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Corso di fisica moderna

per specializzandi S.S.I.S.


Stefano Oss

Anno Accademico 2000-2001

• Nella I parte della prima unità si affrontano le tematiche alla base della "rivoluzione della fisica"
iniziata a cavallo fra il XIX ed il XX secolo, con specifica attenzione ad aspetti fondamentali di
relatività ristretta ed alle scoperte sperimentali che misero in crisi l'apparato formale della meccanica
classica. Verranno dunque considerati i vari modelli atomici, della radiazione e/m e dell'interazione
con la materia per giungere alla descrizione matematica della meccanica quantistica/ondulatoria.

• Nella II parte della prima unità si affrontano i modelli e le applicazioni più importanti della fisica
atomica e molecolare, degli studi spettroscopici associati e, per un'analisi appropriata di sistemi a
moltissimi corpi, si affrontano i fondamenti di statistica fisica, sia di tipo classico (Maxwell-
Boltzmann) che di tipo quantistico (Fermi-Dirac e Bose-Einstein).

• Nella I parte della seconda unità si considerano gli aspetti centrali della struttura della materia. Da un
lato, si affrontano i problemi più importanti della fisica dello stato solido, ossia la modellizzazione di
materia per quanto riguarda la spiegazione e la classificazione di proprietà conduttive (termiche ed
elettriche), la semiconduzione e la teoria delle bande energetiche. Da un altro lato, si considera la fisica
nucleare, sia per quanto riguarda i modelli spettroscopici per lo studio dei livelli di energia nucleare,
sia relativamente alla dinamica delle reazioni nucleari (radioattività fissione, fusione).

• Nella II parte della seconda unità si affrontano gli aspetti di base delle teorie subnucleari, che
interessano la rilevazione, la classificazione e la descrizione di particelle elementari. Si studiano anche
aspetti fondamentali di astrofisica, cosmologia e relatività generale.
I UNITA'

Parte I: Relatività speciale e fondazione della meccanica quantistica

• 1.I.1 – Relatività speciale


• 1.I.2 - Fondamenti della meccanica quantistica
• 1.I.3 - Equazione di Schroedinger
• 1.I.4 - Modelli atomici e atomo di idrogeno quantistico

Parte II: Struttura della materia: spettroscopia atomica e molecolare, fisica statistica

• 1.II.1 - Atomi con più elettroni, proprietà periodiche


• 1.II.2 - Molecole e spettroscopia molecolare
• 1.II.3 - Statistica classica
• 1.II.4 - Statistica quantistica

II UNITA'

Parte I: Struttura della materia: fisica dello stato solido e nucleare

• 2.I.1 - Introduzione alla fisica dello stato solido


• 2.I.2 - Modelli di conduzione nei metalli
• 2.I.3 - Struttura del nucleo atomico
• 2.I.4 – Radioattività naturale ed energia nucleare

Parte II: Fisica delle alte energie, relatività generale, cosmologia

• 2.II.1 - Costituenti elementari della materia


• 2.II.2 - Conservazioni, quark, modello standard
• 2.II.3 - Relatività generale
• 2.II.4 - Astrofisica e cosmologia
Lezione 1 – Relatività speciale

1. Superamento della relatività classica

Tra la fine del secolo diciannovesimo e l’inizio del ventesimo si evidenzia la necessità di superare
rappresentazioni e modelli sviluppati e messi alla prova fino a quel tempo e di giungere ad una
nuova visione dell’universo fisico, come richiesto dall’insorgenza di dati sperimentali difficilmente
interpretabili e di insolubili disaccordi logici fra teorie di vario genere.
Fra le altre grandi rivoluzioni del tempo, particolare considerazione merita la teoria della relatività
speciale, ad opera di Einstein. Per inquadrare propriamente l’argomento si deve richiamare il
significato operativo di relatività (in senso generale, eventualmente classico), ovvero lo studio di
fenomeni fisici (ossia dare forma e sostanza a leggi fisiche) da parte di osservatori (reali o non) in
differenti sistemi di riferimento. A tale scopo sono necessarie leggi di trasformazione per le
coordinate rilevanti alla descrizione del fenomeno fisico espresse in diversi riferimenti. Si affronta
quindi lo studio delle trasformazioni che conducono all’invarianza (o, per meglio dire, covarianza)
delle leggi della dinamica di Newton.
Di centrale importanza è l’osservatore inerziale, secondo il quale un corpo che non subisce l’azione
netta di una forza si muove di moto rettilineo uniforme. Tutti i riferimenti inerziali si trovano in
condizioni di moto relativo rettilineo uniforme e per tali riferimenti le leggi della meccanica di
Newton sono valide ed esprimibili allo stesso modo. Le leggi di trasformazione corrispondenti sono
quelle di Galileo: non comportano accelerazioni fittizie (non inerziali) nelle trasformazioni delle
coordinate. Per una singola coordinata la trasformazione di Galileo è del tipo x’=x−ut, per cui
v’=v−u ed a’=a. Si postula inoltre che il tempo è assoluto in una trasformazione classica, t’=t.
Una domanda centrale è ora quella relativa alla possibilità che altri leggi fisiche siano in accordo
con il principio di relatività classica, ossia se conducano ad un’invarianza della forma della legge
(covarianza) in seguito ad una trasformazione di Galileo. In particolare, si ripercorre lo studio
condotto nel XIX secolo da Maxwell sulla natura della radiazione, che conduce alla descrizione
della luce ed alla definizione della sua velocità nel vuoto, c=299,792,458 m/s. Si considera un
raggio luminoso emesso da un sistema di riferimento che si avvicina ad un altro osservatore:
quest’ultimo, secondo le trasformazioni di Galileo, deve rilevare un segnale che si propaga nella sua
direzione a velocità c aumentata della velocità relativa tra i due riferimenti. Viene postulata
l’esistenza di un mezzo (l’etere) nel quale la luce propaga con velocità c, rilevabile
sperimentalmente misurando la velocità della luce in condizioni relative di moto differenti e legate
da trasformazioni di Galileo. Un modo efficace per visualizzare e comprendere la chiave di lettura
dei moti relativi di un segnale luminoso richiede di adottare un’analogia: la luce è sostituita da una
barca che ha velocità c rispetto l’acqua nella quale naviga (“etere”). Si hanno due possibilità
rilevanti:

Moto parallelo alla corrente:

la barca si muove rispetto alla corrente con velocità ±c e rispetto al suolo con velocità v±c; il tempo
per il tragitto di andata e ritorno AB-BC è dunque calcolato secondo l’espressione

L L 2L 1
t par = + = . A v+c
c+v c−v c 1− v2 / c2
B v
Moto perpendicolare alla corrente: C c–v
la barca, che mantiene velocità c rispetto l’acqua,
per contrastare la corrente verso destra e
raggiungere il punto B deve deviare verso sinistra facendo rotta verso il punto B’. La velocità

Relatività speciale - 1
efficace è ridotta a (c2–v2)1/2. Lo stesso discorso vale per il tragitto di ritorno, nel quale la barca deve
deviare verso il punto C’ per raggiungere il punto C. La velocità efficace è calcolata come
nell’andata, per cui il tempo totale di percorrenza
B’ B risulta pari a
2L 2L 1
t perp = = .
c −v
2 2 c 1− v2 / c2
v
E’ stato effettuato un esperimento dedicato alla
rilevazione del mezzo di propagazione della luce
C’ A C (l’etere) ed all’individuazione di un sistema di
riferimento privilegiato nel quale la luce stessa ha
velocità c. Michelson e Morley (1887) realizzano un “attraversamento di corrente” per un raggio di
luce. La corrente è quella dell’etere causata dal moto orbitale della terra attorno al sole.
Una misura diretta della velocità relativa terra/etere e determinazione del sistema di riferimento
“privilegiato” nel quale la luce propaga con velocità c dovrebbe quindi essere possibile.
L’idea è quella di ottenere con precisione molto elevata
eventuali differenze di tempi di percorrenza della luce nei
due percorsi. A tale scopo, una rotazione dell’apparato di 90° R
esclude che le variazioni di percorso siano imputabili alle
differenze delle lunghezze fisiche dei due bracci
perpendicolari dell’apparato.
La luce impiega gli stessi tempi a percorrere i due bracci S M1 M3
ovvero non è possibile determinare tramite misure di
interferometria la velocità relativa della terra nell’etere. La
vera risposta è da collocarsi in un apparato teorico
M2
completamente nuovo che intacca i fondamenti logici e di
sostanza della meccanica classica.

2. I postulati di Einstein e le loro conseguenze

E’ possibile riassumere secondo due postulati la sostanza della relatività speciale:

(a) Le leggi della fisica sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziale;
(b) La velocità della luce nel vuoto è la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali.

Le conseguenze del postulato (b) sono decisamente al di fuori del senso comune (come sarà facile
vedere analizzando situazioni anche molto semplici), ma tale postulato è richiesto per conciliare il
primo con le leggi dell’elettromagnetismo e con i risultati dell’esperimento di Michelson e Morley:
la luce si propaga sempre con velocità c sia quando è parallela al moto relativo della terra, sia
quando si propaga perpendicolarmente ad esso. Possiamo eliminare l’etere: non è possibile pensare
ad un riferimento privilegiato nel quale la luce ha velocità c: essa ha questa velocità in tutti i
riferimenti inerziali. Si parla di relatività “speciale” o “ristretta”: la teoria è applicabile solamente
alle trasformazioni che connettono sistemi di riferimento inerziali.
Einstein nel 1916 pubblica una teoria di relatività “generale” che affronta i casi di riferimenti non
inerziali, e che dunque chiama esplicitamente in causa l’azione del campo gravitazionale.
Consideriamo ora un po’ più in dettaglio le conseguenze dirette dei postulati di Einstein per quanto
riguarda gli effetti sulle misure e nozioni di tempo e spazio.

Relatività speciale - 2
Relatività del tempo

Costruiamo un orologio “a luce” osservato in riferimenti inerziali diversi: si tratta di progettare un


sistema ideale nel quale il tempo è “marcato” da eventi
luminosi che si ripetono con regolarità. In particolare, nel
riferimento O’ nel quale l’”orologio” è immobile, possiamo O’
definire il tempo “proprio” di O’, ossia un “tick” di O’
L 0

secondo la τ0=2L0/c.

Invece il tempo τ di O (rispetto cui O’ viaggia verso destra S R v


con velocità v) è calcolato in base al percorso “allungato” del
raggio di luce percorso con velocità c dato da
L=2[(L0)2+(vτ/2)2]1/2. Essendo τ=L/c, si ricava

τ0
τ= .
1− v2 / c2

Quest’espressione evidenzia la sostanza di una dilatazione S R S R S R


temporale (ossia una misura di O del tempo dilatata rispetto
O’ che assegna il suo tempo proprio τ 0). O
La relatività ha una proprietà di “reciprocità” (di fatto, è
proprio questa l’origine del termine relatività!): un orologio in O con tempo proprio τ 0 è visto da
O’ con tempo dilatato secondo la relazione sopra scritta.

Relatività della lunghezza

Si utilizza ora un orologio a luce collocato parallelamente alla direzione di moto relativo fra O ed
O’. Per O (rispetto il quale l’orologio solidale con O’
viaggia verso destra con velocità v) la luce raggiunge lo
L0 specchio nel tempo τ1, cτ1=L+ vτ1; la luce torna al
rivelatore nel tempo τ2, cτ2=L− vτ2. Dunque il tempo totale
per O è dato da

L L 2L 1
τ = τ1 + τ 2 = + = .
c−v c+v c 1− v2 / c2
vτ1
Per la dilatazione temporale è anche

τ0 2 L0 1
v τ2 τ= = ;
1− v2 / c2 c 1− v2 / c2

sostituendo si ottiene

L = L0 1 − v 2 / c 2 .

E’ una contrazione della lunghezza (misura di O della lunghezza contratta rispetto O’ che assegna
una sua lunghezza propria L0).

Relatività speciale - 3
Esempio: decadimento di particelle elementari (muoni) nell’atmosfera terrestre.

I muoni hanno vita (tempo proprio) τ0=2.2 µs. Viaggiano attraverso l’atmosfera con velocità tale
che v/c=0.99998. Rispetto l’osservatore terrestre il tempo si dilata al valore τ=330 µs. Questo
corrisponde al tempo richiesto per percorrere una distanza di circa 100 km. Per il muone la distanza
è contratta al valore L0=660 m, che percorre nel suo tempo di vita.
Notare la connessione indissolubile fra dilatazione del tempo e contrazione delle lunghezze.

Composizione relativistica delle velocità

Si considera un proiettile lanciato con velocità v da un riferimento O’ che si muove con velocità u
rispetto O. La misura della velocità del proiettile per O è classicamente v+u. Se il proiettile ha
velocità c la composizione classica non può essere valida per i postulati di relatività di Einstein, in
quanto il proiettile (luce) deve avere velocità c rispetto tutti i riferimenti inerziali.

Per comprendere le conseguenze di questa affermazione,


studiamo il moto di un oggetto con velocità v’ rispetto O’ v’
rivelato da un orologio a luce: rispetto O’ si rileva il O’
segnale luminoso innescato dall’arrivo del proiettile c
L L
all’estremo di destra dopo il tempo τ O ' = 0 + 0 .
v' c
L0
L’osservatore O vede il proiettile raggiungere l’estremo
v
dopo un tempo L/(v−u) e il segnale ottico richiede un tempo u
L/(c+u), per cui il tempo per O è dato da c

τO =
L
+
L
.
O
v−u c+u L
Si utilizzano ora le relazioni di dilatazione temporale e
τ O'
contrazione delle lunghezze (per porre in relazione τO, τO’ e L0, L secondo le τ O = e
1− u2 / c2
L = L0 1 − u 2 / c 2 . Eliminando tempi e lunghezze dalle quattro relazioni disponibili si arriva alla
relazione che lega v, v’ ed u:

v'+u
v= .
uv'
1+ 2
c
Notare bene i seguenti fatti, che sono conseguenza diretta dell’espressione appena scritta: la
trasformazione si riduce alla legge classica di relatività per velocità molto minori di c; la velocità
trasformata non può mai essere maggiore di c; infine, se il proiettile ha velocità c nel riferimento
O’, la relazione stabilisce che esso ha velocità c anche nel riferimento O.

Sincronizzazione degli orologi e simultaneità degli eventi spazio-temporali.

Studiamo la sincronizzazione di due orologi secondo il riferimento O. La sincronizzazione, dovuta


all’arrivo simultaneo del segnale ottico ai due rilevatori nei tempi t1= t2=L/2c cessa di essere tale in
un riferimento in moto uniforme con velocità u verso destra. Per tale riferimento il segnale giunge a
destra (1) nel tempo t1’ tale che ct1’=L’/2−ut1’, ed a sinistra (2) nel tempo t2’ tale che

Relatività speciale - 4
ct2’=L’/2+ut1’, dove si sono introdotte le lughezze contratte L’ di O’ rispetto le lunghezze proprie L
di O. Si ottiene che
L/2 L/2
Lu / c 2
t ' 2 −t '1 = .
1− u2 / c2
2 1 u
Si noti che gli eventi ai rivelatori sono ora intervallati di una
quantità che è funzione, oltre che della velocità relativa tra O ed
O’, anche della distanza propria che separa gli eventi stessi. Non si tratta di dilatazione temporale:
entrambe gli orologi scandiscono tempi diversi, e diversi tra di loro.
E’ dunque impossibile (senza significato fisico alcuno) definire un “adesso” per eventi separati
spazialmente in un dato riferimento inerziale.

3. Trasformazioni di Lorentz: apparato matematico per la relatività speciale

Si parte dalla necessità di disporre di nuove trasformazioni rispetto quelle di Galileo.

Le proprietà richieste sono le seguenti:

• linearità (omogeneità spazio/tempo);


• consistenza con i postulati di Einstein;
• equivalenza con le trasformazioni di Galileo per basse velocità.

Per un moto relativo lungo la direzione di moto x a velocità u le trasformazioni sono

x − ut t − ux / c 2
x' = , y ' = y, z ' = z, t ' = .
1− u2 / c2 1− u2 / c2

Notare il mescolamento di coordinate spaziali e temporali.

E’ possibile, a titolo di esemplificazione, ricavare l’espressione per la contrazione delle lunghezze a


partire dalle trasformazioni di Lorentz.

Consideriamo la misura di L da O, L=x1−x2 come


acquisizione simultanea delle distanze. Questo
u può essere realizzato tramite emissione di segnali
luminosi in O’ e recepiti simultaneamente da O.
Applicando le trasformazioni di Lorentz nella
xi − ut i
L0 forma xi ' = , i = 1,2 , si ottiene
O O’ 1 − u 2
/ c 2

subito che, per t1=t2 (simultaneità) vale


x1’ x2’ x2 − x1
x2 '− x1 ' = , ovvero la contrazione di
1− u2 / c2
lunghezza nel riferimento O rispetto la lunghezza propria di O’ già ottenuta in base ai postulati di
Einstein. Notare bene: la simultaneità temporale degli eventi collocati in diverse posizioni spaziali
non è permessa in entrambe i riferimenti, come già sottolineato in base ai postulati di relatività. Si
ribadisce che l’affermazione del senso comune “ORA”, in questo tempo, ha senso solo relativo,
ossia non può essere definita in maniera assoluta. Ciò che è simultaneo in un riferimento può
benissimo non esserlo in un altro.
Relatività speciale - 5
Le trasformazioni di Lorentz vanno viste e capite come “estensione” delle trasformazioni di Galileo,
ossia specifiche combinazioni lineari di coordinate. Peraltro, il tempo non è assoluto e si mescola
con le coordinate spaziali. E’ interessante affrontare, da un punto di vista anche più matematico, la
ricerca di invarianti nelle trasformazioni di Lorentz: particolarmente rilevante fra questi è
l’intervallo spazio-tempo, estensione della distanza euclidea, x 2 + y 2 + z 2 = d 2, x 2 + y 2 + z2−c2t2
= s 2. In una trattazione più completa dell’argomento, è infine importante fare uso esplicito della
notazione quadrivettoriale e di definire, nello spazio di Minkowskii la nuova metrica non euclidea
che sta alla base delle trasformazioni di Lorentz.

4. Dinamica relativistica

La relatività speciale richiede una nuova lettura dei concetti cinematici fondamentali e della logica
applicativa. Quali le conseguenze sui concetti della dinamica? Sono ancora operativamente
significative le grandezze quantità di moto ed energia cinetica? I principi di conservazione
corrispondenti sono ancora validi? La legge della dinamica di Newton prevede che una forza
costante conduca ad un aumento illimitato della velocità. Come conciliare questo punto con i
postulati di Einstein? Risposte essenziali anche se molto rapide a queste domande possono essere
date considerando il fenomeno di un urto fra particelle.

Urto elastico in due dimensioni

Nel sistema O l’urto conduce alla conservazione y y


del momento della quantità di moto, p=cost. Nel v -v
sistema O’, con una delle particelle in quiete x x
prima della collisione, si applicano le
trasformazioni relativistiche di velocità per
scoprire che, in questo riferimento, la quantità di v=−u
moto non si conserva e dunque non soddisfa il I y’ y’
postulato di Einstein.
Si introduce una nuova definizione di momento
che sia in accordo con i postulati di Einstein e x’ x’
che si riduca, per basse velocità, alla definizione
classica.
mv
La soluzione è porre p = .
1− v2 / c2
Si verifica anche che nel sistema O’ la conservazione dell’energia cinetica non è realizzata ed
inoltre conduce, secondo la sua definizione classica T=mv2/2, a velocità tendenti all’infinito in
presenza di forze costanti (teorema lavoro/energia). Utilizzando la nuova definizione di momento e
questo teorema si ottiene la nuova definizione di energia cinetica:

mc 2
T= − mc 2 .
1− v / c
2 2

Questa si riduce all’espressione classica per piccole velocità.

Si scrive inoltre T=E−E0, nella quale E0=mc2 è l’energia a riposo mentre E è l’energia totale
relativistica, costante per un sistema isolato di particelle.
Altri aspetti energetici notevoli riguardano la conversione energia cinetica/energia a riposo in
fenomeni di reazione di vario genere. La massa relativistica è m/(1−v2/c2)1/2, ed m è detta massa a
Relatività speciale - 6
riposo. Si osserva che per velocità crescenti la massa aumenta in modo che la velocità tende a c e
non ad infinto.

Scritture utili nelle applicazioni energetiche relativistiche:

mc 2 mv
Dalle E = , p= si ricava E 2 − p 2 c 2 = m 2 c 4 , ovvero E = ( pc) 2 + E 02 .
1− v / c
2 2
1− v / c 2 2

Si parla di approssimazione relativistica estrema per pc>>E0, dunque E ≈ pc.


Per E0=0 è E=pc che è soddisfatta solo per v=c (particelle con massa a riposo nulla).

Rappresentazioni quadrivettoriali

Vi sono analogie importanti fra i 4-vettori spazio tempo (r,ct) e momento-energia (p,E/c),
soprattutto nella scrittura delle corrispondenti trasformazioni di Lorentz.

Qualche numero per capire meglio

Calcolo del momento di un protone con velocità v=0.8c.


mv
Massa del protone M=1.67×10−27 kg. Si applica direttamente la p = che fornisce
1− v2 / c2
p=6.7×10−19 kg m/s.
La notazione adottata tecnicamente è diversa e chiama in causa l’energia a riposo della particella.
Nel caso del protone Mc2=1.503×10−10 J, ovvero, essendo 1 J=6.24×1018 eV,
Mc2=983×106 eV=938 MeV. E’ anche possibile dunque misurare la massa in unità di energia/c2, per
cui M=983 MeV/c2. Per quanto riguarda il momento si può scrivere che
v/c
pc = mc 2 ,
1− v2 / c2

ossia esprimere il momento in unità di energia/c. Nel caso del protone con v/c=0.8 risulta subito
pc=4mc2/3=1250 MeV, dunque p=1250 MeV/c.
Calcoliamo anche l’energia cinetica e totale per questa particella:
dalla E = ( pc) 2 + E 02 , con pc=1250MeV ed E0=938MeV risulta E=[(1250)2+(938)2]1/2 MeV
=1536 MeV e T=E−E0=624 MeV.

Calcolo di v e p per un elettrone (m=0.511 MeV/c2) con energia cinetica T=10 MeV.

E=T+E0=10.511 MeV, e pc = E 2 − E 02 = 10.5 MeV, per cui p=10.5 MeV/c. Dalla


mv pc
p= si ottiene v / c = = 0.9988 .
1− v2 / c2 ( pc) 2 + m 2 c 4

Calcolo di v/c per elettroni accelerati a 50 GeV di energia cinetica.

1
Dalla definizione T / mc 2 = − 1 si ricava
1− v2 / c2

Relatività speciale - 7
1 1
v / c = 1− ≈ 1− = 1 − 5 × 10 −11
(1 + T / mc )
2 2
(
2 1 + T / mc )
2 2

La velocità dell’elettrone differisce da quella della luce di 1.5 cm/s.

Il paradosso dei gemelli.

Vale la pena fare delle osservazioni generali sui “gedanken experiment” di Einstein.
Si immagina il viaggio ad alta velocità (es. 0.8c) di una persona su un pianeta distante (es. 20 anni
luce) dalla terra e ritorno. Un fratello gemello lo attende ed al ritorno è più vecchio del fratello che
ha viaggiato, perché quest’ultimo si è mosso rapidamente ed il tempo relativo ad esso è scorso più
lentamente. Però lo stesso può essere detto dalla persona viaggiante, che vede il fratello a terra
allontanarsi rapidamente. Invecchiano in modo diverso?
No, non c’è paradosso: il fratello viaggiante per tornare deve cambiare sistema di riferimento,
subisce forze ed è distinguibile (non semplicemente “relativo”) dal fratello a terra, che
effettivamente invecchia di più. Con i dati proposti si ricava che la persona a terra attende per 50
anni il ritorno del fratello, il quale vede invece un percorso contratto di lunghezza pari a solo 12
anni luce (andata o ritorno). Con la sua velocità impiega (tempo proprio) 30 anni a tornare sulla
terra.

5. ESERCIZI

a. Una navicella spaziale si allontana con velocità v=0.8c dalla terra. Ad un dato istante spara un
missile parallelo alla sua direzione di moto. La velocità del missile relativa alla navicella è
0.6c. Qual è la velocità del missile relativa alla terra?

b.Alla distanza pari al raggio dell’orbita della terra attorno al sole (1.5×1011 m), la radiazione
solare ha un flusso energetico pari a 1.4×103 W/m2. Calcolare la rapidità con la quale la massa
del sole diminuisce. Per quanto tempo durerà ancora il sole, se la sua massa è di 2×1030 kg?

c. Ottenere i valori numerici per il “paradosso” dei gemelli nel caso in cui il viaggio è percorso a
velocità 0.6c e la distanza tra la terra ed il pianeta destinazione è pari a 12 anni luce.

d.A quale velocità deve muoversi un oggetto perché la sua lunghezza appaia dimezzata rispetto
quella propria?

e. La vita propria di una particella è 100 ns. Quanto a lungo vive nel riferimento del laboratorio se
si muove alla velocità 0.96c? Che distanza percorre nel laboratorio durante la sua vita? Che
distanza percorre durante la sua vita secondo un osservatore solidale con essa?

Letture consigliate:

L’eredità di Einstein – J. Schwinger – NCS7 – Zanichelli


La relatività e il senso comune – H. Bondi – Zanichelli
Le avventure di Mr. Tompkins – G. Gamow – Ed. Dedalo
La fisica di Feynman Vol I.1 – Feynman, Leighton, Sands

Relatività speciale - 8
Lezione 2 – Fondamenti della meccanica quantistica

1. Radiazione elettromagnetica – elementi essenziali

In questo paragrafo si richiamano le informazioni ed i risultati più importanti ottenuti a partire dalle
equazioni dell’elettromagnetismo classico di Maxwell che, ricordiamo, conducono alla
caratterizzazione rigorosa di onde elettromagnetiche che propagano nel vuoto con velocità c e con
lunghezze d’onda/frequenze distribuite con continuità secondo lo schema qui riprodotto:

Estensione dello spettro e/m

lunghezza d'onda λ (m)


700 nm 400 nm
108 106 104 102 100 10-2 10-4 10-6 10-8 10-10 10-12 10-14 10-16

Onde Lunghe Onde Radio IR V UV Raggi X Raggi Gamma


LW AM FM SW

10 103 105 107 109 1011 1013 1015 1017 1019 1021 1023 1025

frequenza ν (Hz)

Più in dettaglio, si parla di onde piane (sferiche) viaggianti nel vuoto a velocità c. I vettori di campo
piani sono E=E0sin(kz−ωt), B=B0sin(kz−ωt). Il numero d’onda (numero di periodi spaziali in 2π
unità di lunghezza) è k=2π/λ, così come ω=2π/T nel dominio temporale. La lunghezza d’onda, la
frequenza e la velocità di propagazione c sono legate dalla λν=c. Vale dunque la ω/k=c.

La propagazione avviene perpendicolarmente ai vettori E e B. Parallelo al verso di propagazione è


il vettore di Poynting, S=(E×B)/µ0=E0B0sin(kz−ωt)k/µ0. Il vettore di Poynting misura il flusso
energetico dell’onda piana (J/m2 s). Vale inoltre la relazione B0=E0/c. Un rivelatore di flusso
radiante misura sull’area A una potenza data da S×A= AE02sin2(kz−ωt)/(cµ0). L’intensità dell’onda è
definita come la potenza media per unità di superficie, <P>/A. Essendo <P>= AE02/(2cµ0),
l’intensità è data da I= E02/(2cµ0), ossia è proporzionale al quadrato dell’ampiezza del campo
elettrico.
Per le onde e/m vale il principio di sovrapposizione, per cui fenomeni come interferenza e
diffrazione sono spiegabili facilmente. In particolare, si ricorda l’esperienza di Young (1801), nella
quale un’onda piana (luce visibile collimata) è intercettata da uno schermo con due fenditure sottili
e provoca delle alternanze di luce e buio (figura di interferenza). Si verifica che se d è la distanza fra
le fenditure e D la distanza fra di esse e lo schermo finale, la posizione dei massimi (in sequenza
come numeri interi n) è data da xn=nλD/d, cioè dipende direttamente dalla lunghezza d’onda della
radiazione.
Esperienze a favore della natura ondulatoria della radiazione sono anche quelle basate sui reticoli
(artificiali o naturali – come cristalli) per i quali si hanno massimi e minimi interferenziali di luce
riflessa da una sequenza equispaziata di moltissime “fenditure”, non soltanto due, come
nell’esperimento di Young.

Fondamenti della meccanica quantistica - 1


2. Effetto fotoelettrico: inadeguatezza della descrizione ondulatoria della luce

Esperimento di Hertz (1887): metalli illuminati da radiazione e/m emettono una corrente di elettroni
(detti fotoelettroni). Nel vuoto un metallo (emettitore) è illuminato ed un elettrodo (collettore) è
posto ad una differenza di potenziale variabile rispetto
l’emettitore. Si misura una corrente in funzione di vari tipi di
illuminamento (intensità e frequenza) ed in funzione della
E C
differenza di potenziale applicata. e
La possibile descrizione classica del fenomeno prevede che
(a) gli elettroni possiedono un’energia (cinetica)
proporzionale all’intensità della radiazione luminosa i
(che viene loro ceduta per interazione con il campo V
elettrico medio). Questa energia è misurabile
variando la tensione applicata al collettore;
(b) gli elettroni vengono emessi per qualunque frequenza (“colore”) della luce (l’intensità della
radiazione non dipende dalla frequenza);
(c) l’effetto di emissione inizia dopo un tempo abbastanza lungo (dell’ordine del secondo)
perché l’interazione con ciascun elettrone del metallo avviene in un’area molto piccola e
l’energia trasferita è corrispondentemente piccola.

I risultati sperimentali sono invece i seguenti:


(a) l’energia massima posseduta dagli elettroni (misurabile tramite un opportuno potenziale
applicato al collettore di segno negativo) non dipende dall’intensità dalla radiazione
luminosa: quando questa aumenta cresce la corrente fotoelettrica solamente;
(b) l’effetto di fotoemissione avviene solamente sopra ad una frequenza della radiazione (in
funzione del metallo, ed è detta frequenza di taglio);
(c) l’effetto inizia pressoché immediatamente con l’arrivo della radiazione.

In pratica si assiste al fallimento completo della previsione classica, basata sulla natura ondulatoria
della radiazione luminosa. Anche se nel 1900 Planck aveva discusso aspetti simili che affrontiamo
nel paragrafo seguente, ora seguiamo la generalizzazione proposta da Einstein nel 1905 a supporto
di queste evidenze sperimentali: la luce è costituita da “pacchetti di energia”, detti fotoni, con
energia data da
E=hν ν=hc/λλ
dove h è la costante detta di Planck e vale 6.6260755×10−34 J s e ν è la frequenza della radiazione.
Per i fotoni (vedi sez. precedente) E=pc e dunque il loro momento si può scrivere come
p=h/λλ.
i fotoelettrica
L’effetto fotoelettrico, in questa ipotesi, avviene per cessione I3
(immediata) di quanti di energia dipendenti solo dalla I2
frequenza (interazione elettrone-fotone). L’energia massima I1
acquistata da un fotoelettrone si può scrivere come Tmax=hν−φ, int. luce ↑
dove φ è il “potenziale d’estrazione” del metallo (energia per VS VC
strappare l’elettrone) e dunque non dipende dall’intensità della
radiazione ma solo dalla sua frequenza. Se il potenziale VS +
ritardante al collettore è abbastanza negativo (VS), il +
fotoelettrone si ferma e hν=φ. Sotto una frequenza di soglia
+ +
non c’è corrente fotoelettrica.
Questi risultati sono in pieno accordo con l’esperimento. ν

Fondamenti della meccanica quantistica - 2


3. Radiazione termica: la prima evidenza contro la natura ondulatoria della luce

Si studia con metodi della termodinamica ed elettromagnetismo classici la radianza di un oggetto in


funzione della sua temperatura. Si tratta di analizzare l’intensità di radiazione e/m in uno stretto
intervallo di frequenze o lunghezze d’onda emessa da un corpo ad una data temperatura. La
radianza R(λ) è definita dalla dI= R(λ)dλ, dove I è l’intensità
totale (energia/tempo⋅area). Sperimentalmente si osserva R(λ)
l’andamento riportato ed i fatti che (a) l’intensità totale (radianza
integrata) aumenta con la temperatura secondo la legge di Stefan, T3
4 −8 2 4
I=σT (σ=5.7×10 W/m K è la costante di Stefan-Boltzmann) e
(b) all’aumentare della temperatura il massimo di radianza si
T2
sposta verso piccole lunghezze d’onda (alta frequenza:
riscaldanto un corpo passa dal rosso al giallo, da ∼700 nm a ∼500 T1
nm), secondo la legge dello spostamento di Wien, λ
−3
λmaxT=cw=2.9×10 m⋅K.
Per ottenere una radianza indipendente dal tipo di materiale si effettuano le misure adottando un
sistema di riferimento detto corpo nero: il foro aperto in una cavità dalla quale la radiazione non
viene pressoché riemessa ma solo assorbita.
La descrizione classica del fenomeno è riassunta nei seguenti passi:
(a) la cavità è riempita da onde e/m stazionarie in equilibrio con le pareti;
(b) il numero di onde stazionarie con lunghezze d’onda comprese fra λ e λ+dλ nel volume V è
dato da dN=N(λ)dλ=8πV dλ/λ4;
(c) dalla termodinamica classica, ogni onda apporta un contributo energetico kT in virtù dello
scambio all’equilibrio con gli oscillatori atomici delle pareti;
(d) dalle equazioni di Maxwell, si ricava che la radianza è esprimibile tramite la densità di
energia e/m u(λ) tramite la R(λ)=cu(λ)/4;
(e) la densità è data dal numero di onde per volume per l’energia associata ad ogni onda,
dunque u(λ)=8πkT/λ4 e la radianza risulta pari a R(λ)=2πckT/λ4.
Quest’espressione è la legge di Rayleigh-Jeans e prevede che R(λ)→∞ per λ→0, completamente
contro l’evidenza sperimentale. Si parla di catastrofe ultravioletta.
La risposta è data da Planck nel 1900, che trova il modo di ridurre l’evidente sovrastima della
componente ad alta frequenza: se ci sono troppe onde con bassa λ ciò è da imputarsi al fatto che
troppi atomi ad alta frequenza (energia) interagiscano con la radiazione. Ipotizza dunque che gli
atomi scambino energia con la radiazione in modo discreto, secondo quanti di energia
proporzionali alla frequenza della radiazione. La loro energia massima è comunque kT, quindi
questo risolve la catastrofe ultravioletta.
Gli oscillatori dunque scambiano quanti di energia multipli di hν, E=nhν, n=1,2,…, trasportati da
fotoni (che quindi hanno ancora momento p=h/λ). Il calcolo basato su questa ipotesi conduce alla
nuova formula di Planck per la radianza di corpo nero:
2πc hc / λ
R( λ) = 4 hc / λkT ,
λ e −1
in totale accordo con l’esperimento. Questa formula permette di confermare la legge di spostamento
di Wien e, stabilita la massima lunghezza d’onda ad una data temperatura, collegare la costante h
con quella di Stefan-Boltzmann, σ=(2π5k4)/(15c2h3). Il risultato per h è in ottimo accordo con
misure di h effettuate con l’effetto fotoelettrico da Millikan.
Si ha dunque un’altra evidenza sperimentale e modellizzazione teorica consistente
dell’inadeguatezza della descrizione ondulatoria della radiazione e/m a favore di una natura
corpuscolare e quantizzata.

Fondamenti della meccanica quantistica - 3


4. Altri fenomeni a favore della natura corpuscolare della radiazione elettromagnetica

4.1 Effetto Compton

Si considera l’interazione fra luce (fotoni) e materia (elettroni debolmente legati ad atomi). L’esito
sperimentale non è supportato da una trattazione ondulatoria, per cui si considera una descrizione
puramente corpuscolare, di urto fra particelle (fotoni ed elettroni).
Si applicano le regole consuete di conservazione (energia e quantità di moto).
La conservazione dell’energia viene scritta

E+mc2=E’+Ee,

dove E, E’ sono le energie cinetiche del fotone prima e dopo l’urto (E=hν=hc/λ ed E’=hν’=hc/λ’),
mc2 è l’energia (a riposo) dell’elettrone prima dell’urto ed Ee la
sua energia (relativistica) dopo l’urto. La conservazione della
quantità di moto è data da hν’, p’
hν, p
p = p’cosθ + pecosφ (lungo x) θ
0 = p’sinθ − pesinφ (lungo y), φ

dove p, p’ sono le quantità di moto del fotone prima e dopo e


l’urto (p=h/λ, p’=h/λ’) e pe è il momento dell’elettrone dopo
l’urto.
La risoluzione di queste tre equazioni, tenendo presente che vale la Ee2=pe2c2+m2c4, conduce al
risultato

λ−λ’=λC(1−cosθ),

dove λC=h/(mc)=0.00243 nm è detta lunghezza d’onda Compton. In pratica, in un esperimento di


interazione come quello descritto si osserva radiazione diffusa (deviata) ad un angolo θ con
lunghezza d’onda ridotta secondo l’espressione sopra riportata. Il valore della lunghezza Compton
permette ancora una stima della costante di Planck, di nuovo in accordo con le misure fotoelettriche
e di corpo nero.

4.2 Radiazione di frenamento e produzione di raggi X

Si investe un materiale con un fascio di elettroni energetici: e hν


l’interazione con il mezzo provoca un frenamento ed una
conseguente emissione di radiazione elettromagnetica V
(bremsstrahlung, raggi X) ancora una volta governata dalle
leggi di quantizzazione della radiazione stessa. E’ una X
situazione opposta all’effetto fotoelettrico: si hanno urti di e
elettroni su atomi che liberano fotoni con energia (massima) A
data da hν=Ek (energia cinetica degli elettroni) e dunque e
hν=eV, dove V è il potenziale accelerante degli elettroni.

4.3 Produzione/annichilazione di coppie

Si tratta di conversione pura energia/massa nel processo e++e−↔fotone secondo la reazione


hν↔2mc2=1.02 MeV. Le particelle create/distrutte sono coppie “materia/antimateria”.

Fondamenti della meccanica quantistica - 4


5. Punti di arrivo e di partenza per una nuova fisica

Secondo la nuova visione iniziata da Planck e formalizzata da Einstein la radiazione


elettromagnetica, negli esperimenti sopra descritti ha le seguenti proprietà:

(a) va intesa come quanti, pacchetti d’energia detti fotoni;


(b) i fotoni viaggiano con velocità c;
(c) sono privi di massa a riposo;
(d) trasportano energia hν=hc/λ e momento p=hν/c=h/λ ;
(e) vengono creati/distrutti in processi di interazione radiazione/materia;
(f) si comportano come particelle in collisioni con elettroni o altre particelle materiali.

Le differenze rispetto la trattazione ondulatoria sono assolutamente drastiche. Resta comunque il


fatto che in altre classi di esperimenti la radiazione elettromagnetica presenta unicamente
caratteristiche ondulatorie, come nell’esperienza della doppia fenditura di Young.
A tale proposito, è essenziale sottolineare che in questo esperimento la visione corpuscolare di fatto
prevede che il fotone passi o in una o nell’altra fenditura, mentre la visione ondulatoria richiede
che la radiazione, per condurre ad interferenza, passi attraverso entrambe le fenditure.
E’ possibile stabilire che questa dualità onda-particella non è scindibile a seconda dell’esperimento
effettuato, ma è una caratteristica intrinseca della radiazione: essa non è né onda né particella, ma
di queste due nature presenta le caratteristiche a seconda del tipo di indagine su di essa effettuata
separatamente ed incompatibilmente.
Il termine più adatto per descrivere questa situazione (che sfugge alle possibilità percettive del
senso comune) è complementarietà delle nature ondulatoria e corpuscolare.
E’ anche possibile pensare ai processi di emissione e rilevazione della radiazione in termini
unicamente corpuscolari (interazione fotone/particella) ed al processo di propagazione ed
eventualmente interferenza dalle fenditure in termini unicamente ondulatori. La conclusione è che
l’osservazione delle figure di interferenza conducono alla corrispondenza fra intensità dell’onda
elettromagnetica (proporzionale al modulo quadrato dell’ampiezza di campo elettrico dell’onda)
con la probabilità di osservare fotoni sullo schermo. Questa connessione è alla base del
funzionamento quantistico di tutti i fenomeni fisici, non solo quelli riguardanti la radiazione
elettromagnetica e lega in modo esplicito gli aspetti ondulatori (intensità dell’onda) e corpuscolari
(conteggio medio dei fotoni).
La generalizzazione di questo schema richiede una serie di ipotesi alla base di una una scienza fisica
detta meccanica quantistica o ondulatoria.

6. Proprietà ondulatorie della materia

L. De Broglie nel 1924 ipotizza che il dualismo onda/particella stabilito per la radiazione
elettromagnetica va esteso ad ogni forma di materia.
Si associa ad ogni particella con momento p un’onda di lunghezza λ=h/p, e λ è detta lunghezza
d’onda di De Broglie.
Il salto concettuale è enorme: si tratta di accettare che la materia, in determinate circostanze,
presenta le caratteristiche tipiche delle onde, ovvero può dare luogo ad effetti interferenziali, si
delocalizza nello spazio e nel tempo, vi sono diffrazioni, riflessioni parziali, e così via. Sarà anche
essenziale prepararsi ad affrontare argomentazioni di natura tipicamente statistica, se si vorranno
conciliare in modo consistente i due estremi del dualismo di questa teoria.
La lughezza d’onda di De Broglie non è sperimentalmente accessibile per sistemi macroscopici a
causa della piccolezza di h: una particella di polvere (m=10−9 g) che viaggia a 1 cm/s conduce a
λ=7×10−20 m. Un elettrone di energia 1 eV ha λ=1.2 nm, cioè sperimentalmente accessibile.

Fondamenti della meccanica quantistica - 5


Domanda centrale: cos’è l’onda di De Broglie? Qual è il suo significato fisico?

Una prima riposta può essere: l’onda di De Broglie è quella che si manifesta ogni volta che
effettuiamo su una particella un’esperimento che ne possa rilevare la sua natura ondulatoria. Visti i
valori sopra citati, l’esperimento in questione dovrà riguardare oggetti submicroscopici:
nell’esperienza di Young ci si aspettano massimi di interferenza spaziati come λD/d: siccome D/d è
dell’ordine di al più 103-104, non sarà possibile osservare interferenza di De Broglie per
un’automobile o per qualcosa comunque “meno ondulatorio” di un atomo.

Prima evidenza sperimentale dell’ipotesi ondulatoria della materia: misure di interferenza di


elettroni su cristalli (usati come reticoli naturali) ad opera di Davisson e Germer (1926) e Thompson
Jr. (1927). Si ottiene un valore di h in eccellente accordo con i dati relativi all’ipotesi corpuscolare
della radiazione e/m (fotoelettricità, corpo nero …).

L’ipotesi di De Broglie va estesa comunque a tutte le particelle (non solo gli elettroni). Le difficoltà
per la realizzazione sperimentale di misure di interferenza da fenditura doppia sono state superate
solo di recente. Ora si osservano interferenze di neutroni, atomi, ecc. e lo studio della diffrazione di
particelle di varia natura è tecnica assestata di indagine della materia atomica e subatomica.

Vale un principio di complementarietà anche nel dualismo onda/corpuscolo di De Broglie: non è


possibile osservare simultaneamente entrambe le nature della particella, ma entrambe
contribuiscono a definire la “sostanza” del sistema. In un esperimento di Young per elettroni, nel
momento che si cerca di stabilire in quale delle due fenditure passino gli elettroni, si distrugge la
figura interferenziale (stabilire la fenditura di passaggio equivale a rivolgere l’attenzione all’aspetto
corpuscolare dell’elettrone). L’interferenza si osserva solo in condizioni di “assenza di interesse”
per quest’ultimo aspetto (che dunque non può essere specificato oltre una certa misura o
precisione, come vedremo fra poco parlando di principio di indeterminazione).

7. Relazioni di indeterminazione classiche e di Heinseberg

In un’onda piana la lunghezza d’onda (o il numero d’onda, k) sono perfettamente definiti, e l’onda è
totalmente delocalizzata nello spazio. Non sembra dunque
adatta a “descrivere” una particella nel senso di De Broglie. 2

A prescindere da questo aspetto, è peraltro chiaro che 1.5

sovrapponendo due onde piane di diversa lunghezza d’onda 1

si assiste ad un fenomeno più o meno marcato di 0.5

“battimento”: l’onda risultante tende periodicamente a 0

-0. 5
“localizzarsi” in corrispondenza delle interferenze
-1
costruttive. Aggiungendo altre lunghezze d’onda la
-1. 5

sovrapposizione tende sempre più a concentrarsi, fino ad -2

assumere l’aspetto di un “pacchetto” localizzato in una 0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100

zona di ampiezza ∆x. La posizione viene determinata


10

sempre meglio a spese della lunghezza d’onda, in modo che 8

∆x∆k∼1: se l’onda è poco “sparpagliata”, è difficile 6

ottenere una stima precisa della sua lunghezza d’onda e 4

2
viceversa. Lo stesso discorso è fattibile nel dominio del 0

tempo: per un’onda viaggiante, la determinazione precisa -2

della frequenza temporale richiede un tempo lungo di -4

ripetizioni cicliche ovvero, se l’onda dura poco tempo, la -6

sua frequenza sarà male determinata. Dunque ∆t∆ω∼1.


