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MASSIMO SCALIGERO

LA RAZZA
DI R O M A

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. / V intendere quale significato fondamentale debba ri­
vestire il nostro atteggiamento razzista, è sufficiente consi­
derare che se la forza della realtà rivoluzionaria tende ad un
tipo differenziato ed unitario di verità, di morale e di spiri­
tualità, essa è tale che non può non ritrovare sue radici pro­
fonde nelle forze più segrete e più pure della costituzione
psico-fisica della razza. In questo senso, aver posto, di con­
tro alle creazioni materialistiche e amorfe delle società de­
mocratiche, l’ideale di una virtù e di una interna nobiltà,
che non si improvvisano, ma che occorre saper risvegliare,
risuscitando innanzi tutto l’essenza stessa di una stirpe de­
stinata a vincere il tempo: ciò in effetto è stato sino ad
oggi, nel regime littorio, razzismo in senso reale e superiore.
Tuttavia, ai fini di una piena comprensione di que­
sto realistico indirizzo, è bene rilevare che se nell’azione
immediata il problema della razza può essere assunto sot­
to l’aspetto puramente scientifico, per quel che riguarda
l ’intima direzione di tale atteggiamento, occorre tener con­
to di essenziali motivi spirituali, etici, culturali e tradizio­
nali. Il razzismo in senso generico, infatti, comporta come
idea centrale la stretta correlazione tra sangue e spirito, tra
razza e cultura. Per questo, sin dall’inizio tale problema
IO Scaligero
ha coinciso con quello delle origini, della evoluzione e del­
la decadenza delle civiltà, mentre la tendenza a riferirsi a
dati riguardanti una razza « pura », ha ispirato e confor­
mato nuove ipotesi, nuove indagini e nuove conclusioni at­
torno ai periodi preistorici.
Si è detto dunque che esiste una razza italiana ben de­
finita per caratteri psichici e somatici, pura figlia dell’an­
tica razza romana, latina, dominatrice dell’Occidente. Per­
chè dunque l’orientamento della nostra concezione razzista
sarebbe altresì « nordico » e « ariano »?
Qui occorre rifarsi alle conclusioni ultime della palei-
nografia e della paleogeografia, cui sono giunti moderni stu­
diosi che, nel compimento delle loro indagini, hanno tenu­
to presente il fattore « razza » .in senso storico e biologico.
Alla luce di tali studi, ci appaiono in origine due raz­
ze primordiali, con caratteristiche culturali e somatiche di­
verse: l’una estendentesi dall’America del Sud all’Africa
centrale e meridionale sino all’Australia, di tipo negroide,
l’altra dall’Europa all’Asia Settentrionale e all’America del
Nord, di tipo finnico-asiatico: queste, per via d ’incroci di­
versi, avrebbero dato luogo tra l ’altro a una terza razza di
tipo superiore, la quale avrebbe ereditato le caratteristiche
migliori dei precedenti gruppi etnici, recando tuttavia con
sè qualcosa d:i spiritualmente nuovo: tale sarebbe stata la
razza « nordica » primordiale la cui sede originaria sarebbe
stata la regione artica, la Iperboride del mito ellenico, la
terra felice che, secondo Erodoto, si trovava « di là da Bo­
rea », non colpita dai venti del Nord.
Le Origini
La geologia interviene a dimostrarci come la Groenlan-
dia a quei tempi si estendesse sino a cotìegare il continen­
te americano con l ’Europa: infatti, oltre alle vestigia di una
civiltà superiore all’ esquimese, vasti giacimenti di carbon
fossile si sono ritrovati sotto ai ghiacci dei resti di questa
preistorica regione. Tali fossili sono stati identificati come
specie di una remota vegetazione tropicale: il gelo in quel
continente si sarebbe manifestato a causa dello spostamento
dell asse terrestre che alcuni seri geologi oggi ammettono,
dando altresì una giustificazione scientifica ad antichi e di­
versi miti e tradizioni, rifacentisi tutti ad un unico moti­
vo : immense terre sommerse dai ghiacci.
Le rievocazioni mitiche di un tremendo gelo o inver­
no che pervase l ’antica « meridionale » .regione artica, co­
stringendo la razza nordica primordiale ad emigrare, si ri­
trovano nelle tradizioni degli antichi Irani, dei Celti e dei
Germani. L ’unica via di scampo che si offerse alla razza
nordica fu dunque quella che si presentava come una nuo-
va regione meridionale, ossia l ’Atlantico. In concordanza
con ciò, accettata e scientificamente riprospettata l ’ipotesi
dell esistenza dell Atlantide, si dimostra che verso questo
continente si sarebbe spostato il centro della civiltà e del­
la razza nordica, per irradiarsi, dopo diversi secoli e a varie
riprese, verso oriente, ossia verso le coste Europee, e ad oc­
cidente, verso le coste Americane.
A questo punto, dove l ’etnografia ritrova una interru­
zione di decine di secoli, il linguaggio dei simboli con le
sue corrispondenze e le variazioni secondo il mito, gli al­
fabeti, la ideografia arcaica e le sopravvivenze di costumi
12 Massimo Scaligero

e di riti, aiuta taluni studiosi, come il Wirth e il Dacqué,


a ricostruire l ’itinerario percorso dalla razza nordica e
« nordico-atlantica » attraverso il mondo, in diverse emi­
grazioni.
M a anche non tenendo conto di tali dati ideografici e
simbolici, se si vuole dare un’origine al più antico tipo su­
periore di umanità europeo-mediterranea, i Cro-Magnon,
si presenta opportuna l’ipotesi della immigrazione nordico-
atlantica — ipotesi che, mentre coopera a formare una con­
cezione unitaria della originairia razza autrice della civiltà
occidentale, non vuole con questa costituire una pregiudi­
ziale di carattere « nordico », in senso geografico o etnico, a
quella razza bianca ariana che con sue inconfondibili ca­
ratteristiche, con suoi elementi spirituali e guerrieri, dette
anima e vita alle grandi civiltà mediterranee ed orientali.
A d avvalorare l’ipotesi della venuta dei Cro-Magnon
nell’Europa, oltre al fatto della impossibilità che essi fos­
sero il .risultato di una evoluzione delle precedenti inferio­
ri razze musteriane, si presentano altri due elementi.: an­
zitutto, che le loro tracce e le loro derivazioni etniche si
ritrovano particolarmente nelle zone atlantico-occidentali
dell’Europa e della stessa Africa e nel Mediterraneo, quasi
come per una ondata emigratoria penetrata attraverso le
« Colonne d’Èrcole » : in secondo luogo, che essi fanno la
loro apparizione in Europa mentre le precedenti razze di
tipo inferiore stanno per declinare, onde finiscono col sog­
giogarle, mescolandosi con esse, allorché circostanze favore­
voli lo rendano possibile.
Resta ferma pertanto la ipotesi della provenienza a-
La razza di Roma
*3

tlantica di un antichissimo popolo portatore di sapienza e


di civiltà, che occupa l ’Europa e le zone atlantiche dell’A ­
frica. T ale ipotesi, mentre spiega il mistero delle nuove
razze del paleolitico, nonché l ’affinità positivamente riscon­
trata tra i Cro-Magnon e le razze atlantico-esquimesi, dato
che la zona artica sarebbe un frammento del continente a-
tlantico-iperboreo scomparso; d ’altro canto non può dare la
certezza assoluta che gli originari atlantici fossero i primi
civilizzatori del mondo, nè l’autentica razza superiore, ori­
ginaria. Se si vuole trarre ogni conclusione dal mito e dal
simbolo, noi ricorderemo che il mito dell’Atlantide accusa
in sostanza la fuga di un popolo dietro un tremendo scon­
volgimento della natura che, in senso analogico e metafi­
sico, significa « colpa », 1« caduta », « punizione ». Si tratta
di una razza decaduta, che ha perduto i poteri originari, per­
chè colpita da quelle forze extra-umane che la vollero un
tempo grande e dominatrice. Resterebbe tuttavia attendi­
bile, in ordine a ciò, la sopravvivenza di elementi superiori
che furono capaci di resistere a tale caduta e di emigrare in
altri paesi per dare impulso a civiltà nuove.
Anche se si riesce a dimostrare che i Cro-Magnon fu ­
rono veramente gli iniziatori della civiltà mediterranea, ciò
non presenta un valore definitivo riguardo alla formazione
di tale civiltà che, come vedremo, visse del contrasto di due
razze fondamentali, di due modi di concepire la vita, di due
religioni, ambedue superiori e già evolute nell’epoca in cui
si scontrarono e per cui non si può dire che l’una fosse su­
periore all’altra, ma di cui si può affermare che l ’armonica
fusione di ambedue, dopo un drammatico, secolare contra-

Massimo Scaligero

sto, dette origine alla storica civiltà occidentale e al ciclo e-


pico di Roma.
U n motivo generalmente accettato anche da studiosi
non mossi nella indagine da una intenzione razzista, è quel­
lo riguardante la mobilità trasmigratrice di tale razza che
poi, mescolandosi con elementi aborigeni nell’Africa set­
tentrionale, in Europa e in Asia, dà luogo all’ Egizio-me-
diterraneo, all’ Homo Europaeus, all’ Indoeuropeo, alle lo­
ro diramazioni arie e indo-ariane, ossia alle razze per ec­
cellenza costruttrici di civiltà. Quel che si è potuto ricostrui­
re della loro religione riporta principalmente al culto « so­
lare » : la luce del sole appariva loro come una manifesta­
zione divina, continuamente portatrice di una nuova vita e
l’anno' rappresentava il ciclo dello svolgersi di questo rit­
mico rinascere, attraverso una serie di simboli corrispon-
uenti ai segni dello Zodiaco. Così, a partire dalla loro su,
ria, il carattere solare distinguerà la cultura della razza bian­
ca più evoluta, mentre, in senso simbolico, il termine
« solare » si applicherà a ciò che, anche manifestamente,
sarà regale, olimpico, costruttivo. Se il culto del sole si ri­
troverà talora anche in razze e in popoli non ariani, esso
non costituirà tuttavia una simbologia predominante e sa­
rà sempre possibile stabilire una distinzione dr essenza del
culto in quanto potrà presentare sia un carattere naturali­
stico, come adorazione di una forza della natura, sia un ca­
rattere trascendente, come venerazione di una forza sovran­
naturale di cui il sole « fisico » è assunto come simbolo.
Occorre tener presente la caratteristica delle razze di
tipo '« solare » perchè queste si scontreranno e finiranno con
La razza d i Roma
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l'amalgamarsi con razze di culto, di mentalità e di tipo so­
matico opposti: le razze dal culto « lunare ». Queste due
contrastanti spiritualità ci permetteranno di seguire attra­
verso i secoli il destino di due gruppi etnici fondamentali
che sotto molti punti di vista risultando complementari,
accuseranno un dualismo che è da considerare come la frat­
tura di una unità originaria, della superiore razza dei pri­
mordi.
In un certo senso a noi sembra dall’immane dramma
della preistoria che la vicenda della razza bianca superiore
originaria sia analoga a quella dell’androgine, dell’Adam-
Eva, del maschio-femmina originario, che, perduta la sua
unità, dà luogo a due esseri diversi ed avversi, ma comple­
mentari, continuamente lottanti per riconquistare la sintesi
iniziale. La scissione dei due poteri, regale e sacerdotale,
genera due nuovi tipi di civiltà cui rispondono due tipi di
razza la cui caratteristica essenziale consisterà nella diversi­
tà del rapporto tra i due poteri: quella per cui la regalità
guerriera subordina a sè la vicenda sacerdotale e quella per
cui l ’autorità sacerdotale ha il dominio assoluto della cosa
pubblica. Come vedremo, un simile dualismo sarà alla ba­
se di tutte le grandi lotte di razze, tra «¿viltà « uranica »
e civiltà « tellurica », tra diritto paterno e diritto materno,
tra Nordici e Pelasgi, tra adoratori del cielo e del fuoco e
cultori della terra e deH’acqua: la sintesi di un tale duali­
smo costituirà il motivo creatore della civiltà ellenica e, in
forma compiuta, della civiltà di Roma.
T u tte le volte, dunque, che ci si riferirà a una Tradi­
zione solare dei primordi, si vorrà alludere a quella unità
16 Massimo Scaligero

sacrale-regale che l ’Atlantide stessa ebbe in retaggio dalla


razza emigrata dalla regione artica, ossia da una razza che
ancora più profondamente conosceva il rapporto tra mon­
do fisico e mondo meta-fisico, onde alcuni etnografi, anco­
ra prima delle ricerche del Wirth basate in parte sulle sco­
perte degli esploratori polari Jennes, Rasmussen e Therkel
e su una serie di segni simbolici e ideografici ritrovati nel­
l’Europa nordica, già ritenevano che l ’Atlantide avesse a-
vuto relazione con la misteriosa « Terra degli Iperborei »,
santuario dei culti apollinei e delle remote tradizioni or­
fiche.
A d intendere in pieno il senso di questa origine su­
periore dell’umanità bianca, dovuta a un possesso di forze
extra-terrene proprio alla razza artica primordiale, conna­
turato nel suo sangue e nella sua vita, così che soltanto
quando si renderanno attuali le medesime condizioni di spi­
rito e realtà, di ideale e di materiale, l’ uomo attingérà con
il ciclo ellenico e soprattutto con quello romano le più alte
condizioni d’esistenza, occorre tenere presente l’azione se­
greta di una tradizione di sapienza e di eroicità che gli stes­
si Atlantidi ebbero in retaggio da una razza effettivamente
superiore che con essi andò a mescolarsi.
In questo senso, secondo il Guénon, occorre distingue­
re la Tuie afllantea — luogo di origine dei Toltechi, che
probabilmente faceva parte dell’Atlantide settentrionale —
dalla T u ie iperborea la quale in sostanza è da riconoscere co­
me la sede della razza superiore, il centro supremo dell’u-
manità, 1’ « isola sacra » per eccellenza. Questo mistero dei-
l’origine artica che il Guénon e l’Evola affrontano e neon-
La razza di Roma
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nettono a una serie di miti arcaici ri£erenfasi ad un unico
motivo trascendente, si esprime nel simbolismo polare ri-
guardante l’ Agartha, il centro spirituale del mondo. Così
la « montagna polare » che è simbolicamente rappresentata
da una montagna bianca, come la terra originaria Aztlan
nelle tradizioni americane e la T u le iperborea, di là dal suo
significato letterale, conservando quello di centro simbolico
di influenze spirituali, è analoga all’Alborj dei Persiani, al
monte K a f degli Arabi, all’Olimpo dei Greci e al Monsal-
vato della leggenda del Graal.
E ’ la remota regione d’origine di una umanità spiri­
tualmente dotata, sapiente e forte, iniziata alle cose divine.
E ’ probabile che essa riuscisse a modificare profondamente
il costume di vita degli Atlaintidi ed influisse sulla forma­
zione del suo sistema sacerdotale e guerriero. La razza che
ne deriva si può senz’altro chiamare nordico-atlantica; tut­
tavia non si può precisare se nelle emigrazioni coloro che
presero la via del nord e quelli che presero la via del sud,
e analogamente quelli che ripresero la tradizione guerriera
e quelli che detennero il retaggio sacerdotale, rappresentas­
sero una scissione già esistente alla vigilia della caduta del
mondo atdantideo. Rimane tuttavia indiscutibile che soltan­
to in un’epoca già lontana da quella delle origini, la sede
della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, è
potuta divenire sia orientale che occidentale. A lla stessa
maniera il mito artico e la tradizione polare, presentandoci
l ’originaria sede nordica come il simbolo di un centro spi­
rituale del mondo, che non ha valore spaziale e geografico,
ma semplicemente di perenne potenzialità dell’ Impero —

2. La Razza di Roma
i8 Massimo Scaligero

che diversi millenni appresso, divenendo attuale, fece d,i


Roma un centro fatidico dell’umanità — non autorizzano
a costituire una pregiudiziale nordica o atlantica della raz­
za, se non a condizione di travisare il senso intimo di tale
mito e di tale tradizione.
H dualismo e la sintesi dei due culti presenta, sotto
questo riguardo, un più decisivo significato. Gli Atlantidi
del lago Tniltonide (Atlante marocchino) adoravano, secon­
do Erodoto, il Sole e la Luna come divinità supreme, Po­
si done come loro primo capo e così le divinità dell’Oceano
e del lago Tritonide. Il simbolismo unitario del sole e del­
la luna, che ritroveremo a designare le due forme di spi­
ritualità, quella dell’azione e quella della contemplazione,
è una espressione dell’equilibrio terrestre-celeste, della ri­
spondenza tra umano e divino che caratterizza l'unità cen­
trale dell’Agartha, del centro imperiale del mondo: il du­
plice simbolo che Guénon ritrova unificato nella figura di
Janus e rappresentato dalle chiavi d’oro e d’argento — me­
talli che nella tradizione alchimica corrispondono al sole e
alla lima, così come alla regalità e alla sacralità — ci sem­
bra evidente in quelle tradizioni che, riportando il mito di
Ercole recatosi nei paesi atlantei a ricercare le origini della
più alta civiltà, fanno delle sue k< colonne » non una sem­
plice metafora geografica, ma una realtà architettonica il cui
valore è tuttavia simbolico. La statua dell’eroe era fiancheg­
giata da due alte colonne, sulle quali ardevano due fuochi
perenni, l ’uno consacrato al Sole, l ’altro ai venti e alle tem­
peste, ossia a una forza celeste e a forze della natura agitata
e acquea, a una divinità uranica e a divinità di tipo tellurico.
La razza di Roma
19

Comunque, la scissione dei due poteri che rompe l’ar­


monia unitaria, concezione del potere della razza superiore,
è correlativa alla caduta dell’Atlantide e alle secolari diver­
se emigrazioni sia ad Oriente che ad Occidente. La Tradi­
zione dà luogo così a due tradizioni minori, ma fondamen­
tali e costruttive, che, per secoli e secoli, attraverso immi­
grazioni e conseguenti mescolanze di .razze, animano nuovi
cicli storici, epiche nuove e civiltà, in cui tuttavia perma­
ne l’eco mitica della remota, identica origine. Così, allor­
ché antichissime leggende gaeliche alludono alla razza « di­
vina » dei Tuatha che dalla misteriosa terra atlantica o
nordica-atlantica dell’Avdllon, ove sono i « pomi aurei »,
sarebbero venuti in Irlanda, distruggendovi le razze infe­
riori che vi abitavano, viene fatto di pensare a un ricordo
dell’arrivo dei Cro-Magnon e delle loro lotte con gli Abo­
rigeni discendenti probabilmente dall’animalesco uomo mu-
steriano.
Numerose leggende concernenti un analogo tema si
possono ritrovare nel patrimonio mitologico e tradizionale
dei popoli dell’Europa e dell’Africa occidentale. In questo
senso, le ricerche del Frobenius nelle nostre colonie hanno
contribuito non poco a chiarire il problema delle immigra­
zioni atlantidee. Egli ha cominciato col .ritrovare sulle co­
ste atlantiche dall’Africa le tracce di una remota civiltà i
cui echi si ritrovano nei miti dei ceppi dei V ai Yoba, so­
prattutto nella .immagine del dio atlantico Olukun, che ri­
sponde esattamente a quella di Poseidone che nella storia
platonica .risulta la massima divinità dell’ Atlantide. Una
razza portatrice di una civiltà fortemente organizzata, se-
20_ Massimo Scaligero

condo il Frobenius, sarebbe partita da quella regione, per


raggiungere la Titrenide, il Mediterraneo e l ’Egitto, ovun­
que lasciando traccia in simboli, in miti e forme di culto.
Inoltre in diversi miti indoeuropei e mediterranei sus­
sistono rii ricordo e la nostalgia di una misteriosa regione
occidentale: « di là dal fiume Oceano » si trova il giardino
delle Esperidi, ove Eracle coglie i frutti d ’immortalità: oc­
cidentali sono, secondo gli Elleni, le « isole degli eroi », e
verso occidente si reca l ’eroe caldeo Gilgamesh a cogliere
la pianta della vita perenne; così dall’Occidente sarebbe ve­
nuto in Egitto il re divino Oro con i suoi seguaci e nel­
l’Occidente le tradizioni egiziane pongono il suo aspetto mi­
tico di « re della terra del Trionfo »; e verso l’atlantica Mag-
Mell, la « pianura delle delizie », sono attratti gli eroi cel­
tici. In tutto ciò molto probabilmente si cela il ricordo oscu­
ro della patria preistorica originaria, la nostalgia delle ori­
gini fra i discendenti della razza atlantica, divisi ormai nei
due gruppi, nordico e meridionale, indoeuropeo e mediter­
raneo.
Dal punto di vista etnografico, occorre dire che i ca­
ratteri particolari della razza portatrice del bronzo — cra­
nio dolicomorfo, naso pronunciato, mani piccole — si ri­
scontrano tra i Berberi, gli Egiziani, gli Etruschi, gli A y ­
marás, i Baschi e i Guanci. In oltre i popoli del vecchio
continente che tengono a dirsi discendenti della razza rossa
atlantidea, sono gli Egiziani, i Baschi, gli Etruschi e i Cal­
dei. In Europa, secondo il Manzi, esiste una evidente pa­
rentela tra i Baschi, i Corsi ed i Guanci abitatori delle an­
tiche « isole fortunate » : essi sono, tutti dolicocefali. E ad
La razza di Roma 21

avvalorare l’ipotesi di una comune origine atlantidea, sta il


fatto che consimili caratteristiche fisiche si riscontrano in
alcuni ceppi naturali americani: particolarmente il cranio
allungato e la tinta rossigna.
I « rossi » Adantidi erano nell’antichità considerati la
razza dei maestri, la razza di origine divina: ciò spiega
perchè in Egitto, nelle Indie e nella Caldea furono impera­
tori e capi, per diversi secoli, coloro che si ritenevano di­
scendenti degli uomini rossi, dei figli di quella stirpe solare
che aveva diffuso nel mondo la sapienza e la civiltà. A na­
logamente, i Baschi, gli Etruschi e gli Iberi tenevano alla
discendenza dalla stirpe rossa, mentre in Caldea e in A ra­
bia molte popolazioni vantavano come capostipite A d, l’uo-
ro rosso. Così dal linguaggio dei bassorilievi egiziani risul­
ta che esistevano sulla terra quattro principali razze uma­
ne: i rossi, i bianchi, i gialli e i neri. Gli Egiziani chiama­
vano se stessi i rossi, in quanto ritenevano superiore la raz­
za di tale colore. E con l ’andare del tempo, essendo del
tutto scomparsa simile razza, gli imperatori e i re assunsero
come insegna la porpora, a voler significare nel simbolo del
colore la regalità della discendenza dalla divina razza solare.
La parentela tra i rossi d’America e i rossi d’Europa
è evidente soprattutto nella somiglianza degli Egiziani e
dei popoli di analogo ceppo, come d Fenici, i Rumero-Ac-
cadi e gli Etruschi, con i Peruviani, i Maya del Yucatan e
i Messicani, i quali per la forma del cranio, per le consue­
tudini, per le concezioni architettoniche, mistiche e meta­
fisiche, appaiono tipici rappresentanti dell’arcaica razza ros­
sa e dànno la precisa sensazione di un progenitore comu-
22 Massimo Scaligero

ne, che, secondo il mito, deve ricercarsi nella regione di


Aztlan, o Atlantide, l ’isola misteriosa sommersa dal mare.
E ’ qui interessante constatare l'analogia del mito del
diluvio nel vecchio continente e nel nuovo. Oltre al ricor­
do biblico e alla narrazione platonica della vicenda atlan-
tidea, nell’Edda scandinava si parla di un diluvio per il
quale « la terra sprofondò nell’Oceano » e solo un uomo,
H yrm , con la sua famiglia riuscì a salvarsi sopra una nave.
Così tra le popolazioni indiane deh’America ricorre, con
varianti semplicemente dialettiche, la storia mitica di un
diluvio che segna la fine del continente atlanteo: una de­
scrizione particolareggiata dell’immane cataclisma si ritrova
nell’atzeco Codex Chimalpopoca; nè meno interessanti so­
no quelle del libro sacro Maya, scritto or sono 3400 anni,,
e del PopoUVuh, il « Libro sacro » dei misteriosi Quichi
del Guatemala, nel quale si parla del Dio Ourakan. Per­
ciò Montezuma ricorda a Cortez: « Non sono nati qui i
nostri padri: essi sono venuti da una .regione lontana che
ha nome Aztlan, ove si erge un'alta montagna con un giar­
dino abitato dagli Dei ». Analogamente, secondo il ricordo
mitico, il dio messicano Quetzalcoad proveniva da una lon­
tana terra orientale.
Tenendo conto dello sviluppo della cultura che si at­
tribuiva alla razza atlantica, non si può peraltro non in­
tendere secondo un senso affine il contenuto di quei ricordi
dell’antichità classica mediterranea, secondo cui, in concor­
danza con alcuni dati tradizionali riferiti a Cortez da M on­
tezuma, gli Atlanti coloni dell’Atlante Berbero sarebbero
stati i primi grandi geografi ed astronomi dell’Occidente
La rana di Roma 23

preistorico. Analogie del mito americano e del mito euro­


peo-meridionale, e similarità di civilizzazione tra America
primitiva ed Egitto, confermano la comune origine di raz­
ze che già avevano costituito un’unica razza. E’ interes­
sante a questo proposito ricordare che diversi miti ellenici,
come quello di Tantalo e quello di Atlante, la storia delle
meduse e quella di Deucalione, erano noti alla popolazione
dei Chippewayames, alla stessa maniera che Giove e i suoi
fulmini erano venerati presso i Messicani.
Ma l’analogia più decisiva è quella tra la religione pe­
ruviana e la religione egiziana, sia per quel che riguarda il
patrimonio metafìsico, sia per il rituale religioso: il calen­
dario maya era simile al calendario caldeo, e identica era
la cronologia maya; inoltre, nel Perù, come nell’Egitto, il
complesso dei riti, dal battesimo alla confessione, dal matri­
monio alla comunione con pani consacrati, dall’imbalsama­
zione dei defunti alla benedizione con la croce, era identico
per ambedue le civiltà. Oltre poi alla somiglianza delle con­
cezioni estetiche ed architettoniche, per cui i monumenti
egiziani sono simili a quelli peruviani e si riscontra la stes­
sa orientazione rituale degli edifici religiosi; ormai è ac­
quisito all’archeologia moderna che una religione « solare »,
per la quale il sole viene assunto come espressione di una
potenza metafisica, con analoghi rito e collegi sacerdotali,
con templi di pietre massicce placcate in oro — simbolo
terrestre del sole — con la stessa sapienza esoterica, epperò
con miti e simboli comuni, svolge un suo imponente ciclo
sia dal Messico al Perù, che dall’Atlante berbero all’Egitto
24 Massimo Scaligero

e alla Caldea, su una direzione lungo la quale si ritrovano


dolmen, tumuli e piramidi.
La Eliopoli egizia, la città solare, si ritrova con iden­
tiche linee architettoniche, con lo stesso fasto e con la stessa
simbologia, nel Messico e nel Perù. Così il simbolismo della
croce s’incontra con analoghi motivi e significati lungo il
percorso dei portatori del bronzo, sulla strada degli Atlanti,
nella terra delle piramidi. Simbolo solare per eccellenza, si
ritrova la croce ansata, il Tau mistico, adombrante la sag­
gezza occulta, sia presso gli Egiziani, che presso i Caldei, i
Fenici, i Messicani e i Peruviani: così la croce, con le sue
varianti, sino alla croce swastika che esprime il mistero so­
lare, la forza di colui che stando al centro domina la ruota,
rispondente al « motore immobile » della Tradiazione Occi­
dentale ed al Chakravarti della tradizione indù, conferma
la persistenza e la unità di una Tradizione solare di origine
nordico-atlantica, di cui gli Egizi ereditano la sapienza sa­
cerdotale, come gl’indoeuropei erediteranno lo spirito guer­
riero, entrambi recando tuttavia con sè un elemento « tra­
scendente », ariano.
In Egitto, infatti, sono ricordate remote migrazioni di
una razza proveniente dalle misteriose terre occidentali —
migrazioni che probabilmente risalgono al periodo che i sa­
cerdoti di Sais chiamavano del cataclisma della terra. Ciò
fa pensare a una mescolanza degli Atlanticoniperborei con
aborigeni dell’Africa settentrionale, per cui qualche studio­
so, come il Perrone, crede di poter ritrovare la fusione del
culto degli aborigeni Libi della pietra tagliata, con quello
« solare » degli invasori portatori del rame. Forse a una
La razza di Roma
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tale vicenda è da riferire il senso dell’ iscrizione scoperta


dallo Schliemann a Micene: «« Misar, dal quale discendono
gli Egizi, era figlio di Thot, dio della storia, che, innamo­
ratosi di una figlia di re Chronos, fuggi in Egitto, costrusse
il tempio di Sais e insegnò la sapienza del paese natio ».
Ritroveremo Thot, o la « Sapienza suprema », chiamato E r­
mete Trimegisto, nel Poimandres, classico testo della T ra­
dizione occidentale. D ’altro canto, tra le molte testimonian­
ze è significativa la descrizione — contenuta in uno dei
più antichi papiri, risalente alla Terza Dinastia, 4 5 7 1 a. C.
-1 - della spedizione occidentale ordinata da Faraone per ri­
cercare la terra d'Atlante, donde 350 0 anni prima i proge­
nitori degli Egizi erano arrivati, recando sapienza e civiltà.
Molti paletnologi concordano nel riconoscere che a una
certa epoca — tra i 10.000 e i 6.000 anni a. C. — presso
le popolazioni dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’A ­
merica comparvero conquistatori stranieri, navigatori, su­
periori sia sotto l’aspetto della razza che sotto quello della
cultura, maestri del bronzo e professanti il culto del sole.
Questa religione « solare » di cui gli Spagnoli ritrovarono
templi e sacerdoti allorché sbarcarono nel Messico e nel Pe­
rù, si riscontra non soltanto nella Caldea e nell’ Egitto, ma
anche nel Mediterraneo e nell’Europa del Nord; così come
nell’Iran e nell’India si sono ritrovati emblemi del sole, di­
schi e croci.
Riferiamo questi dati in forma sommaria, ma obietti­
va, acciocché chi voglia tram e qualche conclusione si possa
regolare tenendo conto che anche le remote civiltà della
Caldea e dell’ Egitto, che da qualche etnografo sono state
26 Massimo Scaligero

considerate come estranee alla civilizzazione atlantico-euro-


pea, ci tramandano simboli e segni ideografici del sole. A i
fini del presente saggio non è necessaria una indagine volta
a dimostrare il dominio spirituale esercitato dalla civiltà
egizia sul remoto Mediterraneo, molti secoli prima che si
sviluppasse l’ influsso di popoli semitici; tuttavia, chi vo-
lesse approfondire il mistero delle origini della civiltà egea
non potrebbe non tenerne conto, anche per intendere
come remoti elementi sacri egizi e persiani si compene-
trino con il nucleo spirituale della tradizione mediterranea,
di là dall’influsso dei Fenici irrilevante dal punto di vista
etnico, e giungano altresì a modellare lo spirito anti-mistico
degli Indo-europei che sopraggiungeranno.
C i . basti tuttavia far notare che FEgittismo contiene
elementi metafisici che si ritrovano nel Vedismo cui si rap­
portano la cultura e la razza ariane. Ambedue sono reli­
gioni « solari » : Thot, il capo dei Gipti, diffonde, secondo
la tradizione, il culto solare nell’antico Egitto, riferendolo
ad Ammon-Ra, o Amun-Ra, cioè il « sole nascosto », che
fu il Dio solare di Tebe. Questa vicenda delle religioni
solari potrebbe rischiarare alcuni punti ancora oscuri della
vicenda originaria delle razze e soprattutto giovare a stabi­
lire alla base della civiltà ariana i possenti sistemi metafi­
sici dell’Egittismo e del Vedismo, i cui gruppi etnici cor­
rispondenti furono in perenne contrasto con i gruppi se­
mitici. Risulterebbe chiara allora tra i popoli migliori che
costruiscono civiltà e imperi tra l ’Europa, il Mediterraneo,
l’Africa Settentrionale e l’Asia, l’ azione ispiratrice di un
elemento superiore di origine occidentale, atlantica, che
La razza di Roma 27

prenderà il nome di « ariano » e a cui in un secondo tempo


attingeranno anche le razze nordiche, ma di cui il primo e
vigile custode è l’Egitto. Come vedremo, quel che di me­
glio recò in sè la religione d’Israele non fu un patrimonio
originale, ma una derivazione della sapienza egizia e per-
siana, dovuta ai contatti avuti in un primo tempo con gli
Egizi, e, in un secondo tempo, per quel che riguarda la
formazione delle scuole ascetiche fariseiche ed esseniche, con
gli Assiri, con i Caldei e con i Persiani, allorché ne subi­
rono la dominazione.
Occorre inoltre ricordare a quanti sostengono l’impor­
tazione « nordica » della cultura e della civiltà nella Gre­
cia dovuta al sopraggiungere dei Dori in quelle regioni, che
mentre riguardo all’ Egitto e alle regioni situate presso il
Mediterraneo orientale erano venuti alla luce documenti sto­
rici decisivi e monumenti di alto significato che erano al­
trettanti sicuri punti di partenza per risalire alle origini di'
quei popoli sin oltre quattro mila anni prima dell’Era V o l­
gare, per la Grecia invece non si riusciva a discernere la con­
figurazione storica ed etnica di là dagli otto o i nove secoli
avanti Cristo. Soltanto allorché nel 1 8 7 1 lo Schliemann,
iniziate le sue ricerche a Troia, nella zona presso l ’Ellespon-
to, dopo qualche tempo scopriva a Micene, ad Orcomeno in
Beozia e a Tirinto nell’Argolide, significativi monumenti e
avanzi di quella civiltà protoellenica che assunse poi il no­
me di « micenea », cominciò a delinearsi l’ipotesi che la ci­
viltà e la religione dei Greci non fossero una semplice evo-^
luzione di ciò che gli Elleni avevano recato immigrando in;
28 Massimo Scaligero

quelle regioni, ma il risultato di una fusione con elementi


aborigeni e dell’influsso spirituale di questi.
Infatti, attraverso sempre più precise ricerche, la civil­
tà micenea cominciò a rivelare caratteristiche di evoluzione
etnica, etica ed artistica, molto superiore a quelle dei Dori
che poi sopraggiunsero. E allorché si presentò il nuovo pro­
blema riguardante i motivi delle origini e della caduta di
quella civiltà, molto a proposito vennero gli straordinari rin­
venimenti archeologici e antropologici fatti a Creta. Que­
st’isola risultò veramente essere stata un centro di civiltà e
di potenza marinara, così come Aristotile aveva ravvisato,
tenendo conto della sua posizione naturale: al suo ciclo, di
cui sarebbe stato iniziatore il re Minosse, fu riconosciuta
una grande funzione mediterranea, come tramite fra le an­
tichissime civiltà dell’ Egitto e la Grecia e 1’ Europa meri­
dionale. Quanto al tipo di civiltà del periodo « minoico-
miceneo », questa ci appare come depositaria di una tradi­
zione spirituale cui fa riscontro la conformazione etnica do-
licocefala, con rapporti profondamente significativi con l’ E ­
gitto preistorico, ossia con la prima civiltà mediterranea che
riprenda il retaggio occidentale, atlantico. E ’ sufficiente per­
ciò rilevare i rapporti dell' Egitto con i Cretesi, per capire
le origini della civiltà mediterranea e la « solarità » della
sua tradizione.
Data la potenza marinara cretese, ci si spiega perchè
i rapporti con l’Egitto, già fiorenti nell’epoca neolitica, di­
venissero sempre più saldi in seguito, come risulta dalla
menzione che fanno dei Cretesi le iscrizioni egizie delle pri­
me dinastie e dal ritrovamento di oggetti egiziani nei pa-
La razza di Roma 29

lazzi di Creta e di prodotti dell’industria cretese o di ripro­


duzione di essi nelle tombe egiziane: elementi, questi, che
peraltro giovano a stabilire con sicurezza alcuni sincronismi
essenziali, i quali rendono possibile di capire lo sviluppo del
ciclo mediterraneo che è all’origine dell’ellenismo e di quel­
la romanità che lo riassumerà in pieno. Mentre l’antropo­
logia ha potuto stabilire le caratteristiche etniche dell’uomo
civile del periodo minoico-miceneo che presenta il cranio
dolicomorfo e armonicamente modellato, l ’archeologia ha
potuto rilevare come l’architettura, l’arte e l’industria si svi­
luppano in Creta stupendamente dietro l’influsso e l’inse­
gnamento degli Egizi. Ora è fondamentale rilevare che tale
influsso e tale insegnamento che daranno l’impronta a tutta
la civiltà egea, mediterranea, ossia a quella il cui retaggio
verrà ripreso da Roma attraverso gli Etruschi-Pelasgi, han­
no luogo nel periodo del puro Egittismo, sin dalla Seconda
Dinastia, nello splendore dell’epoca menfitica, ovvero pri­
ma della inquinazione semitica dovuta alla dominazione dei
barbari Hycsos. Ciò significa che la comunione civilizzatri­
ce egizio-cretese, basilare per lo sviluppo della cultura egea,
avviene nel periodo in cui l’Egitto presenta tutti i carat­
teri della Tradizione solare recata dalla razza rossa, forte,
sapiente, divina, che proveniva dal misterioso Occidente.
Tutta la critica storica sino ad oggi ha considerato la
civiltà egiziana alla stessa stregua delle antiche culture e
razze semitico-asiatiche, caratterizzate da culti oscuri della
terra e dell’acqua e da un misticismo sensuale esprimentesi
in riti orgiastici che denotavano un limitato senso del di­
vino e dell’eroico. Quasi tutti i popoli dell’arcaico Mediter-
3° Massimo Scaligero

raneo professarono una religione ctonica, o tellurica, ma nes­


suno uguagliò :i Caldei e i Fenici nell’estatismo sessuale, nei
riti relativi e nelle variazioni della prostituzione sacra e
pubblica, in un’epoca in cui anche le donne illibate dove­
vano almeno una volta pagare il tributo alla dea dell’Am o­
re concedendosi allo straniero che si trovava a passare. Ora,
se gli Egiziani presentano tracce di uno ctonismo primiti­
vo — che è naturalmente da riferire a una sopravvivenza
dei costumi degli aborigeni negroidi sottomessi dai soprav­
venuti Atlantidi — è pur vero che quando la contamina­
zione asiatico-semitica penetra in Egitto, prima con gli
Hycsos e poi con i Siriani, anche là si assiste a processioni
falliche e alla prostituzione sacra delle recluse di Amone,
ma la coscienza del « sacro » predomina e impedisce che si
verifichino eccessi come nei paesi dell’Eufrate e dell’Oronte.
Noi ci rendiamo conto, insieme con Bachofen, con Pi-
ganiol e con Evola, della insufficienza metafisica delle razze
professanti i culti ctonici, tellurici, a fondo orgiastico, la cui
controparte politica si ritrova nei grandi regimi matriarcali
pre-romani. Tuttavia crediamo opportuno precisare che lo
ctonismo fu un costume essenzialmente semitico, ossia di
quelle razze e di quei popoli cui gli Egiziani del periodo
eroico e imperiale furono fieramente avversi. Ora, proprio
gli Egiziani di tale epoca sono i progenitori delle remote
razza e civiltà mediterranee, che fioriscono in Creta e a Mi-
cene. E simultaneamente riconosciamo che ogni qual volta
nell’antichità popoli altamente civili presentano segni di
ctonismo accusano sintomi di decadenza. Ciò è verificabile
osservando come, oltre all’Assiria e a Babilonia, anche l ’Asia
La razza di Roma

Mmore col Priapo frigio e la Grecia praticano largamente


le ctomsmo che degenera nella corruzione dei costumi. In­
fatti l’Ellade accoglie nel suo periodo aureo le Afroditi asia­
tiche. le Artemisie e il Dioniso Trace; così gli Hermes la­
scivi e i misteri eleusini sono documenti di ctomsmo pe­
netrato nell’ anima stessa del popolo greco. Considerazioni
del genere valgono anche per antiche popolazioni nordiche,
come i Germani che adoravano il Dio Phallus e il cui Mo­
nismo non è un segno di involuzione di una precedente ci­
viltà, ma di un primitivismo naturalistico.
N ell Egitto presemitico non si ritrovano dunque se non
tracce di uno ctonismo moderato cui invece fa riscontro, in
vasta misura, la religione rituale del cielo e del sole, che è
segno di una superiore visione del cosmo. E ’ in errore chi
crede ritrovare affinità etniche o religiose o politiche tra Egi­
ziani e Semiti, a meno che non si voglia alludere alle epo­
che storiche in cui la civiltà egizia, proprio dietro contatti
semitici, è in piena decadenza, avendo avuto tuttavia di­
versi millenni di splendore etico, guerriero, politico e spi­
rituale. E da notare inoltre che la Bibbia è un libro scritto
in opposizione alla civiltà egizia, della quale gli Ebrei non
serbano un buon ricordo dopo l’esodo. Essi invece rappor
tano i loro miti alla religione e alla civiltà caldea, con i quali
sono legati da motivi di maggiore affinità. D ’altra parte,
prima di Cristo, mentre l’Egittismo conta oltre diecimila
anni di vita, 1’ Ebraismo ne ha appena duemila: l ’origine
della civiltà egizia è troppo remota per prestarsi al giuoco
degli Ebrei e alle loro leggende dell’origine di Adamo e
della sopravvivenza di N oè al diluvio, che la Caldea offre
32 Massimo Scaligero

invece con il mito diluviano e con la possibilità di sostitu­


zione di Noè all’eroe Gilgamesch. Tuttavia essi attingono
principii e riti alla religione egizia, facendoli poi passare per
propri. Ogni espressione metafisica e culturale degli Ebrei
è il risultato di una usurpazione. Nell’arte essi non raggiun­
gono mai sommità: di temperamento pratico e utilitario,
calcolatori dediti esclusivamente ai commerci, non com­
prendono il valore dell’arte e il loro tanto magnificato tem­
pio di Salomone non è che una rapsodia architettonica fra
le maestose opere d’arte degli Egiziani con i quali hanno
avuto contatto.
I Cretesi dunque ereditano la sapienza tradizionale, at­
traverso i contatti spirituali, politici e pratici, dalla civiltà
egizia, alle cui origini non si ritrova la barbarie semitica,
ma una spiritualità « solare » che non si esprime in virtù
guerriere, ma in organicità sacerdotale. Sembrerebbe questa
un’antinomia se non si tenesse conto della separazione del­
l’unità originaria della razza solare nelle sue tradizioni, sa­
cerdotale e regale, le quali esprimono 1’ aspetto dualistico
della Tradizione che si ricostituirà con l’avvento di Roma.
Nello Zeus cretese che rappresenta la fusione di un dio in­
digeno e del suo mito con lo Zeus ellenico, noi ritroviamo
l’aspetto celeste, olimpico, della remota Tradizione portata
dalla razza del sole, atlantico-egizia. Il rapporto chiarifica
il concetto •« ariano » di Zeus, dio indo-iranico del cielo il
cui nome si ritrova nei Veda come Dyaus. T ale suo carat­
tere originario si ritrova anche nel culto greco, in quanto
viene adorato sulle cime dei monti ed è associato alla piog­
gia, alle nubi, alle tempeste e al lampo, così che i fenomeni
La razza di Roma
33

dell’aria e del cielo che servono alle divinazioni sono con­


siderati come sue manifestazioni. Evidentemente egli è dun­
que un dio celeste. D ’altro canto, una sede antica e fa­
mosa di Zeus era Dodona in Epiro, paese abitato in tempi
storici da un popolo di razza non ellenica. Achille invoca
lo Zeus di Dodona, dicendo: « Re Zeus, Dio di Dodona,
Pelasgico, abitante le terre lontane ». Anche qui appare lo
Zeus regale invocato da un eroe, lo Zeus dei Pelasgi che
abitarono Creta e che furono parenti di quegli Etruschi che
tanta parte ebbero nelle origini di Roma.
Zeus è un signore olimpico, un re del cielo, è il sim­
bolo divino di un potere gerarchico il cui corrispondente
terrestre s’incarna nel monarca, nell’imperatore. La sua fi­
gura che risponde a quella dell’Amone egizio, è comune agli
Indo-Vedici, agli Elleni ed ai Romani, ma soltanto fra que­
sti ultimi esso diviene il capo del Pantheon. Questa sovra­
nità celeste, mentre si può ravvisare come un aspetto della
religione solare, in quanto il sole domina nel cielo come
Zeus domina le forze celesti, giova a stabilire un rapporto
tra la religione ellenica e quella vedica che rivela, a chi sa
vedere, un retaggio trascendente avuto dall’Egitto pre-se-
mitico. Cosi, Surya-Helios-Sol è il sole divino: ma il culto
solare non è distintamente nè esclusivamente indo-europeo.
D ’altro canto, gli Asvini, i cavalieri gemelli che aiutano gli
uomini pericolanti in terra ed in mare, risultano indubbia­
mente simili ai Dioscuri, mentre la leggenda di Ercole e
Caco è analoga a quella di Indra e dei Pani, ed altre simi­
larità più o meno evidenti possono trovarsi fra altri miti,
che dànno l’idea di una stessa fonte tradizionale da cui sia-

3. La Razza di Roma
34 Massimo Scaligero

no originati i Veda e la religione greca e che, in caso posi­


tivo, altra non può essere che l’antico Egittismo.
Resta fermo pertanto che la storia esiodea della nascita
di Zeus ha origine dal mito di Creta, mentre sua madre
Rhea è dea cretese. La grotta nella quale essa generò il suo
figlio più glorioso si riteneva che fosse sul monte Diete, o
sul monte Ida; i Kureti e i Coribanti che percotendo gli
scudi impedivano che si udissero i vagiti del bambino, era­
no i Cretesi che eseguivano danze guerresche; in sostanza,
dunque, l’infanzia di Zeus appartiene alla tradizione di Cre­
ta. Ciò significa che il culto di Zeus preesiste nel Mediter­
raneo alla venuta degli Elleni nella Grecia: il che, riferito
alla genesi cretese-micenea della civiltà mediterranea e al
retaggio egizio ripreso dai Cretesi, autorizza a ritenere che
esso fosse uno degli aspetti maggiori della Tradizione So­
lare recata dagli Atlantidi in America e in Egitto. In ogni
caso, gran parte del sistema mitico e religioso mediterraneo,
ellenico e romano deriva dalla Tradizione egizia che, nel
suo nucleo più originale, contiene gli elementi creativi, sa­
cri, esoterici, della tradizione atlantica. N ell’Odissea il mito
di Proteo è riferito a Proteo pastore di greggi marini sulle
terre del delta e nell’isola di Faro; così il mito del triplo Ge-
rione fu suggerito da una pittura egiziana riprodotta da vasi
recati in Grecia. In epoche più recenti si verificò poi l’assi­
milazione delle divinità egizie all’olimpo greco: da N eit
(Dea di Sais) o Nitokris, derivò Atena, così Hom s divenne
Apollo, Amone Zeus, Osiride Bacco, Phtah Ephaistos, T hot
Ermes, Tifone Tifeo, Iside Io, Hathor Venere Afrodite;
per cui v ’è da supporre che gli dei d’Omero vinti dai Titani
La razza di Roma
35

andarono a rifugiarsi in Egitto, o sono originari della valle


del Nilo.
Ciò che a noi particolarmente interessa è il fissare una
volta per tutte che, se il mito della razza bianca primordiale,
nordico-atlantica, recante il culto del sole, risponde a una
realtà storica ed etnica, i discendenti di tale razza e gli eredi
immediati di tale tradizione non sono che gli Egiziani del
periodo predinastico e delle prime dinastie. D all’Egitto tra­
dizione e razza passano sia al Mediterraneo, attraverso Cre­
ta, sia all’Oriente indo-iranico; più tardi, il retaggio si tra­
smette dai Mediterranei agli Italici meridionali e ai Greci.
A questo punto, si può accennare al senso del termine
« a r io » , o « a ria n o » ; di origine indo-persiana, esso in
sanscrito designa gli « aristocrati » e fa parte degli attri­
buti che distinguono le diverse caste; il che induce a cre­
dere che la distinzione indù delle caste non fosse che il ri­
sultato di una differenziazione di razze di colore diverso: i
bianchi e divini arya, conquistatori e dominatori, di con­
tro alla casta dei servi, gli aborigeni sottomessi: un raz­
zismo, come si vede, in senso assoluto. Lo stesso termi­
ne « ario », o « ariano », si ritrova nella tradizione iranica:
il re Dario si definisce « ario », di razza aria, e chiama il
suo Dio « il Dio degli A ri »; così Erodoto riferisce che i
Medi prima si chiamavano A ri, e tante altre testimonianze
analoghe convergono sullo stesso significato di nobile, su­
periore, da attribuire alla parola « ario ».
Sembra accertato che tra il 3000 e il 2000 avanti C ri­
sto, genti di provenienza europea e nord-africana inva­
dessero l ’India in migrazioni diverse che durarono parec-
36 Massimo Scaligero

chi secoli: esse avrebbero man mano sottomesso le popo-


lazioni dravidiche e i residui della razza negroide aborige-
na. Prima di tali invasioni, questo ramo « ario » del gruppo
atlantico-europeo, doveva aver occupato la regione nord-oc­
cidentale dell’ India, di là dall’ H indu-Kush: esso, che fu
progenitore del gruppo etnico cui si dà il nome di indo-
ariano, avanzando verso il mezzodì, penetrò nella vallata
dell’Indo. U n altro ceppo ario, l’Iranico, sarebbe stato quel­
lo che più tardi, tornando verso l’ovest, avrebbe occupato
la Media e la Persia.
Certo si è che tra le diverse emigrazioni della razza
nordico-atlantica, la più significativa e quella su cui da circa
un secolo punta particolarmente la cultura etnografica, è la
emigrazione che si compì verso l’Oriente e precisamente
verso l’India. Colà i Nordico-atlantici trovarono il paese oc­
cupato dagli aborigeni, uomini dalla pelle scura e di cultura
diversa, e grazie alla loro superiorità guerriera li sopraffe­
cero. T ale l’origine, non storicamente nè scientificamente
accertata, dei popoli cui fu dato il nome di Indo-ariani. D el­
l ’altro ramo indo-europeo, l’Iranico, si trovano tracce ver­
so il 150 0 avanti Cristo nei nomi iranici dei re di Mi-
tanni — regione nord-orientale dell’Eufraite — e nei nomi
dei dispacci di Amarna, allorché si parla degli invasori della
Palestina: mentre a Boghaz Keui nell’Asia Minore, antica
capitale hittita, si sono ritrovati documenti mitannici re­
canti i nomi di divinità « solari » come Mitra e Indra.
Per quel che concerne l’eredità razziale e spirituale de-
gl’ Indo-ariani, la cultura tedesca, attraverso formidabili co­
struzioni eruditiche,- trova modo di mostrare come il ramo
La razza di Roma
37

europeo che ne deriva, ossia gli ariani dell’Europa nordica,


siano gli antichi germanici, che perciò vengono da essi chia­
mati anche indo'germanici. Si tratta tuttavia di uno dei
periodi storicamente più oscuri, riguardo ai quali gli stessi
elementi culturali e tradizionali possono portare a conclu­
sioni diverse: onde, per quanto concerne la razza italico-
romana, noi troviamo logico e più prossimo al vero il ri­
mettersi al linguaggio degli eventi che da quell’epoca si an­
darono compiendo e che permangono come grandi simboli
eloquenti di una storia decisiva per l ’Occidente e per il
mondo.
Di là dalla tendenziosità e dalla visione particolari­
stica di (tutti coloro che hanno voluto attribuire valore sto­
rico definito alla vicenda di quell’antichissima gente cui si
dànno nomi diversi secondo diverse fasi di civiltà e di re­
ligione — Nordico-atlantici, Ariani, Indoeuropei — a chi
voglia identificare la realtà politica ed etnica di tale vicen­
da, non mirando a costituirsi dialetticamente un’ origine
nobile, aristocratica, guerriera, e sceverando l’erudizione dal­
la tradizione, in realtà si presentano due grandi razze e
due civiltà tra loro contrastanti e in secolare lotta dall’Eu­
ropa all’India, attraverso lo sviluppo di grandi culture co­
me la sumerica in Babilonia, l’ariana nell’ India, la iranica
nella Media e nella Persia, la minoica e la egea nel bacino
Mediterraneo.
Le caratteristiche che differenziano questi due diversi
tipi razziali, prima che da un’ indagine antropologica, che
per noi ha semplicemente valore di dato scientifico e non ri­
solutivo, ci sono offerte da quel che la tradizione ci riferì-
3» Massimo Scaligero

sce riguardo ai loro culti, alla loro politica, ai loro costumi.


