Sei sulla pagina 1di 20

Osho - Perché siamo infelici?

Keichu, il grande Maestro Zen dell’epoca Meiji, era a capo del Tofuku, un
tempio di Kyoto. Un giorno, il governatore della città decise di incontrarlo per
la prima volta. Al tempio, l’attendente di Keichu mostrò al Maestro il biglietto
del governatore che diceva: “Kitagaki, Governatore di Kyoto”. “Non ho niente
a che vedere con questa persona,” disse Keichu all’attendente. “Digli di
andarsene. L’attendente, scusandosi, riportò il biglietto al governatore. “È
stato un mio errore,” disse il governatore, e con una matita cancellò dal
biglietto le parole “Governatore di Kyoto”. “Chiedi di nuovo al tuo Maestro.”
“Oh, è Kitagaki?” esclamò Keichu quando vide il biglietto. “Voglio proprio
incontrarlo.” L’intera esistenza è una celebrazione continua, a eccezione
dell’uomo. L’esistenza è un carnevale, un’orgia di gioia, ma non per l’uomo.
L’uomo si è autoescluso da questa incredibile festa che continua senza sosta.
L’uomo non ne fa più parte; se ne sta in disparte, alienato, come se avesse
smarrito le proprie radici nell’esistenza. L’uomo è un albero morente, un
albero secco, senza vita; gli uccelli non vi si posano, le nuvole non cantano le
loro canzoni per lui, il vento non danza fra i suoi rami. Cos’è accaduto
all’uomo, e come gli è accaduto? Perché l’uomo si trova in un simile inferno?
Perché ha sempre così tanti problemi? Dev’esserci qualcosa di fondo che
non funziona. L’analisi portata dallo Zen, la sua diagnosi, è che tutto questo
accade perché l’uomo pensa di esistere. L’albero non pensa di esistere, gli
alberi non hanno un sé. Le rocce non pensano, non hanno un sé. Il cielo non
ha un sé, la terra non ha un sé. Senza il sé non esiste la possibilità di essere
infelici; il sé è la porta sull’infelicità – il Buddha ha chiamato il sé atta, l’ego. Ci
sentiamo infelici perché viviamo troppo nell’idea del sé. Cosa significa
quando dico che siamo troppo nel sé e cosa accade esattamente quando
siamo troppo nel sé? Puoi essere radicato nell’esistenza oppure nel sé – non
è possibile essere entrambe le cose contemporaneamente. Essere nel sé
significa che si è separati dall’esistenza, che ci si è messi da parte. Essere
nel sé significa diventare un’isola; significa disegnare una linea di confine
tutto intorno a te. Significa fare una distinzione fra “io sono questo” e “io non
sono questo”: è la definizione, la linea di demarcazione tra “io” e “non io” – il
sé ti isola. Il sé ha la capacità di congelarti: non sei più in grado di fluire. Se
fluisci, il sé non può esistere, ed è per questo che la gente è diventata simile
a cubetti di ghiaccio. Non possiedono alcun calore, non sono mossi da
nessun amore, perché l’amore è calore e la gente ne ha paura. Se l’amore li
toccasse, inizierebbero a sciogliersi e i loro confini sparirebbero. Nell’amore
ogni confine scompare; anche nella gioia ogni confine scompare, perché la
gioia non è fredda. Tranne la morte, nulla è freddo. Il sé è molto freddo. Il sé
è la morte. Coloro che vivono nel sé sono già morti, o forse non sono mai
neppure nati; hanno perso il momento della propria nascita. Essere nati,
essere vivi, significa fluire, significa avere calore, significa sciogliersi,
dissolversi, non conoscere dove tu finisci e l’esistenza inizia, non conoscere
confini, rimanere in quello stato di consapevolezza espansa dove sei
sicuramente consapevole, ma non c’è coscienza del sé: la consapevolezza è
consapevolezza del non sé. La consapevolezza può rendere l’uomo più felice
di qualsiasi altro essere vivente sulla Terra. È una grande opportunità, ma un
pericolo attende in agguato – la consapevolezza può diventare in qualsiasi
momento autocoscienza.

Nel momento in cui la consapevolezza si trasforma in autocoscienza, ciò che


era una benedizione diventa una maledizione: diventi una cosa morta, fai
soltanto finta di essere vivo, ti illudi di essere vivo, ti trascini e basta,
aspettando soltanto che la morte arrivi a liberarti da questa cosiddetta vita.
L’approccio dello Zen è come renderti di nuovo privo del sé, un non sé, come
dissolvere nuovamente i confini, come non aggrapparsi a quei confini, come
diventare un’altra volta aperto, vulnerabile, come permettere all’esistenza di
penetrare fino al tuo centro più intimo. Lao-tzu diceva: “Tutti sembrano essere
molto sicuri di sé, tranne me. Tutti sembrano essere così ben strutturati,
tranne me”. E aggiunge: “Io resto illimitato, resto in un certo senso ambiguo.
Non so esattamente dove sono, cosa sono e cosa non sono. Non so come
distinguere il mio sé dagli altri. Non so dov’è possibile effettuare la
separazione fra ‘io’ e ‘tu’”. Dal punto di vista esistenziale, non sono separati.
“Io” è una polarità del “tu”, sono due vibrazioni della stessa energia.
Quell’energia che sta parlando in me sta ascoltando in te; non è separata,
non può esserlo: è un unico spettro, un’unica lunghezza d’onda. È la
medesima onda che sta parlando in me e ascoltando in te, è la stessa
energia che è uomo in te e donna in qualcun altro. È la medesima energia
che è umana in te e vegetale negli alberi. È quella stessa energia della quale
è fatta l’intera esistenza. È la medesima sostanza che si trova nelle rocce
come nelle stelle, nell’uomo come nella donna – è la stessa sostanza, è un
unico Tutto. L’infelicità è perdere questo Tutto e restare relegati nel sé – ecco
cos’è l’inferno; non aspettarti un genere diverso d’inferno perché già ci vivi! Il
tuo ego è l’inferno, non ne esiste un altro. Non pensare che l’inferno sia
nascosto da qualche parte nelle profondità della Terra. L’inferno è qui: tu sei
all’inferno e l’inferno è in te; l’inferno si manifesta con l’ego. È per questo che
dobbiamo comprendere il fenomeno dell’ego: comprendendolo, lo Zen
diventa facile; comprendendo l’ego, lo Zen è una metodologia semplicissima.
Una volta che in te sorge la comprensione di cos’è il sé, ecco che puoi
facilmente diventare un non sé: quella stessa comprensione ti libera dal sé.
Con il sorgere della comprensione, il sé comincia a scomparire, proprio come
quando accendi la luce in una stanza buia e l’oscurità scompare. Punto
primo: quando un bambino nasce, non ha ego. Non sa chi è: è una tabula
rasa sulla quale noi iniziamo a scrivere. Gli diciamo che è un maschio o una
femmina, un musulmano o un hindu, che è buono o cattivo, intelligente o
stupido. Iniziamo a fornirgli idee su chi è; gli diciamo se è bello o brutto,
obbediente o disobbediente, amato o non amato, importante o non
importante – gli forniamo un flusso continuo di idee su se stesso. Queste idee
si accumulano nella sua consapevolezza, con il tempo il suo specchio
interiore si ricopre di polvere, e certe idee si fissano, iniziano a sviluppare
radici nell’essere del bambino che comincia a pensare in base agli schemi
che gli abbiamo insegnato. Piano piano, dimentica completamente di essere
arrivato in questo mondo come un puro vuoto. Inizia a credere a quello che
gli insegni – e la fiducia di un bambino è infinita –, crede a qualsiasi cosa gli
dici. Il bambino ti ama, non conosce ancora il dubbio, non sospetta di niente;
e come potrebbe sospettare? È di una purezza tale... è pura consapevolezza,
è puro amore; sua madre dice qualcosa, e lui ci crede.

