Letteratura Italiana
Letteratura Italiana
ITALIANA
Lirica italiana dell’800
Triade dei romantici Triade dei poeti della nuova Italia
-Foscolo -Carducci
-Manzoni -Pascoli
-Leopardi -D’Annunzio
in Italia la lingua letteraria risulta in generale separata dalla lingua parlata, in specie la
poesia si serve di una lingua a parte, e distinta dalla prosaica, ovvero di un linguaggio
poetico distinto e proprio. Questo perché l’Italia non era ancora un paese unito e
quindi l’italiano nacque come lingua scritta usata solo dagli intellettuali, mentre per la
comunicazione parlata restava l’uso esclusivo dei dialetti. Solo quando il paese sarà
unificato, ci sarà la nascita di una nuova società e quindi la necessità di una nuova
lingua che verrà usata sia per la comunicazione scritta che quella parlata.
Quando una lingua nazionale, diffusa e condivisa, non c'era ancora, la lingua letteraria non
aveva un termine propriamente sociale, dunque esterno, con cui rapportarsi, ma doveva di
necessità svilupparsi sulla sua tradizione.
Questo portò a delle conseguenze:
alla ricchezza intellettuale e allo spessore storico.
la tendenza alla polimorfia, ossia il proliferare di varianti alternative per la medesima forma.
Caratteristiche della lingua della poesia:
Morfologia
Presenza di alcuni nominativi latini (imago, polve)
Forme enclitiche libere (sentomi = mi sento)
Fonetica
Monottongo al posto del dittongo (core,novo)
Apocope vocalica= troncamento della parte finale della parola (amor), per conferire ritmo
più rapido alla poesia e ridurre la misura sillabica
Sistole
Diastole (avanzamento dell’accento)
Dieresi
Lo sviluppo del linguaggio poetico ottocentesco va inteso nel suo contesto, un contesto
che, comprende quanto stava accadendo nello stesso periodo alla lingua della prosa.
Questa, fin dal 700, aveva cercato di rinnovare i propri istituti, sia aprendosi al
vocabolario della modernità, sia adottando una sintassi lineare nell'ordine delle parole.
Nell'Ottocento poi, il movimento modernizzante si declina nella ricerca di una lingua
nazionale.
La lingua nazionale inizia a diffondersi nella società e ad assumere il profilo di una lingua
moderna. E’ questo l'orizzonte verso cui converge la prosa del secondo ottocento,
sottoponendosi dunque a un sostanziale cambio di paradigma
SCAPIGLIATURA
La scapigliatura fu un gruppo artistico e letterario sviluppatosi nell'Italia settentrionale a
partire dagli anni sessanta dell'Ottocento; ebbe il suo epicentro a Milano e si andò poi
affermando in tutta la penisola. Il termine fu proposto per la prima volta da Cletto Arrighi
(anagramma di Carlo Righetti) nel suo romanzo La scapigliatura e il 6 febbraio,
pubblicato nel 1862, ed è la libera traduzione del termine francese bohème (vita da
zingari), che si riferiva alla vita disordinata e anticonformista degli artisti, parigini,
riconosciuti per la loro capigliatura anarchica descritta nel romanzo di Henri Murger,
Scènes de la vie de Bohème (1847-1849). Contro il romanticismo italiano maggioritario
(Manzoni, Berchet, D'Azeglio), recuperarono le suggestioni del romanticismo straniero e
diffusero il gusto del naturalismo francese nascente e del maledettismo alla Baudelaire,
anticipando verismo e decadentismo. È il primo movimento letterario che in Italia presenti
le caratteristiche delle avanguardie europee moderne. Sul piano morfologico la lingua del
movimento si mantiene entro il perimetro della tradizione, allineandosi senza scarti alla
media della poesia coeva. Mentre se ci fermiamo al decennio della scapigliatura in senso
stretto, le risultanze sono le solite: i monottonghi core, foco, novo, loco; i gruppi clitici
apocopati tipo: nol; il pronome; la prima persona degli imperfetti in -a come: io aiutava,
dava, donava; gli imperfetti senza -v come: cingea, fallìa, vedean
L’ambiente sociale in cui si colloca è quello della nascente società industriale, della
frenetica vita cittadina, in cui è presente la contrapposizione tra una borghesia avida
di denaro e potere e la nascente classe operaia.
D'Annunzio sottopone la metrica a una riforma radicale sia con l’introduzione di versicoli
polimetrici, rimati su cadenze ritornanti e riuniti nella cosidetta strofa lunga; sia
nell’apparato delle rime, che da un lato sono spesso surrogate dal nuovo Istituto
dell’assonanza, dall'altro si dislocano volentieri al di fuori della posizione canonica di fine
verso, per dar luogo a catene di richiami interni, fluide e serpeggianti.
