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Cesare Pavese Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libert.

Cesare Pavese Indice [nascondi]


1 Citazioni di Cesare Pavese 2 Lavorare stanca


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2.1 Incipit 2.2 Citazioni

3 Il carcere
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3.1 Incipit 3.2 Citazioni

4 La bella estate
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4.1 Incipit 4.2 Citazioni

5 La spiaggia
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5.1 Incipit 5.2 Citazioni

6 Dialoghi con Leuc


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6.1 Incipit 6.2 Citazioni

7 Il compagno
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7.1 Incipit 7.2 Citazioni 7.3 Explicit

8 La casa in collina
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8.1 Incipit 8.2 Citazioni 8.3 Explicit

9 La luna e i fal
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9.1 Incipit 9.2 Citazioni 9.3 Explicit

10 Il mestiere di vivere
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10.1 Incipit 10.2 Citazioni

10.2.1 Citazioni non datate

10.3 Explicit

11 Racconti 12 Vita attraverso le lettere 13 Incipit di Feria d'agosto 14 Citazioni su Cesare Pavese 15 Note

16 Bibliografia 17 Altri progetti


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17.1 Opere

18 Collegamenti esterni

Cesare Pavese (1908 1950), scrittore italiano. Citazioni di Cesare Pavese [modifica]

Crudele lo sono ancora certamente, se crudelt si pu chiamare il normale contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro. [...] Per guarire da ogni nostalgia amorosa non c' che sperimentare d'essere amato o voluto o bramato o quello che vuoi, da una persona che ci dia ai nervi. (dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi) Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile [...] siamo una bellissima coppia discorde. (dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi) Non fidarti delle donne quando ammettono il male. (da Paesi tuoi, Einaudi) Perch questo l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo di noi e degli altri. (da Saggi letterari, Einaudi) La vita di ogni artista e di ogni uomo come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti. (da Del mito, del simbolo e d'altro, 1944, in La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, 1951) Tu non sai le colline dove si sparso il sangue. Tutti quanti fuggimmo tutti quanti gettammo l'arma e il nome. (9 novembre 1945, da La terra e la morte, in Poesie del disamore, Einaudi) Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese.[1] Sapr diventare come vuoi. Devo diventarlo, perch non voglio che la nostra storia somigli alle altre che ho bruciato. (dal carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi)

Una donna che non sia stupida presto o tardi incontra un rottame umano e prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida presto tardi trova un uomo sano e lo riduce a rottame. Ci riesce sempre.[2]

Lavorare stanca [modifica] Incipit [modifica] Traversare una strada per scappare di casa lo fa solo un ragazzo, ma quest'uomo che gira tutto il giorno le strade, non pi un ragazzo e non scappa di casa.
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Citazioni [modifica]

L'uomo come una bestia, che vorrebbe far niente . Lavorare stanca.[4] Siamo nati per girovagare su quelle colline, | senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

Il carcere [modifica] Incipit [modifica] Stefano sapeva che quel paese non aveva niente di strano, e che la gente ci viveva, a giorno a giorno, e la terra buttava e il mare era il mare, come su qualunque spiaggia. Stefano era felice del mare, venendoci, lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura, dentro la quale avrebbe potuto inoltrarsi e scordare la cella. Citazioni [modifica]

L'angoscia vera fatta di noia. Si resiste a star soli finch qualcuno soffre di non averci con s, mentre la vera solitudine una cella intollerabile.

La bella estate [modifica] Incipit [modifica] A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era cos bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che

scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. Siete sane, siete giovani, dicevano, siete ragazze, non avete pensieri, si capisce . Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall'ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perch dormire era una stupidaggine e rubava tempo all'allegria. Citazioni [modifica]

Sei s o no persuaso che lo stato dell'uomo la debolezza? Come puoi sollevarti se prima non precipiti? (Il diavolo sulle colline, cap. 5) Non c' niente che sappia di morte pi del sole in estate della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l'aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura la morte. (Il diavolo sulle colline, cap. 7) Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono cos a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa. ( Il diavolo sulle colline, cap. 9) Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si reagito una volta, si reagisce sempre? Non mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama ildestino. (Il diavolo sulle colline, cap. 11) Perch tanti discorsi ambigui, buttati con l'edera a nascondere un pozzo, quando tutti sapevamo di che pozzo si trattava? (Il diavolo sulle colline, cap. 18) Queste notti moderne, disse Pieretto. Sono vecchie come il mondo. ( Il diavolo sulle colline) una stupida, dissi. Una donna innamorata sempre stupida. (Il diavolo sulle colline) Pieretto diceva che la vecchia pretesa di trovare intatta la donna era un residuo dello stesso gusto la sciocca mania di arrivare primo. Diceva che il gusto dell'intatto e del selvaggio era il gusto di spargere il sangue. Si fa all'amore per ferire, per spargere sangue. Il borghese che si sposa e pretende una vergine, vuole cavarsi anche lui questa voglia. bello svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda in noi, la libert. Si pu toccare l'innocenza. Si disposti a soffrire.

I lavativi hanno la pelle dura. La vera confidenza sapere quel che desidera un altro, e quando piacciono le stesse cose una persona non d pi soggezione. Un padre va sempre aiutato. Bisogna insegnargli che la vita difficile. Se poi, com' giusto, tu arrivi dove lui voleva, devi convincerlo che aveva torto e che l'hai fatto per il suo bene.

