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Letà Crispina

Appunti l’età crispiniana

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Storia contemporanea

Marialuisa Lucia Sergio

L L'età crispina e la crisi di fine secolo


Scienze SERSS
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Indice

1. Paragrafo: Autoritarismo, accentramento e riforme p.


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2. Paragrafo: Il funzionamento del sistema costituzionale p. 8

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1. §: Autoritarismo, accentramento e riforme
Tra il 1887 e il 1891 - per tutta la durata dei primi due ministeri presieduti da Crispi - la tensione
sociale si accentuò nel paese, per l'aggravarsi della crisi agraria, per l'esplodere della crisi edilizia,
per le difficoltà in cui cominciarono a trovarsi alcune industrie, per le speculazioni favorite dalla
politica di denaro facile perseguita dalle banche tra il 1883 ed il 1887, per l'incontro tra la crisi
economica interna e quella internazionale, delineatasi nel corso del 1890 e durata fino al 1895-1896.
Le masse popolari reagirono alla crisi sia incrementando l'emigrazione, sia con un aumento delle
lotte che - nonostante l’intensificata repressione crispina - videro scendere spontaneamente in
piazza migliaia di disoccupati e registrarono un crescendo di scioperi nelle città e nelle campagne,
soprattutto nella bassa pianura emiliana e romagnola. Di lì a poco, a Genova nell'agosto 1892,
dall'incontro tra lo spontaneo movimento di lotta della classe operaia e la coscienza socialista di
alcuni intellettuali nacque il Partito socialista, con la separazione tra anarchici e socialisti; con la
distinzione tra la «lotta di mestieri» e la «lotta più ampia» per la conquista dei poteri pubblici, che
darà vita alla distinzione tra attività sindacale e attività politica; con strumenti ideologici per
differenziarsi dai partiti democratici borghesi (i quali con un programma unitario anticrispino - il
patto di Roma - avevano affrontato il crescere della repressione e le elezioni generali del novembre
1890, che avevano registrato un grosso successo del governo e uno spostamento a destra dell'asse
della maggioranza di Crispi). Anche sull'altro versante, quello cattolico, questi furono anni di
robusta crescita organizzativa e numerica del movimento intransigente, soprattutto dopo il
fallimento del tentativo di conciliazione del 1887; mentre sul piano dell'elaborazione ideologica il
periodo 1885-1890 fu piuttosto di transizione, tra le utopie conservatrici derivate dagli scrittori
controrivoluzionari e romantici del primo ottocento a più concreti programmi sociali, sempre
proiettati però a stabilizzare i rapporti sociali e a tutelare paternalisticamente gli operai, i contadini,
i piccoli proprietari di terre contro gli aspetti più duri ed esplosivi dello sviluppo del capitalismo.
Una spinta decisiva all'attività sociale dei cattolici derivò dalla pubblicazione, il 15 maggio 1891,
dell'enciclica Rerum novarum.
La risposta della classe dirigente alla crescita in corso in una parte della società civile fu,
con Crispi, un impasto di autoritarismo, accentramento e riforme, di grandissima importanza dal
momento che, per un verso, chiuse il dibattito ventennale sulle forme e i modi dell'unificazione
amministrativa, sia ratificando definitivamente parecchie scelte effettuate nel 1865 e il rapporto da
esse instaurato tra Stato e società civile, sia approfondendo e completando la rivoluzione borghese;
e per un altro verso segnando profondamente l'assetto statuale del paese, in quanto sopravviventi
nelle linee generali istituzionali - se non nella concreta prassi politica - fino al fascismo e oltre.
L'opera legislativa a cui si dedicò Crispi appena giunto alla Presidenza del consiglio fu di
enormi proporzioni, anche se quasi tutti i progetti di legge discussi avevano alle spalle una lunga
storia di dibattiti, vicende politiche e discussioni nelle commissioni parlamentari, che non può certo
essere racchiusa nel breve periodo di vita del primo e del secondo ministero Crispi. In questo
periodo, tuttavia, il presidente del consiglio poté disporre di una larga base di consenso, nel
parlamento e fuori, per l'appoggio delle forze sociali e politiche che si riconoscevano nel blocco
protezionistico, nella politica estera più aggressiva e vivace, nell'espansione coloniale. Perciò lo
statista siciliano poté dare sfogo alla sua personale inclinazione a relegare in secondo piano le pur
gravi questioni economiche e finanziarie o a trattarle come problemi tutti politici o tecnici
(emblematico fu il suo modo di affrontare e condurre la guerra doganale con la Francia), per dare
una netta prevalenza alle questioni interne, amministrative, istituzionali, di gestione del potere e di
organizzazione dello Stato, annunciando l'ampio programma riformatore nel discorso di Torino del
25 ottobre 1887 e imprimendo nei mesi successivi un ritmo intenso ai lavori del consiglio dei
ministri e del parlamento, nonostante l'azione frenante esercitata dalla crisi economica e finanziaria
in atto e dai dissensi entro la maggioranza.
Eccettuata la scuola, non vi fu settore dell'amministrazione e della legislazione in cui non si