Oggi gli psicologi affermano che, se a una persona ripeti in continuazione una
cosa, la persona diventerà quella cosa – si diventa quello che si crede di
essere. Non che lo si diventi davvero, ma quell’idea sviluppa radici profonde;
questo è il principio su cui si basa ogni condizionamento. Se a un bambino
continui a ripetere che è stupido, diventerà stupido, comincerà a credere di
essere stupido. Non solo, inizierà a comportarsi in modo stupido: deve
conformarsi all’idea che gli viene suggerita. Se tutti pensano che sia stupido,
anche lui inizierà a credere che le cose stanno così. È molto difficile credere
a qualcosa che nessuno pensa di te, è impossibile, hai bisogno di ricevere
delle conferme. Il bambino si sente profondamente privo di sostegno. Si
guarda intorno, guarda nei tuoi occhi... Per lui funzionano da specchio: nei
tuoi occhi vede il suo viso, vede se stesso come tu lo descrivi. Un bambino
può diventare bello, può diventare brutto, può diventare un santo, può
diventare un criminale; dipende dal condizionamento che subisce, dal
condizionamento che gli dai. Ma diventare un santo o un peccatore ha poca
importanza; sarà infelice in entrambe le situazioni – diventare stupido o
intelligente non ha importanza. Ricorda questo punto: qualsiasi
condizionamento porta all’infelicità. Puoi condizionare un bambino a essere
santo e lo diventerà, ma resterà infelice. Prova a guardare i tuoi cosiddetti
santi; non puoi trovare gente più infelice al mondo. I peccatori possono vivere
momenti di felicità, i santi mai: sono così santi... come potrebbero ridere,
come potrebbero mai gioire, come potrebbero danzare, come potrebbero
mettersi a cantare? Come potrebbero comportarsi in modo ordinario, come
qualsiasi altro essere umano? Sono soprannaturali, e restano congelati nel
loro senso di superiorità, il loro non è altro che puro ego. Lo Zen è una
religione completamente diversa dalle altre. Lo Zen porta il senso
dell’umorismo alla religione, porta la dimensione umana; non ha niente a che
fare con il soprannaturale. Tutto ciò di cui si occupa lo Zen è come rendere la
vita ordinaria una benedizione. Le altre religioni cercano di distruggere
l’ordinarietà della tua vita e di renderti straordinario, ma questi sono trip
dell’ego e non potranno mai renderti felice. Le altre religioni ti condizionano e
poi ti considerano degno di rispetto: se sei buono, la società ti considera
degno di rispetto, se sei buono, i tuoi genitori ti considerano degno di rispetto,
se sei buono, i tuoi insegnanti di considerano degno di rispetto, e piano piano
questa idea penetra nella tua mente – se sei buono, tutti ti considereranno
degno di rispetto, se non sei buono, nessuno ti rispetterà. Ma la rispettabilità
non è vita, è un veleno mortale! Un uomo veramente vivo non si preoccupa
della rispettabilità; vive, e vive con autenticità. Quello che gli altri pensano di
lui non lo preoccupa per niente. Gurdjieff diceva ai suoi discepoli: “Ciò che
dicono gli altri non va preso nemmeno in considerazione. Ricordatevi, non
preoccupatevi mai di quello che gli altri dicono di voi, perché il vostro ego
nasce proprio dalla considerazione che date agli altri. Dovete eliminarla alla
radice”. Una volta che il bambino inizia a fissarsi, ha un sé. Questo sé è stato
creato artificialmente, è un surrogato della società. In realtà non ce l’hai, credi
soltanto di averlo; è una credenza, ed è la credenza più pericolosa di tutte. In
realtà non esiste il sé, in realtà non può esistere perché tu non sei separato
dall’esistenza: siamo tutti collegati gli uni agli altri e viviamo in un unico
universo. Questo è il significato della parola universo – ciò che è uno. Non è
una molteplicità, è un’universalità. Noi siamo un’unità: nella morte, nella vita,
nella nascita, nell’amore, nell’odio – siamo tutti un’unità, pulsiamo tutti
insieme. Il respiro che ho appena inspirato proviene da te. Soltanto un
momento fa era il tuo respiro, adesso è diventato il mio. Fra un momento non
sarà più mio, sarà di qualcun altro. Non puoi nemmeno rivendicare il tuo
respiro come tuo, non puoi dire che è mio – il respiro si sposta.

Viviamo nel mare della vita, viviamo l’uno dentro l’altro. Ciò che appartiene a
te può appartenere a me, ciò che appartiene a me apparterrà a te. Poco fa ho
iniziato a parlare: in me c’era qualcosa e ora lo sto riversando in te e
diventerà tuo, diventerà parte della tua consapevolezza, apparterrà alla tua
memoria, alla tua mente; sarà completamente tuo. Quando un pensiero è
ascoltato, quando è compreso, diventa tuo. Non è più soltanto mio; ora siamo
interconnessi. Il sé, quindi, è un’entità fasulla creata dalla società per i propri
scopi. Se comprendi gli scopi della società, puoi continuare a recitare il tuo
ruolo senza esserne ingannato. Nella società tutti hanno bisogno di una carta
d’identità, altrimenti le cose si complicherebbero. Tutti hanno bisogno di un
nome, tutti hanno bisogno di risiedere a un indirizzo, tutti hanno bisogno di un
passaporto, altrimenti le cose sarebbero troppo complicate: come faremmo a
chiamare una persona? Come faremmo a rivolgerci a qualcuno? Queste
sono cose pratiche, necessarie, sicuramente necessarie, ma prive di una
verità intrinseca; sono soltanto delle convenzioni. Chiamiamo un determinato
fiore “rosa”, ma non vuol dire che quello sia il suo nome. I fiori non hanno un
nome, ma dobbiamo pur chiamarli in qualche modo, altrimenti sarebbe
difficile fare una distinzione fra la rosa e il fiore di loto e, se tu volessi una
rosa, senza nomi sarebbe difficile formulare la tua richiesta. Ma queste sono
delle semplici necessità. Certo, hai bisogno di un nome, di un’etichetta; ma tu
non sei né l’etichetta né il nome. In te deve nascere la consapevolezza che
non sei il tuo nome, non sei la forma nella quale vivi; non sei né hindu, né
cristiano, né indiano, né cinese e non appartieni a nessuno, a nessuna setta,
a nessuna organizzazione: il Tutto appartiene a te e tu appartieni al Tutto.
Qualsiasi altra cosa non può essere vera. Con questa comprensione la presa
che l’ego ha su di te diventa sempre meno salda, finché un giorno ti accorgi
che puoi usare l’ego senza essere usato dall’ego. La seconda cosa da
ricordare: l’ego è identificarsi con un ruolo, con una funzione. C’è chi fa
l’impiegato, chi fa il commissario, qualcun altro fa il giardiniere e qualcun altro
ancora fa il governatore. Queste sono funzioni, sono cose che fai; non sono il
tuo essere. Quando qualcuno ti chiede: “Chi sei?” e tu rispondi: “Sono un
ingegnere”, dal punto di vista esistenziale la tua risposta è errata. Come
potresti mai essere un ingegnere? L’ingegnere è ciò che fai, non è ciò che
sei. Non chiuderti troppo nell’idea della funzione che svolgi, perché vorrebbe
dire chiudersi in una prigione. Nel mondo svolgi il lavoro di ingegnere, di
medico o di governatore, ma non significa che sei quelle funzioni. Puoi
smettere di fare l’ingegnere e cominciare a fare il pittore, puoi smettere di fare
il pittore e iniziare a fare il netturbino... tu sei infinito. Quando un bambino
nasce, ha a sua disposizione l’infinito. Piano piano, l’infinito non è più
disponibile così apertamente; il bambino inizia a fissarsi in una determinata
direzione. Quando è appena nato, è una multidimensionalità, ma piano piano
comincia a scegliere; noi lo aiutiamo a scegliere, lo aiutiamo a diventare
qualcuno. Un proverbio cinese dice che l’uomo nasce come un fenomeno
illimitato, ma sono estremamente rare le persone che muoiono con la
medesima qualità: l’uomo nasce come un fenomeno illimitato e muore come
fenomeno limitato. Quando sei nato eri esistenza allo stato puro; se quando
morirai sarai un dottore, un ingegnere o un professore, vuol dire che nella vita
sei stato un perdente.

