel
l'atmosfera, la scialuppa di atterraggio subì dei danni. Danni piuttosto seri, ma
comunque perfettamente riparabili.
Il tecnico di bordo ero io e spettava a me il compito di dirigere il ripristino
della nave e di preparare il ritorno alla nave principale. Ora, per capire cosa
successe dopo, dovete conoscere qualcosa sulla natura di una societ... a elevata
automazione. Non c'è compito che non possa essere svolto pi- agevolmente con l'au
silio di una computerizzazione avanzata. C'erano inoltre alcuni problemi molto p
articolari legati a un viaggio che avesse scopi come i nostri..."
"Che erano?" interruppe bruscamente Dirk.
Il fantasma dentro Michael batté le palpebre, come se la risposta fosse ovvia.
"Be', naturalmente trovare un mondo nuovo e migliore in cui tutti noi potessimo
vivere per sempre in pace, libert... e armonia," disse.
Dirk alzò le sopracciglia.
"Ah, così," disse. "Immagino che avrete pensato attentamente a tutto quanto."
"L'avevamo pensato per noi. Eravamo muniti di attrezzature molto particolari che
ci aiutavano a continuare a credere negli scopi del viaggio, anche quando le co
se andavano male. In genere, funzionavano benissimo, ma penso che forse noi ci f
acessimo un affidamento eccessivo."
"Di che diavolo si trattava?" chiese Dirk.
"Forse per voi sar... difficile comprendere quanto potessero essere rassicuranti
. E questo è il motivo per cui feci quell'errore fatale. Quando volevo sapere se l
a partenza era sicura o meno, in realt... non volevo sapere che poteva anche non
esserlo. Volevo solo una conferma. Così, invece di controllare di persona, capite
, ci mandai uno dei Monaci Elettrici."

Capitolo Trentadue...
La targa d'ottone sulla porta rossa di Peckender Street rifletteva in un luccich
io la luce gialla di un lampione stradale. Mandò un fugace bagliore quando vi si r
iflesse la luce intermittente di un'auto della polizia che sfrecciò via.
Si offuscò leggermente mentre un'ombra pallida pallida vi scivolava attraverso. Of
fuscandosi. ebbe un baluginio, perché l'ombra tremava in preda a una terribile agi
tazione.
Nell'ingresso oscuro, il fantasma di Gordon Way si fermò. Aveva bisogno di appoggi
arsi a qualcosa per sostenersi, ma naturalmente non c'era nulla. Tentò di stringer
e i denti, ma non c'era niente da stringere. L'orrore di quanto aveva visto gli
provocò un conato di vomito, ma naturalmente nel suo stomaco non c'era niente. Salì
le scale un po' incespicando, un po' fluttuando, come un uomo che affoga e cerca
di afferrarsi all'acqua.
Barcollò attraverso il muro, la scrivania, la porta e cercò di ricomporsi e sistemar
si davanti al tavolo dell'ufficio di Dirk.
Se per caso qualcuno fosse entrato nell'ufficio qualche minuto dopo (una donna d
elle pulizie serale, ammesso che Dirk Gently ne avesse mai assunto una, cosa che
non faceva per il motivo che loro volevano essere pagate e lui non voleva pagar
le, o un ladro, se nell'ufficio ci fosse stato qualcosa che valeva la pena di ru
bare, il che non era), avrebbe visto quanto segue e ne sarebbe rimasto sbigottit
o.
La cornetta del grosso telefono rosso sulla scrivania, improvvisamente oscillò e c
adde dalla forcella sul piano del tavolo.
Si sentì il ronzio del segnale di libero. Poi, sette dei grandi tasti, facili da s
chiacciare, si abbassarono a uno a uno e dopo la lunga pausa che il sistema tele
fonico inglese concede per raccogliere le idee e dimenticare chi si sta chiamand
o, si sentì il suono di un telefono che squillava all'altro capo del filo.
Dopo un paio di squilli ci fu un clic, un fruscio e un suono, come di una macchi
na che prenda il fiato. Poi una voce cominciò a dire: "Ciao, sono Susan. Al moment
o non posso venire al telefono perché sto cercando di mettere a posto un mi bemoll
e, ma se volete lasciare il vostro nome..."
"E dunque, in base a quanto detto da un... fatico anche solo a pronunciare quest
e parole... Monaco Elettrico," disse Dirk con voce che tradiva derisione, "lei p
rova a effettuare il lancio della nave che, con sua somma meraviglia, esplode. D
a allora...?"
"Da allora," riprese il fantasma, miserevole, "sono solo su questo pianeta. Solo
con la consapevolezza di ciò che ho fatto ai miei compagni sulla nave. Solo, comp
letamente solo..."
"Gi..., questo lo saltiamo," sbottò stizzosamente Dirk. "E cosa mi dice della nave
principale? Probabilmente sar... andata avanti nella propria ricerca di..."
"No."
"E allora cosa le è successo?"
"Niente. È ancora li."
"Ancora lì?"
Dirk balzò in piedi e cominciò a misurare la stanza a grandi passi, le sopracciglia
spasmodicamente aggrottate.
"Gi...." La testa di Michael cadde leggermente, ma lui guardò Reg e Richard con oc
chi pietosi. "Eravamo tutti a bordo del mezzo di atterraggio. All'inizio mi semb
rava di essere tormentato dai fantasmi degli altri, ma era solo la mia immaginaz
ione. Per milioni di anni, e poi miliardi, calcai il fango assolutamente solo. P
er voi è impossibile comprendere anche la pi- piccola parte del tormento di una si
mile eternit.... Poi," aggiunse, "non molto tempo fa, la vita sbocciò su questo pi
aneta. La vita. La vegetazione, esseri marini, quindi, alla fine, voi. Vita inte
lligente. Mi volgo a voi per essere liberato dal tormento che mi affligge."
