1617 Analisi2 Fisica Finale
1617 Analisi2 Fisica Finale
Ernesto De Vito
Dipartimento di Matematica, Università di Genova
Maggio 2017
Indice
Avvertenza. Queste note devono servire come guida per lo studio: non sono un libro
di testo (ve ne sono di ottimi da consultare in biblioteca), non sono una trascrizione di
quanto detto a lezione (gli appunti sono essenziali), mancano i commenti ed i disegni
(indispensabili per la comprensione), vi sono alcuni argomenti che non sono stati trattati
a lezione (ma che possono servire di approfondimento).
I commenti compresi tra i simboli I . . . J richiedono risultati che verranno introdotti nelle
sezioni successive. Il simbolo indica punti che richiedono particolare attenzione.
Ricordiamo alcune notazioni di base non completamente universali.
In questa sezione sono richiamate alcune proprietà di Rn , visto come spazio vettoriale
euclideo.
Definiamo due famiglie di insiemi per cui l’inclusione destra o sinistra in (5a) è in effetti
un’uguaglianza.
Def. 1.4. Sia A ⊂ Rn .
a) L’insieme A è detto aperto se tutti i suoi punti sono interni, cioè se Å = A. Se P0 ∈ A,
A è detto un intorno aperto di P0 .
b) L’insieme A è detto chiuso se tutti i suoi punti di aderenza appartengono ad A, cioè, se
A = A.
c) L’insieme A è limitato se esiste R > 0 tale che A ⊂ B(O, R), cioè se
kP − Ok < R ∀P ∈ A.
Nella definizione di limitato si può sostituire l’origine con un qualunque punto P0 . Se
A non è limitato, si dice che A è illimitato.
d) L’insieme A è detto compatto se A è chiuso e limitato.
. Gli unici insiemi che sono sia aperti sia chiusi sono R2 e ∅.
Esempio 1.5. La palla B(P0 , r) di centro P0 ∈ Rn e raggio r > 0 è aperta. Infatti
se Q0 ∈ B(P0 , r) allora Q0 è punto interno. Scelto δ = r − kQ0 − P0 k, δ > 0 poiché
kQ0 − P0 k < r. Allora, per ogni P ∈ B(Q0 , δ) la disuguaglianza triangolare implica che
kP − P0 k ≤ kP − Q0 k + kQ0 − P0 k < δ + kQ0 − P0 k = r
allora P ∈ B(P0 , r) e, quindi, B(Q0 , δ) ⊂ B(P0 , r). Ne segue che Q0 è punto interno ed
B(P0 , r) è aperto.
Prop. 1.6. Dato A ⊂ Rn ,
a) A è aperto se e solo se A ∩ ∂A = ∅;
b) A è chiuso se e solo se ∂A ⊂ A;
c) A è aperto se e solo se il suo complementare Ac è chiuso;
d) A è chiuso se e solo se Ac è aperto;
e) Å è aperto e A è chiuso.
f) l’unione arbitraria e l’intersezione finita di aperti sono aperti;
g) l’unione finita e l’intersezione arbitraria di chiusi sono chiusi;
h) A è limitato se e solo se sup kP − Ok < +∞.
P ∈A
per cui P è interno ad A. Allora B(P0 , r) ⊂ Å e, quindi, Å è aperto. Per mostrare che
A è chiuso è sufficiente usare la (5e) ed il punto d).
f) Data una famiglia (Ai )i∈I di insiemi aperti mostriamo che A = ∪i∈I Ai è aperto. Dato
P ∈ ∪i∈I Ai , esiste i ∈ I tale che P ∈ Ai . Essendo Ai aperto, esiste δ > 0 per cui
B(P, δ) ⊂ Ai ⊂ A, allora P è un punto interno di A. Per l’arbitrarietà di P , segue che
A è aperto. Supponiamo ora che I sia finito e mostriamo che B = ∩i∈I Ai è aperto.
Dato P ∈ B, allora P ∈ Ai per ogni i ∈ I e, analogamente a sopra esistono δi > 0 tali
che B(P, δi ) ⊂ Ai . Essendo I finito, δ = mini∈I δi > 0 e
B(P, δ) ⊂ B(P, δi ) ⊂ Ai ∀i ∈ I,
cioè B(P, δ) ⊂ B. Allora P è un punto interno di B e, per l’arbitrarietà di P , segue che
B è aperto.
g) Segue da f) e le leggi di De Morgan.
h) Segue dalla definizione di insieme limitato.
. In generale, l’intersezione arbitraria di insiemi aperti, non è aperto. Ad esempio
\
B(P0 , r) = B(P0 , 1).
r>1
a) l’insieme A è compatto;
b) se (Vj )j∈J è una famiglia di aperti di Rn tali che A ⊂ ∪j∈J Vj , allora esiste una sotto-
famiglia finita Vj1 , . . . , VjN tale che Vj1 ∪ . . . ∪ VjN ⊃ A.
c) Data una successione (Pk )k di punti di A, esiste una sotto-successione (Pkj )j ed un
punto P ∈ A tale che limj→+∞ kPkj − P k = 0.
di lunghezza bk −ak = dk −ck = L/2k−1 . Per la proprietà degli intervalli chiusi inscatolati1,
esistono unici x, y ∈ R tali che per ogni k ≥ 1 x ∈ [ak , bk ] ed y ∈ [ck , dk ], cioè, posto
P = (x, y) allora P ∈ Qk per ogni k ≥ 1. Essendo (Vj )j∈J un ricoprimento di Q1 e P ∈ Q1 ,
esiste j ∈ J tale che P ∈ Vj √
e, essendo Vj aperto, esiste δ > 0 tale che B(P, δ) ⊂ Vj . Scelto
k ∈ N tale che L/2k−1 < δ/ 2 allora Qk ⊂ B(P, δ) ⊂ Vj , cioè Qk può essere ricoperto da
un singolo elemento della famiglia (Vj )j∈J , contraddicendo la condizione con cui è stato
scelto Qk .
Passo 2 Proviamo che b) implica a). Se scegliamo come ricoprimento di A, la famiglia di
tutte le palle di raggio 1, quindi limitate, segue che A può essere ricoperto da un numero
finito di insiemi limitati, quindi A è limitato. Mostriamo che A è chiuso, provando che
Ac è aperto. Dato P ∗ ∈ Ac , la famiglia {B(P, kP ∗ − P k/2)}P ∈A è evidentemente un
ricoprimento aperto di A e, per ipotesi, ammette un sotto-ricoprimento finito
A ⊂ B(P1 , kP ∗ − P1 k/2) ∪ . . . ∪ B(PN , kP ∗ − PN k/2).
Posto δ = min{kP ∗ − P1 k, . . . , kP ∗ − PN k}/2, allora B(P ∗ , δ) ∩ A = ∅, per cui P ∗ è un
punto interno di Ac .
Passo 3 Proviamo che b) implica c). Data una successione (Pk )k se l’insieme {Pk |k ∈ N}
è finito, allora esiste P ∈ {Pk |k ∈ N} ed una sotto-successione (Pkj )j tale che P = Pkj per
ogni j. Se l’insieme {Pk |k ∈ N} ha infiniti elementi e, per assurdo, non ammette un punto
di accumulazione, allora per ogni P ∈ A esiste un aperto VP che contiene solo un numero
finito di elementi della successione. Poiché (VP )P ∈A è un ricoprimento aperto di A, per
l’ipotesi B esiste un sotto-ricoprimento finito V1 , . . . VN che per costruzione contiene un
numero finito di punto di {Pk |k ∈ N}, che è una contraddizione.
Passo 4 Proviamo che c) implica a). Se per assurdo A non è limitato, per ogni k esiste
Pk ∈ A e kPk − Ok > k. Evidentemente, per la successione (Pk )k non esistono sotto-
successioni convergenti. Mostriamo che A è chiuso. Sia P un punto di accumulazione
per A. Per definizione, per ogni k ∈ N esiste Pk ∈ A tale che 0 < kPk − P k < 1/k.
Evidentemente, per ogni sotto-successione limj kPkj − P k = 0. Per la proprietà c) segue
che P ∈ A.
2. Funzioni
1
Esempio 1.8. Sia F (x, y) = (xy, x2 +y 2 , log x), allora
F : A ⊂ R2 → R3
A = (x, y) ∈ R2 | (x, y) 6= (0, 0), x > 0 = ((0, +∞) × R) \ {(0, 0)}
z1 = xy = f1 (x, y)
1
F : z2 = x2 +y 2 = f2 (x, y)
z3 = log x = f3 (x, y)
f : A ⊂ Rn → R
che giace nel semispazio delle z ≥ 0 (emisfero √ nord). Se 0 < c < 1, l’insieme di livello è
la circonferenza di centro l’origine e raggio 1 − c2 . Tuttavia se c = 1 l’insieme di livello
si riduce alla sola origine {(0, 0)}, mentre se c > 1 o c < 0 l’insieme di livello è l’insieme
vuoto.
Esempio 1.9. Una funzione scalare lineare affine di due variabili è della forma
dove z0 , a, b ∈ R sono coefficienti fissati. Il grafico è il piano passante per il punto (x0 , y0 , z0 )
in R3 di equazione cartesiana
a(x − x0 ) + b(y − y0 ) − (z − z0 ) = 0,
Curve. Una curva è una funzione γ(t) = (x1 (t), . . . , xn (t)) con dominio I ⊂ R e codominio
Rn . Le funzioni x1 (t), . . . , xn (t) sono dette componenti della curva e sono funzioni scalari
con dominio I ⊂ R e codominio R. Nel caso n = 3, γ si denota spesso con
x = x(t)
γ: y = y(t) t∈I ⇐⇒ γ(t) = x(t) i + y(t) j + z(t) k t ∈ I.
z = z(t)
L’immagine di γ
γ(I) = {(x(t), y(t), z(t)) ∈ R3 | t ∈ I} ⊂ R3
è detta traccia o traiettoria della curva. Nel caso n = 2, si parla di curve piane.
. Nelle precedenti equazioni vi è un piccolo abuso di notazione, poiché i simboli x ed y
indicano sia le componenti di γ, che sono funzioni, sia il valore di tali funzioni in t, cioè
numeri reali.
Esempio 1.11. Dato r > 0, la curva piana
x = r cos t
γ: t∈R
y = r sin t
ha come componenti x(t) = r cos t e y(t) = r sin t, la traccia è la circonferenza di centro
l’origine e raggio r di equazione cartesiana
x2 + y 2 = r 2 .
Superfici. Una superficie (in R3 ) è una funzione σ(t, s) = (x(t, s), y(t, s), z(t, s)) con
dominio A ⊂ R2 e codominio R3 . La superficie si denota spesso con
x = x(t, s)
σ : y = y(t, s) ⇐⇒ σ(t, s) = x(t, s) i + y(t, s) j + z(t, s) k.
z = z(t, s)
La condizione che v e w non siano paralleli equivale al fatto che il rango della matrice 3 × 2
v 1 w1
v2 w2
v 3 w3
sia uguale a due.
Ritornando al caso generale, l’esempio delle funzioni scalari lineari può essere facilmente
esteso al caso vettoriale.
Esempio 1.15 (funzioni lineari). Data una matrice A = [aij ] di taglia m × n questa
definisce una funzione F : Rn → Rm definita da
a11 . . . a1n v1 a1: · v
F (v) = A v = . . . . . . . . . . . . = . . .
am1 . . . amn vn am: · v
dove v = (v1 , . . . , vn ) è pensato come vettore colonna, A v indica il prodotto matriciale
riga per colonna, e ai,: ∈ Rn è l’i-esimo vettore riga della matrice A. Dato i = 1, . . . , m, la
i-esima componente di F è
n
X
fi (v) = (Av)i = aij vj = ai,: · v.
j=1
La funzione F è lineare
F (λv + λ0 v 0 ) = λF (v) + λ0 F (v 0 ).
Ogni funzione lineare da Rn in Rm è della forma descritta per un’unica matrice A di taglia
m × n.
Esempio 1.16 (funzioni affini). Una matrice A = [aij ] di taglia m×n e due punti P ∗ ∈ Rn
e Q∗ ∈ Rm definiscono una funzione F : Rn → Rm
∗
x1 − x∗1
z1 a11 . . . a1n
F (P ) = Q∗ + A(P − P ∗ ) = . . . + . . . . . . . . . . . . ,
zm∗ am1 . . . amn xn − x∗n
∗ ). Dato i = 1, . . . , m, la
dove P = (x1 , . . . , xn ), P ∗ = (x∗1 , . . . , x∗n ) e Q∗ = (z1∗ , . . . , zm
i-esima componente di F è
Xn
∗
fi (P ) = zi + aij (xj − x∗j ) = zi∗ + ai,: · (P − P ∗ ).
j=1
Nota. La continuità è una proprietà locale del senso che se F e G sono due funzioni con
dominio A e B rispettivamente, dato P0 ∈ A ∩ B se esiste δ > 0 per cui
A ∩ B(P0 , δ) = B ∩ B(P0 , δ)
F (P ) = G(P ) ∀P ∈ A ∩ B(P0 , δ),
allora F è continua in P0 se e solo se G è continua in P0 .
Lemma 1.18. Data una funzione F : A ⊂ Rn → Rm per cui esiste una costante L > 0
tale che
kF (Q) − F (P )k ≤ LkQ − P k per ogni P, Q ∈ A, (6)
allora F è continua.
Se F (v) = Av è una funzione lineare, dalla precedente disuguaglianza, segue che per
ogni v ∈ Rn
kAvk ≤ kAk2 kvk,
e, quindi, la quantità
kAvk
kAk∞ = sup = sup kAvk ≤ kAk2
v∈Rd , v6=0 kvk v∈Rd , kvk=1
16
è finita e, per costruzione, è la migliore stima della costante di Lipschitz della funzione li-
neare affine associata alla matrice A. La quantità kAk∞ è detta norma spettrale o uniforme
della matrice A, mentre kAk2 è chiamata norma di Frobenius, e vale
kAvk ≤ kAk∞ kvk ≤ kAk2 kvk v ∈ Rn . (7)
La continuità di una funzione vettoriale può essere ricondotta allo studio della continuità
delle sue componenti.
Lemma 1.21. Una funzione vettoriale
F : A ⊂ Rn → Rm F (P ) = (f1 (P ), . . . , fm (P ))
è continua se e solo se tutte le sue componenti f1 : A → R, . . ., fm : A → R sono continue.
Per dimostrare il successivo teorema abbiamo bisogno del seguente lemma che mostra
come alcune semplici operazioni siano continue. Nell’enunciato lo spazio Rn × Rm è stato
identificato con Rn+m in accordo con la (3).
Lemma 1.23. Le seguenti funzioni
π k : Rn → R πk (v) = vk k = 1, . . . , n
n n n
s:R ×R →R s(v, w) = v + w
n n
m:R×R →R m(t, v) = tv
sono continue.
√
Esempio 1.25. La funzione f (x, y) = x2 / y è continua su R × (0, +∞) poiché prodotto
√
delle funzioni g(x, y) = x2 = ϕ(π1 (x, y)) e h(x, y) = 1/ y = ψ(π2 (x, y)) dove
1
ϕ(t) = t2 ψ(t) = √
t
sono funzioni (di una variabile) continue rispettivamente su R e su (0, +∞).
2.1.1. Funzioni infinitesime. Introduciamo una classe di funzioni che formalizzano l’idea
intuitiva di errore infinitesimo.
Def. 1.26. Una funzione : A ⊂ Rn → Rm è detta infinitesima (nell’origine) se 0 ∈ A,
(0) = 0 ed è continua in zero. In altre parole, se per ogni e
> 0 esiste δ > 0 tale che
se v ∈ A e kvk < δ allora k(v)k < e
.
Se (v) è una funzione infinitesima (nell’origine) e P0 è un punto di Rn , diremo che (P −P0 )
è una funzione infinitesima (in P0 ).
Una funzione vettoriale (v) = (1 (v), . . . , m (v)) è infinitesima se e solo se lo sono tutte le
sue componenti i . Una funzione scalare : A ⊂ R2 → R è infinitesima se (0, 0) ∈ A e
p
∀e > 0, ∃δ > 0 tale che |(h, k)| < e se (h, k) ∈ A e h2 + k 2 < δ.
. Con lieve abuso di notazione, nel seguito indicheremo con (v), (P − P∗ ) una generica
funzione infinitesima, anche quando si tratta di funzioni differenti. Ad esempio 2(v) = (v)
e (v) − (v) = (v) 6= 0.
19
2.2. Limiti di funzioni scalari. La definizione di limite è analoga a quella per funzione
di una sola variabile. Per semplicità, enunciamo le definizioni solo per funzioni scalari di
due variabili.
Def. 1.27. Data una funzione f : A ⊂ R2 → R, z = f (x, y), ed un punto (x0 , y0 ) ∈ R2 di
accumulazione per A,
a) la funzione f ha limite ` ∈ R per (x, y) che tende a (x0 , y0 ) se per ogni > 0 esiste
δ > 0 tale che
p
|f (x, y) − `| < se (x, y) ∈ A e 0 < (x − x0 )2 + (y − y0 )2 < δ;
b) la funzione f ha limite ` = ±∞ per (x, y) che tende a (x0 , y0 ) se per ogni M > 0 esiste
δ > 0 tale che
(
f (x, y) > M ` = +∞ p
se (x, y) ∈ A e 0 < (x − x0 )2 + (y − y0 )2 < δ.
f (x, y) < −M ` = −∞
a) la funzione f ha limite ` ∈ R per k(x, y)k che tende a +∞ se per ogni > 0 esiste R > 0
tale che p
|f (x, y) − `| < se (x, y) ∈ A e x2 + y 2 > R;
b) la funzione f ha limite ` = ±∞ per k(x, y)k che tende a +∞ se per ogni M > 0 esiste
R > 0 tale che
(
f (x, y) > M ` = +∞ p
se (x, y) ∈ A e x2 + y 2 > R.
f (x, y) < −M ` = −∞
20
p
Da notare che A è non limitato se e solo se sup(x,y)∈A x2 + y 2 = +∞.
. Essendo la norma positiva, non ha senso il limite per k(x, y)k che tende a −∞. Poiché
in R2 non è stata definita una relazione d’ordine, non hanno senso i limiti per (x, y) che
tende a ±∞.
Per i limiti in R2 valgono tutti i teoremi visti per le funzioni di una variabile, tranne quello
relativo alle funzioni monotone. Inoltre, dalla definizione segue che
a) se esiste
lim f (x, y) = ` ∈ R ∪ {±∞},
(x,y)→(x0 ,y0 )
Discutiamo l’uso del precedente lemma per calcolare il limite (se esiste) quando (x0 , y0 ) è
un punto di accumulazione per A. Il caso del limite per k(x, y)k che tende a +∞ si tratta
in modo simile. Per il Lemma 1.29, affinché il limite in due variabili lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y)
esista, per ogni curva γ(t) uscente dal punto (x0 , y0 ) deve necessariamente esistere il limite
in una variabile limt→a f (γ(t)) ed il valore del limite deve essere indipendente da γ.
Passo 1. La scelta più semplice per la curva γ corrisponde alle rette parallele agli assi
cartesiani. Il limite (12) si riduce a calcolare
lim f (x, y0 ) e lim f (x0 , y),
x→x0 y→y0
purché esista δ > 0 tale che (x, y0 ) ∈ A se 0 < |x − x0 | < δ e (x0 , y) ∈ A se 0 < |y − y0 | < δ.
Se uno dei due limiti non esiste oppure sono diversi tra di loro, allora non può esistere
lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y), vedi Esempio 1.30. Viceversa, se
lim f (x, y0 ) = lim f (x0 , y) = ` ∈ R ∪ {±∞}
x→x0 y→y0
necessariamente ` sarà (se esiste) il limite in due variabili. Tuttavia, come mostrato
dall’esempio 1.31 questa condizione non è sufficiente.
Passo 2. Il passo successivo è quello di scegliere come curva una generica semi-retta
uscente dal punto (x0 , y0 )
x(r) = x0 + r cos θ
γ: r ∈ [0, δ),
y(r) = y0 + r sin θ
parametrizzata dall’angolo θ ∈ (−π, π] che forma con l’asse positivo delle ascisse. Si calcola,
quindi,
lim f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ)
r→0
per tutte le direzioni θ ∈ (−π, π] ammissibili, cioè tali che
(x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) ∈ A per ogni 0 < r < δ
per un opportuno δ > 0. Se uno di questi limiti non esiste oppure sono diversi lungo
due semi-rette distinte, allora analogamente a prima lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y) non esiste, vedi
Esempio 1.31.
. Se per tutte le direzioni θ ammissibili esiste
lim f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) = ` ∈ R ∪ {±∞}
r→0
con ` indipendente da θ, in generale non si può concludere che lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y) esista,
vedi Esempio 1.32.
ed analogamente
x+y
lim = −1.
y→0 x−y |x=0
Infatti, scelta la curva γ(t) = (t2 , t), che soddisfa le ipotesi del punto a) del Lemma 1.29,
t4 1
lim = .
t→0 t4 + t4 2
23
Infatti, poiché f (x, 0) = 0, se esiste il limite, deve essere zero. Inoltre poiché x2 ≤ x2 + y 2 ,
per ogni (x, y) 6= (0, 0)
x2 y
| 2 | ≤ |y|
x + y2
x2 y
ed (x, y) = |y| è una funzione infinitesima, allora lim(x,y)→(0,0) x2 +y 2
= 0.
se e solo se
lim sup|f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) − `| = 0 `∈R
r→0 θ∈J
Quindi, per ogni 0 < r < δ, 0 ≤ (r) ≤ ˜, per cui (r) è infinitesima, cioè vale la (14).
24
se e solo se
lim sup|f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) − `| = 0 `∈R
r→+∞ θ∈J
La condizione (16) implica che per ogni θ ∈ J il limite della funzione di una sola variabile
lim f (x0 + r cos θ, x0 + r sin θ) = `, (17)
r→+∞
tuttavia la (17) da solo non è sufficiente a garantire l’esistenza del limite limk(x,y)k→+∞ f (x, y).
Deve esistere una funzione infinitesima (r) tale che per ogni r > R e θ ∈ J
1
|f (x0 + r cos θ, x0 + r sin θ) − `| ≤ ( ) `∈R
r
1
f (x0 + r cos θ, x0 + r sin θ) ≥ 1 ` = +∞
( r )
−1
f (x0 + r cos θ, x0 + r sin θ) ≤ 1 ` = −∞.
( r )
Esempio 1.38. Il limite
1
lim
k(x,y)k→+∞ xy
non esiste. Infatti, dato c 6= 0, se γ è la curva
x = ct
γ: t ∈ (0, +∞),
y = 1t
allora
1
lim kγ(t)k2 = lim (ct)2 + = +∞,
t→+∞ t→+∞ t2
ma
1
lim f (ct, ) = c,
t→+∞ t
che dipende esplicitamente da c. Osservate che per ogni θ ∈ (π, π) con θ 6= −π/2, 0, π/2, π,
1 1
lim f (r cos θ, r sin θ) = lim 2
=0
r→+∞ r→+∞ r cos θ sin θ
e, tuttavia
1 1
lim sup | | = +∞.
r→+∞ −π<θ<π r2 cos θ sin θ
θ6=0,±π/2
Dimostrazione. Fissato > 0, l’ipotesi che F sia continua implica che per ogni P ∈ A
esiste δ = δP dipendente da P tale che
se Q, P ∈ A e kQ − P k < δ allora kF (Q) − F (P )k < .
La famiglia {B(P, δP /2)}P ∈A è un ricoprimento aperto di A e, essendo A compatto, esiste
un sotto-ricoprimento finito
δP δP
B(P, 1 ) ∪ . . . ∪ B(P, N ) ⊃ A. (20)
2 2
Posto δ = min{δP1 /2, . . . , δPN /2}, verifichiamo che vale la (19). Dati P, Q ∈ A tali che
kP − Qk < δ, per la (20) esiste Pj ∈ A tale che kP − Pj k < δPj /2 e, per definizione di δPj ,
vale kF (P ) − F (Pj )k < . Poiché
kQ − Pj k ≤ kQ − P k + kPj − P k < δ + δPj /2 ≤ δPj ,
vale kF (Q) − F (Pj )k < . Allora
kF (Q) − F (P )k ≤ kF (Q) − F (Pj )k + kF (Pj ) − F (P )k < 2.
2.3.1. Proprietà delle funzioni continue scalari. I seguenti due teoremi valgono solo per
funzioni scalari, poiché solo su R è stata introdotta una relazione d’ordine compatibile con
le operazioni algebriche.
