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Ci

sono storie, nei Vangeli, che a distanza di duemila anni sanno ancora sorprenderci e provocarci, perché
sono capaci di farci osservare la realtà da una prospettiva inattesa. Le parabole sono racconti di uomini e
donne come noi – padri, figli, lavoratori – e hanno in Gesù il loro narratore d’eccezione. L’eredità che
lasciano a chi le ascolta o a chi, come noi oggi, le legge, è rivoluzionaria e scardina i pregiudizi e la
concezione tradizionale di giustizia, mantenendo intatto lo sguardo umanissimo di Gesù sul quotidiano:
famiglie in crisi, poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi, lavoratori stanchi e modi diversi di
amare e vivere la preghiera.
Tra le parabole evangeliche, Enzo Bianchi ne ha scelte quattro tra le più note e, muovendosi con agilità tra
passato e presente, ci consegna un’appassionata rilettura di quelle che restano ancora oggi pagine aperte dei
Vangeli. In esse la parola si fa rivelazione del volto di Dio, guidandoci in profondità, fino al centro del suo
cuore colmo di misericordia, che significa amare in grande. Per ricordarci che è attraverso la parola di
Cristo che l’amore di Dio si trasferisce all’umanità, trasformandone per sempre l’esistenza.
ENZO BIANCHI (Castel Boglione 1943), fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, collabora
con “La Stampa”, “Avvenire”, “la Repubblica” e importanti testate internazionali. Nel 2014 Papa Francesco
lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. È autore di
numerosi libri, tra i quali Il pane di ieri (2008), Perché pregare, come pregare? (2009) e Dono e perdono
(2014). Per Rizzoli ha pubblicato, tra gli altri, Ero straniero e mi avete ospitato (2006), Dio, dove sei?
(2008) e Le vie della felicità (2010).
Enzo Bianchi

Raccontare l’amore
Parabole di uomini e donne
Proprietà letteraria riservata
© 2015 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-67977-7
Prima edizione digitale 2015 da edizione maggio 2015
Le traduzioni dei testi classici, patristici e, ove necessario, di quelli biblici sono a cura dell’autore.

In copertina: fotografia © Istockphoto


Art Director: Francesca Leoneschi
Graphic Designer: Laura Dal Maso / theWorldofDOT

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Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Raccontare l’amore
Dedico questa lettura del Vangelo
a papa Francesco,
venuto dalle periferie del mondo
ma soprattutto dalle interiora ecclesiae.
Introduzione:
come Gesù guardava, pensava, raccontava

Mai un uomo ha parlato così (Gv 7,46).

Cosa ha fatto Gesù? Ha raccontato l’amore


con gesti e parole (Johannes Weissen).




“Gesù, quello di Nazaret, passò facendo il bene e guarendo gli oppressi,
perché Dio era con lui” (At 10,38). Così Pietro riassume la vicenda di Gesù nella
terra di Palestina: una vicenda in cui, a causa delle sue parole e delle sue azioni
(cfr. Lc 24,19), conobbe la calunnia, gli insulti e infine la morte violenta
riservata ai condannati giudicati maledetti da Dio e dalla legge. Impiccato a un
palo tra terra e cielo, la croce, egli appare colpevole di aver dato un’immagine di
Dio che contrastava con quella dei “religiosi” del suo tempo e un’immagine
dell’uomo che sembrava una minaccia per i dominatori di questo mondo. Gesù
appariva come un profeta, sulla scia degli antichi profeti di Israele, un
continuatore di Giovanni il Battista. Passava di villaggio in villaggio predicando
che il Regno di Dio era vicino (cfr. Mc 1,15; Mt 4,17; 10,7; Lc 10,9.11),
trasmettendo un messaggio che stupiva gli ascoltatori, “perché insegnava come
uno che ha autorevolezza, e non come i loro scribi” (cfr. Mc 1,22; Mt 7,29).
Così si possono riassumere i dati inconfutabili della vicenda di Gesù: “In tutto
il mondo, si sia cristiani o meno, sono di norma note oltre ogni dubbio storico
due realtà di Gesù di Nazaret: che fu crocifisso nel primo secolo dell’era volgare
e che insegnò per parabole”1.
Infatti, proprio per dare alla sua parola una forza penetrante, capace di
raggiungere la mente degli ascoltatori, restarvi impressa e poter essere ricordata
e meditata, Gesù faceva grande uso delle parabole. Le parabole sono racconti in
cui il Vangelo, la gioiosa notizia, è rivelato con immagini, non con concetti o
sentenze. Dobbiamo riconoscerlo: Gesù era un inventore di parabole, e in esse
troviamo la sua creatività, la sua intelligenza, la sua capacità poetica. Ciò
comporta anche, da parte dell’ascoltatore (del lettore) di ogni tempo, la
disponibilità a entrare in sintonia con il pensare e il parlare di Gesù, ad “avere il
suo stesso sentire” (cfr. Fil 2,5): “Per capire una parabola”, infatti, “occorre
sempre, alla fine, un’intuizione globale, più vicina alla percezione artistica che
alla deduzione scientifica […] Si possono affermare molte cose su una parabola,
tutte esatte, senza tuttavia coglierne il senso”2.
Tramite le parabole, un genere letterario pressoché ignoto tra i giudei del suo
tempo3, conosciamo Gesù più che dai racconti su di lui testimoniatici dagli
autori dei Vangeli. Attraverso di esse, infatti, riusciamo a capire che era
innanzitutto un uomo che quotidianamente si dava del tempo per guardare e per
pensare. E comprendiamo che “è poetico non solo il [suo] modo di parlare, bensì
ancora prima quello di guardare […] Gesù vede cose che tutti vedono, ma non
tutti comprendono”4. Egli osservava come iniziava il giorno; osservava ciò che
accadeva in una casa, per strada e nelle piazze; si fermava a guardare i campi di
grano e i prati con i loro fiori; si avvicinava agli alberi per scrutare le loro
gemme, sempre più gonfie in primavera; sapeva prestare attenzione a come una
donna fa il pane, a come un pastore guida il gregge e ne conta le pecore, a come i
bambini giocano sulle strade, a come un contadino semina e miete… È
impressionante questo sguardo umanissimo di Gesù sul quotidiano della vita
degli uomini e delle donne. Ogni volta che leggo il Vangelo mi meraviglio
sempre dell’umanità presente nelle parole di Gesù, un’umanità così diversa; mi
meraviglio del suo rapporto contemplativo con la natura, della sua capacità di
leggere ciò che lo circondava.
È proprio da queste “visioni pensate” che nascevano le sue parabole. Il
termine parabola, parabolé, viene dal greco, la lingua dei Vangeli, e significa in
primo luogo “paragone”: la parabola è un discorso che viene “gettato accanto”
(da pará + bállo), che viene fatto per “parlare accanto” alla realtà che si vuole
indicare e presentare. Narrare parabole è un modo di far comprendere che si
parla di una cosa, raccontandone la storia, ma per parlare di un’altra realtà che
può essere difficile da esprimere mediante concetti5. Gesù amava molto ricorrere
alle parabole (una quarantina, complessivamente, ce ne sono state trasmesse dai
Vangeli sinottici e da quello apocrifo di Tommaso), perché prendeva spunto da
un’esperienza che tutti erano in grado di capire, al fine di rivelare qualcosa di
decisivo nel rapporto degli uomini tra loro e tra gli uomini e Dio. Le parabole
insomma – basta provare a leggerle o ad ascoltarle – ci intrigano, ci stupiscono,
ci destano domande, ci coinvolgono, tengono vivo il nostro interesse, ci
costringono a pensare e restano pagine aperte, sempre capaci di sorprenderci e di
svelarci qualcosa in più di quanto avevamo compreso.
Gesù ricorreva alle parabole anche per portare i suoi ascoltatori da un modo di
pensare e di vedere a un altro, da una mentalità a un’altra, la sua, dal diffuso e
omologante “così fan tutti, così pensano tutti”, a un altro modo di pensare e di
fare, quello di Dio6. Con le parabole egli “intende[va] togliere gli ascoltatori da
pregiudizi radicati, in una parola trasformare la loro anima e la loro esistenza”7.
Proprio per questo gli uomini religiosi (scribi, esperti della Torah, farisei zelanti,
sacerdoti…) non sopportavano Gesù e si sentivano da lui contestati, perché le
sue parabole apparivano efficaci nel far mutare agli ascoltatori l’immagine di
Dio che avevano, immagine forgiata da tradizioni antiche ma umane, da
consuetudini a esercitare il potere (cfr. Mc 7,8), e non da una conoscenza
autentica delle sante Scritture (cfr. Mc 12,24; Mt 22,29). Non a caso nei Vangeli
è testimoniato che i capi dei sacerdoti, insieme ad altri appartenenti al
movimento dei farisei, proprio “udendo le sue parabole, capirono che le diceva
per loro, e quindi cercavano di catturarlo, ma avevano paura delle folle, perché
lo ritenevano un profeta” (Mt 22,45-46; cfr. Mc 12,12; Lc 20,19).
Dobbiamo dirlo con franchezza: soprattutto le parabole apparvero un
insegnamento dirompente, che contraddiceva quello tradizionale, che attaccava i
concetti di giustizia di Dio e degli uomini. Chi li sosteneva, prediligeva la
religione, giudicandola più decisiva della fede, e utilizzava i precetti in modo
legalistico, con la funzione di condannare, non di salvare gli uomini. Gesù,
invece, con le parabole voleva darci una narrazione del Dio vivente e vero da cui
egli proveniva, il Dio che conosceva perché era suo Padre, il Dio che nessuno ha
mai visto né può vedere, ma che lui intendeva spiegarci, raccontarci (exeghésato:
Gv 1,18). Con le parabole traghettava gli ascoltatori dalla religione alla fede,
dalla legge alla grazia, dal giogo pesante dei precetti al giogo leggero e soave del
suo comandamento nuovo (cfr. Mt 11,28-30).
Le parabole nei Vangeli sono molte, ma io ho voluto soltanto farmi eco di
quattro parabole (considerando come una sola le tre di Lc 15), contenute
unicamente nel Vangelo secondo Luca, tre delle quali (esclusa quella appena
menzionata) sono “racconti esemplari”8. Sono forse le parabole più conosciute,
tramandate da quello che “è considerato il miglior narratore tra gli evangelisti”9,
ma spesso presentate e predicate in modo sviante.
Queste pagine nascono dalla mia ricerca, dalla mia meditazione, dal mio
pensare davanti a Dio e dunque davanti al Vangelo. Ma soprattutto – lo confesso
– nascono dal mio amore per Gesù Cristo, un uomo che ha amato gli uomini e le
donne suoi fratelli e sorelle in umanità, ma ha anche amato la terra e la vita sulla
terra, fino ad ascoltarla, leggerla, dirla ai suoi discepoli. Un uomo che nelle
parabole ha saputo proferire parole divine. Sì, Gesù era umanissimo, e ciò che in
lui era straordinario era la sua umanità vissuta quotidianamente, nella quale ha
saputo raccontare l’amore, raccontandoci Dio suo Padre10, narrandoci il vero
volto di colui che, balbettando, chiamiamo Dio e Signore.

Enzo Bianchi
Priore di Bose

9 aprile 2015,
memoria del martirio di Dietrich Bonhoeffer
I
Il samaritano
(Lc 10,30-37)

Diventando il prossimo degli altri, portiamo a compimento la Legge, quindi la volontà di Dio, e
riprendiamo facendoli nostri l’intenzione e l’atteggiamento del Cristo. Questi sono il dinamismo del
movimento verso l’altro e il realismo di un gesto alla nostra portata che vanifica il fantasma
dell’onnipotenza caritativa1.




Introduzione: l’arte dell’ascoltare

Più volte Gesù nel suo insegnamento ha invitato i suoi interlocutori a prestare
molta attenzione all’ascolto, ad esercitarsi in quest’arte così decisiva per il
credente. Chi diventa credente, chi ha fiducia, chi riceve il dono della fede, lo
deve all’ascolto: la fede e la fiducia nascono dall’ascolto (fides ex auditu: Rm
10,17), sono generate da parole affidabili, parole di chi può ricevere fiducia ed
essere creduto. “Shema’ Jisra’el”, “Ascolta, Israele!” (Dt 6,4) è un invito che
Dio fa al suo popolo e che il popolo accoglie come il grande comandamento. Per
questo il credente ripete più volte al giorno questo comando, per ricordare a se
stesso la propria vocazione e il proprio impegno a restare fedele all’alleanza con
il suo Dio, uno e unico Signore.
Gesù, che annunciava la Parola da parte di Dio, il quale lo aveva inviato
all’umanità, spesso ha esortato all’ascolto. Nei Vangeli sono registrati numerosi
inviti da parte sua, quasi grida, avvertimenti urgenti, imperativi ad ascoltare:
Ascoltate! (Mc 4,3)
Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti! (Mc 4,23)
Fate attenzione a quello che ascoltate! (Mc 4,24; “a come ascoltate”: Lc 8,18)
Ascoltatemi tutti e comprendete! (Mc 7,14; cfr. Mt 15,10)

Sono inoltre attestate anche delle beatitudini: Gesù definisce “beati”, dunque
felici, capaci di camminare con convinzione e gioia, “quelli che ascoltano la
parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). Nei Vangeli secondo Matteo e Luca,
nel primo caso all’interno della spiegazione di una parabola, nel secondo subito
prima del brano oggetto del nostro interesse, vengono testimoniate queste sue
parole rivolte ai discepoli:
Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere
ciò che voi vedete, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono (Lc
10,23-24; cfr. Mt 13,16-17).

Dunque ascoltare Gesù, e in particolare ascoltare le sue parabole, è una grande


grazia, è motivo di beatitudine, perché attraverso queste parole si è colmati di
gioia e consolazione, si è illuminati nella vita quotidiana, in modo da poter
rispondere alla domanda: “Cosa fare?”. Le parabole di Gesù sono discorsi che
vanno ascoltati con attenzione, custoditi nel cuore, pensati e ripensati, perché
pongono domande a chi le ascolta veramente: esse, infatti, hanno lo scopo
preciso di far cambiare parere, di spingere a pensare altrimenti, di convertire. Le
parabole non nascono forse da situazioni di confronto e anche di conflitto,
quando vi sono interlocutori di Gesù che pensano e giudicano in un modo che
egli sente di dover contraddire? Ecco perché la beatitudine appena citata precede
una disputa di Gesù con un esperto della Torah (cfr. Lc 10,25-29) su “cosa sta
scritto nella Legge” (Lc 10,26) e su “come si legge” (cfr. ibid.); viene poi la
parabola del samaritano (cfr. Lc 10,30-37) e la narrazione del diverso
atteggiamento di Marta e Maria nei confronti di Gesù (cfr. Lc 10,38-42).

1. “Facendo che cosa erediterò la vita eterna?”


Ed ecco, un esperto della Legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: “Maestro, facendo che cosa
erediterò la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui
rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua
forza” (Dt 6,5) e con tutta la tua mente2, e “il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; Lc 10,25-27).

Questo confronto in cui viene proclamato il grande comandamento dello


Shema’ è presente nei tre Vangeli sinottici. Ma mentre Marco (cfr. Mc 12,28-34)
e Matteo (cfr. Mt 22,34-40) lo situano a Gerusalemme, nei giorni che precedono
la passione, Luca lo colloca prima, durante l’ultima salita di Gesù a
Gerusalemme, e la sua redazione contiene significative differenze. In Marco e in
Matteo, infatti, tema del dibattito tra Gesù e “uno degli scribi” (Mc 12,38) o
“uno dei farisei” (cfr. Mt 22,34-35) è la priorità tra i comandamenti; l’esito della
discussione consiste nel proclamare che “Amerai il Signore Dio tuo” e “Amerai
il prossimo tuo” sono i due comandamenti che “valgono più di tutti gli olocausti
e i sacrifici” (Mc 12,33) e che da essi “dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt
22,40).
Nel Vangelo secondo Luca è invece un esperto della Legge (nomikós) che
interroga Gesù, ma per chiedergli: “Facendo che cosa erediterò la vita eterna?”.
L’accento cade sul: “Cosa fare?” per essere salvati, per giungere alla vita che
vince la morte, alla vita in Dio. Questo esperto della Legge pone dunque una
domanda a Gesù, giudicandolo un rabbi, un maestro (didáskalos). Desidera
sapere da lui qualcosa che egli stesso forse presume già di sapere; il testo, infatti,
specifica che vuole “metterlo alla prova” (verbo peirázo), per verificare se è un
vero maestro o, al contrario, per fare apparire il suo insegnamento non conforme
alle sante Scritture. Si può dire che costui “esamina” Gesù mettendo in atto un
doppio gioco, avendo uno scopo manifesto e uno nascosto: cerca di sapere cosa
egli stesso deve fare per essere salvato e, nello stesso tempo, cerca di conoscere
l’insegnamento di Gesù per giudicarlo.
Gesù non risponde direttamente, ma pone a sua volta una domanda
all’interlocutore: “Dal momento che conosci la Torah, l’Insegnamento-Legge di
Dio, dimmi tu: che cosa sta scritto in essa e come la leggi?”. Gesù rinvia lo
scriba alla sua conoscenza della Torah e lo invita a interpretare le Scritture.
Certo, nella Torah sta scritto ciò che una persona deve fare per ottenere la vita
eterna, ma sempre lo “sta scritto” va letto e interpretato con responsabilità,
intelligenza, impegno. Queste domande di Gesù sono molto importanti, perché
mettono in evidenza l’autorità della Parola di Dio contenuta nelle Scritture3 e,
insieme, la responsabilità di chi le legge.
L’esperto della Legge tenta una risposta: cita la Torah, unendo però al grande
comandamento dello Shema’ – ascolto di Dio e amore verso di lui (cfr. Dt 6,4-5)
– il comandamento dell’amore per il prossimo (cfr. Lv 19,18). L’operazione di
accostare versetti della Torah provenienti da libri differenti e di citarli in
parallelo, è già un’interpretazione, indica il “come” della lettura. Al tempo di
Gesù tale tecnica ermeneutica è attestata tra i rabbini, e anche Gesù se ne serve.
Per quanto concerne questa disputa, nei Vangeli secondo Marco (cfr. Mc 12,29-
31) e Matteo (cfr. Mt 22,37-40) è proprio Gesù l’autore dell’accostamento tra i
due precetti; in Luca invece è l’esperto della Legge a unirli addirittura in un
unico comandamento.
In ogni caso, l’espressione di Gesù è piena di autorevolezza, è parola di Dio
indirizzata a Israele. Il popolo in alleanza con Dio deve innanzitutto ascoltare e
ricevere la sua parola: “Il Signore nostro Dio è l’unico Signore” (Dt 6,4).
Conoscere questa realtà del Signore vivente, uno e unico, perché non vi sono
altri dèi (cfr. Dt 5,7), penetrare questa verità che esige come conseguenza il
ripudio degli idoli, i quali sono tutti “falsi antropologici”4, è già iniziare ad
amare Dio. Dall’ascolto nasce la fede e dalla conoscenza della verità di Dio
nasce l’amore. Per questo non sta scritto “Ama il Signore”, bensì “Amerai il
Signore” (Dt 6,5), un futuro che ha la forza di un imperativo e, nel contempo,
indica un cammino da compiersi, una dinamica e non semplicemente un
comando. “Tu amerai” diventa dunque un compito, una strada da percorrere,
accrescendo la conoscenza di Dio attraverso il suo ascolto assiduo. Come
“camminando si apre cammino”5, così “amando si ama”.
Si potrebbe parafrasare: “Tu amerai sempre di più perché, rinnovando
costantemente l’ascolto di Dio, lo conoscerai in modo sempre più vero e
profondo, e così nascerà in te l’amore per lui”. Allora lo amerai “con tutto il tuo
cuore”, cioè con la volontà, l’intelligenza e i sentimenti; “con tutta la tua anima”
o “vita”, cioè con la tua intera vitalità, con la tua esperienza; “con tutta la tua
forza”, cioè con tutte le energie o anche tutte le sostanze, i beni, come interpreta
una parte della tradizione rabbinica6. L’essere, il fare e l’avere devono esprimere
l’amore per Dio. Colpisce che il comandamento insista sulla totalità del cuore,
della vita, della forza, sull’interezza e l’unificazione di tutta la persona che ama.
Si comprenda però con intelligenza: l’amore che Dio vuole è un amore intero,
totale, ma non totalitario, come pretendono certi che si dicono “spirituali”. No,
l’amore di Dio non è totalitario, cioè non esclude altri amori! Noi abbiamo la
possibilità di amare Dio e contemporaneamente di amare un uomo, una donna,
un amico, un’amica, senza che l’amore di Dio patisca concorrenza. Non è vero
che “solo Dio basta”, perché per essere persone autentiche abbiamo bisogno di
amare anche altri, sapendo però che l’amore per Dio è totale, intero, e che gli
altri nostri amori non devono essere preferiti a quello che abbiamo per lui. “Chi
ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di
me, non è degno di me” (Mt 10,37), ha detto Gesù, ma non ha detto che, se si
ama Dio, si deve amare solo lui: Dio non vuole un amore totalitario, ma
autentico, vissuto dalla persona nella sua interezza e unità.
Insieme a questo amore indicato nello Shema’, Dio attende anche l’amore per
il prossimo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Ovvero:
“Amerai non gli altri in generale, non tutti gli altri, ma il prossimo che incontri,
l’altro che sta nello spazio della vicinanza”. Certo, si devono amare tutti gli
uomini e le donne, tutti gli altri, nostri fratelli e sorelle, ma il comandamento
diventa vero, reale, concreto, quando c’è vicinanza e incontro. È la prossimità
reale a rendere possibile l’amore, che senza di essa nel migliore dei casi resta
confinato nello spazio del desiderio, ma può anche essere velleità, vuota
proclamazione, illusione. Noi oggi conosciamo la verità di questo
comandamento proprio perché abbiamo sperimentato – come ha saputo leggere
con intelligenza Luigi Zoja – “la morte del prossimo”7. Non amiamo il prossimo,
ma ci illudiamo e ci stordiamo mediante una comunicazione virtuale, una
vicinanza virtuale, pur di sfuggire al faccia a faccia, all’occhio contro occhio, al
mano nella mano richiesti dalla prossimità. Ma senza di essa non è
evidentemente più possibile vivere il comandamento dell’amore per gli altri…
Occorre inoltre chiedersi: cosa significa amare il prossimo come se stessi?
Significa amare l’altro, o meglio volere il bene dell’altro così come si vuole il
bene di se stessi. L’altro resta altro, nella sua irriducibile differenza, ma lo si
deve amare nella misura dell’amore di cui si è capaci verso se stessi. Non che
l’amore per sé sia la misura, ma il volere il bene dell’altro come si vuole il
proprio bene è il comando: “Prenditi cura di lui come vorresti prenderti cura di te
stesso e come vorresti che gli altri si prendessero cura di te”.
Amare Dio e amare il prossimo sono pertanto un unico comandamento, e non
ci può essere osservanza dell’uno senza osservanza dell’altro. Ma proprio per
comprendere in profondità l’unità dei due amori, occorre infine mettere in
evidenza, almeno en passant, una verità purtroppo quasi mai considerata,
rispondendo alla seguente domanda: che cosa significa amare Dio? “L’amore per
Dio è un amore obbediente, nel senso di un amore che nasce dall’ascolto (ob-
audire), di un amore che risponde ‘amen’ alla parola del Signore e all’amore
stesso del Signore sempre preveniente […] È un amore con cui il credente cerca
di realizzare pienamente la volontà di Dio, cerca di vivere come vuole il suo
Signore e così mostra di amarlo. Ci sono parole di Gesù a questo proposito: ‘Se
mi amate, osserverete i miei comandamenti’ (Gv 14,15); ‘Se uno mi ama,
osserverà la mia parola’ (Gv 14,23) […] Dunque amare Dio è innanzitutto amare
l’altro come Dio lo ama”8.
Sì, la verità dell’amore per Dio sta nell’amore di chi realizza concretamente la
sua volontà: “Dio nessuno l’ha mai contemplato: se ci amiamo gli uni gli altri,
Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12). Ovvero,
come osserva ancora l’autore della Prima lettera di Giovanni: “Questo è l’amore
di Dio: osservare i suoi comandamenti” (1Gv 5,3).

2. “E chi è il mio prossimo?”


[Gesù] gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a
Gesù: “E chi è il mio prossimo?” (Lc 10,28-29).

Udita la risposta, la prima reazione di Gesù è di approvarla: “Hai risposto


bene”. Egli è soddisfatto di quelle parole che sono una vera interpretazione della
volontà di Dio, dunque eco della sua parola, conformi all’intenzione profonda
dello “sta scritto”. Ma subito aggiunge: “Fa’ questo e vivrai”. Ecco la
conseguenza immediata: occorre fare, realizzare, non basta sapere! La domanda
dell’esperto della Legge sembrava avere a cuore il sapere, ma questo è ancora
insufficiente; bisogna realizzare la parola di Dio, mentre conoscerla senza
realizzarla è causa di una condanna più grave. Non basta una professione di fede
ortodossa, serve praticarla, per vivere (cfr. Lv 18,5), dunque essere coerenti con
quello che si sa e si pensa!
“Fa’ questo e vivrai” perché, se amerai il Signore e il prossimo, percorrerai il
cammino della vita, vivrai in pienezza, cioè darai alla tua esistenza la
dimensione dell’eternità, di un’esistenza non contraddetta né vinta dalla morte.
Gesù non fa balenare a quest’uomo un premio, un’altra vita, una ricompensa per
un merito acquisito qui sulla terra, ma dice semplicemente: “Se amerai, vivrai”.
È straordinario questo vivere in pienezza a portata di mano pure per noi, anche
se non facile né a basso prezzo: “Se amerai, vivrai già ora della vita vera, in
pienezza”. Eppure ci preoccupiamo dell’aldilà, della vita eterna, e non pensiamo
che innanzitutto dovremmo domandarci se la vita che facciamo, qui e ora, è
conforme alla vita eterna.
Quando questo dialogo sembra ormai concluso, l’esperto della Legge lo riapre
con un’altra domanda: “E chi è il mio prossimo?”. Se la prima domanda aveva
l’intenzione di mettere alla prova Gesù, questa è formulata per “giustificare se
stesso”. Resta difficile per noi comprendere perché questo secondo interrogativo
sia un tentativo di proclamarsi giusto. In ogni caso, dobbiamo riconoscere che
per costui è un problema, una difficoltà determinare chi sia il suo prossimo:
questa sua ulteriore domanda è dunque restrittiva, mira a focalizzare chi debba
essere incluso nella (e chi dunque escluso dalla) nozione di prossimo. O forse lo
scriba, scosso dalla nettezza della replica di Gesù, cerca di riguadagnare terreno,
rimproverandogli implicitamente un errore nell’approccio teorico alla questione:
se non si conosce chi è il prossimo da amare, come è possibile amarlo?
Gesù non risponde in modo diretto, ma narra una parabola che testimonia
come si realizza la Torah, come si obbedisce al comandamento dell’amore del
prossimo, e alla fine invita quello che in quel frangente è il suo prossimo a
seguire tale esempio, a fare lo stesso. Egli sa bene che la seconda domanda
ricevuta contiene un’eco dei dibattiti dei maestri del tempo a proposito del
concetto di prossimo. Chi è il prossimo da amare, chi deve essere oggetto
dell’amore a cui invita il comandamento? I familiari? Quelli del clan? Gli amici?
Gli appartenenti al popolo di Israele? Gesù però non risponde scendendo sul
piano della casistica teologica né aprendo un dibattito destinato ad allargare il
ventaglio delle opinioni religiose sulla questione. Per lui tale domanda è
insufficiente e sviante. Non a caso, al termine della parabola riformulerà la
domanda del suo interlocutore, ponendola proprio a lui: “Chi si è fatto prossimo
a colui che era caduto nelle mani dei banditi?” (cfr. Lc 10,36).
Ecco la vera domanda: “Chi si è fatto prossimo?”, e non: “Chi è il mio
prossimo?”. Perché prossimo non si nasce ma si diventa, con una scelta, una
decisione. Nessuno è prossimo, ma ognuno può diventarlo! La domanda di
partenza risulta capovolta ed è proprio la parabola che ha permesso questo
risultato, chiedendo a chi ascolta Gesù e a chi legge il Vangelo: “E tu ti fai
prossimo a…? Sai farti vicino a…? Sai vivere la prossimità? Sei consapevole
che la prossimità non è già data, ma va costruita mediante il movimento del farti
vicino e le azioni che ne conseguono?”. L’azione di farsi prossimo è sempre
concreta, semplice, coinvolge tutta la persona, la mente, il cuore e il corpo; non è
mai generica, non può essere prossimità verso tutti, ma tutti possono essere fatti
vicini e tutti possono realizzarla.
È giunto dunque il momento di ascoltare la parabola narrata da Gesù.
3. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei banditi, che gli portarono via
tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote
scendeva per quella medesima strada e, avendolo visto, passò oltre dalla parte opposta. Anche un
levita, giunto in quel luogo e avendolo visto, passò oltre dalla parte opposta (Lc 10,30-32).

