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Come svelare i misteri della Cabala

Introduzione
La Cabala è l'insegnamento occulto di verità universali relative alle emanazioni creative, parte della tradizione esoterica

della mistica ebraica. Anche la Bibbia dedica una buona parte al racconto della creazione e come la Cabala si stabilizza

interrelazionando con Dio, uomo e natura, nel linguaggio simbolico che la Bibbia contiene partendo dalla versione

sacerdotale, dell'anno 500 a.C. circa, che è in stretto rapporto con la Cabala. Ma entrambi sono concepiti nel

linguaggio, con simboli e mentalità ebraiche, molto distanti dalla nostra cultura occidentale.

Con questo lavoro desideriamo accostare alcuni aspetti oscuri dei racconti ad una migliore comprensione. Per molti

cabalisti, la Cabala è la scienza che occorre per sviluppare la Genesi, libro della creazione della Torah, della quale si

dice che è l'estensione, combinazione e permutazione del sacro nome di Dio, delle quattro lettere: IHVH. Essa

Stabilisce anche la relazione tra Dio, uomo ed universo, per questo ha progettato una serie di simboli e mezzi compresi

nei trentadue sentieri, queste sono le dieci emanazioni o pre-numeri che vediamo nell'Albero della Vita con le ventidue

lettere dell'alfabeto ebraico.

Quando parliamo di Dio, dell'uomo e della natura, stiamo utilizzando tre nomi che portano alla nostra mente tre cose

distinte. Attraverso la gematrìa, uno dei mezzi della Cabala, sommando e riducendo le lettere-numeri ebraiche,

vediamo che il numero risultante dai tre nomi ebraici: Dio, Uomo e Natura, danno lo stesso valore, questo vuol dire

che le tre cose, apparentemente distinte, sono la stessa cosa. Questo applicando la gematrìa, ma lo vedremmo anche

se avessimo un punto di vista mistico e chiamassimo tutto: l'Essere.

Nelle pagine seguenti, troverete una serie di paragrafi che vi aiuteranno a comprendere quanto detto sopra. Al fine di

poter ubicare cronologicamente alcune idee che fu necessario incorporare nel corpo della dottrina mistica, religiosa e

filosofica, troverete più avanti alcuni aspetti storici. Proponiamo anche una serie di spiegazioni di aspetti occulti e

dedichiamo alcune righe per discernere che cosa è l'Essere. Una volta riunito ed analizzato tutto il materiale per meglio

meditare, speriamo di essere utili ad una mente desiderosa di conoscenza.

L'albero sephirotico o Albero della vita raffigurato sotto forma di colonne. Le dieci sephirot sono i pre-numeri.
L'alfabeto ebraico: si legge da destra a sinistra. L'alfabeto consta di 22 lettere. Le 10 sephirot producono i 32 sentieri.

Cabala, per quale motivo?


Per quale motivo serve la Cabala, che benefici può dare il suo studio e come possiamo attrarre il ricercatore verso

questa scienza?

In quanto al beneficio che si ottiene, bisognerebbe rispondere con la stessa analogia dell'innamoramento: che

beneficio si ottiene ad innamorarsi? Se rispondete a questa domanda, state rispondendo anche all'altra, pur sapendo

che il cuore non ascolta ragioni. Tuttavia, la Cabala soddisfa le necessità intellettuali come altre migliaia di ragioni. Ma

come il desiderio di conoscenza è una questione personale, non credo che possa esserci una forma di interesse da

parte di qualcuno, se in lui non è ancora scoccata la scintilla che accende il desiderio di ricerca. Per tale motivo, il

presente lavoro è diretto a:

a) coloro che si trovano all'inizio del proprio risveglio di coscienza;

b) chi essendo maturato il desiderio, deve conoscere alcune cose che lo aiutino a separare la paglia dal grano;

c) chi iniziato nello studio della Cabala ha trascurato la via del cuore.

La forma articolata di questo lavoro contiene una struttura triangolare. In una punta del triangolo collochiamo aspetti

riferiti alla Bibbia, che sono necessari per comprendere aneddoti da un punto di vista storico ed occulto. Nella seconda

punta collochiamo i fatti riferiti alla Cabala con alcune spiegazioni che ci aiutano ad alzare il velo che la copre. Nella
terza punta del triangolo troverete riferimenti all'Essere da un punto di vista mistico, che, benché meno estesi, sono

più sostanziosi.

I Misteri della Cabala


La tradizione cabalistica è stata sviluppata dal popolo ebraico, arrivando ad occidente è giunta avvolta da molti misteri,

benché la maggior parte di essi hanno prodotto una grande divisione fra quella che è una lingua simbolica, l'ebraico, e

le lingue occidentali. La differente forma mentis aggiunge infatti, altri misteri a quelli già creati dai maestri ebrei che,

attraverso il significato delle ventidue lettere del loro alfabeto, crearono tra di esse un filo conduttore, dall'inizio della

creazione dello spazio intangibile, fino alla nostra realtà immediata.

Tale strutturazione proviene da necessità storiche della lingua e del paese di questo popolo. In qualche modo possiamo

intuire che sono stati aggiunti "trucchi" o legami per portare l'attenzione degli ebrei della diaspora verso le Scritture.

La costruzione della Cabala come metodo mistico per raggiungere l'idea di Unità per una nuova reintegrazione

nell'Assoluto, è pieno di enigmi, affinché l'ebreo sviluppi il suo intelletto attraverso lo studio e la speculazione, e

interiorizzando mediti su quelle cose che continuamente trova sulla sua strada.

Questo doppio esercizio produrrà un risveglio della coscienza, col quale, se così sarà, avrà compiuto la sua missione.

Pertanto, la Cabala non è in sé stessa un fine, bensì un mezzo efficace per il progresso umano. Per evitare che il suo

studio risulti ingannevole, è imprescindibile che lo studente si riunisca in gruppo e discuta su tutti gli aspetti che

continua ad affrontare. Il piacere o godimento dell'ego non dovrebbe costituirsi in superbia, bensì nel motore per

continuare la ricerca del vero ego e far godere questo attraverso la più alta esperienza.

L'entusiasmo degli studenti e gli inganni dell'io conducono gli studiosi in molti casi a trasformarsi in "adoratori di

segni", mentre essi dovrebbero essere considerati come indicatori della strada che dobbiamo continuare a percorrere.

Ora vi mostreremo alcuni di questi segni, i quali ci serviranno solo per vedere sotto quale forma i maestri ebrei

costruirono il racconto della creazione, per aumentare la nostra comprensione attraverso i veli misteriosi che

avvolgono la Cabala, insieme alla quale si affronta la discussione e la meditazione, altrimenti, gli attimi di stupore

vissuti, non aggiungeranno niente all'esperienza mistica.

Nella Cabala, l'alfabeto ebraico con le sue ventidue lettere-numeri consonanti, è quello che serve da base simbolica per

esprimere un buon numero di idee che se dovessimo esprimere letteralmente, non saremmo capaci di farlo, perché un

simbolo racchiude un'eloquenza superiore a livello di linguaggio. Ogni lettera ebraica è un simbolo, la combinazione di

lettere formano una parola, e la somma di queste, frasi. In modo che il simbolo si estenda come estensive sono le fasi

della creazione. Le lettere sono pietre con le quali si costruiscono case - parole. Ogni lettera ed ogni parola, hanno un

senso fonetico, un valore numerico ed un mistero nascosto dietro la forma. Pertanto, l'alfabeto ebraico, l'albero della

vita, il suo design triadico, i pilastri ed altre disposizioni, sono rappresentazioni sintetiche di verità universali.

La fonte o design triangolare, è una forma per allargare la creazione delle cose ignorate fino alle cose più vicine a noi.

Un triangolo è uguale a due aspetti frontali ed a un terzo che li equilibra. Questa trinità, assente nella religione ebraica,

è molto evidente nella sua mistica la cui base poggia oltre che nella Bibbia, nel Sepher Yetzirah (Libro della

Formazione) e nel Sepher ah-Zohar (Libro dello Splendore). Esistono varie disposizioni simboliche della trinità, una di

esse si presenta come i piatti di una bilancia e l'ago che media tra essi. Su ogni piatto si iscrive una lettera madre

ebraica: la shin alla destra, la mem alla sinistra e l'alef mediando tra esse. L'ago della bilancia si riferisce alla lingua,

perché questa è quella che registra e formula la parola, asse della creazione tanto nella Genesi come nel Sepher

Yetzirah.
Un altro aspetto dell'idea triplice è dato nelle espressioni di pensiero, parola ed opera, tre elementi che sono uno e

benché noi li concepiamo in tempi distinti, nella creazione simbolica, succedono nello stesso tempo.

La rappresentazione più frequente dell'idea trinitaria, è il disegno dell'albero della vita o sephirotico rappresentato da

tre colonne, una a sinistra, una a destra ed una terza che funge da forza equilibratrice. Si aggiungono di seguito le tre

lettere madri sull'Albero rappresentato in colonne.

Le tre lettere madri collocate sopra le colonne.

Tra l'aleph e la tau, prima ed ultima lettera


In tutto il capitolo della Genesi ebraica, c'è una particella che non si può tradurre, perdendo così il suo significato, il

quale, è stato compreso come uno dei primi misteri della creazione. Ci stiamo riferendo ad una formula, chiave o

particella accusativa, che normalmente si scrive AT o ET e che fa riferimento alla prima ed ultima lettera dell'alfabeto

ebraico: aleph-tau.

Ogni atto creativo, generatore o formatore, compreso di senso contrario, è sostenuto da detta particella. Niente esiste

dentro il racconto della creazione nella quale non appaia questa formula. Nei primi cinque capitoli della Genesi appare

cinquantasei volte e dal sesto al decimo quarantadue, in totali novantotto volte in soli dieci capitoli. Perché non si può

tradurre la particella AT e né il suo significato? Come mai una chiave che appare 98 volte in 10 capitoli può passare

inosservata?

La Genesi, attribuita a Mosè, è scritta in modo che possa leggersi su tre diversi livelli: letterale, o se vogliamo, poetico,

simbolico e sacro od occulto. Per arrivare al senso sacro bisogna conoscere il simbolico, perché il simbolo è capace di

contenere e preservare idee difficili da spiegare e rappresentare. Allora studiando il senso delle parole ebraiche, se

vogliamo arrivare al significato sacro dovremmo studiare il simbolico.


Le lettere ebraiche e le parole che esse costruiscono, rappresentano sempre una figura visibile, un senso letterale ed

una forma nascosta nel suo valore numerico. Per comprendere meglio questo concetto, dobbiamo capire che mentre la

nostra cultura usa segni per il nostro alfabeto ed altri segni per la numerazione, in modo che possiamo dire A-B-C o 1-

2-3, nella lingua ebraica, non esistono due serie differenti per lettere e numeri, ma lo stesso segno rappresenta sia la

lettera come il numero. Un altro problema viene dato dall'ordine della numerazione, la quale non ha la stessa

progressione che noi facciamo partire dal dieci, ma questo lo vedremo più avanti. Ci basti per ora sapere che quando

sostantivi o frasi distinte sono ridotte a numero e sommati attraverso un metodo conosciuto in alcuni circoli come

"riduzione teosofica", benché letteralmente si leggano in modo diverso, il loro senso nascosto è lo stesso. Questo

metodo di somma e riduzione si conosce nella Cabala con la denominazione di gematrìa, parola che proviene da

geometria e che indica il valore numerico delle lettere, delle parole dei testi ebraici. Nella creazione sono state usate

tutte le lettere, ad eccezione di quello che esula da detta creazione e che costituisce simbolicamente "il peccato".

Premesso ciò, si può dire che i sostantivi della Genesi ci guideranno per sviluppare una mappa che estende tutta la

creazione dell'universo, la creazione dell'uomo ed il suo rapporto con Dio.

Per indicare gli atti della creazione, siano essi opera di Dio o dell'uomo, i sacerdoti hanno utilizzato la formula AT, cioè,

ogni cosa che indichi un atto creativo, porta nel testo la particella accusativa AT. Pertanto che appaia quasi cento volte
in dieci capitoli della Genesi non è per niente strano se comprendiamo quale metodo di costruzione hanno seguito

coloro che hanno incorporato al testo originale una serie di redazioni aggiunte, con l'obiettivo di "montare"

parallelamente una trama per la via mistica al senso letterale del testo biblico.

Il primo capitolo della Genesi viene battezzato col nome di "Berechit", che in italiano si traduce in "inizio o principio".

Ma in ebraico, la denominazione berechit, ha le sue radici in "be" che deriva dalla verbo "bara" e significa "per" l'azione

di, ed in "rechit" che può tradursi per verbo, o vibrazione, se gli diamo un senso fisico, o per Spirito Santo, se gli

diamo un senso religioso. Pertanto, il primo momento della creazione sembra essere indicato come una prima

vibrazione . Non è un caso che detto sostantivo, berechit, l'usi Mosè come primo nome. È il primo sostantivo del primo

versetto del primo capitolo del primo libro della Bibbia. Non è neppure un caso che circa milleduecento anni dopo, la

stessa parola, venga usata da San Giovanni l'Evangelista per iniziare il prologo del suo Vangelo.

Anche quando appare per la prima volta la formula AT, è nel primo versetto del primo capitolo della Genesi che in

italiano si potrebbe dire: "Nel principio Dio creò i cieli e la terra", ma, che nell'ebraico originale, pur usando i nostri

caratteri, suonerebbe così: "Berechit bara Elohim AT Hashmaim vet herez". Berechit può significare vibrazione nel

senso fisico, ma nel linguaggio spirituale, come abbiamo detto, possiamo tradurlo per Spirito Santo. Visto così, il primo

atto creativo viene dato per mezzo dell'azione dello Spirito Santo, ma rimane, in ogni modo, chiuso tra l'aleph e la tau.

Niente avverrà, a partire da questo momento, che non rimanga conservato tra aleph e tau, tra la prima e l'ultima

lettera delle ventidue che formano l'alfabeto ebraico.

Per i traduttori della Bibbia non è passato inosservato il numero di volte che appare detta particella ed il suo valore

simbolico, ma non è stata data la giusta importanza alla formula AT. Chi studia lo Zohar, siano ebrei o no, troveranno

innumerevoli riferimenti a detta particella, dalla quale potranno estrapolare ricchi significati.

Le lettere ebraiche formano una specie di sfera dalla quale non sfugge niente. Non bisogna pensare ciò come una sfera

nella quale sono state inserite delle lettere, ma dette lettere formano il corpo stesso della sfera. Una lettera combinata

con un'altra forma una voce nuova, in modo che aleph può associarsi al resto delle ventuno lettere. Bet, la lettera

seguente, può anche accordarsi con tutte le altre, e così via. Quindi potranno combinarsi due col resto, tre col resto,

etc... Ogni combinazione produce una nuova idea. Pertanto, l'interno di quella sfera è interconnesso con queste

combinazioni come se fossero le tubazioni di una casa. Si dice che ci sono 705.432 combinazioni creative, tutte

rinchiuse tra l'aleph e la tau, questa cifra rappresenta solamente il risultato di una delle possibili combinazioni.
Nel Berechit la formula si usa nove volte, è la parte della creazione che ci narra tutto ciò che è stato creato prima che

l'uomo apparisse. Il secondo capitolo, quello che parla di volizione, cioè, quello che include l'uomo ed il suo aspetto

volitivo, Eva, la particella è usata sette volte. Vediamo alcuni esempi: "IHVH plasmò l'uomo.... AT" (II) 6, oppure

quando dice: "E fu l'uomo un'anima vivente.... AT" (II) 6. Ogni atto, come abbiamo detto, rimane rinchiuso tra aleph-

tau. Quando un padre ha un figlio, quando Dio crea l'albero della vita, quando un fiume si divide in due, vuole dire che

questi due rami escono da lui. Anche ogni atto di questo tipo è rinchiuso in AT, come nel II, 10, che dice: "... un fiume

arrivava all'orto e di lì si divideva in quattro rami.... AT."

Anche tutti i nomi di Dio che partecipano alla creazione portano in sé la stessa chiave AT. In ebraico il nome di Dio più

presente nella creazione è Elohim. Anche nel capitolo tre della Genesi, colui che narra il peccato originale per mezzo

dell'attrazione di Aicha, Eva, o forza volitiva di Adam, impiega per 7 volte la stessa formula. Precisamente, il peccato di

Adam è quello di aver creato qualcosa al di fuori della sfera del Padre, cioè, di AT. Nel capitolo IV, che potremmo

intitolare "L'Interazione" o "la moltiplicazione", la formula appare 14 volte. Nel IV, 26, con la genealogia discendente,

ogni nome è compreso nella particella AT: Kaim, Henoch, Irad, Mahujael, Mathusalem, Lamech, Adisca, e Zilla, Jabal, e

Jubal, Tubalcain, e Naama, ed ancora: Adam ed Eva, Set, Enosh. Nel capitolo V si narra della preparazione dei futuri

abitanti della terra, ogni volta che si è creato qualcosa fuori dall'Eden, cioè dalla sfera o bolla del Padre, come se fosse
una nuova bolla apparsa per la prima volta. In questo viaggio dal "cielo" alla terra o relazione da Adam fino a Noè, la

particella accusativa AT appare ventuno volte includendo la discendenza di Noè: Sem, Ham, Kam e Jafet. Quindi la

terra viene popolata, purificata, si stabiliscono le specie, si crea un patto di restaurazione e si fondano su essa le

nazioni secondo le lingue, le abitudini e le razze, fino a che appare Abramo che è colui che si immette in un corridoio

celeste per passare dalla cosa occulta alla cosa visibile, egli viene rappresentato nel suo simbolico viaggio da Ur a

Jersusalem, quindi con l'inclusione dall'acca, la Hé ebraica, nel suo nome. Nel capitolo sesto la formula si aggiunge

undici volte, tra le altre cose, con la promessa di Dio di un patto o alleanza. Narra anche il diluvio della selezione che

deve essere fatta nell'Arka. Nel settimo capitolo descrive il diluvio ed il vincolo delle specie allo Spirito divino. In questo

capitolo la formula appare tre volte come idea di distruzione. Mentre nell'ottavo appare nove volte per collocare le

specie rette della terra. Nel nono appare tredici volte per portare a termine il patto e la restaurazione. Il decimo

descrive l'insediamento delle nazioni ed esprime un totale di sei atti estensibili, perciò, la particella appare sei volte.

La Bibbia
"Erezt Israel fu la culla del paese ebraico. Qui si delineò la sua identità spirituale, religiosa e politica. Fu qui dove

ottenne la categoria di stato e creò valori culturali di importanza nazionale ed universale, consegnando al mondo

l'eterno libro dei libri". Con queste parole inizia la dichiarazione di indipendenza dello stato d'Israele. Notiamo che lo

chiama l'eterno "libro dei libri", cioè, la Bibbia. In ebraico "il libro dei libri" è la forma superlativa, vale a dire, il più

importante dei libri. La Bibbia è l'origine e la base di tre tradizioni: la Giudaica, la Cristiana e la Musulmana.

Il manoscritto più antico conosciuto dell'Antico Testamento è il Codex Petropolitanus, dell'anno 916 a.C. Sono stati

trovati rotoli del secolo III a. C. tra i manoscritti del Mar Morto, ma il canone della Bibbia ebraica fu fissato dagli ebrei

della Palestina praticamente nell'era cristiana, ed ancora oggi è considerato dagli ebrei moderni. Esso non contiene

altro che i libri ebraici, eccetto gli scritti in greco di Esther e Daniel.

Ci riferiremo solo all'Antico Testamento o Bibbia ebraica, prendendo come riferimento la Bibbia di Jerusalem. In quella

di Jerusalem, dopo i libri delle Croniche, appaiono i libri di Esdras (Ezra in ebraico) che equivale a soccorso. Dei quattro

libri di questo autore ne appaiono solo due, gli altri sono apocrifi. Nella Bibbia bilingue l'ordine dei libri è differente, ma

non il suo contenuto. Uno dei capitoli più importanti è un apocrifo ed è l'Apocalisse di Esdras. Sia la Bibbia di Jerusalem

come quella bilingue sono accettate. Questo vuole dire che sono considerate ufficiali dall'autorità religiosa Giudaica.
Nell'ortodossia ebraica, Esdras è considerato come un secondo Mosè, perché mentre questo non solo riuscì a

sottomettersi a Dio ed oggettivare il suo rappresentante sulla terra, l'uomo, ma stabilì la parola come vincolo tra tutti e

due (Dio-uomo) come asse della creazione. Per esempio le parole di Dio sono quelle che creano, quando Dio dice: "Sia

fatta" la luce, "ci sia un firmamento", quando dice "si separino" le acque, etc. Anche l'uomo pronunciando la sua parola

crea realtà nella sua mente, in modo che la parola si trasformi, come nella Bibbia, in uno strumento creativo. Esdras

da parte sua, trasformò la parola orale in parola scritta, istituendosi come tradizione e come vincolo tra l'autorità

religiosa ed il credente. Detto diversamente, Mosè stabilì attraverso la parola un nodo che lega Creatore e creatura,

Esdras riallaccia questa unione fortificando la relazione tra sacerdote e popolo. Per effettuare questa unione che si era

persa, Esdras riscatta la legge e le visioni profetiche e dà loro una nuova forma più complessa dell'originale.

Per comprendere la necessità di realizzare certi adattamenti e quelli da includere in una nuova struttura del testo

scritto, col quale si iniziano ad avere distinti livelli di lettura di uno stesso testo biblico, è necessario far riferimento a

fatti storici che conservano un legame col paese ebraico ed il suo complesso divenire: le sue guerre, invasioni,

deportazioni, esili e cattività; tuttavia, per non allontanarci dall'obiettivo proposto, menzioneremo solo alcuni passaggi

molto rilevanti perché sono quelli che segnano le differenze sostanziali nei testi originali, i quali lasciano il passo alle

quattro versioni conosciute del supposto Pentateuco di Mosè.

Rispetto alla Legge, Mosè scrive le sue opere, il Tetrateuco (che raccoglie i primi quattro libri Gn, Es, Lv, Nm), intorno

al 1300 a. C., ma nonostante esistano fin da allora questi scritti, essi non vengono divulgati liberamente fra il popolo

ma è il sacerdote l'addetto alla trasmissione della legge, pertanto, nonostante la scrittura, la tradizione fu trasmessa

oralmente. Ma le ripetute deportazioni di sacerdoti e profeti fecero sì che questa tradizione diventò scritta, cosa che

avvenne partendo dalla schiavitù in Babilonia, 600 - 538 a. C., e più specificamente a partire da Esdras. Da quella data

si conoscono quattro versioni della legge: La "deuteronomista", che non appare come testo scritto fino al 780 a. C. Dal

700 al 600, inizia a perdersi e venne trasmessa solo oralmente e dopo il 600 rimase come testo scritto. Il libro

denominato Deuteronomio, che dà nome a questa versione, non sembra scritto da Mosè benché faccia parte del

Pentateuco. La sua apparizione secondo alcuni autori succede in modo artificiale. La versione "elohista", la quale si

sviluppa nel nord di Israele, malgrado la sua origine sia apparentemente del 1300 a. C., solo dall'800 fu trasmessa

oralmente, data in cui cominciò ad essere trasmessa in forma scritta. Questa versione il cui sviluppo può ubicarsi

attorno al 750 a. C., apparve con l'invasione assira e la distruzione di Samaria nel 722. La versione "yahvista" è quella

che ebbe meno vita orale, perché già nel 1100 a. C., si conosceva il suo testo scritto, benché come versione così

denominata va ricondotta ai tempi di Salomone. I sostantivi di questa versione differiscono in parte dalla "elohista".

Versione "sacerdotale", questa è magari la più interessante benché sia la stessa legge di Mosè di tradizione orale, essa

è stata riscritta nel 538 a. C. da sacerdoti ebrei prigionieri in Babilonia. Indichiamo il 538 perché è il primo anno del

regno di Ciro il persiano che liberò gli ebrei dalla schiavitù e permise che ritornassero a Gerusalemme per ricostruire il

Tempio di Salomone che era stato distrutto dal capitano della guardia di Nabucodonosor.

Come possiamo vedere, lo sviluppo di ognuna delle due versioni della legge è influenzato da due avvenimenti storici

importanti:

1) l'invasione assira nel 722 a. C.

2) la schiavitù di Babilonia, 600 - 538 a. C.

Le costanti diaspore, l'avere mantenuto una tradizione orale conosciuta solo dai sacerdoti di Levi ed i facili progetti

teologici della religione ebraica prima della schiavitù, sommati alla mentalità ebraica, provocarono l'allontanamento del

popolo dai sacerdoti e dal legame prestabilito dalla legge stessa che la religione conteneva. Di lì la necessità di creare

aspetti teologici più complessi con l'incorporazione di nuove dottrine proselitarie. Essi riscrissero la Bibbia rendendo la

lettura più confusa, obbligando il popolo a ritornare alle antiche scritture. Quando gli eruditi ebrei provenienti dalla
Babilonia ritornarono a Gerusalemme, portarono contenuti religiosi più elaborati degli esistenti nel paese che era

rimasto di Juda. Tra coloro che ritornarono c'erano Esdras e Nehemías, oltre a Daniel, il profeta più importante.

Partendo da Esdras possiamo riferirci agli ebrei come al paese del libro . Quindi è partendo da Esdras che la teologia

ebraica diventa più complessa cedendo il passo alla versione Sacerdotale.

Alcuni considerano Esdras un cronista, altri lo considerano un profeta ed anche uno scriba, c'è anche chi gli attribuisce

i libri di Nehemías.

Esdras scrive la sua Apocalisse mentre si trovava in Babilonia, come menziona il capitolo 1, versetto 1: "Nel trentesimo

anno dopo la caduta della nostra città", si riferisce a Gersualemme, "mi trovavo in Babilonia, io Soutael, chiamato

Esdras.... Ritornai a Jerusalem col consenso di Ciro e con due missioni ben definite". Una di esse la troviamo in Esdras

I, 3 nel suo primo libro canonico che dice: "Chi c'è tra voi, disse Ciro, che possa tornare nel proprio paese,

Gerusalemme, per edificare la casa di Yahveh?". Quindi, Esdras viene per iniziare la ricostruzione del Tempio di

Salomone che venne terminato nel 516 a. C. Iniziò così l'era ebraica conosciuta come Secondo Tempio. L'altra missione

di Esdras la conosciamo attraverso la sua Apocalisse. In questo caso, Dio rivela ad Esdras, attraverso Uriel, la luce di

Dio, affinché soccorra, Ezra, nel paese che aveva perso il testo della legge. In questo libro, le narrazioni si decorano

con sembianze e finzioni molto apprezzate dai cabalisti.

Può essere una coincidenza interessante che nella settima rivelazione Dio ordina ad Esdras di rimettere per iscritto la

legge perduta. Così egli riunì cinque uomini abili in scrittura e, di grazia divina, che adempirono al loro compito in

quaranta giorni. Visto questo, sembra molto probabile che la riscrittura realizzata da Esdras sui testi antichi, si realizzi

nel 400 a. C. circa, benché la Bibbia ebraica, apparve nella sua forma definitiva verso la fine del primo secolo dell'era

cristiana. È anche probabile che Esdras sia, come abbiamo detto, il punto di partenza della versione sacerdotale della

legge.

Chi era Esdras? Lo stesso spiega con orgoglio il suo lignaggio facendolo risalire ad Aronne, quindi, un sacerdote di Levi.

Nel 7.6 dice anche che è uno scriba molto esperto nella legge di Mosè. Esdras studiava e copiava i libri della legge e

liturgici. Allo stesso tempo includeva elaborazioni proprie per dare agli aspetti religiosi maggiore complessità in modo

che l'ebreo si vedesse obbligato a ricorrere costantemente alle antiche scritture. Scrisse l'aspetto nascosto della legge

attraverso un alfabeto simbolico ebraico quando l'aramaico divenne la lingua di uso comune.

Nel Bibbia di Jerusalem, i traduttori fanno commenti brevi sul Pentateuco e menzionano che a partire dal capitolo della

Genesi, dove si inizia a narrare la storia di Abramo, si vedono incorporazioni redazionali rabbiniche, come se le mani di

vari autori si fossero sovrapposte. Per l'autore di queste pagine quelle che sono incorporazioni redazionali sacerdotali, il

sacerdote principale della sovrapposizione è Esdras. Le frasi allusive a Dio ed i sostantivi avranno a partire da Esdras

un senso esterno ed un altro interno, apprezzato solo dai cabalisti, che conoscono una tecnica chiamata gematría, che

già abbiamo menzionato ma che ritorneremo a vedere più avanti. Per i cabalisti la Legge è la permutazione ed

estensione del nome di Dio IHVH. Studiando la Bibbia da questa nuova prospettiva, l'ebreo diventa uno studioso della

Legge e non un semplice credente. Perché la nuova impalcatura obbliga a prendere in considerazione i testi da una

nuova angolazione, considerando Esdras un secondo Mosè. D'altra parte, quando nelle pagine anteriori menzionavamo

la particella aleph-tau come formula che chiude ogni atto creativo o distruttore, stavamo alludendo implicitamente ad

Esdras, in modo che il simbolismo delle lettere ebraiche ed il concetto religioso che comprende tutta la creazione tra

l'aleph e la tau, cioè, dentro l'alfabeto ebraico, allude a questo sacerdote ebreo, benché non abbiamo altro che una

semplice presunzione di questa ipotesi.

Il libro che segna il principio della Cabala, cioè, il primo riferimento scritto, è il Sepher Yetzirah, il Libro della

Formazione, di autore anonimo e che appare tra il 600 ed il 300 a. C., cioè, in epoca post-esilio. Il parallelismo tra

questo libro e la Genesi di Mosè è molto stretto. Ambedue riferiscono della Creazione, ambedue hanno come basi
l'alfabeto ebraico e in entrambi la parola è l'asse della creazione. Questo potrebbe farci pensare che le incorporazioni

riprese dalla Genesi ed il Sepher Yetzirah siano opera dello stesso autore, creativo di uno stesso simbolismo.

Testo del capitolo XIV, settima rivelazione. Apocalisse di Esdras


"Dopo tre giorni di attesa sotto un albero, sentì una voce che gli diceva che il mondo è diviso in dieci parti. La stessa

voce gli indica che rivelerà cose che potrà insegnare e cose che dovrà tenere nascoste. Quello che deve trasmettere

senza veli lo darà al popolo e quello che deve mantenere nascostolo potrà solo trasmettere ai saggi", in modo che la

legge possa avere un significato esterno ed uno interno.

Osservando la Shej'inah

Configurazione della Bibbia


Nello schema che segue possiamo osservare che la Bibbia ebraica si divide in tre parti: La Legge che contiene il

Pentateuco di Mosè, I Profeti e Gli Scritti o Agiografi. A sua volta i Profeti si dividono in Profeti anteriori, i Giudici, e in

Profeti posteriori che sono i profeti propriamente detti. L'apparizione dei differenti testi è indicata cronologicamente. È

curioso osservare che circa il 40 percento dei libri appaiono vicino alla data della schiavitù in Babilonia. È anche curioso

che tra il primo ed il terzo Isaia ci siano circa 250 anni, con questo abbiamo una dimostrazione chiara che la Bibbia si

continuava a scrivere sul testo originale.

Rispetto ai libri di Isaia abbiamo la seguente informazione. In Isaia 1.1, dice il profeta: "Visione che Isaia ebbe in

tempi di Osías, Joatam, Ajaz ed Ezechiele, re di Juda". Osías salì al trono nel 780 a.C. ed Ezechiele morì nel 692 a.C.,

pertanto, il primo versetto situa Isaia nel secolo VIII a.C. D'altra parte, il secondo libro di Isaia continua con un testo

allusivo a Senaquerib, figlio di Sargon, assiro, del quale parla alla fine del primo libro. Questo mostra una

modificazione molto marcata e repentina. Tutto è distinto, linguaggio, stile ed ambiente. Pertanto, lo scrittore del

secondo libro sembra essere un altro. Nel 45.1, non parla più di Ajaz, di Ezechiele e di Senaquerib, di Ciro che regnò

un secolo e mezzo dopo Senaquerib. Il secondo libro di Isaia è uniforme per tutti i primi 55 capitoli, ma poi, dal 56° al

67°, sembrano scritti in un'altra epoca, perché non dicono, come gli altri, che presto l'esilio finirà, ma lo dà come un

fatto successo. Questi capitoli sembrano scritti verso il 450 a.C., cioè, un secolo dopo il secondo Isaia e quasi tre secoli

dopo il primo Isaia. In modo che l'opera di Isaia ricevette la sua forma definitiva circa trecento anni dopo la morte del

profeta. In quanto ai messaggi, nel primo introduce l'idea del Messia come un re glorioso guerriero e predice l'esilio. Il

secondo parla di un Messia colpito, ferito ed assassinato, che compie la volontà di Dio. Nel secondo dice che l'esilio

finirà presto. Nel capitolo 56 l'esilio era già passato. Isaia trasforma Dio in un dio universale, non solo degli ebrei. Il

messaggio di Isaia nel 40.3, è ripreso posteriormente da Matteo, l'evangelista, per creare il supporto del ministero di

Gesù. Si osserva anche che l'ordine dei versetti di Isaia hanno avuto sistemazioni, perché non sono successivi.
Cronologia dell'antico testamento

Qualunque analisi che si faccia della Bibbia, emerge l'incorporazione di un metodo per estrapolare altre informazioni

attraverso i sostantivi ebraici ed il testo del capitolo XIV della settima rivelazione dell'Apocalisse di Esdras e ci danno

adito di pensare che il testo biblico è puramente religioso ed elaborato secondo le necessità.

La Bibbia ebraica è divisa in tre parti secondo l'ordine seguente:

a) La Legge. Che a sua volta contiene il Pentateuco. I nomi ebraici dei cinque libri appaiono all'inizio del testo: Berechit

(Genesi). "Questi" sono i nomi (Esodo). "IHVH chiamò Mosè" (Levítico). "Nel deserto" (Numeri). "Queste" sono le

parole (Deuteronomio).

b) I profeti, che a loro volta hanno una suddivisione: Profeti anteriori (Josué) I giudici, Samuel 1 e 2 (Re 1 e 2) I

profeti posteriori, Isaia, Jeremías, Ezechiele, Daniel; ed i dodici profeti minori nell'ordine stabilito dalla Vulgata sono:

Ossee, Joel, Amos, Abdías, Jonás, Miqueas, Nahym, Habacuc, Sofonías, Ageo, Zaccaria e Malachia.

c) Gli scritti o agiografi: I Salmi o lodi, Job, Proverbi, Ruth, Il Cantico dei Cantici, L'Ecclesiaste ("Qohelet"), Lamenti,

Esther, Esdras (due libri), Nehemías, Cronache. Da Ruth ad Esther ricevono il nome di "I cinque Rotoli". si leggevano

nelle feste ebraiche.


L'Alfabeto ebraico come simbolo della Creazione
Nella Cabala Pratica si tenta un'interpretazione mistica dell'Antico Testamento studiando ogni frase, parola e lettera e

mentre queste si vanno combinando, creano connessioni tra distinti livelli della creazione senza perdere il filo

conduttore che unisce in uno stesso significato ontologico i sostantivi ubicati in distinti versetti del Libro. Questo tipo di

Cabala alla quale alludiamo, contiene varie formule che potremmo riassumere in tre parti: Gematría, Notaricon e

Temura.

La Gematría riferisce il valore numerico delle lettere e le parole, sostantivi del testo biblico. I numeri sommati danno

un valore e se troviamo un altro sostantivo, che sommato ai suoi lettera-numeri danno lo stesso valore, diremo che

ontologicamente è la stessa idea. Per esempio, la parola Messiah, Messia, ed il termine Ib-shil, Shilo verrà, sommando

358, dove 3+5+8 = 16 per ottenere infine 1+6 = 7. Tanto Messia come Shilo si riferiscono simbolicamente alla

Semente. Il nome del bastone di Mosè in ebraico è "nachash" le cui lettere danno come somma 358. Così vediamo che

tre cose apparentemente distinte: il bastone, il Messia e Shilo, sono la stessa idea. Questa idea che abbiamo

denominato Semente, si riferisce ad un piano dentro il divenire della creazione. Bisognerebbe riferire la parola

Semente all'effetto che esercita lo Spirito Santo sulla creazione dell'uomo e dell'universo.

Sul Notaricón e la Temura non ci tratterremo molto perché è più importante per noi la Gematría. Va detto solamente

che il Notaricón si riferisce ad una chiave determinata che si usa per la creazione di nomi che utilizzano le lettere

iniziali o finali delle parole di una frase. La Temura da parte sua, si riferisce alla tecnica di scrivere due abbecedari

invertiti e spostare le lettere di posizione.

La Cabala Pratica stabilisce inoltre i seguenti principi:

Yod, la più piccola delle lettere è una delle più studiate. Tutte le lettere hanno forma di cunei e chiodi e la più piccola è

la Yod. Qualunque lettera ebraica contiene la lettera Yod? L'aleph ha in essa due Yod, una di esse invertite?

Per strutturare la Cabala Pratica è stata ripresa tutta la numerazione di tutti i nomi e i titoli divini, nonché tutti i nomi

propri e la numerazione di tutte le frasi che registrano ordini divini, sono state anche riportate alcune parole con altre

attraverso i valori numerici lasciando in questa relazione tutta la spiegazione della creazione.

Lo Shemhamforash o nome sacro è una formula che conserva la relazione col simbolo della Scala di Jacob, quella che
sale dalla terra al cielo. Per ciò si iscrivono tre versetti di Esodo uno sotto all'altro ed alla lettura verticale delle tre

lettere vengono aggiunti i suffissi "A" o "Ih", che sono compresi nei nomi di Dio. Con questo metodo sono stati creati i

nomi dei 72 angeli.

Origini e contenuto del Sepher Yetzirah


Il Sefer Yetzirah (S.Y.) o Libro della Formazione è la prima opera conosciuta che segna un principio o punto di partenza

della tradizione cabalistica scritta. È di autore anonimo e la sua apparizione si presume risalire fra il 600 ed il 300 a.C.

