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95001 – Introduzione alla Teologia Liturgica – CONCLUSIONE DEL CORSO: 236

Le Componenti essenziali di un’azione liturgica. Prof. Juan Javier Flores OSB.

CONCLUSIONE.

LE COMPONENTI ESSENZIALI DI UN'AZIONE LITURGICA

LA LITURGIA, AZIONE CULTUALE DELLA CHIESA

(L 'aspetto liturgico della Chiesa)

Ricordiamo, subito, che il soggetto della Liturgia è la Chiesa.


Come Chiesa intendiamo non la parte gerarchica, semmai il suo senso primitivo di Corpo di
Cristo, di Mistero-Sacramento di Cristo, di Popolo di Dio. Finalmente la Chiesa va riassumendo
le sue dimensioni più autentiche e ritorna alla sua primitiva e fondamentale natura di “Corpo di
Cristo”, di mistero-sacramento di Cristo e di popolo di Dio.
Nell'Antico Testamento, la parola Chiesa era il «termine tecnico» per indicare una
convocazione «sacra», cioè il momento in cui il Popolo di Dio si riuniva in un'assemblea
liturgica, convocata per l’ascolto della Parola di Dio, per celebrare la Pasqua, nonché le altre
feste, così come i giorni di orazione e di penitenza.
Così la Chiesa si identifica con il Popolo di Dio e, allo stesso tempo, Essa rappresenta il
momento in cui questo Popolo si rivela come «regno sacerdotale» e gens sacra per il culto di
Dio.
Nel Nuovo Testamento, ancora, si fa più esplicita l’equazione Chiesa-Comunità cultuale e si
conia, in quel momento, l'espressione «Chiesa-Corpo di Cristo» (Ef 2,22; 1Pt 2,5), ad esempio
del Signore (1Cor 3, 16-17,2; 2Cor 6,16; Ef 2,21).
In questa Chiesa del Nuovo Testamento, oltre all'aspetto costitutivo-organico, si pone in
essere, il Suo aspetto cultuale, sino a poter affermare che "il Corpo di Cristo è Chiesa, cioè la
Comunità cultuale", o una comunità cultica a livello di culto. Questa dimensione cultuale nella
Chiesa è e dovrebbe essere sempre primaria.
Proprio il prologo di Giovanni nel presentare la sintesi della Storia della Salvezza proclama
chiaramente la dimensione cultuale dell'Incarnazione di Cristo. Trae spunto da ciò,
l'affermazione di SC 2, quando dice che la Liturgia rivela l'autentica natura della Chiesa: si parla
di una Chiesa che è Popolo di Dio con finalità e vocazione di culto divino, destinato ad essere,
nel tempo e nello spazio, la realizzazione spirituale di quello che Cristo fu nel Suo Corpo
terreno.
Conseguentemente, si può trarre la CONCLUSIONE, assieme a Pio XII, che "la Liturgia è il
culto pubblico del Corpo di Cristo, nella Sua totalitá di Capo e di Membra". Però non si può
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trascurare di sottolineare come questo culto pubblico sia anche un'azione nella quale il Popolo di
Dio agisce in riferimento alla propria identità di Comunità cultuale (Vaticano II).
Tanto i1 Beaudiun, quanto la Mediator Dei, hanno fortemente insistito sull'aspetto
ecclesiale della Liturgia, ma con delle incertezze. Ma, ora, sulla scorta di SC 26 è giunto il
momento di fermarci sull'aspetto liturgico della Chiesa.
In riferimento a quanto detto sopra e ricordando Marsili, si può pervenire ad un risultato
concreto e cioè che:

L’elemento essenziale di ogni azione liturgica è che detta azione stessa provenga dalla Chiesa,
non come fatto d'imposizione per legge dell'autorità gerarchica della Chiesa o per "tradizione",
ma piuttosto come fatto – non è azzardato dirlo – genetico. Deve, cioè, essere un'azione di culto
in cui la Chiesa riveli e manifesti sé stessa in quanto Comunità cultuale.

La Chiesa, in quanto Comunità cultuale, deve presentarsi come Corpo di Cristo, e, nello stesso
tempo, sotto un duplice aspetto:
a) il primo aspetto, riguarda la Comunità che perpetua l’evento cultuale che fu proprio dello
stesso Cristo nel Suo Corpo terreno, come conseguenza della Sua Incarnazione;
b) il secondo aspetto, riguarda, invece, il Corpo organizzato da un Capo e da alcune
membra, che consente l'azione liturgica non solo per il fatto di costituire una Comunità
spiritualmente unita, ma anche una realtà unitaria composta gerarchicamente, dove il
Capo rappresenta visibilmente Cristo, il quale, non solo dà forma e senso alla Liturgia,
ma esplicita in modo indiscutibile il proprio mistero di salvezza, dal momento che Egli è
il Capo invisibile, che dà contenuto alla stessa Liturgia e alla medesima celebrazione dei
misteri della fede.

