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IL NOVECENTO

IL PROFILO DEL SECOLO La letteratura italiana del ‘900 presenta numerose sovrapposizioni tra movimenti e
poetiche, ritenute molto distanti tra di loro ma in realtà spesso coesistenti. In quest’evoluzione ci sono
anche fattori storici e politici (fascismo). Il dibattito letterario è stato condizionato fortemente dal rapporto
intellettuali/politica. Sul versante socio-culturale, l’importante presenza di Benedetto Croce ha fatto in
modo che la critica non si aprisse mai agli stimoli provenienti da altri paesi europei.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il rapporto tra letteratura italiana e tendenze internazionali
(Svevo-Joyce).

I CARATTERI FONDAMENTALI Fondamentale è stata l’interazione tra la lingua nazionale e i dialetti. Questa
dialettica dà origine a forme di interferenza e mescolanza, che arriva a una particolare forma di
espressionismo. Per i nostri autori, la scelta della lingua italiana non è mai scontata. Nasce il fenomeno del
bilinguismo. La scelta dei dialetti risulta difensiva, o per nostalgia di una dimensione socio-culturale in via
d’estinzione, o per opposizione alla massificazione e globalizzazione. L’intersezione con i dialetti diventa
molto affine al plurilinguismo colto, e basato anche sul rapporto con le lingue morte.

Un’altra caratteristica della letteratura novecentesca è la divergenza tra il destino della poesia e quello della
narrativa perché, la prima è dotata di grande tradizione, la seconda appare continuamente rinnovata e
azzerata. Il romanzo italiano si discosta dalla funzione che ha avuto il romanzo nelle grandi nazioni europee
e negli stati uniti, cioè quella di rappresentare la società nel suo insieme. Gli autori italiani sono sempre
stati presi soprattutto dalla tradizione lirica che li porta ad usare registri aulici e a trattare temi più profondi.
Non c’è mai una linea comune nella narrativa italiana. Nell’ambito della lirica l’Italia si distingue rifacendosi
alla grande tradizione nazionale e spesso a quella europea, coniugando linguaggio aulico o antiaulico a una
dimensione di referenzialità. Nel contempo, negli anni venti si veniva rafforzando una tendenza
“antinovecentesca” che si rifà al “canzoniere” di Saba, dallo stile semplice. Arriva fino agli anni ’50 dove si
ricomincia a sperimentare. Con questa nuova sperimentazione non si scardina completamente la tradizione
ma viene fortemente rinnovata.

Per individuare i tratti fondamentali della letteratura italiana non si può prescindere dal considerare
l’influenza di cinema e televisione sulla narrativa scritta.

LINEE INTERPRETATIVE Partizione della letteratura novecentesca italiana in 5 periodi.

Cap. 2 Le varie forme dell’avanguardia

INTRODUZIONE AL PERIODO 1900-1919

Le date canoniche sono puramente indicative nell’individuare l’inizio del ‘900 italiano. Svolte significative si
possono individuare seguendo le date di pubblicazione di alcune opere rilevanti. Nel 1903 si chiude la parte
ottocentesca della lirica italiana con la pubblicazione dei “canti di castelvecchio” di Pascoli e “alcyone” di
D’Annunzio. Ne “i canti di castelvecchio”, Pascoli narrativizza l’impressionismo (diventa molto più
simbolico), D’Annunzio invece porta a compimento le sue elaborazioni sul mito moderno, creando un’opera
che fonde componenti nietzschiane e grandiosa esuberanza linguistico- retorica.

L’attraversamento del modello d’annunziano inizia nel 1903 con l’uscita delle raccolte dei poeti
crepuscolari. Questi si rifacevano ai modelli tardorealistici italiani e ai simbolisti franco-belgi. La protesta
contro la mercificazione dell’arte avveniva dal basso. Il crepuscolarismo non si configura come una
tendenza di rottura.

All’inizio del secolo esplodono, a livello europeo, le avanguardie (dadaismo, cubismo, espressionismo,
futurismo), che rompono definitivamente i ponti con le forme più tradizionali. Il futurismo, lanciato da
Marinetti, è un’avanguardia dai tratti aggressivi e tecnologici, che ebbe successo legandosi a movimenti
politici aggressivi e rivoluzionari come fascismo e comunismo. Considerevoli risultati furono ottenuti da
alcuni scrittori legati più a movimenti espressionisti, ma senza propensioni trasgressive, i cosiddetti vociani,
da “la voce”, rivista fiorentina attiva tra 1908 e 1916.

Nonostante la subordinazione della prosa narrativa alla lirica, non vi è un totale rifiuto del romanzo che, già
dall’ottocento venne classificato come decadente (D’Annunzio, Fogazzaro). Perde mordente il filone verista
dopo il passaggio di Verga al teatro. In Italia comincia a imporsi un’editoria pronta a stampare testi in grado
di raggiungere un vasto pubblico (libro cuore di De Amicis). Con Pirandello e Tozzi c’è una riscoperta del
filone narrativo umoristico.

Dopo la prima guerra mondiale, molti autori che all’inizio erano favorevoli all’intervento bellico, cominciano
a discostarsi e a scrivere principalmente biografie. È qui che si colloca “allegria di naufragi” (1919) di
Ungaretti, con attenzione particolare alla parola pura e alla disgregazione metrico-sintattica (per
rappresentare la realtà in frantumi).

Nel 1902 Benedetto Croce pubblica “estetica”, in cui distingue poesia e non poesia. La poesia: parti di
un’opera in cui l’intuizione si fa espressione linguistico stilistica. La non poesia: quelle parti in cui permane
la prosa.

La poesia

IL CREPUSCOLARISMO Nasce come tendenza della lirica a distaccarsi dal modello tardosimbolista
decadente. Il termine fu coniato da Giuseppe Antonio Borgese per indicare più un atteggiamento

spirituale che non un preciso gruppo di autori. Quest’atteggiamento si basa sulla consapevolezza della
lateralità della poesia nella società borghese capitalistica, che comporta il restringimento della propria
prospettiva vitale alle piccole cose quotidiane. A questi aspetti si lega l’uso di un linguaggio ordinario. I
crepuscolari rinunciano a investire di valori simbolici gli oggetti quotidiani, semmai li descrivono come
espressioni di una cultura sempre più emarginata. Ecco quindi che il tema dell’inettitudine diventa basilare
per la costruzione dell’io poetico crepuscolare. Fra i primi poeti crepuscolari a distinguersi ci fu Sergio
Corazzini. Nelle sue poesie prevale il sentimento doloroso dell’impossibilità di fare poesia, oltre a una scelta
metrica semplificata e uno stile linguistico medio. In altri poeti come Govoni o Moretti, prevale
l’elencazione monotona di oggetti e situazioni prive di rilevanza. Per loro la poesia ha la funzione di “dire il
niente da dire”. Si distingue dagli altri Guido Gozzano, che ripropone i temi già visti in chiave ironica. È
l’opposto di D’annunzio (il nome proprio diviene nome comune).

IL FUTURISMO 20/02/1909 Marinetti, con l’aiuto di Apollinaire, pubblica il “primo manifesto del futurismo”,
in cui vengono elencati i punti essenziali della poetica futurista: rifiuto totale di ogni forma di tradizione;
accettazione del presente fatto di macchine e velocità, di forza e violenza; spinta verso il futuro in quanto
espressione di movimento incessante e rivoluzionario. I manifesti del futurismo si susseguono
ripetitivamente fino agli anni ’40.

Il primo settore di sperimentazione di Marinetti fu la poesia, in cui si teorizzava l’eversione sintattica,


l’abolizione di aggettivi, avverbi e punteggiatura, mentre sul versante costruttivo doveva dominare l’uso
dell’analogia. I risultati più interessanti sono raggiunti con le sue “parole in libertà”.

Altro importante esponente del futurismo fu Palazzeschi che approda al futurismo come un autore molto
beffardo, che, nella raccolta “l’incendiario”, dissacra l’idea canonica di lirica con i suoi versi brevissimi. Sarà
un futurista moderato contrario all’interventismo.

Col passare del tempo il problema dei futuristi diventa la ripetitività del gesto distruttivo e dissacrante.

LA LINEA ESPRESSIONISTA Il critico Contini considerava l’espressionismo una vocazione tipica della nostra
letteratura. Quest’espressionismo si manifesta con l’accostamento di termini popolari a termini aulici.
L’espressionismo italiano e quello avanguardista si differenziano perché, quello avanguardista pone
maggiore attenzione alla modernità primo-novecentesca e ai temi politico-rivoluzionari. Molti scrittori
espressionisti collaboravano alla rivista fiorentina “la voce”, da qui i vociani. La loro scrittura si caratterizza
con la forma del frammento, cioè in testi brevi e intensi, di carattere lirico anche in prosa. Lo scopo era
quello di scavare nell’interiorità spirituale.

Rebora fu il rappresentante di spicco dei vociani, ricordato per i “frammenti lirici” e i “canti anonimi”, in cui
si manifesta una propensione all’analisi esistenziale acuta e drammatica e un linguaggio aspro e denso.

Oltre a Rebora ci sono Boine, ricordato per i suoi poemi in prosa che esprimono sentimenti lirici in frasi
brevi e intense, e Jahier, che alterna prosa e poesia incrociando impegno etico e civile con rigorismo
religioso.

Campana si accostò all’ambiente vociano con i suoi “Canti orfici”. L’orfismo è una poesia simbolista che
mira a evocare significati profondi e nascosti dietro la superficie della realtà. La propensione visionaria si
smorza in un’attitudine al visivo. A livello stilistico i suoi testi contengono prosa lirica, uso dell’anafora, delle
figure di ripetizione per creare un ritmo onirico.

Sono poco vistose, in Sbarbaro, le tracce espressioniste vociane. Nel suo testo “pianissimo” manifesta
riflessioni interiori scaturite da eventi occasionali.