È la simbologia delle lettere quello che dà un senso al passaggio allusivo di Abramo e Sarah nella Genesi, essi non

avevano discendenza fino a che Dio incorpora un'acca nei suoi nomi. Dicono i cabalisti, a questo proposito, che il nome

di Dio IHV si completi col nome umano di Abramo e passa a chiamarsi IHVH. Pertanto, è possibile risalire alla data

delle incorporazioni sacerdotali come origine del Sefer Yetzirah. La data di dette incorporazioni, coincidono con quelle

dell'apparizione del libro.

Non sappiamo se Esdras è l'autore del Sefer Yetzirah, nella letteratura ebraica consultata, non c'è nessun riferimento in

merito, ci sono tuttavia molte coincidenze nelle date e negli stili che ci riportano certamente a questo sacerdote che

conosceva molto bene le opere di Mosè e dei profeti.


È possibile che il Sefer Yetzirah provenga da scritti anteriori all'anno 600 a.C., al suo interno è possibile che ci siano

stati altri inserti operati da altri sacerdoti. Il capitolo V per esempio, non sembra avere nessuna relazione col resto

dell'opera. È in questo capitolo che il S.Y. nomina il solo Abramo, magari per collegarlo con la Genesi ed incorporarne la

simbologia delle lettere e l'aspetto occulto del suo nome.

Il caso vuole che proprio il Sefer Yetzirah sia un libro misterioso. Riporto le parole del rabbino e cabalista Aryeh

Kaplan: "Se l'autore desiderava che fosse occulto nel suo reale significato, il suo successo fu completo". Solo con una

analisi approfondita ed intelligente e con lo studio approfondito di ogni parola in relazione coi suoi parallelismi della

letteratura biblica e "talmudica" si può iniziare a penetrare il suo alone occulto.

Il Sefer Yetzirah è un libro di meditazione, di profondo contenuto e di una saggezza incredibile, nonostante sia un libro

molto piccolo, è composto di sole mille trecento parole nella sua versione breve, e non più di duemilacinquecento nella

sua versione lunga. In totale esistono quattro versioni, come nella Torah, fra queste esiste una in versione Saadia che

possiamo definire molto strana. Quest'ultima è la più utilizzata e contiene milleottocento parole. La versione Saadia è

qualcosa di strano, poiché presenta una disposizione del libro diversa dalle altre tre. La versione breve usa i verbi in

imperativo, le altre al passato. Gli imperativi si adattano meglio al senso del tempo e della mentalità ebraica.

Il contenuto del Sefer Yetzirah è dogmatico, nel senso stretto, "trasmette quello che riceve senza aggiungere né
togliere niente", perché le interpretazioni e le speculazioni sono soggettive e sono quelle che promuovono la

controversia, ma se così non fosse, sia chiaro, si eliminerebbe il metodo meditativo. Pertanto, l'essere conciso e senza

spiegazioni, permette il lavoro di meditazione sul testo che dopo una prima lettura, ci porterà ad una riflessione o

interpretazione con le quali si completa il metodo di immaginazione e ragione o rivelazione profetica e riflessione,

oppure meditazione e riflessione.

Eccetto la versione Saadia, il Sefer Yetzirah consta di sei capitoli. Nel sesto come già detto, c'è un piccolo riferimento

ad Abramo, questo permette ad alcuni cabalisti di attribuirne la paternità a questo patriarca. Seppure altri cabalisti

indicano Mosè come ricettore di questa tradizione, tuttavia, il S.Y. non nomina Mosè, né altri personaggi ad eccezione

di Abramo.

Il primo capitolo introduce le sephirot, ma non presenta nessun disegno né nomi di ogni sephirah. Esso dice solo che

sono dieci e non nove, dieci e non undici. Menziona anche che la visione delle sephirot è come quella di un raggio. Le

rappresentazioni dell'albero ed i nomi delle sephirot, sono stati sviluppati posteriormente dai cabalisti. In una Bibbia

cristiana scritta in siriaco, appare Cristo crocifisso e la relazione delle sephirot con distinte parti del suo corpo. Questa,

come altre rappresentazioni, è un prodotto della mente umana partendo da coloro che conobbero il contenuto del

Sefer Yetzirah, ma questo non vuole dire che questa opera contenga il prodotto dell'immaginazione di tutti i lettori.

Testo, numero e comunicazione, sefer, sefar e sipur, sono chiavi del Sefer Yetzirah. Tanto le dieci sephirot del primo

capitolo, come le ventidue lettere del secondo rimangono registrate nello spazio intangibile. Qui deve intervenire la

meditazione sul testo, nel numero primordiale e nella comunicazione. Detto diversamente, bisognerebbe immaginare o

visualizzare lo spazio fisico e di quello "non apparente" continuare a formare i trentadue sentieri, le dieci sephirot e le

ventidue lettere, fino a che detto spazio perda il vuoto o nulla apparente e rimanga completamente pieno con le

lettere. Il Sefer Yetzirah dice che Dio, Yah, registrò le lettere in quello spazio, le intagliò, cioè, tolse schegge dallo

spazio, fino a lasciare solo le lettere. Notate che non si tenta di riempire lo spazio, bensì di toglierlo dalla realtà

materiale affinché appaia la parte occulta. A partire da questa formazione-creazione, si medita.

È possibile che durante la visualizzazione e/o meditazione delle sephirot, esse corrano o si muovano; può essere che

passino davanti alla nostra immaginazione in quel momento. Sempre con la nostra immaginazione dobbiamo seguirle

ed agganciarci ad esse, e da esse, meditare.


I tre capitoli seguenti del S.Y., si riferiscono alla divisione delle lettere collocandole in relazione con l'universo, l'uomo

ed il tempo. Dicendo universo, anima ed anno, si può intendere come distanza, coscienza e tempo. Qui viene mostrata

un'altra volta l'idea triplice che spesso emerge nel S.Y. . Questi capitoli del libro, sono più speculativi che meditativi, ed

i primi due capitoli sono una combinazione di scritti anteriori, mentre il resto aggiunto a posteriori è ben più recente

del testo del capitolo sesto.

Il capitolo I della versione breve del S.Y. contiene quattordici sezioni, mentre il capitolo II, ne contiene solo sei. Dato

che il contenuto di questi due capitoli è considerato come meditativo, trascriviamo di seguito il testo seguendo l'ordine

ma senza indicarlo, prescindiamo dal resto dei capitoli in quanto di carattere speculativo o interpretativo. Utilizziamo la

versione breve perché è quella che usa i verbi in forma imperativa:

"Con 32 sentieri mistici di Saggezza registra Yah, Il Sig. degli Eserciti, Dio d'Israele, il Dio Vivente, Re dell'universo, Dio

onnipotente, clemente e misericordioso, Altissimo ed Onnipotente, che abita nell'eternità ed il cui nome è Sacro. Egli

crea il Suo universo con tre libri, con testo (sefer), con numero (sefar) e con comunicazione (sipur).

Dieci Sephirot del Nulla, ventidue lettere di fondamento: Tre Madri, Sette Doppie e Dodici Elementari.

Dieci Sephirot del Nulla: il numero delle dieci dita, cinque opposti a cinque; con un'unica alleanza precisamente nel

mezzo, come la circoncisione della lingua e la circoncisione del membro.

Dieci Sephirot del Niente: dieci e non nove; dieci e non undici. Considera nella tua Saggezza e saprai nell' Intelligenza.

Esamina con esse e scruta da esse. Fa' che una cosa si erga sulla sua essenza e faccia che il Creatore si senta nella

Sua base.

Dieci Sephirot del Niente: la sua misura è dieci e non ha fine. Una profondità del principio, una profondità del fine, una

profondità del bene, una profondità del male, una profondità del sopra, una profondità del sotto, una profondità

dell'est, un profondità dell'ovest, una profondità del nord, una profondità del sud. Il Maestro unico, Dio Re fedele,

domina su tutte dal suo santo monte fino all'eternità delle eternità.

Dieci Sephirot del Nulla: la sua visione è come l'"apparizione del raggio", il suo limite non ha fine. La sua Parola in essi

"và e ritorna". Si precipitano al suo dire come un uragano e si affanano davanti al suo trono.

Dieci Sephirot del Nulla: la sua fine è contenuta nel suo principio ed il suo principio nella sua fine, come la fiamma

unita alla brace. Perché il Maestro è unico, non c'è un secondo; e prima dell'Uno, che cosa si può contare?

Dieci Sephirot del Nulla: frena la parola della tua bocca e al tuo cuore di pensare. Se il tuo cuore corre, ritorna da dove

è venuto, come sta scritto: "Le Chayot correvano e ritornavano" (Ezechiele 1:14). rispetto a questo si fece l'alleanza.

Dieci Sephirot del Nulla: Uno è l'Alito del Dio Vivente, benedetto sia il Nome della Vita dei mondi. Voce, Alito e Parola.

Questo è l'Alito Sacro (Ruach HaKodesh).

Due: Insufflo dell'Alito. Con lui registra ed intaglia ventidue lettere fondamento – tre Madri, sette Doppie e dodici

Elementari – ed un solo Alito proviene da esse.

Tre: L'Alito dell'Acqua. Con l'acqua registra ed intarsia il caos ed il vuoto, la terra ed il fango. Comprendili ed intagliali

come un muro, poi coprili con un coperchio.

Quattro: Fuoco di Acqua. Con lei comprendi ed intaglia il Trono di Gloria, Seraphim, Ophanim, il Sacro Chayot ed angeli

Ministri. Con le tre stabilisce la sua dimora, come è scritto: "Fa i suoi angeli di aliti, i suoi ministri di fuoco

fiammeggiante." (Salmi 104:4).

Cinque: Con tre delle lettere semplici "sigilla le cose alte". Ne sceglie tre e le pone nel suo grande Nome: YHV. Con

esse crea le sei estremità. Le pone verso l'alto e le sigilla con YHV.
Sei: Indica le cose di sotto". Le pone verso il basso e le sigilla con YHV.

Sette: Indica "l'est". Lo pone di fronte e lo sigilla con YHV.

Otto: Indica "l'ovest". Lo pone di dietro e lo sigilla con YHV.

Nove: Indica "il sud". Lo pone a destra e lo sigilla con YHV.

Dieci: Indica "il nord". Lo pone a sinistra e lo sigilla con YHV.

Queste sono i Dieci Sephirot del Nulla. Uno è l'Alito del Dio Vivente, Soffio dell'Alito, Acqua dell'Alito, Fuoco dell'Alito,

Fuoco dell'acqua e delle estremità, sopra, sotto, est, ovest, nord e sud.

Ventidue lettere di fondamento: tre Madri, sette Doppie e dodici Elementari. Le tre Madri, A M Sh, il loro fondamento è

la base del merito, la base della responsabilità e la lingua del decreto che decide tra essi.

Ventidue lettere: registrale, intagliale, pesale, permutale e trasformale, con esse disegna l'anima di tutto quello che fu

formato e tutto quello che sarà formato nel futuro.

Ventidue lettere fondamento: sono registrate con la voce, intagliate con l'alito e poste nella bocca in cinque punti:

AChHO, BVMP, GYKQ, DTLNTh, ZSShRTz.

Ventidue lettere fondamento: sono posizionate in un cerchio come 231 porte. Il cerchio gira in avanti ed indietro.

Questo è un segno: Non c'è bene superiore al diletto (ONG) e non male peggiore della piaga (NGO).

Come? Permutale e trasponile, Aleph con ognuna ed ognuna con Aleph; Bet con ognuna ed ognuna con Bet. Si

ripetono in un ciclo. Pertanto, tutto quello che è formato e tutto quello che è parlato deriva da un nome. Forma la

sostanza a partire dal caos e falla esistere con la non esistenza. Taglia grandi pilastri d'aria che non possono essere

afferrati. Questo è il segno: Uno previene prevede, traspone e crea tutta la creazione e tutte le parole con un nome.

Ed ecco un segno di questo: ventidue oggetti in un corpo unico."

Di seguito presenteremo un riassunto delle sezioni da 4-8 a 4-14. Questo riassunto si può usare per un lavoro pratico

di meditazione. Si riferisce alle sette lettere doppie che rappresentano aspetti da tenere in conto nella vita giornaliera.

Il non applicarli fa che uno si districhi nella vita attraverso i suoi opposti inconvenienti, per esempio, cadere nella

stupidità invece di applicare saggezza.

Riassumendo le sezioni 4.8 - 4.14, S.Y (Gra)

***

Rappresentazione dell'Albero della Vita o Spephirotico


Il primo triangolo è il mondo superiore o Prima Trinità dalla quale sorge tutto il resto. È formato da: Corona (Kether),

Saggezza (Chokmah) e per Volontà (Binah). Il secondo triangolo è formato da: Povertà (Chesed), Forza (Geburah) e

Bellezza o Equilibrio (Tiphereth). Il terzo triangolo lo formano: Vittoria (Nezach), Gloria (Hod), e Fondamento

(Yesod).La decima sephira non rappresentata in questo diagramma è Il Regno (Malkut). Le dieci Sephirot possiamo

dividerle in quattro piani. Il primo triangolo sarebbe il mondo dell'Emanazione. Il secondo è il mondo della Creazione. Il

terzo è quello della Formazione e Malkut o il Regno si trova nel mondo dell'azione. Possono rappresentarsi anche

quattro alberi dove il Malkut del primo è il Kether del secondo e così via. Questo rosario di quattro alberi rappresenta i

quattro livelli della creazione. In modo che c'è uno in Atziluth, un altro in Briah, un terzo in Yetzirah ed un'altro in

Assiah.

Le 7 lettere doppie nello schema tradizionale dell'albero


Nota: Le tre lettere madri si iscrivono sui tre sentieri orizzontali dell'albero, le sette doppie sui verticali e le dodici

semplici sugli obliqui.

La caduta dell'uomo: mito di Adamo


Ogni cultura ci parla di un primo uomo. Ogni narrazione si adatta alla mentalità, lingua ed abitudine nelle quali è nata.

La Genesi narra la creazione dell'uomo secondo la mentalità ebraica seguendo il metodo descritto sopra. Il nostro

problema, pertanto, è culturale. Vuol dire che abbiamo assunto per via religiosa una spiegazione del primo uomo

raccontata alla maniera della mentalità ebraica ma non secondo la nostra, né la nostra lingua. La distanza tra le due

culture è grande e tale è il rischio interpretativo che affrontiamo con cautela. Inoltre, dobbiamo riconoscere, che ci è

sempre stata somministrata ed alimentata la cultura del mistero, invece di quella dello studio e della conoscenza. La

costruzione grammaticale che gira attorno alla creazione del primo uomo può darci la chiave per cercare di capire

alcuni misteri ed eliminare alcuni concetti errati.


Oltre alla Genesi, esiste un'altra fonte ebraica che ci parla della creazione. Si tratta del Sepher Yetzirah (libro della

formazione), il quale è anonimo e si ubica tra il 600 ed il 300 a.C. insieme allo Zohar, lo Yetzirah, forma il nucleo

dell'istruzione cabalistica e si estende per tutta la Torah. Per capire il mistero della creazione, ricorreremo ad alcune

spiegazioni dello Yetzirah.

In ebraico, la parola creazione ha quattro significati o livelli. Quello che per noi significa creazione, in ebraico si dice

"beriyah", questo è dunque il primo tema che dobbiamo risolvere, tutti gli atti creativi non corrispondono a questo

livello di creazione: Il primo o più alto livello è il designato "Atziluth" (emanazioni). Questo è un livello difficile da

comprendere, dunque non abbiamo nella nostra mente o coscienza nessun riferimento che ce lo renda reale. Un

rabbino lo chiama "creare" il nulla dal nulla. Il secondo è chiamato "Briah", che è anche difficile da capire, benché a

differenza del primo, possiamo cominciare già a verbalizzare. Il rabbino a cui facciamo riferimento, Kaplan, lo chiama

"creare qualcosa del niente". Il terzo livello è chiamato "Yetzirah", come il libro, e vuol dire formazione o livello di

formazione, al quale Kaplan gli assegna l'idea di "creare" qualcosa da qualcosa. Il quarto livello corrisponde ad

"Assiah" ed indica il livello dei fatti accaduti o la funzione delle cose create, o se si preferisce, il livello della

realizzazione. Quando il racconto della Genesi parla di Adamo, si riferisce all'uomo archetipico. Questo passo si trova

nell'Atziluth, pertanto, non possiamo conferirgli l'idea di carne, né sesso, né altre attribuzioni che la nostra mente
normalmente attribuisce ad un uomo.

I quattro mondi in relazione all'uomo


Abbiamo detto come tutti i processi della creazione si intendono contenuti nella formula AT, ma, ognuno di essi si può

riferire ad un determinato livello. Allo stesso modo, quando si tratta della creazione del primo uomo, troviamo lo stesso

senso nella sua costruzione narrativa. Pertanto, con questa chiave interpretativa è possibile, analizzare la storia di

Adamo, la sua creazione ed espulsione dal paradiso, il peccato originale o la rottura del patto e la promessa di

restaurazione.

Seguendo lo stesso procedimento quadruplo, quando si allude all'uomo, dobbiamo capire di che livello si parla. Perciò,

bisognerebbe vedere nel testo originale che parola si usa per designare la creazione: Adam o Adam Kadmon, si

riferisce, come abbiamo detto, all'uomo archetipico, senza differenziazione di sesso, androgino e senza idea di
molteplicità. È l'anima dell'uomo, una sola anima, l'anima universale dalla quale tutti gli esseri umani dipendono. Tutti

gli uomini e tutte le donne senza differenziazione e possibilmente tutte le specie, se qualcuno accetta la presenza di

anima in tutte le creature, benché nell'ordine della narrazione, queste sono state create prima dell'uomo. Anche Geber

significa uomo. A volte è chiamato Adam oillat, uomo dei cieli. E se ci riferiamo all'uomo in senso di umanità,

moltiplicato, la parola che si usa è Enoch, benché ancora non si possa parlare di un uomo in carne ed ossa. Il quarto

livello che descrive all'uomo è ISh, e parla dell'uomo con coscienza di ritorno, possessore della tradizione o cosciente

del Signore. Questa radice è parte del nome Ishrael (Israele) che include tutta l'umanità. Per quanto detto prima,

abbiamo un uomo in Atziluth che dopo continua a scendere di livello e continua a cambiare il suo nome. Adam Kadmon

è il primo livello, quello dell'Atziluth. Geber è lo stesso uomo nel piano Briah. Enoch continua ad essere lo stesso uomo

nel piano Yetzirah. Ish è lo stesso uomo nel piano di Assiah. Quando si dice nella Genesi che l'uomo è fatto ad

immagine e somiglianza di Dio, si riferisce all'Adam Kadmon.

Mito e prima discendenza


"E Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, ad immagine di Dio lo creò; uomo e femmina li creò" (Génesis I) 27.
Creare o beriyah , come abbiamo visto, è creare qualcosa dal niente. In questo livello ci si sta riferendo alla creazione

dell'Adam-anima che sebbene rappresenta la totalità dell'umanità, non ci dà ancora l'idea di molteplicità. Neanche
esiste carne, nel senso di corpo fisico per la quale si usa la parola ebraica "poggiare". Ma si può dire senza volere

"corpo" dell'umanità per intendere un corpo fisico. Ancora oggi quando qualcuno si riferisce al corpo dell'umanità,

indica a coloro che furono, sono e saranno. Pertanto, il riferimento creativo in questo caso fa allusione al mondo di

sopra. Somiglianza in ebraico è "selem" e si riferisce alla parte interna. In modo che quando dice la Genesi che Dio

fece l'uomo a sua immagine e somiglianza si sta riferendo all'anima, alla parte interna.

"Formò dunque IHVH, Dio, l'uomo dalla polvere della terra ed insufflò nel suo naso il soffio di vita (Ruach); e fu l'uomo
in anima vivente" (Genesi II) 7. In questo passaggio si usa la parola formare invece di creare e si sostituisce anche il

nome di Dio Elohim con IHVH. Nonostante ciò, non siamo discesi ancora al mondo di sotto. In alcuni mezzi, questo

livello al quale facciamo allusione, è chiamato "teli", voce ebraica che deriva dal verbo "talah" e che si traduce con

appendere. Elohim è il creatore, mentre IHVH è l'interlocutore con l'uomo. È lo stesso Dio con nomi distinti.

Lo Zohar riferisce che ad Adam era stato dotato di corona. Questo è un simbolo che si usa, per salire o scendere da un

livello di creazione ad un altro. Per esempio, qualcosa di formato in Yetzirah, se incoronato, vuole dire che ci porta al

livello più alto di Briah. Della stessa forma, quando gli si toglie la corona indica una discesa di livello, dallo Yetzirah

all'Assiah: "Quando peccarono, furono spogliati da esse, dalle corone, ed allora seppero che la morte li chiamava. Che

erano stati privati della vita eterna, acquisendo lo stato di "mortalità per loro e per tutto il mondo" (Zohar I). Vuole
dire che l'uomo diventò mortale, pertanto con corpo carnale.

Quale fu il peccato di Adam?


Abbiamo visto che in tutto il racconto esiste la formula AT e che ogni atto creativo è rinchiuso in questa formula:

quando Abramo genera Isaac, questi Jacob e lui i suoi figli, etc. Quando Dio crea l'albero, quando un fiume si divide in

due o quando si rovina qualcosa di anteriormente creato. Niente può esulare da AT. Perché, Adam staccandosi da AT

"montò" una realtà per suo conto. Questo è il peccato. Visto in un'altra forma è la perdita di coscienza di Unità e la

presa di coscienza della molteplicità. Da allora, Adam, l'immortale, prende corpo in senso fisico, diventa mortale,

pertanto, perituro. Questo racconta la Genesi verso la fine del libro, quando facendo allusione a José, nell'ultimo

versetto, dice che viene messo in una scatola o che carica la sua bara in terra d'Egitto. L'uomo a partire da questo

momento carica la sua bara in terra dell'Egitto. Questo si interpreta come il passaggio dal mondo di sopra al mondo di
sotto. Persero le loro corone e scoprirono i loro corpi e si vergognarono della loro nudità e si coprirono con delle foglie,

oppure "peccarono" e furono spogli delle loro corone e seppero che la morte li chiamava" (Zohar I).

La descrizione anteriore si riferisce a come l'Adam universale che era solo Ruach, anima, o soffio di Dio nel naso, ha

appena preso un corpo fisico che è mortale e perituro. Lo Zohar riferisce anche che in questo passaggio, Adam deve

imparare le cose dal mondo fisico, racconta anche di come impararono ogni tipo di magie ed incantesimi. Questo è un

momento drammatico per un mistico che cerca l'unione con Dio, perché quello che descrive è completamente

contrario, dalla sua separazione. Oggigiorno l'uomo continua a mantenere questa coscienza di esilio, si sente fuori dal

Paradiso, scomunicato o separato dal Padre. Adam passa dalla coscienza totale, cosmica, alla coscienza mondana,

moltiplicatrice. La parola uomo "ish", è all'inverso, cerca la reintegrazione, la restaurazione o la salvazione,

denominazioni sinonimiche nonostante la confusione che può darci il termine "salvazione". Nel giudaismo, quello della

separazione dell'uomo da Dio è solo un peccato primario. Quella perdita di coscienza unitaria che lo Zohar racconta

come il divorzio tra Adam e l'alfabeto, la aleph-tau. Dai tempi di Aronne si prendeva un caprone per gettargli la colpa

di questa separazione affinché il peccato non ricadesse su Israele. Di lì viene l'espressione di capro espiatorio.

Adam piange amaramente e si pente di questa separazione. Questo si riflette nel seguente testo: "E Dio lo fece uscire

dal Giardino dell'Eden", fatto che nasce con il divorzio di Adam dalla formula AT. Il peccato consiste, pertanto, nella
perdita di coscienza di unità, o quello che è la stessa cosa, fare uscire la creazione dalla sfera chiusa nella quale si

trovava all'inizio e creare un altro mondo.

Dice anche lo Zohar che espulse l'uomo (nella frase biblica, Lui. Si deve supporre che "egli" è l'individuo e che "l'uomo"

è l'oggetto. Ma la verità è che l'uomo è l'individuo e l'oggetto è la particella aleph-tau); lo Zohar conferma che la

separazione dell'unità è rappresentato dal divorzio dalla formula aleph-tau (Zohar I).

Così, fu Adam che fissò i Cherubini, i motori della creazione, le sacri hayot, fu sempre lui che chiuse il sentiero al

paradiso, o quello che sottomise il mondo al divorzio o separazione dei mondi superiori dall'inferno. Ora la strada verso

l'albero della vita è sorvegliata. Dobbiamo aspettare allora il Salvatore o restauratore, il Messia, l'uomo autorealizzato,

colui che unirà la cosa separata. Nel frattempo succede che, Dio crea una serie di alleanze e promesse affinché,

nonostante sia stato rotto il patto, l'unione, l'umanità "ish", Israele, trovi una via ascendente. Al che aggiunge, gli sarà
cinta una corona.

Caino, Abele e Seth


Avevamo detto che ora Adam è anima e corpo. È come dire che noi siamo una parte spirituale ed una parte fisica. Ma

questo ci darà sempre un'idea di parte, di separazione. Dalla realtà del corpo l'anima è qualcosa che non vediamo,

corrisponde all'intelletto o all'immaginazione della sua realtà. Tuttavia, chi ha sperimentato l'Essere attraverso la

meditazione o con un sdoppiamento di coscienza, sa che la propria controparte spirituale è tutta sua, la sua verità,

l'unica realtà esistente, e la parte soggettiva, una semplice illusione separativa. Un terzo "corpo" o entità, può intuirsi

da questa parte della coscienza. È quello che chiamiamo l'astrale. È come un involucro o mezzo che collega la parte

spirituale con la parte fisica, che nel testo ebraico si chiama "teli" e che viene riportata una sola volta. Anche lo

Yetzirah, libro della formazione, fa riferimento al "teli".

Nel caso di Caino ed Abele si fa allusione all'anima senza corpo (Abel) ed al corpo (Caino), ma non già come esseri

diversi da Adamo, bensì come sue qualità.

Qui appare, come in altri momenti del Racconto, l'idea di dualità. Nel caso di Adamo, questa dualità è raccontata con

l'idea di separazione. Detto altrimenti, Abele è il figlio dell'Adam-anima, mentre Caino è il figlio dell'Adam-corpo.

Pertanto quest'ultimo è mortale, ecco perchè, esercita la sua funzione ammazzando suo fratello. Il racconto allude che
ciò fu dovuto all'invidia perché Dio accettava di buon grado i doni di Abele mentre rifiutava quelli di Caino. I doni di

Abele sono di natura divina, quelli di Caino sono i prodotti della terra, cioè, esprimono la separazione dal Padre.

Caino prende coscienza della sua temporalità e si pente, sfaccendato per la terra, esalta settanta volte sette Abele,

fino a trovare riposo in un punto della terra denominato l'"arka", quello è il tempo in cui gli abitanti, dice Jeremias,

"quelli periranno sulla terra e sotto ai cieli" (X. 1). Abele e Caino rappresentano la coscienza superiore, unitaria, e la

coscienza inferiore, moltiplicatrice. Un terzo figlio, Seth, avrebbe la coscienza dei due piani. Detto metaforicamente, è

figlio dell'anima e del corpo di Adam uniti, pertanto, con corpo astrale aggiunto. Seth è il primo che ricorda la rottura

del patto attraverso le lettere dell'alfabeto ebraico. Nessuna delle lettere che ricordano il patto, si trovano nel nome

Seth, come dice lo Zohar: "Con la rottura del patto le lettere impazzirono e ritornano al loro ordine con la nascita di

Seth e con le successive generazioni, benché ciò accadde solo quando Israele arrivò dal Sinai, solo allora furono

finalmente restaurate". Pertanto, l'idea di restaurazione si lega non solo all'alleanza e alla venuta del Messia, ma

sarebbe anche in funzione del compimento della Legge. La presenza di Dio sulla terra rimane simbolizzata con la

shej'nah o altare, ed il ricordo che detto patto deve fortificarsi, col fatto di conservare i rotoli della torà nell'arca

dell'alleanza.

Come dice la Genesi , "maschio e femmina li creò". Questo vuole dire che Adamo ed Eva sono la stessa cosa. Quando

dice che da una costola di Adamo creò Eva (Aicha). Bisogna ricordarsi che in questo livello di creazione non c'è idea di

separazione. La concezione maschio e femmina separata è un problema del nostro linguaggio e cultura.
L'Adamo dei nostri giorni
Adamo è stato incoronato, sale di livello, e detronizzato quando prende coscienza del sotto. Lo Zohar lo racconta così:

Ti ho fatto "salire al giardino dell'Eden affinché tu offra dei sacrifici ed invece hai profanato l'altare, la shej'nah; per

questo motivo decreto che d'ora in poi tu debba lavorare la terra". La realizzazione di sacrifici ha nella cultura ebraica

connotazioni dualistiche tra il bene ed il male. Il sacrificio è come toccare una tromba il cui suono si produce nella

regione di Giacobbe e lui la porta su fino a lui, il più alto, facendo sì che il sommo bene, o Dio, domini qualunque

situazione che l'errore umano possa produrre.

Attualmente noi siamo Adam o uomini "ish" con barlumi di un livello superiore, che va raggiunto attraverso la nostra

condizione mondana. Pertanto, oggi continua ad esistere Adam, ed oggi si continua a trasportare di generazione in

generazione il peccato originale, l'idea di separazione. Ma San Giovanni della Croce, in "Fiamma d'amore viva" ci dice

che l'uomo realizzato può arrivare ad un matrimonio perfetto e sublime, come ce lo raccontano altri mistici e saggi di

diversi tempi e culture. L'ottenimento di questa Unità si realizza attraverso la ricerca della simbolica "parola perduta"

che non sembra essere altra cosa che un'alta vibrazione per la quale dobbiamo prepararci. L' acquisizione di questa

alta vibrazione proviene dal comportamento delle nostre azioni quotidiane. È l'"actus" che produce l'auto-realizzazione.

Finché dura l'idea di separazione saremo con l'Adam dei nostri giorni, come rimane nella presente allegoria: «Ed

accadde che quando l'uomo stava per partire dalla vita, gli apparve Adam, il primo uomo, e gli domandò perché ed in

quale stato abbandonava il mondo. Egli rispose: "sfortunato te, che per te io devo morire". Al quale Adam risponde:

"figlio mio, io ho trasgredito un comandamento e fui per ciò castigato: tu guarda quanti comandamenti, positivi e

negativi, per fare e per smettere di fare, del tuo Padrone, hai trasgredito"» (Zohar I)

Sul mito del serpente


Questo è uno dei miti più difficili da sviscerare poiché le fonti ebraiche non mostrano totali coincidenze nelle loro

spiegazioni. Pertanto, ci riferiremo solo a quelle che ci sembrano più attendibili e più degne da tenere in considerazione

per la valenza e per l'autorità di chi le ha riportate. Innanzitutto abbiamo l'idea di serpente come un rettile che striscia.

Strisciare non è uguale ad arrampicarsi. Il serpente che attrae Eva è un serpente che si trova su un supposto albero

sul quale si arrampica, sale.

Come già detto Adamo ed Eva sono la stessa cosa, quella che chiamiamo ora Eva in relazione alla mela ed al serpente,

non è altro che la qualità volitiva di Adamo, che si sente attratta verso il mondo di sotto o coscienza moltiplicatrice.

Pertanto, il serpente rappresenta l'attrazione verso un altro livello di coscienza. Riguardo a questo, molti studiosi

paragonano il serpente con aspetti astronomici e questi sono gli argomenti che ci sono sembrati più congruenti per

spiegare il mito del serpente.

Precisamente il termine "telo" al quale abbiamo alluso come l'astrale, che può considerarsi quasi esclusivo del Sepher

Yetzirah, è in relazione diretta col tema del serpente. In questa fonte lo troviamo nella sezione I del capitolo V, mentre

nella Bibbia si trova in Genesi XXVII, 3, quando Isaac dice ad Esaù: "Prendi i tuoi strumenti, il tuo telo ed il tuo arco".

Telo si riferisce, secondo alcuni, a qualcosa che "pende" o letteralmente, qualcosa che pende da un "fianco". Si applica

anche ad una palla dalla quale pende uno spago. Per altri rappresenta l'asse immaginario attorno al quale girano gli

astri. In ogni caso, sembra derivare dalla radice ebraica "talah" che significa "appendere."

Si identifica anche telo col serpente polare, menzionato in vari versetti della Bibbia sotto vari nomi, tra essi, Levita,

come nel caso di Isaia XXVII, 1: "Quel giorno, con la sua grande e dura spada, Dio visiterà e vincerà il Levita, il

serpente polare attorcigliato ed ammazzerà il drago del mare."


Levita è uno dei molti nomi, perciò la Bibbia chiama Satana, quella parte dell'uomo che tende ad allontanarsi dall'Unità

e che spera fino alla fine di esercitare il suo dominio. Il sacrificio è legato all'idea che non "guadagni" questa parte di

noi. Proseguendo con la spiegazione, con Levita si identifica una figura immaginaria dalla quale "pende" la terra ed

altre sfere celesti. Anche questa idea si trova dentro un "midrash", tradizione orale che dice che il mondo pende da una

pinna del Levita.

Ci sentiamo più vicini alla spiegazione di Kaplan perché oltre ad essere un rabbino è laureato in fisica in un'università

statunitense; benché non si pretenda dare importanza ai titoli, è degno di considerazione quanto una persona abbia

elaborato studiando due fonti tanto distinte, quali la tradizione ebraica e la fisica, quest'ultima certamente più

congeniale alla nostra mentalità occidentale.

Comunque, siamo anche in possesso dei commenti di R. Eliazar che indica il teli come una forma di drago celeste.

Detto drago era adorato in tempi remoti come una divinità idolatra. Altri come R. Isaac di Acco, l'identificano col dio

Baal.

Il serpente attorcigliato esprime il sesso femminile, mentre un serpente completamente allungato senza

attorcigliamenti indica il sesso maschile. La costellazione del drago normalmente si riferisce al serpente maschile, il

quale è circondato dal femminile, col risultato che il Racconto ci dice che è Eva a convincere Adamo affinché assaggi la
mela, allo stesso modo lo riporta Jeremias al vers. XXXI, 22: Una donna circuirà l'"uomo". Dobbiamo insistere,

nonostante il senso letterale dei testi, di evitare di pensare a due figure separate quando diciamo Adamo ed Eva. La

forza volitiva è l'archetipo Adamo-Eva. Quando si dice i cieli dai quali pendono la terra e le altre sfere, non solo è dato

a teli il significato di cielo astronomico (spazio), bensì a quello che abbiamo chiamato astrale. Per questo motivo, il

racconto biblico parla del cielo e del cielo terrestre.

Pertanto, teli e serpente possono essere similari. Così come i commenti di altri autori che assimilano il teli alla via

lattea e dicono di questa che sia il serpente polare. Secondo questa spiegazione, teli sarebbe l'asse della galassia della

sfera celeste, dalla quale pendono le altre sfere che vediamo nello spazio. Ma come dicemmo, non tutte le spiegazioni

vanno nello stesso senso, questo ci lascia una porta aperta per poter continuare lo studio e la discussione. Tuttavia, lo

riferiamo con l'idea di separazione, cioè, all'inizio esisteva solo una prima vibrazione che creò un mondo chiuso nel

quale l'uomo godeva del dono della felicità. Dopo, quell'uomo si estese e con lui lo spazio con le sue sfere celesti e la

terra. Visto così, torniamo ad interpretare che questa creazione o separazione del mondo di sopra, è stata raccontata

dai sacerdoti ebrei come un divorzio del primo uomo con la formula AT. Adamo, prima di pendere dal cielo godeva del

paradiso del Padre, quando non esistevano né cielo né stelle, né distanza, né tempo.

La seconda discendenza
Questo è un altro tema di difficile analisi perché a prima vista uno non capisce perché Dio si pente di quanto creato,

quindi lo cancella e ricomincia di nuovo. Possiamo dire che la prima generazione esistette solo nel mondo di sopra e

che non era pronta per abitare la terra. Col risultato che il racconto indica una nuova discendenza partendo da Seth-

Eva. Questo tema presenta molte controversie tra i rabbini dello Zohar. Nonostante, il seguente passaggio può darci

materia per riflettere: "Quando Adamo peccò, sempre Santo egli sia, disse: Sventura su di te, che hai indebolito la

forza di sopra ed hai estinto la luce celestiale". E subito lo estromise dal Giardino dell'Eden (Zohar I).

Possiamo anche dire che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma che poi separandosi, facendosi

multiconsciente, si separò da quella somiglianza, cominciando ad esistere da quel momento, una generazione che

scese dai cieli ed una seconda che deve unire di nuovo la terra al cielo. Questa è la discendenza di Seth-Eva.
Le Alleanze
L'idea di unione indica una opportuna preparazione dell'umanità. Dio cerca di stabilire con i giusti nuovi patti, con

l'obiettivo di far lavorare alcune guide per educare il genere umano. Il primo di queste guide è rappresentato dalla

figura di Noè, del quale il racconto dice che nacque segnato da Dio. Suo padre disse che la shej'nah aleggiava sopra di

lui, per questo motivo lo chiamò Noè, che letteralmente significa "colui che rimane". Noè è preposto all'insegnamento

dell'uomo circa la lavorazione della terra, ad ararla e lavorarla con le sue mani affinché la liberi dalla maledizione. Noè

lo si riconosce anche come "un uomo della terra" (Genesi IX) 20.

È il primo uomo al quale viene applicata la radice "ish", perché fu giusto e liberò la terra dalla sua maledizione. Egli è

anche il possessore della tradizione, un altro significato di "ish" che abbraccia tutta l'umanità. Pertanto, è il primo

uomo che produce, attraverso le nazioni, non solo l'introduzione delle razze, ma anche il seme del ritorno. Ma di

seguito vedremo come si svilupperà questa idea attraverso altre guide spirituali. Tuttavia, non pensiamo ancora ad un

Noè carnale, benché lo consideriamo la prima guida.

Il Diluvio Universale
Il cataclisma menzionato in molte tradizioni mitologiche e religiose, la cui narrazione tratta della distruzione come una

punizione di Dio all'uomo e la sua conseguente purificazione per mezzo dell'acqua, rinchiude varie significati che

cercheremo di sviscerare, o per lo meno di abbozzare in alcuni concetti affinché il lettore possa trarne qualche

insegnamento.