Teo 1.43 (Teorema di Weierstrass). Data una funzione continua f : A ⊂ Rn → R definita
su un compatto A, allora esistono P1 , P2 ∈ A tali che
f (P1 ) ≤ F (P ) ≤ f (P2 ) ∀P ∈ A.
I valori f (P1 ) = min f (A) e f (P2 ) = max f (A) sono detti, rispettivamente, minimo e
massimo assoluto di f su A. I punti P1 e P2 sono detti punti di minimo e massimo assoluti
(in generale non sono unici).
La condizione che il dominio di f sia compatto non si può eliminare.
28
Dimostrazione. Se inf f = sup f la funzione è constante e non c’è nulla da dimostrare. Dato
inf f < c < sup f , per definizione di estremo inferiore e superiore, esistono `1 , `2 ∈ f (A)
tali che `1 < c < `2 . Essendo A connesso ed f continua, f (A) è connesso per archi e,
quindi, è un intervallo, cui appartengono sia `1 sia `2 , allora c ∈ f (A), cioè esiste Pc ∈ A
per cui f (Pc ) = c.
. Nelle ipotesi del teorema dei valori intermedi segue immediatamente che l’immagine
di f è l’intervallo estremi inf f e sup f , tuttavia gli estremi possono o meno appartenere a
f (A). Più precisamente
(inf f, sup f ) se f non ammetta né minimo né massimo
[min f, sup f ) se f ammetta minimo, ma non massimo
f (A) =
(inf f, max f ] se f ammetta massimo, ma non minimo
[min f, max f ] se f ammetta minimo e massimo
Sia z = f (x, y) continua con dominio A connesso per archi, allora il teorema dei valori
intermedi assicura che se inf f < c < sup f , l’equazione f (x, y) = c ammette almeno una
soluzione (x0 , y0 ) ∈ A. Ovviamente se c < inf f o c > sup f l’equazione f (x, y) = c non ha
soluzioni. Se c = inf f o c = sup f , l’equazione f (x, y) = c ha soluzione solo se f ammette
minimo o massimo assoluto, rispettivamente. In particolare, se f è continua ed il dominio
è connesso per archi e compatto l’immagine di f è l’intervallo chiuso
Im f = [min f, max f ].
Per la validità del teorema dei valori intermedi, la condizione che A sia connesso per archi
non si può eliminare.
1
con (x, y) ∈ A = (x, y) ∈ R2 | xy 6= 0 . La funzione è
Esempio 1.46. Sia f (x, y) = xy
continua, inf (x,y)∈A f (x, y) = −∞ e sup(x,y)∈A f (x, y) = +∞ poiché
lim f (x, x) = +∞ lim f (x, −x) = −∞.
x→0 x→0
1
Tuttavia l’equazione xy = 0 non ha soluzioni.
lim kPk − P ∗ k = 0
k→+∞
Equivalentemente, se per ogni > 0 esiste N ∈ N tale che per ogni k > N
kPk − P ∗ k < ⇐⇒ Pk ∈ B(P ∗ , ).
Il punto P ∗ è detto il limite della successione.
29
b) La successione è di Cauchy se
lim sup kPk+h − Pk k = 0,
k→+∞ h>0
ovvero, se per ogni > 0 esiste N ∈ N tale che kPj − Pk k < per ogni j > k > N .
a) la funzione F è continua in P ∗ ;
b) se (Pk )k è una successione di punti di A tale che limk Pk = P ∗ , allora
lim F (Pk ) = F (P ∗ ).
k→+∞
30
2.5. Complemento: teorema del punto fisso. Per le funzioni lipschiziane con costante
di Lipschitz strettamente minore di 1 vale la seguente importante proprietà.
Teo 1.51 (Teorema del punto fisso). Data una funzione F : C ⊂ Rn → Rn con dominio
C ⊂ Rn chiuso ed immagine F (C) ⊂ C. Se esiste una costante 0 < L < 1 tale che per
ogni P, Q ∈ C
kF (Q) − F (P )k ≤ LkQ − P k
allora
cioè F (P ∗ ) = P ∗. Passando al limite per h che tende all’infinito la (25) segue che
Lk
kP ∗ − Pk k = lim kPk+h − Pk k ≤
kF (P0 ) − P0 k,
h→∞ 1−L
cioè la (23b). Per mostrare l’unicità, sia Q∗ un altro punto in C tale che F (Q∗ ) = Q∗ ,
allora
kQ∗ − P ∗ k = kF (Q∗ ) − F (P ∗ )k ≤ LkP ∗ − Q∗ k.
Poiché L < 1, allora kQ∗ − P ∗ k = 0, cioè Q∗ = P ∗ .
. In alcuni casi, come le funzioni d’onda che descrivono lo stato di un sistema quanti-
stico o le funzioni caratteristiche associate alle distribuzione di probabilità, si considerano
funzioni da Rn a valori in C (o, più in generale, in Cm ). Le proprietà di queste funzioni
sono molti più simili a quelle delle funzioni scalari (o vettoriali), che alle proprietà delle
funzioni di variabile complessa.
3. Funzioni differenziabili
∂fi
dove Jf (P0 )ij = ∂x j
è detta la derivata parziale di fi rispetto a xj ;
b) se B ⊂ A è un insieme aperto ed F è differenziabile in tutti i punti di B, si dice che F
è differenziabile su B;
c) se A è aperto, si dice che F è differenziabile, se è differenziabile sul suo dominio.
La condizione che f sia differenziabile in (x0 , y0 ) dal punto geometrico significa che la
distanza in R3 tra il punto (x, y, f (x, y)) sul grafico di f ed il corrispondente punto
(x, y, f (x0 , y0 ) + ∂f ∂f
∂x (x0 , y0 )(x − x0 ) + ∂y (x0 , y0 )(y − y0 )) sul piano (33) tende a zero più
velocemente della distanza in R2 di (x, y) da (x0 , y0 ). Per questo il piano di equazione
cartesiana (33) è detto piano tangente al grafico di f nel punto (x0 , y0 , f (x0 , y0 )) ∈ R3 .
In forma parametrica l’equazione del piano tangente è
x = x0 + h
y = y0 + k h, k ∈ R,
z = f (x0 , y0 ) + ∂f ∂f
∂x (x0 , y0 )h + ∂y (x0 , y0 )k
Il piano tangente è, quindi, generato dalle rette r1 ed r2 passanti per (x0 , y0 , f (x0 , y0 )) e
di equazione rispettivamente
x = x0 + h
r1 : y = y0 h ∈ R,
∂f
z = f (x0 , y0 ) + ∂x (x0 , y0 )h
intersezione del piano tangente con il piano y = y0 parallelo al piano xz, e dalla retta r2 ,
x = x0
r2 : y = y0 + k k ∈ R,
z = f (x0 , y0 ) + ∂f (x , y )k
∂y 0 0
intersezione del piano tangente con il piano x = x0 parallelo al piano yz. La derivata
parziale ∂f
∂x (x0 , y0 ) è il coefficiente angolare della retta r1 proiettata nel piano xz e la
derivata parziale ∂f ∂y (x0 , y0 ) è il coefficiente angolare della retta r2 proiettata sul piano yz.
a11 . . . a1n
Dimostrazione. Posto JF (P ∗ ) = . . . . . . . . . , allora ∇fi (P ∗ ) = (ai1 , . . . , ain ) e la
am1 . . . amn
condizione di differenziabilità diventa
f1 (P ∗ ) x1 − x∗1 1 (P − P ∗ )
f1 (P ) a11 . . . a1n
... = ... + ... ... ... ... + ...
fm (P ) fm (P ∗ ) am1 . . . amn xn − xn ∗ m (P − P )∗
Il seguente risultato mostra che le funzioni differenziabili sono sempre continue, ma non
vale il viceversa vedi Esempio 1.61.
Prop. 1.56. Sia F : A ⊂ Rn → Rm una funzione differenziabile in P0 , punto interno di
A, allora F è continua in P0 .
Forniamo ora alcune condizioni necessarie per la differenziabilità, che enunciamo del caso
di funzioni scalari. Introduciamo la seguente nozione di funzione derivabile
Def. 1.57. Data una funzione f : A ⊂ Rn → R, ed un punto P0 = (x1 , . . . , xn ) interno ad
A, la funzione si dice derivabile in P0 se per ogni i = 1, . . . , n la funzione di una variabile
t 7→ f (x1 , . . . , xi−1 , t, xi+1 , . . . , xn )
è derivabile in t = xi .
I teoremi sulle funzioni derivabili di una variabile implicano che somma, differenza, pro-
dotto e rapporto di funzioni (di due variabili) derivabili è derivabile.
Nel caso n = 2, f (x, y) è derivabile in P0 = (x0 , y0 ) se esistono finiti
f (x, y0 ) − f (x0 , y0 ) df (x, y0 )
lim = x=x0
(34)
x→x0 x − x0 dx
f (x0 , y) − f (x0 , y0 ) df (x0 , y)
lim = , (35)
y→y0 y − y0 dy y=x0
df (x,y0
dove dx x=x0
denota la derivata della funzione (di una variabile) x 7→ f (x, y0 ) calcolata
df (x0 ,y)
in x = x0 . Un discorso analogo vale per dy , scambiando il ruolo di x ed y.
y=y0
Dal precedente teorema (e l’unicità della derivata in una variabile) segue che il gradiente
di una funzione scalare e la matrice jacobiana di una funzione vettoriale sono unici.
. Se n > 1, la derivabilità è condizione necessaria, ma non sufficiente per la differenzia-
bilità, come mostra il seguente esempio.
Esempio 1.59. La funzione f : R2 → R
( xy
(x, y) 6= (0, 0)
f (x, y) = x2 + y 2
0 (x, y) = (0, 0)
è derivabile in (0, 0), ma non è differenziabile in (0, 0). Infatti,
f (x, 0) − f (0, 0) x0
lim = lim 2 =0
x→0 x x→0 (x + 0)x
f (0, y) − f (0, 0) 0y
lim = lim = 0,
y→0 y y→0 (0 + y 2 )y
Il seguente teorema dà un’altra condizione necessaria che contiene la precedente come caso
particolare.
Teo 1.60 (Condizione necessaria per la differenziabilità II). Sia f : A ⊂ Rd → R una
funzione differenziabile in P0 punto interno di A. Per ogni vettore v ∈ Rs esiste finito
f (P0 + tv) − f (P0 )
lim = ∇f (P0 ) · v. (37)
t→0 t
Dimostrazione. La dimostrazione è del tutto analoga al quella del Teorema 1.58, scegliendo
P = P0 + tv in (30)
In particolare,
∂f ∂f
(x0 , y0 ) = (x0 , y0 ) se v = (1, 0)
∂v ∂x
∂f ∂f
(x0 , y0 ) = (x0 , y0 ) se v = (0, 1),
∂v ∂y
per cui il Teorema 1.58 è un caso particolare del Teorema 1.60.
Il seguente esempio mostra che l’esistenza di tutte le derivate direzionali sia solo una
condizione necessaria.
Esempio 1.61. La funzione f : R2 → R
x2 y
(x, y) 6= (0, 0)
f (x, y) = 2 2
x +y
0 (x, y) = (0, 0)
In particolare si ha che ∂f ∂f
∂x (0, 0) = 0 (se v = (1, 0)) e ∂y (0, 0) = 0 (se v = (0, 1)).
Tuttavia f non è differenziabile in (0, 0). Infatti, se lo fosse, l’equazione (37) implicherebbe
∂f
∂v (0, 0) = 0 per ogni v.
allora f è differenziabile in A.
che per l’ipotesi a) risulta derivabile con derivata ϕ0y (x) = ∂f ∂x (x, y). Analogamente per
l’addendo II si è applicato il teorema di Lagrange alla funzione di una variabile
∂f
ψ : [−r, r] → R ψ(y) = f (0, y) ψ 0 (y) = (0, y).
∂y
Osserviamo che per costruzione tx,y e τy sono funzioni infinitesime di (x, y). L’ipotesi b) e
c) di continuità assicurano che
∂f ∂f
(x, y) = (0, 0) + (x, y)
∂x ∂x
∂f ∂f
(x, y) = (0, 0) + (x, y)
∂x ∂y
dove le funzioni (eventualmente diverse tra di loro) sono infinitesime. Ne segue che
∂f ∂f
f (x, y) =f (0, 0) + (tx,y , y) x + (0, τy ) y
∂x ∂y
∂f ∂f
= f (0, 0) + (0, 0) x + (0, 0) y + (tx,y , y) x + (x, ty ) y
∂x ∂y
∂f ∂f
= f (0, 0) + (0, 0) x + (0, 0) y+
(∗) ∂x ∂y
!
p x y
+ x2 + y 2 (x, y) p + (x, y) p ,
x2 + y 2 x2 + y 2
∂f ∂f p
= f (0, 0) + (0, 0) x + (0, 0) y + x2 + y 2 (x, y),
(∗∗) ∂x ∂y
dove in (*) si è sfruttato il fatto che tx,y e τy sono infinitesime ed in (∗∗) è ancora
infinitesima poiché
x y
|p |≤1 e |p | ≤ 1.
2
x +y 2 x + y2
2
Nel caso di funzioni di due variabili, il precedente teorema dà luogo alle tre seguenti regole
di derivazione.
Data una funzione differenziabile f : A ⊂ R2 → R
40
a) se ϕ : (a, b) ⊂ R → R è una funzione derivabile tale che f (x, y) ∈ (a, b) per ogni
(x, y) ∈ A, allora la funzione composta g(x, y) = ϕ(f (x, y)) con dominio A e codominio
R è differenziabile e vale per ogni (x, y) ∈ A
∂g ∂f
0
∂x (x, y) = ϕ (f (x, y)) ∂x (x, y)
cioè ∇g(P ) = ϕ0 (f (P ))∇f (P );
∂g (x, y) = ϕ0 (f (x, y)) ∂f (x, y)
∂x ∂y
b) se γ è una curva
x = x(t)
γ: t ∈ (a, b)
y = y(t)
differenziabile tale che (x(t), y(t)) ∈ A per ogni t ∈ (a, b), allora la funzione composta
ψ(t) = f (γ(t)) = f (x(t), y(t)) con dominio (a, b) e codominio R è derivabile e vale per
ogni t ∈ (a, b)
∂f ∂f
ψ 0 (t) = (x(t), y(t)) x0 (t) + (x(t), y(t)) y 0 (t) = ∇f (γ(t)) · γ 0 (t); (38)
∂x ∂y
c) se Φ : B ⊂ R2 → R2
Φ(x, y) = (x(x, y), y(x, y))
è una trasformazione di coordinate tale che Φ(x, y) ∈ A per ogni (x, y) ∈ B, allora la
funzione composta g(x, y) = f (Φ(x, y)) = f (x(x, y), y(x, y)) con dominio B e codominio
R è differenziabile e vale per ogni (x, y) ∈ B
∂g ∂f ∂x ∂f ∂y
(x, y) = (x(x, y), y(x, y)) (x, y) + (x(x, y), y(x, y)) (x, y)
∂x ∂x ∂x ∂y ∂x
∂g ∂f ∂x ∂f ∂y
(x, y) = (x(x, y), y(x, y)) (x, y) + (x(x, y), y(x, y)) (x, y)
∂x ∂x ∂y ∂y ∂y
ovvero in forma compatta
∇g(x, y) = ∇f (Φ(x, y))JΦ(x, y),
dove ∇f (Φ(x, y))JΦ(x, y) è la moltiplicazione (riga per colonna) del vettore riga ∇f (Φ(x, y))
per la matrice JΦ(x, y) di taglia 2 × 2.
p
Esempio 1.65. Sia g(x, y) = x2 + y 2 = kP − Ok con dominio R2 . Poiché la funzione
= x2 + y 2 è differenziabile in R2 con ∇f (x, y) = (2x, 2y) = 2(P − O) e la funzione
f (x, y) √
ϕ(t) = t è derivabile in (0, +∞) con φ0 (t) = 2√ 1
t
, per il teorema di derivazione in catena
2 2 2
g è differenziabile in A = (x, y) ∈ R | x + y 6= 0 e vale
∂g x
∂x (x, y) = p 2
x + y2 P −O
∂g y cioè (∇g)(P ) = .
(x, y) = p kP − Ok
∂y x2 + y 2
Nell’origine g(x, y) non è derivabile poiché non esistono le derivate parziali in (0, 0): infatti
le funzioni g(x, 0) = |x| e g(0, y) = |y| non sono derivabili in 0.
Analogamente, la funzione h(x, y) = √ 21 2 = kP −Ok 1
con dominio (x, y) ∈ R2 | x2 + y 2 6= 0
x +y
− 12 0
= − 2(√1t)3 , vale
è differenziabile e, poiché t
P −O −1 P −O
(∇h)(P ) = − = .
kP − Ok3 kP − Ok2 kP − Ok
Esempio 1.66. Sia γ(t) = (x0 + v1 t, y0 + v2 t) = P0 + vt, t ∈ R, la retta passante per
P0 = (x0 , y0 ) con direzione v = (v1 , v2 ). La curva è differenziabile e γ 0 (t) = v per ogni
t ∈ R.
41
∂2f ∂2f
∂x2
(x, y) ∂y∂x (x, y)
= .
∂2f ∂2f
∂x∂y (x, y) ∂y 2
(x, y)
∂2f ∂2f
(x, y) = (x, y) (x, y) ∈ A.
∂y∂x ∂x∂y
dove
Fissati x, y ∈ (0, δ), per il teorema di Lagrange esiste 0 ≤ tx,y ≤ x tale che
∂g
h(x, y) = g(x, y) − g(0, y) = (tx,y , y) x
∂x
∂f ∂f
= (tx,y , y) − (tx,y , 0) x
∂x ∂x
∂2f
= (tx,y , τx,y ) xy
∂y∂x
2
∂ f
= (0, 0) + (tx,y , τx,y ) xy
∂y∂x
dove 0 ≤ τx,y ≤ y per il teorema di Lagrange applicato a ∂f ∂x (x, y) ed è infinitesima
∂2f
per l’ipotesi di continuità di ∂y∂x . Poiché anche tx,y e τx,y sono infinitesime, per ogni
x, y ∈ (0, δ)
h(x, y) ∂2f
= (0, 0) + (x, y). (39a)
xy ∂y∂x
Ripetendo lo stesso ragionamento con ĝ al posto di g si deduce che
h(x, y) ∂2f
= (0, 0) + (x, y). (39b)
xy ∂x∂y
Confrontando la (39a) e la (39b), segue che
∂2f ∂2f
(0, 0) = (0, 0).
∂x∂y ∂y∂x
. Senza l’ipotesi che le derivate seconde siano continue, può succedere che le derivate
miste non siano uguali tra di loro, come mostra il seguente esempio
2 2
xy(y − x )
(x, y) 6= 0
f (x, y) = x2 + y 2 .
0 (x, y) = 0
dove
x∗ = x1 + t(x2 − x1 ) y ∗ = y1 + t(y2 − y1 ) con t ∈ (0, 1).
. Per le funzioni a valori vettoriali il teorema è falso. Ad esempio la curva γ : R → R2 ,
γ(t) = (sin t, cos t), è di classe C 1 e γ(0) = γ(2π), ma non esiste un valore t ∈ (0, 2π) tale
che γ 0 (t) = (0, 0) poiché kγ 0 (t)k = 1.
Il seguente teorema estende al caso di funzioni di più varibaili la formula di Taylor con il
resto di Peano al second’ordine. Valgono risultati analoghi per sviluppi agli ordini successivi
e con il resto di Lagrange. Ricordiamo che, data una funzione f : A ⊂ Rn → R di classe
C 2 ed un punto P0 ∈ A, per il teorema di Schwarz Hf (P0 ) è una matrice simmetrica, cui
è associata la forma quadratica
v t Hf (P0 )v = v · Hf (P0 )v,
44
dove nel membro di sinistra v è pensato come vettore colonna e v t come vettore riga, mentre
in quello a destra Hf (P0 ) è identificata con la funzione lineare da Rn in Rn . Esplicitamente
nel caso n = 2, se P0 = (x0 , y0 ) ed v = (h, k)
" 2
∂2f
#
∂ f
2 (x 0 , y0 ) (x 0 , y0 ) h
v t Hf (P0 )v = h k ∂x ∂y∂x
∂2f ∂2f k
∂x∂y (x0 , y0 ) ∂y 2
(x0 , y0 )
∂2f 2 ∂2f ∂2f ∂2f
= (x 0 , y0 )h + (x 0 , y0 )hk + (x 0 , y0 )kh + (x0 , y0 )k 2
(∗) ∂x2 ∂x∂y ∂y∂x ∂y 2
dove in (∗) il secondo ed il terzo addendo sono uguali per il teorema di Schwarz.
∂g ∂f ∂f ∂2f ∂2f
(x, y) = (x, y) − (0, 0) − (0, 0)x − (0, 0)y
∂x ∂x ∂x ∂x2 ∂x∂y
∂g ∂f ∂f ∂2f ∂2f
(x, y) = (x, y) − (0, 0) − (0, 0)x − 2 (0, 0)y
∂y ∂y ∂y ∂x∂y ∂y
e, quindi,
∇g(0, 0) = 0.
Infine
Hg(x, y) = Hf (x, y) − Hf (0, 0) Hg(0, 0) = 0.
Essendo g di classe C 2 , ∇g è differenziabile in (0, 0), cioè ricordando che J∇g = Hg, per
ogni (x, y) ∈ B(0, δ)
Essendo B(O, δ) convesso, dalla formula dell’accrescimento finito applicata a g per ogni
(x, y) ∈ B(O, δ) esiste tx,y ∈ (0, 1) tale che
|g(x, y)| = |g(x, y) − g(0, 0)| = |∇g(tx,y x, tx,y y) · (x, y)| ≤ k∇g(tx,y x, tx,y y)kk(x, y)k
= tx,y k(tx,y x, tx,y y)kk(x, y)k2 ≤ k(x, y)k2 (x, y).
a) fissato v ∈ Rn con kvk = 1, sia θ l’angolo compreso tra le semirette orientate individuate
dai vettori v e ∇f (P0 ), allora
∂f
(P0 ) = k∇f (P0 )k cos θ,
∂v
b) fissata una curva differenziabile γ : (−1, 1) → Rn tale che
γ(0) = P0 f (γ(t)) = f (P0 ) t ∈ (−1, 1),
allora
∇f (P0 ) · γ 0 (0) = 0.
Dimostrazione. L’affermazione in a) segue dalla (37) e dal fatto che il prodotto scalare tra
due vettori è il prodotto delle corrispondenti norme per il coseno dell’angolo compreso. Il
punto b) segue dalla (38) ponendo t = 0.
. ∂f
Se ∇f (P0 ) = 0, la (37) implica che ∂v (P0 ) = 0 per ogni vettore v.
Il seguente teorema caratterizza le funzioni che hanno gradiente nullo in tutti i punti del
dominio, purché sia connesso per archi.
In analogia con il caso delle funzioni di una variabile, vale la seguente condizione necessaria.
Prop. 1.76 (Condizione necessaria del prim’ordine per estremi relativi). Data una fun-
zione f : A ⊂ R2 → R differenziabile in P0 punto interno di A. Se P0 punto di massimo o
minimo relativo, allora
∇f (P0 ) = 0.
Esempio 1.77. La funzione f (x, y) = y 2 − x2 ha come punti critici solo l’origine (0, 0).
Tuttavia, f (0, 0) = 0 e
f (x, y) > 0 = f (0, 0) se |y| > |x|
f (x, y) < 0 = f (0, 0) se |y| < |x|,
per cui f (x, y) cambia segno in ogni palla di centro (0, 0) e, quindi, (0, 0) non è un punto
di estremo relativo.
a) una matrice è definita positiva se e solo se tutti i suoi autovalori sono strettamente
positivi: λ1 > 0;
b) una matrice è definita negativa se e solo se tutti i suoi autovalori sono strettamente
negativi: λn < 0 ;
c) una matrice è indefinita se ha almeno un autovalore strettamente positivo ed uno
strettamente negativo: λ1 < 0 < λn .
a−λ b
det(A − λ I) = det = λ2 − (a + d)λ + (ad − b2 ) = 0,
b d−λ
che ha sempre due soluzione reali
p p
(a + d) − (a − d)2 + 4b2 (a + d) + (a − d)2 + 4b2
λ1 = λ2 = .
2 2
Da notare che
a) λ1 ≤ λ2 ;
b) det M = λ1 λ2 e tr(M ) = a + d = λ1 + λ2 ;
c) se det M > 0, cioé ad > b2 ≥ 0, allora a e d hanno lo stesso segno e sono entrambi non
nulli;
d) la condizione che λ2 ≥ λ1 > 0 equivale a ad − b2 > 0 e a > 0 (oppure d > 0);
e) la condizione che λ1 ≤ λ2 < 0 equivale a ad − b2 > 0 e a < 0 (oppure d < 0).