-8

-10
0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100

E’ ora possibile estendere queste regole di

Fondamenti della meccanica quantistica - 6


indeterminazione all’onda di De Broglie con fondamentali conseguenze nella comprensione fisica
del modello ondulatorio della materia.

Si scrive p = h/λ = (2πh)/( 2πλ) = ħk; dalla ∆k∆x∼1 si ottiene ∆p ∆x ∼ ħ.


Analogamente, si scrive E=hν=(2πhν)/(2π)=ħω; dalla ∆ω∆t∼1 si ottiene ∆E ∆t ∼ ħ.
Queste due relazioni costituiscono la forma (rispettivamente spazio-momento ed energia-tempo) del
principio di indeterminazione di Heisenberg. In pratica esso stabilisce l’impossibilità di
determinare simultaneamente con precisione assoluta posizione e velocità (energia e tempo) di una
particella.
Le implicazioni sono profonde: è facile accettare e comprendere l’indeterminazione spaziale di
un’onda del mare (viste le argomentazioni classiche sulle onde piane sopra descritte), ma per una
particella materiale questo è molto più complicato e comunque al di fuori della portata del senso
comune. Di fatto è la natura stessa che impone un limite all’accuratezza con la quale possiamo
effettuare misure.
Considerando ad esempio un elettrone con velocità lungo x pari a 3.6×106 m/sec, nota con
precisione dell’1%, la precisione nella posizione lungo x è stimata a partire da:
px=3.3×10−24 Kg m/s, ∆px=3.3×10−26 Kg m/s, ∆x∼ ħ/∆px=3.2×10−9 m (circa 10 diametri atomici).

Per comprendere più a fondo la procedura associata all’applicazione dell’indeterminazione di


Heisenberg richiamiamo l’idea fondamentale che a partire da un’onda piana (totalmente
delocalizzata spazialmente) è possibile costruire un pacchetto localizzato su un’estensione ∆x che di
fatto stabilisce un’indeterminazione nell’assegnazione del momento, ossia della lunghezza d’onda
tramite la relazione di De Broglie: l’indeterminazione richiede la costruzione di un pacchetto
d’onde con dispersione in lunghezza d’onda. Partendo da due onde viaggianti con numeri d’onda k1,
k2 e pulsazioni ω1, ω2, la loro sovrapposizione può essere scritta come inviluppo del tipo
y1+y2=cos[(x∆k−t∆ω)/2]cos[(k1+k2) x/2−(ω1+ω2) t/2].
Si osserva che l’inviluppo avanza con velocità di gruppo vg=∆ω/∆k, che nel limite della
sovrapposizione continua di infinite onde diventa vg=dω/dk (ogni componente d’onda piana ha
invece velocità di fase data da ω/k). Nel caso del pacchetto d’onde associato alla rappresentazione
di De Broglie, ricaviamo che
dω dω dE dp 1 dE dE
vg = = = != .
dk dE dp dk ! dp dp
Per una particella non relativistica con solo energia cinetica, E=T=p2/(2m) e dunque vg=v, che
dunque spiega il significato fisico primario della rappresentazione a “pacchetto” della particella.

Quale l’influenza dell’indeterminazione di Heinseberg sulle procedure di misura?

Se si “prepara” un sistema fisico in un certo modo, potremo misurare grandezze rilevanti entro la
loro indeterminazione. Ripetendo la misura si otterranno valori differenti, anche se lo stato iniziale
del sistema è lo stesso. Si evidenziano dunque forti connessioni con la teoria della probabilità e
statistica: è impossibile prevedere il singolo evento, ma con tante misure (o con tanti sistemi eguali)
si giunge ad una distribuzione di probabilità. La meccanica quantistica fornisce l’apparato
matematico per calcolare tali distribuzioni.
C’è una differenza critica fra statistica e meccanica quantistica: nella prima l’indeterminismo è
causato dalla incompleta conoscenza del sistema all’inizio, nella seconda l’indeterminismo è
intrinseco alla natura, insuperabile.
L’ampiezza dell’onda di De Broglie è collegata alla probabilità di trovare la particella: così come
la probabilità di trovare il fotone di Planck è proporzionale al modulo quadro dell’ampiezza del
campo elettrico dell’onda, la probabilità quantistica è proporzionale al modulo quadro
dell’ampiezza d’onda di De Broglie.

Fondamenti della meccanica quantistica - 7


8. ESERCIZI

(a) Calcolare l’energia ed il momento di un fotone “rosso”, con lunghezza d’onda λ=650 nm e
calcolare la lunghezza d’onda di un fotone con energia pari a 2.0 eV

(b) Sapendo che il potenziale d’estrazione del tungsteno è φ=4.52 eV, determinare la frequenza
di taglio fotoelettrica per questo metallo, la massima energia cinetica dei fotoelettroni
quando la radiazione ha lughezza d’onda di 200 nm ed il potenziale frenante in questo caso.

(c) Utilizzando la legge di Wien, calcolare la lunghezza d’onda alla quale un oggetto a
temperatura ambiente (T=20°C) emette la massima radiazione termica e stabilire fino a
quale temperatura va riscaldato l’oggetto perché si presenti di colore rosso (λ=650 nm).

(d) Ricavare esplicitamente la relazione di Compton per la diffusione elastica di fotoni da


elettroni debolmente legati.

(e) Raggi X di lunghezza d’onda 0.24 nm sono diffusi secondo la relazione di Compton e il
fascio diffuso è osservato ad un angolo di 60° rispetto la direzione di incidenza. Calcolare la
lunghezza d’onda dei raggi X diffusi, l’energia dei fotoni X diffusi, l’energia degli elettroni
diffusi e la loro direzione rispetto quella d’incidenza.

(f) Stimare le lunghezze d’onda di De Broglie per (a) un’automobile dal peso di 1000 kg che
viaggia a 100 km/h e (b) un protone con energia di 150 MeV.

(g) Una palla da biliardo di massa m=100 g è “ferma” su un piano entro la lunghezza di 1 m.
Per il principio di indeterminazione possiamo ammettere che in realtà la biglia abbia una
piccola velocità. Calcolarne il valore e commentare il risultato.

Letture consigliate

Trent’anni che sconvolsero la fisica – G. Gamow – Zanichelli


Corso di Fisica Generale – 5. Fisica Atomica – D. V. Sivuchin – Edizioni MIR
La fisica di Feynman – Vol. III – Feynman, Leighton, Sands

Fondamenti della meccanica quantistica - 8


Lezione 3 – Equazione di Schroedinger

1. L’apparato matematico per il calcolo delle probabilità ondulatorie

Lo studio delle proprietà di un sistema fisico nell’ambito di una trattazione ondulatoria è in un certo
senso avvicinabile a quello operato nello schema classico, con delle differenze concettuali e di
sostanza comunque essenziali. Nella visione classica l’interesse è rivolto alla relazione fra causa
(forze agenti sul sistema) ed effetto (moti del sistema, traiettorie). Lo strumento utilizzato è la
formulazione dinamica (leggi di Newton) o lagrangiana (equazioni di Hamilton e Lagrange). Nella
visione quantistica ovvero ondulatoria i concetti di traiettoria perdono sostanza (in virtù del
principio di indeterminazione) ed è dunque necessario costruire un nuovo apparato che consenta
invece di ottenere informazioni sull’ampiezza di probabilità, ossia sull’onda di De Broglie
associata al sistema fisico. Tale onda permette di calcolare la probabilità di ottenere determinati
valori di grandezze fisiche di interesse (variabili osservabili). Come discusso prima, l’onda di De
Broglie – d’ora in avanti chiamata (impropriamente) funzione d’onda del sistema, è collegabile alla
densità di probabilità semplicemente prendendone il modulo quadrato,
P(x)=|ϕ(x)|2.
La probabilità di osservare il sistema nell’intervallo spaziale dx è dunque dP(x)=|ϕ(x)|2dx. La
probabilità di osservare il sistema nell’intervallo di valori della coordinata compresi fra x1 e x2 è
quindi data da
x2

P( x1 < x < x 2 ) = ∫ ϕ( x)
2
dx ,
x1

con l’unica avvertenza di aver adottato una normalizzazione appropriata per la densità di
probabilità, ossia
+∞

∫ ϕ( x) dx = 1 .
2

−∞
Le estensioni in spazi a 2 o 3 dimensioni è immediata.
Come le equazioni di Newton e Maxwell, l’equazione che permetterà la trattazione quantistica non
sarà derivabile da principi primi, ma dovrà sottostare a verifiche sperimentali, leggi di
conservazione, considerazioni di simmetria e teoriche di varia natura.

2. Giustificazione operativa dell’equazione d’onda

Nel 1926 E. Schroedinger introduce l’equazione per l’onda di materia (che prende il suo nome).
L’idea di base consiste nella sequenza di passi qui elencati:
(a) L’energia (non-relativistica) dev’essere conservata, E=T+U
(b) vi dev’essere consistenza con l’ipotesi di De Broglie, per cui ad una particella libera dovrà
venire associata un onda piana con lunghezza h/p. Questo permette di scrivere la sua energia
(cinetica) come E=T=p2/(2m)=ħ2k2/(2m);
(c) ci si aspettano delle condizioni matematiche di regolarità dell’onda: la funzione dovrà
essere continua (anche nelle derivate prime), ad un solo valore e presentare comportamento
lineare in accordo con il principio di sovrapposizione.
Seguendo questi principi di riferimento, possiamo costruire l’equazione guida nel caso di una
particella libera ed estendere (con generalizzazione in questa sede gratuita) l’equazione così
ottenuta a casi più generali.
Per una particella libera dobbiamo ottenere un’onda di materia di tipo viaggiante e piana nella
forma consueta, ψ(x,t)=Asin(kx−ωt). Consideriamo un’istantanea al tempo t=0 (che verrà
reintrodotto in seguito) e concentriamo l’attenzione sull’onda ϕ(x)= ψ(x,0)=A sin(kx).
Osserviamo che

Equazione di Schroedinger - 1
d 2ϕ 2m
= − k 2 A sin (kx ) = −k 2 ϕ = − 2 Tϕ ,
dx 2
!
con T=E−U, per cui
! 2 d 2ϕ
− + Uϕ = Eϕ .
2m dx 2
Questa equazione, che è evidentemente consistente con (a) la conservazione dell’energia, (b) le
richieste di linearità ed unicità del valore e (c) fornisce l’onda piana di De Broglie per la particella
libera (U=0), è l’equazione di Schroedinger indipendente dal tempo in una dimensione. Non è
stata “dimostrata” (né è possibile farlo), ma solo “giustificata” sulla base della logica di consistenza
sopra schematizzata. Si assume inoltre che possa venire applicata quando la particella non è libera.
Sarà lo studio di qualche caso rilevante a fornire conferme a posteriori della validità della procedura
qui delineata.
In pratica, la risoluzione dell’equazione d’onda per un problema fisico assegnato può essere così
schematizzata:
(a) assegnazione del problema in termini dell’interazione fisica: l’energia potenziale U è data;
(b) la funzione d’onda ϕ viene ricavata con tecniche standard di risoluzione di equazioni
differenziali. L’equazione d’onda è una equazione agli autovalori, in quanto sia la funzione
d’onda che l’energia possono essere considerate (in determinate situazioni) incognite del
problema: data l’energia potenziale si vogliono determinare lo stato sistema (l’onda
associata) e l’energia o le energie permesse per tali stati (autovalori ed autofunzioni);
(c) vengono applicate le condizioni al contorno (ove possibile);
(d) vengono soddisfatte (se richiesto da eventuali discontinuità dell’energia potenziale)
condizioni di continuità per ϕ e dϕ/dx;
(e) la soluzione così particolareggiata è utilizzata per calcolare probabilità di grandezze fisiche
di interesse per il sistema in esame. A tale scopo si utilizza il significato operativo di
ampiezza di probabilità (si ricordi sempre l’impossibilità di definire una misura singola con
precisione illimitata di una grandezza fisica a prescindere da altre grandezze fisiche) e si
opera secondo la definizione standard di valore di attesa probabilistico. Così, il valore atteso
per la posizione di una particella con funzione d’onda ϕ(x) è dato da
+∞
< x >= ∫ x ϕ( x)
2
dx ,
−∞
e quello di una grandezza generica f(x) è dato da
+∞
< f ( x) >= ∫ f ( x) ϕ( x)
2
dx ,
−∞
dove si considerano funzioni d’onda normalizzate all’unità.

3. Applicazioni

Particella libera in una dimensione

L’equazione di Schroedinger è
! 2 d 2ϕ
− = Eϕ
2m dx 2
Possiamo anche scrivere
d 2ϕ
= −k 2 ϕ
dx 2
dove k2=2mE/ħ2, ossia otteniamo l’equazione differenziale per un’onda piana con periodo
spaziale dato da λ=h/p. La soluzione è del tipo

Equazione di Schroedinger - 2
ϕ(x)=a sin(kx) + b cos (kx)
2 2
con energia data da E= ħ k /(2m) (tutti i valori sono ammessi con continuità, a seconda della
quantità di moto della particella – o del suo numero d’onda), ovvero l’energia non è quantizzata,
a valori discreti. E’ possibile (e conveniente) scrivere la funzione d’onda in forma equivalente
complessa,
ϕ(x)=A e+ikx + B e−ikx,
perché in questo modo la soluzione è “naturalmente” nella forma di sovrapposizione di due
onde che, in una trattazione nella quale il tempo è esplicitamente inserito (qui non è necessario
vista la stazionarietà temporale dell’onda), risultano viaggianti nelle direzioni positiva (termine
A) e negativa (termine B) dell’asse x. In questo primo esempio i coefficienti dell’onda (A e B)
non possono venire determinati per normalizzazione, e questo è in pieno accordo con il fatto che
l’onda è completamente delocalizzata spazialmente (la quantità di moto della particella è
perfettamente definita in termini della lunghezza d’onda) e dunque non ha significato porsi la
domanda di stabilire la probabilità di collocare spazialmente la particella.

Particella in una “scatola” di energia con pareti infinitamente alte

Questo è un caso interessante perché è facilmente visualizzabile in un’analogia classica: la


particella è vincolata da “pareti” meccaniche che ne limitano completamente il moto in una
dimensione. Classicamente ci aspettiamo che la particella compia moti periodici fra le due
“sponde” mantenendo la velocità (energia) inizialmente assegnata. Il risultato
quantistico/ondulatorio è molto differente. Consideriamo una “buca” di larghezza L nella quale
l’energia potenziale è posta arbitrariamente a zero. All’esterno della buca (per x<0 ed x>L) la
particella non può essere trovata: dunque la corrispondente funzione d’onda si deve annullare
identicamente. Questo è confermato dal fatto che l’equazione di Schroedinger per U=∞ può
essere considerata valida solo quando ϕ=0. All’interno della buca invece la soluzione sarà
ancora del tipo ottenuto prima per la particella libera,
ϕ(x)=a sin(kx) + b cos (kx)
con l’essenziale differenza che la funzione d’onda deve essere
n connessa con continuità alla funzione esterna alla buca, che è
10 identicamente nulla. Dunque le condizioni da imporre sono
ϕ(0)=ϕ(L)=0. Si ha allora asin(0)+ bcos(0)=b=0 e a sin(kL)=0.
Volendo evitare la soluzione identicamente nulla (a=0), non
9 resta che imporre la condizione
kL=nπ, n=1,2,…
8 La lunghezza d’onda associata è data da λ=2π/k=2L/n, ossia
corrisponde alla soluzione dei modi stazionari della corda
7 vibrante di lunghezza L fissata agli estremi. L’analogia però
finisce qui: l’onda di materia assegna una densità di probabilità
6 per trovare la particella che presenta un numero crescente di
5 massimi alternati da minimi ove la probabilità si annulla: in
4 corrispondenza di questi minimi la particella non può essere
3 trovata, anche se essa è rinvenibile facilmente in posizioni
2 adiacenti questi minimi! Bisogna prestare molta attenzione
1
all’interpretazione di questo risultato, evitando di conferire
L eccessiva valenza “materiale” alla particella che, in questo
contesto, ha proprietà più facilmente realizzabili e visualizzabili in termini ondulatori. Si ricordi
che la densità di probabilità è data dal modulo quadrato della funzione d’onda. E’ anche
importante osservare che l’energia della particella, in corrispondenza dei valori di k sopra scritti,
vale
E=ħ2k2/(2m)= n2ħ2π2/(2mL2).
Equazione di Schroedinger - 3
L’energia è ora quantizzata, cioè può assumere (contrariamente al caso classico) solamente
valori discreti, multipli interi (non equispaziati) di una energia minima [E0= ħ2π2/(2mL2) in
questo caso]. L’energia acquista un indice (n) che è detto numero quantico per l’energia stessa.
La quantizzazione dell’energia è tipica di una situazione di particella vincolata da una regione di
potenziale attrattivo, o comunque ad energia totale negativa, e risulta automaticamente dalla
trattazione offerta dall’equazione di Schroedinger. Notiamo infine che l’energia minima di
questo sistema è comunque una quantità positiva, non nulla. Questo risultato, di nuovo
sorprendente dal punto di vista classico (secondo il quale la particella è collocabile in uno stato
di quiete relativa ad energia totale nulla), è conseguenza diretta del principio di
indeterminazione spazio-momento. E’ facile verificare questo fatto partendo
dall’indeterminazione spaziale della particella, pari a L, ed ottenere che l’energia non può
risultare più piccola di E0, altrimenti questo condurrebbe ad una precisione nella definizione
dell’energia cinetica, dunque del momento, in disaccordo con il principio d’indeterminazione.
E’ anche possibile calcolare i valori d’attesa di grandezze fisiche d’interesse per il sistema,
come già spiegato, nel caso specifico. Per quanto riguarda la posizione attesa della particella è
necessario calcolare l’integrale
L 2 L nπx L
x = ∫ x ϕ( x) dx = ∫ x sin 2 dx = .
2
0 L 0 L 2
Il risultato indica che la posizione media della particella è, indipendentemente dallo stato
energetico, nella posizione intermedia fra le pareti.

“Buca infinita” a due dimensioni

E’ un’importante estensione del caso precedente. Ora la particella è vincolata da una barriera di
energia infinita a rimanere in un piano xy (ad esempio quadrato di lato L). La soluzione
dell’equazione di Schroedinger segue la stessa strategia delineata nel caso in una dimensione,
anche se ora si tratta di estendere lo schema ad un problema di due variabili:
! 2  ∂ 2 ϕ( x, y ) ∂ 2 ϕ( x, y ) 
−  +  + U ( x, y )ϕ( x, y ) = Eϕ( x, y ) ,
2m  ∂x 2 ∂y 2 
U(x,y)=0 per 0<x<L, 0<y<L, ∞ altrove.
La soluzione di quest’equazione richiede opportune tecniche di separazione delle variabili. Il
buon senso ci suggerisce comunque di ammettere che la densità di probabilità fuori dalla buca
sia identicamente nulla [ϕ(x,y)=0]. All’interno si usa come soluzione “di prova” una funzione
d’onda fattorizzata, ϕ(x,y)=f(x)g(y), dove f e g sono funzioni esattamente del tipo ottenuto nel
caso in una dimensione:
f(x)=Ax sin kxx + Bx cos kxy,
g(y)=Ay sin kyy + By cos kyy,
dove i numeri d’onda kx, ky sono ora richiesti separatamente perché la soluzione di prova sia
accettabile. Applicando le condizioni di continuità ai bordi, ϕ(0,y)= ϕ(x,0)= ϕ(L,y)= ϕ(x,L)=0 si
ottiene ancora una situazione di stazionarietà di onde in due dimensioni (analogamente al caso
della vibrazione di una membrana piana vincolata ai bordi, come la pelle di un tamburo). In
corrispondenza i numeri d’onda k risultano limitati a valori multipli di interi, e l’energia è
ancora quantizzata ed assegnabile in funzione di due numeri quantici. La funzione d’onda
normalizzata che si ottiene è
ϕ(x,y)=(2/L) sin (nxπx/L) sin (nyπy/L)
e l’energia
E =E(nx,ny)=ħ2π2( nx2+ ny2)/(2mL2)= E0( nx2+ ny2).
Osserviamo che vi sono coppie di numeri quantici differenti (dunque differenti funzioni d’onda)
che danno la stessa energia. I valori (nx,ny)=(2,1) e (nx,ny)=(1,2) danno entrambi E=5E0. Questo
è un primo esempio di degenerazione quantistica. Il caso appena citato è tutto sommato

Equazione di Schroedinger - 4
accettabile in quanto le due coppie di numeri quantici corrispondono ad uno scambio degli assi
x ed y. In realtà la situazione può essere più complessa: le
(nx,ny)=(1,7) coppie (nx,ny)=(1,7)
e (nx,ny)=(5,5)
corrispondono alla (nx,ny)=(5,5)
stessa energia, 50E0.
Ma le funzioni
d’onda (il loro
modulo quadrato),
qui rappresentate,
sono di natura
sostanzialmente
differente. La degenerazione è tipica di sistemi a più
dimensioni (in realtà esistono affascinanti connessioni fra la simmetria di un sistema fisico e le
possibili degenerazioni quantistiche).

Oscillatore armonico

Una situazione molto comune nei modelli fisici sia classici che quantistici è basata su forze di
natura elastica, per la quale il moto è di tipo oscillatorio armonico (per piccoli angoli di
oscillazione). L’utilità di proporre la soluzione quantistica per questo caso è che esso costituisce
un valido punto di partenza per la modellizzazione di sistemi fisici di interesse reale (per piccoli
spostamenti dall’equilibrio ogni energia potenziale ha andamento quadratico, U(x)=kx2/2). La
soluzione dell’equazione di Schroedinger per questo potenziale è piuttosto complessa (ha
andamento regolato da polinomi e da esponenziali), ma l’energia è quantizzata ed assegnata in
termini di un unico numero quantico secondo la semplice relazione
E=E(n)=(n+1/2) ħω, dove ω=(k/m)1/2 e n=0,1,2,… .
La sequenza di livelli energetici (lo spettro del sistema) è ora equispaziata (cosa che non accade
per la particella in una scatola di energia infinita). Notare il minimo energetico per n=0: il valore
risulta ovviamente compatibile con l’indeterminazione spazio-momento di Heisenberg.

4. Dipendenza dal tempo della funzione d’onda

Senza entrare nel dettaglio della trattazione, ci limitiamo ad affermare che la dipendenza temporale
può essere introdotta nella trattazione ondulatoria partendo dalla funzione d’onda indipendente dal
tempo, ϕ(x), moltiplicata per il fattore complesso e−iωt, dove ω=E/ ħ, ovvero la frequenza ω è data
dalla relazione di De Broglie:
ψ(x,t)= ϕ(x)e−iωt.
Così facendo è possibile giungere ad una versione dell’equazione di Schroedinger dipendente dal
tempo, nella forma
! 2 ∂ 2 Ψ ( x, t ) ∂Ψ ( x, t )
− + U ( x ) Ψ ( x , t ) = i! .
2m ∂x 2
∂t
Il fattore temporale ad esponente complesso è conveniente nella rappresentazione del verso di moto
dell’onda di materia: la funzione d’onda indipendente dal tempo
ϕ(x)=A e+ikx + B e−ikx
diventa
ψ(x,t)=A e+i (kx−ωt) + B e−i(kx+ωt),
per cui l’onda viaggiante nel verso delle x positive ha intensità v|A|2 e quella nel verso delle x
negative ha intensità v’|B|2, con v=p/m= ħk/m.

Equazione di Schroedinger - 5
5. Barriere di potenziale, effetto tunnel: un nuovo aspetto “anticlassico” della meccanica
quantistica

Si considerano i fenomeni di interazione quantistica di una particella in una dimensione che


attraversa zone ad energia variabile a gradini. Anzitutto studiamo il caso di una particella viaggiante
lungo l’asse x con energia potenziale data da U(x)=0 per x<0 e U(x)=U0 per x>0. L’equazione di
Schroedinger associata va studiata in due casi diversi: energia della particella maggiore e minore del
“gradino” di energia potenziale, U0.
Per E>U0 la funzione d’onda dev’essere di tipo oscillatorio su tutto l’intervallo di valori di x, in
quanto l’equazione di Schroedinger si spezza in due possibili forme:
! 2 d 2ϕ
− = Eϕ per x<0 (zona I),
2m dx 2
! 2 d 2ϕ
− = ( E − U 0 )ϕ per x>0 (zona II).
2m dx 2
Le soluzioni corrispondenti sono
ϕI(x)= A e+ikx + B e−ikx (zona I) e
ϕII(x)=A’ e+ik’x + B’ e−ik’x (zona II),
dove
2mE 2 m( E − U 0 )
k= , k'= .
! !
Prima di imporre le condizioni di continuità alle funzioni, osserviamo che, se supponiamo che la
particella venga lanciata verso valori crescenti di x, la soluzione nella zona II non può avere
componenti viaggianti verso valori decrescenti di x, per cui B’=0. Non rimane che imporre la
continuità in x=0 delle funzioni e delle loro derivate prime, ϕI(0)= ϕII(0) e [dϕI/dx](0)= [dϕII/dx] (0).
Si ottiene
 k − k ' −ikx  2k ik ' x
ϕ I ( x) = Ae ikx + e  , ϕ II ( x) = A e .
 k + k'  k + k'
L’interpretazione del risultato è che nella zona I si ha sovrapposizione di un’onda viaggiante verso
le x positive (l’onda incidente, con coefficiente 1) e di una verso le x negative (l’onda riflessa, con
coefficiente (k−k’)/ (k+k’), mentre nella zona II si ha
un’onda viaggiante verso x positive (l’onda trasmessa,
con coefficiente 2k/(k+k’). L’onda di materia si
differenzia nelle due zone per la diversa lunghezza
d’onda di De Broglie, in quanto la particella si trova in
E zone di differente energia cinetica. Si parla di intensità
U0 riflessa R=(v|B|2)/(v|A|2)=(k−k’)2/ (k+k’)2, e di intensità
I II trasmessa, T=(v’|A’|2)/(v|A|2)=4kk’/(k+k’)2. Notiamo
anzitutto che T+R=1 (conservazione del flusso, l’onda è
suddivisa nelle parti trasmessa e riflessa senza perdite).
Un effetto notevole e puramente quantistico è comunque l’esistenza dell’onda riflessa:
classicamente una particella proveniente da sinistra con energia cinetica assegnata, in
corrispondenza del gradino di potenziale perderà semplicemente energia cinetica (rallentamento ad
opera della forza istantanea al gradino) e proseguirà nel suo moto verso destra. Non può venire
riflessa. Quantisticamente invece questo è possibile: il gradino causa un effetto reale di riflessione:
ancora una volta, non si deve sottovalutare la natura essenzialmente ondulatoria del sistema in
questa discussione.
Ancora più disarmante è il caso per E<U0. Nella zona I la soluzione dell’equazione di Schroedinger
è eguale al caso precedente, per ovvi motivi. Nella zona II l’equazione si scrive

Equazione di Schroedinger - 6
! 2 d 2ϕ
− = ( E − U 0 )ϕ ,
2m dx 2
e dunque la soluzione deve prevedere esponenziali reali, ossia
2m(U 0 − E )
ϕII(x)=A’’ ek’’x + B’’ e−k’’x, con k ' ' =
!
.
Per impedire alla funzione d’onda di divergere per x crescenti imponiamo A’’=0 ed applichiamo le
condizioni di continuità in x=0. Il risultato è che
nella zona I l’onda di materia è stazionaria con
numero d’onda k, come previsto, senza fenomeni
particolari di bilancio (la particella è riflessa dalla
U0 barriera di potenziale). Ma la soluzione per la zona
E II, con un esponenziale decrescente, evidenzia che
la particella penetra per un tratto nella zona
“proibita”. E’ proibita dalla meccanica classica
(l’energia cinetica è negativa), e contravviene al
principio di conservazione dell’energia. Questo
fenomeno è reale (anche se è impossibile osservare
la particella nella zona II) ed è consentito dal principio di indeterminazione tempo-energia:
affinché la particella possa penetrare per un certo tratto nella zona ad energia cinetica negativa, essa
deve “prendere in prestito” energia sufficiente (che deve in realtà creare) per superare la barriera di
potenziale. Se tale “prestito” avviene entro un tempo breve tanto da soddisfare la relazione
∆t∼ħ/∆E, l’osservatore non potrà misurare il fenomeno in contrasto con il principio di
conservazione dell’energia.
Il fenomeno di penetrazione nella zona classicamente proibita è causa di una serie di fenomeni che
non trovano spiegazione al di fuori dello schema quantistico. Si consideri, a tale scopo, il caso di
una particella che subisce l’effetto (sempre in una dimensione) di una barriera di potenziale di
larghezza ed altezza finite ed assegnate. Se l’energia della particella è minore dell’altezza della
barriera, la descrizione classica prevede solamente un fenomeno di inversione del moto (riflessione
totale). Dal punto di vista quantistico, il fatto che la barriera
abbia larghezza finita e che la particella possa penetrare tale
barriera per un piccolo tratto fa sì che vi sia probabilità non
nulla di attraversamento della barriera: una particella
proveniente dal lato delle x negative potrà presentarsi (con
onda di materia di lunghezza invariata, nell’esempio
considerato) oltre la barriera di potenziale, ossia la barriera presenta una trasmissione puramente
quantistica non nulla. Il risultato può essere dimostrato 1

con le tecniche appena illustrate. La figura riporta 0.9

l’andamento dell’intensità trasmessa in funzione 0.8

dell’energia della particella normalizzata a quella della 0.7

barriera: è evidente che la trasmissione per E<U0 non è 0.6

identicamente nulla, come non è perfettamente unitaria 0.5


T

per E>U0: vi sono fenomeni di riflessione “sopra


0.4

0.3

barriera” analoghi a quelli presentati nell’esempio del 0.2

gradino di energia. Questi risultati sono alla base della 0.1

comprensione (e della corretta modellizzazione) di 0


0 0.5 1 1.5 2 2.5 3 3.5 4 4.5 5

fenomeni nucleari di decadimento (trasformazione ed E / U0

emissione) di particelle, che infatti vengono rilasciate con probabilità in ottimo accordo con lo
schema di attraversamento di barriera, detto effetto tunnel. Il microscopio a scansione tunnel
recentemente realizzato è anche basato su questo fenomeno.

Equazione di Schroedinger - 7
In generale dovrebbe essere ora chiaro che la forma esplicita
dell’energia potenziale (come accade nel caso classico) è sufficiente
a fare previsioni sull’andamento della funzione d’onda della
particella. Tipicamente, si potranno avere due situazioni generali, a
seconda del segno dell’energia totale del sistema. Per energie
positive, ossia particella “sopra barriera/buca di potenziale”, sarà
sufficiente fissare un parametro arbitrario della funzione d’onda che
presenterà caratteristiche di onda viaggiante, eventualmente
“sfasata” (ossia parzialmente riflessa/trasmessa) da variazioni
dell’energia potenziale, con possibili effetti di penetrazione quantistica in corrispondenza dei punti
di inversione classica del moto. L’energia della particella non è quantizzata. Per energie negative,
ossia “nella buca di potenziale”, l’equazione di Schroedinger obbliga a fissare due parametri, il che
equivale a vincolare l’energia a valori discreti. Essa è dunque quantizzata.
Il formalismo della meccanica quantistica è stato sviluppato (da Schroedinger ed Heinsenberg) in
dettaglio e seguendo regole e principi solidi e che vanno oltre le semplici considerazioni qui
discusse. Vale almeno la pena citare che l’equazione di Schroedinger nella forma canonica viene
scritta Hϕ=Eϕ, dove H è l’operatore hamiltoniano definito in uno spazio di Hilbert di funzioni
d’onda ϕ. Nei casi sopra considerati H si riconduce alla forma −ħ2/(2m)(d2/dx2)+U(x). L’equazione
conduce ad autovalori (osservabili, necessariamente reali e dunque gli operatori devono essere
hermitiani) con autovettori (rappresentazione degli stati fisici del sistema). Per la dipendenza dal
tempo è possibile estendere la trattazione includendo fenomeni di transizione (ad esempio radiative,
ossia con scambi di fotoni), nelle quali il sistema non è stazionario, ossia evolve nel tempo. E’
possibile calcolare esplicitamente le probabilità di evoluzione di questi fenomeni.

6. ESERCIZI

(a) Un elettrone è vincolato in una regione in una dimensione di lunghezza dell’ordine


di un diametro atomico, 10−10m. Quanta energia (misurata in eV) va fornita
all’elettrone per promuoverlo al primo stato eccitato a partire dall’energia più bassa?
In questo stato di energia minima, qual è la probabilità di trovare l’elettrone nella
regione fra 0.05×10−10 m e 0.15×10−10 m?

(b) Dimostrare che in una buca quadrata di potenziale a pareti infinitamente alte ed in
due dimensioni l’energia è quantizzata e dipende da due numeri quantici secondo la
E=E0(nx+ny)2.

(c) Calcolare l’intensità di riflessione per una particella che incide contro un gradino di
potenziale di altezza U0 con energia cinetica pari a E=aU0, con a>1. Quant’è
l’intensità di riflessione nel caso classico?

(d) Qual è il significato fisico della condizione di normalizzazione della funzione


d’onda?

(e) Dimostrare che il valore atteso per x2 in una buca di energia infinita e larghezza L in
una dimensione è dato da L2[1/3-1/(2n2π2)]. Qual è la differenza più importante fra
questo risultato ed il valore atteso per x?

Letture consigliate: Alonso-Finn, III volume; la fisica di Berkeley, Meccanica Quantistica.

Equazione di Schroedinger - 8
Lezione 4 – Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico

1. Proprietà fondamentali degli atomi

Alla fine del secolo XIX si è in grado di stabilire le seguenti evidenze sperimentali:
(a) la materia è composta da atomi di dimensioni molto piccole. Proprietà fisico-chimiche di
varie forme di aggregazione della materia permettono di stimare un diametro medio
dell’ordine di 10−10 m;
(b) gli atomi sono stabili, ossia non si rompono spontaneamente in frammenti più piccoli:
perché ciò si realizzi le forze di coesione interna agli atomi devono essere in equilibrio;
(c) gli atomi sono composti da cariche elettriche di segno opposto in numero eguale, ossia gli
atomi nello stato ordinario sono elettricamente neutri. L’esistenza degli elettroni è
evidenziata dall’effetto Compton e da quello fotoelettrico. Gli elettroni non possono
compenetrare il nucleo senza violare il principio di indeterminazione;
(d) gli atomi emettono ed assorbono radiazione elettromagnetica in uno spettro estremamente
ampio, microonde, infrarossi, visibile, ultravioletto, raggi X compresi. Esistono
sostanzialmente due classi di esperimenti che utilizzano la radiazione elettromagnetica per
studiare la struttura atomica: spettroscopia in emissione e per assorbimento. Con il termine
spettroscopia si intende indicare lo studio sistematico della radiazione emessa o assorbita da
un determinato atomo (intensità ed energia o frequenza). Distingueremo di seguito le
modalità in emissione ed assorbimento.
Studiamo ora l’evoluzione storica della modellizzazione dell’atomo che ha permesso di
caratterizzare con precisione sempre maggiore il comportamento dettagliato del mondo
submicroscopico e verificare l’applicabilità delle leggi della meccanica quantistica (sia relativistica
che non, anche se in questa sede ci limiteremo a considerare condizioni non relativistiche).

2. Modello di Thompson

Il primo modello di atomo prevede una struttura sferica omogenea di carica positiva, all’interno
della quale si trovano distribuiti uniformemente gli elettroni, cariche negative puntiformi. La massa
atomica è distribuita su tutta la sfera. Una semplice applicazione del teorema di Gauss permette di
calcolare la forza di Coulomb subita dagli elettroni che risulta di tipo elastico, per cui gli elettroni
oscillano e dunque emettono o assorbono in modo risonante radiazione elettromagnetica. Il calcolo
però dà frequenze in disaccordo con quelle osservate. Il problema più grave di questo modello è
comunque che esso non riesce a riprodurre le osservazioni ottenute in esperimenti di collisione con
particelle cariche pesanti (particelle α, ossia nuclei di elio). Secondo il modello di Thompson, la
carica positiva distribuita su tutto il volume atomico deve produrre una piccola deviazione ad ogni
collisione. In un foglio di materiale di spessore piccolo ma finito, vi sono moltissimi centri diffusori
(gli atomi, infatti) e conseguentemente il fenomeno diffusivo dei proiettili va trattato in senso
statistico. I risultati sperimentali indicano che vi è una probabilità relativamente elevata di
osservare proiettili diffusi ad angoli elevati (fino a 180°). La trattazione statistica della diffusione
multipla conduce invece ad una probabilità pressoché trascurabile per tali eventi. Evidentemente il
modello a massa diffusa su tutto il volume è da rivedere.

3. Modello di Rutherford

La correzione più rilevante riguarda proprio la distrubuzione della massa atomica, che ora è
immaginata concentrata in un piccolo volume carico positivamente (il nucleo) immerso in una sfera
leggera ed uniformemente carica negativamente (gli elettroni). Gli elettroni diffondono in modo
elastico con gli atomi (senza perdita di energia cinetica). Si ricava che il numero di elettroni diffusi
secondo l’angolo θ nell’ipotesi di Rutherford è dato dalla legge omonima

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 1


AsZ 2 1
N (θ) = ,
T sin (θ / 2)
2 4

in cui A è una costante opportuna, s è lo spessore del foglio


interposto al cammino dei proiettili, Z è il numero atomico
del materiale della lamina, T l’energia dei proiettili. Il
modello è accettabile per quanto riguarda questi aspetti: (1)
θ il conteggio è proporzionale allo spessore del foglio, ossia è
rilevante nel fenomeno il singolo evento di diffusione del
proiettile, e non una sovrapposizione statistica di molti
eventi di diffusione (come nel modello di Thompson,
secondo il quale il conteggio risulterebbe proporzionale a
s1/2). La piccolezza del nucleo, vero centro diffusore, è tale
da giustificare un solo evento come causa di deviazione a grande angolo; (2) la dipendenza dal tipo
del materiale (Z) e dalla velocità del proiettile (T) è perfettamente riprodotta; (3) il numero di
conteggi varia con l’angolo di diffusione θ anche di 5 ordini di grandezza, ed anche questo risultato
è correttamente ottenuto nel modello. In conclusione, il modello “nucleare” spiana la strada a
successive e più sofisticate elaborazioni teoriche. Pur non spiegando i fenomeni di emissione ed
assorbimento di radiazione, evidenzia con certezza che la struttura dell’atomo prevede la
concentrazione della massa in un volume di dimensioni estremamente ridotte rispetto quelle
atomiche (il raggio nucleare è 100000 volte più piccolo di quello atomico “tipico”), mentre la
distribuzione di carica prevede i contributi negativi e positivi separati in regioni spaziali altrettanto
differenziate. I problemi irrisolti restano quelli relativi ai fenomeni di interazione con la radiazione
elettromagnetica che ora riassumiamo secondo le conoscenze sperimentali del tempo.

4. Spettri atomici

Oltre a spettri continui in emissione (come quello osservato nella radianza di un corpo riscaldato)
esistono spettri a linee sia in emissione che in assorbimento. La classificazione è fatta in base al tipo
di esperimento effettuato. Provocando scariche
elettriche in un gas viene fornita energia (tramite
la corrente elettronica) agli atomi del gas che
emettono solamente determinate frequenze
(radiazioni di colore caratteristico per il gas –
GAS
GAS

come la luce gialla delle lampade al sodio o quella


rossa dei tubi al neon), che vengono analizzate
con sistemi di dispersione cromatica (come un
prisma o un reticolo di diffrazione). Investendo
altresì un gas con luce a spettro continuo (luce
bianca, essenzialmente), ed analizzando la EMISSIONE ASSORBIMENTO
radiazione trasmessa dal gas, si osservano frequenze mancanti, ossia linee nere nella luce trasmessa.
Le linee mancanti sono collocate esattamente nella stessa posizione di alcune linee osservate
nell’esperimento di emissione dello stesso gas, che però usualmente presenta molte altre linee
assenti nello spettro in assorbimento. Lo studio sistematico compiuto nel XIX secolo di questi
spettri aveva permesso di stabilire delle relazioni empiriche molto semplici ed altrettanto precise in
grado di predirre la posizione delle linee sia in assorbimento che in emissione. Tali relazioni sono
tutte nella forma data da
λ=λLIM/(1−n02/n2),
ossia le lunghezze d’onda vengono osservate secondo una sequenza regolare. Nella formula sopra
scritta λLIM è detta limite di serie (ve ne sono diverse per un dato atomo, ed i vari atomi hanno

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 2


differenti insiemi di tali lunghezze limite), mentre n cambia di passi interi a partire da n0+1. La
prima serie storicamente importante è detta di Balmer ed è riferita all’atomo di idrogeno:
λB=364.5/(1−4/n2) (nm), n=3,4,5, ... .
Si tratta di radiazione visibile ed osservabile soltanto in esperimenti di emissione. Esiste un’altra
serie, detta di Lyman, osservabile anche in assorbimento ultravioletto secondo la regola
λL=91.1/(1−1/n2) (nm), n=2,3,4, ... .
A titolo esemplificativo, ricaviamo che per quest’ultima serie le lunghezze d’onda osservate sono
date da λ1=91.1/(3/4)=121.5 nm, λ2=91.1/(8/9)=102.5 nm, λ3=91.1/(15/16)=97.2 nm … e le
frequenze corrispondenti sono (dalla ν=c/λ) ν1=2.5×1015 Hz, ν2=2.9×1015 Hz, ν3=3.1×1015 Hz, … .
Si osserva un’ulteriore regolarità, che va sotto il nome di principio di combinazione di Ritz: date
due frequenze osservate in uno spettro atomico, è possibile che una terza frequenza osservata sia la
somma algebrica delle prime due. E’ dunque necessario introdurre un modello di atomo che, oltre ai
fenomeni di diffusione giustificati dal modello di Rutherford, spieghi anche tutta questa classe di
fenomeni e regolarità.