Per qualche secondo, la testa di Michael penzolò miseramente sul petto. Poi, piano
piano, si rialzò incerta e li fissò di nuovo, con fiamme ancora pi- cupe negli occh
i.
"Riportatemi indietro," disse, "vi supplico, riportatemi indietro al mezzo di at
terraggio. Lasciatemi rimediare a ciò che ho fatto. Una parola detta da me e si può
rimediare, la riparazione fatta come si deve, il mezzo di atterraggio può tornare
alla nave principale, noi possiamo andarcene per la nostra strada, il mio tormen
to sar... terminato e io non sarò pi- un fardello per voi. Vi supplico. "
Ci fu un breve silenzio, mentre la sua invocazione aleggiava nell'aria.
"Ma non può funzionare, no?" disse Richard. "Se lo facciamo, tutto questo non acca
dr... mai. Non rischiamo di dare luogo a paradossi di ogni genere?"
Reg si strappò ai propri pensieri. "Non peggiori di molti che gi... esistono," ris
pose. "Se l'universo avesse dovuto finire tutte le volte che c'è stata qualche inc
ertezza su ciò che vi succedeva, non sarebbe mai andato oltre il primo picosecondo
. E per molti naturalmente è stato così. Capisci, è come il corpo umano. Qualche tagli
o e qualche livido qua e l... non fanno male, e nemmeno un grosso intervento chi
rurgico, se fatto come si deve. I paradossi sono esattamente come il tessuto cic
atriziale. Tempo e spazio vi si richiudono intorno e le persone semplicemente ri
cordano una versione dei fatti che ha tanto senso quanto quelle gliene richiedon
o.
Ciò non significa che quando ci si imbatte in un paradosso non ci sia qualche cosa
che colpisce per la sua stranezza, ma se sei passato attraverso la vita senza c
he questo ti sia gi... accaduto, non so in quale universo tu abbia vissuto, ma c
ertamente non in questo."
"Be', se le cose stanno così," disse Richard, "perché lei è stato tanto inflessibile a
proposito del salvataggio del dodo?"
"Ah. Eccoti qua a chiedermelo. La complessit... di causa ed effetto sfida l'anal
isi. Il continuum non è solo come il corpo umano, ma anche come un frammento di ca
rta da parati malamente applicata. Schiaccia una bolla qui, e un'altra se ne for
mer... altrove. Non ci sono pi- dodo a causa della mia interferenza. Alla fine,
mi sono imposto quella regola semplicemente perché non lo sopportavo pi-. L'unica
cosa che si fa veramente male quando si prova a cambiare il tempo è se stessi." So
rrise debolmente e distolse lo sguardo.
Poi, dopo un lungo momento di riflessione, soggiunse: "No, si può fare. Io sono sc
ettico solo perché è andata male tante volte. La storia di questo pover'uomo è patetic
a e porre fine alla sua infelicit... non può fare alcun male. Sono cose successe t
anto, tanto tempo fa su un pianeta morto. Se lo facciamo, ognuno di noi ricorder
... ciò che ci è accaduto individualmente. Tanto peggio per il resto del mondo se no
n è d'accordo. Non sar... certo la prima volta".
La testa di Michael si reclinò.
"Sei molto silenzioso, Dirk," disse Richard.
Dirk lo fissò astiosamente. "Voglio vedere questa nave," annunciò.
Nel buio, la cornetta del telefono rosso scivolò e rimbalzò sulla scrivania. Se ci f
osse stato qualcuno, avrebbe intravisto una sagoma che la muoveva.
Brillava molto debolmente, meno di quanto avrebbero fatto le lancette luminose d
i un orologio. Sembrava pi- che altro che l'oscurit... circostante fosse appena
un po' pi- scura di così e la forma ectoplasmica vi stesse dentro, come un tessuto
cicatriziale ispessito sotto la superficie della notte.
Gordon afferrò ancora una volta la cornetta recalcitrante. Finalmente ce la fece e
la fece scivolare sopra l'apparecchio.
Da lì, la fece cadere sulla forcella, togliendo la linea. In quel preciso momento,
il fantasma di Gordon Way, portata a termine finalmente la sua ultima telefonat
a, si lasciò andare al proprio riposo e svanì.
Capitolo Trentatré...
All'ombra della terra, girava lentamente una massa scura, solo un altro rottame
fra quanti ormai fluttuavano eternamente lass- in orbita, ma pi- largo e di form
a molto pi- regolare degli altri. E molto, molto pi- vecchio.
Da quattro miliardi di anni continuava ad assorbire dati dal mondo sottostante,
analizzandoli, esaminandoli, elaborandoli. Di tanto in tanto, ne rispediva indie
tro una parte, se pensava che poessero servire, se pensava che qualcuno potesse
riceverli. Altrimenti osservava, ascoltava e registrava. Né il frangersi di un'ond
a, né il battito di un cuore sfuggivano alla sua attenzione.
A parte ciò, al suo interno niente si muoveva da quattro miliardi di anni, eccettu
ata l'aria che continuava a circolare e i bruscolini di polvere nell'aria che da
nzavano, danzavano, danzavano, danzavano... e danzavano.