Quando sei nato, avevi mille alternative, infinite possibilità – potevi diventare
un professore, uno scienziato, un poeta –, milioni di opportunità erano a tua
disposizione, tutte le porte erano aperte. Poi, piano piano, ti sei radicato, sei
diventato un professore – magari un professore di matematica e così hai
sviluppato una mentalità sempre più ristretta; sei diventato un esperto, uno
specialista. Ora sei come un tunnel che continua a restringersi sempre di più.
Sei nato vasto come il cielo, ma ben presto entri in questo tunnel e non ne
esci più. Questo tunnel è l’ego, è l’identificazione con un ruolo. Se si pensa a
un uomo soltanto in termini del suo essere impiegato, gli si arreca una
profonda offesa; è un grande insulto che fai a te stesso se pensi di essere
soltanto un impiegato, è una cosa davvero degradante. Siete tutti degli dei e
delle dee, e qualsiasi cosa al di sotto di questo non è vera; può essere
superiore, ma sicuramente non inferiore. Quando dico che siete tutti degli dei
e delle dee, intendo dire che le vostre possibilità sono illimitate, il vostro
potenziale è infinito. Può darsi che non proverai neppure ad attualizzare il tuo
intero potenziale, nessuno lo può fare: è talmente vasto... tu sei l’intero
universo, sarebbe impossibile. Persino se avessi a tua disposizione l’eternità,
non riusciresti a esprimere tutte le tue potenzialità. Questo è ciò che intendo
quando dico che sei dio: intendo dire che le tue potenzialità sono inesauribili.
Comunque manifesterai una parte di esse. Acquisirai padronanza del
linguaggio, diventerai un oratore. Imparerai le lingue, avrai una sensibilità per
le parole, diventerai un poeta. Oppure avrai un orecchio musicale, amerai la
musica, saprai elaborare i suoni e diventerai un musicista. Ma queste sono
solo una piccolissima parte delle tue possibilità; non pensare che quelli siano
i tuoi confini, nessuno esaurisce mai le proprie possibilità. Qualunque cosa tu
abbia fatto finora non è niente se la paragoni a quello che potresti fare, e
qualsiasi cosa farai non è niente se paragonata a ciò che sei. L’ego significa
identificarsi con un ruolo. Di certo un governatore ha un tipo di ego
particolare: è un governatore e crede di essere arrivato al successo. Un
primo ministro ha un determinato tipo di ego: crede di essere arrivato al
successo; cos’altro potrebbe esserci di più elevato? Ma è un atteggiamento
così sciocco, è talmente stupido... La vita è così vasta che non è possibile
esaurirla, è impossibile! Più ti addentri nella vita, più scopri possibilità sempre
più grandi che ti spalancano le proprie porte. Certo, puoi raggiungere un
picco, ma subito scopri che ce n’è un altro – non finisce mai. Se resta aperto
alle potenzialità del proprio essere, l’uomo continua a rinascere in ogni
momento.

L’ego pone l’enfasi sul fare e la consapevolezza pone l’enfasi sull’essere. Lo


Zen è completamente a favore dell’essere, mentre noi propendiamo per il
fare. Ci sentiamo infelici perché il nostro essere è incredibilmente vasto e noi
lo obblighiamo a restare confinato in quel piccolo tunnel. Questo crea
infelicità, crea prigionia; perdiamo la libertà e iniziamo a sentirci limitati,
trattenuti, impediti, ostruiti e bloccati da ogni parte. Inizi a sentire limitazioni
ovunque, ma nessuno ne è responsabile tranne te. Un uomo saggio svolge la
propria funzione, si applica a qualsiasi lavoro e, una volta finito, se lo lascia
alle spalle. Quando va in ufficio diventa il governatore, quando esce
dall’ufficio non lo è più; torna a essere un cielo sconfinato, torna a essere un
dio. Quando arriva a casa, diventa un padre, ma non si identifica con quel
ruolo. Ama sua moglie e diventa un marito, ma non si identifica con quel
ruolo. Svolge mille e una funzione ma resta sempre libero da qualsiasi ruolo:
può essere un padre, un marito, una madre, un fratello, un figlio, un
insegnante, un governatore, un primo ministro, un presidente, uno spazzino,
un cantante... svolge mille e un’attività, ma resta sempre libero da tutte. Le
trascende tutte, va oltre qualsiasi funzione. Nulla può contenerlo: si sposta
attraverso tutte quelle stanze ma nessuna diventa la sua prigione. In realtà,
più si muove, più diventa libero. Osserva te stesso. Quando vai in ufficio sii
un impiegato, un commissario, un governatore – va benissimo –, ma nel
momento in cui esci dall’ufficio non essere più un impiegato, un commissario,
un governatore; hai terminato di svolgere quelle funzioni, perché continuare a
portarle con te? Non camminare per strada come se fossi il governatore,
perché non lo sei. L’idea di essere un governatore diventa un peso nella tua
testa e non ti permetterà di goderti la vita. Gli uccelli cinguettano sugli alberi,
ma come può un governatore partecipare alla loro gioia? Come può un
governatore danzare insieme agli uccelli? Comincia a piovere e un pavone
esegue la sua danza, come potrebbe mai un governatore fermarsi a guardare
quello spettacolo insieme alla gente comune? È impossibile. Hai l’idea che un
governatore deve restare sempre un governatore, deve continuare per la sua
strada senza guardare né a destra né a sinistra, senza mai guardare il verde
degli alberi, lo splendore della luna; deve restare un governatore. Queste
identità rigide ti uccidono. Più sei rigido, più sei morto. Questa è una cosa che
devi ricordare: nessuna delle attività che svolgi ti delimita e ti circoscrive. Le
tue azioni sono assolutamente irrilevanti rispetto al tuo essere. Le tue azioni
non hanno alcun significato rispetto al tuo essere. A volte qualcuno viene da
me e chiede: “Come devo considerare il karma che deriva dal passato, dalle
vite passate?”. Io affermo che è possibile diventare illuminati in un solo
istante, per cui mi chiedono: “Se è come dici, cosa accade al karma frutto
delle azioni passate?”. Io dico che il karma non è mai una prigione, un’azione
non è mai una prigione. Se resti imprigionato, accade unicamente perché lo
vuoi, altrimenti non può accadere. Esattamente nel modo in cui esci dal tuo
ufficio e ti lasci alle spalle il ruolo di governatore, quando una vita arriva al
termine ne esci e te la lasci alle spalle. Quel sogno è finito, dolce o amaro
che fosse è arrivato al termine, e tu semplicemente ne esci. Questo è ciò che
un meditatore fa costantemente. Un meditatore abbandona il passato a ogni
istante, lo abbandona completamente. Il passato non c’è più e lui non si
sofferma, se ne libera completamente per cui non c’è alcun karma. Non è il
karma a ostacolarti, ma il tuo aggrapparti; ed è un’abitudine, soltanto
un’abitudine, un’abitudine che continui a esercitare. Quando non sei insieme
a tua moglie, non sei un marito: come potresti essere un marito senza una
moglie? Sarebbe una cosa stupida. Quando non sei insieme a tuo figlio, non
sei un padre o una madre: come potresti esserlo? Quando non stai scrivendo
una poesia, non sei un poeta. Quando non stai danzando, non sei un
danzatore; soltanto mentre danzi lo sei. In quel momento stai pulsando in
quella specifica funzione in quanto danzatore, ma dura soltanto un momento;
quando la danza termina anche il danzatore scompare. Semplicemente
abbandoni la danza. In questo modo una persona continua a restare libera,
continua a muoversi col flusso delle cose, resta fluida.

