Alg Lin Cap4 PDF
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2. generano tutto V ∗ , perché , per ogni funzionale σ ∈ V ∗ , si ha
n
X
σ= (σ(ei ))η i ,
i=1
infatti per dimostrare l’uguaglianza dei due funzionali basta verificarla sui
vettori di una base; cosı̀ facendo abbiamo per ogni ej
n
X n
X n
X
(σ(ei )η i )(ej ) = σ(ei )η i (ej ) = σ(ei )δji = σ(ej ).
i=1 i=1 i=1
Φ : V → (V ∗ )∗
v 7→ Φ(v)
dove
Φ(v) : V ∗ → R
σ 7→ σ(v).
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4.2 Convenzione di Einstein
La convenzione di Einstein è una convenzione che semplifica la notazione. Essa
prevede che:
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mentre quelle che danno il cambiamento di coordinate (che si ricavano sosti-
tuendo le (30) nelle (28) e (29)) sono
ME 0 E (id) = βji 1 ≤ i ≤ n
1 ≤ j ≤ n
e
MEE 0 (id) = αij 1 ≤ j ≤ n
.
1 ≤ i ≤ n
Infine il fatto che le due matrici sono una l’inversa dell’altra si rappresenta
T : V ×, . . . , ×V × V ∗ ×, . . . , ×V ∗ → R
| {z } | {z }
r s
∗
Esempio 4.1 Ogni covettore σ ∈ V è un tensore covariante di ordine 1, es-
sendo un funzionale lineare su V .
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Esempio 4.2 Avendo indentificato V con il suo biduale (V ∗ )∗ , anche ogni vet-
tore v ∈ V è un tensore controvariante di ordine 1, essendo un funzionale su
V ∗.
Esempio 4.4 Il determinante, inteso come funzione delle colonne di una ma-
trice n × n è un tensore covariante di ordine n sullo spazio vettoriale Rn .
T ⊗ T 0 : V ×, . . . , ×V × V ∗ ×, . . . , ×V ∗ → K
| {z } | {z }
r+r 0 s+s0
(T + T 0 ) ⊗ T 00 = T ⊗ T ” + T 0 ⊗ T ”
T ⊗ (T 0 + T 00 ) = T ⊗ T 0 + T ⊗ T ”
k(T ⊗ T 0 ) = (kT ) ⊗ T 0 = T ⊗ (kT ”)
pertanto
0 0
r+r
⊗ : Tsr × Tsr0 → Ts+s 0
è bilineare.
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Il prodotto tensoriale è anche associativo, cioè
(T ⊗ T 0 ) ⊗ T ” = T ⊗ (T 0 ⊗ T ”)
ai1 ,...,ir {η i1 ⊗ . . . ⊗ η ir } = 0
implica che per ogni r-pla (ej1 , . . . , ejr )
ma d’altra parte
ai1 ,...,ir {η i1 ⊗ . . . ⊗ η ir }(ej1 , . . . , ejr ) = ai1 ,...,ir δji11 . . . δjirr = aj1 ,...,jr ,
la quale pure si dimostra testandola sulla generica r-pla dei vettori della base
di V , (ej1 , . . . , ejr ). Infatti
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In modo del tutto analogo, ricordando che i vettori della base di V , si com-
portano come funzionali sui vettori della base di V ∗ , si perviene a dimostrare
che
e più in generale
Proposizione 4.4 L’insieme dei tensori {η i1 ⊗ . . . ⊗ η ir ⊗ ei1 ⊗ . . . ⊗ eis }, al
variare di i1 , . . . , ir e j1 , . . . , js fra 1 e n forma una base dello spazio dei vettori
con ordine di coovarianza r e e ordine di controvarianza s, Tsr .
Ne segue che
dim Tsr = nr+s .
dove
Φ(F ) : V × V ∗ → K
(v, σ) 7 → σ(F (v))
La bilinearità di Φ(F ) è conseguenza banale della linearità di F e di σ, il che ci
assicura che Φ(F ) è un tensore.
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4.6 Tensori e cambiamenti di base
Siano {e1 , . . . , en }, {e01 , . . . , e0n } due basi di V e {η 1 , . . . , η n }, {η 01 , . . . , η 0n } le
rispettive basi duali.
Abbiamo già scritto le relazioni relative ai cambiamenti di base (30)
con
αij βjk = δik . (34)
Consideriamo il covettore βji η j e applichiamolo al vettore e0k . Applicando le
(33) e (34) e la definizione di base duale, per cui η j (eh ) = δhj , abbiamo
βji η j (e0k ) = βji η j (αkh eh ) = αkh βji η j (eh ) = αkh βji δhj = αkh βhi = δki .
