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Lezione 9

La battaglia di Legnano, atto II


Aggiungeremo qui un tassello su un
elemento assai mazziniano… l’elemento
religioso
Storia e Storiografia II, prof. Alberto

Nella scorsa lezione ci siamo soffermati sul II atto dell’opera La
battaglia di Legnano, e su quella dimensione religiosa su cui
inevitabilmente torneremo oggi: il III atto infatti (ca 40’ di ascolto che
vi consiglio di fare d’un fiato terminata la lezione) la esemplifica
ancora di più

Ricordavo un paio di lezioni fa il titolo di un capitolo dal mio libro su
Verdi, «La morte per la patria». Ciò che sta succedendo in queste
settimane in Italia, ci mostra come quel tema, morire per la patria,
che forse potremmo tradurre in maniera più moderna come il morire
nello svolgere il proprio dovere, non sia un cimelio da museo del
Risorgimento, e quindi una musica che tratti di quel tema possa
rivelare una inaspettata attualità

Ma, ciò detto – e posto che non è affatto irrilevante visto il fuoco di
questo corso, ossia la filosofia della musica – proseguiamo nella
disamina dell’opera
Storia e Storiografia II, prof. Alberto

Dicevo che avremmo aggiunto elementi sulla religione della patria, in
quest’opera. Ebbene, l’atto III si apre con una scena che più sacra, ai
lombardi, non potrebbe essere: siamo nelle volte sotterranee della
basilica di S.Ambrogio

Un’osservazione generale sulla musica che andremo qui ad ascoltare:
non è necessariamente ‘bella’ (benché le armonie, nelle svolte dopo
le insistenze monotone, sia timbricamente assai potenti agli ottoni).
Verdi sembra anche in questo seguire quel monito mazziniano, per cui
la musica non può essere tutta gradevolezza di Narciso. La situazione
è grave, e la musica è egualmente grave, ieratica, come di pietra.
L’impasto orchestra è scolpito come un bassorilievo. «Il suono che
produce è poco più che un ruvido strascinare abiti talari su un nudo
battuto di pietra» (mi prendo la libertà di citare dal mio libro da qui in
avanti)

Storia e Storiografia II, prof. Alberto



A che momento stiamo assistendo? Al momento sacro di un
giuramento davanti ai morti. Niente sfarzo, niente pompa,
nessunissima circostanza: il coro dei Cavalieri della Morte, che sono
convenuti per giurare, sussurra, cantando sottovoce:
« Fra queste dense tenebre, fra il muto orror di questi consci avelli,
sull’invocato cenere de’ padri qui giacenti e de’ fratelli, ripetasi
l’accento del sacro e formidabile giuramento». Ricorda il «Patria
oppressa» da Macbeth

Tra questi giuranti, compare Arrigo, che vuole «Con voi morire, o
trionfar con voi», queste sono le uniche alternative in campo: il
giuramento è di vita o morte per la patria, con particolare valenza per
il luogo in cui è pronunciato

Storia e Storiografia II, prof. Alberto



V’è una dimensione plurale che travalica l’individuo. Quando Arrigo
viene salutato come «Lombardo e prode egli è!», egli risponde: «Son
per valore ultimo forse, ma per santo amor della Patria comun primier
m’estimo… o secondo a nessuno»

Giurando vita o morte per la patria si diventa un tutt’uno, reso un
tutto dal comune amore che è il patriottismo, l’amore per la patria

Nel giuramento si fanno uno dai molti che erano, e ciò avviene anche
musicalmente nel modo più intuitivo: l’unisono, anche tra solista e
coro, che arriva sul passo «Giuriam d’Italia por fine ai danni,
cacciando oltr’Alpe i suoi tiranni. Pria che ritrarci, pria ch’esser vinti,
cader fra l’armi giuriamo giuriamo giuriam giuriam estinti». Mirabili
musicalmente, con profusione di settime e none nelle sestine agli
archi (prolungate nel recitativo a seguire… a significare come la stessa
temperatura agiti la dimensione pubblica e privata)