Così, da una parte abbiamo il culto « solare » associato alla
forza guerriera e all'autorità virile, dall’altro il culto « lu­
nare » e di grandi divinità della natura (terra, acqua) asso­
ciato alTautoriità sacerdotale e matriarcale. T ale distinzione
ha naturalmente valore generico e va riferita a razze e a
civiltà sia dominanti in diversi paesi nella stessa epoca, sia
awicendantisi nello stesso paese in epoche diverse: potre­
mo chiamare il primo gruppo Indo-Iranico e il secondo Mi-
noico-Medi terraneo.
Qui si presenta opportuna una osservazione: è sempli­
cemente arbitrario e superstizioso lo stabilire la superiorità
di un gruppo etnico sull’altro, di una civiltà su un’altra:
quando un popolo guerriero riesce a sottomettere un popolo
retto a regime sacerdotale, è sempre un fattore spirituale
che dà senso finale a tale vittoria, così da renderla defini­
tiva o da capovolgerla. Se i guerrieri sono portatori di una
spiritualità più forte di quella inerente al sacerdozio, la vit­
toria delle armi significa altresì vittoria dello spirito e della
razza che ne è portatrice. In caso contrario, i conquistati
finiscono col dominare i conquistatori. E ’ perciò il luogo co­
mune di un gruppo di studiosi pretendere la superiorità del­
la razza degli Indo-Iranici su quella dei Mediterranei, o v i­
ceversa. La realtà è che, essendo ambedue esponenti di due
forme di cultura, di etica e di civilizzazione, contrastanti
sì, ma complementari rispetto ad un ideale di perfezione
individuale e collettivo (imperiale), esse sono suscettibili d.i
armonia e di reciproca comunione, così da poter realizzare
in uno i due temi, eroico e mistico, regale e sacerdotale,.
La razza di Roma
39
grazie a un elemento etnico-spirituale superiore che, nono­
stante ogni altra divergenza, avrà la forza di rifonderli nel­
l’unità originaria: l’elemento « solare » trasmesso attra­
verso la tradizione nordico-atlantica.
Proprio da una sintesi del genere scaturirà l’irresisti­
bile potenza di Roma la quale giungerà a tradurre l’organi­
cità segreta sacerdotale in potenza politica e in supremazia
militare.
Ora, rispetto alla possibilità di armonia tra le due for­
ze, guerriera e sacrale, tra la fine dell’età neolitica e gli
inizi dell’età del bronzo, nello scenario dell’Europa meri­
dionale, un gagliardo popolo appare nella penombra dei
tempi, temibile nelle armi e laborioso nell’agricoltura, af-
fermatore nel settentrione dei più squisiti riti mediterranei
e realizzante un’armonia tra le razze nordiche e quelle me­
ridionali: è il popolo Ligure, che presenta una parentela
spirituale e forse anche etnica con quei rudi combattitori i
quali, sulle sponde del Tevere, fonderanno la città che do­
vrà determinare il più luminoso ciclo dell’Occidente.
I primi abitatori del Lazio e del Septimonte, secondo
la leggenda cui si dava fede al tempo di Dionigi d ’Alicar-
nasso, dovevano essere stati Siculi e Liguri. L a teoria « pan-
sicula » è stata probabilmente formulata da Antioco di Si­
racusa, a cui debbono averla suggerita Tucidide ed Ella-
nico; mentre l’inventore della teoria « panligure » deve es­
sere stato Filisto, il quale avrà compreso i Siculi nella gran­
de famiglia Ligure, modificando soltanto l ’opinione di A n ­
tioco. Non è tuttavia privo di una certa coerenza il legame
idealmente stabilito da quest’ ultimo tra i Siculi ed i Latini
4o Massimo Scaligero

primitivi, anche se si tien conto che per uno storico siciliano


del quinto secolo, che prendeva le mosse da una sopravvi­
venza di costumi e di riti, l'ipotesi di una tale parentela
si presentava seducente.
A questo proposito, occorre dire che i Latini non era­
no considerati dagli antichi nè il popolo che primo e solo
avesse abitato la regione chiamata da esso, nè una razza
pura. Secondo gli storici, nel Lazio arcaico diversi popoli
erano venuti ad abitare: Liguri, Siculi, Aborigini, Enotri,
Pelasgi, Arcadi, Epei, Frigi. Quali poi si dovessero ritenere
i primi abitatori, nessuno storico riesce a stabilire con cer­
tezza. Qualcuno ha affermato i Pelasgi, altri gli Aborigini,
altri i Siculi, altri i Liguri. Tuttavia, furono generalmente
ritenuti indigeni soltanto gli Aborigini i quali, secondo .il
Mommsen, già nel nome portavano una eloquente caratte­
ristica d’origine.
Per quel che concerne 1 Liguri, invece, sebbene nes­
suno degli storici riferisca dati precisi sulla loro etnogenesi
e sulla loro vicenda geografica, pure furono ritenuti una po­
polazione venuta da oltre il Varo e che prendesse dimora
prima nella valle del Po e poi si propagasse in diverse re­
gioni d’Italia e persino nel Lazio. Ma questo remoto mi­
stero della storia del Lazio può venire lumeggiato da una
indagine circa la vicenda degli antichi Siculi, riguardo alla
quale ci restano più sicure memorie o, per meglio dire, si
credeva che restassero. U n Archiloco siculo avrebbe fonda­
to A rida, un altro Clitemestro, o Crustumerio (come la cit­
tà per corruttela del nome fu chiamata più tardi), dal no­
me della moglie Clitemestra. Questi Siculi avevano occu-
La razza di Roma
li

paio, ci dice semplicemente Dionigi, la regione nella quale


poi sorse Roma. D ’altro canto un Siculo — sia che questo
si reputasse nome proprio o etnico — fuggito dalla regione
ove sorse Roma, s’era ricoverato presso Morgete, un re del-
l’Italia meridionale, e, con una parte di quel popolo costi­
tuitosi un suo regno, aveva chiamato Siculi dal suo nome
quelli che prima di lui da Italo s’eran chiamati Itali, da
Morgete, Morgeti. Egli stesso probabilmente era stato quel­
lo che aveva condotto i Siculi in Sicilia, chiamata in ante­
cedenza Trinacria ed abitata dai Sicani, popolazione rite­
nuta iberica che si voleva cacciata laggiù dai Liguri. Nel
Lazio e nella Sabina, secondo Ellanico, abitarono prima gli
Elym i, che furono poi cacciati dagli Ausoni, i quali alla loro
volta furono cacciati dagli Iapigi: secondo Filiisto, invece, i
primi abitatori furono Liguri che avevano avuto nome di
Sicheli dal re Sichelo ed erano stati cacciati dagli Enotri e
dagli Opici; secondo Tucidide, furono Siculi, poi cacciati
dagli Opici.
Astraendo da questo contrasto di notizie storiche attor­
no alla vicenda originaria delle razze che occuparono la pe­
nisola e la Sicilia, allorché si tien conto che — secondo
quanto afferma Filisto — i pretesi Siculi d ’Italia non erano
in fondo che 1 Liguri, ci si trova dinanzi a una visione più
costruttiva, per quanto più vaga, e di una spaziosità che dà
veramente agio allo spirito indagatore: ossia si è invogliati
a pensare che i popoli primitivi del Lazio, all’epoca neo­
litica e al principio dell’età del bronzo, fossero stati parte­
cipi di quella civilizzazione di carattere affermativo ed omo­
geneo, che si sviluppava allora attraverso una grande parte
42 Massimo Scaligero

dell’Europa dall’Atlantico al Mediterraneo e la cui vicen­


da, come abbiamo accennato, è collegata col mito della raz­
za atlantidea e delle sue secolari emigrazioni. Questa antica
stirpe italica sarebbe stata dunque un ulteriore anello di
congiunzione tra la civiltà « atlantica » e quella dell’arcaico
Mediterraneo, ovvero avrebbe trasmesso ai latini primitivi
la tradizione di carattere cosmico-simbolico della razza bian­
ca d ’origine atlantico-iperborea, cui ineriva il culto del sole.
Essa si presenterebbe quindi come annunciatrice di quella
« tradizione d ’Occidente » che ebbe vita in Roma e che det­
te impulso, come nuova e luminosa forza organizzatrice,
alle civiltà meridionali, prendendone quanto di meglio, dal
punto di vista sacerdotale e culturale, esse serbavano da se­
coli, come retaggio esclusivamente sapienzale della origina­
ria civiltà eroico-mistica atlantica.
T ale interpretazione trovasi in corrispondenza con le
recenti conclusioni di alcuni moderni paletnografì ed archeo­
logi, secondo i quali, in origine, ai termini Nord e Sud
ebbero corrispondenza i termini Occidente e Oriente. Roma
riassumendo nella sua costituzione politica e sacerdotale, lo
spirito guerriero e quello religioso, l’azione e la contempla­
zione, in sostanza ereditò le caratteristiche che distingue­
vano fondamentalmente Nord e Sud, Occidente e Orien­
te e che — come abbiamo accennato — inizialmente costi­
tuirono l’unitario nucleo della cultura solare dei primordi.
Anche da simile concezione viene confermato che una
civiltà sfolgorante, quella iperborea, perduta nei cosid­
detti tempi preistorici, sarebbe stata all’origine deU’ariani-
tà, della civiltà egizia, indiana e delle stesse tradizioni me-
La razza di Roma
43

diterranee: Roma sarebbe stata appunto la più degna erede


e ricostruttrice di questa tradizione, compiuta nelle sue
espressioni sacre ed eroiche ad un tempo, che trovano il
loro punto di forza e di luminosa armonia nell’eidos virile
e più tardi nell’ Impero. Ciò non vuole essere assunzione
lirica e mitica, ma considerazione fondata sul realismo de-
gli eventi che formano le origini e la storia di Roma la
quale in sostanza risolve il dualismo millenario, ristabilendo
quella unità guerriero-sacerdotale che risponde ai caratteri
essenziali della razza bianca primordiale.
In questo senso, la funzione dell’antica stirpe ligure fu
di apportatrice di luce, di antichissima tutelatrice dell’Oc­
cidente. Il più forte argomento che ci sia fornito in favore
di un aspetto ariano dei Liguri, è tratto dalla vicenda mi­
tica che, rispetto a tali epoche, presenta un valore deter­
minante, meglio che la storia. Essi avrebbero professato il
culto del sole, al quale avrebbero associato quello del cigno.
Questo armonico mito del cigno solare è di origine « nor­
dica » in quanto il cigno si ritrova associato al segno ideo­
grafico del sole tra i simboli sacri della razza superiore dei
primordi : il Cigno, oltre a rappresentare l’emblema del sole
nei Veda, è altresì l’attributo dell’Apollo Iperboreo, di quel-
l’Apollo che, attraverso lo spirito di Orfeo, arresterà il passo
alla tenebrosa Afrodite asiatica minacciosa per l’Occiden­
te. Il Cigno Solare dei Liguri simboleggia, con avvincente
potenza, la giovinezza e la virilità: è la luce solare che in­
veste il senso d;i altri riti domestici e agricoli, riaffiorando
così nelle tradizioni mediterranee come una imperitura pri­
mavera. E ’ sempre da tener presente a questo proposito co-
44 Massimo Scaligero

me il termine « solare », da coloro che s’interessano di sim­


boli e di antiche tradizioni è adottato, in senso « tradizio­
nale », come sinonimo di spiritualmente virile, di gerarchi­
co e di eroico, in opposto a « lunare » che sta a significare
tutto ciò che è « femminile >>, livellato, indifferenziato.
Questo invitto popolo italico, infatti, composto di uomini
che erano ad un tempo guerrieri, industri lavoratori della
terra e dominatori del mare, in una Europa travagliata dalle
scorrerie dei brutali *< popoli di fuoco » e dei « bruciatori di
cadaveri » che non presentano nessun carattere superiore se
non quello della forza guerriera, mantenne intatta la T ra­
dizione, conservando il culto dei morti e il rito funerario
mediterraneo dell’inumazione. Gi sia consentito perciò, ai
fini di una semplificazione sintetica, di chiamare « roma­
no » il carattere rispondente all’ armonia dei due poteri,
guerriero e sacerdotale, « solare » e « lunare », olimpico e
tellurico, propri alle due razze contrastanti, la nordica e la
meridionale, l ’indo-iranica e la mediterranea.
Altro argomento a favore della « romanità » dei L i­
guri, stabilita l’affinità e l’identità con i Siculi, è la vicen­
da etnica degli « italici » della popolazione della Sicilia, che
la glottologia, grazie agli elementi delle poche ma signifi­
cative epigrafi sicule ed ai residui linguistici che si possono
trovare nel dialetto indigeno nonché alle serie di elementi
schiettamente italici esistenti nella toponomastica dell’isola,
chiama Siculi. 11 che è tanto più significativo in quanto
tali elementi autorizzano a includere il gruppo siculo in
quello dei due gruppi italici cui appartiene il latino.
Utilizzando peraltro le conclusioni etnografiche della
La razza di Roma
45

glottologia, si riesce a risalire ancora nel tempo sino ad iden­


tificare una Sicilia originariamente abitata da un gruppo
mediterraneo che s’identifica soprattutto con la preponde­
rante popolazione dei Sicani e con quella derivata dagli Ely-
mi. Il sopraggiungere di una razza nuova, italico-nordica,
per via di compenetrazione, conferisce nuova fisionomia alla
razza e alla lingua, dando luogo a una civilizzazione più
complessa, grazie alla sintesi mediterraneo-nordica. Sotto
questo riguardo i recenti studi per la identificazione sto­
rico-scientifica degli italici concordano nel riconoscere il
gruppo siculo e quello latino come il primo apporto indo­
europeo che, precedendo quello della popolazione italica,
viene a coincidere con quel periodo tra l’età neolitica e il
principio dell’età del bronzo in cui si afferma il dominio li­
gure (da identificare col siculo) dell’ Europa occidentale e
meridionale. T ale veduta trova pieno riscontro nella iden­
tificazione di un effettivo influsso italico e mediterraneo
della civiltà di quei Siculo-Liguri che appunto perchè par­
tono dal Lazio si possono considerare « nordici » rispetto al
Mediterraneo. D ’altro canto, a confermare la raggiunta ar­
monia tra le due forme di civiltà, indo-europea e mediter­
ranea, nel contemperamento di quel che di meglio si trova
nell’una e nell’altra, sta il rito funerario mediterraneo della
inumazione adottato dal gruppo ligure-siculo-latino, laddo­
ve una caratteristica fondamentale del gruppo etnico indo­
europeo è la incinerazione dei cadaveri.
Ciò fa peraltro supporre che i Liguri, pur contenendo
in sè elementi essenziali della razza e della cultura dei re­
moti abitatori del continente « occidentale », tuttavia an-
46 Massimo Scaligero

cora prima dei loro contatti meridionali mediterranei, e for­


se dietro un influsso italico (etrusco sabino), si differenzia­
vano da quelle razze indo-iraniche dal cranio brachicefalo,
che sin dall’età neolitica si riversarono a diverse riprese dal­
l’Asia nell’Europa e specialmente nel Mediterraneo. Queste
razze euro-asiatiche, oltre ad essere caratterizzate dal rito
dell’incinerazione funeraria, avrebbero diffuso tra gli « abo­
rigeni » — che, come abbiamo accennato, non sono abori­
geni, ma risultano dagli incroci della corrente migratoria
meridionale della razza nordico-atlantica che è la stessa
che si trova alle origini degli indo-iranici — il loro lin­
guaggio indo-europeo, o lingua proto-aria (Ursprache), dal
connubio del quale con le lingue italiche preistoriche si sa­
rebbero formati i diversi linguaggi, umbro, osco, sabellico
e il latino primitivo. Da ima parte dunque si afferma che
la razza che fece la sua apparizione in Italia agli inizi del­
l ’età del bronzo non rappresenta se non una derivazione me­
diterranea che acquista 1’ uso del linguaggio indo-europeo,
mentre dall’altra si ritiene che si tratta di un ceppo orien­
tale che, sopraggiunto verso la fine dell’epoca neolitica, ac­
quisisce mentalità e costumi mediterranei, tra cui quello
della inumazione.
Se ne trae pertanto una certezza circa il carattere ori­
ginariamente « mediterraneo » della Sicilia e delle razze che
prime l’abitarono, i Sicani e gli Elymi, in piena coerenza
con gli antichi storici che parlano di Liguri e di Iberi. D ’al­
tro canto, mentre ci si conferma l ’ipotesi della compenetra­
zione indo-europea-mediterranea della grande famiglia si­
culo-ligure, occorre notare il profondo significato del rito
La razza di Roma

funerario nei riguardi delle trasformazioni della razza: men­


tre il culto della terra e delle forze della natura lega i Me­
diterranei alla propria terra, o patria, attraverso rituali di­
versi della religione domestica e una spiritualità che dà va­
lore alla vita in quanto « terrena » e « umana », così che
rende necessario per gli estinti il rito della inumazione, os­
sia del ritorno della veste umana alla terra; il culto del sole
e del cielo, cui sono associati quelli del fuoco e dell’aria,
rende inutile l ’attaccamento alla iterra, onde gli Indo-europei
non sono agricoltori, ma pastori, non legati alla patria, ma
nomadi, e i loro morti vengono restituiti all’ « aria » attra­
verso il mistero del fuoco. N e risulta, tra l ’altro, per gli
Indo-europei la necessità di essere forti nelle armi per po­
ter aggredire e invadere. N e l prodigioso crogiuolo mediter­
raneo avverrà la fusione di queste due razze e di queste
mentalità, e il popolo esclusivamente guerriero conoscerà la
necessità e la forza del sacerdozio e della cultura. E ’ signi­
ficativa dunque l’adozione del rito funerario mediterraneo
da parte della razza italico-nordica: esso sta già a dimo­
strarci, con la penetrazione dello spirito 1« egeo » in Italia,
l ’inizio della sintesi uranico-tellurica che sarà un’opera com­
piuta con l ’avvento di Roma nel Mediterraneo.
Sembra infatti accertato per qualche storico moder­
no che i due riti della inumazione e della incinerazione
corrispondessero a due mondi distinti, al mondo agricolo
mediterraneo che inumava gli estinti e al mondo pastorale
nordico che li bruciava: tale distinzione trovava riscontro
in due credenze diverse della vita oltre-umana. I popoli tel­
lurici, o ctonici, inumando i morti anche nella casa stessa
48 Massimo Scaligero
------------------------------ ------ -------------------------------------
VJ
— — — -—

ed accompagnando il rito con offerte, conferivano ai tra'


passati un valore d ’immortalità terrena, in quanto questi
continuavano a vivere presso le loro famiglie e presso la
loro razza — il che costituiva un’ « anima domestica » d el'
la stirpe e una forza di tradizione non trascurabile, che ve­
dremo riaffiorare nel culto dei Lari e dei Penati in Roma.
I popoli incinera tori, gli adoratori del cielo, o « uranici »,
bruciando i loro morti, ritenevano di liberarli da ogni loro
residua impurità terrena, acciocché l’anima s’involasse libera
e spedita verso il lontano reame dei morti. Rispetto a que­
ste due distinte concezioni! della vita ultra-terrena, presenta
diversi significati di attendibilità la tesi di un gruppo di fi­
lologi inglesi, secondo cui la religione ellenica, nella sua
olimpicità, nella sua chiara armonia, risulta da una fusione
di elementi ctonici con elementi uranici — fusione che avrà
il suo compimento integralmente ariano nella spiritualità
della vita e nella forza guerriera di Roma.
Osservazioni del genere portano a concludere che lo
apporto « indo-iranico » non trova un elemento « mediter­
raneo » inferiore, primitivo, ma pari e anche più antico per
cultura e per forza di civiltà e ciò grazie al remoto retag­
gio « solare » che nel primo si esprime sotto forma di azione
guerriera e nel secondo sotto l’aspetto di sapienza sacerdo­
tale, di cui gli Egizi, come si è accennato, furono più degni
custodi. L ’incontro di questi due elementi non sarebbe sta­
to fecondo se l’uno fosse stato motivo di decadenza per lo
altro. Anche dal punto di vista strettamente biologico è
indiscutibile la forza etno-ematiea dei Mediterranei: il ra­
mo latino che ne deriva, sia pure attraverso altri incroci,
La razza di Roma ■ ^g
----------------------------------------------------------------------- Sa&---------------------
*■
è quello che si trova all’origine di Roma e, dall’epoca in cui
esso si definisce storicamente, Roma dominerà attraverso la
forza guerriera, la religione e la cultura, i destini dell’Occi­
dente. Occorre inoltre riferirsi all’ipotesi da noi sopra ac­
cennata circa la derivazione delle due grandi razze da un
unico ceppo originario superiore, atlantico, o nordico-atlan­
tico, che, scindendosi durante le sue iniziali emigrazioni in
due gruppi fondamentali, dà luogo a due civiltà diverse le
quali, sia pure nel loro millenario, drammatico contrasto,
tendono a rifondersi per la creazione di una nuova possente
unità. N on v ’è, infatti, chi non riesca a riconoscere una
complementarità tra le due razze e tra le due culture. La
razza che venera le forze del cielo concepisce una relazione
simbolica tra il fuoco del focolare, l ’atmosfera e il fuoco
solare, onde attraverso la fiamma le offerte si bruciano e
sono assorbite dall’etere, grande nume celeste; la razza che
adora le forze terrestri comunica con le sue divinità recan­
do offerte nelle grotte e precipitandole negli abissi. N el­
l’unità olimpico-terrestre, d’origine iperborea, rinnovata da
Roma, un motivo simbolico dominante è il « fuoco che ri­
scalda la terra », la fiamma che arde all’interno del tempio
di Vesta:' qui è evidente l ’incontro dei due simboli e delle
due spiritualità che sono i fondamenti metafisici dell’Impero.
Come già si è accennato, la « romanità » ariana darà
significato e valore all’unità indoeuropea-mediterranea, la
quale diviene del tutto comprensibile attraverso l’identifi­
cazione di un contrasto iniziale e di una sintesi creativa
posteriore delle forze insite in queste due razze dominatrici.
Dietro lo sviluppo attuale della sciènza comparata del lin-

4, La Razza di Roma
Massimo Scaligero

guaggio, con l’affermarsi degli studi di antropologia e con


l ’indagine paletnogratìca mediata dal mito e dal simbolo,
non si può non giungere al riconoscimento di un’iniziale
e armonica unità egeo -indoeuropea la cui arianità, dovuta
al retaggio nordico-atlantico, si manifesta nei tempi storici
nell’Europa meridionale: ciò soprattutto in riferimento al
complesso dei linguaggi che essa diffuse.
Infatti, a conferma d i una già consistente e sviluppata
civiltà mediterranea, la glottologia, di là dall’indoeuropeo,
attraverso residui dell’iberico, del tracio-illirico e degli idio­
mi dell’Asia Minore, del basco che sussiste nei Pirenei e
del berbero che comunemente si paria nell’Africa setten-
trionaile, ha potuto ricostruire l’esistenza di una unità lin­
guistica e culturale di carattere puramente mediterraneo,
che precede di molti secoli l’affermarsi dell’indoeuropeo. T a ­
le unità ha corrispondenza con la organicità dei popoli spi­
ritualmente omogenei e razzialmente affini che nell’età neo­
litica formarono nel Mediterraneo il ciclo minoico e miceneo.
Come si vede, dunque, alle due grandi razze e civiltà,
mediterranea e indo-europea, corrispondono due linguaggi
altrettanto fondamentali che sono espressioni di due cul­
ture diverse e personalissime. Rispetto ad esse, il latino ri­
veste quel carattere della « romanità » suaccennato che uni­
fica e, ricreando, armonizza: questa lingua infatti costitui­
sce tra i vecchi dialetti italico-indoeuropei una novità, sia
dal punto di vista morfologico che da quello fonetico, pre­
sentando altresì termini dell’antico strato linguistico medi-
terraneo. Anche se la questione glottologica non può aver
valore di ricostruzione etnografica, essa presenta un sostan-
La razza d i Roma
51
ziale significato tutte le volte che le corrisponde una realtà
storica o archeologica.
La questione del linguaggio originario del Lazio e
dell’Italia centrale porta ad ulteriori considerazioni d ’indole
etnografica e soprattutto alla concezione dell’unità di stirpe
degli antichi abitatori di queste regioni, Latini, Ernici,
Equi, Volsci, Rutuli, Aurunoi, Etruschi, Sabini, nonostante
che nella loro vicenda risulti smarrito il sentimento d’una
affinità originaria e si ritrovi continua tra essi la guerra e
profonda la ripugnanza a ogni vincolo che li leghi persino
in una confederazione. E ’ evidente, peraltro, che gli antichi
storiografi e specialmente quelli greci, nel riferirci notizie at­
torno alle loro origini, sono stati guidati da due presuppo­
sti fondamentali: l ’uno che fossero indigeni del paese nel
quale si trovavano, l’altro che la loro civiltà derivasse da
immigrazioni di genti, soprattutto greche, approdate alle
spiagge del Tirreno e dell’Adriatico. Il loro linguaggio, co­
mune in origine, si andò distinguendo in dialetti, i quali
modellandosi ciascuno attraverso peculiari alterazioni di suo­
ni o variazioni sintattiche, andarono anch’essi estinguen­
dosi per dar luogo a un solo linguaggio. Infatti, la lingua
latina allato alla storia del popolo di questo nome, si im­
pose a tutti gli altri dialetti, così che oggi riesce quasi
impossibile riprodurre intero l’organamento fonetico e sin­
tattico distintivo dei diversi linguaggi e tanto meno di
quello comune originario, da cui tutti trassero origine. Re­
sta pertanto indiscutibile che quando tutti gli altri dialetti,
diversi dal latino, si considerino insieme, si possono rite­
nere come varietà di un linguaggio, che da una parte si
Massimo Scaligero
2 i

contrappose al latino, ma dall’altra ebbe con questo la pa-


rentela più stretta.
Ricorre inoltre tra alcuni glottologi, nell’esame della
lingua indoeuropea, la convinzione che il popolo indo-ira-
nico conoscesse il bronzo prima della sua scissione e delle
sue invasioni nel mezzodì d’ Europa. Dobbiamo ritenere
che tali glottologi non tengano conto della cronologia che
a grandi linee si può stabilire tra questa diffusione etnica
ariana e i gradi di sviluppo della civiltà egeo-micenea, op­
pure deliberatamente, in relazione all’affermazione di un
mito nazionale, tendano a costituirsi adeguati precedenti
storico-tradizionali. La realtà è che, mentre gl’Indo-europei
di origine occidentale vissero durante l’epoca neolitica, gli
Indo-iranici che diffusero la loro lingua occupando la grande
zona di civilizzazione asiatico-mediterranea, in sostanza ap­
partengono a un’epoca in cui nel Mediterraneo — per impor­
tazione degli Atlantidi che presero la via dell’Africa set­
tentrionale — il bronzo era già adottato e sotto tutte
le forme lavorato. V ’è da dire anzi — e ciò a conforto
della tesi indoeuropea — che la civiltà mediterranea era
talmente avanzata che forse per questa sua maturità ce­
dette alla forza delle armi di una razza nomade, guerriera,
sopraggiunta nel suo mondo.
La civiltà occidentale non fu dunque una creazione
esclusivamente « mediterranea » o « indoeuropea », ma il
risultato di una compenetrazione indoeuropeo-mediterranea :
la civiltà cretese che è all’origine di quella egea e di quella
ellenica, precede di molti secoli le invasioni dovute alla di­
visione dell’originario gruppo etnico indo-europeo cui i glot-
ha razza di Roma
53

tologi si riferiscono, sotto un punto di vista etnografico,


allorché ci parlano di una lingua protoaria.
Ora, anche se si accolga la nostra tesi circa una co­
mune origine del gruppo etnico mediterraneo e di quello
indoeuropeo, nell’unità regale-sacerdotale della razza « so­
lare » dei primordi, la cui patria si deve ricercare nel « lon­
tano Occidente », nell’antica regione atlantica, là dove poi
molte tradizioni relegano le regioni dei morti e le « isole
dei beati » — reminiscenza e nostalgia di una remota pa­
tria originaria — rimane semplicemente posto, di là dai
contrasti e connubi nordico-mediterranei, il problema delle
origini della civiltà mediterranea che s’irradiò in questo ba­
cino attraverso Creta, Mecene, Tirinto, Troia, la Sicilia dei
Sicani e degli Elimi e la Libia preistorica. La Grecia e l’Ita­
lia preistoriche presentano, nel loro complesso religioso, po­
litico e culturale, una fisionomia armonica e nobile, che fa
pensare a una Tradizione unitaria antichissima che è le­
gata altresì ad un inconfondibile tipo etnico. Anche se nel
periodo che vede il sopraggiungere dei popoli « bruciatori
di cadaveri », guerrieri, professanti il culto del « fuoco » e
del « cielo », questa civiltà ha già dato il suo più vivo
splendore e già il regime sacerdotale va assumendo aspetti
di misticismo estatico e di cerimoniale orgiastico, mentre si
fraziona in chiuse comunità ascetiche; pure essa serba una
cultura e una forza spirituale capaci di trasformare ed ispi­
rare nuovi organismi sociali e agglomerati etnici: essa è
già antica, già vanta più nobili e remote origini nel tempo,
ma contiene ancora in sè qualità capaci di permeare una
razza diversa, tanto più se spiritualmente non evoluta.
54 X Massimo Scaligero

Se si tien conto che gli albori della civiltà cretese sono


a un dipresso contemporanei dell’età delle piramidi egizie e
della civiltà sumerica della Babilonia meridionale, ossia coin­
cidono con il periodo ascendente del sacerdozio solare egi­
zio e persiano pertinente al retaggio tradizionale atlantico
trasferitosi nel mondo asiatico-mediterraneo, con i caratteri
originari propri a tale retaggio, è naturale ammettere che
questa civiltà fosse nel pieno della maturità in quei tempi
ai quali la glottologia intende conferire valore cronologico
con illazioni etnografiche, attraverso l ’esame del linguaggio
indo-europeo. N on si può dunque aiffermare con certezza di
dati se l'origine della razza che costituì la talassocrazia me­
diterranea avesse origine nel Mezzodì o nell’Oriente: ri­
mane tuttavia incontestabile che essa nulla prese in presti­
to da altre razze nel periodo più luminoso del suo ciclo. La
sua civiltà dall’isola di Creta con l’andare del tempo si tra­
sferì alle Cicladi e nell’Ellade, dove ne permangono tracce
in varie contrade dalla Laconia alla Tessaglia: si diffuse
poscia nell’Asia Minore e nell’isola di Cipro dove si me­
scolò con la civiltà indigena anch’essa già in stadio di evo­
luzione. In quest’isola si verificò un incontro felice tra
Oriente e Occidente: tra l ’arte egea e la cultura mesopo-
tamica: e ciò non potè verificarsi senza un analogo felice
incontro di razze ugualmente sviluppate.
Anche per quel che riguarda le migrazioni elleniche,
non si può con certezza affermare che si trattasse di ondate
del ramo nordico degli Indo-europei: non è sufficiente il
dimostrare che gli Achei e i Dori giungessero da contrade
che si trovano a nord della Grecia: è più probabile che essi
La razza di Roma
55

si orientassero verso il Mediterraneo spinti dalle invasioni


delle tribù finnico-asiatiche, emigrando dai Balcani e dalla
vallata del Danubio. D ’altro canto, un argomento decisivo
sulle origini non asiatiche e neppure « nordiche » degli El-
leni, è dato dall’aver essi in comune con la razza mediterra­
nea, non contaminata da gruppi negroidi o semitici, una ca­
ratteristica fondamentale: il cranio dolicomorfo.
Anche dal punto di vista strettamente antropologico,
occorre riconoscere che l’uomo mediterraneo quale ci si pre­
senta nell’età neolitica è già armoniosamente sviluppato: la
configurazione e la grandezza del suo cranio presentano ca­
ratteristiche di perfezione. E ’ perciò evidente che corrispon­
dendo all’organicità della cultura un tipo evoluto di razza,
anche l’antropologia conferma l’uniformità di una civiltà
ario-mediterranea del neolitico. Si tratta di un ceppo etni­
camente unitario, di uomini dal volto ovale, dal capo allun­
gato e dai capelli scuri, che per primi ci si presentano di tra
le brume della preistoria, come portatori di un verbo spiri­
tuale e costruttori di civiltà.
Glottologia, storiografia e antropologia concordano
dunque allorché sono liberate dall’esigenza preconcettuale
di costituirsi un’origine superiore ad ogni costo. Ed è signi­
ficativo che una coincidenza si ritrovi tra epos ed ethnos,
allorché si tratta della civiltà egea. Secondo Erodoto i Lace­
dèmoni discendono dagli Elleni, mentre gli Ateniesi da
quei Pelasgi la cui lingua è straniera: i Pelasgi infatti ven­
gono da Creta, ma sono uomini della stessa razza mediterra­
nea: sono i preellenici che sussistono sino ai tempi storici
in diverse isole dell’Egeo — in particolare a Lemno — e
56 Massimo Scaligero

sulle coste dell’A sia Minore. Essi, forti nelle armi e domi­
natori del mare, forse occuparono nell’epoca preellenica tut­
te le regioni euro-mediterranee d ’Europa, dalla Macedonia
e dalla zona del monte Athos alla Tessaglia, all’Epiro, al-
l’Ellade centrale e al Peloponneso. Mediterranei, dolicocefa­
li, essi avrebbero abitato l’ Italia prima degli Umbro-Latini
e delle popolazioni sabelliche, onde si presenta attendibile
la loro parentela con i Tirreni e più precisamente con il pri­
mo strato degli Etruschi la cui lingua presenta motivi di
affinità con le iscrizioni pelasgiche dell’isola di Lemno. Essi
sono eredi della sapienza atlantico-egizia e anche sotto l’a­
spetto antropologico rivelano nobile origine.
Tenendo presenti le conclusioni deU’antropologia sul
tipo dolicocefalo della civiltà egea, acquista senso più chia­
ro la parentela dei Mediterranei con i più antichi abitatori
del Lazio. Dal punto di vista cronologico, la uscita dei S i­
culi dal Lazio si può ritenere che si verificasse verso la me­
tà del tredicesimo secolo a. C ., o verso la fine del dodicesi­
mo. In questo stesso periodo, dunque, cadrebbe la discesa
nel Lazio di quegli Aborigini che li costrinsero ad emigrare;
e, poco tempo innanzi, la venuta di quei Pelasgi che ve li a-
vrebbero aiutati: come, sessanta anni dopo, la loro emi­
grazione e l’arrivo degli Arcadi condotti da Evandro, e,
mentre questi ancora viveva, quella degli Epei guidati da
Ercole; e, due generazioni dopo la partenza di Ercole, l ’ap­
prodo dei Frigi condotti da Enea.
Si rende così più completa la vicenda di quella fam i­
glia Siculo-Ligure che prepara ed effettua il connubio tra
le due dominanti civiltà, 1« nordica » e « meridionale », « in-
La razza ài Roma
57

do-europea » e «mediterranea ». T ale incontro, che prean-


nuncia l’avvento della « romanità », si effettua lungo v i­
cende di molti secoli, tra la Sicilia, il Lazio e l ’Italia del
Nord. Ciò rimane fermo e vero, anche quando gli sto­
rici moderni interpretano da diversi punti di vista i dati
della preistoria. Secondo il De Sanctis, ad esempio, il più
antico tipo di civiltà sicula è ritenuto di dominio Ligure e,
poiché egli si attiene alla affinità etnica dei Liguri con gli
Elimi, questi sono considerati come discendenti dalla stes­
sa popolazione paleolitica dell’isola. Sono dunque Siculi o
Siculo-Liguri quelli che recano la forza di una civiltà e di
una cultura nuova.
Gli incroci etnici che hanno luogo nel Mediterraneo
durante l ’età del rame, per il sopraggiungere di nuove razze
dall’Asia, hanno semplicemente un valore di compenetra­
zione di due modi di vedere la vita: non di annullamento
o di superamento della precedente civiltà ierocratica nè di
sopraffazione etnica in quanto la razza mediterranea nella
sua evoluta e inconfondibile configurazione ha già raggiun­
to culmini civili e spirituali, ma di fusione di due forze
per il raggiungimento di un nuovo equilibrio tra spirito
« sacerdotale » e spirito ,« guerriero ». Questa nuova raz­
za che si distingue dalla mediterranea in quanto è brachi-
cefala, nomade, guerriera, per tali suoi caratteri presen­
ta una originaria parentela con quegli invasori dell’Età di
Mezzo che dall’Oriente si dovranno riversare in Europa, al­
lorché crollerà lungo il Danubio il baluardo guerriero, con
cui per secoli Roma ha protetto l’Occidente.
Quando si tenga conto che in un primo tempo l’uso
Massimo Scaligero
£
del rame e in un secondo tempo quello del bronzo si propa­
ga dall’isola di Creta attraverso l’Egeo e la Grecia verso il
continente, e che la diffusa esistenza del rame autorizza a
supporre che fu conosciuto contemporaneamente in diver­
si centri dai quali s’irradiò con rapidità; si può considerare
superata la concezione archeologica della importazione del
bronzo in Europa da parte dell’ « euro-asiatico », il quale
forte di armi di bronzo avrebbe facilmente avuto ragione
delle popolazioni mediterranee che conoscevano soltanto la
pietra levigata. Pertanto, è ormai fuori di dubbio che l’uso
del rame, importato dagli Atlantidi in Egitto, si diffuse
dalle coste orientali del Mediterraneo e dalle zone occidenta­
li dell’Asia verso il Mediterraneo occidentale e poi verso
l’Europa: ed è probabile che ciò si sia verificato verso l’e­
poca sumerica per diffusione dall’Egitto predinastico alle
isole egee — eredità anche questa della stirpe atlantica mae­
stra del bronzo, che occupò l ’Africa Settentrionale.
Anche tale conclusione viene confermata dai dati del­
l'antropologia la quale ci dimostra, dietro l’esame di sche­
letri ritrovati nelle isole dell’Egeo e in altre contrade del­
l’ Europa meridionale, che le popolazioni mediterranee sino
agl’inizi dell’età dei metalli erano dolicocefale e che proprio
verso quell’epoca si riscontra il sopraggiungere di un tipo
razziale nuovo, brachicefalo. Ciò è da fissare una volta per
sempre soprattutto per eliminare l’errore comune a molti
etnografi i quali soltanto in base a deduzioni soggettive e
non tenendo conto delle più significative testimonianze an­
tropologiche affermano che la civiltà dei Cretesi, dolicocefa­
li, è un prodotto indo-nordico. La contraddizione è evi-
La razza di Roma
59
ji. '
dente, in quanto, a sostenimento della stessa ,« tendenziosa »
tesi, da una parte si afferma che la remota e misteriosa ci­
viltà di Creta fu superata e rinnovata nell’Egeo attraverso il
periodo ellenico dai sopravvenuti Indo-iranici, dall’altra si
sostiene che la famosa civiltà « minoica » e di origine nor­
dica. Ora, per quanto si tratti di una interpretazione del
tutto arbitraria, che non è necessario neppure discutere, oc­
corre tener conto che, anche in questo caso, alla storiogra­
fia dà senso inequivocabile l’antropologia la quale ci dimo­
stra che i crani cretesi dell’età del rame e degli inizi del
bronzo sono dolicomorfi, ossia appartengono alla razza do­
minatrice del Mediterraneo, d ’origine atlantica e sacral­
mente ariana, contro la quale si scontrerà, per poi amalga­
marsi, la razza indo-iranica brachicefala.
E ’ forse una visione più vasta, meno particolaristica,
quella che può risolvere l’antitesi interpretativa delle anti­
che culture, indo-europea e mediterranea: alludiamo a
quella che fa degli Europei un gruppo unico — che noi
teniamo a riferire all’unità originaria nordico-atlantica —
sia ¡pure razzialmente non omogeneo, comprendente tre
principali rami: il Nordico, l’Alpiino e il Mediterraneo. La
unità è qui concepita in riferimento al tipo bianco predomi­
nante in Europa sin dall’epoca neolitica, da considerare al­
tresì come ¿1 progenitore degli iniziatori del ciclo ellenico-
romano.
U n contrasto tra concezione indo-europea e concezio­
ne mediterranea in sostanza non ha ragione di esistere, in
quanto quel che v ’è di meglio in ambedue i gruppi etnici
è il retaggio « occidentale » ariano, che sarà il motivo es-
60 Massimo Scaligero
: ' ” ' ‘ ——

senziale della loro nuova fusione. U n contrasto del gene'


re non soltanto rimpicciolisce in una forma faziosa il gigan­
tesco epico dramma delle origini dell’ « uomo europeo », ma
si allontana da una superiore realtà etnica che sola può giu­
stificare tali origini: la complementarità delle due culture,
mediterranea e indo-europea rispetto ad un ideale perfet­
to di civiltà. Basta tener conto che al tempo in cui gli Indo­
europei formavano un solo gruppo etnico, le tre razze fon­
damentali che lo costituivano si erano già da parecchi secoli
mescolate tra loro, per ritenere ozioso, ai fini del problema
delle origini, il contrasto tra ipotesi asiatica, ipotesi euro­
pea e ipotesi indica delle origini dell’arianità.
L a polemica sull’argomento è facile trattandosi di e-
poche che non ci si presentano con compiutezza di testimo­
nianze positive, per cui gli stessi sporadici dati possono ser­
vire alla costruzione di ipotesi del tutto avverse. Si tratta
dunque di esaminare il problema attraverso il coincidere di
tradizione, mito e storia, con i dati dell’archeologia e del­
l ’antropologia: soltanto a una simile condizione è possibi­
le constatare come ambedue le culture, indo-europea e me­
diterranea, cooperano alla formazione della spiritualità e
della razza ellenica, attraverso costumi complementari di
pensiero e di azione. L ’adozione della bipenne minoica, co­
me simbolo fondamentale del mito ellenico, ha un signifi­
cato rilevante, in quanto è associata al culto di Apollo e
di Giove: se pure essa si trova antecedentemente accanto a
un’altra divinità femminile, il suo senso ideografico è « so­
lare » per cui, mentre può confermare la persistenza di un
elemento « olimpico » nel pieno della religione ctonica,
La razza di Roma 61

giustifica in pieno la sua unione con la massima divinità


dell’Olimpo, col Giove ellenico.
Ora, nonostante i contrasti orientali-mediterranei, una
razza preromana che riassume le qualità migliori degli uni
e degli altri è il popolo ligure: la sua origine ci'appare me­
diterranea e indo-ariana ad un tempo: Festo Avieno nel
suo poema chiama i Liguri « occidentali » e « iperborei <>,
antichi abitatori di una regione, di là dalle « Isole dello sta­
gno »; mentre alcuni storici antichi e moderni li ritengono
di ceppo orientale ed egeo, altri li identificano col primo
strato di popolazioe indo-europea stabilitosi neU’Europa
centrale e meridionale prima degli Umbro-Latini e dei
Celti, mentre altri li ritengono una razza pre-indoeuronea
d'origine anteriore al neolitico. Eppure i loro riti sono « tel­
lurici » ed « uranici » al tempo stesso, ossia accusano un
connubio delle due forme di cultura dovuto ad una fu­
sione di razze nomadi, nordiche, con razze ctoniche, me­
ridionali. I Liguri che sottomisero gli Ombrici venuti dal
Settentrione ci appaiono sotto molti aspetti parenti dei M i­
noici, ossia dei Cretesi-Pelasgi cui si riconnettono, attra­
verso secolari contrasti e compenetrazioni etniche, gli Achei,
fratelli di razza di quei popoli che, mescolatisi con i Celti,
i Germani e gli Italici, ebbero in comunione con la religio­
ne ellenica l ’elemento olimpico, uranico.
L a lunga lotta che i Liguri sostennero contro i Celti
presenta un profondo significato: la difesa dell’ordine, della
tradizione, della concezione del 1« cosmos », rispetto all’or­
da invadente e alla caotica virulenza barbarica. In questa
avversione protrattasi sino alla viva luce dei tempi stori-
Ó2 Massimo Scaligero

ci, occorre ancora una volta riconoscere il cozzo delle due


fondamentali religioni, delle due dominanti civiltà: quella
che dispregiava e distruggeva col fuoco i morti e quella che
li onorava inumandoli e professando per essi un culto spi­
rituale: i primi pastori e nomadi, i secondi agricoltori e a-
mici della propria terra. La parentela di questi ultimi con
i Romani è evidente, ed è l ’unica che possa accettarsi. Ri­
mane pertanto la questione insoluta airca la relazione dei
Liguri con i primitivi abitanti,della Tracia, agricoltori esem­
plari, la cui civiltà, di origine i« minoica », appare con i più
brillanti caratteri della cultura italica, come si riscontra nel-
1 amore per l’arte e nel senso d ’equilibrio etico cui s’ispi­
rano li vari culti.
T ale relazione trova, a nostro parere, una rappresen­
tazione suggestiva nell’armonia tra Dioniso e Apollo —
già intraweduta da Nietzsche e da Rohde — tra la massi­
ma divinità dei Traci e quella dei Liguri, tra l ’irrompente
e vivido orgiasmo di Sabazio e l’olimpica serenità del nu­
me iperboreo. La potenza di Roma è caratterizzata appun­
to dalla fase di spaziarne accordo tra Dioniso e Apollo: l’eb­
brezza scattante del mondo fisico controllata dalla lucidezza
consapevole dello spirito. A proposito di un tale connubio
di culti, cui risponde, come sopra abbiamo accennato, il
connubio delle due razze superiori, occorre aggiungere che,
essendo Apollo il nume iperboreo adorato da quei popoli
che vivono sulle sponde del Danubio, ossia di quelli che
recano il culto del cielo e del fuoco, allorché Sofocle dice
che Elio è un nome caro ai cavalieri Traci, si deve inten-
La razza di Roma 63

dere che esso è il dio originario dei Geti che sottomisero gli
indigeni Traci.
Una rispondenza simbolica emerge dal confronto del
Cigno Solare con il Dioniso Trace: l ’umone di ambedue
simboleggia la pura forza virile dell’Occidente. Per questo,
gli antichi hanno ricordo di un tempo in cui i Liguri era­
no il più grande popolo dell’Europa barbara. L a realtà è che
essi furono gli annunciatori di Roma e gli eletti da un de­
stino superiore a trasmettere al Mediterraneo la luce della
Tradizione sacra ed eroica di Occidente.
Nella stessa drammatica epoca in cui si fonda e si e-
spande il dominio celtico, gli antichi navigatori sentono
ripetere ovunque la narrazione della resistenza di un pos­
sente popolo italico. E poiché i Celti hanno il mare in or­
rore, la loro potenza rimane continentale: essi lasciano ai
popoli che li hanno preceduti nel dominio, le coste e i mari.
Questa talassocrazia ligure fa ripensare al carattere preva­
lentemente marinaro della civiltà minoica e ad una paren­
tela con quei Mediterranei che furono navigatori potenti
sul mare: si tratta del carattere proprio a una razza non
barbara, non statica, ma, anche simbolicamente, dominatri­
ce delle acque, epperò virile, contrariamente a quanto vie­
ne asserito da alcuni etnologi che, nel contrasto indo-euro-
peo-mediterraneo, ritrovano soltanto una opposizione di
razza di tipo « virile » a una razza di tipo « femminile ». A
noi risulta invece che l ’opposizione consiste :in una diffe­
renza di forme di spiritualità che, attraverso la lotta milita­
re e civile, ossia nel piano puramente reale, si fonderanno
e si integreranno. Anche se gli Indo-europei non conob-
64 Massimo Scaligero

bero l ’arte della navigazione nè il mare, ciò non toglie tut­


tavia che essi- costituissero una razza compiutamente guer­
riera. Resta a dire che questo dominio minoico sul mare è
collegato a ragioni di espansione commerciale, che rendo­
no più stretta la parentela con le popolazioni proto-italiche
per la diffusione della civiltà del .rame: infatti è attendi­
bile che le miniere di rame che esistevano in Creta ponessero
i navigatori cretesi in condizione di esportare oggetti di
questo metallo e di toccare perciò i centri più importanti
del bacino del Mediterraneo.
L ’opposizione ligure ai Celti ha dunque un significato
di resistenza di una razza mediterranea, indomabile, ad
una razza di invasori nordici, non-ariani. 1 barbari Celti e i
Liguri sono due popoli ben differenziati e rivali, nè si può
ritrovare nel tempo un punto di contatto tra essi, come
qualcuno vorrebbe. E proprio per tale motivo i Liguri rap­
presenteranno, in un secondo tempo, 1’ « avanguardia » che
i Romani manterranno, evitando di combatterla, perchè
rimanga come una barriera sicura contro le invasioni celtiche.
La « latinità » dei Liguri poi non presenterà un carattere
di sottomissione a Roma, ma di reciproca intesa e di con­
tatto di civilizzazione. D ’altro canto, dire che il Lazio pri­
mitivo fu occupato da Siculi o da Liguri, è, in fondo, rite­
nere che questa regione, alla fine dell’età della pietra e agli
inizi del bronzo, fosse una provincia di quella vasta civiltà
agricola che i Siculi propriamente detti rappresentarono con
vigoroso splendore e che i Liguri conservarono con forza
di tradizione, sino all’epoca storica, su per gli Appennini
Settentrionali.
La razza di Roma 65

Comunque, l’antica razza ligure-mediterranea risulta


depositaria di una remota tradizione superiore sopravvis­
suta alle immani lotte di civiltà e di culture avverse, co­
sì come in misura più vasta avvenne per la civiltà ellenica.
Quella seppe congiungere nel Mediterraneo due culti e due
civiltà, dalla cui fusione sarebbero dovute scaturire forze ir­
resistibili di vocazione imperiale: •armonizzò le divinità ura­
niche con le divinità telluriche, il culto del Dio-Sole con
quello della Dea-Luna, la religione del Cielo e la religione
della Terra, per una più nuova e più sfolgorante potenza
dell’Occidente che ebbe come centro irradiante Roma.
Quest’armonia ctonico-uranica che s’ intravede nella
storia dei Liguri e che si compirà storicamente nel ciclo epi­
co di Roma, ci conferma nella nostra concezione di una
unità originaria dei due culti dovuti alla potenza di una raz­
za che deteneva in un equilibrio creativo i due poteri, re­
gale e sacerdotale, grazie ad un rapporto per cui l’uno non
soverchiava l ’altro, ma ciascuno era espressione dell’ altro,
non esistendo un dualismo spirito-materia, ma tutto con­
formandosi ad una saggezza umano-superumana, quale è
efficacemente concepita nel principio della misteriosa T avo ­
la di Smeraldo della Tradizione atlantico-egizia: Quod est
inferius est sicut quod est superius, et quod est superius est
sicut quod est inferius, ad perpetranda miracula rei unius.
In simile interpretazione, mentre appare risolto il secolare
contrasto di due correnti culturali etnografiche, Luna par-
tigiana del gruppo indo-europeo, l’altra della mediterranei­
tà, alle origini della civiltà occidentale, è contenuta, per chi
voglia culturalmente estendere l’indagine, la chiave per la

5. La Razza di Roma
66 Massimo Scaligero

soluzione di tutti i problemi razziali in rapporto alla cultura,


alla civilizzazione e alla tradizione imperiale. Tuttavia, que­
sta nostra concezione non vuole avere semplicemente un
valore culturale: essa soprattutto tende a mostrare come,
anche ammettendo come validi i più contrastanti punti di
vista sull’argomento, la conclusione finale circa 1’ apporto
complementare delle due razze fondamentali, rimane im­
mutata. N on dunque a una nuova costruzione culturale in­
tendiamo giungere, ma alla essenza profonda di una remota
realtà che pertanto ci si può presentare attuale sotto ta­
luni aspetti di perennità.
Riguardo al misterioso periodo della nascita di Roma,
se è chiaro che due gruppi etnici fondamentali, indo-euro­
peo ed etrusco-mediterraneo, dànno luogo al sorgere di una
civiltà nuova, si può parlare, sì, di una razza ariano-me­
diterranea, ma più precisamente di una razza che è, allo
stato di attualità, esclusivamente ed essenzialmente roma­
na, ossia tale che renderà poi romani il Mediterraneo e il
Nord, rendendo .il termine « romano » sinonimo di nobile,
di superiore, di divino.
Qui autorevoli personalità della cultura moderna e con­
temporanea, quali }. J. Bachofen, E. Rohde, Piganiol, J. E-
vola e P. Perali, chiariscono efficacemente la situazione, as­
sumendo un atteggiamento d’intima comunione e di volon­
tà di conoscenza superstorica, extra-scolastica, riguardo alla
civiltà, alla razza e alla cultura di Roma, che raramente
s’incontrano in altri studiosi. Si giunge a intrawedere in
essi una concordanza non soltanto con le osservazioni sulla
La razza di Roma 67

antica sapienza italica di G . B. Vico, ma'con quanto è ap­


porto storico della Tradizione occidentale.
Oltre che alla interpretazione di J. Evola nella sua
opera, Rivolta contro il mondo moderno, giova risalire alle
intuizioni del Bachofen che è giunto a ricostruire la realtà
spirituale e civile di quel periodo arcaico, presentando, ma
accentuando con una certa arbitrarietà, il contrasto tra due
razze, tra mondo degli Eroi e mondo delle Madri, tra auto­
rità civile e ginecocrazia. Se anche nell’interpretazione del
Bachofen, il contrasto dualistico viene risolto in senso uni­
laterale, ossia come vittoria assoluta di un ideale di cultura
su un altro, di una razza su un’altra, essa è tuttavia stori­
camente e miticamente inquadrata, così da rendere com­
prensibile per quale via ciò che fu punto di divergenza e
di lotta potè divenire motivo di fusione e di armonia.
La interpretazione del Bachofen rischiara di vivida lu­
ce, di tra le figurazioni dei miti e le magiche risonanze
dell’epos, la lotta tra due forme di cultura, attraverso cui
si prepara l ’avvento della razza di Romolo. Sempre in fun­
zione di una visione non scolastica, ma tendente a resti­
tuire alla storia il suo valore supertemporale, per l ’identifi­
cazione di ciò che, di là dai fatti, è l’anima segreta di es­
si, egli mostra come il più -remoto regime mediterraneo fos­
se conformato a una visione non virile del mondo, per cui
all’origine di ogni creazione veniva concepito un principio
femminile, una Dea che esprimesse il più alto valore spi­
rituale, e rispetto al quale il principio maschile si manife­
stasse come qualcosa di secondario e di contingente, sog­
getto a nascita e a morte, di fronte all’eternità e alla im-
68 Massimo Scaligero

mutevolezza della immane matrice da cui erompe la vita.