UNGARETTI E “L’ALLEGRIA” “l’allegria” (1919) è il libro più rilevante della fase primo-novecentesca della
letteratura italiana. Ungaretti (1888-1970) ha origini lucchesi, vive a lungo ad Alessandria d’Egitto, e studia a
Parigi tra 1912/14. Qui entra in contatto con le avanguardie e con Apollinaire. Nella sua formazione
interagiscono interessi letterari e politici. Partecipa alla prima guerra mondiale che si rivela un’esperienza
traumatica, che però gli permise di avere successo con “il porto sepolto”.

Ne “il porto sepolto” assegna alla poesia una funzione simbolista, lontana da crepuscolari e futuristi. Con la
sua lirica riesce ad elevare il niente dell’esistenza del singolo e a chiedersi quale sia il suo rapporto con dio,
o quale sia il luogo capace di ridonare la pace al corpo e allo spirito. Riafferma il valore simbolico e salvifico
della parola poetica. La sua metrica è frantumata e ridotta in piccoli versi, e mira a ridonare una maggiore
autonomia agli aspetti fonico-semantici.

Allegria di naufragi (1919, diventa l’Allegria tra 1931/42) perde compattezza rispetto all’opera precedente,
vi è un uso dell’analogia e delle metafore ardite, e la sintassi è semplificata al massimo. Nella prima
versione dell’opera tenta uno scardinamento dell’istituzione letteraria, mentre nelle edizioni del 1931 e del
1942 riduce gli oltranzismi riscoprendo l’importanza della tradizione.

Sentimento del tempo (1933-1936-1943). Si riavvicina alla tradizione letteraria e fa un uso più moderato
dell’analogia. La sua poesia assume un valore sublime in sé, crea miti, metafore. La metrica viene riportata
nei canoni e il lessico è depurato squisito.

La narrativa

La tradizione della narrativa è molto meno forte rispetto a quella della poesia. Ci sono opere tendenti al
realismo-verismo ottocentesco, vi è una nuova sensibilità per gli aspetti inconsci della psiche.

PIRANDELLO PROSATORE: IL FU MATTIA PASCAL E LE NOVELLE PER UN ANNO Pirandello: la sua poetica si
basa sull’impossibilità di stabilire verità oggettive, sulla necessità di cogliere i lati nascosti delle varie
personalità, e la scrittura umoristica.

Il fu Mattia Pascal 1904. Caratterizzato da:

• Abbandono delle strutture naturaliste veriste • Contrasto tra vita e forma • Contrasto tra la persona e il
personaggio (la maschera) • Atteggiamento fortemente umoristico • Relatività di ogni certezza (relativismo)
• Scomposizione del personaggio (si vedrà meglio nelle opere teatrali) • Distinzione tra comicità
(avvertimento di aspetti inconsueti dell’esistenza) e

umorismo (va a scavare nelle motivazioni di questi aspetti).

ALTRE OPERE Si gira (1915), le cui caratteristiche sono:

• Rapporto uomo-macchina (riflessione sull’onnipotenza delle macchine) • Scambio tra realtà e finzione

Uno, nessuno e centomila (1926), le cui caratteristiche sono: • Tema della mancanza di identità
(estremizzato) • Annullamento del protagonista • Forti propensioni antirazionalistiche (Schopenhauer)

LE NOVELLE Novelle per un anno (1922) composto da 255 novelle (non 365) in 15 volumi. Le caratteristiche
dell’opera sono:

• L’assurdità dei comportamenti dei singoli e in generale dell’esistenza stessa (per dimostrarla utilizza punti
di vista estraniati)

• L’immediatezza descrittiva • Scrittura volutamente media ma non priva di preziosismi e dialettalismi •


Dominanza di monologhi e dialoghi

PROSATORI ESPRESSIONISTI, FEDERIGO TOZZI Federigo Tozzi (1833-1920), nel 1913 scrive il suo primo
romanzo “con gli occhi chiusi”. Le caratteristiche sono:

• Narrativa efficace basata su punti di vista diversi, straniati e deformanti • Il flusso temporale è sconnesso
• Forte dimensione psicologica (studia il flusso di sensazioni che formano la psiche

umana) • Il titolo fa riferimento alla condizione del protagonista che è in uno stato tra realtà e

idealizzazione • Lo stile è secco e nervoso

Altri 2 romanzi di Tozzi sono “tre croci” e “il podere”, scritti intorno al 1918 e pubblicati tra il 1920-21.
Questi sono caratterizzati da:

• Costruzione narrativa tradizionale • Dominanza di un destino inevitabile (colpa che porterà i protagonisti

all’autodistruzione) • Sonda il mistero dell’anima umana (il fatalismo)

Il teatro IL TEATRO ITALIANO DEL PRIMO ‘900 Nei primi del ‘900 il teatro risulta ancora legato a schemi
realisti-veristi. Il genere del melodramma è ancora in voga con Puccini (tosca, turandot, ecc…).

La svolta avviene con i futuristi, ma molto di più con Pirandello. Il suo teatro si basava sulla tecnica
umoristica e sulla critica delle convenzioni sociali. Diventa poi teatro grottesco perché tratta un ambiente
borghese nel quale avvengono vicende allucinate, e in cui non si distingue il vero dal falso. Tra le sue opere
maggiori ricordiamo “sei personaggi in cerca d’autore” (1921), con cui si apre la parte più importante del
teatro pirandelliano. Caratteristiche:

• Teatro nel teatro, il metateatro • Rovesciamento del rapporto realtà-finzione

Altre opere teatrali sono “ciascuno a suo modo”, “questa sera si recita a soggetto”, “enrico IV”. Nella sua
ultima fase teatrale pone maggiore attenzione agli aspetti mitologici simbolici, tanto che ai critici questo
appare come un avvicinamento al surrealismo.

La critica e il dibattito culturale L’IDEALISMO DI CROCE E LA CRITICA LETTERARIA Il dibattito sulla critica
letteraria nel primo ventennio del ‘900 fu vivace e innovativo. Presenta vari aspetti, quello ufficiale di Croce
afferma che l’arte deve rimanere autonoma da qualsiasi affinità pratica. Lo scopo della critica era quello di
individuare i momenti di autentica poesia di un’opera, di perfetta sintesi di intuizione ed espressione. Fu
così che Croce divenne difensore della tradizione letteraria italiana fino a Carducci, mentre attaccò le
sperimentazioni e gli eccessi della letteratura contemporanea. A causa di Croce si evitarono gli influssi da
altre discipline nella letteratura.

Cap. 3 Riletture della tradizione

INTRODUZIONE AL PERIODO 1919-1945 Dopo la prima guerra mondiale diminuì il successo delle
avanguardie, senza però escludere capolavori sperimentali che si accostano alla tradizione (ulisse di joyce),
una tradizione vista come un grande serbatoio da cui attingere materiali atti a sostenere la frammentarietà
del presente. L’unica nuova avanguardia degna di nota è il surrealismo, iniziato a Parigi nel 1924, che
prendeva spunto dalle teorie di Freud e Jung, la creatività derivata dall’inconscio e non dalla razionalità. In
Italia il fascismo limitò la libertà espressiva. Contro le avanguardie si manifestarono varie tendenze: la
prima fu la pubblicazione della rivista “la ronda” tra il 1919/22, che auspicava a un ritorno classicistico alla
tradizione italiana, i cui esponenti furono Cecchi, Bacchelli e Cardarelli. Dal punto di vista della narrativa la
situazione appare meno chiara, viene contrastata la linea della prosa d’arte (sperimentalismo che portava
una scrittura dallo stile raffinato e ricca di allusioni colta) preferendo uno stile di narrazione diretta,
sostenuta sin dal 1921 da Borgese, messa in pratica da Moravia, Vittorini e Bilenchi. Negli anni ’30 emerge il
plurilinguismo di Gadda, considerato l’ultimo esponente dell’espressionismo italiano. Dopo il ‘43/’44 ci sarà
un nuovo filone realistico, dapprima grazie al cinema, mentre il teatro non riuscirà mai a rinnovarsi.

La poesia IL “RITORNO ALL’ORDINE” CLASSICISTA. LA RONDA Nel periodo tra le due guerre la prima novità è
la rivalutazione delle forme canoniche della tradizione letteraria italiana da parte della rivista La Ronda.

SABA E IL “CANZONIERE” Produzione poetica fino al 1921. Umberto Saba Nasce nel 1883 a Trieste.
Abbandonato dal padre, cresciuto dalla madre ebrea e dalla nutrice slovena. Si distingue subito per
l’apparente semplicità dei suoi scritti che nasconde i conflitti. Interesse per la psicoanalisi a cui egli stesso si
sottopose. Uso di un linguaggio ormai desueto, dovuto al suo legame con Trieste. Utilizza forme metriche
chiuse. La sua opera più importante è “Il canzoniere” (che esce in 3 edizioni 1921-1945-1961). Molte poesie
furono una stilizzazione classicista fusa a immagini inconsuete. Nel canzoniere è molto importante
l’autobiografismo, che lo aiuta a liberarsi dei sensi di colpa e a comprendersi.

Il primo canzoniere mira a una poesia onesta, chiara, espressione di una sensibilità contrastata ma
moderna.

Nel secondo canzoniere si nota l’avvicinamento alla psicoanalisi.

Nel terzo canzoniere si nota l’influenza di Ungaretti e Montale, che lo inducono a scrivere versi senza
esplicitare nessi connettivi. Si manifesta una maggiore insoddisfazione esistenziale che lo porterà a crisi che
gli faranno perdere lo spirito artistico.

Oltre alle opere di poesia ci sono opere di prosa. Scrisse racconti brevi, storie legate al mondo ebraico di
Trieste e a fatti autobiografici. Spicca “scorciatoie e raccontini” (1946), nei quali le occasioni della vita
quotidiana sono interpretate in modo inatteso.

Postumo è il romanzo incompiuto “Ernesto”. Molto importante è anche “storia e cronistoria del
canzoniere” (1948), che sarebbe un autocommento, sotto forma di tesi di laurea, che aiuta a interpretare
meglio il canzoniere.