La spiaggia [modifica] Incipit [modifica] Da parecchio tempo eravamo intesi con l'amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un gran bene, e quando lui per sposarsi and a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi per rifiutare di assistere alle nozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i soldi non devono neanche servire a stabilirsi nella citt che piace alla moglie, allora non si capisce pi a che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai a casa sua e facemmo la pace. Mi riusc molto simpatica la moglie, una monella che mi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci lasci soli quel tanto ch'era giusto, e quando alla sera ci ricomparve innanzi per uscire con noi, era diventata un'incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano. Citazioni [modifica]

Avevamo allora l'et che si ascolta parlare l'amico come se parlassimo noi, che si vive a due quella vita in comune che ancora oggi, io, che sono scapolo, credo riescano a vivere certe coppie di sposi. (cap. 2) Che ti credi? Che io faccia il ritorno alle origini? Quello che importa ce l'ho nel sangue e nessuno me lo toglie. Sono qui per bere un po' del mio vino e cantare una volta con chi so io. Mi prendo uno svago e basta. (cap. 2) Non mescolare vino e donne, Doro. (cap. 2) Ecco, fa come gli altri anche lei. Ma non capisce che non possiamo litigare? Noi ci vogliamo bene. Se potessi odiarlo come odio me, allora s lo maltratterei. Ma nessuno di noi due lo merita. Capisce? (cap. 3) Che cosa non sonnecchia sotto la scorza di noialtri. Bisognerebbe avere il coraggio di svegliarsi e trovare se stessi. O almeno parlarne. Si parla troppo poco a questo mondo. (cap. 4)

Ma ti ricordi quante parole si facevano da ragazzi. Si parlava cos per dire. Sapevamo benissimo ch'eran solo discorsi, eppure il gusto ce lo siamo cavato. (cap. 4) Bisogna capire la vita. Capirla quando si giovani. (cap. 4) Sarebbe facile, se fosse vero, capire la gente. (cap. 4) A tutti quanti, a tutti i matti che sforzano il cervello e che non sanno quand' tempo di smettere. (cap. 4) Nulla volgare di per s, ma siamo noi che facciamo la volgarit secondo che parliamo o pensiamo. (cap. 6) Niente pi inabitabile di un posto dove siamo stati felici. (cap. 11) Tutti gli anni sono stupidi. una volta passati, che diventano interessanti. (cap. 9)

Dialoghi con Leuc [modifica] Incipit [modifica] Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c' scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si ricordato di quand'era a scuola e di quel che leggeva: si ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tab, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l'assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po' straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialoghi. Citazioni [modifica]

La Nube. Ho paura. Ho veduto le cime dei monti. Ma non per me, Issione. Io non posso patire. Ho paura per voi che non siete che uomini. Questi monti che un tempo correvate da padroni, queste creature nostre e tue generate in libert, ora tremano a un cenno. Siamo tutti asserviti a una mano pi forte. I figli dell'acqua e del vento, i Centauri, si nascondono in fondo alle forre. Sanno di essere mostri. [...] La morte, ch'era il vostro coraggio, pu esservi tolta come un bene. Lo sai questo? [...] Per te la morte una cosa che accade, come il giorno e la notte. Tu sei uno di noi, Issione. Tu sei tutto nel gesto che fai. Ma per loro, gli immortali, i tuoi gesti hanno un senso che si prolunga. Essi tastano tutto da lontano con

gli occhi, le narici, le labbra. Sono immortali e non san vivere da soli. ( La nube)

La Nube: C' una legge, Issione, cui bisogna ubbidire. Issione: Quass la legge non arriva, Nefele. Qui la legge il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, troppo bello per pensarci ancora. (2006, p. 9) Sarpedonte. Nessuno si uccide. La morte destino. Non si pu che augurarsela, Ipploco. (La Chimera) Tiresia. Che degli di si parla troppo. Esser cieco non una disgrazia diversa da esser vivo. [...] Il mondo pi vecchio di loro. Gi riempiva lo spazio e sanguinava, godeva, era l'unico dio quando il tempo non era ancor nato. Le cose stesse, regnavano allora. Accadevano cose adesso attraverso gli di tutto fatto parole, illusione, minaccia. Ma gli di possono dar fastidio, accostare o scostare le cose. Non toccarle, non mutarle. Sono venuti troppo tardi. [...] accaduto qualcosa che non bene n male, qualcosa che non ha nome gli daranno poi un nome gli di. (I ciechi) Edipo: Ma davvero cos vile il sesso della donna? Tiresia: Nient'affatto. Non ci sono cose vili se non per gli di. (2006, p. 22) Ermete. Gli di nuovi di Tessaglia che molto sorridono, soltanto di una cosa non possono ridere: credi a me che ho veduto il destino. Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce, devono trafiggere e distruggere e rifare. (Le cavalle) Tnatos. Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo. ( Il fiore) Britomarti. O Saffo, non questo il sorridere. Sorridere vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. morire a una forma e rinascere a un'altra. accettare, accettare, se stesse e il destino. [...] Saffo. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento. (Schiuma d'onda) Meleagro. Non so. Ma ho sentito narrare di libere vite di l dai monti e dai fiumi, di traversate, di arcipelaghi, d'incontri con mostri e con di. Di uomini pi forti anche di me, pi giovani, segnti da strani destini. Ermete. Avevano tutti una madre, Meleagro. E fatiche da compiere. E

una morte li attendeva, per la passione di qualcuno. Nessuno fu signore di s n conobbe mai altro. (La madre)

