Sei sulla pagina 1di 211

                 

                    

                                Gianfranco Marinoni

                                 Aeroporto di Miami
                                Racconti 
Indice
Aeroporto di Miami
Al telefono
Assicurazione divina
Associazione nevrotici in cura
Attesa
Bancomat
Cap. 1
Confessione
Conflitto 
Correre
Da Carlo, una visita
Decalogo
Descrizione di quadri
Destino
Dialogo a 4
Dialogo infinito
Discoteca
Domande
Dove vanno a finire i personaggi quando il racconto finisce
Due categorie
Emozioni
Esame della vista
Esame di Italiano
Esco
Favoletta
Filo di ferro
Foto parlata 
Genitori
Giro in centro
Gruppo terapeutico
Il calzolaio
Il cappellaio
Il cavallo universale 
Il collezionista 
Il compleanno del Luigino
Il consigliere
Il crollo del Sumesa
Il derby del secolo
Il discorso del fagiano
Il guanto
Il guaritore
Il libro
Il nano
Il negozio
Il nonno Carlo
Il pacco
Il poker
Il postino Angelo
Il ricercatore
Incontro di calcio
Interpretazione dei sogni
In vetta?
Io
L'11º ufficio
La fiera
La giostra
La grazia
La guida assoluta
L'albergatore
La mia vicina ha capito tutto
L'annuncio economico
La persona giusta
La stanza n. 8
La zia Guadalupe
Lettera al Direttore
Lezione di scrittura
L'inserviente
L'ordinatore di penne
Loro due
Lo scomparso
Lo scopo della mia vita
Mercedes
Mr. Baxter
Muratori
Negozio n. 1
Nel garage
Nella serra
Nel Motel
Nuovi orizzonti
Osservazioni
Pareti
Partita finale
Passeggiata reale
Pensierino sul Natale
Potere
Qualcosa da ridire
Quei due
Questione di coscienza
Racconto di Natale
Racconto inconcluso
Reparto salumi
Ritratto n. 1
Ritratto n. 2
Ruote
Sala d'attesa
Sala operatoria
Savonarola
Scale
Scelte predefinite
Scherzi del destino
Stranezze della vita
Sul viale
Suore di castità
Telegramma
Ultimo piano
Una bagatella
Una bella giornata
Una famiglia
Un delitto
Aeroporto di Miami    (10­12­1981)

La partenza del volo era stata annunciata per le tre del pomeriggio. Sono le dodici, c'è 
ancora molto tempo, ma i passeggeri del volo seduti ai tavoli del ristorante, aumentano il 
loro ritmo mandibolare. Mangiano in fretta, ostinatamente, accanitamente, non per 
terminare prima, ma per ingoiare una maggiore quantità di cibo. Le vivande che ordinano 
sono delle più esotiche e costose. I camerieri, svelti, accorrono alle chiamate e servono 
immediatamente in tavola. C'è sempre qualche mano di cliente alzata in segno di richiamo 
e c'è sempre qualche mano di cameriere alzata a reggere un piatto di cibo già destinato.
I clienti mangiano tutto, non lasciano avanzi nei piatti, nemmeno le guarnizioni, le fettine 
di limone, le foglioline di prezzemolo. Giusto qualche osso di bue viene lasciato mezzo 
rosicchiato nei piatti perfettamente puliti con pezzi di pane. Regna un rumore di stoviglie e 
di bocche masticanti.
Le chiamate e le ordinazioni avvengono a gesti perché i clienti hanno sempre la bocca 
troppo piena per poter parlare. Qualcuno si alza per andare al bagno, ma ritorna 
affrettatamente dopo pochissimo tempo. 
È l'una, si spalanca la porta della cucina ed entra nella sala un cameriere con un braccio 
alzato a reggere un vassoio con una grossa testa di maiale arrosto. Giunto al centro della 
sala il cameriere si ferma e da un'occhiata circolare al locale. Sembra indeciso.
Gradatamente si fa un profondo silenzio, le mani e le mandibole dei clienti poco a poco si 
fermano e restano immobili. La testa del maiale ondeggia sopra quella del cameriere ormai 
visibilmente stanco di reggere quel peso. Improvvisamente, quasi ad un tacito segnale, le 
bocche piene, spruzzando all'intorno frammenti di cibo, gridano tutte insieme: Cameriere! 
L'indecisione del povero lavoratore aumenta, così come la sua stanchezza. Il braccio 
indolenzito gli formicola e comincia a tremare. L'oscillazione è sempre più ampia. Dopo il 
grido degli avventori, nuovo silenzio. Il cameriere è al limite delle forze. Lentamente i 
clienti con gli occhi puntati sulla testa dell'animale, ingoiando i bocconi rimasti loro in 
bocca, si alzano tutti in piedi. Tutti trattengono il respiro, la testa del suino scivola giù dal 
vassoio e cade con un tonfo sordo e semiliquido sul pavimento.

C'era nel ristorante un anziano cameriere cinese. Era cinese di razza ma non di nazionalità. 
In Cina, non essendoci mai vissuto, non lo consideravano cinese e nel nostro paese, per i 
suoi caratteri orientali, veniva trattato come uno straniero. Il pover uomo sentiva di non 
possedere una patria, una comunità con cui identificarsi, a cui integrarsi. Non s'era mai 
sposato, la sua disubicazione gli aveva reso difficili le relazioni sociali. Sentiva di non essere
nessuno e nessuno si occupava di lui.
Quel giorno, all'una del pomeriggio, il cameriere cinese serviva in tavola nella sala del 
ristorante insieme con gli altri camerieri e come gli altri camerieri assistette alla caduta 
della testa di maiale. L'intera sua vita di solitudine, la continua coscienza della sua nullità, 
una disperata, improrogabile necessità di uscire da quella vita, di farla finita, lo spinsero ad 
agire.
Come un fulmine il nostro cameriere, prima che nessuno nel ristorante muovesse un passo, 
attraversò la sala, afferrò la testa di maiale al suolo e se la calcò sulla sua, con energia, 
come se volesse infilarsela a mo' di cuffia e gridò: è mia!
I clienti cominciarono ad avvicinarglisi portando con sé dai tavoli forchette e coltelli. La 
loro intenzione era chiara. Gli furono addosso, il cameriere cinese gridò ancora: è mia, è 
mia!
Si levarono i coltelli e mentre i clienti famelici smembravano e si saziavano di quel vecchio 
corpo esotico, lui, il cinese, ripeteva flebile: sì sono vostro, sono tutto vostro.

Ballata del cameriere cinese 

Forse durante il tuo viaggio
troverai qualche cannibale 
inappetente
che ti risparmierà la vita, 
però non ci contare, 
perché non è la realtà.
La fame è enorme,
aumenta sempre più, 
le bocche si moltiplicano
e visto che siamo qui, 
capisci?
dobbiamo pur mangiare.
In fondo è solo un cambio
duro, si sa,
ma il futuro deve diventar presente
e il passato non ci serve più.
Siamo in tanti
non importa come avvenga
e visto che siamo qui,
capisci?
dobbiamo pur mangiare.

Al telefono   ( maggio 1986)

Pronto?
­ Pronto
Si, pronto?
­ Pronto, si
Pronto?
­ Ma si, pronto
Pronto?
­ Pronto pronto, sono pronto
Pronto?
­ pronto a che cosa? Sono pronto a tutto. Dica
Avvocato Belli?
­ Pelli, solamente pelli
Pronto?
­ Solo pelli, siamo solo pelli
Avvocato?
­ Com'è la sua pelle?
Come dice?
­ La pelle è tutto, sa?
Si?
­ E' tutto ciò che abbiamo da mostrare. Non un bel duodeno, una bella tibia, s'è mai visto?
No, ma mi dica ancora della pelle
­ Bisogna saperla leggere. La pelle è un libro aperto. Prenda il mio collo: ci vedrà i segni dei
molti gioghi che ho portato nella vita. Ci vedrà qualche graffio, qualche impronta di labbra, 
resti di un'epoca felice. Ci vedrà il cerchio di una gran quantità di colletti bianchi, di 
cravatte, simili a cappi o a collari per cani: di qui un abbraccio e di qua uno 
strangolamento; qui in mezzo un pomo d'Adamo mai colto e più sotto la precaria 
attaccatura al resto della vita, lo spazio vuoto per una collana di fiori mai offertami da 
nessuno, e la piega, l'orribile piega di chi ha sempre tenuto giù la testa.
E le mani, poi. Nulla di più eloquente. Non capisco come si possano mostrare in pubblico 
senza vergogna. Le mani sono come il diario intimo di una persona. In esse v'è registrato 
ogni fatto personale, dal più eroico al più vile. Guardando le mani di una persona si capisce
subito con chi si ha a che fare. Si può capire come accarezzano, colpiscono, afferrano, 
comunicano, danno o nascondono. Se dopo essere stati con una persona non ci ricordiamo 
delle sue mani, vuol dire che quella persona ci ha nascosto qualcosa o ci ha mentito.
Il dorso della mano è la parte più intima di una persona, è il luogo preferito dalla vecchiaia 
che vi lascia le sue macchie, come odiosi biglietti da visita. 
La trasparenza della pelle che lascia intravedere una rete di vene sfatte.
Le grinze che si stendono e si raccolgono con un'elasticità cartacea.
E quel tremore lascivo, quel muoversi incerto, da colpevole, su oggetti inoffensivi.
Quel gesticolare fiacco, evasivo, quel posarsi pigro sui braccioli delle poltrone, 
inimmaginabile in altri tempi.
Quel raccogliersi,  supplichevole e impotente, a preghiera
Quello stropicciarsi da usuraio. 
Quell'artritico, scomposto, ingiustificato afferrare sostenere deporre oggetti, senza necessità
apparente.
Quell'agitarsi chiacchierone e invadente.
Quel civettare falso e frivolo.
Quel nascondersi con finta indifferenza in tasche profonde dove in realtà ciò che si 
nasconde è il sudore della tensione. 
Le mani sono il più tremendo tentacolo che la natura abbia mai inventato.
Con esse si mangia e si uccide, si costruisce si aiuta si crea e si distrugge una cultura una 
vita un'epoca.
Stringersi la mano è un atto di suprema incoscienza. Le mani sono armi. Dovrebbero aver 
stampato sopra Alta Tensione.
­ Avvocato Belli?
­ Pelli, solo pelli
­ Avvocato, pronto?
­ Nient'altro che pelli
­ Pronto?
­ Pronto, io?
­ Pronto?
­ No.

Assicurazione divina     (10­09­2011)

Ora sono nella sacrestia della chiesa del paese: una piccola chiesa di un paese della 
pianura. Le finestre della sacrestia guardano sui campi di trifoglio, sui filari di pioppi lungo 
i fossi, sulle rade cascine sparse qua e là nel verde della campagna. 
Nella sacrestia c'è odore di incenso, di cera per pavimenti, di fumo di candele, di mobili 
vecchi. Tutto è un po' in penombra, accentuata dai colori scuri dei mobili, dal pavimento di 
mattonelle, dallo scuro soffitto. 
Sono seduto su uno sgabello e guardo attraverso la finestra aperta un volo di rondini; sono 
tutte eccitate e cinguettanti. È maggio, hanno appena iniziato la loro lunga frenetica estate.
Oltre al cinguettio delle rondini si sente solo il ronzare di qualche moscone. Se non fossi 
vestito degli abiti della mia epoca potrei pensare, guardandomi intorno, di essere magari 
nel 1600, non ci sarebbe molta differenza, solo la lampadina in mezzo al soffitto.
Su una parete c'è un quadro annerito dal tempo; rappresenta un angelo semi­inginocchiato 
che porge un ramo di gigli ad una giovane donna; questa  guarda da un'altra parte e tiene 
le mani spinte in avanti come nel gesto di chi non ne vuol sapere eppure in un 
atteggiamento di umiltà, di supplica, di rassegnazione. Forse è la vergine Maria nel 
momento dell'annunciazione, o del concepimento, non so, non me ne intendo molto di 
dogmi.  Lo spazio tra le due figure è attraversato da un gatto. È un quadro psicologico, 
forse un Lorenzo Lotto, ma non me ne intendo molto, sono solo un venditore di impianti 
d'allarme.
Sono qui per questo, infatti. Qualche giorno fa alcuni mal intenzionati hanno forzato la 
porta della sacrestia, sono entrati in chiesa e hanno cercato di rubare un grande quadro del 
'500, appeso dietro l'altare e attribuito a Tiziano.
Nel buio, cercando di attivare qualche fonte di luce, i malviventi hanno provocato invece un
corto­ circuito che ha messo in allarme il vecchio parroco ancora alzato a preparare il 
sermone del giorno dopo. Alle grida di costui i ladri sono fuggiti senza essere visti e senza 
la tela.
Già alcuni mesi prima c'era stato un altro tentativo di furto dello stesso dipinto. Allora i 
malviventi erano riusciti a staccarlo dalla parete e a portarlo fino all'ingresso della chiesa, 
ma l'imprevisto sopraggiungere di una comitiva di allegri nottambuli li aveva messi in fuga 
costringendoli ad abbandonare il quadro sulla porta principale.
“Vuole che al terzo tentativo i ladri riescano a rubare la tela?” chiesi al parroco 
sopraggiunto in quel momento nella sacrestia.
“No, certo.”
“Bene, allora è giunto il momento di dotare la chiesa di un moderno sistema d'allarme a 
ultra suoni. Non Le pare?”
“Guardi, Lei mi ha già mandato un preventivo di spesa per l'installazione dell'impianto. La 
parrocchia è povera. I soldi che riesco a raccogliere dai fedeli servono per cose più urgenti e
poi, Le dico la verità, Dio ci protegge, protegge il quadro. Quale miglior antifurto potrei 
desiderare?”
Me ne vado dal paese con dei brutti presentimenti. Un Tiziano di enorme valore lasciato 
nelle mani, non di Dio, ma di un prete senza cervello.

P.S. Un mese dopo la mia visita alla parrocchia dei ladri sono entrati nottetempo nella 
chiesa, hanno  staccato dalla parete il famoso Tiziano e mentre uscivano con il malloppo 
sono stati fermati dal parroco, svegliato da alcuni rumori sospetti. I malfattori, per niente 
intimoriti, hanno colpito il venerando prete sulla testa con un candelabro di ottone e si 
sono dileguati con la preziosa tela che, come è emerso in seguito,  non era nemmeno 
assicurata. Il parroco non si è ancora del tutto ristabilito dal colpo alla testa.

Associazione Nevrotici in Cura    (20­11­2909)

Siamo in una casa­albergo per nevrotici: qui si sono auto ricoverati alcuni soggetti che 
ritengono di poter trovare, o recuperare un equilibrio esistenziale, una nuova educazione al
vivere, attraverso la convivenza e la sperimentazione di terapie non convenzionali. La casa 
ospita una decina di “educandi”, il personale di servizio e il direttore, un maturo signore 
che ha fatto molti lavori nella vita senza aver mai concluso nulla di rilevante. Definisce se 
stesso come uno che è andato in giro per il mondo a cercare punti di partenza, ma non è 
mai partito, perché non è riuscito a rispondere alle domande “perché partire, per dove, per 
chi?”.
Si chiama Mario Noni. Ha messo su, si fa per dire, la casa albergo con i soldi di alcuni 
benefattori anonimi, ma non è un segreto, ormai, che i finanziatori siano gli stessi ospiti. 
Comunque sia, Mario dirige decentemente lo stabilimento, pur non essendo un 
amministratore, né uno psicologo, né un medico, né un esperto di alcunché. È un uomo 
qualunque, senza particolari talenti, che ha conosciuto un pochino il mondo e pensa che ciò
sia più che sufficiente per aiutare gli altri, non per altruismo, ma come lavoro retribuito. 
Mario non crede nel volontariato, nella giustizia divina e umana, nella Provvidenza, nei 
miracoli e nella scienza. Per lui sono solo modi diversi di vedere la realtà, non 
necessariamente più efficaci di altri modi meno accreditati. Mario riceve uno stipendio 
modesto, ma, secondo lui, giusto.
Gli ospiti della casa non presentano tipologie nevrotiche molto diverse tra di loro; 
semplificando si potrebbero accomunare tutti in un unico tipo di nevrosi: un insopportabile 
fastidio verso la gente comune, dove per gente comune si intendono coloro che nella vita 
hanno fatto ciò che gli altri si attendevano che loro facessero.
Noi ospiti, invece non lo abbiamo fatto: da ciò deriva il nostro malessere a stare con la 
gente comune che ci induce al confronto e ci fa sentire come persone perdenti.
Una delle prime terapie di gruppo che noi pratichiamo, forse inventata dal direttore, si basa
proprio sul sentimento di perdita o privazione. Ci riuniamo nella sala delle Feste, così 
chiamata  perché il direttore, in un momento di intuizione affaristica, o terapeutica, decise 
un giorno di affittare il salone al pubblico esterno per feste di compleanno, fidanzamento, 
matrimoni, pensionamento, ecc. Noi non facciamo nessuna festa, ma mescolati tra la gente 
spargiamo notizie inquietanti del tipo: il Fisco ha messo a punto un sistema infallibile per 
individuare gli evasori. Chi dichiara il falso quest'anno, l'anno prossimo verrà senz'altro 
scoperto. Oppure, il prete che ha celebrato questa cerimonia è un usuraio, fa pagare il 
doppio i suoi servizi religiosi, oppure, le pensioni, con il nuovo governo, saranno ridotte 
della metà e in alcuni casi, dove si accerti che il lavoratore ha fatto dei giorni di malattia 
non vera, saranno sospese. Innocui dispetti che alla fine della giornata ci fanno sentire più 
meschini e perdenti. Ma il direttore dice che servono a far aumentare il nostro disagio al 
fine di indurci, per eliminarlo, a eliminare il rispetto per le convenzioni e i valori assurdi su 
cui sono fondate.
Ma torniamo alla terapia. Il direttore, che già conosce i nostri curricula, ogni domenica si  
presenta in sala all'ora di pranzo, vestito da nababbo, accompagnato da una splendida 
ragazza che lo accarezza e lo bacia in continuazione; si siede a un tavolo e gli vengono 
subito serviti dal personale degli squisiti manicaretti, un inserviente gli si avvicina e 
chiamandolo Eccellenza, lo informa che la sua speculazione in Borsa è andata benissimo, 
che la sua casa ai Caraibi ha raddoppiato di valore e che le sue analisi cliniche non possono 
essere migliori e via di questo passo. Alla fine ognuno di noi si trova inesorabilmente 
difronte alla propria nullità. Tutti vorremmo essere come lui e, con il malessere alle stelle 
ce ne torniamo nelle nostre stanzette. Spesso ci arrivano delle lettere anonime con 
apprezzamenti pesanti sulla nostra persona; sospettiamo che siano del direttore, che 
conosce i nostri segreti. Anche questo ci fa sentire peggio.
Quando il disagio arriva ad un livello non più sopportabile allora avviene la catarsi. Si 
comincia a vedere la realtà con occhi diversi, più distaccati, non rassegnati, ma disincantati.
Non si crede più a nulla. Il valore delle cose svanisce, quindi capiamo che non abbiamo 
perso niente e a questo punto ci sentiamo liberi.
Ma la catarsi finora è avvenuta ben poche volte, così che il direttore, in certi casi, per 
facilitare la guarigione,   decide di applicare la regina di tutte le terapie: l'osservazione sul 
campo.
Un selezionato gruppetto di noi viene portato nelle vicinanze di una casa di gente comune 
e, non visti, assistiamo ad uno spaccato della loro vita quotidiana. Io ho assistito alla cena 
di una famiglia di quattro persone, con figli adolescenti.
Riassumo ciò che ho visto e sentito. Il capofamiglia arriva dal lavoro stanco e frustrato 
come quasi sempre, saluta superficialmente tutti, ascolta distrattamente i figli e la moglie, 
anch'essa stanca e frustrata, ma in più delusa repressa arrabbiata invidiosa. I coniugi si 
parlano in modo convenzionale, falso, trattenendo a stento l'aggressività;  i figli litigano per
delle inezie, i genitori si occupano a lungo delle inezie dei figli e delle proprie. Il vicino ha 
messo il suo bidone della spazzatura davanti al nostro box, si però lui ha la Mercedes e noi 
non cambiamo la macchina da quattro anni. Ti ho detto mille volte che il rotolo di carta 
igienica deve srotolarsi all'esterno, no contro il muro. Ma quella nuova tinta di capelli era 
proprio necessaria? Questo prosciutto non è fresco. Cristian ha preso quattro in italiano e 
ha litigato con Dennis. 
Quando riteniamo di aver visto abbastanza torniamo all'Istituto, ognuno nella propria 
stanza e qui sì, avviene la catarsi. Ci guardiamo intorno e diciamo a noi stessi: meno male, 
ci è andata bene. Quando la domenica dopo vedremo il direttore nella sua esibizione da 
nababbo, a stento controlleremo le risa e riprendendo a fare le stesse cose  di sempre 
sapremo che loro, le cose e le persone, non hanno nessun potere su di noi, non ci dominano
affatto, ma siamo noi a dare loro, se vogliamo, il loro potere. 
Saremo noi, non loro,  il gatto che gioca col topo.    

Attesa        (01­11­1999)

Sì, domani, d'accordo. No, nessun problema, a domani.
Sì, pronto? Non c'è? Non ancora? Domani? Va bene, d'accordo, domani.
Sì? Quando? Domani? Sul tardi? No, nessun problema.
E aspetta. Lui aspetta. Sta sempre aspettando, da una vita. Che cosa? Aspetta la grande 
occasione, il grande cambio. Troverà finalmente con il nuovo lavoro, il nuovo progetto,  il 
nuovo incontro, la nuova proposta quella sistemazione, quell'equilibrio tanto agognati 
all'inizio della carriera esistenziale, cioè dai 13 anni, fine terza media?
Quarant'anni di attesa, quarant'anni di false partenze, sbagliate, inutili.
E aspetta ancora, dopo quarant'anni. Ha ancora fiducia. Questa è la volta buona, si dice. 
Stavolta sì. I tasselli del mio mosaico stanno per andare al loro posto. Dopo quarant'anni di 
confusione e di incertezza ognuno di loro finalmente dimostrerà di non essere stato inutile. 
Il disegno della mia vita apparirà chiaro e ogni giorno trascorso, anche quello più infame, 
verrà riabilitato. Deve essere così, se no sono costretto a credere al caso e io non ci voglio 
credere. Il caso è uno spreco, la mia vita sarebbe uno spreco se tutto fosse stato un caso. 
Tutto quel soffrire per avanzare un pezzettino, quel doloroso apprendere, quel costruire 
scale faticose da salire, tutto un caso? Come la fortuna, che bacia qualsiasi stronzo? Ci 
sarebbe da mangiarsi le dita. No, non c'è il caso. Prima o poi il disegno dovrà emergere. 
L'ordine, la giustizia avranno l'ultima parola. Perché, se no, io cosa ci sto a fare qui?
Mi svegliai con un senso di delusione, poi, ricordando il sogno, mi rassicurai, pensando che 
nella vita non c'è nessun disegno da completare, nessuna giustizia, ordine, bontà. Tutto 
ciarpame culturale che che mi ero già scrollato di dosso tanti anni fa.  

Bancomat      (03­07­1998)

Mai accaduta una cosa simile. Quante volte l'avevo fatto. Cassa automatica, inserisci la 
tessera, digiti l'importo che vuoi ritirare e prendi i tuoi soldi. Quella volta però, a dire il 
vero, mi era sembrata un po' strana, quella cassa automatica. Lo sportello e il vano da cui si
sarebbero dovuti prelevare i contanti erano esageratamente grandi, secondo me. Comunque
per la fretta, visto che c'erano altre persone in fila dietro di me, non ci feci troppo caso. 
Digitai codice e importo, tre milioni da ritirare. La macchina cominciò il consueto ronzio, 
poi silenzio. Pausa di due, tre minuti. La gente scalpiccia, lo sportello si apre. Oh, sorpresa! 
Nel vano, realmente molto grande, forse come un tavolo di medie dimensioni, si vedono 
riunite in un ordine non privo di eleganza una quantità di cose che non ci si aspetterebbe 
mai di incontrare in una cassa automatica. C'erano una cassetta di pomodori freschi, una 
profusione di frutta rotonda, mazzette di soldi sparsi tra le frutta, sacchetti di carta chiusi, 
forse pane, penne biro, monete, cianfrusaglie. Un uomo dietro di me mi guardava 
impaziente, come se io fossi un maleducato per aver voluto ritirare tutte quelle cose quando
c'era una fila di gente tanto lunga. Cominciai in fretta a riempirmi le tasche di tutta quella 
roba pensando che sì, avevo chiesto tre milioni, ma in soldi non in merce. Mi cadevano le 
mazzette di soldi dalle tasche, mentre sentivo sempre più forte l'impazienza della gente e il 
disappunto di essere stato ingannato, perché quelle cose valevano, se le avessi comprate tre
milioni, ma se le avessi volute vendere avrei ottenuto molto meno. 
Ah, le banche! Anche così riescono a fregarti.   

Cap. 1       (18­11­2007)

Camminavo a caso per una strada, tanto una direzione vale l'altra, mi dicevo, un punto 
d'arrivo vale l'altro.  Perché sono giunto a questa conclusione che, come si può intuire, è 
estensibile a tutto e quando dico tutto intendo proprio tutto, la vita, la morte, il bene, il 
male, i soldi, dio, gli affetti, no, gli affetti no, almeno questi, ma tutto il resto sì? 
Ci sono arrivato così: prima ho letto i classici della cultura ufficiale, poi ho letto i non 
allineati e ho tratto le mie conclusioni.
E' chiaro che il percorso che ho fatto io va bene solo per me. Io sono arrivato qui, date le 
mie premesse.  Il punto d'arrivo in cui mi trovo adesso e che  considero irreversibile e 
realistico, è il risultato di una lunga operazione di svestimento, di auto spogliazione di 
sovrastrutture culturali che mi impedivano di essere consapevole della realtà. 
Adesso mi trovo pressoché nudo: dopo essermi strappato di dosso tutti i vecchi valori della 
mia cultura occidentale, non mi risolvo però a seguire la direttiva niciana, cioè abbracciare i
nuovi valori del super uomo. La mia concezione dell'essere umano non è così eroica come 
quella di Nietzsche. Per me, l'essere umano è solo un pochino più intelligente del maiale e 
se potessimo sapere cosa pensa il maiale dell'essere umano credo che rimarremmo stupiti e 
contrariati. Però  se voglio essere coerente col mio pensiero, devo accettare che la sua 
opinione, quella del maiale, vale quanto la nostra.
Per tornare a Nietzsche, non c'è nessun super uomo nella specie umana, se per tale si 
intende chi liberatosi dai vecchi valori infondati ne ha abbracciati altri altrettanto infondati.
Adesso forse è un po' più chiaro il senso della frase iniziale?
Dunque camminavo lungo una strada pensando che se tutto è fondato su valori infondati, 
cioè posti arbitrariamente da qualcuno all'inizio della nostra storia e perpetuati e 
ufficializzati nel corso della stessa, allora tutto può essere rifondato su valori diversi, 
proprio come diceva Nietzsche.  Così per esempio, se il valore del diamante è solo una 
convenzione posta unilateralmente da qualcuno, nulla vieta, in base al principio che 
nessuno possiede la verità assoluta,  che io ponga la mia convenzione, per la quale il salame
e non il diamante è il bene più preziosa su questa terra. 
Effettivamente un cambio di questo genere ci complicherebbe non poco l'esistenza 
quotidiana, per lo meno nelle interazioni sociali, ma se  il concetto è giusto, per la proprietà
invariantiva della moltiplicazione, cioè aumentando o diminuendo dello stesso valore tutti i
termini dell'operazione il risultato non cambia, possiamo applicarlo a qualsiasi cosa.
In altre parole sono io che do il valore alle cose, e se riesco a farlo liberamente con qualsiasi
cosa  allora sono l'uomo più potente del mondo. 
Non ho bisogno di valori assoluti, mi bastano valori d'uso, che creo io, giorno per giorno, e 
che rispondono solo a me, perché l'unica realtà che per me esiste è solo la mia, quella che 
percepisco con la mia persona, necessariamente.
Detto questo mi venne voglia di un cappuccino. Il mio corpo lo voleva, ma il mio intelletto 
cominciò a dire che era un bisogno indotto, un valore convenzionale, una dipendenza 
psicologica e culturale.  Per risolvere la diatriba entrai in un bar e mentre assaporavo il mio 
cappuccino pensavo che in fondo ero io a decidere che mi piaceva e che era giusto, per me, 
intingerci anche un cornetto.

                                                                * * *

A 51 anni ho smesso di credere nei valori assoluti e la mia vita è notevolmente migliorata. 
Vede, dissi a un signore che intuendo il mio dialogo interiore si era avvicinato incuriosito, i 
valori assoluti ci obbligano a fare continuamente dei confronti fra le cose e quindi delle 
valutazioni, secondo parametri fondati appunto su quei principi assoluti. Ma ammesso che 
quei principi assoluti esistano veramente, cioè siano veramente fondati sull'evidenza e non 
sulla fede, c'è qualcuno tra gli esseri umani che riesca a soddisfare sempre e in ogni cosa 
quei principi? Per me non esiste e se ci fosse  sarebbe un mostro, un essere disumano, un 
robot. Ora, se nessuno è perfetto, qual'è la percentuale di imperfezione tollerata? E chi la 
stabilisce? Costui dovrebbe essere perfetto per poter essere legittimato a stabilire il livello 
tollerato, altrimenti ognuno fisserebbe il suo come livello standard e non sarebbe certo la 
perfezione. Quindi nessuno, su questa terra, è in grado di dire qual'è la perfezione, dov'è la 
verità. 
Liberatomi allora da un continuo, frustrante, logorante confronto con la perfezione la mia 
esistenza è diventata più serena, rilassata, in una parola più naturale.
Ah! la natura! disse il mio estemporaneo ascoltatore con un tono come per dire è la solita 
solfa.
Si, la natura, replicai, c'è forse qualcos'altro di reale a cui affidarci?
Se ne andò con un'espressione di delusione sul volto. Cosa si aspettava? La  formula segreta
della felicità?  Come se il senso, l'equilibrio della nostra esistenza terrena dipendesse da 
qualcosa di segreto che solo pochi sanno. Ridicolo, semplicemente. La verità della nostra 
vita ce l'abbiamo sotto gli occhi. Per secoli ci hanno fatto credere a Babbo Natale così che 
abbiamo perso il senso della realtà. Già, qual'è il senso della realtà?

                                                               * * * 
La realtà è una cosa mia, però ognuno ha la sua. Ma c'è una realtà oggettiva, uguale per 
tutti? È come pretendere che esista un farmaco universale, valido per tutte le malattie e per
tutti i malati. Ognuno di noi è diverso, vive attraverso i suoi 5 sensi ed è inevitabile che il 
mio mezzo panino sia diverso dal tuo mezzo, anche se entrambi fanno parte dello stesso 
panino.
Ma la cultura, che è sempre in buona fede e si preoccupa di assicurarci una convivenza 
pacifica e, perché no, anche piacevole, ci suggerisce che di realtà ce n'è una sola, quella 
ufficiale, omologata,  quella vera, insomma. Le altre sono deviazioni malsane da un solo 
unico vero punto di vista, il suo.
Io sono del Nord. Un giorno, tornando da un viaggio, salii con una valigia su un autobus a 
Milano. Dentro c'erano due o tre ragazzi meridionali, in canottiera, che mi chiesero: 
Straniero? Impacciato dissi di no, ma credo che non mi abbiano creduto.
Quindi? disse il barista, che aveva ascoltato l'aneddoto che, chissà perché, raccontai a voce 
alta. Forse era meridionale anche lui.
No, niente, dissi un po' confuso e uscii dal bar.
Confessione         (22­04­2010)

San Serafino a mare, 11 luglio 1847

Mi trovo da tempo in una situazione imbarazzante. Non ho via d'uscita, se non quella di 
ricorrere alla soluzione estrema: deporre l'abito.
Mi riferisco all'abito sacerdotale. Sono da molti anni un sacerdote della “Unica Religione 
Cattolica Apostolica” (URCA). Ora ho perso la fede.
Questo è un problema mio, lo so, ma visto che devo confessare i fedeli, diventa un 
problema anche per loro, benché non se ne rendano conto. Come potrebbero essere guidati 
da un falso pastore che non sa più qual'è la retta via?
Ascolto le loro confessioni, ma quelli che per loro sono peccati per me ora non lo sono più. 
Capite adesso il mio imbarazzo?
Dovrei dire loro di non rammaricarsi per le loro colpe perché non sono colpe, di non 
punirsi, di non pentirsi, di non disprezzarsi per aver seguito la loro natura. Come la 
prenderebbero? Si sentirebbero traditi, burlati, confusi.
Dovrei spiegare che i peccati non esistono, sono solo invenzioni di una cultura primitiva, 
impaurita dalla propria natura, incapace di comprendere la vita. 
Dovrei convincerli che non ci sono valori assoluti, ma solo dogmi, pseudo verità. Dovrei 
esortarli a liberarsi dalla spessa coltre di  pregiudizi che li soffoca, che loro stessi a tenerla 
in vita e la perpetuano attraverso l'educazione dei loro figli. Dovrei dire loro che Dio non 
esiste e quindi tutte le chiese sono inutili. Dovrei gridare dal pulpito la Buona Novella, la 
mia Buona Novella, perché la vecchia è morta, ma mi lincerebbero. 
Non sono un martire, non do la vita per una verità che si auto smentisce quando afferma 
che non esiste nessuna verità.
Nel confessionale a volte sento confessioni simili:
Padre, ho peccato con la mente. Col pensiero ho desiderato la giovane donna del vicino. 
Padre, ho immaginato di spogliarla con compiacimento e di baciarla su tutto il corpo e di 
possederla, Padre,  mi è piaciuto immensamente perché era cosi bella, così vitale, così...  
Potrò essere assolto, Padre?
Il mio predecessore, per i peccati sessuali, anche quelli virtuali, prescriveva docce fredde 
d'inverno e una dieta poverissima di calorie, per annientare il maligno, diceva. Molti 
parrocchiani sono morti, per queste penitenze.
La tipologia di peccati più frequente, oggi, è quella sessuale, mentre la disonestà economica
è passata in secondo piano. Oggi è importante essere ricchi a costo di essere disonesti.  Qui 
non ci sono conflitti, basta seguire i comandamenti capitalistici. Se non hai successo sei solo
un incapace, ma non un peccatore.
L'ambito sessuale invece è più crudele. Il sesso non è più una funzione fisiologica, comune a
tutte le altre specie animali viventi, è erotismo, vale a dire idealizzazione di un piacere non 
più sensuale, ma culturale, fondato su valori estetici più che fisici. Conta di più il simbolo 
che la cosa. 
Il sesso oggi è desiderio di una felicità futura, che ci è negata perché priva di oggetto. Si 
possiede solo l'immagine del corpo, di un corpo astratto e quando possediamo il corpo vero,
non lo vogliamo più, è troppo fisico, non è quello che sognavamo. 
I laici non se ne fanno un problema, ma il fedele religioso che cerca in un corpo illegittimo 
la terra promessa cade nel sentimento del peccato. Viene a confessare cose illecite mai 
vissute.
Vedere tanta gente che si avvelena l'esistenza per delle sciocche credenze religiose, 
umilianti per la vita e per la mente umana, mi è diventato insopportabile. La realtà è che 
chi sa tace, o per interesse, o per impotenza, o per viltà. Le istituzioni che potrebbero 
liberare le masse da queste menzogne credono di poter  prosperare mantenendo lo status 
quo e non s'accorgono invece che si stanno scavando la fossa. Anche questo, in fondo, è un 
modo, forse un po' lungo e doloroso, per far uscire le masse dall'inganno religioso.
Non mi presto più a diffondere queste assurdità: la mia intelligenza, la mia dignità, l'amore 
per
l'umanità me lo proibiscono. Dal pulpito dico solo cose utili alla convivenza sociale, non 
parlo di colpe, di offese alla divinità, di castighi  futuri, di umanità malvagia, ma i miei 
fedeli, lo sento, non sono contenti. La loro masochistica voluttà non viene soddisfatta se 
non da prediche infuocate, apocalittici stroncamenti di vite peccaminose, punizioni 
personalizzate. I fedeli vogliono essere puniti personalmente da Dio, solo così si sentono 
vivi e diversi dalle altre pecore del gregge.
Basta! Domani dal pulpito vuoto il sacco, sbatto loro in faccia la verità e sarà uno scandalo. 
I media ci andranno a nozze, mi presenteranno come un mostro, si accaniranno nel 
trovarmi perversioni di tutti i tipi. Il mio superiore ecclesiastico mi sospenderà dall'ufficio, 
verrò fatto passare come una vittima di un forte esaurimento nervoso, con un momentaneo 
stato di confusione mentale, ma il buon pastore non abbandonerà certo la pecorella 
smarrita. In effetti mi terranno d'occhio per un po' di tempo, impedendomi di nuocere, poi 
non se ne parlerà più e verrò dimenticato. Una volta sarei finito sul rogo.
Non so se domani potrò continuare questo diario, quindi mi accomiato adesso, ma voglio 
che sia chiaro che faccio tutto questo non per odio verso le istituzioni, ma per amore della 
verità.

San Serafino a mare, 12 luglio 1847

Sto passeggiando sulla spiaggia, il sole si è appena alzato. Sono solo, con la mia sconfitta. 
Sì, ieri ho gridato dal pulpito, in faccia a tutti, che Dio non esiste. Mi aspettavo un tumulto, 
grida di rimprovero, di rabbia. Nulla di tutto ciò, solo silenzio, qualche mezzo sorriso. Ho 
continuato a snocciolare le mie ragioni, ma nessuno s'è alzato ed è uscito. Quando sono 
sceso dal pulpito la gente ha cominciato a defluire in silenzio dalla chiesa. Un vecchio 
conoscente mi si è avvicinato e m'ha detto: bella predica, Padre. Sulla porta ho visto 
un'anziana signora, che avevo confessato più volte e le ho chiesto perché non c'è stato lo 
scandalo che mi attendevo.
Vede Padre, mi ha risposto tranquillamente, noi non sappiamo se ha ragione Lei a negare 
tutto o ha ragione il vescovo a voler farci credere le cose della fede. A noi basta venire qui, 
constatare che siamo ancora una comunità di gente simile, che non dobbiamo cambiare la 
nostra vita. Per il resto, cosa vuole che ci interessino queste speculazioni. Andavano bene 
nell'età della pietra, quando la gente aveva paura delle ombre, ma ora... 
Forse più che sconfitto mi sento ridicolo. Il pirla che scopre l'acqua calda.
Non so se ora sia proprio necessario deporre l'abito, in fondo, il sacerdote, è un mestiere 
come un altro. Nel confessionale, con i fedeli,  parlerò del più e del meno, senza drammi, 
senza finzioni. Ora che le pecore hanno illuminato il pastore, penso che andremo d'accordo.

Conflitto          (04­05­2010)

Voglia di sensualità, ma la pigrizia mi impedisce di lasciarmici andare.
Ha ragione la pigrizia o la sensualità?
La pigrizia è una sostanza semplice, come un monolito, tuttalpiù varia in densità, ma è 
sempre la stessa. La sensualità invece è un universo infinito di sostanze diverse, non ce n'è 
una uguale all'altra. I sensi sono capaci di tutto, la pigrizia solo di una cosa, rimanere 
ferma.
Bere un bicchiere d'acqua è un'esperienza sensuale enormemente complessa; non ne siamo 
consapevoli, ma entrano in gioco moltissime sensazioni ed emozioni e ricordi, 
gratificazioni, apprendimenti, armonizzazioni di tutte le nostre cellule tra loro e col mondo 
esterno, scioglimento di tensioni, ripristino di anteriori equilibri, disponibilità verso la vita, 
ecc, ecc. ma una banale pigrizia, ci priva di tutto ciò.
La sensualità è dinamica, corre, si disperde in mille rivoli, combinazioni, scoperte, la 
pigrizia invece è statica, un immobile peso morto che ci soffoca.
Ho conosciuto una persona con delle gravissime ustioni in tutto il corpo. Mi raccontò che 
un giorno gli andò a fuoco la casa mentre era seduto in poltrona. Per la pigrizia, 
probabilmente, non si mise subito in salvo. Fu estratto, vivo per miracolo, dalle macerie 
fumanti. Ma fu la pigrizia la causa delle sue ustioni, o tutt'altra cosa?
Non può essere stata forse la sensualità e non la pigrizia a tenere quella persona inchiodata 
alla poltrona in un'estasi di sensazioni uniche che l'incendio e non la volgarità della fuga le 
avrebbe regalato? Quando mai nella vita ordinaria ci è concesso di sentire il crepitio dei 
nostri amati libri mentre bruciano nella e insieme con la libreria, l'odore acre degli abiti che
indossiamo mentre si stanno carbonizzando, le contorsioni delle loro fibre, lo sbiadire e 
l'annerirsi dei loro colori e le bottiglie che scoppiano schizzando schegge di vetro e quel 
buon vino che tenevamo per le grandi occasioni? L'indescrivibile sensazione tattile delle 
nostre dita sulla pelle arroventata della poltrona, il sapore del fumo denso  di svariati 
materiali combusti che ci entra in bocca lasciandoci intuire la nostalgia di un bacio e poi, 
ancora, la gioia di svincolarsi, liberarsi per sempre dalle cose che ci sono care, l'eccitazione 
di un futuro imprevisto, il gusto di vedere infranti i valori convenzionali delle cose, lo 
sciogliersi in forme impensate dei metalli preziosi e lo sfrigolio delle carni vive 
nell'abbraccio delle fiamme e alla fine, l'irrefrenabile estasi che solo questo florilegio di 
suoni, visioni, allucinazioni, odori, sapori, deliri psichici ci può offrire.
Ma, qualcuno potrebbe dire, sono tutte cose orribili, dolorose, negative, contro natura, 
immorali. Ma forse che la natura è morale? l'esplosione di una super nova è una 
mostruosità etica? La vita, qualsiasi forma di vita,  è morale? La vita sprizza in tutte le 
forme possibili, è e basta, e la sensualità è vita, non morale.
Non ebbi modo di saperne di più sull'esperienza drammatica che quella persona visse a 
causa dell'incendio; certo, soffrì notevoli dolori fisici, restò con una pelle orribile, perse tutti
i suoi averi, la sua vita ora è certo più difficile, i rapporti umani, con quella faccia, sono 
ormai compromessi, il costo è stato alto, molto alto, ma quelle sensazioni, forse, ne sono 
valse la pena, forse gli hanno dato un piacere che nessuna pigrizia con tutti i suoi vantaggi 
potrebbe superare. 

      
Correre          (02­09­1998)

Ogni giorno quasi alla stessa ora si incontravano sulla spiaggia e correvano. Lui arrivava 
prima, faceva qualche esercizio di respirazione, poi cominciava a correre. In quel momento 
arrivava lei, una ragazza di diciotto anni e senza premeditazione si metteva a trotterellare 
dietro di lui, forse osservandolo, forse no. Ben presto lo superava ed ora era lui che forse la 
osservava o forse no. Finirono per osservarsi, benché non fossero gli unici a correre sulla 
spiaggia. Può darsi che queste coincidenze abbiano stimolato la loro reciproca curiosità, 
oppure nell'essere umano c'è del magnetismo che fa sì che due persone, pur immerse in una
folla di gente, si attraggano e finiscano per incontrarsi. 
L'uomo era alto, snello, brizzolato, sui cinquanta, la ragazza piccola, grassottella, bionda, 
carina. Trent'anni di differenza nella corsa si notano. Lui dopo un po' cominciava a 
rallentare e a sbuffare sempre più, lei, elastica sembrava correre senza sforzo. Arrivata al 
termine della spiaggia, tornava indietro e allora incrociandosi si vedevano di faccia. Si 
guardavano gli occhi, si ammiccavano, si dimenticavano. Ma un giorno non si 
dimenticarono, si salutarono, si aspettarono, si parlarono. Cominciarono a correre insieme. 
Giorno dopo giorno la relazione si strinse anche fuori dalla spiaggia.
Io li vedevo perché anch'io correvo sulla stessa spiaggia. Sembravano felici, correvano 
sorridendo, scherzando, spingendosi. In seguito seppi che quell'uomo non era libero, non 
era legittimamente disponibile per una relazione di quel tipo. Forse aveva una malattia 
incurabile, forse una moglie che dipendeva da lui, forse una condanna che avrebbe dovuto  
cominciare ad espiare di lì a poco. Le lune di miele sono tutte belle, alcune più vistose, altre
meno, tutte però quando sono vere arrivano fino in fondo al cuore. Non c'è nient'altro nella 
vita umana che possa tanto. Erano felici ma lui cominciò a ritirarsi, poco a poco, 
consapevole della sua impossibilità , del suo declinare verso la fine. Lei se n'accorse? Sulla 
spiaggia non correvano più come prima, ora erano più composti, più seri, più rigidi. Una 
mattina quando li incrociai sulla spiaggia lei piangeva, lui le diceva qualcosa. Mi sembrò 
strano vedere due persone consumare un loro dramma intimo correndo. Piangere mentre si
corre non è una cosa stridente? Il pianto quasi sempre è triste, la corsa invece è allegria e 
lui come poteva dirle con il fiato grosso delle cose tranquillizzanti, convincenti, 
inciampando magari in un legno o saltando un monticello di sabbia? E la lacrime di lei 
erano vere o erano gocce di sudore?
Mancai qualche giorno dalla spiaggia, quando ripresi ad andarci vidi solamente lei che 
correva come sempre, come prima, elastica, senza sforzo. 
Ripensandoci ora, credo che il correre sia un buon metodo per sdrammatizzare la vita. 
Mentre si corre non ci si può concentrare a fondo su nessuna passione. Due persone sedute 
l'una difronte all'altra, immobili nel silenzio dello spazio, che si dicono cose dolorose sono 
molto più fragili di  due che si dicono le stesse cose mentre stanno correndo dietro un treno
che se ne va.   
Da Carlo, una visita     (20­09­2011)

Entrai un momento da Carlo, per salutarlo e mi dissero che era appena morto. C'erano 
diverse persone che non conoscevo sedute intorno al cadavere steso in una pozza di sangue.
Parlavano a bassa voce, come si fa di solito nelle veglie funebri. Sua moglie, con le maniche
della camicia sporche di sangue, conversava con un uomo di mezza età, vestito in modo 
formale, poteva essere suo padre, o forse il medico forense.
Mi stavo avvicinando ai due quando una signora matura, un po' in carne, vestita non troppo
accuratamente, cioè in veste da camera e ciabatte, mi fermò con un gesto. Buon giorno 
professore, sono la mamma di una sua vecchia alunna, Demetra, si ricorda?
Mi ricordavo sì di Demetra, una bella ragazza prosperosa, ma poco propensa agli studi. 
Sì, certo, come sta? chiesi. 
Ecco, vede, l'hanno appena arrestata e condotta in carcere. L'accusa è di omicidio 
volontario. Ha ucciso quell'uomo là steso. 
Chi, Carlo? chiesi scioccamente. Ma come è accaduto? fingendo noncuranza come se mi 
informassi su un piatto rotto. Non volevo essere indiscreto. 
Non si sa esattamente. Sembra che Demetra abbia sorpreso Carlo e Gloria, sua moglie, in 
un momento intimo.
E che c'è di strano in ciò? Erano a casa loro.
Ma Carlo e Demetra erano amanti. Demetra è molto passionale e gelosa. Deve aver perso la
testa. 
Beh, può succedere a tutti, dissi. Mi sentivo un po' stupido e non sapendo come continuare 
chiesi: perché Lei è in vestaglia? Dorme qui?
No, dormo a casa mia.
Ma sono le tre del pomeriggio!
E con ciò?
Sì, in effetti, ammisi con la coda tra le gambe. 
Venga, Le voglio presentare mio zio d'America.
Non ho mai potuto sopportare gli zii d'America, né d'Australia, né d'Argentina, mi sembrano
tutti degli zombi più estranei alla realtà presente di un marziano appena sbarcato sulla 
Terra. Di solito sono persone ricche, vecchie, saccenti, orgogliose del loro successo 
economico, come se avessero fatto chissà che cosa chissà dove. Gli zii d'America poveri non 
si menzionano mai.
Per compiacenza strinsi la mano del vecchietto, più arzillo di quanto mi aspettassi, forse la 
vista del sangue lo aveva eccitato. Ci sedemmo in un salottino appartato. La moglie di 
Carlo, ancora con la camicia sporca, ci offrì un brandy poi se ne andò in cucina a preparare 
degli antipasti per tutti.
Non sapevo che Carlo e Demetra se la intendessero, dissi tanto per rompere il ghiaccio. Lei 
ne era al corrente? mi rivolsi all'anziano.
No, guardi, io mi occupavo di bestiame, ora sono in pensione, rispose.
Animali vivi, precisò la nipote, cioè la mamma di Demetra. Importava dall'Argentina negli 
Usa capi bovini, li macellava, li imbustava e li rispediva in Argentina.
Un bel lavoro, dissi, si guadagnava tanto? Dico, con tutta quella strada!
Quel giorno mi comportavo da  stupido. Un caso o sono sempre così? mi chiedevo. E se 
fossi veramente così sempre? A volte si scoprono aspetti della propria personalità nei 
momenti più impensati. Comunque la conversazione continuò su quel tono.
No, non era un grande business. Dopo quarant'anni capii che non ce l'avrei fatta. Sa, non ho
voluto cedere alle prime difficoltà, ma solo alle ultime.
Però, dopo le ultime difficoltà, perché non ha continuato, visto che erano finite?
È difficile stabilire con certezza se le difficoltà sono proprio le ultime e non le penultime.
Si accese a questo punto un enorme sigaro cubano e in pochi istanti la stanza fu satura di 
fumo acre. 
Prendendo la scusa di un'asma infantile che mi vietava il fumo passivo, andai in un'altra 
stanza, dove incontrai tre vecchi amici di Carlo e miei. Ci stringemmo la mano scuotendo la
testa. Mentre bevevano un brandy offertoci dalla moglie del defunto e ricordavamo le di lui 
virtù, il cielo si
oscurava gradatamente, assumendo colori mai visti alle nostre latitudini.
Vedete? disse Emilio, uno dei tre amici, indicando il cielo, pensate anche voi come me che 
oggi è un giorno speciale? guardate che colori da tragedia. Un grand'uomo è morto! Tra 
poco tremerà la terra.
Guarda Emilio che Carlo non era Gesù Cristo. Era uno qualsiasi, come noi, disse Giacomo.
Non è vero, replicò Emilio, nessuno è uno qualsiasi.
Sarà, intervenne Augusto, in Spagna dicono “nadie es màs que nadie”, come dire che siamo 
tutti uguali.
Non solo tra di noi esseri umani, intervenni io per dar sfoggio di acume, ma non siamo 
nemmeno diversi da qualsiasi altra forma di vita animale.
Direi, volle rincarare Augusto, anche vegetale. Siamo manifestazioni indifferenti della vita. 
Ecco che cosa ci accomuna e ci rende uguali a tutto ciò che vive: siamo solo creazioni 
necessarie della Natura. Lei ci “deve” mettere al mondo, poi se ne disinteressa, anzi, 
quando abbiamo già una certa età, ci vorrebbe fuori dai coriandoli.
La Natura, intervenni io pensando che fosse a proposito, vorrebbe un mondo di giovani sani
che si riproducono continuamente. Una volta pensavo che l'aumento mostruoso della 
popolazione mondiale fosse un errore della Natura. No, invece. Tutto quello che accade è 
opera di lei. Se avesse voluto che i dromedari si moltiplicassero all'infinito l'avrebbe fatto e 
oggi il mondo sarebbe un'immensa stalla. 
Non credo, disse Augusto rivolgendosi a me, non credo che ci sia una volontà precisa dietro
ogni accadere. Se siamo in tanti su questa terra è per puro caso.
Ma voi siete una manica di atei, sbottò Emilio. Per voi che muoia un cristiano o una mosca 
è la stessa cosa?
Sì, rispondemmo in coro.
Carlo non serviva più a niente, dal punto di vista della Natura, continuò Augusto, serviva 
solo al capitalismo, come cliente, come fornitore, come numero. Tutta la storia 
dell'umanità, pur con le sue epoche splendide o meschine, come l'attuale, è solo un piccolo 
evento insignificante nell'andare dell'universo.
La moglie di Carlo offrì altri brandy e un vassoio di tartine. 
Tutto bene? chiese.
No, per niente, disse Emilio, mi accorgo di essere circondato da nemici del povero Carlo. A 
una mosca! L'hanno paragonato a una mosca, questi pagani.
Sì, è un po' poco, disse Gloria, la moglie, io lo paragonerei piuttosto a un mandrillo. Voleva 
sempre fornicare.
Visto? disse Augusto.
Vade retro, Satana! Gridò Emilio e se ne andò dalla casa.
Erano molto uniti, disse Gloria.
Lo sappiamo, per questo abbiamo cercato di sdrammatizzare la perdita. Ma com'è avvenuto
l'omicidio? chiesi interpretando il pensiero degli altri. 
Da tempo, cominciò Gloria, sapevo della relazione tra Carlo e Demetra, ma non mi 
importava. Io e Carlo come coppia avevamo chiuso. Oggi Demetra è arrivata alle tre, come 
tutti i giorni. Io l'ho accompagnata in salotto da Carlo e li ho lasciati soli. Alcuni minuti 
dopo ho sentito un urlo e mi sono affacciata alla porta del salotto. Demetra brandiva un 
grosso coltello da cucina. Affari loro, mi son detta, e sono tornata nella mia stanza. Poco 
dopo un altro urlo, più forte. È fatta, ho pensato e sono andata a vedere. Stavolta era Carlo 
che brandiva il grosso coltello. Affari loro, mi sono ripetuta. La terza volta ho sentito urla e 
rantoli. Stavolta ci siamo, ho pensato e sono corsa in salotto. Ancora niente. Il coltello sul 
pavimento, i due si stavano picchiando. Basta! Ho gridato loro, non se ne può più. Fatela 
finita. Non si può stare un po' tranquilli in questa casa?
Non so perché ho afferrato il coltello e ho detto: chi dei due? Sono rimasti in silenzio, non 
capendo le mie intenzioni. Nemmeno io, in realtà, le capivo bene. Forse volevo dire chi dei 
due pugnalava l'altro, o chi la finiva per primo, o chissà cos'altro. Entrambi devono aver 
pensato che li volessi aggredire col coltello e mi si sono avventati contro. Ne è nata una 
colluttazione e c'è scappato il morto. Non so chi abbia inferto il colpo mortale. C'erano sei 
mani frenetiche in movimento.  Alla fine Carlo è caduto con il coltello infilzato nella pancia.
Demetra si è inginocchiata e glielo ha estratto. In quel momento alcuni vicini, attratti dalle 
grida, hanno sfondato la porta e hanno visto la scena. La polizia è arrivata subito e senza 
chiedere spiegazioni ha arrestato e condotto via Demetra, ancora con il coltello in una 
mano, forse in stato di shock. Fine della storia. Ora, se non vi dispiace, vado a preparare 
una cenetta d'addio per questa sera. Come amici intimi di Carlo siete invitati.
Continuammo così a parlare e a bere brandy fino all'ora di cena. Emilio ritornò più 
tranquillo e si unì ai numerosi brindisi di commiato dal nostro caro amico Carlo. Ognuno 
improvvisò un breve discorso funebre. A mezzanotte ci accomiatammo dalla vedova. 
Mentre barcollavamo per la strada convenimmo tutti che Carlo era una brava persona, sia 
da viva che da  morta.    
Descrizione di quadri       (01­04­1999 /14­10­2011)

                                                                         I
Nel primo quadro si vedono, nel centro, in primo piano due figure in piedi, vicine, un uomo
e una donna adulti col volto di profilo alzato verso il cielo, a guardare un quarto di luna 
posta nell'angolo in alto a sinistra. I due sono su una piattaforma, un palchetto basso come 
una base per sculture. Tutto è color terracotta. Le figure sono in bassorilievo. 
Alcuni particolari nel volto dei due soggetti suggeriscono una conversazione in corso tra 
loro:
Mai stato in una situazione del genere
Bah, succede a chiunque
Ti dico, è la prima volta in vita mia
Vuoi dire che non ti è mai capitato di essere in questa posizione?
E me lo chiedi?
Ma guarda che da che mondo è mondo
Io mai
Dove hai vissuto finora, nelle catacombe?
È che non sono mai uscito allo scoperto
Vedrai che si rimedierà 
Lo spero proprio
Però, hai visto che luna?
Come?
Che luna
Quale luna?
La posizione dei due interlocutori è statica, come due sculture, forse due mummie o due 
manichini sulla loro base in un negozio di abbigliamento. Lui è calvo, lei ha un occhio 
chiuso e ha pochi capelli sulla sommità del capo. Il resto del corpo è sfumato, solo 
accennato, confuso con la granulosa tessitura del fondo. Non si sa se siano completi di mani
e piedi. Non c'è tensione, rumore, rapporto tra i soggetti e la luna che è indifferente, 
casuale, potrebbe anche essere di cartone o non esserci. I due sono immersi in pensieri 
crepuscolari, ognuno per conto suo pur restando uniti da una fredda familiarità. Il braccio 
destro di lui infatti sembra coprire il seno sinistro di lei, ma forse è solo un difetto nella 
manica della giacca. Per un eccesso nell'uso dello sfumato sembra che lei non abbia nessun 
indumento posto, mentre lui, per la stessa ragione esibisce delle natiche inverosimilmente 
grandi. La profondità di campo è suggerita dalla piattaforma con la sua prospettiva 
geometrica.
Perché sono lì quei due? Che cosa aspettano? Chi sono? È forse un simbolo della condizione
umana che l'autore del quadro ci ha voluto suggerire? 
Un'umanità senza risposte, in atteggiamenti inspiegabili, apparentemente in balia della 
casualità. 
In piedi a guardare la luna non ha maggior  senso che stare seduti di spalle a una pompa di 
benzina. Entrambe le situazioni potrebbero avere un significato importantissimo 
nell'equilibrio dell'universo. Però noi non lo sappiamo. Neppure ha importanza che si tratti 
di due esseri umani, di quattro cani, di un sofà giallo, o di lasagne al forno. Fa lo stesso.
Il titolo del quadro non ci è noto, giustamente. Fa parte dello spirito dell'opera. 
Ma noi lo sappiamo, autorizzati dalla certezza del non sapere. 
Il titolo è: Non so.