5. Modello di Bohr

Nel 1913 N. Bohr estende il modello nucleare di Rutherford per spiegare gli spettri osservati di
atomi “idrogenoidi”, ossia con un solo elettrone. L’idea principale del modello consiste nel
descrivere l’elettrone come satellite del nucleo in orbite “stazionarie”, ossia quantizzate nelle loro
dimensioni. L’elettrone è vincolato al nucleo positivo tramite la forza di Coulomb che fornisce
l’accelerazione centripeta necessaria. Tale forza, data da
−e
F=Ze2/(4πε0r2)=mv2/r, assieme all’energia elettrostatica rdel
sistema nucleo/elettrone data da U=− Ze2/(4πε0r), ci permette di F v
2 2
calcolare l’energia cinetica, T=mv /2= Ze /(8πε0r) e quella totale
dell’elettrone: +Ze
E= −Ze2/(8πε0r). r
Il punto fondamentale è che il modello “planetario” non può
giustificare la stabilità dell’atomo: l’elettrone orbitante è accelerato
e dunque deve emettere radiazione elettromagnetica e perdere
gradualmente energia, fino a collassare sul nucleo. Gli stati stazionari di Bohr prevedono invece
che l’elettrone mantenga la sua orbita senza irradiare energia, e che questo sia possibile grazie ad un
fenomeno di quantizzazione del momento angolare orbitale, che può possedere solo valori multipli
interi di ħ, L=nħ, n=1,2, … . Si tenga presente che il modello di Bohr è antecedente l’ipotesi
ondulatoria di De Broglie e l’intero apparato della meccanica quantistica, per cui l’idea della
quantizzazione del momento angolare e della stazionarietà degli stati è decisamente rivoluzionaria e
degna di attenzione, soprattutto in quanto essa permette una descrizione molto accurata degli spettri
osservati (benché la visione di un elettrone orbitante secondo valori definiti di velocità e raggio
orbitale non sia ammissibile alla luce dell’indeterminazione quantistica e della natura ondulatoria
dell’elettrone stesso su queste scale submicroscopiche).
La quantizzazione del momento angolare conduce immediatamente alla quantizzazione dei raggi
orbitali e delle energie elettroniche: essendo L=mvr= nħ, dalla T=mv2/2= Ze2/(8πε0r)= n2ħ2/(2mr2) si
ottiene r=rn= 4πε0n2ħ2/(Zme2)=a0n2/Z, dove
a0=4πε0ħ2/(me2)=0.0529 nm
è detto raggio di Bohr. Per quanto riguarda l’energia totale dell’elettrone ricaviamo E=En=−Z2E0/n2,
dove
E0=me4/(32π2ε02ħ2)=2.18×10−18 J=13.6 eV.
Questo valore corrisponde all’energia necessaria per “costruire” un atomo di idrogeno (Z=1) nello
stato stazionario più “basso” (n=1) a partire da un elettrone e da un nucleo positivo a distanza
infinita, ovvero è l’energia da fornire all’atomo ionizzarlo, ossia togliere l’elettrone dal campo

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 3


elettrostatico del nucleo. I “livelli” stazionari dell’atomo idrogenoide hanno energie crescenti
(ovvero sempre meno negative) con l’aumentare di n, unico numero
quantico del sistema. Per eccitare l’atomo dallo stato di minima
n=∞ energia, −13.6 eV, al livello superiore (E2=−13.6/4=−3.4 eV), si
n=4 deve fornire al sistema l’energia richiesta, secondo il bilancio
n=3 ∆E=Efin−Ein=−3.4 eV − (−13.6 eV)=10.2 eV. Corrispondentemente
13.6 eV l’elettrone passa da un’orbita di raggio a0 all’orbita più estesa di
n=2 raggio r2=4a0=0.0212 nm.
Bohr postula che l’elettrone possa cedere ed assorbire energia
12.8 eV
nelle transizioni fra diversi stati stazionari tramite l’emissione e
12.1 eV assorbimento di quanti di radiazione elettromagnetica, fotoni di
10.2 eV
energia regolata dalla relazione di Bohr:
∆En1→n2=hν12=En1−En2=Z2E0(1/n22−1/n12),
n=1 per cui le lunghezze d’onda sono date dalla
hc n12 n22
λ 12 = c / ν12 = 2 .
Z E0 n12 − n22
La costante R∞=E0/hc=me4/(64π3ε02ħ3c) vale 1.0974×107 m−1 e possiamo anche scrivere che le
lunghezze d’onda dei fotoni emessi/assorbiti secondo il modello di Bohr sono date da
1 n12 n22 (91.1nm) 1
λ 12 = 2 = .
Z R∞ n1 − n2
2 2
Z 2
1 / n2 − 1 / n12
2

Le frequenze sono invece esprimibili come


n2 − n2
ν12 = Z 2 R∞ c 1 2 2 2 = Z 2 (3.29 × 1015 Hz)(1 / n22 − 1 / n12 ) .
n1 n 2
Il simbolo R∞ è adottato per sottolineare che tale grandezza viene ottenuta nell’approssimazione di
massa infinita del nucleo. Tenendo conto della massa ridotta dell’atomo (sistema a due corpi di
masse finite) si deve introdurre una correzione sulle energie emissione/
calcolate del 5% circa. Scegliendo la transizione che ha assorbimento assorbimento
come stato di arrivo n2=1 la relazione per λ (Z=1, idrogeno)
ci da subito la serie di Lyman già considerata prima. Le
altre serie sono altrettando banalmente ottenute, avendo
cura di distinguere fenomeni di assorbimento di fotoni
(l’elettrone acquista energia, passando ad orbite più Balmer instabile
esterne) da quelli di emissione (l’elettrone “cade” verso il (V)
nucleo perdendo energia). Anche la regola di combinazione
di Ritz è subito ricavata per il semplice fatto che si postula
che i fotoni abbiano frequenze proporzionali al salto
energetico (fissato, discreto) dell’elettrone atomico:
ν32+ν21=ν31.
Il fatto che gli spettri di assorbimento siano composti in Lyman stabile
generale da meno linee di quelli in emissione è spiegato in (UV)
base alla breve durata (in condizioni normali) degli stati
elettronici eccitati, mentre solo il livello di minima energia è stabile nel tempo: l’emissione può
avvenire da qualunque stato a qualunque altro, l’assorbimento richiede invece di partire da uno stato
stabile, il più basso appunto.
Un’importante verifica sperimentale della sensatezza dell’ipotesi di Bohr è l’esperimento di Franck
e Hertz i quali, nel 1914, riuscirono con misure di perdita di energia cinetica di elettroni su gas di
mercurio ad ottenere conferma della natura discreta dei livelli energetici dell’atomo.
Il brusco salto dalla trattazione classica (perdente per i fenomeni di frenamento per irraggiamento
continuo) a quella “discreta” richiede una connessione fra i due punti di vista secondo il quale, nel

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 4


limite di una situazione macroscopica, classica appunto, tali punti di vista coincidano. Questo è
formalizzato nel cosiddetto principio di corrispondenza, che prevede un atomo sufficientemente
grande per il quale le orbite stazionarie si confondono con lo spiralare classico degli elettroni: in
questo caso le frequenze della radiazione calcolate secondo le due visioni risultano pressoché
identiche.
Vale infine la pena di notare che il modello di Bohr, pur nella sua semplicità e precisione nella
predizione di molti aspetti spettroscopici, è un modello sbagliato, perché non rispetta i criteri
fondamentali della fisica ondulatoria. E’ pure limitato nel calcolo di strutture “fini” dello spettro
osservato, non fornisce strumenti per calcolare l’intensità della radiazione emessa e non permette di
affrontare lo studio di atomi con 2 o più elettroni. Ciononostante, il modello apre la strada ad
applicazioni della meccanica quantistica al mondo atomico di grande rilievo.

6. L’atomo di idrogeno nella meccanica ondulatoria

E’ ora importante riconsiderare almeno a grandi linee la “risposta ondulatoria” al modello di Bohr
dell’atomo di idrogeno. Si tratta applicare l’equazione di Schroedinger al sistema elettrone/protone
e di ottenere energie e funzioni d’onda. Ci si aspetta, viste le premesse, una descrizione
“delocalizzata” dei moti elettronici, visto che ora possiamo ottenere solo distribuzioni di probabilità.
Vedremo anche che la meccanica quantistica (in realtà solamente quella relativistica) propone una
descrizione efficace di strutture “fini” dello spettro atomico non accessibili al modello ad orbite
stazionarie di Bohr.
L’equazione di Schroedinger per l’idrogeno atomico fa uso dell’energia potenziale centrale di
Coulomb, U(r)=−e2/(4πε0r2). La derivata seconda rispetto le coordinate cartesiane che realizza
l’energia cinetica nell’equazione di Schroedinger è di fatto un laplaciano,
!2  ∂2 ∂2 ∂2  !2
T =−  + + =− ∆,
2m  ∂x 2 ∂y 2 ∂z 2  2m
che, in coordinate sferiche (le più appropriate per questo studio) conduce alla seguente forma
dell’equazione di Schroedinger per la funzione d’onda ϕ=ϕ(r,θ,φ):
! 2  ∂ 2 ϕ 2 ∂ϕ 1 ∂  ∂ϕ  1 ∂ 2ϕ 
−  2 + +  sin θ  +  + U (r )ϕ = Eϕ .
2m  ∂r r ∂r r sin θ ∂θ  ∂θ  r 2 sin 2 θ ∂φ 2 
Si applica la separabilità di ϕ(r,θ,φ)= R(r)Θ(θ)Φ(φ) nelle parti radiale, R(r), polare, Θ(θ), ed
azimutale, Φ(φ). La soluzione dell’equazione conduce ad una dipendenza da 3 numeri quantici per
la classificazione completa del sistema. Tali numeri, detti principale (o radiale) n, di momento
angolare orbitale l e magnetico ml, vengono associati alle funzioni d’onda secondo la scrittura
ϕn,l,ml(r,θ,φ)= Rnl(r)Θlml(θ)Φml(φ) e con regole di “conteggio” date da n=1,2,3, …, l=0,1,2, … , n-1,
ml=0,±1,±2, … ,±l. L’energia risulta dipendere (in prima approssimazione) soltanto dal numero
quantico principale o radiale, n e risulta eguale a quella ottenuta nel modello di Bohr,
1 me 4
E = E ( n) = − 2 .
n 32π 2 ε 02 ! 2
In base a questi risultati, osserviamo che ciascun livello energetico discreto è fissato da n ed è n2
volte degenere. Tale degenerazione è importante per vari motivi. Anzitutto, modelli più sofisticati in
parte rimuovono la degenerazione in certi livelli. Campi esterni (elettrici o magnetici) sono anche in
grado di rimuovere la degenerazione dando così rilievo fisico specifico ad altri numeri quantici oltre
ad n. Il fatto che la degenerazione sia elevata non impedisce comunque una grande differenziazione
fra stati del sistema nonché, in una trattazione in grado di apprezzare accoppiamenti specifici,
diversi stati degeneri conducono a linee spettrali di intensità molto differenziate (o addirittura
all’assenza di talune transizioni).
La differenza fondamentale fra modello atomico di Bohr e la trattazione quantistica è, come già
detto, da rinvenirsi nella descrizione probabilistica della collocazione degli elettroni attorno al

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 5


nucleo (si parla, specie in testi di chimica-fisica, di orbitali atomici per differenziare il concetto di
orbita – traiettoria classica – da quello di onda di materia delocalizzata). Lo studio dettagliato
dell’equazione di Schroedinger permette di ottenere le forme esatte delle funzioni d’onda. In
particolare, un primo aspetto importante è la distribuzione radiale di probabilità, ossia
indipendentemente dai valori degli angoli sferici (o, se si preferisce, si considera l’andamento
dell’ampiezza di probabilità percorrendo gusci sferici di raggio variabile a partire dal centro di
massa del sistema). Tale densità risulta pari a P(r)=r2|Rnl(r)|2 (le densità angolari sono integrate e
normalizzate all’unità). Le funzioni radiali per i primi stati elettronici sono calcolate e risultano date
da
2
R10 (r ) = e − r / a0 ,
(a 0 )3/ 2

1  r 
R20 (r ) =  2 − e − r / a0 ,
2 2 (a 0 ) a0 
3/ 2

1
R21 (r ) = re − r / a0 .
2 6 (a 0 )
3/ 2

A fianco sono riprodotte le corrispondenti


1.4
densità di probabilità. Si osserva, in
1.2 particolare, che lo stato n=1 è più
localizzato in vicinità dell’origine (il
1
n,l=1,0 nucleo) degli stati con n=2, come ci si
0.8
aspetta dalla descrizione di Bohr per questa
situazione. I due stati con n=2 hanno diversi
P (r)

0.6
valori di l, ma questo non modifica molto la
n,l=2,1 loro localizzazione spaziale. Esistono invece
0.4
n,l=2,0 differenze peculiari per quanto riguarda il
0.2 dettaglio delle distribuzioni spaziali di tali
0
stati con n=2: lo stato con l=0 presenta un
0 1 2 3
r
4 5 6 7
piccolo massimo relativamente vicino al
nucleo che lo stato con l=1 non possiede.
Questa caratteristica può essere compresa solamente studiando il significato fisico del numero
quantico di momento angolare orbitale (e di quello “magnetico”, ml).
Partiamo dall’analogo classico di orbite chiuse in campi di forze
centrali, cioè ellissi di diversa eccentricità. L’energia della particella Lmax
può essere fissata, mentre al variare dell’eccentricità varia il momento
angolare. Più l’elisse è schiacciata, minore è il momento angolare del
sistema, e viceversa. Un’elisse pronunciata presenta variazioni relative
di distanza radiale altrettanto nette, che tendono ad annullarsi per Lmin
orbite via via più circolari. Dunque in meccanica classica esiste
corrispondenza fra piccoli valori del momento angolare e l’esistenza di
due posizioni distinte di massimo e minimo avvicinamento radiale
(afelio e perielio).
La versione quantistica, seppure sostanzialmente differente da molti punti di vista, presenta delle
corrispondenze almeno in questo senso e ciò giustifica le differenze fra le due densità radiali per
n=2. La trattazione completa del momento angolare in meccanica quantistica prevede un nuovo
aspetto – ancora una volta che esula dagli schemi classici – noto come quantizzazione spaziale. Il
momento angolare è quantizzato, non come aveva ipotizzato Bohr (L=nħ), bensì secondo uno
schema di proiezione discreta: il suo modulo vale
L=[l(l+1)]1/2ħ,

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 6


e dunque, per n assegnato, L assume i valori corrispondenti a l=0,1,2,…, n-1. Il vettore momento
angolare ha proiezione sull’asse z quantizzata secondo la
Lz=mlħ, ml=0,±1,±2,….±l,
per cui il vettore L si proietta sull’asse z secondo un numero finito di angoli, secondo la
L ml
cos θ = z = .
L l (l + 1)
Preso ad esempio l=2, è ml=0,±1,±2, L=(6)1/2 ħ, e la “quantizzazione
spaziale” è quella riportata nel disegno: solo gli angoli i cui coseni z
sono pari a 0, ±1/(6)1/2 e ±2/(6)1/2 sono ottenibili. E’ essenziale notare ml=+2
che questa caratteristica non dipende dall’asse scelto per la proiezione. ml=+1
La spiegazione di ciò è, ancora una volta, riconducibile ad una forma
particolare del principio di indeterminazione di Heinsenberg, secondo l=2 ml=0
la quale, se determiniamo esattamente una componente di L, le restanti
due restano completamente indeterminabili (incompatibilità reciproca),
ml=−1
visto che risulta possibile scrivere
∆Lz∆φ∼ħ. ml=−2
Si può raffigurare la situazione in termini della rapida precessione di
Lz attorno all’asse il cui angolo azimutale è φ; essendo ∆Lz=0 (pur con z arbitrariamente scelto), Lx e
Ly non possono venire specificati con precisione (∆φ=∞). Questo spiega anche il motivo per il quale
L non può essere “massimo”, ossia pari a lħ: se così fosse si avrebbe L orientato lungo z e Lx, Ly=0,
il che non è permesso dall’indeterminazione spaziale.
A questo punto è possibile dare valenza fisica appropriata ai due nuovi numeri quantici (a parte
l’aggettivo “magnetico” dato a ml, che verrà spiegato fra
n,l,ml=2,0,0 poco). E’ dunque conveniente cercare una rappresentazione
efficace della distribuzione tridimensionale della densità di
probabilità elettronica, ossia combinando la densità radiale
già considerata con quella angolare, data da
P(θ,φ)=|Θl,ml(θ)|2|Φml(φ)|2. Si osservano i seguenti fatti: (a) la
si mmetria della distribuzione è sempre cilindrica, ossia
l’angolo azimutale non modifica la distribuzione stessa (in
accordo con la precedente osservazione sulla quantizzazione
spaziale che richiede un comportamento “precessionale”
dell’elettrone attorno all’asse di quantizzazione scelto); (b)
per l=0 la distribuzione ha simmetria sferica (sparisce anche la dipendenza dall’angolo polare θ); (c)
per l non nullo si hanno più gruppi di distribuzioni con caratteristiche simili : quando, ad esempio,
l=1 si distingue la
n,l,ml=2,1,0 funzione d’onda con
ml=0 – distribuita n,l,ml=2,1,1
prevalentemente
attorno all’asse z, in
quanto l’elettrone ha
momento orbitale nel
piano xy – da quella
con ml=1 – distribuita
nel piano xy, in quanto
l’elettrone ha
momento (classico)
parallelo all’asse. Le figure riportate illustrano queste idee e descrivono distribuzioni di probabilità
estremamente importanti per la comprensione di situazioni più complesse, nelle quali si deve tenere
conto di molti elettroni interagenti o di più atomi che si combinano per formare molecole.

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 7


7. Momento angolare intrinseco elettronico (spin)

E’ possibile osservare sperimentalmente la quantizzazione spaziale applicando all’atomo un campo


magnetico esterno non uniforme spazialmente. Nel 1921, Stern e Gerlach idearono un apparato in
grado di operare in questo senso, e di evidenziare in laboratorio che il momento angolare orbitale
degli elettroni segue le leggi di quantizzazione spaziale prima discusse. La sostanza
dell’esperimento è quella di osservare le differenti componenti quantizzate di L basandosi sul fatto
che l’elettrone, in quanto carica elettrica in moto, genera una corrente e dunque è riconducibile ad
un momento magnetico, direttamente proporzionale al momento angolare orbitale. In quanto tale, è
soggetto all’effetto di un campo magnetico esterno, secondo un’interazione scalare collegata
semplicemente al valore del numero quantico ml (da qui l’aggettivo “magnetico”).
Per elettroni con l=0, non ci si dovrebbe aspettare nessun effetto di quantizzazione spaziale, mentre
con elettroni con l≠0 il campo magnetico dovrebbe evidenziare 2l+1 sottostati dovuti ai differenti
valori di ml per quel dato l (in pratica, un fascio di atomi viene iniettato in un magnete che genera
un campo non omogeneo e che separa gli atomi con elettroni quantizzati secondo ml in modo
differente: su uno schermo si osserveranno tante “macchie” quanti sono i gruppi di atomi in un dato
stato elettronico designato da ml).
Quello che si osserva è molto differente: le “macchie”, ossia gli stati magnetici selezionati, sono
raddoppiati, incluso lo stato con l=0, al quale dunque sono associati due stati distinti. Questo viene
spiegato con l’introduzione di una nuova “coordinata” elettronica, il suo momento angolare
intrinseco o di spin (analogo al moto di rotazione della terra attorno a se stessa, mentre il moto
attorno al sole genera il momento orbitale). Questo momento angolare (di origine in realtà
puramente quantistico-relativistica e confermato da P. Dirac nel 1926), per potere spiegare l’effetto
Stern-Gerlach, deve avere numero quantico fissato, pari a s=1/2. In questo modo, la quantizzazione
spaziale richiede componenti lungo l’asse z date da ms=±1/2. Lo stato elettronico completo
nell’atomo di idrogeno è dunque assegnato in base ai quattro numeri quantici (n,l,ml,ms). La
notazione tecnica prevede di indicare, oltre al numero quantico principale n, quello orbitale secondo
la convenzione l=0 → stato s, l=1 → stato p, l=2 → stato d, l=3 → stato f, l=4 → stato g, … .

8. ESERCIZI

(a) Nell’atomo di idrogeno, considerare la serie di Paschen, con n0=3 e λLIM=820.1 nm.
Ottenere le tre massime lunghezze d’onda per questa serie.
(b) Dimostrare che la massima lunghezza d’onda della serie di Balmer e che le due massime
lunghezze d’onda della serie di Lyman soddisfano il principio di Ritz.
(c) Calcolare lunghezze d’onda , frequenze ed energie (in eV) per le transizioni 3→2 e 4→2 nel
modello di Bohr dell’atomo di idrogeno. In che regioni dello spettro e/m si trovano?
(d) Sapendo che gli elettroni atomici possiedono energie dell’ordine dell’eV, verificare che il
principio di indeterminazione permette agli elettroni di restare confinati entro le dimensioni
di un atomo (0.1 nm).
(e) Utilizzando le espressioni per le funzioni d’onda radiali elettroniche dell’idrogeno, calcolare
i valori di attesa dei raggi orbitali e confrontare i risultati con il modello di Bohr.
(f) Quali sono i valori permessi per la componente z del vettore L in uno stato di momento
angolare l=3? A quali angoli si dispone il vettore secondo lo schema di quantizzazione
spaziale?

Letture consigliate
Per un approfondimento: Quantum Mechanics, Pauling e Wilson
Alonso-Finn, Fisica per l’Università,Vol. III
D. Sivuchin, Corso di Fisica Generale, Vol. V
Fisica di Berkely, Meccanica Quantistica

Modelli atomici ed atomo di idrogeno quantistico - 8


Lezione 5 – Atomi con più elettroni, proprietà periodiche

1. Costruzione dei livelli e principio di esclusione di Pauli

La trattazione basata sull’equazione di Schroedinger per gli atomi idrogenoidi (con un elettrone)
non è esportabile a sistemi più complessi, atomi contenenti due o più elettroni. Di fatto, la
meccanica quantistica non permette la soluzione esatta di problemi fisici con più di due corpi
interagenti. E’ necessario adottare tecniche di tipo approssimato che comunque conducono a
modelli estremamente precisi ed in eccellente accordo con i dati osservati sperimentalmente. Fra
queste tecniche vanno citati gli approcci di tipo “variazionale” e “perturbativo”. Nei primi, si
richiede che l’operatore Hamiltoniano conduca ad una situazione di minima energia del sistema
fisico. A tale scopo, si adottano funzioni d’onda “di prova” che contengono uno o più parametri
variabili a piacimento. La soluzione viene fissata dai valori dei parametri che minimizzano l’energia
del sistema. Nei metodi perturbativi, il problema è tale da permettere una trattazione in termini di un
modello “esatto”, di riferimento, al quale viene applicata una perturbazione, un piccolo termine di
interazione, che descrive più correttamente la situazione realistica. Tecniche matematiche opportune
permettono di ottenere la soluzione “perturbata” a partire da quella “di riferimento” (nota) in
termini di espressioni semplici e convenienti. In ogni caso, l’applicazione di tecniche approssimate
in meccanica quantistica richiede la conoscenza dei fenomeni alla base del comportamento
ondulatorio dei sistemi a molti corpi considerati. Nel caso di atomi con due o più elettroni, la sola
interazione elettrostatica fra le varie cariche atomiche non è sufficiente a descrivere il
comportamento del sistema. Si potrebbe infatti pensare, ad esempio per l’atomo di elio neutro (due
elettroni e due protoni, più due neutroni nel nucleo), che il sistema si comporti secondo una
semplice estensione del modello idrogenoide: il secondo elettrone subisce l’attrazione da parte dei
protoni nucleari secondo un’interazione coulombiana schermata dalla presenza del primo elettrone.
Un bilancio grezzo di carica ci conduce a considerare che il secondo elettrone “sente” una carica
positiva efficace data da Zeff=Z−1=1. E’ pur vero che i due elettroni si respingono, e questo fa sì che
lo spettro energetico del primo elettrone viene distorto rispetto lo schema idrogenoide iniziale. In
certa misura, ci aspettiamo comunque che, secondo questo ragionamento, l’atomo di elio debba
avere uno spettro simile alla “somma” di due spettri idrogenoidi, il primo con Z=2, il secondo con
Z=1. Entrambe gli elettroni devono stare nello stato fondamentale 1s, e questo deve valere anche
per elementi con numero elettronico (atomico) via via crescente. Ragionando in questo modo ci si
aspetta che le proprietà dei vari elementi cambino in modo molto graduale al variare del numero
atomico. La situazione in natura è completamente diversa. Se si prende, ad esempio, l’atomo di
fluoro (Z=9) e quello di neon (Z=10), nonostante essi differiscano solo (oltre che nella massa) di un
elettrone, le loro proprietà chimiche sono radicalmente diverse. Il fluoro è uno degli elementi
naturali più reattivi, il neon è pressoché inerte. Altre nette differenze fra elementi vicini nel numero
atomico sono sistematicamente osservate, ed è dunque necessario chiamare in causa altre
spiegazioni per queste differenze.
La soluzione è proposta da W. Pauli nel 1925, secondo il principio che prende il suo nome e che
dice “in un singolo atomo non possono esistere due elettroni che occupino lo stesso stato”.
Tradotto in termini che ricalcano la trattazione quantistica, il princpio afferma che due elettroni
qualunque nello stesso sistema fisico devono possedere diversi numeri quantici. Per l’atomo di
elio, i due elettroni con più bassa energia possono stare nel livello “fondamentale” (1s) purché
differiscano (almeno) nel numero quantico della proiezione di spin. Richiamando la notazione
precedentemente introdotta per i livelli idrogenoidi, (nlmlms), gli elettroni sono etichettati dai
numeri quantici (100+1/2) e (100−1/2). Notiamo che per entrambe gli elettroni i numeri quantici
principale, n ed angolare, l, sono gli stessi. Anche la proiezione del momento angolare (ml) è
conseguentemente la stessa (essendo l=0 deve essere ml=0). Resta la proiezione dello spin, che può
assumere solo i valori +1/2 e −1/2. Per il principio di Pauli, i due elettroni si “sistemano” con
proiezioni di spin differenti. E’ anche consuetudine affermare (con intenti più che altro figurativi)

Atomi con più elettroni - 1


che i due elettroni nello stato fondamentale dell’atomo di elio sono con “spin su” e “spin giù”, o con
spin opposto, e che non possono avere spin paralleli.
Questo ragionamento va esteso agli elementi con Z via via più grande. Il terzo elemento è il litio,
Z=3. I primi due elettroni si assestano come nell’atomo di elio. Per aggiungere il terzo elettrone,
dobbiamo necessariamente cambiare un nuovo numero quantico. La scelta iniziale n=1 non
permette altri numeri quantici (si ricordi che l=n−1, n−2, … , 0). E’ dunque necessario scegliere
n=2, per cui si ha l=0,1. Sperimentalmente, il livello a più bassa energia è l=0, per cui il terzo
elettrone si sistema nel livello 2s, ossia con numeri quantici (200+1/2) oppure (200−1/2). Il berillio,
Z=4, sarà tale da richiedere un quarto elettrone che ancora “trova spazio” nello stato 2s, ma con spin
“opposto” rispetto quello del terzo elettrone. Dunque i quattro elettroni del berillio sono etichettati
da (100+1/2), (100−1/2), (200+1/2), (200−1/2). Passando al boro (Z=5), si deve ancora applicare il
principio di Pauli: il quinto elettrone non può occupare lo stato n,l=2,0 (già occupato dai precedenti
due elettroni), per cui si dispone nel successivo livello (in energia), con n,l=2,1, livello 2p. I
successivi elementi (Z=6,7,8,9,10) possono continuare a disporsi in questo gruppo di livelli, in
quanto è ora possibile, per l=1, considerare tre livelli che differiscono per il numero quantico ml.
Per l=1 si ha infatti ml=+1,0,−1, e per ciascuno di questi livelli è necessario considerare coppie di
valori di ms=+1/2, −1/2. Gli elettroni da Z=5 a Z=10 sono etichettati dunque come (21+1+1/2),
(21+1−1/2), (210+1/2), (210−1/2), (21−1+1/2), (21−1−1/2).
Prima di procedere con argomentazioni ancora più specifiche, notiamo fin d’ora che, ad esempio,
gli atomi “vicini” berillio (Z=4) e boro (Z=5) sono in realtà molto differenti in termini di struttura
elettronica: il primo ha elettroni in stati a momento angolare nullo, il secondo, oltre a questi, ha un
elettrone anche in uno stato a momento angolare non nullo. Questo condurrà a differenti proprietà
chimiche fra i due elementi.
La classificazione elettronica degli elementi naturali prevede l’organizzazione quantitativa delle
energie dei vari livelli occupati dagli elettroni (si parla di aufbau elettronico). Questa viene
effettuata (oltre che con tecniche numeriche di risoluzione
dell’equazione di Schroedinger) tenendo conto di determinate 6p
regolarità nella successione dei livelli idrogenoidi. Si ricordi, dalla 5d
trattazione precedente, che l’ordinamento in energia dipende 4f
solamente dai numeri quantici n ed l. In assenza di campi esterni, 6s
livelli con diversi valori di ml ed ms sono degeneri. La differente
distribuzione spaziale degli elettroni per diversi valori del momento 5p
angolare rende conto di una progressione specifica delle energie così 4d
riassumibile: gli stati 2s e 2p sono ordinati per energia decrescente 5s
(cioè un elettrone 2s è più legato di un elettrone 2p) in quanto, pur
essendo n lo stesso per entrambi, l’elettrone 2s ha probabilità di
4p
trovarsi più vicino al nucleo dell’elettrone 2p, e dunque sente meno
la schermatura degli altri elettroni. Lo stesso discorso vale per 3d
elettroni 3s e 3p. L’effetto penetrazione si manifesta ancora più 4s
vistosamente quando si confrontano questi due ultimi livelli con
elettroni 3d: per questi la probabilità di trovarsi vicini al nucleo è 3p
molto bassa, a tal punto che i livelli 3d si trovano vicini ai successivi 3s
4s e 4p. Una regola molto semplice per costruire la corretta sequenza
dei livelli consiste nel seguire l’ordinamento n+l, e, per n+l fissato, 2p
prendendo prima i valori maggiori di l. Si ottiene dunque la 2s
sequenza: nl[n+l]=10[1], 20[2], 21[3], 30[3], 31[4], 40[4], 32[5],
41[5], 50[5], 42[6], 51[6], 60[6], 43[7], 52[7], 61[7], 70[7],
corrispondenti ai livelli 1s, 2s, 2p, 3s, 3p, 4s, 3d, 4p, 5s, 4d, 5p, 6s, 1s
4f, 5d, 6p, 7s … . La nomenclatura prevede la definizione di “gusci” gusci K L M N O P
elettronici (shell), associati a determinati valori di n (distanza media n 12 3 4 5 6
dal nucleo assegnata). Per n=1 si ha il guscio K, per n=2 il guscio L e

Atomi con più elettroni - 2


così via. I livelli con un dato valore di n ed l assegnati costruiscono un “sottoguscio” elettronico
(subshell). In ogni sottoguscio vi possono stare, per il principio di Pauli, al più 2(2l+1) elettroni
(notare il fattore 2 associato alla proiezione di spin e quello associato alla proiezione del momento
angolare, 2l+1).
E’ molto importante infine ricordare che l’aufbau qui presentato vale solamente per gli elettroni
esterni (di valenza): l’ordinamento energetico di gusci interni può essere molto diverso, e va
considerato in funzione del particolare elemento in esame.

2. Costruzione della tabella periodica degli elementi

L’applicazione sistematica del principio di esclusione e l’assunzione che i livelli disponibili


vengono occupati da elettroni alla minima energia possibile permettono la costruzione di una
tabella periodica degli elementi, ossia un’ordinamento delle specie atomiche che da un lato
rispecchia i risultati di questi due principi teorici della meccanica quantistica e dall’altro raggruppa
gli elementi rispettandone le affinità (o le differenze) di comportamento fisico e chimico. E’ fatto
noto e rilevante, infatti, che tale tabella fu compilata prima della nascita dei modelli atomici della
materia. La notazione per le “configurazioni elettroniche” (i livelli elettronici occupati per una data
specie atomica) rispecchia strettamente quella già introdotta e prevede di indicare l’occupazione dei
sottogusci rispettando l’aufbau prima discusso. In particolare, si indica con nla la configurazione
con a elettroni nel sottoguscio nl. L’idrogeno ha configurazione 1s1, l’elio 1s2, il litio 1s22s1 oppure
[He]2s1, in quanto questo elemento ha due elettroni che completano la configurazione dell’atomo di
elio ed un elettrone aggiuntivo con configurazione 2s1. Ad esempio, il sodio (Z=11) ha
configurazione [Ne]3s1, ossia 10 elettroni a completare i sottogusci del neon (Z=10) ed un elettrone
aggiuntivo nel sottoguscio 3s.

La tabella periodica è suddivisa in gruppi (colonne) e periodi (righe). Elementi appartenenti allo
stesso gruppo presentano simili proprietà chimiche, mentre i periodi, ordinati secondo la massa
atomica dell’elemento, ripercorrono la sequenza di riempimento dei livelli elettronici. Nel primo
periodo (H e He) si riempiono i livelli 1s, nel secondo periodo si hanno le due sequenze (Li , Be e Z
da 5 a 10) associate rispettivamente ai livelli 2s e 2p. Nel terzo periodo vengono riempiti i
sottogusci 3s e 3p. Nel quarto periodo si osservano i sottogusci 4s (Z=19,20), 3d (Z=21, …, 30) e 4p
(Z=31, …, 36), e così via. Si noti che a partire dal sesto periodo la tabella prevede, dopo il
sottoguscio 6s (Cs e Ba), la serie di elementi detti lantadini (terre rare) associati al riempimento del

Atomi con più elettroni - 3


sottoguscio 4f (14 elementi, infatti), seguito dal sottoguscio 5d (10 elementi, Z=71, …, 80) ed infine
dal sottoguscio 6p (6 elementi, Z=81, …, 86). Stesso discorso per gli elementi del settimo periodo.
Gli elementi in un periodo sono messi in corrispondenza con elementi nei periodi precedenti o
seguenti appartenenti allo stesso gruppo per affinità chimica. Così all’elemento potassio (Z=19,
alcalino del IV periodo) si associano litio, sodio, rubidio, … (Z=3, 11, 37 …). Tutti questi elementi
(alcalini) sono caratterizzati dalla configurazione elettronica [X]ns1, ossia hanno un elettrone
singolo nel sottoguscio ns ed i rimanenti elettroni completano i sottogusci associabili agli elementi
inerti, X, del periodo precedente. Gli elementi associati ai sottogusci nd (3d, 4d, …) sono detti
metalli di transizione ed occupano un gruppo a parte, con caratteristiche fisico-chimiche a loro
proprie. Le terre rare (sottogusci nf ) sono ancora una volta famiglia a sé stante per gli stessi motivi.

3. Proprietà degli elementi e regolarità nella tabella periodica

La regolarità ottenuta con il metodo di riempimento dei livelli elettronici, ovvero in base alle
proprietà fisico-chimiche basate sulla classificazione di Mendeleev (1859), sono visualizzabili in
vario modo. Di seguito si considerano alcuni fra i molti parametri che evidenziano detta regolarità.
Deve risultare chiaro che non c’è nulla di “magico” nella costruzione della tabella e delle proprietà
chimiche e fisiche associate ai vari elementi: queste ultime sono sempre il risultato di una
particolare configurazione elettronica, l’unica responsabile (almeno per gli atomi isolati, come in un
gas rarefatto, ma spesso anche in stati di materia condensata) del comportamento della specie
atomica. In generale, vale il fatto che i sottogusci elettronici riempiti sono stabili (non cedono né
acquistano facilmente elettroni). Parimenti, sottogusci con pochi elettroni sono più propensi a
cederne a specie con pochi elettroni mancanti al completamento del sottoguscio. Ciò sarà alla base
di molti meccanismi di formazione di legami
chimici fra elementi diversi. Inoltre, nella
maggior parte dei fenomeni di interesse chimico-
fisico, sono gli elettroni esterni (di valenza) a
dettare legge, mentre i sottogusci interni non
giocano un ruolo interessante.
Nel caso del raggio atomico (calcolato),
osserviamo una regolarità lungo i vari gruppi (il
raggio aumenta con la massa della specie)
mentre, in un dato periodo, all’aumentare del
numero atomico il raggio diminuisce, ciò
denotando un più efficace “impacchettamento”
degli elettroni al crescere di Z. E’ importante
comunque sottolineare che il raggio atomico è una proprietà di difficile definizione, in quanto la
specie non si presenta quasi mai isolata ma in
legame con altre specie o in strutture solide o
liquide, per cui le dimensioni effettive dell’atomo
possono risultare molto diverse da quelle calcolate
sulla base di modelli atomici isolati, non interagenti.
Si può poi considerare l’energia richiesta per
strappare un elettrone all’atomo singolo, detta
energia di (prima) ionizzazione. Si possono
ovviamente considerare energie di successiva
(seconda, terza, …) ionizzazione per atomi con
sufficienti elettroni. L’atomo di idrogeno ha solo
energia di I ionizzazione (13.6 eV), mentre quello di
elio ha energie di I ionizzazione (24.6 eV) e di II
ionizzazione (54.4 eV, che corrisponde alla I ionizzazione dell’idrogenoide – singolo elettrone –

Atomi con più elettroni - 4


con Z=2). Dalla tabella associata è evidente la sequenza regolare secondo la quale gli atomi più
stabili per ionizzazione sono i gas rari (inerti) del
periodo 18, mentre quelli più facilmente ionizzabili
sono gli alcalini, gruppo 1, seguiti dalle terre
alcaline, gruppo 2.
Si osservano regolarità di tipo “chimico”, come (ad
esempio) la temperatura di ebollizione (i gas inerti
vanno in ebollizione a temperature molto basse, in
quanto sono monoatomici per la loro elevata inerzia
chimica), di tipo elettrico (conducibilità,
dielettricità, suscettività magnetica …), tutte
riconducibili alla disposizione “strategica” nella
tabella periodica ed al suo significato diretto in
termini di configurazione elettronica. La
conducibilità termica che, come vedremo, è legata a quella elettrica e dunque ai meccanismi di
trasporto di energia nel mezzo tramite portatori di
carica, presenta vistose variazioni in
corrispondenza dei metalli di transizione rame
(Cu), argento (Ag) ed oro (Au). Ciò è dovuto ad
una particolare configurazione elettronica di
questi tre elementi, nella quale, per soddisfare alla
minimizzazione di energia totale, invece della
configurazione ns2(n−1)d9 che competerebbe a
questo gruppo, l’elemento preferisce la
configurazione ns1(n−1)d10, per cui rimane un
elettrone ns piuttosto libero di condurre elettricità
(ed energia termica) nel sistema.
Fra le caratteristiche proprie dei vari sottogruppi
osserviamo:

(a) i gas rari o inerti hanno subshell complete e sono dunque in generale molto restii a combinarsi
con altri elementi, hanno energie di ionizzazione elevate e punto di ebollizione molto basso;
(b) gli elementi alogeni (gruppo 17, con configurazione np5) reagiscono facilmente con specie
chimiche disposte a fornire un singolo elettrone per completare il sottoguscio. Muovendosi nel
periodo lungo il quale il sottoguscio np si riempie, si osserva una diminuzione del raggio
atomico causata dall’effetto attrattivo del nucleo. Per lo stesso motivo l’energia di I ionizzazione
aumenta;
(c) gli alcalini e le terre alcaline (configurazioni ns1 ed ns2) sono elementi molto reattivi perché gli
elettroni s (anche se appaiati nel caso delle terre alcaline) sono relativamente poco legati al
nucleo. Sono dunque elementi anche buoni conduttori di calore ed elettricità;
(d) gli elementi associati alle serie nd, metalli di transizione, sono piuttosto simili in molte loro
proprietà, a parte anomalie già citate nella conducibilità termica/elettrica e nelle proprietà
magnetiche (fra i metalli vi sono quelli ferromagnetici);
(e) nelle terre rare (serie nf) si trovano ancora molte similitudini (riempimento di elettroni nei
sottogusci “interni” mentre rimane l’elettrone spaiato ns). L’elevato numero di elettroni
comporta altresì proprietà paramagnetiche (opposte al diamagnetismo naturale) ancora più
pronunciate che nei metalli di transizione. La maggior parte degli elementi ad elevato numero
atomico (attinidi) è radioattivo e non si trova in natura, per cui molte proprietà non sono note o
non possono essere semplicemente misurate.

Atomi con più elettroni - 5


4. Spettroscopia X e spettroscopia ottica

Ci interessiamo alla possibilità di collegare in modo quantitativo determinate caratteristiche


sistematicamente presentate dalla tabella periodica degli elementi con un’analisi basata su modelli
microscopici. Ancora una volta, i metodi di indagine spettroscopica forniscono la risposta adeguata
a questo problema. In precedenza è stato trattato l’argomento relativo alla produzione di fotoni
energetici (raggi X, lunghezze d’onda da 0.01 a 10 nm, energie da 100 keV a 100eV) con processi
di frenamento di elettroni nella materia (bremsstrahlung). Consideriamo ora la produzione di
radiazione X tramite transizioni elettroniche (discrete) in atomi singoli. Si tratta di utilizzare gli
elettroni di sottogusci interni, legati all’atomo appunto con energie nell’intervallo che arriva a
decine di migliaia di eV. Se viene eliminato un elettrone
interno (ad esempio nel guscio K, n=1), il livello reso intensità
disponibile può essere occupato da un elettrone di un serie K
livello superiore ottenendo l’emissione dell’energia serie L
corrispondente alla transizione sottoforma di un fotone X.
serie M
E’ dunque necessario bombardare l’atomo con energia
sufficiente a strappare elettroni interni (legami dell’ordine
dei keV). Lo spettro che si ottiene, oltre ad un background 0.01 0.1 1.0
continuo (radiazione di bremsstrahlung) presenterà dei lunghezza d’onda (nm)
picchi definiti in energia ed associati all’emissione X
discreta. La spettroscopia X richiede la classificazione delle
transizione osservate in base a due aspetti: il guscio reso disponibile
tramite bombardamento dell’atomo bersaglio (il livello di arrivo) ed il
livello di partenza. A seconda del guscio di arrivo (n=1,2, …) si
parlerà di serie K, L, M, … . A seconda del (sotto)guscio di partenza
αβ si parlerà di serie Kα, Kβ, … Lα, Lβ, … Mα, Mβ, … e così via.
M L’importanza storica (e non solo) di questo metodo di indagine
consiste nella possibilità di ricavare indirettamente il numero atomico
αβγ
dell’atomo emettitore a partire dalle frequenza osservate della
L radiazione X. Consideriamo infatti che, per una transizione sul guscio
K, nel livello 1s, dove si libera uno stato per emissione di un elettrone
1s, la carica efficace del nucleo passa da Z−2 a Z−1. Questa è la carica
sentita dall’elettrone che, da un guscio superiore, transisce per
αβγδ giungere ad occupare il guscio K. In prima approssimazione,
K utilizzando la relazione di Bohr per l’atomo di idrogeno, possiamo
prevedere che la frequenza risulterà proporzionale al quadrato della
carica efficace. Un grafico della radice quadrata delle frequenze osservate in vari elementi per le
serie K di raggi X dovrà dunque avere andamento lineare in Z. Questo permette, oltre alla
determinazione di Z, anche l’individuazione di regolarità o anomalie (elementi mancanti) nella
sequenza della tabella. Proprio in questo senso Moseley operò all’inizio del 1900 per consolidare la
nuova teoria atomica che stava nascendo ed affermandosi.
Come già discusso parlando di atomi idrogenoidi, lo strumento di indagine per eccellenza nella
fisica atomica è la spettroscopia. Il suo utilizzo per atomi a più elettroni richiede ovviamente
l’applicazione degli schemi di classificazione e collocazione dei livelli energetici discussi in questo
capitolo. L’idea di fondo resta comunque immutata, in quanto si tratta pur sempre di considerare gli
elettroni esterni, meno legati, per i quali l’energia di legame è dell’ordine degli eV, e dunque
associata a transizioni nel visibile. Gli elettroni interni, responsabili delle transizioni X, non giocano
ruoli particolarmente rilevanti in questa situazione. Lo studio delle transizioni ottiche per atomi
alcalini è riconducibile anche quantitativamente, almeno in prima approssimazione, ai risultati
ottenuti per gli atomi idrogenoidi, in quanto la configurazione ns1 conduce ad un unico elettrone nel
campo elettrostatico di una carica Ze schermata da (Z−1) elettroni interni. Vale la regola di

Atomi con più elettroni - 6


selezione per il momento angolare già chiamata in
causa per l’idrogeno, ossia ∆l=±1. Nel disegno sono
riportati gli spettri semplificati per le transizioni nel
visibile di litio e sodio, assieme ai livelli dell’atomo
di idrogeno. Si nota la somiglianza di questi livelli,
ma anche la struttura più complessa degli atomi
alcalini (e dunque uno spettro corrispondentemente
più ricco). Molti fenomeni della spettroscopia sia
Li visibile che non (fluorescenza ultravioletta, ad
esempio) sono immediatamente spiegati adottando lo
schema ed il modello dei livelli elettronici qui
presentato.
Se però si considerano atomi appartenenti ad altri
gruppi, dove gli elettroni esterni sono più numerosi, è
necessario introdurre uno schema più dettagliato di
analisi, che tenga opportunamente conto di come si
combinano i numeri quantici (essenzialmente di
natura angolare) dei vari elettroni chiamati in causa.
A tale scopo, considerando ad esempio un atomo con
Na sottoguscio esterno 2p2, si deve calcolare il momento
angolare totale dei due elettroni per stabilire la natura
dello spettro visibile di questo atomo. L’apparato
della meccanica quantistica fornisce una ricetta
piuttosto semplice per questo calcolo. I due momenti
angolari si combinano come vettori, ma il loro
risultante si comporta secondo lo schema di quantizzazione spaziale. Il risultato è che, se si
denotano con L1, L2 i numeri quantici di momento angolare che si vogliono sommare (i vettori sono
L= L1+L2), si ottiene L=|L1−L2|, |L1−L2+1|, |L1−L2+2|, …, L1+L2-1, L1+L2. La componente assiale
(asse z) del momento angolare è data semplicemente da Lz= Lz1+Lz2 con numero quantico
ML=ml1+ml2, dove ML=0,±1, ±2,…, ±L. La stessa regola di composizione vettoriale si applica agli
spin dei due elettroni. Essendo questo momento angolare sempre dato da ½, la loro somma fornisce
sempre i due valori S=0 (MS=0, “singoletto” di spin) ed S=1 (MS=0,±1, “tripletto” di spin). I
sottogusci sono sempre caratterizzati dai numeri quantici L,S=0 per cui non ci sono particolari
problemi nell’analisi dei numerici quantici a causa degli elettroni interni. Se gli elettroni esterni
sono più di due, l’analisi del momento angolare totale si compie applicando sequenzialmente la
regola di composizione di due momenti angolari (per tre elettroni, si sommano prima due momenti
angolari ed il risultante va sommato al terzo, e così via per altri elettroni).
Consideriamo ad esempio l’atomo di carbonio, Z=6, configurazione 1s22s22p2. I due momenti
angolari (l=1) si combinano secondo lo schema sopra spiegato per dare il momento angolare totale
L=0,1,2. Lo spin totale è (sempre, per due elettroni) dato da S=0,1. In linea di principio, queste
(3×2=6) configurazioni di momento angolare totale distinto sono tutte permesse e corrispondono a
36 configurazioni diverse per i due elettroni: per ogni L vi sono 2L+1 proiezioni (in totale 1+3+5=9)
e per quanto riguarda lo spin le possibilità sono 4 (il singoletto, S=0, ed il tripletto, S=1). In realtà,
tenendo conto del principio di Pauli, non tutte le configurazioni sono permesse. Ad esempio lo stato
L=2 è dato necessariamente da stati con proiezioni dei momenti angolari entrambe eguali a 2.
Dunque la componente di spin dei due elettroni non può essere la stessa, cosa che accade quando
S=1. Quest’ultima configurazione è dunque proibita, e per L=2 c’è solo S=0.
Resta inoltre da stabilire, fra i vari stati accessibili, quale sia il candidato a fondamentale in energia
(il più basso). Questo può venire stabilito con la regola dovuta a Hund: si trova prima la massima
proiezione del momento di spin compatibile con il sistema (in altre parole, si cercano di “allineare”
gli spin di tutti gli elettroni nei vari orbitali), e si prende S eguale a questo valore. Per il dato MS poi

Atomi con più elettroni - 7


si prende la massima proiezione del momento angolare compatibile con il principio di esclusione di
Pauli. Il valore di L da scegliere è proprio dato da questa proiezione massima. Nel caso del
carbonio, ad esempio, il valore massimo di componente di spin è necessariamente dato da
+1/2+1/2=1 (vi sono tre orbitali 2p disponibili). Dunque S=1. Per questa scelta, troviamo il
massimo valore di proiezione di momento angolare. Per ciascun elettrone il valore massimo è +1.
Siccome già gli spin sono allineati, uno dei due elettroni deve avere un altro numero quantico (la
proiezione del momento angolare) diverso. Il primo disponibile è 0, per cui ML=1+0=1 e si sceglie
L=1. Il fondamentale del carbonio è dunque dato da L, S=1,1.
Un altro aspetto interessante per l’analisi di spettri atomici si trova nell’atomo di elio e nelle
possibili transizioni elettroniche fra il fondamentale e l’eccitato. Il fondamentale dell’elio,
configurazione 1s2, è dato da L,S=0 (entrambe gli elettroni hanno l,ml=0, per cui gli spin devono
essere antiparalleli). Il primo eccitato,
configurazione 1s12s1, ha ancora L=0. Ora però,
essendo n diverso per i due elettroni, questi
possono avere sia spin diverso che eguale:
esistono due eccitati elettronici dell’elio, uno
con S=0 ed uno con S=1. Lo studio delle
transizioni elettroniche deve dunque tenere
conto di questa possibilità. In particolare, è
importante sottolineare che esistono regole di
selezione anche per i numeri quantici totali, He
oltre che quelle per i singoli elettroni che
restano valide, date da ∆L=0,±1 e ∆S=0. Come
riportato nel disegno, le transizioni fra l’eccitato
elettronico dell’elio nello stato di tripletto (S=1)
ed il fondamentale (S=0) sono proibite (dunque non osservate) a causa della regola di selezione
appena introdotta.

