Alessandro Zabini
Le pagode misteriose: immagini ricorrenti nella narrativa avventurosa di derivazione
salgariana
Difficilmente si potrebbe negare che Emilio Salgari abbia foggiato
l’immaginario avventuroso italiano della fine dell’Ottocento e della prima
metà del secolo scorso. «Accettata la premessa, per altro difficile da confutare,
che alla base di ogni romanzo, ma soprattutto del romanzo popolare e
d’avventura, sta un insieme di motivi, di miti archetipi (magari agganciate in
coppie oppositive, come l’altrove esotico e il mito del chiuso, nave, casa, isola
ecc.), di situazioni chiave (l’agnizione), oppure la femmina angelo-demone,
l’oggetto talismano, l’attività dello scrittore è una sorta di operazione di
sintassi o a-sintassi, in cui ogni motivo vale in quanto valgono le possibilità
combinatorie […] lo scrittore d’avventura è in primo luogo imitatore di se
stesso e le fasi dell’operazione […] sarebbero reperibili anche all’interno del
solo macrotesto mottiano o salgariano. La vera avventura impossibile sarebbe
cercare l’autenticità in un universo per sua natura mimetico, ripetitivo, come
cercare l’immagine vera nel castello degli specchi» (*) . Applicando questo
procedimento, imitando lo stile di Salgari e attingendo all’immenso repertorio
d’immagini e di figure avventurose offerto dalle sue opere, i suoi numerosi
epigoni hanno costruito un’estensione del suo mondo narrativo che ad esse
rimanda costantemente e che senza di esse sarebbe inconcepibile.
In una delle sue opere più affascinanti, I misteri della Jungla Nera, Salgari
narra dei Thugs, i famigerati strangolatori, i quali, nella loro pagoda
sotterranea, tentano di sacrificare una vergine a Kalì. La costellazione di
immagini che compone il nucleo del romanzo — setta segreta, pagoda
misteriosa, sinistra divinità, vittima sacrificale — è stata poi ripetutamente
ripresa dai suoi epigoni, che pur nel rielaborarla l’hanno mantenuta
riconoscibile.
Come si è accennato in Rama Sahib, la Tigre della Jungla Nera, se si
accostano e si confrontano la creazione e la rielaborazione di alcune immagini
di questa costellazione è possibile osservare in qual modo, cioè stilisticamente,
le opere di Salgari sono state rimaneggiate dagli epigoni.
Emilio Salgari, I Misteri della Jungla Nera, in Edizione annotata: Il primo ciclo
della jungla, a cura di Mario Spagnol, prefazione di Pietro Citati, Milano,
Mondadori, 1969. (Prima edizione in volume, Genova, Donath, 1895.)
V. La vergine della pagoda, I, pp. 238-239, 245.
Quella pagoda, del più puro stile indiano, era la più bella che Tremal-Naik
avesse veduto nelle Sunderbunds. Costruita tutta in granito bigio era alta più
che sessanta piedi, con una base larga quanto due terzi dell’altezza,
contornata da stupendi colonnati, scolpiti con quella valentìa che distingue la
razza indiana.
Man mano che la pagoda saliva, andava a poco a poco restringendosi sino a
terminare in una specie di cupola sormontata da una gigantesca palla di
metallo, con una punta assai aguzza sostenente il misterioso serpente colla
testa di donna.
Agli angoli della pagoda scorgevansi il Trimurti indiano, figurato da tre teste
sopra un solo corpo sostenuto da tre gambe e, qua e colà, una moltitudine di
sculture strane, curiose, rappresentanti molte figure della storia sacra
degl’indiani, Brahma, Siva, Visnù, Parvadi, la sinistra dea della morte seduta
sopra un leone, Darma-Ragia, il Plutone degl’indiani e molte altre divinità,
nonché un gran numero di mostri spaventevoli e di teste d’elefanti colle
proboscidi tese.
[…]
Egli si trovava in una specie di immensa cupola, le cui pareti erano
bizzarramente dipinte. Le prime dieci incarnazioni di Visnù, il dio
conservativo degli indiani che ha la sua residenza nel Vaicondu o mare di latte
del serpente Adissescien, erano dipinte all’ingiro, circondate dai principali
deverkeli o semi-dei venerati dagl’indiani, protettori degli otto angoli del
mondo, abitatori del sorgon, cioè paradiso di quelli che non hanno tanti meriti
per andare nel cailasson o paradiso di Siva. A metà della cupola v’erano
scolpiti i cateri, giganteschi geni malvagi, che divisi in cinque tribù vanno
errando pel mondo dal quale non possono uscire, né meritare la beatitudine
promessa agli uomini, se non dopo d’aver raccolto gran numero di preghiere.
