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Corso di Laurea: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE (D.M.

270/04)
Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 3
Titolo: Cultura e culture
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

“Cultura” e “culture”
La cultura in questo senso non è altro che un risultato dell’evoluzione biologica della scimmia umana:
“la biologia umana permette la cultura; la cultura permette la sopravvivenza biologica dell’essere
umano”. Una complementarietà impossibile da non considerare come tale per un antropologo.
Quanto alla storia della nozione di “cultura”, gli antropologi sono stati i primi a distinguere fra cultura
con la C maiuscola e culture con la c minuscola. La prima è individuata come la capacità generale,
tipica di Homo sapiens sapiens, di produrre e riprodurre dei comportamenti e delle visioni del mondo
che permettano alla specie non solo di sopravvivere ma di vivere nel miglior modo possibile in
mancanza della programmazione genetica altamente “specialisticizzata” tipica di altre – non
tutte - specie animali (sappiamo fare molte cose ma delle ipotetiche gare di atletica leggera
interspecifica vedrebbero Homo sapiens agli ultimi posti in molte specialità).
Quanto alle culture con la c minuscola, gli antropologi definiscono così l’insieme dei comportamenti
e delle idee che si riscontrano all’interno di gruppi sociali, di comunità particolari.In questo senso
l’antropologia ha contribuito in modo massiccio a contrastare la nozione classista e razzista, tipica del
XIX secolo, di cultura in quanto patrimonio culturale

© 2007 Università degli studi e-Campus - Via Isimbardi 10 - 22060 Novedrate (CO) - C.F. 08549051004
Tel: 031/7942500-7942505 Fax: 031/7942501 - info@uniecampus.it
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Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 3
Titolo: Cultura e culture
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

acquisito da ogni individuo grazie alla formazione pedagogico-educativa ricevuta e sempre valorizzata
in termini di raffinatezza e superiorità estetico-morale, prerogativa dei pochi membri delle classi
dominanti.
Da allora in poi la cultura è prerogativa di tutti i membri di una comunità umana, anche delle società
allora definite “primitive”, quelle che si iniziò a studiare in epoca coloniale (l’epoca in cui in effetti
hanno avuto origine gli studi antropologici -o, più esattamente, etnografici- come avremo modo di
vedere), le società, insomma, sottoposte allo sfruttamento da parte dell’uomo bianco euroamericano
ritenuto portatore di cultura nel senso “razzista” del termine.
Non a caso è in Inghilterra, la nazione che possedeva un più vasto impero coloniale, che nasce
l’antropologia (in seguito spregiativamente definita “da poltrona”, poiché i primi antropologi non
osavano porsi come osservatori reali delle culture che analizzavano ma preferivano analizzarle
attraverso resoconti di missionari o esploratori). Quest’ultima viene spesso utilizzata, in questo
periodo, come modo per differenziare l’uomo bianco occidentale, con il suo progresso, il suo
‘progressismo’, dall’indigeno, evitando, consciamente o inconsciamente, di riconoscere le analogie tra
codici culturali occidentali e «primitivi». Sarà compito dell’antropologia successiva, quella oggetto di
questo corso, rimettere le cose in una prospettiva non solo più equa ma, ultimo ma non meno
importante, scientificamente sostenibile.

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Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

Una scienza interdisciplinare


Torniamo al punto fondamentale: l’antropologo deve mettere in discussione se stesso, cioè
relativizzare il proprio punto di vista, se vuole entrare in contatto diretto con una cultura
particolare e descriverne degli aspetti in modo scientifico. Deve confrontarsi, abbiamo detto, con il
diverso da sé.
Questo rende l’antropologia unica, a metà tra le scienze sociali e le scienze naturali, poiché si
preoccupa di fornire spiegazioni sulle differenze esistenti tra le comunità umane basandosi sullo
studio di tutti gli aspetti (cfr. il concetto di olismo già visto nella scorsa lezione) della biologia
umana e del comportamento umano in tutte le società conosciute, senza limitarsi esclusivamente a
quelle europea o nordamericana. Il fine ultimo dell’antropologia dovrebbe essere quello di
“descrivere cosa vuol dire essere degli esseri umani”.
Ma la visione olistica dell’antropologia le impone di raggiungere quest’obbiettivo attraverso tutti gli
strumenti possibili, il che rende la nostra una disciplina tipicamente “interdisciplinare”. Per capire
cosa significa interdisciplinare basta considerare l’esempio

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dell’antropologia nordamericana. Quest’ultima è divisa a livello didattico in quattro branche,


corrispondenti ciascuna a quattro insegnamenti diversi nelle università:

1. antropologia biologica;
2. antropologia culturale;
3. antropologia linguistica;
4. archeologia.

Oggi si tende a vedere le ultime due come, a loro volta, sottobranche dell’antropologia culturale,
come sarà più chiaro in seguito.
I primi antropologi erano tenuti a lavorare in almeno due, se non tutti e quattro, tra i campi appena
visti. Oggi, con la specializzazione sempre più avanzata delle scienze, non ci si aspetta che un
antropologo si occupi di più di un settore. Normalmente, quando si parla di “antropologia” senza
ulteriori specificazioni, ci si riferisce, almeno in Europa, all’“antropologia culturale”.