Se e1 , e2 ∈ R2 è la base di autovettori di M
M e1 = λ1 e1
M e2 = λ2 e2
ei · ej = δij ,
allora, a meno di cambiare e1 in −e1 , esiste una matrice di rotazione
cos θ − sin θ
V =
sin θ cos θ
50
tale che
1 cos θ
e1 = V =
0 sin θ
(46)
0 − sin θ
e2 = V = ,
1 cos θ
da cui segue che M si può scrivere come
λ1 0
M =V V t.
0 λ2
Inoltre, poiché v = he1 + ke2 con h2 + k 2 = kvk2 , allora
M v = λ1 he1 + λ2 ke2
e la forma quadratica risulta
v t M (P0 )v = λ1 h2 + λ2 k 2
e la (45) diventa
λ1 kvk2 ≤ v t M v ≤ λ2 kvk2 . (47)
Dalla (47) segue che, se M 6= 0, vale una delle seguenti condizioni
M definita positiva ⇐⇒ λ2 ≥ λ1 > 0 ⇐⇒ ad − bc > 0 e a > 0
M definita negativa ⇐⇒ λ1 ≤ λ2 < 0 ⇐⇒ ad − bc > 0 e a < 0 . (48)
M indefinita ⇐⇒ λ1 < 0 < λ2 ⇐⇒ ad − bc < 0
Se det M = 0, cioè se λ1 λ2 = 0, esiste un vettore v ∈ R2 , v 6= 0 tale che M v = 0.
Tenuto conto della (48) il teorema precedente assume la seguente forma.
Prop. 1.79 (Condizione sufficiente del second’ordine per estremi relativi).
Data una funzione f : A ⊂ R2 → R con A aperto ed f ∈ C 2 (A), sia (x0 , y0 ) ∈ A un punto
critico di f .
2
i) Se det Hf (x0 , y0 ) > 0 e ∂∂xf2 (x0 , y0 ) > 0, allora P0 è un punto di minimo relativo
stretto. 2
ii) Se det Hf (x0 , y0 ) > 0 e ∂∂xf2 (x0 , y0 ) < 0, allora P0 è un punto di massimo relativo
stretto.
iii) Se det Hf (x0 , y0 ) < 0, P0 è un punto di sella.
. Se det Hf (x0 , y0 ) = 0, cioè λ2 λ1 = 0, la condizione del second’ordine non permette di
stabilire se un punto critico sia un punto di estremo relativo o meno. Tuttavia se λ2 > 0
si può escludere che sia un massimo ed, analogamente, se λ1 < 0 che sia un minimo.
Esempio 1.80. Le funzioni f (x, y) = x4 + y 4 e g(x, y) = x4 − y 4 sono di classe C 2 (R2 ),
hanno come unico punto critico l’origine (0, 0) e la matrice hessiana nell’origine è
0 0
Hf (0, 0) = Hg(0, 0) = .
0 0
Tuttavia, (0, 0) è un punto di minimo assoluto per f poiché x4 + y 4 ≥ 0 e (0, 0) non è
un punto di estremo relativo per g poiché g(x, 0) = x4 ha un minimo assoluto in x = 0 e
g(0, y) = −y 4 ha un massimo assoluto in y = 0.
i) C è un’iperbole
p con assi le rette con vettori direzionali e1 ed e2 , e vertici nei punti
P0 ± c/λ2 e2 , se c > 0;
ii) C si riduce ad una coppia di rette, se c = 0;
iii) C è un’iperbole
p con assi le rette con vettori direzionali e1 ed e2 , e vertici nei punti
P0 ± c/λ1 e1 , se c < 0.
0,5
-0,5
-1
a) P0 ∈ V e Φ(P0 ) ∈ W ;
b) la funzione Φ ristretta a V è iniettiva e Φ(V ) = W ;
c) la funzione inversa Φ−1 : W → Rn è di classe C 1 e per ogni Q ∈ W
JΦ−1 (Q) = (JΦ(P ))−1 con P = Φ−1 (Q),
dove (JΦ(P ))−1 è la matrice inversa di JΦ(P ).
Definiamo T : B(0, δ) → Rn
T (v) = w + Ω(v).
Poiché kw + Ω(v)k ≤ δ/2 + δ/2 = δ, allora T (B(0, δ)) ⊂ B(0, δ). Inoltre, per ogni v2 , v1 ∈
B(0, δ) applicando la (52),
1
kT (v2 ) − T (v1 )k = kΩ(v2 ) − Ω(v1 )k ≤ kv2 − v1 k. (53)
2
Ne segue che T soddisfa le ipotesi del teorema di punto fisso con L = 1/2, per cui esiste
unico v ∈ B(0, δ) tale che T (v) = v, cioè w = Φ(v).
Riassumendo, abbiamo dimostrato che, per ogni w ∈ Rn , kwk ≤ δ/2, esiste unico v ∈ Rn ,
kvk ≤ δ, dipendente da w, tale che
Φ(v) = w ⇐⇒ w + Ω(v) = v. (54)
Definiamo
W = B(0, δ/2)
V = B(0, δ) ∩ Φ−1 (W ) ⊂ B
Evidentemente, W è aperto e 0 ∈ W . Inoltre, poiché Φ(0) = 0, 0 ∈ V e V è aperto essendo
Φ−1 (W ) aperto per la Proposizione 1.39. Dalla (54) segue che Φ ristretta a V è iniettiva
e Φ(V ) = W , infatti per ogni w ∈ W esiste un unica v ∈ B(0, δ) tale che Φ(v) = w ed
inoltre
δ δ
kvk = kv + Ω(v)k ≤ kwk + kΩ(v)k < + = δ,
2 2
che garantisce che v ∈ V . La restrizione di Φ a V è, quindi, invertibile e la sua inversa è
data da
Φ−1 : W → Rn Φ−1 (w) = v,
dove v soddisfa la (54).
Passo 2. Mostriamo che Φ−1 è lipschitziana e, quindi, continua. Dati w1 , w2 ∈ W
kΦ−1 (w2 ) − Φ−1 (w1 )k = kv2 − v1 k = k(w2 + Ω(v2 )) − (w1 + Ω(v1 ))k
≤ kw2 − w1 k + kΩ(v2 ) − Ω(v1 )k
1 1
≤ kw2 − w1 k + kv2 − v1 k = kw2 − w1 k + kΦ−1 (w2 ) − Φ−1 (w1 )k,
2 2
dove nell’ultima disuguaglianza si è usata la (53). Quindi
kv2 − v1 k = kΦ−1 (w2 ) − Φ−1 (w1 )k ≤ 2kw2 − w1 k. (55)
Passo 3. Ricordiamo che per definizione di δ 0 e del fatto che δ < δ 0 , per ogni v ∈ B(0, δ)
la matrice JΦ(v) è invertibile. Mostriamo che Φ−1 è differenziabile e JΦ−1 (w) = JΦ(v)−1
dove v = Φ−1 (w) Fissiamo w0 ∈ W , allora per ogni w ∈ W , posto v = Φ−1 (w) e v0 =
Φ−1 (w0 )
Φ−1 (w) − Φ−1 (w0 )+ JΦ(v0 )−1 (w − w0 ) = v − v0 − JΦ(v0 )−1 (Φ(v) − Φ(v0 ))
= v − v0 − JΦ(v0 )−1 JΦ(v0 )(v − v0 ) + kv − v0 k(v − v0 )
(∗)
Dimostrazione. Per il teorema della mappa inversa locale, per ogni P0 ∈ B esiste un
aperto VP0 contenente P0 per cui la restrizione di Φ a VP0 è una trasformazione regolare
di coordinate con inversa di classe C 1 data da Φ−1 n
P0 : WP0 → R con WP0 = Φ(VP0 )
aperto (da notare che ogni restrizione ha un’inversa diversa). Tuttavia, osserviamo che se
Q ∈ WP0 ∩ WP1 , allora
Φ(Φ−1
P0 (Q)) = Q Φ(Φ−1
P1 (Q)) = Q,
di Φ, è di classe C 1 e vale
JΦ−1 (Q) = (JΦ(P ))−1 con P = Φ−1 (Q).
. Nel caso n = 1, la condizione (56) si riduce all’assunzione che la derivata prima sia
diversa da zero. Se il dominio è un intervallo, questo implica che la funzione è iniettiva.
Tuttavia se n > 1, l’ipotesi che Φ sia iniettiva non si può togliere, anche se il dominio è
connesso per archi, come mostra il seguente esempio.
57
∂g ∂f ∂x ∂f ∂y
(r, θ) = (r cos θ, r sin θ) (r, θ) + (r cos θ, r sin θ) (r cos θ, r sin θ)
∂θ ∂x ∂θ ∂y ∂θ
∂f ∂f
= −r sin θ (r cos θ, r sin θ) + r cos θ (r cos θ, r sin θ).
∂x ∂y
Le formule precedenti hanno una interpretazione geometrica. Siano nr = (cos θ, sin θ)
e nθ = (− sin θ, cos θ) rispettivamente il versore radiale ed il versore angolare nel punto
P = (x, y) = (r cos θ, r sin θ), allora
∂g
(r, θ) = ∇f (P ) · nr
∂r
∂g
(r, θ) = r∇f (P ) · nθ
∂r
58
3.3. Funzioni implicite. Il seguente teorema fornisce una condizione sufficiente affinché,
data un’equazione della forma f (x, y) = 0, sia possibile determinare y come funzione della
variabile x.
Teo 1.90 (Teorema della funzione implicita o di Dini). Data una funzione f : A ⊂ R2 → R
con A aperto ed f ∈ C 1 (A), se un punto (x0 , y0 ) ∈ A soddisfa
∂f
f (x0 , y0 ) = 0 e (x0 , y0 ) 6= 0,
∂y
allora esiste una funzione ϕ : I ⊂ R → R, I intorno aperto di x0 ,
y = ϕ(x)
di classe C1 tale che
f (x, ϕ(x)) = 0 (58a)
∂f
∂x (x, ϕ(x))
ϕ0 (x) = − ∂f (58b)
∂y (x, ϕ(x))
. ∂f
La (58a) e la (58b) sottintendono che(x, ϕ(x)) ∈ A e ∂y (x, ϕ(x)) 6= 0 per ogni x ∈ I.
il cui determinante è ∂f ∂f
∂y (x, y). L’ipotesi ∂y (x0 , y0 ) 6= 0 implica che det JΦ(x0 , y0 ) 6= 0 ed
il teorema della funzione inversa locale assicura che esistono due aperti V e W tali che
59
∂f
Il seguente esempio mostra i problemi che insorgono se ∂y (x0 , y0 ) = 0.
Il teorema della funzione implicita può essere utilizzato per mostrare come le soluzioni di
un’equazione dipendano con regolarità dai coefficienti, come mostra il seguente esempio.
Esempio 1.94. Dato a ∈ R, si consideri l’equazione x3 + ax2 + x − 1 = 0. Se a = −1,
x3 −x2 +x−1 = (x2 +1)(x−1) per cui l’unica soluzione reale dell’equazione è x = 1. Posto
f (x, a) = x3 +ax2 +x−1, ∇f (x, a) = (3x2 +2ax+1, x2 ), poiché f (1, −1) = 0 e ∂f ∂x (1, −1) =
2 6= 0, il teorema della funzione implicita assicura che, per ogni a sufficientemente vicino a
−1, esiste unico xa = ψ(a), sufficientemente vicino a 1, soluzione di x3 + ax2 + x − 1 = 0.
Inoltre, poiché ψ 0 (−1) = − 12 < 0, per a > −1 si ha xa < 1 e per a < −1 si ha xa > 1.
Il teorema della funzione implicita può essere esteso al caso in cui si abbia un sistema di
m-equazioni in Rn con m < n.
Teo 1.95. Date f1 , . . . , fm : A ⊂ Rn → R funzioni di classe C 1 dove A è aperto ed m < n
e un punto (P0 , Q0 ) ∈ A, con P0 ∈ Rn−m e Q0 ∈ Rm , tale che
f1 (P0 , Q0 ) = . . . = fm (P0 , Q0 ) = 0 (62)
∂f ∂f1
1
∂xn−m+1 (P0 , Q0 ) . . . ∂xn (P0 , Q0 )
det ... ... ... 6= 0, (63)
∂fm ∂fm
∂xn−m+1 (P0 , Q0 ) . . . ∂xn (P0 , Q0 )
Sotto questa ipotesi, il teorema della funzione implicita assicura che esistono due funzioni
(
y = ϕ1 (x)
z = ϕ2 (x)
definite in un intorno aperto di zero tali che
f1 (x, ϕ1 (x), ϕ2 (x)) = f2 (x, ϕ1 (x), ϕ2 (x)) = 0. (67)
Dal punto di vista geometrico, il luogo dei punti che sono soluzione del sistema (65) è
l’intersezione dei due piani passanti per l’origine ed aventi vettori normali
n1 = (a1 , b1 , c1 ) n2 = (a2 , b2 , c2 ).
Con questa notazione, la (66) è data da (n1 ∧ n2 ) · i 6= 0. La condizione che n1 ∧ n2
sia diverso da zero, cioè che n1 ed n2 non siano paralleli, esprime il fatto che i due piani
a1 x+b1 y +c1 z = 0 e a2 x+b2 y +c2 z = 0 non siano paralleli tra loro e, quindi, si intersechino
in una retta (propria) passante per l’origine con vettore direzionale (α, β, γ) = n1 ∧ n2 e
rappresentazione parametrica
x = α t
y = β t t ∈ R.
z =γt
L’ulteriore assunzione α = (n1 ∧ n2 ) · i 6= 0 equivale al fatto che la retta non giaccia nel
piano x = 0 e, quindi, una rappresentazione parametrica equivalente è data da
x = x
y = αβ x .
z = αγ x
62
Confrontando con la rappresentazione parametrica implicita data dalla (67) segue che
(
ϕ1 (x) = αβ x
.
ϕ2 (x) = αγ x
Esempio 1.97 (Curve in R3 definite implicitamente). Date due funzioni f, g : A ⊂ R3 → R
di classe C 1 definite su un aperto A di R3 , definiamo l’insieme
C = {(x, y, z) ∈ A | f (x, y, z) = g(x, y, z) = 0}.
Scelto un punto (x0 , y0 , z0 ) ∈ C se
" #
∂f ∂f
(x0 , y0 , z0 ) ∂z (x0 , y0 , z0 )
det ∂y ∂g ∂g 6= 0,
∂y (x0 , y0 , z0 ) ∂z (x0 , y0 , z0 )
Il seguente teorema dà una condizione necessaria per l’esistenza di estremi relativi di una
funzione f su un insieme C espresso come insieme di livello di una funzione g.
∂g
Dimostrazione. Supponiamo, ad esempio, che ∂y (x0 , y0 ) 6= 0, per il teorema della funzione
1
implicita esiste ϕ : I → R, y = ϕ(x), di classe C tale che ϕ(x0 ) = y0 e
C ∩ V = {(x, ϕ(x)) ∈ R2 | x ∈ I},
dove I è un un intorno aperto di x0 e V un intorno aperto di (x0 , y0 ). Allora x0 è un punto
(interno) di estremo relativo per la funzione f (x, ϕ(x)) definita su I e di classe C 1 e, quindi
la derivata prima f (x, ϕ(x)) in x = x0 è zero. Dalla regola di derivazione in catena, si ha
che
∂f ∂f
f (x0 , ϕ(x0 ))0 = (x0 , ϕ(x0 )) + (x0 , ϕ(x0 ))ϕ0 (x0 )
∂x ∂y
∂g
∂f ∂f ∂x (x0 , y0 )
= (x0 , y0 ) − (x0 , y0 ) ∂g
,
∂x ∂y
∂y (x0 , y0 )
La condizione a) esprime il fatto che P0 è un punto di minimo (risp. massimo) relativo per
la funzione f vincolata su C.
. Il teorema assicura che i punti di estremo relativo vincolato sono da cercare tra i punti
(x, y) ∈ A che sono soluzione del sistema
" #
∂f ∂f
det ∂x (x, y) ∂y (x, y) = 0
∂g ∂g
∂x (x, y) ∂y (x, y)
.
g(x, y) = 0
La condizione (68) è solo necessaria, quindi in generale ci sono soluzione del sistema che
non sono estremi relativi vincolati.
poiché f è continua e C è chiuso e limitato, dove la limitatezza segue dal fatto che
x2 + y 2
≤ x2 + y 2 + xy
2
per cui C ⊂ B(O, 2). Posto g(x, y) = x2 + y 2 + xy − 1, f e g sono di classe C 1 (R2 ) e
∇f (x, y) = (2x, 2y)
∇g(x, y) = (2x + y, 2y + x) 6= 0 ∀(x, y) ∈ C.
Il teorema dei moltiplicatori di Lagrange implica che i punti di minimo e massimo sono
necessariamente soluzioni del sistema
2x 2y 2
det =0 x − y2 = 0
2x + y 2y + x ⇐⇒ ,
2 x2 + y 2 + xy = 1
x + y 2 + xy = 1
che ha come soluzioni
√ √
P1 = ( 3 , 3 )
2
3√ 3 √ f (P1 ) = f (P2 ) =
P = (− 3 , − 3 )
3
1
3 3
P3 = (1, −1)
f (P3 ) = f (P4 ) = 2.
P4 = (−1, 1)
Dal punto di vista geometrico P1 e P2 sono i punti di C che hanno distanza minore dell’o-
rigine, per cui sono i vertici dell’ellisse che giacciono sull’asse minore, mentre P3 e P4 sono
i punti di C che hanno distanza maggiore dall’origine, per cui sono i vertici che giacciono
sull’asse maggiore. Ne segue che C è un’ellisse con assi posti lungi le rette y = −x e y = x.
Nel corso di Analisi I è stato introdotto l’integrale di Riemann per funzioni di una variabi-
le. La teoria può essere estesa al caso di funzioni di più variabili ed è basata sul concetto
di misura di Peano-Jordan. Tuttavia, è possibile introdurre un’altra nozione di integrale,
detto di Lebesgue, che dal punto di vista teorico permette di dimostrare risultati più po-
tenti, mentre dal punto di vista del calcolo esplicito degli integrali elementari dà gli stessi
risultati dell’integrale di Riemann con le medesime tecniche di calcolo (teorema fondamen-
tale del calcolo integrale, formule di riduzione e cambiamento di variabile). In queste note
introduciamo l’integrale di Lebesgue per funzioni di due variabili (tuttavia quanto detto
vale per funzioni definite su Rn con n qualunque, compreso n = 1). A differenza dei corsi
avanzi di analisi in queste note si è posto l’accento sulla teoria dell’integrazione piuttosto
che su quella della misura, che ne costituisce il fondamento astratto.
4. Integrale di Lebesgue
Data una funzione semplice, con un po’ di pazienza, si dimostra che esiste sempre una
famiglia finita R1 , . . . , Rn di rettangoli a due a due disgiunti tale che
c (x, y) ∈ R1
1
... ...
ϕ(x, y) = , (74)
cn (x, y) ∈ Rn
0 (x, y) 6∈ (R1 ∪ . . . ∪ Rn )
cioè ϕ è una funzione costante a tratti su una famiglia finita di rettangoli (e zero altrove).
Se c1 , . . . , cn sono positivi e i rettangoli R1 , . . . , Rn sono a due a due disgiunti, la (73)
rappresenta il volume del solido compreso tra il grafico z = ϕ(x, y) ed il piano xy. Il
volume è l’unione di n parallelepipedi a base rettangolare, ciascuno dei quali con area
m(Ri ) ed altezza ci .
Dalla definizione, si dimostrano le seguenti proprietà elementari.
L’idea di base per estendere la definizione di integrale ad una famiglia più ampia è quella
di approssimare in modo opportuno un’arbitraria funzione con funzioni semplici. A tal fine
si introduce la nozione di insieme trascurabile.
Def. 2.3. Un insieme E ⊂ R2 è detto trascurabile se, per ogni > 0, esiste una famiglia
numerabile di rettangoli R1 , . . . , Rn , . . . tale che
∞
X
E ⊂ R1 ∪ . . . ∪ Rn ∪ . . . e m(Rn ) ≤ .
n=1
. La famiglia di rettangoli che ricopre l’insieme dipende da ed i rettangoli non sono
necessariamente a due a due disgiunti.
Poiché |ϕn+h (x, y) − ϕn (x, y)| sono funzioni semplici, gli integrali in (77) e in (78) sono
definiti dalla (73). La (76) è una condizione di approssimazione di f con funzioni semplici
e, se è soddisfatta, si dice che la funzione f è (Lebesgue) misurabile. Una successione di
funzioni (ϕn )n (non necessariamente semplici) che soddisfa la condizione (76) si dice che
converge quasi ovunque ad f . La (77) è una condizione di convergenza degli integrali
e garantisce che il limite in (78) esiste e non dipende dalla successione (ϕn )n scelta per
approssimare f , come dimostra il Lemma 2.42. La (77) è equivalente ad assumere che per
ogni > 0 esiste N ∈ N tale che se m > n > N allora
Z
|ϕm (x, y) − ϕn (x, y)| dxdy ≤ ,
R2
ed è detta condizione 1
L -Cauchy.
La definizione di integrale si estende anche a funzioni definite su sottoinsiemi di R2 .
3Una successione di funzioni (ϕ ) è una famiglia numerabile di funzioni definite su R2 a valori in R
n n
ϕ1 , ϕ 2 , . . . , ϕ n , . . .
e l’indice n è un intero maggiore od uguale ad 1.
70
Esistono funzioni non misurabili, ma tali esempi sono estremamente patologici. La totalitità
delle funzioni che si incontrano negli esercizi sono misurabili poiché valgono le seguenti
proprietà.
Dalla definizione segue immediatamente che l’integrale non cambia se si modifica la fun-
zione su un insieme trascurabile.
Lemma 2.8. Data una funzione integrabile f : A ⊂ R2 → R ed un insieme trascurabile
E, se g : A → R è una funzione tale che g(x, y) = f (x, y) per ogni (x, y) ∈ E c , allora g è
integrabile e Z Z
f (x, y) dxdy = g(x, y) dxdy.
A A
Dimostrazione. Poiché unione di due insiemi trascurabile è trascurabile, la (76) vale anche
per g e la (77) non dipende da f , la tesi segue dalla definizione di integrale.
allora
Z
sup |(αϕn+h (x, y) + βψn+h (x, y)) − (αϕn (x, y) + βψn (x, y))| dxdy ≤
h>0
R2
Z Z
|α| sup |ϕn+h (x, y) − ϕn (x, y)| dxdy + |β| sup |ψn+h (x, y) − ψn (x, y)| dxdy
h>0 h>0
R2 R2
e facendo il limite per n che tende a +∞ si deduce che (αϕn + βψn )n è una successione
L1 -Cauchy. Ne segue che αf + βg è integrabile ed, usando la linearità dell’integrale sulle
funzioni semplici,
Z Z Z
(αf (x, y) + βg(x, y)) dxdy = lim α ϕn (x, y) dxdy + β ψm (x, y) dxdy
n→+∞
R2 R2 R2
Z Z
=α f (x, y) dxdy + β g(x, y) dxdy.
R2 R2
la (81) implica che (fn )n soddisfa la (106) della Proposizione 2.44, per cui esiste una
funzione f integrabile per cui
Z Z
f (x, y) dxdy = lim fn (x, y) dxdy.
n→∞
R2 R2
R
Poiché A fn (x, y) dxdy n è una successione numerica monotona, la (79) è equivalente al
fatto che esista C > 0 tale che per ogni n ≥ 1
Z
fn (x, y) dxdy ≤ C.
A
Inoltre, poiché la successione (fn )n è monotona, il limite limn→+∞ fn (x, y) esiste sem-
pre e, come conseguenza del teorema enunciato, è finito tranne per un insieme di punti
trascurabile.
Teo 2.11 (Teorema della convergenza dominata). Data una successione (fn )n di funzioni
fn : A ⊂ R2 → R tale che
dove E ⊂ A è trascurabile;
c) esiste una funzione g : A → R integrabile tale che per ogni (x, y) ∈ A,
|fn (x, y)| ≤ g(x, y),
73
Passo 3. Poiché
Z Z
sup |fn+h (x, y) − fn (x, y)| dxdy ≤ sup |fj (x, y) − fi (x, y)| dxdy
h>0 i,j≥n
R2 R2
Z
= ψn (x, y) dxdy,
R2
R
allora limn→+∞ suph>0 |fn+h (x, y) − fn (x, y)| dxdy = 0. Allora (fn )n soddisfa la (58a)
R2
della Proposizione 2.44, per cui esiste g integrabile e vale
Z Z
g(x, y) dxdy = lim fn (x, y) dxdy.
n→∞
R2 R2
Inoltre, pur di passare ad una sotto-successione, possiamo sempre assumere che per ogni
(x, y) ∈ E c (dove E è un insieme trascurabile)
lim fn (x, y) = g(x, y),
n→+∞
c
L’ipotesi
R R che f (x, y) = g(x, y) per ogni (x, y) ∈ E e, quindi, f è integrabile e
(80) implica
f (x, y) dxdy = g(x, y) dxdy.
