LE MARGINALITA’ PROTAGONISTE.
“Quando i modi della musica cambiano, le leggi della città si trasformano”.
(Platone, la Repubblica)
I giovani appassionati di musica, i collezionisti di dischi e i musicologi mi annoiavano. Molti
anni dopo avrei scoperto che mi sbagliavo.
Il furto subito di 3000 dischi L.P. a fine anni ’70 nell’appartamento di Viale delle Milizie 38 a
Roma, fu provvidenziale e coincise con l’inizio dell’era digitale: mentre la nascita dei CD e poi dei
DVD preparava già la loro scomparsa prossima ventura, venivo liberato di colpo da problemi
logistici e di spazio e soprattutto da distrazioni inutili. Al III piano, la porta non aveva serratura: una
catena intorno alle maniglie veniva chiusa da un lucchetto solo durante lunghi periodi di assenza.
Lo spostamento di 3000 LP dal III piano a un camioncino, in un palazzo con portiere, due scale,
in una via centrale di Roma, durante il giorno, senza alcuna interferenza, fu un lavoro accurato
svolto da una banda di almeno 5 persone che, con tutta probabilità, con il basista, qualche mio
conoscente dell’epoca, probabilmente si spartirono non più di un centinaio di migliaia di lire a
persona. Qualche disco riapparve anni dopo a Napoli, al mercato di Forcella, riconoscibile dal
timbro “ex libris Raffaele Cascone”.
La radio e la musica per me sono sempre stati un medium, un pretesto per stare insieme agli altri
a partire dai primi "balletti" degli anni '50 in casa o in campagna, un sottofondo, al massimo un
accompagnamento, mai un interesse centrale. E' con questo spirito che mi trovai, inaspettatamente,
a fare radio, sapendo di proporre delle sensazioni attraverso la musica e attraverso le mie parole,
parole che tentai sempre di ridurre al minimo nelle trasmissioni, per non interferire con la poetica
musicale. Non sono mai stato musicologo o musicofilo, né grande collezionista di musica.
Mi piacciono gli apparecchi radio, specialmente quelli americani degli anni '50 e un tipo
specifico di juke box che stava all'USO club di calata san Marco e all'Hideaway di Via Caravaggio
a Napoli, dove si mangiavano i cheese-burgers originali. Mi piace di più ascoltare la musica
compressa alla radio, magari con l'effetto spatial stereo, che attraverso casse amplificate. Gli
appassionati e i collezionisti di musica mi infastidivano, della loro musica non me ne importava
veramente nulla. Gianni Sassi mi disse una volta: " A John Cage della musica non gliene frega un
cazzo".
Sono stato in Rai undici anni, quattro da collaboratore esterno, precario si direbbe oggi, e gli altri
da giornalista professionista, dipendente. Sono ricordato molto e bene dal grande pubblico, ormai
cinquantenne e oltre, per il periodo "creativo", quello di Per Voi Giovani e Pop Off. Le mie
sensazioni in quell'ambiente a quell'epoca non erano piacevoli come quelle che percepivano i miei
ascoltatori. Forse questo fu uno degli ingredienti del mio successo: la migliore produzione di molti
artisti coincide spesso con periodi critici della loro esistenza. Questo modo di essere creativi non
l'ho mai condiviso. Pratico forme più organizzate ed armoniche di creatività e preferisco produrre
divertendomi. Sono convinto che il lettore o l’ascoltatore se ne accorgano e ne beneficino.
La partita l'ascoltavamo alla radio: papà, zio Mario o zio Andrea o Zio Aldo ed io, a cento metri
dallo stadio del Vomero, l'ex campo Littorio, ora stadio Collana. Raramente i tre zii erano tutti
insieme perché era praticamente impossibile ospitarli tutti con le rispettive mogli e figli, tranne zio
Mario, con moglie senza figli. Vivevamo da mia nonna, che non credo ascoltasse la radio. Sua
sorella, mia pro-zia, era da sola a Potenza, in Largo Barbelli, quando non recitava il rosario o non
era nel tabacchino, viveva con la radio in sottofondo mentre cuciva o lavorava, come avrei fatto io
mezzo secolo dopo. Era molto aggiornata e recitava a memoria le temperature del servizio
meteorologico dell'aereonautica e i relativi aereoporti: Palermo Punta Raisi 29, Catania Fontana
Rossa 31, Cagliari Elmas 27.
