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Cabala 1 Etimologia e Tarocchi

Tarocchi

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Sarah Cecchini
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Analisi etimologica-mistica

al termine Qabbalah
tratto da

Qabbalah, Cabala, deriva dal verbo ebraico "qabel" che significa


"ricevere", passando poi ad indicare il contenuto di ciò che viene
ricevuto, fino a diventare "tradizione". La prima lettera, qof, "il
cordone ombelicale" che lega il mondo divino all'universo creato. La
radice qaw significa "filo a piombo" e questa lettera verticale
esprime l'immagine dello Spirito che discende nel creato. Le ultime
lettere della parola "qabel", prese al contrario, formano la parola
"leb", cuore.

Nella Qabbalah il significato di una parola non si colloca mai ad un

1
solo livello ma include molteplici implicazioni semantiche, in
particolare quando in essa è presente un'altra parola in forma
nascosta, attraverso l'energia delle sue lettere, siamo autorizzati a
tradurre la parola qebel con "la discesa dello Spirito nel cuore
dell'uomo", cioè la discesa del Verbo, perché qol significa voce.

Attraverso la sua etimologia, la Qabbalah è, in profondità, l'azione


divina del Verbo nel mondo creato.

Introduzione alla Cabala


tratto da

2
Il termine ebraico Qabbalah significa "ricezione" o "ciò che è stato
ricevuto". Esso si riferisce sia all'antica saggezza ricevuta dal passato
e custodita con cura, sia al concetto che chiunque si dimostri
realmente ricettivo riceve in modo inaspettato e spontaneo il dono
della saggezza. La Qabbalah conserva in sé la disciplina tradizionale
della Torah e delle Mitzvot (precetti) ma con una fondamentale
differenza: esiste un'interazione fra uomo e divinità al punto che le
azioni umane sulla terra influiscono sul regno divino. Dio non è più
quindi un essere statico, ma la sua completezza è determinata dalla
partecipazione umana, è l'uomo che attiva il potenziale divino
appartenente al mondo.

La Qabbalah trova spazio nella tradizione mistica ebraica


prendendo origine dalle fonti religiose tradizionali quali la Bibbia e
la letteratura rabbinica. è la miscela di tradizione e creatività, la
fedeltà al passato e la coraggiosa innovazione che ne decretano il
successo.

Un esempio su tutti viene dall'affermazione biblica "il mondo che


verrà" che si trasforma nel "mondo che costantemente viene", non si
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tratta più di una lontana età messianica ma di una dimensione
costantemente presente e raggiungibile da chi possiede un certo
stato di ricettività. La trasmissione della dottrina fra i cabalisti
avviene per via orale e anche ciò contribuisce a mantenere un certo
alone di mistero e misticismo intorno al fenomeno. I cabalisti
sostengono che la dottrina della Qabbalah ha origine dal Giardino
dell'Eden e divengono parte di essa le visioni del divino, già descritte
peraltro anche nella Bibbia. Le visioni rappresentano lo strumento
di esperienza per raggiungere il giardino divino e il paradiso, al fine
di ottenere la visione della figura divina in trono. I rischi sono
notevoli, la morte durante tale esperienza è contemplata. La figura
divina però non può avere descrizione perché essa non è
riconducibile a nulla che possa avere riferimento con il mondo
terreno e per far ciò vengono utilizzate le Sefiroth. Esse erano
conosciute dai testi mistici della letteratura ebraica come entità
numeriche, esseri viventi rappresentanti i numeri da 1 a 10, vere e
proprie potenze metafisiche attraverso le quali si dischiude la
creazione.

Nella dottrina della Qabbalah esse divengono stadi della vita


interiore di Dio, aspetti della personalità divina, Keter, la Corona.
Nella descrizione delle Sefiroth come albero cosmico che cresce
verso il basso con le radici poste in alto Keter è la radice delle radici.
Hokmah la Sapienza, Binah l'Intelligenza. Queste tre Sefiroth
superiori rappresentano la testa del corpo divino. Binah il grembo,
4
ricevendo il seme dal punto di Hokmah, concepisce le sette Sefiroth
interiori. Hesed la Generosità e Ghevurah, il coraggio, sono le
braccia destra e sinistra di Dio. Tiferet è la Bellezza, il tronco del
corpo sefirotico chiamato anche Cielo, Sole, Re, Santo. Netzah,
l'Eternità, e Hod il Fasto sono le gambe destra e sinistra e sono la
fonte della profezia. Yesod il Fondamento è la nona Sefiroth e
rappresenta il fallo, la forza generatrice dell'universo, ed è anche
chiamato il Giusto. Attraverso di lui vengono incanalate luce e forza
delle precedenti Sefiroth in direzione dell'ultima di esse, Malkuth, il
Regno, nota anche come Shekinah, la Presenza, essa è l'Immanenza
di Dio che nella Qabbalah è femminile.

Shekinah riceve l'emanazione dall'alto e genera la molteplicità delle


forme di vita. (*)

Le Sefiroth sono simboli organici di una realtà spirituale superiore


alla normale comprensione, le descrizioni sefirotiche si propongono
di trasmettere qualcosa di ciò che è al di là, l'aderenza all'immagine
stessa impedisce un'autentica comunicazione. Non può in definitiva
essere descritto ciò che è indescrivibile, e le Sefiroth sono la
rappresentazione di ciò che non può essere rappresentato.

I testi cabalistici sono spesso impenetrabili e contengono frammenti


esoterici, la comprensione è proporzionale allo stato di ricettività di

5
ognuno.