R2 R2
74
Cor. 2.12 (Integrazione termine a termine I). Data una successione (fn )n di funzioni di
funzioni fn : A ⊂ R2 → R tale che
a) per ogni n ≥ 1, fnP
è integrabile su A;
+∞ R
b) la serie numerica n=1 |fn (x, y)| dxdy converge;
A
Per il teorema della convergenza monotona esiste una funzione integrabile g : A → R tale
che
lim Sn (x, y) = g(x, y) (x, y) ∈
/ E. (84)
n→+∞
75
Per la positività dell’integrale, evidentemente m(A) ∈ [0, +∞) ∪ {+∞}. Se A e B sono mi-
surabili, la monotonia dell’integrale ed il criterio del confronto implicano che la monotonia
della misura, cioè
se A ⊂ B allora m(A) ≤ m(B).
Prop. 2.15 (additività integrale e misura). Data una funzione f : A ∪ B ⊂ R2 → R dove
A e B sono misurabili e A ∩ B = ∅, allora sono fatti equivalenti
76
a) f è integrabile su A e su B;
b) f è integrabile su A ∪ B.
Dal teorema della convergenza monotona segue la seguente proprietà della misura di
Lebesgue, detta σ-additività.
Cor. 2.16. Data una famiglia numerabile (An )n di insiemi misurabili di R2 a due a due
disgiunti, allora
[ X +∞
m An = m(An ). (86)
n n=1
n=1
Nel teorema della convergenza monotona la condizione che la successione sia monotona
non si può eliminare come mostra il seguente esempio.
Esempio 2.18. Dato n ≥ 1, sia fn : R2 →R
−1 1 ≤ x < 2, 0 ≤ y < 1
2 ≤ x < 3, 0 ≤ y < 21
1
fn (x, y) = ... ... .
1
(−1)n n ≤ x < n + 1, 0 ≤ y <
n
0 altrove
Il seguente risultato mostra che le funzioni continue sono sempre integrabili su insiemi
compatti.
Teo 2.19 (Teorema della media integrale). Data una funzione f : A ⊂ R dove A è un
insieme compatto ed f è continua, allora A è di misura finita, f è integrabile su A e
Z
m(A) min f (x, y) ≤ f (x, y) dxdy ≤ m(A) max f (x, y). (87)
(x,y)∈A (x,y)∈A
A
78
da cui segue la (87). Evidentemente la (88) è vera se m(A) = 0 per ogni scelta di P ∗ ∈ A.
Se A è connesso per archi ed m(A) > 0 per il teorema dei valori intermedi esiste P ∗ ∈ A
tale che
R
f (x, y) dxdy
∗ A
f (P ) = ∈ [f (P1 ), f (P2 )],
m(A)
da cui segue la (88).
Dimostrazione.
Punto a). Se f (x, y) = 0 per ogni (x, y) ∈ E c con E trascurabile, allora |f (x, y)| = 0 per
(x, y) ∈ E c e per il Lemma 2.8 |f | è integrabile ed il suo integrale è nullo.
R
Viceversa, se |f (x, y)| dxdy = 0, definiamo fn = n|f |, la successione (fn )n è crescente
R R2
e fn (x, y) dxdy = 0. Quindi per il teorema della convergenza mononota, esiste un
R2
insieme trascurabile E tale che la successione (fn (x, y))n converge per ogni (x, y) ∈ E c .
Per costruzione, tale limite deve essere zero con f (x, y) = 0.
Punto b). Se E è trascurabile, per il Lemma 2.8 m(E) = 0. Viceversa, se m(E) = 0, per
quanto visto al punto a) esiste F trascurabile tale che 1E (x, y) = 0 per ogni (x, y) ∈ F c ,
allora E ⊂ F . Allora E è trascurabile.
79
5. Formule di riduzione
a) Fissato a ∈ I definiamo F : I → R
R
f (t) dt x>a
Z x [a,x]
F (x) = f (t) dt = 0 x=a,
a R
− f (t) dt x<a
[x,a]
I teoremi di Fubini e Tonelli, la cui dimostrazione si trova sui testi avanzati di analisi, sono
lo strumento principale per il calcolo degli integrali doppi come integrali iterati.
Teo 2.22 (Teorema di Fubini). Data una funzione f : R2 ⊂ R integrabile, allora
Z Z Z
f (x, y)dx = f (x, y)dy dx. (89)
R2 R R
dove è sottinteso che
allora f è integrabile su R2 .
a) esiste un insieme trascurabile E ⊂ R tale che per ogni x ∈ E c , la funzione y 7→ |f (x, y)|
è integrabile su R;
b) la funzione
R
|f (x, y)|dy x ∈ E c
g:R→R g(x) = R
0 x∈E
è integrabile su R.
Il seguente esempio mostra come l’esistenza degli integrali iterati non garantisca l’integra-
bilità della funzione
−y2 2
Esempio 2.24. Sia f (x, y) = (xx2 +y 2 )2 con (x, y) 6= (0, 0) e f (0, 0) = 0.
Poiché
∂ −x ∂ y
f (x, y) = 2 2
= (x, y) 6= (0, 0),
∂x (x + y ) ∂y (x + y 2 )
2
allora Z 1 Z 1 Z 1
y y=1 1 π
f (x, y)dy dx = 2 + y 2 ) y=0
dx = arctan x = ,
0 0 0 (x 0 4
ma Z 1 Z 1 Z 1
−x x=1 1 π
f (x, y)dx dy = 2 2
dy = − arctan y =− .
0 0 0 (x + y ) x=0 0 4
La funzione f non è continua in (0, 0) e non è limitata in un intorno di (0, 0) poiché
1
lim f (x, 0) = lim = +∞.
x→0 x→0 x2
e posto F : R → R
Zx
F (x) = f (y) dy, (92c)
−∞
Se uno dei due integrali è finito, per il teorema di Tonelli h è integrabile ed i due integrali
iterati coincidono per il teorema di Fubini.
Gli insiemi della forma data dalla (93) sono detti insiemi normali rispetto all’asse x. Per
costruzione A è chiuso e limitato, da cui segue l’integrabilità di f .
Nell’equazione (94), fissato x ∈ [a, b], fx (y) = f (x, y) è una funzione continua della variabile
y, quindi per il teorema fondamentale del calcolo integrale
Z ψ(x)
f (x, y) dy = F (x, ψ(x)) − F (x, ϕ(x)),
ϕ(x)
Il seguente teorema mostra come cambia l’integrale tramite una trasformazione regolare di
coordinate.
83
Il seguente esempio mostra il significato geometrico del fattore |det JΦ (x, y)|.
Il seguente esempio mostra l’uso combinato del teorema di convergenza monotona e del
cambiamento di coordinate.
Bn = B(O, n) = (x, y) ∈ R2 | x2 + y 2 ≤ n2 .
osserviamo che
bn \ A
b) m(B cn ) = 0,
c) m(Bn \ An ) = 0,
84
Posto fn : R2 → R 2 2
e−(x +y ) (x, y) ∈ Bn
fn (x, y) = ,
0 (x, y) 6∈ Bn
la successione (fn )n è crescente, converge puntualmente ad f , ogni fn è integrabile e
Z Z
2 2 2
lim fn (x, y) = lim e−(x +y ) dxdy = lim π(1 − e−n ) = π.
n→+∞ n→+∞ B n→+∞
n
R2
Il teorema della convergenza monotona assicura che f è integrabile e
Z Z
−(x2 +y 2 ) 2 2
e dxdy = lim e−(x +y ) dxdy = π.
n→+∞ B
n
R2
Calcolando lo stesso integrale usando la formula di integrazione su domini normali,
Z Z
−(x2 +y 2 ) 2 2
e dxdy = lim e−(x +y ) dxdy
n→+∞ [−n,n]×[−n,n]
R2
Z n Z n
2 2
= lim e−x dx e−y dy =π
n→+∞ −n −n
R +∞ 2 √
da cui −∞ e−x dx = π e, quindi, facendo il cambio di variabile x 7→ √x ,
2σ 2
Z
1 x2
√ e− 2σ2 dx = 1.
2πσ 2
R
A D ϕ(x,y)
Teo 2.32 (Integrazione per strati). Sia A un insieme compatto connesso per archi ed
f : A → R una funzione continua, allora
Z Z b Z
f (x, y, z) dxdydz = f (x, y, z) dxdy dz. (97)
a
A Az
85
dove,
[a, b] = {z ∈ R | (x, y, z) ∈ A per qualche (x, y) ∈ R2 }
Az = {(x, y) ∈ R2 | (x, y, z) ∈ A} z ∈ [a, b]
L’insieme
{z ∈ R | (x, y, z) ∈ A per qualche (x, y) ∈ R2 } = πz (A)
è la proiezione di A sull’asse delle z e, essendo la proiezione πz : R3 → R, πz (x, y, z) = z una
funzione continua, πz (A) è un insieme compatto e connesso per archi, cioè un intervallo
della forma [a, b]. Fissato z ∈ [a, b], l’insieme Az ⊂ R2 è detto strato di quota z. Se
z 6∈ [a, b] Az è l’insieme vuoto.
Nei due teoremi, l’insieme A è compatto, per cui f è integrabile e, nella formula di in-
tegrazione per strati, Az è chiuso e limitato. Entrambe le formule (96) e (97) riducono
l’integrale triplo ad un integrale iterato, un integrale unidimensionale in dz ed un integrale
doppio in dxdy, che a sua volto può essere ridotto. La differenza consiste nell’ordine in cui
vengono calcolati i due integrali e nel dominio di integrazione. Per entrambe le tecniche di
riduzione, valgono analoghe formule permutando tra di loro le variabili x, y e z.
Esempio 2.33. Calcoliamo il volume del solido
A = {(x, y, z) ∈ R3 | (x − z)2 + (y − z)2 ≤ 1 − z 2 .}
integrando per strati la funzione 1. Posto g(x, y) = (x − z)2 + (y − z)2 + z 2 − 1, per ogni
|z| > 1 l’insieme Az è√vuoto, mentre se z ∈ [−1, 1] lo strato Az rappresenta un cerchio di
centro (z, z) e raggio 1 − z 2 . Poiché
Z
area(Az ) = 1 dxdy = π(1 − z 2 )
Az
si ha
Z1 Z1
z3
Z
1 4π
volume(A) = 1 dxdy dz = π(1 − z 2 ) dz = 2π(z − = ,
3 0 3
−1 Az −1
che è il volume della sfera di raggio 1
B = {(x, y, z) ∈ R3 | x2 + y 2 + z 2 ≤ 1}.
Questo è conseguenza del principio di Cavalieri: due solidi A e B per cui i corrispondenti
strati Az e Bz hanno la stessa area per ogni z ∈ [a, b] (e lo strato è vuoto se z 6∈ [a, b])
hanno lo stesso volume.
In questa sezione vengono introdotti alcuni risultati che permettono di scambiare le ope-
razione di limite e derivazione con quella di integrazione
Per l’ipotesi a) la successione (fn )n converge puntualmente ad f (x0 , y), e per l’ipotesi b)
|fn (y)| ≤ g(y),
Allora il teorema della convergenza dominata implica che
Z
lim F (xn ) = f (x0 , y)dy = F (x0 ).
n→+∞
J
è di classe C k (I) e
Zb
(k) ∂kf
F (x) = F (x) = (x, y)dy. (100)
∂xk
a
Inoltre, per il teorema 2.35 segue che F è di classe C 1 su (c, d). Poiché x0 è un punto
interno a (c, d) allora F : I → R è derivabile in un intorno di x0 (in particolare in x0 ), vale
la (100) con k = 1 e la derivata F 0 (x) è continua in x0 . Se x0 coincide con una dei due
estremi di I si ripete il ragionamento considerando [x0 , d] ⊂ I o [c, x0 ] ⊂ I.
Una conseguenza dei precedenti risultati e del teorema fondamentale del calcolo integrale
è il seguente corollario.
Cor. 2.39. Data f : I × J → R, z = f (x, t), dove I, J sono intervalli aperti di R ed f è
una funzione di classe C 1 , allora la funzione g : I × J × J → R
Zy
g(x, y, z) = f (x, t) dt
z
89
è di classe C 1 e
Zy
∂g ∂f
(x, y, z) = (x, t) dt
∂x ∂x
z
∂g
(x, y, z) = f (x, y)
∂y
∂g
(x, y, z) = −f (x, z).
∂z
Ry0 ∂f
tende a zero poiché la funzione ∂x (x, t) dt è continua in x0 per il teorema 2.35 applicato
z0
a I = [x0 − δ, x0 + δ] ed a J l’intervallo di estremi z0 ed y0 .
Passo 3. Mostriamo che g è derivabile rispetto ad y e z con derivata continua. Fissati
x ∈ I e t0 ∈ J, per ogni y, z ∈ J
Zy Zz
g(x, y, z) = f (x, t) dt − f (x, t) dt.
t0 t0
90
Nelle ipotesi del precedente corollario, se ϕ, ψ : I → R sono due funzioni di classe C 1 tali
che ϕ(x), ψ(x) ∈ J per ogni x ∈ I, allora la regola di derivazione in catena implica che la
funzione
ψ(x)
Z
F :I→R F (x) = f (x, t)dt
ϕ(x)
Esempio 2.40.
Z1
tx − 1
g(x) = calcolare g(x)
log t
0
Zy
2
f (x, y) = e−xt dt gradiente
0
Zx
2
g(x) = ext log(1 + t2 ) dt invertibilità e (g −1 )0 (0)
−1
7. Dimostrazioni e complementi
Per la completezza di R, per ogni (x, y) ∈ E c esiste finito limn→+∞ ϕn (x, y) che denotia-
mo f (x, y) e definiamo f (x, y) = 0 se (x, y) ∈ E. Evidentemente f è integrabile e vale
la (103). Analogamente, fissato > 0 esiste N tale che 1/2N −1 ≤ , allora posto U = UN
dalla (105e) m(U ) ≤ e dalla (105f) passando al limite per h che tende a +∞ segue
immediatamente la (104).
R
Passo 5. Assumiamo ora che f = 0. Per mostrare che limn→∞ ϕn (x, y) dxdy è zero,
R2
poiché dal punto a) sappiamo che il limite esiste, è sufficiente provare che
Z
lim ϕnk (x, y) dxdy = 0,
k→∞
R2
Z
|ϕn (x, y) − ϕN (x, y)| dxdy ≤ .
R2
Sia K = max(x,y)∈R2 |ϕN (x, y)| e Z = {(x, y) ∈ R2 | ϕN (x, y) 6= 0}, che è unione finita di
rettangoli e, quindi, m(Z) < +∞. Fissiamo M ≥ N in modo tale che
m(UM ) ≤ 1/2M −1 ≤ .
1+K
Allora passando al limite per h che tende all’infinito la (105f) e che limn ϕn (x, y) = 0 per
ogni (x, y) ∈ E C ⊃ UM
c per ipotesi su f , allora per ogni n ≥ M ,
1
sup |ϕn (x, y)| ≤
c
(x,y)∈UM 2n−1
1
Qn = {(x, y) ∈ R2 | |ϕn (x, y)| > } ⊂ UN
2n−1
94
e, quindi, m(Qn ) ≤ 1+K . Allora4
Z Z Z Z
ϕn (x, y) dxdy ≤ |ϕn (x, y)| dxdy + |ϕn (x, y)| dxdy + |ϕn (x, y)| dxdy
Qcn ∩Z Qcn ∩Z c Qn
R2
Z Z
≤ |ϕn (x, y)| dxdy + |ϕn (x, y) − ϕN (x, y)| dxdy+
Qcn ∩Z Qcn ∩Z c
Z Z
+ |ϕn (x, y) − ϕN (x, y)| dxdy + |ϕN (x, y)| dxdy
Qn Qn
Z
m(Z)
≤ n−1 + 2 |ϕn (x, y) − ϕN (x, y)| dxdy + m(Qn )K
2
R2
m(Z)
≤ + 2 + ≤ 4
2n−1
m(Z)
per ogni n ≥ 1 + log2 . Per l’arbitrarietà di , allora
Z
lim ϕn (x, y) dxdy = 0.
n→+∞
R2
Sfruttando la linearità dell’integrale (per funzioni semplici) il punto c) del lemma dimostra
che la definizione (78) è ben posta.
Lemma 2.43 (Lemma di approssimazione). Data una funzione integrabile f , per ogni
> 0 esistono una funzione semplice ϕ ed un insieme U , unione numerabile di rettangoli
a due a due disgiunti, tali che
Z
|f (x, y) − ϕ(x, y)| dxdy ≤
R2
sup |f (x, y) − ϕ(x, y)| ≤ e m(U ) ≤ .
(x,y)∈U c
4Per semplificare la notazione, se Q è un’unione finita di rettangoli e ϕ è una funzione semplice, definiamo
Z Z
ϕ(x, y) dxdy = ϕ(x, y)1Q (x, y) dxdy
Q
R2
Z Z
ϕ(x, y) dxdy = ϕ(x, y)1Qc (x, y) dxdy,
Qc
R2
dove si dimostra facilmente che ϕ(x, y)1Q e ϕ(x, y)1Qc sono funzioni semplici.
95
allora
Facendo tendere n all’infinito, nk tende all’infinito, allora il primo addendo tende a zero
per il Lemma 2.41 ed il terzo per l’ipotesi (106), per cui
Z
lim |f (x, y) − fn (x, y)| dxdy = 0.
n→+∞
R2
Dalla disuguaglianza triangolare per gli integrali segue che
Z Z
lim fn (x, y) dxdy = f (x, y) dxdy.
n→+∞
R2 R2
Per semplicità consideriamo il caso di funzioni scalari, tuttavia molte definizioni e risultati
si estendono immediatamente al caso di funzioni a valori vettoriali. Tutti gli esempi e gli
esercizi riguardano il caso di funzioni in una variabile.
8. Successioni di funzioni
cioè se
∀ > 0 ∃ n ≥ 1 tale che |fm (P ) − fn (P )| ≤ ∀P ∈ B e ∀m, n ≥ n .
Nota. Data una successione (fn )n di funzioni definite su A ⊂ Rd , se esiste f : B ⊂ Rd → R,
B ⊂ A tale che
lim sup |fn (P ) − f (P )| = 0,
n→+∞ P ∈B
allora, evidentemente, per ogni P ∈ B
lim fn (P ) = f (P ) ∈ R.
n→+∞
Ne segue che B ⊂ Apunt e, per l’unicità del limite, f coincide con la funzione limite (ristretta
a B) e la successione (fn )n converge puntualmente ed uniformemente su B.
Esempio 3.3. La successione di funzioni (fn )n
x
fn : R → R fn (x) = q
1
x2 + n2
converge puntualmente su R ad
1
x>0
f :R→R f (x) = 0 x=0
−1 x < 0
La successione (fn )n converge uniformemente su [1, +∞) poiché con ragionamento analogo
1 1
sup|fn (x) − f (x)| = lim q
n2 x→1 x2 +
q
1 1
x≥1
n2
( x2 + n2
+ x)
1 1
=
n2 1 +
q q
1 1
n2
( 1+ n2
+ 1)
99
e quindi
lim sup|fn (x) − f (x)| = 0.
n→+∞ x≥1
n
Esempio 3.4. Siano fn : R\{−1} → R, fn (x) = x1+x
+1
per ogni n ≥ 1. Poiché
+∞ x > 1
1 x=1
lim xn = ,
n→+∞
0 |x| < 1
6∃ x ≤ −1
a) I non converge uniformemente su (−1, 1] poiché le fn sono funzioni continue sul loro
dominio ed f non è continua in 1 (se la convergenza fosse uniforme, il teorema sulla
continuità della funzione limite implicherebbe che f sarebbe continua); J
b) non converge uniformemente su (−1, 1) poiché
|x|n
sup |fn (x) − f (x)| = sup = +∞ ∀n ≥ 1,
x∈(−1,1) x∈(−1,1) 1 + x
|x| n
poiché limx→−1+ 1+x = +∞;
c) non converge uniformemente su [0, 1) poiché
xn 1
sup |fn (x) − f (x)| = sup ≥ ∀n ≥ 1,
x∈[0,1) x∈[0,1) 1 + x 2
x n
poiché limx→1− 1+x = 12 . I In modo alternativo, poiché le funzioni fn sono conti-
nue in x = 1, se ci fosse convergenza uniforme in [0, 1), la successione convergerebbe
uniformemente su [0, 1] per la Prop. 3.7 e la funzione limite sarebbe continua in 1; J
d) converge uniformemente su (− 31 , 21 ] poiché
|x|n 3 1
sup |fn (x) − f (x)| = sup ≤ ∀n ≥ 1
x∈(− 13 , 12 ] x∈(− 1 , 1 ] 1 + x 2 2n
3 2
e limn→+∞ 32 21n = 0.
Esempio 3.5. La successione di funzioni (fn )n
nx
fn : R → R fn (x) =
1 + n2 x2
converge puntualmente a zero su R, ma non converge uniformemente in ogni intervallo
[0, a]. Infatti, f1 è una funzione di classe C 1 con derivata f10 (x) = (1 − x2 )/(1 + x2 )2 .
Quindi f1 (x) è crescente su [0, 1] e decrescente su [1, +∞) con limx→+∞ f1 (x) = 0. Allora
per ogni x ∈ [0, +∞)
0 = f (0) ≤ f1 (x) ≤ f1 (1) = 1.
Poiché fn (x) = f1 (nx), allora fn (x) è crescente su [0, 1/n] e decrescente su [1/n, +∞) e
0 = f (0) ≤ fn (x) ≤ f1 (1/n) = 1.
Fissato a > 0, se n ≥ 1/a, 1/n ∈ [0, a] e quindi
sup |fn (x) − f (x)| = max fn (x) = fn (1/n) = 1.
x∈[0,a] x∈[0,a]
dove l’ultima disuguaglianza segue dalla (109). Quindi, per ogni P ∈ A la successione
numerica (fn (P ))n è di Cauchy, per cui esiste finito
lim fn (P ) =: f (P ).
n→+∞
Esempio 3.8. La successione (fn )n dell’Esempio 3.4 non converge uniformente su (−1, 1)
( e, quindi, su (−1, 1]) poiché se per assurdo convergesse, allora (fn (x))n convergerebbe in
x = −1 (invece il limite non esiste) e uniformemente in [−1, 1] e, quindi, la funzione limite
sarebbe continua.
allora il teorema della convergenza dominata implica che la funzione limite f è integrabile
su A e vale
Z Z
f (x1 , . . . , xn ) dx1 . . . dxn = lim fn (x1 , . . . , xn ) dx1 . . . dxn .
n→+∞
A A
Il seguente teorema fornisce una diversa condizione.
Nel caso di funzioni di una variabile y = fn (x) ed A = [a, b], nelle ipotesi del precedente
teorema, la (111) diventa
Z b Z b
lim fn (x) dx = lim fn (x) dx.
n→+∞ a a n→+∞
Da notare che la successione (fn )n converge uniformemente su ogni intervallo [0, a] ⊂ [0, 1]
n a
poichè se n+1 > a, cioè per ogni n > 1−a ,
e, quindi,
lim sup |fn (x) − f (x)| = lim sup fn (x)
n→+∞ x∈[0,a] n→+∞ x∈[0,a]
= lim n2 an (1 − a) = 0,
n→+∞
poiché a < 1.
Teo 3.10 (Limite sotto segno di derivata).
Sia (fn )n una successione di funzioni, fn : A ⊂ Rd → R, dove A è aperto. Se
Essendo g continua, il teorema fondamentale del calcolo integrale implica che x 7→ f (x, y0 )
è derivabile su [a, b] e, quindi, in particolare in x0 , cioè f ammette derivata parziale rispetto
a x in (x0 , y0 ) e
∂f ∂fn
(x0 , y0 ) = g(x0 , y0 ) = lim (x0 , y0 ).
∂x n→+∞ ∂x
Ne segue che f è derivabile rispetto ad x con derivata parziale continua (essendo g conti-
nua). Lo stesso ragionamento vale per la derivata rispetto ad y, per cui f è di classe C 1 e,
quindi, differenziabile.