Con tali premesse, si può fare una prima conclusione dicendo che:

La prima inderogabile componente della Liturgia è, dunque, questa azione cultuale


della Chiesa, nella Sua complessa realtá di “Corpo di Cristo”.

A tale riguardo, Marsili afferma solennemente: «La Chiesa è liturgica per intima
costituzione». (Anàmnesis 1, 109-111). Questo concetto viene proposto anche da SC 2 e SC 26
che ci presenta, appunto, la Liturgia come rivelatrice della vera natura della Chiesa.
Di tutto questo si può dedurre e se deve dedurre che:
«Sacra Liturgia non explet totam actionem Ecclesiae...attamen...est culmen ad
quod actio Ecclesiae tendit et simul fons unde omnis eius virtus emanat» (SC 10).
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Fons è il termine classico per proporre e designare, l’influenza dell’Eucaristia nella vita della
Chiesa. Tale pensiero si trova anche nel Catechismo di Trento, nel Motu Proprio Tra le
sollecitudini e nella Mediator Dei. Ma adesso è tutta la liturgia, il cui centro è l’Eucaristia che
viene presentata come la sorgente della vita della Chiesa.
Culmen, è il termine che indica anche la liturgia come culmine, benché questa parola non
sembra sia stata adoperata prima del Vaticano II. Dal momento, però, che la liturgia è stata
considerata l’attività della Chiesa nella prospettiva della economia salutis, si può dire che essa è
veramente il culmine di tutta l’azione della Chiesa stessa.
La missione data agli Apostoli, dopo la risurrezione, ci fa vedere la liturgia anche come
termine o meta di un lavoro missionario e anche come punto di partenza di un lavoro pastorale.
Dunque, la liturgia è veramente culmen ad quod actio Ecclesia tendit e, nello stesso tempo,
impegna e coinvolge integralmente la vita dell’uomo che fa esperienza di Dio. In questa ottica si
esprime e si rivela come fonte di salvezza, la cui dimensione primaria è proprio la celebrazione
della fede nel suo contenuto di mistero.
Bisognarebbe, allora, rileggere di nuovo la Sacrosanctum Concilium 22. Questo testo non è
solo una semplice dichiarazione dei principi, ma ha delle conseguenze importanti per la vita
della Chiesa. Ciò lo si capisce in rapporto con tutta la liturgia e non soltanto con l’Eucaristia,
come si può intuire dalla lettura dei numeri 5-8, dove la medesima opera della nostra salvezza
viene realizzata da Cristo e continuata dallla Chiesa la quale è:
«Veluti Christi sacerdotalis muneris exercitatio» (SC 7).

In questo senso la liturgia è:


«Primus, isque necessarius fons, a quo spiritum vere christianum
fideles hauriant» (SC 14).
La liturgia è il termine più alto (culmen) cui tende l’azione della Chiesa e insieme come la
sorgente (fons) dove a questa derivano tutte le sue energie (SC 10).
Allora, l’Eucaristia fa la Chiesa, perché è il sacramento con il quale la Chiesa si fa
Comunità. E’ un assioma che richiama alla celebre affermazione del Dottore della Grazia:
«L’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia».
In questo senso, la Chiesa appare come il soggetto-oggetto del culto. E’ qui noto il pensiero
di Sant’Agostino in quanto «il sacrificio dei cristiani consiste nell'essere tutti un unico corpo
in Cristo» (De Civitate Dei 10,6).
La Chiesa offre il proprio culto a Dio nel suo “essere corpo di Cristo”, ossia nel realizzarsi,
attraverso la santità della vita, come continuazione concreta della vita vissuta da Crista nel suo
corpo umano. La Chiesa, nel pensiero agostiniano, si fa corpo di Cristo facendo il corpo di
Cristo.
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La conseguenza chiara e inequivocabile di tutto questo è una sola: la Chiesa è una comunità
cultuale liturgica nell’unità sacramentale con il corpo di Cristo.
Riprendendo un pensiero di Karl Rahner, nel suo libro“Chiesa e sacramenti”, possiamo dire
che “vi è l’Eucaristia perché vi è la Chiesa, ma anche vi è la Chiesa perché vi è l’Eucaristia”.
In relazione a questo fatto, il Concilio Vaticano II adopera due termini che sono essenziali per
la Teologia della Liturgia: il Mistero Pasquale ed i Sacramenti della Chiesa.
La liturgia è, dunque, celebrazione ed attualizzazione del Mistero Pasquale mediante
l’Eucaristia ed i Sacramenti che sono il centro della vita della Chiesa. Al riguardo, un
riferimento preciso lo si può avere dalla Vicesimus Quintus annus nº 22.