Edipo. No, non capisci, non capisci, non questo. Vorrei che fossero pi atroci ancora. Vorrei essere l'uomo pi sozzo e pi vile purch quello che ho fatto l'avessi voluto. Non subto cos. Non compiuto volendo far altro. Che cosa ancora Edipo, che cosa siamo tutti quanti, se fin la voglia pi segreta del tuo sangue gi esistita prima ancora che nascessi e tutto quanto era gi detto? [...] Mendicante. [...] Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli di. Edipo. Non saprai mai se ci che hai fatto l'hai voluto... ( La strada) Prometeo. Tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli di sono quelli che non sanno la rupe. Non sanno ridere n piangere. Sorridono davanti al destino. [...] Ma ricrdati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore la paura che t'incutono. Cos degli di. Quando i mortali non ne avranno pi paura, gli di spariranno. ( La rupe) Orfeo. Io cercavo, piangendo, non pi lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo. [...] Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo. [...] Visto dal lato della vita tutto bello. Ma credi a chi stato tra i morti... Non vale la pena. [...] E voi godetela la festa. Tutto lecito a chi non sa ancora. necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'origine del mio destino finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte. Bacca. E che vuol dire che un destino non tradisce? Orfeo. Vuol dire che dentro di te, cosa tua; pi profondo del sangue, di l da ogni ebbrezza. nessun dio pu toccarlo. ( L'inconsolabile) Secondo cacciatore. Non conosci la strada del sangue. Gli di non ti aggiungono n tolgono nulla. Solamente, d'un tocco leggero, t'inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino. Questo vuol dire, farsi lupo. Ma resti quello che fuggito dalle case, resti l'antico Licaone. (L'uomo-lupo) Litierse. Non c' dei sopra il campo. C' soltanto la terra, la Madre, la Grotta, che attende sempre e si riscuote soltanto sotto il fiotto di sangue. Questa sera, straniero, sarai tu stesso nella grotta. ( L'ospite) Padre. E dunque. Se una volta bastava un fal per far piovere, bruciarci sopra un vagabondo per salvare un raccolto, quante case di padroni bisogna incendiare, quanti ammazzarne per le strade e per le piazze, prima che il mondo torni giusto e noi si possa dir la nostra? [...] Figlio. [...] Sono ingiusti, gli di. Che bisogno hanno che si bruci gente viva?

Padre. Se non fosse cos, non sarebbero di. Chi non lavora come vuoi che passi il tempo? Quando non c'erano i padroni e si viveva con giustizia, bisognava ammazzare ogni tanto qualcuno per farli godere. Sono fatti cos. Ma ai nostri tempi non ne han pi bisogno. Siamo in tanti a star male, che gli basta guardarci. (I fuochi)

Calipso. Immortale chi accetta l'istante. Chi non conosce pi un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto? Odisseo. Io credevo immortale che non teme la morte. Calipso. Chi non spera di vivere. [...] Qualcuna di noi resist ai nuovi di; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mut e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perch i vecchi non avevano contesto con noialtri. [...] Non c' vero silenzio se non condiviso. [...] Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai pi. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino. Devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo... [...] Che cos' vita eterna se non questo accettare l'istante che viene e l'istante che va? L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos' stato finora il tuo errare inquieto? Odisseo. Se lo sapessi avrei gi smesso. Ma tu dimentichi qualcosa. Calipso. Dimmi. Odisseo. Quello che cerco l'ho nel cuore, come te. ( L'isola) Virbio. felice il ragazzo che fui, quello che morto. Tu l'hai salvato, e ti ringrazio. ma il rinato, il tuo servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non felice, perch nemmeno sa se esiste. Chi gli risponde? chi gli parla? l'oggi aggiunge qualcosa al suo ieri? [...] Solamente altro sangue pu calmare il mio. E che scorra inquieto, e poi sazio. [...] Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo. Diana. Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice. Virbio. Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice. ( Il lago) Circe. S. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita cos breve che non possono accettare di far cose gi fatte o sapute. Anche lui, l'Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope. [...] S ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire s un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s'illudono che cambi qualcosa. [...] E il

ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos'era, e arricchiva la terra di parole e di fatti. [...] L'uomo mortale, Leuc, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnti. (Le streghe)

Teseo. Ci fu un tempo che l'Ida non conobbe che dee. Che una dea. Era il sole, era i tronchi, era il mare. E davanti alla dea gli di e gli uomini si sono schiacciati. Quando una donna sfugge l'Uomo, e si ritrova dentro al sole e alla bestia, non colpa dell'uomo. il sangue guasto, il caos. ( Il toro) Iasone. C' una verginit nelle cose, Mlita, che fa paura pi del rischio. Pensa all'orrore delle vette dei monti, pensa all'eco. [...] Si fa male per essere grandi, per essere di. Mlita. E perch vostra vittima sempre una donna? [...] Iasone. Ho imparato a Corinto, a non essere un dio. E conosco te, Mlita. ( Gli argonauti) Leucotea. Cara mia, ma gli dei sono il luogo, sono la solitudine, sono il tempo che passa. [...] Tutti gli dei sono crudeli. Che vuol dire? Ogni cosa divina crudele. Distrugge l'essere caduco che resiste. Per svegliarti pi forte, devi cedere al sonno. Nessun dio sa rimpiangere nulla. ( La vigna) Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, pi miserabili dei vermi o delle foglie dell'altr'anno che son morti ignorandolo. [...] Bia. Ma non ne segue che il suo cenno sia scaduto. Sono invece scaduti i signori del Caos, quelli che un tempo hanno regnato senza legge. Prima l'uomo la belva e anche il sasso era dio. Tutto accadeva senza nome e senza legge. Ci voleva la fuga del dio, la grossa empiet del suo confino tra gli uomini quando ancora era bimbo e poppava alla capra, e poi la crescita sul monte tra le selve, le parole degli uomini e le leggi dei popoli, e il dolore la morte e il rimpianto, per fare del figlio di Crono il buon Giudice, la Mente immortale e inquieta. [...] Il bambino rinato divenne signore vivendo tra gli uomini. [...] La parola dell'uomo, che sa di patire e si affanna e possiede la terra, rivela a chi l'ascolta meraviglie. [...] Si conosce la bestia, si conosce l'iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. C' persino, tra loro, chi osa mettersi contro il destino. Soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sapore del mondo. (Gli uomini) Dioniso. Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere. [...] Ma che vuoi che gli diamo?