Cultura dell’800 basata sulla
contraddizione
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CREPUSCOLARISMO
I poeti crepuscolari costituiscono una nuova lingua, di cui sono evidenti vari fenomeni di
migrazione interna e di stereotipizzazione.
Rispetto alla poesia del secondo ottocento, il codice è meno rispettato, meno automatico, Il
monottongo prevale sul dittongo, si tende a scrivere anima e non alma, aria e non aere,
uccello, uccelletto o uccellino e non augello. Nel 1906 compare il verso libero, la sintassi si
fa più prosastica, e di monottonghi e simili rimane ben poco. Con mezzi e fini diversi i
crepuscolari abbassano decisamente il prezzo culturale del linguaggio poetico.
SINTASSI
una paratassi antieloquente e prosastica; un aumento della dialogicità; un uso sopra la
media dei fenomeni di ripetizione in contrasto con il vecchio imperativo della varatio.
Quanto al primo aspetto, la semplificazione paratattica è priva quasi del tutto di fenomeni
retorici di compenso, quali inversioni e iperbati, ed è al contrario interessata da un uso fitto
della punteggiatura e da altri dispositivi di frammentazione nella della linea della frase, così
che la tradizionale musicalità del verso viene meno o diventa qualcos'altro.
Sono molti i tu a cui il soggetto si rivolge, e non importa che siano veri tu come.
Sono frequenti le frasi interrogative, spesso finte domande,
gli appelli al lettore, le inserzioni al discorso diretto e tutte le varie forme testuali tipiche del
discorso orale.
Gozzano è un maestro, e basta il titolo della sua seconda raccolta, Colloqui, a provarlo. La
sua strategia è la seguente: ambientare e costringere i suoi dialoghi dentro un reticolo
metrico molto rigido e artificiale, pieno di rime, di enjambement e delle più varie sfasature tra
sintassi e metrica. E’ una scelta in cui il dialogo e il parlato diventano non strumenti di
comunicazione genuina, bensì, quasi, di falsificazione dei rapporti.
E’ fondamentale tenere presente che il poeta vociano non ama la media misura,
ma è portato ad esagerare, e dunque accumula, estremizzando ciò che è già
estremo. Dunque non un verbo un aggettivo soltanto, ma più spesso due o tre
consecutivamente.
iterazioni forzate e insisti parallelismi, e risulta sempre stipato e pressato. I suoi
tratti peculiari sono senz'altro la sovrabbondanza, l'attenzione, la disarmonia e il
disordine. Si considerano altre tipicità sintattiche vociane come i periodi molto
lunghi, l’uso anomalo, più espressivo che logico, della punteggiatura, che a volte
non c’è e a volte c'è anche troppo, un complicato ordine delle parole, cioè
iperbati, epifrasi, inversioni e così via. Un ultimo aspetto centrale della poesia
vociano-espressionistica è la violenza operata sui significati standard e sulla
percezione normale della realtà. Da qui l'uso intensivo della metafora.
SABA
Saba cresce progressivamente a partire dagli anni venti. L’esordio ufficioso risale infatti
addirittura al 1903, con la pubblicazione in forma privata di il mio primo libro di poesie; quello
ufficiale sarà Poesie e Coi miei occhi.
Saba è dunque contemporaneo di crepuscolari, vociani e futuristi, ma da questi è sideralmente
distante.
I suoi testi al contrario sono facili da capire o parafrasare, sembrano non oltrepassare il limite
del naturalismo ottocentesco. Il loro oggetto è l'analisi e la descrizione di se stesso e la
rappresentazione dei personaggi e delle realtà esterne.
è fedele all’endecasillabo, al settenario e alla rima. La sua arretratezza viene spiegata in origine
con il fatto che Saba è nato e ha sempre abitato a Trieste, città in ritardo al trend culturale
nazionale, dove l'italiano, venendo dopo il tedesco, non era una lingua viva e di uso quotidiano.
Saba è come un narratore o un drammaturgo: la sua poesia è fatta di vari personaggi spesso
nominati per nome e cognome, di luoghi determinati, ed è governata da una spiccata
percezione cronologica del tempo. L'articolazione del testo procede attraverso una chiara
successione di frasi brevi; e spesso animata e strutturata dai dialoghi
L’antinovecentismo viene rappresentato da Pasolini, Penna, Bertolucci e Caproni. Gli ultimi
tre sono avvicinabili per i seguenti comuni denominatori: le loro poesie consistono perlopiù
in descrizioni figurative o in brevi o brevissimi scorci narrativi. Linguisticamente sono poco
o niente trasgressivi, ma optano per la più parte per un vocabolario medio e comune,
integrandolo, senza creare dislivelli di registro, con le tristi parole del repertorio poetico
tradizionale. Per quanto riguarda Penna e Caproni, si aggiunga che la superficiale
normalità nella loro lingua va a dispetto di un contenuto o di una psicologia senz'altro
trasgressivi. Sono tutti, infine, poeti fortemente metrici, tutti usano spesso o
sistematicamente la rima.