Ho sentito raccontare... Il buffone del re scherzava così tanto con le parole


che, esasperato, il re lo condannò all’impiccagione. Ma quando il boia
accompagnò il buffone alla forca, il re, pensando che dopotutto un buon
buffone non era facile da trovare, cambiò idea, e mandò un messaggero in
tutta fretta con la grazia reale. Arrivando alla forca giusto in tempo – il buffone
aveva già la corda stretta intorno al collo – il messaggero lesse il decreto del
re che annunciava che il buffone sarebbe stato graziato se avesse promesso
di non fare mai più giochi di parole. Il buffone però non riuscì a resistere alla
tentazione di cogliere quell’opportunità e disse: “Il re dev’essersi accorto che
ero un po’ giù di corda”. E così fu impiccato. Il karma passato... la tua vita
passata non c’è più, come potrebbe il suo karma continuare ad aleggiare
intorno a te? Se accade, è unicamente a causa delle tue abitudini, del tuo
continuare a fare le stesse cose. In questa vita continui a rifare le stesse cose
che facevi nelle vite passate. Il giorno in cui smetti di farlo, sei libero dal
karma, ed è possibile abbandonare l’intero passato in un singolo istante.
Questo è uno dei grandi messaggi dello Zen: puoi diventare illuminato in un
solo istante. Tutte le altre religioni sono molto avare nei confronti
dell’illuminazione; lo Zen non lo è. Le altre religioni sono molto, molto
parsimoniose, molto efficienti. Dicono che i conti devono quadrare, che il tuo
cattivo karma dev’essere controbilanciato dal karma buono e la cosa richiede
tempo, non è così semplice. E tu sei qui da tempo immemorabile, in pratica
dall’eternità, e hai fatto così tante cose... purificarle tutte sarebbe un’impresa
impossibile. Nel frattempo, mentre sei impegnato a purificare le esperienze
del passato, continuerai a farne di nuove, e queste diventeranno i tuoi
problemi futuri. Devi pur mangiare, devi pur respirare, e quando mangi stai
perpetrando una violenza, quando respiri stai facendo ancora una violenza;
stai vivendo, e la vita è violenta. Questo vuol dire che creerai e accumulerai
altre esperienze, così si formerà un circolo vizioso dal quale non potrai mai
uscire. L’illogicità dello Zen – o forse la logica dello Zen – è estremamente
chiara. Lo Zen dice che puoi uscire da tutto ciò in questo stesso istante,
perché non è altro che la tua abitudine ad aggrapparti al karma. Non è il
karma ad aggrapparsi a te, sei tu che ti aggrappi al karma. Se tu smetti di
aggrapparti... l’intero gioco finisce! E come si fa a smettere di aggrapparsi?
Occorre partire dalla vita che si vive, da questa vita. Sii un marito e allo
stesso tempo non esserlo mai: questo è ciò che intendo quando dico che un
sannyasin deve essere un attore provetto. Sii una madre e allo stesso tempo
non esserlo, non identificarti con quel ruolo. È soltanto un ruolo – portalo
avanti meglio che puoi, eseguilo nel migliore del modi, adempilo con grazia
ed eleganza, fallo il più amorevolmente possibile, divertiti mentre lo fai e
rendilo un capolavoro! Sii una splendida moglie, una madre meravigliosa, un
marito impeccabile, un innamorato appassionato, ma non diventare niente di
tutto questo: quando ti identifichi, è il momento in cui iniziano i guai. Quindi
non permettere a nessun ruolo di impadronirsi di te. Non permettere a
nessuna funzione di dettare legge, ma sii come un attore provetto. Un attore
recita tanti ruoli diversi: qualche volta è un padre, qualche volta è un marito,
qualche volta è un assassino... qualche volta recita un ruolo veramente serio
e qualche altra volta recita una parte comica. Ma non si preoccupa di quale
parte stia recitando, le recita tutte alla perfezione; attinge sempre alla sua
abilità di attore e dà sempre il meglio di sé. Se deve recitare la parte di un
assassino, sarà il più bravo assassino al mondo; se deve essere un santo,
sarà il più grande santo al mondo. E può variare: in una recita è un santo e in
un’altra può essere un assassino, ma la perfezione della sua recitazione
resta inalterata.

Questa fluidità deve accadere anche nella vita. La vita è un grande dramma
teatrale; sì, il palcoscenico è particolarmente ampio – l’intero pianeta è il tuo
palcoscenico e ogni persona intorno a te è un attore. Nessuno sa come la
trama si sviluppa, cosa accadrà; nessuno conosce già la trama – dev’essere
creata, dev’essere improvvisata momento per momento. Nello Zen esiste una
forma di teatro chiamata No. Sono spettacoli in cui non esiste un copione, ci
sono soltanto gli attori: il sipario si alza, gli attori iniziano a improvvisare e le
cose accadono da sole. Se ci sono delle persone, accade sempre qualcosa;
anche se stanno semplicemente lì a guardarsi, sta accadendo qualcosa.
Qualcosa accade sempre, senza essere stato preparato in anticipo, senza
aver fatto delle prove; qualcosa accade sempre. La vita è proprio così,
momento dopo momento. Continua ad abbandonare il tuo passato e qualsiasi
cosa accada permettile di accadere senza inibizioni, senza alcuna
repressione. Entra in quello che accade il più totalmente possibile e la tua
libertà continuerà a crescere. Un’ultima cosa, prima di addentrarci in questa
storia. L’ego, o il sé, è una parte che pretende di essere il Tutto – proprio
come se la mia mano pretendesse di essere il mio intero corpo; ovviamente
questo farebbe nascere delle difficoltà. Siamo parte di un universo infinito e
iniziamo a far finta di essere il Tutto. L’ego è una sorta di pazzia, è una
nevrosi, è megalomania, e l’ego è veramente folle; se provi ad ascoltarlo,
puoi renderti conto della sua pazzia. Pensa che tutto sia possibile, pensa di
poter conquistare il Tutto, di poter conquistare la natura, di poter conquistare
dio. L’ego pensa in termini di conquista, pensa in termini di aggressione –
pensa che tutto sia possibile e che tutto possa essere fatto. E continua a
diventare sempre più ambizioso, continua a diventare sempre più folle. In
Cina esiste una storia Zen molto antica, La scimmia. La scimmia è uno dei
simboli più antichi per rappresentare la mente, il sé, l’ego. La scimmia è usata
come metafora per la stupidità dell’ego. Storie come questa sono rare;
soltanto la gente dello Zen avrebbe potuto scrivere una storia del genere,
nessun’altra religione potrebbe essere così coraggiosa. Per le altre religioni –
per i cristiani, gli hindu, i musulmani – questa storia potrebbe sembrare un
sacrilegio, mancare di rispetto al Buddha o a dio, ma non è così. La gente
dello Zen ama il Buddha a tal punto che può permettersi persino di scherzare
su di lui: questa storia è frutto dell’immenso amore che provano per lui. La
gente dello Zen non è timorata di dio – ricordalo – è innamorata di dio. E
quando ami qualcuno puoi anche permetterti di scherzare un po’. La gente
dello Zen sa che ridere non sminuisce il Buddha; anzi, la loro risata è una
testimonianza del loro amore.

Questa storia è stata condannata dalle altre religioni. Certo, è un fatto


assodato che i cristiani non avrebbero potuto scrivere una storia del genere a
proposito di Gesù, così come i giainisti non avrebbero potuto scrivere una
storia come questa su Mahavira. Neppure i buddhisti indiani avrebbero potuto
raccontare una storia del genere sul Buddha. Soltanto in Cina e in Giappone
la religione è arrivata a una tale gloriosa maturità da rendere questa storia
possibile: con loro il senso dell’umorismo nella religione diventa possibile.
Ascolta questa storia... Un giorno, la scimmia andò dal Buddha. Il Buddha le
disse: “Voglio fare una scommessa con te”; infatti la scimmia era convinta di
saper fare qualsiasi cosa, credeva di non essere una scimmia come le altre.
Si credeva un Alessandro Magno, e diceva: “La parola ‘impossibile’ non
esiste nel mio dizionario. Io posso fare qualsiasi cosa”. Era una scimmia
audace, o quanto meno, così credeva. Il Buddha disse: “Voglio fare una
scommessa con te. Se sei davvero così brava e intelligente, salta giù dal
palmo della mia mano destra; se riesci a farlo, dirò all’Imperatore di Giada di
venire a vivere con me nel Paradiso Occidentale e tu potrai avere il suo trono
senza dover fare altro. Ma se non ci riesci, dovrai tornare sulla Terra e fare
penitenza per un intero kalpa, prima di poter tornare a parlare con me”.
“Questo Buddha” pensò la scimmia fra sé e sé, “è davvero stupido. Io posso
saltare centodiciottomila leghe, mentre il palmo della sua mano non può
essere più grande di venti centimetri. Come potrei non riuscire a saltar giù
dalla sua mano?” “Sei sicuro di poter fare quello che hai detto a proposito
dell’Imperatore di Giada?” chiese la scimmia. “Certo che lo sono,” rispose il
Buddha, e stese la sua mano destra, grande circa come una foglia di loto. La
scimmia sistemò il suo bastone e saltò con quanta forza aveva in corpo.
“Così dovrebbe andare bene,” disse fra sé e sé, “dovrei esserci riuscita”.
Stava sfrecciando talmente veloce da essere quasi invisibile e il Buddha –
che la seguiva con l’occhio della saggezza – vide soltanto un turbine
sfrecciare via. Alla fine, la scimmia arrivò a cinque colonne rosa che si
stagliavano alte verso il cielo. “Questo dev’essere il confine del mondo,” disse
la scimmia. “Tutto ciò che mi resta da fare è tornare dal Buddha e reclamare il
mio premio. Il trono è mio!” “Aspetta un momento,” aggiunse, “forse è meglio
avere una prova del mio essere stata qui, in caso sorgesse qualche problema
con il Buddha.” Per cui, alla base di una delle colonne, scrisse: il Grande
Saggio, equiparabile al Cielo, è stato qui. Poi, per sottolineare la sua
irriverenza, urinò alla base della prima colonna e con una capriola all’indietro
iniziò il suo viaggio di ritorno. Di nuovo in piedi sul palmo della mano del
Buddha la scimmia disse: “Ecco, sono andata e sono tornata. Adesso puoi
dire all’Imperatore di Giada di cedermi il suo palazzo Celeste”. “Scimmia
puzzolente,” disse il Buddha, “sei rimasta sul palmo della mia mano per tutto
questo tempo!” “Ti stai sbagliando di grosso,” rispose la scimmia, “sono
arrivata fino alla fine del mondo dove ho visto cinque colonne color carne che
si stagliavano alte nel cielo. Su una di queste colonne ho scritto qualcosa. Se
vuoi, ti porto lì e te lo faccio leggere.” “Non ce n’è bisogno,” disse il Buddha.
“Guarda un po’ qui.” La scimmia, col suo sguardo fiero e inflessibile, guardò
alla base del dito medio del Buddha e vide scritte le parole: il Grande Saggio,
equiparabile al Cielo, è stato qui. E alla base fra il pollice e l’indice c’era una
macchia umida che puzzava di urina di scimmia.