LA LITURGIA, ATTUAZIONE DEL MISTERO DI CRISTO

Unitamente all'aspetto ecclesiale, coesiste anche quello cristologico, dal momento che la
Liturgia persegue il fine di riunire tutto e tutti a Cristo.
La Chiesa è una Comunità cultuale in quanto continua nel tempo e nel luogo, l'azione
sacerdotale di Cristo, la quale consiste, prima di tutto, nel dare agli uomini, attraverso il Suo
Corpo (cioè la sua Incarnazione), pieno accesso al Padre. Su questa linea si può ricordare San
Leone Magno quando dice:
«Quod conspicuum erat in Christo transivit in Ecclesia sacramenta»1.

Da qui deriva che la medesima azione liturgica della Chiesa è chiamata a riprodurre,
adeguatamente, negli uomini il mistero di Cristo "ossia quell'attuazione del disegno divino per il
quale l'umanitá di Cristo realizza negli altri la salvezza.
Questo è quanto, certamente, avviene nei sacramenti che sono, allo stesso tempo, misteri sul
piano cultuale, ossia la presenza salvifica di Cristo attraverso i segni (per la Chiesa) della sua
azione. E tutto questo avviene attraverso l'azione dei sacramenti la cui finalità è fare, uomini
ad immagine di Cristo vivo e “tempio santo di Dio nello Spirito” (Ef 2,22), nonché lode viva a
Dio - Amore (Ef 1,6).
Tutto questo, però, non avviene soltanto con i sacramenti, ma anche tramite la preghiera.
L'orazione, oltre ai sacramenti ha, anche, una relazione diretta con il mistero di Cristo ed è
"azione liturgica" perché è attualizzazione e segno del mistero stesso di Cristo.
In questo senso, bisogna aggiungere che la Chiesa non è solo sacramento, cioè segno effettivo
di unità tra gli uomini e Dio, ma è anche sacramento della preghiera di Cristo, giacché fatta
nel nome del Signore, si fa segno di Cristo orante nel Suo Corpo.

1
Sermo 74,2.
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Nell'orazione fatta in nome del Signore, c'è una doppia presenza, cioè una presenza-azione da
parte della Chiesa e da parte di Cristo.
Ciò che ci appare necessario sottolineare è il carattere sacramentale dell'orazione fatta nel
nome di Gesú o orazione liturgica che riveste un carattere sacramentale "perché è trasmissione-
continuazione della preghiera salvifica di Cristo attraverso il segno della Chiesa orante". Ed è
questa la sua basilare costituzione sacramentale, che fa della preghiera della Chiesa – alla pari
con tutti i sacramenti – un'attuazione del mistero di Cristo e, cioè, ne fa un'azione liturgica.
A tale riguardo si può leggere la SC 83, laddove, nel presentare l'orazione della Chiesa, fa di
essa una continuazione dell'opera sacerdotale di Cristo per mezzo della Chiesa stessa; è un'opera
che la Institutio specifica come "opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di
Dio, applicando all'orazione quello che la SC 5 aveva già detto in merito alla Liturgia in generale
e mettendola «a fianco del sacramento dell'Eucarestia, come sua esplicitazione, anzi
"completamento"» (v. SC 83; IGLH 12,13).
La medesima Institutio fa dell'orazione liturgica un "memoriale" dei misteri salvifici, e le
conferisce un compito «anamnetico» che è essenziale in ogni realtá sacramentale (v. 16 LH
12). E’ importante, dunque, il termine latino: Memoriam Mysteriorum Salutis (IGLH 12).
In questo caso, la Liturgia è "attuazione del mistero di Cristo", non solo attraverso i
sacramenti, ma anche nell'orazione della Chiesa in quanto, come «segno» della Chiesa,
concretamente, si realizza come «assemblea orante». A tale riguardo, è presente la «realtá»
salvifica della preghiera stessa di Cristo.
Con le parole di Marsili possiamo giungere ad una nuova conclusione:

«Siamo, infatti, di fronte ad un'elevazione della Liturgia al rango di componente essenziale


dell'opera di salvezza e, precisamente, sulla linea “cristologica”».