Per dimostrare l’ultimo punto, eventualmente cambiando fn in fn − f , possiamo sempre
supporre che f = 0. Osserviamo che per ogni P ∈ A
∂fn ∂fn
sup k∇fn (P )k ≤ sup (P ) + (P )
P ∈A P ∈A ∂x ∂y
∂fn ∂fn
≤ sup (P ) + sup (P ) .
P ∈A ∂x P ∈A ∂y
Fissiamo P0 ∈ A, poiché A è limitato esiste R > 0 tale che supP ∈A kP − P0 k = R < +∞.
Essendo A convesso, la formula dell’accrescimento finito e la disuguaglianza di Cauchy-
Schwarz implicano che per ogni P ∈ A, esiste QP ∈ A tale che
|fn (P ) − fn (P0 )| ≤ k∇fn (QP )kkP − P0 k.
Allora, tenuto conto delle precedenti disuguaglianze
sup |fn (P )| ≤ |fn (P0 )| + sup |fn (P ) − fn (P0 )|
P ∈A P ∈A
≤ |fn (P0 )| + sup (k∇fn (QP )kkP − P0 k)
P ∈A
≤ |fn (P0 )| + sup k∇fn (Q)k R.
Q∈A
Nel caso di funzioni di una variabile, y = fn (x) con x ∈ I ⊂ R, nelle ipotesi del teorema,
vale 0
0
lim fn (x) = lim fn (x) x ∈ I,
n→+∞ n→+∞
e si ha convergenza uniforme su ogni intervallo limitato contenuto in I.
Dalla dimostrazione del teorema segue che l’ipotesi c) può essere indebolita, richiedendo che
per ogni P0 ∈ A esista δ > 0 tale che la successione converga uniformemente su B(P0 , δ).
. Siano fn : [0, 2π] → R, fn (x) = sin(nx)
n per ogni n ≥ 1. La successione (fn )n converge
puntualmente su [0, 2π] a f (x) = 0 per ogni x ∈ [0, 2π], le funzioni fn e f sono derivabili
in [0, 2π] con f 0 (x) = 0, ma
0 1 x = 0, 2π
lim fn (x) = lim cos(nx) =
n→+∞ n→+∞ 6 ∃ 0 < x < 2π
9. Serie di funzioni
P∞
Data una successione di funzioni (fn )n , fn : A ⊂ Rd → R, la serie di funzioni n=1 fn è
la successione di funzioni (sn )n delle somme parziali
s n : A ⊂ Rd → R sn (P ) = s1 (P ) + . . . + sn (P ), . . .
a) l’insieme
∞
X
Apunt = {P ∈ A | fn (P ) converge semplicemente} ⊂ Rd
n=1
è detto insieme di convergenza puntuale della serie e la funzione
∞
X
d
f : Apunt ⊂ R → R f (P ) = fn (P ) ∈ R;
n=1
è detta funzione somma;
b) l’insieme
∞
X
Aass = {P ∈ A | fn (P ) converge assolutamente} ⊂ Rd
n=1
è detto insieme di convergenza assoluta della serie;
105
.
P∞
Come per le serie numeriche, la funzione somma è spesso denotata con n=1 fn ,
pensata come funzione definita sull’insieme di convergenza puntuale.
i) la serie ∞
P
n=1 fn converge puntualmente (rispett. uniformemente) su B se e solo se la
successione delle somme parziali (sn )n converge puntualmente (rispett. uniformemen-
te) su B, e vale
f (P ) = lim sn (P ) P ∈ B;
n→+∞
ii) per quanto visto per le serie numeriche, la convergenza assoluta implica quella pun-
tuale, cioè Aass ⊂ Apunt ;
P ∈ Aass se e solo se la serie ∞
P
iii) un punto P n=1 |fn (P )| converge, tuttavia, in generale
∞
|f (P )| ≤P n=1 |fn (P )|;
iv) la serie ∞ n=1 fn converge totalmente su B se e solo se per ogni n ≥ 1
∞
X
esiste an ≥ 0 tale che |fn (P )| ≤ an per ogni P ∈ B e an < +∞. (113)
n=1
P∞
Dimostrazione. Per ipotesi, esiste una serie n=1 an convergente tale che
|fn (P )| ≤ an ∀P ∈ B, n ≥ 1. (114)
Fissato P ∈ B, la condizione
P∞ (114) e il criterio del confronto (per serie numeriche) assicu-
rano che la serie numerica n=1 fn (P ) converge assolutamente e, quindi, puntualmente in
P , per cui B ⊂ Aass ⊂ Apunt .
Sia f : Apunt → R la somma della serie
∞
X
f (P ) = fn (P ) P ∈ Apunt
n=1
106
. La convergenza uniforme implica quella puntuale, ma, in generale, non implica né la
convergenza assoluta né quella totale, come mostra il seguente esempio.
Esempio 3.14. Si consideri la serie di funzioni
∞
X (−1)n+1 x2 x3
xn = x − + + ....
n 2 3
n=1
P∞ n
a) La serie converge assolutamente solo in (−1, −1). Infatti, dato |x| < 1, n=1 |x|
1
converge e limn→+∞ n = 0, quindi il criterio del confronto asintotico assicura la con-
(−1)n+1 n n
vergenza di ∞ x |. Se |x| ≥ 1, poiché |x|n ≥ n1 e ∞ 1
P P
n=1 | n n=1 n = +∞, il criterio
(−1)n+1 n
del confronto implica che ∞
P
n=1 | n x | diverge.
b) La serie converge puntualmente solo in (−1, 1]. Se |x| < 1, la serie converge assoluta-
mente e, quindi, puntualmente. Se x = 1, la convergenza puntuale segue dal criterio di
Leibnitz. Se x = −1, la serie diverge (serie armonica). Se |x| > 1, la serie non converge
n+1
poiché non è soddisfatta la condizione di Cauchy (limn→+∞ | (−1)n xn | = +∞). In
particolare, l’insieme di convergenza puntuale è l’intervallo (−1, 1].
c) La serie converge uniformemente su [0, 1], ma non converge totalmente. Infatti, dato
n
x ∈ [0, 1], la successione xn n è positiva, decrescente ed infinitesima. Il criterio di
Leibnitz implica che
xn+1 1
|f (x) − sn (x)| ≤ ≤ n ≥ 1,
n+1 n+1
per cui
1
sup |f (x) − sn (x)| ≤ →0 se n → +∞
x∈[0,1] n+1
e la serie converge uniformemente su [0, 1]. Tuttavia
∞ ∞
X (−1)n+1 n X1
sup | x |= = +∞.
n n
n=1 x∈[0,1] n=1
Dimostrazione. Se ∞
P
n=1 fn converge uniformemente su A, la tesi segue dalla Prop. 3.7.
Assumiamo che la serie converga totalmente. Per la continuità di fn
sup |fn (P )| = sup |fn (P )|.
P ∈A P ∈A
P∞
Poiché n=1 fn converge totalmente su A,
∞
X
sup |fn (P )| < +∞,
n=1 P ∈A
P∞
quindi, n=1 fn converge totalmente su A.
I seguenti due corollari sono un’immediata conseguenza degli analoghi risultati per le
successioni di funzioni.
Cor. 3.17 (Integrazione termine
P∞ a termine II). d
Data una serie di funzioni n=1 fn , fn : A ⊂ R → R, se
allora la funzione ∞
P
n=1 fn è integrabile in A e
∞ ∞ Z
Z X !
X
fn (x1 , . . . , xn ) dx1 . . . dxn = fn (x1 , . . . , xn ) dx1 . . . dxn .
A n=1 n=1 A
Nel caso di funzioni di una variabile y = fn (x), nelle ipotesi del precedente teorema, si ha
che
∞ ∞ Z b
Z b X !
X
fn (x) dx = fn (x) dx .
a n=1 n=1 a
. Le ipotesi del precedente risultato vanno confrontate con quelle del Cor. 2.12.
Cor. 3.18 (Derivazione termine a termine).
Data una serie di funzioni ∞ d
P
n=1 fn , fn : A ⊂ R → R, dove A è aperto, se
1
P∞fn sono di classe C per ogni n ≥ 1,
a) le funzioni
b) la serie n=1 fn converge puntualmente su A,
108
Per funzioni di una variabile, y = fn (x) con x ∈ I ⊂ R, nelle ipotesi del corollario
∞
!0 ∞
X X
fn (x) = fn0 (x) ∀x ∈ I.
n=1 n=1
P∞ x
Esempio 3.19. La serie n=1 x2 +n2 converge assolutamente su R poiché, fissato x ∈ R
x 1 |x|
| |= 2 x2
x2 +n 2 n +1
n2
|x| P∞ 2
dove limn→+∞ x2
= |x| e n=1 1/n < +∞.
+1
n2
x
Tuttavia la serie non converge totalmente su R. Infatti, essendo fn (x) = x2 +n2
una funzione
dispari e positiva su [0, +∞)
sup|fn (x)| = sup fn (x).
x∈R x∈[0,+∞)
−x 2 2
Inoltre, essendo fn0 (x) = (xn2 +n2 )2 , fn ha un punto di massimo (assoluto) in x = n ed il
Invece la serie converge totalmente su ogni intervallo [a, b]. Infatti, posto R = max{|a|, |b|},
allora
x x R
sup | 2 2
| ≤ sup | 2 2
|≤ 2
x∈[a,b] x + n x∈[−R,R] x + n n
P∞
dove n=1 1/n2 < +∞.
Analogamente, si dimostra che la serie delle derivate ∞ 0
P
n=1 fn
∞
X n2 − x2
(x2 + n2 )2
n=1
è di classe C 1 su ogni intervallo [a, b] e, quindi, f ∈ C 1 (R). Inoltre, poiché la serie converge
totalmente e, quindi, uniformemente su [0, 1], per il teorema di integrazione termine a
109
termine
∞ ∞ Z ∞
!
Z 1 1
X x X x 1X
dx = dx = log(t2 + n2 ) 1
0
0 x + n2
2 2
x +n 2 2
n=1 n=1 0 n=1
∞
1 X 1+ n2
= log( ).
2 n2
n=1
Il concetto di serie estende la definizione di somma al caso in cui ci sia un numero infinito
di addendi. Un esempio è l’espansione decimale di una frazione, ad esempio
13 2 8 8 8
= 0.28888 . . . = + + 3 + ... + n + ... .
45 10 100 10 10
Def. 3.20 (Serie). Data una successione (an )n di numeri reali an ∈ R, si chiama serie
∞
X
an = a1 + a2 + . . . + an + . . .
n=1
di termine generale an , la successione (sn )n delle somme parziali definita da
s1 = a1
s2 = a1 + a2
... = ...
n
X
sn = a1 + a2 + . . . + an = ak . (115)
k=1
... = ...
Il termine sn è detto somma parziale n-esima. La serie ∞
P
n=1 an converge (semplicemente)
se esiste finito
lim (a1 + a2 + . . . + an ) = lim sn = s ∈ R,
n→+∞ n→+∞
il valore del limite s è detto somma della serie e si scrive
X∞
an = s.
n=1
P∞
Se limn→+∞ sn = ±∞ si dice che la serie n=1 an diverge a +∞ (o −∞) e e si scrive
∞
X
an = ±∞.
n=1
Se non esiste limn→+∞ sn , si dice che la serie ∞
P
n=1 an è indeterminata.
P∞
Il fatto che n=1 an converga, diverga o sia indeterminata è detto il carattere della serie.
Esempio 3.21. La serie ∞ 1
P
n=1 log(1 + n ) diverge a +∞. Infatti, dato n ≥ 1, la somma
parziale n-esima
1 1 1 1
sn = log(1 + ) + log(1 + ) + . . . + log(1 + ) + log(1 + )
1 2 n−1 n
2 3 n n+1
= log( ) + log( ) + . . . + log( ) + log( )
1 2 n−1 n
23 n n+1
= log ... = log(n + 1).
12 n−1 n
Poiché
lim sn = lim log(n + 1) = +∞,
n→+∞ n→+∞
P∞ 1
la serie n=1 log(1 + n ) diverge a +∞.
110
ha il seguente carattere
∞
X +∞
se q ≥ 1
n q
q = se |q| < 1 .
1−q
n=1
indeterminata se q ≤ −1
Infatti,
sn = q + q 2 + . . . + q n n ≥ 1.
Se q = 1, allora sn = n e
lim sn = lim n = +∞,
n→+∞ n→+∞
per cui la serie diverge a +∞.
Se q 6= 1,
1−q q − q n+1
sn = q + q2 + . . . + qn = n ≥ 1,
1−q 1−q
per cui
∞ +∞ q > 1
q
X
n |q| < 1
q = lim sn = 1−q .
n→+∞
6 ∃ q ≤ −1
n=1
I Il carattere della serie geometrica può essere studiato anche senza calcolare esplicita-
mente le somme parziali.
a) Se q ≥ 1, ∞ n n
P
n=1 q è una serie a termini positivi il cui termine generale q non tende
a zero. La condizione necessaria di Cauchy e il carattere delle serie a termini positivi
implicano che ∞ n diverge a +∞.
P
n=1 q
b) Se |q| ≤ 1,
1
|q n | = (n2 |q|n ) 2 ∀n ≥ 1,
n
P∞ 1
la serie n=1 n2 convergePe limn→+∞ n2 |q|n = 0, allora il criterioPdel confronto asinto-
tico assicura che la serie ∞ n
n=1 |q | converge e, quindi, converge
∞ n
n=1 q .
c) Se q ≤ −1,
qn = (−1)n |q|n ∀n ≥ 1,
la successione (|q|n )n∈N è monotona crescente (|q| ≥ 1) e non tende a 0, quindi il criterio
di Leibnitz garantisce che la serie è indeterminata. J
Esempio 3.23 (Serie armonica generalizzata). Dato α > 0, la serie armonica generalizzata
di esponente α
∞
X 1 1 1
= 1 + α ... + α + ...
nα 2 n
n=1
ha il seguente caratettere
∞
(
X 1 converge se α > 1
= .
nα +∞ se α ≤ 1
n=1
1
I Poiché la funzione xα è positiva e decrescente su [1, +∞) e
Z +∞ 1
1 α−1 α > 1 ,
dx =
1 x α +∞ α ≤ 1
111
Prop.
P∞ 3.25 (Condizione necessaria di Cauchy per le serie).
Se n=1 an è una serie convergente, allora
lim an = 0.
n→+∞
Teo 3.26 (Completezza). Una successione (an )n di numeri reali è convergente se e solo
se
per ogni > 0 esiste n ∈ N tale che |am − an | ≤ per ogni m ≥ n ≥ n. (117)
Una successione che soddisfa (117) si chiama successione di Cauchy ed equivale a richiedere
che valga una delle seguenti condizioni
lim sup |an+h − an | = 0 (118a)
n→+∞ h>0
cioé, la la serie è convergente o divergente a +∞. Se, inoltre, vale la (119), allora sn ≤ C
per ogni n ≥ 1 e, quindi, s = sup{sn | n ≥ 1} è finito, cioé la serie converge.
P∞
La precedente
P proposizione implica che una serie n=1 an a termini positivi è convergente
se e solo se ∞n=1 an < +∞.
P∞
Dimostrazione. Dimostriamo la (120a). Per ogni n ≥ 1, poichè 0 ≤ an ≤ bn e n=1 bn è
convergente, allora
X n X n ∞
X
ak ≤ bk ≤ bn < +∞,
k=1 k=1 n=1
113
P∞ P∞
allora la (119) è soddisfatta con C = n=1 bn e per la Prop. 3.28 la serie n=1 an è
convergente. Analogamente, per dimostrare la (120b), per ipotesi
n
X n
X
bk ≤ ak ,
k=1 k=1
∞
X ∞
X
se lim cn ∈ (0, +∞) allora an e bn hanno lo stesso carattere (121a)
n→+∞
n=1 n=1
∞
X X∞
se lim cn = 0 e bn < +∞ allora an < +∞ (121b)
n→+∞
n=1 n=1
∞
X ∞
X
se lim cn = +∞) ∪ {+∞} e bn = +∞ allora an = +∞. (121c)
n→+∞
n=1 n=1
Se limn→+∞ an /bn = 0 e ∞
.
P P∞
n=1 bn diverge oppure se
Plim n→+∞ an /bn = +∞ e n=1 bn
converge, non si può concludere nulla sul carattere di ∞ a
n=1 n .
Il teorema del confronto e del confronto asintotico non valgono per serie a segni qualunque.
. La serie
P∞ P∞ 1
n=1 (−n) diverge a −∞, la serie n=1 n2 converge e
1
−n ≤ 0 ≤ ∀n ≥ 1.
n2
P∞ (−1)n
La serie n=1
√
n
converge per il criterio di Leibnitz (che vedremo successivamente),
P∞ 1 (−1)n
la serie n=1 n + diverge a +∞ (poiché somma di una serie divergente ed una
√
n
convergente) e
1 (−1)n (−1)n (−1)n
+ √ = 1+ √ √
n n n n
| {z } | {z } | {z }
an cn bn
(−1)n
con limn→+∞ 1 + √
n
= 1.
Poiché il carattere della serie non cambia, se i primi n termini sono cambiati, si può
supporre che la disuguaglianza sia verificata per ogni n ≥ 1. Allora
0 ≤ a2 ≤ qa1
0 ≤ a3 ≤ qa2 ≤ q 2 a1
... ≤ ...
0 ≤ an ≤ qan−1 ≤ q n−1 a1
P∞ n−1
Essendo 0 < q < 1, laPserie n=1 q converge e il criterio del confronto implica la
convergenza della serie ∞ a
n=1 n .
Se ` > 1, la dimostrazione è analoga.
Il criterio del confronto e della radice non permettono di stabilire il carattere della serie
nel caso in cui ` = 1.
Esempio 3.33. La serie ∞ 1
P
n=1 nα converge se α > 1 e diverge se α ≤ 1, ma
r
n 1 nα
lim = 1 lim =1
n→+∞ nα n→+∞ (n + 1)α
da cui la tesi.
P∞
Esempio 3.35. La serie armonica n=1 n1 diverge a +∞ poiché la funzione f (x) = 1
x ha
integrale divergente su [1, +∞). Inoltre si può stimare la somma parziale n-esima
1 1
ln(n + 1) ≤ 1 + + . . . + ≤ 1 + log n.
2 n
116
10.2. Convergenza assoluta. Il seguente risultato mostra che lo studio del carattere di
una serie a segni non costanti può essere ricondotto a quello di una serie a termini positivi.
Introduciamo la seguente definizione.
Def. 3.36P(Convergenza assoluta).
Una serie ∞
P∞
n=1 an converge assolutamente se la serie a termini positivi n=1 |an | converge.
La serie
1 1 1 1 1 1
1−1+ − + − + ... + − + ...
2 2 3 3 n n
converge, poiché le somme parziali sono
1
s2n−1 = s2n = 0,
n
per cui la serie converge a zero, ma la serie
1 1 1 1 1 1
1 + 1 + + + + + ... + + + ... ≥
2 2 3 3 n n
1 1 1 1 1
≥ 1 + + + + + ... + + ...
2 3 4 5 n
è divergente per confronto con la seria armonica.
a) an ≥ 0 per ogni n ≥ 1,
b) limn→+∞ an = 0,
c) an+1 ≤ an per ogni n ≥ 1,
|s − sn | ≤ an+1 ∀n ≥ 1. (123)
117
sn = a1 − a2 + a3 − a4 + . . . + (−1)n+1 an ∀n ≥ 1. (124)
Passo 1. L’ipotesi c) implica che esistono
lim s2n = sp ∈ R ∪ {+∞}
n→+∞
lim s2n+1 = sd ∈ R ∪ {−∞}.
n→+∞
Mostriamo, infatti, che (s2n )n è una successione crescente e (s2n+1 )n è una successione
decrescente. Per ogni n ≥ 1, dalla (124)
s2(n+1) = s2n+2 = s2n + (a2n+1 − a2n+2 ) ≥ s2n
poiché a2n+1 ≥ a2n+2 . Analogamente
s2n+1 = s2n−1 − (a2n − a2n+1 ) ≤ s2n−1 = s2(n−1)+1 ,
poiché a2n ≥ a2n+1 . Il teorema sulle successioni monotone implica che esistono
lim s2n = sup{s2n | n ≥ 1} ∈ R ∪ {+∞}
n→+∞
lim s2n+1 = inf{s2n+1 | n ≥ 1} ∈ R ∪ {−∞}.
n→+∞
Passo 2. L’ipotesi b) implica che limn→+∞ s2n = limn→+∞ s2n+1 = s ∈ R. Infatti, la (124)
assicura
lim s2n+1 = lim (s2n + a2n+1 ) = lim s2n
n→+∞ n→+∞ n→+∞
poiché limn→+∞ a2n+1 = 0. Il fatto che s ∈ R segue osservando che s = limn→+∞ s2n+1 6=
+∞ e s = limn→+∞ s2n 6= −∞.
Passo 3. Mostriamo la (123). Infatti, poiché la somma s è sia l’estremo superiore di
{s2n | n ≥ 1} sia l’estremo inferiore di {s2n+1 | n ≥ 1},
s2n ≤ s ≤ s2n+1 ∀n ≥ 1,
allora, sottraendo s2n ,
0 ≤ s − s2n ≤ s2n+1 − s2n = a2n+1 ,
da cui |s − s2n | ≤ a2n+1 . Analogamente,
s2n ≤ s ≤ s2n−1 ∀n ≥ 1,
allora, sottraendo s2n−1 ,
−a2n = s2n − s2n−1 ≤ s − s2n−1 ≤ 0,
da cui |s − s2n−1 | ≤ a2n .
Si verifica facilmente che l’ipotesi a), an ≥ 0, è conseguenza del fatto che la successione
(an )n≥0 è infinitesima
P∞ e decrescente (ipotesi b) e c) ).
n
Data una serie n=0 (−1) an , dove (an )n≥0 è una successione monotona, il primo passo
della dimostrazione prova che esistono sempre
lim s2n e lim s2n+1 ,
n→+∞ n→+∞
il secondo passo prova che tali limitiP
sono uguali (quindi, necessariamente finiti) se e solo
se limn→+∞ an = 0. Per cui la serie ∞ n
n=0 (−1) an , con (an )n≥0 monotona, o converge (se
limn→+∞ an = 0) o è indeterminata (se limn→+∞ an 6= 0).
119
Ricordiamo che una curva è una funzione γ : I ⊂ R → Rn . Nel caso di curve piane (n = 2)
o nello spazio (n = 3) useremo spesso la notazione
γ(t) = x(t) i + y(t) j γ(t) = x(t) i + y(t) j + z(t) k.
. Attenzione a non confondere γ con la sua traccia (o traiettoria)
γ(I) = {γ(t) ∈ Rn | t ∈ I},
che è un sottoinsieme di Rn . La funzione γ rappresenta la parametrizzazione dell’insieme
γ(I) e contiene le informazioni di tipo analitico.
a) i punti γ(a) e γ(b) si chiamano primo e secondo estremo della curva, rispettivamente;
b) se γ(a) = γ(b), si dice che γ è una curva chiusa;
c) si dice che γ è una curva semplice se, dati a ≤ t1 < t2 ≤ b tali che γ(t1 ) = γ(t2 ), allora
t1 = a e t2 = b.
d) la curva γ− : [a, b] → Rn
γ− (t) = γ(b + a − t) (125)
è detta curva con orientamento opposto a γ;
e) se η : [b, c] → Rn è un’altra curva tale che γ(b) = η(b), cioé il secondo estremo della
prima curva coincide con il primo estremo della seconda, si denota con γ + η la curva
γ : [a, c] → Rn
γ(t) t ∈ [a, b]
(γ + η)(t) = ,
η(t) t ∈ (b, c]
la curva γ + η è detta la somma di γ ed η.
Def. 4.1 (Curva regolare). Una curva γ : I → Rn , I ⊂ R, intervallo si dice regolare se γ
è di classe C 1 (I) ed il vettore tangente soddisfa la condizione
γ 0 (t) 6= 0 ∀t ∈ I. (126)
. Se I = [a, b], nella definizione si assume sempre che esistano (finiti) i limiti
γ(t) − γ(a) γ(t) − γ(b)
γ 0 (a) = lim γ 0 (b) = lim .
t→a+ t−a t→b− t−b
La condizione (126) equivale al fatto che la velocità scalare v(t) = kγ 0 (t)k sia sempre
positiva e garantisce l’esistenza della retta tangente alla traccia in tutti i punti γ(t0 ) al
variare di t0 ∈ [a, b].
Dato t0 ∈ I, l’equazione parametrica della retta tangente alla curva nel punto P0 = γ(t0 )
è
P = γ(t0 ) + h γ 0 (t0 ) h ∈ R.
