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Ieri abbiamo parlato degli anni ‘90 e dei primi anni 2000 e in particolare del conflitto israelo-
palestinese, degli Accordi di Oslo e il loro fallimento, e siamo arrivati a parlare di cosa succede
quando nel 2000 a Camp David 2 i negoziati falliscono a causa della continuazione e
l'intensificazione della colonizzazione, da parte di Israele della Cisgiordania e di Gerusalemme est.
Abbiamo visto anche come, dopo Camp David nel 2000, scoppia la Seconda Intifada nei territori
occupati. Il governo israeliano, sotto la guida di Ariel Sharon, inizia una politica di disimpegno
unilaterale dai territori, cioè di chiusura a qualsiasi ripresa dei negoziati con l’OLP e, al contempo,
di razionalizzazione della potenza israeliana nei territori occupati, ossia tramite l’intensificazione
della costruzione di insediamenti in alcune zone strategiche, ma, allo stesso tempo, lo
smantellamento di quegli insediamenti che erano difficilmente sostenibili, come per esempio nel
2005 lo smantellamento degli insediamenti nella Striscia di Gaza. E quindi Arial Sharon nel 2005
sposta gli 8000 presenti nella striscia di Gaza e aumenta di altrettante unità gli insediamenti nella
zona della grande Gerusalemme
Mappa piano di disimpegno di Sharon
Ieri vi ho fatto vedere questa mappa. Di fatto, vaste zone della Cisgiordania vengono annesse al
territorio vero e proprio di Israele, soprattutto qui nella zona della grande Gerusalemme, ma anche a
sud intorno alla città di Hebron e qui più a nord. Allo stesso tempo, c’è un ridispiegamento militare
da parte dell’esercito israeliano nei territori occupati anche nelle famose zone A, che erano state
lasciate all'amministrazione della Autorità palestinese. E quindi la situazione negli anni 2000
degenera. Vi ho spiegato come anche la Seconda Intifada, come la Prima Intifada della fine degli
anni ’80, è una rivolta sempre dal basso, spontanea, della popolazione nei territori, però questa
volta, a differenza della Prima, è anche violenta: sono entrate le armi nei territori col processo di
Oslo, ci sono diverse milizie, sia quelle ufficiali dell’Autorità palestinese, di fatto sotto il controllo
di Fatah, ma sia anche altri attori armati, come il braccio armato di Hamas, ovvero le Brigate
Ezzedin al-Qassam, il cui nome deriva da uno dei leader popolari della rivolta del 1936/39 nei
territori occupati.
Che cosa succede al Movimento nazionale palestinese, in tutte le sue diverse componenti? Come
sapete, l’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, è l’organizzazione che poi
diventa ufficialmente rappresentante del popolo palestinese, riconosciuta dalla Lega araba nel 1974
come legittima rappresentante del popolo palestinese, e poi subito dopo dalle stesse Nazioni Unite
nello stesso anno. È un’organizzazione ombrello, all'interno della quale ci sono diverse componenti:
tra queste, vi è soprattutto la sfera politica palestinese appartenente grossomodo alla cosiddetta
“sinistra araba”, cioè la componente maggioritaria all'interno dell’OLP, e poi sono rappresentate
diverse organizzazioni minori, soprattutto appartenenti alla tradizione della sinistra araba, quindi
movimenti panarabisti di sinistra, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Fronte
Democratico per la Liberazione della Palestina, etc. Essendo Fatah l’organizzazione maggioritaria
all’interno dell’OLP (con un suo consiglio consultivo, come se fosse una sorta di Parlamento, e poi
un esecutivo con un Segretario generale), il Segretario generale di Fatah, Yasser Arafat, è anche il
Segretario generale dell’OLP. Altri attori però sono tutti emersi con la Prima Intifada alla fine degli
anni ’80, tra cui Hamas, che abbiamo visto essere un’organizzazione creata dai Fratelli musulmani
come braccio politico per partecipare al movimento contro l’occupazione israeliana di liberazione
nazionale. Hamas non entra mai nell’OLP, rimane fuori, e quindi, quando con Oslo l’OLP viene
anche riconosciuto da Israele come legittimo rappresentante del popolo palestinese, chi non è
nell’OLP di fatto non è rappresentato dagli accordi. Vi ho anche detto ieri che Hamas si oppone
esplicitamente e ufficialmente al processo di Oslo, sebbene inizialmente non lo sabota, cioè dichiara
la sua opposizione però senza prendere alcuna azione diretta per sabotare i negoziati in corso. Dopo
Oslo, 1993/1994, i leader dell’OLP sono autorizzati a rientrare nei territori occupati e nel 1996 si
svolgono le prime elezioni per l’Autorità nazionale palestinese, che a sua volta ha un consiglio
legislativo (quindi una sorta di Parlamento) e un governo con i diversi Ministeri e un Presidente.
Sono i leader dell’OLP, in particolare Yasser Arafat e il suo entourage di Fatah, che vincono le
prime elezioni nel 1996, e quindi occupano le posizioni ai vertici dell’Autorità palestinese. Col fatto
che il Segretario generale dell’OLP, Yasser Arafat, diventa anche il leader dell’Autorità palestinese,
si crea una sorta di confusione tra queste due istituzioni, che permangono, ad oggi, come due
istituzioni diverse, cioè:
l’OLP, che rappresenta l’intero popolo palestinese (a parte Hamas e le organizzazioni che
non sono mai entrate), però dovrebbe rappresentare la popolazione nei territori e anche la
diaspora, ovvero i rifugiati palestinesi in giro per il mondo;
L’Autorità palestinese, invece, è un’istituzione amministrativa creata con Oslo per
amministrare la popolazione palestinese. L’Autorità palestinese, di fatto, agisce e ha delle
istruzioni amministrative ma soltanto all’interno dei territori occupati; dunque, non
rappresenta in alcun modo la diaspora palestinese, cioè i rifugiati palestinesi che stanno fuori
dalla Palestina.
Questo è uno dei meccanismi di Oslo, perché anche ad oggi c’è confusione tra queste due
istituzioni: l’OLP, che è l’attore negoziale, e l’Autorità palestinese, che è esclusivamente
un’amministrazione all’interno dei territori occupati per le città palestinesi, per la zona A della
Cisgiordania. Questa confusione persiste anche oggi con Mahmud Abbas detto Abu Mazen, che ha
anche lui doppio ruolo, cioè di Presidente dell’Autorità palestinese e di Segretario dell’OLP. Invece
sono due istituzioni molto diverse, anche con rappresentanza molto diversa.