5. Emissione stimolata di radiazione (funzionamento di un laser)

La spettroscopia ottica è basata su due schemi di interazione materia-radiazione. Abbiamo


considerato l’emissione spontanea di radiazione da un atomo eccitato ad un livello meno energetico,
e l’assorbimento indotto (o stimolato) di radiazione di un atomo che passa ad un livello più
energetico. Esiste una terza modalità di interazione, che prevede l’emissione stimolata di radiazione
elettromagnetica: un atomo eccitato passa ad un livello meno energetico sotto l’azione di un quanto
di radiazione che “innesca” l’emessione. Questa
avrebbe potuto avere luogo spontaneamente, ma con il
processo indotto la radiazione emessa (che comprende
sia il fotone di innesco che quello di rilascio di energia)
presenta caratteristiche di direzionalità e fase (coerenza)
uniche. Si potrebbe pensare di realizzare un sistema
macroscopico che utilizzi il fenomeno di emissione emissione assorbimento emissione
indotta a partire da molti atomi in uno stesso livello spontanea indotto indotta
eccitato elettronico. Un primo fotone di innesco
provoca emissione da un atomo ed i due fotoni emergenti possono a loro volta attivare l’emissione
in due atomi, che a loro volta producono quattro fotoni coerenti, e così via. Questa reazione a catena
non è però realizzabile in questo modo, in quanto (1) è pressoché impossibile preparare molti atomi
nello stesso livello elettronico eccitato senza che essi spontaneamente ritornino al fondamentale e
(2) gli atomi tornati nel fondamentale tendono a rieccitarsi assorbendo fotoni dal fascio che si trova
ovviamente in condizioni risonanti per questa stessa transizione.

Atomi con più elettroni - 8


Questi due problemi sono stati di fatto superati ed hanno condotto alla realizzazione del laser
(acronimo per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, Maiman, 1960). Anzitutto
il fenomeno di “sopravvivenza” degli atomi nel livello eccitato. Si tratta di giungere a quella che
tecnicamente è detta “inversione di popolazione”. All’equilibrio termodinamico, lo stato
fondamentale deve essere più popolato di quello eccitato, in quanto meno energetico. Per ottenere
più atomi eccitati di quelli nel fondamentale (invertire la popolazione statistica, infatti) si adotta un
sistema fisico (un atomo) a tre livelli. Dal fondamentale, uno stimolo energetico (flash di “pompa”)
porta gli atomi ad un livello eccitato a vita molto breve (qualche nanosecondo) che decade (senza
emettere radiazione) su un livello elettronico eccitato rispetto il fondamentale con vita relativamente
lunga (dell’ordine dei millesimi di secondo). E’ da tale livello (detto metastabile) che viene
innescata l’emissione di radiazione a partire da un
fotone di energia appropriata. Si noti che, in questo 10−8 s
modo, il “flash di pompaggio” alimenta un livello
10−3 s
elettronico di lunga durata e dunque conduce
all’inversione di popolazione. Il problema è che il pompa pompa
decadimento nel fondamentale ripopola lo stesso e,
conseguentemente, ripartono processi di assorbimento 10−8 s
dal fondamentale all’eccitato che tolgono fotoni dal
fondamentale
bilancio complessivo. Dunque il sistema è destinato a
spegnersi subito. Per risolvere questo secondo problema si adotta uno schema a quattro livelli: i
primi tre riproducono lo schema appena spiegato, con l’essenziale differenza che lo stimolo dal
livello metastabile (a lunga vita) fa transire l’atomo non sul fondamentale ma su un nuovo livello
ancora a vita molto breve. In questo modo l’inversione di popolazione rispetto al livello
fondamentale è salva (la transizione rapida sul fondamentale lo assicura), ma la radiazione stimolata
è in risonanza con un’energia diversa dalla transizione dal livello fondamentale, che dunque non
può assorbire energia dal fascio. In pratica, il sistema funziona con uno schema di amplificazione
risonante basato su una camera a specchi (Fabry-Perot) entro la quale la radiazione stimolata si
rinforza ed alla fine viene emessa da una delle pareti che è solo parzialmente riflettente.
L’efficienza di un laser è molto bassa, ma permette la produzione di un fascio di radiazione
altamente monocromatico, coerente in fase e localizzato spazialmente, tanto da condurre ad
intensità fino a milioni di Watt per metro quadrato (e ancora più per laser a funzionamento pulsato,
ossia non continuo nel tempo).

6. Esercizi

(a) Sapendo che vale la relazione hν=3hcR∞(Z−1)2/3, calcolare l’energia della transizione Kα del
sodio (Z=11).
(b) Applicare la regola di Hund per stabilire i numeri quantici del livello fondamentale elettronico
dell’atomo di azoto.
(c) Stabilire i valori di L ed S del fondamentale elettronico dell’ossigeno atomico.
(d) Un laser (He-Ne) emette sulla lunghezza d’onda di 632.8 nm un fascio di diametro pari a 2 mm
con una potenza media di 4 mW. Quanti fotoni sono emessi al secondo dal laser? Qual è
l’ampiezza del campo elettrico associato all’onda elettromagnetica? Si confronti il risultato con
quelli ottenuti per una lampada ad incandescenza da 100 W alla distanza di 1m.

Letture consigliate

Alonso-Finn, Fisica per l’Università,Vol. III


D. Sivuchin, Corso di Fisica Generale, Vol. V
Fisica di Berkely, Meccanica Quantistica

Atomi con più elettroni - 9


Lezione 6 – Molecole e Spettroscopia molecolare

1. Lo ione-molecola di idrogeno

Ci interessiamo ora alle modalità secondo le quali due o più atomi si combinano fra loro per
formare molecole. Le evidenze sperimentali sono tali che la maggior parte delle molecole sono
stabili e l’interazione legante fra gli atomi è dovuta a forze di natura elettrica. In particolare, viste le
energie in gioco e le spaziature fra gli atomi, sono gli elettroni con le loro densità di carica che
forniscono la chiave di lettura di questo problema. Ancora una volta, la soluzione esatta, diretta
dell’equazione di Schroedinger risulta spesso un’impresa disperata, visto il numero di variabili
coinvolte. E’ comunque possibile giungere a risultati numerici con approssimazione eccellente in
accordo con le osservazioni sperimentali. La prima molecola che consideriamo è la più semplice: un
atomo di idrogeno nel livello fondamentale di energia che si associa ad un protone (nucleo di un
altro atomo di idrogeno) per formare uno “ione molecolare” (una molecola elettricamente carica).
Nonostante la sua (relativa) semplicità, questa molecola permette di comprendere le basi concettuali
e pratiche della formazione e della sostanza del legame atomico nelle molecole più complesse.
Il sistema costituito da due protoni e da un elettrone può risultare
“legato” (ossia stabile rispetto la dissociazione) solamente se si chiama −
in causa l’azione appunto “legante” dell’elettrone. L’atomo di
idrogeno è elettricamente neutro, per cui, di per sé, non può esercitare
forze nette sul secondo protone. Immaginando però di avvicinare il
secondo protone all’idrogeno neutro da una distanza molto grande,
possiamo pensare che le forze coulombiane fra le tre cariche agiscano + R +
nel senso di provocare una ridistribuzione della densità di carica (la
probabilità di trovare cioè le particelle). I due protoni, che pur si respingono, possono trovare
“giovamento energetico” (ossia diminuire l’energia totale del sistema) se l’elettrone si trova
“condiviso” (sempre nel senso probabilistico del termine, ossia della meccanica ondulatoria) fra di
essi. Può comunque anche capitare che il sistema sia compatibile con le leggi che ne governano il
funzionamento quando l’elettrone favorisce la repulsione tra i protoni, anche se in questo caso non
si potrebbe avere una molecola stabile. In ogni caso, dobbiamo riuscire a ricostruire questo schema
adottando una descrizione quantistica.
A tale scopo, consideriamo il sistema dato dai due
ϕG ϕU protoni e dall’elettrone secondo uno schema di
sovrapposizione ondulatoria. Ammettendo che
−ϕB l’elettrone possa venire descritto come un’onda di
materia localizzata nei pressi o di uno o dell’altro dei
ϕA ϕB ϕ A due protoni, e decidendo di scrivere queste due
situazioni (compatibili) secondo le funzioni d’onda
ϕA e ϕB, la funzione d’onda della molecola si dovrà
PG PU scrivere come combinazione lineare del tipo ϕA±ϕB.
In quest’espressione, il doppio segno indica la
possibilità di “sfasamento quantistico” che è
assolutamente proprio della descrizione ondulatoria
del sistema fisico. Stiamo utilizzando l’equazione di
Schroedinger che è lineare nella soluzione
ondulatoria, e dunque se abbiamo due (o più)
soluzioni, anche le loro combinazioni lineari devono essere ammesse come soluzioni. Le soluzioni
“singole” A e B rappresentano localizzazioni complete della carica negativa attorno ad uno dei due
protoni. La loro combinazione lineare rappresenterà la condivisione della carica messa in opera
dall’interazione coulombiana con i protoni. In pratica, si dovrebbe procedere con lo studio formale
fornito da un operatore hamiltoniano nella forma H=TA+ TB+ Te+ UeA+ UeB+ UAB, dove sono

Molecole e spettroscopia molecolare - 1


incluse le energie cinetiche dei protoni e dell’elettrone (T) e le energie potenziali elettrone/protone
A, B e protone/protone. La soluzione di questo esercizio, piuttosto elaborato, conduce a risultati in
pieno accordo con la descrizione semplificata accennata sopra.
La soluzione “simmetrica”, ϕG=ϕA+ϕB, è tale che l’elettrone è “visto” nello spazio che divide i due
protoni, mentre nella “antisimmetrica”, ϕU=ϕA−ϕB, l’elettrone tende a “scomparire” da questa zona.
Ciò è reso evidente dall’andamento delle rispettive densità di probabilità, PG=|ϕG |2 e PU=|ϕU |2 (G e
U indicano funzioni o stati rispettivamente “pari”
[gerade] e “dispari” [ungerade]).
La funzione pari spiega l’esistenza e la stabilità
dello ione-molecola di idrogeno: da un punto di
vista strettamente energetico, se l’elettrone tende a
rimanere concentrato fra i due protoni, al
diminuire della loro distanza l’energia
elettrostatica dell’elettrone E+ è destinata a
diminuire (rendendo il sistema più stabile, per
quanto riguarda il suo contributo). Se la distanza
fra i protoni tende ad annullarsi, ci ritroviamo un
elettrone concentrato attorno ad un nucleo di
carica doppia (idrogenoide con Z=2, energia pari a
−54.4 eV). Quando i protoni si allontanano
l’energia dell’elettrone si annulla. A questa
energia va aggiunta la repulsione coulombiana Up
fra i protoni (presi come infinitamente pesanti
rispetto l’elettrone, buona approssimazione in
questo caso). La somma dell’energia elettrostatica
dell’elettrone e della repulsione dei protoni dà un
andamento che presenta un minimo di energia
minore dell’energia totale di un atomo di
idrogeno, ossia del sistema “dissociato”
idrogeno+protone a distanza infinita. Tale minimo,
situato a circa 0.1 nm sul grafico che riporta la distanza dei protoni, è pari a −16.3 eV. Visto che
l’energia dell’atomo di idrogeno è pari a −13.6 eV, l’energia di legame dello ione-molecola è pari a
−13.6 eV−(−16.3 eV)=2.7 eV.
Se si considera invece il caso “dispari”, ossia il caso dell’elettrone che tende a “sfuggire”
all’abbraccio dei protoni (che continuano ad interagire secondo la curva UP), quando la loro
distanza tende ad annullarsi troviamo un nucleo di carica
doppia con un elettrone la cui probabilità è nulla in
corrispondenza del nucleo stesso. Un calcolo esatto ci
permette di stabilire l’andamento dell’energia per l’elettrone
in questo caso, E−, e la somma con la repulsione fra i protoni
fornisce una curva che non presenta minimi ed è comunque orbitale molecolare legante
sempre meno negativa dell’energia di −13.6 eV: in questa
situazione lo ione-molecola non è stabile. Una
rappresentazione efficace che riassume i due casi è tale da
chiamare in causa due tipi di legame atomico. Gli orbitali
atomici utilizzati si combinano linearmente, come abbiamo
visto, per formare due tipi di orbitali molecolari, il tipo orbitale molecolare antilegante
simmetrico o legante ed il tipo antisimmetrico o antilegante.
Lo ione molecola esiste in virtù dell’azione di un orbitale
molecolare legante, per il quale gli orbitali atomici si combinano con un massimo di concentrazione
localizzato fra i due nuclei.
Molecole e spettroscopia molecolare - 2
2. Legame covalente: la molecola di idrogeno, H2

Avvicinando due atomi di idrogeno si può ottenere una molecola secondo lo schema appena
descritto per lo ione-molecola. In particolare, a partire da grandi distanze fra gli atomi, con
un’energia totale pari a 2×(−13.6 eV)=−27.2 eV, l’avvicinamento conduce ad un mescolamento
delle nubi elettroniche, ovvero ad una sovrapposizione lineare delle rispettive funzioni d’onda,
secondo modalità simmetriche o antisimmetriche: anche in questo caso è possibile considerare
combinazioni leganti o antileganti, nelle quali gli elettroni (ora sono due) tendono a concentrarsi fra
i protoni ovvero a delocalizzarsi esternamente ad essi. L’unica, fondamentale differenza è che ora
dobbiamo tenere conto dell’universalmente valido principio di esclusione, per il quale nello stato
molecolare elettronico gli elettroni non possono avere lo stesso insieme di numeri quantici. Di
conseguenza i loro spin dovranno risultare antiparalleli (diverso numero di proiezione di spin). Ciò
stabilito, si osserva che la molecola può esistere
in uno stato stabile, ossia con energia totale più
negativa della somma delle energie dei due atomi
separati, purché la combinazione delle funzioni
d’onda atomiche sia simmetrica o pari, insomma
concentrata tra i due nuclei. Il caso
antisimmetrico o dispari non dà luogo ad una
molecola stabile. Questo è il primo caso di
legame covalente: quando i due atomi sono
eguali, il modo secondo il quale essi si legano in
una molecola è di “democratica condivisione”
degli elettroni, che vengono appunto “utilizzati”
da entrambe gli atomi, senza preferenze, per
costruire la “colla” che li tiene uniti. Dalla figura
si vede che, rispetto il caso dello ione-molecola, la molecola di idrogeno è più strettamente legata
(minore è la distanza di equilibrio e più grande l’energia di legame, pari a
−27.2 eV−(−31.7 eV)=4.5 eV). Questo è spiegabile in quanto ora gli elettroni (la “colla”) sono due.
E’ anche maggiore il contributo repulsivo dovuto al fatto che ora due cariche negative si
fronteggiano, ma lo fanno rispettando l’esclusione quantistica di Pauli, fatto che comunque contiene
l’effetto repulsivo complessivo. E’ anche importante notare che, nel caso ad esempio di due atomi
di elio (configurazione atomica 1s2), la molecola covalente non esiste. Questo perché ora vi sono
quattro elettroni nell’orbitale molecolare, e due di essi si dispongono nell’orbitale legante (di più
non è permesso dal principio di esclusione), e gli altri due nell’unico altro orbitale a disposizione,
quello antilegante. Il risultato netto è a sfavore di una configurazione stabile. Il caso dello ione-
molecola He2+ è invece stabile, in quanto due elettroni vivono nell’orbitale legante ed il terzo in
quello antilegante.

3. Legami covalenti pp, sp ed ibridi

Non solo gli orbitali s conducono alla formazione di orbitali molecolari. E’ possibile ovviamente
considerare la struttura molecolare di sistemi
che prevedono la combinazione lineare di px px py py
orbitali atomici di momento angolare non nullo
(p, d, f). La situazione è più complessa in quanto
tali orbitali hanno particolari orientazioni
spaziali e sono degeneri. La sovrapposizione di
orbitali p, ad esempio, è tale che esistono due πx πy
differenti possibilità di legame lungo l’asse

Molecole e spettroscopia molecolare - 3


interatomico. Si ricordi che gli orbitali p sono tre, uno con lobi di
massima densità allineati lungo l’asse z, due con i lobi che
giacciono nel piano perpendicolare all’asse z (denotati con x ed y).
Se gli atomi vengono avvicinati lungo l’asse x, gli orbitali p
associati (px) potranno formare orbitali molecolari leganti o
antileganti secondo lo stesso schema discusso per gli orbitali s
(sovrapposizioni simmetriche/antisimmetriche). Allo stesso tempo,
gli orbitali py e pz, perpendicolari all’asse x, potranno anch’essi
contribuire ad orbitali molecolari leganti/antileganti, anche se di
minore efficacia rispetto l’orbitale x, per questioni di semplice
geometria ed orientazione spaziale. Ad esempio, le molecole N2, O2
ed F2 vengono realizzate tutte con orbitali molecolari pp, in quanto
hanno elettroni di valenza 2p. La molecola di azoto è composta da
atomi con configurazione 1s22s22p3. Gli orbitali s contribuiscono sia
ad orbitali leganti che antileganti (ce ne sono quattro nella coppia 1s
e quattro nella 2s). I sei elettroni 2p si distribuiscono nei tre orbitali molecolari leganti, per cui la
molecola risulta molto stabile. Nel caso dell’ossigeno, con atomi in configurazione 1s22s22p4, gli
otto elettroni 2p vanno ad occupare i tre leganti ed un antilegante, per cui la molecola risulta meno
stabile. Nel caso del fluoro, configurazione atomica 1s22s22p5, i dieci elettroni riempiono i tre
leganti e due antileganti, per cui la molecola risulta ancora meno stabile (può essere dissociata
semplicemente dalla radiazione elettromagnetica visibile).
In modo del tutto simile è possibile considerare la combinazione di orbitali atomici s e p (ad
esempio la molecola diatomica HF). La molecola di acqua, H2O, è un altro caso di combinazione
lineare sp: l’ossigeno atomico ha 4 elettroni 2p, dei quali 2 spaiati per la regola di Hund. Questi
elettroni formano due orbitali molecolari sp con gli orbitali atomici degli atomi di idrogeno, che
sono necessariamente perpendicolari (sempre per la regola di riempimento di Hund). L’angolo fra i
legami OH nella molecola di acqua è leggermente maggiore di 90° a causa della repulsione elettrica
fra i protoni degli atomi di idrogeno.
E’ necessario infine considerare dei casi (estremamente importanti) di molecolari orbitali nei quali
il carattere specifico degli orbitali atomici coinvolti è cancellato: la sovrapposizione è tale da
modificare la distribuzione spaziale originaria delle nubi elettroniche. Ad esempio, nel caso
dell’atomo di carbonio (Z=6), i due elettroni 2p tendono a mescolarsi con gli orbitali 2s per
costruire orbitali atomici ibridi, che non sono più né di tipo p né di tipo s. Nella molecola di
acetilene (C2H2, HCCH), gli atomi di carbonio legano con gli idrogeni con un orbitale ibrido sp e
fra di loro con un secondo orbitale ibrido sp, oltre al doppio legame perpendicolare all’asse
molecolare e dovuto agli orbitali atomici p lungo y e z. Nella molecola di etilene (C2H4), ciascun
carbonio lega con due atomi di idrogeno e l’altro atomo C con orbitali ibridi sp2. Nel metano (CH4)
l’ibridizzazione è di tipo sp3 e il carbonio lega con quattro atomi di idrogeno. La geometria
specifica di queste molecole è dovuta proprio alla natura della particolare ibridizzazione coinvolta:
l’acetilene è lineare, l’etilene è piano (con gli atomi di idrogeno a coppie legati ai due carboni), il
metano è tetraedrico. L’importanza delle ibridizzazioni del carbonio è data dal fatto che esse
permettono una grande varietà di configurazioni e geometrie, le quali sono a loro volta alla base
della ricchezza della chimica organica, basata infatti su molecole contenenti atomi di carbonio.

4. Legami ionici ed elettronegatività

Le molecole omonucleari, cioè formate da atomi eguali, sono unite da legami covalenti, nei quali gli
elettroni non “appartengono” ad uno o all’altro atomo, ma sono egualmente condivisi da entrambi.
Se gli atomi sono differenti è però possibile che, a seconda del bilancio di cariche in gioco, gli
elettroni tendano a concentrarsi più in prossimità di un atomo che dell’altro. In casi come questi si
parla di legame ionico. Si consideri ad esempio la costruzione della molecola di NaCl. Il sodio è un

Molecole e spettroscopia molecolare - 4


alcalino con un elettrone singolo spaiato (3s), il cloro è un alogeno con 5 elettroni nel sottogiuscio
3p. Per strappare l’elettrone 3s al sodio servono 5.1 eV, mentre collocare un elettrone nel
sottoguscio 3p del cloro libera un’energia di 3.6 eV. Dunque, con un’energia di
5.1 eV−3.6 eV=1.5 eV è possibile trasferire
l’elettrone dal sodio al cloro, ottenendo un legame
di natura puramente elettrica, avendo ora a che
fare con due ioni di segno opposto (Na+ e Cl−).
Questa energia in difetto è recuperata
semplicemente avvicinando a sufficienza i due
ioni, proprio perché sono di carica opposta e ciò
comporta un guadagno in energia. Non è possibile
però avvicinarli oltre un certo limite, in quanto le
orbite interne (1s, 2s, 2p e 3s) sono complete: la
loro compenetrazione richiederebbe, per il
principio di esclusione di Pauli, la promozione di
elettroni ad orbitali più eccitati, con conseguente
aumento dell’energia del sistema. Ciò implica che
il bilancio energetico deve presentare un minimo ad una distanza di equilibrio, che è proprio quella
di formazione stabile della molecola. Come raffigurato, i vari termini energetici tengono conto sia
dell’attrazione coulombiana che della repulsione quantistica, termine di Pauli.
Va sottolineato il fatto che una molecola realistica non si comporterà mai in modo puramente
covalente o ionica. Vi sarà predominanza di uno dei due caratteri, a seconda degli atomi coinvolti
(anche nel caso di NaCl, fortemente ionico, le “code” di distribuzione elettronica danno luogo a
combinazioni di orbitali e dunque a condivisione, seppure debole, di tipo covalente degli elettroni).
Una misura quantitativa (anche se non rigorosa) del carattere ionico/covalente di un legame fra
atomi in una molecola è data dall’elettronegatività. Si tratta di sommare (confrontare) l’energia di
ionizzazione (richiesta per togliere un elettrone all’atomo) e “l’affinità elettronica” (l’energia
guadagnata aggiungendo un elettrone). Se due atomi hanno elettronegatività molto simili, ci si
aspetta una predominanza del carattere covalente nel legame. Elettronegatività differenti daranno
luogo alla predominanza del carattere ionico. E’ infine possibile ottenere una misura ragionevole
del carattere ionico di un legame calcolando il momento di dipolo della molecola, ossia il prodotto
Rq, dove R è la distanza di equilibrio e q è la carica elettrica netta. Se il legame è puramente ionico
il momento di dipolo deve risultare eguale a quello osservato sperimentalmente. In casi realistici
(legame ionico non puro), il momento misurato è minore di Rq. Si osserva una ragionevole
correlazione fra il carattere ionico così definito e la differenza fra le elettronegatività dei partner
atomici nella molecola.

5. Vibrazioni e rotazioni molecolari

A differenza degli atomi, le molecole possono interagire con la radiazione elettromagnetica in virtù
di gradi di libertà interni oltre a quelli elettronici. Si tratta di considerare le possibilità di moti
relativi degli atomi rispetto le loro posizioni di equilibrio: tali moti sono rotazioni e vibrazioni
atomiche, che risultano ancora una volta quantizzate, per cui ci si aspettano spettri discreti per
assorbimento o emissione di radiazione in seguito all’eccitazione o diseccitazione di questi modi.
Anche se in questi appunti ci limitiamo a considerare i casi più semplici, è fin d’ora importante
sottolineare che la spettroscopia molecolare che coinvolge modi di vibrazione e rotazione permette
l’analisi quantitativa e strutturale di molecole con strutture estremamente complesse. In molti casi, è
addirittura possibile ottenere informazioni esaustive sulla geometria molecolare unicamente
dall’analisi di spettri rotazionali e vibrazionali.
Per quanto riguarda le vibrazioni, consideriamo il caso più semplice di una molecola biatomica. E'
possibile e conveniente separare il moto traslazionale del centro di massa dal moto di vibrazione

Molecole e spettroscopia molecolare - 5


relativo ad esso dei due atomi, riducendo così il sistema al moto vibrazionale della massa ridotta
rispetto alla coordinata relativa fra gli atomi. Si tenga presente che il moto vibrazionale ha ragione
di esistere in quanto gli atomi, allontanati dalla posizione di equilibrio elettrostatico, risentono di
una forza di richiamo (sempre dovuta alle interazioni elettriche). In m2
effetti, una trattazione dettagliata del problema dovrebbe tenere conto m1 CM
anche del moto degli elettroni. A causa della loro piccola massa
rispetto a quella dei nuclei, è possibile trascurare del tutto la presenza
degli elettroni nello studio delle vibrazioni (e delle rotazioni). Si parla Req
in questo caso di approssimazione di Born-Oppenheimer. E’
importante comunque non dimenticare che gli elettroni hanno comunque il ruolo di stabilire,
assieme alle cariche nucleari, la forma dell’energia di interazione fra i nuclei atomici stessi. La
forza di richiamo che si instaura è in prima approssimazione di tipo armonico (presentando un
minimo in corrispondenza della coordinata di equilibrio). La
quantizzazione di un sistema armonico, già considerata in precedenza,
9ħω/2 ci conduce ad uno spettro discreto con livelli equispaziati in energia
secondo la relazione E= ħω(v+1/2), v=0,1,2, … dove ω=(k/m)1/2 è la
7ħω/2 pulsazione classica corrispondente associata alla massa ridotta
m=m1m2/(m1+ m2). L’assorbimento/emissione di energia da parte della
5ħω/2 molecola avviene dunque per quanti secondo la regola di selezione
3ħω/2 ∆v=±1. A partire dalla curva di interazione fra i nuclei, è possibile
stimare il valore della “costante elastica” k per la molecola e dunque le
ħω/2 energie per i livelli vibrazionali. Per la molecola di idrogeno, ad
esempio, si trova che i livelli sono spaziati di circa 0.5 eV. Si tratta di
un’energia associata a fotoni dell’infrarosso. Volendo considerare però
l’eccitazione di livelli ad energia relativamente elevata, l’approssimazione armonica non è più
valida ed è necessario correggere il modello includendo termini di anarmonicità. In generale, si
ottiene che lo spettro vibrazionale non è più equispaziato, ma vale una relazione comunque
semplice per la sequenza delle energie, usualmente scritta nella forma

E(v)= ħω(v+1/2)+x(v+1/2)2+y(v+1/2)3+ …,

dove i termini x, y, … tengono conto infatti di correzioni di ordine superiore alla sequenza armonica
di livelli. La regola di selezione armonica sopra introdotta viene
rilasciata per transizioni anarmoniche, quando si tenga conto di
fenomeni di “anarmonicità elettrica”: la distribuzione di carica
responsabile degli scambi energetici con l’onda elettromagnetica
incidente (o emessa) può giustificare
transizioni fra livelli che distano per più
di un singolo salto quantico. Quando la
molecola è poliatomica (nel senso che è
formata da più di tre atomi), la
situazione diventa molto complessa, ed è necessario affrontare il problema
caso per caso, a seconda della particolare geometria molecolare coinvolta.
Una tecnica generale per inquadrare la situazione prevede l’introduzione di
modi normali di vibrazione, in termini dei quali le complesse vibrazioni
molecolari vengono riscritte come sovrapposizioni lineari di modi armonici
in fase con frequenze diverse. Già una molecola triatomica come l’acqua
presenta tre modalità di vibrazione. In una molecola quadriatomica (come
l’ammoniaca, NH3) le vibrazioni diventano 6 e la situazione si complica rapidamente.
Un discorso analogo può essere fatto per le rotazioni di una molecola. Prendendo ancora una volta il
caso più semplice di un diatomo, la rotazione può essere descritta a partire dalla dinamica del corpo

Molecole e spettroscopia molecolare - 6


rigido. L’energia rotazionale (puramente cinetica) si scrive K=Iω2/2, avendo introdotto il momento
d’inerzia associato all’asse rotazionale scelto, che nel nostro caso vale
semplicemente mReq2 (si assume che la molecola in rotazione rimanga
nella configurazione di equilibrio, ossia non sia eccitata vibrazionalmente.
Questa è un’approssimazione il più delle volte debole ed è necessario
includere schemi di eccitazione simultanea di vibrazioni e rotazioni, con le
rispettive interazioni reciproche). Utilizzando la relazione L=Iω per il
momento angolare, per cui K=L2/(2I), ed applicando la quantizzazione
spaziale dello stesso, L2=l(l+1)ħ2, l’energia rotazionale risulta quantizzata
secondo la

E(l)=l(l+1)ħ2/(2mReq2).

Osserviamo anzitutto che la spaziatura dei livelli rotazionali di energia non è uniforme, come nel
caso armonico vibrazionale. Tale spaziatura è stimata a partire dai valori tipici delle grandezze
coinvolte e si ottengono livelli rotazionali dell’ordine di
centesimi di eV, ossia nella zona del lontano infrarosso e delle
L=4
microonde dello spettro elettromagnetico. Come accennato nel
caso delle vibrazioni, anche per le rotazioni la situazione si
complica notevolmente non appena si considerano molecole L=3
con più di due atomi. Una molecola diatomica possiede due
modi rotazionali associati agli assi perpendicolari alla linea L=2
congiungente gli atomi (la rotazione attorno all’asse L=1
molecolare non dà contributi energetici rilevanti in quanto,
rispetto questo asse, il momento d’inerzia è molto piccolo). La L=0
molecola di acqua possiede tre gradi di libertà rotazionali (rispetto i tre assi principali di inerzia). Le
molecole lineari sono ancora più complesse, in quanto per esse certi gradi di libertà rotazionali e
vibrazionali sono indissolubilmente mescolati. Per i modi rotazionali è possibile giungere a regole
di selezione analoghe a quelle accennate nel caso delle vibrazioni. Più in dettaglio, è possibile
verificare che in un rotatore quantistico vengono scambiati quanti di energia collegati dalla regola
∆l=±1. Uno spettro rotazionale realistico come quello riportato presenta delle differenze rispetto il
modello ora introdotto. In particolare,
si osservano variazioni di intensità dei
picchi di assorbimento, causate dal
fatto che i livelli rotazionali coinvolti
non sono tutti egualmente popolati e
dunque egualmente efficaci nel
contribuire alle transizioni. Sarà lo
studio statistico della popolazione a
fornire un modello quantitativo da
questo punto di vista. Anche la
spaziatura dei livelli non è esattamente
quella prevista dal modello semplice introdotto. Quando le rotazioni sono molto rapide, nasce un
effetto centrifugo che aumenta il momento d’inerzia della molecola, causando così un infittimento
della spaziatura dei livelli energetici rotazionali. Le “doppie punte” evidenti nello spettro riportato
sono dovute alla presenza di due specie isotopiche (masse diverse degli atomi).
Riassumendo, la spettroscopia molecolare è il risultato di un assieme di transizioni che coinvolgono
interazioni a livello elettronico (energie da pochi eV a molte migliaia di eV, se si considerano gli
elettroni atomici più interni) e nucleare – vibrazioni e rotazioni (energie dell’ordine degli eV o di
frazioni di eV). Una transizione in generale può coinvolgere simultaneamente cambi di stato
elettronico, vibrazionale e rotazionale, sempre in osservanza delle regole di selezione discusse.

Molecole e spettroscopia molecolare - 7


6. Esercizi

(a) Utilizzando una tabella periodica degli elementi che riporti i valori di
elettronegatività, stimare la prevalenza di carattere ionico o covalente di legame delle
specie molecolari diatomiche LiF, HF, HCl, BrCl, AlF, KI, AgCl.

(b) Sapendo che la costante elastica equivalente della molecola di idrogeno vale
k=3.6×1021 eV/m2, calcolare la frequenza e l’energia del fotone di transizione
armonica vibrazionale per questa molecola. Per il calcolo è necessario utilizzare il
valore della massa dell’atomo di idrogeno.

(c) Calcolare i primi livelli rotazionali della molecola di idrogeno sapendo che la
coordinata relativa di equilibrio per questa molecola è pari a 0.075 nm.

(d) Lo spettro sperimentale della molecola di HCl riportato permette di calcolare la


costante elastica di questa molecola. Si utilizzi il fatto che il “picco mancante” nello
spettro corrisponde alla transizione vibrazionale “pura” (∆v=0, proibita infatti dalle
regole di selezione) per effettuare il calcolo. Sapendo poi che la coordinata relativa
di equilibrio è 0.13 nm, calcolare la spaziatura dei picchi rotazionali e confrontare il
risultato con la spaziatura osservata nello spettro sperimentale.

(e) Per la molecola H2 la frequenza vibrazionale armonica è pari a 1.32×1012 Hz, la


coordinata relativa di equilibrio è 0.074 nm e la grandezza ħ2/(mReq2) vale
0.0152 eV. Ottenere i valori delle stesse tre grandezze per le molecole “sostituite
isotopicamente” HD ed D2, ossia con sostituzione di un o entrambi gli atomi di
idrogeno con idrogeno pesante (deuterio, massa doppia rispetto l’atomo H).

Letture consigliate

Alonso-Finn, Fisica per l’Università,Vol. III


D. Sivuchin, Corso di Fisica Generale, Vol. V
Fisica di Berkely, Meccanica Quantistica
Atkins, Molecole, NCS 15, Zanichelli

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Lezione 7 – Statistica classica

1. Partizioni di molte particelle – macrostati e microstati

Se si confrontano gli spettri in emissione di un gas rarefatto e di un filamento riscaldato, la


differenza più rilevante è che nel primo caso si osservano linee strette e ben definite in posizione
(frequenza o lunghezza d’onda), nel secondo l’emissione avviene su un continuo di energia. Si può
affermare che tale differenza è da imputarsi al fatto che nel gas rarefatto le interazioni fra i singoli
atomi emettitori sono trascurabili, per cui lo spettro rilevato è essenzialmente quello dell’atomo
singolo (transizioni discrete), mentre nel filamento gli atomi (che, presi singolarmente, si
comportano ancora secondo uno schema quantizzato) sono parte di un sistema a moltissimi corpi
interagenti, in modo tale che le leggi che governano e spiegano lo spettro osservato devono tenere
conto della popolosità del sistema stesso. Di questo tipo di problemi si interessa la meccanica
statistica che, a seconda della natura del sistema investigato, può essere di tipo sia classico che
quantistico. Ci interessiamo ora ad aspetti introduttivi per inquadrare opportunamente lo studio
statistico della meccanica dei sistemi a molti corpi, a prescindere dalla natura classica o quantistica
del sistema in esame. Verrà poi presa in considerazione la parte classica della statistica.
Anzitutto è importante cercare di inquadrare formalmente il problema del “conteggio” o
“censimento” degli stati di un sistema fisica a molti corpi. Pertanto ci interessiamo al caso in cui un
dato numero (tipicamente elevatissimo, anche se questo non è rilevante ai fini dell’impostazione del
problema) di particelle, N, che possono occupare vari stati discreti di energia (livelli, anche se in
questa fase non si intende con ciò riferirsi esplicitamente ad una situazione quantistica). Per essere
precisi, consideriamo una sequenza discreta di k livelli di energia, Ei, i=1, …, k, che vengono
occupati dalle N particelle secondo la sequenza n1, n2, …, nk, ossia il livello i-esimo di energia è
occupato da ni particelle. Supponiamo per ora che le particelle siano identiche ma distinguibili (per
comodità di conteggio soltanto, poi rimuoveremo questa condizione piuttosto inconsistente). E’ ora
possibile calcolare il numero di modi possibile di popolare questo sistema fisico. Partendo dal
primo stato energetico, possiamo scegliere una qualunque delle N particelle, per cui vi sono N modi
di popolare il sistema. Siccome vogliamo sistemare n1 particelle, se tale numero è maggiore di 1 (e
minore di N), possiamo continuare disponendo una seconda particella a partire dalle restanti N-1. Il
numero di modi diventa quindi N(N−1). Si procede così fino ad avere sistemato tutte le n1 particelle
nel primo livello, secondo il numero totale di possibilità distinte N(N−1)(N−2)… (N−n1−1). Questo
numero si può anche scrivere come N!/(N−n1)!. In realtà, operando in questo modo stiamo
sovrastimando il numero di possibilità di disposizione in quanto le particelle sono eguali, e dunque
non dobbiamo considerare i casi abc ed acb come distinti. Tenendo dunque conto di queste n1!
possibilità rimangono N!/[n1!(N−n1)!] casi, ossia le permutazioni di N oggetti in classi di n1.
Passando al secondo livello, la procedura si ripete a partire ora da N−n1 particelle, per cui il numero
di possibilità per questo livello risulta pari a (N−n1)!/[n2!(N−n1−n2)!] ed il numero totale per il I ed il
II livello, dato dal prodotto di questi due, risulta quindi dato da N!/[n1!n2!(N−n1− n2)!]. Procedendo
ancora fino al k-esimo livello, il numero totale di possibilità di occupazione per il sistema si scrive,
grazie ad una ovvia semplificazione, come

N!
W=
n1!n2 !! nk !

Questo semplice risultato è molto importante: esso fornisce la molteplicità (o probabilità della
statistica fisica) di un macrostato del sistema. Si intende con tale termine indicare un assieme di
microstati, ossia di configurazioni accessibili al sistema, e tutte egualmente probabili per quanto
riguarda la loro occupazione da parte delle particelle. Un macrostato, con molteplicità W, è un
insieme di W microstati egualmente probabili. Per questa centralissima assunzione, maggiore è W

Statistica Classica - 1
per un dato macrostato, maggiore è la probabilità che, spontaneamente, il sistema lo occupi. Per
chiarire questo punto, utilizziamo numeri piccoli e vediamo esplicitamente cosa accade in termini di
occupazione. Prendiamo a tale scopo N=4 particelle che occupano un sistema a k=3 livelli (con
energie E1, E2, E3). A seconda di quante particelle si dispongono in questi 3 stati (vincolati alla
conservazione sia dell’energia, n1E1+n2E2+n3E3=ETOT, che del numero di particelle totale,
n1+n2+n3=N), otterremo differenti macrostati con differente molteplicità, ossia numero di microstati.
I possibili macrostati si ottengono semplicemente come partizioni intere di N vincolate alla
conservazione dell’energia totale. Se, ad esempio, l’energia totale è pari a “2” unità appropriate, e
ciascuna particella può assumere valori interi dell’energia, i macrostati ammessi sono quelli che
soddisfano alla n2+2n3=2, in quanto l’energia del primo livello (con popolazione n1) è nulla.
Dovendo risultare n1+n2+n3=4, i macrostati permessi sono [n1n2n3]=[301] e [220], ossia,
rispettivamente, 3 particelle nel I livello ed 1 nel terzo ovvero 2 sia nel I che nel II livello. Si
sottolinea che, in questo modo, vi sono in tutto 4 particelle con energia totale eguale a 2 unità
appropriate. Questi due macrostati hanno molteplicità diverse, ossia sono dati in termini di un
numero corrispondentemente diverso di microstati. Il calcolo fa uso della relazione sopra ottenuta.
Per il I macrostato, [301], si ottiene W[301]=4!/(3!0!1!)=4, per il II macrostato, [220], si ottiene
W[220]=4!/(2!2!0!)=6. In altri termini, esistono 4 microstati associati al macrostato [301] e 6 al
macrostato [220]. Questi sono facilmente individuabili in termini di disposizioni ammesse di
particelle, ad esempio, con 3 possibilità nel I livello ed 1 nel III. Se denotiamo con abcd le particelle
(ricordiamo che sono eguali ma distinguibili), le 4 configurazioni sono date da abc+d, abd+c, bcd+a
e acd+b. Non dobbiamo contare come diversi i microstati abc+d e, ad esempio, acb+d. Da un punto
di vista più fisico, la costruzione svolta fino a questo punto spiega, almeno nei suoi tratti essenziali,
l’evoluzione spontanea di sistemi realistici che possono “scegliere” fra vari macrostati a loro
disposizione: “automaticamente” il sistema disporrà le particelle nella configurazione che
massimizza il numero di microstati, ciò a causa della natura “casuale” dell’evoluzione dei sistemi a
moltissime particelle. Se la descrizione appena citata ad esempio si riferisse alle configurazioni di
un “gas” a 4 particelle, essendo tutti i 10 microstati con energia eguale a “2” egualmente probabili,
cioè accessibili alle particelle, sarà il macrostato più popoloso di microstati (dunque il [220] rispetto
il [301]) ad essere “scelto”, sempre statisticamente parlando. In altre parole ancora, se il sistema
viene preparato inizialmente nello stato [220] non si assisterà a un riassestamento spontaneo verso
lo stato [301], che pure ha la stessa energia, perché ciò richiederebbe una “concentrazione di
informazione” che il sistema non può permettersi di ottenere senza apporti esterni (eventualmente
energetici). Al contrario, a partire dallo stato [301] il sistema evolverà spontaneamente verso lo
stato [220] perché ciò massimizza il numero di microstati occupati. Se non fosse ancora chiaro,
stiamo riproponendo in veste probabilistica il II principio della termodinamica. Si potrà osservare
che esiste una precisa relazione che lega la statistica di occupazione dei livelli energetici con la
statistica di popolazione appena discussa.
Per puntualizzare ulteriormente (a costo di sembrare eccessivi), la connessione fra macrostati,
microstati e statistica può trovare un valido paragone nel gioco delle carte, ad esempio il poker. In
questo gioco si possono contare 2598960 mani distinte, ossia combinazioni di 5 carte che possono
capitare. Sono tutte equiprobabili, ossia sono circa due milioni e mezzo di microstati accessibili per
questo “sistema”. Tra questo numero grandissimo di microstati, esistono dei macrostati tanto più
ambiti dai giocatori quanto meno popolosi, ossia improbabili. La scala reale (sequenza dal 10
all’asso di un dato seme) è fatta da solo quattro microstati fra tutti quelli possibili (le combinazioni
di scala per i quattro semi). Ovviamente questo spiega il “valore” di questa mano. Ma una
qualunque altra mano, ad esempio 4C-5Q-JP-3F-2F, è altrettanto probabile quanto la scala reale o
un poker. E’ il fatto di non attribuire punteggio alla mano qualunque scritta sopra che ne annulla il
valore. Ma la sua probabilità è la stessa della scala reale (anzi, è quattro volte più piccola perché di
scale reali ne esistono quattro!).