Le dieci Sefiroth non possiedono un'esistenza indipendente in guisa


a chi vede nella loro esistenza una tendenza al politeismo. Esse sono
uno, la vera realtà è l'infinito. Vi fu anche un movimento estatico
che fondò la sua ricerca sulle tecniche di meditazione per il
raggiungimento di uno stato di ispirazione attraverso la fusione
degli intelletti umani e divino, in considerazione del pensiero
fondamentale secondo cui l'anima è parte del flusso della vita
cosmica. La Qabbalah ha influito molto nel corso dei secoli sul
pensiero ebraico. La ricerca spirituale non conduce all'esplorazione
di ciò che sta "lassù", ma piuttosto dell'aldilà che giace all'interno.
Oltrepassare i concetti di Dio e dell'Io può essere liberatorio ma al
tempo stesso pericoloso.

(*) Nota di Lunaria: peraltro, la Sapienza Biblica con tutta


probabilità è ricalcata su Maat, Inanna o Ishtar

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L'albero era l'Asherah, il tronco di legno che rappresentava la Dea,
la "sposa di javè"

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"E devi fare un candelabro d'oro punto. Il candelabro dev'essere
fatto di lavoro battuto. La sua base, i suoi bracci, i suoi calici, i suoi
pomi e i suoi fiori devono procedere da esso. (...) Tre calici a forma
di fiori di mandorlo sono su un gruppo di bracci con pomi e fiori che
si alternano, e tre calici a forma di fiori di mandorlo sull'altro
gruppo di bracci, con pomi e fiori che si alternano (...)

13
o una sorta di grappolo d'uva, e che comunque ricorda la stele della
Dea Tanit

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spirali doppie ("pendaglio ad occhiali"), già presenti sull'idolo
dell'Astarte fenicia

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"Albero femminile":

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il 3 comunque è anche associato alla Triplice Dea. Forse la Menorah
agli inizi era intesa come una sorta di albero cosmico, con tronco
femminile e rami superiori maschili

a questo punto il "tridente" che forma la base del tronco,


rappresenterebbe le tre fasi della Femminilità: giovinezza,
maternità, vecchiaia; Triplice Dea, tra l'altro, presente anche nel
contesto pre-islamico, con le tre Dee Allat, Manat, Al Uzza. Il fatto
che comunque alla base ci siano elementi di flora e le doppie spirali
emblema di Astarte, lascerebbe intendere un rimando femminile ad
21
una Divinità, forse della vegetazione:

i rami, a questo punto, potrebbero essere stati il riferimento a javè,


dio che tra l'altro si rivela nel "roveto ardente", pianta che ha
appunto molti rami.

Suggerisco anche di vedersi questo video:

"Cabalà in due parole"

22
"Cabalà", da "ricevere" o meglio "ricevuta",
per cui, rivoltando la B, la Bet, b, otteniamo la forma di un
contenitore, di un recipiente:

Altro Approfondimento
tratto da

23
La Cabala (Kabala) è un'alterazione moderna della parola ebraica
Kabbalah che significa "tradizione" ed è il nome dato alla dottrina
esoterica degli Ebrai: si tratta di un insieme di tradizioni riguardanti
l'interpretazione dell'Antico Testamento.
24
Per alcuni la Cabala sarebbe di origine divina ed antica quanto il
genere umano, dato che Raziel, l'Angelo dei Misteri, l'insegnò per
ordine dell'Eterno ad Adamo, quando venne cacciato dall'Eden.
Adamo la trasmise al figlio Seth e da Seth giunse a Mosè.
Giuseppe pronipote di Abramo l'insegnò ai maghi d'Egitto. Mosè
ritrovata la Cabala in Egitto la raccolse e la purificò. Ne velò la
sostanza segreta nelle composizioni allegoriche del Sepher-Bereshit
ed è così che fissata con la scrittura, si è conservata fino a noi.

Secondo altri, la Cabala sarebbe il risultato di una scienza segreta


egiziana derivata a sua volta dalle dottrine esoteriche dei popoli
primitivi dell'India, dottrina che sarebbe stata introdotta in Egitto
da una migrazione ariana condotta da Menes più di 4mila anni
prima della nostra era.
Gli Ebrei avrebbero ricevuto la loro scienza dai sacerdoti egizi,
perché Mosè, iniziato egizio, era sacerdote del santuario di Menfi.

25
Sembra molto più probabile che la Cabala risalga a 200 anni prima
di Cristo, epoca nella quale la Diaspora era cominciata da più di un
secolo e che è quasi contemporanea alla dominazione siriana sugli
Ebrei.

La Cabala è un amalgama di sistemi comuni al mosaismo e ad altre


metafisiche orientali nell'epoca della prigionia di Babilonia e che si è
mantenuta nella setta dei Caraiti per ricostituirsi in un corpo di
dottrine al tempo di Filone e della scuola di Alessandria.

La materia della dottrina cabalistica è contenuta nei due libri:


Sepher Yetzirah (che tratta della Genesi) e il Sepher ha Zohar, il
Libro dello Splendore, ispirato alla visione di Ezechiele.

26
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La disciplina cabalistica si divideva in due sezioni:
Maasseb Bereshit (Storia dell'Inizio) si riferisce al senso segreto
della Genesi, l'altra, Maasseb Merkubad (Storia del Carro Celeste)
forma un sistema di teologia e metafisica nel quale lo sviluppo
necessario degli attributi divini è rappresentato come causa e
origine di tutti gli esseri.
Dare una spiegazione simbolica della creazione del mondo, della
28
natura e una teodicea, tutte e tre in margine all'esegesi della Torah,
poteva essere pericoloso, così i cabalisti per giustificare la loro
interpretazione inventarono un arfizio ingegnoso: "Secondo l'ordine
dell'Eterno Mosè scrisse le parole dell'Alleanza e della
Testimonianza sulle due facce delle tavole di pietra. Ma non fece
vedere al popolo se non ciò che era scritto sul recto delle tavole.
Solo un piccolo numero di iniziati di cui noi siamo i depositari e i
successori, ebbero la grazia di conoscere ciò che era scritto sull'altro
lato. Istruiti al riguardo penetriamo il significato nascosto d'un testo
apparentemente mutilato a tal punto da essere inintelligibile, ma in
realtà rimaneggiato secondo un metodo razionale che ne dà la
chiave."