Si può, allora, vedere, anzi, contemplare:


 la Liturgia inquadrata e situata nella sua effettiva dimensione teologico-
economica e cioè nella «teologia del mistero di Cristo».
 la Liturgia, vista in questa prospettiva, non è opera dell'uomo, ma lo stesso
mistero di Cristo "disceso in azione tra gli uomini per mezzo di segni cultuali".
Di conseguenza, vediamo la Liturgia come:
1. presenza reale del mistero di Cristo,
2. memoriale della Sua Pasqua,
3. perpetua realizzazione del Suo piano salvifico,
4. continuazione della storia della salvezza.

Questo mistero salvifico pasquale trova perenne continuazione nella chiesa e per la
chiesa, soggetto perpetuo della liturgia.
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APPENDICE

LE LEGGI DELLA TEOLOGIA LITURGICA

E’ bene, adesso, stabilire una serie di leggi che costituiscano, a loro volta, tante altre
proposte basate nel presente e proiettate verso il futuro.
Esse riguardano:
1. – una teologia che si alimenta della liturgia, e nello stesso tempo una liturgia
che si alimenta della teologia;
2. – una teologia liturgica che si richiama il testo, in quanto la Parola è veicolo
di trasmissione del messaggio divino;
3. – una teologia che, partendo dalla celebrazione, la manifesta come epifania
della Chiesa;
4. – una teologia che parte da e finisce nella Pasqua di Cristo;
5. – una teologia che fa della celebrazione una Pasqua permanente;
6. – una teologia liturgica con fondamento nella storia, centrata nella
celebrazione, aperta all’eschaton.
7. – una teologia che permette di entrare nel mistero di Cristo, tramite una
celebrazione che è Pasqua totale.

Queste leggi è bene, ora, affrontarle singolarmente:


1. Una teologia che si alimenta della liturgia, e nello stesso
tempo una liturgia che si alimenta della teologia.
Se esiste un’autentica inter-penetrazione ed inter-relazione tra teologia e liturgia, ambedue
non solo si relazionano, ma anche si pongono in un’azione mutua e reciproca.
Questo fatto si è manifestato già nel passato, ed è entrato a formare parte del linguaggio
liturgico. Si può capire la liturgia del Natale senza l’unione ipostatica? Si può capire la
celebrazione della Pasqua nel suo sviluppo cronologico durante i tre giorni, senza ricorrere alle
eresie cristologiche del secolo IV? Si può capire la fissazione delle Solennità dell’Ascensione
e della Pentecoste senza relazionarle alla loro comparsa nell’Anno Liturgico, mediante i
concili contemporanei e senza l’intento di sottolineare l’opera dello Spirito Santo? Perche il
culto mariano ha il suo primo esordio con il Concilio di Efeso? Perché inizialmente si
festeggiano soltanto i martiri nell’ambito dell’Anno Liturgico? In questo modo, potremmo
moltiplicare le domande e trovare tante altre risposte per concludere sempre che la lex
credendi ha influito poderosamente sulla lex orandi.
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I molteplici testimoni indicano chiaramente questo reciproco influsso che dà alla liturgia una
“cattedra” di teologia molto prima che le università inizino ad esistere.
Se la teologia ha impresso la sua marca e il suo carattere nella liturgia, nel medesimo tempo,
quest’ultima ha saputo cooperare con le sue proprie caratteristiche al Depositum Fidei.
La liturgia, congiunto armonioso di celebrazione e vita, di testi e riti, di sacramenti e
sacramentali, è un equilibrato e complesso sistema nel quale la teologia trova il suo ambito di
sviluppo naturale ed allo stesso tempo, un clima stimolante che le permette di evolversi ed
espandersi.