Statistica Classica - 2
2. Partizione più probabile: distribuzione di Maxwell-Boltzmann

Ora è importante stabilire, in base ai semplici risultati ottenuti, quale sia la configurazione più
probabile da un punto di vista quantitativo: si è già capito che, qualitativamente, questa verrà
raggiunta in corrispondenza dell’occupazione del macrostato con massimo numero di microstati
disponibili compatibilmente con la conservazione dell’energia del sistema. Per eseguire il calcolo
modifichiamo il risultato prima ottenuto da due punti di vista. Anzitutto, riconosciamo che i livelli
energetici potrebbero avere pesi statistici differenti (come accade ad esempio quando delle energie
sono degeneri in meccanica quantistica). Chiamando gi il peso dello stato i-esimo, quando ni
particelle occupano lo stato, la probabilità di occupazione va moltiplicata per gini. Poi rimuoviamo
la distinguibilità delle particelle, per cui il risultato finale va diviso per N! e si scrive

1 N! k
g ni
W= g1n1 g 2n2 ! g knk = ∏ i
N ! n1!n2 !! nk ! i =1 ni !

Il calcolo prosegue cercando la configurazione che massimizza questa grandezza. E’ conveniente


comunque ottenere il massimo del logaritmo naturale di W:

k
ln W = ∑ (ni ln g i − ln ni !) ;
i

utilizzando l’approssimazione di Stirling, ln(x!)≈xlnx−x, ed il fatto che Σni=N, si scrive

k
ln W = N − ∑ ni ln(ni / g i ) .
i
Per trovare il massimo differenziamo questa relazione, includendo la conservazione del numero di
particelle, per la quale Σidni=dN=0; rimane la dW=0 equivalente alla

∑ dn ln(n / g ) = 0 .
i
i i i

Se le variazioni dei ni fossero arbitrarie la soluzione sarebbe semplicemente ni=gi, ma dobbiamo


applicare la conservazione dell’energia del sistema, nella forma del vincolo ΣiEidni= 0. L’equazione
può essere risolta adottando la tecnica dei moltiplicatori di Lagrange introducendo due parametri, α
e β, che si associano ai vincoli sul numero totale di particelle e sull’energia totale del sistema
secondo l’espressione data da

∑ dn [ln(n / g ) + α + βE ] = 0 ,
i
i i i i

dalla quale si ottiene subito che

ni = g i exp[−(α + β Ei )] .

E’ consuetudine riscrivere la conservazione del numero di particelle secondo la


N=Σini=Σigiexp(−α)exp(−βEi)= exp(−α)Σigiexp(−βEi)= Zexp(−α), dove Z=Σigiexp(−βEi) è la
funzione di partizione del sistema e quindi ni=(N/Z)giexp(−βEi). Questa espressione, che fornisce il
numero di particelle che popolano un dato livello in conformità alla richiesta di massima
probabilità, segue la legge esponenziale detta distribuzione di Maxwell-Boltzmann.

Statistica Classica - 3
E’ ora possibile applicare questo risultato ad un caso pratico per comprendere meglio il significato
della distribuzione. Consideriamo il caso in cui un numero abbastanza grande di particelle
(N=4000) ha a disposizione tre livelli equispaziati (per semplificare il calcolo) di energia, ossia
E1=0, E2=e, E3=2e, tutti con la stessa probabilità di occupazione (gi=1). Scegliamo arbitrariamente
di collocare le 4000 particelle secondo la distribuzione data da n1=2000, n2=1700 e n3=300, e
confrontiamo le probabilità della configurazione assegnata con quella nella quale una singola
particella passa dal livello intermedio a quello inferiore ed una a quello superiore, in osservanza
della conservazione dell’energia. Utilizzando direttamente la W=1/(n1!n2!n3!) (essendo le gi=1), le
probabilità per le due configurazioni stanno nel rapporto

W 2001! 1698! 301! 2001 × 301


= = = 0.21
W ' 2000! 1700! 300! 1700 × 1699

Ciò significa che la probabilità di modificare (su una popolazione di 4000 particelle) la
configurazione di due sole collocazioni energetiche (la particella che passa dal livello intermedio a
quelli superiore ed inferiore) varia di quasi cinque volte. Il risultato implica che il sistema è ben
lontano da una configurazione stabile, di equilibrio. Il fatto è che, dalla distribuzione di Maxwell-
Boltzmann, ci si aspetta una popolazione che decresce esponenzialmente con l’aumentare
dell’energia. La configurazione assegnata in questo esempio ha troppe particelle nei livelli eccitati
rispetto il fondamentale d’energia. Per calcolare quale sia la configurazione alla quale il sistema
tende spontaneamente, utilizziamo direttamente la legge di Maxwell-Boltzmann, data la
configurazione iniziale di popolazione, n1+n2+n3=4000, e di energia, E1n1+E2n2+E3n3=2300e,
nonché n1=(N/Z), n2=(N/Z)exp(−βe), n3=(N/Z)exp(−2βe). Posto x= exp(−βe), si può facilmente
ricondurre il sistema di due equazioni ad una singola equazione per x che risolta dà x=0.50. I valori
corrispondenti per le popolazioni sono n1=2277, n2=1146, n3=577. Utilizzando questi nuovi numeri
per un confronto di probabilità come quello fatto sopra per la transizione di una singola particella
fra livelli adiacenti porterebbe a mostrare che il sistema è effettivamente in una configurazione
stabile (le probabilità delle due configurazioni risultano essenzialmente le stesse).
Come vedremo nel prossimo capitolo, dedicato alla meccanica quantistica, vi sono casi nei quali la
distribuzione di Maxwell-Boltzmann non è adatta alla descrizione di molte situazioni di rilevanza
fisica notevole, come la conduzione termica/elettrica in un solido, il comportamento degli elettroni
in un metallo, la radiazione termica. In queste situazioni bisogna tenere conto esplicitamente della
natura quantistica delle particelle coinvolte. In particolare, gli schemi di occupazione discussi fino a
questo punto vanno modificati da due punti di vista: anzitutto le particelle della meccanica
quantistica sono indistinguibili. La conseguenza immediata di questo fatto (legato al principio di
indeterminazione, che impone limiti precisi all’osservabilità di determinati dettagli di un sistema) è
che la molteplicità di tutti i macrostati diventa unitaria. Bisognerà poi tenere conto, nel caso di
elettroni o di altre particelle a spin semiintero, del principio di esclusione di Pauli. In questo caso,
due elettroni non potranno occupare lo stesso microstato perché ciò richiederebbe l’eguaglianza dei
loro numeri quantici.

3. Distribuzione delle velocità delle molecole in un gas classico

Ci interessiamo ora di un caso particolare di distribuzione statistica, che rientra nello schema di
conteggio di popolazione di grandi numeri di particelle prima descritta, ma che ha anche autonomia
logica e concettuale. Parliamo della distribuzione delle velocità (e dell’energia) di un gas classico di
molecole non interagenti (gas ideale). La distribuzione può essere derivata a partire da
considerazioni specifiche sulla teoria cinetica e statistica, ma trova anche giustificazione abbastanza
rigorosa a partire da ipotesi generali di isotropia dello spazio nel quale le particelle del gas si
muovono. Ci si pone il problema di determinare, per un dato gas (cioè una data massa) ad una data
temperatura (o altre coordinate termodinamiche rilevanti) il numero di molecole per unità di volume

Statistica Classica - 4
che posseggono una data velocità o, meglio, la cui velocità (intesa per ora vettorialmente) è
compresa in un dato intervallo di valori (è la natura intrinsecamente statistica del problema che
privilegia lo studio di intervalli di velocità piuttosto che valori perfettamente definiti).
Considerando l’equivalenza fra le particelle di gas e l’isotropia tridimensionale dello spazio la
distribuzione di una qualunque componente cartesiana della velocità dovrà avere distribuzione
centrata attorno al valore nullo e simmetricamente disposta attorno ad esso. Esistono validi motivi
(che qui non approfondiamo) per assegnare a tale distribuzione una legge di tipo gaussiano, che
scriviamo dunque nel modo seguente:

1 −bvi2
f (vi )dvi =
e dvi , i = x, y, z .
Ai
Con tale espressione si indica il numero di particelle per unità di volume che possiedono velocità
con componente i=x, y, z compresa nell’intervallo di valori [vi, vi+ dvi]. Per ottenere la distribuzione
del modulo della velocità v, si estende l’ipotesi di distribuzione sopra scritta in tre dimensioni:

1 − bv 2 1
f (v x , v y , v z )dv x dv y dv z = e −bv x e y e −bv z dv x dv y dv z = e −bv dv x dv y dv z .
2 2 2

Ax Ay Az A

z dv Vogliamo determinare ora la f(v)dv, con v=(vx2+ vy2+ vz2)1/2. A tale scopo
v osserviamo che l’elemento di volume dvx dvy dvz può essere ricondotto al
y volume del guscio sferico di raggio dv e superficie 4πv2dv. Vale dunque la
x relazione seguente per la distribuzione di velocità (distribuzione di Maxwell-
Boltzmann per il gas rarefatto):

4π −bv 2 2
f (v)dv = e v dv.
A

L’andamento riportato nel disegno evidenzia il


fatto (atteso) che le velocità si distribuiscono in
modo che valori estremi (molto piccoli o molto
grandi) sono poco probabili. Vediamo di seguito
di caratterizzare più precisamente la
distribuzione fissando i parametri per ora
arbitrari A e b. La distribuzione di velocità è
determinabile sperimentalmente con eccellente
precisione ed in ottimo accordo con il modello
teorico. Come riportato nel disegno, si utilizza
un sistema detto di “chopping”, nel quale due
ruote coassiali intercettano un fascio di

molecole emesso da un forno a


temperatura fissabile a piacimento. Le
scanalature nelle ruote sono tali che,
in funzione della velocità di rotazione
del sistema, al rilevatore giungono
solo le molecole che posseggono una
velocità compresa fra valori
determinati in infatti dalla velocità
con la quale il “chopper” sta
ruotando.

Statistica Classica - 5
La determinazione dei parametri A e b è ottenuta a partire da due condizioni indipendenti sulla
natura del sistema descritto. Il parametro A è una costante di normalizzazione che si fissa
richiedendo che

∫ f (v)dv = n ,
0

dove n è il numero di particelle per unità di volume (a prescindere dalle velocità che esse
posseggono). Il parametro b si determina chiamando in causa un aspetto fondamentale della teoria
cinetica dei gas perfetti, ossia che l’energia cinetica media delle molecole è legata alla temperatura
assoluta tramite la relazione <Ek>=3kBT/2, con kB costante di Boltzmann. L’energia cinetica media
si calcola a partire dalla

1 1 2 3
< E k >= ∫ mv f (v)dv = k B T .
n02 2

Mettendo assieme queste relazioni si giunge al risultato finale:

3/ 2 mv 2
 m  −
f (v) = 4πn   v 2 e 2 k BT .
 2πk B T 
Osserviamo che la distribuzione di velocità dipende sia dalla massa delle particelle che dalla
temperatura del gas. Il grafico riportato ci
evidenzia che con l’aumentare della
temperatura la distribuzione si “sparpaglia”
attorno al centro di massima probabilità, che
a sua volta si sposta verso valori di velocità
sempre più grande, in accordo con quanto ci
si può aspettare in base alla teoria cinetica
dei gas.
E’ anche possibile passare allo studio della
distribuzione in energia, sempre a partire
dalla legge di Maxwell-Boltzmann. Essendo
E=mv2/2, possiamo scrivere dE=mvdv per
cui dv=dE/(mv)=dE/(2mE)1/2. Sostituendo
nella distribuzione per le velocità otteniamo
subito la relazione cercata:

E

E
f ( E )dE = 2n e k BT
dE .
πk B3 T 3

Notiamo che, a differenza del caso delle velocità, questa distribuzione non dipende dalla massa
delle particelle: per una data temperatura tutti i gas possiedono la stessa distribuzione statistica di
energia cinetica.
Questo risultato, di ovvia importanza, non è comunque di generalità sufficientemente ampia da
poterlo applicare ad altri casi di interesse alla statistica classica: le particolari ipotesi fatte sulla
relazione fra velocità ed energia (solo cinetica in questo caso) devono essere riviste se il tipo di
interazione da studiare nel sistema è di natura diversa. La generalità del risultato si limita a potere
prevedere per qualunque tipo di energia considerata un andamento esponenziale secondo la
relazione data da

Statistica Classica - 6
E
1 −
f MB ( E ) = e k BT ,
A

mentre la natura specifica dell’energia in gioco condurrà ad una densità di stati, g(E), per la quale la
distribuzione di probabilità per l’energia è del tipo

W(E)=g(E) fMB(E).

Abbiamo già visto il caso in cui la densità degli stati (definita come molteplicità propria dei livelli)
gioca un ruolo essenziale nella determinazione della distribuzione di popolazione dei livelli. Questo
modo di procedere va esteso nello stesso spirito alla determinazione della densità di stati in una
distribuzione di Maxwell-Boltzmann. Possiamo ad esempio calcolare la popolazione relativa in un
gas di idrogeno atomico a temperatura ambiente (293 K) del I livello eccitato (n=2, E=10.2 eV). A
tale scopo è necessario calcolare il fattore di densità g(E) ricordando che, per l’idrogeno atomico, la
degenerazione è data da 2n2 (il fattore 2 viene dai sottolivelli di spin). Dunque g=2 per il
fondamentale e g=8 per il I livello elettronico eccitato. Le costanti di normalizzazione sono le stesse
per i due stati, per cui il rapporto di probabilità di occupazione è semplicemente dato da

( E 2 − E1 )
W ( E2 ) g ( E2 ) −
= e k BT
= 0.6 × 10 −175 .
W ( E1 ) g ( E1 )

In base a questo risultato, la probabilità di trovare un atomo eccitato di idrogeno a temperatura


ambiente è tale che, per trovarne uno soltanto, è necessario contare su una massa di idrogeno pari a
circa 10148 kg, che è molto maggiore della massa dell’intero universo!

4. Esercizi

(a) Svolgere esplicitamente i calcoli necessari per determinare le costanti A e b nella


distribuzione di Maxwell-Boltzmann per le velocità in un gas perfetto.
(b) Trovare i valori della velocità media, della velocità quadratica media e della velocità più
probabile (ossia il massimo della funzione di probabilità) in una distribuzione di Maxwell-
Boltzmann.
(c) Utilizzando i dati dell’ultimo esempio riportato sulla popolazione di livelli in un gas di
idrogeno atomico, calcolare a quale temperatura ci si aspetta di avere il 30% degli atomi nel I
livello eccitato.
(d) Un atomo con spin totale ½ ha momento magnetico µ. Un insieme di atomi di questo tipo è
posto in un campo magnetico uniforme B e, per effetto di quest’ultimo, gli atomi si dispongono su
due livelli di energia con spin allineati ed opposti al campo stesso (con eguali degenerazioni g).
L’interazione è data da E=−µµ⋅B. Calcolare il rapporto delle popolazioni dei due livelli ad una data
temperatura.

Letture consigliate

F.Reif, Fisica Statistica, La Fisica di Berkeley Vol. 5 – McGraw-Hill/Zanichelli

Statistica Classica - 7
Lezione 8 – Statistica quantistica

1. Particelle con spin semi-intero: distribuzione di Fermi-Dirac

Come accennato nel precedente capitolo, al cospetto di fenomeni che richiedono una trattazione
quantistica, le procedure di conteggio di molte particelle definite nel caso classico devono essere
riviste. Ciò è richiesto da due aspetti peculiari del comportamento quantistico della materia: le
particelle sono indistinguibili (oltre che identiche) e possono essere soggette ai vincoli del principio
di esclusione di Pauli. Questo va applicato al caso di particelle dette fermioni, ossia dotate di spin
semi-intero, come elettroni e protoni. Le particelle che hanno spin intero (come fotoni, nuclei
atomici “pari”, ossia con numero pari di nucleoni di entrambe le specie) sono dette invece bosoni.
Non sono soggette ai limiti imposti dal principio di esclusione e si comportano in modo
sostanzialmente diverso dai fermioni, come discutiamo nel paragrafo successivo. Anticipiamo solo
che le statistiche per casi classici o quantistici (sia bosonici che fermionici) convergono allo stesso
risultato quando le temperature sono elevate e le densità di particelle sufficientemente basse.
Se si considera ora un insieme di fermioni, particelle eguali, indistinguibili e soggette al principio di
esclusione di Pauli (nessuna particella può avere lo stesso insieme di numeri quantici di un’altra
particella), la tecnica di conteggio per una partizione di N fermioni su k stati di energie Ei è
facilmente ripresa ed adattata dal caso classico. Nel caso quantistico, come già accennato, è
essenziale trattare la probabilità intrinseca (gi) di ogni stato come degenerazione del livello, nel
senso puramente quantistico del termine: nel caso di elettroni nel campo di un nucleo atomico, ad
esempio, la degenerazione intrinseca (minima) è sempre gi=2; nel caso di un particella in campo
centrale di forze con momento angolare quantizzato da l, la degenerazione intrinseca è data da
gi=2l+1, e così via. La procedura di partizione (conteggio delle ni particelle nello stato Ei) è ora
vincolata alla richiesta che ni≤gi, causa il principio di esclusione: nel livello assegnato non possono
venire collocate più particelle della degenerazione intrinseca del livello stesso. E’ dunque possibile
collocare in questo livello il numero di particelle dato da gi(gi−1) (gi−2) … (gi−ni+1)=gi!/(gi−ni)!. Le
particelle sono indistinguibili, per cui dobbiamo dividere questo numero per ni!, e la configurazione
complessiva (tenendo conto di k livelli) ha molteplicità data dal prodotto delle molteplicità dei
singoli livelli, per cui

k
gi!
W =∏ .
i =1 ni !( g i − ni )!

A questo punto si procede come già fatto per il caso classico, ossia si determina la massima
probabilità di occupazione del sistema, annullando la derivata del logaritmo naturale di W soggetto
ai vincoli di conservazione del numero totale di particelle e dell’energia. Il risultato è

g
ni = i
A+ bEi
,
e +1

nella quale il parametro b ha lo stesso significato del corrispondente termine classico, b=1/(kBT)
mentre A si determina a partire dalla normalizzazione sul numero totale di particelle, Σini=N. Si usa
però introdurre una notazione speciale per A, ponendo εF=−AkBT, dove εF è detta energia di Fermi.
In base a questa definizione, la distribuzione risultante, detta di Fermi-Dirac, è data da

g
ni = i
( Ei − ε F ) / k B T
.
e +1

Statistica Quantistica - 1
L’energia di Fermi è una grandezza per lo più positiva e dipende molto debolmente dalla
temperatura. L’andamento di questa distribuzione è molto particolare e necessita di qualche
commento. Siccome il termine esponenziale a denominatore ha diversi limiti per T→0 a seconda
che risulti Ei maggiore o minore di εF, ci si aspetta che tale energia di Fermi giochi un ruolo
distintivo nell’andamento della distribuzione. Fisicamente, il principio di esclusione preclude in
ogni caso un “sovraffollamento” degli stati ai
fermioni: la distribuzione di Maxwell-Boltzmann
prevede che per basse temperature sia lo stato a
minore energia ad essere popolato sempre più in
gi proporzione ai livelli eccitati. Nel caso dei
fermioni, la massima popolazione sarà sempre e
comunque data dalla degenerazione quantistica
dei livelli, gi. Dunque, nel limite di temperatura
tendente a zero, ci aspettiamo che le particelle
riempiano tutti i livelli ad energia minima
compatibilmente con il principio di esclusione.
εF Ne consegue un riempimento di stati ad energia
comunque crescente (fino ad avere esaurito le particelle a T=0 T bassa T alta
disposizione). Ciò avviene in corrispondenza dell’energia di
Fermi, come peraltro è ben evidenziato dal grafico che
riporta la popolazione di Fermi-Dirac per T=0. Per
temperature non nulle, si assisterà alla promozione di un
certo numero di fermioni a livelli eccitati vicini all’energia di
Fermi: sono questi gli unici che possono essere promossi εF
senza causare riassestamenti dispendiosi di energia dei livelli
più bassi, lontani dall’energia di Fermi. Come si può intuire
dal grafico, il riassestamento energetico a temperature non
nulle è comunque limitato a piccoli effetti se non si chiamano
in causa temperature tipicamente molto elevate. Nel disegno
è schematizzata la situazione per elettroni (gi=2), e si osserva
come i livelli (coppie di elettroni) possono essere eccitati vicino all’energia di Fermi. Vedremo in
seguito come applicare questo risultato ad una situazione di interesse fisico concreto.

2. Particelle con spin intero: distribuzione di Bose-Einstein

Consideriamo ora il problema della popolazione di livelli energetici per particelle identiche,
indistinguibili ma non soggette al principio di esclusione di Pauli. Il calcolo della molteplicità dei
macrostati è ancora una volta riconducibile alle tecniche già utilizzate nei casi classici e della
statistica di Fermi-Dirac. In particolare, la degenerazione dei livelli, o probabilità intrinseca, non è
più tale da limitare superiormente la popolazione dei livelli stessi (l’esclusione non si applica). Vi
sono, per ogni stato con energia Ei, ni particelle da collocare distribuendole (sono indistinguibili) sui
gi stati degeneri. Ad esempio, con n=1 e g=3, la particella può occupare uno qualunque dei tre stati
degeneri. Con n=2, le particelle a, b possono essere collocate secondo lo schema di occupazione
[ab| | ], [ |ab| ], [ | |ab], [a| |b], [a|b| ], [ |a|b]. Non includiamo ovviamente le permutazioni fra a
e b perché le particelle sono identiche. In generale, si hanno (ni+gi−1)! modi associati alle
permutazioni di ni particelle in gi−1 configurazioni, che vanno ridotti di ni! modi perché le particelle
sono identiche e di (gi−1)! modi per tenere conto della degenerazione del livello. Restano dunque
(ni+gi−1)!/[ni!(gi−1)!] modi di disporre le particelle nello stato i-esimo. La molteplicità totale,
ancora una volta, è dato dal prodotto delle molteplicità dei singoli livelli, per cui

Statistica Quantistica - 2
k
( g i + ni − 1)!
W =∏ .
i =1 ni !( g i − 1)!

Applicando le tecniche di massimizzazione vincolate già discusse prima si giunge alla forma della
distribuzione della popolazione di livelli bosonici, detta distribuzione di Bose-Einstein data da

g
ni = i
A+ bEi
,
e −1

dove ancora il parametro b è collegato alla temperatura assoluta del sistema ed A è legato alla
conservazione del numero totale delle particelle. E’ consuetudine assegnare la distribuzione di
Bose-Einstein nella forma

g
ni = i
.
Ae Ei / k B T
−1

Nonostante la stretta somiglianza con la distribuzione di Fermi-Dirac, il significato fisico della


legge bosonica di occupazione statistica è totalmente differente, in quanto ora non esiste nessun
vincolo superiore all’occupazione di un qualunque livello energetico. In particolare, per temperature
tendenti a valori sempre più piccoli, si assiste ad un “ammassamento” di bosoni nel livello più basso
di energia, fenomeno noto come condensazione di Bose-Einstein. L’andamento della distribuzione è
semplicemente esponenziale: il parametro A dipende poco dalla temperatura (al contrario del
termine corrispondente nella legge di Fermi-Dirac, che infatti assegnava l’energia di Fermi del
sistema), e per piccole densità il parametro A è grande e dunque la legge approssima la
distribuzione di Maxwell-Boltzmann. A densità elevate la statistica diviene invece puramente
quantistica e non è più possibile utilizzare lo schema classico. Rispetto la legge classica, la
distribuzione di Bose-Einstein a basse temperature privilegia le particelle che condensano nel
fondamentale energetico.

3. Applicazione della statistica di Bose-Einstein: gas di fotoni e formula di Planck

Consideriamo ora, come specifica applicazione della distribuzione statistica per particelle
bosoniche, lo studio di un “gas di fotoni”, ossia un volume di spazio nel quale onde
elettromagnetiche sono in equilibrio termico con le pareti del contenitore: si tratta di una
rappresentazione classica del sistema fisico che ha condotto alla “catastrofe ultravioletta” per
l’andamento della densità di radiazione emessa da un corpo nero e risolto dalle ipotesi di
quantizzazione di Planck ed Einstein. In questo esempio, consideriamo la radiazione quantizzata,
ossia descritta come un numero variabile di fotoni (variabile in quanto essi vengono continuamente
creati/distrutti per interazione con gli atomi del contenitore). Siccome i fotoni sono con spin intero,
applichiamo la statistica di Bose-Einstein. Il parametro A non è rilevante in questo caso, in quanto
esso è legato alla densità del sistema che, viste le creazioni/distruzioni, di fotoni, non è costante. Più
importante è la determinazione del termine di densità di stati, g(E). I fotoni, trattati come particelle
quantistiche, rappresentano le onde elettromagnetiche che, per soddisfare le condizioni al contorno
con le pareti conduttrici del contenitore, devono venire associate con onde di materia che si
annullano ai bordi. Ciò conduce, come già stabilito in precedenza, a delle regole di quantizzazione
periodiche per il numero d’onda – e dunque la quantità di moto – dei fotoni. Dalle condizioni di
quantizzazione ka=πna/L, a=x, y, z, essendo pa=ħka, a=x, y, z, si ottiene che

h
p= p x2 + p y2 + p z2 = ! k x2 + k y2 + k z2 = n x2 + n y2 + n z2 ,
2L

Statistica Quantistica - 3
ed, essendo per i fotoni E=pc, si ha che

hc
E= n x2 + n y2 + n z2 .
2L

Ci interessa ora ottenere la densità degli stati, g(E). A tale scopo, consideriamo uno spazio
tridimensionale con coordinate cartesiane nx, ny, nz>0, raggio n x2 + n y2 + n z2 , elemento di volume
(sferico) 4πn2dn. Ci si deve limitare ad un ottante di sfera, si considerano 2 modi di polarizzazione
distinti, per cui la densità si scrive g(n)dn=2×(1/8)×4πn2dn. Dalla E=hcn/(2L), ossia dE=(hc/2L)dn,
si ha che g(E)dE=8πL3E2dE/(h3c3). La distribuzione (di Bose-Einstein, appunto) deve essere scritta
nella forma g(E)fBE(E), ossia

8πL3 E2
W (E) = .
h 3 c 3 e E / k BT − 1

E’ possibile convertire quest’espressione nella legge di Planck precedentemente considerata


scrivendo la densità di energia per unità di volume (radianza). Abbiamo dunque ottenuto che il
modello di quantizzazione della radiazione elettromagnetica, che è in eccellente accordo con lo
spettro di emissione osservato per un corpo nero in equilibrio termico, è pienamente giustificato da
una trattazione statistica nella quale i fotoni sono descritti in termini di una statistica quantistica di
tipo bosonico.

4. Applicazione della statistica di Bose-Einstein: capacità termica dei solidi

In un solido ordinario, le proprietà elettriche e conduttive in generale sono regolate da elettroni di


“conduzione”, cioè dotati di mobilità relativamente elevata. La propagazione di onde meccaniche al
suo interno, invece, sono spiegate chiamando in causa il comportamento del “reticolo atomico”,
ossia dello scheletro di atomi attorno al quale gli elettroni più esterni, quasi come un “mare” di
carica elettrica, si muovono con relativa facilità. I calori specifici, ossia le capacità termiche per
unità di massa/volume vengono descritti e spiegati in generale chiamando in causa sia gli elettroni
di conduzione che le masse atomiche del reticolo. Per temperature non troppo basse il contributo
predominante a questo tipo di fenomeni è quello dovuto ai moti del reticolo, mentre si trascura il
ruolo giocato dagli elettroni esterni. Si può pensare che, con l’apporto energetico al mezzo, le
oscillazioni atomiche attorno alle posizioni di equilibrio aumentino di ampiezza. Considerando un
semplice modello di quantizzazione armonica, il contributo all’energia interna al solido può essere
scritto come E=3NAkBT, in quanto si considerano kBT/2 unità di energia per ogni grado di libertà
interno, e per l’oscillazione armonica ve ne sono due, con tre gradi spaziali di moto. Il calore
specifico, dato da C=dE/dT, si scrive dunque come C= 3R, avendo introdotto la costante dei gas,
R=NAkB. Questa è nota come legge di Doulong-Petit, ed afferma che il calore specifico è
indipendente sia dal materiale considerato che dalla sua temperatura. Sperimentalmente, si
osservano forti deviazioni da questa legge per temperature molto basse. In particolare, quando
T→0, anche la capacità termica tende a zero. Siamo nuovamente al cospetto del fallimento classico
di una teoria per una situazione che necessita di una descrizione quantistica. La soluzione del
problema viene da Einstein, che assume per gli atomi del reticolo una quantizzazione armonica
secondo una popolazione statistica di tipo bosonico. I modi di vibrazione degli atomi del reticolo
vengono chiamati fononi, e sono il corrispondente vibrazionale “meccanico” dei fotoni, quanti di
radiazione elettromagnetica. Anzitutto, Einstein propone una versione semplificata del modello, per
la quale tutti i fononi hanno la stessa frequenza. Ogni fonone ha energia quantizzata secondo la
consueta ħω(n+1/2). L’energia per mole si ottiene come prodotto di tre fattori: l’energia per ogni
Statistica Quantistica - 4
fonone nel fondamentale, ħω, la densità molare dei fononi, 3NA, e la distribuzione di Bose-Einstein,
per cui:

1
E / mole = 3 N A !ω !ω / k B T
;
e −1

il calore specifico si ottiene dalla C=dE/dT, per cui


2
 !ω  e !ω / k BT
C = 3R  .
(
 k B T  e !ω / k BT − 1
2
)
Secondo quest’espressione, quando la temperatura tende a valori piccoli il calore specifico ha un
andamento dato da e − !ω / k BT → 0 , in buon accordo con i dati sperimentali. E’ importante aggiungere
che il modello qui presentato ha successo solo qualitativo, in quanto si osserva che il calore
specifico tende a zero con la temperatura secondo una legge di potenza (T3) e non esponenziale. Il
modello corretto, dovuto a Debye, tiene conto esplicitamente di una distribuzione di energia dei
fononi del reticolo, mentre la teoria semplificata di Einstein assegna a questi come già detto le
stesse frequenze.
Altri, importanti casi di analisi basata sulla statistica bosonica riguardano gli spesso sorprendenti
comportamenti dell’atomo di elio 4 (cioè con massa atomica 4, due neutroni e due protoni nel
nucleo), che a temperature sufficientemente basse presenta caratteristiche superfluide, ossia con
fluidità (attrito per scorrimento) pressoché nulla. E’ infine necessario citare il fatto che la statistica
quantistica per bosoni in un certo senso privilegia la concentrazione di particelle a spin intero nello
stato di più bassa energia, fino a condurre a stati condensati macroscopici che, a bassissime
temperature, presentano caratteristiche puramente quantistiche.

5. Applicazione della statistica di Fermi-Dirac: gas di elettroni

Consideriamo gli elettroni di un metallo (particelle a spin ½, fermioni) come essenzialmente


“liberi”. Possiamo calcolare la distribuzione per un “gas” di queste particelle seguendo la stessa
procedura adottata per il gas di fononi, con la differenza che ora l’energia (non relativistica) è data
da p2/(2m). Il risultato finale per la densità di stati elettronici è

8πL3
g (E) = 2m 3 E ,
h 3

mentre il numero di elettroni con energia nell’intervallo [E, E+dE] è

8πL3 1
W (E) = 2m 3 E ( E − ε F ) / k BT
.
h3 e +1

Questa distribuzione, riportata nel disegno, spiega perché gli elettroni di conduzione non giocano un
ruolo importante nella definizione del calore specifico di un solido, per cui solo i moti del reticolo
atomico sono rilevanti: aggiungendo energia (termica) ad un metallo, apportiamo un contributo
dell’ordine di kBT, per il quale solo gli elettroni vicini all’energia di Fermi vengono eccitati, ed in
piccola proporzione, a livelli ad energia più grande. Gli altri elettroni (la maggior parte) non
contribuiscono all’eccitazione del sistema. Possiamo stimare il valore di εF imponendo il numero
totale di elettroni nel solido:

Statistica Quantistica - 5

N = ∫ W ( E )dE .
0

Per temperature non troppo elevate utilizziamo la forma a gradino della distribuzione di Fermi-
Dirac, per cui l’integrale si riduce alla

8πL3 εF
N= 2m 3 ∫ E dE ,
h3 0

dalla quale

2
h 2  3N  3
εF =   .
2m  8πL3 

E’ infine possibile calcolare, sempre con la


stessa tecnica, che l’energia media degli
elettroni è dello stesso ordine di quella di
Fermi o, più precisamente, <E>=3εF/5. Con
questi dati è possibile stimare la frazione di
elettroni
elettroni che vengono eccitati quando il metallo
eccitati
viene riscaldato da T=0 ad una certa
temperatura. Il risultato è che una frazione
dell’ordine minore del 1% di elettroni subisce
questa sorte, in quanto nexc/N∼kBT/εF e, mentre
l’energia termica è dell’ordine di 10 meV,
quella di Fermi è attorno a qualche eV. Benché
εF
sia ragionevole aspettarsi che a temperature
sufficientemente alte gli elettroni eccitati siano
in proporzione più elevata, questo accade solo
per valori di migliaia di gradi, ossia per temperature maggiori della temperatura di fusione: in
pratica il metallo (se non si vuole che fonda) continua ad immagazzinare calore grazie al contributo
solo delle vibrazioni del reticolo. Diversa è la situazione a temperature estremamente basse, per le
quali la capacità termica dovuta al reticolo scende a zero come T3, mentre quella legata agli elettroni
cala meno rapidamente, linearmente con T. Va infine aggiunto che il modello qui presentato non
tiene conto delle interazioni degli elettroni con i centri atomici del reticolo: essi in realtà sentono un
potenziale (per lo più periodico) che rende conto di importanti effetti e della caratterizzazione
specifica di vari tipi di materiali, conduttori, semiconduttori, isolanti, che verranno discussi più
avanti.

6. Esercizi

(a) Si consideri una miscela di due gas con masse molecolari m1 ed m2. La mistura è all’equilibrio
termico con temperatura T. In quale modo le distribuzioni di velocità e di energia dei due gas
differiscono?
(b) Si stimi l’energia cinetica media degli elettroni “liberi” in un metallo quand’essi soddisfino una
statistica di Maxwell-Boltzmann. Di quanto e perché tale stima differisce da quella ottenuta
nella distribuzione di Fermi-Dirac?

Lettura consigliata: D. McLachlan Jr.: Statistical Mechanical Analogies (Englewood Cliffs,


Prentice-Hall 1968)

Statistica Quantistica - 6
Lezione 1 – Introduzione alla fisica dello stato solido

1. Struttura della materia solida

In questo capitolo si affrontano gli aspetti essenziali delle teorie e delle osservazioni sperimentali
rivolti allo studio della materia allo stato solido. In questo campo di ricerca, estremamente vasto ed
articolato, vengono messi alla prova i modelli e le predizioni della meccanica quantistica al cospetto
di insiemi grandissimi di particelle (atomi, ioni, molecole) legate fra loro per costituire i materiali
che quotidianamente osserviamo ed utilizziamo in innumerevoli occasioni. Benché tali materiali
siano pressoché illimitati nelle loro differenze di aspetto, sostanza, proprietà, caratteristiche
chimiche, fisiche, meccaniche, e così via, l’approccio tecnico della scienza fisica consente una
classificazione relativamente semplice e schematica di sostanze solide in termini di poche e bene
definite proprietà generali. C’è una prima, piuttosto ovvia distinzione fra sostanze allo stato gassoso
(nelle quali le interazioni fra i costituenti “elementari” sono trascurabili o comunque piccole), allo
stato liquido (per le quali la teoria, benché consolidata sul fronte della simulazione numerica, sia
ancora insoddisfacente da punti di vista più fondamentali), e sostanze solide. Queste ultime possono
essere differenziate in due grandi famiglie. Da un lato, vi sono i solidi cristallini, per i quali è
possibile considerare una struttura regolare, ordinata, basata su un “reticolo” di particelle (atomi,
ioni, molecole) che, oltre ad obbedire alle leggi della meccanica quantistica nelle loro interazioni,
presentano una caratteristica di sistematica previdibilità nella collocazione spaziale. Un po’ come
pensare ad una costruzione di mattoni disposti secondo una sequenza ordinata ed egualmente
ripetuta in tutto lo spazio a disposizione. Dall’altro lato, esistono sostanze amorfe, nelle quali i
“mattoni” non sono più collocati in modo ordinato ma “ammucchiati” senza regole di ordine
spaziale di alcun genere. Benché molti sistemi solidi di interesse fondamentale ed applicativo
ricadano in questa categoria (basti pensare ai vetri), la loro descrizione è molto complessa e non
verrà affrontata in questo corso. Ci interessiamo dunque solo di solidi cristallini, per i quali, come
già detto, è possibile parlare di un reticolo, ossia di un ordinamento spaziale che si può pensare
esteso indefinitamente, in corrispondenza del quale si collocano i “mattoni” che costruiscono il
solido in esame. Tali mattoni (come già detto, atomi, ioni o molecole) non vanno pensati come
entità statiche, immobili, puntiformi, bensì come unità strutturate nonché in moto più o meno
pronunciato a seconda delle situazioni, interagenti con altre unità vicine o prossime. Ciononostante,
l’idea di avere tali entità di materia disposte secondo una struttura “in media” ordinata, consente
semplificazioni e previsioni molto efficaci del comportamento fisico-chimico della sostanza
considerata. Vedremo come le proprietà “esterne” (colore, risposta meccanica) e quelle “interne”
(elettriche, magnetiche, termiche) delle sostanze a struttura ordinata siano ottenibili nel linguaggio
della meccanica quantistica in termini relativamente semplici. Un altro aspetto importante dello
studio di strutture solide cristalline è che per esse esistono tecniche di indagine sperimentale
(essenzialmente studi di diffrazione di raggi X e di neutroni) che, sfruttando interamente proprio la
regolarità del reticolo di queste sostanze, consentono di ottenere informazioni dettagliate ed
attendibili sulle proprietà della materia considerata.

2. Solidi ionici

Nello studio delle molecole, si sono considerati legami di tipo ionico, che si instaurano in presenza
di atomi differenti i quali, a causa di uno sbilancio di carica indotto e rafforzato tra di essi, si
attirano reciprocamente. Una situazione del tutto simile esiste in quella classe di solidi cristallini i
cui componenti sono atomi con forti differenze di elettronegatività e sono disposti secondo strutture
spaziali che ottimizzano lo “impacchettamento” degli atomi stessi. Una delle strutture di base più
ricorrenti è quella cubica, con atomi (ioni) collocati ai vertici di un reticolo di cubi. A seconda del
tipo di atomi coinvolti, l’impacchettamento può condurre a due strutture distinte, quella a corpo
centrato (bcc, body-centered cubic) e quella a facce centrate (fcc, face-centered cubic). Come

Introduzione alla fisica dello stato solido - 1


raffigurato, entrambe le strutture conducono ad un’elevata densità di atomi.
L’energia complessiva del sistema può essere calcolata a
partire da due contributi fondamentali. Si ha
l’attrazione/repulsione di natura coulombiana, elettrostatica,
ed una repulsione di natura quantistica, dovuta (come nel caso
delle molecole a carattere ionico) all’impossibilità di
avvicinare oltre una minima distanza gli ioni a causa della
repulsione fra cariche omonime (protoni ed elettroni) ma
reticolo cubico anche a causa dell’azione del principio di Pauli sul
semplice
riempimento degli orbitali atomici da parte degli elettroni
chiamati in causa. Il reticolo fcc è leggermente più compatto del bcc, ma la
configurazione del solido dipende da vari fattori, inclusa la temperatura, oltre reticolo fcc
naturalmente agli atomi che costituiscono il materiale. L’esempio più tipico di
solido fcc è il cloruro di sodio (sale da cucina, NaCl), che si può dunque pensare come una struttura
regolare di ioni Na+ e Cl collocati alternativamente sui vertici e sulle facce dei

cubi costituenti il reticolo. Un caso invece tipico di reticolo bcc è il cloruro di


cesio, CsCl. Questi solidi hanno un’energia di coesione che può essere calcolata
con un’operazione che tenga conto delle interazioni fra tutti gli ioni del reticolo.
Nel caso di NaCl, ad esempio, osserviamo che ogni ione di sodio ha sei primi
vicini di cloro a distanza R (il lato della “cella unitaria”), e 12 secondi vicini di
sodio a distanza R(2)1/2. Il conteggio può proseguire, per ottenere una serie di
termini a segno alterno (attrazione/repulsione coulombiana per ioni di segno
opposto/eguale) che lentamente converge ad un valore negativo per l’energia
reticolo bcc
elettrostatica del singolo ione. Per il cloruro di sodio si ottiene la seguente
espressione:

e2  6 12 8  e2
UC = −  − + − + ! = −α ,
4πε 0  R R 2 R 3  4πε 0 R

in cui la costante α, detta costante di Madelung, dipende dalla struttura del reticolo e per NaCl vale
1.748, mentre per CsCl (reticolo bcc) vale 1.763. Dobbiamo ovviamente aggiungere a quest’energia
anche la repulsione quantistica/elettrostatica sopra citata. Un modello
ragionevole e semplice suggerisce di adottare un termine
del tipo A/Rn, con A ed n da determinare a seconda del
solido considerato. L’energia totale di uno ione è dunque
data dalla somma di UC e del termine repulsivo. Ci si
aspetta dunque di ottenere una dimensione reticolare di
NaCl minima energia, semplicemente calcolando la derivata CsCl
dell’energia ionica rispetto la coordinata reticolare R. Il
risultato è solitamente assegnato esprimendo il parametro A dell’energia repulsiva in funzione delle
altre grandezze coinvolte. L’esponente n è infatti determinabile in modo indiretto a partire da
misure di proprietà meccaniche legate alla compressibilità del cristallo. Si ottiene in definitiva che
l’energia di legame dello ione minima è data da

e2  1
E B = − E ( Rmin ) = α 1 −  .
4πε 0 R0  n

L’energia di coesione del solido (l’energia richiesta per separarlo in tutti i suoi costituenti ionici,
ovvero l’energia richiesta per costruire l’intero cristallo) è data dall’energia di legame di ciascuno
ione moltiplicata per il numero totale di ioni. EB rappresenta infatti l’energia di legame di un singolo

Introduzione alla fisica dello stato solido - 2


ione dovuta all’interazione con tutti gli altri ioni del reticolo. Per ottenere l’energia di coesione di
una mole di ioni (NA ioni) dobbiamo prendere EB dimezzata (per non contare due volte il contributo
di legame ionico), considerare 2NA coppie di ioni e dunque l’energia di coesione è
EC=(EB/2)(2NA)=EBNA. La figura mostra l’andamento dei due contributi energetici per un singolo
ione.
Come conseguenza della struttura sopra descritta, i cristalli ionici
presentano in generale caratteristiche di elevata stabilità
meccanica e durezza (per la compattezza del reticolo), sono
conduttori elettrici estremamente poveri (non ci sono elettroni
disponibili, essendo tutti impegnati nel legame ionico), hanno
temperature di fusione/evaporizzazione molto elevate (il legame
ionico è dell’ordine di qualche eV, corrispondente a temperature
dell’ordine di qualche migliaio di gradi), sono trasparenti alla
radiazione visibile (fotoni in questo campo di frequenze hanno
energie non utili per l’eccitazione degli elettroni disponibili nel
cristallo) ma assorbono fortemente nell’infrarosso, come è
Energie in un cristallo ionico
possibile verificare assumendo che la forza di richiamo fra gli ioni
(NaCl) sia elastica ed inserendo i valori tipici di un solido ionico. Sono
infine solidi solubili in acqua ed in altri liquidi polari, ossia con
molecole che presentano un dipolo elettrico permanente, in grado di esercitare una forza sufficiente
a rompere il legame ionico.

