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La vita al castello

Il castello non era solo una costruzione militare. Era innanzitutto la casa del signore e della sua famiglia. Il
suo ambiente più importante era la grande sala comune, dove tutti si riunivano per i pasti, e dove si
svolgeva la vita quotidiana. C’erano poi le stanze private del signore, la cucina, spesso una cappella, i
magazzini per le provviste, l’armeria, l’officina del maniscalco, le stalle e i recinti per i vari animali domestici.
Di vitale importanza erano le riserve di acqua, cisterne per la raccolta dell’acqua piovana o pozzi, per
garantire l’approvvigionamento idrico in caso di assedio. Spesso i muri interni erano intonacati e decorati
con disegni e affreschi.

Le famiglie dei signori erano quasi sempre numerose. Bambini e bambine crescevano insieme fino all’età di
sette anni. Portavano gli stessi abiti, e dormivano nelle stesse stanze. Poi i fratelli e le sorelle venivano
separati. In genere il figlio maggiore seguiva le orme paterne, abbracciando la carriera delle armi; i figli
cadetti e le figlie non sposate, spesso, finivano in convento. L’alternativa per i figli era diventare cavalieri, per
le figlie sperare di sposare dei gentiluomini. Raramente i nobili sapevano leggere o scrivere. Per firmare un
documento, ad esempio, si limitavano a imprimere il loro sigillo inciso su un anello (o su un punzone) sulla
ceralacca fusa.
Le donne, anche quelle di origine nobile, avevano pochi diritti. Le ragazze erano quasi sempre sposate a
quattordici anni. I matrimoni erano combinati tra le famiglie e comportavano il pagamento di una dote. I
beni della moglie passavano in proprietà al marito e questo rendeva i dei veri e propri cacciatori di dote.
Anche se con minori diritti, nella vita privata, la castellana tuttavia godeva di una sostanziale parità con il
marito. Quando egli era lontano, assumeva la responsabilità della proprietà.