                                                                          II
Il secondo è un quadro psicologico, come del resto il primo. Più che l'estetica contano lo 
stato d'animo, le intenzioni, l'intelligenza dei soggetti.  Sono due persone, di spalle, che 
camminano lungo un viale di tigli in direzione di una chiesetta nel fondo. Il pavimento non 
è molto pulito, cartacce, escrementi di cane, mozziconi di sigaretta, un biglietto ferroviario 
Crema­Treviglio, un sandalo.
I due uomini guardano qualcosa fuori del quadro a destra; sono quindi di profilo. Indossano
abiti scuri, formali, probabilmente portano una cravatta sulla camicia bianca. Non hanno 
cappello, sono ben pettinati e sbarbati. Quello di destra ha folti baffi castani, l'altro, più 
giovane, delle lunghe basette.
La luce sembra quella di un tramonto estivo in un paese temperato dell'emisfero 
settentrionale. Forse in Italia, in Lombardia, a Treviglio. Ci sono delle foglie verdi ai piedi 
dei tigli, probabilmente strappate da un forte temporale. L'aria sembra più densa del solito, 
satura del profumo dei tigli, oppure, ma non possiamo saperlo, del greve odore di una 
conceria nelle vicinanze. Forse è a questa che guardano i due camminanti.
Chi sono costoro? Due impiegati della locale ditta di pompe funebri, due bancari vecchio 
stile, due ebrei classici, due testimoni che vanno a un matrimonio nella chiesetta del fondo?
Il più anziano stringe in una mano un piccolo pacchetto, la scatoletta delle fedi nuziali 
appena ritirate dalla gioielleria. Non stanno guardando la fabbrica di pelli sulla destra; il 
più giovane ha detto qualcosa all'altro ma questi, per non rispondere, gira la testa e pensa:
(dialogo muto)
­questo qui crede che sposando mia figlia metterà facilmente le mani sul mio patrimonio
­prima o poi si dovrà convincere che mi sposo per amore e non per soldi
­è chiaro che di mia figlia non gliene importa niente, è brutta come la fame
­non è la bellezza del corpo che conta per me, ma quella interiore e sua figlia ne ha da 
vendere
­vogliono tutti prendere la strada più corta 
­sospetti, sospetti, solo sospetti
­avidità, avidità
­non voglio i tuoi soldi
­ormai sono vecchio, mi ritiro dal mondo
­non ho voglia di lottare mi ritiro dal mondo
L'uomo coi baffi ha la bocca leggermente aperta, sta per rispondere al suo compagno e 
dall'espressione degli occhi è probabile che dica “no, tu no”.
Dalla leggera increspatura della mano sinistra del giovane si può dedurre che replicherà 
“faccio ciò che mi sento e non sarai tu ad impedirmelo”.
Titolo del quadro: Viale dei tramonti.
Destino    (07/01/2011)

Qualcuno ha messo una panchina in questo bosco, così lontano dalla città. Mi ci sono 
seduto. Volevo stare un po' solo con me stesso, dopo tanti anni di solitudine con gli altri. 
Qualcuno deve aver avuto la stessa idea: sullo schienale è inciso un cuore trapassato da una
freccia e il nome Mario, nient'altro. Non c'è nemmeno un sentiero che porta a questa 
panchina. Infatti non so come ci sono arrivato. Attrazione magnetica? Non ci credo. 
Memoria remota? Lo escludo, mai stato qui prima d'ora. Passaggio obbligato? No, nulla 
impediva di scegliere un'altra direzione. Allora il caso? Sì, a meno che non si creda nel 
destino. 
Paolo è uno di quelli che ci crede. E' anche religioso. Pensa che il suo nome non è un caso, 
ma un riferimento a San Paolo. 
Con Paolo ho avuto diverse discussioni sul libero arbitrio, ma non ha mai voluto accettare 
che il libero arbitrio esiste; in effetti basta non parlarne.
La sorella di Paolo è della mia opinione. Afferma che quando lavorava alla Standa molti 
commessi le chiedevano di uscire e lei ora sceglieva l'uno, ora l'altro. Alla fine scelse male e 
si trovò a fare una vita infelice. 
Hai visto? mi disse Paolo, scegli, scegli, ma alla fine, se quello è il tuo destino, non ci 
scappi.
Gli eventi, gli risposi, non sono il frutto di una singola scelta, ma di una serie più o meno 
lunga di coincidenze casuali. Prendi il marito di tua sorella, per esempio, se il giorno in cui 
le chiese di uscire non fosse andato all'appuntamento per una qualsiasi ragione imprevista e
tua sorella fosse uscita con un altro uomo che l'avesse fatta felice, ora non sarebbe così. 
Ma il destino non ha voluto, insistette Paolo. 
Senti, gli risposi, perché esista un destino per ognuno di noi, occorre che qualcuno, o 
qualcosa organizzi tutte le possibilità, tutte le concatenazioni possibili  in modo tale da far 
accadere proprio quell'evento decisivo, nel tempo e nel luogo esatti. 
Certo che c'è quel qualcuno, è Dio, concluse tranquillamente Paolo.
E Dio si occuperebbe di ogni istante della mia vita e di quella di tutti gli altri esseri viventi, 
perché anche i topi, i dinosauri e le amebe hanno un destino, o no?
E' inutile parlare con te se non sei credente. 
Lo stesso posso dire io di te, perché sei credente. Pensa solo a questo semplice fatto che 
ognuno di noi dà per scontato: andare all'edicola qui all'angolo a comprare il giornale. 
Nessuno dubita del buon risultato dell'operazione. Però pensa a quante combinazioni 
positive devono accadere affinché il risultato sia quello voluto. Puoi scivolare lungo le scale 
perché la donna delle pulizie ha appena lavato il pavimento, esci in strada e un tuo 
carissimo amico ti invita in un bar, vieni assaltato da un delinquente che ti ruba tutti i soldi,
o vieni travolto da un'auto condotta da un anziano colpito da improvviso ictus cerebrale, 
arrivi all'edicola ed è chiusa per ferie, o per lutto in famiglia, o perché è stata semidistrutta 
da un incendio vandalico, o perché l'edicolante ha vinto la lotteria ed è partito per i Caraibi,
chiedi alla fine il tuo giornale, esaurito, o  non è uscito per sciopero dei tipografi, o dei 
corrieri, va bene, compri il giornale e torni a casa, ma sul portone un vaso di fiori ti cade in 
testa e vieni ricoverato in ospedale e il tuo giornale, rimasto sul marciapiede viene portato 
via dalla nettezza urbana. 
In genere torni a casa sano e salvo col tuo giornale, ma solo perché le infinite combinazioni 
di eventi che intervengono in questo atto sono state positive per te. Pensi veramente che 
qualcuno stia li a fare in modo che tu torni a casa col tuo giornale, o, se non ti vuole tanto 
bene, a farti accadere qualche brutto imprevisto?
Sì, Dio fa questo.
Gli diedi un pugno in faccia. Mentre si asciugava il sangue che gli usciva da un taglio 
all'arcata sopraccigliare gli chiesi: era destino che ti colpissi? Possibile che Dio ti voglia 
male? Che Dio è il tuo? 
Dialogo a 4      (02/09/2008)
(un vecchio, una bambina, un gatto, un telefono) 

Non ricordo di essere mai stato in questa parte della città e neppure so perché ci sono 
capitato ora. Ah, si, ora ricordo: la sorella di una mia amica, che abita in questa zona, era in
visita da sua sorella , cioè la mia amica. In realtà non era più mia amica da quando un bel 
giorno cessò l’amicizia, così, semplicemente,  come quando finisce il caffè macinato e ci 
rendiamo conto che non possiamo più farci una caffettiera di caffè finché non andiamo al 
super a comprarlo. Non conoscevo la sorella della mia ex amica fino a quando, due giorni 
fa, non l’incontrai a casa di sua sorella. 
Fra le molte cose che arbitrariamente mi chiese di fare, come imbiancare il garage della 
sorella, o portare il suo cane alla toelettatura più rinomata della città, una mi sembrò un po'
sospetta. Dovevo andare, mentre lei rimaneva lì dalla sorella, a casa sua, in questa parte 
della città che, appunto, non conosco e prendere le chiavi di casa che s’era dimenticata di 
portare con sè.
Io sono servizievole per natura, non mi tiro indietro se capita l’occasione di aiutare 
qualcuno, disinteressatamente, come quando strappai di mano a un ladro un portafoglio 
per restituirlo al derubato.  Ma questa è un’altra storia, dove mi sono un po’ confuso con i 
portafogli e con le persone.
Insomma accettai, benché mi sembrasse che ci fosse qualcosa di strano in questa  richiesta. 
Infatti, mi resi conto, come faccio ad entrare in casa se non ho le chiavi? 
Dalla finestra del vicino, mi disse la sorella. Poi, dalla sua casa, attraverso un piccolo cortile
in comune, avrei potuto entrare in casa della sorella dalla porta della cucina, lasciata 
sempre aperta.
Ora sono qui, davanti alla finestra del vicino. Ho impiegato molto tempo per arrivarci ed 
ora è già sera. È buio e nell’aria fresca c'è un odore di muri umidi, come nelle fabbriche 
abbandonate da tempo in cui dai tetti sfondati piove dentro. La strada non è molto 
illuminata e non c'è nessun passante. Anche la finestra a pian terreno in cui devo entrare è 
buia e apparentemente chiusa. Chissà se il vicino è in casa e se sarà d’accordo che entri in 
questo modo. Spingo i battenti della finestra, scavalco il davanzale ed entro.
Penombra e silenzio. Subito attrae la mia attenzione un tavolino di bamboo, su cui è 
appoggiato un telefono nero, modello vecchio. Ho il presentimento che prima o poi quel 
telefono si metterà a suonare. Attraverso velocemente la stanza e, già quasi fuori, mi giro 
per chiudere la porta che da nel cortile. Sorpresa. Scorgo una persona seduta in una 
poltrona dall’alto schienale, di spalle alla finestra da cui ero entrato. Rimango immobile. 
Quella persona , che ora vedo meglio, è un anziano che mi fa segno di avvicinarmi e di 
sedermi su uno sgabello accanto alla poltrona.
Mentre sono indeciso se ignorare il vecchio inoffensivo od obbedire al suo invito, ecco che 
squilla il telefono (l’avevo detto, io), contemporaneamente si accende la luce nella stanza  
ed entra da una porta laterale un gatto, subito seguito da una bambina in un pigiama  un 
po’ piccolo per la sua età (forse non era una bambina, ma una nana). Entrambi si fermano 
accanto alla poltrona.
Tutti mi guardano, il telefono squilla, io, sulla soglia della porta, mi sento come un 
indagato davanti ad una commissione d’inchiesta. Non ho nulla da nascondere, mi dico. La 
sorella mi ha autorizzato. Non sono un malfattore. 
La scena è immobile. Dopo sette squilli il vecchio alza il ricevitore, ascolta, annuisce e 
riaggancia. La bambina, o la nana, mi guarda senza sorridere. Perché mai dovrebbe farlo? Il
gatto mi guarda le scarpe. Mi avvicino allo sgabello e mi siedo, improvvisamente stanco, in 
attesa. Tutti sembriamo in attesa.
Diamo troppa importanza alle cose, dice la bambina, prenda le chiavi e se ne vada.
Non vuole una spiegazione? dico io.
Pensa veramente di poter spiegare ciò che succede qui, in questo momento? Oppure ieri, 
durante i saldi nel negozio di scarpe qui all’angolo? soggiunge lei, stavolta sorridendo. 
Il vecchio annuisce, il gatto guarda in un angolo della stanza. Il telefono tace.
La probabilità che hanno i suoi concetti di essere veri è uguale a quella che ha una lumaca 
di attraversare incolume un’autostrada in un orario di punta. 
Cosi dicendo si stira il pigiama corto sui fianchi da nana. Il vecchio annuisce ancora. Il 
telefono tace. Il gatto osserva una tenda che ondeggia.
Ma io voglio solo dire, comincio a dire.
Lei è un convinto, interrompe con sprezzo  la bambina. 
Il gatto mi guarda ancora le scarpe. Il vecchio continua ad annuire. Silenzio sul tavolino di 
bamboo.
Comincio ad avere caldo. Le situazioni ingarbugliate provocano generalmente, nelle 
persone, un aumento della temperatura corporea. Anche a me succede lo stesso. 
Voglio uscire dalla stanza, ma il telefono comincia nuovamente a squillare. Il vecchio fa 
come prima. Il gatto si appisola guardando le mie ginocchia.
Parliamo seriamente, comincio a dire. 
Perché, finora? dice la piccola.
Sono qui per uno scopo, continuo.
Tutti ne abbiamo, aggiunge lei.
Vorrei concludere, dico.
Anche noi, dice, la sua presenza non ci è di nessun aiuto. Sa, Lei, perché è stato mandato 
qui? No, non lo sa. Crede di essere qui per la chiave. Cosi la gente in genere, non sa per chi 
lavora, parlando per metafora. Siamo solo strumenti, conclude.
Se nessuno conosce la verità assoluta, come fa ad affermare che siamo solo strumenti? 
Potremmo anche essere il fine, la causa, un sogno, un errore dell’universo, oppure un 
riflesso del nulla, aggiungo io soddisfatto.
Glielo concedo, dice lei, in fondo tutta la vita è un tentativo.
Si, è vero, abbiamo solo certezze d’argilla. 
Il vecchio annuisce, il gatto e il telefono dormono.
Col loro permesso, io mi ritiro, dico. 
Tutti annuiscono. Il gatto sbadiglia, il telefono fa silenzio, la bambina si guarda le piccole 
mani sorridendo. Io mi giro per uscire, la luce si spegne alle mie spalle. 
Recuperate e consegnate le chiavi richieste non ho più rivisto la mia ex amica, né sua 
sorella, né sono più tornato in quella parte della città che non conosco.
Dialogo infinito         (29/08/2008)

Nella solita strada, dove accadono tutte le cose, una volta incontrai una donna, che 
camminava come me verso qualche destino, non ben chiaro e neanche particolarmente 
desiderato. Ci mettemmo a conversare, lei mi disse che aveva avuto una storia di sfortune, 
di abbandoni, di tradimenti; una brutta storia, ma in fondo comune, come tante altre. Io 
non le raccontai la brutta storia della mia vita, perché non è stata brutta, forse solo un po’ 
stupida. 
“Comunque, sentenziò lei, non abbiamo avuto ciò che desideravamo all’inizio.”
“Io, per la verità, non desideravo niente di specifico, dissi. Mi immaginavo un futuro   felice,
ma nebuloso, tracciato a grandi linee, che avrei poi riempito o modificato strada facendo. 
Immaginavo, per esempio, che se fossi diventato  antropologo sarei stato felice perché in 
quel momento avevo un certo interesse per l’antropologia. L'idea di realizzare il mio sogno 
mi riempiva di gioia, e mi bastava. Era solo il desiderio di un futuro gradevole, al quale 
dovevo dare un volto, ricevendone in cambio una gratificazione anticipata. Un'illusione. Se 
poi le cose, ed era frequente nel mio caso, non andavano come previsto, perché strada 
facendo cambiavo interessi e illusioni, niente di male, la mia fede in un futuro bello non ne 
veniva scalfita, solo cambiavo scenario.”
“Sì, è un po’ quello che succede a quasi tutti i giovani, che vivono di illusioni.  Poi con la 
maturità cambiano, conoscono la realtà”, disse lei.
“Però io, che non sono più giovane, vivo ancora di illusioni. Forse non sono ancora maturo?
Per anni ho creduto di non esserlo, ma mi sbagliavo. Ad essere in errore sono i cosiddetti 
realisti, cioè coloro che credono in una realtà oggettiva, che richiede una “maturità” per 
essere capita. 
La maturità , come la intende Lei e la coscienza della vita non coincidono. I realisti,  i 
maturi, credono in una realtà che non è più reale di quella delle favole. Chi, come me, vive 
nel mondo delle favole lo sa. I realisti, invece,  non sanno di vivere in una favola.”
“Mi guardava  quando mi pettinavo e mi diceva “come sei bella” e forse in quel momento 
pensava all’altra.”
“Ma Lei, dissi, in quel momento, credeva che  parlasse di Lei, non dell’altra.”
“Si,” disse.
“Per Lei, allora, in quel momento, la realtà era quella, ci credeva e  ne era gratificata.”
“Ma non era vero niente, tutte menzogne, finzioni.”
“La verità, dissi io, è una parola senza significato, vuota. Chi può sapere la verità?”
“Se il mio uomo mi tradisce ed io lo scopro, quella è la verità.”
“Lei ha scoperto soltanto che certe cose del suo uomo non sono come Lei pensava che 
fossero.”
“Ma a me basta sapere che lui ha un’altra, questa è la verità.”
“Questo è solo prendere coscienza di qualcosa che noi vogliamo sia la verità. Cosa c’era 
dietro quel volto che Lei amava tanto? Conosceva davvero tutto quell’universo che può 
essere racchiuso in uno sguardo, in un gesto d’affetto che quell’uomo, magari 
inconsciamente, le rivolgeva? 
Se qualcosa, in questo magma che è l’esistenza umana, questo pastone  auto­prodotto che 
chiamiamo Verità cambia, cambia forse tutta la verità della nostra vita?”
“Ma lui mi tradiva con un’altra mentre stava con me.”
“La verità che Lei percepiva di quell’uomo era solo un frammento della sua vita. Lei 
percepiva  solo quelle apparenze che Le faceva piacere percepire. Erano una falsa verità cui 
Lei credeva. Apparenze a cui aveva dato il nome di realtà oggettiva. La realtà è solo ciò che 
noi crediamo. Ciò che non conosciamo non esiste per noi; solo quando lo scopriamo lo 
chiamiamo realtà vera, ma di fatto non è altro che un nuovo punto di vista.
Anch’io, come Lei, ho creduto alle apparenze, alle verità indiscutibili, al sapere superiore, ai
valori assoluti.
Ho accettato le verità del mondo, del Papa, dei Premi Nobel, degli Esperti, della Cultura. 
Osservavo la mia vita attraverso uno schema di valori che credevo veri e, dato che nella mia
auto­valutazione non mi ritenevo sufficiente, pensavo  che in me ci fosse qualcosa di 
sbagliato. Perché credevo nella Verità, nella Realtà oggettiva.
Un bel giorno capii che se una cosa non ha un vero fondamento, non è più vera di un asino 
che vola. Riflettendo un attimo mi accorsi che é impossibile fondare qualcosa al di fuori del 
nostro pensiero. Come  per il pesce, che per sapere che cosa è l’acqua, dovrebbe uscirne. 
Noi possiamo solo pensare con la nostra logica, che è come un paio di occhiali colorati che 
ci impediscono di vedere qual'è il vero colore delle cose. Ricorda il film Matrix? o 
quell'altro, Truman show?”
“Però lui mi ha tradita veramente con un’altra.” 
“Non l’ha tradita, le dissi, Le ha solo dato degli elementi che Lei ha mal interpretato. È 
come se in una notte buia Lei vedesse in terra, ai suoi piedi,  un corpo lungo e arrotolato e, 
ingannata dalle apparenze,  inorridita lo scambiasse per un serpente. Poi, alla luce del sole, 
riderebbe di essersi spaventata per una corda arrotolata.”
“Insomma, soggiunse, Lei mi vuol convincere che le disgrazie, nella vita, sono solo errori di 
percezione, di errate valutazioni che con un po’ di attenzione e di buona volontà ….”
“Dal punto di vista della Ragione è cosi. Però, visto che l’essere umano non è razionale è  
inevitabile che si viva in un mondo di paura, di dolore e di gioia.”
“Ma la felicità non è forse l’obiettivo verso cui tutti tendiamo?”  
“Credo che la felicità, come obiettivo della vita umana, sia un prodotto della nostra cultura.
Dubito che la Natura ci abbia messi su questa terra per essere felici. A chi importano, 
nell’universo, i nostri stati d’animo? Alla Natura interessa, per quanto ci è dato di capire, la 
continuità delle specie e noi, per la Natura, non facciamo eccezione; siamo come i 
lombrichi, o i maiali.”
“Sarebbe come dire, aggiunse, che lo spirito, il sapere, l’Arte, la Verità, sono cose campate 
in aria, prodotte da noi senza nessun fondamento e che dureranno solo finché dura la 
nostra cultura?”
“Si, le risposi, è chiaro che l’unica cosa eterna, se c'è l'eternità, è la materia, non lo spirito.”
“Però noi non viviamo come lombrichi. Noi abbiamo delle facoltà spirituali, che loro non 
hanno.”
“Ma lo spirito, che cos'è? Solo emotività, che ci fa credere ciò che non è, che ci fa andare in 
estasi quando qualcuno ci guarda in un certo modo, anche se quel qualcuno sta pensando a 
tutt’altra cosa, o che ci getta nella disperazione quando il nostro giocattolo preferito si è 
rotto.”
“Allora ho sofferto inutilmente per tutta la vita?”
“Sì, e ha anche gioito inutilmente.” 
“Ma gioire è preferibile a soffrire.”
“Sono entrambi difetti, errori di comportamento.”
“Ma Lei, disse, da che parte sta, dalla mia o è contro?”
“Dalla Sua naturalmente, non vede come mi tremano le mani mentre Le accarezzo i 
capelli?”

    

Discoteca       (01/10/1998)

La discoteca era piena. Rumore assordante, molto fumo, poca luce. Riflessi luminosi 
guizzavano su corpi in movimento, strisce di luce serpeggiavano nel pavimento, tra i piedi 
dei ballerini. Era faticoso muoversi in quella calca, ma lui era robusto, giovane, arrogante, 
maleducato. Fendeva dove voleva. Arrivò al tavolino di lei e le si sedette accanto. Lei lo 
guardò sorpresa, non lo conosceva, come si permetteva. Lui sorrise e lei si raddolcì. Era una
donna matura, già da tempo, ma ben conservata. Ci teneva. Vestiti, cosmetici, creme, 
massaggi, palestra, diete. Sola o divorziata o vedova. Bella casa, tutti i comfort, zona 
residenziale, ricca.
Non era una frequentatrice di discoteche, preferiva i concerti, il tetro, il cinema, le feste 
private. Quel sabato sera, però, la smania, la febbre.  Andò al Discovery e lì lo incontrò, 
come s'è visto. Ragazzotto muscoloso, invadente, sfacciato, vitale, immorale. Classe medio 
bassa, studi interrotti, interessi popolari.
Ballarono, parlarono, si piacquero, si presero per la mano, uscirono. Lei aveva la macchina, 
lui no, era venuto con amici. Le si sedette accanto, lei gli guardò i pantaloni, si allacciarono 
le cinture e via.
Breve sosta in un piano bar per un whisky che nessuno dei due desiderava, solo per non 
correre subito a casa, ma per festeggiare l'incontro, lui disse. 
Arrivarono a casa di lei. Un altro whisky innecessario, come il dialogo che tenevano ancora 
in piedi. Andarono a letto. Forse i troppi whisky, a cui non era abituato, o il timore 
reverenziale per una persona, una casa, una classe sociale troppo più in alto della sua, 
oppure un semplice scherzo del corpo: al primo tentativo fece cilecca. Si giustificò in 
qualche modo, andò in bagno e pensò.
Quando tornò sembrava più allegro, volle fare un altro brindisi con l'whisky, poi un altro 
ancora. Si mise a raccontare storie comiche, a massaggiare la padrona di casa già un po' 
brilla per i troppi brindisi e per la troppa attesa. Andò in cucina e poco dopo tornò, ancora 
per un brindisi. L'ultimo, disse, perché la donna già protestava. Spense tutte le luci, si 
coricò con la signora e la penetrò con una salsiccia tiepida, presa in cucina. 
La donna si addormentò subito. Lui rimase ancora a lungo alzato a bere whisky.
All'alba, un po' goffamente, si rivestì e se ne andò senza lasciare messaggi. Doveva andare a
lavorare.
Uscita dal bagno la donna, a mezza mattina, rassettò l'ampio letto matrimoniale. Nello 
scuotere le lenzuola cadde al suolo un oggetto, una salsiccia. La donna la raccolse e la gettò
nel secchio della spazzatura, in cucina. Tornando a rassettare il letto borbottò tra sé, 
scuotendo il capo: ah, questi giovani!

Domande       (15/07/2010) 

Una bambina l'altro giorno mi chiese: che cos'è una scala? 
Mi affrettai a rispondere: è una cosa per andare su o giù. 
Questo lo so anch'io, disse, dimmi qualcos'altro. 
Se non ti interessa  la natura oggettiva della scala, o la sua funzione strumentale, allora 
cosa vuoi sapere?                                                                    
Vorrei sapere come si chiama quella cosa che provi quando sei a metà della scala e non sai 
ancora quello che troverai all'arrivo e se ti piacerà o no, se cambierà la tua vita o no, se 
potrai tornare indietro o no. 
Si chiama ansia, le risposi, e non è niente di misterioso.
Non è questo che intendo. Il gradino è il vero mistero. Quando alzi il piede per appoggialo 
sul gradino più alto compi un atto di fede, non sai a chi o a che cosa  affiderai il tuo arto. 
C'è chi ha perso il piede in una tagliola camuffata da gradino, chi invece l'ha messo in un 
blocco di fango o di escremento dello stesso colore del gradino, c'è chi è scivolato e 
cadendo  si è rotto l'acetabolo, c'è chi ha visto Dio, perché è bastato che salisse di un 
gradino più in alto per avere una visione diversa del mondo. Come si chiama ciò?
Si chiama casualità. Ogni cosa che ci accade è frutto del  caso. Tra i milioni di eventi 
possibili e disponibili  per riempire il prossimo istante di tempo, quello che accadrà non 
sarà scelto da nessuno, né determinato meccanicamente da qualche legge fisica, ma sarà il 
caso a farlo accadere. È come se ti chiedessi di scegliere tra mille oggetti tutti uguali. Tu 
punti il dito a caso e dici quello lì.
Ma ci sono eventi più probabili di alti, date certe condizioni.  
Le quali condizioni si sono formate come risultato casuale di altre condizioni, la quali 
derivano da altre altrettanto casuali e così via all'infinito. Pestare un gradino non è più 
misterioso che girare la chiave in una serratura.
Questo lo pensi tu. Chi può dirti ciò che può accadere  quando apri una porta? Quale 
disegno sconosciuto e inconoscibile si metterà in moto? C'è gente che ha visto il demonio, o
un ladro che fuggiva dalla finestra, o l'amante del coniuge, o il gatto del vicino, o il nulla. 
C'è sempre una ragione, non può essere un caso.
Tu puoi vedere il mondo solo dal tuo punto di vista, come ognuno dal proprio. Questi punti
di vista, seppure tantissimi, sono solo una piccola parte degli infiniti modi di vedere il 
mondo. Questi altri modi di concepire le cose ci sono preclusi, come al pesce, che può 
nuotare in tanti modi diversi, è preclusa la possibilità di camminare. Ora, che le cose 
accadano secondo un disegno cosmico e non per caso, come possiamo saperlo? In nessun 
modo razionale; quindi, non avendo elementi per conoscere la ragione ultima della realtà, 
la conclusione più ragionevole è quella del caso.
Se tu esci di casa e ti dimentichi di spegnere il forno dove c'è una torta che cuoce, tornando
dopo sei ore, cosa pensi di trovare?
Qualsiasi cosa. La torta bruciata, la casa andata a fuoco, la torta perfettamente cotta sul 
tavolo perché mia nonna è venuta a visitarmi e l'ha tolta dal forno, nessuna torta perché 
mia nonna dopo averla tolta dal forno se l'è mangiata tutta, i ladri mi hanno svaligiato la 
casa con forno e torta, un'invasione di formiche giganti della Mongolia hanno mangiato 
tutto quello che c'era di commestibile in casa, un angelo mutante ha trasformato la torta in 
un escremento, devo continuare?
Ma la legge dei grandi numeri?
Le probabilità, vuoi dire? Sono solo speranze. Che tu abbia anche novantanove probabilità 
su cento di vincere la lotteria, non è detto che tu la vinca. Potresti giocare per un milione di
anni o per l'eternità e non vincere mai.
Ma se io ti ho chiesto queste cose è perché avevo una ragione per farlo.
La ragione per cui l'hai fatto era casuale, mi conosci da anni eppure non mi hai mai parlato 
prima d'ora.
Non avevo questo interesse.
L'interesse ti è nato per caso.
È maturato nel tempo.
Per caso. Poteva non maturare.
Se fra un istante non sarai più su questa terra, è un caso o una necessità?

                                                                      
Dove vanno i personaggi di una storia quando il racconto finisce?       (02/05/1999)

Ci sono storie così dolorose che è meglio non siano raccontate. Si evita così al lettore un 
angoscioso stato d'animo e ai personaggi della storia la disperazione di rivivere quella 
brutta vicenda, se è già accaduta, o cominciare a soffrirne indefinitamente una nuova.
Perché il narratore, e anch'io con lui, pensa che il racconto di una storia abbia un valore 
retroattivo nel tempo: cioè lui suppone che ci sia una specie di limbo dove sono racchiusi 
tutti i personaggi letterari che hanno dato vita a qualche storia nel passato. Quando un 
narratore  racconta nuovamente una storia richiama in scena quei personaggi che già 
l'hanno vissuta nella loro vita letteraria, ma non come attori soltanto , bensì come 
protagonisti reali che soffrono il loro ruolo.
Quando si scrive una storia nuova, invece, le cose vanno diversamente. C'è un grande 
magazzino con molti scaffali pieni di pezzi di persone, uomini, donne, bambini, animali, 
cose. Lo scrittore, mentre inventa una storia, fa venire dal magazzino le varie parti che, 
fondendosi insieme, daranno forma e vita al personaggio.
Per esempio, se il narratore dice che c'era una volta un papà, ecco che gli arriva dal 
magazzino un uomo, ma per il momento è lì nudo e anonimo. Il narratore continua: aveva 
42 anni, era grasso, nero di capelli, con due grossi baffi. Dal magazzino man mano arrivano
baffi, capelli, pancia, la faccia che corrisponde ai 42 anni e così via. Una volta creato il 
personaggio questo non morirà più e alla fine della storia andrà in quel limbo che si diceva 
prima, che è un luogo incantato dove non si soffre, non si fa niente, non si muore mai, però
tutti aspettano di essere richiamati in scena ogni volta che qualcuno legge o racconta la loro
storia. Triste, no?
Due categorie       ( 29/10/2009)

In ogni cultura ci sono perlomeno due classi di persone, il povero diavolo e l'arrivato, 
definite e valutate in base a valori convenzionali, cioè arbitrari, in opposizione tra loro.

b­ l'arrivato: tu che cazzo hai fatto nella vita?
a­ il povero diavolo: niente, c'era da fare qualcosa?
b­ certo, costruire una civiltà
a­ sarebbe questa in cui viviamo?
b­ e non vedi?
a­ a me non sembra un granché
b­ ah non ti sembra un granché? preferiresti vivere come i maiali?
a­ non so, forse loro non hanno problemi, per lo meno non i nostri
b­ certo, sono animali inferiori
a­ inferiori a che cosa?
b­ a noi. Loro non hanno anima
a­ e che cos'è l'anima?
b­ ma via, tutti sanno cos'è l'anima
a­ io no, dimmelo per favore, in termini concreti e fondati
b­ beh, concreto e fondato non c'è niente, ma si sa che ce l'abbiamo
a­ allora se ho capito bene, noi siamo superiori ai maiali perché abbiamo una cosa che però 
non sappiamo definire e quindi, secondo logica, non esiste
b­ basta guardarsi intorno: noi abbiamo Dio, la scrittura, la macchina, i vestiti, un sistema 
economico: non è sufficiente? questo vuol dire avere l'anima
a­ uhm, non mi sembrano cose meravigliose, né desiderabili ad ogni costo, perché i costi 
sono alti
b­ i costi?
a­ si, quelli che pagano gli altri per noi, cioè il terzo mondo, il sud, i poveri, gli esclusi dal 
benessere, gli sfigati. Bisogna pure che qualcuno lavori duro e non prenda niente, qualcuno 
che si sacrifichi e paghi il conto. Non possiamo vivere tutti nel lusso, nello spreco, negli agi, 
nell'ozio. Te l'immagini sette miliardi di Mercedes, o di Ferrari, sette miliardi di ville e di 
seconde case, sette miliardi di grassi conti bancari, sette miliardi di gente in vacanza in 
posti meravigliosi? Certo le banche sarebbero contente, ma ci sono soldi per tutti? Sarebbe 
un mondo impossibile, ingiusto, tutti uguali. Ma perché?
b­ giusto, perché dovremmo essere tutti uguali? vedi, io ho lavorato, sono stato bravo, ho 
fatto i soldi e me li godo
a­ ma a spese di chi hai fatto i soldi? di tutti gli altri, del sistema che ti ha permesso di fare i
soldi. Qualcuno deve pagare, è matematico. I maiali non hanno il problema, forse hanno 
anche un loro dio, credo che sia la Natura, e forse hanno le loro tecniche per essere felici
b­ insomma, i tuoi sono solo sofismi. Come puoi pensare di svalutare la realtà, tutto ciò che 
vedi, tutto questo lavoro di millenni? Sì, d'accordo, non tutto è perfetto, nel sistema, ogni 
tanto ci scappa qualche vittima, lo sfigato, o un gruppo di sfigati, o un popolo sfigato. Non 
ci si può occupare di loro, come fa il buon pastore del Vangelo che scioccamente abbandona
99 pecorelle per andare a cercarne una che si era persa
a­ tu parli della realtà come di qualcosa di intoccabile, che esiste necessariamente, come se 
fosse l'unico modo di essere di ciò che è. Ma questa che tu chiami realtà, come tu stesso 
dici, è stata costruita nel corso dei millenni, secondo principi di convenienza, niente affatto 
assoluti, universali. Questa realtà è solo un modo di vivere di certe persone che scambiano 
la loro realtà con quella dell'Universo.
b­ Io credo che la Natura ci abbia fatti così
a­ “noi” ci siamo fatti così e ci siamo fatti male, per errore,  in qualche momento 
dell'evoluzione.
b­ e perché non ci siamo rimessi in linea?
a­ forse per debolezza, o convenienza, egoismo di qualcuno, che non ha capito il danno che 
stava provocando a tutto il genere.
b­ vuoi forse dire che siamo un errore della natura?
a­ la natura non è responsabile dei nostri errori. Se tu ti vuoi avvelenare è affare tuo, non 
suo.
b­ quindi, secondo te, saremmo liberi di fare e di essere ciò che vogliamo? E le leggi 
dell'evoluzione? E Dio? E il destino? 
a­ tutta farina del nostro sacco.
b­ ma via! Siamo delle pulci perse nell'universo, come vuoi che ci governiamo da soli? Ci 
deve pur essere qualcuno che pensa in grande, anche per noi!
a­ tu credi ancora che l'universo funziona secondo la logica e la struttura mentale umane. Ti
vedi la mattina nello specchio del tuo bagno quando hai finito di fare la doccia?
b­ ebbene?
a­ credi che quello che vedi tra le chiazze di vapore, quel grumo di cellule vive che è il tuo 
corpo sia la sostanza che riempie, che fa l'universo? Credi che le leggi biologiche che 
regolano la crescita delle  tue unghie regolino anche il divenire del cosmo? No, non mi 
rispondere, non vorrei perdere un amico. In fondo anche se la realtà che siamo riusciti a 
costruire è senza senso è pur tuttavia l'unica che abbiamo. Onore al merito, cin cin!
b­ Cin cin!
Emozioni       (22/04/2011)

La terrazza del caffè Punta Gorda a quell'ora del pomeriggio era piena di clienti. 
L'atmosfera era satura di rumori, odori, movimenti di corpi e di oggetti in tutte le direzioni. 
Alcuni bambini si rincorrevano tra i tavoli infastidendo non poco i clienti. Il barboncino di 
una vecchia signora riuscito a liberarsi dal collare se ne andava in giro fiutando le gambe 
dei tavoli. Una rumorosa comitiva festeggiava il compleanno di qualcuno con brindisi, 
battute, risate. 
Nel fondo della terrazza, sotto una tettoia, un'orchestrina di anziani si preparava 
lentamente ad iniziare il programma musicale del pomeriggio.
Io e Gustavo eravamo seduti a un tavolo d'angolo, sufficientemente al riparo dall'andirivieni
dei camerieri, bambini e clienti in cerca di un posto. Il mio amico ed io stavamo 
conversando sulla questione se gli uomini delle caverne provavano gli stessi stati d'animo 
che conosciamo noi ora. Ma prima di chiederci questo dovevamo stabilire se sono le 
situazioni a determinare gli stati d'animo, o viceversa. La questione a prima vista 
sembrerebbe oziosa. Se un leone mi sta per aggredire provo paura, se qualcuno mi dice che 
mi ama mi sento felice. Ma se fosse vero il contrario? Il leone mi aggredisce perché ho 
paura, qualcuno mi ama perché sono felice. È il cosiddetto gioco d'anticipo in cui gli 
orientali sono maestri. Credono che le cose accadano o non accadano secondo la loro 
volontà.
Sentimmo un urlo sovrastare l'impasto sonoro che riempiva la terrazza. Un cane meticcio, 
entrato abusivamente nel locale, stava copulando con la barboncina infiocchettata della 
signora anziana. I camerieri accorsi cercavano di separare i due animali fra lo strepito di 
sedie smosse, esclamazioni di indignazione di certi clienti, risate dei bambini, singhiozzi 
della proprietaria della barboncina e nuovi brindisi dei festeggiatori ormai tutti ubriachi. Il 
mio amico ed io non ci curammo del trambusto. 
Superata la prima questione arbitrariamente a favore della posizione orientale, cioè il 
mondo è quello che le nostre emozioni vogliono che sia, ci chiedevamo ora se l'uomo 
primitivo avesse provato in quei tempi preistorici almeno uno tra i vari stati d'animo del 
campionario che in quel momento la clientela della terrazza stava esibendo.
Dall'altoparlante dell'orchestrina uscì una voce tremolante e logora come i suonatori e i loro
strumenti sollecitando il proprietario di una vettura color grigio con targa non leggibile a 
spostare il veicolo. Varie persone si affrettarono all'uscita.
Mah, non saprei, dissi, certo non tutti e non nella forma che noi conosciamo. Quei due là, 
per esempio, si tengono la mano, sembrano fidanzati, sicuramente sono felici di amarsi, ma
anche di essere qui su questa terrazza, davanti a un cappuccino, compiaciuti del loro 
abbigliamento, proiettati in un futuro di comodità borghesi. Due fidanzati della preistoria, 
avrebbero manifestato il loro stato d'animo, forse molto simile a quello di questi due, in 
modo diverso. Lui l'avrebbe presa rudemente e l'avrebbe trascinata nella sua caverna.
D'accordo, però lo stato d'animo, l'amore è lo stesso. Forse non ne erano consci.
L'improvviso inizio di una musica suonata dall'orchestrina interruppe la conversazione. 
Pazientemente ascoltammo tutto il brano musicale, una polka, sicuramente suonata come 
la suonavano quei quattro cinquant'anni fa. 
Io pensavo intanto a che cosa dovrebbe avere un luogo per poter essere scelto come il 
migliore per viverci. Mare azzurro, palme, castelli, panorami infiniti, belle donne, folklore, 
insomma tutta quella roba esibita nei dépliant pubblicitari delle agenzie di viaggio? No, ora
non più. Una volta, forse, quando ero giovane. Stare con una persona che ci importa. 
Quello è il posto giusto.
Così com'era primitivo il loro corpo, io credo che anche il loro spirito, cioè il pensiero e le 
emozioni, erano ancora rozzi rispetto a noi, disse Gustavo. 
È la volta di un valzer lento e più lento di così, veramente, non lo potevano suonare. 
Temetti che non ce la facessero ad arrivare alla fine del pezzo. Due coppie di anziani 
spostarono i loro corpi impietosamente deformati dal tempo nell'angusto spazio destinato al
ballo. La musica era dolciastra, richiamava alla mente un'epoca artificiale, piena di sciocche
convenzioni, però in realtà repressiva.
Finito il pezzo gli anziani ballerini furono accompagnati al loro posto da alcuni premurosi 
nipoti speranzosi in un aumento della loro quota di eredità. 
Gli orchestrali si sedettero a prendere fiato, rigidi, muti, non ce la facevano più nemmeno a 
parlare tra loro. 
Continuavo a pensare, già, una persona che mi importa, ma chi? Tra pochi anni sarò come 
quei patetici ballerini, o peggio, come quei musicisti sfiatati che volentieri starebbero a casa
loro, seduti su un divano logoro e odoroso di pipì di gatto, con le gambe stese su un 
tavolino macchiato di minestra e avranno accanto la compagna, che forse odieranno,  di 
tutta la loro vita.
No, meglio soli. 
La musica certamente non era fonte di emozioni per loro, i primitivi, disse Gustavo. 
Si entusiasmavano, si eccitavano, erano felici di fronte al tapiro che stavano per cacciare e 
che sicuramente avrebbero mangiato per cena.
Signor Pacori, il signor Pacori è desiderato al telefono. Signor Pacori al telefono della cassa,
prego, gracchiò a tutto volume il microfono degli orchestrali egizi.
Ma questo Pacori non avrà un cellulare? disse infastidito Gustavo.
Le emozioni ce le avevano, su questo non c'è dubbio, dissi io.
Ricordiamo alla gentile clientela, mi interruppe una sgradevole voce dall'altoparlante 
dell'orchestrina, che per consumazioni uguali o superiori ai duecento cinquanta dollari, 
verrà omaggiata Sensitive, la saponetta irresistibile. Lei, o lui, non vi toglieranno più le 
mani di dosso. Sensitive, la saponetta dei sensuali. Con duecento cinquanta dollari di 
consumazione è tua.
È difficile credere che l'uomo delle caverne....
Via con il tango, annunciò il violinista del decrepito complesso. Numerose coppie, tra le 
quali anche qualcuna dei festeggiatori ubriachi, si presentarono in pista. Non so se la 
decenza sia un istinto primario, se lo è stato ora è del tutto estinto. Se Dio volle finì anche 
quel pietoso spettacolo.
Sì, ma, le emozioni sono un prodotto culturale o genetico? disse Gustavo. 
Indubbiamente culturale, basta guardarsi intorno, gli risposi.
Con un volto da ultimo giorno di vita, i quattro orchestrali annunciarono il brano seguente, 
una canzone di Michael Jackson. 
Ma la pietà divina intervenne e mandò un improvviso acquazzone. Tutti corsero a rifugiarsi 
all'interno del locale. Il mio amico ed io, al riparo di un ombrellone da spiaggia, 
rimanemmo ad osservare i musicisti che con la modesta velocità che consentivano loro i 
rispettivi Parkinson, impacchettavano i loro strumenti e goffamente lasciavano la terrazza.
Anche questa pioggia non avrebbe alterato l'uomo delle caverne, disse Gustaf.
Vuoi dire insomma che l'uomo delle caverne non aveva tutte queste emozioni 
apparentemente inutili? 
Era più spartano, essenziale.
Sì, come come una macchina Fiat, quando esce dalla fabbrica. Poi uno ci può mettere lo 
stereo, i tappetini, il navigatore, il viva voce, insomma tutta quella cianfrusaglia che ti fa 
sentire un benestante arrivato. 
Il proprietario di una Fiat punto color noce chiaro, con antenna parabolica, targa non 
leggibile è pregato di spostate la vettura. 
Ma è la mia, disse Gustavo e si precipitò all'uscita.

Esame della vista       (20/03/2010)

Quando dico che Paride non è morto per un infarto al miocardio, ma per non aver superato 
l'esame della vista, nessuno mi crede. Eppure eravamo insieme quel giorno, tutti e due a 
fare l'esame, ecco perché posso dire con certezza come si sono svolti i fatti. 
Dunque eravamo in fila per fare l'esame della vista per la patente di guida, Paride prima di 
me. L'esame consiste nel camminare attraverso una serie di stanze nelle quali sono posti dei
trabocchetti con difficoltà crescente e alcune porte, con dei cartellini che indicano dove 
conduce ciascuna di esse. Se tutte le stanze fossero sufficientemente illuminate il percorso 
sarebbe persino banale, ma non è così, perché la luminosità diminuisce drasticamente 
passando da una stanza all'altra. Del resto lo scopo dell'esame è di vedere quanto uno ci 
vede. Io ho sempre avuto un'ottima vista e l'esame, anche questa volta, l'ho superato, il 
povero Paride, invece, non ce l'ha fatta.
Si entra nella prima stanza, già abbastanza oscura e ci si dirige verso la porta che sembra 
più probabile che conduca oltre. Sul pavimento del locale sono sparpagliati vari oggetti 
contundenti, tipo pezzi di bottiglie di vetro, tagliole, zerbini chiodati, filo spinato, ecc.
L'esaminando riesce facilmente a eludere i trabocchetti di questa stanza e anche a leggere 
senza problemi i cartellini  posti su ogni porta. Deve cercare quella con scritto n. 2. 
Nella stanza n. 2 l'oscurità è maggiore. Sul pavimento si intravedono a fatica gli stessi 
oggetti di prima e i cartellini sulle porte richiedono un grande sforzo visivo per essere letti. 
Mediamente il dieci per cento dei candidati fallisce in questa seconda stanza: si feriscono 
un piede, o sbagliano porta e si ritrovano in un corridoio che li ricondurrà all'entrata, dove 
verrà loro negato il rinnovo della patente di guida. 
Gli altri che riescono ad entrare nella stanza n. 3 si trovano immersi in una fitta oscurità. 
Qui però devo fare una critica agli organizzatori dell'esame. Nella stanza 3 pendono dal 
soffitto, quasi invisibili, delle ragnatele, suppongo artificiali, che spaventano il candidato e 
lo inducono a indietreggiare in modo brusco, facendogli perdere ogni cautela, con la 
conseguenza di farlo inciampare e cadere sui soliti oggetti contundenti. Molti esaminandi 
infatti, escono dalla prova con le mani insanguinate. Una buona metà dei candidati finisce 
qui il suo esame.
Nella stanza n. 4 non ci sono oggetti al suolo, solo tre porte, una che conduce nella stanza 
da bagno, un'altra nello sgabuzzino delle scope e la terza nella stanza n. 5. A causa della 
quasi totale oscurità leggere i cartellini sulle porte è pressoché impossibile. I candidati che 
entrano nelle porte sbagliate sprofondano al piano di sotto, dove la loro patente di guida 
viene incenerita. Solo cinque esaminandi su cento riescono ad entrare nella stanza n. 5, la 
più crudele. Qui non ci sono né oggetti contundenti né porte superflue. Qui il buio è totale 
e c'è solo una porta che si lascia intuire da un lievissimo chiarore che filtra dalla fessura in 
basso. 
Il candidato, sicuro di sé, si dirige verso di essa e, ahimè!  quasi sempre scivola su una 
buccia di banana posta esattamente sul suo percorso. Di solito solo due dei candidati che 
arrivano fin qui entrano sani e salvi nella stanza n. 6, dove una sorridente impiegata 
consegna loro la patente rinnovata. Io sono stato uno di quei due, ma il povero Paride 
precipitò dallo stanzino delle scope, batté  la testa sul pavimento del piano di sotto e ci 
restò secco. 
Poi, però,  dissero che morì d'infarto.    
Esame di italiano: Un viaggio indimenticabile.                (24/04/2011)

Svolgere uno dei seguenti temi:
1 ­  Il costo delle materie prime nella produzione dei poncho andini.
2 ­  la mia prima esperienza sessuale.
3 ­  Un viaggio indimenticabile.
4 ­  Perversione e follia nella vita di Gesù Cristo.

Un viaggio indimenticabile.

Svolgimento: la mia famiglia non ama molto i viaggi, finora ne abbiamo fatto uno solo ed è 
quello che mi accingo a raccontare. Ora racconto il viaggio.
Era tanto che non facevamo un viaggio tutti insieme per via che al nonno scappava sempre 
la pipì e mio papà si arrabbiava ogni volta che doveva fermarsi.
Però l'anno scorso i miei genitori  decisero di fare una visita a sorpresa, dopo tanti anni di 
silenzio, a certi parenti di Venezia. Caricato il suv di papà di tutti i bagagli ritenuti necessari
per un viaggio di quattro, cinque giorni, i miei due genitori, il nonno, il cane Funken, mia 
sorella ed io, partimmo da Pianengo alla volta di Venezia. Il viaggio sarebbe durato, nella 
previsioni di mio padre, tre ore circa, senza soste. Arrivati a Brescia facemmo sei volte il 
giro della rotonda sulla tangenziale prima di prendere l'autostrada Serenissima in direzione
Verona. 
Dalle parti  di Desenzano il nonno chiese se era possibile fare una sosta per andare in 
bagno. Mio papà brontolò appena appena e ci fermammo nel parcheggio di un Autogrill. 
Funken fece subito la pupù davanti a una pompa di benzina così che quando l'inserviente 
venne a mettere benzina alla macchina di un  cliente, ci mise dentro il piede. Mio papà che 
vide la scena da lontano, non potendo raggiungere il Funken che già si era messo nel 
parcheggio a fiutare le gomme delle macchine, si arrabbiò col nonno. Intanto mia mamma e
mia sorella bevevano un cappuccino con la panna. Io presi solo una coca cola e andai a 
cercare Funken.
In tutto perdemmo mezz'ora.
A metà strada il nonno disse che gli mancava l'aria e che doveva fermarsi a respirare, ma io 
sapevo che in realtà gli scappava ancora la pipì.
Mio papà con una mezza bestemmia si fermò in un'area di riposo, dove c'era un bagno e dei
grossi tavoli di legno e delle panche scomode per fare i pic nic. Funken mangiò un mezzo 
panino che incontrò sotto un tavolo, io e mia sorella litigammo un po', solo per il gusto di 
litigare. Mio papà e mia mamma si sedettero su una panca guardandosi intorno e senza 
parlare.
La sosta durò una mezz'ora.
Mancava ormai poco all'arrivo a Venezia quando il nonno chiese ancora una sosta. Mio 
padre disse che non avrebbe più fatto nessun viaggio con noi e che il nonno doveva pensare
a comprare il kit da  viaggio per persone anziane. Il nonno non sapeva cosa fosse, allora 
mio papà gli spiegò che in pratica era un sacchetto di plastica nel quale si poteva fare la 
pipì. Mia madre disse che così ci sarebbe stato odore nella macchina. Mia sorella disse che 
bisognava tenere i finestrini aperti durante  l'operazione e che poi si poteva depositare il 
sacchetto in un apposito cestino. 
Allora tanto valeva fermarsi, disse mio padre, al che io aggiunsi che si poteva anche 
lanciare il sacchetto dal finestrino con la macchina in corsa.  Mia mamma disse che non 
sono cose da farsi, che solo gli extra comunitari le fanno perché non hanno un'educazione, 
mentre noi ce l'abbiamo. 
Il nonno non ce la faceva più così mio papà si fermò sotto un cavalcavia. Mentre il nonno 
faceva la pipì passò un grosso tir e lo spostamento d'aria gli fece cadere il getto della pipì su
una gamba dei pantaloni. Quando tornò in macchina erano tutti bagnati e mio papà si 
arrabbiò molto.
Quando arrivammo a Venezia e suonammo alla porta dei nostri parenti, questi non ci 
aspettavano perché doveva essere una sorpresa. Era già l'ora di pranzo e avevamo un po' di 
fame, ma i nostri parenti dissero che avevano appena finito di mangiare e in casa non 
avevano niente da darci.
Mio papà si arrabbiò un pochino e decise che saremmo andati al ristorante.
Funken fu quello che mangiò più di tutti, perché fece il giro dei tavoli e tutti  i clienti gli 
diedero qualcosa da mangiare. Quando tornammo dai nostri parenti, trovammo solo la 
donna delle pulizie che ci disse che i signori erano andati a una festa di compleanno e che 
sarebbero tornati in tarda serata e che potevamo stare lì come fossimo a casa nostra. 
Mio papà si arrabbiò moltissimo e decise di tornare subito a casa. Così, dopo tre o quattro 
soste in autostrada per le pipì del nonno, alle sei del pomeriggio eravamo già a Pianengo.
Non è stata la gita che speravamo, ma a me è piaciuta lo stesso. Mio papà da allora non ha 
più voluto fare viaggi lunghi.

Esco        (06­02­2010)

Vado fuori a fare un giro , o guardo la tele? Ambarabà ciccì coccò, esco. Vedo il mio vicino 
che torna da una passeggiata col cane. Lo saluto. Un altro mio vicino sta aggiustando la sua
vecchia auto a martellate. Lo saluto. Passo davanti al bar Paradise, dove ci sono seduti fuori
alcuni giovani. È un bar per giovani. Poco oltre c'è il circolo Arci. Un bar per anziani, 
prevalentemente. Dentro stanno giocando a carte e gridano. Sul viale alberato incontro un 
mio collega artista, siamo iscritti a un'associazione artistica della città. Gli chiedo il telefono
di una sua conoscente che mi era sembrata interessante quando giorni prima l'avevo vista 
in sua compagnia. So già però che non la chiamerò. In un giardinetto due cani abbaiano, 
poi uno mi vede e abbaia più forte. Qualcuno si affaccia a una finestra. Mi chiedo se ogni 
volta che i cani abbaiano qualcuno si affaccia. L'autobus cittadino a chiamata arriva alla 
fermata e si ferma, nessuno scende. L'autista spegne il motore, prende un giornale e si 
mette a leggere. Vedo passare un mio vecchio compagno di scuola su una vecchia 
macchina, penso a come passa in fretta il tempo, anche per me. 
Sto per cominciare un riesame della mia vita, come faccio spesso nel tempo libero della 
mente, arrivando, ultimamente, alla conclusione che non c'è niente da valutare e che una 
vita vale l'altra, ma sono distratto dal suono che annuncia l'abbassarsi delle sbarre al 
passaggio a livello. Mi irrita l'idea che dovrò aspettare un sacco di tempo prima di poter 
passare, poi mi convinco che il tempo passato ad aspettare non è peggiore di quello passato
a fare, così aspetto paziente e guardo la fila di macchine che s'è formata, le persone dentro 
sono quasi tutte immobili, come se si fossero spente insieme al motore delle loro macchine 
in attesa che passi il treno. 
Alzano le sbarre e tutto si mette in moto. Su una macchina che passa c'è un mio conoscente,
ma fingo di non vederlo, non ho voglia di salutare. Incrocio alcuni pedoni ma non li guardo
in faccia, non ho voglia di contatti visivi. 
Decido di entrare in un Super, compro una bottiglia di whisky economico e alcuni prodotti 
per la casa. Esco dal Super col sacchetto di plastica ma non ho più voglia di andare in 
centro, anzi quella di fare un giro in centro mi sembra una cosa inutile, una perdita di 
tempo, come leggere un romanzo alle dieci del mattino invece di produrre qualcosa, o 
godersi la magia di quell'ora. Ogni ora del giorno ha un suo sapore particolare. Le dieci del 
mattino hanno un gusto di statica attesa: a quest'ora o si è già iniziato a fare qualcosa o 
aspettiamo di cominciare a farla. È un'ora ferma, silenziosa, di auto consapevolezza, di 
inconsueta percezione della scenografia. Quella ragnatela nell'angolo in alto della stanza, la
brutta forma della credenza, l'aspetto meschino del soggiorno, il rumore lontano di un 
aereo, la banalità dei  vestiti che indossiamo e del nostro corpo che li indossa. Ci sentiamo 
estranei al mondo fisico che ci circonda. È un'ora di distacco da sé e dalla...., mah! Siamo 
sospesi a un trapezio da circo, tra poco qualcuno ci tirerà giù e continueremo a vivere come
prima. Ma in fondo tutti i possibili modi di passare il tempo si equivalgono, su un piano 
astratto. Soggettivamente no. 
Faccio ritorno a casa, sono quasi le quattro. Non so se mi metterò a produrre qualcosa, non 
ho molti stimoli ultimamente. 
Mentre cammino lascio vagare la mente su cose insignificanti e subito dimenticate. Il nome 
Rodolfo pronunciato con un forte accento sulla seconda o, mi fa ridere. Entro in casa e mi 
sento in regola, come se avessi fatto bene il mio dovere.

PS. Non mi sembra rilevante, ma al ritorno ho incrociato sulla pista ciclo pedonale del viale 
un diversamente abile, che, mi ha fissato intensamente negli occhi, con espressione 
sorpresa. Forse credeva di conoscermi, o forse qualcosa in me l'ha stimolato a frugarmi gli 
occhi più a lungo del consueto pensando di ottenere qualcosa. Forse ha visto in me la sua 
disabilità e ne è rimasto affascinato.  
Di solito preferisco non avere questo genere di contatti che mi forzano ad entrare, ancorché
per pochi istanti, in un'intimità imbarazzante con un estraneo. Ho finto di non accorgermi 
del suo sguardo.  
Favoletta     (12­07­1995)

Una formica volle avventurarsi, per ragioni sue, nell'attraversamento di un prato. Impiegò 
tutto il giorno, andando su e giù per fili d'erba, scalando sassi, sprofondando nei solchi 
della terra, lottando contro spine, sfuggendo lucertole e bruchi famelici. Alla sera arrivò a 
destinazione, dall'altra parte del campo.
Contemporaneamente vi giunse anche una farfalla con la sua caratteristica andatura 
incerta. I due animali cominciarono a dialogare.
Uffa! che faticata, disse la formica buttandosi a pancia all'aria sopra una morbida radichetta
di trifoglio, però ce l'ho fatta. Cara farfalla, impara e ricordati: chi persevera alla lunga è 
premiato.
Molto alla lunga, a quanto pare, soggiunse la farfalla appollaiata sul fiore di quello stesso 
trifoglio usato dalla formica. 
Che cosa intendi dire? disse questa. 
Quanto tempo ci hai messo per compiere il tragitto? 
Un giorno.
E' stato piacevole il viaggio?
No, è stato durissimo.
Questo lato del campo, che hai raggiunto con tanta fatica e dispendio di tempo, è molto 
dissimile dal lato da cui sei partita?
No, per niente, è identico a quello.
Allora, non ti sembra che quello che tu chiami premio non sia altro che una povera 
illusione? 
La farfalla riprese a svolazzare verso altre destinazioni.
Schiacciata da una logica così ineccepibile, la formica ammutolì. Certo, la farfalla ha 
ragione, pensava il multipede sdraiato sulla schiena, si fa una fatica bestia per arrivare in 
un posto e si scopre che è uguale a quello di partenza, non è cambiato niente, perché tutti i 
posti, in un campo, sono uguali tra di loro. Per la farfalla non c'è problema; lei ci mette un 
minuto ad attraversare il prato e si diverte anche. 
La formica, a questo punto, cadde in una profonda depressione e si addormentò.  
Filo di ferro   ( 1988­2009)

.........propriamente parlando, non è che mi possa lamentare di tutto. Se guardo la mia vita 
fino ad oggi, questi quarantacinque anni li vedo come un filo di ferro srotolato dall'inizio 
sino a questo istante. Il filo però non è perfettamente teso; in certi punti è un po' 
aggrovigliato, come se non sapesse bene dove continuare e si buttasse a caso nelle direzioni
più disparate, o si rigirasse su se stesso come una serpentina. Poi, in certi punti, non è 
sempre bello pulito, liscio e brillante: ci sono macchie qua e là, un tratto coperto di ruggine 
che ha talmente corroso il metallo da farlo sembrare sul punto di rompersi. Deve essere 
stato quell'anno di crisi tremenda, quando sono rimasto praticamente senza più nulla e 
nessuno. Morti tutti, chi fisicamente, chi affettivamente. Ero solo, per di più senza lavoro, 
perché a quel tempo, nella mia professione di copritore di coppie, non ero ancora così 
affermato come ora. Fui sul punto di suicidarmi e se non lo feci non fu per impedimento 
morale, o per vigliaccheria, no, fu solo per una banalità, come spesso accade nei momenti 
più tragici della vita. Come  quella volta, che tornato prematuramente da Londra, dovevo 
incontrarmi con una persona per decidere il corso futuro della mia vita, ma avevo una 
valigia così pesante che decisi, invece di cercare quella persona che non conoscevo, di 
tornare a casa dai miei genitori, rinunciando a chissà quale futuro. Ma questa è un'altra 
storia.
Nell'altro caso, dicevo, a decidere per me fra la vita e la morte fu l'orario di apertura dei 
negozi. Avevo deciso di tagliarmi le vene, immerso nell'acqua calda della vasca. Arrivato il 
momento di agire, scopro di avere in casa solo dei rasoi Bic, con i quali, si sa, non è 
possibile svenarsi. Ma era domenica pomeriggio e i negozi da noi, sono chiusi. Decisi quindi
di rimandare il gesto al giorno successivo e intanto, visto che la vasca era già piena, mi 
presi un bel bagno caldo e rilassante. La mattina dopo, molto più tranquillo, mentre andavo
a comprare le lamette, leggo un cartello esposto in un bar tabacchi nel quale si ricercava 
urgentemente un barista: entrai e scambiai il suicidio con un nuovo lavoro.
Ma ci sono anche sul mio filo esistenziale dei bei tratti, splendenti e diritti dove il metallo è 
robusto e compatto più che mai. Sono i periodi felici, quando mi andava bene su tutti i 
fronti: lavoro, amore, sesso, intelletto, sicurezza di sé, fiducia nella vita. Gli anni delle 
vacche grasse. Per esempio la storia con Dolores, una mia collega di lavoro all'obitorio 
municipale. Lei faceva l'estetista, io il preparatore di cadaveri. Lavoravamo in coppia. Di 
solito i cadaveri arrivavano prima sul mio tavolo, dove li  componevo in posizioni più 
presentabili, li raddrizzavo se erano contratti, chiudevo loro la bocca e gli occhi e se erano a
pezzi, davo loro una parvenza di coesione. Poi passavano sul tavolo di Dolores. Perché due 
tavoli? Era stata una mia innovazione per la quale mi ero sentito molto gratificato sul piano
intellettuale. Il direttore si era complimentato con me. 
In sostanza avevo ideato per me un tavolo­stampo, cioè una cassaforma a pareti mobili in 
cui veniva deposto il cadavere, o le sue parti, e l'operatore, io, attraverso un sistema di leve,
di presse, di cinghie dava al corpo la postura più appropriata. Però quando dico postura 
appropriata, devo anche specificare rispetto a che cosa. Una cosa è appropriata se assolve il 
suo compito. In questo caso la postura deve far sembrare il defunto in armonia con se 
stesso. Ma io non ero, allora, così abile da capire la vera natura del defunto, quand'era in 
vita. Spesso commettevo errori. Davo magari ad un cadavere una posa da condottiero 
quando in vita, ascoltando i commenti dei familiari, scoprivo che era stato un pusillanime. 
Il trattamento estetico era il passo successivo nella preparazione del cadavere. Toccava a 
Dolores, truccarlo, pettinarlo, ringiovanirlo, dare insomma quel tocco finale che spesso 
faceva esclamare ai convenuti:  “è proprio lui, sembra che dorma “. Quando questo 
accadeva,  era il nostro trionfo e fu lì che nacque l'amore tra di noi. Lei era molto più 
sensibile di me. Intuiva di immediato il carattere dell'estinto, così che mi suggeriva la 
postura più adeguata. Io ero sempre d'accordo con lei e scoprivo così l'immensa varietà di 
modi d'essere della  gente. 
Una volta ci toccò un grosso individuo, già avanti cogli anni, fronte stempiata, capelli grigi. 
Io avrei detto che in vita  quell'uomo era un banchiere, o un avvocato importante, forse un 
cardinale, ma lei disse subito: questo qui non so che mestiere facesse, ma di sicuro era  gay.
Da cosa lo intuisse non saprei dire. Io non ero molto d'accordo, ma cedetti alla sua 
interpretazione. Lo vestimmo e truccammo come un frequentatore di locali per 
omosessuali. Occhi, unghie, capelli, fondo tinta, foulard di seta, tutti i segnali della 
categoria. La postura, scelta da me, era semplice, quasi casuale: di tre quarti, con una 
gamba un po' raccolta verso l'alto in modo che rimanesse scoperta la caviglia, attorno alla 
quale ponemmo una catenella . Abbigliamento sobrio, da omosessuale in vacanza, con una 
camicia hawaiana e sandali femminili.
Quando il corpo venne presentato ai parenti, ci fu un oh! di stupore. Io credetti che 
l'avevamo fatta grossa e mi rammaricai di aver dato ascolto a Dolores. La prima a parlare fu
la moglie. “Il mio Aldo, anche da morto, porco!”. Poi la sequela di esclamazioni: “Bravo 
Aldo, sii te stesso” “Vergognati, non hai rispetto per gli altri morti” “L'avevo sempre saputo, 
io, ma non osavo dirlo” “Mi sarebbe piaciuto conoscerti da vivo” e via discorrendo. 
Ma la felicità non dura molto, si sa. A Dolores fu offerto un lavoro molto ben retribuito: 
truccatrice di politici vivi. Dato il suo talento nello scoprire la vera essenza delle persone, 
doveva truccarli in modo esattamente contrario. Io invece accettai l'incarico di cameriere ai 
piani in un piccolo hotel , lo stesso nel quale, anni dopo, svolsi il lavoro, molto più delicato, 
di copritore di coppie, ma questa è un'altra storia.  

Foto parlata    (1988 – 2009)

Avide di spazio, gocce di sudore rullano su una faccia di donna seduta, di profilo, assorta. 
Silenzio. La stanza è vuota, tracce di mobili spariti, antichi escrementi di mosche 
punteggiano le pareti. Polvere. Ai piedi della donna un cane seduto, di profilo e, davanti a 
lui un gatto, anch'esso seduto, non di profilo. Entrambi guardano verso l'osservatore. La 
donna, anziana, ha le mani giunte sul grembo, guarda i due animali, assorta in chissà quali 
pensieri. Di profilo, in primo piano, un coccodrillo occupa quasi tutta la parte inferiore della
fotografia. Il rettile, con apparente sorriso, guarda fuori scena. È un tardo pomeriggio di 
fine giugno, deducibile dall'abbigliamento leggero dell'anziana, dal pelo rarefatto dei due 
animali domestici e dall'opaca secchezza delle scaglie del coccodrillo.
Quattro esistenze riunite in una stanza sbiadita, alla fine di una torrida giornata estiva. 
Quattro vite destinate al monologo. Quattro fiori sterili, che lasceranno, come i mobili 
spariti, solo una macchia un po' più chiara nel grigio della polvere.
Immobili nella realtà ritratta dalla foto pensano, sognano altre esistenze in morfologie 
impossibili. 
Il tempo, ormai morto, impedisce ai soggetti di uscire dal loro rigido spazio. 
Tutto è aspro, rustico, ruvido, non v'è dolcezza in quella fossile armonia. Vorrebbero, si 
intuisce dai loro sguardi d'attesa, procedere oltre, in qualsiasi modo, a qualsiasi condizione,
uscire insomma da questa insopportabile foto di gruppo, lasciarsi alle spalle e in fretta la 
sequela di false gioie passate che amareggiano più dell'autentico dolore. Ognuno di loro, 
nell'inevitabile auto giudizio a cui ci obbligano gli istanti nelle pause del loro succedersi, 
desidera essere altro, qualcun altro, qualcos'altro. 

Il cane 
“a ben ricordare, fin dall'inizio, non c'è stato altro che colpi, pedate, grida. Sì, non ricordo 
altro: spaventi, paure, sudore, sofferenze fisiche. Ci saranno anche stati, mi immagino, dei 
momenti belli: qualche bel boccone, un osso saporito, una carezza, ma non me li ricordo, 
inzuppati come sono dal grigio indifferenziato che colora il mio inizio in questo mondo. Poi
non fu più così: divenni un grosso cane feroce, nessuno mi dava più colpi e pedate perché 
ora servivo a qualcosa, ero un cane da guardia, un servo, in realtà. Ben nutrito e rispettato, 
ma legato a una catena. Con la vecchiaia la libertà. La libertà da che cosa? Di non abbaiare 
più, di non dimenare più la coda, di andare in giro per giardini a fiutare giovani tracce 
canine e mescolarvi le mie vecchie urine. Libertà da pensionati. Ora comincia a imbrunire 
un poco, il maestro zen mi chiama e mi dice: Tu non hai fatto altro nella vita che porgere la
zampa e dimenare la coda. Sì è vero, gli rispondo, e tu, hai fatto qualcos'altro?
Dicevo che la libertà di non essere ciò che non si vuole essere è relativamente facile da 
realizzare, ma è l'altra, quella di essere ciò che si vuole essere, che è difficile, forse 
impossibile. Intanto perché non si sa mai esattamente ciò che si vuole,  poi perché ci si fissa 
delle mete così assurde che non si possono realizzare. 
Che cosa vorrei essere, ora? Il cane si sa, è il migliore amico dell'uomo. Sì, è una stronzata, 
lo so, ma si finisce per credervi e poi scatta la proiezione: l'inferiore si identifica col 
superiore, il servo col suo padrone, il cane con l'uomo. Vorrei essere uomo, no, no, meglio 
donna, ecco. Le donne sono sempre più gentili con noi cani. Vorrei essere una di quelle 
signore che passeggiano nei giardini con al guinzaglio certi orrendi cagnolini da salotto, che
quando li annusiamo, noi cani veri della strada, non ci sembrano neanche veri, ma di 
peluche profumati. Sì, vorrei essere una signora di una certa età, avere anch'io  quei ricordi 
deliziosi che hanno loro. Una volta ero sotto una panchina, al parco e due anziane, una coi 
capelli azzurrini, l'altra violetta, si scambiavano confidenze. L'azzurrina, continuando un 
discorso cominciato altrove:
sì, di nostra figlia, la più piccola. Allora, ti dico, avevamo questi due cani da guardia 
ferocissimi e li tenevamo legati in fondo al giardino. Chi lo sape....Un forte rumore di 
camion mi coprì un pezzo di conversazione.
L'avevano già fatta a pezzi. Ti puoi immaginare lo spavento, la confusione, il fastidio. La 
nostra piccina.... Altro rumore coprente che durò tre minuti.
Si trattava di andarglielo a dire. Erano state molto amiche......non li abbiamo più visti.
Questo il discorso della vecchia azzurra, poi attaccò la violetta:
l'amico di mio marito mi piaceva tanto. Quasi tutti i giorni veniva a cena o a farci visita. 
Tutte balle, certo. Era me che voleva. Quindi, dai oggi, dai domani e poi ci sapeva anche 
fare e aveva due begli occhioni neri, acquosi, che promettevano delizie. Mio marito da quel 
lato non è mai stato un granché. In definitiva una mattina viene a casa nostra. Io ero ancora
in vestaglia, che era un po' aperta sul davanti. Gli sorrido, lui mi stinge a sé e mi strapazza 
il seno e mi dice ti amo. Da quel momento in poi siamo stati amanti.
Ma scusa, tu sei sposata con lui, ora. Questo non è sempre stato tuo marito?
Certo che no. Ero sposata con un altro, te l'ho appena detto, questo era il mio amante.
Oh santo cielo. Allora sei vedova?
Per forza, se no come facevo a sposarlo!
Come per forza? Vuoi dire che tu......
Eh certo. Quando l'ha saputo, dico il primo marito, ha cominciato a diventare molesto. Non 
gli andava giù, col suo migliore amico, insomma....
E allora voi....
Sì, l'abbiamo tolto di mezzo, non c'era altra soluzione.
Veleno?
No, elettricità. Mentre era addormentato nella vasca da bagno, ma tu pensa!, gli ho gettato 
dentro un fon acceso. Finito.
Ma guarda. E non avete avuto problemi?
No, grazie a Dio.
E avete figli?
Due maschietti che sono un amore.
Oh, che carini.”

La donna
“Mi sono sempre tenuta stretta addosso i miei averi, il corpo in primo luogo. L'ho tenuto 
fuori dalla mischia, come se fosse la cosa più preziosa, da capitalizzare e ora eccolo qui, un 
bel frutto andato a male perché nessuno l'ha mangiato.
Vorrei essere una cagna, con otto o dieci cani dietro, quando vado in calore e poi fare una 
nidiata di dodici cuccioli, sentirmeli tutti attaccati alle mammelle, portarmeli a spasso, 
consolarli, vederli partire, e ricominciare con altri dieci, ogni volta meno e con più fatica, 
finché l'irsuto mantello non lasci dietro di sé una striscia argentata di peli e da ultimo, una 
carcassa che si gonfia al sole sul ciglio di qualche autostrada piena di traffico, dove nessuno
si accorgerà di me, salvo qualche topo o una famiglia di lombrichi, diligenti smembratori di 
destini terminali.  
Sai che meraviglia, dirà qualcuno, fiutare urine altrui per tutta la vita!
La vita umana a volte è così scialba che persino il puzzo di urina è....boh!”

Il gatto
“ Guardate, io posso solo dire che ne ho i coglioni pieni. Questo come apertura. Mi 
infastidiscono i salamelecchi che tutti, anche i non padroni, si permettono con noi, come se 
fossimo dei deficienti mentali che rispondiamo solo ai micio micio, miao miao. Cretini! 
Purtroppo i nostri denti sono piccoli. Vorrei averli come il socio, qui davanti. Un coccodrillo 
vorrei essere e vedresti tu come comincerei subito a staccare a morsi arti e coglioni a molta 
gente che conosco qui intorno!                 Ma non sono sempre stato così. 
Una domenica notte, su un tetto del centro, incontrai quella femmina e le dissi: Non ti 
muovere, rimani così come sei, passerò la notte ad ammirarti in silenzio. Si sa che per i 
gatti il silenzio della notte è magico. Alla mattina, dopo aver vegliato e fantasticato tutta la 
notte, un po' stanco, cominciai a sentire uno strano odore. Lo senti anche tu? le chiesi. 
Nessuna risposta. Forse è meglio andare, soggiunsi. Nessun movimento. Con le prime luci 
cominciai a scorgere tra il pelame della femmina alcune macchie bluastre e mi resi conto 
che tutto il corpo era più gonfio del normale. Scacciai due mosche che le si erano posate sul
naso e mi allontanai silenzioso”.   

Il coccodrillo
Fa caldo con questa corazza inutile. Dio me l'ha data per difendermi dagli altri animali, ma 
ha sbagliato i suoi calcoli, non ha tenuto conto degli uomini. Sono loro i miei unici nemici, 
proprio per questa pellaccia rugosa. La pelle del gatto o del cane non valgono molto, perciò 
vengono lasciati in pace. Ma noi, neanche il Creatore l'avrebbe detto, dopo tanti millenni di 
resistenza alle avversità geo climatiche, finiremo in pochi anni come borsette per signora. 
Le tartarughe, invece, come pettini. C'è qualcosa di sbagliato da qualche parte. 
Ecco, seguire giornalmente l'espandersi dell'inadeguatezza, del disadattamento, della noia, 
della disperazione; ogni giorno lottare per riempire di banalità il vuoto dell'esistenza, 
credere nei valori condivisi da tutti, per convenienza e illudersi di essere nella giusta 
direzione, di avere davanti a sé uno sfavillante futuro di felici realizzatori.
E ancora, quotidianamente ribaltare senza troppi riguardi le modeste certezze del giorno 
prima, conquistate con tanta pena, per arrivare ad altrettanto modeste certezze che saranno
smaltite e sostituite a loro volta, in un eterno scavare tra menzogne.
Da sempre un battere a tutte le porte, che non sono porte, ma un'unica invalicabile, infinita 
parete attraente e beffarda.
E non riuscire ad arrestare lo sciogliersi di tutte le cose, a trattenere almeno i sentimenti più
importanti, la rabbia, la memoria, assistere giorno per giorno impotenti allo svanire, non al 
cambiare, di tutto.
E continuare così, spettatori della propria penosa storia, un elemento in più del grande 
esercito dei perdenti che si compiace del proprio dolore e lo innalza a bandiera.
Rassegnarsi poco a poco all'ingiustizia del mondo, dimenticarsi di quando ci incazzavamo 
per non voler essere ombre soltanto, e infine adattarsi a tutto, abituarsi a tutto, accettare 
tutto, anche la merda.
Come stavamo bene un tempo, nel nostro rifugio tiepido di fanghiglia. Avevamo il nostro 
da fare, avevamo un senso. Ora cosa ci faccio io in questa strampalata fotografia insieme 
con queste altre mummie che pensano, ognuna, a chissà quali destini impossibili. Vorrei 
forse essere un cane o un gatto o quella vecchia incartapecorita più rugosa della mia 
schiena? Neanche per sogno. Che cosa ci guadagnerei?
Per l'occhio che guarda quest'immagine è indifferente che io sia il coccodrillo o uno degli 
altri tre soggetti. Infatti io non sono il coccodrillo. Nella foto mi hanno dato quel posto, ma 
in realtà, dietro quelle scaglie potrebbe esserci chiunque, l'osservatore stesso.
Perché ci hanno raggruppati qui? Mah! non so. Forse il messaggio pubblicitario voleva 
essere “ diffida delle apparenze, in fondo tutto è uguale ”, oppure “ hai visto cosa vuol dire 
nascere? “, ma potrebbe anche essere “ a sua immagine e somiglianza “ o anche.....
Come dice, scusi? Che nella sua fotografia di gruppo non c'è la sedia? Ma chi c'è lì con Lei? 
Ah, la sua famiglia? Come? Che non è una foto di gruppo? Che ognuno ha la sua, ovale, 
con il nome scritto sotto. Ma scusi, da dove chiama Lei? Come? Non si sente niente! Boh! È 
andato via.