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esplicò l'opera riformatrice e sistematrice di Crispi, alla quale non si può attribuire, date le molte

contraddizioni, il carattere di un disegno organico radicato nel passato di esponente della Sinistra
come invece voleva il presidente del consiglio -; ma certo le si debbono riconoscere connotati
precisi, una rapida realizzazione, il perseguimento di una direttrice costane di rafforzamento del
potere esecutivo. A tale proposito, Ragionieri (1976) ha messo in guardia contro l'inesattezza -
quantomeno sotto il profilo giuridico-costituzionale - del luogo comune di attribuire a Crispi la
tendenza a instaurare una sorta cancellierato alla Bismarck, sia per la sostanziale estraneità del
bagaglio ideale politico dello statista siciliano al tipo di spinte autoritarie configuratesi nell'istituto
del cancellierato germanico; sia per l’effettiva, profonda contrapposizione tra la sua preparazione
dottrinaria (a cui si era ispirata molta parte dell'azione parlamentare dai anche dell'opposizione) e il
suo concreto operare all'interno di una reale continuità dello Stato che doveva dirigere.
Il fatto essenziale è che però l'iniziativa riformatrice, di cui si fece promotore Crispi si collegava
a precisi orientamenti della tradizione politica italiana, a una continuità statuale unitaria
caratterizzata dall'accentramento, modernizzandola secondo le esigenze poste dallo sviluppo del
paese e dalla politica di potenza, la quale presupponeva uno Stato moderno e funzionale in grado di
realizzarla.
La linea - potenziata subito dopo l'unità, accentuata con la Sinistra al potere, acutizzata nell'età
crispina - consistette nel non disgiungere mai l'accentramento del potere politico, indispensabile per
la salvaguardia dei rapporti di classe, dalla mortificazione delle spinte all'autogoverno e
all'autonomia, rintuzzate con la concessione di quelle misure di decentramento soltanto burocratico
che, di volta in volta, apparissero possibili e necessarie sia per imbrigliare e decapitare i movimenti
tendenti a configurare lo Stato italiano in forme democratiche nuove, sia per una maggiore
funzionalità dell'apparato amministrativo. Le riforme amministrative di entrambi gli uomini politici
nei quali di solito si identificano le due divergenti tendenze della borghesia italiana, quella
autoritaria in Crispi e quella liberale in Giolitti, dimostrano quanto fosse limitata - nel contesto
statuale postunitario - la possibilità di iniziativa e di trasformazione, e come l'allargamento della
partecipazione popolare all'esercizio del potere fosse compatibile soltanto con una ulteriore
accentuazione dei controlli e della tutela, nel quadro dei rapporti di classe dominanti nella società
italiana. L'accentuazione dei controlli è ben visibile, per esempio, nella legge sull'ordinamento
comunale e provinciale del 1888, che pure rappresentò il momento più alto dell'opera riformatrice
di Crispi, nel senso del tentativo di integrazione della società nello Stato e di un aumento della
libertà dei cittadini: anch'essa fu contenuta entro la gabbia che contemperava le istanze di
modernizzazione con la logica accentratrice e autoritaria dello Stato borghese. In sostanza Crispi
perseguì obiettivi come il rafforzamento dell'esecutivo e l'accentuazione della non centralità del
parlamento riuscendo ad aggregare – ben oltre il trasformismo di Depretis – delle forze politiche
diverse in una maggioranza parlamentare notevolissima, mentre egli non si identificava in modo
specifico con nessuno dei settori della camera, e si garantiva l'appoggio del senato modificandone
largamente la composizione con la nomina in due anni di ben 135 nuovi senatori.
Tra le principali leggi di riforma varate da Crispi nei primi due ministeri, occorre ricordare tra i
primi provvedimenti (quando, nel luglio 1887, egli era ancora ministro dell'interno di Depretis) la
riforma degli organici del ministero dell'interno, per rendere più efficaci le funzioni di direzione e di
controllo dell'amministrazione centrale, seguita da un aumento abbastanza rilevante degli effettivi e
degli stipendi del corpo di pubblica sicurezza. Anche in seguito Crispi tornerà sull’organizzazione
del ministero dell'interno facendone il punto di forza sia per l'azione di governo sia per la prassi
degli interventi amministrativi: fallito il tentativo di realizzare un effettivo controllo dei vari corpi di
polizia sotto l'unica autorità centrale, con la mancata creazione del corpo delle Guardie di città, la
legge 21 dicembre 1890 precisò l'ordinamento e le attribuzioni del personale di pubblica sicurezza.
Intanto già la legge 14 luglio 1887, sul collocamento in aspettativa, disponibilità e riposo per
motivi di servizio dei prefetti, in deroga alle norme generali sulle disponibilità e aspettative senza
alcun inquadramento per i funzionari allontanati, aveva aumentato il controllo politico del governo