Qualunque cosa ne faranno sempre sangue. Demetra. C' un solo modo, e tu lo sai. [...] Dare un senso a quel loro morire. [...] Insegnargli la vita beata. [...] Insegnargli che ci possono eguagliare di l dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e la vite discendono all'Ade per nascere, cos insegnargli che la morte anche per loro nuova. [...] Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno pi la morte e non avranno pi bisogno di placarla versando altro sangue. ( Il mistero)

Amadriade. Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest' l'unica cosa che davvero ci manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce. Satiro. Sentila. Ma morire proprio questo non pi sapere che sei morta. Ed questo il diluvio: morire in tanti che non resti pi nessuno a saperlo. [...] Amadriade. Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato. Satiro. Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino. (Il diluvio) Dioniso. E carne e sangue gronderanno, non pi per placare la morte, ma per raggiungere l'eterno che li aspetta. Demetra. Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo? Dioniso. Basta avere veduto il passato, De. Credi a me. Ma ti approvo. Sar sempre un racconto.

Il compagno [modifica] Incipit [modifica] Mi dicevano Pablo perch suonavo la chitarra. La notte che Amelio si ruppe la schiena sulla strada di Avigliana, ero andato con tre o quattro a una merenda in collina mica lontano, si vedeva il ponte e avevamo bevuto e scherzato sotto la luna di settembre, finch per via del fresco ci tocc cantare al chiuso. Allora le ragazze si erano messe a ballare. Io suonavo Pablo qui, Pablo l ma non ero contento, mi sempre piaciuto suonare con qualcuno che capisca, invece quelli non volevano che gridare pi forte. Toccai ancora la chitarra andando a casa e qualcuno cantava. La nebbia mi bagnava la mano. Ero stufo di quella vita. Citazioni [modifica]

Pensavo, invece, rientrando la sera, ai discorsi che avevo fatto con tutti ma a nessuno avevo detto ch'ero solo come un cane, e non mica perch non ci fosse pi Amelio anche lui mi mancava per questo. Forse a lui

l'avrei detto che quell'estate era l'ultima e tra osterie, negozio e chitarra ero stufo. Lui le capiva queste cose. (1961, p. 329)

Non gli dissi ch'ero uscito con Linda. Adesso, prima cosa si sentiva quel profumo. La finestra era aperta, ma nel freddo sentivo il profumo. Guardavo in terra i mozziconi se eran sporchi di rossetto. (1961, p. 337) Quando arrivai a Roma sul camion che Milo mi aveva trovato ero contento di aver fatto tanta strada e che al mondo ci fossero degli altri paesi, delle citt, delle montagne, tanti posti che non avevo mai visto. Arrivammo di notte. Carletto dormiva appoggiato al conducente. (1961, p. 404) Lei mi disse che andava al cinema quel giorno. Io pensai "Con la blusa a quadretti?". Nel pensarlo le diedi un'occhiata. Lei mi cap e la vidi ridere con gli occhi. Accidenti, era ben sveglia. E sembrava un ragazzo. Fino a notte rividi la testa riccia e quella bocca e il camminare nella tuta. Fu quella volta che scappai senza aspettare che chiudessimo. (1961, p. 420) Cara donna, vuoi che mettiamo il letto in negozio? Sono Pablo, e lavoro a giornata. Il suo fianco era il mio. La sua voce era come abbracciarla. L'acqua correva piano piano sotto il cielo.

Explicit [modifica] Parlammo ancora di Torino e della casa. Lei mi parl di Carlottina e di mia madre. Le vedr quando verr a Torino? diceva. Tornammo a piedi, verso sera. C'era un sole d'oro fra le pietre e le piante. Era l'ora che in carcere battono i ferri. Raccontai a Gina di Amelio. Lei stette a sentire, tenendomi il braccio. Verr a Roma, le dissi, verr anche lui. Come gli altri. Poi ci lasciammo sulla porta del negozio. Era gi notte. [Cesare Pavese, Il compagno, Giulio Einaudi Editore, Torino] La casa in collina [modifica] Incipit [modifica] Gi in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla citt che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch'io

fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita. [Cesare Pavese, La casa in collina, Giulio Einaudi Editore, Torino] Citazioni [modifica]

Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la citt poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali. (cap. 1; 1961, vol. II, p. 9) Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno. (cap. 8; 1961, vol. II, p. 51) Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli. (cap. 8) Quella guerra in cui vivevo rifugiato, convinto di averla accettata, di essermene fatta una pace scontrosa, inferociva, mordeva pi a fondo, giungeva ai nervi e nel cervello. (cap. 13; 1961, vol. II, p. 75) Nelle parole c' qualcosa d'impudico. (cap. 13) Conta quello che si fa, non che si dice. (cap. 15) religione anche non credere in niente. (cap. 15) Ancora oggi mi chiedo perch quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quass. Perch la salvezza sia toccata a me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perch devo soffrire dell'altro? Perch sono il pi inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo?.... L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di pi. Rende sciocchi, e sono al punto che essere vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo aver ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. (cap. 16; 1961, vol. II, p. 95) Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso.