Quando il Napoli giocava in casa, il boato dello stadio si confondeva con il suono della radio e
con la voce indimenticabile della radiocronaca del grande Nicolò Carosio, un vero appassionato:
"amici italiani in ascolto, vi parlo dallo stadio del Vomero in Napoli dove Fiorentina e Napoli
stanno per iniziare le ostilità. Ed ecco le formazioni delle squadre". L'entusiasmo e l'impeto della
voce mi trascinavano, la copiavo e ripetevo attentamente le frasi.
L'accensione della radio era una decisione familiare, come tutte le altre attività in casa che
venivano concordate e comunicate, poiché si era sempre in riunione permanente: "permettimi, vado
al bagno un attimo, scusa, vado a prendere la penna, porto il pane a tavola, ci sentiamo la partita?"
Mettevamo le sedie attorno all'apparecchio radio ed ascoltavamo. Io guardavo l'occhio magico
verde, la partita scorreva davanti agli occhi come se fossimo ai bordi dello stadio, la partita la
giocavamo noi, era parte del nostro entusiasmo, visualizzavamo le azioni, facevamo degli scatti e
battevamo le mani.
Ho visto tutti i campionati del mondo di calcio in televisione, dal 1958, in bianco e nero, Brasile
Svezia 5 a 2, telecronista Nicolò Carosio, meglio che alla radio, dopo la finale tutti nel viale
Malatesta a giocare. Gli ultimi campionati del mondo li ho visti sul plasma 42 pollici ad alta
definizione: era come stare in campo, faccia a faccia con i giocatori, traspirazione, sudore e
moscerini intorno a Totti. Nessuna radiocronaca o telecronaca dell'annunciatore: due o tre sciagurati
commentatori che parlavano fra di loro di un milione di particolari inutili che distraevano dalla
partita. L'emozione era zero. L'attenzione ai particolari visivi ad alta definizione determinava un
osservazione glaciale totalmente dissociata da qualsiasi passione: della partita veramente non
importava più un fico secco né a noi, né agli annunciatori, né agli stessi giocatori. Non ne fui
sorpreso: nel 1982 in uno spunto di chiaroveggenza avevo già formulato lo slogan: "La televisione
fa molta luce ma la televisione non abbronza".
L'arrivo della radio a transistor portatile trasformò il mio ascolto della radio da attività familiare
ad attività solitaria: fu mio zio a regalarmela per il mio compleanno, mi permise di sottrarmi un
minimo all'attenzione dei miei familiari e sgravare loro dall'attenzione che richiedevo. La
propagazione notturna a grande distanza delle onde medie mi salvò dagli orrori della musica
leggera nostrana: nelle notti mediterranee d'estate captai The American Forces Network, AFN, nelle
varie frequenze delle stazioni di Frankfurt, Munich, Thessalonique, Bremenhaven.
Era l'epoca di Elvis, del blues e del cool jazz, gli annunciatori erano i migliori delle FM radios
statunitensi e il ritmo straordinario. Il primo festival di Sanremo trasmesso in televisione mi fece
vomitare e da allora sviluppai una fastidiosa allergia a Sanremo e alla televisione, che ancora dura.
Apprezzavo la professionalità di Nunzio Filogamo ma non ascoltai mai musica alla radio italiana
che trasmetteva canzonette anteguerra, ad eccezione del programma "Il discobolo" di Vittorio
Zivelli, l'Inglese diventò la mia seconda lingua e due delle mie successive tre emigrazioni sarebbero
state in paesi anglofoni.
Gli africani mettono la televisione in orizzontale a terra e appoggiano le birre sullo schermo. Al
massimo la usano come radio.
Tra gli anni '50 ed i primi anni '60, acquistai al mercato una vecchia radio americana National a
valvole, che ancora funziona, e lanciando un cavo di antenna dalla finestra, cominciai a ricevere
Radio Luxembourg 208, una radio Inglese dal gran Ducato di Lussemburgo infiltrata da d.j.'s
statunitensi a cui seguirono varie radio pirata dal canale della manica: Radio Caroline, Radio
London, Radio Veronique.
Queste radio pirata furono virtualmente indisturbate fino al 1967 quando il governo britannico le
mise fuori legge, la BBC fondò Radio 1 e le copiò addirittura costruendo studi di trasmissione
identici con d.j. che gestivano i piatti, i livelli, i jingles, e le telefonate come nelle radio FM USA.