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sulle amministrazioni periferiche, aveva dato una sanzione legislativa a una prassi largamente
invalsa fin da dopo l'unificazione, aveva accentuato la funzione essenzialmente politica dei prefetti,

sottolineata - nella stessa legge - dall'abolizione dell'incompatibilità fra carica parlamentare e


ufficio prefettizio. Anche il disegno di legge del gennaio 1891, non approvato, tendente a creare la
figura del superprefetto rappresentante il potere esecutivo in tutti i settori della pubblica
amministrazione, tentò di dare veste normativa, aumentando però il controllo del potere centrale, a
una situazione di fatto in cui il prefetto già era l'autorità con la più vasta competenza in tutto
l'ordinamento amministrativo italiano con compiti che investivano, attraverso controlli e
condizionamenti, tutta la vita della provincia, dall'amministrazione alla polizia, dalla giustizia ai
corpi morali, alla scuola, dalla beneficenza alla salute pubblica. La conseguenza più palese di
questa incombente presenza che rifletteva nelle proprie funzioni l'accentramento politico e
amministrativo e il decentramento burocratico dell'organizzazione statuale, essendo il massimo
rappresentante - nella provincia - del potere esecutivo nella sua globalità, fu la costante ingerenza
dei prefetti nell'organizzazione della vita politica locale e nelle elezioni, secondo un meccanismo di
potere che controllava ogni forma associativa autonoma - anche dei gruppi dominanti - per
assicurare la continuità nella direzione del paese, e secondo l'ordinamento esistente, alle forze che al
centro detenevano il potere. Perciò la selezione e la destinazione dei prefetti fu sempre ispirata a
criteri quasi esclusivamente politici, il loro trattamento economico era elevatissimo, il loro rapporto
col governo era di piena dipendenza dal ministro in carica, secondo la cui discrezione essi potevano
essere trasferiti, esonerati, promossi, collocati a disposizione.
L'obiettivo di Crispi di affermare il principio dell’autorganizzazione dell'esecutivo al di fuori del
controllo parlamentare per consolidarne la supremazia su ogni altro potere politico e civile,
rendendo al contempo efficiente la pubblica amministrazione mediante l’esatta regolamentazione
della responsabilità, fu chiaramente visibile nella legge 12 febbraio 1888 sul riordinamento
dell’amministrazione centrale dello Stato. Essa stabilì che il numero dei ministeri potesse essere
diminuito su proposta del presidente del consiglio con decreto reale anziché con una legge; attribuì
al governo la facoltà di fissare le attribuzioni e l'organizzazione interna dei ministeri; istituì i
sottosegretari di Stato, che affiancarono i ministri con un preciso carattere politico, in sostituzione
della figura amministrativa del segretario generale. La compresenza di modernizzazione e
accentramento autoritario fu anche alla base della nuova legge sanitaria promulgata il 22 dicembre
1888. Essa, rimasta alla base della successiva legislazione sanitaria italiana almeno fino alla
costituzione del ministero della sanità nel 1958, dopo essere confluita in gran parte nel testo unico
dei 1934, consolidò l'ordinamento gerarchico ereditato dal Regno sardo e confermato con la legge
del 1865, pur conferendo maggior potere (ma soltanto consultivo) agli elementi tecnico-sanitari.
La legge del 1888 ebbe una notevole importanza come affermazione del principio del doveroso
intervento dello Stato a tutela della salute dei cittadini, intesi come capitale della nazione e come
potenzialità economica, e non più secondo l'ottica comune ai politici della precedente generazione
della «carità legale» come istanza politico-morale. Tuttavia, la tutela della sanità pubblica era
ancora concepita (e continuerà ad esserlo per decenni) come attività di polizia, come un complesso
di misure limitative della sfera individuale, donde un perdurante dualismo tra l'elemento tecnico-
sanitario formalmente privo di poteri decisionali, e l'elemento burocratico-amministrativo dotato di
tutti i poteri d'intervento, ma estraneo alla problematica sanitaria. Pochi giorni dopo la
promulgazione della legge sanitaria, il 30 dicembre 1888 le Modificazioni e aggiunte alla legge
comunale e provinciale 20 marzo 1865 rappresentarono il maggiore sforzo del presidente del
consiglio di rendere organica la classe dirigente, recependo una parte consistente delle istanze
riformatrici (anche provenienti dalla Destra, in polemica con la Sinistra storica che aveva disatteso
le promesse di decentramento amministrativo), e incanalandole in un rigido sistema di controlli.
Tale legge rese pubbliche le sedute dei consigli comunali, e le regolò in modo da consentirne il
prolungamento oltre i trenta giorni della sessione ordinaria e da permetterne l'autoconvocazione;
inoltre - adeguando le amministrazioni locali a ciò che sul piano politico aveva rappresentato la