Nel Genesi, per esempio, se lo leggiamo letteralmente, la perversione umana fa in modo che Dio si dispiaccia di aver

creato l'uomo e decide di distruggere tutte le cose viventi. Questa idea la troviamo anche in altri miti diluviani, esso

andrebbe inteso come parte del processo della creazione. Il virtuoso Noè che ha 600 anni, è il favorito di Yahveh, è a

lui infatti che vien detto come costruire un arca per preservare la discendenza umana ed altre creature. Nel nome Noaj

(Noè), possiamo trovare qualche traccia riguardo al tema del quale ci stiamo occupando, perché la tradizione

cabalistica dice che fu il primo uomo "Ish", volendo intendere con questo termine "colui che possiede la tradizione",

colui che ha le conoscenze dell'uomo capace di produrre la reintegrazione. Noè è il decimo patriarca partendo da

Adam, in questo modo che è quello che chiude il primo albero sephirotico, Malkuth di Atziluth, dove Dio stabilisce il suo

trono. Ci riferiamo all'albero della vita nel suo primo livello o mondo dell'emanazione dove Adam occuperebbe la prima

sephira e Noè la decima.

L'arca di Noè, nel Genesi (capitoli 6-9), è l'imbarcazione nella quale Noè si salvò insieme alla sua famiglia ed una

"coppia... di ogni essere vivente... maschio e femmina" dal diluvio inviato da Dio per distruggere l'umanità. La parola

arca viene dal latino arcua, che significa baule. Nella storia religiosa ebraica Arca dell'Alleanza indica l'ambito in cui si

conservarono le tavole della legge. Yahveh diede a Noè istruzioni precise circa la struttura e le dimensioni dell'Arca, dei

materiali da impiegare e come usarli (Gen. 6,14-16), e gli ordinò che portasse a bordo una coppia di ogni animale

esistente.

Il diluvio biblico ha i suoi precedenti nella mitologia mesopotamica e ci rimanda alla realtà geografica di una terra

cresciuta fra due grandi fiumi, il Tigre e l'Eufrate. Nel Poema di Gilgamesh, nell'epopea babilonese di origine sumera, il

gran dio Enlil invia un diluvio per distruggere l'umanità; un uomo, Ut-Napishtim, conosciuto anche con altri due nomi,

riceve istruzioni per costruire un arca a forma di cubo per sopravvivere in essa, gli fu anche ordinato di caricare il seme

di tutte le creature viventi. La descrizione dei suoi preparativi e del viaggio anticipa nitidamente la storia biblica di Noè.

Nonostante, al giorno d'oggi, sia più facile capire che in un arca viaggino i semi o geni di tutti gli animali della terra che

i gli stessi animali già cresciuti.


Nell'Antico Testamento e nel Corano Noè, figlio di Lamec, è il padre di tutta l'umanità, che sopravvive al diluvio con la

sua famiglia, (Gen. 6-9). Secondo il racconto biblico, Noè fu salvato per la sua pietà quando Dio, adirato per la

corruzione regnante nel mondo, lo distrusse con un diluvio che durò 40 giorni e 40 notti. Dio ordinò a Noè di costruire

un'arca, una grande imbarcazione,sulla quale far salire con lui, sua moglie, i suoi tre figli, Sem, Cam e Jafet, le sue

nuore ed una coppia, maschio e femmina, di ogni essere vivente esistente sulla terra. L'Islam considera Noè (Nuj)

come uno dei suoi profeti. In un episodio posteriore al Diluvio, si attribuisce a Noè la scoperta del vino col quale si

ubriacò dopo il diluvio (Gen. 9,20-27). si dice che Noè visse 950 anni (Gen. 9,29).

Noè, scritto in ebraico con una "nun" di valore 50 ed una "het" di valore 8, la cui somma teosofica è 58, ci parla del

piano che denominiamo "briah", o creazione, nel senso di "creare qualcosa dal niente", e, facendo la riduzione

teosofica, del valore di 4, (5+8 = 13, di dove 1+3 = 4), che possiamo interpretare come l'origine della natura.

Pertanto, Noè è il padre dell'umanità e di tutti gli esseri dell'Arca. Ma arca, dall'ebraico lo si può tradurre in italiano in

vari significati: scatola, tempo, movimento. D'altra parte, tempo e terra, in senso ontologico, sono sinonimi, in modo

che Noè si trasforma nel primo uomo Ish della terra. Detto in altro modo, mentre Adam è l'archetipo di uomo, Noè è

l'Ish, l'uomo terreno. A questo proposito,vi rammentiamo che in ebraico la parola uomo ha quattro forme, a secondo

del piano del quale parliamo, essendo Adam quello del primo piano ed Ish quello del secondo.

Mentre i miti del diluvio mostrano il potere distruttivo dell'acqua, i miti della creazione normalmente narrano le origini

del mondo a partire da un abisso acquatico o di un mare primigenio ("L'alito di Dio aleggiava sulle acque". Gen.). A

questo proposito dobbiamo ricordare che i giorni della creazione del Genesi cominciano nella quarta sephira dell'Albero

della Vita, cioè, dopo la prima trinità, e che questa trinità suprema la chiude la lettera "mem" simbolo dell'acqua e del

la Vergine celestiale che si riferisce anche alle vergini col manto azzurro che vediamo nelle chiese, Vergine del Mare,

della Rugiada, etc. Il nome di Dio che corrisponde a questo livello è IHVH.

Nella mitologia maya, Hunab Ku, è la divinità unica, esistente in sé stessa, al margine del tempo e dello spazio. Hunab

Ku, afferma la sua divinità discendendo al "secondo livello", secondo i libri sacri maya, per creare l'universo. Nella

concezione monoteistica maya, Hunab Ku è un/a dio/dea, agente libero che affida il governo del mondo a dei minori.

Dopo tre diluvi, Hunab Ku creó un mondo abitato da nani, un secondo popolato da trasgressori ed il terzo mondo nel

quale crebbero i maya. Quindi si unirono tutti e così apparve il mondo attuale che sparirà sotto un altro diluvio.

Nella mitologia greca chi costruisce l'Arca è Deucalión, mentre in India, è l'antenato dell'umanità, Manu, che, guidato

da un pesce che aveva salvato, costruisce un'Arca nella quale è possibile conservare il seme di tutte le cose. Dopo il

diluvio, l'Arca si posa sulla parte più alta di una cima montagnosa (Agri Dagi) denominato Ararat nella Bibbia e

Parnaso, Etna o altri nomi nella mitologia greca. I passeggeri umani ed animali sbarcano, una volta esaurito il compito

del vascello.

L'Arca continua ad essere un poderoso simbolo di sicurezza, è la guida nel mezzo della catastrofe. In questo senso, la

sopravvivenza dell'arca di Noè in innumerevoli canzoni, giochi e giocattoli dei bambini occidentali emerge dalle altre

immagini bibliche. Tuttavia, dobbiamo rammentare che questo commento c'allontana dal senso esoterico dell'Arca.

Così è quello di tempo.

Il mito australiano aborigeno del Grande Diluvio che distrugge un mondo già esistente ed inizia un nuovo ordine

sociale, può avere la sua base storica per l'effetto dell'innalzamento del livello del mare a causa dell'aumento delle

temperature avvenuta dopo l'ultima glaciazione. In altre versioni, il diluvio è opera del grande serpente arcobaleno:

Yulunggul; che furioso lo invia perché i due gemelli hanno profanato il suo stagno, Waimariwi e Boaliri, i cui viaggi

hanno una certa importanza nei miti di creazione aborigena. Yulunggul divora le sorelle ed i suoi due figli, ma dopo il

diluvio li vomita e crea così i primi abitanti del nuovo mondo.


Nel Sepher Yetzirah commentato dal rabbino, Arieh Kaplan, il mito del serpente, come già abbiamo detto, si riferisce al

momento della creazione in cui appaiono i corpi stellari, tra i quali la terra. Ricordiamo il termine "teli" che appare nella

Bibbia solo una volta ed una volta nel Sepher Yetzirah. Questo termine và interpretato come "appendere", come se i

pianeti, le stelle ed altri corpi stellari fossero appesi nello spazio. In modo che il mito del serpente arcobaleno,

Yulunggul, sembra dirci che la creazione sia stata inghiottita nell'acqua primigenia e di nuovo collocata sulla terra dopo

il diluvio. Detto diversamente, è il processo naturale della creazione dal suo centro invisibile fino ai corpi stellari ed alla

terra.

Il mito del diluvio lo ritroviamo anche nella mitologia indiana e greca; perfino nella cinese, un eroe chiamato Yu riceve

l'incarico dall'imperatore Shun, di tenere sotto controllo l'inondazione. Questo compito ha una durata di tredici anni di

duro lavoro, ma finalmente risolve il problema costruendo una serie di canali. Per compensare i suoi sacrifici

l'imperatore abdica in suo favore.

Prima dello sviluppo della geologia scientifica e dell'apparizione delle teorie dell'evoluzione, nel secolo XIX,

normalmente si pensava che il diluvio biblico fosse stato un avvenimento storico. Si credeva che si fossero conservati

come reliquie frammenti dell'Arca, benché gli studi comparativi della mitologia mondiale abbiano manifestato

l'esistenza di numerosi miti che parlano della distruzione dell'antica società umana per mezzo di un diluvio e
contemporaneamente della preservazione di determinate creature salite su un'imbarcazione simile all'Arca.

L'antecedente più evidente del mito biblico è la narrazione sumera del diluvio che esiste in diverse versioni della

mitologia mesopotamica. Una caratteristica comune è quella di un uomo (Re Ziusudra, Atrahasis o Utnapishtim

secondo la versione) prescelto dagli dei che costruisce un'imbarcazione per sopravvivere.

Il diluvio perciò, è intimamente legato al processo della creazione, la quale mostra una direzione acqua-terra. Gli

aspetti distruttivi possiamo intenderli come una forma per contare le cose, affinché sia comprensibile per tutte le menti

umane. Ma da un punto di vista mistico, non vediamo nessun atto di accanimento se non altro che un processo

naturale del divenire perenne della creazione. Rapportato con l'Albero Sephirotico, assistiamo al processo di creazione

che partendo dall'acqua, terza sephira (Binah), termina con la terra, decima sephira (Malkuth).

A qualcuno può sembrare che manchino nomi che dovrebbero occupare una sephira, tra Adam e Noè, ma non è così, i

personaggi biblici come Eva, Caino ed Abele sono parte integrante di Adam, cioè, Adam è l'uomo archetipico, il seme o

germe dai quali uscirà l'umanità. Ma in ogni uomo c'è una Eva, questo è un aspetto volitivo, un'attrazione o forza

centrifuga che gli fa prendere coscienza del mondo esterno e dimenticare il mondo interno o Unità dell'Essere. Esiste

anche in uno stesso uomo un Caino ed un Abele, cioè, la stessa forza volitiva che lo conduce verso l'esterno portandolo

fino all'assassinio di suo fratello. Caino è l'assassino, perché trascina l'uomo verso la molteplicità e lo compiace del

vissuto del mondo infernale, cosa che non piacque a Dio. Ma nell'uomo c'è anche un Abele, colui che comunica

intimamente con Dio, "regali che piacciono e compiacciono a Dio."

Pertanto, i patriarchi da Adam a Noè sono dieci ed è anche il mezzo nel quale si districa la creazione, per passare dalla

cosa chiusa alla cosa aperta, cosa che succederà con un nipote di Noè. Abbiamo visto anche che è nell'acqua diluviana

dove comincia questo viaggio verso la terra che abbiamo rappresentato in questo albero con Enós, che non bisogna

confondere con l'Enoc della settima sephira che è colui che non muore. In questo albero Jared è l'equilibrio e Lamec il

nodo che lega la creazione per cedere passo a Noè. Quindi vengono i suoi figli Sem, Cam e Jafet e tutti i discendenti

semiti la cui genealogia parte da Abramo, il quale ci metterebbe in un'altra storia dunque rappresenta l'apertura o il

passaggio dall'occulto al manifesto. In modo che i dieci patriarchi recensiti formano un primo albero sephirotico. Ma

detto albero si trova ancora nel piano della non manifestazione chiamato Atziluth o Emanazione come già abbiamo

detto.
Abram ed Abramo
Nell'estremo nord dell'antico Golfo Persico si trovava la città di Ur, patria di Abram (senza acca) dove suo padre Terah

lo generò insieme a Najor e Haran (Gene. XI. 26), qui suo padre fabbricava e vendeva idoli. Lì Abram, si sposò con

Saray (senza acca) sua moglie. Abram non era di religione ebraica perché questa non esisteva ancora. Tuttavia, è

considerato il padre del giudaismo. Abram è il nono discendente della geneologia di Sem (figlio di Noè) benché in

Esodo si indichi un'altra possibile discendenza.

Non sappiamo quando nei testi originali attribuiti a Mosè, ebbero luogo degli inserimenti rabbinici, ma secondo alcuni

intenditori, questi sono riconoscibili partendo dal capitolo XII della Genesi. In seguito a questo, possiamo considerare

che fino al capitolo undici, i riferimenti ad Abram hanno un significato, mentre le incorporazioni sacerdotali ci vogliono

indicare alcuni segreti legati alla figura di Abram e la sua importanza come elemento della creazione. Sembrerebbe

un'allusione al viaggio dell'umanità dal cielo alla terra, attraverso un corridoio che Abram percorre. Lo stesso fatto che

più avanti nel Racconto, al nome è stata aggiunta un'acca, come vedremo, sembra indicare che quello che è chiuso,
nascosto, deve aprirsi, manifestarsi, estendersi. La linea simbolica a partire dal capitolo XII è molto ricca di significato.

Su questo torneremo più avanti.

Nel capitolo XIII, versetto 14, Dio chiede ad Abram che alzi i suoi occhi e guardi in tutte le direzioni: nord, sud, est,

ovest, sopra e sotto, perché saranno tutte di Abram e della sua discendenza. Tutto l'universo ci è dato in questo atto

perché le sei direzioni formano le dimensioni dello spazio.

Davanti ad Abram si presenta quello che possiamo chiamare il primo sacerdote biblico, Melchisedec. Egli gli offre pane

e vino e lo benedice dicendo: "Benedetto sia Abram dal Dio Altissimo, creatore dei cieli e della terra", (Gen. XIV, 19). È

da questo evento che Dio stabilisce una promessa di alleanza con Abram e che l'ortodossia ebraica completa con l'idea

della circoncisione.

Alcuni vogliono vedere in Melchisedec il trasmettitore della tradizione cabalistica. Tuttavia, la relazione del simbolismo

dell'acca incorporata al nome di Abram con la creazione, non sembra stabilire nessun altro mistero in relazione a

Melchisedec.

Altre fonti come lo Yetzirah e lo Zohar stabiliscono un legame tra la figura di Abram e la creazione, e non menzionano

per niente Melchisedec come colui che trasmette la tradizione o i segreti della cabala ad Abram eccetto che

consideriamo già come tradizionale qualcosa che non è ancora successo.

Lo Yetzirah incorpora Abramo nel suo testo solo alla fine delle sezioni, come se fosse più di un obbligo, perché non

allude al cambiamento del nome, ma gli conferisce le stesse qualità creative che attribuisce a Dio. Dal suo canto, lo

Zohar, allude all'incorporazione dell'acca come un fatto rilevante e menziona, riguardo a questo, che il nome di Dio si

completa grazie al nome umano di Abramo. Anche lo Zohar si riferisce all'incorporazione dell'acca nel nome di Sarah.

C'è un altro passo che paragona l'età di Abram al tempo di preparazione necessario per completare la creazione:

"novanta anno" invece di "novanta anni" (al singolare: anno, invece del plurale anni). I rabbini dello Zohar interpretano

che tutti gli anni anteriori ad Abram si raccontino come un solo anno e dicono: "Un unico anno e la vita non era la

vita."

La Hé ebraica (h), come altre lettere, hanno da sé stesse il suo significato simbolico. L'incorporazione delle due acca,

quella di Abrham e quella di Sarah, unite, creano una "Yod" ebraica (i, j, y) ed è come dire, Isaac.

In vari versetti della Genesi assistiamo alla promessa che Dio fa ad Abram sulla sua numerosa discendenza. Abram gli

dice che egli e sua moglie, Saray, sono già vecchi per procreare. Dio fa uscire Abram e gli fa osservare le stelle del

cielo. Gli promette che la sua discendenza sarà numerosa come le stelle del firmamento. Il racconto continua tra

promesse di Dio e lamenti di Abram, fino a che avendo Abram cento anni e Saray novanta, Dio gli dice che a partire da

ora non si chiamerà più Abram bensì Abrham, mentre sua moglie Saray, non la chiamerà più così, ma Sarah con la

acca. Benché sappiamo che con l'incorporazione di un'acca, fra l'altro in avanzata età, non potrebbero procreare, nel

loro caso, grazie a ciò, ebbero Isaac.

La H indica "che ciò che è chiuso, si apra". Pertanto, nel capitolo XVII della Genesi si narra il momento in cui il nostro

buco nero cedette il passo al mondo in cui viviamo.

Il nome ebraico Saray significa principessa. Il nome ebraico Sarah significa madre di re. Abram significa chiuso,

nascosto. Abramo (o Abrham) significa aperto, esteso.

Fulcanelli dà alla H il significato simbolico di posto dove si vede lo "Spirito", ed allude al fatto che la forma di acca delle

facciate delle cattedrali del secolo XVI ha questo significato.

La prima volta che appare l'acca nella Genesi, come pronome, è nel sesto giorno della creazione, cioè, nel momento

che appare l'uomo sulla scena della creazione. Lì appare come Hé, il quale non si trova prima della creazione riferita

all'uomo.
L'acca appare doppiamente nel tetragranmatón sacro, nome di quattro lettere: IHVH, che indicano il mondo di sopra

ed il mondo di sotto.

L'ortodossia ebraica colloca Abramo, suo figlio Isaac ed il figlio di questi, Jacob, come i tre genitori del giudaismo.

Attualmente, quando si riferiscono a Dio, è facile sentir dire, il Dio di Abramo, il Dio di Isaac ed il Dio di Jacob. A

quest'ultimo, Dio gli cambia il nome con quello d'Israele. Ma l'I di Isaac, L'I d'Israele o la J di Jacob, è la stessa lettera

ebraica "YOD", quella che nasce dall'unione delle due acca.

Alcuni cabalisti, progettando l'albero della vita in forma columnaria, collocano Abramo in una colonna, ad Isaac in

opposizione e Jacob in quella di mezzo.

Pertanto, da Ur a Jerusalem, deve viaggiare la Shej'nah, la presenza di Dio sulla terra, e concepire da lì l'idea di

ritorno. Ur è una radice che possiamo tradurre per luogo, posto o città. La troviamo in altre città mesopotamiche come

Uruk e Nipur. A prima vista quello che magari non notiamo è che anche Ur si trova in Jerusalem,

poichécastiglianizziamo il suo nome ebraico: Ur-shalom, città della pace. L'O di Ur, passando all'ebraico passa come

una "YOD", la quale traducendolo prende l'i lunga di Jerusalem.

Per andare da Ur a Jerusalem, l'umanità deambula in tutte le direzioni: 1, la discendenza di Abram-Agar, gli ismaeliti,

viaggiano verso l'Egitto. 2, la discendenza Esaú-Judit, gli edomiti, occuperanno le terre del Seir. 3, la discendenza di
Abramo-Queturá, una volta deceduta Sarah, viaggia verso oriente. 4, la discendenza di Abraham Sarah, attraverso

Isaac-Rebeca e da questa quella di Jacob-Raquel e Bilha, vanno verso l'Egitto. 5, quella di Abramo-Sarah attraverso

Isaac-Rebeca e di Jacob-avvolge anche Zilpa, viaggiando verso l'Egitto. Questi cinque rami sono l'umanità in esilio che

più avanti sarà rappresentata dalla stella a cinque punte occultata da un velo e che è collocata simbolicamente

sull'altare del Tempio di Salomone.

Pertanto, "lej leja", sale tu, della tua terra, della tua parentela, verso la terra che io ti indicherò, è un viaggio dal cielo

alla terra che si conclude in Jerusalem. È l'uscita dall'Ain che precede l'estensione creativa e che si trasforma in

qualcosa di aperto attraverso la trasformazione del nome di Abramo. È anche l'umanità in esilio che trova la sua

rappresentazione nel Tempio di Salomone.

Il Tempio di Salomone in Jerusalem, contiene il segreto per edificare giorno per giorno il nostro proprio tempio,

attraverso la parola persa. L'arrivo a Jersualem, ci porta, coi profeti, il ricordo dell'alleanza eterna simbolizzata nel

calice come atto di restaurazione. Quello che esce dal seno di Dio deve donarlo. Jerusalem è il calice nel quale devono

fondersi le nazioni.
Abram è chiuso, nascosto. Abramo è aperto, scoperto. L'incorporazione dell'acca nel suo nome sta ad indicare "ciò che

è nascosto si apra". Con la fisica moderna possiamo intenderlo come il momento dell'esplosione o big-bang. Tra il non

manifestato e la prima manifestazione c'è un abisso che la letteratura chiama caos o nulla. La corona, Kether, è il viso

di profilo, vuole dire che una parte di essa è ancora nel non manifeso. Questa apertura o big-ban la troviamo nella

cabala tardiva corrispondente ad Isaac Louria, mentre nella Genesi è contenuto nel simbolismo dell'acca del nome

Abramo. Prima dell'acca non aveva discendenza con sua moglie Saray. Dopo l'acca in Abramo ed in Sarah, ebbero

Isaac.

Abbiamo l'idea che all'inizio tutto era caos, oscurità, col risultato che si interpreti l'origine della creazione come "nulla".

Tuttavia, tra i cabalisti più antichi si interpreta che la luce bianca e primitiva è pertanto quella che è invisibile, ad essa

sarebbe attribuibile l'idea di nulla. Essi parlano del nome di Dio scritto in lettere di fuoco nero e di lettere di fuoco

bianco. È il contrasto della dualità quello che ci fa percepire qualcosa, ma nel Principio Dio era impresso nel fuoco

bianco, per questo motivo era impercettibile.


Seguendo con la chiave che cerchiamo di svelare, possiamo dire che i nomi propri degli elementi del Genesi, hanno

vari significati che dipendono dal livello di lettura che facciamo di essi. In realtà, tra i mistici ebrei tutta la torà ha

quattro significati o livelli di lettura. Usano un acrostico di quattro lettere ebraiche che si leggerebbe

"pardes"castiglianizzandoli: La P è della parola "pesat" che va intesa nel senso letterale del testo. La R viene dalla

parola "remez" che indica il senso allegorico della Torah. La D deriva da "derasa" che indica l'interpretazione talmudica

o agádica. E la S viene da "sod" che manifesta il senso mistico della Torah. Chi legge la Bibbia rimane nei due primi

stadi: il letterale e l'allegorico. Gli ebrei indottrinati includono quello dell'interpretazione talmudica. Mentre i mistici,

siano ebrei o no, sono quelli che cercano il senso mistico del testo. In modo che dicendo Abram o Abramo, includono

una differenza sostanziale relativamente al livello della creazione.

Si dice che nel II sec, quattro anziani penetrarono nel senso della torá attraverso la speculazione sul "pardes". Corsero

distinta fortuna, uscì vivo solo quello che seppe trovare la chiave del significato delle lettere ebraiche. Le distinte

discendenze di Abram ed Abramo, più quelle di Jacob ed Esaú rappresentano cinque rami o prima umanità in esilio.

Possiamo riferire questi cinque rami con le cinque punte della stella che si trova sull'altare del Tempio di Salomone, che

è velata da una tenda. Questa stella si trova fuori del "devir", dal Santo dei Santi e rappresentano giustamente

l'umanità in esilio.
L'Adam Kadmon e la distribuzione delle Sephirot

L'uomo come centro della creazione


Come vedemmo in precedenza, l'uomo nella Genesi appare nel sesto giorno della creazione. Appare anche nel sesto

giorno il pronome "egli", che noi utilizziamo sia come articolo che come pronome. Questo pronome si riferisce all'uomo

come alla cosa che dice il testo dicendo che Dio colloca l'uomo di fronte alla creazione affinché si impadronisca e

stabilisca il nome a tutte le cose. La possibilità dell'uomo di dare un nome alle cose collegandolo a Dio.

Le allusioni dello Yetzirah agli atti creativi dell'uomo sono numerose. Lo Yetzirah allude anche alla creazione dall'uomo

universale attraverso le sephirot e le lettere ebraiche. Le sephirot, (al singolare sephira), sono una serie di emanazioni

successive che in un totale di dieci formano lo schema dell'albero della vita. Relativamente all'uomo, esse si riferiscono

ad aspetti della mente e del corpo.


Da parte sua lo Zohar, benché il suo nome indichi splendore che è un'allusione alla luce, colloca l'uomo come centro

della creazione. La presenza dell'uomo in questo trattato di cinque volumi crea tutta una dottrina e la sua filosofia

abbraccia vari aspetti ontologici.

Abbiamo anche visto che il sostantivo uomo ha vari significati distinti in relazione al livello dell'uomo al quale ci

riferiamo. Dicemmo che la prima idea è l'Adam Kadmon o uomo primordiale il quale rappresenta l'archetipo

dell'umanità. Da questa idea si sviluppano le altre fino a raggiungere la realtà dell'uomo perituro come si evince

dall'espressione "figlio di donna". C'è tuttavia un'idea posteriore relazionata all'uomo realizzato o restituito che la

letteratura mistica chiama il Messia.

Dicono anche i testi recensiti che l'uomo è il microcosmo, una rappresentazione in miniatura del macrocosmo. Così

come stabilisce che le trecentosessantacinque ossa del corpo umano corrispondono ai giorni dell'anno, ed i

duecentoquarantotto organi col numero di proibizioni della Torah.

Dio, uomo e natura, sostantivi di significato letterale differenti, sono contemplati nei testi come sinonimi. La natura, la

terra in sé, non solo è l'ambiente nel quale ci districhiamo ma ambedue, uomo e terra, sono la stessa cosa.

Cielo e terra appaiono come opposti, l'uomo è tra tutti e due il mediatore. Questa idea di tesi, antitesi e sintesi, la

troveremo in molte occasioni. Possiamo parlare anche di un uomo celeste ed un uomo terrestre ed il Messia che media
tra i due.

Il suo primo habitat


L'uomo celeste vive nel Paradiso o Giardino dell'Eden. Nei termini e nel modo in cui li concepiamo torniamo a

manifestare un problema di linguaggio. Per esempio, la parola giardino la uniamo con Eden, come se il giardino

corrispondesse a qualche posto nello spazio chiamato Eden. Il significato ebraico di giardino (gan), indica, tuttavia, la

fonte del corpo e dell'anima.

Eden, da parte sua, indica la totalità dei poteri celestiali o forze che da lì fluiscono e dal quale emanano le leggi che

sostentano tutto l'universo, il cielo come la terra. Un terzo aspetto è la via o il mezzo per il quale tali forze si

esprimono. Detta via è il "fiume" che irriga il "giardino" dell'"Eden". Notiamo che ogni sostantivo contiene in se stesso
un'idea e, come la combinazione di essi contiene un'idea che supera l'interpretazione letterale del passaggio della

Genesi che dice: "...Ed uscì un fiume dall'Eden per irrigare il giardino."

Diremo la stessa cosa usando il nostro linguaggio. C'è un insieme di leggi che concepiamo in perfetto ordine ed

armonia dal punto di vista umano che possiamo denominare la cosa Cosmica. Egli è la fonte della vita, la fonte della

luce e dell'amore. È il centro dal quale emanano tutte le forze, quelle che sostentano la natura e quelle che fanno parte

dell'uomo in tutti i suoi aspetti: fisico, mentale e spirituale. Perché, quando lo Zohar si riferisce ai Poteri del Cosmo,

alla fiamma dell'Eden, o quando si riferisce ad Esso come fonte del Nous che impregna tutto con la sua doppia energia,

lo denomina giardino, e quando si riferisce alla via per mezzo della quale fluiscono dette energie, lo denomina fiume.

Pertanto, l'espressione "il fiume che irriga il giardino dell'Eden", fa allusione ai canali da dove fluiscono le forze del

Padre, dal suo centro di potere. Questo è il primo ecosistema nel quale si trovava l'uomo primordiale. Pertanto, Uomo,

Cosmo o Dio, sono la stessa cosa.

L'uomo e gli uomini


Dal punto di vista della psicologia e da quello della comunicazione, l'uomo che affiora in noi è uno delle dieci parti di

cui siamo fatti. Solo un dieci per cento di noi stessi è quello che ogni essere umano trattiene. Immagini Immaginate il

grande depistaggio che questo crea nel momento di auto identificarci. Crediamo di essere solo una piccola parte di
quello che siamo realmente. È questa decima parte quella che ragiona, stabilisce giudizi, stabilisce valori, concepisce il

bene ed il male e paragona. È quella che vive sommersa nella dualità costante. Si trova prigioniera delle sue credenze,

della sua educazione, delle relazioni sociali e gli avvenimenti che succedono alla sua periferia Può un essere così, avere

libero arbitrio?

Se l'uomo in coscienza è come un iceberg, la cui parte preponderante è quella sommersa, perciò nascosta, deve

interpretare la propria vita e le espressioni di sé stesso in prevalenza come un sonno, benché da un punto di vista

mistico si dica che lì si trova la realtà vera e che la chimera sia nella parte sensibile.

Un uomo che medita o sogna, in realtà sta comunicando con la propria parte nascosta. Se è capace di approfondire il

proprio mondo interiore scoprirà che in esso la coscienza è unitaria. Quando esce dallo stato di meditazione, dopo aver

raggiunto un livello profondo, ritorna alla coscienza della sua decima parte, ma ora avrà un intendimento che tutto è

l'Essere o l'Assoluto che si manifesta in molte forme.

Per Ibn Arabi ci sono due categorie di uomini, quelli che arrivano a catturare la cosa Assoluta e quelli che no.

Riferendosi ai primi li colloca in un rango superiore rispetto alle altre creature ed elementi che formano il nostro

universo, vale a dire, i minerali, i vegetali e gli animali. Quello sarebbe l'Uomo superiore. Ma se parla di un uomo

individualizzato, lo colloca sotto i minerali, i vegetali e gli animali, perché la sua ragione, la sua educazione, i concetti
che acquisisce ed il governo che dà alla sua vita dovuto al suo proprio pensare, lo collocano sotto le altre specie, le

quali, non avendo l'aspetto di auto coscienza, manifestano più fedelmente le funzioni dell'Assoluto.

Quando ripetiamo l'espressione "Conosci te stesso" ci stiamo riferendo all'azione da intraprendere per riuscire a

conoscere ciò che siamo, nello studio si dice che per imparare bisogna disimparare tutti i concetti sbagliati che la

nostra ragione ed educazione ci ha creato. Il profeta Maometto dice nel Corano che chi conosce sé stesso conosce il

Suo signore, con ciò vuole dire, relativamente al signore, il fatto di arrivare ad avere l'esperienza dell'Uno stesso. Per

questo motivo dobbiamo essere disciplinati col lavoro di sanctum e cercare tutti i giorni di agire per noi. Usiamo anche

un'espressione la quale dice che quando il discepolo è pronto il maestro appare. Interpreto che il maestro è l'uno

stesso nella sua più estesa realizzazione, ma nonostante ciò abbiamo bisogno dell'azione giornaliera.

Come uomo sociale osserviamo tuttavia cose che vorremmo cambiare, potendo pur esercitare verso l'esterno

un'azione minima che possa impregnarsi negli altri attraverso il nostro esempio. Non possiamo cambiare un giorno

grigio, o che il vicino sia nervoso, o che il cielo sia nuvoloso o azzurro. Abbiamo, nonostante molte opportunità per

cambiare il nostro mondo interno, la possibilità, ogni giorno, di essere un po' meglio. Possiamo provare a cambiare con

pazienza e con accortezza molte cose in noi. Il cambiamento della società non può avvenire senza il nostro

cambiamento personale.

A che cosa si riferisce il cambiamento nell'uno stesso? Magari possiamo indicarlo come l'abbandono dell'uomo

individualizzato (gli uomini) ed il recupero del primo stato di coscienza, l'Uomo. Nel principio l'uomo primigenio aveva

nel suo nome l'indicazione di Primo Stato: Adam Kadmon. Quindi questo uomo perse la corona, cioè, scese di livello

fino ad arrivare all'individualizzazione. Ora vogliamo recuperare quello che siamo ancora, ma che a causa dell'uso della

ragione e per l'educazione ricevuta, sembra abbiamo perso. Ibn Arabi propone come cambiamento personale, l'auto

annichilazione, questo vuol dire cancellare in noi l'ego che individualizza. Mi piace l'espressione che usa Chuangzí come

metodo per ottenerlo: "Sedersi sulla dimenticanza". In scritti cristiani si dice che Adam disintegra e Gesù il Cristo

restituisce, perché tutto il ministero di Gesù lo si trova negli insegnamenti volti al Padre.

L'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ma l'uomo individualizzato dista molto dal somigliare al Primo Stato.

Lì non ci sono dualità né punti di paragone. Nell'individualizzazione, la dualità è sempre presente ed i paragoni

proliferano. Quando l'anima dell'uomo viene percepita solo come la personalità individuale non ci sembra l'anima pura

dell'Eden, non è neanche Neshamah, l'Assoluto, Ruach o Compendio della vita interna che Dio insuffla nel naso
dell'Uomo, e neanche riconosciamo nell'individualizzazione di Nephesh come Forza Vitale che ci dona impulsi per

comunicare con l'ambiente. La divisione che rileviamo tra il Primo Stato e la coscienza che esibiamo è quella chiamata

peccato originale.

La tradizione, sia per questo motivo, che per la cultura che la desidera, ci impone ad agire su noi stessi. In una scuola

a noi vicina si dice che per non cadere nei suoi opposti in noi lavorano sette aspetti. Questi sette aspetti sono:

Saggezza, Ricchezza, Seme (germinazione), Vita, Dominio, Pace e Grazia, questi sette aspetti sono rapportati con le

sette lettere doppie dell'alfabeto ebraico.

Rispetto al termine "somiglianza" (selem in ebraico) si riferisce al fatto che Dio crea l'uomo a sua immagine e

somiglianza, dobbiamo ricorrere a Maimónides ed alla sua "Guida Deviata" per capire l'intenzione del termine. Egli dice

che se interpretiamo somiglianza come forma, possiamo pensare che Dio ha una determinata forma, ma non è così. Il

termine "somiglianza" (selem) si riferisce all'idea, in modo che "nell'uomo", la forma o idea sia quell'elemento che gli

concede una concezione umana, e, in ragione della sua percezione intellettuale, si impiega la parola "selem" nel

versetto. In modo che fare l'uomo ad immagine e somiglianza di Dio si riferito alla sua parte interiore e non a quella

esteriore. È precisamente questa la capacità intellettiva dell'uomo nel suo Primo Stato, quello che poi perde, passando

alla coscienza multipla.

Il passaggio dall'Essere assoluto all'aggiornamento fenomenico Ibn Arabi lo descrive usando una parola araba che è

sinonimo di "emanazione" o manifestazione. Un suo seguace, Al Qasani, formula questo passaggio dalla cosa assoluta

fino alla molteplicità attraverso una serie di strati. Trascriviamo prendendo come base l'opera di Toshihiko Izutsu, delle

Edizioni Siruela, che ha per titolo "Sufismo e Taoismo":

L'Essere è un'unica realtà (ain) ed è l'Assoluto.

L'Essere nel primo stato continua ad essere libero dalle limitazioni, è Adam. Per il momento non si produce nessuna

manifestazione. L'Essere, continua ad essere l'Essenza assoluta, ma è il punto di partenza di tutti gli stadi ontologici

susseguenti. Non è più oramai per Lui l'essenza nella sua oscurità metafisica.

Nel secondo stato l'Essere si risolve in una specie di determinazione globale. Si riferisce all'attività e passività degli

aspetti divini dell'Essere. Ma in questa fase l'Uno continua ad essere Uno, non si è ancora diviso nella molteplicità, ma

la cosa Assoluta è potenzialmente articolata.

Il terzo stato si trova nella fase dell'Unità divina. Qui, tutta l'auto-determinazione, attiva ed effettiva si realizza come

insieme integrale.

Il quarto stato è la fase in cui l'Unità divina dallo stato anteriore si divide in auto-determinazione indipendente. È in

questa fase in cui assegniamo nomi a Dio.

Il quinto stato include sotto forma di unità tutte le determinazioni di carattere passivo. Rappresenta l'unità delle cose

create e possibili del mondo del divenire.

Nel sesto stato l'unità dello stato anteriore si dissolve e si trasforma nelle cose e nelle proprietà esistenti. È lo stadio

del mondo. Tutti i generi, specie, individui, parti, relazioni, etc., si attualizzano in questo stadio.

Questo stato possiamo applicarlo anche all'Uomo che continua a passare da uno stadio ad un altro fino ad arrivare

all'individualizzazione, gli uomini.

Per Ibn Arabi l'Uomo è il conoscitore (arif); stesso termine che usa Luria per descrivere la creazione dell'Uomo.

Rispetto al divenire della cosa Assoluta, dice il sufi, che la prima tappa nella sua manifestazione è la Sacra

Emanazione, è la fase in cui la cosa Assoluta si manifesta a sé stesso. In termini moderni, è l'apertura

dell'autocoscienza dell'Assoluto. Come disse qualcuno "è l'eterna manifestazione di sé stesso, dell'Essenza."
Nella mistica sufi di Ibn Arabi, le leggi corrispondono e sono soggette ad archetipi stabili e determinati dal proprio

Assoluto, in modo che Dio risponda ed agisca secondo questi archetipi. Allo stesso modo, l'uomo non può

contravvenire a ciò che è stato stabilito. In modo che tutte le nostre discussioni sul bene e sul male, viste

all'improvviso all'interno della cornice degli archetipi stabiliti, spariscono. Se un uomo fa qualcosa di sconveniente non

sta uscendo dagli archetipi prefissati e neanche sta contravvenendo a nessuna legge divina. Quando un uomo ottiene

qualcosa di buono è lui stesso che se la concede. Quindi, quando fa qualcosa di male è lui stesso che decide la

punizione da subire. È come quanto conosciamo attraverso la legge del karma. Abbiamo detto sempre che il karma

non è altro che qualcosa di personale, una conseguenza della nostra realizzazione; ma sia la conseguenza, conveniente

o sconveniente, è sempre dentro la legge, cioè, si effettuerà conseguentemente col nostro pensiero, parola ed opera.