Nella religione naturalistica di Demetra-Persefone, nelle
impersonazioni delle dominanti dee orientali della natura,
Iside, T an k, Cibele, Astante, Melitto, e in Core, primo es­
sere femminile che sorge da un mondo ancora senza for­
ma e che genera essa stessa il suo sposo, ed in ogni altra
figurazione mitica in cui l’elemento mutevole della genera­
zione ha il predominio su tutti gli aspetti, e il simbolo
« notte » su quello del « giorno » e la luna sul sole, come
anche nel ricorrere del segno lunare in alcuni simbolismi
arcaici, cui talvolta si lega la registrazione lunare an­
ziché solare del tempo: in tutto ciò sono da ravvisare le
espressioni di un tema centrale, che, peraltro, si sarebbe
manifestato, nel piano della realtà, in costituzioni politiche
di carattere matriarcale.
Ma questo dominante regime della donna regale e sa­
cerdotale, sul limitare dei tempi storici, dà segni di un’ in­
tima involuzione che determina la lotta tra due religioni,
tra due razze, tra due sistemi di valori, tra due modi di
rappresentarsi la vita, tra forze umane e divine ad un tem­
po. E ’ la essenziale forza dell’essere maschio che reagisce
come nel risveglio da un letargo senza tempo: è l'uomo
mediterraneo, l’antico avo della stirpe romulea, che si de­
sta a nuova lotta, con vigoria ripresa dalle profonde radici
della vita: esso riesce ad affermarsi, allorché le civiltà ma­
triarcali mediterranee degenerano e vacillano. Cosi egli su­
sciterà l’ideale della cultura che inspirerà la Grecia dei tem­
pi storici: l’uomo che si afferma come costruttore della sua
personalità e del suo mondo, costituirà per essa il valore
La razza di Roma 69

basilare. Tale vicenda che, per virtù di un’autorità spiri'


tualmente virile, spiegherebbe il motivo intimo e la storia
imperiale di precedenti civiltà tradizionali, quali quelle del­
la Cina, dell’Iran, dell’India, dell’Egitto e della Grecia, si
sarebbe verificata nell’arcaico Mediterraneo in seguito al-
l ’affermarsi di stati e di comunità « matriarcali », in cui il
principio femminile, corrottosi poi in principio « afroditi-
co », orgiastico (ricordare i Baccanali e il culto di Diòniso-
Sabazio e i miti in cui una donna cerca di irretire un guer­
riero: Medea e Giasone, Circe ed Ulisse, Didone ed Enea,
e la lotta di eroi quali Teseo ed Ercole contro le Am az­
zoni) dominava, opponendosi al trionfo della pura virilità.
Qui si chiarifica il concetto di vittoria di una spiritualità
eroica, superiore, sull’umana necessità e sul fato: è appun­
to un eroe che supera il mare come forza irrazionale e ne
domina le insidie e lo attraversa vittorioso, colui che incar­
na il tipo perfetto di guerriero e di dominatore: Giasone è
un esploratore, Ulisse un talassocrate, Enea un navigatore
mediterraneo. Questa antica mentalità odisseica, epica, di
dominio sulle acque e di marinaresca avventura, è all’ori­
gine della spiritualità virile e aristocratica che si esprimerà
più tardi con Roma. Infatti, anche in senso strettamente sim­
bolico, « colui che si salva dalle acque », « colui che domina
le acque », è l’eroe e l’iniziato, il vincitore del mutevole de­
stino, il liberato, il dominatore dell’elemento >« femminile »
che è l’acqua.
Un tentativo di restaurazione dell’ etica gerarchico-
guerriera nel Mediterraneo viene osato dalla Grecia la qua­
le, portando la guerra a Troia, reagisce contro il diritto
7° Massimo Scaligero

matriarcale che impera e minaccia dall’A sia: indi è l’impre­


sa di Alessandro che lotta per affermare l’impero macedo­
ne. Ma, allato a questa azione di eroi e di guerrieri e al­
l ’ideale greco della cultura, la tradizione del collettivismo
e del rammollimento matriarcale si mantiene viva attra­
verso il fiorire dell’estetismo ellenico, del sensualismo dio­
nisiaco e del misticismo pitagorico-orfico. N ell’ urto della
lotta si rischiarano figure d ’individui eroici che assurgono
al piano semidivino, permanendo di là dal circoscritto mon­
do temporale, come entità simboliche, topici rappresentanti
di una nuova razza superiore, maestose pietre di paragone
per una novella vita « olimpicamente » compiuta in ogni
espressione di nobiltà, di disinteresse, di fermezza e di vo­
lontà di potenza. Il contrasto tra razze che si fonderanno
trova riscontro nel contrasto tra divinità: la lotta tra Cro-
nos e Zeus adombra la lotta deH’essere autocosciente supe­
riore contro la forza trasformatrice del tempo, l’eterno con­
tro il temporaneo: così Gea, la terra che protegge il figlio
Tizio contro Apollo (il cielo) viene essa medesima trafitta
dalle frecce del nume uranico; e lo stesso Apollo scaccia
da Delfo, dove avviene la fusione della religione dionisiaca
con quella apollinea, una Dea Ctonia; così più tardi la guer­
ra di Roma contro Veio corrisponde alla lotta di Apollo con­
tro Giunone Regina.
La concezione etico-guerriera e politico-religiosa che
risulta dalla compenetrazione dello spirito uranico-solate
con quanto di meglio sussiste dello spirito telluràco-sacerdo-
tale, allato all’idea di una vita di là dal mondo finito, crea
un sistema di possente organizzazione di uomini, che si
La razza di Roma 71
compirà nell’imperio mediterraneo di Roma. Così, mentre
nell’Ellade e più tardi ¡nell’Urbe il principio eroico, sacro e
agonistico, si congiunge con la stessa sostanza delle scien-
ze sacerdotali e con la rappresentazione trascendente della
aspirazione all’ immortalità; attraverso l’affermazione di
questo modo di vita maschio e costruttivo, la fiamma della
tradizione « solare » dei primordi riarde nel Mediterraneo
ellenico per virtù di un’armonia nuova delle razze che ri'
tovano la loro unità originaria: essa poi verrà portata a
Roma che le conferirà la virtù della imestinguibilità attra­
verso la costruzione imperiale.
Estendendo l’indagine attraverso la interpretazione del
mito e del simbolo, risulta evidente un intimo collegamen­
to fra le antiche culture che precedono Roma e il tipo ma­
triarcale delle civiltà orientali. Infatti, mentre i culti pre-
nestini mostrano una evidente analogia con quelli egizi
della Madre, nel mito di origine etrusca riguardante T a-
naquil, si ritrova l’aspetto asiatico e meridionale della
donna « afroditica » regale. Il regime primitivo romano
presenta caratteri matriarcali: la leggenda delle Vergini-M a­
dri, quale quella concernente la nascita di Romolo, la suc­
cessione dei re in linea femminile (Romolo nato, secondo
N evio ed Ennio, da una figlia di Enea, Anco Marcio figlio
di una figlia di Numa, Tarquinio il Superbo sposo della
figlia di una figlia di Tarquànio Prisco), e la prevalenza del­
l’autorità dello zio materno (avuncuhcs) sul padre, nel pa­
rentado uterino. Peraltro nella prima religione di Roma
ricorrono figure femminili: Mater Matuta, Diana, L u ­
na, la N infa Egeria, e Fortuna, il cui culto sarebbe stato
72 Massimo Scaligero

introdotto da Servio Tullio che se ne diceva figlio — leg-


genda, questa, il cui significato la ricongiunge con quella
che faceva di quel re, propugnatore della libertà popolare,
un bastardo concepito in una delle feste che si celebravano
in onore della Gran M adre: d’altro canto, quale figlio della
serva Ocrisia e quale istitutore delle ferie dei servi agli Idi
di Agosto, ossia nel giorno della consacrazione del tempio a
Diana suH’Aventino, Servio Tullio, sotto l’egida di Tana-
quii, impersona il principio ctonico persistente nel regime
politico. Inoltre sono di origine sabina le tradizioni riguar­
danti Tarpea, i rapporti di Ercole con Larentia, di Flora
con Marte-Ercole, e i vari tipi di feste orgiastiche che ne
derivano: esse ci riconducono allo spirito della civiltà ma­
triarcale che eserciterà un suo finale influsso sulla, nascente
civiltà.
Così si riscontra che anche il culto e i riti dei Romani
si ricongiungono a due religioni opposte che finiscono col
fondersi: la religione del Cielo e del Fuoco e la religione
della Terra e delle forze sotterranee: queste riconducono
da una parte ai nomadi settentrionali incineratoti di cada­
veri e dall’altra ai Mediterranei, ai Liguri, ai Sabini, agli
Etruschi, ai Pelasgi, agricoltori ed inumatori: lo scontro
e la fusione di questi due modi di vita e di religione, cui
rispondono due razze evolute, sono evidenti, come è evi­
dente che da tale fusione nascerà l’organicità della reli­
gione e dell’azione, l’equilibrio dei rapporti tra principio
virile e principio femminile, tra autorità paterna e autorità
materna. Nelle varie tradizioni romane si scopre così la
lenta e inarrestabile insorgenza di una razza nuova, si nitro-
La razza di Roma 73

vano uno strato antico e uno nuovo che cerca di soverchia­


re il primo o di trasformarvi concezioni, costumi, rapporti
ideali che, in tempi posteriori, dovranno risultare come an­
titesi con ciò che la Romanità poteva inizialmente assumere.
Quel che, per esempio, in Roma si conservò come dignità
e autorità matronale, allato al diritto del pater familias,
più che essere puramente romano, non fu che una trasfor­
mazione in senso etico e antimatriarcale di antichi elemen­
ti « afroditid » preromani.
Da questo contrasto di ideali e di costumi e dalle sue
stesse forme originarie legate allo spirito delle precedenti
culture, Roma emerge manifestando l’affermazione di una
razza e la formazione di una spiritualità assolutamente
nuove, che, riassunto quanto di più costruttivo sopravvive­
va in quelle, in parte le eliminò e in parte andò assimilan­
dole. T ale è la conclusione di un’acuta indagine compiuta
attorno alla leggenda di Tanaquil e dell’ influsso da costei
esercitato sul consorte Tarquinio Prisco e per l’avvento di
Servio Tullio, suo genero, al trono romano; leggenda di cui
numerosi elementi acquistano oggi, nella impostazione dei
problemi fondamentali della razza, significato di vivente at­
tualità. In ordine a tale riconoscimento, la nascita di Roma
segna il prodigioso esprimersi di un elemento etnico supe­
riore, ossia il manifestarsi di una spiritualità eroica e sacra
che dà senso ad una razza e al destino di esso: le caratteri­
stiche di tale razza rispondono eticamente e somaticamente
a quelle dovute ad un incontro del ceppo indoeuropeo con
quello mediterraneo. Ma, così come le due primordiali razze
che generarono per incroci la razza « nordica », da questa
Massimo Scaligero
74

furono superate, così la nuova razza romana, ariana-mediter-


ranea, supera le componenti, divenendo una razza a sè, in-
confondibile.
Per questi caratteri di superiorità, il Romano ci ap­
pare come il più degno discendente della razza « solare »
dei primordi ed erede della sua Tradizione: nel mito, il
ricordo dell’antica patria occidentale permane, ma Roma ne
risuscita il costume e la potenza. L ’Atlantide di Platone è
un ricordo mediterraneo-ariano che si presenta sotto forme
diverse: così mentre è 1’ « Isola dei Beati » situata ad oc­
caso, è altresì il giardino delle Esperidi, di là dalle acque
della morte; la tradizione caldea ci riferisce che l’eroe Gil-
gamesch cerca ad Occidente, l’albero della vita : qui sono
altresì la cveta-duipa, 1’ « Isola della luce » del mito indù,
i campi di Jalus « situati dove tramonta il sole e dove re­
gna Osiride », e la Iperboride di Pindaro, che « solo agli
Eroi e ai Semidei è accessibile ». E mentre la leggenda
scandinava della Ugadara narra di una remota contrada
del Ponto come di una patria originaria, nell’ Edda si rac­
conta che un inverno perenne distrusse il paese del Signore
di Luce.
Questo complesso materiale mitico, legato da un mo­
tivo dominante, essendo patrimonio di ambedue le cultu­
re, ne conferma la unità originaria, attraverso il senso di
un medesimo ricordo e di aspirazione nostalgica ad un
bene e ad un mondo perduti. Realizzando il connubio tra
modo uranico e mondo tellurico, Roma, dunque, ricostitui­
sce l’armonia originaria, epperò ritrova quella virtù bino-
miale, creatrice, che ha agito diversi millenni prima, quale
La razza di Roma 75

motivo essenziale della potenza della razza nordico-atlan­


tica. Il mito ariano, mediterraneo, diviene così contropar­
te di una realtà nuova che esprimerà la sua forza iniziale
in Roma.
Le origini della razza di Roma sono circonfuse di quel
mistero che accompagna la nascita di ogni grande civiltà:
la favola e la storia vi si compenetrano. Oltre il velo del
mito, la fondazione dell’Urbe presenta nella sua dramma­
ticità i segni di una nuova storia dell’Occidente, attraverso
una concatenazione di eventi che sono da considerare sim­
boli di un nuovo modo di vedere e di organizzare la vita
e che perciò, nel vecchio e decadente mondo mediterraneo,
già annunziano la conquista romana dell’Occidente. Occor­
re dire che il rito della fondazione prelude, nella sua nuda
drammaticità, la virtù eterna dell’Impero: il fondatore è
infatti il Lare per eccellenza, il capostipke di una razza
di origine divina, e realizza anzitutto un patto spirituale
con gli dei e con gli uomini: poi procederà al rito della
fondazione.
Per .intendere il senso di una potenza che dà inizio
alla formazione della razza, occorre tener presente che tut­
to in Roma deriva da un senso sacro, superno, della vita:
la fondazione della città è un atto costruttivo che muove
da un ordine di necessità puramente spirituale: essa è la
conseguenza di una religiosa, ideale, armonia costituitasi tra
un gruppo di uomini, guerrieri e sacerdoti, che intendono
costituire un’unità nuova, una forza creativa, e intendono
primamente ritrovare nella città il santuario del culto co­
mune. La fondazione dunque non è motivata da ragioni di
76 Massimo Scaligero

ordine economico, o topografico, o comunque contingente,


ma da ragioni di comune aspirazione ad un ideale superio­
re di vita, ad un piano supermateriale, « divino ». Il rito
presenta poi un valore universalistico, investendo celebrazio­
ni della natura, significati mistici ed esoterici, interrogazioni
a forze celesti per la scelta del luogo ed evocationes alle po­
tenze demòniche, al genio della razza, agli Dei ctonici e
uranici, per la fortuna della città che dovrà sorgere.
Volendo accennare a questo mistero della fondazione
di Roma nella presente trattazione, non è possibile soffer­
marci a dare un’idea sia pure sommaria del valore essenzia­
le annesso dagli antichi e in particolar modo dai Romani
all’azione del rito. Ci basti dire che, alla stessa maniera che
un moderno con operazioni e mezzi meccanici si rende pa­
drone della distanza, dà forma alla materia e organizza la
sua stessa vita esteriore, cosi il Romano antico, attraverso la
tecnica del rito, resa perfetta grazie al connubio regale-sa-
cerdotale che implicava l ’azione di una volontà autocoscien­
te, 1« solare », e il corpo di una forza dinamica, mediatrice,
<■ lunare », stabiliva un contatto ascendente con forze ma­
gnetiche del cosmo e attraverso queste psichicamente agiva.
Esisteva una scienza di tale azione: essa, a differenza di
quella meccanica che pone tutti gli uomini su uno stesso
piano (im quanto il mezzo meccanico può essere manovrato
sia dal sapiente che dall’ignorante) richiedeva una dignità
spirituale che non era da tutti; esigeva la presenza di qua­
lità psichiche, in senso dinamico ed eccezionale, epperò con­
nesse a una moralità superiore che non aveva nulla di dis­
simile da quella del mistico, del sacerdote. Ciò tuttavia per
La razza di Roma 77

il Romano non significava che la vicenda si dovesse limi­


tare al mondo contemplativo e misterico (come nell’antica
ritualità dei popoli mediterranei, nell’orfismo e nel pitago­
rismo) ma che da un piano spiritualmente 1« superumano »
occorreva partire per dare senso all’ « umano », ai reale, alla
vita di ogni giorno, all’organicità politica. Era dunque un
senso altamente religioso dell’esistenza quello al quale si
conformava i l rito: la razza ne veniva di continuo model­
lata, resa forte sotto ogni aspetto: ed erano esseri privile­
giati, ossia più interiormente complessi, lungimiranti, « ini­
ziati », coloro cui era affidato il compito di dare forma e
direzione agli avvenimenti, attraverso la rigorosa tecnica
del rito. Erano sacerdoti, flamini, pontefici. La loro sapien­
za era la Tradizione, remotissimo retaggio della stirpe « so­
lare », eroica e spirituale ad un tempo.
Con la fondazione di Roma, il sacerdozio torna a far
parte di una perenne armonia del mondo, divenendo com­
plemento dell’azione guerriera, ossia non più limitandosi al­
l’estetismo delle antiche comunità misteriosofiche occiden­
tali (Zagreo, Dioniso, Orfeo), nè più servendo da strumen­
to aU’orgiasmo prevaricatore e all’ « afroditismo » matriar­
cale dei precedenti regimi mediterranei, ma costringendo
lo spirito a una disciplina nuova, ossia a tradursi in pre­
cisione di atti, di affermazioni, di conquiste, obbligando
Vàpeiron, l ’indefinito, ad assumere forma, ad attuarsi in fé -
ras, in realtà definita, archetipo della creazione classica e
ispirazione originaria d&ll’imperium, della nuova anima ar­
chitettonica.
Ripetiamo: ciò non è poesia e neppure mito. Nono-
Massimo Scaligero
78

stante che la magica risonanza del mito nella vicenda di


Enea, quale Virgilio ce la presenta e in quella di Romolo
figlio di una Vestale e del Dio Marte, sia posteriore agli
eventi delle origini, pure esso non rappresenta che un velo
umano del profondo mistero della fondazione. Qualcuno d
dice che con questa leggenda si è voluto fare di Romolo una
emanazione del principio « femminile » — chi creda che ne
valga la pena e attribuisca valore alle analogie, tenga conto
che, nonostante il connubio di Marte con la Vestale, costei
è da considerare come simbolo terrestre della verginità, os­
sia della pura potenza non attuata in maternità — avvi­
vato dalla forza « numiniica » personificata nel Dio maschio.
Ma non è tutto.
L ’essenza del segreto può intravedersi soltanto se, gio-.
vandosi di una visione non scolastica e non razionalistica
della storia, si tien conto che Romolo, pur adottando l’ar­
caico rito della fondazione, innesta ad essi atti che presen­
tano significati nuovi. Non è sufficiente riconoscere che tale
rito, per quanto di origine etnisca, era comune anche al
Lazio e alla Sabina. N e l rito del mundus si realizza il prin­
cipio della eternità dell’Urbe, in quanto novamente lo spi­
rito si traduce in azione, in realtà gerarchica. Per chi se
ne interessi, rimandiamo a simboli come le visioni augurali
di Romolo sul Palatino, e poniamo in rilievo che Remo, il
quale sta a simboleggiare l ’elemento « antigerarchico », pro­
prio al periodo decadente del « matriarcato », .viola la in­
tangibilità del solco e Romolo lo punisce. Ciò vuole signi­
ficare la inviolabilità di ciò che ritualmente è consacrato e
l ’affermazione del nascente spirito guerriero, « olimpico »,
La razza ài Roma 79

antiugualitario, sul vecchio spirato orgiastico, comunistico,


anarcoide: è il primo atto di giustizia inesorabile, di un
senso di subordinazione assoluta ad un ideale superiore di
cui da quel momento la civitas sarà la manifestazione v i­
vente. Occorre saper vedere in tutto questo la morale pro­
fonda cui sarà conforme la razza di Romolo: quella stessa
gerarchia spirituale che governerà l’associazione sacrale-
guerriera, si rifletterà nella vita degli individui, per virtù
del continuo imperio del principio cosciente, del nous, del­
la mens, sulle attività esterne, sulla pratica della vita.
Secondo l ’arcaico rito etrusco, gli àuguri dovevano le­
varsi dopo la mezzanotte, in silenzio, e attendere l ’aurora.
Anche Romolo e Remo dunque si levano post mediam noe'
tem : salgono sulle due alture (tabernáculo, capiunt, tempia
capiunt): da questo momento il destino di Roma e della
sua razza sta per essere segnato. Gli storici e i poeti qui
quasi totalmente concordano nel dirci che Romolo salì sul
Palatino e Remo sull’ A ven tino: due luoghi diversi, due
simboli opposti, due tradizioni che si scontrano, epperò an­
cora due razze.
Occorre decidere del nome della nuova città: si chia­
merà Roma o Remora? Sarà re Romolo o Remo? Tutti sono
intenti, in attesa del responso che deve venire dalla forza
stessa del fato. Il disco bianco della luna tramonta: si sof­
fonde il chiarore dell’alba ed ecco il più perfetto degli au­
gurai: l’aquila di Giove si mostra a sinistra — è già il
simbolo della regalità « olimpica » proprio alla razza « so­
lare », che si manifesta ai padri dei futuri dominatori del­
l ’Occidente — e mentre si affaccia il disco del sole, ecco
8o Massimo Scaligero

volare rapido uno stormo nero. Chi avesse veduto prima do­
dici avvoltoi, quegli avrebbe regnato. Primo è Romolo, al
biancheggiare del giorno; il popolo esulta: Romolo è con­
sacrato re, sacerdote e duce: è il lare primo, il padre della
nuova razza.
E che sia un autentico capostipite lo dimostra la tec­
nica sacerdotale della fondazione. Egli, consapevole dell’an­
tico rito etrusco, appreso attraverso i segreti libri liturgici
— come si legge in Catone, in Servio, in Festo e in Gel­
ilo — iniziato a una spiritualissima scienza sacra che com­
pletava in lui il guerriero e il fondatore di civiltà, tratti gli
auspici, ofFerto il sacrificio, acceso il fuoco rituale, scavata
la fossa circolare, il mundus, e gettatovi il pugno di terra
a ii era simbolicamente e realmente legata l’anima degli avi,
iniziava la possente e misteriosa vita della terra patrum,
della terra dei padri, della patria, ossia della terra cui sarà
legato il destino della razza.
A suggellare il legame del nume indigete con il centro
spaziale della nuova città, ossia a fine di legare al luogo la
forza dello spinto, onde il luogo contenga una sua forza
« demonica » di patria, di luogo sacro, di effettiva eternità,
una larga pietra, il lapis manalis, chiude la bocca della fossa.
Viene cosi costituito il « mondo-infero », che deve accoglie­
re le anime, non i corpi dei trapassati, e donde tre volte
l ’anno essi emaneranno nel mondo della vita. Allato al
mondo infero, vengono erette una colonna di forma conica
ed una piramide: ambedue sono sacre ai manes del capo­
stipite e vengono consacrate ai suoi eroismi. E ’ dunque
una forza immortale che si sposa alla terra la quale perciò
La razza di Roma 81

sarà anch’essa immortale. Dopo l’assunzione nel ciclo divi­


no, il fondatore, spiritualmente vivo nel mondo infero, sa­
rà venerato dalla città quale figlio degli Dei, nume tra i
numi, auctor, eroe e parente della nuova stirpe.
Consacraci il mondo infero e quello superno, si pro­
cede alla costituzione rituale della topografia della città,
sempre in ordine a un antico segreto cerimoniale che Ro­
molo ben conosce. Del cerimoniale non conosciamo che la
modalità esteriore, ma anch’essa, per chi sa intendere, ha
un linguaggio. Il duce, in candida clamide e il capo velato,
secondo il costume sacerdotale, aggiogati all’aratro un bue
e una vacca bianchi e robusti, discende dalla collina, se­
guito dai compagni silenziosi, ed invocando con misteriose
formule di propiziazione il favore delle forze divine comin­
cia a tracciare il solco rituale, badando che all’interno, dal­
la parte della città, sia la vacca, immagine della fertilità, e
fuori, dalla parte della campagna, il bue, emblema della
forza. N el condurre il solco egli, là dove vuole le porte, alza
l’aratro, così che non tocchi terra. Poi alzerà le mura di
cinta, seguendo la linea del solco, e fuori, rasente le mura,
scaverà il fosso di circonvallazione: di qua e di là i due
pomeri: uno interno e l’altro esterno: due spazi di terra
che non si possono arare nè abitare, voluti sgombri e liberi,
a scopo di vedetta e di difesa. Le mura sacre qui sorgeranno
e nessuno potrà da allora modificarne l’ampiezza e restaurar­
le senza il permesso dei Pontefici. A i confini si porranno i
titoli dedicati al Dio Termine.
Tracciati i limiti della città, date ai padri le case secon­
do la designazione della sorte, divulgati i diritti, il duce, se-

6 . La Razza di Roma
82 Massi-,no Scaligero

guito da tutti i compagni, riguadagna la sommità. Indi,


gridato il nome divino della città che viene ripetuto a gran
voce tre volte dai padri, immola il bianco giovenco con la
vacca sull ara del sommo Giove. Imbandiscono poi le mense
e le feste durano nove giorni. Gli oggetti adoperati nel rito
della fondazione dell’Urbe si ripongono come sacre nel
mundus.
Questo complesso rituale onde Roma, a detta di En­
nio, viene fondata con « augusto augurio », contiene i mo­
tivi fondamentali che daranno senso d ’eternità alla razza,
alia città e al suo imperio: esso è l ’aspetto cerimoniale di
una tecnica segreta mirante ad aggiogare gli eventi secondo
un’unica direzione, quella dell’Urbe nascente. E ’ l’iniziale
vittoria della razza di Roma sul fato, per un ciclo nuovo
dell’Occidente. Tale sarà da allora il significato del Dies na-
talis Urbis Romae. La fondazione di Roma è dunque un atto
costruttivo che muove da un ordine di interiore necessità:
essa, mentre è la conseguenza di un trattato religioso tra co­
loro cne dovranno abitarla, in quanto rappresenterà il san­
tuario del culto comune, deve ritualmente costituirsi come
cama di cause, come punto di partenza, come motivo radi­
cale di un organismo futuro. E ’ un seme nel seno della ter­
ra e, come seme, deve contenere la forza della generazione.
E ’ essenzialmente un’arte « iniziatica » quella che in­
terviene a dare direzione al fato, col rito del mundus: que­
sta piccola fossa circolare, scavata da Romolo, accoglie un
pugno di terra che egli ha recato con sè da Alba (Plutarco,
Dione, Cassio, Ovidio, Festo) e accoglie la zolla che ciascu­
no dei suoi compagni ha recato dalla terra nella quale ar-
La razza di Roma

deva prima il fuoco sacro, cui era legata l’anima dei loro
manes. E ’ dunque terra intrisa di forze, di anima di razze,
la terra cui è attaccata la dinamica del genius loci, dello spi-
rito della stirpe. N on è poesia. E ’ la creazione di un pos­
sente condensatore di forze adunate secondo un procedimen­
to la cui modalità è ignorata dai moki, e che anzi occorre
— sempre in osservanza a una tecnica esoterica — sia igno­
rata, così come il nome segreto della città, il nomen sacrum,
la parola seminale, il logos spermaticòs, il verbo segreto, che
corrisponde alla virtù del nume della città. La stessa forza
del rito fa sì che i fondatori siano liberi dalla « empietà »
di aver lasciato la terra degli avi e promuove un nuovo
legame tra anima e materia, tra lo spirito della razza e il
suolo prescelto per la fondazione.
Il mundus è dunque un luogo sacro, il punto centrale
in cui il fato viene per forza rituale vincolato alla terra:
l’aspetto spaziale del divenire è dunque dominato e avvin­
to per virtù di una vicenda che contiene in sè già il su­
peramento del tempo: se alla terra è legata la forza dello
spirito e se lo spirito dell’avo divinizzato è immortale, la
terra s’ impregna di una virtù metafisica, diviene centro mi­
stico d ’eternità. Mundus significa, nell’antica lingua esote­
rica, la regione dei Mani, moundos (Plutarco, Festo, Servio):
e poiché il culto dei Mani è ininterrotto grazie all’ardere
della sacra fiamma innanzi al larario domestico, si chiari­
fica anche il senso del fuoco. Sulla fossa fatidica si accende
il sacro fuoco della città, che sarà il fuoco di Vesta peren­
nemente acceso nel tempio: esso non sarà un elemento della
natura divinizzato, come la critica storica ha sempre credu-
84 Massimo Scaligero

to, ma rappresenterà il simbolo terrestre di una forza d iv i'


na a cui, nel piano celeste, sempre simbolicamente, corri-
sponderà il sole e, nel senso della fisiologia umana, il cuore,
sede dell’intelligenza superumana secondo l’antico spiritua­
lismo {Cicerone, Plotino, Giamblico, Giuliano Imperatore).
Così, come nel cuore dell’eroe e dell’asceta arde una perenne
fiamma di divinità, nell’interno del tempio arderà il fuoco
di Vesta.
Ma chi per primo in Roma accende questo fuoco? Ro­
molo. Egli dunque è il fondatore, ma è anche il Lare pri­
migenio della città, il capostipite spirituale della razza ro­
mana: ed essendo già divino nella vita umana, la sua morte
non sarà che una ricongiunzione totale con il piano divino.
11 mito drammatizzerà tale vicenda.
Quello che occorre sottolineare è che l’elemento divino
costituente parte essenziale della nascita di Roma, non è
che l ’aspetto religioso di un dominio degli eventi, della fa­
talità, ottenuto attraverso il possesso di energie trascen­
denti che all’antico iniziato era familiare, come all’ingegne­
re e al meccanico moderno è familiare il controllo e il do­
minio delle energie fisiche. E poiché tale sapienza metafi­
sica, come si è sopra accennato, con Roma tende a tradursi
in organicità civile e guerriera, si può senz’altro affermare
che con la fondazione di Roma si è già iniziato il ciclo
della razza che costruirà l’ Impero, ossia si è preparato l’av­
vento dello spirito gerarchico quale superamento dell’ideale
collettivistico delle società del Mediterraneo arcaico. E ’ dun­
que la simbolica aurora dell’Occidente.
La fondazione di Roma, di là dalla interpretazione an-
La razza di Rana 85

tica della storia e della stessa assunzione mitica ed epica,


nasconde un segreto impenetrabile di potenza che solo può
essere conosciuto e posseduto da chi appartiene alla stirpe
dei fondatori, alla stirpe olimpica creatrice d ’ imperi, alla
razza di coloro che conseguono l’immortalità terrestre e che,
penetrando nell’intima trama del fato, si fanno dominatori
del divenire.
L a stoma, quale umanamente si concepisce, non è che
libro, parola fossilizzata sulla carta. U n’indagine attorno al
segreto della nascita di Roma potrebbe tuttavia insegnare
che cosa è in sostanza l ’origine di ogni razza destinata a
dominare il tempo, il senso di ogni fatto narrato, dii ogni
gesta compiuta e non tramandata. La storia ci espone la
realizzazione di alcune possibilità le quali peraltro sono v ir­
tualmente presenti in ogni punto: così, come Eraclito in­
tuisce che il tempo, 1’ eone, « è il fanciullo che giuoca », i
grandi eventi della storia non presentano significato in quan­
to si riconosca ad essi un progresso od un ritmo di « evo­
luzione », ma in quanto nel libero, oceanico giuoco delle
forze intelligenti e demoniche, numiniche e telluriche, co­
scienti e sub-coscienti, vince la forza del più forte, di colui
che, per virtù di una spiritualità superumana, tenga fermo a
una Tradizione di vittoria dell’uomo sul fato — Tradizione
eroica di cui Roma è simbolo vivente, che custodisce in sè
il segreto dei segreti: quello dell’impero e della pax degli
dei e degli uomini.
Chi, dunque, in quel Mediterraneo che non ha assun­
to ancora fisionomia civile, armonicamente definitiva, può
riassumere gli ideali più perfetti di culture e razze ancora
86 Massimo Scaligero

in lotta, di retaggi spirituali iperborei, orientali e meridio-


nali? Sulle rive del Tevere, nel centro dell’arioso Mediter­
raneo, Roma fondata da una stirpe di guerrieri, compirà il
prodigio, avendo iniziato nella penisola la lotta contro i re­
sidui delle vecchie mentalità democratiche matriarcali e dei
vacillanti regimi ugualitari. L ’ anima guerriera unificatrice
della nuova razza inizia così il suo ciclo epico.
N el condurre indagini attorno al nostro problema et­
nico delle origini, occorre dunque tener conto di motivi su-
perstorici che dànno senso alla storia di Roma: occorre con­
vincersi come anche ammettendo che Roma nascesse da un
semplice dramma « umano », nessuna critica storica possa
negare che essa recasse in sè il germe del « divino », onde,
dopo la guerra e la vittoria, portò la pace feconda nel mon­
do ed elevò spiriti e nobilitò razze: che tutto ciò fu ine­
vitabile, misteriosamente sicuro e fatale.
Essa pian piano si fa centro, fulcro del movimento,
emergendo, riassumendo tradizioni, imponendosi, armoniz­
zando riti ed esigenze di varie razze, affermando la legge
nuova della sua razza e la sua originale individualità. Tutto
le obbedisce, uomini, sorte, mentalità, impulsi di genti d i­
verse: essa amalgama, conquista ed unifica: crea una pos­
sente armonia delle due spiritualità, nordica e meridionale,
che corrispondono altresì a due tipi di civiltà: Occidente ed
Oriente. Dal centro mediterraneo, essa riassume l’antico e
il nuovo e inizia il suo ciclo, man mano creando ed esten­
dendo il suo mondo. L a sua espansione è irresistibile sino
all’Impero, quasi come sia guidata da un volere divino.
Rievocando questa virile e guerriera vicenda della raz-
La rana di Roma gy

za romana e della conquista deH’Occidente, vien fatto di


chiedersi se ciò non sia stata piuttosto una impresa di es-
seri superiori che non di semplici uomini. Sembra lecito
concludere che un potere prodigioso anima il destino di Ro­
ma e lo evolve e lo conclude. Essa nasce in un semplice
punto geografico e da questo pian piano trasforma l’intero
mondo, creando una sua civiltà: ciò parrebbe più mito che
realtà storica. In ogni avvenimento del ciclo di Roma si ri­
trova qualcosa che ha simultaneamente una parte spirituale
e un significato simbolico. Nella lotta che le legioni romane
impegnano, sii cela in pari tempo una lotta di carattere su­
periore, ovvero l’aifermazione di una razza dello spirito che
vuole dare impronta di sè alle cose e agli eventi, in supe­
ramento assoluto di ogni precedente forma di cultura e di
civiltà.
E ’ questa la ragione fondamentale per cui la progres­
siva conquista del mondo antico si accompagna all’interno
con la rigida costituzione del potere nella forma di un tipo
virile di Stato, in netta opposizione con quello proprio alle
arcaiche comunità italiche e mediterranee. T ale forma si
completa in una etica severa e in una espressione giuridica
rigorosa che si esercita su tutti i campi e si porta su tutte
le terre, fortificando le intime virtù, organizzando l’intera
vita sociale su un fermo equilibrio tra l’elemento maschile
« solare » e quello femminile « lunare », tra lo spinto « o-
limpico » e 1« classico » e quello « dionisiaco » e « natura­
listico ».
L a brevità della presente trattazione ci impedisce di
esaminare la vicenda intima, esoterica, dell’affermazione di
88 M assim o Scaligero

Roma nel mondo, la quale è dovuta non semplicemente al­


la forza guerriera nè alla organicità politica fondata sull’ar-
monia del jus, del mos e del fas, ma soprattutto al pos­
sesso sacrale e rituale di energie trascendenti, di cui a noi
non rimangono se non le tracce più esteriori e contingenti,
ossia tali che possono condurci a pensare erroneamente a
una religione naturalistica e a fondo superstizioso. U n si­
mile tema sarà argomento di uno studio che stiamo prepa­
rando. Possiamo tuttavia far cenno ad alcuni motivi essen­
ziali di ordine etico e realistico che agiscono profondamente
sulla formazione della razza romana, mediante una ispirazio­
ne così viva e aderente alla vita che giunge a modificarla
nella sua stessa « fisicità », nella sostanza organica e nella
forma esterna. Ciò non si può concepire se non come azio­
ne di una potente energia dello spirito (nous) sulla vita ma­
teriale, dovuta al superamento del dualismo spirito'materia
che si raggiunge con l ’equilibrio regalie-sacerdotale, con la
fusione delle due remote civiltà uranica e ctonica. Soltanto
una tale ispirazione superumana può spiegare la forza inte­
riore, la rigida morale e la disciplina civile del romano an­
tico.
L ’individualismo, nel senso egoistico acquistato attra­
verso le incomposte ideologie democratiche proprie alla vita
moderna, non contamina la civiltà di Roma. Non agisce nel­
l’uomo quella istintività anarcoide che eufemisticamente da
taluni, particolarmente oltralpe, viene chiamato « spirito di
indipendenza»: non esiste una giustificazione morale di
ciò che nell'uomo è bassamente passionale e nevrotico: l’in­
dividuo, attraverso la fides, sa di essere ben guidato e di
La razza di Roma 89

non vivere fuori di un ciclo costruttivo nel senso ideale e


materiale. L ’ uomo appartiene allo Stato ed è consacrato alla
sua difesa: i suoi beni sono sempre a disposizione dello
Stato: se la città ha bisogno di danaro, può ordinare alle
donne di consegnare i loro gioielli, ai creditori di lasciare
in suo favore i crediti, ai possessori di ulivi di cedere l’olio
annualmente ricavato. Il celibato è proibito. N è ciò acqui­
sta nei riflessi della vita civile un significato di tirannia; al
contrario, vigendo un ordine spiritualmente gerarchico, il
cittadino si rimette fiducioso alla autorità dello Stato, con­
servando pieno il senso della propria personalità, della pro­
pria collaborazione cosciente. Ciò può essere molto istrutti­
vo per coloro che ancora equivocano sul senso della loro
indipendenza nella vita nazionale: ricordino che con un
così vigoroso controllo sulla vita dei cittadini, Roma formò
effettivamente una sua razza e costruì l'Impero.
Per quel che riguarda la educazione fisica della razza
condotta attraverso la vicenda atletica e guerriera, occorre in
particolar modo notare che in essa non veniva meno, ma
agiva potentemente, quella ispirazione metafisica, univoca,
che agiva in ogni espressione della vita, sia religiosa, che
morale e politico-militare, traducendo continuamente in
precisione di atti e di azioni l’ordine altamente spirituale da
cui promanava. In Roma, infatti, i ludi ginnici e le vicende
dell’agone erano caratterizzate da un valore sovrammateria-
le e sacro che presentava di conseguenza un aspetto ben
definito nella stessa religione ufficiale. Gli anfiteatri, i cir­
chi, come anche le manifestazioni agonali che vi si svol­
gevano, erano consacrati a Numi e ad Eroi, o a imprese da
9° Massimo Scaligero

questi compiute, già divenute sostanza dii mito e di culto.


N ei giuochi, la presenza divina, o la diretta significazione
spirituale delle imprese di esseri fortissimi, superiori al pia-
no umano, si trasfondeva nell’anima collettiva attraverso
le prove atletiche, come una forza di ispirazione eroica, di
indole guerriera.
L e celebrazioni atletiche, come, nel piano effettivamen­
te epico, le guerre stesse, acquistavano il valore di riti e ve­
nivano cosi a essere partecipi del significato proprio alla spi­
ritualità eroica della razza: l’ebrezza dell’agone suscitava ri­
svegli di una supercosdenza, dischiudeva spiragli nel mondo
sovrasensibile. Ecco perchè il arco era considerato un centro
fatidico, un luogo di adunata di Numi, e in esso si lascia­
vano seggi vuoti destinati ad entità invisibili. N e risultava
perciò che il senso analogico avesse influenza anche sulla
topografia e sulla costruzione degli anfiteatri, riferendo la
loro formale materialità a significati d’ordine metafisico.
N ulla dà vita e potenza alla competizione agonistica,
come questa consapevolezza di un significato superiore al
quale riferire ogni tensione e ogni guizzo di muscoli, ogni
sforzo della volontà protesa alla meta e alla vittoria. E ’
l’armonia perfetta fra Dioniso e Apollo, ossia il subordi­
nare l’ebrezza fisica a un controllo spirituale, a una cosden-
za dell’azione che non può non presentare, per virtù di una
pertinacia secolare, un valore altamente costruttivo della
razza. In una forma più originaria, in riferimento al mon­
do « tellurico » mediterraneo, si ritrova invece questa ebrez­
za fisica scatenata, non subordinata a una consapevolezza
interiore. N el mondo ellenico-romano, lo stato di esaltazio-
La razza di Roma
91
ne agonale eroicizzava gli uomini, trasformandoli quasi in
strumenti di affioramento di forze invisibili. Ma l’atleta non
era trasportato, bensì accoglieva e dominava questo stato di
ebrezza: si lanciava con impeto, ma non c’era il più pic­
colo moto dei muscoli che sfuggisse al suo controllo: era la
lucidezza nella veemenza, la chiarezza nell’ allucinazione.
Ma la forma più antica, propria al periodo matriarcale delle
razze meridionali, con cui, attraverso l’ebrezza fisica, si rag­
giungevano stati « trascendenti », era il tema « menadico »,
coribantico, l’avviamento ai contatti con l’invisibile, attra­
verso la vertigine. A lla vita scatenata dal ritmo s’innestava
un’altra vita come emergenza della più profonda natura di
quella. Eminente, in questa primordiale ricerca dell’ « esta­
si », appare il culto tracio di Dioniso e la vicenda orgiastica
che gli si connette: ma non è lo stesso Dio suscitatore di
drammi notturni, di danze sfrenate che mozzano il respiro,
quello che entra a far parte della serenità dell’Olimpo. Egli
si ellenizza e quasi si umanizza, entra a far parte di un
cosmos nel quale la sua potenza trova spontaneamente nuo­
vi motivi dì creazione grazie all’ innesto di un elemento
« olimpico ». In origine, tuttavia, il culto di questa divi­
nità tracia contrastava violentemente con quello che Omero
ci rappresenta come il senso greco della religione; il mo­
tivo menadico, furioso, prorompente, era troppo fuori da
quell’equilibrio attico che non veniva meno neppure nel­
l ’orgia e nel baccanale. La danza di Sabazio non era rit-
mizzata dal preciso movimento col quale i Greci di Omero
accompagnavano il peana, ma si scatenava turbinante, sca­
pigliata. L a folla degli « entusiasti », nell’oscurità della not-
Q2 Massimo Scaligero

te appena rischiarata da torce, si raccoglieva sulle monta­


gne ed accitata dal sordo tuono dei cimbaJi e degli auleti
« che invitavano alla follia », si abbandonava alla vertigi­
ne frenetica: le donne vestite di a bessari » fluttuanti e
sotto spoglie di pelli animalesche, con in pugno serpenti
consacrati al dio, brandivano pugnali o tirsi e, dopo es­
sersi dimenate sino al parossismo, prese da una follia sacra,
si precipitavano sugli ammali scelti per il sacrificio e li di­
laniavano, strappando coi denti la carne viva e divorando­
la sanguinolenta.
In Grecia, invece, Sabazio si trasforma e prende il no­
me di Dioniso, che giustifica la sua entrata nell’Olimpo:
ma la dissociazione della personalità che si procurano gli
adepti nella sua celebrazione acquista un carattere più chia­
ro, di più viva consapevolezza. Città e stati celebrano in
suo onore feste annuali durante le quali si glorifica in lui
il dispensatore del vino, il fautore demònico di tutto ciò
che prospera nella natura. L'arte stessa riceve dal suo culto
un impulso possente, e l’espressione più avvincente della
poesia ellenica, la tragedia, scaturisce appunto dai cori del­
le celebrazioni dionisiache. Nella sua qualità di Backeus,
Dioniso continua a svegliare il delirio sacro che ora tende
piuttosto, nelle feste notturne, a procurare una « catarsi »,
o purificazione, all’anima eccitata dall’ « estasi »: ma egli
stesso, in quanto Lisio e Meilichio, può farlo calmare o por­
tarlo al massimo grado.
T uttavia una religione sana e costruttiva come quella
romana, che proscriveva i Baccanali in difesa dell’ integrità
dei costumi e ammetteva i culti esotici solo a patto che
La razza di Roma 93

non influissero sulle organizzazioni virilmente educative e


non fossero causa di disgregazione, ma confluissero in un
unico ideale metafisico fissato come forza « solare » della
divinità, in senso uranico-olimpico epperò fortemente ispi-
i atore della razza in quanto politica e religione erano
strettamente connesse — non poteva ammettere l’esperien­
za dell’ « estasi », ossia del passaggio da una personalità a
un altra, se non come un’ascesa d ’ordine psichico, nella qua­
le fosse presente il senso dell’autocoscienza, e il contatto con
l ’invisibile venisse da un consapevole portarsi ad un piano
superiore.
A questa concezione è legato il significato dei ludi:
in essi, elemento dionisiaco ed apollineo infine si fondono,
e Roma trova il giusto equilibrio tra due mondi. Se la vita
bacchica e la coribantica scivolava tra le subdole vertigini
di dissoluzioni senza forma e di evasioni estatiche, quella
destata dall’ebrezza agonale, invece, si trovava al centro del
rito guerriero, rivestendo un carattere di forza più cosciente
e più luminosa. Attraverso tale concezione è facile spie­
garsi come atleta, guerriero ed eroe assumessero un unico
significato politico e fossero considerati sotto un solo aspetto
sacro che riassumeva in sostanza .i valori fondamentali del­
la razza. Perciò esisteva non un distacco, ma uno stretto
legame, tra vicenda eroico-agonistica e religione, tra espe­
rienza atletica e vita politica. Si riteneva pericoloso trascu­
rare 1 sacra certamina: se le casse dello Stato erano vuote,
si potevano ridurre i giuochi, ma non sopprimere. Il circo
poi era ricco di edifici sacri: in quello Màssimo era ce­
lebre il santuario di Conso, presso la « meta », ossia il pu-
94 Massimo Scaligero

teol analogo a quello intorno al quale gli Etruschi celebra­


vano i giuochi funerari. Sacrifici precedevano, accompa­
gnavano e seguivano i giuochi. Le statue degli Dei dopo
la pompa venivano condotte al pulvinar, e l ’ Imperatore
stesso prendeva posto in mezzo ad esse: la sua potenza era
rappresentata da una vittoria con una palma in mano. E ’
evidente dunque che l’interesse che la religione e lo Stato
ponevano nei ludi ginnici, andava oltre quello del sempli­
ce diletto spettatone e del banale entusiasmo.
Religione e politica cooperavano perciò alla creazione
e alla educazione della razza. I riti romani alla vigilia del­
le guerre e a consacrazione delle vittorie, presentano cosi
un significato di trionfo 9ulla necessità materiale, che giun­
ge a travolgere lo spirito del fatalismo delle vecchie razze
e di ogni culto di tipo « comunistico ». Tengano presente
tale verità quei corifei della filosofia della storia, che con­
tinuano a considerare Roma come una mera associazione di
condottieri e di strateghi, rimpicciolendo così la spirituale
visione della civiltà mediterranea.
Ravvivata e ridestata a significati superiori la Tradi­
zione, ossia costituita la virtù fondamentale della nuova
stirpe, dal Mediterraneo romano nasce infine la luce del­
l’Occidente. Roma inizia la sua grande opera di civilizza­
zione occidentale. Vinto Pirro e scardinato prima con la
battaglia navale di Ecnomo e poi con la battaglia di M i­
lazzo il predominio mediterraneo di quella Cartagine che
rappresenta l’ultimo tipo di costituzione matriarcale, la ra­
pidità con cui Roma estende il suo imperio su tutto Viri'
temiim mare, stupisce gli stessi contemporanei. Polibio, nel
Im razza di Roma
95
V I libro della sua Storia, ponendosi il compito di identifi­
care i motiva di tale ascesa, rasenta il vero allorché pone
m ^rilievo la natura complessa della costituzione romana,
nella quale il potere quasi assoluto del magistrato supre­
mo, investito di autorità sacra, s’integra con la potenza ari­
stocratica^ del Senato e col riconoscimento dei diritti del
popolo: è un’armonia di forze, al centro delle quali è una
legge di spiritualità eroica, mediata dagli elementi costitu­
tivi della razza, che la reca nel sangue potenzialmente e la
traduce in atto.
Nelle guerre puniche, mondo occidentale e mondo
orientale si urtano per un definitivo predominio: con la di­
struzione di Cartagine — città sacra alla dea Astarte, ossia
all’Afrodite semitica — con questo che Bachofen chiama
« grande punto di svolta per i destini dell’umanità », Roma
riconduce il mistero della tradizione e della potenza dal Sud
al Nord, dal mondo delle madri e delle forze oscure della
natura a quello degli eroi e delle forze celesti. ,« Ciò che A -
lessandro aveva conquistato in Oriente e Cartagine in Occi­
dente, si avviano a divenire possesso duraturo dei discen­
denti occidentali di Enea. L ’idea superiore dell’Occidente si
impone in virtù della sua intima potenza ».
Cosi, di ascesa in ascesa, in Cesare s’incarna il « tipo
del puro eroe occidentale ». Con la realizzazione dell’Im-
pero, si compie definitivamente il tipo d i Stato eroico e
anti-matriarcale, che dà corpo all’autentico spirito « so­
lare » : questo, come aureola del dominatore, si concentra
nella individualità deH’Imperatore e da essa si irradia per
dare senso e forza determinatrice alla gerarchia, al diritto.
Massimo Scaligero
96

alla civiltà e ad ogni atto della vita. Il principio « solare »


di sacerdozio olimpico proprio all’Apollo di Delfo e la su-
permateriale virilità della Luce, propria al retaggio Iperbo­
reo, attraverso l’ Impero di Roma, conseguono un loro cor­
po universale. L ’ aeternitas dell’ Imperatore e la sua pace
« augusta » dominanti fino ai limiti del mondo conosciu­
to, presentano così quasi il senso di un riflesso del piano
celeste e semi-divino sul piano inferiore delle cose e delle
vicende soggette al divenire: è il completo, luminoso trion­
fo dell’idea occidentale romana.
Cesare dunque rappresenta la perfezione tipica della
razza romana: da questo superumano modello della « ro­
manità » dominante, ancora per secoli, guerrieri ed eroi ro­
mani attingeranno forza, senso di disciplina, genialità stra­
tegica. Così la morte di Cesare nulla può cancellare della
sua azione lampeggiante nella realtà, animatrice di legioni,
superatrice di spazio e quasi motivante il tempo, ma sug­
gella la vita con quel tocco di magica drammaticità che ca­
ratterizza l’esigenza iniziale del mito — quella stessa onde
i Romani seppero che Romolo fu assunto al luminoso ciclo
degli Dei indigeti e chiamato Quirino.
E qui è bene precisare un punto che riteniamo es­
senziale: a differenza di quanto possono avere affermato
quei dialettici e retori della storia che hanno creduto liqui­
dare la figura di Cesare con l’enfasi di una prosa classicheg­
giante o con la esaltazione lirica, la morte di Cesare rap­
presenta, . come la vita, un atto di volontà di lui che rias­
sume nella sua persona la virtù di vittoria di una razza
umana sul fato, propria al ciclo della romanità. In Cesare è
La razza di Roma
97

la volontà di « conoscere » il mistero della morte nel gior­


no degli Idi di Marzo: egli sa di dover morire. E ’ eviden­
te: tutti i suoi storici l’insegnano e, con candidezza sot­
tile, meglio di tutti, Svetonio! Il sacro presagio e il presen­
timento delle persone legate da vincoli familiari e la sua
stessa visione preannunziano a Cesare l ’ultima sua vittoria
sul fato: il superamento della vita: gli Idi di Marzo. Il
superamento del divenire che per civiltà precedenti, come
quella ellenica, è una aspirazione risolventesi in dionisiaca
tragicità, ossia in lotta e in ■« caduta », per Cesare è lotta
e vittoria, anche nell’evento che agli occhi umani si mani­
festa come morte, ma che è invece presa di contatto defini­
tiva con un mondo superno, cui la eroica vita gli ha acqui­
sito il diritto. E ’ dunque autentica vittoria sul fato. La mor­
te è per Cesare una perfezione di vita.
T ale è il mito riguardante i figli della razza eroica,
erede dell antica stirpe « solare » : emergente dal « fi­
nito », verso 1’ « infinito », per virtù di un impulso che è
umano e nel tempo stesso poetico e divino, esso annunzia
l ’epica di un condottiero o di una razza. Esso segna in una
sorta di tracciato ideale la giusta misura di ciò che nella
realtà è superiore alla realtà, in quanto la investe e la do­
mina, di ciò che nella lotta è la vittoria che poi si celebra
col rito delle arm i trionfatrici, di quel che nell’essenza è
dominio, nella vita gerarchia, nell’organizzazione im perium .
H a vita però dalla realtà e dalla unità di un’azione che
presenta un centro originario di luce spirituale e che per
questo subordina a sè stesso tutti i valori materiali. In virtù
di tale unità, l ’idea è atto, la volontà si muta in conqui-

7 . La Razza di Roma
98
Massimo Scaligero

sta, l’immagine è simultaneamente comando: ecco Cesare.