3. Solidi covalenti

In totale analogia con il caso delle singole molecole covalenti, è possibile osservare solidi cristallini
i cui costituenti sono impegnati in legami con completa condivisione degli elettroni nei livelli
disponibili, ossia senza bisogno di chiamare in causa interazioni di natura elettrostatica. In questo
limite, si parla di solidi o cristalli covalenti, caratterizzati (come nel caso delle molecole
corrispondenti) da legami fortemente direzionali (basti pensare
alle ibridizzazioni sp dei composti del
carbonio). A tale proposito, una
struttura reticolare molto conosciuta è
quella del carbonio nella forma di
diamante, nella quale il reticolo ripete
una singola cella tetraedrica nello
spazio, come raffigurato. I solidi
cella tetraedrica del covalenti presentano caratteristiche
carbonio
spesso molto differenti da quelle dei
solidi ionici, essendo ovviamente altrettanto differente la loro
reticolo del diamante
composizione. E’ peraltro più difficile definire un insieme di
proprietà comuni per i solidi covalenti, che presentano spesso
differenze notevoli di comportamento chimico fisico. Il diamante è trasparente e compatto per
l’elevata energia di legame, mentre germanio e silicio (sempre covalenti) sono opachi alla
radiazione visibili e riflettenti. Il diamante fonde a temperature molto elevate, germanio e silicio a
temperature relativamente più basse. Anche le proprietà elettriche sono estremamente differenti,
come avremo occasione di riprendere in seguito parlando di semiconduttori.

4. Solidi molecolari

Nei solidi ionici e covalenti non è possibile parlare di molecole, in quanto la loro identità è del tutto
dissolta nella struttura reticolare del sistema. Esistono però in natura sostanze solide nelle quali le

Introduzione alla fisica dello stato solido - 3


molecole mantengono la loro identità e si uniscono con legami di natura ancora una volta
elettrostatica, benché di minore intensità. Un caso tipico è costituito dai composti solidi dell’acqua o
di altre sostanze formate da molecole polari (il ghiaccio, ad esempio). In esse le molecole si
uniscono in strutture cristalline grazie a forze elettrostatiche dipolari. Anche sostanze non polari,
ossia le cui molecole non posseggono un momento permanente di dipolo elettrico, possono formare
strutture solide cristalline. Questo è reso possibile ancora una volta da interazioni molto deboli fra
dipoli non permanenti ma indotti dai continui moti rapidissimi interni ai singoli atomi o molecole.
Un caso tipico è quello degli aggregati solidi di gas inerti (che solidificano in forma cristallina
secondo varie forme reticolari) o di aggregati solidi di molecole più complesse (dimeri e polimeri).
Il legame supportato da dipoli non permamenti è usualmente ricondotto ad un’interazione efficace
che è nota come potenziale di Van der Waals. Esistono infine solidi nei quali gli elettroni più esterni
sono così poco legati agli atomi originari da potere essere “condivisi” dai centri reticolari, portando
ad una struttura nella quale gli elettroni sono visti come un “mare” o un “gas” di particelle che, oltre
ad “incollare” fra loro gli ioni atomici (i centri del reticolo), forniscono un
efficace mezzo di conduzione sia elettrica che termica. Questi solidi, che
spesso presentano una struttura reticolare di tipo esagonale compatta
(raffigurata), sono detti solidi metallici e ad essi viene dedicato uno studio
specifico. E’ anche importante sottolineare che la classificazione qui
presentata (come tutte le classificazioni) non può essere rigidamente
assunta come unico schema di appartenenza delle innumerevoli varietà di
materiali presenti in natura o prodotti artificialmente. In molti casi si
osserveranno caratteristiche miste di comportamento. Nella forma
cristallina del carbonio detta grafite, ad esempio, convivono modalità
covalenti di legame (si forma un reticolo compatto piano a celle esagonali
di atomi di atomi) e modalità molecolari (i vari piani covalenti sono
reticolo esagonale sovrapposti e legati da forze deboli di natura dipolare). Il risultato è che i
vari piani (che possono essere pensati come immense molecole nella forma
di griglie esagonali) possono scorrere facilmente uno sull’altro, ciò che conferisce alla grafite le ben
note proprietà lubrificanti.

5. Teoria delle bande elettroniche

La maggior parte delle proprietà dei solidi può essere compresa, o quantomeno inquadrata con
proprietà, nell’ambito di una teoria che esplicitamente tenga conto del
modo in cui i livelli energetici a disposizione degli elettroni in un
solido si modificano in virtù del grandissimo numero di particelle
3s interagenti. Si consideri, ad esempio, l’interazione fra due atomi di
sodio, ciascuno portatore di un elettrone spaiato nel livello 3s. Come
precedentemente studiato, gli atomi eguali, a partire da distanza molto
grande, combinano i livelli inizialmente degeneri (con eguale energia)
in due livelli con funzioni d’onda che sono combinazioni diverse
degli stati atomici separati. Il risultato è che si ottengono due energie
3s associate a configurazioni leganti e non-leganti dei due atomi. Se il
numero degli atomi di sodio aumenta, la procedura qui delineata è
essenzialmente immutata, con l’unica ed importante differenza che
ora aumenta corrispondentemente il numero di livelli energetici resi
disponibili dall’aumentato numero di singoli stati atomici interagenti.
3s Se si considera un numero elevatissimo di atomi (come capita di fatto
in un solido), l’idea qui descritta conduce alla formazione di un “quasi
continuo” di livelli energetici, una cosiddetta banda di energia, che è
semplicemente un susseguirsi fittissimo di stati energetici a disposizione per gli elettroni di tipo 3s

Introduzione alla fisica dello stato solido - 4


degli atomi coinvolti. Siccome ogni atomo contribuisce con un elettrone 3s, unendo N atomi in una
struttura solida si ottiene una banda di energia riempita da N elettroni.
Questa banda, vista la sua origine, potrebbe essere ulteriormente 3p
popolata, in quanto per ogni coppia di livelli 3s il principio di Pauli
permette le coabitazione di 2 elettroni. La banda in questione è dunque
riempita solo per metà. N 3s
In pratica, considerando un solido composto da atomi di sodio, ci
aspettiamo una sequenza di bande energetiche associate ai livelli atomici
6N 2p
dei singoli atomi, 1s, 2s, 2p, 3s. Le bande che derivano da orbitali
atomici completi (1s, 2s, 2p) saranno complete e popolate da 2N
elettroni (le bande s) e da 6N elettroni (le bande p). La banda 3s, come 2N 2s
sopra detto, è popolata solo per metà. Esistono ovviamente altre bande
che, in assenza di eccitazione esterna (ad esempio di origine termica) 2N 1s
sono completamente vuote: ad esempio la banda 3p potrebbe accettare
6N elettroni ma nessuno la popola, in questo stato di minima energia. Questa situazione, che
corrisponde appunto allo stato fondamentale elettronico del solido di atomi di sodio, ovvero sodio
metallico, permette immediatamente di comprendere e visualizzare qualitativamente il meccanismo
di conduzione (sia elettrica che termica) ad opera di elettroni “liberi”
o di “conduzione” all’interno del metallo stesso. Si tratta di
considerare che la banda 3s è disponibile ad essere popolata da
livelli vuoti
elettroni, essendo piena solo a metà, ed anche la banda 3p, come
quelle di energia ancora più grande, sono vuote e pronte ad essere
livelli pieni popolate da elettroni con energia sufficiente. Questo meccanismo
avviene ad opera tipicamente di schemi di eccitazione termica:
ricordando che gli elettroni, in quanto fermioni, obbediscono alla
distribuzione statistica di Fermi-Dirac, a temperatura zero sono tutti
ad energie minori dell’energia di Fermi, che dunque si colloca a metà
EF della banda 3s, fino a dove gli elettroni sono collocati nel metallo. Per
anche piccoli aumenti di temperatura, si rendono disponibili (nel
senso statistico del termine) stati conduttivi, ossia elettroni che prima
erano “congelati” nella metà inferiore della banda 3s, possono essere
promossi ad energie più elevate (ancora nella banda 3s, oppure fino
alla banda 3p per energie crescenti) e dunque risultano liberi di
muoversi nel metallo e di condurre energia. Anche se questo
meccanismo è in realtà più complesso a causa delle collisioni con il reticolo degli ioni atomici (gli
atomi di sodio che hanno ceduto elettroni al “mare” termicamente eccitato), il motivo principale
della conduzione è quello appena descritto.
L’esempio ora visto del sodio metallico è quello di un buon conduttore, in quanto esso ha a
disposizione una banda di energia solo parzialmente occupata. Al contrario, un solido nel quale una
banda è completamente piena e la
successiva è completamente vuota,
banda di
è candidato ad essere un buon conduzione banda di
isolante. Se la differenza di energia conduzione

fra queste bande consecutive (detto


gap) è maggiore di kT, il “quanto”
di eccitazione termica (circa 25 EF banda di
EF banda di
meV a temperatura ambiente), valenza valenza

assecondando la distribuzione di
Fermi-Dirac, con energia di Fermi
conduttore isolante semiconduttore
collocata nel gap energetico, si
comprende che questo solido non

Introduzione alla fisica dello stato solido - 5


potrà contare su elettroni liberi di sostenere meccanismi conduttivi. Il terzo caso, che verrà
comunque approfondito in altra sede, è quello in cui il gap energetico è molto piccolo. In questo
caso, per energie sufficientemente elevate, è possibile promuovere elettroni dalla banda piena (che
spesso è detta banda di valenza) a quella vuota (detta banda di conduzione). Allo stesso tempo,
liberando stati dalla banda di valenza, si ha disponibilità anche per gli elettroni di valenza di
acquistare energia e mobilità all’interno del solido. Quando un solido risponde a queste
caratteristiche è detto semiconduttore. Anticipando ulteriori approfondimenti, dovrebbe comunque
risultare già chiaro che un metallo semiconduttore risulterà relativamente sensibile ad effetti di
temperatura rispetto un metallo conduttore o isolante, vista la piccolezza del gap energetico fra le
bande di valenza e di conduzione. Inoltre è possibile modificare in modo molto ampio le proprietà
elettriche di un semiconduttore, sempre per gli stessi motivi, introducendo piccole quantità di atomi
“ospiti” nel solido, operazione detta drogaggio (doping).
Vale la pena infine sottolineare l’importanza della teoria delle bande nei solidi in quanto, almeno
apparentemente, le proprietà sopra elencate per i conduttori ed isolanti potrebbe venire bene
descritte semplicemente osservando le caratteristiche dell’atomo
singolo: che il sodio sia un buon conduttore è facilmente accettabile in
6N quanto l’atomo ha un elettrone spaiato, come pure il fatto che lo xenon
metallico sia isolante è comprensibile in quanto nell’atomo sono
3p impegnati tutti gli elettroni disponibili ed il legame è di tipo molecolare.
8N Se però si prende il magnesio, atomo con il livello elettronico 3s
completo, il metallo corrispondente è invece un buon conduttore.
2N Analogamente, per il carbonio, ci si aspetta che esso sia un buon
3s conduttore visto che solo due dei sei elettroni 2p sono impegnati nei
legami. Il carbonio (diamante, ad esempio) è invece un eccellente
isolante. E’ dunque chiaro che la descrizione di questi (come di altri)
solidi richiede qualcosa di più
generale che non la teoria del
riempimento dei livelli atomici. La teoria delle bande silicio, germanio
fornisce infatti l’interpretazione corretta per entrambe gli 4N
esempi. Nel caso del magnesio, si osserva che nel solido le np
bande 3s (piena) e 3p (vuota) all’avvicinarsi degli atomi si
8N
sovrappongono per divenire un’unica banda con
disponibilità totale di 8N elettroni, e riempita soltanto da ns
4N
2N di essi. Dunque il magnesio metallico è un buon
conduttore. Nel caso del carbonio, del germanio e del
silicio, inizialmente le bande ns ed np (con 2N e 6N carbonio
elettroni) dopo essersi sovrapposte come nel caso del
magnesio, si separano in due bande con 4N elettroni ciascuna, entrambe complete e ben distanziate
(per il carbonio) oppure molto vicine (per silicio e germanio). Di conseguenza, il carbonio è isolante
mentre la vicinanza delle due bande spiega la natura semiconduttrice di silicio e germanio.

6. Interazioni con i centri reticolari

La teoria delle bande di energia per gli elettroni in un solido può essere ottenuta a partire da
considerazioni relativamente semplici basate sul comportamento quantistico degli elettroni in
interazione con i centri reticolari. Si consideri, per semplicità, un “reticolo” unidimensionale, ossia
una catena di ioni immobili ed equispaziati alla distanza d. Un elettrone che viaggia con una data
energia lungo questa catena può comportarsi in due modi: è libero di propagare nel solido in quanto
la sua lunghezza d’onda è tale da escludere interazioni apprezzabili con gli ioni (detto in altro
modo, l’onda elettronica rimane essenzialmente piana e fuori fase rispetto la catena degli ioni),
oppure l’elettrone subisce collisioni con la catena di ioni. Ciò avviene in corrispondenza di

Introduzione alla fisica dello stato solido - 6


particolari coincidenze fra la lunghezza d’onda dell’elettrone e la spaziatura del reticolo, in modo
del tutto simile con i fenomeni di diffusione à la Bragg discussi precedentemente nel caso della
spettroscopia di cristalli solidi. Quando queste condizioni
si realizzano, l’elettrone si comporta come un’onda
k
d stazionaria, definita dalla sovrapposizione (interferenza)
dell’onda incidente sullo ione e quella riflessa (diffusa).
L’onda può risultare sia rinforzata in ampiezza
(interferenza costruttiva) che diminuita (intereferenza
ioni distruttiva). Possiamo interpretare questo risultato
ammettendo che, in corrispondenza di tali due situazioni,
l’elettrone si localizzi preferenzialmente in prossimità dei
centri reticolari (diminuendo così la sua energia, a causa dell’attrazione ione-elettrone) oppure tra di
essi (aumentando l’energia per il medesimo motivo). Se l’elettrone
non soddisfa la condizione di interferenza, la sua energia è legata
al suo numero d’onda, k=p/ћ, dalla E=p2/2m=ћ2k2/(2m), ossia
l’energia è rappresentata da una parabola in funzione del numero
d’onda. La condizione di interferenza è data da 2d=nλ, ossia
k=nπ/d. In corrispondenza di tali valori per k, l’energia
dell’elettrone sarà leggermente minore (intereferenza costruttiva) o
maggiore (intereferenza distruttiva) di quella parabolica libera. Si
osserva nell’andamento complessivo che il momento dell’elettrone
definisce automaticamente una serie di “zone” (dette di Brillouin)
entro le quali l’elettrone è “intrappolato”. Allo stesso tempo, le −2π/d −π/d
π/d 2π/d
k
zone di Brillouin (associate appunto alle varie condizioni di
interferenza per valori crescenti di n) definiscono una sequenza a bande dell’energia dell’elettrone.
Questo risultato, ora ottenuto senza calcoli espliciti, oltre a trovare diretta conferma in svariate
situazioni sperimentali, è raffinabile a vari livelli introducendo forme esplicite, più o meno
complesse di potenziali periodici che rappresentano i centri reticolari e le loro interazioni con gli
elettroni. Vedremo, nel capitolo dedicato ai fenomeni conduttivi, semiconduttivi e superconduttivi
come la teoria delle bande combinata con la statistica di Fermi-Dirac dia risposte precise sulla
natura e sulle caratteristiche dettagliate di pressoché l’intera famiglia dei solidi cristallini.

7. Esercizi

(a) Sapendo che l’energia di coesione del cristallo NaCl è pari a 769×103 J/mol,
determinare l’energia di legame di una coppia di ioni nel solido.

(b) Sapendo che il passo reticolare di NaCl è pari a 0.281 nm ed n=9 (l’esponente nel
potenziale ionico repulsivo), confrontare il risultato dell’esercizio precedente con il
valore ottenuto dall’espressione per l’energia di legame ionico riportata nel testo.

(c) Calcolare l’energia richiesta per atomo neutro richiesta per separare nelle sue
componenti un cristallo NaCl.

(d) Utilizzando le espressioni date nel testo, ed assumendo che la forza fra ioni sia di
natura elastica (imponendo piccoli spostamenti dalla coordinata di equilibrio),
verificare che un cristallo di NaCl è un buon assorbitore nell’infrarosso.

Introduzione alla fisica dello stato solido - 7


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Lezione 3 – Struttura del Nucleo Atomico

1. La materia nucleare

In questo capitolo si affrontano gli aspetti fondamentali relativi allo studio del nucleo degli atomi. Il
nucleo atomico può essere trattato come una massa carica e puntiforme quando si considerano
meccanismi fisici su scala atomica e molecolare. In realtà il nucleo è un’entità complessa,
strutturata che, seppure di dimensioni molto minori dell’atomo, necessita di una modellizzazione
dedicata e dettagliata. Vi sono aspetti di similitudine – almeno in prima istanza – con gli studi
spettroscopici descritti nei capitoli precedenti e relativi alla fisica dell’atomo, delle molecole e dei
cristalli. Il nucleo atomico viene infatti inquadrato in schemi descrittivi (sia teorici che sperimentali)
corrispondenti a meccanismi di eccitazione energetica e di collisione con altre particelle tenendo
rigorosamente conto degli aspetti specifici della meccanica quantistica. Ci si aspetta dunque di
potere recuperare almeno in parte il formalismo e le idee utilizzate in altre situazioni anche per il
nucleo atomico. Le similitudini però non vanno troppo lontane. Il nucleo atomico è un aggregato di
dimensioni dell’ordine di una frazione 10−15 del volume dell’atomo (raggio dell’ordine di 10−15 m,
detto fermi, fm), composto da un numero variabile di particelle (nucleoni) di massa molto simile e
carica positiva (protoni, di massa mp=1.007276u, si ricorda che 1 u= 1.6605402×10−27kg =
931.4943MeV/c2, ed energia a riposo 938.28 MeV) o senza carica (neutroni, di massa mn=1.008665
u ed energia a riposo 939.57 MeV). La presenza di altri tipi di particelle nel nucleo non è permessa
(in modo stabile) in base a considerazioni sul momento angolare del nucleo ed anche in
considerazione del fatto che un elettrone, ad esempio, per convivere con i protoni del nucleo
atomico dovrebbe possedere un’energia elevata a sufficienza da contraddire il principio di
indeterminazione di Heisenberg. I nucleoni sono fermioni (hanno spin ½). Contrariamente a quanto
succede nell’atomo, non si può parlare per il nucleo di un centro di massa “interessante”, in quanto i
costituenti nucleari sono tutti di massa essenzialmente eguale. Ci si aspetta quindi che una
descrizione più efficace del nucleo come assieme di particelle ricordi quella adottata nella fisica
dello stato solido che non quella della fisica atomica. Un’altra distinzione fondamentale riguarda il
fatto che nel nucleo la forza di Coulomb non può essere l’unica responsabile della coesione del
sistema, in quanto in esso esistono solamente cariche positive. L’interazione in gioco deve essere di
natura completamente diversa ed, in particolare, dovrà supplire un’energia sufficiente a vincere la
repulsione elettrica fra i protoni del nucleo, energia di gran lunga maggiore delle energie tipiche per
la fisica dell’atomo. Per verificare questo fatto, basta stimare l’intensità della repulsione elettrica di
una carica positiva in prossimità del nucleo atomico, ovvero calcolare l’energia elettrostatica per
due cariche e a distanza di 1 fm, che risulta pari a circa 20 MeV (sei ordini di grandezza in più
dell’energia di legame elettronico in un atomo).
Esiste una nomenclatura specifica da adottare nel conteggio dei costituenti di un nucleo atomico. Il
numero di neutroni è indicato con N, quello di protoni con Z (detto numero atomico, pari al numero
di elettroni nel corrispondente atomo neutro), quello di nucleoni (protoni e neutroni) con A=N+Z,
detto numero di massa (da non confondersi con la massa vera e propria, come vedremo più avanti).
I nuclei con lo stesso valore di Z sono detti isotopi e sono caratterizzati dal fatto che essi
appartengono ad atomi con eguali caratteristiche chimiche (eguale numero di elettroni). I nuclei con
eguali valori di numero di massa A sono invece detti isobari (hanno la stessa massa, ma possono
riferirsi a specie chimiche differenti). Un nucleo viene di solito denotato con il simbolo ZA X N , in cui
X è il nome dell’elemento chimico corrispondente. Ovviamente la notazione è ridondante, e si
preferisce ottenere il valore di Z a partire dal simbolo X e specificare solamente il numero di massa
A. Dunque il nucleo 42 He 2 (Z=2 protoni, A=4 nucleoni, N=2 neutroni) è più semplicemente indicato
con 2He, mentre i nuclei isotopici dell’atomo di idrogeno (Z=1 e N=0,1,2 rispettivamente, detti
idrogeno, deuterio e trizio) sono denotati con 1H, 2H, 3H.

Struttura del nucleo atomico - 1


E’ possibile ottenere informazioni dettagliate sulle dimensioni di un nucleo atomico elaborando i
dati ricavati in esperimenti di collisioni con particelle pesanti, come particelle α. Ci si aspetta che la
legge di Rutherford per la diffusione da atomi venga rispettata solamente quando il proiettile non
incide direttamente con il nucleo atomico. La deviazione dalla legge può dare indicazioni dunque
sulle dimensioni del nucleo. E’ anche possibile studiare esperimenti di misura di diffrazione
quantistica fra il “disco” nucleare e l’onda (il proiettile) densità nucleare
incidente. Ancora una volta, gli angoli in corrispondenza dei 12
C 70
Ge
quali si osservano interferenze non trascurabili possono 209
Bi
essere fatti risalire alle dimensioni nucleari. Il risultato di 2.7 fm 4.9 fm 7.1 fm
queste misure conduce ad una struttura essenzialmente
sferica, compatta, uniformemente riempita da nucleoni, dai
contorni sfumati, come riportato nel disegno. Il raggio
R (fm)
nucleare non è dunque definibile con precisione, a meno di
considerare come termine di riferimento per questa grandezza il punto in cui la densità di materia
nucleare si è dimezzata. Un fatto sperimentale molto importante è che la densità di materia non
dipende essenzialmente dal nucleo considerato. Al variare di A, si osserva piuttosto che il raggio
nucleare aumenta, in modo tale che la densità non cambi. Dunque esiste una legge approssimata che
lega il numero di massa con il volume (sono direttamente proporzionali), per cui possiamo scrivere
che A∝R3 e dunque

R=R0 A1/3,

in cui la costante R0 è determinata sperimentalmente e risulta essere dell’ordine di 1 fm. Come


diretta conseguenza di questa evidenza, si capisce che la densità della materia nucleare è
estremamente elevata: ρ=m/V= Amp/(4πR3/3)=Amp/(4πR03A/3)=3mp/(4πR03)≈1017 kg/m3. Si tratta di
una densità per la quale un edificio – se fosse composto di materia nucleare – avrebbe una massa
pari a quella dell’intero globo terrestre. (A parte questo esempio, la situazione di materia nucleare
condensata è realizzata in certe stelle a temperatura elevatissima, tanto che gli elettroni atomici sono
fatti “bollire” per lasciare solo i nuclei).

2. Massa ed energia del nucleo

Ricordiamo che nella “costruzione” di un atomo, l’energia viene messa a bilancio tenendo conto sia
del contributo dei singoli costituenti (le loro energie a riposo) che del contributo dell’energia di
legame fra i costituenti stessi. Nell’atomo di idrogeno, ad esempio, l’energia a riposo dell’atomo
quand’esso si trova al minimo livello elettronico è data da Ee+Ep−13.6 eV=mHc2, con Ee=mec2 e
Ep=mpc2. Si scrive anche, con notazione più efficace, che Ee+Ep− EH= EB, volendo con ciò indicare
il ruolo dell’energia di legame, EB=13.6 eV, nel bilancio complessivo. Il caso di un nucleo atomico
è trattato in modo simile. Si consideri il nucleo composto più semplice (dopo il singolo protone,
nucleo dell’idrogeno), 2H, costituito da un protone e da un neutrone (deuterone, d, nucleo
dell’atomo di deuterio). Per questo nucleo il bilancio energetico è dato da

En+Ep− Ed= mnc2+mp c2− md c2= EB.

Notiamo che l’energia del sistema è necessariamente maggiore della somma dell’energia delle sue
parti proprio per l’ammontare pari all’energia di legame, se vogliamo ottenere un sistema
energeticamente stabile. Per il calcolo di quest’espressione, è molto importante ricordare che i
valori delle masse sono le masse nucleari. Nelle tabelle sono riportate invece le masse atomiche,
che dalle prime differiscono per due contributi: l’energia a riposo degli elettroni e l’interazione
elettroni-nucleo. Per un atomo con Z elettroni possiamo scrivere

Struttura del nucleo atomico - 2


matomoc2= mnucleoc2+Z mec2+Ee-nucleo.

In quest’espressione, l’energia a riposo nel nucleo è dell’ordine delle centinaia di MeV, quella degli
elettroni dell’ordine decine di MeV (l’energia a riposo dell’elettrone è 511 keV), quella di legame
atomico dell’ordine al più delle decine di keV. Possiamo dunque trascurare quest’ultimo termine nel
bilancio e scrivere che mnucleo≈ matomo−Zme. Nel caso del deuterone (nucleo d dell’atomo di deuterio
D) si ha che EB/c2=mn+(mH−me)−(mD−me)=mn+mH−mD. Il contributo me si semplifica e possiamo
utilizzare direttamente le masse atomiche per il calcolo dell’energia di legame. Questo risultato è
generalizzabile ad un qualunque nucleo, per il quale l’energia di legame si scrive come

EB/c2=Nmn+Zmp−m(AX) (masse atomiche).

Per il deuterone si ha EB=(1.008665u+1.007825−2.014102u)×931.5 MeV/u=2.224 MeV. Possiamo


anche calcolare, per qualunque nucleo, l’energia di legame per nucleone, semplicemente
considerando la quantità EB/A. Ad esempio, per i nuclei di ferro (56Fe30) e di uranio (238U146),
utilizzando l’ultima equazione scritta otteniamo

EB(Fe)=(30×1.008665+26×1.007825−55.934939)×931.5 MeV = 492.3 MeV,


EB(U)=(146×1.008665+92×1.007825−238.050785)×931.5 MeV = 1802 MeV,
e dunque
EB(Fe)/56=8.791 MeV/nucleone,
EB(U)/238=7.571 MeV/nucleone.

Questo esempio ci illustra una proprietà interessante: benché l’energia totale di legame dell’uranio
sia quasi quadrupla rispetto quella del ferro, l’energia di legame per nucleone è leggermente
maggiore nel ferro che nell’uranio, ovvero in quest’ultimo i nucleoni sono leggermente meno
“saldamente” legati fra di loro all’interno del nucleo. Possiamo anche dire che, a partire da un
numero appropriato di nucleoni, è energeticamente più conveniente utilizzarli nella “costruzione” di
un nucleo di ferro che di un nucleo di uranio. Il
calcolo sopra esposto può essere esteso a tutta la
“tabella” dei nuclei (sono in totale circa 1500, di cui EB/A, MeV/nucleone
circa 400 naturali e 1100 artificiali, la maggior parte
dei quali non è stabile, come discuteremo più in 35
Cl
62
Ni 110
Cd
dettaglio nel seguito). L’andamento dell’energia di
legame per nucleone in funzione del numero di massa 238
U
12
è molto regolare e schematizzata nella figura. Si C
scopre che i nuclei, da questo punto di vista, sono
6
raggruppabili in due sole famiglie. Da un lato, per 5 MeV Li
A<62, l’energia di legame per nucleone aumenta con
A, e piuttosto rapidamente all’inizio, mentre per A>62
questa energia diminuisce lentamente ma
costantemente con A. Il massimo è ottenuto in
corrispondenza del nucleo 62Ni, con un’energia per 2
H
nucleone pari a 8.795 MeV. I motivi di questo
andamento sono vari. Anzitutto ci si aspetta che, se
assumiamo che l’interazione fra i nucleoni sia
A
efficace su coppie di essi (come discuteremo fra
poco), vi sia un numero costante di nucleoni
interessati all’interazione stessa, a prescindere da A. Questo spiegherebbe un valore costante
dell’energia di legame per nucleone. Un nucleo piccolo ha relativamente molti nucleoni di
superficie rispetto un nucleo massivo. Questo spiega la diminuzione dell’energia di legame per

Struttura del nucleo atomico - 3


nucleone per valori sempre più piccoli di A. Per nuclei di grandi dimensioni, l’energia elettrostatica
repulsiva tra protoni si fa sentire in modo sempre più intenso, diminuendo così l’energia di legame
per nucleone. Osservando il grafico, si comprende come sia possibile (in linea di principio e di
fatto, come discuteremo più avanti) ottenere energia dalla materia nucleare secondo due metodi
distinti. Se si scinde un nucleo pesante (A>62) in frammenti più leggeri si libera energia, perché i
nuclei più leggeri hanno nucleoni più fortemente legati. Questo processo è detto fissione nucleare.
Se si combinano nuclei leggeri (A<62) per formare nuclei più pesanti, per lo stesso motivo della
fissione si produce energia. Questo processo è detto fusione nucleare.

3. Interazione nucleare

La spettroscopia atomica, molecolare e dello stato solido ha permesso di caratterizzare in modo


estremamente preciso i dettagli delle interazioni elettriche e magnetiche che, nell’ambito di una
trattazione quantistica, regolano il comportamento e la struttura di questi sistemi. Benché possibile
da un punto di vista di principio, lo stesso approccio non è così efficace quando l’oggetto di studio è
il nucleo atomico. Se non altro perché il nucleo composto più semplice, il deuterone, non possiede
livelli eccitati: scindendolo nei suoi costituenti si ottiene, sottoforma di un fotone, l’energia di
legame, circa 2 MeV, ma stati a più alta energia non sono ammessi per questo sistema. In effetti una
spettroscopia nucleare è possibile e fornisce uno strumento di indagine importante per sistemi più
complessi del nucleo di deuterio, per il quale è invece possibile acquisire informazioni essenziali
sulla natura dell’interazione fra i suoi costituenti tramite esperimenti di collisione con particelle di
varia natura. Si giunge in definitiva a scoprire che la forza che tiene uniti i nucleoni in un nucleo
presenta caratteristiche che la rendono completamente diversa dalle altre interazioni utilizzate fino
ad ora, ossia la forza di Coulomb (più in generale, l’interazione elettromagnetica) e quella
gravitazionale. La forza nucleare, detta anche forza “forte”, ha le seguenti proprietà:
(a) agisce su distanze molto piccole (dell’ordine del fermi), ed è per questo classificata come forza
a corto range. Di questo fatto ci si può convincere osservando che aggiungendo nucleoni ad un
nucleo la sua densità non cambia, per cui ci si aspetta che i nucleoni non risentano della
presenza di altri nucleoni a distanza sufficientemente grandi (comunque entro il diametro
nucleare). Se la forza nucleare fosse attiva su distanze maggiori, l’aggiunta di nucleoni al nucleo
comporterebbe un suo graduale addensamento, fatto non osservato sperimentalmente. Si noti
poi che le energie di legame dei nuclei aumentano essenzialmente come il numero di massa A.
Se la forza (come quella di Coulomb) fosse a lungo range, l’energia nucleare aumenterebbe
come A2;
(b) non distingue protoni e neutroni: l’interazione forte lega con la medesima intensità (a parità di
altre condizioni) le coppie np, pp e nn;
(c) agisce in modo essenzialmente centrale fra coppie di neutroni, anche se si hanno evidenze di
effetti di non centralità. Questo è spesso modellizzato chiamando in causa un termine tensoriale
nella descrizione dell’interazione nucleare.
Un modello particolarmente efficace per la forza forte (ed estendibile ad altre situazioni della fisica
ad alte energie) prevede l’introduzione del concetto di interazione di scambio. Con questo termine
si intende spiegare l’interazione fra due nucleoni come se venisse realizzata tramite lo scambio, in
tempi rapidissimi, di una particella “portatrice di forza”. Un po’ come immaginare che fra due
oggetti agisse, limitatamente al tempo di interazione, un sistema di accoppiamento reciproco
costituito da una massa intermedia che interagisce solo con i due oggetti, i quali, invece, non
interagiscono direttamente. Un simile espediente richiede un’analisi accurata del bilancio energetico
alla luce del principio di indeterminazione di Heisenberg tempo-energia. Si deve infatti ricordare
che un nucleone, per emettere una particella “di scambio” dotata di massa a riposo, si troverebbe
obbligato a violare il principio di conservazione dell’energia. Questo può avvenire per un intervallo
di tempo non superiore al valore regolato appunto dall’indeterminazione quantistica del sistema,
τ≈ħ/mc2, dove m è la massa della particella di scambio. Se tale particella ha velocità c, nel tempo τ

Struttura del nucleo atomico - 4


essa percorrerà la distanza d=cτ≈ ħ/mc. Sostituendo per d il valore del range della forza forte, 1 fm,
otteniamo la stima per la sua massa, 200 MeV. Se il nucleo è libero, è impossibile osservare la
particella di scambio entro il tempo di indeterminazione quantistica. E’ però possibile fornire
energia al sistema dall’esterno (ad esempio con radiazione elettromagnetica di lunghezza d’onda
opportuna) per osservare la particella. Con esperimenti di questo genere i nuclei emettono pioni,
particolari particelle della famiglia dei mesoni con energia a riposo di circa 140 MeV, in
ragionevole accordo con la stima appena fatta per la particella che “incolla” i nucleoni in un nucleo.
Ulteriori proprietà di queste particelle verranno considerate in un successivo capitolo.

4. Instabilità dei nuclei e decadimenti radioattivi .

Non tutti i nuclei sono stabili: alcuni (in realtà, una gran parte di essi) tendono spontaneamente a
trasformarsi in altre specie nucleari secondo tre modalità di processi che vanno sotto il nome di
decadimenti radioattivi di tipo alfa, beta e gamma. I decadimenti alfa e beta conducono a
trasformazioni del nucleo originario in altre specie, ossia con variazioni dei numeri di massa e
atomico, A e Z. Nel decadimento gamma (emissione di fotoni energetici) si assiste alla transizione
del nucleo fra differenti stati interni di energia, senza variazione dei numeri nucleari. La maggior
parte dei nuclei è tale che per una data specie con A assegnato esistono almeno due nuclei (nuclidi)
con diverse caratteristiche di stabilità (una sola specie è stabile, l’altra o le altre non lo sono). I
nuclei leggeri sono per lo più stabili.
Con l’aumentare del numero di massa
aumenta anche la repulsione
coulombiana (cresce come Z2) e dunque
il numero di neutroni richiesto per
aumentare corrispondentemente
l’attrazione nucleare deve crescere. Per
questo motivo i nuclei pesanti sono
caratterizzati dalla condizione N>Z.
Questo fatto è visualizzato in modo
molto chiaro dal grafico riportato, nel
quale si osserva la relativa abbondanza
di nuclidi instabili (area grigia) rispetto
quelli stabili (quadratini neri) come pure
la tendenza dei nuclidi ad avere abbondanza di neutroni rispetto ai neutroni al crescere del numero
di massa.
Prima di entrare nel dettaglio degli specifici modi di decadimento o trasformazione nucleare,
prendiamo in considerazione gli aspetti basilari per la misura dell’attività di un nucleo instabile,
ossia la misura del numero di trasformazioni di un certo tipo che accadono nell’unità di tempo.
L’unità di misura è la trasformazione per secondo, detta Becquerel (Bq). Questa unità ha sostituito
con il Sistema Internazionale di misura il Curie (Ci), originariamente definito come l’attività di un
grammo di radio, e di seguito fissato al valore di riferimento pari a 3.7×1010 trasformazioni al
secondo (dunque 1 Ci= 3.7×1010 Bq). Sono ovviamente particolarmente utilizzati i sottomultipli del
curie (mCi, µCi, nCi, pCi). Se si considera una mole di sostanza nucleare instabile (radioattiva),
un’attività di 1 Ci implica che ogni atomo (nucleo) ha la probabilità di decadere pari a
3.7×1010/6.2×1023≈5×10−14 ogni secondo. Tale quantità, la probabilità di decadimento per nucleo
per secondo, è detta costante di decadimento (λ). Si assume che questa grandezza sia piccola ed
indipendente dalla vita del campione radioattivo (si noti che stiamo gettando le basi per la
costruzione di una distribuzione statistica di tipo poissoniano). L’attività A dipende dal numero N di
nuclei e dalla costante di decadimento λ secondo la A=Nλ. Allo stesso tempo, possiamo dire che
l’attività del campione deve variare con il tempo in quanto, se λ è costante e N diminuisce, anche
l’attività decresce. Per una variazione elevata del numero di nuclei nell’unità di tempo ci si aspetta
Struttura del nucleo atomico - 5
una grande attività, e viceversa. Dunque possiamo anche scrivere che A=−dN/dt, con un segno
negativo in quanto il numero di nuclei originari diminuisce e vogliamo che l’attività sia un numero
positivo. In definitiva arriviamo all’equazione differenziale per N

dN/dt=−Nλ,

la cui soluzione (per λ costante) è del tipo esponenziale, N=N0e−λt. Il parametro N0 rappresenta il
numero iniziale di nuclei. Questa è la legge del decadimento radioattivo esponenziale, che è di
solito riscritta in funzione dell’attività (una grandezza facilmente misurabile con metodi di
conteggio, mentre N non lo è, almeno direttamente):

A=A0e−λt,

in cui A0 è l’attività originale del campione. Si definisce la semivita del campione, t1/2, come il
tempo richiesto perché l’attività si dimezzi. Dalla relazione precedente si ricava subito che
t1/2=ln2/λ=0.693/λ. La vita media τ è definita invece
secondo la τ=1/λ. Per t=τ risulta A=A0/e=0.37A0.
A(t)
Per comprendere meglio queste grandezze consideriamo un
198
esempio numerico. Il nucleo di oro, Au, ha una semivita
di 2.7 giorni. Dunque la sua costante di decadimento
(probabilità di trasformazione per nucleo per secondo) è
data da λ=0.693/t1/2=3×10−6 sec−1 [la probabilità di avere A0/2
una trasformazione al secondo si ha a partire da t
1/(3×10−6)=3.3×105 nuclei]. Possiamo poi calcolare
t1/2
l’attività di una data quantità di oro, diciamo 1 µg, a partire
dal fatto che in 1 µg di oro vi sono N=mNA/M=10−6g×(6.02×1023 atomi/mole)/(198 g/mole)
=3.04×1015 atomi. Essendo A=λN, ricaviamo subito che A =9.03×109 decadimenti/sec, ossia A
=9.03×109 Bq ≈ 0.24 Ci. La rapidità di variazione dell’attività è regolata dalla legge esponenziale
sopra descritta. Supponendo di attendere una settimana, l’attività si riduce dal valore iniziale al
valore A= A0e−λt, con t=7 giorni, dunque A=1.5×109 decadimenti/sec ≈ 0.04 Ci.
Lo studio sistematico dei processi di decadimento radioattivo evidenziano il fatto che essi
sottostanno ad un insieme di leggi di conservazione che ne stabiliscono e ne regolano le modalità
precise di svolgimento. Tali leggi sono le seguenti.
(a) Conservazione dell’energia: ci indica quali trasformazioni sono permesse e ci permette di
calcolare le energie dei prodotti del decadimento. La trasformazione generica del nucleo X nel
nucleo più leggero Y con emissione di un certo insieme di particelle complessivamente denotate
come y, può avvenire solamente se l’energia a riposo di X è maggiore della somma delle energie a
riposo di Y e y. L’energia rimanente è detta parametro Q per il processo (la variazione relativistica
dell’energia cinetica nel processo) e soddisfa all’equazione Q=EX−EY−Ey=(mX−mY−my)c2.
(b) Conservazione della quantità di moto: prendendo il nucleo inizialmente a riposo in un
opportuno riferimento, la somma delle quantità di moto dei prodotti di decadimento deve essere
vettorialmente nulla, pY+py=0. Se, come spesso accade, le particelle emesse y sono molto meno
pesanti del nucleo residuo Y, quest’ultimo possiede un’energia cinetica di rinculo molto piccola.
E’ anche frequente il caso di decadimenti con più di un prodotto di reazione radioattiva. In questo
caso le equazioni di conservazione non sono sufficienti a determinare in maniera univoca una
soluzione unica per il problema dinamico e, conseguentemente, le velocità delle particelle
prodotto possono assumere valori variabili con continuità entro un dato intervallo permesso.
(c) Conservazione del momento angolare: lo spin iniziale (momento angolare intrinseco) del
nucleo prima del decadimento e la somma degli spin dell’atomo trasformato, delle particelle
emesse e dei rispettivi momenti angolari devono eguagliarsi. Questo fatto consente di escludere

Struttura del nucleo atomico - 6


determinati tipi di decadimenti, come ad esempio la trasformazione di un neutrone (spin ½) in un
protone ed un elettrone (spin totale 0 oppure 1).
(d) Conservazione della carica elettrica: è talmente universale che non necessita ulteriori
commenti.
(e) Conservazione del numero di massa: possono cambiare i numeri Z ed N in certi processi, ma
sempre in modo tale che la loro somma, A, resti invariata nella trasformazione. Elettroni e fotoni
possono essere creati (purché questo sia in accordo con le leggi di conservazione sopra elencate).

5. Decadimenti alfa, beta, gamma.

Studiamo le caratteristiche essenziali dei tre tipi di trasformazioni radioattive che coinvolgono un
nucleo atomico.
Nel decadimento alfa, un nucleo instabile si trasforma in un nucleo più leggero ed un nucleo di elio,
4
He, detto appunto particella alfa, secondo la reazione

A
Z X N → ZA−− 42 X' N − 2 + 42 He 2 ,

il cui bilancio energetico è regolato dalla Q=(mX−mX’−mHe)c2. Questa energia in eccesso si ritrova
come energia cinetica dei frammenti, Q=KX’+Kα. Partendo da un riferimento in cui X è a riposo vale
anche la pX’=pα per la conservazione del momento. E’ un semplice esercizio di meccanica classica
(approssimazione valida per energie dei prodotti del
Isotopo Kα (MeV) semivita decadimento non troppo elevate rispetto le corrispondenti
232 10
Th 4.01 1.4×10 a energie a riposo, ovviamente) ricavare che la particella alfa
238
U 4.19 4.5×109 a ha un’energia cinetica data da Kα=Q(1−4/A). Nella tabella
230 4
Th 4.69 8.0×10 a sono riportate i valori delle energie e delle semivite per
241
Am 5.64 433 a decadimenti alfa di varie specie nucleari. Quello che appare
230 piuttosto sorprendente è che, mentre le energie della
U 5.89 20.8 g
210 particella alfa variano di circa un fattore 2, le semivite
Rn 6.16 2.4 h
220 cambiano di 24 ordini di grandezza! Un modello appropriato
Rn 6.29 56 s
222
Ac 7.01 5s deve essere in grado di accordarsi una simile sensibilità del
215
Po 7.53 1.8 ms parametro temporale dal
218
Th 9.85 0.11 µs termine energetico. La
spiegazione è puramente
quanto-meccanica e si
basa sul fatto che la “costruzione” e la successiva emissione di
una particella alfa da un nucleo instabile può essere vista –
ovviamente in termini puramente probabilistici – considerando
l’eventualità che i 4 nucleoni che si legano a formare la particella
alfa riescano a “fuggire” dalla barriera energetica ad essi imposta dalle forze nucleari. Essendo
carica, la particella alfa deve risentire di un potenziale repulsivo immediatamente all’esterno del
nucleo, il che spiega l’esistenza di una forma complessiva di interazione del tipo “buca-barriera” di
spessore finito e dunque di probabilità di “tunneling” corrispondentemente finita. Utilizzando gli
appropriati valori per le dimensioni della buca, è possibile ottenere un accordo molto ragionevole
con i valori sperimentali riportati nella tabella.
Nel decadimento beta si osserva la trasformazione di un neutrone del nucleo in un protone ed un
elettrone, più una terza particella, come diremo fra poco. Si può anche avere la trasformazione di un
protone in un neutrone ed in un elettrone positivo (un positrone) con ancora una terza particella.
L’elettrone emesso non è un elettrone atomico, ma è generato all’interno del nucleo. Il fatto di
dovere chiamare in causa un terza particella è legato a due osservazioni che richiesero non pochi
sforzi ai fisici per interpretare correttamente questi tipi di processi. Da un lato il decadimento del
neutrone (spin ½) in un protone ed un elettrone (entrambe spin ½) contraddice la conservazione del
Struttura del nucleo atomico - 7
momento angolare. Allo stesso tempo, si osserva che lo spettro energetico dell’elettrone emesso dal
nucleo è distribuito su un intervallo continuo di valori, il che è ancora in disaccordo con un modello
che preveda il decadimento a due corpi. I contributi di W. Pauli ed E. Fermi furono decisivi in
questo contesto. L’interpretazione corretta (che peraltro richiede l’introduzione di un nuovo tipo di
forza, intimamente legata all’interazione elettromagnetica e detta forza “debole”) prevede che il
neutrone, oltre che in un protone ed un elettrone, decada anche in un antineutrino, una particella di
massa essenzialmente nulla, carica nulla e spin ½, secondo la notazione n→p+e+ν. Il protone
decade in un neutrone, un positrone ed un neutrino. Una trattazione approfondita di questo modello
conduce ad un ottimo accordo con le osservazioni sperimentali. Esiste anche una trasformazione
beta inversa, detta cattura elettronica, per la quale un protone interagisce nel nucleo con un
elettrone (proveniente eventualmente dai livelli più interni dell’atomo) per decadere in un neutrone
ed un neutrino.
Nei decadimenti gamma, infine, si osservano fotoni di energie nell’intervallo 100 keV – 10 MeV
associati alle transizioni nucleari che connettono livelli eccitati, in totale analogia con lo schema
spettroscopico di un atomo o di una molecola. In queste trasformazioni non si hanno ovviamente
variazioni dei numeri nucleari o di massa, ma è possibile che raggi gamma vengano emessi in
corrispondenza di decadimenti alfa o beta che coinvolgono stati nucleari energeticamente instabili
(eccitati) con vite medie piuttosto brevi (dell’ordine del nsec-psec). La spettroscopia nucleare
gamma è molto importante in svariate applicazioni, in quanto le tecniche di misura sono
estremamente precise e consentono uno studio altrettanto dettagliato della struttura nucleare.