Pertanto, l'uomo, facendo il bene o facendo il male, agisce sempre nella legge, perché ella darà come effetto il risultato

conseguente all'azione prodotta.

Visto ciò che è stato detto sopra, quello che l'Uomo ha attraversato nel suo Primo Stato per poi passare all'uomo

individualizzato, quindi alla molteplicità e poi allo stato di errore dell'auto-identificazione, non ha in sé alcuna forma di

peccato, ma corrisponde al proprio divenire proveniente dall'Assoluto. Chi ha perseguito con ostinazione a diffondere la

teoria del peccato originale, pare siano state proprio le religioni che devono controllare il proprio gregge. Esse hanno
venduto l'idea del peccato originale senza capire che, sebbene non sia stato opportuno separarci da Dio, non c'era altro

rimedio, perché questo passaggio è qualcosa che è dentro la legge, si è prodotto dentro la propria legge. Ora dunque

ci troviamo nella situazione di doverci nuovamente riconvertire in conoscitori (arif), cioè, di recuperare lo stato di

coscienza pura che faremo sempre dentro la legge.

La caduta dell'uomo lo Zohar la spiega come il divorzio tra Adam e la particella accusativa alef-tau, perché dal punto di

vista ortodosso, ogni creazione al di fuori dell'alfabeto ebraico, è peccato. Tuttavia, Nella visione di Ibn Arabi, la caduta

appare come un fatto irrimediabile perché è parte del divenire dell'Assoluto.

Ritornando ad Ibn Arabi, vediamo un'interpretazione più profonda di questioni di questo tipo: "Tutte le cose 'possibili'

hanno la loro radice nell'inesistenza. Quello che normalmente si considera come ‘esistenza' non è altro che l'esistenza

dell'Assoluto che appare nelle diverse forme dei modi di essere propri delle cose 'possibili' in se e nella sua essenza.

Grazie a ciò capirai chi gode realmente e chi soffre realmente… Allo stesso modo capirai quindi qual è la conseguenza

reale di ogni stato o azione dell'uomo."

Sull'Anima dell'uomo
L'anima è di natura triplice, due in opposizione ed una terza che media fra loro: Neshamah, Ruach e Nephesh. Se

facciamo riferimento ai tre gradi dell'anima nella sua forma globale (normalmente lo troviamo scritto nella Bibbia con

l'espressione "con tutta la tua anima"), così lo menziona Elia.

Non è che l'anima sia tre cose, ma ha tre aspetti che la formano o tre momenti: Nephesh significa vitalità o Forza

Vitale. È colui che fornisce all'uomo sentimenti ed impulsi che lo collegano con l'ambiente. Neshamah è la controparte,

è l'alito della spiritualità più elevata, è quella legata al Cosmo. Ruaj o Ruach è l'aria o sostanza di vita interna che

interconnette Nephesh con Neshamah. Ma, insistiamo, è una sola anima, tale e come si deduce dall'uso del pronome

"io" (ajoni), il quale gli dà idea di unità nonostante le sue qualità triplici. Questa espressione unitaria la troviamo

nell'espressione divina "Io sono quello che sono" corrispondente ad uno dei dieci nomi di Dio.

L'Anima, Principio universale


In molte religioni e filosofie si definisce l'anima come l'elemento immateriale che, insieme al corpo materiale,

costituisce l'essere umano individuale. La dualità corpo-anima come costituente dell'essere umano è presente

praticamente in tutte le filosofie. L'anima si concepisce come un principio interno, vitale e spirituale, fonte di tutte le
funzioni fisiche ed in concreto delle attività mentali. Pertanto possiamo alludere non solo ad una dualità, ma anche ad

una trinità: anima, mente e corpo.

Nell'induismo antico, l'anima (atmán) era considerata come il principio che controlla tutte le attività e definisce

l'identità dell'uno e della sua coscienza. Le opere filosofiche indù, le Upanisad, identificano l'atmán con la parte divina

(Bramino), aggiungendo una dimensione eterna all'anima. Legata strettamente a ciò, l'anima umana è legata al ciclo

delle reincarnazioni fino a che raggiunge la purificazione e la conoscenza, allora si fonde di nuovo con la realtà ultima.

Il Buddismo è unico nella storia delle religioni perché afferma che l'anima individuale è un'illusione prodotta da diverse

influenze psicologiche e fisiologiche. Non ha la concezione di un'anima o essere che possa sopravvivere alla morte. Il

punto di vista buddista sulla reincarnazione non è altro che quello di una catena di conseguenze continue mediate da

una qualunque identità, benché nel credo popolare questa sottigliezza normalmente si perde ed i seguaci considerano i

morti come anime transmigratorie.

La religione cinese postula un'anima duale, divisa in una parte più bassa, più materiale, il p'o, ed una parte mentale

più elevata, l'hun. La prima muore col corpo e l'ultima sopravvive alla morte e si trasforma nel fuoco di adorazione

degli antenati.

Nel giudaismo primitivo si definisce la personalità umana nel suo insieme, senza fare una chiara distinzione tra il corpo
e l'anima. Posteriormente il tema dell'anima fu più ampiamente sviluppato dai profeti ed usarono i tre nomi allusi per

designare i tre gradi che formano l'anima: Neshamah, Ruaj e Nephesh. Con lo sviluppo della cabala ebraica e secondo

l'idea della costituzione dell'uomo questi tre livelli si vedono più dettagliatamente. Quando parliamo dell'anima

dell'uomo usiamo il suo nome generico per tutti i nomi. Questo nome generico, anima, riceve a sua volta molti nomi:

regno, matrona, shej'inah, fidanzata, gemella, donzella, sposa, gazzella, questi nomi li troviamo nel Cantico dei

Cantici, nello Zohar ed in alcuni altri scritti mistici.

La Cabala Dogmatica, anche chiamata teorica, contiene concezioni filosofiche rispetto a Dio, gli angeli ed altri esseri

spirituali. Studia l'uomo, l'anima umana ed i suoi distinti aspetti, la preesistenza e la reincarnazione, come i distinti

piani di esistenza. Poggia sull'importanza della Legge rivelata ed è basata sui seguenti sette ideali:

1. - Che Dio, il Santo, l'Ain Sof, non fu il creatore diretto del mondo, ma tutte le cose sorgono da una fonte primordiale

in emanazioni successive. Pertanto, l'universo è Dio manifesto.

2. - Che tutto quello che percepiamo o conosciamo si è formato nel mondo sephirotico.

3. - Che le anime umane erano preesistenti in un mondo superiore prima dell'origine di questo mondo.

4. - Che le anime umane, prima dell'incarnazione risiedono in una sala superiore o tesoreria dove si stabiliscono quali

decisioni prendere sul corpo terrestre nel quale devono entrare ogni anima o ego.

5. - Che ogni anima dopo la vita o vite terrestri, deve essere molto purificata per essere riassorbita nel Dio infinito o

Ain Sof.

6. - Che una vita umana è raramente sufficiente. Che due vite sono necessarie (quasi tutti le vivono) e se la seconda

fallisce, c'è né una terza dove l'uomo si unisce ad un'anima più forte che porta il peccatore verso la purezza.

7. - Che tutte le anime preesistenti, quando giungono alla perfezione, faranno in modo che anche gli angeli perversi

vengano elevati. Così tutte le vite saranno sommerse nella divinità, per mezzo del bacio d'amore della bocca del Santo,

e l'universo manifesto non esisterà più, finché non verrà nuovamente vivificato dal Consenso divino.

La dottrina cristiana dell'anima si appoggiò sulle filosofie di Platone ed Aristotele. La maggioranza dei cristiani crede

che ogni individuo ha un'anima immortale e che la personalità umana nel suo insieme, composta di anima e di corpo
resuscitato, deve, attraverso la fede, garantire la presenza di Dio dopo la vita. La teoria neoplatonica dell'anima come

prigioniera in un corpo materiale prevalse nel pensiero cristiano fino a che il teologo del secolo XIII, san Tommaso

D'Aquino, accettò l'analisi di Aristotele sull'anima ed il corpo come due elementi concettualmente distinguibili di una

sola sostanza. Di lì, il cristianesimo lottò per un lungo periodo contro lo gnosticismo, il manicheismo e sette analoghe

che considerano l'anima come esiliata dai regni spirituali di luce in un universo materiale completamente corrotto.

Si vuole che l'anima dell'essere umano si leghi alla reincarnazione, questo tema non potè essere eliminato dalla Chiesa

Cristiana benché furono fatti vari tentativi in merito. Alla fine decisero di soprassedere e non tornare a parlare del

tema. Nonostante, suscitò vari confronti e non poche lotte interne fino a che nel Secondo Concilio di Costantinopoli

dell'anno 553, si approfondì la questione. Il problema proveniva dalla discussione sulla doppia natura di Cristo. Dicendo

che Gesù rappresenta la reincarnazione di Dio, si stava accettando una natura divina ed un'altra umana, argomento col

quale la reincarnazione era accettata. Ma se si accettava la dottrina della reincarnazione si temeva per la perdita di

potere, perché se non tutto finisce in una sola vita, la figura di colui che perdona i peccati sarebbe stata attenuata.

Alcuni alludevano al fatto che solo Cristo aveva la natura divina, si inventarono anche un nome greco per la Vergine,

che tradotto letteralmente indica "portatrice di Dio", in modo che ci fosse più di una questione nel Secondo Concilio di

Costantinopoli: reincarnazione del sé, attraverso la doppia natura di Cristo e non reincarnazione, per non diminuire il
potere funzionale.

Gli insegnamenti dell'Islam sull'anima, si riferiscono a quelle del giudaismo ed a quelle del cristianesimo. Secondo il

Corano, Dio dotò di anima il primo essere umano, e nel momento della morte lo spirito del credente viene condotto

davanti a Dio. L'Islam come il cristianesimo crede nella resurrezione dei morti, stabilendo così che l'anima è immortale.

Nel rosacrucianismo c'è una sola anima a differenza del cristianesimo che assegna un'anima ad ogni individuo.

Tuttavia, in questi insegnamenti bisogna distinguere tra l'anima universale e l'anima personalità, la quale è individuale.

La migliore analogia per capire l'esistenza di una sola anima le descrive H. Spencer Lewis in uno dei suoi scritti. Dice

che bisognerebbe pensare ad una massa di farina impastata che allunghiamo e dalla quale tiriamo fuori, con un

bicchiere o un qualunque recipiente circolare, delle palle come quelle che si usano per fare i panzerotti. Ora abbiamo

una coscienza di "panzarotto" e non di massa, per questo motivo ci sembra che ogni anima ha la sua anima

individuale, ma la massa è una. Rispetto al risveglio della coscienza affinché l'anima personalità, il panzerotto, prenda

coscienza di massa, c'è un'altra analogia che illustra molto bene l'idea. Questa volta è in uno scritto di Isaac Asimov.

Egli lo racconta più o meno così: Dio ("la massa"), è come una grande calcolatrice, ha in sé tutta la conoscenza, tutta

la memoria. Ma la calcolatrice è la somma dei "bit" o unità di memoria. Ed un giorno pensò: cosa succede se scoppio

ed ognuno dei "bit" iniziano a viaggiare per lo spazio tempo? Essi viaggeranno fino a che ognuno di loro acquisisca la

conoscenza che ora ha la calcolatrice. Cioè, ogni "bit" deve trasformarsi nella somma di tutti i "bit". Nelle due analogie

rimane l'idea che abbiamo simulato da coscienza di massa a coscienza di "panzarotto" ed ora dobbiamo riprendere la

coscienza di massa.

La rosa socchiusa simbolizza questo viaggio dell'anima dalla coscienza individuale fino alla coscienza del tutto,

dell'Assoluto. Mentre la rosa completamente aperta rappresenta l'unione mistica dell'anima individuale o anima

personalità con l'anima globale. Questo è il sonno del mistico che abilmente c'insegna San Giovanni della Croce nella

sua Fiamma d'Amore Viva .

Quando diciamo che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio (Genesi) ci riferiamo al termine ebraico "selem"

(somiglianza) che si riferisce alla parte interiore, cioè, all'anima globale e non a quella che esibiamo attraverso l'anima

personalità. Questa idea la vediamo anche nell'analogia delle differenti lampadine. Ognuna ha la sua capacità, una è di

100 watt di luce, un'altra ha appena 15 watt, ma entrambe manifestano la stessa ed unica corrente. Chiamiamo anima

globale la corrente, che è uguale per tutte le lampadine, inteso per tutti gli esseri. E chiamiamo anima personalità la

capacità di ognuna di manifestare la corrente, cioè, i watt.


Il misticismo, e concretamente il misticismo rosacroce attraverso i suoi esercizi e pratica giornaliera, è progettato

affinché ampliamo in questa vita i watt. Come dice San Giovanni della Croce, quando la brillantezza e la trasparenza

del nostro vetro viene investito dalle grandi quantità di luce dello Spirito Santo, come è tanta la luce ed il vetro molto

trasparente non si distinguerà uno dall'altro, ma sembrerà una stessa cosa. Questo equivale a dire che la rosa

socchiusa, la nostra anima personalità, è sparita perché c'è ora una sola anima, la rosa aperta.

Nel mito di Caino ed Abele possiamo intendere la stessa idea che prima esprimevamo con l'analogia della massa ed il

"panzarotto". Il momento di perdere coscienza di massa che passa alla coscienza di "panzarotto" è rappresentato da

Caino. È il momento nel quale Adamo viene cacciato dal paradiso. Mentre il momento anteriore, cioè, quando abbiamo

coscienza dell'Assoluto, siamo rappresentati da Abele, offerte che piacciono a Dio. Caino viene espulso ed il suo

lamento, nel capitolo III del (Genesi) così dice: La "mia colpa è troppo grande per sopportarla. Oggi mi allontani da

questo suolo e devo nascondermi alla tua presenza, come un vagabondo vado errante per la terra e chiunque mi

troverà mi ammazzerà… Gli rispose Yahveh: Al contrario, chiunque ammazzerà Caino, lo pagherà sette volte…".

Bisognerebbe capire che Adamo, Eva, Caino ed Abele sono lo stesso Adamo e che i nomi rappresentano solo aspetti o

sue funzioni. Adamo è una figura spirituale con un corpo astrale o luminoso che è sottomesso alla rottura del

recipiente in un dato momento, cadendo dall'Atziluth fino all'Assiah o mondo dalla materia. La sua anima, sua una e
sola anima, sfrutta le sue scintille che continuano a cadere trovando corpi più densi che formano l'umanità; questo

atto rimarrà configurato con il simbolo dell'espulsione dal paradiso. Le scintille della Shej'inah, dell'anima, ora sono

disperse e in esilio, fino a che si riuniranno di nuovo nel Consenso divino.

L'anima è universale come abbiamo visto, ma alcune sue funzioni ci fanno sentire che si esprime nell'individualità.

Magari dobbiamo ricorrere un'altra volta all'analogia delle lampadine in maniera più ampia. Immaginiamo un gran

generatore di corrente dal quale esce un infinito cavo elettrico dal quale pendono lampadine. La corrente è una, questa

sarebbe l'anima universale. Quindi ogni lampadina ha la sua propria capacità di riflettere quello che in realtà è. Per

questo motivo vediamo esseri che mostrano un risveglio della coscienza più ampliato di altri, perché mentre alcuni

sono grandi luci da cinquecento o mille watt, altri, tuttavia, sono piccole luci da quindici o venticinque watt. Questa

capacità di riflettere quello che si è, è quella che chiamiamo anima personalità. Questa è quella che si reincarna, e lo fa

al fine di guadagnare in ogni vita più watt per trasformarsi in grandi fari di luce. I corpi delle lampadine, i vetri,

possono essere di molte forme e colori, questo è il corpo perituro. La parte pensante dell'essere umano, quell'anima

personalità va via con la chiamata della morte e le sue esperienze rimangono intrise nell'aura. Col risultato che in vari

esperimenti rosacruciani possiamo, attraverso l'aura, portare aspetti delle esperienze passate dell'anima personalità.

La forza della vita è divina, perciò presupponiamo che il suo compito è quello di guidare l'anima personalità e le sue

funzioni, questo vuol dire, confrontarci ad esperienze per continuare a risvegliare la coscienza. La forza della vita

dell'essere spirituale, ci commisura una serie di piaceri sottili distinti dai sensi del corpo. La sensazione di pace

profonda, quella di rinascere nel gran lago universale, le estasi mistiche, il sentirci galleggiare nello spazio intangibile o

percepire alcune qualità artistiche, corrispondono alla parte interiore dell'individuo ed è in qualche modo una

connessione con la sua Madre spirituale.

L'anima personalità dà vita al corpo, chiamato "nephesh" in termini cabalistici, ed è una funzione dell'anima. Il soffio di

vita dell'anima universale, quello che Dio insuffla nel naso dell'uomo e lo trasforma in un'anima vivente, è il "ruach".

Ciò che chiamiamo anima globale nella cabala si nomina come "neshamah". Il "nephesh" è quello che si reincarna e va

via dal corpo con ogni transizione, ma non sparisce dall'aura o corpo fluidico fino a che si integri nell'anima globale,

cioè, fino a che realizzi il suo matrimonio alchemico.

Mi sembra che ci sia un'idea che dobbiamo elaborare più approfonditamente. Abbiamo parlato di anima personalità che

si reincarna. Ma quando parliamo di personalità da un punto di vista psicologico, intendiamo i nostri tratti personali,

quelle cose che ci disegnano come individui e che a volte sono sigillate a fuoco nel nostro io circostanziale. Quando ci
reincarniamo non è per potenziare ancora di più quelle qualità personali dal punto di vista psicologico. Al contrario, è

per perderle che la nostra personalità somiglia alla personalità – se così si può chiamare – dell'anima globale. Lo

ripetiamo un'altra volta. Il ciclo di reincarnazioni non sembra avere un altro obiettivo che quello di dotarci dei poteri

della vita spirituale, di arrivare a desiderare l'Unità. Di essere un'Unica Anima. Pertanto, nel decorso di ogni vita, il

nostro lavoro come uomini e donne di desiderio non è altro che quello di recuperare il nostro Primo Stato, trasformarci

di nuovo nell'Adam Kadmon. Il nostro lavoro giornaliero è riuscire in vita al la Congiunzione degli Opposti. Esercitare

come terza forza, che equilibri le colonne di opposizione. Pertanto, non si tenta di conservare i tratti individuali, bensì

di perderli, di "sedersi nella dimenticanza" Chuangzí dice come, di auto annichilirsi, così come dice Arabí. Il nostro

lavoro è procurare la Reintegrazione della nostra anima personalità.

Il maestro Louis Claude di Saint Martin dice: "Raramente si trova l'unità nell'associazione: questa deve essere cercata

nell'unione individuale con Dio. Quando riusciremo in questo intento comprenderemo che siamo fratelli l'uno dell'altro".

Perché tutti comunichiamo con la stessa anima, benché la nostra personalità ci faccia percepire l'individualità. Quando

tutti ci saremo rinnovati non si manifesterà più l'individualità, nel frattempo, comprendiamo che siamo tutti fratelli di

anima.

Il sentiero di ritorno dell'uomo cominciò con la sua leggendaria caduta, quando ad Adam fu tolta la corona, cioè, scese
di livello. Ora ci troviamo nell'esilio e dentro il "bosco" degli errori, ma abbiamo trovato il portone, la via, quella del

ritorno al Padre. Il metodo è produrre l'equilibrio di forze. Questa idea di creare l'equilibrio fa che questa parentesi

finisca. Riflettete su questo affinché possiate notare in quante situazioni della sua vita siete intervenuti equilibrando gli

opposti, o al contrario, c'è stato su uno dei piatti della bilancia un maggior peso.

Verso la peregrinazione
La mente umana tende ad ideare cose delle quali realmente non sa niente o sa molto poco. Abbiamo la facoltà di

creare idee e pensieri, credere cose ed attribuire ragioni a questioni che non sono state provate e che tendiamo a

realizzare come certe. Altre volte trasferiamo i dati di un fatto conosciuto o ragionevolmente accettato ad altri

fenomeni completamente sconosciuti. Abbiamo anche la facoltà di proiettare i nostri elementi o dell'individuo,

sull'oggetto di studio o analisi, conferendo i nostri attributi a quello che non li ha o che non sappiamo che li abbia.

Ci siamo sempre chiesti da dove veniamo e dove andiamo, come nacque l'universo, se c'è vita in altre galassie, o che

cosa c'è oltre l'attuale esistenza. Su queste questioni si mescolano le carte di molte teorie e credenze, ma la cosa certa

è che sappiamo molto poco o niente di tutto questo. Pertanto la tradizione ha sostituito la conoscenza, in modo da

trovare abbondante letteratura che parli di tutto questo come se si trattasse di un fatto accertato. Come possono

esistere tante spiegazioni al riguardo pur sapendo tanto poco? Jung diceva che quando un individuo ha un'idea, questa

si considera soggettiva, ma che quando vari individui condividono la stessa idea, questa diventa obiettiva. Questo

equivale a dire che per il semplice fatto che se varie persone credono in una stessa cosa, essa diventa realtà obiettiva.

La mente ha ancora un'altra facoltà, quella di creare coscientemente cose che non essendo attuali, possono arrivare ad

esserlo, cioè, può anticiparci oggi cose che ancora non esistono ma che domani possono diventare una realtà tangibile.

Ciò che oggi la mente umana visualizza si trasforma in un fatto futuro. Anche la neuroscienza comincia a dire che la

creazione cosciente di certe qualità o atteggiamenti umani fa sì che i nostri neuroni sviluppino la funzione o sinapsi in

relazione alla nostra creazione. D'altra parte, possiamo pensare a quelle persone negative, che le respingono per

qualunque motivo senza dedicare tempo allo studio di queste cose. Anche essi stanno creando nei loro neuroni le

condizioni di pessimismo, dubbio e sfiducia.

In relazione alla facoltà della mente di proiettare i nostri paradigmi ad un oggetto di studio come Dio, l'anima o sulla

nascita dell'universo, etc., è possibile pervenire all'idea che nel principio tutto era Uno, e che ora siamo un mucchio di
scintille di luce che stanno viaggiando dal centro alla periferia e da questa nuovamente al centro. In questa nostra idea

la mente mescola la nostra sensazione di tempo e spazio con aspetti e leggi assunte intellettualmente, tali come la

forza centrifuga e centripeta. Ma usando i concetti ed il linguaggio per un stato di coscienza tridimensionale o di veglia

come è possibile chiarire quello che succede fuori del tempo e dello spazio? In molta letteratura che tratta temi

metafisici osserviamo molta aderenza ad invenzioni gratuite della mente umana e manifestazioni che presentano

opposizione tra esse analizzandole, oppure che esprimono progetti contrari alle leggi conosciute o a quelle

misticamente dedotte. Tra queste manifestazioni osserviamo disquisizioni tra l'anima universale e l'anima dell'uomo, le

quali creano distinte correnti che sono adottate alcune da un settore ed altre dalla parte avversa. Sull'anima e Dio,

abbiamo varie posizioni: teismo, ateismo, monoteismo, politeismo, panteismo.

Uno dei criteri più accettato dalla corrente mistica è quello che dice che l'anima è unita, concentrata su sé stessa e

contemporaneamente espansa, perché permea tutto. L'anima umana e l'anima divina sono la stessa anima, quella di

tutti gli esseri e di tutta la natura è dentro di noi. Però come la nostra mente dà un senso allo spazio ed al tempo, così

ci sembra che venga dall'interno. Ma se pensiamo che si trova anche nelle galassie e siccome queste le pensiamo

molto lontane nello spazio, non riusciamo ad interiorizzarle come qualcosa di reale bensì come un'idea o credo; cioè,

trasferiamo all'anima i condizionanti della nostra mente soggettiva. Tuttavia, quando l'uomo disfa il tempo e lo spazio
attraverso il risultato di un altro stato di coscienza, scopre l'anima nell'eternità, cattura un nuovo concetto, in modo

che l'anima si scopre a sé stessa nella sua realtà. L'anima si lascia scoprire quando l'uomo cambia l'orientamento della

sua ricerca ed intraprende l'azione di guardarsi dentro.

Per la mistica ebraica che comunicava anche Gesù, l'uomo percorre il tempo e lo spazio come nei sei giorni della

creazione e nel settimo si riposò. Il settimo giorno, il giorno dello shabat, (il sabato) dell'eternità, è il giorno di

rinnovamento dell'anima, il momento eterno nel quale riceve Dio che si ripete ogni settimana. Questa è la presenza

nella quale l'uomo scopre ciò che È, e che realizza mediante la sua peregrinazione. L'uomo è quello che segue il ritmo

ed esegue il più prezioso ciclo della vita costruendo il tempio nell'arco di sei giorni ed il settimo è pronto.

Per noi il sabato non dovrebbe essere legato con un giorno della settimana, perché qualunque giorno e momento è

adatto per tentare di trovare la comunione col Dio dei nostri cuori. Nonostante, il nostro controllo settimanale al

nostro sanctum dovrebbe rimanere l'idea di un viaggio verso il nostro interno.

Un giorno l'uomo si sentì separato dall'anima universale e diventò cosciente dell'individualità. Come realtà mistica

siamo solo separati nella coscienza, in modo che il nostro peregrinare ha il proposito di svegliare la coscienza fino a

concepire l'Unione. Oggi crediamo di essere milioni di scintille di luce che stanno viaggiando per lo spazio, che siamo

fuoriusciti da un grande centro di potere, conosciuto nella Bibbia, come il Giardino dell'Eden dal quale viaggiamo

andando in mille direzioni distinte, compresa quella che segna il ritorno al Padre. Per tutto quanto sopra detto, ciò che

viaggia è la coscienza, ed essa è ciò che bisogna restituire.

Il vincolo dell'uomo con la Divinità


La parola dell'uomo è un tema molto interessante per la sua differenza con altre specie e per il suo vincolo con la

divinità. Dal teatro greco c'arrivano notizie che l'attore si collegava con gli dei attraverso la maschera. La bocca di

questa si trasformava in una tromba parlante. Si dice che il nome della persona (per-sona = perché suona), esprime

questa qualità. L'uomo compie le funzioni di pensare, parlare ed agire. Di queste tre qualità, la più alta è il parlare, il

quale si lega con la parola, con la creazione e con l'autocoscienza. Sembrerebbe che sia il pensiero la qualità più alta,

ma quando lo si nomina, acquisisce potenza; essendo la parola il sigillo del pensiero, diciamo che è la funzione più

importante. Ecco perché è rapportato col vibrare del pensiero. La prima vibrazione creativa rimane, pertanto, connessa
alla parola. Un altro aspetto della parola si trova nelle rassegne del "Dio" disse. L'uomo con la parola è paragonato allo

Spirito Santo, ed ai suoi detti creatori, con la serie di "Dio" disse che troviamo nel Genesi.

Anche se ci è più vicino la vibrazione di certe parole o mantram carichi di potere, rispetto a questo, un'analisi delle

lettere ebraiche A, M, R, la si può paragonare con i tre gradi dell'anima. I mantram che contengono queste lettere,

creano un'interconnessione tra l'uomo ed il Cosmo. Anche le tre lettere AMR si possono collegare ai tre aspetti della

parola fisica: respirazione, voce e significato.

Così la parola, base della creazione, viene osservata sia nel Genesi che nello Yetzirah. In questo ultimo è detto che la

parola è formata da tre aspetti superiori: fuoco, aria ed acqua, che si riferisce al versetto del Genesi che dice: "L'alito

di Dio aleggiava sulle acque.... E Dio disse: sia fatta la luce". Pertanto, la parola è il "berechit", lo Spirito Santo o Prima

vibrazione, che come dice San Giovanni l'Evangelista, si fece carne ed abitò tra noi.

Il Sepher Yetzirah (Libro della Formazione) mostra ripetute volte un'impronta triadica o idea triplice che indica due

aspetti frontali ed un terzo che li equilibra. Esistono varie esposizioni di detta impronta, una di esse, come vedemmo, è

quando mostra i piatti di una bilancia posti davanti ad un fedele, terzo elemento, che li equilibra. Le tre lettere madri

dell'alfabeto ebraico si iscrivono sopra: da un lato la "mem" in opposizione la "shin", e la "aleph" nel mezzo. La fonte

menzionata riporta il fedele della bilancia con la lingua, indicando che è la lingua quella che registra. Questa è un'altra
forma per dire che la parola è il vincolo. Registrare ed intagliare sono due espressioni comuni del S.Y., ed in quanto al

termine intagliare si riferisce, pensiamo, ad una grande roccia informe dalla quale si creano delle forme intagliandola.

Così la parola è quella che crea la forma pensiero. Altre volte il S.Y. dice che Dio intagliò e pose nello spazio intangibile

tutto il creato, volendo intendere che nel principio lo spazio non aveva forme predestinate e che dallo spazio, invece di

riempirsi se ne staccavano schegge che formarono la creazione. Le cose vuote e le cose informi in ebraico si

denominano "bohu" e "tohu", e sono quelle che c'erano prima delle emanazioni.

Un altro modo di vedere l'impronta triadica, è quella riferita al pensiero filosofico ed è quando uniamo le espressioni di

tesi, antitesi e sintesi, che riportato ad un livello inferiore lo possiamo chiamare: metodo di analogia, corrispondenza e

sintesi. Un'altra espressione dell'idea triplice è pensiero, parola ed opera, uno stesso atto di creazione che la nostra

cultura separa nel tempo. Così è quando riuniamo i termini di Dio, uomo e natura, tre cose che sembrano essere

distinte ma che sono la stessa cosa. In questo ultimo caso chi o che cosa è l'equilibratore? La risposta è l'uomo.

Un'altra rappresentazione frequente nella cabala è quando si scorgono due pilastri opposti ed un terzo nel mezzo.

Possiamo scrivere sui pilastri molte parole o sostantivi biblici. Per esempio, riferendoci all'espressione Dio di Abramo,

Dio di Isaac e Dio di Giacobbe, i tre patriarchi, si scrivono in pilastri diversi. Abramo in quello di destra, Isacco in quello

di sinistra e Giacobbe in quello del mezzo. Giacobbe è Israele, l'uomo-umanità, quello che equilibra l'opposizione.

Israele è Dio esteso nell'umanità. Vediamo l'idea di opposizione ed equilibrio in un'altra forma. Le colonne del tempio di

Salomone, Jakin e Boaz, rappresentano la dualità, ma Tempio in ebraico è "Hekal", parola che contiene due radici: H

che equivale al pronome castigliano "Egli" e Kal che si traduce in, tutto. In modo che Hekal significa egli nel tutto o

tutto in lui. Quando l'uomo è il tempio, vuole dire che ha raggiunto un livello di comunione col tutto, livello nel quale

sparisce l'opposizione. La dualità è una legge umana tanto connotativa che ci fa credere che la sua esistenza è reale,

ma dal punto di vista mistico detta legge è un'illusione.


Se disegnassimo le colonne di opposizione in modo che i suoi lati superiori si tocchino,

nel punto dove si toccano c'è la perfetta congiunzione degli opposti. Vediamolo:

I due assi discendenti si allontanano man mano che scendono. Il pendolo oscilla tra

gli opposti. Il tempo di oscillazione è maggiore sotto e minore man mano che si sale

(idealizzando un pendolo con braccio minore). La parte più bassa la chiameremo

coscienza umana, e la parte dove gli assi si toccano la chiameremo coscienza divina.

L'opposizione o dualità è reale nel livello umano ma non nel livello divino. È l'iniziato

che deve eliminare l'opposizione col suo lavoro di introspezione, con la riflessione e la

meditazione.

Il fuoco reintegratore
A sua volta l'Unità è uno stato da raggiungere per tutto il genere umano e per tutto quello che è uscito dal Suo seno.

In alcune tradizioni il termine reintegrazione equivale a quello di restaurazione, e comprende quello di salvazione o
quello di restaurazione.

Il nome ebraico di Gesù è lo stesso del tetragrammaton IHVH più la lettera ebraica Shin così inserita: IHShVH. Questo

nome, IehoShvah, significa letteralmente "il Dio che salva", per questo motivo si dice che Gesù è il salvatore. Altri

termini come redenzione, riscatto e resurrezione, sono anche riferiti a quello di reintegrazione. Ognuno di questi

termini può prendere distinte sfumature a secondo che si trovino nell'Antico o nel Nuovo Testamento.

L'iscrizione INRI della croce cattolica si interpreta in due forme distinte: per alcuni è la sigla di Gesù Nazareno Re degli

Ebrei. Per l'alchimia ed il misticismo è l'acronimo della frase latina La Natura si Rinnova con il Fuoco, (Ignea Natura

Renovatur Invecta). È il fuoco il mezzo con il quale Gesù l'uomo si trasforma nel Cristo Cosmico.

Quello che si allontanò da Dio è la coscienza ed è la coscienza che bisogna restituire, perché non abbiamo smesso mai

misticamente di appartenere alla mente cosmica. Essere uno con l'Unità è la qualità o stato che sperimenta un essere

umano che ha trasceso la sua coscienza. Questo espandere la coscienza fino a questo grado sommo, senza smettere di

essere uomo, è quello che ci mostra la figura del Cristo. Ogni umano che riesce a far questo fa anche ascendere tutto

ciò che lo circonda nel suo ambiente.

La lettera ebraica Shin simbolizza il fuoco, cioè la coscienza trasmutata. Jerusalem è il crogiolo; il fuoco è il

trasmutatore. Questa purificazione nell'essere umano è progressiva fino ad ottenere la coscienza di Unità. Gesù

contiene la Shin, il fuoco, col risultato che il Messia è il restauratore, ma ogni essere umano deve trasformarsi in

Messia. Se diciamo che il Messia è il Salvatore, stiamo dicendo la stessa cosa, cioè il restauratore o reintegratore. La

parola ebraica MesShiah, Messia, contiene, pertanto, la stessa idea del nome ebraico di Gesù.

Sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana, il fuoco è come il restauratore o rinnovatore, così come è anche il

simbolo della presenza divina come possiamo osservare in Esodo 3.2 e 13.21, o in Genesi 15.17, o in Isaia 6, 6.7 e

48.10, o in Salmi 26.2, in Apocalisse 20.9, 10 e 14.15. Il fuoco come simbolo di liberazione o illuminazione l'abbiamo

in Pentecoste, Act 2. 1, 4. Un'altra allusione l'abbiamo nel nome Seraphim, il quale proviene dal verbo ebraico "seraph"

che significa bruciare. Che la meditazione in questo testo sia il fuoco che illumini la tua coscienza.

Gerusalemme del cielo e della terra


Le radici del nome Jerusalem, le troviamo nell'ebraico "Ur-Shalom", posto o luogo della pace. È nominata per la prima

volta col nome di "Shalem", secondo documenti ritrovati in Ebla (nel sud della Siria), che risalgono al III millennio a.C.

Questa radice la troviamo anche nei testi di esecrazione egiziani del principio del secondo millennio col nome

"Rushalimun", nome che appare anche nelle lettere di Tel L'Amarna del secolo XIV a.C.

In tutti i nomi appare la lettera ebraica Shin, simbolo del fuoco ed una delle tre lettere madri dell'alfabeto ebraico. Per

questo motivo si dice che Jerusalem è il crogiolo dove il fuoco deve raffinare la coscienza umana affinché riesca

l'unione con l'Unità. Detta unione è famosa nel Cantico dei Cantici di Salomone, come l'unione del fidanzato e della

fidanzata. Ma questo libro per noi è molto complesso essendo pieno di simboli che non danno l'idea che l'autore

trasmette, perciò dobbiamo ricorrere alla "Fiamma" d'amore vivo di San Giovanni della Croce per conoscere il suo

contenuto. Questo mistico spagnolo aveva il Cantico dei Cantici come libro di riferimento e potè approfondire il suo

significato. San Giovanni della Croce nomina l'unione mistica come il matrimonio perfetto e sublime tra il marito e la

moglie, rappresentando con essi l'anima nell'uomo e la sua gemella divina.

In Isaia 31.9, Gerusalemme viene chiamata "forno di Dio" e si dice che il fuoco è in Sion. Ma il posto è stato profanato,

dice Ezechiele, benché egli predica il suo ristabilimento ed una nuova alleanza, perché per riuscire nella reintegrazione

con l'Unità, si ha bisogno di un "luogo di pace" (Ur-shalom). Questa pace è quella che fa riferimento alla Pace
Profonda, un stato di comunione con l'Essere dove l'unione della Jerusalem celeste e la Jerusalem terrestre diviene una

sola cosa, una sola idea o assenza della dualità.

Il Talmud dice che: "Israele è l'asse del mondo ed il suo centro. Jerusalem si trova nel centro d'Israele. Il tempio sta

nella metà di Jerusalem. Il Sanctum Sanctorum sta nella metà del tempio, l'Arca sta nella metà del Sanctum

Sanctorum; la roccia della fondazione sta di fronte al Sanctum Sanctorum". Questa narrazione non va certo presa dal

punto di vista geografico, ma è vera da un punto di vista culturale, religioso e mistico.

La lettera shin (Sh), come già detto, sta nel nome Ur-Shalom (Jerusalem). Questa lettera si trova anche nei tre nomi

che indicano l'anima: Neshamah, RuaSh e Nephesh. La troviamo anche in uno dei quattro nomi di uomo: Ish, radice

che forma anche il nome ebraico di Ishrael. È anche nel femminile di uomo Isha (donna). La troviamo anche nel nome

ebraico di Gesù (JehoShvah). La troviamo ancora nel primo sostantivo del primo versetto, del primo capitolo del primo

libro della Bibbia, che in greco è Genesi ma che è BereShit in ebraico e si traduce "principio o inizio" in italiano. Ed

abbiamo anche la Shin nel nome ebraico Messia (MesShiah). Shin, Sh, sta in tutti i nomi di Jerusalem, eccetto quando

la città è nominata da stranieri. È questa lettera quella che si imprime nel centro della fronte come segno, perché

come dice il Sepher Yetzirah, "Dio lo fece regnare sul fuoco e lo cinse con una corona, combinò una lettera con l'altra e

con esse formò il cielo nell'universo, il caldo nell'anno e la testa nell'anima: il maschile con Sham e la femminile con

Shma."