Quello che accadeva adesso era solo un leggero disturbo. Silenziosamente, senza
baccano, come una goccia di rugiada che cade dall'aria su una foglia, in una par
ete che per quattro miliardi di anni era rimasta sgombra e grigia, apparve una p
orta. Una semplice, normale porta di legno a pannelli bianchi, con una piccola m
aniglia di ottone ammaccata.
Anche questo tranquillo avvenimento venne registrato e incluso nel flusso contin
uo di elaborazione di dati che la nave eseguiva senza sosta. Non solo l'arrivo d
ella porta, ma anche di quelli che ci stavano dietro, il loro aspetto, i loro mo
vimenti, le loro sensazioni riguardo al fatto di essere l.... Tutto elaborato, r
egistrato, trasformato.
Passato un momento o due, la porta si aprì.
Dall'altra parte, si poteva vedere una stanza diversa da tutte quelle della nave
. Una stanza dal pavimento di legno, la tappezzeria consunta, una stanza in cui
danzava un fuoco. E mentre il fuoco danzava, i suoi dati danzavano nel computer
della nave e con quello danzavano anche i bruscolini di polvere nell'aria. Una f
igura si stagliò sulla porta, una figura massiccia e lugubre con una luce strana c
he le danzava negli occhi. Fece un passo oltre la soglia entrando nella nave e s
ul suo volto si soffuse all'istante una calma cui anelava ma che pensava di non
provare mai pi-.
Dietro di lui veniva un uomo pi- piccolo, pi- anziano, dalla capigliatura bianca
e ribelle. Uscendo dal regno della sua stanza ed entrando in quello della nave,
si fermò e batté le palpebre. Alle sue spalle veniva un terzo uomo, impaziente e ne
rvoso, con un largo soprabito di pelle che gli si agitava intorno. Anche lui si
fermò, sconcertato per un momento da qualcosa che non capiva. Avanzò con un'espressi
one profondamente perplessa in volto e girò lo sguardo sulle pareti grigie e polve
rose della vecchia nave.
Per ultimo veniva un quarto uomo, alto e magro. Si abbassò per varcare la porta e
poi si arrestò immediatamente, come se davanti a sé avesse un muro.
In un certo senso, davanti a sé aveva un muro.
Restò lì attonito. Chiunque l'avesse guardato in faccia in quel momento, avrebbe cap
ito senza alcun dubbio che gli stava accadendo la cosa pi- straordinaria di tutt
a la sua vita.
Quando cominciò a muoversi lentamente, lo fece con un'andatura curiosa, come se st
esse nuotando molto piano. Ogni minimo movimento della testa sembrava portare al
viso nuove ondate di rispetto e stupore. Gli occhi si riempirono di lacrime e b
occheggiando per la meraviglia rimase senza fiato.
Dirk si girò a guardarlo, per esortarlo a seguirli. "Qual è il problema?" gridò al di
sopra del rumore. "La... musica," sussurrò Richard.
L'aria era piena di musica. Sembrava che ne fosse così piena che non ci potesse es
sere spazio per nient'altro. Pareva che ogni particella d'aria avesse una sua pr
opria musica, così che non appena Richard spostava la testa sentiva una musica nuo
va e diversa, anche se questa musica nuova e diversa si accordava alla perfezion
e con quella che le stava accanto nell'aria.
Le modulazioni dall'una all'altra erano perfette: salti incredibili su tonalit..
. distanti avvenivano senza alcuno sforzo, semplicemente girando la testa. Nuovi
temi, nuovi accenni di melodia, tutti perfettamente e straordinariamente propor
zionati, si mescolavano continuamente in quella trama infinita. Grandi onde lent
e di movimento, danze pi- veloci che le percorrevano, piccole incursioni scintil
lanti che danzavano sulle danze, lunghi motivi intricati il cui finale era così si
mile all'inizio che si riavvolgevano su se stessi, si rovesciavano, si capovolge
vano per poi lanciarsi di nuovo sulla scia di un'altra melodia danzante in un'al
tra parte remota della nave.
Richard barcollò verso la parete. Dirk arrivò di corsa a prenderlo.
"Andiamo," disse brusco, "qual è il problema? Non sopporti la musica? E un po' for
te, no? Per tutti i santi, riprenditi. C'è qualcosa qui che ancora non capisco. No
n va bene. Andiamo..."
Si trascinò dietro Richard, ma poi dovette sostenerlo mentre la mente di Richard s
profondava sempre pi- sotto il peso schiacciante della musica. Le visioni che an
davano tessendo nella sua mente il milione di fili frementi di musica man mano c
he vi venivano sospinti dentro stavano sempre pi- diventando un garbuglio caotic
o, ma pi- caos si generava, pi- si amalgamava con altro caos e poi con un caos a
ncora maggiore, fino a che non divenne un'enorme sfera esplosiva di armonia che
gli si dilatava nel cervello pi- velocemente di quanto qualsiasi cervello potess
e sopportare.
Poi tutto fu molto pi- semplice.
Un solo motivo gli danzava nella mente e tutta la sua attenzione vi si concentrò.
Era un motivo che si accese nel mezzo di quel flusso magico, lo formava, lo mode
llava, viveva maestosa mente lì dentro, viveva sottilmente, ne era la sua stessa e
ssenza. Riecheggiava e vibrava, all'inizio un motivetto dal ritmo sostenuto, poi
rallentò, poi danzò ancora ma con maggiore difficolt..., sembrò affondare in vortici
di dubbi e di confusione, ma improvvisamente rivelò che i vortici erano solo i pri
mi gorgoglii di una nuova ondata di energia che sorgeva gioiosamente da sotto.