2. – Una teologia liturgica che si richiama al testo, in quanto la


Parola è veicolo di trasmissione del messaggio divino.
Si deve difendere, dunque, un modo di concepire la liturgia basata soprattutto nel testo che
ci dia la possibilità di accedere ad un’autentica teologia del culto cristiano.
Se optiamo per il testo liturgico, concretamente attraverso la parola – scritta e parlata – come
espressione e veicolo di comunicazione, lo facciamo coscienti di trascendere il suo valore
immediato, per poter così entrare in un contesto di comunicazione che ci faccia entrare nel
mistero rivelato in Cristo da tutta la sua eternità (cfr. Mysterium Christi in aeternis Dei
consiliis, Ef 1, 3-14).
Senza dubbio, quest’ambito di comunicazione è reso possibile cominciando per la stessa
Parola di Dio, visto che:
«Non uno tantum modo verbum Dei in celebratione liturgica pronuntiatur,
nec eadem semper efficacitate audientium corda percelliter: semper vero in verbo
suo Christus praesens adest, qui salutis exsequens Mysterium, homines
sanctificat et Patri cultum tribuit perfectum»2.
Tutto questo fa comprendere che, dalla Parola divina a quella umana, la comunicazione
assume valori e pressupposti umanamente raggiungibili da parte dell’uomo di oggi che celebra
l’azione liturgica in un tempo e luogo determinati.
Certamente, l’importanza del testo e del suo significato sono tali che si decide in essi la
piena comprensione dell’azione celebrata e la partecipazione attiva tanto auspicata, oggi, da
tutta la riforma liturgica.
Dunque, autore e testo vanno intimamente uniti, sapendo sempre che il significato migliore
è quello che lo stesso autore fornisce, ponendo l’accento sull’importanza di una comprensione
autentica della storia della liturgia, della sua celebrazione e dei suoi libri liturgici.
Se partiamo dal testo, dalla Parola di Dio e dall’eucologia, e ne facciamo una sintesi, senza
dimenticare il rito che circonda la Parola stessa, lo facciamo dentro un insieme che trasmette il

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Ordo Lectionum Missae, ed. del 1981, 4.
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messaggio salvifico in chiave umana, ma – allo stesso tempo – non gli fa perdere la sua
categoria divina.
Quindi, il valore del linguaggio comunicativo, come veicolo di comunione intradivina,
suppone un’apertura alle scienze del linguaggio. Questo componente della comunicazione –
pienamente umana – si relaziona con i componenti “divini” essenziali dell’azione liturgica,
cioè la Chiesa e Cristo, arrivando ad una sinergia completa di ambedue i linguaggi.

3. – Una teologia che partendo dalla celebrazione, la manifesta come epifania


della Chiesa.

La teologia che nasce dalla celebrazione liturgica converte questa in una epifania della
Chiesa.
L’autentica teologia liturgica dovrebbe essere studiata nell’insieme di una tradizione
liturgica che parte dalla Parola ispirata, passa per la parola meditata dei Padri della Chiesa, si
trasforma in parola assimilata nella forma liturgica e giunge ad essere parola trasmettitrice
della realtà misterica in essa rinchiusa.
La teologia liturgica trae la sua forza non solo dalla tradizione, ma anche dalla formula
liturgica, che appartiene, nello stesso tempo all’ieri e all’oggi. Da qui, nasce l’esigenza
fondamentale di conoscere la tradizione liturgica tramite lo studio della storia delle forme
liturgiche e dei libri liturgici. Un grande esempio si trova, appunto, in questa orazione della
veglia più antica ed autentica della liturgia romana classica:
«Deus, incommutabilis virtus et lumen aeternum, respice propitius ad totius
Ecclesiae sacramentum, et opus salutis humanae perpetuae dispositionis effectu
tranquillius operare; totusque mundus experiatur et videat deiecta erigi,
inveterata renovari et per ipsum Christum redire omnia in integrum, a quo
sumpsere principium»3.
Il valore della tradizione e della storia permette un accostamento al dato liturgico con una
visione d’insieme, nell’auspicio di un metodo unitario e sintetico che favorisca una visione
globale, non analitica della teologia, con un contenuto che non è solo ecclesiale, ma anche
culturale, dove il significato di questo dato si comprende alla luce dell’esperienza teologica
che richiama al passato, opera nel presente e prepara al domani.
La teologia liturgica, basandosi nella celebrazione e nella sua conseguente riflessione, è
fondamentalmente misterica e sacramentale.
La Chiesa si converte automaticamente nella sua realtà depositaria, tanto che celebra il suo
passato, il suo presente ed il suo futuro nell’orizzonte della pienezza dei tempi. In questa
pienezza si scorge, tra l’altro, il valore più profondo ed autentico della comunione professata

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Messale Romano, ed. del 1970, Veglia Pasquale (7ªlettura) della tradizione gelasiana, nº 432 ed. Mohlberg.
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dalla Chiesa del Vaticano II e dai libri liturgici attualmente in vigore, che sono stati il frutto
della riforma più importante della storia della Chiesa.
La celebrazione, dunque, indica l’Epifania di una Chiesa che cresce in tutti i sensi e che
manifesta la sua propria vita quotidianamente ed in modo concreto. Naturalmente, l’assemblea
liturgica riunita in preghiera è la più chiara espressione visibile della Chiesa che vive,
manifesta e celebra il mistero della salvezza.
Senza ritorni nostalgici al passato, la liturgia, nel suo fondamento teologico, vive sia
l’“oggi” celebrativo, sia l’“oggi” ecclesiale, trovandovi la via della piena comunione tra
l’eterno ed il quotidiano.