Gesù mette in scena un uomo che va per la strada, scendendo dalla città santa
di Gerusalemme verso la città di Gerico, posta sulla riva del Mar Morto, là dove
il Giordano sfocia nel lago salato. È “un uomo” (ánthropos tis), un individuo
anonimo che ha una sola determinazione: appartiene all’umanità. Gesù non dice
né la sua nazionalità, né la sua religione, né la sua età, né la sua professione. Non
sappiamo nulla di lui, se non che è un umano (al limite, potrebbe trattarsi sia di
un maschio sia di un femmina!) nel quale ognuno potrà riconoscere un uguale a
sé nella dignità e nella finitezza di tutte le creature umane. Il tragitto che egli
percorre è situato in una regione non abitata, deserta, dunque particolarmente
propizia per tendere agguati. Così quest’uomo viene assalito dai banditi, che lo
derubano, lo malmenano e lo lasciano in condizioni pietose: “mezzo morto”
(hemithanés) sulla strada. È un uomo sofferente, nel bisogno estremo, e senza
l’aiuto di qualcuno è destinato alla morte per i colpi ricevuti. Vittima della
violenza, preda della sofferenza, non riesce neppure a gridare, a chiedere aiuto…
Ed ecco che un sacerdote passa sulla stessa strada dove costui giace a terra.
Anche lui scende dalla città santa, dove ha svolto il suo compito, quello di
officiare nel tempio il culto al Signore Dio di Israele. Quando vede il disgraziato
a terra, si sposta sull’altro lato e va oltre. Non si ferma, continua per la sua
strada. Lo stesso fa un levita che passa per quel luogo: vede ma prosegue il suo
cammino. Gesù non specifica nulla sulle motivazioni legali o psicologiche che li
spingono ad agire in quel modo: dice semplicemente che, “avendo visto”
quell’uomo sanguinante e abbandonato, sono andati oltre, passando dall’altra
parte della strada.
Il sacerdote e il levita sono riconosciuti pubblicamente come servi del Signore
e di fatto sono giudicati esemplari per i figli di Israele credenti: sono il “clero”,
la porzione eccellente del popolo di Dio, sono esperti della Legge. Eppure,
nonostante abbiano visto e dunque siano diventati consapevoli del pericolo di
vita corso dall’uomo che hanno incontrato sul loro cammino, non si sono
avvicinati a lui ma, anzi, si sono allontanati, andando oltre. Osservanti nel
compiere i sacrifici prescritti dalla Legge al tempio, non ricordano però le parole
del Signore espresse dal profeta Osea: “Misericordia io voglio e non sacrificio,
conoscenza di Dio piuttosto che olocausti” (Os 6,6). Proprio loro non conoscono
quel Dio che credono di servire, quel Dio che chiede di soccorrere l’oppresso, di
fare il bene agli altri, perché a lui non importano i sacrifici né le liturgie del
tempio, se non c’è questa prassi di giustizia e carità (cfr. Is 1,11-17). Dobbiamo
riconoscere che nella descrizione fornita da Gesù non c’è una polemica anti-
clericale manifesta ma, pur nella laconicità delle sue parole, viene espresso un
giudizio netto: sono passati oltre e non hanno usato misericordia come la volontà
di Dio espressa nella Legge e nei Profeti richiede. Uomini del culto, del servizio
di Dio, sono incapaci di compiere il servizio dell’uomo: offrono in sacrificio a
Dio vino e olio, ma non sanno usarli a servizio dei fratelli… Forse la loro etica è
quella espressa nel libro del Siracide:
Se fai il bene, sappi a chi lo fai;
così avrai una ricompensa per i tuoi benefici.
Fa’ il bene all’uomo religioso e avrai la ricompensa […]
Condividi con l’uomo religioso ma non dare aiuto al peccatore.
Fa’ il bene all’umile ma non donare all’empio,
rifiutagli il pane e non dargliene […]
Dona all’uomo buono ma non dare aiuto al peccatore (Sir 12,1-2.4-5.7).

Secondo questo testo, il sacerdote e il levita hanno il diritto di passare oltre,


perché non sanno se quell’uomo incosciente e mezzo morto meriti o no il loro
aiuto. Per fare il bene, occorre sapere a chi lo si fa, ma costui chi è? E se fosse un
empio, un peccatore? Se fosse un nemico dei giudei? Se fosse un samaritano
eretico e spregevole, oppure un goj, un pagano? Se fosse morto, dunque fonte di
contaminazione, di impurità per chi è a servizio dell’altare? Meglio andare oltre,
lasciare un uomo tra la vita e la morte, lasciar fare a Dio che protegge e salva i
giusti, mentre castiga e punisce i peccatori… Servire l’altare è azione più santa
che servire un uomo sconosciuto!
Certo, non tutti i sacerdoti e i leviti erano come i due della parabola, ma Gesù
vuole mostrare che non è l’essere “religioso” o “addetto al culto” che garantisce
di compiere la volontà di Dio. L’autenticità di un credente o di un appartenente
al popolo di Dio va verificata concretamente nella sua vita, perché nessuna
appartenenza, nessuna funzione assicura la verità dell’obbedienza alla parola di
Dio. Questo sacerdote e questo levita, quando passano accanto all’uomo
bisognoso vedono un ostacolo e lo evitano, continuano per la loro strada senza
lasciarsi turbare da ciò che hanno davanti agli occhi, perché non vogliono essere
disturbati né modificare il loro progetto di viaggio. In tal modo Gesù esprime la
loro insensibilità, la loro chiusura, il loro essere determinati da un’identità
vissuta come protezione, come riparo: essi pensano di non dover più imparare
nulla né attendono nulla di nuovo dalla vita…
4. Un samaritano fu preso da viscerale compassione
Invece un samaritano, che era in viaggio, passando accanto a lui e avendolo visto, fu preso da
viscerale compassione. E facendosi vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo
sul proprio giumento, lo portò in una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirati fuori due
denari, li diede all’albergatore e disse: “Prenditi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo
rimborserò io, al mio ritorno” (Lc 10,33-35).

Ma ecco un altro passante su quella stessa strada, qualificato come un


samaritano. Gesù – va messo in evidenza – per dare un volto al personaggio
positivo della parabola va proprio a prendere un samaritano. I samaritani erano
esclusi dalla comunità santa di Israele, perché nelle loro vene scorreva sangue
pagano, ed erano nemici dei giudei (cfr. Gv 4,9), in quanto da loro ritenuti
scismatici ed eretici. Secondo il libro di Esdra (4,1-23), al ritorno dall’esilio
babilonese i samaritani, abitanti della zona montuosa centrale della Terra Santa,
offrirono ai rimpatriati il loro aiuto per la ricostruzione del tempio di
Gerusalemme, ma questi rifiutarono, considerandoli impuri e non ortodossi nella
fede. Allora avvenne lo scisma, e il monte Garizim, a Sichem, divenne il luogo
di adorazione del Signore da parte dei samaritani, i quali si dotarono anche di un
loro proprio sacerdozio. Né si può dimenticare che nel 129 a.C. i giudei, con una
razzia, avevano devastato il tempio degli avversari sul monte Garizim, e che i
samaritani nel 9 d.C. avevano reso impuro il tempio di Gerusalemme,
spargendovi ossa di morti. Per comprendere l’inimicizia, anche violenta, tra
samaritani e giudei, basta comunque leggere il giudizio di questi ultimi sui loro
antichi rivali, come viene riportato ancora dal Siracide:
Ci sono due popoli che la mia anima detesta,
il terzo non è neppure degno di essere chiamato popolo:
quanti abitano sul monte di Samaria,
i Filistei
e il popolo stolto che abita a Sichem (Sir 50,25-26).

Ecco chi erano i samaritani per l’uditorio di Gesù, e anche per Gesù non erano
certo amici, avendogli negato l’accoglienza, come testimonia Luca nel capitolo
precedente (cfr. Lc 9,52-53). Proprio allora Giacomo e Giovanni avevano reagito
chiedendo a Gesù di poterli bruciare con un fuoco dal cielo, ma egli li aveva
aspramente rimproverati, sconfessando l’immagine di Dio proposta dai suoi due
discepoli. Eppure egli fa entrare in scena uno di loro, sceglie l’uomo più
disprezzato, uno scarto agli occhi dei giudei, opponendolo al sacerdote e al levita
di cui ha narrato il comportamento e presentandolo come un salvatore: dunque
proprio un eretico salva un uomo!
“Invece un samaritano, che era in viaggio, passando accanto all’uomo mezzo
morto e avendolo visto, fu preso da viscerale compassione.” Quel samaritano
identificato solo dall’appartenenza a un gruppo disprezzato, passando accanto
all’uomo gravemente ferito, che non chiede aiuto né grida, potrebbe anche lui
andare oltre. Tuttavia gli si fa prossimo, perché nel vederlo è commosso, “è
preso da viscerale compassione” (verbo splanchnízomai). Lui, solo lui, trasforma
la sua “visione” in un atteggiamento di compassione. Il racconto di Gesù qui si
fa molto preciso, quasi al rallentatore: il samaritano
è preso da viscerale compassione per quest’uomo,
si fa prossimo a lui, gli si avvicina,
gli fascia le ferite,
vi versa sopra olio e vino,
lo carica sul suo giumento,
lo porta a una locanda,
si prende cura di lui.
Compie sette azioni – dice Gesù – cioè fa un’azione completa. Colui che era
stato abbandonato dal sacerdote e dal levita ora è visto da un altro uomo, che
prova compassione viscerale per lui. All’origine del comportamento del
samaritano vi è la prossimità, l’essersi fatto vicino al malcapitato, e in quella
vicinanza del faccia a faccia si manifesta la compassione viscerale, che è
partecipazione alla sofferenza altrui, com-passione, soffrire insieme. La
prossimità permette la compassione e la compassione a sua volta genera il
comportamento responsabile, che risponde al grido di dolore dell’uomo. È stato
decisivo il guardare, il vedere l’altro, l’avvicinarsi a lui, rendendolo, da
sconosciuto e lontano, prossimo. E quando l’altro è talmente vicino da poterlo
guardare in volto, ecco allora la compassione.
Insomma, il samaritano che fa éleos, misericordia – “qui fecit misericordiam”,
espressione parallela a quella usata per Dio nel Benedictus: Dio è intervenuto
“per fare misericordia” (poiêsai éleos, ad faciendam misericordiam: Lc 1,72) –
non è più buono del sacerdote o del levita, ma a differenza degli altri due si è
fatto prossimo e nella prossimità non si è chiesto se l’uomo malmenato fosse il
suo prossimo; no, ha agito, si è avvicinato a un uomo e ha scoperto che era nel
bisogno e che lo commuoveva profondamente. Se si fosse posto le domande:
“Chi è il mio prossimo? Può esserlo quest’uomo sconosciuto?”, avrebbe avuto
ragioni per non fermarsi e per proseguire il suo viaggio. Avrebbe potuto pensare:
“Forse quest’uomo non è il mio prossimo, perché è un giudeo, un nemico, un
eretico che mi disprezza e che io devo disprezzare”. E i maestri con la loro
dottrina, ma persino la stessa Torah, gli avrebbero ispirato di lasciare il mezzo
morto al suo destino, magari affidandolo a Dio.
E invece il samaritano fa tutto quello che può fare per quest’uomo,
semplicemente perché è un uomo come lui. E nel fare questo, compie le azioni
compassionevoli proprie di Dio. Dopo avergli prestato il primo soccorso sul
luogo dell’agguato, porta l’uomo sul suo giumento a una locanda, pensando al
suo bisogno di convalescenza. Anche qui, sette verbi raccontano con precisione
il “fare” del samaritano:
estrae due denari,
li dà all’albergatore,
gli dice
di prendersi cura di lui,
gli promette di rimborsarlo
di ciò che avrebbe speso in più,
quando sarebbe ritornato.
Il samaritano è stato mosso visceralmente a compassione e ha curato il ferito
con un pronto intervento, ma poi ha pensato con responsabilità a ciò che poteva
ancora fare per lui, e così ha operato la carità con intelligenza (da intus legere,
leggere dentro), discernendo il reale bisogno dell’uomo incontrato. Anche questa
seconda fase del prendersi cura è molto importante e resta un richiamo forte a un
amore che non sia solo frutto di commozione passeggera, ma sia intelligente,
cioè pensato e in qualche modo progettato per la sua realizzazione. L’azione di
amore richiede sempre una responsabilità pensata e una realizzazione scelta con
creatività, frutto di attento discernimento.
Ivan Illich, che ha sostato sovente sulla parabola del samaritano, leggendola
come il testo evangelico più rivoluzionario, mette in evidenza “la libertà,
svincolata da ogni condizionamento, con cui il samaritano agisce”, una libertà
che agli ascoltatori di Gesù appariva come “un’incredibile violazione dell’etica
convenzionale corrente […] L’aspetto straordinario di questa storia è il suo
asserto rivoluzionario che il prossimo potrebbe essere chiunque”, perché
“nessuna categoria, di legge o di costume, di lingua o di cultura, può definire in
anticipo chi possa essere il prossimo”. L’etica che esprimeva lo spirito di un
popolo aveva dei confini ben fissati, “ma Gesù trasgrediva continuamente quei
confini, non soltanto con il samaritano ma con ogni sorta di persone il cui status
andava dal marginale al tabù assoluto: esattori delle tasse, donne di dubbia
reputazione, pazzi, e così via. Violava le regole religiose e metteva in
discussione anche il primato della famiglia”. Per questo – conclude Illich – “il
gesto del samaritano è un inoltrarsi senza paura all’esterno di ciò che la sua
cultura ha santificato, per creare una relazione nuova e, potenzialmente, una
comunità nuova”9.
Per il samaritano la vita dell’altro ha determinato un mutamento del suo
progetto di viaggio: ha dovuto fermarsi, curare l’uomo, cedere al ferito la sua
cavalcatura, caricandolo sul suo giumento, camminare a piedi nel deserto per
portarlo alla locanda. Poi, una volta assicuratosi che l’albergatore si sarebbe
preso cura di lui, prosegue il suo viaggio, perché non si lega all’uomo aiutato e
neppure lo lega a sé. L’altro resta tale, anche se aiutato deve rimanere nello
spazio della libertà, e lo stesso samaritano deve essere libero per fare la propria
strada. Qui dovremmo specificare che il samaritano ama certamente l’altro, ma
lo ama amando il suo bene. Nessuna illusione di inabissarsi nell’aiuto dell’altro,
obbedendo più a un bisogno di protagonismo nel fare il bene che a una vera
carità, la quale richiede il decentramento da se stessi e l’assunzione di una
duplice libertà, quella di chi aiuta e quella di chi è aiutato.
In questo amore del samaritano ci viene dato un esempio di cosa significhi
“amare il prossimo come se stessi”: volendo il bene dell’altro e non
semplicemente volendogli bene. Questa è la vera azione di carità: uscire da se
stessi per diventare prossimo all’altro nell’assoluta gratuità, senza chiedersi se ci
sarà reciprocità, senza chiedersi se ci sarà riconoscenza o ringraziamento per
l’azione che si compie. Nella parabola raccontata da Gesù, l’uomo aiutato non
dice nulla e quindi non ci viene neppure detto se c’è stato un incontro, uno
scambio con il samaritano, perché questo sta nello spazio del dono, della grazia,
non è il motivo dell’azione caritatevole. Notando che il nome di Dio non appare
mai nella parabola e nemmeno la menzione del comandamento dell’amore,
potremmo addirittura sostenere che il samaritano ha agito “come se Dio non ci
fosse”, ma scosso alle viscere nel vedere che un uomo come lui era sofferente. E
tuttavia – come chiarirà meglio la conclusione di questa parabola e poi quella dei
due figli – nell’espressione “fu preso da viscerale compassione” è presente il
sentimento proprio di Gesù di fronte al male, nonché ciò che Dio prova per
l’umanità: la compassione propria di un padre o di una madre verso il figlio nella
sofferenza. Sì, nella compassione-commozione del samaritano ci sono la
compassione-commozione di Gesù e di Dio, perché l’uomo è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26-27), e se c’è qualcosa che lo
testimonia è proprio la capacità di amare che l’uomo ha ricevuto dal Creatore.
Chi è il vero credente? Colui che conosce la Legge e le obbedisce, oppure chi
cerca di essere conforme a Dio, il Padre misericordioso, praticando un amore
come il suo?

5. “Chi ti sembra si sia fatto prossimo?”


“Chi di questi tre ti sembra si sia fatto prossimo a colui che è caduto nelle mani dei banditi?” Quello
rispose: “Chi ha fatto misericordia a lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,36-37).
Conclusa la parabola, Gesù ribalta la domanda rivoltagli poco prima dal suo
interlocutore: “Chi di questi tre ti sembra si sia fatto prossimo?”. E la risposta
dell’esperto della Legge mostra che il racconto di Gesù lo ha spinto a cambiare il
proprio giudizio: “Chi ha fatto misericordia a lui”. Si noti innanzitutto
l’insistenza sul verbo “fare”: era presente nella prima domanda dello scriba
(“Facendo che cosa?”: v. 25), nella prima risposta conclusiva di Gesù (“Fa’
questo e vivrai”: v. 28), ed entrambi poi lo riprendono alla fine del loro dialogo
(“Chi ha fatto misericordia a lui”; “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”). Ciò che è in
gioco è un amore fattivo, concreto! L’esperto della Legge è dunque in qualche
modo costretto a riconoscere che un uomo, un samaritano, che lui giudica
estraneo, lontano, fino a disprezzarlo, è capace di sentimenti di misericordia e ha
compiuto pienamente un’azione di amore.
L’amore del prossimo non può essere definito in funzione dell’identità o della
qualità della persona che si deve amare (“Chi è il mio prossimo?”), ma è un
compito, un dovere cui ciascuno è chiamato (“Chi si è fatto prossimo?”). Non
l’oggetto dell’amore è il prossimo, ma il soggetto che compie azioni d’amore.
Non basta professare l’inscindibilità tra i due comandi testimoniati dalla Torah,
ma occorre pensare il prossimo in modo che questi sia il soggetto, perché non
può essere oggetto di domanda, ma deve esserlo di risposta! Non si ha il
prossimo, non ci si chiede chi è il prossimo, ma ci si fa prossimo all’altro,
uscendo da se stessi e cercando lo sguardo dell’altro, mettendo la mano nella sua
mano, la guancia sulla sua guancia. Il bacio dato al lebbroso da Francesco
d’Assisi è narrazione dell’autentica prossimità, del vero decentramento da sé, per
stare con l’altro, e di conseguenza dalla parte del bisognoso, della vittima. In
questo modo, “prossimo” non è una condizione in cui l’altro sta, ma è un’azione
che dobbiamo fare, “approssimando” l’altro che è un uomo come noi nel
bisogno. Nessuna barriera e nessuna appartenenza giustificano il sacerdote e il
levita, perché in nome della comune qualità umana l’altro deve essere amato
prima di essere conosciuto: non devo misurare la prossimità dell’altro, ma devo
io fare il primo passo e, uscendo da me stesso, attuare la prossimità.
Possiamo essere ancora più concreti. Con il ribaltamento della domanda, Gesù
insegna con chiarezza: “Il tuo prossimo è colui che tu decidi di rendere
prossimo. Il prossimo non è definito tale da una condizione o da
un’appartenenza, ma dalla tua decisione, decisione che spetta solo a te. Il
prossimo è uscita da te stesso verso l’altro, e questo movimento avviene se tu
riconosci una priorità dell’altro su te stesso, una necessità dell’altro che non può
esserti estranea, perché tu e lui/lei avete in comune l’essenziale, l’umanità”.
Emmanuel Lévinas ha meditato a lungo su come l’altro ci rende prossimo, ci
chiama a farci prossimo, dunque diviene nostro prossimo: a partire dal fatto che
l’altro è un volto e il volto è epifania che mi provoca, che contraddice l’egoismo
che mi abita, che mi rende responsabile dell’altro10.
Gesù dunque, dopo questo decisivo capovolgimento, dà come ultima risposta,
in parallelo a quella fornita alla fine della disputa scritturistica: “Va’ e anche tu
fa’ lo stesso”, ossia: “Fa’ come il samaritano e vivrai; se tu vivi l’amore di cui dà
prova il samaritano, questo eretico salvatore, tu avrai la vita eterna”. Si presti qui
attenzione al fatto che Gesù non dice: “Fa’ questo”, bensì: “Fa’ lo stesso”.
Ovvero: “Spetta a te di decidere la prossimità e ciò che dovrai fare con creatività
e intelligenza, in circostanze sempre inedite e perciò nuove”. La parabola è
certamente rivolta ai credenti ma rivela proprio a essi che la salvezza, la vita
eterna può essere ottenuta non da loro ma da quelli che essi giudicano indegni o
maledetti. Occorre anche qui, da parte dei credenti, “saper vedere” come tanti
uomini e donne che non conoscono né Gesù Cristo né il Vangelo sanno vivere
questo amore per gli altri, uscendo da se stessi e ascoltando quella viscerale
compassione che li invade nella prossimità dei bisognosi. Sono uomini e donne
senza riferimenti religiosi, senza Dio – saremmo tentati di dire – eppure proprio
perché fanno azioni come il samaritano, accedono alla vita eterna. Agiscono
“come se Dio non ci fosse” e nella consapevolezza di essere responsabili
dell’altro. Vi è in questa parabola un chiaro fondamento alla salvezza dei non
cristiani, dei non credenti in Dio. Oserei dire che vi è anche un germe di
potenziale secolarizzazione del comandamento: riguarda tutti gli esseri umani.
Questo stesso fondamento è ribadito in un discorso di Gesù contenuto nel
Vangelo secondo Matteo, il grande affresco sul giudizio finale (cfr. Mt 25,31-
46). Gesù annuncia che alla fine della Storia ci sarà un raduno dell’umanità
davanti al Figlio dell’uomo venuto nella sua gloria e accompagnato dai suoi
angeli. Egli starà seduto come Re e Giudice sul trono della gloria e tutte le genti
della terra saranno condotte davanti a lui per il giudizio. Sarà l’ora di separare il
buon grano dalla zizzania (cfr. Mt 13,24-30), di discernere i pesci buoni e di
gettare via quelli cattivi (cfr. Mt 13,4-50), di separare le pecore dalle capre come
fa il pastore (cfr. Mt 25,32-33). Attenzione però: tra quelli che sono radunati non
c’è più nessuna diversità di religione e cultura, “non c’è più né giudeo, né greco”
(Gal 3,28), né gerarchia, né preminenza, né privilegio. Tutti sono accomunati
dall’appartenenza all’umanità. Sarà dunque un giudizio definitivo, e la
separazione che ne risulterà sarà vita, beatitudine, benedizione per gli uni e
condanna, morte, maledizione per gli altri. Il Re, ossia colui al quale “è stato
dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18), si rivolgerà a quelli collocati
alla sua destra e dirà loro:
Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del
mondo (Mt 25,34).

Finalmente la vita eterna, il Regno di Dio venuto per sempre, la fine di ogni
sofferenza, pianto, morte (cfr. Ap 21,4). Ma perché questo dono, perché questa
grazia da parte del Signore? La motivazione è chiara, le parole sono come pietre:
Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero
straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete
venuti a trovarmi (Mt 25,35-36).

A questa dichiarazione segue la stupita reazione dei benedetti:


Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo
dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo
vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti? (Mt 25,37-39)

È una confessione che dice la sorpresa di questi “giusti” (Mt 25,46), i quali
non sono consapevoli di aver incontrato il Figlio dell’uomo, il Re durante la loro
vita. Sì, è vero, sono stati sensibili ai bisogni dei fratelli, sono usciti da se stessi
per approssimarsi a quelli che soffrono, ma non hanno mai visto o individuato
negli uomini come loro, negli ultimi, nei più piccoli né il Re, né il Figlio
dell’uomo, né il Cristo. In loro c’è grande meraviglia, non c’è nessun vanto per
azioni compiute, nessuna ostentazione e, soprattutto, nessuna pretesa di merito.
Ma il Giudice escatologico risponde loro:
Amen, io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi più piccoli che sono i miei fratelli,
l’avete fatto a me (Mt 25,40).

In verità Gesù stesso, che si è fatto fratello degli uomini, che, da Figlio di Dio
quale era, si è fatto carne (cfr. Gv 1,14), uomo tra gli uomini, è stato il
beneficiario delle azioni di carità. Ma questi uomini e queste donne non lo
sapevano: sono benedetti e introdotti nel Regno di Dio perché hanno realizzato
l’amore verso altri uomini e donne, non hanno solo pensato, saputo, conosciuto
l’amore. Hanno vissuto la prossimità, la vicinanza concreta, la solidarietà con chi
era nelle difficoltà. Hanno sostato di fronte al bisognoso, hanno provato il
sentimento della compassione viscerale, lo hanno accolto e vi hanno obbedito,
compiendo azioni di cura, di consolazione, di aiuto dell’altro. Con chi era
affamato hanno condiviso il cibo, a chi era assetato hanno dato da bere, allo
straniero hanno offerto accoglienza e ospitalità, a chi era nudo hanno fornito i
vestiti necessari per vivere dignitosamente, del malato si sono presi cura e al
prigioniero hanno fatto visita, donandogli la propria presenza. Non hanno
compiuto grandi azioni, non hanno praticato comportamenti eroici, ma sono stati
umanissimi, facendo all’altro ciò che avrebbero desiderato fosse fatto loro.
Nel mondo c’è tanta sofferenza, e lo sappiamo bene, ma non vogliamo vedere
da vicino i sofferenti; se li incontriamo, passiamo dall’altra parte della strada o
comunque andiamo oltre, soffochiamo facilmente sul nascere i sentimenti di
commozione e di compassione. Sappiamo, ma non vediamo e soprattutto non
facciamo. Arriviamo addirittura a pregare Dio per gli affamati, gli stranieri, i
prigionieri, ma non ci impegniamo a togliere la fame, ad accogliere chi è
sconosciuto e ci fa paura, a dare il tempo e la presenza a chi è solo e bisognoso
di cura. Nella nostra quotidianità accade così, ma in tal modo avviene già qui e
ora il giudizio di cui alla fine della Storia ci sarà solo la sentenza manifesta: lo
chiamiamo giudizio di Dio, ma in verità è un giudizio che siamo noi a dare su
noi stessi, sulla nostra umanizzazione, sulla nostra comunione con gli altri…
Il Re, il Giudice, non fa che ratificare la sentenza, per questo si vede in
qualche modo costretto a dire a quelli radunati alla sua sinistra:
Andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché
ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero
straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete
visitato (Mt 25,41-43).