Storia e Storiografia II, prof. Alberto



Il giuramento non rimane nell’aria. Ha un suo sigillo nella punizione
prevista in caso di tradimento del giuramento. Qual è questa
punizione?
«Se alcun fra noi, codardo in guerra, mostrarsi al voto potrò rubello, al
mancatore nieghi la terra vivo un asilo, spento un avel: siccome gli
uomini Dio l’abbandoni, quando l’estremo suo dì verrà: il vil suo nome
infamia suoni ad ogni gente, ad ogni età»

Non è poco. È l’infamia più totale, «L’Infamia!» essendo per l’appunto
il titolo dell’atto III. Articolandosi, lo stigma, nelle seguenti
conseguenze: niente asilo, se rimarrà in vita; niente sepoltura, se
morrà; la dannazione anche da parte di Dio; infamia presso gli uomini
del presente e del futuro

Storia e Storiografia II, prof. Alberto


[«Ma Dio mi volle» precorre La traviata di «Ah
quell’amor…», 1853, ma in un frammento di recitativo
obbligato!]

Ora, per quanto pregnante sia questa dimensione e questa scena, la
vita, in quest’opera, è anche altro. La scena seguente si apre con il
ritorno in scena di Lida, che non abbiamo visto per tutto il II atto. È
agitatissima, ancora sconvolta dal suo incontro e il disastroso dialogo
con Arrigo. Gli ha scritto una lettera con un’importante rivelazione
(rassicurazione) e la affida a Imelda, mezzosoprano sua ancella, la
quale l’ha scoperta e con la quale si è confidata. Lei promette che la
darà nelle mani di Arrigo e solo di Arrigo (peccato che dalla voce della
Ricciarelli le r di Arrigo non escano…, 4’20’’, forse un taglio mal
riuscito??), ma volevo segnalarvi un particolare musicale qui, che
bene si inscrive nelle raccomandazioni per il recitativo obbligato (e in
generale accompagnamento orchestrale) da parte di Mazzini per via
del loro superiore potere di rappresentare i sentimenti:


Di seguito entra in scena Rolando, che è venuto a dire addio alla
moglie nel caso in cui non dovesse ritornare dalla battaglia che si sta
per combattere. È una specie di testamento morale, quello che lascia,
per la madre e per il figlio. La scena ricorda quella che si trova ne I due
Foscari (opera di Verdi del 1844), dove Jacopo Foscari, condannato
all’esilio, dice addio alla moglie Lucrezia

Tutto, qui, avviene nel nome del sangue: la vittoria ha un «prezzo di
sangue», e al sangue si richiama Rolando rivolto al figlio in fasce:
«Digli [al figlio quando sarà cresciuto] ch’è sangue italico, digli ch’è
sangue mio, che de’ mortali è giudice la terra no, ma Dio! [qui il modo
cambia, da sol minore a sol maggiore] E dopo Dio la Patria, la Patria,
dopo Dio la Patria gli apprendi a rispettar»

Storia e Storiografia II, prof. Alberto



Qui, in un duetto magnifico dall’introduzione di sestine a clarinetto e
flauto fino all’arpa finale, troviamo un ordine, una gerarchia di
autorità e obbligazioni morali: verso Dio, in primis, e poi verso la
Patria, dal sangue del padre al sangue del figlio, di fronte a una
madre, che dovrebbe restare «insegnatrice di virtude a lui»… e che
invece è voce critica rispetto a questo patriottismo. Lida comprende
bene l’importanza del patriottismo, ma nutre delle preoccupazioni
concrete («Che il dì novello un orfano potrebbe in lui trovar…» in
‘scrigno’ sul testo del baritono)

Storia e Storiografia II, prof. Alberto



La scena successiva ci porta dalla dimensione della famiglia, al
rapporto d’amicizia. La battaglia è prossima, e quindi prossima può
essere l’ora in cui l’Italia sarà libera, o schiava più di prima

Protagonisti della scena sono naturalmente Rolando – uno splendido
Manuguerra – e Arrigo, i due vecchi amici