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riforma elettorale del 1882 - estese il suffragio elettorale a tutti i cittadini maschi che sapessero
leggere e scrivere e che pagassero almeno cinque lire annue di imposte dirette, mentre l'elettorato
passivo fu concesso a tutti gli aventi diritto di voto, salvo alcune

limitazioni, tra cui coloro che erano stati colpiti da ammonizione. Furono dunque esclusi gli
analfabeti e le donne e fu definitivamente sancita la prevalenza della capacità sul censo, dando un
primo grosso colpo alla tradizionale identificazione del comune con il gruppo dei notabili locali.
L’introduzione, inoltre, del sistema del «voto limitato», in sostituzione della lista maggioritaria, rese
possibile la rappresentanza delle minoranze. Infine fu estesa anche al consiglio comunale la
revocabilità del sindaco - prima attribuita solo al re -, e fu introdotto il sindaco elettivo, ma nei soli
comuni capoluoghi di provincia, di circondario, o con popolazione superiore ai 10.000 abitanti: la
ragione, spiegò Crispi nella relazione che accompagnava il progetto di legge, era da cercare nella
minore educazione alla cosa pubblica nei piccoli comuni, e quindi nella possibilità che l'esito delle
contese elettorali fosse meno moderato, con l'elezione di sindaci sovversivi o clericali o con
l'attribuzione della carica - quasi fosse un privilegio feudale ereditario - ai grandi proprietari. Erano
soprattutto questi ultimi, militanti tra i moderati, a preoccupare il presidente del consiglio, insieme a
quei gruppi di borghesia che - come a Milano - rivendicavano una più ampia libertà di azione
rispetto al governo centrale «giacobino»: appena giunto al potere, il moderato Di Rudinì renderà
infatti elettivi i sindaci di tutti i comuni, con la legge del 29 luglio 1896.
La legge del 1888 introdusse però anche un nuovo sistema di controlli, che limitò in modo
sostanziale la maggiore autonomia attribuita alle amministrazioni locali: la contabilità comunale fu
regolata da norme rigide, la funzione di controllo sugli atti dei comuni fu sottratta alla deputazione
provinciale - il cui presidente divenne ora elettivo e non fu più il prefetto e fu affidata a un organo
di nuova istituzione, la Giunta provinciale amministrativa, presieduta dal prefetto e composta da
due consiglieri di prefettura nominati dal governo e da quattro elettori della provincia eletti dal
consiglio provinciale al di fuori del proprio seno. Il nuovo organismo formalmente realizzava la
tanto auspicata separazione tra politica e amministrazione e registrava una prevalenza dell'elemento
elettivo; di fatto però la reale direzione rimaneva affidata al prefetto, per cui la tutela sugli enti
locali cessò di essere affidata a un organo totalmente elettivo come la deputazione provinciale, sia
pure presieduto da un funzionario governativo, per essere attribuita a un organo misto e più ristretto,
nella quale la volontà dei rappresentanti del potere centrale poteva prevalere più facilmente e in cui
la concezione dei controlli sui comuni - sopravvissuta fino ad oggi - era che essi fossero effettuati
nell'interesse dello Stato, così come la concezione della finanza comunale era che essa fosse
subordinata e asservita allo Stato. In realtà, entro il quadro dei rapporti di classe dominanti nella
società italiana, l'allargamento del suffragio amministrativo e dei poteri attribuiti alle
amministrazioni locali erano compatibili solo con una ulteriore accentuazione dei controlli e della
tutela, che limitassero il più possibile le implicazioni democratiche eventualmente affioranti
dall'allargamento della gestione del potere. La giunta provinciale amministrativa era una vera e
propria oligarchia che controllava tutte le libertà e i principali interessi della provincia: soprattutto
dopo che ad essa fu attribuita dalla legge 1 maggio 1890 anche la competenza a decidere in prima
istanza dei ricorsi contro gli atti delle amministrazioni locali. A un livello superiore compiti
giurisdizionali furono assegnati dalla legge 31 marzo 1899 alla IV sezione (di nuova istituzione)
del Consiglio di Stato, chiamata a decidere con sentenza, dopo pubblico dibattito, sulla legittimità -
e in speciali materie anche sul merito - degli atti della pubblica amministrazione lesivi di interessi
legittimi, emanati per incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge. Si può individuare nel
periodo compreso tra l'unità e la promulgazione del codice Zanardelli e del nuovo Testo unico di
pubblica sicurezza nel 1889 un periodo di costruzione e perfezionamento dell'intero sistema
preventivo, con una crescente divaricazione tra un sempre maggiore garantismo nel campo del
diritto penale e un processo opposto sul piano cosiddetto « preventivo », a proposito del quale
vennero attribuiti, all’esecutivo poteri sempre più ampi, sottratti ad ogni controllo giurisdizionale:
essi si trasformarono così in strumenti di repressione molto più agili ed efficienti delle stesse norme