Ebbene, la scimmia è usata come metafora per l’ego. L’ego pensa di poter
fare tutto, vive con questa illusione: la parte vive nell’illusione di essere il
Tutto. L’ego impotente vive con l’illusione di essere onnipotente. L’ego, che
non esiste assolutamente, pensa di essere il centro dell’universo; da qui
nasce l’infelicità. Noi continuiamo a fare ogni tipo di sforzo e tutti falliscono,
perché proprio il presupposto di base è sbagliato. L’uomo continua a cercare
di avere successo, ma non ci riesce mai; qualsiasi successo porta alla
frustrazione. Abbiamo accumulato denaro, abbiamo accumulato tecnologia,
abbiamo accumulato progresso scientifico, ma l’infelicità continua ad
aumentare. Oggi c’è più infelicità che mai. Non dovrebbe essere così, da un
punto di vista logico non dovrebbe essere così: il nostro è il secolo più
avanzato in campo scientifico; l’uomo non è mai stato così ricco e non ha mai
avuto a disposizione tanta tecnologia per sfruttare la natura, ma allo stesso
tempo l’uomo non è mai stato così infelice. Cos’è andato storto? È andato
storto proprio il presupposto di base. Per il non-sé tutto è possibile, per il sé
niente è possibile. Se vuoi conquistare il mondo, sarai sconfitto; se non vuoi
conquistarlo, diventi il conquistatore – la vittoria consiste nell’arrendersi
all’esistenza. Esercitare la propria volontà non porta al paradiso, soltanto
l’arrendersi è in grado di farlo. Ricorda dunque queste cose... e ora
addentriamoci in questa breve parabola. Keichu, il grande Maestro Zen
dell’epoca Meiji, era a capo del Tofuku, un tempio di Kyoto. Un giorno, il
governatore della città decise di incontrarlo per la prima volta. Al tempio,
l’attendente di Keichu mostrò al Maestro il biglietto del governatore che
diceva: “Kitagaki, Governatore di Kyoto”. “Non ho niente a che vedere con
questa persona,” disse Keichu all’attendente. “Digli di andarsene.”
L’attendente, scusandosi, riportò il biglietto al governatore. “È stato un mio
errore,” disse il governatore, e con una matita cancellò dal biglietto le parole
“Governatore di Kyoto”. “Chiedi di nuovo al tuo Maestro.” “Oh, è Kitagaki?”
esclamò Keichu quando vide il biglietto. “Voglio proprio incontrarlo.” Cos’era
successo? Questa è una storia molto semplice ma di grandissimo rilievo.
Ecco che arriva questo governatore, per incontrare un Maestro Zen. Scrive il
suo nome sul biglietto da visita, Kitagaki, ma non riesce a dimenticare di
essere il governatore di Kyoto. E quando vai da un Maestro, questo è un dato
che devi proprio dimenticare, altrimenti non riusciresti a incontrarlo: potresti
recarti fisicamente da lui, ma spiritualmente saresti lontanissimo, lontano
mille miglia. Il “Governatore” si frapporrebbe tra te e il Maestro, la tua
funzione amministrativa diventerebbe un intoppo. Inoltre, come può un
governatore recarsi da un Maestro Zen? Un uomo ordinario può farlo, una
donna ordinaria può farlo, ma non un governatore. Essere governatore è
soltanto una carica amministrativa... da un Maestro può recarsi soltanto una
consapevolezza, non un ego.

Leggendo il biglietto, il Maestro dice: “Non ho niente a che vedere con questa
persona”. Il governatore ha dimostrato di non aver capito neppure l’ABC dello
Zen; per quale motivo si è scomodato per andare da Keichu? Vai da un
Maestro soltanto animato dalla più profonda umiltà, perché è possibile
imparare unicamente quando si è umili. Da un Maestro vai per imparare, non
per esibire chi sei. Da un Maestro vai per arrenderti, non per metterti in bella
mostra, non per manipolare, non per fare colpo – vai animato dalla più
profonda umiltà. Ci si reca da un Maestro soltanto in questo caso. Se vai con
delle idee preconcette – che sei questo e sei quello –, non riuscirai ad
avvicinarti a lui. Purtroppo ci tiriamo dietro il ruolo che abbiamo nella società
come una maschera, il nostro volto originale resta nascosto: se possiedi tanti
soldi, quel denaro diventa la maschera che indossi e che nasconde il tuo
volto originale. Se godi di un certo prestigio, quel prestigio diventa la
maschera che indossi e che nasconde il tuo vero volto. Se stai perseguendo
delle mete politiche, la politica sarà manifesta nella tua maschera. Un
Maestro Zen non è un insegnante come tanti. Non è un prete, non è un papa,
non è uno shankaracharya – un Maestro Zen non crede nelle gerarchie. Vuol
vedere le cose direttamente e vuole che tu possa vedere lui direttamente;
vuole che fra te e lui non ci sia alcuna barriera, nessun impedimento. In
questa storia il “governatore” era diventato un ostacolo; a causa di questo
“governatore”, Keichu non sarebbe riuscito ad arrivare a Kitagaki e Kitagaki
non sarebbe stato in grado di comprendere Keichu. Questo “governatore”
sarebbe stato una barriera enorme e non avrebbe permesso alcuna
comunicazione. Naturalmente, quando sei il governatore non sei molto
rilassato, sei teso; quando sei il governatore non sei pronto ad ascoltare, sei
pronto a dare ordini. Quando sei un governatore non puoi inchinarti agli altri,
non puoi arrenderti agli altri: vorresti che fosse il Maestro a sottomettersi a te.
Il Maestro ha perfettamente ragione quando dice: “Non ho niente a che
vedere con questa persona. Digli di andarsene”. Sembra una risposta
scortese, ma non lo è. Questa risposta scaturisce da una profonda
compassione. Sembra scortese perché ti sei abituato troppo alle formalità,
ma un Maestro Zen non appartiene più al tuo mondo delle forme esteriori,
ecco perché è un Maestro Zen: vive al di fuori della società, è uno che ha
abbandonato il tuo mondo, è un ribelle. Non si preoccupa delle formalità
perché con le formalità si continuano a perpetrare le bugie, con le formalità si
continua a dare nutrimento all’ego – l’ego è sostenuto da ogni sorta di
formalità. Keichu tira via il tappeto da sotto i piedi al governatore, gli leva
qualsiasi appiglio: dice di non voler vedere quella persona. In superficie
sembra duro, scortese ma, se guardi nel suo intimo, puoi vedere la sua
compassione. Se Keichu non avesse avuto questa immensa compassione,
non gli sarebbe importato niente di Kitagaki, avrebbe detto: “Okay, fallo
entrare”; gli avrebbe permesso di scambiare quattro chiacchiere con lui e la
cosa sarebbe finita lì. Perché mai si sarebbe dovuto preoccupare? Ma il
Maestro desiderava veramente che Kitagaki potesse incontrarlo, e sapeva
che non ci sarebbe riuscito con quell’idea di essere il “governatore” a
sbarrargli la strada. Quell’idea doveva essere lasciata fuori dalla porta, la
vecchia mente doveva essere lasciata fuori dalla porta; Kitagaki doveva
diventare una tabula rasa, doveva entrare nel tempio innocente come un
bambino, senza alcuna idea preconcetta su di sé. Soltanto così qualcosa
poteva accadere, soltanto allora la scintilla del Maestro avrebbe potuto
accendere il fuoco dentro di lui.