Ecco il più puro eroe d ’Ocoidente, colui che riassume in
sè i due poteri, sacerdotale e guerriero, e incarna perciò il
tipo più perfetto di eroe romano, essendo im perator, nato
di stirpe divina, sotto segni di potenza, predestinato ad
azioni immortali.
E non eroe nel senso ultimamente conferitogli da cer-
to pathos letterario che tende a delimitare discorsivamente
anche Yaeternitas dell’Impero, ma nell’accezione originaria
del termine: di eroicità fatta di predeterminazione e di vo­
lontà, di equilibrio e di irremovibilità, di lucidezza e di
calma, di armonia e di tenacia, ma soprattutto di consape­
volezza e di conoscenza di un piano trascendente di vita,
punto superiore di riferimento per ogni azione umana: v ir­
tù, queste, che possono altresì rischiarare il vincolo ideale
che riunisce alla figura di Cesare una inestinguibile razza di
duci e di eroi.
Dopo l’assunzione di Cesare al piano superumano del
genio della razza, allorché Ottaviano cinge la corona impe­
riale, dopo aver schiacciato Antonio e Cleopatra — sim­
bolo costei di un’ultima insorgenza « matriarcale », meri­
dionale, anti-romana — nella battaglia d’Azio, e dopo aver
sgominato i figli di Pompeo nelle guerre piratiche, ossia
dopo una piena vittoria mediterranea, nell’avvento dell’im ­
pero augusteo si definiscono, in manifestazione assoluta, 1
caratteri peculiari ed essenziali della spiritualità e della raz­
za di Roma.
Oggi non si può formulare un problema della razza
italiana, senza intendere quale fu il segreto di potenza della
La razza di Roma
99

razza romana, di là da qualsiasi valore d ’ordine biologico


e di là dalla preoccupazione di un tipo « esteriore » da di-
stinguere nel complesso degli attuali elementi etnici — pre­
occupazione che Roma non conobbe affatto, in quanto là
ove leggi ferree non impedivano l’infiltrazione di culti re­
ligiosi disgregatori, essa investì della sua potenza etnica spi­
rituale ogni altra razza sottomessa e civilizzata: il trionfo
della sua razza su altre razze non ne modificava l’essenza
intima, ma ne confermava le caratteristiche dominanti, co­
sì che essa rese romana l’Europa dal Nord al Sud, affer­
mando un tipo nuovo di razza superiore.
Per capire le ragioni storiche e ideali che motivano la
nostra assunzione razzista e non fanno di essa un atteggia­
mento settario, non una lotta di classe o il contrapporsi di
una casta ad un’altra, ma la connettono al definirsi di una
coscienza di nazione, cui risponde la formazione di dignità
della razza, occorre riferirsi a quell’idea universale di Roma
che deve costituire la immutevole forma « interiore » di
una tale azione. U n razzismo a carattere superiore non può
essere che il risultato di una spiritualità essenzialmente uni­
versale, ossia di una organicità interiore che, motivando la
vita sin negli aspetti più contingenti e più particolari, in
una direzione univoca e continuamente modellatrice, giun­
ga a dar forma e vitalità ad essa. Una volta iniziata una
simile penetrazione dello « spirito » nella vita, secondo il
metodo proprio a una tradizione dominante, è evidente che
non si possono più ammettere culture diverse ed elementi
irriducibili ad essa: gli elementi avversi, se prima eserci­
tavano un’azione occulta, ora affiorano alla luce degli eventi
IOO Massimo Scaligero

storici, si identificano nella loro reale essenza e più facil­


mente vengono combattuti ed eliminati.
Sotto questo riguardo, Roma fu generatrice e preser-
vatrice della sua razza, ossia creò una sua razza che supe­
rava sotto ogni aspetto le precedenti, anche quelle che ini­
zialmente troviamo nella sua etnogenesi: il culto della
terra e del sangue, mediato dai riti quotidiani e da quelli
solari e zodiacali, la Tradizione sacerdotale segreta e la T ra ­
dizione eroica costituivano un alto sistema meta-fisico che
congiungeva di continuo, di giorno in giorno, il « divino »
con 1’ « umano », le forze celesti con quelle terrestri, il mon­
do « solare » con il mondo « tellurico » : la vita ne era
di continuo modificata. La virtù rituale si trasmetteva dal-
1 uno ai molti, onde i Latini e poi gli Italici divenivano
romani, nè l’unificazione di genti si risolveva in ibrido amal­
gama di razze, in quanto il sangue della razza più forte,
perchè più spirituale, trasformava e assimilava altri sangui,
rimanendo identico nel tempo.
Questa trasmissione di una forza dall’uno ai pochi ed
ai molti, spiega tutta la storia di Roma e la costruzione del­
l’ Impero, che furono opera di pochi fortissimi spiriti: l’ini­
ziativa di una unità italica si deve all’azione di pochi della
casta patrizia, di quella che rappresentava l ’elemento nuo­
vo, aristocratico, eroico, nel mondo della latinità. Contem­
poraneamente, allato alla concezione politica e guerriera,
un altra, propria alla massa plebea, tende ad affermare la
solidarietà civile ed umana mediata dal sacerdozio. Ambe­
due sono espressioni di due Tradizioni diverse, quella ari­
stocratica e quella plebea, quella egli Eroi e quella dei Sa-
La razza di Roma IOI

cerdoti, che nella storia avranno corrispondenza analogica


con i due poteri, temporale e spirituale.
Roma, come si è visto nel contrasto e nel connubio di
mondo uranico e di mondo ctonico, le conosce e le armo­
nizza ambedue: con la forza delle due Tradizioni rico­
stituisce 1’ unità eroico-sacerdotale. N ell’ equilibrio che ne
deriva, viene risolta la secolare antitesi tra autorità virile e
ginecocrazia, tra mondo eroico apollineo e concezione ma­
triarcale: la massa ne guadagna un diritto politico nuovo,
d’indole puramente etica, vivendo nella dinamicità di un re­
gime gerarchico che di essa valorizza le migliori energie.
Non possono esistere, di contro all’unità gerarchica po­
sta dalla razza romano-italica, tribù guerriere disparate, se­
mi-selvagge, nè comunità sacerdotali nelle quali in una
astrazione egoistica si raccolgano gruppi di spiritualisti che
si disinteressino della umanità e delle sue sorti. Roma non
conosce parzialismi, ma attua il suo senso di equilibrio uni­
versale, umano e superumano ad un tempo: instaura una
religione rituale e apparentemente politeistica per la massa,
ma iniziatica ed esoterica per i pochi: tale religione è aspet­
to tradizionale di una pura univoca spiritualità che tende
a compiersi e a definirsi continuamente nella vita, attra­
verso l ’azione: vuole quindi sacerdoti, ma anche guerrieri,
e sono tipici esemplari della nuova razza di Roma coloro
che agiscono ad un tempo da sacerdoti e da guerrieri, con­
soli e flamini, duci e iniziati: l ’ideale di una tale razza si
incarna, perciò, come abbiamo visto con l’avvento cesareo,
n ell’im perator che sarà al tempo stesso pontifex maximus.
Questa unità sacrale ed eroica costituiva la forza irre-
102 Massimo Scaligero

sistibile della razza di Roma: anche quando le disfatte sem­


bravano inevitabili, Roma finiva col vincere. Avveniva che
rimanessero sconfitti i comandanti, i consoli (talora perchè
non si erano attenuti al rito o non avevano compiuto il
sacrificio) ma la vittoria conclusiva era della legge romana.
La potenza dell’ U rbe si trasmetteva dall’altezza d i un mon­
do che appariva destino a coloro che la subivano, ma che
altro non era se non un campo di forza sovraterreno creato
dal possesso di forze extra-naturali ed extra-biologiche, agi­
to dal ferreo determinismo del rito.
A l di fuori della natura e della razza, per il Romano
agiscono forze spirituali e divine che occorre evocare e di­
rigere: ne deriva un sicuro possesso della realtà e la forma­
zione decisa di una razza destinata a vincere ogni batta­
glia. In questo senso, la storia di Roma, esaminata nella sua
più intima e segreta vicenda, può essere una chiave per la
conoscenza di quella Tradizione a cui è connesso il mistero
della potenza della razza. Essa deve essere il testo fonda-
mentale per gli studiosi del problema razzista, in quanto
mentre insegna la formazione di una stirpe inconfondibile,
essenzialmente ed esclusivamente romana, ci tramanda il
costume dei primi Romani, ossia le origini della costruzione
imperiale, immutevoli nelle forme del Diritto e della legge.
Il diritto civile originario, chiamato gentilizio, articolato
nella sua iniziale formazione nell’equilibrio patemo-mater-
no della famiglia, a carattere sacerdotale epperò sacro, si
ritrova chiaramente nel Diritto Civile Romano. A lla stes­
sa maniera si possono ricostruire le vicende rituali che sono
fondamento dell’unità eroico-spirituale: il Luco della pri-
La razza di Roma io 3

ma società ritrovato nell’asilo di Romolo, le celebrazioni del


ver sacrum, a carattere cosmico-simbolico, il significato al­
legorico del cerchio, sacro segno « solare » esoterico che
si ritrova nel simbolismo iperboreo e, corrispondendo alle
registrazioni ideografiche del sole nella civiltà egizia, trova
riscontro nell’Orbe celeste della capanna circolare romulea
e nella forma della città, nei templi, negli archi suoi trion­
fali e nelle lettere del suo alfabeto.
A gli studiosi della nascita e della decadenza delle raz­
ze occorre un acume che penetri di là dalle quinte della
storia e della cultura ufficiale: ciò soprattutto per quel
che riguarda le origini della razza di Roma. Comunemente
si parla di Siculi, Liguri, di Latini, di Etruschi, di Sabini,
di Volsci e di Lapiti, ma occorre dire che l’indagine attor­
no alle genti preromane non può costituire una regola nel
fissare le origini di Roma e della sua gente, non possono oc­
cultarci le origini nè rivelarcele: non occultarcele perchè
conservano precisi elementi che richiamano la comunità di
origine e l'affinità etnica; non rivelarcele perchè i loro
costumi alla luce degli eventi storici ne risultano troppo
lontani. Si tratta di genti che una comune aspirazione uma­
na e sovrannaturale ad un tratto accomunò e fuse nel cro­
giuolo di un unico ambito di lotta e di costruzione etico-
politica. In verità, l’Urbe conservò l ’antico e al tempo stes­
so innestò una forza nuova, sviluppando le migliori energie
dell’intima natura umana, così che, se anche si giungesse
alla conclusione che essa non ebbe alle origini una storia e
una razza, si può sempre affermare con animo sicuro e con
104 Massimo Scaligero

certezza di cultura che essa in effetto iniziò e creò l’una e


l’altra.
Giova ricordare che l ’Urbe coltivò con pari studio le
armi, l’agricoltura, le leggi, la religione; e, ciò che maggior­
mente è significativo, armonizzò per prima il diritto dei pa­
trizi con quello della plebe: da ciò nascono il suo vigore
e la sua gloria massima. Mentre FEllade si circoscrive sem­
pre di più nell’individuo e nel frazionamento degli stati,
Roma aspira e tende con tutti i suoi poteri all’unità nei di­
ritti come nei doveri, nelle leggi del pari che nella religione,
nella diffusione della lingua non meno che neH’espansione
del territorio: per cui si può affermare che l’ideale romano
della vita e della razza non è l’ideale di una città particolare
o di uno stato solamente; ma l ’ideale di ogni civiltà che ten­
da ad affermare la sua forza universale.
Tale senso di universalità e di eternità occorre oggi
« conoscere » e ridestare. N el mondo moderno, taluni con­
tatti non semplicemente « dialettici » con cicli diversi di
cultura, possono rischiarare di vivida luce il senso dei pro­
blemi dello spirito e dell’azione la cui « novità » (che può
essere risultato di una rivoluzione) non è altro, da un pun­
to di vista superiore, se non aspetto di una « perennità »
che da potenziale si sia resa attuale.
Tuttavia oggi anche da alcuni che sono capaci di tra­
scendere i limiti scolastici della cultura, si ritiene che la spi­
ritualità tradizionale di un popolo consista in quella sua mo­
rale che ne ispira le leggi, l’organizzazione politica e lo sti­
le di vita; onde, ogni qual volta si parli di tradizione e si
intenda naturalmente prescindere dalla religione e dalla cui-
La razza di Roma I05

tura — in quanto per queste vengono adottati i termini


specifici di « tradizione religiosa » e di « tradizione stori­
ca » — si vuole alludere a una spiritualità semplicemente
etica, soltanto relativa alle cose umane e contingenti, e che
riduce di molto l ’autentico significato di « Tradizione ».
Riguardo a Roma, autorevoli storici e filosofi moderni
s: trovano concordi nel riconoscerle una superiore dinami­
ca politica, organizzatrice della vita civile, sia in pace che
in guerra, risultato di un alto ordine morale che, a sua vol­
ta, trae origine dalla religione. Secondo costoro, Roma sep­
pe vivere moralmente, in senso integrale, ignorando tutta­
via una esperienza di ordine trascendentale: la sua morale
sarebbe stata il suo più alto culmine spirituale: tale il ri­
conoscimento della cultura ufficiale. Si sarebbe dunque in­
dotti a concludere che quella che qualcuno chiama « tradi­
zione romana », come qalificazione romana di una preesi­
stente tradizione spirituale, unica, propria a tutte le supe­
riori organizzazioni civili, altro non sarebbe che un ethos
a carattere guerriero e civile, escludente qualsiasi contatto
con l’autentico « divino ».
Il « divino » dei Romani sarebbe dunque circoscritto
a termini abbastanza terreni cui gli storiografi moderni
danno per consuetudine il nome di « superstizione » : poi
che da questo attaccamento al divino — venerazione degli
Dei, culto dei Lari, ritualità del fuoco domestico e pubblico,
azione sacrificale, concezione di forze extra-umane cui si
dà il nome di numi o dèmoni, o geni — nasce lo spirito
delle leggi e la forza coesiva della prassi politica, si forma
un ordine morale che unifica tutta la vita privata e pub-
106 Massimo Scaligero

blica dei Romani. T ale ordine è quello apprezzato anche


da coloro che in buona fede, ritenendosi difensori della « ro­
manità » e ponendosi contro quei poveri di spirito delibe-
ratamente detrattori di tutto ciò che Roma compì ed elevò,
trovano che la morale romana, pur originandosi dall’espe­
rienza religiosa, la quale è in fondo una garbata supersti­
zione spiritualistica, costituisce appunto l ’autentica forza
ideale di Roma, l’anima guerriera della Repubblica e il po­
stulato teorico dell’ Impero.
Dunque la causa è un aspetto della ingenuità dell’ uo­
mo e l ’effetto un’alta energia organizzatrice dello spirito:
all’origine un misticismo da popolo primitivo e, come ri­
sultato, la forza che crea leggi imperiture e senso di asso­
luta lealtà tra gli uomini, forma generazioni guerriere, e-
duca gentes, anima im peratores: ciò suona falso: ciò oggi
non può essere accettato con quella faciloneria che caratte­
rizza la consueta accettazione di tutto il sapere preorganiz­
zato, universitariamente propinato e assimilato. Roma non
è tutto questo: Roma deve essere liberata dalla polvere del­
le biblioteche, dalla rettorica delle antiche e delle nuove ac­
cademie, essa deve rivivere per noi in quella elevata spiri­
tualità il cui determinismo attivo, autocosoiente, non fu mai
conosciuto se non da iniziati.
Narrano che gli Indù, i Greci e gli Etruschi avessero
attraverso messaggi divini la rivelazione delle leggi sociali:
lo stesso può dirsi dei Romani. M a chi oserebbe confonde­
re il « divino » con il « superstizioso »? Non era lo stesso
imperator una emanazione di ciò che è superiore all’uma-
La razza di Roma 107

no, venendo concepito come incarnazione di una divinità


« solare »?
A questo proposito, noi abbiamo già accennato che
l’etica guerriera e l’ordine sociale dei Romani non erano che
aspetti pragmatici della Tradizione la quale aveva un pre­
valente carattere esoterico: la morale romana non era dun­
que il punto culminante di una spiritualità, ma una mani­
festazione, una conseguenza, un aspetto «minore » della
Tradizione: essa non poggiava su se stessa come quella
moderna che, quale giustificazione dialettica di un profon­
do egoismo umano, è stata coraggiosamente smascherata da
Nietzsche: essa prendeva sicuro impulso da una permanente
scaturigine di dinamismi supernormali: la Tradizione. Lo
uomo era giusto, forte, morale, non in quanto avesse rice­
vuto una educazione specifica, ma in quanto in lui alitava
un soffio spirituale che sapeva fargli prendere una posizio­
ne decisa, unica, immutevolmente virile, rispetto a tutte
le manifestazioni della vita: tale era l’anima della Tradi­
zione. Per questo non esistevano diverse morali, nè diverse
sentenze, non esistevano divergenze dialettiche, nè con­
traddizioni gnoseologiche: uno era l’insegnamento, uno era
il segreto di potenza e comprendeva tutto: nella sua uni­
versalità, conteneva ogni slancio dell’umano verso l’immor­
tale, nè conosceva limiti nella materia.
Ora, quel che è universale e costantemente identico: e
appunto attraverso un contatto superstorico con questo « e-
ternamente identico » si potrebbe ancora oggi ritrovare la
definita evidenza dell’idealismo tradizionale romano: oc­
correrebbe dunque, meglio che di una esperienza libresca,
108 Massimo Scaligero

giovarsi di una sorta di intuizione la cui infallibilità fosse


un segno della sua superiorità. Emergerebbero allora tante
verità che la storia ha sino ad oggi ignorate: verità di una
possente organicità spirituale della razza, rigorosamente for­
mulata nella sapienza di sacerdoti e sensibilizzata nel rito e
nell’azione guerriera: si intenderebbe infine che tale orga­
nicità interiore, come irresistibile fascio di energie magne­
tiche, operava sugli avvenimenti, mantenendo il contatto
di coloro che presiedevano alla cosa pubblica, con l’autenti­
co, vivo, plastico <( soprannaturale ».
Per conseguire una tale conoscenza, sarebbe necessario
saper come servirsi dei dati storici e penetrare l’essenza rea­
le del mito, risalire da ciò che la storia ci riferisce come coor­
dinamento razionale di fatti esteriori, alla ragione muta e
irrivelata di essi. A l tempo stesso si dovrebbe cogliere il
vero senso di tutte le operazioni che hanno un carattere te­
cnico, sacerdotale, abolendo il superficiale pregiudizio del­
la superstizione, e, di là dall’elemento semplicemente « ce­
rimoniale », poter intrawedere il complesso mondo psichi­
co che lo promoveva: così soltanto potrebbero acquistare
valore talune testimonianze che gli storici svalutano perchè
diffidano di quel che ad essi si presenta sotto veste « miti­
—AÙ'A-T

ca », o misterica, o di naturalismo religioso: e, per quel


che riguarda il problema delle origini, tener conto di Dio­
nigi di Alicarnasso che ci presenta notizie riprese da autori
più antichi, di Plutarco, dei Fasti di Ovidio, di Catone il
vecchio che ha compulsato gli antichi annali e in particolar
modo di Verrio Fiacco che Festo in parte ci riporta, am­
bedue degni di fede.
La razza di Roma 109'

Allora, penetrando oltre il velame di talune cronache,


si avrebbe la sensazione che l’organizzazione dello Stato
Romano non si forma in ordine a ragioni economiche, ma
attraverso un senso univoco della vita spirituale: la federa-
zione organico-guerriera si mantiene attorno all’asse di una
volontà superiore di esistenza: per dare agli uomini re­
gole ordinatrici, per istituire un governo e instaurare una
chiara obbedienza, per subordinare l’interesse individuale
a quello pubblico, occorre qualcosa di più profondo che la
inibizione materiale, qualcosa di meno profano che l’utili-
tarietà, di più basilare che l ’arte del sillogismo: qualcosa di
fisso e di superiore, di prossimo ma di elevato, cui gli uomi­
ni coscientemente e senza senso di menomazione della
propria individualità, si rimettano, che essi conoscano come
un denominatore comune della loro aspirazione sopraterre­
na: ciò è in sostanza religione per la massa, ma è soprattut­
to preparazione sacerdotale e pontificale di coloro che ad es­
sa presiedono.
Il legame che, unendo i vari nuclei familiari, forma la
invitta compagine razziale romana, presenta dunque un pu­
ro carattere spirituale: non sono motivi commerciali, o
particolaristici, ma ragioni di adesione a un mondo superfi­
sico quelle che determinano la coesione politica: il culto del
« divino », che in origine vige nella famiglia dinanzi al sa­
cro fuoco domestico, si evolve quando, attraverso l’unifica­
zione delle famiglie, acquista una dimora pubblica con il
suo santuario in un tempio, avendo sempre al cospetto un
focolare dinanzi al quale esso però riveste un aspetto di più
viva maestà, in quanto esprime il divino universale rispet-
I IO Massimo Scaligero

to al simbolo del nume domestico. Questa coesione razzia­


le che rende sempre più forte Roma, diviene totale con
l ’unificazione degli Dei e delle cerimonie relative: essa pre­
senta un valore organizzativo nei confronti dello Stato, per
virtù di taluni riti che acquistano forza, in quanto raccol­
gono tutte le volontà protese in un unico fascio: riti col­
lettivi la cui energia viene indirizzata verso determinati
scopi, ben noti ai collegi sacerdotali, agli Auguri ed ai Pon­
tefici.
Il complesso di tale esperienza sacra, la cui applicazio­
ne esteriore costituiva la morale di cui ci parlano gli stori­
ci ed i filosofi, dando forma altresì alla vicenda guerriera
e alla costruzione dell’Impèro, rappresenta appunto l’essen­
za di quel segreto di potenza romana che anche altri capi
e organizzatori di civiltà hanno conosciuto attraverso il con­
tatto prodigioso con la fiamma della Tradizione.
Ora, è interessante conoscere fino a che punto il sen­
so della eternità di Roma potè costituire un occulto moti­
vo di forza della razza. T ra quei rapporti di natura tra­
scendente che per mezzo del rito legavano i Romani alla
sorte della città che venne fondata per necessità spirituale
da Romolo, primeggiava infatti il senso della eternità di
Roma. Ciò non aveva un carattere di misticismo naturali­
stico e geografico, nè si riferiva alla superstruttura di un pa-
thos nazionalistico, ma riguardava una cosciente costruzio­
ne spirituale che era vincolata a Roma come una essenza
divina alla figurazione umana che ne è simbolo.
Questo senso dell’eterno era, in altre parole, una qua­
lità che unificava gli apporti creativi supertemporali dati
La razza di Roma HI
in raggiungimenti di altezze eroiche ed ascetiche, secondo
un ritmo che era la Tradizione e secondo una direzione nel
piano reale che si accentrava nella città materialmente con­
cepita. Questa dunque non era considerata eterna in quan­
to agissero propositi di conquiste politiche e di affermazio­
ni egemoniche di carattere duraturo, o in quanto un’arida
vanità spingesse a costruzioni che potessero apparire magni­
ficenti ai posteri, ma in quanto essa rappresentava l’aspetto
attivo, reale, tangibile, di una esperienza il cui contenuto
la faceva partecipe di un mondo di là da quello transeun­
te e finito, ossia non legato a una visione temporale della
vita, ma eterno.
Roma dunque, nella sua fisionomia civile e fin nel se­
greto stesso delle sue forme architettoniche, era simbolo di
un ideale operante in comunione con principi eterni: che
tale eternità venisse intesa con maggiore intensità o imme­
diatezza da taluni uomini più vicini alle cose divine —
come Auguri e Pontefici, Duci e Consoli — e invece sotto
specie di « fato », sotto forma di presentimento e di mito
da parte del popolo che fiducioso si rimetteva alla saggezza
sacerdotale, dipendeva da due diversi aspetti che nei regimi
tradizionali assumevano tutti i temi d ’ordine trascendente:
l ’esoterico e Y exotérico, l’aspetto iniziatico, ineffabile, per
i pochi, e l’aspetto profano, cerimoniale, allegorico per le
masse.
Senza voler ancora insistere sul fatto che quel che la
storiografia moderna ha culturalmente conosciuto della
« tradizione romana » è appunto il motivo exotérico, este­
riore, profano, completamente distaccato da quello intimo
I 12 Massimo Scaligero

c misteriosamente animatore; giova tener conto che i due


motivi nell’antica Roma, come in ogni grande civiltà orga­
nicamente tradizionale, non erano estranei l’uno all’altro:
tra essi non esisteva soluzione di rapporti, ma agiva un se­
greto nesso per cui il primo giustificava il secondo, dando­
gli ragione di vita, senso di compimento: ciò che era pro­
fano, esteriore, spiritualmente non evoluto, si rimetteva fi­
duciosamente e quasi ciecamente a volontà, per così dure, fa­
tali, da cui si lasciava guidare ben sapendo di non poter
non migliorare il proprio modo di 1« essere » con il confor­
marsi alle norme di un ordine superiore che finiva col ri­
condurre l’umano al cosmico.
Ora, se la storia ha registrato semplicemente la riso­
nanza esteriore della « tradizione romana », sarebbe interes­
sante stabilire quali qualità occorrerebbero a uno storico
che si ponesse il compito, avendone riconosciuto la neces­
saria essenzialità, di risalire all’autentico contenuto della
Tradizione, partendo da ciò che è dato informativo avuto
da una storiografia che può considerarsi profana, dacché
quel che era « segreto », incomunicabile per la intima sua
natura, non veniva scritto, o storicamente, o scolasticamen­
te tramandato.
La difficoltà maggiore di un tale compito consistereb­
be nel fatto che, a differenza del « profano » inerente al
mondo tradizionale, il profano moderno non ha più alcun
nesso con un « sacro », in quanto mondo attuale e profa­
nità si equivalgono. Laddove in antico il termine « profa­
no » (fuori del tempio) presupponeva l’esistenza di un sa­
cro, oggi quello non ha più senso in una vita in cui questo
La razza di Roma
r i3
stesso viene concepito come condizionato da necessità e da
adattamenti umani, materialistici: lo stesso mondo della re­
ligione viene considerato dal punto di vista di un piano as­
solutamente terreno, la cui essenza è in totale antitesi con
l ’autentico «soprannaturale »: non si parte da principi re­
ligiosi, o mistici, o morali, per giungere alla vita, ma da
questa si prendono le mosse per modellare quelli secondo
la forma imposta dalle consuetudini.
Tuttavia, perchè si potesse oggi intendere il senso di
eternità che contrassegnava molte azioni dei Romani e fa­
ceva ad essi considerare l’Urbe superiore al tempo, occor­
rerebbe che venisse capovolto tale rapporto tra spiritualità
e vita, così che ne risultasse superata quella barriera tra
due diversi mondi che pertanto fa apprezzare dell’uno sol­
tanto ciò che di deteriore e di fittizio esisteva nell’altro. A l­
lora, non più sotto la falsa qualificazione di « superstizio­
ne », ci si potrebbe spiegare perchè i Romani non stupi­
rono affatto di vedere avverato quel che aveva predetto
Trogo Pompeo, presso Giustino, ossia che il sorgente im­
perio dei Romani avrebbe vinto quello antico dei Greci e
dei Macedoni: onde per l ’immanente senso d ’eternità essi
avevano di continuo presente il vaticinio di Giove che ave­
va promesso un impero eterno alla prole di Venere, come
riferisce Omero e Dionigi di Alicarnasso attesta, insistendo
su un tema che lo stesso Virgilio con chiarezza ha presen­
tato: H is Ego nec metas rerum nec tempora pono, lm pe-
rium sm e fine dedi. Qui meta ha il senso di punto di ar­
rivo, ossia di limite: rafforzato da rerum può significare la
limitazione propria allo spazio, agli ostacoli esteriori, alle

8. La Razza di Roma
Massimo Scaligero
Ì li

cose nella loro mera materialità: dunque si allude ad un su­


peramento dello i« spazio » cui risponde il superamento del
tempo, tempora, onde acquista superiore significazione lo
Im perium che è senza fine e senza limiti di carattere uma­
no. U n analogo senso ritrova Servio annotando a questo
passo: metas ad terras retulit, tempora ad annosi Lavinio
etiam triennium , A lbae trecentos statuiti Romanis tribuìt
aeternitatem , quia subiunxit « Im perium sine fine dedi »;
concetto, questo, che rispondendo a una realtà effettiva del­
l’Urbe, si integra con il pensiero stesso degli storici che rie­
saminano la vicenda di essa, onde Silio Italico, evocando
Enea ribadisce: H ic regna et nullae regnis per saecula m e-
tae, esprimendo quella certezza dell’etemità dell’Urbe che
dominò la mente dei Romani e inspirò ogni loro creazione,
soprattutto con una precisa espressione di azione sopranor­
male, onde Virgilio, che fu addentro alle cose segrete del­
l’esoterismo romano e proprio per questo fu stimato « mae­
stro » da Dante, ripete hic domus Aeneae cunctis dom ina'
bitur oris, et nati natorum et qui nascentur ab illis.
N on poteva questo sicuro senso di operare per l ’eter­
nità non suscitare nel romano antico quella fierezza, quella
dignità che differenziavano da altri popoli e da altre tradi­
zioni il civis romanus e per cui, come riferisce anche Quin­
tiliano, dicevano solam Roman esse Urbem , caetera oppicLa.
L ’Impero dunque non avrebbe avuto mai fine, la sua costi­
tuzione era il segno manifesto di una esperienza interiore
continuamente compientesi e suscitante contatti con ciò che,
per essere divino è misterioso e non conoscibile sotto il so­
lito comune linguaggio, ma sotto aspetto di simboli aristo-
La razza di Roma.

cratici. Scipione può dunque, dietro un’effettiva conoscenza


d. causa, supporre che, D iis auctoribus, la città sia stata fon-
data per l’eternità: per non dissimile motivo Tiberio affer­
ma Rem publicam aeternam esse, e in un medaglione di
Adriano si legge: U R B S ROM A A E T E R N A .
Questo concetto della vittoria di Roma sulla legge del
tempo, onde gli stessi Imperatores che impersonavano la
romana autorità sacerdotale e politica venivano chiamati
aeterm , e da collegare con un aspetto di potenza che fu
privilegio esclusivo dell’Urbe: la vittoria sul fato e su qual­
siasi forma di fatalismo. T ale vittoria che distingue la ci­
viltà romulea da quelle dell’antico Mediterraneo le quali in­
vece sono caratterizzate da una lotta contro il fato, risol­
vendosi in caduta e in dionisiaca tragicità, costituisce un te­
ma che ricorre in tutti i migliori storiografi e annalisti,
come nei più alti poeti. Ma, a parte questi, colpisce parti­
colarmente una leggenda — se tale può dirsi un’assunzio­
ne simbolica — riferitaci anche da Plutarco, secondo la
quale si riteneva che la Fortuna, dopo aver vagato per tut­
to il mondo, transmisso T ib eri, ad Palatium appropinqua-
v it, e qui, deposte le ali, tolti i talari, essendo discesa dal
suo girevole globo, eleggeva sua dimora definitiva: ita Ro-
mam intravit, ut mansura, laddove essa aveva visitato bre­
vemente e abbandonato gli Egizi, i Macedoni con Alessan­
dro, la Siria e Cartagine.
N on estraneo a questo coincidere della fatalità con la
volontà di potenza collegato all’eternità della civitas, è il
senso religioso con cui è vissuta la vita in ogni angolo di
Roma: «non vi è luogo in questa città che non sia im-
116 Massimo Scaligero

pregnato di religione, che non sia occupato da qualche di-


vinità », dice L ivio: tutto vi è sacro, ogni zona, ogni tem­
pio, ogni casa, ogni edifizio pubblico, ogni forma esteriore
è simbolo d'un significato ritualmente spirituale. Il duali­
smo spirito-materia è in ogni punto risolto: ogni luogo ha
un « dèmone », il suo genius loci, il paideum a, la sua « ani­
ma di cultura », rii suo « mane », lo spirito della famiglia e
della gens, che vive di là dall’individuo. Ecco ancora il con­
cetto deirimmortalità dell’Urbe, cui si collegano lo stesso
senso mistico della Patria e la rappresentazione del Genius
Populi Romani.
Per questo suo carattere « divino » Roma era dunque
immortale. E si noti bene che non si trattava di una con­
cezione astratta di eternità, non di un’eternità dialettica,
quale può essere unicamente concepita dai moderni positi­
visti della storia, ma di un reale processo psichico, volitivo,
necessitante, movente dall’interno verso l’esterno, dal sa­
cerdozio rituale all’azione politico-guerriera, fondata su una
tecnica infallibile, ossia su una conoscenza d’ordine sopra­
normale, che dava forma e significato ad ogni espressione
della vita. Ciò non era necessario che si scrivesse, ma si
tramandava come tradizione segreta.
L ’eternità dell'Im penum è dunque un privilegio di
Roma nella quale domina la figura sacerdotale e guerriera
di un capo, la figura del Cesare il cui significato trascen­
dente, oggi, è ancora ignorato da quegli stessi che con vo­
lumi di autorevole mole cartacea hanno creduto resuscitarla
dialetticamente attraverso acrobazie rettoriche ed enfatici
lirismi. Non si dovrebbe oggi osare di parlare di « Tradi-
La razza di Roma 117

zione romana » o di Cesare, o di significati delYim perium ,


senza che si tenesse presente il valore assolutamente super-
storico di tali elementi i quali sono <in rapporto con il senso
dell eternità dell Urbe e dell’Impero, intesi non come fatti
« letterari » o poetici, o inerenti a una fantasiosità che Ro­
ma non conobbe affatto, non tali che possano essere liqui­
dati con diligenti riesumazioni storiche, sia pure in base
alle cosiddette « fonti », e con solennità di frasi e di pe­
riodi, ma come realtà uniche ed essenziali non soltanto del­
la civiltà romana, ma, con identico senso e aspetti relativi
al tempo e al luogo, di ogni superiore civiltà.
Ma, nonostante la incomprensione discorsiva e la li­
gnea intellettualità, chi può distruggere l’immortale, chi
può scuotere l ’eterno? Se per virtù di un senso « eterno »,
una superiore cultura dello spirito avviva attraverso il tem­
po la vita di una razza, questa razza non può che esprimere
uomini fatti di forza, incrollabili, lungimiranti, la cui ani­
ma è oceanica, una con l’ampio respiro del cosmo, celeste
e solare.
Essa è invero inestinguibile: noi lo sentiamo e lo sap­
piamo. Ancora una volta oggi rivive l’ideale di tale razza
romulea e cesarea, .quale prova di quella virtù di prodigiose
rinascite suscitate dal fuoco segreto della Tradizione Unica,
la quale è al centro di tutte le Tradizioni e all’origine di
ogni rito superiore. T ale virtù, trasfondendosi dall’uno ai
molti, ha senso universale e perciò unifica, non livellando,
non stabilendo rapporti astratti tra gli uomini, non demo­
cratizzando, ma destando una coscienza nuova di realismo
spirituale e di gerarchia, con la cui forza sia possibile in
118 Massimo Scaligero

epoche di corrispondente virile azione, redimere il « caos »,


organizzare il molteplice, riordinare ogni trama di vita.
Sempre in ordine al senso eterno di Roma, un nuovo
ordine sembra chiamato oggi a comporre la trama degli av­
venimenti umani, come reazione al moderno dominio di
forze meccanico-materialistiche, come superamento di una
form a mentis >« arimanica », edonistica, sensualistica: un
ordine che fa appello a tutta l’umanità e che propina inse­
gnamenti a ogni popolo, che fa riemergere a viva luce la
concezione di « gerarchia » e viene realizzato in nome di
un’antica serenità del mondo, tessuta di purità e di forza:
la « pace romana », augusta e profonda, la pax, il patto tra
l’uomo e la divinità. T ale ordine è per noi l’ideale d’im­
pero.
Ecco perchè Roma è simbolo d'eternità, novamente
manifesto, dopo essere stato per secoli nel sub-conscio della
razza e tra le quinte della storia. Considerare Roma una sem­
plice civitas, o un semplice punto geografico, significa im­
poverire con la parola ciò che la realtà e i più profondi
presentimenti annunciano iin armonia di bellezza e di po­
tenza. Essa è simbolo, perchè il suo linguaggio è universo
e perchè conduce lo spirito di là dai limiti del mondo fi­
nito e diveniente nel mondo infinito e immortale: nel qua­
le sembrano solo di recente cessate le grandi gesta di eroi
e conquistatori che iniziarono il ciclo della Tradizione
Romana.
MONDO ROMANO
E MONDO LATINO
E s i s t e dunque una razza che può definirsi « romana »,
detentrice dell’arcaico retaggio mediterraneo, della Tradizio-
ne « solare », sia per caratteristiche somatiche, sia per un
modo interiore di concepire la vita che si riflette in uno
stile inconfondibile dell’ « essere » e dell’ « agire ». Quale il
destino di tale razza al decadere dell’Impero di Roma?
Una volta concepito il senso di un impulso interno,
fatale, nella vicenda della razza, il compito etnologico de­
gli storici italiani consiste nel saper ritrovare negli eventi
della storia e di là dalla loro esteriorità, come di là dalla
stessa logica con cui possono essere assunti, la continuità di
un tale impulso che abbiamo ritrovare tendere dal mondo
umano a quello superumano. In tutto ciò che come rea­
lizzazione e come pensiero presenterà una simile caratteri­
stica, quando si tratti di storia d ’Italia, è dunque da ritro­
vare l’azione di una razza che perdura nel tempo, erom­
pendo di tra le più dure controversie politiche e sociali,
con l ’impronta di una spinta irresistibile che è al di sopra
dell’ individuo stesso e che per tale suo carattere trascen­
dente può essere considerato come il genio della stirpe.
Allorché si constata che in sostanza nessun apporto
122 Massimo Scaligero

di masse ingenti di uomini nei tempi storici ha avuto luogo


nella Europa meridionale e che « dopo l ’invasione dei Lon­
gobardi, non ci sono stati in Italia altri movimenti di po­
poli capaci di influenzare la fisionomia razziale della na­
zione », si riconosce implicitamente l’intima resistenza di
un elemento etnico superiore che si mantiene desto e tale
da poter affiorare nella realtà e nel piano della manifesta­
zione, attraverso il senso di molteplici eventi. Questo suo
resistere alle mescolanze, questo consistere e permanere di
contro al prepotere di influssi diversi di altri destini e di
altre genti, ha avuto come causa segreta e profonda la forza
della Tradizione: retaggio trascendente di cultura e di ci­
viltà connesso alla vita inestinguibile della razza. Giusta­
mente si afferma che per l ’Italia, nelle grandi linee, la com­
posizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille
anni or sono, e che i quarantotto milioni d’italiani di oggi
rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che
abitano l’Italia da almeno un millennio.
U na ragione profonda ed attiva, di là dalla stessa
consapevolezza degli uomini, è da ritrovare al centro di
questa storia della nostra razza che, per forza di una spiri­
tualità segretamente vigile (tradizione) e per virtù di un
elemento etnico inconfondibile (sangue) permane identico
attraverso ogni vicenda, trascendendo la misura del tempo,
per ricongiungersi nuovamente in una unità organica che
renderà manifesto ciò che prima era invisibile e segreto, os­
sia per tradurre in atto le forze profonde che hanno radice
nella stessa compagine psico-fisica, nella sostanziale com­
posizione organica deH’individuo.
La razza di Roma 123

L ’idea imperiale mediterranea continua così ad essere


non soltanto una realtà stonica e il motivo segreto d’azione
di una stirpe romana di condottieri, di pensatori, di esplo­
ratori, ma altresì l’aspirazione profonda di vita delle genti
italiche e mediterranee attraverso i tempi. Si può senz’altro
affermare che, determinati i limiti amministrativi delTIm-
pero, tutti gli abitanti del territorio che esso comprende so­
no già stati profondamente permeati dallo •« spirito » di
Roma e formano ormai un’ omogenea compagine razziale,
cementata, se non da una comune origine, da una unifor­
mità essenziale di principi etici, politici e soprattutto di
adesione ad una Tradizione di natura romana, occidentale.
Così, questo mare romanico, avendo a suo centro simbolico
e reale ad un tempo l’Urbe dominante e partecipando dei
vantaggi che tali condizioni le conferiscono, si identifica con
Roma in una organica serie di rapporti di tipo universale,
che rendono pressoché identici i termini Roma e Mediter­
raneo.
Da allora la storia geografico-politica di questo mare
è vincolata a quella della razza che costruì l’Impero di Ro­
ma, non pure da fattori semplicemente topografici, ma so­
prattutto da un tema dominante: la Tradizione romana. Il
binomio Roma-Mediterraneo acquista la potenza avvincente
di quei principi che superano lo stesso determinismo della
fatalità, divenendo fato essi medesimi: è dunque fatale che
Roma, sovrana del suo mare interno, sia la fucina spiritua­
le della civiltà d’Occidente. Anche la disposizione geofisica
dell’Italia in questo bacino, presenta una inconfondibile ar­
monia: la Sicilia, che può considerarsi un prolungamento
124 Massimo Scaligero

della penisola, è equidistante dallo stretto di Gibilterra, da


Suez e dal Bosforo: la Sardegna, autentico antemurale d’ I­
talia a ponente, si trova ad uguale distanza da Napoli e
dal gruppo delle Baleari.
L ’influsso del ceppo etnico romano sul destino del Medi-
terraneo sopravvive immutevolmente allo sgretolamento
dell’Impero, mantenendo persino una sorta di equilibrio eco­
nomico, anche quando riescono vani gli sforzi di Teodorico
e di Giustiniano a ricomporre attorno all’unità di un’idea
romana il dominio del Mediterraneo. L ’avvento e l ’espan­
dersi della civiltà islamica, se giunge poi a dividere in due
ampie zone ¡il bacino mediterraneo, precludendo quella
orientale all’Europa latina e cattolica, tuttavia non realizza
l ’intento di stringerlo in una sorta di formidabile assedio
da Occidente ad Oriente. Ma la riscossa dell’Ocaidente me­
diterraneo viene preparato dall’Impero di Carlo Magno che,
attraverso una forza universale propria ad uomini che de­
tengono il retaggio spirituale ed etnico-ematico della stirpe
romulea, organizza in salda compagine politico-militare la
Italia, la Francia e parte della Spagna: essa s’invigorisce
con la costituzione supernazionalistica del Sacro Romano
Impero, prosegue la sua lotta attraverso l’ardimento mari­
naresco delle Repubbliche Marinare di Genova, Venezia,
Pisa e Am alfi, e culmina con le Crociate le quali riaprono
gli scali dell’Oriente alle potenze marittime della cristianità.
L ’antico mare internum è dunque ancora una volta
lo scenario di nuove lotte di razze, nelle quali l’elemento
romano-italico assume la massima funzione regolatrice e
dominatrice. N el secolo X V , grandi stati iniziano la lotta
La razza di Roma 125

per il conseguimento del predominio nel bacino occidentale


mediterraneo: nella stessa epoca il bacino orientale viene
invaso dai T urchi: il che sebbene porti un grave colpo al
commercio, non modifica sotto alcun aspetto la funzione
della razza romano-mediterranea tutelatrace della sorte di
Europa. Sullo scorcio del secolo, Vasco di Gama sbarca in
India dopo aver navigato intorno all’A frica: così, gran
parto del traffico che arricchiva i porti mediterranei, si spo­
sta su questa nuova via, mentre, con la scoperta dell’Ame­
rica, trova dischiuse anche le rotte atlantiche. N el con­
tempo i Turchi e i Barbareschi con frequenti incursioni spo­
polano il lido, per cui in Sardegna, in Sicilia e in Puglia,
gli abitanti si ritirano nell’ interno e si rinchiudono nelle
città fortificate: ancor più dunque languisce il commercio
attraverso il mare interno. Tuttavia, da questo periodo si
succedono diverse vicende che conducono ancora una volta
all’affermazione di una superiorità occidentale-mediterranea
dovuta all’insorgere del gruppo etnico italico-romano nei
momenti più decisivi della storia europea: la vittoria na­
vale di Lepanto, con la quale nel 1 5 7 1 gl’italiani tagliano
il passo all’invasore turco e salvano la cristianità, rappre­
senta l ’opporsi di un destino occidentale alle forze barba­
riche asiatico-meridionah : è la razza di Roma che ancora
una volta regola le sorti del Mediterraneo e della civiltà eu­
ropea. Questo spirito della razza, inestinguibile, è ancora
quello che dal secolo X V I al secolo X V III si esprime attra­
verso la spiritualità e l’azione di uomini come Giovanni
delle Bande Nere, Galileo Galilei, Federico Borromeo,
Tommaso Campanella, Raimondo Montecuccoli, Francesco
I2Ó Massimo Scaligero

Morosmi il « Peloponnesiaco », Ludovico Muratori, Pa­


squale Paoli.
A l tempo stesso, per virtù di una ispirazione eroica
dj carattere mediterraneo, l ’esperienza del mare dà luogo
allo spirito di una nuova èra europea, alla forza propulsiva
di uno slancio universale di una stirpe novamente conqui­
statrice, all anima di un nuovo ciclo eroico avventuroso. La
antica formula classica vivere non necesse, navigare neces-
se, acquista ancora una volta ila pienezza del suo signifi­
cato: la navigazione e la conquista, traendosi dall’origi­
nario spirito romano mediterraneo, divengono, a partire
dalla Rinascenza, la parola d ’ordine assunta via via da
una sene di popoli europei per la conquista mondiale e il
consolidamento deH’egemonia coloniale di una razza di
forti.
Lungo lo svolgersi di tali vicende, è facile seguire la
immutevolezza di uno stile del combattere, dell’organiz-
zare e del pensare, proprio al romano antico: è sufficiente,
anche dal punto di vista strettamente antropologico, esa­
minare 1 diversi tipi che esprimono il persistere dell’ele­
mento etnico romano, per convincersi che essi conservano
'le caratteristiche somatiche che si ritrovano nella figura di
ùn Catone, di uno Scipione, di un Cesare, come in quella
dell’atleta e del guerriero romano: Dante, Castruccio, M i­
chelangelo, i condottieri, i poeti, gli scopritori, i filosofi:
volti di antichi legionari di Roma, di sacerdoti e di duci;
volti non efebici, non femminei, ma fortemente espressivi,
in cui .1 profondo lavorìo dello spirito ha impresso una
espressione inconfondibille: uomini per lo più dal viso
La razza di Roma 127

bruno e dagli occhi neri, dolicocefali e mesocefali; non volti


ermafroditici, ma conformi a una dominante espressione di
virilità e di potenza.
Di la dagli individui persiste nelle migliori espressioni
della cultura uno stile romano e latino del concepire le
grandi verità dello spirito e di rappresentarsi la vita, che
è da considerare segno di una permanente spiritualità della
razza, collaterale al perdurare di essa nel tempo. Qui oc-
corre fare qualche precisazione riguardo a quanto afferma­
no coloro i quali sostengono che la razza di Roma fu sol­
tanto depositaria di un costume guerriero e potè, se mai,
trasmettere la forza di una concezione guerriera, della vita
e della civiltà.
Ciò che di più equilibrato la filosofia romana ha po­
tuto ereditare dalla filosofia greca e l’essenza delle dottrine
scolastiche e l ’antichissima sapienza italica di cui ci parla
Gian Battista Vico, costituiscono indubbiamente gli aspet­
ti imperituri di un modo di pensare romano. Tuttavia, per
chi esamini i principi morali di Roma e le sue verità me­
tafisiche, non attraverso una concezione scolastica nè attra­
verso la esteriore elementarità della erudizione, ma rifacen­
dosi alle fonti originarie di essi, all’insegnamento profondo
di talune opere classiche, e tenendo conto di fenomeni sto­
rici che si accompagnano alle loro culminanti manifesta­
zioni; non può non avvedersi come la più saggia delle filo­
sofie non sia altro che una espressione dottrinaria, scienti­
ficamente analitica, sistematizzata in un corpus organico,
di una Tradizione interiore, segreta, risalente a un ordine
divino di azione e di conoscenza. T ale è la Tradizione ro-
128 Massimo Scaligero

mana alla quale lo stesso Vico accenna: Tradizione remo­


ta, cui ci siamo riferiti nel capitolo precedente, retaggio sa-
pienzale di razze fortissime costruttrici d ’imperi, anima del­
lo stile dorico, delle virtù guerriere dei Macedoni come de­
gli Elleni, della invincibilità di Roma e del suo Impero:
forza segreta dal Sacro Romano Impero, del cattolicesimo,
di ogni vittoria italica nelle armi e nelle scienze, di ogni
duratura costruzione intellettiva, di ogni affermazione rea­
lizzatrice del pensiero sia in Italia che in ogni altra nazione
europea.
Parlando di pensiero latino, non intendiamo circoscri­
vere la nostra allusione a filosofi o ad opere particolari, ma
vogliamo soprattutto riferirci a un « modo di pensare » la­
tino, a una tradizione del pensiero che talora si esprime e
brilla meglio in un uomo d ’azione che in un agguerrito
filosofo, risultando l’azione come la migliore conversione
di una realtà dello spirito in realtà percettibile, entro un
limite definito che si trova nello stesso piano del « san­
gue », rispetto all’anima che ne è la forza vitalizzatrice..
Ciò non è senza riferimento con la spiritualità della razza
romana la quale, per aver lasciato opere vive meglio che
libri, impronte di civiltà e non costruzioni accademiche,
è stata da alcuni filosofi della storia ritenuta nulla o inesi­
stente, come se un modo interiore di vita dovesse necessa-
mente trovare la sua culminante espressione nella parola
fossilizzata sulla carta: secondo essi i Romani sarebbero sta­
ti semplicemente rudi conquistatori, duri guerrieri, ma uo­
mini senz’anima, ignari, di spirito metafisico, al di fuori
di una tradizione iniziatica. U n tale modo di vedere carat-
La razza di Roma 129

terizza la mentalità purtroppo dilagante, particolarmente


nei tempi moderni, secondo la quale la grandezza di una
civiltà si misura in base a quanto ci ha lasciato di carta
stampata, di poemi, di opere filosofiche e scientifiche: nes­
sun criterio può essere più materialistico, in quanto deter­
minato da un esame in superficie, da un’erronea interpre­
tazione di ciò che è esperienza profonda di una civiltà
ascendente, dalla ignoranza del senso intimo della guerra
e della vittoria di talune razze su altre e dell’affermarsi di
talune culture su altre. La potenza di Roma contiene un
mistero che va penetrato: esso racchiude una tale spiritua­
lità folgorante e adombra, sotto veste di simboli e riti, la
rivelazione di una tale intensa vitalità sovrani-materiale,
quali la miopia intellettuale di certi pennaiuoli della storia
nemmeno arriva a concepire.
Ma, senza voler gratuitamente porre affermazioni la
cui dimostrazione richiederebbe altra sede ed una tratta­
zione particolare, noi ci limitiamo a segnalare alcuni punti
di vista dai quali è possibile avere una visione più vasta
del ciclo di Roma. Anzitutto occorre saper intendere il sen­
so unitario, armonico di tutte le manifestazioni esteriori,
quali vittorie, conquiste, occupazioni di territori, istituzio­
ni di leggi, ordinamento di riti: il che sarebbe già un buon
inizio per capire come tutto ciò non sia stato mero gesto,
bruta esteriorità fine a se stessa, ma traduzione realistica di
un’interna, unica e segreta armonia, ispiratrice cosciente di
ogni azione, predeterminatrice di ogni moto e di ogni obiet­
tivo da raggiungere. Era lo spirito che si manifestava nel
fatto e non nel libro. Oltre a questo, occorre tener conto

9. La Razza di Roma
! 3o Massimo Scaligero

del valore della conquista dell’Occidente compiuta da Ro­


ma — conquista che non è invasione o barbarico scatena­
mento, ma azione volitiva, lenta, fatale, la cui significazio­
ne etica e civile ci può altresì rischiarare il senso di ciò che
è il modo di pensare latino.
Come abbiamo accennato nel precedente capitolo, è
evidente ormai, attraverso una visione storica superscola­
stica, di cui sono iniziatori Vico, Bachofen, Nietzsche, co­
me l’iniziale affermarsi di Roma nell’antico Mediterraneo
risulti dall’avvento della spiritualità apollinea, virile, eroi­
ca, sul decadente misticismo dei vecchi regimi ginecocra-
tici: una sorta di anima classica trionfante su una vecchia
anima contemplativa, non più ascetica nel senso virile del
termine, ma torbidamente fatalistica e perversamente orgia­
stica. Roma rappresenta l’Occidente in lotta contro il vec­
chio mondo che Bachofen chiama « afroditico », contro il
comunismo religioso e sensuale dei culti degeneranti. A s­
sumendosi l ’alto destino di conciliare in sè e fondere per
una nuova armonia creativa le due forme scisse della re­
mota tradizione « solare », regalità e sacralità, essa ha con
sè forze che trascendono il divenire umano e che fanno del
sangue della razza un veicolo di trasmissione perenne di
una missione dello spirito.
Non si può intendere il ciclo di Roma nella sua po­
tenza di superamento di ogni necessità materiale, senza
realizzare un contatto meta-fisico con un ordine di idee
sovrastante il piano razionalistico della scienza e della cul­
tura. Lo spirito della razza, nella sua genialità superstorica,
non può essere oggetto di analisi scientifica, di fredda vivi-
L a razza di Roma
ìli

sezione logica e cronologica. Occorrerebbe che il ricostrut­


tore della storia non si proponesse di narrare e di coor­
dinare gli avvenimenti, ma che, attraverso il contatto so­
prasensibile su accennato, seguisse un ritmo segreto, un mo­
tivo dominante ed unico al quale potesse riferire ogni a-
zione ed ogni mutamento; allora soltanto la sua visione sa­
rebbe profonda, translucida, e risalendo alla conoscenza di
moventi superumani, in virtù dei quali ciò che era limita­
tamente umano, veniva guidato, organizzato e redento, ri­
vestirebbe veramente un valore superstorico. Allora soltan­
to l’indagatore avrebbe le netta percezione che l’Impero di
Roma non si dovè unicamente all’eccellenza strategica dei
consoli, o alla resistenza fisica dei legionari, o all’abilità po­
litica del Senato, nè la continuità dell’imperio si dovè a una
serie di casi fortuiti, nè la civilizzazione dell’Occidente fu
opera di origine « provvidenziale », ma che al centro di
questa possente organicità etico-politica agì qualcosa di
fortemente voluto, di virilmente predeterminato, un pote­
re consapevole, urgente sul fato medesimo, imperioso ver­
so le stesse forze alla cui azione sovrammateriale l’umanità
comunemente soggiace, armonizzante il divino con l ’uma­
no, il temporale con lo spirituale.
N on è questa la sede più adatta per richiamare l ’at­
tenzione dei proposti alla storia romana su una serie di ele­
menti che sinora sono stati semplicemente constatati e ri-,
tenuti coreografici e che invece, nella loro impenetrabile
ermeticità, chiedono da secoli di esprimere il loro linguag­
gio in un ambito nuovo di forze spirituali, ove abbia senso
il loro aspetto, il loro ricordo.
I32 Massimo Scaligero