4. – Una teologia che parte da e finisce nella Pasqua di Cristo.


L’avvenimento fondamentale del cristianesimo è la Pasqua di Cristo, che segna il passaggio
da questo mondo al Padre, nella dolorosa Passione e nella gloriosa Risurrezione.
Con l’ingresso di Cristo in cielo hanno avuto inizio i tempi escatologici. La medesima
Chiesa, per il fatto che germoglia dalla Pasqua, è entrata nel regno con la conseguenza di
un’eternità inserita pienamente nel tempo. Ha inizio, così, il Sabato eterno, dove la liturgia
pregusta le realtà eterne ed invita a vivere questo gran Mysterium Pasquae, perchè appartiene
alla Chiesa. Il momento privilegiato della sua vita e della sua azione attualizza il momento
culmine dell’opera redentrice di Cristo nell’oggi storico-salvifico dell’umanità nuova che
cammina verso questa grande fine.
Quando Marsili dice che per conoscere la liturgia si deve avere la cornice della dimensione
teologico-economica, cioè nella teologia del mistero di Cristo, egli intende indicare l’unica via
per conoscere-comprendere-celebrare-vivere la liturgia nella sua dimensione teologica.
Soltanto da questa prospettiva teologica si potranno superare i rischi di una eccessivo
riduzionismo al quale, purtroppo, la liturgia è stata sottomessa, per tanti anni.
In effetti, la liturgia stessa, come celebrazione anamnetica della historia salutis, è
attualizzazione sacramentale della Pasqua di Cristo e culmine dell’opera redentrice di Dio.
Se la Pasqua abbraccia tutte le dimensioni e le dinamiche della historia salutis, la
celebrazione liturgica la estende a tutti i momenti del vivere cristiano, facendo di ogni
momento celebrativo una pasqua continua e prolungata.

5. – Una teologia che fa della celebrazione una pasqua


permanente.
Non c’è, in questo senso opposizione, dal momento che nella teologia liturgica, tutto tende
alla Pasqua. Così lo esprime in ambito ecumenico Kevin Irwin.
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Dalla Parola alla benedizione, passando per il principio simbolico e rituale, tutti gli
elementi sono effettivamente mezzi che ci conducono all’autentica partecipazione liturgica, i
quali contribuiscono a fare di essa una dossologia permanente della Chiesa.
Mediante il Mistero Pasquale di Cristo veniamo conformati all’immagine e alla
somiglianza di Dio, come suo Popolo, fino a giungere alla liturgia celeste nel regno dei cieli.
Certamente, non ci sono rotture nella Chiesa. La linea marcata dal rinnovamento liturgico
del Vaticano II ed i documenti che hanno fatto seguito proseguirà il proprio cammino
ecclesiale. In tal senso, rimangono sempre validi i principi direttivi della Sacrosanctum
Concilium, che è necessario mantenere sempre vivi, secondo quanto riferisce la Vicesimus
Quintus annus in riferimento all’aggiornamento del Mistero Pasquale di Cristo, nella liturgia
della Chiesa, e alla presenza della Parola di Dio con il conseguente desiderio di scoprire Cristo
nella mensa della Parola e del Pane. Così, la liturgia può essere vista come Chiesa in preghiera
o come Epifania della Comunità cristiana.
Questi principi formulati, a motivo del XXV anniversario della Costituzione sulla Sacra
Liturgia, sono sempre validi, poiché manifestano quello che non si può cambiare e perseguono
nell’indicare il cammino iniziato, ma proteso verso uno sviluppo continuo.

6. – Una teologia liturgica con fondamento nella storia, centrata


nella celebrazione, aperta all’eschaton.
La conoscenza della storia e dei libri liturgici nei quali sono comprese la riflessione, la
celebrazione e la vita del cristianesimo, fornisce le basi per fondare una teologia liturgica che
oggi, come ieri, è chiamata a riflettere la vita di ogni uomo e di tutta la Chiesa, che si
concretizza nell’hodie e si apre dinamicamente verso l’escatologia, come azione consumatrice
nella venuta gloriosa del Giudice eterno.

