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Report libertà di espressione artistica: il diritto di satira

L’Hate Speech è una nozione che genealogicamente è nata negli anni ottanta
del novecento nell’ambito della giurisprudenza nord-americana sullo sfondo
del così detto Marketplace of ideas.
Immagine questa, del Marketplace of ideas, che possiamo tradurre alla
lettera come mercato delle idee, ma che per poter essere intesa deve essere
letta alla luce di quella concezione di mercato, propria del nascente pensiero
liberale, con particolare riferimento all’opera dei grandi pensatori liberali
inglesi quali John Stuart Mill e Jeremy Bentham: in costoro l’espressione
market/mercato è infatti quel campo di gioco, in cui competono,
agonisticamente, quasi alla stessa stregua di atleti del pensiero, le idee.
Il riferimento al mercato funge dunque come trampolino all’idea di libera
concorrenza: così come la pluralità di merci e produttori, è indice della “bontà”
del mercato, allo stesso modo possiamo dire che la pluralità di idee e
pensatori è quell’indice che ci permette di valutare lo stato di salute della polis
e per conseguenza la qualità della vita dei suoi abitanti: ad una scarsità di
merci e produttori e quindi un conseguente stato di arretratezza economica
(con derive monopolistiche e/o oligopolistiche) corrisponde per analogia una
scarsità di idee e povertà di pensiero(con derive censorie, assolutistiche e
dittatoriali).
Più idee circolano, maggiore sarà la libertà(di pensiero, di scelta, di parola)
per il cittadino a partire dal presupposto, da quel fondamentum, che nessuna
idea è giusta in sé e per sé, essendo solo un point of view, un punto di vista,
parziale si, ma imprescindibile per l’affermazione dell’idea più corretta, o
utilizzando il linguaggio stesso di Jeremy Bentham più utile.
E’ a partire da questo quadro teorico che possiamo comprendere
l’atteggiamento di tolleranza nei confronti dell’intollerante, cioè di quel
soggetto portatore del discorso d’odio, dell’Hate speech, che caratterizza
l’ordinamento nord americano che si radica nel primo emendamento della
costituzione degli Stati Uniti d’America:”Il congresso non potrà emanare leggi
per il riconoscimento di una religione o per proibirne il culto, o per limitare la
libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica
e d’inviare petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti”.
La libertà di parola o di stampa, la libertà di culto e quindi estesamente la
libertà di espressione individuale è il principio cardine dell’ordinamento
costituzionale americano, principio talmente fondante appunto da emendare
attraverso l’apposizione di un chiaro limite, l’auctoritas del Congresso.
E’ il portare a pieni giri, se così si può dire, l’hobbesiano “auctoritas facit
legem non veritas” nel senso che l’ordinamento deve ritrarsi per permettere
l’esistenza stessa della libertà degli individui(come in una sorta di teologia
negativa): la libertà di espressione permette la tolleranza nei confronti del
discorso d’odio in quanto anche quest’ultimo concorre, in un processo
democratico virtuoso, alla ricerca della verità; ricerca, non affermazione.
Per cercare di comprendere la particolarità di questa posizione dela
giurisprudenza statunitense potremmo fare riferimento ad una scena tratta
dal film di John Landis “The Blues brothers”: la scena si ispira ad un caso
molto noto nell’ordinamento statunitense, il così detto “Caso Skokie”.
Skokie è un sobborgo situato a nord della città di Chicago, e qui tra il 1977 e
il 1978, Frank Collin, all’epoca segretario del National socialist party of
America, il partito neonazista americano, ha cercato di organizzare una
parata antisemita, con la conseguente immediata reazione di protesta della
comunità locale abitata principalmente da cittadini di origine ebraica.
La corte dell’Illinois all'epoca bloccò la manifestazione ma subito intervenne
la Suprema Corte ribaltando la decisione e concedendo al gruppo neonazista
il permesso di manifestare giustificando tale decisione in virtù del diritto
costituzionale riconosciuto agli stessi neonazisti di non essere soggetti a
“prior restraints” ovvero a limitazioni di natura preventive.