Geremia vide la malvagità di Babilonia ed anche il ritorno degli ebrei in cattività, richiama in Jerusalem "la fidanzata

del cielo". Anche Ezechiele ha una visione sulla città ricostruita. Zaccaria narra la restaurazione del Tempio di

Salomone e vede il Messia entrare nella città su un asinello, racconto che sarà ripreso cinquecento anni più tardi dagli

evangelisti nel passo di Zaccaria. Siamo nel momento in cui inizia il Secondo Tempio, Israele ritorna dal fiume Kebar in

Babilonia per innestare un germoglio in Gerusalemme. Disse Dio per bocca di Zaccaria riferendosi alle ossa: "Ecco io

qui farò mettere in voi lo Spirito e vivrete... e vi farò riposare nella vostra terra". Questa è la promessa di

restaurazione riferita non solo alla città terrestre, bensì all'unione mistica dell'anima dell'uomo con la sua gemella

divina, è il cambiamento della coscienza in Unità. C'è molta documentazione in merito a questa unione: nei Salmi,

nel Cantico dei cantici già citato, nella Fiamma d'amore viva di San Giovanni della Croce e nelle Nozze Chimiche . È il

matrimonio dell'agnello. È l'unione della terra e del cielo o di Dio e della Shej'inah. Questa unione è rappresentata nel

giudaismo dalla sua festività più importante che celebra 52 volte l'anno: lo Shabat, e che ancora oggi, i cabalisti di
Safed (Siria) cantano mettendosi sotto il sole del venerdì dicendo: "Vieni mio caro, all'incontro con la fidanzata,

riceviamo la faccia del sabato."

San Giovanni della croce nell'opera citata riferisce che detta fiamma d'amore viva è il fuoco di Dio o Spirito che vive

nell'anima dell'uomo ed accende il suo desiderio di unione. Questa anima purificata riceve il calore (gli embates) del

fuoco come una carezza amorosa, o come dice l'autore: "Oh fiamma d'amore viva che teneramente ferisci! ". Che

questo fuoco di Dio, questa shin (Sh) che tutti portiamo sulla fronte, sia ogni giorno attiva nei nostri pensieri.

Ma il tempio è stato profanato, la città si è prostituita. Ha rotto l'alleanza. Non ti sei ricordata della tua gioventù, dice

Ezechiele a Gerusalemme, ma io ristabilirò in te un'alleanza eterna. Questo pare si debba leggere come se lo Spirito

fosse afflitto dall'anima dell'uomo che si allontana, e contemporaneamente, gli permette di stabilire con lui un nodo

eterno. Anche questa idea la riporta Ezechiele (Ez.XVII) nell'allegoria dell'aquila, ma nel suo senso inverso: "L'aquila

venne nel Libano e tagliò la cima del cedro, strappò la punta più alta dei suoi rami e la portò ad un paese di mercanti".

I cedri del Libano che la Bibbia cita spesso, secondo lo Zohar (Libro dello Splendore) non sono alberi di legno. Altri

autori dicono che cedro in ebraico è "heretz" che vuole dire terra. Questa allegoria sembra descrivere il momento in cui

l'anima divina entra nell'uomo mortale, cioè, quando l'anima si differenzia dalla carne, per cui, dice Geremia (XXIII,

22), berremo il calice amaro. Nel cristianesimo il calice è il calice dell'alleanza, grazie all'azione di Gesù, il Cristo o
Messia. Mentre nei racconti di cavalleria è il Sacro Graal, una via che si percorre all'inverso, cioè, viaggiando dalla

Gerusalemme terrestre fino alla Gerusalemme celeste.

L'incenso e l'Unità
Negli scalini della Chiesa di Quetzaltenango, in Guatemala, si può osservare come oggi i discendenti dei maya

mescolano i loro riti ancestrali con quelli cattolici che hanno poi acquisito. In lingua quiché continuano a recitare una

serie di discorsi alla porta della chiesa mentre agitano alcuni rudimentali bracieri coi quali improvvisano enormi

incensieri. Siccome sono vari indios quelli che partecipano allo stesso rito, la fumata che si forma è impressionante. Il

fumo bianco che si alza si confonde con lo spettacolo delle tende che riparano i negozi artigianali che ogni giovedì e

domenica allestiscono un curioso mercato indigeno. Più a nord, nella selva di Petén, dove Guatemala e Messico si

confondono, si alzano gli osservatori dei templi di Tikal, città guatemalteca, che insieme a Santa Rosa di Copán in
Honduras e Chichén Itza in Messico, costituisce il triangolo maya più importante conosciuto.

I maya di Tikal usavano il lattice del sapone come resina che garantiva la produzione del fuoco rituale per tutto l'anno.

Questa resina brucia molto bene, ed aggiungendo dei profumi, si ottiene l'effetto incenso che conosciamo.

La nostra tradizione occidentale racconta che i Re Magi portarono a Gesù oro, incenso e mirra. Anche nei templi

orientali si brucia incenso. Si brucia incenso davanti a Vishnú, davanti a Buddha, davanti alla Vergine, etc. perché si

brucia incenso nelle chiese, nelle pagode, nei templi ed oratori privati?

Nella tradizione ebraica, il profumo svolge un ruolo molto importante. Tanto nel Cantico dei Cantici come nei Proverbi

di Salomone, come in innumerevoli Salmi, troviamo copiosi riferimenti ad odori, unguenti, balsami ed incenso come se

il profumo rappresentasse un'importante attestato nella vita dell'Israele.

Misticamente il profumo dell'incenso è un agente unificatore. Man mano che il corpo dell'incenso si brucia vediamo la

trasformazione della materia. Vediamo come un grano di incenso si trasforma in fumo che ascende lasciando

solamente il suo profumo. Una volta consumato il granello e scomparso il fumo, l'unica cosa che rimane è un gradevole

aroma. Questo aroma è l'agente unificatore perché man mano che l'incenso si consuma, si tramuta anche la nostra

coscienza. Se riusciamo a trasferire la coscienza su un piano mentale più profondo, l'idea di unità non solo sarà
comunicata intellettualmente, ma sarà sperimentata. Pertanto, il profumo può essere un buon simbolo dell'idea di

unità che possiamo esprimere su tre livelli:

È sinonimico di unione fraterna, cioè, il profumo è un ponte di unione tra distinte persone riunite per un fine comune.

È anche simbolo di unione tra la parte esterna e la parte interna. L'unione della coscienza attraverso l'interiorizzazione.

Il terzo aspetto è quello che riguarda l'unione fra l'anima dell'uomo e l'Anima Universale o Dio, il cui ideale desidera

raggiungere.

Nella tradizione ebraica, questa unione mistica è rappresentata dall'unione della shej'inah con il cielo, mentre San

Giovanni della Croce dice la stessa cosa con l'unione dello sposo e della sposa. Il Cantico dei Cantici lo indica come

l'unione del fidanzato e della fidanzata. Estraiamo i seguenti paragrafi da questo ultimo libro:

4-6: "Prima che soffi la brezza del giorno, e fuggano le ombre, andrò al monte della mirra, alla collina dell'incenso."

4-10 "che belli i tuoi amori, gemella mia, fidanzata! Come sono saporiti i tuoi amori! Più che il vino! E le fragranze dei

tuoi profumi, più che tutti i balsami!".

4-12: "Orto sei chiuso gemella mia, fidanzata, orto chiuso, fronte segnata."

4:13: "i tuoi germogli un paradiso di melograni con frutti squisiti. Tuberosa e zafferano, canna aromatica e cannella,

con tutti i tuoi alberi di incenso, mirra ed aloe, coi migliori balsami". (4-14)

4-15: "Fonte degli orti, pozzo di acque vive, correnti che fluiscono" del Libano.

Possiamo dire che l'incenso è il profumo di Dio. Il profumo ci ricorda il momento nel quale ci insufflò nel naso e ci fece

un'anima vivente. Possiamo come mortali avere un simbolo migliore del profumo che ci ricorda il nostro stato di unità

facendo sparire la nostra coscienza dall'esilio? L'amore divino del quale abbiamo parlato nei paragrafi precedenti,

Salomone ci parla dell'unione della parte di Dio in esilio. Le allusioni a sorella, fidanzata, bella, etc., non dovrebbero

interpretarsi come una relazione mondana. La poesia del libro contiene un eccelso senso mistico. Salomone è famoso

per la sua saggezza, tale saggio dovrebbe sapere che gli alberi ai quali ci si riferisce nei passaggi precedenti, 4-13 e 4-

14, tali come melograni, tuberose, zafferano, canna aromatica, cannella, mirra ed aloe, non crescono insieme in

Palestina né si danno insieme. Pertanto, l'unione di questi vegetali aromatici l'autore li utilizza come ricorso letterario

per esprimere un simbolo che ci dà l'idea di quello che ci vuole veramente dire. È la stessa idea che troviamo

in Proverbi ai versetti: 8-17 e 18 "Ho cosparso con mirra il mio letto, con aloe e cinnamomo. Ci siamo ubriacati

d'amore fino al mattino, siamo stati solo noi due con le nostre carezze."

Tutto sembra indicare che l'unione mistica è preceduta dal propagarsi di profumi. Alcune persone hanno riferito che

prima della presenza psichica di qualche maestro, si percepisce un determinato profumo che non è uguale a nessun

altro già conosciuto. Sappiamo per esperimenti realizzati che le vibrazioni psichiche sono captate a volte come

profumi. Vuol dire che quando si realizza l'unione di due menti pensanti può captarsi un aroma.

Nel Cantico dei Cantici c'è qualcosa in relazione col luogo dell'incontro o dell'unione tra l'anima dell'uomo e l'Anima

Universale: "Mentre il re si trova seduto sul suo divano, la mia tuberosa esala la sua fragranza. Un sacchetto di mirra,

oh mio amato, è il mio dono per te… Che riposi sul mio seno: nella vigna di Engadí oh mio amato, c'è un grappolo

d'uva per me" (1.12).

Engadí è un'oasi dove crescono il balsamo e le palme. Nell'oasi o luogo di riposo in mezzo al deserto (indica la

corrispondenza con le nostre faccende giornaliere in esilio) ed al nostro desiderio di riposo eterno, l'oasi. Questo posto

è quello che i mistici ebrei chiamano shabbat (sabato). Nello shabbat, il non tempo o eternità vi è il luogo dell'unione.
La mentalità ebraica non è spaziale bensì temporanea, in modo che il luogo vuol dire il momento. Dal nostro posto

durante il tragitto delle nostre vite guardiamo lontano questa oasi e fino a che il nostro desiderio di trovarla non sia

vivo nelle nostre menti e cuori, non arriverà il momento dell'unione.

Nel frattempo bruciamo incenso ed aspiriamo il suo profumo come simbolo del desiderio sincero di raggiungere il

momento dell'unione perfetta e sublime, mentre ci domandiamo dal nostro posto nella vita, man mano che il fumo

ascende, come nel versetto 3.6 del Cantico dei Cantici "Che cosa è ciò che sale dal deserto come una colonna di fumo

di mirra e di incenso" che contempliamo in silenzio, sommessamente, sentendo nei nostri cuori che questo è il profumo

di Dio.

Alcuni appunti sulla cabala ebraica


La cabala è un metodo di sviluppo personale nel quale interviene l'aspetto intellettuale ed unico che supera quello che

va oltre la logica. L'ebreo del Medioevo, ringraziava Dio con il suo cuore, che l'avrebbe dotato della saggezza dei greci

e del modo di essere della sua cultura ebraica. L'uso di questa doppia via produce i piaceri della mente sviluppata

come dopo una forte lotta per sviscerare i più profondi segreti della vita; sappiamo che l'intelletto se incontra un limite

ricerca un'altra via per continuare il suo sviluppo.

L'altra via è completamente diversa, consegue il riposo della mente. Detto riposo porterà con sé un altro livello di

coscienza con altre realtà. Anche la sacra astrazione produce uno stato gioioso di un altro livello, dove si evidenziano i

nostri sentimenti più alti. Sentimenti ed ammirazione per le leggi dell'universo ed un intimo contenuto che continuiamo

a sorvegliare nel centro del petto come un delicato bebè che amiamo e del quale sentiamo le sue carezze. Nasce un

sentimento di protezione immacolato per quello che sentiamo e che consideriamo sacro. Poi impariamo ad interpretare

le "notizie" che questo stato di calma mentale e di allegria del cuore ci porta. In principio quello che riceviamo non è

uguale a quello che riflettiamo, perché dobbiamo levigare il nostro specchio. L'informazione del nostro essere interno,

passando dal nostro cervello aggiunge cose che sono già in noi, il nostro conglomerato di conoscenze, esperienze,

atteggiamenti, desideri, etc., in modo che quello che riceviamo lo annebbiamo con questo conglomerato. Pertanto,

anche la via di apprendistato si presenta in maniera doppia. Da una parte dobbiamo imparare ad incrementare le

percezioni che ci arrivano da dentro e dall'altra dobbiamo imparare a rifletterli così come sono.

Anche la cabala dogmatica manifesta l'idea di trasmettere quello che si riceve così come è stato ricevuto, senza
aggiungere né togliere niente. La parola dogma ha perso oggi quel significato assumendone uno dispregiativo.

La cabala ebraica arriva fino a noi da tempi remoti, in quanto si riferisce al suo aspetto tradizionale, ma si struttura

con metodo a partire dal Medioevo, cosa che succede a Girona, Spagna, con l'azione di Isaac il Cieco ed i suoi discepoli

Ezra ed Azariel.

Il nucleo della cabala, come abbiamo visto, lo formano il S. Yetzirah ed il S. Zohar, oltre ad alcuni libri della Bibbia,

benché posteriormente si aggiunse molta letteratura ricca di commenti a questi testi. Gli studiosi europei non avevano

accesso a questa istruzione scritta in ebraico ed aramaico, fino a che, nell'anno 1540, un rosacroce, Guillermo Postel,

traduce lo Yetzirah e lo Zohar in latino, dando accesso agli studiosi europei che poterono spiegarne il contenuto

spiegando, fra l'altro, la creazione.

Si struttura attorno al 1300 in Spagna, ma la sua tradizione si basa sulle Scritture e sulla Tradizione orale giudaica.

Questa ultima è conosciuta col titolo di "midrash", mentre la scrittura è inglobata nella "Mishna". Ma ritorneremo su

questi temi.

Vediamo l'ambiente europeo nel quale si sviluppa la cabala come metodo. Il suo maggior diffusore fu Hahmánide, più

conosciuto come Bonastru da Porta, che deve farsi largo in una Europa cristianizzata, col risultato che alla cabala
ebraica si sarebbero aggiunti concetti cristiani, dando vita alla cabala cristiana, cosa che succede principalmente nella

scuola di Firenze con Pico della Mirandola.

Ma l'Europa di quell'epoca aveva anche alchimisti, indovini, maghi neri, astrologi, etc. in modo che quando questi

ebbero accesso ai testi cabalistici, gli aggiunsero quello che essi conoscevano già da un'altra disciplina. Col risultato

che nei duecento anni a seguire apparve in vari testi un albero della vita con figure dei tarocchi, che non ha niente a

che vedere con la cabala tradizionale. Altri aggiunsero simboli astrologici, altri simboli alchemici. Da questi nuovi testi

nacquero un mucchio di speculazioni che sebbene parlino della capacità della mente umana di creare cose, non sono

presenti nella cabala originale.

Oggigiorno continuano le speculazioni, alcune completamente inutili, perché provengono da chi non ha studiato il

Sepher Yetzirah e lo Zohar, così il pasticcio è servito. Non manca chi attribuisce undici sephirot all'albero della vita con

una spiegazione accettabile, ma non sanno che le sephirot, non i suoi nomi, sono recensiti nel S. Yetzirah.

In quanto ai tarocchi, né il S. Yetzirah né lo Zohar, contengono aspetti divinatori. I tarocchi non sono cabala e non

hanno niente a che vedere con essa, né si trovano nei testi originali, né sono una via mistica, non hanno nessuna

importanza dal punto di vista dello sviluppo personale, piuttosto alimenta la superstizione. Il rapporto dei tarocchi con

la cabala si trova unicamente nella nostra mente e la volontà di trovare un legame. Ma, mentre la cabala abitualmente
non si insegna e nessuno può mettersi con un tavolo in piazza ad insegnarla, i tarocchi, da parte loro, si prestano ad

un certo tipo di commercio. Se non fosse a motivo della libertà di ognuno, dovremmo dire che è un sacrilegio

confondere la cabala con i tarocchi. Questo non vuol dire che disprezziamo i tarocchi se ci piace giocare. L'idea che

vogliamo trasmettere è che la tradizione cabalistica è molto più antica dei tarocchi, che viengono impiegati solitamente

come divinazione mentre la cabala è una via interiore, qualcosa di più difficile e serio, ma che, rispetto al risveglio

della coscienza ci lascia anche più profitto.

Il S. Yetzirah parla di dieci emanazioni o pre-numeri ai quali non vengono assegnati degli attributi. Sono i cabalisti che

gli mettono i nomi. Quello che lo Yetzirah riporta sono i dieci nomi di Dio in ebraico. Quelle dieci emanazioni, formano

uno schema o mappa esplicativa chiamato albero della vita o albero della cabala, o anche albero sephirotico. Non

contiene, né chakra, né simboli alchemici, né astrologici, né tarocchi, benché questa opera nomina gli elementi

astronomici più anticamente conosciuti e ripresi dall'astrologia medievale.

Quindi lo Yetzirah parla di trentadue sentieri, che comprendono dieci emanazioni pure o pre-numeri (sephirot) e

ventidue numeri o lettere ebraiche. Su questo hanno lavorato i cabalisti producendo ventidue vie che interconnettono

le dieci emanazioni. Perciò collocano su queste vie o sentieri le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico. Oggi è comune

vedere inserite in alcune pubblicazioni sui tarocchi le lettere ebraiche, come se fossero una cosa nuova.

Attualmente la molteplice letteratura esistente confonde il ricercatore sincero che non ha ancora i sufficienti riferimenti

per poter discernere sull'autenticità dei dati. La vera conoscenza non la si può acquistare in libreria. Ma come in altre

cose della vita, ognuno è libero di leggere quello che vuole. Nonostante ciò, dovremmo selezionare gli autori, che si

basano su altre conoscenze, e cercare nei loro scritti questi riferimenti bibliografici. Questo è il mio caso. La mia mente

non può contenere tutti i dati che sto trasmettendo, io non ho nessun merito, se non quello di aver consultato, per

quanto mi è stato possibile, le fonti originali, o aver interpellato intermediari di sicura affidabilità.

Per un ebreo, è obbligatorio essere intelligente. Si trova in uno dei precetti scritti da Mosè. In questo modo l'ebreo

mistico osserva da solo, analizza, scruta, studia e sottopone la sua mente alla meditazione. Questa doppia via è quello

che gli dà la conoscenza e lo sviluppo della coscienza.

Antecedenti e necessità storica


Nonostante i saccheggi subiti da Gerusalemme, l'Antico Testamento sopravvisse. Le dottrine più esoteriche venivano

trasmesse tra i sacerdoti della tribù di Levi e non erano sempre incorporate alla Thora. Dopo l'anno 79 d.C., si

costruirono le prime serie di glosse e commenti all'Antico Testamento sotto la denominazione di Talmud. Uno dei primi

commenti sulla legge lo costituisce il Targum di Onkelos, scritto attorno all'anno 100 della nostra era. Intorno al 141,

furono disposti una serie di commenti nei quali vennero redatti aspetti dottrinari che si adottarono come parte della

tradizione scritta denominata Mishna. Ma come sempre, prima della tradizione scritta, esisteva la tradizione orale

(Midrash), la quale contemplava anche aspetti dottrinari. Gli scritti che trattano del Talmud, passarono a far parte delle

grandi raccolte della dottrina giudaica, compreso i commenti di Maimónide che furono aggiunti intorno al 1300. Alla

Mishna, va aggiunta un'altra raccolta di commenti inglobati sotto il termine Gemara. Oggigiorno quando si dice Thora,

si fa allusione al Talmud, alla Mishna e al la Gemara come estensione della Thora originale.

Dovuto alle frequenti deportazioni degli ebrei e soprattutto, una volta concluso il periodo conosciuto come Primo

Tempo (anno 586 a.C.), si fanno veri equilibrismi per mantenere il Talmud di quell'epoca, al quale si vanno

aggiungendo nuovi libri man mano che continuano a sfilare i profeti d'Israele. La diaspora (ebrei usciti da Israele) fa sì

che vengano mantenute due linee parallele dei testi del Talmud: Il Talmud di Babilonia, il più notevole ed Il Talmud di

Gerusalemme. Questi testi furono tradotti per la prima volta in latino a Venezia nell'anno 1520; la raccolta babilonese
è tre anni più vecchia della raccolta di Gerusalemme.

I libri dell'Antico Testamento, ed i commenti, furono la luce che guidò gli ebrei attraverso il tempo, attraverso le

diaspore e tutte le vicissitudini alle quali sono stati storicamente sottomessi. Il compiere la legge, nonostante, non

presentasse nessuna difficoltà per la mentalità ebraica, più precisamente, quell'apparente facilità di compimento che

esprimeva la propria religione, poté far sì che il credente si dimenticasse di consultare le Antiche Scritture, le quali

andavano a stabilirsi come la colonna vertebrale dell'istruzione dottrinaria; è così che alcuni gruppi criticano gli ebrei

chiamandoli "il paese del libro". Alla suddetta facilità di compimento della legge si è sommato il problema delle

diaspore, le costanti deportazioni, col risultato che i rabbini pensarono che il contenuto del Talmud non era sufficiente

per richiamare l'attenzione della mente dell'ebreo. Se per essi una cosa è naturale, presteranno poca attenzione. I

rabbini temettero che gli ebrei dimenticassero le antiche fonti. Queste ragioni sembrano giustificare il fatto che i

rabbini vollero completare la scrittura attraverso due serie parallele o linee dottrinarie:

a) La talmudica per il paese

b) I trattati occulti per gli iniziati.

Questi ultimi, conterrebbero dottrine segrete e visioni esoteriche che fino ad allora venivano studiate solo dai sacerdoti

della tribù di Levi. Il Sepher Yetzirah, il quale come vedemmo si colloca tra il 600 ed il 300 a.C., ed ha un sorprendente

parallelismo col Genesi, esso pare essere uno dei libri occulti dell'istruzione nascosta. L'altro, come abbiamo visto, lo

costituì lo Zohar, il quale non ha neanche una data definita benché si dica che esiste dai principi della nostra era.

Tuttavia, apparve intorno al 1300, come abbiamo già detto, in Spagna. Lo Zohar è formato da cinque volumi e tocca

molti temi. Non segue una struttura definita come nell'elaborazione di un libro. La scrittura inizia con una discussione

tra rabbini che parlano di un passaggio del Cantico dei Cantici di Salomone. Il tema della discussione, lo vedremo nel

testo, è anche una tecnica di studio che usa il cabalista. La controversia è molto antica tra gli ebrei. Anche la Bibbia nel

suo insieme è un libro occulto, benché abbia vari livelli di lettura, siamo rimasti al senso letterale del testo, senza dare

la giusta importanza a quello che nasconde ogni sostantivo.

Quelli sono i libri base della cabala ebraica. Nonostante ciò, i cabalisti considerano il Cantico dei Cantici di Salomone,

come il libro dei libri, poiché mette a fuoco il ritorno dell'uomo alla divinità come culmine della peregrinazione e della

sua reintegrazione che cerca di realizzare da quando uscì dal Padre.


Del termine cabala
Scrivendo cabala con la "c" o con la "k", la lettera potrebbe far pensare che in ebraico si debba scrivere con la "caf" o

con la "kaf". La verità è che la lettera ebraica con la quale si scrive cabala è la "qof", che traduciamo con la "q".

Tuttavia, in italiano non sarebbe corretto scrivere "qabala". Il risultato è che l'abbiamo sostituita con la "c" o la "k".

Questo non è un problema, eccetto che dobbiamo trovare i valori numerici delle lettere. Sotto questo aspetto non è la

stessa cosa, una lettera o un'altra hanno un valore diverso. Ma salvo quest'aspetto non è importante

scrivere cabala con la "c".

Rispetto al significato del termine, non c'è un totale accordo benché le distinte interpretazioni non siano molto diverse

tra loro. Alcuni dicono che cabala vuole dire "ricevere", perchè derivano dal verbo ebraico "kabbal". Possiamo dare al

termine connotazioni mistiche, ogni volta che dobbiamo essere preparati per "ricevere." Equivale all'affermazione

che quando il discepolo è pronto il maestro appare.

Altri autori adducono che il termine cabala deriva dall'avverbio ebraico "kabel" che letteralmente significa "in presenza

di". Questa interpretazione non contraddice il senso mistico del primo poiché si riceve in presenza di una certa

condizione.

Ci sono ancora autori che dicono che cabala deriva dal sostantivo ebraico "kebal", tradotto letteralmente, tradizione o

possessore della "tradizione". Curiosamente, dal punto di vista mistico un possessore della tradizione è un uomo "ish",

che ha coscienza del Signore.

I tipi di cabala
Abbiamo fatto allusione alla cabala dogmatica e alla cabala pratica, ma la verità è che ogni gruppo che studia questa

tradizione, continua ad evidenziare la sua linea o tendenza che più tardi si costituirà in correnti. Tra essi troviamo

quella chiamata degli zoharisti, che sono interessati alle interpretazioni bibliche; o quelli che si focalizzano sulla

merkabah, la visione del carro di Ezechiele, che fondarono una scuola. Abbiamo avuto anche gente interessata a

fenomeni e prodigi che raffigurano la cabala come miracolosa. Con la tradizione del Golem, creazione dell'uomo o

guardiano della casa, abbiamo anche quelli che si informano su questo aspetto creando un'infinità di complicate

combinazioni utilizzate a mo' di scongiuro, perdendo quindi il suo significato mistico di auto-creazione dell'uomo,

diventando più speculativa e magica che sacra. Nonostante tutte le tendenze possibili, potrebbe riassumersi il tema

inglobandolo in due correnti o tipi di cabala che sono quelle che abbiamo già considerato.

La cabala Dogmatica poggia sull'importanza della legge rivelata e si basa su sette ideali che descrivono gli aspetti della

creazione. Questa è quella che ci dice che tutto ciò che si è formato si trova nel mondo sephirotico. O che dice, ed è la

stessa cosa, che le sephirot sono l'archetipo di tutto quello che vediamo e quello che non vediamo. Descrive anche

l'ubicazione delle anime prima dell'incarnazione e ciò che succede con esse una volta concluso l'attuale percorso. Il

settimo ideale crea una speranza futura di reinserimento nel seno di Dio, momento in cui l'universo non esisterà più.

La cabala Pratica, stabilisce la creazione attraverso le lettere, partendo dalla più piccola di esse, la Yod. Questo tipo di

cabala è quella che stabilisce che tutto è stato contato, i sostantivi e frasi che registrano ordini divini attraverso i quali

è stato costruito l'universo.

In ogni caso, è più comune fare una fusione dei due tipi recensiti che possono completarsi perfettamente. Ciò non

implica il miscuglio con altri aspetti come i magici o i divinatori, poiché la via che si propone è quella mistica.

Gli attrezzi della cabala


Ci sono tre principi, la ghematria, il notarikon e la temura. Ghematria viene per deformazione dalla parola greca

geometria e si riferisce all'affermazione che Dio geometrizza, trasformandosi così nel Grande Architetto dell'Universo

(G.A.D.U).

La ghematria è quella che conta il valore delle lettere-numeri e tutti i nomi e frasi che i profeti, rabbini e masoretas,

determinano come fasi o indicazioni dell'estensione creativa.

Nell'ebraico antico non esistevano vocali. Non è tanto antico il design con una serie di punti sopra, dentro o sotto alle

lettere per indicarne il suono vocale. Prima di questo, leggendo un testo ebraico, un anziano doveva dirci la sua

pronuncia. Perciò è molto importante la tradizione orale in questa cultura.

La volontà di imparare la pronuncia vocale sottintende che se vogliamo praticare la ghematria, cioè, se vogliamo

contare il valore numerico di un sostantivo, dovremmo conoscere come si scrive detto nome in ebraico. Per esempio,

noi non sappiamo se le vocali del nome Mosè sono vocali italiane o consonanti ebraiche. Se le consideriamo consonanti

(come la Yod che sarebbe la "i" di Moisès), e non lo sono come potremmo indovinare il suo valore ghematrico?

Pertanto, per "giocare" con questa tecnica, sarà necessario avere davanti un testo ebraico.

Possiamo abbozzare anche un'altra difficoltà. In castigliano, (come in italiano) usiamo lettere di nomi ebraici che non

corrispondono. Per esempio, nel caso della "C" o della "K" si può trattare di una "kaf" ebraica che ha il suo valore, o di
una "Qof" che ha un altro valore. Ma si usa anche la "C" per parole ebraiche che iniziano con un'altra lettera ebraica, la

"HAP" la cui pronuncia è più simile al nostro "J". Avrete notato che nelle pagine precedenti ho scritto Ham riferendomi

ad uno dei figli di Noè. Questo non è un capriccio, ma in ebraico, quello che noi chiamiamo Cam è Ham, perché alcune

lettere hanno una pronuncia forte ed altre una debole, cosa che si indica, nel caso della pronuncia forte, nella

maggioranza dei casi, con un punto dentro la lettera. Diciamo che se una di queste lettere dalla doppia pronuncia si

trova all'inizio di un nome, la sua pronuncia è forte, se si trova in mezzo al nome, la sua pronuncia è soave. È il caso

della "bet" ebraica, in bereshit (principio), la sua pronuncia è forte; in gevurah, la sua pronuncia è soave.

Orbene, se conosciamo le caratteristiche dell'alfabeto ebraico ed abbiamo davanti un testo, per la ghematria possiamo

determinare come sostantivi differenti significano essenzialmente la stessa cosa. Ed anche, di che livello della

creazione il testo sta parlando. Tutto il Genesi è pieno di sostantivi che letteralmente significano una cosa, ma

ghematricamente indicano altro; le interpretazioni normalmente non hanno fra loro nessuna interazione. Per questo

motivo dicemmo che il Genesi ha quattro livelli di lettura.

Come potrete dedurre, la pratica di sommare nomi italiani per stabilire il loro valore numerico deriva dalla ghematria,

ma, come è ovvio, l'uno e l'altra non hanno niente a che vedere fra loro. Sommare le lettere di un nome italiano è un

gioco che non dice niente, eccetto quello che voi vogliate che sia. La somma di nomi ebraici di alcuni testi, possono

darci una chiave di intendimento sul complesso e vecchio tema della creazione.

Un'altra cosa è considerare che i sacerdoti, svilupparono uno schema con le ventidue lettere dall'alfabeto ebraico. Essi

stabilirono tre ordini di nove livelli ognuno, che moltiplicato fa ventisette. Con la sola disposizione delle ventidue lettere

consonanti, stabilirono che cinque di loro avessero un doppio valore a secondo se si trovavano alla fine di una parola,

all'inizio o in mezzo. Se non si conosce questo dettaglio non si può applicare la ghematria con profitto.

La ghematria ci serve per capire che quando un passo biblico scrive "Meshiah" (Messia) o Shilo verrà (ibn shil) frase

che appare in Esodo, o quando nomina il bastone di Mosè che si trasforma in serpente davanti al faraone, non si

riferisce a tre cose diverse e né a tre tempi differenti. Il valore numerico delle tre parole è lo stesso. Praticando la

"riduzione teosofica", che è parte della ghematria, possiamo capire a che livello della creazione si sta riferendo l'autore

o gli autori dei testi sacri.


Notaricón, un altro strumento del cabalista, come abbiamo già indicato è una parola di origine latina che fa riferimento

ad una determinata chiave. Normalmente si applica prendendo le prime o le ultime lettere di un testo. Con esse si

forma un nuovo testo. Continuiamo a vedere che gli strumenti della cabala, obbligano lo studente alla lettura delle

Antiche Scritture, portando a compimento l'obbiettivo dei rabbini. La parola "amen", scritta in ebraico AMN, la "a" è

l'aleph ebraica, mentre la "e" che si traduce anche con aleph, nel caso di amen è solo una vocale italiana, cioè, non è

una lettera che entra nella formazione di amen, proviene dalla frase "Il Signore e Re fedele" che sarebbe "Adonay

Malekh Namen" in ebraico. Le prime lettere di ogni parola formano la parola AMN, amen.

Il terzo strumento è quello chiamato Temura, il suo nome deriva dalla radice ebraica "mur" che vuole dire "invertito".

Questa è la tecnica più complessa della quale esistono moltissime forme, una di esse è conosciuta come "atbash". La

pratica della temura richiede un previo accordo tra le parti ogni volta che la chiave viene invertita. La cosa più comune

è scrivere le lettere dell'alfabeto separatamente e da destra verso sinistra. Una volta stabilita la chiave, potremmo

utilizzare una lettera invece di un'altra. Ma altre chiavi vengono date con la possibilità di utilizzare la seconda lettere in

sostituzione dell'ultima, la terza con la terzultima etc. Le modalità possono essere tante quante il numero di

combinazioni delle lettere lo permettano. Questa parte della cabala si usò molto nello spionaggio durante la guerra per

scrivere messaggi segreti. La commutazione delle lettere è quella che dà nome alla tecnica, poiché "mur" significa
cambiare o permutare.

Benché gli strumenti della cabala siano tre, la ghematria è la più importante; includeremo uno schema con la

distribuzione delle ventisette lettere, le ventidue originali e le cinque finali di distinto valore, ma prima dobbiamo

spiegare meglio questo sistema.

Abbiamo quattro piani: Atziluth, Briah, Yetzirah ed Assiah. Partendo da ora trascureremo il quarto e considereremo i

primi tre. L'Atziluth è il livello archetipico, cioè, quello che contiene tutto benché non sia ancora manifesto. È come un

seme di un grande albero. Nel seme non c'è il formidabile tronco, né i suoi grossi rami, né le foglie o le radici etc.,

tuttavia, in quel piccolo seme è contenuto tutto quello che dopo sarà un grande albero. In Briah identificheremo il

livello di formazione nel quale il seme è innestato ed inizia a maturare. Yetzirah l'immaginiamo come la pianta già

creata. Poiché tutto il racconto della creazione attraverso i sostantivi ebraici, sembrano estendersi da sinistra verso

destra, vuol dire che nomi apparentemente distinti stanno indicando una stessa idea. Ma quante idee rappresentiamo?

Normalmente si rappresentano nove idee, ognuna di esse in tre piani differenti. Queste nove idee rappresentate in tre

piani sono quelle che ci obbligano ad avere ventisette lettere. Pertanto, una lettera dell'alfabeto ebraico è una grande

fonte di informazione. Le nove idee vanno dall'unità, che possiamo chiamare Dio o Spirito divino, fino alla concezione

materiale. È come se un'emanazione divina si prolungasse verso il basso. D'altra parte, ognuna delle nove idee,

possiamo trovarle in piani differenti.

Prima di continuare dobbiamo dire che la correlazione dei numeri-lettere ebraiche non sono come i nostri o gli arabici,

cioè, la correlazione non è 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, etc., ma sono così: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 20, 30,

etc., nel caso di centinaia, 100, 200, 300, etc. vuole dire che l'unità non si elimina, bensì si estende. Nel pensiero

ebraico, come nella cabala ed in questi numeri esoterici, l'idea primaria non può perdersi. L'uno è una cosa, il due non

è la somma di due uno, il due è un'altra cosa, il tre un'altra ancora e così via fino al 9, in modo che nell'Atziluth

includeremo la serie da 1 a 9, nel Briah quella dal 10 al 90 e nello Yetzirah quella dal 100 al 900. In questo modo le

idee si estendono senza annullarsi.

Per capire meglio questo diciamo che "io sono", non può essere altro. Se Dio lo chiamiamo 1, il 2 sarà un'altra cosa

benché esca da Lui. Il 3 sarà un'altra cosa distinta dal 2 e dall'1. Un'altra cosa da osservare nello schema che

includiamo di seguito, è che possiamo leggerlo sia verticalmente che orizzontalmente. Verticalmente per sapere se

quello che stiamo leggendo è più lontano o più vicino all'unità; orizzontalmente per sapere la somma ghematrica a

quale piano si riferisce.


Si realizza un schema con un gruppo di unità, uno di decine ed un altro di centinaia su tre colonne. Si colloca

verticalmente nella prima colonna ogni lettera numero da 1 al 9, dopo dal 10 al 90 nella seconda ed infine da 100 al

900 nella terza. Si vedrà che ci sono nove idee che si estendono alla destra. Nello schema si scriva il nome delle 22

lettere più le cinque finali. Mettendo anche i nomi alle 9 idee che, sebbene siano qualcosa di arbitrario, ci avvicinano

all'intenzione di farci comprendere le fasi di emanazione.

Come dicevo, nella cabala, come nella lingua ebraica, non si può sostituire una lettera senza cambiare tutto il

significato, ecco perché questa lingua è considerata sacra, perché bisogna meditare molto prima di cambiare qualcosa.

Un esempio per capire meglio il concetto di estensione dell'idea. Immaginiamo parlando del padre, di rappresentare

quell'idea con l'1. Se vogliamo parlare della sua parte che sta nel figlio, lo rappresentiamo col 10. È lo stesso 1 seguito

da uno 0, in questo modo non abbiamo eliminato il padre, ma stiamo indicando che ci riferiamo ad un altro livello. Se

parliamo del padre, ma nel suo aspetto familiare, lo rappresentiamo col 100 in modo che il padre sociale sarebbe

rappresentato dal 1000. In questo modo accresciamo il padre ma non lo eliminiamo. Immaginiamo, facendo un altro

esempio, che l'idea acqua, la rappresentiamo con un 4. Come le unità appartengono al livello archetipico, l'acqua, 4,

verrebbe ad essere quella cosa della quale non sappiamo il suo nome e che diciamo che è la fonte che crea l'idrogeno.