Richard cominciò lentamente, molto lentamente, a perdere i sensi.
Giaceva assolutamente immobile.
Immaginò di essere una vecchia spugna immersa nella paraffina e messa ad asciugare
al sole.
Si sentiva come la carcassa di un vecchio cavallo che ardeva nella caligine del
sole. Sognò dell'olio, liscio e profumato, sognò mari scuri e ansanti. Era su una sp
iaggia bianca, ubriaco di pesce, stupefatto dalla sabbia, scolorito, sonnecchian
te, trafitto dalla luce, si sentiva mancare, valutava la densit... delle nuvole
di vapore in remote galassie e girava con un piacere mortale. Era una pompa che
sprizzava acqua fresca in primavera, che zampillava su un cumulo di fragrante er
ba appena tagliata. Suoni quasi impercettibili bruciavano lontano come in un son
no remoto.
Correva e stava cadendo. Le luci di un porto roteavano nella notte, Il mare, com
e uno spirito scuro, schiaffeggiava incessantemente la sabbia, luccicante, incon
sapevole. Fuori, dov'era pi- fondo e pi- freddo, affondò facilmente mentre il mare
pesante gli si gonfiava come olio attorno alle orecchie e solo un lontano ronzi
o, come di un telefono che suonava, lo disturbava.
Sapeva di aver sentito la musica della vita. La musica della luce che danzava su
ll'acqua che si increspava al vento e alle onde, della vita che si muoveva sull'
acqua, della vita che si muoveva sulla terra, riscaldata dalla luce.
Continuò a giacere assolutamente immobile. Continuava a essere disturbato dal lont
ano ronzio come di telefono che suonava. Pian piano, si rese conto che quel dist
ante ronzio come di telefono che suonava era un telefono che suonava.
Balzò a sedere di scatto.
Si trovava su un lettino sfatto in una stanzetta disordinata rivestita di legno
che sapeva di conoscere ma non riusciva a individuare. Era piena zeppa di libri
e scarpe. Sbatté le palpebre, perplesso.
Il telefono accanto al letto stava squillando. Alzò la cornetta. "Pronto?" disse.
"Richard!" Era la voce di Susan, profondamente turbata. Lui scosse la testa, ma
non riuscì a ricordare niente di utile. "Pronto?" ripeté.
"Richard, sei tu? Dove sei?"
"Ehm, resta in linea, vado a guardare."
Appoggiò il ricevitore sulle lenzuola spiegazzate, dove rimase a emettere rauche g
rida, scese dal letto barcollando, si trascinò fino alla porta e l'aprì.
Era un bagno. Lo scrutò con sospetto. Di nuovo, lo riconobbe, ma aveva la sensazio
ne che mancasse qualcosa. Ah, gi.... Avrebbe dovuto esserci un cavallo. O quanto
meno, l'ultima volta che ci era stato c'era un cavallo. Attraversò il pavimento d
el bagno e andò all'altra porta. Vacillando, discese le scale e arrivò nella stanza
principale di Reg.
Quello che vi vide quando vi giunse lo lasciò stupito.

Capitolo Trentaquattro...
I temporali del giorno prima, e di quello prima ancora, le alluvioni della setti
mana precedente, si erano quietati. Il cielo era ancora gonfio di pioggia, ma al
calare dell'oscurit... serale cadevano soltanto quelle malinconiche gocciolane.
Una folata di vento spazzò la pianura che andava scurendosi, vagò fra le collinette
e si incanalò fischiando in una stretta valle in cui sorgeva una costruzione, una
specie di torre, solitaria e pendente in un incubo di fango.
Era un moncone annerito di torre. Se ne stava piantata lì come un'estrusione magma
tica di una delle pi- pestilenziali fosse infernali, inclinata con un angolo par
ticolare, come oppressa da qualcosa di ben pi- terribile del suo peso considerev
ole. Sembrava una cosa morta, morta da tempi remoti.
L'unico movimento era quello di un fiume di fango che scorreva pigramente in fon
do alla valle, dietro la torre. Un paio di chilometri pi- in l..., il fiume si b
uttava gi- in una gola e scompariva sotto terra.
Ma, col calare della sera, si vide che la torre non era completamente deserta. A
ll'interno, da qualche parte, c'era una fioca lucina rossa che brillava.
Era questa la scena che Richard fu sorpreso di vedere da una porticina bianca po
sta nel fianco della parete della valle, a qualche centinaio di metri dalla torr
e.
"Non uscire!" disse Dirk, alzando un braccio. "L'atmosfera è velenosa. Non sono si
curo di cosa sia, ma certamente basterebbe a rendere i tuoi tappeti belli puliti
."
Dirk era in piedi sulla porta e guardava la vallata con profondo sospetto.
"Dove siamo?" chiese Richard.
"Alle Bermuda," rispose Dirk. "È piuttosto complicato."
"Grazie," disse Richard e incespicando riattraversò la stanza.
"Mi scusi," disse a Reg, che si stava affannando attorno a Michael Wenton-Weakes
, assicurandosi che l'equipaggiamento per immersioni subacquee che indossava gli
calzasse a dovere ovunque, che la maschera fosse fissata bene e che il regolato
re per l'approvvigionamento d'aria funzionasse perfettamente.