6. Esercizi

(a) Calcolare i raggi nucleari approssimati del carbonio (A=12), germanio (A=70) e
bismuto (A=209).
(b) Calcolare l’energia di legame per nucleone di cloro, astato, azoto ed oro. Quali di
questi elementi libera energia in processi di fusione e quali in processi di fissione
nucleare?
(c) La semivita di 235U è pari a 704 milioni di anni. Un campione di roccia che si è
solidificata 4.5 miliardi di anni fa contiene N atomi di 235U. Quanti atomi conteneva
questa roccia al momento della sua formazione?
(d) Si esegua il bilancio energetico (calcolo di Q e dell’energia di α) nel decadimento α
del nucleo di 226Ra. I dati necessari sono m(226Ra)=226.025403u,
m(222Rn)=222.017571u, m(4He)=4.002603u.

Struttura del nucleo atomico - 8


Lezione 4 – Radioattività naturale ed energia nucleare
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Lezione 5 – Costituenti elementari della materia!
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Lezione 6 – Numeri quantici, quark, modello standard

1. Nuove leggi di conservazione

Nella meccanica classica è consuetudine utilizzare in modo sistematico le leggi di conservazione


del momento lineare ed angolare, dell’energia e della massa. Nell’elettromagnetismo si può
chiamare in causa la conservazione della carica oppure della corrente elettrica in determinate
condizioni fisiche. Tutte queste leggi sono collegate indissolubilmente a speciali proprietà di
invarianza dello spazio e del tempo, oppure ad invarianze più astratte (di “gauge”) nel caso della
carica o corrente elettrica. Crediamo che queste siano leggi valide universalmente e,
conseguentemente, le applichiamo spesso nella risoluzione di problemi di varia natura, anche
complicati. Nella fisica delle particelle, soprattutto nei primi anni di continue scoperte sperimentali
di nuovi membri delle sempre più popolose famiglie di leptoni, mesoni e barioni, si è iniziato a
realizzare un segno di regolarità e di ordine introducendo una serie di leggi di conservazione. In
pratica, si tratta di definire dei nuovi numeri quantici che “contano”, pesandole, determinate
proprietà (anche se non strettamente fisiche) del sistema soggetto a trasformazioni o reazioni di
qualche genere. Un esempio preso in prestito dalla chimica fisica è il bilancio di carica (elettroni di
valenza impegnati nel legame) nelle reazioni fra atomi o molecole: è la conservazione della massa
che in realtà vincola il sistema a disporre le cariche elettriche secondo determinati numeri, ma tutto
funziona semplicemente introducendo un nuovo numero “quantico” (nel senso che caratterizza il
sistema in un determinato stato fisico) e richiedendo la sua constanza anche in presenza di
trasformazioni o reazioni. Si procede in modo esattamente eguale nel caso di reazioni nucleari, nelle
quali si osserva l’invarianza del numero di massa A (totale di nucleoni). Nelle reazioni regolate in
assenza di decadimenti beta vale anche la conservazione separata di Z (protoni) ed N (neutroni).
Nel caso delle particelle subatomiche, in particolare per i leptoni, si introduce un numero
“leptonico” che vale +1 per l’elettrone ed il neutrino, vale 1 per il positrone e l’antineutrino ed
infine è zero per tutte le altre particelle (“non leptoni”). Si richiede che il numero leptonico sia
conservato in tutte le reazioni o trasformazioni di particelle perché questo spiega le osservazioni
sperimentali (ossia che certe reazioni avvengono ed altre no anche se le leggi di conservazione
“tradizionali” sono rispettate). Il decadimento di un neutrone in un protone, un elettrone ed un
antineutrino si scrive dunque, per quanto riguarda il numero leptonico, come

n (L=0)  p (L=0) + e (L=1) +  e (L=1):

L è nullo per entrambe i membri dell’espressione di decadimento. Notiamo che è richiesto un


antineutrino per soddisfare la conservazione del numero leptonico. Analogamente il decadimento
beta del protone si scrive

p (L=0)  n (L=0) + e (L=1) +  e (L=1).

Tramite la richiesta di conservare L possiamo escludere reazioni di decadimento quali le

e (L=1) + p (L=0)  n (L=0) +  e (L=1),


p (L=0)  e (L=1) +  (L=0).

Le evidenze sperimentali sostengono inoltre la richiesta di introdurre una triplice legge di


conservazione del numero leptonico, che di fatto non cambia separatamente per leptoni di tipo

elettronico, muonico o tau. Ad esempio, la reazione    p  n   è osservata sperimentalmente,

mentre la    p  n  e non avviene. Questo suggerisce che i leptoni elettronico e muonico sono
talmente differenti in natura da richiedere (almeno a questo livello) una seperazione del numero

Numeri quantici, quark, modello standard - 1


leptonico corrispondente. Nella reazione permessa si ha conservazione del numero leptonico di tipo
muonico (L=1) ed elettronico (Le=0) ma nella reazione proibita non si conserva né L né Le.
Una simile legge di conservazione può essere introdotta per quanto riguarda le trasformazioni di
barioni, ai quali viene assegnato il numero B=1 (B=1 agli antibarioni), mentre B=0 per tutti i non-
barioni (leptoni e mesoni). Il numero B deve essere conservato in tutti i processi. Notiamo che la
conservazione di A, numero di massa nucleare, può essere visto come un caso particolare di questa
legge barionica applicato ai nucleoni della reazione nucleare. Non vi è (finora) eccezione
sperimentale a questa legge, anche se esistono teorie molto sofisticate secondo le quali il numero
barionico può variare (come nel decadimento del protone). La reazione seguente è un esempio di
conservazione di B:

p+pp+p+p+ p,

dove si ha che B=1+1=2 a sinistra e B=1+1+1+(1)=2 a destra dell’espressione. La reazione

p+pp+p+ n

è invece proibita (a destra risulta B=1).


Il numero di mesoni non è invece vincolato ad alcuna legge di conservazione del tipo fino ad ora
considerato per leptoni e barioni. Si osservano infatti tutte le reazioni seguenti:

p + p  p + n + +,
p + p  p + p + 0,
p + p  p + n + 0 + +,
p + p  p + p + + + ,

nelle quali si ha conservazione di B e creazione di mesoni (pioni) in numero variabile. Anche la


carica è ovviamente conservata. Ci si aspetta dunque che possa anche scomparire un mesone in una
reazione del tipo + e++e, nella quale invece è conservato il numero leptonico e la carica.
Nonostante il numero di mesoni non sia conservato, esistono delle reazioni per le quali si evidenzia
la necessità (e la convenienza) di chiamare in causa una nuova legge di conservazione. Lo spunto è
offerto dal modo di decadimento del mesone K neutro (detto kaone). Si osserva che i mesoni neutri
di tipo  e  decadono molto rapidamente (via elettromagnetica) in due fotoni . Il mesone K non
decade in questo modo: è relativamente lento (1010 sec) per trasformarsi in leptoni e pioni.
Ricordiamo che l’assenza di certi tipi di reazioni sperimentali può condurre alla formalizzazione di
leggi di conservazione. Dunque, per il “mancato decadimento” elettromagnetico del kaone, si
introduce un nuovo numero, detto stranezza S, che deve impedire il decadimento sopra citato. Una
situazione del tutto simile accade per il decadimento del mesone carico K+, che preferisce
trasformarsi producendo mesoni e leptoni che non mesoni e basta via interazione forte (come
accade per altri mesoni pesanti). In pratica, si assegna ai mesoni K stranezza 1, S=+1, mentre
leptoni e pioni sono particelle non-strane, S=0. Il decadimento elettromagnetico “strano”, K0+,
è vietato perché risulta che l’interazione elettromagnetica conserva la stranezza (cosa che non
accade in questa reazione). Analogamente, la reazione K+++0 non può avvenire ad opera
dell’interazione forte perché essa non può cambiare la stranezza. Quello che invece può avvenire
sono i modi di decadimento (più lenti) ad opera dell’interazione debole che è in grado di cambiare
la stranezza di un’unità. Riassumendo: nelle trasformazioni governate dall’interazione
elettromagnetica o forte la stranezza non può cambiare. Nelle trasformazioni governate
dall’interazione debole la stranezza o non cambia o varia di un’unità.

Numeri quantici, quark, modello standard - 2


I barioni hanno stranezze differenti: p, n e * hanno S=0; 0,+,0,,* hanno S=1; 0,,* hanno
S=2;  ha S=3. Le antiparticelle hanno stranezza di segno opposto rispetto le particelle. La
conservazione della stranezza spiega anche il fenomeno della “produzione associata” di barioni
strani: essi nascono da decadimenti che conducono alla formazione di barioni sempre in coppia (di
tipo strano), come nella reazione p+pp+0+K+.
In definitiva, i numeri leptonico e barionico, assieme alla stranezza, sono concetti molto utili a
prevedere i possibili modi di trasformazione della numerosa famiglia di particelle subatomiche. E’
altresì importante sottolineare che né comprendiamo il motivo per il quale i numeri sopra elencati si
debbano conservare, né sappiamo cosa rappresenti fisicamente la stranezza. Si tratta (solo),
ripetiamo, di utili metodi per automatizzare la descrizione di una serie altrimenti complessa di
fenomeni osservati sperimentalmente.

2. Interazioni e decadimenti particellari

Il grande fisico R.P. Feynman una volta disse che lo studio delle particelle subatomiche con
esperimenti di collisione era paragonabile all’azione di scagliare due orologi svizzeri uno contro
l’altro e di cercare di comprenderne il funzionamento studiando i frammenti rimasti dopo l’urto. In
un certo senso la situazione è esattamente questa: atomi e molecole possono essere facilmente scissi
per determinarne la struttura ed il comportamento. I nuclei e, peggio ancora, i costituenti
sub-nucleari sono fortemente legati e necessitano di interventi violenti (in termini energetici) per
accedere alle informazioni richieste. Lo schema sperimentale tipico è comunque quello di
approntare un fascio ad energia opportuna di proiettili che collidono sul bersaglio designato: per
ottenere urti fra particelle stabili che interagiscono fortemente, con densità elevate, si può pensare
fin dall’inizio a fasci di protoni su idrogeno liquido (protoni densi). Questa scelta rende possibile
l’utilizzo di campi elettromagnetici per l’accelerazione del proiettile (carico, infatti) ed inoltre sia il
proiettile che il bersaglio sono stabili nel tempo e rendono di fatto possibile l’esperimento e la
misura di determinate proprietà fisiche. Nel caso siano richiesti altri tipi di proiettili al posto del
protone, si può pensare ad un esperimento a due passi, nel primo dei quali si producono i proiettili
desiderati in seguito ad una collisione iniziale di protoni su un bersaglio fisso. I proiettili così
prodotti possono venire selezionati e lanciati sul bersaglio finale da appositi sistemi di
focalizzazione e trasporto. Il fatto che i proiettili secondari possano avere vite estremamente brevi
(frazioni di milionesimi di secondo) potrebbe rendere effettivamente irrealizzabile questo tipo di
esperimento: il proiettile
decade prima di giungere
al bersaglio. In realtà è
possibile utilizzare
proiettili con vite
proprie brevi fino a
frazioni di miliardesimo
di secondo in quanto la
loro energia (velocità) è
in regime relativistico e
fa sì che la vita nel
riferimento in moto sia
dilatata di svariati ordini
di grandezza (come
accade nei muoni
prodotti nell’alta
atmosfera dai raggi
cosmici).

Numeri quantici, quark, modello standard - 3


Come già accennato nel
precedente capitolo, le
collisioni prodotte negli
esperimenti con particelle
sub-nucleari vengono rilevate
con vari sistemi, che
permettono analisi
estremamente dettagliate e
precise della dinamica delle
reazioni coinvolte. Le
macchine dedicate a questi
esperimenti sono acceleratori
di particelle (che si
sviluppano per chilometri di
lunghezza) accoppiati con
rivelatori di ogni genere (che
possono avere dimensioni
mastodontiche). I rivelatori
possono essere camere a
bolle (che producono immagini come quella raffigurata) o calorimetri “specializzati” nella misura
dell’energia depositata da particelle di certi tipi nel loro percorso.
Oltre alla misura delle proprietà cinematiche delle particelle, è anche possibile ricavare
informazioni sulla loro vita media. Questa è di solito determinata direttamente misurando la
lunghezza della traccia lasciata nella camera a bolle se la vita della particelle è almeno di 10 15 sec.
Per particelle con vita più breve (quelle tipicamente soggette a decadimenti regolati dall’interazione
forte, dette “risonanze”) la tecnica è differente. Si tratta di considerare i prodotti di decadimento di
determinate reazioni che coinvolgono la particella interessata: la conoscenza delle proprietà
(misurate) di questi prodotti consentono di ricostruire sia l’esistenza che le caratteristiche fisiche
della particella che li ha generati, anche se essa ha avuto vita estremamente breve. Gli stati
particellari “risonanti” vengono evidenziati studiando la distribuzione di eventi osservati (favorevoli
alla definizione di tali stati risonanti) in funzione dell’energia dei prodotti della reazione. In
corrispondenza di un’energia associabile alla massa della particella intermedia, si osserva nella
distribuzione un picco la cui larghezza è inversamente proporzionale alla vita media della particella
stessa.

3. Bilanci energetici nei decadimenti e nelle reazioni di particelle

Nell’analisi delle reazioni o dei decadimenti di particelle si utilizzano le leggi di conservazioni


“classiche” adottate in meccanica (energia, quantità di moto, momento angolare) nonché le
conservazioni specifiche per il fenomeno trattato (carica elettrica, numero barionico e leptonico).
Viste le energie in gioco, è pressoché ovvio che sarà necessario adottare le forme ultrarelativistiche
delle leggi di conservazione. In particolare, è possibile riassumere i passi più importanti nell’analisi
energetica di una reazione fra particelle subatomiche osservando che
(a) l’energia a disposizione è calcolata a partire dal riferimento del centro di massa: la soglia
energetica è tale che la particella che decade sia ferma, per cui l’energia a disposizione è data dalla
differenza fra l’energia (massa) iniziale e quella finale (prodotti di reazione), secondo la definizione
del “Q” di reazione:
Q=(mimf)c2.
Il decadimento può avvenire solo se Q>0.
(b) Il Q della reazione (energia a disposizione dei prodotti) è utilizzabile in forma di energia cinetica
in modo che la quantità di moto sia anche conservata. Se il decadimento interessa due particelle

Numeri quantici, quark, modello standard - 4


prodotto, le quantità di moto di tali particelle devono essere ovviamente eguali ed opposte. Per tre o
più particelle ci si aspetta invece una distribuzione continua di energia (come nel caso del
decadimento nucleare di tipo beta).
Ad esempio, nel decadimento 0p+, si ha che Q=(m0mpm)c2=
1116MeV938MeV140MeV=38 MeV. L’energia cinetica totale dei prodotti è pari a 38 MeV ed è
divisa in osservanza della conservazione del momento lineare (in modo relativistico), ossia a partire
dall’espressione per l’energia cinetica K=(p2c2+m2c4)1/2mc2. E’ facile ottenere, per questo esempio,
che p=pp=101 MeV/c, per cui si ricava che K=33 MeV, Kp=5 MeV.
Più in generale, nella reazione descritta dalla

m1 + m2  m3 + m4 + m5 + … ,

definiamo il Q della reazione secondo la

Q=[ m1 + m2  (m3 + m4 + m5 + … )]c2 :

un valore positivo di Q implica che la somma delle energie a riposo delle particelle interagenti (m1,
m2) viene convertita in energia cinetica dei prodotti. Possiamo così calcolare il Q della reazione
+pK0+0, Q=[m+mp(mK0+m0)]c2=536 MeV. Il valore negativo implica che è necessario
fornire energia (in forma cinetica) per ottenere sufficiente energia (a riposo) delle particelle
prodotto. Si parla in questo caso della richiesta di raggiungere un’energia cinetica di soglia per
attivare la reazione: tale energia dovrà superare (nettamente) il Q di reazione, altrimenti si
ottengono particelle prodotto in quiete, fatto impedito dalla conservazione della quantità di moto.
Nella reazione K+p0+0, invece, si ottiene che Q=+181 MeV. Ciò implica che la reazione mette
a disposizione delle masse prodotto energia sufficiente (anche per la conservazione del momento
lineare). Non è dunque necessario chiamare in causa un valore di soglia per l’energia cinetica di
reazione. E’ infine possibile dimostrare che il modo più efficiente di produrre particelle in seguito
ad esperimenti di collisione (nel senso di limitare lo “spreco” energetico dovuto alla richiesta di
conservare simultaneamente anche il momento lineare del sistema) è quello di adottare collisioni fra
particelle entrambe in moto, una contro l’altra, invece di collisioni di proiettili su bersagli immobili
nel laboratorio.

4. Costituenti di mesoni e barioni: quark

L’apparente disordine e disorganizzazione nello “zoo” delle particelle scoperte nell’arco di qualche
decennio può essere ricondotto a più semplici e prevedibili strutture chiamando in causa un modello
che, anche se con grandi difficoltà, si è assestato a standard nella
descrizione della struttura sub-nucleare. L’idea inizia con lo studio
sistematico della dipendenza della stranezza dalla carica elettrica di
mesoni e barioni di vario tipo. Le figure riportano tali andamenti
per mesoni leggeri (a spin nullo) e per barioni a spin ½ e 3/2. Nel
1964 Gell-Mann e Zweig
(indipendentemente) riconoscono
negli andamenti sunnominati un
segno di organizzazione più
generale ed astratta associabile
all’esistenza di costituenti elementari su scala sub-mesonica e sub-
barionica. Più precisamente, viene ipotizzata l’esistenza di tre nuove
particelle, dette quark di tipo su (up, u), giù (down, d) e strano
(strange, s). Sono fermioni (spin ½), hanno numero barionico

Numeri quantici, quark, modello standard - 5


frazionario, 1/3, i quark u e d sono non strani con carica elettrica 2/3 e 1/3 rispettivamente, il quark
s ha stranezza 1 e carica elettrica 1/3. Vedremo fra un attimo che per descrivere tutte le particelle
(mesoni e barioni) sono necessari altri 3 tipi di quark. Ora consideriamo come sia possibile
riprodurre le famiglie di particelle raffigurate con il modello a quark u,d,s. Iniziando dai mesoni con
spin 0, si può immaginare che essi siano composti da coppie di quark con spin antiparalleli. I
mesoni hanno numero barionico nullo: essendo il numero barionico dei quark pari a 1/3, è
necessario considerare coppie di quark/antiquark (antiparticella
del quark) con numero
barionico dunque nullo.
Prendendo ad esempio la
coppia ud , B=0, lo spin è
nullo, la carica è data da
2/3+1/3=1, che può essere
messo in corrispondenza
con il mesone , pione.
Continuando in questo
modo è possibile costruire
una tabella di mesoni
(sempre dati da coppie quark/antiquark) come quella
riportata, che riproduce la struttura osservata e proposta
prima nella dipendenza stranezza/carica nei mesoni a spin nullo.
Per quanto riguarda i barioni (spin ½ e 3/2), possiamo considerare terne di quark combinate per
riprodurre la sequenza di particelle osservate ancora una volta nello schema che connette la
stranezza alla carica elettrica (si noti come in questa descrizione la “ricetta” adottata sia
assolutamente priva di connessioni fisiche precise: i connotati sono puramente estetici o astratti,
connessi alle “simmetrie” o regolarità del sistema). Si
utilizzano terne di quark in quanto i barioni devono avere B=1
(1/3+1/3+1/3=1) e spin ½
oppure 3/2. Neutroni e
protoni sono descritti
rispettivamente dalle
terne di quark udd e uud.
E’ ora possibile utilizzare
la descrizione a quark per
analizzare decadimenti e
reazioni di particelle. Il
tutto richiede il rispetto di
due regole, ossia che (a) coppie di quark/antiquark possono
venire create o annichilate da/in quanti energetici (ad esempio,
raggi gamma) e (b) l’interazione debole può cambiare un quark
in un altro quark tramite assorbimento/emissione di bosoni vettori intermedi (W e Z), che decadono
poi per interazione debole in altre particelle. Le forze elettromagnetica/nucleare non possono
cambiare i quark fra di loro. Così la reazione +p0+K0 può essere visualizzata nel linguaggio
dei quark come du  uud  uds  ds : i quark d (due coppie) ed i quark u (una coppia, a sinistra ed a
destra della reazione) non mutano. Ciò implica che la reazione è riconducibile alla u  u  s  s ,
ovvero c’è annichilazione (produzione di energia) della coppia u che genera la coppia s.
Si osserva che qualche mesone pesante non risulta descritto secondo il modello a tre quark qui
discusso. In particolare, esiste un mesone pesante (detto , mesone psi) che, invece che decadere
via interazione forte in tempi rapidissimi, si trasforma in coppie elettrone/positrone in tempi più
lenti, tipici dell’elettromagnetismo. La spiegazione di questo fatto (anomalo) è da rinvenirsi
nell’introduzione di un quarto tipo di quark, detto “charm”, con carica 2/3e e con una carica di
Numeri quantici, quark, modello standard - 6
“fascino” (charm) che è simile, in qualche modo, alla stranezza già considerata. Si introduce il
numero quantico c, di charm, che è +1 per il quark c e nullo per
tutte le altre particelle. E’ ora possibile costruire una tabella più
popolata di stati particellari in termini di sovrapposizione di stati
di quark u, d, s, e c. Si osservi nel disegno come i mesoni a spin
nullo, aggiungendo un quarto quark, si arricchiscono di nuovi
membri, i mesoni di tipo D. La stessa sequenza degli eventi si
ripete ad energie ancora più elevate chiamando in causa un quinto
quark, detto bottom (b) per spiegare l’esistenza di un mesone
molto massivo (particella upsilon). L’ultimo (si ritiene) quark è
stato scoperto nel 1995 ed è detto quark t, top.
Lo “zoo” barionico e mesonico, almeno fino a questo punto della spiegazione, è stato smantellato e
ricostruito per lasciarci con un nuovo zoo di particelle … chi ci assicura di non scoprire una settima,
ottava, decima, cinquantesima … famiglia di quark? La situazione teorica, come verrà accennato fra
poche righe, è a netto sfavore di un simile proliferare di nuove particelle. Si tratta comunque di
accettare una nuova versione della modellizzazione applicata alla tabella periodica degli elementi
atomici ora in versione subatomica e sub-nucleare. Il punto essenziale rimane quello di definire gli
aspetti fisici diretti di una descrizione che chiama in causa un’intera nuova generazione di particelle
elementari, per non limitarsi ad una situazione esteticamente e formalmente soddisfacente (o anche
perfettamente funzionante) ma non supportata da argomenti fisici specifici. E’ anche importante
notare che, nonostante i tentativi più appassionati, non è mai stato possibile osservare un quark
singolo, tanto che la massa dei quark assegnata è quella che include le energie di legame (forza di
scambio nucleare, realizzata dai gluoni). Secondo le teorie più assestate i quark risentono del
fenomeno di “confinamento”, per il quale la forza fra quark cresce di intensità all’aumentare della
loro distanza. I quark sono “liberi” solo quando sono indefinitivamente vicini fra di essi. Vi sono
comunque evidenze sperimentali che confermano la loro esistenza come pure le loro proprietà
fisiche, in particolare la loro carica elettrica di ammontare non intero, frazionario.

5. Modello standard, modelli di unificazione.

Se si considera una qualunque porzione di materia nel nostro universo, troviamo che per descriverla
è necessario chiamare in causa solamente quattro particelle elementari distinte, più le rispettive
antiparticelle. Il nucleo atomico è composto da neutroni e protoni, che contengono solamente quark
u e d. L’atomo contiene elettroni, ed i decadimenti nucleari di tipo beta sono spiegati aggiungendo

massa numeri
tipo simbolo carica (e) spin (ħ) numero B (MeV) quantici
CSTB

up u +2/3 ½ 1/3 300 0000


down d 1/3 ½ 1/3 300 0000

charm c +2/3 ½ 1/3 1500 +1 0 0 0


strange s 1/3 ½ 1/3 500 0 –1 0 0

bottom b +2/3 ½ 1/3 180000 0 0 +1 0


top t 1/3 ½ 1/3 4700 0 0 0 –1

al sistema neutrini di tipo elettronico. Dunque si utilizzano due quark e due leptoni, (u,d),(e,e). E’
solamente provocando artificialmente reazioni ad energia crescente che si manifestano nuovi tipi di

Numeri quantici, quark, modello standard - 7


particelle, non descrivibili in termini delle quattro particelle elementari di prima “generazione”.
Così è necessario aggiungere altre due famiglie di particelle elementari, secondo uno schema che
riproduce il precedente ma con energie a riposo (masse) crescenti. Si aggiungono dunque le coppie
quark/leptoni date da (c,s),(,) e (b,t),(,). Le proprietà dei 6 quark sono riassunte nella tabelle,
nella quale le masse riportate sono riferite ai “quark costituenti”, perché, come già accennato, non è
possibile isolare i quark e dunque l’energia di legame (sconosciuta) accompagna sempre la loro
massa a riposo. A questo punto, vi sono vari elementi a favore di un modello che non preveda
l’aggiunta di ulteriori famiglie di quark/leptoni oltre alle tre sopra elencate e descritte. E’
interessante citare il fatto che teorie cosmologiche prevedono evoluzioni del nostro universo in
disaccordo con osservazioni sperimentali se i neutrini fossero più di tre specie distinte. La forza
forte fra i quark, come già accennato, è “mediata” da gluoni, bosoni a massa nulla di otto tipi
distinti: in effetti esiste una teoria ben assestata che descrive gli schemi di accoppiamento fra quark
secondo una “carica” forte, detta carica colore (che non è un colore vero, ovviamente!). La teoria
che spiega le dinamiche di interazione in funzione del colore e del tipo di quark coinvolto è detta
cromodinamica quantistica (QCD). Restano poi l’elettromagnetismo con il fotone quale mediatore
di forza e la forza debole, mediata da tre bosoni vettori (le particelle W e Z0). L’insieme dei 6
quark/leptoni con le rispettive antiparticelle e i vari bosoni mediatori di forza costituisce la struttura
portante del cosiddetto modello standard. Nello spirito di giungere ad una spiegazione la più
esaustiva possibile della realtà del nostro universo, esistono teorie destinate ad unificare i
comportamenti apparentemente distinti dei vari tipi di forza. Ad esempio, nel 1967 Weinberg e
Salam propongono una teoria “elettrodebole” secondo la quale è possibile descrivere le interazioni
elettromagnetiche e deboli come manifestazioni distinte di un’unica forza. A supporto della teoria
giunge nel 1983 la scoperta dei bosoni vettori W e Z che spiegano infatti la validità dell’idea
unificatrice di interazione. Vi sono anche tentativi di “grand’unificare” le forze elettrodeboli e
nucleari, in uno schema ancora più ampio e generale nel quale leptoni e quark sono uniti in un unico
schema descrittivo (con conseguenze complesse e non banali, quali la possibilità di osservare il
decadimento di un protone e di avere neutrini dotati di massa). Le teorie “del tutto” (come quella
delle “corde”) infine vorrebbero inserire anche la gravità (che si ostina a non lasciarsi descrivere
secondo i canoni della meccanica quantistica) nello schema universale delle forze. La strada in
questa direzione è tracciata ma il punto di arrivo potrebbe essere ancora molto lontano.

6. Esercizi

(a) Utilizzando un modello di biliardo classico, ottenere la versione relativistica della


formula per il calcolo dell’energia di soglia di una reazione a due particelle.

(b) Trovare l’energia massima di positroni e di pioni prodotti nel decadimento


K+0+e++e.

(c) Analizzare, in termini di contenuti di quark, la reazione K+p0+0 ed il


decadimento np+e+  e .

Letture consigliate: “La materia-spazio-tempo”, G.Cohen-Tannoudji, M.Spiro, Jaca Book;


“Superforza”, “Il cosmo intelligente”, “Dio e la nuova fisica”, P.Davies, Saggi Mondadori;
“The elegant universe”, B. Greene, Vintage.

Numeri quantici, quark, modello standard - 8


Lezione 7 – Relatività generale ed astrofisica

1. Principio di equivalenza

In questi ultimi capitoli ci si interessa di problemi su scala spaziale estremamente vasta. Nonostante
ciò, sarà possibile trovare importanti ed utili connessioni con le idee, le tecniche ed i modelli
sviluppati per la comprensione dell’universo fisico su scala submicroscopica, come fatto nei
precedenti capitoli. Il lavoro di Einstein dedicato alla relatività speciale e discusso all’inizio di
questo corso viene ripreso ed esteso al caso di sistemi di riferimento generali, ossia non solamente
inerziali ma anche accelerati. Vedremo come l’estensione del principio di relatività a questi casi
conduca ad una profonda revisione delle idee e delle teorie alla base della comprensione dei
concetti di spazio e tempo che ora, oltre ad essere indissolubilmente intrecciati nello schema
relativistico speciale, chiamano in causa l’azione della forza gravitazionale, la massa e l’energia in
un quadro ad amplissimo respiro. La teoria gravitazionale di Newton viene completamente
rivoluzionata: Einstein dedicò le sue fatiche a cercare di superare le difficoltà dovute alla finitezza
della velocità massima universale, quella della luce, e l’apparente istantaneità di trasmissione di
forza, ossia di informazione, prevista dalla teoria gravitazionale classica. La nuova teoria generale
della relatività, che prende ispirazione dal principio di equivalenza di seguito descritto, riesce infatti
nell’intento, a costo però di operare una revisione drastica dei concetti stessi di spazio e tempo. Non
solo questi sono entità mescolate in modo totale e profondo, ma risultano ora addirittura legati a
rappresentazioni geometriche distorte in funzione delle interazioni gravitazionali o, per meglio dire,
tempo e spazio con le loro distorsioni sono la gravità stessa.
Il principio di equivalenza è la
conseguenza di una serie di
ragionamenti e di esperimenti ideali
proposti da Einstein al fine di spiegare
meglio la natura di un campo
gravitazionale. In particolare, Einstein
si accorge che un’accelerazione è in g
grado di cancellare esattamente a
l’effetto della gravità, ovvero che è
possibile sostituire ad un campo di
gravità un’accelerazione opportuna. E’
famoso a tale scopo il cosiddetto
ascensore di Einstein: le due situazioni
raffigurate, nelle quali si ha la caduta
libera della cabina a causa della forza
gravitazionale ovvero la totale assenza di gravità nello spazio intergalattico, sono esattamente
equivalenti per un osservatore interno alla cabina stessa. Per tale osservatore è impossibile
distinguere le due situazioni, anche se esse sono riconducibili a realtà fisiche ben distinte. In modo
del tutto corrispondente, è possibile considerare degli esperimenti di vario genere (al fine di
“campionare” le risposte fisiche dell’ambiente) in due cabine, la prima immersa in un campo
omogeneo di gravità g, la seconda in assenza di gravità ma spinta verso “l’alto” da un motore che le
impartisce un’accelerazione costante a=g. I risultati degli esperimenti effettuati nelle due cabine
sono rigorosamente eguali: non è possibile ideare un esperimento capace di rivelare la diversa
natura delle due situazioni che caratterizzano le cabine. Questo conduce Einstein ad introdurre il
principio di equivalenza nella forma che non esistono esperimenti realizzati localmente che possano
distinguere gli effetti di un campo gravitazionale uniforme in un sistema di riferimento inerziale da
quelli di un sistema di riferimento uniformemente accelerato e dunque non inerziale. In una forma
molto più circoscritta (e debole) il principio di equivalenza è riportato in termini di equivalenza fra
massa inerziale e massa gravitazionale. Un punto di fondamentale rilevanza è che nella forma più

Relatività generale ed astrofisica - 1


generale il principio di equivalenza va pensato esteso a fenomeni che coinvolgono anche
l’elettromagnetismo o comunque qualunque situazione fisica, non solo la meccanica. Sarà quindi
possibile pensare a fenomeni di equivalenza che riguardano il comportamento della radiazione
elettromagnetica, della luce anche visibile. A tale scopo, si consideri
a l’esperimento raffigurato, nel quale una sorgente emette luce verso
un rivelatore. La sorgente è nel punto più alto della cabina, a
distanza h dal punto più basso dove è collocato il rivelatore. Se la
cabina è accelerata verso l’alto con accelerazione costante a e
S
nell’istante in cui viene emessa la luce la velocità della cabina è v,
la luce giungerà al rivelatore nel tempo t=h/c (si assume che c>>v),
in corrispondenza del quale la velocità è diventata v+at. Dunque
esiste una differenza di velocità fra sorgente e rivelatore pari a
∆v=at=ah/c, per cui ci aspettiamo uno sfasamento Doppler causato
R da tale differenza di velocità che giustifica una differenza di
frequenze pari a ν’=ν[(1+∆v/c)/(1−∆v/c)]1/2≈ν(1+∆v/c) ossia
∆ν/ν=ν’/ν−1=∆v/c=ah/c2. Supponendo ora di credere al principio di
equivalenza, ci si aspetta che in una cabina in un riferimento
inerziale, posta in campo di gravità uniforme con accelerazione g in
modulo pari ad a, l’accelerazione dell’esperimento precedente, la
luce emessa verso “il basso” subisca uno sfasamento Doppler di frequenza con valore relativo pari a
gh/c2. Molti esperimenti svolti a partire dal 1959 hanno confermato entro una parte su molte
migliaia che la predizione del principio di equivalenza è assolutamente corretta. Osserviamo inoltre
che la formula per lo spostamento Doppler relativistico assegna detta variazione in funzione della
variazione di potenziale gravitazionale fra la sorgente ed il rivelatore, ∆V/c2=∆U/mc2. Nel caso di
luce emessa ad esempio da una stella e ricevuta sulla terra, la variazione di energia gravitazionale è
−MG/R e lo spostamento Doppler è −MG/Rc2. Questo valore è piccolo (dell’ordine di 10−12 m) ma
osservabile sperimentalmente, nonostante venga di gran lunga superato dagli spostamenti (sempre
verso il “rosso”) dovuti alla velocità relativa della stella rispetto l’osservatore e dagli allargamenti
causati dai moti di agitazione termica degli atomi emittenti.

2. Teoria generale della relatività

La teoria speciale o ristretta della relatività stabilisce l’equivalenza o non privilegio di tutti i sistemi
di riferimento inerziali per quanto riguarda la descrizione delle leggi fisiche. Nel 1916 Einstein,
basandosi sul fatto che il principio di equivalenza rimuove qualunque valenza peculiare dalla
gravità nella determinazione di un riferimento privilegiato, estende la possibilità di considerare
come equivalenti tutti i sistemi di riferimento, inclusi quelli accelerati. Einstein cerca di costruire
una teoria che permetta la descrizione della gravità andando oltre lo schema newtoniano, che era
intrappolato nel vizio insormontabile della simultaneità, in palese disaccordo con i postulati della
relatività ristretta. Einstein riesce a giungere ad una descrizione geometrica della gravità, per la
quale questa grandezza si manifesta in termini di distorsioni spazio-temporali, che si manifestano e
si propagano in piena osservanza dei postulati della relatività
speciale e che rispettano le richieste del principio di
equivalenza. A tale scopo, Einstein produce una serie di
esperimenti ideali che permettono anzitutto di sostituire
l’azione della gravità con campi accelerati opportuni (nella
logica del principio di equivalenza). Illustra poi come tali
riferimenti non inerziali di fatto siano consistenti con una
descrizione geometrica di distorsioni dello spazio entro il
quale i fenomeni avvengono (nonché distorsioni temporali,
grazie al legame indissolubile fra spazio e tempo). Una

Relatività generale ed astrofisica - 2


situazione particolarmente illuminante da questo punto di vista è l’esperimento della giostra in
assenza di gravità: due persone a bordo di essa misurano un rapporto fra circonferenza e raggio
differente da 2 a causa delle differenti velocità che esse hanno (distorsioni spaziali descritte dalla
relatività ristretta). Un osservatore esterno alla giostra assegna invece un rapporto fra circonferenza
e raggio pari esattamente a 2. L’apparente paradosso è risolto da Einstein richiedendo che la
situazione accelerata percepita dagli
osservatori a bordo della giostra venga
convertita in una distorsione dello
spazio entro il quale il fenomeno ha
luogo: questo permette di descrivere la
giostra in una geometria non euclidea,
per la quale è mantenuta la struttura
geometrica di base del cerchio ma il rapporto fra circonferenza e raggio non è 2. La distorsione
dello spazio è causata dall’accelerazione, ovvero, per il principio di equivalenza, la gravità è
distorsione spaziale. Si può subito ammettere che, di conseguenza, la gravità sarà anche distorsione
temporale (spazio e tempo non sono scindibili in dimensioni separate per i principi speciali di
relatività). Nel caso della giostra si può immaginare che osservatori periferici e radiali forniscano
differenti metri temporali proprio a causa della loro differente velocità. Di fatto, è più rilevante
assegnare tali distorsioni temporali alle differenti accelerazioni degli osservatori periferici e radiali.
Il modo più popolare per la visualizzazione di questo concetti
rivoluzionari è di pensare allo spazio come ad un “tappeto elastico”,
una griglia di riferimenti che solamente in assenza di accelerazioni
(dunque lontani da massa o energia) segue una geometria euclidea,
ovvero è piatta, il tappeto è piano ed indisturbato. Non appena una
massa (sorgente di accelerazioni) compare, il tappeto si incurva sotto
“il peso” di essa e presenta di conseguenza deviazioni dal panorama piatto. Le curvature assunte
sono il marchio della gravità e permettono la sua visualizzazione (e
quella dei suoi effetti) in modo diretto ed efficace (stando ovviamente
attenti a non portare l’immagine troppo lontana nelle sue
manifestazioni). Ad esempio è facile visualizzare come un pianeta
debba deviare dalla sua traiettoria rettilinea in presenza di un altro
pianeta o di una stella, ossia di un campo
di gravità: la traiettoria incontra la “depressione” o le “valli” nel
tappeto distorto dello spazio e del tempo, e si incurva di
conseguenza. Questo tipo di teoria consente anche – e soprattutto –
di superare il limite della teoria newtoniana per quanto riguarda la
simultaneità di causa ed effetto. Nella teoria geometrica della
gravità, essa si manifesta introducendo distorsioni spaziali e temporali che si propagano con
velocità finita e pari a quella della luce, così come una massa “lasciata cadere” sul “tappeto spazio-
tempo” genera la depressione in un tempo finito.
La geometria spazio-temporale ed i moti che in essa sono definibili vengono trattati nel linguaggio
dell’intervallo spazio-tempo, (ds)2=(cdt)2(dr)2, che è invariante per trasformazioni di Lorentz. La
particella segue una traiettoria (contorni spazio-temporali) che è una successione di intervalli
infinitesimi di tipo spazio-tempo. La geometria definita da questo intervallo è di tipo “piatto” o
euclideo, a causa della “metrica” indotta nello spazio associato. Per una descrizione geometrica in
presenza di massa o energia (dunque per distorcere la geometria) è necessario cambiare metrica,
ossia adottare intervalli di tipo più generale, come in (ds)2=g0(cdt)2g1(dx)2g2(dy)2g3(dz)2. La
curvatura dello spazio-tempo è bene visualizzata dall’esperimento nel quale un raggio luminoso è
inviato in direzione “orizzontale” in una cabina che può essere equivalentemente immersa in un
campo gravitazionale uniforme oppure accelerata verso l’alto con pari accelerazione costante. In
quest’ultimo caso è facile rendersi conto che, proprio per il moto relativo della cabina rispetto il
Relatività generale ed astrofisica - 3
raggio di luce, questo dovrà risultare deflesso verso il basso rispetto la
cabina con il suo osservatore solidale. E’ il caso della cabina inerziale a
in campo gravitazionale uniforme che risulta decisamente più
spettacolare: la traiettoria del raggio luminoso risulta distorta a causa
della gravità ovvero – in modo del tutto equivalente – è lo spazio
tempo nel quale il raggio di luce “vive” che non ha più geometria
euclidea e dunque, sempre secondo uno schema di minima azione, fa
sì che il raggio di luce percorra una traiettoria curva (così come un
aeroplano percorre sulla superficie terrestre – curva – una traiettoria di
g
minimo percorrenza data da un arco circolare). E’ altresì importante
notare che non è possibile descrivere questo fenomeno chiamando in
causa la massa equivalente dei fotoni, m=E/c2, e di imporre che questa
massa sia “trascinata” verso il basso dal campo attrattivo della terra o
di che altro lo generi: operando in questo modo si ottiene una traiettoria curva ma sbagliata
quantitativamente. Il raggio di luce è deviato verso il basso perché lo spazio è curvo, senza
possibilità di spiegazioni alternative.
La teoria della relatività generale pone in relazione la curvatura geometrica g dello spazio tempo
con la densità di massa (o di energia)  tramite l’intensità di campo newtoniano G secondo la
proporzionalità diretta data da g=8G/c4. Notiamo che per piccoli campi (G0) o nel limite
classico (c) la curvatura si annulla e lo spazio torna piatto. In pratica osserviamo che le
correzioni relativistiche generali alla trattazione newtoniana (o meglio, la sostituzione di
quest’ultima ad opera del modello geometrico di distorsione spazio-temporale) sono necessarie o
rilevanti solamente per campi gravitazionali molto intensi, come vedremo negli esempi che
seguono.

3. Verifiche della teoria generale della relatività

Vi sono delle situazioni sperimentali molto famose che hanno permesso la verifica diretta delle
conseguenze e della validità della teoria della relatività generale. Si noti, comunque, che ci si
devono aspettare effetti piccoli (e dunque difficili da rivelare o da distinguere da altri effetti) in
quanto, ad esempio, il contributo relativistico alla curvatura spaziale in prossimità della terra è
dell’ordine di una parte su cento milioni. Ancora sul sole l’effetto è cento volte maggiore, dunque
pur limitato ad una parte su un milione.
Probabilmente la più famosa verifica della relatività generale fu fatta ancora nel 1919 in occasione
stella di una eclissi totale di sole: grazie ad essa è possibile osservare la
deviazione apparente di stelle molto vicine al bordo del disco solare.
 Un conto “classico” dell’ammontare di tale deviazione (basato
sull’attrazione gravitazionale newtoniana fra sole e fotoni di massa
sole equivalente pari a m=E/c2) conduce ad un risultato che è =0.87”. Il
fatto è che l’osservazione sperimentale fornisce un valore vicino al
doppio (1.7”) per la deviazione del raggio luminoso. Nella teoria
terra einsteniana si ammette che la deviazione è causata dal percorso curvo
che il raggio deve fare in uno spazio curvo. In base a questa
descrizione, la formula per la deviazione fornisce un valore
esattamente doppio rispetto quello calcolato nella teoria newtoniana (anche se comprensiva della
relatività ristretta), per cui in eccellente accordo con l’osservazione sperimentale.
Una seconda evidenza sperimentale della relatività generale presa a prestito dall’astronomia o dalle
scienze spaziali è basata sul ritardo di segnali elettrici (radar, o satellitari) fra due pianeti (terra e
venere, ad esempio) che si trovano su lati opposti del sole. Il ritardo è causato dalla “valle” nella
geometria spazio-tempo causata dal sole e che allunga il percorso dei segnali fra i due pianeti. Tale

Relatività generale ed astrofisica - 4


ritardo, dell’ordine di un decimillesimo di secondo, è stato ripetutamente osservato ed il valore è
risultato sempre in eccellente accordo con la predizione della teoria.
Una terza prova è ancora riferita allo studio del sistema solare e dei suoi moti planetari. Ci si
interessa ora nel fenomeno della cosiddetta precessione del perielio. Si tratta di una variazione
continua del punto di massimo avvicinamento del pianeta (in particolare di mercurio, ma vale per
qualunque pianeta del sistema solare) al sole. La teoria planetaria classica prevede che il perielio sia
fisso nello spazio (e nel tempo) e sia pari alla distanza rmin nella formula della traiettoria ellittica
data da r()=rmin[(1+e)/(1+ecos)], in cui si introduce l’eccentricità orbitale e. Secondo la teoria
generale della relatività il perielio presenta una variazione associabile alla distorsione spazio-
temporale aumentata in corrispondenza della vicinanza al sole secondo la nuova espressione
r()=rmin[(1+e)/(1+ecos())], nella quale la deviazione al perielio è data da =6GM/
[c2rmin(1+e)] e che, si vede bene, dipende esplicitamente da G e da M: numericamente l’effetto è
molto piccolo (per mercurio ci si aspetta che 106 rad, nonostante rmin sia relativamente molto
piccolo – qualche milione di chilometri). Si dà il fatto però che questo effetto sia anche cumulativo,
per cui si sono potute confrontare le deviazioni sommate su almeno un secolo di osservazioni:
l’accordo con la teoria generale della relatività, ancora una volta, è pressoché perfetto.
Un punto fondamentale di questa teoria non è stato ancora verificato sperimentalmente: così come
una carica accelerata emette radiazione elettromagnetica (fotoni), altrettanto ci si aspetta che una
massa accelerata emetta radiazione gravitazionale (gravitoni) che viaggiano nello spazio a velocità
pari a quella della luce. I gravitoni, nonostante numerosi esperimenti, proprio per la loro elusiva
natura non sono però ancora stati rivelati in nessun modo convincente.