PENNA:
ambienti realistici bassi come gli orinatoi, osterie e stazioni, periferie anonime, e figure
maschili, dettagli fisici, il sesso, la sigaretta e così via.
BERTOLUCCI:
Il lessico è medio comune, quasi mai piegato ai limiti della norma. Non si serve mai o quasi
dell'analogia moderna ed ermetica,
similitudini esplicite
CAPRONI:
è un poeta extraermetico.
Ogni testo risulta infatti ancorato a una determinata e concreta situazione storico-
geografica e personale. Sono pertanto sempre esplicitamente definiti i personaggi e gli
interlocutori, le coordinate temporali e spaziali. Il lessico si attesta di nuovo sul livello medio
e colloquiale, con un vivace ma perfetta fusione di fine e di popolare. Il metodo è, dunque,
un po' quello di Saba, ma la pressa sul reale di Caproni è più critica e aspra, tanto da
attivare nella lingua una certa componente espressionista. Caproni poeta del tatto, e
soprattutto dell'olfatto, cioè non di quell'organo più contemplativo e poeticamente
tradizionale
che è la vista.
l’antiermetismo di Cesare Pavese.
La novità più significativa delle Occasioni, da ogni punto di vista, è dato dall'
introduzione di un personaggio femminile dominante, colei che nella Bufera sarà
denominata con lo pseudonimo mitologico di clizia. L'attenzione al femminile era già
evidente nei testi di intersezione tra gli ultimi ospiti e le prove più antiche delle
occasioni. Ma certo è con Clizia che questa dimensione diventa centrale e,
soprattutto, assume evidenti funzioni strutturali, attivate dal suo ruolo di visiting angel.
Altri campi semantici implicati dalla funzione femminile sono gli elementi atmosferici
che rimandano la sua appartenenza celeste, i tratti angelici, la musica e la danza. La
bufera, come suggerisce il titolo, è anche altro. Clizia rimane centrale ma non è più
esclusiva, viene affiancata da altre donne, e in particolare dalla volpe, rappresentante
di un amore sensuale e montano.
Sul piano lessicale c’è l'apertura quasi incondizionata alla lingua del presente. Il lessico
montano, con larghe concessioni ai forestierismi: pedigree, almanacchi, breakfast. Il
lessico burocratico e politico sindacale: stato civile, ministro dei tabacchi, sciopero
generale, cartella esattoriale eccetera. Tuttavia l'elemento più pervasivo è il linguaggio
intellettuale, o pseudo-tale: epoché, inappartenenza, forma ed essenza eccetera. A
tutto questo si oppone il polo di una lingua quotidiana, domestica, non sorvegliata:
scarruffata, pennello da barba, cianfrusaglie eccetera.
Capitolo 6
Il secondo dopoguerra. La svolta degli anni Sessanta
il secondo dopoguerra segna una nuova apertura della poesia alle istanze della società e
della storia, con ciò che ne consegue dal punto di vista linguistico. il lessico è abbassato
in direzione della lingua comune; la sintassi non si allontana dalla prosa, fino all'uso di
anacoluti, che polivalenti e altri errori simili, per riprodurre i modi del parlato incolto e
proletario, ma anche per riflettere nella lingua la ribellione al potere alle sue regole, alle
sue gerarchia. Non si rinuncia alla poeticità, o alla metafora, il che significa plurali
indeterminati, astratto per il concreto, uso improprio delle preposizioni, il di comparativo
metaforico.
Ma una seconda fase si ha a partire dalla seconda metà degli anni 50, anno in cui al
trauma della guerra si sostituisce quello della nuova espansione economica, del boom
neo capitalistico, che trasformerà il volto dell'Italia, le strutture sociali, il costume, la
mentalità, e, non ultima, la lingua. Al nuovo clima la poesia risponde in modi diversi. Di
Pasolini interessa la produzione che ha il suo punto d'avvio nelle ceneri di Gramsci del
1957 proseguendo con la religione del mio tempo del 1971 e poesia in forma di rosa del
1964, terminando con Trasumanar e organizzar del 1971. La nuova maniera pasoliniana
unisce, ereticamente, le situazioni e i linguaggi dell’attualità - cioè lessico ipotetico,
gerghi, plurilinguismo - con un codice lirico che recupera, in funzione antiermetica e
antinovecentesca, modi stilistici e metrici inattuali: la forma del poemetto di discendenza
pascoliana, la terzina dantesca, la fedeltà alla rima e all’endecasillabo, un andamento del
discorso che conosce retoriche degne di Carducci o D'Annunzio.