L’ermetismo L’ermetismo è un filone tardosimbolista della lirica pura. È tardosimbolista perché il


simbolismo e la lirica pura erano quelli francesi di Rimbaud e Mallarmè. Trova il suo massimo punto di
riferimento in Ungaretti, con il suo senso del tempo. Al suo interno presenta divisioni. Il primo ermetismo è
quello di giovani autori toscani legati alla rivista “frontespizio”, in particolare al critico Carlo Bo, di
ispirazione cattolica e sostenitore della letteratura come vita, che mirava a contrapporre i valori religiosi e
umanistici della poesia alla crudezza del regime fascista.
Dall’altra parte c’è l’ermetismo di vari autori del sud, più propenso a metafore e analogie ardite, legato
anche al surrealismo francese.

Entrambe le correnti hanno in comune la tendenza a un uso astratto e simbolico del linguaggio. Tra gli
esponenti maggiori abbiamo Quasimodo e Gatto.

Montale Nasce a Genova nel 1896. Nel suo saggio “stile e tradizione” sostiene un’idea di lirica legata sia a
una forte stilizzazione tradizionalista, sia all’etica. Le opere principali sono:

• Ossi di seppia (1925): uso del classicismo paradossale (formula che vede l’uso di una componente
modernista all’interno di elementi tradizionali); l’io onirico si

presenta come un inetto, che denuncia il male di vivere, non suo, ma di chi vive senza fede; rovescia il
paesaggio ligure dell’Alcyone di D’annunzio (da romantico a molto duro); sempre da D’annunzio riprende la
divisione della raccolta in 4 sezioni.

• Le occasioni (1939): non c’è più il classicismo paradossale, ma un’oscurità otto- novecentesca; presenza di
due donne ispirate a donne realmente conosciute; adesione a una poesia di tipo metafisico (Baudelaire),
che mira a rendere la poesia portatrice di valori universali; stile prezioso, sintassi contratta ma non
ambigua; si esalta il tema dell’epifania (occasione che porta a svelare una verità oltre le apparenze terrene);
difesa della cultura e della tradizione.

• La bufera e altro (1956): si accentuano i tratti manieristi e barocchi, applicati a una realtà storica più
chiaramente riconoscibile (la guerra); le vicende dell’io si svolgono su uno sfondo collettivo; compare
nuovamente la figura della donna; i testi sono interpretabili in senso allegorico; la struttura è in 7 parti più
un intermezzo che propone brevi testi in prosa; nella parte conclusiva si riscontrano cambiamenti, l’io
diventa biografico, il tema del male di vivere si collega al fascismo e al dopoguerra, l’io poeta adotta un
linguaggio comico.

• Satura (1971): rovesciamento ironico e parodico dei suoi antecedenti; stile comico e satirico; denuncia le
assurdità della società di massa; la metrica presenta tratti grotteschi; la cronaca diviene spunto per molte
poesie

Le opere successive riprenderanno i temi di “Satura” spingendo verso un atteggiamento moralistico


sociologico. Montale diviene un critico importante e riceve il Nobel nel ’75.

La poesia dialettale Si possono individuare altri percorsi nella poesia italiana tra le due guerre. Uno di questi
è la lirica narrativizzata, che impiega versi lunghi alla maniera di Whitman, esempio maggiore è “Lavorare
stanca” di Pavese.

Molto importante è anche l’uso dei dialetti, avversati dal regime fascista, che erano utilizzati da poeti colti
per motivi peculiari (contro l’italianizzazione forzata dopo l’unificazione).

LA NARRATIVA

Uno schizzo d’insieme Alla fine della WWI emersero due linee narrative contrastanti, la prima
rappresentata dalla rivista “La Ronda” che puntava a una prosa d’arte (contro le avanguardie), la seconda è
quella rappresentata da Borgese (crepuscolarismo) che cercava di interpretare il comportamento degli
italiani nel periodo bellico e post-bellico tramite un romanzo, “Rubè”. Il precoce antifascismo di Borgese,
che lo portò all’esilio, si coniugava con un nuovo tipo di realismo. Questo consisteva in una narrazione che
metteva in primo piano la realtà storica e l’analisi psicologica dei personaggi.

Questo ritorno alla narrativa fu accolto solo in parte dagli italiani, fatta eccezione per il romanzo di Svevo
(La coscienza di Zeno – 1923).

Svevo e “La coscienza di Zeno” VEDI APPUNTI AUTORI


Varie tendenze della narrativa degli anni ‘30

Alla prosa d’arte della Ronda si contrappone un filone che privilegia l’idea di un realismo magico. Questo
realismo magico consisteva nell’inserire elementi magici o assurdi nel grigiore borghese. Tommaso Landolfi
è il maggior esponente del realismo magico. Nei sui testi si coglie una pulsione autodistruttiva che rinvia ai
grandi romanzi di stampo romantico-dostoevskiano.

Oltre alla prosa d’arte e al realismo magico c’è un novo filone che cerca di documentare la vita italiana con
finalità polemiche nei confronti del regime fascista. Questo è il realismo documentario. È il caso di Corrado
Alvaro col suo romanzo breve al confine tra lirismo e descrizione oggettiva, “Gente in Aspromonte” (1930),
che fa emergere la durezza dell’Aspromonte filtrata attraverso dolci ricordi.

Tra realismo e decadentismo si muovono i racconti di “Sodoma e Gomorra” del 1931, scritti da Malaparte.

Di ampia fortuna tra gli antifascisti ricordiamo Ignazio Silone col suo “Fontamara” del 1933.

Un altro scrittore fortemente polemico contro le dittature era Emilio Lussu, che scrisse “Un anno
sull’altipiano” (1938), un diario romanzato della vita di trincea, una polemica contro tutte le forme di
dittatura.

Gadda, la Cognizione e il Pasticciaio Nasce nel 1893 a Milano, muore nel 1973. Negli anni ’20 comincia a
scrivere ampi trattati e romanzi tra cui “Racconto italiano di ignoto del ‘900”, e “La meccanica”. Entrambi
trattano del ruolo del romanzo moderno in rapporto alla tradizione. Riflessione fondamentale è quella
relativa ai rapporti tra i vari registri linguistici utilizzati. Nel 1931 esce la prima raccolta di racconti, “La
madonna dei filosofi”, seguita da una seconda, “Il castello di Udine”, che avranno buoni riscontri grazie
anche alla spinta della rivista Solaria. Gadda continua a scrivere brevi testi, inseribili nel filone della prosa
d’arte, fino al 1936, anno della morte della madre che lo spingerà a scrivere il primo dei suoi romanzi
maggiori, “La cognizione del dolore”, la cui edizione completa, dopo varie stampe ed edizioni, esce nel
1983. Il romanzo mette in evidenza la sua difficoltà a chiudere definitivamente le opere. La trama non è il
punto focale del romanzo, retto invece da un’interpretazione del mondo attraverso il linguaggio, che è
l’unico modo per rappresentare l’infinita complessità (baroccagine) del mondo. Le parti satirico-grottesche
si alternano a tratti più drammatici e dolorosi. La conclusione è tragica anche se non del tutto compiuta, c’è
la presenza di molti elementi edipici accompagnati dalla stravaganza nevrotica del protagonista, dovuti sia
al rapporto con la madre che all’incapacità di adattarsi all’imperfezione del mondo.

Il suo secondo romanzo importante è “Quer pasticciaio brutto de via merulana”, anch’esso uscito prima su
una rivista e poi in volume nel 1957. È un romanzo giallo incentrato su un delitto nella Roma fascista. Man
mano che le indagini avanzano si conferma una strana teoria del detective, ovvero che le catastrofi
avvengono per una serie di concause. Nel romanzo domina la narrazione consequenziale; al romanesco si
alternano diversi gerghi e linguaggi; con quest’opera Gadda vuole polemizzare satiricamente contro il
fascismo.

Altre opere di Gadda sono: Giornale di guerra e di prigionia, in cui si coglie il risentimento contro gli
opportunisti e i profittatori di guerra; Come lavoro, impiego spastico del linguaggio grottesco in funzione
gnoseologica; Eros e Priapo, una satira violenta contro Mussolini.

IL TEATRO E IL CINEMA

In ambito teatrale le novità durante il periodo fascista sono poche. Prosegue la parabola di Pirandello,
mentre il melodramma stenta a rinnovarsi dopo la morte di Puccini.

Nel filone regionalistico si colloca Eduardo De Filippo con i suoi: Natale in casa Cupiello (1931); Napoli
milionaria (1945); Filumena Marturano (1946).
Il cinema, usato come mezzo di propaganda dal regime fascista, fa risaltare i registi italiani rispetto agli
stranieri. In questi anni nasce Cinecittà. Inizia la grande stagione del neorealismo italiano.

LA CRITICA E IL DIBATTITO CULTURALE

La cultura sotto il fascismo A livello filosofico-politico, in contrapposizione all’idealismo liberale di Croce si


schierò Giovanni Gentile, sostenitore assoluto dello stato. Grazie all’appoggio del regime si rinforzano la
cultura popolare e di massa, anche grazie alla radio.

Avversi al fascismo, invece, furono Gobetti e Gramsci, e gli autori vicini alla rivista Solaria.

La critica I critici più quotati del periodo furono Borgese, Bo, De Robertis, De Benedetti, Croce, Contini.
L’ultimo fu il più celebre dal punto di vista accademico filologico di interpretazione della letteratura italiana.
Fu anche uno dei primi interpreti di nuovi autori come Gadda e Montale.