29
Approfondimento sulla Cabala
Info tratte da

30
La Cabala è un corpo di dottrine occulte, di origine ebraica, che
venne adottato dagli occultisti non ebraici sin dal 15° secolo. Levi,
Mathers, Crowley ne furono profondamente influenzati. Dalla
Cabala si possono trarre i grandi principi magici: che l'Universo è
una Unità, che si fonda su un tessuto sotterraneo connesso con
Numeri e Pianeti, che l'uomo è Dio e l'Universo in miniatura e che
può sviluppare la scintilla divina che ha in sé sino a dominare
l'intera creazione e divenire egli stesso Dio. (Nota di Lunaria:
ovviamente in una prospettiva Wiccan Ginocentrica questo
linguaggio è sessista ed androcentrico perché divinizza
esclusivamente il maschio... la femmina non esiste, in questo
linguaggio esoterico maschiocentrico...)

La Cabala è molto complessa: è Hokmah Nistarah, la "Visione


Nascosta" che si pensava tramandata in segreto di generazione in
generazione dai saggi sin dal tempo di Abramo, cui venne rivelata
da Dio.

La Cabala consiste di numerosi scritti di diversi autori anonimi: i più


importanti sono il Sepher Yetzirah, il Libro della Formazione, e lo
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Zohar, Libro dello Splendore.

Molte delle idee fondamentali della Cabala si trovano anche nello


Gnosticismo: comune ai due movimenti è l'importanza attribuita al
Sapere, la Gnosi, la conoscenza di Dio. Tale conoscenza trasforma
l'uomo che l'acquista, rendendolo partecipe dell'essenza divina:
conoscere Dio significa essere Dio. Gli eletti non sono coloro che
conducono vita pia, ma gli illuminati che possiedono la conoscenza
del Divino. Il peccato si identifica con l'ignoranza.

La Conoscenza è la chiave per il divino, e la Conoscenza Suprema


deve sapere spiegare tutto. Questo fa necessariamente entrare in
gioco la ragione. Nonostante il suo originale rifiuto della ragione, la
sete di Conoscenza dei Cabalisti sfocia quindi nell'imposizione di un
rigido schema razionale per inquadrare Dio e l'Universo.

Secondo la Cabala, Dio è la somma di tutte le cose. Ogni idea


contiene la sua contraddizione e Dio è identicamente e
contemporaneamente buono e cattivo [*], misericordioso e crudele,
limitato e illimitato, inconoscibile e conoscibile; e tutti questi
opposti si riconciliano in quella superiore unità che è, appunto, Dio.
è come se Dio fosse uno specchio dal quale splende una grande luce.
E la luce si riflette in un secondo specchio, che la riflette in un terzo
e così via. Ad ogni riflesso successivo la luce e gli specchi perdono
un po' della loro purezza, sinché alla fine sulla superficie opaca e
graffiata del nostro mondo malvagio e limitato, non brilla più che
molto debolmente.

[*] Nota di Lunaria: vedi tutta la speculazione esegetica, teologica,


mistica ed esoterica inerente il nome di YHWH, il Tetragrammaton.

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Da Esodo 3:11 in poi, vi è il dialogo tra Mosè e Dio, sul nome di Dio,
da dire agli Egiziani: "Io sono colui che sono" o secondo i Geovisti
"Io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere"
Si potrebbe fare un parallelo anche con i Novantanove Nomi del Dio
Allah, che "condensano" i suoi attributi e modi di essere:

o con gli stessi attributi di YHWH - peraltro appartenenti ad altri


Dei e Dee poi fusi in lui -

33
ma ci porterebbe via parecchio tempo fare un commento completo
per ciascun nome; lascio che i curiosi vadano a leggersi su qualche
sito islamico la speculazione mistica sui Nomi di Allah.

In questo pdf mi riferisco esclusivamente al concetto


nell'immaginario comune di Dio e alla celebre vicenda del roveto
ardente, riflettendo sull'aspetto terrifico di Dio.

Riporto una riflessione interessante fatta dal cristiano Luigi


Pareyson,

34
che insieme a Kierkegaard e Quinzio,

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è uno dei miei autori cristiani preferiti. Purtroppo non ho la foto della
mia manina - con nail art - che regge il libro perché lessi e trascrissi
Pareyson nel 2004 quando ancora non avevo un pc tutto mio, e quindi
non potevo fare le foto dei libri che leggevo - giacché è dal 1997 che mi
sciroppo letture filosofiche, teologiche, esoteriche e chi più ne ha più
ne metta, ma ho un pc mio personale solo dal 2012 - Comunque non
escludo di rifare al più presto un pdf aggiornato su Pareyson.
Purtroppo lui, come tanti altri filosofi per me essenziali, non li
possiedo nella mia collezione di libri, ma devo richiederli e poi
restituirli in biblioteca...