Guardare certi morti umiliante. Non sono pi faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non paura, non la solita vilt. Ci si sente umiliati perch si capisce si tocca con gli occhi che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione. (cap. 23; 1961, vol. II, p. 130) Explicit [modifica] Ci sono dei giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d'erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi.... Io non credo, che possa finire. Ora che ho visto cos' la guerra, cos' la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: E dei caduti che facciamo? Perch sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. N mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra finita davvero. La luna e i fal [modifica] Incipit [modifica] C' una ragione perch sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, quasi certo; dove son nato non lo so; non c' da queste parti una casa n un pezzo di terra n delle ossa ch'io possa dire Ecco cos'ero prima di nascere. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perch no da Cravanzana. Chi pu dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perch la sua carne valga e duri qualcosa di pi che un comune giro di stagione. [Cesare Pavese, La luna e i fal, Giulio Einaudi Editore, Torino] Citazioni [modifica]

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c' qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. (cap. I)

Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: "Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere". Era questo che faceva paura. (cap. III) I veri acciacchi dell'et sono i rimorsi. (cap. VIII) Che cos' questa valle per una famiglia che viene dal mare, che non sappia niente della luna e dei fal? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne. (cap. X) Nuto, che non se n'era mai andato veramente, voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni. O forse no, credeva sempre nella luna. Ma io, che non credevo nella luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand'eri ragazzo. (cap. X) Sembrava che tutta la pianura fosse un campo di battaglia, o un cortile. C'era una luce rossastra, scesi fuori intirizzito e scassato; tra le nuvole basse era spuntata una fetta di luna che pareva una ferita di coltello e insanguinava la pianura. Rimasi a guardarla un pezzo. Mi fece davvero spavento. (cap. XI) E quando aveva detto una cosa finiva: 'Se sbaglio, correggimi'. Fu cos che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire 'ho fatto questo' 'ho fatto quello' 'ho mangiato e bevuto', ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo. (cap. XVII) L'ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa. (cap. XVII) Gli diceva che sono soltanto i cani che abbaiano e saltano addosso ai cani forestieri e che il padrone aizza un cane per interesse, per restare padrone, ma se i cani non fossero bestie si metterebbero d'accordo e abbaierebbero addosso al padrone. (cap. XVIII) A un certo punto i due sigari ci cadevano ai piedi, nella neve, e allora l sopra si sentiva sussurrare, agitarsi, qualche sospiro pi forte. Alzando gli occhi non si vedeva che la vite secca e tante stelline fredde in cielo. (cap. XXIII) Magari meglio cos, meglio che tutto se ne vada in un fal d'erbe secche e che la gente ricominci. (cap. XXVI) Gli ignoranti saranno sempre ignoranti, perch la forza nelle mani di chi ha interesse che la gente non capisca, nelle mani del governo, dei neri, dei capitalisti... (cap. XXVI)

Capii che Nuto aveva davvero ragione quando diceva che vivere in un buco o in un palazzo lo stesso, che il sangue rosso dappertutto, e tutti vogliono esser ricchi, innamorati, far fortuna. (cap. XXIX)

Explicit [modifica] [...] gli chiesi se Santa era sepolta l. Non c' caso che un giorno la trovino? Hanno trovato quei due... Nuto s'era seduto sul muretto e mi guard col suo occhio testardo. Scosse il capo. No, Santa no, disse, non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla cos. Faceva ancora gola a troppi. Ci pens Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bast. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L'altr'anno c'era ancora il segno, come il letto di un fal. Il mestiere di vivere [modifica]

Cesare Pavese Incipit [modifica] Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza. Nemmeno importa molto che la gioia inventiva mi riesca qualche volta oltremodo acuta. Le due cose, messe insieme, si spiegano con l'acquisita disinvoltura metrica, che toglie il gusto di scavare da un materiale informe, e insieme interessi miei di vita pratica che aggiungono un'esaltazione passionale alla meditazione su certune poesie. (6 ottobre 1935) Citazioni [modifica]

Quale mondo giaccia al di l di questo mare non so, ma ogni mare ha un'altra riva, e arriver. (16 febbraio 1936) Il futuro verr da un lungo dolore e da un lungo silenzio. (16 febbraio 1936) La vita senza fumo come il fumo senza l'arrosto. (20 dicembre 1936) Bisogna osservare bene questo: ai nostri tempi il suicidio un modo di sparire, viene commesso timidamente, silenziosamente, schiacciatamente. Non pi un agire, un patire. (24 aprile 1936) Un uomo non rimpiange per amore chi l'abbia tradito, ma per avvilimento di non avere meritato la fiducia. (13 novembre 1937) Far poesie come far l'amore: non si sapr mai se la propria gioia condivisa. (17 novembre 1937) Se vero che ci si abitua al dolore, come mai con l'andar degli anni si soffre sempre di pi? (21 novembre 1937) No, non sono pazzi questa gente che si diverte, che gode, che viaggia, che fotte, che combatte non sono pazzi, tanto vero che vorremmo farlo anche noi. (21 novembre 1937) L'unica gioia al mondo cominciare. bello vivere perch vivere cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso prigione, malattia, abitudine, stupidit, si vorrebbe morire. (23 novembre 1937) Ma la grande, la tremenda verit questa: soffrire non serve a niente. (26 novembre 1937) Pensiero d'amore: ti voglio tanto bene che desidero esser nato tuo fratello, o averti messo al mondo io stesso. (30 novembre 1937) Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto. (25 dicembre 1937) Questo definitivo: tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la tua vita era fondata su questa speranza. (5 gennaio 1938) L'arte di vivere l'arte di saper credere alle menzogne. (5 gennaio 1938)