                                                                                                     

Genitori       (28­09­1998)

Sempre ubriachi. Cominciavano all'ora di pranzo con gli aperitivi, poi i vini a tavola, poi i 
digestivi e così via, fino a sera, fino a notte. Raramente l'ubriachezza era allegra, pacifica, 
serena. Quasi sempre era aggressiva, malevola, violenta e allora i due coniugi si criticavano,
si insultavano, si picchiavano tra le grida di spavento dei figli più piccoli e l'indifferenza dei 
più grandi. Cinque figli in tutto. Quasi tutti i giorni recitavano lo stesso copione, vetri rotti, 
mobili sfasciati, libri e indumenti  strappati. Nei giorni di sobrietà facevano grandi 
promesse di rinsavimento, ma erano promesse da ... alcolizzati.
Intanto i figli si facevano grandi e i due genitori sempre più decrepiti. Anche mentalmente 
erano arrivati a uno stadio di semi demenza.
Una notte, nel mezzo di una scena di aggressività, la madre rovesciò con ira una pentola di 
zuppa sul pavimento della cucina. I cinque figli si guardarono negli occhi. Il più grande era 
un ragazzo robusto, molto forte, taciturno; chiuso in sé, aveva sempre sopportato in 
silenzio le tensioni familiari. Poi c'era una femmina, anch'essa robusta, non taciturna ma 
nemmeno ciarliera e gioviale. Razionale e ordinata, era la mente del gruppo dei cinque, 
aveva sempre cercato di calmare e mettere pace tra i genitori. Venivano poi due maschietti, 
ancora adolescenti, litigiosi, violenti e codardi. Frequentavano dei ragazzi simili a loro. 
Durante le crisi dei genitori si spaventavano molto, ridevano, si nascondevano. Da ultimo 
una bambina sulla soglia dell'adolescenza, maliziosa, crudele, opportunista. Durante le 
tragedie familiari piangeva molto,forse eccessivamente, come se cercasse di sovrastare la 
violenza della situazione con la rumorosità del suo pianto. Di solito riusciva a calmare i 
genitori. Tutti e cinque quella volta si guardarono negli occhi con uno stesso pensiero nella 
mente: farla finita. Intanto i genitori, inebetiti dall'alcol,  continuavano le loro sciocche 
dispute nella camera da letto. 
Perché non gli diamo fuoco, dice Carlo, uno degli adolescenti, intendo dire fuoco alla 
stanza da letto. Così la smettono. 
Sì sì, fuoco fuoco, esclama Enrico, l'altro adolescente. 
Un momento ragazzi, interviene Ada, la maggiore delle figlie, non bisogna arrivare alle 
estreme conseguenze. 
Sì invece, la interrompe Adelmo, il maggiore dei cinque, si tratta esattamente di arrivare, 
ora, alle estreme conseguenze. 
No no, poveri paparini, non fategli del male, piagnucola Gilda, la più piccola, diamogli una 
lezione, ma non facciamogli del male.
Non servono lezioni, qui.
Al fuoco al fuoco.
No, ragioniamo un momento.
Non fategli male.
Siamo alla fine, non c'è altra via d'uscita.
Soffochiamoli col cuscino.
Attenzione ragazzi, non lasciatevi travolgere dalla follia anche voi.
Kaputt.
Un bel taglio e via. 
Siete pazzi, niente sangue.
Impicchiamoli.
Fermi, cosa avete in testa?
Una latta di benzina e un cerino.
Meglio tre bottiglie di whisky a testa tutte insieme, almeno non soffrono.
Calmatevi tutti.
Il gas, usiamo il gas.
Solo farla finita.
Non voglio! non voglio.
Oh sì, una buona volta.
Dio mio, no, siete pazzi.
Lasciate che ci pensi io, un lavoro pulito.
Ma se gli facessimo capire, forse cambierebbero.
Punto finale, un lavoro pulito.
Nella vasca da bagno, affogati.
Non dovete non dovete.
Gas fuoco acqua quale?
gas, lavoro pulito
non fategli del male, forse il gas
un po' di pazienza, aspettiamo ancora
no, gas subito
gas
gas
gas
aspettate, magari parlando
gas
gas
gas
se avessimo più comprensione
gas
gas
gas
va bene, allora gas.

Giro in centro        (05­02­2010) 

Al semaforo gira a destra, passiamo per il centro, così vediamo un po' di gente, disse 
Gertrude.
Sandro, che guidava senza troppo entusiasmo, obbedì e tosto si avvicinarono al centro 
cittadino. La giornata era afosa in quel tardo pomeriggio di fine agosto. La città era quasi 
deserta, sui marciapiedi c'erano più cartacce che passanti. Poche macchine in sosta, forse 
già da giorni a giudicare dallo strato di polvere che le copriva. Qualche escremento di cane, 
secco e ancora intero testimoniava che c'era poco passaggio di gente. 
Non pioveva da giorni e l'erba delle aiuole era gialla e sporca. Nelle vicinanze di un bar una
grossa macchia, probabilmente di pipì già evaporata, aveva preso una tonalità grigia con 
sfumature aranciate, sembrava la testa di un leone. Un bambino di dieci anni era fermo 
davanti a un'edicola chiusa e guardava le locandine pubblicitarie di riviste sportive e 
pornografiche. Nell'aria c'era odore di cassonetti della spazzatura e di asfalto surriscaldato. 
Nel momento in cui Sandro e Gertrude passavano davanti a una chiesetta, due piccioni si 
posarono in una nicchia della facciata, condividendo lo spazio con una statua di San 
Gervaso, riconoscibile dal ramo di felce che stringeva in una mano.
I piccioni amano le facciate barocche, disse Gertrude, ci sono più nicchie, cornicioni, 
modanature, strombi, statue, fastigi e capitelli. Le facciate moderne non offrono quasi 
nessun rifugio a quei poveri animali. 
Per me potrebbero morire tutti, i piccioni, disse Sandro. Dicono che siano portatori di 
malattie infettive.
Sono solo pregiudizi. Molta gente li mangia senza tanti problemi. Quando abitavo a 
Venezia mio marito incollava del mangime sui davanzali delle nostre finestre e mentre i 
piccioni si ostinavano a staccare i chicchi, lui li catturava con un retino. Una volta cotti sono
commestibili come qualsiasi altro animale commestibile. Tutto in fondo è commestibile.
Guarda, un prete con la tonaca, disse Sandro, credevo che non la usassero più.
Solo nelle cerimonie, disse Gertrude. Forse è andato a dare l'estrema unzione a qualche 
moribondo.
Anche questa cosa credevo che non si facesse più, continuò Sandro.
C'è sempre gente che crede nell' al di là e per prudenza... non si sa mai, aggiunse Gertrude.
Ma se anche ci fosse, l'al di là, qualunque cosa sia, è chiaro che non ha nessun rapporto con
l'al di qua. Quindi a cosa serve l'estrema unzione? chiese Sandro. Poi vorrei sapere che olio 
usano per ungere il moribondo. 
Non essere superficiale Sandro. A me fanno pena gli anziani, come quei due là.
Sul marciapiede stava transitando una coppia di anziani, lui, nonostante il caldo, in camicia
maniche lunghe e gilè, lei con un vestito sintetico a fiori senza maniche. Camminavano a 
braccetto.
Dove andranno? chiese Gertrude, alla loro età non ha quasi più senso andare da qualche 
parte.
Perché? chiese Sandro.
Cosa si aspettano di trovare? Per il loro futuro niente, è ovvio e per il presente? Ormai 
hanno già spremuto dalla vita tutto ciò che potevano spremere quando erano più giovani. 
Che possibilità hanno adesso?
Forse hanno solo voglia di fare quattro passi, suggerì Sandro.
Sì, forse, disse Gertrude, ma ci sono molti vecchi che pensano di aver speso male la loro 
vita e ci soffrono e si danno ancora da fare, come se il loro tempo non fosse già finito. 
Credono che ci siano cose importanti da fare su questa terra.
Perché, non è così? chiese Sandro.
Fermiamoci a quella gelateria, disse Gertrude.
Senza segnalare con la freccia Sandro accostò e fermò la macchina di fronte a una 
minuscola gelateria. Sulla vetrina c'era scritto “ La Nuova Siberia “
Era gestita da due egiziani, come seppero in seguito. Comprarono due coni di gelato e 
mentre li leccavano, in piedi sul marciapiede, chiacchierarono un poco coi due africani 
rimasti all'interno del locale. 
Il gelato non era un granché, ma lo mangiarono tutto, forse per non sembrare scortesi verso
i due gelatai.
Ripreso il viaggio in macchina diretti verso casa, videro un tamponamento tra due taxi, un 
cieco che, non visto, raccolse qualcosa da terra, un cartellone pubblicitario con un testo 
lunghissimo che non riuscirono a leggere tutto. Si riferiva a  un rossetto per labbra delle 
quali si vedeva l'immagine.
È un'immagine oscena, disse Gertrude, è una chiara allusione ai genitali umani. Il tubicino 
del rossetto ha addirittura lo scroto.
Magari sei tu che ce lo vuoi vedere. La bellezza è nell'occhio di che guarda, disse un filosofo
greco. 
Prima di fermarsi davanti a casa videro un loro vicino in giacca e cravatta che correva verso
il centro città.
Tipo strano il Bezzi, disse Gertrude.
A volte, le rispose Sandro. Come tutti.
 

Gita in metropolitana      (1986)

Sig.ra 1 ­ Che carattere, che carattere, diomio, che carattere! no, non mi dica niente. Che 
carattere che ha! Si figuri che stavamo facendo una gita in metropolitana, da tanto tempo 
continuava a ripetermi andiamo, facciamo tutta la linea verde, poi a Loreto cambiamo e 
facciamo anche la rossa. 
Va bene, visto che insisteva tanto, la signora Enrichetta, va bene, ho detto.
Si capisce che non c'è mai stata, ho detto dentro di me. Vorrà dire che facciamo una gita.
Io è il giovedì quando posso. Non chiedetemi altri giorni perché non posso.
Va bene, facciamo il giovedì, allora, ha detto la signora Enrichetta. Bene. 
Allora facciamo tutta la linea verde.
Sig.ra 2 ­ con la signora Enrichetta?
Sig.ra 1 ­ sì, siamo partite il giovedì.
Sig.ra 2 ­ mattina?
Sig.ra 1 ­ no, già quasi verso le undici e mezza. L'idea era anche di mangiare un panino con 
cotechino e crauti alla stazione di South­Hampton, oh no, scusi, di Cadorna. Avevamo già 
fatto tutta la linea verde che a Loreto, mentre andavamo sulla scala mobile, io vedo sul 
soffitto due grosse macchie di umidità, che già avevano screpolato la tessitura della volta. 
Do di gomito alla signora Enrichetta, che stava guardando un venditore di elettrodomestici 
giapponesi, sa, quelli da polso...
Sig.ra 2 ­ ma chi, la signora Enrichetta?
Sig.ra 1 – sì, e le dico: guardi quelle macchie di umidità, così saremo noi da vecchie. Due 
pozzanghere salmastre attaccate al soffitto di un sotterraneo. E lei, guardandosi le braccia 
già un po' flaccide, per la verità, mi fa: pozzanghera sarai tu e io un pesciolino rosso che ci 
nuoterà dentro. Che carattere, diomio, che carattere!
Sig.ra 2 ­ la signora Enrichetta?
Sig.ra 1 ­ sì, che carattere, diomio! 

Gruppo terapeutico     (10­09­2010)  

Dirigo, ormai da tempo, un gruppo terapeutico di persone sole e solitarie. Qual'è la 
differenza tra loro? Le persone sole sono quelle che vorrebbero stare con qualcuno, ma non 
ci riescono, le solitarie invece sono quelle che vorrebbero stare per conto loro, ma sono 
legate a qualcuno. Uno cerca, l'altro rifiuta. 
Cosa fanno qui insieme questi due tipi di persone? Si scambiano trucchi, tecniche per 
ottenere il loro scopo.  Per esempio, se  Adele vuole mettersi con Bortolo, userà una serie di
trucchi per sedurlo e se sono  validi, avrà successo. Sull'altro fronte, Carlo non vuole 
saperne di Dorotea, quindi userà dei trucchi per disgustarla e liberarsene. Adele, sapendo 
cosa fa Carlo per disgustare Dorotea, farà esattamente il contrario con Bortolo e così farà 
Carlo applicando al rovescio i trucchi di seduzione di Adele.
Dopo anni di osservazioni e verifiche ho elaborato un manualetto di tecniche da usare nei 
vari casi.
Il manuale può essere acquistato solo per posta. Do qui, a titolo d'esempio, qualche stralcio 
del  testo.
“ …..se poi il partner appartiene al tipo cane fedele amico dell'uomo, cioè appiccicoso, 
bisognoso d'affetto, dipendente, sempre disponibile, servizievole, soffocante, allora il 
procedimento da seguire è questo: quando tornate a casa colmatelo di complimenti, fatelo 
sentire una persona importante per voi, anzi indispensabile. Cominciate poi ad assegnargli 
delle commissioni sempre più frequenti, sempre più lontane, sempre più difficili, finché 
comincerà a sbagliare e allora voi lo criticherete sempre più aspramente, fino a farlo sentire
una nullità, una merda non degna di voi. A quel punto il vostro partner ha tre possibilità: vi
abbandona per sempre, cade in una forte depressione che lo porta  al suicidio, impazzisce. 
In quest'ultimo caso, date le sue condizioni psichiche, non è difficile rinchiuderlo in una 
casa di cura. Il caso è risolto”
A qualcuno, questi metodi, potrebbero sembrare troppo “impietosi”. La mia esperienza 
clinica mi insegna, tuttavia, che nel campo affettivo, se si vogliono dei risultati concreti, 
bisogna essere radicali, cioè tagliare alle radici. I sentimentalismi, le empatie, il rispetto 
umano, la tolleranza sono tutte trappole che il nemico, scusate, volevo dire il partner, 
utilizza sottilmente a suo vantaggio.
Ma ci sono anche altri metodi, come dire, più soft e più piacevoli, come quello di saturare  
le arterie del proprio partner di colesterolo attraverso una saporita, ma finalizzata dieta a 
base di grassi. Prima o poi l'infarto al miocardio, il suo, ve lo toglierà d'attorno.
Sul fronte della seduzione, invece, i metodi tradizionali, oggi, non vanno più. 
“.....niente negligé, profumi afrodisiaci, sguardi languidi, movenze da attori dilettanti, 
prestazioni sessuali da giungla selvaggia. Romanticume da rotocalco. Via tutto questo 
ciarpame, fondi di magazzino dei tempi in cui le formalità erano più importanti del 
contenuto. 
Oggi non è più così. Niente mezzi termini, allusioni, metafore. Oggi si vuole vedere la 
merce, tutta intera, lì sul banco, come in macelleria o dal fruttivendolo. Dunque, se siete 
femmina, non abbiate paura di superare il limite della decenza, andate subito al sodo, 
indicatevi il genitale e gridategli “porco, è questa che vuoi?”. Il partner intimorito, 
affascinato, vergognoso, confuso, vi dirà quasi certamente “no, certo” e sarà con voi da quel
momento come un agnellino.
Se siete un lui, non usate più le vecchie frasi  “sei la prima donna della mia vita”, “assomigli
a mia mamma”, “non ti mancherò mai di rispetto” etc, frasi che non convincerebbero più 
nemmeno un'orfanella del Madagascar. Andate anche voi al sodo, afferratevi il genitale e 
con noncuranza, come se le offriste una sigaretta, ditele “vuoi?” Vi dirà senz'altro di sì, 
anche perché è lì per quello.”

Ezio è una persona sola. Ha 40 anni e vuole una compagna, ma non ci riesce, non sa come 
fare, cosa dire, sbaglia tutto, fallisce.
Renata ha 35 anni, sposata, si vuole divorziare, non perché ha un'altra relazione, ma  per 
stare da sola, è  una solitaria, ma  suo marito non vuole separarsi da lei.
Entrambi, Ezio e Renata, soffrono, sono qui per trovare aiuto o conforto.
Ieri li ho fatti incontrare per la prima volta in una saletta appartata in modo che si 
potessero scambiare le loro strategie. Naturalmente ho ascoltato e registrato la loro 
conversazione.
“Renata: Salve
Ezio: Salve
R­ non so perché sono qui, il direttore mi ha detto che dovremmo parlare
E­ anche a me l'ha detto
R­ bene, parliamo, ma a me non sembra di avere niente da dire
E­ è sempre così anche per me, con le persone, poi quando rimango solo, mi vengono in 
mente tante cose che avrei potuto dire
R­ io invece non ho mai voglia di parlare con la gente, sto bene da sola, ma non ci riesco, 
ho sempre qualcuno, mio marito per esempio, che mi alita addosso
E­ forse non è sempre così sgradevole
R­ Lei è sposato, fidanzato, legato a qualcuno?
E­ no, ma vorrei
R­ che fortuna, rimanga così, che bisogno ha di un'altra persona? 
E­ per condividere, riversare affetti, attenzioni, giocare, invecchiare insieme
R­ e i costi? O crede che sia tutto gratis? Alla fine si accorge che ci sono solo i costi; i 
guadagni sono svaniti da tempo
E­ io non li lascerei svanire
R­ per quanto sia bella, la musica, prima o poi finisce
E­ ma si può ricaricare
R­ lei si arrampica sugli specchi
E­ si può fare
R­ lei parla senza sapere
E­ sono io che decido di non finire le cose
R­ ma se non è nemmeno capace di cominciarle
E­ una volta cominciato sono come un cane che non mollerà più l'osso
R­ sarà sempre lo stesso osso, succhiato e risucchiato. Che gusto ci trova?
E­ sono io che do sapore all'osso. L'osso, con me, sarà contento di essere continuamente 
succhiato
R­ se qualcuno mi succhiasse come un osso, continuamente, io, certo sarei felice e lo 
ringrazierei e gli sarei grata e mi attaccherei a lui per sempre. Voglio essere il Suo osso, me 
lo permette?
E­ per sentirmi continuamente schiacciato dalla Sua gratitudine, soffocato dalla Sua brama 
di essere succhiata? No, grazie, preferisco stare per conto mio. Arrivederci.”

Beh, non sempre gli incontri giungono a buon fine. Sarà per un'altra volta.  
Il calzolaio      (22­09­1998)

Si annunciava con un colpo di fischietto seguito dal grido “zapatero”. Era giovane, allegro, 
bravo nel suo lavoro. Portava con sé tutto l'occorrente per le riparazioni ordinarie, cioè 
tacchi consumati, suole coi buchi, fibbie scucite. Le sue preferenze erano per il mocassino 
liscio: tomaia, tacco e suola. La scarpa più facile da riparare. Non che non volesse faticare, 
piuttosto era incline alla semplicità, all'essenzialità, all'economia di sforzi, costi, tempo. Non
lavorava per il piacere di lavorare o per desiderio di ricchezza o per qualche pressione 
culturale. Lavorava perché il lavoro andava fatto, perché la scarpa “doveva” essere riparata,
per una specie di necessità cosmica, di cui però era inconsapevole. Allora lo faceva in modo 
rapido, efficiente, senza divagazioni, aggiunte personali, come faceva invece suo cugino, 
calzolaio anche lui, che sempre cuciva alle scarpe che riparava qualcosa di estraneo, 
secondo lui estetico e di buona fortuna, come piccoli ferri di cavallo, cuoricini di peltro, 
tappi corona, campanelle dell'albero di Natale, taglia unghie (molto utili in viaggio), così 
che il cliente si ritrovava delle calzature tali che quando camminava per la strada tutti i cani
del circondario gli correvano dietro abbaiando, tra le risate dei passanti e lo spavento degli 
uccellini, che se ne volavano via pigolando. No, lui no. Margarito Cardoso, non riparava 
così le sue scarpe. Niente barocchismi, o tranelli puerili per far pagare di più il cliente, 
come quello, usato sempre dal cugino Vicente, di mettere all'interno della scarpa una 
fodera stampata a fiori con il profumo del fiore rappresentato. Siccome però la gente 
comune non conosceva il profumo di certi fiori come per esempio la fritillaria, il 
topinambur, il vilucchio, la cuscuta, lo strofanto, il trucco non ebbe successo. Ancor meno 
successo ebbe l'idea di usare, al posto del profumo dei fiori, quello dei formaggi.
Margarito era sobrio in tutto. Nel vestire usava una tuta da meccanico, nelle cui tasche 
erano contenuti tutti gli strumenti e i ricambi necessari alla sua professione. Nel parlare 
non usava una parola più del necessario, arrivando così ad una comunicazione di tipo 
telegrafico. Se una signora gli mostrava una scarpa da riparare senza specificare di che cosa
avesse bisogno, lui la esaminava e diceva soltanto tacco, due mila, suola quattro mila, 
spazzatura, intendendo che non si poteva più riparare.
Durante il lavoro cantava poco, a differenza di suo cugino, che cantava a squarciagola  gli a
solo per tenore. Con i quintetti verdiani, sempre il cugino, cantava la partitura che più gli 
conveniva mentre per le altre, usando mani e piedi, creava suoni acuti o gravi, tintinnio di 
bicchieri, colpi sordi a un bidone, calpestio di ghiaia, porte sbattute, gorgoglio di acqua di 
scarico in un lavandino, tonfi di meloni, angurie lasciati cadere dal primo piano nella 
tromba delle scale. 
Naturalmente per fare tutto questo doveva interrompere il lavoro, con una notevole perdita
di tempo. Una volta cominciò a cantare un'opera di Wagner alle otto del mattino e terminò 
alle due e mezzo del pomeriggio. Durante gli intervalli, riuscì a riparare affrettatamente 
solo una suola di gomma e un tacco. Era un appassionato di opera lirica, suo cugino 
Vicente. 
Margarito un giorno ebbe una crisi. Gli sembrò che riparare le scarpe fosse un lavoro 
inutile. Quando gliele presentavano diceva solamente spazzatura, lire duemila, intendendo 
che quello era il suo onorario per la consulenza data. Perse tutti i clienti, diventò taciturno, 
frugale, schivo, depresso. Tutto, su questa terra, gli sembrava privo di senso. Non c'era più 
niente che lo appassionasse, nemmeno la sua stessa idea che tutto fosse inutile. Niente 
lavoro, niente soldi. Suo cugino Vicente gli offrì il posto di assistente, pensando di più ai 
suoi quintetti che al problema di Margarito. Ma Margarito non accettò.
Non era il lavoro in sé che gli pesava, si andava ripetendo, era l'inutilità del lavoro, di certi 
lavori. Una mattina, bighellonando in periferia, capitò davanti alla porta di un 
calzaturificio. Fu un'illuminazione. Le scarpe per lui erano sempre state un prodotto 
difettoso, consumato, da riparare, un prodotto scadente, sudicio, vile. Pensò per la prima 
volta alla scarpa nuova, intatta, ancora con l'odore dei materiali di cui era fatta. La vide 
come un'entità autonoma, pura, non deformata, violentata, impuzzolentita da un piede 
prepotente. La vide non come una scarpa del signor tizio da rimettere in sesto, ma come “la
scarpa”, ancora di nessuno, libera, senza funzione, senza il non senso del suo futuro lavoro,
di tutti i lavori, di tutti i fare e gli esistere. Margarito era in bilico sull'abisso. A questo punto
aveva solo due possibilità: entrare in fabbrica,chiedere lavoro e vivere, oppure rifiutare 
tutto e morire. Entrò.
Il cappellaio      (18­02­2010)

Da sempre sono nel ramo dei cappelli. Cominciai come garzone di un ambulante, poi, coi 
miei risparmi, aprii un negozio in centro. Vendo cappelli per tutte le età, condizioni sociali, 
tasche. Uomo e donna. Non è un mestiere facile, il mio, come potrebbe sembrare. In questo 
lavoro, se si vuole avere successo, è necessario possedere una buona intuizione psicologica. 
Spesso dico scherzando ai miei collaboratori che è più utile conoscere le misure interne 
della testa, più che quelle esterne, per poterla vestire adeguatamente. Ma credo che non mi 
capiscano. L'esperienza mi ha insegnato che è proprio così.
Difficilmente un cliente sa già, quando entra nel mio negozio, quale cappello desidera 
acquistare. A differenza di molti miei colleghi che vogliono vendere all'acquirente il 
cappello più caro o quello che piace di più a loro, io cerco di scoprire perché il cliente vuole
un cappello e lo guido nella scelta migliore per lui. Quasi mai le sue ragioni sono estetiche, 
o funzionali; nella maggioranza dei casi sono ragioni psicologiche. Ecco perché devo 
entrare nella testa dei miei compratori per poterli soddisfare. Ora fornirò alcuni esempi.
Un giorno entrò nel mio negozio un uomo di mezza età, distinto nell'abbigliamento e nel 
portamento. Guanti e bastone da passeggio, ma senza cappello. Avvolto in un cappotto 
costoso, con bavero di pelliccia, poteva essere un gentiluomo che viveva di rendita o un alto
funzionario in pensione. Chiese subito un cappello di feltro, taglio tradizionale, colore 
scuro. Gli presentai, per sondarlo,  alcuni modelli un po' antiquati che avevo nel 
retrobottega e mentre se li provava, con una conversazione già altre volte sperimentata, 
iniziai a cavargli di bocca notizie sulla sua vita presente e passata. Era un ex direttore di 
banca, con alle spalle una carriera invidiabile in quel settore, ma lui sembrava non esserne 
troppo soddisfatto.
Forse avrebbe preferito un altro tipo di carriera? Chiesi, senza sembrare troppo interessato. 
Sì. 
Ecco, ecco, pensai. 
Magari, sfruttando il suo aspetto così avvenente (a volte, per scoprire la verità, bisogna 
essere un tantino adulatori) avrebbe voluto fare, che so, l'attore, il direttore d'orchestra, il 
politico, dissi.
Guardi, a me è sempre piaciuto viaggiare, avere una vita movimentata, vedere gente nuova,
entrare di più nelle case di persone diverse da me. 
Provi questo modello, gli dissi porgendogli un copricapo in loden, stile tirolese con una 
piccola penna di fagiano. 
No, questo sa troppo di turista in ferie sulle Alpi. Dicevo dei viaggi, però non 
necessariamente esotici, in terre lontane.
Guardi questo, gli porsi un cappello da capitano di panfilo. 
Non sono mai stato a mio agio nella mondanità, nonostante la mia posizione sociale, mi 
creda; ho sempre preferito contatti con la gente comune, nei momenti della loro vita 
comune.
Questo potrebbe andarle? Gli posi sul capo un cappello da postino, però senza le insegne 
delle Poste.
Sì, questo mi piace, pensi che fare il postino è sempre stato un mio sogno segreto. Vedere la
casalinga in ciabatte che viene alla porta a ritirare la cartolina di sua sorella in vacanza a 
Vigevano, o il pensionato artritico speranzoso di ricevere dall'IMPS un aumento di 
pensione, o la ragazza innamorata...
Se ne andò contento con il nuovo cappello in testa.
Ogni tanto lo vedo ancora passare per il corso, spavaldamente elegante nel suo cappotto da
ambasciatore e il cappello da postino. Credo che si senta realizzato.
Invece la signora Emma sapeva molto bene ciò che voleva. Venne da me chiedendo una 
scodellina con veletta. Questo è un capo che non si usa più dai tempi della regina Vittoria, 
ma nel mio vasto assortimento di copricapi c'era anche quello.
Le stava malissimo, per la ragione che la signora Emma aveva pochi capelli. Nascondeva la 
sua calvizie sotto un turbante turchino. Venni a sapere che era stata invitata al ricevimento 
della moglie del sindaco e voleva darsi un aspetto di signora un po' demodè, di sani 
principi, come appunto la regina Vittoria. Mentre intrattenevo la cliente mandai di corsa un
dipendente nel vicino negozio di un mio conoscente spiegandogli cosa doveva chiedere.
Quando tornò col pacchetto feci accomodare la signora in un camerino di prova dove trovò 
una parrucca di un bel grigio argentato, tipo regina Elisabetta.
Ancor oggi è fiera di quella “sua” scelta, che le diede, agli occhi della moglie del sindaco, 
un'aria di modernità discreta.
Potrei continuare con molti altri esempi, se non temessi di annoiare il perspicace lettore 
insistendo sullo stesso tasto.
Ai miei collaboratori, tuttavia, mi permetto ogni tanto di ricordare che il copricapo che i 
clienti vengono a cercare è l'ultimo dei loro pensieri e che bisogna....ma tanto è inutile, loro
sono solo venditori di cappelli.   
Il cavallo universale       (14­05­2008)

Spesso passeggiavo lungo una stradina in mezzo ai campi, che costeggiava un muretto 
basso, al di la del quale pascolava un cavallo. Ogni volta che passavo di lì offrivo al cavallo 
un mazzolino d'erba che strappavo ai piedi del muretto, dalla mia parte. Il cavallo sembrava
gradire l'omaggio, così che quando mi scorgeva da lontano si avvicinava prestamente al 
muretto per ricevere il suo dono.
Un giorno, camminando per quel sentiero, immerso in pensieri metafisici sul senso della 
realtà, giunsi davanti al cavallo che, come al solito, mi aspettava. Colsi due o tre fili d'erba e
glieli diedi, soggiungendo: Ecco prendi, assapora la verità. Anche in un solo filo d'erba è 
racchiuso il segreto dell'universo.
Il cavallo mangiò il magro mazzolino poi, visto che non gli davo altro, abbassò il capo, 
strappò ai piedi del muretto, dalla sua parte, un grosso ciuffo d'erba simile alla mia e 
masticando mi guardò come se dicesse: Vedi quanta verità che mangio io?
Poi improvvisamente cominciò a defecare e, sempre guardandomi, mi disse cogli occhi: la 
verità dell'universo? Eccola qua.

Il collezionista     (20­04­2011)
Penso che il lavoro più difficile da fare su questa terra sia il collezionista. Dico lavoro, certo.
Ci sono anche i collezionisti dilettanti che nel loro settore sono appena un po' più colti di 
una scimmia. Il collezionista di professione non ha come obiettivo il guadagno e questo lo 
differenzia da tutti gli altri professionisti. Qual'è allora il suo fine? La Verità. La verità di 
cosa? La verità del valore dell'oggetto. Ma in un mondo privo di valori assoluti, voi direte, 
come può esistere una tale verità? È proprio questa la battaglia che deve combattere un 
vero collezionista.
Prima però bisogna dare un'occhiata al mondo delle collezioni. C'è di tutto, montagne di 
oggetti senza arte né parte, una vera discarica. Si va dagli oggetti posseduti da personaggi 
famosi, che è la cosa più stupida, a serie di oggetti insignificanti e casuali come monete, 
francobolli, fiammiferi di hotel, carte da gioco, bonsai, locandine pubblicitarie, cartoline, 
libri antichi, quadri, oggetti artistici vari.
Conobbi una coppia che collezionava atmosfere d'interni. Quando, andando in giro, 
trovavano in uno spazio interno, una particolare atmosfera prodotta dalle persone, dalle 
cose, dalla luce presenti in quel posto, la dichiaravano atmosfera da collezione e la 
registravano accuratamente in un loro libro contabile. 
Il primo difetto dei collezionisti generici è quello di voler ammassare il più possibile 
esemplari di una data categoria di oggetti, come se la quantità aumentasse il valore 
intrinseco della collezione. Certo, per i collezionisti commercianti questo è un buon motivo,
ma questi sono solo commercianti.
Il vero valore di una collezione si misura dal valore posseduto dall'oggetto più prezioso 
contenuto in essa. Da qui al concetto di mono collezione il passo è breve. Io sono un mono 
collezionista, colleziono una sola cosa, il preservativo.
Lo so, lo so che molti, forse tutti, sbufferanno di impazienza, o di disgusto e strapperà 
questo foglio, ma se qualche perdigiorno vuole ascoltare il seguito, lo accontento subito.
Dunque se riflettiamo un momento sull'aspetto demografico del pianeta ci rendiamo conto 
che la crescita incontrollata della popolazione mondiale è il vero problema dell'umanità. 
Non il cambio climatico, la fine del petrolio, il dilagare delle ideologie di destra, il contrasto
nord­sud, problemi seri, certo, ma non tali da produrre lo scenario apocalittico che 
possiamo immaginare per la terra fra un centinaio d'anni. Lo scenario è questo: masse 
sterminate di corpi umani deambulando da un luogo a un altro in cerca di cibo e disposti a 
tutto per averlo. Non ci saranno più regole, forze dell'ordine, o una moralità collettiva a 
contrastare la follia di questi fiumi umani. Violenze, stupri, assassini tutto sarà lecito per 
costoro. La Terra, ormai diventata un deserto come un campo di grano dopo il passaggio di 
una nube di cavallette, non darà più nessun frutto. Tutte le specie vegetali e animali 
saranno state divorate da miliardi di mandibole affamate. Il cannibalismo allora diventerà 
pratica comune. Prima sarà il turno dei bambini, poi degli anziani, ma il ritmo delle nascite 
non sarà sufficiente per sfamare tutti. La specie umana, in pochi anni, si auto consumerà. 
La Terra, dopo un opportuno numero di ere geologiche, riprenderà forse a popolarsi di 
nuove specie animali e vegetali, ma questa è un'altra storia che non ci tocca.
Ebbene, tutto questo discorso per dire che il preservativo non è più una difesa efficace 
contro questo  pericolo? Che ci sono ora altri metodi contraccettivi più efficaci e quindi il 
preservativo è ormai un oggetto di antiquariato, degno di certi collezionisti di bocca buona?
No, signori, io non colleziono preservativi esistenti, vecchi o nuovi, nelle loro varie e 
ridicole tipologie. Io colleziono il preservativo, il primo, quello che non c'è perché non è mai
stato prodotto. 
Chille è pazzo, direbbe il mio amico Salvatore. No, non sono pazzo, sono il vero 
collezionista, io, gli altri sono solo raccoglitori di cianfrusaglie, persone comuni che per 
noia si riempiono la casa di manufatti insignificanti, come del resto tutta la produzione 
umana.
Ma le opere d'arte, le collezioni del Louvre, la Gioconda, le mutande di Mariline Monroe? 
Oggetti caduchi, mode, speculazioni. Non esiste nessun valore assoluto, come dicevo 
all'inizio, da poter assegnare a un qualsiasi oggetto esistente. Esistono solo valori relativi, 
convenzioni, opinioni, gusti. 
Ci siamo? È tutto chiaro fin qui? Bene. Se tutto ciò che esiste non  ha valore, allora, per la 
legge degli opposti, ciò che non esiste ce l'ha. Sì, lo so che è un gioco verbale, e forse è solo 
un gioco anche tutto questo discorso. 
Sono un essere poco versato nella retorica e nemmeno nella logica, penso, per cui d'ora in 
poi non cercherò è di dimostrare, né di convincere chicchessia della bontà della mia tesi. In 
fondo il mondo non avanza certo secondo le leggi della logica e della retorica. 
C'è stato un momento nel passato in cui se quella determinata persona avesse usato un 
preservativo l'umanità non sarebbe esistita e il mondo avrebbe avuto un'altra storia. Chi era
quella persona? Ma è ovvio, non può che essere Dio. È lui che ha generato tutto. Se si fosse 
messo un preservativo al momento di creare il primo uomo chissà come sarebbe il mondo 
adesso, ma questo è pane per i moralisti, gli scrittori, le agenzie immobiliari. Io sono un 
collezionista, anzi, è ora di deporre questa maschera di falsa modestia, io sono il 
collezionista, colui che possiede il preservativo di Dio.
Però piano, calmiamoci un momento, non ce l'ho ancora. Sono stato informato che in 
Amazzonia un sacerdote guaranì è in possesso di una cosa che secondo le mie deduzioni 
dovrebbe essere proprio quella cosa là. L'ho contattato e l'ho pregato di venire qui con 
l'oggetto in questione. Sarà qui a momenti. 
No, guardi, ho un appuntamento, aspetto una persona. Sì, lo so che gli altri ospiti stanno 
rientrando nelle loro stanze, ma come le dicevo io aspetto una persona, un guaranì 
dell'Amazzonia. 
No, non può spingermi in questo modo, oltre tutto stavo spiegando a questi signori chi sono
io. 
No, non sono un matto, sono il collezionista, ecco perché mi hanno messo qui, per invidia, 
perché vogliono essere loro ad avere l'unico pezzo degno di essere collezionato. 
Come? Ah, l'hanno già portato nella mia cella? Allora vado subito. 
Beh, scusate signori, è stato un piacere conversare con voi di collezionismo, ma ora devo 
proprio andare. Ci sentiamo. 
Il consigliere          (09­06­1998)

Non ci fu nessuna scelta originaria, cominciai per caso, un giorno in casa di amici. 
La sorella di Carlo, ormai anziana, era prossima alla morte. Conversando con lei seppi che 
era profondamente scontenta di come era stata la sua vita. La sentiva come un fallimento, 
rimproverava la sfortuna e il destino di averle dato di meno di quanto lei pensava di 
meritare. Si sentiva defraudata di molte cose. Avrebbe voluto...e qui mi elencò una certa 
quantità di cose. Ricordo a caso un pianoforte, un viaggio in India, un figlio, più emozioni, 
un cavallo. Avrebbe voluto insomma più cose per provare più piacere e quindi essere più 
felice. Ecco il punto: insoddisfatta di non essere stata soddisfatta.
Le chiesi se pensava che questo fosse lo scopo della nostra esistenza. Mi disse di sì. Le 
domandai perché. Non lo sapeva. Ci possono forse essere altre ragioni per vivere, disse, se 
non quella di essere felici e contenti? Non è forse questo il fine di ogni nostra azione? Le 
risposi che certamente questo era il “nostro” fine, ma forse non quello della Natura.  
All'Universo non importa un accidenti se siamo felici o no. Non so per che cosa siamo stati 
fatti, dissi, però non certo per essere felici e aggiunsi: la felicità è un'invenzione della 
cultura umana, un'illusione, un trucco per farci continuare a vivere una vita di m....... che la
stessa cultura ci ha inflitto. La felicità non è una finalità dell'Universo.
La sorella di Carlo rimase pensierosa per un po' poi disse: se non è questo il fine della 
nostra esistenza, allora tutte le azioni compiute per raggiungerlo non valgono niente. 
Niente, confermai. Allora non importa che io sia stata una prima donna o una qualsiasi, che
abbia avuto il cavallo o no, molti piaceri o pochi. Se non era per questo, allora abbiamo 
lavorato per niente, allora era meglio non lavorare affatto,  non soffrire per metà della vita 
con lo scopo di gioire nell'altra metà. Chi meno ha, dissi, meno ha sofferto, meno ha pagato
per qualcosa di inconsistente. Grazie, mi disse, mille grazie. 
Morì due giorni dopo, serenamente. Da allora faccio questo  lavoro, non per soldi, ma per 
piacere. 

P.S. Di solito però, con i miei pazienti, non concludo il discorso  dicendo che il non aver 
sofferto tutta la vita nella vana ricerca della felicità è importante, perché anche questo, per 
l'Universo, è indifferente.”    

Il crollo del Sumesa       (05­08­2010)

Il Sumesa era un super di medie dimensioni, 9 casse e una piccola farmacia. Il signor 
Antonio Diagonale, come tutte le mattine feriali, alle 8,30 entrò nel locale. Pane, prosciutto,
insalata e latte era la sua spesa quotidiana. Fatti gli acquisti si portò alla cassa più libera e 
solo dopo aver vuotato il cestino sul nastro si ricordò che doveva comprare un talco 
deodorante per le scarpe. Di corsa tornò indietro afferrò il barattolo di talco dallo scaffale e 
si affrettò nuovamente verso la sua cassa.
Nella fretta però, senza rendersene conto, fece cadere una bottiglia di acido muriatico che 
si rovesciò sotto lo scaffale. Il signor Antonio tornò a casa sua e continuò la vita di sempre. 
Fine della storia? No, un momento.
L'acido fece sciogliere il feltrino sotto una delle gambe anteriori dello scaffale che si inclinò 
in avanti e un flacone di ammorbidente cadde nel carrello della spesa della signora Assunta,
in quel momento impegnata a valutare un'offerta Palmolive. Giunta alle casse la signora 
Assunta mise sul nastro anche l'ammorbidente cadutole casualmente nel carrello. Mentre la
signora guardava con un lieve smarrimento il prodotto tra le sue mani, la cassiera esclamò: 
Complimenti signora, Lei ha vinto un buono spesa da 100 euro! È stata la 25esima 
acquirente di questo prodotto.
Si vede che non va tanto, mormorò la signora Enrichetta alla sua amica, signora Esmeralda,
in fila alla cassa, se devono premiare ogni 25 acquisti! 
Vediamo un po', disse Esmeralda, quanto costa un flacone? Tre euro, no? Se ne compro 25 
spendo 75 euro e me ne danno 100 di premio. 
Eh, no cara signora! Intervenne la cassiera che aveva sentito la conversazione. Il premio è 
casuale, voglio dire che il prossimo potrebbe essere fra due acquisti o fra duecento. 
Nel frattempo la signora Assunta, non riuscendo a seguire bene tutti questi discorsi, era 
rimasta con il flacone in mano. Alla fine mormorò: Ma io volevo il Palmolive, e tornò a 
prenderlo sullo scaffale. 
In tal caso questo lo prendo io, disse pronta la signora Esmeralda.
La cassiera, indifferente, le consegnò il buono e continuò il suo lavoro. Fine della storia?  
Non ancora.
La signora Assunta, mentre andava verso lo scaffale dei detersivi, comprese finalmente la 
situazione. Tornò rapidamente alla cassa, ma ormai era tardi. Furiosa con sé e con la 
cassiera se ne andò dal super  lasciando la spesa nel carrello davanti alla cassa.
Un  inserviente lo portò via da lì e cominciò a risistemare i prodotti nei rispettivi scaffali. 
Non si è mai saputo se per malizia o sbadataggine mise un flacone di smacchiatore fra gli 
yogurt. Quando si dice il destino! Un consumatore abusivo, cioè uno che consuma senza 
pagare all'interno del super, credendolo una nuova marca di yogurt bevve lo smacchiatore  
e pochi minuti dopo fu preso dalle convulsioni, stramazzò, vomitò, pianse, forse pentito di 
aver commesso il furto o per il mal di pancia. Si creò subito una gran confusione, varie 
persone diedero consigli contraddittori e assurdi, come quello di sdraiarlo, ma era già in 
terra, o di appenderlo a testa in giù, o di dargli da bere uno yogurt per sistemargli lo 
stomaco, ma lui non volle, o di chiamare il pronto soccorso, i Carabinieri e i Vigili del Fuoco
come fanno in America, ma il direttore non volle, troppa pubblicità negativa.
Alla fine l'abusivo si rialzò, apparentemente rimessosi. Il direttore con un sorriso untuoso lo
invitò in ufficio dove gli offrì 200 euro per il suo silenzio e chiudere lì la cosa.  L'abusivo 
accettò con sufficienza e se ne andò. 
Nel trambusto dell'incidente qualcuno aprì un pacco di carta igienica per  ripulire alla 
meglio il malcapitato e un rotolo corse fin sotto lo scaffale dove si era rovesciato l'acido 
muriatico.  Intanto l'acido stava corrodendo un filo elettrico che passando sotto lo scaffale 
portava  corrente al banco frigo dei salumi. L'incendio fu inevitabile. Una scintilla uscita dal
filo elettrico  in corto circuito  innescò la combustione della carta igienica. Ci fu una 
fiammata, il rotolo bruciò tutto e poi si spense  non senza aver parzialmente sciolto la 
plastica di un vicino contenitore di ammorbidente. Un fumo acre si diffuse tra gli scaffali, il 
banco frigo si spense, la gente sentendo l'odore  cominciò a pensare che ci fosse qualcosa di
andato a male e per precauzione se ne andò dal super. 
Il giorno dopo sarebbe stata una comune giornata da super  se l'uomo delle pulizie fosse 
venuto a fare il suo dovere, se non ci fosse stata una visita dell'autorità sanitaria locale 
motivata da una segnalazione anonima su presunte insufficienze igieniche dello 
stabilimento.  Le autorità trovarono il banco frigo ancora spento, videro lo scaffale 
bruciacchiato, la macchia di vomito sul pavimento, la bottiglia dello smacchiatore in mezzo 
agli yogurt e fecero chiudere il locale. 
Ci fu una causa giudiziaria, il proprietario del super la perse, liquidò tutto e vendette 
l'edificio.  L'anno successivo l'impresa immobiliare che lo aveva comprato decise di 
destinare l'area ad uso abitativo. L'edificio venne fatto crollare con l'uso programmato della 
dinamite.                                             
Il derby del secolo      (09­01­2010)

Era stato propagandato come il derby del secolo. Le due squadre di calcio più forti al 
mondo si sarebbero finalmente incontrate il 3 aprile nello stadio cittadino alle 5 p.m. Tutti 
avrebbero voluto assistere alla partita, anche coloro che di calcio non se ne erano mai 
interessati. Era l'evento in sé, più che il suo contenuto ad eccitare tanto la gente. Il derby 
del secolo, la partita più importante mai giocata in cento anni, mica una cosetta da poco! 
Bisognava andarci a tutti i costi. Ma i biglietti non c'erano, non si trovavano nemmeno a 
pagarli a peso d'oro. 
Il giorno dell'incontro si avvicinava e la disperazione dei tifosi senza biglietto era aumentata
a dismisura. Il 3 aprile alle 5 del pomeriggio, lo stadio cittadino era pieno. Tutti i presenti 
erano senza biglietto. Corruzione, stratagemmi fantasiosi, prodezze funamboliche, azioni di
forza, raccomandazioni dall'alto, insomma, in un modo o nell'altro, gli spettatori erano 
riusciti abusivamente ad entrare precedendo i legittimi possessori di biglietto. 
Nell'aria si respirava, come si suol dire emozione liquida, elettricità e anche molta polvere. 
Un pubblico di scalmanati sudati e urlanti riempiva le tribune fino all'inverosimile. 
Mangiavano, bevevano, orinavano sotto le tribune, si azzuffavano, in una marea di 
spazzatura. Difficile immaginare uno spettacolo dell'umanità più penoso di quello. Gli 
altoparlanti lanciavano sulla folla raffiche di annunci pubblicitari che nessuno ascoltava. 
Alle cinque e trenta la pubblicità cessa. La folla tace in attesa. “annuncio ufficiale, dicono 
gli altoparlanti, per cause di forza maggiore la partita è sospesa. Siamo spiacenti del 
disturbo arrecatovi.”
Gli spettatori, dopo un attimo di silenzio, ripresero a schiamazzare come prima, come se 
non avessero sentito l'annuncio. Intanto alcuni cani, sfuggiti al controllo dei loro padroni, 
scorrazzavano liberamente per il campo da gioco orinando e defecando nell'erba, 
rincorrendosi, litigando, giocando. Il pubblico, alla loro vista, si entusiasmò subito. 
Qualcuno cominciò a lanciare nel campo pezzi di hamburger e i cani correvano a prenderli, 
disputandoseli. Cominciarono anche le scommesse e le urla di incitamento e le risse tra 
scommettitori. Altri cani si aggiunsero ai precedenti e tutto si trasformò un parapiglia. 
Vari scalmanati scesero in campo e cominciarono a giocare con una palla da spiaggia tra i 
fischi del pubblico che per l'eccitazione lanciava sul terreno da gioco ogni sorta di oggetti. 
Qualcuno per burla fischiò un rigore e immediatamente gli scalmanati si disposero a 
calciarlo. La palla andò chissà dove nel mare di immondizie e non fu più trovata. Gli 
pseudo giocatori, in preda al delirio, si denudarono, esibendo una biancheria intima in 
pessimo stato. Gli altoparlanti ronzarono di nuovo e dopo un attimo di silenzio “ l'uomo 
moderno usa Falò, il profumo che incendia. Falò anche tu “. Una fragorosa risata rombò in 
tutto lo stadio. Qualcuno cominciò a gridare Falò Falò e presto divenne un coro. Come 
d'incanto comparve in mezzo al campo ogni sorta di oggetti combustibili con i quali si fece 
subito una montagna. Dopo una cerimonia grottesca fu appiccato il fuoco tra il giubilo 
debordante degli spettatori. 
Il tempo passava, già qualcuno cominciò ad andarsene. Il falò si spense lentamente, i cani e 
gli scalmanati uscirono dal terreno da gioco che restò deserto, fumante, desolato come un 
campo di battaglia dopo una disfatta. La gente ora usciva in fretta, contenta, pregustando 
in cuor suo la soddisfazione di poter dire un giorno “ il derby del secolo? C'ero anch'io “. 
Il discorso del fagiano    (06­01­2010)

Eravamo a pranzo da Alfio, come tutti i martedì, solo noi quattro, senza le mogli. Ad un 
tratto, nel chiacchiericcio generale, Arturo dice al suo vicino di mensa: Buono questo 
fagiano. Tutti rimanemmo stupiti: Arturo non è uno che beve molto, non si è mai ubriacato,
non ha mai straparlato. Lo guardammo in attesa della seconda parte dello scherzo, ma lui 
rimase zitto. Allora Alfio, il padrone di casa, gli disse: Guarda che è coniglio, non fagiano. 
Tutti, a turno, per convalidare numericamente l'affermazione di Alfio, confermammo che 
era coniglio. Arturo, senza scomporsi, soggiunse: A voi sembra coniglio, ma chissà che 
cos'è. 
È coniglio, insistette Alfio. 
Sì, sì, sentenziammo noi e qui, Arturo, comincio il suo discorso, noto come “il discorso del 
fagiano”
Ebbene, cominciò Arturo, quando ero ragazzo, nei Luna Park di allora, c'era sempre il 
padiglione degli specchi deformanti, dove la gente si sollazzava a vedersi riflessa in  diverse
deformazioni. 
Che cosa divertiva tanto i visitatori?  Vedere deformata, negata una realtà vera, cioè la loro 
vera forma. La gente non ha dubbi che esista di se stessa una sola forma, uguale ai propri e 
agli altrui occhi. Una forma oggettiva, che se anche non è percepita correttamente per varie
ragioni, questo si sa, tuttavia esiste di per sé. Un miope non la vede bene, chi la guarda da 
sotto in su vede qualcosa di diverso che se la guardasse da sopra a sotto, la luce gioca brutti
scherzi, le interferenze psicologiche anche, insomma, comunque la si veda, o non veda, 
quella c'è, come il sole, là in mezzo al cielo. 
Ma che cosa esiste veramente? La materia, solo questa esiste. Un universo di materia che si 
trasforma continuamente. La parola stessa lo dice: trasforma, va oltre questa forma per 
assumerne un'altra. Ma che cos'è la forma? È ciò che si vede della materia, il suo aspetto. 
Ma l'aspetto non è la materia, l'aspetto è ciò che io vedo, cioè una mia rappresentazione 
mentale, è un fatto mio, non della materia. Se guardo una mela, si forma nel mio cervello e
quindi nella mia coscienza un'immagine, qualcosa di immateriale che appartiene a me, non 
alla mela. Gli elementi costitutivi della mela non hanno aspetto, sono e basta.
Certo, tra una mela e il mio cane c'è molta differenza. Differenza d'aspetto, differenza tra le
due percezioni, tra le due immagini. Ma la materia, ripeto, non ha aspetto. Quindi un 
aspetto esiste se c'è qualcuno che lo vede, è creato da chi vede.
In definitiva non c'è una forma oggettiva di qualcosa, ma solo forme soggettive, ognuna 
necessariamente diversa delle altre, tutte illusioni di qualcosa che non ha forma.
Questo che voi dite essere coniglio è solo materia informe, quindi potrebbe essere qualsiasi 
cosa. Ma il sapore, voi direte. Quante volte siamo stati ingannati dai sapori, dagli odori, 
dall'udito, insomma da tutti i sensi. Io, fino a 35 anni, non sapevo distinguere, al sapore, un
whisky da un cognac; se avessero scambiato le etichette sulle bottiglie per me sarebbe stato 
lo stesso.
La nostra immagine riflessa da uno specchio deformante è una delle infinite immagini del 
nostro corpo. Qual'è quella vera? Posso provare che ce n'è una vera? Solo la materia, ripeto,
esiste veramente, le forme gliele appiccichiamo noi.
Finito il discorso continuò a mangiare. Noi, sulle prime, rimanemmo un po' sconcertati e 
silenziosi, ognuno ruminando dentro di sé possibili obiezioni. 
Eppure sono sicuro che era un coniglio quello che ho messo a cuocere, disse Alfio. 
Però è vero, nella vita non si sa mai come vanno a finire le cose, continuò qualcun altro. 
Comunque è buono, aggiunse un terzo.
Sì, proprio buono questo attaccapanni.

Il guanto        (08­11­2009)

Vidi il guanto sul letto, guanto blu su copriletto bianco, alle dieci di sera. Quel guanto di 
lana ben steso sul letto voleva dirmi qualcosa, perché spiccava così deciso in un momento e 
in un luogo inattesi. Che cosa può volere un guanto da me? Perché mi dovrebbe parlare? È 
chiaro che non è lui che vuole parlare, ma io a me stesso attraverso il guanto. Che cos' ho 
allora da dirmi di così difficile da dover ricorrere al puerile espediente di un guanto blu su 
una coperta bianca alle dieci di sera? Linguaggio criptato, per non far sapere a qualche 
altro me certe cose che riguardano solo quel determinato me in grado di capire il 
messaggio? Possibile che siamo così frammentati in tanti io in contrasto tra loro, addirittura
nemici, rivali? Potrebbe essere; per es. la ragione e l'emotività, il fegato e la gola, il vecchio 
DNA e l'ideologia dominante, che finirà per spuntarla. 
Ammesso per un momento che ci siano in noi effettivamente tanti io, diversi tra loro, chi li 
governa? Ci sarà un io principale che con una visione pan­ottica guida la nostra esistenza 
nel mondo, intervenendo a castigare o premiare quegli io non in linea con le direttive 
centrali? Chi è questo io? La ragione? No, troppo fragile, imperfetta, incostante. L'istinto 
animale? Nemmeno, perché ci saremmo già estinti. Madre Natura? Neanche, perché quella 
ci fa, ci equipaggia adeguatamente per il viaggio, poi se ne disinteressa. Dio? No, è una 
favola che non regge più. Gli alieni? Peggio.
Allora potrebbe darsi che il nostro meccanismo è regolato in modo che, a seconda delle 
circostanze, interviene l'io più adeguato a gestire la situazione in quel momento.
Questo però non spiegherebbe il carosello di io associati a stati d'animo, lavorio mentale, 
ondulazioni bioritmiche e reazioni fisiche che avvengono in me anche quando sto seduto a 
far niente in una stanza vuota.
Credo (o è forse un mio io che me lo fa credere?) che ci sia un solo io, che cambia nel 
tempo secondo la naturale evoluzione di tutte le cose, senza salti, conflitti, strategie 
belliche.
Quel guanto­io abbandonato da qualcuno sul letto non aveva da dirmi nulla di speciale che 
non mi potesse dire alle dieci di mattina o nello studio di un agronomo a mezzanotte.
Era solo un pretesto che qualche cosa dentro di me (allora esistono i vari io!) ha utilizzato 
per indurmi a fantasticare storie del tipo: una bambina illegittima nascosta nel mio armadio
in mezzo all'abbigliamento invernale prima di soffocare sotto una trapunta lanciò un 
guanto all'esterno come richiesta d'aiuto che io distrattamente non registrai subito. 
Resomene conto il mattino seguente mi precipitai ad aprire l'armadio e seminascosto in 
mezzo al groviglio di abiti pesanti caduti dai loro appendini vidi un esserino informe, 
rossastro, che mi guardava con due occhi vitrei. Titubante lo toccai, era freddo, lo estrassi 
con decisione dal groviglio e capii: Claudia, la bambola di mia figlia, di quando aveva 
cinque anni, sparita non si sa quando, non si sa come e tanto rimpianta e cercata e 
inutilmente sostituita con altre, eccola lì, rotta, disordinata, sporca. La baciai, piansi e corsi 
da mia figlia col cuore gonfio di commozione, di amore, di dolci ricordi, di vaghe 
aspettative di felicità e gliela misi davanti, a mia figlia, immaginando che sarebbe scoppiata
in lacrime, invece, lei, mia figlia, la guardò rapidamente, troppo rapidamente secondo me e
disse: che schifo!
Ma qualsiasi oggetto può raccontarci delle storie. Uno scatolone, per es. già un po' vecchio e
macchiato, sicuramente usato più volte, chissà quante ne ha viste, ma questa è un'altra 
storia.
Il guaritore   (12­12­2009)

Nel vicolo mal illuminato ci sono cartacce e cattivi odori, orina di cani e gatti, 
probabilmente. Un foglio di giornale svolazza fino davanti alla porta di casa di Ermete 
Ermentini,  cinquantenne, scapolo, in buona salute. Accanto al campanello c'è una targa 
con scritto guaritore. Suoniamo due volte, ma nessuno risponde. Nel vicolo, di aperto c'è 
solo un piccolo negozio con una vetrina, polverosa da tempo. È una cartoleria cinese, dove 
si vende carta di tutti i tipi: quella grossa e colorata per fare i draghi, quella sottile per gli 
aquiloni, quella per avvolgere l'anatra, quella per scrivere col pennello, poi quaderni a 
forma di pagoda e le famose scatole cinesi. 
Su un tavolino a parte c'è una grossa scatola di cartone sulla quale, il titolare cinese del 
negozio sta per porre un coperchio. Non facciamo a tempo a vedere se dentro ci sono altre 
scatole, se così fosse, quante ce ne starebbero? Rimaniamo con la curiosità e dopo esserci 
presentati al signor Feng come esperti in fenomeni para normali gli chiediamo informazioni
sul signor Ermete. 
Feng, dopo una serie per noi interminabile e insensata di convenevoli, ci informa che il 
signor Elmentini (sic), non viene mai nel suo negozio, ma che una volta gli è capitato di 
dovergli recapitare una scatola, lasciata dal postino per sbaglio o per attrazione 
merceologica, nel suo negozio. Quella volta il signor Elmete lo invitò a bere un te, non 
cinese e non buono, ci tiene a sottolineare Feng, in casa sua e così ebbe la possibilità di 
vedere l'interno. Una casa come tutte le altre. Durante la visita il padrone di casa ricevette 
varie telefonate, tutte dalla stessa persona, tutte con la stessa domanda: cosa doveva fare 
nella vita? Ermentini diede sempre la stessa risposta: fa quello che vuoi, il basilico cresce 
una sola volta. Alla fine quella persona non telefonò più. 
Ciò che colpì di più la curiosità del cinese (anche loro sono curiosi) durante la visita fu un 
oggetto metallico con una forma strana, quasi simile a una forbice ma con le due lame 
molto più grosse e non destinate a tagliare. Forse si trattava, secondo noi, di un apriscatole 
o  di una pinza da elettricista. Stiamo già per andarcene, un po' delusi, quando Feng ci 
ferma e ci dice che Ermete il mese scorso ha guarito la signora Ferri (Felli) da una malattia 
che né il suo medico, né il fungo cinese che lui, Feng, le aveva procurato, erano riusciti e 
debellare. Di che malattia si trattasse, lui, Feng, non sa. Ce ne andiamo veramente delusi.
Ripassando davanti alla porta di Ermentini, ci imbattiamo in una donna di mezza età che 
dall'aspetto sembrerebbe la signora delle pulizie. La donna, estratto un grosso mazzo di 
chiavi, sta per aprire la porta e noi cogliamo l'occasione e le diciamo (in realtà sono solo io, 
che finora ho parlato, per fini letterari, in prima persona plurale): il signor Ermete mi 
aspetta.
Entro arditamente, però sicuro di non trovare anima viva. Ma non è così. Seduto in 
poltrona c'è proprio lui, Ermentini. La situazione è a dir poco imbarazzante, ma Ermete la 
sblocca immediatamente e sorridendo mi invita  a sedere. La stavo aspettando, mi dice, 
vuole una tazza di te?
Volentieri, rispondo faticosamente. Come sapeva...
Per qualche misteriosa ragione, continua Ermentini, la Natura mi ha dotato di poteri 
superiori alla media: riesco a diagnosticare il guasto, l'errore, la disarmonia, il problema 
insomma, semplicemente con un colpo d'occhio. Vede, il problema di una persona, anche 
quando è interno, non si ferma al suo interno, bloccato dalla pelle, dai vestiti, da un 
comportamento depistante, ma filtra all'esterno con dei segnali precisi. Basta saper leggere 
questi segnali e la verità ci si disvela.
Ma Lei non mi ha mai visto, prima, riesco a dire. Vede attraverso le porte? aggiungo con un
pizzico di ironia.
No, certo, ma ho sentito quello che diceva a Feng e alla donna delle pulizie. Vede come 
anche in questo caso il problema si espande dalla sua mente attraverso lo spazio esteriore, 
senza essere fermato dalle porte, dalla discrezione delle persone, dal timore. Basta saper 
interpretare i segnali, è tutto sotto i nostri occhi.
Ma Lei, continua, è qui non per capire l'essenza del mio potere, ma attratto 
dall'eccezionalità dello stesso. Siamo così abituati all'impotenza che i poteri normali ci 
sembrano inauditi, bizzarri fenomeni da baraccone, o in molti casi mostruosi, malefici, 
demoniaci.
Lei crede che ci sia una vera separazione tra il nostro corpo e il mondo esteriore? Vede, 
tutto è composto da atomi, i quali hanno intorno a sé una pellicola magnetica che li tiene 
separati gli uni dagli altri. Non c'è mai fusione tra loro, ma solo raggruppamenti provvisori 
e apparentemente casuali.
Il  corpo umano è uno di tali raggruppamenti, una massa di atomi che nello spazio 
acquisisce una certa forma destinata a cambiare nel tempo e a trasformarsi in qualcos'altro, 
come tutto nell'universo. Non essendo una massa chiusa, i fenomeni, le trasformazioni che 
avvengono al suo interno sono in contatto anche con ciò che sta fuori dalla sua forma, con 
gli altri atomi, con tutti gli altri atomi.
Un po' confuso, mi sforzo di dire: con tutto l'Universo, allora?
Certo. Se qualcuno (sono certo che c'è) all'altra estremità dell'universo, ne avesse la 
capacità,  potrebbe sapere ciò che accade nel suo intestino, che in questo momento non 
funziona molto bene. 
Riesce a intuire, ora,  l'immenso, ma anche logico, inevitabile  potere che ognuno di noi 
possiede? Purtroppo la maggior parte di noi si è congelata in uno stato di insensibilità, non 
vede più niente e delega alle macchine il potere di vedere e spiegare ciò che la preoccupa.
Qual'era la malattia della signora Ferri, che Lei ha curato? chiedo sfacciatamente.
La fissazione di avere una malattia, ovviamente. Ecco perché la medicina ufficiale e il fungo
cinese non hanno riscontrato nulla.
Stia attento al suo fegato, mi sussurra Ermentini mentre esco. Effettivamente negli ultimi 
tempi bevo un po' troppo e ho un colore della pelle un po' troppo giallo, ma per capire che  
ho il fegato a pezzi c'è bisogno di scomodare l'universo?     

 Il libro      (07­06­2010)

Ero entrato in uno scompartimento vuoto del treno in partenza. Fuori i rumori di porte 
sbattute, colpi di fischietto, saluti, scrivimi, saluta la zia, ciao pirla, addio, sarà per un'altra 
volta, ci vediamo a vigevano l'otto, mi faccia il piacere, ascolti un'ultima cosa, poi 
finalmente il treno si mosse. Entrò nel mio scompartimento un signore di mezza età e si 
sedette in un sedile d'anglo accanto al finestrino. Non ci guardammo, ma io lo osservavo di 
sottecchi. Essendo quasi di spalle al finestrino, dietro di lui sfilava il paesaggio esterno, 
composto da cartelloni pubblicitari, case rustiche isolate, cespugli sporchi, un cassonetto 
della spazzatura straripante, animali di varie specie non esotiche, vegetazione comune non 
esotica, persone locali anche esotiche, cinesi, arabi, neri, bianchi, meridionali. 
Estrasse un libro, lo soppesò un momento con la mano e ,come parlando a se stesso, disse: 
“è un buon libro, racconta la storia di due figlie e delle loro giovani madri. Quattro donne 
che parlano tra loro monologando, in totale 12 monologhi. Un bell'affresco del mondo 
femminile, peccato però che sia stato scritto da un uomo, disse sempre a se stesso. Questo 
libro è come la sfera, senza inizio né fine”.
Arrivati in stazione il viaggiatore scese dal treno, ma, non so se per dimenticanza o altro,  
lasciò il libro su un sedile. Naturalmente mi affrettai a prenderlo e a sfogliarlo. Ecco il suo 
contenuto. 

                                                                Dramatis personae:

Eva: sono la madre di Maria Giovanna Emma. Non ho altre figlie o figli, né potrei 
desiderarne altri. Un solo figlio è più che sufficiente per riempire la vita di una madre, per 
non lasciarle più nemmeno un minuto di tempo per altre cose, per vivere, per esempio. L'ho
chiamata Maria Giovanna Emma per onorare la memoria di mia mamma, mia zia e mia 
nonna. Carlo, mio marito non era d'accordo, diceva che avrebbe messo in imbarazzo la 
bambina con le sue amiche. In effetti così è stato, ma mi sembra più importante onorare i 
morti che compiacere i vivi. Comunque Carlo non si è mai interessato molto alla famiglia. 
Avrebbe voluto avere anche un maschio, ma io credo che i genitori devono dare tutto se 
stessi a un solo figlio. Poi Carlo se ne è andato, diceva che io non gli davo più niente, però, 
dico, come si fa, quando si ha un a figlia, ad occuparsi anche del marito. Non è mai stato 
autonomo, Carlo. Sicché ho dovuto scegliere fra lui e questa figliuola. Da allora non un solo
istante l'ho lasciata abbandonata a se stessa. Lei a volte si ribellava, diceva che non poteva 
respirare. Tutte storie. Adesso fila diritta come un treno. Sono proprio contenta, l'ho tirata 
su proprio bene, come volevo io.

Maria: io sono la figlia, purtroppo unica, di Eva. Mi sarebbe piaciuto avere altri fratelli o 
sorelle sui cui colli ripartire il fiato di mia madre e gli orribili nomi che mi ha appioppato. 
Al principio mi sembrava di fare una vita da galeotta, a volte non ce la facevo proprio più, 
poi, a poco a poco, mi ci sono abituata, mi sono adattata allo stampo, come si dice. Adesso 
ascolto volentieri tutto ciò che dice la mamma, faccio quello che lei vuole, però quando mi 
dice di non essere sempre così triste, di essere più aperta, più spontanea, non sempre ci 
riesco e piango, perché non riesco a fare contenta la mamma. Forse sono una cattiva figlia, 
un'ingrata. A volte mi odio, per questo.

Leona: essere figlia di Gloria è come avere per madre la statua della Libertà. Un grande 
simbolo di niente, in pratica pura retorica. Mia madre non c'è mai, anche quando è in casa. 
Chiusa, ma direi quasi barricata nella sua stanza. Se le chiedi qualcosa, ti risponde, è vero, 
ma come se lo facesse per obbligo contrattuale: non una parola di più, un sorriso, un segno 
d'affetto. Ti fa sentire come una cliente della banca che va a chiedere un prestito senza 
avere le garanzie richieste. Ti guarda, comprende il tuo problema, ma si rammarica di non 
poterci fare niente. Non ha tempo per nessuno, anche se dice che la sua vita è degli altri. 
Non conosco questi altri, ma credo che sia con tutti così come è con me. Pensavo, all'inizio, 
che fosse egoista, che si occupasse solo di se stessa, del suo aspetto, del suo corpo, dei suoi 
piaceri,  ma non è così. Quando è in casa si informa da me, da mio padre, dalla cameriera,  
su tutti i problemi domestici, ma sempre in modo impersonale, come se fosse la direttrice di
un ristorante che chiede ai subalterni se tutto va bene mentre sta guardando e pensando ad
altro. Con le mie amiche è sempre cortese e distaccata, come con me. Credo che non faccia 
nessuna differenza tra me e loro.  Mio padre raramente le rivolge la parola, come se si 
aspettasse già una risposta standard, poco utile. Non ricordo di aver mai avuto da lei un 
bacio o una carezza.
  