Una formula produttiva che la Rai a tutt'oggi, 2015, ancora non è riuscita ad adottare e che le radio
private italiane, pur scopiazzando, non riescono a decifrare. Tutte queste radio sono ancora in
funzione e sono accessibili nel web con programmi nuovi e qualche documento degli anni '50 che
mostra come, da allora, la radiofonia italiana non si sia ancora accorta del nuovo modo di fare radio
e sia rimasta agli anni '30 del ventesimo secolo.
Il mio ritorno in Italia nel 1972 dopo la prima emigrazione, coincise con il mio reclutamento in
Per Voi Giovani, una trasmissione quotidiana per "giovani" che mi diede grande notorietà forse per
tre ingredienti: uno stile di conduzione ovviamente copiato dalla Radio americana, scelta musicale
basata su rock inglese, folk-rock e folk americano poco conosciuti e mai trasmessi da noi. Bob
Dylan accanto a musica popolare regionale italiana, fino ad allora relegata ai gazzettini regionali,
come la Compagnia di Canto Popolare di Napoli, Rosa Balistreri, il Canzoniere del Lazio, antichi
canti popolari raccolti da Roberto Leydi nei campi, accanto ai canti dei campi di cotone USA
raccolti da Alan Lomax.
Ultimo ingrediente, l'essere riusciti a strappare alla Rai l'autorizzazione a diffondere un numero
di telefono per ricevere notizie di attività ed eventi aggreganti culturali, musicali, artistici auto
gestiti che avremmo promosso e valorizzato durante la trasmissione, dandone semplicemente
notizia. Questo uso connettivo del medium diede impulso a tante iniziative già esistenti e ne stimolò
la creazione di nuove con un effetto a valanga che secondo alcuni avrebbe forse influenzato
addirittura l'esito delle elezioni politiche dell'epoca, confermando il mio assioma relativo al fornire
mezzi di connessione invece che contenuti, secondo cui "non è la necessità di andare a Milano che
fa nascere l'autostrada del sole, ma è l'esistenza dell'autostrada del sole che fa nascere il desiderio di
andarci".
Nello stesso periodo il Nazionale Radio aprì sperimentalmente una fascia musicale a tarda sera
che chiamò Pop Off a cura di Jacqueline De Stefanis e Gianpiero Foglino. Mi furono affidate due
serate su cinque, una dalle 21 e 29 alle 22 e 30 e l'altra dalle 23 e 05 dopo il bollettino per i
naviganti, alla mezzanotte. Quest'ultima per un periodo la trasformai in un programma di rock
incalzante di 55 minuti ininterrotti ma mi accorsi che la profondità della notte richiedeva sensazioni
più sfumate. Il brano "The Aegean Sea" degli Aphrodite's Child divenne il sottofondo per i parlati
nella notte. Questo brano era caratterizzato da una sorta di respiro in sottofondo e dal suono del
mare, un suono simile a quello misterioso che si generava quando aprivo l'interruttore del
microfono e "andavo in onda".
Questo suono fa sentire tutta la profondità di campo: il suono dell'aria prima di parlare veniva
diffuso attraverso migliaia di trasmettitori e si propagava in un area, più vasta dei confini geografici,
in tutto il mediterraneo ed in onda media ancora più lontano. E con questo, la sensazione netta di
essere "in contatto", qualsiasi cosa questo significhi, con tutti gli ascoltatori. Sensazione confermata
dagli ascoltatori che avrebbero poi deciso di rintracciarmi, alcuni a distanza di trent'anni tra cui
Luigi Tavotta, Rosa Di Vincenzo, Maria Michela Gargiulo, Alfonso Russo, Cosimo Vitale, mio
cugino, di Castellammare di Stabia, Pasquale Cascone.
Per Voi Giovani e Pop Off furono definitivamente interrotti dalla Rai il 31 Luglio 1975.
All'epoca molti lavoravano in Rai, "per parola di bocca". Io ero tra quelli delle famigerate "lettere-
contratto" che arrivavano dopo che il periodo di lavoro era finito, così come i pagamenti. Tutto ciò
fino alla famigerata legge di riforma della Rai, un paragrafo della quale era indirizzato a risolvere il
problema dei cosiddetti finti collaboratori che, evidentemente ricevevano pagamenti, senza in realtà
collaborare. L'articolo di legge recitava: "Bisogna eliminare i finti collaboratori". Ma in Rai chi
doveva decidere chi fossero i veri e chi fossero i falsi collaboratori erano gli stessi che avevano
favorito i falsi.