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penali e di fatto annullarono i diritti di libertà. Un istituto emblematico di tale processo fu il
domicilio coatto, il quale divenne progressivamente uno strumento di larga applicazione,
perfezionato nella prassi in modo da divenire del tutto fungibile col carcere e collegato con l'istituto
dell'ammonizione.

Mentre veniva potenziato il sistema preventivo, furono dunque recepiti alcuni orientamenti più
liberali sul piano della tutela della libertà personale, per esempio con le riforme del codice di
procedura penale; o sul piano dei tentativi - in verità falliti - per assicurare un’indipendenza ai
magistrati che li sottraesse al controllo del potere esecutivo, almeno con qualche forma di
inamovibilità, per esempio con l'istituzione della Commissione Villa consultiva centrale nel 1880 e
con la riforma Zanardelli delle ammissioni e promozioni in magistratura con la legge 8 giugno
1890. Anche il nuovo codice penale, emanato il 30 giugno 1889 ed entrato in vigore il 1° gennaio
1890, rappresentò una nazionalizzazione dell'intera materia: esso unificò finalmente la legislazione
penale, completando l'opera non conclusa nel 1865; abolì la pena di morte, sostituendola con
l'ergastolo per i reati più gravi; punì gli « abusi del clero », cioè le critiche alle istituzioni e alle
leggi dello Stato da parte dei ministri del culto; soppresse le « fattispecie di sospetto » e introdusse
sul piano formale maggiori garanzie procedurali; sancì la libertà dello sciopero pacifico, ma ne
limitò l'esercizio con l'uso estensivo dei concetti di violenza e di minaccia, riflettendo la prassi
giurisprudenziale accumulata dalla magistratura nei casi di agitazioni operaie e contadine.
Il nuovo codice tuttavia esasperò ulteriormente la difesa della società imperniata sul principio
della proprietà privata; introdusse una maggiore tutela dell'autorità, attraverso i reati di violenza,
minaccia, resistenza, oltraggio contro l'autorità; tradusse la teoria della « difesa sociale » nella sua
reale funzione di difesa di classe, criminalizzando il dissenso politico con nuove ipotesi di reato,
quali il vilipendio delle istituzioni, la propaganda anarchica e socialista, l'apologia di delitto e
l'eccitamento all'odio di classe; confermò la grave limitazione al diritto di associazione con il
divieto delle associazioni armate, di quelle dirette alla cospirazione politica, di quelle a delinquere,
alle quali ultime attribuì i delitti contro l'amministrazione della giustizia, la fede pubblica,
l'incolumità pubblica, il buon costume, l'ordine delle famiglie, la persona e la proprietà, e i delitti di
apologia di reato, di incitamento a disobbedire alle leggi, di eccitamento all'odio fra le classi sociali
in modo pericoloso per la pubblica tranquillità.
Lo stesso giorno del codice penale fu promulgata anche la nuova legge di pubblica sicurezza, ad
esso strettamente complementare. Il significato di fondo dell'intera legge (che resterà in vigore fino
al 1926, mentre il codice Zanardelli sarà sostituito nel 1930 dal codice Rocco) risiede nella funzione
di repressione preventiva contro le «classi pericolose della società», affidata interamente alle misure
di polizia, col completo abbandono dei diritti di libertà del cittadino all'arbitrio dell'autorità politica
e della macchina amministrativa, e alla discrezione di ciascun questurino.
Essa assegnò alla polizia poteri maggiori, sia contro la libertà di manifestazione del pensiero, con
la censura teatrale e la licenza di stampa e di affissione, sia contro le dimostrazioni politiche, con
l'obbligo di preavviso di almeno 24 ore all'autorità per ogni riunione pubblica e con la facoltà
praticamente illimitata della p.s. di sciogliere qualsiasi adunata, oltre che per i consueti motivi di
ordine pubblico anche per grida sediziose. Inoltre affinò le norme limitative dell'iniziativa privata,
lasciò pressoché invariate le disposizioni sui lavoratori, mostrò la tendenza a indicare norme di
polizia del lavoro, nell'ambito di una nuova branca di polizia sociale; e soprattutto sistemò in un
apposito titolo, prima inesistente, l'insieme delle misure preventive contro le classi «pericolose» per
la società (rimpatrio obbligatorio, ammonizione, sorveglianza speciale di pubblica sicurezza,
domicilio coatto), il cui ambito di applicazione venne ulteriormente esteso e il cui funzionamento
era assai agile e dei tutto controllato dall'esecutivo.
L'ultima delle grandi riforme di Crispi fu la legge del 17 luglio 1890 sulle istituzioni pubbliche
di beneficenza, secondo il duplice obiettivo di sistemare legislativamente per la prima volta tutto il
settore assistenziale, avocando allo Stato il diritto-dovere di gestire l'assistenza pubblica e
sottraendola all'episodicità della carità privata per lo più religiosa; e di proseguire e compiere la

