Illud in his rebus vereor, ne forte rearis impia te rationis inire elementa viamque indugredi
sceleris. Quod contra saepius illa religio peperit scelerosa atque impia facta.
Aulide quo pacto Triviai virginis aram
Iphianassai turparunt sanguine foede ductores Danaum delecti, prima virorum.
Cui simul infula virgineos circumdata comptus ex utraque pari malarum parte profusast, et
maestum simul ante aras adstare parentem sensit, et hunc propter ferrum celare ministros
aspectugue suo lacrimas effundere civis.
muta metu terram genibus summissa petebat.
Nec miserae prodesse in tali tempore quibat, quod patrio princeps donarat nomine regem.
Nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras deductast, non ut sollemni more
sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed, casta inceste nubendi tempore in ipso, hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.
Tantum religio potuit suadere malorum.
Traduzione
In queste cose temo ciò, che tu per caso creda intraprendere gli empi principi di una dottrina
e di entrare in una via scellerata.
Poiché invece, fu proprio la religione a produrre scellerati delitti.
Per questo motivo in Aulide l'altare della vergine Trivia turpemente macchiarono col sangue
d'Ifianassa gli scelti duci dei Greci, il fiore di tutti gli uomini.
Non appena la benda ravvolta alle chiome virginee le ricadde da entrambe le guance in
eguale modo, ed ella senti il padre dolente stare in piedi davanti all'altare, e che vicino a lui
sacerdoti celavano il pugnale, e alla sua vista i cittadini non potevano trattenere le lagrime,
muta per il terrore piegata sulle ginocchio cadeva in terra.
Né in quel momento poteva giovare alla sventurata l'avere chiamato il re con il nome di
padre.
Infatti, sorretta dalle mani degli uomini, fu condotta tremante all'altare, non affinché compiuto
il rito solenne delle nozze potesse essere accompagnata dal famoso Imeneo, ma
empiamente casta, cadde infelice per la mattanza del padre, affinché un fausto e felice esito
fosse dato alla flotta.
Tanto male poté indurre la religione.
Quae quoniam rerum naturam sola gubernas nec sine te quicquam dias in luminis oras
exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam, te sociam studeo scribendis versibus
esse, quos ego de rerum natura pangere conor
Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni omnibus ornatum voluisti excellere
rèbus.
Quo magis aeternum da dictis, diva, leporem;
effice ut inter fera moenera militiai pèr maria c terràs omnis sopita quièscant.
Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se reiicit aeterno devictus vulnere amoris,
atque ita suspiciens tereti cervice reposta pascit amore avidos inhians in te, dea, visus,
eque tuo pendet resupini spiritus ore.
Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto circumfusa super, suavis ex ore loquelas
unde petens placidam Romanis, incluta, pacem.
Nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo possumus aequo animo nec Memmi clara
propago talibus in rebus communi desse saluti.
Poiché tu sola governi la natura delle cose, e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni
della luce,
nulla avvien di lieto e di amabile,
desidero di averti compagna nello scrivere i versi che intendo comporre sulla natura di tutte
le cose, per la prole di Memmio, che tu, o dea,
volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.
Affinché tu concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti.
E fa' che intanto le feroci opere della guerra per tutti i mari e le terre riposino sopite.
Infatti tu sola puoi aiutare i mortali con una tranquilla pace, poiché le crudeli azioni
guerresche governa Marte possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,
vinto dall'eterna ferita dell'amore, e cosi mirandoti con il tornito collo reclino, in te, o dea,
sazia anelante con amore gli avidi occhi, e la tua bocca pende il respiro del Dio supino.
Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo, riversandoti su di lui effondi dalle labbra
soavi parole, e chiedi, gloriosa, una placida pace per i romani.
Poiché io non posso compiere la mia opera in un'epoca avversa alla patria, né l'illustre stirpe
di Memmio può mancare in tale discrimina alla salvezza comune.
Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas,
alma Venus, caeli subter labentia signa
quae mare navigerum, quae terras frugiferentis concelebras, per te quoniam genus omne
animantum
concipitur visitque exortum lumina solis, te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli adventumque
tuum, tibi suavis daedala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti placatumque nitet diffuso lumine caelum.
Nam simul ac species patefactast verna diei et reserata viget genitabilis aura Favoni, aeriae
primum volucres te, diva, tuumque significant initum perculsae corda tua vi.
Inde ferae pecudes persultant pabula laeta et rapidos tranant amnis: ita capta lepore
te sequitur cupide quo quamque inducere pergis.
Denique per maria ac montis fluviosque rapacis frondiferasque domos avium camposque
virentis omnibus incutiens blandum per pectora amorem efficis ut cupide generatim saecla
propagent.
Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dei, sacra Venere, che sotto gli astri vaganti
del cielo il mare portatore di navi che popoli le terre portatrice di frutti, poiché per tuo mezzo
ogni specie di esseri viventi viene concepita
E una volta nata può vedere la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo
apparire le nubi del cielo, per te la terra industriosa fa sbocciare i fiori soavi per te ridono le
distese del mare, e il cielo placato risplende di luce diffusa.
Non appena è manifestato l'aspetto del giorno primaverile e liberato prende vigore il soffio
del fecondo Zeffiro, in primo luogo gli uccelli dell'aria annunziano te, nostra dea, e il tuo
arrivo, colpiti i cuori della tua forza vitale.
Poi anche le fiere e gli armenti continuano a saltare per i prati in rigoglio, e guadano i rapidi
fiumi: così, catturato dalla tua grazia chiunque ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo
E infine pei mari e sui monti e nei corsi impetuosi dei fiumi, nelle frondose dimore degli
uccelli, nelle verdi pianure, a tutti infondendo in petto la dolcezza dell'amore, fai si che nel
desiderio propaghino le generazioni secondo le stirpi.
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Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dei, sacra Venere, che sotto gli astri vaganti
del cielo il mare portatore di navi che popoli le terre portatrice di frutti, poiché per tuo mezzo
ogni specie di esseri viventi viene concepita
E una volta nata può vedere la luce del sole: te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo
apparire le nubi del cielo, per te la terra industriosa fa sbocciare i fiori soavi per te ridono le
distese del mare, e il cielo placato risplende di luce diffusa.
Non appena è manifestato l'aspetto del giorno primaverile e liberato prende vigore il soffio
del fecondo Zeffiro, in primo luogo gli uccelli dell'aria annunziano te, nostra dea, e il tuo
arrivo, colpiti i cuori della tua forza vitale.
Poi anche le fiere e gli armenti continuano a saltare per i prati in rigoglio, e guadano i rapidi
fiumi: così, catturato dalla tua grazia chiunque ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo
E infine pei mari e sui monti e nei corsi impetuosi dei fiumi, nelle frondose dimore degli
uccelli, nelle verdi pianure, a tutti infondendo in petto la dolcezza dell'amore, fai si che nel
desiderio propaghino le generazioni secondo le stirpi.
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