Nel mezzo della pagoda si elevava una grande statua di bronzo,
rappresentante una donna con quattro braccia, di cui una brandiva una lunga
daga e un’altra una testa.
Una grande collana di teschi le scendeva fino al collo dei piedi ed una cintura
di mani e di braccia mozzate le stringeva i fianchi.
La faccia di quell’orribile donna era tatuata, le sue orecchie erano adorne di
anelli; la lingua dipinta di rosso cupo, del color del sangue, le usciva d’un
buon palmo dalle labbra atteggiate ad un feroce sorriso; i polsi erano stretti da
larghi braccialetti ed i piedi posavano su di un gigante coperto di ferite.
Quella divinità, lo si capiva a prima vista, trasportata dalla ebbrezza del
sangue, danzava sul corpo della vittima.
Un altro oggetto strano, era una vaschetta di marmo bianco, incastonata nelle
lucenti pietre del pavimento. Era colma di limpidissima acqua e dentro
vedevasi nuotare un pesce di un bel giallo d’oro, piccolo e che somigliava assai
ad un mango del Gange.
Antonio Garibaldo Quattrini, I misteri del Gange, Sancasciano Val di Pesa
(Firenze), Società Editrice Toscana, 1930. (Prima edizione: Milano, G.
Gussoni, 1905.)
Capitolo Ottavo. Il ratto del bambino, pp. 89, 90.
Hebe preceduta dalle bajadere, fece il suo ingresso nel gran Lingam ove Kaly
sul piedestallo d’alabastro, grottesca e deforme le fece provare un primo
brivido.
Il gran sacerdote, vestito degli abiti da parata, circondato dai dodici fakiri, la
ricevette con un sorriso a cui Hebe rispose con un ghigno.
Giunta innanzi al Lingam, un gesto imperioso di Balamana la trattenne.
— Donna! — Incominciò il Sanyassys — sei pronta a ricevere il solenne
mandato che ti si sta per conferire? …
Hebe lottò un istante contro l’alternativa, quindi rispose debolmente: — Sì.
— Sei disposta a pronunciare il giuramento?
Nuovo silenzio.
Balamana ripeté la domanda, mentre tutti gli sguardi convergevano sulla
Devadasi imbarazzata.
— Sì — confermò finalmente Hebe, a cui il biglietto di Kammimugar dava
ancora una volta la forza di vincere la sua riluttanza.
A tale risposta il gran sacerdote s’avanzò maestosamente, s’impadronì
dolcemente di un braccio nudo di Hebe e recinse l’omero di un amuleto di
cuoio. Quindi ordinò ad un fakiro, che aveva tra le mani una piccola coppa
d’oro, di appressarsi.
— Giura dunque, prediletta figlia di Kaly, ripeti con me il giuramento — e
nella lingua jeratica indiana pronunciò parola per parola il terribile
giuramento di dedizione assoluta al mostro, ripetuto con uno sforzo evidente e
stentatamente da Hebe.
Appena terminata la formula, Balamana immerse una specie d’aspersorio
nella coppa che il fakiro gli porgeva e con esso bagnò la fronte di Hebe […].
Il sacerdote alfine la lasciò e tolta di mano la coppa al fakiro la depose sul
Lingam, ai piedi di Kaly.
Il sacrificio era compiuto.
Capitolo Nono. Il cobra, pp. 100-101.
Hebe entrò nel tempio tristemente illuminato, come un nero fantasma, e un
brivido la percorse dal capo alle piante.
La fioca luce, lungo le ampie navate, creava ombre paurose di mostri
semoventi nelle lievi ondulazioni delle lampade. Il silenzio triste dell’ora
infondeva nell’animo un senso di sgomento indicibile, che convertiva in
terrore la presenza dei teschi e dei resti umani di cui era ornata la Dea.
Kammimugar […] attese perciò che Hebe facesse le sue genuflessioni, ma la
poveretta, quasi trascinandosi a stento, aveva appena raggiunto il primo
gradino del Lingam, allorché il silenzio fu rotto da un sibilo sottilissimo, simile
in tutto ad una lieve fuga di vapore.