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laicizzazione dei beni ecclesiastici o controllati dal clero, che Crispi aveva sempre sostenuto, e che
era rafforzata in lui dalla tradizione giurisdizionalistica e reagalista del pensiero meridionale e da
uno stretto legame con la massoneria.
La legge, che Jemolo definì una delle migliori opere di Crispi legislatore, ispirata senza

intemperanze ai grandi principi della borghesia liberale, stabilì che fossero convertite e
concentrate nelle congregazioni comunali di carità tutte le opere pie di cui fosse venuto meno lo
scopo per cui erano state fondate, o che non corrispondessero più a un bisogno sociale, o che
fossero utilizzate per beneficare persone non indigenti; furono inoltre esclusi dalla partecipazione
all'amministrazione delle congregazioni di carità coloro che non fossero eleggibili nei consigli
comunali e quindi, in primis, gli ecclesiastici aventi cura d'anime . Pertanto, la legge non solo colpì
la rete di interessi organizzata da secoli intorno ai patrimoni delle opere pie, soprattutto nel
Mezzogiorno, ma intaccò direttamente uno dei maggiori centri di potere del clero e suscitò
vivacissime discussioni e polemiche da parte dei moderati e dei cattolici, sconfitti dall'ostinazione
del presidente del consiglio.
Con lucidità, tirando le somme dell'azione riformatrice di Crispi, lo storico Ernesto Ragionieri ne
ha colto il tratto saliente nell'intreccio tra politica economica protezionistica e rafforzamento del
potere esecutivo, evidenziando - in un momento di svolta decisiva per la storia italiana ed europea -
lo stretto legame tra politica ed economia che caratterizzò il «decollo industriale» italiano. D'altra
parte, la provenienza dal movimento rivoluzionario risorgimentale del presidente del consiglio ne
accentuò la preoccupazione nei confronti delle forze sociali nascenti e antagonistiche a quella
borghesia che aveva compiuto la rivoluzione nazionale; perciò, dinanzi al problema dell'avvento
delle masse sulla scena politica, l'opera riformatrice di Crispi tentò di porre in atto tutti gli antidoti a
tale processo, di scongiurarne le conseguenze, di prevenirne e controllarne gli effetti, fissando
contemporaneamente i limiti invalicabili del sistema sociale e politico italiano. Di qui la grande
importanza del sistema di controlli e di contrappesi, della commistione di autoritarismo,
accentramento e riforme anche ardite per mezzo della quale Crispi collegò senza soluzioni di
continuità la sua opera di governo con la struttura tradizionale dello Stato italiano, realizzando
intorno a sé il maggior blocco di forze sociali e politiche mai registrato a sostegno di un governo
dopo l'unità.