7.- Una teologia che ci permette entrare nel mistero di Cristo


tramite una celebrazione che è Pasqua totale.
Nel mistero del culto cristiano, che non è altro che il mistero di Cristo, è fondamentale la
centralità della Pasqua. Così lo esprime un monaco di Maria Laach, successore di Casel come
cappellano nell’Abbazia di Herstelle ed intimamente legato a lui nella concezione teologica
del mistero del culto:
«Il nucleo essenziale dell’opera salvifica è la Pasqua, il passaggio di Cristo
attraverso la morte per giungere alla trasfigurazione, perché così il modo di
esistenza terreno-carnale di Gesù fu trasformato in quello celeste-pneumatico del
Kyrios glorificato. Questa pasqua si è sì verificata storicamente solo una volta,
cioè in quella comparazione esteriore ormai da lungo tempo passata, ma tale
azione unica di Cristo, a motivo del suo carattere di kairós, supera la sfera
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temporale e quindi i limiti del tempo, sicché nel suo vero e proprio accadere è
oggettivamente presente ed accessibile a tutti i tempi»4.
In questo modo, sempre nella linea caseliana, cioè dentro una teologia liturgica, l’elemento
decisivo, nell’ambito del culto, è la presenza delle azioni salvifiche del Signore.
Viene così a sottolinearsi il carattere storico dell’opera della redenzione fino ad affermare
che questa stessa opera storica si fa presente hic et nunc nel mistero del culto. Naturalmente,
non si tratta di una ripetizione di uno stesso fatto storico, che sarebbe – dal punto di vista
metafisico – impossibile. Ci troviamo, invece, in un ambito mistico-sacramentale, dentro il
quale si devono comprendere tutte queste intuizioni caseliane.
L’evento “Cristo” si fa presente davanti a noi, uomini del secolo XX, che siamo lontani nel
tempo e nello spazio rispetto all’avvenimento originario e fondante il cammino della Chiesa e
la medesima riflessione teologica che ha caratterizzato l’esperienza dell’uomo di tutti i tempi.
Malgrado ciò, ci facciamo contemporanei dei misteri che celebriamo.
Le stesse azioni di Cristo si fanno oggettivamente presenti nella loro realtà suprastorica in
qualsiasi tempo ed ogni luogo. Si tratta, pertanto, della realtà divina accolta e vissuta nelle
realtà umano-temporali.
Afferma Casel in uno dei suoi sermoni pasquali:
«Il Signore, non si è accontentato, quindi di compiere una volta per sempre
l’opera della redenzione; egli vuole che attraverso i secoli essa sia
immediatamente accessibile ad ogni credente. Perciò ha immerso nei misteri della
chiesa la sua opera salvifica, in modo che sia efficacemente operante sino alla fine
del mondo, affinché ogni credente la riviva in sé e ottenga il frutto della
redenzione»5.
Unicamente il culto cristiano ci offre la possibilità di superare il tempo presente per entrare
nel hodie di Dio. Da qui si nota l’importanza che Casel e con lui, tutta la Schola Lacensis, ha
dato alla celebrazione della redenzione e alla teologia liturgica.
In questo modo, il culto ci permette di avere un contatto sacramentale con tutto quello che
Cristo ha realizzato visto ed offerto a noi. Il velo del simbolico si rompe per la fede, tramite la
quale i cristiani, celebranti l’azione liturgica, sono finalmente liberati dai propri vincoli
spazio-temporali, fino ad incontrarsi sacramentalmente con il fatto salvifico che si fa presente
nel simbolo cultuale.

4
V. WARNACH, Il Mistero di Cristo. Una sintesi alla luce della teologia dei misteri, ed. italiana de B.
NEUNHEUSER, Edizioni Paoline, Roma, 1982, 138-139. Traduzione di Mysterium des Kreuzes, Paderborn,
1954, a cura di B. Neunheuser e Th. Schneider i quali hanno ripreso alcuni articoli apparsi in Das christliche
Festmysterium, p. 42-222, O.D.SANTAGADA, op. cit. 258 e 259, 35.
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O. CASEL, Presenza del mistero di Cristo. Scelta di testi per l’anno liturgico, edizione in collegamento con
l’Abt-Herwegen-Institut dell’Abbazia Maria Laach a cura e con l’Introduzione di Arno Schilson, Brescia, 1995,
110-111. L’Originale tedesco è il seguente: O. CASEL, Gegenwart des Christus-Mysteriums. Ausgewählte Texte
zum Kirchenjahr, Verlag, Mainz, 1986.
95001 – Introduzione alla Teologia Liturgica – CONCLUSIONE DEL CORSO: 247
Le Componenti essenziali di un’azione liturgica. Prof. Juan Javier Flores OSB.