Riporto qualche frase di Luigi Pareyson (1918-1991), che già avevo


trattato nel mio schemino sull'Esistenzialismo Cristiano.
Pareyson, insieme a Nicola Abbagnano, Sergio Quinzio, Sandro
Maggiolini e Giuseppe Rensi, è il Filosofo italiano che più mi ha
influenzato, ed è uno dei miei Filosofi Cristiani preferiti, insieme a
Quinzio e Altizer. Tra l'altro ho notato che viene parecchio
snobbato nell'ambiente filosofico, quando invece le sue riflessioni
sulla Libertà, il Male e il Male in Dio sono parecchio interessanti, e
scritte senza nessuna pretesa d'arroganza intellettuale.
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Luigi Pareyson: Cristiano sì, ma non zuccheroso o
insopportabilmente propagandistico! Un altro aspetto interessante
di Pareyson, e che lo rende particolare, è che ha più volte ipotizzato
l'origine del Male in Dio stesso, e non "scaricando" il Male su un
capro espiatorio come il Diavolo, che cita davvero brevemente nel
suo libro.

"Ontologia della Libertà - Il Male e La Sofferenza"

Che cos'è dunque il Male? Il Male non è assenza di Essere,


Privazione di Bene, mancanza di realtà, ma è realtà, più
precisamente realtà positiva nella sua negatività. Esso risulta da un
positivo atto di Negazione: da un atto consapevole e intenzionale di
trasgressione e rivolta, di rifiuto e rinnegamento nei confronti di
una previa positività; da una forza negatrice che non si limita a un
atto negativo e privativo ma che, instaurando positivamente una
negatività, è un atto negatore e distruttore.
La Libertà è libera anche di non essere libera, ed è pur sempre con
un atto di Libertà ch'essa si nega come Libertà, diventando così
potenza di distruzione, nel duplice senso dell'autodistruzione e
dell'onnidistruzione.
è dunque con un atto di Libertà, che la Libertà distrugge se stessa; e
come la Libertà negativa è insieme distruzione e affermazione di sé,
così il Male è al tempo stesso positivo in quanto reale, effettivo,
risultato di volontà, negativo come distruttivo e annientatore.
Dio contiene dunque in sé, come possibilità ab aeterno, vinte e
superate, il Nulla e il Male.
Per cogliere questo punto essenziale, si cerchi di pensare e tener
fermo un unico atto originario, in cui l'irruzione di Dio nell'Essere
(l'esistenza di Dio) il suo affermarsi come Positività (la sua scelta del
Bene), il suo rifiuto dell'altra alternativa (l'eliminazione del Male), il
suo superamento del Negativo (la sua vittoria sul Nulla) si
identificano e sono tutt'uno, un unico e medesimo atto.
Egli è Libertà, e la Libertà è di per sé ambigua, nel senso che può
esser Libertà positiva o Libertà negativa, e quel dilemma fra Bene e
Male, Essere e Nulla, non fa che esprimere tale ambiguità.
Si ravvisa la suprema dialettica divina nel fatto che Dio è sempre
insieme Positività e Negatività, Affermazione e Negazione, cioè

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collera e grazia, Ira e Misericordia inseparabilmente.
Il Male in Dio è soltanto la possibilità del Male, la quale può essere
tradotta in realtà solo per opera dell'uomo, al momento della sua
Caduta.
L'aspetto angosciante consiste nel fatto che questa presenza del
Male in Dio è già quasi l'annuncio della Catastrofe, cioè della
Caduta dell'uomo, con la quale il Male sarà realizzato.
Dio è senza dubbio l'origine del Male, ma certamente non ne è il
realizzatore, cosa che compete soltanto all'uomo, sul piano della
storia.
In Dio si origina non solo il Bene, ma anche il Male. Non nel senso
che egli ne sia l'autore, ma nel senso che egli nell'insondabile abisso
della Libertà dà luogo, anzi, cede il posto alla Libertà umana, sì che
l'autore del Male è l'uomo e soltanto l'uomo.
Origine del Male non in quanto lo faccia o lo causi, o lo provochi o
lo permetta, ma in quanto gli dà via libera, e persino lo suggerisce -
attraverso la morbosa attrazione operata da quella possibilità del
Male che è insita, anzi sepolta, in lui - nell'atto stesso di cedere il
posto alla Libertà umana, e di rispettarla nel suo esercizio.

Non si può ammettere che l'uomo abbia tanta creatività da


inventare il Male: egli, che è l'unico autore del Male, non può
tuttavia esserne l'inventore. Non è necessario ricorrere a un
principio del Male perché il Male è già in Dio [...] Nemo contra
Deum Nisi Deus Ipse (Nessuno contro Dio, se non Dio Stesso).

è l'Espiazione il nesso che collega indissolubilmente il Male e il


Dolore: il destino di Espiazione che grava sull'uomo per la sua colpa
per un verso lo priva di ogni diritto alla felicità e per l'altro non gli
lascia altra prospettiva di salvezza che il Dolore.
Questa è la tragedia dell'uomo. Egli è immerso nel Negativo, autore
del Male e soggetto al Dolore, marchiato dall'onnicolpevolezza e
destinato alla sofferenza universale. Ma è anche la tragedia di Dio,
perché la Caduta umana, segnando il fallimento della creazione,
colpisce l'opera sua e lo costringe a intervenire per rettificarla, ciò
che Dio non può fare se non soffrendo a sua volta, perché solo col
Dolore si può vincere il Male.

La Sofferenza degli innocenti è segno che la creazione è così

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fallimentare che per porvi riparo è necessario anche il Dolore di Dio.
Dio, nel punto culminante della sua tragica vicenda, nega se stesso:
è la crocifissione, questo evento inaudito e sconvolgente, questo
"suicidio" non si sa se più sublime o terribile, in ogni caso
enigmatico e misterioso, questa cupa e tragica storia di
autodistruzione e morte. (è interessante notare come anche Thomas
Altizer, Moltmann e Sergio Quinzio parlino proprio della Morte di
Dio e della Kenosis, lo "svuotamento" dell'Uomo-Dio che si accascia,
annullato, sulla Croce. Nota di Lunaria).