2. §: La crisi politica di fine secolo

La crisi politica dell'ultimo quadriennio del secolo coincise con una drammatica crisi di
egemonia della classe dirigente liberale, resa più acuta dalla frattura crescente tra momento
economico e ceto politico dirigente, rimasto un'oligarchia chiusa e priva di ricambio ai vertici;
incapace di una moderna organizzazione di partito da contrapporre ai « rossi » e ai « neri »; legata a
una concezione da ottimati, paternalistica, ruralistica della vita civile e dei rapporti sociali; indotta a
reagire alla marea montante dei ceti inferiori esasperando gli elementi di autoritarismo e di
oppressione burocratica connessi con l'esperienza italiana, il distacco tra Stato e società civile, la
subordinazione del potere legislativo all'esecutivo; ostile alla presa di coscienza politica e sindacale
delle masse popolari, affrontata riconducendo il problema sociale a un problema di ordine pubblico
e facendo di quest'ultimo la sostanza di un programma di governo. La crisi politica, parallela
all'inizio del decollo industriale e dunque al conflitto di interessi e di prospettive di sviluppo tra la
borghesia imprenditoriale del Nord e i ceti agrari del centro-sud, spaccò il fronte unitario di classe,
costituito in funzione antipopolare al cospetto dei tumulti, e mise in crisi il tentativo di realizzare un
progetto organico di reazione, provocando un mutamento dei rapporti di forza all'interno del blocco
di potere dominante e l'emergere di un nuovo equilibrio, corrispondente - di lì a poco - al nuovo
corso giolittiano.
Contemporaneamente anche i due « nemici » dello Stato liberale, il Partito socialista e le

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organizzazioni di massa dei cattolici controllate dall'Opera dei congressi, facevano le loro scelte,
entrambi nel senso del ripudio della precedente intransigenza: i socialisti con lo sguardo a una più
moderna società borghese egemonizzata dai ceti imprenditoriali del Nord, a una prospettiva di
sviluppo democratico e a una politica di riforme, che di fatto coincise con un ripiegamento sulla
pura difesa delle istituzioni borghesi e con la rinuncia all'uso della lotta di classe.
L'intransigentismo cattolico, dal canto suo, dinanzi alla paura di classe al cospetto della protesta
popolare, scoprì senza

più incertezze lo sbocco politico della propria intrinseca vocazione conservatrice, nel definitivo
accostamento allo Stato liberale e nell'emarginazione dei più genuini fermenti sociali al proprio
interno. Il reciproco ralliement e i legami politici sempre più stretti tra borghesia liberale e cattolica
negli ultimi anni del secolo ebbero un supporto anche sul piano economico, nel senso che la
borghesia cattolica non restò estranea al decollo capitalistico, sulla base dell’adesione unificante al
protezionismo e di una convergenza di interessi quantitativamente molto più rilevante che nei primi
decenni postunitari.
La successione di Crispi fu raccolta dai grandi latifondisti meridionali (un ceto unificato dal
conservatorismo politico e dall’immobilismo sociale) e dalle forze più articolate e dinamiche dei
moderati lombardi, con l'appoggio del gruppo radicale, però in posizione subalterna e
strumentalizzata. Queste forze erano tenute insieme dall'anticrispismo, dall'obiettivo di una politica
coloniale di raccoglimento, da una comune francofilia, dal programma di nuove elezioni, da alcuni
progetti di accentramento amministrativo (Belardinelli, Rossi Doria), destinati al fallimento. La
grave crisi aperta dalle elezioni del marzo 1897 con la forte avanzata dell'Estrema sinistra, parallela
a un intensificarsi delle agitazioni nelle campagne, diede tuttavia inizio - sul piano governativo - a
un periodo di equilibrismi parlamentari, di progressiva frantumazione delle alleanze politiche e di
più accentuate aperture del presidente del consiglio Rudinì verso un'alternativa di sviluppo agrario,
sposata alla repressione contro rossi e neri intensificata ed estesa a tutto il territorio nazionale.
L'ingresso del gruppo zanardelliano nella maggioranza governativa, dopo il rimpasto del
dicembre 1897, sancì il distacco definitivo dal marchese siciliano dei moderati lombardi, con una
più netta polarizzazione delle forze, tutto ciò in coincidenza dei primi sintomi di un promettente
risveglio industriale in alcune zone settentrionali, e delle buone condizioni dell'agricoltura di larghe
plaghe della pianura padana e di pochi altri territori. Tuttavia, all'aprirsi dell'anno 1898, questi
fattori incidevano ancora assai poco sulle condizioni di vita e sull'economia del paese globalmente
considerata, nella quale restava l'attività più rilevante un’agricoltura nel complesso arretrata, che
non riusciva più a soddisfare tutte le esigenze del mercato interno: il costo del pane era divenuto
sempre più elevato, sotto la pressione del dazio sul grano, e il consumo medio pro capite si era
contratto progressivamente. In queste condizioni, unite ad ulteriori fattori locali di malessere
economico e di tensione sociale si ebbe una prima esplosione popolare tra l'inizio dell'anno e la
metà di marzo, di fronte a un nuovo rincaro del prezzo del pane, i tumulti spontanei si riaccesero
intorno al 25 aprile, investendo prevalentemente, nell'arco di una settimana, le campagne e alcuni
grossi centri urbani ma non industriali del Sud e delle zone centrosettentrionali, per assumere in
seguito, nella prima decade di maggio, caratteristiche più accentuate di protesta operaia nelle zone
industriali del Nord, con una maggiore consapevolezza politica, che però non riuscì a coagulare la
protesta in un movimento unitario di opposizione.
In generale i tumulti, del tutto spontanei, senza alcuna guida anarchica o sindacale o del Partito
socialista, che anzi svolse un'azione frenante e di disconoscimento delle lotte, si differenziarono nel
complesso dalla casistica consueta delle rivolte popolari e fornirono ad essi una peculiare
configurazione unitaria.
Il governo fece ricorso agli stati d'assedio, ai tribunali militari, a una durissima repressione a tutti
i livelli contro i movimenti politici di estrema sinistra, contro la stampa, le associazioni sindacali e
di mutuo soccorso; e anche - seppure con minore intensità, estensione, durata - contro i cattolici