CAP. 4 I NUOVI REALISMI E L’IMPEGNO DEI LETTERATI

Introduzione al periodo ’45/’62 Il periodo che va dal ’45 al ’62 tiene conto di grandi eventi quali la fine della
WWII e il conseguente crollo dei regimi nazi-fascisti, e delle profonde divisioni, come quella sancita dalla
guerra fredda, il cui emblema diventa il Muro di Berlino. L’Italia più di tutti fu influenzata dalla politica
statuinitense e, dopo la nascita della costituzione, fu governata dalla DC. In questo periodo molti furono gli
scrittori bisognosi di far sentire la propria voce. In particolare i progressisti avvertirono il bisogno di
scendere in campo alla ricerca o di un consenso incondizionato, o di un’azione politica capace di sovvertire
gli schemi borghesi. Quest’ultima linea ebbe grandi consensi. In Italia ci fu fermento che portò gli
intellettuali a impegnarsi nello sviluppo della cultura tramite fondazione di riviste, giornali, o tramite
dibattiti via radio.

Nel campo della letteratura la corrente del realismo la fa da padrone, senza però implicare un ritorno agli
schemi ottocenteschi.

Nel campo della poesia gli ermetici avvertono un rinnovamento dello stile col fine di affrontare i nuovi
problemi del presente. Altri poeti continuarono sulla linea antinovecentesca. Contemporaneamente nasce
la poesia civile con Pasolini, e la poesia dialettale (Tonino Guerra). Il cinema attirava sempre maggiore
pubblico perché permetteva una visione più immediata delle problematiche post belliche (Rossellini, De
Sica). Molti letterati si misero al servizio del cinema. La potenza dell’industria culturale comincia a
condizionare i gusti del pubblico di massa.

Dalla seconda metà dei ’50 si assiste a una divisione tra produzione di grande consumo e produzione
d’elite. Quest’ultima presentava testi inquietanti e sperimentali (Beckett). In USA, negli stessi anni,
prendeva vita la beat generation, un’alternativa alle imposizioni capitalistiche.

LA POESIA

Il nuovo clima del dopoguerra L’immediato dopoguerra propone, nell’ambito della poesia, una progressiva
modifica degli equilibri e delle linee dominanti, in particolare si assiste al tentativo da parte dei poeti
ermetici di rinnovarsi attraverso una lirica più concreta e diretta. Tra i maggiori rimane Montale, che
diventa il modello più seguito per i giovani autori. Saba, invece, attirerà autori schierati sulla linea
antinovecentesca. Di questa linea ricordiamo Mario Luzi, che raggiunge il culmine della sua produzione con
la raccolta “Nel magma”, in cui esamina i dubbi esistenziali dell’io al fine di avere una comprensione etica
che va dalla politica alla religione. Il neorealismo, in poesia, prende in considerazione la concretezza della
quotidianità e dei riferimenti storici descritti con tecnica prosastica (versi lunghi e linguaggio semplice).
Anticipatore del neorealismo fu Cesare Pavese con “Lavorare stanca”, ma i modelli principali saranno Walt
Whitman ed Edgar Lee Masters. Questi modelli vennero applicati prima al racconto poetico della resistenza,
e poi a quello sulle condizioni di vita del proletariato. Un esempio è dato Rocco Scotellaro con la sua
raccolta postuma “È fatto giorno”, in cui mescola elementi del folklore a una lirica neorealista politicamente
schierata a favore del socialismo.

La linea antinovecentesca È rappresentata da Sandro Penna, che fu scoperto da Saba. I tratti sono il rifiuto
della sperimentazione e delle avanguardie. La sua poesia è fresca e libera dagli schemi, dal tono aforistico e
dal linguaggio depurato. Oltre a lui incontriamo anche Caproni, la cui poesia è formalmente chiusa in
quanto tratta temi autobiografici che spesso riconducono a eventi tragici, fino all’ultima fase della sua
poesia in cui subisce un mutamento filosofico e teologico. Un altro grande antinovecentista fu Attilio
Bertolucci, che prediligerà la dimensione narrativa arrivando a proporre un romanzo in versi, “La camera da
letto”.

La poesia dialettale Grazie alla rinnovata difesa delle culture regionali, la poesia dialettale trova facile
apprezzamento in questi anni. Il primo esempio da citare è Tonino Guerra, romagnolo, che con la sua prima
raccolta, “I scarabocc”, propone una visione degli eventi dal basso,

popolare e anarchica, ravvivata da forti scoppi fantastico fiabeschi. Questa linea procederà anche nelle
produzioni successive.

Nuove sperimentazioni La linea lombarda. È stata evidenziata dal critico Luciano Anceschi ed è
caratterizzata, oltre che da una propensione verso le realtà quotidiane e da un linguaggio prosastico, anche
da un sentimento etico e civile molto pronunciato. Questa linea include: Luciano Erba, la cui poesia è
caratterizzata da un senso etico-civile coniugato a un’ironia metrica (“Il male minore” 1960); Giorgio Orelli,
che punta a un immaginario concreto e ricco di suggestioni classiche (“l’ora del tempo” 1962); Nelo Risi,
coniuga impegno sociale e politico a un gusto grottesco, satirico e surreale; Bartolo Cataffi, che propone
inizialmente testi caratterizzati da immagini forti e colorite influenzate dalla poesia spagnola, per poi
affrontare il tema della morte in seguito alla conversione al cristianesimo.

Gruppo Officina. Officina era una rivista fondata da Leonetti, Roversi e Pasolini. I presupposti della rivista
sono: rifiuto dell’ermetismo e del neorealismo nella sua visione ideologica e politica; recupero della
tradizione espressionistica e pascoliana, sempre in funzione della linea antinovecentesca, questo attraverso
la rivalutazione di Saba, Caproni e i poeti dallo stile semplice. Tra i risultati più significativi annoveriamo la
raccolta di poemetti, “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini, in cui enfatizza i suoi tratti tipici come l’alta retorica,
il mito del popolo come portatore di un sano vitalismo, e la contrapposizione ideologica al capitalismo. Ne
“Il pianto della scavatrice”, sempre di Pasolini, riaffiora la sua ideologia chiaramente marxista. Tra gli altri
tentativi pasoliniani ricordiamo “La meglio gioventù”.

LA NARRATIVA

Uno schizzo d’insieme Nel secondo dopoguerra la narrativa subisce un’impennata perché tutti hanno
qualcosa da dire in merito agli innumerevoli drammi accaduti. Il cinema è mezzo privilegiato per
rappresentare la realtà poiché più immediato rispetto ai romanzi. Si pensi a “Sciuscià” di De Sica, o a “Roma
città aperta” di Rossellini, o a “Ossessione” di Visconti.

I testi scritti sono numerosi ma è obbligatorio citare “Se questo è un uomo” di Primo Levi, che coniugo
l’esigenza artistica e memoriale. Il clima di libertà di quegli anni influenzò anche l’editoria, caso particolare
quello dell’Einaudi, la quale accolse al suo interno molteplici tipologie di personaggi, dai letterati ai filosofi
agli storicisti, tra cui Vittorini, Pavese e Calvino. Anche altre case editrici adottarono la linea dello sviluppo
delle collane a larga diffusione.

La narrativa comincia a farsi strada attraverso romanzi che trattano temi e protagonisti semplici dell’Italia
del tempo, che, il più delle volte, venivano trasposti cinematograficamente. Tra questi ricordiamo
Guareschi con “Don Camillo e Peppone”. Questa traducibilità dal testo allo schermo cominciò a interessare
molti scrittori e a decretarne il successo in molti casi, primo fra tutti Moravia.
Alberto Moravia EBREO di origine

Nasce nel 1907 a Roma, a causa della tubercolosi vive lunghi periodi di isolamento durante i quali si
appassiona alla narrativa e al teatro.

Nel 1929 pubblica il suo più grande romanzo, “Gli indie-fferenti”, definito opera di un realismo singolare,
senza storia, perché non ha riferimenti storici precisati. Protagonista è Michele Ardengo, la cui madre è
amante di un abile strozzino che ha ipotecato la casa familiare, e a sua volta vuole lasciare la donna perché
invaghitosi della figlia Carla. Michele viene a conoscenza della tresca e lo uccide. Questo gesto lascia
intendere di come la borghesia sia senza valori, e di come i giovani si adattino scendendo anche a
compromessi perché del tutto indifferenti.

Nel corso degli anni continua a scrivere passando da uno stile all’altro. Nel 1941 si sposa con Elsa Morante,
e pubblica il romanzo breve “Agostino”, che tratta di un giovane borghese iniziato al sesso e dunque alla
vita concreta; il romanzo contiene implicazioni psicoanalitiche, in particolare nel rapporto tra il giovane e la
madre.

Nel dopoguerra produrrà molti romanzi che trattano della situazione socio-economica del tempo, “La
romana” e “la ciociara”. Quest’ultima segna il momento più concreto di adesione alla sinistra comunista.

“La noia” rappresenta per l’autore l’esigenza di rinnovarsi analizzando il rapporto tra denaro, sesso e
società. Parla del contrastato rapporto tra Dino, pittore senza ispirazione, e la sua vitalissima modella Carla.
La conclusione porta alla necessità di contemplare la vita più che sperimentarla, un’idea dietro la quale si
nasconde un pessimismo nella possibilità di un cambiamento politico della realtà.

Elio Vittorini Inizia la sua attività nel ventennio fascista. Tra 1938/39 scrive “Conversazioni in Sicilia”, un
romanzo a sfondo simbolico-allegorico, nel quale il rientro del protagonista in Sicilia dà il via a riflessioni sul
proprio ruolo politico e sulla condizione dell’Italia post regime. Nel dopoguerra fonda una nuova rivista
progressista, “il politecnico”. Dopo un dissidio con Togliatti rivendica l’autonomia degli intellettuali rispetto
alla politica.

Cesare Pavese Nasce nel 1908 nelle langhe, ma si forma a Torino entrando in contatto con giovani
intellettuali riunitisi attorno alla casa editrice Einaudi, accomunati nell’avversione al fascismo. Il suo primo
interesse va alla letteratura americana, che iniziò a tradurre subito dopo la laurea. Questo lo influenzerà
nella metrica lunga e tendenzialmente narrativa, e anche nelle immagini metaforico-mitologiche. Subisce il
confino di due anni per sospetto antifascismo e la sua salute peggiora portandolo alla depressione. Nel
dopoguerra aderisce al partito comunista, si rafforza la collaborazione con Einaudi. Più che alla politica è
interessato alla mitologia e all’antropologia; il mito infatti ricorre spesso nelle sue opere, che avranno alla
base eventi reali trattati in chiave metastorica. Il suo primo romanzo importante è “Paesi tuoi” (1941), da
un’ambientazione di tipo verista ma con aspetti simbolici e allegorici (rapporto tra violenza e amore).