Una sessantina di veri collaboratori, compreso il sottoscritto, furono riconosciuti falsi
collaboratori e destinati a non poter più lavorare. Mi rivolsi alla federazione romana della stampa, le
cui file si erano assottigliate a causa della tarda età di molti dei suoi membri, che di buon grado
riconobbe il nostro periodo di lavoro in Rai come praticantato giornalistico e ci consentì di
sostenere gli esami per la qualifica di giornalista professionista, dopo dei quali sostenne e vinse la
nostra vertenza con la Rai facendoci assumere come giornalisti nelle testate giornalistiche. Ciascuno
fu sistemato nei vari settori a seconda delle sue benemerenze politiche, della lobby politica o della
loggia di appartenenza.
Essendo stato io tra i promotori della vertenza, il direttore del personale, ignaro della mio
biografia professionale ed attento a promuovermi al mio livello di incompetenza, mi concesse la
prestigiosa scelta tra il gazzettino regionale da Campobasso ed il giornale radio 3 notturno a
Roma. Optai per quest'ultimo avendo necessità di soggiornare a Roma, ma da allora fui tenuto
lontano, salvo una breve eccezione nel 1992, dalle trasmissioni musicali della radio nazionale. Nel
periodo della vertenza, dietro sollecitazione del leggendario avvocato Eugenio Porta, pioniere della
radiofonia indipendente, assieme a Daniele Doglio proposi a Lio Rubini, co-proprietario
dell'editoriale L'Espresso, l'apertura di una radio privata da affiancare al quotidiano La Repubblica
che stava per nascere.
Mi fu affidata la progettazione e la direzione dell'emittente che venne chiamata R.R. 96, Radio
Repubblica 96 che funzionò per quasi un anno da una terrazza dell'Hotel Hilton di Roma, prima
della decisione della proprietà di chiuderla. L'importanza della radio e dei mezzi elettronici di
broadcasting sarebbe stata in seguito sempre sottovalutata da "la Repubblica" e da tutti gli altri ai
quali ancora sfuggono le ragioni della ormai evidente superiorità strategica di Berlusconi.
Il mio rapporto creativo con la radio riprese con le mie felici dimissioni dalla Rai, nel 1982: su
richiesta di Lio Rubini e di Giuliano Gelsi realizzai nel mio studio casalingo, nel cuore del
Mediterraneo a Praiano, trentadue trasmissioni di 55 minuti, Il Rock del Mediterraneo per il circuito
Radio nazionale Sper. Si tratta di trasmissioni influenzate dall'ambientazione sul mare guardando
verso l'Africa ed i paesi arabi, riprendendo il filo delle trasmissioni notturne di Pop Off.
Nel 1989 dopo il periodo americano e francese, con un trasmettitore da 5 Kilowatt, sulla cima
del Vesuvio, fornito dal socio Ezio Valente (Radiolab), inaugurai, a Napoli, Radio Mediterranea
106.5 detta anche Radio Med di cui fui il direttore in società con Dino Luglio ed un gruppo di
imprenditori napoletani. Riuscii a creare un sound fenomenale utilizzando un processore di suono
Orban, che nessuno aveva nel sud Europa, con delle regolazioni che copiai da una radio di Parigi. Il
grande successo che ne derivò non ne impedì regolarmente la dissoluzione in due-tre anni,
inevitabile perché ci si trovava a Napoli.
Nel 1992 Pierluigi Tabasso, curatore a fine carriera di Rai Stereo Notte, poiché ero l'unico tra le
voci "storiche" della Rai a non averci partecipato, mi volle per quattro mesi a Stereo Notte. Fu un
estate di lavoro notturno e faticosa, perchè fui costretto a starmene lontano dal mare. Conservo
molte registrazioni di queste trasmissioni che assieme ai trentadue rock del mediterraneo, sono tutto
quello che rimane. Di Per Voi Giovani e di Pop Off non restano traccie, ma ho intenzione di crearne
altre, riaprendo sul web Radio Mediterranea.
Che cosa faccio di questi tempi?