Dunque, Hamas rimane fuori dall’OLP, si oppone ai negoziati di Oslo insieme ad altri gruppi della
sinistra. Tuttavia, si oppone non perché si opponesse in assoluto a rinegoziare con Israele, anzi, ma
perché riteneva che, di fatto, l’OLP aveva ceduto tutto quello che poteva cedere senza ottenere nulla
in cambio, ossia il riconoscimento di Israele, il compromesso di fare uno Stato palestinese in futuro
senza alcuna garanzia sul 22% del territorio, in cambio di nulla. Ciò in quanto Israele nella
Dichiarazione dei Principi non riconosce neanche il diritto all’autodeterminazione palestinese, né
c’è alcuna menzione a un futuro Stato palestinese, ma Israele semplicemente riconosce l’OLP come
partner negoziale e autorizza la creazione dell’Autorità palestinese, che però era funzionale anche
agli obiettivi israeliani perché è un’istituzione che poteva ricevere il finanziamento della comunità
internazionale che si prendeva in carico la responsabilità di gestire la popolazione araba palestinese
nei territori occupati, deresponsabilizzando di fatto Israele rispetto alla fornitura di servizi, etc. Non
solo, ma creando quest’Autorità palestinese e fondendola in qualche modo con l’OLP, si
trasformava anche in un certo senso l’OLP. Infatti, uno dei grandi nodi del conflitto, al di là della
questione territoriale, è anche la questione dei rifugiati palestinesi, ovvero il diritto al ritorno dei
rifugiati e dei loro discendenti, che ormai sono anche quasi più numerosi dei palestinesi residenti
nei territori occupati. Creando quest’Autorità palestinese e, in qualche modo, confondendola con
l’OLP, si riduce il fatto che in realtà l’OLP rappresenta anche la diaspora: quindi l’Autorità
palestinese diventa il focus dell’interazione con Israele, mentre i rifugiati sono in questo modo
tagliati fuori dalla rappresentanza. Comunque, Hamas si oppone, dice che una resa non è una pace,
ovvero dice che è un istislām استسالمnon è salām سالم, però inizialmente non boicotta i
negoziati, ma non partecipa però alle elezioni del ‘96, in cui vince Fatah clamorosamente. Questi
leader tipo Yasser Arafat ed altri, che erano stati in esilio per tutta la vita, cresciuti nei campi
profughi fuori dalla Palestina storica, che ritornano nei territori, suscitano grande speranza per la
popolazione palestinese dei territori, la quale, nonostante la situazione sul terreno sia molto
negativa, comunque lo vedono come un momento di grande vittoria. Yasser Arafat aveva un suo
carisma, una sua legittimità, ancora negli anni ’90 e torna da “vincitore”. Però, la situazione non è
esattamente così, in quanto alle prime elezioni vince clamorosamente Fatah, ma poi gradualmente e
velocemente perde legittimità, per tutte le questioni spiegate ieri, ovvero di intensificazione della
colonizzazione, la situazione che degenera nei territori, etc, fa sì che, di fatto, questa leadership
dell’Autorità palestinese/OLP pian piano viene accusata agli occhi della popolazione di
collaborazionismo, di corruzione, di depositare dei finanziamenti internazionali, in gran parte
provenienti dall’Unione europea, che distribuiscono in modo anche molto nepotista. All’interno dei
territori hanno uno status privilegiato rispetto al resto della popolazione e quindi gradualmente
perdono legittimità. Invece nel corso degli anni 90, ad iniziare dal 1994, dopo il Massacro della
Moschea di Hebron per mano di un sionista israeliano, Hamas cambia posizione rispetto ad Oslo,
ovvero da un’opposizione passiva sceglie di portare avanti un’opposizione attiva e anche di
sabotare il processo con la lotta armata. La strategia militare utilizzata da Hamas negli anni 90 è di
tipo terroristico, cioè colpire la popolazione israeliana (quindi a volte obiettivi militari, ma molto
spesso anche obiettivi civili) allo scopo di rendere evidente che c’era qualcosa che non andava, per
creare tensione e sabotare il processo. Poi però Oslo fallisce, la Seconda Intifada scoppia nel 2001 e
Arial Sharon diventa il Primo ministro di Israele, Sharon ha buon gioco a rappresentare la questione
israelo-palestinese, agli occhi anche dell’opinione pubblica internazionale, nonché degli stessi
cittadini dello Stato di Israele, come se fosse una situazione come quella statunitense, da 11
settembre e guerra globale al terrore. E quindi tutto il conflitto viene narrato e rappresentato come
un conflitto tra due entità praticamente simmetriche: un conflitto sulla terra/territoriale, ma anche
Israele, grande democrazia contro il terrorismo islamico. E, siccome tutto il mondo è dentro questo
framework dopo l’11 settembre, è molto facile rappresentare il conflitto israelo-palestinese in questi
termini, anche con un capovolgimento della situazione, che prende piede anche all’interno di
Israele. Cioè, se fino a quel momento nell’opinione pubblica israeliana c’era una buona parte della
società politica o civile che problematizzava la questione dell’occupazione, se non altro dei territori
del ’67 (cioè senza discutere del prima) e quindi sosteneva la soluzione dei due Stati, poi, con il
discorso di Sharon, la “securizzazione” del dibattito pubblico all’interno di Israele e lo spauracchio
del terrorismo islamico, anche agli occhi di questi cittadini la situazione cambia completamente.
Cioè l’immagine è dello Stato di Israele sotto assedio di estremisti islamici, piuttosto che un
conflitto di tipo coloniale. Mi ricordo delle conversazioni con degli israeliani, anche del Labour di
sinistra, all’inizio degli anni 2000, in cui parlando spesso mi veniva detto che da italiana io non
capivo la loro situazione. Mi dicevano di immaginare che l’Italia che ha 60 milioni di abitanti
improvvisamente si trovasse a dover gestire 70 milioni di musulmani. A parte il razzismo di fondo
che sta dietro questa affermazione, è come se loro si equiparassero a una situazione europea con una
crisi migratoria. Invece, i palestinesi sono la popolazione nativa, al di là della questione musulmano
o non musulmano. Quindi non è la stessa cosa: non sono circondati da migranti che cercano di
entrare nel loro Paese, ma è una questione di colonialismo di insediamento, sono gli israeliani i
coloni. Questo passaggio è per spiegarvi come la stessa rappresentazione del conflitto all’interno di
Israele fosse cambiato. Altrimenti non si spiega come, anche se oggi tutta la popolazione riesca ad
eventualmente criticare il governo di Netanyahu, perché c’è una grande opposizione al suo governo,
però non c’è un vero dibattito su come questa spirale di violenza, compreso il 7 ottobre, sia in realtà
il prodotto di un progetto coloniale o di una serie di cose che sono andate male perché la
colonizzazione è continuata. È chiaro, ci sono delle eccezioni, però in linea generale mentre negli
anni 80, ad esempio, all’interno di Israele si era creato un movimento pacifista contro la guerra in
Libano, oggi tutto questo è scomparso, soprattutto a causa del discorso securitario messo in piedi
rispetto al terrorismo islamico, rappresentando il conflitto in questi termini, e a causa anche della
separazione totale dei due popoli che, a partire da Oslo, raramente si incontrano, perché poi c’è
anche una questione di relazione umana. Per esempio, l’esercito israeliano, l’IDF, che è di stanza
nei territori occupati (come cittadini israeliani, uomini e donne, sono obbligati a fare il servizio
militare obbligatorio), ha sviluppato tutta una serie di tecniche per non far restare mai i soldati e le
soldatesse nello stesso luogo troppo a lungo, perché c’è il rischio che abbiano delle relazioni umane
con persone che devono sorvegliare, per cui i giovani israeliani militari nei territori occupati però
non stanno mai nello stesso posto abbastanza a lungo, in modo tale che non riescano a fraternizzare,
ad avere una relazione umana con i nativi/indigeni, e quello è l’unico momento in cui possono
andare effettivamente a vedere che cosa succede al di là del muro, che è importante per rendersi
conto della reale situazione. Comunque quella è una situazione molto limitata, perché è un esercito
che deve avere a che fare con una popolazione sotto occupazione, quindi è una situazione più
difficile, perché magari i soldati quando vanno nei territori occupati hanno paura, nel senso che,
anche se sono loro che hanno le armi e i carri armati, ma si sentono in territorio ostile, e quindi
hanno timore dei civili che passano davanti a loro, che sono visti come potenziali nemici/terroristi, e
anche i ragazzini sono visti così. Altre occasioni di incontro non ci sono più. Infatti, se mentre fino
agli anni ’80 gran parte della manodopera palestinese lavorava all’interno di Israele, e quindi
c’erano possibilità di incontro di civili, tutto questo oggi non esiste più. Cioè per il cittadino
israeliano medio quello che succede al di là della barriera di sicurezza non è affare suo, cioè non è
particolarmente collegato se non dal punto di vista securitario e militare. È importante ragionare
anche su queste cose. Non so chi di voi ha partecipato al seminario dove c’era Nurit Peled-Elhanan,
che è una studiosa israeliana della Hebrew University (adesso è in pensione) e che ha studiato molto
il sistema educativo all’interno di Israele. Lei ha iniziato la sua presentazione facendo vedere una
foto di soldati israeliani che hanno sparato a un ragazzino (o una ragazzina) di 10/12 anni come se
fosse un pericoloso nemico. Lei è quindi partita da quella foto, chiedendosi come si spiega questo,
cioè come fa un soldato israeliano a sparare un ragazzino, o comunque a trattarlo in quel modo,
come si arriva a normalizzare questo (tra l’altro, noi ora stiamo parlando di Israele e Palestina, ma
nella storia non è che questo non sia mai successo altrove). Nurit si chiedeva quindi come si
normalizza questa cosa e che tipo di sistema educativo devi costruire per renderlo possibile. Al di là
del sistema educativo, di cui lei ha parlato, c’è anche il discorso di propaganda e mediatico su
questa cosa islamofobica e sul terrorismo islamico, a cui di fatto Hamas anche ha contribuito con le
sue azioni di tipo terroristico, effettivamente di guerriglia, fatte per la propria audience, però che
hanno dato l’appoggio ad Israele di dire, ad esempio, che esplodevano le bombe sugli autobus, e
quindi che bisognava proteggersi, costruire la barriera di sicurezza, etc.