Nel dopoguerra molti racconti sono raccolti in “Ferie d’agosto” (1946); nel 1949 esce la trilogia “la bella
estate” nella quale esamina la psicologia borghese.

Le opere più fortunate di pavese sono: “il compagno” (1947); “Il carcere” (1949); “la casa in collina” (1949);
“la luna e i falò” (1950).

• La casa in collina: vede come protagonista Corrado, un intellettuale che durante la fase più violenta della
guerra si rifugia in una casa in collina dove si interroga sul rapporto con Cate e con suo figlio, possibile
frutto di una relazione avuta con la donna; anche di fronte ai soprusi nazifascisti Corrado non riesce a
prendere una posizione, continuando a rinviare il momento della sua maturità.

• La luna e i falò: ha per protagonista Anguilla, che ha vissuto a lungo negli USA; la cronaca della guerra
civile qui presente assume una prospettiva mitica caratterizzata dalla luna, che appare diversa vista dal
nuovo o dal vecchio continente, e dai falò, fuoco distruttore-rigeneratore. L’ultimo tema è l’impossibilità di
trovare un luogo privo di violenza.

Opere postume sono: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1951); “il mestiere di vivere” (1952).

Italo Calvino Nasce a Cuba nel 1923 (1985 muore) da una famiglia di scienziati, e proprio per questo avrà
una formazione laica e tecnica. Diventerà redattore dell’Einaudi molto giovane. Anche la sua militanza nella
sinistra è molto precoce, combatte durante la resistenza in una brigata partigiana comunista. Da questa
esperienza nasce il primo romanzo, “il sentiero dei nidi di ragno” (1947), in cui la materia storica viene
filtrata da una struttura di tipo fiabesco. La sua fisionomia si delinea pienamente nel 1952 con “il visconte
dimezzato”, prima parte della trilogia “i nostri antenati”, composta anche da “il barone rampante” (1957), e
“il cavaliere inesistente” (1959). In questi testi prevalgono modelli di realismo otto- novecentesco, in
particolare la scrittura narrativa fa riferimento agli illuministi francesi. Le vicende sono al limite dell’ironia e
della parodia. Valgono soprattutto per il loro significato allegorico e riguardano sia la natura umana che il
senso della storia.

Alla fine dei ’50 abbandona la partecipazione attiva al partito comunista deluso dalla politica sovietica.
Sempre in questi anni oscilla tra la cronaca (la giornata di uno scrutatore) e il fantastico (fiabe italiane). Dal
1964, con l’esperienza a Parigi, si avvicina alla metaletteratura, che mira alla riflessione sulla scrittura e
all’interpretazione del mondo, come mezzo per rappresentare il reale. Il primo testo che si inserisce in
questa nuova poetica calviniana è la raccolta “le cosmicomiche” (1965), in cui, oltre a uno stile complicato
dall’uso di un lessico parascientifico, si colgono riferimenti a scrittori fantastico-paradossali. Oltre agli autori
alti Calvino usa anche opere popolari, come fumetti e comiche cinematografiche, per proporre ipotesi
singolari di interpretazione del cosmo. Gli esiti più evidenti di questa fase si colgono in alcuni racconti riuniti
ne “il castello dei destini incrociati” del 1973, basati sulle figure dei tarocchi, e con l’influenza dell’analisi
strutturalista delle fiabe.

Un esito più complesso si coglie nelle “città invisibili” (1972) in cui immagina un racconto composto dalla
descrizione di città fantastiche fatta da Marco Polo e Kublai Kan durante i loro dialoghi. Il razionalista Kublai
tende a ridurre a modelli astratti tutto il reale raccontato da Polo, per poi accorgersi che si arriverebbe al
nulla. Viceversa Polo sa bene che le sue città possono non esistere, ma è capace di trovare sempre nuovi
stimoli per interpretare il reale e superare il nulla di Kublai. La complessa struttura delle “città invisibili”
sembra uno sforzo calviniano di leggere la realtà secondo occhi sia scientifici che letterari.

Le ultime opere di Calvino portano questa fase all’estremo: “se una notte d’inverno un viaggiatore” (1979),
costituito dalla combinazione di 10 incipit diversi e da un immaginario inseguimento amoroso tra lettore e
lettrice; “Palomar” (1983 racconti brevi), riavvicinano Calvino al problema dell’interpretazione del reale
attraverso il filtro ironico e disincantato del protagonista, il sig. Palomar.

Calvino fu acuto critico e lettore, i suoi saggi esaminano la questione della narrativa e riflettono sul rapporto
letteratura-storia. Le “lezioni americane”, pubblicate postume, contenevano le conferenze che avrebbe
dovuto tenere ad Harvard, in cui tenta di rispondere alle sfide che la letteratura deve affrontare, dalla
leggerezza all’esattezza.

Tra neorealismo e memorialismo

Vasco Pratolini Scrittore impegnato nella narrativa neo-realista, parte dall’esperienza diretta delle
condizioni del popolo nei quartieri poveri di Firenze; emerge la distinzione tra eroi positivi (comunisti) e
quelli negativi (borghesi). Progetta una trilogia dal titolo “una storia italiana” che desterà una polemica sui
limiti del realismo socialista. Carlo Cassola In “la ragazza di Bube” (1960) narra vicende come la violenza
della guerra e del dopoguerra.
Giorgio Bassani Narratore e poeta attivo a Roma dal 1943; la sua condizione di ebreo è presente nell’opera
“cinque storie ferraresi” (1956), radunate nel ciclo “Romanzo di Ferrara”.

Natalia Ginzuburg Ruotava intorno al gruppo Einaudi, attiva tra Torino e Roma. Il testo più famoso è
“Lessico familiare” (1963), in cui emerge un quadro delicato del regime fascista. Nelle opere successive
emerge un forte impegno etico-civile.

Carlo Levi Con “Cristo si è fermato a Eboli” (1945) entriamo nel campo della memorialistica. Il suo esilio
imposto in Lucania sarà oggetto di narrazione al fine di dimostrare come l’arretratezza del sud permanga
nonostante i proclami del regime.

Altra opera fondamentale è “L’orologio” (1950), in cui racconta l’Italia del dopoguerra, della ricostruzione,
con tono ironico.

Primo Levi Poiché di origini ebraiche vive personalmente la condizione di deportato ad Auschwitz fino al
1945. Da questa esperienza nascerà l’opera più famosa “Se questo è un uomo”, in cui cerca di comprendere
nell’insieme quell’evento tragico. Emerge anche la sua formazione scientifica, affermando infatti che il testo
è stato scritto per uno studio pacato dell’animo umano. Il suo animo razionalista lo spingerà a domandarsi
su come ciò sia potuto accadere, rielaborando il tutto in 17 capitoli, in cui presenta l’universo dei campi di
concentramento.

Altra opera è “La tregua” (1963), dai toni assai più comici, dedicato all’esperienza della Shoah. Parla del
ritorno a casa dopo la liberazione da parte dell’armata rossa. Il viaggio lo porta alla conoscenza di realtà
impensabili e di personaggi di opera buffa, e del fatto che i tedeschi sono ancora incapaci di chiedere
perdono.

“I sommersi e i salvati” (1986) è una raccolta di saggi in cui Levi ripensa alla realtà reazionaria, individuando
aspetti sfuggiti a lui e agli altri testimoni. Le testimonianze però sembrano non bastare per comprendere gli
estremi delle persecuzioni naziste perché, i sommersi sono coloro che hanno subito i soprusi e non possono
parlare, i salvati invece devono continuare nel lavoro di comprensione per evitare che ciò accada
nuovamente.

Altre opere: • Se non ora quando (1982): basato sulle testimonianze della lotta degli ebrei al

nazifascismo prima della fine della guerra. All’interno dell’opera vi sono riferimenti all’esodo della Bibbia.

• La chiave a stella (1978) • Il sistema periodico (1975): opera autobiografica.

Beppe Fenoglio Nasce ad Alba nel 1922, frequenta il liceo ginnasio e acquisisce una buona conoscenza della
narrativa anglosassone e della filosofia esistenzialista. Dopo l’armistizio del 1943 si unisce alle formazioni
partigiane. Assiste alla vittoria degli antifascisti e pensa di scrivere un diario romanzato delle sue vicende
“Appunti Partigiani” (1946), testo ricco di verve narrativa, eroico-comico, e dal tono gioioso del
sopravvissuto. Negli anni successivi arrivano difficoltà a causa dell’ingratitudine dello stato nei confronti dei
reduci partigiani. Fino al ’52 non riesce a pubblicare molto, fatta eccezione per “I 23 giorni della città di
Alba”, pubblicato da Einaudi grazie a Vittorini e Calvino. Questi racconti rappresentarono subito una delle
interpretazioni più forti ed efficaci della guerra civile. Vari testi riguardando la vita nelle langhe, e le storie
proposte sono a metà tra il testo scritto e il racconto orale popolare. Su questa linea si colloca il romanzo
breve “La malora”, che non convinse Vittorini, per cui Fenoglio tentò nuove strade stilistiche e compositive.
Impostò quindi, a partire dal ’55, un grande progetto che doveva raccontare il periodo tra il ’43 e il ’45.
Dopo anni di revisioni uscì nel ’59 “Primavera di bellezza”, testo apprezzabile ma non un capolavoro. Il vero
esito a cui mirava Fenoglio fu svelato dalla pubblicazione di un testo ritrovato fra le sue carte, edito nel ’68
col titolo “Il partigiano Johnny”. Quest’ampio frammento doveva essere la seconda parte del libro ed
espone la vicenda di Johnny tra i partigiani in modo più dettagliato, ma con un linguaggio ricco di metafore,
dallo stile sublime, che rende la narrazione della resistenza epico-tragica.
Dopo la pubblicazione di “Primavera di bellezza” si concentra su altri racconti di natura resistenziale
incentrati sulla figura di Milton che, rispetto a Johnny, agisce in maniera più solitaria e disincantata. Il
risultato è “Una questione privata” (1963). Sullo sfondo della guerra emerge la questione amorosa del
protagonista Milton, del suo compagno partigiano Giorgio, e della bella Fulvia.