Una volta creato l'idrogeno lo chiamiamo 40, livello di formazione. Quando questo si mischia con l'ossigeno lo
chiamiamo 400, perché stiamo parlando dell'acqua creata. Se parliamo del 4000 tocchiamo già e beviamo l'acqua. In

modo che quando la Bibbia dice Acqua Primordiale o fuoco Primordiale o Aria Primordiale, non si sta riferendo a cose

materiali, bensì alla fonte dalla quale questi elementi provengono.

Nella ghematria, la somma di valori delle lettere numeri ci indicano se si riferiscono a centinaia, decine o unità, cioè, ci

indicano il piano di estensione. Quindi si sommano tra loro i numeri risultanti fino alla riduzione, che ci indica a quale

delle nove idee si riferisce. Visto ciò che abbiamo detto, siamo in condizione di fare qualche "gioco" ghematrico su

qualche sostantivo del Libro della Genesi.

Il nome di Dio IHVH ha il seguente valore:

Yod = 10

Hé = 5

Vau = 6

Hé = 5

_____________

IHVH = 26

Il numero 26 si trova nella decina, in questo modo l'idea rappresenta quello che ancora non sappiamo che si trova nel

piano chiamato Briah o creazione. Ora facciamo la riduzione, ecco come, sommiamo 2+6 = 8. Seguendo la lettura

verticale dello schema, l'8 rappresenta la base della materia. Non vuole dire materia tangibile, bensì la fonte in

essenza di quello che dopo sarà la materia. Per questo si dice che dal sacro nome di quattro lettere di Dio, IHVH,

scaturisce la creazione.

Se diciamo Ishrael, abbiamo che:

Yod = 10

Shin = 300

Rosh = 200

Alef = 1

Lamed = 30

_____________

Ishrael = 541
Come vediamo, 541 si trova nelle centinaia, pertanto, ci indica che quello che rappresenta si intende esteso nel piano

di Yetzirah, della formazione o terzo piano. Orbene, 541 è uguale a 5+4+1 il quale è uguale a 10, da dove 1+0 è

uguale a 1. Pertanto, se abbiamo collegato l'1 a Dio, Israele è Dio esteso, che vuole dire Dio è rappresentato

nell'umanità con il nome Israele.

Per analizzare a fondo il significato dei testi ebraici, e soprattutto il significato nascosto del Genesi, è necessario

applicare la ghematria sui sostantivi ebraici e sulle frasi che alludono a Dio, perché come dicono i cabalisti, il Genesi e

tutta la Thora, non è altro che l'estensione, la combinazione e la permutazione del nome di Dio di quattro lettere.

Questa investigazione sui testi, la riflessione e la meditazione su essi, è un processo di sviluppo mentale e del risveglio

della coscienza molto utile per il viaggio di ritorno in seno all'Unità. Questo lavoro è quello che la cabala chiama amata

fidanzata, l'amiamo e riveriamo con sommo rispetto, e rimaniamo sorpresi per l'ingegno delle menti straordinarie che

l'hanno sviluppata creando il suo progetto o impalcatura per spiegare gli atti della creazione.

I materiali della cabala


Abbiamo già indicato che lo Yetzirah dà l'idea che Dio crea attraverso trentadue sentieri di saggezza. Abbiamo anche

detto che i trentadue sentieri sono formati dalle dieci emanazioni o sephirot e dalle ventidue lettere dell'alfabeto

ebraico. Questa configurazione forma tutta la creazione ed i materiali che il cabalista deve a volte mescolare, a volte

separare, altre dividere verticalmente, orizzontalmente e formare delle colonne, dei triangoli, o in forma circolare come

se si trattasse di una ruota, oppure schematizzarli in modo che il principio sia la fine e la fine il principio. Si possono

anche disegnare quattro alberi dove il Malkuth di quello di sopra sia il Kether di quello di sotto, come se si trattasse di

un rosario. In questo modo indichiamo che ognuno delle quattro sephirot si trova in un livello distinto, essendo il primo

quello di Atziluth, il secondo quello di Briah, il terzo quello di Yetzirah e il quarto quello di Assiah.

Proprio lo Yetzirah ci dà l'idea di una cosa sola con pareti e soffitto elaborati con questi materiali. Ci dice anche che le

lettere sono pietre con le quali si costruiscono case (parole). Le lettere si strutturano in tre gruppi: 3 madri, 7 doppie e

12 semplici o elementari.

Quando i cabalisti progettano l'albero ed interconnettono le sephirot, lo fanno seguendo lo stesso schema: tre

connessioni orizzontali, sette verticali e dodici oblique. Più avanti approfondiremo il discorso sulle lettere.

Rispetto alle sephirot, si nominano "belimah" che vuole dire "senza cosa alcuna", col risultato che diciamo che sono

l'archetipo della creazione. Anche Belimah vuol dire chiuso, per questo motivo diciamo che il mondo di sopra è come

una sfera o bolla dalle quali niente sfugge, fino a che volle Adam (che significa anche chiuso, nascosto, astratto,

assoluto ed ineffabile). Pertanto, le sephirot non possono essere descritte. Diciamo che si trovano in un livello nel

quale non esiste il linguaggio. Sono apprezzabili come un flash in stato di meditazione. Come la luce di un raggio o un

lampo che appare e sparisce in un attimo. I profeti ci raccomandano che per sostenere la loro visione bisogna

afferrarle e dopo lasciare andare. Con le dieci sephirot si crea lo schema dell'albero e si possono disporre varie forme a

secondo di come lo si studia. Se si studia dall'alto verso il basso si può cercare di vedere la creazione dal livello più alto

fino al nostro piano. Se lo studiamo dal basso verso l'alto, possiamo interpretarlo come livelli di coscienza che

dobbiamo raggiungere. Tutti i sephirot sono riceventi e donatori, meno il Malkuth del quarto livello che è solo

ricevente.

Uno dei testi cabalistici riferisce la cosa seguente: «La saggezza si scontrò contro i trentadue sentieri ed il vento si alzò

e riunì le acque in un solo luogo. Dai trentadue sentieri emanarono dieci corone luminose e rimasero ventidue sentieri.

Soffiò il vento e rimasero le cinquanta porte dell'intelligenza, e le ventidue lettere si fissarono sulle cinquanta porte del

giubileo e furono incoronate con le settantadue lettere del nome sacro. Queste porte si aprirono per i lati e furono

incoronate con le settantadue lettere della compassione... E si aprirono otto porte, che sono otto significati della

povertà». Questo è un testo per meditare.


Dai sostantivi e dalle frasi che riportano ordini divini, non si può toccare una sola lettera, perché ciò muterebbe il loro

significato. Perciò facciamo seguire uno schema dell'albero, includendo un diagramma con le lettere ed il loro valore

disponendole in tre ordini o livelli di creazione.

I nomi all'interno delle sephirot sono in ebraico e si leggono da destra verso sinistra
Le lettere sono ventidue, ognuna ha una voce. Se combiniamo due lettere tra loro stiamo sommando due valori

numerici. La combinazione di ognuna delle lettere con le ventuno restanti ci dà 462 voci che formano le 231 parole

risultanti. Le 231 porte della saggezza di cui parlano i testi cabalistici.

Le 22 lettere sono consonanti, col risultato che quando venne scritto l'insegnamento, il padre doveva dire al figlio la

pronuncia vocale delle parole. In ebraico le vocali apparirono attorno al X secolo della nostra era ed incorporarono

punti e righe sotto le lettere. Prima di avere indicazioni vocali la pronuncia doveva essere trasmessa da bocca ad

orecchio, da qui l'importanza della tradizione orale nel giudaismo.

Quando diciamo, per esempio, Mosè, le vocali o, e, non esistono nel nome originale ebraico, che è MShH. Le vocali alle

quali si fa riferimento vengono inserite nella nostra lingua. Mosè si scrive con la mem, la shin e le hé ebraiche. Quando

diciamo Abramo, la prima "a" corrisponde all'aleph ebraica, la quale non è una vocale ma una consonante. Anche la

seconda "a" del nome Abramo che appare nel nome ebraico, è stata inserita per la pronuncia italiana. Per questo e per

altre questioni grammaticali, dobbiamo avere davanti un testo ebraico se vogliamo praticare la ghematria, perché un

errore di posizionamento di una lettera va a modificare il valore del nome stesso dandoci un'idea sbagliata del livello di

creazione al quale ci stiamo riferendo.

In origine le lettere ebraiche sono 22 consonanti e formano l'alfabeto. Più avanti al tempo di Esdra fu necessario

portarlo a 27. Perciò se ne presero 5 fra quelle già esistenti e fu dato loro un altro valore se le si posizionava alla fine
della parola. Così facendo la M di Abramo non ha lo stesso valore della M di Malek (Re). Gli angeli ed altri nomi

diventano plurali aggiungendo "im" (Querubim) Seraphim, etc., col quale il valore numerico cambia sensibilmente. Le

cinque lettere che hanno un doppio valore sono: kaf, mem, nun, phe e tsade.

Le 22 lettere più le cinque finali, nome, valore e mistero

Nome Valore Mistero

Aleph 1 Aria primordiale, il soffio divino, Unità

Beth 2 Saggezza divina, dualità

Gimel 3 Inteligenza divina, trinità

Daleth 4 Bontà, misericordia

Hé 5 Timore, giudizio

Vau 6 Belleza, il bacio del Santo

Zainn 7 Vittoria

Het (Chet) 8 Splendore

Teth 9 Fondazione

Yod 10 Il regno, illuminazione

Kaf (Hap) 20 Il cielo

Lamed 30 Saturno

Mem 40 Acqua primordiale, la Vergine

Nun 50 Il sole

Samech 60 Mercurio

Ayin (Jjain) 70 La luna

Phe (fe) 80 Elementi mistici del fuoco

Tsade 90 Acqua di creazione

Qof 100 La terra

Rosh (Resh) 200 La base del regno animale

Shin (Shine) 300 Fuoco primordiale


Tau 400 Mondo minerale

Kaf final 500 Cielo di stelle fisse

Mem final 600 Marte

Nun final 700 Venere

Phe final 800 Aria della terra

Tsade final 900 Ninfe

Questi sono i 27 aspetti impiegati nelle tre serie di nove e dobbiamo ricordare che 4, 40, 400 indicano la stessa cosa

su tre livelli distinti. Ora dobbiamo dire anche che le 22 lettere si raggruppano nel modo seguente:

Tre madri: aleph, mem e shin

Sette doppie: beth, gimel, dalet, kaf, phe, rosh e tau

Dodici semplici: hé, vau, zain, chet, tet, yod, lamed, nun, samek, ayin, tsadi e qof.

Le tre madri sono collegate con le idee triplici, compreso un primo triangolo di creazione o triade suprema, quello

applicato alla Sacra Trinità nel cristianesimo. Queste tre madri corrispondono alle braccia orizzontali dell'albero della

vita. Le sette doppie hanno varie relazioni o corrispondenze menzionate in alcune sezioni del Sepher Yetzirah, per

esempio, sette fiumi, sette giorni della settimana, sette mari, etc. Un altro aspetto delle sette doppie, è la doppia

pronuncia, forte e soave. Il suono forte si indica con un punto dentro la lettera. Se consideriamo il tema delle lettere

doppie da un punto di vista grammaticale, oggigiorno sono solo sei le lettere doppie, ma in origine, e tradizionalmente,

sono sette. Con la sparizione del Sinedrio si perse la doppia pronuncia della Rosh. I cabalisti usano il suono forte delle

sette doppie per risalire l'albero della vita e lì meditare, ed il suono soave per scendere dall'albero. In altre culture si

parla di mantras o suoni di potere vibratorio.

Le dodici lettere semplici o elementari si riferiscono ai dodici segni dello zodiaco o ai dodici mesi dell'anno ebraico che

è lunare. Tre delle lettere semplici formano il nome di Dio IHV, il quale si completa con l'acca del nome di Abramo e

viene a chiamarsi Dio IHVH. Le tre semplici I.H.V, sono intimamente legate alle tre lettere madri: Aleph, Mem, Shin.

Se esse sono le madri creative, IHVH è il Dio che funge da mediatore con l'uomo, benché dal punto di vista cabalistico

più che l'idea di un Dio creativo, dobbiamo apprendere che la creazione sorge per emanazione da Dio, questa è, una

proiezione di IHVH che dà origine alla creazione. Ricordiamo che con IHVH si chiude la Sacra Trinità, pertanto, tutto il

creato sorge da una Prima Trinità.

Parlando della Trinità ed includendo la corrispondenza dei nomi di Dio, nella prima punta del triangolo abbiamo Eheieh,

nella seconda abbiamo Yah e nella terza IHVH. Dicendo la stessa cosa coi nomi delle sephirot avremmo nella prima

punta Kether, corona, nella seconda Hokhmah (saggezza) e nella terza Binah (intelligenza). Se parliamo di questi

principi in forma di colonne, scriveremo la Shin nella colonna di destra, Mem in quella di sinistra ed Aleph in quella del

centro. Come potete vedere è sempre la trinità. Aleph è l'aria primordiale, Shin il fuoco primordiale e Mem l'acqua

primordiale; possiamo dire che la creazione nacque da questi tre Principi o materie prime. Nella Genesi non è ben
identificato, perché dopo aver detto che "Nel principio (berechit), Dio creó... etc." dice di seguito "l'alito di Dio

aleggiava sulle acque"...

Binah, intelligenza, l'acqua primordiale, si associa alla Vergine; nel cristianesimo a tutte le vergini che vestono un

manto azzurro e associate con l'acqua che ci ricorda il secondo punto della Sacra Trinità. In alcuni testi si dice che la

Vergine è il "Sacro Spirito", indicando che è un recipiente speciale e molto capace di contenere lo Spirito Santo senza

guastarsi. Notate che in un caso, Sacro è l'individuo, mentre nell'altro, l'individuo è Spirito. Anche la Vergine può

simbolizzarsi con una vescicula piscis od ovale.

Benché l'ortodossia ebraica non parli di trinità, la sua letteratura mistica la menziona, per esempio, lo Zohar e lo

Yetzirah. Nella cabala, senza l'impronta triadica, sarebbe impossibile capire l'estensione del nome IHVH. Il modello

triadico estende le emanazioni per i distinti piani della creazione fino alla cosa ostensibile. Un occultista del secolo

XVIII, grande conoscitore, come Papus, Dr. Gerard Ecause, ci dice che l'1, il 4, il 7 e il 10, sono la stessa cosa espressa

su distinti livelli, cioè, estesa. Di lì estraiamo l'idea seguente:

L'Unità più la Trinità è uguale al quaternario (1+3=4)

Il quaternario più la Trinità è uguale al settenario (4+3=7)

Il settenario più la Trinità è uguale alla decade (7+3=10)

In modo che l'unità estendendosi fino al 10 (la stessa unità seguita da uno zero), indica che la stessa idea chiamata

uno è passata da un piano ad un'altro con l'aiuto dell'impronta triadica. Se abbiamo questa visione dell'albero della

vita, la prima triade di sephirot è la Sacra Trinità ed i restanti formano il settenario. Pertanto, l'albero si può

rappresentare con questa configurazione. Il settenario comprende i sei giorni della creazione ed il settimo del riposo,

ed essi nascono da una Prima Trinità.

Nel tomo III dello Zohar vi è un chiaro riferimento alla Trinità, che associano alla Parola. Prendiamo da questo libro il

seguente testo: «La parola OMeR (linguaggio) indica le lettere ed i sentieri che provengono dal Padre (Hokhmah) la

Madre (Binah) e la testa che esce da essi che è il Figlio primogenito (Tiphereth). Aleph simbolizza il Padre. Quando

ascende e discende la Mem si unisce ad essa producendo em che significa Madre; la resh è la testa (rosh è uguale a

testa che significa Figlio). Quando questi tre si uniscono, il risultato che danno è "Parola", "Linguaggio". Così il Padre,

la Madre ed il Figlio primogenito irradiano uniti l'uno all'altro, unione che ha il suo regno e dura nello Shabat. Così si

uniscono tutti per diventare uno…».


Alcuni concetti della cabala luriana
Isaac Luria fu un prominente cabalista che visse tra il 1534 ed il 1572. Sviluppò alcune teorie interessanti e

avveniristiche per il suo tempo, benché è certo, che una di esse si trovasse già nella Bibbia, se interpretiamo in un

certo modo il capitolo di Geremia intitolato "Le brocche rotte."

Luria visse in Spagna da dove partì per trasferirsi a Safed (Siria), fondando lì una scuola di cabala sulla quale si

adoperò anche un altro spagnolo, Mosè Cordovero. Le definizioni di Luria, su nuovi concetti relativi alla creazione,

scritti nella cabala chiamata tardiva, fornirono un apporto importante alla cabala che noi oggi studiamo. Con i seguenti

postulati:

Simsum - Che va inteso come autolimitazione divina e si riferisce allo spazio della creazione.

Sebirá - significa la rottura dei recipienti. Come abbiamo detto, c'è un riferimento biblico in Geremia. Una spiegazione

semplice sarebbe: l'universo sfruttò e lanciò i suoi pezzi in viaggio per lo spazio. Ora tutto sta andando verso uno

stesso punto. Quando tutto sarà riunito, cioè, quando si riempiranno i recipienti, essi torneranno a rompersi e di nuovo

il contenuto viaggerà per lo spazio.

Ticum - significa la struttura armonica; pulizia e restaurazione dell'universo che si è prodotto con la rottura dei

recipienti.

Ci sono buoni concetti nelle idee di Luria, egli fra le altre cose dice che non c'è un atto di emanazione divina nel

Principio, ma Dio si ritira su Sé stesso ed invece di proiettarsi verso l'esterno, contrae il Suo essere in un più profondo

occultamento del Suo proprio io. Dio produce attraverso il Simsum (auto-limitazione) uno spazio primitivo originale

chiamato "Tehirú" dai cabalisti. Questa idea è un (autoexilio) o esilio, che oggigiorno possiamo considerare come un

buco nero. Dice anche che le sephirot danno e ricevono, eccetto malkuth, il regno, che è solo ricevente. Essi si

riempiono e fanno scoppiare creando mondi. Visto così, le sephirot si possono paragonare ai "recipienti rotti" o alle

"brocche rotte" di Geremia...

Lo Zohar interpreta la lista dei re di Edom (Genesi 36) come la preesistenza dei mondi del potere di giustizia che

perirono a causa dell'ipertrofia di questo elemento in essi. In relazione con Luria, questa idea dello Zohar è la stessa
che Luria chiama Simsum. La morte dei re primitivi per assenza di armonia tra la parte maschile e quella femminile

dello Zohar, si trasforma in Luria nella "rottura" dei recipienti.

Le potenze giustiziere del Simsum, ci riferisce un discepolo di Luria, sono come i semi del grano che devono scoppiare

e morire per produrre una nuova pianta. Le potenze giustiziere sono i semi di grano seminati nel campo di "Tehirú" che

germogliano nella creazione. Questo ci dà l'idea di auto creazione perpetua che troviamo anche nel pensiero gnostico.

I recipienti delle sephirot che dovevano accogliere l'universo proveniente dall'emanazione dell'Adam Kadmon, sono,

pertanto, rotti. Al fine di rinsaldare la rottura, sorgono dalla fonte di Adam Kadmon alcune luci di natura costruttiva. Da

questo effetto proviene il terzo stadio del processo simbolico, chiamatoTicum o restituzione.

In altri circoli, ristagnare o restituire si dice reintegrazione o salvazione. L'idea del Messia è in relazione con detta

restaurazione, ma afferma Luria, il Messia non è il restauratore; questa deve prodursisi automaticamente. Per lo Zohar,

il Messia è l'uomo autorealizzato. Per Luria, la restituzione proviene sia da Dio come dall'uomo, ed è un processo

perenne attraverso le sephirot in formazione. Ma i resti della potenza giustiziera continuano ad esistere creando forze

di amore e di grazia.

La creazione nasce da cinque strutture chiamate da Luria "parsufim", resti di Dio o di Adam Kadmon, che formano di

nuovo nel mondo del Ticum (restituzione) la figura dell'uomo primitivo senza carne. Si formano le apparenze del
"paziente" (arif) del padre e della madre; e dell'"impaziente" (zeir arapin) e l'elemento femminile che lo completa,

la Seej'inah. Tutto il processo si produce in tutti i piani della creazione.

La reintegrazione nella cabala tardiva


Nel XVI secolo, Isaac Luria, questo mistico rivoluzionario, compose vari inni per il cibo del sabato, il giorno più

importante della mistica ebraica, giorno nel quale si smetteva di costruire per trasformarsi in Tempio. La stessa parola

tempio in ebraico (he-kal), ha nelle sue due radici il significato di comunione, in modo che gli inni di Luria per questo

giorno tanto speciale parlano di questa unione con l'anima, la matrona o la shej'inah. Di seguito includiamo un inno,

realizzato per il cibo del venerdì (che si considera sabato dopo il calare del sole). Appare un'esortazione alla divina

presenza, ma verso la fine possiamo anche leggere un aspetto luttuoso, poiché dopo il sabato viene di nuovo l'esilio,

cioè, siamo nuovamente davanti ad un testo che ci parla della peregrinazione dell'uomo dal seno del Padre fino al

teatro della natura, per poi tornare al Padre e di nuovo alla natura più grossolana.

Il testo seguente è stato tradotto dall'aramaico e lo prendiamo dal libro di Gershom Scholem La cabala ed il suo

simbolismo, Secolo XXI edizioni:

"Canterò in lodi per entrare attraverso le porte del campo di mele che sono sacre.

Prepariamogli ora il nuovo tavolo con un buon candelabro che illumina le teste.

Tra sinistra e destra c'è una fidanzata; cammina con decorazioni, con gioielli e con regali.

L'abbraccia suo marito, il suo fondamento, lo stringe forte e lo rende felice.

Lamenti ed afflizioni cessano, spariscono; ora, nuovi aspetti, spiriti ed anime.

Un'allegria dolce e contenuta nasce dal cuore ed un astro luminoso lo benedice.

Avvicinatevi, padrini, fate preparativi, portate vivande, pesci e volatili.

Avendo spiriti ed anime rinnovate nei (trentadue) e nei tre rami.

Il Re porta Settanta corone, così tutti si incoronano nel Santo dei Santi.

Tutti i mondi sono chiusi e ben sigillati; l'anziano dei giorni non li sta battendo?

Ordinerò a Sud le luci dell'occulto e disporrò a nord il tavolo con i pani.

Col vino nei bicchieri e ramature di mirto per il fidanzato e la fidanzata; così i deboli diverranno forti.

Facciamo loro corone di parole preziose con l'incoronazione dei settanta che stanno sui cinquanta.

La Shej'inah si adorna con sei pani per lato, con due vav si profuma e tutto riunisce.

Pigri e fannulloni rimangono i reietti dell'inferno, incatenati i diavoli."

Di seguito faremo allusione ai termini marcati in neretto senza slegarli dal senso mistico dell'inno di Luria, ma non

nello stesso ordine in cui appaiono per seguire meglio il filo. Abbiamo sottolineato in primo luogo "illuminare le teste".

Nella tradizione ebraica la testa simbolizza la Saggezza divina, la quale entra in essa e si diverte con il lungo pelo e la

barba. Quando una testa si incorona, vuole dire che l'anima sta salendo di livello. Quando Adam viene espulso dal

Paradiso gli viene tolta la corona; detronizzare, pertanto, equivale all'anima che scende di livello. Stiamo alludendo ai

quattro mondi: Atziluth, Briah, Yetzirah ed Assiah. Nel tempo dei sacerdoti ebraici, la trasmissione di potere si

realizzava collocando le mani sulla testa del ricettore. Questo è quello che si suppone abbia fatto Mosè con Giosué,
cosa che venne fatta maggiormente in tempo rabbinico, perché oggigiorno un semplice certificato è l'usuale

accreditamento di un rabbino.

In quanto al termine "fidanzata", è uno dei molti nomi dati all'anima dell'uomo. Il nome Shej'inah è equivalente. Si

usano anche matrona, gemella, gazzella, colomba, etc.

Il termine "fondamento" allude alla nona sephira, mentre i trentadue sentieri sono riferiti alle dieci sephirot e alle

ventidue lettere dell'alfabeto ebraico. In questo senso, si dice che dalla Saggezza divina sorge l'essenza dalle anime

attraverso il condotto dei trentadue sentieri, mentre quando quest'anima cammina verso il Padre lo fa dal Fondamento

(Yesod) e tra le colonne di opposizione. Yesod rappresenta sia la parte maschile che la parte femminile.

"Mangiamo pesce" allude alla fertilità. L'abitudine molto diffusa di mangiare pesce il venerdì proviene dalla tradizione

ebraica. Questa tradizione non si riferiva al semplice atto di mangiare, ma era il simbolo della fertilità, poiché affinché

l'uomo salga a Dio, prima deve coniugare la parte maschile con la parte femminile.

L'"astro luminoso" è riferito alla luce dello Spirito Santo che invade con tanta forza l'anima che si unisce a Lui con

forza. In quanto ai tre rami si tratta di un'allusione alla Grazia, al la Giustizia ed all'Amore compensatore, altri nomi

delle tre colonne dell'albero sephirotico. Le settanta corone della fidanzata menzionate nell'inno, sono estratte dallo

Zohar.

"L'Anziano dei giorni" è un riferimento alla sephira Kether. Si raffigura anche col viso di profilo, perché si capisce che

una parte di Kether si trova ancora nel livello della non manifestazione.

Tutto l'inno descrive l'unione mistica dell'anima dell'uomo col Padre, cioè, l'unione del fidanzato e della fidanzata, del re

e della regina. Ma nell'ultimo inno si descrive di nuovo la caduta. Cioè, si fa allusione all'esilio dei poteri giustizieri.

Questo possiamo intenderlo come se tutta la creazione si diriga in due direzioni, a volte l'anima fa il viaggio da Atziluth

fino ad Assiah ed altre in senso contrario, cioè, sale da Assiah fino ad Atziluth. Questa peregrinazione non cesserà fino

a che tutto non sarà restituito, per questo motivo, il lavoro dell'uomo di desiderio è avere influenza sui suoi congeneri

per elevare il tasso vibratorio di tutta la terra. Non ci sarà nessun prescelto, ma il sogno del mistico di realizzare l'unità

tanto desiderata attraverso la reintegrazione, non riuscirà in modo perpetuo fino a che tutta l'umanità non raggiungerà

lo stesso risultato. Pertanto, la nostra responsabilità di spandere la luce non è piccola. Nella tradizione cabalistica c'è

anche la stessa idea. Dobbiamo risalire l'albero, delle sephirot, e scrutare da lì, meditare da lì, e mettere a sedere il Re

sul suo trono. Così tutto l'universo s'incorona, cioè, sale di livello.

Alcuni pensano, sbagliando, che è possibile lavorare da soli senza preoccuparsi di quello che fanno gli altri. Altri

credono di essere dei prescelti e che gli altri non si rinnoveranno . Queste credenze si oppongono all'esistenza della

ruota delle incarnazioni. Questa dottrina ha come fine il risveglio della coscienza dell'umanità. Senza questo risveglio

non ci sarà reintegrazione.

Un altro aspetto da osservare è che l'anima dell'uomo non è un'anima individuale, ma ogni essere umano condivide

un'anima globale. Quella che individualizziamo è la coscienza soggettiva, quello che possiamo chiamare la coscienza

della carta d'identità. Pertanto, la reintegrazione è un tema della coscienza o di quello che chiamiamo anima-

personalità, ma non dell'anima globale. È la coscienza di Adam quella che discende. Inizialmente parliamo dell'Adam

Kadmon che possiamo designare come l'anima dell'umanità nel suo stato puro, vale a dire il suo livello archetipico. Poi

chiamiamo l'uomo Geber o Adam Oillat o uomo celeste. Quindi viene Enoc o l'uomo moltiplicato, quello che condivide

l'anima globale ma che incomincia ad individualizzarsi. Infine chiamiamo l'uomo Ish che significa l'uomo con la

coscienza del ritorno. La radice Ish la troviamo anche nel nome Israele, che chiamiamo paese di Dio e che deve

intendersi come tutta l'umanità. In modo che l'umanità Ish deve rinnovarsi, salire di livello per formare di nuovo

l'Adam Kadmon. L'Ish è l'umanità che si sottomette alla reintegrazione attraverso il fuoco, che è simbolizzato dalla

lettera Shin, quella che si incorpora al tetragramaton IHVH per formare il nome di Gesù (in ebraico) che letteralmente
significa "salvatore", termine che equivale a reintegratore o restauratore. In modo che Adam disintegra e Gesù

rinnova. Shin è il fuoco o la coscienza, il crogiolo è Gerusalemme, termine che significa luogo o posto di pace.

Se comprendiamo ed accettiamo quanto è stato detto, diventeremo coscienti che non è piccola la nostra responsabilità

di lavorare per la risalita della coscienza di tutta l'umanità. Questo lavoro dobbiamo realizzarlo con umiltà, con

obbedienza ed in silenzio, isolandoci dalle cose profane, ma lavorando per le cose profane, affinché ciò diventi sacro e

si rinnovi nell'unità. La parola reintegrazione, come abbiamo detto, equivale a rinnovamento e restaurazione, e nelle

scritture cristiane alla salvazione. Pertanto, è il risveglio della coscienza di tutta l'umanità che produce il rinnovamento

e la presenza della struttura armonica.

La legge e la tradizione
La legge ed i suoi postulati si collocano in due grandi gruppi: uno riferito alla tradizione orale – non ubicabile nel tempo

– indicato dal termine Midrash, la cui traduzione letterale potrebbe essere "investigazione"; l'altro concerne gli aspetti

dottrinari relativamente ai primi testi, indicato dal termine Mishna. Questo ha il suo principio negli scritti di Mosè, i

quali, oltre a descrivere la creazione, stabiliscono 613 precetti che l'ebreo deve compiere. Questi 613 precetti possono

incorniciarsi in 14 categorie. Il tutto contiene le norme di un paese, delle relazioni del suo popolo e con Dio.

Va ricordato che da quel tempo fino a pochi secoli fa, nuovi commenti sono stati incorporati sugli scritti esistenti. Prima

era il Sinedrio l'autorità competente a definire il valore canonico di tali scritti, per determinare quali interpretazioni

avevano carattere legale e/o religioso e quali no.

Come è possibile stabilire un criterio che ne accetti alcuni e non altri? Ai testi originali di Mosè sono state incorporate

successivamente delle relazioni rabbiniche, create in funzione della forma, come quelle spiegazioni mirate agli ebrei

della diaspora. Come può determinarsi che tali spiegazioni siano adeguate? Come si può determinare se le spiegazioni,

prese successivamente come valide, conservano una relazione col metodo strutturato dall'alfabeto, che spiega la

creazione dell'universo?

La tradizione cabalistica e la via ortodossa del giudaismo credono di aver risolto tali questioni basando l'elezione delle

interpretazioni su quello che si conosce come "Masora". Perciò fu creato un comitato di esperti o grammatici religiosi

conosciuti come masoreti. Essi sono quelli che, dopo molti studi ed applicazioni sull'oggetto della controversia, danno
un carattere legale alle loro interpretazioni. Così, la tradizione arriva fino a noi; in quanto alle interpretazioni, esse

sono cariche di aspetti aggiunti. Inoltre, lo studioso ebreo, non ferma la sua analisi fino a quando non riesce a pensare

come i suoi maestri. Questo è lo stesso metodo che difendeva Maimonide per arrivare alla verità attraverso la

negazione e non l'affermazione, solo che in questo caso, non credo che si eserciti liberamente, ma in modo mediato.

Possiamo così considerare la Torah come di due livelli: una Torah celeste ed una Torah terrestre. La prima stabilisce

una serie di leggi naturali che sono lì per chi le vuole studiare. L'altra conserva gli aspetti dottrinari di un'ortodossia di

un determinato gruppo. Ma il più alto concetto della Torah non può essere limitato ad un gruppo, ad alcune abitudini,

ad una nazione o ad una religione istituzionale. La Torah celeste non può essere rinchiusa nelle norme di un paese o

razza o religione. Cosciente di ciò, la mistica ebraica utilizza il termine Torah in relazione con Israele e non agli ebrei,

perché il nome Israele indica, non un gruppo, bensì l'umanità intera. Pertanto lo studio della Torah è qualcosa che

compete al mistico, e la sua realizzazione, all'esperienza dell'Essere.

Questo non esclude di studiare la Torah terrestre, perché anche i precetti di Mosè ci obbligano a conoscere Dio e ad

essere intelligenti. Seguendo solo questi due concetti, bisogna analizzare le leggi, utilizzare la ragione negli aspetti più

alti della vita ed applicare i suoi risultati alla pratica giornaliera. Questo è un modo di studiare la Torah minore per

raggiungere la Torah maggiore.


È da più di millecinquecento anni che i rabbini tentano di interpretare le Scritture e le tradizioni che hanno ereditato. Il

metodo di studio sviluppato è quello che si conosce come esegesi, la quale contiene due aspetti: a) Midrash halacha e

b) Midrash haggada.

La Halacha si occupa di investigare gli aspetti che si riferiscono al punto di vista legale contenuto nelle Scritture.

La Hagada si dedica allo studio delle parole, al senso delle frasi. Hagada si interpreta come narrare, contare le parole.

Pertanto, la Midrash Hagada, raccoglie tutti i racconti e le spiegazioni della tradizione ebraica.

Tra l'anno 30 a.C. e due secoli dopo, si svilupparono le regole che servirono per l'interpretazione metodica della Torah.

I maestri di quell'epoca l'avevano appresa dai loro predecessori e li trasmisero ai loro discendenti. Così facendo, le

regole di interpretazione sono rimaste scritte nella tradizione e nella Torah.

Dice il rabbino Safran, che la Torah è un libro chiuso che non dice niente fino a che lo studente lo apre. È comune che

lo stesso testo, le stesse parole, non dicano la stessa cosa a uno studente novello e a un iniziato. Ma anche l'iniziato,

troverà che lo stesso testo per lui cambia studiandolo in tempi diversi. Quante volte abbiamo studiato un tema e

ritornandoci sopra dopo alcuni mesi, abbiamo scoperto cose nuove che prima non avevamo considerato? Leggere,

riflettere, meditare, tornare a leggere, etc., cambia il significato del testo. Non è il testo che cambia, ma la nostra

capacità di apprendimento che lo cambia ai nostri occhi. Il livello di coscienza di ognuno fa sì che le stesse lettere e
parole cambino il loro significato. La combinazione tra l'interpretazione o nozione nella mente dello studente ed i

contenuti della legge, sperimentati, è ciò che aggiorna la sua potenzialità divina e gli conferisce benevolenza per il

mondo di tutti i giorni, nel proprio cuore e nella propria mente e nella sua relazione bidirezionale: con Dio e col suo

prossimo.

Anche lo Zohar considera la legge immobile, essa si vivifica quando studiata dallo studente o dall'iniziato. Nella

tradizione, la legge ha stabilito il suo linguaggio attraverso i simboli mistici, e questi come quella, rimarranno immobili

a meno che non li si investighi (ricorrendo al Midrash) o non li si metta in relazione con esperienza. Con tale

dinamismo, si stabilisce una relazione tra il simbolo e noi, o tra la legge e lo studente. A partire da questa relazione,

nuove idee sorgeranno alle nostre menti ed ai nostri cuori. Precisamente questo è il valore intrinseco di alcuni rituali di

creazione, realizzati alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo che presiede con Saggezza, aiuta con la Sua forza

ed adorna con la Sua bellezza.

Gli atti dell'uomo, mentre si armonizzano col suo essere interno, saranno guidati dai principi provenienti dall'anima. Ma

egli deve attrarre quei principi o dettati, leggi, fino al livello della ragione. Questo è quello che lo fa cosciente della

rivelazione. Quindi deve interpretarla, rifletterla, osservare il suo contenuto e tentare di stabilire una relazione

coerente coi temi correnti. Deve perfezionare, levigare il suo specchio, per potere riuscire nell'intento che l'oggetto

della ragione sia identico alla legge rivelata.

Nella tradizione la legge (Halacha), procede dal racconto (Hagada). Questo equivale a dire che prima viene la

rivelazione e dopo l'interpretazione. Posteriormente verrà l'ordine e l'applicazione di detta rivelazione. Vuole anche dire

che lo studio deve precedere l'applicazione e che questa deve adattarsi a quella. Entrambi gli aspetti costituiscono il

Midrash stabilendo la relazione in quello che modernamente possiamo chiamare immaginazione e ragione. Entrambe

devono fondersi.

Come pratica ci consigliano di meditare, aspettare l'intuizione che apparirà in un flash che arriva, corre, e va via. I

maestri cabalisti consigliano di meditare sulle sephirot, aspettare la visione, correre dietro di esse (la visione) e dopo

lasciarle andar via. Dopo deve diventare il mondo materiale cercando di applicare quello che si impara. In questo modo

non solo si eleva l'apprendista, più egli si eleva, trascende, più si eleva anche il mondo che lo circonda.

La Torah, come dicono i cabalisti, è il cuore dell'esistenza. Questa idea che possiamo considerare religiosa o filosofica,

è sostenuta dal metodo della combinazione delle lettere ebraiche, cioè, combinando la prima e l'ultima lettera della
Torah. La prima lettera della Torah è la Bet di Berechit, il numero due; l'ultima è la lettera Lamed di Israele che vale

trenta. Trasponendo le due lettere si forma la parola Lev (questa uve è la Bet sola che si mette con uve per indicare la

sua pronuncia soave perché si tratta di una lettera doppia). La parola Lev significa cuore, in modo che dicendo che la

Torah è al cuore dell'esistenza che si sta alludendo alla prima e all'ultima lettera. D'altra parte, detta parola sommata

vale trentadue, lo stesso numero di sentieri che ha la cabala: i dieci pre-numeri e le ventidue lettere dell'alfabeto.