La difficolt di commettere suicidio sta in questo: un atto di ambizione che si pu commettere solo quando si sia superata ogni ambizione. (16 gennaio 1938) Perch il veramente innamorato chiede la continuit, la vitalit (lifelongness) dei rapporti? Perch la vita dolore e l'amore goduto un anestetico, e chi vorrebbe svegliarsi a met operazione? (19 gennaio 1938) Consolante pensiero: non contano le azioni che facciamo, ma l'animo con cui le facciamo. Cio: soffrano pure gli altri, tanto non c' altro al mondo che sofferenza. Il problema solo come portare una coscienza pura. E questa sarebbe la morale. (26 gennaio 1938) Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto. [5] (2 febbraio 1938) Quei filosofi che credono all'assoluto logico della verit, non hanno mai avuto a che discorrere a ferri corti con una donna. (19 febbraio 1938) Vendicarsi di un torto ricevuto togliersi il conforto di gridare all'ingiustizia. (5 marzo 1938) Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi. (23 marzo 1938) Perch quando si sbagliato si dice un'altra volta sapr come fare, quando si dovrebbe dire un'altra volta so gi come far? (25 aprile 1938) Siccome Dio poteva creare una libert che non consentisse il male (cfr. lo stato dei beati liberi e certi di non peccare), ne viene che il male l'ha voluto lui. Ma il male lo offende. quindi un banale caso di masochismo. (13 maggio 1938) In fondo, l'unica ragione perch si pensa sempre al proprio io che col nostro io dobbiamo stare pi continuamente che non chiunque altro. (26 maggio 1938) La morte il riposo, ma il pensiero della morte il disturbatore di ogni riposo. (7 giugno 1938) Tutti gli affetti pi sacri non sono che una pigra abitudine. (12 giugno 1938) Tanto poco un uomo s'interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (8 luglio 1938)

Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore. Date una compagnia al solitario e parler pi di chiunque. (19 settembre 1938) L'origine di tutti i peccati il senso d'inferiorit detto altres ambizione. (21 settembre 1938) L'uomo d'azione non l'ignorante che si butta allo sbaraglio dimenticandosi, ma l'uomo che ritrova nella pratica le cose che sa. (3 ottobre 1938) L'offesa pi atroce che si pu fare a un uomo negargli che soffra. (5 ottobre 1938) La letteratura una difesa contro le offese della vita. Le dice: Tu non mi fai fesso: so come ti comporti, ti seguo e ti prevedo, godo anzi a vederti fare e ti rubo il segreto componendoti in scaltrite costruzioni che arrestano il tuo flusso. (10 ottobre 1938) Sciocco addolorarsi per la perdita di una compagnia: quella persona potevamo non incontrarla mai, quindi possiamo farne a meno. (13 ottobre 1938) Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanit di un piacere, per non esserne pi ossessionati. (16 ottobre 1938) La fantasia umana immensamente pi povera della realt. (25 ottobre 1938) Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente. (2 novembre 1938) Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia... (6 novembre 1938) Non si desidera possedere una donna, si desidera possederla noi soli. (13 novembre 1938) Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri gi da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona gi nostra che gi viviamo e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. (3 dicembre 1938) L'ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L'operosit rapide le ore e lenti gli anni. (10 dicembre 1938)

La cosa pi banale, scoperta in noi diventa interessantissima. Nasce da ci, che non pi un'astratta cosa banale, ma un inaudito miscuglio di realt e di nostra essenza. (29 gennaio 1939) Per libertario che sia un giovane, cerca sempre di modellarsi su di uno schema astratto, quale in sostanza deduce dall'esempio del mondo. E un uomo, per conservatore che sia, fa consistere il suo valore della deviazione individuale da quel modello. (5 marzo 1939) Tutto il problema della vita dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri. (15 maggio 1939) La guerra imbarbarisce perch, per combatterla, occorre indurirsi verso ogni rimpianto e attaccamento a valori delicati, occorre vivere come se questi valori non esistessero; e, una volta finita, si persa ogni elasticit di tornare a questi valori. (9 settembre 1939) Ci vuole la ricchezza d'esperienze del realismo e la profondit di sensi del simbolismo. Tutta l'arte un problema di equilibrio fra due opposti. (14 dicembre 1939) L'amore la pi a buon prezzo delle religioni. (21 dicembre 1939) Le cose gratuite sono quelle che costano di pi. Come? Costano lo sforzo per capire che sono gratuite. (21 gennaio 1940) In genere per mestiere disposto a sacrificarsi chi non sa altrimenti dare un senso alla sua vita. (9 febbraio 1940) Se una vita libera assolutamente da ogni senso di peccato fosse realizzabile, sarebbe vuota da far spavento. (17 marzo 1940) Le generazioni non invecchiano. Ogni giovane di qualunque tempo e civilt ha le stesse possibilit di sempre. (19 aprile 1940) Il sogno una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andr a finire. (22 luglio 1940) Gli anacoreti si maltrattavano a quel modo, per farsi scusare presso la gente comune la beatitudine che avrebbero goduto in cielo. (27 luglio 1940) Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi. (28 luglio 1940) Non bisogna mai dire per gioco che si scoraggiati, perch pu accadere che ci pigliamo in parola. (5 agosto 1940)

