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La cultura del ricordo 49

La storia di Masada è tramandata da Giuseppe Flavio nel VII li-


bro della sua Guerra giudaica. Essa deve il suo interesse non all' og-
gettività della narrazione, e nemmeno alla sua verifica archeologi-
ca, bensi al suo significato fondante: questo risiede nel fatto che es-
sa parla precisamente delle virtu del martirio, sia religioso che
politico, a cui si intende impegnare i giovani soldati israeliani. Il
mito è una storia che ci si racconta per orientarsi in relazione a se
stessi e al mondo; è una verità di ordine superiore che non solo
«quadra», ma oltre a ciò pone anche istanze normative e possiede
forza formativa. L'annientamento dell'ebraismo europeo, per
esempio, è un fatto storico e come tale oggetto di ricerca storica;
ma oltre a ciò nel moderno Israele (e peraltro solo negli ultimi die-
ci anni) esso, con la denominazione di Olocausto, è diventato sto-
ria fondante, e dunque mito. Da esso lo Stato trae una parte im-
portante della sua legittimazione e del suo orientamento; esso vie-
ne ricordato solennemente nei monumenti pubblici e dalle
organizzazioni commemorative di carattere nazionale, ed è fatto
oggetto di insegnamento nelle scuole: fa dunque parte della mito-
dinamica di questo Stat058. Solo il passato significativo viene ri-
cordato, e solo il passato ricordato diventa significativo. Il ricordo
è un atto di semiotizzazione. Ciò vale anche oggi, per quanto pos-
sa essere caduto in discredito in riferimento alla storia il concetto
dell'«attribuzione di senso» (<<semiotizzazione» non vuoI dire al-
tro). Bisogna soltanto rendersi conto che il ricordo non ha niente
a che fare con la scienza storica. Da un professore di storia non ci
si aspetta che «dia corpo al ricordo, conii i concetti e interpreti il
passato» (Michael Stiirmer)59; ma questo non cambia il fatto che
ciò si verifichi costantemente: cosi viene circoscritto non il com-
pito dello storico bensi una funzione della memoria sociale60• Ma
questa, a differenza del mestiere dello storico, è un fatto antro-

" Sulla problematica della commemorazione ufficiale dell'Olocausto in Israele, cfr.


l'istruttivo articolo di Reshef I988; cfr. anche Young I986.
5' Cfr. Wehler I989. Ritengo che il «sapere per l'orientamento», che Wehler si aspet-
ta dalla storiografja in luogo dell' «attribuzione di senso», oltrepassi anch'esso il segno. Il
concetto di <<orientamento» presuppone proprio lo stesso concetto che viene rifiutato in
«attribuzione di senso». Sganciata dal problema dei valori nel senso weberiano, la scienza
può produrre solamente nozioni: in che misura ci si voglia e possa orientare in base ad es-
se, è una questione dell' elaborazione pedagogica, politica, omiletica e comunque riferita a
un' applicazione diretta. In ogni caso, nessuno si aspetterà qualcosa come del «sapere per
l'orientamento» da una materia come l'egittologia.
60 Questa distinzione viene fortemente livellata nella storiografia pili recente: cfr. Burke
I99I. La storia (intesa come storiografia) in sostanza viene ormai trattata solo come un ti-
po speciale di memoria di gruppo.
50 Parte prima

pologico elementare: si tratta della trasformazione del passato in


storia fondante, ossia in mito. Tale denominazione non contesta
minimamente la realtà degli eventi, bensi mette in rilievo il loro
carattere vincolante e fondante il futuro come qualcosa che assolu-
tamente non deve essere dimenticato.
Tale convinzione, però, non deve portare a livellare differen-
ze importanti. Il concetto di storia fondante designa un semplice
scomparto funzionale: tutto dipende da come lo si riempie. E al-
lora si tratta di una differenza davvero essenziale se una storia fon-
dante si svolge in illo tempore, da cui il presente sempre avanzan-
te non si allontana mai e che diventa sempre di nuovo presente nei
riti e nelle feste; oppure se invece essa cade nel tempo storico, po-
nendosi quindi a una distanza misurabile e crescente dal presente
dove non può essere attualizzata in riti e feste ma solo ricordata
[Koch 1988]. Il fatto che l'esodo e la conquista della Terra Santa
costituiscano la storia fondante dell' antico Israele non li rende an-
cora miti nel senso degli avvenimenti ricorrenti del mondo divino
di cui parla M. Eliade [1949]. La particolarità di Israele è di oc-
cupare diversamente lo scomparto funzionale della storia fondan-
te: laddove le culture limitrofe si fondano su miti cosmici, Israele
impiega un mito storico, interiorizzando cosi il suo divenire storico
(e non si potrebbe proseguire in maniera piu appropriata che con
Lévi-Strauss: «per farne il motore della sua evoluzione»).
Il mito è il passato condensato in storia fondante. Ciò che mi
interessa è stabilire se questo passato è «assoluto» oppure «stori-
co». Nel caso del passato assoluto [Cassirer 1954, trad. it. p. 152]
- dunque di quel tempo altro, rispetto a cui il presente che avan-
za rimane sempre alla stessa distanza e che è piuttosto una sorta
di eternità (gli Australiani dicono: «il tempo dei sogni») - il mito
fonda l'immagine del mondo e la comprensione del reale delle so-
cietà «fredde»: l'attualizzazione di questo passato avviene sotto
forma di ripetizione ciclica. Nel caso del passato storico, il mito
fonda l'immagine di sé delle società «calde», le quali hanno inte-
riorizzato il loro divenire storico. Non si può caratterizzare que-
sta differenza in maniera piu appropriata di Eliade: al posto del-
la semiotizzazione del cosmo si ha la semiotizzazione della storia.

4· 7· Mitodinamica del ricordo.


Il ricordo fondante e il ricordo contrappresentistico. Il ricordo
«caldo», che non si limita a misurare il passato come strumento di