La tradizione primordiale
Ogni cosa che leggiamo, ascoltiamo o pensiamo passa attraverso un setaccio. Bisogna discutere ogni idea. Fra gli ebrei

questa pratica esisteva da tempi remoti. Il dibattito costituisce un metodo in sé stesso, ogni volta che qualsiasi

interpretazione umana delle cose sacre, non contrastata, possa indurci a credere come vere le proiezioni della nostra

mente, le nostre necessità dell'ego, gli inganni, la fabbricazione di tutto quello che nasce dalla ruota immaginativa che

siamo. Un doppio atteggiamento, attivo e passivo, dal punto di vista della mente soggettiva, sarebbe la cosa più

adeguata. Entrare nel combattimento delle idee, attaccare e difendersi, così come facevano anticamente i dottori della

legge, dimostra forse una maturità sufficiente per realizzare questo compito senza che ci si senta offesi quando la

propria idea non è quella che prevale.

Lo studio della cabala è qualcosa che non deve essere fatto da soli, perché se non facciamo parte di un gruppo che ci

consenta di confrontare le idee o appianare i contrasti, scivoleremo facilmente in una realtà che va bene solo per noi.

Così attrezzati possiamo cominciare lo studio delle parole ed affrontare gli opposti sperando di riuscire ad unirli

perfettamente. A questo proposito, la dualità, come abbiamo già detto è la realtà più esplicita e schiacciante che ci

viene in mente, ma è anche il più grande di tutti gli inganni. Diciamo che nessuna realtà esiste senza l'esistenza degli

opposti, cioè, non sapremmo cos'è il freddo se non avessimo il caldo, l'alto senza il basso, il dolce senza l'amaro etc.

Tutto sembra esistere grazie alla dualità. L'opposizione è forte e costante. Tuttavia, nell'esperienza mistica dell'essere

quando la nostra mente pensante ed immaginativa viene zittita, possiamo sperimentare il qui ed ora, non

sperimentando la dualità in questo livello di coscienza.

Alcune persone non condividono la discussione sul significato delle parole. Credendo che ci sia chi è più erudito di loro,
non trovano interessante quello che hanno da dire. Nella controversia, come metodo cabalistico questo sarebbe un

errore, l'erudizione si presenta in questo caso come l'uso della risorsa dialettica o il dominio di adornare con filigrane

un'idea espressa verbalmente. Questo non è quello che si cerca nella discussione sui significati delle parole con le quali

si costruisce la creazione. Qui dobbiamo mettere a fuoco il tema sul fatto di "contare le parole", le quali devono

nascere dal nostro cuore ma anche dalla nostra mente.

Esprimersi verbalmente avendo come origine il cuore e non le menzioni, vuol dire aggiungere i sentimenti che una

parola sacra può suggerirci. Non incentiviamo il sentimentalismo, l'emozione cattiva diretta; quello che stiamo

indicando è che una certa dose di conveniente emozione si trasformi in una forza speciale contando le parole. Le

parole dette con senso ed emozione necessaria non hanno bisogno di fronzoli.

Si vuole che la tradizione primordiale sia la prima parola scritta che si trasforma in qualcosa di fondamentale.

Rappresenta inoltre il vincolo di unione tra diversi interlocutori: primo tra la nostra mente ed il nostro cuore e poi tra

quest'ultimo e Dio che comprendiamo e sentiamo, mettendo ognuno di noi in comunicazione col resto del gruppo che

si riunisce con lo stesso fine. Chi si riunisce con questo intento lo fa per avere presente il più alto significato della

Parola, avendo davanti il prologo del Vangelo di San Giovanni.


San Giovanni dà alla parola lo stesso significato che più di mille anni prima gli diede Mosè. Non credo che sia pura

coincidenza che i due autori, a più di un millennio di distanza abbiano scelto per cominciare le loro opere lo stesso

sostantivo: Principio (berechit).

La parola nascosta e la parola raccontata, asse della tradizione primordiale, è il davar, o devar, mentre la parte più

occulta del Tempio di Salomone è il devir, il quale si presenta come un cubo perfetto di 20x20x20, nel quale si trovano

due cherubini con le ali spiegate. Sotto la loro intersezione si trova l'arca che contiene i rotoli dalla Torah. Lì la parola,

è la Parola di Dio, che è anche presente in noi. In entrambi i tempi del discorso lo scritto nasce dalla voce del Santo.

La prima parola è luce, ma prima della luce ci fu il suono, perché "Dio disse: ci sia luce". Dal punto di vista umano, il

pensiero precede la parola, col risultato che nel livello divino concepiamo anche la creazione come un prodotto del

pensiero di Dio. Nonostante, pensiero, parola (luce) ed opera, costituiscono il primo triangolo di creazione, benché li si

concepisca separati, sono un solo ed unico atto.

Un altro aspetto della parola è il silenzio. A questo ci siamo riferiti parlando dell'esperienza dell'essere attraverso il

silenzio della mente ragionatrice. Se diciamo che dobbiamo pianificare la controversia e poi raccomandiamo il silenzio,

sembra che ci stiamo contraddicendo, non è così. Quello che proponiamo è la pratica di entrambe le cose. Nell'aspetto

del silenzio, oltre ad essere implicito il raggiungimento della meditazione, rimane ferma la necessità di auto-educarci
nella pratica dell'ascolto. Ascoltare è qualcosa che non equivale a quello che fanno a scuola gli studenti nonostante

passino in classe molte ore prestando attenzione. Nell'ambito della pratica cabalistica, quello che vogliamo intendere è

la necessità di raffinare l'udito. Se da una parte dobbiamo ascoltare è anche implicito che dobbiamo ascoltarci. Allo

stesso modo, quando è un altro che parla, dobbiamo ascoltarlo, perché egli si sta anche sforzando di utilizzare parole

adeguate, che, prima di lui sono state dette. In questo modo il dibattito gira attorno all'ambiente appropriato, perché

la forza vibratoria delle parole così enunciate, continua a penetrare in noi e si dirige verso livelli superiori.

L'interruzione dell'interlocutore prima che termini l'espressione del suo pensiero, rompe l'equilibrio accennato. D'altra

parte, lo sforzo di ascoltare i nostri interlocutori, si traduce nella pratica di ascoltare noi stessi. Ma ancora, se

impariamo ad ascoltare il nostro essere interiore, subito si trasformerà nella migliore guida per la nostra vita. Una

pratica semplice è fare attenzione in ciò che si ascolta fino ad arrivare a percepire il silenzio, anche quando si ascolta.

Dopo il silenzio c'è un altro suono cosmico o voce del mondo. Un'altra pratica è portare la nostra attenzione verso il

centro del nostro petto e rimanere in silenzio fino a che sentiamo il sussurro del nostro essere interno. Fate attenzione

che abbiamo proposto un esercizio per raggiungere la visione ed un altro per raggiungere l'audizione profetica.

Man mano che ci autoeduchiamo nell'ascolto, continua a nascere in noi un senso di obbedienza che dobbiamo spiegare

per non essere fraintesi. L'obbedienza non si riferisce a quegli aspetti del mondo nei quali ci sono due fazioni, i

dominatori e i dominati. Quando menzioniamo la parola obbedienza, dal verbo ebraico "chamoa", implica la

sottomissione incondizionata di chi ascolta rispetto a colui che parla. Orbene, siccome ci stiamo riferendo ad un

processo di interiorizzazione, la parte che ascolta è il nostro io esterno, mentre quello che parla è nostro io interno.

Tuttavia, quando portiamo il tema dell'obbedienza sul piano del gruppo, implica il totale rispetto verso le idee di colui

che parla, perché anche egli sta facendo sforzi per esprimere al meglio delle sue possibilità. Quello che deve essere

ben chiaro è che lo studente di cabala deve cercare di essere intelligente, analizzare e ragionare, e raggiungere le sue

proprie idee. Ma deve anche obbedire, cioè, essere attento o essere sempre cosciente della sacra luce che gli è stata

rivelata.

Attraverso questo doppio lavoro, l'iniziato osserva la legge, la contrasta con la sua intelligenza e la medita. Con ciò, si

trasforma in recettore e trasmettitore della propria legge. Così facendo si trasforma anche in un "possessore" della

tradizione, perché il suo insegnamento, rappresenta la forma viva ed umana della tradizione passata e venerabile.
Racconta il libro dei Re, (I) che la Regina di Saba aveva ascoltato la saggezza di Salomone, quindi decise di fargli visita

per strappargli il segreto della costruzione del tempio. Si narra che il tempio fu costruito senza rumori di picconi e di

pale o di altri oggetti taglienti. Come se le pietre usate nella costruzione fossero state intagliate prima. Noi siamo il

tempio, che dobbiamo costruire e ricostruire tutti i giorni alla gloria del Grande Architetto dell'Universo.

Ogni volta che l'iniziato riceve e trasmette la tradizione, sta costruendo. Il tempio che si costruisce e si ricostruisce, si

erige e torna ad innalzarsi ogni volta che l'iniziato realizza lo studio delle parole, pratica il silenzio e l'obbedienza.

L'atteggiamento di essere sempre cosciente della sacra luce, di ogni atto, dei gesti, parole e pensieri, oppure quando si

affronta il significato di ogni cosa, quando si trasmette a Dio, dal nostro cuore, la giusta emozione, si rende onore alla

Legge. La luce del Tempio è la luce del mondo. Lì, in mezzo al mezzo, sta la Shej'nah, nella nostra Gerusalemme

particolare. Da lì l'iniziato erige il suo tempio con saggezza, poggiandolo con la sua forza ed adornandolo con la sua

bellezza. Questi tre attributi si trovano ognuno in una colonna dell'albero della vita, come la tesi, l'antitesi e la sintesi,

molto presente in varie sezioni del Sepher Yetzirah. Gli ebrei passano sei giorni della settimana ricostruendo il tempio,

il settimo, lo shabat, non costruiscono, ma si trasformano nel tempio. Fuori dal devir, il resto del tempio prende il

nome di "hekal", parola che deriva da "kol" che vuole dire "tutto". Quando lo studente oltrepassa la soglia ed entra

nella casa del discorso e del lavoro con l'intenzione di restituire la luce, di ricostruire il tempio, affronta in primo luogo
il combattimento, la lotta degli opposti, tra la luce e l'oscurità, tra l'esterno e l'interno. Il debito ora è di unificare gli

opposti nella bellezza mediatrice. La sua coscienza deve alzarsi fino a realizzare la congiunzione degli opposti. Egli

deve rappresentare il fedele della bilancia per annullare l'opposizione come realtà, perché così sperimenterà la realtà

dell'Essere. Perciò deve comunicare, andare dentro fino a raggiungere l'unità. Questo è il significato di tempio in

ebraico, kol = tutto.

Quando si menziona la parola comunione, la mente di ognuno l'associa a qualcosa. Abbiamo tre riferimenti o livelli:

a. possiamo alludere alla riunione fraterna tra i vari studenti che si riuniscono per un fine comune. Per esempio, se ci

riuniamo attorno alla Shej'nah per erigere insieme il tempio.

b. possiamo alludere anche al vincolo cosciente che possiamo creare tra il nostro essere esterno ed il nostro essere

interno.

c. possiamo anche fare riferimento al livello che deriva dall'aspetto esteriore, una volta stabilito il nesso col nostro

essere interno, sentire come questo ci porta fino all'esperienza più sublime che un essere umano possa realizzare,

come sperimentare l'essere o scorgere l'unità con Dio.

Il Salmo 133 ci ricorda un livello di comunione col testo seguente: "Oh come è buono e come è dolce abitare insieme a

tutti i fratelli! Come un unguento fine della testa che scende per la barba". Tra alcuni ebrei, la testa è il deposito della

saggezza di Dio, ed i capelli penzoloni della testa e la barba sono la saggezza che adornano l'uomo.

L'Ain Soph la Saggezza infinita


Cercheremo di parlare di un tema in rapporto con la creazione, avvisando in anticipo che chi non vive una realtà

quotidiana con noi, avrà in questo caso dei problemi rispetto al linguaggio abituale. Abbiamo oggi alcune spiegazioni

della teoria fisica moderna che possono servirci da esempio per poter verbalizzare temi che vanno oltre il nostro

ambiente. Il fisico Hawking è uno che può aiutarci a comprendere alcuni aspetti che si trovano nella cabala, resa in

questa forma velata e pertanto meno comprensibile. Per una persona non molto esperta, alcune idee come la

contrazione e dilatazione dell'universo possono presentare una certa difficoltà di comprensione. Alcune di queste teorie

furono formulate dal cabalista Louria ed introdotte nella cabala attorno al millecinquecento d.C.
Non discuteremo se la creazione si realizza partendo da un Creatore o se questa è indipendente da Lui. Nella cabala

non c'è un Dio creativo, ma la creazione sorge da Lui in emanazioni successive; nella religione, tuttavia, si parla di un

Dio creativo. Causa prima o prima vibrazione, sono cose che la scienza conosce più della gente comune, ma sulla

creazione del cosmo, ci sarà sempre qualcosa di inconoscibile per la mente umana. D'altra parte, se osservando

l'universo siamo capaci di contemplare la presenza di una serie di leggi, che troviamo in altri sistemi ma nello stesso

tempo vicine come può essere il corpo umano, non solo potremo intuire l'esistenza di un terzo mondo o livello, ma la

propria presa di coscienza dell'ordine stabilito, ci fa pensare ad una Legge che tutto dirige. Possiamo chiamare questa

legge e quest'ordine in molti modi, così come possiamo usare lo stesso nome per ciò che non conosciamo e che si

trova aldilà delle cose conosciute, anche delle menti più eccelse. Pertanto, "Colui" che sta aldilà di questa legge ed

ordine, possiamo chiamarlo Cosmo o Dio, benché sia solo un prodotto della concezione della mente umana.

Detto ciò, torniamo alla spiegazione cabalistica sulla creazione che nasce da Dio. La esamineremo da un attimo prima

delle emanazioni ed ovviamente, fino alla fine della condensazione terrestre.

Sia per il giudaismo ortodosso come per la mistica ebraica, esiste un livello inconoscibile dal quale, attraverso

successive emanazioni non verbalizzabili, si arriva alla condensazione ostensibile. Sia prima delle emanazioni come

nello studio di esse, osserviamo già l'impronta triangolare esposta. La cosa curiosa è che mentre la cabala lo
contempla, l'ortodossia ebraica per ragioni storiche – cioè di affermare l'idea di nazione ebraica, questo per far in

modo che la sua gente passasse dall'idea di tribù a quella di nazione – eliminò l'idea trinitaria (ancora oggi si dice nelle

sinagoghe: "Ascolta Israele, il nostro Dio è Uno"). Anche lo Yetzirah aggiunge la menzione "Dio unico" dando rilevanza

a "unico" per lasciare ben intendere che c'è un solo Dio. Il caso vuole che questo Dio unico, proietta di sé stesso una

serie successive di emanazioni che possiamo triangolare. Un primo triangolo è posizionato ad un livello denominato

"nulla" nella legge mosaica. Per la nostra mente, il nulla non esiste, cioè, il nulla è già qualcosa, eccetto la negazione di

sé stesso.

Se ricordate i quattro livelli della creazione, è chiaro che ci stiamo riferendo a qualcosa che non possiamo nominare a

meno che non si ricorra ai simboli. Che cosa potremmo pensare dell'Atziluth o di una creazione del "nulla" dal nulla? Se

ricorriamo alla spiegazione sui buchi neri, potremmo capire che la nostra terra fu in un momento x, parte di un buco

nero dove tutto era intriso di una tremenda gravità che l'essere che la schiacciava, non lasciava uscire la luce. Lì

esisteva tutto quello che esiste ora, diciamo che è come il seme di un gran rovere. Il seme non è quel grande tronco

che dopo vari anni esisterà, né grandi rami, né foglie, né radici. Ma tutto quello che il grande rovere è o sarà, lo fu

molto tempo prima, quando era solo un piccolo seme. Allo stesso modo, tutte le cose che esistono esistevano nel buco

nero. Se non vogliamo abbandonare le nostre idee religiose, possiamo dire che tutto esisteva nella mente di Dio.

Possiamo ricorrere anche ai numeri per spiegare la stessa cosa. Abbiamo un punto zero con numeri positivi alla sua

destra e numeri negativi alla sua sinistra:

-5 -4 -3 -2 -1 0 +1 +2 +3 +4 +5

Quando il Racconto dice che il mondo era sommerso dalle tenebre, oppure quando ci viene data l'idea di caos,

possiamo dire ch'esso si riferisce al livello archetipico o al seme dell'esempio del rovere. È, insomma, un livello nel

quale non esiste la forma. Le parole ebraiche "vuoto" e "informe", sono "bohu" e "tohu". In questo vuoto non esisteva

la forma, nonostante l'Essere.

Quando diciamo che l'Essere crea dalla cosa informe, o se preferiamo, quando si investe la gravità del buco nero, inizia

una creazione che poi manifesta un ordine, un'eterna armonia, un eterno moto. Sia che lo vediamo dal punto di vista

dell'accettazione di un Creatore o dall'esistenza naturale ed indipendente dell'universo, quell'armonia e quell'ordine

viene chiamato Saggezza. Quello è quello che si attribuisce al termine "Ain Soph".
In realtà, i cabalisti usano come prima idea, quella che trasmette il termine "AIN", che possiamo tradurre con "no" o

con un -3 nel linguaggio dei numeri. Il seguente passo è "Ain Soph", che significa "non fine" o infinito, al quale gli è

attribuito l'idea di Saggezza. Il terzo passo di questa non creazione è l' "Ain Soph Aur", che tradotto vuol dire - fine -

luce- (dall'ebraico "or"), o luce infinita che si applica anche alla Saggezza Infinita. In questo vuoto e relazione, i tre

componenti della non creazione: -3 -2 -1, confluiscono in quell'attimo che oggi la teoria del big-bang chiama il

momento zero della grande esplosione. Partendo da questo momento si manifesta la prima emanazione con l'azione

del berechit, che i cabalisti raffigurano con una corona chiamata "Kether". Il Sepher Yetzirah parla di dieci emanazioni,

ma non gli dà nomi. Essi sono il prodotto dei cabalisti.

Kether o corona, è l'uno positivo. Ma l'uno per noi non esiste fino a che non trova la sua espressione duale. Kether si

simbolizza come l'anziano dei giorni. Normalmente si simbolizza anche con un viso di profilo. Questo ci suggerisce che

una parte di questa sephira o emanazione, si trova ancora nel lato oscuro, come se stesse oltrepassando la soglia del

buco nero. Una parte è già visibile, mentre l'altra si trova ancora nella non manifestazione.

La vibrazione di una longitudine di una determinata onda, quando si incontra con un'altra distinta onda, ma

complementare, insieme ne creano una terza, la quale, essendo "figlia" delle prime due, non è uguale ad esse.

Potremmo dire la stessa cosa se diciamo che una proiezione di Kether si condensa creando una seconda sephira, il cui
nome ebraico tradotto è saggezza. Questa saggezza era prima, è ora e sarà dopo. Vista così, la saggezza è Ain Soph.

Tuttavia, anche la seconda sephira porta questo nome, benché l'attributo di saggezza impregni tutto. I cabalisti

chiamano la saggezza Chokmah. Fin qui abbiamo descritto implicitamente quello che il Genesi dice col suo linguaggio:

"Dio nel principio creò il cielo e la terra (at). Quando la saggezza (Chokmah) si proietta, appare il tre del primo

triangolo di manifestazione: l'intelligenza (Binah) che si riferisce al tre positivo. Questa è la prima triade o Triade

Suprema del mondo dell'emanazione o Atziluth. La corona come la testa, saggezza come il Padre e intelliganza come la

Madre.

Partendo dall'autoproiezione di Binah si crea forza (Chesed), chiamata anche clemenza (Geburah), che è il primo

giorno della creazione, perché la creazione, benché provenga dalla Prima Trinità, non fuoriesce da lei, bensì da quello

che potremmo considerare il quattro positivo.

Da Chesed si crea Geburah (rigore), chiamato anche din (giudizio) e da questa Tiphereth (la bellezza). Chesed,

Geburah e Tiphereth, formano un secondo triangolo che benché appartenga ad un livello intangibile, possiamo

chiamare mondo o livello della creazione. Questi tre sono il 4, il 5 ed il 6 positivi. Tuttavia, corrispondono al primo,

secondo e terzo giorno della creazione del Genesi (l'uomo non esiste ancora, benché la Saggezza Infinita lo crea

seguendo lo stesso procedimento). In Tiphereth si può scorgere un viso di fronte che rappresenta il figlio, mentre

Chesed e Geburah sono chiamati in alcuni testi "lampade che formano il trono reale."

La terza triade è formata da Nezach (vittoria), Hod (gloria) e Yesod (fondamento o fondazione). Benché siamo ad un

livello non tangibile, a questa triade possiamo applicargli l'idea di formazione (Yetzirah). I cabalisti dicono che tutte le

forze provengono dalla sua natura. Esse sono il 7, l'8 ed il 9 positivi, riferiti ai giorni della creazione, il quarto, quinto

ed il sesto. Nel sesto giorno appare il pronome "il", (in ebraico he, che è legato all'uomo).

Tutte le sephirot descritte (famose nei testi come i nove palazzi) normalmente mettono a parte la decima

condensazione denominata Malkuth che ha molte caratteristiche: il regno, la terra, il trono, la fidanzata, la regina,

l'armonia, la matrona, la sorella, etc. Rappresenta la residenza di Dio, il tempio, la Sua casa, la Sua presenza.

Pertanto, la Shej'nah. La sua fine è unirsi al marito. Che Dio e la terra siano uno. È il numero 10, che è lo stesso uno

seguito da uno zero.


Seguendo la struttura delle lettere-numeri ebraici, l'1, il 10 ed il 100, sono la stessa idea espressa in tre livelli distinti:

l'archetipico, quello della formazione ed il cosmico. La numerazione pertanto, come ricorderemo, va dall'1 al 9, quindi

dal 10 al 90 ed infine dal 100 al 900 includendo nelle 22 lettere basilari le cinque finali.

Una spiegazione semplificativa di questa disposizione potrebbe essere quella che abbiamo raccontato prima quando ci

riferivamo al padre. Se parliamo del capo di una famiglia patriarcale, il padre, diciamo che è l'uno. Se ha un figlio e

vogliamo riferirci alla parte o presenza del padre nel figlio diciamo dieci. Se ci riferiamo al padre in relazione alla

famiglia diciamo 100. Questo ha un perché. Nella mentalità ebraica, la costruzione del linguaggio segue alcune regole

che l'obbligano a non modificare l'individuo, cosa che non succede nella nostra mentalità. Lì una cosa è una cosa e non

può essere un'altra, pertanto, il linguaggio non può distruggere né modificare la cosa, né può essere più di una cosa.

Facciamo un esempio: un re x è un re, non c'è una parte di re, né ci sono due o tre, re. Se qualcosa proviene dal re,

per esempio, se egli parla, noi diremmo "parola reale", così dicendo abbiamo distrutto col linguaggio il re. L'ebraico

non permette questa costruzione verbale, egli dice sempre: parola di re.

Allo stesso modo non si può avere più di un Dio, né parti di Lui. Questo non toglie che Egli possa manifestarsi in

distinti livelli. I numeri sono allora strutturati in modo che possano esprimere la stessa cosa della quale si parla nei

distinti livelli di creazione. Dio è l'1 e l'Unico, lo dice chiaramente il Sepher Yetzirah, ma Egli può manifestarsi come 1,
come 10, o come 100. Se parliamo della materia e la simbolizziamo col 4, staremo parlando del seme del rovere, cioè,

dell'archetipo della materia. O nel linguaggio della fisica, gli elettroni che formeranno più avanti gli atomi, che

possiamo simbolizzare col 40, dopo si trasformeranno in molecole che tocchiamo e che possiamo rappresentare con il

400. In questo modo sono costruite la maggioranza delle spiegazioni relative alla creazione. Ma tornando alla nostra

lingua e mentalità, perdiamo di vista questo concetto. Per capire alcuni aspetti nascosti della creazione, velati nel

linguaggio della cabala, dovremmo ricordare sempre i quattro livelli di cui abbiamo parlato inizialmente.

Per approfondire meglio questo tema e svelare un'altra questione, ci riferiremo ad una comune confusione che fanno

coloro che si iniziano nella cabala. Intendiamo dire che aleph è la prima lettera, pertanto, deve essere quella che indica

il principio. Quindi sentiamo o leggiamo che siccome l'unità non "conta nulla", si ha bisogno del due, pertanto, la

creazione comincia dal due, la lettera bet . Ma dopo ci dicono che tutte le lettere partono della più piccola di tutte che è

la yod, il numero 10. Qual è quindi il principio? Se ritorniamo ai quattro livelli, capiremo subito. In un testo appare

un'allegoria delle lettere. Queste si presentano davanti a Dio chiedendogli che inizi la creazione da ognuna di esse.

Quindi si presentano in ordine inverso, che vuol dire, dall'ultima, la tau, alla prima, l'aleph . Ognuna argomenta le sue

ragioni, ma Egli continua a scartarle fino a che arriva il turno della " bet " (o il numero 2), e Dio gli promette che con

essa inizierà la creazione.

Poiché la creazione comincia con la " bet " (equivalente alla nostra b e v, la prima nel principio della parola e la

seconda in mezzo, come la "b" di berechit e la "v" di Geburah rispettivamente. In entrambi i casi la lettera ebraica è la

" bet "), il principio del Genesi, cioè, la prima lettera della prima parola del primo versetto del primo capitolo del primo

libro della Bibbia, è, precisamente, la " bet " di berechit. Questa lettera appare due volte nel primo versetto, perché si

trova anche in "bara" che significa "per" l'azione di.

Continuando con l'allegoria delle lettere, Dio si dirige verso l'aleph domandandosi perché non si presenta davanti a Lui

con le sue richieste, come le altre, le quali chiedono che la creazione inizi con una di loro. Aleph gli dice che sapeva già

che quell'onore sarebbe stato concesso a bet . Quindi Dio gli risponde che benché Egli avrebbe cominciato la creazione

con bet, ella, l'aleph, sarà sempre in capo alla creazione. Questo lo possiamo vedere anche nel primo versetto del

Genesi dove oltre ad apparire due parole che cominciano con bet, ce ne sono altre due che cominciano con aleph . Il

versetto in questione dice così: "Berechit bara Elohim at hashmain vet herez". Le due aleph sono la "e" di Elohim e la

"a" di "at", particella della quale abbiamo già parlato ampiamente.


Perché questa organizzazione di lettere nella spiegazione del primo momento della creazione? La risposta si trova

nell'uno, la mente ragionatrice non apprezza niente. È col due, con la dualità o la presenza del paio di opposti che

possiamo percepire la realtà relativa alla mente soggettiva. L'aleph è l'uno, la bet il due. Tuttavia, prima della

creazione manifesta, ostensibile, c'è una creazione muta. Anche quella è rappresentata dall'aleph, mutamento, e

dalla bet, ostensibile. Una similitudine la troviamo nella parola pronunciata e nella parola silenziosa, questa precede

quella. Parlando, chiamiamo parola il suono della nostra voce, ma senza l'aria invisibile che ispiriamo prima di parlare e

l'adattamento muscolare della bocca, anche la smorfia che precede la voce, è voce e parola, perché senza ciò non

esisterebbe l'altra cosa. Tutto quello che suona si produce con l'azione di quello che non suona.

Le tre lettere madri dalle quali si formano tutte le cose, sono aleph, mem e shin : aria, acqua e fuoco. In altri linguaggi

si aggiunge la terra come quarto elemento, ma nella spiegazione ebraica, la terra si forma partendo dall'acqua.

Detto questo riprendiamo il tema dove facevamo menzione dell'usuale confusione di alcuni studenti che vedono a volte

il principio rappresentato da una lettera e a volte da un'altra. Se ci riferiamo al principio non manifesto lo

rappresenteremo con la lettera aleph, l'1, il quale non ci dà idea di qualcosa, è come dire freddo senza sapere che

cos'è il caldo. L'Uno senza l'altro non sono una realtà. La lettera aleph è l'inizio della parola "Atziluth", livello di

emanazione o della non manifestazione. Se ci riferiamo all'inizio del livello che abbiamo denominato "creazione", la
lettera che si simbolizza è la bet, il 2, come beriyah o briah (creazione). Principio o inizio, si simbolizza anche col

numero 10 che è lo stesso 1 su un altro livello. Questo è il principio del mondo Yetzirático, e come è ovvio, la lettera

simbolica di questo livello denominata "formazione", è la lettera yod, curiosamente questa lettera è un punto esteso,

come una virgola, ed è la più piccola di tutte le lettere. Un'aleph è una linea obliqua da destra verso sinistra con

due yod incorporate, una di esse è invertita e forma la base della lettera. Tutte le lettere ebraiche partono da yod, cioè,

dal punto esteso abbiamo tutte le lettere ebraiche.

Nel quarto livello, nel mondo della realizzazione, l'Assiah, non si prende come inizio, ma come effetto. Nonostante,

potremmo osservare che l'idea dell'1 seguito da tre zeri, quattro livelli, può essere rappresentato dalla lettera ayin,

una lettera che indica anche mutamento.

Riassunto delle sephirot


Kether, il potere supremo, è la corona di Dio. Chokmah, la saggezza è l'ideale della ragione sovrana. Binah,

l'intendimento è la libertà, la potenza motrice, l'iniziativa, l'intelligenza. Gedulah è l'ideale della magnificenza e della

bontà, anche chiamato Hesed o Chesed, che vuole dire povertà. Geburah è la forza, il vigore, l'ideale di giustizia, a
volte è chiamato Din che significa severità. Si usa anche Pechad o paura. Tiphereth è la bellezza, l'equilibrio delle cose.

A volte si chiama Rahamin che significa amore.Nezach è la vittoria, la ricompensa del progresso che menziona con

passione San Giovanni l'Evangelista nelle lettere alle sette chiese della sua Apocalisse. Indica anche legge,

rinnovamento. Hod è l'ordine eterno, contrappeso del progresso e trionfo della ragione. Yesod significa verità, base di

ogni ragione, significa anche fondazione e si riconosce con il termine zaddik. Malkuth significa il regno, la forma,

l'oggetto esterno, il mondo. È anche la sej'nah, la moglie, la sorella, la regina, la matrona. Tutti nascono dall'Ain-Soph,

la saggezza divina. Kether e Malkut sono unite, la prima è l'1, l'altra è il 10.

Nel principio era il caos, l'Ain, il periodo di riposo, l'aspetto negativo regnava supremamente. Da questo caos per

volontà divina si crea il movimento Ain-Soph che fa sorgere il mondo per emanazioni. Appare la luce (l'Ain-Soph-Aur)

che equivale a "Sia fatta la luce" del Genesi. La luce si riunisce in un punto di condensazione, è l'incoronazione della

manifestazione sorta dal caos che riceve il nome di Kether. Qui Dio è pristino, e l'Io Sono o Ehjeh. A Kether arriva la

luce intrisa di saggezza, cioè, dell'azione divina che passa dall'inmanifesto al manifesto. Questa saggezza di Kether si

proietta da sola su nove emanazioni, essendo il più vicino Chokmah o saggezza, Dio passa da Io Sono, a Io Sono

quello che Sono o Yah. Chokmah si proietta da sola e si condensa in Binah, l'intelligenza e Dio passa ad essere, Io

Sono quello che Sono, Era e Sarò, cioè, IHVH,partendo da questo momento crea tutta la natura e tutto l'universo. Il
primo giorno della creazione è pronto per sorgere. Kether è il davar, il verbo, Chokmah il soffio che viene dallo Spirito,

Binah l'acqua nata dall'aria o soffio generato dal davar. Da Binah nasce il primo giorno della creazione la cui

condensazione si chiama Chesed ed il Dio si chiama L'o A quello. Il secondo giorno della creazione è Geburah e Dio si

chiama Eloah. Il terzo giorno della creazione è Tiphereth e Dio regna sulla natura facendola maschile e femminile, per

questo motivo si chiama bellezza ed equilibrio ed ha una relazione con le ruote degli angeli che intervengono nella

creazione. Ora Dio si chiama Elohim, nome plurale perché implica il maschile ed il femminile. Il quarto giorno della

creazione è Nezach o vittoria e Dio si chiama IHVH Sabaot, che vuol dire Dio degli eserciti. Il quinto giorno della

creazione è Hod, la gloria, dove Dio si chiama Elohim Sabaot. Il sesto giorno è Yesod, il fondamento o la fondazione,

dove Dio si chiama Il Chai. Il settimo giorno, quello del riposo, è quando nasce il regno chiamato Malkuth, che vuol

anche dire rettitudine. Dio si chiama Adonay che vuole dire "il" Signore.

Le sephirot appaiono come la momentanea presenza di un raggio. Questa analogia l'usa Mosè di Leon per spiegare la

visione delle sephirot. Si riferisce al riflesso del sole in una parete i cui raggi incidono su una cavità di acqua. Quando

l'acqua è calma, possiamo vedere il riflesso sulla parete con molta nitidezza, ma al più piccolo movimento della

superficie dell'acqua, il riflesso sparisce immediatamente. Per questa ragione si dice che i detti di Dio sono come un

uragano. Si dice anche che per meditare sulle sephirot bisogna andare oltre ad esse per poi ritornare.
I libri più importanti
Il Libro della Formazione, del quale abbiamo già parlato in precedenza, spiega tutto un sistema della creazione del

mondo. Traccia un parallelismo tra l'origine del mondo, il sole, i pianeti, gli elementi, le stazioni, etc. Parla della nascita

dell'uomo e della sua relazione con la natura.

Tratta dei numeri - lettere, riferite a tutta la creazione coi 10 pre-numeri e le ventidue consonanti che formano

l'alfabeto ebraico (non sono propriamente numeri). La prima creazione è una serie successiva di emanazioni che si

basano sulla decade che proviene dal nulla.

La creazione la divide in una triade, un settenario ed una decade. Stabilisce inoltre l'esistenza di tre lettere madri,

sette lettere doppie, con doppia pronuncia e doppio significato, e dodici lettere semplici o elementari.

Nello Zohar, i mistici sono indicati come coloro che conoscono le misure, i figli della fede, i mietitori del campo, i degni

in realtà, i saggi di cuore e li si è chiamati anche "maskilim" o intelligenti secondo Daniel XII.3.

Come già detto, lo Zohar crea tutta una filosofia sull'uomo. Ma a differenza dello Yetzirah che stabilisce tutto nella

parola, nello Zohar, il tema ruota attorno alla luce.

Lo Zohar spiega l'atto creativo dello Yetzirah ma i suoi testi sono direttamente collegati con le Antiche Scritture. Dice

che il mondo esistente non è il primo, lo precedettero altri mondi simbolizzati dai re di Edom che narra il Genesi.

L'angeologia dello Zohar ha come centro la merkaba, cioè, la visione del carro di Ezechiele. Per capire questo tema

della visione di Ezechiele, è raccomandabile leggere "Guida perplessa" di Maimonide. Questo tema che tocca lo Zohar,

è stato la base di studio di alcune scuole cabalistiche che si incentrano sull'angelologia.

È impensabile leggere lo Zohar senza una Bibbia vicino, la loro relazione è molto forte. Tocca la maggioranza degli

aspetti del Pentateuco, del Cantico dei Cantici, dei profeti, salmi e proverbi, etc.

L'origine dello Zohar non è chiara. È attribuito a Simeon ben Yojai. Ma non se ne conosce nessuna pubblicazione fino al

secolo XIII, col risultato che alcuni credono che la paternità del libro la si deve a Mosè di Leon. Il caso vuole che dal
secolo XV si discute sulla sua paternità. Nei testi dello Zohar appare lo stesso Simen ben Yojai come il principale e più

esperto maestro con sette discepoli. I loro dibattiti vertevano sulla vita quotidiana confrontate con le cose celesti.

È chiaro che qualunque commento sollecitato o no, anche da parte dei rabbini, non si discosta mai dalla "legge

giudaica", anche quando lungo la strada si aggiungono commenti estranei, il dialogo su un tema quotidiano viene

convertito in un tema sacro.

Lo Zohar comincia con una dissertazione sul Cantico dei Cantici. Benché si sia tentata una disposizione attraverso i

titoli dei suoi capitoli, non c'è un ordine stabilito nei temi di discussione.

Il Principio, berechit, ed altri simboli della creazione sono espressi nello Zohar in questo modo: "Al principio, la

decisione del re fece un tracciato nel fulgore supremo, una lampada scintillante, e lì germogliò dentro la cavità

impenetrabile dell'infinito misterioso un nucleo deforme chiuso in un anello che non era bianco né nero, né rosso né

verde né di nessun colore... Il potere più misterioso... che non pativa il suo vuoto, rimanendo completamente

inconoscibile fino a che la forza dei tratti brillò con un punto misterioso e superno. Oltre questo punto niente è

conoscibile, ecco perchè è chiamato Reshit (principio), l'espressione creativa che è il punto di partenza di tutto" (Zohar

I, 63).

"Dalla brillantezza si crearono le espressioni creative attraverso l'estensione del punto. Tuttavia, il punto è quello che
divide il conoscibile dell'inconoscibile.

Lo spirito di Dio è uno spirito sacro che procede dall'Elohim hayyin (Dio vivente) ed Egli aleggiava sulla faccia delle

acque. Quando questo vento soffiò, una pellicola o velo si separò. Così purificato il tohu (caos) germogliò e dallo spirito

si levò un grande e poderoso vento..., Elía (1R. 11,12). Ugualmente Egli setacciò e purificò bohu (materia prima

informe) e da Lui si propagò un terremoto.... Il tohu è sotto l'egida del nome shadday; bohu sotto quello di zabaot;

l'oscurità sotto quello di Elohim; lo spirito sotto quello di IHVH" (Zohar I 66, 68).

Secondo lo Zohar, Kether, la corona, è incolore; Tiphereth, bellezza, è porpora e Malkuth, il regno, è azzurro zaffiro. In

un esercizio che includeremo più avanti tingeremo di verde oliva Malkuth e trasporteremo l'azzurro zaffiro in Yesod

(fondazione).