Aiutata da un balivo o amministratore, la castellana poteva disporre personalmente dei propri beni e
sovrintendeva alle attività domestiche e di tutti i giorni. Poteva avere dei dipendenti e spettava a lei
accogliere, con cortesia, gli ospiti. Aveva dame di compagnia per essere intrattenuta, serve per essere
accudita e nutrici che allevavano i suoi figli. Molto spesso le donne nobili, al contrario dei cavalieri e dei loro
mariti, erano istruite. Sapevano leggere e scrivere e conoscevano il latino oppure parlavano una lingua
straniera.
Tutte queste attività, però, non vanno confuse e interpretate come segno di una certa emancipazione.
Anche se godeva di stima e considerazione nella vita sociale e di corte, la donna continuava ad essere
considerata debole per natura, bisognosa di protezione e priva di diritti reali.
Il signore, o cavaliere, occupava la maggior parte della giornata ad amministrare le sue proprietà, a dirimere
controversie giuridiche e a mantenere le relazioni con i sottoposti.
Nei castelli e nelle dimore signorili medievali si dedicava tempo all’igiene personale. Uomini e donne si
facevano il bagno in mastelli di legno impiegando sostanze detergenti ed emollienti, spesso molto costose.
Si acconciavano con attenzione i capelli e gli uomini coltivavano la barba. Nelle corti si cominciò a indossare
i vestiti finemente eleganti e lungamente descritti nelle opere romanze o nei codici. Ovviamente si trattava
di abiti che venivano indossati nelle occasioni in cui ci si doveva mostrare in pubblico, come tornei, feste e
banchetti. Nell’uso quotidiano i signori e cavalieri vestivano abiti militari, o comunque di taglio molto più
semplice e grossolano, e le donne lunghe sopravesti di lana grezza.
Quando pensiamo a una corte dobbiamo abbandonare ogni idea principesca. Nei castelli c’era poca luce. Le
aperture erano piccole e coperte da un pergamena, l’impannata (il vetro verrà utilizzato solo alla fine del XIII
secolo). I mobili sono concentrati nel salone più importante e sono composti per lo più da panche, sedie e
tavoli. Alle pareti c’erano tappezzerie e pellicce per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Rari erano i
tappeti.
Molto meno diffuse erano le buone maniere. In un banchetto, anche in presenza di re e regine, si era soliti
mangiare e bere senza moderazione, pulendosi la bocca con la tovaglia. Non esistevano le posate e i piatti
personali, che arrivarono solo nel XV secolo. Si mangiava con le mani in piatti comuni, passandosi il coltello
comune per tagliare le carni. Gli avanzi si buttavano nel piatto da portata, o per terra, e sempre dallo stesso
piatto si prendeva un nuovo boccone. L’uso dei piatti in legno o in metallo si diffuse solo a partire dalla fine
del XIV secolo. Prima il cibo veniva appoggiato su grandi fette di pane e veniva condiviso con i vicini di
tavola.
Le tavole erano normalmente disposte a “U” lungo le pareti del salone per lasciare libero lo spazio al centro
dove giocolieri e trovatori intrattenevano gli ospiti. I pasti potevano comprendere parecchie portate:
minestre, patè, pesce, selvaggina e carni cotte allo spiedo o al forno, accompagnate da una salsa (a partire
dalle crociate si diffonde l’uso delle spezie provenienti dall’Oriente, cannella, pepe, zenzero, eccetera).
I sovrani e i signori medievali erano appassionati di caccia e falconeria. Cacciare non era solo un mezzo per
procurarsi carne fresca, ma anche un addestramento alle tecniche di guerra, permettendo ai cavalieri di
dimostrare il loro coraggio affrontando animali selvaggi pericolosi, come il cinghiale. Molto spesso sovrani e
signori riservarono al proprio uso esclusivo vaste aree forestali.
Si cacciavano daini, cinghiali, uccelli e conigli. I cavalieri cacciavano quasi sempre a cavallo. Molto usati
erano gli archi e le balestre. La caccia con il falco era molto diffusa e gli uccelli addestrati erano molto
ricercati. Era una vera e propria arte e riservata esclusivamente ai nobili. Quello del falconiere,
l’addestratore dei rapaci, era un lavoro ben pagato. Altro prezioso alleato era il cane, oggetto di attenzioni
continue.

Per la caccia al cinghiale si usava la lancia. Va anche ricordato che la caccia, anche se si trattava di uno sport
prevalentemente maschile, non era esclusa alle donne.
Benché fondamentalmente si trattasse di uomini di guerra, i cavalieri si rifacevano a codici di
comportamento e di onore, il cosiddetto “ideale cavalleresco”, che davano una particolare importanza
all’onore delle armi e al comportamento “cortese” verso le donne. I poemi sull’amor cortese, recitati dai
trovatori della Linguadoca, erano basati su questo codice e ideale di vita, così come le storie cavalleresche,
così popolari nel Duecento. Le stesse gerarchie ecclesiastiche favorirono questa tendenza, al punto di
trasformare l’investitura a cavaliere in una vera e propria cerimonia religiosa.
Nel corso del XII secolo ricevette un grande impulso l’araldica, l’ornamentazione che, attraverso regole
definite, che permetteva a un cavaliere di distinguersi e identificarsi. I disegni del proprio scudo, dell’insegna
o della propria sopravveste, erano un mezzo che permetteva al cavaliere e al nobile di distinguersi
facilmente durante un combattimento o nel corso di un torneo.
L’araldica si basava su regole ferree. Lo stemma era proprietà esclusiva del nobile o cavaliere e, dopo la sua
morte, passava di diritto al figlio primogenito. Oltre ai disegni e ai temi trattati, anche i colori e i metalli
(argento e oro) usati negli stemmi erano rigidamente codificati.