"Scusi, mi fa passare?" disse Richard. "Grazie."
Risalì le scale, tornò nella camera da letto di Reg, si sedette tremando sull'orlo d
el letto e riprese in mano il telefono.
"Alle Bermuda," disse, "è piuttosto complicato."
Al piano di sotto, finito di spalmare la vaselina su tutte le giunture della mut
a e sulle poche parti di pelle esposte intorno alla maschera, Reg annunciò che tut
to era pronto.
Dirk si allontanò dalla porta e si portò lì accanto con fare molto sgarbato.
"Bene, allora," disse, "fuori dei piedi. Finalmente. Mi lavo le mani di tutta qu
esta faccenda. Immagino che dovremo aspettare qui che ci rimandi indietro il vuo
to, per quello che vale." Aggirò il divano ad ampi passi con un gesto rabbioso. Qu
ella storia non gli piaceva. Non gli piaceva nulla. In particolare, non gli piac
eva che Reg ne sapesse pi- di lui sullo spazio-tempo. E il fatto di non sapere p
erché non gli piaceva lo faceva infuriare.
"Mio caro amico," cominciò Reg in tono conciliante, "pensa quanto è piccolo lo sforz
o che dobbiamo fare per aiutare questa pover'anima. Mi dispiace che dopo tutto i
l tuo straordinario lavoro di deduzione questo ti appaia come una doccia fredda.
Capisco che una missione di pura clemenza non ti sembri abbastanza, ma dovresti
essere pi- caritatevole."
"Caritatevole, bah!" disse Dirk. "Pago le tasse, che cosa vuole di pi-?"
Si buttò sul divano, si passò le mani fra i capelli e fece il broncio.
Il personaggio che possedeva Michael strinse la mano a Reg e disse qualche parol
a di ringraziamento. Poi si diresse con passo rigido verso la porta, si voltò e fe
ce un inchino a entrambi.
Dirk girò la testa di scatto e lo fissò, gli occhi fiammeggianti dietro le lenti e i
capelli selvaggiamente scarmigliati. Il fantasma guardò Dirk e per un istante rab
brividì dentro di sé per l'apprensione. Un istinto superstizioso gli fece agitare la
mano in segno di saluto. Agitò la mano di Michael in cerchio, per tre volte, poi
pronunciò una parola sola.
"Addio," disse.
Ciò detto, tornò a voltarsi, si afferrò ai lati della porta e uscì risolutamente nel fan
go, nel vento nauseabondo e velenoso.
Si fermò un momento per assicurarsi della stabilit..., del proprio equilibrio e po
i, senza un ultimo sguardo si allontanò da loro, da quegli esseri viscidi con le g
ambe, diretto verso la sua nave.
"Ora, che diavolo significa questo?" disse Dirk, imitando stizzito il triplice m
ovimento circolare.
Richard scese rumorosamente le scale, spalancò la porta e piombò nella stanza, con g
li occhi fuori delle orbite.
"Ross è stato ammazzato!" gridò.
"E chi diavolo è Ross?" gridò Dirk a sua volta. "Comesichiama Ross, per tutti i sant
i," esclamò Richard, "il nuovo direttore di 'Fathom'."
"E che cos'è 'Fathom'?" gridò ancora Dirk.
"La cazzo di rivista di Michael, Dirk! Ti ricordi? Gordon ha buttato fuori Micha
el dalla rivista e l'ha affidata da dirigere a questo tale Ross. Michael lo odia
va per questo. Be', ieri sera Michael è andato lì e, cazzo, l'ha ammazzato!"
Si fermò ansimando. "O almeno," riprese, "lui è stato ammazzato. E Michael era l'uni
co ad avere una ragione per farlo." Corse alla porta, guardò fuori la figura che s
i allontanava e scompariva nelle tenebre e si girò di nuovo.
"Sta tornando indietro?" chiese Richard.
Dirk balzò in piedi e per un momento rimase lì a sbattere le palpebre.
"Ecco..." disse, "ecco perché Michael era il soggetto ideale. Ecco che cosa avrei
dovuto cercare. La cosa che il fantasma gli ha fatto fare per poter esercitare l
a sua presa, la cosa che in fondo voleva fare, la cosa che si adattava agli scop
i del fantasma. Oh, buon Dio. Lui pensa che noi li abbiamo sostituiti ed è questo
che vuole capovolgere.
Lui pensa che questo sia il loro mondo, non il nostro. Era qui che volevano inse
diarsi ed edificare il loro maledetto paradiso. I conti tornano dall'inizio alla
fine.
Lo vede," disse girandosi verso Reg, "che cosa abbiamo fatto? Non mi sorprendere
bbe affatto scoprire che l'evento che quella sua pover'anima infelice l... fuori
sta cercando di capovolgere è esattamente ciò che ha dato il via alla vita su quest
o pianeta!"
Distolse improvvisamente gli occhi da Reg, bianco e tremante, e li riportò su Rich
ard.
"Quand'è che l'hai saputo?" disse, perplesso.
"Ehm, appena adesso," rispose Richard, "al... al telefono. Di sopra."
"Cosa?"
"Era Susan, non so come... diceva che c'era un messaggio sulla sua segreteria te
lefonica che glielo comunicava. Diceva che il messaggio... era di... diceva che
era di Gordon, ma credo che fosse in preda a una crisi isterica. Dirk, che diavo
lo sta succedendo? Dove siamo?"