Anche questi ingiusti esprimeranno la loro sorpresa (“Quando…?”: cfr. Mt


25,44), ma la risposta del Figlio dell’uomo – nuovamente preceduta dalla
formula solenne e definitiva “Amen, io vi dico” (Mt 25,40.45) – sarà:
Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me (Mt 25,45).

Anche da questa profezia di Gesù comprendiamo come l’amore per Dio


chiesto dal comandamento si identifichi con l’amore per il prossimo e, viceversa,
l’amore per il prossimo si identifichi con l’amore per Dio. E questo su un
fondamento cristologico: nell’uomo bisognoso c’è la presenza di Cristo, dunque
il bisognoso è sacramento del Signore. Ma a prescindere da questa realtà, pur
essenziale per il credente, resta vero che ogni uomo, qualunque sia la sua
religione, la sua appartenenza etnica e culturale, la sua condizione sociale, si
giudica da solo ogni giorno nell’assumere verso l’altro, verso l’essere umano in
carne e ossa, l’atteggiamento di chi non vuole vedere il suo bisogno o, al
contrario, l’atteggiamento di chi lo vede e decide di prendersi cura di lui.

6. La parabola per noi, qui e ora

Dalla lettura di questa parabola vorrei ora trarre alcune attualizzazioni urgenti
per il nostro stare da cristiani nella compagnia degli uomini, per il nostro stare
nella Storia senza esenzioni ma vivendo la solidarietà, la comunicazione e la
comunione. Chiediamoci dunque: qual è l’essenziale, la novità
dell’insegnamento di Gesù?

L’AMORE DI DIO POSTO SULLO STESSO PIANO DELL’AMORE DEL PROSSIMO


Innanzitutto la novità – vorrei puntualizzarlo ancora una volta – consiste nel
fatto che Gesù, interrogato dall’esperto della Legge circa “il più grande
comandamento” (Mt 22,36; cfr. Mc 12,28) e su “cosa fare per ereditare la vita
eterna” (cfr. Lc 10,25), pone sullo stesso piano l’amore per Dio e l’amore per il
prossimo (o meglio, nella versione lucana, accetta che l’altro compia questa
equiparazione). Questa novità è ribadita anche dal quarto Vangelo, nel quale
Gesù alla fine della sua vita lascia il “comandamento nuovo”: “Amatevi gli uni
gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12). È il comandamento nuovo nel
senso che per Gesù è l’ultimo, il definitivo, dopo il quale non ce ne sono altri.
L’amore che significa giustizia e misericordia verso il prossimo è l’amore per
Dio e sostituisce tutti i precetti della Legge, la Torah nel suo insieme.
Dunque per Gesù ci si avvicina al Regno di Dio e si percorre la via della
salvezza nelle azioni quotidiane e umanissime. Dio lo si incontra là dove noi
viviamo umanamente e da nessun’altra parte: è nelle nostre relazioni con i
fratelli che decidiamo l’amore, l’amore di noi stessi che è philautía, egoismo,
oppure l’amore degli altri che significa sempre comunione. Il miglior culto da
offrire a Dio è il servizio del fratello e della sorella, del prossimo, degli altri, è
“l’offerta del proprio corpo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (cfr.
Rm 12,1). Qui sta la novità del cristianesimo: la salvezza avviene nella vita
profana, umana, dipende dall’amore vissuto verso il fratello, dal servizio nei suoi
confronti. Ecco la via del Vangelo! È salvato, cioè trova senso nella vita di qui e
poi pienezza di vita nel Regno, chi si fa prossimo al suo prossimo sull’esempio
di Gesù stesso.
Nei Vangeli c’è un’altra occasione in cui viene posta a Gesù la medesima
domanda che qui risuona sulle labbra dello scriba: “Un notabile lo interrogò:
‘Maestro buono, facendo che cosa erediterò la vita eterna?’” (Lc 18,18; cfr. Mc
10,17; Mt 19,16). Ed è altamente significativo che Gesù, indicandogli in risposta
i comandamenti da osservare, ricordi quelli relativi all’amore del prossimo, non
quelli che riguardano Dio: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare,
non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre” (Lc 18,20 e par.; Es
20,12; Dt 5,16). In sintesi – come si legge solo in Matteo –, ciò equivale a dire:
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,19; Lv 19,18). Nessun privilegio
per i credenti davanti alla salvezza, al Regno veniente: tutti, i credenti così come
i non credenti, sono giudicati sui loro rapporti con i fratelli e le sorelle,
sull’amore vissuto nei loro confronti. Certo il comandamento dell’amore, amore
esteso fino al nemico, può sembrare impossibile da realizzare, ma in ogni caso
per i cristiani tale amore è stato comandato da Cristo stesso (cfr. Mt 5,38-48; Lc
6,27-36) perché è stato da lui vissuto, fino alla croce (cfr. Lc 23,34), e quindi è
stato donato, effuso nei loro cuori mediante lo Spirito (cfr. Rm 5,5).

LA COM-PASSIONE
Ciò che è messo particolarmente in evidenza nella parabola del samaritano è
che costui ha avuto compassione e ha fatto misericordia.
Ho meditato di recente in modo molto ampio su questo tema11 e, per dire solo
l’essenziale, com-passione significa pietà ed empatia compartecipe ma anche
dedizione misericordiosa di Dio nei confronti dell’uomo e dell’uomo nei
confronti dell’altro uomo. La compassione non è un concetto a buon mercato
della tradizione cristiana e in realtà – come osserva Johann Baptist Metz –
racchiude “una memoria eversiva”12. Compassione è il ricordare la dedizione di
Dio verso il popolo schiavo e oppresso, il servizio di Gesù verso i sofferenti.
Certo, occorre pensare la compassione non solo in senso individualistico ma
anche a livello politico, perché la compassione costituisce l’unica risposta
adeguata dell’uomo alla sofferenza degli altri uomini. La compassione è pietà
per chi soffre, è partecipazione al suo dolore e, come tale, è un elemento centrale
dell’amore del prossimo. La compassione è risposta al muto grido di aiuto che si
leva dal viso dell’uomo sofferente, dagli occhi atterriti e inermi della persona
soverchiata dal dolore, vicina alla morte; è il no radicale all’indifferenza di
fronte al male del prossimo: in essa io partecipo e comunico, per quanto mi è
possibile, alla sofferenza dell’altro. La compassione, facendo della sofferenza
una sofferenza per l’altro, spezza l’isolamento in cui l’eccesso di sofferenza
rischia di rinchiudere l’uomo. Non posso non ricordare, in proposito, le
splendide parole di Emmanuel Lévinas: “Il dolore isola in maniera assoluta ed è
da questo isolamento assoluto che nasce l’appello rivolto ad altri […] Non è la
molteplicità umana che crea la socialità umana, ma quella relazione strana che
inizia nel dolore, nel mio dolore in cui faccio appello all’altro, e nel suo dolore
che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente. È l’amore per l’altro
o la compassione […] Soffrire non ha senso […] ma la sofferenza per ridurre la
sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza, è la mia più grande
dignità […] La compassione, cioè, etimologicamente, soffrire con l’altro, ha un
senso etico. È la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo, nell’ordine
normale dell’essere13.
Oggi più che mai abbiamo consapevolezza di un universalismo negativo,
quello della sofferenza del mondo, sofferenza dovuta a povertà, violenza,
ingiustizia strutturale, oppressione. Siamo coscienti che c’è un grido che sale a
Dio dalla miseria e dall’oppressione di milioni di uomini e donne. Sentiamo
quanto sia vero il grido di cui ci parla il libro dell’Esodo: “I figli di Israele
gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla
schiavitù salì a Dio” (2,23). Ecco, questo grido deve essere raccolto da noi:
occorre immedesimarsi nel dolore altrui, nel dolore dell’umanità, fino a fare
della compassione una scelta, una responsabilità.
Non si può dimenticare che “il primo sguardo di Gesù non si rivolgeva al
peccato degli altri, ma alla sofferenza degli altri. Il peccato per lui era anzitutto
rifiuto della partecipazione al dolore degli altri […] era, come l’ha definito
Agostino, ‘il ripiegamento del cuore su se stesso’”14. Noi cristiani dovremmo
coltivare questa sensibilità per il dolore altrui che ha caratterizzato il modo di
vivere di Gesù, e così narrare quell’unità inscindibile dell’amore di Dio e
dell’amore del prossimo. È cristiano chi mette a tema il dolore altrui, chi
denuncia responsabilità evase, solidarietà negate, chi sa mostrare éleos,
compassione. Non è forse questo il fondamento per una vera etica universale che
riguardi tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro religione, la loro cultura?
Il Signore Gesù continua a dirci:
Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia [éleos] io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13; Os
6,6).
Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia [éleos] io voglio e non sacrificio” (Mt 12,7;
Os 6,6)!

Attualizzando le parole del profeta Osea, egli ci ha insegnato una volta per
tutte che la vera conoscenza di Dio è la compassione per l’altro, chiunque egli
sia.

Conclusione

Lo abbiamo già accennato ma vale la pena ripeterlo, al termine di questo


commento alla parabola: Gesù ci ha chiesto di vivere un amore fattivo, concreto,
reale, quell’amore che assume il nome di compassione, dopo averci preceduto
lui stesso in questo cammino. Egli ci ha insegnato solo quello che ha vissuto in
prima persona.
In questo senso è decisivo cogliere che nei Vangeli il verbo splanchnízomai,
quello che denota l’essere preso da viscerale compassione, è utilizzato, oltre che
per il samaritano della parabola, solo per Gesù (cfr. Mt 9,36: compassione per le
folle; 14,14: idem; 15,32: idem; 20,34: per due uomini ciechi; Mc 1,41: per un
uomo lebbroso; 6,34: per le folle; 8,2: idem; Lc 7,13: per una vedova a cui è
morto l’unico figlio) e per Dio, di cui Gesù stesso ci parla nelle parabole come
Re (cfr. Mt 18,27) e Padre (cfr. Lc 15,20). Ecco perché è Gesù stesso, secondo la
più diffusa interpretazione patristica, il samaritano che, spinto dalla
compassione, si è fatto vicino all’umanità prostrata e ferita. Basti ricordare solo
tre esempi tra i molti possibili:
Il Signore affidò allo Spirito santo l’uomo, il suo proprio bene, che era caduto in potere dei banditi:
ne ebbe compassione, gli fasciò le ferite, dando due denari regali affinché, ricevendo mediante lo
Spirito l’immagine e l’iscrizione (cfr. Mc 12,16 e par.) del Padre e del Figlio, facciamo fruttificare il
denaro a noi affidato e lo riconsegniamo al Signore moltiplicato (cfr. Mt 25,14-30; Lc 19,12-27)15.

Cristo si è mostrato più vicino agli uomini che la Legge e i Profeti, “facendo
misericordia a colui che era caduto nelle mani dei banditi”, e si è reso prossimo
non con le parole ma con gli atti. Ci è dunque possibile, seguendo ciò che è
detto: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1), imitare
Cristo e avere compassione degli uomini “caduti nelle mani dei banditi”,
avvicinarci a loro, fasciare le loro ferite, versarvi olio e vino, caricarli sul nostro
giumento e portare i loro pesi. È per esortarci a questo che il Figlio di Dio non si
rivolge solo all’esperto della Legge ma a noi tutti: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
E se agiremo in questo modo, otterremo la vita eterna in Cristo Gesù16.
[Cristo] si fece prossimo a noi vivendo la compassione e si fece vicino a noi donandoci la sua
misericordia17.

Sì, è Gesù che con tutta la sua esistenza ci ha narrato “le viscere di
misericordia del nostro Dio” (splánchna eléous: Lc 1,78); è lui che ci ha
insegnato a farci prossimo a ogni essere umano, fino al nemico; è lui che ancora
oggi, dopo la sua morte e resurrezione, dice a ciascuno di noi: “Prenditi cura del
fratello, della sorella, e io ti ricompenserò al mio ritorno”.
Mi piace infine attualizzare la parabola di Gesù, raccontandola in un altro
modo. Non voglio essere irriverente né contraddire la parole del Vangelo, ma
credo che proprio esse mi autorizzino a mutare leggermente l’ultima parte del
racconto. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei
banditi, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto” (Lc 10,30). Passa un sacerdote, passa un levita e
vanno oltre, senza entrare in contatto con quell’uomo, senza farsi prossimi a lui
(cfr. Lc 10,31-32). Passa poi un samaritano (cfr. Lc 10,33), il quale è a piedi
come il malcapitato, non ha il giumento su cui cavalcare, né olio, né vino, né
bende, né soldi. Giunge sul posto, si ferma, vede costui, forse non riesce neanche
a parlargli, perché la loro lingua è diversa. Che fare dunque? Se se lo fosse
caricato sulle spalle, nel caldo del deserto, dopo poco sarebbero entrambi venuti
meno per la sete. Non ha altre possibilità, è privo di ogni bene. Allora decide per
una semplice cosa: gli prende la mano nella propria mano, senza dirgli nulla, e
gli sta vicino finché quello muore tra le sue braccia.
Questo samaritano fa misericordia, esattamente come quello della parabola
narrata da Gesù, che pure aveva mezzi e possibilità economiche. Non è vero –
come ebbe a sostenere Margaret Thatcher – che “nessuno ricorderebbe il buon
samaritano soltanto per le sue buone intenzioni, ma perché aveva anche i
soldi”18. No, diversi sono i modi di vivere la compassione, di agire con amore:
questo secondo samaritano fa il dono della prossimità, della presenza, che in
quel frangente è tutto ciò che ha. Anche questa è carità autentica, è vero amore
per l’altro, è un amore intelligente.
2
Le parabole della misericordia
(Lc 15,1-32)

Il “Figliuol prodigo” è una grande parabola, di fronte alla quale le “commedie” del genio sono come
la casa del cocomeraio. E che sforzo per dire quello che Gesù racconta come la più comune delle
avventure! L’uomo ha bisogno di molte cose e di molte parole per dir poco o nulla: Dio con nulla
dice tutto. Nella pagina del “Figliuol prodigo” c’è ben di più che non nei quattro o cinque capolavori
che sanno l’agonia più alta dell’umano intelletto: e in un modo che quelli non seppero né potevano
sapere, e con una conclusione che quelli potevano appena adombrare: la salvezza […] Ognuno si
sente volta per volta, o nello stesso momento, prodigo e maggiore: sulla strada che va o su quella del
ritorno: con davanti l’agonia o la gioia diffusa del Padre: con l’inferno nel cuore e le prime note della
festività che si canta perfino in Cielo, per colui che dapprima era morto ed ora è risuscitato1.




Introduzione: Gesù, l’uomo che racconta l’amore folle di Dio per l’umanità

Ci sono domande che abitano il cuore umano, domande decisive che possono
ricevere risposte diverse. Gesù si è posto queste domande da uomo qual era, e ha
saputo darvi risposte nuove, pronunciate – come attestano i Vangeli – con
exousía, con autorevolezza (cfr. Mc 1,22 e par.; 1,27; Lc 4,36). “Il Dio di
Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (Es 3,6 ecc.; Mc 12,26 e par.; At
3,13), il nostro Dio, è un Dio solo dei giusti o anche dei peccatori? Dio attende
che i peccatori si convertano e facciano ritorno a lui, oppure va lui stesso a
cercarli, nella situazione di peccato in cui si trovano? Il perdono che Dio
concede al peccatore richiede la volontà e il cammino della conversione oppure è
anteriore alla stessa conversione? E soprattutto, l’amore di Dio va meritato o è
amore gratuito che vuole raggiungere tutti? Queste non sono domande
periferiche, perché da esse dipende l’immagine, il volto del nostro Dio.
Ora, nell’Antico Testamento sta scritto come un adagio: “Non si può vedere il
volto di Dio, chi vede Dio muore” (cfr. Es 33,20), e nel Nuovo Testamento il
solenne prologo giovanneo si conclude sigillando tutta la rivelazione: “Dio,
nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è
lui che lo ha raccontato” (Gv 1,18). Sì, di quel volto mai visto né contemplato da
creatura umana (cfr. 1Tm 6,16; 1Gv 4,12) Gesù ci ha dato la spiegazione, ce lo
ha rivelato. La Parola di Dio che si è fatta carne (cfr. Gv 1,14), uomo come noi
in tutto eccetto che nel peccato (cfr. Eb 4,15), ha vissuto tra di noi narrandoci il
volto di Dio con la sua vita fatta di azioni, comportamenti, sentimenti, parole;
una vita nella quale sempre la misericordia, l’amore, il perdono di Dio
raggiungono l’uomo peccatore prima che lui inizi un cammino di conversione.
Questo è scandaloso, perché l’amore di Dio noi vorremmo meritarlo, e invece
l’amore di Dio è grazia, è gratuito, non va meritato.
Questa, in estrema sintesi, la rivelazione del volto di Dio da parte di Gesù:
“Dio è amore” (1Gv 4,8.16), un amore che ama non solo la debole creatura
umana ma ama il peccatore fino al dono di se stesso, al dono del Figlio suo.
Questo amore – rivela l’Apostolo Paolo in uno dei testi più vertiginosi nella sua
profondità – è un amore che Dio prova per l’uomo mentre l’uomo è peccatore,
mentre è suo nemico, mentre lo nega e lo bestemmia (cfr. Rm 5,6-11). È un
amore folle o una follia d’amore, potremmo dire; è un amore che non possiamo
nutrire in noi stessi; è un amore scandaloso, infatti l’unico nome che merita è
croce (“lo scandalo della croce”: Gal 5,11; cfr. 1Cor 1,17-25). Dio dà se stesso, il
Figlio, al mondo (cfr. 1Gv 4,9-10), perché ama il mondo nel medesimo momento
in cui il mondo odia Dio fino a rifiutare il Figlio e a metterlo in croce.
Gesù, figlio di Israele, chiamava Dio “Abinu”, “Padre nostro”, nella preghiera
liturgica cui era assiduo (si vedano, in particolare, tre delle “Diciotto
benedizioni”2), ma secondo la testimonianza evangelica lo chiamava anche
“Abba” (Mc 14,36), Papà, invocazione confidenziale. Per lui Dio era il Padre che
dà la vita, chiama, educa, guida con amore ogni figlio del popolo santo. Anche
per lui Dio era invisibile, ma il suo ascolto delle sante Scritture, la liturgia del
tempio e della sinagoga, la tradizione dei padri lo abilitavano a parlare di Dio,
con discrezione, in modo essenziale, e Gesù lo faceva soprattutto con
l’intenzione di dare un volto al Dio mai visto. Questa era la sua vocazione, la
chiamata del Padre che lo aveva voluto uomo e, donandolo all’umanità, lo aveva
voluto come un uomo che da lui solo poteva venire, che non poteva nascere da
“carne e sangue umani” (cfr. Gv 1,13).
Non si ripeterà mai abbastanza che Gesù era un uomo, uno di noi, un umano
in una folla umana, e che in questa sua vita umana di poco più di trent’anni egli
ha cercato in tutto, obbedendo alla sua vocazione, di alzare il velo sul volto di
Dio, di ri-velarlo. Egli, infatti, sapeva che il volto di Dio era stato non solo
deturpato ma pervertito dagli uomini, troppo inclini a fabbricarselo, a renderlo
un manufatto, proiettando su di lui le proprie aspirazioni e i propri progetti.
“L’idolatria non è innanzitutto un errore teologico ma è invece un errore
antropologico”3, perché l’idolo, cioè il falso dio, è altamente seducente per gli
uomini tutti. Così Dio era spesso caricaturato con il volto di un “Dio perverso”
da parte degli stessi uomini religiosi, proprio quelli che si sentivano in qualche
modo muniti della funzione di mediazione o addirittura di rappresentanza di Dio
nei confronti degli uomini.
Combattendo contro queste immagini perverse di Dio, Gesù ha meritato
l’accusa di “avere bestemmiato” (cfr. Mt 26,65; Mc 14,64). Ecco il conflitto che
ha portato Gesù “alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8), un conflitto sul volto
di Dio! Gesù in verità non predicava “un altro Dio”, il suo Dio era il Dio del suo
popolo, ma egli ne aveva un’altra conoscenza: un Dio che “non fa preferenza di
persone” (At 10,34), un Dio che non castiga mai l’uomo finché egli vive sulla
terra, un Dio che provoca alla libertà, un Dio che ha fiducia in ogni uomo, un
Dio che perdona anche chi non lo merita. In una parola, un Dio che sembra “un
Dio al contrario”: un servo, non un dominatore; un povero, non un ricco; un
infimo, non un altissimo; un Dio che ci prega mettendosi in ginocchio davanti a
noi. Gesù chiedeva dunque alle folle, a quanti lo ascoltavano, ai discepoli di
cambiare la loro immagine di Dio, per liberarli dalla paura e dall’angoscia della
morte, per far crescere in loro la fiducia, per spronarli con il suo amore ad amarsi
gli uni gli altri, reciprocamente (cfr. Gv 13,34; 15,12). Per Gesù l’amore verso
Dio si identificava con l’amore per il prossimo, la sua vita offerta a Dio
diventava vita spesa per gli uomini. Se il quarto Vangelo ha potuto mettere sulla
bocca di Gesù, in risposta a Filippo che gli chiedeva di vedere il Padre, Dio,
queste parole: “Filippo, chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9), è perché
Gesù ha sempre voluto e saputo mostrare ciò che lui era, il Figlio di Dio nel
mondo.
Ma questo conflitto sull’immagine di Dio che si è consumato nel processo e
nella condanna a morte di Gesù da parte delle autorità religiose, che lo
giudicarono un bestemmiatore, e da parte dell’autorità politica, convinta del suo
essere nocivo al bene della società dell’impero romano, si mostrò più volte
durante la sua predicazione. I Vangeli ce lo testimoniano a più riprese, in diverse
occasioni originate dai gesti o dalle parole di Gesù. È soprattutto il Vangelo
secondo Luca che mette in luce un comportamento di Gesù scandaloso per gli
uomini religiosi, gli osservanti che si sentono collocati tra i giusti e quindi
distinti dai peccatori (cfr. Lc 18,9). I Vangeli li identificano: gli scribi, cioè gli
esperti della Legge, gli esegeti e i teologi, diremmo oggi; i sacerdoti che erano
l’autorità del tempio, i ministri del Signore; i farisei, adepti di un movimento
altamente qualificato, zelanti della Legge, gelosi della loro fede, artefici della
missione tra le genti, autorità morali rigorose. In particolare, nel capitolo 15 del
Vangelo secondo Luca, alcune parole di Gesù, raccolte in tre parabole, vogliono
certamente ricordarci il conflitto di Gesù con questi mormoratori, ma anche
spiegarci il suo agire a immagine del Padre.
Gesù aveva chiamato e annoverato tra i suoi discepoli Levi, un pubblicano
(cfr. Lc 5,27-28 e par.), un peccatore manifesto, riconosciuto tale da tutti perché
collaborazionista con gli occupanti romani, esattore di tasse per l’impero e con
una vita non segnata dalla giustizia. Già allora c’era stata mormorazione da parte
di scribi e farisei, soprattutto perché Gesù, dopo aver chiamato Levi, aveva preso
parte a un banchetto a casa sua, con lui e i suoi amici, anch’essi pubblicani (cfr.
Lc 5,29-30 e par.). La risposta di Gesù era stata chiara, lapidaria: “Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i
giusti, ma i peccatori alla conversione” (Lc 5,31-32 e par.; quest’ultima è
un’aggiunta unicamente lucana). Non si era trattato solo di un episodio tra gli
altri: era coinciso con l’inaugurazione dell’attività pubblica di Gesù, segnando
cioè l’assunzione del suo stile proprio, al quale egli resterà fedele “fino alla fine”
(Gv 13,1), quando sarò ucciso in compagnia di malfattori (cfr. Lc 23,32),
“annoverato tra gli empi” (Lc 22,37; Is 53,12).
Ed ecco che nel capitolo 15 lo scandalo si ripresenta.
1. “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”
Ora, si avvicinavano a lui [Gesù] tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi
mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa
parabola […] (Lc 15,1-3).

Questo l’atteggiamento abituale di Gesù: lasciarsi avvicinare da quelli che


avevano un comportamento pubblicamente peccaminoso e osare addirittura
condividere con loro la tavola. Gesù sapeva cosa si diceva di lui: “Ecco un
mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!” (Lc 7,34; Mt
11,19). Ma nonostante questo giudizio egli, fedele alla volontà di Dio e
soprattutto condividendo il suo stesso cuore, lascia che i peccatori si accostino a
lui e li accoglie (verbo prosdékomai) con apertura, con premura, fino a mangiare
con loro (verbo syn-esthío), condividendo qualcosa che era determinante e sacro
per gli ebrei: la tavola.
In quel contesto sociale e religioso la tavola era molto più significativa di
quanto lo sia per noi oggi. Mangiare insieme significava celebrare una
comunione con Dio, vivere un’amicizia con quelli che sedevano alla stessa
tavola. Si trattava di spezzare il pane insieme, facendo dell’altro un compagno
(cum-panis), onorandolo e mostrandogli simpatia, attenzione. Ecco perché
mangiare con persone impure e peccatori manifesti era considerato un sacrilegio.
Per i farisei e gli uomini religiosi prima era necessaria la conversione, la
riconciliazione con Dio, e solo dopo si poteva stare insieme a tavola. Per Gesù
invece la conversione non è una condizione previa al mangiare insieme: basta
voler vivere l’amicizia con lui, e da questa amicizia può nascere il cammino di
conversione, come mostra anche il suo incontro con il pubblicano Zaccheo (cfr.
Lc 19,1-10). Questo “fare” di Gesù è ispirato dall’idea che lui ha di Dio: per
questo è sempre pronto a spezzare il pane, ad andare a cercare chi è perduto, a
non tenere conto delle barriere innalzate dalla religione e dalla morale, anche a
prezzo dell’incomprensione altrui. “Si instaura così un duplice movimento: Gesù
cerca i peccatori e i peccatori cercano lui”4. Grazie a Gesù, il Dio che gli uomini
religiosi a volte rendono “perverso” diventa dunque buona notizia, Vangelo.
Ma i conoscitori delle sante Scritture si sentono contraddetti dal
comportamento di Gesù, e per questo “mormorano” (cfr. Lc 5,30: i farisei e gli
scribi; 19,7: tutti). Erano convinti che la manifestazione del Signore avrebbe
fatto morire i peccatori (cfr. Is 13,9), e invocavano Dio con le parole del
salmista: “O Dio, se tu sopprimessi il malvagio! Allontanatevi da me,
peccatori!” (Sal 139,19). E invece vedono che Gesù mostra altri sentimenti, altri
atteggiamenti. Non sta dalla parte di Dio? Come osa contraddire un’etica
trasmessa da secoli e avente come ispiratrice la Legge di Mosè? E come può uno
che si vuole rabbi, maestro, in-segnante, dunque esemplare, contrarre impurità
da una tavola comune sulla quale anche i cibi erano sospetti di impurità? Di
conseguenza, Gesù è considerato impuro, per nulla esemplare, e con i suoi
atteggiamenti provoca e di fatto contesta l’etica dei giusti di Israele. Se nella
tradizione giudaica era tramandato il detto: “Nessuno si accompagni a un
peccatore, neppure per avvicinarlo alla Torah”5, potremmo dire che Gesù
“distrugge la religione”, ben più di Giobbe (cfr. Gb 15,4). Gesù Messia? Un
“Messia al contrario”, perché non punisce i peccatori, non li castiga, non li forza
né li induce alla conversione con un giudizio di condanna o con un
atteggiamento di rigetto e di presa di distanza da loro. Al contrario, sembra ben
disposto e pieno di attenzione per le persone meno stimate dalla società
religiosa, nutre cordiale simpatia per le prostitute e non disdegna di averle al suo
seguito tra quelle che lo frequentano e lo ascoltano.
Gesù deve dunque spiegare il suo comportamento, e lo fa proprio rispondendo
alle mormorazioni di scribi e farisei; lo fa con una parabola, suddivisa in tre
parti: la similitudine della pecora perduta, quella della moneta perduta e infine
l’ampia parabola del padre misericordioso e dei due figli.