4. Astrofisica: formazione della materia ed evoluzione delle stelle

In questo e nei seguenti paragrafi affrontiamo, alla luce delle possibilità descrittive offerte dai
modelli microscopici della fisica moderna, il problema della descrizione di una possibile storia
dell’universo, del cosmo che ci circonda. Uno dei punti di arrivo della scienza fisica è proprio
quello di fornire una chiave di lettura dell’evoluzione cosmica. Anche se gli aspetti cronologici,
legati peraltro alla comprensione della struttura subnucleare, verranno descritti nel prossimo
capitolo, è ora possibile discutere in termini a buon punto quantitativi il perché la materia cosmica
(stelle e galassie di stelle, essenzialmente) sia composta in un certo modo e sembri manifestare una
storia evolutiva di un certo tipo. Resta di eccezionale importanza il fatto che gli strumenti per la
descrizione quantistica (se non relativistica, in determinati casi) di porzioni estremamente piccole di
materia siano direttamente esportabili ad un ambiente di lavoro completamente (almeno
apparentemente) differente e, questo è sicuro, non accessibile ad osservazioni sperimentali dirette,
nel senso tipicamente assegnato. Anche se la fusione è sembrata fin dall’inizio il tipo di processo
più facilmente e direttamente assegnabile al possibile schema evolutivo di una stella, molto presto
ci si accorge che i meccanismi operativi alla base dell’evoluzione cosmica sono molto più
complessi. Tanto per iniziare, le reazioni nucleari studiate qualche capitolo fa si riferiscono ad
energie vicine ai MeV: le temperature stellari non superano le decine di milioni di gradi Kelvin, il
che significa energie dell’ordine dei keV, che non ci sono troppo famigliari almeno relativamente ai
processi nucleari. Poi, la materia nucleare in una stella non è di certo distribuita con densità costante
ma varia anche di qualche ordine di grandezza passando dal nucleo (temperature di 10 7 K) alla
superficie esterna (temperature da 103 a 104 K). Iniziamo, nonostante queste difficoltà, a parlare di
una “stella tipo” che evolve a partire da una nube di idrogeno atomico, grande e fredda, che
potrebbe essere una rappresentazione sensata del nostro universo una volta che le fasi di
trasformazioni catastrofiche siano terminate. Gli atomi, elettricamente neutri, risentono solamente
dell’attrazione gravitazionale fra di essi e, conseguentemente, iniziano a collassare, ossia la nube
diviene più piccola e compatta, densa: piuttosto banalmente, si tratta di tracciare un bilancio
energetico fra energia potenziale gravitazionale della nube (che diminuisce – non in valore
assoluto – al diminuire della dimensione della nube stessa) e fra energia cinetica degli atomi.

Relatività generale ed astrofisica - 5


L’energia è conservata, per cui l’energia cinetica (la temperatura) è destinata ad aumentare. La nube
si riscalda mano a mano che essa si compatta sotto l’azione della proprio massa. All’aumentare
della temperatura, seguendo relazioni del tipo utilizzato per la radiazione di corpo nero, la nube
inizia ad irraggiare con uno spettro energetico delle onde elettromagnetiche emesse in continuo
spostamento da un massimo vicino al rosso verso energie crescenti. In corrispondenza di
temperature (vicino al centro della nube) dell’ordine di 107 K, possono avere inizio reazioni di
fusione. Una stella è così nata ed il tempo intercorso dall’inizio della contrazione può essere stimato
dell’ordine di qualche milione di anni. Una stella di questo genere è molto stabile (come il sole) e
può continuare a “bruciare” combustibile nucleare (idrogeno) per qualche decina di miliardi di anni:
la contrazione è inibita dalla pressione di radiazione che sospinge materia nucleare combusta verso
la parte esterna dell’astro, evitando così un aumento illimitato di pressione.
Aspetti più dettagliati dei meccanismi di reazione all’interno o nei gusci più esterni di stelle di
questo genere sono stati più o meno chiariti nell’ambito dei modelli tradizionali di fisica nucleare.
In particolare, si ammette che la reazione alla base del funzionamento della fornace stellare sia un
ciclo protone/protone come quello già accennato nel capitolo dedicato alle reazioni nucleari. Le
reazioni più rilevanti da questo punto di vista potrebbero essere le 1H+1H2H+e++,
2
H+1H3He+. Notiamo che (i) si deve formare elio e (ii) vengono liberati sia fotoni gamma che
neutrini. L’elio, più pesante dell’idrogeno, forma un nucleo interno alla stella. I fotoni gamma
liberati devono attraversare il nucleo interno ed il guscio esterno di idrogeno prima di sfuggire alla
stella. In questo viaggio (che può durare milioni di anni!) i fotoni perdono energia (per diffusione
Compton, essenzialmente) e si presentano alla superficie con lunghezze d’onda nel visibile. I
neutrini, invece, hanno dato inizio ad una lunga serie di esperimenti di rivelazione (non ancora
definibili convincenti per quanto riguarda l’interpretazione dei dati ricavati).
Il destino di una stella è essenzialmente (ma non solo) assegnato dalla sua massa iniziale, in quanto
questa determinerà il tipo di evoluzione: l’aumento della massa di elio rispetto quella di idrogeno
segna un periodo nuovo per la stella, in quanto ora la contrazione di volume (aumento di densità) è
riferita ad un elemento atomico differente rispetto l’idrogeno iniziale. Ci si aspettano nuove reazioni
di fusione a partire dall’elio (sempre in base al fatto che l’elio, ovvero l’elemento più abbonante è
destinato a collassare , ad aumentare la sua temperatura e ad innescare nuove reazioni di fusione) e
che conducono alla produzione di elementi atomici via via più pesanti, fino alla formazione di atomi
di ferro (A=56). Ad un certo punto è possibile che anche neutroni vengano prodotti in reazioni
nucleari che coinvolgono nuclei pesanti: la produzione di neutroni diviene immensa quanto la
concentrazione di elementi pesanti è sufficientemente elevata e l’implosione riguarda una stella
estremamente densa (detta supernova quando esplode) e conduce alla sintesi di elementi di ogni
numero atomico, fino ai più pesanti. E’ possibile che la terra (ovvero i suoi costituenti elementari)
sia conseguenza di una simile sequenza di eventi.

5. Evoluzione stellare: dalle nane bianche ai buchi neri

Quando una stella giunge allo stadio di esaurimento del combustibile primario, l’idrogeno, la
pressione di radiazione spinge gli strati esterni della stella ad espandersi fino ad occupare un
volume molto grande (il sole, in queste condizioni, potrebbe “inghiottire” le orbite di mercurio e di
venere). L’energia per unità di area diminuisce fintantoché la stella assume una colorazione
rossastra (si parla di gigante rossa per questo tipo di stella). I processi di combustione nella stella
continuano fintantoché tutti gli elementi sono stati convertiti in ferro o stanno per essere convertiti
in questo elemento. Da questo punto in poi non vi sarà più emissione di radiazione e la stella
comincerà a subire, non ulteriormente contrastata, l’azione collassante della gravità. Come
conseguenza possibile, la stella aumenta densità fino a divenire una stella catalogata come “nana
bianca”, caratterizzata da temperature vicine a 104 K (in superficie) e densità medie di 109 kg/m3.
Da questo punto in poi, la stella può continuare ad emettere energia fino a raffreddarsi del tutto per
lasciare un residuo opaco, non emittente, di materia pesante condensata. E’ peraltro interessante

Relatività generale ed astrofisica - 6


considerare gli aspetti dettagliati del meccanismo che impedisce un collasso completo della nana
bianca sotto gli effetti gravitazionali della propria massa. Si tratta di tenere conto dell’effetto
puramente quantistico e dovuto all’impossibilità di sovrapporre funzioni d’onda elettroniche oltre
una certa misura. Il principio di esclusione di Pauli dunque definisce un limite inferiore di
compressione per la materia stellare, per il quale gli elettroni (che si escludono reciprocamente nel
senso quantistico del termine) occupano gli stati energetici disponibili assecondando la statistica
quantistica di Fermi-Dirac, ossia fino all’energia di Fermi data da EF=(ħ2/2me)(32Ne/V)2/3, nella
quale la densità elettronica è data da Ne/V. Ricordiamo che l’energia media degli elettroni è data da
3EF/5, per cui l’energia totale degli elettroni è data da Ne(3EF/5). Possiamo ora stimare l’energia
della stella includendo i contributi cinetico (l’energia totale degli elettroni), quello potenziale
gravitazionale, quello termico e l’energia radiante:

E=(ħ2/2me)(32Ne/V)2/3(3GM 2)/(5R)+3NAkT/2+Erad.

Si può verificare (su basi numeriche) che gli ultimi due termini (contributi termico e radiante) sono
trascurabili rispetto i primi due (cinetico e gravitazionale). L’energia così semplificata è utilizzabile
per ottenere una stima del raggio di equilibrio (annullando la derivata dell’energia). Si ottiene

Req=(9)2/3 ħ2/(8Gmemn2N1/3).

E’ proprio l’utilizzo di questa classi di espressioni che permette di sostenere la validità di tutte le
considerazioni ed i modelli adottati per la descrizione di questi stati di materia tanto straordinari. E’
importante realizzare che stiamo adottando gli schemi della meccanica quantistica microscopica per
la descrizione di situazioni su scale completamente nuove e diverse.
Il destino di una stella nana bianca può essere ulteriormente spinto verso situazioni estreme nel caso
in cui la massa originaria sia maggiore di un valore critico (detto massa di Chandrasekhar, pari a
circa 1.5 masse solari). In tal caso, si calcola (con l’espressione sopra scritta) un energia di Fermi
pari a circa 0.3 MeV. Attenzione: questo implica che a tale energia la funzione di distribuzione vale
0.5. Vi sono elettroni nella “coda” statistica con energia maggiore e che sono disponibili per la
reazione e+pn+e, per cui nella stella si instaura un progressivo impoverimento di elettroni, che
rendono meno efficace la repulsione quantistica di Pauli, per cui aumenta la densità di materia. Di
conseguenza aumenta anche l’energia di Fermi, e gli elettroni nella coda ad “alta” energia
aumentano, rendendo ancora più efficace il processo di addensamento e di spopolamento elettronico
a favore di quello neutronico. In pratica la situazione diverge e la stella si trasforma in un unico,
enorme nucleo di neutroni, che sono pure sottoposti alla repulsione quantistica (in quanto fermioni)
ma rendono giustizia a numeri molto differenti rispetto la nana bianca: il raggio di una stella di
neutroni di massa pari a quella di Chandrasekhar è di circa 10 km per una densità di circa
1017 kg/m3. E’ notevole il fatto che tali forme di materia straordinariamente condensata siano state
rilevate sperimentalmente, almeno in modo indiretto. Quello che accade è che il collasso
dimensionale del corpo celeste provoca (per banali motivi meccanici) un aumento notevole della
sua velocità rotazionale. Il campo magnetico associato a questo oggetto è in grado di intrappolare
particelle cariche accelerandole ad energie elevate, particolarmente in prossimità dei poli di
rotazione, in corrispondenza dei quali avviene emissione di energia in forma di radiazione X o
gamma con frequenze elevate e periodi molto stabili (dell’ordine del secondo). Oggetti di questo
genere, detti pulsar, sono stati osservati a partire dal 1967 e messi in relazione precisa con le
caratteristiche fisiche ipotizzate per le stelle di neutroni. Si pensa che i meccanismi alla base della
transizione fra stella “ordinaria” e stella di neutroni diano origine alle esplosioni sconvolgenti su
scala cosmica note con il nome di supernova.
La stella di neutroni non è l’ultimo stadio nella sequenza di possibili trasformazioni di una stella a
crescente densità. A partire da stelle di almeno 2 o 3 masse solari, la stella di neutroni è destinata a
collassare ulteriormente, vincendo anche la repulsione quantistica fra neutroni. La spiegazione di

Relatività generale ed astrofisica - 7


questo fatto è basata su considerazioni facenti uso della teoria della relatività generale. Pochi anni
dopo la sua formulazione, Schwarzschild ottiene la soluzione della teoria di Einstein (intervallo
spazio-tempo curvo) in prossimità di una massa sferica. In particolare, la soluzione presenta una
singolarità in corrispondenza del valore critico rS=2GM/c2, ossia per tale valore della coordinata
radiale la soluzione “esplode”: un oggetto che superi tale distanza (detto raggio di Schwarzschild
ovvero orizzonte degli eventi) è destinato a restare irreversibilmente intrappolato nel campo
attrattivo della massa. L’oggetto può essere anche luce, per cui la radiazione elettromagnetica che si
avvicini a tale massa per meno del raggio critico sfugge alla vista esterna: la massa intrappola
qualunque forma di materia o di radiazione che si avvicini più di un tanto. La massa M entro
l’orizzonte degli eventi è detto buco nero e ad esso corrispondono, in generale, densità di valori
enormi. Una stella come il sole acquisterebbe caratteristiche di buco nero quando il suo raggio
risultasse minore di circa 3 km, con una densità elevatissima (milioni di tonnellate per centimetro
cubico!). Benché queste considerazioni siano piuttosto assestate e comunque molto coerenti da vari
punti di vista, oggetti quali i buchi neri non sono stati ancora osservati sperimentalmente con
chiarezza definitiva. Vi sono molti aspetti che depongono a favore della loro esistenza ed, in
particolare, grazie a descrizione e modelli teorici ad opera di Hawking, sembra oggi accettabile
parlare di emissioni di radiazione da parte di essi e, conseguentemente, di uno studio collegato di
analisi spettroscopica in regime rigorosamente proprio della relatività generale. Molti aspetti di tutta
questa parte di studio fisico sono ancora completamente aperti. Ciononostante, essi costituiscono un
terreno fertile di discussione e di approfondimento di nuove teorie e di nuove tecniche sperimentali
che pongono a contatto i metodi speculativi tipici della scala submicroscopica (con inevitabili
contatti con la meccanica quantistica) e di quella cosmica (dunque nel regime tipico della teoria
generale della relatività).

6. Esercizi

(a) Calcolare l’energia massima di un neutrino nella reazione del ciclo protone/protone
p+p2H+e++e (a tale scopo si consideri che il neutrino ha energia massima quando
il positrone ha energia nulla).
(b) Si stimi il raggio di Schwarzschild e la densità di buco nero per oggetti di massa
varia, quali un nucleo atomico, un oggetto di uso quotidiano, la terra, la nostra
galassia.
(c) I neutroni in una stella neutronica hanno energia sufficiente per creare mesoni nella
reazione n+nn+n+?

Lettura consigliate: “The elegant universe”, B.Greene, Vintage (1999)

Relatività generale ed astrofisica - 8


Lezione 8 – Cosmologia

1. Moti delle galassie ed espansione dell’universo

In questo ultimo capitolo vengono affrontate le tematiche più salienti dello studio fisico del nostro
universo, dal punto di vista della sua possibile nascita, evoluzione e destino finale. Questo tipo di
studio è detto cosmologia: da tempi lunghissimi essa è una scienza centrale in molte culture. Il fatto
forse più saliente è comunque che la cosmologia, nell’arco di relativamente pochi anni (qualche
secolo) ha condotto l’uomo da una visione antropocentrica assoluta dell’universo ad un punto di
vista nel quale la terra è un grano di residuo roccioso prossima ad una fra centinaia di miliardi di
stelle collocata perifericamente in una fra centinaia di miliardi di galassie, tutte contenenti centinaia
di miliardi di stelle. Nessun punto di vista nell’universo è privilegiato: da qualunque parte si osservi
ed in qualunque direzione il panorama cosmico è immutato. Si tratta del cosiddetto principio
cosmico, che si riferisce a proprietà di omogeneità ed isotropia su scala globale.
Vi sono tre scoperte sperimentali fondamentali che permettono di trarre conclusioni di una certa
validità generale sulla natura e la dinamica del cosmo. Anzitutto, il nostro universo non è statico ma
in espansione. L’universo è poi completamente “riempito” o permeato di radiazione
elettromagnetica di caratteristiche note con elevata precisione. Infine, la maggior parte della massa
di cui il nostro universo è costituito è invisibile ai nostri sensi, per cui non se ne conosce con
certezza né l’ammontare né la natura.
Per quanto riguarda l’espansione dell’universo, si tratta di utilizzare la legge fisica a supporto del
fenomeno di spostamento Doppler nel caso di corpi celesti osservabili dalla terra. La radiazione
(visibile o comunque elettromagnetica) emessa dalle galassie ovvero dalle stelle, inizialmente
caratterizzata da spettro continuo, contiene delle righe oscurate dovute dai fenomeni di
assorbimento operati dai gas dei quali la stella è costituita. Conoscendo la lunghezza d’onda o
frequenza di queste righe di assorbimento (che sono eguali a quelle osservate sulla terra per gli
stessi elementi atomici) è possibile calcolare la velocità relativa delle stelle in base allo spostamento
delle righe spettrali. Il risultato di queste misure (condotte su un numero elevatissimo di corpi
celesti) è molto chiaro e semplice: anche se le galassie o le stelle a noi prossime manifestano moti
relativi indifferentemente di allontanamento o di avvicinamento (con velocità dell’ordine di 10
km/sec), le galassie a distanze medie o elevate, con sistematicità totale evidenziano moti di
allontanamento con velocità crescenti con la loro distanza. E’ possibile rilevare una soddisfacente
legge di proporzionalità diretta fra queste due grandezze, secondo l’espressione dovuta a E. Hubble,
v=Hd, nella quale la velocità di allontanamento relativo v (spostamento Doppler verso il rosso) e la
distanza d dell’oggetto dalla terra sono collegate dalla costante di Hubble H≈67 (km/s)/Mpc.
L’unità di misura cosmologica della distanza è il (mega)parsec, (M)pc. Un parsec indica un
“parallasse secondo”, ossia la distanza che sottende un arco di un secondo a partire dalla terra, ed è
dunque dato da 2R/(2α), R=raggio orbitale terrestre attorno al sole, α=1”, per cui si ottiene che
1 pc=3.26 anni luce=3.08×1016m. Come vedremo più avanti, la costante di Hubble è collegabile alla
vita dell’universo. E’ ora possibile collegare il fenomeno di allontanamento delle galassie con l’idea
che l’universo si espanda. A tale scopo, supponiamo che l’universo sia in espansione secondo un
modello “a reticolo di coordinate spaziali” in distorsione lineare semplicemente data da xi’=kxi,
nella quale si introduce il parametro di distorsione k: nel tempo t tutte le coordinate xi aumentano
del fattore k. Dunque la galassia che ad un dato istante dista dalla terra d, all’istante dato più t
secondi disterà dalla terra d’=kd. Questo implica che la sua velocità di recessione è data dal suo
allontanamento d’−d riferito al tempo t, v=(d’−d)/t=d(k−1)/t. Confrontando le velocità di recessione
di due galassie si ha subito che v1/v2=d1/d2, che è esattamente la legge di Hubble, ossia che la
velocità di recessione è proporzionale alla distanza dell’oggetto cosmico. E’ anche consuetudine
rappresentare il nostro universo in espansione come un panettone (lo spazio) nel quale le uvette (le
galassie) si allontanano reciprocamente mentre il panettone lievita o si espande.

Cosmologia - 1
Se è vero che l’universo si espande, vi sono comunque due possibili interpretazione della sua
evoluzione. Secondo la prima, la densità del cosmo è in continua diminuzione perché esso si
espande da un evento iniziale a densità infinita (teoria del big bang, “scuola” di G.Gamow). Nella
seconda ipotesi, la densità è costante perché l’universo viene continuamente, anche se tenuemente,
alimentato di materia creata ovunque. In questo caso l’universo è stazionario, come la sua densità, e
non c’è bisogno di chiamare in causa eventi di creazione iniziale (“scuola” di F.Hoyle). Nel
paragrafo seguente si presenta il fatto sperimentale che depone a favore della teoria “esplosiva”
nella genesi cosmica.

2. Radiazione di fondo, l’eco del big bang

Nel 1965, i ricercatori Penzias e Wilson scoprono che da ogni parte si “ascolti” il nostro cielo è
percepibile un rumore (un “soffio”) di fondo nell’intervallo delle microonde elettromagnetiche
(lunghezze d’onda da qualche decimo di mm a qualche decina di cm). La distribuzione della densità
di energia elettromagnetica di questo “rumore”, ottenuta con elevatissima precisione negli ultimi
anni con sonde collocate in orbita (COBE, Cosmic Background Explorer), segue rigorosamente la
legge di corpo nero di Planck già descritta e discussa all’inizio di questo corso. La spiegazione di
questo fenomeno è, di fatto, piuttosto clamorosa: si tratta del “residuo”, del “fossile
elettromagnetico” dell’esplosione iniziale dalla quale è nato il cosmo, l’evento di big bang. Questa
affermazione è facilmente sostenibile ammettendo una dinamica di raffreddamento (adiabatico)
dell’universo dopo la sua nascita: da densità di radiazione/energia illimitata all’inizio si deve avere,
per espansione, un raffreddamento della mistura di particelle di materia e di fotoni. Le particelle
possono essere decadute se instabili, oppure accoppiate ad altre per formare stati differenti di
materia stabile. I fotoni sono rimasti, ma le loro lunghezze d’onda sono via via aumentate (le
energie diminuite) a causa della continua espansione. Ora questi fotoni, che ancora riempiono
l’universo, sono stati rivelati nell’esperimento di cui si parla e sono dunque evidenza chiara di
questo evento iniziale. Modelli statistici a vari livelli di sofisticazione permettono di stimare che i
fotoni del big bang debbano possedere una temperatura dell’ordine di qualche grado kelvin (energia
dell’ordine dei meV, lunghezza d’onda millimetrica). La legge di corpo nero di Planck può essere
facilmente elaborata per fornire, fra l’altro, le
seguenti grandezze o proprietà: si ottiene la R(λ)
legge dello spostamento di Wien (collocazione
del picco di massima densità di energia in T3
lunghezza d’onda, λmaxT=2.9×10−3 m⋅K; la
legge di Stefan per la densità d’energia
elettromagnetica radiante totale, U=4(σ/c)T4,
dove σ=5.67×10−8 W/(m2⋅K4). Se in seguito al T2
big bang la lunghezza d’onda della radiazione
aumenta, si deduce che la densità d’energia
diminuisce come la quarta potenza del rapporto T1
di aumento di lunghezza d’onda, la temperatura
cala dello stesso rapporto, la distribuzione resta λ
con la stessa forma di legge di corpo nero. Dei
rapidi calcoli conducono infine al valore del numero totale di fotoni per unità di volume in funzione
della temperatura, N≈(2×107fotoni/m3⋅K3)T 3, per cui la densità di energia radiante si scrive (nella
legge di Stefan) come U=(4.73×107eV/m3⋅K4)T 4, e l’energia media per fotone, sempre in funzione
della temperatura, è data da Em=U/N≈(2.33×10−4eV/K)T. L’adattamento di queste formule ai dati di
misurazione di radiazione micrometrica di fondo conduce all’identificazione di fotoni alla
temperatura di 2.735 K, per la quale si hanno circa 4×108 fotoni per metro cubo, ciascuno con
energia media di circa 0.6 meV, per un totale di densità di energia di circa 250 keV/m3.

Cosmologia - 2
3. La materia mancante

Un terzo elemento sperimentale a supporto di una peculiare caratteristica del cosmo è collegato alle
velocità di rotazione delle stelle in una galassia. Le osservazioni nel visibile ci presentano le
galassie come aggregati di materia stellare con una presumibile distribuzione di materia con densità
decrescente dal centro verso il bordo galattico. Si può applicare la legge di Keplero sul rapporto fra
periodo di rotazione orbitale e raggio orbitale, T 2=(4π2/GM)r 3, nell’intento di descrivere i
parametri cinetici del sole o di una qualunque altra stella nel suo moto attorno al centro galattico,
nell’ipotesi dunque che in esso sia concentrata una massa M di materia (la parte più luminosa della
galassia, di fatto). La velocità periferica orbitale è data ovviamente da v=2πR/T, per cui si ricava
che
v=(GM/R)1/2.

In parole, se vale l’ipotesi in oggetto, allontanandosi dalla massa centrale M le stelle devono avere
velocità periferica decrescente lentamente, come R−1/2. Ad esempio, nel caso del sole, la velocità
misurata (le velocità si misurano, come già
specificato, con tecniche di analisi Doppler
spettrometriche) assegna una massa galattica centrale
velocità periferica

. ....
. .... .
di circa 100 miliardi di masse solari. Un’analisi
sistematica delle velocità orbitali stellari però ..
.. .. ..
.................... .... .
conduce ad una situazione che non è in accordo con v∝r−1/2
l’ipotesi di massa concentrata: le velocità sono
essenzialmente costanti o addirittura aumentano
.
leggermente al crescere della distanza dal centro
galattico. Questo si potrebbe ottenere solamente se la
massa galattica responsabile del moto orbitale delle distanza dal centro
stelle aumentasse linearmente con R. La spiegazione
più largamente accettata è che la maggior parte della
massa cosmica sia invisibile, detta infatti materia oscura, e più precisamente oggetti di due
categorie ipotetiche: MACHO (“Massive compact halo objects”, oggetti compatti, pesanti ed
opachi, come buchi neri, stelle di neutroni, stelle nane bianche esaurite), WIMP (“weakly
interacting massive particle”, particelle pesanti debolmente interagenti, come neutrini – se hanno
massa - o monopoli magnetici – se esistono). Le uniche evidenze sperimentali di oggetti MACHO
sono da collegarsi ad osservazioni di fenomeni nei quali oggetti appunto massivi ed invisibili si
manifestano come lenti gravitazionali. E’ da sottolineare anche il fatto che la materia scura sembra
avere un ruolo determinante anche su scale cosmiche ben più vaste di quelle galattiche, nel senso
che anche ammassi e superammassi di galassie seguono moti in accordo con l’esistenza di materia
invisibile e sconosciuta che deve costituire il 90% dell’intero universo!

4. Parametri cosmologici

La relatività generale è una teoria che bene si adatta al problema di descrivere l’universo come
sistema fisico a densità variabile nel tempo, fornendo una soluzione per la dimensione in funzione
del tempo a partire dal big bang. Ci si interessa ad una scala spaziale per la quale le distanze tipiche
fra galassie sono relativamente piccole: si ottiene dunque una descrizione di un “universo medio”,
nel quale le concentrazioni locali di massa sono mediate nello spazio. L’equazione relativistica di
curvatura in funzione della densità di massa o energia conduce alla cosiddetta equazione di
Friedmann per la dipendenza temporale della dimensione dell’universo, R(t):
2
 dR  8π
  = GρR 2 − kc 2 ,
 dt  3

Cosmologia - 3
nella quale compare la costante k che determina il modello geometrico di universo prescelto: per
k=0 l’universo è piatto, per k=+1 è curvo e chiuso, per k=−1 è curvo ed aperto. Notiamo che solo
per k=1 (universo chiuso) la grandezza R dà direttamente il raggio del cosmo, mentre negli altri
casi, essendo l’universo infinitamente esteso, l’interpretazione di R non è più intuitiva: si può dire
che R assegna la scala dimensionale del problema, e solamente le sue variazioni nel tempo sono
interessanti. E’ conveniente (per semplicità) prendere k=0 per risolvere l’equazione di Friedmann; i
casi restanti (k=±1) si possono poi aggiungere. La densità include sia il contributo di materia che
quello di radiazione, ma nell’universo attuale (come verrà richiamato più avanti) predomina la parte
di materia, la cui densità decresce con il volume ossia ρmat∝R−3. L’equazione di Friedmann conduce
subito alla R(t)∝t2/3, per cui, sostituendo,

t=(6πGρmat)−1/2.

Nell’universo molto giovane, invece, predomina la radiazione, la cui densità (come si calcola a
partire dall’espressione ottenuta per il gas di fotoni) varia con la dimensione R secondo la ρrad∝R−4.
Inserendo questo risultato nell’equazione di Friedmann si ottiene che R(t)∝t1/2, per cui, sostituendo,

t=(32πGρrad/3)−1/2.

Il parametro di Hubble H viene definito in base alla relazione H=(dR/dt)/R. Supponendo che
l’universo si sia espanso a ritmo costante (R=at) si ottiene che H=1/t, ossia il parametro di Hubble è
l’inverso dell’età del cosmo. Per un universo dominato da materia si ha che la vita dell’universo è
pari a 2/(3H), mentre per la densità dominata da radiazione la vita è 1/(2H). In ogni caso 1/H è
grossolanamente legato alla vita dell’universo.
Un altro parametro di interesse rilevante per gli astrofisici e cosmologi è detto parametro di
decelerazione, definito in base alla relazione q=−R(d2R/dt2)/(dR/dt)2. Si vede che un universo ad
espansione lineare nel tempo risulta q=0, nel caso di densità di materia predominante q=1/2, nel
caso di densità di radiazione predominante q=1. Si ricava poi, nel caso di universo dominato da
materia, che q=4πGρmat/(3H 2).
L’insieme di queste grandezze (parametro geometrico k, parametro di scala R, densità di energia-
materia, parametro di Hubble H e di decelerazione q) permettono una definizione abbastanza
precisa delle dinamiche nell’evoluzione dell’universo. La sfida per i cosmologi, astronomi ed
astrofisici è quella di porre in appropriato rilievo le misure ed i dati sperimentali (spesso di difficile
ottenimento) e da essi ottenere stime attendibili di questi parametri.

5. Evoluzione dell’universo

Se si accetta l’ipotesi di universo in espansione, è conseguenza inevitabile accettare che risalendo


indietro nel tempo si debba trovare un universo sempre più caldo e denso. A temperature più elevate
certe forme di materia che oggi sono dominanti (atomi e molecole) non potevano esistere, per cui ci
si aspetta di poter definire una sequenza di “ere cosmiche” caratterizzate da stati della materia tanto
più dissociati e non strutturati quanto maggiore è la temperatura. A temperature crescenti non
possono esistere prima atomi stabili, poi nuclei stabili, e così via, fino a giungere ad un istante nel
quale solo quark e leptoni popolano un universo piccolo e caldissimo. Prima di questo istante non
possiamo dire nulla: c’è mescolanza irrisolta di fenomeni quantistici, relativistici, gravitazionali alla
quale le nostre teorie più avanzate non hanno ancora accesso. L’istante “critico”, a circa 10−43
secondi dal big bang, è detto tempo di Planck.
Dall’istante di Planck in poi, invece, le nostre teorie sono capaci di fornire una descrizione
consistente con molte osservazioni sperimentali sulla sequenza di eventi che caratterizza
l’evoluzione dell’universo. Nei primi istanti di vita, siamo in presenza di una mescolanza calda di
particelle, antiparticelle e fotoni: la radiazione è il termine predominante nel bilancio di densità di
Cosmologia - 4
energia. Possiamo stimare la relazione fra tempo intercorso e temperatura dell’universo unendo le
relazioni già introdotte per la densità di energia dei fotoni, U=(4.73×107eV/m3⋅K4)T 4=ρradc2 e la
soluzione dell’equazione di Friedmann, t=(32πGρrad/3)−1/2 ed ottenere che

T=(1.5×1010 sec1/2 K)/t1/2.

La situazione è tale che i fotoni creano coppie particella/antiparticella oppure le coppie


materia/antimateria annichilano per fornire fotoni. Ad esempio, la creazione di coppie
protone/antiprotone oppure neutrone/antineutrone può avvenire con fotoni di energia almeno pari
all’energia a riposo del nucleone, 940 MeV. La temperatura del fotone è data da T=E/kB=1.1×1013K
e l’età corrispondente dell’universo, per la relazione sopra scritta, è data da t=2×10−6 sec. Ciò
significa che nei primi due microsecondi di vita la temperatura dell’universo cala fino a rendere
poco probabile, poi impossibile, la creazione di coppie di nucleoni ad opera dei fotoni.
E’ anche possibile utilizzare l’espressione sopra al contrario, ossia ottenere le temperature al variare
del tempo di vita dell’universo. Nel primo microsecondo la temperatura è di 1.5×1013K e l’energia
termica equivalente ( kT ) è di 1300 MeV. Questa temperatura, confrontata con quella attuale di
spostamento verso il rosso (2.7 K), ci spiega che le dimensioni (il fattore di scala) dell’universo
erano 10−13 volte di quelle attuali (1026 m), in pratica (se l’universo è chiuso), circa 1013 m, ovvero
un sistema solare attuale. La composizione del cosmo è data da protoni, neutroni, elettroni, muoni,
pioni con le rispettive antiparticelle (notare che i quark si sono già tutti fusi per formare i vari
barioni e mesoni), nonché fotoni e neutrini. Questo è ancora il regno della forza forte, che domina
nel definire (assieme a quella elettromagnetica e debole) gli schemi di interazione tipici. La
popolazione di neutroni, protoni, fotoni ed elettroni è essenzialmente la stessa in numero. Che vi
siano tanti protoni quanti neutroni è stabilito in base a tre fatti: c’è il fattore statistico di Boltzmann,
che assegna popolazioni relative fra protoni e neutroni pari a e−∆E/kT=e−1.3MeV/kT. Per T≈1013 K il
fattore è circa pari ad 1. Vi sono inoltre reazioni nucleari che favoriscono il bilancio pari fra i due
nucleoni (n+νe↔p+e, ad esempio). Infine, il neutrone decade con una emivita di circa 11 minuti. E’
chiaro che nel primo microsecondo il decadimento del neutrone non può avere dato contributi
rilevanti al depopolamento.
Fra 10−6 sec e 10−2 sec la temperatura scende di un fattore 100, l’energia media va a 13 MeV ed
anche il parametro di dimensione aumenta di un fattore 100. Con questa energia pioni e muoni non
possono più essere creati dai fotoni. Queste particelle, con vite medie molto minori di 10−2 sec, sono
tutte decadute in elettroni e neutrini. Le reazioni che restano importanti sono le annichilazioni fra
nucleoni ed antinucleoni, che conducono alla scomparsa quasi totale della materia: una piccola
frazione rimane a causa di una differenza di proporzione iniziale fra materia ed antimateria. Il
rapporto fra neutroni e protoni rimane ancora prossimo ad 1.
Fra 10−2 sec ed il primo secondo di vita dell’universo, la temperatura cade ulteriormente a
1.5×1010K (energia media dei fotoni pari a 1.3 MeV). Il rapporto fra neutroni e protoni, a causa del
fattore di Boltzmann, comincia ad essere sensibilmente differente da 1 (in effetti, ci si aspetta il
73% di protoni sulla totalità dei nucleoni). Anche i neutrini, raffreddati a questa temperatura, non
sono più capaci di attivare la cattura del protone per la trasformazione in neutrone
( ν e + p → n + e + ), per cui si parla di disaccoppiamento dei neutrini da questo istante in poi.
Tra 1 sec e 6 sec di vita (quando la temperatura scende a 6×109 K, energia termica di 0.5 MeV),
anche la creazione di coppie elettrone/positrone si interrompe (la soglia è a 1 MeV circa). Le
annichilazioni invece continuano, sempre con la piccolissima differenza in popolazione fra materia
ed antimateria (fra elettroni e positroni). A questo punto fra i nucleoni la frazione dell’84% è di
protoni. In pratica, si rimane con un numero di protoni pari a quello degli elettroni, molto meno
neutroni e nessun positrone o antinucleone. I fotoni invece sono in numero molto maggiore (circa
un miliardo per ogni protone).

Cosmologia - 5
Il passo successivo nella genesi cosmica è quello della formazione di elementi (nuclei) pesanti. Una
possibile reazione è la formazione del deutone (nucleo di deuterio) dato dall’unione di un protone
ed un neutrone. Il fatto è però che l’alta densità di fotoni permette la reazione di fissione data da
d+γ→p+n, per cui i deutoni si scindono a ritmi molto elevati. L’energia di legame del nucleo d è di
2.22 MeV. Per inibire i processi di scissione si devono avere fotoni meno energetici di questa
soglia, tenendo ovviamente presente il fatto che nessun fotone deve superare il valore di 2.22 MeV.
In altre parole, solamente avendo una frazione di fotoni (con energia maggiore di 2.22 MeV)
minore di circa 10−9 /6 (c’è una frazione di 1/6 di neutroni per nucleone), si può essere sicuri di non
attivare reazioni di fissione del deutone. Utilizzando la statistica appropriata, si ottiene che questa
condizione è realizzata a partire dalla temperatura di 9×108 K, ossia da circa 250 sec. Da questo
istante in poi, la situazione evolve in modo piuttosto drammatico, in quanto la temperatura è
sufficientemente bassa da permettere altre reazioni di fusione, come le 2H+p→3He+γ e
2
H+n→3H+γ, nonché le 3He+n→4He+γ e 3H+p→4He+γ. E’ possibile verificare che altre specie
nucleari non possono venire formate (essenzialmente perché si ottengono nuclidi altamente
instabili) in questa fase. Dunque questo universo si popola di nuclei di idrogeno e di elio. Le
popolazioni di protoni e di neutroni, calcolabili in base alle considerazioni già illustrate poco sopra,
conducono ad una stima diretta della proporzione fra nuclei di idrogeno e di elio, che si assestano
attorno al 76% e 24% (percentuali di massa).
La storia dell’interazione forte nell’universo (nel senso di un suo ruolo diretto nella genesi cosmica)
ha termine dopo questa manciata di 250 secondi: per qualche centinaia di migliaia di anni
(comunque non meno di 200000 anni: si tratterebbe di modificare le equazioni tempo-temperatura
perché da un certo punto in poi e sempre di più la densità predominante è quella di materia, non più
di radiazione come fatto fino a questo istante) l’unica cosa che accade (essenzialmente) è il
raffreddamento per espansione. Dopo questo periodo, si giunge alla temperatura di 6000K, energia
media per fotone di 13.6eV. Tali fotoni iniziano a non essere più attivi nei processi di ionizzazione
del sistema legato p+e, l’atomo di idrogeno neutro. Inizia dunque la formazione della massa di
idrogeno la cui evoluzione in stella e la successiva sintesi di elementi pesanti è stata illustrata nel
precedente capitolo. Nel frattempo il campo di radiazione (i fotoni raffreddati) sono oramai
completamente disaccoppiati dalla materia e procedono nel loro viaggio che li condurrà ad essere
rilevati come eco fossile del big bang dai rivelatori di microonde sulla terra.
Oltre a questa importantissima e spettacolare testimonianza della nascita dell’universo, vi sono altri
segni tangibili del fatto che il cosmo si sia evoluto a partire da un singolare evento esplosivo (che ha
visto la nascita non solo della materia e della radiazione, ma anche – e forse soprattutto – del tempo
e dello spazio stessi). I più importanti sono i seguenti:
(a) fondo di neutrini: anche se le prove non sono state ancora acquisite con certezza, dovrebbe
essere possibile studiare la distribuzione energetiche di queste (elusive) particelle in modo
analogo a quanto fatto per i fotoni;
(b) abbondanza di elio: in buon accordo con la stima sopra riportata del 24%, si calcola che la
massa dell’universo è composta per una percentuale variabile fra il 23% ed il 25% di elio. Questo
dato è importante: nonostante molta materia dell’universo sia stata “rimescolata” in vari modi dai
tempi immediatamente seguenti il big bang, esistono vari motivi per credere che in certe galassie
la composizione di materia (essenzialmente elio/idrogeno) rispecchi quella primordiale. Inoltre,
teorie che coinvolgono aspetti sofisticati della teoria delle particelle elementari, depongono a
favore di una relazione fra numero di famiglie di leptoni e percentuale di massa dell’elio
nell’universo: se quest’ultima è vicina al 24%, ciò escluderebbe che possano esistere più di tre
famiglie di leptoni (elettroni, muoni, tau):
(c) antimateria: la scomparsa completa della materia e dell’antimateria nel corso dell’evoluzione
primordiale dell’universo è evitata dalla piccolissima antisimmetria fra le due forme. Non
sappiamo né il motivo di questa antisimmetria, né se esistano nel cosmo porzioni consistenti
formate da antimateria. C’è un primo esperimento (che coinvolge un mesone K) nel quale si
osserva la violazione della simmetria materia/antimateria;

Cosmologia - 6
(d) irregolarità nel fondo a microonde: le misure fornite dal satellite COBE evidenziano che il
fondo di radiazione elettromagnetica residuo del big bang non è perfettamente uniforme in
temperatura ma possiede piccole variazioni (dell’ordine di millesimi di kelvin). Queste
“ondulazioni”, la cui origine non è chiarita (ma potrebbero essere legate agli effetti collassanti di
oggetti WIMP responsabili di parte della materia oscura), riuscirebbero a spiegare parte dei
meccanismi che hanno condotto alla formazione delle stelle e delle galassie stesse, che in effetti
necessitano di centri di condensazione, o piccole disomogeneità nel gas primordiale.

6. Destino dell’universo

Un’altra domanda centrale della cosmologia (oltre alle motivazioni del big bang) riguarda il destino
dell’universo, ossia se esso è destinato ad espandersi indefinitamente, ed è di conseguenza destinato
ad una morte termica ed entropica, oppure se le forze di gravità saranno in grado di prendere il
sopravvento ed iniziare un processo di contrazione cosmica: la temperatura ricomincerà ad
aumentare con la densità, e si arriverà ad un’implosione, un big bang alla rovescia, detto anche big
crunch. Da quest’ultimo potrebbe cominciare un nuovo ciclo cosmico (pensando dunque ad un
modello universale di tipo big bounce, rimbalzare eterno di energie immani).
Le differenti modalità evolutive dell’universo possono venire riassunte dall’equazione di Friedmann
riscritta in funzione del parametro di decelerazione q, ossia dalla
2
 dR 
  (1 − 2q ) = − kc ,
2

 dr 
nella quale distinguiamo ancora una volta l’universo piatto (k=0, dunque q=1/2, in espansione
continua), l’universo curvo aperto (k=−1, per cui 0<q<1/2 ancora in espansione continua) e
l’universo curvo chiuso (k=1, con q>1/2, destinato a contrarsi fino ad un punto dopo avere
raggiunto un’espansione massima). Un modo per tentare di stabilire il tipo del nostro universo è
quello di confrontare le velocità di recessione di galassie di differente età: le più lontane sono le più
datate e, se l’universo è in espansione frenata, tali galassie devono presentare spostamenti verso il
rosso molto più marcati di quelli osservati per galassie vicine (a causa del differente frenamento di
galassie vicine e lontane). I risultati sperimentali sono del tutto inconclusivi: l’universo presenta una
risposta a questo tipo di misura molto vicina al valore critico, q=1/2. E’ anche possibile studiare il
problema dal punto di vista della densità: valori elevati a sufficienza di quest’ultima devono
piuttosto ovviamente far pensare ad una tendenza al big crunch. La densità critica corrispondente al
valore critico di decelerazione, q=1/2, è di 10−26kg/m3. La densità dovuta alle galassie visibili è pari
a 10−28kg/m3. Aggiungendo la materia oscura si arriva a circa 3×10−27kg/m3. Manca ancora una
quantità non indifferente di materia, che potrebbe provenire dalla massa dei neutrini. La cosa
comunque che ancora è senza risposta è l’elevatissima precisione con la quale l’universo è “nato”
essenzialmente piatto (la sua evoluzione non lo ha allontanato troppo da questa caratteristica).
Teorie dette “inflazionistiche” danno spiegazioni ragionevoli su questo comportamento, anche se
non sono ancora sufficientemente chiarite nei loro dettagli.

7. Esercizi

(a) Usare la legge di Hubble per stimare la lunghezza d’onda del sodio a 590 nm emessa da stelle
distanti rispettivamente un milione, 100 milioni e 10 miliardi di anni luce.
(b) Calcolare la lunghezza d’onda di picco per il fondo a microonde a 2.7K.
(c) Calcolare a quale temperatura e quale età l’universo si è raffreddato in modo da non permettere
la creazione di coppie di mesoni/antimesoni.

Letture consigliate: J. Boslough, “I signori del tempo”, Garzanti.


Molti articoli delle “Scienze” sono dedicati alla cosmologia.

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