Hebe s’arrestò perplessa, guardandosi attorno.
[…]
In quell’istante stesso, l’occhio destro della Dea si animava, assumeva una
forma aguzza dondolante, punteggiata di due luci metalliche dal riflesso
sanguigno.
[…]
Senza por tempo in mezzo [Kammimugar] afferrò uno dei drappi che
ornavano il Lingam, lo stracciò e con esso si gettò frettolosamente sul cobra
che in quella, uscendo dall’occhio di Kaly eccitato chissà da quali arti
infernali, cadendo ai piedi della statua, stava per avventarsi contro Hebe.
Mario Contarini, La tigre del Ju-Nan, Como, Casa Editrice “Roma”, 1906.
Capitolo IV. I misteri del Loto Nero, p. 58.
Erano sboccati proprio dietro all’altare: la lampada che vi ardeva
perpetuamente sul davanti, mandava un debole riflesso rossastro che sfuggiva
dai lati, interrotto dall’ombra immane di Buddah. — Sfinge muta di sasso,
accoccolata stranamente nell’ombra livida che dilagava all’intorno.
Rinaldo spinse curiosamente lo sguardo fra le gambe del dio, poi girò intorno
al simulacro e precedendo i suoi compagni, si avanzò audacemente nel
tempio.
Il luogo appariva deserto: una luce vaga circonfondeva l’altare, investendo di
un riflesso truce la statua mostruosa, che risaltava così nel suo ghigno
deforme come una visione paurosa, e si andava perdendo con un lividore
strano fra l’intercolonnio: tutto il resto era avvolto nelle tenebre, e gli alti
pilastri scomparivano su, nel buio della volta senza fine, con un effetto
singolare di colonne spezzate.
Un silenzio maestoso incombeva nel tempio: pareva che le pareti immani di
quell’immensa cripta oscura non avessero sonorità sotterranee, e il rumore dei
passi dei due italiani non risvegliava un’eco, quasi assorbito da quelle sorde
muraglie di granito,
Capitolo V. Nei sotterranei della pagoda, pp. 64-67.
Scivolò come un fantasma di colonna in colonna, verso l’altare, e i due italiani
si affilarono silenziosamente dietro di lei.
In pochi istanti raggiunsero il simulacro del dio, che continuava ghignare nel
riflesso rossastro della lampada profumata e si arrestarono dietro l’altare, ai
piedi dell’immane scultura di sasso.
Giglio d’oro ascoltò un istante attentamente, poi cominciò a inerpicarsi su per
certe scabrosità di quel corpo mostruoso, che facevano l’ufficio di gradini, fino
su la sommità del simulacro, vale a dire su la testa enorme del grande
Gautama, che offriva come una piattaforma.
Un debole riflesso rossastro arrivava fin lassù, accendendo un misterioso
agitarsi di larve nelle tenebre fonde: su in alto era tutta un’oscura caligine che
si andava addensando al largo della volta senza fine.
Mario Contarini, Il dente di Budda: Avventure, Bovisio (Milano), Società Editrice
Roma, s.d. [1908].
Capitolo II. La pagoda di Durga, pp. 14, 15.
Allora i ruderi si profilarono nettamente nel chiarore blando dell’aria: gli
avanzi di una pagoda innalzata a Durga — una delle sette incarnazioni di Kali
— sorgevano da un viluppo inestricabile di vegetazione, tutti rivestiti di liane
rampicanti che finivano di disgregare quelle muraglie vetuste, a cui il tempo
aveva dato quella tinta indefinibile di grandiosità e di tristezza.
Le cupole maestose erano ancora in buono stato, ma i «pandavoms» erano
rovinati, eccetto uno che slanciava il suo profilo sottile nell’aria opalina: tutto
il resto scompariva sotto la vegetazione parassita, che allacciava, i ruderi di
colonne, e le teste di elefante della dea Pulear scolpite nel sasso e le statue
infrante di Parvati, la dea della morte.
Tutto intorno spaziavano le solitudini del Maissur e biancheggiavano le
jungle e gli acquitrini nella luce fredda della luna, che navigava placidamente
nei cieli. Presso alla pagoda fitti boschi di mangifere, allacciate di liane,
macchioni di lauri e di palmizi nani e cespugli di bambù, gettavano la loro
ombra fosca, e un piccolo stagno baluginava con balenamenti d’acciaio,
bagnando le muraglie grigie del tempio, da quella parte rivestite di mindi.