Ritorniamo alla scena di “The Blues brothers” per cercare di comprendere lo
spirito di questa decisione della Suprema Corte e quindi cercare di
comprendere la peculiarità e se vogliamo l'ardire nella visione del penseiro
proprio dell’ordinamento americano in materia di Hate Speech.
La scena in questione si svolge come dicevamo proprio a Skokie, ed in
particolare su di un ponte, e vede spazialmente contrapporsi uno di fronte
all’altro due schieramenti: il gruppo neonazista che occupa il ponte, arringato
dal discorso dal loro leader e “rappresentante”, ed una folla di furiosi cittadini
che protesta contro la manifestazione.
La situazione drammatica proposta dalla scena esprime quindi uno stallo, un
conflitto senza possibilità di soluzione: da un lato il gruppo nazista è
compatto, ordinato, composto, una sequela di corpi irrigimentati con sguardo
ben fermo e di aperta sfida, una falange galvanizzata dalle parole del proprio
leader; dall’altro lato i manifestanti, che fin dalle prime immagini
comprendiamo non essere un vero e proprio gruppo, una comunità animata
da un valore condiviso, ma una pura somma di individui isolati, corpi che si
agitano scompostamente, volti carichi di rabbia che si urlano addosso l'un
l'altro, fatalmente sordi rispetto al dire anche di chi gli sta accanto.
La macchina da presa ci fa entrare in questa situazione con un Totale che ci
parla appunto della contrapposizione tra i due schieramenti, seguito da una
alternanza di piani ravvicinati (primi piani e piani americani) ed in particolare
una carrelata laterale continua per il gruppo neonazista(carrelata che segue il
movimento del leader) e stacchi invece sui locali manifestanti cittadini; subito
dopo però la macchina da presa allarga fino ad includere una lunga coda di
auto che si è creata rivelando non solo visivamente ma anche
concettualmente la particolarità della situazione.
Nella coda di automobili in attesa troviamo però anche la Bluesmobile degli
“illuminati dalla grazia di Dio” ma sempre più impazienti Jake(John Belushi)
ed Elwood(Dan Aykroyd); impazienza che arriva al suo punto culminante con
l’affermazione di Jake “I hate Illinois’s nazist” che provoca come reazione
immediata di Dan l’improvvisa partenza dell’auto che si lancia contro i
neonazisti i quali per salvare la propria vita si gettano dal ponte nel fiume
sottostante; l'effetto però è anche lo smembramento della folla dei
manifestanti.
Un concetto quindi espresso attraverso la semplicità delle immagini in
movimento: l’impossibilità a manifestare liberamente la propria opinione, il
proprio pensiero(centro nevralgico dell'ordinamento americano) in questo
caso l’Hate speech neonazista, e quindi la mancanza, l’assenza di tolleranza
nei confronti dell’intollerante, ha come diretta conseguenza la stasi del
dialogo che degenera fatalmente in caos e violenza con l'estinzione di
qualsiasi prospettiva di vita in comune, di società.
Diversa è la posizione degli ordinamenti europei in materia di Hate Speech,
posizione che in alcuni casi è di assoluta condanna, forse dovuta
all’esperienza personale sulla pelle del proprio continente dell’esperienza del
male assoluto, della “banalità del male” del potere nazi-fascista.
E’ servendoci di un discorso personalistico ovvero facendo riferimento alla
storia europea che possiamo cogliere le posizioni giuridiche contro il
negazionismo: mi riferisco alla legge Gayssot del 1990, legge che mirava ad
introdurre il reato di negazionismo, contro quelle condotte revisioniste che
disconoscendo gli esiti del Processo di Norimberga, negano i crimini di guerra
nazisti e lo stesso Olocausto.
Legge che, anche se nel 2012 è stata dichiarata incostituzionale dal Conseil
Constitutional, ci permette di inquadrare ad esempio il così detto caso
Dieudonnè.