2. Quale uomo, se ha cento pecore e ne perde una


Quale uomo tra voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va
dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la carica sulle spalle pieno di gioia. E
arrivato a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia
pecora che si era perduta”. Così io vi dico: vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si
converte che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione (Lc 15,4-7).

La parabola inizia coinvolgendo direttamente scribi e farisei, chiedendo loro


di immaginarsi come pastori proprietari di un gregge di cento pecore. Già questa
sola richiesta di Gesù appare un affronto: all’epoca, infatti, i pastori erano
ritenute persone poco affidabili, uomini rozzi, disonesti e sovente ladri, perciò
impuri e peccatori. Può un uomo che si ritiene puro e giusto considerarsi alla
stregua di quelli per i quali prova disprezzo? Ma Gesù cerca di portare i suoi
interlocutori a un giudizio che venga anche dal loro cuore.
Ecco dunque un pastore che possiede cento pecore, ne perde una, si mette a
cercarla, e infine la ritrova. Lo smarrimento di una pecora è un fatto non raro
nella vita di un pastore, e quando ciò avviene, si tratta certo di un danno
economico, ma è anche un dolore perché tra pastore e pecora c’è conoscenza,
cura, finanche affetto. Mosso dall’amore più che da ragioni economiche – qui
non si tratta, come nel Vangelo apocrifo di Tommaso (detto 107), della “pecora
più grossa”! – il pastore va alla ricerca della pecora perduta, lasciando le altre
novantanove nel deserto. E quando la ritrova, se la carica sulle spalle, perché la
pecora si era affaticata nell’errare, aveva sofferto per la paura di essere sola. Egli
la stringe a sé, quasi a dirle: “Ora non ti perdo più!”. Ritornato alla casa,
all’ovile, il pastore chiama gli amici e i vicini per dare loro la buona notizia, il
Vangelo: la pecora perduta è stata ritrovata, dunque occorre fare festa, gioire, e
questo lo si può fare tutti insieme, mai da soli, mai senza gli altri.
Ora, se questo avviene sulla terra, nei nostri eventi quotidiani, avviene anche
in cielo perché – Gesù ne è sicuro e lo proclama con autorevolezza – c’è più
gioia in cielo, presso Dio, per un solo peccatore che si converte, facendo ritorno
a lui, che non per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Ma si comprenda bene: quella pecora perduta non ha fatto nulla, se non,
appunto, perdersi; è il pastore, il quale la riteneva sempre sua, sempre a lui
carissima, che si è messo a cercarla e non ha desistito finché non l’ha trovata.
Ciò che occorre sottolineare non è tanto il fatto che la pecora sia salva ma che il
pastore sia andato a cercarla, consapevole di essere responsabile di lei, avendo
nel cuore sentimenti d’amore per quella pecora che sembrava perduta per
sempre.
Sì, Dio ama chi si è perduto, non si rassegna, ma va a cercare il peccatore
perché questi gli appartiene e resta da lui sempre amato. L’amore del pastore,
ossia di Dio, è senza condizioni, è fedele e non viene mai meno, neppure quando
mancassero l’amore o la nostalgia da parte della pecora. Di più, mettendo in
evidenza come sia il pastore ad andare in cerca della pecora, finché non la
ritrova, Gesù fa un’allusione alla profezia di Ezechiele contro i cattivi pastori: il
Signore stesso si metterà alla ricerca della pecora smarrita e susciterà anche un
pastore per il suo gregge, un nuovo David, un Messia dunque, che lo pascolerà
(cfr. Ez 34,1-25). Ecco perché Gesù stesso, il Messia davidico, va a cercare la
pecora perduta, e per questo alloggia presso i peccatori. Ecco perché dice di sé:
“Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc
19,10), e ciascuno di noi può dire e cantare a lui nel proprio cuore, con infinita
tenerezza: “Quaerens me sedisti lassus” (Dies irae), “a forza- di cercarmi, ti sei
seduto stanco, ma hai continuato finché mi hai trovato”; “Io mi perdo come
pecora smarrita; cercami, Signore!” (cfr. Sal 119,176).

3. Quale donna, se ha dieci monete e ne perde una


Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e
cerca con attenzione finché non la ritrova? E dopo averla ritrovata, chiama le amiche e le vicine,
dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi
è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte (Lc 15,8-10).
Un’altra lezione agli scribi e ai farisei viene da questa seconda similitudine.
Qui c’è una donna che possiede dieci monete d’argento e ne perde una. Allora
prima di tutto accende una lampada per vedere bene, scopa la casa per
individuarla e cerca con cura finché l’abbia ritrovata.
Come nella precedente similitudine, l’attenzione è posta sulle azioni compiute
al fine del ritrovamento: sono molte, diverse, fatte con cura, interesse, volontà di
recuperare ciò che si è perduto. C’è un non darsi pace, un’ansietà, un non
rassegnarsi alla perdita. Quando poi avviene il rinvenimento, scoppia la gioia, e
questa donna chiama le amiche e le vicine per fare festa, per vivere insieme la
felicità condivisa. Nella povertà di quella casa c’è un momento di grande
allegria, che non sappiamo come sia stato celebrato: l’importante è che sia stato
celebrato insieme, forse anche solo con sorrisi e abbracci.
Gesù può dunque indicare mediante questa scena quotidiana, umanissima, ciò
che avviene in Dio: anche gli angeli, i messaggeri di Dio festeggiano, forse
danzando, facendo musica e cantando, mostrano gioia perché un peccatore,
lontano da Dio, grazie alla ricerca ostinata e amorosa di Dio stesso ha fatto
ritorno a lui. È “l’amore” di Dio “che muove il sole e le altre stelle”6…

4. Un uomo aveva due figli


Disse ancora: Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte
di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (Lc 15,11-12).

La lunga parabola che si apre è universalmente conosciuta come “parabola del


figlio prodigo”, ma in realtà il suo vero protagonista è il padre: andrebbe dunque
definita “parabola del padre infinitamente misericordioso”. Forse è per mettere
in risalto proprio il padre che il racconto lo presenta solo, senza che accanto a lui
vi sia la madre dei due figli. In ogni caso, la mancanza della madre può anche
indicare che si tratta di una famiglia come le nostre: in ogni famiglia c’è una
mancanza, ogni famiglia conosce delle ferite; questa conosce la mancanza della
madre, assenza che per i figli diventa una ferita bruciante, che fa sanguinare la
loro vita familiare. Nella stessa relazione tra padre e figli, l’assenza della madre
è sovente decisiva, nel bene o nel male.
Ecco, in questa parabola il dramma non riguarda un uomo e un animale, una
donna e una moneta, ma riguarda persone legate tra loro da vincoli originali e
fondamentali: la paternità-filialità e la fraternità. Queste sono relazioni da cui
dipende la riuscita e il senso di una vita, da cui dipende veramente la possibilità
di avere un’esistenza salvata oppure insensata. D’altronde tutta la Bibbia, che è
innanzitutto storia di umanità, ci presenta spesso famiglie cariche di difficoltà, di
conflitti, di mancanze: donne sterili, figli che litigano fino a uccidersi, padri
talvolta grandi, talaltra quasi assenti… Chi non ricorda Caino e Abele (cfr. Gen
4,1-16), Ismaele e Isacco (Gen 21,1-21), Esaù e Giacobbe (cfr. Gen 25,19-29;
27,1-28,5; 32,4-33,17), Giuseppe e i suoi fratelli (Gen 37-50)? Gelosie, dispute e
liti per l’eredità, forza dell’uno e debolezza dell’altro, figli preferiti e benedetti
dal padre e altri dimenticati: sono le nostre povere storie…
A dire il vero, però, in questa parabola narrata da Gesù le cose non vanno
proprio come nelle nostre storie: essa ha come protagonista un padre che non si
dà tra noi uomini, un padre singolare, la cui misericordia è infinita. Il racconto
mette più volte in luce la singolarità di questa figura paterna: è sufficiente che
ognuno di noi faccia il paragone con se stesso come padre o con il padre avuto,
per constatare le differenze!
In questa famiglia, a un certo momento, entra in scena il figlio minore con una
domanda rivolta al padre, anzi con una pretesa: “Padre, dammi la parte di
patrimonio che mi spetta”. È una richiesta che risuona come un ordine. Il padre
non parla, non risponde, non reagisce, non segue neppure il consiglio della
sapienza d’Israele raccolto nel libro del Siracide:
Finché vivi e in te c’è respiro,
non abbandonarti al potere di nessuno.
È meglio che siano i figli che chiedano a te,
piuttosto che tu debba volgere lo sguardo alle loro mani […]
Quando finiranno i giorni della tua vita,
allora al momento della morte, assegna la tua eredità (Sir 33,21-22.24).

Questo padre invece divide l’eredità, pur non essendo obbligato dalla Legge,
ma lo fa secondo la Legge: due terzi al figlio maggiore, un terzo al figlio minore
(cfr. Dt 21,17), sicché i due fratelli entrano in possesso dell’intero patrimonio
paterno. È però altamente significativo che il testo chiami “patrimonio, sostanze”
(ousía) ciò che viene chiesto dal figlio, ma poi, alla lettera, dice che il padre
divide tra i figli “la vita” (ho bíos), che da quel momento è vita lacerata.
L’azione del figlio minore verso il padre è certamente sfrontata. È come se ne
avesse chiesto la morte, come se gli avesse detto: “Non ho tempo di aspettare
che tu muoia. Dammi la parte che mi spetta, perché voglio essere autonomo e
libero”. In questo modo il figlio nega il legame con il padre, lo sconfessa e lo
rigetta. Possiamo essere stupiti che il padre abbia acconsentito senza nemmeno
fare domande al figlio, senza metterlo in guardia sulla strada mortifera che stava
per imboccare. Potremmo anche concludere che, dal punto di vista umano,
questo padre è poco saggio: possibile che fosse così debole da non ammonire il
figlio, da lasciarlo andare via in quel modo? Un padre così sarebbe un non padre,
uno che non sa essere padre o nega la sua paternità, perché è suo dovere assoluto
dire qualcosa e non semplicemente lasciar fare…
Stiamo però attenti ad applicare questo atteggiamento ai padri umani o alle
diverse forme di paternità vissute qui sulla terra: in realtà questo agire, o meglio
questo non agire, riguarda la paternità di Dio. Effettivamente Dio non ci impone
nulla, non ci impedisce di percorrere cammini errati: nella sua “assenza”, nel suo
nascondimento (cfr. Is 45,15), nella sua debolezza voluta, ci lascia liberi, non ci
ferma né ci minaccia. È il grande mistero della sua presenza-assenza, della sua
presenza invisibile, elusiva, che non ci impedisce di compiere il male né di
perderci. D’altronde, da Padre pedagogo Dio ci ha detto tutto nelle sante
Scritture, ci “ha parlato per mezzo dei profeti” – come recitiamo nella
professione di fede (cfr. Eb 1,1) – ci parla ancora nella coscienza; ma di fronte
alle nostre scelte ci lascia liberi e riserva a noi di ascoltare la sua parola oppure
di non ascoltarla, rifugiandoci nella scusa che lui non ci parla e che al momento
della scelta abbiamo conosciuto solo il suo silenzio.
Questa prima scena del racconto, inoltre, ci presenta un paradigma che ci
riguarda da vicino, il paradigma della nostra esistenza. Ognuno di noi a un certo
momento della propria vita, soprattutto nell’adolescenza, ha sentito come
ingombrante la presenza del padre. Forse abbiamo addirittura desiderato di
respingere chi ci ha generato e abbiamo desiderato di essere lontani da lui. Il
legame con il padre può essere vissuto come schiavitù, come realtà umiliante per
la propria libertà, che all’inizio della giovinezza pulsa in noi con prepotenza.
Anche la casa in cui viviamo diventa allora una prigione: occorre andare via e
farlo presto, occorre andare altrove per sperimentare l’indipendenza e
l’autonomia. Ognuno di noi nella sua ricerca di libertà ha conosciuto questi
conflitti, queste fatiche, queste visioni distorte, ma le uniche possibili in quel
momento. Tutti abbiamo un padre, anzi questo forse è l’unico destino che ci
sovrasta, e proprio perché è una necessità (anánke), vorremmo essere “senza
padre”. È invece quasi impossibile per un padre pensarsi e desiderarsi “senza
figlio”…
Se questo accade nella vita familiare, accade anche – lo sappiamo o no – nel
nostro vissuto con Dio, perché da sempre sentiamo in noi la difficoltà di
riconoscerlo con fiducia come padre. Colui che “ci ha formato nel segreto
tessuto dell’utero di nostra madre, i cui occhi vedevano il nostro embrione” (cfr.
Sal 139,13.15), può essere sentito da ciascuno di noi come una presenza nella
quale facciamo fatica a mettere piena fiducia. Con la nostra crescita, poi, Dio ci
appare come un limite anche per il solo fatto che si fa chiamare “nostro”: non è
solo il mio Dio, è il Dio di mio fratello, di mia sorella, di mio padre, di mia
madre, il Dio degli altri prima di essere il Dio di Abramo, di Isacco e di
Giacobbe. E se è il Dio dell’altro, l’altro è mio fratello, ma è anche un limite per
me. A volte Dio diventa una presenza ossessiva, e va riconosciuto che di ciò
sono particolarmente responsabili quanti si appellano a lui e magari si dicono
investiti dell’autorità e della missione di parlare di lui: quante immagini
perverse, quanti vitelli d’oro (cfr. Es 32) hanno fabbricato e fabbricano con
l’intenzione di “fare il bene”, di “educare”, di radicare la religione… Fabbricano
e distribuiscono immagini di un Dio che ama finché uno fa il bene, ma che non
ama più chi fa il male; immagini di un Dio “spione” (“Dio ti vede!”), che vìola
la nostra stessa intimità; si spingono fino a tracciare veri e propri sgorbi di un
Dio che castiga ed è pronto a farcela pagare se non lo compiacciamo in tutto.
Eccoci allora assaliti da domande, dubbi, sospetti che ci predispongono ad
andarcene, a fuggire lontano da lui. Perché proprio nell’adolescenza molti
battezzati e catechizzati cominciano a disertare le chiese, le liturgie, e vivono
ormai come generazioni senza Dio7? Dovremmo chiedercelo più seriamente. E
dovremmo ricordare che quando uno ha un’immagine perversa di Dio,
un’immagine del Padre nei cieli peggiore di quella del padre umano che, pur
insufficiente, ha conosciuto, allora diventa ateo, cioè preferisce fare a meno di
Dio. Perché un Padre-Padrone, un Padre che chiede prestazioni non è
sopportabile.

5. Il figlio più giovane partì per una regione lontana


Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per una regione lontana e
là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Lc 15,11-13).

Il figlio minore non parte subito. Ha dovuto probabilmente vendere i beni


dell’eredità, convertirli in denaro, per poter avere con sé, a sua completa
disposizione, la quota che gli spettava. Poi parte per una regione lontana, cioè
fuori della propria terra, per un paese pagano, tra le genti dunque, ma soprattutto
se ne va lontano dalla casa paterna, di fatto in esilio (cfr. Ger 46,27). Il suo
viaggio è un errare, è senza una meta, ma per il giovane questo rappresenta
essenzialmente il taglio del cordone ombelicale, la libertà, l’autonomia, il non
dover rendere conto a nessuno di ciò che fa e che diventa. Fuga indeterminata
verso una regione lontana, per vivere – dice il testo – asótos: in modo dissoluto,
certo (Vulgata: luxuriose), ma letteralmente “senza salvezza”, senza vie di
salvezza. L’esodo necessario per il ragazzo potrebbe essere una via, un viaggio
di conoscenza, di maturazione, ricco di incontri e di relazioni; non avendo però
una meta, non essendo originato dalla ricerca di sapienza ma solo da una serie di
rifiuti, questo viaggio si rivela presto non un acquisire ma un perdere.
Quel giovane ha sicuramente vissuto l’ebbrezza della compagnia, della festa,
del piacere. Come ogni altro giovane ha cercato di vivere in libertà, lontano da
sguardi censori e da limiti imposti. Era un giovane anonimo e ricco, e poteva
permettersi una vertigine di piacere, in cui vino oltre misura e sessualità
promiscua appaiono i veri ingredienti di una vita felice. In verità la festa, il vino,
il sesso, che sono cose buone, verso le quali non occorre nutrire angoscia,
possono entrare nella vita di un giovane se egli è maturato tramite l’esercizio del
desiderio, la dilazione che insegna ad attendere, la disciplina che permette il
rispetto della dignità e dell’alterità dell’altro. Non si pensi che quel giovane
abbia sbagliato nel vivere la gioventù e la gioia che le è assegnata come
porzione, ma ha sbagliato ad abbandonarsi alla pulsione, a non disciplinarla con
l’intelligenza, importante nell’esercizio sessuale quanto il piacere, a non cercare
con gli amici o con gli amori quella sinfonia che permette un canto libero e
autentico. Così giovane, con le mani bucate, in poco tempo sperpera ogni cosa:
in fretta a casa aveva domandato e preso tutto, in fretta ha sperperato tutto, e del
patrimonio paterno ora non gli resta nulla. Anche lui si ritrova a “non essere più
nulla” e a capire che “la vita di un uomo non dipende dai suoi beni” (cfr. Lc
12,15).
Conosciamo questa vicenda: abbiamo rischiato, abbiamo sognato, abbiamo
anche accettato la seduzione di molte offerte, ricevute soprattutto nella
giovinezza, ma non abbiamo fatto un cammino di umanizzazione e di libertà; al
contrario, ci siamo impoveriti, abbiamo dissipato i nostri doni e ciò che avevamo
di più prezioso. Abbiamo creduto in noi stessi, negando ogni relazione che
avrebbe potuto essere un legame buono, necessario per dire sì alla vita, e ci
siamo perduti. Il non senso si è impadronito di noi e la nostra vita, che ha voluto
fare a meno della Storia nutrendosi di esperienza, che ha cercato una festa
philautica, egoistica, non condivisa, ci ha portato a una situazione che potremmo
definire di depressione. Quell’esodo, invece di essere salvifico, ci ha condotti al
deserto, è stato un cammino che ci ha impoveriti in umanità, per molti aspetti un
cammino mortifero. Ma quando si inizia a discendere, si va poi a fondo!

6. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma


nessuno gliene dava
Quando ebbe speso tutto, in quella regione venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel
bisogno. Allora andò e si attaccò a uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a
pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene
dava (Lc 15,14-16).

La situazione di penuria sembra aggravarsi sempre più. Per quel giovane,


ormai senza soldi, ci sono poche possibilità di sopravvivenza. Arriva una grande
carestia, quando c’è pane solo per pochi, e allora il giovane, che ha perso tutti i
suoi amici, i quali erano tali finché lui era ricco ma l’hanno abbandonato nella
povertà (cfr. Sir 6,8-10), deve ricorrere a un abitante della regione, deve
attaccarsi, “incollarsi” (verbo kolláo) a lui. Un rapporto, seppur di dipendenza, di
schiavitù, ci vuole, e il giovane lo trova presso un pagano, un padrone, che lo
rende guardiano di porci, animali impuri secondo la Legge (cfr. Lv 11,7; Dt
14,8). Il Talmud maledice l’allevatore di maiali8, sicché il giovane ci appare
impuro e maledetto dalla Legge stessa.
Colui che aveva un padre ed era un figlio, ora ha un padrone ed è uno schiavo
che finisce per desiderare di mangiare le carrube come i porci. E qui il racconto
ci stupisce con un’annotazione finissima – “ma nessuno gliene dava” – quasi a
insinuare che non solo egli si era ridotto a mangiare il cibo dei porci, ma
soprattutto gli mancava qualcuno che gli porgesse il cibo. A noi uomini, infatti,
non basta mangiare, ma abbiamo bisogno, anche solo per sopravvivere, che,
almeno ogni tanto, qualcuno ci dia il cibo, ce lo prepari e ce lo offra. Si tratta di
un’esperienza straordinaria e tra le più umanizzanti. Siamo stati fatti crescere
con il dono del latte della madre, e poi, pur svezzati, abbiamo ricevuto cibo; e
quando facciamo festa, desideriamo che qualcuno ci prepari del cibo, oppure lo
prepariamo noi per gli altri. Offrire cibo, preparare cibo è una dichiarazione
d’amore per chi lo riceve. Questo giovane, non avendo nessuno che gli dava da
mangiare, era dunque lasciato nella sua fame nonostante il “carburante” che
poteva trovare, come i porci, nelle carrube.
È un uomo disprezzato, senza dignità, maledetto dalla Legge di Dio così
decisiva per il suo popolo. Ha veramente toccato il fondo, esperienza che
ciascuno di noi prima o dopo fa nella vita. Potremmo dire che “occorre toccare il
fondo” per conoscersi, per misurarsi, per capire ciò che non sarebbe stato
possibile capire senza questa discesa agli inferi. Ognuno di noi lo fa in modo
personale, che lui solo conosce: “secretum meum mihi, secretum meum mihi!”
(Vulgata: Is 24,16). Eppure è un’esperienza che tutti conosciamo: si discende
nell’inferno che ci abita, oppure emergono in noi le regioni infernali che stanno
nelle nostre profondità, ma in ogni modo è l’inferno… E starci è doloroso,
perché significa stare, dimorare, là dove non ci sono né Dio né gli altri, nessuna
presenza, ma solo la “nientità”, la situazione di non senso, di impossibilità a
intravedere qualcosa per cui valga la pena di essere. Situazione di disperazione, a
volte fino al desiderio del suicidio, al pensiero che sarebbe stato meglio non
essere mai nati (cfr. Gb 3; Ger 20,14), alla voglia di farla finita (cfr. 1Re 19,4;
Gn 4,3.8), perché non si trovano dentro di sé le energie per resistere, combattere
e vincere la nientità così dolorosa. A volte anche la vergogna è un ingrediente di
questi inferi che viviamo come esperienza del toccare il fondo, dell’andare a
picco.

7. “Trattami come uno dei tuoi salariati”


Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui
muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e davanti
a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati’” (Lc
15,17-19).

Il bisogno, la sofferenza, la crisi non sono sempre buoni maestri, anzi a volte
sono cattivi maestri che spingono l’uomo a discendere sempre di più, a restare
tra le ombre di morte del fondo toccato. Ma è vero che talvolta pongono
domande, spingono a rileggere la situazione, se stessi e il cammino fatto. In ogni
caso, il disagio viene facilmente percepito e letto come psicologico: c’è stato un
fallimento, e il senso di colpa può invadere il cuore di chi si è perduto.
Vi è però anche la possibilità di percorrere una strada che giustifica tutto, e
quindi non chiede nessun tentativo di leggere altrimenti la realtà. In particolare, è
facile rimuovere le colpe da sé, cioè non sentirsi responsabili ma attribuire le
responsabilità ad altri. Al padre: perché non ha impedito la fuga? Perché non ha
dato segni di voler trattenere il figlio? Perché, con il suo stile e il suo
atteggiamento, lo ha costretto a fuggirlo e a rinnegarlo? Ma vi è anche la
presenza di quel fratello primogenito, che era più forte, più stimato, era quello
che, essendo il primo, attirava su di sé maggiori attenzioni. Gli amici, dal canto
loro, lo sono tutti per interesse, non c’è nessuno che ami gratuitamente. E poi la
vita è così: un fallire continuo… Il giovane avrebbe potuto ragionare in questo
modo, chiudendosi nel suo inferno per non risorgere più. Non succede così a
tanti ragazzi, preda della droga, della delinquenza, della dissipazione, dell’abulia
e del non senso? Vengono a trovarsi in una situazione veramente cattiva, ma chi
può giudicarli e assegnare loro la responsabilità di non desiderare salvezza? Ciò
che avviene nella malattia dell’anoressia, nel rifiuto del cibo, può avvenire anche
a livello spirituale, di vita dell’anima, di vita interiore in cui si decide di morire;
anzi, si è attratti dalla morte.
Questo giovane, comunque, “rientrò in se stesso” (eis heautòn dè elthón; lett.:
“rientrato in se stesso”). Di quale rientro si tratta? Rientro della libertà in se
stessa? Rientro del figlio nella relazione paterna? Rientro come conversione?
No! La sua è una reazione utilitaristica di fronte alla morte ormai possibile: “Qui
muoio di fame!” (lett.: “sono perduto”). Spinto dalla necessità, comincia a
pensare, a fare un paragone tra la sua condizione e quella dei salariati in casa
sua, che hanno pane abbondante per sfamarsi. Che situazione è la sua? Assurda o
stupida. La rilettura della sua avventura, la riflessione sulla sua attuale
condizione, l’acquisizione della consapevolezza del fallimento lo inducono a
pensare a un eventuale ritorno a casa.
Ma che tipo di ritorno? Un ritorno che gli consenta di poter mangiare e vivere.
Ecco perché, in un monologo partorito dalla propria interiorità, progetta una
scena, completa delle parole esatte da pronunciare: “Mi alzerò, andrò da mio
padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più
degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati’”. È un
comportamento molto sicuro di sé, che sembra avere già deciso tutto. Egli pensa
di tornare davanti al padre, di fare una confessione di colpa contro Dio, riguardo
al peccato nei confronti del quarto comandamento (“Onora tuo padre e tua
madre”: Es 20,12; Dt 5,16), e contro il padre, offeso e dichiarato come morto. Il
tutto si concluderà con un ordine impartito al padre: “Trattami come uno dei tuoi
salariati”. Nessuno spazio a una parola del padre, nessuna possibilità di ascolto
di ciò che potrebbe dirgli, ma delle frasi preparate e pronte da pronunciare, che
lo obblighino a dargli un posto in casa in cui poter mangiare, fosse anche quello
dei servi. La logica perseguita è lo scambio: chiede perdono ma ottiene un posto
in casa; fornisce il proprio servizio di garzone, ma vuole il pane. Non immagina
che il padre possa essere diverso da quelli umani, ma pensa a un padre giusto,
che dunque deve dargli la giusta punizione, annoverandolo tra i servi. Da figlio a
servo: questo il castigo meritato, che egli è pronto ad accettare, pur di mangiare e
uscire da quella situazione di morte. È un ritorno “fai da te”, tutto pensato e
deciso da lui, che il padre può solo accettare. D’altronde il giovane non è pentito
e non ha ragione di esserlo: gli è andata male, ma quello che ha vissuto valeva la
pena.
Anche per noi è così, sebbene non vogliamo ammetterlo, soprattutto se siamo
religiosi. In verità i nostri peccati ci piacciono, li abbiamo commessi perché ne
provavamo piacere e desideravamo potere, successo, ricchezza. E qualora
potessimo farli ancora, li rifaremmo. Noi giungiamo a detestare i peccati solo
quando ci fanno del male: male alla salute, male alla nostra immagine, alla
nostra identità ostentata. Ma se potessimo peccare senza danni per la salute e
senza la vergogna dovuta al giudizio altrui sugli effetti dei nostri peccati,
continueremmo a peccare. È la terribile perseveranza del vizio! Per questo la
conversione non è una nostra decisione, ma può avvenire solo con la grazia del
Signore. “Fammi ritornare e io ritornerò” (Ger 31,18), prega Geremia; “Facci
ritornare, Signore, e noi ritorneremo” (Lam 5,21), prega Israele.
Per ora, nel figlio che ritorna non c’è reale conversione, volontà di mutamento
di vita, desiderio del padre e del suo vero volto. La sua logica resta quella dello
schiavo, così come era vissuto da schiavo nella casa paterna prima del suo
allontanarsi. La giustizia retributiva che tante volte aveva sentito ricordare come
vera giustizia faceva ormai parte del suo pensare: non avrebbe mai potuto essere
reintegrato nel patrimonio familiare, non avrebbe potuto stare accanto al fratello
primogenito rimasto a casa e ora padrone dell’eredità paterna che lui aveva
dilapidato, e di conseguenza non avrebbe più potuto sentirsi in alleanza con Dio,
perché quest’ultimo lo aveva cancellato dal suo libro (cfr. Es 32,33).