Ci si può limitare tuttavia a ricordare che sarebbe già


buon inizio il riconoscere l’esistenza di una potenza inter­
na di Roma che non per favorevoli condizioni esteriori, ma
per superiori qualità di razza, per una virtù superumana
della stirpe, mantenne ima sua unità continua e una sua
aspirazione metafisica, in ordine a un ritmo non mai inter­
rotto: considerazione, questa, che non potrebbe non porta­
re direttamente sulla questione circa la realtà di una spi­
ritualità tradizionale, la quale non è da circoscrivere al pa­
trimonio letterario o a quello filosofico — che del resto è
ben limitato — o a quello storico.
Se si ammette che la conoscenza e il culto di un mon­
do sovrasensibile e il possesso dei principi universali ad esso
inerenti, rivestendo un carattere superiore all’umano e al
fittizio, esigono la partecipazione e la dedizione di un nu­
cleo eletto, aristocratico, di esseri di un tipo etnico forte­
mente individuato, di esseri i quali si distinguano dalle
masse e siano per esse i « capi », i migliori, i condottieri, e
nella loro missione di suprema responsabilità abbiano la
forza di mantenere quel silenzio e quel segreto che occor­
rono a propiziare la riuscita dell’azione; si può cominciare
a intendere come l’autentica sostanza di una spiritualità
tradizionale consista, di là dal patrimonio cartaceo e archeo­
logico, in una sorta di esperienza metafisica, non manifesta
se non attraverso espressioni atte a convogliare, nell’unità
di un rito, la forza di collaborazione di altri uomini e del­
lo stesso popolo assistente.
Si è voluto talora, con palese buona intenzione, spie­
gare il contenuto della Tradizione della razza di Roma, col
La razza di Roma
iil

porre in rilievo lo «< stile di vita » romano, fatto di equili­


brio, di lealtà assoluta, di irremovibilità interiore: ma que­
sto stesso stile non era che una qualità etica del popolo qui­
rite, dovuta alla applicazione umana della sapienza tradi­
zionale di cui i pochi, i migliori, erano depositari. L 'ethos
guerriero romano era anch’esso una manifestazione di tale
sapienza: la regalità solare dei Cesari ne era una imperso-
nazione, tanto più perfetta quanto più precisa nella forma
e nella .interiorità era l ’adesione de\l'imperato? alla segre­
ta « realtà metafisica »; la morale serena e superindividuali-
stica di Seneca e di Marco Aurelio, era anch’essa un aspet­
to manifestato della irrivelata esperienza tradizionale.
Esiste dunque qualcosa di profondo e di fondamenta­
le nella storia di Roma, che può generalmente sfuggire agli
storici i quali, peraltro, ogni qualvolta si trovino ad esami­
nare aspetti come il « sacro presagio », il sacrificio, ¿1 rito,
si limitano a determinarne coscienziosamente la modalità,
facendo poi rientrare tutto nel calderone della « supersti­
zione ». Dovendo dare a questa parola il suo esatto signifi­
cato, ci si sentirebbe indotti a chiamare simili storici « su­
perstiziosi », in quanto pretendono liquidare con un signi­
ficato arbitrario e fantasioso un fatto di cui non giungono
a spiegarsi l’essenza e il valore. Ma, senza voler entrare
con opinioni e constatazioni personali nell’argomento, può
essere spontaneo chiedere: se si riconosce ai Romani un
senso di realismo plasmatore, uno stile classico, « antimi-
stico », come si può ritenere che essi cadessero in contraddi­
zione con sè stessi, allorché compievano i sacrifici, o cele­
bravano il rito del « septimonzio », o si rimettevano al sa-
Massimo Scaligero
J 34
cerdozio dei fetiales, o leggevano nei libri dei Pontefici, de,
gli Auguri e nella raccolta degli indigitamenta, le formule
laconiche, della loro sapienza?
Essi sapevano quel che facevano: è questa la verità
che occorrerebbe fissare una volta per tutte. Insistiamo su
questo, perchè, dietro Patteggiamento razzista italiano che
per noi, di là dalle sue espressioni contingenti, contiene il
valore di uno slancio tendente a sovrastare gli aspetti « ma,
terialistici » della razza e del sangue, noi riteniamo che sia
effettivamente giunto il momento in cui è possibile ripren­
dere contatto spirituale con un mondo a sè stante: dopo,
sarebbe troppo tardi, quando una nuova rettorica, un « a-
lessandrinismo » novecentesco e l’intenzione profonda di
svalutatori dell’autentica spiritualità romana, avranno per
sempre seppellito gli essenziali significati del ciclo eroico
ed imperiale.
11 contatto non può essere realizzato attraverso il sem­
plice patrimonio scolastico, o l’archeologia, o la paleogra­
fia: la scienza può spiegare soltanto la fenomenologia fisi­
ca di una data razza, ossia prendere atto dii una reazione o
di una trasformazione ematica verificatesi dietro una me­
scolanza di elementi etnici diversi od omogenei: così l’et­
nografia può servirsi dei dati dell’antropologia e della fisio­
logia per stabilire l’ordine di uno sviluppo genetico della
razza: ma la realtà intima di essa è ben altra, non è un
mondo alla mercè di qualsiasi erudito o improvvisatore, e
di qualsiasi vuoto analizzatore: essa è un mistero alla cui
comprensione occorre ben altro che la erudizione quantita­
tiva. Il contatto con essa dunque dovrebbe essere conse-
La razza di Roma *35
guenza di un particolare « stato d’animo », che, per digni-.
tà ed intensità, si portasse di là dal piano contingente e al
disopra della stessa intellettualità, sino a raggiungere il li'
vello di taluni principii universali dello spirito che, grazie
al loro carattere di perennità, non sono subordinati alle li'
nutazioni del tempo costituenti le maggiori barriere per gli
storici e i cosiddetti filosofi della storia. Se lo « spirito » di
Roma, o meglio, la Tradizione romana, ha un carattere uni'
versale e imutevole, primamente occorre suscitare nel prò'
prio mondo psichico la positiva capacità d ’intendere e cono'
scere tale universalità e tale immutevolezza.
Ma ciò non basta. Si dovrebbe pretendere che i nuO'
vi studiosi della razza italico-romana conferissero al termi-
ne « romano » la sua giusta significazione e non raccoglies-
sero sotto tale insegna tutti i disparati elementi che con
Roma hanno una semplice relazione esteriore e neppure ciò
che in realtà fu anti-romano. A d esempio, la forza orga-
nica del Sacro Romano Impero non fu risuscitatrice della
spiritualità romana in quanto ebbe una sua fisionomia im­
periale, ma potè costituirsi e mantenersi imperiale in quan-
to informata a un ordine gerarchico ereditato da Roma. Se
esiste uno « spirito romano » quale aspetto occidentale, me­
diterraneo, di una tradizione che fu anima segreta delle
più luminose civiltà antiche, tale «< spirito » non è quello
accademico, o religioso, o filosofico, che può venire iden­
tificato dalla cultura aulica ed universitaria, nè può esse­
re quello che avalla talune aberrazioni rettoriche di ieri
e di oggi — dacché con inqualificabile leggerezza si giun­
ge a chiamare « romano » ciò che è asiatico, o inspira-
i 36 Massimo Scaligero

to a uno stile totalmente « borghese », femmineo, con-


trario alla severità, al senso di armonia e alla fermezza in-
tima del romano antico.
E ’ bene dunque precisare per i dialettici della criti­
ca storica: chi oggi, nel « nuovo » tempo che annuncia il
risveglio della romanità, tenga a ristabilire una essenziale
comunione con lo spirito della Tradizione romana, occi­
dentale, non deve ricongiungersi con il romano antico at­
traverso l’esercitazione archeologica, la esegesi erudita o il
semplice ripristino di taluni costumi esteriori, ma ritorna­
re sull’orma di esso, grazie alla ispirazione nuova data da
una volontà imperiale, che abolisce i limiti del tempo: la
ricostruzione archeologica e storica possono costituire un
fondamento di cultura e un punto di riferimento sempli­
cemente dialettico a questo rinnovamento cui si identifica
la stesa rivoluzione creatrice.
Il ciclo di Roma si chiuse con il tramonto dell’im­
pero. Ma la Tradizione romana immutevolmente visse di
là dallo scenario della storia, lungo il divenire di eventi
che ebbero significato di eternità ogni qualvolta si riferi­
rono a Roma. In ogni ciclo di carattere superiore, diver­
se sono le istituzioni, diversi gli orientamenti, diverse le
realizzazioni: ma lo spirito animatore, .ossia l ’intimo pro­
cesso organizzatore, è sempre identico, ossia si riconduce al­
la trama non manifesta della Tradizione, traendosi dalla
immanente armonia di azione-contemplazione.
Di una simile realtà che, facendo parte di un piano
meta-fisico, può conferire senso e direzione alla storia, oc­
corre tener conto allorché si prendano in esame le concili-
La razza di Roma
137
sioni di alcuni ideologi moderni secondo i quali, a prò-
posito della nostra impostazione di problemi della razza, la
storia dell’Occidente presenterebbe oggi taluni aspetti di
evoluzione e di rivoluzione, riguardanti particolarmente le
popolazioni latine: aspetti che sarebbero recisamente in an-
titesi con la spiritualità di chi pretende rivendicare a sè
una cultura latina, romana, una « ortodossia » nel senso
originario del termine. La rivoluzione francese, la lotta di
classe instaurata dalle democrazie, la « libertà » dei regimi
parlamentari, il comuniSmo in Europa, sarebbero fatti che,
sotto l’aspetto della razza e della nazionalità, non posso­
no che considerarsi latini, anzi esprimono una sorta di in­
sorgente forza d ’armonia propria alla spiritualità latina, in
quanto tenderebbero a ristabilire un equilibrio violato nel
Medio Evo dal principio aristocratico d ’autorità, oggi dal
Fascismo e dal Nazional-socialismo. Ciò che, come politica
e come cultura, parte oggi da Roma, sarebbe dunque fuo­
ri di una tradizione latina, ossia un ritorno alla forma più
dura e più militaresca del romanesimo.
Si potrebbe cominciare col chiedere a codesti scritto­
ri che cosa intendano per « tradizione » e per « latinità »
e a quale serio motivo culturale si debba questa escogitata
opposizione tra « latino » e « romano », la cui sostanza è
come quella di tutto il loro sistema teorico e politico, ossia
semplicemente dialettica. Ma oggi esiste ancora chi è mos­
so da motivi dialettici e crede a quella rettorica che può
essere la giustificazione concettuale di talune degenerazio­
ni nella vita. Che cosa è per essi la tradizione? Forse il pa­
trimonio storico, la lessicologia, la cultura universitaria, for-
i 38 Massimo Scaligero

se la filosofia? Purtroppo oggi si gioca eccessivamente con


le parole, a tal punto che si giunge a far perdere ad esse
il loro reale significato.
La sede di questa sommaria trattazione non è la più
adatta per cominciare a chiarire che l’autentica tradizione
occidentale è una e non può essere che quella romana, in
quanto, dopo la romanità imperiale, nessun’altra idea uni­
versale si manifesta nell’Occidente, che non sia una par­
ziale resurrezione di quella scaturita dall’Urbe. Dopo di es­
sa, quale altro ideale superiore di civiltà ha unificato le
razze spiritualmente e temporalmente? Forse la rettorica
scientifica e filosofica del periodo umanista, che pure è l’e­
manazione di uno « spirito italico »; forse la rivoluzione
francese, o forse il bolscevismo? Occorrerebbe inoltre pre­
cisare fin dove proprio una spiritualità romana ha inspi­
rato anche in periodi di decadenza, in Europa, ogni per­
manente espressione di costruzione organica sia dell’intel­
letto che dello spirito guerriero. Si dovrebbe peraltro in­
segnare a moltissimi « intellettuali » come, a differenza di
tutti i complessi psichici, delle forme mentali e dei modi
filosofici da essi conosciuti, il carattere intimo di un’auten­
tica tradizione sia la perennità, onde essa non muore, ma
si cela, in periodi in cui la sua azione esteriore sembra ar­
restarsi: la sua essenza è spirituale e rituale, il suo costu­
me è virile e gerarchico, il suo principio esoterico e neces­
sitante: la sua azione ha un motivo costruttore imperiale
e il suo movente è da ricercare di là da ciò che è « ma­
nifesto » nella vita e nella storia, dietro i decisivi avveni­
menti, dietro le grandi conquiste dei popoli, non certo nel-
La razza di Roma ‘ 39
le caterve libresche e attraverso l ’arido esame morfogico.
Sarebbe compito lungo spiegare a coloro che non sanno e
non vogliono capire il senso della Tradizione romana: tut­
tavia, già sarebbe molto se cominciassero ad intendere che
non è quella cui essi si riferiscono dialetticamente.
Per il suo senso univoco ed universale, ed essendo re-
taggio intimo di una razza inestinguibile, la Tradizione è
al di sopra di qualsiasi settario dialettismo: essa non si
rimpicciolisce in aspetti diversi, ma comprende ogni aspet­
to: essendo occidentale e romana, essa dà significato anche
alla latinità. Per virtù di forze di individui superiori e
per fatale necessità, sempre Roma rimane centro del mae­
stoso ciclo di lotte e di trionfi dell’Occidente: la sua v ir­
tù d ’irradiazione di energie spirituali attraverso la vitali­
tà etnica, di scaturigine di ogni corrente organizzatrice in
Europa, ha soprattutto valore simbolico, sia rispetto al va­
lore di determinazione dello spazio (è proprio questo uno
degli argomenti che vorrebbero impugnare gli assertori del­
la bastarda latinità), sia rispetto alla virtuale progressivi­
tà del tempo. In altre parole, un’essenza non è superiore
in quanto spazialmente originata dall’Urbe, ma in quanto
scaturita dall’anima dell’U rbe: ciò che è grande è roma­
no, non rettoricamente, ma in quanto, in rapporto ad una
indistruttibile etica occidentale, collaterale, come risponden­
te manifestazione, alla segreta e dominante Tradizione, non
può, per i suoi caratteri di precisione, di potenzialità pla­
smatrice, di volontà costruttiva, che essere ispirata da Ro­
ma. In altri termini, ogni qualvolta nella storia d’Europa
si manifestano personalità fortemente individuate, iniziatri-
140 Massimo Scaligero

ci di nuove forme di cultura, esse non sono che espressio­


ni della potenza razziale di Roma.
L ’unità latina dei popoli fu una creazione possente
operata da Roma: non sarebbe esistita, non avrebbe avu­
to forza di amalgamazione e di luminosa fecondità, se la
virtù segreta dell’ imperium, tradotta in orditura di azio­
ni, more pontificali e per forza della tradizione guerriera,
non avesse conferito fisionomia all’Occidente: senza la so­
lennità necessitante e metafisica di « cose fatali », di og­
getti di culto ereditati dal nume o dal potere « numinico »
di antiche città mediterranee, senza il possesso di un no­
me segreto che legava una forza divina al destino dell’U r­
be, senza la propiziazione di intelligenze soprannaturali
compiuta dai Sacerdoti, dai Flamini e dal Pontefice Mas­
simo, senza le cerimonie misteriche, senza l ’azione sacri­
ficale e il rito alla vigilia delle grandi guerre e delle deci­
sive battaglie, senza la presenza di un genius eroico-guer-
riero che divenne costume romano — elementi, questi,
componenti la grande trama dell’autentica Tradizione —
non si sarebbe mai potuto parlare di una tradizione lati­
na, nè di una spiritualità latina, nè di una neolatinità del­
le lingue quale segno del permanere di una cultura latina.
Condizione della latinità è dunque il promanare etni­
camente e spiritualmente da Roma: in ogni punto in cui
la « latinità » si distacchi dalla Tradizione romana, essa
ritorna barbarie: tale riteniamo sia il caso dell’odierno co­
munismo trapiantatosi in nazioni latine. D ’altro canto, il
sussistere di un pensiero di stile latino non è un fatto par­
ticolare proprio a una esperienza nuova, ma l’aspetto rela-
Massimo Scaligero
14*

tivo alla permanenza assoluta di una spiritualità romana.


L ’essenza della latinità non è che il retaggio di una tra­
dizione che permane identica, estranea a tutte le degene­
razioni di razze che pure ebbero il dono della sua luce:
ciò giova fissare una volta per tutte.
Le autentiche virtù latine non sono emanazioni casua­
li di forze connesse ad umane e contingenti finalità, non
possono essere distaccate da un piano di azione trascenden­
te ove cessino di avere significato le sterili controversie ma­
terialistiche: esse agiscono per un potere che ha un carat­
tere supertemporale e supernazionalistico, ossia per un po­
tere d ’organizzazione identico a quello che Roma adottò
a fine d ’unificare e armonizzare, con una morale integra­
tiva e con un sano corpo di leggi, tutto l’Occidente. A vu l­
sa da tale senso sovrammateriale, ossia fuori di una T ra­
dizione romana, la latinità non è più tale, è degenerazione.
Un altro degli errori comuni a storici d ’oltralpe che
non solo ignorano l’esistenza di una tradizione esoterica
di Roma, ma tentano altresì di svalutare il significato del­
la sua imperialità, è di ritenere che la conquista romana
arrestasse lo sviluppo naturale dell’antica civiltà celtica la
quale avrebbe forse potuto, verso il Secondo Secolo, fare
della Francia una grande nazione. Ora, a parte la grosso­
lanità di queste forme di fantasticheria storica, ad evitare
di cadere in tale vieto errore, è sufficiente tener conto che
all’epoca in cui Cesare conquistò la Gallia, questa razza
aveva già dato tutto quello che poteva dare, anzi, secondo
l ’opinione degli stessi assertori di una spiritualità occiden­
tale originaria nel Nord, lo « spirito celtico » a quel tem-
142 Massimo Scaligero

po si trovava nella sua fase finale, così che la razza non


appariva più depositaria di una tradizione superiore, ma ri­
tornata a forme involute di cultura con caratteri rispon­
denti al « barbarico » e al « primitivo ».
L ’intervento di Roma, se mai, sta a dimostrare il con­
trario, ossia il ringiovanimento e la resurrezione di quella
razza per virtù romana. E ’ sintomatico, a questo proposito,
il fatto che delle antiche lingue celtiche non rimangono che
rari documenti i quali si riducono a poche decine di iscri­
zioni in caratteri greci, o etruschi, o latini (a parte i nomi
propri dei popoli, quelli geografici e di persona e qualche
vocabolo citato dagli antichi classici): ciò è indiscutibil­
mente da riferire al principio secondo il quale, allorché
una civiltà, per inconsistenza di elementi giuridici, politici
e spirituali, cede a un’altra civiltà in cui esistano tali ele­
menti, conseguentemente anche la sua lingua scompare e
cede alla nuova.
T ale fenomeno, meglio che il risultato di indagini
storiche, risalta all’obiettività stessa del « fatto » storico.
A questo proposito, significative testimonianze circa le
guerre tra i Romani e i Celti e taluni aspetti della civiltà
gallica si ritrovano in uno dei libri che ci rimangono del-,
l ’opera di Polibio. In termini espliciti lo storico greco narra
che ai suoi tempi le condizioni di civiltà dei Galli presenta­
vano diverse caratteristiche di inferiorità e di primitivismo
(da intendere 1« cum grano salis », ossia come stadio di in­
voluzione di una sorpassata ma storicamente non identi­
ficata civilizzazione). Abitavano regioni fertilissime e ric­
che di bestiame, dove conducevano una vita pastorale e
La razza di Roma M3

meicenaria: mentre da un lato con incursioni, razzie, o ri­


cercandolo nel letto dei fiumi, si procuravano l’oro, dall’altro
allevavano mandrie di suini: disponevano insamma di un
capitale di facile mobilità, così come richiedeva la loro vita
instabile d ’incursioni e di improvvise fughe.
N on conoscevano l ’architettura nè il bisogno di or­
ganizzarsi civilmente; nel periodo pre-romano erano ripar­
titi m « clan »; non abitavano città, ma « pagi » ed « op-
pida » : che poi mancasse ad essi del tutto una coscienza di
unità politica è dimostrato anche dal fatto che quei Celti che
vissero a maggior contatto con le genti civili del Mediter­
raneo Etruschi, Italici, Elleni e Cartaginesi — non rag­
giunsero altro obiettivo che porsi al loro servigio in qualità
di soldati mercenari.
Mancando la razza di unità spirituale e politica, le
guerre fra tribù erano frequentissime: e non entravano in
giuoco vincoli di carattere federale, ma soltanto una istin­
tiva solidarietà intesa a difendere i beni materiali, allorché
essi facevano causa comune di contro al sopraggiungere di
un nemico di razza e di tradizione diverse. Ma anche dal
modo di condurre le guerre affioravano diversi segni della
loro radicale barbarie: il loro coraggio non era cosciente
e razionalmente organizzato, ma istintivo, belluino, onde
essi, che pure erano corpulenti e impetuosi, allorché erano
lanciati all'assalto con violenza d’impulso ed emettendo
grida paurose, dopo il primo attacco erano costretti a ripie­
gare dinanzi alla irremovibile e disciplinata resistenza del
legionario romano, più piccolo di statura e meno clamoroso.
A ltra caratteristica barbarica era il sacrificio dei prigionieri
M4 Massimo Scaligero

che essi immolavano ai loro Dei, torturandoli e dilaniando


le loro membra. Ma tra gli elementi più decisivi che pos­
sono attestare la inconsistenza di una civiltà « celtica », no­
tevole è il prevalere tra quelle popolazioni delle istituzio­
ni di tipo matriarcale, in senso inferiore: secondo Cesa­
re, tale istituzioni si ritrovavano particolarmente in Gran
Bretaigna e in Caledonia dove, oltre all’attribuzione del po­
tere politico alle donne, vigeva la poliandria: non si trat­
tava dunque dell’arcaico matriarcato « sacro », ma di quel­
lo corrotto, a carattere « comunistico » e orgiastico, ossia
del tipo che — come si è accennato nel capitolo prece­
dente — Roma sgominò e superò nell’Occidente instau­
rando un regime di gerarchia sacerdotale e guerriera, di
tipo virile e ;« solare ». Si ha dunque ragione di conclu­
dere che non soltanto da una mancata conquista della G al­
lia da parte dei Romani non sarebbe mai derivato che quel­
la divenisse una grande Nazione, ma che le condizioni in
cui essa viveva la rendevano effettivamente terra di con­
quista, terra che non poteva non essere occupata e civiliz­
zata da un popolo altamente dotato di leggi, di unità re­
ligiosa, etnica e politica e da un empito irresistibile di co­
struzione imperiale.
Una serie di ulteriori notizie si potrebbe riportare ad
attestare la « involuzione » dello spirito celtico all’epoca
dell’avvento romano: ci basti ricordare che si deve a Cesa­
re la difesa della Gallia dalle invasioni germaniche e al
dominio di Roma la rinascita civile e politica di quelle
genti, onde proprio un poeta gallo, con espressione di en-
La razza di Roma
*45
tusiastica gratitudine, inalza lodi a Roma che ha redento
con la sua civiltà tutto l ’Occidente.
Rifiutarsi di riconoscere l’ unitaria e perenne spiritua­
lità della razza di Roma significa negare la stessa storia
quale elementarmente ed esteriormente viene da tutti co­
nosciuta: peraltro, è sufficiente dal nudo fatto risalire al­
la causa determinante, per giungere alla identificazione
di un alto sistema di idealità che non furono soltanto po­
litiche e guerriere, ma superumane e trascendenti. Proprio
in virtù di una tradizione superiore, Roma potè affermare
ta i popoli attraverso il costume guerriero il suo modo di
vita, non limitato da una visione materialistica del mondo,
ma attuato in vista di un piano sovramateriale al quale
portarsi. Il torto maggiore circa l ’equivoco sulla spirituali­
tà romana è da attribuire alla gran parte degli storici, la
quale non si peoccupa che di ritrovare l ’organicità e la con­
tinuità di una serie di fatti, di particolari, di date e di no­
mi, allo scopo esclusivo di compilare una minuziosa riesu­
mazione degli avvenimenti. Ma il senso di questi si è per­
duto, ciò di cui essi erano significato ed emanazione, la
potenza rituale, l’azione segreta, il motivo intimo di ogni
iniziativa e di ogni conquista, non sono più compresi: si
ha soltanto un retaggio di parole e l’illusione di aver po­
tuto ricostruire l’essenza della « romanità » attraverso Tan­
nale, la cronistoria, l ’epigrafe e il rudere.
Insistiamo peciò nelTaffermare che il compito di una
ricostruzione della storia di Roma che contenga altresì la
storica formazione della razza, implica non pure la neces­
sità di una definitiva dimostrazione del perenne riferimen-

io . La Razza di Roma
146 Massimo Scaligero

to spirituale di tutta l’azione guerriera, ma anche la idem


tificazione di quella Tradizione romana, la cui forma è co­
noscibile soltanto attraverso la comunione superstorica, di
indole psicologica, con un ciclo di cultura a sè stante, per
virtù di una dignità interiore del tutto estranea allo spi­
rito accademico ed attiva di là dalla semplice erudizione
libresca.
Infine non sarà mai sufficientemente ricordato che il
limitato sviluppo dell’arte e della filosofia è un fatto naturale
in una civiltà che sorge, in quanto la sua azione, per essere
pienamente tale, si mantiene fedele a superiori principii
dello spirito che costituiscono l’essenza della sua tradizione,
nè s’irretisce in forme culturali, ma tende ad attuare un si­
stema di vita, in vista di uno stato di vita superiore da rag­
giungere attraverso ogni atto: ciò che costituisce la più alta
forma di spiritualità, al di sopra di ogni rettorica o conce­
zione astratta. Roma, in questo senso, è ancora una volta
maestra, allorché insegna come anzitutto importi quel modo
di vita maschio, realizzatore, che è manifestazione di una
vitalità interiore operante, sintesi di spiritualità e azione, e
che conduce alla effettiva realizzazione di un regime impe­
riale, dopo la quale, in pienezza di potenza, i civilizzatori
possono dedicarsi a quella prima forma d’arte aderente al­
l’azione e inspirata ad un senso di « necessità » costruttiva
che è l’architettura. E ’ evidente che se i Romani avessero
cominciato con l ’essere filosofi ed artisti, ci avrebbero la­
sciato un retaggio semplicemente libresco, nè avrebbero
avuto il potere di unificare i popoli, nè sarebbero stati de­
positari di quella Tradizione che visse in quanto essi ri-
La razza d i Roma 147
tualmente agirono e vinsero. Essi seppero tradurre in trama
d. forza e in armonie imperiture ciò che dall’alto, per natu-
rale virtù, fu loro trasmesso: un fato superiore la cui azione
si manifestò imperiosa e ineluttabile, i cui segni permangono
nella pietra e negli edifici, come nell’ anima delle genti,
esclude assolutamente che ciò si sia dovuto a una serie di
combinazioni esteriori o alla semplice forza bruta.
Se è vero che durante il ciclo di Roma non emersero,
come nell’ Eliade, costruzioni dell’ anima estetico-filosofica,
quali l’ idealismo platonico, la metafisica di Aristotile, le
opere di Prassitele, la medicina d’Ippocrate, le intuizioni
astronomiche di Aristarco di Sarno, la dialettica di Diodoro
di Jaso, è peraltro innegabile che proprio attraverso lo spi­
rito di universalità essenzialmente romano la cultura greca
si propagò in Occidente, acquistando un carattere didasca-
lico-dottrinario cui la Roma imperiale annesse una impor­
tanza semplicemente educativa.
La spiritualità della razza romana ebbe, d ’altro canto,
una forza unificatrice più attiva di quella di una semplice
cultura, allorché l’Urbe, per redimere in ordine politico l’im­
pulso irrazionale proprio alla vita dei barbari sottomessi,
conferì ad essi organismi legislativi che tuttora permangono
in Europa, e fece intendere essere un privilegio civile, un
premio ambito, il venir governati da Roma. La quale, in
oltre, a dare ampio respiro di vita ai popoli vinti, elevò nei
loro paesi grandi monumenti architettonici, eresse templi
insigni per arte e per le divinità cui erano consacrati, di­
schiuse vaste vie di comunicazione al commercio internazio­
nale, protesse il lavoro e l’economia, suscitò quell’ordine or-
148 Massi',no Scaligero

ganico da cui scaturì 1’« immensa pace » che Plinio il vec-


chio esaltò, formulando l’augurio che 1« si rendesse eterno
il bene della civiltà romana, apportatrice di nuova luce
nel mondo ».
Ora, non è difficile rendersi conto che anche attraverso
la caduta dell’Impero e le diverse vicende etniche dovute
alle invasioni, il nucleo fondamentale della razza romana,
soprattutto nella sua intima vitalità psichica, sia rimasto in-
tegro, ossia abbia resistito attraverso ogni avverso evento,
riaffermandosi ogni qualvolta le circostanze esterne lo ren­
dessero possibile, se non sotto l ’aspetto definitivo di una na­
zionalità, almeno attraverso azioni e creazioni individuali.
A un tale motivo va riportato il fatto che nessun in­
flusso barbarico giunge a modificare l’impulso creativo, lo
slancio interiore della costituzione razziale italico-romana.
Essa resiste e trasforma: eventuali mescolanze per essa non
hanno significato, in quanto il principio radicale della raz­
za ha la virtù di trasformare ed investire della sua stessa
vitù altri elementi etnici e così di conquistare i conquista-
tori. Ciò può spiegare perchè lungo le più alterne vicende
di popoli e di civiltà, attraverso ricostruzioni ed immani
disgregazioni, in un indefinito ciclo di divenire, Roma è sta­
ta sempre un punto fermo nel tempo, in senso simultanea­
mente reale e simbolico. Per uomini, per condottieri, per
mistici, essa è stata sempre una rocca di paragoni sicuri, un
punto di partenza e un punto di arrivo, dopo cui valeva
la pena vivere oltre la vita stessa, per tendere ad un piano
di serena immortalità.
Tuttavia, fatti fondamentali della nostra tradizione
La razza di Roma
M9
mediterranea quali la potenza conquistatrice e colonizzatrice
delle nostre Repubbliche Marinare che lanciarono per il
mondo grandi navigatori e dominatori del mare, l ’apporto
eroico ghibellino alla costruzione del Sacro Romano Im­
pero, l’azione dei condottieri e dei capitani di ventura, la
forza della Rinascenza e le basilari scoperte ed invenzioni
ad opera di Italiani: tali fatti sino al Risorgimento, alla In­
dipendenza, alla guerra del 1 9 1 5 e alla Rivoluzione Fasci­
sta si presentano come manifestazioni realistiche e storiche,
al cui centro si può ritrovare quello slancio metafisico verso
l’infinito e l’immortale che caratterizza l’anima stessa del­
la razza di Roma.
La controparte ideale, speculativa, di tale azione della
razza « italico-romana » è con analoga facilità identifica­
bile, in quanto costituisce una « tradizione » costante an­
che in senso di manifestazione e di attualità: anzi si può
dire che uno stile romano del pensiero riassume, in sede
dottrinaria e speculativa, i caratteri dell’antico principio sa­
cro ed eroico che fu alla base dell’ Impero.
Da quell’ epoca in poi, uno stile latino del pensare,
nella sua virile configurazione morfologica, mantiene il
retaggio avuto da Roma, sia nello spirito migliore della
scolastica, allorché la filosofia conforta con argomenti intel­
lettivi il senso del 1« divino », sia nelle visioni metafisiche
di Dante e nella ideologia ghibellina ed esoterica dei « fe­
deli d ’amore », nell’intimo senso dell’arte di Raffaello, di
Michelangelo, di Leonardo, di Correggio e di Tiziano, nel
neoplatonismo ridestato a Firenze da Lorenzo il Magnifico,
nei neoaristotelici Pomponazzi, Zambarella, Cremonini, Pie-
15° Massimo Scaligero

colomini, Cesalpini, Vanini, in quegli originalissimi che ri­


suscitano aspetti della Tradizione d ’Occidente attraverso la
speculazione, Tommaso Campanella, Pico della Mirandola,
Girolamo Cardano, Patrizi, Cusa, Giordano Bruno, Della
Porta; nella Scienza nuova di Vico, nella spiritualità clas­
sica di Giacomo Leopardi, nell’impulso nuovo dato alla filo­
sofia italiana da Gioberti, Rosmini, Galluppi. Da una rapi­
dissima veduta d’insieme vien fatto di pensare che l’ideale
di una permanente intellettualità di tipo « romano » si pos­
sa concepire come retaggio di quella superiore armonia del­
lo spirito che fu al centro della potenza di Roma: nel « so­
lare » equilibrio insito nell’ anima di una razza per virtù
della quale la cultura si tradusse in civiltà e la civiltà in
cultura, è possibile ritrovare infine la risoluzione dell’antico
dissidio tra platonici e aristotelici. Roma in questo senso
permane la grande equilibratrice.
Il carattere peculiare dei nostri uomini migliori (non
tenendo conto di coloro che della cultura e della filosofia in
genere si fanno una sorta di abito esteriore da mostrare e
da portare quale modello esibizionistico) è una genialità
classica, solare, ossia una virtù di potenza nella sintesi dei
valori pertinenti all’umano, al superumano e al divino: esso
sta perciò a rappresentarci, in opposizione all’opaca sornio­
neria del materialismo moderno, alcune forme reali, viventi,
storiche, del nostro ideale di vita e di spiritualità, che sono
quelle stesse che preannunciano, nella nuova organicità del­
la razza, un riaffiorare dell’antica, immutevole Tradizione,
quale anima di nuove lotte e di nuove conquiste.
La razza di Roma
I5 I
Sotto questo riguardo, è proprio l’armonia dello spi'
rito romano che parla attraverso le migliori personalità che
l ’Occidente ha generate: in tutto ciò che, come azione e
contemplazione, si mantiene fermo attorno a un asse di ir­
removibile dignità interiore, è da riconoscere la virtù pro­
fonda di un ideale romano dell’ « essere » e dell’agire.
t >
i —' attuale nostra assunzione razzista non può avere il
valore di un fatto semplicemente naturalistico, in quanto,
essendo proprio della nostra indole italica il riferirci in ogni
creazione anche contingente, ad un elemento superiore (me­
tafisico), in sostanza ogni espressione della nostra civiltà
non può essere che manifestazione di universalismo. In que­
sto senso il piano della « natura » (mondo fisico e umano)
risulta come un piano di mediazione tra l ’universale eterno
e l’ umano particolare immanente. In parole povere, la *« na­
tura » non può essere assunta che come un veicolo d ’affer­
mazione di superiori principi dello spirito.
Tradizione e storia di Roma testimoniano a questo
proposito l ’azione di una razza depositaria di un’idea uni­
versale la cui virtù, in tempi di manifesta costruzione po­
litica, si afferma unificando popoli e razze diversi, mentre,
in tempi di crisi politica, permane come occulto retaggio
che affiora, meglio che nel piano dell’azione, in quello spe­
culativo, mistico e culturale, informando dunque di sè la
stessa lingua per mezzo della quale esso si esprime.
Perciò condividere l’opinione di chi afferma le vicende
della razza e della lingua essere due fatti a sè stanti e tali
i56 Massimo Scaligero

che l’uno non possa considerarsi connesso con l’altro nella


formazione di una civiltà, significa cadere nel sofisma per
cui si attribuisce al particolare un valore assoluto. E ’ vero
tuttavia che tale connessione tra razza e lingua non è da
riconoscere nel caso della cosiddetta lingua aria originaria o
protoaria, in quanto, allato al diffondersi di tale lingua in
Occidente non si può identificare con dati decisivi raffer­
marsi di una civiltà analoga — come presume un gruppo
di glottologi — che se le costruzioni eruditiche possono fa ­
cilmente far scivolare di là dalla verità storico-scientifica,
1’ archeologia e 1’ antropologia stanno a dimostrarci che a
quell’epoca già la civiltà mediterranea, ossia quella che si
sviluppa attraverso il periodo minoico e miceneo, aveva rag­
giunto il suo pili vivo splendore.
M a perchè dunque i glottologi che attribuiscono un
definitivo valore etnico e storico all’esistenza della lingua
protoaria si trovano in contraddizione con la scienza, men­
tre sono altresì in errore, in senso inverso, coloro che da ta­
le contraddizione deducono la legge di una insufficiente cor­
relazione tra lingua e razza?
E ’ molto semplice spiegarcelo, se noi, immutevolmen-
te romani e latini, teniamo conto di un fattore « metafisi­
co », in virtù del quale risulta evidente come il rapporto
tra razza, e lingua non possa assumere valore storico deter-
ministico, se dalla lingua non fa da controparte una Tradì*
Zione (continuità spirituale) che dia senso allo stesso elemen-
to razza e d i cui la razza rappresenti la più perfetta esten-
sione della realtà.
La lingua di ogni popolo rappresenta la simbologia fo-
La razza di Roma
157

netica e grafica della sua anima e del suo patrimonio di cul-


tura: ma in essa può essere altresì, allo stato potenziale, la
forza della Tradizione. Quanto più imperante e più domi'
natrice della necessità materiale è una Tradizione, tanto più
ineluttabilmente la lingua in cui essa si articola, o meglio,
la lingua di quella razza che a tale Tradizione è conforme,
s’impone ad altre razze e sostituisce i loro linguaggi, espres-
sione di una fittizia spiritualità.
La forza di una lingua, rispetto al valore essenziale del
significato di cui essa è simbolo, può consistere nelle paro-
le, che talora adombrano idee-forza, e nei rapporti di tali
parole intesi come ritmi emergenti da una interiorità segre­
ta e profonda: in tal caso la parola presenta una specifica
potenza anche come semplice suono: essa è logos nel sen­
so ellenico, è chiave di occulte risonanze dell’anima del­
l’uomo, è altresì « verbo », preghiera che necessita richiami
a forze superumane, è parola-comando, è messaggio-suono
ritmico del mondo sovrasensibile.
N ell’atmosfera di irriducibile aspirazione alla virtù del­
ie origini, che vige nelle nuove generazioni, se si giungesse
a intendere la cultura non più come esperienza dialettica
semplicemente confortata di analogia lessica e di filologia,
ma come fatto primamente spirituale, si potrebbe infine re­
suscitare il senso del « verbo » come simbolo di forze inte-.
riori, permanenti nello spazio e nel tempo, e restituire così
ad ogni esercitazione culturale il suo più dignitoso signifi­
cato.
Ora, allato alla continuità storica della razza italico­
romana, un altro segno della perennità dello spirito di Ro-
i 58 Massimo Scaligero

ma si ritrova nella permanenza della lingua latina, sia come


pura loquela dei dotti e come grammatica essenziale di tutti
gli studiosi di cose classiche, sia come struttura fondamen­
tale delle lingue romanze, che perciò sono dette « neo-lati­
ne ». Una tradizione interiore di carattere romano viene
dunque conservata e alimentata attraverso la parola anche
da quei popoli che per avventura assumano in seguito atti­
tudine contraria al senso della civiltà di Roma. Se lo spirito
forma la lingua d’un popolo, se il pensiero è prima del di­
scorso e se la parola è esigenza espressiva di un’attività in­
terna, è innegabile che chi non conservi forme proprie di
linguaggio e di comunicazione dialettica, ma ricorra a quel­
le di altri, subisce virtualmente l’ influenza spirituale di
questi ultimi. Sotto tale riguardo, la lingua può essere la
misura del ritmo della civiltà: dove una lingua cede ad
un’altra, una civiltà è rispettivamente superata da un’altra.
Roma, conquistando regioni anche di tipo etnico d i­
verso e facendo opera di unificazione politica, civile, reli­
giosa, realizzò contemporaneamente un’opera di unificazio­
ne linguistica. In quei paesi in cui non sussistevano antiche
tradizioni spirituali che valessero a mantenere un verbo ori­
ginario, e dove il dominio romano in sostanza recava la
luce di una civiltà nuova, la lingua dei vincitori s’impose
automaticamente, fu accettata dai vinti come una forza più
nobile e più completa di espressione. Ora, è inoppugnabile
che anche dopo quell’epoca, il rapporto si mantenne, così
che, allato all’unità razziale italico-romana, attraverso l’Evo
di Mezzo, si formò la neo-latinità delle lingue, quale ere­
dità spirituale e culturale di Roma.
La razza, d i Roma
U>9

Il « latino popolare », ossia qualcosa di mezzo tra la


lingua dei dotti e dei patrizi e quella della plebe, ma so­
stanzialmente uniforme sia in Roma che nella più lontana
provincia à é ì’Im perium , prendendo il posto degli idiomi
preesistenti, segnava il punto in cui la civiltà di Roma si
sostituiva a mentalità barbare e iniziava il suo ciclo occi­
dentale, universalistico, come cultura e come vita, ma so­
prattutto come affermazione di un « tipo » di razza supe­
riore. Una differenziazione neo-latina delle lingue occiden­
tali non segna che 1 adattamento di forme di espressione e
di cultura a nuove esigenze esteriori (spazio e tempo) che
tuttavia non hanno il potere di mutare nulla di ciò che ini­
zialmente è stato creato.
La spiritualità imperiale, eroica, classica, può essere di­
scesa in un piano d’incoscienza e di mero divenire dei fe­
nomeni culturali dei popoli, ma nulla di radicalmente nuo­
vo è intervenuto: nascosto e sottile, lo spirito di Roma vive
una sua imperitura tradizione, malgrado le turbinose vi­
cende dell Età di Mezzo. Ecco dunque che, nonostante la
men radicata coscienza di unità politico-sacerdotale, le in­
vasioni, i contrasti etnici e il riassetto politico realizzatosi
molto prima che in Italia, nelle provincie dell’antico impe­
ro, mentre si prepara una cultura nuova, non si fa che ri­
costruire su basi latine. Se da un canto in Italia il pensiero
latino ravviva sin dall’alto Medio Evo forme di civiltà e
nuove esperienze dello spirito, dall’altro, con lo sfasciarsi
politico del mondo romano, l ’antica cultura — che già ha
sapore retorico — sembra precipitare nella travagliata Eu­
ropa: mentre nell’Africa, nella Spagna e nelle Gallie essa
1 60 Massimo Scaligero

ad un tempo si disgrega e si rinnova, in Italia, a fianco del


re goto Teodorico, Boezio e Cassiodoro rappresentano no­
bilmente il sapere della gente latina; nè mancano cultori
della Tradizione tra le procellose vicende della fine del Se­
colo Nono. Si ricordi Ilderico da Salerno, mistico, gramma­
tico e poeta, che visse nel cenobio di Montecassino : si ri­
cordi la frequenza delle rievocazioni eroiche dell’antico Me­
diterraneo, di Roma e del Campidoglio, nei fieri versi la­
tini con cui in quel tempo un clericus esortava i concitta­
dini modenesi a vegliare armati sugli spalti. E infine si con­
sideri come in tutto il Medio Evo imperiale, il latino sussi­
sta quale strumento supernazionalistico di quella cultura e
di quella civiltà.
Ma, a parte l ’influsso della romanità sulla formazione
della nostra cultura e della nostra lingua, che a tutti è nor­
malmente noto, occorre anche attraverso l’esame di taluni
processi storici di aspetto involutivo, tener conto di quella
Tradizione che, rispetto a civiltà e cultura, sta come spirito
a corpo, come pensiero ad atto, per cui dietro taluni avveni­
menti che servono agli studiosi come ultimo punto di rife­
rimento e come dato decisivo della indagine storica, si na­
sconde un motivo interno, spesso ignorato, del resto, dagli
stessi uomini che furono protagonisti di tali avvenimenti.
Ora, i punti salienti e costruttivi del ciclo dell’Evo di
Mezzo, che possono considerarsi come costituenti una civiltà
a sè, si riassumono in fatti fondamentali come il sistema
feudale, l’etica cavalleresca e l’idea ghibellina del Sacro Ro­
mano Impero: il carattere dominante comune a tali feno­
meni è l’organizzazione gerarchica supernazionale, permea-
La razza di Roma

¡a di un senso eroico della vita e del combattimento, ossia


la volontà di unità imperiale e guerriera, non materialisti­
ca e comunque esteriore, ma suscitata da una sacra, virile
spiritualità. Che tutto ciò sia un’occulta e operante eredità
di Roma connaturata con la inestinguibile virtù della razza,
è evidente, nella nuova fusione di spirito regale con spirito
sacerdotale, come è evidente che, in ordine a tale perma­
nenza tradizionale, più forte delle divergenze dei fattori
storici, non poterono simili caratteri di romanità non con­
servarsi e non trasfondersi anche in quei nuovi linguaggi
che perciò si chiamarono neo-latini.
La neolatinità di talune lingue occidentali e la classi­
cità di talune altre, nella struttura e nella etimologia, te­
stimoniano dunque con motivi talora ben definiti il perdu­
rare dell’elemento etnico-spirituale romano come una ere­
dità potenziale che peraltro si traduce in atto attraverso ge­
sta eroiche, creazioni del pensiero e dell’arte; ma soprattut­
to dicono che, dopo Roma, nessun’altra civiltà radicalmente
trasformatrice ha saputo operare in esse. Ciò che simbolica-
mente è romano, è altresì essenziale, perennemente identico
nel tempo, come il ciclico ritmo della natura e come la luce
stessa del sole. Allontanarsi da uno stile romano di vita si­
gnifica decadere, involversi. Gli stessi nordici Nietzsche,
Bachofen, Goethe riconobbero in visioni chiarissime di cul­
tura creatrice, l’imperitura forza di Roma, l ’immortalità del­
la Tradizione che già la fece dominatrice del destino del­
l’Occidente.
Intendendo il verbo non più come vuoto segno o suo­
no, ma come simbolo di un messaggio interiore, si può dun-

ii. La Razza di Roma


16 2 Massimo Scaligero

que, attraverso la conoscenza dei linguaggi, risalire all’ori­


gine supermateriale di essi, sino ad aver contatto con quel
fattore altamente spirituale (metafisico) cui sopra si accen­
nava e che risulta in correlazione ideale con la virtù inte-
rione della razza. Per questa stessa via, ci si può altresì spie­
gare l’ universale continuità della lingua di Roma, cui fa
riscontro, in un altro piano, l’universalità dell’idea imperia­
le che sola può dare forma e significato alle razze e alla
loro potenziale unità in una sola razza dello spirito.
Ora, i problemi della lingua e della cultura mentre
costituiscono un indice teorico delle affermazioni e della
continuità di una razza, sono in diretto rapporto con quelle
forze dello spirito che agiscono con forza di causalità al di
sopra del piano « fisico » della razza. La cultura sotto que­
sto riguardo, rappresenta l’energia essenzialmente etica di
una razza e la sua interna possibilità di azione modellatri­
ce su altre culture e su altre razze.
E ’ evidente che qui diamo al termine di « cultura »
il suo migliore senso, ossia di forza plastica dello spirito,
di virtù intima della stirpe, qualità che si reca nel sangue
ma che trascende lo stesso sangue e lo rende veicolo di sè,
m un rapporto di potenzialità e attualità. Occorre pertanto
tener presente che se è vero che una razza esprime nella
forma di una propria cultura lo sviluppo della sua spiri­
tualità epperò delle sue possibilità di civilizzazione, è altresì
vero che un creativo atteggiamento spirituale, ossia un’au­
tentica cultura, può elevare e modificare le qualità della
razza.
N ell’esame della formazione della razza di Roma ab-
La razza di Roma
l i ­
biamo visto che essa, ereditando elementi etnici diversi e
tradizioni che per secoli erano state in contrasto, si andò
plasmando grazie a una virtù interna nuova, inconsueta,
dovuta a una forma superiore di autocoscienza coincidente
con il senso di forze fatali o provvidenziali: per essa si
rese vero e completo quel principio per cui lo spirito crea
la razza, e non in senso rettorico, perchè, come abbiamo
visto, la ferrea, ascetica legge morale e la durezza guerriera
della Roma repubblicana erano dovute al sicuro, diremmo
scientifico, possesso di energie superiori, meta-fisiche, extra-
biologiche, grazie alla superiorità del costume sacerdotale
e rituale.
Si rende dunque evidente la necessità di un atteggia­
mento spirituale, di una cultura interiore creativa della raz­
za, che costituisca la controparte psichica di una serie di
provvidenze d ’ordine biologico e realistico. In questo senso
occorre creare un nuovo modello di vita interiore capace
di potenziare le energie plastiche della coscienza e della
volontà. Dobbiamo inizialmente liberarci dalla necessità di
un pensiero che ripieghi su se stesso, che, anche se nato
da un’esigenza profonda di realizzazione, rimanga tuttavia
a mezza strada e indugi a rettoricizzare le cose e le imma­
gini della vita. Filosofia: amore della saggezza! Ossia ri­
cerca di qualcosa che ci dia la pienezza del dominio sulla
realtà, c’investa d’una perfetta armonia e di una serena po­
tenza al cospetto del mondo. Il giorno in cui noi realizzas­
simo questo spaziante sogno, la saggezza sarebbe nostra,
nè noi tenderemmo più ad essa con quel lavorìo del pensie­
ro che ha nome filosofia. Invece, dopo venticinque secoli,
164 Massimo Scaligero

questa saggezza non ci è ancora venuta e si filosofa an­


cora. Ancora, con una sognante speranza e con amari tra­
vagli dell’ingegno, si cerca questa saggezza e si riprende il
problema dalle origini, si elaborano sistemi nuovi. Ma il
problema rimane sempre problema. E che cosa si è costrui­
to? La dialettica: la filosofia fine a se stessa, la grande
nemica dell’azione.
Cogito ergo sum. Ecco un principio che, se può rive­
stire un valore dottrinario e avere per noi soltanto un’elo­
quenza simbolica, pure è divenuta la formula morta di tut­
ta una scienza e di tutto un sistema culturale cui si inspira
la moderna spiritualità. Ciò soprattutto perchè non più si
intende il pensiero come centrale forza di organizzazione
della vita, ma come attività meccanica che nasce e termina
in se stessa, separandosi dall’azione, dalla realtà e dalla
natura. Appagarsi del pensiero, reeludere la vita nella mo­
bilità dell astrazione, ovvero in una contemplazione della
propria attitudine a conoscere, significa rinunciare a cono­
scere, estenuarsi nella voluttà dell’impotenza e avere la il­
lusione della potenza. Meglio è allora abolire il pensiero in­
teso come fossilizzazione di parole e di idee sulla carta, co­
me caput mortuum della vita intellettiva. Meglio sarebbe
che un incendio alessandrinico distruggesse ogni tanti anni
il cumulo di retorica fossilizzata nei libri, e che l’umanità
si ritrovasse cosi in uno stato di libera potenza, in una sor­
ta di virginale primordialità, nella quale forse le sarebbe
dato riconquistare le virtù originarie non guaste dalla ci­
vilizzazione e i poteri superumani della razza « solare ».
Invece la grande attività della filosofia è nella complicata
La razza di Roma 165

meccanica dei concetti: raccogliere i dati, considerarli sub


specie aeternitatis, organizzare i problemi dell’essere, della
conoscenza, della morale. In questo profondo pensare, i fi­
losofi trovano il coronamento della vita e la saggezza stessa.
Ma chi crea, chi realizza, stimola il pensiero solo in
rapporto alla creazione, alla realizzazione. Se si perdesse a
pensare e a godere di pensare e ad organizzare pensieri sul
pensiero, ossia concetti del concetto, rinunciando così al-
i’iniziale motivo che lo ha mosso a pensare, nulla creereb­
be e realizzerebbe.
Ora, il Fascismo, intorno al quale si filosofa e del quale
i dialettici tanto si affannano a costruire le premesse filo­
sofiche, nella sua assunzione razzista non può ammettere il
pensiero che come postulato all’azione, la teoria se non nel­
la misura della sua rispondenza alla realtà. Il resto va abo­
lito. Il resto è ozio, ingombro, fardello inutile. Il gesto con
il quale lo squadrista si libera di tutto questo, per una più
limpida agilità nell’azione, è la prima affermazione della
potenza della razza. Lo squadrista deve essere in fondo un
distruttore di filosofie: egli conosce bensì la filosofia ma per
superarla, per affermarsi di là dalla vanità di essa: ripren­
de il pensiero dall’origine come un’energia che gli obbe­
disca e lo traduce nella passione dell’avventura. Dell’irra­
zionale mondo degli istinti e delle cieche impulsività egli
si rende padrone con quell’ardimento che è l ’olimpica pri­
mavera dello spirito umano, per tramutarla in vivente poe­
sia, in gioia cosmica.
Eppure un pensatore italiano, oltre due secoli or sono,
solitario nel verboso mondo della filosofia, aveva comincia-
166 Massimo Scaligero

to ad aggredire il mito dell’astratto pensare e a porre in


rilievo l ’impotenza del puro dialettismo. In questo senso
egli era veramente un metafisico della razza italico-romana.
Giambattista Vico, partendo dalla ricostruzione della tradi­
zione italica del pensiero, arditamente frugando il problema
della conoscenza, stabilì per primo che la conoscenza può
dare un sistema di assoluta certezza solo a patto che non
più il pensiero si modelli sulle cose, ma il pensiero stesso
modelli le cose. Il sapere non si riduce così a un passivo
organizzare, ma è una funzione cosciente che realizza ad
un tempo l ’oggetto del conoscere e la conoscenza di esso.
Veruni ipsum factum . La verità s’identifica col fatto
stesso, con ciò che si effettua, con ciò che è incondiziona­
tamente certo perchè viene realizzato da un consapevole at­
to dello spirito. Soltanto quando la scienza stabilisce da se
stessa il proprio oggetto, v ’è la possibilità del sapere asso­
luto. N el riaffermare questo motivo di potenza, Vico non
fa che ridare un’alata forza allo spirito, restituirgli quel ro­
mano senso della vita, per cui si può sempre creare e pen­
sare per creare. Egli si ribella alla sornioneria dei filosofanti
d ’oltralpe che rettoricizzano il sapere, e riporta così nel mon­
do moderno quella chiara visione dell’essere e del cono­
scere che brilla già nella Metafisica di Aristotile. Se, tutta­
via, egli limita la conoscenza assolutamente certa al campo
della matematica e della stona e quindi non dà completo
sviluppo al suo sistema, non è male che esaminando l’inse­
gnamento di questo pensatore che procede nell’ indagine
mosso principalmente da un senso italico di costruttività, da
una visione romana del cosmo, si trasponga questo concetto
La razza ài Roma 167

dello spirito creativo al piano dei principi formativi della


educazione della razza.
Il Fascismo, gittando un aereo ponte tra cultura e
vita, nobilitando il pensiero con la virile vicenda dell’azio­
ne, ha in sostanza sin dagli inizi creato un’aspirazione nuo­
va per la formazione della razza. Non esistendo per esso
un distacco tra il sapere e l’operare, la cultura deve neces­
sariamente divenire intima forza modellatrice dell’elemento
etnico. Mentre nel farraginoso contrasto di aridità scienti­
fiche e di turbolenze retoriche, che travaglia il mondo mo­
derno, ciò crea la possibilità di un’era nuova in cui, in­
sieme col pensiero creatore, rivivano il « bello », la sag­
gezza e la poesia nuova, l’iridata freschezza di immagini e
di atti non contaminati dalla rettorica, questo senso crea­
tivo della cultura, che è stile, costume di vita, costituisce
uno dei principii essenziali del nostro razzismo.
Sotto questo riguardo, ciò che differenzia il Fascismo
da altre mentalità ed esperienze politiche, è appunto quella
resurrezione di valori romani, che significa riconquista di
uno spirito animatore, condizione di una cultura « sua »,
nuova, italica. In oltre, uno stile di vita « essenziale »
internamente costruttivo, non può non avere riflessi nella
realtà e nello stesso piano fisico: non può non suscitare
modificazioni, in un senso di forza e di perfezione, nella
razza stessa e particolarmente nelle nuove generazioni: on­
de oggi noi assistiamo in Italia a una rinascita del tipo ro­
mano e vigorosamente italico.
La realtà intima e determinatrice della razza presen­
ta soprattutto un carattere d ’ ordine psicologico, per cui,
i68 Massimo Scaligero

sotto un punto di vista culturale non si può identificare la


natura di tutta una civiltà e il motivo trascendente del suo
sviluppo, limitandosi alla esegesi erudita e alla indagine dei
fatti, alla ricostruzione sia pur minuziosa, della sua vita
artistica, politica, ed economica; ma da tutto ciò è necessa­
rio risalire a un principio meno afferrabile e più signifi­
cativo, che è, per così dire, l’ispirazione, il centro dominan­
te, rispetto al quale arte, pensiero e politica si trovano già
alla periferia, come prodotti e manifestazioni parziali di
tale centralità.
Anche periodi di involuzione di civiltà, hanno motivi
non casuali, comunque legati alla dinamicità esteriore di es­
sa, ma riferentisi a un distacco da fattori superfisici che
erano gli stessi che agivano prima in un senso di orga­
nizzazione e di potenza. Questo occorre intendere per porsi
in contatto spirituale con una cultura e afferrarne l’essenza:
non limitarsi ad imitarne il modo esteriore di vivere e a
ripeterne l’organizzazione esterna, nè a conoscere la storia
avendo come limite di visione il rudere e gli annali. Risul­
ta logico attraverso tale veduta, che il problema della spi­
ritualità della razza vada completamente riveduto e portato
fuor dai trivi di una cultura che è destinata a ridiscendere
nel vuoto sul quale era campata.
A questo proposito, dando uno sguardo d’insieme ai
processi di rinnovamento e di ritorno a forme tradizionali
di cultura e di vita, è dato constatare che, mentre una
élite fascista in Europa intuisce la crisi del mondo moderno,
riidentifica i valori della psiche e le scaturigini prime delle
forze attivo-contemplative, misurando arditamente la di-
La razza di Roma 169

stanza che ormai separa l’umanità dai motivi originari del­


la vita come effettiva affermazione di potenza nel « co­
smo », armonia dell’essere e dell’agire; d ’altro canto, un’a­
zione guerriera, volontaria, prorompe come ribellione di una
razza indomabile, romana, ai poteri ciechi del materialismo
moderno, come reazione ai miti cristallizzatisi nel torpore
delle spiritualità, come volontà di ricostruzione di una ge­
rarchia interiore di valori, che va esprimendo la sua azione
soprattutto nel piano politico. 11 centro privilegiato del
mondo mediterraneo è il teatro di questa lotta che, per co­
munione d’idee e intese supernazionalistiche, si estende poi
all’Occidente e a tutte le nazioni civili, sotto forme e appli­
cazioni diverse.
NeH’esaminare le diverse forme del riaffiorare di un
elemento etnico superiore che giustifica in pieno la conce­
zione di una dignità di razza, non può sfuggire il fatto che,
mentre da una parte si cerca l’indirizzo per una nuova for­
ma di cultura che tenda a restituire all’individuo la chiara
visione di principii trascendenti e formuli in sostanza un
postulato all’azione in senso superiore; in un altro piano
è in vigore l ’iniziativa diretta di capi che muovono lan­
ciando idee-forza tra ordini compatti di uomini, trasfor­
mando lentamente le zone negative, bonificando 1’ anima
delle masse attraverso l’energia di un verbo dell’azione che
meglio aderisca alla loro mentalità, vivificando i nuclei, in­
quadrando le nuove generazioni e proclamando ancora una
volta la sovranità dello spirito sulla materia, della qualità
sulla quantità. Da un lato dunque agiscono forze positive
170 Massimo Scaligero