"Siamo quattro miliardi di anni nel passato," disse Reg con voce tremula, "e, ti
prego, non chiedermi come mai il telefono funziona quando ci troviamo in un uni
verso differente da quello in cui è effettivamente collegato, è una questione che bi
sogner... porre alla British Telecom, ma..."
"All'inferno la British Telecom," urlò Dirk, parole che gli vennero facilmente gra
zie alla forza dell'abitudine. Corse alla porta e di nuovo osservò la figura confu
sa e incerta che arrancava nel fango verso la nave di Salaxala, completamente al
di fuori della loro portata.
"Secondo voi," disse Dirk, assolutamente calmo, "quanto ci metter... quel bastar
do di un illuso a raggiungere la sua nave? Perché quello è il tempo che ci rimane.
Venite. Sediamoci. Pensiamo. Abbiamo due minuti per decidere cosa fare. Dopo di
che, ho il forte sospetto che noi tre e tutto ciò che abbiamo conosciuto, compreso
il celacanto e il dodo, caro professore, cesseranno di esistere per sempre."
Si sedette pesantemente sul divano, poi si alzò di nuovo e si tolse di sotto la gi
acca che si era tolto Michael. Nel farlo, dalla tasca cadde un libro.

Capitolo Trentacinque...
"Ritengo che sia uno spaventoso gesto dissacratore," disse Richard a Reg, mentre
se ne stavano nascosti dietro una siepe. La notte era piena dei profumi estivi
che arrivavano dal giardino della villetta e di qualche occasionale folata di ar
ia marina portata dalle lievi brezze che giocavano sulle coste del Canale di Bri
stol.
Lontano, al largo, c'era una luna splendente che si specchiava sul mare e al suo
chiarore si riusciva a vedere fin dopo l'Exmoor, che si allungava a sud di dove
si trovavano.
Reg sospirò.
"Sì, può darsi," disse, "ma temo che lui abbia ragione, sai, bisogna farlo. Era l'un
ico modo sicuro. Una volta capito cosa si stava cercando, gli elementi erano tut
ti lì, chiarissimi. Bisogna sopprimerlo. Il fantasma sar... sempre qui in giro. An
zi, adesso sono in due. Cioè, ammesso che funzioni. Povero diavolo. Comunque, cred
o che se la sia voluta."
Richard strappò nervosamente qualche foglia d'erba e se le rigirò fra le dita.
Le alzò contro il chiarore lunare, le girò in diversi angoli e osservò i giochi che vi
produceva la luce.
"Che musica," disse. "Non sono religioso, ma se lo fossi direi che era come dare
un'occhiata nella mente di Dio. Forse è stato proprio così e dovrei essere religios
o. Devo ricordarmi continuamente che non hanno creato la musica, ma solo lo stru
mento in grado di leggere lo spartito. E lo spartito era la vita stessa. Ed è tutt
o lass-."
Guardò il cielo. Senza accorgersene, cominciò a recitare:
Se io potessi resuscitare in me
Quell'armonia e quel canto,
Una gioia tanto profonda mi vincerebbe,
Che con musica sonora e lunga.
Io nell'aria costruirei quella casa,
Quella casa piena di sole, quelle grotte di ghiaccio!
"Mmmm," disse Reg fra sé, "mi chiedo se sia arrivato in tempo."
"Cosa ha detto?"
"Oh, niente. Solo un pensiero."
"Buon Dio, può parlare, no?" esclamò Richard tutto a un tratto. "È l... dentro da pi-
di un'ora, ormai. Mi chiedo cosa stia succedendo."
Si alzò e guardò oltre la piccola fattoria di campagna alle loro spalle, immersa nel
chiaro di luna. Circa un'ora prima, Dirk aveva marciato spavaldo verso la porta
di ingresso e vi aveva bussato.
Quando la porta si era aperta, con una certa riluttanza, e una faccia leggerment
e intontita aveva guardato fuori, Dirk si era tolto il suo assurdo cappello e av
eva detto a voce alta: "Il signor Samuel Coleridge? Passavo di qua, andando a Po
rlock, capisce, e mi sono chiesto se potevo disturbarla per un'intervista. Si tr
atterebbe solo del piccolo bollettino parrocchiale che dirigo. Le prometto che n
on le ruberò troppo tempo, capisco che sar... impegnatissimo, un poeta famoso come
lei, ma io ammiro la sua opera e...
Il resto era andato perduto, perché a quel punto Dirk aveva effettuato la sua entr
ata e si era chiuso la porta alle spalle. "Vuoi scusarmi un attimo?" disse Reg.
"Come? Oh, certo," disse Richard, "pensavo giusto di andare a vedere cosa sta su
ccedendo."
Mentre Reg si appartava dietro un albero, Richard aprì il cancelletto e stava per
incamminarsi sul sentiero quando sentì il suono di voci che dall'interno si avvici
navano alla porta di ingresso.
Si ritirò di corsa, proprio mentre la porta cominciava ad aprirsi.
"Bene, la ringrazio davvero molto, signor Coleridge," disse Dirk mentre riemerge
va, giocherellando con il cappello e inchinandosi, "lei è stato pi- che disponibil
e e generoso con il suo tempo, e lo apprezzo molto, come, ne sono sicuro, farann
o i miei lettori. Sono certo che ne verr... fuori un articolo molto carino, di c
ui può star tranquillo che le manderò una copia, così che lei la possa esaminare con t
utto comodo. Accoglierò certamente con gioia qualsiasi suo eventuale commento, app
unto stilistico, capisce, suggerimenti, consigli e cose del genere. Bene, grazie
ancora, grazie mille, per il suo tempo, spero di non averla distolta da nulla d
i importante..."