Ad ogni modo, che cosa succede poi dopo il piano di disimpegno di Sharon e il ridispiegamento
dell’esercito negli anni 2000/ 2005? All’interno dei territori, Fatah e l’OLP in generale, ma anche
l’Autorità palestinese, sono molto delegittimati. L’Autorità palestinese, di fatto, mantiene il
controllo sulla popolazione perché è il principale datore di lavoro nei territori occupati, come spesso
avviene anche altrove: ovvero, essendoci un’economia molto disastrata nei territori palestinesi, ci
sono poche opportunità di lavoro e di reddito, e l’Autorità palestinese coi finanziamenti
internazionali costituisce un datore di lavoro importante per insegnanti, ruoli amministrativi e anche
per le milizie, la polizia dell’Autorità palestinese. Quindi quest’ultima ha ancora una sua coorte dei
voti su cui può contare, però, a livello politico, il fallimento del processo di Oslo ha, di fatto,
delegittimato Fatah molto gravemente. Nel 2004 muore Yasser Arafat, che d’altronde, dopo il
fallimento di Camp David 2 nel 2000, è stato ostracizzato, sia da Israele e gli Stati Uniti, ma anche
dall’Unione europea, e quindi Arafat passa gli ultimi quattro anni della sua vita, anche se poi morirà
a Parigi, bloccato dentro il suo compound di Ramallah, impedito anche di movimento. Infatti,
inizialmente era considerato da Israele e anche dalla comunità internazionale con Oslo (per il fatto
che l’OLP si fosse moderato) il partner negoziale migliore per Israele e quindi Yasser Arafat veniva
incensato dalla comunità internazionale, e infatti quando torna nei territori vince le elezioni. Tra
l’altro, quando l’Autorità palestinese dopo le elezioni diventa anche uno strumento di repressione
interna, perché ha le sue forze di polizia e viene ritenuta responsabile da Israele dell’ordine
all’interno dei territori occupati (quindi c’è una delega del servizio di polizia dell’Autorità
palestinese), Arafat viene visto comunque come un grande leader. L’Unione europea, sebbene ci
fossero delle critiche dal basso sull’operato della stessa Autorità palestinese, non solo rispetto al
negoziato con Israele, perchè non denunciava abbastanza, ma anche rispetto alla politica di
repressione interna e di controllo interno, tuttavia per tutti gli anni ’90 Arafat va benissimo,
l’Unione europea è sorda alle richieste di maggiore democrazia che vengono dai territori occupati.
Quando poi Arafat nel 2000 non firma gli accordi di Camp David 2, il discorso cambia totalmente e
lui diventa invece un leader autoritario per l’Unione europea; inoltre, dall’esercito israeliano viene
costretto agli arresti domiciliari a Ramallah e cade in disgrazia anche agli occhi della comunità
internazionale, e in più avendo perso legittimità all’interno. Quindi Arafat conclude male la
parabola di grande leader del Movimento nazionalista palestinese.
Tra il 2005 e il 2006 nei territori occupati si svolgono di nuovo delle tornate elettorali. Mi pare che
nel 2005 ci siano state le elezioni municipali e nel 2006 le elezioni del Consiglio legislativo
dell’Autorità palestinese. Hamas, che aveva boicottato le elezioni del ’96, decise invece di
partecipare alle elezioni: partecipa prima alle elezioni municipali e poi anche a quelle del Consiglio
legislativo. E, con la sorpresa generale, non solo ha un buon risultato elettorale, ma stravince le
elezioni del Consiglio legislativo, perché Hamas rappresenta una sorta di alternativa e votano per
Hamas anche tante persone che non erano membri attivi del movimento, ma che fanno un voto anti
Fatah e anti OLP. Infatti, Hamas aveva le mani pulite: si era opposto sin da subito al processo di
Oslo, non faceva parte dell’OLP, non aveva partecipato alle elezioni del ’96, non era coinvolto in
nessuna delle pratiche di nepotismo e corruzione all’interno dell’Autorità palestinese, aveva delle
posizioni meno subordinate nei confronti di Israele, e quindi in quel momento, nel 2006,
rappresenta un’alternativa. In più è anche un movimento che, in qualche modo, porta avanti la lotta
armata palestinese con dei metodi terroristici, che però sono tipici dei conflitti asimmetrici (in cui
da una parte c’è un esercito e dall’altra c’è un movimento di liberazione). Inoltre, Hamas per
presentarsi alle elezioni scrive un programma elettorale estremamente moderato, perché dice
sostanzialmente: “è l’OLP che deve negoziare con Israele, noi non siamo parte dell’OLP. Noi ci
candidiamo all’Autorità palestinese, che è un’altra cosa, e lo vogliamo fare da buoni
amministratori, ovvero possiamo amministrare la casa palestinese meglio di come non facesse
Fatah. Sul conflitto non ci pronunciamo, cioè non è l’Autorità palestinese che tratta nel conflitto,
cioè che è partner negoziale di Israele”. Il programma elettorale del 2006 è disponibile ed è stato
tradotto anche in italiano. Hamas stravince le elezioni, per cui deve formare un governo dopo le
elezioni. Tra l’altro l’Unione europea farà il monitoraggio del sistema elettorale e dichiarerà che le
elezioni si erano tenute regolarmente, senza brogli. Con questa vittoria di Hamas che deve formare
un governo, si scatena il panico generale: Israele considerava Hamas un’organizzazione terroristica,
però dal 2003 anche gli Stati Uniti e la stessa Unione europea considerano Hamas
un’organizzazione terroristica. Anche questo è particolarmente problematico, nel senso che, un po’
come diceva Luigi Daniele in uno degli incontri svoltisi la settimana scorsa, il terrorismo è un
metodo, è una strategia militare, non è un’organizzazione. Ovvero, si può accusare
un’organizzazione di terrorismo, che è un crimine di guerra, e questo si può fare, anzi forse si deve
fare, chiunque sia questa organizzazione (che sia uno Stato o un’organizzazione non statale). Questo
perché anche gli Stati fanno terrorismo, anzi lo fanno su larga scala. Comunque, chiunque faccia
terrorismo, ossia chiunque colpisca i civili allo scopo di terrorizzare la popolazione civile commette
un crimine di guerra, però è un metodo, una strategia militare, che va punita. Tuttavia, definire
un’organizzazione di massa “terrorista”, metterle la targhetta “terrorista”, in sostanza produce
l’effetto che non puoi più negoziare, che non puoi più interloquire con questa organizzazione.
Hamas è un’organizzazione di massa, un partito, un’idea, un movimento che ha i servizi sociali e
poi ha anche il braccio armato; per cui è possibile dialogare con Hamas e dire che una certa loro
azione è terroristica e che la si condanna, così come lo si potrebbe fare col governo di Israele. Ma
non si può prendere tutta l’organizzazione e cancellarla completamente da qualsiasi tipo di
interlocuzione. Mi pare che Luigi Daniele dicesse: “Non è una lista di organizzazioni ma è un
metodo, una strategia militare”. Però il fatto che l’Unione europea consideri Hamas
un’organizzazione terroristica dal 2003 è dovuto all’iniziativa del governo italiano dell’epoca,
ovvero di Berlusconi, e anche spagnolo e di un altro Paese (che non ricordo). Quindi anche
l’Unione europea stessa, dopo la vittoria elettorale di Hamas, non sapeva come trattare con questo
governo. Quindi, la comunità internazionale, ovvero Stati Uniti, Unione Europea e Israele in prima
linea, impongono un embargo all’Autorità palestinese, cioè ne bloccano i finanziamenti. Questo è
un obbrobrio dal punto di vista del diritto internazionale, perché si sta ponendo sotto sanzioni una
popolazione sotto occupazione. Cioè, non è uno Stato sovrano a cui vengono imposte delle sanzioni
perché sta seguendo una certa linea, ma è una popolazione. Infatti, secondo le Nazioni Unite e il
diritto internazionale, l’Autorità palestinese non è uno Stato, è una forma amministrativa
provvisoria di una popolazione sotto occupazione, rispetto alla quale Israele rimane potenza
occupante: per cui se hai un problema di attività di tipo terroristico all’interno della popolazione e
se sei una potenza occupante, in teoria le dovresti risolvere con delle azioni di polizia, ma non è che
imponi delle sanzioni a una popolazione che è già sotto occupazione, cioè è un obbrobrio dal punto
di vista del diritto internazionale e qualcuno all’epoca lo disse, tra cui anche i Relatori speciali per i
diritti umani nei territori occupati delle Nazioni Unite, che produssero una serie di raccolte dove
dicevano che era un’assurdità imporre l’embargo all’Autorità palestinese. Comunque, viene posto
sotto embargo; per un anno Hamas tenta comunque di formare il governo: Ismail Haniyeh, che
ancora attualmente è il capo politico di Hamas e residente in Qatar (all’epoca risiedeva nei territori
occupati) diventa Primo ministro e cerca in tutti i modi di arrivare a un accordo con Fatah, cercando
di fare un governo di unità nazionale, anche per rompere l’embargo e le sanzioni internazionali.