Insegno la psicoterapia e esercito la libera professione. Studio e scrivo di etnologia, ecologia,
epigenetica dei comportamenti e medicina naturale, faccio parte di diverse associazioni scientifiche
internazionali e del direttivo di una di esse, sono redattore scientifico di Quaderni Radicali, di
Agenzia Radicale e della rivista “Terapie d’avanguardia”. Vado al mare, studio a tempo pieno e
pratico il connettivismo, la semantica generale, la sistemica, la filosofia processuale. Sto preparando
una newsletter via internet che dovrebbe chiamarsi “Processualità" o “Sistemica" o “Next
Systemics” o "The scientific citizen" (Il cittadino scienziato) e che vi invito a richiedere. Ho ripreso
a suonare la chitarra solista e ho comprato una chitarra dopo 43 anni che non avevo più suonato più
per rispetto verso Claudio Castaldo, Jimmy Hendrix, J.J. Cale, Hank Marvin, Mark Knopfler e Joao
Gilberto. Sarà che con l'età ho perso il pudore.
Che cosa ascolto oggi?
In musica, Joao Gilberto, Abdel Aziz el Mubarak, J.J. Cale, Mark Knopfler, Dire Straits, The
Shadows, Elvis, Coltrane, Nat e Cannonball Adderley, Miles Davis, Charley Parker, Sonny Rollins,
James Senese, Fabio Concato, Eric Burdon, gli anni '60 Inglesi.
Uso il computer come radio e ascolto le radio di sempre, ora nitidissime grazie ad internet ma ne
processo il suono attraverso aural exciters, compressori, equalizzatori etc: Radio Mediterranèe
International, K-EARTH 101, Radio Caroline, Radio Luxembourg, American Forces Network,
Radio One, National Public Radio, WPIX New York, France Inter, France Culture, i programmi
jazz di Bob Parlocha, i suoni della natura ed il suono del mare.
Quando iniziai a suonare nel 1958 avevo ascoltato solo Elvis, Floyd Cramer, the Platters, Paul
Anka, Neil Sedaka, Duane Eddy. E’ vero che la grande rivoluzione nel jazz di quegli anni girava
nell’aria ma era un po’ troppo impegnativa per un ragazzino di dieci anni. Scoprii gli Shadows in
Inghilterra nel 1962, poi i Beatles, Dylan, Rolling Stones, Animals, gli Who, i Move, al Marquee
club in Wardour street a Londra, i gruppi della British invasion al Piper di Roma, il grande festival
delle nuove tendenze a Roma del 1967.
Dopo che vidi suonare Jimmy Hendrix abbandonai la chitarra solista: non mi interessava quel
modo nevrotico di concepire la creatività, rovinandosi la salute. Non ero stato in Vietnam, ero
antimilitarista e non condividevo la rabbia anche in musica di chi era stato costretto a fare il militare.
Provenivo dal Vomero, la collina residenziale di Napoli e avevo quell’atteggiamento “laid back”
sud-mediterraneo che avrei ritrovato anni dopo a San Francisco, in California, in Grecia, in Spagna
e in Sicilia. Durante gi anni a Londra preferii ascoltare la musica e la radio invece che suonare. Non
avrei mai immaginato all’epoca che negli anni ’70 sarei finito davanti ai microfoni del Nazionale
Radio della Rai e che sarei diventato una celebrità radiofonica nazionale.
Trent’otto anni dopo, il 25 Giugno 2013 fui invitato da Claudio Rocchi e dall’editore Coniglio
all’Auditorium parco della musica di Roma a commemorare con un mio intervento la famosa
trasmissione radiofonica Rai Per Voi Giovani, conclusasi nel 1975. Piuttosto che una
commemorazione personale del passato scelsi di costruire un evento dal titolo “La poetica delle
relazioni” che attraverso l’intervento di creativi del mio entourage fosse espressione del mio sfondo
culturale attuale proiettato al presente e al futuro. Vi parteciparono Antonino Iuorio, Elena Somarè,
Awisha Carolina Gentile, Gaia Possenti, Lorenza Mazzetti, Gianni Saladino, Nappa e Zampella,
Giulia Capolino, Andrea Moriconi, Sanjay Kansa Banik, David Barittoni, Diana Lazzaro, Renato
Marengo, Francesco Donadio, Luigi Talotta, Gian Maria Consiglio, Franco Betteghella e Antonio
Dubois. Franco Battiato che in quei giorni provava in un'altra sala dell’Auditorium, in un primo
momento aveva garantito la sua partecipazione, ma all’ultimo momento la cancellò, probabilmente
sconsigliato dal suo management e dal suo entourage.