Per il Cristianesimo, invece, il problema non è di sopprimere la


sofferenza, che sarebbe come sopprimere la realtà, ma di trovarne il
senso e ribadirlo: si tratta di sapere soffrire per fare del dolore stesso
non una diminuzione ma un incremento della personalità.
La Liberazione dal Dolore consiste nell'approfondimento del Dolore
stesso.
Ogni zolla di terra, come dice Dostoevskij, è intrisa di lacrime e con
pane di lacrime è nutrito l'uomo.
Protesta Alfred de Vigny, e non soltanto quando aggiunge "le
Silence" al poema "Le Mont des Oliviers", suggerendo di opporre al
silenzio di Dio, il freddo e sdegnoso silenzio dell'uomo, ma anche
quando immagina un giovane infelice che commette il suicidio con
lo scopo preciso di presentarsi a Dio per chiedergli ragione di averlo
creato sofferente.
(cosa che anche Giovanni Cenacchi rinfaccia a Dio, nota di Lunaria)

Nella storia la spirale del Negativo è tutta in evidenza. Il Male non è


soltanto quello definito da Kant (che, pur avendo un adeguato
concetto della radicalità del Male, inteso come Grandezza Negativa
e Forza Contraria, non ne accetta il carattere diabolico), distinto
nelle tre forme della fragilità, dell'impurità e della malvagità che
sono come il fango e la melma in cui l'uomo nasce e vive nella
storia, alle quali corrisponde il campo del Dolore, il Malumore di
Esistere, il Fastidio di Vivere, il Disagio della Vita (Taedium Vitae), il
Flagello della Noia.

Su questa via il Cristianesimo giunge a saper considerare il Dolore


stesso come sede - anzi la sede forse più autentica e sicura - della
gioia. Il punto di vista cristiano è sempre dialettico: ogni conforto è

39
possibile solo attraverso un cammino doloroso, la consolazione è
genuina solo se raggiunta attraverso la Disperazione, la gioia è
apprezzabile come tale solo attraverso e dentro la sofferenza.
La concezione cristiana sarà caratterizzata dal più amaro disincanto
e da una spiccata sfiducia nell'umanità, oltre che da una spontanea e
irresistibile diffidenza nei confronti del sentimentalismo sia
doloristico sia consolatorio, ma non può essere tacciato di cupezza e
tetraggine. Si può considerare cristiano chi senza enfasi e con
impassibile fortezza è capace di sopportare le durissime idee
seguenti: l'idea che il cuore della realtà è fatto di Male e Dolore;
l'idea che Dio non cessa d'esser Dio se soffre e si abbassa, perché il
Male può essere completamente vinto solo con la Cenosi (Kenosis)
di Dio, che deve dunque esser messa in conto della sua
onnipotenza; l'idea che l'uomo non ha alcun diritto alla felicità né
alcun permesso di lamentarsi, perché del fallimento del mondo non
ha da incolpare che se stesso; l'idea che non si soffre mai
abbastanza, a causa dell'economia sbilanciata dell'universo, e che
perciò anche gli innocenti sono chiamati a prestare il loro
contributo di sofferenza, del che non Dio ma l'uomo stesso è
responsabile; l'idea che segno e misura dell'esser cristiano è la
continua disponibilità a soffrire per gli altri, anzi a volerlo fare, anzi
a trovarvi soddisfazione, cioè sollievo alla propria colpevolezza e
infelicità... l'idea che proprio la Sofferenza, e non un qualsiasi
divertissement, è il rimedio contro la noia, il Taedium Vitae, la
scontentezza, l'inquietudine, e anzi proprio il Dolore può diventare
sede della Gioia.

Nemmeno può essere considerata un male la finitezza della creatura


quale esce dalle mani del creatore, la quale consiste più in un limite
che in un'imperfezione, più in un naturale descensus che in un vero
e proprio casus, e non allude che a quella creaturalità che segna la
reciproca delimitazione fra il creatore e la creatura, come un
intervallo che al tempo stesso li divide e li unisce. La risonanza
emotiva di questo limite non oltrepassa il velo di tristezza ch'è
disteso sull'intera creazione, quasi una dolce e serena malinconia,
qual è stata notata da tutti gli osservatori, soprattutto romantici,
della bellezza delle cose del mondo, meravigliose ma passeggere, e
della quale è stato acuto interprete da noi, per quanto riguarda la
bellezza artistica, Benedetto Croce, quando scrive: "Un velo di

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mestizia par che avvolga la Bellezza, e non è velo, ma il volto stesso
della Bellezza". Eppure anch'essa ha un aspetto di oscurità (ma non
c'è un'ombra in Dio stesso? e la creazione non ha forse in sé
qualcosa di cenotico?), perchè nella creazione è ancora fresca la
memoria della lotta e della vittoria sul Nulla, e l'ordine è eretto sul
disordine, e ha sotto di sé, in tacito e ardente ribollimento, il caos,
con le sue immense e terribili forze in continuo fermento e pronte a
scatenarsi, Raab e i mostri marini e, a mala pena trattenute, le
potenze del Nulla.

Nulla è drammatico come l'atto primo con cui Dio origina se stesso,
perchè è una lotta fra la volontà e il desiderio di Dio di affermarsi ed
esistere e il pericolo che vincano il nulla e il male. è in questa lotta
che il male gioca la sua carta suprema, sì che la stessa originazione
di Dio e l'instaurazione della sua esistenza sono in pericolo sino a
che non s'imponga la volontà divina, non prevalga il desiderio di
Dio, sino a che la scelta assoluta non giunga a debellare il male
scartandolo definitivamente. Il nulla e il male hanno sì giocato la
loro unica e ultima carta nell'estremo sforzo per prevalere, ma
hanno perso la partita. è stata un'operazione immane e terribile, in
cui venne decisa l'alternativa: o la libertà positiva o il trionfo della
negazione, o la vittoria sul male o la vittoria del male, o l'esistenza
di Dio o il "nulla eterno".