Keichu agisce in quel modo solo perché è compassionevole, ricordalo. A volte


i Maestri agiscono molto duramente a causa della loro compassione,
agiscono quasi crudelmente, e i Maestri Zen più di tutti gli altri. Una volta il
primo ministro Kuan-tzu, un grande uomo politico, si recò in visita da un
Maestro Zen. Gli chiese: “Vostra Grazia, come spiegate l’egotismo?”. La
faccia di Kuan-tzu divenne all’improvviso paonazza. In modo esageratamente
altezzoso e arrogante rispose: “Di cosa stai parlando, razza di stupido?!”.
L’irragionevole e inaspettato disprezzo ferì così tanto il primo ministro che
una sottile e cupa espressione di rabbia iniziò a fare capolino sul suo viso. Il
Maestro sorrise e disse: “Vostra Eccellenza, l’egotismo è questo”. I Maestri
Zen sono molto, molto realisti. Sono persone estremamente pragmatiche,
con i piedi per terra. Credono nell’immediatezza, non credono nelle lunghe
spiegazioni e colpiscono duro per svegliarti. Se il primo ministro fosse andato
da qualcun altro – un santone hindu o giainista –, costui avrebbe illustrato il
concetto con lunghe ed elaborate spiegazioni. Avrebbe parlato delle teorie e
della filosofia sottese all’egotismo, avrebbe sezionato il concetto in profondità.
Invece il Maestro Zen ha semplicemente battuto il chiodo al momento giusto.
Anziché addentrarsi nella teoria, usa i fatti, crea la situazione, fa arrabbiare il
primo ministro. Improvvisamente l’ego non è più un problema teoretico, è una
realtà, un fatto immediato; l’ego sta alzando la testa, il fumo è già visibile
intorno alla consapevolezza del premier e il Maestro Zen gli dice: “Vostra
Eccellenza, l’egotismo è questo”. Ha creato una situazione che permette di
toccare direttamente con mano la questione. Sembra brutale, definire quel
pover’uomo stupido, un uomo che non stava chiedendo niente di strano,
stava ponendo una domanda profondamente religiosa: “Cos’è l’ego? Cos’è
l’egotismo?” e il Maestro risponde: “Di cosa stai parlando, razza di stupido?!”.
Bisogna dire che quel Maestro non è stato veramente Zen perché i Maestri
Zen, di norma, sono famosi per prenderti a bastonate, per urlarti addosso, per
saltarti addosso, per sbatterti fuori dalla porta, per creare una situazione in
cui il problema diventa reale e tu puoi guardarlo in faccia direttamente. Lo
Zen è diretto, non crede nei giri di parole. L’attendente, scusandosi, riportò il
biglietto al governatore.“È stato un mio errore,” disse il governatore, e con
una matita cancellò dal biglietto le parole “Governatore di Kyoto”. “Chiedi di
nuovo al tuo Maestro.” Quell’uomo doveva avere una grande intelligenza,
perché di solito i governatori non sono famosi per agire in quel
modo; normalmente un governatore si sarebbe arrabbiato, si sarebbe
vendicato. Ma Kitagaki aveva capito. Doveva essere un uomo di intelligenza
rara, di grande comprensione, non uno stupido; comprese quello che il
Maestro gli stava mostrando, riuscì a vedere la questione, riuscì a vedere la
compassione del Maestro, quello a cui accennava, a cui indicava; il Maestro
molto sottilmente gli stava mostrando qualcosa. Se non fosse stato
veramente intelligente, non avrebbe compreso. Questa è una situazione che
accade spesso. Molte persone non riescono a comprendere perché gli
accenni del Maestro sono molto sottili, la Realtà è molto sottile. Kitagaki è
riuscito a vedere la compassione del Maestro; non si è arrabbiato, non si è
offeso. Ha compreso immediatamente come mai il Maestro ha replicato: “Non
ho niente a che vedere con questa persona”. La cosa era evidente: se sei
attento, le cose sono assolutamente chiare; se non sei attento, le cose non
sono chiare per niente. E quando non sei attento, la tua rabbia interiore, la
tua reazione, renderà le cose ancora più confuse. “È stato un mio errore,”
disse il governatore, e con una matita cancellò dal biglietto le parole
“Governatore di Kyoto”. “Chiedi di nuovo al tuo Maestro.” “Oh, è Kitagaki?”
esclamò Keichu quando vide il biglietto. “Voglio proprio incontrarlo.” Con la
semplice eliminazione delle parole “Governatore di Kyoto” la situazione è
radicalmente cambiata. È possibile che un dettaglio così piccolo possa
portare a un cambiamento così grande? Sì, la vita consiste di piccoli dettagli.
L’ego non è una gran cosa, è piccolissimo; ma, mentre stai soffrendo a causa
sua, sembra enorme. Se sei abbastanza intelligente da abbandonare l’ego, ti
sembrerà piccolo – piccolo come un granello di polvere nell’occhio. Quando
hai un granello di polvere nell’occhio, ti sembra grande come l’intero
Himalaya; non riesci a vedere niente e il tuo occhio si irrita. Ma se prendi quel
piccolo granello di polvere e lo metti sul palmo della mano, vedi quanto è
piccolo. L’ego funziona alla stessa maniera: una volta che inizi a vederlo, non
è poi così grande. E la vita è basata su mutamenti davvero piccoli: una
piccola modifica, un piccolo cambiamento, e l’intera gestalt cambia. Occorre
comprendere cos’è successo nell’intimo di quell’uomo. All’esterno è successo
che... con una matita cancellò dal biglietto le parole “Governatore di Kyoto”.
Ma cos’è successo nel suo intimo? Ha cancellato qualcosa anche lì. E questo
è molto più importante, è la cosa veramente importante. Ha cancellato la sua
funzione, ha cancellato il suo ruolo, ha cancellato la sua identità; è diventato
una tabula rasa. Ha cancellato l’idea di essere qualcuno, si è dimenticato di
tutto ciò che aveva imparato fino a quel momento; in un solo istante ha
lasciato andare tutte quelle identificazioni. Non sa chi è, quindi perché fare
finta di saperlo? Certo, il suo lavoro è quello di governatore, è vero, ma
questo cos’ha a che fare con un Maestro Zen e perché un Maestro Zen si
dovrebbe preoccupare se una persona è governatore o no? Con questo
piccolo cambiamento al proprio interno è possibile cambiare il mondo intero.
Il cervello umano è diviso in due parti, in due emisferi. La ricerca scientifica
ha rivelato molti aspetti del cervello umano: una parte, la parte destra,
l’emisfero destro del cervello, funziona in maniera completamente diversa
rispetto alla parte sinistra. I due emisferi sono collegati da un piccolo ponte e,
grazie a questo ponte, il cervello è in grado di cambiare marcia. Il lato sinistro
del cervello governa la ragione, la prosa, la logica, l’aggressione, l’ambizione,
l’ego – è maschile, è yang, è molto violento. L’emisfero sinistro del cervello è
l’emisfero della matematica, dell’azione, dell’analisi, della mascolinità, del
tempo, del lavoro – di questo genere di cose.