nel campo dello spirito, dall’altro forze positive nel campo


dell’azione.
Ora, siamo noi i primi a voler identificare un rappor­
to di similarità tra tali forze parimenti reazionarie che al­
cuni miopi del mondo intellettuale hanno sino ad oggi con­
siderate in antitesi, ossia operanti in ordine ad ideali diversi.
L ’ideale, invece, per chi osservi con occhio uso a penetrare
dietro le quinte della cultura, è unico, anti-moderno, anti-
ugualitario, antilaico, aristocratico, ricostruttivo, ed è quel­
lo stesso cui è conforme la vicenda della rinascita di una
razza superiore, novamente romana.
La lotta impegnata da questa razza ha una sua ragio­
ne di essere: essa rappresenta l ’insorgere di una cultura e
di una mentalità nuove contro il vecchio mondo materiali­
stico che, essendosi creato una civiltà meccanica, ha subito
sino all’esasperazione il mito della macchina e della materia.
Il mezzo è divenuto per esso un fine, una religione, una
suggestione truculenta, tirannica; tutto è stato meccanizza­
to, livellato, ridotto ad espressioni meramente quantitative:
lo spirito in simile modo è stato soffocato. E ’ fuori di dub­
bio che il mito della macchina corrisponde in sede sociale
e politica a quella mentalità moderna delle masse tra le
quali hanno avuto fortuna l’ideale democratico e l ’ideale co-
munistico della vita: il tema meccanicistico riassume esat­
tamente il valore-limite spirituale del demos inteso nel senso
deteriore del termine, ossia di forza collettiva, senza forma,
senza direzione cosciente, tendente alla continua soddisfa­
zione di ciò che in essa si esaspera come istintività inesau­
ribile. E ’ la folla moderna, la grande livellatrice di indi-
La razza- di Roma
*7 *

vidualità, la bestia senza volto, la massa dominata dalla


macchina che essa stessa ha creata, la massa che ha perduto
il senso del sacro e le oui culminazioni intellettuali hanno
esse stesse una limitazione di carattere macchinistico. Di
contro alla conformazione di tale massa hanno significato
le rivoluzioni dei pochi, le posizioni antimoderne di alcuni
irriducibili difensori degli autentici valori della stirpe, ossia
di una indistruttibile Tradizione metafisica.
Sulla linea della reazione ideale capita infatti d’incon­
trare pensatori che accusano quel secolo decimottavo che
rigettò definitivamente la concezione dell’ « essere » come
principio trascendente di differenziazione e di gerarchia, per
ridurre tutto alla « capacità » nella pratica, al potere delle
convenzioni sociali e dialettiche e all’opaca morale confor­
mista dei popoli. L ’accusa è forte quanto giusta. E ’ una re­
cisa rivolta contro la tirannia razionalistica, contro il seco­
lare inganno della logica positivista che, portata in ogni
piano della esistenza dell’uomo, lo distacca sempre più dalla
realtà e dalla potenza; è, sotto altri aspetti, un superamento
ardito di quella « sintesi a priori » di carattere astrattamen­
te intellettuale che ha originato la retorica della scienza e
della civiltà materialistica moderna — un superamento che
tende a confermare una centralità di potenza nello spirito
e nella sua azione incondizionata.
T ale il contenuto della nuovissima filosofia, se così può
ancora chiamarsi una forma di pensiero che reagisce radi­
calmente a tutti i vecchi sistemi, rifacendosi, se mai, al si­
gnificato originario di essi, ossia a una ricerca della saggez­
za, ad una sapienza della vita, che non separi l’uomo dalla
Massimo Scaligero
121
vita, ma lo sospinga alla riconquista di essa. E ’ sintomatico
il fatto che questi spregiudicati reazionari, tra i quali vo­
gliamo ricordare gli italiani Evola, De Giorgio, Fersen, Fa­
nelli, sieno tutti contemporanei della Rivoluzione fascista
la quale presenta, di contro al mondo moderno e ai diversi
nazionalismi, quella stessa forza di reazione e di ferma in­
transigenza che caratterizza in sede dottrinaria la posizio­
ne di quelli.
Questi reazionari del pensiero concordano tutti nel-
l'annunciare il crollo di una civiltà ormai vacillante, ossia
di quei sistemi politici fondati sul principio democratico ed
imperniati su valori di carattere astratto e comunistico ge­
nerati soprattutto dall’immane materialismo del mondo at­
tuale. La decadenza si manifesta sotto i più vari aspetti e
nei fenomeni sociali più evidenti, soprattutto nei dissidi
interni e nelle guerre civili. Tutto questo ha un che di tra­
gico, dinanzi a cui, tuttavia, gli uomini si ritrovano inetti,
incapaci di reagire in senso virile e restauratore. Alcuni de­
gli « anti-moderni » si trovano d ’accordo nel concludere che
l ’ultima fase dell’immane dramma delle razze moderne si
determinerebbe col sopravvenire di quell’ « età oscura », o
« età del piombo », presagita da antiche tradizioni. Per una
ricostruzione, d’altro canto, sarebbe necessario che 1’ uomo
avesse la forza di riorganizzarsi; ma la difficoltà sta nel
riorganizzare le masse, ossia nel ristabilire un ordine di va­
lori (una gerarchia) per crii le energie costruttive non v a ­
dano disperse e i migliori abbiano la possibilità di educare
e di guidare gli altri. Non basta che si riorganizzi l’indi­
vid u o: ciò può rappresentare una parte del compito di ri-
La razza di Roma
*73

costruzione: occorre, invece, poter ridestare la forza di ta­


luni principi superiori dello spirito, propri a una razza su­
periore e inerenti a una Tradizione di potenza e di armo­
nia, che un tempo fu pure una realtà e agì al centro dei
più luminosi cicli di civiltà.
Che una tale posizione ideale costituisca il postulato
ad un’ azione restauratrice di tipo fascista, è evidente an­
che nei casi in cui non si ritrovi un accenno a sviluppi tec­
nici e pratici di un simile programma spirituale. Si tratta
infatti di un programma, ma, nella forza dei suoi signifi­
cati, esso chiede non già consensi dialettici o fiancheggia­
menti culturali, ma un ritorno all’azione, una rinnovazione
radicale dell’uomo, ossia una resurrezione dei valori spiri­
tuali della razza in coloro che il mondo attende come con­
dottieri e come riorganizzatori.
E ’ questa l’unica via per poter giungere nuovamente
ad un’epoca in cui la razza dello spirito sia altresì una raz­
za dell’azione. Anche alla cultura ufficiale è ormai acqui­
sito come tutte le civiltà che hanno instaurato un modo di
vita superiore, sieno state ispirate nella loro intima strut­
tura da un ordine unitario, la cui essenza gerarchica ve­
niva data dal suo conformarsi a principii universali e im-
mutevoli dello spirito. Concepita la vita come strumento
per la conquista di un mondo al di sopra di quello sempli­
cemente spazio-temporale, transeunte, caotico, ossia non co­
me fine a se medesima, ma quale adito ad una vita supe­
rumana, il problema di una razza o di un popolo s’imposta
soprattutto sulla necessità di organizzarsi in modo da non
rinunciare a tale miraggio trascendente, ma da ispirare la
17 4 Massimo Scaligero

propria esistenza a una morale dominante che mantenga i


contatti con l’alto, attraverso varie vicende; religione, po­
litica, azione. Così acquistano fisionomia le civiltà e si for­
mano gl’imperi: nella loro ascesa dominano i simboli del­
l’ordine e le forze della gerarchia, ogni azione è animata
da un motivo spirituale, vige un ethos guerriero, tutto è
in funzione di un’intima aspirazione verso il divino, e sol­
tanto come eccedenza di una conseguente vigoria della cul­
tura fioriscono anche le arti. Tale è l’ambiente in cui non
più l’ uomo vive da bruto, ma da essere consapevole di una
sua peculiare dignità di razza, di figlio di creatori, creatore
lui stesso, restauratore di superiori forme dello spirito: l’uo­
mo ritorna effettivamente uomo nel senso sacro, pitagori­
co, quale lo vedono Plotino e Pico della Mirandola.
E ’ interessante notare come in questo caso non esista
alcuna opposizione tra spirituale e temporale, neppure come
fatto dialettico, in quanto non viene concepito un modus
agendi temporale se non come espressione di una esperien­
za interiore: nessun atto, nessun aspetto della tangibile
realtà può sussistere senza essere investito da un analogo
motivo superfisico: nella realtà lo spirito si definisce entro
un limite che è armonia vivente. N è questo « spirituale »
presenta un valore meramente speculativo — come è natu­
rale che si possa comunemente credere — bensì psichico e
trascendente al tempo stesso: diremmo « idealmente tangi­
bile ». Nessuna accezione filosofica è dunque inerente a un
tale tipo di spiritualità. Ecco perchè nella vasta armonia
di un tale mondo non è affatto necessario fissare dialetti­
camente il senso di una morale per vivere (Roma insegni)
La razza di Roma
I75

o , come è costume dei tempi moderni, fare della morale


un mondo a sè stante, separato dalla intonazione profonda
della esistenza: il vivere stesso, in quanto realtà spirituale,
e radicalmente morale. Proprio quando l’umanità, filosofi­
camente agguerrita, comincia a porsi un problema della
morale, accusa la perdita di essa. E ’ dunque evidente che
una razza affermatrice di una civiltà gerarchica che non
conosca la separazione dell’ umano dal divino, è natural­
mente morale, anche ignorando gli stessi termini della mo­
rale: la sua esistenza è legge di sè medesima, onde essa,
creando consapevolmente la propria vita, dà anima e forma
alla sua razza, rendendola razza « tipo ».
Quando invece la vita diviene limite a se stessa e gli
uomini, attraverso tumulti di passioni e di cose e di sovver­
timenti materialistici, perdono di vista il motivo profondo
per il quale essi posseggono un corpo ed uno spirito, una
tradizione e una cultura, e per conseguenza attribuiscono
ad entità materiali il fine ultimo del loro « essere » e del
loro « agire », si verifica allora il capovolgimento del rap­
porto, attraverso una instaurazione dell’antitesi spirito-ma­
teria, per cui, perduto ogni contatto con il « superno » e
con il sacro, ciò che asseta è la conquista esteriore, la feb­
bre del contingente. L ’ideale della umana esistenza si vin ­
cola ad una vita comoda, pacifica, senza alterazioni; il be­
nessere materiale diviene l’assillo delle masse, onde non si
esita a creare utopie di tipo comunistico, quali rappresenta­
zioni visionarie di una società gaudente, senza leggi, sen­
za preoccupazioni d’ ordine trascendente, « senza anima »,
dedita soltanto a rendere pacifico con tutti i mezzi il pre-
i~j6 Massimo Scaligero

dominio della bestialità. E ’ questo il caso in cui, venendo


lo spirito condizionato dal corpo nella sua bassa « fisicità »,
la razza s’involve e degenera.
Se poi, nel voler realizzare una tale aspirazione di vita,
che subordina a sè le stesse attività dello spirito, gli uo­
mini trovano ostacoli in altri uomini, ovvero in applica­
zioni di leggi, in norme di etica e di politica, selvaggia­
mente essi recalcitrano e tendono a sovvertire tali forme
di ordine, poiché ciò che domina in loro prepotentemente
si ribella. Essi peraltro trovano la maniera di mascherare di
« ideale », di cultura umanitaria, di democrazia, di pro­
gresso, questa loro fangosità profonda; è una sorta di infe­
zione la quale facilmente si propaga là ove l’atmosfera è
già stata resa accogliente da un’adeguata preparazione pseu­
do-intellettuale e demagogica, onde le masse passivamente
accettano i più grossolani errori marxistici, col miraggio
illusorio di una nuova èra di comodità e di benessere sen­
suale. N ello scatenamento che sopravviene, le masse sovver­
sive, smarriti gli ultimi lumi della consapevolezza, sono in­
vasate da forze demoniache di bassa passionalità, di trucu­
lenta sanguinarietà, che hanno radice nel profondo della
compagine psico-fisica: esse, non che ritrovarsi ad un livel­
lo di comune umanità, scendono ancora più in basso, sino
a toccare le stesse scaturigini dii ciò che è malvagiamente'
istintivo, ossia la matta bestialità: è un ritorno a quel caos
che l’uomo ha impiegato secoli di lotte e di eroismi ascetico-
guerrieri, di esasperazioni dottrinarie e di costruzioni politi­
che, a redimere in cosmos, ossia in suo mondo, dinanzi al
quale egli potesse mantener viva l’evidenza di una sua di-
razza di Roma

pendenza superumana, del suo appartenere a una razza di


dominatori della « natura ».
Nessuna autorità viene più riconosciuta, ci si accani­
sce soprattutto contro i simboli dell’ordine e della spiritua-
ita illudendosi di annientarli con semplici distruzioni ma­
terial,, che tuttavia culminano nelle più inutili violenze,
nella voluttà di una sanguinaria coprofagia che è al di sotto
della stessa cieca istintività delle bestie. La razza dunque
decade, discende da un piano umano a un piano sub*
umano.
Quello di cui occorre tener conto è che non esiste so-
uzione di ritmo nella foga distruttiva, in quanto il trionfo
di una tale causa costituisce la sua stessa condanna: sia
pure raggiunto quel periodo di stasi in cui i sovvertitori cre­
dono finalmente di poter realizzare il loro stato ideale di
animalesca felicità, l ’opera distruttiva continua per un in­
timo e irresistibile impulso di cui gli uomini stessi non si
rendono conto: è una sorta di discesa lungo la quale non
si ritrova più un punto fermo o un punto d’arresto. La
sovversione comunistica divora gli uomini medesimi che
l’hanno operata, alla stessa maniera che divorerà quelli che
ne proseguono il sistema. E d è, insiem e con la fine d i un
popolo e d i una nazione, la degenerazione d i una razza.
La realta di tali vicende è inoppugnabile: nell’anti­
tesi di due mondi relativi al rapporto spirito-materia, esse
recano il suggello umano della storia e quello superstorico
dellaTradizione. Per quanto esse sfuggano agli occhi miopi
di taluni mestieranti della cultura, ai cosiddetti « letterati »
e ai razionalisti della storia, esse vanno acquistando corpo
Massimo Scaligero

nella realtà attraverso eventi epici e attraverso gli aspetti


delle recenti rivoluzioni: nel contempo — come abbiamo
accennato — i migliori pensatori moderni pongono come
modello ricostruttivo 1’ ideale di un impero dello spirito,
schierandosi rivoluzionariamente contro la civiltà meccani'
ca, di tipo comunistico, e 1’ anima rettorica della moderna
cultura. Ciò indubbiamente significa che tutto un vecchio
mondo crolla e che i processi di dissoluzione e di involuzio'
ne che l’odierno mondo presenta, preludono all’apertura di
un nuovo ciclo di forze spirituali che si faranno strada con
ritmo penetrante nel rimosso piano della realtà, dando ispi­
razione nuova ad una razza solare, indomitamente romana.
Discontinuità come disarmonia sono abolite in tale v i­
cenda, in quanto spirito e fatto vanno di pari passo, v i­
sione sovrasensibile e realtà si identificano, ad onta di inter­
ferenze di taluni retori o pseudofilosofi che vorrebbero far
credere di ritrovare il punto di riferimento ideale del Fa­
scismo, costruendo piccole teorie, piccoli mondi astratti, pic­
cole adattazioni filosofiche ed estetiche, ed emettendo i no­
mi di « cultura fascista », di « pensiero e arte fascisti »,
ignorando che quel che soprattutto urge è il compimento
nello spirito di quella stessa rivoluzione che si è operata nel
fatto.
Il senso di una cultura nuova già si definisce e parla
all’intelligenza dei migliori. E ’ da augurarsi, in ordine ad
esso, che si attui quel nuovo indirizzo del pensiero e della
storia che, volgendo alla riconquista dell’ autentica anima
della nostra civiltà, ci restituisca viva ed integra nella sua
imperitura essenzialità la forza della razza romana.
UNIVERSALITÀ' : MISSIONE
DELLA RAZZA DI ROMA
U na indagine « interiore » e non semplicemente ra-
zionalistica della storia delle razze ci conferma nella cer­
tezza che, se è vero che lo spirito è legato al sangue, tale
rapporto può rivestire valore negativo o affermativo, a se­
conda del principio che lo domina; per cui se una civiltà
materialistica giunge ad imporsi a una civiltà conforme a
una tradizione dello spirito, ciò significa che le forze della
natura che nella prima dominano lo spirito, non incon­
trano resistenze nella spiritualità che per la seconda domi­
nava la razza in senso fisico: viene a ristabilirsi dunque il
rapporto tra sangue e spirito, ma in senso negativo, appun­
to perchè la civiltà dello spirito già si assopiva, in essa ces­
sava la tensione verso l ’alto raffigurata nel « fuoco », si spe­
gneva la luce simboleggiata dal « sole » e dall’Apollo iper­
boreo, essa era abbandonata dal principio puramente meta­
fisico, onde le forze della « natura » e della « materia » sino
ad allora ordinate e dominate, si trovavano pronte ad insor­
gere e ad acquistare il sopravvento. Ed è un simile mo­
mento che ha sempre reso naturali e logiche la mescolanza
e l’assimilazione, la « misto-variazione » e la decadenza: il
sangue si è mescolato e la mescolanza si è tradotta in deca­
denza, soltanto perchè lo « spirito » è stato sconfitto.
1 82 Massimo Scaligero

Ora, per quel che ci riguarda, a noi si è reso evidente


che il suaccennato rapporto che connette spirito e sangue,
è analogico al rapporto gerarchico fra imperatore e popolo,
tra il principio metafisico che s’incarna neW imperator e la
massa da esso governata: il che, per converso, significa che
la sovversione di tipo comunistico accusa il capovolgimento
di un tale rapporto, ossia l’assenza di spiritualità ordina-
trice, per cui la « natura » crea, assoggetta lo spirito ad ogni
sua espressione, sia pure la più rigorosamente intellettuale,
dando la evidenza della massa acefala, della grande bestia
senza volto (tipica decadenza della razza dal piano umano
al piano sub-umano), dal normale al sub-normale.
U n tale principio può rischiarare i rapporti che cor­
rono tra razza e nazionalità e giovare a distinguere il na­
zionalismo che è costruzione cosciente, politica, di una raz­
za, da quello che è insegna esteriore e convenzionale non
di una razza, ma di un agglomerato etnico non avente co­
scienza di sè, privo di forza unitaria.
Sotto questo aspetto, è facile individuare il senso della
scissione che pone in tutto il mondo attuale, l’una contro
l’altra, l’idea fascista e l’ideologia comunista: si tratta in­
fatti di eliminare un equivoco che sussiste circa il termine
« nazionalismo », il quale oggi è spesso invocato a definire
l’atteggiamento di masse politiche totalmente avverse: ciò
in riferimento non soltanto a « nazioni » che credono suffi­
ciente possedere confini politico-geografici definiti per avere
il fondamento di un’unità spirituale, ma soprattutto alla
Russia che ha voluto dare una fisionomia « nazionalistica »
alla sua costituzione interna, naturalmente in sede sempli-
La razza di Roma 18 3

cernente programmatica, preoccupata anche di smentire la


fama di una sua vasta azione movente da mire interna'
zionali.
Noi troviamo che vi è un nazionalismo il quale, tra-
scendendo il significato stesso di nazione, in quanto è qua-
lità supermateriale di una razza la cui forza esterna è con­
trassegno di una potenza interna, tende ad agire quale for­
za restauratrice di valori spirituali, di là dagli stessi con­
fini del paese dal quale si origina, e che, presentando una
effettiva vocazione dal particolare all’ universale, dal limi­
tato all’ illimitato, può ben essere riconosciuto come fase
iniziale di un supernazionalismo non dissimile a quello che
caratterizzò i grandi regimi imperiali del passato. Ma vi è
un altro « nazionalismo » che costituisce la semplice inse­
gna esteriore di popoli la cui organizzazione interna invece
presenta le caratteristiche proprie a un regime comunistico:
quel che v ’è di nazionalistico e di gerarchico è semplicemen­
te coreografico, come coreografico è l’aspetto d’ « impero »
che taluno di essi presenta. L a nessuna comunione spiritua­
le tra i vari reparti di simili nazioni, la mancanza di un
unico punto di appiglio superiore al quale tutti si riferisca­
no con uguale animo e che è soprattutto dato dall’orgoglio
di razza, nonché l’assenza di un autentico ordine gerarchico
e di un’aristocrazia di valori, fanno di talune nazioni che
tengono a un loro « spirito patrio », a una loro fede nazio­
nalistica, ambienti non dissimili per livello spirituale a quel­
lo delle repubbliche sovietiche.
E ’ assurdo concepire una nazione democratica che non
sia un aggregato di gruppi discordi, d irrazionali politican-
184 Massimo Scaligero

tismi, un organismo etnicamente informe, tenuto insieme


da ragioni mercenarie e materialistiche di vita, non da una
Tradizione, non da una dignità di razza. Lo stesso attributo
di « nazionale » diviene un equivalente di « internaziona­
le », in senso deteriore, se riferito alla concezione materia­
listica di una ricchezza territoriale cui sia legato il destino
di un popolo che, se per contro è portato alla creazione di
un autentica civiltà, non può essere mosso che da un nazio­
nalismo in senso superiore, ossia da un supernazionalismo,
impostato su principi trascendenti ogni spirito settario e in­
dividualistico. U n nazionalismo imperiale non può fondarsi
su motivi democratici: la sua organicità supemazionalistica
deve ispirarsi a qualcosa di superiore all’ordine sociale, os­
sia a un’autorità la cui effettiva forza sia la qualità, la li­
bera, illimitata, virile visione della vita, e che riunisca nel­
la compagine di una gerarchia il •;< temporale » e lo « spi­
rituale », 1 eroico e il sacro. Sotto questo aspetto, possiamo
distinguere, nell’odierno Occidente, due sorte di nazionali­
smi: quello autentico, facente capo a una spiritualità gerar­
chica che, promanando da un’ armonica affermazione dei
valori della razza, dà significato alla stessa nazione, orga­
nizzandola attraverso criteri non collettivistici, non econo­
mici, non democratici, non quantitativi, ma soprattutto qua­
litativi; e il nazionalismo di origine democratica, di marca
parlamentaristica, la cui azione è limitata da fattori mera­
mente naturalistici, numerici, da pregiudizi di spazio, di
tempo, di stona, e da una visione plebeo-materialistica del­
la vita.
Il carattere del primo consiste in una interiore costi-
La razza di Roma 1 S5

tuzione tradizionale che può essere risuscitata, concepita e


conosciuta solo per virtù di una totale liberazione dalla su­
perstizione progressistica, onde si cessa dallo stabilire un as­
solutismo evolutivo dovuto al processo del tempo, ma s’in­
tuisce l’esistenza di principi di forza e di organizzazione di
carattere supertemporale, con i quali la presa di contatto
è peraltro condizionata da una possibilità spirituale di « co­
noscenza », attraverso una scienza non profana che è ap­
punto la Tradizione.
Ci si avvede facilmente come appunto il totale distac­
co dalla concezione « tradizionale », — nel senso che si dà
alla parola Tradizione nei primi due capitoli di questo sag­
gio può giustificare l’altro nazionalismo, quello impo­
stato su termini di semplice agio economico-animalesco, di
vita comoda e vegetativa, in ordine ad obiettivi utopistici
propri al messianismo marxista, tendente alla realizzazione
di un ideale politico, ove, insieme alla sistematica abolizio­
ne di ogni superiore interesse umano, anche le premesse
per una effettiva spiritualità nazionalistica non hanno più
senso. Così avviene che, sotto un’apparenza nazionalistica,
possono trovar modo di agire nell’attuale vita politica, prin­
cipi la cui indole è internazionale e la cui azione è comu­
nistica, allo scopo di demolire tra i popoli il senso stesso
della nazionalità, ossia la coscienza medesima di una loro
tradizionale dignità etnica, di una forza civilizzatrice d’or­
dine supernazionalistico.
Tipico a questo proposito si dimostra il caso della
Russia, anche attraverso la sua impostazione costituziona­
le, la quale presenta due aspetti: l’uno esterno, l’altro in-
186 Massimo Scaligero

terno: l’uno teorico, ossia semplicemente giuridico, che,


per essere destituito di una rispondenza al fatto, accusa un
voler esercitare una suggestione sulle classi dirigenti dei
grandi paesi in cui la democrazia ha potenti radici e far
intravvedere una sorta di addomesticamento liberale del
regime sovietico; l’altro proprio dell’intima realtà tradita
dalla serie di divergenze oligarchiche, che è in sostanza in
pieno contrasto con il primo, con quello giuridico, cartaceo,
programmatico, dedicato ai teorici tiepidi ed ai filocomuni­
sti delle altre nazioni.
Il primo aspetto, per usare una analogia psicanalitica,
corrisponde al lapsus dialettico, ossia ad una risultante di
ciò che essendo vero ma sconveniente non si voleva dire
e di ciò che non essendo vero ma conveniente si è voluto
dire: il secondo è la sostanza reale del lapsus, alla quale
si deve risalire psicanaliticamente, ossia ciò che era vero,
ma non era opportuno esprimere. La pretesa Costituzio­
ne, dunque, cela e rivela ad un tempo il profondo malesse­
re del popolo russo: nel voler conferire alla fisionomia po­
litica di questo una impronta nazionalistica, sia in senso
parzialmente reale, sia «in pura sede programmatica, essa
denuncia l’aspetto più profondo, più avulso da un ordi­
ne « tradizionale », del nazionalismo moderno, antitesi di
quella effettiva nazionalità gerarchica, spirituale che è for­
za organizzatrice movente dall’alto, ordinatrice di masse,
formatrice della razza.
Ma un simile avvento non vuol dire trionfo del po­
polo, bensì suo asservimento a forze e a uomini scaturiti
dalla più irrazionale emanazione di esso, nel turbine cao-
La razza di Roma 187

tico di una rivoluzione semplicemente sanguinaria, susci­


tata non da esseri spirituali ma da invasati, in cui l ’aspet­
to « natura » e « materia » della razza ha asservito e sof­
focato lo spirito: è l’anima demoniaca, è la creazione ibri­
da, « la bestia senza volto », la trasposizione astratta di ciò
che nell’orgiasmo distruttivo di un popolo si esprime co­
me tendenza a giustificare razionalmente la distruzione dei
valori supermateriali e a presentarla come « evoluzione pro­
letaria », « modernità », « progresso ». In questo senso, è
giustificata la posizione di coloro che si dicono Antimoder­
n i appunto in nome di una spiritualità tradizionale. La
maschera nazionalista dei Sovieti non è sufficiente a na­
scondere il disagio totale di un popolo sottoposto all’ar-
hitrio di irresponsabili, di demagoghi, di legiferatori che
pretendono far coesistere un regime comunistico ed uno sta­
to di fatto autocratico, atto a mantenere la « irrealtà » di
una inversione gerarchica.
Di contro a questo tipo di degenerazione razziale cui
risponde un falso, convenzionale nazionalismo, si erge, qua­
le forza atta a ristabilire l’equilibrio dell’Occidente, l’au­
tentica forza nazionale dei popoli fascisti, ossia quel super-
nazionalismo ispirato a un ordine politico imperiale, la cui
essenziale azione volge all’organizzazione delle masse in
schiere coscienti di collaboratori, sia attraverso l’attività ci­
vile che attraverso l’educazione guerriera, la cui coesione
armonica, costituisce la vera potenza della razza e della na­
zionalità.
L ’analogia del rapporto tra sangue e spirito, tra razza
e cultura, mentre chiarisce, dunque, il concetto stesso di
188 Massimo Scaligero

gerarchia politica, di nazionalità e di imperialità — in


quanto in sostanza si tratta di un rapporto d’indole gerar­
chica — conferisce un senso inequivocabile alla nostra pre­
sente storia, dalla costituzione dei Fasci di Combattimento
ad oggi: in riferimento a quanto si è detto sulla indispen­
sabilità di un fattore extra-biologico e spiritualmente do­
minante la « natura » e la « razza », è proprio questo il
caso in cui si riscontra l’orientamento nuovo e costrutti­
vo di un popolo in base a un principio d ’ordine so.vram-
materiale, in virtù del quale, nella massa quantitativa, si
delineano caratteristiche qualitative e, come dal blocco di
marmo grezzo la statua, si scolpisce la forma autentica del­
la razza.
Ora, se ancora qualcuno insiste nel parlare di un’an­
titesi inevitabile tra universalità di Roma e razzismo, ciò
è da attribuire ad una errata concezione del rapporto tra
razza e nazionalità. Dai due tipi di esperienze politiche e
di nazionalismi sopra prospettati, risulta evidente come il
secondo, di natura comunistica, costituisca la vera antite­
si con ogni principio di universalità.
N on a caso abbiamo rappresentato i due opposti casi
del rapporto spirito-materia nella vita di un popolo: l’uno
in cui l’uomo spirituale impone una sua legge alla mate­
ria e dà forma ad essa, l’altro in cui l’elemento natura-
materia, nel suo aspetto umano più basso, domina l’uomo
e asserve lo spirito. N el primo caso si ha la costruzione su­
pernazionalistica dell’imperialità, nel secondo la disgrega­
zione dell’umanità e la fine di un popolo. Occorre aggiun­
gere che a queste inoppugnabili verità storiche è analoga
ha razza di Roma 189

e subordinata la vicenda della razza: nel clima dello spi­


rito, si forma la razza che è degna di costruire l ’impero.
Non può esistere un impero che non si definisca storica­
mente nella fisionomia inconfondibile di una razza la qua­
le è perciò quella che veramente riassume il retaggio spi­
rituale della razza « solare » dei primordi. Allorché in una
sola vicenda coincidono impero, popolo, razza, si ha l’au­
tentica universalità, non quella del piano astratto-specula­
tivo, ma quella che informa di sè la palpabile realtà pla­
smando senza soluzione di ritmo la vita. T ale fu Roma, ta­
le è oggi Roma.
In questo senso, vigilare e formare la razza significa
adeguare la « natura », la « materia », la ¡« realtà », ad una
superiore legge che costituisce motivo di una magica re­
surrezione dei valori profondi e originari della razza ed
è anima segreta deH’eiem iià dell’impero. Ciononostante, al
definirsi del nostro atteggiamento razzista, l’anti-romane-
simo è insorto ancora una volta sotto forme e voci diver­
se. Si è parlato di un’antitesi con la universalità di Roma,
di non storicità dei primi secoli di Roma la quale alle ori­
gini avrebbe assunto in eredità il « caos etnico » italico;
d’altro canto, si è voluto ritrovare una contraddizione tra
spirito razzista e cattolicesimo.
Se volessimo farci forti della dialettica razzista, po­
tremmo subito identificare questo pronunciamento antiro­
mano come una reazione istintiva di genti e individui il cui
sangue, non essendo romano, reca in sè l’impulso a ribel­
larsi ad ogni espressione di potenza dello spirito di Roma.
La difficoltà ritrovata dai moderni antropolog.i a di-
1 90 Massimo Scaligero

stinguere la razza in una tipiologia ben definita può in que­


sto senso essere risolta da una misura etica che giunga a ri­
velare l’origine etnica di taluni evidenti complessi psichici.
Sotto questo riguardo, ad esempio, il complesso psichico do­
minante nel semita è dato dall’assenza di uno spirito di
lotta eroica, cui fa da controparte l’attitudine alla lotta sot­
tile ed occulta, all analisi disgregatrice, al pessimismo uti­
litario ed anti-ideale, al profitto sensualistico e materiali­
stico caratteri, questi, non romani per eccellenza e tan­
to meno cattolici.
L ’atteggiamento retorico nei confronti della nostra as­
sunzione razzista può dunque costituire un indice della spe­
cie e- del tipo di umanità da identificare in ordine alla no­
stra azione in tal senso. E ’ bene dunque che i corifei mag­
giori dell’anti-razzismo ci cantino il loro ritornello. Ma ri­
guardo alia escogitata opposizione tra razzismo e universa­
lità c’è da dire qualcosa di romanamente costruttivo.
Il razzismo non è un fenomeno identico nello spazio
e nel tempo, soprattutto grazie a ciò che in sè vuol signi­
ficare: differenziazione di razze infatti significa che ogni
qual volta una razza assume un tale atteggiamento, fa un
razzismo suo, relativo alle sue peculiari qualità etniche. Un
razzismo di negri, ad esempio, non è identico a un razzi­
smo di americani: l’uno può, nel suo attuarsi, affermare
metodi che risultino negativi e distruttivi per l’altro.
Il nostro è dunque un razzismo « romano », che, nel­
la sua attuazione, dà corpo a un ideale romano della vita,
ideale che è emanazione vivente di una Tradizione di Ro­
ma. In relazione a ciò occorre subito dire che il carattere
La razza di Roma lg ì

intimo che ha aistinto in ogni epoca la romanità da altre


forme di civilizzazione e di cultura è stato Vuniversalismo
e che questo, nella sua vastità, è stato sempre superatore
di « naturalismo », epperò anche di un razzismo naturali­
stico con applicazioni semplicemente biologiche ed igienico-
sociali. Questo universalismo romano è quello che, frainte­
so da altri ideologi del razzismo, da un punto di vista
di razzismo particolaristico e miticizzante una razza, vie­
ne considerato un pericolo ed un errore, in quanto tende
ad abbracciare, a comprendere e ad unificare, come fece
la Roma dei Re e della Repubblica riguardo alle diverse
genti italiche, come fece la Roma dell’ Impero riguardo al-
1 Occidente e a tutto il mondo allora conosciuto.

E ’ naturale che chi si reeluda nella visione di un raz­


zismo naturalistico, che fa del sangue e di un dato san­
gue un’entità mistica ed astratta, non può che temere e
travisare la maestosità di un universalismo che invece, per
virtù di una centrale trasfigurante forza, crea una razza
da diverse razze (ricordare: Patriam fecisti diversis genti-
bus unam): è la virtù dell’imo che si trasmette ai molti,
è una mirabile « moltiplicazione alchimica », un potere che
circola in una catena di uomini, emanato da capi, da duci,
da pontefici massimi: è l’ autentica virtù del lapis philo-
sophicus che tramuta i metalli in oro (altro significativo sim­
bolo della nostra Tradizione Occidentale). A tale legge di
universalità si sottraggono solo i non degni, le razze il cui
destino non è maturo per il crisma romano, le koinoniai
tón kakon, le accolte dei malvagi, gli avi di ibride razze
che saranno sempre anti-romane.
192 Massimo Scaligero
Chi è contro la razza di Roma è dunque contro ogni
forma di universalismo romano, perchè in questo vede una
potenza di assorbimento che sebbene possa migliorarlo e
vivificarlo, è assolutamente inconciliabile con l’oscuro ele­
mento etnico-ematico che dal profondo della compagine
psico-fisica si ribella. M a quegli stessi che da un punto di
vista razzista accusano l’universalismo razzista romano uni­
ficatore di genti diverse, sono quelli che uguale accusa muo­
vono alla Chiesa. Secondo costoro, avendo Roma accolto
Greci, Persiani, Fenici, Siri, Egizi, Africani, la Chiesa avreb­
be assunto questa eredità « promiscua », cercando poi nei
secoli di dar forma ad essa attraverso un monoteismo as­
solutistico.
M a chi dice Chiesa dice Cattolicesimo. E se l’accu­
sa di coloro che rimasero privi di una redenzione romana
risulta in tale senso tendenziosa, pure può condurre a una
rettifica nei termini seguenti: l’elemento trascendente che
attraverso l’universalismo religioso della Chiesa ha agito
per secoli nello spirito dei popoli migliori, non può non
aver avuto un’azione trasformatrice attraverso il rituale, la
mistica, l’etica e lo stile, sulla stessa ” forma ” fisica dei
popoli, costituendo nei singoli individui, a seconda della
loro comprensione e ricettività, m otivi di una reale m odi-
ficazione dell’esistenza.
Prendiamo ad esempio il caso del matrimonio. Quan­
do l’unione si compie con il sacramento rituale cattolico
che agisce ex opere operato, essa è animata di quella for­
za metafisica, extra-biologica, la cui presenza significa pre­
senza di un elemento divino che sta a consacrare l’umano.
La razza di Roma *93

Ora, poiché il divino in senso rituale non sarebbe nulla 'se


non creasse qualcosa, è evidente che all’elemento sempli­
cemente >« naturale » se ne innesta uno nuovo, superiore,
che, governandolo e modellandolo, non può non avere in­
fluenza modellatrice anche sulla generazione — ciò inve­
ce non si verifica nel caso della unione laica, profana, scon­
sacrata (tipica quella della Russia odierna) in cui tutto per­
mane nel piano della natura e della corporeità animale. In
altre parole, il rito cattolico, o è una vuota parola e allora
la religione stessa non è che un grande edificio rettorico,
o è un « fatto », un’azione — il che noi fermamente cre­
diamo — e allora non può non portare nuovi elementi
formativi nella vita dell’uomo.
E ’ innegabile dunque che attraverso l’azione rituale
cattolica, da secoli la Chiesa tende ad attuare una univer­
salità umana, in ordine ad un ideale di religione, agendo
da un piano sovrammateriale che — se il sacramento e il
rito non sono vuote esteriorità, ma fatti — per la legge
di condizionalità psico-fisica agisce necessariamente sul pia­
no fisico e corporeo. Se a tale azione si vuole applicare
un termine preciso, non si può non parlare di un razzismo
cattolico.
Ciò ammesso, non possono che stupire la ipotesi di
una contraddizione tra razzismo e cattolicismo e la incom­
prensione di una identità del razzismo fascista con l’uni­
versalismo imperiale di Roma. Si tenga presente che da
un punto di vista razzistico, settario, gli anti-romani ac­
cusano Carlo Magno di aver commesso un grave errore ac­
cettando la consacrazione romana e considerano l ’Impero

13. La Razza di Roma


Massimo Scaligero

e là Chiesa « due assolutismi entrambi distruttori nel lo­


ro centralismo e nel loro universalismo ».
E ’ possibile dunque dedurre un principio comune sia
all’universalismo che al cattolicesimo e al razzismo. Ogni
qualvolta un ideale superiore per virtù di uno e di pochi
tende ad avere corpo attraverso la collettività, queste ver ­
gono animate da una forza nuova (idea-forza, ispirazione,
suggestione irresistibile) che le trasforma: l’elemento etni­
co corrispondente si risveglia e giunge a dominare gli al­
tri elementi. Soltanto ad opera di chi si circoscriva entro
una visione settaria della religione o della politica, pos­
sono prender forma inconsistenti contrasti tra concezione
cattolica ed imperialismo romano.
Ora, è naturale che quando il problema della razza sia
considerato da un punto di vista di universalità, ossia sen­
za pregiudiziali di erudizione, di tendenziosità scientifica
e di faziosità, riconduce allo stesso significato deH’affer-
marsi dell’ideale romano della vita nel mondo, come vir­
tù unificatrice delle genti e delle stirpi migliori, presso a
un tipo di perfezione civile e politica.
Sotto questo riguardo si deve all’azione di una razza
immutabilmente romana nell’essenza e nello stile, se l’idea
fascista ha suscitato nel mondo attuale non soltanto una let­
teratura politica, una nuova visione della cultura e della
vita, ma anche movimenti politici affini che, nella loro
congenialità, rappresentano la insorgenza di una vasta fa ­
miglia di spiriti contro la mostruosa degenerazione comu­
nistica e contro le forze « arimaniche » dell’odierno mate­
rialismo.
La razza di Roma I95

La realtà di questi elementi che ineriscono ai piani


più vitali delle masse moderne epperò finiscono col pre­
sentare anche un valore etno+genetico, è già sufficiente per
poter stabilire l ’affermazione e il diffondersi di una spi­
ritualità fascista nel mondo, con caratteri di universalità,
non in senso semplicemente letterario, ma sotto un aspet­
to effettivamente creativo, con positive prese di possesso
ideali ed evidenti conquiste nell’ordine politico. T ale in­
condizionata adesione non è da considerare come un fitti-
zio schieramento partigiano, ma come un modo di vedere
inspirato al Fascismo e come un modo di vivere corri­
spondente: è la percezione di un grande disagio nella v i­
ta attuale, accompagnata da un senso di necessità di far
luce, di riemergere in alto con profondo respiro, di rinno­
varsi, di guardare nuovamente verso il divino, di riconqui­
stare quella dignità che caratterizzò la originaria razza « so­
lare » la quale aveva in pugno i due poteri: regale e sa­
cerdotale.
Ciò significa, in sostanza, lenta formazione di una raz­
za secondo l’esigenza di una rinnovazione radicale. Ora,
quel che fa rilevare la realtà di un universalismo fascista
operante nella trama stessa della civiltà novecentesca, è l’e­
videnza di un principio di nazionalità adottato alla base
di ogni sana organizzazione, preso come punto di parten­
za e come ispirazione dottrinaria da ogni Stato tendente
alla propria ricostruzione: principio che, nel suo valore su­
perstorico, è da riferire a una visione aristocratica del mon­
do, la cui perennità nel tempo la fa riconoscere come par-
196 Massimo Scaligero

tecipe della Tradizione imperiale dell’Occidente, sia nella


realtà come nel simbolo.
Numerose e ormai comunemente note sono le ragio­
ni della necessità di un’integrale restaurazione dei valori
etico-gerarchici là dove realmente gli uomini intendano or­
ganizzare la vita nella forma più adeguata a un dominio
assoluto dello spirito. Per intendere radicalmente la por­
tata attuale e la necessità di un tale atteggiamento, può
essere giovevole tener presente la tanto nominata « crisi »
e il suo senso di disgregazione in ogni piano della vita,
messo in rilievo soprattutto dalle intuizioni dei più origi­
nali pensatori del Novecento. Costoro possono considerarsi
i rappresentanti di un nuovo stile del pensiero, in quanto
non tendono a costruire sistemi filosofici il cui valore sia
limitato alla inquadratura della tesi: non sono mestieran­
ti del pensare, ma esseri per i quali il problema profondo,
essenziale, è la vita quale sintesi di umano e divino, tem­
porale e spirituale: essi « pensano » per individuare, di
contro all’amorfa mescolanza di cose, immagini, moti tran­
seunti della vita moderna, la dignità autentica dell’uomo.
Per questo adottano la misura dell’eternità, tenendo ciascu­
no presente, come termine di paragone sicuro, un riferi'
mento universale.
Essi sono concordi nell’annunciare l’imminenza di
un’epoca che, mentre segna la fine dell’attuale civiltà, è pu­
re il preludio di una nuova èra d i potenza cui deve v e '
nir dato inizio da una razza di forti la quale permanga in '
crollabile di là della grande « caduta » dell’umanità. Occor­
re dunque l’avvento di una razza nuova, di una razza es-
La razza di Roma I97

senzialmente romana: occorre una organizzazione di forze,


di esseri migliori, di energie superiori, perchè il passaggio
da un ciclo all’altro si compia in condizioni favorevoli per
una razza privilegiata che dovrebbe essere quella italica,
per una spiritualità che dovrebbe essere quella imperiale
romana.
Ora, per la formazione di una tale razza, è necessaria
la ripresa di contatto con quelle forze plastiche dello spi­
rito che hanno la virtù di governare i destini dell’umani-
tà; e poiché il contatto con tali principi è solo possibile
attraverso una «< conoscenza », attraverso una superiore
Tradizione, occorrerebbe che l’uomo fosse capace di susci­
tare un’atmosfera tale che la forza della Tradizione potes­
se in essa ritrovare un soffio potente di vita; occorrerebbe
ristabilire un ordine di valori (gerarchia) per cui le energie
migliori non andassero disperse, nè venissero isolate in
quanto non vincolate per interessi materialistici ai motivi
correnti della società odierna: tale la legge di una razza
superiore. I migliori, ossia i più interiormente elevati, deb­
bono essere chiamati ad educare la massa: quei migliori,
invece troppo spesso vengono ignorati, appunto perchè di­
sdegnanti certa abilità arrivistica di cui comunemente si
giovano coloro che giungono ai posti di responsabilità. R i­
creata un’opportuna atmosfera, è possibile ridestare l’effi­
cienza di talune realtà perenni dello spirito inerenti a quel­
la Tradizione di potenza e di armonia, che un tempo fu
evidenza solare e unico motivo di forza delle razze che
costruirono le più luminose civiltà.
' A questo punto, molti pensatori si trovano concordi
Massimo Scaligero

nel riconoscere al Fascismo il merito di aver additato sia


all’Occidente che a quel mondo moderno conformato a si'
sterni di vita originati dal razionalismo e dal materialismo
economico, la via da seguire per riconquistare un senso di
equilibrio ricostruttivo, una virtù di reazione contro tutto
ciò che è rettorica convenzionalmente cadaverica, una vo-
lontà intransigente di azione spirituale e di virile poten­
za. Giova riportare, per la comprensione di questo con­
senso fascista dei migliori spiriti europei, la interpretazio­
ne della missione rinnovatrice del Fascismo nel mondo,
fatta dal Principe di Rohan, il noto animatore della « Fe­
derazione internazionale per la collaborazione culturale ».
I! dissidio tra « verità » e « realtà », che travagliava aspra­
mente or è qualche anno lo spirito della nuova genera­
zione europea, la frattura prodottasi tra la storia di ieri e
quella che viviamo, il senso di essere abbandonati a sè
stessi e di dover chiedere solo a se stessi la forza per aprir­
si un varco nel futuro: questa impressione di tragica nu­
dità e di solitudine, che si ritrovava nelle premesse al pro­
gramma della « Neue Sachlichkeit », costituiscono per il
Rohan il punto di partenza per una ricostruzione etica, spi­
rituale e politica.
Forze più maschie e più gravi, partendo dalPinterno
delle nazioni, debbono reagire alle decadenti ideologie de­
mocratiche, agli schemi astratti, ai miti della scissione e
della lotta di classe. Sotto questo riguardo, la Russia, in
'rero, ha saputo proporsi il problema di una organizzazio­
ne radicale, assoluta, ma con una risoluzione catastrofica:
P« anonimato della potenza », ovvero la cancellazione della
La razza di Roma
personalità nella collettività. Il sistema perfetto è, dunque,
quello realizzato in Italia da Mussolini: per il Rohan, è
questo il tipo al quale dovranno presto o tardi conformar*
si gli organismi nazionali europei: esso, protendendosi in
azioni che trascendono la contingenza del presente, difen­
de e dinamizza la tradizione. « La gioventù di oggi ha per
la prima volta trovato nel Fascismo una forma politica che
le è adeguata, giacche costituisce il primo passo della de*
cadente Europa attuale verso un futuro costruttivo ». Ogni
inizio di tempi nuovi, secondo Rohan, è per necessità du­
ro, aspro, quasi selvaggio, privo di arabeschi; perciò il nuo­
vo sentimento della vita che il Fascismo ha affermato si
presenta « eroico e tragico, giovane, rivoluzionario e tradi­
zionalistico ad un tempo, antideologico e attivistico, con
nobiltà di dedizione ad un ideale sopraindividuale ».
Non è difficile ritrovare in tale concezione il ricono­
scimento dell’avvento di una razza diversa, di una razza
che rende attuale quanto di più costruttivo e di più no­
bile si trova nella Tradizione allo stato di potenzialità.
E ’ evidente che mentre il vecchio e artificioso, irreale mon­
do crolla tra lo sgomento di uomini imbelli o senza fe­
de o senza fiamma interiore, mentre .in taluni lampeggia­
menti di forze che agiscono di là dall’ « umano », le masse
hanno la visione di un profondo vuoto nel quale stanno
per essere sommerse, il Fascismo tende a portare quale mo­
dello ai popoli un tipo di civiltà nuova, là cui anima in­
tima sia conforme al principio dominante dell’idea impe­
riale romana, ossia ordita di gerarchia, di giustizia e di
forza.
20 0 Massimo Scaligero

Gli eventi annunciano attraverso nuove lotte l’avven-


to di una razza restauratrice dei valori superiori dell’urna'
nità: occorrono, per vincere, uomini nuovi i quali siano
capaci di ristabilire un equilibrio di energie spirituali e rea­
lizzatrici capaci di opporsi alla stessa forza del fato; essi
debbono essere perciò di una tenacia metallica, intuitivi,
spirituali, predeterminatori, materiati di indomabilità e di
imperturbabile maschiezza.
Con uomini di simile razza, l’epica fascista potrà in­
segnare al mondo che non soltanto sotto l’aspetto teorico
si può tener testa alla « crisi del mondo moderno », ma
che anzi questa locuzione, esatta nei termini, cessa di ave­
re significato in un ambito di resurrezione di forze tra­
dizionali che diano luogo all’azione: azione non relativa
a questo o a quell’interesse particolare, ma che sia la ve­
ste di una superiore necessità dello spirito. L ’Impero, qua­
le fu concepito da Virgilio e dottrinalmente impostato da
Dante nel De Monarchia, è appunto il risultato dell’ar­
monia perfetta tra « spirituale » e « temporale ».
N ell’ambito di un tale ordine di vita, la potenza ap­
partiene soltanto a quella razza che virilmente la conqui­
sti, con operante serenità; il segreto del benessere è nel-
l’aver resistito, nell’aver realizzato una consapevole conti­
nuità in quella lotta che rettifica, restituisce l’equilibrio,
redime il caos.
ANTIGIUDAISMO COME
ANTI MATERIALISMO
------- -
E >
stolto credere che il nostro atteggiamento antigiu-
daico sia dovuto a una sorta di contingenza politica che
agisca attraverso motivi di passionalità. N on è da Romani
odiare il proprio nemico: l ’odio crea una incriminatura in­
terna che può benissimo richiamarsi a quel complesso d’i­
stinti di disgregazione impotente, proprio all’anima semi­
tica.
E ’ da guerrieri romani invece eliminare, senza scoti­
menti passionali, colui che può nuocere. Ma quel che può
maggiormente interessarci è il definire il senso di un at­
teggiamento motivato non da ragioni contingenti, ma dal-
l’emergere, alla luce di eventi storici, della impossibilità di
coesistenza nel seno di una nazione a carattere unitario,
di due tradizioni diverse, di due modi di vedere la vita,
di due razze intimamente ed esternamente differenziate.
Diciamo subito dunque che in quei paesi in cui colo­
ro che presiedono alla cosa pubblica non sieno animati
da una coscienza di unità formatrice, ovvero da orgoglio
di razza, e dove ad ibridismi di razza corrispondono, nel
piano etico-sociale, ibridismi di concezioni politiche, la
compagine ebraica può pacificamente dominare e vivere in
profondò quella solidarietà razziale che la rende padrona
-•204 Massimo Scaligero
IÌfÌfl
assoluta dell’ambiente, in quanto non trova resistenza in
nessuna diversa tradizione e in nessuna diversa e positi­
va spiritualità. Onde, proprio dai paesi ove meno è cono­
sciuto il senso della nazionalità agiscono e si diffondono
le forze dell’internazionale ebraica. Sotto questo riguardo,
è facile riconoscere che là dove la pluralità dei partiti de­
rivante dal regime parlamentare, impedisce l’unità politi­
ca della nazione, è più adatto il terreno per un’azione ebrai­
ca su vasta scala: ciò che non si può verificare in nazio­
ni come l’Italia e la Germania in cui la collaborazione to­
talitaria di Stato e Popolo è mediata dall’azione di un uni­
co Partito che rende nuovamente univoche la tradizione
nazionale e la formazione della razza.
Questa prima considerazione può servire a spiegare
le ragioni storiche e politiche che hanno determinato in
Italia, oggi, e non trenta e non quaranta o cinquant’anni
or sono, un atteggiamento antisemita: formatesi la coscien­
za di razza e la dignità di nazione, non si poteva ammettere
l’azione e la pervasione di una razza nella razza, di una tra­
dizione avversa nel seno della nostra Tradizione romana.
Qui non si tratta di opporre, come qualcuno vorrebbe
fare, il concetto di quella universalità di Roma che tutto
accoglie nella sua vastità di cultura e di spiritualità, perchè
in sostanza la universalità accoglie in sè tutto ciò che alla
sua centrale concezione è riducibile, ma deve necessariamen­
te identificare ed eliminare quel che manifestamente e cul­
turalmente le è avverso (ricordare aspetti di universalità ro­
mana quali la romanizzazione dell’Ocoidente, il sincretismo
religioso del periodo creativo dell’Impero e il Cattolicesimo).
La rana di Roma
_________________________________________________ J È B L •

Appunto perchè si è mossi da un ideale di universa-'


lità, a carattere gerarchico e imperialistico, non si può am­
mettere tra noi l’azione di un gruppo etnico e culturale
a carattere internazionalistico, quale quello ebraico: tale
inammissibilità per noi acquista vivente significato soprat­
tutto allorché alla nostra universalità desta per virtù della
Tradizione, corrisponde il risveglio di quell’elemento ema-
tico-spirituale che inizialmente dette ad essa impulso di vi­
ta perenne.
Le obiezioni a questo punto si traspongono ai carat­
teri dell'ebraismo, alla negazione di un’azione dell’interna­
zionale ebraica nonché alla possibilità dell’ assimilazione
degli elementi ebraici da parte della nazionalità a cui spa­
zialmente appartengono. Ci vien fatto di ricordare a que­
sto proposito le recenti affermazioni di uno studioso ca­
nadese circa le origini della razza ebraica: tra l’altro, que­
sti ha affermato che non si dovrebbe parlare di razza ebrai­
ca, in quanto questa è composta di due razze diverse, ma
di culto ebraico. Per quanto ciò sia lungamente discuti­
bile, ci riporta a un elemento che „occorre non trascurare
nell’identificare il senso e la natura dell’avversa forza se­
mitica.
E ’ comunemente noto che il carattere predominante
della religione d ’Israele è un nazionalismo che, diffusosi se­
condo la distribuzione degli ebrei nel mondo, ha necessa­
riamente acquisito fisionomia internazionale. Possiamo d i­
re, dunque, che tre fattori compongono l’unità della vasta
famiglia d ’Israele: religione, nazionalismo e razza.
20 b Massimo Scaligero