8. Quando era ancora lontano


Si alzò e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, fu preso da
viscerale compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho
peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,20-
21).

Il viaggio di ritorno è iniziato, e il giovane spera che tutto avvenga secondo il


suo desiderio e il suo proposito. Comunque questo ritorno è almeno un segno
che il figlio non vuole più rimanere in quella condizione infelice e insensata.
Adesso occorre semplicemente avere la forza e il coraggio di incontrare il padre,
occorre sperare che il padre lo voglia ancora vedere e non lo scacci dalla soglia
di casa. Avrà certamente immaginato che sulla strada avrebbe incrociato dei
servi, che questi avrebbero avvisato il padre, il quale lo avrebbe aspettato per
chiedergli spiegazioni su quella sua avventura così disastrosa. Avrà anche
immaginato la reazione del fratello maggiore, che si sarebbe sentito insidiato
dalla sua presenza.
Ma ecco, suo padre non somiglia per nulla a un padre umano, e tutto appare
una sorpresa, tutto stupisce quel figlio. In primo luogo perché il padre lo vede
quando ancora è lontano, come chi attende sempre il figlio partito, senza darsi
pace. Se in quella famiglia ci fosse stata una madre, certamente sarebbe stata lei
ad accorgersi per prima del ritorno del figlio, ma la madre non c’era, e così quel
padre rivela un cuore anche di madre. Se lo ha visto da lontano, è perché stava a
spiare l’orizzonte, cercava di vedere con gli occhi del cuore chi non si faceva
vedere da tanto tempo. Ora la sua attesa così dolorosa ma fedele, l’attesa di chi
gli era nemico e ribelle, eppure per lui sempre “figlio amato”, anche nel suo
peccato… questa lunga attesa finisce.
Il padre vede delinearsi all’orizzonte il profilo di suo figlio, che subito
riconosce. Non può fare altro che essere preso da viscerale compassione,
commuoversi fin nelle viscere (sempre quel verbo splanchnízomai), sentire nelle
sue profondità sentimenti di misericordia, amore, e allora corre verso il figlio al
quale non aveva mai rinunciato. Non c’è in lui né ira, né sdegno e neppure l’idea
di accogliere quel figlio dandogli una lezione. Le sue viscere materne hanno
continuato a tenere dentro di sé quel figlio (cfr. Fm 1o: per parlare di Onesimo
come “suo figlio”, Paolo lo definisce tà emà splánchna, “le mie viscere”), e ora
fremono e lo spingono a correre per abbracciare e baciare chi gli è sempre stato
caro. Come una madre non può dimenticare le sue creature, non può cessare di
amare il figlio delle proprie viscere (cfr. Is 49,15), così quel padre. Il figlio aveva
rinunciato al padre, ma il padre non ha mai rinunciato al figlio.
Sappiamo che per un padre correre può apparire disdicevole, può sembrare
una diminuzione della sua autorità, che dovrebbe aspettare che gli altri vadano
da lui e non viceversa; eppure per quel padre l’amore per il figlio passa davanti
alla sua dignità e alla postura richiestagli dal suo ruolo. È una corsa
straordinaria: il figlio vede qualcuno che corre verso di lui, quasi paralizzato,
non comprende e avanza stanco e titubante, mentre il padre corre per
abbracciarlo e baciarlo. È un incontro in cui il padre si getta al collo del figlio,
non viceversa, e non cessa di baciarlo. Non gli dice nulla, nessun rimprovero,
solo gesti di amore, perché in situazioni come queste, in cui c’è sproporzione tra
l’atteggiamento dell’uno e quello dell’altro, tra amore e inimicizia, tra fedeltà e
tradimento, non ci possono essere parole. Possono parlare solo le labbra che
baciano, le mani che toccano e accarezzano, le braccia che stringono al petto.
Il figlio balbetta la parte iniziale di ciò che si era prefissato di dire: “Padre, ho
peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo
figlio”. Ma lo fa confuso, colto da sorpresa; un padre così proprio non se
l’aspettava! “Egli non aveva più pensato, occupato com’era, che l’amore poteva
esserci ancora”9. Ciò che più deve sorprenderlo è il fatto che il padre non si è
preoccupato di verificare la sincerità del suo ritorno, non gli ha chiesto conto
delle sue intenzioni. Così il giovane ha capito che in quel padre c’era un amore
che egli non si sarebbe aspettato, un amore incondizionato e perciò sempre
fedele: è questo che ha provocato il suo pentimento. Scopre un amore
preveniente, un amore che non chiede reciprocità, che non si nutre di simmetria:
un amore folle, secondo la saggezza e l’esperienza umana. Sì, noi comprendiamo
bene: questo è un amore possibile solo a Dio, è l’amore di Dio che può stare di
fronte all’odio, all’inimicizia, senza voler essere una vendetta.
Lo si è già accennato, ma vale la pena ripeterlo. Paolo, che ha vissuto questa
esperienza quando, da fariseo zelante, perseguitava i cristiani e odiava Gesù
detto il Messia, eppure ha visto che Gesù gli andava incontro, perdonandolo
radicalmente (cfr. At 9,1-19; 22,5-16; 26,9-18; Gal 1,12-17), ha potuto scrivere
nella Lettera ai Romani:
Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto
per noi […] Se, infatti, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della
morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita (Rm
5,8.10).

Ecco la simultaneità: peccato, inimicizia, empietà da parte nostra; amore,


riconciliazione, perdono da parte di Dio. Questo è il Dio di Gesù Cristo, che egli
vuole narrare, rivelare, spiegare con questa parabola, ma che spiegherà
soprattutto nella sua vita, sulla croce, quando di fronte ai suoi aguzzini pregherà
così: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).
La conversione del figlio è avvenuta proprio in quell’istante in cui ha preso
consapevolezza che il padre lo ha amato anche quando era cattivo, che il padre
lo perdona senza porgli condizioni, che il padre gli vuole bene al di là di ogni
giustizia. Questo eccesso di amore causa il pentimento e dunque la conversione,
e ne è segno il fatto che egli non pronuncia l’ultima parte delle parole preparate.
Non dice: “Trattami come uno dei tuoi salariati”. Non ha nulla da chiedere, né
tanto meno da comandare al padre. Ormai ha fiducia, fede in lui, a lui si
abbandona, qualunque cosa decida. Nessuno scambio, nessuna condizione posta,
ma lo stupore per un padre che è più grande del cuore del figlio (cfr. 1Gv 3,20:
“Dio è più grande del nostro cuore”). Qui si vede che chi è veramente padre sa
rigenerare sempre il figlio, perché non si è padri per un momento, né per
abitudine, né in quanto istituiti tali. È padre autentico chi sa sempre generare un
figlio, chi sa sempre rinnovare la sua paternità. Il figlio perduto, morto, è
rigenerato a vita nuova, in una relazione nuova aperta dal padre. Colui che si era
ridotto a essere un mandriano di porci, è di nuovo figlio nella casa del padre, ma
non nel modo in cui l’aveva abitata prima: ora è la casa della relazione,
dell’amore! Colui che con il proprio comportamento aveva disonorato il padre
(cfr. Pr 28,7), ora incontra il padre che gli restituisce tutto l’onore.
Questa vicenda raccontata da Gesù è umana, molto umana, e a dire il vero il
nome di Dio non appare mai nella parabola che pure vuole dare a Dio un volto.
Ma credo che sia molto importante leggerla come una vicenda umana, almeno
nel senso che le vicende umane dovrebbero avere questo esito, se vogliono
essere vicende salvate. Sta nelle nostre possibilità e nelle nostre responsabilità
esercitarci a un amore preveniente e gratuito; scegliamo noi se far regnare una
giustizia retributiva o la gratuità dell’amore. Anche perché la compassione è un
sentimento che lega e accomuna tutti gli esseri umani, di qualsiasi cultura, lingua
ed epoca. Ogni persona può conoscere la compassione, questo soffrire insieme,
sentire insieme che procede dalle nostre viscere. E non è forse vero che, di fronte
al male che ci è stato fatto, al tradimento, all’offesa mortale, noi possiamo
salvare la vita nostra e quella del malfattore con la compassione, amore che
sfocia nel perdono?

9. “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”
Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e vestitelo, mettetegli l’anello
al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello, quello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo
festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E
cominciarono a fare festa (Lc 15,22-24).

Abbracciato il figlio che è ritornato a casa, il padre della parabola si comporta


in modo analogo ai protagonisti delle due precedenti similitudini, dopo il
ritrovamento della pecora e della moneta perduta: pieno di gioia, convoca gli
amici e i vicini per una grande festa condivisa. Per questo chiama subito i servi e
ordina loro di fare presto, in fretta, una gioiosa fretta: portino la veste più bella e
la facciano indossare al figlio, in modo che torni a essere visibilmente un figlio
in casa e non più un servo ridotto a somigliare a un misero mendicante; portino
l’anello, sigillo della famiglia, restituendogli in tutto la sua autorità; portino i
calzari, i sandali, per conferirgli il segno della dignità e della libertà. I sandali si
toglievano in occasione di un lutto, di una sofferenza, nei giorni di digiuno, ma
ora che “il figlio è tornato in vita” deve indossarli nuovamente, poiché condivide
l’autorità del padre sulla casa e non può essere considerato alla stregua dei servi
che stavano sempre a piedi nudi. Tra questi doni che reintegrano il figlio nella
sua condizione, eccelle quello della veste detta próte, che può significare sia
veste “eccellente, preziosa”, sia veste “originaria”, quella unica di figlio che il
padre ha sempre conservato per lui.
La festa, inoltre, per essere veramente tale abbisogna di un pranzo, di una
tavola imbandita per tutti quelli che sono nella casa, sicché il padre ordina di
portare anche il vitello, quello ingrassato, perché sia ucciso e poi cucinato.
Sappiamo che a quei tempi un pasto di carne era raro, ancor più raro un pasto di
carne bovina, eccezionale un pasto di carne di un vitello ingrassato
appositamente per una grande occasione. E la grande occasione è giunta, dunque
occorre festeggiarla con carne squisita e abbondante. Noi umani segniamo
sempre la grande festa con un pasto straordinario attorno a una tavola imbandita
con cibi squisiti e vini eccellenti (cfr. Is 25,6). Nella Bibbia proprio il banchetto
è l’immagine per eccellenza della festa, addirittura l’immagine del Regno di Dio
in cui si celebra la comunione (cfr., per esempio, Mt 8,11; Lc 13,29), mangiando
tutti a una stessa tavola senza ansia né preoccupazione per la fame, la sete, la
penuria. A tavola si sta tutti insieme, in una vera condivisione dello stesso cibo e
della stessa bevanda; a tavola si mangiano anche le parole che si scambiano; nel
banchetto si celebra lo straordinario, facendo dire ai piatti, ai cibi, ai vini ciò che
non si sa dire con le parole.
E così inizia la festa per la resurrezione avvenuta. Come la festa del pastore e
della massaia, anche il padre celebra la gioia per l’evento della resurrezione del
figlio che era morto, del ritrovamento di chi era perduto, del rialzarsi di chi era
sprofondato negli inferi. Qui la parabola sarebbe potuta finire, in modo parallelo
alle due prime similitudini. Agli ascoltatori non era difficile immaginare che
quel banchetto imbandito dal padre era segno del banchetto del Regno di Dio,
dove si fa festa per la salvezza di ogni uomo e di ogni creatura.
E invece la parabola non finisce qui…

10. Suo figlio, il più anziano, era in campagna


Ora, suo figlio, il più anziano, era in campagna. E quando, venendo, si avvicinò a casa, udì la musica
e le danze. E chiamato uno dei servi, si informò su cosa stesse accadendo. Quello allora gli disse: “È
arrivato tuo fratello e tuo padre ha ucciso il vitello, quello ingrassato, perché lo ha riavuto sano”. Egli
allora si adirò, e non voleva entrare (Lc 15,25-28).

Siamo di fronte a un nuovo quadro nel quale appare il figlio primogenito, il


maggiore, colui che era rimasto in casa e non si era mai allontanato dal padre,
fedele nel servirlo. Al momento della divisione dell’eredità gli era toccata la
parte più grande, i due terzi, dunque era lui il padrone giuridico della casa e della
proprietà. Il racconto lo introduce mentre torna dal lavoro, dalla campagna, nel
suo abituale atteggiamento d’impegno serio e costante. È stato indubbiamente,
almeno all’apparenza, “un bravo figliolo”, obbediente al padre, irreprensibile.
Avvicinandosi alla casa sente la musica e le danze: si fa festa, e si stupisce,
non comprendendo il motivo di tutto questo. Si informa allora da un servo e
viene a conoscenza dell’impensabile: suo fratello è tornato a casa sano e salvo, e
il padre lo festeggia addirittura con l’uccisione del vitello ingrassato per la
grande occasione. All’udire ciò, questo figlio – che l’evangelista chiama
letteralmente non “primogenito” ma presbýteros, “anziano”, accomunandolo così
a quella casta di nemici di Gesù (presbýteroi: cfr. Lc 9,22; 20,1; 22,52),
esteriormente osservanti, zelanti, irreprensibili, ma in verità ipocriti, capaci di
avere un cuore doppio (“un cuore e un cuore”: Sal 12,3) – si adira, va in collera e
rifiuta di entrare in casa.
Umanamente la sua reazione può essere comprensibile: com’è possibile una
festa per un figlio che ha dilapidato l’eredità, ha vissuto in modo disordinato e
dissoluto, ha consumato tutti i suoi beni per vivere nel piacere, e ora torna solo
perché ha conosciuto la miseria? Il figlio maggiore ha lavorato, ha tirato avanti
con fatica, ha voluto essere un figlio modello, e ora deve sopportare questa
ingiustizia! Egli non ha visto il fratello tornare ma ha sentito il rumore della
festa, ha sospettato qualcosa, un evento di cui non era a conoscenza e, saputa la
verità, si è scandalizzato del comportamento del padre. Ora, nell’ira che lo ha
colto e lo possiede, resta fuori come paralizzato e non vuole entrare. Quella festa
non lo riguarda, lui non ne condivide le ragioni, anzi la sente come un affronto.
Così Gesù ci mette davanti l’immagine di molti scribi e farisei, degli uomini
religiosi sempre pronti a invocare la giustizia di Dio e mai ad annunciare la sua
misericordia. Esteriormente sono fedelissimi a Dio, ma non lo comprendono e
dunque non lo conoscono, come questo figlio maggiore non aveva mai
conosciuto il padre, pur abitando sempre in casa con lui.

11. Suo padre, uscito, lo pregava


Ora, suo padre, uscito, lo pregava. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e mai
ho trasgredito un tuo comando, e mai tu mi hai dato un capretto per fare festa con i miei amici. Ma
ora che questo tuo figlio, il quale ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, è tornato, per lui hai
ammazzato il vitello, quello ingrassato” (Lc 15,28-30).

Il padre deve dunque incontrare anche il figlio primogenito, quello rimasto


sempre in casa con lui, ma che ora è fuori e non vuole entrare. Ha ritrovato e
rimesso in casa un figlio, ma ha perso l’altro, che resta fuori! Come era uscito
incontro al figlio minore, ora esce di fronte al maggiore: uscire di casa, uscire
per incontrare, per pregare, per offrire e chiedere amore. Quante volte i veri
padri devono compiere questo gesto, e lo fanno non per dovere, ma spinti dalle
viscere di compassione… Il padre ama entrambi i figli, in modo diverso, ma con
perseveranza e pazienza, avendo dato loro non solo la vita ma dandogli ogni
giorno la possibilità di essere suoi figli. Questa è l’occasione per il figlio
maggiore; il padre gliela dà volentieri, e uscendogli incontro è come se gli
dicesse: “Vuoi essere anche oggi mio figlio? Lasciati incontrare, lasciati pregare,
lasciati amare!”.
Ma quest’occasione di rivivere in modo nuovo la filialità diventa per il
maggiore un’occasione di epifania della sua verità. Egli si rivolge al padre
recriminando: “Ecco, io ti servo da tanti anni e mai ho trasgredito un tuo
comando, e mai tu mi hai dato un capretto per fare festa con i miei amici”. Il
figlio svela come ha vissuto in quella casa: da servo, da schiavo, mai nella
libertà, curvato dal dovere dell’obbedienza, tutto impegnato a costruire
un’immagine irreprensibile di sé. Il cuore di questo figlio è un cuore diviso,
perché obbedisce ma controvoglia, considera il padre con rispetto ma nel cuore
non lo conosce e dunque non lo può amare. Per lui è stato un padre-padrone,
incombente su di lui al punto che mai è riuscito a prendere decisioni in libertà.
Ora non si sente neanche più capace di chiamarlo padre, e infatti inizia il suo
rimprovero senza invocarlo, ma ponendogli davanti il proprio lavoro, la propria
opera, la propria prestazione.
Sembra impossibile, eppure sappiamo che nelle nostre storie sono presenti
queste enigmatiche contraddizioni. Si può amare l’altro come un figlio, una
figlia, e discernere in essi una reale obbedienza, che ci porta a giudicarli figli
buoni, a scorgere nel loro atteggiamento una vera ricompensa all’impegno
educativo profuso. E poi a un certo punto, all’improvviso, ecco il manifestarsi in
loro di un’altra persona: hanno studiato per fare piacere al padre, hanno vissuto
onestamente perché ciò era richiesto dalla legge, sono diventati esemplari perché
così sentivano la loro vocazione, ma poi è venuta un’ora in cui il rancore a lungo
accumulato è esploso. E questo accade anche nel nostro rapporto con Dio. Molto
dipende dall’immagine che di lui abbiamo ricevuto o ci siamo fatti: può dunque
essere una liberazione distruggere un Dio che incombeva su di noi, ci toglieva la
libertà, appariva come un peso che non riuscivamo a scrollarci di dosso…
Al riguardo c’è nel Vangelo secondo Giovanni una parola di Gesù che a prima
vista pare enigmatica, ma che, se la si comprende, è molto rivelativa: mentre sta
facendo un discorso sulla libertà che nasce dall’ascolto della sua parola, sulla
libertà del suo discepolo, gli uomini religiosi, i soliti scribi e farisei, si sentono
offesi perché, in quanto discendenti di Abramo, si ritengono liberi per sempre.
Come può Gesù dire loro che diventeranno liberi (cfr. Gv 8,31-33)? Ma Gesù
risponde: “Lo schiavo non resta sempre nella casa; ma il figlio [che si sente
figlio] vi resta per sempre” (Gv 8,35). Ebbene, questo figlio primogenito,
sentendosi schiavo, pur abitando la casa paterna, ha finito per uscire da essa;
solo se si fosse sentito figlio, avrebbe potuto rimanervi. Qui ci accorgiamo che i
due fratelli, apparentemente diversi, si erano nutriti della stessa tentazione e
avevano vissuto nello stesso peccato: non conoscendo il padre, il suo cuore, il
suo volto autentico, ma avendo una visione distorta e perversa di lui, non erano
mai stati né figli, in relazione con lui, né fratelli, in relazione tra loro.
Tragica e terribile possibilità per ciascuno di noi, nella nostra vicenda
familiare, ma ancor più nella nostra relazione con Dio. A volte dovremmo
chiederci, come suggerisce l’Apostolo: “Esaminate voi stessi, se siete nella fede;
mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?” (2Cor
13,5). Riconosciamo Dio in Gesù Cristo o abbiamo un Dio la cui immagine non
è quella lasciataci da Gesù? Ecco un’urgenza per la trasmissione della fede oggi
e per la sua sopravvivenza: il Dio in cui crediamo si fonda solo sull’affermazione
che Gesù Cristo è Dio o anche sulla contemporanea affermazione che Dio è
Gesù Cristo? Perché solo Gesù Cristo distrugge tutte le false immagini di Dio
forgiate dalle religioni, dagli uomini religiosi, da noi stessi, e mostra il Dio
invisibile, essendo lui l’unica vera “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).
Il figlio maggiore, non conoscendo il padre, non riconoscendolo nel profondo
del suo cuore, non può neanche riconoscere suo fratello, perché la fraternità si
afferma dove prima è stata affermata la paternità. Scoprire il padre, conoscerlo,
amarlo, apre alla conoscenza e all’amore del fratello, il che in quel momento è
impedito al figlio maggiore. Non a caso, nel dialogo con il padre, non dice “mio
fratello” ma “tuo figlio”, per affermare la sua distanza e il suo rifiuto. Lui che era
figlio non ha mai mangiato un capretto con i suoi amici, mentre colui che aveva
rinnegato la paternità ora, su ordine del padre stesso, fa festa e mangia il vitello
ingrassato. Lui che era restato in casa, fedele, con costumi integerrimi, dovrebbe
ora sedersi accanto a un festeggiato che ha divorato il patrimonio con le
prostitute? Ha accumulato tanti meriti, come gli avevano insegnato, e adesso
scopre che è stato inutile, perché le cose avvengono senza senso, senza che
prevalga la giustizia che deve retribuire chi è degno e se lo è meritato. Sarebbe
umiliante entrare nella stanza del banchetto e vedere festeggiato un peccatore!
Potremmo accostare alle parole di questo figlio le parole dei personaggi di
un’altra parabola di Gesù, quella degli operai chiamati a lavorare in ore diverse
(cfr. Mt 20,1-16). Alla fine della giornata quelli che hanno meritato la paga
lavorando l’intero giorno contestano il padrone che ha pagato tutti allo stesso
modo, compresi quelli dell’ultima ora: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora
soltanto e tu li hai trattati come noi [lett.: “li hai fatti uguali a noi”], che abbiamo
sopportato il peso della giornata e il caldo?” (Mt 20,12). Ma egli risponde a uno
di loro: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei
invidioso [lett.: “il tuo occhio è cattivo”] perché io sono buono?” (Mt 20,15). È
la stessa libertà di Dio, del padre della nostra parabola, “totalmente incurante
delle ragioni di convenienza nel manifestare il proprio amore paterno-
materno”10.

12. “Occorreva fare festa e rallegrarsi”


Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutte le cose mie sono tue; ma occorreva fare
festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato” (Lc 15,31-32).

Il padre risponde subito in modo inequivocabile, fin dall’appellativo con cui


gli si rivolge: “Téknon, piccolo figlio, figlio caro!” (altrove la parabola usa
sempre il più formale huiós). Il figlio non l’aveva chiamato padre, ma lui lo
chiama figlio, anzi figlio caro, figlio amato, come ciascuno di noi vorrebbe
sentirsi chiamare da suo padre e come si è sentito chiamare da Dio quando ha
preso coscienza del legame con lui inaugurato dal battesimo. “Figlio caro, tu sei
sempre con me, e tutte le cose mie sono tue”: tutte le cose del padre sono
diventate sue, e sempre padre e figlio sono rimasti l’uno accanto all’altro,
insieme. Nella volontà e nel desiderio del padre, nella sua meravigliosa libertà,
c’era comunione piena, condivisione di tutto, senza riserve. Ci doveva dunque
essere anche la libertà, da parte del figlio, di prendersi un capretto per fare festa
con gli amici, senza chiederlo al padre. Ma il figlio non aveva mostrato né libertà
né audacia. Ora il padre, uscito di casa verso di lui per supplicarlo, mostra
ancora una volta chi è che (e soprattutto come) comanda in quella casa. Mostra
anche di essere disposto a perdere le sue prerogative di autorità, pur di vivere la
comunione con suo figlio. Potrebbe rispondergli: “Tu che dici di avermi sempre
obbedito, obbediscimi adesso ed entra a fare festa!”. E invece non pronuncia
queste parole, perché non vuole imporsi, né mostrare che avrebbe ragioni da
gettare in faccia al figlio disobbediente. Rivela solo il motivo del suo ordine di
fare festa: “Tuo fratello, che sembri non riconoscere più, era morto ed è tornato
in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Questo è il miracolo dei miracoli, è il
vero trionfo della paternità e della fraternità: sono di nuovo diventate realtà
viventi e non realtà spezzate dalla morte e dalla perdizione. Occorre (verbo deî,
importantissimo in Luca: cfr. Lc 2,49; 4,43; 9,22…; 24,7.26.44) dunque fare
festa: “Il padre conosce un solo obbligo inderogabile, che conclude e dà il senso
a tutta la parabola, un obbligo che non ha nulla di ideologico ma che scaturisce
dalla fedeltà dell’amore”11.
Dovremmo imprimere, scolpire nel nostro cuore le parole rivolte dal padre al
figlio maggiore, perché ci dicono cos’è la vera comunione, la vera fraternità, la
relazione d’amore. Sono le parole scambiate tra il Padre e il Figlio, dette dal
soffio dello Spirito, in quella vita di comunione che è il nostro Dio. Come non
accostare a esse numerose affermazioni di Gesù? “Tutto quello che il Padre
possiede è mio” (Gv 16,15); “Padre […] tutte le cose mie sono tue, e le tue sono
mie” (Gv 17,1.10); “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il
Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale
il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27; cfr. Lc 10,22). Questa conoscenza
penetrativa, così necessaria, è mancata in quella famiglia: per questo il figlio
minore se n’è andato, ma poi è ritornato e ha conosciuto il padre; il figlio
maggiore, pur rimasto sempre a casa, non ha posseduto tale conoscenza e ora
resta fuori, implorato però dal padre che cerca di fargliene dono.
Conclusione

La parabola si chiude con questa scena: un padre uscito fuori che prega un
figlio il quale non vuole entrare. Entrerà il figlio maggiore a fare festa? E il
padre è ancora là fuori a pregare il figlio, o sarà entrato perché la festa avvenga?
Certo, attenendoci al racconto come sta scritto, bisogna riconoscere che il quadro
finale è quello di una festa che non avviene, perché sia il padre sia il figlio
maggiore sono fuori e non vi prendono parte. La festa è possibile se è festa di
tutti e per tutti; se c’è qualcuno che resta fuori, non è festa. Dunque non finisce
bene questa parabola…
Ma proprio terminando così ci intriga: ci chiede di collocarci in essa, di
rispecchiarci nei personaggi e di osare un discernimento vero, profondo, sincero
sul nostro sentire e sul nostro agire. Intriga anche la Chiesa, nella quale ogni
giorno avvengono “storie” come quella descritta in questa parabola. Ci sono tanti
figli che se ne vanno, che non tollerano più di stare nella Chiesa come in una
prigione, come in un luogo di prestazioni a comando, figli che nella loro
debolezza non riescono più a vedere il volto amante del Padre, e forse talvolta se
ne vanno perché la Chiesa è matrigna e oscura persino questo volto. Lasciano
per periferie di peccato e di morte, ma a volte ritornano e sperano in
un’accoglienza come quella del padre della parabola.
E invece spesso trovano fratelli e sorelle non disposti a riaccoglierli al
banchetto festoso dell’eucaristia. Si sentono dire che hanno sbagliato
gravemente, hanno rotto l’alleanza, hanno fatto storie di vita e di amore che
contraddicevano la Legge e la volontà di Dio, perciò devono pagarla. Possono
ritornare a casa, entrare in casa ed essere nuovamente figli nella casa del Padre,
ma senza partecipare alla tavola, senza fare festa in un banchetto. Quelli che
sono sempre rimasti a casa, che hanno cercato di essere irreprensibili, fedeli a
ogni comando e precetto, non possono tollerare la festa, il banchetto in onore di
chi era perduto e ha fatto ritorno! Non gli basta che gli altri facciano un
cammino di pentimento, che chiedano perdono, né che siano sottoposti a
umilianti rituali per essere riammessi: vogliono che regni la giustizia come loro
la immaginano… Non sanno pensare a Dio come a colui che “chiude gli occhi
sui peccati degli uomini” (cfr. Sap 11,23), che “è buono verso gli ingrati e i
malvagi” (Lc 6,35), né immaginano suo Figlio come colui che è venuto per i
malati, non per i sani, per i peccatori, non per i giusti (cfr. Lc 5,31-32 e par.).
Siccome “non hanno mai trasgredito un solo comando” (cfr. Lc 15,29), pensano
che questo basti per confidare in se stessi (cfr. Lc 18,9) e non si chiedono mai se
hanno “la conoscenza di Dio” (da’at Elohim). Eppure Dio ha detto:
“Misericordia io voglio e non sacrificio, conoscenza di Dio piuttosto che
olocausti” (Os 6,6; cfr. Mt 9,13; 12,7)!
Sì, ci sono tanti nella Chiesa che non hanno conosciuto Dio eppure occupano
in essa molto spazio e non permettono ad altri di partecipare al suo banchetto.
Occorre dunque, per chi ha capito la parabola, sperare per tutti, sperare nel
banchetto escatologico, quando Dio solo giudicherà chi è degno di parteciparvi e
giudicherà ognuno di noi nella sua temibile e infinita misericordia.
3
Il ricco e il povero Lazzaro
(Lc 16,19-31)

Condivisione e attenzione ai poveri: non è proprio questo che manca al ricco? Il suo torto non è di
aver maltrattato, sfruttato o disprezzato Lazzaro. Il suo torto è di non aver fatto niente per lui, proprio
come nel racconto di Matteo dell’ultimo giudizio (cfr. Mt 25,42-43) […] È il peccato di omissione
che esclude dal Regno. Il torto del ricco è quello dell’autosufficienza e della chiusura agli altri1.