Pasolini narratore e regista Le sue prime opere narrative sono incentrate più sulle passioni erotiche che
sugli aspetti storico-sociali. L’esperienza più riuscita dal punto di vista narrativo si ha con “Ragazzi di vita”
del ’55, romanzo in cui coglie gli stati d’animo dei ragazzi delle borgate nella Roma del tempo. Le imprese
dei ragazzi sono seguite in maniera apparentemente oggettiva; gran parte della narrazione sta nei dialoghi
secchi scritti in un romanesco gergale, mentre le descrizioni sono segnate da un forte lirismo. Vuole
applicare le sue idee sul plurilinguismo ma lo stile appare piuttosto monocorde. La posizione dell’autore è
in genere populista perché i giovani pasoliniani violano la legge ma restano migliori d’animo rispetto ai
borghesi capitalisti.

Il suo secondo romanzo è “Una vita violenta” (1959), ma si rende conto che la scrittura non è sufficiente a
esprimere tutte le sue potenzialità narrative e sceglie di passare alla regia cinematografica.

Il primo film di Pasolini è “Accattone” (1961), ispirato alle borgate, nel quale riesce a rendere meglio le idee
populiste grazie all’uso delle inquadrature e della musica. In molti altri film si servirà delle arti, da quelle
visive a quelle letterarie, si pensi alla “Trilogia della vita” (1973) in cui vi sono riferimenti al decameron, ai
racconti di Canterbury e alle mille e una notte.

Altri film, come “Porcile” del 1979, fanno riferimento ai miti e alle tragedie greche riletti in chiave
psicanalitica.

In “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975) è presente l’allegoria tra potere, erotismo e violenza, tutto
ambientato nel periodo di fine fascismo e basato su un testo del marchese De Sade. Nello stesso periodo
Pasolini stava lavorando alla sua opera letteraria maggiore, “Petrolio”, opera incompiuta e pubblicata
postuma nel 1992. Si tratta di un testo canovaccio in cui vengono trattati, senza censure, i grandi temi
affrontati da Pasolini che sono: la natura del potere politico in Italia; l’invadenza del capitalismo distruttore
delle radici contadine e della bontà del popolo; le repressioni degli impulsi erotici, le pulsioni di morte.

Elsa Morante Moglie di Moravia e amica di Pasolini. Segue un percorso più appartato. La sua infanzia
difficile si ripercuote nella stesura del romanzo “Menzogna e sortilegio” del 1948. La storia è narrata da una
ragazza, Elisa, la cui madre si innamora del cugino, spietato e menzognero, come tutti i personaggi che si
alternano nella vicenda. Dopo la morte di tutti i personaggi Elisa si ritrova a riflettere su quanto accaduto
insieme al suo gatto, e si accorge che i fatti non sono così come appaiono, e che gli inganni sono necessari
alla vita degli stessi personaggi. Offre quindi una visione realistica ma con deformazioni favolose o oniriche.

“L’isola di Arturo” del 1957 è un romanzo di iniziazione poiché vi sono elementi psicoanalitici, come il
rapporto del protagonista, Arturo, con la madre morta, con il padre vivo e la sua matrigna. Arturo si crea
una visione mitica della sua vita e col passare del tempo si rende conto della meschinità del padre e di
provare pulsioni erotiche per la matrigna. Verrà iniziato al sesso da una vedova e in seguito abbandonerò
l’isola.

“La storia” (1974) è ambientato nella Roma del periodo ’41-’47, narra le vicende di una donna, Ida, che
concepisce un figlio con un ignoto militare tedesco. Nonostante tutte le attenzioni per proteggerlo il figlio
muore, come già il primo figlio, Nino. La donna, impazzita, viene rinchiusa in manicomio. Si
contraddistingue per un’attenzione rivolta al popolo e ai deboli. Questo romanzo è una parabola sulla
crudeltà e indifferenza della storia nei confronti dei meno fortunati.

Altri filoni
FILONE LETTERATURA E GIORNALISMO Rappresentato da Mario Soldati autore di “Reportage America
primo amore” e di film e racconti di successo.

FILONE SATIRICO UMORISTICO Rappresentato da Flaiano, collaboratore di Fellini.

FILONE DELLA NARRATIVA MERIDIONALE Con Vitaliano Brancati

Un caso a sé stante è quello de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, romanzo storico.

Il teatro

Nel dopoguerra nasce un filone che mira all’introspezione psicologica in prevalenza esistenzialistica o
religiosa. Tra i maggiori esponenti ricordiamo Ugo Betti con “Corruzione al palazzo di giustizia” (1949), e
Diego Fabbri che in “Processo a Gesù” riesamina le ragioni della fede cattolica. Ricordiamo anche Giorgio
Strehler, con la rimessa in scena di drammi classici, e Luchino Visconti.

Il cinema

Negli anni ’60-’70 il maggiore regista che seppe rendere al meglio la condizione di mutamento della società
fu Fellini con “La dolce vita” (1960), in cui emerge sia il boom economico che il declino e la perdita dei valori
della società.

Meno elevata artisticamente ma di grande impatto sociologico fu la nascita della commedia all’italiana, che
nella sua leggerezza presentava tipi sociali. I film che hanno goduto di ampio successo sono quelli nati da
scrittori del calibro di Moravia (La ciociara). Inoltre aveva grande impatto anche il film popolare (Don
Camillo, Totò).

La critica

Il dopoguerra rappresentò nuovi stimoli per la critica. Già Vittorini con “Il politecnico” del ’45 promosse
nuove forme di impegno degli intellettuali anche andando fuori dagli schemi umanistici. Vittorini e Calvino
idearono la rivista “Il Menabò”, basata su numeri monografici di alto interesse. Su un piano di
interpretazione del marxismo, dei problemi del realismo, e della sperimentazione letteraria si colloca la
bolognese “Officina” (Pasolini, Fortini). Va infine ricordata “Tempo presente”, diretta da Nicola
Chiaromonte e da Ignazio Silone.

CAP. 5 LA NEOAVANGUARDIA E I NUOVI SPERIMENTALISMI

Introduzione al periodo (‘63/’79) Con l’inizio degli anni ’60 cambia profondamente il rapporto tra Cultura
Alta e Cultura Popolare. La seconda è quella privilegiata mentre la prima viene relegata in settori
ridottissimi. Una conseguenza di questo cambiamento riguarderà pure la poesia con la nascita dei
Cantautori. Mentre la lirica colta vedeva diminuire il proprio pubblico, si ampliava quello degli happenings
poetici (autori beat). All’ampliarsi della cultura di massa gli artisti reagirono chiudendosi completamente o
reinterpretando forme che prendono spunto dal presente, demistificandolo (Andy Warhol).

Questa questione di reinterpretare la realtà attingendo al serbatoio della tradizione viene da molti definita
già Postmoderna. La narrativa fa emergere autori che adottano un plurilinguismo e un atteggiamento
antinaturalistico. Si scoprono gli autori sudamericani (Marquez).

La poesia Negli anni ’60 esplode la neoavanguardia, i cui presupposti erano l’eversione di ogni forma
stilistica e il rifiuto ideologico della borghesia. A Palermo, nel ’63, si riunirono gli avanguardisti formando il
“Gruppo ‘63”, che incarnava tutti questi presupposti attraverso la comunanza della cultura, dell’ideologia
marxista, dell’attenzione alla psicoanalisi e al linguaggio e alla sua struttura (Sussure, Jackobson).

Sanguineti: il più acuto teorico della neoavanguardia, poeta e narratore e autore di testi musicali;
fondamentale è la sua opera “Laborintus” (1956), storia di una depressione espressa in versi atonali e
aritmici. Il testo appare come un mix di lingue e citazioni, e riconduce a uno scavo psicoanalitico facendo
emergere l’esigenza di uno stravolgimento linguistico.

Elio Pagliarini: vicino al “Gruppo 63” ma più affine alla rivista “Officina” (Pasolini). Scrive “La ragazza Carla”
nel ’62, in cui mette in versi la storia di un’impiegata inserendo brani da manuali tecnici. La sua poetica non
punta alla dissoluzione linguistica, ma fonde stili diversi e mette in contatto aspetti realistici con altri
onirico-psicoanalitici approfondendoli con una comunicatività forte e polemica.

Emilia Rosselli: usa in modo schizoide varie lingue e plasma molti neologismi, barbarismi o addirittura
lapsus. Il linguaggio viene stravolto per rendere esplicita la propria natura svelando aspetti ancora insondati
dalla psicoanalisi.

Vittorio Sereni: sebbene inserito nella corrente ermetica dei grandi poeti del dopoguerra, può essere
annoverato tra i neoavanguardisti. Durante l’esperienza della guerra scrive “Diario d’allegria” (1947). Sereni
entra a far parte della Mondadori seguendo i dibattiti sulla poesia neoavanguardista; sarà influenzato da
questa ma privilegerà una coniugazione tra aspetti autobiografici e una rilettura del presente. In “Gli
strumenti umani” del ’65, diviso in cinque sezioni, protagonisti sono gli oggetti e le vicende della
quotidianità, caricati di significati su uno sfondo malinconico e riflessivo. In una delle cinque sezioni (“Una
visita in fabbrica”) riprende l’impegno etico e civile. Nel ’71 scrive “Un posto di vacanza”, in cui riflette sul
compito dell’intellettuale. Nel ’81 scrive “Stella variabile”, che tratta della morte anche attraverso il dialogo
coi defunti.