La vita non ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale ci si accorge che esso combacia col proprio destino e si trova la pace. (8 agosto 1940) Riesce a compiere un'opera soltanto chi valga pi di quest'opera. (14 agosto 1940) La vera genialit non conquistare una donna gi desiderata da tutti, ma scovarne una preziosa in un essere ignoto. (7 ottobre 1940) C' un'arte di ricevere in faccia le sferzate del dolore, che bisogna imparare. Lasciare che ogni singolo assalto si esaurisca; un dolore fa sempre singoli assalti lo fa per mordere pi risoluto e concentrato. E tu, mentre ha i denti piantati in un punto e inietta qui il suo acido, ricordati di mostrargli un altro punto e fartici mordere solleverai il primo. Un vero dolore fatto di molti pensieri; ora, di pensieri se ne pensa uno solo alla volta; sappiti barcamenare tra i molti, e riposerai successivamente i settori indolenziti. (10 ottobre 1940) L'amore ha la virt di denudare non i due amanti l'uno di fronte all'altro, ma ciascuno dei due davanti a s. (12 ottobre 1940) I grandi amanti saranno sempre infelici, perch per loro l'amore grande e quindi esigono dalla bien-aime la stessa intensit di pensieri ch'essi hanno per lei altrimenti si sentono traditi. (14 ottobre 1940) Le cose si ottengono quando non si desiderano pi. (15 ottobre 1940) Una decisione, un atto, sono infallibili presagi di ci che faremo un'altra volta, non per qualche mistica ragione astrologica, ma perch escono da un automatismo che si riprodurr. (4 aprile 1941) Nessuna donna fa un matrimonio d'interesse: tutte hanno l'accortezza, prima di sposare un milionario, di innamorarsene. (14 aprile 1941) Quando una donna si sposa appartiene a un altro; e quando appartiene a un altro non c' pi nulla da dirle. (Inverno 1941-1942) Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla ora soltanto per la prima volta. (28 gennaio 1942) Nell'inquietudine e nello sforzo di scrivere, ci che sostiene la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto. (4 maggio 1942) Amore desiderio di conoscenza. (30 agosto 1942)

Viene un giorno che per chi ci ha perseguitato proviamo soltanto indifferenza, stanchezza della sua stupidit. Allora perdoniamo. (6 settembre 1942) Il problema non la durezza della sorte, poich tutto quello che si desidera con bastante forza, si ottiene. Il problema piuttosto che ci che si ottiene disgusta. E allora non deve mai accadere di prendersela con la sorte, ma con il proprio desiderio. (3 febbraio 1943) Nel sogno sei autore e non sai come finir. (8 ottobre 1943) Raccontare le cose incredibili come fossero reali sistema antico; raccontare le reali come fossero incredibili moderno. (11 novembre 1943) La tua modernit sta tutta nel senso dell'irrazionale. (8 febbraio 1944) La ricchezza della vita fatta di ricordi, dimenticati. (13 febbraio 1944) L'innamorato e l'odiatore si fanno dei simboli, come il superstizioso. della passione conferire unicit alle cose. Chi non conosce simboli un ignavo di Dante. Ecco perch l'arte si rispecchia nei riti dei primitivi o nelle passioni forti: cerca dei simboli. E vertendo sul primitivo gode del selvaggio. Cio dell'irrazionale (sangue e sesso). (14 luglio 1944) Non bello essere bambini: bello da anziani pensare a quando eravamo bambini. (6 settembre 1945) Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. (22 novembre 1945) Come si pu aver fiducia in una persona che non si arrischia ad affidarti tutta la sua vita, giorno e notte? (28 novembre 1945) Certo, avere una donna che ti aspetta, che dormir con te, come il tepore di qualcosa che dovrai dire, e ti scalda e t'accompagna e ti fa vivere. (8 febbraio 1946; 1982, p. 298) Non c' vendetta pi bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso. (4 marzo 1946) bello scrivere perch riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla. (4 maggio 1946) Le lezioni non si danno, si prendono. (18 agosto 1946)

Aspettare ancora un'occupazione. non aspettar niente che terribile. (15 settembre 1946) C' un solo piacere, quello di essere vivi, tutto il resto miseria. (16 settembre 1946) Si aspira ad avere un lavoro, per avere il diritto di riposarsi. (21 luglio 1947) I problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perch siano stati risolti ma perch il disinteresse generale li abolisce. (10 agosto 1947) Non che accadano a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta, se ne ha la forza, disponendole secondo un senso vale a dire, un destino. (25 gennaio 1948) Perch il mondo l'avvenire ora l'hai dentro come passato, come esperienza, come tecnica, e il perenne e ricco mistero si ritrova essere quel tu infantile che non hai fatto in tempo a possedere. (13 febbraio 1949) Il gesto il gesto non dev'essere una vendetta. Dev'essere una calma e stanca rinuncia, una chiusa di conti, un fatto privato e ritmico. L'ultima battuta. (10 maggio 1950) Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre. (16 agosto 1950) Un chiodo tira un altro, ma quattro fanno una croce. (16 agosto 1950) I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. (17 agosto 1950)

Citazioni non datate [modifica]

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perch un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudit, miseria, inermit, amore, disillusione, destino, morte. (1982) Povera gente, i testicoli da cui siamo nati, sono ancora sempre la nostra sostanza. Immensamente pi felice lo scemo, il povero, il malvagio, di cui funzioni il membro, che non il genio, il ricco, l'evangelico, anormale l sotto. (1982, p. 310)

Explicit [modifica] 18 agosto [1950].