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Antropologia fisica
L’antropologia biologica (o fisica) è la più antica delle quattro discipline. L’interesse
principale è rivolto allo studio dell’uomo in quanto organismo biologico in modo da
scoprirne le somiglianze e le differenze rispetto alle altre specie viventi. La sottodisciplina
più nota dell’antropologia fisica è la paleontologia, cioè lo studio dei resti fossili dei nostri
antenati. Si tratta di un piccolo campo del sapere che da solo procura all’antropologia più
pubblicità di tutti gli altri settori messi insieme. Come si vede ci sono delle chiare affinità tra
paleontologia e archeologia, cioè il fatto che entrambe si occupano di riportare alla luce
resti sepolti di culture che non esistono più. In realtà oggi lo studio della storia biologica
della nostra specie, scopo principale dell’antropologia fisica, viene portato avanti in larga
misura anche attraverso ricerche di genetica.
Ad esempio i primatologi, gli antropologi fisici che studiano i rapporti tra gli animali
dell’ordine dei Primati (che comprende l’uomo), cercano di descrivere le relazioni fra le
specie di primati del passato e quelle contemporanee attraverso le sequenze del DNA delle
diverse specie. La fioritura dell’antropologia fisica, figlia del colonialismo e dell’imperialismo
dell’occidente nel XIX secolo, si deve allo studio delle cosiddette “razze”, ovvero la

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variazione biologica fra le popolazioni umane. Come avremo modo di sottolineare in una delle
prossime lezioni esclusivamente dedicata a quest’argomento, il problema con questa branca
dell’antropologia è legato al concetto di razza, rivelatosi in realtà assolutamente inutile per lo
studio della variazione biologica fra le popolazioni umane. Le popolazioni che gli studiosi
cercavano di classificare erano in realtà composte prevalentemente da Extra-europei soggetti allo
sfruttamento politico ed economico delle società euroamericane in piena espansione
capitalistica.
Dato che, chiaramente, non reggevano il confronto economico con i “bianchi” rappresentanti
dell’occidente industrializzato, si ritenne la razza un fattore che determinava non solo la qualità
degli attributi fisici ma anche di quelli “mentali” di una determinata popolazione. Così
l’antropologia fisica finì per alimentare la pratica sociale del razzismo occidentale e l’idea di una
gerarchia tra razze, alcune superiori alle altre. Ci si accorse presto, e il grande merito di questo va
ad uno dei fondatori dell’antropologia moderna (Franz Boas, un geografo tedesco trasferitosi
negli Stati Uniti dove fondò il primo dipartimento di antropologia) che i supposti studi scientifici
sulla razza erano solo un pretesto per promuovere il pregiudizio e la discriminazione. Infatti il
numero e le caratteristiche delle “razze” distinte dai ricercatori variavano enormemente
passando da uno studioso all’altro. E, soprattutto, i confini tra “razze” diverse non potevano
essere determinati in modo affidabile. Tratti come la pelle o i capelli si rivelarono biologicamente
ininfluenti, e le misurazioni effettuate erano spesso fasulle, a dir poco.

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Approfondimento: la persona
sociale 2
Un effetto culturalmente evidente di tutto ciò è il cambiamento del concetto diffuso di
“naturale” e “culturale”. Il libro della Strathern si occupa del concetto di parentela nella
media borghesia inglese alla fine del ventesimo secolo, ed evidenzia come “culturale” finisca
inevitabilmente per significare “tecnologico”, mentre “naturale” è usato ancora per definire
tecniche elaborate culturalmente ma più antiche; quindi “naturale” va a confluire in quello
che è più esattamente il significato di “tradizionale”. Si tratta di una tendenza evidente
sempre più nelle società dell'occidente industrializzato in questo primo decennio del
ventunesimo secolo.

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Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

L'antropologo ha due modi per analizzare la relazione (fondamentale, inutile ripeterlo, in


antropologia) che oppone i concetti di “culturale” e “naturale”. Da un lato si può studiare
come la natura e la relazione natura/cultura sono concepite nelle differenti società umane;
dall'altro si può analizzare come la natura, intesa come l'ambiente o le caratteristiche innate
degli esseri umani, influenza società e cultura. Insomma, la natura intesa sia come
rappresentazione mentale culturalizzata sia come qualcosa di esterno alla cultura ed alla
società ma che pure influenza i modi in cui gli umani vivono. In quanto specie biologica, noi
siamo parte degli ecosistemi e li modifichiamo; in quanto esseri culturali, elaboriamo
concezioni sul nostro ambiente e ci poniamo o al di fuori o all'interno di esso (certamente,
nel mondo occidentale, la prima delle due).

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Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

Quanto alla vita sociale, anch’essa appare in larga parte dipendente dalla cultura. Ma
cos’è la “vita sociale”?
Prima di tutto la vita sociale consiste di azione ed interazione: se la gente smettesse di
interagire le società umane cesserebbero di esistere. Gli antropologi considerano utile fare
una distinzione fra il concetto di azione e quello di comportamento. Comportamento si
riferisce agli eventi generalmente osservabili in tutti gli animali, compreso quello umano;
azione sarebbe invece ogni comportamento che ha a che fare con la capacità di riflettere sul
comportamento stesso, insomma un metacomportamento che produce un atto intenzionale:
in questo senso il filosofo inglese Austin parlava, come visto, di agency (Austin 1962) , da noi
tradotto con «agentività» (per motivi particolari che non stiamo qui a chiarirre), ma più
frequente in letteratura come «agenza».

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