I due uomini s’internarono silenziosamente fra le rovine, fino a raggiungere
l’entrata della pagoda, a cui si accedeva per alcuni gradini di sasso.
[…] Attraversati alcuni corridoi bui, pieni di rottami e di sculture, […]
giunsero ad una soglia inquadrata fra due colonne, nel sasso, e chiusa da
panneggiamenti di marrocchino.
[…]
Ricche lampade di rame cesellato ardevano nell’interno, spandendo un
chiarore abbastanza vivo che si rifrangeva su le pareti: era una sala piuttosto
grande, dal soffitto arcuato e dai muri scavati da nicchie e abbelliti di sculture
e di colonne. Il pavimento scompariva sotto folti tappeti del Nepal: arazzi
bellissimi e drappeggiamenti di marocchino nascondevano la nudità del sasso,
armonizzando coi bassi divani ricoperti di ricche stoffe del Bengala, coi
morbidi cuscini di raso, coi drappi preziosi del Cachemir, coi trofei strani di
armi orientali che abbellivano le pareti.
Luigi Motta, La Pagoda nera, Milano, S.A.D.E.L., 1936. (Ristampa della
prima parte de Il dominatore della Malesia, Milano, Treves, 1909. Ristampa
della seconda parte: Il dominatore della Malesia, Milano, S.A.D.E.L., 1946.)
Capitolo V. La città sommersa, p. 81.
Man mano che gli occhi degli esploratori s’abituavano alla penombra,
distinsero una folla d’indiani nudi, accalcantisi nell’interno della pagoda,
intorno a tre piedestalli sorreggenti tre statue grandissime, che
rappresentavano la Dea Kalì, fiancheggiata dai suoi due fratelli Djaggernat e
Balarama.
Vedute da lassù, nella fosca luce proiettata dalle faci, quelle statue avevano un
aspetto orribile.
Le loro facce mostruose erano forate da tre buchi: due cerchiati di bianco,
dovevano rappresentare gli occhi; il terzo, dipinto di rosso ardente, la bocca
non mai sazia di sangue umano. Quelle sinistre immagini della religione
indiana, campeggiavano sullo sfondo cupo del tempio, macabramente adorne
di teschi che scendevano in collana fino sul loro petto.
Dall’alto della cupola D’Arris e il compagno potevano udire e vedere
perfettamente ogni minima cosa.
Adesso la pagoda si offriva ad entrambi nel suo intero aspetto. L’ala era larga,
divisa in tre navate, sorretta da enormi pilastri decorati da immagini
raccapriccianti del Nirvana indiano. Ai bracciali delle colonne stavano infitte
le torce e le velacus piene d’olio di cocco e di palma, sorrette da catene dorate,
che oscillavano mollemente.
Le pareti erano esse pure scolpite, e riproducevano scene della mitologia
indiana.
Ma tutti quegli altorilievi scomparivano nella penombra, e la loro tinta oscura
rendeva più cupo l’interno della pagoda.
— Questo tempio mi sembra più grandioso di quelli di Madura. di Ellora, e
persino di Benares — disse l’Inglese.
— E’ vero.
— E quegli Dei hanno uno sguardo terribile.
— E’ l’occhio del kayal, lo squalo che atterrisce i pescatori indiani!
Cap. Ph. Escurial [Attilio Frescura], L’occhio di Visnù: Romanzo di avventure indo-
russe, Bologna, Licinio Cappelli, 1922.
Capitolo XV. La lotta nella città sacra, pp. 156-157.
Il grande tempio, senza finestre, munito di una sola grande porta di bronzo e
di una uscita segreta, nota solamente ai sette Saggi e al sacerdole [sic] anziano
era appena illuminato da una lampada d’argento cesellato; solo quando Visnù
avesse avuto il suo occhio, tutte le lampade avrebbero bruciato l’olio
profumato dei sacrifici e i curvi corni d’argento delle guardie avrebbero
annunciato la grande novella.
Dalle pareti segnate di grafiti in oro purissimo, pendevano le armi delle
vittorie, rabescate scintillanti di gemme, e le alte volte mandavano lo scintillio
dei mosaici variopinti, con disegni di Maghi, di serpi e di singolari iscrizioni, i
cui caratteri ben pochi saggi indiani sapevano decifrare.