L’evento strutturato senza un apparente inizio e una fine, un work in progress dal vivo e con
nessuna separazione tra i protagonisti e il pubblico, mirava esplicitamente a rappresentare la
transizione dal mio contesto formale degli anni ’70, caratterizzato dalla formula “Il rock del
Mediterraneo”, a un contesto “random” in quella sala del 2013. L’evento che ora prendeva forma,
attraverso l’incontro e la contaminazione tra i protagonisti del mio entourage e il pubblico,
esprimeva in modo trasparente e immediato quella “poetica delle relazioni” e quel recepimento
dell’attuale processo di “creolizzazione del mediterraneo” che costituiscono il manifesto della
nuova proposizione.
Nel 1973 nella trasmissione Per Voi Giovani sul Nazionale Radio Rai avevo definito il Rock del
Mediterraneo come “lo stato d’animo di Ulisse che riesce a sfuggire al cammino destinato per
seguire il cammino desiderato”. Uno degli obiettivi del programma era stato creare un territorio di
comunicazione e un linguaggio al servizio dei progetti degli ascoltatori: fu un successo perché il
fatto che se ne desse notizia in Radio Nazionale, in un epoca in cui esistevano solo tre emittenti
radio nazionali, diede una grande spinta ad organizzarsi a tante iniziative artistiche, politiche,
culturali, musicali, ispirate dalla possibilità di una loro diffusione e visibilità mediatiche, locali e
nazionali.
Non si trattò soltanto di “elevare il grado di connettività”, come si direbbe oggi, offrendo un
servizio di efficiente ed ispirata connessione agli ascoltatori tra loro, ma anche di aprirsi
all’appartenenza ad una cultura più larga, quella del bacino del “mare nostrum”, il Mediterraneo.
Dopo 40 anni tutto si è trasformato: se sostieniamo ancora oggi un anima mediterranea
circoscritta nell’enclave dei suoi confini geografici e culturali, la condanniamo alla perdita di senso
ed all’estinzione.
Nell’epoca attuale di creolizzazione delle culture, il sistema dei riferimenti si allarga a perdita
d’occhio: raccogliamo la lezione di Edouard Glissant per una valorizzazione derivante dal contatto
tra realtà diverse, tra individui, culture, forme di espressione diversi, ognuna delle quali valorizzi
l’altra. Il mediterraneo è oggi come il mare dei caraibi, un luogo di creolizzazione umana, culturale,
artistica e musicale.
Questo ci sembra oggi centrale per una poetica, un’estetica, e una pratica delle relazioni e
rappresenta lo spirito e la lettera con cui con Elena Somarè, che ne colse immediatamente il campo
e la funzione con entusiasmo ed intuizione, inaugurammo nel 2013 con l’evento di Per Voi Giovani
all’auditorium Parco della Musica di Roma, il gruppo-laboratorio “La poetica delle relazioni”,
proprio negli stessi luoghi dove solo sei anni prima nel 2007 era comparso il compianto Glissant
stesso, secondo cui:
“Ho sempre detto che il mare dei Caraibi si differenzia dal Mediterraneo perché è un mare aperto,
un mare che diffrange, mentre il Mediterraneo è un mare che concentra. Se le civiltà e le grandi
religioni monoteiste sono nate intorno al bacino del Mediterraneo, ciò è dovuto alla capacità di
questo mare di orientare, anche se attraverso drammi, guerre o conflitti, il pensiero dell’Uomo verso
l’Uno e l’unità. Al contrario, quello dei Caraibi è un mare che diffrange e favorisce l’emozione
della diversità. Non solo un mare di transito e di passaggio, ma un mare di incontri e di
coinvolgimenti. Ciò che è avvenuto in tre secoli nei Caraibi è letteralmente un incontro di elementi
culturali provenienti da orizzonti assolutamente diversi e che realmente si creolizzano, che
realmente si stratificano e si confondono l’uno nell’altro per dar vita a qualcosa di assolutamente
imprevisto e assolutamente nuovo, la realtà creola.”
“I fenomeni di creolizzazione sono importanti, perché permettono un nuovo approccio alla
dimensione spirituale delle umanità, un approccio che implica una ricomposizione del paesaggio
mentale delle umanità contemporanee: la creolizzazione presuppone che gli elementi culturali
messi a confronto debbano necessariamente essere ‘di valore equivalente’ perché avvenga un vero
processo di creolizzazione. Se fra gli elementi messi in relazione alcuni vengono sminuiti rispetto
ad altri, la creolizzazione non avviene. Qualcosa accade comunque, ma in un modo bastardo e
ingiusto. […] La creolizzazione esige che gli elementi eterogenei messi in relazione si
‘intervalorizzino’, che non ci sia degradazione o diminuzione dell’essere, sia dall’interno che
dall’esterno, in questo reciproco e continuo mischiarsi.”