La cosa pi segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi piet. E poi? Basta un po' di coraggio. Pi il dolore determinato e preciso, pi l'istinto della vita si dibatte, e cade l'idea del suicidio. Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l'hanno fatto. Ci vuole umilt, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non una parola.[6] Un gesto. Non scriver pi.[7] Racconti [modifica]

Solo ci che trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale. (Terra d'esilio) C' qualcosa nei miei ricordi d'infanzia che non tollera la tenerezza carnale di una donna sia pure Clara. In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l'incredulit di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito. (Fine d'agosto, pag. 329) Una volta, quando veniva l'estate, andavamo in barca. La si prendeva al ponte, ci si metteva in mutandine, e si arrivava fino ai boschi. Ci stavamo tutto il pomeriggio. (La famiglia, pag. 288)

Vita attraverso le lettere [modifica]

C' qualcosa di pi assurdo dell'amore? Se lo godiamo fino all'ultimo, subito ce ne stanchiamo, disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra sciocchezza e vilt di non aver osato. Con qualunque persona io parli, insomma, ho bisogno di farmi una faccia speciale adatta a una qualche particolare debolezza di detta persona, con evidente pregiudizio di quella che potrebbe essere la mia faccia vera. Sono cos anche riuscito a non saper pi quale sia questa mia faccia. Che magari non c' neanche. triste, triste: vai a sapere che cosa sono e cosa sar. La paura di innamorarsi non forse gi un po' d'amore?

La vita non forse pi bella perch da un momento all'altro si pu perderla? Non so pi dove cacciare gli occhi per trovare un me stesso che sia un po' meno misero. Non va bene esagerare in beneficenza, perch ad un certo punto non si guadagna pi che l'odio del beneficiato. Per vivere bisogna aver forza e capire, scegliere.

Incipit di Feria d'agosto [modifica] Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare, di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati due forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e pu darsi che attribuisca il suo nome all'altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di l. Questo Pale lungo lungo, con una bocca da cavallo quando suo padre gliene dava un fracco scappava da casa a mancava per due o tre giorni; sicch, quando ricompariva, il padre era gi all'agguato con la cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un'altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce, maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco della valle. [Cesare Pavese, Feria d'agosto, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1960] Citazioni su Cesare Pavese [modifica]

E Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina. (Francesco De Gregori) In fondo, si potrebbe riconoscere qui il vero problema dell'opera pavesiana: dapprima l'intuizione della realt lascia lo scrittore ammirato, sorpreso, desideroso di vivere in maniera sana e forte; successivamente l'elaborazione interiore per vela di ombre e di incertezze, di dubbi e di fragilit questa intuizione iniziale. (Antonio Spadaro) Pavese riuscito a condensare in una sintesi narrativa tutti gli elementi della propria personalit spirituale facendo dimenticare l'impegno dello scrittore nella naturalezza della creazione, come in questo suo ultimo libro [La luna e i fal]. (Piero Jahier) Pavese sembra incapace di riconoscere che la condizione aurorale dell'infanzia non solamente terra a cui far ritorno per capire la realt e luogo in cui trovare rifugio, ma condizione stessa dell'esperienza del mistero del reale, possibilit di una conoscenza intesa come prima volta e non sempre e soltanto seconda. (Antonio Spadaro)

[Addio alle armi di Ernest Hemingway] Pavese voleva che lo leggessi per farmi capire la differenza tra la letteratura inglese e quella americana. Gli altri libri che mi lasci quella sera con questa intenzione furono l' Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, l' Autobiografia di Sherwood Anderson e i Fili d'erba di Walt Whitman. (Fernanda Pivano) Tu sei padronissimo di scrivermi la solita lettera cinica arcigna desesperada e angolosa. (Bianca Garufi)

Note [modifica] 1. Parole d'addio riportate sul frontespizio di una copia dei Dialoghi con Leuc, ritrovata su un tavolino accanto al suo corpo senza vita (Immagine dell'autografo). Il 27 agosto 1950, Pavese si suicid con una dose eccessiva di barbiturici in una camera al terzo piano dell'Hotel Roma in piazza Carlo Felice, a Torino. Lo indussero a compiere questo atto di ambizione (vedi anche la pagina di diario del 16 gennaio 1938) la delusione amorosa per la fine del rapporto sentimentale con l'attrice americana Constance Dowling cui dedic gli ultimi versi di Verr la morte ed avr i tuoi occhi e il disagio esistenziale che per tutta la vita aveva cercato di vincere. 2. Citato in Dino Basili, L'amore tutto, Tascabili economici Newton, febbraio 1996, p. 22. 3. Esiste anche la poesia "Lavorare stanca [1]", il cui incipit : "I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia | tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli | e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba". Cesare Pavese, Le poesie, "Attorno a Lavorare stanca 1931-1940", Einaudi, 1998. 4. anche il titolo di una poesia presente nella raccolta eponima. 5. Erroneamente attribuita anche a Catherine Deneuve. 6. L'edizione Euroclub del 1977 (identica all'Einaudi del 1952) riporta Non parole. 7. 1982, pag. 378. Nove giorni dopo si suicid. Bibliografia [modifica]

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1952. Cesare Pavese, La bella estate, Giulio Einaudi Editore, Torino. Cesare Pavese, La spiaggia, Giulio Einaudi Editore, Torino.

Cesare Pavese, Racconti, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1960. Cesare Pavese, I romanzi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1961. Cesare Pavese, Il carcere, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1961. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Euroclub, 1977. Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere, a cura di Lorenzo Mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1966. Cesare Pavese, Il compagno, Giulio Einaudi Editore, Torino. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere: diario 1935-1950, Il saggiatore, Torino, 1982. Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi, 1998. ISBN 9788806173869

Altri progetti [modifica]

Wikipedia contiene una voce riguardante Cesare Pavese

Opere [modifica]

La spiaggia Lavorare stanca (1936) Il carcere Paesi tuoi (1941) La bella estate (1949) La spiaggia (1941) Feria d'agosto (1946) Dialoghi con Leuc (1947) Il compagno (1947) La casa in collina (1949) La luna e i fal (1950) Il mestiere di vivere (1952) I luoghi dell'infanzia. (1949)

Collegamenti esterni [modifica]


Pavese su Parco Letterario Pavese su Videopoesia [1]

http://it.wikiquote.org/wiki/Cesare_Pavese