Fatah, però, a sua volta, subisce le pressioni da parte della comunità internazionale per non
negoziare con Hamas. La situazione degenera molto rapidamente perché l’Autorità palestinese vive
di aiuti internazionali, non c’è un'economia locale sostituibile, e quindi l’embargo provoca il
collasso delle istituzioni palestinesi. Tra l’altro, la presidenza dell’Autorità palestinese rimane nelle
mani di Fatah con la firma di Abu Mazen, che sostituisce Arafat alla sua morte, e quindi l’Autorità
palestinese è anche spaccata perché il Consiglio legislativo e il governo sono a maggioranza di
Hamas, la presidenza invece rimane nelle mani dell’OLP e di Fatah. Quindi si cerca di trattare tra
Hamas e Fatah, ma non si riesce a causa delle pressioni su Fatah, e la cosa si traduce in uno pseudo
governo che in pratica non poteva governare nulla. Per farvi comprendere di cosa stiamo parlando,
vi dico che al tempo di questo pseudo governo di Hamas senza finanziamenti, mi ricordo che feci
una ricerca di campo in quel momento, nel 2007 in Cisgiordania, e gli uffici dei diversi Ministeri
dell’Autorità palestinese erano vuoti, ad eccezione del ministro in sé. Ad esempio, se andavi a
parlare col ministro della sanità di Hamas, entravi nell’edificio, andavi nella stanza del ministro che
era lì seduto, però l’edificio era completamente vuoto, non c’era nessuno, neanche i funzionari, gli
impiegati. Cioè c’era un sabotaggio totale e, quindi, questi ministri che potevano fare? Stavano lì da
soli, senza avere finanziamenti e nel boicottaggio generale; poi gli impiegati erano senza stipendio.
Era un po’ come la situazione che si crea in Egitto quando vince la presidenza Mohamed Morsi dei
Fratelli musulmani, anche in quel caso Morsi ha governato per un anno ma in pratica non ha
governato nulla.
La situazione va avanti per circa un anno in situazione disperata, finché Hamas, che sembra essere
stata avvertita di un tentativo di golpe interno alle istituzioni palestinesi guidato da Fatah per
riprendere il controllo della situazione, agisce preventivamente nella Striscia di Gaza, dove ha un
supporto più esteso, e, di fatto, Hamas prende il controllo della Striscia di Gaza, mentre l’Autorità
palestinese in Cisgiordania viene ripresa sotto il controllo e la presidenza di Mahmoud Abbas, che
nomina un altro Primo ministro al posto di Ismail Haniyeh (cioè del Primo ministro di Hamas),
ovvero Salam Fayyad. Quest’ultimo è un economista palestinese molto ben visto anche dalla Banca
Mondiale. Però, si crea questa situazione in cui, intanto, erano già divisi, sotto occupazione e con
una politica di chiusura, con l’Autorità palestinese che è semplicemente un recipiente di
finanziamenti internazionali, ma, in più, si crea questa situazione per cui le istituzioni palestinesi
nella Striscia di Gaza sono controllate da Hamas, mentre quelle in Cisgiordania sono controllate da
Fatah e da Abu Mazen. Però, Abu Mazen e Fatah in Cisgiordania non hanno nessuna legittimità
democratica, perché le elezioni sono state vinte da Hamas, in realtà. Quindi l’imposizione di Abu
Mazen, che è ancora oggi Presidente dell’Autorità palestinese, non é una figura elettiva, e, tra
l’altro, non si sono mai più tenute le elezioni nei territori occupati palestinesi, e anche i Primi
ministri dell’Autorità palestinesi sono nominati, non sono figure elettive. Quindi le ultime elezioni
sono state quelle del 2006, oggi siamo nel 2024, quindi sono 18 anni che non si tengono le elezioni,
oltre al fatto che i risultati elettorali delle ultime elezioni del 2006 non sono stati accettati da Israele
e dalla comunità internazionale.
Per quanto riguarda il governo di Hamas nella striscia di Gaza, abbiamo già detto che Sharon aveva
tolto gli insediamenti e quindi nella Striscia non ci sono insediamenti israeliani. Però, è una zona
piccolissima sotto assedio, in realtà già prima del 2006, anche se dal 2007 si intensifica ancora di
più. A quel punto, Israele controlla effettivamente tutto quello che entra e esce dalla Striscia, al di là
poi dei sistemi di tunnel creati da Hamas per rompere l’assedio, anche se con alterne vicende.
Questo perché lì dipende quanto l’Egitto è solidale, in quanto negli anni, dal 2007 in poi, anche gli
scambi clandestini, e quindi l’utilizzo dei tunnel, necessitano di complicità esterne. E, quindi,
quando ci sono tali complicità, questi scambi avvengono, e viceversa. Quindi, Hamas si riorganizza
nella Striscia, ha i suoi funzionari amministrativi, prende il controllo dell’Autorità palestinese nella
Striscia di Gaza, però rimane sotto assedio in quella che è stata definita “una grande prigione a cielo
aperto”. La Cisgiordania dell’Autorità palestinese Fatah senza nessuna legittimità elettorale
continua però ad amministrare e riceve di nuovo i finanziamenti internazionali. Tra l’altro, tutti i
rappresentanti di Hamas in Cisgiordania vengono o arrestati, o scappano, perché l’Autorità
palestinese in Cisgiordania fa una repressione interna e “ripulisce” (come dicevano loro stessi) la
Cisgiordania dalla presenza di Hamas. Il Movimento nazionale palestinese è sempre stato molto
articolato al suo interno, però questa è una situazione che non si era mai sentita prima, cioè di
conflitto, quasi guerra civile addirittura nei territori occupati, e la separazione tra Hamas e Fatah è
effettivamente una spaccatura molto grave del Movimento nazionalista palestinese, che, invece,
avrebbe tutti i vantaggi di presentare un fronte unico nei confronti di Israele e della comunità
internazionale. Invece, abbiamo Fatah che, di fatto, sceglie la strada collaborazionista, e Hamas che
viene totalmente isolato. La Striscia di Gaza, poi, oltre ad essere sottoposta ad assedio, già prima del
7 ottobre aveva una situazione socio-economica molto grave: aveva il 70% di disoccupazione con 2
milioni e 300 mila persone, tra l’altro in gran parte giovani; aveva, a volte (a seconda dei cicli più o
meno duri dell’assedio), carenza anche di beni di prima necessità, come medicine, servizi sanitari di
un certo tipo. Cioè difficilmente se chiedi il permesso di uscire dalla Striscia, se, ad esempio si
necessita di cure mediche speciali, poi riesci ad uscire. Insomma, c’era una situazione molto
aggravata nella Striscia, ma non solo. La Striscia di Gaza viene sottoposta, negli anni, a diversi cicli
di bombardamenti: subito nel 2007, quando Hamas prende il controllo della Striscia; di nuovo, tra il
2008 e il 2009; nel 2012, nel 2014, nel 2021, 2023. Quindi, ogni volta che viene bombardata la
Striscia ci sono varie vittime: mi pare che nel 2008/2009 ci furono circa 1000 morti palestinesi;
anche nel 2014 è un episodio molto grave, in cui più di 2000 abitanti della Striscia muoiono sotto i
bombardamenti; e, come sapete, il massacro è in corso oggi.
A conclusione di questo discorso, è chiaro che c’è (almeno a mio avviso, poi se la pensate
diversamente possiamo discutere) una sconfitta del Movimento nazionalista palestinese, che non
riesce a presentare un’alternativa di soluzione del conflitto, ha accettato la soluzione dei due Stati,
perché poi Hamas lo farà a sua volta, già prima del 2007 si era posto in una posizione di dire “noi
partecipiamo alle elezioni dell’Autorità palestinese, non siamo noi l’OLP, e quindi non siamo noi
che dobbiamo negoziare e che ci dobbiamo pronunciare sul conflitto”, perché quello che succede
quando Hamas vince le elezioni è che la comunità internazionale dice che Hamas è
un’organizzazione terroristica e in più non riesce Israele e che quindi non può governare l’Autorità
palestinese. Hamas risponde dicendo che non sta a loro riconoscere Israele, quello lo deve fare
l’OLP, perché loro vogliono solo amministrare l’Autorità palestinese. Però, in realtà, più volte
Hamas aveva detto, un po’ seguendo le orme dell’OLP, che, di fatto, è vero che tutta la Palestina è
terra appartenente alla Umma islamica, però che si poteva arrivare a una sorta di compromesso, o se
non altro a una tregua, per cui ci si poteva accontentare di uno Stato palestinese nei territori del ’67.