Dieudonnè M'Bala M'Bala è un attore francese di 54 anni, di origine
camerunense, che potrebbe essere definito come uno stand up comedian, un
one man show che fonda il suo umorismo sull’antisemitismo, e che ha
“inventato” un gesto la “quenelle” che è poi entrato a far parte del linguaggio
sportivo(il calciatore Nicholas Anelka era solito festeggiare ogni sua rete
riproponendo il gesto) e che poi è travasato nella politica: si tratta del saluto
nazifascista “rovesciato”.
Nel 2014 l’allora ministro degli interni francese Manuel Valls attacca
frontalmente Dieudonnè inviando ai prefetti delle principali città una circolare
in cui vieta preventivamente per ragioni di ordine pubblico lo spettacolo “Le
mur” sostenendo che gli spettacoli di questo attore “non hanno nulla della
creazione artistica”, ma sono soltanto "riunioni politiche in cui Dieudonnè
rovescia tutto il suo odio contro gli ebrei”; in particolare sottolinea il ministro che
“Se la libertà d’espressione deve essere garantita, come ogni libertà civile,
essa deve essere conciliata con altri principi o obiettivi di valore
costituzionale, tra i quali si trova la protezione dell’ordine pubblico. Questa
conciliazione è altresì permessa, nello stretto rispetto del principio di
proporzionalità, dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti umani”.
Una attacco fortissimo, dall'alto, un'ingerenza preventiva, quella del ministro
francese, che seppur animata dalla ragione logicamente comprensibile dell'
ordine pubblico, richiama alla mente quasi per effetto paradossale le stesse
modalità operative di quei regimi dittatoriali che hanno perseguitato lo stesso
popolo ebraico, i suoi espontenti culturali e artistici così come le persone
comuni.
Anche la giurisprudenza italiana ha mostrato un comportamento talvolta
ambivalente a fronte del livello di complessità che il problema dell’Hate
speech, il discorso d’odio, porta con sé.
Dobbiamo ricordare che tra le disposizioni finali della Costituzione vi è la
Dodicesima che vieta “sotto qualsiasi forma” la ricostituzione del partito
fascista a cui poi ha fatto seguito la Legge Scelba del 1952 che all’art. 4 e
all’art. 5 disciplina rispettivamente il delitto di apologia del fascismo(art. 4) e di
manifestazioni volte alla ricostituzione del partito fascista medesimo(art.5).
La Corte Costituzionale Italiana è intervenuta chiarificando la natura del
problema: interpretando la dodicesima disposizione finale, la Corte sostiene
che essendo in gioco uno dei massimi diritti che denotano uno stato
democratico ovvero la libertà di espressione, garantito dall’art. 21 della nostra
Carta, anche la manifestazione del pensiero fascista in quanto pensiero, in
quanto ideologia(dottrina delle idee) di destra seppur estrema, deve essere
garantita, non potendo il giudice esprimere, in virtù della sua neutralità,
giudizi di valore su tale pensiero limitando perciò il raggio di intervento sulla
fondamentale libertà di espressione solo e solo se in presenza dell’affermarsi
di un pericolo concreto di ricostituzione di quello specifico partito fascista,
storicamente inteso.
Il problema è però comprendere fino a che punto il pensiero fascista possa
essere tollerato poiché è il fascismo, in sé e per sé, ad essere geneticamente
razzista, è cioè de facto, nella sua architettura concettuale, un razzismo
biologico; in questo senso si muove la legge Mancino-Reale del '93 che
ricordando come l’Italia aderisca alla convenzione stipulata a New York nel
1965 “Convenzione Internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di
discriminazione razziale” vuole colpire anche la propaganda nazifascista che
incita alla violenza e alla discriminazione.
L'identificazione del discorso razzista si complica e si chiarisce ulteriormente
se facciamo riferimento alla categoria di razzismo differenziale: si tratta di una
posizione concettuale elaborata nell’opera “Millepiani. Capitalismo e
schizofrenia” da Gilles Deleuze e Felix Guattari, per i quali, breviter, il
razzismo oggi non si caratterizza più nei termini assoluti di un’opposizione
netta, dualistica, binaria ovvero Io versus l’Altro, ma secondo una prospettiva
relativistica, quotidiana non più eccezionale, che a partire da un’integrazione
differenziale produce via via sfumature diverse rispetto all’altro che non è
fuori da me ma in me, è il mio vicino: lo zingaro, il marocchino, il terrorista,
ma anche il frocio, il secchione, lo sfigato, il povero, oppure il cinese in tempo
di corona virus e ciascuno può allungare a proprio piacimento senza alcuna
difficoltà tale lista.