La porta sbatté violentemente alle sue spalle.
Dirk si girò con l'ennesimo sorriso di trionfo di una lunga serie e si affrettò lung
o il sentiero verso Richard.
"Bene, questo chiude la faccenda," disse battendo le mani fra loro. "Credo che a
vesse iniziato a scriverla, ma non si ricorder... una sola parola, questo è sicuro
. Dov'è l'esimio professore? Ah, eccola qua. Santo cielo, non avevo idea di esserm
i trattenuto così a lungo. Un tipo affascinante e divertente, il nostro signor Col
eridge, o quanto meno sono sicuro che lo sarebbe stato se ne avesse avuto l'oppo
rtunit..., ma io per parte mia ero troppo impegnato a risultare affascinante.
Comunque, ho fatto quello che mi avevi chiesto, Richard, alla fine gli ho chiest
o dell'albatro e lui ha detto, che albatro? Io allora gli dico: oh, niente di im
portante, albatro non significa gran ché. Lui dice: quale albatro non significa gr
anché, e io, non si preoccupi dell'albatro, non importa, e lui dice, ma sì che impor
ta, uno gli piomba in casa nel cuore della notte a farneticare di albatri, a que
l punto vuole sapere perché. Io dico al diavolo gli albatri e lui dice che è bendisp
osto e forse questo gli da un'idea per una poesia su cui sta lavorando. Molto me
glio, dice, che essere colpiti da un asteroide, che a suo parere significava con
fidare un po' troppo nella credulit... altrui. Poi me ne sono venuto via.
Ora. Salvata l'intera stirpe umana dall'estinzione, potrei farmi una pizza. Che
ne direste della proposta?"
Richard si astenne dal fornire la propria opinione. Si limitò a fissare Reg con un
a certa curiosit....
"C'è qualcosa che ti preoccupa?" chiese Reg, colto alla sprovvista.
"Un bel giochino," disse Richard. "Potrei giurare che prima di andare dietro que
ll'albero lei non aveva la barba."
"Oh," Reg si passò le dita tra i folti peli lunghi qualche centimetro, "gi...," di
sse, "trascuratezza, soltanto trascuratezza."
"Che cosa ha combinato?"
"No, solo qualche aggiustamento. Un piccolo intervento chirurgico, capisci. Nien
te di particolare."
Qualche minuto dopo, mentre li faceva accomodare in una porta in pi- che una sta
lla vicina aveva misteriosamente acquistato, si voltò indietro a guardare il cielo
alle loro spalle, appena in tempo per vedere una lucina brillare e scomparire.
"Scusa, Richard," mormorò e li seguì all'interno.

Capitolo Trentasei...
"No, grazie," disse recisamente Richard, "per quanto apprezzerei l'opportunit...
di offrirti una pizza e di guardarti mentre la mangi, Dirk, voglio andare dritt
o a casa. Devo vedere Susan. È possibile, Reg? Dritto nel mio appartamento? Verrò a
Cambridge a prendere la macchina la settimana prossima."
"Siamo gi... lì," disse Reg, "basta fare un passo di l... della porta e sei a casa
, nel tuo appartamento. La serata di venerdì è appena cominciata e il weekend si ste
nde davanti a te."
"Grazie. Ehm senti, Dirk, ci vediamo, eh? Ti devo qualcosa? Non so."
Dirk accantonò la questione con un gesto disinvolto. "A suo tempo riceverai mie no
tizie dalla signorina Pearce," disse. "Perfetto, d'accordo, bene. Ci vediamo non
appena ho un attimo di pace. È stata, come dire, una sorpresa."
Andò verso la porta e l'aprì. Appena uscito, si ritrovò a met... della scala di casa,
sulla cui parete si era materializzata la porta. Stava per salire le scale quand
o tornò a voltarsi, colpito da un pensiero. Fece un passo indietro, chiudendosi la
porta alle spalle. "Reg, potremmo fare una piccola deviazione?" disse. "Credo c
he sarebbe una buona idea portare fuori a cena Susan stasera, soltanto che nel p
osto che ho in mente bisogna prenotare in anticipo. Potresti fare, diciamo, un t
re settimane?"
"Niente di pi- facile," disse Reg, introducendo un lieve aggiustamento nella dis
posizione delle palline dell'abaco. "Ecco," disse. "Siamo tornati indietro nel t
empo di tre settimane. Il telefono sai dov'è."
Richard corse su per la scala interna che portava alla camera da letto di Reg e
telefonò all'Esprit d'Escalier. Il maitre fu incantato e felicissimo di accogliere
la sua prenotazione e si disse impaziente di vederlo di lì a tre settimane. Richa
rd tornò dabbasso, scuotendo la testa per la meraviglia.
"Ho bisogno di un weekend di solida realt...," disse. "Che cos'era quella roba c
he è appena uscita dalla porta?"
"Quello," rispose Dirk, "era il divano che ti stavano consegnando. Il tizio ha c
hiesto se per favore gli aprivamo la porta in modo che potessero portarlo su e i
o gli ho detto che lo facevo volentieri."
Solo pochi minuti dopo, Richard si ritrovò a salire di corsa le scale dell'apparta
mento di Susan. Arrivato davanti alla porta, fu contento, come sempre, di sentir
e provenire debolmente dall'interno le note profonde del violoncello, Entrò senza
fare rumore poi, avvicinandosi alla porta della sala da musica, a un tratto impi
etrì sbalordito. Quello che stava suonando era un motivo che aveva gi... sentito.
