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8.3 C III: Omplementi Di Geometria Differenziale Locale

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8.

3 COMPLEMENTI DI GEOMETRIA DIFFERENZIALE LOCALE III

8.3.1) ALGEBRA DEI CAMPI TENSORIALI SU VARIETÀ

Descrivere l’algebra tensoriale da un punto di vista strutturale-astratto non è altrettanto facile


come imparare l’uso corretto delle sue regole. Come al solito, “lineare” starà nel seguito per
“R-lineare”. Mediante la procedura che descriviamo qui appresso, a partire da una famiglia di spazi
lineari (questi ultimi in generale di dimensione numerab. infinita) {Ei}i∈N, N ≡ insieme dei naturali,
si costruisce un particolare spazio lineare, la “somma diretta esterna di {Ei}i∈N”, che si denota

⊕i∈NEi. Il supporto Σ di ⊕i∈NEi è definito come l’insieme delle successioni x ≡ 〈xi∈Ei〉i∈N aventi al
più un numero finito di elementi non nulli. Ovviamente, Σ è un SI di ×i∈NEi (prodotto cartesiano
degli spazi della famiglia {Ei}i∈N), o Σ ⊂ ×i∈NEi. Se scriviamo Oi per lo zero di Ei, la successione
〈O1, O2, …〉 (ad esempio) appartiene a Σ. Daremo ora a Σ la struttura di spazio lineare come segue.
Innanzitutto lo zero O di Σ sarà definito come 〈O1, O2, …〉. Se x ∈ Σ è diverso da O, la condizione
“per ogni i ∈ N xi∉I = Oi” identifica unicamente un SI finito I = I(x) di N. Siano x e y elementi di Σ,
e I(x) e I(y) i relativi SI finiti di N. Siano poi α, β due reali arbitrari. Sia z =: 〈αxi+βyi∈Ei〉i∈N.
Questa z è una successione di Σ che ha nulli tutti i termini salvo, possibilmente, quelli per cui
i ∈ I(x)∪I(y). Ma il SI I(x)∪I(y) di N è certamente finito, e quindi z ∈ Σ. Tale z definisce allora la
combinazione lineare αx + βy ∈ Σ di Con questa definizione, e quella di O, è immediato verificare
che Σ è uno spazio lineare, la predetta somma diretta esterna (o in breve somma diretta) di

{Ei}i∈N, ⊕i∈NEi. A maggior ragione, la definizione funziona se in luogo di N abbiamo un suo SI

finito, diciamo N′, allorché Σ = ×i∈N′Ei, e non più generalmente Σ ⊂ ×i∈NEi. Per semplicità, nel
seguito scriveremo 0 in luogo di O.
Nel caso dell’algebra tensoriale, al posto degli Ei abbiamo gli spazi lineari T〈a,b〉 degli

〈a≥0,b≥0〉-tensori, e quindi ⊕a,b=0∞T〈a,b〉 ≡ T è la relativa somma diretta. (Il fatto che gli indici siano
ora due anziché uno è palesemente privo di importanza.) Dallo spazio lineare T si passa nel modo
usuale ad un’algebra introducendovi un prodotto (ordinato) associativo e distributivo sia a sinistra
che a destra. Vale a dire, denotando qui per semplicità mediante giustapposizione questo prodotto, e
detto A l’anello risultante, per ogni x, y, z di A e ogni α di R, oltre agli assiomi di spazio lineare
avremo gli assiomi di prodotto
(1) x(yz) = (xy)z (di associatività);
2

(2) x(y+z) = xy + xz, (x+y)z = xz + yz (di distributività a sinistra, a destra);


(3) (αx)y = x(αy) = α(xy) (di associatività mista).
A questo quadro di algebra (reale) associativa, per ogni coppia (a≥1,b≥1) e ogni 1 ≤ p ≤ a,
1 ≤ q ≤ b, si deve aggiungere una applicazione lineare C〈p,q〉: T〈a,b〉 → T〈a−1,b−1〉, che è la
〈p,q〉-contrazione. L’algebra tensoriale è dunque un anello generalmente non commutativo avente
per gruppo additivo (abeliano) una somma diretta esterna, e con ab contrazioni per ogni coppia
(a≥1,b≥1).
In realtà questa algebra non è stata qui “effettivamente” definita, perché non sono stati
definiti né gli spazi T〈a,b〉, né il prodotto associativo, né le contrazioni. Rifacendoci tuttavia alla
analisi presentata nella [Link]. 3.1.2 e ai teoremi (3.1.2, (T0÷T5)) conseguenti dagli assiomi
(3.1.2, (I,II)), sappiamo che è comunque T〈0,0〉 = R, inteso come spazio lineare 1-dim. Per uno spazio
lineare n-dim E, poniamo F =: E* = duale di E (quindi anch’esso n-dim), e definiamo T〈0,1〉 =: E,
T〈1,0〉 =: F. Siano inoltre G uno spazio lineare e ⊗ un’applicazione bilineare di E × F in G
soddisfacenti gli assiomi (3.1.2, (I,II)), cioè per cui ¢{E,F,⊗,G} (v. [Link]. 3.1.2). Allora la coppia
{⊗,G} è unica a meno di un isomorfismo lineare (v. (3.1.2, (T3)), e possiamo convenire di scrivere
G (che risulta n2-dim, vedi (3.1.2, (T1))) come F⊗E. A questo punto definiamo T〈1,1〉 =: F⊗E. Infine
(F⊗F)⊗E (che per quanto precede è uno spazio lineare n3-dim) risulta linearmente isomorfo a
F⊗(F⊗E) (v. (3.1.2, (T5)); scartando uno di questi due spazi in favore dell’altro, denotiamo il
rimanente (ad es. F⊗(F⊗E)) come F⊗F⊗E, e definiamo T〈2,1〉 =: F⊗F⊗E. Si prosegue quindi in
modo analogo, definendo, per ogni a ≥1, b≥1,
(4) T〈a,b〉 =: F⊗…⊗F (a fattori F) ⊗ E⊗…⊗E (b fattori E),
che è uno spazio lineare na+b-dim.
Sempre partendo dagli assiomi (3.1.2, (I,II)) e conseguenti teoremi, sia {ej}j=1÷n, o in breve
{ej}n, una base di E, e {e*i}i=1÷n, o in breve {e*i}n (i cui elementi potremo scrivere senza asterisco),
la base (duale) di E* = F. Sappiamo allora che {ei⊗ej}i,j=1÷n, o in breve {eij}n, è una base di T〈1,1〉.
Quindi proseguendo similmente per a≥1 e b≥1, {ei1⊗...⊗eia⊗ej1…⊗ejb ≡ ei1..iaj1..jb}i1,..,ia=1÷n; j1,..jb=1÷n,
o in breve {ei1…iaj1…jb}n, è una base di T〈a,b〉. Segue che il generico 〈a≥0,b≥0〉-tensore τ〈a,b〉 si
rappresenta come τi1…iaj1…jbei1..iaj1..jb (somma da 1 a n sugli indici ripetuti), dove i na+b reali τi1…iaj1…jb
sono le componenti di τ〈a,b〉 nella base {ei1...iaj1…jb}n, ed è invariante a fronte di trasformazioni lineari
non singolari della base di E (quindi di F) e delle corrispondenti trasformazioni delle componenti
tensoriali. Anche nel caso in cui E e F sono generici spazi lineari di dimensioni finite senza legame
tra loro, la base ottenuta sotto gli assiomi (3.1.2, (I,II)) da quelle di E e di F con la precedente
procedura si dice base fattorizzata rispetto a quelle di E e di F, e gli assiomi stessi si dicono
3