Sembrerebbe a prima vista che un tale coincidere di


fattori, fondamentali per la forza di una civiltà o di una
cultura, dovrebbe costituire per questo popolo un motivo
di superiorità tale che rendesse esso assimilatore di altre
razze e di altri popoli. Ma ciò che importa soprattutto ri'
levare, in opposizione a ciò, è che la storia di esso non ri'
veste un carattere internazionale perchè in esso siano insi'
te qualità civilizzatrici capaci di trascendere i limiti della
nazionalità, ma in quanto soggiace a motivi di necessità
fatale, umana e sociale, giacché il suo svolgersi non può
riferirsi a una terra in particolare o a una patria determi'
nata. Ora, già questa assenza di un suolo patrio accusa la
mancanza di un elemento fondamentale per la costituzio'
ne di una civiltà che intenda tener fermo a una T ra d i'
zione superiore: terra e sangue sono due fattori le cui v i'
cende risultano analoghe e correlative.
N ella vicenda ariano-mediterranea, abbiamo a su ffi'
cienza constatato che soltanto quando furono a contatto con
razze non nomadi, ma professanti il culto della terra e della
patria (mediterranei), gl’indoariani nomadi, guerrieri, potè'
rono validamente cooperare alla costruzione di una civil'
tà romana ed europea. Così abbiamo veduto che per i Ro-
mani, mentre era vivo il culto delle forze « olimpiche »,
uraniche, eroiche, nel contempo aveva somma importanza
il culto della natura e della « terra » : per essi alla ter'
ra era legato il nume domestico, i l lare: essa era impre'
gnata del sangue dei padri, era la terra patrum, la patria:
e poiché al sangue era legato lo spirito della stirpe, il G e ­
nius populi romani, in essa viveva altresì il genio del luo'
La razza di Roma

go, lo spiritus loci, lo spirito dell’ambiente, l ’anima di cuk '


tnra, il paideuma, onde la razza riprendendo contatto con
la demonicità creativa della terra, ritrovava sempre l’impul­
so profondo a soggiogare le avverse forze del divenire, attra­
verso la virtù del rito che trasfigurava e conferiva immor­
talità. Grazie a questa immortalità eroico-spirituale, esisto­
no città che giustamente si dicono eterne: Roma.
t popolo « eletto » manca dunque la terra, ossia man­
ca ! appoggio terreno che è necessario all’umano per ogni
costruzione super-umana. N on può esistere dunque per es­
so una reale tradizione di spiritualità superiore, in quan­
to essa non si fonderebbe sull’esistenza di un suolo reso
sacro dal rito dei padri, dal rito che crea e che lega la ma­
teria allo spirito: ciò soprattutto perchè, essendo noi abi­
tatori della terra, sulla terra dobbiamo svolgere la nostra
azione, su essa elevare ogni nostra costruzione.
Tuttavia, costretti ad essere ospiti di altre terre e di
alta popoli, la loro spiritualità e la loro mistica avrebbe­
ro potuto esercitare, lungo il corso dei secoli, un influs­
so dominatore e trasformatore tale che potesse rendere lo­
ro patria la terra ospitale e loro popolo il popolo che ini­
zialmente li accolse. Ciò sarebbe potuto essere in virtù del-
! affermarsi di una spiritualità superiore mediata da un ele­
mento etnico corrispondente, che investisse della sua forza
e assimilasse altre spiritualità ed altri elementi etnici.
Ma la loro spiritualità non potè giungere a tanto per
due ragioni fondamentali: la insufficienza meta-fisica di
essa e il radicato sentimento di differenziazione razziale.
Proprio un contrasto del genere, tra orgoglio del sangue
2 o8 Massimo Scaligero

impotenza a vivere in ordine a un’aspirazione meta-fisica


che giustificasse un tale orgoglio, è quello che — come ve­
dremo — motiverà nei secoli la solidarietà ebraica la qua­
le, tuttavia, non giungendo a conquistare una patria, non
legando il suo nazionalismo alla terra, non generando un
popolo definito al fianco di altri popoli, è costretta a v i­
vere tra estranei, alle spalle di altre genti, epperò cercan­
do di dominarle attraverso l’insidia e l ’azione sottile, per
mezzo di due strumenti: l’intelligenza (nel senso raziona­
listico) e il denaro.
E ’ un mistero non ancora svelato nè da storici nè da
etnologi questo razzismo semitico immutevole nel tempo,
persistente nonostante l’assenza di una Patria, dovuto a una
razza le cui origini sono ben incerte e che la Bibbia dice
formato di sette sangui diversi, oltre a quello camitico (egi­
zio) e al filisteo. Tuttavia il tener conto di un naziona­
lismo che per forza tradizionale deve poggiare non sul sen­
so di una patria, ma esclusivamente su una legge di so­
lidarietà necessitante, oscura, quasi superstiziosa, nella cui
obbedienza meglio che una « conoscenza » del soprannatu­
rale entra in giuoco una incosciente fede, può giovare a
intendere l’essenza di un tale mistero. Si vedrà che l’attua­
le tradizione ebraica altro non è che meccanizzazione astrat­
ta di un antico e non ebraico sistema religioso, formaliz­
zazione rituale, obbedienza fanatica a una legge che non
contiene più il « divino » e che rende morbosa, primitiva,
semplicemente naturalistica, la stessa concezione di razza.
La solidarietà della razza ebraica è dunque un fatto
che, pur spiegandosi come una forma di razzismo a ca-
i-a razza di Roma 209

rattere religioso e nazionalistico, rimane un interrogati ,


anche per quelli che in sede dottrinaria si sono schierati
contro l’invadenza della famiglia d’Israele nel mondo. Per
rispondere a tale interrogativo, occorre cominciare col te­
ner conto di una tradizione la quale non è se non il resi­
duo di un sistema religioso che solo in antico fu grande
e contenne una autentica conoscenza del « divino ». In rap­
porto a ciò è innegabile che la razza semitica, considera­
tasi un « popolo eletto » sin dall’epoca mosaica, continuò
a sentirsi tale, nonostante che decadessero quella spiritua­
lità e quella sua cultura che in origine poterono giustifi­
care la nobile qualifica in quanto erano una derivazione del­
la remota sapienza egizio-persiana.
Eppure esistono oggi teorici che difendono il giudaismo
e la razza semitica in nome di una spiritualità, di una tra­
d ito n e mistica e di una intellettualità. Noi sosteniamo che
sono invece da temere i semiti, appunto perchè hanno fat­
to dell’intelligenza lo strumento fedele di un oscuro attac­
camento alla terra e alle forze « arimaniche », sub-umane,
sensuali della vita materialisticamente intesa. E ’ proprio
l ’assenza di una spiritualità superiore che può far temere
il razzismo ebraico il quale poggia esclusivamente sulla sod­
disfazione della necessità materiale ,in cui la controparte
ideale è rappresentata soltanto da un mito superstizioso,
settario, totematico, della « elezione », la quale è peraltro
lungamente discutibile. Se Mosè volle che tutti gli ebrei
fossero circoncisi perchè potessero costituire un popolo d ’i­
niziati e di superatori delle forze del divenire, è pure ve­
ro che antecedentemente in Egitto la oirconcisione era un

14. La Razza di Roma


21 0 Massimo Scaligero

cÒntrassegno degli iniziati ai misteri. A coloro che oppones­


sero le significazioni trascendenti della Kabbalah e il lin­
guaggio segreto del geroglifico ebraico, v ’è da ricordare che
il popolo ebraico derivò la sua iniziazione dalla sapienza
egizia, retaggio segreto della Tradizione sacerdotale atlan-
tidea, per via di adattamenti e di trasformazioni congeniali
al suo spirito, e che molta della sua conoscenza trascen­
dente si formò durante la cattività in Babilonia. Di questo
assorbimento di elementi sacerdotali e tradizionali dalla sa­
pienza egizia occorre tener conto nel considerare l’equivo­
co di chi con deplorevole leggerezza accomuna in un sol
gruppo etnico Egizi, Mediterranei e Semiti.
Convincenti sono le prove raccolte dallo Spencer nel
De Legibus Hebraeorum ntucdibus, in numero sufficiente
a dimostrare la derivazione egizia del meglio della cultu­
ra sacerdotale d ’Israele, cui è da aggiungere l’ influsso del
Zoroastrismo ossia di una spiritualità a carattere :« solare » :
immissioni spiritualistiche, queste, che solo possono spiega­
re la nobiltà mistica di sette segrete come le farisaiche e
le esseniche. Si ricordi tra l ’altro quel che dice il De Ca­
stro nel Mondo Segreto di quel profeta Daniele nunzio e
ministro dei re, chiamato a presiedere il collegio dei Magi,
« che fu anteriormente in Babilonia quel che Filone in Ales­
sandria, cioè allargò il giudaismo sino ad abbracciare mol­
te di quelle idee dell’Asia, che già, per via dell’iniziazio­
ne assiro-caldea-egizia, costituivano in certo modo il sub­
strato del mosaismo ».
V ’è da tenere per fermo che quanto di meglio dal­
l ’antichità pre-cristiana si trova nel giudaismo e nella spi­
La razza di Roma 2 11

ritualità israelitica, si deve a un parziale influsso della T ra ­


dizione metafisica ariana e mediterranea, la quale fu al
centro dell’iniziazione egizia e persiana, come eredità del­
la remota Tradizione «solare» dei misteriosi paesi occi­
dentali, e che poi raggiunse la sua più splendida traduzio­
ne in viva realtà nel ciclo epico di Roma. I semiti costi­
tuivano dunque un gruppo etnico che nulla aveva di co­
mune col « mediterraneo » dal quale tuttavia presero in
prestito quanto di meglio ebbero nella loro tradizione sa­
cerdotale.
E ’ innegabile che dall’epoca in cui il popolo ebraico
perdette i contatti con un tale sistema iniziatico-sacerdo-
tale e smarrì la conoscenza del « sacro » e del « divino »,
la sua tradizione dal piano dello spirito si circoscrisse a quel­
lo della razza fisicamente intesa e divenne un mero re­
taggio del sangue, senza gli altri appoggi necessari: nel
cielo, il divino, nella terra, la patria. Sul semplice veicolo
del sangue si fondò la sua legge razzista rigorosa, oscura,
senza una sede che definisse l’aspetto nazionalistico di ta­
le legge e senza aspirazioni ideali, eroiche, superumane.
Da quell’epoca, nella storia del popolo d’ Israele appar­
vero figure indubbiamente superiori che compresero là op­
pressiva delimitazione della legge che già Paolo aveva ri­
conosciuta in antitesi con la fede: esse si richiamarono al­
la prodigiosa conoscenza delle origini, alla tradizione mosai­
ca e alla legge salomonica: ne nacquero la «valorizzazio­
ne della Kabbalah, la compilazione di testi come il Bahir,
lo Zohar, e le chiose e i commenti al Sepher Yetsirah. Raf-
fiorarono aspetti vivi della Tradizione spiritualistica ebrai-
21 2 Mjissimo Scaligero

cà, ma furono proprio gli ebrei quelli che meno li capi'


rono — come avviene anche oggi — circoscritti com’erano
nel loro razzismo che in essi aveva già creato una m telli'
genza meramente analitica, tesa semplicemente a disgrega­
re presso gli altri popoli l’unità che essi non possedevano.
Nella nostra attitudine antisemitica, occorre che noi,
come già figure greco-romane che nobilmente rappresenta­
no la Tradizione Occidentale ed antichi saggi della patri<
stica, distinguiamo il culto, la legge e la razza degli ebrei,
dalla su accennata antichissima iniziazione di origine egi­
zia, che verso l’epoca di Cristo culminò nell’ essenismo e
che costituisce il nucleo di una sapienza sacerdotale con cui
gli ebrei dell’Era Volgare, come quelli di oggi, non han­
no nulla a che vedere.
Gli ebrei degli inizi dell’Era Volgare, infatti, sono
identici agli ebrei di oggi: perduti i contatti con l’ alto,
ossia con l’autentico spirituale che solo può conferire a un
popolo il senso dell’eroico, il disprezzo della morte e il su­
peramento della vita nella .vita stessa, la loro anima si ri­
fugiò nel sangue, nella vita naturalisticamente intesa, sen­
za ideali, senza aspirazioni che non si riducessero all’esi­
genza di un continuarsi della specie attraverso il sangue:
il loro miraggio fu da allora un egocentrismo razziale di
tipi ipo-spirituale, pericoloso, in quanto agente attraverso
le molteplici risorse dell’intelligenza razionalistica. L ’agio
e il benessere alle spese degli altri, attraverso lo sfrutta­
mento dell’altrui energia, furono gli scopi fondamentali.
U na morale che cessava là dove si trattasse di gente non
ebrea, costituì la forza mediatrice legittima di tale azione.
La razza di Roma 2 13
, jp , n m m im ~ r T C ~ / : - iT ! n r ‘ ,~ ni" ì T iM a n n ir • - A ìl " ' -
Si deve dunque a una rottura con la Tradizione, ep-
però a una « caduta », l’indole naturalistica del razzismo
ebraico, ossia il suo contrapporsi alle altre razze, non at­
traverso la lotta leale ed eroica, ma attraverso l ’azione sot­
tile, disgregatrice. Che questa caduta sia un fatto reale, si
può arguire attraverso sintomi diversi. Già nel Duecento
il teologo Mose Maimonide, con la sua Guida degli Sm ar'
riti, nell’intento di ridare un indirizzo costruttivo alla re­
ligione ebraica, poneva come criterio fondamentale di ogni
dogma la ragione, onde il giudaismo si niduceva ancor più
a un mero culto dell’intelletto. Simile tipo di « sconsacra­
zione » razionalistica era già un sintomo di autentico smar­
rimento spirituale, da considerare non disgiunto dalla mec­
canica formalizzazione del culto che diventò e tuttora per­
mane una mera vicenda esteriore, osservanza pedantesca
a una serie di norme rituali che hanno perduto l ’origina­
rio senso trascendente che le promosse.
Ciò può spiegare, come si è accennato, la settarietà,
ossia la limitazione antiuniversale del razzismo ebraico che,
per quanto internazionale, non ha mai esercitato forza di
unificazione nel seno degli altri popoli: manca ad esso, in­
fatti, quella forza trasumanante che, superando le barriere
tra culto e culto, tra gente e gente, giunga a creare di d i­
verse razze una sola razza, non ibrida, ma con caratteri in­
confondibili, rispondenti a una sua virtù dominante.
Ricordare peraltro esperienze mistico-esoteriche come i
misteri della Merkabàh e i « messaggi di Metatron », signi­
fica non tener conto che l’aspetto principale dell’iniziazio­
ne ebraica fu la formazione di sette mistico-esoteriche che
2 14 Massimo Scaligero

completamente si disinteressarono del popolo ed anzi tese'


ro sempre a smembrare l’unità iniziale della famiglia israe-
litica. Obiettare che nella storia settaria e razzistica degli
ebrei, taluni rabbini ed iniziati si rifecero agli insegnamen­
ti della Tradizione, significa non riconoscere che essi in
sostanza vollero e trovarono una via di « liberazione », os­
sia un potere più forte di quello che li teneva legati al
comune culto e alla razza, acciocché li rendesse partecipi di
una vera razza nuova, superiore, quella dei « liberati », de­
gli « svegliati ».
La Merkabàh e la nuova dottrina della Kabbalah nel
Medio Evo accusano dunque lo sforzo di pochi per conse­
guire la liberazione dai legami della religione e della raz­
za, attraverso un’esperienza superumana e soprannaturale
che oggi non più gli ebrei conoscono, tanto è vero che al­
cuni apologeti dell’Ebraismo, riesaminando le speculazioni
mistiche degli ebrei intorno alle parti cosmologiche della
Bibbia e ai diversi aspetti della letteratura Kabbalistica,
in riferimento ai significati segreti dell’alfabeto ebraico e
delle sue combinazioni, parlano di fantasticheria e di gros­
solanità. T ale incomprensione delle più sane forme della
speculazione ebraica da parte degli ebrei è ben significati­
va, nonostante che un Fabre d ’Olivet abbia lasciato un’ope­
ra fondamentale per la conoscenza di quei segreti signifi­
cati e che studiosi di simbologie e di antiche tradizioni
abbiano scritto opere in cui si cerca di comunicare i se­
greti della sapienza iniziatica anche a mezzo di elementi
che, se sono pertinenti alla cultura ebraica, si riconnettono
La razza di Roma .215

effettivamente a una cultura di diversi millenni anteriore a


quella ebraica.
Il fatto certo è che la Tradizione è una e corrispon-
de ad una iniziazione che può elevare una razza al suo
massimo grado di realizzazione umana, rendendola trasfor-
matrice e redentrice di razze. Allorché dunque si parla di
iniziazione ebraica, si vuole alludere a qualcosa che in ori­
gine non appartenne agli ebrei ma ad una Tradizione non
subordinata alle sorti di un popolo o di una casta, ma che
diviene potenza interiore di un popolo o di una casta,
ogni qualvolta si realizzino le condizioni necessarie per ta­
le evento.
In caso diverso, .si tratta di tradizionalismo, ossia di
inanimato retaggio di una scienza il cui senso è divenuto
oscuro: è la « tradizione morta », motivo di un mero ed
incosciente formalismo religioso, le cui anti-.idealità e defi­
cienza metafisica costituiscono la controparte di un razzi­
smo senza luce, sensualistico e terreno, che, ove esistono
coscienza e dignità di razza, non si può non combattere
ed eliminare.
Nella risoluzione dei fondamentali problemi della raz­
za, anche di là da un’assunzione teorica di un punto di vista
religioso e filosofico, risulta in primo piano la necessità di
un’azione spirituale che sola può distinguere un fatto di na­
tura etico-psicologica da un fatto meramente fisico, stabi­
lendo una rispondenza tra differenziazione razziale e diffe­
renziazione spirituale, culturale. Ora, proprio sotto un aspet­
to di « cultura », a chi s’interessi di studi tradizionali e
? i6 . Massimo Scaligero

delle mitologie e simbologie ad essi inerenti, non può sfug­


gire come la cultura ebraica moderna sia in netto contrasto
con l’antica tradizione mosaica e con la spiritualità mistica
che si manifestò attraverso scuole di tipo iniziatico come
quella fariseica e la essenica. Per quanto un’indagine del ge­
nere trascenda il piano della cultura corrente, occorre dire
che simile contrasto, che dai più non è riconosciuto e che
dai dotti d ’Israele è interpretato come un superamento mo­
derno di talune fantasticherie religiose dell’ antichità, può
tuttavia spiegare l’oscuro destino dei Giudei e la loro fana­
tica solidarietà razzista, persistente anche quando la razza
dà segni manifesti di decadenza.
La coscienza di una >« elezione », ossia di un destino
superiore, infatti, risale all’epoca di Mose, il quale, attra­
verso le istituzioni iniziatiche e la legislazione, volle costrui­
re per la famiglia israelitica un alto sistema di saggezza
esoterica, tale che la distinguesse come razza da qualsiasi al­
tra razza e che facesse di essa la creatrice di una civiltà im­
peritura. Ma, esauritosi il beneficio dei contatti occidenta­
li, la vita di quel popolo divenne gradualmente impari al
compito assegnatogli dal legista e quella spiritualità inizia­
tica, il cui nucleo migliore risultava da un’eredità persiana
ed egizia, si espresse attraverso la vicenda di una serie di
gruppi esoterici e mistici, che effettivamente vissero lontani
dalla vita del popolo ebraico.
Le scuole di ascetismo, quali la chenitica, la nazirea,
la recabitica, la essenica e la terapeutica, le quali rappre­
sentano nell’antichità le ultime ramificazioni di un arcaico
La razza di Roma
ceppo tradizionale semitico, in sostanza si distaccarono dal'
la famiglia israelitica, epperò non ebbero mai nulla in. co­
mune con il nazionalismo religioso il quale, perduta ogni
giustificazione d ’ordine superiore e metafisico, continuò tut­
tavia a dar vita ad un « razzismo » che non aveva più ra­
gione di esistere. Questo razzismo, che in origine era di
carattere iniziatico e sacerdotale, si dovè attaccare per lo­
gica naturale a motivi di ordine fisico e terreno; gli Ebrei
tuttavia continuarono a considerarsi « un popolo eletto »,
nonostante che non .ne avessero più diritto, in quanto, per
la perdita del carattere suaccennato, la loro « razza » effet­
tivamente cominciava a decadere.
E ’ un fatto indiscutibile che la loro razza — la quale
non era « pura » nè superiore — iniziò il ciclo involutivo
proprio da quando essi cominciarono a vivere il loro isola­
mento razziale non più animato da una forza interna crea­
trice. Per quanto essi conservassero da allora la loro fanatica
unità razziale, attraverso la dispersione nei diversi paesi,
ciò costituì per essi una condanna, meglio che un motivo
di superiorità. « Semo — dice Vico — solo perseverò nella
vera religione del Dio d’Adamo; anziché un diritto comune
con le genti provenute da Cam e da Giafet, derivò un di­
ritto tanto proprio, che ne restò quella celebre divisione di
Ebrei e di Genti, la quale durò fino agli ultimi tempi loro,
nei quali Cornelio Tacito appella gli Ebrei uomini insocie-
voli; e, distrutti dai Romani, tuttavia con raro esempio v i­
vono dissipati tra le Nazioni, senza farvi nessuna parte. »
Vien dunque spontaneo il chiedersi quali virtù e quali
2 18 Massimo Scaligero

particolari costruzioni spirituali, dall’ Era volgare ad oggi,


possano giustificare la qualifica di « popolo eletto ». A par­
te la dimostrazione serrata di un influsso supremamente
disgregatore esercitato sulla civiltà moderna da quanto Israe­
le ha emanato come costruzione dell’ intelligenza e della
cultura, è sufficiente un fatto fondamentale rispetto al re­
taggio metafisico della compagine semitica, per dimostrare
la caduta della sua « originaria », ma non « originale » ele­
zione.
Se ben ricordiamo, è un insigne mistico ebreo, Isacco
Luria, che, riprendendo il tema della predestinata superio­
rità israelitica, la spiega come un fatto di natura trascen­
dente e la riconnette ad una originale interpretazione dello
Zohar. Questo classico testo tradizionale, che è indice nel­
l ’Evo di Mezzo di un riaffiorare dell’antica saggezza mosai­
ca, non costituisce naturalmente il segno di un sistematico
risorgere della spiritualità iniziatica d ’Israele: è una guida
di pochissimi, un testo in forma allegorico-simbolica, il cui
valore intimo lo riconnette ad una tradizione spiritualistica
ancora più vasta, con cui i Giudei non hanno nulla a che
vedere, tanto è vero che, tra i commentatori, essi sono stati
gli ultimi a capirne il significato. Lo Zohar, nel trattare il
problema fondamentale dell’uomo, quello della sua soprav­
vivenza oltre-umana, cui è connesso il senso stesso della vita
e della nascita, accenna a diverse vesti dell’anima e a vite
diverse che essa deve attraversare. Il Luria, con acume che
rivela in lui un mistico e un pensatore capace di vedere di
là dagli schemi della consueta cultura, interpreta questo
La razza di Roma
-~T7
,V -
punto riprendendo l ’antica teoria della trasmigrazione delle
anime, cui è analoga, in un certo senso, la dottrina della
reincarnazione: naturalmente, per il teologo israelita, sono
anime superiori quelle che s’incarnano nella famiglia ebrai-
ca, mentre quelle inferiori danno vita alle razze non ebree.
Ritorna, come si vede, il tema del 1« popolo eletto ».
A parte questa conclusione poco iniziatica, non saremo
certo noi, nella nostra qualità di studiosi di discipline tra-
dizionali, a negare che lo Zohar contenga tra l’altro una
dottrina della trasmigrazione delle anime e che Isacco L u ­
na, essendo nel vero interpretando i passi di quel testo, sia
stato un illuminato spiritualista, nonostante la sua appar­
tenenza al ceppo d’Israele. Ma non possiamo non ricono­
scere che proprio perchè era un mistico e un teologo, egli
già aveva trasceso il piano della « natura » e del « sangue »,
già faceva parte di una razza non più israelita, già si con­
giungeva con una famiglia nuova di spiriti, epperò poteva
nuovamente parlare di « elezione », pur errando nell’esten-
derla ad un popolo divenuto antd-spirituale per eccellenza.
Si tratta in sostanza di un mistico che, superando il
piano di mera formalizzazione religiosa della sua razza, ep-
però rientrando nell’ambito di una famiglia esoterica non
subordinata ad un dato sangue, ma nuovamente dominante
il sangue, può intendere il linguaggio dello Zohar e par­
lare di nascita e di rinascita dell’uomo. Ma si incontrino i
dotti israeliti di oggi e si conversi con loro di tali dottrine,
si parli della Kabbalah e dello Zohar: rideranno con scet­
ticismo. Perchè la loro intellettualità è discesa nel piano del­
l ’arido razionalismo che, nel campo pratico, si è tradotto in
22 0 Massimo Scaligero

vi?*, *
•utilitarietà ed in orgiasmo materialistico e, nel campo teo-
rico, in costruzione di principi politici disgregatori, in opa­
che teorie psicoanalitiche e in una letteratura che valorizza
quel che di più tenebroso è nell’anima umana.
D ’altro canto, occorre dire che della cultura tradizio­
nale i loro studiosi posseggono semplicemente gli elementi
informativi e i dati di erudizione, ma non conoscono il se­
greto linguaggio e la virtù trascendente di cui tali elementi
e tali dati costituivano una mera forma espressiva. Se qual­
cuno nella letteratura tradizionale ha voluto ridestare il sen­
so interiore di una tale cultura, quasi sempre non è stato
un ebreo. Ciò significa che la razza giudaica è ormai desti­
nata a ignorare quella spiritualità che originariamente co­
nobbe e che allora soltanto potè giustificare l’ orgoglio di
razza e la qualifica di « popolo eletto », anche se ciò fu do­
vuto all’influenza di una diversa tradizione.
In oltre è notorio che taluni tentativi di ritorno al­
l ’antico spiritualismo, da parte di Ebrei, sono abortiti. T i­
pico esempio l’Hassidismo che dagli inizi del Settecento in
Polonia tentò di ridestare la tradizione giudaica, con il libe­
rarla dalle strettoie del formalismo rabbinico, e che trovò
ostacoli e derisioni proprio nella maggioranza degli israe­
liti. Esiste dunque un destino giudaico: quello di non po­
tersi svincolare dal legame del sangue e dal mito su esso
creato. Ora, se qualche forza di fatalità ha contrapposto per
secoli questa razza, o questo nazionalismo, non ad una gen­
te, ma a tutte le genti del mondo, essa è da identificare pro-
La razza di Roma 221
.. è'..k i.
prio in questo orgoglio superstizioso, egoistico, settario, che
fa del sangue e non di qualcosa ad esso superiore, un mito.
T ale oscuro vincolo del sangue è una legge più forte del­
l’anima ebraica: è la sua condanna, e, al tempo stesso, il
motivo di una ingiustificata fierezza, cui fa riscontro la per­
dita dei contatti con quel mondo « sovrannaturale », la cui
conoscenza sola potrebbe liberare la razza e creare proba­
bilmente il motivo di un razzismo costruttivo.
FORMAZIONE DELLA RAZZA
TX -/ 1eredità
razziale è indubbiamente un dato della na­
tura e, in questo senso, contiene potenzialmente un suo
destino; ma perchè essa giunga a convertire in azione e crea­
zione questa sua possibilità, perchè, pertinendo all’ homo
sapiens, si porti di là dai limiti stessi della sua capacità, oc­
corre che al dato della natura s’innesti un potere più forte
che stia ad esso come spirito a corpo, così da rendere attuale
il potenziale.
Sotto questo riguardo, l ’eredità biologicamente identi­
ficata rappresenta la semplice fenomenologia esteriore, fisi­
ca, della razza, ossia ciò che nella sua limitazione d ’indole
fisiologica è pari a quel che si verifica in tutti i gradi della
scala zoologica. Ma l ’uomo possiede in più qualcosa che lo
differenzia e lo rende partecipe di un piano super-fisico,
meta-zoologico, in cui il valore tipo è Yànthropos àrretos:
retaggio meta-fisico che viene trasmesso insieme col sangue
e che comunemente sfugge all’ esame della scienza. Que­
sta perciò nella soluzione dei problemi razzistici non può
costituire se non un appoggio che ha un valore di semplice
mediazione, così come la storia, lo studio delle tradizioni e
la mitologia.

15. La Razza di Roma


22Ó Massimo Scaligero "
Il razzismo nel suo aspetto ideologico è idea-forza, nel­
la sua forma pratica è azione modellatrice della razza: esso
perciò non s’identifica nè con l ’antropologia, nè con l’etno­
grafia, ma è qualcosa che attinge in diverse discipline atte
a fornire l’identità storica, politica e fisiologica della razza
che si pone come razza tipo. Il razzismo deve essere dunque
anzitutto una tensione di continuo superamento di ciò che
nella razza è eredità biologica: è una forza d ’ispirazione
che, attraverso diversi modi di azione, tende a modificare
continuamente la vita dell’ uomo, non lasciandola ridurre
all’azione del semplice destino fisico, ma obbligando l’uomo
ad avere coscienza di sè, senso di dominio del proprio dive­
nire, così che in esso possa ininterrottamente rivivere il
« genio » della razza.
Sotto questo aspetto, è significativo che sin dagli anni
che precedettero la Marcia su Roma, nella volontà del Duce,
nel verbo che egli diffondeva tra le masse, nell’azione che
egli animava e guidava, fosse manifesto il proposito di re­
stituire la Nazione a un ordine di armonia e di potenza che
la rendesse nuovamente degna della virtù della stirpe, delle
antiche e recenti vittorie, della sua tradizione d’impero.
T ale pensiero mussoliniano si esprimeva soprattutto
attraverso la messa in rilievo della necessità di riformare spi­
ritualmente e materialmente le condizioni del popolo, di
rieducarlo, di ispirargli il senso della fiducia nell’azione or­
ganizzatrice dello Stato, della responsabilità nel lavoro, del­
la certezza nella tutela dei propri diritti. La formazione dei
Fasci di Combattimento, l ’azione virile dello squadrismo,
la rivalorizzazione di simboli di forza e di fede ripresi dal
. La razza di Roma 22J
retaggio « romano », formarono l’atmosfera necessaria alla
attuazione del programma: la Rivoluzione preparò il terre­
no, l’avvento del Fascismo al potere segnò l ’inizio di un at-
teggiamento nuovo delle energie migliori del paese, e una
formula sintetica, specialmente dedicata ai giovani — ossia
alle nuove espressioni della razza — riassunse poi l’intero
programma: ■« Credere, obbedire, combattere ». Questa fu
la parola d'ordine che il Capo del Fascismo fissò tra i prin­
cipi fondamentali dell’etica littoria e che gerarchi e gregari
accolsero quale tema dominante di ogni loro azione. Da
quell’epoca, sotto una guida univoca, le forze del Fascismo
hanno lavorato a conferire all’Italia un’anima e una forma
nuova, a migliorare le condizioni sociali, fisiche e culturali
del popolo, perchè esso potesse essere il più sicuro custode
dei valori naturali della stirpe. 11 carattere unitario proprio
alla volontà mussoliniana si trasfondeva all’azione del Par­
tito che, attraverso le sue varie organizzazioni, mirava a
convogliare in un ordine politico-morale la totalità della
massa.
Le forze del Partito, conformandosi di continuo ai
fondamentali principii della Rivoluzione, iniziavano una
complessa opera di assistenza, di riforma morale e di orga­
nizzazione, volta soprattutto a tradurre la nuova ispirazio­
ne politica in organica armonia della massa, in razionale
esistenza del popolo, in possibilità qualitativa della quanti­
tà, ossia in forza essenzialmente plasmatrice della razza. A l­
lato a questo settore di attività d ’ordine immediato, la bat­
taglia demografica con i provvedimenti relativi, portava nel
popolo l’esatta concezione della sanità e della integrità del­
la razza. Contro la denatalità contemporanea, determinata
dal fenomeno dell’urbanesimo, da una inesatta valutazione
delle condizioni economiche, dall’egoismo imperversante in
taluni costumi familiari, il Duce sferrava una campagna v i­
gorosa e sistematicamente coordinata in tutti i suoi elementi.
Simultaneamente si mirava a formare e a definire nel
popolo una coscienza nuova che, reagendo alle vecchie men­
talità ed ideologie « borghesi », si rifacesse a superiori prin­
cipi ideali propri alla nostra tradizione. U n ’azione istrutti­
va adeguata alle masse è stata promossa allo scopo di dare
un solido fondamento alla educazione politica. G li obiettivi
essenziali oggi si possono considerare raggiunti, grazie so­
prattutto all’opera di un ministero che stabilisce una più d i­
retta e completa fusione tra la pubblica opinione in ogni
rampo e l’attività giornalistica e propagandistica, allo scopo
esclusivo della formazione morale e politica della massa. Un
analogo intendimento, volto a dare a tutte le forme di at­
tività culturale degli Italiani unità e finalità organiche, in
servizio del Paese, dentro e fuori i confini di esso, appare
evidente anche nella rinnovazione fascista degli Istituti di
alta cultura. Ma la più significativa creazione normativa
del razzismo di massa, portata dal Fascismo a favore delle
classi lavoratrici in un piano che può considerarsi al centro
di ogni organizzazione, è la Carta del Lavoro. Essa non è
legge, o statuto, o regolamento, ma una precisazione di
trenta principi detti « dichiarazioni » che, secondo il carat­
tere e il fine etico del Regime, debbono governare il lavoro.
Per essa i lavoratori vengono valorizzati dallo Stato nella
forma dei Sindacati, cui si riconoscono qualità e poteri sta­
La razza di Roma 229

tali nella distribuzione e rimunerazione del lavoro, ma su­


bordinati allo Stato in quanto gli interessi loro, singoli o
d. categoria, non possono che armonizzare con quello: lo
Stato interviene nella produzione, come organo regolatore
e moderatore. Per tali caratteri la Carta del Lavoro può ri­
tenersi una creazione che, dopo controversie secolari, defi­
nisce con senso di armonia e di giustizia la posizione del
lavoratore nel complesso della vita nazionale, rilevando i
suoi diritti allato ai suoi doveri. Ciò ha un valore fonda-
mentale per la formazione della razza, in quanto si confe­
risce alla massa una forma razionale di esistenza e di coo­
perazione fortemente creativa nella vita della Nazione.
L ’ educazione fascista ha ridato altresì alla famiglia
quel senso dei rapporti domestici, che mentre fa di essa la
fucina degli affetti e delle gioie quotidiane, la riporta a
quella sua missione spirituale ond’essa si manifesta come il
nucleo più vitale della razza. Avendo restituito all’uomo la
sua dignità di maschio, temprandolo con lo squadrismo e
con la disciplina politica, facendogli riconoscere la sua re­
sponsabilità nella grande vita della Nazione, il Fascismo
deve rivolgersi anche alla donna e seguirla sin entro le pa­
reti domestiche, nella dolcezza dei legami familiari, per det­
tarle una norma ed avviarla al più soave sacerdozio mulie­
bre, all’idillio che feconda e rinforza la stirpe. La madre
fascista deve essere madre romana. Mussolini ha reso chiaro
anche il senso di questa missione, disperdendo gli equivoci
di un « afroditismo » esotico che falsa la posizione della
donna ed è causa di disgregazione della famiglia.
N ella combattiva vicenda del maschio, la donna deve
230 Massimo Scalig
essere la più fedele compagna di lu esentare il sim
bolo vivo di una dedizione che permane immutabile attra-
verso ogni dramma, in ogni evento, sia gradito sia avverso.
Occorre quindi non concepire la donna se non come sposa
e madre, ovvero come puro amore e come maternità. In que-
sti due elementi di sacerdozio domestico, essa realizza ef­
fettivamente l ’essenza profonda della sua personalità, quella
che sola può darle la sensazione piena del proprio essere e
del proprio agire. Dinanzi alla maestà di questi principii di
un’etica, fatta di equilibrio e di consapevolezza, le aberra­
zioni della donna-efebo, della fanciulla fusiforme ed evane­
scente, il misticismo della donna mascolinizzata che il Duce
ha recisamente escluso dalla visione fascista della vita, ed
ogni forma di 1« femminismo », non sono che deviazioni
sotto veste di eccentricità. Esse, peraltro, mentre originano
la disgregazione del nucleo familiare, minano le basi della
educazione dei figli e della gioventù, costituendo una causa
fondamentale della decadenza della razza. N è la donna che
falsi così la sua posizione sbocca in una reale conquista,
perchè il motivo stesso dal quale ella muove è già una de­
viazione, ha già infirmato con il suo carattere di « deficien­
za » l’ intera vicenda della pretesa emancipazione di lei :
nel momento in cui essa viola la legge superiore e naturale
per cui è donna, rinuncia alla sua personalità e al piano
dal quale poteva essere dominatrice e organizzatrice. Ma
come nell’antica Roma lo Stato seguiva direttamente la fa ­
miglia nè si disinteressava dei suoi usi e dei suoi riti, così
il Fascismo tende a ridare alla donna la sua vera individua­
lità e alla madre quella pura luminosità che è il segno più
La razza di Roma 2^ i
7 " ~ ~ ~ . ■
chiaro della grazia e della perfetta armonia dei rapporti do-
mestici.
Non c e poesia più nobile che questa ritrovata dalla
madre nell’ insegnamento che le viene dalla romanità:
« Foecunditas » e « Pudicitia » sono le divinità più prossi­
me alla vita domestica dei Romani: così il decoro e la fe­
deltà, nel costume in genere e più particolarmente negli af­
fetti familiari: tali modi di sentire la vita risultano soprat­
tutto fondati su un senso di lealtà assoluta tra gli uomini
e sulla concezione della fides come immutevole e inequivo­
cabile principio spirituale. Quei diritti che la così detta don­
na « emancipata » del mondo moderno pretende conqui­
stare col sottrarsi ai doveri della famiglia e alla spirituale
guida del maschio, la donna romana li consegue veramente
nella famiglia. Ella deve bensì riconoscere l’autorità orga­
nizzatrice al marito, ma permane tra essi una devozione re­
ciproca. L a « materfamilias » gode di un suo personale di­
ritto, perchè, avendo il suo posto presso il focolare, è tenuta
ad alimentarne la fiamma che simboleggia il culto dei Lari
e la tradizione. Poiché questo è uno squisito sacerdozio,
dov’ella manca, il culto domestico è incompleto e insuffi­
ciente: è una grave disgrazia quindi che vi sia un focolare
privo di sposa. La presenza della donna è così necessaria nei
riti domestici, che il padre perde il sacerdozio diventando
vedovo. Ma mentre non viene mai a mancare di venera­
zione da parte dei congiunti e dei concittadini, la donna
romana ha pure detto al marito, al momento di unirsi in
matrimonio: « Ubi tu Caius, ego Caia ». E ’ la promessa
che suggella l’amore, significando la fedeltà e la dedizione
232

incondizionata, la promessa di un affetto imperituro che


sarà alla base degli stessi vincoli familiari e la causa di una
prole sana. Non v ’è lirismo che possa tradurre il signifi­
cato di questa promessa, nè si può ritrovare una più sana
morale della istituzione del matrimonio. Su questi fonda­
menti di perfetta armonia e di spiritualità in atto, si co­
struì il più virile impero del mondo, e grazie alla loro ori­
ginaria forza propulsiva, la razza europeo-mediterranea vis­
se la più feconda delle sue primavere.
L ’Occidente esprime la sua personalità con Roma: da
Roma scaturisce la legge delle rinascite, degli eroici ritorni,
delle costruzioni ardite che non risentono la vicenda del
tempo. Oggi, il Fascismo in quanto assume un atteggia­
mento di resistenza di contro alle correnti disgregatrici del­
la civiltà materialistica moderna, tende a riportare ad onore
il puro tipo della madre e della sposa, per una più valida
potenza della razza, così come Roma antica, arrestando l’in­
vadenza di Dioniso e di Afrodite, proscrivendo i Baccanali,
diffidando dei misteri d ’origine asiatica, in sostanza inten­
deva preservare il costume morale, ammettendo i culti eso­
tici nei quali serpeggiassero i principi della perversione del
matrimonio e di un pseudo-matriarcato già superato nell’an­
tico Mèditerraneo, solo a patto che essi non esercitassero
nessuna influenza sul vivere virilmente organizzato e sulle
sane istituzioni della famiglia.
L ’Aquila ed il Fascio simboleggiano in questo senso
un atteggiamento di difesa di quel principio guerriero che,
secondo la concezione classica, risiedeva nel maschio ed era
un potente elemento di aggregazione nella famiglia in virtù
s* . La razza di Roma 233
7 • ■ 1
di una « maschiezza » che non era semplicemente fisica, ma
soprattutto interiore. Solo in virtù di tale costituzione, ci
fu la possibilità di donne, come la madre di Coriolano e la
madre dei Gracchi, e Popilia, madre di Lutazio Catulo, e
Ottavia, che rappresentarono la poesia vivente della fami­
glia romana e generarono figli che furono legionari e con­
soli, guerrieri e imperatori. Esiste anche oggi una giovi­
nezza che opera e che canta: c’è una nuova generazione
che ogni giorno sempre più va ridestando il modello della
razza di Roma: possa con questo essere soprattutto desto
So spirito che formò tale razza e che in primis occorre ali­
mentare acciocché lo spirito si faccia sangue. Quella che in
epoche remote fu chiamata la -« grande madre » appartiene
ai nuovi Romani che da essa vanno traendo forze sempre
piti fresche, linfe di giovinezza e ardori di combattimento.
Così le madri tornano ad essere creatrici di agili adolescen­
ze, le donne tornano ad essere genitrici feconde e di una
formosità statuaria che ricordano Juno, prototipo della ma­
dre, in onore della quale Roma istituì le Matronalia.
N on può non essere così ispiratrice di amore e non
possedere quella bellezza maggiore di ogni altra bellezza
che è la femminilità, alla quale le decadenti donne moderne
hanno rinunciato, quella femminilità avvincente che è in
fondo « foecunditas ». A lla stessa maniera che nella antica
tradizione romana, secondo Bachofen, « la donna di tipo
omfàlico, la fiammica del Lazio, si trasforma nella pura
compagna del Sacerdote di Luce, di guisa che l’idea asiatica
di un comunismo femministico ed orgiastico non penetra in
questa terra prescelta dalla storia del mondo, come luogo
234 Massimo Scaligero
---------- — — — :--------------------- ^ 4% ------ :------ ‘— ?;-
per la -shascTta di una nuova èra cosi questa ’educazione
della donna che come una vitale corrente vuole riprendere
dal più profondo la forza della stirpe, deve essere un aspet-
to fondamentale della nostra ricostruzione, del nostro ri­
dare vita alla tradizione romana, in opposizione ai miti del­
la barbarie moderna femministica, antigerarchica, antireli­
giosa.
Ogni fase dell’affermarsi di Roma nel mondo è carat­
terizzata da un consolidarsi dei vincoli della famiglia e da
un più dominante senso della gerarchia spirituale. L ’idea
imperiale è in germe nella famiglia dove la madre, unita
per vincoli spirituali ed etici all’autorità del padre, costi­
tuendo un nucleo centrale creativo, è altresì educatrice: la
donna della nuova razza di Roma deve tornare ad essere
la vera custode della tradizione domestica. I tempi sono
maturi perchè ancora una volta dunque la bellezza dei sa­
cri amori, dei corpi incontaminati e delle silenziose pudici­
zie trionfi sul corrotto tipo « afroditico », e il rito della ma­
ternità venga riconsacrato nel suo antico significato di co­
struzione di forze più pure e di più vive armonie.
Allato alla ricostruzione dell’ etica familiare, un altro
fattore di elevazione e di potenziamento della razza è costi­
tuito dalla formazione spirituale e guerriera della giovinez­
za. I giovani che sono puri, per una rispondenza dell’ideale
al reale, data dal simbolo proprio della loro essenza, e ade­
riscono con amore più vero alla vita sovrammateriale, tro­
vano una leva potente della loro educazione interiore nella
volontà di credere, nella forza del credere. La loro disci­
plina politica e militare come un ritmo creativo che dà sen­
La razza di Roma 235
^—-
so al tempo che essi vivono, si attua soprattutto attraverso
una segreta forza dell’anima : l’aver fede. Non ciecamente.
La giovinezza di esseri destinati a ricostituire il nucleo in-
tegrale della razza deve svolgersi alla luce del sole, in una
chiarità di forze e di essenze, originaria, simile a quella di
un aurora cosmica, di un mattino del mondo in cui un nuo­
vo ciclo di vite si agiti, di là da nebbie di utopie o di illu­
sioni. In questa atmosfera chiarissima, tutto deve essere tra­
mato di unità spirito-materia, tutto deve acquistare vitalità
creativa, così da ridestare i motivi migliori della stirpe ori­
ginata da Roma.
Questo modo spirituale di vivere significa, dunque,
sentire l’evidenza della dolce, imperiosa rinascita della no­
stra antica vita di mediterranei di razza romana, e trasfor­
mare la sensazione stessa in elemento di rinascita; sentirsi
in comunione con la forza, per divenire la forza stessa. N è
ciò significa rinunciare alla propria individualità cosciente
per rimettersi ad altri, per abbandonarsi all’altrui guida pas­
sivamente; è bensì elevarsi all’altezza di una legge in or­
dine alla quale si agirà con fermezza d’intenti e irremovi-
bilità d’azione, con senso di completa autarchia. Militare
e credere non significa limitare la propria libertà, ma esten­
derla in un raggio più vasto, in quanto, conformandosi a
una legge superiore, si ha il modo di dominare il proprio
mondo fisico, la propria rete nervosa, e di realizzare effetti­
vamente una libertà che non è quella retorica e falsa dei
piccoli esseri materialistici, legati dal desiderio, travagliati
dalla febbre del divenire, ma quella autentica dei « signori
del fato », dei dominatori e dei guerrieri.
236 Massimo Scaligero

E ’ ‘a questo punto che viene spontaoeo' ricordare


come all’origine della nostra azione risuscitatrice dei valori
perenni della razza, esiste un Duce, un accentratore di
energie, un emanatore di idee e non uno schiavo d ’idee, un
uomo il quale ha coordinato le forze dei desideri, le aspira­
zioni, le speranze, ha disciplinato le irruenze e gli entusia­
smi, ha raccolto la fede di tutti e l’ha potenziata: un uomo
che è subito emerso dall’agitarsi tumultuoso di una nuova
vita e si è presentato come prodigioso mallevadore di fede:
un uomo al quale era fatale, necessario, che il popolo cre­
desse e obbedisse nel combattimento. Da quell’epoca la gio­
vinezza crede, ma non nell’unità di un mondo romantico
di illusioni cartacee o parolaie: crede nell’uomo e nella real­
tà del Secondo Impero di Roma creato perchè da Roma si
irradii nuovamente, nell’unità eroico-spirituale, la potenza
dell’autentica civiltà occidentale.
N on e tuttavia sufficiente che i giovani abbiano una
disposizione a militare e a credere: deve esistere soprat­
tutto il condottiero, l ’entità superiore, cui credere, la con­
quista nella quale aver fede. Sempre un dominatore fa sca­
turire la fede di un popolo: la vera forza, quella dello spi­
rito che deve dare fisionomia alla materia, parte sempre
dall’alto, per comunione gerarchica, come fu nell’Occiden­
te organizzato da Roma. Ecco perchè le democrazie « vec­
chio stile » mancheranno sempre di fede, ossia di fiamma
di energia creatrice: le forze caotiche della materia, quelle
che sovvertono gli ordini morali e politici, non creano nul­
la, non possono che suscitare un ardore di distruzione: nes-
La razza di Roma ■ 2 37
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•“i r .» . ' 4 ’•• ’ / j -

suno che sia cosciente della propria dignità umana crede


ad esse.
Ma la fede nel più intelligente, nel più forte, nel più
illuminato, nel più spiritualmente svegliato, è un segno di
evoluzione interiore. Da una tale fede nasce la gerarchia,
dalla gerarchia l ’organicità plastica che può creare la razza.
Si supera se stessi, si superano i propri impulsi materiali'
stici, le proprie istintività, si subordina la nostra azione
alla volontà. Si fa luce in noi. Il senso di una ubbidienza
e della remissione totale a un ideale superiore, secondo cui
vivere e morire, salire e precipitare, assumono un eguale si'
gnificato, purché subordinati all’ideale proposto, dà vigoria
e perenne giovinezza all’anima. Si crea così una religiosità
che è la controparte ideale della « milizia » e della disci'
piina politica.
Soltanto gli stolti soffrono in un ordine gerarchico:
coloro la cui fides non è completa, non è assoluta, e che
sarebbero ad un certo momento capaci di tradire la causa
per interessi egoistici, per soddisfazioni sensuali, o per effi'
mere glorie. L a fede è totale in colui che si è purificato,
che si è elevato e che ha vissuto un’esperienza mistica nel
pieno del tumulto della vita moderna: per lui ha un senso
reale il combattimento: egli è modello della razza.
N elle ore di resistenza e di vittoria, di contro allo
sfondo drammatico di un’Europa senza volto, il Fascismo,
impegnato in una marcia ad oltranza che non ammette so-
ste e tanto meno ritorni, che prende nella inarrestabilità
del suo impulso ogni piano della vita subordinando a un
unico principio individui, sistemi, mentalità, attività, nel'
23 8 Massimo Scaligero
----------------- ^ r -
l’amtòto della nazione ed oltre, ha bisogrio di una razza
di uomini che siano degni di chiamarsi tali. Esseri spiri­
tualmente compiuti, ossia dominatori della propria compa­
gine psico-fisica e di qualsiasi passione umana, internamen­
te ferrati e per nulla aperti ad invadenze di forze « este­
riori »; uomini che sappiano posporre il proprio interesse al
trionfo della causa, e che, pur nel corrusco, arido tumulto
della vita meccanica, tramato di gretto materialismo, sap­
piano ritrovare il punto fermo di una resistenza superma-
teriale. Uomini di tale razza, siano soldati siano cittadini,
occorrono a quel « combattimento » che di giorno in giorno
si presenta sempre più duro e più eroico.
Il senso della fedeltà deve essere al centro di una tale
dignità dello spirito e di una simile superiore educazione
dell uomo, al quale perciò legittimamente può chiamarsi
« uomo nuovo » ed essere considerato come instauratore di
un nuovo stile di vita, iniziatore di un’epoca di « rinasci­
ta », di ricostruzione, di valori etnici e spirituali. E ’ bene
dunque comprendere la reale essenza di tale fedeltà che è
in fondo una fede: fides nel senso romano. Non si tratta
di sottomissione cieca e cadaverica, ma di obbedienza co­
sciente; non di negativa remissività nell’agire ma di armo­
nia nell’mtendere e nel realizzare l ’ ordine gerarchico. La
fedeltà, in altra termini, non è un segno di mancanza di
personalità, ma la pienezza di una personalità giunta a man­
tenere, in un voluto, consapevole equilibrio di vita e di
azione, tutto ciò che, per essere umano e fisico, tenderebbe
all’istintivo e al caotico.
La coscienza di gerarchia, strettamente connessa a que-
sta armonia di « reale » e di « ideale », è appunto 55 ^re-
sentimento di urla personalità superiore nei riguardi di una
personalità ancora superiore, nella quale la prima riconosce
ciò che essa potrebbe essere perfezionando in sè talune es­
senziali virtù, tra cui primeggiano il credere e l’obbedire.
Non senza una precisa intenzione Mussolini ha assegnato

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alla gioventù littoria il motto ispiratore: « Credere, obbe­
dire, combattere », che è la sintesi di una educazione me­
glio che umana, ossia superante tutto ciò che è passiva ed
inconscia adesione al vivere immediato, alle sue piccole
idealità.
Secondo tali secchi principi di maschiezza interiore,
che ricordano volentieri la chiara ed essenziale etica classi­
ca, la passionalità, l’irrazionalità dei processi mentali e la
istintività vanno dominati: non per questo si rinuncia alla
il a
propria personalità, anzi si dà ad essa un ordine, una fisio­
nomia, la si trae dal piano della consunzione incosciente e
dell’oscura materialità, per riportarla alla luce della realtà
voluta, determinata, deliberatamente costruita. L ’obbedire
in questo senso è la traduzione in atto di una idealità, per­
seguita ed individuata al di sopra dell’empirico e del feno­
menico. L ’obbedire nonostante che nell’intimo essere qual­
che cosa, —? che fa parte degli strati più bassi, sub-perso­
nali, non ancora dominati dall’essere — possa reagire o ac­
cenni a rifiutarsi, è un atto di dominio su se stessi ed è
già un avviarsi a comandare anche quel settore del proprio
mondo psichico che ancora poteva rivoltarsi. Obbedire è in
fondo un comandare a se stessi, anche a prescindere dal
contenuto dell’ordine a cui si obbedisce: diviene poi un atto
240 Massimo Scaligero 4>

perfetto, quando, attraverso esse, non soltanto si disciplina


se stessi, ma si realizzino principi superiori, si sia anelli di
una grande catena spirituale, guerrieri di uno stesso eser­
cito, elementi formativi di una razza superiore.
U n Capo deve avere intorno a sè uomini che siano
fedeli, in quanto compiutamente « virtuosi » (dal latino
virtus, valore, radice vir, uomo), ossia esseri in cui tacciano
gli impulsi materialistici e sia sopita per sempre ogni im­
pulsività irrazionale: esseri non dissimili dagli asceti che
vivono nelle grandi solitudini, ma che in più abbiano la
forza di realizzare la solitudine — ossia la purificazione,
l’isolamento da ciò che può irrompere e far deviare — nel
pieno della vita politica, nel corrusco tumulto del mondo
moderno. In uomini così fatti non può non riardere e bril­
lare la fides romana, ordita di dedizione e di forza, quel
senso di purità trascendente volta dal piano finito e dive­
niente verso l’infinito e l’ immortale, che caratterizzò gli
eroi più veri, i guerrieri più forti, i più generosi cavalieri
di ventura e i grandi condottieri. N ei quali la « fede » non
era inconsapevole abbandono ad una chimera, ad un mito
o ad una suggestione d ’ordine « morale », ma una chiara
prova dello spirito nell’esperienza della realtà, nell’ avven­
tura, nell’affermazione e nello stesso sacrificio.
Di contro alla maestà dell’ideale proposto, il resto del
mondo era abolito, ogni immediato interesse subordinato.
La famiglia stessa e gli affetti domestici non contavano più
dinanzi alla sua forza. E appunto un tale stile di combat­
timento formò una razza di ferro, di natura « solare », le
cui gesta sono state materia di mito, sostanza di epos e di
La razza di Roma 2 4 1

evocazione artistica. La fedeltà intesa in un simile sighi-'


ficato può essèfe maèstra di vita e di disciplina spirituale
per tutti coloro che intendono integralmente ridestare i va­
lori supremi della razza. Risvegliandosi l’ispirazione romana
del vivere e del conoscere, rivive il senso di una tale fe­
deltà, la quale d’altro canto è da considerarsi assolutamen­
te superiore al piano della cultura infeconda e di una indi­
vidualistica, vana intelligenza, tramata di idealità libresche,
irta di dubbiosità e suscitante sofistici impedimenti. E la
sua presenza come forza che domini e ordini ogni atto è in­
vero la condizione per una cultura in senso vero e classico,
operante e trasformatore, superiore a qualsiasi cultura me­
ramente dialettica.
1 nevrotici, gli esaltati, gli ammalati di egoismo senti­
mentalistico e letterario, i gelosi pontefici della « libera »
idea, coloro che accettano gli eventi, con le continue riser­
ve di una personalità pavida di perdersi in un atto asso­
luto, sono assai lontani dalla comprensione del compito
della razza. Molto hanno da purgare in sè, molto da espel­
lere e molto da ricostruire, se non vogliono essere defini­
tivamente tagliati fuori dalla corrente centrale e creatrice
della Rivoluzione.
1 calmi, gli attivi, i silenziosi, i sereni, coloro il cui
animo è immutabile nelle vicende liete come in quelle tri­
sti, nella gioia della conquista come nel tormento della lot­
ta e perfino della disfatta, e invariabilmente obbediscono, e
con identico cuore eseguono gli ordini più vari: coloro che
nel servire completamente l’ideale sentono elevarsi la loro
dignità interiore e neppure un attimo vacillano, neppure

