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UNITÀ 6 • PETRONIO

t7 Il lupo mannaro (Satyricon, 61, 6 - 62)

(61, 6) «Ai tempi che ero ancora schiavo, si abitava in Vico Stretto; oggi è la casa di Gavilla. Lì, come
dio vuole, incominciai a trescare con la moglie di Terenzio, quello dell’osteria. La ricordate Melissa di
Taranto, una splendida cicciona. (7) Io, però, giura bacco, non era mica per il fisico, o per farci l’amore,
che mi interessavo a lei, ma perché era tanto morale. (8) Se le chiedevo qualcosa, mai che mi dicesse
di no; se guadagnava un soldo, mezzo soldo era per me; lo depositavo nel suo seno, né mai che
restassi fregato. (9) Il suo compagno venne a morte mentre erano in campagna. Naturalmente di ruffi o
di raffi pensa che ti ripensa in qual modo arrivare da lei, ché gli amici, come dicono, si conoscono al
bisogno. (62, 1) Volle il caso il padrone fosse partito per Capua a smerciarvi il meglio delle sue
cianfrusaglie. (2) Afferrata al volo l’occasione, convinco un tale, ospite lì da noi, a venire con me sino al
quinto miglio. Non per nulla era un soldato, forte come un demonio. (3) Leviamo le chiappe verso il
canto del gallo. La luna luceva come a mezzogiorno. (4) Arriviamo a un cimitero: il mio uomo si mette a
farla tra le tombe, io mi siedo canterellando e conto le tombe quante sono. (5) Poi, come torno con gli
occhi al compagno, quello è lì che si sveste e depone tutti gli abiti al margine della strada. Io avevo il
cuore in gola, ero più morto che vivo. (6) Quello allora piscia in cerchio intorno agli abiti e
all’improvviso diventa lupo. Badate che non scherzo: non mentirei per tutto l’oro del mondo. (7)
Dunque, come dicevo, una volta che divenne lupo, incominciò ad ululare e fuggì nelle selve. (8) Io sulle
prime non sapevo più dove fossi. Poi mi feci vicino, per raccattare gli abiti di quello là, ma gli abiti
erano diventati di pietra. A morir di paura, chi più morto di me? (9) Tuttavia strinsi in pugno la spada, e,
abracadabra, andai infilzando le ombre, sin quando non giunsi al podere della mia amica. (10) Entrai
che ero uno spettro, mezzo scoppiato, con il sudore che mi correva per la forcata, con gli occhi fissi:
ce ne volle per rimettermi. (11) La mia Melissa sulle prime era stupita ch’io fossi in giro così tardi, e “Se
arrivavi un po’ prima, – disse, – almeno ci davi una mano, ché un lupo si è introdotto nel podere e da
vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche se è riuscito a fuggire,
ché uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il collo con la lancia”. (12) A sentir questo, non riuscii più a
chiuder occhio, ma, appena fatto giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, che sembrava l’oste
dopo il repulisti. E una volta che giunsi in quel luogo, dove gli abiti erano diventati di pietra, non altro
trovai che del sangue. (13) Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che sembrava un
bove e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro, né ho potuto da
allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. (14) Comodi gli altri di pensarla in
proposito come vogliono, ma io, se mento, che il cielo mi punisca.
(trad. V. Ciaffi)