Gloria: avere una figlia come Leona è come essere Madre Teresa di Calcutta, imprigionata  
in una selva di mani che chiedono sempre qualcosa.

                                                        Testo
Che fortuna, quella Leona, dice Maria.
Magari avessi una madre come Eva, dice Leona.
Certo che Eva ha ammaestrato bene sua figlia Maria, dice Gloria.
Non capisco come Gloria, possa sopportare una figlia come Leona.

                                                          Fine

P.S.  Maria, arrivata a 21 anni, pugnalò a morte sua madre Eva. Ora è in un ospedale 
psichiatrico, in una cella di isolamento. Leona fuggì di casa con un tossicodipendente che la
costrinse a prostituirsi. Di loro si sono perse le tracce. Gloria fu investita da un autobus su 
delle strisce pedonali che il Municipio aveva fatto cancellare per intralcio alla circolazione. 
Morì sul colpo.
Il nano           (05­1999 / 03­2010)
(favola didattica raccontata da un bambino)  

Il papà oggi è calmo, forse stanco, pensoso, pensa alla sua inutile vita di prima, quando non
aveva ancora avuto in regalo dal Cielo i suoi due meravigliosi bimbi. Ora la sua vita è utile, 
anche se non meravigliosa. Guarda i bambini immersi e dimentichi nella loro attività di 
pittori di mediocri ceramiche fatte dal padre.
Improvvisamente propone agli infanti “ecco il titolo del gioco: le rose maledette. Chi 
comincia?”
Il piccolo, pressato dagli altri, spontaneamente dice:
“comincio io. Nel paese dei giganti (qui fa alcuni gesti per indicare persone molto alte 
rispetto a case e alberi normali) viveva un nano così (altri gesti per descrivere un nano più 
piccolo di un vaso di fiori). 
Un giorno i tre giganti più grossi e più cattivi del paese diedero una festa e invitarono il 
nano. Volevano burlarsi di lui, divertirsi alle sue spalle, perché era un nano, un 
mostriciattolo impotente, ridicolo, uno che valeva molto meno di loro, quindi meritava di 
essere umiliato, dimostrando così la loro superiorità
Sbellicandosi dalle risa lo invitarono a ballare. Si presentò un gigantone che offerse al nano
un dito. Tutti ridevano. Il nano, impassibile, afferrò con le sue manine il dito del gigante e 
senza sforzo cominciò a far roteare l'omone come si fa con una fionda quando si lancia un 
sasso. Alla fine scagliò il malcapitato gigante contro un muro di mattoni che andò in 
frantumi.
I tre giganti malvagi si guardarono tra di loro, sorpresi e capirono che la festa sarebbe stata 
più divertente del previsto. 
Uno alla volta i giovani giganti del villaggio invitarono il nano a ballare e tutti volarono 
contro qualche muro che regolarmente andava in pezzi. La festa però languiva. Le donne 
dei giganti si annoiarono presto delle esibizioni maschili. Per loro non c'era molta 
differenza tra un nano e un gigante, solo questione di carne, per loro erano solo uomini, 
una categoria penosa, spacconi, goffi, egoisti, ridicoli, inutili e alla fine noiosi. Si sedettero 
sotto un portico e cominciarono a raccontarsi storie di gravidanze, nascite, decessi, 
malattie.
I tre cattivi, che osservavano la festa da un'altana prospiciente la piazza, si preoccuparono 
un poco della piega che stavano prendendo le cose, ma avevano in serbo un'altra carta, 
sicuramente vincente.
Fecero chiamare il super colosso di Rieti.
Mai nessuno l'aveva messo giù, finora. Il colosso vestiva un doppio petto grigio a righe che 
addosso a lui sembrava un tendone da circo. Si credeva bello, forte, irresistibile e 
invincibile. Lo chiamavano Dio. Le donne lo guardarono appena. Loro non sono interessate 
alle montagne di carne, perché di carne e perché stupide. Continuarono con le loro cose.
Tutti i giganti maschi salutarono festosamente il colosso, era il loro campione, il giustiziere,
l'arma più efficace contro i nani, le donne, gli atei, gli infedeli.
Il nano mandò a gambe all'aria anche il colosso di Rieti, poi guardò su, verso l'altana.
I tre grossi malvagi si inquietarono, non avevano altro da gettare contro quello stupido 
nano. Loro stessi, benché giganti di prima categoria, erano fiacchi, lenti, vecchi. Si vestirono
dei loro abiti più sontuosi e arroganti e scesero in piazza, tra la folla. Cominciarono a 
parlare di valori, di forza, di eternità. Nessuno li stava ad ascoltare. Il nano si avvicinò loro 
e uno alla volta li scagliò contro il primo muro libero, che stavolta chissà perché non andò 
in frantumi.
Poi salutò le donne e tornò a casa.
Sì, bella, disse il padre, ma con le rose maledette cosa c'entra?
Niente, perché le rose maledette sono una stupidaggine, disse il bambino, questa invece è 
una storia seria.
Il papà sorrise con condiscendenza e allungò una mano verso il piccolo per accarezzarlo 
sulla testa, ma ci ripensò e ritirò la mano.

Il negozio     (18­07­2010)
Nel negozio, primo mattino. Gloria sta spolverando il coperchio di vetro di un tavolino che 
contiene vecchi orologi, penne stilografiche, pipe, fermacravatte in argento, una coppia di 
maniglie in ottone in stile barocco. In mezzo al negozio una fontanella incastonata in un 
gruppo di rocce probabilmente di plastica, diffonde un sommesso suono di acqua che 
scorre. Nell'aria c'è odore di arance, il figlioletto di Gloria infatti ne sta mangiando una. Il 
bimbo è seduto su una sedia pieghevole da spiaggia. La radio trasmette una musichetta 
ballabile. 
Il negozio ha una strana caratteristica: in esso, fra le altre cose, sono in vendita quattro 
prodotti particolari che, per svolgere il servizio cui sono destinati, devono essere comprati 
tutti insieme. Per esempio un apriscatole, per funzionare come tale, deve essere acquistato 
insieme ad altri tre oggetti, ma nessuno sa quali.  Molti compratori che,  ignari del fatto, 
hanno comprato solo uno o due  prodotti si sono lamentati del loro mancato 
funzionamento. Tutti i prodotti in vendita sono piccoli oggetti, cianfrusaglie, i quattro 
oggetti particolari sono sparsi fra gli altri dai quali non si differenziano affatto. Nessuno, 
dicevo, sa quali siano questi oggetti, si sa però che comprati insieme, servono non solo per 
la loro normale funzione, ma anche per molte altre. Il negozio è vecchio, polveroso, si 
tramanda di generazione in generazione. È composto da alcuni scaffali, un banco, un 
tavolinetto col coperchio di vetro, delle sedie, una pendola, un gatto vero sdraiato in 
vetrina. Una porta nascosta da una tenda conduce nel retrobottega, dove vivono la donna e 
il bambino, suo figlio.
Entrai per la prima volta in quel negozio in un lontano giorno del 1952, credo fosse ottobre.
Naturalmente allora non possedevo tutte queste informazioni. Comprai una pipa e una 
scatoletta che conteneva dei bastoncini di legno, che pensai fossero fiammiferi. A casa 
cercai invano di accenderli, quindi tornai nel negozio e presentai le mie lamentele al 
proprietario che a quel tempo era un uomo già anziano dai caratteri somatici leggermente 
orientali. L'uomo si scusò per l'accaduto, non ero il primo a lamentarmi e mi mise al 
corrente della strana situazione del suo negozio. Né lui, né i suoi predecessori sapevano 
quali fossero i quattro oggetti particolari. Ricevevano la merce da normali fornitori come 
qualsiasi altro negozio e si tramandavano oralmente questo mistero. Nessuno di loro aveva 
mai cercato di venirne a capo. Incuriosito non poco comprai allora una decina di oggetti, 
sperando di azzeccare la strana quaterna  e scoprire così le favolose funzioni che ne 
sarebbero scaturite. Non ricordo ora esattamente tutto quello che comprai: ricordo solo un 
temperino che non tagliava, una penna che non scriveva, una lampadina che non si 
accendeva. Si sarà già capito quindi che non azzeccai la quaterna vincente. Dopo pochi 
giorni mi venne voglia di provare ancora. Comprai venti oggetti, ma nemmeno stavolta 
funzionarono. Lasciai perdere per qualche mese, poi provai ancora. Niente. Andai all'estero 
per un lungo periodo, ma quando ritornai andai subito nel negozio e, avendo fatto fortuna, 
cominciai a comprare quantità sempre crescenti di oggetti. Niente da fare. Un giorno, 
accecato dall'ostinazione, comprai tutti i prodotti in vendita nel negozio. Lo lasciai 
completamente vuoto. Ebbene, nemmeno stavolta trovai la famigerata quaterna di oggetti. 
Il proprietario, che nel frattempo era cambiato, credo fosse il nipote dell'anziano di prima, 
non seppe spiegarmi la ragione. Formulai varie ipotesi e alla fine mi convinsi che ci doveva 
essere una relazione tra la quaterna e la serie dei proprietari legati tra loro da un rapporto 
di parentela. Sposai allora la figlia del proprietario e alla morte di questo cominciai a 
gestire direttamente il negozio. Ogni tanto compravo a me stesso degli oggetti, ma non 
successe mai niente. Mi nacque una figlia, Gloria che si sposò e rimase vedova. Il bimbetto 
che ora bighellona per il negozio è mio nipote che quasi certamente, alla mia morte, 
porterà avanti il negozio. In tutti questi anni ho cercato di capire non il come ma il perché 
di questo fatto. Mi dicevo che non c'era nessun mistero, che era tutto una montatura, una 
burla, però perché gli oggetti non funzionavano? Feci anche esperimenti. Comprai in un 
altro negozio una lampadina perfettamente funzionante e la sostituii a una che vendevo nel
mio negozio. Quando un cliente la comprò lo pregai di dirmi se avrebbe funzionato. Tornò 
a dirmi che no e gli restituii i suoi soldi. Credetti di capire che forse era il negozio che 
neutralizzava gli oggetti, però le lampadine che usavo per illuminare il locale funzionavano.
Ieri è venuto un solo cliente e ha comprato.....ma certo! Che stupido non averlo capito 
prima. Tutti questi anni e la spiegazione era sotto i miei occhi. Non si trattava di …...
– Papà!
– Sì, Gloria?
– Mi puoi aiutare un momento?
– Sì, Gloria, arrivo subito.
Ora devo andare, ci vediamo dopo!

Il nonno Carlo     (01­04­1999)

Una bella mattinata di sole, per andare al parco coi nipotini. Il nonno Carlo ne aveva tre: 
due maschi, Edgar e Alan, e una femmina, Zoe. Otto sette sei anni, rispettivamente. 
Panini, lattine, brioches, tovagliolini, pallone e via.
Il nonno Carlo, benché in pensione da anni, era ancora un uomo arzillo, allegro, vitale. 
Certo, aveva i suoi acciacchi, ma era sempre disponibile all'azione. Nel parco i suoi tre 
nipoti si aggregarono a un gruppetto di sette o otto ragazzini della loro età. E' misteriosa la 
ragione per cui in certi gruppi più che in altri si sprigioni  una particolare carica sinergica. Il
nonno ne rimaneva sempre stupito. I bambini si trasformavano chi in comandante, chi in 
servitore: il gruppo faceva emergere in ognuno di loro la propria natura, riconosciuta, 
rispettata, stimolata da tutti gli altri.
Decisero per una partita a pallone. Il nonno si offrì di fare il portiere, dalla parte dei suoi 
nipotini, naturalmente. Iniziò il gioco, i ragazzi dimostravano una rapidità ed una efficacia 
non comuni per la loro età, o così parve al nonno. La sinergia, forse. Il nonno però faticava 
a tenere loro dietro; lo avevano già sgridato un paio di volte per la sua lentezza nelle 
parate. La sua squadra stava perdendo tre a zero. 
Ce la metteva tutta, zampettava da un angolo all'altro della porta, correva inutilmente 
dietro il pallone fino a metà campo, si esibiva in salti dolorosi per le sue giunture e per i 
quali, era sicuro, avrebbe poi pianto le conseguenze. Ma voleva compiacere a tutti i costi i 
nipotini. A tutti i costi.
Arrivò un pallone fortissimo, a media altezza, diretto verso l'angolo destro. Doveva 
assolutamente pararlo. Si tuffò a pesce, afferrò il pallone e cadde al suolo. Ma tutto questo 
avvenne dentro la porta , così che fu goal. Carlo non pensò al goal, alla figuraccia, alla 
squadra dei nipoti che perdeva quattro a zero. Pensò al dolore lancinante alla spalla e 
braccio destri. S'era strappato o rotto qualcosa, sicuro.
Soffrendo e gemendo si rialzò. Non poteva quasi muovere il braccio e la spalla gli doleva 
atrocemente. Cercò di fare come se niente fosse, saltellando qua e là, con una smorfia di 
dolore dipinta in volto. Si teneva il braccio destro con la mano sinistra. Non vedeva molto 
bene. Di li a poco gli fecero un altro goal. La sua squadra, spazientita, si rifiutò di 
continuare e decisero allora per guardia e ladri. Il vecchio sarebbe volentieri andato a casa, 
anzi, prima da un medico, ma la sinergia del gruppo glielo impedì. Doveva fare il poliziotto.
Così, traballando sulle gambe pesantissime, dolorante, senza fiato, tutto infangato, 
cominciò a rincorrere i ragazzini che lo chiamavano da tutte le parti, beffeggiandolo, 
insultandolo. E' per gioco, diceva lui e continuando a sorridere bonariamente li seguiva 
ovunque, tenendosi il braccio, stringendo i denti per il dolore.
Improvvisamente qualcosa gli cadde sulle spalle e lo fece cadere in ginocchio. Un bambino, 
uno dei più piccoli, gli era saltato addosso e voleva cavalcarlo. Il nonno Carlo per poco non 
svenne. Si raddrizzò, c'era del sangue sulla camicia. Zoppicando si avvicinò a una panchina.
Voleva sedersi, prendere un po' di fiato, ma i richiami dei bambini lo obbligarono ad andare
da loro. Cambio: lui ora era il ladro e i bambini i poliziotti.
Gli dissero di nascondersi bene, perché se no.... Sfinito, Carlo si trascinò nel folto delle 
piante, pensando astutamente di attirare lì i bambini mentre lui si sarebbe occultato in un 
posto meno ovvio. Infatti, oltre il boschetto, c'era una spianata di ghiaia e sassi. Da un lato 
un pozzo circolare di pietra. Dall'altro una casetta, forse quella degli attrezzi. Carlo risolse 
di nascondersi dietro il muretto basso del pozzo, di modo che se i bambini fossero venuti a 
cercarlo nella casetta, lui se la sarebbe svignata dalla parte opposta, nascondendosi 
nuovamente nel bosco.
Il piano funzionò. Ebbe cinque minuti di riposo. Poi arrivarono alla spianata tutti in gruppo.
Si diressero subito verso la casetta come previsto. Carlo li vide e cercò di sgattaiolare verso 
il bosco, ma le ginocchia ormai gonfie non lo ressero. Con la vista annebbiata dal sole, dal 
sudore, dalla stanchezza, dal dolore, muovendosi bocconi sulle ginocchia e su un braccio, 
l'altro penzoloni come morto, finì per dirigersi verso il centro della spianata, invece che in 
direzione opposta. Quando i bambini lo videro cominciarono a gridare. Lui, pensando di 
riuscire a sfuggirgli, si rialzò con un tremendo sforzo e cercò di correre verso il bosco. I 
bambini, credendo ingenuamente di trattenerlo, cominciarono a lanciargli dei sassi, la 
spianata ne era piena. Carlo venne raggiunto da alcuni di questi, che lo colpirono alla testa 
e nella schiena. Era molto più lento dei bambini. Man mano che questi si avvicinavano 
miglioravano la mira. Sempre più sassi colpivano Carlo. Alla fine cadde, si coprì la testa con
le mani. Una pioggia di pietre gli cadde addosso. Una gli spappolò una tempia. Restò 
immobile. I bambini si avvicinarono gridando gioiosi. Lo chiamarono: nonno, nonno, ti 
abbiamo preso, arrenditi. Gli scostarono le mani dal volto. Un filo di sangue gli usciva dalla 
bocca. 
Il pacco      (07­09­2008)

Era uno di quei giorni in cui non sapevo cosa fare in casa, cosi uscii per strada sperando di 
trovare qualcosa di interessante. Infatti, dopo pochi minuti di cammino, incontrai un uomo 
che mi disse: 
Senta, buonuomo, avrei da chiederle un favore. Vede quel negozio là in fondo, a sinistra, 
prima dell’edicola?
Il negozio di specchi? chiesi io. 
Precisamente, disse. Ecco, le sembrerà strano, ma per delle ragioni che le dirò in un altro 
momento, io, in quel negozio, non ci posso entrare.
Mi dispiace, dissi io un po’ titubante.
Però io ho bisogno che qualcuno entri là per conto mio, aggiunse.
Beh, se non è una cosa lunga, mi offersi.
Guardi, si tratta di entrare  là dentro, prendere un pacchetto e portarmelo. Io l’aspetto 
accanto all’edicola.
Se è solo questo, credo che non ci siano problemi, dissi servizievole.
In realtà, qualche difficoltà ci sarebbe, soggiunse. La signora che troverà là dentro è mia 
moglie e credo che non vorrà consegnarle il pacchetto tanto facilmente.
Ma perché? forse il pacchetto contiene cose appartenenti alla signora?
No, no, sono cose mie. Delle lettere, che io le ho scritto tempo fa, nelle quali, glielo voglio 
dire, professavo a mia moglie un amore eterno. Però ora è finito e quelle lettere, Lei  mi 
capisce, mi compromettono, mi legano.
Ma, scusi, è normale, voglio dire è frequente che accada questo. Non si ama più e basta, 
senza tante storie. All’altro fa male, si sa, ma dovrebbe capirlo. Non si può obbligare il 
cuore di nessuno, sbottai. 
Lei ha ragione, disse, ma l’egoismo, la paura del dolore, l’orgoglio, lo spettro della 
solitudine.
Eh, si. Concediamo con la destra e prendiamo con la sinistra, sentenziai.
Beh, se mi vuol fare questo favore….
Ci provo, dissi e mi avviai verso il negozio. 
Non so perché, visto che non erano affari miei, ma mi sentivo lievemente indignato nei 
confronti della signora che avrei dovuto conoscere poco dopo. Io  sono un convinto 
difensore della libertà in assoluto, anche se a volte mi si pongono problemi etici del tipo: è 
giusto preservare la libertà del criminale? 
Entrai nel negozio, facendo tintinnare una campanella e mi trovai riflesso in un mucchio di 
specchi. Prima di vedere la signora, vidi me stesso da molte angolature e confesso che 
alcune mi sorpresero, non l'avrei mai detto. Salutai la signora e le spiegai la ragione della 
mia visita.
Quel porco, disse, rivolgendosi a un mio clone in giro per la stanza, non ha il coraggio di 
presentarsi, perché sa che cosa l’aspetta, altro che le lettere. Io intanto mi osservavo di 
spalle mentre parlavo. Non mi ero mai visto così. 
Ma signora, dissi alzando una mano e  guardandomi il profilo del braccio in un altro 
specchio. Poi, rivolgendomi alle signora del penultimo specchio a destra, continuai: suo 
marito mi pare mosso da buone intenzioni.
Un'immagine alle mie spalle mi interruppe con: oh, quello, la darebbe a bere anche a un 
cammello.
Cercando fra le varie signore che mi circondavano, quella con cui avevo iniziato il dialogo, 
pensai per un istante che forse la metafora da lei usata non era quella giusta, ma mi 
distrasse un mio io visto dall’alto in basso. Si vedeva chiaramente la chiazza rarefatta di 
capelli in cima alla testa, le spalle curve in avanti, la scarsità di natiche. Mi percorse una 
lieve malinconia al pensiero del tempo che passa, anche per me. Mi rivolsi alla prima 
signora di tre quarti che vidi:
Dovremmo concedere più libertà agli altri, insistetti sul mio tema preferito.
Libertà e dovere, disse lei, qual'è il confine?
E' negoziabile, sgattaiolai fuori dalla trappola, in fondo non ci sono regole assolute. Vede, 
quando si fa un accordo  tutti vogliono guadagnare, ma il guadagno non si massimizza 
togliendo il più possibile all’altro. 
Bene, continuò lei, guardandomi le spalle, cosa mi può dare, colui, a cambio della libertà 
letteraria? 
Un  bel passato d’amore, che non è in quelle lettere, ma in Lei. Restituendogli le lettere Lei 
chiude quel meraviglioso passato in una teca di cristallo,  salvato per sempre nella sua 
memoria. Il presente, quelle carte, non farebbero altro che rovinare quel bel momento. E’ 
un gioiello che terrebbe tutto per sé, al sicuro da variazioni di mercato, furti, mode, 
svalutazioni. Si hanno solo poche cose di valore, nella vita: questa forse per Lei è una di 
quelle, un'irripetibile stagione d’amore, conclusi sicuro.
Si, forse ha ragione, continuò la signora, non ci sono molte cose di valore, anzi, non ce n'è 
nessuna, in fondo. Se è vero che il valore siamo noi a darlo alle cose, allora possiamo 
benissimo non darlo. Prenda le lettere e gliele restituisca. Gli dica che scelgo di tenere 
l’amore puro di allora, piuttosto che quello stropicciato di queste carte. Vada, ora.
Dal negozio uscirono con me una moltitudine di io, tutti con un pacchetto in mano. 
Per quanto scrutassi tutt’intorno non riuscii a vedere la persona che mi aveva dato 
quell’incarico. Dopo un’ultima e infruttuosa ricerca, me ne tornai a casa. Credo che siano 
poche le persone che sanno resistere alla curiosità. Io non sono fra quelle. E’ orribile, lo so, 
leggere le lettere altrui. E’ addirittura proibito dalla legge. Ora lascio al lettore la libertà di 
scegliere se leggere con me la lettera che sto per aprire, o smettere di leggere questa  storia.
Fatto?
Bene. Quando aprii la prima lettera non ci trovai scritto niente. Era un semplice foglio 
bianco. Cosi tutte le altre. Uno scherzo di quei due? O è la dimostrazione della teoria che 
siamo noi a dare valore alle cose? 
Ogni tanto, nei giorni di noia, apro una di quelle lettere, e vi leggo con l’immaginazione 
delle frasi d’amore, alcune un po’ banali, altre più rarefatte, in una lessi: affogo in te e il 
naufragar m'è dolce in questo mare.
Il poker        (19­04­2011)

Ad un certo punto scoppiò un incendio, nel ripostiglio, come spesso succede nei romanzi. 
Noi eravamo seduti intorno a un tavolo, giocando a poker. Non era una buona giornata per 
me. Giocavamo da cinque ore, avevo perso quasi tutto. Era un torrido pomeriggio di 
gennaio dell'emisfero sud. Non so quante birre, in quattro, avevamo già bevuto, credo venti
o venticinque a testa. Gli incendi sono capricciosi e misteriosi. A meno che non siano dolosi,
le cause di un incendio sono sempre un po' incerte. Poi, una volta partito, procede secondo 
una sua logica, capricciosa, appunto. 
Ma ci sono delle precise ragioni di tipo fisico­chimico, dirà qualcuno. 
Sì, la scienza spiega il come dei fenomeni, non le loro ragioni. Ma è solo un'opinione.
Nel ripostiglio non c'era quasi niente, un trita carne, un triciclo di ferro, una cesta di vimini 
sfondata un vecchio televisore in bianco e nero. Tutte cose che non so perché mi ostinavo a 
non voler gettare nella discarica. Era materiale non facilmente infiammabile, ma poi si 
seppe che la causa fu il televisore. Si auto incendiò per vendicarsi di essere stato 
abbandonato in uno stanzino? No, non arrivo a tanto nelle mie opinioni alternative sulle 
cause dei fenomeni. 
Ricordo che quando portai il televisore nel ripostiglio volli, come estremo saluto, accenderlo
per l'ultima volta, gli dissi che dovevo ormai sostituirlo, il mondo lo esigeva, ma che sarei 
andato a visitarlo di tanto in tanto. Lì sarebbe stato al sicuro. Me ne andai dimenticando di 
togliere la spina dalla presa di corrente. Nella mente di qualche superstizioso si affaccerà 
nuovamente l'ipotesi di una vendetta passionale da parte dell'elettrodomestico, ma non 
nella mia. Il passare del tempo corrode la protezione dei fili elettrici e un bel giorno, zack! 
un corto circuito e comincia l'incendio.
Quando ci rendemmo conto che dallo stanzino usciva un fumo denso, terminammo in fretta
la mano che stavamo giocando, raccogliemmo le carte e i soldi dal tavolo e andammo a 
vedere cos'era successo là dentro.
Naturalmente, all'aprire la porta del ripostiglio, le fiamme, non molte per la verità, 
sprizzarono fuori. Ci organizzammo subito tra di noi, in attesa dei pompieri. Aldo con una 
coperta teneva a bada le fiamme, cercando di non farle uscire dallo sgabuzzino, io, 
Giovanni e Giacomo cominciammo a portare giù in strada le cose più importanti, mobili, 
libri, argenteria. L'appartamento era al secondo piano così ci toccava lottare anche con la 
curiosità dei vicini i quali, pur offrendosi di aiutare avendo scambiato la nostra urgente 
evacuazione per un normale trasloco, non ci sarebbero stati d'aiuto, anzi.
Alla fine riuscimmo a portare tutto giù in strada. Le fiamme erano ormai spente e in attesa 
dei pompieri ci sedemmo esausti sulle sedie che avevamo ammucchiato sul marciapiede. 
Qualcuno,  tanto per fare qualcosa, tirò fuori il mazzo di carte. Ci lanciammo uno sguardo 
d'intesa e iniziammo una nuova mano a poker. Il tempo passava e dei pompieri neanche 
l'ombra. In realtà eravamo così immersi nel gioco che nemmeno ce ne accorgevamo.
Ordinammo al bar dell'angolo birre e panini e continuammo a giocare, là sul marciapiede, 
in mezzo alle masserizie, tra lo stupore dei passanti. In una pausa del gioco qualcuno disse: 
Ma i pompieri?
Già, i pompieri, dissi io, tardano molto ad arrivare. 
A che ora li hai chiamati? mi chiese Giacomo.
Io? risposi sorpreso, non li ha chiamati Aldo?
No, io stavo con la coperta in mano, non ti ricordi?
Ah, sì, allora è stato Giovanni, l'ho visto col cellulare in mano.
Ma io non ho chiamato i pompieri, disse Giovanni, pensavo che lo facessi tu che sei il 
padrone di casa. Io ho telefonato ai miei per avvertire che sarei arrivato tardi.
Beh, ragazzi, diamoci da fare. 
Riportammo su tutti i mobili e il resto. Ai vicini, stranamente incuriositi, dissi che avevo 
cambiato idea, che in fondo quello era il miglior posto per vivere, con dei vicini così amabili
e attenti. Furono molto lusingati dal complimento e ci accomiatammo con sorrisi e 
promesse di inviti.
Ristabilita la calma in casa, riprendemmo il gioco. Ora la fortuna, dopo lo spavento 
dell'incendio sembrava fosse venuta dalla mia parte. Verso mezzanotte, vedemmo del fumo 
denso uscire dalla cucina. Due incendi nello stesso giorno, nella stessa casa vanno contro 
ogni logica. Non ci facemmo caso e continuammo a giocare. 

Il postino Angelo    (01­10­2000)

In un paesello di montagna viveva un postino. Distribuiva le poche lettere che arrivavano 
lassù, in bicicletta, la mattina presto, tempo permettendo. Il tempo infatti non era sempre 
buono a quelle altezze. A volte il postino doveva rimanere in casa per un'intera settimana 
senza poter consegnare la posta.
Così un giorno gli venne l'idea di comunicare per telefono i contenuti delle lettere, 
naturalmente con il consenso dei destinatari e solo nei giorni di cattivissimo tempo. 
L'iniziativa piacque alla popolazione del paesello, anche perché il postino aveva una bella 
voce e sapeva dare espressività alla lettura.
A volte gli toccava leggere delle lettere sgradevoli destinate a persone anziane o deboli, 
allora, un po' per compassione un po' per gioco, sempre nei limiti della legalità, modificava 
leggermente quei brutti contenuti. Se un figlio scriveva alla vecchia madre per dirle che era 
in fin di vita per una gravissima malattia, il postino, con la scusa del maltempo, leggeva la 
lettera per telefono a quella povera madre, dicendole però che il figlio era stato ricoverato 
per delle normali analisi cliniche. 
Se due fidanzati si lasciavano, la lettera d'addio che uno dei due mandava all'altro, veniva 
addolcita dal postino con espressioni che lasciavano qualche speranza nell'abbandonato. 
Se un padrone di casa che viveva in città mandava una lettera di sfratto immediato a un 
povero inquilino che viveva nel paesello, il postino Angelo diceva all'inquilino che poteva  
starci finché voleva in quella catapecchia, tanto nessuno sarebbe mai venuto lassù a 
mandarlo via. 
Naturalmente le sue pietose alterazioni dei fatti, prima o poi, venivano alla luce, ma, tutto 
sommato, questo non dispiaceva agli abitanti del paesello. Quando ricevevano una 
telefonata postale da Angelo avevano sempre il dubbio che la realtà fosse un pochino 
diversa, ma era proprio questo che li aiutava ad accettare meglio la realtà. 
Col tempo Angelo non consegnò più nessuna lettera. La mattina  le ritirava dall'ufficio 
postale, se le portava a casa, le leggeva, le incasellava per ordine alfabetico e con alcune 
note di modifica  cominciava il giro delle telefonate. Sapeva tutto di tutti. A volte metteva 
da parte certe brutte lettere perché sapeva che ne sarebbero arrivate altre più belle che 
avrebbero annullato le precedenti. Così magari risparmiava un dolore inutile a quei 
destinatari.
Finì per diventare il centro di tutta la vita del paese, un centro decisionale, protettivo, 
equilibratore, umanizzante. La gente non ebbe più paura del futuro, c'era Angelo a filtrarlo,
a renderlo più accettabile. Il postino Angelo divenne per quel paese il Grande Angelo, il 
Grande Fratello.  

Il ricercatore     (02­03­2009)

A quel tempo facevo il propagandista scientifico, cioè il rappresentante di una casa 
farmaceutica che produceva un nuovo antidolorifico molto più efficace di quelli già in 
commercio. Per la sua natura il farmaco era utilizzabile in quasi tutti i settori della clinica 
medica: studi dentistici, ginecologici, ortopedici, di chirurgia estetica. Ovunque ci fosse 
dolore, lì poteva starci il mio farmaco. Tutto questo per dire che visitavo un sacco di 
ambulatori, ma non sono qui per vendere il mio prodotto, anche se eccellente. 
Cominciai a notare il soggetto della mia storia per il suo volume di voce, insolitamente alto 
negli ambulatori medici. Parlava come se volesse attrarre l'attenzione dei pazienti, 
solitamente chiusi nei loro lugubri pensieri.
La seconda stranezza era che lo incontravo frequentemente in ambulatori di diversa 
specializzazione, come se soffrisse di tutte le malattie che la scienza medica può curare. 
Finalmente scoprii la verità. Quell'uomo, sui cinquanta, ben vestito, gioviale, era un finto 
paziente, non un malato immaginario, come avevo pensato all'inizio. Di salute lui stava 
benissimo, non gli interessavano le malattie, ma i malati.
Entrava in uno studio, comunicava alla segretaria che stava per arrivare di li a poco anche 
sua moglie, o suo figlio, o un parente e che loro erano i pazienti, solo che lui era giunto un 
po' in anticipo e se non le dispiaceva si sarebbe seduto ad aspettare che arrivassero. Certo 
che no, rispondeva sempre cortesemente la segretaria e continuava nel suo lavoro, 
dimenticandosi di quell'uomo.
Dopo qualche minuto, e dopo aver osservato attentamente le persone sedute in sala 
d'attesa, attaccava discorso con qualcuno dei presenti. Generalmente si faceva raccontare le
loro storie cliniche, raramente parlava delle sue, probabilmente inventate. Quando si 
riteneva soddisfatto, con una scusa si accomiatava educatamente dalla segretaria e dai 
pazienti. 
Una volta, in uno studio ginecologico, lo abbordai e mi feci raccontare la sua storia. “La mia
storia? mi disse, proprio perché non ne ho vengo in questi posti a farmele raccontare.”
“Ma perché, insistetti io, proprio in questi luoghi di dolore?”
“Perché la sofferenza è il volto più vero dell'essere umano. Quando si soffre si è autentici, è 
in questi momenti che si vive veramente ed io voglio vedere la vita vera in faccia, non 
quella nascosta dalle convenzioni quotidiane.” 
“Lei dice che la sofferenza è la più autentica delle caratteristiche umane? Io non sono 
d'accordo, gli dissi. Noi amiamo il dolore in modo innaturale, quando non sono gli altri ad 
infliggercelo siamo noi stessi a farlo. Odiamo i momenti belli, i nostri e gli altrui,  facciamo 
di tutto per distruggere l'armonia, tutto ciò che può renderci felici viene accuratamente 
allontanato dalla nostra vita. C'è autenticità in tutto questo, secondo Lei?”
“L'essere umano, anche quando si auto punisce, qualunque sia la ragione per cui lo fa, è 
autentico. Non credo che lo sia quando è felice. La felicità non è un obiettivo della natura, 
neanche un suo strumento. Il dolore invece è uno stimolo più potente del piacere e la 
natura lo usa con noi a piene mani.”
“E a che cosa le serve tutto questo dolore?” chiesi.
“Vede, io sto bene di salute, non ho problemi economici, non ho necessità di lavorare, non 
ho parenti o amici, non ho interessi, la mia vita è perfettamente vuota, come ho voluto che 
fosse, perché nulla ha un senso.  Vado a cercare il dolore solo per scrupolo, per vedere se 
almeno questo, che considero, come le dicevo, l'unica manifestazione autentica della vita, 
abbia la capacità di spiegare perché siamo qui. Se c'è un fine al dolore, deve esserci anche 
per la vita.”
“Finora come è andata?” chiesi. 
“Non ho ancora finito la mia ricerca.”
Incontro di calcio        (04­07­1998)

Svolgo questa professione da anni, onestamente, onoratamente. Nessuno mi ha mai potuto 
muovere una sola critica. La partita cominciava alle cinque. Come al solito mi presentai 
un'ora prima, controllai che tutto fosse in ordine e alle cinque in punto fischiai l'inizio del 
gioco. Tutto bene fino al 24° minuto. Qualche fallo, niente di straordinario. Poi accadde 
una cosa strana: mi sembrava di correre più rapido dei giocatori. Provai a rallentare il mio 
ritmo, ma la sensazione presto si trasformò in consapevolezza. Non ero io a correre più 
velocemente, ma erano loro che si muovevano più lentamente. Mi accorsi che qualche 
giocatore, già da tempo, non usciva più dalla sua area di competenza, anzi qualcuno era 
addirittura fermo nella stessa posizione da alcuni minuti. In poco tempo tutti i giocatori 
rimasero immobili, come congelati. Non avevano posizioni strane, erano in piedi, le gambe 
unite, le braccia distese longo i fianchi. La testa alta guardando lontano. 
Fischiai più volte. Nessuno si mosse. Girai per il campo da gioco, mi resi conto che ero 
l'unica cosa in movimento in tutto lo stadio. Il pubblico pietrificato, come i giocatori. Provai
a spingerne uno, non si mosse, sembrava un palo conficcato nel terreno. Non sapevo se 
fischiare la fine dell'incontro e abbandonare il campo da gioco, o aspettare che qualcosa 
cambiasse. Mentre mi dirigevo verso il centro del campo cominciai a sentirmi più lento, 
sempre più lento.
In seguito dissero che l'incontro era stato comprato. Io però ricordo che quando ci 
caricarono già tutti rigidi, su vari camion, nessuna delle due squadre aveva segnato ancora 
un gol.
Interpretazione dei sogni      (13­03­2011)

Si sieda che le racconto. Esercito questa professione da più di 20 anni. Ho sempre ascoltato 
le storie dei miei pazienti senza mai dire niente. Oggi, per una volta tanto, voglio essere io 
a a raccontare una storia, un sogno che ho fatto tempo fa e che nessun collega è mai 
riuscito a interpretare correttamente. Chissà, forse Lei, libero dai pregiudizi di questo 
mestiere, potrà dare una spiegazione più realistica. 
Ero in gita con i miei compagni della terza elementare, ancora un fanciullo, come vede. 
L'autobus ci lasciò ai piedi di una montagna. Tutti sapevamo che ci dovevamo salire. Io vidi 
un sentiero che mi parve invitante e mi ci incamminai. Mi accorsi subito di essere solo e 
sapevo anche che non avrei più potuto incontrare i miei compagni, né il maestro, né 
l'autobus. Non c'era altro da fare che continuare l'ascesa. Tutto era gradevole, i prati, il 
bosco, il leggero pendio, l'aria, il clima. 
Vidi una casetta rossa con la porta aperta ed entrai. Nella prima stanza alcuni piccoli 
cammelli strappavano coi denti l'imbottitura di un divano a tre posti. Una radio diffondeva 
musica araba e proverbi in latino. Ricordo solo questo: Edamus, bibamus, gaudeamus. Il 
soffitto era di vetro trasparente attraverso il quale vedevo duplicata al piano di sopra la 
stessa stanza in cui ero, me compreso.
Il divano che i piccoli cammelli stavano brucando era rivestito da una tappezzeria a fiori, la 
stessa, però di carta, che ricopriva le pareti della stanza. Un cammello cominciò a leccare la 
tappezzeria di una parete. Uscii da quella stanza con la sensazione di esserci stato delle ore 
e passai in quella successiva. Qui c'era molto rumore e fumo, quasi una nebbia. Intravidi 
figure di contadine russe, vestite per andare al mercato, ognuna con una borsa dalla quale 
spuntava la testa di una gallina, con la sua cresta rossa. La luce era scarsa come all'interno 
di un'isba, però riuscii a distinguere quattro uomini in piedi, con stivali e una fascia alta 
intorno alla vita. Da ogni fascia spuntava il manico di un pugnale. 
Ad un tratto si fece silenzio. Le contadine depositarono sul tavolo centrale della stanza 
quattro galline. I quattro uomini sguainarono i pugnali e ognuno di loro tagliò la testa ad 
una gallina. Cominciò subito una musica cosacca e tutti ballavano e bevevano vodka. Le 
quattro galline senza testa si alzarono e in fila, a tastoni con le zampe, fecero il giro del 
tavolo. Cercavano, ovviamente senza vederle, le loro teste. Sempre a tastoni le incontrarono
e aiutandosi reciprocamente se le calarono sul collo. Subito cominciarono a chiocciare. La 
musica intanto era cessata e tutti guardavano ora il tavolo delle galline. Queste, ormai tutte
con la testa sul collo, si guardavano senza riconoscersi. Evidentemente c'era stato un errore 
nell'attribuzione delle proprie teste. Una cominciò a gridare verso un'altra, la aggredì e con 
beccate furiose le staccò la testa che credeva fosse sua. Ora voleva rimettersela, ma 
avendone già una non sapeva come fare. Tutti ridevano, un uomo allora con il pugnale 
staccò la testa della gallina in difficoltà e le riattaccò l'originaria. Subito la gallina chiocciò 
di gioia. Nell'aria densa della bisca, che tale si rivelò alla fine, volavano in silenzio grosse 
mosche verdi e lucide, del tipo che si posa sui cadaveri per suggerne i succhi della 
putrefazione. Un anziano, calvo, un marsina, teneva banco, tagliava e riattaccava 
continuamente le teste alle galline. Si trattava di indovinare quale testa appartenesse a 
quale gallina. I giocatori puntavano grosse quantità d'oro, le borse delle donne ne erano 
ormai piene quando suonò un campanello e tutti si precipitarono fuori dalla stanza. Si udì 
un fischio e lo sferragliare di un treno che si allontanava.
Uscii da una porticina secondaria e mi trovai nuovamente sul sentiero.
Nei prati, mescolati ai fiori di campo c'erano oggetti comuni, alcuni rotti. Una macchina 
fotografica arrugginita, un attaccapanni di plastica, una sedia senza una gamba, un 
grembiule scolastico nero con ricamato sopra III C, una scarpa da donna di vernice nera col 
tacco alto. Raccolsi un portafogli, dentro c'erano alcuni biglietti di banca di un tipo a me 
sconosciuto. C'era anche un documento d'identità di un certo Alì Petersen. In uno 
scompartimento interno trovai un indirizzo, non mi sorpresi che fosse il mio. Alì era mio 
padre, non ricordavo che si chiamasse così, in fondo mi era indifferente. Continuai a 
camminare. 
Nell'aria le rondini cantavano a squarciagola, vedevo le loro gole spalancate, rosse, buie, 
terribili. 
Mi sedetti su una panchina, come se mi trovassi in un giardino pubblico e non in alta 
montagna e cominciai a riflettere sulla situazione che stavo vivendo. Chi ero, perché ero lì, 
che senso aveva tutto ciò. Tre domande precise. Lasciai vagare la mente sul paesaggio 
circostante, sugli ultimi avvenimenti, sulle persone incontrate. 
Le rondini dalla grossa gola continuavano a garrire, gli oggetti campestri erano sempre là 
tra i fiori, la casina, ora lontana ma ancora visibile dalla quale vidi uscire due cammelli, 
tutto questo era reale, oppure no, stavo sognando? Ebbi le risposte.
La prima: Chi ero io? Un casuale e transitorio processo biologico provvisto di un io 
cangiante e autoreferenziale.
Perché ero lì? Per la semplice necessità di essere in qualche posto.
La ragione, il senso di tutto ciò? Nessuno, solo una casuale configurazione nel divenire 
delle cose.
Fugate le inquietudini con un profondo respiro, continuai per la mia strada.
In mezzo a un prato scorsi una scrivania. Mi avvicinai e vidi su di essa un foglio. Lessi:
“ punto e a capo per ricominciare a scrivere la stessa riga già scritta più volte da te e dagli 
altri tuoi io, ognuno pensando di scrivere qualcosa di nuovo, di utile, di unico, ma la penna 
non scrive, i segni che traccia sul foglio sono invisibili, solo le gocce di sudore pregnano la 
carta sterile e lo sforzo la rende tesa, si increspa un istante, si lacera. La mano si ritrae 
sorpresa, timorosa, si rifugia con l'altra mano in un gesto di preghiera o di minaccia poi 
sparisce fuori dal campo visivo. Ora il foglio è silenzioso, poco a poco mostra tutte le parole
non scritte. Formano un bel testo, nuovo, utile, unico. La mano arriva come un falco sulla 
preda, afferra il foglio, lo appallottola, lo scaglia nel cestino. Un'altra mano compare con un
foglio nuovo e la scena si ripete.” 
Firmato: Un io.
Anche lui allora non crede nella realtà costante dell'io, pensai. In un cassetto trovai un altro
foglio:
“sono un reincarnato. Deve essere avvenuto, come sempre, mentre dormivo. Mi guardo 
queste mani, questo volto, non sono gli stessi di prima, di ieri, di 30 anni fa.
Neanche la mia mente e la mia psiche sono più le stesse. Allora chi sono? Se non c'è un io 
permanente, che cosa si incarna e reincarna? Nulla. Siamo solo processi psichici e 
fisiologici; siamo solo carne pensante e caduca, un anello di catene”.
Qui ho un vuoto di memoria, ricordo solo il finale del sogno. Sono ormai adulto, seduto a 
un tavolo da pranzo con altre persone che non conosco. Nel centro del tavolo un enorme 
maiale cotto e decorato. Intorno a noi ci sono camerieri intenti a servire e togliere piatti. Il 
mio piatto è vuoto, mi è già stato cambiato varie volte ma sempre con piatti vuoti. Anche gli
altri commensali hanno sempre il piatto vuoto. Mi alzo, cerco la cucina e non trovandola 
chiedo ai camerieri. Nessuno di loro lo sa, ho la sensazione che non sappiano nemmeno 
cosa sia la cucina. Mi chiedo chi abbia cucinato il maiale. Mi avvicino all'animale sul tavolo,
nessuno mi fa caso, ne stacco un pezzo e mi accorgo che è solo pelle finta, involucro di un 
interno vuoto. Corro fuori dalla stanza, disgustato, arrabbiato, ma anche contento e 
leggero. Sento la disapprovazione dei convitati seguirmi fino in strada. Qui incontro un 
gruppo non molto numeroso di uomini di differenti età che camminano chiacchierando 
serenamente allontanandosi dalla casa del maiale. Sono attratto da loro e li seguo. Fine del 
sogno.
Mi dica: cosa significa?
Io, che cominciavo ad annoiarmi, sintetizzai così il mio responso: qualsiasi cosa.
Come? disse lui.
Un significato assoluto non ce l'ha, se ne vuole uno relativo, allora l'uno vale l'altro.
Ecco, ecco, disse lo psicologo, proprio come immaginavo.

In vetta?         (08­02­2010)
                           
                           

Il gruppo di corridori ciclisti si era sgranato lungo il percorso sulle pendici della montagna. 
Il traguardo della gara era stato posto proprio sulla vetta. Due corridori si trovarono isolati 
dagli altri, correvano uno dietro l'altro, alternandosi al comando. 
All'inizio di una salita particolarmente dura si affiancarono in atteggiamento di sfida. 
Sapevano che ormai la vetta era vicina. Si guardarono come avversari e cominciarono a 
forzare il più possibile sui pedali. A metà salita erano entrambi senza fiato, ma ognuno non 
voleva essere il primo a cedere. 
Lo decisero nello stesso istante, cessarono di spingere, si guardarono come compagni, 
guardarono la vetta, sorrisero, girarono le biciclette e iniziarono allegramente la discesa.

                            

io    (18­11­2008)

Sono uscito di casa presto, oggi. Volevo vedere se incontravo qualcosa di interessante,  
qualcosa di diverso dall'uno più uno due, che è il solito brodetto in cui viviamo quasi 
sempre . C'è anche dell'altro nella realtà, appunto quello che cercavo questa mattina presto,
fuori casa. In genere comincio a camminare in qualsiasi direzione, a caso, e in genere, tac, 
succede qualcosa, per esempio una persona sconosciuta che mi saluta, alla quale rispondo 
con un caloroso saluto, convinto di conoscerla e di volerle bene, ma sapendo allo stesso 
tempo che quella persona non l'ho mai vista prima.  Forse quella persona si è sbagliata, ma 
io all'istante mi sento investito di un'esistenza estranea che devo vivere per poter rispondere
al saluto, come se fossi veramente colui che quella persona crede che io sia. 
In casi come questi, vivere un'esistenza estranea mi tiene occupato per un'intera mattinata. 
A volte, certe esistenze sono così intense che  torno a casa veramente esausto, come quando
venni scambiato e, di conseguenza ne assunsi l'esistenza, per un macellaio di Pianengo. 
Tutto quel sangue, quell'odore, quelle urla di mucche sgozzate, quei quarti pesantissimi da 
appendere a  orrendi uncini. 
Questa mattina non c'era niente di rilevante, per strada, così entrai in un bar di periferia 
per prendere un caffè. La barista, o forse la proprietaria, esibiva due vistosi seni, racchiusi a
fatica da un golfino arancione di lana, capelli castani, cinquant'anni,  ancora attraente. 
Dagli sguardi che distribuiva sui pochi clienti, si capiva che era ancora disponibile a nuove 
opportunità. Mi sembrava di conoscerla, quella donna. 
Presi la tazza del mio caffè dal banco e andai a sedermi ad un tavolino occupato 
parzialmente da un uomo ancor giovane. Le rispettive ritrosie ci impedirono di salutarci 
educatamente. Solo un cenno del capo e silenzio, ognuno con i cazzi suoi. Finita la 
consumazione l'avventore si alzò e andò a pagare alla cassa. 
“Ciao Franco, disse lei, vai da qualche cliente, stamattina? 
Si, ho un notaio da visitare qui in zona. Vuole comprare un  PC. 
Vendi PC adesso?
Ma no, vendo leasing, cioè contratti che ti permettono di avere un computer senza doverlo 
pagare.
Proprio niente?
Ma no, si pagano delle rate, poi alla fine diventi proprietario del PC
E c'è bisogno di farselo pagare da una ditta come la tua per avere un PC? Costano ormai 
così  poco!
Beh, non proprio così poco, siamo sui quindici milioni.
Cosa? Quindici milioni, di lire o di euro?
Di lire, naturalmente, quali euro?
Scusa, cosa c'entrano le lire, ormai.
Come cosa c'entrano? Con che cosa paghi, tu? Con gli spaghetti?
Guarda Franco che le lire sono almeno sette anni che non si usano più.
Vuoi scherzare, Alda?
In che mondo vivi, Franco, guarda che siamo nel 2008!
Duemila e otto?
Ho capito, stamattina non ti va di andare a fare il giro di visite e vieni qui a farmi perdere 
tempo.
Alda, mi vuoi sposare?
Franco, esci di qui prima che ti..”
Mentre ascoltavo questa conversazione mi si aprì una finestra sul passato. Trent'anni fa io 
facevo quel mestiere ed entrai una mattina proprio in questo bar, ora lo riconosco e 
riconosco anche la barista, che allora era una ragazzina molto attraente. Venni spesso in 
questo bar, nelle mattinate in cui non avevo nessun animo di visitare o cercare nuovi 
clienti. Mi rifugiavo qui e parlavo con questa donna. 
Ma questo Franco, chi è? Sono io trent'anni fa? O è bastato un semplice cenno del capo 
perché mi proiettarsi nella sua esistenza, casualmente simile alla mia di allora? Oppure è 
lui che ha assunto la mia esistenza di allora, non potendo assumere, essendo molto più 
giovane, quella che ho adesso? Forse non sono l'unico ad avere questi scambi di esistenza. E
la barista? Mi sta guardando in un modo particolare, come se mi conoscesse. Magari anche 
lei ha assunto la mia esistenza, o la sua di allora. Ecco che mi sorride: “Come va, Franco, è 
tanto che non ci si vede”. Confesso che mi sentii un po' confuso. Che esistenza dovevo 
assumere ora? La sua di trent'anni fa, la mia di allora, quella del giovane di adesso?
Rimanemmo in silenzio, per un attimo ci guardammo tutti e tre, con faccia seria e assorta, 
poi:
“Scusi”
“Scusi”
“Scusi”
La barista raccolse una cassetta di acqua minerale e si diresse nel retro, Franco uscì 
rapidamente dal bar ed io, dopo uno sguardo circolare al locale che non mi sembrò più 
tanto familiare, uscii lentamente in strada. Cominciavo a capire cosa era successo. Tutti e 
tre eravamo assuntori di esistenze aliene e com'è noto, tra noi non funziona. E' come per 
chi legge nel pensiero altrui. Se incontra qualcuno che fa la stessa cosa, non riesce a leggere
niente di chiaro. Leggerebbe nella mente dell'altro i propri pensieri che l'altro gli ha letto, 
però mescolati ai pensieri dell'altro che lui gli ha letto. Insomma, un casino.
Così è stato per noi tre. 
Però c'era qualcosa che mi incuriosiva, quindi tornai sui miei passi. Dalla porta d'ingresso 
del bar si poteva vedere dentro senza essere visti. Guardai e vidi dietro il banco una ragazza
del tutto simile a quella di trent'anni fa e appoggiato al banco un uomo del tutto simile a 
me come sono adesso. Mi sentii sconcertato e un po' preso in giro. Loro credono di fare il 
giochino delle assunzioni senza di me? Entrai nuovamente nel bar con l'intenzione di 
chiarire. Appena dentro, vidi  uscire dal retro bottega la cinquantenne di prima:
“Fabi, aiutami con queste birre. Oh, Franco, dov'eri andato? Conosci Antonio, mio marito? 
No, forse non l'hai mai visto. Avevi già smesso di lavorare per la Puter Leasing quando l'ho 
conosciuto. Probabilmente non conosci nemmeno Fabiola, nostra figlia.
Uscii dal bar ancora più sconcertato. Allora, prima,  non c'era stata nessuna assunzione. 
Semplici vuoti di memoria miei.
Più tranquillo ora, mi incamminai verso casa, era quasi mezzogiorno. 
“Ciao Franco” disse una voce dietro di me. Mi sembrava di conoscerla.
“Vieni a bere l'aperitivo al bar?” disse Oscar, il mio vicino di casa.
“No, grazie, per oggi sono a posto”.
L'11° ufficio     (20­12­2007)

All'esterno sembrava tutto normale, un edificio come gli altri, ma appena dentro si aveva 
subito la sensazione di un luogo abbandonato da tempo.
Un velo di polvere copriva ogni cosa. Che cosa? Scrivanie, poltrone, mobili d'ufficio, piante 
un tempo vive, oggetti. Il luogo, infatti era una serie di uffici affacciati su un lungo 
corridoio centrale in fondo al quale c'era l'ufficio, credo, del principale. 
Io ero nell'atrio, all'inizio del corridoio ed ero lì per chiedere, già, che cosa? Non me lo 
ricordo bene, forse cercavo lavoro come guardiano notturno: è la mia professione. 
Alla scrivania d'ingresso non c'era nessuno: il cestino della carta straccia conteneva una 
scatola di collant, una di merendine al cioccolato e un giornale.  Guardai la data: 18 agosto 
1965. eravamo, in quel momento, nel maggio del '71. 
Mi accorsi che tutto era rimasto fermo a quel tempo: calendari, manifesti pubblicitari, 
appuntamenti sull'agenda della segretaria. 
Stavo per andarmene un po' sconcertato quando, in quel deserto silenzioso, si mosse 
qualcosa. I miei sensi lo percepirono, ma non trasmisero subito l'informazione al cervello, 
così che non seppi dire che cosa s'era mosso. 
La curiosità, la premonizione, l'inquietudine, il fascino dell'ignoto si presentarono subito 
sulla linea di partenza e via, tornai sui miei passi. Mi guardai intorno: che cosa si poteva 
essere mosso in un posto così cristallizzato? Un topo? no. Un manifesto sul muro? No. Una 
porta? Nemmeno. Finalmente arrivò l'informazione dai sensi: l'agenda aperta della 
segretaria. L'avevo sbirciata, un momento prima, per vedere la data e avevo girato una 
pagina, che poi avevo lasciata così, diritta in verticale. L'aria, probabilmente, l'aveva fatta 
ricadere sopra le altre, però dalla parte opposta a dove stava prima. Tutto qui, pensai, 
gettando un occhio deluso all'agenda, ma l'altro occhio avido aveva già visto, scritto in 
grande, alla pagina del 17 agosto, cioè la pagina prima coperta: “dire a tutto il personale di 
astenersi assolutamente per tutto il giorno dal” e qui una macchia scura mi impediva di 
leggere oltre. Da che cosa si saranno dovuti astenere gli impiegati quel giorno? 
Ora me ne vado, mi dissi. Stavo per, ma no, pensai. Perché “assolutamente” era sottolineato
due volte? Che cosa c'era di così vietato a tutto il personale e per tutto il giorno? 
Sfogliai ancora l'agenda e lessi, al 16 agosto: “parlato con Ramòn. Ha detto che 
assolutamente no. Riferire subito al capo”. 
Già due volte la parola “assolutamente”. Che fosse di moda nel '65? 
Indietro di un altro giorno, 15 agosto. Festa. Ma in un angolo, in basso, una parola: 
“riparazione?” 
Riparazione di che e chi doveva riparare qualcosa il giorno di ferragosto? 
Chi ha scritto sull'agenda? Perché il punto interrogativo? 
Tanto per spezzare uno stato d'animo indeciso dissi a voce alta la solita frase senza senso: 
c'è nessuno? 
Ovviamente nessuno rispose. Continuai allora a sfogliare all'indietro l'agenda, ma erano 
pagine vuote fino a quella del 10 agosto, sulla quale c'era scritto: “chiusura per ferie”. 
Mi sedetti su un polveroso divanetto dell'ingrasso e raccolsi le idee.
Tutti erano andati in ferie il 10 agosto, bene, e nessuno era più tornato al quel lavoro, forse 
perché ne avevano trovato un altro. Oppure durante la loro assenza il fabbro ha riparato 
così male la porta d'ingresso che nessuno era stato più in grado di entrare. Oppure non 
avevano ancora finito le ferie. Sei anni di ferie però sono un po' troppi.  
Scoraggiato dalla stoltezza delle mie ipotesi e tanto per non andarmene via subito, dissi 
un'altra di quelle frasi famose: è permesso? 
Silenzio, come prima. Avrei preferito sentire rumori sospetti, scricchiolii, sussurri, qualcosa 
insomma che mi facesse rizzare i capelli, o rimanere paralizzato dallo stupore, che mi 
facesse fuggire urlando inseguito da qualcosa. Silenzio assoluto. Un po' noioso, infatti. 
Se la montagna non va da Maometto, lui va alla montagna. Decisi di salire i tre gradini che 
portavano all'inizio del corridoio e di entrare nel 1° ufficio. 
Il dado era tratto, spinsi la porta ed entrai. Eh, sì che feci un salto. 
Alla scrivania era seduto un vero scheletro. 
In situazioni così eccezionali c'è un istante di imbarazzo, cioè la sensazione di essere 
capitato nel posto sbagliato, o di non essere attesi, seguita subito dall'incertezza sul da farsi.
Già. Cosa si fa in questi casi? 
Si comincia a tremare dalla paura? Si esce facendo finta di niente? Ci si avvicina al soggetto
per toccarlo e vedere se non è uno scherzo? Si telefona a qualcuno, magari al 112? 
Non feci nulla, mi guardai intorno. In quella stanza sembrava tutto così ordinato, normale, 
persino lo scheletro, vestito di tutto punto e seduto davanti a un incartamento aperto, era 
normale, solo gli mancava un po' di carne. 
Avanti, mi dissi, non so se per rispondere alla sciocca domanda di prima o per farmi 
coraggio. 
Giunsi alle spalle dello scheletro e guardai l'incartamento che aveva davanti. La data era 18 
agosto, il giorno dopo di quello strano avviso di astenersi.
Mi accorgo di avere la bocca aperta e secca. La respirazione affrettata me l'ha asciugata; ho 
sete, una tremenda sete. Esco nel corridoio, spinto da qualche motivo che non so, forse 
cerco qualcosa di normale, un punto di riferimento a cui appoggiarmi, in una situazione 
così irreale. Invece vedo ciò che istintivamente cercavo: il boccione dell'acqua da bere. Mi 
precipito. Il boccione è semi pieno. Voglio bere, ma non c'è nessun bicchiere. Accidenti!
Respiro a fondo, mi calmo un po', faccio qualche passo nel corridoio, scarsamente 
illuminato, mi fermo davanti all'ufficio numero due. 
Assurdamente busso alla porta, come se non sapessi già che tutto quel posto è 
perfettamente deserto. Sono infastidito per lo sdoppiamento di personalità che mi capita 
proprio in quel momento: da un lato la parte istintiva che vuole andare al sodo e dall'altro 
la persona condizionata dalla cultura che privilegia le procedure, le formalità. Infine entro. 
Più o meno come nell'altro ufficio: scheletro alla scrivania, fascicoli aperti, tutto immobile, 
normale. Guardo solo la data: la stessa, 18 agosto.
La parte istintiva ha il sopravvento. Come uno che si sente preso in giro e per difendersi 
adotta una discreta aggressività, spalanco, senza bussare (che gusto!), le porte degli altri 
uffici. Uguale dappertutto. Però sento che qualcosa mi sfugge, che non riesco a capire. C'è 
qualcosa di comune nei 10 uffici che ho visitato e non sono gli scheletri. No. Una cosa 
uguale che ho visto in tutte le stanze e che non riesco a ricordare. 
Ora sono fermo davanti all'ultimo ufficio, quello centrale, alla fine del corridoio, l' ufficio 
numero 11. 
Non credo all'ovvio, non credo che ci possa essere nulla di scontato. Il mondo si ricrea ad 
ogni istante. Nulla è uguale a prima. Nell'universo ogni cosa è unica. 
Va bene, arriviamo al dunque. Dietro quella porta c'è lo stesso che c'era dietro le altre? 
Perché non dovrebbe esserci? Infatti, dov'è il problema? 
Tutto ciò mi sembra un po' ridicolo. Che sia capitato in un baraccone di un Luna Park? Ma 
non è un Luna Park, questo, è un ufficio, fermo ad un lontano e caldo agosto del 1965. 
Anche la mummia, che poi è uno scheletro con la pelle, è seduta correttamente davanti ai 
soliti incartamenti. Ah! Ecco! Ecco cos'è quella cosa comune a tutti gli uffici. Ora me ne 
rendo conto. Era agosto, faceva caldo, ci si disidrata, bisogna bere, bere cosa? Acqua. Dove?
Nel corridoio, il boccione, ma i bicchieri? Accanto ad ogni incartamento, sulle undici 
scrivanie, avevo visto un bicchiere di vetro, probabilmente ognuno aveva il suo e se ne 
serviva, in assenza di bicchieri usa e getta, per bere dal boccione. Ma certo, acqua 
avvelenata. Si riempivano il bicchiere in corridoio, tornavano alla loro scrivania, bevevano e
rimanevano stecchiti. Tutti avevano bevuto il 18 agosto. 
Ma come poteva essere accaduto? 
La riparazione. Non era stata fatta. Che cosa dovevano rip? No, niente. Non c'entra la 
riparazione. Però non sono stati avvertiti di astenersi, forse dal bere dal boccione. Chi 
doveva farlo? La segretaria. Non c'è il suo scheletro. Lei sapeva. Quindi è stata lei ad 
avvelenare l'acqua. Perché?
Come chi, arrivato ai titoli di coda, si alza per uscire dal cinema, stavo già per lasciare l'11° 
ufficio, quando sentii una voce alle mie spalle provenire dalla scrivania. 
Quella voce mi chiamava, non con il mio nome, ma con uno femminile. Diceva: Antonella, 
non lo faccia, la prego.
Stavolta sì, la pelle mi si accappona. Non mi volto, comincio a correre lungo il corridoio, 
urlo per non sentire le urla della mummia.
La paura non mi impedisce di pensare che non si esce così dai cinema. Strani questi pensieri
che vengono a sproposito nel mezzo di una situazione drammatica.
Infilai la porta dell'atrio e mi trovai per strada, libero dall'incubo. 
Oggi, a distanza di anni dai fatti narrati, leggo su una rivista di architettura che 
quell'edificio, da me così macabramente visitato allora, era un famoso esempio di 
architettura strutturalista, ma che per un grave e irreparabile inconveniente alle tuberie 
dell'acqua, fu abbattuto nel gennaio del 1970. 
Sto per chiudere la rivista: 1970? ma non l'avevo visitato nel 1971? 
La fiera       (23­03­2000)

Era ubriaco, come quasi tutti i giorni, a quel tempo. L'infelicità della vita coniugale, la 
mancanza di lavoro,  un'autostima negativa, l'insoddisfazione per un'esistenza che sentiva 
di non aver scelto lui, tutto ciò dava alle sue sbronze un carattere aggressivo, intollerante, 
malevolo. Era ubriaco e aggressivo anche quel giorno, offensivo e litigioso con sua moglie, 
con il mondo intero. Prese la bicicletta, mise sua figlia, ancora piccola, nel seggiolino 
attaccato al manubrio e andarono a visitare la fiera. Era di primo pomeriggio, piovigginava,
c'era poca gente. Lasciò la bici in un fossetto all'inizio del viale lungo il quale si allineavano 
le bancarelle della fiera. Tenendo per mano sua figlia camminò tra i banchi. C'era di tutto. 
Quando vedeva un oggetto che sarebbe potuto interessare alla bambina glielo indicava e 
faceva qualche commento scherzoso. Cercava di dissipare lo stato d'animo di timore, di 
angoscia, di voglia di piangere che le leggeva negli occhi. Si rese conto che ciò che le 
interessava di più erano i banchi di bigiotteria: anellini, orecchini, catenelle. Le chiese di 
scegliere quello che più le piacesse. La bimba si decise per una collanina e lui gliela comprò.
Tornarono a casa sotto la pioggerella, in bicicletta, lui ancora ubriaco e aggressivo, lei con 
la collanina stretta nella mano e negli occhi il timore, l'angoscia, una gran voglia di 
piangere.

P.S. É, questa, una storia vera, senza data. Storie del genere non dovrebbero avere un 
tempo in cui accadere, però accadono, sempre, ostinatamente, inevitabilmente, facendo 
soffrire  chi le vive e chi le legge. I protagonisti di questa storia siamo io e mia figlia, ma 
anche il mio vicino di casa e suo figlio e quella madre là con la sua bambina e quell'uomo 
con il suo..…

La giostra        (01­03­2009)

Ci mise un po' di tempo per rendersene conto. Le figure della giostra e i bambini seduti 
sopra passavano davanti a lui e non tornavano più. In piedi da qualche minuto davanti a 
una comune giostra, cavallucci, automobiline, animali vari. Perché era li a guardare quella 
giostra in movimento? Da quanto tempo era li? Non lo sapeva. Per tutto quel tempo aveva 
pensato agli affari suoi. Guardava la giostra distrattamente, tanto per appoggiare lo 
sguardo su qualche cosa. Forse l'aspetto di un pezzo della giostra colpì la sua attenzione o 
forse il suo inconscio si aspettava di veder ripassare quel pezzo, come avviene normalmente
in tutte le giostre in movimento. Invece no. 
L'attenzione inconscia lo avvertì che quel pezzo non era più ripassato. Ne guardò un altro e 
aspettò di rivederlo nel giro seguente. Non accadde. Prese nota mentalmente di vari pezzi 
che passavano davanti a lui e nessuno ripassò più. Guardò allora i passeggeri e si accorse 
che non erano bambini, ma adulti, anzi, qualcuno anche lo conosceva. 
Certo quella era Mariuccia, una sua vecchia fidanzata dell'università e quello era Osvaldo, il
macellaio e quest'altro il curato di S. Benedetto, non lo vedeva da anni. Ma non era 
invecchiato affatto. Nemmeno gli altri erano invecchiati. Si guardò le mani, istintivamente. 
Erano lisce, senza quelle solite macchie della vecchiaia. Si allontanò dalla giostra, più 
malinconico che incredulo, come se tutto ciò avesse un senso che il suo inconscio capiva 
benissimo, mentre la sua coscienza si limitava a prenderne atto, però senza capire.
Camminò lungo una strada affollata del centro e incominciò a incontrare qualcuna di quelle
persone che aveva visto sulla giostra. Stavolta sì erano come il solito, anziane come lui. Si 
guardò ancora le mani, eccole li le macchiacce schifose, quegli odiosi biglietti da visita della
vecchiaia. 
Cos'era stato? Un sogno ad occhi aperti? Tornò sui suoi passi, verso la giostra che aveva 
appena lasciato. Gli era venuta un'idea, anzi un desiderio: saltar su anche lui, su quella 
giostra. Poi cosa sarebbe successo? Ecco la giostra. Comprò un biglietto e quando la giostra 
si fermò si sedette su una grossa margherita. Si sentiva un po' ridicolo, ma forse sarebbe 
tornato ai tempi della giovinezza, come in una macchina del tempo, oppure ad un certo 
punto, sarebbe entrato con la sua margherita in un'altra giostra e poi in un'altra ancora e 
così via, fino a dove?
Colpo di clacson e la giostra si mise in movimento. Io guardavo quell'uomo, lo conoscevo, 
ma lo credevo morto da tempo. Sparì dietro il pilastro centrale della giostra e non ripassò 
più davanti a me.