La prospettiva era o la vittoria del male, sole nero nella voragine del
nulla, o la vittoria sul male da parte d'una positività libera e
dominatrice.
L'importante è riconoscere che Dio è libertà assoluta, che la sua
scelta è stata la scelta del bene, cioè la scelta positiva in presenza
della possibilità negativa, che la sua esistenza è la vittoria del bene
sul male e perciò positività originaria. Dire "Dio esiste" significa dire
che ab aeterno è stato scelto il bene, che il male è stato vinto per
sempre.
Questa abissalità divina è data dal fatto che Dio è libertà, la quale
per un verso è volontà d'esistenza e atto iniziatore, e per l'altro verso
è possibilità del male e scelta originaria.
Il fatto che il male già sussistesse prima dell'umanità non significa
altro che l'uomo non aveva tanta creatività e inventività da sapersi
fare un'idea del male, cosa possibile solo in una scelta orginaria, in

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un atto di libertà pienamente e assolutamente primo e invalicabile.

Se c'è, nel senso chiarito, negatività in Dio, non si dovrà dire che c'è
un'ombra in lui? L'espressione è forte, probabilmente esagerata; ma
non mi sembra ingiustificabile all'interno del linguaggio mistico e
simbolico cui si deve ricorrere parlando della divinità. Certo, lo
stesso Barth parla della "mano sinistra" di Dio, e anche questa è una
metafora, probabilmente meno spinta della precedente. Che sia
meglio fermarsi all'espressione barthiana, la quale ha tuttavia un
senso preciso nell'ambito di una concezione del nulla diversa da
quella sostenuta in queste pagine?

(Nota di Lunaria: a me sembra che sia Pareyson che Barth siano fin
troppo gentili nel descrivere Dio. Tutto l'Antico Testamento è
pervaso da un Dio collerico, adirato, distruttore, che gradisce
sacrifici, genocidi, immolazioni di sangue, tanto che è uno dei primi
limiti del Cattolicesimo, non aver dato una spiegazione davvero
convincente su come fosse possibile che il Dio devastatore di
Abramo fosse anche il Dio amorevole di Gesù. Resta una frattura, o,
citando il Teologo Kitamori, un Dio "schizofrenico", dalla doppia
personalità, tanto che a mio parere solo la Gnosi ha saputo spiegare
meglio certe aporie del Cristianesimo).

Come si può non vedere in Dio un abisso, anzi l'abisso, poichè egli,
non avendo fondamento, origina se stesso, anzi è la stessa
originazione che fa di sé? Tutto in Dio è abissale. Abissale è la sua
libertà, la liberta ch'egli è; abissale la sua volontà, il suo desiderio di
esistere; abissale la sua positività come liberamente scelta; abissale
la sua generosità, quello slancio di prodiga liberalità ch'è la
creazione; abissale il suo amore, che va incontro alla sofferenza e
alla morte non solo per restaurare la creazione ma anche per
redimere l'uomo che pure ha fatto fallire la sua opera.

Altra pensabile ipotesi è che Dio possa scegliere il male, e che da


questa scelta risulti l'esistenza d'un Dio malvagio, "Re delle cose,
autor del mondo, arcana malvagità", "Eterno dator de' mali", che
"per uccider partorisce", che cioè crea esseri unicamente per
soddisfare il proprio gusto di distruggere. [1]
Non è strano che per parlare di Dio sia necessario ricorrere a

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ossimori, contraddizioni, paradossi: parlare ad esempio di Dio prima
di Dio, di Dio e Deità, di Dio e Sopradivinità, tutte espressioni
simboliche della sua abissalità. L'abissalità di Dio è data dalla sua
libertà, ch'è inizio assoluto come desiderio d'esistenza e scelta prima
come istituzione della possibilità del male; essa non esclude quindi
aspetti sconcertanti, ma li situa nella sorgente viva della stessa
positività. Ciò non significa fare di Dio una realtà notturna o
conferirgli l'opacità della notte. L'oscurità dell'abisso è quella del
mistero: notte profonda sì, ma rotta dai lampi improvvisi di intense
illuminazioni, capaci di squarciare le tenebre più fitte
mantenendone insieme la più densa e ricca insondabilità, con
l'inesauribile promessa di sempre nuove rivelazioni.

L'ombra in Dio è che gli si possa domandare: "Perché tanto male nel
mondo, perché tanta malvagità e tante sofferenze?" e ch'egli non
risponda che col suo silenzio. (Nota di Lunaria: questa è forse la
frase migliore di Pareyson che demolisce un sacco di teologia
buonista e da zucchero filato)

La disperata domanda "Perché tanto male?" non è che il rovescio


della "domanda fondamentale"; e il silenzio di Dio è quello da cui
trae spunto l'angoscia dell'uomo d'oggi, immerso nel pozzo senza
fondo del nichilismo. Fermarsi al silenzio di Dio e accettarlo: forse
che sia questa la "soluzione" del problema del male.