Poiché, d’altra parte, η 0i (e0k ) = δki ne segue che η 0i e βji η j assumono gli stessi
valori sui vettori di una base di V , pertanto
η 0i = βji η j . (35)
e leggere la (35) come un prodotto fra matrici (che è la scelta preferibile), e la trasposta
dell’inversa se si conviene di rappresentare la base duale come un vettore riga.
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e come combinazione de vettori della base {η 0i1 ⊗ . . . ⊗ η 0ir }
e confrontando questa con la (38) otteniamo che le coordinate dei tensori co-
varianti di ordine r variano al cambiare della base di V (e conseguentemete al
cambiare della base di V ∗ ) in un verso secondo la formula
T = tkj11...j
...ks j1
r
η ⊗ . . . ⊗ η jr ⊗ ek1 ⊗ . . . ⊗ eks
tkj11...j
...ks
r
= αik11 . . . αikss βjh11 . . . βjhrr t0i 1 ...is
h1 ...hr (44)
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4.7 Collegamenti con il calcolo differenziale
In molte applicazioni le matrici che intervengono nel calcolo tensoriale sono la
matrice jacobiana e la sua inversa. Vediamo il perché.
La prima e immediata osservazione è che se
y = Ax
∂x0j i ∂xi 0j
x0j = x xi = x (46)
∂xi ∂x0j
Pertanto le matrici di cambiamento di coordinate utilizzate in tutte le for-
mule sui tensori possono essere sostituite dalla matrice jacobiana e la sua inversa:
i
∂x
αji 1 ≤ i ≤ n =
1 ≤ j ≤ n ∂x0j 1 ≤ i ≤ n
1 ≤ j ≤ n
0i
∂x
βji
1 ≤ i ≤ n = .
1 ≤ j ≤ n ∂xj 1 ≤ i ≤ n
1 ≤ j ≤ n
Le (46) hanno il vantaggio, rispetto alle (31), di evitare ogni possibile confu-
sione fra la matrice cambiamento di coordinate e la sua inversa. Cosı̀ la formula
generale di cambiamento di base per i tensori si scrive senza possibilità di equi-
voci
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direzione di v) di f in x0 ,
n
X ∂f
ai .
i=1
∂xi
Adottata questa identificazione fra operatori e vettori applicati, i vettori
della base di V , {e1 , . . . , en }, sono rappresentati dagli operatori differenziali
∂ ∂
{ ∂x 1 , . . . , ∂xn }.
∂ ∂xj
Conveniamo che, nelle espressioni del tipo ∂x i o ∂xi , gli indici delle variabili
∂ ∂f
(df )(v) = df (ai i
) = ai i
∂x ∂x
I differenziali delle funzioni coordinate, dxi , . . . , dxn , risultano essere i vettori
della base duale, perché
∂ ∂xi
dxi ( j ) = = δji .
∂x ∂xj
Le formula di cambiamento di base per la base duale risulta coincidere con
la formula di differenziazione di funzione composta.
∂x0j i
dx0j = dx .
∂xi
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∂xk1 ∂xks ∂x0h1 ∂x0hr 0i1 ...is
tkj11...j
...ks
= . . . 0is ... t
r
∂x0i 1 ∂x ∂x j1 ∂xjr h1 ...hr
in cui t0i 1 ...is 0 k1 ...ks
h1 ...hr è l’espressione numerica del tensore nelle coordinate (x ) e tj1 ...jr
l’espressione numerica del tensore nelle coordinate (x); tutti gli indici variano
da 1 a n , essendo n la dimensione dello spazio considerato.
4.8.1
La definizione di tensore data in funzione delle coordinate varia, nel suo signi-
ficato, in funzione dei sistemi di coordinate ammessi. Se ad esempio siamo in
uno spazio euclideo, (spazio vettoriale di dimensione finita dotato di prodotto
scalare), è logico assumere solo riferimenti ortonormali. In questo caso le matrici
cambiamento di coordinate sono ortogonali e pertanto 34
∂xi ∂x0j
= (49)
∂x0j ∂xi
Non vi è dunque modo di distinguere un vettore da un covettore basandosi sul
comportamento delle sue componenti al variare della base fra un insieme di basi
ortonormali. È per questo motivo che, talvolta, nell’algebra tensoriale in spazi
euclidei non si fa differenza fra vettori e covettori, fra ordine di covarianza e
ordine di controvarianza.