Nota. Nel caso di curve piane regolari, γ(t) = x(t) i + y(t), il vettore tangente è
γ 0 (t) = x0 (t) i + y 0 (t) j
e la (126) diventa
p
v(t) = x0 (t)2 + y 0 (t)2 > 0,
l’equazione parametrica della retta tangente alla curva nel punto γ(t0 ) = (x(t0 ), y(t0 )) è
data da (
x = x(t0 ) + hx0 (to )
h ∈ R,
y = y(t0 ) + hy 0 (to )
120
a) il versore tangente
γ 0 (t)
τ (t) = ,
kγ 0 (t)k
b) se τ (t) è derivabile e τ 0 (t) 6= 0, il versore normale
τ 0 (t)
n(t) = ,
kτ 0 (t)k
121
Due curve equivalenti hanno la stessa traccia per la (129) e, quindi, parametrizzano lo
stesso insieme di Rn , hanno lo stesso versore normale e la stessa curvatura, per la (131d)
e (131e), rispettivamente. Tuttavia, sono percorse con velocità differenti, vedi (131b).
I vettori tangenti sono proporzionali per la (131a). Il versore tangente è lo stesso se
hanno lo stesso orientamento (in tal caso il verso di percorrenza è lo stesso), altrimenti
ha verso opposto. Evidentemente, la curva γ− data dalla (125) è equivalente a γ, ma
ha orientamento opposto. La definizione di curve equivalente (e quella di curve con lo
stesso orientamento) stabilisce una relazione di equivalenza nella famiglia di tutte le curve
regolari.
La lunghezza di una curva può essere data in due modi. Il primo è comodo dal punto di
vista operativo.
Def. 4.7 (Lunghezza di una curva). Data una curva regolare γ : [a, b] → Rn
Poiché γ è di classe C 1 , v(t) è una funzione continua, quindi è integrabile in [a, b]. Valgono
le seguenti proprietà.
dove è stato fatto il cambio di variabili t = t(t̂) ed il fatto che a = t(â) e b = t(b̂). Se
γ̂ ha orientamento opposto a γ, si applica un ragionamento simile.
ii) Poiché v(t) è una funzione continua, per il teorema fondamentale del calcolo integrale,
la funzione s = s(t) è di classe C 1 ([a, b]) e s0 (t) = v(t) > 0. Ne segue che, s(t) è
strettamente crescente e
s([a, b]) = [s(a), s(b)] = [0, `γ ]
iii) Essendo s(t) invertibile, se denotiamo con t = t(s) l’inversa dell’ascissa curvilinea, la
curva γst : [0, `γ ] → Rn
γst (s) = γ(t(s))
si chiama rappresentazione standard della curva γ ed è una curva equivalente a γ con lo
stesso orientamento, quindi γ ed γst hanno la stessa traccia, gli stessi versori tangente
123
e normale, e la stessa curvatura. Poiché t0 (s) = 1/v(t(s)), dalle (127a) e (127d) segue
che per ogni s ∈ [0, `γ ]
0 00
γst (s) = τ (t(s)) vst (s) = 1 γst (s) = χ(t(s))n(t(s)).
Passo 3. Mostriamo che per ogni partizione ∆a,b = {t0 = a < t1 < . . . < tn = b} vale
Xn Z b
kγ(ti ) − γ(ti−1 )k ≤ kγ 0 (t)k dt.
i=1 a
dove si è usata l’additività degli integrali sui domini ed il fatto che ∆a,b è una partizione
di [a, b]. Ne segue che
n
! Z
X b
sup kγ(ti ) − γ(ti−1 )k ≤ kγ 0 (t)k dt. (134)
∆a,b i=1 a
dove l’estremo superiore è fatto su tutte le partizioni ∆a,t = {t0 = a < t1 < . . . < tn = t}
dell’intervallo [a, t]. Mostriamo che S(t) è derivabile su [a, b] ed S 0 (t) = kγ 0 (t)k. Per
la (134),
Z t
S(t) ≤ kγ 0 (τ )kdτ < +∞.
a
Fissato t ∈ [a, b) ed h > 0 tale che t + h ≤ b, si dimostra che
n
!
X
S(t + h) − S(t) = sup kγ(ti ) − γ(ti−1 )k ,
∆t,t+h i=1
dove l’estremo superiore è fatto su tutte le partizioni ∆t,t+h = {t0 = t < t1 < . . . < tn =
t + h} dell’intervallo [t, t + h]. Scegliendo la partizione banale ∆t,t+h = {t, t + h}, allora
kγ(t + h) − γ(t)k ≤ S(t + h) − S(t),
dall’altra parte per la (134)
Z t+h
S(t + h) − S(t) ≤ kγ 0 (τ )kdτ.
t
Dividendo per h > 0
t+h
γ(t + h) − γ(t) S(t + h) − S(t)
Z
1
k k≤ ≤ kγ 0 (τ )kdτ
h h h t
e passando al limite per h che tende a zero, poiché
γ(t + h) − γ(t)
lim k k = kγ 0 (t)k
h→0 h
1 t+h 0
Z
lim kγ (τ )kdτ = kγ 0 (t)k
h→0 h t
a) Data una funzione scalare f : A ⊂ Rn → R tale che γ([a, b]) ⊂ A, si chiama integrale
di linea di f lungo γ
Z Z b
f (P )d`(P ) = f (γ(t))kγ 0 (t)k dt,
γ a
purché la funzione t 7→ f (γ(t))kγ 0 (t)k sia integrabile su [a, b].
126
Entrambe le definizioni si estendono in modo naturale al caso in cui la curva γ sia regolare
a tratti. Valgono le seguenti proprietà, di dimostrazione immediata.
i) la funzione σ è iniettiva su V ;
ii) il vettore
i j k
∂σ ∂σ ∂y
N (t, s) = (t, s) ∧ (t, s) = det ∂x ∂z
(135)
∂t ∂s ∂t ∂t ∂t
∂x ∂y ∂z
∂s ∂s ∂s
è diverso da zero per ogni (t, s) ∈ V .
iii) S = σ(V ) = {(x(t, s), y(t, s), z(t, s)) ∈ R3 | (t, s) ∈ V }.
Il vettore N (t, s) è detto vettore normale alla superficie nel punto σ(t, s) = (x(t, s), y(t, s), z(t, s)).
ii.a) i vettori ∂σ ∂σ
∂t e ∂s non sono paralleli tra di loro (in particolare sono entrambi diversi
da zero);
ii.b) la matrice jacobiana, di taglia 3 × 2,
∂x ∂x
∂t ∂s
Jσ(t, s) = ∂y ∂y
∂t ∂s
∂z ∂z
∂t ∂s
ha rango 2;
ii.c) almeno uno dei tre minori di ordine 2 di Jσ è diverso da zero. Infatti
N (t, s) = M1 i + M2 j + M3 k
dove
" ∂y ∂y
# " # " ∂x ∂x
#
∂z ∂z
∂t ∂s ∂t ∂s ∂t ∂s
M1 = det ∂z ∂z
M2 = det ∂x ∂x
M3 = det ∂y ∂y
∂t ∂s ∂t ∂s ∂t ∂s
sono due curve regolare di R3 passanti per P0 , giacenti sulla superficie S ed i cui vettori
tangente in P0 sono dati rispettivamente da
∂σ ∂σ
γ10 (t0 ) = (t0 , s0 ) e γ20 (s0 ) = (t0 , s0 ).
∂t ∂s
128
Per la condizione ii), i due vettori tangenti non sono paralleli tra di loro e, quindi, generato
un piano passante per P0 di equazione parametrica
∂σ ∂σ
P = P0 + (t0 , s0 )(t − t0 ) + (t0 , s0 )(s − s0 )
∂t ∂s
e di equazione cartesiana
N (t0 , s0 ) · (P − P0 ) = 0.
Il piano così definito ha il significato geometrico di piano tangente alla superficie S nel
punto P0 . Dalla condizione iii) segue inoltre che ∇g(P0 ) è ortogonale ad entrambi i vettori
tangenti e, quindi, è parallelo a N (t0 , s0 ) e l’equazione del piano tangente è anche data da
∇g(P0 ) · (P − P0 ) = 0.
Esempio 4.14. Il piano passante per il punto P0 = (x0 , y0 , z0 ) e con vettori direzionali
v = (v1 , v2 , v3 ) e w = (w1 , w2 , w3 ), non paralleli tra di loro, di equazione cartesiana
a(x − x0 ) + b(y − y0 ) + c(z − z0 ) = 0
dove n = (a, b, c) 6= 0 è il vettore
n = v ∧ w.
è una superficie regolare con rappresentazione parametrica
x = x0 + tv1 + sw1
σ : y = y0 + tv2 + sw2 t, s ∈ R2 ,
z = z0 + tv3 + sw3
e vettore normale
N (t, s) = v ∧ w = n,
costante per tutti i punti del piano.
Data una superficie S in forma cartesiana, non è sempre possibile trovare una rappresen-
tazione parametrica come mostra il seguente esempio della sfera. Tuttavia, in molti casi è
possibile definire una parametrizzazione σ : W ⊂ R2 → R3 di classe C 1 per cui
a) esiste un aperto V ⊂ W per cui σ ristretta a V soddisfa le prime due condizioni della
definizione 4.13;
b) esiste un insieme trascurabile E ⊂ W per cui σ ristretta a V ∪ E soddisfa la terza
proprietà, cioè σ(V ∪ E) = S.
Il seguente esempio mostra che il grafico di una funzione di due variabili è una superficie
regolare se la funzione è di classe C 1 .
Esempio 4.18. Sia f : V ⊂ R2 → R, z = f (x, y), una funzione di classe C 1 definita su
un aperto V il grafico
z − f (x, y) = 0
è una superficie regolare, con rappresentazione parametrica
x = t
σ(t, s) = y = s (t, s) ∈ V
z = f (t, s)
130
iniettiva e il vettore ∂σ ∂σ
∂t ∧ ∂s è diverso da zero, l’immagine σ(Ω) non è una superficie nel senso
della definizione 4.12, poiché non è possibile trovare una funzione g per cui σ(Ω) = g −1 (0),
come ad esempio il nastro di Möebius
t ϕ
x = 1 + 2 cos 2 cos(ϕ)
σ(t, ϕ) = y = 1 + 2t cos ϕ2 sin(ϕ) − 1 ≤ t ≤ 1 ϕ ∈ [−π, π].
t ϕ
z = 2 sin 2
i) la funzione σ̂ : V̂ → R3
σ̂(t̂, ŝ) = σ(Φ(t̂, ŝ)). (136)
è una rappresentazione parametrica di S;
ii) il corrispondente vettore normale è
N̂ (t̂, ŝ) = det JΦ(t̂, ŝ) N (Φ(t̂, ŝ)). (137)
Inoltre, tutte le rappresentazioni parametriche di S sono della forma (136) per qualche
trasformazione regolare di coordinate Φ.
da cui
∂σ ∂t ∂σ ∂s ∂σ ∂t ∂σ ∂s
N̂ = + ∧ +
∂t ∂ t̂ ∂s ∂ t̂ ∂t ∂ŝ ∂s ∂ŝ
∂t ∂s ∂t ∂s ∂σ ∂σ
= − ∧
∂ t̂ ∂ŝ ∂ŝ ∂ t̂ ∂t ∂s
= det (JΦ) N.
Per ipotesi det (JΦ) 6= 0 su V̂ , ne segue che anche N̂ 6= 0, per cui σ̂ è una rappresentazione
parametrica di S.
Supponiamo ora che σ̂ è una rappresentazione parametrica di S. Essendo σ iniettiva ed
immagine σ(V ) = S, allora esiste l’inversa σ −1 : S → R2 con immagine V . Definiamo,
Φ(t̂, ŝ) = σ −1 (σ̂(t̂, ŝ)),
che è iniettiva, Φ(V̂ ) = V , soddisfa la (136) e, quindi, la (137) (con la stessa dimostrazione
vista prima). La dimostrazione che Φ è di classe C 1 richiede alcune strumenti avanzati e
viene omessa. Poiché sia σ sia σ̂ sono rappresentazioni parametriche, dalla (137) segue che
JΦ 6= 0, cioè Φ è una trasformazione regolare di coordinate.
. L’equazione (137) mostra che il vettore normale dipendente esplicitamente dalla pa-
rametrizzazione σ, ma i diversi vettori normali hanno tutti la stessa direzione, per cui il
piano tangente alla superficie è univocamente definito. Il verso del vettore normale cambia
in accordo con il segno di JΦ. Se V è connesso per archi, il segno di JΦ è constante. In
tal caso, due rappresentazioni hanno lo “stesso orientamento” se JΦ > 0, altrimenti si dice
che hanno “orientamento opposto”.
Def. 4.20 (Area di una superficie). Data una superficie regolare S con rappresentazione
parametrica σ : V → R3 , si definisce area di S
Z
AS = kN (t, s)k dtds, (138)
V
purché la funzione (t, s) 7→ kN (t, s)k sia integrabile su V .
Osserviamo che
per la (137).
ii) la definizione (139) vale anche nel caso in cui la rappresentazione σ ricopre S a meno
di una porzione σ(E) con E trascurabile.
l’area è data da Z
AS = kN (t, s)k dtds = |v ∧ w|
[0,1]×[0,1]
che è l’area del parallegramma che giace sul piano di vertice P0 e lati v e w.
Esempio 4.23 (Area di un solido di rotazione). Data una curva regolare che giace nel
semipiano xz con le x positive
x = x(t)
γ: y=0 t ∈ [a, b], x(t) ≥ 0
z = z(t)
N (t,s)
Per ogni (t, s) ∈ V , definiamo il versore normale n(t, s) = kN (t,s)k , allora è immediato
verificare che Z Z
F (P ) · dσ(P ) = F (P ) · n(P ) dS(P ),
S S
da cui segue che l’integrale di flusso è indipendente dalla rappresentazione σ a meno di un
segno: se due rappresentazioni hanno la stesso orientamento l’integrale di flusso è uguale,
se hanno orientamento opposto, l’integrale di flusso cambia segno.
Esempio 4.25 (Area di una superficie z = f (x, y)). Data una funzione f : V ⊂ R2 → R
di classe C 1 e V aperto, l’area della superficie S rappresentata dal grafico di f , vedi
Esempio 4.18, è data da
Z s
∂f ∂f
AS = 1+ (x, y)2 + (x, y)2 dxdy
V ∂x ∂y
Dato il campo F : A ⊂ R3 → R3
F (x, y, z) = u(x, y, z) i + v(x, y, z) j + w(x, y, z) k,
R
se S ⊂ A, allora il flusso S F (P ) · dσ(P ) è dato da
Z
∂f ∂f
−u(x, y, f (x, y)) (x, y) − v(x, y, f (x, y)) (x, y) + w(x, y, f (x, y)) dxdy.
V ∂x ∂y
Dimostrazione. Dimostriamo la (142) nel caso in cui D sia un dominio normale rispetto
all’asse delle ascisse, adottando la notazione dell’Esempio 4.27. Per linearità è sufficiente
mostrare che
Z Z
∂u
(x, y)dxdy = − u(P ) i · dγ(P ) (144)
D ∂y γ
Z Z
∂v
(x, y)dxdy = v(P ) j · dγ(P ). (145)
D ∂x γ
135
dove l’ultima uguaglianza vale per il teorema fondamentale del calcolo integrale essendo
∂u 1
∂y di classe C . Poiché le curve γ2 e γ4 hanno il vettore tangente parallelo a j, allora
Z Z
u(P ) i · dγ2 (P ) = u(P ) i · dγ4 (P ) = 0,
γ2 γ4
mentre
Z Z b
u(P ) i · dγ(P ) = u(t, ϕ(t)) dt
γ1 a
Z Z b
u(P ) i · dγ(P ) = u(t, ψ(t)) dt,
γ3 a
da cui
Z Z b
− u(P ) i · dγ(P ) = (u(t, ψ(t)) − u(t, ϕ(t))) dt
γ a
Un’interessante applicazione del teorema della divergenza è data dalla seguente proprietà
delle funzioni armoniche.
Def. 4.30 (funzione armonica). Una funzione f : A ⊂ R2 → R definita su un aperto A e
di classe C 2 è detta armonica se
∂2f ∂2f
2
(x, y) + 2 (x, y) = div ∇f (x, y) = 0 (x, y) ∈ A, (146)
∂x ∂y
Cor. 4.31. Sia f una funzione armonica definita su un aperto A ⊂ R2 . Dato un punto
P0 = (x0 , y0 ) ∈ A ed r > 0 tale che B(P0 , r) ⊂ A, allora
Z 2π
1
f (x0 , y0 ) = f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) dθ. (147)
2π 0
137
La proprietà (147) è detta proprietà del valore medio per funzioni armoniche.
Il seguente risultato mostra che le funzioni armoniche assumono i valore massimo o minimo
sul bordo.
Cor. 4.32. Data una funzione armonica f definita su un aperto A ⊂ R2 connesso per
archi, se f ammette un punto di massimo o minimo assoluto, allora f è costante su A.
Dimostrazione. Supponiamo che f ammetta minimo assoluto e che, senza perdita di gene-
ralità, tale minimo sia 0, cioè f (x, y) ≥ 0 per ogni (x, y) ∈ A. Poiché f è continua, esiste
C insieme chiuso di R2 tale che
f −1 (0) = A ∩ C 6= ∅.
Mostriamo che f −1 (0) è aperto. Dato P0 = (x0 , y0 ) ∈ f −1 (0) ed A è aperto, esiste R > 0
tale che B(P0 , R) ⊂ A. Per ogni r < R per la (147)
Z 2π
f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) dθ = 0,
0
essendo per ipotesi f (x0 , y0 ) = 0. Poiché f (x, y) ≥ 0 ed f è continua, segue che per ogni
θ ∈ (−π, π], f (x0 + r cos θ, y0 + r sin θ) = 0. Per l’arbitrarietà di r, allora f (P ) = 0 per
ogni P ∈ B(P0 , R) e, quindi, B(P0 , R) ⊂ f −1 (0). Essendo A connesso per archi, la seconda
parte della dimostrazione della Prop. 1.73 assicura che f −1 (0) = A, cioè f (P ) = 0 per ogni
P ∈ A.
138
i j k
∂ ∂ ∂ ∂w ∂v ∂u ∂w ∂v ∂u
rot F = ∇ ∧ F = det ∂x ∂y ∂z = − , − , − rotore (148)
∂y ∂z ∂z ∂x ∂x ∂y
u v w
∂u ∂v ∂w
div F = ∇ · F = + + divergenza. (149)
∂x ∂y ∂z
I seguenti due risultati sono l’analogo del teorema di Gauss-Green.
Dimostrazione. Dimostriamo il teorema nel caso in cui F (x, y, z) = w(x, y, z)k ed il volume
V sia della forma
V = {(x, y, z) ∈ R3 | (x, y) ∈ A, ϕ(x, y) ≤ z ≤ ψ(x, y)},
dove A ⊂ R2 è aperto limitato e ϕ, ψ : A ⊂ R2 → R sono funzioni di classe C 1 . Il bordo di
V è formato da una superficie “inferiore” S1 ed una “superiore” S2 di equazione parametrica,
rispettivamente
x = t
x = t
σ1 (t, s) = y = s σ2 (t, s) = y = s (t, s) ∈ A,
z = ϕ(t, s) z = ψ(t, s)
Allora,
Z Z
F (P ) · dσ(P ) = − w(t, s, ϕ(t, s)) dtds
S1 A
Z Z
F (P ) · dσ(P ) = w(t, s, ψ(t, s)) dtds.
S2 A
L’integrale di volume, usando la formula di integrazione per fili, diventa
Z Z
∂w
div F (x, y, z) dxdydz = (x, y, z) dxdydz
V V ∂z
Z Z ψ(x,y)
∂w
= (x, y, z) dz
A ϕ(x,y) ∂z
Z
= w(x, y, ψ(x, y)) − w(x, y, ϕ(x, y)) dxdy,
A
dove nell’ultima uguaglianza si è usato il teorema fondamentale del calcolo integrale,
essendo ∂w
∂z continua.
Teo 4.34 (Teorema del rotore o di Stokes). Data un campo vettoriale F : Ω ⊂ R3 → R3
dove Ω è aperto ed F è di classe C 1 , ed una superficie S tale che S ⊂ Ω, allora
Z Z
F (P ) · dγ(P ) = rot F (P ) · dσ(P ).
γ S
dove γ è il bordo orientato positivamente di S.
Dimostrazione. Dimostriamo il teorema nel caso particolare in cui S è una superficie piana
che giace nel piano z = z0
x = t
σ(t, s) = y = s (t, s) ∈ A
z = z0
Il vettore normale ad S è
∂σ ∂σ
N (t, s) = (t, s) ∧ (t, s) = (1, 0, 0) ∧ (0, 1, 0) = (0, 0, 1) = k.
∂t ∂s
Se F (x, y, z) = u(x, y, z) i + v(x, y, z) j + w(x, y, z) k, allora
Z Z Z
∂v ∂u
rot F (P ) · dσ(P ) = rot F (σ(t, s)) · N (t, s) dtds = (t, s, z0 ) − (t, s, z0 ) dtds.
S A A ∂x ∂y
(151)
Inoltre il bordo di S è una curva γ(t) = (x(t), y(t), z0 ) che giace nel piano z0 e la cui
proiezione γ̂(t) = (x(t), y(t)) sul piano xy è il bordo orientato di A, allora
Z Z b
F (P ) · dγ(P ) = (u(γ̂(t), z0 ) i + v(γ̂(t), z0 ) j) · γ̂ 0 (t)dt
γ a
Z
∂v ∂u
= (x, y, z0 ) − (x, y, z0 ) dxdy.
A ∂x ∂y
per il teorema di Gauss-Green. Confrontando con la (151) segue la tesi.
a) il campo F è irrotazionale se
rot F (x, y, z) = 0 (x, y, z) ∈ A,
b) il campo F è solenoidale se
div F (x, y, z) = 0 (x, y, z) ∈ A,
c) il campo F è conservativo se esiste g : A → R di classe C 2 tale che
∇g(x, y, z) = F (x, y, z) (x, y, z) ∈ A
e la funzione g si chiama potenziale del campo.
d) il campo F ammette potenziale vettore se esiste G : A → R3 di classe C 2 (A) tale che
rot G(x, y, z) = F (x, y, z) (x, y, z) ∈ A.
Per dimostrare la (153), possiamo supporre senza perdita di generalità che γ : [a, b] → R3
sia una curva regolare, allora per la regola di derivazione in catena
Z Z b Z b
F (P ) · dγ(P ) = F (γ(t)) · γ 0 (t) dt = ∇g(γ(t)) · γ 0 (t) dt
γ a a
Z b
= g(γ(t))0 dt = g(γ(b)) − g(γ(a)) = g(P1 ) − g(P0 ).
a
La seguente proposizione fornisce delle condizioni equivalenti al fatto che F sia conservativo.
Dimostrazione. Il fatto che a) implichi b) segue dalla (153) essendo γ una curva chiusa.
La condizione b) implica c) essendo γ = γ1 − γ2 una curva chiusa e
Z Z Z
F (P ) · dγ(P ) = F (P ) · dγ1 (P ) − F (P ) · dγ2 (P ).
γ γ1 γ2
Per dimostrare che c) implica a), scegliamo un punto P0 ∈ A. Essendo A connesso per
archi, per ogni punto P ∈ A esiste una curva continua γP con primo estremo P0 e secondo
estremo P . Poiché A è aperto, si può dimostrare che γP può sempre essere scelta come
una curva regolare a tratti semplice. Definiamo g : A → R
Z
g(P ) = F (Q) · dγ(Q).
γP
1 1 1 x+h
Z Z
= u(x + τ h, y, z)h dτ = u(t, y, z) dt
h 0 h x
dove u(x, y, z) = F (x, y, z) · i, la seconda uguaglianza segue dall’ipotesi c) osservando che
γPh − γP e ∆h hanno come primo estremo P e come secondo estremo Ph , e la terza segue
dal cambio di variabili t = hτ . Essendo u continua, per il teorema fondamentale del calcolo
integrale
∂g g(x + h, y, z) − g(x, y, z)
(x, y, z) = lim = u(x, y, z).
∂x h→0 h
Ripetendo un analogo ragionamento per le altre due direzioni, si conclude che g è di classe
C 1 e ∇g = F .
Il seguente esempio mostra come un campo irrotazionale non sia necessariamente conser-
vativo.