Sepher ha Bahir - Vuole dire "Libro" dello splendore. Questo libro benché apparve in Francia intorno al secolo XII, non

ebbe una grande diffusione, solo qualche tempo dopo cominciò ad essere conosciuto. Si pensa che fu costruito

attraverso una serie di manoscritti che arrivarono in Europa dal vicino oriente ed ha un'influenza gnostica marcata.

Tratta delle sephirot e contiene commenti di passaggi biblici. Questo è tipico nelle opere ebraiche. Una persona scrive

qualcosa e dopo di lui ne vengono altri cento e ne scrivono altri commenti. Per questo motivo non ci dilungheremo

molto in questo comma perchè sarebbe impossibile enumerare tutte le opere che hanno qualche relazione con la

cabala.

Sulle sephirot troviamo molti commenti di vari autori ed epoche. Nonostante ciò, diamo alcuni riferimenti su altri libri o

scritti come piccola dimostrazione:

Commenti sulle dieci sephirot del rabbino Azariel Ben Menachen, 1.200 d.C.

L'Alfabeto del rabbino Akiba . Questo autore per alcuni studiosi è uno dei più importanti. Alcune fonti attribuiscono la

scrittura del Sepher Yetzirah a questo rabbino.

Rivoluzione delle anime, di Isaac di Louria.

La Fonte della vita, di Avicebran.

La Corona del regno, di Gavirol.

Trattato delle Emanazioni di Chajim Vitale.


Per avvicinarci ai concetti è opportuno leggere La cabala di Alexander Safran, professore contemporaneo di spirito

ebraico all'università europea. È anche recente La Cabala di Gerson Scholem, uno dei più importanti cabalisti

contemporanei della scuola di Jerusalem. Ci sono varie opere tradotte che sono molto raccomandabili.

Magari non serve dirlo ma per coloro che sono già introdotti in questo tipo di studio, è raccomandabile la traduzione e

commenti del Sepher Yetzirah del rabbino Aryeh Kaplan, anche della nostra epoca. È anche opportuno "per"

comprendere la Cabala di A. D. Grad, il libro di Maimonide Guida dei Perplessi, che può aiutarci a comprendere alcuni

misteri.

Come dicevamo, l'abbondanza di opere è troppo vasta per riportarle qui. Si sono solo scelte le più dirette e quelle che

contengono una linea mistica, benché troveremo che alcune speculazioni possono essere o no in accordo. Queste

indicazioni non vanno prese alla lettera, perché ci sarà sicuramente molta letteratura interessante che ignoriamo. In

altri casi conosciuti, abbiamo omesso alcuni commenti di certi autori perchè riportano quello che dicono altri autori; si

è preferito quindi incorporare le opere di autori diretti o quelle che ci aiutano a comprendere meglio gli intricati luoghi

impervi delle idee e della mentalità ebraica. Non mi compete giudicare il valore di questo piccolo lavoro. Tuttavia,

alcune spiegazioni sorgono dopo molte meditazioni. Quella che stiamo presentando è una raccolta estratta dalle opere

più importanti recensite, dalle quali ho tentato di alzare il velo che le copre. Mi sono deciso ad accennare tali stralci
solo dopo aver maturato l'idea contraria ed atteso il tempo giusto affinché sorgesse una personale rivelazione o

intendimento.

Le ruote del carro di Ezechiele


Ezechiele descrive in vari capitoli la Merkabah o visione del carro, che contiene l'idea di equilibrio. Nel decimo capitolo

viene trasportato a Gerusalemme (Jerusalem) con la chiara interpretazione di quello che aveva visto in altre visioni e

sostituisce il termine hayyot con querubim: "Questo era l'animale che vidi sotto al Dio d'Israele nel fiume Kebar e mi

accorsi che erano cherubini", Cap X .

In questa visione chiarisce anche che gli Ofanim (plurale di ofan – ruote), sono sferici: "In quanto agli Ofanim fu loro

gridato nel mio udito: O sfera" (versetto 13). In questa seconda descrizione parla anche di carne e costole, di mani e
di ali. Tuttavia, non gli viene attribuita forma. Secondo la seconda visione gli "hayyot" sono uno solo, mentre gli

Ofanim, essendo ancora quattro, li si è chiamati "una ruota sulla terra", vers. 15. Nel Targun di Jonatán si traduce

"ofan" per "gilgal" che vuole dire sfera. In sintesi, Ezechiele vide gli "hayyot", le ruote od Ofanim e l'uomo che stava

sopra alle ruote che simbolizza l'intelligenza. Descrive un colore ambra come "fuoco dentro il fuoco."

Per capire la visione di Ezechiele devo ricorrere alla Guida dei Perplessi di Maimonide, anche se altri cabalisti hanno

focalizzato i loro studi sugli aspetti di equilibrio della creazione. Diciamo che i cabalisti studiano la creazione nel Genesi

e l'equilibrio della stessa in Ezechiele. La visione del carro o Merkabah si traduce con equilibrio. Maimonide, da parte

sua, descrive la visione di Ezechiele in questo modo: "Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze

d'uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra, e ognuno dei quattro, fattezze d'aquila. Il profeta

descrive un viso umano che tende alle forme delle specie menzionate". Per questo motivo dice il profeta nel versetto

5: "E nel suo centro, la figura di quattro animali"... I quattro animali sono gli "hayyot" (Ez I) 10. Hayyot ed Ofanim

sembrano indicare la creazione di forme multiple e di colori. Entrambi si trovano nella visione del carro; la sua

interpretazione della profezia di Ezechiele ci suggerisce un animale simbolico o "Come un angelo che ruota in mezzo

alla ruota... coperto da occhi", vers. 16.


Potremmo dire che si tratta di un albero della vita in forma circolare con dei cerchi dentro

la ruota, cioè, con le dieci sephirot poste all'interno di una grande bolla.

Ma la visione del carro, ci parla di quattro ruote, ci indica anche i quattro livelli della

creazione, dal mondo archetipico fino a quello che abbiamo chiamato: la funzione delle

cose. Cioè, si riferisce alla creazione che si è posizionata su quattro livelli: Atziluth, Briah,

Yetzirah ed Assiah (Emanazione) Creazione, Formazione ed Azione o funzioni del creato.

Questi quattro cerchi andrebbero immaginati concatenati e non isolati uno dall'altro. In

ognuno di essi possiamo iscrivere un albero della vita dove il Malkuth del primo è il Kether

del secondo. Il Malkuth del secondo è il Kether del terzo ed il Malkuth del terzo è il Kether

del quarto. In modo che tutti le sephirot sono attive e passive (danno e ricevono), meno il

Malkuth del quarto che è solo passivo (ricevente).

Allo stesso modo si struttura l'uomo, da questi quattro livelli i suoi quattro nomi: Adam, Geber, Enoch ed Ish. In modo

che Ezechiele comincia la sua Visione del Carro di IHVH in maniera simile al Genesi, cioè cambiando il seguente

versetto "l'alito di Dio aleggiava sulle acque", per "vidi un vento turbinante che veniva dal nord ed una grande nuvola

di fuoco folgorante"… "Era nel centro come una forma di quattro esseri il cui aspetto era il seguente: avevano forma

umana, quattro visi…". Più avanti dice che le ruote avanzavano in quattro direzioni, man mano che avanzavano gli

esseri e quando gli esseri si alzavano dal suolo,anche le ruote si alzavano. Il riferimento migliore di forma umana la

troviamo nel 1,26: "al di sopra della volta che stava sulle loro teste, c'era qualcosa come una pietra di zaffiro a forma

di trono, in superficie, sulla parte più alta, una figura dalle sembianze umane."

La Merkabah o carro di IHVH lo si può studiare in due modi o due direzioni. Da una parte lo vediamo come la

creazione, dalle sue origini fino alla costituzione del Trono di Dio o Malkuth. Possiamo vederlo anche come

un'opportunità di risalita, da Malkuth fino alla sfera più alta. Sotto questo aspetto, la Merkabah è legata al mito del

Golem che gli ebrei dell'est dell'Europa praticano ancora oggi, ma che è stato male interpretato. La tradizione del

Golem si riferisce alla creazione di una figura di fango che raffigura il guardiano della casa. Una volta l'anno si

costruisce questa figura e sulla fronte si scrive il nome "emet". Dopo viene alimentato giornalmente coi pensieri del

creatore o signore della casa. La figura, alimentata coi pensieri, cresce titanicamente fino a raggiungere un'altezza

pericolosa per il proprio creatore. Per questo motivo, il signore della casa cancella la lettera "a" (alef) dal nome prima

che diventi troppo grande. Una volta cancellata l'alef, si leggerà "met" che vuole dire morte. In questo modo si

demolisce il Golem prima che questo schiacci il creatore. L'anno a seguire il processo verrà ripetuto.

Quanto appena detto va visto in relazione al fatto che noi, con i nostri pensieri, ci auto-creiamo, ma se non facciamo

attenzione a quello che pensiamo, saremo distrutti dai nostri stessi pensieri. Questo è il vero senso mistico della

tradizione, ma alcuni hanno voluto vedere che una parte della cabala si dedica a costruire uomini nel senso letterale

del termine. I rituali di creazione della Merkabah sono strettamente legati col rituale del Golem, in modo che la visione

del carro di Ezechiele, che parla della creazione dell'universo, crei in chi la pratica una dottrina della creazione nel

senso che avendo riposto il pensiero in Dio e nelle cose divine egli ha l'opportunità di svegliare la sua auto-coscienza.

Nonostante questo, la visione del carro di Ezechiele ci parla delle forze della creazione o angeli. Per capire il profeta

bisogna leggere l'opera del filosofo Maimonide. In relazione alla conoscenza ed alle vane credenze riferite agli angeli,

nel suo libro Guida dei Perplessi questo autore dice: "Dite, che si racconta tra i Saggi d'Israele che l'Onnipotente invia
il Suo angelo affinché penetri nel ventre della donna e formi un essere, l'angelo si compiace e si soddisfa del racconto;

lo crederà a piè pari e gli sembrerà ancora una dimostrazione del potere della maestà e della saggezza di Dio. Essendo

ancora convinto che l'angelo è fatto di fuoco ardente, e che è tanto grande come la terza parte dell'Universo, non farà

obiezioni al miracolo divino. Ma ditegli che Dio diede al seme il potere informativo che genera e modella i membri, e

che questo potere si chiama angelo , o che tutte le forme si producono per l'influsso dell'Inteligenza Attiva che è un

altro nome dell'angelo, del principe del mondo al quale alludono frequentemente i saggi, e vi comanderà con scatole

stemperate; perché non riesce a comprendere la vera grandezza e potere delle forze creative che agiscono nel corpo

senza che la percepiscano i nostri sensi. I nostri saggi hanno dichiarato già per chi voglia capirlo che tutte le forze che

abitano in un corpo sono angeli, come i poteri attivi dell'universo."

Ezechiele parla di un grande corpo unito alla terra, formato a sua volta da quattro corpi con quattro visi. Non descrive

la forma dei visi ma erano coperti di occhi. Questi corpi sono gli Ofanim, plurale di ofan = ruota. Gli occhi si possono

intendere di molti colori, perché la parola "ayin" ha un doppio significato: occhio e colore. Maimonide dice che è

possibile che "ayin" significhi anche un corpo pieno di apparenze e di molte cose.

Nella seconda visione di Ezechiele, il profeta sostituisce il termine "hayyot", motore o moto, con quello di "cherubino",

colui che muove la creazione, inteso come "angelo". In questa seconda visione possiamo capire che i cherubini sono il
motore delle sfere della creazione. Le quattro ruote si incrociano come se fossero una sola ruota. Nel Tárgum di

Jonatán, figlio di Uriel, si dice che tali ruote significano i cieli.

Un'altra profezia di Isaia conserva una stretta relazione con la visione del carro di Ezechiele: "vidi il Signore seduto sul

suo trono, alto e sublime, e la sua coorte riempiva il tempio, e sopra di Lui c'erano i Serafini: ognuno di loro aveva sei

ali; con due coprivano i loro visi e con due i loro piedi, e con due volavano" (Isa. VI).

C'è una differenza nel rango degli angeli, Ezechiele parla di Cherubini, mentre Isaia parla di Serafini. Tuttavia, quando

Ezechiele si riferisce agli angeli li illustra come se fossero di fuoco, termine che conserva una relazione con Serafino,

perché in ebraico, il verbo "seraf" significa bruciare.

La Merkaba è uno dei temi più misteriosi della Bibbia e della cabala. Nel suo senso discendente sembra indicarci una

creazione divina attraverso le gerarchie angeliche degli arcangeli e dei troni, poteri e virtù o forze dei cieli e della terra,

per accostarsi ai fenomeni naturali che osserviamo intorno a noi, mentre nel senso ascendente, all'utilizzo che come

umani possiamo fare di quelle potenze. Dall'uso che facciamo degli angeli o forze divine e naturali, dipenderà la nota

vibratoria che influenzerà tutta la natura umana. Tuttavia, questo senso ascendente della Merkaba, è quello che è più

soggetto ad essere eluso da parte di chi si perde in temi magici e lascia da parte la mistica.

Le scuole ed i propagatori
Riportiamo di seguito le scuole cabalistiche più importanti ed i suoi più prominenti rappresentanti. Non dobbiamo

dimenticare che i più antichi autori le ubicano in Spagna, perché è qui che la tradizione cabalistica si struttura e si

trasforma in metodo di sviluppo mistico, che ovviamente, è molto più antico.

Tra 1190 e 1210 possiamo segnalare la scuola di Girona, nella quale Isaac il cieco insieme ad Azariel ed Ezra,

progettano il metodo. Si dice che a questa scuola appartenne anche Maimonide. Quello che sappiamo è che il tale

Bonastruc de Porta è il nome di Hahmanide, che ha il merito di essere uno dei maggiori diffusori della cabala.

La scuola di Segovia aveva nel 1305 Abulafia e nel 1332 Shem Tob ed Isaac di Akko.

Tra 1305 e il 1620, sottolineano gli zoharisti, a Toledo: Moisés di Leon, Recauti, Isaac Louria e Vitale.
Altri cabalisti importanti sono Cordovero, Gavirol, che influenzò la cabala tradizionale. Abram ibn Latif, Gicatilla, Sabati

Zevi, etc.

La scuola di Jerusalem, contrariamente a quello che si potrebbe supporre, è praticamente recente abbinata alle altre.

Si fondò sul secolo XVIII. Il suo maggiore rappresentante contemporaneo è G. Scholem.

I periodi storici
Alcuni autori stabiliscono quattro periodi storici della cabala:

La Tradizione orale.

La tradizione scritta.

L'apparizione dello Zohar

L'espulsione degli ebrei della Spagna.

Quando parliamo della legge ci riferiamo ai due primi periodi i cui aspetti tradizionali e dottrinari rimasero rinchiusi

sotto i termini Midrash, per la parte orale e Mishna per quella scritta. Abbiamo dato anche un riferimento dello Zohar il

quale, nel paese ebraico e per i cabalisti, ha molta rilevanza ed obbliga l'ebreo a volgere lo sguardo di nuovo alle Sacre

Scritture.

Brevi concetti su Dio e sulla creazione


Nel principio vi è l'Ain, cioè, un periodo di riposo. L'aspetto negativo regna sovrano. Da ciò emana la volontà divina o

movimento, l'Ain Soph, che continua a sorgere per emanazioni. Si condensa la prima e sorge la luce infinita, l'Ain Soph

Aur che equivale alla frase biblica "Sia fatta la luce". Questa luce si riunisce in un punto di condensazione. È

l'incoronazione della manifestazione sorta dal riposo, che alcuni chiamano caos. La corona, Kether, è il Dio pristino, l'Io

sono. Il suo nome è Ehjeh.

A Kether arriva la luce intrisa di Saggezza Infinita, cioè, di azione divina che passa dal non manifesto al manifesto.

Questa saggezza di Kether si proietta da sola, come il principio giusto di un raggio o un lampo è proiettato nei punti

successivi che lo compongono. Questa proiezione ha una serie di condensazioni, nove. Il più vicino a Kether è

Chokmah, saggezza. Dio cambia livello ed ora si chiama YAH.

Continua l'azione divina e Chokmah si proietta e si condensa in Binah, l'intendimento o intelligenza. Dio completa il suo

triangolo di manifestazione e si chiama IHVH, il tetragramaton o nome sacro di quattro lettere. Con una Yod ad

indicare un Principio, una H il mondo di sopra ed un'altra H il mondo di sotto. La V rappresenta il punto di unione tra i

due mondi. È Israele che passa nel mezzo, o tesi, antitesi e sintesi. I giorni della creazione non sono ancora iniziati.

Tutto proviene dall'acqua, per questo motivo Binah è rappresentato dalla lettera Mem che simbolizza l'acqua. Tutto

proviene dalla Sacra Trinità, dal triangolo supremo: Kether, Chokmah, Binah; dove Dio dice:Io Sono Quello Che Sono,

Ero e Sarò. Ora verranno i sei giorni dalla creazione ed il settimo del riposo.

È una proiezione di Binah che crea la natura e tutto l'universo, sorge il primo giorno. Tutto è pronto: Kether è il davar,

la parola nascosta, la prima vibrazione, il verbo. Chokmah è il soffio che viene dallo Spirito. Binah è l'acqua nata

dall'aria o soffio generato dal davar.

Con questa materia prima sorge il primo giorno della creazione o proiezione di Binah, chiamato Chesed, dove Dio si

chiama AL'o EL. Segue la proiezione ed appare Geburah e Dio trasforma il suo nome in quello di ELOAH, è il secondo

giorno della creazione. La Saggezza Infinita o movimento dell'Essere continua e crea il terzo giorno della creazione il

cui attributo è Tiphereth, l'equilibrio, la bellezza. Dio regna sulla natura che ha creato maschio e femmina. Per questo

motivo qui prende il nome di ELOHIM che alcuni traducono in "i déi" applicando il plurale a "molti déi" quando, sebbene
è vero che deve usarsi il plurale, lo stesso indica la doppia natura di Dio. Questa creazione ha l'effetto della ruota degli

angeli che intervengono nella natura.

Il quarto giorno della creazione è Nezach o vittoria, dove Dio assieme il nome di JHVH SABAOT. Questa sephira è la

settima partendo da sopra. Ma un altro modo di "leggere" è dal basso verso l'alto, come la scala da risalire. In questo

senso troviamo una curiosità che può essere motivo di studio per i cristiani che si iniziano nella cabala. Si parla

dell'Apocalisse di San Giovanni nella parte dove scrive le sue lettere alle Sette Chiese. In tutte queste lettere menziona

la parola vittoria o vincitore, o dice "a colui che vince...", che può essere relazionato con Nezach.

Il quinto giorno della creazione corrisponde alla sefira Hod, gloria. Dio è chiamato ELOHIM SABAOT. Fin qui non

abbiamo ancora il pronome "he" che si usa in relazione all'uomo che appare nel sesto giorno della creazione. È

necessario perciò un nuovo equilibrio in un altro livello, in quello della fondazione o stabilità delle cose. Questo

equilibrio è quello esprime la sephira Yesod, dove Dio riceve il nome di: Il CHAI, l'uomo è la fondazione e l'equilibrio

delle cose.

Il settimo giorno, quello del riposo, è quando il regno che Dio ha stabilito si nomina Malkuth che vuole dire anche

rettitudine. Qui Dio si chiama ADONAY che vuole dire Signore.

Con la creazione dell'universo e dell'uomo che non è altra cosa che i movimenti dell'Essere manifesto, nascono le
dimensioni che lo Yetzirah stabilisce nel numero di cinque che si producono biforcandosi in dieci direzioni. Chiama

universo quello che noi chiamiamo spazio, anno quello che chiamiamo tempo, ed anima quello che chiamiamo uomo.

Questo è il sistema penta dimensionale che alcuni mostrano mettendo cinque sephirot di fronte ad altre cinque. In uno

spazio continuo le tre dimensioni creano le seguenti sei direzioni: sopra/sotto; nord/sud; est/ovest. In un continuo

temporale una dimensione crea le seguenti due direzioni: principio (passato) e fine (futuro). Nel continuo spirituale c'è

anche una dimensione che crea le due seguenti direzioni: bene e male.

Pertanto, sei direzioni corrispondono allo spazio, due al tempo e due all'uomo o alla mente dell'uomo. Anche in questa

presentazione rimane implicito l'aspetto della dualità, cinque di fronte a cinque. Lo Yetzirah lo stabilisce come le dieci

dita delle mani ed un'alleanza nel mezzo.

L'alleanza

Chokmah Binah

Kether Malkuth

Nezach Hod

Geburah Chesed

Tipheret Yesod

Alcuni studenti di cabala, studiando l'albero dal basso come se fossero livelli di coscienza da raggiungere, stabiliscono

che l'unione di Saggezza ed Intendimento crea Conoscenza ed hanno inventato un'undicesima sephira al quale hanno

dato il nome di Da'ath. Non c'è dubbio che la mente umana è prodiga nelle invenzioni di cose, perché la prima fonte

delle emanazioni è, come abbiamo visto, il Sepher Yetzirah, il quale stabilisce in vari passaggi che sono solo dieci. Per

calcare questo, la sezione 1:4 di detto libro nella versione Gra esprime la cosa seguente: "Dieci sephirot del nulla, dieci

e non nove, dieci e non undici, intendere con saggezza e con intendimento. Esamina con essi e scruta da essi. Fa' che

ogni cosa si erga sulla sua essenza e fate in modo che il Creatore si senta nella sua casa."
Questo si interpreta come se il Creatore si trovi fuori dalla nostra portata. Puoi risalire le sephirot, troverai dieci scalini,

oltre ad essi c'è Dio. Per questo motivo è ineffabile, l'Ain Soph, l'infinito. Se fossero nove, penseresti che Kether è Dio.

Kether è la Sua corona e Malkuth il Suo regno. Kether non è Dio, Egli si trova più in là. Se fossero undici penseresti di

poter arrivare a lui attraverso Kether.

Anche la precedente sezione dello Yetzirah ci indica un lavoro da realizzare: "Esamina con esse e scruta da esse".

Scrutare è ottenere la conoscenza ultima. Sta dicendoci che saliamo sull'albero, delle sephirot, che scaliamo ed

aumentiamo la nostra coscienza, cioè, che meditiamo su esse. Esaminare le cose da un livello di coscienza più

profondo, è vedere le cose nella loro stessa luce, è sperimentare l'Essere. La visione profetica si intende in questo

modo. D'altra parte, la meditazione, cambia il punto di vista di colui che medita, elevandolo. Da lì la frase di questa

stessa sezione che dice: Fa' che ogni cosa si erga nella sua essenza. Con ciò si ottiene anche che il Creatore si senta

nella sua casa. Cioè che noi, benché umani, manifestiamo la luce che portiamo dentro tale quale è la Sua Immagine.

Le lettere: classificazione e relazione con l'Albero della Vita

Tipo Nome Ubicazione nell'albero

Alef

Madri Mem sentiero orizzontale

Shin

Bet

Gimel

Dalet

Doppie Kaf sentiero verticale

Phe

Rosh

Tau

Elementari Hé sentiero obliquo

Vau

Zayin

Chet

Tet

Yod

Lamed

Nun

Samek

Eyin
Tzadi

Qof

"Giochi" ghematrici
Quando nel Pentateuco ed in alcuni altri libri, troviamo un sostantivo, possiamo fare una doppia lettura attraverso la

ghematria. Cioè, sommando tutte le lettere del nome, vediamo che il suo valore si trova tra l'1 ed il 9, o tra il 10 ed il

90, oppure tra il 100 ed il 900. Possiamo ottenere perfino nomi che si trovano tra il 1000 ed il 9000. Questo ci indica il

piano nel quale si trova, cioè di quale livello di creazione si sta parlando attraverso il sostantivo. Dopo, applicando la

riduzione teosofica, qualunque sia il suo valore totale, ci darà sempre un numero tra l'1 ed il 9. Questo indica il

momento della creazione. Chiaro sta che stiamo parlando di simbolismo e frequentemente di un livello nel quale la

nostra mente non ha una realtà che possiamo verbalizzare. Pertanto, in questi casi, la speculazione deve lasciare il

passo alla meditazione.

Se facciamo alcuni esempi, oltre a quelli già fatti nelle pagine precedenti, potremo vederlo più chiaramente. Il nome

Elohim si scrive in ebraico: alef (1), lamed (30), he (5), yod (10), mem finale (600) = 646. Come vediamo, la cifra

totale corrisponde all'ordine delle centinaia, cioè, al livello che abbiamo chiamato Yetzirah, creare qualcosa da

qualcosa. Pertanto, Elohim è il Dio creativo di Yetzirah. Orbene, facendo la riduzione: 6+4+6 = 16; da cui 1+6 = 7, col

quale, otteniamo l'idea di semente. Pertanto, il valore totale indica il piano o mondo di creazione ed il valore ridotto, il

livello nel piano archetipo. Il più vicino all'uno indica che quello che ci viene mostrato è meno denso, più vicino alla

prima vibrazione o Principio.

Proseguiamo con gli esempi; utilizzeremo ora il nome di JHVH, che appare anche nell'atto creativo. In ebraico si scrive

con quattro lettere, questo esempio lo ripetiamo per mostrare la differenza tra JHVH ed Elohim:

yod = 10 he = 5 vau = 6 he = 5 Totale = 26; il quale indica che Yahveh crea in Briah, creare qualcosa dal nulla a

differenza di Elohim che crea in Yetzirah. Riducendo il 26 abbiamo il valore 8 che rappresenta l'archetipo

della concrezione materiale. Non deve interpretarsi come la realtà materiale, bensì l'archetipo di tutto l'universo che
ancora crea ma non realizza.

Eva in ebraico si scrive con tre lettere che si possono tradurre come "Aicha", il femminile di Ish:

alef = 1 yod = 10 shin = 300 Totale = 311; così capiremo che Eva si trova nel mondo yetzirático o livello di

creazione denominato "qualcosa di qualcosa, o piano cosmico". Riducendo 3+1+1, dà 5. Questo numero (5), lo

intendiamo come simbolo del soffio di vita. Ella è pertanto, la madre dei figli di Dio e dei figli degli uomini.

Ma il nome di "Aicha" è utilizzato solo dopo il capitolo V del Genesi, mentre nel capitolo IV è usato il nome Eva, che in

ebraico sarebbe:

He = 5 vau = 6 alef = 1 Totale = 12; questa Eva del capitolo IV non sembra che fosse la stessa perché ci troviamo

nel livello delle decine, cioè, nel Briah, o beriyah, mentre la riduzione ci indica un 3, 1+2, cioè, il movimento. Detto

movimento si sta riferendo alla qualità volitiva di Adam, all'attrazione che sente verso l'Eden. Questa è un modo per

spiegare quello che la fisica moderna spiega altrimenti con un altro linguaggio.

Da parte sua, Set, si scrive con una shin, 300, ed una tau, 400, col quale otteniamo 700, cioè, ritorniamo al livello

yetziratico, mentre la riduzione ci indica di nuovo lasemente, questo sembra essere il significato nascosto della

seconda generazione sorta da Set-Eva.


Abbiamo ignorato alcuni nomi in quanto non li abbiamo nella loro versione ebraica, non vogliamo quindi rischiare di

includerli facendo errori di traduzione. Si è detto che le vocali dei nomi ebraici traducendoli non corrispondono

all'originale. Pertanto, per "giocare" con la ghematria è necessario, se non si domina l'ebraico, avere per lo meno

davanti un dizionario bilingue. Per fare gli esempi precedenti sono ricorso alla Bibbia bilingue delle Edizioni Sinai.

Continuando il gioco delle lettere, con la mentalità occidentale si crea un "aggancio" che può appassionarci

continuando a scoprire alcuni significati. Questo è lo stratagemma utilizzato dai sacerdoti ebraici per svegliare

l'intelligenza dello studente e indirizzarla verso i testi sacri. Tutto è un buon montaggio per tenerci occupati con

pensieri che hanno a che vedere con Dio e la creazione. Ma il mantenere la coscienza focalizzata verso questi temi, fa

sì che il nostro essere interno ci informi attraverso "scintille" di luce, in sonni o in meditazione, o in piccoli "flashes" che

sorgono come nuove idee che arrivano da dentro. Se accettiamo questo gioco e lo facciamo coscientemente, possiamo

combinare la speculazione con la meditazione. Si devono anche contrastare le idee affinché prevalga l'igiene mentale e

non credere a tutto; perché alcune cose non procedono da uno stato di coscienza profondo bensì dalle nostre necessità

psicologiche.

Gli scritti ebraici sono la legge. La legge è il cuore dell'esistenza del paese ebraico. Per rappresentare questo dal punto

di vista della ghematria, si dice che la prima lettera del Genesi è la bet (scritta in mezzo) alla fine sarebbe v, mentre
l'ultima è lamed. La prima nel nome "berechit". L'ultima è la "l" dal nome Israele (Israel). Invertite leggiamo lev. Lev

significa cuore. Col risultato che viene detto che la legge è il cuore dell'esistenza. D'altra parte, lev, formata da L (30)

più B (2), è uguale a 32, uguale al numero dei sentieri: 10 pre-numeri o sephirot e 22 consonanti ebraiche. Pertanto,

torniamo a rimarcare che tutto si trova tra l'alef e la tau. Questa è la legge e questo il cuore dell'esistenza.

Abram si iscrive con un'alef, una bet, una rosh ed una mem finale. La somma dà 703, livello yetzirático, mentre la

riduzione è uguale a 1. L'uno è il principio delle cose, ma affinché esista una creazione visibile ad occhi umani abbiamo

bisogno della dualità, il due, il quale produce il tre o primo triangolo della creazione. Con Abram la creazione rimane

nascosta, per questo motivo con questo nome non c'è discendenza. Nel Genesi il nome di Abram è invertito ad

Abramo, cioè le stesse lettere precedenti più unaHé ebraica di valore 5, in modo che Abramo somma 708 (continua ad

essere lo stesso livello di yetzirah), ma la sua riduzione passa a 6; 7 + 0 + 8 = 15, da cui 1+5 = 6 il cui significato

ontologico è congiunzione, che possiamo intendere come l'intersezione del mondo nascosto col mondo visibile.

Saray si scrive con una shin, una rosh ed una yod. In senso letterale Saray significa principessa, ma applicando la

ghematria vediamo che somma 510, che troviamo anche nel livello yetzirático, quindi riducendo la somma abbiamo un

valore di 6, quello della congiunzione. Con Sarah che letteralmente significa madre di re, la yod viene tramutata con

la hé ebraica, cambiando il suo valore in 505, mantiene il livello ma cambia il senso o l'idea poiché Sarah si riduce a 1.

Isaac si scrive in ebraico con una yod, una tsadé, una het ed una qof, la somma è 208, livello yetzirático, mentre la

riduzione diventa 1. Suo figlio, Jacob, si scrive con unayod, una zain, una qof ed una bet. La somma è 119 e la

riduzione dà 2. È col due o la dualità che la creazione inizia a moltiplicarsi. Vi rammentiamo che Jacob è il padre delle

dodici tribù dell'Israele.

Possiamo continuare a fare esempi come i precedenti, perché abbiamo davanti un'infinità di nomi che possiamo usare

senza uscire dal Genesi. In realtà, i nomi dei coniugi, delle città o luoghi, come di tutta la discendenza, partendo da

Adam possiamo portarli all'addizione e riduzione teosofica o ghematria per confrontarli con le nove idee basilari che

sono espresse nel piano chiamato Atziluth. Alla fine questo lavoro ha tutte le lettere posizionate nei tre piani con le

nove idee basilari. Con questo quadro davanti ed un Bibbia bilingue potete trovare il significato nascosto di ogni

sostantivo del Genesi.

La creazione nella dimensione umana


Il Sepher Yetzirah ed il Genesi stabiliscono che la creazione si produce attraverso la parola. La parola di passaggio, il

nostro nome e tutto quello che nominiamo sono un simbolo della nostra creazione umana. Dio parla, dice "sia fatta"

Lei la luce o "brulichino" Lei le acque. L'essere umano, nel suo livello, fa esattamente la stessa cosa. Un nome che non

abbiamo ascoltato prima non produce nella nostra mente nessun ideogramma, ignoriamo cosa e chi sia e non

riusciamo ad immaginare niente a meno che lo associamo ad una creazione realizzata anteriormente. Se quello che

ascoltiamo è stato registrato nella nostra mente in precedenza, lo colleghiamo subito nella nostra memoria al

significato. Possiamo dire che in quel momento creiamo. Se è così, possiamo dire che l'essere umano crei ogni volta

che nomina qualcosa; atto creativo, benché sia a livello umano, è anche dimezzato dalla parola. "Come ti chiami?",

"come chiami tu tale cosa?", sono domande abituali nella nostra attività quotidiana. Sembra sia necessaria per noi

l'identificazione delle cose, l'etichetta del nome. Nominare le cose è crearle. Ma normalmente domandiamo anche,

"questo a cosa serve?" Le risposte possono essere varie: per volare, per scrivere, per tenere, etc. Questo vuole dire

che la creazione non è completa se non diamo una applicazione alla cosa creata. La funzione di quella cosa creata è

rappresentata dal piano che abbiamo denominato Assiah.

La prima manifestazione della creazione si può rappresentare con un triangolo, da questo, dall'unione di due cause

opposte e complementari ne nasce una terza. A questo triangolo gli applichiamo l'idea di creazione, con il tre ci
rendiamo conto che qualcosa è stato creato. Ma questa creazione non si completa fino a che la mente umana non la

applica, col risultato che il quattro è la funzione delle cose create. Una matita che non scrive sarà un'altra cosa, un

regolo che non misuri non sarà un regolo; affinché un bicchiere sia tale ha bisogno della sua funzionalità di bicchiere

altrimenti sarà un fermacarte, etc.; l'applicazione della cosa è il quarto livello di creazione. In questo modo benché il

tre è il simbolo della creazione, è il quattro che include la dimensione umana, col risultato che col quattro si

rappresenti la materia.

Gli esseri umani creano attraverso vari passaggi che pensiamo separati nella nostra prospettiva temporanea, ma che

sono uniti da un punto di vista cosmico. Se ci riferiamo al Pensiero, Parola ed Opera, dalla nostra prospettiva umana

sono separati dal tempo, ma da una prospettiva cosmica tutto sta succedendo in un solo tempo. Se pensiamo di

costruire una barca, l'idea è il primo punto del triangolo, dopo facciamo il disegno, riuniamo i materiali, li assembliamo,

etc.; questo equivale alla seconda punta del triangolo. Finalmente abbiamo la barca costruita, abbiamo raggiunto la

terza punta del triangolo. Quindi mettiamo la barca in acqua per navigare, con questo passaggio siamo arrivati al

quarto livello di creazione. Ovvero pensiero, parola ed opera si basano sull'applicazione che facciamo di ciò che

abbiamo creato, nella funzionalità risultante dalla nostra creazione. Questo processo che lega pensiero, parola e opera,

dirigendolo verso di noi, contribuisce alla nostra auto-creazione. Allora possiamo dire che siamo ciò che pensiamo.

Dirigendo il nostro pensiero alle relazioni con gli altri, il risultato sociale di pensiero, parola ed opera, si esprimerà

come etica.

Nel Sepher Yetzirah l'azione del pensiero corrisponde col piano di emanazioni chiamato Atziluth. L'azione della parola

corrisponde col piano di creazione chiamato Briah. Il terzo livello o piano dell'opera è in relazione con

la formazione chiamato Yetzirah. Il quarto livello, quello della funzione della cosa o effetto dell'applicazione umana lo

chiamiamo Asshiah. In tutti i livelli c'è una sostanza inerente, l'Ain Soph o Saggezza Infinita.

Visualizziamo continuamente o pensiamo ad idee in modo cosciente o incosciente, a volte in forma positiva, altre in

modo negativo. Se ci procuriamo una scottatura alla mano, invece di visualizzare la mano senza scottatura, ci

concentriamo sul problema, sulla scottatura, la quale scatena i passaggi della creazione che in questo caso è negativa.

Se starnutiamo o ci punge la gola, non ci concentriamo solo sul fatto ma creiamo uno stato febbrile pensando a ciò che

accade. Questo meccanismo che giorno per giorno creiamo è il sistema di come noi umani creiamo situazioni

sconvenienti per noi stessi, perché da quando c'è un pensiero c'è creazione, il pensiero è l'uno, il sentirsi malato è il

quattro. Se tenessimo presente questo, dovremmo utilizzare il nostro pensiero in maniera costruttiva e conveniente
per noi stessi e per gli altri. Quando uno osserva qualcosa dovrebbe concentrarsi sul fatto senza anticipare gli

avvenimenti, ed in ogni caso, creare un pensiero positivo nello stesso momento. Se voi starnutite, non pensate subito

al peggio.

Nel cosmo non esiste passato, presente o futuro, lì c'è tutto, tutto è, in modo che i pensieri positivi scateneranno i

passaggi della creazione positiva che possiamo formulare in ogni momento. Se avete un problema, visualizzate la

soluzione, non concentratevi sul problema, questo esiste già, è già stato creato, ora la soluzione è creare l'azione

contraria e positiva, pertanto non continuate ad alimentare il problema già esistente, create, ricreate ciò che

desiderate.

Un'altra cosa da tenere in considerazione è la relazione tra credere e creare. Vi rendete conto di ciò che la mente

umana sta creando attraverso le proprie credenze negative? Se credete nel diavolo o in qualunque cosa che vi

spaventi, se credete di essere incapaci di realizzare qualunque cosa o se credete in entità astratte che possono farvi

del male, etc., con la vostra immaginazione, con i vostri pensieri state creando fino al livello quattro, questa funzione o

effetto della creazione, ricade negativamente su di voi. Praticamente tutta l'esistenza è un atto di auto-creazione.

Pertanto, la prima cosa che bisogna fare è togliersi di dosso tutte le credenze negative, rieducarsi fino al punto di

accettare ciò che si conosce o non si conosce, ma mai accettare a priori qualcosa i cui effetti sono negativi per noi o
per gli altri.

Il pensiero è una forza creativa potente, e crea sempre, in un senso o in un altro. Crea quando si aspira con forza e

determinazione, e crea quando pensiamo di non meritare quello che stiamo chiedendo. Crea sempre, il risultato sarà in

funzione, o la conseguenza di quello che si è pensato.