Ma, questa posizione viene poi formalizzata ufficialmente da Hamas nel 2017, quando riconosce
ufficialmente il diritto all’esistenza di Israele. Con questa frase, “riconoscere il diritto all’esistenza
di Israele”, Hamas ci giocava un po’, perché già nel 2007 diceva che riconosceva l’esistenza di
Israele, perché esiste, sta lì e lo sappiamo bene. Poi, però, il diritto è un’altra cosa, però l’esistenza
senz’altro l’ha riconosciuta. Comunque, con tutto questo discorso voglio dire che Hamas ha assunto
delle posizioni più moderate nel corso del tempo e che poi, di fatto, si è allineata alle posizioni
dell’OLP: ovvero, la soluzione dei due Stati con lo Stato palestinese col 22%. Però comunque
questa è, in realtà, la formula che è stata imposta al conflitto, perché si potrebbero invece produrre
da parte dei palestinesi delle proposte alternative, e qualcuno ci sta anche provando ultimamente.
*Domanda di uno studente: A proposito di riconoscimento e di esistenza, magari anche quello che
succederà il prossimo 28 maggio, cioè il riconoscimento da parte di Spagna, Irlanda e Norvegia
dello Stato palestinese, può segnare in qualche modo anche un cambiamento nel conflitto?
Simbolicamente è importante. A livello concreto, però, (a mia opinione e di altre persone) il
problema è che oggi, dopo 30 anni da Oslo, sul terreno lo Stato palestinese non è più possibile, cioè
intendo uno Stato sostenibile, ovvero uno Stato sovrano con una propria economia ed autonomia.
Dove lo fai questo Stato? (*la prof indica la mappa mostrata in una delle slides che illustra i
Territori palestinesi nel corso del tempo, riferendosi in particolare ai pochi territori ancora
appartenenti alla Palestina*) Lo fai così? Questa, tra l’altro, è anche una mappa da rivedere, perché
è di 20 anni fa, adesso la situazione è peggiorata, è ancora più frammentata. E che fai? Quello è uno
Stato? Che non confina con nessun altro Paese se non Israele (a parte Rafah e la Striscia di Gaza),
che è diviso in tre grandi aree (la Striscia di Gaza, la Cisgiordania a nord e la Cisgiordania a sud)
frammentate in tanti piccoli bantustān, ovvero piccoli enclave di territorio che venivano contati
negli anni ’90 come 227 aree separate fra loro, di cui 197 che non superano i 2 km2 ? Quindi, va
bene riconoscere lo Stato di Palestina, perché questa cosa offre, anche dal punto di vista del diritto
internazionale e degli strumenti a disposizione dei palestinesi, delle possibilità. Però attenzione,
perché questa storia dello Stato va avanti da 30 anni ed è stata una trappola, perché siccome sul
terreno l’occupazione non si fermava, ma anzi continuava, questa cosa dello Stato reiterata
all’infinito senza alcuna concretizzazione e, di fatto, è servita a perdere tempo. Per cui, l’Unione
europea che oggi dice che è a favore della politica dei due Stati, ancora? L’avete detto nel ’93, oggi
siamo nel 2024, che facciamo, continuiamo così? Che vuol dire essere favorevoli alla politica dei
due Stati? Cioè, fino ad adesso non ha voluto dire niente. Quindi, sì, riconosciamo pure lo Stato
palestinese all’ONU, ma poi? Quindi, assolutamente c’è da dire che è simbolicamente importante,
però poi, sul terreno, bisogna chiedersi se è possibile oggi uno Stato palestinese. Questa è la
domanda. Non so chi di voi ha seguito Noura Erakat. Lei, un po’ tra le righe (esponendo la sua
opinione, anche perché starà ai palestinesi decidere su questa questione, senz’altro non a noi), ha
detto: “Ma io che cosa me ne faccio di uno Stato? Qui la questione è diritti umani per tutti, ovvero
stessa opportunità di vivere una vita dignitosa per tutti.” Quindi questa è la questione. Secondo me
(e ripeto, poi spetterà ai palestinesi decidere), due cose sono importanti per i palestinesi, e che mi
sembrano sine qua non per la soluzione del conflitto:
innanzitutto, diritti uguali per tutti. Quindi per quelli che abitano dal Giordano fino al
Mediterraneo, e possibilmente quelli che sono stati cacciati da lì. E quindi almeno una
compensazione paritaria, cioè senza cacciare nessuno oggi, ma riconoscere che tutti quelli
che abitano lì e i discendenti di quelli che sono stati cacciati abbiano pari diritti;
In secondo luogo, che sia riconosciuta l’impresa coloniale dello Stato di Israele, il che non
vuol dire cancellarlo, perché Israele esiste, ed esiste da generazioni. Come l’apartheid in
Sudafrica, perché non è che poi i cittadini bianchi se ne sono tornati in Belgio dopo 100
anni, loro stanno lì, però la storia deve riconoscere ciò che c’è stato. E quindi nel caso
palestinese, la storia deve riconoscere che c’è stata una Nakba, che c’è stato un colonialismo
di insediamento, che Israele è un progetto coloniale. Dopo di che, possiamo vivere tutti in
pace e in amicizia, però tu prima lo devi riconoscere. Quindi è necessario il riconoscimento
ufficiale della storia, e non la sua negazione, e ciò vuol dire che poi ci fai pace.
Non solo, ma Noura lo diceva per un’altra questione più sottile. Lei diceva che questa cosa della
soluzione dei due Stati, così come la primissima risoluzione 181 delle Nazioni Unite, di fatto,
legittima l’idea che si possa costruire uno Stato che debba essere a maggioranza ebraica, che è il
cuore del sionismo, cioè non si mette in discussione quello. Invece lei dice: ma perchè? Questa è
una forma di nazionalismo etnico molto pesante, che non sarebbe stata accettata in un altro
contesto. E allora lì, il riconoscimento del progetto coloniale implica anche questo, cioè il
riconoscimento del sionismo come progetto coloniale profondamente razzista. E quindi lo Stato
unico rappresenterebbe anche questo, cioè smontare questa questione secondo cui ebrei, musulmani,
cristiani, induisti e ciò che vi pare, possano avere lì gli stessi diritti umani e le stesse opportunità.
Quindi, ritornando alla questione dello Stato, sì, è importante, però poi spetta ai palestinesi e agli
israeliani trovare la soluzione a questo conflitto, cioè saranno i palestinesi che poi decideranno
quale debba essere il loro obiettivo, quale debba essere il futuro per cui vogliono lottare. Tra l’altro,
non saranno neppure compatti, ci saranno pure idee diverse. Comunque, non spetta a noi decidere.
Però la realtà sul terreno è questa qui: si inizia a pensare che lo Stato palestinese non è la strada. E,
comunque, detto dall’amministrazione Biden e dall’Unione europea, dopo 30 anni da Oslo,
veramente non è sostenibile, andrebbero un po’ smascherati. Questo è un discorso che veniva fatto
all’inizio degli anni ’90, e qualcuno ti criticava già all’epoca, e diceva che non era sostenibile. Ma,
adesso, con lo Stato del territorio, voi pensate che questi insediamenti verranno tolti? Non succederà
mai, perché non si possono togliere, nessun governo israeliano potrebbe mai, seppure ne avesse
l’intenzione, smantellare gli insediamenti dalla Cisgiordania, lasciando stare poi Gerusalemme est,
che Israele considera parte del suo territorio vero e proprio, cioè l’ha annessa nel ’67, a differenza
della Cisgiordania. È impossibile, avrebbe un costo umano ed economico troppo alto ormai, cioè
quelli stanno lì per restare. E quindi la situazione sul terreno ci fa capire che lo Stato palestinese non
può esserci. E, siccome questo doppio discorso intanto continua, mentre i territori continuano ad
essere colonizzati, poi se esce fuori la spirale di violenza, l’esplosione di violenza portata avanti da
Hamas, Israele e la comunità internazionale lo giudicano anche come selvaggio e violento. Anzi,
tutto il discorso che fanno girare è che è fallita la politica dei due Stati perché c’erano degli
estremisti palestinesi che non accettavano questa cosa, ma in realtà non è così: tutti i palestinesi,
tutte le diverse organizzazioni palestinesi, chi prima e chi poi, hanno accettato un enorme
compromesso rispetto a quella che era la loro terra iniziale. Questo non è stato mai riconosciuto da
nessuno. Invece, non dico che non lo devono fare questo compromesso, però dev’essere
riconosciuto quello che è accaduto nel 1948/49, che invece non c’è nel discorso, perché si parla
sempre del ’67, della terra contesa dal ’67, mentre di ciò che è accaduto prima del ’67 non se ne
parla proprio. Questo conflitto è paradigmatico di tutta una serie di questioni che riguardano anche
noi come europei, la nostra storia. Però non è che situazioni del genere non si siano mai verificate
nella storia, anzi dovremmo riconoscerle per quelle che sono, hanno delle caratteristiche che si
trovano anche in altri contesti coloniali. È una storia che si ripete e che, però, noi, in quanto società,
non riusciamo a riconoscere, nè in Italia, né in Europa; è una storia che però poi, una volta studiata,
non si riesce a riconoscere.