assiomi di fattorizzazione (più precisamente, (3.1.2, I) è un semplice assioma di completezza,


mentre (3.1.2, II) è il vero assioma di fattorizzazione).
Con questa definizione “unica a meno di isomorfismi” degli spazi lineari na+b-dim T〈a,b〉,

sono definiti la loro somma diretta esterna T = ⊕a,b=0∞T〈a,b〉 (spazio lineare) e quindi l’anello
A = {T,⊗}. La definizione dell’algebra tensoriale basata su E (o equivalentemente su F) si
completa con l’introduzione degli operatori (unari, lineari) di 〈p,q〉-contrazione (per a≥1 e b≥1), che
qui introduciamo per semplicità “via componenti” secondo una ovvia generalizzazione della
(3.1.1, 18). Per la data {ej}n e il dato ⊗, questa situazione permette di definire tutte le operazioni
dell’algebra tensoriale così descritta in termini di corrispondenti operazioni sulle componenti
tensoriali, ed è invariante rispetto a trasformazioni della base del tipo (3.1.1, 7) e della duale del
tipo (3.1.1, 10) se le componenti tensoriali si trasformano secondo la corrispondente legge
cogrediente o controgrediente.
Dall’algebra tensoriale basata su E si passa agevolmente all’algebra tensoriale in un punto
arbitrario di una data varietà r-differenziabile e n-dim r≥1Mn ≡ M (come abbiamo già osservato, n è
comunque supposta ≥ 1). Precisamente, per ogni p ∈ M, (i) identifichiamo lo spazio lineare
〈a,b〉-tensoriale T〈a,b〉 = T〈a,b〉(p) con la varietà lineare abbracciata dalla base ei1…iaj1…jb(p) generata
per fattorizzazione dalla base canonica e1≤r≤n(p) = ∂p/∂xr e dalla duale e1≤s≤n(p) =: dpxs, (nella carta
corrente, e con le ovvie modifiche per a = 0, b ≥ 1, oppure b = 0, a ≥ 1, oppure a = b = 0). In questo
modo T〈0,1〉(p) [T〈1,0〉(p)] diventa lo spazio tangente [cotangente] di M in p. Proseguiamo poi come in
precedenza, introducendo (ii) la somma diretta esterna in p, cioè lo spazio lineare T(p) =
= ⊕a,b=0∞T〈a,b〉(p), (iii) il prodotto ⊗ e il relativo anello (in p) “di ordine n”, e infine (iv) le
contrazioni (in p) via componenti. Il risultato è un’algebra tensoriale di ordine n “in p”, cioè con
tutte le sue operazioni definite tra tensori in p ed esprimibili univocamente in termini di componenti
nella carta corrente.
r≥1
Per istituire una “analisi” sulla sopraddetta varietà Mn ≡ M, che supporremo qui
elementare, occorre partire dalla nozione di “campo 〈a,b〉-tensoriale”, o “〈a,b〉-campo”, su M.
Supponiamo di avere una regola (α) che, ad ogni p ∈ M, fa corrispondere un (unico) elemento di
T〈a,b〉(p). Questa nozione esula sostanzialmente da quella di applicazione (di un insieme di partenza
in un insieme di arrivo); infatti nel caso dell’applicazione l’insieme di arrivo deve essere
indipendente dal valore della variabile nell’insieme di partenza, come evidentemente non è nel caso
presente. Vi è tuttavia un modo naturale per superare questa difficoltà conservando la regola (α), e
consiste nel considerare l’unione ∪p∈MT〈a,b〉(p) (in cui M viene visto come insieme di indici) come
insieme di arrivo di una genuina applicazione di M. Nel nostro caso, questa unione è il fibrato
4

1
〈a,b〉-tensoriale, o 〈a,b〉-fibrato, di M, T〈a,b〉 ≡ T〈a,b〉(M). Un 〈a,b〉-campo τ〈a,b〉 è allora una
applicazione di M in T〈a,b〉, τ〈a,b〉: M → T〈a,b〉, e l’insieme dei suoi valori τ〈a,b〉(M) ⊂ T〈a,b〉 può vedersi
come “sezione” di T〈a,b〉 lungo τ〈a,b〉. Nella carta corrente, questa sezione si specifica assegnando le
componenti τi1..iaj1..jb ∈ Rn*(a+b) come funzioni di CdC h ≥ 1 di x (∈Rn) ↔ p (∈M). Ad esempio,
riferendoci alla carta corrente, un 〈0,1〉-campo è un 〈0,1〉-tensore (vettore) funzione di p ∈ M del
tipo v = v(p) = vi(x)∂p/∂xi (somma su i da 1 a n), e similmente un 〈1,0〉-campo è un 〈1,0〉-tensore
(covettore) del tipo u = u(p) = uj(x)dpxj. Se ab > 0, la CdC del campo τ〈a,b〉(p) si definisce come
min(r−1,h). La famiglia dei campi tensoriali su M riceve così, punto per punto di M, la struttura di
un’algebra tensoriale di ordine n. Vale a dire, riferendoci alla struttura lineare di quest’algebra, se
τ〈a,b〉 = τ〈a,b〉(p) e σ〈a,b〉 = σ〈a,b〉(p) sono 〈a,b〉-campi su M, la loro combinazione lineare (con α e β reali
arbitrari) ατ〈a,b〉 + βσ〈a,b〉 = (ατ〈a,b〉 + βσ〈a,b〉)(p) si definisce come il 〈a,b〉-campo su M che, in T〈a,b〉(p),
vale ατ〈a,b〉(p) + βσ〈a,b〉(p); ovvero, che in x ↔ p ha per componenti ατi1..iaj1..jb(x) + βσi1..iaj1..jb(x).
Denotando con C〈a,b〉 ≡ C〈a,b〉(M) (C come “campo”) lo spazio lineare dei 〈a,b〉-campi su M, e
introducendo la relativa somma diretta C (= ⊕a,b=0∞C〈a,b〉 (= C(M)), C risulta così essere il gruppo
additivo (abeliano) di quell’algebra. Si passa poi all’anello associato introducendovi il prodotto
ordinato ⊗ 2 , e infine alla vera e propria algebra dei campi tensoriali su M aggiungendo nel modo
ormai ovvio le contrazioni. È chiaro che questa algebra è invariante a fronte di cambiamenti di carta
x ↔ x′ sse le componenti tensoriali si trasformano secondo la legge (8.2.1, 3). Un 〈0,0〉-campo su
M è una funzione reale definita su M, ed ha per definizione CdC uguale a min(r,h). I campi
vettoriale v(p) e covettoriale u(p) possono poi moltiplicarsi (⊗) nell’ordine, producendo il campo
〈1,1〉-tensoriale vi(x)∂p/∂xi ⊗ uj(x)dpxj (somme su i e j), oppure contrarsi producendo il campo
scalare vi(x)ui(x) (somma su i); e infine, possono combinarsi linearmente in quanto elementi della
somma diretta C.