Pensiamo ad esempio alle performance dell’ex sindaco leghista di Verona
Tosi che diede dello “zingaro” ad un suo avversario politico(Tosi a dire il vero,
aveva scelto a più riprese come bersaglio delle sue invettive la comunità rom
di Verona attaccandola ripetutamente, in cui, l’uso stesso del termine zingaro,
è tale da rimandarci ad una costellazione di significati discriminatori);
pensiamo al caso del Tribunale di Piacenza che era dovuto intervenire in
merito alla richiesta di tutela del proprio diritto d’immagine che il quotidiano di
Piacenza “La Libertà” aveva posto in essere dopo la diffusione di un volantino
ad opera della Lega Nord, durante le elezioni a sindaco del 2008 nello stesso
comune, in cui il quotidiano veniva ribattezzato dai leghisti “Liberpravda”(dal
russo Pravda, verità, che è stato l’organo di stampa del Pcus fondato da
Trockij e da Lenin) dipinto come fautore di una spinta all’islamizzazione della
città di Piacenza attraverso il sostegno del candidato opposto alla Lega,
sostegno che si sarebbe concluso, come illustrato dal volantino nella
trasformazione del Duomo in Moschea.
Ebbene il Tribunale di Piacenza rigettò l’istanza del quotidiano “La libertà”
sostenendo sulla base dell’art. 21 della Carta Costituzionale (quindi se
vogliamo con una strategia argomentativa che per certi versi richiama il
modus operandi proprio nell’ordinamento americano in materia di Hate
Speech) che la funzione della satira è quella di esprimere concetti anche in
maniera paradossale, iperbolica, smaccatamente esagerata, in quanto il suo
fine non è la verità dell’informazione ma l’espressione di determinate idee,
concetti, punti di vista.
Allo stesso tempo però la sentenza del Tribunale di Piacenza pone come
limite alla satira il suo abuso “gratuito” ed “ aggressivo” volto all’insulto e
all’offesa della dignità di un determinato soggetto: aggiustamento questo, che
rimarca la differenza di posizione dell’ordinamento americano con la fiducia
sociale della tolleranza verso l’intollerante.
Un ulteriore esempio dell’asperità filosofico-giuridica del territorio che
riguarda l’Hate speech, il diritto di satira, e dunque la stessa libertà di
espressione artistica è la vicenda dal sapore vagamente persecutorio che ha
riguardato il noto fumettista italiano Giorgio Forattini, il quale a partire dagli
anni settanta del novecento ha sferzato con le sue vignette, dalle pagine dei
principali quotidiani italiani, i personaggi della scena politica nostrana della
“prima” e della “seconda repubblica”: da Fanfani a Craxi passando per
Occhetto e D’Alema fino al duro senatur, Umberto Bossi.
Qui, possiamo ricordare la sentenza dell’otto novembre 2007 della Corte di
Cassazione, in virtù della quale Forattini, venne condannato insieme
all'editore Arnaldo Mondadori a risarcire centocinquanta milioni lire, il
magistrato procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, per diffamazione in
seguito alla pubblicazione di una vignetta sul settimanale Panorama nella
quale il magistrato viene disegnato dallo stesso Forattini come un novello
cavaliere dell’Apocalisse, togato, scheletrico, nell’atto di passare una pistola,
moderna falce.
Ho usato l’avverbio qui perché la vignetta del 24 agosto 1998 ha come sua
origine il suicidio avvenuto solo pochi giorni prima, l’11 agosto 1998, del capo
della prefettura di Cagliari, Luigi Lombardini, uno degli attori protagonisti di
uno degli ultimi sequestri avvenuti in terra sarda, quando nel 1997 venne
sequestrata per 265 giorni la giovane Silvia Melis.