La grazia       (05­04­1999)

L'una e l'altra si preparavano nelle rispettive case per andare alla prima messa di quella 
domenica di settembre, festa della Vergine delle Grazie. Dalla chiesa sarebbero poi andate 
insieme al santuario, a chiedere la grazia. Erano sorelle, Nora e Alvara, 50 anni l'una, 55 
l'altra.
Nora  era sposata con Vito, giovane, disoccupato, povero, inetto. Alvara era nubile e ricca; 
abitava nella vecchia casa dei genitori, toccatale in eredità.  Le stanze sempre nella 
penombra, con  quell'odore di antico e famigliare che hanno per i figli grandi le case dei 
genitori. Nora ci tornava sempre volentieri, portandosi dietro il marito. Può una donna sola,
chiusa nel suo mondo di reliquie, rimanere insensibile alla presenza di un maschio giovane 
e aitante?
Alvara si innamorò del cognato, Nora, invece, preoccupata per i soldi che mancavano 
sempre, se ne disamorò.
Dopo la messa le due sorelle partirono: dieci chilometri da fare a piedi, per consolidare il 
diritto alla grazia. Tu cosa chiedi, indagò Alvara.
Vedi bene che siamo poveri in canna, inveì Nora, come se volesse far responsabile la sorella
della sua povertà. Chiedo un lavoro per Vito.
Più per noia che per vero interesse, dopo un po' di strada, anche Nora volle sapere le 
ragioni di Alvara per andare al santuario.
Bah, sai, questi reumatismi non mi danno pace. La salute, ecco di cosa ho bisogno.
Inginocchiate in un banco del santuario, in mezzo a centinaia di altri postulanti, tra canti 
religiosi, odore di incenso e di sudore, le due sorelle borbottarono le loro richieste 
all'immagine della Vergine, attardandosi in raccomandazioni, preghiere, segni di croce, 
genuflessioni e accensione di candele. Poi tornarono più serene, come se avessero scaricato 
su altre spalle il peso dei loro problemi e lo sforzo per risolverli. Furono persino ciarliere. 
Alvara invitò Nora e il marito per il giorno dopo a mangiare la polenta.
Ci andò solo Vito però, a mangiare la polenta. Sua moglie era a letto con la febbre, disse. 
Alvara non indagò oltre. 
Mangiarono, bevvero vino, scherzarono, si abbracciarono. Tutti in paese pensavano che 
Alvara fosse ancora vergine, non l'avevano mai vista prima d'ora con un uomo e 
continuarono a pensarlo, anche quando le visite di Vito, solo, alla casa di lei, assunsero una 
regolare frequenza settimanale e l'abbigliamento di Nora cominciò a migliorare visibilmente
e la salute di Alvara non fu più così cattiva.
Ora la due sorelle si stavano preparando per andare alla prima messa e poi, insieme, al 
santuario della Vergine, per il ringraziamento. Era passato un anno da quel giorno in cui a 
piedi, dimesse, andarono a chiedere la grazia. Ora ci tornavano in macchina, quella di 
Nora, contente, vitali, serene.
Sedute in un banco del santuario guardavano la folla dei richiedenti, con soddisfazione e 
un pizzico di superiorità. La Vergine le aveva ascoltate, le aveva aiutate. Era stata buona 
con loro, la Vergine voleva loro bene e anche loro volevano bene alla Vergine. Passarono 
poi in sacrestia per depositare la loro generosa offerta di ringraziamento.
La guida assoluta         (04­03­2011)

Mi è sempre piaciuto guidare gli altri, forse per un'eccessiva autostima, o per le mie doti 
effettivamente superiori. Da piccolo volevo sempre tenere il cane al guinzaglio: gli facevo 
fare vari giri del cortile, prima in un senso, poi nell'altro, così, solo per guidarlo. Poi da 
grande ho fatto l'autista di autobus urbani. La consapevolezza che i passeggeri dipendessero
da me per giungere alle loro destinazioni, mi gratificava moltissimo, ma non mi bastava. In 
fondo, li guidavo lungo un percorso prestabilito, obbligatorio per me. Decisi allora di fare la
guida alpina. Qui ero io a scegliere la destinazione, il percorso, la durata e i partecipanti 
alle escursioni.
Se un cliente non mi piaceva, per qualsiasi ragione, non lo volevo nel gruppo e se lo 
accettavo e in seguito mi accorgevo che non mi andava a genio lo espellevo senza tante 
storie. Ero la guida assoluta.
Un giorno vennero da me  quattro giovani austriaci. Da subito non mi piacquero, ma un 
senso di professionalità mi indusse ad accettarli. Però ce n'era uno che mi infastidiva 
particolarmente e non riuscivo a capire il perché. Comunicai loro il regolamento delle 
escursioni: cibo scarso, no alcol, no sesso, no foto, no domande, pause programmate (c'è 
stato qualcuno che, per questo, si è fatto la pipì addosso).
Solo una volta permisi che un partecipante contravvenisse a quest'ultima regola. Era una 
bella ragazza, mi piaceva, ma era sordo­muta. Non avrebbe potuto sentire il sibilo del 
vento, né esprimere ammirazione verbale davanti a una pianura. Per me ad essere 
stupefacenti sono le pianure, non le montagne.
Ma la gente è insicura, credula, inetta. Ammira una gazzella in corsa e non la carcassa di 
una iena sul ciglio della strada.
Scelsi un percorso difficile, lungo, circolare, con un punto di non ritorno.  Di solito sono 
ciarliero con i miei clienti, racconto loro storie di incidenti alpini, oppure mostro loro 
dettagli del paesaggio, li prendo in giro, li spavento e alla fine, bonariamente, li conduco 
all'allegria del ritorno. Con questi quattro invece non parlai. A gesti o con l'esempio 
indicavo loro le cose da fare. Come dicevo, uno di loro mi era particolarmente inviso: 
troppo elegante e ricercato nel vestire, come se l'abbigliamento fosse  più importante della 
nostra azione,  della sacralità dell'ascensione, del silenzio e della purezza del vuoto, dove 
l'uomo è già un intruso, un disturbo, una profanazione. Ebbene costui, con i suoi capi 
firmati, i suoi occhiali di marca, la sufficienza di chi si sente più evoluto degli altri, 
l'indolenza e l'agilità dello sportivo, lo sguardo apatico del nobile, costui con quell'aria di 
benessere consolidato, mi dava sui nervi.
I suoi compagni erano insignificanti, inoffensivi, potevano continuare a girare per il mondo 
come anonimi riempitivi, ma lui no.
Arrivati al bordo di un crepaccio che altre volte, con i clienti,  avevo già attraversato con 
successo, spiegai loro come saremmo passati dall'altra parte, cioè con un sistema di funi di 
mia invenzione. Quello era il punto di non ritorno che avevo preannunciato. Una volta 
dall'altra parte non si poteva più tornare indietro.
Benché fossero già molto stanchi e il cammino da fare fosse ancora lungo, tutti accettarono.
Ero certo che non ce l'avrebbero fatta ad arrivare alla fine dell'escursione senza l'aiuto di 
qualche soccorritore esterno, tuttavia acconsentii a continuare il viaggio.
Fissati i chiodi nella roccia, con una fune mi calai nel vuoto. Dandomi varie spinte coi piedi 
contro la parete verticale di roccia lungo la quale ero sceso, cominciai a oscillare come un 
pendolo tra le due pareti del crepaccio. Riuscii ad afferrare uno spuntone sulla parete 
opposta e da lì potei risalire. Mi trovavo ora dall'altra parte del burrone. I miei ospiti mi 
guardavano stupefatti. Non si aspettavano una difficoltà di quel genere. Non avevano mai 
fatto una cosa simile, non erano preparati. 
L'idea di tenere quei quattro esseri  insignificanti in mio potere mi eccitò non poco, ma mi 
controllai. I tre anonimi mi gridarono che sarebbero tornati indietro, anche da soli se fosse 
stato necessario, il quarto, il diverso, invece accettò la sfida. Sorrisi dentro di me. Avrei 
certamente potuto scoraggiarlo, riattraversare il crepaccio e tornare con tutti loro alla base. 
Finsi che non mi era più possibile tornare indietro, dissi ai tre di aspettare e predisposi le 
funi per far passare il quarto.
Effettivamente il rischio di un incidente c'era. Se avesse prodotto un'oscillazione troppo 
ampia senza riuscire a fermarsi sulla parete opposta si sarebbe schiantato contro l'altra 
parete con l'oscillazione di ritorno, anche se col mio sistema di funi avrei potuto dall'alto 
frenare in parte il movimento.
Qualcuno ha detto che l'emotività è una brutta bestia e bisognerebbe rinchiuderla e 
tacitarla nella gabbia della ragione, come se questa in realtà non fosse un'altra forma di 
emotività, forse la più rozza. L'emotività ci spinge a fare cose apparentemente insensate, a 
volte dannose per sé e per gli altri. Ma chi ci assicura che la logica dell'emotività non sia 
invece più razionale, lungimirante, intelligente di quella della cosiddetta razionalità?
Crediamo di conoscere, capire le cose con la ragione, cioè con un ordine logico che noi 
stessi abbiamo codificato. Un ordine quindi limitato dalla nostra capacità intellettiva di 
capire il mondo.
Chi ci dice che l'emotività invece non affondi le sue radici in una consapevolezza della 
realtà più ampia e profonda, più vera, anche se inconsapevole?
La verità non potrà mai essere prodotta dalla nostra mente, questo è un fatto certo, 
l'emotività, invece, potrebbe farlo.
Quel quarto uomo, che secondo la ragione della mia emotività offendeva col suo modo 
d'essere la vita quotidiana del mondo, quella pecora auto smarritasi, quell'errore culturale 
volontario, non meritava forse di essere “corretto”, ridotto, redento?
Gli dissi di calarsi nel burrone e di cominciare a oscillare, ma non troppo forte,  mentre io 
l'avrei controllato con le funi dall'alto. Come avevo previsto, il bellimbusto non aveva 
nessuna esperienza e  cominciò a darsi disordinatamente delle spinte. La forza che 
imprimeva alle sue oscillazioni non era sufficiente a farlo arrivare dall'altra parte, dove 
avrebbe dovuto aggrapparsi, ma era tuttavia abbastanza forte da scaraventarlo in malo 
modo, nell'oscillazione di ritorno, contro la parete di partenza.
Gli gridai di interrompere le oscillazioni, ma per tutta risposta lui spinse più forte. In una di
queste arrivò a toccare la parete di fronte ma non fu abbastanza lesto da afferrarvisi. 
Ritornò con tutto lo slancio dell'oscillazione contro la parete di partenza e si fratturò le due 
ginocchia. Rimbalzò, ricadde e si ruppe una spalla. Alla fine rimase immobile contro la 
parete.
I suoi amici lo guardavano dall'alto ammutoliti. Anch'io lo guardavo dall'alto, dalla parte 
opposta del burrone. Lui ci guardava dal basso, alternativamente. Nonostante la distanza 
riuscii a cogliere una luce nei suoi occhi, non di superiorità, o di dolore, o di terrore, ma di 
umiltà.
La mia ragione convenzionale mi disse: lascialo lì, fagliela pagare. Chissà quante persone 
ha imbrogliato, fatto soffrire per comprarsi i suoi oggetti di lusso, ma l'emotività, quella 
bestia che i moralisti, i saggi vorrebbero annichilire ebbe pietà non del soggetto singolo, ma
della specie.
Con un lungo e paziente lavoro riuscii a riscattarlo dal crepaccio, poi con una barella di 
fortuna tornammo tutti alla base.
P.S. La guida alpina assoluta è una delle professioni più difficili. Non è sottoposta alle leggi 
della razionalità umana, ben poca cosa nel divenire dell'universo, né a quella della vita 
umana che a quanto pare è solo un semplice episodio della materia cosmica. La guida 
alpina deve rispondere solo all'emotività, a quella forza libera e assoluta, che muove tutto 
ciò che si muove, l'unica ragione dell'esistere di ogni cosa. Noi siamo i suoi sacerdoti.

L'albergatore       (19­02­2010)

Io, nel mio stabilimento, vagabondi, disoccupati, falliti, diffidati e lavativi non li voglio. Nel 
mio albergo entra solo gente in grado di dimostrare che ha una regolare occupazione, 
quindi, oltre ai documenti di identificazione chiedo al cliente anche il contratto di lavoro. 
Negli ultimi tempi, però, a causa di spiacevoli sorprese con ospiti menzogneri, sono 
costretto a selezionare più rigidamente le professioni degli aspiranti clienti. La generica 
qualifica di impiegato, ingegnere, spogliarellista, vescovo, saldatore, eunuco non è più 
sufficiente per essere accettati nel mio hotel. Troppi falsi, troppa improvvisazione, 
impreparazione. Prima chiedevo una demo professionale, anche se in certi casi risultava un 
tantino complicato, come per gli addestratori di serpenti, gli specialisti in trapianti di rene, i
riparatori di tappeti volanti, ma adesso, con la para psicologia,  scopro subito le bugie e, 
gentilmente, dirotto il postulante verso altri alberghi più di bocca buona.
Bene, ma veniamo all'argomento di questa storia. Ieri è venuto da me, mentre sedevo dietro
il banco di marmo di una vecchia macelleria, usato ora come reception, un giovane 
dimesso, con l'aria di uno che non tiene in gran conto le apparenze. Prima di presentarsi 
fece alcuni gesti irragionevoli, ridacchiò per conto suo come un demente che si fosse 
ricordato di una cosa comica, sospirò profondamente alcune volte con l'espressione di chi 
vuol consolare un povero disgraziato, scuotendo il capo. Un istante prima che perdessi la  
pazienza, si presentò come Erasmo da Rimini, raccoglitore diplomato di desideri estremi.
Sulle prime pensai ad uno scherzo, ma, volendo mantenere un comportamento da vero 
albergatore moderno, non lo cacciai, gli sorrisi e lo pregai di compilare la scheda di 
registrazione. Confesso che un tantino curioso lo ero; tosto accompagnai il giovane in uno 
studiolo dove a suo agio avrebbe compilato il lungo e dettagliato documento di 
registrazione. 
Ecco il testo che alla fine potei leggere:
“Mi chiamo Erasmo da Rimini, ho 28 anni, mi sono diplomato all'Istituto “Apostoli 
dell'ultimo minuto” di Roma.
La mia professione consiste nell'accorrere al capezzale di una persona moribonda, farmi 
dire ciò che nel corso della sua vita, in certe circostanze, non  ha potuto o saputo dire e, 
quindi,  promettere al soggetto di farlo, se ancora possibile, per conto suo. La mia 
prestazione è totalmente gratuita, in fondo è un servizio sociale. 
Siamo ancora in pochi nel mondo a svolgere questa professione, che richiede molta 
intuizione sul momento preciso del distacco terreno del moribondo, per evitare che costui, 
ripresosi all'ultimo istante, si penta di aver espresso prematuramente il suo ultimo 
desiderio, causando con ciò spiacevoli conseguenze. È sottinteso che il candidato a questa 
professione debba anche possedere capacità valutative, cioè capire se il desiderio estremo 
del cliente non sia campato in aria.
Esempi? Il barone Slotti, che insultato e spintonato in malo modo da un giovinastro 
all'uscita da un cinema a luci rosse non seppe rispondergli per le rime, bloccato dalla sua 
educazione puritana volle che rintracciassi il maleducato e gli dicessi da parte sua, dandogli
anche un ceffone: Lei è un insolente! E forse anche un porco! 
Eseguii, e riferii al giovinastro solo la prima qualifica, perché in effetti erano stati entrambi 
in un cinema a luci rosse. 
Il signor Vettovaglio, ormai in fin di vita, mi pregò di andare da suo fratello, che era nella 
stanza accanto a quella in cui lui stava morendo e dirgli che sì, certo, lui, il Vettovaglio, non
aveva combinato niente nella vita, come il fratello aveva sprezzantemente sottolineato più 
volte, e questo era accaduto perché aveva privilegiato altri valori, diversi da quelli del 
fratello e del sistema culturale dominante, ma non per questo un diverso è un bruto, ecco 
cosa avrei dovuto dire al fratello: sono un diverso ma non un bruto. Glielo dissi e il fratello 
scosse la testa.
La signora Giorgina, anche lei sugli ultimi, mandò a dire al signor Giacomo che era uno 
stronzo, senza altre spiegazioni ed espresse il desiderio di baciarlo per l'ultima volta. 
Eseguii il mandato usando un eufemismo, ma il signor Giacomo non si presentò per 
soddisfare il di lei ultimo desiderio.
Il moribondo Antonio volle che dicessi a tutto il mondo che se c'è Dio e non è stato capace 
di fare un mondo migliore allora è un miserabile e quindi non è un Dio, ma non potei 
esaudire il desiderio, non perché non fosse sensato, ma perché materialmente impossibile 
da eseguire. 
Motivo della mia visita? Ho avuto una segnalazione di un probabile cliente in zona.
Permanenza prevista nell'albergo giorni uno.”
Istintivamente non volli accettarlo; quel giovane non mi aveva convinto, ma in quel 
momento squillò il telefono e un  conoscente di cui mi fidavo mi raccomandò di ospitare, 
almeno per una notte, un cero Erasmo da Rimini. Non ci pensai più e lo accompagnai nella 
sua stanza. Mi dedicai ad altri  candidati ; siamo a fine anno, quindi con vacanzieri, 
fuggiaschi, adulteri, predicatori, suicidi in giro, c'è molto lavoro.
Questo ieri; stamattina, scendendo di corsa le scale, ho inciampato e sono caduto sbattendo
la testa su uno spigolo del tavolo di marmo della reception. Ho perso i sensi e ora mi trovo 
nel mio letto. Faccio molta fatica a respirare, il mio corpo è paralizzato, sto malissimo, 
credo che non arriverò a sera.
Non mi dispiace andarmene da questo mondo, in fondo mi sono divertito, ho fatto tutto 
quello che ho voluto, o quasi, sì, quasi. In effetti, adesso che ci penso, proprio ieri avrei 
voluto mandar via quel tizio strampalato, come si chiama? Erasmo, ecco. 
Sento che si sta aprendo la porta; entra proprio lui, Erasmo. Lo chiamo e gli dico di lasciare 
subito l'albergo.
Lui mi sorride e mi dice: sì certo, eseguirò. Ora riposa in pace.    
La mia vicina ha capito tutto        (12­02­2010)

"Solo descrizioni, non spiegazioni: è  sano porsi i perché, è malsano dare risposte positive.
In realtà non sappiamo un cazzo e invece di starcene buoni buoni, come suggerisce la 
dottrina taoista (l'unica da tenere in conto) continuiamo a produrre spiegazioni 
insoddisfacenti" così disse la mia vicina di casa, un giorno.
Poi continuò:" Vede, signor Marinoni, io ho 89 anni e ho fatto una vita normale, cioè senza 
perversioni, eccessi, senza credere troppo alla religione e alla politica. Io sono a posto. Non 
mi venga con teorie gnoseologiche del cazzo. Voi uomini siete tutti dei coglioni. Invece di 
vivere, sprecate il tempo a inventare cazzate che vi impediscono di capire veramente la 
realtà."
" Ma cosa c'è veramente, concretamente da capire?" chiesi.
" Che non c'è niente da spiegare, che va bene così, che qualsiasi interpretazione è personale,
arbitraria, campata in aria, dalla più intelligente alla più stupida. Su che cosa fonda Lei, 
signor Marinoni, i suoi ragionamenti? Su dei principi che crede assoluti. Ma c'è qualcosa di 
assoluto?"
" No, ne convengo. Però se non ce la faccio coi soldi a tirare la fine del mese, una 
spiegazione ci sarà." dissi io.
" E Lei crede che le spiegazioni che le danno gli esperti sia la verità? Ma loro, gli esperti, 
dove cazzo la vanno a prendere?"
" D'accordo, la verità assoluta non interessa tanto, ma quella relativa, si. Noi viviamo di 
quella. E' possibile, se lo vogliamo veramente,  sapere se il fatto di avere sempre meno 
potere d'acquisto (forma minima di potere, certo) dipenda dalla mia inettitudine, dalla 
inettitudine dei nostri attuali governanti , dalla cupidigia del genere umano, dalla necessità 
storica ( che non si sa bene cosa sia, ma si può intuire, quando le cose arrivano a un certo 
punto di disarmonia)."
" E' chiaro che concorrono varie cause, come in tutti gli eventi di questo mondo: nel suo 
caso, signor Marinoni, la verità è un melange delle cause che Lei ha indicato e 
probabilmente anche di altre. Adesso ne sa quanto prima, però se si accontenta di verità 
relative, cioè non verità, dia pure la colpa a chi vuole, tanto è lo stesso."
"Così che dovrei starmene qui buono a guardare mentre altri mi depredano del poco che ho,
pensando che in fondo va bene così, che non c'è spiegazione, che non ci sono teorie, né 
verità assolute a cui affidarmi per trovare un senso a ciò che accade, a ciò che mi accade?" 
dissi indignato.
" Se vuole imbracciare un fucile e farsi giustizia, o instaurare un nuovo ordine mondiale, o 
locale e mettere finalmente in ordine le cose come vuole Lei, secondo la Sua verità, avanti, 
faccia pure.  Ma capisce che non fa altro che sostituire un non senso a un altro. Stia solo a 
guardare, dia retta a me, che ne so una più del diavolo. La giustizia, la verità, il significato 
sono parole vuote, per esempio come queste altre: importanza, dio, l'al di là, il necessario, il
dovere. Ma non voglio corromperla, signor Marinoni, continui a credere nella Verità, 
continui a sperare." concluse lei.
Mi accorsi che la mia vicina non credeva in nulla, o meglio, credeva che era giusto non 
credere. Ma se credeva questo, allora si contraddiceva. Glielo dissi e mi rispose che potevo 
credere quello che volevo, purché non lo prendessi sul serio. Però poi aggiunse che si può 
anche prendere sul serio qualcosa, purché  lo si sappia che si sta facendo una cosa senza 
senso, cioè prendere sul serio qualcosa. Ma alla fine disse che nemmeno questo ha 
importanza, che si può credere e prendere sul serio tutto oppure niente, che tanto è la 
stessa cosa.
" Signor Marinoni, è come se fossimo delle formiche chiuse in una scatola col coperchio di 
vetro e qualcuno più grande di noi (forse c'è davvero) ci guarda dal di fuori. Che 
importanza hanno per lui i nostri valori, le nostre verità, il nostro girovagare? E se poi non 
c'è nessuno là fuori, beh! vede che in ogni caso, come si diceva all'inizio, possiamo solo 
descriverci, non spiegarci."
Non so perché, ma dopo questa chiacchierata con la vecchietta, mi sento più rilassato, 
meno confuso, meno arrabbiato, non vedo cose storte dappertutto, ma solo cose, non gente 
che va bene o va male, ma gente che va, persino il fatto di essere felice o meno, comincia 
ad essermi indifferente e se cosi fosse, sarei finalmente libero. Vuoi vedere che ha ragione 
la vecchia? 

L'annuncio di lavoro   (26­10­2010)

Per necessità ha risposto all'annuncio “cercasi baby sitter serale”. Si presenta 
all'appuntamento per conoscere la famiglia e la loro casa. La signora, la mamma, è sulla 
trentina, grassottella,  truccata un tantino più del necessario, vestita  da commessa di 
gioielleria. Il padre, sulla quarantina, alto e asciutto, con un'aria da bancario, abbigliamento
formale classico. Non c'è altro da dire sui due, salvo che sono distratti, assenti, lui a volte, a 
tavola, le chiede la saliera, lei gliela porge mentre si guarda un braccialetto e la lascia 
cadere nell'insalata, lui si è già dimenticato di averla chiesta e fa altre cose.
Le chiedono come si chiama.  “Lucia”, risponde cinguettando la ragazza. La guardano 
sorpresi, come se si aspettassero di sentire un altro nome. Le spiegano i suoi doveri: 
preparare la cena per i tre bambini, farli giocare, intrattenerli con storie, metterli a letto. 
Vennero introdotti i tre pargoli: Luis di sette anni, già un po' obeso, Carlos di sei, miope, 
Victor di cinque, dall'aspetto apatico.
I genitori, dopo essersi raccomandati con Lucia di prestare un occhio particolare a Victor  
“Sa, è lievemente autistico”, se ne vanno e la ragazza, rimasta sola con i piccoli, li guarda 
più attentamente. Quanto sono brutti, pensa, hanno gli occhi troppo lontani tra loro, la 
bocca troppo grande e troppo umida, la testa troppo grossa. I bambini la guardano a loro 
volta, fissamente, docili, in attesa di istruzioni. Lucia li lascia in attesa mentre con gli occhi 
esplora la stanza. Alle pareti  sono appesi strani dipinti realistici: bambini morti accatastati 
l'uno sull'altro, un garage in fiamme in cui si intravede una figura seduta in un auto, un 
gruppo di anziani sdentati che ridono, un gregge di pecore che precipita in un burrone 
mentre due pastori si picchiano con i loro bastoni, il bancone di marmo di una vecchia 
macelleria con una testa bovina in primo piano.
Oltre ai mobili tradizionali, nella stanza ci sono, sparsi in modo casuale, dei vecchi forzieri. 
Fa sedere i bambini sul divano, davanti al televisore spento e comincia a raccontare loro 
una favola, quella di Cappuccetto rosso. Arrivata al punto in cui la protagonista sta per 
entrare nella casa della nonna si interrompe. “Bambini, ora vado in cucina a preparare la 
cena, inventate voi il finale della storia”.
Cucina moderna, dispensa piena di scatolame, frigorifero pieno di cibo cotto, bottiglie di 
vino nessuna. Ecco, per lo meno non bevono, pensa Lucia, che detesta i bevitori.
Decide che i bambini mangeranno minestrone, quindi mette nel forno a microonde il 
contenitore prescelto, poi torna da loro.
Sentiamo un po' cosa avete inventato. Tu Victor, come hai concluso la storia?
Victor l'apatico, o l'autistico la guarda ma non risponde. 
Su, Victor, secondo te come va a finire. Il lupo mangia anche Cappuccetto Rosso?
Victor si guarda le scarpe e tace. Lucia non insiste. 
Carlos, tu cosa dici?
Guarda, l'abbiamo già sentita mille volte questa storia. Il lupo si mangia anche la bambina e
qui dovrebbe finire il racconto.
Ma perchè? Chiede Lucia, non ti sembra che i cattivi vadano puniti?
Ma quali cattivi. Il lupo fa il suo mestiere, la nonna e Cappuccetto sono due sprovvedute, 
non c'è nessun cattivo, caso mai è il cacciatore che col suo moralismo viene a modificare un
equilibrio naturale.
Tu Luis, cosa ne pensi?
Io la penso come Carlos, però la farei andare aventi un po' di più, la storia. Una volta 
liberate la nonna e Cappuccetto, il cacciatore si innamora della ragazza e la sposa. La 
nonna perdona il lupo, lo fa ricucire da un veterinario e lo tiene in casa come animale 
domestico.
Sì, ma dopo un anno cosa succede? interviene Carlos. Succede, continua, che Cappuccetto e
il cacciatore non si sopportano più, litigano continuamente e divorziano. Anche il lupo non 
sopporta più la nonna e durante una lite violenta se la mangia, stavolta definitivamente.  
Poi tutti vanno per la loro strada, meno la nonna, ma tanto era già vecchia.
No, Carlos, Cappuccetto avrà dei figli e anche il lupo, che tornerà a viver nel bosco e la 
domenica si riunranno tutti a casa della nonna per ricordare quei terribili momenti.
Tutte le domeniche? Interloquisce Carlos, chissà che palle!
Va bene bambini, adesso mangiate, vi ho preparato il minestrone.
Ancora?  Ogni sera minestrone, fa Carlos.
La sera bisogna stare leggeri, sentenzia Lucia. Su, andiamo in cucina. 
Finita la cena i quattro tornano nel soggiorno e si mettono davanti al televisore. Guardano 
un reality.
In tutto questo tempo Lucia non ha mai sentito la voce di Victor. In disparte, sottovoce, 
chiede a Carlos, il più sveglio dei tre, se Victor è muto.
Carlos, con gli occhi rivolti al televisore, le dice che Victor è solo pigro. Lucia indispettita 
chiede a Victor di accompagnarla in cucina e il bambino la segue passivamente. Gli mette 
davanti un cestino di mele e gli dice di sbucciarle. Victor rimane immobile, come se non 
avesse sentito. Allora la ragazza gli ripete che deve sbuccire le mele. Il bambino, immobile, 
si guarda le scarpe. Lucia, sempre più alterata, gli grida che debe sbucciare subito le mele, 
ma Victor non si muove di un millimetro.  Lucia afferra un coltello da cucina con la mano 
destra, con la sinistra  prende una mela e davanti agli occhi inespressivi del bambino 
comincia non a sbucciare, ma a trafiggere il frutto. Così, si fa, così, così! Hai capito? Gli 
afferra la testa e gli pianta la lama nel collo. Il bambinetto cade a terra,  un rantolo, uno 
spasimo e rimane immobile.
Lucia è ancora in piedi con il coltello in mano mentre guarda il corpo a terra, quando 
Carlos, incuriosito dai rumori in cucina, spalanca la porta. Guarda il fratello steso a terra, 
una piccola pozza di sangue accanto alla testa. Esclama laconico: Perfetto, proprio come 
doveva finire. 
Lucia lo guarda con disprezzo, gli si avvicina col coltello in mano. Carlos è indifferente, 
come se stesse vedendo un film noioso. La ragazza lo colpisce tre volte, il bambino si 
accascia in silenzio.
E due, sussurra Lucia. 
Ora va in soggiorno, sempre col coltello in mano, ormai coperto di sangue. Cerca Luis con 
lo sguardo, non lo vede, comincia ad ispezionare una a una le stanze della casa.  Lo trova 
nella camara da letto dei genitori, dove, davanti allo specchio del bagno, si sta truccando 
coi cosmetici di sua madre. 
Lucia, senza dire una parola, gli si avvicina e lo pugnala alla sciena. Luis crolla al suolo.
Dopo essersi lavata le mani, la ragazza scende tranquillamente in soggiorno, raccoglie la 
sua borsetta e sulla porta di casa, prima di uscire, si guarda intorno e dice: Erano proprio 
brutti! 
La persona giusta     (12­07­2010)

Nell'insieme di consuetudini, opinioni, rituali, miti che costituiscono la cultura orientale in 
genere, c'è anche l'idea che la virtualità induce la realtà, cioè immaginare che qualcosa 
accade favorisce il suo accadere. Apparentemente, nella occidentale concezione 
meccanicistica del divenire quest'idea non ha senso. L'evento B segue l'evento A se A è 
causa di B, oppure B potrebbe accadere dopo A solo per puro caso. Nella visione orientale, 
invece, B è sempre determinato da A, purché uno lo desideri. A questo punto del mio 
percorso intellettuale opto, senza entrare ora nei dettagli, per la visione orientale che 
spiega meglio l'essenza della storia che segue.
Da tempo immaginavo di incontrare, nel parco cittadino dove passo buona parte del mio 
tempo libero, qualcuno con cui conversare dialetticamente su certi temi che stavano 
occupando la mia mente. Un bel giorno decisi di andare al parco sicuro che avrei incontrato
quella persona. 
Come me la immaginavo? Un uomo di mezza età, che ha sperimentato diversi modi di 
vivere e di pensare, ha fatto quel tanto di esperienze per non sorprendersi troppo della 
realtà, con un aspetto comune, giusto per non essere discriminato dalla gente, un aspetto 
curato solo quel tanto, insomma uno come me. Avrei anche potuto pensare a un guru 
indiano, con tanto di barba, turbante e lenzuolo bianco, che dice cose un po' troppo 
fantasiose, misteriose, incomprensibili, ma era troppo cinematografico. Sarebbe stato più 
originale pensare a una donna, una signora grassoccia, madre di famiglia con cinque figli 
piccoli e un marito disoccupato. Certo avrebbe di più i piedi sulla terra che il guru indiano, 
ma i piedi sulla terra sono forse la condizione più efficace per capire meglio la realtà? Ne 
dubito, come dubito di  tutte le verità che ho ascoltato finora. Mi immaginavo una persona 
diversa da tutte le altre, ma non riuscivo a darle dei connotati diversi dai miei, considerati 
come riferimento.
Presi posto all'estremità di una lunga panchina, immaginando che il convitato si sarebbe 
accomodato all'altra estremità, per poi avvicinarsi man mano che la conversazione si fosse 
animata. Passò  un uomo sulla cinquantina, con l'aspetto di un impiegato che si era dato 
per malato per potersi godere una giornata di libertà, rallentò, guardò la panchina con 
interesse, poi proseguì. Mi accorsi che la panchina da quella parte era sporca: fango, 
vernice, escrementi forse. Meglio così, pensai, se la teoria è buona avrà ragione di qualsiasi 
ostacolo. Guardai alcuni cespugli, pensai al loro mistero, da un cestino dei rifiuti spuntava il
manico di un ombrello, un uomo in tuta da lavoro si avvicinò con un secchio alla mia 
panchina e borbottando qualcosa si mise a pulire la parte sporca.  Sporcaccioni, disse ad 
alta voce. Vorrei vedere a casa loro se si permettono certe cose. Che roba è? chiesi, giusto 
per non sembrare altezzoso. Nutella, con quello che costa. Risparmiano magari sui 
quaderni dei loro figli e poi buttano i soldi così.                                                                      
Ognuno ha le proprie priorità, dissi, non per difendere gli imbrattatori della panchina, ma 
per non sembrare indifferente al tema. Giusto, continuò lui, ma i criteri che usano per 
stilare le loro priorità    sono forse corretti? Sa, dissi, ognuno ha i propri criteri,  i propri 
capelli, i propri valori. Che a loro volta, continuò lui, si fondano su alti valori, i quali a loro 
volta si basano ancora su altri e così via, come nelle scatole cinesi, fino ad arrivare 
all'ultima scatola. E cosa c'è dentro? 
Nulla, pronunciammo contemporaneamente. 
Mi alzai prontamente, gli strinsi la mano e mi avviai verso casa. Era lui la persona che 
avevo sognato di incontrare. La teoria orientale era stata dimostrata.
La stanza n. 8     (13­08­2009)

Entrando nel corridoio, in fondo a sinistra c'è la stanza n. 8. Mi incammino. Non entri, 
Signore, mi bisbiglia, incrociandomi un impiegato. Lo guardo stupito, ma quello, 
impassibile, esce dalla porta d'ingresso. Non c'è nessun altro in circolazione a cui possa 
chiedere. Chiedere che cosa, poi?
Ero entrato nell'edificio per delle mie ragioni, mentre passeggiavo, come è mio costume  in 
tarda mattinata, per il corso principale della città. Prima che potessi aprire bocca, il portiere
mi indicò l'ascensore dicendo: primo piano, stanza n. 8 e io mi incamminai obbediente. 
Non ho niente da chiedere a nessuno, in questo corridoio deserto, quindi raggiungo la 
stanza n. 8, giro la maniglia ed entro.
Non mi aspettavo, lo confesso,  di trovarmi in questo ambiente; avrei pensato di più a un 
luogo di uffici. No, questo non è un ufficio.  Nel centro della stanza, su una piattaforma 
piuttosto elevata, c'è un tavolo  con sopra un cadavere nudo.  
Il lieve stupore, per la nudità del corpo, più che per la sua condizione di cadavere, mi 
abbandona ben presto. In fondo sono in una sala di autopsie. Quel corpo non mi interessa, 
è solo una presenza provvisoria, in quella stanza. Solo ciò che appartiene stabilmente al 
luogo, sopravvive. La bellezza di una cattedrale, per esempio, è nelle sue pietre, negli 
affreschi, nei banchi consumati, nei porta candele vuoti, nel silenzio. Ma la folla dei fedeli, i
paramenti, i canti, le cerimonie, l'odore di fiori, di incenso, di uomini, tutto ciò è.....è così 
mutevole, provvisorio, disordinato, in una parola  “indescrivibile”. 
Sì, io sono un descrittore, di professione. Per descrivere ho bisogno di oggetti statici, 
ancorati alla materia e ai concetti che la sottendono. Una colonna è  sì un blocco di marmo 
con quella forma, ma è anche  l'idea che qualcuno ha avuto di fare proprio quella colonna. 
Una persona in una chiesa non ha nessuna importanza, tra pochi minuti non ci sarà più e il 
posto occupato da lei sul pavimento rimarrà vuoto, verrà occupato forse da qualcun altro, 
in futuro, o forse mai. Ma quel pezzo di pavimento  rimane lì, visibile anche domani, 
quando tornerò ad osservarlo, a scoprire, nei tasselli del suo mosaico, quella sfumatura di 
colore che ieri mi era sfuggita, quel graffio scuro prodotto da una rozza scarpa finita da 
tempo nella spazzatura, l'imperizia dell'artigiano, già morto da un pezzo, nel far 
combaciare due pietre di uno scalino del pulpito.
Ecco perché mi importa di più il tavolo che il corpo. É un tavolo da cucina da ristorante, in 
acciaio zincato, nuovo, inadatto per gli usi cui sembra destinato. Gli eventuali liquidi della 
dissezione finirebbero sulla piattaforma. Non è un mio problema. 
Oltre al tavolo e all'alta  piattaforma in legno nero,  più simile a un palcoscenico che a una 
pedana da lavoro, nella stanza c'è anche un tavolino con sopra gli strumenti del mestiere: 
bisturi, pinze, seghetto, scalpello, martello, una batteria elettrica con due fili, una frusta, un
bastone, un tirapugni, una candela, un registratore.
Lungo una parete, grigia come tutte le altre, sono allineate otto sedie. Su un'altra parete 
sono appese tre foto ingrandite, a colori: in una si vede la testa di una persona racchiusa in 
una museruola, in un'altra una donna seduta, di schiena, con una estesa lacerazione che le 
attraversa in diagonale il dorso. Sembra una ferita da arma da taglio. Nell'ultima foto si può
vedere una casa crollata, forse per un terremoto. Sul marciapiede antistante ci sono varie 
scarpe spaiate spruzzate di macchie scure. Accanto alle foto, un piccolo lavandino di 
ceramica, con varie incrostazioni di calcare e un asciugamani bianco, spiegazzato. Su 
un'altra parete, accanto a una finestra chiusa, con le tende aperte, un cartellone didattico 
con il disegno del corpo umano mostrando gli organi interni colorati in rosso. Nella quarta 
parete, infine, c'è la porta d'entrata, un attaccapanni a cui sono appesi due camici bianchi 
non stirati e un'altra porta più piccola, forse del bagno o di uno sgabuzzino. È chiusa con un
lucchetto e su di essa è inchiodato il calendario di una banca. Alcuni giorni del mese sono 
cerchiati in rosso. In un angolo della stanza c'è un secchio per lavare i pavimenti, 
senz'acqua e un moccio consumato e sporco. 
Nell'aria c'è odore di soffritto o di qualche altro cibo. Il lampadario è spento. L'orologio a 
muro, appeso all'altezza del bacino del tabellone didattico, segna le undici. In un angolo c'è
il cestino dei rifiuti, che contiene solo la scatola di cartone vuota di una pizza da asporto. 
Davanti alla finestra, sul pavimento, una piccola mucca di peluche, consumata e sporca.
Faccio un giro per la stanza, accertandomi di aver descritto tutto, poi esco chiudendomi la 
porta alle spalle. Consegnerò la lista dell'inventario dopo pranzo, negli uffici della società di
traslochi La Moderata, per la quale lavoro  ormai da vari anni. 
                                                                                          
La zia Guadalupe      (20­06­1996)
(Favola per Fabi)

Una bambina tornava da scuola con sua mamma. La piccola voleva portare un regalo a suo 
papà e stava giusto pensando a cosa poteva regalargli.
Mentre camminavano una signora non troppo vecchia e molto elegante chiama la mamma 
della bambina e le dice: Non ti ricordi più di me? Sono tua zia Guadalupe, la sorella di tua 
mamma. Forse non mi riconosci più perché sono stata via molti anni e tu eri ancora molto 
piccola quando sono partita.
La mamma della bambina, per non sembrare scortese, finge di riconoscerla e dice: Ah, sì, tu
sei zia Lupe, Lupita, ora mi ricordo, come stai? 
Bene, bene, risponde la signora e cominciarono a parlare delle loro cose, mentre la 
bambina osservava in silenzio quella strana signora.
Quando finirono di parlare la nuova venuta si rivolse alla bambina e le disse: Che bella 
bambina, ti voglio fare un regalo, e le diede un portamonete di pelle nera, molto bello.
Grazie zia, disse la bambina, poi, insieme con la mamma, tornò a casa.
Ecco il regalo per il mio papà, pensò la bambina e decise di dargli il portamonete di pelle 
nera.
Il papà fu molto contento del regalo, però, in quel momento, non aveva nessuna moneta in 
tasca da poter mettere nel portamonete, così che lo lasciò vuoto sul suo tavolino da notte.
Intanto suonò il telefono e la bambina andò a rispondere. Era la zia Lupita che le disse: 
Senti tesoro, nel portamonete che ti ho dato, ci sono due monete d’oro che mi sono 
dimenticata di togliere. Me le puoi portare per favore? E le diede il suo indirizzo.
La bambina rimase molto sorpresa perché era sicura che il portamonete fosse vuoto quando
la zia glielo aveva dato. Andò a prendere il portamonete dove lo aveva lasciato suo padre e 
vide che effettivamente era vuoto come lei pensava.
Chissà perché questa signora, pensò la bambina, si è inventata questa storia delle monete. 
Però se lei vuole le due monete che dice di avermi dato, dovrò pur portargliele. Come farò?
Dopo averci pensato su un po’ la bambina decise, con  grande dolore, di vendere la sua 
migliore bambola ad una amica che gliela aveva chiesta diverse volte. Ma non sarebbe stato
sufficiente per avere due monete. Pensò allora di chiedere alla mamma una moneta, in 
cambio lei avrebbe fatto le pulizie, anche quelle più brutte, come per esempio lavare i 
bagni, per un anno intero.
Il giorno dopo riuscì a vendere la bambola alla sua amica e ottenne l’altra moneta dalla 
mamma, come s’era proposta. Andò quindi con le due monete a casa della zia, all’indirizzo 
indicatole.
La zia la accolse molto amabilmente, le offrì dei dolci, delle bibite, un libro di figure da 
colorare e una scatola di colori speciali che, una volta messi sulle figure da colorare, se la 
bambina voleva cambiarli, bastava dicesse “via il rosso” e il rosso spariva così che poteva 
metterci al suo posto un altro colore.
La bambina però non si sentiva molto a suo agio e diede subito alla zia le due monete d’oro.
La zia, sempre sorridente, le disse: Brava, vedo che sei stata diligente, ma forse hai capito 
male al telefono: erano quattro, non due,  le monete nel portafoglio.
Va bene, te le porterò, disse la bambina senza discutere e tornò a casa, molto triste perché 
proprio non sapeva come avrebbe fatto ad ottenere altre due monete d’oro e poi perché 
tutto questo le sembrava ingiusto. Altro che regalo, pensava, quel portamonete è stata una 
maledizione. 
Quando fu nella sua cameretta pianse un po’ per consolarsi, poi saltò in piedi e decise di 
trattare la zia come questa aveva trattato lei. La bambina era stata generosa e disponibile la
prima volta e aveva fatto dei sacrifici per portarle le due monete d’oro, ma ora si sentiva 
presa in giro e pensò quindi di rispondere alla burla con un’altra burla.
Telefonò alla zia e le disse: Senti zia, quando ero li’ da te, seduta nella poltrona, devono 
essermi scivolate fuori dalla tasca due monete d’oro, che ora non trovo più. Sono sicura che
quando sono venuta da te per darti le monete che mi avevi chiesto ne avevo proprio quattro
in tasca. Due te le ho date, le altre due sono certamente nella tua poltrona. Per favore 
cercale e tienile tu come d’accordo. Ciao. E riappese il telefono prima che la zia potesse 
replicare.
Nello stesso istante suonarono alla porta e la bambina andò ad aprire. Non poteva credere 
ai propri occhi: davanti a lei c’era la zia in persona. Ciao, le disse la zia, posso entrare? 
Certo, accomodati su quel divano, riusci a dire la bambina e si girò per indicarglielo. 
Quando vide il divano, altra sorpresa: la zia era già lì seduta. La bambina era sempre più 
sbalordita, ma cercò di non perdere la calma.
Sono venuta, cominciò la zia, a complimentarmi con te, perché hai dimostrato di essere una
bambina generosa e anche intelligente. Si deve essere buoni, però fino a un certo punto, 
poi, al posto del cuore, bisogna usare il cervello. Le quattro monete che ti ho chiesto, 
intanto sono diventate otto e non si sono mai mosse dal portamonete nero. Vai a prenderle,
quelle sono per te. 
La bambina andò nella camera del papà, prese il portamonete e vide che in effetti 
conteneva otto monete d’oro. Tornò nella stanza dove aveva lasciato la zia, ma questa era 
scomparsa. Le telefonò a casa, ma un uomo le rispose che lì non aveva mai abitato nessuna 
zia Lupita.
La bambina si sedette allora sul divano, guardando nella mano, sempre più perplessa, le 
otto monete d’oro.

Lettera al Direttore   (12­12­1989)

Caro Direttore, sono una ragazza molto procace, con delle curve più pronunciate del 
normale, in altre parole sono una maggiorata fisica, una bonona, insomma una di quelle 
che si vedono nelle riviste pornografiche. 
Infatti lavoro come modella in una di queste riviste, non proprio porno, ma che si limitano 
a presentare corpi nudi. La mia specialità è la parte posteriore, voglio dire il sedere. È di 
dimensioni straordinarie, faccia conto come due cupole arabe avvicinate. Morbide ma non 
flaccide, rosee e soprattutto, immense. Stando cosi le cose, è naturale che la mia posizione, 
diciamo così, professionale, sia bocconi, cioè a pancia in giù, su un letto opportunamente 
preparato in modo che il rilievo delle natiche si stagli in tutta la sua poderosa quantità.
I seni normalmente affondano tra i cuscini della scenografia, le gambe allungate 
mollemente di profilo, le braccia abbandonate in modo voluttuoso. Rimane poi la testa che 
generalmente è in diagonale rispetto all'orizzontalità del corpo, guardando verso l'obiettivo 
della macchina fotografica. Non sempre il sorriso, che sono tenuta per contratto ad 
assumere, mi viene bene, anzi è questo uno dei miei maggiori crucci in questa professione. 
Il direttore artistico e il proprietario della rivista, due persone sulla cui professionalità 
comincio a dubitare, mi dicono di formare un sorriso provocante e promettente, che lasci 
intendere all'osservatore chissà che cosa (non mi hanno mai detto cosa) e nello stesso 
tempo un sorriso casto, da ingenua. Una via di mezzo tra voluttà e ripugnanza, tra candore 
e perversione. Un agro dolce lascivo, una mortificazione gioiosa come forse era il sorriso dei
martiri cristiani sul rogo, un ti do e ti tolgo, un darei ma non più lasciato alla creatività 
morbosa del lettore. 
Ebbene, il più delle volte, con tutta quella confusione di sottintesi, mi esce un'espressione 
completamente inadeguata alla posizione in cui mi trovo. Sembra quasi che abbia dei 
bruciori di stomaco, o che abbia fiutato un odore sgradevole tra i cuscini, o che stia per 
arrivarmi una paralisi ai muscoli facciali. Mi esce un'espressione da ebete, da allegra 
mentecatta di cui mi vergogno molto. Una volta mi sono persino messa a piangere.
Però il mio vero problema, caro Direttore, è un altro. Da un po' di tempo non riesco più ad 
essere tranquilla e soddisfatta del mio lavoro. Mi viene continuamente da chiedermi: è 
giusto quello che faccio? E poi: quando la gente  mi vede sulle riviste penserà di me 
qualcosa di poco onesto? E che cosa sente guardando le mie natiche? 
Qualcuno mi ha detto che nella vita si possono fare altre cose più importanti che far vedere 
le proprie natiche nude, che ci sono valori più alti. Questo lo so, ma io non credo di far 
male a nessuno se mostro il mio corpo nudo in fotografia. Molte ragazze vorrebbero essere 
al mio posto!
Però non sono contenta perché ho la sensazione che tutto questo sia falso. Non mi sembra 
naturale, insomma. Lavare i piatti, cucinare, scopare la casa, ecco, mi sembrano cose più 
logiche, più sensate. Io quasi non mi riconosco quando mi vedo esposta in un'edicola. Sono 
proprio io quella lì, mi dico, con quelle naticone, che mi sembrano anche un po' ridicole? 
Cordiali saluti.
Sofia da Milano    
Maestro: cerca di scrivere di cose normali, comuni, omologate dalla cultura convenzional­
dominante, aspetti conosciuti di cose conosciute. Vuoi essere per forza originale? ma la 
ricerca di cose nuove non è segno di originalità. È più originale cambiare un pelo di una 
cosa arcinota che sostituirla con un'altra. Mi spiego? L'originalità è quasi impercettibile. 
Guarda i due esempi: 

a) le prese una mano e la strinse tra le sue. Com'era bianca, morbida, liscia. La guardò negli
occhi e avrebbe voluto baciarglieli. Si disse come sarebbe stato bello se si fossero 
incamminati lungo un viale frondoso, stretti l'uno all'altra, mentre gli ultimi raggi del sole 
attraverso le foglie avrebbero disegnato sui loro vestiti fantastiche figure luminose. Lei, 
come se gli leggesse nel pensiero, la ritrasse.  Lui si riscosse da quell'inopportuna fantasia e 
disse: molto piacere, Giovanni Villa.

b) gli porse una mano fredda, ostile. Lui gliela strinse, con disagio, come avesse toccato un 
polipo morto. Eppure era una bella donna, volentieri l'avrebbe accarezzata, baciata. 
Guardandole una spalla disse: Villa, piacere.

Alunno: maestro, scusi, a me non sembra che qui si tratti di originalità sottile. Questi sono 
due esempi di stili diversi.
Maestro: Ah sì? E cos'è lo stile? Non è forse il modo in cui si dicono le cose? Negli esempi il 
tema è un'inezia: una donna viene presentata a Giovanni Villa. Ora, che il fatto venga 
raccontato dal punto di vista del Villa, come nei due esempi, o da quello della signora, è 
una questione di scelta dei contenuti e questo riguarda l'architettura del racconto. Lo stile è 
la pelle di quest'architettura.
Si può trattare, conciare come si vuole.
Allievo: ma non è un po' riduttivo? L'atmosfera, i sensi, l'attesa, la poiesi, dove sono finiti?
Maestro: roba vecchia!
Allievo, ma Lei maestro, ha detto che basta cambiare solo un  pelo della tradizione per 
essere originali, cioè avere un proprio stile.
Maestro: è vero, e non ti sembra che il secondo esempio cambi in fondo solo un pelo della 
pelle precedente?
Allievo: a me sembra che cambi molto più di un pelo. Nel secondo caso si è persa tutta la 
spiritualità della mano di lei e di lui non c'è più traccia del sogno romantico.
Maestro: proprio questi sono i peli che andavano tolti. E si poteva andare oltre, nella 
depilazione e dire soltanto: la signora venne presentata a Giovanni Villa, o, in modo ancor 
più sintetico, i due si conobbero.
Allievo: ma lo scintillio lessicale, le pennellate di colore, il trascinamento del lettore a 
vedere con gli occhi del narrante, il taglio conativo....
Maestro: tu devi solo comunicare, non vendere. Prendi quest'altri tre esempi:

a) il cuoio del divano era tutto screpolato per l'usura,  macchie di colore scuro, 
sopravvissute a inefficaci tentativi di pulitura, picchiettavano in modo casuale cuscini, 
braccioli, schienali del vecchio mobile.

b) il vecchio divano di cuoio era tutto pieno di macchie scure.  

c)il divano era uno schifo.

Maestro: chiediti che cosa vuoi dire: vuoi descrivere il divano? Vuoi dire quello che pensi 
del  divano? Vuoi creare nel lettore un atteggiamento specifico nei confronti del divano? O 
vuoi semplicemente informare il lettore che il divano è brutto?
Allievo: sì,  questo, ma vorrei arricchire l'informazione. È così cruda!
Maestro: credi che spetti a te, narratore, stabilire i gusti del pubblico? Al lettore vero di te 
non interessa niente, sei solo uno strumento di comunicazione. Limitati a trasmettere solo i 
contenuti e non metterci del tuo. A chi vuoi che interessi la tua opinione su un vecchio e 
sporco divano?
Guarda, il mio ultimo romanzo è un chiaro esempio della mia poetica letteraria. Si intitola 
Una vita. Te lo leggo: 
                                                                          Una vita
Iniziò, poi finì. 
                                                                             Fine
Allievo: grazie, Maestro!
L'inserviente       (06­10­1988)

Non è che non mi piaccia lavorare. Quello che non mi piace è dedicare il mio tempo e le 
mie energie ad attività insulse. Tutte le attività sono insulse, quale più, quale meno. Perciò 
ho lavorato poco nella mia vita, finora. È inutile dire che il giudizio dei miei conoscenti su 
di me è del tutto negativo e sfiduciato. Sono convinti che una pianta storta difficilmente, in 
seguito....beh, si sa. Anch'io la penso così. Si tratta solo di sapere se la pianta è veramente 
storta e i loro occhi diritti, o non viceversa. 
Sia come sia, sta di fatto che non ho mai resistito molto tempo nei miei vari lavori e questo,
come dicevo, a causa di una indisponibilità spirituale a riempire in modo intrascendente il 
mio tempo. Non credano, i miei conoscenti, che tutto ciò mi abbia rallegrato, che abbia 
trovato comodo, con questa scusa dell'intrascendenza, passarmela da scansafatiche. Nient 
affatto. Io ho sofferto molto più di loro, pazienti e sottomessi lavoratori. Saturare di ozio la 
mia mente e i miei giorni pesava più a me di quanto potesse pesare loro il dover formulare 
e pronunciare giudizi negativi nei miei confronti. 
Ma ora nel mio giardino interiore tutto è cambiato. Una pioggerella benefica sta irrorando 
le piante aride ed esauste  da tanti anni di siccità. Tutto si vivifica e rinverdisce. Insomma 
ho incontrato il lavoro vero della mia vita. Sono giunto al punto a cui tutti i miei sforzi 
inconsciamente tendevano. La meta, che è costata tanti dubbi, tante paure, tanta solitudine 
e disistima, è qui davanti a me e mi sorride. Ho il lavoro giusto, utile, umano, sottolineo 
umano. Forse è un po' difficile, così all'improvviso, dargli una definizione, un nome, come si
fa per esempio con  l'idraulico, l'avvocato, il panettiere. 
Io lavoro, per la precisione, in un albergo. Se proprio dovessi darmi una qualifica sarebbe 
quella di assistente di camera con funzioni protettive. È un lavoro molto discreto e quasi 
sempre lo sbrigo nella penombra, a meno che i clienti, ma raramente succede, non 
preferiscano durante la loro permanenza nei locali dello stabilimento alberghiero 
l'illuminazione artificiale completa. Per dirla tutta, lavoro in uno di quegli alberghi di 
passaggio, sull'autostrada, dove le coppie vanno a fare l'amore, legittimamente o no, questo
non mi riguarda. Discretamente celato dietro un paravento assisto, con il dovuto rispetto e  
il necessario non coinvolgimento emotivo, al compimento dell'atto amoroso. Gli amanti, 
soprattutto se giovani, si sa, sono molto focosi. Durante i loro amplessi non si preoccupano 
molto di non far scivolare giù dal letto le coperte e rimanere, così, nudi ed esposti a spifferi 
o a pericolose correnti d'aria. E in inverno ciò può essere fatale. 
Ora, anche nei migliori alberghi attrezzati con i più sofisticati impianti di riscaldamento, il 
fatto di rimanere nudi dopo il coito, magari sudati e in certe posizioni di abbandono 
anatomicamente non rilassanti, può provocare seri fastidi alla muscolatura, 
compromettendo in tal modo altri possibili accoppiamenti. Ecco che allora intervengo io. In 
silenzio esco dal mio ritiro e mentre gli amanti, provati dallo sforzo e non coscienti d'altro, 
si lasciano affondare nel torpore per inseguire e gustare gli ultimi residui di piacere, io 
raccolgo da terra le coperte ammonticchiatevi e con estrema delicatezza le ridistendo sui 
corpi giacenti proteggendoli così dalle offese del mondo esterno. Dopo di che, sempre 
silenziosamente, esco dalla stanza tirandomi dietro la porta.
La profonda cura e la destrezza richieste nel momento culminante di questo lavoro, ne 
fanno più che una professione, una missione, direi, un'opera profondamente umana. Però, 
benché entusiasta di questa mia nuova posizione nel mondo, sono lievemente afflitto dal 
sospetto che non tutti i miei conoscenti potrebbero apprezzare la qualità del mio lavoro e 
che molti di loro, disarmati di fronte ai comuni pregiudizi, saranno costretti, loro malgrado 
certamente, a ribadire e fors'anche a rinforzare il consueto giudizio negativo su di me.
L'ordinatore di penne     (17­12­1997)

Certe attività sono più emozionanti di altre. Per esempio quella di colui che, in un'azienda 
di molti uffici, ha l'incarico di riordinare le penne sulle scrivanie quando gli impiegati se ne 
sono andati.
Lavoro banale, superfluo, ozioso? Niente affatto.
Quante persone lavorano in un'impresa di, mettiamo, 40 uffici? In ogni ufficio ci sono per 
lo meno due scrivanie. In totale 8o. Su ogni scrivania, come dotazione minima, ci sono 
almeno tre penne, una matita, due evidenziatori. Totale sei pezzi per ogni scrivania, quindi 
480 complessivamente. In più ci sono le penne personali, quelle pubblicitarie, quelle 
dimenticate dai visitatori esterni, quelle già esaurite e non ancora buttate via. Un calcolo 
approssimativo potrebbe dare 120 pezzi che, sommati agli altri, arriverebbero a 600 in 
tutto. Numero non indifferente, considerando un'azienda di soli 40 uffici. Se ne prendiamo 
una di 100 o 1.000 il numero di penne in circolazione diventa astronomico. Se è vero il 
rapporto di 1 a 15 come nell'esempio fatto sopra, in 1.000 uffici il numero di penne 
esistenti sarebbe di 15.000. Banale?
(sono così pochi e così brevi i momenti di piacere nella mia vita che, quando capitano, li vivo 
con un'avidità e intensità sproporzionate al reale valore di quelle occasioni)
Dicevamo che l'ordinatore di penne non è affatto un lavoro facile. Richiede buone dosi di 
discrezionalità, di senso estetico, di intuizione psicologica, capacità di previsione, senso 
dell'ordine, della decenza, della comunicazione e dell'economia.
Ma fammi il piacere! dirà qualcuno. Va bene allora: vediamo le cose in dettaglio. 
L'ordinatore, come lo chiameremo d'ora in poi, entra in funzione alle ore 18, alla chiusura 
degli uffici, quasi strappando di mano all'ultimo impiegato la sua prima penna da ordinare. 
Ma bisogna subito chiedersi da dove si comincia. Dal direttore generale o dall'ultima 
centralinista? Ultima nel senso cronologico dell'assunzione, si capisce. L'ordinatore non ha 
pregiudizi di caste, né valori gerarchici. Per lui le differenze tra un ufficio e l'altro non sono 
di status sociale, bensì di funzione.
Lui decide di cominciare, questo è il suo primo atto discrezionale, ogni sera da un ufficio 
diverso e sintonizzare tutto il lavoro successivo su questa prima scelta. È il suo la. Questa 
sera inizia con la scrivania del direttore Ufficio Estero. È chiaro che l'ordinatore conosce 
personalmente ( ma non necessariamente la cosa è reciproca, anzi, quasi mai lo è) ognuno 
dei dipendenti dell'azienda. Lui sa che il direttore Estero ha 45 anni, sposato ma separato, 
ama il golf, i libri di Bevilacqua, la cucina cinese, le donne formose, le vacanze a Porto 
Cervo, le stilografiche Mont Blanc. 
L'ordinatore si avvicina con rispetto ( ma sappiamo che non è per la persona) alla scrivania 
vuota. L'osserva per un istante come farebbe un generale guardando l'esercito nemico e 
formula dentro di sé la strategia da applicare. Guarda le varie posizioni in cui sono rimaste 
le penne sul piano del mobile e da questo intuisce come è andata la giornata lavorativa e 
prevede come andrà il giorno dopo. L'evidenziatore rosso usato per indicare i punti difficili 
della corrispondenza con l'estero è nel centro della scrivania, privo di cappuccio come a 
indicare un uso frenetico di sé. La matita per le note in margine è quasi spuntata ed è sul 
lato destro dello scrittoio, continuamente a portata di mano. La Mont Blanc, usata 
normalmente per le lettere confidenziali, le firme di documenti importanti, gli inviti 
personali è rimasta inattiva allo stesso posto del giorno anteriore. La penna biro, di normale
dotazione, che si usa per scrivere delle minute o disposizioni urgenti, giace mordicchiata 
accanto alla matita. Non è difficile a questo punto, per l'ordinatore, dedurre che per il 
direttore Estero  non è stata oggi una giornata tranquilla e piacevole.  L'ordinatore non 
deve solo ordinare, ma soprattutto suggerire con la disposizione delle penne una possibile 
dinamica operativa, quasi esistenziale, nelle persone che si siederanno alle scrivanie da lui 
ordinate.
Una volta riuscì ad indurre il signor Paolo ad utilizzare la penna stilografica e non una biro 
qualsiasi, per scrivere un invito a cena a una collega di cui era segretamente innamorato, 
dimostrandole così la serietà delle sue intenzioni. Si, va bene, come se quella sua collega 
fosse una esperta decodificatrice di materiali grafici, dirà qualcun altro. Non c'è bisogno di 
esserlo. Chiunque saprebbe distinguere tra un biglietto scritto superficialmente a biro e uno
più elegantemente scritto con la stilo.
La decenza poi è importante per l'equilibrio emotivo della persona. Una penna irritante per 
colore, forma, per l'odore del materiale, il richiamo pubblicitario, le brutte associazioni di 
idee, non può produrre nulla di buono.
Quanto tempo ci si mette ad ordinare tutte le penne di una scrivania? Un osservatore 
superficiale dirà che un minuto basta e avanza. Questa persona certamente non saprà 
vedere la differenza che c'è tra imbiancare e affrescare una parete. Ebbene, un buon 
ordinatore non ci impiega meno di cinque minuti. Va da sé che in un normale turno di 
lavoro può sbrigare al massimo una cinquantina di scrivanie. Nelle grandi aziende il gruppo
degli ordinatori può essere notevole. In questi casi esiste una vera e propria scuola e non 
pochi conflitti dottrinari.

P.S. Si consiglia, per chi volesse intraprendere questa moderna professione, di sviluppare 
particolarmente il senso della tolleranza e quello della pietà umana. Nello svolgere 
quotidianamente questo lavoro a volte capita di imbattersi in testi che, francamente, 
andrebbero soppressi. 