Vediamo adesso che cosa succede da un punto di vista più regionale, di politica generale. Da un
lato, il Movimento nazionalista palestinese è sconfitto ed è diviso a metà, l’Autorità palestinese
continua a erogare finanziamenti internazionali, però, di fatto, in Cisgiordania ormai l’OLP è
delegittimato, ci troviamo di fronte ad una situazione progressivamente sempre più degenerata,
dall’altro lato, Israele inizia a porsi, insieme ai suoi alleati, il problema su quale possa essere lo
status finale di tutto ciò. Cioè, Israele dice: “ormai abbiamo preso ampie porzioni di territorio, però
poi rimane la questione della Striscia di Gaza, ma come la concludiamo questa vicenda?”. Ci sono
diversi progetti, ultimamente era anche uscito fuori, tra il 2018/2019, la cosiddetta “opzione
giordana”, che era stata una prima proposta del Labour dopo la guerra del ‘67, cioè una volta create
quest’enclave densamente abitate di palestinesi in Cisgiordania, siccome non sono sostenibili come
Stato di per sé, si pensava di farle annettere e di incorporarle alla Giordania, che, in fondo, aveva
già annesso la Cisgiordania nel 1948/49, e quindi di far diventare i palestinesi giordani. C’erano
adesso delle manifestazioni sioniste negli Stati Uniti, in cui ad esempio c’era un cartello che diceva
“Palestine is Jordan”, cioè la Palestina non esiste, c’è la Giordania. E poi c’è il problema della
Striscia di Gaza, dove abitano 2 milioni e 300 mila persone, dove auspicabilmente l’idea del
governo israeliano e degli strateghi israeliani che è stata messa sul tavolo è che un giorno fosse
gestita dall’Egitto. Ma l’Egitto non vuole gestirla, già nel 1948/49 non voleva, cioè non l’annette,
rimane un territorio amministrato dall’esercito egiziano, ma non annesso all’Egitto. In tutto ciò,
l’amministrazione Trump americana ha cercato di chiudere una serie di questioni a favore di Israele,
dal momento che la parte americana ha riconosciuto tutta una serie di annessioni da parte di Israele,
per esempio, riconoscendo l’annessione di Gerusalemme est, quindi riconoscendo Gerusalemme
come capitale dello Stato di Israele. In teoria, anche questa è una cosa che le due parti dovrebbero
negoziare, cioè: se Gerusalemme, che è metà israeliana e metà araba, di chi è la capitale? E
Gerusalemme est è, ufficialmente per il diritto internazionale, territorio occupato nel ’67; invece,
Israele l’ha annessa al suo territorio subito dopo la guerra e ha sempre dichiarato che Gerusalemme
è la capitale dello Stato di Israele. Però, in teoria, ad esempio, tutte le ambasciate degli Stati che
hanno relazioni con lo Stato di Israele sono a Tel Aviv, perché non riconosco Gerusalemme come
capitale, in quanto territorio occupato per metà. Invece, Trump ha spostato l’ambasciata americana a
Gerusalemme. Spesso, soprattutto nei giornali, si usa la capitale per intendere lo Stato (ad esempio,
si usa “Mosca” per intendere la Russia) e spesso si usa “Gerusalemme” per intendere Israele;
quindi, di fatto è un riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato israeliano;
teoricamente bisognerebbe dire Tel Aviv (anche se a volte, forse, è anche per ignoranza dei
giornalisti, che non possono sapere tutto). Oltre al riconoscimento americano di Gerusalemme, vi è
anche l’annessione delle Alture del Golan siriane. Inoltre, si nota anche il tentativo di Israele di
arrivare a uno status territoriale definitivo dei territori, cioè di chiudere la partita anche legale, di
rivendicare una serie di pezzi di territori della Cisgiordania come di Israele, e quindi di cambiare i
confini, di non considerare più Israele come potenza occupante, insomma cerca di chiudere questa
partita. Questo, con l’aiuto dell’amministrazione Trump, è stato grossomodo fatto, anche se il
riconoscimento dell’amministrazione americana non equivale ad un riconoscimento legale
internazionale, quindi è unilaterale, anche se ha un suo peso. Inoltre, il piano di pace
dell’amministrazione Trump, il cosiddetto “Accordo del secolo”, “The Deal of the Century”,
prevedeva, di nuovo, un grande finanziamento da parte soprattutto americana ai palestinesi: quindi,
di fatto, è come se avessero detto ai palestinesi “accettate lo status quo e riceverete tanti
finanziamenti”. Questa era la partita, che però è stata rifiutata da parte palestinese, anche da parte
dell’Autorità palestinese Fatah della Cisgiordania, che comunque, come avete visto anche in questi
mesi, praticamente non esiste, ormai non serve più.
Poi c’è la dimensione regionale del confitto e, quindi, l’altro grande accordo a livello regionale. A
livello regionale c’è la questione di normalizzare le relazioni di Israele con i Paesi arabi e questo è
stato iniziato a fare sempre dall’amministrazione Trump tra il 2019 e il 2020 con gli Accordi di
Abramo. Quindi, i primi Stati a firmare sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, seguiti poi
dall’Iran e dal Marocco. Ognuno di questi Paesi ha ottenuto qualcosa in cambio. Per quanto
riguarda gli Stati del Golfo, che hanno già aderito, hanno ottenuto sostanzialmente ingenti aiuti
militari, tecnologia militare, finanziamenti, etc. e, di fatto, già da tempo avevano intenzione di
normalizzare le relazioni con Israele, ormai il conflitto è molto disinnescato. Per quanto riguarda il
Sudan, anche se poi è precipitato in una guerra civile, tale accordo l’ha voluto raggiungere per
essere riconosciuto dalla comunità internazionale e uscire dal suo status di Stato patria. Il Marocco
ha invece ottenuto il riconoscimento dell’annessione del Sahara Occidentale da parte
dell’amministrazione americana. Si iniziava a parlare anche di un accordo con l’Arabia Saudita, il
“grande elefante”, che sembrava essere in procinto di firmare gli Accordi di Abramo. In questo
contesto, Netanyahu poteva andare alle Nazioni Unite e presentare una mappa di Israele che non
comprendeva affatto i territori occupati senza colpo ferire, cioè la situazione palestinese è
scomparsa dal tavolo internazionale, e con un processo di normalizzazione regionale che non dava
nessuna importanza alla questione palestinese. Cioè, non è che dicevano “io normalizzo le relazioni
diplomatiche con te, però prima risolviamo la questione palestinese, e poi facciamo la pace”. Invece
è l’opposto, ovvero si faceva prima la pace e in questo modo a nessuno importava più dei
palestinesi nei territori occupati.
È in questo contesto che Hamas organizza l’operazione cosiddetta “del Diluvio di al-Aqsa” il 7
ottobre, per, da quello che dichiara Hamas stesso, riportare la questione palestinese sulla scena,
quindi per far ricordare che ci sono anche loro, e che anzi c’è una situazione sempre peggiore e che
devono trovare una soluzione anche per i palestinesi, soprattuto nei territori, ma anche per quelli
della diaspora. Per quanto riguarda l’operazione (almeno da quello che si sa), il 7 ottobre centinaia
di miliziani di Hamas sfondano in più parti la barriera che chiude la Striscia di Gaza e irrompono in
una serie di insediamenti vari intorno alla Striscia. L’esercito israeliano arriva molte ore dopo
l’inizio dell’operazione, che è un massacro di civili: al momento i conti sono di 1200 morti, più gli
ostaggi che vengono presi e riportati all’interno della Striscia.