E ancora una volta gli eroi verdiani non sono RoboCop, «Or son marito
e padre!» si confida preoccupato Rolando con Arrigo, che già prima,
nel commiato da moglie e figlio, aveva il ciglio molle di pianto, e
ancora una volta si asciuga una lacrima. Ed è all’amico che,
nell’abbraccio delle legature agli archi, affida e figlio e moglie, dovesse
cadere in guerra…: «Esser tu dèi per loro l’angelo tutelar!». Anche su
questo, Rolando chiede ad Arrigo di giurare; Arrigo è,
comprensibilmente per noi (che sappiamo dei suoi trascorsi con Lida),
restio, ma poi acconsente. Un abbraccio, e i due si lasciano
Storia e Storiografia II, prof. Alberto

Qui Verdi, in due sole pagine brucianti, fa scattare la molla
drammaturgica che ha sin qui lentamente ma inesorabilmente
caricato:

1. Marcovaldo, accompagnato da un serpentesco clarinetto, che vuole
vendicarsi del suo amore per Lida da lei non corrisposto, svela a
Rolando la lettera di Lida per Arrigo, da lui intercettata: «Ahi scellerate
alme d’inferno, sposa ed amico tradir così!», esclama; infranto il
sogno di sposo e di amico, dichiara che si incenerirà, oddly enough in f
major… (solo nella coda, dopo il taglio, si tinge della terza minore),
quanto Dio ancora non ha spento;

2. n.9, Finale III. Lida si reca da Arrigo, che sta scrivendo una lettera
d’addio alla madre mentre guarda il fiume che scorre lì sotto…, ma
davanti a Lida confessa che è pronto a morire non solo per l’amore
per la patria, ma anche per la profonda delusione di essere stato
tradito dalla donna. Lei ribatte che l’ama ancora, e accenna a una
lettera, che però lui rivela di non aver mai ricevuta…;
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Accade qualcosa per cui il privato, su cui stavamo scivolando, e il
pubblico si rimescolano di nuovo. Al suono delle trombe che
annunciano l’inizio della battaglia, mentre Rolando decide di non
ridursi a pugnalare quel petto che gli viene davanti, ma di condannare
Arrigo all’Infamia pubblica: esce dalla stanza e serra la porta con
chiavi e catenacci. Arrigo si sente ed è in gabbia, mentre un geniale
tamburo fa il suo ingresso a 3 prima di 33, rimarcando un conto alla
rovescia di crome con quattro battiti a battuta: «Quei prodi vanno a
salvar la Patria, ed io…». Lui, potremmo chiosare noi, è chiuso
nell’armadio come un amante pescato a fornicare. Sente l’infamia
pendere sul suo nome, e compie un atto inconsulto: dall’alto di quella
torre, gridando «Viva Italia!», la4-la3, che è la dominante: lui non
scende sulla tonica, no; si getta dal verone nel fiume, nel tentativo
estremo di raggiungere i compagni che vanno a pugnare, il cui coro
(Leitmotiv mazziniano…) s’ode in sottofondo

Storia e Storiografia II, prof. Alberto


Così si chiude il III atto, e si può ben
immaginare quali entusiasmi dovesse
suscitare
• una
«mentre da una scena
parte del genere
rimbombavano nele, secondo
gli applausi 1849.ilMa
vediamone un resoconto:
consueto, se ne domandava la replica, un energumeno esce fuori da
un palchetto al quint’ordine con urli da indemoniato ‘Bis! Bis! Fuori le
bandiere!’ e simili grida. Nel mentre che si stava alzando il sipario
questo individuo (era un ufficiale) si slaccia urlando lo squadrone e lo
getta sul proscenio. Il fanatico seguita a strillare e dietro lo squadrone
getta giù una daga che rimane infissa sul palco, poi un cappotto, poi si
strappa le spalline, e giù in pezzi anche quelle: cresce intanto il
tumulto. L’indemoniato prende una sedia e giù, poi un’altra, poi tutte
quelle che stavano sul palco e le fa volare tutte sul palcoscenico. I
carabinieri accorrono e lo arrestano, per quanto si dice, nel mentre
egli stesso, non trovando altro oggetto da gettare, si disponeva a fare
Storia e Storiografia II, prof. Alberto
un capitombolo…», Pallade (giornale romano), 5 febbraio 1849