8.3.2) DERIVAZIONE DI CAMPI TENSORIALI SU VARIETÀ ORDINARIE. DERIVATA DI LIE

r≥1
Stabilita questa algebra dei campi tensoriali su Mn, definiremo come derivazione una
applicazione D di C ((≡ C(M)) in C che soddisfi le seguenti condizioni:

1
Questo modo di vedere le cose mostra l’inevitabilità della nozione di 〈a,b〉-fibrato; almeno, finché si voglia evitare la
considerazione delle cosiddette multiapplicazioni con selezione, che solitamente non trovano posto nei fondamenti
primi della matematica.
2
Cioè, se τ〈a,b〉 e σ〈c,d〉 sono campi di C, il prodotto (ordinato) τ〈a,b〉⊗σ〈c,d〉 è il 〈a+c,b+d〉-campo di C che in T〈a+c,b+d〉(p)
vale τ〈a,b〉(p)⊗σ〈c,d〉(p), ecc.
5

(i) D è lineare rispetto a C, cioè tale che per arbitrari reali α,β, D(ατ+βσ) = αDτ + βDσ per ogni τ
e σ di C;
(ii) D preserva il tipo, cioè D(C〈a,b〉) ⊂ C〈a,b〉;
(iii) D è leibniziana rispetto a (+, ⊗), cioè D(τ ⊗ σ) = Dτ ⊗ σ + τ ⊗ Dσ per ogni τ e σ di C;
(iv) D commuta con una generica contrazione compatibile C〈p,q〉, cioè DC〈p,q〉τ = C〈p,q〉Dτ per ogni τ
di C〈a≥1,b≥1〉 e ogni 1 ≤ p ≤ a, 1 ≤ q ≤ b.
Come sempre, in quanto segue si sottintende la somma alla Einstein, da 1 a n = dim(M), su
indici ripetuti in alto e in basso. Nelle [Link]. 8.1.3, 8.2.1 e 8.2.2 abbiamo introdotto la derivata
assoluta, lungo una curva di una varietà differenziabile immersa, risp. pseudoriemanniana, e risp. a
connessione affine, di un campo tensoriale dato su di essa. Il secondo e il primo caso sono
evidentemente successive specializzazioni del terzo; e quindi, se la derivata assoluta in una varietà a
connessione affine gode di una certa proprietà, a maggior ragione ne godono le derivate assolute in
una varietà [Link] e in una varietà immersa. Come abbiamo sostanzialmente anticipato nella
[Link]. 4.3.2, si verifica che la derivata assoluta di un campo tensoriale definito e di CdC ≥ 1 in una
varietà a connessione affine è una derivazione. La linearità ((i) del precedente paragrafo) è ovvia
rifacendoci alla (8.2.2, 4), mentre il tipo è preservato (ii) perché la derivata covariante /d aggiunge
l’indice di covarianza d che viene riassorbito dalla contrazione con il covettore dtxd. Quanto al
carattere leibniziano (iii), esso è altrettanto evidente considerando il caso prototipo di un campo
bivettoriale, diciamo di componenti covarianti uivj, e lavorando, come è legittimo, su queste
componenti (cfr. (4.3.2, (c)). Se Λ... è la connessione affine della varietà, si ha: (uivj)/d = ∂(uivj)/∂xd −
− uivpΛjpd − upvjΛipd = (∂ui/∂xd − upΛipd)vj + ui(∂vj/∂xd − vpΛjpd) = ui/dvj + uivj/d. La successiva
contrazione con dtxd non altera il carattere leibniziano dell’operazione. Anche la commutabilità con
le contrazioni (iv) (cfr. (4.3.2, (d)) si può verificare sul precedente campo bivettoriale. Da una parte
risulta (uivi)/d = ∂(uivi)/∂xd, perché uivi è un campo scalare; e dall’altra, contraendo (uivj)/d = uivj/d +
+ ui/dvj rispetto agli indici (ij) si ottiene uivi/d + ui/dvi = ui(∂vi/∂xd − vpΛipd) + (∂ui/∂xd + upΛpid)vi =
= ∂(uivi)/∂xd. Quindi la derivata covariante commuta con la contrazione; e ancora la successiva
contrazione con dtxd non altera il risultato. Un’ultima proprietà della derivata covariante di un
〈a,b〉-campo è infine quella (v) di rispettare possibili simmetrie o antisimmetrie del campo stesso:
vale a dire, se il campo è simmetrico o antisimmetrico rispetto ad una coppia di indici inferiori o
superiori anche la sua derivata covariante lo è. Proviamolo su un 〈2,0〉-campo simmetrico τhk = τkh.
Abbiamo τhk/d = ∂τhk/∂xd − Λhmdτmk − Λkmdτhm, e questa è evidentemente simmetrica rispetto allo
scambio h ↔ k sotto l’ipotesi τhk = τkh. La stessa procedura prova che τkh/d = − τhk/d se τkh = − τhk. Le
elementari generalizzazioni sono lasciate al lettore.
6