Andrea Zanzotto: ancora fortemente ermetico. Dopo vari periodi di depressione, nel ’51 fa uscire la sua
prima raccolta poetica, “Dietro il paesaggio”, seguita nel ’54 da “Elegia e altri versi”, e nel ’57 da “Vocativo”.
In queste liriche vi è un’aspirazione a un linguaggio puro e assoluto che mira a trovare significati profondi
dietro la realtà. Si ottiene così una sorta di petrarchismo extratemporale che svolge una funzione
prettamente difensiva. Con la successiva “9 Egloghe” del ’62 aumenta il contrasto tra l’ideale di un modo a
parte (quello bucolico) e la presenza di elementi esterni.

“La beltà” (1968) è il capolavoro di Zanzotto, in cui abbandona le mediazioni e i manierismi protettivi delle
raccolte precedenti immergendosi in un linguaggio inteso come entità generatrice di infiniti sensi, ma di per
sé priva di significato. Fra significante e significato, nelle parole, è il primo aspetto a interessare Zanzotto,
quello dei suoni che possono creare nuove interazioni e nuovi sensi. È chiaro l’influsso della psicoanalisi, in
particolare di Lacan. In generale, la storia ne “La beltà” viene ricondotta alla sua componente primordiale,
cioè rimanda alle origini, agli stadi inconsci del singolo e dell’umanità.

Nelle raccolte successive prosegue nel suo percorso di ricreazione linguistica focalizzando l’importanza del
dialetto e del linguaggio infantile, utilizzando il Petèl, un linguaggio veneto pregrammaticale. Con la
successiva trilogia tornano i manierismi, ma inseriti in una dimensione semiotica.

L’antinovecentismo: tra ideologie e impegno Contro le prove più sperimentali escono opere che
privilegiano uno stile semplice, non basato sull’eversione linguistica. L’esempio più evidente è quello della
poesia di Franco Fortini, impegnato nelle riviste “Politecnico” e “Officina”; come poeta raggiunge risultati
con “Una volta per sempre “ (1965), raccolta in cui accantona le componenti tardosimboliste e neorealiste
privilegiando toni didattici, fortemente assertivi attraverso i quali l’ideologia marxista è espressa tramite un
linguaggio arcaico-filosofico-allegorico privo di risonanze liricheggianti. Nella raccolta successiva, “Questo
muro” (1973), continua la sua analisi del presente interpretando il periodo delle rivolte giovanili e della
guerra del Vietnam.

Sotto la guida di Vittorio Sereni emergono nuovi poeti della cosiddetta “Linea Lombarda”. Va citato
innanzitutto Giovanni Giudici con “La vita in versi” (1965), contraddistinta da molti riferimenti
autobiografici e da una delicata ironia che conferisce un andamento narrativo cadenzato dalle frequenti
rime facili. Il modello crepuscolare sembra forte, ma si distingue con un orientamento etico-esistenzialistico
più deciso. La riflessione sulla morte si farà più sensibile nelle raccolte successive, “Salutz” (1986) e “Empie
stelle” (1996). Il milanese Giovanni Raboni, critico e traduttore, si è distinto negli anni ’60 per “Le case della
Vetra” (1966), testi dedicati a situazioni quotidiane, con stile vicino alla prosa, e con toni etici. Con
“Cadenza d’inganno” (1975), aumentano le tonalità e i riferimenti alla morte, e si assiste a un ritorno a
forme canoniche della tradizione italiana.

La poesia dialettale La scelta di scrivere poesia dialettale diventa, dagli anni ’70, controcorrente. Fra i
risultati più importanti si possono citare quelli del genovese Franco Loi, vissuto a Milano sin dall’infanzia,
tanto da acquisire il dialetto come lingua base intersecata con inserti letterari e altri da linguaggi degli
immigrati. Molto forte è la componente ideologico- protestataria nelle prime raccolte, mentre in seguito
diminuisce il tasso di espressionismo e aumentano i toni meditativi. Ricca di personaggi e più vicina a una
dimensione narrativa è la poesia del romagnolo Raffaello Baldini. Interseca invece dialetti marchigiani e
forme dell’italiano arcaico Franco Scataglini. Infine, in questi anni è ancora importante la poesia dialettale
da parte di emigrati di varie generazione, con testi ricchi di neoformazioni tra lingua materna e lingua
acquisita, come nel caso del molisano Giose Rimanelli.

La narrativa

Il 1963 è un anno di esplosione di sperimentazioni neoavanguardistiche, la narrativa tradizionale entra in


una fase di incertezza. L’interesse della critica e dell’editoria si indirizza verso scrittori che fuoriescono dai
consueti binari della trama lineare. Significativo è il nuovo spazio riservato alla narrativa delle donne, sulla
spinta del femminismo e dei cambiamenti dei ruoli dopo le rivolte del ’68. Fra le autrici di maggior successo
citiamo Dacia Maraini. Nel campo della narrativa, tra gli scrittori vicini alla neoavanguardia ricordiamo il
genovese Sebastiano Vassalli con “Tempo di massacro” (1970), teso a una dissoluzione dell’intreccio e del
linguaggio narrativo. Il parmense Luigi Malerba, sebbene vicino alle posizioni del “Gruppo 63” appare
interessato a una narrativa satirico-grottesca con “La scoperta dell’alfabeto” (1963), in cui propone testi
assurdi e paranoici. Più attento a un percorso ipermanieristico e non ideologico è il milanese Giorgio
Manganelli, che mira a sondare gli aspetti fittizi e fantastici della scrittura. Interessato allo svecchiamento
della narrativa, Alberto Arbasino rappresenta la via più interessante del romanzo sperimentale italiano,
grazie soprattutto al su “Fratelli d’Italia”, racconto incentrato su alcuni giovani artisti che seguono attività
culturali in Italia e all’estero, venendo in contatto con realtà molto differenti. Nella sua prima versione, del
’63, questo romanzo si distingueva per l’assenza di una trama ben fatta e per l’inserimento di riflessioni sul
destino dell’arte nell’epoca di massa. Nelle versioni successive vi saranno numerose modifiche stilistiche,
ma resta però l’impianto del pastiche, cioè della mescolanza di toni, stili, episodi diversi tenuti insieme dalla
posizione ironica, snob, e a suo modo moralistica. Numerosi altri sono gli scrittori che elaborano il
linguaggio in senso comico, o che lo riducono grottescamente a mera funzione comunicativa. Ricordiamo il
pittore milanese Emilio Tadini, che propose testi picareschi dall’implicita polemica sociale, o anche il
romano Ottiero Ottieri, che si occupò del grande fenomeno dell’alienazione. Da segnalare a parte il caso del
siciliano Stefano D’arrigo, autore di “Horcynus orca” (1975), un testo epico che prende a modello l’Odissea
e l’Ulisse di Joyce. Tra elementi realistici (riferimenti alla WW2) e costruzioni mitiche e simboliche, il testo si
presenta come una lunga discesa agli inferi, scritta con uno stile espressionista basato sull’accostamento di
parole derivate da lingue diverse. Morti narratori proposero elaborazioni stilistiche di tipo espressionistico
che non miravano a uno stravolgimento delle strutture linguistico-narrative come nel “Gruppo 63”, ma a
una mescolanza di linguaggi per ottenere un distacco dalle forme più standardizzate dell’italiano, con
valenza ideologica meno vistosa e tendenze satiriche o anarchiche. Di questo espressionismo narrativo
citiamo Antonio Pizzuto che privilegia gli aspetti di costruzione del racconto e della narrazione rispetto a
quelli linguistici. Il suo romanzo più famoso è “Signora Rosina” (1956). Più aggressivo nell’uso dei gerghi è il
grossetano Luciano Bianciardi, molto polemico contro la società italiana e contro le varie burocrazie. Il suo
racconto più famoso è “La vita agra” (1962), un racconto autobiografico. Più moderato è Lucio Mastronardi,
che dedica una trilogia a personaggi di Vigevano (Il maestro, Il calzolaio, Il meridionale). Più attenta e
motivata è l’attenzione linguistica di Luigi Meneghello, che con “Libera nos a malo” del 1963 rievoca
l’infanzia e l’adolescenza nel microcosmo del paesino tramite forme dialettali ormai sconosciute e
minacciate dall’avanzare della società capitalistica; Meneghello gioca ironicamente sulla nostalgia e sul
distacco evidenziando i significati reconditi delle parole. Più manieristico è il siciliano Vincenzo Consolo, che
adotta uno stile elevato per trattare argomenti storici con un sottofondo illuminista e satirico.

L’autore più espressionista di questi anni è il milanese Giovanni Testori il quale, dopo una serie di romanzi e
racconti fortemente realistici, arriva a una scrittura barocca e visionaria che scandaglia i travagli interiori.

Leonardo Sciascia Parte da una formazione e da un ideale narrativo illuminista rileggendo la storia, passata
e recente, con impegno polemico e forza satirica. Dopo alcuni saggi pubblica “Il giorno della civetta” (1961),
che lo porta a capire le infinite ramificazioni e implicazioni del fenomeno mafioso siciliano. Nelle opere
successive esamina il sistema dei rapporti sociali siciliani (Il consiglio d’Egitto – 1963), ma allarga poi lo
sguardo all’intera politica italiana (Todo Modo – 1974). Nella sua ultima fase privilegia la ricostruzione di
precisi eventi politici (L’affaire Moro – 1978) senza dimenticare la sua matrice illuminista (Candido – 1977).

Paolo Volponi Prende le mosse dall’esperienza della realtà industriale e dalle sperimentazioni per
avvicinare i mondi del lavoro e della cultura. Il suo primo romanzo, “Memoriale” (1962), mette a nudo i
meccanismi dell’alienazione nelle fabbriche attraverso la storia di un operaio che, da realistica, diventa
assurda e paranoica. Negli anni successivi punta verso l’allegoria e il racconto satirico impiegando anche
storie di animali per rappresentare la situazione politica coeva (il pianeta irritabile – 1978). Ultimo testo,
“Le mosche del capitale” (1989), presenta elementi realistici e allegorici, ma lo stile diventa più acido e
palesemente parodico.