Il Sessantotto, costituisce un vero e proprio spartiacque, simbolico e non solo, per la storia
poetica italiana e portò i poeti di nuova generazione al rifiuto dei principi della lingua poetica
precedente. La scena poetica compresa tra gli anni 70 e sarà contrassegnata da fattori di
novità quali neocapitalismo e neoconsumismo, scolarizzazione di massa, avvento della
società della comunicazione e dello spettacolo, con conseguente crisi o emarginazione di
valori culturali che avevano costituito lo strato di riferimento dei poeti precedenti. Anche la
lingua degli italiani subisce una serie di ulteriori mutamenti, importanti e irreversibili.
I connotati sono:
• la tendenza a una lingua sempre più informale, sempre meno distinta dalla prosa e dalla
lingua comune.
• dall'altra, la tendenza a una poesia che si può sì riusare modi e tecniche riferibili alle
scuole del passato, ma sistematicamente e senza rispetto.
De Angelis, è tra i poeti più significativi dell'ultimo novecento, e si può consolidare come
capofila di un gruppo di poeti che sono stati definiti neoermetici o neo-orfici, anche sulla
base di richiami espliciti a poeti visionari o ermetici come Campana, Luzzi, Bigongiari.
De Angelis
Le indicazione di massima sulla poesia di De Angelis si possono osservare nei rapporti e
nei caratteri identitari dell'ermetismo storico, cioè nell’ oscurità, nell’indeterminatezza, nella
preziosità linguistica. Egli tiene solo il primo di quei caratteri, l'oscurità, mentre gli altri
risultano addirittura negati. Il vocabolario è infatti tutto concretezza espressiva, di uso
quotidiano, cioè prosaico, contemporaneo. Lo si vede nell'uso intenso che fa del parlato e
della tecnica del dialogo, dei discorsi diretti o riportati, che spesso aprono i testi. Un ultimo
aspetto importante della scrittura di De Angelis, e che immediatamente diventa un fatto di
koinè linguistica per molta poesia degli ultimi decenni, interessa il testo del suo insieme. Il
quale è costruito secondo principi che apertamente contraddicono le regole standard della
questione della coerenza, con una conseguenza inevitabile: sono testi di cui è difficile capire
il senso anche se, diversamente dalle pagine dello sperimentalismo, un senso e una trama
sembrano senz'altro esistere.
Anni 80
Gli anni 80 sono un punto di svolta, la poesia selvaggia sparisce e non viene più
antologizzata. In generale, la lingua della nuova poesia ritorna ad affiancarsi dialogicamente
alla tradizione che gli anni 70 avevano in qualche modo negato o fatto finta di negare.
Rispetto alla neoavanguardia degli anni 60, i testi sono di gran lunga più leggibili, i
fenomeni di distorsione linguistica, tanto nel lessico che nella sintassi, diminuiscono
sensibilmente, ma sostanzialmente non muta la vecchia idea del mistilinguismo babelico
come mimesi critica della crisi sociale e antropologica. La riduzione al semplice, il tentativo
di assottigliare il più possibile la dimensione soggettiva a favore di una poesia che possa
essere di tutti e parlare a tutti, acquistano un significato ulteriore all'interno di esperienze
poetiche che si confrontano con i grandi autori della tradizione novecentesca.
Il canto popolare pg 13
È stato scritto nel 54
Suggerisce qualcosa in più sull’ideologia politica di pasolini
Populismo
Ci aiuta a capire di te di popolo in modo semplice e un po’ retorica
Troppe da nove versi regolari
Schema rimante a B a B CD CD C
Ricorrere a delle forzature sintattiche, un andamento ottocentesco e Carducciano per
semplificare il messaggio (dimensioni arcaizzante)
Il tema principale è la tradizione popolare che resiste alla modernizzazione del paese, si
ancora ai suoi valori
È una rappresentazione ideologica della realtà che muterà (vedi Italia oggi)
Nomina la città di Ivrea perché in quegli anni fu il simbolo di una modernità che avanza
attraverso una visione alternativa di capitalismo perché è la sede di Olivetti. Questa
azienda tenta nell’esperimento di creare una fabbrica modello che non aliena gli operai
anzi li aiuta e assiste: sanità spazi ricreativi e servizi culturali
Secondo Pasolini il popolo è privato della cultura.