16. La Razza di Roma


242 Massimo Scaligero

"•bielle contingenze più drammatiche: tali sono gli; uomini


degni di stare accanto ad un Capo, di avviare la corrente
spirituale e il complesso di provvidenze d’ordine biologico
per la formazione della razza e di ricevere le più vitali
missioni nel combattimento.
Sotto questo aspetto, una portata fondamentale ha
l’educazione degli elementi che anche fisicamente possono
con maggiore immediatezza cooperare alla creazione della
razza. La gioventù inquadrata nel Partito, se si prescinda
dalla sua significazione in ordine allo spazio (qualità, nu­
mero) e al tempo (azione), risulta come l’aspetto fortemen­
te differenziato, antistatico, in quanto rivoluzionario, di una
cultura in senso classico, ossia di una mentalità in cui coin­
cidono la giovinezza, quale simbolo e quale forza, con la
necessità di rinnovarsi, di essere sempre giovane, propria al
Fascismo. Ciò ha un valore fondamentale per il Regime.
L ’opera di educazione della gioventù non è una inven­
zione di questi ultimi anni di vicende limitatamente paci­
fiche, ma un ritmo di azione che intende mantenere co­
stantemente la gioventù all’altezza degli ideali e delle ini­
ziali esigenze della Rivoluzione. Si tratta dunque di una
tradizione di cui il Partito è custode: è il conformarsi della
giovinezza a principi immutevoli di lotta e di vittoria, onde
essa diviene simbolo di giovinezza perenne ossia di una
razza che, rendendo attuali i valori perenni del sangue, co­
stituirà il nucleo iniziale della razza nuova. Sotto un tale
aspetto va esaminata quella preparazione eroica basata su
un’attitudine virile dello spirito e sulla rigorosa disciplina
del corpo, in virtù della quale i giovani militarmente in-
La razza di Roma 243

quadrati-si preparano ad essere l ’esercito deH’imminente do- ,


mani. Il Partito prepara la dinamica guerriera della Na-
zione attraverso la gioventù: esso soprattutto agisce attra­
verso la creazione di una nuova attitudine e una nuova sen­
sazione della vita, eroico-tragica, di giovinezza rivoluzio­
naria e in pari tempo saldamente disciplinata, antideolo-
gica, nobilitata dalla prontezza al servizio e al sacrificio per
un ideale superpersonale. 11 Partito fa dunque corrispon­
dere una realtà ad un tipo di razza che è necessario a tutto
il mondo moderno, perchè esso solo ha abbastanza giovi­
nezza, forza e coraggio per risolvere i compiti che si sono
venuti imponendo dinanzi al vacillare della civiltà occiden­
tale e ai mille pericoli materiali e spirituali che si matu­
rano per le diverse nazioni.
N on a torto è stato detto che il Fascismo non si im­
para sui libri. Esso va sentito e vissuto: questo è un punto
fondamentale. A l concetto individualistico di cultura, il Fa­
scismo ha voluto e saputo nuovamente opporre, attraverso
la continua vigilanza della gioventù, il concetto classico di
cultura, secondo il quale ciò che importa non è la mente
quanto il carattere, non è il conoscere quanto l’essere, non
è la ricchezza di nozioni astratte quanto la formazione ef­
fettiva della volontà, sia secondo l’ideale del combattere e
del comandare, sia secondo l’ideale dell’obbedire. Questo è
stato realizzato decisamente dall’ azione del Partito, onde
oggi la gioventù sa che il Fascismo non s’impara, ma si
vive, allo stesso modo che l’eroismo, la virilità, lo stile guer­
riero, l’intima giovinezza, la prontezza del sacrificio non si
imparano ma si vivono.
244 Massimo Scaligero

A ver portato, per mezzo delle sue organizzazioni spon­


tàneamente improntate di spirito militare, fe nuove gene­
razioni italiane al superamento e all’integrazione dell’anti­
co ideale razionalistico-borghese di educazione nell’ideale
di uno stile di vita, è un altro grande esempio del Fa­
scismo. Così un soffio di giovinezza anima creativamente
la nostra Nazione. Gli ultimi eventi, le celebrazioni della
giovinezza fascista, le affermazioni del concetto di una
« pace guerriera », suggeriscono precisi significati a chi vo­
glia ritrovare una unità spirituale all’origine di ogni mani­
festazione della nostra attuale vita politica, cui risponda, in
campo avverso, un’unica mentalità comunistica, sotto aspet­
ti diversi della politica, della morale e della civiltà.
V a contrapposto a tale « arimanica » visione di bruta­
lità materialisticamente organizzata, il libero e irriducibile
spirito di una razza guerriera giovanile, mediterranea, che,
per fatale e tradizionale necessità, è sempe entrata in lotta
nell’ Occidente a restituire la virtù di un virile, classico
equilibrio: il che non presenta un significato di reazione
causale, ma il senso dell’azione di un antico e sempre nuovo
complesso di superiori principi dello spirito.
Attraverso la resurrezione di tali principi operata sim­
bolicamente e realisticamente nell’inquadramento della gio­
vinezza, il Duce ha dato una profonda ragione di vita alla
massa, mirando particolarmente aH’affermazione di una pa­
ce necessaria a tutte le genti e instaurando perciò una to­
talità della milizia da opporre alla immane « bestia senza
volto » dell’ugualitarismo sovvertitore e della truculenza
materialistica moderna.
o
La razza di Roma
M5

NelFanimazione segreta e manifesta di questo mondo v


che in Roma Sr accentra e ritrova la sua perenne vitalità, Ìa -
giovinezza littoria è una totale milizia: preparazione che
forgia nuovi motivi della potenza della razza. L ’ esistenza
della gioventù diviene partecipe di una spiritualità guer­
riera che non può non elevarla, temprandola, e portarla di
là dalla consueta visione utilitaria, borghese e materialistica
della vita. L a quale si tramuta in sacra esperienza: è sen­
z’altro una nobile vita, in quanto non esiste se non attra­
verso un continuo sperimentare su sè, un continuo supe­
rare il dato della natura, un volgere dal finito verso l’infi­
nito, daH’immutevole all’universale. N on soste disgreganti
per essa, non divagazioni assenteistiche, non assurdi distac­
chi, non insofFerenze mortali per lo spirito, nè femmineità
rammollenti: ma totale partecipazione alla lotta, assoluta
adesione al combattimento, che divenga abitudine di ogni
giorno.
Il concetto di una nazione preparata in armi e pur
ferma nella sua volontà di pace, risponde al concetto stesso
di giovinezza dello spirito guerriero. Ovunque vivere è mi­
litare, militare è vivere: il simbolo ormai investe ogni atto,
ogni pensiero, ogni nuova lotta. In virtù della sua prepa­
razione guerriera, per 1’ uomo fascista, la resistenza nella
lotta diviene motivo di gioia; il dolore stesso si trasforma
in gioia di combattimento. Combattere: non è soltanto
un verbo, o una operazione esteriore, non è una azione
apparente, irreale, fittizia, ma qualcosa che tende a tradursi
in rito, in sostanza di rito, in vita interiore, in educazione
eroica, via di liberati e di liberatori, sentiero di potenza.
Massimo Scaligero
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copperazione di gerarchia, restaurazione di un mondo nel


quale veramente sieno perfetta giustizia e perfetta lealtà.
Chi si ritenga forte e animato di secca virilità, non
può porsi in urto con se stesso imponendosi il mucilagi-
noso e nevrotico stile di colui che disapprova e che sta in
disparte, ma realizza pienamente se stesso affrontando le
difficoltà dell’ urto e del combattimento, portandosi di là
dall’urto, più forte e più sereno, più valido e più ardente.
Ciò invero è milizia, stile guerriero. E appunto un tale
mondo di chiara eroicità, di azione cosciente, dischiude la
virile azione del Partito, guidata dal Duce, creando nuovi
sistemi, norme di vita, ordini di realizzazione guerriera,
avviamenti sicuri alla costituzione della pace nella potenza.
In ordine a tale costruzione, noi riteniamo che soprat­
tutto la grande militarizzata compagine della gioventù, os­
sia la generazione formatasi sotto il significato dei simboli
regali della razza di Roma, aquila e fascio, debba destare in
sè quelle peculiari qualità dello spirito atte a tradurre in
atto la virtù profonda della stirpe. A questo fine, allato
alla preparazione militare, si effettua una preparazione del­
la coscienza e per mezzo di una congrua educazione politica
si è creata una nuova corrente di formazione di uomini e
di coscienze, la quale presenta una portata non semplice-
mente culturale, ma soprattutto di postulato all’azione, os­
sia di educazione teorica che non ha valore se non nella
misura in cui risponde alla realizzazione. U na disciplina
specifica dei giovani che educhi gli elementi della nuova
generazione al senso della gerarchia e alla esperienza poli­
tica, mentre è di complemento alla preparazione data dalla
La razza di Roma 247

scuola e a quella militaresca delle organizzazioni del Par'


tito, costituisce la possibilità di trasmissione di una iafeà-
forza plastica, etnogenetica, in quanto traduce l’idea rivo­
luzionaria — una volta espressa in azione — in ordine teo­
rico politico. Ciò oggi può essere definito « cultura », nel
significato più nobile del termine.
L a coscienza del mondo moderno è in crisi: le decre­
pite culture crollano, si disgregano, non avendo più un ri­
ferimento superiore, e ibride forme di ordini intellettivi
sorgono nelle fratture dei vecchi sistemi. Tuttavia dove
hanno vita esperienze come la preparazione politica e la
formazione del nuovo spirito gerarchico, la cultura trova un
nuovo e potente motivo di costruzione, in quanto si su­
bordina a principi altamente politici, diremmo di politica
religiosità, ossia sovrarrazionali: non ripiega su se stessa,
come quelle che hanno fine in se stesse, ma rivive come
una difesa assunta dallo spirito per creare una scuola nuova,
per creare gli elementi atti all’ordine gerarchico e a com­
battere miti materialistici e ogni altra forma di decadenza
del mondo moderno. In questo senso, gli studi, le diverse
discipline, i corsi educativi debbono riprendere un impulso
a collaborare per conquistare nuovi mondi: la filosofia stes­
sa si trasforma così in etica politica, si determina in iden­
tificazioni di norme e di valori; tutte le discipline, dalle
scientifiche alle letterarie, si potenziano in fecondità di ri­
cerche, di affermazioni e di realizzazioni. Ciascun ordine
intellettuale si sviluppa nel suo senso, con un ritmo di più
erompente creatività, ma tutti si ricongiungono ad un unico
motivo, ad un centro ideale che appare come l’ispirazione
248 Massimo Scaligero

prima*..ed altro non è che l’idea rivoluzionaria, motivo do-


• minante nella formazione della razza.
Nella educazione politica della gioventù, come nella
sua organizzazione militaresca, la consapevolezza spirituale
deve essere talmente rispettata che ciascun individuo ritrovi
in sè un più vivo senso di responsabilità, e, pur perseguen­
do l’indirizzo dominante, realizzi in ogni pensiero e in ogni
atto la propria personalità: non deve accadere che egli si
senta cancellato nella collettività come negli ambienti del
comunismo. Deve verificarsi l’opposto, giacche qui con an­
cor più viva chiarezza si determinano quei rapporti forte­
mente differenziati che danno luogo alla messa in evidenza
dei migliori. Niente può avvivare la spiritualità della nuova
razza formantesi attraverso un interno possente rivolgimen­
to, quanto questa rigorosa consapevolezza di prassi politica
e di possibilità di funzione gerarchica, per cui il gregario sa
di poter di giorno in giorno realizzare le sue possibilità in­
teriori e coscientemente contribuire, con il proprio ingegno,
alla costruzione dell’Impero. In ciò si manifesta ancora una
volta la essenzialità di un’idea politica che, pur determi­
nando la riunione dei gruppi omogenei, deve escludere a
priori la struttura impersonale e meccanicistica di ogni or­
ganizzazione, stabilendo quella necessità di differenziazione
qualitativa che è il punto di partenza per una chiara di­
sciplina, per l ’ordine interiore e per la instaurazione della
gerarchia.
A questo punto si può esprimere una essenziale pre­
cisazione: la preparazione politica dei giovani che viene
compiuta attraverso un’azione univoca e armonica, non de-
La razza di Roma 249

ve contenere ¡li male della Vecchia cultura, della secolare


retorica,”"del■ discorsivismo astratto e della dialettica nfré a
se stessa, ma tendere soprattutto ad esaltare talune qualità
virili, formative, nell’ ordine di una dottrina dell’ azione.
Occorre dire che la gioventù possiede disposizioni origina-
rie, che negli ambienti « moderni », « borghesi », non pos­
sono trovare la loro esplicazione, per cui esse rapidamente
si atrofizzano. Si tratta di sorgenti di energie primordial­
mente guerriere, con le quali occorre entrare in contatto e
che si debbono organizzare, prima che si inaridiscano nel
piano del democratismo statico e sensuale. Esse sono un
bene prezioso; sono la testimonianza di un potere plastico
d ’interna gioventù d ’una Nazione: potere che finisce col
decadere, nella vita del singolo, quando non gli sia assicu­
rato un modo di esercitarsi e di svilupparsi. Ecco la neces­
sità di una scuola specifica che plasmi gli elementi costitu­
tivi della razza, preparando i giovani politicamente, ossia
nell’eidos dell’ordine gerarchico, fascistico e guerriero, in­
tegrando ogni altro insegnamento.
Ben è vero che in Italia un nucleo di uomini che han­
no riassunto d ’un tratto nel tipo della loro azione i valori
fondamentali della razza, ha saputo avvivare l’ambito so-
vrammateriale ove potesse riemergere, in lucentezza serena,
quell’alto sistema di principi universali che in ogni tempo
riunisce l’umano al superumano e dà modo di contemplare
1 ’ « eterno » nel « transeunte », per virtù della tradizione:
di contro alla bieca libidine del « democratico », di contro
alla flemmatica schiavista ferocia del materialismo masche­
rato di umamtarietà, l’uomo della nuova nostra razza roma­
250 Massimo Scaligero ?

na deve ristabilire i valori dello spirito, dando il potere in


primis et ante omnia alla intelligenza. A lla 'intelligenza
non nel senso razionalista, ma secondo la sua accezione mi­
stica di forza di luce, di irradiatrice di energie che hanno
azione in un piano di prima causalità, donde emanano le
cose della vita, i drammi, le passioni, come effetti. A que­
sta intelligenza intesa nel significato antico, classico, l’uomo
nuovo « nostro » deve dischiudere il varco in pienezza di
coscienza e di responsabilità; e in riferimento ad ogni spe­
cifica istituzione culturale, creare un’ intelligenza in senso
rigorosamente politico, comprendente vari ordini: etico, so­
ciale, organizzativo, propagandistico.
Ciò significa creazione di una nuova forma mentis
che è preparazione potenziale della razza. La suggestione
collettiva di ieri era il razionalismo. Si credeva che sulla
base di idee astratte si potessero garantire, una volta per
sempre, certezze, leggi e istituzioni: si credeva nel progres­
so e nel « senso della storia »; si credeva nella libertà ato­
misticamente e democraticamente intesa. L a ragione e la
tecnica avevano aridamente razionalizzato il mondo, con­
cludendo in una specie di proterva rivoluzione dell’ uomo
contro 1’ « eterno ». La guerra ha mandato in frantumi tut­
to ciò; e una generazione dell’azione è successa alla gene­
razione della riflessione prudente. Il principio di questa
nuova generazione suona così: « L ’unica misura del valore
della vita è il superamento della morte. Vale solo colui che
è pronto a morire ». Con ciò un nuovo germe vitale è stato
gettato in tutti i campi. Questo senso di valore-limite posto
in un piano superumano, cui deve essere subordinato ogni
% La razza di Roma 251

interesse personale, utilitaristico, transitorio, costituisce al­


tresì il morivo ispiratore della nuova « classe » eletta a rico­
stituire la forma tipica della razza.
Una scuola che risponda a tale finalità deve essere an­
zitutto scuola di stile, scuola di vita virilmente concepita,
quale ad esempio può riscontrarsi nello spirito di norme e
di disposizioni impartite per mezzo della propaganda poli­
tica. Tale stile darà poi forma e senso ad ogni pratica ed
organica applicazione: creerà soprattutto l ’ essenza di una
cultura nuova. Questa, infatti, non potrà essere che il ri­
sultato di un modo di vita fascista: anzitutto, dunque, oc­
corre che la preparazione politica insegni a realizzare un
tale stile. Occorre rinnovarsi interiormente, vivere il Fasci­
smo non come ordine esteriore, bensì come un indirizzo
ideale la cui verità sia comprovata dal tradursi di esso in
forza, lealtà, eroicità, ossia in nobili e costruttive azioni, ac­
ciocché possa in esso veramente riconoscersi il motivo di una
cultura nuova.
E ’ semplicemente 1« borghese » sostare a discutere sul­
la possibilità di una spiritualità fascista: sa di scolastico e
di rettorico: il Fascismo deve già essere inteso e realizzato
come spiritualità possente, suscettibile di armonie novissi­
me, di risvegli tradizionali. In oltre, è troppo legato alla
« vita comoda » questo frequente voler fermarsi a oziare
sull’arte e a ritrovare l’arte: è soprattutto «antiartistico »:
è lo stesso che preoccuparsi di porre un bel quadro nella
stanza di un edificio che si trovi in costruzione. Prima si
costruisca, poi vengano gli abbellimenti. Questo costruire
equivale ad aver trovato uno spirito architettonico che non
252 Massimo Scaligero

può certo non essere l’ immagine simbolica e plastica di


quella ispirazione superiore che spinge a costruire. L'azione
è già architettura nel piano umano, politico e organizzati­
vo : e l ’architettura propriamente detta è la prima forma
di arte attiva e di azione artistica, la cui essenza, nel nostro
caso, non può non permanere romana, ossia non può essere
che la continuazione del nostro stile romano, ariano, nella
costruzione architettonica.
Se peraltro si tiene a chiamare « epico » questo perio­
do di ardimento cosciente e di disciplinato agonismo, non di­
mentichiamo che prima dell’ « epos » come fatto letterario,
esiste 1’ « epos » come azione politica e guerriera, e che quel­
lo non ha vita senza questo: quando questo, infatti, sus­
siste, non ci si preoccupa di narrarlo, di fossilizzarlo in pa­
role. Si agisce, si vive in ordine a uno stile eroico, si ordisce
la bella avventura, secondo una spiritualità guerriera e san­
tificante: poi, quando l ’azione ha fine, perchè il ciclo degli
eroi si conclude, fiorisce 1’ « epos » come rievocazione, ossia
come aspirazione a un mondo che si realizzò un tempo e
che oggi deve rivivere come tradizione, come etica, come
anima di una nuova cultura. Ciò oggi è reso chiaro da molti
eventi. La politica come fatto epico, come eroicità tradotta
in calma e fredda precisione di predeterminazioni e di azio­
ni, la gerarchia come virtù di differenziazione nei rapporti
tra gli uomini e nel vincolo di una lealtà assoluta: tali sono
i motivi fondamentali cui si dovranno conformare nella
pragmatica attuazione le iniziative per il potenziamento
della razza.
La giovinezza del popolo italiano oggi è simbolo del-
La razza di Roma
2 53

la forza plastica della razza;: e, come tale, ha la forza del


rito nella vita che si vive e in rapporto alle mete che si
debbono ancora toccare. Rispetto a questo simbolo, la parte
più dinamica dello spirito tende a realizzarsi: la strada si
apre e il cammino ha la forza della inarrestabilità; cosi si
riafferma, nella sua originaria integrità, lo spirito virile del-
la Tradizione romana. Rispetto alla morale guerriera, assu­
mono dunque uguale ed unico significato la « realtà », la
« spiritualità » e la « virtù ». Per questo, il vile non può
essere giovane: esso è vecchio, decadente. 11 « giovane »
implica anima di eroe. E la perfezione dell’eroe è la vitto­
ria, ovvero l’attuazione della sua virtù. La giovinezza della
razza è traduzione di una fede nella realtà, è potenza in
atto: è lo spirito che plasma la materia. Lo spirito non ha
che cosa temere. Chi teme alcunché, non può raggiungere
la perfezione della virtù, perchè non ha spirito. N ell’uomo
della nuova razza le impressioni non si presenteranno co­
me negli altri: non giungeranno a scalfire l ’interno: un
dono di serenità sarà quello che lo preserverà dalle piccole
ire, dagli sgomenti e dalle sensibilità vane. Rimanerne col­
piti o modificati, sarebbe per esso debolezza dell’anima, os­
sia vecchiezza. Se la sofferenza passerà la misura, il modello
della razza nuova non si rimoverà nè cesserà di resistere.
La luce che è in lui permarrà; come quella della lampada
di un faro nei turbini del vento e nella tempesta. Padrone
della propria personalità, anche in questo attrito con forze
estranee, egli saprà prendere la risoluzione: saprà bene che
la felicità vera è nell’aver resistito. Oggi la sua giovinezza
è un simbolo che domina, svincolato dallo spazio e dal tem-
2^ 4 Massimo Scaligero
i y. |W*

po : esso riassume l’amore e la bellezza, la forza e il canto,


la volontà di potenza e la trasformazione stessa che ogni
dì si compie nel tendere a una superiore vita.
D i contro a coloro che hanno operato a distruggere il
regno del « sacro » e del corrispondente « rituale », che
hanno svalutato il senso di ogni rapporto con forze ope-
ranti al di sopra del fittizio e del contingente, di contro
agli autori di una « barbarie civilizzata », l’uomo della re-
suscitata razza di Roma eleverà a dignità ordinatrice, de-
terminatrice, l’intelligenza: ricostruirà il « sacro », richia-
mando la presenza del divino nella vita, quale suscitatrice
della virtù eroica, della consapevolezza di giustizia. T ale la
sua intelligenza che si attuerà in politica, in dottrina, in
organizzazione, in attività d ’intelletto: da intelligere, se­
condo l’accezione latina e il senso dato da Dante.
T ale senso non verrà smarrito dai figli della stirpe di
Roma: nei tempi eroici gli uomini migliori, i saggi, i capi,
gli ottimati, lo riprendono in pieno per diffonderne la so­
stanziale virtù, di là da ogni limite, alle genti oscurate dal
mercantilismo esoso o dall’ idealismo rettorico. Attraverso
l’energia di un universalismo proprio all’idea romana, essi
ridestano quella potenza imperiale d ’Occidente che, parten­
do dall’Urbe, può sola redimere l’immane dissoluzione del
mondo attuale.
Così, guarita l’anima del popolo dall’ ossessione del
perverso fantasma bolscevico, schiacciata la testa al serpente
del comunismo soffocatore di luce, abolitore dello spirito,
degradatore di « uomini », l’homo novus romano vuole ri­
costituire il tipo della sua civiltà « solare » ariana, per cui
La razza di Roma 2 -~
A ■ j . ■■ •- • ‘
sia possibile l ’avvento di un destino superiore della razza,
nella rinnovata armonia dei due poteri, regale e sacerdo­
tale.
Un fuoco meta-fisico riscalderà la terra, non pure in
sens.o simbolico ma altresì nella percettibile realtà. L 'homo
novus, instaurando il ritorno alla natura nella sua libera
creatività fenomenica, riconquistando il dramma solitario
del cosmo, oltre le brume del pathos meccanico e le febbri
della rettorica del « moderno », restituisce la terra all’uomo
e l’uomo al Cosmo. La terra dunque parla nuovamente
all’uomo il linguaggio della « grande madre » che vuole
essere riconquistata, riamata dal figlio più maschio che, co­
me Anteo, riprenda forza essa, animatrice di aliti di vita,
donatrice segetum frugumque.
In ogni attimo del tempo e in quel ritmo che- non ha
misura razionale perchè è senza tempo, la terra riemerge
nella gioia perenne del suo dramma: la sua primavera non
ha fine, perchè la sottile sostanza del super-mondo è in
essa. L ’uomo nuovo la scava con l’acciaio, affinchè dia il
e pane quotidiano » per la comunione di vita, e, nella so­
stanza, illumini il simbolo onde il nutrimento si esalti in­
fine in panem sapientiae.
Questo novus ordo pone dinnanzi all’uomo « il campo
e il seme » : ritrovi chi può e chi sa il senso di questo
simbolo della nostra Tradizione d’Occidente, ispiratrice se­
greta. L ’Aquila e il Fascio sono i simboli di combattimento
e di imperio: l’uomo agricolo con il suo campo si presenta
come un altro simbolo che è nel contempo realtà. La realtà
e il simbolo si mutuano nella nostra Tradizione Romana.
256
Massimo Scaligero
N on è azzardato affermare che la nostra realtà nei suoi
aspetti più nobili assume forza di simbolo e che il simbolo
mediterraneo nasce ogni giorno dalla pratica della vita, nel­
la sua semplicità solare. Sotto questo riguardo, il sole è la
forza primigenia della nostra natura, è scintilla della nostra
intelligenza, è il primo alimento della terra fecondata dal-
l ’uomo. E ’ dal sole che si sprigiona ogni energia e si anima
ogni forza vitale: esso è altresì l’emblema della pura viri­
lità spirituale della razza.
L a vittoria verrà dunque per virtù di una stirpe solare,
avendo il combattimento esaltato lo spirito eroico: poi, nel­
la sosta di pace, la terra lavorata darà germogli e frutti per
una nuova sostanza di vita che sarà spirito e azione della
razza.
./A b b iam o voluto rappresentare un quadro etico e poli'
tico della formazione della razza, in quanto è anzitutto il
tipo « spirituale » della razza che occorre identificare e va-
Ionizzare, acciocché non si creda che l’azione del razzismo
debba esaurirsi nel raggiungimento di un modello somatico
romano la cui anima potrebbe benissimo essere non-roma-
na, non-ariana, non-italica.
Tuttavia è chiaro che il razzismo non può essere una
costruzione ideologica; o esso è realizzazione, o non è : co­
me fatto culturale, può riguardate qualsiasi Nazione e può
appartenere a qualsiasi tempo, ma, come attuazione, esso
non può essere che il corpo di una grande idea che a sua
volta sia espressione di una Tradizione superiore. Ciò po­
sto, viene spontaneo di chiedersi: noi abbiamo o no una
Tradizione? Roma, la latinità ariana, la stirpe mediterra­
nea parlano a noi attraverso una Tradizione? Dietro quan­
to noi succintamente abbiamo messo in rilievo riguardo a
una continuità della spiritualità romana, possiamo afferma­
re che mai, come oggi, noi abbiamo posseduto una più viva
certezza a questo riguardo. Richiamandoci dunque alla fun­
zione costruttiva di questa perenne razza romana, ariana,
, 2ÓO Massimo Scaligero
■V

mediterranea, se possiamo affermare che oggi essa riaffiora


alla luce degli eventi storici, di qua da una segreta vita
che difficilmente può essere identificata da un punto di
vista semplicemente « culturale », possiamo tranquillamen­
te parlare di un’azione della razza e di un razzismo nostri,
decisamente volti alla valorizzazione delle migliori nostre
qualità di retaggio romano.
I progressivi momenti dell’ epica fascista ci mostrano
chiaramente come l’avvento di un uomo che rappresenta il
« tipo » della razza, ossia l’ideale vivente di una genera­
zione nuovamente «romana » e l’azione concomitante di
esseri che incarnano analogicamente la virtù della stirpe,
costituiscano in sostanza il motivo essenziale di un magico
risveglio delle forze segrete nei singoli individui, in corri­
spondenza a queste ideali forme di vita, e di un orienta­
mento unitario nella direzione di tali forze.
E ’ un fatto incontestabile che non può esistere razzi­
smo senza riferimento a un fattore che, pur fondandosi sul
sangue, lo trascenda e lo renda sostanza di sè: un costume
superiore di vita. Quando le forze della razza non si risve­
gliano in funzione di una organicità gerarchica di esseri su­
periori e in riferimento ad attive forze ideali, meta-biolo­
giche, ma soltanto in vista di obiettivi contingenti, utili­
tari, materialistici, esse non sono se stesse, ma si presentano,
se così si può dire, in una forma deteriore di se stesse. Oc­
corre dunque alla razza quel senso « olimpico », sopra-ter­
reno, della vita, in virtù del quale già un tempo — or è
un millennio e or sono millenni — essa fu grande e co­
struttrice di civiltà.
; La razza di Roma z6 l

Sotto questo aspetto sono comprensibili e piu preci-»


samente applicabili concetti come « mediterraneo » e « aria­
no », che possono perciò anche considerarsi convenziona­
li, in quanto, meglio che un significato storico, rivestono
un valore '« tipologico », ossia vogliono riferirsi alla fisio­
nomia superstorica di un modello di umanità che, afferma­
tosi nel ciclo della romanità, si riafferma ogni qualvolta le
sue latenti possibilità giungono a manifestarsi nel piano
reale.
E ’ questo un motivo fondamentale della questione
razzista, riferentesi soprattutto alla reale possibilità di una
modificazione della struttura psico-fisiologica, in corrispon­
denza a una « ispirazione » dominante della vita che di­
venga abitudine continua del pensiero, del sentimento e
della volontà. Ora, è accertato, anche ad opera di raziona­
listi e di positivisti della bio-psicologia, che se tale « ispi­
razione » contiene quello slancio che tenda a superare il
dato della natura e della materia, per renderlo veicolo del­
la sua vitalità che transumani ed esalti, essa giunge a ri­
svegliare nei sangue quella sostanza etnica più risponden­
te e più pura che effettivamente costituisce appoggio, stru­
mento, fluido positivo, per la sua traduzione in vita e in
azione.
A questo proposito la Tradizione di Roma può inse­
gnarci, a prescindere dagli aspetti simbolici e mitologici,
che soltanto un tale elemento trascendente sa dare forma e
significato alla razza, sia che si alluda alla origine « eroi­
ca » e « divina » della stirpe, sia che si tramandi il senso
della dignità sacra e guerriera di patrizi, di magistrati e di
2 Ó2 Massimo Scaligero
«a
consoli, non tanto grazie all'appartenenza a una determi'
nata gens o per avere un capostipite a cui' riconnettersi —
giacche in tale caso anche classi e caste infériori possono
vantare purità di razza e appartenenza ad antica famiglia
— quanto per l ’esistenza di un retaggio interiore che si ap­
poggi sul sangue e lo renda diverso da altri sangui, ossia
più ricco di spirito e più puro, recante in sè virtù superio­
ri, giacche all’origine un « duce », o un « eroe », o un
« semidio », superò con un’affermazione assoluta o con la
potenza rituale, le forze della natura e della terra, per por­
si rispetto ad esse in posizione di dominio, rendendo così
la sua vita, nella totalità psico-fisica, tipo di vita supe­
riore.
Che tale eredità esista effettivamente è un fatto co­
munemente ammesso dagli studiosi di etnografia, onde e
anche noto che talune stirpi di padre in figlio rechino con
sè caratteristiche superiori, quali naturale virtù guaritiva,
qualità altamente intellettuali, profondità in determinate
discipline, nessun timore della morte e soprattutto, per quel
che riguarda l’aristocrazia tradizionale, il senso dell’onore
e della lealtà.
Partendo dunque dalla premessa di un fattore meta­
fisico che sia condizione assoluta dell’affermazione di una
razza la quale giunga perciò a rendersi razza-tipo, razza
privilegiata per civiltà e per cultura, il concetto di arianità
romana presenta valore di attualità nel nostro razzismo en­
tro i termini della rispondenza a un modello di umanità che
già fu creatrice della civiltà di Roma e che è ricca anzitut­
to di qualità interiori, etiche e sovrammateriali, a prescin­
dere perciò anche da collaterali- concetti biologici, etnici e
storico-geografici. La stessa osservazione è valida per i ter'
mini « mediterraneo » e « nordico-ariano », che possono co­
sì designare il valore d.: un indirizzo razziale, con corri­
spondenza a un tipo superstorico e non legato perciò al de­
stino di un popolo in panico are, o ad una razza storica­
mente e culturalmente definita, o ad una casta determina­
ta, giacche abbiamo veduto come dal punto di vista stret­
tamente storico il concetto di « romano » comprenda in sè
concetti come « ariano », « nordico », « latino », « italico »,
« mediterraneo », che nel loro valore formativo ed etno-
genetico sono da considerare minori rispetto al primo.
Tutto questo significa, per chi voglia intendere i ca­
ratteri che diversificano e rendono inconfondibile la no­
stra assunzione razzista, che anche l’appartenere sotto l’a­
spetto fisiologico alla tipica razza bianca superiore, non ri­
solve nulla e non porta nulla di nuovo, se a tale confor­
mazione esteriore non corrisponda una configurazione in­
teriore che conservi soprattutto il retaggio intimo, plasma­
tore, « iperumano », proprio alla razza. In altri termini, se
una Nazione che intendesse assumere posizione intransi­
gentemente razzista, si limitasse a far riaffiorare e a tipiz­
zare le caratteristiche semplicemente somatiche della raz­
za considerata superiore, non creerebbe in sostanza che un
serraglio di magnifici animali: ciò in quanto è un luogo
comune, speriamo superato, il ritenere che il fisico possa
essere analogico al metafisico senza l’intervento di una
forza che renda attuale simile analogia, o ritenere che un
corpo perfetto possa creare uno spirito corrispondente.
z64 Massimo Scaligero
■ ; • ‘ ^
N è è sufficiente appoggiarsi suBa formula « lo spirito
' *1 ’ • ' v ' ' r
crea corpo » in quanto si tratta di uno spirito, che, allo
Stato normale ed elementare, si trovi condizionato in- ogni
‘ punto dal corpo. Occorre piuttosto l ’èmpito di una forza
nuova che trasformi lo spirito, acciocché questo sia capace
di conferire nuova « sostanzialità » al sangue e animare
di vita ricreatrice la compagine corporea. Si tratta ancora
di quello « slancio metafisico » cui sopra abbiamo accen­
nato, e che non si impara nè si improvvisa, ma che solo
può venire dal contatto non-razionalistico, ma altamente
spirituale, con le forze contemplate da quella sapienza che
è la Tradizione. Non è un compito semplice, in quanto,
finché l ’individuo dalle immediate energie dell’eredità, del
sangue e dell’istinto ritragga tutto ciò che può dare deter­
minazione e senso al suo esistere, egli fa sempre parte del­
la razza « non sveglia » (cui fa opposto riscontro l’antica
razza degli egrégoroi, i perfetti « svegliati », i vigili sul­
l ’anima e sul corpo), vissuta dalla vita, più che vivente in
superiore consapevolezza la vita. Ed anche se egli giunge a
costruirsi facoltà intellettuali partendo da tali possibilità
d’ordine semplicemente biologico, tali facoltà recheranno
sempre l’originaria impronta della natura, saranno una sor­
ta di costruzione inconsapevole con illusorio dominio del­
l ’io, non saranno mai il risultato di un imperio superco-
sciente e altamente « personale ».
Si tratta dunque evidentemente di creare una forza,
o meglio di ridestarla, in correlazione al possesso di un ele­
mento etnico superiore. Infatti, dato che la razza è il ri­
sultato della educazione, della modificazione e della subii-
La razza di Roma 26%
— -J-/: ' ,-------- :— ~ '
inazione effettuale nel pianò somatico da una più dominan­
te energia e trasmesse come virtù potenziali attraverso Ve-/
fedita fisica, ne consegue che, mentre un compito fonda-
mentale è di mantenere e vigilare il dono di questa eredità,
in senso psicofisiologico, d ’altro canto si impone l’assoluta
esigenza che venga alimentata o risvegliata quella aspira­
zione verso l’alto, slancio trascendente o interiore virtù
modellatrice, che in origine impresse a quella vita fisica la
determinata e tipica forma, onde i l sangue divenne veicolo
dello spirito; così da attuare una norma fondamentale del­
la Tradizione, corpoi-ificare lo spirito e spiritualizzare il
corpo, in una sorta di superamento eroico di ambedue.
¡1 nostro razzismo vuole ritrovare dunque nella sua
attualità etico-politica la sostanza di una saggezza che non
è condizionata da un « mito », ma si identifica con una
forma che si appoggia a diversi miti e però anche a sim­
boli, come spirito a corpo, e tuttavia li trascende in ogni
punto, per farsi realtà assoluta. E ’ la Tradizione interiore
che crea e raggiunge quelle forme esteriori di vita, che sa­
ranno poi oggetto di studio della bio-tipologia e della
bio-psicologia e la cui identificazione semplicemente razio­
nalistica e fisica porterà sempre al caos delle avverse teorie
razziali e delle diverse ipotesi antropologiche, tutte le volte
che non si risalga all’origine extra-biologica, la quale sola
può dare indirizzo univoco a un’indagine d ’indole scienti­
fica in tale senso.
Gli è che ogni qualvolta i destini delle razze mutano
ed esse stesse dànno luogo a tipi diversi e ad eventi nuo­
vi, il ritenere che ciò avvenga unicamente per la mescolan-
206 Massimo Scaligero
' ,-v f*" V-
za del sangue, significa., scambiare l ’effettoper la causa. E ’
. questo Terrore di quasi tutti gli ideologi cfef razzismo, al­
lorché seguono l’avvicendarsi storico di stirpi, di caste, di
popoli, anche tenendo conto di fattori mistici ed esoterici,
e allorché spiegano talune decadenze con l’avvento di raz­
ze pre-ariane o col trasporsi dell’elemento etnico originario
in un ambiente non più adeguato, dove lo spiritus loci
possa vincere lo spirito della razza.
In realtà noi non partimmo da presupposti di ordi­
ne razzista, per giungere alle forme viventi di un nuovo
costume di politica e di vita, ma soprattutto dovemmo ri­
destare le energie più profonde della razza per tradurre in
atto un’idea: alla virtù di una forza del piano psichico su­
periore — quello da cui scaturiscono le grandi creazioni
che trasformano l’umanità e dominano la natura — noi ab­
biamo chiesto l ’energia necessaria per combattere e per
compiere la Rivoluzione, di là dalla stessa iniziale consa­
pevole intenzione.
In questo caso ha veramente agito una norma inte­
riore, o costume spirituale, che, se pure ha adottato la na­
tura come appoggio e come strumento di manifestazione,
non si è lasciata ridurre ad essa, testimoniando così la pre­
senza e l’azione trascendente di un elemento che ha il po­
tere di condizionare qualsiasi fenomeno d’indole biologica.
Un simile costume ha costituito l’essenza supernormale di
ciò che, con riferimento all’uomo nel senso aristocratico del
termine e non in senso puramente fisico, sia pure superio­
re, ha diritto oggi a definirsi come razzismo italiano e
romano.
A

■ La razza di Roma 267

Una trattazione storico-etnografica, condotta Con acu­


me sottile che penetri di là dalle quinte della storia, potreb­
be individuare, anche da un punto di vista razionalistico,
la vicenda senza soluzione di ritmo, dell’arianità italico-ro­
mana, lungo il corso del tempo, come vicenda di un nucleo
di migliori che particolarmente nei tempi più recenti della
nostra storia tende a riconfermare la continuità della sua
azione, soprattutto come una missione necessaria, fatale, oc­
cidentale, di universalità. Ciò è in particolar modo eviden­
te nell’azione rinnovatrice ed unitaria, per il suo senso co­
struttivo nelle diverse nazioni, quasi fosse emanazione di
un’unica razza, e va riferito a ciò che in Italia effettiva­
mente si è realizzato dalla Marcia su Roma in poi, non die­
tro presupposti ideologici, ma in virtù di una rispondenza
degli eventi alla resurrezione di latenti qualità della razza.
Or son sei anni, il Duce con un suo articolo dal tito­
lo « La razza bianca muore? » pubblicato nei giornali del-
YUniversal Service e nel Popolo d ’Italia, richiamava l’at­
tenzione di quasi tutta l’umanità sul problema che più v i­
talmente la riguarda e prospettava in efficace sintesi i ri­
medi che urgevano a scongiurare la decadenza e la fine del­
la razza bianca. E ’ stato peraltro a sufficienza dimostrato
come il problema della razza costituisse per Mussolini fin
dal 1 9 19 un motivo fondamentale d’azione, sotto l’aspetto
sia sociale che politico: in nome di una nostra Tradizio­
ne di potenza, Egli richiamava l’attenzione su tutta la raz­
za bianca, ossia su quella che meglio può rivendicare a sè
il retaggio « ariano » in senso spirituale e universale.
Il Duce ha previsto il problema delle razze e non sem-
26 8 Massimo Scaligero

plirèrpente sotto l’aspetto- nazioftàlistico, mgj. sotto un aspet-


' to antèra più vasto, nell’interesse delle divèrse-Nazioni de-
positarie di tradizioni di civiltà, in un senso perciò auten­
ticamente universale che non fa del razzismo una ideolo­
gia settaria ed avulsa dai motivi trascendenti che in sostan­
za condizionano la misteriosa vicenda d’evoluzione o d’in­
voluzione di una razza, ma tale da difendere quei valori
spirituali supemazionalistici, che si trovano alla sommità di
ogni problema di razza, di cultura e di civiltà. In virtù di
una lata visione degli orizzonti della vita moderna, Mus­
solini già da tempo ha lanciato un appello al mondo civi­
le perchè si risvegli, si riscuota, si salvi dal dissolvimento
e si ponga su una via di ricostruzione. Egli ha parlato in
nome di un complesso di civiltà che furono luminosissime
ed ebbero come centro irradiante la civiltà di Roma: ha
parlato soprattutto in nome di una tradizione che, per
quanto varia per riti diversi nel luogo e nel tempo, è una
e, sotto il riguardo spirituale, identica. La razza bianca, di
cui quella romana, ariana, costituisce il nucleo centrale, a-
veva bisogno di un nuovo impulso che in essa risvegliasse
le forze più segrete e più pure. Occorrevano provvedimen­
ti, norme nuove, risvegli di coscienze, incitamenti, educa­
zione di masse, per affrontare una lotta al cui esito sono
legati i problemi maggiori dell’umanità: crisi, economia,
pace dei popoli, ricostruzione di civiltà.
L ’interrogazione è stata qualche cosa che si è incisa
con tagliente lucidità nell’anima di tutti coloro che sono
consapevoli di appartenere alla razza bianca. E ’ stato un
chiarissimo interrogativo che ha riassunto tutti i drammi,
Larazzadi Roma 26cj
. y - ' ‘ ;r. :" vT "7‘

tutte le speranze^ e le condizioni di ascesa o di disgregazio­


ne delle nazioni civili. In un momento in cui i popoli bian­
chi indugiavano — come oggi in misura forse non minore
— in litigiose diplomazie e in astiose dialettiche, contras-
segno evidente di un inguaribile disagio, un uomo, roma­
no in senso compiuto, si è levato al di sopra di tutti e ha
parlato in nome di quella razza di cui è tipico e perfetto
rampollo.
T ale precedente, per chi sa intendere, è significati­
vo, nei riferimenti degli attuali problemi, ma soprattutto in
quanto una presa di posizione non settaria, ma universali­
stica, in tal senso, rivela effettivamente l’assunzione di prin­
cipi supertemporali e supermaterialistici che, effettuata dal
fondatore di un ordine nuovo di vita, di stile e di politica,
costituisce meglio che una speranza, la certezza di una ten­
sione positiva, verso il risveglio totale di ciò che in noi è
potenziale virtù della razza. In oltre, allorché il Duce nel
riferirsi alla stirpe la definì « una molteplicità unificata da
un’idea » la quale sostanzialmente « nel popolo si attua co-
me coscienza e nella volontà di tutti », pose e chiarì, dun­
que, un principio basilare del nostro razzismo, che perciò
sin dalle prime attuazioni rivoluzionarie agì nel popolo per
educarlo, formarlo, ridestando in esso una coscienza eroica
e gerarchica. In ogni affermazione di valore etico e politi­
co, come in ogni espressione dottrinaria del Duce, chi sa
ricercare lo •« spirito » di là dalla « lettera », può ritrovare
i lineamenti ideali del nosto attuale razzismo.
Chi ci ha seguiti in queste note sui problemi della
razza, non può non riscontrare una identità dei principi
270 Massimo Scaligero

mussoliniani con quanto è 'risultato come concisione meta-


biologica, essenziale, per il risveglio di una razza di* forti,
di dominatori e di eroi, per i quali la « romanità » della
Tradizione non può che rispondere alla nuova qualità deb
la stirpe. In questo senso il principio immateriale della raz­
za deve risvegliarsi, deve agire quel genus che non è ri­
ducibile a mera astrazione mentale, nè ad inanimato for­
mulario scientifico, ma razza vivente, razza la cui virtù ve­
ramente si reca nel sangue e, assai più in profondità che
non nel sangue, nel radicale mistero dell’essere psico­
fisico.
I soliti pontefici della dialettica non mancheranno a
dar mano ai loro bagagli di esanime erudizione. A noi ba­
sti concludere che il problema razzista non si può liquidare
con teorie semplicemente scientifiche e psicologiche, ma ha
fondamento su quella realtà costruttiva e qualitativa di un
popolo, che emana dal suo « genio », dal suo destino, dalla
sua spiritualità. Applicazioni pratiche come il razzismo co­
loniale, la formazione morale e atletica della gioventù, l’a­
zione demografica che trae dalla « quantità » le possibilità
migliori della « qualità », mediante Vethos politico, ma so­
prattutto un elemento trascendente di nobiltà e di eroismo,
che costantemente « incide sul costume » della Nazione,
c’insegnano come questo nostro razzismo non possa venire
assunto in senso semplicemente antropologico — che in tal
caso gli Americani, ad esempio, sarebbero all’avanguardia
del razzismo mondiale — ma solo in riferimento all’uomo
quale essere spirituale, quale dominatore e quale costrutto­
re di civiltà. In rapporto a questa emergenza dei perenni
La razza di Roma .2 7 J

valori , della razza, occorre riconoscere, da un punto di v i­


sta sUpernazionalistico, che ancora una volta gli eventi oc­
cidentali si aggirano più che mai intorno a un centro ma­
gnetico di forze: l’Urbe. Chi meno voleva rivolgersi a Ro-
ma, oggi ne sente la dolce e imperiosa forza e ha fisso lo
sguardo su essa.
Lungo le più alterne vicende di popoli e di civiltà, at­
traverso ricostruzioni ed immani disgregazioni, in un in­
definito ciclo di divenire, Roma è stata sempre un punto
fermo nel tempo. Per uomini, per condottieri, per mistici,
essa è stata sempre una rocca di paragoni sicuri, un punto
di partenza e un punto di arrivo, dopo cui valeva la pena
di vivere la vita oltre la vita stessa, per tendere a un piano
di serena immortalità. N el secolo ventesimo, un condot­
tiero ha rimesso in luce questa verità sovrumana. Egli è
tornato a Roma, riconoscendola nell’orditura segreta della
sua potenza, tessuta di ritmi immutabili e di significati più
che mai vivi; e da Roma si è rivolto all’Italia, al Mediter­
raneo, all’Occidente.
Roma dunque attende costantemente la rinascita de­
gli « uomini » della razza che ha generata, ossia costrutto­
ri e dominatori : questi le giungono in epoche di grandi ri-
volgimenti, quando le genti trepidano e oscure visioni in­
combono sugli spiriti dei popoli e tenebre e luci si mesco­
lano in drammatica vertigine di irrazionale, in una sorta
di minaccioso caos.
U n’antica e perennemente giovane razza di Romani è
legata alla storia di Roma. Misteriosa, di origine eroica, di
continuo suscitante la fiamma della Tradizione, in segreta
272 Massimo Scaligero

solitudine--o-in azioni solasi, secondo che gli eventi lo ri-


chiedano, tacita in talune epoche contemplative ed espio-
dente in combattimenti, in conquiste e in superbe costru­
zioni, in epoche di virile affermazione, essa non si può i-
dentifìcare nello spazio, nè si può individuare attraverso
una visione razionalistica della storia.
Una missione la cui forza è travolgente per qualsiasi
ostacolo, è ad un tratto affidata ad un uomo di tale raz­
za: egli è sicuro sin dall’inizio, preordina, preannunzia ciò
che poi sarà attuato nei più minuti particolari, pensa ed
organizza, è cosciente ed agisce, è nello stesso tempo idea­
tore e realizzatore, spirito e realtà, idea e azione, traducen­
te in vita ciò che sono le ultime conclusioni delle più ele­
vate filosofie — dando perciò un terribile insegnamento a
tutti i mestieranti della filosofia, a tutti i costruttori astrat­
ti, a tutti i dialettici infecondi — nobilitando lo spirito in
azione e l ’azione in spiritualità. Superiore al mistico, per­
chè l’esperienza mistica è soltanto un momento della sua
vita interiore, superiore aH’artista in quanto egli vive in
atto quella forza e quella bellezza che sono per l’artista
una mera aspirazione; superiore al dotto, giacché egli stesso
è creatore di tutto ciò che poi sarà oggetto di studio e di
esame discorsivo da parte del dotto: superiore all’uomo
d azione in quanto l’azione per lui è la controparte reale
di una predeterminazione interiore; superiore a ogni cate­
goria umana e unificante in sè ogni categoria, egli è im-
perator, iniziatore di civiltà, inviato dall’alto, mirabilmente
umano e trascendente l ’umano: nessuna razza lo può ri-
razza
La Roma
di . 273
---------‘----------------------------------------- *r— —----- ;------7T— ■ .U L fe ,,.},■•• t-
vendicare a sè, se non una raiza romana, imperitura, in­
confondibile.
La quale si anima nel tempo attraverso la « tradi­
zione », la cui luce non può estinguersi in forza di una tra­
smissione segreta: quella trasmissione che fu virtù iperu-
mana deìl’imperium e dello splendore augusteo e che nes­
suna decadenza, nessuna invasione barbarica, nessuna con­
taminazione di cultura, nessun livore di straniero ha potuto
toccare. La rinascita dei valori « romani » della cultura e
della razza è simboleggiata dalla presente rinascita di Ro­
ma. Essa stessa è un simbolo perchè tramutante nell’im-
magine che ogni popolo vuole a rappresentazione della pro­
pria fede e dei propri ideali: una nel significato e molte­
plice negli aspetti, raccogliente in sintesi le esigenze di for­
za e di elevazione delle culture più diverse, misteriosa nel­
la sua serenità e nella sua avvincente potenza, segreta co­
me la necessità, animante come la fede.
N ell’auspicare l’avvento di una cultura nuova che in­
tenda il senso segreto della Tradizione, noi affermiamo che
la conoscenza della intima costruzione dell’Impero cesareo
non può non ricondurci alla storia vivente e non destare in
noi una rapida evocazione di ciò che Roma, dopo oltre
duemila anni, nuovamente va creando. L ’avvenire a cui la
Roma odierna si prepara, non è fuori di una tradizione di
potenza già affermata e realizzata, non è lungi da una real­
tà che fu la stessa vicenda imperiale dell’Urbe. Identica è
la via e identica è la Tradizione.
Ciò che fu motivo di azione, per legionari, consoli e
imperatori, oggi è ravvivato dall’impulso di un’epica nuo-

)8. La R azza d i R om a
r

Massimo Scalìgero

va, che per la sua ' attuazióne va destando uomini forti,


materiati di romana tenacia, animati di volontà guerriera,
fedeli a un’idea, devoti a un Capo. Chi non intenda il sen-
so della riconquista cui essi sono chiamati, conosca la sto­
ria di Roma e impari a intendere ciò che fu realtà e assur­
se a potenza di mito per la bellezza della sua orditura: sap­
pia dunque che gl’ italiani di oggi si apprestano a realizzare
in pieno un tal mito, traducendolo in precisione matemati­
ca di atti e di affermazioni.
Secondo che affermava un mistico, propugnatore del­
l ’idea imperiale romana, Pietro Sgabelloni, « anche coloro
che oggi credono di muovere e di costruire per sè, fuori di
una tradizione romana, agiscono sotto il dominio di un tale
simbolo. Tutto ciò che è fiorente e che presenta i segni del­
l’imperituro, dell’immutabile, è, secondo il nostro simbolo,
romano ».
Roma è la simbolica giovinezza del mondo. Essa,
mentre si brancolava nell’oscurità o si intristiva nel crepu­
scolo, ha creato per gli uomini tutti un’aurora nuova, se­
gno della permanente luce spirituale della sua razza, del
suo impenetrabile segreto di potenza.


. • L-
m .
I N D I C E D E G L I 'A U T O R I C I T A T I

A n tio c o di S ir a c u s a , 39. L u r ia Isa c c o , 2 19 .


A r is to tile , 28, 14 7 , 16 6 . M a n z i, 20.
B a c h o fe n , 30, 66, 67, 95, 13 0 , 16 1, M arco A u r e lio , 13 3 .
242. M o m tn sen , 40.
B o e z io , 16 0 . M osè M a im o n id e , 2 13 .
C a m p a n e lla , 12 5 , 15 0 . M u s s o lin i, 19 8 , 226, 227, 228, 229,
C a s s io d o r o , 16 0 . 236, 239, 267 e segg.
C a to n e , 8 0 , 10 8 . N ie t z s c h e , 62, 10 7 , 13 0 , 16 1.
C ic e r o n e , 84. O m ero , 9 1, 113 .
C o rte z , 22. O v id io , 82, 10 8 .
D acqué, 12 . P e r a li, 66.
D a n te , 114 , 12 6 , 14 9 , 200. P erro n e, 24.
D e C a stro , 2 10 . P ic o d e lla M ir a n d o la , 17 4 .
De G io r g io , 17 2 . P ig a n io l, 30, 66.
De S a n c tis , 57. P in d a r o , 74.
D io n e , 82. P la to n e , 74.
D io n ig i d 'A l i c a r n a s s o , 39, 4 1, 10 8 , P lin io , 14 8 .
1'3- P lo t in o , 84, 17 4 .
E lla n ic o , 39, 4 1. P lu t a r c o , 82, 83, 10 8 , 115 .
E n n io , 7 1. P o lib io , 94, 14 2 .
E r a c lit o , 85. Q u in tilia n o , 114 .
E rm e te , 25, 28. P ’ sm u ssen . 16 .
E ro d o to , io , 18 , 36, 55. R ohan, 19 8 , 19 9 .
E v o la , 16 , 30, 66, 67, 17 2 . Rohde, 62, 66.
F ab re d 'O l i v e t , 2 14 . R o s m in i, 15 0 .
F a n e lli, 17 2 . S c h lie m a n n , 25, 27.
F ersen , 17 2 .
Seneca, 13 3 .
F e sto , 8 0 , 8 3 , 10 8 .
S e r v io , 80, 83, 114 .
F e sto A v ie n o , 6 1.
S g a b e llo n i P ie t r o , 274.
F ilis to , 39, 4 1.
S ilio I t a lic o , n 4.
F r o b e n iu s , 19 , 20.
S o fo c le , 62.
G a llu p p i, 15 0 .
Sp en cer, 2 10 .
G e llio , 80.
S v e to n io , 97.
G ia m b lic o , 84.
G io b e r ti, 15 0 . T a c ito , 2 17 .
T h e r k e l, 16 .
G iu lia n o Im p e ra to re , 84.
G iu s tin o , 1 1 3 . T u c id id e , 39, 4 1.
G o eth e , 16 1. V e r r io F ia c c o , 10 8 .
G uénon, 16 , 18 . V ic o , 67, 12 8 , 13 0 , 16 6 , 2 17 .
Je n n e s, 16 . V ir g ilio , 78, 113 , 114 , 200.
L iv io , 116 , W ir t h , 12 , 16 .
'f?

Pag.

L e o r i g i n i ..................................................................................... 7

M ondo ro m ano e mondo l a t in o . . . 119

R a zza e c u l t u r a .................................................................................... 1 5 3

U n iv e r s a l it à : m is s io n e d ella ra zza di R o m a 17 9

A n t ig iu d a is m o co m e a n t im a t e r ia l is m o . 201

Fo r m a z io n e d ella ra zza . . . . 223

T r a d iz io n e e d e s t in o di R o m a . . . 257

I n d ic e d eg li A uto ri . 277

..................