”Bisogna rinunciare alla spiritualità, alla mentalità e all’immaginario nati dalla concezione di
un’identità a radice unica che tutto uccide, per entrare nel sistema complesso di un’identità di
relazione, di un’identità che comporta un’apertura all’altro. […] Nelle culture occidentali si dice
che l’assoluto è l’assoluto dell’essere e che l’essere non può esistere se non si concepisce come
assoluto. Già i presocratici sostenevano, invece, che l’essere è relazione, cioè l’essere non è
assoluto ma relazione con l’altro, relazione con il mondo, relazione con il cosmo. […] Io dico che
la nozione di essere e dell’assoluto dell’essere è legata alla nozione di identità come ‘radice unica’ e
dell’esclusività dell’identità e che se si concepisce un’identità rizoma, cioè radice che si intreccia
con altre radici, allora ciò che diventa importante non è tanto una pretesa assolutezza di ogni radice,
ma il modo, la maniera in cui entra in contatto con le altre radici: la Relazione.
Oggi una poetica della Relazione mi sembra più evidente e più avvincente di una poetica
dell’essere.”
(Edouard Glissant) Passi tratti dall’intervista “Creolizzazioni nei Caraibi e nelle Americhe”
contenuta in “Poetica del diverso”
News of difference.
Dopo quarantatre anni di inattività la mia tecnica strumentale è svanita ma, misteriosamente, i
sensi si sono affinati e percepisco sfumature e differenze di cui ignoravo l’esistenza: posso ascoltare
un accordo jazz o di bossa nova, corro alla chitarra e me lo ricostruisco immediatamente, cosa che
non ero in grado di fare quaranta anni fa. In questi anni il contatto con ogni genere di cultura ed
eventi artistici e culturali, ha avuto un accellerazione crescente culminata con la globalizzazione
attraverso il web che ha reso accessibili opere di tutto il mondo e di tutti i tempi.
Il mediterraneo è oggi come il mare dei caraibi, un luogo di creolizzazione umana, culturale,
artistica e musicale. Munito di uno sgabello pieghevole posso rimanere un quarto d’ora a meditare
davanti all’ignoto marinaio di Antonello da Messina o davanti a un Caravaggio, o ad ascoltare un
percussionista del Ghana che suona tra la folla in Via del Corso a Roma o la piccola orchestra
zingara rumena a Largo Argentina.
Il mio orecchio musicale non si è evoluto soltanto grazie al contatto con culture lontane:
l’orecchio si affina anche di riflesso, parallelamente al perfezionamento di altre capacità e
competenze in settori distanti, tra cui quelli della manualità, del tatto e della sensibilità percettiva e
relazionale.
In passato vivevo in una realtà semplificata e sbrigativa in cui mi sfuggivano sfumature e
sottigliezze. Ero abbastanza intollerante e vivevo in un mondo intenso ma monotonale. Ero stato
indifferente alle arti figurative fino al 1978 quando in una torrida giornata di agosto, vagando per le
stradine di Barcelona in attesa di un traghetto per le Baleari entrai per caso in un piccolo museo
Picasso: la materia dei colori a olio di una sua tela mi generò una sensazione che mi commosse alle
lacrime.
Anche per me qualcosa stava cambiando e avrebbe continuato a cambiare: il mio razzismo nei
confronti di burocrati, funzionari del catasto e della Rai, ha lasciato oggi il posto a un interesse
genuino per l’originalità e la creatività variopinta che molti nascondono dietro una facciata anonima
e opaca. Anche le imbranature e le fissazioni di alcuni psicologi, medici, scienziati, condòmini e
amministratori di condominio spesso mi appassionano e mi fanno scoprire una loro realtà creativa,
nascosta dietro le apparenze, per anni insospettata.
Le marginalità protagoniste.