Loro due       (14­05­2008)
La casa dove abitava lui non era grande, né bella e nemmeno in una bella posizione. Ciò 
non importa, dato che la storia non si svolge in casa sua. Quella di lei, invece, era molto 
spaziosa, tanto che a volte, loro due, vi si perdevano, per ritrovarsi poi, felicemente, in 
qualche stanza che non avevano ancora visto.
S'erano dati appuntamento alle quattro, a casa di lei, stanza numero 32. Come? Un 
albergo? No, una casa molto grande, come s'è detto. Che c'è di strano?
Quando lui arrivò, nella stanza non c'era ....sì che c'era, era seduta di spalle, in una 
poltrona. Le si avvicinò e la guardò di fronte. Non era lei. Le assomigliava, ma non era lei, o
sì? Sembrava più vecchia, più magra, più assente. Le disse ciao, come stai? Lei lo guardò 
lievemente sorpresa, si toccò la fronte, già venata da qualche ruga, come chi si sforza di 
ricordare e un po' incerta disse, Paolo?
Sì, certo, rispose lui, meravigliato. C'è qualcosa che non va?
É che mi sembri diverso, oggi. Così giovane.
In cambio tu oggi, mi sembri affaticata e si trattenne dal dire invecchiata, anche se era 
sbalordito da quanto lo fosse, ora che la osservava con attenzione. Com'era possibile, si 
chiese. S'erano visti il giorno prima!
Cara, ti senti bene? Vuoi che ti porti qualcosa ? Un te, un bicchiere d'acqua, un'aspirina? 
Vado in cucina, torno subito. 
Uscì nel corridoio. Accanto alla porta di una stanza, la 47, c'era un ombrello di plastica 
verde. Va bene, ma dov'era la cucina? Che strano, solo il giorno prima girava per quella 
casa senza problemi e ora si chiedeva dove fosse la cucina. Vicino all' ingresso,  forse. Ma 
dov'era l'ingresso? Insomma da che parte era entrato e quando era entrato? Ma non era 
entrato poco....no, non si ricordava. 
Beh! entro qua, si disse spingendo una porta, la numero 20. La stanza gli sembrava 
famigliare, anzi, si accorse subito che era identica a quella da cui era uscito poco prima. 
Intravide Michela di spalle, seduta in una poltrona e le si avvicinò. Gli sembrava di aver già 
vissuto quel momento, come si dice, un degià vu. Quando vide Michela di fronte, altra 
sorpresa. Era più giovane, molto più giovane di prima. 
Che c'è Paolo, ti senti bene? gli chiese. Mi sembri stanco, un po' tirato. Siediti. Vuoi che ti 
porti qualcosa, una limonata, un'aspirina? Torno subito ed uscì rapidamente. Paolo era 
confuso. Cercò di fermare Michela ed usci anch'egli dalla stanza. Nel corridoio, che non 
riconobbe, non c'era nessuno. Silenzio. Michela! chiamò. Nessuna risposta. Spinse la porta 
della stanza accanto, la numero 81 ed entrò. Ancora la stessa stanza, uguale alle 
precedenti. Michela seduta di spalle, in una poltrona. 
Ora Michela era vecchissima, avrà avuto più di ottant'anni, le mani, i capelli, i vestiti da 
vecchia, con l'odore di una persona malata. Michela! le gridò. Lei non si mosse, poi 
lentamente alzò gli occhi acquosi su di lui, senza guardare, indifferente. Sono io, Paolo, 
gridò di nuovo. Ma Michela già aveva abbassato lo sguardo sul grembo, come se le costasse 
fatica tenerlo alzato.
Paolo non sapeva cosa pensare, cosa fare, non capiva, si muoveva per la stanza, confuso, 
incredulo. Usci in corridoio, si guardò intorno e si accorse per la prima volta che in quel 
corridoio c'erano decine e decine di stanze. Incredibile. Non se ne era mai accorto.
Entrò in quella di fronte, la numero 16. Stessa dinamica. Michela era una ragazzina 
adolescente, che non lo riconobbe, come se non l'avesse mai conosciuto prima. Sono io, 
Paolo, disse lui. Michela lo guardò sorpresa, poi  continuò a leggere il suo libro. 
Paolo usci nuovamente nel corridoio, lunghe file di formiche vagavano sui muri. Le porte 
erano tutte uguali, numerate da 0 a 99, ma non in ordine cronologico. Passò nell'aria un 
insetto rumoroso e si posò sullo stipite della porta numero 99. Per curiosità Paolo vi entrò. 
Due persone erano sedute di spalle, su un divano, immobili. Nella stanza c'era un odore 
orribile, di muffa, di vecchio, di putrefazione. Tutto era logoro, là dentro. Paolo non si volle
avvicinare, ma uscì subito. Era chiaro, pensò, si trovava, chissà come, in una metafora, 
quella della vita: ogni stanza un anno di vita. Ma quella di Michela. E la sua?
Era forse uno di quei due puzzoni della stanza 99?
Nel corridoio passò un gatto. Paolo lo seguì e si trovò davanti ad una porta senza numero, 
socchiusa. Il gatto entrò lì, seguito da Paolo e si trovarono entrambi per la  strada. Paolo 
guardò il gatto allontanarsi tranquillamente, poi si guardò intorno e si incamminò anch'egli,
verso casa sua.
Lo scomparso     (20­08­2008)

Una sera, mentre camminavo, solo, lungo un marciapiede, sono scomparso, non morto 
perché qualcosa ha posto fine alla mia vita, ma semplicemente sparito, uscito dalla realtà, 
come succede nei film di fantascienza. Ero vivo, ma non ero più presente e percepibile in 
quella realtà in cui ero stato fino ad un istante prima. Non ero invisibile, ma, ripeto, 
scomparso.
Dov’ero? Prima di rispondere devo dare qualche spiegazione sui precedenti che hanno per 
lo meno contribuito al realizzarsi di quel fatto. La mia recente filosofia di vita mi ha 
condotto a svalutare ogni cosa in base al principio che la realtà oggettiva non esiste, ma 
esiste solo una realtà soggettiva nella mente di ognuno di noi. Quello che noi chiamiamo la 
Realtà è solo convenzione, più o meno accettata da tutti per poter continuare a vivere  
insieme. Le cose in sé non hanno alcun valore, né potrebbero averlo, dato che nessuno può 
decidere per tutti. Quindi ognuno di noi da alle cose il proprio valore, in base a criteri presi 
dalla realtà che a sua volta è fatta da valori convenzionali che si fondano su altri valori 
convenzionali, in un lunghissimo gioco di scatole cinesi alla fine del quale c’è il nulla. Ma si 
potrebbe dare anche nessun valore alle cose, non è necessario farlo, in base al fatto che non
esiste nessun valore oggettivo che renda necessario dare valore alle cose. Il diamante, per 
esempio, ha solo un valore di mercato, che serve per vivere in società. Disconoscerlo 
significa privarsi dei vantaggi che il possesso del diamante conferisce al sua possessore. Ma 
questi vantaggi , che valore hanno? Eccoci entrati nel gioco delle scatole cinesi.
Negli ultimi tempi ero arrivato a comprendere chiaramente il meccanismo dei valori e a 
dedurre che la Verità non esiste. Prova ne è che, nonostante la mia rigorosa dimostrazione, 
la mia è pur sempre un’opinione. Ero come un bambino al quale è appena stato detto che 
Babbo Natale non esiste e non ha ancora regolato la sua visione della realtà sulla nuova 
scoperta. Gli ci vorrà un po’ di tempo, qualche minuto, qualche ora? A me sono occorsi 
parecchi mesi. Sapevo che la mela che stavo mangiando con molto gusto non aveva 
nell’universo un valore assoluto, che il gusto che provavo era solo un condizionamento 
culturale ecc., però continuavo a crederci con la maggior parte di me stesso.
Finché quella sera il processo di auto consapevolezza si  è completato. Improvvisamente 
tutto ha perso di significato, cioè di valore. Tutto è sparito, non io sono sparito, ma tutto ciò
che non ero io. Per un osservatore esterno, in effetti, a sparire sono stato io, ma dal mio 
punto di vista è stato il contrario. Chi mi vede, ora, continua ad attribuirmi le cose di 
sempre, pensa che io penso come lui, vedo le sue stesse cose e do loro il  valore che lui gli 
da. Ma ciò che vede quell’osservatore è soltanto la sua immagine di me, che lui s'è formato 
in base ai suoi valori, cioè vede un me inesistente, che non corrisponde più nemmeno 
lontanamente a quello che ero prima di sparire.
Dove sono allora? Sono ancora qui, dove sono sempre stato, diverso da prima perché sono 
fatto di valori diversi, che sono pur sempre valori relativi provvisori arbitrari. Conclusione: 
c’è o no qualcosa di vero in questo mondo? 
Città del Messico, 20 agosto 2008
Lo scopo della mia vita     (09­09­2011)

Suonai a una porta, faccio il venditore di scarpe a domicilio, e venni introdotto in un 
salottino polveroso, un po' logoro, con odore di chiuso e di vecchio. L'anziana signora mi 
chiese se gradissi un caffè, io accettai, quindi entrò quello che presumibilmente era il 
coniuge, anch'egli anziano. Credo che quando entrai nell'appartamento, fosse andato a 
mettersi una giacca. 
Ci furono le presentazioni: lui era un bancario in pensione, lei una casalinga, ma da 
giovane era stata una dattilografa nella stessa banca di suo marito. 
È raro un comportamento così formale e rispettoso nei confronti di un venditore 
ambulante; forse gli anziani non vogliono sprecare nessuna occasione di contatto con il 
mondo reale.
Bevuto il caffè spiegai loro il motivo della mia visita e mostrai loro alcuni modelli di scarpe 
che avevo nella valigia del campionario. 
Mentre parlavo mi chiedevo che senso avesse la vita di quei due anziani, in quella casa 
polverosa, vestiti di abiti antiquati e lisi, con un futuro tutto di decadenza, seduti ad 
ascoltare attentamente un venditore di scarpe delle quali non avevano alcun bisogno. 
Si saranno mai chiesti perché vivono?
In genere la gente non sa perché vive, non ci pensa, o lo fa solo di sfuggita, 
superficialmente, poi è subito ripresa dalle faccende quotidiane, come se fossimo nati per 
occuparci solo di quelle. Per trovare bisogna saper cercare, come ho fatto io fin da ragazzo; 
andare con ordine, con metodo, escludere tutto ciò che è fuorviante, superfluo, usare 
insomma il cosiddetto rasoio di Occam.
Molti credono che basti raggiungere certi obiettivi per essere in pace con la coscienza. 
Avere molti soldi, molti piaceri mondani, onori, ammirazione, rispetto non sono risposte 
realistiche alla semplice domanda: Per che cosa vivo?
Quasi sempre la mia visita inizialmente a scopo commerciale, si trasforma per il cliente in 
un'occasione di conversazione su cose non quotidiane , ma che tuttavia occupano i piani 
bassi dell'inconscio di tutte le persone. Problemi di estetica: che cos'è il bello? o di etica: 
cos'è il bene?  o  altre curiosità insoddisfatte.
Un uomo un giorno mi chiese se gli angeli effettivamente hanno i genitali, se sono uguali ai
nostri e se li usano come facciamo noi. Gli chiesi se avesse mai visto un angelo in carne ed 
ossa, disse di no, allora gli risposi: Quando ne vedrà uno se ne renderà conto. Perché? 
chiese. Perché sono nudi, gli risposi.
Esaurita la presentazione dei modelli cominciai a scavare nel passato di quei due anziani 
consumatori di scarpe, in senso proprio. Come molti anziani anche loro conservavano le 
vecchie scarpe. Lodai le scarpe di una volta, dissi che la mia passione erano quelle molto 
robuste del tempo di guerra, però ormai introvabili. 
I due si scambiarono un rapido sguardo poi lei disse che se volevo poteva mostrarmi le 
scarpe del loro figlio morto in guerra. Dissi che se non era troppo disturbo le avrei viste 
volentieri. 
Mentre io e l'anziano signore conversavamo sull'ennesimo scandalo del primo ministro, la 
moglie rovistò in uno sgabuzzino finché trovò e mi porse un vecchio paio di scarpe. Nere, 
lucide, solide, leggermente consumate le suole, qualche ruga nella tomaia, bellissime. Le 
presi in mano con trepidazione, il contatto fisico fu...sì, eccitante. Le accarezzavo, le 
fiutavo, le mangiavo con gli occhi. 
I due coniugi mi guardavano lievemente stupiti. Spiegai subito loro che ero un collezionista
e che quello che mi vedevano fare erano delle prove di autenticità. Le scarpe del loro 
figliolo erano autentiche. Tirarono un sospiro di sollievo: per loro erano una reliquia.
A volte vendo qualche paio di scarpe nuove, ma il più delle volte ne acquisto di vecchie e 
usate, per la mia collezione.
In una piccola città di provincia, in una soffitta, una volta incontrai e comprai un paio di 
scarpe appartenute al Duce. Non erano molto....trionfali, ma accertai che erano autentiche.
Posseggo, non esagero, almeno due mila paia di scarpe, tutte con una storia di 
appartenenza più o meno illustre. Quelle del Duce non sono il pezzo forte, nemmeno quelle
di Giovanna d'Arco, o di Giacomo Casanova, o di Lord Prudington.
Non so se lo posso dire; ho sempre paura che certi ambienti di potere possano infastidirsi e 
prendere  delle misure contro di me.  Ma, lo confesso, sono un vanitoso, come tutti i 
collezionisti, quindi lo dirò, accada quel che accada. Signori, posseggo i sandali di Gesù 
Cristo.
Prevedo già un oceano di obiezioni, ma sono proprio loro, autentici, non ho dubbi. Non sto 
a dire come ho raggiunto la certezza: ho studiato, confrontato, verificato, rubato 
conoscenze segrete. 
Sono loro, ne sono assolutamente sicuro. 
Ora, il Vaticano, ecco la mia preoccupazione, non vedrà di buon occhio un concorrente alla 
Sacra Sindone, il famoso lenzuolo in cui si avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce. 
Penserà che anch'io vorrò esibire a scopo commerciale la mia reliquia. 
Non è così, io non voglio speculare su questi sandali. Lo so, sono un egoista, come tutti i 
collezionisti. Voglio tenere i miei oggetti solo per me. La sera scendo nel garage dove tengo 
la mia collezione, accarezzo una per una le mie scarpe, parlo con loro, mi trasmettono 
emozioni indicibili. Quando tolgo dalla loro scatola i famosi sandali, ebbene, tutto il mondo
scompare nel nulla. Li accarezzo, li bacio, con le lacrime agli occhi li mondo dal più piccolo 
granello di polvere.
Ormai ho deciso, non resisto più. La prossima domenica commetterò il sacrilegio e poi che 
sia dannato: calzerò i Sacri Sandali. Mi metterò una tunica candida, una corona di ulivo in 
testa, un lungo bastone nella mano sinistra e scenderò in garage. Mi metterò i suoi sandali 
e poi, poi.....non lo so.

P.S. Il lunedì mattina, successivo a quella domenica, fu rinvenuto nel garage di casa sua, il 
cadavere di un uomo di circa 50 anni, presumibilmente un rigattiere che aveva accumulato 
nel detto locale una considerevole quantità di vecchie scarpe. Causa della morte sembra sia 
stato un infarto.
Mercedes     (09­03­2010 )

Paracayo, isola del Pellicano, Piccole Antille, 1630 circa.
L'edificio grande e signorile a metà della Calle Amargura è la casa del marchese Alonso 
Esteban Manuel Reynoso de Quintana, nella quale vive con la sua famiglia. 
Don Alonso è un uomo alto e magro, sui 50 anni, capelli scuri già brizzolati, volto severo 
quasi accigliato. È un uomo di poche parole, sempre ben vestito, di gesti misurati. Si muove
poco, solo se necessario.
Da ragazzo, in Spagna, contro la sua volontà, fu messo in un convento di frati domenicani. 
Una delle punizioni in vigore allora in quell'istituto era quella di dover frantumare coi denti
un certo numero di sassolini; il prefetto poi controllava che fossero stati spezzati almeno in 
due. Una punizione che non lasciasse un segno per tutta la vita non era utile, secondo l'idea
formativa di quella veneranda congregazione e don Alonso, ribelle e indisciplinato, ne 
convalidava con una bocca orribile, il senso. Riuscì a fuggire dal convento e si trasferì nelle 
Americhe dove fece fortuna e si sposò con donna Elvira Menendez Alarcòn, ora 40'enne, 
bella, elegante, sorridente, aristocratica. Anche donna Elvira aveva un conto in sospeso con 
la vocazione monacale. Da giovane, contro il parere dei genitori, si era rifugiata in un 
convento di Carmelitane sentendo una forte attrazione per la vita claustrale.
Durante la cerimonia di incoronazione, quando alle neofite viene posta sul capo una corona
di fiori in segno di unione con Cristo, due sicari del padre irruppero nella sala e riportarono
a casa la giovane Elvira, che poco dopo si unì in matrimonio non con il Signore, ma con 
don Alonso.
Le loro quattro figlie: Mercedes, 20 anni, Eugenia 19, Cristina 16 e Isabel 14. Quattro belle 
ragazze, ben educate, ben vestite, sorridenti, felici.
Don Alonso aveva anche una sorella, donna Inés, sposata a don Felipe Elizondo, conte di 
Molina. Dalla loro unione era nato un unico figlio, Juan Carlos. Costoro vivevano in un  bel 
palazzo secentesco nella Calle del Virrey.

1° scena
sono tutti riuniti intorno ad un monumentale tavolo della sala da pranzo di don Alonso. Il 
pranzo è ormai alla fine. Camerieri in livrea servono liquori, caffè, sciroppi, frutta tropicale.
Alonso­ credo che Mercedes abbia un impegno in camera sua, vero Merce?
Mercedes­ veramente non mi sembra, papà
Elvira­ sì, Mercedes, hai un impegno, non ricordi? Va in camera tua e voi tre 
accompagnatela
Mer­ ma mamma
Elv­ Mercedes!
Mer­ sì mamma (esce seguita dalle sorelle)
Alo­ il problema non è di poca monta: Mercedes e il figlio di quel commerciante, come si 
chiama? Jesùs Pelaez hanno una relazione. Sono stati visti mano nella mano passeggiare 
per il parco del Venado più di una volta nel corso dell'ultima settimana
Elv­ Diego, il ragazzo, è un commesso nel negozio di suo padre. Ha 21 anni e sembra che 
non sia mai andato a scuola.
Carlos­ ah, Diego, lo conosco. Ma certo che è andato a scuola, solo che ha preferito 
dedicarsi agli affari piuttosto che perdere tempo con studi classici
Felipe­ gli studi classici sono una perdita di tempo?
Car­ oggi vale di più imparare a guadagnare soldi che imparare il De bello gallico.
Elv­ in ogni caso non è una persona adatta a Mercedes. Piccola borghesia arricchita priva di 
cultura, di gusto, di relazioni sociali importanti.
Inés­ ma se si amano, se sono felici insieme, dov'è il problema?
Alo­ Inés, ti prego. Questo Diego Pelaez, per il suo profilo sociale, non è degno di una 
Reynoso de Quintana. Può darsi che sia anche un bravo ragazzo, ma è di un altro mondo
Inés­ può essere solo un'innocente passione da adolescenti. Lasciagliela vivere, in fondo che
male c'è?
Alo­ Inés, tu sei sempre stata troppo “permissiva”
Fel­ ha ragione Alonso. Anche con Carlos hai chiuso troppo gli occhi
Inés­ e con questo? Carlos è un ragazzo sano, moderno, libero dai nostri vecchi pregiudizi
Alo­ questi “pregiudizi” sono stati e sono strumenti necessari per tenere insieme il mondo
Car­ e governarlo tirannicamente, zio
Fel­ attento Carlos, non esagerare
Elv­ bisogna intervenire prima che le cose vadano troppo in là
Alo­ poi sarebbe troppo doloroso per tutti troncare questa relazione, perché questa 
relazione s'ha da troncare
Inés­ ma perché?
Alo­ per il decoro della famiglia
Fel­ mandala all'estero, Alonso. Un lungo viaggio e tanti saluti
Elv­ io penso che con un certo numero di colloqui con il vescovo Mendoza, o con il dottor 
De Soto potrebbe cambiare idea
Alo­ non sono sicuro che Merce si faccia convincere così facilmente. Ho già parlato con suor
Magdalena, la superiora del convento del Carmen. Sarebbe disposta ad accettarla nella sua 
comunità
Car­ come? Chiuderla in un convento? Mia cugina Merce, così vitale, allegra, curiosa del 
mondo, chiusa in una gabbia come un feroce carnivoro, come un nemico della società? È 
mostruoso
Alo­ credo che sia la scelta più efficace. Inoltre avrebbe l'occasione per acquisire una buona 
educazione religiosa, che è la migliore ricchezza che si possa offrire a una giovinetta
Car­ questo lo pensi tu, zio
Fel­ attento, Carlos
Inés­ via Alonso, è solo una passioncella
Elv­ che potrebbe esplodere in uno scandalo
Fel­ e travolgere il prestigio della casata
Alo­ è solo per il suo bene che lo faccio. Domani la condurrò da suor Magdalena, la 
cerimonia di incoronazione sarà tra un mese
Car­ incoronazione?
Elv­ quando una donna entra in convento diventa una sposa di Cristo e per questo le viene 
posta sul capo una corona di fiori
Car­ dio mio! 

2° scena
L'ufficio della Superiora è una saletta con il pavimento di mattoni, un po' consumati e tirati 
a cera. Un tavolinetto, due sedie, un inginocchiatoio sono gli unici mobili della stanza. Alle 
pareti un crocifisso e una vetrinetta contenente alcuni staffili e un cilicio. 
La Superiora, donna magra, alta, severa, vestita di nero stava in piedi accanto ad una 
finestra chiusa. Don Alonso, vestito con un sontuoso abito di raso, siede accanto al 
tavolinetto. Alle sue spalle una suora anziana, robusta, con le guance rosse, temperamento 
collerico, è suor Lodovica, la segretaria del convento.
Alo­ oltre ai 5 mila scudi già pattuiti, ho voluto aggiungere alla dote di mia figlia anche quel
palazzetto in via del Perdono, purché ci sia da parte sua, reverenda madre, una speciale 
sorveglianza. Sa, certi giovani, potrebbero aggirarsi.....Lei mi capisce reverenda madre
Superiora­ stia pur certo don Alonso che con me, sua figlia, non vedrà altro che il crocifisso 
e il pane quotidiano. Noi siamo fedeli alla regola di padre Eleuterio: occhio non vede, 
mente non vuole
Ale­ confido nella sua discrezionalità reverenda madre. So che molte giovinette sono state 
felicemente condotte sulla retta via dalla sua
(forte rumore di campane che copre la conversazione) 
Sup­ madre Lodovica prenderà in carico sua figlia domani, alle prime luci dell'alba. La 
cerimonia sarà celebrata da Sua Eminenza il vescovo Don Ricardo Mendoza il giorno del
(altro lungo scampanio)

3° scena
Camera da letto di Mercedes, nella casa dei genitori. È l'alba, sul letto una piccola borsa da 
viaggio. Mercedes, vestita sontuosamente, guarda fuori dalla finestra, assorta.
Mer­ che sfiga!

4° scena
In una piccola cella del convento Mercedes e Filippa, una giovane suora, conversano sedute
su un pagliericcio, che unitamente ad un inginocchiatoio, un crocefisso e un orinale, 
costituiscono l'intero arredamento del locale. Una piccola finestra con inferiate si affaccia su
un orto. È il tramonto. Mercedes indossa una tonaca bianca, Filippa nera.
Filippa­ qui non si può parlare, solo la Superiora parla, per dare ordini, rimproverare, 
punire. Noi usiamo la voce solo per pregare e cantare inni sacri nel coro. Se mi vedono qui 
sarò severamente castigata
Mer­ da chi?
Fil­ da madre Lodovica. Ci fa sdraiare nude su un tavolo in cucina e con un grosso 
contagocce ci versa olio bollente sulla schiena, secondo la gravità della colpa.
Mer­ ma che colpe si possono commettere qui dentro?
Fil­ vedrai dopo i voti. Ogni cosa che fai è una colpa....
Rumore di porte che sbattono. Filippa esce di corsa dalla cella di Mercedes.

5° scena
La cerimonia ha inizio. La processione di suore e fedeli prende posto nella cappella del 
convento. Tre novizie, fra cui Mercedes, riccamente vestite, con gioielli, complicati 
ornamenti e in testa esagerate corone di fiori tra i quali si intravedono anche degli uccellini 
di argilla, sono in piedi davanti al vescovo. Hanno nella mano destra un ramo di palma, 
simbolo di sacrificio e martirio finché sono in vita, di trionfo da morte. Pronunciano i voti. 
Il prelato legge le loro obbligazioni: devono vivere per sempre in silenzio, fare costanti 
digiuni e penitenze con il cilicio, da portare sotto la tonaca e con lo staffile, per flagellarsi o 
farsi flagellare al fine di purificarsi. Non devono peccare nemmeno col pensiero, rinunciare 
alla propria volontà e obbedire totalmente alla superiora e al vescovo, rinunciare a tutti i 
beni materiali, conservare la castità rinnegando per sempre ogni piacere carnale impuro e 
peccaminoso e vivere in eterna clausura tra le mura del convento.
Il vescovo da ad ognuna di loro un anello, simbolo dell'avvenuta unione con il Divino 
Sposo, mentre viene cantato il Veni Creator.
Le novizie vengono portate in una stanzetta accanto alla cappella e qui svestite di tutti i 
loro abiti e gioielli, private dei loro capelli, rivestite con una semplice tonaca nera. Con una 
corona di spine in testa ritornano nella cappella, si stendono sul pavimento e vengono 
coperte da un panno nero, per significare che da questo momento sono morte per il mondo 
terreno. Poi vengono condotte a firmare il libro della Professione.

6° scena
Refettorio del convento. Mercedes e le altre due novizie, suor Clotilde, 19 anni, alta, bruna,
formosa. È qui per aver  avuto una relazione con un conducente 50 enne di carri agricoli, di
passaggio nel di lei villaggio. Conseguenza della relazione fu una gravidanza, interrotta 
subito in malo modo da una fattucchiera del posto. Salvatasi miracolosamente i suoi la 
spedirono in convento, come ringraziamento per la grazia ricevuta. L'altra, suor Caterina, 
20 anni, bassa, bionda, grassottella fu sorpresa nella dispensa di una drogheria, dopo aver 
mangiato sette chilogrammi di dolciumi. Portata al pronto soccorso e salvata 
miracolosamente da un'iperglicemia maligna, venne mandata in convento per sdebitarsi 
della grazia ricevuta.    
Le tre novizie sono in piedi davanti alla Maestra delle novizie.
Maestra­ da questo momento e per l'intero anno del noviziato  voi farete tutto quello che vi 
dirò di fare. Tutto. Avete capito?
Le tre novizie assentono con la testa, poi ognuna entra nella propria cella per dedicarsi alla 
preghiera e alla penitenza.

7° scena
Nella sua cella Mercedes pensa a come ha trascorso la giornata.
Mi sono alzata nel cuore della notte, ho pregato per tre ore, ho lavato i pavimenti, ho 
pregato per due ore, ho vangato l'orto, ho pregato per due ore, ho mangiato una zuppa, ho 
lavato le pentole, ho pregato per due ore, ho letto la Bibbia per un'ora, non ho parlato con 
nessuno. Adesso vado a letto. 
Sarà sempre così, mio Dio?

8° scena
Molti anni dopo, nella stessa cella, Mercedes, già invecchiata, pensa alla sua vita 
quotidiana.
Mercedes­ mi sono alzata nel cuore della notte,ho pregato per tre ore, ho preparato i dolci 
da vendere, poi ho insegnato alle bambine, ho mangiato una zuppa, ho pregato, cantato nel
coro, letto la Bibbia. 
Chissà come sarà diventato Diego e mio cugino Carlos e le mie sorelle? Da anni non so più 
nulla di nessuno di loro, né di nessun altro. Perché?
Poi si ricorda di quando, adolescente, andarono in gita solo loro quattro sorelle con la zia 
Inés. Non era un luogo particolare, neanche tanto lontano. Erano andate là solo per andare.
Si era sentita libera, per l'unica volta nella sua vita, senza mete da raggiungere, senza 
sorveglianza, senza competizioni da vincere, senza la coscienza della propria nullità. Aveva 
corso con le gonne alzate, riso sguaiatamente, toccato il sedere a un cavallo. La zia Inés era 
buona, sorrideva sempre, non diceva mai di no, era disprezzata per questo dagli altri.
Mercedes­ ma io l'ho amata più di mia madre.
Il Signore, se c'è, vuole veramente questo da me? 
E se non c'è, che senso ha tutto questo?

9° scena
Cappella del convento. Mercedes è stesa su un catafalco, morta. È vestita sontuosamente, 
con una gran corona di fiori in testa. È pronta per entrare in Paradiso e congiungersi con il 
Signore suo sposo.

Mr. Baxter       (12­07­2009)

Il vento era forte e trasportava cartacce, foglie secche, odori di fritture, rumori del traffico 
urbano. Faceva caldo, alle tre del pomeriggio, in quel quartiere di neri, a nord di Tucson, 
Arizona. Mia zia (in gioventù era stata una hostess di un certo successo) mi aveva 
incaricato di portare il suo cane dal veterinario, Mr. Baxter, di colore, abitante in quella via 
al 118.
Parcheggiai sul lato opposto e attraversai la strada col cane al guinzaglio. Ero giunto quasi 
sul marciapiede quando un camioncino partì all'improvviso, travolse e schiacciò il cane che 
era rimasto in mezzo alla carreggiata a causa del guinzaglio un po' troppo lungo. Non sono 
più un ragazzino ormai da parecchio tempo, ma in quel momento mi sentii come quando 
da ragazzo rompevo col pallone un vetro di qualche vicino, ma lasciamo perdere. Raccolsi il
cane ed entrai dal veterinario. 
Mr Baxter quando mi vide entrare sorrise e quel suo atteggiamento che sulle prime non 
capii, mi indispose non poco nei suoi confronti. Il colore della sua pelle mi apparve come la 
causa di tanto cinismo. Aveva visto l'incidente dalla finestra e mi raccontò che una volta 
una sua cliente era uscita da quello stesso ambulatorio con una gabbietta contenente due 
piccoli conigli. Un tassista distratto la travolse, uccidendo lei e i conigli. La definirono una 
tragedia: una giovane donna stroncata nel fiore della vita ecc. ecc. Nessuno parlò della 
morte dei due coniglietti. 
Ebbene, dissi, ci saranno pure delle differenze tra una giovane donna e un coniglio.
Certo, rispose, come tra un palo della luce e uno stuzzicadenti. Nessuno lo nega. Ma non 
stiamo parlando delle differenze, bensì del valore della vita, che è il medesimo in tutte le 
sue manifestazioni. Noi, solo in base a criteri culturali, diamo più valore a certe cose 
piuttosto che ad altre. É più grave uccidere una giraffa che una pulce, però dal punto di 
vista della natura, che è quello della vita, le due esistenze si equivalgono. Anche la vita 
umana vale quanto quella della pulce. È chiaro che dal nostro punto di vista non è così, 
quindi abbiamo diviso il regno animale in due categorie: gli animali superiori, cioè l'essere 
umano e qualche altra specie scelta per le sue dimensioni o per la sua bellezza, che non si 
può uccidere e gli animali inferiori, ratti, pulci, zanzare, batteri vari, ecc. che si possono 
tranquillamente uccidere.
È impossibile non uccidere, replicai, sia per alimentarci, sia per proteggere la nostra salute. 
Sono d'accordo con Lei, aggiunse Mr. Baxter, ma perché nascondersi dietro convenzioni più
o meno obsolete. Che non ci si debba uccidere tra di noi, va bene. Che si debba preservare 
la biodiversità, va bene. Che si debba vivere nel circuito alimentare della natura, in cui tutti
mangiano tutti, va bene. Ma perché venire qui con un cane morto schiacciato e pretendere 
che tutti si associno nel condannare il crimine?
Perché è il mio cane e io ci tengo, dissi.
Però converrà con me che questa è una sua situazione personale e non riguarda l'umanità 
intera, replicò Mr. Baxter.
É un problema di morale, dissi, consapevole di sostenere un principio conservatore nel 
quale, in realtà, non avevo mai creduto. Un argomento diventa morale quando trascende i 
limiti personali e viene condiviso dall'umanità.
Da una parte dell'umanità, corresse Mr. Baxter, l'altra parte, o le altre parti, hanno altre 
morali. Vorrei invitarla ad assistere ad una video­intercettazione che, ne sono certo, è 
un'esperienza molto didattica. Le interessa?
Accettai con piacere e il veterinario stabilì i collegamenti necessari.
Apparve sullo schermo un pescatore giapponese a bordo della sua baleniera. Stava parlando
al telefono in inglese con un cliente di New York. Trattavano il prezzo della carne di balena.
Il compratore americano tirava sul prezzo in modo eccessivo, disonesto, a parere del 
pescatore giapponese. Conclusero comunque la trattativa, accordandosi sul prezzo, però 
accusandosi reciprocamente di disumanità, di cattiveria, di criminalità e alla fine dandosi 
appuntamento alla prossima pesca. Apparve poi un operaio tessile di una grossa fabbrica di 
Ivrea. Stava spiegando ad un neo­assunto com'era la cultura aziendale, comunemente detta
giro del fumo, lì in fabbrica.  I dirigenti erano tutti degli stronzi, ma anche la maggior parte 
degli operai, per cui la regola era farsi i cazzi propri e non fare nulla più del necessario. 
Mr. Baxter spense il monitor e mi guardò come se mi chiedesse: questa è la morale? Non 
vede come ognuno ha la sua, fatta su misura? Qual'è la verità? 
In quel momento entrò l'infermiera, con un gatto di peluche in una mano e nell'altra una 
gabbietta con dentro un gatto vero. Sempre tenendo il peluche in una mano, con l'altra 
estrasse il gatto vivo e si apprestò ad iniettarlo con una siringa già pronta in un vassoio 
metallico.
Chiesi al veterinario cosa stesse facendo e lui mi spiegò che, essendo quello un gatto 
ammalato e privo di un padrone che ne pagasse le cure, veniva soppresso. 
Nella mia mente scattò un segnale, non era la prima volta che mi succedeva e come le altre 
volte non riuscii ad ignorarlo. Gettai il cane morto della zia in faccia all'infermiera la quale, 
cadendo, iniettò il veleno in una gamba del veterinario che  morì sul colpo. Mi impossessai 
del gatto e uscii di corsa dall'ambulatorio. 
Più tardi, a casa della zia, le spiegai che il veterinario aveva riscontrato nel suo cane una 
malattia dolorosa e incurabile e aveva optato per sopprimerlo. Pianse un poco, però poi 
quando vide il gatto che le offrii lo accolse subito con grande affetto, dimenticandosi 
apparentemente del vecchio cane e di me.

    

Muratori        (02­04­1999)

Erano partiti insieme ancora giovani dal paese a cercare fortuna. Come molti altri erano 
finiti a fare i muratori. Turo era il più sveglio dei due, ma era malevolo, rancoroso, a volte 
cattivo. Odiava il mondo e il mondo odiava lui. Inspiegabilmente però si occupava quasi 
paternamente dell'altro, Bastiano, che era invece mite, buono, ingenuo, sempre disponibile.
Turo e Bastiano dopo tanti anni di lavoro insieme vivevano ancora insieme in una stanza 
d'affitto nella grande città. Vivendo sempre in modo frugale avevano risparmiato molto 
denaro, ora erano abbastanza ricchi.
Siamo già un po' vecchi, disse un giorno Turo, se smettessimo di lavorare e ci godessimo i 
nostri risparmi, da qualche parte, in campagna?
Non era una domanda quella che Turo faceva a Bastiano. Turo prendeva tutte le decisioni, 
senza domandare niente a Bastiano. Tuttavia questi rispose come se si sentisse veramente 
interpellato.
Sì, sarebbe una buona idea. Sempre concordava con le opinioni  di Turo. Un bel giorno, 
dopo aver scelto il luogo dove andare a vivere, partirono. Alloggiarono in un alberghetto 
non lontano dal posto dove avrebbero costruito le loro case. Turo  col consenso non 
richiesto di Bastiano aveva stabilito che era ormai tempo che ognuno avesse la propria casa 
e in seguito chissà, una propria famiglia, benché i due non fossero più tanto giovani.
Le due case sarebbero sorte comunque molto vicine e uguali tra loro. Cominciarono dunque
a costruire ognuno la propria  e a spendere poco a poco i risparmi accumulati.
Un giorno accadde che i due muratori arrivati nei rispettivi cantieri, videro una cosa strana,
inspiegabile: i muri già a mezza altezza di Bastiano erano crollati. Non erano caduti perché 
mal costruiti, ma perché qualcuno li aveva buttati giù. Qualcuno, una persona, non il vento 
o il terremoto o le trombe di Gerico.
Turo era furioso, imprecando contro un immaginario demolitore notturno. Bastiano più 
accomodante, cercava spiegazioni improbabili nelle storie di streghe maghi maledizioni, 
materiale letterario del quale in realtà aveva ben poche conoscenze. Però era difficile 
pensare a qualche estraneo cui dessero fastidio queste case, così isolate dal paese. 
Bastiano riprese pazientemente a ricostruire i suoi muri, però essendo nel lavoro più rapido 
di Turo , presto si mise alla pari con lui. Mancava ormai poco a finire, solo i tetti, ma una 
mattina, tornando al cantiere, videro che il pezzo di muro costruito il giorno prima da 
Bastiano era stato buttato giù. Turo, come il solito, andò in collera, mentre Bastiano si 
convinse sempre più della presenza in quel luogo di una entità maligna. 
Con la solita pazienza Bastiano riprese la costruzione della sua casa, Turo continuò con la 
sua e presto furono di nuovo pari. Quando accadde per la terza volta la stessa cosa, 
Bastiano prese una decisione propria, la prima. Convinto ormai che lì ci fosse la zampa del 
diavolo, il quale prima o poi avrebbe cominciato a demolire i muri di Turo, stabilì che lo 
avrebbe aiutato  a costruire un metro di muro in più ogni giorno, così che quando di notte 
fosse venuto il maligno a distruggere un metro del muro del suo amico, le due case, il 
giorno dopo, sarebbero rimaste uguali.
Così si fece, ma mai una sola volta il maligno demolì i muri di Turo, sempre quelli di 
Bastiano. 
Alla fine, inevitabilmente, il risultato fu che la casa di Turo era quasi finita, mentre quella 
del suo compagno era ancora agli inizi e i risparmi s'erano dimezzati . 
Una notte Turo, quando fu certo che Bastiano fosse profondamente addormentato, si alzo, 
si vestì e si avviò con passo stanco e malfermo verso il cantiere. Erano solo pochi chilometri 
ma a lui sembrò un viaggio interminabile. Aveva un po' di febbre, forse era ammalato 
seriamente, ansimava nel buio fitto della notte. Con fatica si arrampicò a tastoni su 
un'impalcatura e cominciò con un piccone a menare colpi al muro, per demolirlo, come 
aveva sempre fatto tutte le altre volte. 
Quando terminò il massacro era sfinito ed era quasi l'alba, l'alba grigia di una domenica. 
Quel giorno non sarebbero andati al cantiere, e lui avrebbe dormito tutto il giorno.
Il lunedì la sorpresa di Bastiano fu grande, la sua casa era rasa al suolo. Aiutò come sempre 
Turo, lavorò per lui solamente, non ricostruì più la sua casa e quando quella dell'amico fu 
finita, Bastiano aveva finito tutti i suoi risparmi. 
Turo l'avrebbe ospitato nella sua nuova casa, ma Bastiano, per la seconda volta prese una 
decisione propria. Raccolse le sue cose, salutò Turo e se ne andò. Nell'allontanarsi dal 
cantiere  si voltò a guardare per l'ultima volta le macerie della sua casa.  

Negozio n. 1          (14­08­2009) 

Il locale non era molto grande, somigliava più a un corridoio che a una stanza da lavoro. Le
due pareti lunghe erano nascoste da ripiani carichi di elettrodomestici, per lo più di piccole 
dimensioni, vecchi e nuovi. Non si poteva distinguere il colore del muro. L'illuminazione 
della stanza era scarsa. Solo sul tavolo da lavoro, posto contro il muro in uno degli estremi 
del locale era accesa una lampada che concentrava la sua luce nel mezzo del mobile, 
illuminando fortemente un frullatore. Il resto era in penombra. Non c'erano finestre, solo 
una porta a vetri, all'altra estremità del locale, che dava sulla strada, già buia. Sul 
pavimento si vedevano delle orme di scarpe bagnate: una fila andava dalla porta d'entrata 
fino al tavolino del fondo e un'altra da qui verso l'uscita, senza peraltro raggiungerla. Le 
orme infatti, giungevano fino a metà corridoio, poi si dirigevano verso una parete. Qui 
sparivano. 
In effetti il proprietario dell'esercizio, rientrato da poco e con le scarpe inzuppate per un 
acquazzone, dall'ingresso era giunto, come il solito,  fino al tavolo da lavoro per accendere 
la lampada e da qui era tornato verso la metà del corridoio,dove, su un ripiano, in mezzo 
agli apparecchi elettrici, teneva un paio di pantofole. Ora, fatto il cambio di calzature, era 
seduto al tavolo e guardava il frullatore illuminato. 
Sul muro di fondo, fuori dalla luce della lampada erano appesi: il calendario di una banca, 
con alcuni giorni del mese cerchiati in rosso, un orologio da parete, marca Ikea, che 
segnava le 11, una riproduzione in serigrafia della Madonna di Lourdes in primo piano con 
il santuario sullo sfondo, la fotografia della squadra di calcio Milan AC del 2006, due 
banderillas troppo colorate per essere vere, probabilmente un souvenir fatto in Cina. 
All'estremità della parete e quasi nascosta dai ripiani del lato lungo, un manifesto di Sofia 
Loren, ancora giovane, esibendo un prosperoso seno parzialmente scoperto; all'altra 
estremità la foto in bianco e nero di una signora anziana, forse la nonna del titolare del 
negozio, seduta su una botte, con un sorriso sghembo, innalzando un bicchiere di vino, 
forse ubriaca o scampata a un ictus. 
Nel cassetto semi aperto del tavolo da lavoro erano visibili: un block notes tascabile, la 
custodia di un video porno, un kit di cacciaviti con manico ergonomico, varie misure, un 
ciuccio di gomma con un lungo taglio sulla punta, un mazzo di chiavi di diverse misure ed 
epoche, un rullino fotografico impolverato, il manico rotondo di qualche cosa non visibile.
Improvvisamente la luce si spense, si sentirono alcuni rumori di oggetti spostati, poi il 
rumore di una saracinesca che veniva abbassata.

Nel garage       (03­03­2009)

Mi diranno: ma sei scemo, avendo la possibilità di vivere in una casa comoda preferisci 
stare in un garage, come un barbone, un home­less, un extracomunitario, un servo che sta 
sulla porta di casa e non osa entrare.
Io non la penso così, non sono un barbone, un provvisorio, un servo. Io, dal mio punto di 
vista, ho fatto la scelta migliore: esattamente vivere in un garage. Perché mi ci trovo tanto 
bene? Ma è ovvio! Perché il garage è l'utero materno.
Al di là delle facili metafore, cioè che nel garage come nell'utero, si crea, si costruisce ecc., 
ci sono dei vantaggi concreti: non si ha paura di sporcare o di lasciare in disordine, o di fare
chiasso con i ferri. Nel garage tutto è funzionale, logico, essenziale, non come in casa dove 
dominano le convenzioni. Qui si è più spontanei, questo è il luogo del tempo libero, degli 
esperimenti, degli hobby, è il posto degli strumenti utili, dei ricordi, delle reliquie. Il garage 
è un rifugio, un luogo di complicità, un modo di isolarsi. 
Dormo su una brandina, in un angolo, vestito, non ho bisogno per riposare il corpo di tutto 
quel rituale e messa in scena che è l'andare a dormire in pigiama nella camera da letto. Già 
il nome di camera da letto è ridicolo, ampolloso, sproporzionato alla semplice necessità 
fisiologica del dormire.
Ma in camera da letto si fanno altre cose, oltre al dormire. Bene, proprio quelle cose, per 
intenderci, scopare, si fanno meglio in garage, perché c'è un'atmosfera più informale, meno 
seria, meno drammatica.
E quando sei ammalato? Cosa cambia dallo stare in una camera da letto? Quando sei 
ammalato stai sulle balle a chiunque, sia che tu stia in garage o in camera.
Economicamente parlando ha senso, con quello che costa al mq, destinare una stanza a un 
solo uso di otto ore al giorno e forse neanche tutti i giorni? 
Ma la privacy? Il garage, in fondo, è un monolocale, per una sola persona.
Ma le coppie? Due garage comunicanti.
Ma le famiglie?
Non dovrebbero esistere. 
Nella serra      (29­04­1999)

Venga, le faccio vedere. Entrarono nella serra. La padrona di casa richiuse la porta alle 
spalle del giovane operaio. 
Per conservare la temperatura, disse, benché qui dentro fa un caldo! Non le pare? Si tolga 
pure la casacca.
Il giovane osservava con attenzione ottusa ogni fiore che la loquace signora gli presentava. 
Osservava per rispetto, per non sentirsi e non sembrare uno zotico. Cercava di capire che 
cosa ci fosse di così importante nei fiori da far agitare tanto la matura signora. Cercava di 
capire perché fosse lì, perché avesse accettato di fare un giro “sensuale”, come disse lei, tra i
fiori del male della serra. Cercava di capire che cosa volesse la signora da lui e che cosa 
volesse lui dalla vita. 
Io li chiamo fiori del male perché, secondo certe indiscrezioni private, Lei mi capisce, sono 
capaci di modificare il comportamento di certe persone, spingerle, Lei mi capisce, verso 
certe scelte, certe, come dire, audaci alterazioni dei sensi, Lei mi capisce.
Lui in realtà non capiva un bel niente. Stava ancora pensando perché era finito in quel 
posto, invece di finire in fretta la revisione della caldaia e andarsene a casa. 
Certi fiori hanno un profumo, un cromatismo, un simbolismo formale, incalzò la signora, 
tali da perturbare l'equilibrio emozionale di una persona. Capaci si suscitare a volte certe 
immagini, o idee, o desideri. 
Senta il profumo di questo Tragacanto e mi dica se non le viene in mente, o se non prova 
sulla pelle, la sensazione di fresco pungente balsamico selvaggio quasi, che ci assale 
nell'immergerci nudi in una sorgente d'alta montagna nel mese d'aprile, direi verso le 
undici della mattina.
Il giovane osservava attentamente, socchiudeva gli occhi come se stesse ricordando poi 
annuiva.
Visto? Ora guardi questo Soprene. Lo sa che quando il conte X  vide per la prima volta 
questo fiore in casa della signora Y, fu preso da un terribile desiderio di ...intimità, Lei mi 
capisce, con la signora, che le propose sui due piedi il matrimonio, benché la signora avesse
già la rispettabile età di settanta due anni? Il fiore in questione non aveva, come si potrebbe
pensare, nessuna somiglianza, nemmeno simbolica con parti anatomiche umane maschili o 
femminili. Esalava però un odore che poteva, in un certo senso, Lei mi capisce , essere 
associato, soggettivamente, alla natura femminile, ma a largo spettro, voglio dire, 
dall'odore di tuberosa sulla pelle anziana della nonna, a quello di folte ascelle meridionali, 
oppure dall'inconfondibile odore del Bagno Donne in qualche luogo pubblico, a quello di 
latte di una puerpera.
Il giovane idraulico fiutava diligentemente e annuiva. 
Ah, ma quello, vede laggiù, tutto rosso? No, io non mi avvicino sa? Per prudenza. Quello è 
una vera malvagità della Natura nei confronti di noi donne. 
Il giovane gli si avvicinò, lo fiutò, annuì ancor prima di aver sentito la spiegazione della 
padrona di casa. 
È tremendo sa? Io perdo letteralmente il controllo su me stessa. Nel senso che non ho più la
volontà. Mi si può far fare tutto. Si può persino....abusare di me, come già successe quando,
ma lasciamo andare. Ecco, vede? già mi sento debole... mi dia la mano per piacere... 
andiamo via. Lei non si sente un po' turbato da questi profumi? Ah come mi sento debole... 
mi dia anche l'altra mano... mi prenda qui alla vita....mi sorregga... no, mi lasci... scusi, si 
volti dall'altra parte.
La signora corse in un angolo della serra e cominciò a vomitare. 
Nel Motel       (09­04­2010)

Se credono che mi beva senza fiatare tutto il loro culturame stantio si sbagliano di grosso. 
Perché mi mettono i Salmi nel cassetto del comodino? E se uno volesse Pinocchio o Play 
Boy? No, ti direbbero, quella è robaccia, come la musica da osteria. I veri valori sono altri, 
ti abbaierebbero in faccia, sono la Bibbia, la Divina Commedia, la Pietà, Mozart.
No, non me lo bevo il magma culturale preconfezionato, oliato a dovere per facilitarne 
l'ingestione, ma non l'evacuazione. Non oggi.
Ho consegnato dodici casse a una ditta qui del posto. Non so cosa ci fosse in quelle casse, 
né cosa faccia la ditta. Sulla fattura c'era scritto Spostamenti sotto vuoto. Che vorrà dire?
Io sono un corriere, cioè un mezzo di trasporto un po' più intelligente del mio furgone. 
Voglio dire che non posso conoscere la natura di ciò che trasporto, esattamente come il mio
furgone, ma a differenza di questo io sono cosciente, lui no.
Ho parcheggiato davanti al portone Ricevimento Merci della ditta e un operaio col muletto 
ha scaricato le dodici casse e le ha portate dentro. Una punta di curiosità, lo ammetto, mi 
era venuta leggendo spostamenti sotto vuoto. A differenza del mio furgone che si lascia 
scaricare passivamente, io cerco di saperne di più attivando la solidarietà tra sottoposti e 
dico all'operaio: Bell'azienda, questa. Si vede che lavorate bene, qui. Ma lui non si sbilancia 
e annuisce.
È un uomo sui trent'anni, non sposato, credo. Sembra uno che pensa solo agli affari suoi. La
curiosità altrui non la soddisfa facilmente. Mi piace.
Finito di scaricare gli offro una sigaretta, ma non la prende. Vietato fumare in tutta 
l'azienda. 
Allora ti offro una birra, stasera, gli dico.
Quella sì, risponde.
In questo Motel dove alloggio c'è un piccolo bar gestito da una ragazza carina. Sorride 
molto raramente e non per le facezie dei clienti, coi quali parla a stento. Strano che una 
persona così faccia la barista. Oggi un cliente le ha raccontato le sue prodezze amorose 
nella stanza n. 8, c'era da ridere, ma lei non ha cambiato per un solo istante l'espressione 
seria che ha abitualmente. Quando finalmente il tizio se ne è andato, ha sorriso ai bicchieri 
che stava lavando e ha scosso la testa.
Per ragioni che la mia ditta non ha ritenuto necessario comunicarmi, dovrò rimanere in 
questo Motel fino a dopodomani. Spero di conoscere meglio questa giovane atipica. Mi 
sono sempre piaciuti i tipi diversi più che i normali. Malati di mente, handicappati, 
stranieri, sfigati esercitano su di me un certo fascino, come se fossero depositari di verità 
che le persone comuni non possono avere. Del resto anche nell'antichità la pensavano così.
Alle otto arriva l'operaio della ditta.
Hai cenato? Gli chiedo.
No.
Qui fanno solo panini.
Va bene.
Signorina, due panini e due birre, per favore.
Mentre aspettiamo mi presento.
Manuel.
Piacere, Jorge.
La ragazza ci porta i panini e le birre e ha sulle labbra un sospetto di sorriso, o forse ho 
voluto vedercelo io. Ultimamente sono diventato un po' sospettoso. L'altro giorno, per 
strada, mentre incrociavo uno sconosciuto ho captato un debole “Addio coglione” provenire
dalla sua parte. Forse me lo sono solo immaginato.
Allora, Jorge,  sei contento di lavorare nella tua ditta? dico tanto per cominciare la 
conversazione. 
Sì, abbastanza, è un buon posto di lavoro.
Nel bar entra una giovane donna, attraente, abbigliata in modo seducente, forse un tantino 
chiassoso. In un angolo del locale due ragazze adolescenti, vestite con jeans e maglietta, la 
osservano e ridacchiano sommessamente, forse trovano ridicolo il di lei abbigliamento. 
Cosa fate esattamente nella vostra fabbrica?
Jorge sembra indeciso se parlare o no. Non ha ancora scelto se considerarmi un curioso di 
passaggio, o un possibile futuro amico. Io vorrei che scegliesse quest'ultimo caso. Sento che 
potremmo essere amici. Anche lui lo sente.
Facciamo proprio quello che dice la targa sulla porta, cioè spostiamo cose sotto vuoto. Nel 
vuoto i corpi non hanno peso, quindi sono facilmente trasportabili, questo si sa, ma noi 
produciamo la tecnologia per fare il vuoto solo attorno all'oggetto da spostare.
Già, dico io, per le piccole cose è facile, ma per esempio se volessi costruire una casa come 
faccio a spostare i mattoni e le travi senza la gru?
Questo è il punto, risponde sorridente, noi non creiamo un vuoto dove dovrà sorgere la 
casa in modo che un muratore può mandare senza sforzo una trave su in cima a quelli che  
stanno facendo il tetto. Questo lo si fa già da tempo. Noi facciamo in modo che l'oggetto 
crei lui stesso il vuoto intorno a sé e quindi possa utilizzare solo il proprio vuoto. È uno 
spreco creare una sacco di vuoto inutile, sei d'accordo? Se devo spostare un chiodo da un  
punto a un altro di una stanza non mi conviene creare il vuoto in tutta la stanza, no? Lo 
creo solo per quel chiodo.
Un po' confuso chiedo di quanto vuoto ha bisogno un chiodo.
Jorge, con la pazienza di un maestro elementare di una volta mi dice: 
Si fa fatica a spostare un oggetto perché pesa. Semplificando, il suo peso è dovuto alla forza
di gravità. Via questa, via il peso e quindi via la fatica.
Sì, ma come togliere la forza di gravità solamente da sotto a quel determinato chiodo?
Questo è il punto, sorride ancora Jorge. È un procedimento che si basa sulla teoria di 
Ermete Ermentini (1). Gli atomi non sono uniti tra loro, ma ognuno ha una membrana che 
lo racchiude separandolo dagli altri. Sono in contatto ma non uniti. Pensa se si penetrassero
tra loro: gli elettroni di un atomo finirebbero per ruotare intorno al nucleo di un altro e poi 
passerebbero a un altro ancora. Un caos. No, nell'universo ogni atomo è a sé stante.
Questo lo sapevo anch'io, dico per non sembrare uno zulù. 
Mi accorgo che la barista ci sta ascoltando. Forse pensa a come sarebbe comodo mandare 
una birra a un cliente seduto là in fondo, invece di portargliela. Le due adolescenti con una 
mano si stanno mostrando i rispettivi anelli e con l'altra si stirano i capelli. La signora 
attraente è seduta con le gambe accavallate e parla sottovoce in un cellulare. 
Bene, tra il nucleo centrale della Terra e il mio chiodo c'è una catena ininterrotta di atomi, 
attraverso i quali passa la forza di gravità. Interrompi la catena e la gravità si arresta. È 
come spegnere la luce. 
Ah, beh, dico io, se è tutto qui?
La barista, sempre più interessata, è costretta a preparare un sandwich di tacchino per la 
donna sexy. Anche la seduzione deve essere alimentata. Le due adolescenti sono immerse 
ora in una fitta conversazione a bassa voce. Sono le figlie di un grossista, così si era 
qualificato il padre, come se questo bastasse per catalogare una persona e inserirla 
correttamente nella gerarchia sociale.
Il problema era, continua Jorge, come interrompere la catena. Gli atomi sono in contatto 
perché si attraggono e quelli simili formano le molecole. Una fetta di gorgonzola sta 
insieme perché le molecole che la compongono hanno deciso, non chiedermi come, di stare 
unite e distinguersi da altre molecole o altri atomi circostanti, come carta, aria, banco del 
salumiere. 
Sì, sì, questo lo capisco anch'io, dico con lieve impazienza, come se fossi già molto più 
aventi nel ragionamento. 
La barista ha deciso di prendersi una pausa e si è seduta al tavolino accanto al nostro, senza
nascondere il suo interesse per la nostra conversazione.
Il passo decisivo è stato quello di capire come le molecole di gorgonzola decidono di stare 
unite.
Ebbene? Chiedono i miei occhi e quelli della barista.
Non ci crederai ma funziona come con l'antipulci per cani. Con un repellente. Le molecole 
di gorgonzola secernono un repellente che le separa da quelle diverse da loro. Creano il 
vuoto intorno a sé, hai capito?
Ma veramente avete fatto esperimenti sul gorgonzola? Ma mi vergogno subito della mia 
ingenuità.
No, ma funziona per ogni cosa. Noi iniettiamo nel prodotto un repellente che gli crea 
intorno uno spazio infinitesimale di vuoto, ma sufficiente per isolarlo dalla forza di gravità. 
Da quel momento il prodotto non ha più peso e lo puoi spostare deve vuoi senza fatica. 
Ma il repellente, cos'è?
Ah, questo e un segreto di fabbricazione, non posso divulgarlo. Ma, credimi, non è niente di
speciale. È una cosa comune, tu stesso me ne hai portate dodici casse questa mattina. 
Subito mi sforzo di ricordare da quale ditta ho prelevato quelle casse, ma ora  ricordo solo 
che le ho prese dal magazzino.
Sì, ma è un segreto di Pulcinella, dico con sufficienza, basta che chieda in ditta. 
Certo, ma se anche ti dicessero che sono bucce di banana quelle che mi hai portato, cosa 
cambierebbe? Grazie per la birra, Manuel, domani tocca a me. Ora devo andare. 
Mi avvicino al banco del bar, dove è tornata la ragazza e le chiedo:
secondo te è vera tutta questa storia?
Non lo so, ma non è la prima volta che viene qui quel signore, insieme ad altri uomini come
Lei, che gli fanno domande. Io di solito non ascolto le chiacchiere dei clienti. Si allontana 
per servire una grappa a qualcuno. 
Allora perché si è seduta al tavolo accanto? mi chiedo.
Torno in camera mia e butto nel cestino i Salmi. Certo sarebbe una bella invenzione per me
che trasporto pacchi, penso. Cerco di immaginare cosa ci fosse nelle dodici casse che il mio 
furgone ed io abbiamo scaricato in quella fabbrica. 
Iniettano nell'oggetto un repellente. Come si fa a iniettare qualcosa in un chiodo? Per me è 
una balla, penso. Quella è semplicemente una ditta di confezionamento sotto vuoto, come 
fanno con le vaschette di tortellini, altro che catene di atomi. Sono ormai certo di essere 
stato preso in giro. Ha ragione il mio furgone a non chiedersi cosa trasporta e a chi. Domani
facciamo un altro viaggio. Dovrò stare più attento.

Nuovi orizzonti         (15­04­2011)

Roma, 12 agosto, 1927
Tra poco si abbasserà la saracinesca e resteremo soli, come ieri e l'altro ieri. Prima eravamo 
in un altro posto, ma non ricordo dove. Ecco, la luce si spegne, sento il tintinnio delle 
chiavi, il rumore secco di una serratura, il negozio viene chiuso. Soli in una cesta, come ieri 
e l'altro ieri. 
Qualcuno di noi oggi se n'è andato, io sono stato sul punto di farlo, ma poi, quella signora, 
dopo avermi osservato bene, ha scelto il mio vicino, più poroso, ha detto. Secondo il 
macellaio io ero più saporito, ma la signora non ha voluto saperne di me.
Sì, sono un osso, insieme a tanti altri, in una cesta di ossa, nel retro bottega di una 
macelleria. La gente compra la carne, raramente le ossa

Qui si interrompe il manoscritto in cui il macellaio Vitali avvolse un chilo e mezzo di fesa il 
12 agosto 1927, per la signora Aiolfi, mia nonna.
Non so per quale miracolosa serie di circostanze il manoscritto sia giunto nelle mie mani. 
Mia nonna, ormai morta, mi avrebbe potuto illuminare e mia madre e le mie zie non me ne 
hanno mai parlato. Fatto sta che l'anno scorso, il 12 agosto 1977, esattamente 
cinquant'anni dopo la data di redazione del manoscritto, trovai il foglio nel risvolto di 
copertina di un libro di esercizi spirituali che per sbaglio avevo preso dalla biblioteca di mio
zio Ernesto, ecclesiastico, anch'egli defunto. 
Sì, lo so che tutto ciò puzza un po', ma è la pura verità. Guardi, se vuole Le do le mie 
generalità. Sono una persona onesta, io, non ho mai fatto niente al di fuori delle 
convenzioni sociali. Sono, come può vedere, un anziano insegnante di italiano ormai in 
pensione. Non ho nessuna intenzione di speculare con questo manoscritto. Lo amo più di 
ogni altro testo che abbia mai letto in vita mia.
Ho passato notti intere a cercare di decifrarlo, di capirlo. 
Cosa c'è da capire? Lei dice che è solo un banale scherzo ordito dal figlio adolescente del 
macellaio Vitali, o da un suo garzone annoiato? Mi sono informato, sa? Il Vitali non ha mai 
avuto figli, né garzoni nel suo negozio, che fu distrutto quindici anni dopo, in piena 2° 
guerra mondiale, da una bomba sganciata dagli Alleati. Dalle mie ricerche risulta anche che
il Vitali non era uno che amava gli scherzi, privo, forse come tutti i macellai, di un minimo 
senso dell'umorismo. In quella professione è comprensibile.
Quindi chi può averlo scritto se non uno di loro? Come chi? Uno di quelle ossa, in quella 
orrenda cesta macchiata di sangue rappreso, nel buio di uno squallido e gelido retrobottega
di macelleria. 
Era agosto? Sì, è vero, ma le macellerie sono sempre un po' refrigerate, almeno qui, nella 
capitale. 
Sì, d'accordo, è inconcepibile, fisicamente impossibile che un osso possa prendere carta e 
penna e stilare pensieri coerenti privo com'è di mani e di testa. Però andiamo con ordine. 
Se ha un momento di pazienza Le spiego il mio punto di vista. La carta su cui l'autore, per il
momento sconosciuto, espresse il suo innegabilmente triste stato d'animo fu presa da una 
risma di quella carta da macelleria, gialliccia o noce chiaro, che si usava a quei tempi per 
avvolgere la carne fresca. Non esistevano allora i sacchetti di plastica così che quella carta 
grossa e un po' spugnosa assorbiva gli eventuali succhi rossastri secreti dalla carne.  
Ho più volte analizzato con la lente il manoscritto. Non ci sono impronte digitali. Non le 
sembra strano che chiunque, stando in una macelleria dove tutto è coperto da una fine 
patina di sostanze grasse non lasci un segno, una traccia, un indizio su una carta così avida 
di qualsivoglia secrezione?
Allora non usavano guanti in lattice. Nessuno si preoccupava di cancellare le proprie 
impronte digitali. Quindi? 
Il testo fu scritto col sangue, non con inchiostro rosso, come Lei forse avrà pensato subito. 
In una macelleria non manca certo il sangue, è vero, ma i pennini sì. Ora, un sottile 
frammento d'osso può servire egregiamente come pennino. Quindi?
Guardi, io non ho dubbi, è un osso l'autore del manoscritto. Ragioni un momento. A chi può
venire in mente di mettersi nei panni di un osso di bue e descrivere in modo così preciso, 
così personale lo struggente stato d'animo di quel momento? C'è forse un essere umano in 
grado di sentire ciò che sente nell'intimo un osso spolpato, gettato in una cesta piena 
d'orrore, di grida, nel buio di un lugubre retrobottega?
A me, guardi, in fondo non interessa come sia tecnicamente avvenuta la cosa. Io sono 
affascinato dal tenore del testo. C'è qualche cosa di inaudito in quelle parole. Non 
percepisce, Lei, la profonda solitudine di quell'osso, la disperata necessità di comunicare, di 
dire cose che noi non ci sogniamo nemmeno che esistono, l'amarezza di dover constatare 
che la gente come Lei, come me, preferisce la carne alle ossa. Cosa avrà voluto dirci, dire al 
mondo,  l'osso nel momento in cui il manoscritto si interruppe e perché si interruppe? 
Quale segreto sulle ossa stava per svelarci?
Legga un'altra volta il manoscritto, per favore, è molto breve, non Le ruberà molto tempo. 
Frasi come “tra poco si abbasserà la saracinesca” , “ ecco, la luce si spegne”, “prima 
eravamo in un altro posto”. Quando, dove? Non si può rimanere insensibili a questo grido, 
sì, vero grido di dolore. 
Ecco perché ora ho dedicato la mia vita a questa causa: Salviamo le ossa, è il mio claim, 
esse hanno molte cose da dirci, da insegnarci.   
Le vie del Signore sono infinite, la salvezza del mondo può venirci da loro.  Ascoltiamole 
con umiltà . Il tempo dei grandi dogmi della Chiesa e della Scienza sono ormai finiti, hanno
fallito miseramente, non ci hanno dato nessuna Verità, mentre questa può sprizzare dalle 
cose più umili, più disprezzate. 
Abbiamo bisogno del suo contributo, signore, anche una piccola donazione può aprire 
all'umanità nuovi orizzonti.
Grazie. 

Osservazioni         (20­03­2011)

Ero entrato in un ristorante tailandese non tanto per mangiare, quanto per osservare. Scelsi
un tavolo d'angolo, ordinai e cominciai a osservare. Perché un ristorante tailandese? Perché
la cucina tailandese ha fama di essere molto afrodisiaca. La gente ci va per quello, non 
perché ama l'insopportabile piccantezza dei suoi piatti. 
Ai tavoli tutte coppie, non per forza etero. I primi due alla mia destra stanno mangiando 
degli involtini, lui suda visibilmente, lei sorride mentre da il primo morso. Sono quasi tutti 
bravi a dissimulare sia il bruciore in bocca, sia la malizia negli occhi. Qualcuno non ce la fa,
come quei due tedeschi un po' anziani laggiù che hanno mangiato due aragoste quattro 
stelle, cioè il massimo del piccante. Ora lei con aria colpevole gli ventila la faccia col menù. 
Una coppia si alza e si avvia di fretta all'uscita sorridendosi. A un altro tavolo due maturi 
uomini d'affari hanno già finito di mangiare, stanno facendo un brindisi, sotto il tavolo 
hanno le ginocchia inframmezzate. Basta, mi sono stancato di questa commedia, sono tutte 
balle, solo autosuggestione. Guardando la cassiera, nell'uscire, m'è sembrata però  molto 
appetitosa.
Andai al parco. Seduto su una panchina osservo le persone del parco. Si avvicina una donna
matura e si siede sulla mia stessa panchina. In una guancia ha i segni lasciati da un 
canovaccio su cui probabilmente ha appoggiato la faccia a lungo. Fuma, capelli tinti, trucco 
un po' più marcato del necessario. Parla, fa la chiromante ma non ha più clienti, nessuno le 
crede più, questo è il suo dramma. Nemmeno lei crede più nella chiromanzia.
Perché, una volta ci credeva? chiedo per cortesia.
Beh, un pochino, forse. Comunque ho sempre cercato una logica nella successione dei 
segni, perché il caso esiste e non esiste.
Si spieghi meglio, per favore, dissi improvvisamente interessato.
Se Lei vede delle foglie in terra può immaginare che provengano da un albero non troppo 
lontano e un albero significa tante cose, terreno fertile, acqua pulita, agricoltura, genuinità 
e così via. Tutto è collegato come gli infiniti ruscelletti che scendono a valle generati tutti 
da un'unica fonte in cima alla montagna. Basta seguirne uno e arrivi alla sorgente. Il caso 
non esiste.
Un lavoro da detective, dico.
Sì, si tratta di interpretare correttamente i segni e seguire la traccia, solo che nel mio caso 
non si tratta di scoprire il colpevole, ma la....
Stava forse per dire la verità? 
S', la verità che il cliente mi chiede, una verità futura. 
E quindi?
Ho capito di non essere in grado di predirla. Non è possibile predire niente.
Questo lo si sapeva già.
Si supponeva, ma non si sapeva perché. Vede, se le cose accadessero secondo una legge 
predeterminata, predire il futuro sarebbe un gioco da ragazzi, ma non c'è nessuna legge, le 
cose si evolvono casualmente, ad ogni istante. Non c'è nessuna forza che le fa andare in una
data direzione, o seguire un certo ordine. Nell'universo non c'è ordine, solo il caso.
Eppure, soggiungo, la Natura ha delle leggi prevedibili. L'albero di prima invecchia e 
muore; sicuramente c'è un ciclo vitale.
La Natura non è tutta la realtà, è solo un meccanismo a molla perso nell'universo e che 
prima o poi finirà. Si prevedono solo le convenzioni.
E non è quello che i clienti vogliono? Dissi.
Quasi sempre sì. La ragazza che vuol sapere se si sposerà col fidanzato, il commerciante che
chiede se si arricchirà vendendo vino adulterato, il politico vuol sapere se vincerà le 
elezioni. Dico loro quello che vogliono sentire, tanto quando accadrà l'evento i loro desideri
saranno già cambiati, loro saranno cambiati e non faranno fatica a trovare mille 
spiegazioni. Nessuna fidanzata è mai tornata a lamentarsi di non essersi sposata con quel 
tizio che amava tanto, perché ora ne ama un altro.
Però? dico sapendo che c'è dell'altro. 
Però il problema è riuscire a prevedere qualcosa, sì, qualcosa di importante, non so cosa. 
Non il viaggio di Tizio, la lettera di Caio, l'eredità di Sempronio, ma, non so, se Dio esiste, 
ecco.
Finalmente ha sputato il rospo, penso tra me.
Crede che all'universo, dico io, importi sapere se esiste un creatore? L'universo c'è e basta. 
Noi ci siamo e basta.
Grazie, mi dice, Lei mi ha ridato la fede. 
Se ne va sorridendo. Chissà se le è tornata la fede in Dio o nella chiromanzia? Forse è la 
stessa cosa, o no?
Stavo ancora pensando al caso quando l'accalappiacani prese al laccio un barboncino 
bianco, ben pettinato, con un fiocco in testa. Qualcuno cominciò a discutere, mentre un 
bambino frugava sotto le vesti di una bambina, un disoccupato leggeva gli annunci 
economici, un turista scattava foto, una coppia si baciava, un ragazzo tirò un pallone in 
testa a un pensionato, uno scriveva, un altro leggeva la gazzetta dello sport, una bambinaia 
fece il giro della fontana, un barbone si stese su una panchina e si coprì con un giornale, 
due anziani curvi in avanti guardavano i sassolini del viale, una guardia che camminava 
evitò appena in tempo un escremento di cane, poi sfaccendati, ladruncoli, venditori di 
cianfrusaglie cinesi, postini, prostitute, sportivi in tuta, impiegati in pausa, spose deluse, 
commercianti falliti, testimoni di Geova, chitarristi, studenti fuggiaschi, una suora con la 
testa bassa, un dipendente del comune che metteva fertilizzante alle piante. Mi alzai e 
andai al bar.
Bevo un vermut e osservo quattro ragazzi che giocano al biliardo. 
L'essere umano ha costruito con una tecnologia raffinatissima delle macchine incredibili e 
questi quattro si divertono a spingere delle biglie con dei bastoni e addirittura pensano che 
sia importante stabilire chi sia il più bravo a farlo. Stupido, no?
Tutti i giochi sono stupidi, come tutti gli sport. Guarda quel ciclista con quelle cosce grosse 
come prosciutti, cammina come un orso, non sa quasi parlare la sua lingua eppure è 
considerato un campione, un esempio massimo di valore perché arriva prima degli altri al 
traguardo.
Bevo il mio vermut mentre osservo un ubriaco seduto in un angolo. Parla da solo, nelle 
pause di silenzio ascolta le ragioni che ha messo in bocca al suo interlocutore immaginario. 
C'è più creatività in lui che in uno scrittore affermato, mi dico.
Entra un pensionato e beve un palloncino di bianco, poi due signore mature che non 
smettono mai di parlare ordinano due caffè, li bevono senza nemmeno accorgersene, 
pagano senza accorgersene, sempre parlando escono senza essersi rese conto di cosa hanno
fatto. Un turista entra e chiede un'informazione, qualcuno gliela dà con abbondanza di 
particolari che il turista non capisce. 
Ora è il conducente di tram a chiedere una grappa e per il suo amico, in abiti civili, un 
analcolico. 
Vorrei che entrasse qualcuno veramente interessante. Ma chi sono le persone interessanti? 
Quelle che mi lasciano a bocca aperta, che mi insegnano qualcosa di utile, un Dio?
Entra il fornitore delle birre con il carrello. Dove le metto? Chiede.
Ecco la vera frase che aspettavo da tempo, l'unica domanda che ha senso fare e la risposta  
fu all'altezza: lì.
Pareti   (05­09­2008)

Cosa vuoi, per me ormai è diventata una necessità quotidiana quella di ispezionare la 
parete di vetro trasparente che separa il piccolo mondo culturale, sociale, pubblico, 
comportamentale esterno delle persone, da quello smisurato,  imprevedibile, eccitante 
nascosto nei meandri della mente umana, dissi.
Come? chiese Mario, quale parete di vetro? Il dentro e il fuori si conoscono già, ma perché 
dovrebbero essere divisi da una parete di vetro, quando c'è già il corpo che li separa?
Perché non c'è un dentro e un fuori, ovviamente, soggiunsi io. La pelle non è una parete. 
Quello che noi consideriamo la cosa più intima e riposta dentro di noi, come il ricordo per 
esempio, non è più interno di un prurito al polpaccio, che viene percepito pur sempre 
all’interno della mente e inviato da questa in qualche regione della psiche.
Un prurito psichico, scherzò Mario. E una volta arrivato nel posto assegnatogli, che fa il 
prurito?
Dialoga, spiegai io.
E tu hai captato qualche volta conversazioni simili? indagò lui.
Sì, certo, risposi, basta trovare la porticina,  la falla nella parete di vetro e passare cosi 
dall’altra parte. Vedi, tutto è sotto i nostri occhi, ma noi, concretamente, ne siamo separati. 
Crediamo di conoscere e di avere accesso a una cosa solo perché la vediamo, ma tra noi e 
quella cosa c'è , come dicevo, una parete di vetro che ci impedisce di entrare veramente in 
contatto con lei.  Guarda, è come abbracciare il corpo di una persona amata che in quel 
momento è assente. Tu stai abbracciando solo un involucro immateriale.
Se è cosi, allora viviamo in un mondo di contenitori vuoti,  concluse Mario.
In ogni cosa, continuai io, c'è una superficie e una profondità, una buccia e una polpa, se 
preferisci. Ma non sono necessariamente nell’ordine prima e dopo, o dentro e fuori, o 
meglio e peggio. Sono due piani diversi, gli dissi serenamente. 
Come fai a sapere se sei nella polpa o nella buccia? chiese.
Sei tu che lo decidi, risposi. Una bottiglia di vino e’ contemporaneamente un contenitore e 
un contenuto. Con chi vuoi stare? Lo decidi tu.
Facile, in questo caso, continuò, ma il resto?
E’ lo stesso, ti dico. Le cose ti arrivano tutte in blocco. Distinguerne una, per la gente, vuol 
dire vederne la superficie, l’apparenza, spesso offuscata da pregiudizi. La gente si 
accontenta di quello che vede. Crede che sia tutto li perché non vede la parete di vetro. 
Attenzione, però, anche quando vedi la parete, non è facile trovare la falla per giungere al 
contenuto, come con la bottiglia di vino.
Non mi è ancora chiaro, disse.
Tu vedi un materasso, va bene? spiegai, ma che cosa vedi materialmente? La sua superficie,
dirai. Ma non è quella la superficie di cui parliamo. Il contenuto occulto del materasso, che 
non è di nessun interesse salvo che per il materassaio, non è il vero contenuto. E’ ancora 
parte della superficie. Dov'è allora il vero contenuto?
Già, dov'è? interrogò con vivo interesse Mario.
Il contenuto è il tuo riposo, risposi trionfalmente.
Allora, la sua essenza dipende dall’uso che se ne fa? chiese ansioso.
Sì, forse anche da quello, dissi, ma riassumiamo. Di ogni cosa tu hai una superficie 
dubbiosa e una profondità aleatoria. Allora, tu dirai, c'è veramente il materasso? No, non 
c'è’ nessun materasso. Benvenuto nel mondo del nulla. Ora ti chiedo: se un centurione 
romano vedesse un materasso, cosa ne penserebbe? La superficie, la profondità’, la parete 
di vetro? No, per lui il materasso e’ un blocco di un materiale sconosciuto. E visto che ciò 
che non conosciamo non esiste, il materasso non esiste.
Perché per me esiste, invece? chiese.
Perché hai imparato a costruirti il materasso con i tuoi materiali, cioè il riposo, gli amplessi,
le malattie, i sogni.  Sono quelli che vedi, quando guardi un materasso e non i materiali 
fisici, la superficie appunto, che ha usato il costruttore. Il tuo vero materasso esiste oltre la 
parete di vetro.
E un gatto? Chiese ancora dubbioso. 
Non lo so, dissi. Ricordo la mia anziana insegnante di francese, la sua calligrafia, quando 
scriveva con una stilografica ad inchiostro rosso e le parole sul foglio che si diluivano nelle 
goccioline di saliva che frequentemente emetteva durante la lezione.  Il dentro di quel 
foglio spruzzato e giallo, che forse conservo ancora, non è il ricordo della vecchia 
insegnante, ma il senso di quelle lezioni, della mia vita e della sua in quel momento. 
Ogni giorno cerco la falla, non quella del gatto, del materasso, del foglio, ma quella 
generale, il portone che mi lasci vedere come stanno veramente le cose. 
Perché ti interessa tanto, concluse Mario inaspettatamente, in fondo non c'è nessuna verità 
ultima, lo sai bene. In fondo alla profondità di quel foglio  umido di saliva che ti perturbò 
tanto, cosa credi che ci sia? Un’altra profondità separata dall’anteriore da un’altra parete di 
vetro e oltre, credo, un’altra ancora.
Vuoi dire, dissi, che sono io che creo le profondità e le pareti che le proteggono?
Tu me lo hai insegnato, rispose,  il mondo è un materasso, che in sé non esiste,  ma è come 
tu lo vuoi. E  tutto questo lo sapevamo già.