Non so se vi è capitato in questi mesi di leggere documenti di Hamas. Se vi volete occupare di
Medio Oriente nella vostra vita, questa è una cosa da fare, cioè andare a cercare anche cosa dice la
controparte, Hamas, in questi mesi. C’è un documento abbastanza interessante, che si chiama “La
nostra narrazione”, che spiega gli obiettivi dell’operazione militare del 7 ottobre e cos’è andato
storto secondo Hamas, e inoltre Hamas in essa chiede un’inchiesta internazionale su questi fatti.
Tornando all’operazione, si verifica un massacro di civili e militari e però poi subito dopo vi è la
reazione israeliana. Questa ha portato all’inizio delle operazioni militari non ancora concluse dopo 7
mesi, che è sostanzialmente una guerra totale contro una popolazione civile, nella Striscia, ovvero
in una delle zone più densamente popolate al mondo, con tutte le distruzioni che avete sotto gli
occhi. Nonostante il filtro mediatico, potete andare a vedere altre fonti, ad esempio Al Jazeera sta
riportando da mesi, minuto per minuto, quello che succede. I dati sono alla portata di tutti, così
come i rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite, adesso l’ultimo si chiama “Anatomia di
un genocidio” ed è un documento da leggere, perché quello che sta accadendo non si riesce a
fermare. Secondo me, anche se questo non è il primo massacro o genocidio, se mai sarà definito
come tale, nella storia dell’umanità (perché di massacri e genocidi ce ne sono stati molti, e, se
volete, in termini quantitativi anche molto più gravi), tuttavia questo ci sta avvenendo sotto gli
occhi, cioè con i riflettori puntati, e noi, come comunità internazionale, non siamo in grado di
fermare questo. Hanno detto più Relatori nelle ultime settimane che questo è molto grave non solo
per i palestinesi e israeliani, ma è grave anche per noi, per la nostra società e il nostro sistema di
diritto internazionale, perché se non fermiamo questo precipitiamo nell’abisso. È molto grave non
essere in grado nemmeno di dire, semplicemente, “cessate il fuoco”, ma da subito, dall’8 ottobre,
non adesso dopo 7 mesi. Cioè, cosa devono fare più? Hanno raso al suolo tutto: edifici civili,
ospedali, scuole, oltre al numero di morti che adesso ha superato i 36 mila, che, considerando lo
spazio temporale e la popolazione totale, è un numero esageratissimo. Bambini e donne uccisi,
affamare la popolazione, fare l’assedio e togliere acqua, cibo, assistenza umanitaria, elettricità a una
popolazione civile, lo sfollamento (andate a nord, andate a sud, spostatevi di qua): è da non credere
che stiamo assistendo a questo senza che nessuno dica niente di significativo per bloccare questa
situazione. Perché, poi, tutto questo Israele lo fa con il pieno sostegno anche economico-finanziario,
perché Israele è un piccolo Stato. Cioè, una guerra di questo tipo, e anche l’impegno dei militari in
questa guerra, quindi il fatto di toglierli dalla forza lavoro, non è economicamente sostenibile per
Israele, quindi qualcuno glielo consente. E quindi questa situazione è molto grave.
*Domanda di uno studente: Come possiamo spiegare questa incapacità della comunità
internazionale ad agire per fermare tutto questo?
È un’ottima domanda, me la pongo pure io. Ci sono diverse possibili risposte, a diversi livelli. Non
lo so, cioè anche io mi pongo la stessa domanda. Cioè, se mi fai la domanda più generica, che si
poteva fare anche prima del 7 ottobre, ossia mi chiedi perché la comunità internazionale sostiene
Israele, allora hai una serie di risposte: che vanno dalla questione in Europa, ovvero la questione
dell’Olocausto, che è molto sentito, soprattutto in alcuni Paesi dell’Unione europea; la questione
coloniale in generale, ovvero il fatto che in questo modo gli Stati Uniti potevano avere un alleato in
una regione strategica; e così via, quindi ci sono una serie di possibili risposte a questa domanda
generica. Invece, in questa domanda, ovvero perché la comunità internazionale sostiene quello che
adesso sta succedendo, è più difficile la risposta. Per esempio, mi hanno molto colpito le
dichiarazioni dell’Unione europea, in particolare di Ursula von der Leyen: “dopo il 7 ottobre
Israele ha diritto all’auto difesa”, queste sono delle dichiarazioni da pre-Codice di Hammurabi. Il
Codice di Hammurabi era quello che diceva “occhio per occhio dente per dente” ed è la prima
legge conosciuta, in cui si cerca di regolamentare i rapporti. Sembra molto primitivo, ma, riferito ai
fatti di Israele e alla Striscia di Gaza, in realtà ci si rende conto di quanto il Codice di Hammurabi
sia sensato, perché regolamenta la questione, perché dice “occhio per occhio dente per dente”, non
dice “occhio per strage generalizzata”. In più, si doveva anche fare un discorso per chiarificare
quando in realtà inizia questo conflitto israelo-palestinese, perché allora anche l’azione di Hamas è
autodifesa, se la vogliamo proprio mettere in questi termini. Cioè, io preferirei più che fosse detto
che quello che Hamas ha fatto è un crimine di guerra, però nell’ambito di una catena di episodi con
conflitto in cui c’è chiaramente un oppresso e un oppressore. E quindi, la spirale di violenza che c’è
da entrambe le parti è su scala diversa, come vediamo molto bene. Ad esempio, quando nel 2014
nella Striscia di Gaza ci sono 2500 morti palestinesi, i morti israeliani sono tipo 63 (ora non so le
cifre esatte, ma questa è la situazione); e anche adesso accade lo stesso: 1200 morti israeliani contro
i 36 mila palestinesi morti. Cioè, la scala è diversa, però entrambe queste vittime, palestinesi e
israeliane, io le metto sul conto della colonizzazione. Ho parlato tempo fa della Battaglia di Algeri,
guardatela, perché parla proprio di questo, e cioè del Fronte di Liberazione Nazionale che fa gli
attentati dove muoiono innocenti, però è molto chiaro che la violenza viene dalla colonizzazione.
Ora, perché l’Unione europea che si è sempre fatta bella di essere una “potenza normativa”, fa
questo tipo di dichiarazioni? Cioè, siccome l’Unione si basa su dei trattati internazionali che hanno
fatto gli Stati membri, deve per forza seguire il diritto internazionale nella sua azione e nella sua
proiezione anche esterna, e quindi si diceva, ad un certo punto in un momento di ottimismo, che era
una “potenza normativa”, perché dovendo lei stessa rispettare il diritto internazionale, nelle sue
interazioni con gli altri costringeva anche gli altri ad adottare il diritto internazionale. Tuttavia,
l’Unione europea fa una dichiarazione di questo tipo, cioè di diritto alla difesa, che è una
dichiarazione pre-Codice di Hammurabi, come se niente fosse. Perché succede questo? Io non dico
che non dovevano condannare Hamas. L’Unione europea è responsabile di varie cose in questo
conflitto, e già da prima; però, se non altro a livello retorico, doveva dare un colpo al cerchio e uno
alla botte, o comunque fare riferimento al fatto che Hamas ha compiuto dei crimini di guerra, che
quindi è solidale con Israele, però non vuol dire che Israele ha diritto a risposta, in quanto è anche la
potenza occupante, cioè semmai deve fare delle azioni di polizia e arrestare gli ideatori del piano,
ma non lasciarle fare un massacro con 2 milioni e 300 mila persone. Le hanno dato carta verde ed è
una follia quello che è successo.
*Intervento di una studentessa: Ma perché permettere tutto ciò? In questo modo, non sta perdendo
pure credibilità rispetto al diritto internazionale? Perché se permetti questo a Israele, poi in futuro
potrebbe farlo anche un altro Paese.