Introduzione: ricchi e poveri

La prima distinzione tra gli esseri umani, quella che emerge di continuo nei
giudizi quotidiani e che si manifesta più facilmente, è quella tra ricchi e poveri. I
ricchi si fanno vedere, ostentano la loro condizione, sono pochi e sono invidiati,
mentre i poveri, se non sono mendicanti, quasi non si vedono, eppure sono molti
in ogni società. Perché sono poveri? A volte per le vicende della vita che spesso
tolgono o fanno perdere quel poco che si possiede, a volte per l’ingiustizia che
regna e che crea disuguaglianze feroci soprattutto a livello economico, sicché
alcuni si arricchiscono sempre di più, mentre i poveri diventano sempre più
poveri, miseri, fino a conoscere la fame, la nudità, la malattia, senza possibilità
di cure né speranze di guarigione.
Siccome la vita degli uomini è una e una sola, il vivere in ricchezza o in
povertà cambia radicalmente la qualità dell’esistenza e lo statuto che uno ha
nella società. “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7; Mt 26,11), ha
ammonito Gesù, non per fatalismo, ma perché sapeva bene che tra gli uomini ci
saranno sempre quelli che cercano, riuscendoci, di essere primi, grandi, e quelli
che sono deboli. E quando manca la relazione, quando si rifiuta di guardare
all’altro, quando non si sente la responsabilità verso il prossimo e non c’è
solidarietà, communitas, allora la situazione dei poveri si fa drammatica e rende
la vita “perduta”. Basta dare un semplice sguardo alle condizioni del mondo: il
20% della popolazione mondiale si appropria dell’86% delle ricchezze prodotte
ogni anno sulla terra; il restante 80% si deve accontentare del 14% dei beni.
Inoltre, secondo un recente rapporto di alcune organizzazioni non governative,
nel 2016 più della metà della ricchezza globale sarà in mano all’1% della
popolazione del mondo: entro due anni la ricchezza detenuta dall’1% della
popolazione mondiale supererà quella del restante 99%.
Nei Vangeli i poveri sono i primi clienti per diritto, i primi destinatari della
buona notizia, e per loro Gesù ha avuto un’attenzione particolare, ha vissuto, per
così dire, “un’opzione preferenziale”, dichiarando fin dall’inizio del suo
ministero pubblico di avere una missione specialmente per loro (cfr. Lc 4,18; Is
61,1) e acclamandoli beati proprio perché a loro spetta il Regno di Dio (cfr. Lc
6,20)2. Attenzione però a un elemento che sembra una finezza e invece è
determinante: i poveri non sono beati in quanto poveri né perché sono disposti
meglio degli altri verso Dio, bensì perché Dio, perché Gesù è dalla loro parte3!
Sono stati i poveri, e si sono fatti poveri, quelli che hanno seguito Gesù
condividendone la vita; sono stati i poveri i primi cristiani nelle diverse comunità
in diaspora nel Mediterraneo. Sono soprattutto i poveri a vedere la loro
condizione illuminata dalla forma dell’incarnazione, dal farsi uomo di colui che
era nella condizione divina, Gesù (cfr. Fil 2,6-8): lui, che “da ricco che era, si è
fatto povero per noi” (cfr. 2Cor 8,9), che ha rifiutato l’offerta della ricchezza di
questo mondo da parte del diavolo, che è vissuto ed è morto come un povero
inerme, senza riconoscimenti, senza nessuno che lo difendesse, proprio come
accade ai poveri. Ecco perché la povertà, prima di essere una condizione etica,
morale, è cristologica, rivelativa dell’identità di Gesù e della forma della sua
missione tra gli uomini.
Nel Vangelo secondo Luca c’è un’attenzione particolare ai poveri4, che fin
dall’inizio di quest’opera appaiono come quelli che sanno accogliere e
riconoscere Gesù. Anche Maria di Nazaret, la madre di Gesù, cantando nel
Magnificat la lode a Dio, ricorda che lui, il Signore della Storia, “abbatte i
potenti dai troni, innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati, rimanda i ricchi a
mani vuote” (Lc 1,52-53). Ai poveri Gesù indirizza la prima beatitudine (“Beati
voi, poveri”: Lc 6,20), mentre lancia un “guai” ai ricchi (“Guai a voi, ricchi”: Lc
6,24), e spesso nel suo insegnamento indica come condizione sfavorevole alla
salvezza quella in cui si trovano i ricchi (cfr. Lc 12,15-21; 16,13; 18,24), fino ad
affermare: “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per
un ricco entrare nel Regno di Dio” (Lc 18,25).
Nel terzo Vangelo chi è ricco e possiede molti beni è un amministratore di
Satana, lo sappia o non lo sappia, lo voglia o non lo voglia. È il Vangelo stesso a
rivelarci questa terribile verità, quando il demonio, tentando Gesù nel deserto per
la seconda volta, dichiara: “Ti darò tutto questo potere e la gloria [di tutti i regni
della terra], perché a me è stata data” – passivo divino! – “e io la do a chi voglio.
Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,6-7). Ma
Gesù, per non diventare un amministratore di Satana, rifiuta, respinge la
tentazione della ricchezza (cfr. Lc 4,8; Dt 6,13), perché non poteva essere la
forma, lo stile del Messia Salvatore, del Figlio Dio. Vi è dunque un giudizio
duro, radicalmente negativo, sul possesso, sulla proprietà, sulla ricchezza. Tutto
ciò che è nel mondo, tutte le cose sono buone, ma l’avere troppo, l’accumulo è
diabolico. Per questo i poveri saranno accolti nelle dimore eterne (cfr. Lc 16,9),
entreranno nel Regno promesso loro da Gesù.
La parabola che ci apprestiamo a commentare non fa che ribadire e spiegare
anche in modo iconico questo insegnamento. Essa è preceduta dalla parabola del
ricco stolto che accumula e lavora per possedere in abbondanza, per poter dire a
se stesso: “Hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e
divertiti” (Lc 12,19), senza capire che la morte è inesorabilmente in agguato per
tutti (cfr. Lc 12,20), dunque anche per lui, che nel benessere è ottuso, non
capisce (cfr. Sal 49,13.21). A sua volta, la parabola del ricco e del povero
Lazzaro illustra il comportamento del ricco come negativo, da evitare,
descrivendolo anch’essa nella prospettiva della morte, a cui qui aggiunge però
anche quella del giudizio di Dio sulla vita ormai conclusa, trascorsa per sempre.

1. Il ricco e il povero durante la vita


C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno. Un
povero invece, di nome Lazzaro, era là gettato a terra, davanti alla sua porta, coperto di piaghe,
bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a
leccare le sue piaghe (Lc 16,19-21).

Inserita all’interno di un capitolo, il 16, in cui a eccezione di una parola sulla


Legge (vv. 16-17) e di una sul divorzio (v. 18), Luca sviluppa il tema dell’uso
cristiano della ricchezza, la parabola si apre con la formula tipica di questo
Vangelo: “[C’era] un uomo” (ánthropos tis: cfr. Lc 10,30; 15,11; 16,1). Si tratta
di un racconto ben costruito, con un’architettura letteraria che si avvale di
opposizioni continue: questa vita/la vita dell’aldilà, ricchezza e povertà sulla
terra/tortura e consolazione nell’aldilà, benedizione/maledizione. Già a una
prima lettura, si coglie la struttura tripartita della parabola:
vv. 19-21: cosa accade in questo mondo;
vv. 22-26: cosa accade nell’aldilà, nell’altro mondo;
vv. 27-31: quale rapporto c’è tra i due mondi.
“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando
splendidamente ogni giorno.” Di costui non si dice il nome, ma è significativo
che venga definito dal suo lusso e dal suo comportamento. Indossava vestiti di
porpora e bisso, tessuti preziosissimi, nell’antichità come oggi, perché la porpora
è tinta con il pigmento estratto dai molluschi pescati nel mar Rosso o nei mari
indiani. Era un tessuto talmente prezioso che gli ebrei lo usavano solo nella
liturgia per ornare “la tenda del convegno” (Es 27,21; 28,43 ecc.), cioè la dimora
della Presenza (Shekinah) del Signore. Più in generale, la porpora era percepita
come simbolo del potere e della ricchezza; la reggia del re assiro, per esempio,
era splendente di porpora (cfr. Est 1,6) e nell’impero romano la porpora era il
colore riservato esclusivamente ai potenti, tra cui gli imperatori e i re, che se ne
adornavano durante le parate. Per questo Pilato riveste Gesù di porpora, dopo
averlo flagellato e incoronato di spine (cfr. Mc 15,17.20; Gv 19,2.5), per
prendersi gioco di lui e dileggiare le sue pretese. E significativamente, nella
visione dell’Apocalisse, di porpora (cfr. Ap 17,4) è vestita “Babilonia la grande,
la madre delle prostitute e degli orrori della terra” (Ap 17,5).
Ecco dunque il ricco con il mantello di porpora e il morbido vestito di bisso
(hapax nel Nuovo Testamento), lino prezioso e splendente, abiti che
simboleggiano il suo status. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e
ostentare, perché anche il riconoscimento e l’ammirazione da parte della gente
procura loro piacere: il piacere di essere riconosciuti, collocati nell’onore e nella
gloria. Da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e
ricco, anche nella Chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura
affermare che la porpora è un vestito indossato per dare gloria a Dio: ma oggi chi
crede ancora a simili dichiarazioni?
L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro
banchettare splendidamente e con ostentazione (lamprôs, altro hapax), il loro
fare festa ogni giorno. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i
poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma
festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza pensare alla
condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era
accorto di quello presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato
quella carità che la Torah stessa esigeva. Non a caso Gesù ammonisce così
quanti vogliono seguirlo: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi,
ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua
ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc 14,13-14).
Ma qual è – possiamo chiederci – la malattia più profonda di quest’uomo
ricco? È quella che papa Francesco, commentando il nostro brano in un’omelia
mattutina presso la cappella della Domus Sanctae Marthae (5 marzo 2015), ha
definito mondanità. Vale la pena citare le sue parole, al solito ricche di immagini
efficaci e capaci di imprimersi nella nostra mente e nel nostro cuore:
In realtà “il testo non dice che era cattivo” […] Forse “era anche un uomo religioso, a suo modo.
Recitava, forse, qualche preghiera; e due o tre volte l’anno sicuramente si recava al tempio per fare i
sacrifici e dava grosse offerte ai sacerdoti”. E “loro, con quella pusillanimità clericale lo
ringraziavano e lo facevano sedere al posto d’onore […] Quando il ricco usciva da casa, forse la
macchina con la quale usciva aveva i vetri oscurati per non vedere fuori”. Ma “sicuramente la sua
anima, gli occhi della sua anima erano oscurati per non vedere”. E così il ricco “vedeva soltanto la
sua vita e non si accorgeva di che cosa era accaduto” a Lazzaro. In fin dei conti “il ricco non era
cattivo, era ammalato: ammalato di mondanità”. E “la mondanità trasforma le anime, fa perdere la
coscienza della realtà: vivono in un mondo artificiale, fatto da loro”. La mondanità “anestetizza
l’anima”. E “per questo, quell’uomo mondano non era capace di vedere la realtà […] I mondani, per
la verità, sono soli con il loro egoismo”5.

Accanto al ricco gaudente, festaiolo e mondano, alla sua porta, sta un altro
uomo, “gettato” (verbo bállo) là come una cosa, coperto di piaghe. Non è
neanche un mendicante che va a chiedere cibo, ma è abbandonato, derelitto,
lasciato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge
di lui, solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto
gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i
commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cfr. Mc
7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate e disgraziate che
possano capitare a quanti sono nella sofferenza: è malato, affamato, isolato,
ritenuto uno scarto, indegno di uno sguardo… Nella sua debolezza estrema è
impotente a compiere qualsiasi azione: non grida neppure, anzi nessuna parola
esce dalla sua bocca, né un’invocazione a Dio né una richiesta di aiuto agli
uomini né una bestemmia o una maledizione verso quelli che hanno ciò di cui lui
è privato. Gesù però dice che questo povero, a differenza del ricco, ha un nome:
’El’azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è
questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di Dio di liberarlo, di fargli
grazia.
In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per
cui per entrambi giunge l’ora della morte. C’è un Salmo, il 49, che è un profondo
insegnamento sapienziale per credenti e non credenti, e per questo è rivolto a
tutti gli abitanti del mondo, a tutti i figli di Adamo, ai ricchi e ai poveri (cfr. Sal
49,2-3). La domanda che il sapiente si pone è se l’uomo possa riscattare se
stesso, possa cioè salvarsi dalla morte (cfr. Sal 49,8-9). La risposta è negativa:
chi confida nelle proprie ricchezze e si vanta di possedere beni immensi, non
vivrà senza fine ma anche lui vedrà la fossa; anche i sapienti muoiono, così
come gli stupidi, e chi confida in se stesso e ama ascoltarsi, pure lui morirà (cfr.
Sal 49,10-11.14-15). La vita umana è una sola, non ce ne sono altre: eppure gli
uomini, quasi non credendo a questa realtà della morte6, del limite che definisce
l’esistenza, sognano, cercano di arricchirsi sempre di più, aumentano il lusso
della propria casa, danno il loro nome a proprietà e abitazioni, ma quando
muoiono non portano nulla con sé (cfr. Sal 49,17-18)! Proprio in quest’ora ricco
e povero si ritrovano nella medesima condizione… Per questo il Salmo ha come
ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari,
vanno verso il mattatoio” (Sal 49,13.21). Il ricco della parabola non ricordava
questo Salmo per trarne lezione e neppure le esigenze di giustizia contenute nella
Torah (cfr. Es 23,11; Lv,19,10.15.18 ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti
(cfr. Is 58,7; Ger 22,16 ecc.). Di conseguenza, il ricco è incapace di
responsabilità verso l’altro, è incapace di condivisione. Questo il suo vero
peccato, il suo peccato più grave, come ha compreso con intelligenza Gregorio
Magno:
Qui il ricco non è rimproverato perché si è impossessato dei beni altrui, ma perché non ha condiviso i
propri. Neppure risulta che abbia fatto violenza a qualcuno, ma solo che disponeva con orgoglio delle
proprie ricchezze7.
Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino
ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo
verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo
ricco non l’ha capito…

2. Il ricco e il povero dopo la morte


Ora, avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e
fu sepolto. E agli inferi, alzando i suoi occhi, mentre si trovava in mezzo ai tormenti, vide Abramo di
lontano e Lazzaro nel suo seno. Allora, gridando, disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda
Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in
questa fiamma”. Ma Abramo disse: “Figlio, ricordati che durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni,
mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato. Per di più, tra noi e voi è
stato posto un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono
giungere fino a noi” (Lc 16,22-26).

Ma ecco, per l’appunto, sopraggiungere l’ineludibile evento della morte: a


volte giunge di sorpresa, a volta al termine di una malattia o della vecchiaia, ma
è l’unico evento assolutamente certo per ognuno di noi.
Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il
funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno
gettato in una fossa comune, ripulendo la strada come la si ripulisce dai rifiuti!) è
officiato dagli angeli, dai messaggeri di Dio, che vengono a prenderlo per
condurlo nel seno di Abramo, mostrandogli subito l’aiuto amoroso di Dio nei
suoi confronti. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel
Regno di Dio, dove si trova Abramo, il padre dei credenti, di cui egli è figlio:
colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al
banchetto di Abramo nel Regno (cfr. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una
sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo
eventuale ingresso nel Regno.
Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due
uomini sono ancora una volta divergenti, ma le parti sono ribaltate. Ciò che
appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, di un
momento, mentre ci sono realtà invisibili che sono definitive, eterne e che dopo
la morte si impongono (cfr. 2Cor 4,18). Non è più raccontato ciò che è avvenuto
e avviene ancora sulla terra, durante la vita, ma ciò che accade al di là della
morte, in una nuova condizione nella quale regna pienamente il Signore Dio, il
Giudice di ogni carne e di ogni azione compiuta dagli uomini durante la loro
vita. Il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, secondo
l’immaginario escatologico di alcune correnti giudaiche dell’epoca; il ricco negli
inferi, nello She’ol (Ades in greco). Alla morte viene subito decisa la sorte eterna
degli uomini, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la
vita danno l’esito della beatitudine oppure quello opposto della maledizione. Il
messaggio assolutamente chiaro della parabola è che a Lazzaro è donata la
comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco
spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa
dall’avere troppo al non avere nulla, dall’essere soddisfatto al desiderare, in un
totale capovolgimento delle sorti.
“In mezzo ai tormenti”, nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi
e “da lontano” (apò makróthen) vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come
un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal
povero, la sofferenza, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso
l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti:
lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa
mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte, con petizioni
accorate, la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo,
abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e
manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua,
perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia
un gesto di amore, quel gesto che lui mai aveva fatto verso un bisognoso.
Ma Abramo gli risponde: “Figlio, prendi consapevolezza che durante la tua
vita hai ricevuto i tuoi beni [tà agathá], mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui
è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per
esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze
nella vita oltre la morte: come si vedeva a proposito di Mt 25,31-468, il
comportamento terreno è già il giudizio, è da esso che dipendono la salvezza o la
perdizione eterne. Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai”
indirizzato ai ricchi si realizzano pienamente, definitivamente. Poi Abramo
continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa
le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la
decisione è eterna, per sempre, e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca
nell’oggi. È quanto ha espresso in modo fulminante Gregorio di Nissa, che
meditando sul nostro brano scriveva: “L’abisso in questione non è prodotto dallo
spostamento della terra ma dal nostro giudizio durante questa vita”9.
Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono, fa un salto in
avanti.

3. “Hanno Mosè e i profeti: ascoltino loro”


E quello replicò: “Ti prego, dunque, padre, di mandarlo [Lazzaro] a casa di mio padre, perché ho
cinque fratelli. Li ammonisca severamente, affinché non vengano anch’essi in questo luogo di
tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre
Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si convertiranno”. Gli rispose: “Se non ascoltano
Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi” (Lc 16,27-31).

Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non


potendo fare nulla per se stesso, pensa ai suoi familiari che sono ancora sulla
terra. Lazzaro non può scendere all’inferno, ma potrà almeno andare ad avvertire
i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo
di tormento, se vivranno come l’uomo ricco.
Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cfr. Rm 4,16-18) risponde
negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di
nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via
della salvezza, il cammino per giungere al seno di Abramo. Le Scritture
contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono
comportarsi nella vita: sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle,
nel senso di fare loro obbedienza, realizzando concretamente ciò che Dio vuole,
secondo l’aureo principio contenuto nel libro dell’Esodo: “Ciò che il Signore ha
detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), cioè lo ascolteremo e lo
comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica. Non è necessaria
nessuna apparizione di giusti e di santi: la Scrittura basta!
Il ricco però non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo, facendogli
un’obiezione: “No, padre Abramo, la Legge e i Profeti sono insufficienti, ma se
qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, di fronte a questo miracolo
straordinario e inaudito saranno mossi a conversione”. Abramo allora con
autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i
Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole
definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono
convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli o
apparizioni per persuadere e condurre alla fede.
Qui l’insegnamento della parabola si fa dunque decisivo proprio per i cristiani.
Essi devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione
di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le
cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44).
Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli increduli in
cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno
detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare
nella sua gloria?’ E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte
le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella
professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu
sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le
Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù
Cristo, la sua resurrezione dai morti. Se il cristiano si ricorda, se prende
consapevolezza delle parole di Gesù (cfr. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture
dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione, proclama che è
veramente risorto, anche senza averlo visto. Per questo il quarto Vangelo è
sigillato dalla beatitudine: “Beati quelli che hanno creduto senza avere visto”
(Gv 20,29).
Il ricco e i suoi fratelli, tutti credenti in alleanza con Dio, per entrare nella vita
eterna non hanno bisogno di segni o miracoli, ma solo di ascoltare la volontà di
Dio espressa dalle Scritture. Sì, solo chi ascolta le Scritture e le prende sul serio
può fare un autentico cammino di ritorno a Dio, può cambiare vita; altrimenti si
lascia sedurre da segni, miracoli, che stupiscono ma non convertono. Un evento
di resurrezione, miracolo dei miracoli, non può indurre a conversione, se
neppure le sante Scritture riescono in tale impresa, perché solo ascoltando Mosè
e i Profeti si può discernere e interpretare l’evento della resurrezione dai morti.

Conclusione

Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza


di una società che non conosce più né la fame né la povertà e che sa nascondere
così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono
ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo della loro reale miseria; ci
sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non
condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di
imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo”10, sono il segno
della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo,
sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli
distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte
dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che
ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi.
Questa parabola ci ammonisce inoltre a praticare l’ascolto del fratello nel
bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è
sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro
che si gioca già oggi il nostro giudizio finale. Si cita giustamente spesso Mt
25,31-46 per dire che tutti gli uomini della terra, senza aver mai udito parlare di
Cristo, dunque senza conoscere le Scritture, possono servirlo servendo i loro
fratelli. Dovremmo però abituarci a citare anche la parabola del ricco e del
povero Lazzaro per mettere in guardia prima noi stessi: è possibile avere a
disposizione le Scritture, leggerle, avere ricevuto in esse l’annuncio di Cristo,
eppure non ascoltarle in verità, cioè non mettere mai in pratica ciò che esse ci
chiedono. E ciò che esse ci chiedono è di vedere chi è accanto a noi, di farci suo
prossimo, di ascoltarlo e di condividere la nostra vita con lui. Lo ha espresso con
acutezza ancora Gregorio Magno, collegando bene il sacramento delle Scritture
e quello del fratello11:
Le parole del santo Vangelo ci devono predisporre a praticare i precetti della carità. Ogni giorno
possiamo trovare Lazzaro, se lo cerchiamo; ogni giorno vediamo Lazzaro, anche senza cercarlo12.
4
Il fariseo e il pubblicano
(Lc 18,9-14)

La parabola non afferma che il fariseo avrebbe dovuto vivere come il pubblicano. Le sue opere sono
buone, e tali restano. Non sono le sue opere a essere criticate, ma il modo di considerarle […]
L’errore sta nel guardare Dio alla luce delle proprie opere. Per Gesù invece lo sguardo deve sempre
andare dall’alto al basso, non dal basso all’alto: da Dio a noi, non da noi a Dio1.




Introduzione: cristianesimo e religione

La vita cristiana è plasmata dalla fede, dall’adesione a Gesù Cristo, narrazione


del Dio invisibile, e il cristiano è nient’altro che un uomo il quale, alla sequela di
Gesù, vuole diventargli conforme vivendo la sua stessa vita: “L’unione del
cristiano con Gesù Cristo […] deve attuarsi nella realtà della vita del cristiano,
che unita e conformata a quella di Gesù, ne riproduce le caratteristiche e ne
assume la destinazione, precisamente quelle del Gesù storico […] La sintesi ha
da essere una vita umana vissuta come l’ha vissuta Gesù Cristo”2.
Ma ogni fede si esprime anche in una religione, e se “il cristianesimo è la
religione dell’uscita dalla religione”3, tuttavia i cristiani sono quasi sempre anche
uomini religiosi, che esprimono l’eloquenza della fede con riti, preghiere,
comportamenti personali e collettivi. Di conseguenza anche nel cristianesimo,
come nell’ebraismo e in qualunque altra religione, è possibile che uomini e
donne vivano più di religione che di fede, vivano come persone “religiose”,
anestetizzando la fede. È triste ma vero: si può essere religiosi e avere una fede
morta, si può essere religiosi e non vivere come la fede richiede, si può essere
religiosi e addirittura pervertire la fede. Profeti (cfr. Is 1,10-20; Ger 7,21-28 ecc.)
e apostoli (cfr. Gc 1,26-27; 2,14-26 ecc.) hanno ampiamente denunciato questa
possibilità…
Al tempo di Gesù gli uomini religiosi erano presenti in tutto il popolo di Dio,
e in particolare emergevano alcuni movimenti i quali, per la loro capacità di
mostrare un’esemplarità religiosa, richiamavano l’attenzione e l’interesse della
gente comune. Tra questi si segnalava il movimento dei farisei, che nel giro di un
secolo aveva conosciuto un sorprendente sviluppo (si pensi solo che Giuseppe
Flavio nei suoi scritti nomina 44 volte i farisei, mentre nel Nuovo Testamento
sono menzionati 99 volte). I suoi membri erano tentati di trovare la propria
identità più nelle osservanze che nella fede, più amando la Legge che amando
Dio; la pratica della Torah era per loro l’impegno più grande, fino a diventare
talvolta scrupolosa, talvolta ostentata, causa di autocompiacimento. Anche
nell’ambito giudaico sono attestate critiche severe verso i farisei. Basterebbe
ricordare alcuni passi della tradizione talmudica per constatare come sovente i
farisei apparivano ipocriti, fino a provocare una vera e propria tipizzazione del
“fariseo”. Nel Talmud babilonese si legge: “Non temere né i farisei né coloro che
non sono farisei, ma temi gli ipocriti che sono simili ai farisei”4. E nel Talmud di
Gerusalemme si denunciano farisei che portano i precetti sulle spalle per
sbarazzarsene più facilmente, farisei calcolatori che cercano di compensare ogni
peccato con l’adempimento di un precetto, farisei avari e sempre capaci di
giustificarsi; solo chi è fariseo dell’amore, come Abramo, è un credente
autentico5. Gerusalemme, poi, come tutte le città “sante” e i luoghi dove
prosperano i santuari, già secondo gli ebrei, essendo abitata soprattutto da
religiosi, era segnata da ipocrisia: “Ci sono dieci porzioni di ipocrisia nel mondo,
nove delle quali a Gerusalemme”6.
Dobbiamo però vigilare per non demonizzare i farisei, ritenendoli tutti
ipocriti, arroganti, menzogneri. Noi cristiani abbiamo infatti alle spalle una
tipizzazione del fariseo anti-giudaica, spesso ingiusta, in particolare nell’esegesi
e nella predicazione, con ovvie ricadute sugli strati più semplici dei fedeli.
Dovremmo invece non dimenticare che il vizio dell’ipocrisia “farisaica”
denunciato da Gesù (si veda specialmente Mt 23,1-32) è un vizio antropologico,
presente soprattutto tra gli uomini religiosi, a qualunque religione appartengano,
dunque un vizio che anche i cristiani conoscono bene. Non a caso, proprio
commentando Mt 23,5-7, Girolamo ha scritto: “Guai a noi, miserabili, che
abbiamo ereditato i vizi dei farisei!”7. A volte la religiosità si nutre talmente
della fedeltà a osservanze, riti, tradizioni, che questi diventano il criterio con cui
si giudica se stessi e si finisce per giudicare gli altri. In questi casi Dio non è più
il Signore, non regna più, e le sue immagini non sono più quelle che egli ci ha
consegnato nella sua parola ma quelle che noi forgiamo di lui in base alla nostra
prassi religiosa. In particolare, la grande tentazione dell’uomo religioso è quella
di fare il bene per essere visto (cfr. Mt 6,1-6.16-18), per essere apprezzato, per
dare il buon esempio agli altri: solo loro possono essere di esempio – pensano gli
uomini religiosi – mai gli altri…
Quando Luca scrive il Vangelo, indirizzandolo ai cristiani radunati in piccole
comunità sparse nel Mediterraneo, non pensa tanto agli ebrei quanto piuttosto a
quelli che ormai si dicono cristiani eppure sono soggetti alle tentazioni tipiche di
ogni uomo religioso. Attenzione dunque, nel leggere la parabola del fariseo e del
pubblicano, a non finire per affermare, come è accaduto a tanti lettori cristiani:
“O Dio, ti ringrazio perché non sono un fariseo!”.