Si dimostra senza difficoltà che le proprietà (i ÷ v) permangono per campi tensoriali relativi.
Un campo tensoriale la cui derivata covariante sia identicamente nulla in un aperto della varietà si
dice ivi “costante rispetto alla connessione affine della varietà”, e “universalmente costante” se
costante rispetto a qualunque connessione affine.
Constatiamo insomma che, sotto le convenienti condizioni di regolarità, permane la
possibilità di istituire una ragionevole analisi differenziale su una varietà elementare nonostante
l’indebolirsi della sua struttura connessionale − fino al ridursi di questa alla semplice assegnazione
di una connessione affine −, e per campi tensoriali arbitrari. È naturale chiedersi se sia possibile un
passo ulteriore in questa direzione, quello cioè di ottenere lo stesso risultato su una varietà
(elementare) abbastanza regolare ma priva di qualsiasi struttura connessionale, o come anche
diremo, su una varietà ordinaria; vale a dire, se sia possibile definire su di essa una “derivata” di
generici campi tensoriali che sia una derivazione. Supponiamo disponibile, come nel caso della
derivata assoluta, un campo 〈0,1〉-tensoriale (o campo vettoriale) pilota di CdC 1, le cui componenti
(ad es. controvarianti) nella carta corrente denoteremo con u1≤s≤n. Consideriamo dapprima il caso di
un 〈0,1〉-campo operando τ, di componenti controvarianti τ1≤i≤n nella stessa carta. L’idea è quella di
generalizzare ad un tale 〈0,1〉-campo τ la familiare nozione di “derivata secondo u” di un campo
scalare f, cioè us∂f/∂xs (che è a sua volta un campo scalare). Sappiamo che le us∂τi/∂xs non sono
componenti (i) di un 〈0,1〉-campo; ma se la varietà fosse munita di una connessione Λ..., e quindi vi
si potessero introdurre delle derivate covarianti, allora le usτi/s lo sarebbero. Per le stesse ragioni
sarebbero componenti (i) di un 〈0,1〉-campo le τsui/s, e quindi anche le differenze usτi/s − τsui/s =
= us∂τi/∂xs − τs∂ui/∂xs + τpuq(Λpiq − Λqip). In forza delle leggi di trasformazione (8.2.1, 13),
sappiamo che le differenze Λpiq − Λqip sono comunque componenti (piq) di un 〈2,1〉-campo,
antisimmetrico rispetto agli indici inferiori, pari al doppio del 〈2,1〉-campo di torsione σpiq. Segue
che, se la varietà fosse munita di una connessione Λ..., le τpuq(Λpiq − Λqip) sarebbero componenti (i)
di un 〈0,1〉-campo, e dunque che, indipendentemente dai valori dei coefficienti di connessione, lo
sarebbero anche le differenze us∂τi/∂xs − τs∂ui/∂xs. Ciò induce a ricercare in modo autonomo, cioè
prescindendo dall’effettiva esistenza di una connessione sulla varietà, la legge di trasformazione di
queste differenze a fronte di un 2-diffeomorfismo x ↔ x′. Questo può essere fatto senza difficoltà
partendo dalle leggi di trasformazione per controgredienza ui′ = ℘pi′up e τj′ = ℘qj′τq (v. la
(8.2.1, 3)). Ad esempio prendendo la uk′∂/∂xk′ della seconda di queste otteniamo uk′∂τj′/∂xk′ =
= up℘pk′(℘sqj′℘k′sτq + ℘qj′∂τq/∂xs℘k′s) = us(℘sqj′τq + ℘qj′∂τq/∂xs); e sottraendo da questa
uguaglianza quella, ugualmente valida per ragioni di simmetria, che da essa si trae scambiando u
con τ, si ha
7

(1) uk′∂τj′/∂xk′ − τk′∂uj′/∂xk′ = ℘spj′(usτp − τsup) +℘pj′(us∂τp/∂xs − τs∂up/∂xs) =


= ℘pj′(us∂τp/∂xs − τs∂up/∂xs),
dove l’ultimo passaggio segue dalla simmetria della derivata seconda ℘spj′ rispetto agli
indici s e p. Si ha così conferma del fatto che ci si aspettava: a fronte del cambiamento di carta 2-
diffeomorfo x ↔ x′, le differenze us∂τp/∂xs − τs∂up/∂xs si trasformano come componenti di un 〈0,1〉-
campo. Considerato come trasformato del 〈0,1〉-campo τ = τi∂/∂xi, il 〈0,1〉-campo (us∂τp/∂xs −
τs∂up/∂xs)∂/∂xp si dice derivata di Lie (Sophus, Nordfjordeid Norv. 1842, Kristiania-Oslo 1899) (o
Lie-derivata) secondo (il campo vettoriale) u del campo (vettoriale) τ, e si denota come Luτ. La
(1) si trascrive così come
(2) (Luτ)j′ = ℘qj′(Luτ)q.
È chiaro che Luτ è carta-indipendente. Inoltre, considerato come operatore agente su un
〈0,1〉-campo, Lu è lineare.
Una procedura strettamente analoga a quella che ha portato ad accertare il carattere di
〈0,1〉-campo di Luτ quando τ è un 〈0,1〉-campo permette di similmente accertare il carattere di
〈a,b〉-campo di Luτ quando τ è un 〈a,b〉-campo, se in questo caso generale Luτ si definisce
attraverso le sue componenti secondo la
(3) (Luτ)i1…iaj1…jb =: us∂τi1…iaj1…jb/∂xs + ∑α=1a τi1…i(α−1) s i(α+1) …a j1…jb ∂us/∂x(iα) −

− ∑β=1b τi1…iaj1…j(β−1) s j(β+1) …b ∂u(jβ)/∂xs;


restando inteso che se a [b] fosse zero, non ci sarebbe la prima [la seconda] sommatoria a 2°
membro, e (quindi) che se a e b fossero entrambi zero, non ci sarebbero né la prima né la seconda
sommatoria. Con la definizione (3) è soddisfatta la legge di trasformazione
(4) (Luτ)i1′…ia′j1′…jb′ = ℘q1j1′…℘qbjb′ (Luτ)p1…paq1…qb ℘i1′p1…℘ia′pa,
e quindi Lu preserva il tipo. È evidente che le (3, 4) si riducono alle (1, 2) quando a = 0, b = 1. La
prova che la (3) implica la (4) si ottiene in modo naturale studiando il caso di un 〈a=1,b=1〉-campo,
perché il passaggio a quello di un 〈a>1,b=1〉-campo, o di un 〈a=1,b>1〉-campo, o infine di un
〈a>1,b>1〉-campo, non fa altro che aggiungere termini simili, con gli stessi meccanismi, alla prima,
alla seconda, o ad entrambe le sommatorie a 2° membro della (3). Oltre alla legge di trasformazione
τi′j′ = ℘qj′℘i′pτpq, bisogna ora usare quella per u, per la sua inversa, e le loro derivate, al fine di
eliminare dalla espressione di us′∂τi′j′/∂xs′ i termini contenenti le derivate seconde ℘i′s′p e ℘qhj′, cioè
(51) us′℘i′s′p = ℘i′h∂up/∂xh − ℘s′p∂us′/∂xi′, e
(52) uh℘qhj′ = ℘qs′∂uj′/∂xs′ − ℘sj′∂us/∂xq.
8