Ecco, la risposta dovrebbe essere questa, ovvero una risposta negativa. Cioè siamo sulla soglia
dell’abisso. Il caso israeliano serve perché, siccome siamo in un’epoca di conflittualità globale
crescente, tana libera tutti, cioè adesso chi ha le armi più forti fa come gli pare. E quindi, in questo
caso, loro possono fare come gli pare. Non lo so però se è questa la risposta, perché è una risposta
complessa, perché implica anche che ci sia un’organizzazione in tutto ciò. Invece non è detto, può
anche essere che le cose non siano messe così. Cioè, è chiaro poi che non siamo usciti dal periodo
coloniale, per cui siamo razzisti, e per questo il cittadino medio americano ed europeo empatizza
molto di più col cittadino israeliano che col cittadino palestinese, e su questo non ci piove, questo è
sempre successo. Però ora stiamo andando parecchio oltre. Comunque, la risposta probabilmente
non è univoca, cioè ci sono diversi tipi di risposte. In ogni caso è chiaro che, in realtà, tutto questo
era già iniziato prima: cioè, gli Stati Uniti hanno violato più volte il diritto internazionale, anche nel
Medio Oriente. Basti pensare anche al 2003, ovvero all’occupazione americana dell’Iraq senza il
consenso delle Nazioni Unite; o ancora, se si pensa a tutti i veti che hanno posto; inoltre, tutta la
questione della guerra preventiva, della guerra al terrore è, chiaramente, da un punto di vista del
diritto internazionale fuori norma, dello ius bello, etc. Ieri sentivo una notizia su Blinken, Segretario
di Stato americano, che chiedeva al Congresso americano di preparare una legislazione per
incriminare la Corte Penale Internazionale. Penso che sia chiaro che adesso si sta esagerando: cioè,
stiamo gradualmente andando in una situazione pesante di conflittualità organizzata, per cui tutti
una serie di strumenti della governance globale, tra cui c’è il diritto internazionale che mai è stato
rispettato e che però può servire, in un certo momento, a creare un quadro minimo. Anche perché
poi le incongruenze sono davanti a tutti: pensate alla gestione della guerra Russia Ucraina, con
l’aggressione della Russia all’ Ucraina, è talmente palese, che uno pensa ma che gli puoi dire a
Putin? Tra l’altro lui non è che sta facendo un genocidio in Ucraina (non perché voglio difendere
Putin), nel senso che la proporzione quantitativa non è paragonabile; quello è un criminale, ci
poniamo sanzioni perché è un pazzo scatenato, e allora lì si parla di diritto all’auto difesa.
*Intervento di uno studente: Dall’inizio del progetto sionista ad oggi, c'è stato per caso un momento
cruciale in cui, da quel momento in poi, Israele si è trovata la strada spianata? Tipo un errore da
parte del Movimento palestinese, o anche una vittoria da parte di Israele?
La guerra del ‘67 è stata un “errore”. I rapporti di forza sono sempre stati squilibrati, dall’inizio. La
strada spianata direi che Israele l’ha avuta dal ’67, in cui vince clamorosamente in 6 giorni contro la
coalizione degli Stati arabi. Dimostra di avere una supremazia militare, gli Stati arabi si convincono
che Israele era lì per restare, invece fino a quel momento questa cosa non era data per scontata,
perché in tutto il mondo arabo, ma anche in Africa e in Asia in via di decolonizzazione, Israele
sembrava una realtà effimera, che non sarebbe durata, in quanto ultimo residuo del mandato
britannico e quindi dell’epoca coloniale. Nel ’67 la percezione cambia totalmente: Israele è una
realtà e resterà. Israele è sempre stata appoggiata dal blocco occidentale sin dal 1948/49, però dal
‘67 la partnership con gli Stati Uniti diventa veramente esplicita e forte.
Però c’è anche un altro studioso italiano, Enrico Bartolomei (che ha fatto un seminario qui
all’Orientale, però organizzato dai dottorandi la settimana scorsa) sostiene (così come molti altri)
che, in realtà, la gravità di questa vicenda, e quindi degli eventi che stanno accadendo dopo il 7
ottobre, sono talmente gravi che la situazione non potrà mai tornare com’era prima del 7 ottobre, e
che però anche internamente ad Israele questa cosa avrà un impatto dirompente. Speriamo lo abbia
in senso positivo, che a un certo punto si esca da questa cosa. Io penso che la politica dei due Stati
sia impossibile ormai da attuare sul terreno, quindi forse si inizierà, se uno vuol essere ottimista, a
trovarla veramente una possibile soluzione post-sionista, chiaramente con un compenso umano
altissimo. Chi lo sa.
A livello internazionale è un po’ in corso una battaglia: c’è un fronte, ovvero tutto il cosiddetto
“Global South” (Sudafrica e altri Stati del cosiddetto “Sud globale”), che sta dicendo all’Europa e
agli Stati Uniti che stanno esagerando. Questo si colloca in un contesto di conflitto più in generale,
di crisi dell’ordine liberale, o forse anche proprio di fine dell’ordine liberale, e quindi di messa in
discussione dell'egemonia americana. Però, c’è un po’ di movimento a livello mondiale che dice di
fermare il massacro, il genocidio, di rispettare il diritto internazionale; adesso la Corte Penale è la
prima volta che incrimina un esponente di un blocco occidentale, perché finchè è Milošević o
Gheddafi va bene, sono tutti contenti, ma inizia a incriminare Bush. Adesso sono arrivati a
Netanyahu, però se la legge non è uguale per tutti, non è legge. Però voglio dire, dobbiamo vedere,
perché c’è una battaglia in corso: mentre c’è la von der Leyen che si riferisce al pre-Codice di
Hammurabi, poi però ci sono la Spagna, il Belgio e altri membri dell’Unione europea che dicono
che riconosceranno lo Stato di palestinese. L’esito di questo (in un senso o nell’altro senso),
secondo me, determinerà molto il futuro non solo di Palestina e Israele, ma anche delle nostre
società. Quindi siamo un po’ in bilico, ma per questo è anche opportuno mobilitarsi. L’ha detto
anche Francesca Albanese, bisogna salvare i palestinesi, salvare gli israeliani, ma soprattuto salvare
noi stessi, perché altrimenti, una volta che si innescano dei periodi di oscurantismo, o comunque di
autoritarismo, prima che ne esci (se ne esci), passa un po’. Qui sono in gioco delle questioni grosse
attraverso il prisma di questo conflitto locale. Poi ci sono altre cose in corso, che noi non diciamo,
non vediamo e non ne parliamo, come quello che sta succedendo in Sudan, di cui nessuno sa nulla.
Al Jazeera fa un servizio ogni tot di tempo, ma se si vede sui media italiani nessuno capisce niente.
Perché anche in Sudan ci sono delle implicazioni interessanti, in cui siamo implicati noi come Paesi
europei. Però, è vero che quello della Palestina è un caso paradigmatico, perché non solo è molto
collegato alla storia europea, ma anche perché rappresenta tante dinamiche che, come europei, ci
riguardano, come la colonizzazione, il razzismo, anche la questione ebraica, che non abbiamo ma
pienamente risolti. Ilan Pappé, uno studioso israeliano che adesso insegna a Exeter, dice anche nel
suo libro “Dieci miti su Israele” (che trovate alla libreria Tamu), che la stessa idea di creare uno
Stato a maggioranza ebraica, oltre ad essere violento per la popolazione nativa che non è a
maggioranza ebraica, è profondamente antisemita. Secondo me, non ha tutti i torti. Bisogna
riflettere su questo, perché l’Europa, dopo tutto quello che era successo con l’Olocausto, la Shoah, i
profughi interni, ha ritenuto molto pacifico il fatto che lo Stato di Israele potesse piazzarsi lì, cioè
perché gli ebrei erano europei ma erano visti come un corpo estraneo. Però questi erano cittadini
europei, cioè bisognava ricucire quella ferita lì: era il vicino di casa, il compagno di classe, erano
cittadini europei, intellettuali europei, che però sono stati visti come un corpo estraneo. Infatti, è
interessante, per esempio, quando si prepara il rilascio per la Dichiarazione Balfour del 1917
dell’Organizzazione sionista mondiale, in cui il Ministro degli Esteri inglese, Lord Balfour, scrive al
rappresentante dell’Organizzazione sionista mondiale in Gran Bretagna. In quel momento, rispetto a
questo documento, che è una paginetta (tra l’altro ci hanno lavorato parola per parola, quindi è
interessante vedere la sua genesi), in Gran Bretagna c’era una componente della comunità ebraica
inglese che si opponeva alla Dichiarazione Balfour, perché diceva che questo complicherò la vita
agli inglesi di confessione ebraica che non vogliono andare in Israele, perché sono inglesi. E questo
lo dicevano già nel 1917. Quindi è interessante questo dibattito intorno alla Dichiarazione Balfour
da parte della comunità ebraica inglese, che non era tutta sionista, e che alcuni si erano opposti al
sionismo proprio come progetto, perché è come l’accettazione di dire “noi non abbiamo un ruolo
qua, siamo un corpo estraneo, non apparteniamo alla società inglese/russa, etc., nonostante siamo
qua da venti generazioni”. Questo non vuol dire che uno non debba tenere in conto secoli di
persecuzioni, però l’Europa social democratica post Seconda guerra mondiale, che emergeva dalle
ceneri del nazi-fascismo, poteva pure fare i conti con questa cosa, o no? Cioè, forse l’Europa i conti
non li ha fatti fino in fondo. C’è da riflettere su questo, in quanto europei.