E. Emilio Fancelli, Il figlio di Yanez: Grande romanzo d’avventure, Firenze, Casa
Editrice G. Nerbini, 1928.
Parte seconda, Il capo dei “Thugs”. Episodio primo, La pagoda misteriosa
della città morta di Bedjapour. I. La consacrazione, pp. 99.
Sulla sua collinetta isolata la pagoda misteriosa detta dalla voce popolare
«Covo degli assassini» resisteva impassibile a quel cataclisma, in mezzo alla
foresta che si curvava sotto l’azione del vento.
Non vi era un’anima viva al suo esterno e neppure in quella parte
semidiroccata dove infuriava la tempesta.
Ma nei sotterranei suoi misteriosi, ne’ quali la voce degli elementi scatenati
giungeva a mala pena, una vita intensa regnava.
Era nella gran sala nascosta dalla parete nuda nella quale si apriva la porta
ovoidale.
Un centinaio di uomini seminudi, unti di olio di cocco, si trovavano colà
riuniti, accoccolati al suolo, dinanzi ad una statua orrida che vi era stata da
poco trasportata a braccia, al posto dei sette seggi che servivano ai Sette capi
della Società degli Spiriti delle Acque.
Raffigurava la dea Kalì, la dea della distruzione e della morte.
Gli uomini vestivano tutti sommariamente un corto «languti» e portavano alla
cintura «tarwars» leggeri e «roomal», i neri fazzoletti degli strangolatori.
Davanti alla statua un tripode d’oro faceva innalzare al cielo un fumo
profumato.
Torcie [sic] in buon numero illuminavano la scena che aveva qualcosa di
magnifico e di truce.
Guglielmo Stocco, Lo strangolatore bianco: romanzo d’avventure indiane, Il romanzo
d’avventure, n. 39, anno IV, Milano, Sonzogno, Agosto 1927.
Capitolo II. Nei sotterranei di Dakka, pp. 10-11.
L’interno della torre era abitato, ma non un lume rischiarava in quel punto le
dense tenebre. Da ogni parte s’intendeva però salire un brusio caratteristico,
il rumore sordo di una folla silenziosa, che sta in attesa.
— Fratelli del Loto, sono qui! — esclamò Kanyama con voce robusta,
rivolgendo la parola d’ordine al buio che lo circondava.
Si sentì un lieve scalpiccio di piedi, poi, l’una dopo l’altra, una diecina di torce
si accesero nel fondo.
Le luce [sic] tremolanti e fumose gettavano dei vaghi e indecisi riflessi sopra
una accolta di gente ondeggiante, muta, che seguiva con gli occhi i movimenti
di Kanyama. I barbagli rossi cadevano come lingue di fuoco sopra gli adunati,
segnandoli di grandi strisce mobili che davano loro degli strani e fantastici
atteggiamenti.
[…]
Dove un maggior numero di torce risplendeva […] la luce illuminava le pareti
prossime, ma non arrivava a fugare le tenebre che si addensavano in alto:
l’interno di quella torre sembrava un pozzo mostruoso, senza sbocco, in cui
forse era stata gettata tutta quella gente silenziosa per espiazione d’una colpa
orrenda. D’intorno si levavano delle strane figure marmoree, colossali, che i
giuochi capricciosi della luce rendevano indistinte e cangianti d’espressione e
di significato ad ogni istante, e, ai piedi di queste, brulicava la folla degli
adunati.
Kanyama conosceva tanto bene quel posto che non trovava neppur necessario
guardarsi intorno ad osservare quelle statue di animali e di divinità; ormai
aveva imparato a distinguerle l’una dall’altra tanto bene, che si sarebbe
accorto se al collo od alle braccia di qualcuna fosse stato tolto un amuleto od
un ornamento.
Italo Vitaliano, La vendetta di Krishna: romanzo d’avventure, Il romanzo d’avventure,
n. 55, anno V, Milano, Sonzogno, Dicembre 1928.