Esempio 4.38. Dati A = R3 \ {(0, 0, z) | z ∈ R} ed F : A → R3
−y x
F (x, y, z) = i+ 2 j = u(x, y, z) i + v(x, y, z) j,
x2
+y 2 x + y2
poiché F non dipende da z, F (x, yz) · k = 0 e
y 2 − x2
∂v
(x, y, z) =
∂x (x2 + y 2 )2
,
∂u y 2 − x2
(x, y, z) =
(x2 + y 2 )2
∂y
allora il campo è irrotazionale, tuttavia se γ è la circonferenza nel piano z = 0 di raggio 1
e centro l’origine percorsa in verso antiorario
x = cos t
γ(t) = y = sin t t ∈ [0, 2π]
z=0
Il seguente teorema dà una condizione sufficiente sul dominio affinchè un campo irrotazio-
nale sia conservativo. A questo fine si dà la seguente definizione.
Def. 4.39. Un insieme A ⊂ R3 aperto e connesso per archi si dice semplicemente connesso
se per ogni curva γ regolare, semplice e chiusa la cui traccia è contenuta in A, esiste una
superficie con bordo S ⊂ A tale che γ è il bordo orientato positivamente di D.
. Nel caso n = 2 si richiede che esista un dominio con bordo D ⊂ A tale che γ è il bordo
orientato positivamente di D.
Nel caso di campi radiali, il problema di calcolare il potenziale si riduce al calcolo di una
primitiva, come mostra il seguente esempio.
Esempio 4.42. Dati A = R3 \ {(0, 0, 0)} ed F : A → R3
x y z
F (x, y, z) = 2 2 2
i+ 2 2 2
j+ 2 k
x +y +z x +y +z x + y2 + z2
P −O 1
F (P ) = f (kP − Ok) f (r) = = (log r)0
kP − Ok r
Posto g(P ) = log(kP − Ok), cioè g(x, y, z) = 12 log(x2 + y 2 + z 2 ), il fatto che
∂g x
∂x (x, y, z) = x2 +y2 +z 2
∂g y
∂y (x, y, z) = x2 +y 2 +z 2 (x, y, z) ∈ A
∂g
y
∂z (x, y, z) = x2 +y 2 +z 2
implica che g è un potenziale per F e, essendo A connesso per archi, ogni potenziale di F
è della forma g(x, y, z) + c con c ∈ R.
. Il fatto che un campo irrotazionale sia conservativo o meno dipende fortemente dal-
l’insieme A su cui si considera il campo, come mostra il seguente esempio.
Esempio 4.43. Consideriamo il campo bidimensionale
−y x
F (x, y) = 2 i+ 2 j
x + y2 x + y2
il cui dominio naturale è l’insieme aperto
A = R2 \ {(0, 0)}.
Poiché
y 2 − x2
∂v
(x, y) = 2
∂x (x + y 2 )2
,
∂u y 2 − x2
(x, y) = 2
(x + y 2 )2
∂y
allora F il campo è irrotazionale. Studiamo ora il problema dell’esistenza di un potenziale
per F .
144
Scegliendo come γ la circonferenza di raggio 1, curva chiusa semplice la cui traccia è tutta
contenuta in A, dalla (155) con θ1 = 0 e θ2 = 2π, segue
Z
F (P ) · dγ(P ) = 2π 6= 0
γ
D’altra parte γr è il bordo orientato di Sr , il fatto che F = rot G ed il teorema del rotore
implicano che
Z Z
F (P ) · dσ(P ) = rot G(P ) · dσ(P )
Sr Sr
Z
= G(P ) · dγ(P ).
γr
Tuttavia, posto M 0 = maxt2 +s2 ≤R2 |G(σ(t, s))|, dalla (160) segue che
Z Z 2π
| G(P ) · dγ(P )| ≤ |G(γr (θ) · γr0 (θ)| dθ
γr 0
Z 2π
≤ kG(γr (θ)k kγr0 (θ)k dθ
0
≤ M 0 `γr
147
da cui Z
lim G(P ) · dγ(P ) = 0,
r→0 γr
che è una contraddizione.
Per provare la terza affermazione, assumiamo ora che A sia semplicemente connesso. Un
campo G0 : A ⊂ R3 → R3 è un potenziale vettore di F se e solo se per ogni (x, y, z) ∈ A
rot(G0 − G)(x, y, z) = rot G0 (x, y, z) − rot G(x, y, z) = F (x, y, z) − F (x, y, z) = 0,
cioè se G0 − G è un campo irrotazionale. Essendo A semplicemente connesso, per il Teo-
rema 4.40 questa condizione equivale al fatto che G0 − G sia conservativo, cioè che esista
ϕ : A → R di classe C 2 , tale che G0 = G + ∇ϕ.
La condizione che F sia solenoidale in generale non è sufficiente a garantire che il campo
F ammetta un potenziale vettore come mostra il seguente esempio.
Esempio 4.45. Dato il campo F : R3 \ {(0, 0, 0)} → R3
1
F (x, y, z) = 3 (x i + y j + z k) .
(x2 + y 2 + z 2 ) 2
Poiché !
∂ x 1 x2
3 = 3 − 3 5 ,
∂x (x2 + y 2 + z 2 ) 2 (x2 + y 2 + z 2 ) 2 (x2 + y 2 + z 2 ) 2
è immediato verificare che
3 x2 + y 2 + z 2
div F (x, y, z) = 3 −3 5 = 0.
(x2 + y 2 + z 2 ) 2 (x2 + y 2 + z 2 ) 2
Tuttavia se S è la sfera di centro l’origine e raggio 1, con la parametrizzazione dell’Esem-
pio 4.15.
Z Z
F (P ) · dσ(P ) = (sin θ cos ϕ, sin θ sin ϕ, cos θ) · N (θ, ϕ) dθdϕ
S
[0,π]×[0,2π]
Z
= sin θ dθdϕ = 4π 6= 0,
[0,π]×[0,2π]
per cui F non può ammettere potenziale vettore per la Proposizione 4.44.
Il seguente teorema, la cui dimostrazione non viene riportata, fornisce una condizione
sufficiente per l’esistenza del potenziale vettore.
Teo 4.46. Dato un insieme aperto, connesso per archi A ⊂ R3 tale che per ogni superficie
regolare chiusa S, S ⊂ A esiste un dominio V , V ⊂ A, di cui S sia il bordo orientato,
allora un campo F : A → R3 di classe C 1 ammette un potenziale vettore se e solo se F è
solenoidale.
. Un insieme A che soddisfa la condizione del teorema è detto due-semplicemente con-
nesso ed è una condizione indipendente dalla semplice connessione.
i) L’insieme R3 \ {(0, 0, 0)} è semplicemente connesso, ma non è due-semplicemente
connesso.
ii) L’insieme R3 \ {(0, 0, z) ∈ R3 | z ∈ R} non è semplicemente connesso, ma è due-
semplicemente connesso.
149
In questa sezione vengono introdotte le serie di potenze sul campo C dei numeri
p complessi.
Ricordiamo che, dato z = x + iy ∈ C, il modulo di z è denotato con |z| = x2 + y 2 ed in
C è definito il prodotto
z1 z2 = (x1 x2 − y1 y2 ) + i(x1 y2 + x2 y1 ) z1 = x1 + iy1 ,
z2 = x2 + iy2 .
Def. 5.1. Data una successione (an )n∈N con an ∈ C, la serie di funzioni ∞ n
P
n=0 an z si
chiama serie di potenze (di centro 0) e si definisce raggio di convergenza il valore
+∞
X
ρ = sup{|z| ∈ [0 + ∞) | z ∈ C e la serie numerica an z n converge}.
n=0
P+∞ n
La serie numerica converge (semplicemente) se esiste w = x + iy ∈ C tale che
n=0 an z
N
(P
+∞
X
n Re(an z n ) = x
lim an z − w = 0 ⇐⇒ Pn=0
+∞ n
.
n=0 Im(an z ) = y
N →+∞
n=0
P+∞ n
P+∞ n
La serie n=0 an z converge assolutamente, se la serie a termini positivi n=0 |an z |
converge. La convergenza assoluta implica quella semplice. Dato DP ⊂ C, la serie di potenze
converge totalmente su D se converge la serie a termini positivi +∞ n
n=0 supz∈D |an z |. La
convergenza totale implica quella assoluta per ogni z ∈ D.
. Nelle serie di potenze si usa la convenzione 00 = 1 per cui
X∞
an z n = a0 + a1 z + a2 z 2 + . . . + an z n + . . . ,
n=0
P+∞ n
Ne segue che la serie n=0 an z converge sempre in 0 con somma a0 e, quindi,
ρ ∈ [0, +∞) ∪ {+∞}.
c) se ρ = +∞, la serie +∞ n
P
n=0 an z assolutamente per ogni z ∈ C e converge totalmente su
B(0, R) per ogni R > 0.
Allora la successione (an z0n )n≥0 è limitata, per cui esiste M > 0 tale che
|an z0n | ≤ M ∀n ∈ N. (162)
Sia 0 < R < |z0 |, per ogni n ∈ N e z ∈ B(0, R)
|an z n | = |an ||z|n
≤ |an |Rn
n
n R
= |an z0 |
|z0 |
n
R
( Eq. (162) ) ≤ M
|z0 |
e, quindi,
n
n R
sup |an z | ≤ M ∀n ∈ N.
z∈[−R,R] |z0 |
P+∞ n
R
La serie numerica n=0 M è convergente poiché è proporzionale alle serie geometri-
|z0 |
R
con 0 < q < 1. Ne segue che la serie +∞ n
P
ca di ragione q = |z0 | n=0 an z converge totalmente
su B(0, R).
Dimostrazione del Teo. 5.2. Supponiamo, ad esempio, che 0 < ρ < +∞. Per definizione
di
P+∞estremo superiore, se la serie di potenze converge in z ∈ R, allora |z| ≤ ρ e, quindi,
n
n=0 an z non converge se |z| > ρ.
Dato 0 < R < ρ, dimostriamo che la serie converge totalmente su B(0, R). La definizione
di ρ come estremo superiore implica che esiste z0 ∈ C tale che R < |z0 | ≤ ρ e la serie
P+∞ n
n=0 an z0 converge. Per il Lemma 5.3, la serie converge totalmente su B(0, R) e, quindi,
assolutamente in z per ogni |z| ≤ R.
P+∞
Dimostriamo ora che n=0 |an z n | converge per ogni |z| < ρ. A tal fine è sufficiente scegliere
|z0 | ≤ R < ρ. Per quanto visto sopra la serie converge totalmente su B(0, R) 3 z0 e, quindi,
assolutamente in z0 .
Il
Pprecedente teorema implica che l’insieme di convergenza puntuale di una serie di potenze
+∞ n con raggio di convergenza 0 < ρ < +∞ è un insieme D tale che
a
n=0 n z
B(0, ρ) ⊂ D ⊂ B(0, ρ).
. Per il Teo. 5.2 la serie
P +∞ n
n=0 an z converge assolutamente per ogni |z| < ρ e non
converge per ogni |z| > ρ. Ne segue che, per determinare il raggio diPconvergenza, è
sufficiente studiare l’insieme di convergenza della serie a termini positivi +∞ n
n=0 |an ||z| .
Tuttavia,
P+∞ il raggio di convergenza non fornisce informazioni sulla convergenza della serie
n
n=0 an z sulla circonferenza {z ∈ C | |z| = ρ}. In particolare, possono esistere punti
|z| = ρ dove la serie converge semplicemente, ma non assolutamente. Come mostrano i
seguenti esempi.
Esempio 5.4. Sia ρ il raggio di convergenza ed D l’insieme di convergenza puntuale delle
seguenti serie di potenze
P+∞ n
n=0 z ⇒ ρ = 1 D = {z ∈ C | |z| < 1}
P+∞ (−1)n+1 n
n=1 n z ⇒ ρ = 1 D = {z ∈ C | |z| ≤ 1, z 6= −1}
P+∞ 1 n
n=1 n2 z ⇒ ρ = 1 D = {z ∈ C | |z| ≤ 1}.
151
Per quanto riguarda la prima serie, fissato z ∈ C, ragionando come nell’esempio 3.14, per
ogni N ∈ N si ha
N
( N +1
1−z
X
n 1−z z 6= 1
z =
n=0
N + 1 z = 1.
PN
Ne segue che, se |z| < 1, esiste limN →+∞ n=0 z n = 1/(1 − z), mentre se |z| ≥ 1 il limite
non esiste in C. Ne segue che l’insieme di convergenza è {z ∈ C | |z| < 1} ed il raggio di
convergenza è 1.
Per la seconda, consideriamo inizialmente la convergenza assoluta, cioè
+∞ +∞
X (−1)n+1 n X |z|n
| z |= ,
n n
n=1 n=1
che converge se e solo se |z| < 1. Ne segue che il raggio di convergenza è ρ = 1. Per
determinare il comportamento sulla frontiera, osserviamo che se z = −1 la serie diventa
− +∞
P
n=1 1/n che diverge a −∞. Se z = cos θ + i sin θ con θ ∈ (−π, π), allora
+∞ +∞ +∞
X (−1)n+1 n
X 1 in(θ+π) X cos(nθ0 ) + i sin(nθ0 )
z =− e =− ,
n n n
n=1 n=1 n=1
θ0
dove = θ + π ∈ (0, 2π). Entrambe le serie nell’ultimo membro convergono per il criterio
di Abel-Dirichelet5 poiché (1/n)n è una successione positiva, decrescente, infinitesima e
N N 0
X X 0 ei(N +1)θ 1
| cos(nθ0 )| ≤ | einθ | = | 0 | = =M
n=1 n=1
1−e iθ |1 − eiθ0 |
allora
+∞ ` = 0
1
ρ= ` ∈ (0, +∞) .
`
0 ` = +∞
P+∞ n
Cor. 5.6. Sia n=0 an z una serie di potenze tale che esiste
p
lim n |an | = ` ∈ [0, +∞) ∪ {+∞},
n→+∞
allora
+∞ ` = 0
1
ρ= ` ∈ (0, +∞) .
`
0 ` = +∞
Dimostrazione. La dimostrazione dei due corollari è simile. Riportiamo la seconda nel caso
` ∈ (0, +∞). Dato z ∈ C, per ipotesi
p
lim n |an z n | = `|z|.
n→+∞
Il seguente risultato caratterizza le proprietà della funzione somma. Per semplicità consi-
deriamo solo il caso di serie di potenze reali.
Prop. 5.9. Data una serie di potenze reali ∞ n
P
n=0 an x con raggio di convergenza ρ > 0
ed insieme di convergenza I, la funzione somma
∞
X
f :I→R f (x) = an xn
n=0
è continua su I e per ogni x ∈ I
∞ ∞
Z x !
Z x X
n
X 1
f (t) dt = an t dt = an xn+1 , (164a)
0 0 n+1
n=0 n=0
dove la serie integrata nel membro di destra ha raggio di convergenza ρ. Inoltre, f è
derivabile su (−ρ, ρ) e vale
∞
!0 ∞
X X
0 n
f (x) = an x = an nxn−1 x ∈ (ρ, ρ), (164b)
n=0 n=1
dove la serie (di potenze) derivata nel membro di destra ha raggio di convergenza ρ.
|x|
|an xn | = |an nxn−1 | n≥1
n
154
e limn→+∞ |x|
P∞ n
n = 0 il criterio del confronto asintotico implica che la serie n=0 an x
converge assolutamente, per cui ρ ≥ |x| e, per l’arbitrarietà di x ∈ (−R, R), ρ ≥ R.
Dimostriamo che ρ ≤ R. Sia x ∈ R, |x| < ρ, e y ∈ R tale che |x| < y < ρ, allora la serie
P ∞ n
n=1 an y converge assolutamente. Inoltre, poiché
n|x|n−1
|an nxn−1 | = |an y n | n≥1
yn
n−1
e limn→+∞ n|x|yn = 0 (essendo 0 ≤ |x| y < 1) il criterio del confronto asintotico implica
P∞ n−1
che la serie n=1 an nx converge assolutamente, per cui R ≥ |x| e, per l’arbitrarietà di
x ∈ (−ρ, ρ), R ≥ ρ. Per quanto visto prima, ρ = R.
Passo 2. Dimostriamo prima che f è P derivabile in (−ρ, ρ) e vale la (164b).
L’n-esimo termine generale della serie ∞ n
n=0 an x è la funzione fn : R → R
fn (x) = an xn x ∈ R,
che è derivabile in R e
fn0 (x) = an nxn−1 x ∈ R. (165)
P∞ 0 P∞
La serie n=1 fn è la serie derivata n=1 an nxn−1 con raggio di convergenza ρ per quanto
visto al Passo 1.
Fissato x ∈ (−ρ, ρ),P sia R ∈ R tale che |x| < R < ρ. Il teorema sul raggio di convergenza
assicura che la serie ∞
P∞ 0
f
n=0 n converge puntualmente su [−R, R] e la serie n=1 fn converge
uniformemente su [−R, R], allora il teorema di derivazione termine a termine implica che
la somma f è derivabile in [−R, R] e, quindi, in x ∈ (−ρ, ρ). Inoltre
∞
X
0
f (x) = an nxn−1 .
n=1
La
P∞serie derivata e quella integrata hanno lo stesso raggio di convergenza della serie
n
n=0 an x , ma, in generale, l’insieme di convergenza puntuale può essere diverso. Tut-
tavia, il teorema di Abel ed i teoremi di integrazione e derivazione per le serie di funzio-
ni
P∞ implicano che l’insieme di convergenza della serie integrata contiene quello della serie
n
n=0 an x che, a sua volta, contiene quello della serie derivata.
(−1)n n
Esempio 5.10. L’esempio 3.14 mostra che l’insieme di convergenza della serie ∞
P
P∞ n=1 n x
è (−1, 1] , mentre l’insieme di convergenza della serie derivata n=1 (−1)n xn−1 è (−1, 1),
(−1)n n+1
mentre la serie integrata ∞
P
n=1 n(n+1) x converge in [−1, 1].
155
P∞ n
Teo 5.11. Data una serie di potenze n=0 an x con raggio di convergenza ρ > 0 ed
insieme di convergenza I, la funzione somma
X∞
f :I→R f (x) = an xn
n=0
è derivabile infinite volte in (−ρ, ρ) ⊂ I e per ogni k ∈ N k ≥ 0,
∞
(k)
X n!
f (x) = an xn−k x ∈ (−ρ, ρ).
(n − k)!
n=k
In particolare
f (n) (0) = n! an n ∈ N.
Dimostrazione. Per n = 1, è il contenuto della Prop. 5.9. La prova per n > 1 segue per
induzione poiché f (k) = (f (k−1) )0 .
Esempio 5.12. La serie di potenze
∞
X (−1)n+1 n
x = log(1 + x) x ∈ (−1, 1].
n
n=1
Infatti, l’esempio 3.14 mostra che l’insieme di convergenza è (−1, 1], mentre la serie derivata
∞ ∞
X X 1
(−1)n+1 xn−1 = (−x)n = x ∈ (−1, 1), (166)
1+x
n=1 n=0
poiché è la serie geometrica. Per il teorema sull’integrazione e derivazione delle serie di
potenze
∞ Z x
X (−1)n+1 n 1
x = dt = log(1 + x) x ∈ (−1, 1).
n 0 1+t
n=1
(−1)n+1 n
Poiché ∞
P
n=1 n x e log(1 + x) sono funzioni continue in 1, l’uguaglianza (166) vale
anche per x = 1 e, quindi,
∞
X (−1)n+1
= log 2.
n
n=1
x0 = 0 sono uguali ad 1, per cui la serie esponenziale è la serie di Maclaurin della funzione
ex . Inoltre, fissato x ∈ R, vale
0 ≤ D(n) et = et ≤ e|x|
∀|t| ≤ |x|,
allora la funzione ex è sviluppabile in serie di Taylor in R essendo soddisfatta la condizione
sufficiente (teorema 5.17). J
Esempio 5.14 (Serie binomiale). Dato α ∈ R, α 6∈ N, si chiama serie binomiale la serie
di potenze
∞
X α n α(α − 1) 2 α(α − 1)(α − 2) 3
x = 1 + αx + x + x + ...
n 2 3!
n=0
α
dove 0 = 1 e
α α(α − 1) . . . (α − (n − 1))
= n ∈ N, ≥ 1.
n n!
La serie converge assolutamente in (−1, 1) alla funzione (1 + x)α .
Infatti, poiché
α
α−n
lim | n+1
α
| = lim | | = 1,
n→+∞ n→+∞ n + 1
n
per il criterio del rapporto il raggio di convergenza è 1 e laPserie converge assolutamente
in (−1, 1) per il teorema sulle serie di potenze. Sia f (x) = ∞ α
n
n=0 n x , allora il teorema
sulla derivazione delle serie di potenze implica che per ogni x ∈ (−1, 1)
∞ ∞
0
X α n−1
X α n
f (x) = (α − (n − 1)) x = (α − n) x
n−1 n
n=1 n=0
∞ ∞
!0
X α n X α n
=α x −x x
n n
n=0 n=0
= αf (x) − xf 0 (x).
Da cui
(1 + x)f 0 (x) = αf (x) x ∈ (−1, 1)
−α
e f (0) = a0 = 1. Posto h(x) = (1 + x) f (x) per ogni x ∈ (−1, 1), si ha che h(0) = 1, h è
derivabile e
h0 (x) = −(1 + x)−α−1 αf (x) + (1 + x)−α f 0 (x) = 0 x ∈ (−1, 1).
Allora, h è costante uguale a 1, per cui f (x) = (1 + x)α per ogni (−1, 1).
Il seguente risultato estende alle serie di potenze, il principio di identità dei polinomi.
Facendo il limite per n che tende a +∞ della (168), il criterio del confronto implica
lim (f (x) − Tn (x)) = 0,
n→+∞
La condizione (167) può essere indebolita. Infatti è sufficiente richiedere che, per ogni
x ∈ I, esistano M > 0, L > 0 (eventualmente dipendenti da x) tali che
|f (n) (t)| ≤ M Ln ∀t ∈ I, |t − x0 | ≤ |x − x0 |.
. Data una funzione f : I ⊂ R definita su un intervallo I aperto di classe C ∞ , fissato
x0 ∈ I denotiamo con Tn il polinomio di Taylor di centro x0 ed ordine n
f (n) (x0 )
Tn (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x − x0 ) + . . . + (x − x0 )n .
n!
Il teorema di Taylor con il resto di Peano assicura che fissato n ≥ 1
f (x) − Tn (x)
lim =0
x→x0 (x − x0 )n
1 P∞
1−x = n=0 xn = 1 + x + x2 + x3 + . . . x ∈ (−1, 1)
P∞ 1
ex = n=0 n! xn = 1 + x + 12 x2 + 1 3
3! x + ... x∈R
P∞ (−1)n+1 n
log (1 + x) = n=1 n x = x − 12 x2 + 13 x3 + . . . x ∈ (−1, 1]
P∞ (−1)n 2n+1 1 3 1 5
sin x = n=0 (2n+1)! x = x− 3! x + 5! x + ... x∈R
P∞ (−1)n 2n
cos x = n=0 (2n)! x = 1 − 21 x2 + 1 4
4! x + ... x∈R
P∞ (−1)n 2n+1
arctan x = n=0 2n+1 x = x − 31 x3 + 15 x5 + . . . x ∈ [−1, 1]
P∞ α α(α−1) 2 α(α−1)(α−2) 3
(1 + x)α xn
= n=0 n = 1 + αx + 2 x + 3! x + . . . x ∈ (−1, 1)
α ∈ R α 6∈ N
P∞ n+k−1 P∞ n−1
(1 − x)−k xn xn−k
= n=0 k−1 = n=k k−1 x ∈ (−1, 1)
161
Come vedremo questi sistemi ammettono sempre una soluzione definita su tutto R. Con-
sideriamo due semplici casi.
Esempio 6.1. Il sistema
(
x0 (t) = 3x(t)
3 0
A=
y 0 (t) = −y(t) 0 −1
ha come soluzione (
x(t) = α1 e3t
α1 , α2 ∈ R,
y(t) = α2 e−t
mentre il sistema (
x0 (t) = y(t)
0 1
A=
y 0 (t) = 0 0 0
ha come soluzione (
x(t) = α2 t + α1
α1 , α2 ∈ R.
y(t) = α2
Con una scelta opportuna della funzione F il sistema (169) è equivalente al problema
di risolvere un’equazione differenziale normale di ordine n. Infatti, data una funzione
f : A ⊂ Rn+1 → R, consideriamo il problema di trovare una funzione x = x(t), definita su
un intervallo I e di classe C n (I), che soddisfi
x(n) (t) = f (t, x(t), x0 (t), . . . , x(n−1) (t)) t ∈ I. (171)
Definiamo
f1 (t, v) = v2
f2 (t, v) = v3
F = (f1 , . . . , fn ) : A → Rn F : ... .
fn−1 (t, v) = vn
f (t, v) = f (t, v)
n
Con questa scelta, una curva γ(t) = (x1 (t), . . . , xn (t)) è soluzione di (169) se e solo esiste
una funzione x = x(t) che soddisfa la (171) e valgono le seguenti relazioni
x1 (t) = x(t)
x (t) = x0 (t)
2
t ∈ I.