I due emisferi sono collegati da un ponte fragilissimo, e le tue azioni fanno


costantemente cambiare l’attività del cervello dal lato sinistro al destro, dal
destro al sinistro. Ecco perché il tuo respiro cambia: a volte stai respirando
attraverso la narice sinistra e, quando la funzionalità del tuo cervello passa
all’altro emisfero, inizi a respirare dalla narice destra. Quando respiri dalla
narice destra, funziona il tuo emisfero sinistro, il collegamento avviene
sempre in senso incrociato. Quando stai respirando dalla narice sinistra, sta
funzionando il tuo emisfero destro. La mano sinistra è collegata all’emisfero
destro del cervello, e la mano destra è collegata all’emisfero sinistro. Spesso
forziamo un bambino che scrive con la mano sinistra a scrivere con la destra;
ci sembra che usare la mano sinistra sia sbagliato. Perché? Un bambino che
scrive con la sinistra non sarà mai il tipo di persona che questa società
desidera avere; tenderà più verso la poesia, avrà più immaginazione, avrà
grandi sogni – potrà diventare un pittore, un ballerino, un cantante, un
musicista, ma non sarà mai veramente bravo in matematica, ingegneria e
scienza. Non diventerà un grande generale, un assassino, un uomo politico –
questo no. Nello svolgimento di tutte queste attività, essere mancini può
essere pericoloso, mentre risultano più adatte le persone che usano la mano
destra. La storia è scritta da coloro che usano la mano destra! I mancini
vengono forzati a usare la destra perché, se usi la mano sinistra, la tua parte
ricca di immaginazione, la tua parte femminile, la tua mancanza di ego, sarà
attiva. Sarai più dolce, più aperto, più ricettivo; ragion per cui si forzano i
bambini a usare la mano destra. Prima o poi i mancini si rivolteranno contro
chi usa la destra; dovranno farlo, perché il cinquanta per cento della
popolazione è mancina, e in natura esiste sempre un equilibrio. Purtroppo noi
forziamo i mancini: di quel cinquanta per cento almeno il quaranta, con
grande riluttanza, impara a usare la mano destra, e soltanto il dieci per cento
continua a restare mancino. Ma costoro restano preda della paura, dell’ansia:
c’è qualcosa di sbagliato! Non si tratta soltanto di quale mano si usa, è in
gioco l’intero equilibrio cerebrale! Solo di recente gli esperti si sono accorti
che nel mondo esistono due tipi di linguaggio. Alcune lingue usano l’emisfero
sinistro del cervello – per esempio, la lingua inglese usa l’emisfero sinistro.
L’inglese è una lingua scientifica, razionale. Il linguaggio degli indiani hopi usa
l’emisfero destro; è un linguaggio completamente diverso, è meno scientifico,
è più pittorico, più poetico, più colorato, più vivo – gli hopi non hanno
sviluppato grandi concetti matematici. Siamo stati obbligati a restare sempre
più confinati nell’ambito dell’emisfero sinistro e, piano piano, abbiamo
dimenticato l’uso dell’emisfero destro. Abbiamo dimenticato l’intero mondo
dell’emisfero cerebrale destro. Quando abbandoni l’ego, al tuo interno accade
questo cambiamento; ecco perché tutti i grandi Maestri hanno insistito
sull’arrendersi. Questo cambiamento non ha nulla a che vedere con l’esterno,
accade nel profondo del tuo intimo: quando ti arrendi e abbandoni l’ego,
quando dici al Maestro che hai fiducia in lui e che lo seguirai come un’ombra,
che ora qualsiasi cosa lui dica per te sarà legge, immediatamente l’emisfero
sinistro del tuo cervello perde la sua supremazia. Adesso non serve più,
perché il dubbio scompare – poiché scompare la ragione, il dubbio svanisce
–, il polemizzare scompare e in te inizia a fluire un tipo di energia
completamente diverso: diventi più poetico, più incline alla celebrazione, più
gioioso. La crescita inizia a manifestarsi a partire da quel momento; la
crescita accade tramite il femminile, accade tramite l’emisfero destro del
cervello. Ebbene, questa parabola è soltanto una storia simbolica. Il
governatore aveva capito e rispose: “D’accordo, lascerò perdere l’idea di
essere un governatore”. Cancellando l’idea di essere il governatore di Kyoto,
è passato dall’emisfero sinistro a quello destro, e solo quando questo
slittamento accade può succederti qualcosa.

Chuang-tzu racconta la storia dello Spirito dell’Oceano che parla allo Spirito
del Fiume e dice: “Non puoi raccontare cos’è l’oceano alla rana dello stagno,
creatura di un ambiente ristretto. Non puoi parlare del ghiaccio a un insetto
estivo, creatura che vive una sola stagione. Non puoi parlare del Tao a un
pedagogo, persona dalla visione troppo limitata. Ma ora che sei emerso dal
tuo ristretto ambito e hai visto il grande oceano, riconosci la tua irrilevanza e
posso parlare con te dei grandi principi”. Questo è ciò che l’oceano dice
quando il fiume sfocia nel mare. Fino a quel momento l’oceano è stato sulle
sue ed è rimasto in silenzio: il fiume è arrivato alla foce, esita se riversarsi nel
mare o no, e l’oceano resta in silenzio. Poi il fiume entra nelle acque del mare
e l’oceano dice: “Ma ora che sei emerso dal tuo ristretto ambito e hai visto il
grande oceano, riconosci la tua irrilevanza e posso parlare con te dei grandi
principi”. È accaduta esattamente la stessa cosa quando Kitagaki ha risposto:
“Sì, ho sbagliato”. Sentire di aver sbagliato innesca un cambiamento radicale.
Per la gente è molto difficile accettare di aver sbagliato; tutti continuano a
difendersi, continuano a razionalizzare ciò che hanno fatto. Per Kitagaki
sarebbe stato molto più semplice pensare che Keichu fosse una persona
arrogante, egoica. Se al posto di Kitagaki ci fossi stato tu, cosa avresti fatto?
Prova a pensarci. Avresti pensato che quello era un uomo arrogante, ma che
genere di Maestro è una persona così? Un Maestro dev’essere umile,
dev’essere l’incarnazione stessa dell’umiltà; quest’uomo invece è egoico e
non ha nemmeno un po’ di buona educazione, è rude e si comporta in modo
incivile. Ti saresti arrabbiato, avresti cercato di razionalizzare la cosa con
mille spiegazioni; la gente insiste nel voler razionalizzare tutto. Preoccupato,
un paziente dice al proprio psichiatra: “Mi sono innamorato del mio cavallo”.
“Non c’è nulla di male,” risponde il dottore. “Molte persone amano gli animali.
Mia moglie e io abbiamo un cane che amiamo molto.” “Ma dottore, quello che
io provo verso il mio cavallo è attrazione fisica!” “Hummmmmmm!” commenta
lo psichiatra. “Che genere di cavallo è? Maschio o femmina?” “Femmina,
ovvio!” replica risentito il paziente. “Crede forse che io sia gay?” È facile
sentirsi in dovere di difendere il proprio punto di vista. Puoi difendere la tua
stupidità, puoi difendere il tuo malessere, puoi difendere le tue nevrosi. Puoi
continuare a difendere lo stato in cui ti trovi e che ti fa soffrire, puoi difendere
la tua sofferenza e la tua infelicità; la gente difende il proprio inferno con
grande accanimento, non ne vuole proprio uscire! Nel momento in cui il
governatore dice: “Sì, ho sbagliato”, il suo intero essere è cambiato. Quando
dici: “Sì, ho sbagliato” ti accorgi di cosa accade? All’improvviso ogni tensione
si scioglie; adesso non sei più sulla difensiva, non hai più bisogno di
difenderti, ora puoi aprirti. Nel momento in cui Kitagaki ha cancellato le parole
“Governatore di Kyoto”, è diventato un uomo diverso. Non è più la stessa
persona, ricordalo. Ecco perché il Maestro dice: “Oh, è Kitagaki? Voglio
proprio incontrarlo”. Adesso è diventato una persona completamente diversa.
Due amici sono seduti in un bar. “Mi voglio licenziare e voglio che vieni con
me,” dice uno dei due all’altro, dopo l’ottavo drink. “Davvero?” chiede l’amico.
“Sì. Conosco un posto in Africa dove c’è un sacco d’oro sparso in giro che
aspetta soltanto che qualcuno lo raccolga.” “Ecco, lo sapevo che c’era una
fregatura!” “Di quale fregatura stai parlando?” “Bisogna chinarsi!”