1. Confidare in se stessi
[Gesù] disse poi anche questa parabola a certuni che confidavano in se stessi perché erano giusti e
disprezzavano gli altri (Lc 18,9).

È significativo notare innanzitutto che questa parabola è stata collocata da


Luca, al capitolo 18, in relazione al tema della preghiera: “Gesù diceva ai
discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”
(Lc 18,1). Quando pregare? Sempre e con intensità, risponde la parabola del
giudice iniquo e della vedova insistente (cfr. Lc 18,1-8). Come pregare? Come il
pubblicano e non come il fariseo, risponde la parabola successiva, quella che ci
interessa più da vicino.
Ma proprio in questa seconda parabola è in gioco qualcosa di più della
preghiera. O meglio, Gesù tratta sì di due atteggiamenti diversi nella preghiera,
ma in realtà attraverso di essi allarga di molto l’orizzonte: ci insegna che la
preghiera rivela qualcosa che va oltre se stessa, riguarda il nostro modo di
vivere, la nostra relazione con Dio, con noi e con il prossimo. Tutto ciò è già
contenuto nell’incipit del nostro testo, una sorta di seconda introduzione: “Disse
ancora questa parabola per certuni che avevano l’intima presunzione di essere
giusti” (Lc 18,9, traduzione CEI 2009). Ma questa traduzione da Luca non è già
un’interpretazione negativa che induce il lettore a un giudizio anticipato e non
fondato sulle parole finali e risolutive di Gesù? È vero che la Vulgata ha reso “in
se confidebant tamquam iusti”, ma se si traduce letteralmente emerge un
significato diverso: “Disse poi anche questa parabola ad alcuni che confidavano
in se stessi perché erano giusti” (prós tinas toùs pepoithótas eph’heautoîs hóti
eisìn díkaioi). Un passo parallelo che avvalora questa nostra traduzione si trova
nella Seconda lettera ai Corinzi: “Abbiamo ricevuto su noi stessi sentenza di
morte, affinché non confidassimo in noi stessi” (hína mè pepoithótes ômen
eph’heautoîs, 2Cor 1,9).
Il peccato di questi uomini religiosi – “certuni”, non un gruppo religioso – non
è la presunzione di essere giusti ma proprio il fatto che confidano, mettono fede-
fiducia in se stessi e non in Dio. La loro osservanza delle leggi e la loro
scrupolosa pratica religiosa li convincono nel cuore di potersi fidare di se stessi.
Sono dei giusti nell’osservanza, dunque non attendono più nulla da Dio né Dio
può fare breccia nei loro cuori, contraddicendo la loro giustizia vissuta a caro
prezzo. Questo atteggiamento ha come ovvia conseguenza il ritenere gli altri
nulla (verbo exouthenéo), cioè il disprezzarli. E su ciò conosciamo una parola di
Gesù rivolta proprio ai farisei (dunque anche agli uomini religiosi presenti nello
spazio cristiano): “Voi siete quelli che giustificano se stessi davanti agli uomini,
ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che tra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio
è detestato” (Lc 16,15). D’altronde, abbiamo una traduzione fedele in un testo
liturgico, l’antifona al Benedictus delle Lodi mattutine della XXX domenica
durante l’anno (C), capace di collegare sapientemente la conclusione della
parabola (v. 14) con la sua introduzione (v. 9): “Descendit publicanus iustificatus
in domum suam, ab illo, qui in se confidebat”; “Il pubblicano tornò a casa sua
giustificato, a differenza dell’altro, che confidava in se stesso”. Il grave errore è
porre la fiducia in se stessi, credere in se stessi e quindi non porre fiducia, non
credere in Dio: Gesù Cristo ci ha liberati dall’avere convinzioni su noi stessi!
Comprendiamo anche qui come sia la fede a salvarci, la fede vera che nasce
dall’ascolto della parola di Dio ed è risposta, adesione al Signore.
Gesù sa, proprio perché anche lui è un credente e conosce bene i rischi della
religione, che non basta essere figli di Abramo per essere dei veri credenti, dei
giusti. Lo aveva già detto il suo maestro, Giovanni il Battista: “Non cominciate a
dire tra voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’. Perché io vi dico che da queste
pietre Dio può suscitare figli ad Abramo” (Lc 3,8). Gesù sa che ci sono barriere,
distinzioni create dagli uomini che non sono tali per Dio. Solo Dio conosce in
profondità gli uomini: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”
(1Sam 16,7); e Gesù stesso, proprio per la sua assiduità con Dio – annota il
quarto Vangelo – “non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo.
Egli, infatti, conosceva quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,25). Gesù sa che ci sono
dei credenti che in realtà sono increduli, abitati dall’idolatria, che ostentano la
loro fede, ma poi non realizzano la volontà di Dio: “Dicono e non fanno” (Mt
23,3)…
Ecco allora il racconto della parabola.

2. Due uomini salirono al tempio


Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano (Lc 18,10).

Ancora una volta si parla di “uomini” (ánthropoi), di due esseri umani, che
salgono al tempio per pregare. Il tempio è il luogo della presenza di Dio, in cui si
contempla e si adora il Dio vivente, il luogo dell’incontro con lui, attraverso lodi,
preghiere, sacrifici, il culto stabilito dalla Torah. Entrambi entrano nello spazio
riservato ai figli di Israele, davanti al Santo, riservato ai sacerdoti, che precede il
santo dei santi, luogo della Shekinah. Entrambi invocano “Dio” (ho theós), cioè
il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio rivelato come Signore a Mosè,
il Dio che ha fissato la sua dimora nel tempio di Gerusalemme.
Ma le somiglianze finiscono qui. Uno dei due è un militante del movimento
dei farisei (in ebraico perushim, cioè “separati, puri”), l’altro un telónes, un
esattore delle tasse, uno che esercita un mestiere maledetto, disprezzato,
appartenente dunque a una categoria di corrotti, di ladri, si potrebbe dire
spregiativamente. Sia nel contesto sociale greco-romano sia in quello giudaico
gli esattori erano ritenuti avidi e collaborazionisti con il potere dominante.
Occorre forse anche ricordare che, come i pubblicani riscuotevano le tasse per
l’impero romano, i farisei riscuotevano tasse e offerte per il tempio, dunque
erano in concorrenza reciproca. L’esattore è detto “pubblicano” in quanto
“pubblicamente peccatore”, “corrotto manifesto”, perciò maledetto da Dio e
dagli uomini. Gesù mette a confronto l’atteggiamento e la preghiera dei due al
tempio, sapendo che la preghiera è la modalità decisiva per concepire l’esistenza
in rapporto a Dio, è rivelativa di qualcosa che va oltre la preghiera stessa, o
meglio, che la precede. È innanzitutto questione dello sguardo che si ha su se
stessi, sul Dio a cui ci si rivolge e sugli altri, che mai possono essere assenti dalla
nostra preghiera a Dio, il quale è sempre Padre nostro, Padre comune.
Non basta pregare, occorre pregare in un certo modo, avverte Gesù.

3. La preghiera del fariseo


Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri
uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana
e pago le decime di tutto quello che guadagno” (Lc 18,11-12).

Il fariseo, ritenendosi conforme alle attese di Dio, sta in piedi, nella posizione
consueta dell’orante ebreo, e fa nel suo cuore una preghiera che vorrebbe essere
una lode, un ringraziamento a Dio. Luca usa l’espressione pròs heautón,
“davanti a sé” o “tra sé”, in modo volutamente ambiguo: può essere riferita alla
preghiera del fariseo, presentata come una sorta di monologo tra sé e sé, come un
rivolgersi a se stesso; oppure può connotare lo stare in piedi tra sé, il suo
restarsene solo in disparte, accentuando così la sua sdegnosa separazione dagli
altri. Egli è concentrato su di sé e, mentre vanta i suoi meriti si autocompiace, si
paragona agli altri, giudicandoli. Nessun dubbio in quest’uomo, ma uno stare in
piedi, sicuro nel suo presentarsi davanti a Dio, a fronte alta, ignaro del fatto che
può mettersi in piedi solo per grazia, perché fatto figlio di Dio. Il suo monologo
dichiara lontananza dagli altri uomini ma anche lontananza da Dio, non
conoscenza di lui, dal quale non aspetta nulla se non un “amen” alle sue parole.
In verità questa preghiera del fariseo può sembrare molto simile alla religiosità
espressa in alcuni Salmi, ma non a caso la Chiesa fa pregare quei Salmi a nome
di Cristo: solo Cristo può pregarli! Il cristiano che li proclama, se è
minimamente consapevole di ciò che egli stesso è, arrossisce nel pregarli.
Ripeto, in questi Salmi, di cui citiamo un esempio, il cantator, colui che li canta
e li prega, può essere solo Cristo:
Fammi giustizia, Signore,
ho camminato sulla via dell’integrità,
mi sono abbandonato al Signore,
perciò non potrò vacillare […]
Non siedo con chi è idolatra,
non vado con gente ipocrita,
ho in odio la compagnia degli empi,
non siedo insieme ai malvagi,
lavo nell’innocenza le mie mani (Sal 26,1.4-6).

Il fariseo si rivolge a Dio, dicendogli: “Ti ringrazio [eucharistô soi], perché”.


Queste prime parole del fariseo sono molto simili a quelle pronunciate da Gesù
nel suo grido di giubilo: “Ti rendo lode [exomologoûmaí se], o Padre, Signore
del cielo e della terra, perché” (Lc 10,21; Mt 11,25). Ma la motivazione è molto
diversa: se Gesù rende lode al Padre per i doni del suo amore, qui invece il
ringraziamento non sale a Dio perché egli ha compiuto un’azione che è sempre
“amore e fedeltà”, ma perché chi lo pronuncia, il fariseo, ha fatto, ha compiuto,
ha osservato la Legge. Sono parole in cui si cela un impressionante
stravolgimento della preghiera: il fariseo sostituisce il suo “io” a “Dio”, e
dunque finisce per rendere grazie a se stesso! Annota con finezza Agostino: “Era
salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare se stesso”8. È evidente
che in una simile preghiera l’intero rapporto con Dio è pervertito: la chiamata
alla fede diventa un privilegio, l’osservanza della Legge una garanzia, l’essere in
una condizione morale retta un pretesto per sentirsi superiore agli altri, ritenuti
tutti peccatori, secondo la logica nefasta del paragone, del confronto. “Avesse
almeno detto: ‘come molti’. Che vuol dire: ‘Come gli altri’, se non ‘tutti’,
eccetto lui? ‘Io – diceva – sono giusto, tutti gli altri sono peccatori.’”9 Colpisce
che nel Talmud vi sia un testo esattamente parallelo alle parole di questo fariseo,
la preghiera da pronunciare all’uscita dal Bet ha-midrash, la casa di studio della
Torah:
Io ti ringrazio, Signore, Dio mio, di aver posto la mia sorte tra quelli che abitano la casa di studio e
non tra quelli che stanno ai bordi delle strade. Io mi alzo presto e anch’essi si alzano presto, ma io mi
alzo per studiare le parole della Torah, mentre essi si alzano per cose frivole. Io mi affatico e
anch’essi si affaticano, ma io mi affatico e ricevo una ricompensa [da Dio], mentre essi si affaticano e
non ricevono alcuna ricompensa. Io corro e anch’essi corrono, ma io corro verso la vita futura,
mentre essi corrono verso la fossa della corruzione10.

Il fariseo della parabola può vantarsi di molte azioni buone e giuste, può
addirittura vantarsi di possedere uno zelo straordinario: “Digiuno due volte alla
settimana” – il secondo e il quinto giorno – “e pago le decime di tutto quello che
possiedo”. Egli dice la verità, sa di osservare scrupolosamente la Legge, anzi di
fare più del necessario. Per quanto concerne il digiuno, sappiamo che questa
pratica penitenziale era prevista dalla tradizione giudaica poche volte all’anno:
nel giorno di Jom Kippur (cfr. Lv 16,29-31), il 9 di Av, memoria della
distruzione del tempio, e forse in qualche altra occasione (cfr. Zc 8,18-19). Ben
meno di due volte alla settimana! Quanto al pagamento delle decime, era tenuto
a farlo solo il produttore e solo su certi prodotti, soprattutto grano, vino e olio
(cfr. Dt 14,22-27). Il fariseo, che sembra essere un consumatore, non avrebbe
questo obbligo; in ogni caso, non certamente di versare le decime su tutto!
Si faccia però attenzione: ciò che Gesù stigmatizza nel fariseo non è il suo
compiere opere buone (non facciamone una caricatura!), ma il fatto che egli,
nella sua sicura fiducia in se stesso, non attende nulla da Dio. È la sua
osservanza della Legge a determinare la sua coscienza, non la sua coscienza a
determinare la sua osservanza… Paolo legge così i meriti di questo agire
farisaico: “Queste cose […] hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa
religiosità, falsa umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun
valore se non quello di soddisfare il proprio io” (Col 2,22.23). La preghiera di
quest’uomo – lo ripeto – potrebbe essere parafrasata in tal modo: “O Dio, io ti
rendo grazie non per quello che tu hai fatto per me e in me, ma per quello che io
ho fatto e faccio per te”.
Il problema è che egli si sente sano e non ha bisogno di un medico, si sente
giusto e non ha bisogno della santità di Dio, si sente senza peccato e non ha
bisogno della sua misericordia: ha dimenticato che la Scrittura afferma che lo
tzaddiq, il giusto, pecca sette volte al giorno (cfr. Pr 24,16), cioè infinite volte!
Nella sua predicazione Gesù aveva messo in guardia da questo atteggiamento,
con parole molto chiare, per chi voleva ascoltarle: “Non sono i sani che hanno
bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i
peccatori alla conversione” (Lc 5,31-32 e par.). Gesù aveva anche denunciato la
scrupolosità di quegli uomini religiosi che, nel loro zelo per le offerte al tempio,
strappavano dai vasi posti sui loro balconi la decima parte delle foglie del
rosmarino, della salvia, del basilico e della mentuccia… ma poi trascuravano la
giustizia e la misericordia (cfr. Lc 11,42; Mt 23,23). E poi tutte le azioni del
fariseo sono pratiche di pietà e ascetiche individuali, che non riguardano il
prossimo. Nulla di quello che fa sta nello spazio dell’amore e del bene a favore
degli altri: dunque compie un’azione buona ma monca, perché trascura ciò che è
decisivo per il prossimo.
Sì, quanti, essendo osservanti e dunque giusti, confidano in sé, ringraziano
Dio per ciò che sono e non pensano di dover chiedere a Dio misericordia, di
dover mutare qualcosa nella propria vita, ma sono trascinati
dall’autocompiacimento a ritenere gli altri nulla e a disprezzarli! Hanno una
religione che li fa sentire giusti e li ispira addirittura a pratiche supererogatorie
per compensare il male fatto dagli altri, per riparare colpe altrui. Sono convinti
di ciò che dicono a Gesù: “Sappiamo che Dio non esaudisce i peccatori” (Gv
9,31), mentre pensano che esaudisca loro, i giusti… Dicono che il mondo è
corrotto e che gli uomini sono inguaribilmente cattivi; sono pessimisti e si
esprimono come profeti di sventura, sempre riguardo agli altri; se la prendono
con la generazione in cui sono collocati, a loro dire peggiore di quelle
precedenti, senza comprendere che non esiste una generazione peggiore
dell’altra e che ognuna è perversa e malvagia, da quella di Mosè (cfr. Dt 32,5.20;
Sal 95,10) a quella di Gesù (cfr. Lc 9,41; 11,29 ecc.), fino alla nostra… ma è pur
sempre la generazione in cui si è nati e con cui si è solidali nel peccato. Vale per
loro ciò che ha annotato acutamente Charles Péguy: “Poiché non hanno il
coraggio di essere del loro tempo, credono di essere penetrati nell’eterno. Poiché
non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio”11.
Il fariseo nel suo ringraziamento enumera i peccati degli altri, dai quali egli si
sente esente: “Sono ladri, ingiusti, adulteri”, per non parlare del pubblicano che è
insieme a lui nel tempio… È una lista che non ci è estranea e che forse è stata o è
sulle nostre labbra: “Che brutto mondo quello in cui viviamo! Tutti sono ladri,
corrotti, impuri!”. Questa enumerazione dei peccati può anche essere avvicinata
a liste di vizi che troviamo nella letteratura paolina (cfr. Rm 1,29-32; 1Cor 6,9-
11; Gal 5,9-21 ecc.). Purtroppo però, quando ascoltiamo questi testi, non
pensiamo di essere noi preda dei vizi elencati, ma li riferiamo sempre agli altri: i
buoni siamo noi e, insieme a noi, il nostro movimento; i cattivi sono gli altri,
dunque li riteniamo nulla (cfr. Lc 18,9)!
Nessuna illusione: le persone religiose, gli appartenenti al gruppo, i credenti
che pubblicamente professano la loro fede, soggiacciono alla tentazione di
separarsi dagli altri, di essere ministri di condanna del male commesso dagli
altri. Non si esercitano alla coscienza di essere peccatori né si aprono davanti a
Dio, chiedendogli di essere lui a scrutare il cuore degli esseri umani (cfr. Sal
7,10; 139,1) e di giudicare il loro comportamento. Inoltre, se uno è impegnato in
un ministero di santificazione, quale “soldato di Dio”, come può pensare di
essere un peccatore? Magari lo dice per (falsa) umiltà di fronte agli altri, ma tra
sé non lo pensa affatto.
Quella del fariseo è davvero la perversione della preghiera che riesce agli
uomini religiosi, perversione più grave della bestemmia contro Dio.

4. La preghiera del pubblicano


Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non voleva nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si
batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).

Ma ecco, di fronte alla preghiera del fariseo quella del pubblicano, del
peccatore pubblico. Come già si è visto12, all’inizio del Vangelo Gesù aveva
chiamato a essere suo discepolo proprio un pubblicano, Levi, e si era recato a un
banchetto nella sua casa, scandalizzando scribi e farisei (cfr. Lc 5,27-32); e alla
fine, subito prima del suo ingresso a Gerusalemme, sarà un altro pubblicano,
Zaccheo, ad accogliere Gesù nella sua casa, suscitando ancora la riprovazione
degli uomini religiosi (cfr. Lc 19,1-10). In tal modo l’annuncio del Battista
secondo cui “Dio può suscitare figli ad Abramo dalle pietre” (Lc 3,8) si fa
evento in Gesù; non chi dice di avere Abramo per padre è suo figlio (cfr. ibid.),
ma uno come Zaccheo, pubblicano, è dichiarato da Gesù “figlio di Abramo”,
raggiunto nella propria casa dalla salvezza (cfr. Lc 19,9).
Ma perché Gesù sceglieva di preferenza la compagnia di questi peccatori
pubblici, fino a dire agli uomini religiosi: “I pubblicani e le prostitute vi passano
avanti, vi precedono nel Regno di Dio” (Mt 21,31)? Non per stupire o
scandalizzare a basso prezzo ma per mostrare, in modo paradossale, che queste
persone emarginate e condannate sono nient’altro che il segno manifesto della
condizione di ogni essere umano. Tutti siamo peccatori – e pecchiamo finché ci è
possibile, in modo nascosto! – ma Gesù aveva compreso una cosa semplice:
quelli che sono peccatori pubblici sono esposti al giudizio e al biasimo altrui, e
perciò sono più facilmente indotti al desiderio di cambiare la loro condizione;
essi possono cioè vivere l’umiltà quale frutto delle umiliazioni patite, e di
conseguenza possono avere in sé quel cuore “contrito e spezzato” (Sal 51,19; cfr.
34,19; 147,3) in grado di spingerli a cambiare vita sia nel rapporto con Dio sia
nel rapporto con gli altri e con se stessi. In quell’occasione Gesù aveva anche
aggiunto che i farisei, non accettando il battesimo di Giovanni, “hanno reso vano
il disegno di Dio” (v. 33), mentre i pubblicani, facendosi battezzare come
manifestazione di conversione, “hanno riconosciuto la giustizia di Dio” (v. 34),
hanno riconosciuto che lui solo è giusto e può giustificare! Queste parole di
Gesù aiutano a comprendere in verità la nostra parabola.
Il pubblicano è un uomo non garantito da quello che fa, anzi i suoi peccati
manifesti lo rendono oggetto di diffidenza e di disprezzo da parte di tutti. Egli
sale al tempio nella consapevolezza, sempre rinnovata a causa del giudizio altrui,
di essere un peccatore, bisognoso e mendicante del perdono di Dio. Per questo
Luca descrive accuratamente il suo comportamento esteriore, opposto a quello
del fariseo. Egli “si ferma a distanza”, non osa avvicinarsi al Santo dei santi, là
dove dimora la presenza di Dio: alla lettera, “sta lontano” (makróthen), come il
figlio minore della parabola quando il padre lo vede e gli corre incontro
(makrán: Lc 15,20); come Pietro (makróthen: Lc 22,54) e gli altri discepoli e
discepole (makróthen: Lc 23,49) che seguono da lontano Gesù durante la sua
passione. “Non vuole nemmeno alzare gli occhi al cielo”, ma li tiene bassi,
provando vergogna della propria condizione, e “si batte il petto”, gesto tipico di
colui che fa lamenti, che vuole manifestare il suo pentimento, come le folle di
fronte allo “spettacolo” (theoría) della morte in croce di Gesù (cfr. Lc 23,48).
Su questa postura fisica, che esprime la coscienza della sua indegnità nei
confronti di Dio, Agostino indugia a lungo:
“Il pubblicano s’era fermato a distanza”, ma tuttavia era vicino a Dio. Lo teneva lontano il rimorso,
ma lo avvicinava la fede. “Il pubblicano s’era fermato a distanza”, ma il Signore lo guardava da
vicino. Poiché “eccelso è il Signore ma guarda alle cose umili, gli eccelsi invece”, com’era quel
fariseo, “li conosce da lontano” (Sal 138,6) […] Ma non bastava che stesse a distanza: “non alzava
nemmeno gli occhi al cielo” […] Lo opprimeva il rimorso, lo sollevava la speranza. Ascolta ancora:
“Si batteva il petto”. Sapeva di meritare il castigo, ma sperava di ricevere il perdono, in quanto
consapevole dei propri peccati13.

Le parole del pubblicano, a differenza di quelle del fariseo, sono brevissime:


“O Dio, abbi pietà di me peccatore”, “O Dio, perdona al peccatore che io sono”.
Letteralmente: “O Dio, sii reso propizio nei miei confronti”. Il verbo hiláskomai,
al passivo divino (usato solo qui e in Eb 2,17 per indicare l’espiazione dei
peccati compiuta da Gesù) suggerisce che l’invocazione del pubblicano chiede la
fine di una condanna e il ristabilimento di una relazione con il Signore, mediante
la remissione dei peccati. È quell’invocazione che ritorna più volte nei Salmi:
“Signore, in grazia del tuo Nome perdona la mia colpa che è grande” (Sal 25,11);
“Abbi pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella
la mia rivolta” (Sal 51,3); “Dio, nostra salvezza […] liberaci e perdona i nostri
peccati a motivo del tuo Nome” (Sal 79,9). È il chiedere a Dio che continui
sempre ad avere tanta pietà di noi peccatori: di quanta ne abbiamo bisogno!
Questa invocazione è “la preghiera dell’umile che penetra le nubi” (Sir 35,21), è
la preghiera che non spreca parole, ma che vive della relazione con Dio, della
relazione con se stesso, della relazione con gli altri: chiede perdono a Dio,
confessa il proprio peccato e la solidarietà con gli altri uomini e donne.
Scrive ancora Agostino, che citiamo un’ultima volta, con un intraducibile
gioco di parole: “Ecco colui che prega! Perché stupirsi che Dio perdona
[ignoscit] al peccatore, dal momento che questi riconosce se stesso [se
agnoscit]?”14. Il pubblicano, infatti, dice la verità, si presenta a Dio senza
indossare alcuna maschera, sapendo di vivere nella colpa. I suoi peccati
manifesti lo rendono oggetto di scherno da parte di tutti: non ha nulla da vantare,
ma sa che può solo implorare pietà da parte del Dio tre volte Santo. Egli prova lo
stesso sentimento di Pietro, discepolo perdonato fin dal momento della sua
vocazione quando, di fronte alla santità di Gesù, gridò: “Signore, allontanati da
me che sono un peccatore!” (Lc 5,8; cfr. anche Is 6,5). L’umiltà di quest’uomo
non consiste nel fare uno sforzo per abbassarsi, per umiliarsi: la sua posizione
morale è esattamente quella che egli confessa e dalla quale è umiliato! È
consapevole di essere peccatore, si sente bisognoso di perdono e, soprattutto, sa
di non poter pretendere nulla da Dio. Non ha nulla da pretendere, per questo
conta su Dio, non su se stesso. E ciò vale anche per noi: il nostro nulla è lo
spazio libero in cui Dio può ancora operare, è il vuoto aperto alla sua azione; su
chi è troppo “pieno di sé”, invece, Dio è impossibilitato ad agire… Sì, due
uomini in una condizione di chiusura a Dio, ma uno solo ne è consapevole, il
pubblicano, e dalla consapevolezza scaturisce la sua invocazione.
Ecco dunque il discernimento di Gesù: egli non elogia la vita del pubblicano,
così come non condanna le azioni giuste compiute dal fariseo, ma la sua
condanna va al modo in cui il fariseo guarda alle sue azioni e, attraverso di esse,
a Dio stesso. Vale in questo caso la sintesi operata da Guigo I, un monaco di
grande intelligenza, priore della Chartreuse nella prima metà del XII secolo:
“Nessun ritorno alla salvezza era possibile al pubblicano, se non il confessare
con umiltà ciò che il fariseo gli rimproverava con superbia, con orgoglio”15.

5. Il giudizio di Gesù
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà
umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato (Lc 18,14).