Partita finale        (06­01­2011)

Gentili radioascoltatori qui è davide tagliabue che vi parla dallo stadio felice mazzetta qui a
topolobampo.
Oggi si gioca la partita decisiva del campionato di serie c tra il topolobampo, anfitrione e il 
beltogo, ospite. La folla numerosa e variopinta ha già occupato tutti i due mila seicento 
posti a sedere della massima casa da gioco. Pronto? Chi è? Maria? Senti, ti richiamo, adesso
sto lavorando. Scusate, un'interferenza  sulla linea. Dicevamo che la folla variopinta e 
agitata, ma anche un po' turbolenta, ecco due che si picchino sulle tribune popolari. Quello 
in maglietta nera ha sferrato un calcio a quello in camicia rossa che accusa il colpo ma 
riparte con un montante sinistro che dipinge una smorfia di dolore sulla faccia 
dell'avversario. Interviene un amico della maglietta nera che afferra per il collo la camicia 
rossa e la scuote violentemente. All'istante si alzano quattro compagni della rossa, uno 
blocca dal di dietro lo scuotitore, mentre un altro dal davanti lo colpisce all'inguine. Gli altri
due afferrano la maglietta nera e la malmenano con violenza. La maglietta va in pezzi, 
intanto la camicia rossa si tampona il naso sanguinante, mentre la folla circostante grida 
eccitata. Volano i primi cuscini.
Ma ecco che si sente un fischio, forse l'arbitro ha dato inizio alla partita prima del tempo, 
tutti si guardano intorno, no, è un ragazzo che usa un fischietto simile a quello del direttore
di gioco. Tutti gli sguardi ritornano sulla scena del litigio, ma i due avversari si sono già 
ritirati lasciando sul posto i loro sostenitori che continuano a insultarsi e a minacciarsi coi 
pugni chiusi.
Dall'altra parte dello stadio è entrata la rappresentanza dell'istituto delle orfanelle suor 
benedetta fugazza, costituita da un gruppo di ragazze tra i 14 e i 18 anni, in gonna corta e 
calzettoni bianchi.Il pubblico le guarda facendo commenti lascivi sulle povere infelici. 
Un altoparlante annuncia l'entrata in campo delle due squadre avversarie, precedute 
dall'arbitro e i suoi aiutanti. Lo speaker ora legge i nomi dei giocatori del topolobampo, 
perrino, peretta, beretta, anfossi, triassi, colussi, mazzano, bellano, vitelli, nodini, palladini. 
Ora è il turno degli ospiti, calzi, botti, vermicelli, è stato smarrito un barboncino grigio di 
circa sette anni e mezzo, risponde al nome di torrone, mangia solo croccantini e la 
domenica una fetta di prosciutto cotto, chi lo trovasse è pregato di contattare il signor 
vergani. Scusate l'interruzione, toffetti, santini, pellegrini, zuffetti, rosati, scuri, vitali, 
portesi, arbitra il signor giancarlo menazzi di sorrento.
Dopo il consueto lancio della monetina per l'assegnazione delle metà campo, il signor 
menazzi da il segnale di inizio della partita. Colussi ha la palla, passaggio a triassi, triassi a 
colussi, colussi a triassi, triassi ancora a colussi, colussi si guarda intorno e lancia a vitali 
della squadra avversaria. Fischi dei tifosi del topolobambo. Vermicelli del beltogo in 
possesso di palla, dribla mazzano bellano nodini peretta e beretta e con una potente 
cannonata da centro campo manda in rete, mentre il portiere palladini s'era distratto per 
l'improvvisa apparizione dietro la sua porta del barboncino grigio.
Fischi e insulti dei tifosi del topolobampo. Il barboncino spaventato dalle urla della folla 
corre attraverso il campo da gioco inseguito da un guardalinee e dalle risate del pubblico. Il
barboncino dribla il guardalinee che, sentendosi ridicolo, rinuncia all'inseguimento e torna 
presso le panchine. Il cane, ormai tranquillo, si porta in centrocampo, fiuta l'erba un po' in 
giro e alza la gamba per una pipì. Applausi e giubilo della folla. 
Il signor vergani, probabile proprietario del cane,  entra in campo con un guinzaglio e un 
sacchetto di croccantini che sventola alla volta del barboncino, che esausto si è sdraiato su 
un fianco. Il cane vede vergani, si alza, scodinzola e gli va incontro. I due si incontrano al 
limite dell'area di rigore, vergani afferra il barbone, gli applica il guinzaglio e fa per uscire. 
La folla grida croccantini croccantini, vergani  guarda le tribune, come un gladiatore 
romano nel colosseo,  apre il sacchetto dei croccantini e ne sparge intorno una manciata. Il 
barboncino comincia a cercarli nell'erba, vergani lo strattona verso la linea di fondo, il 
pubblico fischia, due cuscini arrivano in campo, seguiti da un rotolo di carta igienica che 
tuttavia non si srotola e cade ai piedi di vergani. L'allusione è esplicita. Ora vergani e il cane
escono dal campo e, sarebbe meglio che uscissero anche dallo stadio. 
L'arbitro menazzi, che dopo il gol di vermicelli aveva interrotto il gioco, ora lo riavvia con 
un fischio prolungato e intermittente. Palla in calcio d'angolo. Pellegrini a rosati, rosati a 
scuri, scuri a vitali, poi a botti, calzi, toffetti, vermicelli, tutti giocatori del beltogo, poi 
portesi, autorete del beltogo. Boato. L'arbitro annulla il gol per fuori gioco. I tifosi del 
topolobambo insorgono con fischi grida e insulti a menazzi di sorrento e intonano la 
famosa canzone turna a surriento. Tafferugli sulle tribune ancora nel luogo della 
precedente lite. Le orfanelle si sono alzate confuse, non capendo bene che cosa sta 
succedendo, accettano inviti scritti da parte di famiglie adottive e non, in una curva delle 
tribune nord un gruppo di tifosi del salonicco, terza squadra in classifica, danno origine 
senza troppo successo a una ola, che si spegne subito. Lo speaker comunica che è proibito 
lanciare in campo oggetti contundenti e che è altresì vietato bere birra prima della fine 
della partita. Una lattina viene scagliata contro uno dei numerosi altoparlanti che smette di 
funzionare. Gli organizzatori ora trasmettono l'inno nazionale, forse con l'idea di calmare le
acque, ma nessuno sembra farci caso.
L'arbitro riavvia il gioco. Il topolobambo parte all'attacco, sostenuto dal coro dei tifosi topo 
topo topo. Bellano in una splendida discesa, senza passare la palla a nessuno, arriva in area
di rigore e viene abbattuto da una gomitata di zuffetti. Rigore. Preparativi per il calcio di 
rigore, incaricato del tiro è nodini, noto centrocampista del voghera basket. Fischio 
dell'arbitro, nodini prende la rincorsa, sta per calciare, improvvisamente gli si para davanti 
il barboncino grigio, nodini già col piede in corsa lo calcia, gol.
Boato della folla. Fischi dell'arbitro. C'è un tentativo di invasione di campo. Gli altoparlanti 
gridano chissà che cosa. Gentili radioascoltatori qui allo stadio mazzetta la situazione è 
caotica. La partita è ferma, l'arbitro discute con i guardalinee, poi con gli allenatori delle 
due squadre, poi con un signore anziano, vestito di nero che gli da una busta, l'arbitro la 
intasca. E' un problema di diritto calcistico. Il gol deve essere annullato perché è stato fatto 
con un cane, oppure è valido perché realizzato in buona fede? Anche i giocatori discutono 
tra di loro, gesticolando dandosi spintoni. Vergani intanto ha recuperato il barboncino e lo 
sta portando fuori in braccio. Chissà se è ancora vivo.
Intanto la partita è ferma sull'uno a zero per il beltogo. Lo speaker annuncia che il gol è 
stato annullato perché il regolamento della fifa non considera validi i gol segnati con 
oggetti diversi dal pallone regolamentare. Delusione del topolobambo. 
Per la terza volta l'arbitro riavvia la partita. Perrino a peretta, peretta a beretta, beretta a 
nodini, fischio di chiusura del primo tempo. I giocatori si avviano agli spogliatoi. A voi 
studio.

Gentili radioascoltatori eccoci di nuovo allo stadio felice mazzetta per la partita finale del 
campionato di serie c tra il topolobambo, padrone di casa e il beltogo, ospite. Risultato del 
primo tempo uno a zero per il beltogo, su gol di vermicelli al ventesimo.
Le squadre sono già in campo, l'arbitro menazzi da il fischio d'avvio del secondo tempo. 
Gioco veloce, calzi a botti, botti a vermicelli, vermicelli botti, botti pelosi, scusate pelosi non
c'è, scuri rosati zuffetti fallo su zuffetti, zuffetti a terra, lo speaker chiede l'intervento di un 
medico, gioco fermo, entra in campo un signore del pubblico, forse un medico, gli indicano 
le tribune dove qualcuno sta facendo segni con le braccia, zuffetti si alza senza problemi, 
non era lui l'infortunato , ma una donna, mi dicono, in tribuna centrale, doglie da parto, 
forse ha già partorito, ora viene soccorsa dai parenti e dal ragazzo delle bibite che mette a 
disposizione sei bottiglie grandi di acqua minerale non gassata.
Il gioco riprende veloce, non c'è tempo da perdere, il topolobambo deve prima pareggiare 
se vuole vincere il campionato. Perrino, peralta, anfossi, perde la palla, un insulto e gesto 
rivoltogli dal capitano del topo, rosati scuri, vitali, vitelli, scusate, vitelli a vitali o vitali a 
vitelli, il gioco continua,  bellano nodini , l'eterno nodini, nodini vitelli, ancora nodini, 
nodini, nodini. rete, goooool. Ovazione della folla, in maggioranza topolobense. Il topo è in
pareggio. Fine del secondo tempo, si andrà ai tempi supplementari, a voi studio.

Nuovamente in onda dallo stadio mazzetta, è tagliabue che vi parla. Entrano l'arbitro, un 
solo  guardalinee e quello che resta delle due squadre, molti giocatori sono già andati a 
casa. Si decide allora per i rigori. Nodini e vermicelli, i capitani delle due squadre si 
preparano per il primo calcio di rigore. Vermicelli, rincorsa, rete. Nodini, rincorsa, rete. E' la
volta di palladini, il portiere del topo, che ha insistito per calciare. Palladini, rincorsa, 
scivola, cade, ma colpisce il pallone. Calcio ritenuto valido dall'arbitro benelli, scusate, 
menazzi della bella città di sorrento, benelli è di pomigliano. Ora calcia pellegrini del 
beltogo. Pellegrini è cognato di palladini, per questioni di parentela finge di sbagliare e 
calcia lontano verso un cespuglio nel fondo campo. Siamo ancora uno a uno. Tocca a triassi
del topo, calcio, rete. Il portiere si era distratto a causa del solito barboncino grigio 
evidentemente ancora vivo riapparso abbaiando dietro la sua porta. Botti del beltogo, per 
lealtà calcia fuori e colpisce il guardalinee rimasto, che si toglie la fascetta dal braccio e se 
ne va dal campo. L'arbitro per punizione toglie un punto al beltogo. Insulti dei tifosi, un 
fornello a gas da campo viene lanciato verso l'arbitro, il quale inflessibile fa riprendere il 
gioco. Chiede un pallone, non c'è, non se ne trova nessuno. Un bambino dalla prima fila 
offre la sua palla. L'arbitro acconsente. Mazzano calcia la palla, che è troppo leggera e si 
ferma a un metro dalla porta avversaria. Riunione dell'arbitro con i dirigenti delle due 
squadre. Lunga discussione, si decide di usare una scarpa al posto del pallone. La scarpa di 
chi tira. La prima scarpata colpisce il portiere portesi sull'arcata sopraccigliare destra. Non 
funziona, troppo pericoloso. Altra riunione coi dirigenti. Questi discutono tra loro, viene 
annunciata la fusione delle due squadre, la nuova squadra si chiama beltopo, che vince così
il campionato. L'arbitro segnala la fine della partita. La folla delusa comincia ad 
abbandonare lo stadio. Qualche scalmanato mena cazzotti qua e là. E' tutto dallo stadio 
mazzetta a voi studio.
Passeggiata reale     (18­05­2009)

Siamo un grande gruppo, tutti attorno al Re. Lui vuole passeggiare in questo giardino molto
esteso e vuole essere servito come se fosse all'interno del suo palazzo. Quindi ci siamo tutti:
parrucchiere, sarto, cuoco, giardiniere, cocchiere, concubine, valletti, consiglieri, adulatori, 
mendicanti, aristocratici, giullari, figli naturali, curiosi e tra questi, io. Non sono mai 
riuscito ad avere un incarico fisso a corte, solo piccole mansioni, provvisorie, interinali. Alla
fine ho tagliato definitivamente e me ne sono andato lontano. Forse non mi era mai 
interessato veramente appartenere a quel mondo. Oggi sono qui con loro, però in veste di 
osservatore, così, per passatempo. 
Il Re cammina davanti a tutti, parlando a tutti, esigendo che tutti sentano, apprezzino, 
obbediscano. Ogni suo gesto è interpretato secondo un rigoroso codice prestabilito, 
conosciuto da tutti ed immediatamente soddisfatto. 
Ora si siede, dopo aver indicato col mignolo una panchina prontamente ricoperta da un 
prezioso drappo reale. Il gruppo si sparpaglia intorno a lui, a rispettosa distanza, ma a 
portata d'orecchio, nel caso volesse qualcosa da qualcuno. Anche i più lontani riescono a 
rimanere in contatto acustico e visivo con il sovrano. Qualcuno di fronte a lui esegue delle 
danze, alcuni giocolieri si esibiscono, un biografo registra in un quaderno alcune frasi dette 
dal monarca, i musici iniziano a suonare, le donne gli sorridono sventagliandosi, un cavallo,
tenuto per il morso da uno stalliere, nitrisce. 
Sono le tre di un afoso pomeriggio d'agosto e i belletti dei cortigiani e anche quelli del Re, 
cominciano a sciogliersi per il calore. Il Re si alza, tutte le attività si interrompono e il 
gruppo riprende a camminare verso una nuova sosta. Qualcuno bisbiglia qualcosa 
all'orecchio del sovrano, questi si gira sorridendo verso il gruppo che lo segue ed osserva 
per un istante una persona, poi guarda nuovamente davanti a sé, lievemente annoiato.
Per un improvviso desiderio di solitudine mi apparto dal gruppo e cammino fino in cima ad 
una collina poco lontana. Da quassù osservo il gruppo che si snoda lungo sentieri 
geometrici, siepi potate accuratamente, fontane,  esedre, laghetti, panchine. Camminano 
mollemente, ma ogni loro gesto è innaturale, ogni esclamazione è artificiale, il loro 
procedere ha qualcosa di malato, danno l'impressione di essere sonnambuli o mentecatti. 
Non ricordo di aver mai visto nulla di simile osservando il comportamento degli animali.
Non ho più molto interesse per le deambulazioni di questo gruppo, torno verso casa, verso 
il palazzo del Re, dove occupo una stanzetta periferica, senza pretese, dato quello che pago.
Però penso che un giorno o l'altro partirò di nuovo. 

Pensierino sul Santo Natale di un bambino della III C     (25­12­2009) 

“i pensierini sul Natale sono tutti cretini, perché il giorno di Natale tutte le persone sono 
false, cioè sorridono ma si vede che fanno apposta,  poi  i regali sono quasi sempre stupidi e
non è vero che è nato Gesù che nessuno conosce. Invece tutti sanno che è nata Patrizia la 
mia cugina più piccola. A me piace tanto Patrizia anche se ha un difetto: tutti dicono che è 
mongoloide ma a me non sembra. Però non so bene cosa vuol dire mongoloide. Lei grida 
sempre e i suoi genitori per farla stare zitta le riempiono la bocca di nocciole ma lei non ha 
i denti così passa molto tempo a succhiarle. I nostri vicini, il giorno di Natale, litigano 
sempre. L'anno scorso il papà di Gigi gli ha rotto un dente con un pugno perché aveva fatto 
cadere l'albero. A casa mia l'albero è attaccato al muro così nessuno può farlo cadere però 
anche se cade non c'è su quasi niente e non sarebbe un disastro. Anche il nostro cane ha 
ricevuto un regalo; un osso di bue ma è andato a mangiarlo sul tappeto della sala e l'ha 
sporcato tutto di grasso così mio papà gli ha dato un sacco di botte. Mio nonno ha vomitato
nel water dopo il pranzo di Natale e gli è caduta dentro anche la dentiera. Mio papà si è 
arrabbiato molto e siccome non poteva picchiare il nonno ci ha proibito di mangiare la torta
che ha chiuso nel suo comodino da letto. Mia mamma il giorno di Natale è sempre un po' 
triste e mio fratello più grande le prende sempre perché fa gli scherzi al nonno e mio papà 
si arrabbia. Alla sera mio papà esce, il nonno va a letto presto, mia mamma sta in cucina a 
mettere a posto e io e mio fratello guardiamo la televisione. Di solito per me il Natale è un 
giorno di merda.”
Potere      (03­09­2008) 

Nella mia vita ho avuto incontri di ogni tipo, disse Mario, però  se dovessi dire quali sono 
stati reali, quali sognati nel sonno e quali immaginati, non saprei.  Del resto i ricordi sono 
tutti della stessa sostanza, consistono tutti in un'immagine mentale. Nel ricordo tutto viene 
omogeneizzato. Vent’anni fa, in quel caffè, con quella persona, ci sono stato veramente, o 
l’ho sognato? Il tempo scioglie le differenze tra i desideri e la realtà. Comunque sia, ricordo 
il mio incontro con il papa.
Non sapevo, dissi io, che tu conoscessi il papa.
Non quello attuale, ho conosciuto il terzultimo.
Ah! Papa Fringuelli, dissi.
Sì, ci incontrammo in un bar di Cologno Monzese, disse disinvolto.
In quel momento pensai che Mario volesse scherzare, cosi gli diedi corda.
Ah, si, il bar Pietro e Paolo. Particolarmente frequentato da ecclesiastici.
Tu non mi credi, Alfonso, disse Mario serio, ti assicuro che è cosi, anche se non sembra 
vero.
Cominciai a pensare che avesse problemi nervosi.
Non può essere vero, gli dissi, i pontefici non vanno in giro per i bar.
E tu, Alfonso, chi sei per poter affermare alcunché con certezza assoluta. Ti comporti come 
un arrogante, un dogmatico, un intollerante, un egoista. 
Perché egoista, scusa? dissi sorpreso.
Perché vuoi tenere la realtà tutta per te, così come la vuoi tu. Non permetti agli altri di 
avere la loro. La realtà è fatta di tasselli che ognuno, nella propria sperimentazione del 
reale, compone come vuole. La realtà è soggettiva, solamente, disse.
Ma c'è un papa oggettivo, dissi, che sicuramente non è mai stato in un bar di Cologno 
Monzese.
Ma io l’ho visto coi miei occhi, disse lui, gli ho parlato, gli ho stretto la mano.
Te lo sei sognato, dissi io.
Ma io ricordo perfettamente l’episodio. E poi, che differenza fa che sia accaduto veramente 
o no? Che cos'è l’accadere? Che cosa succede quando accade una cosa? Per esempio, noi 
siamo in questa stanza e parliamo, beviamo, fumiamo, ecc.  Questo è un accadere per me e 
per te. É  l’accadere delle 5 e 27 di lunedì 14, io vivo il mio, tu il tuo, io vedo il tuo e so che 
tu vedi il mio, ma quello che vedi tu non è quello che vivo io. Prima, nel venire qui, ho 
avuto un altro accadere. Ho salutato due persone, ho immaginato di abbracciare una bella 
donna che passava in automobile, ho anticipato con la fantasia alcuni eventi futuri. Ho 
aspettato, sentito, percepito, creduto di percepire. Ogni istante è un accadere di qualche 
cosa, fisica o no. Quella bella donna, ora ricordo, l’avevo già  abbracciata anni fa, o forse 
era la sorella?
E allora? Dove vuoi arrivare, dissi, tutto ciò si sa già.
Voglio dire che ogni accadere è vero, perché accade e non importa che avvenga nella mia 
mente o sia percepito dai sensi fisici, che si riferisca a qualcosa  in questo momento o sia un
ricordo di qualcos'altro.
Insomma vuoi dire che viviamo in un magma che non ha presente o passato, una sostanza 
immateriale ma anche materiale allo stesso tempo, un qui ed ora e contemporaneamente 
un altrove e un allora
Sì, disse, perché la coscienza dell’accadere  è sempre  mentale. É  come un ricordare in 
contemporanea con l’accadere. Ripeto, la mente cosciente omogeneizza i contenuti 
dell’accadere, di qualunque natura  essi siano. La coscienza  riduce i frammenti delle realtà 
che le giungono a tiro in una sostanza amorfa che la nostra cultura coi suoi vizi colora 
arbitrariamente.
Non avevo più dubbi sulla sua sanità mentale. Per non contrariarlo dissi: 
Spiegati meglio.
Vedi, cominciò, la materia che ci circonda, e il presente in cui crediamo di vivere, sono una 
nostra convinzione.
In altre parole, dissi, che io mangi una bistecca o mi immagini di mangiarla, è la stessa 
cosa?
Se voglio, sì. La realtà è ciò che io voglio che sia, perché sono io che la percepisco, con i 
“miei” sensi e con la  “mia” mente e lo posso fare come voglio. Posso decidere di ribaltare il 
valore delle cose, cambiare la loro natura, colore, sapore, posso percepire come materiale 
ciò che non lo è e viceversa. Posso incontrare il papa in un bar di Cologno Monzese, posso 
dirti queste cose o semplicemente pensare di dirtele, posso decidere che tu mi creda, posso 
anche annullarti.
Timoroso che la conversazione prendesse una brutta piega e non essendo sicuro di 
trasformarla, come dice Mario,  da materiale in immateriale, nel caso ci fosse bisogno, 
preferii guidare il discorso su un terreno più tranquillo e dissi:
Che ne diresti se pensassimo di bere un aperitivo, o lo vuoi bere veramente?

Qualcosa da ridire?      (20­01­2011)

Anche oggi, come quasi tutti i giorni, sono uscito di casa. Non avevo particolari cose da 
fare, così mi sono incamminato verso la zona industriale della città. Era già tardo 
pomeriggio e le fabbriche avevano già chiuso. La zona era deserta. Nelle strade c'erano 
delle macchine parcheggiate, che certo avrebbero passato lì la notte.
Pensavo ad argomenti filosofici, come al solito, quando scorsi in un'aiuola un uomo 
accovacciato vicino ad un alberello. Pensai sul momento che stesse soddisfacendo un 
improvviso bisogno corporale, ma avvicinandomi di più, constatai che non aveva i pantaloni
abbassati. 
Strano, mi dissi, di solito uno se li abbassa per fare certe cose.  Quando mi trovai alla sua 
altezza, il signore, senza alzarsi, mi salutò educatamente. Ricambiai il saluto e proseguii la 
mia passeggiata.
Ero già risprofondato nei miei pensieri filosofici, i quali, per soddisfare una legittima 
curiosità del lettore, riguardavano l'inconsistenza di tutte le nostre certezze, dalle più 
modeste, “non troverò il cinema aperto alle otto di mattina”, a quelle più vaste, “ma Dio 
esiste veramente?” quando da lontano, in un'aiuola, scorsi un altro uomo accovacciato 
vicino a un albero. 
Verificai mentalmente di non aver fatto inconsapevolmente in giro circolare in modo da 
rivedere l'uomo di prima; no, questo era un altro. Anche lui con i pantaloni a posto, aveva 
l'aria di chi, seduto su una panchina, lascia passare oziosamente il tempo. 
Mi salutò cordialmente con un Salve Gino. Io gli risposi subito Salve Beppe. 
Non mi chiamo Beppe, corresse lui, mi chiamo Giacomo. 
Neanch'io mi chiamo Gino, dissi, Le dirò il mio nome se prima Lei mi dice cosa ci fa 
accovacciato in un'aiuola. 
Oggi niente di particolare, rispose.
Come, niente di particolare? Crede forse che sia normale stare lì come sta Lei? dissi con una
nota di disapprovazione. Devo dedurre, continuai, che non è la prima volta che viene qui. 
No, certo, rispose, in fondo che c'è di strano?
Forse il mondo è cambiato mentre dormivo, sparai fuori questa infelice battuta, perché 
anche più in là c'è un altro come Lei.
Ah, quello! Un esibizionista. 
Cioè?
Froidianamente parlando colui che svolge in pubblico funzioni intime, precisò.
Ma quel tizio era accovacciato vestito, come Lei e non svolgeva nessuna funzione.
Un esibizionista represso, ecco cos'è.
Ma allora tra voi due che differenza c'è? chiesi a disagio.
Nessuna, siamo tutti degli esibizionisti repressi.
Io no, caro signore, mi difesi e con un gesto della mano mi congedai.
Pochi passi dopo mi voltai e gli gridai: Mi chiamo Adamo!
Molto piacere, mi rispose, però si copra il genitale, sta già cominciando a rinfrescare.
Quei due       (ago. 2008)
(pensieri di un critico)

Quei due

“Dal taxi scese una coppia giovane, ciascuno  dei due teneva in mano un vaso di fiori. Sul 
marciapiede c’era una giovane donna, sorridente e ringraziò la coppia dei vasi che le 
porsero. Dietro di loro c’era la vetrina di un negozio di materassi, in quel momento deserto.
Sull’angolo del marciapiede, all’incrocio, una donna anziana, in piedi, con in mano un 
piatto contenente mezza torta avvolta in una pellicola trasparente, stava parlando con un 
uomo, anch’egli anziano. Io passai con le mani in tasca.”
Il critico letterario si soffermò un momento sull’ultimo periodo. Curioso, disse tra sé, cosa 
vuol significare quel   “con le mani in tasca”? E quella mezza torta? Saranno metafore? Un 
linguaggio criptico? Simboli onirici? Messaggi subliminali, demenziali, casuali? O bisogna 
prenderli alla lettera? E quei due chi erano?

Realtà

Il  critico letterario pensava a parte, cioè non in relazione alla storia di prima, quella della 
mezza torta: Che bello avere certezze, sapere che da una parte esiste una realtà concreta 
indiscutibile, sotto gli occhi di tutti e dall’altra il mondo dei sogni campati in aria.
Però chi vive nel mondo delle favole sa che sono favole, quelli che affermano la realtà 
oggettiva non sanno che anche quella è una favola. I realisti sono i più lontani dalla realtà. 

La macchia

Sul  tappeto color crema spiccava una macchia bruna,  grande come una pentola in 
alluminio antiaderente, di 28 centimetri di diametro, manico in plastica nera.  Una macchia
bruna può essere di qualsiasi cosa, salsa di pomodoro, coca cola, sangue, Bisolvon, Barbera 
dell’oltrepò, cera liquida per parquet color noce scuro.
Ma il critico letterario è sospettoso, fiuta sempre qualcosa dietro la lettera del testo. Quella 
macchia, non sarà forse….., ma no, non può essere. In fondo è solo una macchia scura sul 
pavimento, sì, ma il pavimento di chi? E quando venne depositata, qual’era lo stato d’animo
del depositante al momento del deposito?  Una macchia è un simbolo. Cosa c'è dietro il 
simbolo? E  ciò che c'è dietro il simbolo è lo stesso che c'è dietro la macchia?

Pensieri del critico

Per stare bene non bisogna tenere  le cose sotto controllo, ma svalutarle, cosi cessano di 
premere. In realtà non sono le cose che premono, ma i valori culturali applicati alle cose. 
Però non si può nemmeno stare nudi, quindi  bisogna pure indossare un vestito culturale 
qualunque.  L’importante è sapere che si tratta di un vestito preconfezionato, non della 
verità.
L'eternità e l’infinito sono due concetti vuoti, ognuno li colora come vuole, visto che  non 
abbiamo nulla di concreto da metterci dentro.
Quando non si sa più cosa dire si tira in ballo Dio come spiegazione finale, indiscutibile, 
senza capire che l’indiscutibile è arbitrario.
Ci si stupisce di una signora che passeggia con in mano una portiera di automobile, ma non
di quell’altra con un cane al guinzaglio.
Gli home­less non sarebbero cosi scandalosi se si avesse della casa un concetto un po' più 
allargato. Lo stesso vale per qualsiasi altra cosa, compreso Dio. Naturalmente gli home­less 
non scandalizzano perché sono senza casa, o ne hanno un'idea diversa da quella 
convenzionale, ma per la loro problematica esistenziale cosi “sgradevolmente” esibita in 
pubblico. Un home­less ben vestito non è più uno scandalo. La sensibilità ipocrita della 
borghesia è rivolta più all'aspetto formale che a quello sostanziale (escluso il capitale) della 
vita umana. 

Fine dell’introduzione 

“ perché  l’introduzione serve per entrare, poi uno va con le sue gambe. L’introduzione è un
lusso, una comodità che prima non c’era. Omero o  Dante non si sarebbero mai sognati di 
scrivere, o di far scrivere un’introduzione alle loro opere. Uno cominciava a leggere e se si 
orientava, bene, altrimenti  prendeva lucciole per lanterne ed era un problema suo. Invece 
oggi, per qualsiasi produzione scritta c'è la prefazione, l’introduzione, la nota dell’autore, 
quella dell’editore, del traduttore, degli amici che hanno aiutato l’autore a scrivere , a 
correggere, a tirare avanti fino alla fine e alla fine  la postfazione e le note. Dopo tutto ciò 
uno si aspetta che il prodotto vero e proprio sia qualcosa di importante per l'umanità, 
invece, spesso, è un prodottino (vedi oltre) che passa sotto silenzio nel brusio  generale del 
mondo”

Prodottini

In letteratura ci sono prodotti e prodottini. I primi sono quelle opere che la gente in genere 
non ha letto e che probabilmente non leggerà mai, ma sa che sono cose importanti, quindi 
le compra e le tiene nella libreria del salotto. Non necessariamente  queste opere hanno 
sempre un grande valore per l'umanità: di solito valgono solo nella cultura di riferimento, 
la quale, da molti dei suoi aderenti, viene scambiata per Cultura Universale e divulgata e 
imposta come valore assoluto. Opere  del genere sono i cosiddetti Classici, che spesso si 
studiano a scuola, più altre opere, poche, più moderne, di provato valore letterario, come le
Lettere a Lucillio, di Seneca.
I prodottini invece sono come questo scritto che il lettore ha sotto gli occhi, cioè opere di 
servizio, strumenti momentanei, sottoprodotti  economici per chi scrive, per chi legge e per 
chi critica. Sono opere che spesso non hanno un grande futuro, hanno solo un modesto 
presente perché sfruttano condizioni favorevoli del momento, come una barchetta a vela 
che incontra un buon refolo di vento e corre superba, ma solo fino là in fondo, quando esce 
di vista e si ferma subito dopo, incapace di solcare solitaria gli oceani del tempo, dei gusti, 
dei giudizi  dei posteri.
Gli autori di prodottini, il più delle volte, non sanno di esserlo. Credono di appartenere alla 
prima categoria, però il mondo non si occupa di loro né del loro abbaglio. Tuttavia I 
prodottini servono: sono come il plancton per i grandi pesci, che devono pur mangiare 
qualcosa di più piccolo. Inoltre i prodottini si auto selezionano e si eliminano da soli, ma a 
volte si trovano prodottini vecchi ancora utili,  pagine isolate, come la descrizione della 
defecazione di una gallina nel Pasticciaccio di Gadda. Quindi onore al merito, quando c'è.

Solo tecniche

Quante tecniche per diventare ricchi! Ma ben pochi lo diventano. Del resto anche coloro 
che seguono tecniche per diventare felici, raramente ci riescono. L’orizzonte dell’essere 
umano è tutto un volere, il modello di vita è
  
                  VALUTARE   >  CONFRONTARE   >   VOLERE

1­si valuta tutto in base a criteri infondati, arbitrari
2­si confrontano le valutazioni tra di loro e si sceglie quella di maggior valore presunto
3­si vuole ottenere a tutti I costi il valore prescelto

Se il modello fosse veramente valido, sarebbe efficace per tutti. Cos'è allora che non va? 
Non è il modello , ma la coscienza  della vita che generalmente è irrealistica. Alla semplice 
domanda   “perché viviamo?”  la Cultura ha dato tutte le risposte più fantasiose, tranne 
quella che probabilmente è  l’unica  giusta. Basta interrogare l’autore, cioè la Natura.

Pensieri di un idraulico:

siamo solo dei tubi dell’acqua, nei quali scorre del liquido, che qualcuno regola coi rubinetti
e alla fine li chiude.

Pensieri di un falegname:

e chi ci dice che la vita non sia una stanza vuota, fatta solo di porte attraverso le quali tutto,
o tutti passano e vanno, finché non ci passa più nessuno e le porte una a una si chiudono?

Pensieri di uno qualunque:

il meglio di me, secondo me, mi è sfuggito di mano nel corso della vita.  Secondo una 
donna che mi ama è sempre tutto in me; per un mio amico disinteressato, invece, non c'è 
mai stato. Punti di vista?
La realtà di una cosa cambia, cambiando punto di vista nei suoi confronti, quindi, qual'è la 
realtà vera? 

è più facile  percorrere l’imbuto dalla parte grande a quella piccola, come si fa di solito. Se 
si fa al contrario, quando si arriva nella parte grande, che si allarga sempre più , non si sa 
più dove andare.
non è per sfiducia, ma chi mi assicura che, se dovessi incontrare un giorno quella persona 
che mi bisbiglia come stanno veramente le cose, mi dica la verità? Come faccio a 
riconoscere il messaggero di Dio? Como posso verificare le credenziali dell’Altissimo? Chi 
garantisce per lui, visto che non mi bastano le ragioni degli uomini?

la speranza, secondo ragione, e’ inconcepibile: non ha senso, non ha ragion d’essere, tutto 
la nega, eppure esiste, è più forte di qualsiasi logica, dell’evidenza più palmare, è ridicola, 
puerile, sciocca, eppure è li piantata come una colonna di granito, anzi,  più forte di 
qualsiasi materia. La speranza è la cosa più forte dell’universo. Tutto ciò lo sanno perfino i 
sassi, ma c'è sempre la speranza di dire qualcosa di nuovo. 

                                                 

Questione di coscienza      (11­06­1998) 

Tutto si svolge in un ambito molto piccolo: la coscienza. Tutto avviene in uno spazio molto 
limitato in quanto a sapere, creatività, intuizione, ma anche così infinito in quanto a 
possibilità. Nella tua coscienza potrebbe accadere tutto, in realtà, invece, accade poco e per 
poco tempo. 
Normalmente tieni i rubinetti di immissione nella tua coscienza quasi chiusi. Lasci filtrare 
pochissimo dal di fuori e dall'interno di te. Ecco perché la tua coscienza è così povera 
quando potrebbe essere ricchissima.
Quella volta lasciasti entrare una donna; riuscì a passare attraverso i labirinti delle entrate 
dove, ahimè, si perdono moltissime cose preziose, ma entrò e cominciasti a dialogare con 
lei. Ci dev'essere una pulsione, più forte del piacere, che induce a negare la realtà che ti 
offre quel piacere. 
Così cominciasti a corroderla, con un monologo che si intercalava tacitamente al dialogo. 
Che splendida giornata, caro, mi piacerebbe tanto che andassimo in in parco a correre, a 
guardare la natura, a baciarci, a parlarci d'amore.
Sì, certo, mi piacerebbe tanto, cara (figuriamoci, perdere tempo in un parco pieno di merde
di cani e di bambini chiassosi, a parlarci ridicolmente d'amore, sì, è importante, lo so, ma 
l'abbiamo già fatto, è inutile ripeterci e poi baciarci in pubblico, quando potremmo farlo a 
letto, senza parlare tanto), si mi piacerebbe molto, ma purtroppo cara devo finire un lavoro 
urgente per domani.
Giorno dopo giorno la consumasti sempre più. Lei diventò sempre più sottile. Sparì. La tua 
coscienza rimase vuota di lei. 
Perché hai preferito il nulla alla realtà? Forse perché il nulla è perfetto e la realtà no. 
Racconto di Natale   (dic. 2009)

Ci eravamo trovati tutti in piazza per festeggiare il Natale, però quando  fummo lì riuniti, ci
guardammo in faccia, un po' confusi, incerti sul da farsi. Già, cosa eravamo venuti lì a fare? 
e quella capanna con dentro delle statue di terracotta? e la messa in scena di pastori con 
pecore? e quelle facce un po' stralunate della gente intorno che guarda? Non sapevamo 
cosa significasse tutto quello e non ricordavamo perché eravamo venuti in piazza. Però, 
visto che aveva nevicato e in terra c'era ancora neve, qualcuno di noi cominciò a tirare palle
di neve ai cornicioni delle case, in modo da far cadere piccole valanghe di neve sulla testa 
di coloro che passavano sui marciapiedi. Qualcuno di questi rispose alla provocazione con 
altre palle di neve e ben presto ne scaturì una vera battaglia. Inevitabilmente qualche palla 
di neve colpì delle statuine di terracotta suscitando l'ilarità di qualcuno di noi. Mio cugino 
colpì il bue e gli spezzò la testa. Altri fecero a gara ad abbattere il maggior numero di 
pecore. Qualcuno dei passanti protestava, ma veniva subito preso di mira dalle nostre palle.
Altri passanti, invece, si unirono a noi nel tirare palle di neve alla composizione di statue in 
mezzo alla piazza. Tutti si divertivano un mondo a distruggere capanna, animali e statuine. 
Nessuno protestava più. Mio cugino organizzò una gara: lanciava in alto una statuina e tutti
noi dovevamo colpirla con una palla di neve. Non era facile. Molte statuine erano già 
andate in frantumi. Ad un certo punto mio cugino prese la più piccola delle statuine, un 
bambino seminudo. Difficile da colpire per le sue dimensioni ridotte. Tutti ci preparammo e
al via, quando il bambinello volteggiava nell'aria, scagliammo le nostre palle di neve, sicuri 
che non l'avremmo mai colpito. Inspiegabilmente, invece, tutte le nostre palle raggiunsero 
la statuina, si compattarono tra di loro formando una specie di imballaggio protettivo così 
che quando la figurina atterrò sul pavimento rimase intatta. Un po' increduli ci guardammo 
in faccia, come se cercassimo negli occhi altrui una spiegazione che nessuno sapeva dare 
ma che tutti  intuivano. Mio cugino fu il primo a smuovere quell'atmosfera ristagnante: 
propose di ricostruire la capanna con la neve, ma nessuno aveva più voglia ormai di 
giocare. I passanti se ne andarono in fretta e noi ci disperdemmo nelle vie intorno alla 
piazza. Prima di svoltare in una stradina dietro il duomo, mi voltai a guardare la piazza. 
Neve calpestata, statuine rotte, i resti della capanna ammucchiati in un angolo, cartacce 
ovunque. Non c'era più niente di buono, solo quella statuina di quel bambino seminudo era 
intatta, adagiata su un lettuccio di neve, nel centro della piazza deserta.
Racconto inconcluso        (04­01­2009)

Più volte ho cercato di scrivere il racconto "Il vecchio albero", ma non ci sono mai riuscito. 
Non prometto nulla, solo ci provo un'altra volta.
In una contrada,  un luogo che non è importante definire con precisione, cresceva un albero
maestoso, altissimo, frondoso. Era solo un po' vecchio, ma sano come un pesce, se è lecita 
la commistione biologica. Era un lonice rosso. L'albero non si trovava sulla pubblica via, ma
in un luogo di nessun interesse capitalistico, A nessuno dava fastidio, nessuno aveva 
bisogno della sua ombra. Solo gli uccellini ci dormivano la notte. Non era di nessuno, 
quindi di tutti, ma come tutte le cose di proprietà pubblica, non disponibile per nessuno, o 
quasi. L'assessore Vitali, un bel giorno, senza averne l'autorità e senza un ragionevole 
motivo, deliberò di abbattere il vecchio albero. Improvvisamente la generale indifferenza 
del popolo verso quell'albero si tramutò in sdegno. Fino ad un attimo prima non importava 
nulla a nessuno di quel vecchio albero, molti addirittura non sapevano nemmeno che 
esistesse. Ma le crociate hanno il loro fascino: noi i buoni e quello là il cattivo, da leggere 
noi i buoi e quello là il padrone. Il braccio di ferro tra Vitali e il popolo si inasprì. Picchetti 
di volontari facevano la guardia al povero albero, il quale, essendo primavera, aveva 
cominciato a buttar fuori le gemme. Ma la perfidia, l'ostinazione, l'orgoglio dell'assessore,  
rimasugli di precedenti frustrazioni e altri fondi di magazzino della sua psiche, ebbero la 
meglio. Subdolamente finse di cambiare idea e col pretesto di una cerimonia di 
riconciliazione invitò la cittadinanza tutta ad una pesca di beneficenza in un posto 
sufficientemente lontano dall'albero. Quando tutti, compreso il picchetto di guardia, furono
riuniti intorno ai tavoli della pesca, Vitali mandò i suoi uomini ad abbattere l'albero. Finita 
la pesca si sparse subito la voce che il vecchio albero giaceva in pezzi.
Lo sdegno del popolo si tramutò in furore. Si portarono davanti alla casa dell'assessore 
Vitali, lo chiamarono a gran voce, lo fecero uscire in strada, sordi alle sue giustificazioni, 
scuse, minacce, suppliche. Lo condussero, quindi, nel posto dell'albero abbattuto, lo 
legarono nudo a un palo e iniziarono, spontaneamente, la seguente cerimonia: davanti al 
Vitali stava il macellaio Carniti, davanti all'albero stava l'insegnante in pensione, prof. Galli.
Galli raccoglieva un pezzo di albero, lo alzava in alto a braccia tese mostrandolo al popolo e
gridando il nome del pezzo. Ramo piccolo in alto a destra e il macellaio Carniti procedeva a
recidere al Vitali un dito della mano destra, tra l'esultanza della massa. Si procedeva con 
regolarità, Galli pronunciava la tipologia del pezzo di albero e io, il macellaio Carniti,  
tagliavo al Vitali il pezzo corrispondente. Dita, mani, braccia, orecchie, testicoli, pene, ecc. 
Vitali gridava come un maiale nel mattatoio, ma la folla gridava più di lui, però di gioia. 
Avevo le mani e il grembiule pieni di sangue ed ero stanco. Avrei smesso volentieri e 
mandato all'ospedale o al cimitero il povero Vitali, ma la gente non era ancora sazia. 
Veramente non ce la facevo più e mi sedetti su un ciocco dell'albero. Qualcuno della folla 
cominciò a insultarmi, qualcuno mi lanciò una zolla che mi colpì al braccio destro. Sentii un
forte dolore, ma mi alzai e cercai di riprendere a tagliare perché Galli gridava 
inesorabilmente i pezzi. Non ce la facevo più con la mano destra quindi passai il coltello 
nella sinistra. I tagli non erano perfetti e neanche veloci. Galli era notevolmente in anticipo 
e la folla sempre più impaziente. Quando non ce la feci proprio più, conficcai il coltello nel 
cuore del Vitali per mettere fine una buona volta a quello scempio. La folla ammutolì, 
incredula. Dopo qualche istante di assoluto silenzio, quattro muscolosi ragazzotti del 
popolo, mi presero e …. mi punirono …. in un modo che....
Mi scorrono le lacrime se cerco di descrivere ciò che mi fecero. Mi trema la mano. Mi 
dispiace, nemmeno stavolta riesco a concludere il racconto.

Reparto salumi         (22­09­1998)

Avevo chiesto ad una signorina del reparto salumi in che cosa consisteva la Bologna di 
tacchino. Non che l'avessi in mente fin da prima, solo che mentre stavo comprando il mio 
prosciutto cotto di tacchino, una signora accanto a me chiese duecento grammi di Bologna 
di tacchino. Alle spalle della commessa lessi su un cartello: Bologna di tacchino 30% di 
sconto. Non potei fare a meno di chiedere spiegazioni alla commessa, la quale, 
evidentemente impreparata sull'argomento, chiese aiuto a una sua collega. Questa, più 
audace, ma non meglio preparata, cercò di spiegarmi che la Bologna è più magra del 
prosciutto. Pensando che non capissi afferrò un'insaccato ancora incartato e me lo mostrò, 
però senza aprirne l'involucro. La sua collega, la prima, le sussurrò che quella non era la 
Bologna, aumentando così la confusione. Me ne andai senza aver capito la differenza tra la 
Bologna e il prosciutto di tacchino.
Ero già con altri pensieri in un altro corridoio del super quando la signora, che 
originariamente aveva scatenato la mia curiosità, mi si avvicinò e mi sussurrò: chieda la 
Bologna Rosarito, è la migliore. La ringraziai e mi avviai alle casse.  

Ritratto n. 1       (giu. 1998)

e si che di requisiti positivi ne aveva! Discretamente intelligente, molto sensibile all'umano 
(sofferenze altrui, disturbi mentali altrui, storie compassionevoli, anche letterarie, grandi 
ideali, grandi interrogativi, disprezzo per il meccanico, per la perfezione, per la dipendenza,
ecc.), buono e onesto, credulo e generoso, curioso più che appassionato del sapere, 
diligente e resistente.
Eppure non partì mai. Non che sia andato in una direzione quando tutti lo volevano in 
un'altra. Non che abbia tradito le aspettative dei più scegliendo e realizzando un progetto 
scandaloso. Semplicemente non ha mai fatto.
Ha fatto, sì, dei gesti , come chi sta per, ma tutto lì.
Ha fatto un primo mezzo passo in alcuni ambiti, senza però posare mai il piede. Solo mezzi 
passi, solo gesti iniziali, mimiche promettenti di chi è sicuro, ma poi no.
Come quella sera dell'ultimo dell'anno, davanti al telefono. Non chiamò mai la ragazza che 
aspettava la sua telefonata per uscire insieme a festeggiare, a godere, a vivere. 
Non è che lui non voglia fare, anzi, in certi momenti la necessità d'agire è tale che....che si 
sente male, diventa aggressivo, intollerante.
Allora perché non agire, Dio mio, in qualsiasi direzione, qualsiasi cosa! Non può. Vuole, ma 
non può. Forse per un incantesimo, o una grande maturità, cioè una totale aderenza alla 
natura vera dell'essere umano, che non esiste per fare, ma solo per essere.

Ritratto n. 2     (10­09­1998)

Guardo la mia agenda aperta sulla scrivania: è il 10 settembre 1998. Vuota. Nessun 
appuntamento, nessun impegno, nessun promemoria. Sono riuscito ad eliminare dalla mia 
agenda ogni attività, la mia vita ora è solo contemplativa. Vivo solamente sul piano 
organico­spirituale. Negli ultimi anni mi sono formato l'opinione che ogni attività umana, 
tutte senza eccezione, siano insignificanti, arbitrarie, casuali, provvisorie, insensate. Mi 
sono quindi ritirato gradualmente dal fare, dal produrre, dall'acquisire, dall'impegno. Ora 
sono nel vuoto, ho coronato il mio progetto di autoriduzione, ridimensionamento, 
riubicazione nella Natura, cioè vivere, semplicemente, senza Cultura. 
Ma è possibile vivere così? Nella Cultura c'è del marcio, è vero, ma basta questo per 
rifiutarla in blocco?
Per natura io sono una persona schiva, chiusa, timorosa, solitaria. Ho la tendenza a rifiutare
tutto, ma, ripeto, pragmaticamente si può vivere così?
Vorrei riuscire a trovare delle ragioni per invertire questa tendenza, però, salvo alcune 
motivazioni di carattere economico­finanziario, tutto sommato provvisorie, non ne vedo 
alcuna. 
Non riesco ad immaginare la mia agenda piena di attività sensate. Se mi spaventa a volte il 
vuoto della mia esistenza, mi terrorizza di più il peso di qualsiasi impegno. Se ogni fare è 
motivato dal piacere, allora è tutto a posto: ho raggiunto la pace, il nirvana. 
Solo che, non so, non sono proprio così contento. 

Ruota 1          (10/03/2011)

Le racconto senza mezzi termini ma se li vuole ce li metto, gusti sono gusti disse Tiberio 
uscendo inviperito da un locale a luci blu, ma non tutti si sa amano il bello il brutto il 
buono e il calcio senile per il suo aspetto di decomposizione microbica che sfalda i tessuti e 
i non tessuti che mai più nessuno tesserà di nuovo, ebbene farsene una ragione forse due è 
sempre meglio abbondare in periodi di crisi prevista già da qualcuno senza peli sulla lingua,
ma i peli vennero in seguito su lingue sempre più pelose fornendo le cosiddette linguine al 
pelo e c'è mancato un pelo per avere finalmente la vittoria in una mano bucata e nell'altra 
un tappo ma fu vera gloria? nessuno ti giuro nessuno ci può giudicare benché si sa è 
difficile dare quando c'è di mezzo il mare che per tutti è azzurro meno che per i pesci che lo
succhiano come un frappè salato ricco di allusioni che fanno sognare tra i denti aperti a 
tutte le aperture come porte da aprire, avanti prego siamo ancora aperti riceviamo solo 
fuori orario è una regola che fa l'eccezione ma non per tutti, come si fa? È fatta disse 
l'avvocato Pelli uscendo dal bagno e tutti risero per una comica psicosi collettiva senza 
mancare di rispetto anzi con dispetto parlando mi avvicinai al monastero gridai, uscì la 
parola d'ordine e mi fecero ingoiare le mie parole non tutte mie è vero sono aperto al nuovo
all'usato al regalo natalizio nella salvaguardia delle risorse rinnovabili dei miei genitori che 
hanno saltato il salto generazionale e sono ancora qui in casa alla loro età ma il Vate aveva 
ragione io ho quello che ho donato senza guardare i denti del cavallo che donai perché nel 
doman non v'è finezza.

Ruota 2       (13/03/2011)
Una testa dentro un cerchio non fa un cerchio alla testa di chi poi non, si sa benissimo 
invece chi disse quella frase che tutti sanno ma che non dicono essendo già stata detta 
ebbene che vuoi che ti dica ormai siamo al caffè ma il resto non c'è stato, chiede il solito 
ingordo insoddisfatto vorrebbe di più tutti vorrebbero di più anche chi non vorrebbe e 
allora eccovi serviti con dei vuoti a rendere senza rendere conto però del vuoto, nessuno 
dica perché i perché non danno mai risposte come una mano bianca allo yogurt di fragola 
non è da mangiare come le similitudini degli hamburger che ruotano lontani in ventri 
profondi uno mi disse bravo mentre lo morsicavo loro vogliono essere mangiati, i prodotti 
vogliono essere frantumati logorati brucati circoncisi bollati bolliti fatturati espulsi viviamo 
in un mondo di espulsi l'espulsione è bella disse il poeta e fu espulso prima degli altri che 
non avevano l'età quanti anni hai chiesero a un ragazzino che importa disse lui io la mia 
parte l'ho fatta ma facciamola anche noi facciamola finita una buona volta inibita dal vuoto 
ma è solo il gradino di un marciapiedi quello che dobbiamo salire poi lo spazio è nostro uno
spazio spazioso dove ci stanno tutti un po' stretti per via delle molteplici personalità delle 
doppie vite dei doppi sensi c'è chi ne ha cinque addirittura quando sarebbe meglio il senso 
unico vuoi mettere il risparmio come la chiave unica che apre tutte le porte però ai ladri 
non si deve dare come fanno ad entrare in casa loro se sono veri ladri lo sapranno senza 
dare ascolto alla propaganda dozzinale le si vede la coda disse un bambino davanti a un 
manifesto pubblicitario a favore delle galline transgeniche, ma la paura questo è il punto 
paura di cosa di chi per chi quando dietro quell'angolo vedo l'angolo e rilancio cos'hai in 
mano una buccia di banana non fa paura, tu un tombino scoperchiato non basta tu un 
assassino affamato no no e tu io niente andiamo a vedere dietro l'angolo e vinco io ma non 
è facile in un mondo di perdenti non c'è niente da vincere solo il passato è il nostro futuro 
migliore quando ci daremo ancora la mano scambiandoci i microbi quando vedremo dalla 
soglia della nostra caverna spuntare la luna dietro le nubi tossiche in via di estinzione e il 
rimpianto di un presente mai vissuto riempirà i vuoti a rendere che finalmente avranno 
fatto centro.

Ruota 3      (17/03/2011)

Aveva una faccia da rospo e rideva come una iena, ma l'agilità da gazzella non gliela levava
nessuno, se aggiungiamo la sinuosità del serpente, la felpatezza del gatto, la cupidigia 
dell'avvoltoio non abbiamo più il ritratto di Federica ma di uno zoo, dove i bambini, questi 
sconosciuti, non amano più andare, ci vanno i genitori da soli appena sono liberi nelle 
pause pranzo o la domenica pomeriggio invece dello stadio, certi vanno anche sul trenino 
altri si fanno fotografare sul cammello, tutti col sacchetto delle noccioline da dare alle 
scimmie, i loro animali preferiti, si divertono un mondo, poi mangiano tutti insieme i mini 
hamburger della caffetteria, ieri uno ne ha mangiati otto, e poi tutti via, in ufficio, a scuola, 
in fabbrica che non è più quella di una volta un tecnico adesso controlla da lontano una 
macchina che fa il lavoro di 130 operai, davanti al laghetto degli ippopotami ho visto un 
papà che mentre sorridente lanciava fette di Mulino Bianco a quei grossi mammiferi via 
telefonino fece partire la linea di produzione del nuovo modello Fiat il Fondo, così si 
chiama senza peccare di modestia, e più in fondo di così disse Gustavo mentre rimestava 
col cucchiaino i fondi di caffè in cerca di auspici, c'è solo l'uscita di sicurezza che ogni casa 
intelligente dovrebbe avere oltre alle entrate di sicurezza s'intende, questa della sicurezza 
comunque è diventata una mania, una moda una psicosi collettiva tutti la vogliono nelle 
maniglie, nelle spille, negli assorbenti, nei preservativi, nella distanza quando si è in mezzo 
ad una folla di malviventi eppure la fiducia nella gente era una bella cosa ti riportavano a 
casa il portafogli che avevi perso la sera prima nel parco mentre assaltavi le coppiette e 
potevi lasciare la macchina aperta già in strada mentre salivi a svaligiare l'appartamento del
sesto piano, senza bisogno di scassinare la cassaforte aperta, poi qualcuno ha fatto lo 
stronzo ha cominciato a chiudere a chiave le porte le auto i forzieri ed è finita l'onestà ora 
per rubare sei costretto a infrangere la legge che poi è la legge del più forte, del più ricco 
del più stupido, una legge che mette nel manicomio criminale un uomo perché vestito da 
donna passeggia davanti a una scuola elementare e ce lo lascia, in manicomio, per 
venticinque anni ma lasciamo ai posteri l'ardua sentenza ed occupiamoci piuttosto degli 
antipodi che nessuno prende mai in considerazione nelle grandi decisioni, l'opera favorirà 
15 milioni di torinesi ma gli antipodi, perché ci sono, tutti ce li hanno, che vantaggio ne 
avranno? e poi quando loro decidono qualcosa laggiù perché non ne siamo informati? ho 
conosciuto uno che si è sposato con un'antipode, bella donna un po' strana, vedeva tutto 
all'incontrario, superstizione credo, come per tutti quelli che la pensano diversamente, uno 
non può mai stare tranquillo, adesso mi metto qui dice in questo posto isolato si è già 
abbassato i pantaloni che arriva uno e poi un altro casualità? non fatemi dire quell'orrenda 
parola, la peggiore che sia mai stata pronunciata che andrebbe cassata da tutti i vocabolari 
del mondo e soprattutto dalla mente delle persone ebbene la dico e sia l'ultima volta, 
destino, loro si rendono conto di che trappola infame di che spietata menzogna sia questa 
parola? Passaparola.

Ruota 4      (21/03/2011)

Non facciamo di ogni erba un fascio se no le erboristerie chiudono e poi come curiamo i 
geloni, il fuoco di sant'Antonio, il ballo di san Vito, l'estasi di sant'Agnese, facevano una 
bella vita i santi una volta ma lasciamo stare i santi e scherziamo coi fanti e fantocci dunque
si presenta uno da me una sera alle undici per vendermi un'enciclopedia io per pietà gliela 
compro ma appena uscito il venditore mi avvicino al caminetto coi 16 volumi e comincio a 
strappare pagine su pagine lanciandole nel fuoco mi piace fare a pezzi la cultura è il mio 
modo di contestare ma a metà del sesto volume mi cade l'occhio su toelettatura cani e gatti,
se c'è una cosa rivoltante e contro natura è proprio questo prodotto della nostra cultura 
perversa, pensate a una iena col fiocco in testa e il cappottino di lana che sbrana una 
carogna a un coccodrillo col guinzaglio a spasso per il parco o a uno scimpanzé in smoking 
è come vedere un uomo in una gabbia appesa nella grotta di un orso bruno ma se il mio 
raglio non sale al cielo può arrivare al sesto piano del condominio in cui vive Nicola al 
quale devo dire delle cose personali che non riporterò qui, Nicola spalanca la finestra e fa 
cadere un vaso di gerani pensavo che non succedessero più queste cose del passato 
letterario come scivolare su una buccia di banana o cadere in  ginocchio, il vaso cade ai 
piedi del cav. Bizzosi del terzo piano appena uscito dall'ingresso e da uomo di spirito dice 
benché irruento accetto l'omaggio floreale eh se non ci fossero i fiori che mondo sarebbe il 
nostro senza deodoranti floreali i bagni odorerebbero di acido muriatico le ascelle di ascelle
i piedi di piedi e l'innamorato offrirebbe a lei un mazzo di asparagi che con quello che 
costano sarebbero più che ben accetti e le aiuole circondate da filo spinato  sarebbero solo il
rifugio di povere immondizie che nessuno oserebbe più toccare, nemmeno con un fiore.

Sala d'attesa     (14­05­2010)

Nella piccola sala d'attesa di 2° classe c'era posto a sedere solo per quattro persone. La 
stazione ferroviaria non era molto importante, ma aveva la particolarità: i treni che 
passavano, benché pochi, potevano andare nelle quattro direzioni cardinali.
Giovedì 4 agosto alle 16 la sala d'aspetto era piena. Erano arrivati separatamente quattro 
uomini e ora sedevano in silenzio, ignorandosi, quasi ostili, infastiditi dalla presenza degli 
altri. 
Silenzio, tutto è immobile, il tempo passa, non arriva nessun treno. 
Qualche respiro forte di qualcuno, ogni tanto.
Qualche occhiata rapida in giro.
I quattro passeggeri sono:
Agliati, 35 anni, piccolo e grassottello, capelli scuri, insegnante in un CFP di provincia, è un
tecnico, vive infantilmente nel suo mondo.
Bartolini, 50 anni, alto e robusto, fortemente stempiato, agricoltore, gran bevitore, allegro 
buono semplice sicuro.
Cervieri, 65 anni, alto e magro, capelli quasi grigi, amministratore di condomini, maligno, 
stitico, antipatico, sospettoso.
Davindi, 40 anni, statura e corporatura medie, castano, manager di una media azienda, 
ricco, classista, insicuro.
Tutti aspettano il treno, ma non lo stesso.
C'è un'intimità artificiale in quella stanza, che non può durare: o si parla, o si esce.
È Agliati a rompere il silenzio: Gliele hanno suonate, ieri sera... mi fa proprio piacere. 
Non essendosi rivolto a nessuno in particolare, nessuno  gli risponde. Agliati si agita sulla 
sedia e incalza: non hanno giocato male, loro, però.
Silenzio per due o tre minuti, poi attacca Cervieri: In ritardo anche oggi, come sempre.
Bartolini: a me è andata bene, finora. Non mi è mai successo.
Cervieri: Lei prende il 16 e 32, vero? mi pare di averla già ...
Viene interrotto dal suono di una campanella, è il segnale che sta arrivando un treno.
Davindi: Finalmente arriva qualcosa. Certo non sarà il mio,  ce l'ho alle 16 e 40!
Agliati: il mio non è di certo, perché ce l'ho alle 16 e 48.
Bartolini: io alle 16 e 32.
Cervieri: e il mio è alle 16 e 56. Allora che treno è?
Tutti e quattro si alzano, ma rimangono in piedi davanti alla rispettiva sedia. Guardano 
verso la porta che da sulla banchina di arrivo. La campanella continua a suonare, il tempo 
passa, non arriva nessun treno e i quattro aspettanti, si guardano interrogativamente. La 
campanella cessa di suonare, i quattro si siedono e si rilassano. Ma subito la campanella 
riprende a suonare, i viaggiatori si alzano di scatto, vanno verso la porta, guardano fuori . 
La campanella smette di suonare. I quattro tornano alle loro sedie. Il tempo passa. 
È tardi.
Davindi: C'è qualcosa che non va.
Cervieri: Nessuno dei nostri treni è arrivato.
Agliati: Forse sta arrivando un treno.
Bartolini: Giuro che se non è il mio, lo prendo lo stesso. Per Dio, sono stufo di stare qui.
Agliati: Ha ragione, anch'io sono stufo, lo prenderò anch'io.
Cervieri: Quasi quasi vengo via anch'io.
Davindi: Ma signori, il vostro comportamento è assurdo.
Agliati: È arrivato il treno, è già qui!
Davindi: È arrivato un treno, non il treno. Chissà poi dove va.
Bartolini: Noi andiamo. Lei cosa fa?
Davindi: Beh, a questo punto vengo anch'io.
Un treno si ferma sulla banchina e i quattro viaggiatori vi salgono e si siedono nello stesso 
scompartimento.
Si affacciano al finestrino, guardano la stazione deserta, si guardano e si sorridono. Poi si 
accomodano meglio nei loro sedili e si lasciano andare, senza sapere dove andrà il treno, 
dimentichi di tutto, felici.