Dunque, nel culto non rende presente soltanto la morte del Signore, ma anche e soprattutto
tutta l’opera della redenzione. La stessa celebrazione liturgica fa presente tale avvenimento
che si afferma nel nucleo stesso del cristianesimo, cioè l’azione redentrice di Cristo per la sua
Incarnazione, Morte ed Risurrezione.

Conclusione finale

La teologia liturgica ha uno scopo ben definito, poiché proprio nella liturgia tutte le altre
teologie non soltanto mostrano la loro inter-relazione, ma, grazie al carattere vitale della
liturgia medesima, costituiscono precisamente una porta aperta all’esperienza e all’implica-
zione personale nel mistero della salvezza, che le diverse discipline teologiche cercano di
chiarire al meglio.
Naturalmente, la teologia liturgica offre la possibilità di integrare in sé stessa tutte le altre
discipline teologiche, in una unità superiore e di senso globale, dove la teologia si fa vita, e la
vita si fa teologia. Allo stesso tempo, però, queste “altre” teologie sono chiamate a ripensare i
propri trattati in funzione della liturgia, utilizzandola non soltanto come “fonte”, ma anche
come momento del suo processo riflessivo, che manifesta in modo epifanico il destino finale
della Chiesa unita al Salvatore, dal momento che si costituisce come Assemblea Liturgica. Per
questa ragione diventa un “metodo unitario” indispensabile per riconsiderare questo nuovo
panorama.
Numerose discipline accessorie, come la filosofia, l’antropologia, la linguistica e la
fenomenologia della religione, sono tanti altri campi nei quali si può approfondire – questo
fatto si è già realizzato in parte – ma sono sempre aspetti nuovi che bisognerà esplorare
all’inizio di questo terzo millennio, affinché la nostra liturgia risponda adeguatamente ai
bisogni dell’uomo di oggi, senza dimenticare le sue radici. Da ciò si intuisce l’importanza di
avere uno sguardo sempre fisso al domani del Signore che deve venire, che, in un certo qual
modo, viene anticipato nella stessa liturgia.
Ora, tutte le riflessioni che abbiamo fatto in tutte queste lezioni di teologia liturgica ci
portano ad essere sempre più convinti che la stessa teologia liturgia è la grande realtà della
nostra vita liturgico-ecclesiale.
Le lezioni della storia, le riflessioni dei teorici, le conseguenze, la realizzazione della
teologia liturgica nel Vaticano II, partono o arrivano alla conclusione, secondo cui la Liturgia è
attuazione oggettiva dell’evento salvifico.
Attualmente la Liturgia viene situata, in relazione a Cristo e in un rapporto
dipendentemente da Lui, come l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, di tutta la vita della
Chiesa, come lo stesso Marsili afferma nella presentazione del volume primo di Anàmnesis.
95001 – Introduzione alla Teologia Liturgica – CONCLUSIONE DEL CORSO: 248
Le Componenti essenziali di un’azione liturgica. Prof. Juan Javier Flores OSB.

Se la liturgia è percepita come momento di attuazione personale-comunitaria del mistero


salvifico operato da Cristo, si comprende come la liturgia non solo possa essere considerata
fonte di una vera esperienza spirituale, ma come essa stessa sia, per sua natura, l’esperienza
che ogni uomo o donna dovrebbe vivere intensamente.
Certamente, il grande merito di Marsili (fondatore di questo corso) è stato quello di aver
individuato bene il centro unificante della Storia della Salvezza e della vita spirituale del
cristiano nel mistero della Pasqua e nella sua anamnesi, che esprime la pienezza ed il momento
sommo della Storia della Salvezza.
Adesso tocca a noi essere teologi del Mistero di Cristo, e a continuare, dunque, il discorso
teologico-liturgico nella Chiesa di oggi.
Alla fine di questo corso l’augurio più bello è quello di poterci aprire sempre più verso una
teologia che ci porti all’esperienza della spiritualità, per giungere alla pienezza della vita. In
questo modo, non possiamo dimenticare che questa visione teologica della liturgia è un
elemento di primaria ed insostituibile importanza nell’ambito di un’azione pastorale.
Possiamo, dunque, concludere con le parole della Inter Oecumenici al nº 6:

Vis autem huius actionis pastoralis circa Liturgiam ordinandae in eo posita est ut
Mysterium paschale vivendo exprimatur, in quo Filius Dei incarnatus, oboediens factus
usque ad mortem crucis, in resurrectione et ascensione ita exaltatur ut ipse vitam divinam
cum mundo communicet, qua homines mortui peccato et Christo conformati iam non sibi
vivant sed ei qui per ipsis mortuus est et resurrexit (1Cor 5,15).