Il risultato è us′∂τi′j′/∂xs′ + τs′j′∂us′/∂xi′ − τi′s′∂uj′/∂xs′ = ℘qj′(us∂τpq/∂xs + τsq∂us/∂xp − τps∂uq/∂xs)℘i′p,


cioè (Luτ)i′j′ = ℘qj′(Luτ)pq℘i′p, qed.
Il 〈a,b〉-campo la cui componente (i1…iaj1…jb) figura a 1° membro della (3), Luτ, si
dice derivata di Lie (o Lie-derivata) secondo (il campo vettoriale) u del 〈a,b〉-campo
τ ≡ dxp1⊗…⊗dxpa τp1…paq1…qb ∂/∂xq1⊗…⊗∂/∂xqb. In particolare nel caso a = b = 0, in accordo con le
originali intenzioni la (3) fornisce la Lie-derivata secondo u dello scalare τ ≡ f come us∂f/∂xs. In
base alla (3) Lu è lineare in τ, e in base alla (4) la Lie-derivata di un 〈a,b〉-campo è carta-
indipendente. Con un accettabile abuso di notazione, di norma (Luτ)i1…iaj1…jb si scrive più
brevemente Luτi1…iaj1…jb. Se la Lu di un campo tensoriale è identicamente nulla in un aperto della
varietà, quel campo si dirà ivi Lie-costante (o Lie-conservato) rispetto a u, e universalmente Lie-
costante se Lie-costante rispetto a qualunque u. Infine, se τ ≡ v è un campo vettoriale, le (3) danno
(Luv)i = us∂vi/∂xs − vs∂ui/∂xs, evidentemente dispari rispetto allo scambio di u con v. Allora Luv,
che è ancora un 〈0,1〉-campo, usualmente si scrive [u,v], e si dice parentesi (talvolta commutatore)
di Lie della coppia ordinata di vettori 〈u,v〉. Pertanto avremo
(3*) [u,v]i = us∂svi − vs∂sui,
(o equivalentemente [u,v] = (us∂svi − vs∂sui)∂i.) Si noti che se u e v sono elementi della stessa base
canonica covariante, diciamo u = ∂h, v = ∂k, quindi us = δsh, vr = δrk, allora [u,v] = δsh∂s(δrk∂r) −
− δsk∂s(δrh∂r) = ∂h∂k − ∂k∂h = 0. Viceversa, si potrebbe provare che se u1≤(i)≤n sono n campi vettoriali
linearmente indipendenti per i quali [u(i),u(j)] = 0 ∀i,j = 1÷n, allora esiste una carta 〈x〉 per cui
u(i) = ∂/∂xi ≡ ∂i.
Sia (U,λ) una carta di M, f: M → R un’applicazione di M in R, e fo = f°λ−1. Allora il vettore
u = u(f) si definisce attraverso la us∂sfo per ogni f (con fo = fo(x) regolare). Questo permette di
scrivere [u,v](f) come u(v(f)) − v(u(f)), una definizione della parentesi di Lie che prescinde dalla
carta.
Lasciamo al lettore, partendo dalla (3), la verifica dei seguenti asserti. (i): per arbitrari campi
tensoriali τ, σ, la Lu del prodotto τ ⊗ σ soddisfa la regola di Leibniz, cioè Lu(τ ⊗ σ) = Luτ ⊗ σ +
+ τ ⊗ Luσ; (ii) la Lu di un qualunque 〈a≥1,b≥1〉-campo commuta con ogni contrazione compatibile.
Ad esempio, ancora nel caso di un 〈1,1〉-campo τ, abbiamo C〈1,1〉Luτ = (Luτ)tt (abusivamente,
Luτtt) = us∂τtt/∂xs − τtk∂ut/∂xk + τkt∂uk/∂xt = us∂τtt/∂xs = LuC〈1,1〉τ, qed. In conclusione, la derivata
di Lie di un campo di C(M) è una derivazione.
Come la derivata covariante, anche la Lu rispetta possibili simmetrie o antisimmetrie del
tensore operando. Possiamo ad esempio provarlo ancora per un 〈2,0〉-campo simmetrico oppure
9

antisimmetrico τhk. Si ha (Luτ)hk = ∂τhk/∂xsus + τmk∂um/∂xh + τhm∂um/∂xk, che è simmetrica o


antisimmetrica sotto l’ipotesi del caso. Anche in questo caso le generalizzazioni sono banali.
La nozione di Lie-derivata può estendersi consistentemente a campi tensoriali relativi di
peso w (cfr. [Link]. 4.3.3): il risultato è un altro campo tensoriale dello stesso tipo e dello stesso
peso, e che conserva tutte le proprietà di una derivazione, oltre il rispetto di possibili simmetrie o
antisimmetrie del tensore. Ciò si ottiene generalizzando il 2° membro della definizione (3) (delle
componenti di una Lie-derivata) con l’aggiungervi un termine w∂us/∂xsτp1…paq1…qb a 2° membro.
Per dimostrarlo, conviene considerare il semplice caso di un campo scalare relativo di peso w,
diciamo f, per il quale Luf = us∂f/∂xs + w∂us/∂xsf e che dobbiamo provare essere uno scalare
relativo di peso w. Dalla f′ = Jwf, dove J è lo jacobiano della trasformazione x′ = x′(x),
det{∂(x′)/∂(x)}, si ha ∂f′/∂xs′ = wJw−1f∂J/∂xs′ + Jw∂f/∂xs′, che va sostituito in (Luf)′ = us′∂f′/∂xs′ +
+ w∂us′/∂xs′f′. Qui è a sua volta ∂us′/∂xs′ = ∂us/∂xs + uh℘hqs′℘s′q. A questo punto, la tesi consiste nel
verificare che (°) wJw−1us′∂J/∂xs′f + Jwwuh℘hqs′℘s′qf = 0, (avendo già eliminato due coppie di
termini identici nei due membri, cioè Jwus∂f/∂xs e Jww∂us/∂xsf). Allo scopo, basta tener conto della
formula generale ∂J/∂xs′ = J℘s′t′h℘ht′ e delle uguaglianze (5) per eliminare i due tipi di derivate
seconde che compaiono nel 1° membro della (°). La giustificazione del caso generale di un
〈a,b〉-campo relativo (di peso w) si ottiene ormai semplicemente, componendo quest’ultimo risultato
con la prova dell’implicazione (3) ⇒ (4). Le (3, 4) in tal senso generalizzate a campi relativi di peso
w sono:
(3bis) (Luτ)i1…iaj1…jb =: us∂τi1…iaj1…jb/∂xs + ∑α=1a τi1…i(α−1) s i(α+1) …a j1…jb ∂us/∂x(iα) −

− ∑β=1b τi1…iaj1…j(β−1) s j(β+1) …b ∂u(jβ)/∂xs + w∂us/∂xsτp1…paq1…qb;


(4bis) (Luτ)i1′…ia′j1′…jb′ = Jw℘q1j1′…℘qbjb′ (Luτ)p1…paq1…qb ℘i1′p1…℘ia′pa.
La natura meccanica e confortevolmente terra-terra di questi argomenti induce a ricercare
una definizione alternativa, più sintetica e motivata, della Lie-derivata rispetto a u di un
〈a,b〉-campo (possibilmente, relativo di peso w). La procedura più naturale è la seguente.
Consideriamo la trasformazione di coordinate infinitesima definita dalla x′ = x − εu(x), dove ε è un
fattore di piccolezza, e applichiamola alla legge di trasformazione tra componenti tensoriali
(7) τi1′…ia′j1′…jb′ = Jw℘q1j1′…℘qbjb′τp1…paq1…qb ℘i1′p1…℘ia′pa,
con J = det{∂(x)/∂/(x′)}, e con le solite semplificazioni per a = 0, b ≥ 1, o b = 0, a ≥ 1, o a = b = 0.
Conviene ancora riferirsi al caso di un 〈1,1〉-tensore di peso w, per il quale la (7) si riduce alla
(7bis) τi′j′ = Jw℘qj′τpq℘i′p.
Si ha ℘qj′ = δqj − ε∂uj/∂xq , e al 1° ordine in ε, ℘i′p ≈ δip + ε∂up/∂xi e Jw ≈ 1 + εw∂us/∂xs. Quindi la
(7bis) diventa
10