In seguito all’interrogatorio a cui venne sottoposto dallo stesso Caselli, Luigi
Lombardini, accusato di aver estorto al padre della stessa Melis un miliardo di
vecchie lire, si tolse la vita.
E’ una vicenda tragica, di cui ancora conservo ricordi personali, che porta al
massimo grado l’asperità del conflitto tra libertà di espressione artistica
sancita dall’art. 21 ed in via diretta dall’art. 33 della nostra Costituzione.
L’attività di vignettista di Giorgio Forattini non può non essere riconosciuta per
stile, originalità, capacità critica, come forma d’arte.
Ora c’è un passaggio nodale della sentenza dell'8 novembre 2007 che
possiamo riportare per intero e cercare di analizzare per comprendere la
posizione della giurisprudenza italiana in relazione al diritto di satira:
“Mentre l’aperta inverosimiglianza dei fatti espressi in forma satirica
esclude la loro capacità offensiva della reputazione, diversamente deve dirsi
in caso di apparente attendibilità di tali fatti”.
“Inverosimiglianza dei fatti”: la satira si differenzia dalla cronaca per la
relazione con i fatti.
La satira, come qualsiasi processo artistico, è trasformativa, ovvero trasforma
la natura di un mero dato cronachistico, informativo, fattuale in qualcosa che
pur conservandone taluni aspetti lo trascende, sicuramente da un punto di
vista formale, talvolta anche nel contenuto.
Il problema, ermeneuticamente parlando, con ricadute giurisprudenziali, forse
risiede in questo pregiudizio: l'arte non è verosimiglianza, non è mimesi della
natura.
La vignetta di Forattini attinge dalla cronaca il suo materiale, ovvero la
diffusione nel circuito dell’informazione di una certa pressione esercitata dal
magistrato Caselli ai danni del giudice Lombardini che poi lo avrebbe indotto
al suicidio, ma opera una trasfigurazione per immagine, in figura, di tale dato,
che non è dunque una riproduzione naturalistica quindi verosimile del
magistrato Caselli, ma inverosimile.
La reputazione del soggetto, la sua dignità non viene intaccata, la “capacità
offensiva” della satira è depotenziata perché il suo proprium artistico è
l'inverosimiglianza.
Ed ora il passaggio che più ci da pensare:”Diversamente deve dirsi in caso di
apparente attendibilità di tali fatti”.
Qui la Corte compie uno strano gesto: con la prima parte della sentenza ci
indica il principio dell’inverosimiglianza quale metro per giudicare la legittimità
della satira ma subito dopo lo nega; lo nega perché pone l’attendibilità dei
fatti quale nuovo criterio.
Ma la satira abbiamo detto non può fondarsi sull’attendibilità dei fatti: il fatto è
pretesto non è fine per l’esercizio della propria arte.
Ma c’è anche quell’avverbio “diversamente” che potrebbe passare
inosservato, in quanto sembra assolvere la funzione di puro tramite,
un'intermediario tra le due frasi, ma che se posto in relazione con il chi dice
tale diversità non può non suscitare in noi un'allerta.
“Diversamente deve dirsi”.
Chi è quel chi che deve dire diversamente?
E' la Corte di cassazione, ovvero è l’auctoritas che deve dirci, in virtù dello
scadimento della satira al regime dell’attendibilità dei fatti, quando la satira
può essere giusta, quando può farci ridere.
Ma il ridere della che la satira deve provocare è piuttosto un sorridere:
è il sorriso del pensiero, è il sorriso dell’ironia, quintessenza l'ironia della
satira e dell’arte tutta: l’ironia artistica non è l’intrattenimento o il mero
divertimento.
L’arte quando è tale non ha nulla a che vedere con il divertimento inteso
come divertere, quindi come spostamento, allontanamento, avverbi e verbi
che sono diventati negli ultimi anni delle vere e proprie categorie dell’agire
politico.
L’arte (l'atteggiamento ironico) è sempre disvelamento di un’altra possibilità,
di un mistero: di nuovi rapporti tra gli uomini, di altre forme sociali, di nuove
idee di giustizia, di altri mondi possibili.