Nota di Lunaria: riporto nuovamente ciò che diceva Elie Wiesel sul
"silenzio di Dio", avendo lui vissuto, in prima persona, il dramma
della deportazione. Avrà pregato, avrà implorato Dio di salvarlo, di
far cessare l'orrore, e tutto ciò che ha visto, è stato un Dio muto:

"Abbiamo la netta percezione che un giorno non lontano dovremo -


noi che allora non eravamo nati - parlare di un Dio muto mentre il
suo popolo veniva sacrificato su un'ara di cenere dai molti nomi, dai
nomi impronunciabili, la più grande ara di cenere della storia"

"Se c'è un tempo per pregare, c'è un tempo per porre delle domande a
Dio, è un terzo tempo in cui, in assenza di risposte, non resta altro da
fare se non intentare un processo a Dio. Tutta la grandezza della
tradizione Ebraica, tutta la sua forza, non sono forse in grado di

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intentare all'Eterno un processo per aver lasciato assassinare sei
milioni di individui del suo popolo, di cui un milione e mezzo di
bambini?"

Nella situazione, è ovvio, perchè nella situazione c'è un'infinità di


cose che non dipendono da noi (la nostra nascita, la nostra
condizione, i genitori che abbiamo, il luogo in cui nasciamo...)
[qui Pareyson si colloca nel solco del pensiero Heideggeriano... nota
di Lunaria] non solo, ma l'inizio della nostra situazione è una
nascita a cui non abbiamo dato alcun consenso, è quindi una
necessità che ci è piombata tra capo e collo, e guardando
all'incertezza del futuro c'è per lo meno un'assoluta certezza, e cioè
qualcosa di inesorabile che è la morte.
Non si può non agire. Anche se io decidessi di non agire, sarebbe
pur sempre una decisione che prendo.
(e qui è palese il riferimento a Sartre! Nota di Lunaria)

La Libertà non la si può ricevere se non esercitandola. è un


apparente paradosso quello di qualcosa che comincia ad essere solo
nell'atto in cui è ricevuto, perché solo l'atto di riceverlo lo attiva.

Dio può dire: "Io sono così libero che sono libero anche dal mio
essere, e il mio essere me lo do come voglio; la mia volontà è lo
stesso atto di libertà che io sono; il mio atto di libertà è l'atto con cui
io voglio essere quello che sono.

Ego sum qui sum, 'Ehjeh 'Ascher 'Ehjeh, Io sono chi sono, Io sono
chi mi pare, Io sono chi voglio, Io sono chi voglio essere, Io sono
quello che voglio essere e voglio essere quello che sono, Io sono
libero al punto di essere libero anche del mio essere, dalla mia
essenza, della mia esistenza.

(qui Pareyson rimanda, a mio parere, a certi quesiti teologici relativi


all'onnipotenza di Dio, del genere "Se Dio possa creare un altro
Dio", "Se Dio possa creare qualcuno di più onnipotente di lui" e così
via... tutti giochini che piacevano molto ai teologi di secoli fa! Nota
di Lunaria)

è una peripezia drammatica questa della libertà, che al punto

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culminante può invertire la rotta, perventendo la propria immagine
di libertà in modo che l'affermazione si fa negazione, anzi
distruzione. Questa uscita dal non essere può giungere al punto di
far ritorno al non essere: è appena uscito dal non essere che già può
rientrarci; e questo non essere non si presenta più soltanto, in
questo caso, come non essere, ma come nulla, anzi qualcosa di
peggio: come [Link]é c'è stata di mezzo la scelta, c'è
stato di mezzo l'atto della libertà, che ha convertito questo non
essere in qualcosa di molto più impegnativo. L'atto di libertà che
affermandosi e realizzandosi esce dal non essere (vince il non
essere) mantiene la possibilità di rientrarvi e di morirvi,
soccombervi. Passando il punto fatale, il non essere da cui essa
emerge, realizzandosi, diventa il nulla in cui essa può tornare,
perdendovisi. L'uscire dal non essere è certo un'affermazione di sé,
che può però essere anche la negazione di sé, cioè l'entrare nel
nulla.
Ecco come l'inizio diventa scelta. è pur sempre un atto di libertà
(cioè l'affermazione di sé) sia l'atto con cui si conferma e si ribadisce
nell'essere, sia l'atto con cui si nega scegliendo il non essere da cui è
emersa; e questo non essere, essendoci stato di mezzo l'atto di
libertà, diventa "nulla". La negazione, questa affermazione di sé
presentandosi come negazione, si fa annientamento, distruzione,
autodistruzione. Quello che Barth chiama das Nichtige, non
semplicemente il Nein.
Così l'atto della libertà è l'essere in alternativa, l'inizio diventa di per
sé una scelta, il cominciamento assoluto diventa un dilemma, l'atto
che sembrava unico invece si presenta a due termini. [...] Il non
essere più la scelta è il male. Che cos'è il male? Il non essere + la
scelta. Il male è il non essere scelto.
Queste due possibilità contemplate dalla libertà si sono realizzate
storicamente, non nel senso della storia temporale, ma nel senso
della storia della libertà, che è storia in quanto presente e identica
alla libertà; c'è la libertà che non appena si afferma rientra nel nulla
da cui è appena uscita; c'è la libertà che fra l'autoaffermazione e
l'autonegazione sceglie l'autonegazione; c'è la libertà che si afferma
solo per negarsi e non si afferma che negandosi; c'è la libertà che
trasforma il non essere in nulla e la negazione in annientamento; c'è
la libertà da cui è nata la forza negativa della distruzione, dell'onni-
e autodistruzione [...] Comunque di tutta questa analisi che ho fatto

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fin qui volevo che risultasse questo, che la libertà è insieme potere
di originazione (e quindi inizio assoluto), e scelta negativa o
positiva, e questo in assoluto, ovunque c'è libertà. In ogni punto la
libertà indivisibile, anche se diversa in intensità e in potenza,
presenta questi due caratteri: sgorga impetuosamente e si divide
duplicemente. In ogni punto la libertà è inizio e scelta.