(8) τi′j′ ≈ (1+εw∂us/∂xs)(δqj−ε∂uj/∂xq)τpq(δip+ε∂up/∂xi) ≈ τij + ε(τpj∂up/∂xi−τiq∂uj/∂xq+wτij∂us/∂xs);


o anche, in forza della (3bis), τi′j′ − τij ≈ ε[(Luτ)ij − us∂τij/∂xs]. Merita qui osservare che il peso w è
sparito (è nascosto in (Luτ)ij). Ricordiamo ora che τi′j′ è il valore della componente (ij) di τ nelle
coordinate con apice calcolata in x′; cioè con notazione più esplicita, τ′ij(x′). Si vede dunque che,
sempre al 1° ordine in ε, τ′ij(x′) + εus(x)∂τij/∂xs(x) ≈ τ′ij(x), e così
(9) τ′ij − τij ≈ ε(Luτ)ij,
ove tutto si intende ormai calcolato in x. In conclusione,
(10) (Luτ)ij = limε→0[(τ′ij − τij)/ε].
Rimarchiamo che τ′ij è un oggetto di natura ibrida, in quanto componente (ij) di τ nella carta
con apice, ma “riportata” da x′ a x = x′ + εu(x). Qui si trova forse la maggiore difficoltà nel
comprendere il vero significato della (10); ma è proprio nell’ultimo passaggio, quello che porta da
τ′ij(x′) a τ′ij(x), la chiave per definire una particolare “derivata” (di un campo tensoriale) senza
alterare il valore della coordinata nella carta corrente, e quindi il corrispondente punto della
varietà. La generalizzazione della (10) al caso di un 〈a,b〉-campo è ormai banale, e porta alla simile
(10bis) (Luτ)i1..iaj1..jb = limε→0[(τ′i1..iaj1..jb − τi1..1aj1..jb)/ε].
Questa (10bis) può assumersi come definizione alternativa, di immediata suggestione, della
Lie-derivata di un 〈a,b〉-campo relativo di peso w. L’essere w di fatto sparito nella espressione
(10bis) della Lie-derivata Luτ è una addizionale conferma della centralità di questa nozione nei
fondamenti della geometria differenziale su varietà ordinarie. Altre e più astratte definizioni di Luτ
sono possibili, e sono spesso proposte nei moderni trattati di geometria differenziale. Talvolta,
infine, si definiscono “Lie-derivate” (sempre rispetto ad un campo vettoriale pilota u) anche di
oggetti diversi da campi tensoriali (ad esempio di coefficienti di connessione), delle quali non ci
occuperemo qui.
Poiché l’introduzione della Lu di un campo tensoriale su una varietà M prescinde dall’essere
tale M dotata o meno di una connessione Λ..., è banale prevedere che essa si possa esprimere anche
in termini di derivate covarianti di quel campo e (possibilmente) dei coefficienti Λ.... Questa
operazione si riduce ad esprimere le derivate parziali che compaiono nel 2° membro della (3bis), sia
del campo operando τ che del campo pilota u, in termini delle corrispondenti derivate covarianti; e
del resto l’abbiamo già illustrata quando abbiamo esaminato il caso in cui τ era un campo vettoriale
assoluto (w = 0). L’espressione generale che così si ottiene, e della quale il lettore potrà
agevolmente controllare la correttezza, è:
(11) (Luτ)i1…iaj1…jb =: usτi1…iaj1…jb/s + ∑α=1a τi1…i(α−1) s i(α+1) …a j1…jb (us/(iα) − upσps(iα)) −

− ∑β=1b τi1…iaj1…j(β−1) s j(β+1) …b (u(jβ)/s − upσps(jβ)) + wus/sτi1…iaj1…jb,


11

con i soliti avvertimenti se a = 0, o b = 0, o a = b = 0 e le solite cautele nell’interpretare i doppi


indici (dovuti alle note insufficienze di Word). Come si vede, la connessione Λ... sparisce ovunque
in favore del 〈2,1〉-campo di torsione σ. Questa (11) rende evidente che il suo 1° membro è un
〈a,b〉-campo tensoriale relativo di peso w. La (11) significa tra l’altro che la nozione di Lie-derivata
è accessibile senza difficoltà a quanti sono abituati a lavorare su varietà dotate di una connessione
affine (se non pseudoriemanniana).
Non è facile, invece, spiegare perché il fisico “medio” sia così spesso indifferente
all’importanza fondativa della nozione di Lie-derivata (o addirittura di essa Lie-derivata
completamente ignaro). Al di là del dato culturale, e della possibilità offerta dalla (11) di fornire
comunque Luτ anche nel linguaggio standard del calcolo tensoriale su varietà affinemente connesse,
resta un incontestabile dato di fatto: le applicazioni dirette della Lie-derivata alla fisica matematica
non sono particolarmente importanti, e ove occorrano, si possono comunque aggirare mediante la
(11) stessa. In questa situazione, da una parte è certamente vero che chi rinuncia alla nozione di Lie-
derivata perde la visione corretta dello status matematico del calcolo differenziale su una varietà
ordinaria, e non percepisce la reale ricchezza della sua struttura; ma dall’altra, non si può sostenere
che il dominio di questi (ed altri più esotici) strumenti della moderna geometria differenziale sia
condizione irrinunciabile per una soddisfacente comprensione delle teorie fisico-matematiche (in
particolare macroscopiche, alle quali questo libro è limitato). Va insomma da sé che per apprezzare
la reale portata di quegli strumenti, e trarne profitto sul piano della scienza fisica, occorre operare ad
un sufficiente livello di maturità matematica. 3
Di fatto, abbiamo incontrato un caso di derivata realizzabile su una varietà ordinaria nel
calcolo differenziale esterno, in cui la classe dei campi tensoriali differenziandi era peraltro ristretta
a quelli (assoluti e) completamente antisimmetrici. Secondo la (4.5.1, 3), la definizione di derivata
esterna di una (κ≥0)-forma antisimmetrica − nel seguito κ-forma tout court − non presuppone infatti
alcuna connessione della varietà su cui si opera, coinvolgendo le sole derivate parziali (rispetto alle
coordinate correnti) delle componenti della forma stessa. Tale derivata esterna di una κ-forma è
ovviamente lineare; ma essa produce una (κ+1)-forma (e non un’altra κ-forma) partendo da una
κ-forma; e inoltre, viene meno la regola di Leibniz sui prodotti (ordinati) di forme, che sono
prodotti wedge, cfr. la (4.5.1, 8). Questa è una conseguenza naturale del carattere graduato del
prodotto wedge, che non può considerarsi un prodotto tensoriale standard. Su un piano formale, la