Sala operatoria      (02­02­2010)

Il paziente era gravissimo. Ricoverato d'urgenza all'Ospedale Maggiore, venne preparato 
subito per l'intervento chirurgico, svestito, rasato, rivestito con abiti da sala operatoria, cioè 
un camicione bianco di cotone pettinato, apribile sui due fianchi.
Le assistenti del chirurgo erano in pantaloni estivi bianchi, biancheria intima bianca, 
camicie misto lino bianche e cuffietta a plissè dello stesso colore. Ai piedi sandali dorati di 
Ungaro.
Il chirurgo si presentò in sala operatoria in un completo mezza stagione in acrilico verde, 
cuffia da aviatore e stivaletti Fendi. I guanti in doppio lattice erano bianchi, come quelli 
delle due assistenti. In fatto di guanti sanitari non ci sono distinzioni gerarchiche in questo 
ospedale.
Il paziente, già anestetizzato, giaceva disteso sul tavolo operatorio, le luci accese su di lui, 
gli apparecchi digitali in funzione. 
Il chirurgo fece due giri della sala operatoria, poi, a turno, ciascuna delle due assistenti fece
lo stesso.
Si aprì nuovamente la porta ed entrò un inserviente in tuta di nylon azzurro cielo, con il 
nome stampato in nero su un rettangolo bianco: Alfonso Brusafr. Per una piega del tessuto 
non era visibile il nome completo.
Anche l'inserviente, con cuffia arancione, mascherina, guanti e zoccoli ortopedici color 
salmone, prima di depositare una bombola d'ossigeno accanto al letto del paziente, fece 
due giri della sala operatoria e andò a fermarsi accanto al chirurgo e alle assistenti schierati
in piedi lungo una parete bianca della sala, con alle spalle una gigantografia di una spiaggia
caraibica.
Il paziente, finora immobile, mosse furtivamente un dito per grattarsi la coscia sottostante.
A questo punto entrarono il diagnostico in jeans e camicia imitazione Versace semi coperti 
da un camice semi aperto e svolazzante in poliestere bianco e un'infermiera di corsia con 
pantaloni di spesso cotone, camicia sintetica, cuffietta con paraorecchie, guanti in amianto 
per lavori pesanti, zoccoli anatomici scamosciati con suola in neoprene, il tutto di colore 
bianco. 
Entrambi fecero due giri della sala e si posizionarono accanto ai presenti. Il paziente mosse 
leggermente un piede e un sopracciglio.
Da dietro i vetri di una grande finestra della sala operatoria partì un piccolo applauso e tutti
i presenti in sala, compreso il paziente che si mise in piedi, uscirono in fila dalla stanza. 
Entrò lo stilista e si inchinò davanti alla finestra.

Savonarola       (15­04­2010)

Non ero così una volta. Immagino che chiunque possa dire lo stesso di sé. Non mi riferisco 
né all'aspetto fisico, né al normale incartapecorimento della personalità, col passare del 
tempo. Io ero un mite. Cercavo sempre il cammino meno conflittivo per non urtare la 
gente. Volevo vivere in pace con tutti. Preferivo cedere il passo, piuttosto che impormi. Ero 
un debole buono. Ora, invece, sono un debole aggressivo. 
Non so quando e perché sia successo. Forse per delusione nei confronti della realtà. 
Una volta mi piaceva anche fare del bene, aiutare la gente in qualche modo. Adesso penso 
che siano tutti dei bastardi, che non meritano niente, nessuna pietà. 
Tutti questi stupratori, ladri, assassini, bugiardi li manderei nella camera a gas. Una volta li 
scusavo, trovavo loro una giustificazione alle loro colpe. Non li vedevo come colpevoli, ma 
come vittime. Ora li farei contorcere in terra a suon di frustate. Lo stupratore? Mutilato del 
pene, estirpati i testicoli, sottoposto a ripetuti elettro shock: vedrai dopo come si comporta. 
Ma è disumano, diranno. Perché? È forse più disumano che violentare sessualmente un 
bambino? Rubargli la gioia, la serenità, il piacere per il resto della sua vita? Lasciarlo 
tramortito nello spirito e nel corpo, lacerato nella psiche, stupefatto fino alla follia da tanta 
violenza, umiliato per sempre? Per che cosa? Per qualche attimo di piacere fisico del suo 
stupratore, per il suo immenso egoismo disposto a sacrificare tutto il mondo per un suo 
capriccio. Allora, io, per il mio capriccio, lo mutilo, visto che non lo fa la figlia ancora 
bambina, o il giudice che neppure lo condanna adeguatamente, o il parente della vittima 
per timore, inettitudine, condizionamento morale. 
Gli adulteratori di alimenti? Vogliono guadagnare il più possibile, se ne fregano della nostra
salute, ebbene, io me ne frego della loro. Chiusi in carcere a vita, a mangiare la merdaccia 
che hanno propinato alla gente, finché schiattano per un cancro.
No, non ho intenzione di scrivere una Nuova Divina Commedia, inventare nuove punizioni 
per i moderni peccatori. Sarebbe bello e anche molto formativo, per i giovani, ma non ne 
sono capace. Mi limito a castigare, con la fantasia, la feccia dell'umanità.
Ma gli altri, le persone per bene, quelli che non farebbero male a una mosca? Non credo 
più alla bontà della gente normale. Non ci sono santi, benefattori disinteressati, buoni 
samaritani. Quell'automobilista là, che va in chiesa tutte le domeniche, se potesse, ti 
schiaccerebbe come uno scarafaggio, se non gli dai la precedenza che gli spetta. Ma non lo 
fa, perché è un debole condizionato dalla cultura.
Tutti gli esseri umani oggi sono dei deboli condizionati. La moglie più onesta fornicherebbe,
se fosse libera, con tutti gli operai della fabbrica di suo marito e il marito con tutte le 
amiche adolescenti di sua figlia e questa con l'anziano ma ancor attraente professore di 
lettere e costui con il bel giovane della terza fila della 5° b.  S prenderebbero la tua bella 
macchina, se potessero rubartela impunemente. Ti vogliono far pagare, se potessero, il più 
possibile e in cambio darti il meno possibile. Tutti ormai vogliono possedere, accumulare, 
avere il massimo, soddisfare un insaziabile egoismo che il culto al vitello d'oro alimenta 
continuamente, con l'esplicita benedizione di tutte le autorità spirituali e culturali del 
mondo intero.  
Così ci si consuma nel desiderio del frutto proibito. Lo dice la Bibbia: se lo cogli verrai 
scacciato dal Paradiso Terrestre. Ma se non lo cogli, dopo che te lo hanno fatto desiderare 
tanto, che succede? Diventi cattivo, odi e invidi chi ha più coraggio di te. Commetti solo 
peccatucci, perché è più facile farla franca. Non ti scacceranno certo per aver rubato la 
marmellata e allora la rubi, o per aver guardato il culo alla tua giovane cognata e allora lo 
guardi, o per aver scaricato la colpa a qualcun altro e allora lo fai. 
Anche questo la Bibbia lo dice: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma ora tutti la 
scagliano, in un'orgia di ipocrisia. Si fa a chi mente di più, come se scagliando la pietra si 
certificasse la propria onestà. Allora anch'io voglio scagliare pietre a più non posso. 
Chiunque colpisca se lo merita sicuramente. E non voglio più nemmeno sapere qual'è il 
peccato di quel tizio, lo lapido perché non mi piace la sua faccia, perché ha parcheggiato 
male, perché non si spiccia nella fila al super, perché non mette la freccia quando gira, 
perché butta il mozzicone per la strada, perché crede a qualcosa di sciocco.
Tutti questi li picchierei, schiaccerei loro la faccia nei loro stessi escrementi, li frusterei fino 
a farli gridare: Sì, sono un peccatore e non merito clemenza.
E poi prenderei il loro Dio, quello che li ha fatti a sua immagine e somiglianza, e farei lo 
stesso con lui, il massimo colpevole, e anche lui dovrà gridare: Sì, sono un peccatore, ma mi
hanno fatto loro a loro immagine e somiglianza.
Non ho potere, questa è la mia rabbia, però poi mi ricordo del mio passato di atarassico, 
quando guardavo il mondo con indifferenza e mi chiedo: ma non era meglio allora? Perché 
me la prendo tanto?   

Scale     (26­03­2010)

Le scale erano il luogo più umano della ditta in cui lavoravo io e altre 210 persone. La ditta 
occupava un edificio di sei piani ai quali non corrispondeva, però, la gerarchia aziendale, 
con la direzione di solito all'ultimo piano e gli impiegati generici al primo. Qui la direzione 
era al primo, poi tutti gli altri uffici dove capitava. La ragione non era da ricercare in una 
veduta più ampia dell'organizzazione, ma solo nel fatto che l'edificio era privo di ascensori.
Sulle scale, quindi, c'era un continuo andirivieni, che per i dipendenti era l'occasione per 
incontrarsi, conoscersi, intrecciare destini. Le scale erano il luogo dove le illusioni, i sogni si
sarebbero prima o poi avverati, o infranti. Erano lo scrigno in cui affondare la mano sicuri 
di trovare sempre qualcosa. 
Tutti, compreso il direttore, facevano le scale con un senso di eccitazione, aspettandosi 
segretamente qualcosa di bello, imprevisto, diverso. Molti, i più bisognosi, andavano spesso
su e giù senza apparente motivo. Sulle scale tutti erano più disponibili, più audaci. Le scale 
erano una zona franca, esente da pressioni gerarchiche, da pregiudizi di classe, di età, di 
sesso.
Pedro e Susana si erano conosciuti sulle scale al 4° piano. Lei lavorava al 5°, lui al 3°. Nella 
pausa pranzo di un giorno qualsiasi lei scendeva di corsa per raggiungere le amiche, lui 
saliva di corsa col sacchetto dei panini per pranzare con un amico del 6°. Chissà come, 
fecero un frontale, caddero a terra tutti e due, il sacchetto dei panini si aperse e gli 
hamburger rotolarono giù per le scale. Lei a gambe all'aria mostrava le mutandine rosse e 
sexy, lui aveva la giacca arrotolata sulla schiena, uno strappo nella camicia, l'orologio da 
polso rotto. Pedro, il più impulsivo, stava già per insultarla, ma si trattenne, affascinato 
dalle di lei mutande. Susana, confusa, vergognosa di mostrare le parti intime si rialzò per 
prima e abbozzò un timido sorriso di scusa. In genere la sua autostima non era molto alta. 
Pedro si alzò a fatica, per il sovrappeso e rimase lì, semi imbambolato.
Nessuno dei due parlò per un minuto, che in simili circostanze è un tempo lunghissimo. 
Alla fine dissero l'una dopo l'altro: Mi scusi, ma...
Susana non era bella, aveva la pelle del viso a buccia d'arancia, il naso grosso, un po' di 
cellulite. Pedro era piccolo, grasso, miope, sempre con della forfora sulle spalle della giacca.
Però si piacquero, cominciarono a uscire insieme, si amarono.
Un giorno Pedro incontrò Veronica sulle scale, al 2° piano e scoprì di non amare più 
Susana. Questa pianse per un pomeriggio poi incontrò César e iniziò una nuova vita. 
Anch'io bighellonavo spesso per le scale della ditta, però non ebbi mai grandi storie, solo 
briciole. Una volta conobbi una vedova, così chiamavamo le donne momentaneamente 
libere e le diedi un appuntamento al 3°. Arrivai cinque minuti tardi e non c'era più. Seppi 
poi che in quei minuti d'attesa una sua amica le presentò Felipe e se ne andò con lui.
Io però non andavo sulle scale in cerca di avventure eccitanti. Mi piaceva vedere la gente, 
come si comportava, i gesti e le espressioni del viso quando combinavano un incontro, 
quando si lasciavano, quando speravano. 
C'erano persone depresse perché non riuscivano a ottenere niente, come se fosse un loro 
diritto avere una fetta della torta.  Uno si buttò persino nella tromba delle scale, dal 6° 
piano. Un altro si incatenò alla ringhiera del 2° dichiarando che voleva stare sempre lì e che
non ci sarebbero riusciti a mandarlo via. Poche ore dopo, però, una ragazza, o ebbe pietà di
lui, o le piacque il gesto, gli parlò e si misero insieme.
Certi giorni di primavera, quando, attraverso le finestre si vedevano passare nuvole bianche
e rondini, le scale si surriscaldavano per la frenesia dei passi. L'aria era piena di ansimi, 
satura di elettricità. Io mi mettevo in disparte su un pianerottolo fingendo di leggere un 
incartamento e spiavo i transeunti, le facce sempre più preoccupate di chi non riusciva a 
concludere. Poco a poco i dipendenti cominciavano a lasciare l'edificio. Qualcuno, già 
sull'uscita, si voltava un'ultima volta, non si sa mai. Poi, quando tutti erano usciti, io facevo 
il mio solito giro di ispezione, cominciando dal 6° piano a scendere.
Ora tutto era silenzioso, calmo. Sembrerò presuntuoso, ma io  sentivo la stanchezza di quei 
gradini già un po' consumati e sporchi. All'alba sarebbero venute le donne delle pulizie a 
prepararli per una nuova giornata di lavoro. Arrivato al piano terra inserivo l'allarme, per 
proteggere le scale, per preservarle da contatti estranei. Spegnevo la luce e uscivo 
chiudendomi la porta alle spalle.  
Scelte predefinite    (22­03­2010)

Fuori fa un caldo umido, il sole è alto, splendente, c'è poco movimento nella piazza. Dentro 
il bar è un po' più fresco, per i ventilatori al soffitto, o per la poca luce che entra dalle 
finestre. Sono seduto a un tavolino e bevo una birra fredda. Guardo il rozzo banco di legno,
il proprietario del locale, lo scaffale con i liquori, il frigo delle bibite.
In questo locale di un paesino del sud del Messico nessuno ha fretta. Il proprietario, in 
camicia bianca, legge il giornale aperto sul banco. Un mozzo pulisce pigramente non si sa 
che cosa. Anche le mosche volano a lunghi intervalli. Non ci sono altri clienti oltre a me. È 
ancora presto. Nell'aria c'è odore di fumo vecchio e di alcolici.
Chiedo al padrone a che ora passa l'autobus per Santiago. Nel pomeriggio, mi risponde 
senza troppo entusiasmo. Infatti, perché dovrebbe averne?
È solo mezzogiorno, ho sonno, pago ed esco con la mia borsa da viaggio. In una parte della 
piazza c'è un prato con degli alberelli striminziti; forse hanno bisogno di acqua, ma qui è 
scarsa. Mi stendo sull'erba e mi addormento.
Qualcuno mi chiama: Señor, Señor!
È arrivato l'autobus per Santiago. Prima di salire mi guardo intorno: la piazza, con le case 
imbiancate a calce, basse e distanziate, la poca gente così poco indaffarata, le palme che si 
innalzano qua e là, l'insegna scrostata del bar, i negozietti di generi vari, la forte luce, l'aria 
di campagna, i suoni lenti. Potrei vivere qui? Riuscirei a trovare in questo posto un 
equilibrio, un senso alla mia vita? Istintivamente direi no, scoraggiato dalla povertà della 
scenografia e da ciò che suppongo esserci dietro di essa. Già, cosa suppongo che ci sia e 
come lo valuto?
Un ragazzo mi si avvicina e mi chiede se voglio bere una bibita fresca a base di melone a 
casa sua. Lo seguo ed entro in una casetta di legno. Qui ci sono la madre e il padre del 
ragazzo e altri due bambini. Mi offrono una sedia e un bicchiere di acqua di melone. Sono 
sorridenti, ospitali, senza essere servili. Parliamo del più e del meno. Fanno, nell'essenza, la
stessa vita che fa una famiglia della classe media di Milano, di Mosca, o di Parigi, o 
Pechino. Lui lavora, lei sta in casa, i bambini all'asilo, il ragazzo a scuola. Mangiano, 
dormono, vedono gente, hanno i loro problemi e le loro gioie quotidiane, come qualsiasi 
altra famiglia del mondo.
Li saluto e il ragazzo mi accompagna a conoscere lo zio Jaime, un fratello del padre del 
ragazzo. Jaime è giovane, non sposato, lavora da poco, vive solo, in un bilocale dietro la 
piazza. Si lamenta dei pochi soldi che guadagna, di non avere la ragazza fissa, di non poter 
fare una vita più eccitante in qualche grande città. Descrive gli stessi problemi, desideri, 
frustrazioni di un qualsiasi giovane che vive in una grande città. La sera va al bar, oppure, 
molto raramente, esce con qualche ragazza del paese, che vorrebbe sistemarsi. Vanno al 
cinema, o in pizzeria. Male che vada, rimane a casa a vedere la televisione. 
Il ragazzo, che si chiama Tomàs, mi vuol far conoscere i nonni materni, secondo lui più 
simpatici di quelli paterni e mentre camminiamo verso la loro casa all'estremità del 
villaggio, mi racconta dei suoi studi, dei suoi amici e nemici coetanei, del suo sogno di 
avere una bicicletta. 
I nonni ci accolgono seduti in soggiorno. Mi offrono un'acqua di ananas, mi mostrano 
vecchie fotografie, mi dicono che ora il villaggio non è più come una volta. Vorrebbero che i
figli li visitassero più spesso, vorrebbero più attenzione, vorrebbero quello che ogni anziano
vorrebbe in qualsiasi parte del pianeta. Tornando verso l'autobus, dopo aver salutato il 
ragazzo, mi rifaccio la stessa domanda. Potrei vivere qui? In fondo che differenza c'è tra la 
vita di queste persone e la mia, o quella di qualsiasi altro abitante della Terra? Tutti 
facciamo le stesse cose, abbiamo gli stessi difetti e le stesse virtù. Di diverso c'è solo il 
contorno,  la scenografia, il paesaggio culturale. Fare delle graduatorie con i luoghi giusti 
dove vivere fondandole su elementi così superficiali come l'arredamento delle case, il 
modello delle automobili, l'offerta consumistica locale, mi sembra molto riduttivo, miope. 
Sono i pregiudizi più che i veri elementi oggettivi quelli che ci fanno scegliere. Passeggiare 
in questa piazza di villaggio, o in una piazza di Parigi è proprio così sostanzialmente 
diverso?
Sono davanti alla porta dell'autobus per Santiago, dalla quale in realtà non mi sono mai 
allontanato. Credo davvero che a Santiago vivrò meglio di qui? A Santiago ci sono i bar di 
lusso, le discoteche, i semafori, le illusioni, ecco, più illusioni.
Mi dia un biglietto per Santiago, dico al conducente.    
Scherzi del destino     (15­03­2010)

Adesso è in carcere, vent'anni con la condizionale, sa, per via dell'omicidio.
Ma lui ha confessato?
Sì, sì, ha confessato tutto, ha anche spiegato il perché, ma il PM non l'ha preso sul serio, 
così non gli sono state riconosciute nemmeno le attenuanti.
Ma insomma, perché l'ha fatto, voglio dire l'omicidio?
In aula lui l'ha spiegato ampiamente, io qui posso fare solo un riassunto.
Tutto ha inizio in un autogrill sull'autostrada, all'altezza di Modena. Stava per parcheggiare
in uno spazio vuoto quando un'altra macchina sbucata da chissà dove lo occupa prima di 
lui. Nessun problema, parcheggia in qualche modo da un'altra parte e quando scende dalla 
vettura vede che è una donna quella che gli ha soffiato il posto. Un'occhiata e via a 
prendere un caffè. 
Non lo infastidì, disse poi in tribunale, l'evento in sé, ma il fatto di non essere d'accordo 
sulle ragioni per le quali le cose accadono in un cero modo e in un certo momento. Non ce 
l'aveva con la donna, esecutrice materiale dell'evento, ma con il fato che ha voluto che 
succedesse.
Poi ci sono state altre coincidenze, o altri incidenti, per chiamarli così, del fato. La cosa 
curiosa è che tutti questi incidenti erano provocati dalla stessa donna del parcheggio. 
Per esempio, sta attraversando a piedi la strada, alle tre di notte, neanche un'anima in giro 
e improvvisamente, ad un incrocio arriva sparata una macchina che gli si ferma a un 
centimetro. È lei. Per lo spavento, lui, non dorme tutta la notte. 
Ha appena parcheggiato sotto casa e lei, che passa casualmente, per evitare un cane, gli 
sfonda una portiera della macchina. 
È in fila per comprare un biglietto del cinema e lei, proprio davanti a lui, vince un grosso 
premio per essere il milionesimo spettatore. 
Entra in un negozio per acquistare un elegante portafoglio maschile ad un prezzo di saldo 
veramente basso che aveva visto il giorno prima e il commesso gli dice che l'ultimo l'ha 
appena venduto a quella signora che sta uscendo. Lei, sempre lei. 
Finalmente si libera un garage in uno stabile in via Venini, dove lui ha lo studio e che gli 
risolverebbe il penoso problema del parcheggio, ma quando va per il contratto d'affitto 
l'amministratore sta parlando proprio con lei. Si stringono la mano e il garage è affittato, a 
lei. 
Sempre lei tra i piedi e intanto il malessere continua a crescergli dentro.
Disse in aula che non sapeva nemmeno lui perché, ma lo umiliavano quelle stupide 
coincidenze. Disse, ancora una volta, che non ce l'aveva con lei, ma col fato. Era convinto 
che il destino si accanisse contro di lui e lo deduceva dal fatto che per farglielo capire si 
servisse sempre dello stesso agente. Tutte quelle coincidenze non erano un caso, insistette 
su questo.
Dopo aver sopportato ancora qualcuno di questi incidenti “fatali”, lui la invita a cena, a casa
sua. Lei accetta e durante il pasto lui l'avvelena e si sbarazza del cadavere. In seguito disse 
che in questo modo il fato non lo avrebbe più perseguitato. E in effetti da allora non 
accadde più nessun incidente, per lo meno non con la stessa persona. Però dopo qualche 
mese il misfatto venne a galla. Lui, durante il processo, invocò la legittima difesa, non dalla 
donna, ma dal fato che lo stava innegabilmente perseguitando. Il PM disse che il fato non 
ha personalità giuridica quindi, anche se nuoce, non può essere incriminato. Alla fine lo 
condannarono a vent'anni di carcere per omicidio volontario di primo grado.
Quando fu condotto fuori dall'aula il giudice, che era una donna, gli sorrise senza alcuna 
ragione. Lui la fissò un istante, scollò la testa e uscì. Sembra che, mentre saliva sul furgone 
del carcere, abbia detto: ha sempre ragione lui, quando si mette in testa una cosa....

                                                                                                                                                

Stranezze della vita      (21­01­2011)
Ancora una volta ero rimasto senza lavoro, così decisi di rivolgermi ad una agenzia di 
collocamento. Mi presentai di primo mattino alla sede della “Lavori Speciali”, agenzia 
interinale e venni accolto da una signora matura dal seno prosperoso e abbondantemente 
scoperto. Dopo avermi squadrato da capo a piedi entrò subito in argomento.
“Guardi, abbiamo queste proposte, se le interessano. Non sono lavori facili, ma Lei, 
dall'abbigliamento, mi sembra una persona capace.”
Forse voleva dire dall'aspetto, pensai, visto che il mio abbigliamento era piuttosto comune.
“Va bene, dissi, vediamole.” 
Però quel seno eccessivo ed eccessivamente scoperto mi impediva di concentrarmi sulle 
offerte di lavoro che mi presentava. Non che fossi attratto dal suo seno come simbolo, 
nell'immaginario maschile, della sessualità femminile; era la sua grande dimensione, 
sproporzionata rispetto alla stanza in cui eravamo. Era una presenza ingombrante, 
insolente, inutile. 
La signora elencava le offerte, io ascoltavo con metà cervello, il destro, quello razionale e 
con quello sinistro, il creativo, pensavo ai vari usi che si potessero fare con un seno così 
mastodontico.
La signora stava parlando di un lavoro come sventolatore di fazzoletti sulle banchine delle 
stazioni ferroviarie.
“Sa, la gente ama essere salutata, anche da estranei; per questo l'amministrazione delle 
ferrovie impiega dei salutatori professionisti per migliorare il benessere dei viaggiatori. Lei 
mi sembra uno, dall'abbigliamento, che sa fare dei bei saluti, con trasporto, il cosiddetto 
saluto mediterraneo, non come quelli esangui del nord Europa. D'inverno invece può stare 
seduto in sala d'attesa, come raccoglitore di  quelle confidenze che i viaggiatori, si sa, non 
farebbero mai nelle situazioni normali della vita, ma sciorinano al primo sconosciuto che li 
sta ad ascoltare,dopodiché si sentono sollevati e leggeri, come se avessero una valigia in 
meno da portare.”
Immaginavo il suo seno usato come fermacarte in una giornata torrida che obbliga a tenere 
le finestre aperte pur in presenza di vento. Vedevo la signora tranquillamente seduta alla 
scrivania sfilando da sotto il seno sinistro il curriculum di qualche candidato, graffarlo a 
un'offerta di lavoro e infilare i fogli sotto il seno destro, mentre il vento scompigliava le 
carte delle altre scrivanie. 
“E' un lavoro, continuava la signora, che richiede molta empatia. Sa cosa significa? Non fare
agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.”
Credo che volesse dire che se uno si mette nei panni degli altri non vuole certo essere 
trattato male, ma intanto un'altra immagine mi si presentò alla mente. Un malvivente, 
entrato di soppiatto nell'ufficio, sta per aggredire la signora alle spalle, ma questa si gira 
improvvisamente e con un colpo di seno stende l'aggressore. No, troppo banale.
“Non è banale, sa?” disse.  Lì per lì pensai che mi avesse letto nel pensiero.
“Si conosce gente nuova ogni giorno, continuò, a volte nascono delle amicizie durature, 
anche nuove opportunità di lavoro, ecco perché questa è un'agenzia di lavoro temporaneo. 
Non immagina quante ragazze che hanno lavorato nelle stazioni si sono poi felicemente 
sposate con qualche viaggiatore. Però non ne è molto convinto, vero?” Il seno punta verso 
altri fogli sulla scrivania.
“Bene, qui ci sono altre proposte, guardi: l'amico del defunto, in genere richiesto dai 
parenti, quando la vita dell'estinto non è stata del tutto esemplare. Si tratta di presentarsi 
quando tutti i conoscenti sono riuniti intorno al feretro e cominciare a tessere le lodi del 
morto. E' richiesta creatività letteraria e talento scenico.”
Non riuscivo a scacciare dalla mente l'immagine di quel seno invadente che riempiva la 
stanza della mia fantasia. Cercai allora di eliminarlo fisicamente. Lei era la moglie di un 
salumiere e lavorava col marito nel negozio. Un giorno un cliente le chiese tre etti di 
prosciutto cotto. Lei afferrò il grosso insaccato e stava per metterlo nell'affettatrice quando 
fu distratta da un insopportabile prurito al polpaccio destro.  Lasciò andare il prosciutto 
sull'affettatrice e si chinò a grattassi la gamba. Guardandosi ancora la gamba pruriginosa 
cominciò ad affettare, senza essersi accorta che un dei suoi seni aveva spinto il prosciutto 
fuori dall'affettatrice prendendone il posto. Si affettò 286 grammi di seno, prima di 
rendersene conto, poi svenne. Fu portata al reparto chirurgia dove le  vennero asportati i 
due seni, per precauzione.
“Ci sarebbe questo, diceva la titolare, però richiede degli atteggiamenti non comuni.”
Non ne azzecca mai una, pensai, voleva dire attitudini non comuni, perché gli 
atteggiamenti vengono dopo. Voglio dire, uno ha un'attitudine e poi, in base a quella, ha 
l'atteggiamento adeguato. Se uno ha l'attitudine al bere, svilupperà verso il vino un 
atteggiamento positivo, se ha smesso di bere ne svilupperà uno negativo, forse.
“E' il cosiddetto Parafulmine, continuò, molto simile al capro espiatorio, che però è passivo. 
Consiste nell'attrarre su di sé le ire degli automobilisti negli ingorghi cittadini, percorrendo 
le lunghe code di macchine chiedendo scusa per il disagio prodotto. In genere non si va 
oltre gli insulti, anche se in alcuni casi l'incaricato, ha dovuto incassare alcuni schiaffi. I 
clienti che richiedono questo servizio sono per lo più Pubbliche Amministrazioni, come nel 
caso del traffico, o presidenti di aziende in crisi che devono dialogare con sindacati o 
azionisti, o chi deve fare una dichiarazione pericolosa. Ecco, l'avverto, in alcuni casi estremi
è richiesto al candidato di assumere anche eventuali punizioni corporali, quando il cliente 
non se la sente di assumerle in proprio, per esempio pugni e botte da aggressione, ferite da 
incidenti vari, schiaffi da mogli tradite, o da mariti.”
A proposito, sarà sposata? pensavo intanto. Suo marito non riuscirà mai ad abbracciarla 
completamente, a meno che non le cosparga i seni di ragù e poi faccia entrare nella sua 
camera da letto due grossi cani tenuti a digiuno da molto tempo.
“Ma vedo dal suo sguardo assente che sta pensando a scene di violenza non gradite, o 
sbaglio?” disse lei.
“Sì, cioè volevo dire, non ci sarebbe qualcosa di meno drammatico, più divertente, più 
socializzante?”
“Ho giusto due richieste da parte del Municipio. Come Lei sa, la nuova Giunta si preoccupa 
del benessere fisico e psichico dei suoi cittadini. La prima richiesta è di un Inseguitore di 
malviventi fittizi, cioè Lei si apposta in un luogo della città abbastanza frequentato da 
pedoni e comincia a correre in in una direzione gridando al ladro. Sicuramente le si 
affiancheranno alcuni volontari che cresceranno sempre più fino a formare un bel gruppo, 
dato lo spirito gregario della folla. Secondo le statistiche,  gli inseguitori, dopo due giri di 
piazza cominciano a cedere e a perdere interesse nella caccia. A questo punto Lei dovrà 
trovare una sicura via d'uscita, per esempio entrando in un Grande Magazzino, o in un bar 
con uscita sul retro. La Giunta pensa che un po' di moto non può che giovare alla 
cittadinanza.”
Cominciavo a soffocare. Quel seno aveva ormai riempito tutto il mio spazio visivo. Non 
vedevo altro. La voce della donna sembrava che uscisse da quelle due mezze mongolfiere. 
Un ronzio come di moscone estivo chiuso in una stanza cresceva sempre di più nel mio 
campo auditivo. Nacque fievole una speranza, il rumore divenne assordante, due caccia 
dell'Aeronautica Militare sfrecciarono sopra i seni mongolfiera e lanciarono due potenti 
siluri.  Bum! Bum!
“L'altra proposta invece è un po' più, come dire, intima. Qui il candidato che noi cerchiamo 
deve essere motivato da un grande spirito di solidarietà umana. Molti anziani purtroppo 
vengono abbandonati negli ospizi senza che nessuno si occupi delle loro necessità. La 
persona anziana in molti casi è ancora soggetta a impulsi sessuali, anche se già molto 
sfumati. Basterebbe poco per renderli contenti. La Giunta comunale ci ha richiesto un 
operatore/operatrice, che, in appositi locali dell'ospizio, esibisca di fronte agli anziani che 
ne abbiano fatto richiesta, i propri genitali. Questa visione, secondo gli psicologi, 
rinfrescherebbe i ricordi dei degenti, concedendo loro una compiaciuta serenità. E' 
sottinteso che le doti richieste al candidato, oltre quelle fisiche, per ovvie ragioni, devono 
essere la disinvoltura e la creatività.”
Chissà se anche per lei i suoi seni sono una croce. Poverina, basta torturarla!
“Ci sarebbero altre offerte, per esempio animatore nei canili con spettacoli studiati apposta 
per gli ospiti di quei luoghi, oppure la falsa interferenza telefonica, in cui ci si immette in 
una chiamata in corso e si finge di parlare ad un'altra persona dicendo molto bene di un 
candidato alle prossime elezioni amministrative, o dell'efficacia di un certo prodotto, o del 
parrucchiere di via.....”
“Signora, la interruppi garbatamente, la ringrazio infinitamente per la sua cortesia, ma 
vede, le sue proposte sono forse un po' troppo specializzate.” Forse volevo dire speciali, 
pensai all'istante. 
“Io sto cercando un'occupazione più comune, come per esempio l'imbalsamatore di beni 
immateriali.”
“Cioè?” chiesero i seni con un sussulto che smosse tutta l'aria nella stanza. 
“Vede, spiegai, imbalsamare il proprio gatto è cosa comune, ma imbalsamare  ricordi, idee, 
intuizioni, sensazioni, dichiarazioni, sogni, richiede una perizia non comune. 
Ho acquisito quest'arte in lunghi anni di permanenza all'estero, ma so che non sono molti i 
clienti che richiedono quest'arte. La gente in genere preferisce disfarsi in fretta dei prodotti 
del proprio spirito. Predilige la materia, la carnalità del presente immediato.” 
Fu, dentro di me, inevitabile il riferimento a quel seno iperbolico.
“Ah, ma allora, interloquì lei, visto che ama queste cose può andarle bene un lavoro più 
corporeo, ad esempio Colui che si fa osservare alla finestra, da passanti curiosi. Questo è un
sevizio molto richiesto nei luoghi turistici dalle aziende di soggiorno per arricchire l'offerta 
di curiosità locali.”
“No, no, non ci siamo. Io vorrei delle attività statiche” le dissi guardando fuori dalla 
finestra.
“Ho capito, disse, guardi, ho quello che fa per Lei, Colui che fa scena muta. 
Oggigiorno è una prestazione assai ricercata in molte occasioni: al posto dello sposo 
indeciso, del testimone reticente, di chi è stato colto in flagrante e non sa come giustificarsi.
E'  richiesta disinvoltura e inventiva,  in quanto l'esecutore, benché non parli, comunica 
tuttavia. Pensi alla  situazione in cui il marito sorprende la moglie con l'amante. I tre 
protagonisti  optano per la scena muta, essendo, è palese, superflua ogni spiegazione.  
L'esecutore, sostituendosi tempestivamente ai  tre personaggi, avrà il difficile compito di 
realizzare tre scene mute contemporaneamente, assicurando ad ognuno di loro la dignità 
che gli è propria. Questa è la situazione così detta “salvare capra e cavoli”.  Naturalmente 
l'operatore si assume la responsabilità delle proprie tacite dichiarazioni. E' richiesta la 
conoscenza delle lingue straniere.”
A questo punto del colloquio volli affrettarne la conclusione alzandomi in piedi. Anche lei si
alzò e uscì dalla stanza, che di colpo si svuotò.
Allora iniziai il mio lavoro, cosparsi i mobili di benzina che m'ero portato appresso in una 
lattina, appiccai il fuoco e me ne andai chiudendo la porta. Anche per oggi, pensai,  avevo 
fatto il mio lavoro: liberare il mondo dagli eccessi, come quel seno.

Sul viale    (20­09­2001)

Personaggi: 
­il padre, semi paralizzato, si trascina in modo penoso. È probabilmente un alcolizzato, di 
bassa estrazione sociale, ex operaio in una ferriera, 58 anni, occhi iniettati, pelle del volto 
rossastra,capelli un po' brizzolati e radi, corti, abbigliamento povero, un misto tra la vecchia
uniforme azzurra da lavoro e capi dozzinali già un po' logori. Pensionato per invalidità, 
istruzione pressoché nulla, ma non analfabeta
­il figlio, ventenne, moderno, fuma marlboro alla domenica, e MS durante la settimana, 
abbigliamento adeguato alla sua età e condizione socio culturale, forse fuma spinelli, ma 
non fa uso di droghe pesanti. Ama le canzoni e i divi creati apposta per la sua generazione, 
istruzione modesta, nessun interesse culturale. Etero sessuale, frequenta i bar e le 
discoteche, legge solo giornali sportivi e riviste pornografiche. Ultimo lavoro svolto: 
distributore di tipografia (volantinaggio). Attualmente disoccupato
la madre, massaia all'antica, un po' grassa e mascolina, brontolona, ruvida, spesso di cattivo
umore, avida, pettegola, contro dipendente col marito, parziale col figlio, 55 anni, 
abbigliamento modesto,ma curato, un po' antiquato come l'acconciatura. Cattolica, non 
analfabeta, legge le riviste di attualità più banali, ha delle amiche ma non le visita spesso, 
preferisce la televisione che guarda però tra una faccenda domestica e l'altra, sempre con 
un senso di disagio, come se si stesse concedendo un lusso non meritato.
Il luogo:
i tre soggetti stanno camminando lungo un viale misto platani e ippocastani, sull'apposita 
corsia per ciclisti e pedoni. Qua e la sulla corsia alcuni escrementi di cane a diversi stadi di 
secchezza. Durante la conversazione il figlio, che camminerà di tanto in tanto girato 
all'indietro, finirà per calpestare una di queste feci e sarà costretto a pulirsi la scarpa con un
ciuffo d'erba. Una giovane mamma, molto elegante, che sopraggiungerà poco dopo 
spingendo una carrozzella decapottabile per neonati, riuscirà appena in tempo ad evitare 
l'escremento.
Il viale è fiancheggiato da villette anni 50, una serie di condomini, in un appartamento dei 
quali una sorella dello scrivente ha vissuto alcuni mesi in affitto. Attualmente vive in una 
casa propria. Lungo il viale c'è una fabbrica di margarina, che diffonde nell'aria un acuto 
odore di olio di cocco. Gli edifici di un'altra fabbrica, però abbandonata, sul lato opposto 
del viale, recano alcune scritte come: Inter merda. Culi al rogo. Johnny sei già una 
leggenda. Carlo e Fede con il disegno di un cuore. Padroni=cagoni. Emoscambio, con un 
numero di telefono. Put (parola incompiuta). Poi, scritta in gesso, la seguente frase: a 
Dodini ci puzza il picio. 
Ci sono poi campi, parcheggi, giardini, fossi. È un viale di periferia.
L'azione: la discussione, riportata sotto in lingua originale e in traduzione, si fa animata, al 
punto che il padre, che conduce a mano una bicicletta, abbandonato il veicolo stacca da un 
giovane albero di platano un grosso ramo e insegue, nei limiti che gli consentono gli arti 
semi­paralitici, il figlio, con l'intenzione di colpirlo. Costui, con riso beffardo, si allontana 
velocemente. Il padre, paonazzo di collera, sputazza bestemmie. La madre, rimasta 
indietro, grida a sua volta, ma contro il marito, sfidandone apertamente la violenza verbale.
Raggiunto il consorte lo insulta pesantemente e si allontana nella direzione del figlio. Il 
padre, sempre più congestionato dall'ira, li rincorre rischiando più volte di cadere. La 
madre e il figlio si allontanano definitivamente.

La conversazione (testo originale):

Padre­ Ta lie det da daghela mia. E te, düra
Madre­ Ma se, che balote, al la maiarà mia. E po' al ghà det che al ma la da ndrè dumà. 
(scattando incollerita) E po' lasela le da sütà menala. Go no bèe piè le balote.
(il figlio ride canzonatorio)
Padre­ Teuta culpa da kel cretino le. Cuma ghet fat a fa seu an fiol tan stüpet?
Madre­ Con an om cuma te, cusa hot pretent.
(il figlio continua a ridere)
Padre­ Cusa seutet ret, breut astüpet.
Figlio­ Ma e da ret perché sif du stüpet, teui du.
Padre­ Ciapala, set cuntenta? Chesto ché l'è to fiol!
Madre­ Tas te; sent ampò, te: al ma pias mia tant chel che ta ghet det. 
Figlio­ La radiulina la edif amò col binocol, uchetuni.
(mima il gesto di chi tira con gran voluttà una boccata da una sigaretta)
Madre Cusa diset seu, Gianpaolo?
Padre­ let gnamò capida, oca? Ches che al gà endit la radio per cumprà la droga.
Madre­ L'è mia era! (rivolta al figlio, quasi dolcemente) L'è era?
(il figlio ride beffardamente)
Padre­ (afferrando un ramo) Ta schiese la schena me, bastart. Ve chè, delinquent.
(il figlio si allontana rapido)
Madre­ (urlando) Proa tucal, proa tucal e ta fo èt me!

La conversazione (traduzione):

Padre­ Te l'avevo detto di non dargliela. E tu ostinata.
Madre­ Ma si, che barba. Non la mangerà mica. Poi ha detto che me la ridà domani. 
(scattando incollerita) E poi smettila di brontolare, mi stai seccando.
(il figlio ride canzonatorio)
Padre­ Tutta colpa di quel cretino lì. Ma come hai fatto a fare un figlio così deficiente?
Madre­ Con un marito come te, cosa vuoi pretendere!
(il figlio continua a ridere)
Padre­ Ma cosa continui a ridere, idiota?
Figlio­ Rido perché siete due scemi.
Padre­ Toh, ecco! Sei contenta? Questo è tuo figlio.
Madre­ Taci tu. Senti un po', tu: non mi piace mica tanto quel discorso.
Figlio­ La radiolina non la rivedrete più, merli.
(mima il gesto di chi tira con gran voluttà una boccata da una sigaretta)
Madre­ Ma cosa dici, Gianpaolo?
Padre­ Non hai ancora capito, oca? Questo qui ha venduto la radio per comprarsi la droga.
Madre­ Non è vero. (rivolta al figlio, quasi dolcemente) É vero? 
(il figlio ride beffardamente)
Padre­ (afferrando un ramo) Ti spacco la schiena, io, bastardo! Vieni qui, delinquente.
(il figlio si allontana rapido)
Madre­ (urlando) Prova toccarlo, prova toccarlo e vedrai!
Suore di castità  (30­09­1998)

Quattro suore di castità viaggiavano sulla loro macchina dirette ad un congresso religioso in
una città abbastanza lontana dalla loro. Era il primo pomeriggio, viaggiavano già da alcune 
ore, l'automobile cominciò ad a vere delle noie al motore. Le suore si spaventarono subito, 
non sapevano niente di macchine e si trovavano su una strada scarsamente transitata. La 
macchina, dando un ultimo sobbalzo, si fermò definitivamente sul ciglio della strada. Le 
suore rimasero in silenzio per qualche istante, ognuna sola col proprio stato d'animo. Paura,
fastidio, divertimento, indifferenza, eccitazione, noia, chissà.
La conduttrice e quella che le sedeva accanto si girarono verso le due sedute dietro. Queste 
erano due suore giovani, vivaci, con fatica entravano nel ruolo di suore di castità. Le due 
davanti erano più mature,più serie, controllate, abituate alla loro parte. 
Il Signore ci aiuterà
Sì, il Signore è misericordioso
Dobbiamo avere fiducia nel Signore
Ci invierà un segno della sua bontà
Mai si dimentica delle sue pecorelle
Ci guida e ci consiglia
Non ci lascerà nel pericolo del mondo
Però se non passa nessuno e si fa notte?
Abbi fiducia e prega
La macchina potrebbe avere un guasto irreparabile
Il Signore provvederà
Certo che di notte al buio, al freddo..
Qualcuno malintenzionato
Ah che brividi, solo a pensarci
La luce del Signore lo illuminerà
Se fosse un ladro? Noi non abbiamo soldi
Se fosse un bruto, un violento
La mano del Signore si tenderà si di lui
Qui non passa nessuno però
Pazienza e fiducia
Un rumore?
Sì, un rumore

Dio mio!
Si sente il brusio di un motore in lontananza. Le suore scendono dalla macchina. Vestono la
tonaca nera e la cuffia, fatte di materiale leggero, estivo. Si avvicina un'autogrù, si ferma 
dietro la macchina in panne, scende un giovanotto muscoloso in tuta da meccanico, mezze 
maniche, aperta sul petto, con macchie di grasso qua e là, consumata sulle ginocchia e sui 
glutei. Le suore, tra esclamazioni del tipo: Dio sia lodato, ve l'avevo detto, Dio è 
misericordioso, si avvicinano al giovane e quasi in coro chiedono aiuto, spiegazioni, 
consigli. L'operaio, analizzato brevemente il veicolo, sentenzia: è una biella, partita. Come?,
chiedono. Rotta, non c'è quasi più olio nel motore.
Non si può aggiustare qui, Lei che è un meccanico? Il Signore ce l'ha inviata, il Signore la 
ricompenserà.
Sorelle, qui la biella non si può aggiustare, nemmeno con l'aiuto del Signore.
Le suore sussultano, scandalizzate.
Ma noi non possiamo.
Sentite, la mia officina è a pochi chilometri da qui, vi rimorchio fin là poi vedremo.
Agganciata l'auto alla gru partono, tutti sul camioncino del meccanico. Tre suore dietro, 
una davanti, quasi costretta ad appiccicarsi al guidatore per un difetto del sedile. Fa caldo, 
la cabina è satura dell'odore di olio di macchina e di sudore di uomo. La suora davanti è 
ciarliera, quelle dietro taciturne. Una di loro, ad un certo punto, chiede al meccanico di 
fermarsi, sente nausea, dice. Il meccanico allora la fa sedere davanti accanto a sé.
Arrivano all'officina. Il giovane le conduce in una casa poco discosta dal laboratorio e le fa 
accomodare in una stanza con pretese di soggiorno. Si intuisce dal disordine che il 
giovanotto ci abita da solo.
È meglio che vi riposiate, credo che la riparazione durerà un bel po', devo smontare tutto il 
motore.
Rimaste sole, le suore tacciono per alcuni minuti poi cominciano:
ci sarà da fidarsi di questo tipo?
a me sembra un po troppo...rozzo
beh, è una persona umile
non si direbbe, avete visto la sua cintura di pelle?
sì, molto costosa
e il medaglione sul petto non era certo di ferro
aveva in bocca un dente d'oro
la pettinatura non era di una persona umile
se fosse un violento? Avete visto che braccia
persone così hanno tutte i muscoli sviluppati
non si è nemmeno fatto la barba
e se ci ingannasse con la storia della biella?
io credo che non mancasse affatto l'olio quando siamo partite
approfitta della nostra ignoranza per spillarci dei soldi
allora sarà meglio dirgli subito che non possiamo pagare
vai tu Elena che sei la maggiore.
La maggiore, la più seria, dopo essersi fatta pregare un po' esce dalla casa e si dirige 
all'officina. Le altre suore la guardano dalla finestra. Tacciono, ognuna immersa nei propri 
pensieri. Dopo un'ora torna Elena, lievemente sorridente. 
Sapete, non c'è nessun problema, dice quasi gaia, ha capito che non possiamo pagare, però 
farà il lavoro lo stesso, per amore del Signore. Le altre suore tacciono, distolgono lo 
sguardo da Elena, si concentrano in sé. Passa del tempo.
E se fosse un inganno, dice Gesuina, l'altra delle due suore più mature, rompendo il 
silenzio, se dopo aver finito il lavoro volesse, non dei soldi, che non ne abbiamo, ma oggetti
di valore, come i nostri crocifissi?
Sarà meglio dirglielo subito, continua Gesuina, ci penso io.
Esce e si dirige rapidamente all'officina. Le due suore più giovani la guardano dalla finestra.
Elena, seduta in una poltrona macchiata da chissà che, è chiusa in sé, assente.
Speriamo che non le faccia del male, dice Beniamina , la più giovane delle quattro.
E perché dovrebbe, interviene vivamente Elena, voglio dire, è un uomo un po' rozzo, ma 
non un violento. Con me è stato gentile.
Le due suore giovani la guardano, Elena si volta verso la parete, guarda una riproduzione 
appesa storta. Le due tornano alla finestra. Nessun segno di vita dall'officina. Dopo più o 
meno un'ora torna Gesuina.
Credo che il meccanico sia una persona ragionevole, comunica la nuova arrivata dirigendosi
verso una poltroncina libera, non ha fatto obiezioni.         
Obiezioni a che? chiede Stefania, l'altra delle due giovani. 
Ma  al...., sì insomma , al fatto che non possiamo pagare con oggetti di valore, rispose 
Gesuina lievemente incerta.
Tutte tacciono. Ognuna coi propri pensieri. Dopo un po', Stefania:
Sono già le cinque, non vorrei che si facesse tardi. Ripartire col buio non è molto prudente 
e passare la notte qui.... Bisognerà dirgli di fare un po' in fretta. Vado a vedere.
Esce in fretta. L'unica che guarda dalla finestra, ora è Beniamina.
Non vorrei che succedesse qualcosa, dice, sono preoccupata.
Tutte tacciono. Beniamina è sempre più preoccupata. Alla fine, dopo un bel po' di tempo, 
tira un respiro di sollievo al vedere uscire Stefania dall'officina. 
È quasi pronta, sapete? Dice Stefania allegramente, per fortuna non era la biella era 
l'impianto elettrico. Cosa rapida.
Ah meno male, sospira Beniamina, allora vuol dire che possiamo ripartire presto. L'idea di 
passare la notte qui mi spaventava.
Poco dopo il meccanico le chiama, la macchina è pronta, possono ripartire. Fanno ancora 
tempo ad arrivare prima che faccia buio.
Sedute in macchina, mentre il cielo comincia ad imbrunire, le suore sembrano rilassate. 
Solo Beniamina è ciarliera.
L'abbiamo scampata bella, però. Per fortuna quel meccanico era innocuo. Si è comportato 
bene, solo puzzava troppo di sudore. Anche qui dentro c'è quell'odore di sudore. Voi non lo 
sentite?
Telegramma          (1975)

Nella stanza divani uno, morbido tappeto posto sotto curioso tavolinetto basso, due sedie 
disposte in modo volubile, poltrona in pelle marrone, macchiata. Aperta finestra. Guardato 
giù. Visto coccodrillo. Sceso giù. Coccodrillo aperta bocca. Infilato classico bastone. Bastone
non tenuto. Persa una mano. Fine 
Ultimo piano      (12­04­2011)

Mai andati oltre il Buon giorno Buona sera. Si incontrarono sul cornicione del loro 
condominio di 11 piani con l'intenzione di buttarsi di sotto. Dopo i primi momenti di 
comprensibile imbarazzo, bella vista, vero? Si sta bene quassù, non c'ero mai venuto, Oh 
nemmeno io, sa? Con pause sempre più corte e meno imbarazzate la conversazione prese a 
trotterellare.
Si presentarono, Venanzio, giudice di tribunale, Alfredo, importatore di artigianato fine 
africano. 
Brevi sintesi delle rispettive professioni e vite private, poi, poi il tempo passava e ognuno di 
loro aveva fretta di realizzare l'obiettivo per cui era lì.
Ancora un silenzio eloquente, tutti e due sapevano perché erano sul cornicione. 
Ma Lei, disse Alfredo, è, come dire, contento della Sua vita?
Il giudice, come colto in flagrante, rispose subito: Io? ma certo!
Poi aggiunse con un po' di esitazione: Abbastanza. Ma sentendosi scoperto aggiunse ancora:
Insomma, sì, c'è qualcosa che, come dire, cambierei. 
Io, la mia, la cambierei tutta, disse Alfredo, ma non si può, bisognerebbe nascere un'altra 
volta, ma per farlo, prima occorre liberarsi di questa.
Già, non si sbilanciò Venanzio.
Alfredo incalza: A proposito, giudice, Lei lo saprà, il suicidio, qui da noi, è vietato dalla 
legge? 
No, ma moralmente è il peggiore degli omicidi.
Allora perché lo vuole fare?
Io?
Sì, siamo qui tutti e due per questo. E non mi racconti la sua vita passata, le delusioni, gli 
errori, le malvagità. Tutti abbiamo una vita piena di questa mercanzia, sempre la stessa, chi
più chi meno. Non vale la pena buttarsi di sotto per il passato o per il futuro e il presente si 
può sempre cambiare. Un biglietto aereo per il Messico e chi sé visto sé visto.
Perché allora è venuto quassù? dice il giudice.
Non ho più voglia di continuare, la vita mi è venuta a noia. In Messico ci sono stato e non è 
una soluzione. E Lei?
Non riesco più a dormire, sono tormentato dai miei errori giudiziari. Ho condannato gente 
innocente, per superficialità, pregiudizi, pigrizia. Gente che ha sofferto per colpa della mia 
stupidità, della mia inettitudine. È giusto che ora soffra io per loro.
Eh, ma così è troppo facile. Lei si butta e per Lei è tutto finito, ma gli altri sono ancora là 
che soffrono.  
Allora cosa dovrei fare, continuare a soffrire perché il mio dolore annulli quello degli altri?
Queste sono idee cattoliche e superstiziose, come tutto il nostro pensare. Guardi, io importo
arte dall'Africa, la pago poco o niente,  la rivendo qui a cento volte di più. Sono un ladro, è 
vero e Lei  è un carnefice e per questo dovremmo morire? Se fosse giusto fare così ne 
resterebbero ben poche di persone sulla Terra. Se la può consolare la giustizia non esiste, 
l'abbiamo inventata noi.
Sì, ma l'abbiamo inventata per rispettarla. Io non l'ho fatto e adesso pago.
Il Suo è egoismo e viltà, vuole finirla con la sofferenza andandosene. Prima di andarsene 
però, saldi il suo debito, rimanga a fare il giudice onesto ed efficace, solo così si sdebita col 
mondo.
Forse ha ragione,ma anche Lei allora dovrebbe fare lo stesso.
Io? il mio caso è diverso. Smetto semplicemente di rubare e basta.
E no! Anche Lei vuole uscire per il rotto della cuffia. Continui a fare l'importatore e paghi 
adeguatamente quei poveri artisti.
Si, è vero, anch'io posso ancora sdebitarmi. Ma non ne ho voglia, non ho voglia di riparare 
le cose, non ho voglia di continuare una vita senza senso, come tutte le vite, per questo mi 
sono condannato a morte.
Io non riuscirò ad essere un giudice efficace, non è possibile, finirei prima o poi per 
condannare ancora qualche innocente, per cui mi voglio impedire di farlo, definitivamente.
Silenzio assorto.
E quindi? chiede Alfredo. Non lo so, dice Venanzio, pensiamoci su.
Nuovo silenzio assorto.
Il problema è che vogliamo e non vogliamo. Voglio buttarmi ma non ne ho il coraggio, dice 
Venanzio.
Lo stesso per me, dice Alfredo.
Lei non vorrebbe darmi, come dire, una spinta?
Già e poi a me chi la da?
È vero.
Terzo silenzio assorto.
Potremmo darci una spinta contemporaneamente, oppure andarcene a bere una birra giù al
bar e lasciare perdere tutto questo affare, fa Alfredo.
Sì, potremmo, ma non so decidermi.
Neanch'io.
Seduti sul cornicione del loro condominio di undici pani i due sprofondarono in un 
profondo e assorto silenzio.

Una bagatella        (03­04­1999)

Due giovani maestre, colleghe nella scuola elementare FHARPP e compagne di escursioni, 
feste, avventure sentimentali e non, furono invitate alla festa di compleanno di Menelao, 
figlio trentenne e belloccio di un noto industriale della zona. Se ne innamorarono 
entrambe.
Ulissa, di forte temperamento, procace, testarda, focosa, rossa di capelli, diretta. Milly, 
delicata, astuta, conversatrice, arrendevole, dolce, castana, falsa modesta, falsa. Meme, 
come lo chiamavano gli amici, si innamorò di Milly. Ulissa rimase delusa, stizzita, incredula
che un uomo potesse preferire alle sue belle forme quelle così modeste della sua amica. 
Cessarono d'essere amiche.
Una mattina a scuola Ulissa comunicò a Milly che le avrebbe lasciato un pacchetto, un 
regalo, in biblioteca, all'ora di uscita. Quando venne il momento Milly andò a prendere il 
pacchetto e l'aprì. La sera prima Ulissa, confermarono in seguito alcuni testimoni, era uscita
con Meme all'insaputa di Milly. Colleghi della scuola FHARPP affermano che quando Milly 
vide il contenuto del pacchetto impallidì fortemente, se lo strinse al petto e uscì di corsa 
dalla biblioteca.
Non tornò più in quella scuola, si trasferì in un'altra città. Anche Ulissa non tornò più alla 
scuola e di Meme si disse che era partito per un lungo viaggio.
Ci sono varie versioni sul possibile contenuto del pacchetto, ma più che di versioni si tratta 
di ipotesi, o addirittura di invenzioni belle e buone, ché nessuno, tranne le due ex amiche e 
forse Meme, poteva esserne a conoscenza.
I colleghi maschi erano propensi a immaginare un contenuto simbolico informativo, per 
esempio una fotografia compromettente di Ulissa e Meme baciandosi, o nudi, come suggerì 
l'anziano direttore della scuola, nell'atto di iniziare, o già nel pieno di una copula. Non volle
usare di fronte alle a colleghe femmine la parola fornicazione. Ma l'ipotesi della fotografia 
era poco accettabile perché implicava, in un momento così intimo come quello supposto 
nella foto, la presenza per lo meno di una terza persona, il fotografo. C'erano anche le 
macchine fotografiche con l'autoscatto, insisté il direttore. Ma rimaneva da sapere quando e
chi avesse sviluppato il negativo delle foto. No, l'ipotesi fu scartata.
Le colleghe femmine, che nella scuola erano in maggioranza,  sostenevano in cambio 
l'ipotesi di un contenuto più materiale, più sconvolgente che una semplice fotografia. Non 
bisogna dimenticare, dissero, che Milly uscì profondamente turbata quel giorno dalla 
biblioteca e una donna, continuarono, si turba in quel modo solo di fronte a qualcosa di 
irrimediabile, definitivo.
Una certa Teodora suggerì che nella scatola potesse esserci stato un orecchio di Meme, che 
Milly conosceva molto bene visto che lui portava l'orecchino che lei gli aveva regalato. Me 
l'ha detto Milly del regalo, aggiunse arrossendo. Le altre colleghe non erano soddisfatte 
della versione di Teodora. Erano sì attratte dall'idea che si trattasse di qualcosa di fisico, di 
anatomico, di un organo, ma un orecchio era troppo poco.
Un genitale, scappò detto a Wanda, una robusta quarantenne, voglio dire quello di lui, non 
uno qualsiasi. Gli uomini tossicchiarono, non sapendo se fare gli imbarazzati o no. L'idea di 
un organo genitale maschile tagliato via e avvolto in una carta intrisa di …no, no, non la 
potevano accettare e la respinsero decisamente. Ma le donne, ormai unanimi, insistevano 
su questa linea. Giuseppina affermò di aver sentito quel giorno, addirittura il tipico odore di
macelleria, là in biblioteca. Ma figuriamoci, intervennero inorriditi gli uomini.
Ma lo sapete voi donne cosa significa per un uomo un membro tagliato? 
Noi no, voi sì?
Non vogliamo dire questo.
Era la foto di un genitale tagliato, tornò alla carica il direttore, che si schierò chissà perché 
con le donne, Milly lo riconobbe come il suo.
Il suo di chi, di lei? chiese Wanda.
Ma era un genitale maschile o femminile? Che genitale aveva Milly?
Aveva due genitali, sentenziò trionfante il direttore.
Ma la smetta, gli gridò Giuseppina.
Lei, signora, quanti genitali ha? Non ha forse anche quello di suo marito?
Sì, ma non qui con me. 
La discussione continuò a lungo senza giungere mai ad un accordo, nemmeno nelle 
settimane successive. Poi il fuoco, com'è naturale, poco a poco si spense.
In seguito, se qualcuno menzionava per caso la storia del pacchetto di Milly, più nessuno 
ormai ne ricordava i dettagli. 
Ah sì, il pacchetto misterioso. Cosa c'era dentro, poi?
Mah, niente di importante, credo, una cosa qualsiasi, una bagatella.
Una bella giornata        (01­05­2009)

Quella mattina, quando uscii di casa per andare dalla mia parrucchiera, proprio lì sul 
marciapiedi mi resi conto che c'era qualcosa di diverso nell'ambiente, o forse ero io a 
sentirmi diverso. Per esempio non vidi, come al solito, molta gente in giro e io mi sentivo 
più leggero, nel corpo e nella mente. 
Entrai dalla parrucchiera, salutai e mi sedetti in una poltrona. Inès cominciò subito il suo 
lavoro sui miei capelli e mentre la guardavo muoversi intorno a me immaginai di dirle: 
Inès, il tuo seno mi è sempre piaciuto. Lei di rimando: a me invece il tuo collo, Alessandro. 
Era la prima volta che mi chiamava per nome, dandomi del tu. L'improvvisa familiarità mi 
spinse a dirle ancora: Inès, mi piacerebbe baciarti e accarezzarti.
Guarda Sandro, mi risponde, io sono fidanzata, sposata, adultera, indisponibile. Sono di 
quel tipo di donna che la maggior parte degli uomini non potrà mai avere. Tu sei fra questi,
ma, visto che me lo chiedi così, semplicemente, ti dico di sì. Vieni nel retrobottega.
Uscii soddisfatto dalla parrucchiera, ancora un po' incredulo che avesse corrisposto così 
prontamente ai miei desideri. Lungo la strada di ritorno mi fermai dal salumiere per 
comprare il solito mezzo etto di prosciutto. Vivendo da solo non ho bisogno di grandi 
quantità. La moglie del salumiere, donna bella e prosperosa in tempi non lontani, non 
vedeva di buon occhio i miei piccoli acquisti. Quel giorno però, ancor prima che aprissi 
bocca, mi accolse con un sorriso e mi offrì senza indugi un etto di prosciutto cotto, 
motivando il gesto col fatto che io ero un vecchio e affezionato cliente. In effetti, proprio 
per questa fedeltà, io mi aspettavo da parte della salumeria un segno di riconoscenza e quel
giorno finalmente giunse. 
Proseguendo incontrai un collega di lavoro, uno spilorcio che mi doveva dei soldi.    Lo 
guardai e immediatamente mise mano al portafogli e saldò cordialmente il suo debito. 
Dopo un altro paio di piacevoli sorprese che mi capitarono lungo il cammino, giunsi a casa. 
Mi sedetti in balcone e ripensai ai fatti della giornata. Erano andati tutti secondo i miei 
desideri, ma erano stati, mi sorse il dubbio, fatti veri o me li ero solo immaginati?
Certamente ci sono delle differenze tra fati veri e fatti immaginati, ma queste oggettive 
differenze, alla fine, che valore hanno? Contano forse di più del risultato finale, cioè dello 
stato d'animo che la mia percezione del fatto mi produce?
Che la mia parrucchiera mi abbia baciato veramente o me lo sia solo immaginato, è proprio 
così importante stabilirlo, visto che sono uscito contento dal suo negozio? E se fosse 
successo veramente e io fossi uscito insoddisfatto e deluso, cosa ci avrei guadagnato 
rispetto al primo caso? (le differenze oggettive tra una cosa materiale e una pensata sono 
solo, in effetti, un diverso  modo d'essere di quella cosa, dove i diversi modi d'essere hanno 
tutti lo stesso valore) L'oggettività non è forse una configurazione provvisoria e 
apparentemente casuale delle cose che compongono ciò che noi chiamiamo realtà? Nel 
mondo e in tutto l'universo, ogni cosa si trasforma in qualcos'altro, né migliore né peggiore 
(questi sono solo criteri moralistici della nostra cultura). Conclusione: il mondo è come tu 
lo vuoi e come te lo costruisci. Non ce n'è un altro uguale al tuo, perché oltre al tuo non 
puoi percepirne altri e   quindi  non esistono. Fu una bella giornata, quella, grazie a me.
Una famiglia    (30­03­2010)

Non era mai stata una vera famiglia, almeno nel senso  comune del termine, ma piuttosto 
un insieme provvisorio di persone, rimaste unite fintanto che la convenienza a stare uniti 
ha tenuto, poi ognuno per conto suo.  In tante famiglie invece è l'obbligo e tenerle insieme.
Le tre figlie non erano sorelle di sangue:  la maggiore, Dolores, era nata da un precedente 
matrimonio del padre, la seconda, Marzia era orfana di certi parenti della madre e solo la 
minore, Irene,  era figlia di tutti e due i coniugi.
Letizia fu una buona madre per tutte e tre e Paride, come padre, fece del suo meglio, senza 
brillare, però. Quel giorno di Natale del '93, di sera, la famiglia di Paride scoppiò, andò in 
pezzi.  Paride vendette la casa e si trasferì a Lugano, sua moglie Leti se ne andò da sua 
sorella in Belgio e anche le tre figlie presero ognuna una direzione diversa: Irene a Bologna,
Marzia a Roma, Dolores a Napoli.
Sì, va bene, ma come mai? Cosa successe quella sera di Natale?
Guarda, di sicuro non si sa niente. Non c'è stata nessuna lite, nessuna scenata, nessun 
motivo apparente. Come un foglio di carta carbonizzato, appena lo tocchi si sbriciola, o, se 
vuoi, come il tronco vuoto di un albero di cui è rimasta solo la corteccia a tenerlo in piedi. 
Un colpo di vento e si frantuma. Era una famiglia già tutta consumata dal di dentro, 
ognuno si era consumato per conto suo. Ci fu solo un attimo di sorpresa quando scoprirono 
che era successo lo stesso a ciascuno di loro. Cordialmente si separarono e tanti saluti.
Ma come tanti saluti? Perché? I lettori vogliono sapere! Possibile che una famiglia si sciolga 
come un gruppo di amici che esce da un ristorante e ognuno va a casa sua?
E i legami familiari?
Si sono sempre burlati delle istituzioni, loro. Consideravano la famiglia, quella degli altri, 
come una prigione, dalla quale si esce solo con la fuga, rompendo ogni vincolo. Loro, 
invece, non ruppero niente, fu solo una strana coincidenza che contemporaneamente 
ciascuno di loro avesse qualche affare altrove. Di fatto ogni tanto si riuniscono in qualche 
posto e continuano a vivere, anche per lunghi periodi, come i componenti di una famiglia 
che alla sera tornano a casa. Poi, di nuovo via.
Ma si amano? Chi organizza tutto? Chi paga le bollette?
Io.
Tu? Come mai? Perché? Ma tu chi sei?
Paride.
Un delitto      (08­06­1998) 

Entrai un momento da Carlo. Lo incontrai in terra, sgozzato, in un lago di sangue. Sua 
moglie Tina asciugava tranquillamente un lungo coltello da cucina che aveva appena usato 
per ucciderlo. Mi guardò un istante, poi continuò il suo lavoro.
Rimasi immobile, aspettando forse un cambio di scena.
Tina mi si avvicinò. Vedi, disse mostrandomi il coltello, è un oggetto semplice, a bassa 
tecnologia, economico, eppure tremendamente funzionale. Anche una persona non forte 
come me lo può usare efficacemente.
Ma Carlo, dissi io indicandolo con un cenno del capo, perché?
Sì, è una cosa orribile, lo so. Tu vorrai una motivazione, così anche tutti gli altri. Tutti 
vorranno delle ragioni, per capire, per sapere se anche loro sono a rischio. Le motivazioni, 
le ragioni, le spiegazioni! Cambiano forse qualcosa? È meno orribile il delitto se gli si trova 
una buona giustificazione, come fosse un vestito che gli si butta addosso per coprirne la 
nudità e renderlo più presentabile?
La motivazione non appartiene al delitto, non è una dei suoi ingredienti, come non lo è 
questo coltello, che pure l'ha commesso. Il delitto non è altro che l'evento in sé, 
l'accadimento puro, il fatto fisico, il movimento materiale. I moventi sono per il pubblico 
giudicante, per i consumatori paganti, per la storia, per la dottrina, per la letteratura, per il 
pettegolezzo.
Ma lui, Carlo, balbettai, sarebbe stato d'accordo?
No certamente, disse, ma non era necessario.
Stavo per chiedere ancora perché, ma mi trattenni. Salutai con un cenno ed uscii. Non ne 
seppi più nulla. Strana coppia questi Carlo e Tina.