Terminata la parabola, ecco il giudizio conclusivo di Gesù, che inverte


improvvisamente l’ordine dei personaggi: “Io vi dico che il pubblicano, a
differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato [reso giusto dal Dio di cui
riconosce la giustizia: lui da solo non poteva farsi giusto!], perché chiunque si
esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
Quest’ultima sentenza proverbiale, già presente in Lc 14,11 al termine della
parabola sulla scelta dei posti a tavola da parte degli invitati a un banchetto,
echeggia le parole di Maria nel Magnificat: “Il Signore innalza gli umili” (Lc
1,52). Ma come intendere questo innalzamento e questo abbassamento? E
soprattutto, come intendere l’umiltà, questa virtù ambigua e sospetta16? L’umiltà
non è falsa modestia, non equivale a un “io minimo”: non chi si fa
orgogliosamente umile, non chi “studia da umile” è innalzato da Dio, perché
questo equivarrebbe a replicare l’atteggiamento del fariseo, sbagliato alla radice,
sarebbe orgoglio mascherato da falsa umiltà. No, è innalzato da Dio, al quale
spetta l’iniziativa, chi, aderendo alla propria realtà, riconosce il proprio peccato,
accoglie dagli altri le umiliazioni quale medicina salutare e, patendo tutto questo,
persevera nel riconoscimento della grazia e della compassione di Dio, ossia nella
fiducia in Dio, nel contare sulla sua misericordia che può trasfigurare la nostra
debolezza. Insisto ancora, volutamente, su questo elemento decisivo: solo chi
accetta le umiliazioni ed è capace di assumerle e portarle nella fede è realmente
umile e “povero in spirito” (cfr. Mt 5,3)17. E contemporaneamente può giungere
a riconoscere il proprio peccato, chiedendo in verità come il pubblicano della
parabola: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).
In breve, attraverso la figura del pubblicano Gesù ci esorta a umiliarci nel
senso di lasciarci accogliere e perdonare da Dio, che con la sua forza può curare
e guarire la nostra debolezza; a non perdere tempo a guardare fuori di noi,
scrutando gli altri con occhio cattivo e spiando i loro peccati; ad accettare di
riconoscere la nostra condizione di peccatori, di persone che “non fanno il bene
che vogliono, ma il male che non vogliono” (cfr. Rm 7,19). Il pubblicano non ha
cercato di placare Dio ma si è presentato nella sua condizione di peccatore,
cosciente della propria indegnità; non ha né costruito né vantato una sua giustizia
davanti a Dio e agli altri, ma ha lasciato a Dio la libertà di giudicare; a Dio si è
affidato, si è abbandonato, invocando come unico dono di cui aveva veramente
bisogno la sua misericordia. A suo vantaggio c’è solo il fatto che non dispera,
anzi osa confidare nell’amore infinito di Dio, più grande dell’accusa mossagli
dalla sua coscienza (cfr. 1Gv 3,20). Con una preghiera così breve e semplice è
entrato in comunione con Dio senza separarsi dagli altri, e ora, perdonato, fa
ritorno a casa, alla vita quotidiana nella compagnia degli uomini. Il giudizio di
Dio sovverte i giudizi umani: chi si credeva lontano e perduto è accolto e
salvato, mentre chi si credeva approvato, accanto a Dio, è umiliato e risulta
lontano.
La parola di Gesù, solennemente e autorevolmente introdotta da “Io vi dico”,
fa di un giusto un peccatore e di un peccatore un giusto. Questo può apparire
scandaloso, un inciampo nella vita di fede per gli uomini religiosi, ma è buona
notizia, è Vangelo per chi si riconosce peccatore e bisognoso della misericordia
di Dio.

Conclusione

Affermava Isacco il Siro:


Colui che ha raggiunto la coscienza dei propri peccati […] è più grande di colui che risuscita i morti
con la sua preghiera. Colui che piange un’ora sola sulla propria anima è più grande di colui che
soccorre il mondo intero con la sua contemplazione18.

Sì, il vero miracolo, l’intelligenza delle intelligenze, è riconoscere e


confessare i propri peccati: siamo noi i pubblicani! Allora forse comprenderemo
che è una povera e inutile fatica quella di nascondere o mascherare le proprie
colpe, magari sforzandosi, anche in buona fede e con grande impegno, di
edificare il proprio sepolcro imbiancato (cfr. Mt 23,27). Basterebbe riconoscere
consapevolmente le proprie precise mancanze nei confronti dell’amore, per
accorgerci che Dio ci chiede solo di accettare che egli le ricopra con la sua
inesauribile misericordia.
Allora forse ci può essere dato di pregare in verità e tra le lacrime di
compunzione, facendo nostro il sentire di “quel pubblicano del Vangelo”. È
Benedetto che nella sua Regola per i monaci, giunto all’ultimo gradino
dell’umiltà, colloca come esempio di perfezione non un mirabile asceta, non un
monaco “osservante”, bensì proprio il nostro pubblicano, che si è giudicato
peccatore ma si è sentito abbracciato dal perdono di Dio:
[Il monaco] ripeta sempre tra sé nel cuore le parole che quel pubblicano del Vangelo [publicanus ille
evangelicus] pronunciò con gli occhi fissi a terra: “Signore, non sono degno, io peccatore, di alzare i
miei occhi al cielo” (cfr. Lc 18,13)19.

Il pubblicano della parabola, dunque, come modello del monaco; anzi – oserei
dire – modello del cristiano.
Conclusione: tanta pazienza con noi

Se il Salvatore è disceso sulla terra, è per compassione dell’umanità. Sì, ha pazientemente sofferto le
nostre sofferenze prima di soffrire la croce, prima di assumere la nostra carne. Se infatti prima non
avesse sofferto, non sarebbe venuto a condividere con noi la vita umana. Prima ha sofferto, poi è
disceso e si è manifestato. Ma qual è questa passione che ha sofferto per noi? La passione dell’amore.
E il Padre stesso, Dio dell’universo, “lento all’ira, molto compassionevole e misericordioso” (cfr. Sal
102 [103],8 ecc.), non è forse vero che anch’egli soffre in qualche modo? O non sai che quando si
occupa delle vicende umane egli prova una sofferenza umana? Infatti, “il Signore tuo Dio ha preso su
di sé il tuo modo di essere, come un uomo prende su di sé il proprio figlio” (cfr. Dt 1,31). Dio dunque
prende su di sé il nostro modo di essere, come il Figlio di Dio prende le nostre sofferenze. Il Padre
stesso non è impassibile. Se lo preghiamo, ha pietà, compatisce, prova una passione di carità, si pone
in una situazione incompatibile con la grandezza della sua natura e prende su di sé le passioni
umane1.




Abbiamo letto insieme, caro lettore e cara lettrice, alcune parabole create e
raccontate da Gesù, che Luca ha raccolto nel suo Vangelo. Alla fine della
meditazione di ciascuna è stato inevitabile per me prendere posizione, mettermi
in discussione, cercare di capire dove mi collocavo nella parabola e soprattutto
come mi faceva mutare modo di pensare, spingendomi a vivere e a comportarmi
diversamente. Di fronte al messaggio di Gesù ho sentito l’inadeguatezza mia e di
molti lettori credenti che devono constatare l’incapacità di realizzare il
messaggio delle parabole; l’inadempienza verso ciò che Dio e Gesù ci chiedono;
la nostra inconseguenza, che emerge ogni giorno, con modalità a volte
drammatiche, ben riassunte dall’Apostolo: “Non riesco a capire ciò che faccio.
Infatti, io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto […] In me non
abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo;
infatti, io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm
7,15.18-19).
Per questo desidero concludere commentando un’altra breve parabola, sempre
presente nel Vangelo secondo Luca, una parabola che ci può dare speranza,
perché ci mette davanti la pazienza di Gesù verso ciascuno di noi.
Gesù sta compiendo il suo viaggio dalla Galilea verso Gerusalemme, dove
vivrà le sue ultime ore prima della passione e della crocifissione. Stanno infatti
per giungere “i giorni in cui sarebbe stato tolto” (Lc 9,51) ai suoi, alla sua amata
gente, alla sua amatissima terra. Gesù sapeva bene che quello era un viaggio
terminale, perché stava per raccogliere l’esito della sua narrazione del volto di
Dio, il rifiuto da parte del potere religioso e di quello politico coalizzati tra loro.
Per questo la sua ferma decisione lo aveva spinto a “indurire il volto” (tò
prósopon estérisen: ibid.) e a consegnare ai suoi discepoli parole esigenti,
profezie della sua passione (cfr. Lc 9,22.43-45; 18,31-34), “guai” contro gli
uomini religiosi legalisti e ipocriti (cfr. Lc 11,37-54).
Durante questo viaggio Gesù è raggiunto da notizie di cronaca riguardo a fatti
accaduti in quei giorni. C’è stata una rivolta da parte di alcuni galilei, e la polizia
di Pilato l’ha repressa nel sangue; è caduta la torre di Siloe, e diciotto persone
che erano nelle vicinanze sono state uccise (cfr. Lc 13,1.4). Di fronte a queste
“disgrazie”, i religiosi di quel tempo (di ogni tempo?) pensavano subito al
castigo di Dio e dunque giudicavano le vittime di quegli eventi quali colpevoli di
peccato: al peccato deve corrispondere il castigo, il castigo è una pena e solo
così la giustizia di Dio può regnare. Sollecitato da queste notizie, Gesù
interviene per dire una semplice verità: non è vero che dietro un evento luttuoso
vi sia il peccato, la colpa di qualcuno. Dio non è perverso e “spione”, così da
scrutare e cercare chi pecca per castigarlo; Dio, qui sulla terra, non castiga né
condanna nessuno. Quanto a Gesù, nel suo comportamento attraverso il quale
vuole narrare Dio (cfr. Gv 1,18), non condanna (cfr. Gv 8,11) né tanto meno
castiga. Mai e poi mai. Se così avvenisse, l’uomo non sarebbe più nello spazio
della libertà e dell’obbedienza, ma sarebbe costretto con la violenza da Dio a
evitare il male. Certo, questa era un’immagine perversa di Dio, ma gli uomini
religiosi la custodivano e la predicavano, anche perché, sentendosi ministri di
Dio, si ritenevano in tal modo autorizzati a condannare e a castigare.
Gesù invece, venuto a consegnarci un altro volto di Dio, se condanna,
condanna il peccato, non il peccatore, e in ogni caso, come tutti i profeti,
rimanda la possibilità del castigo di Dio al giudizio finale, all’aldilà della morte.
Egli infatti sa bene che ogni peccato che l’uomo compie, essendo male, ha in sé
una potenza mortifera e già qui, nella vita, causa il male di chi lo compie. È una
verità elementare: chi sceglie di fare il male, vive nel male, e il male gli
impedisce di vedere e di beneficiare di tutto ciò che è bene. Dio non interviene
né deve intervenire. Gesù dunque avverte: le vittime della violenza di Pilato, le
persone schiacciate dal crollo della torre non erano più colpevoli di quelle che
sono sfuggite a tali disgrazie. Ma resta vero che, se non c’è conversione,
mutamento di mentalità e di vita, se non c’è un ritorno a Dio, allora nel giudizio
ci sarà perdizione per tutti (cfr. Lc 13,2-5). Qui sulla terra il male colpisce giusti
(se mai ci possono essere!) e ingiusti, innocenti e peccatori, ma ciò che è
decisivo è il giudizio di Dio, che guarderà alla conversione. Questo significa il
monito di Gesù, ripetuto due volte: “Se non vi convertite, perirete tutti allo
stesso modo” (Lc 13,3.5).
Occorre dunque decidersi qui e ora, è urgente fare ritorno al Signore, perché
nessuno sa quando incontrerà il Giudice che viene come un ladro nella notte,
senza farsi preannunciare (cfr. Lc 12,39-40).
Ma di fronte a tale urgenza, non ci sono avvertimenti, non c’è da parte di Dio
la capacità di dilazione, non c’è pazienza? Ecco allora che Gesù racconta una
breve parabola, che è un gioiello e che tanto ci consola. È la parabola del fico
che un uomo ha piantato nella sua vigna (cfr. Lc 13,6). Piantare un fico nella
propria vigna è un’azione straordinaria, è come mettere un anello al dito
dell’amata. Perché chi va nella vigna non vi trova sempre grappoli da gustare,
ma solo nell’ora della vendemmia. La stagione dei fichi, invece, è più lunga,
dura tutta l’estate e tutto l’autunno, e così raccogliere un fico e gustare la sua
dolcezza è una delle esperienze più straordinarie per la bocca e per il palato.
Un uomo, dunque, pianta un fico e poi lascia al contadino, al vignaiolo, di
prendersi cura del fico e della vigna. A un certo punto viene a cercare fichi e non
ne trova: quell’albero piantato con speranza, cura e amore, non produce… La
delusione è grande! Che fare? Questa la sua reazione, nelle parole da lui rivolte
al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma
non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?” (Lc 13,7). Ma il
vignaiolo, di fronte a questa decisione del padrone della vigna, si mette dalla
parte del fico e osa supplicare: “Padrone [kýrios], lascialo ancora quest’anno,
perché io possa zappargli attorno e mettergli il concime. Così vedremo se porterà
frutti per l’avvenire” (Lc 13,8-9).
Certo, c’è un’ora di decisione che giunge e si impone, come aveva annunciato
Giovanni il Battista: “Ormai la scure è pronta ad abbattersi sulle radici degli
alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel
fuoco” (Lc 3,9). Questo era l’annuncio del precursore di Gesù, ma Gesù sa che
in Dio può esserci pazienza, attesa, perché “il Signore pazienta, temporeggia, usa
pazienza [verbo makrothyméo] non volendo che alcuno perisca” (2Pt 3,9; cfr. 1Pt
3,20; Mt 18,26.29). In Dio c’è questa straordinaria qualità della makrothymía,
resa dalla versione italiana della Bibbia con “magnanimità”, parola che
probabilmente ai nostri orecchi suona debole; andrebbe invece resa con
“grandezza d’animo”, “pensare e sentire in grande”. Il nostro Dio, in verità,
sente in grande, e quindi ha su di noi uno sguardo altro da quello che noi
pensiamo. “Egli è Dio, non un uomo” (cfr. Os 11,9) – dice la Scrittura – e
giudica come Dio, con una giustizia che non è la nostra, ma alla quale è
immanente la misericordia, la makrothymía.
Per questo il vignaiolo della parabola dice con audacia al padrone: “Vedremo
se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13,9). Ovvero: “Lo
taglierai tu, non io!”. Il padrone è paziente e il vignaiolo intercede perché lo sia
ancora di più. Il padrone dice: “Taglialo!”, il vignaiolo dice: “Aspetta, lasciagli
ancora una possibilità. Io farò il lavoro, lo curerò”. Una gara nella pazienza,
un’emulazione nella misericordia! E non dimentichiamo chi è colui che sta
narrando la parabola: Gesù. Egli sembra dire a Dio suo Padre: “Io, disceso da te
sulla terra e divenuto compagno degli uomini e delle donne, sto dalla loro parte,
e a te chiedo solo pazienza, misericordia, perdono per loro”. Anche in questa
parabola, dunque, Gesù “evangelizza Dio”, nel senso che svela che il suo Dio,
non quello fabbricato dalle religioni, è Vangelo, buona, bella, gioiosa notizia per
tutti, in particolare per i peccatori.
Sovente mi paragono a un fico, perché sosto di frequente nelle vigne e mi
siedo accanto a una vite. Devo confessarlo: quanti fichi ho piantato nella terra e
nella vigna che circonda il mio eremo; ho piantato ulivi e fichi, che mi ricordano
la mia vocazione… E quando mi sento come il fico della parabola – e avviene
spesso! – dico al Signore: “Ascolta tuo Figlio che ti chiede per me: ‘Abbi
pazienza, cercherò di curarlo ancora con il Vangelo, di dargli nutrimento con il
pane di vita, e darà frutto. Tu aspetta, e in ogni caso non io lo taglierò, lo
taglierai tu, perché io sono venuto a salvare chi era perduto (cfr. Lc 19,10)’”.
Note

Introduzione: come Gesù guardava, pensava, raccontava


1 Arland J. Hultgren, Le parabole di Gesù, Paideia, Brescia 2004, p. 21 (orig.

inglese del 2000).


2 Bruno Maggioni, Le parabole evangeliche, Vita e Pensiero, Milano 1992, p.
9.
3 Se oggi gli studiosi non concordano più nell’affermare che “le parabole di
Gesù sono qualcosa di completamente nuovo” (Joachim Jeremias, Le parabole
di Gesù, Paideia, Brescia 19732, p. 10 [orig. tedesco del 1965]), resta però vero
che le parabole rabbiniche, che si potrebbero citare a confronto, sono di origine
più recente. Al termine di un’ampia ricerca, un autore si spinge fino alla
seguente affermazione: “Le parabole di Gesù differivano da tutte quelle esistenti
trecento anni prima della sua epoca e trecento anni dopo di lui” (James Breech,
Jesus and postmodernism, Fortress, Minneapolis 1989, p. 25).
4 Bruno Maggioni, Gesù poeta, in “Parola, Spirito e Vita” 45, 2002, p. 74.

5 Cfr. Jean Delorme, Jean-Yves Thériault, Pour lire les paraboles, Cerf –
Médiaspaul, Paris 2012, pp. 10-11.
6 Cfr. Denis McBride, Les paraboles de Jésus, Les Éditions de l’Atelier, Paris

2001, pp. 23-26 (orig. inglese del 1999).


7 Giuseppe Barbaglio, La poesia nelle parabole di Gesù, in Id., Emozioni e

sentimenti di Gesù, EDB, Bologna 2009, p. 136.


8
Cfr. Michel Gourgues, Le parabole di Luca. Dalla sorgente alla foce,
Elledici, Leumann 1998, pp. 12, 164, 204 (orig. francese del 1997).
9
Compendio delle parabole di Gesù, a cura di Ruben Zimmermann,
Queriniana, Brescia 2011, p. 815 (orig. tedesco del 2007). Cfr. anche Michel
Gourgues, Le parabole di Luca, cit., p. 6: “La maggioranza delle parabole si
trova in Luca: quasi tre quarti (29 su 40) delle parabole sinottiche. E tra queste
più di un terzo (16 su 40) sono proprie di Luca. Un repertorio d’oro, o, per usare
un termine parabolico, un tesoro!”.
10 “Ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano […]
Siamo condotti a Dio attraverso i cammini di umanità che Gesù ha tracciato”
(Joseph Moingt, La figure de Jésus, in “Didaskalia” 36 [2006], p. 29).

1. Il samaritano (Lc 10,30-37)


1 François Bovon, Vangelo di Luca. Vol. 2 (Commento a 9,51-19,27), Paideia,
Brescia 2007, p. 121 (orig. tedesco del 1996).
2 L’aggiunta di quest’ultima specificazione, non presente nel testo ebraico,
dipende probabilmente dal fatto che la versione greca dei LXX oscilla nel rendere
il termine leb: in alcuni manoscritti è reso con kardía, “cuore”, in altri con
diánoia, “intelligenza, mente”.
3 Cfr. Concilio Vaticano II, Dei Verbum 24: “Le sante Scritture contengono la
parola di Dio e, perché ispirate (quia inspiratae), sono veramente parola di Dio
(verbum Dei)”.
4 Cfr. Adolphe Gesché, Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, p. 166 (orig.

francese del 1994).


5 Cfr. Antonio Machado: “Caminante, no hay camino / se hace camino al

andar” (Proverbios y cantares XXVIII). In Id., Poesie, a cura di Claudio Rendina,


Newton Compton, Roma 1971, p. 340.
6 Cfr. Commenti
rabbinici allo Shema’ Jisra’el, a cura di Alberto Mello,
Qiqajon, Magnano 2002, pp. 51-52.
7 Luigi Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, Torino 2009.

8 Enzo Bianchi, Farsi prossimo con amore, in Id., Massimo Cacciari, Ama il

prossimo tuo, il Mulino, Bologna 2011, pp. 26-27.


9 Tutte le citazioni sono tratte da Ivan Illich, I fiumi a nord del futuro.
Testamento raccolto da David Cayley, Quodlibet, Macerata 2009, pp. 271-273
(orig. inglese del 2005). Sono parole del curatore dell’opera che riassumono il
pensiero dello stesso Illich. Cfr. anche Id., Pervertimento del cristianesimo.
Conversazioni con David Cayley su Vangelo, chiesa, modernità, Quodlibet,
Macerata 2008, pp. 20-23, 82-84, 91-98.
10
Cfr., per esempio, Emmanuel Lévinas, Umanesimo dell’altro uomo, Il
Nuovo Melangolo, Genova 1998, pp. 71-83 (orig. francese del 1972).
11 Cfr. Enzo Bianchi, Dono e perdono, Einaudi, Torino 2014, pp. 61-91.

12 Si tratta di un concetto caro a questo teologo. Si veda, da ultimo, Johann


Baptist Metz, Memoria passionis. Un ricordo provocatorio nella società
pluralista, Queriniana, Brescia 2009 (orig. tedesco del 2007).
13 Emmanuel Lévinas, Une éthique de la souffrance, in Souffrances. Corps et
âme, épreuves partagées, a cura di Jean-Marie Kaenel, Autrement, Paris 1994,
pp. 133-135.
14 Johann Baptist Metz, Memoria passionis, nel pluralismo delle religioni e
delle culture, in “Il Regno – Attualità” 22 (2000), p. 770.
15 Ireneo di Lione, Contro le eresie III,17,3 (SC 211,336).

16 Origene, Omelie su Luca 34,9 (SC 87,408.410).

17 Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 7,74 (SC 52,34).

18 Intervista per London Weekend Television, 6 gennaio 1980.

2. Le parabole della misericordia (Lc 15,1-32)


1 Primo Mazzolari, La più bella avventura, EDB, Bologna 2001, pp. 29-31

(testo pubblicato per la prima volta nel 1934).


2 Rispettivamente nella quinta, sesta e ultima benedizione. Cfr. Joseph
Heinemann, La preghiera ebraica, Qiqajon, Magnano 19922, pp. 132, 133, 135
(orig. ebraico del 1977).
3 Adolphe Gesché, Dio, cit., p. 166.

4 Bruno Maggioni, Le parabole evangeliche, cit., p. 217.

5 Mekhilta de-rabbi Ishmael, Trattato Amaleq, III [Es 18,1-12], 56-57.

6 Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso 33,145 (ultimo verso


dell’intera Commedia). Nell’originale: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
7 Alludo al titolo di un bel libro di Armando Matteo, La prima generazione

incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria


Mannelli 2010.
8 Cfr. Talmud babilonese, Baba qamma 82b; Sotah 49b.

9 Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, Milano


1974, p. 210 (orig. tedesco del 1910).
10 Roberto Fornara, La
paternità rifiutata e riscoperta. Una lettura di Lc
15,11-32, in Dio Padre misericordioso, a cura di Francesco Moraglia, Marietti,
Genova 1998, p. 98.
11 Ibid.

3. Il ricco e il povero Lazzaro (Lc 16,19-31)


1 Michel Gourgues, Le parabole di Luca, cit., pp. 182-183.

2 Ho meditato più estesamente sul tema in Enzo Bianchi, Il Vangelo e i poveri,

Qiqajon, Magnano 2014. Cfr. anche Luciano Manicardi, Povertà e ricchezza alla
luce dell’evangelo, Qiqajon, Magnano 2000.
3 Cfr. Michel Gourgues, Le parabole di Luca, cit., p. 180.

4 Si veda l’emblematico titolo di un commento a questo Vangelo: Ortensio da

Spinetoli, Luca: il Vangelo dei poveri, Cittadella, Assisi 1982. Cfr. anche Gerard
Rossé, Il denaro e la ricchezza nell’evangelista Luca, in “Parola, Spirito e Vita”
42 (2000), pp. 119-130.
5 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-
francesco-cotidie_20150305_senza-nome.html (da: “L’Osservatore Romano”,
ed. quotidiana, anno CLV, n. 53, venerdì 6 marzo 2015).
6 Famose, al riguardo, le parole di Sigmund Freud: “In fondo nessuno crede

alla propria morte, o, il che è lo stesso, ciascuno è inconsciamente convinto della


propria immortalità” (Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, Studio
Tesi, Pordenone 1991, p. 30; orig. tedesco del 1915).
7 Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli II, 40,3 (SC 522,536).

8 Cfr. sopra, pp. 45-49.

9 Gregorio di Nissa, L’anima e la resurrezione (PG 46,84).

10 Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Glossa, Milano 1992, p. 167.

11 Sul “sacramento del fratello” si veda lo splendido testo di Giovanni


Crisostomo, Omelie su Matteo 50,3-4 (PG 58,507-510).
12 Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli II,40,10 (SC 522,552).

4. Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14)


1 Bruno Maggioni, Le parabole evangeliche, cit., pp. 242-243.

2 Giuseppe Colombo, L’esistenza cristiana, Glossa, Milano 1999, p. 17.

3 Cfr. Marcel Gauchet, Il disincanto del mondo, Einaudi, Torino 1992, pp.

133-141 (orig. francese del 1985).


4 Talmud babilonese, Sotah 22b.

5 Cfr. Talmud di Gerusalemme, Berakhot IX,7.

6 Avot de-rabbi Nathan B 48.

7 Girolamo, Commento a Matteo IV (su Mt 23,5-7; SC 259,162).

8 Agostino, Discorsi 115,2 (PL 38,656).

9 Ibid.

10 Talmud babilonese, Berakhot 28b.

11 Charles Péguy, Note conjointe sur Monsieur Descartes, Gallimard, Paris

1935, p. 175.
12 Cfr. sopra, p. 66.

13 Agostino, Discorsi 115,2 (PL 38,656).

14 Ibid.

15 Guigo I, Meditazioni 224 (SC 308,172).

16 Cfr. Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati

capitali, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, pp. 229-231. Si veda anche l’aureo
libretto di André Louf, L’umiltà, Qiqajon, Magnano 2000 (sull’ambiguità di tale
virtù, in particolare pp. 13-24).
17 “Se vuoi essere umile, impara a sopportare con fortezza ciò che ti viene

dagli altri, e non gettare su di te vane parole” (Detti dei padri del deserto,
Collezione alfabetica, Serapione 4; PG 65,417).
18 Isacco il Siro, Prima collezione (versione greca) 34 (Deseille, 259).

19 Regola di Benedetto 7,65 (SC 181,488).


Conclusione: tanta pazienza con noi
1 Origene, Omelie su Ezechiele 6,6 (SC 352,228.230).
Per andare oltre

Per andare oltre e rileggere queste parabole con occhi profetici consiglio:

Primo Mazzolari, Il samaritano, EDB, Bologna 1977;


Giovanni Franzoni, La solitudine del samaritano, Theoria, Napoli 1993;
Arturo Paoli, Un incontro difficile, Cittadella, Assisi 2001;
Primo Mazzolari, La più bella avventura. Sulla traccia del prodigo, EDB,
Bologna 1998;
Giuseppe Dossetti, Omelie, Paoline, Milano 2004-2011;
Bruno Maggioni, Le parabole evangeliche, Vita e Pensiero, Milano 1992.

Sono libri di autori con cui ho vissuto grandi amicizie.


Abbreviazioni

Ap Apocalisse
At Atti degli Apostoli
Col Lettera ai Colossesi
1 Cor Prima lettera ai Corinzi
2 Cor Seconda lettera ai Corinzi
Dt Deuteronomio
Eb Lettera agli Ebrei
Es Esodo
Est Ester
Ez Ezechiele
Fil Lettera ai Filippesi
Fm Filemone
Gal Lettera ai Galati
Gb Giobbe
Gen Genesi
Ger Geremia
Gn Giona
Gv Giovanni
1 Gv Prima lettera di Giovanni
Is Isaia
Lam Lamentazioni
Lc Luca
Lv Levitico
Mc Marco
Mt Matteo
Os Osea
Pr Proverbi
1 Pt Prima lettera di Pietro
2 Pt Seconda lettera di Pietro
1 Re Primo libro dei Re
Rm Lettera ai Romani
Sal Salmi
1 Sam Primo libro di Samuele
Sap Sapienza
Sir Siracide
1 Tm Prima lettera a Timoteo
Zc Zaccaria
PG Patristica Graeca
PL Patristica Latina
SC Sources Créthiennes
Indice

Introduzione: come Gesù guardava, pensava, raccontava


1. Il samaritano (Lc 10,30-37)
2. Le parabole della misericordia (Lc 15,1-32)
3. Il ricco e il povero Lazzaro (Lc 16,19-31)
4. Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14)

Conclusione: tanta pazienza con noi

Note

Per andare oltre

Abbreviazioni