3
Ci è parso esemplare di una situazione vagamente schizofrenica quanto afferma sulla nozione di Lie-derivata
J. Stewart nelle prime pagine del suo “Advanced General Relativity” (Cambridge, 1990): «The Lie derivative is one of
the most important and least understood concepts in mathematical physics.» (v. Chpt 1, Sect. 6). Ovviamente, il lettore
si aspetta di trovare irrinunciabili applicazioni della Lie-derivata alla relatività generale nel seguito del volume, ma non
ne trova alcuna.
12

(4.5.1, 8) si può comunque ancora vedere come regola di Leibniz pensando allo stesso operatore ∂
come 1-forma: per agire sulla seconda forma-fattore, ∂ deve “attraversare” la prima forma-fattore, il
che genera il fattore (−1) elevato al grado della prima forma-fattore nel secondo addendo della
somma risultante. Infine non è chiaro cosa debba intendersi per “contrazione” di una (κ≥2)-forma.
Tutto questo suggerisce l’opportunità di una congrua definizione della Lie-derivata di una κ-forma.
Come sappiamo, l’algebra (dei campi) delle κ-forme è isomorfa a quella dei 〈κ,0〉-campi
(assoluti e) completamente antisimmetrici. Un momento di riflessione prova allora che la corretta
definizione di Lie-derivata di (un campo di) κ-forma è fissata, in pratica, una volta che lo sia stata
quella di un 〈κ≤n,0〉-campo tensoriale antisimmetrico. Sia infatti
(12) ν(κ) = νi1 .. iκ(x)dxi1⊗ .. ⊗dxiκ,
con x ∈ Rn, un 〈κ,0〉-campo tensoriale (assoluto, w = 0) antisimmetrico dato; allora la sua
i1
Lie-derivata rispetto a u, Lu, è (Luν)i1 .. iκ(x)dx ⊗ .. ⊗dxiκ, ed è anch’essa un 〈κ,0〉-campo
antisimmetrico perché la Lu rispetta l’antisimmetria di νi1 .. iκ. La κ-forma canonicamente associata
al 〈κ,0〉-campo (12) può scriversi νi1 .. iκ(x)dxi1∧ .. ∧dxiκ (cfr. la (4.4.3, 182)), ed è quindi naturale
definire la sua Lu come (Luν)i1 .. iκ (x)dxi1∧ .. ∧dxiκ. Tuttavia anche ν^(κ) =: ν^i1 .. iκ(x) dxi1∧ .. ∧dxiκ ,
dove ν^i1 .. iκ sono generiche funzioni di indici che si trasformano come componenti covarianti a
fronte di un cambiamento di carta, è una κ-forma antisimmetrica. Le sue componenti covarianti

antisimmetriche sono (*) νi1 .. iκ = (κ)−1∑O〈j〉=O〈i〉δi1 .. iκ


j1 .. jκ
ν^i1 .. iκ (cfr. la (4.4.3, 142)), dove
j1 .. jκ
δi1 .. iκ è il simbolo di Kronecker generalizzato; e questo ci permette di definire la Luν^(κ)
utilizzando la regola precedente. Ma (Luν)i1 .. iκ si ha utilizzando la (*), ed il risultato è quello che si
ottiene ponendo nella (*) stessa (Luν^)i1 .. iκ in luogo di ν^i1 .. iκ. Questo è corretto perché Lu è
j1 .. jκ
lineare-leibniziana, perché commuta con le contrazioni, e infine perché Luδi1 .. iκ ≡ 0 (vedi
il penultimo paragrafo della sezione). In conclusione la Luν^(κ) si definisce come
(Luν^)i1 .. iκ dxi1∧ .. ∧dxiκ, cioè come nel caso in cui in luogo delle ν^i1 .. iκ ci siano le originali
componenti antisimmetriche della forma. Ovviamente la Lu di una generica κ-forma antisimmetrica
risulta lineare e leibniziana. La seconda proprietà significa che se ν è una κ-forma e µ è una è una
η-forma, Lu(ν∧µ) = (Luν)∧µ + ν∧(Luµ), il risultato essendo una (κ+η)-forma. Meno evidente, ma
facilmente verificabile, è la proprietà che Lu commuta con ∂ (derivata esterna) per una qualsiasi
κ-forma ν: Lu(∂ν) = ∂(Luν) (il risultato essendo una (κ+1)-forma).
La parentesi di Lie [⋅,⋅] gode tra le altre delle tre proprietà seguenti. Per generici 〈0,1〉-campi
u, v, w, e per ogni costante reale α, β,
(a): [u,v] + [v,u] = 0, quindi [u,u] = 0 (antisimmetria),
13

(b): [αu+βv,w] = α[u,w] + β[v,w] (linearità rispetto al 1° fattore),


(c): [[u,v],w] + [[v,w],u] + [[w,u],v] = 0 (identità di Jacobi).
(a) e (b) sono ovvie; combinandole, si ottiene la linearità di [ , ] rispetto al 2° fattore. Per quanto
riguarda (c), scrivendo brevemente ∂m per ∂/∂xm e ∂mp per ∂2/∂xm∂xp, risulta: [[u,v],w]i =
= [u,v]m∂mwi − wm∂m[u,v]i = (up∂pvm − vp∂pum)∂mwi − wm(∂mup∂pvi + up∂mpvi − ∂mvp∂pui − vp∂mpui).
Calcolando in modo analogo [[v,w],u] e [[w,u],v], e sommando, si hanno 18 addendi uguali e
opposti a due a due in forza della simmetria ∂mp = ∂pm; qed. La proprietà (c) può anche trascriversi
come
(d) [u,[v,w]] − [v,[u,w]] = [[u,v],w],
e diventa più espressiva se è posta nella forma
(13) (LuLv − LvLu)z = L[u,v]z.
Questa dà il commutatore di Lie-derivate LuLv − LvLu di un 〈0,1〉-campo z secondo due
〈0,1〉-campi distinti e ordinati 〈u,v〉 come Lie-derivata di z rispetto alla parentesi di Lie [u,v] (che è
un 〈0,1〉-campo). Lasciamo al lettore, come esercizio, di dimostrare che la (13) si può generalizzare
nella
(14) (LuLv − LvLu)τ = L[u,v]τ,
per un campo tensoriale τ generico.
È utile, a questo punto, ricordare e riassumere quanto segue: il commutatore di derivate
covarianti di campi κ-tensoriali su varietà [Link] si esprime in termini del 4-tensore di
Riemann (v. [Link]. 3.4.2); quello su varietà a connessione affine Λ..., per campi 〈a,b〉-tensoriali, in
termini del 〈3,1〉-tensore di curvatura e del 〈2,1〉-tensore di torsione. (v. [Link]. 8.2.2); e infine,
il commutatore di derivate assolute lungo curve intersecantisi dipende dal solo 〈3,1〉-tensore di
curvatura (v. ancora [Link]. 8.2.2)). A queste formule si aggiunge ora la (14) per il commutatore di
Lie-derivate, che vale addirittura su varietà ordinarie.
Nella [Link]. 8.3.1 abbiamo menzionato la definizione di algebra (reale) associativa: uno
spazio lineare con prodotto associativo soggetto agli assiomi (8.3.1, 1,2,3). Un’algebra non
associativa è la stessa struttura senza l’assioma (8.3.1, 1), ma possibilmente con nuovi assiomi di
prodotto in suo luogo. Se in particolare questi nuovi assiomi − fermi restando tutti gli altri − sono
(e1) xx = 0,
(e2) x(yz) + y(zx) + z(xy) = 0 (Jacobi),
14