II. L’evasione, pp. 38-39.
Un’ultima voltata brusca della scaletta. E io mi trovai dinanzi a una stuoia
variopinta che chiudeva quasi ermeticamente il cunicolo sotterraneo, e dalla
quale filtravano l’aria e la luce. Dov’ero? Dunque non ancora all’aperto? E
chi mai poteva nascondersi dietro la stuoia? Mi fermai un momento, rimasi in
ascolto. Nulla. Allora mi avvicinai cautamente, salii gli ultimi gradini; e, con
infinite precauzioni, sollevai un lembo della stuoia, guardai.
L’interno della pagoda, certo della pagoda di Umaru, mi apparve alla vista.
La porta grande del fondo, aperta e numerose finestre, spalancate, lasciavano
entrare gli effluvi della notte stellata. Dinanzi a me, in mezzo allo spazio
libero da colonne e da ornamenti di qualsiasi genere, una grande statua
metallica di Krishna, orribile, sfavillava alla luce rossiccia delle molte fiaccole
infisse al suolo; e, ai piedi della statua, un uomo prostrato, forse in
adorazione… Lui! Bhaironath Baba!
Fernando Bellini, Rama Sahib, La Tigre della Jungla Nera, Roma, edizioni
Illustrate Americane, 1931.
Fascicolo 3. Di fronte al capestro.
Capitolo Primo. Nella pagoda misteriosa, pp. 1, 2.
La pagoda di Palaputla era tutta illuminata dal sole che brillava nel cielo
limpido ed il bianco granito della grandiosa costruzione assumeva un aspetto
fantastico, irreale, con le sue luci accecanti e le ombre misteriose. Essa è
indubbiamente una delle più belle che gli indiani abbiano costruito nelle
Sunderbands: così si chiamano le terre che si trovano tra il delta del sacro
Gange, l’Hugli, e gli innumerevoli corsi d’acqua che si versano nel golfo di
Bengala.
Alta una ventina di metri, su una base assai larga, la pagoda è contornata da
stupendi colonnati scolpiti ed è sormontata da una specie di cupola terminata
da una grandissima sfera di metallo dorato su cui è posta una lunga lancia
sostenuta da un grosso serpente tutto contorto e che ha la testa di una donna:
emblema della strana e terribile divinità cui è dedicato il grandioso tempio.
[…]
Agli angoli della pagoda egli scorse piccole torri non molto sporgenti,
rotonde, cariche di fregi e di sculture, che recavano una infinità di statue
strane e curiose raffiguranti le diverse divinità indiane: Brama, Sivah, Visnù,
Parvadi (la dea della morte), il Trimurti figurato da un corpo con tre teste e
tre gambe, e poi ancora un gran numero di mostri e di strani animali.
Le torri parevano tutte perfettamente uguali, ed in esse non si vedeva traccia
alcuna di portale né di entrata.
Capitolo Secondo. La dea degli strangolatori, p. 9.
Nel mezzo della grande pagoda, in una immensa sala dalle pareti altissime e
stranamente istoriate di divinità e di animali ibridi, si elevava una grande
statua di bronzo dorato rappresentante una donna con quattro braccia; una
lunga collana di teschi le girava attorno al collo e le scendeva sino ai piedi;
aveva il viso tatuato e dalla bocca le usciva una lingua rosso sangue lunga un
buon palmo. Presso la statua, ai suoi piedi, era una piccola vaschetta d’acqua,
in cui nuotava un pesciolino color oro.
Era quella, dunque, la terribile dea in nome della quale i thugs strangolano gli
uomini che incontrano, servendosi di un lungo e sottile nastro ad un capo del
quale è legata una palla di piombo? Sì, era la dea Kalì.
Fascicolo 8. I seguaci di Kalì.
Capitolo Quinto. Amore che salva!, p. 21.
La dea Kalì era formata da una statua di bronzo dorato, seduta a gambe
incrociate alla moda turca, completamente nuda. Le sue quattro braccia — a
due per lato — davano subito l’impressione della ferocia di questa dea. In una
mano reggeva per i capelli una testa umana strappata di netto dal tronco; in
un’altra un pugnale serpeggiante; nella terza un altro pugnale rabescato; e
nella quarta una collana di denti legati in corona. Al collo recava una lunga
collana di teschi umani.
(*) Paola Azzolini, «La Grande Tormenta: del discepolo Motta», in
Omaggio a Salgari: “Io sono la tigre”, Atti del convegno nazionale di Verona, 26
gennaio 1991, nell’ottantesimo anniversario della morte del romanziere, a
cura di Silvino Gonzato, Verona, novembre 1991, pp. 107-108.
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