Goffredo Parise Noto già negli anni ’50 per i romanzi e per i reportge da paesi allora esotici in veste di
inviato per il “Corriere della sera”, raggiunge i suoi risultati più alti con le due serie di “Sillabari”
(1972/1982), composte da racconti brevi e testi narrativi dalla forte valenza sapienzale, quasi aforismi
trasportati sul piano del racconto. I protagonisti di queste microstorie intuiscono, attraverso eventi
improvvisi o epifanie, una verità profonda, non razionale.

Il teatro e il cinema

La letteratura teatrale vive una stagione di incessanti sperimentazioni; significative risultano le prove del
pugliese Carmelo Bene, trasgressivo e volutamente eccessivo, sia nei suoi drammi sia negli adattamenti. Più
ideologico-politiche le messinscene del lombardo Dario Fo, che in quasi tutti i suoi testi rivendica la
liberazione degli istinti, l’adesione alla vitalità del popolo, l’opposizione alle forme di repressione,
specialmente quella poliziesca. Nel cinema continua la produzione di film tratti da romanzi più o meno
celebri; più che a Moravia o Pratolini ci si rivolge a Sciascia, soprattutto per la sua visione critica della
società e della politica italiana. Anche la televisione aumenta il suo impegno nella realizzazione di
sceneggiati ricavati da capolavori come i promessi sposi o pinocchio.

La critica e il dibattito culturale

Il dibattito culturale degli anni ‘60/’70 ruota attorno a due polarità, la prima è quella della necessità di un
rinnovato impegno da parte degli intellettuali e degli scrittori davanti ai forti sconvolgimenti della società
italiana, sia sul piano etico-religioso, sia su quello economico;

la seconda polarità è quella del rinnovamento dei metodi critici grazie alla diffusione delle teorie
strutturaliste e poi quelle semiotiche.

Aperto all’esame dei comportamenti sociali fu Umberto Eco, tra i più celebri semiologi italiani. Vivaci le
riviste di questo periodo come “Il 15”, legata alla neoavanguardia, o “Alfabeta”, in cui vennero discussi
anche temi sociali, dall’economia al femminismo alla crisi delle ideologie.

CAP. 6 LETTERATURA NELL’ETÁ POSTMODERNA


Introduzione al periodo (1980-oggi) Con gli anni ’80 si entra pienamente nella postmodernità, un passaggio
a più livelli, da quello economico a quello ideologico (fine della fase rivoluzionaria e caduta del muro di
berlino). Condizione principale del postmodernismo è l’eclettismo, ovvero l’accettazione degli stimoli di
altre culture lontane. Svanisce il razionalismo illuminista, anche nelle sperimentazioni avanguardistiche,
arrivando a parlare di “fine della storia”, non essendo più necessaria una conflittualità per il progresso e la
salvaguardia dei valori capitalistici fino agli eventi dell’11 settembre. È difficile delineare tratti specifici di
questa corrente; il postmodernismo più tipico è quello basato sul riuso dei generi e modelli tradizionali con
gusto ironico e parodico. Questa tendenza, in Italia, trova il suo fautore in Umberto Eco e il suo “Il nome
della rosa” (1980), un intrigo degno di un romanzo 7-8centesco. L’enorme successo internazionale di
questo romanzo lanciò la moda dei Best Sellers oltre a influenzare l’editoria che diventerà più attenta a
catturare un pubblico medio. Negli anni ’90 c’è un ritorno a forme più sperimentali; gli autori di maggior
successo sono influenzati dalla tv, dal cinema, dalla musica e dai fumetti, privilegiando la cultura visiva. La
poesia diventa sempre più di nicchia ed assiste a un ritorno a temi e forme canoniche e a un’attitudine
manierista di difesa del dettato lirico. Non mancano casi di sperimentazione ipertestuale con l’apertura
della poesia a inserti visivi e musicali, grazie anche alle opportunità offerte da internet.

La poesia

A partire dagli anni ’80 si registrano tendenze contrastanti, in generale vengono accantonati alcuni modelli
fondamentali della prima parte del novecento. Dagli anni ‘90 si ripropongono funzioni dell’io spesso
volutamente dimesse, (pseudo)autobiografiche, oppure diluite in versi appena distinguibili dalla prosa. Una
prima svolta si ha con “Somiglianze” (1976) del milanese Milo de Angelis, nella quale la rappresentazione
del quotidiano viene concretizzata in azioni e vicende precise. Fra i modelli di questa poesia si può
individuare quello di Rimbaud. In questo nuovo clima si colloca un’altra raccolta, “Il disperso” (1976) di
Maurizio Cucchi, in cui gli elementi autobiografici vengono resi incomprensibili come insieme attraverso un
procedimento di frammentazione e ricomposizione. Un’espressione più recente di questo filone è l’opera
del parmense Antonio Riccardi, segnata da una propensione allegorico-poematica.

Segnate da un disagio psichico a volte manifesto sono le opere di Alda Merini, si veda l’antologia “Fiore di
poesia” (1998). Attraverso la chiusura estrema dell’aforisma e segnate da un’interiorità frammentata
troviamo la raccolta di “Poesie” (1992) di Patrizia Cavalli. Molti autori, soprattutto dagli anni ’90, tornano a
impiegare forme metriche chiuse e i risultati maggiori appaiono quando il manierismo non è fine a sé stesso
ma si piega a un’indagine su temi perenni come l’amore e la morte, è il caso di Patrizia Valduga nelle sue
opere “Quartine” e “Requiem”. Con una stilizzazione ancora forte la poesia assume una funzione
conoscitiva, in sostituzione di una scienza e di una filosofia sempre più in difficoltà a fornire ipotesi
complessive sul reale. È il caso di “La gioia e il lutto” (2001) di Paolo Ruffilli, intenso poemetto dedicato a un
giovane in punto di morte per AIDS. Oltre a questo è degna di nota la raccolta “Teatro naturale” (1998) di
Giampiero Neri. Attualmente permane la rilettura della quotidianità con un atteggiamento dell’io lirico che
passa dalla rievocazione elegiaca alla strenua difesa etica come in “La bella vista” di Umberto Fiori, o
“Umana gloria” di Mario Benedetti.

La narrativa

La narrativa di questi anni risulta legata a una logica commerciale, con i best sellers che attirano i mass
media indipendentemente dalla loro qualità, e con gli stessi mass media che contribuiscono a creare casi
letterari. La produzione narrativa dagli anni ’80 si lascia a pochi generi fondamentali; un romanzo di svolta è
costituito da “Il nome della rosa” di Umberto Eco, che è un esempio perfetto di narrativa postmoderna.
Sono parecchi i testi che giocano su una sostanziale autoreferenzialità, ma alla lunga molti autori escono da
questo impasse puntando di nuovo all’esattezza della rappresentazione del reale. Questo avviene nei testi
di Daniele Del Giudice, specie nella sua raccolta “Staccando l’ombra da terra” (1994). A metà strada tra
consapevolezza dell’esaurimento delle grandi narrazioni e volontà di riproporre aspetti inquieti della storia
si colloca Antonio Tabucchi, che riesce a rinverdire il romanzo d’impegno con “Sostiene Pereira” del 1994.
Super la paralisi del tutto già detto attraverso una riattualizzazione dei racconti 7-8centeschi il bresciano
Aldo Busi, specie con “Seminario sulla gioventù” (1984). Un’altra modalità di rivitalizzazione delle forme
narrative è quella del riversamento delle esperienze vissute di Pier Vittorio Tondelli con l’uscita di “Altri
libertini” (1980), che segue una via diversa da quella battuta da Eco, ovvero quella di una sperimentazione
non più assoluta e ideologica, ma portata a ricondurre la pagina al vissuto nella sua concretezza. Il filone
giovanilistico si è sempre più affermato negli anni ’90 legandosi a una rivalutazione delle realtà regionali e
delle componenti dialettali, ormai ricondotte a gerghi che gli adolescenti adottano per distinguersi dal
mondo degli adulti. È il caso di Silvia Ballestra e il suo “La guerra degli Antò” (1992) ispirato dall’ambiente di
Bologna, centro di stimoli e riflessioni sulle nuove modalità narrative; ma ormai sono molti i centri culturali
larghi nei quali si creano contatti e interazioni che permettono poi, ai nuovi autori, di tornare a esprimere al
meglio le proprie radici. In ogni caso, spesso, sono le case editrici a proporre o imporre mode di solito poco
durature, i cosiddetti generi editoriali (Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Stefano Benni). A sé sta il torinese
Alessandro Baricco, capace di ridonare un’aura al fare letterario grazie ai suoi testi (Oceano mare – 1994) e
alle sue riletture teatrali e televisive di classici.

Gli esiti più interessanti vengono però da autori non inseriti in filoni e schemi precisi. Si possono citare le
ultime opere di Giuseppe Pontiggia o di Franco Cordelli, o ancora di Eraldo Affinati.

Il dibattito culturale

Si assiste a una progressiva chiusura delle riviste e a una limitazione degli spazi dei mass media riservati agli
intellettuali. Non mancano gruppi di discussione, come quelli promossi nei primi anni ’90 a Reggio Emilia da
esponenti della neoavanguardia, nonché da docenti, giornalisti e direttori editoriali. Ma i motivi di
confronto sembrano l atitare; alcune risposte vengono dalle opere concrete, per esempio il drammaturgo
Mario Martone ha legato i suoi spettacoli teatrali non solo al cinema, ma anche ai video e alla ripresa in
diretta, come nel suo “Teatri di guerra” (1998). Ma spesso il rapporto letteratura/cinema/tv è ora diventato
di subordinazione della prima, pecie dopo l’introduzione massiccia di effetti speciali nei film o della fiction
nelle programmazioni televisive.