abbiamo un’algebra di Lie. In forza degli assiomi distributivi (8.3.1, 2), (e1) può equivalentemente
sostituirsi con (e3) xy + yx = 0. 4 Come sappiamo, l’insieme dei campi vettoriali su M, C〈0,1〉(M) ≡
≡ C〈0,1〉, è uno spazio lineare. Se questo spazio viene munito del prodotto (non associativo) costituito
dalla parentesi di Lie, alla luce delle proprietà di questa parentesi si vede subito che si è generata
un’algebra di Lie.
Concludiamo la sezione con un breve approfondimento sui campi tensoriali
“biantisimmetrici” e antisimmetrici (da qualcuno) detti “numerici”. Nella [Link]. 8.2.1 abbiamo
mostrato che il simbolo di Kronecker δij (con i,j = 1,..,n) può considerarsi come la componente
mista di indici (ij) di un 〈1,1〉-campo, con i suoi usuali valori 0 e 1, in ogni carta di ogni varietà
n-dim (anche ordinaria). Con le (3.2.2, 9) abbiamo poi introdotto il simbolo di Kronecker
generalizzato δi1..iqj1..jq per 1 ≤ q ≤ n (nel caso q = 1 si è ridotti al simbolo di Kronecker standard δij).
Mostriamo che se 2 ≤ q ≤ n esso è la componente (i1..iqj1..jq) di un 〈q,q〉-campo antisimmetrico
rispetto agli indici inferiori e superiori (o 〈q,q〉-campo biantisimmetrico), con valori numerici
interi costanti in ogni carta di ogni varietà n-dim ordinaria. Allo scopo, basta osservare che δi1..iqj1..jq
è il valore del determinante della q×q-matrice che ha δiαjβ come elemento di indici 1 ≤ α ≤ q,
1 ≤ β ≤ q. Quindi δi1..iqj1..jq è somma algebrica di q! termini ciascuno dei quali è il prodotto di q
simboli di Kronecker standard, e questo prova la tesi. Poiché ogni indice di δi1..iqj1..jq è compreso tra
1 e n, se si accetta la stessa definizione anche per q > n si trova immediatamente che δi1..iqj1..jq ≡ 0;
infatti in tal caso almeno due indici inferiori (e superiori) devono coincidere, e il determinante si
annulla. Infine nella [Link]. 1.4.2 abbiamo introdotto il simbolo antisimmetrico ϒi1…in (o
equivalentemente ϒj1…jn). Con la convenzione adottata, di scegliere come permutazione di
riferimento la 1, 2, .., n, risulta ϒi1…in = δi1..in1…n e ϒj1…jn = δ1...nj1..jn. Riproviamo ora che le ϒj1…jn [le
ϒi1…in] sono componenti di un 〈0,n〉-campo [di un 〈n,0〉-campo] antisimmetrico relativo di peso +1
(cioè di un 〈0,n〉-campo di densità) [di peso −1 (cioè di un 〈n,0〉-campo di capacità)]. Tenendo conto
del fatto che le δi1..inj1..jn sono componenti di un 〈n,n〉-campo, abbiamo:
(15) ϒj1′…jn′ = δ1′…n′ j1′…jn′ = ℘k1j1′..℘knjn′δh1..hnk1…kn℘1′h1..℘n′hn.
D’altra parte si riconosce facilmente che δh1..hnk1...kn = ϒh1..hnϒk1...kn, e che ϒh1..hn℘1′h1..℘n′hn =
= ∂(x)/∂(x′) = J; per cui, sostituendo queste posizioni nella (15), otteniamo ϒj1′…jn′ =
= J℘k1j1′..℘knjn′ ϒk1...kn, cioè la tesi precedente per ϒj1…jn. Una procedura analoga prova la
corrispondente tesi per ϒi1..in.

4
Che (a3) implichi (a1) è ovvio. L’implicazione contraria si ha partendo da 0 = (x+y)(x+y) e usando gli assiomi
distributivi secondo la 0 = xx + xy + yx + yy = xy + yx.
15

Esaminiamo adesso la derivata covariante del 〈1≤q≤n,1≤q≤n〉-campo di Kronecker


generalizzato δi1..iqj1..jq. Se q = 1, abbiamo δij/d = ∂δij/∂xd − Λimdδmj + Λmjdδim = − Λijd + Λijd ≡ 0. Se
n ≥ 2, il caso successivo di δhkij è soltanto un po’ più complicato: a parte il termine nullo ∂δhkij/∂xd,
si hanno altri otto addendi uguali e contrari a due a due, per cui è anche δhkij/d ≡ 0. Similmente si
verifica che δi1...iqj1...jq/d ≡ 0 per ogni 2 < q ≤ n; e in definitiva, la tesi vale per ogni 1 ≤ q ≤ n. Ancora,
anche la Lu gode di proprietà analoghe: il lettore può facilmente verificarlo su δij, poi su δhkij, .. e
così via. In conclusione, (Luδ)i1...iqj1...jq ≡ 0 per ogni 1 ≤ q ≤ n, secondo quanto avevamo anticipato.
Le due tesi in oggetto sono poi banalmente valide per q > n.
Restano da esaminare le analoghe derivate, sia covarianti che di Lie, dei campi di densità
ϒi1...in, e di capacità ϒj1...jn. Si trova ϒi1...in/d ≡ 0 e rispettivamente (Luϒ)i1...in ≡ 0 (e similmente per
ϒj1...jn). Queste sono conseguenze delle analoghe conclusioni sui simboli di Kronecker generalizzati.
In definitiva tutte le derivate, covarianti e di Lie, dei 〈q,q〉-campi δi1...iqj1...jq (per ogni 1 ≤ q ≤ n),
nonché dei campi di densità ϒi1...in, e di capacità ϒj1...jn, sono identicamente nulle; questi oggetti
biantisimmetrici e rispettivamente antisimmetrici sono cioè universalmente costanti e
universalmente Lie-costanti in ogni aperto della varietà in oggetto.

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