...
xn (t) = x(n−1) (t)
|t| < δ. Allora x(t) sarebbe strettamente crescente e, in particolare, x(t) > 1 per 0 < t < δ,
che è assurdo.
Esempio 6.3. Il problema di Cauchy
(
x0 (t) = 3 3 x(t)2 √
p
3
F (t, v) = 3 v 2 (t, v) ∈ R2
x(0) = 0
ammette più soluzioni definite su tutto R
(
3 t3 t>0
x1 (t) = 0 x2 (t) = t x3 (t) = .
0 t≤0
x(1) = 1
È tuttavia possibile avere esistenza “in grande” sotto ipotesi più forti sulla funzione F .
Teo 6.7. Sia F : I × Rn → Rn dove I ⊂ R è un intervallo aperto ed F 1 (I × Rn ), tale che
per ogni intervallo compatto J = [a, b] ⊂ I
kF (t, v)k ≤ aJ kvk + bJ t ∈ J, v ∈ Rn ,
dove aJ , bJ > 0 sono constanti che possono dipendere da J. Allora per ogni t∗ ∈ I e
v ∗ ∈ Rn esiste unica soluzione del problema di Cauchy
(
γ 0 (t) = F (t, γ(t))
γ(t∗ ) = v ∗
definita su tutto I.
164
Iniziamo lo studio dei sistemi di equazioni differenziali dal caso più semplice dei sistemi
lineari (a coefficienti costanti).
15.1. Esponenziale di una matrice. Indichiamo con Mn (C) lo spazio vettoriale (sui
numeri complessi) delle matrici n × n a coefficienti in C e con Mn (R) il sottoinsieme delle
matrici a coefficienti reali. Denotiamo con
0 0 ... 0 1 0 ... 0
0 0 ... 0 0 1 ... 0
0=
. . . . . . . . . . . . I=
. . . . . . . . . . . .
0 0 ... 0 0 0 ... 1
le matrici diagonali.
Dati A, B ∈ Mn (C) la matrice prodotto AB è definita da
n
X
(AB)ij = Aik Bkj i, j = 1, . . . n,
k=1
e la matrice aggiunta A∗
(A∗ )ij = Aji i, j = 1, . . . n.
La norma (di Frobenius o Hilbert-Schmidt) di A ∈ Mn (C) è
n
X
kAk2 = |Aij |2 . (172)
i,i=1
2
Dimostrazione. Identificando Mn (C) con Cn , la norma (172) coincide con l’usuale norma
2
in Cn , da cui seguono le proprietà (173a)–(173d). La definizione di matrice aggiunta
implica immediatamente la (173e) .
165
dove bj è il vettore le cui componenti sono il complesso coniugato delle rispettive com-
ponenti di bj e la seconda riga è conseguenza della disuguaglianza di Cauchy-Schwartz.
La (173g) si dimostra in modo simile.
P+∞
Diremo che la serie di matrici k=0 Ak converge ad A ∈ Mn (C) se
XN
lim k Ak − Ak = 0,
N →+∞
k=0
Il seguente risultato fornisce una condizione sufficiente per la convergenza di una serie di
matrici.
+∞
P +∞
P
Prop. 6.9. Data una serie Ak tale che la serie numerica kAk k sia convergente,
k=0 k=0
+∞
P
allora la serie Ak converge.
k=0
a) exp(0) = I;
b) se A ∈ Mn (R) allora exp(A) ∈ Mn (R);
c) se V ∈ Mn (C) è invertibile, allora
exp(V AV −1 ) = V exp(A)V −1 ; (175)
+∞ k
k Ak! k
P
Dimostrazione. Per la Prop. 6.9 è sufficiente dimostrare che la serie numerica
k=0
converge. Dalla (173f) per ogni k ≥ 1 vale6
kAk k ≤ kAkk ,
allora, per ogni N ≥ 1,
N N +∞
X Ak X kAkk √ X kAkk √
≤ kIk + ≤ n+ = n + exp(kAk) − 1 < +∞
k! k! k!
k=0 k=1 k=1
+∞ k
k Ak! k converge.
P
ed il criterio del confronto implica che la serie
k=0
6La disuguaglianza non vale per k = 0 poiché kA0 k = kIk = √n, mentre kAk0 = 1.
167
exp(tA)|t=0 = I (178b)
exp((t + s)A) = exp(tA) exp(sA) (178c)
−1
exp(−tA) = exp(tA) (178d)
per ogni s, t ∈ R. Inoltre, se B ∈ Mn (C) tale che AB = BA, allora
exp(t(A + B)) = exp(tA) exp(tB). (178e)
cioè Fij (t) è una serie di potenze con raggio di convergenza infinito e, di conseguenza, è di
classe C ∞ (R). Derivando termine a termine, per ogni t ∈ R,
+∞ +∞ n n +∞
X (Ak )ij k−1 X X (Ak−1 )`j tk−1 X X (Ak )`j k
exp(tA)0ij = t = (A)i` = (A)i` t
(k − 1)! (k − 1)! k!
k=1 k=1 `=1 `=1 k=0
= A exp(tA).
La (178b) segue dal fatto che exp(0) = I. Per provare la (178d), osserviamo che, per ogni
t∈R
(exp(tA) exp(−tA))0 = exp(tA)0 exp(−tA) + exp(tA) exp(t(−A))0
αn
Dimostrazione. Per la Prop. 6.13 la funzione γ(t) = exp(tA)v ∗ è di classe C 1 (R) e vale
(exp(tA)v ∗ )0 = A exp(tA)v ∗ (exp(tA)v ∗ )|t=0 = v ∗ .
Se Γ : R → Rn è un’altra soluzione allora
(exp(−tA)Γ(t))0 = exp(−tA)0 Γ(t)+exp(−tA)Γ(t)0 = −A exp(−tA)Γ(t)+exp(−tA)AΓ(t) = 0,
dove la seconda uguaglianza segue dalla (178a) e dal fatto che Γ è soluzione di (179). Allora
exp(−tA)Γ(t) = (exp(−tA)Γ(t))t=0 = Γ(0) = v ∗ ,
da cui Γ(t) = exp(tA)v ∗ per la (178d).
170
i=1 i=1
n
X
= αi γ i (t)
i=1
dove v∗ = V α. La (180) implica che exp(tA)v ∗ è soluzione di (181) e, quindi
n
X
Integrale generale ⊃ {γ ∈ C 1 (R) | γ(t) = αi exp(tA)v i , α1 , . . . , αn ∈ C}.
i=1
Scegliendo come base nella (182) gli autovettori v 1 , . . . , v n di A, ne segue che una famiglia
fondamentale di soluzioni per il sistema (179) è data da
γ 1 (t) = eλ1 t v 1 ... γ n (t) = eλn t v n ,
e la soluzione del problema di Cauchy (180) è data da
α1
n
X α2
γ(t) = λi t i
αi e v = V −1 v ∗ .
. . .
i=1
αn
dove i coefficienti pij (t) sono polinomi nella variabile t di grado minore od uguale ad m − 1
(ed almeno uno dei coefficienti è di grado m − 1).
Scelta la base canonica e1 , . . . , en di Cn nella (182), una famiglia fondamentale di soluzioni
è data da
p11 (t) p1n (t)
γ 1 (t) = . . . ... γ n (t) = . . . .
pn1 (t) pnn (t)
Essendo la matrice V associata alla base canonica la matrice identità, la soluzione del
problema di Cauchy (180) è
Xn
γ(t) = vi∗ γ i (t).
i=1
15.2.3. Matrici arbitrarie. Osserviamo preliminarmente che, data una matrice A ∈ Mn (C),
per il teorema di Jordan esistono (uniche) matrici S ed N tali che S è diagonalizzabile ed
N è nilpotente e
A=S+N SN = N S. (183)
Per la (178e) segue che
exp(tA) = exp(tS) exp(tN ),
per cui il problema dl calcolo di exp(tA) può essere ricondotto a quanto visto nei casi
precedenti.
Il teorema di Jordan, inoltre, assicura che esistono una matrice invertibile
V = v 1 |v 2 | . . . |v n ∈ Mn (C),
0 0 . . . J`
e ciascun blocco Jk è una matrice quadrata di taglia dk × dk della forma
λk 1 0 ... ... 0
0 λk 1 0 ... 0
can
. . .
Jk = = λk I +Nk ∈ Mdk (C),
. . . . . . . . . . . . . . .
0 0 . . . 0 λk 1
0 0 . . . . . . 0 λk
172
tali che
exp(tJ1 ) 0 ... 0
0 exp(tJ 2) ... 0
A = V JV −1
−1
exp(tA) = V
...
V ,
... ... ...
0 0 . . . exp(tJ` )
con
exp(tJk ) = eλk t exp(tNkcan ) ∈ Mdk (C).
Il calcolo di exp(tNkcan ) è molto semplice. Infatti, data una generica matrice B ∈ Mdk , il
prodotto Nkcan B è la matrice che si ottiene spostando verso l’alto le righe di B, mentre
l’ultima riga è nulla, cioè
0 1 ... ... 0 b11 b12 ... b1(dk −1) b1dk
b21 b22 ... b1(dk −1) b1dk
0 0 1 ... 0
can
Nk B = . . . . . . . . . . . . . . . . . .
... ... ... ...
0 0 ... 0 1 b(dk −1)1 b(dk −1)2 . . . b(dk −1)(dk −1) b(dk −1)dk
0 0 ... ... 0 bdk 1 bn2 ... bdk (dk −1) bdk dk
b21 b22 . . . b1dk
... ... ... ...
=bdk 1 bdk 2 . . . bdk dk .
0 0 ... 0
Riportiamo l’espressione esplicita nel caso dk = 2, 3
t2
1 t
1 t 2
exp(tNkcan ) = dk = 2 exp(tNkcan ) = 0 1 t dk = 3.
0 1
0 0 1
Con questa scelta di V , la (182) assicura che una famiglia fondamentale è data da
0
0
. . .
i i i λk t
i
γ (t) = exp(tA)v = V exp(tJ)e = e V exp(tNk )Pk e ,
0
...
0
dove e1 , . . . en è la base canonica di C e Pk ei è la proiezione sul k-esimo blocco.
Riportiamo la forma esplicita delle soluzioni corrispondenti al caso in cui J1 sia un blocco
di Jordan di dimensione 2 o 3
d1 = 2 : γ 1 (t) = eλ1 t v 1 γ 2 (t) = eλ1 t (v 2 + tv 1 )
t2 1
d1 = 3 : γ 1 (t) = eλ1 t v 1 γ 2 (t) = eλ1 t (v 2 + tv 1 ) γ 2 (t) = eλ1 t (v 3 + tv 2 +
v ).
2
Osserviamo che λ1 è un autovalore di A con molteplicità maggiore di 1. Il vettore v 1 è un
autovettore di A, cioè
Av 1 = λ1 v 1 =⇒ (A − λ1 I)v 1 = 0,
mentre v 2 e v 3 sono autovettori generalizzati di A, cioè
d1 = 2, 3 : (A − λ1 I)v 2 = v 1 =⇒ (A − λ1 I)2 v 2 = 0
d1 = 3 : (A − λ1 I)v 3 = v 2 =⇒ (A − λ1 I)3 v 3 = 0.
. Occorre prestare attenzione al caso in cui due o più blocchi di Jordan abbiano lo stesso
autovalore. Ad esempio nel caso n = 3 se
λ1 1 0
J = 0 λ1 0 ,
0 0 λ1
173
Caso 1. Se
dim ker (A − λi I) = molteplicità(λi ) i = 1, 2, 3,
allora esistono v1, v2, v3 ∈ C3 linearmente indipendenti tali che
(A − λi I)v i = 0 ⇐⇒ Av i = λi v i i = 1, 2, 3.
Definiamo γi : R → C3
γi (t) = eλi t v i i = 1, 2, 3,
allora λt
1 2 3 e 0 0
1
t
exp(tA) = v v v 0 eλ2 t 0 v1 v2 v3 ,
0 0 eλ3 t
e l’integrale generale del sistema (181) è
{α1 eλ1 t v 1 + α2 eλ2 t v 2 + α3 eλ3 t v 3 | α1 , α2 , α3 ∈ C}.
Caso 2. Se
dim ker (A − λ1 I) = 1 < molteplicità(λ1 ) = 2 dim ker (A − λ3 I) = molteplicità(λ3 ) = 1,
allora
λ1 = λ2 = λ 6= λ3 ,
gli autovalori sono reali ed esistono v 1 , v 3 ∈ R3 linearmente indipendenti tali che
(A − λI)v 1 = 0 (A − λ3 )v 3 = 0.
Inoltre esiste v 2 ∈ R3 tale che
(A − λI)v 2 = v 1
Definiamo γi : R → R3
γ1 (t) = eλt v 1 γ1 (t) = eλt (v 2 + tv 1 ) γ3 (t) = eλ3 t v 3 ,
allora λt
teλt
e 0 t
exp(tA) = v 1 v 2 v 3 0 eλt 0 v1 v2 v3 ,
0 0 e λ3 t
e l’integrale generale del sistema (181) è
{α1 eλt v 1 + α2 eλt (v 2 + tv 1 ) + α3 eλ3 t v 3 | α1 , α2 , α3 ∈ C}.
174
Caso 3. Se
dim ker (A − λ1 I) = 2 < molteplicità(λ1 ) = 3
allora
λ1 = λ2 = λ3 = λ,
gli autovalori sono reali. Esiste v1 6= 0 ∈ R3 tale che
v 1 ∈ Im(A − λI) dim Im(A − λI) = 1,
che soddisfa
(A − λI)v 1 = 0.
Inoltre esiste v 3 ∈ R3 linearmente indipendente da v 1 tale che
(A − λI)v 3 = 0.
Infine, esiste v 2 ∈ R3 tale che
(A − λI)v 2 = v 1 .
Definiamo γi : R → R3
γ1 (t) = eλt v 1 γ1 (t) = eλt (v 2 + tv 1 ) γ3 (t) = eλ3 t v 3
allora
1 t 0 t
exp(tA) = eλt v 1 v 2 v 3 0 1 0 v 1 v 2 v 3 ,
0 0 1
e l’integrale generale del sistema (181) è
{α1 eλt v 1 + α2 eλt (v 2 + tv 1 ) + α3 eλt v 3 | α1 , α2 , α3 ∈ C}.
Caso 4. Se
dim ker (A − λ1 I) = 1 < molteplicità(λ1 ) = 3,
allora
λ1 = λ2 = λ3 = λ,
gli autovalori sono reali. Inoltre, esiste v 1 6= 0 ∈ R3 tale che
(A − λI)v 1 = 0.
Inoltre, esistono v 2 , v 3 ∈ R3 tali che
(A − λI)v 2 = v 1 (A − λI)v 3 = v 2 .
Definiamo γi : R → R3
t2 3
γ1 (t) = eλt v 1 γ1 (t) = eλt (v 2 + tv 1 ) γ3 (t) = eλt (v 3 + tv 2 + v )
2
allora
t2
1 t 2 t
exp(tA) = eλt v 1 v 2 v 3 0 1 t v1 v2 v3 ,
0 0 1
e l’integrale generale del sistema (181) è
t2 1
{α1 eλt v 1 + α2 eλt (v 2 + tv 1 ) + α3 eλt (v 3 + tv 2 + v ) | α1 , α2 , α3 ∈ C}.
2
. Nel Caso 3 e Caso 4 si vede facilmente che la decomposizione di Jordan (183) è
A = λI + N
dove N = A − λI è una matrice nilpotente di ordine 2 (Caso 3) e 3 (Caso 4). Ne segue
che ( λt
e (I + tN ) 2 Caso 3
exp(tA) = λt t 2
e I + tN + 2 N Caso 4.
175
Teo 6.15. Dato I ⊂ R intervallo aperto , sia A(t) ∈ Mn (R), t ∈ I, una funzione di
classe C 1 (I).
a) Dati t∗ ∈ I e v ∗ ∈ Rn esiste unica soluzione del problema di Cauchy
(
γ 0 (t) = A(t)γ(t)
γ(t∗ ) = v ∗
definita su tutto l’intervallo I;
b) l’integrale generale del sistema
γ 0 (t) = A(t)γ(t)
è uno sotto-spazio vettoriale W di dimensione n dello spazio vettoriale
C 1 (I, Rn ) = {γ : I → Rn | γ ∈ C 1 (I)};
c) fissata una base v 1 , . . . , v n di Rn e t∗ ∈ I, una base di W è data dalla famiglia di
funzione γ1 , . . . , γn dove ciascuna γi è la soluzione del problema di Cauchy
(
γ 0 (t) = A(t)γ(t) t∈I
∗ i
,
γ(t ) = v
cioè
n
X
W={ αi γi | α1 , . . . , αn ∈ R}. (184)
i=1
Inoltre, tutte le basi di W sono di questa forma.
Dimostrazione. Per dimostrare il punto a) è sufficiente applicare il Teo. 6.7 alla funzione
F : I × Rn → Rn F (t, v) = A(t)v,
176
che è di classe C 1 per l’ipotesi su A(t). Inoltre, fissato J = [a, b] ⊂ I, per la (173g)
kF (t, v)k = kA(t)vk ≤ kA(t)kkvk ≤ supkA(t)kkvk
t∈J
per ogni t ∈ J e v ∈ Rn ,
dove aJ = supt∈J kA(t)k < +∞ poiché ciascuna componente
A(t)ij è una funzione continua e, quindi, limita su J per il teorema di Weierstrass.
Il punto b) è un immediata conseguenza del punto c) per dimostrare il quale osserviamo
che, fissata una base v 1 , . . . , v n e t∗ ∈ R, le soluzioni γ1 , . . . , γn esistono (uniche) su tutto I
per il punto a). Mostriamo che γ1 , . . . , γn sono funzioni linearmente indipendenti. Infatti
se α1 , . . . , αn ∈ R tali che
Xn
αi γi (t) = 0 ∀t ∈ I,
i=1
allora per t = t∗
n
X n
X
∗
0= αi γi (t ) = αi v i ∀t ∈ I,
i=1 i=1
da cui α1 = . . . = αn = 0 poiché v1 , . . . , vn sono linearmente indipendenti. Dimostriamo
n generano l’integrale generale W. Dati α1 , . . . , αn ∈ R, definiamo la
ora che γ1 , . . . , γP
funzione γ(t) = ni=1 αi γi (t), che è una soluzione del sistema. Infatti,
n n n
!
X X X
0 0
γ (t) = αi γi (t) = αi A(t)γi (t) = A(t) αi γi (t) = A(t)γ(t),
i=1 i=1 i=1
dove la seconda uguaglianza segue dalla definizione di γi e la terza dalla linearità di A(t).
Allora
Xn
W⊃{ αi γi | α1 , . . . , αn ∈ R}.
i=1
Per mostrare l’altra inclusione, sia γ una soluzione di γ 0 (t) = A(t)γ(t) definita su I, allora,
poiché v1 , . . . , vn sono un insieme di generatori di Rn esistono α1 , . . . , αn ∈ R tali che
n
X
γ(t∗ ) = αi v i = v ∗ .
i=1
Pn
Sia Γ(t) = i=1 αi γi (t), t ∈ I. Per quanto visto sopra Γ è ancora una soluzione e soddisfa
la condizione iniziale
n
X n
X
Γ(t∗ ) = αi γi (t∗ ) = αi v i = v ∗ .
i=1 i=1
Per l’unicità vista al punto a) segue che Γ = γ, per cui
Xn
W⊂{ αi γi | α1 , . . . , αn ∈ R}.
i=1
Ne segue che W è uno spazio vettoriale di dimensione n di cui γ1 , . . . , γn ne è una base.
Per mostrare l’ultima affermazione, sia γ1 , . . . , γn una base qualunque di W e definiamo
v i = γi (t∗ ) i = 1, . . . , n.
È sufficiente mostrare che i vettori v 1 , . . . , v n sono linearmente indipendenti. Siano α1 , . . . , αn ∈
R tali che
X n
αi v i = 0
i=1
Pn
e definiamo γ(t) = i=1 αi γi (t) che è soluzione del problema di Cauchy
(
γ 0 (t) = A(t)γ(t) t∈I
,
γ(t∗ ) = 0
177
che ammette anche la soluzione identicamente nulla. Per l’unicità della soluzione γ(t) = 0,
cioè per ogni t ∈ I
Xn
αi γi (t) = 0.
i=1
Essendo γ1 , . . . , γn funzioni linearmente indipendenti, α1 = . . . = αn = 0.
. Il precedente teorema vale anche nell’ipotesi più debole che la matrice A(t) sia una
funzione continua su I e nel caso in cui A(t) ∈ Mn (C).
Def. 6.16 (Matrice wronskiana). Una base γ1 , . . . , γn dell’integrale generale del sistema
γ 0 (t) = A(t)γ(t) è detta famiglia fondamentale e la matrice n × n
W (t) = γ1 (t) γ2 (t) . . . γn (t) i∈I
è detta matrice wronskiana.
Fissato t∗ ∈ I, le colonne di
W (t∗ ) = v 1 v 2 . . . v n
16.2. Sistemi lineari non omogenei. Il seguente teorema, noto come formula delle va-
riazioni delle costanti, fornisce una soluzione esplicita di un sistema lineare non omogeneo.
Teo 6.18. Dato I ⊂ R intervallo aperto, siano A(t) ∈ Mn (R) e b(t) ∈ Rn , t ∈ I, due
funzioni di classe C 1 (I).
178
Dimostrazione. Mostriamo che la (186b) è una soluzione del problema di Cauchy (186a).
Essendo W (t)−1 di classe C 1 , la funzione integranda
τ 7→ W (τ )−1 b(τ )
è una funzione continua e, per il teorema fondamentale del calcolo integrale, γ è di classe
C 1 . Allora, usando la (185)
Z t
0 0 ∗ −1 ∗
γ (t) = W (t) W (t ) v + W (τ ) b(τ ) dτ + W (t)W (t)−1 b(t)
−1
t∗
Z t
∗ −1 ∗ −1
= A(t)W (t) W (t ) v + W (τ ) b(τ ) dτ + b(t)
t∗
= A(t)γ(t) + b(t).
Inoltre si verifica immediatamente che γ(t∗ ) = v ∗ , per cui è soluzione del problema di
Cauchy (186a).
L’unicità si può dimostrare usando il Teo. 6.7. Alternativamente, sia Γ un’altra soluzione
di (186a). La funzione W (t)−1 Γ(t), t ∈ I, è di classe C 1 e la sua derivata è, usando la (185),
0
W (t)−1 Γ(t) = (W (t)−1 )0 Γ(t) + W (t)−1 Γ0 (t)
= −A(t)W (t)−1 )0 Γ(t) + W (t)−1 (A(t)Γ(t) + b(t)) = W (t)−1 b(t)
Integrando entrambi i membri tra t∗ e t
Z t
−1 ∗ −1 ∗
W (t) Γ(t) − W (t ) Γ(t ) = W (τ )−1 b(τ ) dτ.
t∗
Tenuto conto che Γ(t∗ ) = v ∗ , segue che
Z t
∗ −1 ∗
Γ(t) = W (t)W (t ) v + W (t) W (τ )−1 b(τ ) dτ.
t∗
Per dimostrare il punto b), sia γ una soluzione del sistema (186d), che esiste per quanto
visto nel punto a). Sia γ una generica soluzione del sistema (186d), allora
(γ(t) − γ(t))0 = γ 0 (t) − γ 0 (t) = (A(t)γ(t) + b(t)) − (A(t)γ(t) + b(t)) = A(t) (γ(t) − γ(t)) .
179
Pn segue che γ − γ è soluzione del sistema omogeneo (186c) e, per il Teo. 6.15, γ − γ =
Ne
i=1 αi γi , da cui segue la tesi.
L’equazione (186b) mostra che la soluzione del problema di Cauchy (186a) è la somma
γ = γ0 + γ dove
γ0 (t) = W (t)W (t∗ )−1 v ∗
è la soluzione del problema di Cauchy omogeneo
(
γ 0 (t) = A(t)γ(t)
γ(t∗ ) = v ∗
con lo stesso dato iniziale γ(t∗ ) = v ∗ , e
Z t
γ(t) = W (t) W (τ )−1 b(τ ) dτ
t∗
è la soluzione particolare del problema completo
(
γ 0 (t) = A(t)γ(t) + b(t)
γ(t∗ ) = 0
con condizione iniziale nulla.