Chiariamo questi concetti con un esempio. Supponete che abbiate descritto
un fenomeno fisico per mezzo di tre numeri (t(1), t(2), t(3)) che dipendono dal
sistema di coordinate usato nello spazio, dove di proposito ho messo gli indici in
linea. Questa terna rappresenta un vettore, un covettore o altro? Metto l’indice
in alto o in basso? Si ha la risposta guardando come cambiano questi numeri
al cambiare del riferimento. Se, in un altro riferimento, con la stessa origine, il
fenomeno è descritto da (t0 (1), t0 (2)0 , t0 (3)) e avete
3
X ∂xi 0
t(i) = t (j) (50)
j=1
∂x0j
e questo vale qualunque sia il secondo riferimento scelto, allora stabilite che
si tratta di un vettore controvariante e scrivete gli indici in alto. Se, in-
vece, in un altro riferimento, con la stessa origine, il fenomeno è descritto da
(t0 (1), t0 (2)0 , t0 (3)) e avete
3
X ∂x0j 0
t(i) = t (j) (51)
j=1
∂xi
e questo vale qualunque sia il secondo riferimento scelto, allora stabilite che si
tratta di un vettore covariante (o covettore) e scrivete gli indici in basso. Se,
34 si noti come nella formula l’indice in alto a sinistra è uguale all’indice in basso a destra e
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infine, esiste un riferimento, per cui non vale (50) e un riferimento per cui non
vale (51) allora stabilite che si tratta di altro.
Ma è probabile che gli unici sistemi di riferimento rispetto ai quali possiate
(o siate interessati) a descrivere il fenomeno, siano sistemi ortogonali, in tal caso,
per la (49), non vi è differenza fra la (50) e la (51). In questo caso parlerete solo
di vettore (ovvero tensore del primo ordine) senza distinguere tra covarianza e
controvarianza.
4.8.2
Notiamo come la definizione di tensore data tramite le coordinate, che utilizza
la matrice jacobiana, si presta a essere estesa anche a cambiamenti di coordinate
non lineari, purché abbiano siano di classe almeno C 1 e con matrice jacobiana
non nulla. È il caso delle coordinate polari: se vogliamo esprimere in coordinate
polari un tensore sullo spazio vettoriale dei vettori applicati in un punto P del
piano diverso dall’origine, dovremo utilizzare, per passare dalla rappresentazione
in coordinate cartesiane a quella in coodinate polari, la matrice jacobiana delle
formule di cambiamento di coordinate (4).
La cosa assume particolare importanza quando si voglia fare del calcolo ten-
soriale su superficie curve (e più in genererale su varietà differenziali). In questo
caso le funzioni di cambiamento di coordinate fra diversi sistemi di coordinate
locali sono generalmente non lineari.
Un approccio indipendente dalle coordinate per definire tensori su oggetti
geometrici diversi da Rn , le varietà differenziali, comporta, in primo luogo la
necessità di definire lo spazio dei vettori tangenti in modo intrinseco, cioè senza
ricorrere a un’immersione dell’oggetto in uno spazio euclideo. In tale contesto si
utilizzano come definizione dei vettori applicati in un punto (i cosiddetti vettori
tangenti) gli operatori differenziali, che soddisfano la regola di Leibnitz quando
sono applicati a un prodotto di funzioni. La geometria differenziale si occupa
dello sviluppo di questi concetti.
4.8.3
∂f 1
Osserviamo come la definizione di differenziale di una funzione df = ∂x 1 dx +
∂f
. . . + ∂xn dxn e la definizione di gradiente
di una funzione, che comunemente
∂f ∂f
si trova sui testi di analisi, ∇f = ∂x 1 , . . . , ∂xn , corrispondano allo stesso
tensore letto nei due diversi approcci: applicazione lineare o insieme indiciato
di numeri. Del differenziale abbiamo già detto; il gradiente, invece, è una n-pla
di numeri che varia al cambiare delle coordinate secondo la regola
∂f ∂f ∂x0j
=
∂xi ∂x0j ∂xi
e che è dunque un covettore ai sensi dell’ultima definizione.
Nel differenziale abbiamo l’espressione della decomposizione del covettore
nella base duale, mentre nel gradiente si rappresentano solo le componenti.
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In genere si richiede che il gradiente risulti un vettore controvariante e non
un vettore covariante; la cosa non presenta inconvenienti se si utilizzano esclu-
sivamente riferimenti ortonormali, ma dobbiamo apportare una correzione alla
definizione di gradiente se vogliamo esprimerlo anche in altre ccordinate.
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