Soprattutto sui cultori della musica, quarant’anni fa, mi ero totalmente sbagliato: per molti di
quei giovani di quarant’anni fa che oggi hanno tra i cinquanta e gli ottant’anni molte cose sono
cambiate. La nonna o la mamma che li sottraevano all’ascolto di the “Dark side of the moon”
attraverso un benefico piatto fumante di maccheroni al ragù o non ci sono più o hanno smesso
finalmente di cucinare e sono loro che aspettano a tavola il piatto di maccheroni. La loro passione
inalterata per la musica e per l’arte, oggi mi ha rivelato il suo senso profondo e il suo vero
significato. Alcuni sono riusciti a coltivare il loro interesse mantenendolo introverso, segreto: non
traspare né dal loro aspetto esteriore, né dai comportamenti, né dalle loro dichiarazioni da
impeccabili professionisti, persone distinte ormai mature, anziane o vecchie, insospettabili. Altri
invece hanno sentito l’esigenza di amplificarne gli aspetti esteriori, dichiarandosi apertamente e
mostrando su di sé i segni della propria passione: moto Harley Davidson, capelli lunghi bianchi per
chi ancora ce l’ha, barbe, distintivi, giacche di pelle, Lambretta o Vespa stile Mods, cromate. Mio
zio Ciro, a novant’anni va in giro in modo discreto per Napoli in moto, con la sua stampella in
verticale, tipo bandiera, legata al porta pacchi posteriore, a causa di una recente caduta. Un suo
amico contemporaneo gira nei giorni di festa in Jeep Willis militare originale, residuo bellico
originale della II guerra mondiale, con il suo cane, uno spinone, sul sedile del passeggero, e con
un’asta posteriore portabandiera con tanto di bandierina a stelle e a strisce, restando solo in zona
collinare, dal Vomero a Via Manzoni.
La generosità che determina questo anticonformismo viene a volte equivocata dalla gente
comune che, prendendo atto della sola esteriorità, come i media, tende a comprimere la profondità
di queste persone dentro una caricatura. E’ comunque un costo che sono disposti a pagare perchè ne
vengono abbondantemente ripagati: chi è soggetto di passione è un privilegiato perché ha scoperto,
a volte anche incompreso e equivocato, ma a vantaggio proprio e della comunità, per la quale resta
sempre un polo di attrazione e propulsione che, come dice Vinciane Despret:
“Avere un corpo è apprendere a essere affetti, vale a dire ‘effettuati’ mossi, messi in movimento
da altre entità, umane e non umane. Se non siete impegnati in questo apprendimento diventate
insensibili, piatti, siete morti”.
Chi fa questa scoperta, diventa di fatto contro-culturale, extra-convenzionale, e per lei o per lui
niente potrà restare come prima. E’ l’inizio del percorso dell’interiorità, della creatività e della
convivialità, della relazione artistica e creativa. La passione e il benessere edonico che essa genera,
è solo l’aspetto più esteriore di una ricerca artistica e esistenziale più profonda: il perfezionamento
delle qualità, della sensibilità e della scoperta costante di nuove differenze, in risposta a un mondo
convenzionale che si propone invece come sostanzialmente “indifferente”, triste, meccanico e senza
qualità, e che impone come comportamenti e qualità vincenti, il controllo, l’insensibilità, la
grossolanità, e nessun valore se non quello riconducibile all’accumulo di potere sugli altri e contro
gli altri, di ricchezze e al feticismo integrale dell’esteriorità.
L’attenzione alle qualità e alle sensazioni, come nella passione musicale, va oltre l’evento del
semplice ascolto. Diventa allora espressione e caratteristica di una forma di vita e di un modo di
vivere esemplari, quindi da difendere e da coltivare, a qualsiasi costo: vivere nel modo della musica,
dell’arte, e della creatività, l’apertura verso l’ispirazione e quindi verso la dimensione del futuro,
che era stato il motto delle avanguardie artistiche e culturali già dall’inizio del secolo, nelle grandi
capitali.
Questa “way of life” all’inizio del terzo millennio è tutt’altro che esaurita: essa continua a
dilagare e a penetrare nei luoghi più remoti, misteriosamente irrangiungibile dal nuovo capitalismo
finanziario, dal meccanicismo e dal cretinismo mediatico. La sua forza con il suo potere creativo è
superiore a quella del passato perché oggi è consapevole di sé stessa. I suoi canali di diffusione
erano e rimangono sotterranei, imprevedibili, impalpabili, extra mediatici. Sono le prime avvisaglie
di un futuro del Mediterraneo, più prossimo di quanto possiamo immaginare, nel segno dell’arte,
della cultura, della bellezza, della poetica delle relazioni, dell’etica e della creolizzazione che
proprio e soprattutto gli anti-conformisti, quelle “minoranze protagoniste” stanno da sempre
contribuendo a determinare.
Raffaele Cascone