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intransigenti, per fiaccarne il rigido astensionismo, facilitarne l’accostamento conservatore alle
istituzioni liberali, indebolirne o condizionarne il peso a livello di amministrazioni locali.
Parallelamente si delineò la tendenza di tutta la borghesia, anche nelle sue frange politicamente più
avanzate, a ricomporsi immediatamente in un comune fronte di classe, su contenuti puramente
repressivi e con l'obiettivo di un piano organico di reazione antipopolare finalizzato non solo
all'eliminazione delle organizzazioni sindacali e partitiche popolari, ma allo scalzamento degli stessi
istituti della democrazia borghese per trasformarli in strumenti inamovibili di dominio di casta, con

l'intervento via via del potere esecutivo, del giudiziario, del legislativo.
La repressione novantottesca non si configurò dunque soltanto come un « conato autoritario »
della parte più reazionaria della borghesia, secondo la definizione crociana e neppure come la
vicenda di un generale che avrebbe « perduto la testa » o di un presidente del consiglio smodato
nella repressione per impotenza ma come un tentativo organico di reazione istituzionalizzata, in cui
confluì la repressione contingente dei tumulti; in un disegno globale di colpire ovunque esistessero
masse operaie e contadine organizzate, ovunque l'avanzata dei socialisti e repubblicani minacciasse
l'egemonia dei ceti dominanti.
Il disegno reazionario si snodò senza sostanziali fratture per tutto l'arco della restante attività di
governo di Rudinì e dei successivi ministeri Pelloux: del primo Pelloux, militare di sicura fedeltà al
sovrano, mascherato dietro una vaga nomea liberale, appoggiato dalla sinistra giolittiana e
zanardelliana nel perseguire una politica repressiva a livello di ordinaria amministrazione dei poteri
esecutivo e giudiziario, nel periodo tra il luglio 1898 e il febbraio 1899 che lo storico Walter
Mocchi definì « della turlupinatura liberale e della reazione mascherata ». Fu necessario perché un
nuovo equilibrio interno dopo potesse affiorare l'esplosione del conflitto entro il blocco di potere
tradizionale, attraverso l'ostruzionismo parlamentare e le elezioni politiche del 1900, la scomparsa
di Umberto I, l'accresciuta crisi di egemonia dei vecchi gruppi dirigenti, la robusta crescita della
borghesia imprenditoriale settentrionale e - parallela - quella dei movimenti e delle organizzazioni
popolari di massa, l'inserimento conservatore nella lotta politica del movimento cattolico uscito
dall'antico intransigentismo, l'impostazione legalitaria, « nordista » e del tutto subordinata
deterministicamente allo sviluppo di una borghesia più moderna data dai socialisti riformisti alla
lotta in difesa delle istituzioni borghesi. Furono tutti questi fattori insieme che, tra l'estate del 1899
e quella del 1900, favorirono il consolidamento del nuovo equilibrio di forze all'interno della
borghesia italiana, di cui, pur tra contraddizioni, battute d'arresto e ambiguità, si fece interprete e
promotore di li a poco Giovanni Giolitti.

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