Un motivetto dal ritmo sostenuto, che rallentò, poi danzò ancora ma con maggiore dif
ficolt......
La sua faccia mostrava un tale sbigottimento, che lei smise di suonare non appen
a lo vide.
"Cosa c'è?" chiese allarmata.
"Dove hai trovato quella musica?" disse Richard in un sussurro.
Lei si strinse nelle spalle. "Be', al negozio di musica," rispose perplessa. Non
stava facendo la spiritosa, semplicemente non capiva la domanda.
"Che cos'è?"
"È una cantata che devo suonare fra un paio di settimane," disse. "Bach, numero se
i."
"Chi l'ha scritta?"
"Be', direi Bach. E anche tu, se ci pensi." "Chi?"
"Guarda le mie labbra. Bach. B-A-C-H. Johann Sebastian. Ti ricordi? "
"No, mai sentito nominare. Chi è? Ha scritto qualcos'altro?"
Susan posò l'archetto, appoggiò il violoncello, si alzò in piedi e si avvicinò a lui.
"Stai bene?" gli domandò.
"Be', non è così facile. Che cos'è..."
Gli cadde l'occhio su una pila di spartiti in un angolo della stanza, con lo ste
sso nome su quello in cima. BACH. Si buttò sulla pila e cominciò a sfogliarlo. Un li
bro dopo l'altro: J S. BACH. Suites per violoncello. Concerti Brandeburghesi. Me
ssa in si minore. Alzò su di lei uno sguardo smarrito.
"Non ho mai visto niente di tutto ciò prima d'ora," disse.
"Richard, amore mio," fece lei, mettendogli una mano sulla guancia, "che diavolo
è questa storia? Sono soltanto spartiti di Bach."
"Ma non capisci?" disse lui, agitando una manciata di fogli. "Non ho mai visto,
mai, niente di tutto ciò prima d'ora!"
"Be'," replicò lei con comica seriet..., "forse se non passassi tutto il tuo tempo
a suonare musica con il computer..."
Lui la guardò sbigottito, poi lentamente si lasciò andare contro la parete e cominciò
a ridere istericamente.
Lunedì pomeriggio Richard telefonò a Reg.
"Reg!" disse. "Il suo telefono funziona. Congratulazioni."
"Eh gi..., mio caro amico," disse Reg, "che piacere sentirti. Gi.... Poco fa è arr
ivato un valente giovanotto e l'ha riparato. Credo che ora non si guaster... pi-
. Buona notizia, non trovi?"
"Ottima. Allora siete riusciti a tornare sani e salvi."
"Oh, sì, grazie. Sai, c'è stato un bel po' di trambusto quando siamo arrivati qui do
po averti lasciato. Ti ricordi il cavallo? Be', è spuntato fuori di nuovo insieme
al suo proprietario. Hanno avuto uno sfortunato incontro con la polizia e voleva
no essere portati a casa. Comunque. Un tipo di persona pericolosa da lasciare a
spasso, mi pare. Così. E tu, come stai?"
"Reg... La musica..."
"Ah, sì, pensavo che ti sarebbe piaciuta. C'è voluto un bel po' di lavoro. Ne ho sal
vato solo una parte piccola piccola, naturalmente, ma anche così ho barato. Era de
cisamente pi- di quanto un uomo potrebbe fare in una vita, ma immagino che nessu
no la prender... molto seriamente."
"Reg, non se ne potrebbe avere un altro po'?"
"Be', no. La nave è partita e poi..."
"Potremmo tornare indietro nel tempo..."
"No, be', te l'ho detto. Hanno aggiustato il telefono, che quindi non si romper.
.. pi-."
"Come?
"Insomma, la macchina del tempo ora non funziona pi-. Bruciata. Morta come un do
do. Temo proprio che sia così. Forse è meglio, però, non credi?"
Il lunedì, la signora Sauskind telefonò all'agenzia Investigativa Olistica Dirk Gent
ly per lamentarsi della parcella.
"Non capisco cosa c'entri tutto questo," disse, "è un'assurdit... totale. Che cosa
significa?"
"Mia cara signora Sauskind," rispose lui, "fatico a dirle con quanta impazienza
guardassi al momento in cui avrei avuto di nuovo con lei questa precisa conversa
zione. Da dove incominciamo, oggi? Quale particolare voce le piacerebbe discuter
e?"
"Nessuna, grazie tante, signor Gently. Non so chi lei sia né perché pensa che il mio
gatto sia scomparso. Il caro Roderick è spirato fra le mie braccia due anni fa e
non ho alcun desiderio di sostituirlo. "
"Ah, bene, signora Sauskind," disse Dirk. "Ciò che lei probabilmente non considera
è che questo è il risultato diretto dei miei sforzi che, se potessi parlarle dell'i
nterconnessione di tutte..." Si fermò. Era inutile. Lentamente, depose il ricevito
re sulla forcella.
"Signorina Pearce!" gridò. "Per cortesia, mandi una nuova parcella alla nostra car
a signora Sauskind. Sopra, ci scriva: 'Per: salvataggio della razza umana dalla
totale estinzione... nessun compenso".
Si mise il cappello e per quel giorno se ne andò.
NOTE:
(1) Cbe: Commander British Empire, onorificenza assegnata dalla Corona. [N.d.T]
(2) Boac: British Overseas Airways Corporation. (N.d T)