Quando vai da un Maestro devi chinarti – e chinarsi è la cosa più difficile al


mondo. In Oriente, chinarsi a toccare i piedi di un Maestro non è soltanto una
formalità, niente affatto. Oggi è diventato un gesto simbolico, un gesto privo
di significato; ma se tocchi i piedi del tuo Maestro con sincerità, dentro di te
avviene un enorme cambiamento: diventi una persona diversa, avrai
cancellato la dicitura “Governatore di Kyoto”. Sarai più libero, più aperto, più
ricettivo. Nel momento in cui tocchi i piedi del Maestro diventi più femminile,
più passivo, più disponibile; sarai pronto a seguirlo, sarai pronto ad aver
fiducia nel viaggio verso l’ignoto. È un viaggio senza certezze; non sai nulla di
questo viaggio, non ne hai alcuna esperienza, non è possibile nemmeno
provare che esiste una meta. Devi credere, deve aver fiducia. È come
l’uccello che insegna ai propri piccoli a volare... Non l’hanno mai fatto, sono
usciti da poco dal guscio e stanno crescendo. Non sanno nemmeno di avere
le ali; le hanno, ma come fai a sapere di avere le ali a meno di non volare nel
cielo? Come potresti sapere di avere le ali? La mamma insegna ai suoi
piccoli: come fa? Lascia il nido e svolazza tutt’intorno; i piccoli iniziano a
sentire qualcosa agitarsi dentro di loro. Sì, vorrebbero anche loro fare quello
che sta facendo la madre, ma hanno paura. Stanno sul bordo del nido,
impauriti, spaventati, mentre la madre continua ad andare e venire dal nido
battendo le ali per persuaderli: “Vieni anche tu, vieni con me!”. Ed ecco che
uno dei piccoli, il più coraggioso, quello pronto ad avventurarsi nel pericolo,
salta. Il suo salto è molto goffo, il suo volo non è proprio un volo: l’attimo dopo
torna nel nido, ma ora sa di avere le ali; adesso è soltanto questione di tempo
prima che sia capace di volare, ma adesso sa che può farlo. A volte la madre
deve spingere i piccoli, li spinge fuori dal nido per far scoprire loro che hanno
le ali. Un Maestro vive una situazione analoga. Devi avere fiducia in lui, la
stessa fiducia che un bambino prova per sua madre. Il Maestro ti sta
portando a intraprendere un viaggio a te sconosciuto. Di fatto, ti sta portando
in un viaggio che non solo non hai mai fatto in precedenza, ma non hai mai
nemmeno sognato. Ti sta portando in un viaggio del quale non hai mai
nemmeno sentito parlare; non riesci ad ascoltare nemmeno se qualcuno te
ne parla, tanto è misterioso e ignoto. Il Maestro cambia la tua intera mente: ti
porta a una metamorfosi, a una trasformazione, a una metanoia. A volte ti
lusingherà, a volte ti spingerà, ma quando avrai spiccato il volo capirai, e gli
sarai riconoscente per sempre. E il bello è che il Maestro non ti ha dato nulla.
Le ali sono tue, l’energia per volare è tua, il cielo è tuo quanto lo è del
Maestro; lui non ti ha dato nulla. Eppure, ti ha dato tanto: ti ha dato il
coraggio, ti ha dato la possibilità di aver fiducia, di addentrarti in una nuova
avventura, di entrare nell’ignoto – ma arrendersi è un passaggio obbligato.
“Oh, è Kitagaki? Voglio proprio incontrarlo.” La cancellazione di quelle poche
parole dal biglietto è il simbolo della resa. Kitagaki ha compreso il suo errore
e il suo gesto lo rivela chiaramente. Adesso il Maestro è pronto a riceverlo. Il
Maestro può riceverti soltanto quando sei pronto a essere ricevuto; prima
sarebbe prematuro, non servirebbe a niente, non ti sarebbe di alcun aiuto. Se
Keichu fosse stato anche soltanto un po’ più formale, il governatore non
avrebbe avuto l’opportunità di vedere il suo egotismo ma, grazie alla
mancanza di formalità del Maestro, il governatore ha avuto l’opportunità di
crescere. Ed è cresciuto. A volte crescere accade in un solo attimo.
L’intelligenza non ha bisogno di tempo. Se sei intelligente, mentre parlo
quello che dico sta già accadendo dentro di te; se sei stupido invece, hai
bisogno di pensarci su. Altrimenti, nello stesso momento in cui dico qualcosa,
contemporaneamente accade dentro di te. Io lo dico, e tu subito ne fai
esperienza – la senti, l’assaggi, inizi a sbattere le ali, ti prepari a fare il salto,
a essere coraggioso, a sentirti attratto dal rischio che la prova comporta.
Mentre dico qualcosa, se sei intelligente, non hai bisogno di fare niente: le
cose iniziano ad accadere persino mentre le ascolti. Il Buddha ha detto che ci
sono due tipi di persone: coloro che arrivano alla verità anche soltanto
sentendone parlare, e quelle che devono fare tanto lavoro. La seconda
categoria è composta da persone mediocri e sarai sorpreso di sapere che
questa categoria è diventata molto importante. La prima è chiamata shravaka
– anche Mahavira ha usato questa parola –, coloro che arrivano alla verità
ascoltando. La seconda categoria è chiamata sadhu, coloro che non sono in
grado di arrivare alla verità soltanto ascoltando ma che devono fare tanto
lavoro. Devono lavorare molto perché la loro intelligenza non è sufficiente,
altrimenti l’intelligenza è liberazione; ascoltando correttamente, la verità
accade immediatamente, e ogni situazione può diventare un’opportunità. Lo
Zen chiama questo stato mentale mu-sin. Mu-sin indica un stato di nonmente,
uno stato di pura intelligenza; allorché nessun pensiero si muove all’interno
della mente ma esiste soltanto la fiamma di consapevolezza. In questo stato
mentale, l’osservatore non è più separato dall’osservato, chi conosce non è
più separato dal conosciuto, chi ascolta non è più separato da chi parla.
Alcune persone fra i presenti arrivano a sperimentare questo stato molte volte
– lo stato di mu-sin, lo stato in cui non sei separato da me, quando
all’improvviso i confini che ci separano si sovrappongono, all’improvviso si
fondono. In quel momento ecco la comunicazione, in quel momento accade il
transfert. Quello è il momento in cui qualsiasi cosa funzionerà: il mio silenzio
funziona, le mie parole funzionano, qualsiasi gesto della mia mano funziona.
Devi essere nello stato di mu-sin, nello stato mentale in cui l’ego non è
presente, lo stato mentale che non ha confini. Soltanto in questo stato è
possibile realizzare il divino, il nirvana. Esiste un famoso haiku di
Basho: Vecchio stagno.
Una rana si tuffa. Plop! La storia narra che Basho era seduto in riva a un
vecchio stagno, uno stagno molto antico. Su una roccia c’era una rana.
Doveva essere una mattina serena e la rana si godeva il sole. Basho, seduto
in silenzio, osservava. Doveva trovarsi nello stato di mu-sin. Vecchio stagno.
Una rana si tuffa. Plop! La storia vuole che, grazie al rumore della rana che si
tuffa nel vecchio stagno – plop! – Basho si illumina: quel plop è sufficiente a
risvegliarlo. Certo, nello stato di mu-sin persino un plop è sufficiente! Il
governatore dev’essere stato un uomo davvero intelligente. Aspettando fuori
dalla porta del Maestro, piano piano dev’essere arrivato a vivere un attimo di
mu-sin. Quando l’attendente di Keichu tornò e, scusandosi, disse: “Sua
Eccellenza, il Maestro non intende riceverla. Ha rifiutato il suo biglietto. Ha
detto: ‘Non voglio vedere questa persona’”, plop... in quel momento è
successo qualcosa. Il governatore ha riconosciuto il suo errore ed è diventato
una persona completamente diversa. Adesso non è più lo stesso uomo. Sì,
può accadere in un attimo, è una questione di pura comprensione. Il canto di
un uccello può farlo succedere – plop. Il vento che passa fra i rami di un
albero può farlo accadere – plop. Può accadere. L’impossibile diventa
possibile se ti trovi nello stato mentale di mu-sin e lo Zen non è altro che una
disciplina per arrivare al mu-sin, a questo stato di nonmente.