Il male nella sua realtà si trova nel mondo storico-umano, dove è


stato realizzato dall'uomo. Ma si può veramente attribuire all'uomo
tanta creatività, tanta inventività da inventare il male? Per potente
che l'uomo si possa immaginare, è difficile attribuirgli una potenza
tale e un'inventività tale da inventare il male. Una potenza per
realizzarlo, dopo che ne ha trovato la traccia, sì; ma la potenza di
realizzarlo dopo aver già sprecato tutte le sue eventuali energie nel
cercare e nel riuscire a inventarlo, no: la finitezza dell'uomo non è
da tanto. Bisogna che l'uomo abbia trovato l'idea del male, uno
spunto di male, e che lo consideri come una possibilità da tradurre
in realtà. E dove l'ha potuta trovare, questa possibilità? Cosa c'è
prima dell'uomo? Non c'è che il suo creatore, cioè Dio. Non ha
potuto trovarla se non in Dio. Ma in Dio il male non può essere
reale, perché Dio è il bene scelto, Dio è stata la realizzazione del
bene. Ma era possibile realizzare il bene se non scegliendolo? E
scegliere il bene è possibile, se non operando questa scelta con la
possibilità della scelta opposta, cioè della scelta del male? No. Se
scelta è scelta, è duplice (perchè se Dio non avesse avuto altro che
l'univoca possibilità del bene, non sarebbe stata una scelta la sua, ed
egli non sarebbe il bene scelto), egli non sarebbe quello che è, la
vittoria sul male. Quindi, dire che il bene è scelto significa dire che
questa scelta è stata operata in opposizione, in presenza della
possibilità della scelta opposta, e cioè della scelta del male, della
scelta negativa. Quindi è in Dio il male - naturalmente come
possibilità.

[1] Nota di Lunaria: E ovviamente, nell'ottica femminista radicale,


Dio è comunque l'origine del male che le donne patiscono perché
eleva e divinizza esclusivamente la virilità e quindi l'egocentrismo e
la megalomania maschile del sentirsi "padroni delle femmine",
"superiori a loro" proprio perché "Dio si è fatto maschio come me"
Pertanto, il concetto di Dio come lo intende il monoteismo e le
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religioni androcentriche è funzionale alla misoginia e alla violenza.

Tarocchi e Cabala

Il Sepher Yetzirah descrivendo come venne creato il mondo, ci fa


sapere che Dio usò i numeri, le lettere e i suoni nella creazione (cioè
per "incidere il suo nome") perché Dio è l'uomo magnificato (*) e i
tre principali sistemi umani per comunicare i pensieri sono la
numerazione, la scrittura e l'emissione di suoni intelligibili. I 32
Mirabili Sentieri di Saggezza sono i Dieci Sephiroth o numeri e le 22
lettere dell'alfabeto ebraico.
(*) Ovviamente, questa è la visione androcentrica della cosa. Per le
donne, usate gli archetipi delle Dee.

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Queste 22 lettere sono associate con le 22 opere della creazione
secondo la Genesi e si pensava riunissero in loro tutta la saggezza, la
verità e la conoscenza di Dio e dell'Universo. Nella Cabala sono
connesse con i 22 Sentieri, le strade che conducono da un Sephira
all'altro. Le lettere e i Sentieri riproducono tutto ciò che l'universo
contiene, e sono per l'anima la via che conduce a Dio, per il mago
quella che conduce al potere: cioè i gradi del processo di espansione
spirituale attraverso il quale l'uomo può estendersi sino a coprire
l'intero universo e controllarlo. La loro interpretazione è arricchita
dal fatto che essi sono legati con i 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi.

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I Tarocchi sono un curioso mazzo di carte, antenate delle nostre
moderne carte da gioco. Vengono ancora usati per predire il futuro.
Molti occultisti ritengono che gli inventori dei Tarocchi siano stati
gli Egizi e furono portati in Europa dagli Zingari. Secondo altre

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interpretazioni sarebbero state concepite dai Cabalisti; in esse sono
rintracciabili influenze gnostiche, neo-platoniche e catare; tuttavia
la loro storia si perde nell'oscurità dei tempi. Nelle carte è racchiusa
una tale ricchezza di simbolismi e suggestioni che le interpretazioni
sono tante quante sono le persone che li interpretano. Un
commentatore diceva "Forse la più profonda saggezza occulta dei
Tarocchi non può nemmeno essere espressa in parole" e "alla fine, a
chi cerca viene rivelato soltanto ciò che da solo non sa trovare"
Le difficoltà contro le quali urtano tutte le interpretazioni derivano
principalmente dal problema dell'esatta collocazione del Matto che
non ha numero.
Il sistema di corrispondenze, che getta altra luce sui significati degli
Arcani e dei Sentieri, è una versione estesa di quello che si trova nel
Sepher Yetzirah che divide le lettere ebraiche in gruppi di 3, 7 e 12,
corrispondenti ai tre elementi (Fuoco, Aria, Acqua; non c'è posto
per la Terra), ai Sette Pianeti e ai 12 segni dello Zodiaco.
Arcani e Sentieri possono essere considerati da due diversi punti di
vista: se li si segue scendendo dalla cima dell'Albero mostrano
l'evoluzione dell'universo, a partire da Dio: sono strade che
conducono da Dio all'uomo. In senso contrario, partendo dalla base
dell'Albero, sono le vie dell'ascesa dell'anima a Dio. Il Cabalista
inizia dal basso e sale verso l'alto, seguendo la strada del "Serpente
della Saggezza".

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Gruppi Metal consigliati:

Almana Shchora [Link]


v=cnNmT5tGYYw

Arallu [Link]

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Bartholomeus Night [Link]
8ZM2WEQCUEY

Bishop of Hexen [Link]

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